HOME    PRIVILEGIA NE IRROGANTO    di Mauro Novelli    

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Erodoto

 

STORIE

 

 

INDICE

Libro I 1

Libro II 49

Libro III 88

Libro IV. 125

Libro V. 160

Libro VI 184

Libro VII 209

Libro VIII 251

Libro IX. 277

 


 

 

 

Libro I

 

 Erodoto di Alicarnasso espone qui il risultato delle sue ricerche storiche; lo scopo è di impedire che avvenimenti determinati dall'azione degli uomini finiscano per sbiadire col tempo, di impedire che perdano la dovuta risonanza imprese grandi e degne di ammirazione realizzate dai Greci come dai barbari; fra l'altro anche la ragione per cui vennero a guerra tra loro.

1)    I dotti persiani affermano che i responsabili della rivalità furono i Fenici. Costoro giunsero in queste nostre acque provenienti dal mare detto Eritreo; insediatisi nella regione che abitano tutt’oggi, subito, con lunghi viaggi di navigazione, presero a fare commercio in vari paesi di prodotti egiziani ed assiri, e si spinsero fino ad Argo. A quell'epoca Argo era da ogni punto di vista la città più importante fra quante sorgevano nel territorio oggi chiamato Grecia. I Fenici arrivarono ad Argo e vi misero in vendita le loro mercanzie. Quattro o cinque giorni dopo il loro arrivo, ormai quasi esaurite le merci, scesero sulla riva del mare diverse donne, tra le quali si trovava la figlia del re Inaco: si chiamava Io, anche i Greci concordano su questo punto. Secondo i dotti persiani, mentre le donne si trattenevano accanto alla poppa della nave, per acquistare i prodotti che più desideravano, i marinai si incoraggiarono a vicenda e si avventarono su di loro: molte riuscirono a fuggire, ma non Io, che fu catturata insieme con altre; risaliti sulle navi, i Fenici si allontanarono, facendo rotta verso l'Egitto.

2)    Secondo i Persiani Io giunse in Egitto così e non come narrano i Greci; e questo    episodio avrebbe segnato l'inizio dei misfatti. In seguito alcuni Greci (essi non sono in grado di precisarne la provenienza), spintisi fino a Tiro, in Fenicia, vi rapirono la figlia del re, Europa; è possibile che costoro fossero di Creta. E fino a qui la situazione era in perfetta parità, ma poi i Greci si resero responsabili di una seconda colpa: navigarono con una lunga nave fino ad Ea e alle rive del fiume Fasi, nella Colchide, e là, compiuta la missione per cui erano venuti, rapirono Medea, la figlia del re dei Colchi; questi mandò in Grecia un araldo a reclamare la restituzione della figlia e a chiedere giustizia del rapimento, ma i Greci risposero che i barbari non avevano dato soddisfazione del ratto dell'argiva Io e che quindi per parte loro avrebbero fatto altrettanto.

3)     Narrano che nella generazione successiva Alessandro, figlio di Priamo, a conoscenza di quei fatti, volle procurarsi moglie in Grecia per mezzo di un rapimento; era assolutamente convinto che non ne avrebbe mai dovuto rendere conto ai Greci perché questi in precedenza non lo avevano fatto nei confronti dei barbari. E così, quando ebbe rapito Elena, i Greci decisero per prima cosa di inviare messaggeri a chiedere la sua restituzione e a pretendere giustizia del rapimento; di fronte a tale istanza i barbari rinfacciarono loro il ratto di Medea: non era accettabile che proprio i Greci, rei di non avere pagato il proprio delitto e di non avere provveduto a nessuna restituzione malgrado le richieste, pretendessero ora di ottenere giustizia dagli altri.

4)     Comunque, fino a quel momento, fra Greci e barbari non c'era stato altro che una serie di reciproci rapimenti; a partire da allora invece i maggiori colpevoli sarebbero diventati i Greci: essi infatti cominciarono a inviare eserciti in Asia prima che i Persiani in Europa. Ora, i barbari ritengono che rapire donne sia azione da delinquenti, ma che preoccuparsi di vendicare delitti del genere sia pensiero da dissennati: l'unico atteggiamento degno di un saggio è non tenere il minimo conto di donne rapite, perché è evidente che non le si potrebbe rapire se non fossero consenzienti. Secondo i Persiani gli abitanti dell'Asia non si curano minimamente delle donne rapite; i Greci invece per una sola donna di Sparta radunarono un grande esercito, si spinsero fino in Asia e abbatterono la potenza di Priamo; da allora e per sempre i Persiani avrebbero guardato con ostilità a tutto ciò che è greco. In effetti essi considerano loro proprietà l'Asia e le genti barbare che vi abitano e ben separate, a sé stanti, l'Europa e il mondo greco.

5)     Insomma i Persiani descrivono così la dinamica degli eventi: fanno risalire alla distruzione di Ilio l'origine dell'odio che nutrono per i Greci. Però, a proposito di Io, i Fenici non concordano con i Persiani; secondo la loro versione essi condussero sì Io in Egitto, ma non dopo averla rapita, bensì perché lei ancora in Argo aveva avuto una relazione con il timoniere della nave; accortasi di essere rimasta incinta, per la vergogna aveva preferito partire con i Fenici, per non doverlo confessare ai propri genitori. Ecco dunque le versioni dei Persiani e dei Fenici; quanto a me, riguardo a tali fatti, non mi azzardo a dire che sono avvenuti in un modo o in un altro; io so invece chi fu il primo a rendersi responsabile di ingiustizie nei confronti dei Greci e quando avrò chiarito di costui procederò nel racconto. Verrò a parlare di varie città, ma senza distinguere fra grandi e piccole: il fatto è che alcune erano importanti nell'antichità e poi, in gran parte, sono decadute, altre, notevoli ai miei tempi, prima invece erano insignificanti; io, ben consapevole che la condizione umana non è mai stabile e immutabile, le ricorderò senza fare distinzioni.

6)     Creso era di stirpe lidia e figlio di Aliatte; era re delle popolazioni al di qua di quel fiume Alis che, scorrendo da sud fra i Siri e i Paflagoni, procede verso settentrione fino al Ponto Eusino. Creso, per primo fra i barbari di cui abbiamo notizia, sottomise alcune città greche al pagamento di un tributo, mentre di altre cercava di acquistarsi l'amicizia: le vittime furono gli Ioni, gli Eoli e i Dori d'Asia, i privilegiati furono gli Spartani. Prima del regno di Creso tutti i Greci erano indipendenti: anche all'epoca dell'invasione della Ionia ad opera di un esercito di Cimmeri, alquanto prima del regno di Creso, non si erano avute sottomissioni di città, bensì soltanto scorrerie e saccheggi ai loro danni.

7)     In Lidia il potere apparteneva agli Eraclidi; pervenne alla famiglia di Creso, ai Mermnadi, come ora vi narro. A Sardi il re era Candaule, dai Greci chiamato Mirsilo, discendente di un figlio di Eracle, Alceo. Il primo dei discendenti di Eracle a divenire re di Sardi era stato Agrone, che era figlio di Nino il quale a sua volta era figlio di Belo e nipote di Alceo; l'ultimo fu Candaule, figlio di Mirso. Quanti avevano regnato sul paese prima di Agrone erano discendenti di Lido, figlio di Atis; da Lido presero nome i Lidi, prima chiamati Meoni. Gli Eraclidi, progenie di Eracle e di una schiava di Iardano, ottennero il potere in affidamento dai discendenti di Lido in base a un oracolo e lo esercitarono per ventidue generazioni, vale a dire per 505 anni, trasmettendoselo di padre in figlio fino a Candaule figlio di Mirso.

8)     Questo Candaule era molto innamorato della propria moglie e perciò era convinto che fosse di gran lunga la più bella donna del mondo. Con una simile convinzione, poiché era solito confidarsi anche sugli argomenti più delicati con un certo Gige, una guardia del corpo, suo favorito, figlio di Dascilo, finì in particolare per esaltargli l'aspetto fisico della moglie. Ma era fatale che a Candaule ne derivasse un grave danno: poco tempo dopo disse a Gige: "Gige, ho l'impressione che tu non mi credi quando ti parlo del corpo di mia moglie; succede certo che gli uomini abbiano le orecchie più incredule degli occhi, ma allora fai in modo di vederla nuda". Ma Gige protestando gli rispose: "Signore, ma che razza di discorso insano mi fai? Mi ordini di guardare nuda la mia padrona? Quando una donna si spoglia dei vestiti si spoglia anche del pudore; i buoni precetti sono ormai un patrimonio antico dell'umanità e da essi bisogna imparare: uno dice che si deve guardare solo ciò che ci appartiene. Io crederò che lei è la più bella donna del mondo e ti prego di non chiedermi assurdità".

9)    Insomma, rispondendo così, opponeva il suo rifiuto: temeva che da quella situazione gli potesse derivare qualche guaio. Ma Candaule insistette: "Coraggio, Gige, non avere paura di me, come se ti facessi un simile discorso per metterti alla prova, né di mia moglie, che per opera sua ti possa accadere qualcosa di male; tanto per cominciare io studierò la maniera che lei non si accorga di essere osservata da te. Ecco, ti metterò dietro la porta spalancata della stanza in cui dormiamo; più tardi, quando io sarò entrato, anche mia moglie verrà, per mettersi a letto. Vicino alla porta c'è una sedia su cui lei, spogliandosi, appoggerà le vesti, una per una; e così potrai guardartela in tutta tranquillità; ma quando lei si sposterà dalla sedia verso il letto, dandoti la schiena, allora esci dalla stanza, ma fai attenzione che lei non ti veda".

10) Non avendo via di scampo, Gige era pronto a obbedire. Candaule, quando gli parve ora di andare a dormire, condusse Gige nella sua camera; subito dopo comparve anche la moglie: Gige la osservò mentre entrava e posava i propri vestiti. Appena la donna si voltò per avvicinarsi al letto, dandogli le spalle, Gige uscì dal nascondiglio e si allontanò; lei lo scorse mentre usciva, ma, pur avendo compreso il misfatto del marito, invece di gridare per la vergogna, finse di non essersi accorta di niente, con l'intenzione però di vendicarsi di Candaule. Bisogna sapere che presso i Lidi, come presso quasi tutti gli altri barbari, è grande motivo di vergogna persino che sia visto nudo un uomo.

11) Sul momento non lasciò trasparire nulla e rimase tranquilla; ma non appena fu giorno diede istruzioni ai servi che vedeva a sé più fedeli e mandò a chiamare Gige. Gige credeva che lei ignorasse l'accaduto e si presentò subito: era abituato anche prima ad accorrere ogni volta che la regina lo chiamava. Quando lo ebbe davanti, la donna gli disse: "Ora tu, caro Gige, hai di fronte a te due strade e io ti concedo di scegliere quale preferisci percorrere: o uccidi Candaule e ottieni me e il regno dei Lidi, oppure è necessario che tu muoia subito, così non sarai più costretto a vedere ciò che non devi per obbedire a tutti gli ordini del tuo padrone. Non ci sono alternative: o muore il responsabile di tutte queste macchinazioni o muori tu che mi hai vista nuda e che hai compiuto azioni così poco lecite". Gige dapprima rimase sbalordito dalle parole della regina, poi supplicò per un po' di non costringerlo a compiere una simile scelta; ma non riuscì a persuaderla, anzi si rese conto senza più dubbi di trovarsi di fronte all'ineluttabile: uccidere il proprio padrone o venire ucciso lui stesso da altri, e scelse la propria salvezza. Rivolgendosi alla donna le chiese: "Poiché mi costringi a uccidere il mio padrone contro la mia volontà, voglio almeno sapere in che modo lo aggrediremo". E lei gli rispose: "L'aggressione avverrà esattamente dallo stesso luogo dal quale lui mi ha mostrata nuda e il colpo si farà mentre dorme".

12) Studiarono i particolari del piano e appena scese la notte Gige seguì la donna nella camera da letto: gli era stato impedito di allontanarsi e non aveva nessuna possibilità di sottrarsi a quel compito: era inevitabile la morte sua o di Candaule. La regina lo nascose dietro la stessa porta dopo avergli consegnato un pugnale. Più tardi, quando Candaule si addormentò, Gige uscì dal suo nascondiglio, lo uccise ed ebbe così insieme la donna e il regno. Archiloco di Paro, vissuto nella stessa epoca, menzionò Gige in un suo trimetro giambico.

13) Ottenne il regno e vide consolidato il suo potere grazie all'oracolo di Delfi, perché quando già i Lidi, considerando la gravità dell'assassinio di Candaule, erano in armi, i partigiani di Gige e gli altri Lidi vennero a un accordo: se l'oracolo lo avesse designato re dei Lidi, allora Gige avrebbe regnato, in caso contrario avrebbe restituito il potere agli Eraclidi. L'oracolo gli fu favorevole e così Gige fu re. La Pizia vaticinò che gli Eraclidi si sarebbero rivalsi sul quinto discendente di Gige, ma di questa profezia i Lidi e i loro sovrani non si curarono più fino a quando non si compì.

14)Ecco insomma come i Mermnadi avevano conquistato il potere, sottraendolo agli Eraclidi. Gige, quando fu re, inviò rilevanti offerte a Delfi, in pratica la maggior parte di tutte le offerte in argento che vi si trovano; e oltre all'argento dedicò anche oro in grande quantità, fra cui è degna di menzione una serie di sei crateri d'oro: oggi si trovano nel tesoro dei Corinzi e raggiungono un peso di trenta talenti. Però a dire il vero il tesoro non appartiene allo stato di Corinto, bensì a Cipselo figlio di Eezione. Gige fu il primo barbaro di cui abbiamo notizia a inviare offerte a Delfi dopo Mida, figlio di Gordio, re di Frigia. Mida aveva consacrato il trono regale da cui amministrava la giustizia, un oggetto che merita di essere visto: questo trono si trova dove sono collocati anche i crateri di Gige. Gli abitanti di Delfi chiamano "Gigade", dal nome del donatore, l'oro e l'argento offerti da Gige. Quando ebbe il potere, anch'egli inviò spedizioni militari contro Mileto e Smirne, ed espugnò la città di Colofone, ma non ci fu nessuna altra impresa durante i 38 anni del suo regno, e anche di questa basterà aver fatto menzione.

15)Mi limiterò a menzionare soltanto anche Ardi, figlio di Gige, che regnò dopo il padre: costui espugnò Priene e organizzò una spedizione contro Mileto; fu durante il suo regno che i Cimmeri, muovendo dalle loro sedi a causa della pressione di nomadi Sciti, si spostarono in Asia e occuparono tutta Sardi a eccezione dell'acropoli.

16)Dopo i 49 anni del regno di Ardi sul trono salì suo figlio Sadiatte, che regnò per 12 anni. Il figlio di Sadiatte, Aliatte, combatté poi una guerra contro Ciassare, il discendente di Deioce, e contro i Medi, scacciò i Cimmeri dall'Asia, prese Smirne, colonia di Colofone e assalì pure Clazomene: da questo conflitto non uscì proprio come aveva sperato, anzi con insuccessi non indifferenti. Però mentre fu al potere realizzò altre imprese degne di essere ricordate.

17)Combatté contro i Milesi una guerra ereditata dal padre, guidando le manovre di offesa e stringendo l'assedio nella maniera seguente: mandava all'attacco l'esercito ogni volta che in quella terra i prodotti erano giunti a maturazione; le operazioni si svolgevano al suono di zampogne, di pettidi e di flauti acuti e gravi. Quando entrava nei territori di Mileto non abbatteva o incendiava le case che si trovavano nei campi; non ne forzava neppure le porte, le lasciava intatte in tutta la contrada; gli alberi e i frutti della terra li faceva distruggere e poi si ritirava. Il fatto è che i Milesi erano padroni del mare, sicché non era possibile per un esercito stringerli d'assedio. Il re lidio non abbatteva le costruzioni affinché i Milesi muovendo da esse potessero coltivare e lavorare la terra e lui, grazie al lavoro di quelli, avesse qualcosa da depredare durante le sue incursioni.

18)Con questo sistema la guerra durò undici anni, durante i quali i Milesi subirono due gravi sconfitte, a Limeneo nel loro territorio e nella piana del Meandro. Per sei anni su undici a capo dei Lidi era stato ancora il figlio di Ardi Sadiatte: era stato lui a suo tempo a invadere con le sue truppe il paese di Mileto, ed era stato anche il responsabile dell'inizio della guerra. Nei successivi cinque anni a combattere fu Aliatte figlio di Sadiatte il quale, come ho già spiegato, ereditò dal padre il conflitto e lo diresse con particolare energia. Nessuna popolazione della Ionia aiutò i Milesi a sostenere il peso di quella guerra tranne i soli abitanti di Chio, che vennero in loro soccorso per ricambiare un analogo favore: infatti in tempi precedenti Mileto aveva condiviso con Chio i disagi della guerra contro Eritrei.

19)Al dodicesimo anno, mentre il raccolto veniva dato alle fiamme dall'esercito, si verificò questo fatto: quando le messi presero a bruciare, il fuoco, spinto dal vento, raggiunse il tempio di Atena Assesia: il tempio si incendiò e rimase completamente distrutto dalle fiamme, cosa alla quale sul momento nessuno fece caso. Ma dopo il ritorno a Sardi dell'esercito, Aliatte si ammalò; e siccome la malattia non guariva, inviò a Delfi degli incaricati, vuoi per suggerimento di qualcuno vuoi avendo deciso da solo di interrogare il dio sulla natura del proprio male. E agli inviati la Pizia rispose che non avrebbe emesso alcun responso se prima non avessero ricostruito il tempio di Atena che avevano incendiato ad Asseso nel territorio di Mileto.

20)Io sono a conoscenza di questi particolari perché mi sono stati raccontati a Delfi, ma i Milesi aggiungono che Periandro, figlio di Cipselo, legato da strettissimi vincoli di ospitalità con l'allora re di Mileto Trasibulo, quando venne a conoscenza dell'oracolo dato ad Aliatte, tramite un messaggero lo riferì a Trasibulo affinché, saputolo prima, potesse regolarsi di conseguenza.

21) Così andarono le cose secondo il racconto dei Milesi. Quando Aliatte ricevette il responso, subito inviò a Mileto un araldo, intenzionato a stipulare una tregua con Trasibulo e con i Milesi per tutto il tempo necessario alla edificazione del santuario. Così, mentre l'inviato era in viaggio verso Mileto, Trasibulo, ormai al corrente di ogni cosa e in grado di prevedere le mosse di Aliatte, preparò la seguente messinscena: fece raccogliere nella piazza principale tutte quante le riserve alimentari della città, pubbliche e private, e ordinò ai cittadini di attendere il suo segnale e poi di abbandonarsi a bevute e a bagordi collettivi.

22)Trasibulo dava queste disposizioni affinché l'araldo di Sardi tornasse a riferire ad Aliatte di aver visto grandi cumuli di vivande ammonticchiate e uomini dediti a festeggiamenti. Come appunto avvenne: l'araldo vide quello spettacolo, riferì a Trasibulo il messaggio del re lidio e ritornò a Sardi; e, secondo le informazioni che ho ricevuto, fu proprio quella la causa della ricomposizione del conflitto. In realtà Aliatte sperava che Mileto fosse ormai in preda a una dura carestia e la cittadinanza ridotta all'estremo limite di sopportazione: invece udì dall'araldo ritornato da Mileto esattamente il contrario di ciò che si aspettava. In seguito stipularono una pace stringendo fra loro vincoli di ospitalità e di alleanza; Aliatte fece costruire ad Asseso non uno ma due templi dedicati ad Atena e guarì della sua malattia. Questo accadde ad Aliatte durante la guerra contro Trasibulo e Mileto.

23) Periandro, quello che aveva informato Trasibulo del responso, era figlio di Cipselo e signore di Corinto; gli abitanti di Corinto narrano (e i Lesbi concordano con loro) che durante la sua vita si verificò un evento portentoso, l'arrivo al Tenaro di Arione di Metimna, in groppa a un delfino. Arione fu il più grande citaredo dell'epoca, il primo uomo a nostra conoscenza a comporre un ditirambo, a dargli nome e a farlo eseguire in Corinto.

24)  Ebbene si narra che Arione, il quale trascorreva accanto a Periandro la maggior parte del suo tempo, aveva provato grande desiderio di compiere un viaggio per mare fino in Italia e in Sicilia; là si era arricchito, poi aveva deciso di ritornare a Corinto. Quando dunque si trattò di ripartire da Taranto, poiché non si fidava di nessuno più che dei Corinzi, noleggiò una nave di Corinto; ma quando furono in mare aperto gli uomini dell'equipaggio tramarono di sbarazzarsi di Arione e di impossessarsi delle sue ricchezze. Arione se ne accorse e cominciò a supplicarli: era disposto a cedere i suoi averi, ma chiedeva salva la vita; tuttavia non riuscì a convincerli, anzi i marinai gli ingiunsero di togliersi la vita così da ottenere sepoltura nella terra oppure di gettarsi in mare al più presto. Arione, vistosi ormai senza scampo, chiese il permesso, poiché avevano deciso così, di cantare in piedi fra i banchi dei rematori in completa tenuta di scena: promise di togliersi la vita al termine del canto. I marinai, piacevolmente attirati dall'idea di ascoltare il miglior cantore del mondo, si ritirarono da poppa verso il centro della nave. Arione indossò i suoi costumi di scena, prese la cetra ed eseguì un canto a tono elevato, stando in piedi tra i banchi dei rematori; alla fine del canto si gettò in mare così com'era, con tutto il costume. Sempre secondo il racconto i marinai fecero poi rotta verso Corinto mentre Arione fu raccolto da un delfino e trasportato fino al Tenaro; qui toccò terra e da qui si diresse verso Corinto, ancora in tenuta di scena; quando vi giunse narrò tutto l'accaduto a Periandro, il quale, alquanto incredulo, decise di trattenere Arione sotto sorveglianza e di concentrare la sua attenzione sull'equipaggio della nave. Così, quando i marinai furono a disposizione, li fece chiamare e chiese loro se potevano dargli notizie di Arione; essi risposero che si trovava vivo e vegeto in Italia, che lo avevano lasciato a Taranto in piena e felice attività; ma Arione si mostrò davanti a loro, ancora vestito come quando era saltato dalla nave, e quelli, sbigottiti e ormai scoperti, non poterono più negare. Questo raccontano i Corinzi e i Lesbi; inoltre sul Tenaro si trova una statua votiva di bronzo di Arione, non grande, che rappresenta un uomo in groppa a un delfino.

25) Aliatte, il re di Lidia che aveva portato a termine la guerra contro Mileto, morì assai più tardi, dopo 57 anni di regno. Guarito dalla malattia, aveva consacrato a Delfi, secondo nella sua famiglia, un grande cratere d'argento e un sottocratere di ferro saldato, oggetto che merita di essere visto più di tutti gli ex-voto di Delfi; è opera di Glauco di Chio che fu l'unico artista a scoprire la tecnica di saldatura del ferro.

26)  Alla morte di Aliatte gli succedette nel regno il figlio Creso che all'epoca aveva 35 anni; egli assalì per primi tra i Greci gli Efesini. In quella circostanza gli Efesini, assediati dall'esercito di Creso, affidarono la città ad Artemide legando una fune dal tempio fino alle mura. Fra la parte antica della città, che era quella allora assediata, e il tempio ci sono sette stadi. Gli Efesini furono solo i primi perché poi in seguito Creso aggredì una per una tutte le città degli Ioni e degli Eoli, prendendo a pretesto le colpe più svariate, muovendo accuse gravi quando poteva trovarne di gravi, ma anche adducendo ragioni di poco conto.

27) Dopo aver costretto tutti i Greci d'Asia al pagamento di un tributo, progettò di far costruire delle navi e di assalire gli abitanti delle isole. Si racconta che, quando ormai tutto era pronto alla costruzione delle navi, giunse a Sardi Biante di Priene (secondo altri era Pittaco di Mitilene): e costui riuscì a fare interrompere i lavori dando a Creso, che gli chiedeva se ci fossero novità dalla Grecia, la seguente risposta: "Signore, gli abitanti delle isole stanno facendo incetta di cavalli per organizzare una spedizione contro Sardi e contro di te". Creso, credendo che stesse parlando seriamente, esclamò: "Magari gli dei glielo mettessero in testa a quegli isolani di venire contro i figli dei Lidi con la cavalleria!" E l'altro replicò: "Mio re, vedo che ti auguri ardentemente di ricevere sul continente degli isolani trasformati in cavalieri, ed è una speranza ben logica; ma poi, cos'altro credi che si augurino gli isolani, da quando hanno saputo che stai facendo costruire navi per assalirli, se non di ricevere i Lidi sul mare, dove potrebbero farti pagare la schiavitù in cui tieni i Greci del continente?" Raccontano che a Creso piacque molto questa conclusione e poiché gli parve molto pertinente si persuase a interrompere la costruzione delle navi. Fu così che strinse un patto di buon vicinato con gli Ioni residenti nelle isole.

28)Col passare del tempo quasi tutte le popolazioni stanziate al di qua del fiume Alis furono sottomesse: Creso assoggettò al suo dominio, tranne Cilici e Lici, tutte le altre genti: Lidi, Frigi, Misi, Mariandini, Calibi, Paflagoni, Traci (Tini e Bitini), Cari, Ioni, Dori, Eoli e Panfili.

29)  Creso li sottomise e ne annesse i territori al regno dei Lidi; così in una Sardi all'apice dello splendore giunsero in seguito tutti i sapienti di Grecia dell'epoca, uno dopo l'altro, e tra gli altri Solone di Atene. Solone formulò le leggi per i propri concittadini, su loro richiesta, e poi soggiornò fuori della patria per dieci anni, partito col pretesto di un viaggio conoscitivo, ma in realtà per non essere costretto ad abrogare alcuna delle leggi che aveva promulgato; perché gli Ateniesi, da soli, non erano in condizione di farlo: solenni giuramenti li vincolavano per dieci anni a valersi delle norme stabilite da Solone.

30)  Per tale ragione e anche per il suo viaggio, Solone rimase all'estero, recandosi in Egitto presso Amasi e, appunto, a Sardi presso Creso. Al suo arrivo fu ospitato da Creso nella reggia: due o tre giorni dopo, per ordine del re, alcuni servitori lo condussero a visitare i tesori e gli mostrarono quanto vi era di straordinario e di sontuoso. Creso aspettò che Solone avesse osservato e considerato tutto per bene e poi, al momento giusto, gli chiese: "Ospite ateniese, ai nostri orecchi è giunta la tua fama, che è grande sia a causa della tua sapienza sia per i tuoi viaggi, dato che per amore di conoscenza hai visitato molta parte del mondo: perciò ora m'ha preso un grande desiderio di chiederti se tu hai mai conosciuto qualcuno che fosse veramente il più felice di tutti. Faceva questa domanda perché riteneva di essere lui l'uomo più ricco, ma Solone, evitando l'adulazione e badando alla verità, rispose: "Certamente, signore, Tello di Atene". Creso rimase sbalordito da questa risposta e lo incalzò con un'altra domanda: "E in base a quale criterio giudichi Tello l'uomo più felice?" E Solone spiegò: "Tello in un periodo di prosperità per la sua patria ebbe dei figli sani e intelligenti e tutti questi figli gli diedero dei nipoti che crebbero tutti; lui stesso poi, secondo il nostro giudizio già così fortunato in vita, ha avuto la fine più splendida: durante una battaglia combattuta a Eleusi dagli Ateniesi contro una città confinante, accorso in aiuto, mise in fuga i nemici e morì gloriosamente; e gli Ateniesi gli celebrarono un funerale di stato nel punto esatto in cui era caduto e gli resero grandissimi onori".

31)  Quando Solone gli ebbe presentato la storia di Tello, così ricca di eventi fortunati, Creso gli domandò chi avesse conosciuto come secondo dopo Tello, convinto di avere almeno il secondo posto. Ma Solone disse: "Cleobi e Bitone, entrambi di Argo, i quali ebbero sempre di che vivere e oltre a ciò una notevole forza fisica, sicché tutti e due riportarono vittorie nelle gare atletiche; di loro tra l'altro si racconta il seguente episodio: ad Argo c'era una festa dedicata a Era e i due dovevano assolutamente portare la madre al tempio con un carro, ma i buoi non giungevano in tempo dai campi; allora, per non arrivare in ritardo, i due giovani sistemarono i gioghi sulle proprie spalle, tirarono il carro, sul quale viaggiava la madre, e arrivarono fino al tempio dopo un tragitto di 45 stadi. Al loro gesto, ammirato da tutta la popolazione riunita per la festa, seguì una fine nobilissima: con loro il dio volle mostrare quanto, per un uomo, essere morto sia meglio che vivere. Intorno ai due giovani gli uomini di Argo ne lodavano la forza, mentre le donne si complimentavano con la madre che aveva avuto due figli come quelli; e la madre, oltremodo felice dell'impresa e della grande reputazione derivatane, si fermò in piedi di fronte all'immagine della dea e la pregò di concedere a Cleobi e a Bitone, i suoi due figli che l'avevano tanto onorata, la sorte migliore che possa toccare a un essere umano. Dopo questa preghiera i giovani celebrarono i sacrifici e il banchetto e poi si fermarono a dormire lì nel tempio; e l'indomani non si svegliarono più: furono colti così dalla morte. Gli Argivi li ritrassero in due statue che consacrarono a Delfi, come si fa con gli uomini più illustri".

32) A quei due dunque Solone assegnava il secondo posto nella graduatoria della felicità; Creso si irritò e gli disse: "Ospite ateniese, la nostra felicità l'hai svalutata al punto da non ritenerci neppure pari a cittadini qualunque?" E Solone rispose: "Creso tu interroghi sulla condizione umana un uomo che sa quanto l'atteggiamento divino sia pieno di invidia e pronto a sconvolgere ogni cosa. In un lungo arco di tempo si ha occasione di vedere molte cose che nessuno desidera e molte bisogna subirle. Supponiamo che la vita di un uomo duri settanta anni; settanta anni da soli, senza considerare il mese intercalare, fanno 25.200 giorni; se poi vuoi che un anno ogni due si allunghi di un mese per evitare che le stagioni risultino sfasate, visto che in settanta anni i mesi intercalari sono 35, i giorni da aggiungere risultano 1050. Ebbene, di tutti i giorni che formano quei settanta anni, cioè di ben 26.250 giorni, non uno solo vede lo stesso evento di un altro. E così, Creso, tutto per l'uomo è provvisorio. Vedo bene che tu sei ricchissimo e re di molte genti, ma ciò che mi hai chiesto io non posso attribuirlo a te prima di aver saputo se hai concluso felicemente la tua vita. Chi è molto ricco non è affatto più felice di chi vive alla giornata, se il suo destino non lo accompagna a morire serenamente ancora nella sua prosperità. Infatti molti uomini, pur essendo straricchi, non sono felici, molti invece, che vivono una vita modesta, possono dirsi davvero fortunati. Chi è molto ricco ma infelice è superiore soltanto in due cose a chi è fortunato, ma quest'ultimo rispetto a chi è ricco è superiore da molti punti di vista. Il primo può realizzare un proprio desiderio e sopportare una grave sciagura più facilmente, ma il secondo gli è superiore perché, anche se non è in grado come lui di sopportare sciagure e soddisfare desideri, da questi però la sua buona sorte lo tiene lontano; e non ha imperfezioni fisiche, non ha malattie e non subisce disgrazie, ha bei figli e un aspetto sempre sereno. E se oltre a tutto questo avrà anche una buona morte, allora è proprio lui quello che tu cerchi, quello degno di essere chiamato felice. Ma prima che sia morto bisogna sempre evitare di dirlo felice, soltanto "fortunato". Certo, che un uomo riunisca tutte le suddette fortune, non è possibile, così come nessun paese provvede da solo a tutti i suoi fabbisogni: se qualcosa produce, di altro è carente, cosicché migliore è il paese che produce più beni. Allo stesso modo non c'è essere umano che sia sufficiente a se stesso: possiede qualcosa ma altro gli manca; chi viva, continuamente avendo più beni, e poi concluda la sua vita dolcemente, ecco, signore, per me costui ha diritto di portare quel nome. Di ogni cosa bisogna indagare la fine. A molti il dio ha fatto intravedere la felicità e poi ne ha capovolto i destini, radicalmente".

33) Creso non rimase per niente soddisfatto di questa spiegazione; non tenne Solone nella minima considerazione e lo congedò; considerava senz'altro un ignorante chi trascurava i beni presenti e di ogni cosa esortava a osservare la fine.

34)  Dopo la partenza di Solone Creso subì la vendetta del dio: la subì, per quanto si può indovinare, perché aveva creduto di essere l'uomo più felice del mondo. Non era trascorso molto tempo quando nel sonno ebbe un sogno rivelatore: sognò le sventure che sarebbero poi effettivamente capitate a suo figlio. Creso aveva due figli, uno dei quali menomato (era muto), mentre l'altro, di nome Atis, primeggiava fra i suoi coetanei in ogni attività; il sogno indicò a Creso chiaramente che Atis sarebbe morto colpito da una punta di ferro. Al risveglio, quando si rese conto del contenuto del sogno, ne provò orrore; allora fece prendere moglie al figlio e siccome prima era abituato a guidare l'esercito lidio, non lo inviò più in nessun luogo per incarichi di questo tipo. Frecce, giavellotti e tutti quegli strumenti che si usano per combattere, li fece asportare dalle sale degli uomini e ammucchiare nelle stanze delle donne, perché nessuno di essi, rimanendo appeso alle pareti, potesse cadere accidentalmente sul figlio.

35)  Quando il figlio era impegnato nelle nozze, giunse a Sardi uno sventurato di nazionalità frigia e di stirpe reale, le cui mani erano impure. Costui si presentò alla reggia di Creso e chiese di ottenere la purificazione secondo le norme locali, e Creso lo purificò. Il rituale di purificazione dei Lidi è pressoché identico a quello dei Greci. Compiuti gli atti rituali, Creso gli chiese chi fosse e da dove venisse: "Straniero, chi sei? Da quale parte della Frigia sei venuto a rifugiarti presso il mio focolare? Quale uomo o quale donna hai ucciso?" E quello rispose: "Signore, io sono nipote di Mida e figlio di Gordio, il mio nome è Adrasto; sono qui perché senza volerlo ho ucciso mio fratello e perché sono stato scacciato da mio padre e privato di ogni cosa". Al che Creso disse: "Si dà il caso che tu sia discendente di persone legate a noi da vincoli di amicizia; e fra amici pertanto tu sei arrivato. Se rimani con noi non ti mancherà nulla e se vivrai di buon cuore questa tua disgrazia, avrai molto da guadagnarci".

36)   E così Adrasto soggiornava presso Creso quando comparve sul monte Olimpo di Misia un grosso esemplare di cinghiale che muovendo dalla montagna distruggeva le coltivazioni dei Misi; più di una volta i Misi avevano organizzato battute di caccia, senza però riuscire ad arrecargli alcun danno, subendone anzi da lui. Infine dei messaggeri Misi si recarono da Creso e gli dissero: "O re, nella nostra regione è comparso un gigantesco cinghiale che ci distrugge le coltivazioni; e noi, con tutto l'impegno che ci mettiamo, non riusciamo ad abbatterlo. Perciò ora ti preghiamo di mandare tuo figlio insieme con giovani scelti e cani, così potremo allontanarlo dai nostri territori". Queste erano le loro richieste, ma Creso, memore del sogno, rispose: "Quanto a mio figlio non se ne parla nemmeno: non lo posso mandare con voi perché si è appena sposato e ora ha da pensare a ben altro. Manderò invece uomini scelti e ogni sorta di equipaggiamento utile alla caccia, e ordinerò agli uomini della spedizione di garantire tutto il loro impegno nell'aiutarvi a scacciare il cinghiale dal vostro paese".

37)  Ma mentre i Misi erano soddisfatti della risposta ricevuta, si fece avanti il figlio di Creso, che aveva udito le richieste dei Misi; visto che suo padre si era rifiutato di inviarlo con loro, il giovane gli disse: "Padre, una volta per noi l'aspirazione più bella e più nobile consisteva nel meritarsi gloria in guerra o nella caccia, ma ora tu mi vieti entrambe le attività; eppure non hai certamente scorto in me qualche segno di vigliaccheria o di paura. Con quale faccia ora devo mostrarmi fra la gente andando e venendo attraverso la città? Che opinione avranno di me i cittadini, e mia moglie, che mi ha appena sposato? Con quale marito crederà di convivere? Adesso perciò o tu mi lasci partecipare alla caccia, oppure mi dai una spiegazione sufficiente a convincermi che è meglio non farlo".

38)E Creso rispose: "Figlio mio, io non agisco così perché abbia scorto in te vigliaccheria o qualche altra cosa spiacevole; ma una visione apparsami nel sonno mi disse che tu avresti avuto una vita breve, che saresti morto colpito da una punta di ferro. Perciò dopo il sogno affrettai le tue nozze e perciò ora non invio te per l'impresa che ho accettato: agisco con cautela per vedere se in qualche modo, finché sono vivo, riesco a sottrarti alla morte. Il destino vuole che tu sia il mio unico figlio: l'altro infatti, che è menomato, non lo considero tale".

39) E il giovane gli rispose: "Ti capisco, padre, e capisco le precauzioni che hai nei miei riguardi dopo un simile sogno. Ma di questo sogno ti è sfuggito un particolare ed è giusto che io te lo faccia notare. Dal tuo racconto risulta che il sogno ti annunciava la mia morte come causata da una punta di ferro: e quali mani possiede un cinghiale? Quale punta di ferro di cui tu possa avere paura? Se ti avesse annunciato la mia morte come provocata da una zanna o da qualcosa del genere, allora sarebbe stato tuo dovere agire come agisci, ma ha parlato di una punta. E allora, visto che non si tratta di andare a combattere contro dei guerrieri, lasciami partire".

40) E Creso concluse: "Figlio mio, si può dire che nell'interpretare il mio sogno tu batti le mie capacità di giudizio: e io, in quanto sconfitto da te, cambio parere e ti lascio partecipare alla caccia".

41)  Detto ciò, Creso fece chiamare il frigio Adrasto al quale, quando lo ebbe davanti, pronunciò il seguente discorso: "Adrasto, - disse - tu eri stato colpito da una dolorosa disgrazia, che non ti rimprovero, e io ti ho purificato e accolto nella mia casa dove ora ti ospito offrendoti ogni mezzo di sussistenza; adesso dunque, visto che per primo ti ho concesso enormi favori, tu sei in debito verso di me di favori uguali; io desidero che tu vegli su mio figlio che sta partendo per una battuta di caccia, che lungo la strada non vi si parino davanti pericolosi ladroni armati di cattive intenzioni. Oltre tutto non puoi esimerti dal recarti là dove tu possa segnalarti con qualche bella impresa: così facevano i tuoi antenati, senza contare che le tue forze te lo consentono ampiamente".

42) E Adrasto gli rispose: "Sovrano, se non me lo chiedessi tu, io non parteciperei a una simile impresa, perché non è decoroso per me, con la disgrazia che ho avuto, accompagnarmi a giovani della mia età dalla vita felice: non è quanto io voglio, anzi ne farei volentieri a meno. Ma ora, poiché sei tu a spingermi e verso di te io devo mostrarmi cortese, in debito come sono di enormi favori, ora sono disposto a farlo; tuo figlio, che affidi alla mia sorveglianza, per quanto dipende da me fai pure conto di vederlo tornare sano e salvo".

43)  Quando Adrasto ebbe dato a Creso la sua risposta, la spedizione partì, con ampio seguito di giovani scelti e di cani da caccia. Giunsero al monte Olimpo e cominciarono a cercare il cinghiale; trovatolo lo circondarono e presero a scagliargli addosso i loro giavellotti: a questo punto l'ospite, proprio quello purificato da Creso, Adrasto, nel tentativo di centrare il cinghiale finì per sbagliarlo colpendo invece il figlio di Creso. Questi, trafitto dalla punta, dimostrò l'esattezza profetica del sogno. Qualcuno corse ad annunciare a Creso l'accaduto: come giunse a Sardi gli raccontò della battuta di caccia e della disgrazia del figlio.

44) Creso, sconvolto dalla morte del figlio, fu ancora più dispiaciuto per il fatto che a ucciderlo era stato l'uomo da lui purificato da un omicidio. Prostrato dalla sciagura, invocava con rabbia Zeus Purificatore, chiamandolo a testimone di ciò che aveva sofferto per mano del suo ospite, e lo invocava come protettore del focolare e dell'amicizia, sempre lo stesso dio ma con attributi diversi: in quanto protettore del focolare perché, avendo accolto nella propria casa lo straniero, senza saperlo aveva dato da mangiare all'uccisore di suo figlio, in quanto protettore dell'amicizia perché lo aveva inviato come difensore e se lo ritrovava ora odiosissimo nemico.

45)  Più tardi tornarono i Lidi portando il cadavere e dietro li seguiva il responsabile della disgrazia: Adrasto, in piedi di fronte al cadavere, si consegnava a Creso protendendo le mani, invitandolo a immolarlo sul corpo del figlio; ricordava la precedente sventura e sosteneva di non avere più diritto di vivere dato che aveva rovinato chi a suo tempo si era fatto suo benefattore. Creso, nonostante il grande dolore per la disgrazia abbattutasi sulla sua famiglia, udendo queste parole ebbe compassione di Adrasto e gli disse: "Ho già da parte tua ogni soddisfazione visto che tu stesso ti assegni la morte come punizione. Tu non hai colpa di questa sciagura se non in quanto ne sei stato strumento involontario: il responsabile forse è un dio, che già da tempo mi aveva preannunciato quanto sarebbe accaduto". Poi Creso diede al figlio degna sepoltura; Adrasto, discendente di Gordio e di Mida, uccisore del proprio fratello e uccisore di chi da quell'omicidio lo aveva purificato, riconoscendo di essere l'uomo più sciagurato del mondo, attese che tutti si fossero allontanati dal sepolcro e lì, proprio sulla tomba, si tolse la vita.

46)  Creso, rimasto privo del figlio, per due anni mantenne un lutto strettissimo. Più tardi la caduta di Astiage figlio di Ciassare e l'assunzione del potere da parte di Ciro, figlio di Cambise, con la conseguente crescita della potenza persiana, distolsero Creso dal suo dolore e determinarono in lui la preoccupazione insistente di frenare, se possibile, l'espansione della potenza dei Persiani prima che divenissero troppo influenti. Con questa idea decise subito di mettere alla prova gli oracoli greci e l'oracolo di Libia inviando corrieri un po' ovunque: a Delfi, ad Abe nella Focide, a Dodona; altri furono mandati ai santuari di Anfiarao e di Trofonio, altri ancora presso i sacerdoti Branchidi, nel territorio di Mileto. Tanti furono gli oracoli greci che Creso mandò a consultare; in Libia inviò un'altra delegazione a interrogare l'indovino di Ammone. In tal modo Creso voleva verificare le conoscenze degli oracoli: se avesse riscontrato che conoscevano la verità, avrebbe inviato nuovi corrieri per chiedere se poteva intraprendere spedizioni militari contro la Persia.

47)  Ai Lidi spediti a saggiare gli oracoli diede le seguenti istruzioni: dovevano tenere il conto esatto dei giorni trascorsi dopo la loro partenza da Sardi; al centesimo giorno dovevano consultare gli oracoli chiedendo loro che cosa stesse facendo in quel momento il re dei Lidi Creso, figlio di Aliatte; dovevano trascrivere parola per parola il responso degli indovini e tornare a riferirlo. Nessuno sa dire quali furono le risposte degli altri oracoli, ma a Delfi, non appena i Lidi furono entrati nel santuario ed ebbero consultato il dio formulando la domanda prescritta, la Pizia diede in versi esametri la seguente rispose:…. “Io della spiaggia conosco le arene e il volume del mare, Il sordomuto comprendo e se pure non parli l’intendo. Di tartaruga dal cuoio robusto un odore mi giunge, Cotta nel bronzo insieme con pezzi di carne di agnello: Bronzo v’è sotto disteso, ed essa di bronzo vestita.”… (  Io so quanti sono i granelli di sabbia e so le dimensioni del mare, io intendo chi è muto e ascolto anche chi non ha voce. Fino a me giunge l'odore di una testuggine dal duro guscio che sta cuocendo nel rame insieme con carni di agnello: c'è bronzo sotto di lei e bronzo sopra).

48)  I Lidi trascrissero il responso della Pizia e partirono per tornare a Sardi. Quando anche gli altri inviati furono presenti, tutti con il loro responso, Creso aprì gli scritti, uno per uno, e ne esaminò il contenuto: nessuno degli altri gli parve soddisfacente, ma quando apprese il responso proveniente da Delfi subito lo accolse con devozione, e ritenne quello di Delfi l'unico vero oracolo, poiché aveva scoperto ciò che lui stava facendo. Infatti, dopo aver inviato i suoi messi presso gli oracoli, aveva tenuto d'occhio con la massima cura la data prestabilita, preparando il suo piano: pensò qualcosa che fosse impossibile indovinare o prendere in considerazione: uccise una testuggine e un agnello e li cucinò personalmente in un lebète di bronzo chiusa da un coperchio, pure di bronzo.

49)  Tale dunque fu il responso che Creso ricevette da Delfi. Quanto all'indovino di Anfiarao non sono in grado di dire quale risposta diede ai Lidi, quando ebbero esaurito il consueto rituale intorno al santuario: nemmeno il testo di questo oracolo ci viene tramandato, ma posso dire che Creso giudicò di avere ricevuto un vaticinio veritiero.

50) Dopodiché Creso cercava di procurarsi il favore del dio di Delfi con offerte imponenti: immolò 3000 capi di bestiame di tutte le specie adatte al sacrificio, ammassò una gigantesca pira sulla quale bruciò lettighe rivestite d'oro e d'argento, boccette d'oro, vesti di porpora e tuniche, sperando di guadagnarsi maggiormente il favore del dio con simili offerte. E a tutti i Lidi ordinò di sacrificare quanto ciascuno potesse. Al termine dei sacrifici fece fondere un enorme quantitativo d'oro e ne ricavò dei mezzi mattoni lunghi sei palmi, larghi tre e spessi uno: erano 117 di numero, di cui quattro di oro puro, ciascuno del peso di due talenti e mezzo, mentre gli altri mezzi mattoni pesavano due talenti essendo costituiti da oro bianco. Fece fondere in oro puro anche la statua di un leone, pesante dieci talenti. Questo leone, quando ci fu l'incendio del tempio di Delfi, cadde dai mattoni, sui quali era appunto collocato: ora si trova nel tesoro di Corinto e pesa sei talenti e mezzo, perché tre talenti e mezzo si fusero e andarono perduti.

51)  Appena pronti tali oggetti, Creso li spedì a Delfi; e vi aggiunse due crateri di grandi dimensioni, uno d'oro e uno d'argento; quello d'oro fu posto a destra di chi entra nel tempio e quello d'argento a sinistra, ma anch'essi vennero dislocati altrove all'epoca dell'incendio del santuario. Ora quello d'oro si trova nel tesoro dei Clazomeni e ha un peso di otto talenti e mezzo e dodici mine, quello d'argento in un angolo del pronao e ha una capacità di 600 anfore: ancora lo usano a Delfi durante le feste delle Teofanie. I Delfi dicono che è opera di Teodoro di Samo, un parere che condivido, perché non è certamente un oggetto fabbricabile da chiunque. Spedì anche quattro orci d'argento, ora nel tesoro dei Corinzi, e offrì due vasi per l'acqua lustrale, uno d'oro e uno d'argento; su quello d'oro c'è una iscrizione che ne attribuisce l'offerta agli Spartani, ma è un falso: l'oggetto è proprio di Creso e la scritta è dovuta a uno di Delfi che voleva ingraziarsi gli Spartani: io ne conosco il nome, ma non lo menzionerò. Dono degli Spartani è il fanciullo dalla cui mano scorre l'acqua, ma certamente non lo sono i due vasi lustrali. Assieme a questi Creso consacrò altri oggetti senza contrassegni e due catini rotondi d'argento e, ancora, una statua d'oro alta tre cubiti, che rappresenta una donna, anzi più precisamente la fornaia di Creso, secondo quanto si dice a Delfi. E inoltre Creso offrì le collane e le cinture della moglie.

52)  Questo è quanto inviò a Delfi. Invece ad Anfiarao, di cui aveva appreso il valore e la sorte sventurata, consacrò uno scudo interamente d'oro e una solida lancia, essa pure d'oro massiccio tanto nell'asta come nelle punte. All'epoca della mia visita entrambi gli oggetti si trovavano ancora a Tebe, e esattamente nel tempio di Apollo Ismenio.

53) Ai Lidi incaricati di portare i doni ai santuari Creso ordinò di chiedere agli oracoli se convenisse muovere guerra ai Persiani e se fosse il caso di aggregarsi qualche esercito amico. I Lidi, giunti a destinazione, consacrarono le offerte e interrogarono gli oracoli: "Creso, re dei Lidi e di altre popolazioni, convinto che questi sono gli unici veri oracoli al mondo, vi destina questi doni degni dei vostri vaticini, e vi chiede se gli conviene muovere guerra contro i Persiani e se è il caso di aggregarsi qualche esercito alleato". Alle loro domande entrambi gli oracoli diedero identica risposta, preannunciando a Creso che, se avesse mosso guerra ai Persiani, avrebbe rovesciato un grande regno; e gli consigliarono di trovare quali fossero i Greci più potenti e di assicurarsene l'amicizia.

54)Venuto a conoscenza dei responsi, Creso se ne compiacque molto: tutto preso dalla speranza di abbattere il regno di Ciro, inviò a Pito una ulteriore delegazione: si informò quanti fossero i Delfi di numero e a ciascuno di loro donò due stateri d'oro. In cambio i Delfi concedettero a Creso e ai Lidi il diritto di precedenza nella consultazione dell'oracolo, l'esenzione dai tributi, il diritto di seggio privilegiato negli spettacoli e la possibilità, per sempre, a ogni Lido che lo desiderasse di diventare cittadino di Delfi.

55) Dopo quei doni Creso si rivolse al santuario per la terza volta: da quando ne aveva riconosciuto la veridicità abusava dell'oracolo. Questa volta chiese se il suo regno sarebbe durato a lungo e la Pizia gli diede il seguente responso: ….”Quando dei Medi re un mulo divenga, tu allor lungo l’Ermo, Ricco di ciottoli, fuggi, re Lidio dai piè delicati; non rimaner, per vergogna di agire da vile fuggendo”….(Quando un mulo sarà divenuto re dei Medi, allora, o Lidio dal piede delicato, lungo l'Ermo ghiaioso fuggi e non fermarti, e non avere vergogna di essere vile).

56)Quando gli giunsero tali parole Creso ne gioì molto più che di tutte le precedenti: non si aspettava certo che un mulo venisse mai a regnare sui Medi al posto di un uomo e quindi né la sua, né la sovranità dei suoi discendenti avrebbero avuto mai fine. Poi si preoccupò di scoprire quali erano i Greci da farsi amici in quanto più potenti, e a forza di indagini risultò che Spartani e Ateniesi prevalevano nettamente all'interno dei loro gruppi etnici, rispettivamente il dorico e lo ionico. Erano in effetti i due popoli preminenti: l'uno di antica origine pelasgica, l'altro di origine ellenica; gli Ateniesi non si erano mai mossi dai territori che occupavano, gli altri avevano compiuto numerosi spostamenti: al tempo del re Deucalione abitavano la Ftiotide, al tempo di Doro figlio di Elleno la regione detta Estiotide alle falde dell'Ossa e dell'Olimpo; cacciati dalla Estiotide ad opera dei Cadmei si erano stanziati a Pindo con il nome di Macedni. Da lì ancora si trasferirono nella Driopide e infine dalla Driopide passarono nel Peloponneso, dove assunsero il nome di Dori.

57) Quale lingua parlassero i Pelasgi non sono in grado di dirlo con esattezza: se è indispensabile fornire qualche indicazione, basandosi sulle popolazioni pelasgiche superstiti, sia quelle insediate oggi nella città di Crestona a nord dei Tirreni e già limitrofe degli attuali Dori nella regione adesso chiamata Tessagliotide, sia quelle che nell'Ellesponto avevano colonizzato Placia e Scilace e avevano condiviso il territorio con gli Ateniesi, o sulle città un tempo pelasgiche ma che poi avevano mutato nome, ebbene, deducendo su queste basi, bisogna concludere che i Pelasgi parlavano una lingua barbara. Se dunque i Pelasgi erano di lingua barbara, allora gli Attici, Pelasgi di stirpe, una volta divenuti Greci dovettero anche cambiare il modo di esprimersi. Infatti, bisogna aggiungere che gli abitanti di Crestona e di Placia parlano due idiomi assolutamente diversi dagli idiomi dei popoli circostanti, ma molto simili fra loro, dimostrando così di avere conservato l'originaria impronta linguistica anche dopo esser immigrati nei rispettivi nuovi territori.

58) A me risulta che il gruppo degli Elleni fin dalla sua origine abbia sempre parlato la stessa lingua: staccatisi dai Pelasgi, erano deboli e poco numerosi, ma poi, estendendo il proprio dominio, crebbero fino all'attuale moltitudine di popolazioni, grazie ai continui apporti di Pelasgi, soprattutto, e di altre etnie barbare. Al confronto mi pare senz'altro che nessun popolo pelasgico, restando barbaro, abbia mai compiuto progressi considerevoli.

59) Di quelle due genti Creso venne a sapere che una, la attica, era retta e tenuta divisa dal figlio di Ippocrate, Pisistrato, allora tiranno di Atene. A Ippocrate era capitato un evento assolutamente prodigioso: si trovava ad Olimpia, come privato cittadino, per assistere ai Giochi e aveva appena terminato un sacrificio quando i lebeti, che erano lì pronti, pieni di acqua e di carni, presero improvvisamente a bollire senza fuoco e a traboccare. Lì accanto per caso c'era Chilone di Sparta; egli, osservato il prodigio, rivolse a Ippocrate i seguenti consigli: per prima cosa non sposare una donna in grado di procreare, se invece aveva già moglie ripudiarla e rinnegare il proprio figlio se era già venuto al mondo. Ma non pare proprio che Ippocrate abbia voluto seguire le indicazioni di Chilone: e così più tardi nacque Pisistrato. Gli Ateniesi della costa e gli Ateniesi dell'interno, i primi capitanati da Megacle figlio di Alcmeone, i secondi da Licurgo figlio di Aristolaide, erano in conflitto fra di loro: Pisistrato mirando al potere assoluto diede vita a una terza fazione: riunì un certo numero di sediziosi, si autodichiarò fittiziamente capo degli Ateniesi delle montagne ed escogitò il seguente stratagemma. Ferì se stesso e le proprie mule e poi spinse il carro nella piazza centrale fingendo di essere sfuggito a un agguato di nemici che, a sentire lui, avrebbero avuto la chiara intenzione di ucciderlo mentre si recava in un suo campo; chiese pertanto che il popolo gli assegnasse un corpo di guardia, anche in considerazione dei suoi meriti precedenti, quando, stratega all'epoca della guerra contro i Megaresi, aveva conquistato il porto di Nisea e realizzato altre grandi imprese. Il popolo ateniese si lasciò ingannare e gli concedette di scegliere fra i cittadini un certo numero di uomini, i quali diventarono i lancieri privati di Pisistrato, o meglio i suoi "mazzieri", visto che lo scortavano armati di mazze di legno. Questo corpo di guardia contribuì al colpo di stato di Pisistrato occupando l'acropoli. Da allora Pisistrato governò su Atene senza riformare le cariche dello stato esistenti e senza modificare le leggi: resse la città amministrandola con oculatezza sulla base degli ordinamenti già in vigore.

60) Non molto tempo dopo i partigiani di Megacle e quelli di Licurgo si misero d'accordo e lo cacciarono dalla città. Così andarono le cose la prima volta che Pisistrato ebbe in mano sua Atene: perse il potere prima che si radicasse saldamente. Ma tra coloro che lo avevano scacciato rinacquero i contrasti e Megacle, messo in difficoltà dai tumulti, finì col mandare un messaggero a Pisistrato offrendogli il potere assoluto a patto che sposasse sua figlia. Pisistrato accettò la proposta e fu d'accordo sulle condizioni; per il suo rientro in Atene ricorsero a un espediente che io trovo assolutamente ridicolo, visto che i Greci fin dall'antichità sono sempre stati ritenuti più accorti dei barbari e meno inclini alla stoltezza e alla dabbenaggine, e tanto più se in quella circostanza attuarono effettivamente un simile disegno in barba agli Ateniesi, che fra i Greci passano per essere i più intelligenti. Nel demo di Peania viveva una donna, di nome Fia, alta quattro cubiti meno tre dita e per il resto piuttosto bella. Vestirono questa donna di una armatura completa, la fecero salire su di un carro, le insegnarono come atteggiarsi per ottenere il più nobile effetto e la guidarono in città facendosi precedere da alcuni araldi, i quali, giunti in Atene, secondo le istruzioni ricevute andavano ripetendo il seguente proclama: "Ateniesi, accogliete di buon grado Pisistrato: Atena in persona, onorandolo sopra tutti gli uomini, lo riconduce sulla acropoli a lei dedicata". Facevano questo annuncio percorrendo la città e ben presto la voce si sparse fino ai demi: "Atena riconduce Pisistrato"; e in città, credendo che Fia fosse la dea in persona, a lei, che era una semplice donna, si rivolsero con devozione; e accolsero Pisistrato.

61) Riavuto il potere nel modo ora esposto, Pisistrato rispettò l'accordo preso con Megacle e ne sposò la figlia; ma poiché aveva già dei figli adulti e correva fama che sugli Alcmeonidi pesasse la maledizione divina, non volendo avere prole dalla nuova moglie, non si univa con lei come vuole natura. La donna, lì per lì, tenne nascosta la cosa, ma poi, che glielo avessero chiesto o meno, ne parlò alla madre; e questa lo riferì al marito. Il fatto fu considerato un terribile affronto da parte di Pisistrato: in preda all'ira com'era, Megacle si riconciliò con quelli della sua fazione. Pisistrato, informato di quanto si stava concretizzando ai suoi danni, non esitò ad allontanarsi dal paese: si rifugiò a Eretria e lì studiò la situazione insieme coi figli. Prevalse il parere di Ippia, di tentare la riconquista del potere, e allora cominciarono a sollecitare doni dalle città che in qualche modo erano obbligate nei loro confronti. E fra le tante città che fornirono ingenti somme di denaro i Tebani superarono tutti con il loro contributo. Insomma, per farla breve, venne il momento in cui tutto era pronto per il rientro in Atene: dal Peloponneso erano arrivati dei mercenari argivi, e un uomo di Nasso, di nome Ligdami, giunse di sua iniziativa, ben fornito di uomini e mezzi, e offrì i suoi servigi.

62) Muovendo da Eretria fecero ritorno in Attica, a distanza di oltre dieci anni dalla loro fuga. In Attica il primo luogo che occuparono fu Maratona; mentre stavano lì accampati si unirono a loro dei ribelli provenienti dalla città, e altri ne affluivano dai demi: tutta gente che abbracciava la tirannide preferendola alla libertà. Costoro quindi si andavano radunando: gli Ateniesi rimasti in città, finché Pisistrato raccoglieva finanziamenti e poi per tutto il tempo che si trattenne a Maratona, non si preoccuparono minimamente; ma quando seppero che stava marciando da Maratona su Atene allora finalmente scesero in campo contro di lui. Mentre l'esercito cittadino marciava incontro agli assalitori, Pisistrato e i suoi si erano mossi da Maratona e avanzavano verso la città; convergendo finirono perciò per incontrarsi nel demo di Pallene, all'altezza del tempio di Atena Pallenide, e lì i due eserciti si schierarono uno di fronte all'altro. In quel momento, spinto da ispirazione divina, si presentò a Pisistrato l'indovino Anfilito di Acarnania, gli si avvicinò e pronunciò la seguente profezia in esametri:…”Ecco, la rete è gettata, distesa è la rete nel mare. Vi si precipiteranno ora i tonni al chiaror della luna”… (La rete è stata lanciata, le sue maglie si sono distese, i tonni vi irromperanno dentro in una notte di luna).

63) Così vaticinava sotto l'ispirazione del dio e Pisistrato comprendendo la profezia dichiarò di accoglierla e guidò in campo l'esercito. Nel frattempo gli Ateniesi della città avevano pensato bene di mangiare e, dopo, si erano messi chi a giocare a dadi, chi a dormire. Pisistrato e i suoi piombarono su di loro e li volsero in fuga. Mentre essi fuggivano Pisistrato trovò la maniera più saggia per impedire che gli Ateniesi si raccogliessero ancora, e anzi per tenerli dispersi. Fece montare a cavallo i suoi figli e li mandò avanti: essi, raggiungendo i fuggitivi, parlavano loro secondo le disposizioni di Pisistrato, esortandoli uno per uno a non avere paura e a tornare ciascuno alle proprie occupazioni.

64)Gli Ateniesi si lasciarono persuadere e così Pisistrato per la terza volta fu padrone di Atene; questa volta rese più saldo il proprio potere grazie alle molte guardie e agli ingenti contributi in denaro, che gli provenivano tanto dall'Attica come dal fiume Strimone. Inoltre prese in ostaggio i figli degli Ateniesi che erano rimasti a combattere senza darsi subito alla fuga e li tenne sequestrati a Nasso (perché Pisistrato aveva sottomesso anche Nasso e l'aveva affidata a Ligdami). Poi obbedendo agli oracoli purificò l'isola di Delo, in questo modo: fece disseppellire e trasportare in un'altra parte dell'isola tutti i resti umani che si trovavano in zone visibili dal santuario. E così Pisistrato fu signore di Atene; ma vari Ateniesi erano caduti nella battaglia e altri avevano seguito gli Alcmeonidi in esilio lontano dalla loro patria.

65)  Questa era la situazione in Atene all'epoca in cui Creso raccoglieva le sue informazioni; dal canto loro gli Spartani erano appena usciti da un periodo di grosse difficoltà e stavano ormai prevalendo nella guerra contro Tegea. Effettivamente nel periodo in cui a Sparta regnarono Leonte ed Egesicle, gli Spartani, che avevano risolto a proprio favore gli altri conflitti, non riuscivano a superare l'ostacolo di Tegea. In epoca ancora precedente a questi avvenimenti erano, si può dire, i più arretrati in tutta la Grecia in fatto di legislazione interna ed erano isolati dal punto di vista internazionale. Il progresso verso un buon ordinamento legislativo avvenne nel modo che ora vi narro. Una volta all'oracolo di Delfi si recò Licurgo, uno degli Spartiati più in vista; non appena fu entrato nel sacrario la Pizia così parlò:…Giungi al mio tempio opulento, Licurgo, da Zeus bene amato, Come da tutti i celesti Dei ch’hanno magione in Olimpo. Come dovrò proclamarti- se umana o divina natura- Esito: ma ti ritengo piuttosto divino, Licurgo”… (Licurgo, tu vieni al mio tempio opulento tu, caro a Zeus e a quanti abitano le dimore dell'Olimpo. Sono in dubbio se dichiararti dio o essere umano ma penso piuttosto che tu sei un dio, Licurgo). Alcuni aggiungono che la Pizia gli suggerì anche l'attuale costituzione degli Spartiati, ma a quanto raccontano gli Spartani stessi, Licurgo la introdusse derivandola da quella di Creta al tempo in cui lui era tutore di suo nipote, il re di Sparta Leobote. Non appena assunse la tutela provvide a riformare tutte le leggi e vigilò che non si verificassero violazioni. In seguito Licurgo fissò gli ordinamenti militari: corpi speciali dell'esercito, unità di trenta uomini, mense comuni, e istituì, inoltre, le cariche di eforo e di geronte.

66)  Con simili riforme gli Spartani ottennero una buona legislazione; e alla morte di Licurgo gli dedicarono un santuario che è tuttora molto venerato. Poiché risiedono in un buon territorio e costituiscono una massa non indifferente di uomini, ebbero un rapido sviluppo e raggiunsero un notevole grado di prosperità. Al punto che non si accontentarono più di vivere in pace, ma, presumendo di essere più forti degli Arcadi, consultarono l'oracolo di Delfi sull'Arcadia intera: e la Pizia diede loro il seguente responso:…” Tu mi domandi l’Arcadia: gran cosa: non te la concedo. Molti mortali ci sono in Arcadia, che mangiano ghiande, E ti terranno lontano. Ma io non t’invidio conquista. Voglio a te dare Tegea percossa dai pie’, per la danza; e la sua bella pianura tu misurerai con la fune.”…. (Mi chiedi l'Arcadia? Chiedi molto: non te la concederò. In Arcadia ci sono molti uomini che si nutrono di ghiande i quali vi respingeranno; ma non voglio opporti solo un rifiuto: ti concederò Tegea, battuta dai piedi, per ballare, e la sua bella pianura, da misurare con la fune). Appresa la risposta gli Spartani si tennero lontani da tutti gli altri Arcadi, ma intrapresero una spedizione militare contro Tegea; e avevano tanta fiducia nell'ambiguo responso che portarono con sé anche le catene, per essere pronti a rendere schiavi i Tegeati. Ma quando furono sconfitti nella battaglia, quanti di loro rimasero prigionieri furono costretti a lavorare la terra della pianura di Tegea dopo aver misurato con la fune la parte spettante a ciascuno e incatenati con gli stessi ceppi che si erano portati dietro. Questi ceppi, gli stessi che servirono a incatenarli, li ho visti io, ancora intatti, a Tegea, appesi tutto intorno al tempio di Atena Alea.

67)  Durante questo primo conflitto gli Spartani continuarono ad avere la peggio negli scontri contro i Tegeati, ma al tempo di Creso e del regno spartano di Anassandride e di Aristone, gli Spartiati ormai avevano acquistato una sicura superiorità bellica, ed ecco come. Visto che in guerra risultavano sempre inferiori ai Tegeati, inviarono a Delfi una delegazione a chiedere quale dio dovessero propiziarsi per prevalere nella guerra contro Tegea. La Pizia rispose che ci sarebbero riusciti quando avessero traslato nella loro città le ossa di Oreste figlio di Agamennone. Ma poiché non erano capaci di scoprire il luogo in cui Oreste era stato seppellito, mandarono di nuovo a chiedere al dio dove esattamente giacesse Oreste. E agli inviati la Pizia diede la seguente risposta: …”V’è nell’Arcadia Tegea, cittade ch’è sita in pianura; Ivi due venti pur soffiano: necessità li costringe. Ivi a percossa percossa risponde, e sul male è un malanno. L’Agamennonide qui la frugifera terra rinchiude. Questi portandoti in patria sarai di Tegea il patrono.”…(In Arcadia c'è una città, Tegea, in una aperta regione: dove soffiano due venti sotto dura costrizione, dove c'è colpo e ciò che respinge il colpo, dove male giace su male, lì la terra, generatrice di vita, racchiude il figlio di Agamennone. Quando lo avrai con te sarai signore di Tegea). Anche dopo aver ricevuto questa risposta, gli Spartani non riuscivano affatto a scoprire il luogo in questione, pur cercandolo dovunque; finché lo trovò un certo Lica, uno degli Spartiati che possono onorarsi del titolo di Agatoergi. Gli Agatoergi sono quei cinque cittadini di anno in anno più anziani fra coloro che si congedano dalla cavalleria: essi per tutto l'anno in cui escono dalle file dei cavalieri hanno l'obbligo di non rimanere inattivi e di accettare missioni all'estero per conto dello stato.

68)Ricopriva dunque questo incarico Lica quando, grazie ad un colpo di fortuna e alla sua intelligenza, trovò a Tegea la tomba di Oreste. Esistevano allora libere relazioni fra Sparta e Tegea; Lica, entrato in una fucina, se ne stava ad osservare ammirato la lavorazione del ferro. Il fabbro si accorse del suo stupore e interrompendo il proprio lavoro gli disse: "Ospite spartano, sono sicuro che rimarresti a bocca aperta se vedessi quello che ho visto io, dal momento che guardi con tanta meraviglia battere il ferro. Devi sapere che io volevo costruire un pozzo nel mio cortile e scavando ho urtato in una bara lunga sette cubiti. Non potendo credere che fossero mai esistiti uomini più alti degli attuali, la scoperchiai e vidi un cadavere lungo quanto la bara. Lo misurai e lo seppellii di nuovo". Il fabbro gli raccontava quanto aveva visto e Lica riflettendoci ne arguì che quel morto fosse Oreste; lo deduceva dal testo dell'oracolo, interpretato così: nei due mantici del fabbro, che aveva sott'occhio, riconobbe i venti, nel martello e nell'incudine il colpo e ciò che respinge il colpo, nel ferro battuto il male che giace sul male, interpretando in base al principio che il ferro sia stato scoperto per il male dell'uomo. Avendo compreso l'enigma, fece ritorno a Sparta e riferì ai suoi concittadini come stavano le cose. Essi lo accusarono di propagazione di notizie false e lo bandirono dalla città. Lica tornò a Tegea e narrando al fabbro quanto gli era accaduto cercò, ma senza successo, di prendere in affitto da lui quel cortile. Col tempo riuscì a convincerlo e vi si poté installare; allora disseppellì la bara, raccolse le ossa di Oreste e con esse rientrò a Sparta. E da quel momento, ogni volta che avevano luogo degli scontri con i Tegeati, gli Spartani avevano sempre la meglio. E ormai essi avevano sottomesso anche la maggior parte del Peloponneso.

69)  Creso, venuto a conoscenza di tutti questi fatti, inviò a Sparta dei messaggeri, latori di doni e di una richiesta di alleanza e bene istruiti sulle parole da riferire. Quando arrivarono a Sparta essi dichiararono: "È stato Creso, re dei Lidi e di altre popolazioni, a mandarci qui, affidandoci questo messaggio: "Spartani, il dio mi ha ordinato per bocca di un oracolo di rendermi amico il popolo greco, e io so che voi siete i primi della Grecia: pertanto obbedendo alla parola del dio a voi rivolgo il mio appello, desideroso di diventare vostro amico e alleato, senza inganni, senza secondi fini". E fu quanto i messaggeri di Creso riferirono da parte del loro re; gli Spartani, a cui era noto il responso in questione, furono molto lieti della venuta dei Lidi e strinsero vincoli giurati di amicizia e di alleanza militare. Del resto erano legati da alcuni benefici ricevuti da Creso in tempi precedenti: a Sardi gli Spartani avevano mandato a comprare dell'oro, di cui intendevano servirsi per la fabbricazione della statua di Apollo che ora si trova sul Tornace, in Laconia, e Creso, benché fossero disposti a pagarlo, gliene aveva offerto in dono.

70) Per questi motivi gli Spartani accettarono il patto di alleanza e anche perché li aveva scelti come alleati anteponendoli a tutti gli altri Greci. E oltre a dichiararsi disponibili a ogni appello fecero fabbricare un cratere di bronzo, decorato con figure lungo il bordo esterno e tanto grande da avere una capacità di 300 anfore: lo donarono a Creso intendendo così contraccambiarlo. Questo cratere non arrivò mai a Sardi, fatto di cui si danno due diverse spiegazioni: gli Spartani sostengono che quando il cratere durante il viaggio verso Sardi venne a trovarsi all'altezza dell'isola di Samo, gli abitanti di Samo, informati, li assalirono con lunghe navi da battaglia e se ne impadronirono; invece i Sami raccontano che gli Spartani incaricati del trasporto avevano ritardato, sicché poi, quando giunse la notizia della caduta di Sardi e della cattura di Creso, decisero di cedere l'oggetto in Samo: lo acquistarono dei privati cittadini per offrirlo al tempio di Era; poi, forse, gli stessi che lo avevano venduto, una volta tornati a Sparta, raccontarono di essere stati depredati dai Sami. Così andarono le cose a proposito del cratere.

 71)Dal canto suo Creso, fraintendendo il senso dell'oracolo, organizzava una invasione della Cappadocia, convinto di abbattere Ciro e la potenza persiana. Mentre Creso si preparava a marciare contro i Persiani, un lido di nome Sandani che già in occasioni precedenti aveva dimostrato di essere un saggio, ma che dopo il parere espresso in questa circostanza si guadagnò la massima reputazione in Lidia, diede a Creso il seguente consiglio: "Mio re, - gli disse - tu stai facendo preparativi per combattere contro uomini che portano brache di cuoio e di cuoio anche il resto dei loro vestiti, che si cibano non di ciò che vogliono ma di ciò che hanno, perché la loro terra è avara; inoltre non toccano vino, ma bevono solo acqua, non hanno fichi da mangiare e nient'altro di buono. Insomma se li batti cosa potrai ricavare da loro, visto che non possiedono nulla? Se invece rimani sconfitto, pensa a quanti beni perdi! Se faranno tanto di gustare le nostre risorse, se le terranno strette e noi non potremo mai più liberarci dei Persiani. Per me io ringrazio gli dèi che non mettono in mente ai Persiani di muovere guerra ai Lidi". Pur con questi argomenti non riusciva a persuadere Creso. In effetti i Persiani prima di sottomettere la Lidia non possedevano nulla di delicato e di buono.

72) Gli abitanti della Cappadocia dai Greci sono chiamati Siri. Questi Siri prima del dominio persiano erano stati sudditi dei Medi; allora lo erano di Ciro. Il confine tra il regno dei Medi e quello dei Lidi correva lungo il fiume Alis, il quale scende dal monte Armeno attraverso la Cilicia e poi, proseguendo nel suo corso, ha sulla riva destra i Matieni e sulla sinistra i Frigi; più avanti risale verso nord e separa i Siri della Cappadocia, sulla destra, dai Paflagoni, sulla sinistra. In tal modo il fiume Alis delimita quasi tutta l'Asia inferiore, a partire dal mare che fronteggia l'isola di Cipro fino al Ponto Eusino; questa zona è un po' come una strozzatura dell'intero continente: un corriere equipaggiato alla leggera impiega cinque giorni a percorrerla.

73)    Creso decise di aggredire la Cappadocia per varie ragioni, un po' per desiderio di nuove terre da annettere ai propri possedimenti, ma soprattutto perché aveva fiducia nell'oracolo e voleva vendicare Astiage contro Ciro. Bisogna sapere che Ciro figlio di Cambise aveva rovesciato dal trono e teneva imprigionato Astiage, figlio di Ciassare e cognato di Creso nonché re dei Medi; cognato di Creso lo era divenuto come sto per raccontare. In seguito a una sedizione una tribù di nomadi Sciti era penetrata nel territorio dei Medi; a quell'epoca re dei Medi era il nipote di Deioce e figlio di Fraorte Ciassare il quale in un primo momento aveva trattato con riguardo questi Sciti, considerandoli supplici; li teneva in tanta considerazione che affidò loro alcuni giovani perché ne imparassero la lingua e la tecnica di tiro con l'arco. Passò del tempo; gli Sciti andavano regolarmente a caccia, e ne tornavano regolarmente con qualche preda, ma una volta accadde che non riuscirono a prendere nulla; vedendoli tornare a mani vuote Ciassare, che era, e lo dimostrò, eccessivamente collerico, si rivolse loro piuttosto duramente, finendo per offenderli. Vistisi oltraggiati in quel modo da Ciassare e convinti di non esserselo meritato, gli Sciti decisero di tagliare a pezzi uno dei giovani affidati alle loro cure, di cucinarne le carni come di solito preparavano la selvaggina e di servirle a Ciassare come se fosse cacciagione; dopo di che sarebbero riparati in tutta fretta a Sardi presso il re Aliatte figlio di Sadiatte. E così avvenne: Ciassare e i suoi compagni di tavola mangiarono quelle carni e gli Sciti, autori del misfatto, si fecero supplici di Aliatte.

74)     Dopo qualche tempo, dato che Aliatte si rifiutava di soddisfare le richieste di Ciassare di consegnare gli Sciti, fra Lidi e Medi scoppiò una guerra, lunga cinque anni, nei quali varie volte i Medi sconfissero i Lidi e varie volte i Lidi sconfissero i Medi; in quella guerra ebbe luogo anche una battaglia notturna. Mantennero un sostanziale equilibrio fino alla fine del conflitto, al sesto anno di lotta, quando, durante una battaglia, nell'infuriare degli scontri, improvvisamente il giorno si fece notte. Questa trasformazione del giorno era stata preannunciata agli Ioni da Talete di Mileto, che aveva previsto come scadenza proprio l'anno in cui il fenomeno si verificò. Lidi e Medi, quando videro le tenebre sostituirsi alla luce, smisero di combattere e si affrettarono entrambi a stipulare un trattato di pace. I mediatori dell'accordo furono Siennesi di Cilicia e Labineto di Babilonia. Costoro sollecitarono anche un giuramento solenne e combinarono un matrimonio incrociato: stabilirono che Aliatte concedesse sua figlia Arieni al figlio di Ciassare Astiage, perché se non ci sono solidi legami di parentela i trattati, di solito, non durano. Presso questi popoli il rituale del giuramento è identico a quello greco: in più si praticano una incisione sulla pelle del braccio e si succhiano a vicenda un po' di sangue.

75)     Ciro, per una ragione che esporrò più avanti, aveva spodestato e teneva prigioniero Astiage, che era suo nonno materno: è quanto Creso gli rimproverava allorché mandò a interrogare l'oracolo sulla possibilità di attaccare la Persia; ottenuto l'ambiguo responso, si illuse di avere l'oracolo dalla propria parte e si mosse contro il territorio persiano. Quando giunse sulla riva del fiume Alis, io credo che fece passare dall'altra parte le sue truppe servendosi dei ponti allora esistenti; ma una versione dei fatti molto diffusa fra i Greci vuole attribuire il merito dell'attraversamento a Talete di Mileto. Si dice infatti che Talete si trovasse lì nell'esercito nel momento in cui Creso era in grave difficoltà non sapendo come traghettare i suoi soldati (perché a quell'epoca non sarebbero esistiti ponti sull'Alis); allora pare che Talete sia riuscito a far scorrere anche sul lato destro dell'esercito quel fiume che prima avevano solo sulla sinistra, e ci riuscì nella maniera seguente. Ordinò di scavare un profondissimo canale semicircolare che iniziava a monte dell'accampamento; lo scopo era quello di incanalare le acque e di farle scorrere alle spalle dell'esercito accampato, per poi farle rifluire nel vecchio letto una volta superato l'accampamento; così il fiume fu diviso in due rami che divennero immediatamente guadabili. C'è persino chi sostiene che l'antico letto fu del tutto prosciugato, un'ipotesi per me del tutto inaccettabile: come avrebbero potuto in tal caso attraversare il canale al ritorno?

76)     Creso dunque attraversò il fiume con le sue truppe e si spinse in quella parte della Cappadocia che viene chiamata Pteria; la Pteria è la regione che si estende grosso modo a sud della città di Sinope sul Ponto Eusino ed è la zona più fortificata del paese; qui si accampò cominciando a devastare i possedimenti dei Siri. Espugnò la città di Pteria e ne ridusse in schiavitù gli abitanti, occupò tutte le località circostanti e si accanì a saccheggiare quella regione, che non aveva nessuna colpa verso di lui. Ciro si diresse contro Creso dopo aver radunato l'esercito e prese con sé tutte le popolazioni che lo separavano dall'invasore. Prima di muovere le sue truppe aveva inviato araldi alle città della Ionia nel tentativo di sollevarle contro Creso; ma gli Ioni non si erano lasciati convincere. Ciro raggiunse Creso e pose il proprio accampamento di fronte al suo: qui, nella regione di Pteria misurarono le rispettive forze. Ci fu una terribile battaglia, con numerosi caduti da entrambe le parti, che si interruppe al sopraggiungere della notte senza che uno dei due eserciti fosse riuscito a prevalere.

77)     Tanto fu l'impegno profuso da tutti i combattenti. Creso, insoddisfatto della consistenza numerica del proprio esercito (le truppe che avevano combattuto erano assai inferiori a quelle di Ciro), a causa di tale sua insoddisfazione e visto che il giorno dopo Ciro non arrischiava un altro assalto, tornò precipitosamente a Sardi con l'intenzione di chiamare in suo aiuto gli Egiziani (aveva stretto una alleanza pure con il re egiziano Amasi ancora prima che con gli Spartani); di far accorrere anche i Babilonesi (anche con loro aveva stipulato un trattato di alleanza militare; a quell'epoca il re di Babilonia era Labineto); di notificare agli Spartani la scadenza entro la quale presentarsi; contava di riunire gli alleati e radunare il proprio esercito, di lasciar passare l'inverno e di marciare contro i Persiani all'inizio della primavera. Con questo piano in mente, appena giunse a Sardi inviò araldi ai diversi alleati per avvisarli che il raduno era fissato a Sardi di lì a quattro mesi. L'esercito di cui già disponeva e che si era battuto contro i Persiani, ed era composto di mercenari, lo congedò tutto e lasciò che si sciogliesse: non avrebbe mai immaginato che Ciro, dopo aver sostenuto una battaglia dall'esito così equilibrato, si sarebbe spinto fino a Sardi.

78)     Mentre Ciro meditava questo suo piano, i sobborghi di Sardi furono invasi dai serpenti; e, al loro apparire, i cavalli, abbandonati i pascoli consueti, accorsero a divorarli. Creso vedendo ciò pensò che si trattasse, come in effetti era, di un presagio; subito inviò degli incaricati ai Telmessi, i famosi indovini. Gli inviati di Creso giunsero a destinazione e appresero il significato del prodigio ma non riuscirono a informarne il re: prima che potessero imbarcarsi per ritornare a Sardi, Creso era stato fatto prigioniero. I Telmessi avevano sentenziato che Creso doveva attendersi l'invasione del proprio paese da parte di un esercito straniero il quale avrebbe assoggettato la popolazione locale: spiegavano che il serpente era il figlio della terra e che il cavallo rappresentava il nemico straniero. I Telmessi diedero questa risposta quando Creso era già stato catturato ma quando ancora non potevano essere al corrente di ciò che era accaduto a lui personalmente e alla città di Sardi.

79)                       Non appena Creso si fu messo sulla via del ritorno, dopo la battaglia svoltasi nella Pteria, Ciro intuì che Creso, dopo essersi ritirato, avrebbe sciolto l'esercito; riflettendo trovò che la cosa fondamentale a quel punto era avanzare su Sardi con la massima celerità possibile, prima che le forze dei Lidi si radunassero una seconda volta. Prese questa decisione e agì con rapidità: spinse le sue truppe in Lidia e in pratica fu lui stesso ad annunciare a Creso il proprio arrivo. Allora Creso, benché messo in grave difficoltà dal corso degli eventi, così diversi da come se li era prospettati, tuttavia guidò i suoi Lidi alla battaglia. A quell'epoca non esisteva in Asia un popolo più valoroso e più forte dei Lidi: combattevano da cavallo, armati di lunghe lance ed erano tutti eccellenti cavalieri.

80)                       Si fronteggiarono nella pianura antistante la città di Sardi, una pianura ampia e sgombra: attraverso di essa scorrono l'Illo e altri torrenti immettendosi nel fiume principale, l'Ermo, che nasce da un monte sacro alla Gran Madre di Dindimo e sfocia poi in mare presso la città di Focea. Ciro, quando vide i Lidi schierati per la battaglia, ebbe paura della loro cavalleria e dietro suggerimento del Medo Arpago operò come segue: radunò tutti i cammelli al seguito del suo esercito per il trasporto di vettovagliamenti e salmerie, li sbarazzò del carico e li fece montare da soldati equipaggiati da cavalieri; al termine di tali preparativi, ordinò a questi soldati di marciare in testa all'esercito contro la cavalleria di Creso; ordinò poi alla fanteria di avanzare dietro ai cammelli e infine alle spalle dei fanti schierò l'intera sua cavalleria. Quando tutti furono al loro posto, diede l'ordine di massacrare senza pietà ogni Lidio che trovassero sulla loro strada, ma di non uccidere Creso, anche se avesse tentato di resistere alla cattura. Queste furono le sue disposizioni: i cammelli li schierò di fronte alla cavalleria nemica perché i cavalli hanno un grande terrore dei cammelli, non riescono a sopportarne la vista e neppure a sentirne l'odore. Appunto per ciò aveva escogitato questo astuto espediente, per impedire a Creso di utilizzare la cavalleria, con la quale invece il re lidio contava di coprirsi di gloria. In effetti quando avvenne lo scontro, non appena ebbero fiutato e visto i cammelli, i cavalli retrocedettero, e Creso vide andare in fumo così tutte le sue speranze. I Lidi tuttavia non si persero di coraggio per questo, anzi, come si resero conto di ciò che stava accadendo, balzarono di sella e si gettarono come fanti contro i Persiani. Alla fine, dopo molte perdite da entrambe le parti, i Lidi presero la fuga: si asserragliarono dentro le mura della città, dove furono assediati dai Persiani.

81)                       I Persiani dunque posero il loro assedio; e Creso, credendo che tale situazione si sarebbe protratta a lungo, cominciò a fare uscire dei messaggeri dalla cinta delle mura inviandoli ai propri alleati. I messaggeri precedenti portavano la richiesta di concentrare gli aiuti a Sardi entro un termine di quattro mesi, questi invece furono mandati a sollecitare soccorsi con la massima urgenza, visto che Creso si trovava già assediato.

82)                       Fra le varie città alleate a cui mandò i suoi messaggi, c'era ovviamente anche Sparta. Proprio in quel periodo gli Spartani avevano una contesa aperta con Argo a proposito di una regione chiamata Tirea: gli Spartani avevano sottratto la Tirea al dominio di Argo e la tenevano in loro potere. Il fatto è che tutta la regione a ovest di Argo fino al capo Malea, tanto la parte continentale quanto Citera e le altre isole, era in mano degli Argivi. Gli Argivi accorsero a difesa del territorio che veniva loro sottratto: allora concordarono, dopo varie trattative, di far combattere trecento soldati per parte e di assegnare la regione ai vincitori. Il grosso dei due eserciti doveva ritirarsi nelle rispettive sedi e non assistere al combattimento per evitare che una delle due parti, vedendo i propri campioni in difficoltà, accorresse in loro aiuto. Stretto questo patto, si ritirarono; i due gruppi di soldati scelti rimasero sul campo e diedero inizio allo scontro. Si batterono con pari successo, finché, di seicento che erano, rimasero in tre: per gli Argivi Alcenore e Cromio, per gli Spartani Otriade. Al calar della notte sopravvivevano solo questi tre. I due Argivi, ritenendosi vincitori, tornarono di corsa ad Argo, invece lo Spartano Otriade spogliò delle armi i cadaveri argivi, le trasportò nel proprio campo e continuò ad occupare il suo posto di combattimento. Il giorno dopo vennero i due eserciti per informarsi sull'esito della lotta e a quel punto entrambi si dichiararono vincitori: gli Argivi sostenendo di essere rimasti in numero superiore, gli Spartani facendo notare che gli avversari erano fuggiti mentre il loro campione era rimasto sul campo e aveva spogliato i cadaveri nemici; insomma, litigando vennero alle mani e ingaggiarono una vera e propria battaglia che fu vinta dagli Spartani dopo grandi perdite da entrambe le parti. A partire da quel momento gli Argivi, che per un ben saldo costume portavano i capelli molto lunghi, si rasarono il capo e stabilirono per legge, con minaccia di maledizione, che nessun Argivo si lasciasse mai più crescere i capelli e che le donne non portassero mai più ornamenti d'oro, fino a quando non avessero riconquistato Tirea. Invece gli Spartani introdussero una norma del tutto contraria: essi, che non avevano mai portato i capelli lunghi, da quel momento se li lasciarono crescere. E si racconta che Otriade, l'unico superstite dei trecento, vergognandosi di ritornare a Sparta mentre tutti i suoi compagni erano morti, si sia tolto la vita ancora lì, nella Tirea.

83)                       Questa era la situazione degli Spartani quando giunse l'araldo di Sardi a richiedere soccorsi per Creso assediato. Nonostante tutto essi, come ebbero udito l'araldo, si mossero per organizzare i soccorsi. Quando ormai avevano terminato i preparativi e le navi erano pronte a salpare, giunse un secondo messaggio ad annunciare che le fortificazioni dei Lidi erano state espugnate e che Creso era stato fatto prigioniero. Gli Spartani, profondamente addolorati per l'accaduto, desistettero dalla spedizione.

84)                       Ecco come i Persiani espugnarono Sardi: Creso subiva ormai l'assedio da quattordici giorni, quando Ciro mandò dei cavalieri attraverso le file del proprio esercito a diffondere un annuncio: prometteva un grosso premio a chi avesse scavalcato per primo le mura nemiche. In seguito, dopo tanti inutili tentativi, quando tutti gli altri ormai avevano rinunciato, ci provò un Mardo, di nome Ireade, scalando quella parte dell'acropoli dove non era stata posta alcuna sentinella proprio perché non si temeva che da lì potesse venire conquistata; infatti su quel lato la rocca scende giù a picco e si presenta inespugnabile. Quello era anche l'unico lato intorno al quale l'antico re di Sardi Melete non aveva fatto passare il leone natogli dalla sua concubina, allorquando i Telmessi avevano sentenziato che Sardi non sarebbe mai caduta se il leone avesse compiuto il giro delle mura; Melete lo aveva condotto intorno alle fortificazioni in ogni punto in cui l'acropoli si prestava a un assalto, ma aveva escluso proprio quello in quanto scosceso e quindi, come credeva, inespugnabile: si tratta del lato della città che guarda verso il Tmolo. Ebbene il Mardo Ireade il giorno prima aveva scorto un Lidio scendere da questa parte dell'acropoli per recuperare un elmo rotolato dall'alto; notato il fatto, non se l'era scordato. Allora diede personalmente la scalata e altri Persiani lo seguirono; quando furono saliti in tanti, Sardi fu presa e l'intera città messa a sacco.

85)                       Ed ecco cosa accadde a Creso personalmente: come ho già una volta ricordato aveva un figlio che era ben dotato per il resto, ma muto. Al tempo delle sue passate fortune Creso aveva fatto di tutto per lui e fra gli altri tentativi escogitati aveva anche mandato a interrogare in proposito l'oracolo di Delfi. E la Pizia così gli aveva risposto:…”Stirpe di Lidi, su molti regnante, stoltissimo Creso, Mal tu desideri udir per le case la voce bramata, Della parola del figlio: molto peggio è per te non udirla. Giorno fatale sarà, quando udrai la sua prima parola.”… (Tu, che sei di stirpe lidia e re di molti popoli, stoltissimo Creso, non augurarti di udire in casa tua la desideratissima voce di tuo figlio. Sarebbe molto meglio che ciò non accadesse. Parlerà per la prima volta in un giorno di sventura). Effettivamente quando le mura furono espugnate, un Persiano che non lo aveva riconosciuto stava aggredendo Creso per ucciderlo; Creso dal canto suo, pur vedendosi assalito, non se ne curò: nella sciagura che ormai gli era toccata non gli importava di morire sotto i colpi. Ma suo figlio, il muto, quando vide che il Persiano lo stava aggredendo, per la paura e per il dolore sciolse la voce e gridò: "Uomo, non uccidere Creso!". Questa fu la prima volta; poi conservò la favella per tutta la vita.

86)                       I Persiani occuparono Sardi e fecero prigioniero Creso al quattordicesimo anno del suo regno e al quattordicesimo giorno di assedio: Creso, come aveva previsto l'oracolo, pose fine a un grande regno, il proprio. Quando i Persiani lo catturarono, lo condussero davanti a Ciro; Ciro ordinò di erigere una grande pira e vi fece salire Creso legato in catene e con lui quattordici giovani Lidi; la sua intenzione era di consacrare queste primizie a qualche dio o forse voleva sciogliere un voto; o forse addirittura, avendo sentito parlare della devozione di Creso, lo destinò al rogo curioso di vedere se qualche dio lo avrebbe salvato dal bruciare vivo. Così agiva Ciro; ma a Creso, ormai in piedi sopra la pira, nonostante la drammaticità del momento, venne in mente il detto di Solone: "Nessuno che sia vivo è felice"; e gli parvero parole ispirate da un dio. Con questo pensiero, sospirando e gemendo, dopo un lungo silenzio, pronunciò tre volte il nome di Solone. Ciro lo udì e ordinò agli interpreti di chiedere a Creso chi stesse invocando; essi gli si avvicinarono e lo interrogarono. Creso dapprima evitò di rispondere alle domande, poi, cedendo alle insistenze rispose: "Uno che avrei dato molto denaro perché fosse venuto a parlare con tutti i re". Ma poiché queste parole suonavano incomprensibili, gli chiesero ulteriori spiegazioni. Visto che continuavano a infastidirlo con le loro insistenze, raccontò come una volta si fosse recato da lui Solone di Atene e dopo aver visto le sue ricchezze le avesse disprezzate; ne riferì anche le affermazioni e narrò come poi tutto si fosse svolto secondo le parole che Solone aveva rivolto non soltanto a lui, Creso, ma a tutto il genere umano e specialmente a quanti a loro proprio giudizio si ritengono felici. Mentre Creso raccontava questi fatti, la pira, a cui era stato appiccato il fuoco, bruciava ormai tutto intorno. Ciro udì dagli interpreti il racconto di Creso e cambiò parere: pensò che lui, semplice essere umano, stava mandando al rogo, ancora vivo, un altro essere umano, che non gli era stato inferiore per fortune terrene; inoltre gli venne timore di una vendetta divina, al pensiero che nella condizione dell'uomo non vi è nulla di stabile e sicuro, e ordinò di spegnere al più presto il fuoco ormai divampante e di far scendere Creso e i suoi compagni. Ma nonostante tutti i tentativi non riuscivano ad avere ragione delle fiamme.

87)                       I Lidi raccontano che a questo punto Creso, resosi conto del cambiamento avvenuto in Ciro e vedendo che tutti si sforzavano di domare il fuoco e non ci riuscivano, invocò ad alta voce Apollo, supplicandolo di stargli accanto e di salvarlo dalla sventura in cui si trovava, se mai una delle sue offerte gli era riuscita gradita. Invocava il dio fra le lacrime quando all'improvviso il cielo, prima sereno e privo di vento, si annuvolò, scoppiò un temporale e cadde un violentissimo acquazzone che spense completamente le fiamme. Allora Ciro, resosi conto che Creso era un uomo giusto e caro agli dei, lo fece scendere dal rogo e gli chiese: "Creso, quale uomo ti convinse a marciare contro le mie terre, a essermi nemico invece che amico?" E Creso rispose: "Sovrano, ho agito così per la tua felicità e per la mia rovina: di tutto questo il colpevole fu il dio dei Greci, che mi esortò alla guerra. Perché nessuno è così folle da preferire la guerra alla pace: in pace i figli seppelliscono i padri, in guerra sono i padri a seppellire i figli. Ma piaceva forse a un dio che le cose andassero come sono andate".

88)                       Così Creso rispose. Ciro lo liberò dalle catene e lo fece sedere al suo fianco trattandolo con molti riguardi: Ciro lo guardava con una sorta di ammirazione e così quelli del suo seguito. Dal canto suo Creso rifletteva in silenzio, ma a un certo punto si sollevò e, vedendo che i Persiani stavano devastando la città dei Lidi, disse: "Signore, nella situazione in cui mi trovo posso dirti quello che penso o devo tacere?" Ciro lo invitò a dire senza timori ciò che voleva e allora Creso gli domandò: "Che cosa sta facendo tutta questa gente con tanto ardore?" Ciro rispose: "Saccheggia la tua città, si spartisce le tue ricchezze". Ma Creso ribatté: "No, non sta saccheggiando la mia città né le mie ricchezze, perché queste cose non appartengono più a me; quelli si stanno portando via la roba tua".

89)                       Ciro fu molto colpito dalle parole di Creso; allontanò i presenti e gli chiese come interpretasse quanto stava succedendo; e Creso rispose: "Visto che gli dei mi hanno dato a te come schiavo, mi pare giusto, se vedo più in là di te, informartene. I Persiani, oltre a essere tracotanti per natura, sono poveri; se tu dunque permetti loro di rapinare e ammassare grandi ricchezze, attenditi pure che uno di loro, quello divenuto più ricco, si ribelli contro di te. Ecco dunque, se convieni con me su quello che ti dico, come dovresti agire: disponi a guardia di tutte le porte della città degli uomini fidati i quali, sequestrando il bottino a chi esce, dichiarino che è assolutamente indispensabile offrirne a Zeus la decima parte. Così non se la prenderanno con te se gli sottrai con la forza la preda di guerra e anzi, riconoscendo che ti comporti giustamente, vi rinunceranno volentieri".

90)                       Ciro fu quanto mai lieto di udire questo consiglio, che gli parve ottimo; lo approvò senz'altro e quando ebbe dato alle sue guardie le istruzioni suggerite da Creso, si rivolse ancora a lui e gli disse: "Creso, visto che sei disposto ad agire e a parlare con la nobiltà di un re, chiedimi pure un dono, quello che vuoi, subito". Creso replicò: "Signore, mi farai un grandissimo favore se mi permetti di mandare queste catene al dio dei Greci, il dio da me più onorato, e di chiedergli se è sua abitudine ingannare chi si comporta bene verso di lui". Ciro gli domandò il motivo di questa preghiera, che rimproveri avesse da muovere al dio, e Creso gli raccontò ogni cosa, risalendo al suo antico progetto e alle risposte degli oracoli: narrò in particolare delle proprie offerte votive e di come avesse mosso guerra ai Persiani spintovi dall'oracolo. Concluse il discorso pregando nuovamente che gli fosse concesso di rivolgere al dio il suo biasimo. Ciro scoppiò a ridere e disse: "Non solo questo tu otterrai da me, ma qualunque altra cosa di cui tu senta la necessità, in qualunque occasione". Udito ciò, Creso mandò a Delfi dei Lidi con l'ordine di posare le catene sulla soglia del tempio e di chiedere al dio se non si vergognasse di aver spinto Creso con i suoi responsi a muovere guerra ai Persiani con la promessa che avrebbe abbattuto l'impero di Ciro; dovevano poi mostrare le catene e dichiarare che erano le primizie ricavate da tale impero; e inoltre dovevano chiedere se è abitudine degli dei Greci essere ingrati.

91)                       Ai Lidi che, giunti a Delfi, la interrogavano secondo le istruzioni ricevute, si dice che la Pizia abbia risposto così: "Neppure un dio può sfuggire al destino stabilito. Creso ha scontato la colpa del suo quinto ascendente, che era una semplice guardia del corpo degli Eraclidi e che, rendendosi complice della macchinazione di una donna, uccise il proprio padrone e si appropriò della sua autorità, senza averne alcun diritto. Il Lossia ha fatto il possibile perché la caduta di Sardi avvenisse sotto i figli di Creso e non durante il suo regno, ma non è stato in grado di stornare le Moire; quanto esse gli hanno concesso, il Lossia lo ha compiuto come un dono per Creso: per tre anni ha differito la presa di Sardi; lo sappia, Creso, di essere stato imprigionato con tre anni di ritardo sul tempo stabilito; e un'altra volta lo ha soccorso quando già si trovava sul rogo. Quanto all'oracolo, Creso muove rimproveri ingiusti. Perché il Lossia gli aveva predetto che, se avesse marciato contro i Persiani, avrebbe distrutto un grande dominio. Di fronte a questo responso se voleva prendere una decisione saggia doveva mandare a chiedere ancora se il dio intendeva il dominio suo o quello di Ciro. Non ha afferrato le parole del dio né chiesto ulteriori spiegazioni; dunque, consideri se stesso responsabile di quanto è accaduto. E infine consultando l'oracolo non comprese neppure le parole del dio sul mulo: questo mulo era proprio Ciro. Ciro è nato, infatti, da due persone di diversa nazionalità, di più nobile origine la madre, di condizioni più modeste il padre; lei della Media e figlia di Astiage, re dei Medi, lui Persiano, suddito dei Medi: benché le fosse in tutto inferiore, sposò la sua padrona". Questa fu la risposta della Pizia ai Lidi; essi la riportarono a Sardi e la riferirono a Creso, il quale, quando l'ebbe appresa, riconobbe che la colpa era sua e non del dio.

92)                       Questa è la storia del regno di Creso e del primo assoggettamento della Ionia. Esistono in Grecia anche molti altri doni di Creso, non solo quelli già elencati: a Tebe, in Beozia, un tripode d'oro, dedicato ad Apollo Ismenio, a Efeso le vacche d'oro e la maggior parte delle colonne, a Delfi, nel tempio di Atena Pronaa, un grande scudo d'oro. Questi doni si conservano ancora ai miei tempi, altri sono andati perduti. E sono venuto a sapere che gli oggetti dedicati da Creso nel santuario dei Branchidi di Mileto sono pari, per quantità e qualità, a quelli di Delfi. Le offerte a Delfi e al tempio di Anfiarao erano costituite da oggetti suoi personali, derivanti dal patrimonio paterno; tutte le altre provenivano dal patrimonio di un nemico, il quale, prima che Creso salisse al potere, gli si era opposto caldeggiando l'ascesa al trono di Pantaleonte. Pantaleonte era figlio di Aliatte e fratello di Creso, ma non per parte di madre: Creso era figlio di Aliatte e di una donna caria, Pantaleonte di una donna ionica. Creso, quando ottenne il potere per conferimento paterno, uccise il suo oppositore facendolo torturare a morte; i suoi beni poi in base a un voto precedente li dedicò nel modo che si è detto nei templi sopra indicati. E con questo sia chiuso il discorso sulle offerte votive di Creso.

93)                       A differenza di altri paesi, la Lidia non offre molte meraviglie da descrivere, ad eccezione delle pagliuzze d'oro che vengono trasportate giù dal monte Tmolo. Possiede un'unica costruzione veramente gigantesca, la più grande del mondo dopo i monumenti dell'Egitto e della Babilonia: vi si trova la tomba di Aliatte, padre di Creso, il cui basamento è costituito da enormi blocchi di pietra; il resto è un gran tumulo di terra. Contribuirono a erigerla i mercanti della città, gli artigiani e le ragazze con i proventi della prostituzione. Sulla sommità del sepolcro ancora ai miei tempi correvano cinque pilastrini sui quali erano state incise iscrizioni per ricordare il lavoro dovuto a ciascuna categoria: da una adeguata valutazione risultava chiaro che il contributo delle ragazze era il maggiore. Bisogna sapere che tutte le figlie del popolo dei Lidi esercitano la prostituzione, mettendo così insieme la propria dote, e lo fanno fino al momento di sposarsi: e sono loro stesse a procurarsi il marito. Il perimetro del sepolcro misura sei stadi e due pletri, mentre la sua larghezza è di tredici pletri. Immediatamente accanto all'edificio si stende un vasto lago detto Lago di Gige, che i Lidi sostengono essere perenne. E questo è quanto.

94)                       Le usanze dei Lidi sono molto simili a quelle dei Greci, se si eccettua il fatto che prostituiscono le figlie. Per quanto ne sappiamo furono i primi uomini a fare uso di monete d'oro e d'argento coniate e i primi anche a esercitare il commercio al minuto. Secondo i Lidi anche i giochi praticati oggi dai Greci e dai Lidi sarebbero una loro invenzione: sostengono di averli escogitati all'epoca in cui colonizzarono la Tirrenia; ma ecco in proposito la loro versione. Sotto il regno di Atis figlio di Mane si era abbattuta su tutta la Lidia una terribile carestia: per un po' i Lidi avevano resistito, ma poi, visto che la carestia non aveva fine, cercarono di ingannare la fame inventando una serie di espedienti. E appunto allora sarebbero stati ideati i dadi, gli astragali, la palla e tutti gli altri tipi di gioco, tranne i "sassolini"; solo l'invenzione dei "sassolini" non si attribuiscono i Lidi. Ed ecco come fronteggiavano la fame con le loro scoperte: un giorno lo trascorrevano interamente a giocare per non sentire il desiderio di mangiare, il successivo lasciavano perdere i divertimenti e si cibavano. Tirarono avanti con questo sistema di vita per ben diciotto anni. Ma poiché la carestia non terminava e anzi la situazione si faceva sempre più grave, allora il re dei Lidi divise in due parti l'intera popolazione e affidò al sorteggio di decidere quale dovesse restare e quale dovesse emigrare dal paese; alla parte cui sarebbe toccato restare assegnò se stesso come re e a quella che sarebbe partita suo figlio, che si chiamava Tirreno. I Lidi designati dalla sorte a emigrare scesero fino a Smirne, costruirono una flotta e su di essa caricarono quanto possedevano di valore: salparono poi alla ricerca di una terra che procurasse loro i mezzi per vivere; oltrepassarono numerosi paesi finché giunsero fra gli Umbri: qui fondarono delle città e qui abitano a tuttoggi. E cambiarono anche il loro nome assumendo quello del figlio del re, che li aveva guidati: da allora, dal suo nome si chiamarono Tirreni. I Lidi rimasti in patria caddero poi sotto il dominio dei Persiani.

95)                       A questo punto la narrazione esige che si indaghi sulla figura di Ciro, il re che rovesciò il dominio di Creso, e sui Persiani, per spiegare in che modo arrivarono alla conquista dell'Asia intera. Fonderò il mio resoconto sulla base di quanto raccontano alcuni Persiani, quelli che non intendono magnificare la storia di Ciro, ma semplicemente attenersi alla realtà dei fatti; volendo sarei in grado di riferire altre tre versioni su Ciro. Ormai da 520 anni gli Assiri dominavano sulla parte settentrionale dell'Asia, quando i Medi, per primi, cominciarono a ribellarsi; e in qualche modo essi, battendosi contro gli Assiri per l'indipendenza, si mostrarono ben valorosi: riuscirono a scrollarsi di dosso la schiavitù e a ottenere la libertà. Dopo di che altre popolazioni seguirono l'esempio dei Medi.

96)                       Ma quando tutti i popoli del continente furono indipendenti, caddero nuovamente sotto un unico dominio. Ed ecco come. Viveva tra i Medi un uomo molto saggio, che si chiamava Deioce e che era figlio di Fraorte. Questo Deioce fu preso dal desiderio del potere assoluto e agì come segue. I Medi risiedevano in villaggi sparsi; nel proprio villaggio Deioce si segnalò, più di quanto già non fosse stimato, praticando la giustizia con sempre maggiore impegno; e agiva così mentre in tutta la Media quasi non esisteva il rispetto delle leggi e benché sapesse che l'ingiusto è ostile a chi è giusto. I Medi di quel villaggio in considerazione della sua condotta lo scelsero come loro giudice. Lui per la verità era probo e giusto perché aspirava al potere. In questo modo ottenne una notevole stima da parte dei suoi concittadini, cosicché, quando negli altri villaggi si sparse la voce che Deioce era l'unico retto nell'amministrare la giustizia, tutti quanti, prima abituati ad avere a che fare con sentenze inique, appena intesero di Deioce, furono ben lieti di accorrere da lui per dirimere le loro questioni; alla fine non si rivolgevano più a nessun altro.

97)                       La folla cresceva col passare dei giorni perché si sapeva che i processi avevano l'esito dovuto; Deioce, resosi conto di tenere ormai in pugno l'intera situazione, rifiutò di sedersi sullo scranno dove sino ad allora si era installato per dirimere le cause; e dichiarò che non avrebbe più emesso sentenze: non era vantaggioso per i suoi affari occuparsi delle questioni altrui e fare il giudice per tutta la giornata. Così, quando ruberie e illegalità nei vari villaggi furono ancora più frequenti di prima, i Medi si riunirono in assemblea e discussero fra di loro, parlando della situazione presente (a parlare, io credo, furono soprattutto gli amici di Deioce): "Nelle condizioni attuali il nostro paese non è abitabile. Nominiamo re uno di noi; il paese sarà regolato da buone leggi e noi potremo dedicarci ai nostri affari senza i rischi dovuti al disordine pubblico". E con questi ragionamenti si convinsero a darsi un re.

98)                       Quando si trattò di proporre candidati per il trono, Deioce subito venne candidato e decantato da tutti, finché decisero di eleggerlo. Deioce pretese che gli edificassero un palazzo degno della sua condizione di re e che gli conferissero un potere effettivo assegnandogli una scorta. E i Medi obbedirono: gli costruirono una reggia grande e solida nel punto del paese da lui indicato e gli consentirono di scegliersi fra tutti i Medi un corpo di guardia. Una volta assunto il potere Deioce costrinse i Medi a costruire una città e a occuparsi soprattutto di quella trascurando gli altri villaggi. Anche allora i Medi obbedirono e innalzarono una grande e ben munita fortezza, che oggi si chiama Ecbatana, costituita da una serie di mura concentriche. Essa è studiata in modo tale che ogni giro di mura superi il precedente solo per l'altezza dei bastioni. In certo qual modo anche la natura del luogo, che è collinoso, contribuì a una simile realizzazione, ma molto di più agirono le precise intenzioni dei costruttori. In tutto le mura di cinta sono sette: l'ultima racchiude la reggia e i tesori; la più ampia si estende all'incirca quanto il perimetro di Atene. I bastioni del primo giro sono bianchi, quelli del secondo neri; sono rosso porpora al terzo, azzurri al quarto e rosso arancio al quinto; i bastioni delle prime cinque cerchie sono stati tinti con sostanze coloranti, invece le ultime due hanno bastioni rivestiti rispettivamente di argento e d'oro.

99)                       Queste opere murarie Deioce le faceva costruire per sé e intorno alla propria reggia; al resto del popolo ordinò di abitare all'esterno delle mura. Ultimati i lavori, Deioce stabilì, e fu il primo a farlo, il seguente regolamento: a nessuno era consentito presentarsi direttamente al re, ogni comunicazione doveva avvenire tramite araldi, il re non poteva essere visto da nessuno; inoltre era vietato a tutti, come atto indecoroso, anche ridere e sputare in sua presenza. Cercava di rendere solenne tutto ciò che lo circondava, affinché i suoi antichi compagni, cresciuti con lui e non certo a lui inferiori per capacità personali o per nobiltà di nascita, non finissero, vedendolo, per irritarsi contro di lui e non gli cospirassero contro; anzi non vedendolo lo avrebbero sempre considerato diverso da loro.

100)                       Dopo aver introdotto queste norme di comportamento ed essersi rafforzato con l'esercizio del potere, fu poi un inflessibile guardiano della giustizia. Gli facevano pervenire per iscritto i termini di una questione, all'interno della reggia, e Deioce da lì giudicava le cause che gli venivano sottoposte ed emetteva le sue sentenze. Così si regolava per i processi, ma prese anche altri provvedimenti: se veniva a sapere che qualcuno aveva violato le leggi, lo convocava e gli infliggeva una pena commisurata alla colpa commessa; a tale scopo aveva osservatori e informatori sparsi in tutta la regione da lui governata.

101)                       Deioce unificò e governò soltanto il popolo dei Medi, il quale si compone di varie tribù: Busi, Paretaceni, Strucati, Arizanti, Budi, Magi. Queste sono le tribù dei Medi.

102)                       Figlio di Deioce era Fraorte, il quale alla morte del padre (avvenuta dopo un regno durato 53 anni) ereditò il potere. Quando lo ebbe nelle sue mani non si accontentò di regnare soltanto sui Medi, anzi compì una spedizione militare contro i Persiani che furono i primi a subire il suo attacco e i primi a diventare sudditi dei Medi. In seguito, disponendo di queste due popolazioni, forti entrambe, intraprese la conquista dell'Asia intera, avanzando da una nazione all'altra, fino a che entrò in guerra con gli Assiri, o meglio con quelle genti assire che abitavano Ninive e che una volta avevano avuto il dominio su tutti: a quell'epoca invece erano isolate in seguito alla defezione dei loro alleati, ma godevano pur sempre di una ottima situazione interna. Nel corso di quella spedizione Fraorte perì, dopo 22 anni di regno, e con lui fu distrutta la maggior parte dell'esercito.

103)                       Deceduto Fraorte gli successe Ciassare, figlio suo e nipote di Deioce. Si racconta che Ciassare fosse ancor più valoroso, e molto, dei suoi antenati. Fu anche il primo a dividere in corpi le truppe dell'Asia e a schierare separatamente i soldati armati di lancia, quelli armati di arco e i cavalieri; prima di lui stavano tutti mescolati in grande confusione. Era lui quello che combatteva contro i Lidi quando durante la battaglia il giorno si oscurò per farsi notte e fu lui a unificare sotto il proprio scettro tutta l'Asia al di là del fiume Alis. Raccolse tutte le forze di cui era a capo e marciò contro Ninive con l'intenzione di vendicare il padre e di distruggere la città. Aveva sconfitto in battaglia gli Assiri e stava assediando Ninive quando sopraggiunse un grosso esercito di Sciti, guidato dal re degli Sciti Madie, figlio di Protothie; essi erano penetrati in Asia dopo aver scacciato dall'Europa i Cimmeri e si erano spinti fino alla regione dei Medi proprio inseguendo i Cimmeri in fuga.

104)                       Un corriere equipaggiato alla leggera impiega trenta giorni di cammino per arrivare dalla palude Meotide al fiume Fasi e alla Colchide; poi dalla Colchide non occorre molto tempo per trasferirsi nella terra dei Medi: solo una popolazione si frappone fra i due territori, i Saspiri, superati i quali si è subito nella Media. Comunque gli Sciti non penetrarono da quella parte, ma seguirono un percorso più settentrionale e assai più lungo, tenendosi sulla sinistra della catena del Caucaso. I Medi si scontrarono con gli Sciti, ma furono sconfitti in battaglia e persero la loro egemonia: gli Sciti occuparono tutta l'Asia.

105)                       Da lì si diressero verso l'Egitto, ma quando giunsero nella Siria Palestina il re d'Egitto Psammetico andò loro incontro e con donativi e suppliche li distolse dall'avanzare più oltre. Essi poi, durante la loro ritirata, toccarono la città di Ascalona, in Siria, e mentre la maggior parte di loro proseguì senza causare danni, alcuni, rimasti indietro, saccheggiarono il tempio di Afrodite Urania. Questo santuario, a quanto risulta dalle informazioni che ho ricevuto, è il più antico di tutti quelli dedicati ad Afrodite; anche il tempio di Cipro trasse origine da lì, come raccontano gli abitanti stessi dell'isola, e quello di Citera l'hanno costruito dei Fenici che erano per l'appunto nativi della Palestina. Sugli Sciti che saccheggiarono il tempio di Ascalona e sui loro discendenti la dea scatenò la 'malattia femminile': sono gli Sciti stessi a dare questa spiegazione per la loro malattia, e del resto chi si reca in Scizia può constatare in che stato si trovino coloro che gli Sciti chiamano "Enarei".

106)                       Gli Sciti furono padroni dell'Asia per 28 anni e ridussero tutto in uno stato disastroso con le loro violenze e la loro incuria. Da un lato esigevano dai singoli i tributi che avevano ad essi imposto, dall'altro, indipendentemente dai tributi, percorrevano il paese saccheggiando tutto quello che trovavano. Ciassare e i Medi riuscirono a eliminarne un gran numero ospitandoli e facendoli ubriacare; in tal modo i Medi riottennero il loro predominio, assoggettarono le stesse popolazioni di prima ed espugnarono Ninive (in che modo lo spiegherò in un'altra parte del mio racconto), sottomettendo tutta l'Assiria a eccezione del territorio di Babilonia.

107)                       Più tardi Ciassare morì, dopo quaranta anni di regno, compresi quelli del predominio scita. Nel regno gli succedette il figlio Astiage. Astiage ebbe una figlia che chiamò Mandane; e una volta sognò che Mandane orinava con tanta abbondanza da sommergere la sua città e inondare l'Asia intera. Sottopose questa visione all'attenzione di quei Magi che interpretano i sogni e si spaventò molto quando essi gli spiegarono ogni particolare. Più avanti, quando Mandane fu in età da marito, non volle concederla in moglie a nessun pretendente medo, per degno che fosse: per la paura, sempre viva in lui, di quel sogno, la diede a un Persiano, che si chiamava Cambise: lo trovava di buona casata, di carattere tranquillo e lo giudicava molto al di sotto di un Medo di normale condizione.

108)                       Durante il primo anno di matrimonio di Cambise e Mandane, Astiage ebbe una seconda visione: sognò che dal sesso della figlia nasceva una vite e che la vite copriva l'Asia intera. Dopo questa visione e consultati gli interpreti, fece venire dalla Persia sua figlia, che era vicina al momento del parto, e quando arrivò la mise sotto sorveglianza, intenzionato a eliminare il bambino che lei avrebbe partorito. Perché i Magi interpreti dei sogni gli avevano spiegato, in base alla visione, che il figlio di Mandane avrebbe regnato al posto suo. Perciò Astiage prese tutte le precauzioni e quando Ciro nacque chiamò Arpago, un parente, il più fedele dei Medi e suo uomo di fiducia in ogni circostanza, e gli disse: "Arpago, bada di eseguire con grande attenzione l'incarico che ora ti affido e di non ingannarmi; se abbracci la causa di altri col tempo te ne dovrai pentire. Prendi il bambino partorito da Mandane, portalo a casa tua e uccidilo; poi fa sparire il cadavere come preferisci". E Arpago rispose: "Mio re, tu non vedesti mai nulla in me, io credo, che non ti fosse gradito e anche in avvenire starò bene attento a non commettere mai alcuna mancanza nei tuoi confronti. E se ora vuoi che questo sia fatto, è mio dovere per quanto dipende da me, servirti pienamente".

109)                       Dopo questa risposta gli fu consegnato il bambino, già avvolto nei panni funebri; Arpago si avviò verso casa piangendo. Quando vi giunse riferì a sua moglie tutte le parole di Astiage, ed essa gli chiese: "E tu ora che cosa hai intenzione di fare?" Le rispose: "Non certo di obbedire agli ordini di Astiage, neppure se sragionerà o se impazzirà peggio di quanto già ora deliri: non mi associerò al suo disegno e non eseguirò per lui un simile delitto. Non ucciderò il bambino per molte ragioni, perché è mio parente e perché Astiage è vecchio e non ha figli maschi; se dopo la morte di questo bambino il potere passerà a Mandane, di cui ora lui fa uccidere il figlio servendosi di me, cos'altro dovrò aspettarmi se non il più grave dei pericoli? Per la mia incolumità è necessario che questo bambino muoia, ma a ucciderlo dovrà essere uno di Astiage e non uno dei miei".

110)                       Disse così e immediatamente inviò un messo a un mandriano di Astiage che a quanto sapeva si trovava nei pascoli più adatti al suo disegno, su montagne popolate da numerose bestie feroci: si chiamava Mitradate e viveva con una donna, sua compagna di schiavitù, che si chiamava Spaco e il cui nome in greco suonerebbe Cino, dato che i Medi chiamano "spaco" appunto il cane. Le falde dei monti su cui questo mandriano pascolava il suo bestiame si trovano a nord di Ecbatana in direzione del Ponto Eusino; infatti la Media in questa direzione, verso i Saspiri, è assai montuosa, elevata e coperta di boscaglie, mentre il resto del paese è tutto pianeggiante. Il bovaro, dunque, convocato, si presentò con sollecitudine e Arpago gli disse: "Astiage ti ordina di prendere questo bambino e di andarlo a esporre sul più solitario dei monti affinché muoia al più presto. E mi ha ordinato di avvisarti che se non lo uccidi e in qualche maniera lo risparmi ti farà morire tra i più terribili supplizi. Io ho il compito di controllare che il bambino venga esposto".

111)                       Udito ciò il mandriano prese il bambino, se ne tornò indietro per la stessa strada e giunse al suo casolare. Per l'appunto anche sua moglie era in attesa di partorire un figlio da un giorno all'altro e, forse per opera di un dio, lo diede alla luce durante il viaggio in città del marito. Erano preoccupati entrambi, l'uno per l'altro, lui in apprensione per il parto della moglie, e lei perché non era cosa abituale che Arpago mandasse a chiamare suo marito. Quando lui ritornò, fu la moglie, come se avesse disperato di rivederlo, a chiedergli per prima per quale ragione Arpago lo avesse chiamato con tanta fretta. E lui rispose: "Moglie mia, sono andato in città e ho visto e udito cose che vorrei non aver visto e che non fossero mai accadute ai nostri padroni: tutta la casa di Arpago era in preda al pianto e io vi entrai sconvolto. Appena dentro ti vedo un neonato, lì in terra, che si agita e piange con indosso un vestitino ricamato e ornamenti d'oro. Arpago come mi vede mi ordina di prendere il bambino, di portarlo via con me e di andarlo poi a esporre sulle montagne più infestate dalle fiere, dicendo che questi sono ordini di Astiage e aggiungendo molte minacce nel caso io non li esegua. E io l'ho preso con me credendo che fosse figlio di qualche servo. Non potevo immaginare da chi era nato. Ma mi sembravano un po' strani quegli ornamenti d'oro e quei tessuti preziosi e il pianto generale che regnava nella casa di Arpago. Più avanti lungo la strada vengo a sapere tutta la verità dal servo incaricato di accompagnarmi fuori le mura e di consegnarmi il neonato: è il bambino di Mandane, la figlia di Astiage, e di Cambise, figlio di Ciro, e Astiage ordina di ucciderlo! Ora eccolo qua".

112)                       Il mandriano diceva queste parole e intanto svolgeva il fagotto per mostrare il bambino. Quando lei vide il neonato così sano e bello, scoppiò a piangere e afferrando le ginocchia del marito lo scongiurava di non esporlo, in nessuna maniera. Ma lui sosteneva di non poter fare altrimenti; sarebbero venuti degli spioni di Arpago a controllare, e lui sarebbe stato condannato a una morte orribile se non avesse eseguito gli ordini. Non riuscendo a persuadere il marito la donna tentò una seconda strada e gli disse: "Visto che non riesco a persuaderti a non esporlo, tu almeno fai come ti dico io, se proprio è assolutamente inevitabile che la si veda esposta, questa creatura: devi sapere che anch'io ho partorito, ma ho dato alla luce un bambino morto; prendilo ed esponilo e noi invece alleviamoci il nipotino di Astiage come se fosse nostro. In questo modo non si accorgeranno della tua colpa verso i padroni e noi non avremo preso una brutta decisione: il nostro bambino morto avrà una sepoltura da re e l'altro non perderà la vita".

113)                       Al mandriano parve assai saggia in quella circostanza la proposta della moglie e immediatamente la mise in opera. Affidò alla moglie il bambino che aveva portato con sé per ucciderlo, quindi prese il cadaverino del proprio figlio e lo pose nel cesto dentro cui aveva trasportato l'altro; lo vestì con gli arredi regali, lo portò sul più solitario dei monti e ve lo lasciò. Due giorni dopo l'esposizione del bambino, il mandriano tornò in città dopo aver lasciato lassù di guardia uno dei suoi aiutanti; si recò in casa di Arpago e si dichiarò pronto a mostrare il corpo senza vita del neonato. Arpago mandò le più fedeli delle sue guardie del corpo a constatare per lui il fatto: ma quello che seppellirono fu il figlioletto del mandriano. E così mentre l'uno fu seppellito, la moglie del pastore tenne con sé l'altro, che più tardi fu chiamato Ciro e lo allevò, dandogli un altro nome e non quello di Ciro.

114)                       Quando il ragazzo aveva dieci anni si verificò un episodio che rivelò la sua identità: giocava nel villaggio dove erano anche gli stazzi del bestiame, giocava per strada con dei coetanei; e giocando i bambini lo avevano eletto loro re, lui che per tutti era "il figlio del mandriano". E lui distribuiva le mansioni: voi dovete costruirmi un palazzo, voi essere le mie guardie; tu sarai "l'occhio del re", a te tocca l'incarico di portare i messaggi: insomma a ognuno assegnava il suo compito. Ma uno dei bambini che giocavano con lui era il figlio di Artembare, uomo di grande prestigio fra i Medi, e non volle obbedire agli ordini di Ciro; allora Ciro comandò agli altri ragazzi di arrestarlo e, quando essi ebbero obbedito, punì assai duramente il ribelle facendolo fustigare. Appena lasciato libero, il ragazzo, ancora più infuriato al pensiero di aver subito un trattamento indegno della sua condizione, si recò in città a lamentarsi col padre dell'affronto ricevuto da Ciro, naturalmente non parlando di Ciro (non poteva essere questo il nome) ma del "figlio del mandriano" di Astiage. Artembare, adirato com'era, si recò da Astiage conducendo con sé il figlioletto e si lamentò di aver subito dei mostruosi oltraggi: "Signore, - disse - ecco la violenza insolente che abbiamo patito da parte di un tuo servo, dal figlio di un bovaro"; e mostrava la schiena del figlio.

115)                       Astiage udì e vide; e desiderando vendicare il bambino per riguardo ad Artembare, fece chiamare il mandriano e il suo ragazzo. Quando furono entrambi presenti, Astiage, guardando in faccia Ciro, disse: "Dunque tu, che sei figlio di un pover'uomo, hai osato trattare così ignominiosamente il figlio di un uomo che è il primo nella mia corte?" E il ragazzo rispose: "Signore, quello che gli ho fatto è stato secondo giustizia: i ragazzi del villaggio, lui compreso, mentre giocavamo mi elessero loro re ritenendomi il più adatto a questo titolo. Ora, tutti gli altri bambini eseguivano i miei ordini, lui invece non li voleva ascoltare e non ne teneva il minimo conto, fino a quando ha avuto la giusta punizione. Se dunque, per questo, mi merito un castigo, sono qui a tua disposizione".

116)                       Mentre il bambino dava questa risposta poco per volta Astiage lo riconosceva: gli pareva che i lineamenti del viso fossero molto simili ai propri, troppo libero il tono della risposta; e anche l'epoca dell'esposizione corrispondeva all'età del ragazzo. Impressionato da questi particolari, per un po' rimase senza parola; poi, ripresosi a stento, aprì bocca per congedare Artembare e per poter interrogare da solo a solo il mandriano: "Artembare - disse - agirò in maniera che tu e tuo figlio non possiate lamentarvi". Mandò via Artembare e diede ordine ai servi di condurre Ciro in un'altra stanza. Quando il mandriano rimase solo, Astiage gli chiese dove avesse trovato quel bambino e chi glielo avesse consegnato. Rispose che era figlio suo e che la donna che lo aveva dato alla luce viveva ancora con lui. Ma Astiage ribatté che non era una buona idea quella di candidarsi ad atroci supplizi, e intanto faceva cenno alle guardie di arrestarlo; mentre veniva condotto alla tortura confessò ogni cosa. A cominciare dall'inizio raccontò tutto per filo e per segno e giunse infine a pregare e a implorare il perdono.

117)                       Dopo che il mandriano gli ebbe rivelato la verità, Astiage non si curò più di lui: ormai era enormemente adirato con Arpago e ordinò alle sue guardie di andarlo a chiamare. Quando Arpago fu al suo cospetto, Astiage gli chiese: "Arpago, che sorte hai riservato al bambino che ti consegnai, e che era nato da mia figlia?" E Arpago, vedendo lì nella sala il mandriano, non tentò più la via della menzogna, per non correre il rischio di venire smentito e disse: "Mio re, appena ebbi in mano il bambino studiai come regolarmi secondo la tua volontà e nello stesso tempo non risultare colpevole verso di te, non essere un omicida agli occhi di tua figlia e ai tuoi. Decisi di agire così: chiamai il mandriano qui presente e gli consegnai il neonato, dicendogli che eri tu a ordinare di ucciderlo; e con queste parole io non mentivo perché proprio tu avevi dato quelle disposizioni. Glielo consegnai precisando che doveva esporlo su di un monte deserto e restare lì di guardia fino a quando fosse morto, e aggiunsi le più varie minacce nel caso che non eseguisse gli ordini. Quest'uomo eseguì quanto gli era stato comandato e il bambino morì, allora io mandai i più fedeli dei miei eunuchi e attraverso di loro constatai l'accaduto e feci seppellire il neonato. Ecco come andarono le cose, mio signore, e questa è la sorte che toccò al bambino".

118)                       Arpago quindi disse tutta la verità e Astiage, nascondendo la rabbia che lo divorava per quanto era successo, per prima cosa ripeté ad Arpago la versione dei fatti come l'aveva appresa dal mandriano; poi alla fine del racconto disse che il bambino era vivo e che era bene che tutto fosse finito così. "Ero molto addolorato - disse - al pensiero di ciò che avevo fatto a questo bambino e mi pesava il rancore di mia figlia. Ora visto che tutto è andato per il meglio, manda qui tuo figlio presso il ragazzo appena arrivato e poi, visto che ho intenzione di offrire un sacrificio di ringraziamento per l'avvenuta salvezza agli dei cui spetta questo onore, vieni a cena da me".

119)                       Udito ciò Arpago si prosternò e si avviò verso casa contento che la sua colpa avesse avuto un esito positivo e di essere stato invitato a cena con tanti buoni auspici. Appena entrò in casa si affrettò a inviare a corte il proprio unico figlio, che aveva circa tredici anni, ordinandogli di andare da Astiage e di fare tutto quello che lui comandasse. Poi, tutto lieto, andò a raccontare alla moglie quanto era accaduto. Ma Astiage, quando il figlio di Arpago fu da lui, lo uccise, lo squartò in tanti pezzi e ne fece cucinare le carni una parte lessate e una parte arrosto e le tenne pronte. Venne l'ora della cena: si presentarono tutti i convitati fra i quali Arpago. Davanti agli altri e allo stesso Astiage furono imbandite mense ricolme di carne di montone, invece ad Arpago furono servite tutte le carni del figlio, tranne la testa e le mani e i piedi, che stavano a parte celate in un canestro. Quando Arpago si sentì sazio di cibo, Astiage gli domandò se le portate erano state di suo gusto e Arpago rispose che gli erano piaciute molto; allora dei servi, precedentemente istruiti, gli misero davanti la testa, le mani e i piedi del ragazzo ancora coperte e standogli di fronte lo invitarono a scoperchiare il piatto e a servirsi liberamente. Arpago obbedì, scoperchiò il piatto, vide i resti del figlio: li vide, ma rimase impassibile e riuscì a dominarsi. Astiage gli chiese se riconosceva l'animale delle cui carni si era cibato e lui rispose che lo riconosceva e che per lui andava bene ogni cosa che il re facesse. Dopo aver così risposto, raccolse i resti delle carni e se ne tornò a casa. E lì, credo, li ricompose e seppellì.

120)                       E questa fu la punizione che Astiage inflisse ad Arpago. Nei confronti di Ciro, rifletté un po' e poi mandò a chiamare gli stessi Magi che a suo tempo gli avevano interpretato il sogno; quando furono davanti a lui, Astiage chiese loro di ripetergli la spiegazione della visione, ed essi ribadirono che il bambino era destinato a regnare se fosse rimasto in vita e non fosse morto prima. Il re ribatté: "Il bambino c'è ed è vivo e mentre viveva in campagna i bambini del suo villaggio lo hanno eletto re: lui si è comportato esattamente come un vero sovrano: ha creato guardie del corpo, custodi delle porte, messaggeri e tutto il resto, e ha regnato. E ora tutto questo, secondo voi, a che cosa porta?" I Magi risposero: "Se il ragazzo è vivo e ha regnato senza un disegno predisposto, allora per quanto lo riguarda puoi stare tranquillo e rallegrarti: non regnerà una seconda volta. Infatti è già successo che alcuni dei nostri vaticinii si siano risolti in poca cosa e che il contenuto dei sogni abbia perso ogni sua consistenza". E Astiage concluse: "Anch'io, Magi, sono quasi del tutto convinto che il sogno si è già realizzato: questo bambino ha già ricevuto il titolo di re, e dunque non rappresenta più per me un pericolo. Tuttavia esaminate per bene la questione e aiutatemi a prendere una decisione che garantisca la massima sicurezza per la mia casa e per voi stessi". Al che i Magi risposero: "Sovrano, anche per noi è molto importante che il potere rimanga ben saldo nelle tue mani, perché se passa a questo ragazzo, che è Persiano, cade nelle mani di un'altra nazione e noi che, siamo Medi, diventeremo schiavi e non godremo del minimo prestigio presso i Persiani, essendo stranieri. Se invece rimani re tu, che sei nostro concittadino, abbiamo anche noi la nostra parte di potere e riceviamo da te grandi onori. Perciò è assolutamente nostro interesse vegliare su di te e sul tuo regno; e ora, se vedessimo qualche motivo per avere paura, te ne avviseremmo senz'altro. Ma ora, poiché il sogno si è risolto in una cosa da nulla, da parte nostra abbiamo fiducia e ti consigliamo di fare altrettanto. Questo ragazzo mandalo lontano dai tuoi occhi, fra i Persiani, dai suoi genitori".

121)                       Astiage fu lieto di udire questo consiglio, fece chiamare Ciro e gli disse: "Ragazzo, io sono stato ingiusto con te a causa di un sogno risultato vano, e tu sei vivo perché così ha voluto il tuo destino. Ora sii contento di andare fra i Persiani; io ti farò scortare fino là. Là troverai un padre e una madre ben diversi da Mitradate, il bovaro, e da sua moglie".

122)                       Così disse e congedò Ciro. Ad accogliere Ciro di ritorno nella casa di Cambise c'erano i suoi genitori i quali, quando seppero chi era, lo salutarono con grande affetto, perché lo credevano morto subito a suo tempo; e continuavano a chiedergli come fosse riuscito a salvarsi. E lui raccontò che fino a poco prima era vissuto nell'errore ignorando ogni cosa e che solo lungo il viaggio era venuto a conoscenza di tutte le sue vicissitudini; si era sempre creduto figlio di un mandriano di Astiage, invece, dopo la partenza da Ecbatana, aveva appreso tutta la verità dai suoi accompagnatori. Raccontò di essere stato allevato dalla moglie del mandriano e non smetteva di profondersi in lodi nei suoi confronti: e in tutti i suoi discorsi non parlava che di Cino. I genitori tennero a mente questo nome e, per dare agli occhi dei Persiani una coloritura miracolosa alla avvenuta salvezza del fanciullo, misero in giro la voce che Ciro, esposto, era stato allevato da una cagna. Di qui ebbe origine questa leggenda.

123)                       Poi Ciro si fece adulto ed era il più coraggioso fra i suoi coetanei e il più benvoluto. Arpago faceva di tutto per ingraziarselo mandandogli doni, desideroso com'era di vendicarsi di Astiage: non vedeva come da solo, essendo un comune cittadino, avrebbe potuto vendicarsi, ma vedeva Ciro crescere e cercava di farselo alleato, paragonando i gravi torti da entrambi subiti. Già prima si era dato da fare in questo senso: sfruttando il comportamento odioso di Astiage nei confronti dei Medi, Arpago, avvicinando ciascuno dei maggiorenti medi, tentava di convincerli che occorreva deporre Astiage e offrire il regno a Ciro. Compiute queste manovre, quando si sentì pronto, Arpago volle esporre il suo piano a Ciro, il quale però viveva in Persia; le strade erano sotto controllo e perciò, in mancanza di altre soluzioni, ricorse a un espediente. Si servì di una lepre alla quale aprì il ventre senza rovinarne il pelo, ma lasciandolo intatto; nel ventre nascose un messaggio in cui descriveva il suo piano; ricucì il ventre della lepre che consegnò, insieme con una rete, come se fosse un cacciatore, al più fidato dei suoi servitori; lo inviò in Persia con l'ordine di consegnare la lepre a Ciro personalmente e di invitarlo a sventrare la bestia di sua mano e quando nessuno fosse presente.

124)                       Così dunque fu fatto e Ciro, avuta la lepre, la squarciò; vi trovò dentro la lettera, la prese e la lesse. Il contenuto del messaggio suonava così: "Figlio di Cambise, gli dei ti guardano con favore, altrimenti non saresti mai giunto a tanta fortuna; e allora vendicati di Astiage, il tuo assassino: se fosse dipeso dai suoi desideri tu saresti morto, se sei vivo lo devi agli dei e a me. Credo che tu sia a conoscenza ormai da un pezzo di quello che hanno fatto a te e di quello che ho subito io da parte di Astiage, per non averti ucciso ma consegnato al mandriano. Tu dunque, se mi darai ascolto, potrai regnare su tutta la terra su cui ora regna Astiage. Convinci i Persiani a ribellarsi e marcia contro la Media. E se io sarò nominato da Astiage generale in capo contro di te, tutto ciò che vorrai è già tuo. E così sarà pure se viene designato un altro dei Medi più illustri. Essi saranno i primi a ribellarsi ad Astiage e a passare dalla tua parte e faranno di tutto per abbatterlo. Considera che tutto qui è pronto e agisci, ma agisci in fretta".

125)                       Apprese queste notizie, Ciro pensò al modo più accorto per convincere i Persiani alla rivolta e riflettendo trovò il più opportuno e lo mise in opera: scrisse quanto serviva al suo scopo in una lettera e convocò una assemblea dei Persiani. Quindi aprì la lettera e scorrendola dichiarò che Astiage lo nominava capo dei Persiani: "Ora, Persiani, - disse - vi invito a presentarvi qui ciascuno con una falce". Proprio questo fu l'ordine di Ciro. Le tribù persiane sono numerose; Ciro convocò e indusse a ribellarsi ai Medi solo quelle a cui fanno capo poi tutti i Persiani: Pasargadi, Marafi e Maspi. Fra questi i più nobili sono i Pasargadi, ai quali appartiene anche la famiglia degli Achemenidi, da dove provengono i re discendenti di Perseo. Altri Persiani sono i Pantialei, i Derusiei, i Germani; si tratta di tribù tutte dedite all'agricoltura, le rimanenti invece sono nomadi: i Dai, i Mardi, i Dropici, i Sagarti.

126)                       Quando furono tutti presenti con in mano la falce, allora Ciro ordinò loro di andare a falciare prima di sera un terreno che si trovava lì in Persia, tutto coperto di sterpi ed esteso per un quadrato di 18 o 20 stadi di lato. I Persiani compirono la fatica ordinata e Ciro diede loro una seconda disposizione: dovevano presentarsi la mattina seguente dopo aver fatto il bagno. Nel frattempo Ciro radunò tutte le greggi di capre e di pecore e tutte le mandrie di suo padre, le fece macellare e cucinare, pronto ad ospitare la massa di Persiani, e vi aggiunse vino e cibarie, tra i più squisiti. La mattina dopo Ciro sistemò su di un prato i Persiani venuti e offrì loro un grande banchetto. Quando ebbero finito di mangiare Ciro domandò se preferivano il trattamento attuale o quello del giorno prima. Ed essi risposero che c'era una gran bella differenza: il giorno prima gli erano toccati solo guai, al presente invece solo cose belle. Ciro colse al volo queste parole e, manifestando la sua intenzione, disse: "Persiani, dipende proprio da voi: se volete darmi ascolto vi attendono questi e molti altri piaceri e non conoscerete più fatiche da schiavi; se invece non volete obbedirmi vi attendono innumerevoli fatiche pari a quella di ieri. Seguite me, dunque, e sarete liberi. Io credo di essere nato col divino soccorso della sorte per condurre con le mie mani questa impresa e ritengo che voi siate uomini per nulla inferiori ai Medi, né in guerra né in nessun altro campo. Questa è la realtà dei fatti e ora voi ribellatevi contro Astiage al più presto".

127)                       I Persiani, avendo trovato un capo, furono ben lieti di lottare per la libertà: già da tempo non tolleravano più di essere comandati dai Medi. Astiage, come seppe dei preparativi di Ciro, mandò un messaggero a convocarlo, ma Ciro ordinò al messaggero di riferire ad Astiage che sarebbe arrivato da lui prima di quando Astiage stesso avrebbe desiderato. Udita tale risposta, Astiage mise in armi tutti i Medi e nominò loro comandante Arpago, dimenticando, quasi fosse accecato da un dio, tutto il male che gli aveva fatto. Quando i Medi scesero in campo e si scontrarono con i Persiani, alcuni di loro combatterono, quanti non erano a parte della congiura, altri passarono dalla parte dei Persiani, i più scelsero la strada della viltà e si dispersero.

128)                       Non appena Astiage venne a sapere che l'esercito medo si era vergognosamente dissolto, esclamò con tono di minaccia per Ciro: "Nonostante tutto Ciro non potrà rallegrarsene!" Disse così e per prima cosa fece impalare quei Magi interpreti di sogni che gli avevano consigliato di risparmiare Ciro, poi armò tutti i Medi rimasti in città, giovani e vecchi. Li guidò fuori delle mura e con loro attaccò i Persiani, ma fu sconfitto: Astiage stesso fu catturato e perse i Medi che aveva fatto scendere in campo.

129)                       Allora Arpago piazzatosi di fronte ad Astiage, ormai prigioniero, lo derideva e lo beffeggiava, con parole che potessero ferirgli il cuore: in particolare, in cambio del banchetto che gli aveva offerto con le carni del figlio, gli chiedeva come trovasse la schiavitù dopo essere stato re. Astiage guardandolo in faccia gli domandò se considerava opera sua l'impresa di Ciro; al che Arpago rispose che era stato lui a scrivere a Ciro, e che quindi riteneva a ragione opera sua quell'impresa. Allora Astiage gli dimostrò a rigor di logica che era l'uomo più imbecille e più colpevole del mondo: il più imbecille perché potendo diventare re lui stesso, se tutto davvero era accaduto grazie a lui, aveva rimesso il potere nelle mani di un altro; e il più colpevole perché a causa di una cena aveva reso schiavi i Medi: se proprio doveva affidare a qualcun altro il regno e non tenerlo nelle proprie mani sarebbe stato più giusto trasmetterlo a un Medo e non a un Persiano; ora invece i Medi senza averne alcuna colpa da padroni erano diventati schiavi, mentre i Persiani, che prima erano schiavi dei Medi, erano diventati ora i loro padroni.

130)                       Astiage dunque fu spodestato dal trono dopo 35 anni di regno e i Medi, a causa della sua crudeltà, piegarono il capo davanti ai Persiani; essi avevano mantenuto per 128 anni la sovranità sui territori asiatici dell'alto corso dell'Alis meno il periodo del predominio scita. Molto più tardi si pentirono del loro antico comportamento e insorsero contro Dario; ma dopo essersi ribellati, conobbero la sconfitta sul campo e vennero nuovamente assoggettati. I Persiani e Ciro, sollevatisi contro i Medi al tempo di Astiage, furono da allora i padroni dell'Asia. Ciro non si accanì ulteriormente contro Astiage e lo tenne presso di sé fino a quando morì. Così Ciro nacque e fu allevato e così ottenne il regno: in seguito, come ho già raccontato, sottomise Creso, che aveva dato lui l'avvio alle ingiustizie; e quando lo ebbe sottomesso estese la propria egemonia su tutta l'Asia.

131)                       Io so per averlo constatato di persona che presso i Persiani sono in vigore le seguenti usanze: non è loro consuetudine erigere statue degli dei o templi o altari e anzi accusano di stoltezza quanti lo fanno; a mio parere ciò si spiega perché non hanno mai pensato, come i Greci, che gli dei abbiano figura umana. Essi di solito offrono sacrifici a Zeus salendo sulle montagne più alte; e chiamano Zeus l'intera volta del cielo. Sacrificano al sole, alla luna, alla terra, al fuoco, all'acqua e ai venti. Queste sono le sole divinità cui dedicano offerte fin dalle origini; più tardi hanno appreso dagli Assiri e dagli Arabi a compiere sacrifici anche a Urania. Gli Assiri chiamano questa dea Afrodite Militta, gli Arabi la chiamano Alilàt e i Persiani Mitra.

132)                       Ed ecco come si svolge presso i Persiani il rito di sacrificio agli dei or ora ricordati: quando devono fare la loro offerta non costruiscono altari e non accendono il fuoco; non praticano la libagione, non usano flauti, né bende sacre né grani d'orzo salati. Chi voglia compiere sacrifici a uno di quegli dei conduce la vittima in un luogo puro, si lega intorno alla tiara una coroncina, di mirto per lo più, e invoca il dio. Non è lecito pregando chiedere vantaggi per sé personalmente: chi invoca del bene lo fa per tutti i Persiani e per il re; lui stesso ovviamente risulta compreso fra tutti i Persiani. Quando poi ha tagliato a pezzetti le carni della vittima e le ha bollite, le depone tutte su un tappeto d'erba la più tenera possibile (per lo più trifoglio) da lui precedentemente preparato; dopo che le ha ben sistemate, un Mago lì presente canta una teogonia, come essi stessi definiscono la formula dell'invocazione; si noti che essi non compiono mai un sacrificio se non è presente un Mago. Il sacrificante si trattiene un po' di tempo: quindi si riporta via le carni che usa poi come meglio gli aggrada.

133)                       Fra tutti i giorni dell'anno è loro costume onorare particolarmente quello del compleanno: in questa circostanza ritengono giusto mangiare con più abbondanza che negli altri giorni: i più benestanti si fanno servire un vitello, un cavallo, un cammello e un asino cotti al forno tutti interi: i poveri, invece, si cucinano animali domestici di taglia minore. In generale non hanno molti piatti principali, ma usano molto i contorni, distribuiti per tutto il pasto; per questo i Persiani dicono che i Greci hanno ancora appetito quando smettono di mangiare, perché non si fanno servire dopo il pranzo nessuna leccornia: altrimenti, aggiungono, non smetterebbero di mangiare. Per il vino i Persiani hanno una vera passione. A loro è vietato vomitare e orinare di fronte ad altri; e rispettano accuratamente questa norma, ma hanno l'abitudine di discutere le questioni più serie in stato di ubriachezza; le decisioni eventualmente prese vengono riproposte il giorno seguente, da sobri, dal padrone della casa in cui si trovano a discutere: se le approvano anche da sobri le confermano altrimenti le lasciano cadere. Se la prima decisione avviene quando sono lucidi, la ridiscutono da ubriachi.

134)                       Quando due Persiani si incontrano per strada allora si può stabilire se sono di pari condizione: infatti in questo caso invece di salutarsi, si baciano sulla bocca; se però uno dei due è di condizione appena inferiore, si baciano sulle guance; se il divario di rango è notevole allora l'inferiore si getta ai piedi dell'altro e si prosterna. Dopo se stessi, fra tutti stimano in primo luogo i popoli insediati più vicini a loro, poi quelli subito oltre e così via, proporzionando la stima alla distanza: si considerano da ogni punto di vista gli uomini migliori, mentre gli altri, pensano, si attengono alla virtù in misura inversamente proporzionale: e perciò quelli che abitano più lontano da loro sarebbero i peggiori. All'epoca della sovranità dei Medi esisteva un criterio gerarchico fra le varie popolazioni: i Medi dominavano su tutti i popoli e in particolare sui più vicini; questi a loro volta sui propri confinanti e così via; è lo stesso criterio in base al quale i Persiani attribuiscono la loro stima: ogni popolazione prevaleva sull'altra dominandola ed esercitando su di essa un diritto di tutela.

135)                       Quello persiano è il popolo più di ogni altro disposto ad accogliere usanze straniere: tanto è vero che indossano vestiti medi, trovandoli più belli dei propri, e in guerra portano corazze egiziane. Quando vengono a sapere di qualche usanza piacevole, da qualunque parte provenga, subito la adottano: per esempio hanno imparato dai Greci a praticare l'amore con gli adolescenti. Ogni Persiano può sposare legalmente molte donne e ancora più numerose sono le concubine che si procura.

136)                       Dimostra una autentica virtù virile chi, oltre ad essere un buon combattente, mette al mondo molti figli. Annualmente il re invia un premio a chi ne ha messi al mondo di più; si ritiene che il numero sia forza. Ai loro bambini, da quando hanno cinque anni fino ai venti, insegnano tre sole cose: cavalcare, tirare con l'arco e dire la verità. Prima dei cinque anni il bambino non si presenta mai al cospetto del padre ma vive assieme alle donne. Fanno questo perché, se il bambino muore nel periodo dell'allevamento, il padre non ne debba soffrire.

137)                       Io approvo questa usanza e ne approvo anche un'altra: per una sola colpa neppure il re può mettere a morte qualcuno; e nessun altro Persiano può recare un danno irreparabile a uno dei suoi schiavi per una sola colpa; solo quando si è ben riflettuto e si è stabilito che i torti sono più numerosi e più rilevanti dei servigi, allora si lascia libero campo alla collera. Sostengono che nessuno ancora ha ucciso il proprio padre o la propria madre: esaminando tutti i casi di questo tipo già verificatisi, si giungerebbe inevitabilmente a concludere che gli assassini erano figli supposti o adulterini; essi ritengono inverosimile che un autentico genitore possa morire per mano del proprio figlio.

138)                       Presso i Persiani delle cose che non è lecito fare non è lecito neppure parlare. La cosa più vergognosa è considerata la menzogna; secondariamente avere debiti, e ciò per molte e svariate ragioni ma soprattutto perché chi ha un debito, dicono, necessariamente si troverà anche a mentire. Il cittadino colpito dalla lebbra o dal morbo bianco si tiene lontano dalla città ed evita il contatto con gli altri Persiani. Secondo loro soffre di queste malattie chi ha commesso una colpa nei confronti del Sole. Scacciano dal paese ogni straniero affetto da tali piaghe e molti pure le colombe bianche, adducendo la medesima ragione. Evitano di orinare e di sputare in un fiume e neppure vi si sciacquano le mani o permettono che un altro lo faccia; per i fiumi hanno un enorme rispetto religioso.

139)                       Ed ecco un'altra particolarità, sfuggita agli stessi Persiani ma non a noi: i loro nomi, che sono adeguati alle qualità fisiche e a una idea di magnificenza, finiscono tutti con la stessa lettera, quella chiamata "san" dai Dori e "sigma" dagli Ioni. Se si indaga in questo senso, si trova che i nomi dei Persiani terminano tutti nella stessa maniera, senza eccezioni.

140)                       Tutte queste notizie posso fornirle con assoluta sicurezza, perché mi derivano da personale esperienza. Invece quanto si dice circa il trattamento dei cadaveri è avvolto in un alone di mistero e non è certo: pare che il cadavere di un Persiano non venga seppellito prima di essere stato straziato da un cane o da un uccello; so con certezza che almeno i Magi si comportano così, perché lo fanno apertamente. Comunque i Persiani cospargono di cera il cadavere e lo inumano. I Magi sono molto diversi dagli altri uomini e in particolare dai sacerdoti egiziani; questi infatti ritengono empietà uccidere degli esseri viventi, tranne quelli destinati al sacrificio rituale, invece i Magi uccidono con le loro mani qualsiasi animale tranne il cane e l'uomo e lo fanno con grande impegno eliminando indistintamente formiche e serpenti e altri animali terrestri o volatili. Ma lasciamo pure questa usanza come stava quando ebbe origine e riprendiamo il filo del nostro racconto.

141)                       Gli Ioni e gli Eoli, non appena i Lidi furono sottomessi dai Persiani, mandarono a Sardi dei messaggeri, presso Ciro: desideravano essere sudditi di Ciro alle stesse condizioni di cui godevano sotto Creso. Ciro ascoltò le loro proposte; poi cominciò a raccontare un aneddoto: narrò di un suonatore di flauto che aveva visto in mare dei pesci e che suonava il suo flauto convinto di attirarli verso la terra ferma: deluso nelle sue speranze prese una rete, la lanciò, trascinò a riva una grande quantità di pesci; e guardandoli guizzare disse loro: "Smettetela di danzare: quando io suonavo il flauto non siete mica voluti uscir fuori a ballare!" Ciro raccontò questo aneddoto agli Ioni e agli Eoli perché gli Ioni, tempo prima, invitati da Ciro a ribellarsi contro Creso, non lo avevano ascoltato, mentre allora, a cose fatte, erano pronti a seguirlo. Chiaramente Ciro rispose in questo modo perché serbava rancore. Quando gli Ioni udirono la risposta riferita nelle varie città, tutti fortificarono le proprie mura e si riunirono a Panionio; tutti tranne i Milesi, i soli con cui Ciro aveva stipulato un accordo alle stesse condizioni di Creso. Gli altri decisero di comune accordo di mandare messaggeri a Sparta con una richiesta di soccorso.

142)                       Questi Ioni, quelli a cui appartiene il Panionio, di tutti gli uomini a nostra conoscenza sono quelli che hanno edificato le loro città nei luoghi migliori del mondo per bellezza di cielo e condizioni climatiche; a nord e a sud della Ionia , come a oriente e a occidente, la situazione è assai differente: più a nord c'è la morsa del freddo e della pioggia, più a sud del caldo e della siccità. Questi Ioni non parlano la stessa lingua, bensì quattro varietà di dialetto. Mileto è la città più meridionale, poi vengono Miunte e Priene: tutte si trovano nella Caria e adoperano lo stesso dialetto. In Lidia si trovano Efeso, Colofone, Lebedo, Teo, Clazomene e Focea, che non si servono dello stesso dialetto delle città sopra nominate, ma che usano fra loro la stessa parlata. Restano ancora tre città ioniche, di cui due situate su isole, Samo e Chio, e la terza, Eritre, sul continente. A Chio e a Eritre parlano lo stesso dialetto, i Sami invece ne usano uno proprio. Ed ecco quindi i quattro diversi caratteri linguistici.

143)                       Fra gli Ioni i Milesi non avevano motivo di preoccupazione grazie all'accordo stipulato con Ciro e quelli delle isole stavano tranquilli perché i Fenici non erano sudditi dei Persiani e perché i Persiani non erano marinai. Gli Ioni d'Asia si separarono dagli altri Ioni per una semplice ragione; se già tutta la gente greca era in una condizione di debolezza, gli Ioni costituivano, fra tutti, il gruppo più debole e il meno importante: e infatti, se si esclude Atene, non c'era nessuna città degna di nota. Perciò gli altri di quel ceppo e gli Ateniesi non gradivano l'appellativo di Ioni e cercavano di evitarlo; e mi pare che ancora adesso molti di loro si vergognino di tale denominazione. Invece queste dodici città ne erano orgogliose e si costruirono un santuario riservato a loro che chiamarono Pan-Ionio; e decisero di non consentire l'accesso al tempio a nessuna altra gente ionica (del resto mai nessuno chiese di accedervi, ad eccezione degli abitanti di Smirne).

144)                       Allo stesso modo i Dori dell'attuale territorio della Pentapoli, lo stesso che una volta si chiamava Esapoli, si guardano bene dall'accettare nel loro santuario Triopico gli altri Dori confinanti, anzi da sempre escludono da ogni partecipazione al tempio anche quelli di loro che ne abbiano violato le regole. Ai giochi in onore di Apollo Triopio avevano posto anticamente come premio per i vincitori dei tripodi di bronzo, che però non potevano essere portati via da chi se li fosse guadagnati, ma dovevano essere dedicati al dio, lì sul posto. Una volta accadde che un uomo di Alicarnasso, di nome Agasicle, dopo aver vinto non rispettò la norma: si portò via il tripode e lo fissò al muro di casa sua. Per questa ragione le cinque città, cioè Lindo, Ialiso, Camiro, Cos, e Cnido, vietarono l'accesso al tempio a tutti gli abitanti di Alicarnasso, sesta città dell'Esapoli. Tale fu il castigo che imposero loro.

145)                       A mio parere gli Ioni formarono dodici città e non vollero aggiungerne altre perché anche prima, quando vivevano nel Peloponneso, erano divisi in dodici regioni, esattamente come adesso il territorio degli Achei, che a suo tempo scacciarono gli Ioni, è suddiviso in dodici parti: Pellene è la prima, a partire da Sicione, poi Egira ed Ege, in cui scorre il Crati, dal flusso perenne e dal quale ha preso nome l'omonimo fiume italiano, poi Bura ed Elice, in cui ripararono gli Ioni sconfitti in battaglia dagli Achei; poi ancora Egio, Ripe, Patre, Fare, Oleno, in cui scorre il grande fiume Piro, nonché Dime e Tritea, l'unica città situata nell'interno. Questi sono i dodici distretti degli Achei, che una volta appartenevano agli Ioni.

146)                       Ed ecco perché anche gli Ioni d'Asia costruirono dodici città: è una grande sciocchezza definire costoro più Ioni degli altri Ioni o di nascita più elevata: una parte non piccola di loro sono Abanti, provenienti dall'Eubea, che non hanno niente a che vedere con gli Ioni, neppure per il nome; e inoltre a loro si sono mescolati dei Mini di Orcomeno, dei Cadmei, dei Driopi, dei Focesi dissidenti; e Molossi, Pelasgi d'Arcadia, Dori di Epidauro e molte altre popolazioni. Quelli partiti dal Pritaneo di Atene, che ritenevano di essere i più nobili fra gli Ioni, non portarono con sé le donne nella nuova colonia, ma si procurarono mogli in Caria, uccidendone i padri. A causa di questo delitto tali donne si imposero come regola con tanto di giuramento, e la trasmisero alle figlie, di non mangiare mai in compagnia dei mariti e di non chiamarli mai per nome; e ciò perché avevano ucciso i loro padri e mariti e figli e, dopo, se le erano sposate. Questo è quanto avvenne a Mileto.

147)                       Come re una parte degli Ioni d'Asia si scelse i Lici discendenti di Glauco figlio di Ippoloco, una parte i Cauconi di Pilo discendenti di Codro figlio di Melanto, e altri si scelsero re di entrambe le stirpi. E visto che sono tanto affezionati al loro nome, più di tutti gli altri Ioni, consideriamoli dunque gli Ioni puri. In realtà sono Ioni tutti quelli che vengono da Atene e che celebrano la festa delle Apaturie; la celebrano tutti tranne gli abitanti di Efeso e di Colofone, gli unici a non celebrarla col pretesto di un omicidio.

148)                       Il Panionio è un luogo sacro di Micale, rivolto verso nord e dedicato per comune accordo dagli Ioni a Posidone Eliconio. Micale è un promontorio del continente che si stende verso occidente in direzione dell'isola di Samo, sul quale gli Ioni delle varie città si radunavano per celebrare la loro festa, chiamata Panionie. Non solo le feste degli Ioni, ma proprio tutte le feste della Grecia intera hanno un nome terminante con la medesima lettera, come succede per i nomi dei Persiani.

149)                       Queste sono le città ioniche; le eoliche sono Cuma, detta anche Friconide, Larissa, Neontichos, Temno, Cilla, Nozio, Egiroessa, Pitane, Egee, Mirina, Grinia: ecco le undici antiche città eoliche; un'altra loro città, Smirne, fu staccata ad opera degli Ioni; infatti erano dodici anche gli insediamenti eolici sul continente. Gli Eoli si trovarono a colonizzare una regione ancora più fertile di quella degli Ioni, ma che quanto a clima non regge il paragone.

150)                       Gli Eoli persero Smirne così. Avevano accolto a Smirne dei cittadini di Colofone sconfitti in una lotta intestina e perciò messi al bando dalla patria. Più tardi i profughi di Colofone aspettarono che gli abitanti di Smirne celebrassero fuori delle mura una festa in onore di Dioniso e, chiudendone le porte, si impadronirono della città. Poiché tutti gli Eoli erano accorsi a difendere gli interessi degli abitanti di Smirne, vennero a un accordo: gli Eoli avrebbero abbandonato la città se gli Ioni avessero restituito almeno le loro masserizie. Così fu fatto: le altre undici città si divisero gli ex abitanti di Smirne, conferendo loro la piena cittadinanza.

151)                       Queste insomma sono le città eoliche continentali, eccetto quelle situate sull'Ida, che vanno considerate a parte. Di quante si trovano nelle isole cinque si dividono il territorio di Lesbo (la sesta città abitata di Lesbo, Arisba, la ridussero in schiavitù i Metimni, benché fossero del medesimo sangue); a Tenedo vi è una sola città, una sola anche nelle cosiddette Cento Isole. Gli abitanti di Lesbo e di Tenedo non avevano nulla da temere, esattamente come le popolazioni ioniche delle isole. Alle altre città eoliche piacque di seguire la sorte degli Ioni, dovunque questi le avessero condotte.

152)                       I messi degli Ioni e degli Eoli quando giunsero a Sparta (tutto fu fatto in gran fretta) scelsero a parlare per tutti il rappresentante di Focea, il cui nome era Pitermo. Costui indossò una veste di porpora affinché gli Spartiati, informati del particolare, accorressero in numero maggiore; davanti a loro parlò a lungo, chiedendo aiuto per gli Ioni. Ma gli Spartani non gli diedero retta e decisero di non inviare soccorsi agli Ioni. I messaggeri degli Ioni si ritirarono. Gli Spartani, dopo averli allontanati, inviarono tuttavia degli uomini, su di una pentecontere, immagino come osservatori delle vicende di Ciro e della Ionia. Arrivati a Focea, da lì questi uomini inviarono a Sardi il più stimato di loro, che si chiamava Lacrine, perché riferisse a Ciro un messaggio degli Spartani: Ciro non doveva toccare nessuna città della Grecia, perché essi non l'avrebbero tollerato.

153)                       Si dice che quando l'araldo ebbe riferito il suo messaggio Ciro chiese ai Greci che erano presenti che uomini fossero e quanti questi Spartani per mandargli un simile avvertimento; ottenuta risposta, si rivolse all'ambasciatore degli Spartiati: "Io non ho mai avuto paura di gente che nella propria città, al centro, ha riservato uno spazio, in cui riunirsi per ingannarsi a vicenda con dei giuramenti. Questa gente, se resto vivo e in buona salute, non avrà da ciarlare delle disgrazie degli Ioni, ma delle proprie". Ciro pronunciò queste parole sprezzanti nei confronti di tutti i Greci perché essi compiono i loro acquisti e le loro vendite sulla piazza principale adibita a mercato; invece i Persiani non hanno l'abitudine di servirsi di piazze per il mercato, anzi non hanno mercati del tutto. In seguito Ciro affidò Sardi al Persiano Tabalo, e al Lido Pattia il compito di trasportare l'oro di Creso e dei Lidi; poi partì alla volta di Ecbatana, portando con sé Creso e quasi senza più tener conto, inizialmente, dell'esistenza degli Ioni. Aveva problemi con Babilonia, i Battri, i Saci e gli Egiziani: contro costoro decise di guidare personalmente l'esercito, contro gli Ioni invece di inviare un altro generale.

154)       Appena Ciro si fu allontanato da Sardi, Pattia sollevò i Lidi contro Tabalo e contro di lui: scese verso il mare e, visto che disponeva di tutto l'oro di Sardi, assoldò mercenari e convinse le popolazioni della costa a schierarsi con lui. Poi mosse il suo esercito contro Sardi e strinse d'assedio Tabalo che si asserragliò sull'acropoli.

155)                       Ciro apprese questi fatti mentre era in viaggio e disse a Creso: "Creso, come andranno a finire tutte queste faccende? I Lidi a quanto pare non smetteranno di procurarmi e di procurarsi dei problemi. Mi chiedo se non sarebbe molto meglio ridurli definitivamente in schiavitù: io ho l'impressione di essermi comportato come uno che abbia ucciso il padre e risparmiato i figli. Perché ho catturato e mi porto via te, che sei più che un padre per i Lidi, e la città l'ho rimessa nelle loro stesse mani; e poi mi meraviglio se mi si ribellano". Ciro diceva quanto pensava e Creso, temendo che volesse distruggere Sardi, gli rispose: "Sire, il tuo discorso è logico, però non abbandonarti assolutamente all'ira, non distruggere una antica città che non ha alcuna colpa delle vicende passate e presenti; tutto quanto è accaduto in passato fu opera mia e con la mia persona ne sconto la pena. Ciò che accade ora è colpa di Pattia, a cui tu hai affidato Sardi, e sia lui, allora, a pagarne le conseguenze. Perdona i Lidi e fai in modo che non possano più ribellarsi e costituire un pericolo per te. Mandagli l'ordine di non tenere armi da guerra, imponigli di indossare tuniche sotto le vesti normali e di calzare coturni; invitali a insegnare ai loro figli a suonare la cetra e gli altri strumenti musicali e a fare i mercanti. In questo modo, Signore, tu li vedrai presto trasformati da uomini in donne e non dovrai più temere una loro ribellione".

156)                       Creso suggeriva queste misure perché le trovava per i Lidi preferibili al rischio di essere venduti come schiavi; sapeva bene che senza proporre un valido rimedio non avrebbe dissuaso Ciro dalla sua idea; e aveva paura che i Lidi, quand'anche l'avessero scampata per il momento, prima o poi segnassero la propria condanna ribellandosi ai Persiani. Ciro soddisfatto dei suggerimenti lasciò cadere la sua ira e disse a Creso che lo aveva convinto. Convocò il Medo Mazare e lo incaricò di ordinare ai Lidi quanto gli aveva indicato Creso: e in più gli ingiunse di ridurre in schiavitù quanti altri avevano marciato su Sardi con i Lidi e di condurre davanti a lui Pattia, a ogni costo, e vivo.

157)                       Ciro diede queste disposizioni mentre era in viaggio; quindi ripartì verso le sedi persiane; Pattia, informato che non lontano c'era un esercito in marcia contro di lui, atterrito, corse a rifugiarsi a Cuma. Mazare il Medo spinse contro Sardi tutta la parte dell'esercito di Ciro di cui disponeva e, non trovandovi più gli uomini di Pattia, per prima cosa costrinse i Lidi a eseguire gli ordini di Ciro; e fu proprio in seguito a queste imposizioni che i Lidi cambiarono completamente il loro sistema di vita. Poi Mazare inviò messaggeri a Cuma con l'ordine di consegnare Pattia; i cittadini di Cuma stabilirono di rimettersi, per consiglio, al dio dei Branchidi; là esisteva da lungo tempo un oracolo al quale tutti gli Ioni e gli Eoli erano soliti ricorrere: questo luogo si trova nel territorio di Mileto sopra il porto di Panormo.

158)                       Gli abitanti di Cuma mandarono i loro incaricati presso i Branchidi e chiesero come avrebbero dovuto regolarsi nei confronti di Pattia per fare cosa gradita agli dei; questo chiedevano, e il responso fu di consegnare Pattia ai Persiani. Quando la risposta del dio fu riferita ai Cumani, essi si apprestarono alla estradizione. Già il popolo si era deciso in tal senso, quando uno dei più ragguardevoli cittadini, Aristodico figlio di Eraclide, non credendo al responso e convinto che gli incaricati non dicessero la verità, trattenne i Cumani dal farlo fino a quando altri messi, tra cui lo stesso Aristodico, non fossero andati una seconda volta a consultare il dio sulla sorte di Pattia.

159)                       Quando poi questa delegazione giunse presso i Branchidi, fu Aristodico fra tutti a interrogare l'oracolo, dicendo: "Signore, presso di noi venne il lido Pattia, come supplice, fuggendo la morte violenta che gli riservavano i Persiani; ora essi lo reclamano ordinando ai Cumani di consegnarlo. E noi, pur temendo la potenza persiana, non abbiamo osato consegnarlo fino a quando non fosse fermamente chiaro il tuo responso su ciò che dobbiamo fare". Questa fu la sua domanda; e il dio diede nuovamente la stessa risposta, esortandoli a consegnare Pattia ai Persiani. Di fronte a queste parole Aristodico agì come aveva premeditato: girando intorno al tempio, scacciò i passeri e tutte le altre specie di uccelli che vi avevano nidificato. E mentre lui faceva così dai penetrali del tempio, si dice, si levò una voce all'indirizzo di Aristodico: "Come osi fare questo, - diceva - maledetto sacrilego? Scacci i miei supplici dal mio tempio?" Aristodico, per nulla turbato, rispose: "Signore, e così tu assicuri il tuo aiuto ai supplici tuoi, e poi ordini ai Cumani di consegnare il loro?" E l'oracolo ribatté: "Sì lo ordino, perché voi, comportandovi da empi, possiate andare in rovina più presto: così non verrete più qui in futuro a chiedere all'oracolo se sia il caso di consegnare dei supplici".

160)     Questa risposta fu riportata ai Cumani; quando la conobbero, essi decisero di mandare Pattia a Mitilene, non volendo né riconsegnarlo, e quindi rovinarsi, né tenerlo presso di loro, e quindi subire un assedio. Mazare mandò dei messaggi agli abitanti di Mitilene, i quali si dichiararono pronti a consegnare Pattia in cambio di un adeguato riscatto; non so precisarne con esattezza l'entità, perché poi la cosa andò in fumo. Infatti, appena i Cumani appresero le intenzioni dei Mitilenesi, mandarono subito una imbarcazione a Lesbo e trasferirono Pattia a Chio. Là a consegnarlo furono gli abitanti dell'isola che lo strapparono via dal tempio di Atena protettrice della città: ottennero in compenso il territorio di Atarneo, che si trova nella Misia, di fronte a Lesbo. I Persiani, dopo aver ricevuto Pattia, lo tenevano sotto sorveglianza con il proposito di consegnarlo a Ciro. Per un periodo di tempo non breve nessun cittadino di Chio offrì ad alcun dio grani d'orzo di Atarneo né preparò focacce col frumento proveniente da là: tutti i prodotti di quella regione erano esclusi da qualsiasi sacro rito.

161)                       E così i Chii consegnarono Pattia; Mazare più tardi marciò contro le popolazioni che avevano partecipato all'assedio di Tabalo: ridusse in schiavitù la cittadinanza di Priene e percorse l'intera pianura del Meandro abbandonandola ai saccheggi del suo esercito, e lo stesso fece con Magnesia. Subito dopo cadde ammalato e morì.

162)                       Gli succedette alla guida dell'esercito Arpago, anche lui Medo, quello stesso Arpago che il re dei Medi Astiage aveva invitato all'orribile banchetto e che poi aveva aiutato Ciro a impadronirsi del regno. Costui, nominato da Ciro comandante dell'esercito, quando arrivò nella Ionia, cominciò a espugnare le città servendosi di terrapieni: ogni volta, infatti, costringeva i nemici dentro le loro mura, faceva ammassare enormi quantitativi di terra contro gli spalti e poi li assaltava.

163)                       La prima città della Ionia di cui si impadronì fu Focea. Questi Focei furono i primi Greci a compiere lunghe navigazioni: furono loro a scoprire l'Adriatico, la Tirrenia, l'Iberia e la regione di Tartesso: non navigavano con grandi navi da carico ma con delle penteconteri. Giunti a Tartesso strinsero amicizia con il re locale, che si chiamava Argantonio e che fu signore di Tartesso per ottanta anni, vivendo in tutto per 120 anni. I Focesi divennero così amici suoi che egli li invitò prima ad abbandonare la Ionia e a stabilirsi nel suo paese, ovunque volessero; in seguito, non essendo riuscito a convincerli e avendo saputo com'era cresciuta la potenza dei Medi, regalò denaro ai Focesi perché potessero munire di fortificazioni la loro città; e il regalo fu molto generoso, tanto è vero che il perimetro delle mura di Focea si sviluppa per non pochi stadi; ed esse sono tutte costituite da grandi blocchi di pietra ben connessi tra loro.

164)                       Fu così che i Focei costruirono le loro mura; Arpago fece avanzare il suo esercito e pose l'assedio; ma gli sarebbe bastato, proclamò, che i Focei abbattessero anche uno soltanto dei bastioni del muro e consacrassero anche una sola casa. I Focei, non tollerando la schiavitù, dissero che volevano discutere tra loro per un giorno; poi avrebbero dato la risposta; per l'intanto invitarono Arpago a ritirare l'esercito da sotto le mura per il periodo di tempo in cui deliberavano. Arpago rispose di sapere bene quanto stavano per fare: tuttavia avrebbe permesso loro di consultarsi. E dunque mentre Arpago portava il suo esercito lontano dalle mura, i Focesi misero in mare delle penteconteri, vi imbarcarono le donne, i bambini e tutte le loro masserizie e vi aggiunsero le statue e le offerte votive che poterono trarre dai templi: a eccezione degli oggetti in bronzo e in pietra e dei dipinti caricarono tutto il resto, si imbarcarono sulle navi e fecero rotta alla volta di Chio. I Persiani occuparono una Focea completamente deserta.

165)                       I Focei pensavano di acquistare le isole chiamate Enusse ma i Chii non gliele vollero vendere per paura che diventassero un emporio e che la loro isola venisse tagliata fuori dai commerci; di conseguenza si diressero a Cirno. Nell'isola di Cirno venti anni prima in base ad un oracolo avevano fondato una città chiamata Alalia. A quell'epoca ormai Argantonio era morto. Nel dirigersi verso Cirno, in un primo momento, fecero una puntata fino a Focea dove uccisero la guarnigione persiana a cui Arpago aveva affidato il presidio della città; poi, compiuta questa impresa, pronunciarono durissime maledizioni contro chi di loro avesse abbandonato la spedizione. Inoltre gettarono in mare un blocco rovente di ferro e giurarono che non avrebbero fatto ritorno a Focea prima che questo blocco di ferro fosse riemerso a galla. Ma mentre puntavano su Cirno più di metà di loro fu presa dalla nostalgia e dal rimpianto della città e delle abitudini del loro paese; e così violarono i giuramenti e tornarono indietro voltando la prua verso Focea. Quelli che rispettarono il giuramento proseguirono il viaggio prendendo il largo dalle isole Enusse.

166)                       Giunti a Cirno, per cinque anni coabitarono con le genti che vi erano arrivate prima di loro e vi edificarono dei templi. Ma visto che derubavano e depredavano tutte le popolazioni limitrofe, Tirreni e Cartaginesi di comune accordo mossero contro di loro, entrambi con una flotta di sessanta navi. Anche i Focesi equipaggiarono delle imbarcazioni, in numero di sessanta, e affrontarono la flotta avversaria nelle acque del mare chiamato di Sardegna. Si scontrarono in una battaglia navale e ai Focesi toccò una vittoria cadmea; infatti delle loro navi quaranta furono affondate e le restanti venti risultarono inutilizzabili, avendo i rostri torti all'indietro. Allora navigarono fino ad Alalia, imbarcarono le donne, i bambini e tutto ciò che le navi potevano trasportare e abbandonarono Cirno dirigendosi verso Reggio.

167)                      I Cartaginesi e i Tirreni si spartirono gli uomini delle navi affondate: gli abitanti di Agilla, ai quali toccò il gruppo più numeroso, li condussero fuori città e li lapidarono. Più tardi ad Agilla ogni essere che passava accanto al luogo in cui giacevano i Focei lapidati diventava deforme, storpio o paralitico, fossero pecore o bestie da soma o uomini, senza distinzione. Allora gli Agillei, desiderosi di rimediare alla propria colpa, si rivolsero all'oracolo di Delfi. E la Pizia impose loro un obbligo che adempiono ancora oggi: infatti offrono imponenti sacrifici e bandiscono giochi ginnici ed equestri in onore dei morti. Ed ecco cosa toccò a questi Focei; quelli invece fuggiti verso Reggio, muovendo di là si impadronirono di una città nella terra di Enotria, città oggi chiamata Iela; essi la colonizzarono dopo aver appreso da un uomo di Posidonia che la Pizia ordinando loro di "edificare a Cirno" non intendeva riferirsi all'isola, bensì all'eroe.

168)                       Così dunque andarono le cose riguardo la città ionica di Focea. Vicende molto simili toccarono anche agli abitanti di Teo. Infatti, quando Arpago espugnò le mura di Teo col sistema del terrapieno, si imbarcarono tutti sulle loro navi e si allontanarono facendo rotta verso la Tracia; qui colonizzarono la città di Abdera. Prima di loro Abdera era stata colonizzata da Timesio di Clazomene, ma senza trarne vantaggi perché i Traci lo avevano cacciato: ora è onorato come eroe dai cittadini di Teo stanziatisi ad Abdera.

169)                  Focei e Tei furono i soli fra gli Ioni ad abbandonare la loro patria non potendo tollerare la schiavitù; gli altri Ioni, eccetto gli abitanti di Mileto, combatterono contro Arpago, come gli Ioni poi emigrati, e dimostrarono il loro valore battendosi ciascuno per la propria patria; ma, sconfitti e catturati, restarono ciascuno nel proprio paese obbedendo agli ordini che ricevevano. Invece i Milesi, come ho già ricordato, avevano stretto un patto giurato con Ciro e vissero in pace. Così, per la seconda volta, la Ionia fu asservita. Non appena Arpago si fu impadronito della Ionia continentale, gli Ioni delle isole, terrorizzati da quegli avvenimenti, si consegnarono nelle mani di Ciro.

170)                  Nonostante le loro avversità gli Ioni si radunavano ugualmente al Panionio e io so che una volta Biante di Priene espose a tutti un vantaggiosissimo progetto, che avrebbe consentito loro, se lo avessero seguito, di raggiungere il più alto grado di benessere fra i Greci: li esortava a salpare, tutti uniti in un'unica flotta, via dalla Ionia, a raggiungere la Sardegna e a fondarvi un'unica città di tutti gli Ioni; in questo modo, liberati dalla schiavitù, avrebbero vissuto felicemente, insediati nella più grande di tutte le isole e dominando su altre popolazioni. Invece, se fossero rimasti nella Ionia, non vedeva più - diceva - speranza di libertà. Questa fu l'idea di Biante di Priene anche se esposta agli Ioni ormai dopo la loro disfatta. Ma prima della disfatta, sarebbe risultata utile anche l'idea di Talete di Mileto, la cui famiglia era di antica origine fenicia: aveva suggerito di istituire un Consiglio della Ionia, di dargli sede a Teo (visto che Teo si trova nel centro della Ionia), e che le altre città, pur restando abitate, venissero considerate alla stregua di demi. Tali progetti Biante e Talete esposero agli Ioni.

171)                  Arpago dopo aver sottomesso la Ionia compì una spedizione contro la Caria, la Caunia e la Licia, conducendo con sé anche Ioni ed Eoli. Di questi popoli i Cari erano giunti in continente provenienti dalle isole: anticamente erano stati sudditi di Minosse e col nome di Lelegi avevano abitato le isole: non erano costretti a pagare alcun tributo, per quanto indietro nel tempo io possa risalire con le mie informazioni; però, ogni volta che Minosse lo richiedeva, gli fornivano gli equipaggi per le navi. E dal momento che Minosse aveva sottomesso una regione assai ampia e aveva fortuna in guerra, il popolo dei Cari era quello tenuto, allora, in maggior prestigio fra tutti. Ai Cari vanno attribuite tre invenzioni di cui poi si servirono i Greci: per primi insegnarono a fissare dei pennacchi sugli elmi, scolpirono figure sui loro scudi e applicarono all'interno di questi delle imbracciature. Fino ad allora i soldati che abitualmente si armavano di scudo lo reggevano senza imbracciature, muovendolo per mezzo di cinghie di cuoio portate intorno al collo e alla spalla sinistra. In seguito, molto tempo dopo, i Cari furono scacciati dalle isole ad opera dei Dori e degli Ioni e così giunsero nel continente. Questo è quanto dei Cari raccontano i Cretesi; ma dal canto loro i Cari non sono d'accordo in proposito: essi ritengono di essere originari del continente e di avere avuto sempre il medesimo nome di adesso. Esibiscono come prova l'antico tempio di Zeus Cario a Milasa che appartiene anche ai Misi e ai Lidi, in quanto parenti dei Cari; perché Lido e Miso, dicono, erano fratelli di Caro. Misi e Lidi accedono a questo santuario mentre tutte le popolazioni d'altra origine etnica, pur avendo adottato la lingua dei Cari, ne sono escluse.

172)                  A me pare che autoctone siano le popolazioni della Caunia, le quali invece sostengono di provenire da Creta. I Cauni assunsero la lingua dei Cari (o i Cari quella dei Cauni, non saprei dirlo con esattezza), ma le loro usanze sono assai diverse da quelle degli altri popoli, Cari compresi. Il loro massimo divertimento consiste nell'andare a bere in compagnia: lo fanno a gruppi secondo l'età e l'amicizia, uomini, donne, bambini. Poiché avevano edificato santuari di divinità straniere, più tardi, quando cambiarono parere e decisero di venerare soltanto gli dei dei loro padri, tutti i Cauni adulti si armarono e si diressero in corteo sino ai confini di Calinda, percuotendo l'aria con le lance e dicendo che stavano scacciando gli dei stranieri.

173)                  Queste sono le loro usanze; quanto ai Lici, essi sono nativi di Creta; anticamente l'intera isola di Creta era occupata da popolazioni barbare. A Creta scoppiò una contesa per il regno fra Sarpedonte e Minosse, figli di Europa; qundo riuscì a prevalere nella lotta per il potere Minosse scacciò Sarpedonte e i suoi partigiani. Allontanati dal loro paese essi giunsero in Asia nella regione Miliade: infatti la regione ora abitata dai Lici anticamente era la Miliade, e i suoi abitanti a quell'epoca si chiamavano Solimi. Fino a quando Sarpedonte fu il loro re essi conservarono l'antico nome di Termili, col quale tuttora i Lici vengono chiamati dalle popolazioni confinanti. Ma quando da Atene giunse fra i Termili, presso Sarpedonte, Lico figlio di Pandione, scacciato anche lui dal fratello Egeo, col tempo, dal nome di Lico, essi furono detti Lici. Hanno usanze in parte cretesi in parte carie; ce n'è una sola tipicamente loro e che non ha assolutamente uguali presso altri popoli: derivano il nome dalla madre e non dal padre: quando uno chiede a un altro come si chiami, quello si qualifica col matronimico e precisa la sua genealogia secondo la linea materna. E se una donna con piena cittadinanza s'unisce a uno schiavo, i suoi figli sono considerati di alto lignaggio. Se invece è un uomo ad avere una moglie straniera o una concubina, fosse pure il più illustre dei cittadini, i suoi figli non godono del minimo diritto.

174)                  I Cari furono asserviti da Arpago senza aver compiuto alcuna impresa significativa, né i Cari, dico, né tutti quei Greci che abitano nel loro paese. In effetti anche altre popolazioni vi sono insediate, per esempio i coloni spartani di Cnido: il loro paese, che si chiama Triopio, si protende tutto sul mare a partire dal Chersoneso Bibassio: l'intero territorio, eccetto una piccola parte, è circondato dalle acque ed è compreso tra il golfo Ceramico a nord e il mare di Sime e di Rodi a sud: in quel tratto, che misura in larghezza circa cinque stadi, i cittadini di Cnido volevano scavare un canale al tempo in cui Arpago sottometteva la Ionia; l'intenzione era di trasformare in isola il loro paese, tutto compreso al di qua dell'istmo: infatti l'istmo che volevano tagliare segna proprio la linea di confine tra la Cnidia e il continente. Gli Cnidi lavoravano con grande impiego di braccia, ma visto che rompendo la roccia gli operai si ferivano più del normale (e quindi forse per opera di un dio) in tutte le parti del corpo e specialmente agli occhi, inviarono degli incaricati a Delfi per chiedere cosa li avversava. E la Pizia, come essi raccontano, vaticinò come segue in trimetri giambici:…”Oh non scavate e non munite l’istmo! Non volle fare Zeus di Cnido un’isola.”… (Non fortificate l'istmo e non scavate un canale. Zeus avrebbe fatto un'isola se l'avesse voluto). Considerato il responso della Pizia, gli Cnidi interruppero lo scavo e senza colpo ferire si consegnarono nelle mani di Arpago, che stava avanzando in forze contro di loro.

175)                  Sopra Alicarnasso, nell'interno, abitavano i Pedasei, alla cui sacerdotessa di Atena cresce una lunghissima barba ogni volta che a loro o ai loro confinanti sta per accadere qualcosa di spiacevole: tre volte questo fenomeno si è già verificato. Unici in tutto il territorio della Caria essi si opposero ad Arpago per qualche tempo e lo misero in grave difficoltà fortificando il monte chiamato Lide. Col tempo i Pedasei furono spazzati via.

176)                  I Lici, quando Arpago spinse il suo esercito nella pianura di Xanto, gli uscirono incontro e pur combattendo in netta inferiorità numerica compirono prodigi di valore; sconfitti, si asserragliarono nella loro città, radunarono sull'acropoli le mogli, i figli, i loro beni, i servi e vi appiccarono il fuoco perché bruciasse tutta. Dopo di che si vincolarono con un giuramento terribile, e uscirono dalla città lanciandosi contro i nemici: gli Xanti morirono tutti con le armi in pugno. La maggior parte degli attuali abitanti di Xanto che ora sostengono di essere Lici sono in realtà forestieri, tranne ottanta famiglie; queste ottanta famiglie in quella circostanza erano casualmente lontane dalla città e poterono salvarsi. Fu così che Arpago occupò Xanto; e in maniera molto simile occupò anche Cauno, visto che anche i Cauni seguirono per lo più l'esempio dei Lici.

177)                  Le regioni costiere dell'Asia le mise a ferro e fuoco Arpago; le regioni più interne invece fu Ciro in persona a devastarle, sottomettendo ogni popolazione, nessuna esclusa. Noi ne trascureremo la maggior parte per ricordare soltanto quelle che gli diedero più filo da torcere e che sono le più degne di memoria.

178)                  Ciro, una volta impadronitosi di tutto il continente, si rivolse contro gli Assiri. Nell'Assiria ci sono certamente molte grandi città, ma la più rinomata e insieme la più potente, quella dove era stata stabilita la reggia dopo la caduta di Ninive, era Babilonia; Babilonia è così fatta: giace in una grande pianura e ha forma quadrangolare e ogni lato è lungo 120 stadi cosicché il perimetro della città misura in tutto 480 stadi. E se tale è già l'estensione di Babilonia, la sua bella struttura, poi, non ha rivali tra le altre città a noi note. Tanto per cominciare la circonda un fossato largo e profondo, colmo d'acqua, e il muro di cinta, poi, è spesso cinquanta cubiti reali e alto duecento. Il braccio reale è tre dita più lungo del braccio ordinario.

179)                  A tutto ciò bisogna poi aggiungere quale uso fu fatto della terra scavata dal fossato e in che modo fu realizzato il muro. Con la terra estratta dallo scavo fabbricarono mattoni, che, appena furono in numero sufficiente, fecero cuocere nelle fornaci; usando bitume caldo come malta e inserendo dei graticci di canne ogni trenta file di mattoni costruirono prima gli argini del fossato e poi il muro stesso, con la medesima tecnica. Sulla sommità del muro, lungo gli spalti, alzarono costruzioni a un solo piano, rivolte l'una verso l'altra; fra di esse lasciarono uno spazio sufficiente al passaggio di un carro trainato da quattro cavalli. Nel giro del muro sono inserite cento porte, interamente di bronzo, stipiti e architravi compresi. A otto giorni di viaggio da Babilonia c'è un'altra città, chiamata Is e attraversata da un fiume non grande, esso pure chiamato Is, e affluente dell'Eufrate. L'Is insieme con le acque trascina dei grumi di bitume; da lì fu portato a Babilonia il bitume per le mura.

180)                  E così fu fortificata Babilonia. La città è divisa in due settori separati da un fiume, l'Eufrate; l'Eufrate discende dai monti Armeni, ampio, profondo, rapido e va poi a sfociare nel mare Eritreo. Dalle due parti i bracci del muro si spingono fino al fiume: a questa altezza si piegano a gomito e procedono lungo la corrente formando su entrambe le rive dell'Eufrate argini di mattoni cotti. La città in sé, ricca di case a tre o quattro piani, è attraversata da strade rettilinee, tutte, comprese le trasversali che portano al fiume; all'altezza di ciascuna strada nell'argine che costeggia il fiume aprirono delle porticine, in numero pari alle viuzze. Anche queste porte erano di bronzo e immettevano direttamente sul fiume.

181)                  Questo muro è una specie di corazza: al suo interno se ne trova un secondo, poco meno robusto del precedente, ma alquanto più stretto. Al centro dei due settori della città furono eretti due edifici fortificati: da una parte la reggia munita di un ampio e robusto muro di cinta, dall'altra il santuario di Zeus Belo con le porte di bronzo, di forma quadrata con ogni lato pari a due stadi, esistente ancora ai miei tempi. Al centro del santuario si trova una solida torre, lunga e larga uno stadio: sulla prima torre ne è stata alzata una seconda, sulla seconda una terza e così via fino a un totale di otto torri; per accedere alle torri è stata costruita una scala a chiocciola che corre tutto intorno all'esterno dell'edificio. A metà della scala c'è un pianerottolo con dei sedili per riposarsi, sui quali quanti salgono possono sedersi a riprendere fiato. Sopra l'ultima torre si trova un grande tempio; al suo interno è collocato un ampio letto ben fornito di cuscini con accanto una tavola d'oro. Dentro non c'è assolutamente alcuna statua; e nessun essere umano vi passa la notte se non una sola donna babilonese che il dio abbia scelto fra tutte, come dicono i Caldei, cioè i sacerdoti di questa divinità.

182)                  Sempre costoro aggiungono, ma io non ci credo, che il dio in persona viene nel tempio a riposarsi su quel letto; tutto accadrebbe esattamente come a Tebe d'Egitto, secondo quanto asseriscono gli Egiziani (anche là infatti una donna dorme nel tempio di Zeus Tebano; e anche di costei come della donna babilonese si dice che non ha rapporti con alcun uomo) e così farebbe pure la profetessa del dio a Patara in Licia, quando c'è: lì l'oracolo non è sempre attivo, ma quando c'è allora di notte la sacerdotessa viene chiusa col dio nel tempio.

183)                  Nel grande santuario di Babilonia, in basso, si trova un altro tempio, in cui sono collocate una grande statua di Zeus assiso, in oro, e accanto una grande tavola d'oro; e d'oro sono altresì il basamento e il trono. A sentire i Caldei per la loro fabbricazione sarebbero stati impiegati 800 talenti d'oro. All'esterno di questo tempio c'è un altare d'oro: e c'è anche un secondo altare, grande, sul quale vengono offerte in sacrificio le vittime adulte: infatti sull'altare d'oro è consentito sacrificare esclusivamente animali da latte; sempre sull'altare più grande i Caldei bruciano ogni anno mille talenti d'incenso, quando celebrano la festa del dio. Nell'area del santuario a quell'epoca si trovava anche una statua d'oro massiccio alta dodici cubiti; io personalmente non l'ho vista, riferisco quanto affermano i Caldei. Dario figlio di Istaspe che pure l'avrebbe voluta, non si sentì di portarsi via questa statua: fu suo figlio Serse ad asportarla, arrivando a uccidere il sacerdote che cercava di proibirgliene la rimozione. E questo è l'arredamento del santuario; dentro poi vi sono anche molte offerte di privati.

184)                  Molti, credo, furono i sovrani di Babilonia (e di essi farò menzione nei miei Racconti Assiri) che attesero alla edificazione delle mura e del santuario, e fra essi anche due donne; una si chiamava Semiramide e visse cinque generazioni prima della successiva: costei fece erigere nella pianura argini che meritano di essere visti; prima regolarmente il fiume allagava le campagne.

185)                  La seconda delle due regine si chiamava Nitocri: dotata di maggior lungimiranza della sovrana che l'aveva preceduta sul trono, lasciò sì i monumenti che descriverò più avanti, ma in più, vedendo la potenza dei Medi ormai grande e inquieta, forte delle città già annesse, tra cui anche Ninive, prendeva contro di loro tutte le precauzioni in suo potere. Cominciò occupandosi dell'Eufrate, il fiume che attraversa Babilonia; aveva andamento rettilineo, ma lei, facendo scavare dei canali lungo tutto il suo corso, lo rese tanto tortuoso che ora esso tocca addirittura tre volte un villaggio dell'Assiria. Questo villaggio si chiama Ardericca: quanti viaggiano dal nostro mare verso Babilonia discendendo l'Eufrate, costeggiano Ardericca per ben tre volte nell'arco di tre giorni. Nitocri dunque attuò quest'opera grandiosa; inoltre fece costruire su entrambe le sponde del fiume degli argini che lasciano stupefatti tanto sono spessi e alti. Abbastanza a monte di Babilonia, poi, fece scavare l'invaso per un lago, non molto discosto dal fiume, scendendo in profondità fino a trovare l'acqua e ampliandolo in estensione per un perimetro di 420 stadi; utilizzò il materiale estratto dallo scavo ammucchiandolo lungo le rive del fiume. Quando il bacino fu pronto vi costruì intorno un parapetto con pietre precedentemente trasportate sul luogo. Realizzò tutto questo, la tortuosa canalizzazione del fiume e la trasformazione dell'invaso in palude, affinché il fiume, deviato in molti meandri, scorresse più lentamente, la navigazione verso Babilonia risultasse tortuosa e una volta finita la navigazione si dovesse ancora percorrere il lungo perimetro della palude. Eseguì tali lavori nella parte del paese dove c'erano le vie d'accesso e le strade più brevi provenienti dalla Media, per impedire ai Medi di frequentare Babilonia e di ottenere informazioni sulla sua situazione.

186)                  Con le opere di scavo realizzò queste costruzioni; e ne ricavò un vantaggio ulteriore. Dal momento che la città è divisa in due settori separati dal fiume, all'epoca dei re precedenti chi voleva recarsi da un settore all'altro della città era costretto ad attraversare il fiume con una imbarcazione, una cosa, mi pare, assai fastidiosa. Nitocri vi pose rimedio e approfittando dello scavo per il bacino poté trasmettere ai posteri un altro grande ricordo del proprio operato: fece tagliare immense lastre di pietra che furono pronte quando anche il bacino era stato ultimato; allora deviò l'intera corrente del fiume nell'invaso preparato, e mentre questo si riempiva e quindi l'antico letto si prosciugava, rivestì di mattoni cotti, con la stessa tecnica usata per le mura, le sponde del fiume all'interno della città e il fondo delle strade che dalle porticine conducono al fiume; poi quasi esattamente nel centro della città con le pietre di riporto dello scavo costruì un ponte, legando le pietre con barre di ferro e di piombo. Di giorno vi faceva stendere sopra una passerella di tronchi di legno squadrati, su cui i Babilonesi transitavano; di notte la passerella veniva tolta, perché non andassero in giro a derubarsi da una parte all'altra. Quando l'invaso colmato dalle acque del fiume era ormai diventato uno stagno e i lavori intorno al ponte erano terminati, ricondusse l'Eufrate dalla palude nel suo antico alveo; in questo modo lo scavo, divenuto palude, apparve in tutta la sua utilità e intanto i cittadini ebbero un ponte.

187)                  Questa stessa regina escogitò anche un bell'inganno: ordinò che si allestisse la sua tomba a mezz'aria, cioè sopra la porta più frequentata della città; e su di essa fece incidere una iscrizione che diceva: "Se uno dei re di Babilonia miei successori, si troverà a corto di denaro, apra la tomba e prenda tutte le ricchezze che vuole: la apra soltanto se ha davvero bisogno di denaro, e per nessuna altra ragione, o non ne avrà alcun vantaggio". Questa tomba rimase intatta finché il regno non venne nelle mani di Dario; a Dario sembrava assurdo non potersi servire di quella porta e non toccare le ricchezze ivi giacenti quando persino l'iscrizione invitava a prenderle. Non si serviva della porta perché se l'avesse attraversata si sarebbe trovato il cadavere sopra la testa. Dario fece aprire la tomba ma ricchezze non ne trovò, solo il cadavere e una scritta che diceva: "se tu non fossi insaziabile di denaro e ignobilmente avido, non violeresti le tombe dei defunti". Ecco, come si narra, che genere di donna fu questa regina.

188)                  Ciro combatté contro il figlio di Nitocri, che portava lo stesso nome di suo padre, Labineto, e regnava sull'Assiria. Il grande re persiano compì la sua spedizione militare ben fornito di vettovaglie e di bestiame persiano; tra l'altro aveva con sé persino acqua del Coaspe, il fiume che scorre vicino a Susa: un re persiano beve solo acqua di questo fiume e di nessun altro. Perciò molti carri a quattro ruote trainati da mule seguono sempre il re, dovunque vada, carichi di acqua bollita del Coaspe contenuta in recipienti d'argento.

189)                  Ciro nella sua marcia verso Babilonia giunse a un certo momento al fiume Ginde. Il Ginde ha le sue sorgenti sui monti dei Matieni, attraversa il paese dei Dardani e poi va ad affluire in un altro fiume, il Tigri, il quale a sua volta scorre presso la città di Opis e sfocia nel Mare Eritreo. Dunque, mentre Ciro tentava di attraversare il Ginde, che è navigabile, uno dei suoi sacri cavalli bianchi entrò impetuosamente nel fiume tentando di guadarlo, ma la corrente lo travolse sott'acqua e lo trascinò via. Ciro si infuriò nei confronti del fiume, autore di un simile oltraggio, lo minacciò di renderlo tanto debole che in seguito anche le donne avrebbero potuto guadarlo facilmente, senza bagnarsi neppure le ginocchia. Pronunciata la minaccia trascurò la spedizione contro Babilonia e divise il suo esercito in due parti: su ciascun lato del Ginde disegnò con delle corde tese in linea retta il tracciato di 180 canali rivolti in ogni direzione, distribuì i suoi uomini sulle due rive del fiume e ordinò di cominciare lo scavo. Poiché la manodopera era assai numerosa l'impresa fu condotta a termine, tuttavia passarono l'estate intera a scavare in quella zona.

190)                  Consumata la sua vendetta disperdendo il corso del Ginde in 360 canali, Ciro al sorgere della primavera successiva si spinse contro Babilonia. I Babilonesi lo attesero schierati fuori della città; quando nella sua marcia fu vicino a Babilonia, lo assalirono, ma poi, sconfitti nella battaglia, ripiegarono dentro la rocca. Poiché da tempo sapevano che Ciro non era tipo da starsene tranquillo e anzi lo vedevano aggredire senza distinzioni qualunque popolo, si erano premuniti raccogliendo viveri per molti anni. Così non si preoccupavano minimamente dell'assedio, mentre Ciro era in grave difficoltà: il tempo passava senza che la situazione registrasse per lui alcun progresso.

191)                  Infine, vuoi che qualcuno lo avesse consigliato in tal senso, vedendolo in difficoltà, vuoi che lui stesso si fosse reso conto del da farsi, prese una decisione: schierò il suo esercito all'imboccatura del fiume, cioè nel punto in cui esso entra in Babilonia e dispose altri uomini al capo opposto della città, dove il fiume esce dal centro abitato e ordinò ai soldati di attendere che la corrente fosse divenuta guadabile e poi di entrare in città per quella via. Dopo aver schierato le sue truppe e impartiti i relativi ordini, condusse via con sé gli uomini meno adatti al combattimento. Giunse fino al bacino artificiale e lì ripeté l'operazione compiuta a suo tempo dalla regina Nitocri per il fiume e lo stagno: per mezzo di un canale deviò il fiume nella palude; in tal modo al ritirarsi delle acque il letto del fiume divenne percorribile. Quando ciò accadde i Persiani che erano stati opportunamente schierati lungo il corso dell'Eufrate poterono penetrare in città per questa via: il livello del fiume si era abbassato al punto che l'acqua arrivava appena a metà coscia. Se i Babilonesi avessero avuto notizia delle manovre di Ciro o se ne fossero accorti, avrebbero consentito ai Persiani di penetrare in città per poi massacrarli; infatti, sbarrando tutte le porte che danno sul fiume e salendo sugli spalti che corrono lungo le rive, li avrebbero presi come in una nassa. E invece i Persiani piombarono loro addosso all'improvviso. A causa dell'estensione di Babilonia, come raccontano i suoi stessi abitanti, quando già i quartieri periferici della città erano stati espugnati, ancora i Babilonesi residenti nel centro non se ne erano accorti; e anzi, dato che per combinazione era un giorno di festa, in quel momento erano dediti a danze e divertimenti; fino a quando, naturalmente, non si resero conto esattamente della situazione. In tal modo Babilonia fu espugnata, allora, per la prima volta.

192)                  Mostrerò con molti argomenti quanto siano immense le risorse della Babilonia e già con una semplice considerazione. Il grande re ha suddiviso l'intero territorio del suo dominio in varie zone che provvedono a turno, indipendentemente dai tributi annuali, al mantenimento suo e del suo esercito. Ebbene, per quattro mesi, sui dodici che compongono un anno, è la Babilonia a provvedere, per gli altri otto tutto il resto dell'Asia; ciò vuol dire che l'Assiria assomma la terza parte delle risorse dell'Asia intera. E il governatorato di questa regione, o satrapia, come lo chiamano i Persiani, è fra tutti di gran lunga il più potente; tanto è vero che a Tritantecme figlio di Artabazo, che aveva ricevuto dal re questo territorio, affluiva una rendita quotidiana di una artaba di argento (l'artaba è l'unità di misura persiana, corrispondente a un medimno e tre chenici attici); e possedeva privatamente, senza tener conto dei cavalli da guerra, 800 stalloni e 16.000 femmine per la riproduzione, poiché ogni stallone montava venti cavalle. Inoltre allevava un tale numero di cani d'India che quattro grandi villaggi della pianura erano incaricati del loro mantenimento, e non pagavano altro tributo che questo. Tale era l'appannaggio del governatore di Babilonia.

193)                  Però la terra degli Assiri riceve poca pioggia, appena sufficiente a far spuntare la radice del frumento; è poi grazie alla irrigazione che le messi crescono e il grano giunge a maturazione, non però come avviene in Egitto, dove il fiume stesso straripa nelle campagne, bensì grazie al lavoro manuale e all'uso di mazzacavalli. In effetti la Babilonia, come l'Egitto, è interamente attraversata da canali, il più grande dei quali, navigabile, si sviluppa in direzione sud-est a partire dall'Eufrate immettendosi nell'altro fiume, il Tigri; lungo il Tigri sorgeva la città di Ninive. Fra tutte le regioni a nostra conoscenza questa è certamente la più indicata per la produzione del frutto di Demetra, tanto è vero che non si tenta nemmeno di far crescere altri tipi di piante, né fichi, né viti, né olivi; è talmente adatta alla coltura dei cereali che in media frutta 200 se si semina 1 e quando rende al massimo delle proprie possibilità frutta persino 300. In quella terra le foglie del grano e dell'orzo raggiungono tranquillamente una larghezza di quattro dita. Quanto all'altezza raggiunta dalle piante del miglio e del sesamo, anche se la conosco eviterò di segnalarla: so bene che a chi non è mai stato nella Babilonia sembrano del tutto incredibili anche i dati che ho esposto sui cereali. Non usano olio di oliva ma estraggono olio dal sesamo. In tutta la pianura crescono spontaneamente le palme, quasi tutte fruttifere; da esse ricavano cibi solidi, vino e miele; curano queste palme come si fa con i fichi, in particolare quelle che i Greci chiamerebbero "maschio": ne legano i frutti intorno alle palme da datteri affinché lo pseno penetrando nei datteri li porti a maturazione e il frutto della palma non vada perduto; infatti le palme "maschio" portano nei loro datteri lo pseno esattamente come i fichi selvatici.

194)                  Ma ora parlerò di quella che a mio parere costituisce la meraviglia più grande di Babilonia, dopo la città naturalmente: possiedono imbarcazioni, di forma circolare e interamente di cuoio, che arrivano fino a Babilonia scendendo lungo la corrente del fiume. Nella regione d'Armenia, a nord dell'Assiria, essi fabbricano lo scafo con vimini tagliati opportunamente e vi distendono intorno delle pelli per ricoprirle, come un impiantito; non differenziano la poppa e non modellano una prua più stretta: le fanno invece rotonde come uno scudo; poi ricoprono di canne tutta l'imbarcazione, la riempiono di mercanzie e lasciano che sia il fiume a portarla; per lo più imbarcano recipienti fenici colmi di vino. Con due pertiche due uomini in piedi ne governano la direzione: mentre uno tira verso di sé la pertica l'altro la spinge in fuori. Imbarcazioni di questo tipo ne costruiscono di molto grandi e di piccole: le più grandi hanno una stazza di 5000 talenti. Su ogni battello viaggia un asino vivo, sulle barche più grandi ve n'è più d'uno; una volta arrivati a Babilonia scendendo lungo la corrente e, smerciato il carico, vendono lo scafo e tutte le canne al miglior offerente; le pelli invece le caricano sull'asino e se ne ritornano in Armenia. Infatti in nessun modo è possibile risalire il fiume in battello per via della corrente troppo forte; e questo è anche il motivo per cui non costruiscono imbarcazioni di legno bensì di pelli. Quando con i loro asini sono nuovamente tornati in Armenia si costruiscono altre imbarcazioni nella stessa maniera. Tali sono i loro mezzi per la navigazione fluviale.

195)                 Come indumenti adoperano una tunica di lino lunga fino ai piedi sulla quale indossano un'altra tunica di lana e una mantellina bianca, gettata intorno alle spalle. Ai piedi portano calzature locali simili ai sandali che si usano in Beozia. Portano capelli lunghi e se li legano con nastri; si profumano tutto il corpo. Ciascuno di loro ha un anello con sigillo e un bastone lavorato a mano; il pomo di ciascun bastone è scolpito in forma di mela, di rosa, di giglio, di aquila o d'altro; non è loro abitudine portare un bastone senza un contrassegno. Questo per quanto riguarda l'abbigliamento.

196)                  Veniamo adesso alle loro leggi. Ecco secondo me la più saggia (in uso, a quanto apprendo, anche fra i Veneti di Illiria). Una volta all'anno, in ogni villaggio si faceva così: conducevano in un unico luogo, allo scopo di riunirle tutte, le ragazze che si trovassero in età da marito e intorno ad esse si radunava una folla di uomini. Poi un araldo le faceva alzare in piedi, una per una, e le vendeva: cominciava dalla più bella, poi, quando questa aveva trovato un generoso compratore, metteva all'asta la seconda per bellezza. La vendita si faceva a scopo matrimoniale. I Babilonesi benestanti in età da prendere moglie superandosi a vicenda con le offerte si acquistavano le più graziose; invece gli aspiranti mariti del popolo, che non badavano all'estetica, si prendevano le ragazze più brutte e una somma di denaro. Infatti quando il banditore aveva terminato di vendere le più belle, faceva alzare la più brutta oppure una storpia, se c'era, e la offriva a chi accettasse di sposarla con il compenso più basso; finché la ragazza veniva aggiudicata a chi s'accontentava della somma minore. Il denaro derivava dalla vendita delle ragazze avvenenti: in questo modo erano le belle ad accasare le brutte e le menomate. Nessuno aveva il diritto di dare la propria figlia in moglie a chi volesse lui e senza garanzie non era possibile portarsi via la ragazza comprata; l'acquirente doveva prima fornire garanzie che avrebbe sposato effettivamente la ragazza, poi poteva condurla con sé; se poi non andavano d'accordo, il denaro doveva per legge essere restituito. Chiunque volesse partecipare all'asta poteva farlo, anche venendo da un altro villaggio. Questa era dunque la loro tradizione più bella; ora però non è più in vigore e hanno studiato un nuovo sistema (per non danneggiare le loro donne e per impedire che vengano condotte in un altro paese). Da quando la conquista di Babilonia ha ridotto male e rovinato i suoi abitanti, tutti i popolani, che non hanno di che vivere, prostituiscono le figlie.

197)                  Ed ecco l'usanza in vigore presso di loro seconda per saggezza: non avendo medici portano sulla pubblica piazza i loro infermi. Chi si avvicina al malato esprime un parere sulla sua malattia, se per caso ha avuto gli stessi sintomi o se ha saputo di qualcuno che li abbia avuti. Dunque si accostano per dar consigli e ciascuno esorta a fare ciò che lui stesso ha fatto o visto fare a un altro per guarire da una analoga affezione. Non è consentito passare oltre in silenzio senza chiedere all'infermo di quale malattia soffra.

198)                  Seppelliscono i morti nel miele; i lamenti funebri sono assai simili a quelli in uso in Egitto. Ogni volta che un Babilonese ha fatto l'amore con la propria moglie, brucia delle sostanze aromatiche e si siede accanto al fumo; la stessa cosa, separatamente, fa anche la donna. All'alba entrambi provvedono a lavarsi e non toccano nessun vaso se prima non si sono lavati. Identica cosa fanno anche gli Arabi.

199)                  Ed ecco la peggiore delle usanze babilonesi. Ogni donna di quel paese deve sedere nel tempio di Afrodite una volta nella sua vita e fare l'amore con uno straniero. Molte, sentendosi superiori per la loro ricchezza, sdegnano di mescolarsi con le altre e si fanno trasportare sopra un carro coperto fino al tempio e lì si fermano, con un gran seguito di servitù. La maggior parte invece si comporta come segue: nel recinto sacro di Afrodite siedono in molte con una corona di corda intorno alla testa, alcune arrivano, altre se ne vanno; con delle funi tese fra le donne si ottengono dei corridoi rivolti in tutte le direzioni: gli stranieri passano attraverso di essi e fanno la loro scelta. Una donna che si sia lì seduta non se ne torna a casa se prima uno straniero qualsiasi non le ha gettato in grembo del denaro e non ha fatto l'amore con lei all'interno del tempio; gettando il denaro deve pronunciare una formula: "Invoco la dea Militta". Con il nome di Militta gli Assiri chiamano Afrodite. L'ammontare pecuniario è quello che è e non sarà rifiutato: non è lecito perché tale denaro diventa sacro. La donna segue il primo che glielo getti e non respinge nessuno. Dopo aver fatto l'amore, e aver soddisfatto così la dea, fa ritorno a casa e da questo momento non le si potrà offrire tanto da poterla possedere. Le donne avvenenti e di alta statura se ne vanno rapidamente, ma quelle brutte rimangono lì molto tempo senza poter adempiere l'usanza; e alcune rimangono ad aspettare persino per tre o quattro anni. Una usanza assai simile esiste anche in qualche parte dell'isola di Cipro.

200)                  E questi sono i costumi dei Babilonesi. Fra loro vi sono tre tribù che si nutrono esclusivamente di pesce, opportunamente seccato al sole dopo la pesca, preparandolo così: lo gettano in un mortaio, lo sminuzzano con il pestello e lo passano al setaccio; poi lo mangiano preparandolo come pastone o cuocendolo al forno, come fosse pane, secondo i gusti.

201)                  Quando Ciro ebbe sottomesso anche questo popolo, fu preso dal desiderio di ridurre in suo potere i Massageti. I Massageti hanno fama di essere un popolo grande e valoroso: le loro sedi si trovano a est, dove sorge il sole, al di là del fiume Arasse, di fronte agli Issedoni; c'è chi sostiene che questo popolo sia di razza scita.

202)                  Quanto all'Arasse ora lo si dice più grande ora più piccolo dell'Istro. Si racconta anche che in mezzo al fiume ci sono numerose isole estese quasi quanto Lesbo: su di esse vivrebbero uomini che d'estate si cibano di radici di ogni tipo estraendole dalla terra e d'inverno di frutti staccati dagli alberi e messi in serbo nel periodo della maturazione; e pare che essi abbiano trovato altre piante il cui frutto possiede strane proprietà: quando si riuniscono in gruppi in uno stesso luogo e accendono i falò, vi siedono attorno e gettano nel fuoco questi frutti, aspirando i vapori che se ne sprigionano; con tali effluvi si ubriacano esattamente come i Greci con il vino: e più frutti gettano nel fuoco più si inebriano, fino al punto di alzarsi per danzare e di mettersi a cantare. Tale sarebbe, a quanto si racconta, il loro modo di vivere. Il fiume Arasse scorre dal paese dei Matieni, come pure il Ginde (quello disperso da Ciro in 360 canali), e riversa poi le sue acque in quaranta ramificazioni, le quali tutte, tranne una, sfociano in stagni e paludi; qui vivono, a quanto si dice, uomini che si cibano di pesci crudi e che si vestono normalmente con pelli di foca. L'unico ramo dell'Arasse a scorrere libero e aperto sfocia nel Mar Caspio. Il Caspio è un mare a sé senza alcuna comunicazione con l"altro mare'; effettivamente le acque percorse dalle navi greche, quelle situate al di là delle colonne d'Ercole, dette Atlantico, e il Mare Eritreo, formano un unico mare.

203)                  Le acque del Caspio formano un secondo mare a parte, lungo quindici giorni di navigazione a remi e largo otto, nel tratto di maggiore larghezza. Sulla riva occidentale si stende il Caucaso, il complesso montuoso più vasto e più elevato del mondo. Nella zona del Caucaso abitano numerose popolazioni di tutte le razze, che vivono per lo più di frutti selvatici. Da quelle parti, si dice, esisterebbero piante dalle cui foglie triturate e mescolate con acqua ottengono una tintura per disegnare figure sulle loro vesti; e queste figure non sbiadiscono affatto, si consumano con il resto della stoffa come se vi fossero state intessute fin dall'origine. Pare che fra queste genti gli accoppiamenti avvengano davanti a tutti come fra gli animali.

204)                  Dicevamo che il Caucaso delimita la parte occidentale del mare Caspio; invece procedendo verso est, verso il sorgere del sole, si estende una pianura immensa, a perdita d'occhio; una parte non piccola di questa sconfinata pianura è abitata dai Massageti, contro i quali appunto Ciro era ansioso di marciare. Molte e importanti ragioni lo spingevano e lo sollecitavano in tal senso: prima di tutto la sua nascita, la convinzione di essere qualcosa di più che un uomo, in secondo luogo la sua buona sorte, quale si era rivelata nelle guerre precedenti: dovunque infatti avesse diretto le sue truppe, nessuna popolazione era riuscita a trovare scampo.

205)                  Sui Massageti, da quando le era morto il marito, regnava una donna, di nome Tomiri. Ciro le mandò un messaggio in cui la chiedeva in matrimonio dicendo di volerla per moglie; ma Tomiri, comprendendo che lui non aspirava tanto alla sua mano quanto al regno dei Massageti, rifiutò i suoi approcci. Allora Ciro, visto che con l'astuzia non aveva ottenuto alcun risultato, si spinse fino all'Arasse e dichiarò apertamente guerra ai Massageti; gettò dei ponti fra le due rive del fiume per il passaggio dell'esercito e costruì torri di difesa sulle imbarcazioni che attraversavano il fiume.

206)                  Mentre era impegnato in questi lavori, la regina Tomiri gli inviò un araldo con il seguente messaggio: "O re dei Medi, smettila con gli sforzi che stai compiendo: tu non sai se l'impresa ti riuscirà felice. Desisti, regna sui tuoi territori e lascia che noi regniamo sui nostri sudditi. Ma so già che non vorrai accettare i miei suggerimenti e anzi tutto vorrai fuorché startene in pace. Perciò, se davvero aspiri tanto a misurarti con i Massageti, lascia perdere il ponte sul fiume, che ti costa tanta fatica; passa pure nel nostro territorio, le nostre truppe si ritireranno a tre giorni di cammino dal fiume. Se invece preferisci essere tu ad accogliere noi nel vostro paese, allora fai tu le stesse cose". Sentita questa proposta, Ciro convocò i Persiani più autorevoli e quando li ebbe radunati espose i termini della questione, chiedendo consiglio sul da farsi. E i pareri di tutti concordemente lo esortarono a ricevere Tomiri e il suo esercito sul suolo persiano.

207)                  Ma Creso il Lido, presente alla discussione, criticò questo parere ed espose la sua opinione, che era esattamente opposta: "Signore, - disse - già altre volte ti ho promesso, poiché Zeus mi ha dato nelle tue mani, che mi sarei impegnato a fondo per scongiurare qualunque sciagura io vedessi incombere sulla tua casa. Le mie sventure personali, così spiacevoli, mi hanno insegnato molto. Ora, se tu credi di essere immortale e di comandare a un esercito immortale, non ha senso che io ti esponga il mio parere; ma se riconosci di essere un uomo anche tu e di comandare ad altri uomini, sappi prima di tutto che le vicende umane sono una ruota, che gira e non permette che siano sempre gli stessi a godere di buona fortuna. Circa la presente questione io la penso al contrario di costoro: se decideremo di ricevere i nemici in territorio persiano tu corri un bel rischio: se rimani sconfitto perdi tutto il tuo regno perché è chiaro che i Massageti, vincendo, non torneranno più indietro ma avanzeranno contro i tuoi domini. Invece se li batti, non vinci tanto quanto vinceresti se trovandoti già in casa loro potessi inseguire i Massageti in fuga. La conseguenza infatti sarebbe uguale ma contraria alla precedente: se sconfiggi tu i nemici, sarai tu a puntare dritto sul dominio di Tomiri. Inoltre, indipendentemente da quanto ti ho già esposto, mi pare vergognoso e intollerabile che Ciro, il figlio di Cambise, ceda a una donna e si ritiri. Pertanto il mio parere è di passare il fiume e avanzare di quanto i nemici arretreranno; e là tentare di sconfiggerli con la seguente tattica. A quanto mi risulta i Massageti non hanno mai gustato i piaceri persiani e non hanno mai provato grandi delizie. Per uomini così dunque facciamo a pezzi bestiame in abbondanza, cuciniamolo e prepariamo un banchetto nel nostro campo: e aggiungiamo generosamente grandi orci di vino puro e cibarie d'ogni sorta; dopo di che si lascino sul posto i contingenti meno validi e gli altri si ritirino nuovamente verso il fiume. E vedrai, se non mi inganno, che i Massageti a vedere tutto quel ben di dio vi si getteranno sopra e a quel punto a noi non resterà che compiere notevoli gesta".

208)                  Questi furono gli opposti pareri; Ciro trascurò il primo e accettò il suggerimento di Creso: avvisò la regina Tomiri di ritirare le sue truppe, perché sarebbe stato lui ad attraversare il fiume. Ed essa si ritirò come aveva promesso. Ciro affidò Creso nelle mani di suo figlio Cambise, erede designato del regno, con molte esortazioni a onorarlo e a trattarlo degnamente, nel caso la spedizione contro i Massageti non avesse buon esito. Con queste raccomandazioni li rimandò in Persia, poi passò il fiume con il suo esercito.

209)                  La notte successiva al passaggio dell'Arasse, mentre dormiva nella terra dei Massageti, ebbe un sogno: nel sonno gli parve che il figlio maggiore di Istaspe avesse due ali sulle spalle: con una gettava ombra sull'Asia, con l'altra sull'Europa. Il maggiore dei figli di Istaspe, figlio di Arsame, della famiglia degli Achemenidi, era Dario, che allora aveva circa vent'anni e per questo, non avendo l'età per combattere, era stato lasciato in Persia. Ciro si svegliò, e rifletteva sul sogno; e poiché gli sembrava una visione importante, mandò a chiamare Istaspe, lo prese da parte e gli disse: "Istaspe, tuo figlio è stato sorpreso a complottare contro di me e il mio potere. Come mai lo so con certezza, ora te lo spiego. Gli dei hanno cura di me e mi preannunciano tutto ciò che mi minaccia; ebbene la notte scorsa dormendo ho visto in sogno il maggiore dei tuoi figli avere sulle spalle due ali e con una gettare ombra sull'Asia, con l'altra sull'Europa. Non c'è altra spiegazione per questo sogno, se non che tuo figlio sta tramando contro di me. Pertanto ti ordino di rientrare immediatamente in Persia; e bada di sottoporre tuo figlio al mio giudizio, quando avrò assoggettata questa terra e sarò di ritorno in Persia".

210)                  Ciro parlò così convinto che Dario stesse cospirando contro di lui, mentre il dio voleva soltanto rivelargli che doveva morire lì, in quel paese, e che il suo potere sarebbe finito nelle mani di Dario. Istaspe gli rispose: "O re, io mi auguro che non sia nato un Persiano che complotta contro di te, ma se esiste, allora muoia al più presto! Tu, da schiavi che eravamo, ci hai resi liberi, tu ci hai reso da servi signori. Se un sogno ti annuncia che mio figlio sta preparando una ribellione contro di te, sarò io stesso a consegnarlo nelle tue mani, perché tu ne faccia quello che vorrai". Dopo questa risposta Istaspe riattraversò l'Arasse e tornò in Persia per tenere suo figlio Dario a disposizione di Ciro.

211)                  Ciro avanzò oltre il fiume per circa una giornata di cammino e mise in pratica i suggerimenti di Creso. Poi indietreggiò verso l'Arasse con le truppe più valide lasciando sul posto i meno adatti a combattere. Allora un terzo dell'esercito massageta sopraggiunse e sterminò, nonostante la loro resistenza, i soldati lasciati sul posto da Ciro; ma, come videro le mense imbandite, appena spazzati via i nemici, si sdraiarono a banchettare: infine, rimpinzati di cibo e di vino si addormentarono. Sopraggiunsero i Persiani e uccisero molti di loro, e ancor più ne presero prigionieri incluso il figlio della regina Tomiri, che comandava l'esercito dei Massageti e si chiamava Spargapise.

212)                  Quando la regina seppe quanto era accaduto all'esercito e a suo figlio, mandò un araldo a Ciro col seguente messaggio: "Ciro, insaziabile di sangue, non esaltarti per ciò che è avvenuto, se col frutto della vite, riempiendovi del quale anche voi impazzite, fino al punto che il vino scendendo nel vostro corpo vi fa salire alla bocca sconce parole, non esaltarti se con l'inganno di questo veleno hai sconfitto mio figlio, e non in battaglia misurando le vostre forze. Io ora ti do un buon consiglio e tu seguilo: restituiscimi mio figlio e potrai andartene dal mio paese senza pagare per l'oltraggio inflitto a un terzo del mio esercito; altrimenti, lo giuro sul sole, signore dei Massageti, benché tu ne sia avido, ti sazierò di sangue!"

213)                  Queste parole furono riferite a Ciro, ma lui non le prese in considerazione. Il figlio della regina Tomiri, Spargapise, quando svanirono i fumi del vino e si rese conto della sua sciagurata situazione, pregò Ciro di essere liberato dalle catene e l'ottenne, ma come fu sciolto e padrone delle sue mani si suicidò. Così morì Spargapise.

214)                  E Tomiri, poiché Ciro non le aveva prestato ascolto, raccolse tutte le sue truppe e lo attaccò. Io ritengo questa battaglia la più dura di quante i barbari abbiano mai combattuto fra loro. Ed ecco come si svolse secondo le mie informazioni. In un primo momento si tennero a distanza e si lanciarono frecce, poi, terminate le frecce, si gettarono gli uni contro gli altri brandendo lance e spade. Per lungo tempo si protrasse lo scontro senza che una delle due parti accennasse a fuggire; infine prevalsero i Massageti. La maggior parte dell'esercito persiano fu distrutto e sul campo cadde Ciro stesso. Aveva regnato complessivamente per 29 anni. Tomiri riempì un otre di sangue umano e fece cercare fra i cadaveri dei Persiani il cadavere di Ciro; quando lo trovò immerse la sua testa nell'otre e mentre così infieriva su di lui, disse: "Tu hai ucciso me, anche se sono viva e ti ho sconfitto, sopprimendo con l'inganno mio figlio; ora io ti sazierò di sangue, esattamente come ti avevo minacciato". Fra le tante versioni correnti sulla morte di Ciro questa che ho raccontato mi pare la più degna di fede.

215)                  I Massageti hanno un modo di vestire e un regime di vita simili a quelli degli Sciti. Combattono a cavallo o a piedi (sono esperti in entrambi i campi), sono arcieri e lancieri; abitualmente hanno pure una scure bipenne. Per ogni cosa adoperano oro e bronzo: usano il bronzo per le punte delle lance e delle frecce e per le bipenni, mentre si ornano d'oro l'elmo, la cintura e le tracolle; allo stesso modo corazzano con il bronzo il petto dei cavalli mentre ne rivestono di oro le briglie, il morso e le borchie. Non si servono assolutamente di ferro e di argento perché nel loro paese non se ne trova. Mentre abbondano l'oro e il bronzo.

216)                  Ed ecco le loro usanze: ciascuno sposa una donna ma le donne poi sono in comune per tutti. I Greci sostengono che sono gli Sciti a comportarsi così, ma non è vero: non sono gli Sciti bensì i Massageti; ogni Massageta che desideri una donna appende una faretra al suo carro e fa tranquillamente l'amore con lei. Essi non hanno prefissato un limite alla loro vita, però quando uno è divenuto assai vecchio, tutti i suoi parenti si riuniscono, lo uccidono insieme con altri animali domestici, ne fanno cuocere le carni e se lo mangiano. E questa è considerata da loro la fine più bella; non si cibano invece di chi muore per malattia, anzi lo seppelliscono, considerando una disgrazia che non sia giunto all'età di essere sacrificato. Non praticano l'agricoltura ma vivono di allevamento e di pesca, pesci ne trovano tanti nel fiume Arasse. Sono bevitori di latte. Venerano il sole quale unico dio e gli sacrificano cavalli in base alla seguente considerazione: al più veloce di tutti gli dei offrono il più veloce degli esseri mortali.

 

 

 

 

Libro II

 

1 1) Morto Ciro,gli successe nel regno Cambise, figlio di Ciro, e di Cassandane, una figlia di Farnaspe. Aveva Ciro tenuto un gran lutto per costei, che gli era premorta, e aveva anche imposto a tutti i suoi sudditi di imitarlo. 2) Figlio di Ciro e di questa donna, Cambise considerava suoi servi ereditati gli Ioni e gli Eoli. E fece una spedizione contro l'Egitto, prendendo per soldati, tra gli altri sudditi anche Elleni a lui sottoposti.

2 1) Prima del regno di Psammetico gli Egiziani si credevano gli uomini più antichi. Da quando però Psammetico, divenuto re, volle sapere chi fossero gli uomini più antichi, cedono questo primato ai Frigi, ma lo pretendono poi su tutti gli altri. 2) Nonostante le sue ricerche Psammetico non riusciva a scoprire quale fosse il popolo più antico, e adotto questo mezzo. Prese dai primi venuti due neonati, e li consegnò a un pastore perchè li portasse presso le greggi e li allevasse come segue. Gl'ingiunse  che nessuno emettesse lor davanti alcuna voce, e che se ne stessero appartati in dimora solitaria, che portasse loro delle capre, a ore stabilite, li saziasse di latte, e accudisse al resto. 3) Così Psammetico fece, ed ingiunse, per sentire come prorompesse la prima voce dei bambini, quando si fossero liberati dai balbettii indistinti. Ed il suo desiderio fu soddisfatto. Quando dopo due anni di questa condotta, il pastore aprì la porta ed entrò, ambedue i bambini accorsero supplici, e pronunziarono tendendo le mani la parola becos. 4) Le prime volte che sentì questa parola il pastore rimase muto; ma poichè, venendo egli spesso a curarli,, essa veniva frequentemente pronunziata, lo riferì alla fine al padrone, e ricevutone l'ordine, condusse i bambini alla sua presenza. Psammetico sentì personalmente, s'informò se qualche popolo chiamasse qualche oggetto becos  e alla sua inchiesta risultò che i Frigi chiamavano con tal voce il pane. 5) Così che gli Egiziani si trassero indietro e da questo fatto dedussero che i Frigi fossero più antichi di loro. Sono notizie che ho raccolto da un sacerdote di Efesto a Menfi. Gli Elleni invece fra molte altre sciocchezze raccontano che Psammetico abbia tagliato a delle donne la lingua, e abbia quindi fatto vivere i bambini presso di loro.

3 1) Ecco quanto si diceva sull'allevamento di questi bambini. Ma a Menfi ho raccolto, conversando con i sacerdoti di Efesto, ancor altre notizie. Per i qual dati del resto mi diressi anche a Tebe e ad Eliopoli, per accertarmi se concordassero con ciò che si diceva a Menfi; visto che gli Eliopoliti passano per gli Egiziani più dotti. 2) Ma non sono disposto a riferire il contenuto sacro dei racconti che ho udito, tranne i soli nomi degli Dei, perchè ritengo che tutti gli uomini ne sappiano in proposito ugualmente 3) e la menzione che farò di essi la introdurrò se vi sarò costretto dal contesto.

4 1) Per quanto riguarda gli argomenti umani mi dicevano i sacerdoti, tutti d'accordo fra loro, che gli Egiziani erano stati i primi del mondo a scoprire il giro dell'anno, distinguendo il complesso delle stagioni, che chiude il periodo di un anno, in dodici parti; distinzione che dicevano tratta dall'osservazione degli astri, e il calcolo è più saggio, a mio giudizio, di quello degli Elleni. Gli Elleni inseriscono, per far tornare il conto delle stagioni, un mese intercalare ogni due anni, invece gli Egiziani calcolano ogni mese di trenta giorni aggiungendo ogni anno cinque giorni, e il giro delle stagioni torna esattamente. 2) Dicevano i sacerdoti che le denominazioni dei dodici Dei erano stati gli Egiziani i primi a metterle in uso; dai quali gli Elleni le avevano derivate; e che erano stati gli Egiziani i primi ad assegnare altari, statue e templi agli Dei, e a scolpire figure in pietra. E della maggior parte di queste asserzioni esibivano prove concrete. Aggiunsero che fu Min il primo uomo che abbia regnato in Egitto. 3) Sotto costui, dicevano che l'Egitto era , tranne il distretto di Tebe, una palude, e non ne emergeva, della regione oggi sita a settentrione del lago di Meri, per giungere al quale s'impiegano dal mare sette giorni di navigazione lungo il fiume, nessuna parte.

5 1) E ciò che dicevano del loro paese a me parve esatto. basta infatti vedere, non occorre esserne informati prima, perchè a una persona che capisce risulti chiaro che quella parte dell'Egitto verso cui si dirigono i naviganti ellenici, è un'aggiunta di territorio fatta agli Egiziani, un dono del fiume. E il paese posto ancor più a mezzogiorno di quel lago per tre giorni di navigazione, paese al quale i sacerdoti non avevano per nulla estesa la loro asserzione, ha pur esso tale carattere. 2) Com'è costituito il suolo dell'Egitto? Anzitutto quando ancora non si è arrivati, a distanza di un giorno di navigazione dalla costa, se getti lo scandaglio ritirerai del fango e constaterai la profondità di undici orge, il che dimostra come la terra venga trasportata fino a tale distanza.

6 1) E parliamo dell'Egitto vero e proprio. Le sue coste si prolungano, secondo la nostra delimitazione dell'Egitto dal seno Plintinete al lago Serbonide fiancheggiato dal monte Casio, per sessanta scheni; partendo dal lago si raggiungono sessanta scheni. 2) Chi ha poca terra misura il terreno a orge, chi ne ha di più la misura a stadi, a parasanghe quelli che posseggono molta terra, e a scheni chi possiede immense distese. La parasanga corrisponde a trenta stadi, e ogni scheno, che è misura egiziana, a sessanta stadi. Sicchè le coste dell'Egitto misurerebbero tremila e seicento stadi.

7 1) Dalla costa poi fino a Eliopoli nell'interno dell'Egitto è un'ampia regione, tutto pianura irrigua e melma. E per chi s'interna dal mare la via verso Eliopoli è simile in lunghezza alla via che dall'altare dei dodici Dei ad Atene conduce a Pisa, al tempio di Zeus Olimpio. 2) Se la si calcola, la differenza fra questi due percorsi risulta piccola, non più di quindici stadi: essi sono della stessa lunghezza. Al percorso da Pisa ad Atene mancano quindici stadi per essere di mille e cinquecento, che è appunto la distanza dal mare di Eliopoli.

8 1) Invece per chi s'interna da Eliopoli l'Egitto è angusto. Da una parte si stende la catena montuosa dell'Arabia che corre dall'Orsa a mezzogiorno e a noto e che prosegue ininterrotta verso l'interno fino al Mare così detto Rosso, ed è qui che si trovano le cave di pietra tagliate per le piramidi di Menfi, presso le quali la catena s'interrompe piegando verso la regione che ho detto, del Mar Rosso, e dove la catena Araba raggiunge la sua massima lunghezza essa si estende , da quanto ho appreso, per due mesi di marcia da oriente ad occidente, e le sue estrema parti orientali producono incenso. 2) Tale è dunque l'aspetto di questa catena. E un'altra catena, egiziana, dove si trovano le piramidi, si estende rocciosa e coperta di sabbia, dalla parte della Libia; essa scorre nella stessa direzione del ramo della catena araba che si estende verso mezzogiorno.3) Sicchè a partire da Eliopoli il paese d'Egitto non occupa più, nella sua larghezza, una gran distesa; ma quello che è l'Egitto, terra in pianura, si restringe per quattro giorni di navigazione a monte, e nel punto più angusto non mi parve che ci fossero dalla catena araba a quella detta di Libia più di duecento stadi. Dopo di che l'Egitto torna ad allargarsi.

9 1) Così configurata è questa regione. Da Eliopoli aTebe poi ci sono nove giorni di navigazione a monte: un percorso di quattromila ottocento sessanta stadi, che corrispondono ad ottantuno scheni. 2) E qui diamo tutte insieme le misure dell'Egitto in stadi. La costa egiziana è, come ho gia indicato, di tremila e seicento stadi, ed ora indicherò quanto c'è dal mare per risalire fino a Tebe: sono seimila e centoventi stadi. E da Tebe alla città chiamata Elefantina ci sono mille e ottocento stadi.

10 1) La maggior parte dunque di questa regione di cui ho parlato sembrava anche a me, così come dicevano i sacerdoti, una contrada recente dell'Egitto, perchè l'intervallo fra i monti dei quali ho fatto menzione, siti a settentrione della città di Menfi, mi pareva che dovesse essere stato una volta un braccio di mare, come , se queste piccole località si possono paragonare a vaste contrade, le regioni di Ilio, di Teutrania, di Efeso, e della pianura del Meandro. 2) Ma nessuno dei fiumi che hanno colmato queste regioni può per volume d'acqua essere paragonato ad una sola delle bocche del Nilo, che sono cinque. 3) E ci sono anche altri fiumi che senza avere la portata del Nilo hanno prodotto grandi effetti, fiumi dei quali potrei indicare i nomi: per esempio specialmente l' Acheloo, il quale traversando l' Acarnania e sfociando nel mare ha gia unito al continente metà delle isole Echinadi.

11 1) E c'è nella terra d'Arabia, non lungi dall'Egitto, un golfo che s'interna dal mare così detto Rosso, e che è lungo e largo come vi dirò: 2) quanto al percorso in lunghezza s'impiegano per traversarlo a cominciare dalla sua estremità interna fino al mare aperto, quaranta giorni procedendo a remi; e quanto all'ampiezza c'è dove il golfo è più largo, mezza giornata di navigazione. E vi ha luogo ogni giorno il flusso e il riflusso. 3) E appunto io ritengo che anche l'Egitto sia stato in altri tempi un golfo di tal genere. Un golfo che s'inoltrava dal Mare Settentrionale verso l'Etiopia come l'altro corre dal Mare Meridionale verso la Siria, e si sarebbero reciprocamente forati nel fondo se per una sottile striscia di terra non fossero corsi paralleli. 4) Se dunque il Nilo vorrà deviare il suo letto verso questo golfo d'Arabia, che cosa potrebbe impedire che, versandovisi il fiume, il golfo si colmi in uno spazio, mettiamo di ventimila anni? Per conto mio penso che si colmerebbe anche in diecimila anni. Come dunque non ci sarebbe con un fiume così grande e così attivo colmato nel tempo trascorso prima della mia nascita un golfo anche molto più grande di questo?

12 1) Io quindi credo a chi mi spiega così il costituirsi dell'Egitto, e ne sono personalmente convintissimo; perchè vedo che l'Egitto forma una prominenza dal continente, che sui suoi monti appaiono conchiglie, che sul suolo compaiono efflorescenze saline, tanto che anche le piramidi ne sono danneggiate, che solo sul monte al di la di Menfi si trova della sabbia , 2) e che inoltre la terra dell'Egitto non somiglia a quella dell'Arabia confinante, nè della Libia, anzi neppure a quella della Siria, giacchè la zona costiera dell'Arabia è abitata dai Siri, ma è nera e friabile, perchè costituita di melma e di terreno alluvionale che il fiume trasporta dall'Etiopia. 3) E noi sappiamo che il suolo della Libia è rossiccio e sabbioso, e quello dell'Arabia e della Siria argilloso e roccioso.

13 1) E un'altra prova mi fornirono i sacerdoti sulla costituzione del paese. Mi raccontarono che al tempo del re Meri, bastava che il Nilo salisse di otto braccia per irrigare l'Egitto a valle di Menfi. E quando i sacerdoti mi fornirono quest'informazione, non erano ancora, dalla morte di Meri, trascorsi novecento anni. Ora invece il fiume non inonda il paese se non sale di almeno quindici o sedici braccia. 2) Ed io ritengo che, se il suolo continuerà ad elevarsi in questa proporzione e ad aumentare in modo analogo, gli Egiziani che abitano tutta la regione a valle del lago di Meri, incluso il cosiddetto delta, verranno a mancare delle inondazioni del Nilo e saranno irrimediabilmente condannati a quella sorte che essi prevedevano per gli Elleni. 3) Avendo sentito che tutto il paese degli Elleni è bagnato dalla pioggia ma non irigato da fiumi, essi ebbero a dichiarare che un giorno gli Elleni sarebbero stati delusi nella loro così fiduciosa attesa e tormantati dalla carestia; volendo con questo linguaggio significare che se il Dio si fosse rifiutato di mandar loro la pioggia e si fosse ostinato a far perdurare la siccità, non disponendo di alcun'altra risorsa di acqua che di quella di Zeus, gli Elleni sarebbero morti di fame.

14 1) Giusta questa riflessione degli Egiziani sulla condizione degli Elleni; ma dirò adesso come stanno le cose per gli Egiziani stessi. Se il suolo del paese a valle di Menfi, quello che va elevandosi, dovesse acquistare in altezza in proporzione del passato, sarà fatale che gli Egiziani che abitano quella regione soffrano la fame, dato che sul loro paese non pioverà, e che il fiume non potrà inondare i campi. 2) Per ora invece raccolgono i frutti della terra con minor fatica di tutti gli altri uomini e del resto degli Egiziani; perchè non si travagliano ad aprire i solchi con l'aratro o a sarchiare, nè in alcun'altra fatica che il resto degli uomini compie per le messi; il fiume viene da se ad irrigare i campi, li irriga, se ne ritrae, e ognuno semina il proprio campo, vi immette i maiali, e quando il seme ne è stato calpestato non gli resta che attendere la mietitura. Fa trebbiare il grano dai maiali, e lo mette in serbo.

15 1) Gli Ioni ritengono che l'Egitto sia costituito dal solo delta, affermano che la sua costa va dalla così dette Vedetta di Perseo fino alle saline del Pelusio, lungo un percorso di quaranta scheni, e dicono che l'Egitto si stende dal mare verso l'interno fino alla città di Cercasoro , dove il Nilo di divide in due braccia, verso Pelusio e verso Canopo, e il resto dell'Egitto sostengono che appartiene alla Libia e all'Arabia. M se volessimo seguire questo modo di vedere, potremmo provare che in un tempo anteriore gli Egiziani erano senza terra. 2) <infatti il loro Delta, l'affermano gli stessi Egiziani ed io ne sono convinto, è formato da terreno alluvionale, ed è per così dire venuto di recente alla luce. Se dunque nemmeno esisteva una terra Egiziana, perchè si sarebbero dati da fare per sostenere la loro convinzione di essere il popolo più antico del mondo? Nè sarebbe occorso che ricorressero all'esperimento dei fanciulli, per vedere quale ne sarebbe stato il primo linguaggio. 3) Invece io penso che gli Egiziani non siano sorti insieme con la contrada che gli Ioni chiamano Delta, ma siano esistiti da sempre, da quando sorse il genere umano, e che durante lo sviluppo della regione molti di loro siano rimasti man mano indietro, mentre molti altri andavano scendendo col fiume. Sicchè anticamente veniva chiamato Egitto il territorio di Tebe, il cui perimetro misura seimila e centoventi stadi.

16 1) Se dunque il nostro modo di vedere è giusto , è errata l'opinione degli Ioni sull'Egitto. Ma anche se in questo argomento il parere degli Ioni è esatto, io dimostro che gli Elleni e gli Ioni stessi fanno male i conti, quando dicono che tutta la terra si divide in tre parti, Europa, Asia e Libia. 2) Dovrebbero aggiungere una quarta parte, il Delta dell'Egitto, dato che esso non si aggrega nè all'Asia nè alla Libia; perchè non certo il Nilo separa secondo questo ragionamento l'Asia dalla Libia, esso che si divide al vertice del Delta; il quale Delta si verrebbe quindi a trovare fra l'Asia e la Libia.

17 1) Ma lasciamo stare l'opinione degli Ioni; noi sosteniamo questo: che l'Egitto e tutta la terra abitata dagli Egiziani, come la Cilicia è quella abitata dai Cilici e l'Assiria quella abitata dagli Assiri; e non conosciamo fra l'Asia e la Libia altro vero confine che quello dell'Egitto. 2) Se noi seguiamo il modo di vedere degli Elleni, riterremo che tutto l'Egitto, a cominciare dalle Cateratte e dalla città di Elefantina, sia diviso in due parti e partecipi dei due nomi, perchè una metà apparterrebbe alla Libia e l'altra all'Asia. 3) Infatti a cominciare dalle cateratte il Nilo divide, fino al mare l'Egitto per metà. Esso scorre, fino alla città di Cercasoro, in un solo letto, ma dopo questa città si divide in tre rami: 4) uno verso oriente, che si chiama la foce di Pelusio, e un altro verso occidente, che porta nome di foce di Canopo. E passiamo adesso al ramo dritto del Nilo. Provenendo dall'interno il fiume giunge al vertice del Delta, a partire dal quale divide il Delta a metà e sbocca nel mare, con una foce che non è la più scarsa di volume d'acqua nè la meno famosa, che si chiama la Sebennitica. 5) E altre due foci si diramano dalla Sebennitica al mare, che portano i  nomi, l'una di foce Saitica e l'altra di foce Mendesia. La Bolbitina e la Bucolica non sono naturali ma artificiali.

18) 1 La mia opinione, che la grandezza dell’Egitto corrisponda alle indicazioni che ho date, è confermata dall’oracolo di cui ebbi notizia quando la mia opinione s’era già formata. 2 Le popolazioni delle città di Marea e di Api, abitanti le zone dell’Egitto limitrofe alla Libia, non tolleravano, convinte di essere libiche e non egizie, le prescrizioni sacre; non volevano astenersi dalla carne di vacca; e mandarono ad interrogare l’oracolo di Ammone, dichiarando di non avere nulla in comune con gli Egiziani. Abitavano fuori del Delta e parlavano la stessa lingua; sicchè volevano mangiare di tutto. 3 Ma ciò non fu loro accordato dal Dio:”Egitto è la regione irrigata dalle inondazioni del Nilo, Egiziani sono quelli che abitano a valle della città di Elefantina e che bevono l’acqua di questo fiume”.Così fu loro risposto. E nelle sue piene il Nilo inonda non soltanto il Delta, ma anche -per due giorni di marcia dalle due parti, dove più dove meno- delle località che si dice appartengano alla Libia e all’Arabia.

19) 1 Sulla natura del fiume non ho potuto raccogliere nessuna delucidazione, nè dai sacerdoti nè da alcun’altra persona. 2 Eppure avrei sentito volentieri perchè la piena del Nilo duri 100 giorni a cominciare dal solstizio d’estate, e perchè, raggiunto il termine di questo periodo, il fiume si ritiri, abbassi il livello delle acque, e per tutto l’inverno fino al nuovo solstizio d’estate rimanga in magra. 3 Ma non c’è stato un Egiziano dal quale sia riuscito a raccogliere alcuna spiegazione su questi fenomeni, quando chiedevo perchè il Nilo abbia la facoltà di comportarsi al contrario degli altri fiumi. Li interrogavo per sapere ciò che ho detto, e perchè dal Nilo soltanto, fra tutti i fiumi, non spirino brezze.

20) 1 Ma certi Elleni, per farsi fama di dotti, hanno enunciato sul variare delle acque del Nilo tre spiegazioni, di due delle quali non ritengo che valga la pena far menzione, tranne che per un’indicazione sommaria. 2 Secondo la prima di esse,le piene del fiume dipendono dai venti Etesi, che impedirebbero al Nilo di riversarsi nel mare. Ma spesso gli Etesi non soffiano affatto, e il comportamento del Nilo non cambia. 3 Inoltre , se la causa fosse degli Etesi, bisognerebbe che tutti gli altri fiumi che scorrono in senso a loro contrario si comportassero in modo analogo ed identico al Nilo; e tanto più in quanto, essendo più piccoli, la loro corrente è più debole; mentre molti fiumi della Siria e della Libia si comportano in maniera del tutto diversa.

21) La seconda spiegazione è meno scientifica della precedente e ad esporla più strana. Il Nilo subirebbe questi fenomeni perchè deriva dall’Oceano, il quale Oceano circonderebbe tutta la Terra.

22) La terza spiegazione poi, che è di gran lunga la più speciosa,,e anche la più falsa di tutte. Che valore può infatti avere l’affermazione per cui il Nilo - il quale sbocca nell’Egitto venendo dalla Libia attraverso l’Etiopia ! - proverrebbe dalla fusine delle nevi? 2 Come può trarre origine dalle nevi se scende dalle regioni più calde verso altre più temperate? Basta sapere ragionare su questi argomenti perchè molte prove ci convincano che tale provenienza è persino inverosimile, per il Nilo. La prima e più soddisfacente è quella dei venti: i quali spirano caldi  dalla sua regione di origine. 3 La seconda è costituita dal fatto che in quella contrada non cade mai pioggia nè si forma ghiaccio.( La pioggia è, dentro cinque giorni da una nevicata, inevitabile; quindi se lì nevicasse pioverebbe.) La terza prova è il colorito degli uomini, che è, a causa del clima torrido,nero. 4 I nibbi e le rondini rimangono in quei luoghi tutto l’anno, senza abbandonarli; e le gru, fuggendo l’inverno della Scizia, vi si recano per svernarvi. se , invece per quanto poco, vi nevicasse, è irrefutabilmente provato che non avrebbe, in questa regione attraversata dal corso del Nilo e da cui esso prende origine, nessuno di questi fenomeni.

23)  Chi poi ha parlato dell’Oceano si riferisce ad una causa ignota e toglie ogni possibilità di esame. Io non conosco l’esistenza di alcun fiume Oceano, e credo che questo nome sia un’invenzione di Omero o di qualcuno dei poeti precedenti, che l’hanno introdotto nella loro poesia.

24) 1 Che se, dopo la critica delle spiegazioni messe innanzi da altri, devo esprimere la mia opinione su questa astrusa questione, dirò da che cosa secondo me dipende il fatto che la piena del Nilo abbia luogo in estate. Durante la stagione invernale le tempeste scacciano il sole dal suo corso abituale, ed esso percorre l’interno della Libia. 2 E se mi si chiede la spiegazione più concisa non ho nient’altro da aggiungere. E’ infatti naturale che la contrada a cui questo Dio è più vicino e che egli attraversa sia più sitibonda, e che le correnti dei suoi fiumi si inaridiscono.

25) 1 Ma se mi si chiede una spiegazione in più ampia sono pronto a darla. Percorrendo l’interno della Libia produce il Sole i seguenti effetti. Giacchè l’aria di questa contrada rimane perpetuamente serena, e la terra vi è calda e senza venti freddi, il Sole vi provoca, nel percorrerla, quegli effetti che suole produrre d’estate quando passa a metà del cielo: 2 trae a sè l’acqua e, dopo averla attratta, la restituisce nella zona più interna, dove i venti ne raccolgono, disperdono e sciolgono i vapori. Si spiega così benissimo che i venti che spirano da questa regione, il noto e il lips, siano di gran lunga i più piovosi fra tutti. 3 Ma io credo che il sole neppure restituisca tutta l’acqua che volta  per volta assorbe dal Nilo, e che una parte di essa  rimanga intorno a lui. Quando poi l’inverno si mitiga, il sole torna di nuovo a metà del cielo, 4 e da questo momento assorbe ugualmente da tutti i fiumi, i quali sono finora stati in piena, avendo ricevuto molta acqua piovana, ed essendo la terra umida  di pioggia e solcata da canali, ma d’estate non hanno forza perchè vengono a mancar loro le piogge e sono assorbiti dal sole. 5 Invece il Nilo, che d’inverno non riceve piogge ed è assorbito dal sole, è l’unico fiume che in questa stagione corra naturalmente molto più basso del livello normale che non d’estate; perchè d’estate è assorbito  non diversamente da tutti gli altri corsi d’acqua, mentre d’inverno è l’unico ad essere assorbito.  

26) 1 Sicchè io mi son convinto che questi fenomeni dipendono dal Sole. Da quello stesso sole che è pure secondo me la causa per cui l’aria, bruciata durante il suo percorso,è, in quella contrada, asciutta. Regna così nell’interno della Libia un’estate perpetua. 2 Ma se mutasse il corso delle stagioni, e in quella zona del cielo dove ora c’è borea e l’inverno stessero noto e il mezzogiorno, e dove ora si trova noto ci fosse borea, se le cose stesero così, il sole scacciato da mezzo al cielo dall’inverno e da borea, percorrerebbe, come ora percorre l’interno della Libia, l’interno dell’Europa, l’attraverserebbe tutta e credo che produrrebbe sull’Istro quegli effetti che ora produce sul Nilo.

27)  Per il fatto che dal Nilo non spirano brezze, è mia opinione che da contrade molto calde non se ne levi alcuna. Le brezze spirano di solito da una regione fredda.

28) 1 Ma lasciamo queste cose come sono e come sono sempre state. Nessuno degli Egiziani, dei Libi e degli Elleni che hanno parlato con me ha sostenuto di conoscere le sorgenti del Nilo, tranne il sovraintendente al tesoro sacro di Atena, la città egiziana di Sais. 2 Il quale affermava di essere esattamente informato, ma a me fece l’impressione che scherzasse. Diceva che c’erano due monti, con le vette terminanti in punta, siti tra la città di Siene nella Tebaide, ed Elefantina; e che questi monti portavano i nomi l’uno di Crofi e l’altro di Mofi. 3 Le sorgenti del Nilo sarebbero senza fondo e proromperebbero fra questi monti; e metà delle acque scorrerebbero verso l’Egitto e il vento di borea, l’altra metà verso l’Etiopia e il noto. 4 Le sorgenti sarebbero senza fondo: cosa che sarebbe risultata da un esperimento del re Psammetico. Il quale avrebbe fatto intrecciare una fune di molte migliaia di orge, l’avrebbe calata in quel punto, ed essa non sarebbe giunta al fondo. 5 Secondo me il racconto di questo sovraintendente dimostra, se egli diceva ciò che riteneva vero, che in quel punto hanno luogo forti vortici e un riflusso, e che lo scandaglio gettato non può, per l’urto dell’acqua contro i monti, toccare il fondo.

29) 1 Da nessun altro son riuscito ad apprendere alcunchè. Ma dirò quanto ho saputo e fin dove ho potuto sapere. Fino alla città di Elefantina sono giunto con i miei occhi; da essa in poi ho attinto notizie per sentito dire. 2 Risalendo dalla città di Elefantina il paese è ripido. Si deve avanzare legando il vascello ai due lati, come un bue; se si libera la forza della corrente se lo porta via d’impeto. In questa regione si naviga per quattro giorni. E il Nilo vi è sinuoso come il Meandro. 3 Si deve navigare in questa maniera per dodici scheni, e si arriva in una pianura unita dove il Nilo circonda un’isola che si chiama Tachompso. 4 Da Elefantina in su abitano ormai Etiopi, come anche su metà dell’isola, sull’altra metà della quale abitano Egiziani. All’isola è contiguo un gran lago, intorno al quale, abitano etiopi nomadi. Lo si attraversa e si riprende il corso del Nilo, che sbocca in questo lago. 5 E poi si sbarca, e si fa una marcia di quaranta giorni lungo il fiume; perchè dal Nilo sporgano scogli acuti e vi affiorano molte rocce, attraverso le quali è impossibile navigare. 6 Si percorre, nei quaranta giorni che ho detto, questa regione, e si torna ad imbarcarsi in un altro vascello per un’altra navigazione di dodici giorni, dopo i quali si arriva in una grande città che porta il nome di Meroe. Si dice ch’essa sia la metropoli di tutti gli Etiopi. 7 I soli dei adorati dai suoi abitanti sono Zeus e Dioniso, che sono tenuti in grande onore. E presso di loro sorge un oracolo di Zeus. Muovono in guerra quando e dove lo comandano i vaticini di questo Dio.

30) 1 Navigando da questa città si arriva presso i Disertori, in altrettanto tempo quanto  se ne è impiegato da Elefantina alla metropoli degli Etiopi. Questi Disertori si chiamano Asmach,  parola che tradotta nella lingua degli Elleni significa “quelli che stanno alla sinistra del re”. 2 Questi Egiziani della casta dei guerrieri erano duecentoquarantamila, e passarono agli Etiopi per il motivo che sto per dire.  Al tempo del re Psammetico vi era nella città di Elefantina di fronte agli Etiopi una guarnigione, una seconda a Dafne nel Pelusio, una terza di fronte agli Arabi e agli Assiri, e una quarta a Marea, di fronte alla Libia. 3 E ancora ai miei tempi e sotto i Persiani le guarnigioni erano così disposte, come sotto Psammetico. C’è infatti ad Elefantina e a Dafne un presidio Persiano. Quegli Egiziani erano stati di guarnigione per tre anni, e nessuno veniva a dar loro il cambio. Si consultarono, si ribellarono tutti di comune accordo a Psammetico, e marciarono verso l’Etiopia. 4 Psammetico ne fu informato e li inseguì; li raggiunse e li pregò insistentemente per dissuaderli dall’abbandonare gli Dei patrii, i figli e le donne. Ma si dice che uno gli abbia risposto, mostrandogli i genitali, che con quelli avrebbero avuto ovunque i figli e le donne. 5 Giunsero in Etiopia e si consegnarono al re degli Etiopi. Il quale,essendo in conflitto con un gruppo di Etiopi, li ricambiò invitandoli a scacciarli e ad occupare il territorio. E questi Egiziani si insediarono nel suolo degli Etiopi, i quali ne assimilarono i costumi e divennero più civili.

31) Sicchè il corso del Nilo è conosciuto, oltre i confini dell’Egitto, per quattro mesi di navigazione e di marcia. In realtà risulta, a conti fatti, che tanti sono i mesi che s’impiegano per un viaggio da Elefantina a questi Disertori. E il corso del fiume procede da occidente. Ma da da qui in poi non si possono più avere notizie esatte, essendo la regione, per il grande calore deserta.

32 1) Ma dirò ciò che ho sentito da uomini di Cirene. Dicevano di essersi recati all’oracolo di Ammone e di essere venuti a colloquio con il re degli Ammoni Etearco. Discorrendo, la conversazione era caduta sul Nilo, e nel fatto che nessuno ne conosceva le sorgenti. Allora Etearco avrebbe detto che erano venuti da lui dei Nasamoni, 2) popolazione della Libia che abita la Sirte e un breve tratto più a oriente. 3) Che erano giunti e che, richiesti se fossero in grado di allargare le sue cognizioni sui deserti della Libia, avrebbero risposto che c’erano stati presso di loro giovani sfrenati, figli di alti personaggi, i quali divenuti adulti, avrebbero, fra le altre stravaganze, tratti a sorte cinque di loro per esplorare i deserti della Libia e tentare di scoprire qualche cosa di più delle più lontane scoperte già fatte. 4) La costa della Libia lungo il mare settentrionale, cominciando dall’Egitto fino al capo Soloento che segna la fine della Libia, è tutta occupata da libici, anzi da molte popolazioni libiche, tranne le località abitate da elleni e fenici. Ma al di là della costa e delle popolazioni della zona marittima della Libia è piena di belve. E al di là della zona delle belve c’è sabbia, terribile siccità e deserto assoluto. 5) Questi giovani mandati dai loro coetanei percorsero, ben forniti di acqua e di viveri, il paese abitato, lo attraversarono, e giunti alla zona della belve; usciti dalla quale s’inoltrarono nel deserto seguendo la via verso il vento zefiro; 6) Percorsero per molti giorni un lungo tratto di paese sabbioso, e finalmente videro degli alberi che sorgevano in una pianura; vi si avvicinarono, e cominciarono a raccogliere i frutti che quegli alberi portavano; ma mentre li raccoglievano furono assaliti da uomini di piccola statura, al di sotto della normale, che li presero e li trassero con se. I nasamoni non capivano nulla della loro lingua, e neppure quelli che li traevano con se capivano i Nasamoni. 7) Furono condotti attraverso paludi vastissime, le attraversarono, e giunsero in una città dove tutti erano di statura eguale a quella dei loro rapitori e di pelle nera. E scorreva lungo la città da occidente verso il sol levante un gran fiume, nel quale si vedevano coccodrilli.

33 1) Non prolungherò oltre il racconto dell’ammonio Etearco. Aggiungo solo che egli asseriva che i Nasamoni, per detto dei Cirenei, fossero rimpatriati, e che gli uomini presso i quali essi sarebbero giunti fossero tutti stregoni. 2) Questo fiume che scorreva presso la città anche Etearco congetturava che fosse il Nilo; ed è ragionevole pensarlo e crederlo. Proviene infatti il Nilo dalla Libia, da esso divisa a metà; e, per quanto i congetturo deducendo ciò che non si conosce da ciò che tutti sanno, la distanza tra la sua foce e l’origine è la stessa che per l’Istro. 3) Infatti il coro del fiume Istro, che comincia dai Celti e dalla città di Pirene, divide l’Europa nel mezzo. ( I Celti si trovanofuori delle colonne D’Eracle, e confinano con i Cinesii, l’ultima popolazione europea verso occidente. 4) Attraversa, l’istro, tutta l’Europa, e sbocca nelle acque del Mare Ospitale, dove i coloni Milesi hanno la città di Istria.

34 1) Sicchè attraversando paesi abitati, questo fiume è conosciuto da molti, mentre delle sorgenti del Nilo nessuno sa dare notizia, perchè la Libia, da esso percorsa, è inabitata e deserta. Ho parlato del corso del Nilo fino al limite che le mie ricerche hanno potuto raggiungere. Esso sbocca nell’Egitto, e l’Egitto e sito pressappoco rimpetto alla Cicilia Montuosa, 2) dalla quale a Sinope sul Mare Ospitale ci sono per un uomo svelto in linea dritta cinque giorni di cammino; e Sinope è sita dirimpetto alla foce dell’Istro. Sicchè ritengo che il Nilo, il quale attraversa tutta la Libia, abbia una corso uguale all’Istro.  

35 1) Passo invece a parlare diffusamente dell'Egitto perché, rispetto a ogni altro paese, è quello che racchiude in sé più meraviglie e che presenta più opere di una grandiosità indescrivibile: ecco perché se ne discorrerà più a lungo.1) Gli Egiziani oltre a vivere in un clima diverso dal nostro e ad avere un fiume di natura differente da tutti gli altri fiumi, possiedono anche usanze e leggi quasi sempre opposte a quelle degli altri popoli: presso di loro sono le donne a frequentare i mercati e a praticare la compravendita, mentre gli uomini restano a casa a lavorare al telaio; e se in tutto il resto del mondo per tessere si spinge la trama verso l'alto, gli Egiziani la spingono verso il basso. Gli uomini portano i pesi sulla testa, le donne li reggono sulle spalle. 3) Le donne orinano d'in piedi, gli uomini accovacciati; inoltre fanno i loro bisogni dentro casa e consumano i pasti per la strada, sostenendo che alle necessità sconvenienti bisogna provvedere in luoghi appartati, a quelle che non lo sono, invece, davanti a tutti. 4) Nessuna donna svolge funzioni sacerdotali né per divinità maschili né per divinità femminili: per gli uni e per le altre il compito spetta agli uomini. I figli maschi non hanno alcun obbligo di mantenere i genitori se non lo desiderano, ma per le figlie l'obbligo è ineludibile anche se non vogliono.

36 1) Negli altri paesi i sacerdoti degli dei portano i capelli lunghi, invece in Egitto se li radono. E se presso gli altri popoli, in caso di lutto, i più colpiti, di regola, si radono il capo, gli Egiziani, quando qualcuno muore, si lasciano crescere i capelli e la barba che prima si radevano. 2) Gli altri uomini vivono ben separati dagli animali, in Egitto si abita insieme con loro. Gli altri si nutrono di grano e orzo, in Egitto chi si nutre di questi prodotti si attira il massimo biasimo: essi si preparano cibi a base di "olira", che alcuni chiamano "zeia". 3) Impastano la farina con i piedi mentre lavorano il fango con le mani [e ammucchiano il letame]. Gli Egiziani si fanno circoncidere, mentre le altre genti, a eccezione di quanti hanno appreso da loro tale pratica, lasciano i propri genitali come sono. Ogni uomo possiede due vestiti; le donne ne possiedono uno solo. 4) Gli altri legano gli anelli delle vele e le sartie all'esterno, gli Egiziani all'interno. I Greci scrivono e fanno di conto coi sassolini da sinistra a destra, gli Egiziani da destra a sinistra, e ciò facendo sostengono di procedere nel verso giusto, mentre i Greci scriverebbero a rovescio. Possiedono due sistemi di scrittura che chiamano "sacra" e "demotica".

37 1)  Sono straordinariamente devoti, più di tutti gli uomini e si attengono alle seguenti prescrizioni: bevono in tazze di bronzo, che sfregano ben bene ogni giorno, tutti, senza eccezioni; 2) indossano vesti di lino sempre lavate di fresco, e nel lavarle mettono molta cura. E si circoncidono per ragioni igieniche, anteponendo l'igiene al decoro personale. Ogni due giorni i sacerdoti si radono tutto il corpo per non avere addosso pidocchi o sudiciume di qualunque genere mentre servono gli dei: i sacerdoti 3) indossano solo vesti di lino e calzano solo sandali di papiro: non possono portare indumenti o calzari di materiale diverso. Si lavano con acqua fredda due volte al giorno e due volte ogni notte e si attengono a vari altri cerimoniali: ne hanno a migliaia, si fa per dire. 4) Ma la loro condizione comporta anche privilegi non indifferenti; per esempio non consumano e non spendono il loro patrimonio privato: gli vengono cotti pani sacri e quotidianamente ricevono ciascuno una grande quantità di carni bovine e di oca; e gli si offre anche vino d'uva; di pesci però non possono cibarsi. 5) Gli Egiziani non seminano assolutamente fave nel loro paese, e quelle che crescono spontaneamente non le mangiano né crude né cotte: i sacerdoti non ne tollerano neppure la vista considerandole un legume impuro. Non c'è un solo sacerdote per ciascuna divinità, ma molti e uno di loro funge da sommo sacerdote; e quando ne muore uno gli succede il figlio.

38 1) Considerano gli Egiziani,sacri ad Epafo i buoi e perciò li selezionano con cura: se vedono in un bue anche un solo pelo nero lo ritengono impuro.2)  Uno dei sacerdoti è preposto a compiere questa ispezione: esamina l'animale facendolo stare in piedi e steso sul dorso e gli osserva anche la lingua accertandone la purezza sulla base di certi indizi prestabiliti di cui parlerò in un'altra occasione; esamina anche i peli della coda per vedere se sono cresciuti normalmente. 3) Se il bue risulta completamente privo di impurità, il sacerdote lo contrassegna legandogli un foglio di papiro intorno alle corna; sul papiro applica creta da sigilli; vi appone il marchio e l'animale viene portato via. Per chiunque sacrifichi un bue privo di marchio è prevista la morte come punizione. Questo per quanto riguarda la cernita del bestiame; il sacrificio poi si svolge così.

39 1) Conducono la bestia marchiata presso l'altare designato per il rito e accendono il fuoco; versano quindi libagioni di vino sulla vittima e la sgozzano sull'altare invocando il dio, e dopo averla sgozzata le tagliano la testa. 2) Il corpo lo scuoiano, la testa invece, dopo averle scagliato contro numerose maledizioni, la portano via: dove c'è un mercato e tra la popolazione si trovino commercianti greci, allora la portano al mercato e la vendono, dove non ci sono Greci la gettano nel fiume. 3) Nel maledire le teste di bue pregano che se una sciagura sta per sopravvenire sui sacrificanti o sull'Egitto intero, si scarichi invece su quella testa. 4) Quanto alle teste degli animali sacrificati e alla libagione di vino tutti gli Egiziani osservano lo stesso rituale, identico, per tutti i sacrifici; in conseguenza proprio di tale usanza, nessun Egiziano si ciberebbe mai della testa di alcun animale 

40 1) Invece l'estrazione delle viscere della vittima e il modo di bruciarle differiscono a seconda dei sacrifici. E ora vengo a parlare della dea che essi considerano più importante, in onore della quale celebrano la festa più importante.2)  Dopo aver scuoiato il bue, pronunciano le preghiere rituali e lo sventrano togliendo tutti gli intestini ma lasciando nella carcassa i visceri e il grasso; tagliano poi le zampe, la punta dei lombi, le spalle e il collo. 3) Quindi riempiono ciò che resta del bue con pani di farina pura, miele, uva secca, fichi, incenso, mirra e altre sostanze aromatiche, e così riempito lo bruciano in sacrificio versandovi sopra olio in abbondanza. Prima del sacrificio osservano il digiuno; e mentre le vittime bruciano tutti si battono il petto; quando hanno smesso di battersi il petto, si preparano un banchetto con le parti rimaste della vittima.

41 1)  Tutti gli Egiziani sacrificano i buoi maschi e i vitelli che risultano puri, ma non possono toccare le mucche in quanto sacre a Iside. 2) E infatti la statua di Iside rappresenta una donna con corna bovine, proprio come i Greci raffigurano Io; assolutamente non c'è animale domestico venerato dagli Egiziani più delle femmine dei bovini. 3) Per questo motivo mai nessun Egiziano, uomo o donna, accetterebbe di baciare un Greco sulla bocca, né mai userebbe il coltello, lo spiedo o la pentola di un Greco, e neppure assaggerebbe la carne di un bue puro tagliato con un coltello greco.4)  Quando un bovino muore, gli danno sepoltura nel modo seguente: le mucche le gettano nel fiume, i buoi li seppelliscono ciascuno nel proprio sobborgo, lasciando spuntare dal suolo a mo' di indicazione un corno della bestia o anche entrambi. Si attende che l'animale si sia decomposto e al momento stabilito in ogni città arriva una barca dall'isola chiamata Prosopitide.5)  L'isola si trova nel Delta: nel suo perimetro, di nove scheni, si trovano varie altre città, ma quella da cui vengono le imbarcazioni a caricare le ossa dei buoi si chiama Atarbechi; qui ha sede un tempio sacro ad Afrodite.6)  Da Atarbechi partono in molti verso differenti città: dissotterrano le ossa, le portano via e le seppelliscono in un unico luogo. E così seppelliscono anche gli altri animali che muoiono; anche per essi vige l'identica legge: non li possono uccidere. 

42 1) Quanti hanno eretto un tempio a Zeus Tebano, o sono del distretto di Tebe, sacrificano capre evitando di toccare le pecore. 2) In effetti gli Egiziani non venerano tutti ugualmente gli stessi dei, tranne Iside e Osiride, che dicono corrispondere a Dioniso: queste due divinità le venerano proprio tutti. Quanti hanno un santuario di Mendes o fanno parte del distretto Mendesio si astengono dal sacrificare caprini e uccidono solo ovini. 3) I Tebani e chi ha appreso da loro ad astenersi dalle pecore dicono che tale regola venne imposta loro per la seguente ragione. Eracle, raccontano, fu preso da un gran desiderio di vedere Zeus, ma Zeus non voleva essere visto da lui; poiché Eracle insisteva Zeus dovette ricorrere ad un artificio: 4) scuoiò un montone e gli tagliò la testa; poi si mostrò a Eracle tenendo la testa del montone davanti alla propria e indossandone la pelle. Ecco perché gli Egiziani rappresentano Zeus nelle statue con la testa di montone; e come gli Egiziani fanno gli Ammoni, che sono coloni egiziani ed etiopici e la cui lingua è una via di mezzo tra l'egiziano e l'etiope. 5) A mio parere gli Ammoni derivarono dal dio egizio anche il loro nome, dato che gli Egiziani chiamano Ammone Zeus. Dunque per questo motivo i Tebani non sacrificano i montoni, anzi li ritengono animali sacri. 6) Però c'è un giorno, nell'anno, durante la festa di Zeus, in cui uccidono un montone, lo scuoiano e con la sua pelle rivestono nella stessa maniera la statua di Zeus; accanto ad essa trasportano una statua di Eracle; dopodiché tutti gli addetti al tempio si battono il petto in segno di lutto per il montone e lo seppelliscono in una fossa (barca) consacrata.

43 1)  A proposito di Eracle ho sentito raccontare che è una delle dodici divinità. Dell'altro Eracle, quello conosciuto dai Greci, in nessuna parte dell'Egitto ho potuto avere notizie.2)  Che non siano stati gli Egiziani a prendere il nome di Eracle dai Greci, ma piuttosto i Greci dagli Egiziani, e precisamente quei Greci che chiamarono Eracle il figlio di Anfitrione, molti indizi me lo provano e il seguente in particolare: Anfitrione e Alcmena, i genitori dell'Eracle greco, avevano antenati originari dell'Egitto. Del resto gli Egiziani dichiarano di non conoscere i nomi né di Posidone né dei Dioscuri, e non li annoverano fra le restanti divinità. 3) Ora, se gli Egiziani avessero adottato dai Greci un personaggio divino, si sarebbero ricordati di questi in misura non minore, ma maggiore, se è vero che anche allora erano dediti alla navigazione ed esistevano dei marinai Greci; così almeno mi aspetterei e questo il mio ragionamento richiede. Insomma non Eracle bensì queste altre figure divine gli Egiziani avrebbero dovuto derivare dai Greci.4)  L'Eracle egiziano è certamente un dio antico; come essi stessi raccontano fra il regno di Amasi e l'epoca in cui gli originari otto dei diventarono dodici (Eracle secondo loro era uno di questi dodici) son passati 17.000 anni. 

44 1)  Io poi, volendo conoscere le cose con chiarezza da chi era in grado di dirmele, mi recai per mare fino a Tiro, in Fenicia; avevo saputo che là si trovava un tempio sacro a Eracle, 2) e lo vidi, riccamente adorno di molti e vari doni votivi; e fra l'altro c'erano due colonnine, una d'oro puro, l'altra di smeraldo che nella notte riluceva grandemente. Conversando con i sacerdoti del dio domandai da quanto tempo fosse stato costruito il tempio, 3) e così constatai che neanche nel caso loro c'era concordanza con i Greci: mi risposero infatti che il tempio risaliva all'epoca della fondazione di Tiro, e che Tiro era abitata da 2300 anni. A Tiro vidi anche un altro tempio di Eracle, detto di Eracle Tasio, 4) perciò visitai anche Taso e vi trovai un santuario di Eracle edificato dai Fenici che, andando per mare alla ricerca di Europa, fondarono Taso; e tutto ciò era accaduto almeno cinque generazioni prima che in Grecia nascesse l'Eracle figlio di Anfitrione. 5) Le indagini dimostrano dunque, con evidenza, che Eracle è un dio molto antico. Per conto mio l'atteggiamento più corretto lo mostrano quei Greci che hanno edificato santuari dedicati a due Eracle, a uno sotto l'appellativo di Olimpio offrendo sacrifici come a un dio immortale, all'altro rendendo onori come a un eroe. 

45 1)  Sono molte e varie le cose che i Greci raccontano con assoluta superficialità, fra le quali una sciocca storia riguardante un viaggio di Eracle in Egitto; qui gli Egiziani dopo avergli legato intorno alla testa le sacre bende lo avrebbero condotto in processione per immolarlo a Zeus; lui per un po' sarebbe rimasto tranquillo, ma poi, quando cominciarono presso l'altare i riti per il suo olocausto, fece ricorso alla forza e uccise tutti gli Egiziani. 2) A me pare che i Greci narrando questa favoletta dimostrino di ignorare assolutamente l'indole e le usanze egiziane. Infatti, gente per cui costituisce empietà persino immolare animali, tranne ovini, buoi, vitelli, e purché siano puri, e oche, come potrebbe, gente così, compiere sacrifici umani? 3)  E come avrebbe potuto Eracle, da solo, e per di più da semplice mortale, a sentir loro, uccidere decine di migliaia di Egiziani? A noi che abbiamo speso così tante parole su tali argomenti gli dei e gli eroi concedano il loro favore. 

46 1) Ma ecco perché i Mendesi, Egiziani da noi già nominati, non sacrificano né i maschi né le femmine delle capre: essi annoverano Pan fra le otto divinità, e dicono che queste otto divinità esistevano prima dei dodici dei, 2)  e gli artisti nelle loro pitture e nelle loro sculture rappresentano Pan come fanno i Greci, con volto di capra e zampe di capro; non perché lo credano fatto così, anzi lo ritengono simile agli altri dei, ma per una ragione che ora non mi fa piacere riferire. 3) I Mendesi venerano tutti i caprini, gli esemplari femmina e ancora di più i maschi, i cui guardiani ricevono onori maggiori; tra gli animali ce n'è uno particolarmente venerato alla cui morte nel nomo di Mendes si proclama un lutto generale. 4) Tra l'altro capro e Pan, in egiziano si dicono "mendes". E ai miei tempi in questo distretto avvenne un fatto straordinario: pubblicamente una donna si accoppiava con un capro, alla luce del sole, dico, davanti a tutti. 

47 1)  Gli Egiziani considerano il maiale un animale immondo; già uno, se fa tanto di sfiorare un maiale passandogli accanto, va subito a immergersi nel fiume, così com'è, con tutti i vestiti indosso; i guardiani di maiali, poi, anche se egiziani di nascita, sono gli unici a non poter entrare in alcun santuario egiziano; e nessuno desidera concedere per sposa sua figlia a uno di loro, o prendere in moglie la figlia di un porcaro, tanto che i porcari finiscono per celebrare matrimoni solo all'interno del gruppo. 2) Gli Egiziani non ritengono lecito offrire suini a dei che non siano Selene e Dioniso; a tali divinità sacrificano maiali, nello stesso periodo, nello stesso plenilunio, e ne mangiano le carni. Sul motivo per cui nelle altre feste si astengono con orrore dai maiali, e in questa invece ne sacrificano, gli Egiziani narrano una leggenda: io la conosco ma non mi sembra molto decorosa da riferire. 3) L'offerta del maiale alla dea Selene avviene nel modo seguente: una volta ucciso l'animale, si prendono insieme la punta della coda, la milza e l'omento, li si ricopre per bene col grasso ventrale della vittima e li si brucia; delle altre carni ci si ciba nel giorno di plenilunio, lo stesso in cui il rito ha luogo: in giorni diversi non le si assaggerebbe nemmeno. I poveri, non avendo altre risorse, impastano focacce in forma di maiale, le fanno cuocere e poi le "sacrificano". 

48 1) Invece in onore di Dioniso, la vigilia della festa, ciascuno sgozza un porcellino davanti alla propria porta e lo consegna allo stesso porcaro che glielo aveva venduto perché se lo porti via. 2) Per il resto, a parte l'assenza di cori, la festa dedicata dagli Egiziani a Dioniso è pressoché identica a quella dei Greci. Al posto dei falli hanno inventato statuette mosse da fili, alte circa un cubito che le donne portano in giro per i villaggi; ogni marionetta è fornita di un pene oscillante, lungo quasi quanto il resto del corpo. In testa alla processione va un suonatore di flauto, le donne lo seguono inneggiando a Dioniso. 3) Una leggenda sacra spiega per quale ragione il fallo è così sproporzionato e perché nelle statuette è l'unica parte dotata di movimento.

49 1)  Io credo che già Melampo figlio di Amiteone non ignorasse questo rito sacrificale, anzi ne avesse esperienza diretta. Effettivamente fu Melampo a introdurre fra i Greci la divinità di Dioniso, i sacrifici relativi, e la processione dei falli; o meglio, egli non rivelò tutto in una volta tale culto: i sapienti venuti dopo di lui ampliarono le sue rivelazioni. Fu però Melampo a introdurre la processione del fallo in onore di Dioniso, ed è dopo averlo appreso da lui che i Greci fanno quello che fanno. 2) Io credo insomma che Melampo, certamente persona di grande sapienza, si procurò capacità divinatorie e introdusse in Grecia parecchi culti conosciuti in Egitto, tra cui in particolare quello di Dioniso, operando in essi poche modifiche. Non posso ammettere che il rito egiziano coincida fortuitamente con quello greco: in questo caso il rito greco sarebbe conforme ai costumi greci e non di recente introduzione; 3) né posso ammettere che gli Egiziani abbiano derivato dai Greci questa o altre usanze. A me pare altamente probabile che Melampo abbia appreso il culto di Dioniso da Cadmo di Tiro e dai suoi compagni, giunti dalla Fenicia nel paese oggi chiamato Beozia. 

50 1)  Dall'Egitto vennero in Grecia quasi tutte le divinità. Di una loro origine barbara io sono convinto perché così risulta dalle mie ricerche; e penso a una provenienza soprattutto egiziana. 2) Infatti a eccezione di Posidone e dei Dioscuri, come ho già avuto modo di dire, nonché di Era, di Estia, di Temi, delle Cariti e delle Nereidi, le altre divinità sono tutte presenti da sempre in quel paese, fra gli Egiziani: riporto quanto essi stessi dichiarano. Quanto alle divinità che sostengono di non conoscere io credo che tutte siano espressione dei Pelasgi, tranne Posidone. Conobbero questo dio dai Libici; infatti nessun popolo conosce Posidone fin dalle origini tranne i Libici, che da sempre lo onorano. Quanto al culto degli Eroi, esso è del tutto estraneo alle consuetudini egiziane.

51 1) Tutto questo dunque i Greci accolsero dagli Egiziani, e altro ancora che dirò più avanti; ma l'uso di fabbricare le statue di Ermes con il pene ritto non deriva dagli Egiziani bensì dai Pelasgi: i primi ad adottarlo fra i Greci furono gli Ateniesi, e da loro lo impararono gli altri. 2) Infatti, quando ormai gli Ateniesi si erano del tutto ellenizzati, nel loro paese vennero ad abitare dei Pelasgi; che è anche la ragione per cui costoro cominciarono a essere considerati Greci. Chi è iniziato ai misteri dei Cabiri, misteri che i Samotraci celebrano dopo averli acquisiti dai Pelasgi, sa ciò che dico. 3) In effetti i Pelasgi venuti a coabitare con gli Ateniesi si stanziarono poi in Samotracia e da loro i Samotraci appresero tali misteri. 4) Insomma gli Ateniesi furono i primi Greci a raffigurare nelle statue Ermes con il membro ritto perché lo avevano imparato dai Pelasgi. In proposito i Pelasgi composero un sacro racconto divulgato durante i misteri di Samotracia.

52 1) Un tempo i Pelasgi, come io stesso so avendolo udito a Dodona, compivano tutti i sacrifici e invocavano gli dei senza usare un nome personale o un appellativo: ancora non conoscevano nulla del genere. Li chiamarono "dei" (Theòi) in quanto avevano stabilito thentes l'ordine dell'universo e quindi regolavano la ripartizione di ogni cosa. 2) Molto tempo dopo appresero i nomi di tutti gli altri dei, originari dell'Egitto, tranne quelli di Dioniso che appresero molto più tardi; dopo un certo tempo interrogarono l'oracolo di Dodona a proposito di tali nomi; l'oracolo di Dodona è considerato il più antico della Grecia intera e a quell'epoca era anche l'unico. 3) Dunque i Pelasgi chiesero a Dodona se dovevano accogliere le divinità provenienti da genti barbare e l'oracolo rispose di accoglierle pure. Da allora nei loro sacrifici adoperarono gli appellativi divini. Tale uso passò più tardi dai Pelasgi ai Greci. 

53 1) Da chi sia nato ciascuno degli dei, oppure se siano sempre esistiti tutti e quale aspetto avessero, non era noto fino a poco tempo fa, fino a ieri, se così si può dire. 2) Io credo che Omero ed Esiodo siano più vecchi di me di 400 anni e non oltre: e furono proprio questi poeti a fissare per i Greci la teogonia, ad assegnare i nomi agli dei, a distribuire prerogative e attività, a dare chiare indicazioni sul loro aspetto; 3) i poeti che hanno fama di essere vissuti prima di loro io li credo invece posteriori. Di quanto qui sopra esposto, le prime informazioni provengono dalle sacerdotesse di Dodona, ciò che si riferisce a Omero e a Esiodo è opinione mia.

54 1)  A proposito dei due oracoli, quello greco di Dodona e quello libico di Zeus Ammone, gli Egiziani narrano una storia. I sacerdoti di Zeus Tebano mi raccontarono di due donne, due sacerdotesse, rapite da Tebe ad opera di Fenici: una di loro, come avevano appreso più tardi, era stata venduta in Libia, l'altra in Grecia; a queste donne risalirebbe la fondazione degli oracoli esistenti fra i suddetti popoli. 2) Io domandai ai sacerdoti da dove attingessero notizie così precise sugli avvenimenti ed essi mi risposero che avevano cercato a lungo quelle donne senza riuscire a trovarle; solo più tardi, aggiunsero, avevano ottenuto su di loro le informazioni a me riferite.

55 1)  Questo è quanto seppi dai sacerdoti di Tebe. La versione delle indovine di Dodona è differente: secondo loro due colombe nere volarono via da Tebe d'Egitto e giunsero l'una in Libia, l'altra a Dodona. 2) Quest'ultima, appollaiata su di una quercia, con voce umana avrebbe proclamato che si doveva fondare in quel luogo un oracolo di Zeus; la gente di Dodona, ritenendo di origine divina un simile annuncio, si comportò di conseguenza. 3) La colomba direttasi in Libia, narrano, avrebbe ordinato ai Libici di fondare l'oracolo di Ammone, che è anch'esso di Zeus. Questo mi raccontarono le sacerdotesse di Dodona, che si chiamavano Promenia, la più anziana, Timarete, la seconda, e Nicandre, la più giovane; e con la loro versione concordano anche gli altri abitanti di Dodona addetti al santuario. La mia opinione al riguardo è la seguente.

56 1)  Se veramente i Fenici rapirono le sacerdotesse e le vendettero, l'una in Libia e la seconda in Grecia, io credo che quest'ultima fu venduta nel paese dei Tesproti, nell'attuale Grecia, che allora si chiamava Pelasgia; 2) lì visse come schiava, poi, sotto una quercia cresciuta spontaneamente, fondò un santuario di Zeus; era logico che lei, già sacerdotessa di Zeus a Tebe, volesse perpetuarne il ricordo anche là dov'era giunta. Più avanti, quando imparò la lingua greca, diede inizio alle attività dell'oracolo. 3) Fu lei a raccontare di una sua sorella venduta in Libia dagli stessi Fenici che avevano venduto lei.

57 1)  A mio avviso i Dodonesi hanno chiamato colombe le due donne perché erano barbare e perciò a loro sembravano emettere suoni simili al canto degli uccelli, 2) e aggiungono che la colomba prese a parlare con favella umana col passare del tempo, cioè quando la donna cominciò a esprimersi in maniera comprensibile: finché si serviva di un idioma barbaro sembrava a tutti che emettesse una specie di verso da uccello; come avrebbe potuto una colomba parlare con voce umana? Descrivendo poi la colomba come nera di colore, indicano che la donna proveniva dall'Egitto. Guarda caso l'arte mantica praticata a Tebe d'Egitto e quella praticata a Dodona sono assai simili fra loro. E anche la divinazione mediante l'esame delle vittime sacrificate proviene dall'Egitto.

58 1)  Gli Egiziani sono stati i primi al mondo a istituire feste collettive, processioni e cortei religiosi; i Greci hanno imparato da loro e ne abbiamo una prova: le solennità egiziane risultano celebrate da molto tempo, quelle greche hanno avuto inizio di recente. 

59 1)  Le feste collettive gli Egiziani non le celebrano una sola volta all'anno, ma in continuazione: la principale, e seguita con maggiore partecipazione, è dedicata ad Artemide, nella città di Bubasti; la seconda ha luogo a Busiride ed è dedicata a Iside; 2) in questa città, situata in Egitto nel bel mezzo del Delta, si trova un grandissimo santuario di Iside, la dea che in greco si chiama Demetra. 3) La terza festa è per Atena, nella città di Sais, la quarta a Eliopoli, per il dio Elio, la quinta a Buto in onore di Leto; la sesta è dedicata ad Ares e ha luogo nella città di Papremi.

60 1)  Ecco che cosa fanno quando si recano a Bubasti: viaggiano sul fiume, uomini e donne insieme, una gran folla di entrambi i sessi sopra ogni imbarcazione; alcune donne hanno dei crotali e li fanno risuonare, alcuni uomini suonano il flauto per tutto il tragitto; gli altri, uomini e donne, cantano e battono le mani; 2) quando giungono all'altezza di un'altra città, accostano a riva e si comportano così: alcune continuano a fare ciò che ho detto, altre a gran voce dileggiano le donne del posto, altre danzano, altre ancora si alzano in piedi e si tirano su la veste. Così in ogni città che incontrino lungo il fiume. 3) Una volta arrivati a Bubasti, celebrano la festa offrendo imponenti sacrifici; in questa ricorrenza si consuma più vino d'uva che in tutto il resto dell'anno. Vi accorrono, a quanto sostengono i locali, fino a settecentomila persone fra uomini e donne, senza contare i bambini.

61 1)  Così a Bubasti; a Busiride quando celebrano la festa di Iside tutto si svolge come ho già ricordato prima. Dopo il sacrificio uomini e donne si battono tutti il petto, e sono svariate decine di migliaia di persone: ma dire in onore di chi si battono il petto sarebbe empio da parte mia. 2) Tutti i Cari che vivono in Egitto si spingono molto più in là: con dei coltelli si infliggono ferite sulla fronte, e da questo si capisce che non sono Egiziani, ma stranieri.

62 1)  A Sais, quando si riuniscono per i riti sacrificali, una determinata notte ciascuno accende molte lampade intorno alla propria casa, all'aperto; le lampade sono delle ciotoline piene di sale e di olio, sulla cui superficie galleggia il lucignolo e brucia per tutta la notte; sicché la festa è detta "dei lumi accesi". 2) Gli Egiziani che non si recano a questo raduno festivo aspettano la notte del sacrificio e accendono a loro volta, tutti, le lucerne; e in tal modo non solo a Sais si accendono lucerne, ma nell'intero Egitto. Si tramanda un racconto sacro che spiega per quale motivo la notte in questione ha ricevuto luce e venerazione.

63 1)  Quelli che si recano a Eliopoli e a Buto compiono soltanto dei sacrifici. Invece a Papremi hanno luogo sacrifici e riti sacri come altrove: al tramonto del sole, mentre pochi sacerdoti si occupano della statua del dio, i più, invece, attendono in piedi all'ingresso del tempio armati di mazze di legno; altri uomini, oltre un migliaio di persone che compiono un voto, se ne stanno tutti insieme in un gruppo a parte, anch'essi armati di mazze. 2) La statua del dio, contenuta dentro una specie di piccolo tabernacolo di legno ornato d'oro, era stata trasportata, la vigilia della festa, in una diversa dimora sacra. I pochi sacerdoti rimasti accanto ad essa tirano un carretto a quattro ruote, che porta il tabernacolo con dentro la statua stessa, ma i sacerdoti in piedi vicino all'ingresso non la lasciano entrare: allora il gruppo delle persone impegnate a soddisfare il voto prende le difese del dio randellando i sacerdoti; questi a loro volta reagiscono. 3) Insomma si scatena una violenta rissa a colpi di bastone: si fracassano la testa e secondo me molti ci lasciano la pelle in seguito alle ferite riportate; gli Egiziani comunque escludono categoricamente che sia mai morto qualcuno. 4) Gli abitanti di Papremi dicono di aver introdotto tale festa per il seguente motivo. Abitava un tempo nel santuario la madre di Ares; Ares che era stato allevato altrove, divenuto adulto, venne a Papremi per congiungersi con lei; ma i servitori della madre non lo avevano mai visto prima di allora, perciò non gli consentirono l'ingresso e lo mandarono via; Ares raccolse uomini da un'altra città e usando le cattive maniere nei confronti dei servitori poté entrare da sua madre. Da tale episodio, dicono, avrebbe tratto origine l'usanza della bastonatura durante la festa in onore di Ares.

64 1) Gli Egiziani furono i primi a prescrivere di non unirsi a donne nei santuari, e di non entrarvi, se si fossero uniti, senza essersi lavati. Quasi tutti gli altri uomini, all’infuori degli Egiziani e degli Elleni, si uniscono a donne nei santuari, e quando si levano dal loro letto entrano in un santuario senza essersi lavati. Ritengono che per gli uomini sia come per gli animali. 2) Vedono che gli animali e le diverse specie di uccelli si accoppiano nei templi degli Dei e nei recinti sacri, e pensano che, se ciò spiacesse alle divinità, nemmeno gli animali si comporterebbero così. Da simili considerazioni deriva una condotta che io disapprovo.

65 1) Invece gli Egiziani, scrupolosissimi nelle altre prescrizioni sacre, lo sono anche in questa. 2) Benchè confini con la Libia . l’Egitto non è ricco di animali; e quelli che ci sono son tutti ritenuti sacri; gli uni vivono con gli uomini, altri no. Ma se dicessi perchè sono consacrati agli Dei verrei aparlare di argomenti religiosi, mentre io evito accuratissimamente di trattarne e ciò che, sfiorandoli, ne ho detto, l’ho detto perchè non potevo farne a meno. 3) Per gli animali c’è questa istituzione. Sono designati fra gli Egiziani, per il mantenimento di ogni specie di bestie, dei guardiani di ambo i sessi: onore che si trasmette di padre in figlio. 4) E gli abitanti delle città adempiono con loro, caso per caso, i seguenti voti che, per l’avvenuta guarigione di figli, essi fanno alla divinità cui l’animale è sacro. Radono ai fanciulli o tutta o la metà o la terza parte della testa, mettono in una bilancia una quantità d’argento corrispondente ai capelli, e l’argento che fa inclinare la bilancia viene consegnato alla guardiana degli animali, la quale per questo compenso fa a pezzi dei pesci per darli da mangiare alle bestie. 5) Questo è stabilito per il loro mantenimento. Se poi una delle bestie viene uccisa accade questo: se volontariamente, c’è la pena di morte; se involontariamente, si paga una multa stabilita dai sacerdoti. Ma chi volontariamente o involontariamente uccide un ibis o uno sparviero non può sfuggire alla morte.

66 1) Gli animali che vivono con l’uomo sono numerosi in Egitto; ma lo sarebbero ancora molto di più se ai gatti non capitasse quanto segue. Le femmine quando hanno partorito non si recano più dai maschi; i quali le cercano senza però ottenere di unirsi a loro; 2) ed ecco il rimedio che questi escogitano per questo inconveniente. Uccidono i figli che rapiscono e sottraggono alle femmine. Li uccidono non li mangiano. E quelle prive dei figli e desiderose di averne per questo desiderio si recano dai maschi, perchè è un animale che ama aver figli. 3) Quando poi scoppia un incendio i gatti sono presi da un istinto soprannaturale. Gli Egiziani, disposti ad intervalli, fanno loro la guardia, senza curarsi di spegnere il fuoco; ma essi s’insinuano in mezzo, balzano al di sopra e si lanciano nelle fiamme. 4) E per questo gli Egiziani si mettono in grave lutto. Nelle case dove un gatto muore di morte naturale tutti quelli che l’abitano si radono soltanto le sopracciglia; dove muore un cane si radono la testa e tutto il corpo.

67 1) I gatti morti vengono trasportati nella città di Bubasti in camere sacre, dove li seppelliscono imbalsamati. I cani ogni popolazione li seppellisce nella propria città dentro bare sacre. E nello stesso modo dei cani vengono sepolti gli icneumoni. I toporagni e gli sparvieri vengono portati nella città di Buto; gl’ibis nella città di Ermes, 2) Gli orsi che sono rari, e i lupi che non sono molto più grandi della volpi, vengono seppelliti nei luoghi dove sono trovati morti.

68 1) Ecco le caratteristiche del coccodrillo. Durante i 4 mesi di pieno inverno non mangia niente. e’ un quadrupede, ma vive sia sulla terraferma, sia nelle acque tranquille. Depone e cova le uova a terra, e trascorre all’asciutto la maggior parte del giorno; ma la notte intera nel fiume, perchè l’acqua è più calda dell’aria libera e della rugiada. 2) Di tutti gli esseri mortali che noi conosciamo è quello che dalle più piccole dimensioni arriva alle più vaste. Le sue uova non sono molto più grandi di quelle d’oca e il piccolo è in proporzione all’uovo, ma sviluppandosi arriva persino a diciassette cubiti e anche di più. 3) Gli occhi sono come quelli del maiale; ha i denti grandi e zanne sporgenti proporzionate al corpo. E’ l’unico animale che non abbia lingua; e non muove la mascella inferiore;  è unico anche in questo: accosta la mascella superiore all’inferiore. 4) Ha unghie forti e la pelle coperta di squame, impenetrabile sul dorso. Nell’acqua non ci vede, ma nell’aria aperta è di acutissima vista. Vivendo nell’acqua, ha la bocca tutta piena di sanguisughe. Gli altri uccelli e animali lo fuggono, ma col trochilo vive in pace, per i servigi che ne riceve. 5) Il coccodrillo esce dall’acqua sulla terra e apre la bocca, suole in genere tenerle aperta verso zefiro, e il trochilo v’entra dentro a divorargli le sanguisughe. Il coccodrillo è lieto di questo servizio, e non gli fa nessun male.

69 1) Per certi Egiziani i coccodrilli sono sacri; per altri no, e li trattano invece da nemici. 2) Gli abitanti della regione di Tebe e del lago di Meri li considerano assolutamente sacri. In ciascuna delle due regioni scelgono fra tutti un coccodrillo, e lo allevano addomesticato e alla mano; gli mettono alle orecchie pendenti di pietra liquida e d’oro, e bracciali alle zampe anteriori; gli offrono gli alimenti prescritti e vittime, e lo trattano in vita come meglio possono, morto lo seppelliscono imbalsamato in una bara sacra. 3) Invece gli abitanti della regione di Elefantina non ritengono i coccodrilli animali sacri, tutt’altro e li mangiano. Gli Egiziani non li chiamano coccodrilli, li chiamano champse. Questo nome di coccodrilli è degli Ioni, i quali li trovano simili ai krokodili (lucertole) che si vedono da loro sui muri a secco 

70 1) A queste bestie si da la caccia in parecchi e diversi modi. Descrivo quella che a me sembra più degna di essere riferita. Si mette come esca a d un amo la schiena di un maiale, e lo si cala in mezzo al fiume; sull’orlo del quale l’uomo tiene un porcellino vivo, e lo batte. 2) Il coccodrillo sente i grugniti, si dirige verso di essi, incontra la schiena del maiale e la inghiotte; e gli uomini lo tirano. Viene tratto a terra, e per prima cosa il cacciatore gli tura subito gli occhi con del fango. Ciò fatto se ne impadronisce con grande facilità; se no, dura fatica.

71 1) Il cavallo di fiume, che nel distretto di Papremi è sacro, per gli altri Egiziani non lo è. Ecco le caratteristiche del suo aspetto. E’ un quadrupede con i piedi forcuti come il bue, camuso, e con una criniera di cavallo. Presenta zanne sporgenti; e ha la coda e il nitrito del cavallo. Ha la pelle così spessa che la si dissecca e se ne fanno aste per giavellotti.

72 1) Vi sono anche lontre, nel fiume, e sono ritenute sacre. Tra i pesci considerano ugualmente sacri quello chiamato lepidoto, e l’anguilla, dei quali dicono che sono sacri al Nilo; e tra gli uccelli le ochevolpi.

73 1) C’è anche un altro uccello sacro, che ha il nome di fenice. Io non l’ho visto se non dipinto; e infatti raramente viene in Egitto: ogni 500 anni , a detta degli Eliopoliti; 2) e dicono che viene quando gli muore il padre. Se somiglia alla sua immagine dipinta le sue dimensioni e il suo aspetto sono come dirò. Ha le ali in parte color d’oro, in parte rosse; per linea e per grandezza lo si può dire somigliantissimo all’aquila. 3) E si racconta di lui quest’impresa, alla quale per conto mio non credo. Dicono che si parta dall’Arabia; che, avvolto in un letto di mirra, trasporterebbe il padre nel santuario del sole, e che ivi lo seppellisca. Ecco come lo trasporterebbe. 4) Foggerebbe prima un uovo di mirra, così grande da poterlo portare, e ne tenterebbe il trasporto. Fatto il tentativo, vuoterebbe l’uovo per riporvi il padre, e coprirebbe con altra mirra il posto  per dove avrebbe, dopo vuotato l’uovo, introdotto il padre: il quale posto dentro, ristabilirebbe il peso originario; e, copertolo, lo trasporterebbe in Egitto al santuario del Sole. Così dicono che faccia quest’uccello.

74 1) Ci sono , nei dintorni di Tebe, serpenti sacri assolutamente innocui per l’uomo. Sono piccoli, e portano due corna, che nascono dal sommo della testa. Vengono seppelliti, quando muoiono nel santuario di Zeus, perchè sono ritenuti sacri a questo Dio.

75 1) C’è una regione dell’Arabia sita all’incirca presso la città di Buto; io mi ci son recato per informarmi dei serpenti alati. Ci andai, e vidi, in una quantità indescrivibile, ossa e spine dorsali di serpenti. V’erano mucchi di spine dorsali; molti mucchi: grandi, meno grandi, e ancora più piccoli. 2) E descrivo ora questa regione cosparsa delle spine dorsali. E’ un passo stretto che dai monti sbocca in una gran pianura, la quale si riattacca alla pianura egiziana. 3) Dicono che al comparire della primavera i serpenti alati spicchino il volo dall’Arabia verso l’Egitto, e che gli uccelli ibis andando loro incontro a questo passo non permettano ai serpenti l’entrata nel paese, e li uccidono. 4) Dicono gli Arabi che gli Egiziani onorano molto l’ibis per questo suo merito, e anche gli Egiziani confermano di onorare per tale ragione questi uccelli.

76 1) Aspetto dell’ibis. E’ tutto completamente nero; ha le gambe della gru e il becco assai ricurvo; e le sue dimensioni sono quelle del francolino. E’ questo l’aspetto dell’ibis nero, che combatte contro i serpenti. Ed ecco l’aspetto dell’ibis che più frequentemente la gente si trova fra i piedi, perchè ce ne sono due specie. 2) Il capo e tutta la gola sono nudi; le penne bianche, (tranne quelle del corpo, del collo, delle estremità delle ali e della coda: parti che sono tutte assolutamente nere); le gambe e il becco sono simili a quelli dell’altro ibis. 3) La forma del serpente è come quella delle bisce d’acqua; porta ali non piumate, pressappoco identiche a quelle del pipistrello. E basta per gli animali sacri.

77 1) Quanto poi alla popolazione umana, gli abitanti dell’Egitto seminato, coltivando più di tutti i popoli il ricordo del passato, sono gli uomini di gran lunga più dotti di cui io sia giunto a fare esperienza. 2) Ecco il loro regime di vita. Si purgano ogni mese per tre giorni di seguito e si curano la salute con emetici e lavaggi, perchè ritengono che tutte le malattie derivino dai cibi con cui ci si nutre. 3) Del resto sono gli Egiziani, dopo i Libici, la gente più sana del mondo; secondo me in grazia del clima, perchè non ci sono trapassi di stagione. Sono i cambiamenti che per lo più sviluppano le malattie, qualsiasi cambiamento, e specialmente quelli di stagione. 4) I pani che mangiano sono di olira che essi chiamano cillesti. E bevono un vino fatto con l’orzo, perchè nel loro paese non ci sono vigne. Mangiano i pesci o crudi, seccati al sole, o salati traendoli dalla salamoia. 5) Quanto agli uccelli mangiano crude la quaglie, le anatre e gli uccelletti minuti. E tutte le altre specie, tutti gli altri uccelli o pesci di cui dispongono li mangiano arrostiti o bolliti.

78 1) Nelle riunioni dei ricchi Egiziani, alla fine del pranzo un uomo porta in giro un morto scolpito in legno dentro la bara, scolpito e dipinto con grandissima rassomiglianza, della dimensione complessiva di circa uno o due cubiti; lo mostra a ciascuno dei convitati e dice:” Guarda questo, e bevi e godi, da morto sarai così”.

79 1) Così fanno nei conviti. Si tengono agli usi aviti, e non importano alcuna novità. tra i loro costumi notevoli c’è pure il fatto che conoscono un solo canto, il Lino, che è cantato nella fenicia, a Cipro e altrove. 2) E’ vero che il nome cambia secondo i popoli, ma si è d’accordo nel ritenere che l’eroe sia quello stesso che gli Elleni cantano sotto il nome di Lino. Sicchè tra i molti argomenti di meraviglia che mi offre l’Egitto c’è anche questo Lino, da dove ne avranno tratta conoscenza? Che cantino sempre questo personaggio non c’è dubbio. In Egiziano il nome di Lino è Manero. 3) Alcuni Egiziani mi dissero che egli fu il figlio unico del primo re d’Egitto, il quale sarebbe morto prematuramente, e gli egiziani lo onorerebbero con questi canti funebri. E mi dissero che questo sia stato il primo e l’unico loro tipo di melodia.

80 1) Ed ora un uso egiziano che coincide con un uso ellenico, ma praticato dai soli Lacedemoni. In Egitto se dei giovani incontrano degli anziani cedono il passo e si fanno da parte, e se sopraggiungono uomini anziani si alzano dal seggio. 2) Ecco invece un uso che non trova riscontro   in alcuna consuetudine ellenica: per la strada gli egiziani non si rivolgono parole di saluto, fanno una riverenza, abbassando la mano fino al ginocchio.

81 1) Indossano tuniche di lino che chiamano calasiri, con frange intorno alle gambe, e portano su di esse, gettati sulle spalle, mantelli bianchi di lana. Ma non introducono roba di lana nei santuari, e non vi si avvolgono nella sepoltura: cose vietate dalla loro religione. 2) Coincide quest’uso con le prescrizioni dette orfiche e bacchiche, ma in realtà egiziane e importate da Pitagora, anche agli iniziati a questi misteri è interdetto farsi seppellire con vesti di lana. E c’è a questo proposito un racconto sacro.  

82 1) Ed ecco alcune scoperte degli egiziani, a quale divinità sia sacro ogni mese ed ogni giorno, e l’arte di stabilire secondo il giorno della nascita, quali saranno gli avvenimenti di ciascuno, la sua vita e la sua fine. Scoperta di cui hanno fatto uso gli Elleni che hanno coltivato la poesia. 2) Hanno scoperto gli egiziani un maggior numero di presagi di tutti gli altri uomini. Quando ha luogo un prodigio, essi osservano e mettono per iscritto ciò che avviene dopo, e se si ripete qualche cosa che ricordi questo prodigio ritengono che gli avvenimenti seguenti saranno analoghi

83 1) Dirò come è praticata la divinazione in Egitto: quest’arte non è competenza di alcun uomo, ma di certe divinità. V’è un oracolo di Eracle, uno di Apollo, uno di Atena, uno di Artemide, uno di Zeus; ma in maggior onore è tenuto quello di Leto nella città di Buto. L’arte divinatoria non è del resto dappertutto la stessa, varia secondo il Dio o la Dea.

84 1) In Egitto la medicina è divisa così: ogni medico non cura parecchie malattie, ne cura una sola. E il paese è pieno di medici: degli occhi, della testa, dei denti, della regione addominale, delle malattie di localizzazione incerta.

85 1) Lamenti funebri e funerali. Quando in una casa viene a mancare qualcuno di riguardo, tutte le persone di sesso femminile si coprono la testa ed anche il viso di fango; lasciano il morto nella casa, e si aggirano per la città percuotendosi, con una cintura alla vita e i seni scoperti; e con loro tutte le donne del parentado. 2) Gli uomini si percuotono con una cintura alla vita. Compiono questo rito, e portano il cadavere a imbalsamare.

86 1) C’è gente che attende a questo lavoro e professa quest’arte. 2) Viene portato un cadavere, e costoro presentano modelli di mummie in legno, dipinte al naturale. E dicono che l’imbalsamazione più accurata sia quella di colui di cui uno scrupolo religioso mi vieta di fare il nome in tale circostanza. Poi mostrano il secondo tipo, inferiore a questo e meno costoso, e il terzo che è il più a buon mercato. Danno questa spiegazione, e chiedono ai clienti secondo quale tipo vogliono imbalsamato il loro morto. 3) I clienti si mettono daccordo per un prezzo e si ritirano. Nell’officina restano gli artigiani e se si tratta del tipo di imbalsamazione più accurata vi attendono come segue. Estraggono anzitutto con un ferro ricurvo il cervello dalle narici, in parte così, in parte introducendovi dei farmaci. 4) Poi con una pietra etiopica tagliente, praticano un’incisione all’inguine; tirano fuori senz’altro tutti gl’intestini; trattili fuori, li nettano per bene con vino di palma, e li tornano a pulire con polvere di aromi. 5) Quindi riempiono il ventre di pura mirra tritata, di cannella e di altri aromi, tranne l’incenso, e richiudono cucendo. E dopo salano il corpo immergendolo nel salnitro per settanta giorni: non devono lasciarlo nel sale per un periodo più lungo. 6) Trascorsi settanta giorni lavano il morto e spalmandolo di gomma, che gli egiziani usano in genere invece della colla, avvolgono il corpo con fasce tagliate in tela di bisso. 7) Quindi i parenti ritirano la mummia, fanno fare una scultura di legno in forma umana, e v’includono il morto. Ve lo rinchiudono, e lo tengono gelosamente in una camera funeraria ponendolo ritto contro la parete.

87 1) E’ questa la maniera più costosa d’imbalsamare i morti. Per chi invece, ad evitare forti spese, vuole il trattamento medio, si procede così. 2) Riempiono senz’altro, con siringhe, senza praticarvi incisioni nè toglierne gli intestini, il ventre del morto di olio di cedro: iniettando il liquido, cui si impedisce di tornare indietro, dalla parte posteriore; si immette per il numero di giorni prescritto, il corpo nel sale. E l’ultimo giorno si fa uscire dal ventre l’olio di cedro che vi era stato prima immesso: 3) il quale ha tale efficacia da trasportare con se gli intestini e i visceri disciolti. Le carni invece sono corrose dal salnitro. Sicchè restano del morto la pelle e le ossa. Ciò fatto, gl’imbalsamatori non hanno che da consegnare il morto; ed il loro lavoro è finito.  

88 1) E passiamo al terzo tipo d’imbalsamazione, che si applica ai meno abbienti. Si purificano gli intestini con la syrmania, si mette per i soliti settanta giorni il corpo nel sale, poi senz’altro lo si consegna e porta via.

89 1) Le mogli dei personaggi in vista non vengono date subito dopo la morte ad imbalsamare, e neppure le donne di grande bellezza e maggior considerazione; le quali solo dopo due o tre giorni vengono consegnate agli imbalsamatori. 2) E ciò per impedire che vengano violate. Si dice che un imbalsamatore sia stato sorpreso mentre si univa ad una donna morta di recente, e che sia stato denunciato dal compagno.  

90 1) Se si trova un uomo, non importa se egiziano o straniero, rapito da un coccodrillo o ucciso dal fiume stesso, gli abitanti della città sul territorio della quale viene gettato sono assolutamente tenuti ad imbarsamarlo, ad acconciarlo nel miglior modo, e a seppellirlo in bare sacre. 2) E nessuno, sia parente o amico, ha diritto di toccarlo; tranne i sacerdoti del Nilo, i quali lo seppelliscono con le proprie mani, essendo esso ritenuto qualche cosa di più che il cadavere di un uomo.  

91 1)Gli egiziani rifuggono dall’adottare usi ellenici e, per dire tutto in breve, gli usi di qualsiasi popolo. Questa è la regola. Ma c’è Chemis, una grande città del distretto tebano presso Neapoli. 2) E c’è in essa un santuario quadrangolare di Perseo figlio di Danae, intorno al quale sorgono delle palme. I propilei  del santuario sono di pietra, assai grandi; e s’ergono, lì presso due grandi statue di pietra. In questo recinto c’è, dentro, un tempio, dove sorge una statua di Perseo. 3) I Chemmiti dicono che Perseo appare spesso nel loro paese, e spesso dentro il santuario, e che allora vi si trova un sandalo usato, che è della lunghezza di due braccia, all’apparire del quale tutto l’Egitto gode di prosperità. 4) Così affermano; e in onore di Perseo hanno adottato un uso ellenico, hanno istituito i giuochi ginnici che abbracciano ogni genere di gara, offrendo come premi animali, tuniche e pelli. 5) Chiesi loro perchè Perseo voglia apparire a loro soli, e perchè si siano, con l’istituire dei giuochi ginnici, distinti dagli altri egiziani. Mi risposero che Perseo è oriundo della loro città, perchè Danao e Linceo, che salparono per l’ellade, sarebbero stati Chemmiti; e mi fecero tutta la genealogia da questi fino a Perseo. 6) Dissero che quest’ultimo, giunto in Egitto per il motivo addotto anche dagli Elleni, per riportare cioè alla Libia la testa della Gorgone, si sarebbe recato anche da loro, e avrebbe riconosciuto tutti i suoi parenti; e che quando giunse in Egitto conosceva bene il nome di Chemmi, che aveva appreso dalla madre. E mi dissero che per ordine suo celebravano in suo onore giuochi ginnici.

92 1) Tutti questi usi appartengono agli egiziani che abitano al di là delle paludi. E gli stessi usi degli altri egiziani adottano quelli che risiedono nelle regioni delle paludi; ognuno di loro per esempio, convive con una sola moglie, come gli Elleni. Ma per mantenersi a buon mercato hanno escogitato altri mezzi. 2) Quando il fiume è in piena e le pianure diventano un mare, nasce in grande quantità nell’acqua una specie di giglio, che gli egiziani chiamano loto. Lo raccolgono, lo seccano al sole, e ne pestano la parte interna simile alla testa di un papavero, di cui fanno pani che cuociono al fuoco. 3) Ed è mangereccia anche la radice, di questo loto: di un gradevole sapore dolce, rotonda, e di grandezza come una mela. 4) C’è poi un’altra specie di giglio, simile alla rosa, che anch’esso nasce nel fiume. Il suo frutto si trova su uno stelo che nasce dalla radice accanto allo stelo principale, ed è similissimo a un favo di vespe. Vi si trovano molti grani da mangiare, grossi come il nocciolo di un olivo, e che si mangiano sia freschi che secchi. 5) Il papiro, che d’anno in anno si sviluppa, annualmente, viene strappato dalle paludi; e poi ne tagliano le parti superiori, che adoperano per altri usi o che vendono; e mangiano la pare inferiore rimasta, lunga circa un braccio. Quelli che vogliono ricavare dal papiro un cibo squisito lo mangiano dopo averlo immerso in un recipiente caldissimo. Alcuni di questi egiziani vivono di solo pesce. Lo prendono, lo vuotano, lo seccano al sole, e lo mangiano secco.  

93 1) E’ difficile trovare nelle acque del fiume i pesci che vanno a frotta. Crescono negli stagni, e fanno così: quando li prende brama della fecondazione nuotano in frotta verso il mare; i maschi in testa, spargono il seme; e le femmine dietro lo inghiottono e ne vengono fecondate. 2) Quando queste sono ingravidate nel mare, i pesci rimontano, ogni gruppo indietro alla sede abituale. Ma non più i maschi sono alla testa; la direzione passa alla femmine. Le quali nuotano a schiera in testa, e fanno ciò che facevano i maschi. Spargono le uova a piccoli gruppi di grani, mentre i maschi dietro le divorano, 3) e questi grani sono pesci. Dai grani superstiti, non divorati, nasce la nuova generazione. I pesci che vengono presi mentre nuotano verso il mare appaiono consunti nella parte sinistra del capo, quelli presi mentre rimontano sono consunti a destra. 4) E ciò avviene loro perchè discendono al mare tenendosi alla riva sinistra, e risalgono indietro a contatto della stessa riva, aderendo e sfiorandola quanto più possono, affinchè la corrente non li faccia deviare. 5) All’inizio della piena del Nilo cominciano a riempirsi per prime le parti basse del paese e gli stagni lungo il fiume, perchè l’acqua filtra dal fiume; e appena queste zone si riempiono pullulano di piccoli pesci. 6) Da dove è verosimile che essi nascono? io credo di intuirlo. Quando il Nilo si ritira, i pesci, deposte le uva nel fango, si ritirano insieme con le ultime acque; e quando, compiutosi il periodo fluviale, l’anno dopo ritorna l’acqua, tutti i pesci nascono da queste uova. E questo è quanto riguarda i pesci.  

94 1) Gli egiziani che abitano la regione delle paludi usano un olio estratto dal frutto del ricino; gli egiziani lo chiamano kiki. E lo preparano come segue. Seminano questo ricino, che nel paese degli elleni cresce selvaggio, spontaneamente, lungo le rive dei fiumi e degli stagni. 2) E questa pianta seminata in Egitto produce un frutto abbondante ma di cattivo odore. Gli egiziani lo raccolgono, lo fanno a pezzi e lo spremono, o lo cuociono dopo averlo arrostito, e raccolgono il succo che ne esce. E’ un liquido grasso, per le lucerne non meno adatto dell’olio di uliva; ma di odore sgradito.  

95 1) Contro le zanzare, che sono in grande abbondanza, gli egiziani adottano questo rimedio. Gli abitanti al di là delle paludi ricorrono alle torri e per dormire salgono su di esse: perchè, a causa dei venti, le zanzare non riescono a volare in alto. 2) Gli abitanti della paludi adottano, invece delle torri quest’altro rimedio. Possiede ognuno una rete con la quale di giorno prende i pesci; e di notte l’usa così: la dispone intorno al letto su cui riposa, vi si introduce, e dorme al sicuro. 3) Le zanzare, se uno dorme in un mantello o un panno di lino, forano e mordono; invece la rete le arresta senz’altro.  

96 1) I battelli egiziani per il trasporto delle merci sono costruiti in legno di acacia: un albero di aspetto similissimo al loto di Cirene, e da cui goccia della gomma. Tagliano da questa acacia pezzi di legno di circa due braccia, che mettono insieme come mattoni, costruiscono il battello come segue. 2) Collegano i pezzi di legno, di due cubiti, con lunghi e frequenti cavicchi; e quando hanno costruito in questo modo vi tendono sopra delle traverse. Nessun uso di tavole laterali. Turano le commessure interne on papiro; 3) e apprestano un solo timone, che passa attraverso la carena. Per l’albero adoperano l’acacia e per le vele il papiro, Questi battelli non possono risalire il fiume se non domina un forte vento, e vengono tirati da terra. Invece in discesa ecco come vanno. 4) C’è un graticcio costruito di tamarisco, tenuto insieme da una stuoia di canne, e una pietra forata del peso di circa due talenti. La tavola vien gettata, legata a una fune, avanti al battello, che il fiume la porti - alla superficie-, e dietro, con un’altra fune, la pietra. 5) La tavola sotto l’urto della corrente cammina veloce trascinando la baris tal nome hanno appunto questi battelli, e la pietra, trascinata dietro e stando sul fondo de fiume, mantiene diritto il corso della navigazione. Gli egiziani hanno una grande quantità di questi battelli, di cui alcuni trasportano molte migliaia di talenti.  

97 1) Quando il Nilo ha inondato il paese, al di sopra delle acque si vedono solo le città, simili pressappoco alle isole del mar Egeo: giacchè tutto il resto dell’Egitto diventa un mare, e solamente le città ne emergono. Sicchè i traghetti, quando avviene l’inondazione, non si svolgono più lungo i bracci del fiume, ma tagliando in mezzo la pianura. 2) E per risalire da Naucrati a Menfi il percorso passa proprio dalle piramidi, deviando dalla via solita, che passa per il vertice del Delta e per la città di Cercasoro. E se dal mare e da Canopo ci si reca a Naucrati navigando attraverso la pianura, si arriva alla città di Antilla e a quella chiamata di Arcandro.  

98 1) Una di queste, Antilla, è una città considerevole, ed è prescelta per fornire le calzature alla moglie del re di volta in volta regnante in Egitto: ciò che avviene da quando l’Egitto è sotto i Persiani. 2) L’altra città a me pare che, essendo essa chiamata la città di Arcandro, tragga il nome dal genero di Danao, Arcandro figlio di Ftio figlio di Acheo. Ma potrebbe esserci un altro Acandro. Certo il nome non è egiziano.  

99 1) Finora ho esposto i risultati di quanto ho visto, riflettuto, e appreso con le mie ricerche. Passerò adesso ad esporre quello che gli egiziani raccontano, secondo ciò che ho udito; e vi aggiungerò qualche cosa che ho visto direttamente. 2) Di Min, il primo re dell’Egitto, i sacerdoti mi dicevano che protesse Menfi con una diga. Il fiume scorreva lungo tutta la catena sabbiosa che è dalla parte della Libia; e Min creò con un argine, a circa cento stadi oltre Menfi, quel gomito a mezzogiorno prosciugando il letto antico, e avviò il fiume tra le due catene di monti. 3) E ancor oggi questo gomito del Nilo così deviato è sotto l’accurata sorveglianza dei Persiani, che ogni anno lo rinforzano perchè, se in questo punto il fiume dovesse rompere e straripare, tutta Menfi rischierebbe di venire sommersa. 4) Quando Min che fu il primo re, ebbe prosciugato la regione da cui deviò il Nilo, vi fondò la città che è ora chiamata Menfi, e che si trova già nella parte stretta dell’Egitto. A settentrione e a occidente ricavò dal fiume un lago; invece a oriente la cinge il Nilo stesso; e vi fondò il santuario di Efesto, che è grande e degnissimo di fama.  

100 1) Dopo di lui i sacerdoti mi elencarono da un libro i nomi di altri trecentotrenta re. E in tante generazioni c’erano diciotto Etiopi, e una donna indigena; gli altri erano uomini ed egiziani. 2) La donna che regnò aveva lo stesso nome della regina babilonese, Nicotri. Della quale dicevano che per vendicare il fratello, l’avevano ucciso gli egiziani su cui regnava, e così, dopo averlo ucciso,avevano rimesso a lei il regno, per vendicarlo aveva con un inganno ammazzato molti egiziani. 3) Costruì una vastissima sala sotterranea, e finse di inaugurarla; ma era un tranello. Invitò quegli egiziani che sapeva maggiormente responsabili dell’uccisione, e offrì un banchetto a molta gente; ma durante il convito lanciò contro di loro la corrente del fiume, immessa in un largo condotto segreto. 4) Questo dicevano di lei. Ma poi per sfuggire alla vendetta, si sarebbe, dopo il fatto, gettata in una stanza piena di cenere ardente.  

101 1) Gli altri re di cui non raccontavano alcuna gesta, dicevano che non si erano affatto distinti, tranne unicamente l’ultimo, Meri 2) Il quale avrebbe, per suo ricordo, edificato i propilei di Efesto volti a settentrione, avrebbe scavato un lago di cui più in là indicherò in stadi il perimetro, e vi avrebbe costruito delle piramidi, delle cui dimensioni farò cenno assieme con quelle del lago. Sarebbero queste le sue opere. Di nessun altro dicono che abbia compiuto alcunchè.

102 1) Io dunque li tralascerò per menzionare invece il re salito al potere dopo di loro, che si chiamava Sesostri. 2) Di Sesostri i sacerdoti mi raccontarono che per primo si mosse con una flotta di lunghe navi dal Golfo d'Arabia per soggiogare le popolazioni insediate lungo le coste del Mare Eritreo; avanzò con le sue navi finché raggiunse un braccio di mare non più navigabile a causa dei bassi fondali. 3) Se ne tornò allora di là in Egitto, dove, secondo il racconto dei sacerdoti, raccolse un numeroso esercito e marciò attraverso il continente, sottomettendo ogni popolazione che gli si parava sul cammino. 4) Quando si imbatteva in popoli valorosi e particolarmente attaccati alla propria libertà, sul posto lasciava delle stele con iscrizioni che ricordavano il suo nome, la sua patria e come li avesse soggiogati con il suo esercito; 5) quando si vedeva consegnare le città senza combattere e prontamente, incideva sulle stele lo stesso discorso riservato ai popoli valorosi, ma vi aggiungeva l'immagine degli organi sessuali femminili; intendeva così rendere chiaro che quelle erano genti imbelli.

103 1)  Così facendo attraversò l'intero continente, poi passò dall'Asia in Europa e assoggettò gli Sciti e i Traci. Queste mi sembrano le regioni estreme toccate dall'esercito egiziano: in effetti nel paese degli Sciti e dei Traci si vedono ancora erette delle stele commemorative, che spingendosi oltre non si vedono più. 2) Di là ritirandosi tornò indietro e raggiunse il fiume Fasi dove non saprei dire con certezza se fu il re Sesostri personalmente a distaccare una parte del suo esercito e a lasciarla sul posto per colonizzare la regione, oppure se alcuni soldati decisero di stabilirsi nei dintorni del Fasi, stanchi di girovagare con il loro re.

104 1)  È chiaro comunque che gli abitanti della Colchide sono di origine egiziana: io lo avevo pensato prima ancora di sentirlo dire da altri. E come mi venne in testa l'idea, condussi un'indagine fra le due popolazioni; ne risultò che i Colchi conservavano memoria degli Egiziani più che gli Egiziani dei Colchi; ma gli Egiziani ritenevano, così dissero, che i Colchi discendessero da una parte dall'esercito di Sesostri. 2) Io me ne ero già accorto per conto mio: i Colchi hanno la pelle scura e i capelli crespi (cosa che, per la verità, non permette di trarre nessuna conclusione certa, dal momento che anche altre popolazioni presentano queste caratteristiche); ma decisiva mi era parsa la constatazione che Colchi, Egiziani ed Etiopi sono gli unici popoli a praticare la circoncisione fin dalle origini. 3) Gli stessi Fenici e i Siri della Palestina ammettono di averla derivata dagli Egiziani; i Siri del fiume Termodonte e del Partenio e i Macroni loro confinanti dichiarano di avere appreso tale uso dai Colchi e di recente. Questi sono i soli popoli a praticare la circoncisione e tutti chiaramente rifacendosi agli Egiziani. 4) Fra Egiziani ed Etiopi non saprei dire chi abbia imparato da chi, perché in entrambi i casi si tratta evidentemente di una istituzione antica. Ma del fatto che tutti gli altri l'abbiano appresa per aver avuto frequenti relazioni con l'Egitto, io possiedo una prova decisiva: tutti i Fenici che hanno contatti con la Grecia non seguono più le usanze egiziane e non circoncidono più i loro figli.

105 1)  E già che ci siamo citerò un ulteriore particolare che avvicina i Colchi agli Egiziani: sono i soli due popoli a lavorare il lino nella stessa maniera. E nell'insieme il loro sistema di vita, come le loro lingue, si assomigliano. Il lino dei Colchi dai Greci è chiamato "sardonico", mentre quello proveniente dall'Egitto è detto "egiziano".

106 1)  La maggior parte delle stele fatte erigere dal re dell'Egitto Sesostri non sopravvive più ai nostri occhi, ma nella Siria Palestina io stesso ne ho viste di superstiti, con le iscrizioni suddette, e i genitali femminili. 2) Nella Ionia restano anche due bassorilievi raffiguranti Sesostri, scolpiti nella roccia, uno sulla strada che porta da Efeso a Focea l'altro sulla strada da Sardi a Smirne; 3) in entrambi i posti è raffigurato un uomo alto quattro cubiti e mezzo che stringe nella mano destra una lancia e nella sinistra un arco e che porta così ripartito anche il resto dell'abbigliamento, metà egiziano e metà etiopico: 4) una iscrizione in geroglifici egiziani è incisa sul suo petto, da una spalla all'altra, e dice: "Io con queste mie spalle mi sono conquistato questo paese"; chi sia e da dove venga il personaggio in questione l'iscrizione qui non lo spiega, l'ha indicato altrove. 5) Alcuni di quelli che l'hanno vista avanzano l'ipotesi che l'immagine raffiguri Memnone, ma sono molto lontani dalla verità.

107 1) Come raccontavano i sacerdoti, l'egiziano Sesostri, mentre ritornava in Egitto conducendo con sé molti prigionieri appartenenti alle popolazioni da lui sottomesse, si trovò a un certo punto del cammino a Dafne Pelusica, dove suo fratello (era il fratello a cui Sesostri aveva affidato il governo temporaneo dell'Egitto) invitò lui e i figli a un banchetto e poi fece ammassare cataste di legna intorno alla casa e vi appiccò il fuoco. 2) Come se ne accorse, Sesostri si consigliò con la moglie (l'aveva infatti con sé) ed essa gli suggerì di gettare due dei loro figli (che erano sei in tutto) sulle cataste incendiate e di mettersi in salvo camminando sui loro corpi come su di un ponte; così fece Sesostri: due figli dunque morirono tra le fiamme, mentre gli altri si salvarono con il padre. 

108 1) Sesostri tornò in Egitto e vendicatosi del fratello, ecco poi come utilizzò la massa di individui che aveva condotta con sé dai paesi sottomessi: 2) li adibì al traino di quelle pietre di dimensioni spropositate che furono trasportate fino al tempio di Efesto sotto il suo regno; e li obbligò a scavare tutti i canali oggi esistenti in Egitto; contro il loro volere trasformarono così l'Egitto, prima interamente percorribile a cavallo o con carri, in un paese tutto diverso. 3) Da allora infatti l'Egitto, pur essendo del tutto pianeggiante, è diventato intransitabile per chi proceda a cavallo o con un carro, e ciò proprio per via dei canali, numerosi e rivolti in ogni direzione. 4) Ma ecco la ragione per cui il re fece tagliare con canali il territorio: tutti gli Egiziani residenti in città lontane dal fiume, nell'interno, ogni volta che cessava la piena del Nilo, rimanevano privi di acqua e si servivano perciò di acque salmastre che attingevano dai pozzi; ecco perché l'Egitto fu solcato da canali.

109 1)  I sacerdoti mi dissero che Sesostri ripartì il territorio fra tutti gli Egiziani, assegnando a ciascuno un lotto di forma quadrangolare di uguali dimensioni: poi si garantì le entrate fissando un tributo da pagarsi con cadenza annuale. 2) Se a qualcuno il fiume sottraeva una parte del lotto, c'era la possibilità di segnalare l'accaduto presentandosi al re in persona: questi inviava dei tecnici a verificare e a misurare con esattezza la diminuzione di terreno, affinché il proprietario potesse per il futuro pagare il tributo in giusta proporzione. 3) Scoperta, mi pare, per questa ragione, la geometria passò poi dall'Egitto in Grecia. La meridiana, lo gnomone e la suddivisione della giornata in dodici parti i Greci li hanno appresi invece dai Babilonesi.

110 1)  Sesostri fu l'unico re egiziano a regnare anche sull'Etiopia; in ricordo di sé lasciò davanti al tempio di Efesto due grandi statue di pietra di trenta cubiti, raffiguranti lui e la moglie, e altre quattro dei figli, di venti cubiti ciascuna. 2) Molto tempo più tardi il sacerdote di Efesto non permise a Dario il Persiano di erigere accanto a esse una sua statua; negava che Dario avesse compiuto imprese pari a quelle di Sesostri, l'Egiziano: Sesostri aveva sottomesso non meno popolazioni di Dario, ma in più anche gli Sciti che Dario invece non era stato capace di assoggettare, 3) pertanto non sarebbe stato giusto collocare di fronte ai monumenti dedicati a Sesostri la statua di uno che non aveva superato le sue imprese. E pare che Dario, di fronte a questa argomentazione, lo abbia perdonato.

111 1)  I sacerdoti mi raccontavano che, morto Sesostri, ricevette il regno suo figlio Ferone; e che questi non compì alcuna impresa militare: gli capitò anzi di diventare cieco per la ragione che ora esporrò. Una volta il fiume si ingrossò fino a raggiungere una altezza di 18 cubiti, tanto da sommergere le coltivazioni e, levatosi un forte vento improvviso, il fiume divenne agitato; 2) pare allora che il re con un gesto avventato ed esecrando, impugnata una lancia, l'abbia scagliata fra i gorghi del fiume; subito dopo cadde ammalato e diventò cieco. Tale rimase per dieci anni; all'undicesimo gli pervenne un oracolo dalla città di Buto: il tempo della punizione era terminato e avrebbe riavuto la vista lavandosi gli occhi con l'orina di una donna che avesse avuto rapporti soltanto col proprio marito e non avesse mai conosciuto altri uomini. 3) Il re provò prima con sua moglie, poi, dato che restava cieco, con molte altre donne, una dietro l'altra. Quando riebbe la vista, radunò in una sola città, ora chiamata (Zolla Rossa) Eritrebolo, le donne con cui aveva fatto la prova, fuorché quella con la cui orina s'era lavato quando aveva recuperato la vista; dopo averle radunate le fece bruciare tutte, insieme con la città. 4) La donna poi con la cui orina s'era lavato riacquistando la vista, se la tenne come moglie. Una volta guarito dalla malattia agli occhi, consacrò vari ex-voto in tutti i principali santuari: il più considerevole è quello dedicato nel santuario di Elio, davvero degno di ammirazione: due obelischi di pietra, monolitici entrambi, alti ciascuno cento cubiti e larghi otto. 

112 1)  A Ferone succedette nel regno, raccontavano, un uomo di Menfi, il cui nome greco è Proteo; a Menfi esiste un suo santuario molto bello e ottimamente arredato, situato a sud del tempio di Efesto. 2) Intorno al santuario abitano dei Fenici di Tiro; e tutta insieme questa località è denominata Campo dei Tiri. Nel santuario di Proteo sorge un tempio detto di Afrodite Straniera: io credo che sia un tempio di Elena figlia di Tindaro, sia perché ho udito raccontare che Elena soggiornò presso Proteo, sia perché lo chiamano di Afrodite Straniera; e in nessuno dei templi a lei dedicati, per tanti che siano, Afrodite viene detta "Straniera".

113 1) Interrogati da me in proposito, i sacerdoti mi raccontarono, su Elena, che le cose erano andate così: dopo aver rapito Elena da Sparta, Alessandro fece rotta verso il proprio paese, ma, giunto nel Mare Egeo, i venti contrari lo spinsero fino al Mare d'Egitto; di qui (i venti non cessavano) arrivò in Egitto e precisamente alla foce di quel ramo del Nilo oggi chiamato Canobico e alle Tarichee (Saline). 2) C'era sulla spiaggia, e c'è ancora, un tempio di Eracle: chi vi si rifugia, di chiunque sia servo, se si fa imprimere il santo marchio (Stigmate) consacrando se stesso al dio, non può più essere toccato; tale regola si è conservata identica dalle origini fino ai giorni nostri. 3) Insomma alcuni servi infidi di Alessandro, venuti a sapere della norma in vigore nel tempio, sedutisi come supplici del dio denunciarono Alessandro: con l'intenzione di rovinarlo raccontarono tutta la storia di Elena e il torto commesso ai danni di Menelao. Pronunciarono le loro accuse di fronte ai sacerdoti e di fronte al guardiano del ramo Canobico, che si chiamava Toni.

114 1) Toni udì le accuse e subito, con la massima sollecitudine, inviò a Menfi un messaggio indirizzato a Proteo, che diceva così: 2) "È giunto uno straniero di stirpe Teucra, autore in Grecia di una azione nefanda: ha sedotto la moglie del suo ospite e ora è qui, con lei, e con ingenti ricchezze, trascinato nel tuo paese dalla forza dei venti. Dobbiamo lasciarlo andare impunito oppure requisirgli quanto si è portato dietro fino a qui?". 3) Proteo inviò una risposta di questo tenore: "Quell'uomo, chiunque sia, che ha agito da empio nei confronti del suo ospite, prendetelo e portatelo davanti a me. Voglio proprio vedere che cosa mai potrà dire".

115 1)  Appresa la risposta, Toni cattura Alessandro e gli sequestra le navi, quindi lo conduce a Menfi insieme con Elena e con i tesori, e assieme anche ai supplici. 2) Quando ebbe tutti di fronte a sé, Proteo chiese ad Alessandro chi fosse e da quali mari venisse; quello gli elencò i suoi antenati, disse il nome della sua patria e spiegò la rotta seguita dalle sue navi. 3) Poi il re gli chiese dove avesse preso Elena e, poiché Alessandro divagava nel discorso e non diceva la verità, i servi che si erano fatti supplici lo accusarono denunciando per filo e per segno il suo misfatto. 4) Per ultimo parlò Proteo: "Quanto a me, - disse - se non considerassi fondamentale non uccidere nessuno degli stranieri che arrivano nel mio paese trascinati dai venti, io prenderei vendetta su di te per il Greco; tu sei un miserabile: dopo aver ricevuto i doni di ospitalità hai compiuto una azione così empia! Accostarsi alla moglie dell'ospite! E questo ancora non ti è bastato: l'hai istigata alla fuga e te la sei portata via, l'hai rapita. 5) Ma neppure questo ti è bastato: hai saccheggiato la casa del tuo ospite prima di partire. 6) Ora dunque, anche se mi guardo bene dall'uccidere uno straniero, non per questo ti lascerò condurre via la donna e le ricchezze: le terrò in custodia per l'ospite greco, fino a quando lui stesso vorrà venirsele a riprendere. Quanto a te e ai tuoi compagni di viaggio vi concedo tre giorni per lasciare il mio paese e trasferirvi altrove, altrimenti vi tratteremo come nemici".

116 1) Così dunque i sacerdoti raccontano l'arrivo di Elena presso Proteo; a mio parere questa versione era nota anche a Omero, ma per la composizione del suo poema epico non si prestava altrettanto di quella da lui accolta; ecco perché la trascurò 2) pur palesando di esserne a conoscenza: lo si capisce da come nell'Iliade Omero racconta del girovagare di Alessandro (e in nessun altro punto si smentisce): di come fu portato dai venti, avendo con sé Elena, vagando di qua e di là e di come giunse a Sidone, in Fenicia; ne parla nelle gesta di Diomede, 3) Dicono i versi:

                                                 Ove di pepli istoriati un serbo

                                                 Teneva, lavor delle fenice donne

                                                 Che Paride, solcando il vasto mare,

                                                 Da Sidon conducea, quando la figlia

                                                 Di Tindaro rapio.

4) Ma ne parla anche in questi versi dell’Odissea :

                                                 Tali possenti farmachi benigni

                                                 Elena possedea, figlia di Giove,

                                                 a cui li die’ l’egizia Polidamna

                                                 Moglie di Tono, fertile la terra

                                                 ivi produce farmachi infiniti,

                                                 salutiferi alcuni, altri letali.

5) E dice ancora Menelao a Telemaco:

                                                  Nell’Egitto, sebbene il mio ritorno

                                                  pur sospirassi, mi tenean gli Dei,

                                                  chè non avevo in loro onor compiute

                                                  scelte ecatombi.

[dov'erano i mantelli ricamati, opera di quelle donne di Sidone che Alessandro stesso, simile a un dio, da Sidone aveva portato con sé navigando sull'ampia distesa del mare, proprio nel viaggio in cui condusse la nobile Elena. [E ne parla anche nell'Odissea, come segue: La figlia di Zeus possedeva queste pozioni sapienti ottimi farmaci che le aveva fornito Polidamna, la moglie di Toni, in Egitto, là dove una fertile terra produce erbe medicinali, in gran numero, le buone mescolate alle velenose. E ancora ecco le parole rivolte da Menelao a Telemaco: In Egitto gli dei mi trattennero, benché fossi impaziente di navigare fin qui, perché non gli avevo offerto perfette ecatombi.] 6) In questi versi Omero fa capire di essere a conoscenza del viaggio in Egitto di Alessandro: infatti la Siria confina con l'Egitto e i Fenici, a cui appartiene Sidone, vivono nella Siria 

117 1) E sulla base di questi versi e di questa indicazione di luogo si capisce altresì, con evidenza ancora maggiore, che i Canti Cipri non sono di Omero, bensì di un altro poeta; infatti in essi si dice che Alessandro giunse a Ilio con Elena, proveniente da Sparta, nello spazio di tre giorni, avendo trovato venti favorevoli e mare calmo; invece nell'Iliade si parla di un lungo girovagare insieme con lei. E qui si chiuda il discorso su Omero e sui Canti Cipri.

118 1)  Domandai ai sacerdoti se ciò che i Greci raccontano delle vicende di Ilio è falso o no, ed essi mi risposero citando quanto, a sentir loro, avevano appreso da Menelao in persona: 2) dopo il ratto di Elena, dissero, un grande esercito greco aveva raggiunto la terra dei Teucri, in aiuto di Menelao; una volta sbarcato e accampato l'esercito, furono mandati a Ilio dei messaggeri, tra i quali lo stesso Menelao; 3) essi entrarono nelle mura della città, reclamarono la restituzione di Elena e delle ricchezze che Alessandro aveva sottratto e si era portato via, e chiesero soddisfazione per i torti subiti. Ma i Troiani risposero allora come avrebbero sempre risposto anche in seguito, giurando e non giurando che Elena e i tesori non si trovavano lì bensì in Egitto; e non era giusto, dicevano, che dovessero rendere conto loro di quanto era in mano di Proteo, il re egiziano. 4) I Greci, convinti di essere presi in giro, strinsero d'assedio la città, finché non la conquistarono; quando poi, espugnate le mura, non trovarono traccia di Elena e continuarono a sentirsi ripetere lo stesso discorso, allora ci credettero, e i Greci inviarono presso Proteo Menelao in persona.

119 1)  Menelao giunse in Egitto, risalì il fiume fino a Menfi, dove spiegò esattamente quanto era accaduto: allora ricevette grandi doni ospitali e poté riprendersi Elena, sana e salva, nonché tutte le sue ricchezze. 2) Però Menelao, pur avendo ottenuto ciò si comportò da uomo ingiusto nei confronti degli Egiziani: le avverse condizioni del tempo gli impedivano di partire, mentre era già pronto a salpare; dato che il ritardo si protraeva, tramò una azione esecranda: 3) prese due bambini, figli di gente del luogo, e li usò come vittime per un sacrificio; in seguito, quando si scoprì che aveva commesso tale delitto, fuggì con le sue navi in direzione della Libia, odiato e inseguito. Dove poi si sia diretto gli Egiziani non erano in grado di dirlo; di una parte dei fatti ammettevano di avere informazioni indirette, ma di quanto era successo nel loro paese vantavano una sicura conoscenza.

120 1)  Questo mi narrarono i sacerdoti egiziani; quanto a me sono d'accordo sulle notizie relative a Elena, sulla base di alcune considerazioni: se Elena si fosse trovata a Ilio l'avrebbero certamente riconsegnata ai Greci con o senza il consenso di Alessandro. 2) Senza dubbio Priamo e gli altri suoi parenti non sarebbero stati così dementi da voler rischiare la propria esistenza e quella dei loro figli nonché la sopravvivenza dell'intera città, solo perché Alessandro potesse starsene con Elena. 3) E anche ammesso che nei primi tempi la pensassero così, dopo che negli scontri con i Greci erano caduti molti Troiani e non c'era battaglia in cui non morissero almeno due o tre figli dello stesso Priamo, o magari anche di più, a basarsi sul racconto dei poemi epici, io voglio credere che, in circostanze del genere, anche se fosse stato lui in persona a vivere con Elena, Priamo l'avrebbe restituita pur di liberarsi di tutte le sventure che lo affliggevano. 4) Né il regno era destinato a passare nelle mani di Alessandro; se Priamo era vecchio non toccava lo stesso a lui governare il paese: dopo la morte di Priamo il successore designato era Ettore, più anziano e più valoroso di Paride: e a lui non si addiceva certo rimettersi alle decisioni del fratello, che era nel torto; e tanto più quando, a causa sua, grandissime disgrazie stavano cadendo su di lui personalmente e su tutti gli altri Troiani. In realtà essi non erano in condizione di restituire Elena e i Greci non credevano ai Troiani benché dicessero la verità; anche perché, e questa è una mia interpretazione, così il dio aveva disposto le cose: che perendo tutti miseramente dimostrassero al mondo come a colpe grandi rispondano grandi castighi da parte degli dei. Questa almeno è la mia opinione.

121 1)  I sacerdoti mi dissero che a Proteo succedette nel regno Rampsinito, il quale lasciò a ricordo di sé i propilei occidentali del tempio di Efesto; davanti ai propilei eresse due statue, alte 25 cubiti: gli Egiziani chiamano "estate" quella posta più a nord e "inverno" quella più a sud; adorano e colmano di onori la statua "estate" , mentre fanno tutto il contrario nei confronti della statua "inverno".

A 1)  Rampsinito dispose di una enorme quantità di denaro, quale nessuno dei re venuto dopo di lui riuscì mai a superare e anzi neppure a uguagliare. Volendo conservare in un luogo sicuro tanta ricchezza, fece costruire una stanza di pietra che aveva una delle pareti confinante con l'esterno della reggia; ma il costruttore tramando insidie escogitò un suo piano: sistemò una delle pietre in modo che fosse facilmente estraibile dal muro, sia da due che da una sola persona. 2) Quando la camera fu pronta, il re vi depositò le sue ricchezze. Tempo dopo il costruttore, ormai in punto di morte, chiamò i suoi figli (erano due) e raccontò come, pensando al loro futuro, a procurar loro un'esistenza agiata, fosse ricorso a un'astuzia nel costruire la stanza del tesoro reale. Spiegò con chiarezza il sistema per rimuovere la pietra e ne diede le esatte misure, aggiungendo che se avessero seguito esattamente le sue istruzioni sarebbero diventati custodi dei beni del re. 3) Quindi morì e i suoi figli non rimandarono a lungo l'impresa: una notte si avvicinarono alla reggia, individuarono la pietra nell'edificio, la spostarono facilmente e fecero man bassa delle ricchezze.

B 1)  Il re, quando gli capitò di aprire il tesoro, si stupì di vedere gli orci non più colmi di tesori; né sapeva chi incolpare dato che i sigilli erano intatti e la stanza ben chiusa. Ma quando due o tre volte ancora a entrare nella stanza le ricchezze apparivano sempre di meno (infatti i ladri non smettevano di venire a rubare), ecco come agì: ordinò di preparare delle trappole e di disporle fra gli orci contenenti i suoi averi. 2) Vennero di nuovo i ladri, come le altre volte, e uno di loro si introdusse nel tesoro; ma non appena si accostò ad un orcio subito rimase preso nella trappola; si rese conto del guaio in cui si trovava, chiamò il fratello, gli spiegò la situazione e lo esortò a entrare al più presto e a tagliargli la testa: non voleva, una volta visto e riconosciuto, coinvolgere nella rovina anche il fratello. Questi comprese la bontà della proposta, si convinse e la mise in opera. Poi ricollocò al suo posto la pietra e tornò a casa, portando con sé la testa del fratello.

C 1)  Quando fu giorno, il re entrò nella stanza e rimase sbalordito a vedere il cadavere decapitato del ladro bloccato nella trappola e la camera intatta, senza alcuna via di entrata o di uscita. Incapace di trovare una spiegazione, agì come segue: fece appendere al muro del palazzo il corpo del ladro e vi mise a guardia degli uomini con l'ordine di arrestare e condurre di fronte al re chiunque vedessero piangere o disperarsi. 2) La madre non riuscì a tollerare che il corpo restasse appeso e parlò con il figlio superstite, ordinandogli di studiare la maniera, in qualche modo, di slegare il corpo del fratello e di portarlo via; se non l'avesse fatto minacciava di andare dal re a denunciarlo quale possessore delle ricchezze.

D 1)  Il figlio superstite vistosi così minacciato e incapace, nonostante i molti tentativi, di far cambiare parere a sua madre, ricorse a uno stratagemma. Tenne pronti degli asini, e avendo riempito di vino degli otri li caricò sugli asini che poi spinse davanti a sé; quando fu vicino ai guardiani del cadavere appeso, tirando due o tre cinghie degli otri ne sciolse la legatura;2)  il vino si versava e lui allora si batteva la testa, lamentandosi a gran voce, fingendo di non sapere verso quale asino volgersi per primo; le sentinelle, visto scorrere tutto quel vino, si precipitarono in strada portando recipienti e raccoglievano il vino versato, considerandola una gran fortuna. Quello cominciò a litigare aspramente con tutti loro, simulando rabbia; ma poi, poco per volta, 3) calmato dalle sentinelle, finse di mettersi il cuore in pace e di deporre la sua ira; infine spinse lui stesso gli asini fuori di strada per risistemare il carico; 4) cominciarono a chiacchierare, a scherzare, a ridere finché il ladro regalò ai guardiani uno degli otri; ed essi, così come erano, si sdraiarono pensando solo a bere, invitarono con loro il ladro e lo esortarono a fermarsi per bere tutti in compagnia; il giovane obbedì e rimase con loro; 5) visto poi che tra una bevuta e l'altra lo trattavano con grande familiarità, offrì loro anche un altro otre: a forza di generose libagioni le sentinelle si ubriacarono completamente e, vinte dal sonno, si addormentarono proprio là dove bevevano. 6) Il ladro, non appena fu notte inoltrata, slegò il corpo del fratello e a maggior scorno delle guardie rase loro la guancia destra; caricò il cadavere sugli asini e li spinse verso casa: aveva perfettamente eseguito gli ordini della madre.

E 1)  Il re, quando gli comunicarono che il cadavere del ladro era stato trafugato, si adirò moltissimo e volendo a ogni costo scoprire l'autore di tutte quelle astuzie fece una cosa che a me sembra incredibile: 2) mise sua figlia in un postribolo ordinandole di accettare qualunque uomo senza eccezioni, ma di costringerli tutti, prima di concedersi, a raccontarle l'azione più astuta e scellerata che mai avessero commesso in vita loro; doveva trattenere e non lasciare uscire più dalla casa la persona che le avesse narrato i fatti relativi a quel furto. 3) La ragazza seguì i comandi del padre, ma il ladro, venuto a sapere lo scopo della cosa e volendo superare il re in astuzia, fece così: 4) recise un braccio all'altezza della spalla al cadavere di un individuo morto da poco e tenendolo nascosto sotto il mantello si recò dalla figlia del re; interrogato come gli altri, narrò di aver compiuto l'impresa più empia quando aveva decapitato il fratello impigliato in una trappola nella stanza del tesoro reale, e la più astuta quando aveva ubriacato le sentinelle e slegato il cadavere appeso del fratello. 5) Come lo udì la ragazza gli si accostò, ma il ladro nel buio le porse il braccio del morto: lei lo ghermì e lo tenne stretto credendo di aver afferrato la mano del ladro, il quale invece lasciandole il braccio fuggì tranquillamente attraverso la porta.

F 1) Quando tutto ciò gli fu riferito, il re rimase impressionato dalla scaltrezza e dal coraggio dimostrati dallo sconosciuto; infine inviò messaggi in ogni città promettendo l'impunità e anche ricchi doni se si fosse presentato al suo cospetto: 2) il ladro credette alla parola del re e venne da lui. Rampsinito, pieno di ammirazione, gli diede sua figlia in moglie giudicandolo l'uomo più intelligente della terra: perché gli Egiziani a suo parere erano superiori a tutti gli altri uomini, e lui era il primo degli Egiziani.

122 1)  Narrato questo episodio, i sacerdoti mi dissero che Rampsinito era disceso vivo nel luogo detto Ade dai Greci, dove avrebbe giocato a dadi con Demetra, ora vincendo ora perdendo; poi sarebbe ricomparso sulla terra portando con sé come dono della dea un asciugamano d'oro. 2) Dopo la discesa agli inferi di Rampsinito o meglio dopo il suo ritorno, sempre secondo i sacerdoti, gli Egiziani indissero una grande festa, che so celebrata ancora ai giorni nostri, anche se non sono in grado di confermarne l'origine. 3) Il giorno stesso della festa i sacerdoti intessono un mantello, poi con una benda coprono gli occhi di uno di loro e quindi lo conducono, vestito di quel mantello, sulla strada che porta al tempio di Demetra; poi se ne tornano via; il sacerdote, con gli occhi bendati, viene guidato da due lupi, dicono, fino al tempio di Demetra, lontano dalla città venti stadi; gli stessi lupi lo riaccompagnerebbero indietro dal tempio fino al punto di prima.

123 1)  Accetti pure questi racconti egiziani chi li giudica credibili; quanto a me il mio unico scopo in tutta la mia opera è di registrare, come l'ho udito, quello che ciascuno racconta. 2) A sentire gli Egiziani i re dell'oltretomba sono Demetra e Dioniso. E gli Egiziani furono i primi a sostenere che l'anima è immortale e che trasmigra, perito il corpo, in un altro essere vivente, che sta nascendo a sua volta; dopo essere passata attraverso tutti gli animali terrestri e acquatici, e alati, l'anima trasmigrerebbe nuovamente nel corpo di un uomo: il ciclo si compierebbe nell'arco di tremila anni. 3) Questa teoria fu poi ripresa da alcuni Greci, in varie epoche, come se si fosse trattato di una loro scoperta: io ne conosco i nomi, ma non li scrivo.

124 1) I sacerdoti,dicevano che fino al re Rampsinito c’era stato in Egitto un ordine perfetto e grande prosperità. Mentre Cheope, il suo successore, l’avrebbe ridotto alla più squallida miseria. Anzitutto, dicono chiuse tutti i santuari e proibì i sacrifici; quindi impose a tutti gli Egiziani di lavorare per lui. 2) Agli uni impose di trascinare pietre fino al Nilo dalle cave dei monti Arabi, ed ad altri di ricevere le pietre che avevano passato il fiume su battelli, e di trascinarle fino ai monti chiamati Libici. 3) Ogni trimestre lavoravano a turno centomila uomini. E il popolo si logorò dieci anni per costruire la strada sulla quale venivano trascinate le pietre. Un’opera che è a parer mio, non di troppo inferiore alla piramide: 4) giacché la sua lunghezza è di cinque stadi, la larghezza di dieci orge, l’altezza della scarpata raggiunge , dove tocca il massimo, le otto orge. La strada è fatta di pietra levigata e con figure incise. Occorsero dunque per essa, e per le camere sotterranee nella collina su cui sorgono le piramidi, quei dieci anni. Il Re costruì le camere, destinate alla sua sepoltura, in un’isola, ch’egli creò col condurre dal Nilo fin là un canale. 5) Per la costruzione della Piramide occorsero vent’anni. Essa è quadrata.. Presenta da tutti i lati una faccia di otto plettri, un’altezza uguale.E’ di pietre levigate e perfettamente connesse, di cui nessuna misura meno di trenta piedi.

125 1) Questa piramide fu costruita a gradini, chiamati merli o altarini. 2) E quando si giunse  al tal punto della costruzione, le rimanenti pietre furono sollevate con macchine fatte di legni corti. Venivano sollevate da terra sul primo ordine, 3) da dove venivano tratte sul secondo ordine e su un’altra macchina. 4) Le macchine erano altrettante quanti erano gli ordini dei gradini. O forse  la stessa, unica e maneggevole, veniva, tolta la pietra, spostata su ogni ordine. Voglio esporre tutte e due le ipotesi come vengono presentate. 5) Sicché furono terminate prima le parti più alte, poi quelle più vicine ad esse, e per ultime quelle che toccano il suolo, le più basse. 6) Un’iscrizione egiziana sulla piramide fa sapere quanto si è speso in syrmaia, in cipolle e in agli per i lavoranti. E se ben ricordo quello che  mi diceva l’interprete leggendo l’iscrizione, furono pagati mille e seicento talenti d’argento. 7) Se ciò corrisponde a verità, quanto è verosimile si sia versato ancora per gli strumenti di ferro con i quali si lavorava, e per il cibo e le vesti dei lavoranti? Perché ho gia detto il tempo che fu impiegato per edificare queste opere. E per tagliare le pietre, trasportarle, e fare lo scavo sotto terra, dovette occorrere, a mio parere, un altro non indifferente lasso di tempo.

126 1) Cheope giunse, dicono, a tanta malvagità che, occorrendogli denaro, mise sua figlia in un lupanare, con l’ordine di raccogliere una determinata somma, che non mi è stata precisata. Ella eseguì l’ordine del padre; ma volle pure ella lasciare un suo ricordo, e a ogni visita chiedeva che le si donasse una pietra. 2) I sacerdoti mi dissero che con queste pietre fu costruita la piramide che sorge in mezzo alle tre dinanzi alla grande piramide, e di cui ogni faccia misura un plettro e mezzo.  

127 1)  Gli Egiziani mi dissero che Cheope regnò sull'Egitto per cinquanta anni; alla sua morte il potere passò nelle mani del fratello Chefren. Chefren si comportò esattamente come il suo predecessore: fra l'altro si fece costruire anche lui una piramide, ma non delle dimensioni di quella di Cheope (noi l'abbiamo personalmente misurata): 2) non possiede vani sotterranei e non c'è un canale che porti fino ad essa le acque del Nilo come accade per l'altra piramide; il Nilo infatti attraverso un condotto artificiale circonda un isolotto dove pare che Cheope sia seppellito. 3) Dopo aver costruito il primo ripiano in granito etiopico di vari colori, eresse la propria piramide accanto all'altra, la grande, ma restando quaranta piedi di meno in altezza. Sorgono entrambe sullo stesso colle, alto all'incirca un centinaio di piedi.

128 1)  Mi dissero che Chefren regnò per 56 anni. E calcolano così a 106 gli anni di totale miseria per gli Egiziani: inoltre per tutto questo periodo i templi che erano stati chiusi non vennero mai riaperti. Gli Egiziani non amano ricordare il nome di questi due re, tanto è l'odio che nutrono verso di loro; persino le piramidi le chiamano dal nome del pastore Filiti, che all'epoca faceva pascolare le sue greggi da quelle parti.

129 1)  Dopo Chefren regnò sull'Egitto Micerino, figlio di Cheope; a Micerino non piaceva l'operato del padre: allora riaprì i templi e consentì al popolo, ormai ridotto alla estrema miseria, di tornare ai propri lavori e alle proprie pratiche religiose; inoltre dirimeva le cause con senso di giustizia più forte di tutti i re precedenti. 2) Per questa sua attività gli Egiziani lodano Micerino più di tutti i re succedutisi sul trono fino ad oggi; in effetti, oltre a emettere sempre eccellenti sentenze, donava denaro proprio a chi risultasse insoddisfatto della sua decisione, per placarne il risentimento. 3) A Micerino, re mite nei confronti dei sudditi e che si comportava come ho detto, capitarono una serie di sventure: la prima fu la morte dell'unica sua figlia. Profondamente addolorato dalla sciagura che gli era piombata addosso, volle seppellire la figlia in una maniera assolutamente eccezionale: fece costruire una vacca di legno, cava, la fece rivestire interamente d'oro e vi introdusse la salma della figlia.

130 1) Questa vacca non fu poi calata nella terra, ma lasciata a Sais dentro la reggia in una stanza decorata, dove era visibile ancora ai miei tempi; tutti i giorni vi bruciano aromi di ogni genere, e ogni notte, vi arde una lampada costantemente accesa. 2) In un'altra stanza, a poca distanza dalla vacca, si trovano le statue delle concubine di Micerino, così perlomeno dicevano i sacerdoti della città di Sais. Ci sono infatti alcune enormi statue di legno, una ventina circa, raffiguranti dei nudi femminili; nulla posso dire circa la loro identità, oltre a ciò che si racconta.

131 1)  Alcuni narrano a proposito della vacca e delle statue la seguente leggenda: Micerino si innamorò della figlia e la costrinse a unirsi con lui; 2) dicono inoltre che subito dopo, per il dolore, la ragazza si impiccò; mentre il padre provvedeva a seppellirla nella vacca, la madre fece tagliare le mani alle ancelle che avevano consegnato sua figlia nelle mani del padre; e ora appunto le statue di queste ancelle avrebbero patito la punizione subita da loro vive. 3) Ma a mio parere dicono delle sciocchezze, sia nel resto sia nel dettaglio delle mani delle statue; ho potuto constatare personalmente che si sono staccate a causa dell'azione del tempo: erano ancora visibili all'epoca della mia visita, per terra, ai piedi delle statue.

132 1)  Il corpo della vacca è coperto da un tessuto di porpora da cui spuntano il collo e la testa, chiaramente rivestiti di uno spesso strato d'oro: in mezzo alle corna è effigiato in oro il disco del sole.2)  La vacca non è dritta in piedi ma giace sulle ginocchia: le sue dimensioni sono quelle di un grosso esemplare vivo. Una volta all'anno viene portata fuori dalla stanza, nei giorni in cui gli Egiziani si battono il petto in onore del dio che preferisco non nominare in questo momento; 3) allora portano alla luce del sole anche la vacca: sembra sia stata la ragazza stessa, in punto di morte, a chiedere al padre di vedere il sole una volta all'anno.

133 1) Dopo la scomparsa della figlia, un'altra sventura colpì il re: un oracolo proveniente dalla città di Buto gli predisse solo sei anni di vita: sarebbe morto nel settimo. 2) Molto contrariato il re inviò all'oracolo un messaggio di biasimo per il dio: suo padre e suo zio, - così rinfacciava Micerino all'oracolo - erano vissuti molto a lungo benché avessero chiuso i templi, si fossero scordati degli dei e avessero fatto morire la gente, mentre lui, che si era comportato devotamente, presto avrebbe dovuto morire. 3) E dall'oracolo gli venne un secondo responso; proprio per questo gli era stata accorciata l'esistenza: non aveva agito come doveva, perché bisognava che l'Egitto patisse sciagure per 150 anni. I suoi due predecessori lo avevano capito, lui invece no. 4) Udito ciò Micerino, a cui il destino pareva ormai segnato, si fece fabbricare molte lampade: ogni volta che scendeva la notte le accendeva e si abbandonava al bere e alle baldorie, senza smettere né di giorno né di notte, vagando tra i boschi o le paludi e ovunque accertasse l'esistenza di luoghi di divertimento. 5) Voleva così dimostrare che l'oracolo mentiva e aumentarsi da sei a dodici gli anni di vita, trasformando le notti in giorni.

134 1)  Anche questo re lasciò una piramide, molto più piccola di quella del padre: misura su ciascun lato tre pletri meno venti piedi, ha base di forma quadrangolare ed è per metà in pietra etiopica. Alcuni Greci attribuiscono questa piramide a Rodopi, la cortigiana, ma non è vero: 2) costoro secondo me parlano senza neppure sapere chi era Rodopi, altrimenti non potrebbero attribuirle la costruzione di una piramide come quella che costa migliaia di talenti, una cifra per così dire incalcolabile; 3) inoltre Rodopi godette il massimo splendore all'epoca del re Amasi e non sotto il regno di Micerino, vale a dire parecchi anni dopo i re che lasciarono queste piramidi; Rodopi era di stirpe tracia, schiava di Iadmone di Samo, figlio di Efestopoli, e compagna di schiavitù di Esopo, il favolista. Anche Esopo infatti fu schiavo di Iadmone; lo dimostra senz'altro il fatto seguente: 4) quando già varie volte i cittadini di Delfi in seguito a un oracolo avevano diffuso un bando, cercando chi volesse riscuotere il compenso dovuto per la vita di Esopo, fu un Iadmone, nipote appunto di quel Iadmone, a farsi avanti, non altri; ciò dimostra che Esopo era appartenuto a Iadmone.

135 1)  Rodopi giunse in Egitto al seguito di Xanto di Samo, vi giunse per esercitarvi l'antica professione, e vi fu riscattata per una somma enorme da un uomo di Mitilene, Carasso, figlio di Scamandronimo e fratello della poetessa Saffo. 2) Divenuta in tal modo libera, Rodopi rimase in Egitto e siccome era molto attraente riuscì ad arricchirsi, ma quanto basta per essere una Rodopi, non certo per permettersi una piramide come quella. 3) Ancora oggi chiunque lo voglia può valutare coi propri occhi la decima dei suoi averi, e non è proprio il caso di attribuirle spropositate ricchezze. Infatti Rodopi volle lasciare in Grecia memoria di sé ordinando che le venissero allestiti oggetti mai escogitati per una offerta a un tempio; e volle dedicarli a Delfi a ricordo di sé. 4) Con la decima parte dei suoi averi fece fondere numerosi spiedi di ferro, da bue, quanti ne consentiva quella somma, e li mandò a Delfi. Ancora oggi essi si trovano accatastati dietro l'altare donato dagli abitanti di Chio, di fronte alla cella del tempio. 5) Generalmente le grandi prostitute di Naucrati sono molto attraenti: già Rodopi, la pro tagonista del nostro discorso, divenne tanto famosa che tutti i Greci ne conobbero il nome; più tardi, dopo di lei divenne celebre in tutta la Grecia una certa Archidice, anche se costituì meno argomento di conversazione. 6) Quanto a Carasso, dopo aver riscattato Rodopi, tornò a Mitilene, e Saffo lo rimproverò duramente in un carme. Ma su Rodopi ormai ho terminato.

136 1) I sacerdoti raccontavano ancora che dopo Micerino divenne re Asichi; Asichi eresse i propilei orientali del tempio di Efesto, che sono di gran lunga i più belli e imponenti. Tutti i propilei presentano bassorilievi e infinite meraviglie architettoniche, ma quelli li superano largamente. 2) Sotto il regno di Asichi, narravano, essendo scarsa la circolazione di denaro, fu promulgata per gli Egiziani una legge in base alla quale era consentito ricevere un prestito a chi desse in pegno il cadavere del padre. A tale legge se ne aggiunse poi un'altra: il creditore poteva diventare proprietario dell'intera tomba del debitore, il quale appunto, se aveva concesso quel tipo di garanzia e rifiutava poi di restituire il prestito, come sanzione perdeva il diritto di essere seppellito, dopo morto, nella tomba di famiglia o in un'altra qualunque; né poteva dar sepoltura ad alcuno dei suoi. 3) Asichi, volendo superare tutti i re suoi predecessori sul trono dell'Egitto, lasciò in ricordo di sé una piramide di mattoni, sulla quale campeggiava una lapide con incise queste parole: "Non disprezzarmi a confronto con le piramidi di pietra: io sono superiore ad esse quanto Zeus è superiore agli altri dei, perché hanno immerso una pertica nel lago e con il fango ad essa rimasto attaccato hanno fatto dei mattoni e così mi hanno costruito". Queste furono tutte le imprese di Asichi. 

137 1)  Dopo di lui salì al trono un cieco della città di Anisi, che si chiamava a sua volta Anisi. Sotto questo sovrano mosse contro l'Egitto un forte contingente di Etiopi guidati dal re Sabacos. 2) Allora il cieco Anisi fuggì in direzione delle paludi; l'Etiope regnò sull'Egitto per cinquanta anni durante i quali si regolò come segue: 3) quando un Egiziano commetteva qualche crimine, non voleva mandarlo a morte, ma gli assegnava una pena proporzionata alla gravità del reato, imponendo a ciascun colpevole di compiere lavori di terrazzamento nella sua città natale. E in tal modo le città divennero ancora più alte; 4) i primi lavori di questo tipo si erano avuti all'epoca del re Sesostri, in seguito allo scavo dei canali, per la seconda volta si fecero durante il regno dell'Etiope; e le città furono elevate di molto. 5) Fra le tante città egiziane che vennero rialzate quella a mio parere dove i terrazzamenti furono più cospicui fu Bubasti, dove sorge anche il notevolissimo tempio della dea Bubasti: esistono certamente altri santuari più grandi di questo, ma nessuno è altrettanto bello da visitare. La dea Bubasti è l'equivalente della dea greca Artemide 

138 1)  Il suo santuario si presenta così: all'infuori della strada di accesso tutto il resto è un'isola: in effetti dal Nilo due canali si spingono paralleli fino all'ingresso del tempio dove divergono per scorrere intorno al santuario uno da una parte, uno dall'altra; ciascuno dei canali è largo 100 piedi ed è ombreggiato da file di alberi. 2) I propilei raggiungono le dieci orgie in altezza e sono ornati di figure scolpite alte sei piedi, degne di essere ricordate. Il tempio, trovandosi nel centro della città, è visibile in basso da qualunque punto circostante, perché mentre la città è stata rialzata con terrapieni, il tempio invece non è mai stato toccato da quando fu costruito; e quindi risulta in bella vista. 3) Lo circonda un muro di cinta ornato di bassorilievi al cui interno si trova un boschetto di altissimi alberi intorno alla grande cella dove è racchiusa la statua della dea; in lunghezza e in larghezza il santuario misura uno stadio. 4) Davanti all'ingresso c'è una strada lastricata di pietra, lunga circa tre stadi e larga circa quattro pletri: attraversa la piazza della città e procede verso oriente. Su entrambi i lati della strada, che porta al tempio di Ermes, crescono alberi che si levano fino al cielo. Così è il tempio di Bubasti. 

139 1) Ecco come i sacerdoti raccontavano la definitiva partenza dell'Etiope; fu una vera e propria fuga dovuta a una visione apparsagli in sogno: 2) aveva sognato che un uomo, accanto a lui, gli consigliava di radunare tutti insieme i sacerdoti egiziani e di farli tagliare a metà. Avuta questa visione dichiarò che a suo parere gli dei gli offrivano un pretesto perché si macchiasse di empietà e venisse a patire sventure da parte degli dei e degli uomini; perciò non avrebbe obbedito; tanto più che era arrivato il tempo, predettogli da un oracolo, di ritirarsi dopo aver regnato sull'Egitto. 3) Infatti quando ancora stava in Etiopia gli oracoli consultati abitualmente dagli Etiopi gli avevano profetizzato cinquanta anni di regno sull'Egitto. Siccome dunque questo tempo era trascorso e dato che il sogno notturno lo aveva sconvolto, Sabacos di sua spontanea volontà si ritirò dall'Egitto.

140 1) Dopo la partenza dell'Etiope prese di nuovo a regnare sull'Egitto il sovrano cieco, tornato dalle paludi dove per cinquanta anni aveva vissuto in un isolotto da lui stesso formato con terra e cenere; infatti ogni volta che gli Egiziani venivano a portargli del cibo, secondo gli ordini e all'insaputa del re etiope, chiedeva loro di portargli in dono anche un po' di cenere. 2) Nessuno riuscì a scoprire quest'isola prima di Amirteo: per più di settecento anni i predecessori del re Amirteo non furono capaci di trovarla; l'isola si chiama Elbo e misura dieci stadi in ogni direzione. 

141 1) Dopo Anisi salì al trono un sacerdote del tempio di Efesto, di nome Setone; costui non aveva nessuna considerazione per la classe dei guerrieri egiziani anzi li disprezzava, pensando forse di non dover mai avere bisogno di loro; fra le altre angherie che impose loro li privò dei terreni: sotto i re precedenti a ciascun guerriero era stato assegnato un lotto di dodici "arure". 2) Più tardi, quando il re d'Arabia e d'Assiria Sennacherib mosse con un grande esercito contro l'Egitto, i guerrieri egiziani non vollero accorrere a difesa del paese. 3) Allora il re sacerdote, ormai in una grave situazione, entrò nella sala del tempio a lamentarsi, di fronte alla statua del dio, delle sciagure che rischiava di subire; mentre si lamentava si addormentò e sognò che il dio, standogli accanto, lo rincuorasse: non gli sarebbe successo nulla di spiacevole se avesse affrontato l'esercito arabo, perché il dio in persona gli avrebbe mandato dei soccorsi. 4) Fiducioso in quanto aveva sognato prese con sé tutti gli Egiziani disposti a seguirlo e si accampò presso Pelusio (dove appunto si trovano le vie di accesso all'Egitto). Nessun guerriero lo aveva seguito, soltanto bottegai, artigiani e mercanti. 5) Quando sopraggiunsero, i nemici subirono, di notte, un'invasione di topi di campagna che rosicchiarono le loro faretre e gli archi e le cinghie degli scudi, sicché il giorno dopo, inermi ormai, si diedero alla fuga e caddero in gran numero. 6) E oggi nel tempio di Efesto si trova una statua in pietra raffigurante questo sacerdote con in mano un topo, e con un'iscrizione che dice: "Guardate me e siate devoti agli dei".

142 1) Fino a questo punto della mia storia mi hanno raccontato gli Egiziani ed i loro sacerdoti. Essi mi dimostrarono che, dal loro primo re fino a questo sacerdote di Efesto, che regnò per ultimo, corsero trecentoquarantuno generazioni, e che in questo periodo vissero altrettanti grandi sacerdoti e re. 2) Trecento generazioni in linea maschile portano a diecimila anni, perché tre di queste generazioni coprono cento anni; e le rimanenti quarantuno generazioni che si aggiungevano alle trecento danno mille e trecentoquarant’anni. 3) Così essi venivano a dire che in undicimila e trecentoquarant’anni non c’era stato nessun Dio in forma umana. Non solo. Ma negavano che alcunché di simile fosse avvenuto prima e dopo fra i re che continuarono a susseguirsi in Egitto. 4) Aggiunsero che durante questo periodo il sole cambiò quattro volte il suo oriente: levandosi due volte dove ora tramonta e tramontando due dove ora sorge, senza che nell’Egitto avvenisse alcun mutamento, né nella vita agricola, né nei sui fenomeni fluviali,né per le malattie, né per le morti.

143 1) Quando lo scrittore Ecateo espose a Tebe la sua genealogia, ricollegando la sua stirpe ad un Dio come sedicesima generazione, i sacerdoti di Zeus fecero con lui come più tardi fecero con me, ma io non esponevo la mia personale genealogia. 2) M’introdussero nell’interno del tempio, che è vasto; e mi mostrarono, enumerandole, ingenti statue di legno in quel numero che ho detto. Perché ogni gran sacerdote fa nella sua vita erigere qui la propria immagine. 3) Mostrando ed enumerando i sacerdoti mi fecero vedere che ciascuno era figlio di un padre compreso nella serie; e percorsero tutte le statue, cominciando dal morto più recente, fino a che non le mostrarono tutte. 4) Ad Ecateo che aveva esposto la propria genealogia e che si ricollegava da un Dio nella sedicesima generazione, avevano essi con questa enumerazione opposta un’altra genealogia, respingendo la sua affermazione che da un Dio fosse nato un uomo. Gli opposero questa genealogia come segue. Gli affermarono che ciascuna delle statue colossali rappresentava un piromis nato da un piromis , e dimostrarono questa discendenza da piromis a piromis per tutte le trecentoquarantacinque statue, senza collegarle né a un Dio né a un Eroe. Piromis corrisponde al valent’uomo della lingua ellenica.

144 1) Così fecero vedere che tutti coloro che erano rappresentati dalle immagini erano siffatti, e assi diversi dagli Dei; 2) mentre prima di questi uomini quelli che regnavano in Egitto erano Dei che vivevano insieme agli uomini, ed era sempre uno di loro che deteneva il potere. Avrebbe regnato per ultimo, sul paese, Horo figlio di Osiride, che gli Elleni chiamavano Apollo. Egli avrebbe, dopo aver deposto Tifone, regnato per ultimo sull’Egitto. Osiride corrisponde in lingua greca a Dioniso.

145 1) Fra i Greci gli dei più recenti sono ritenuti Eracle, Dioniso e Pan, invece fra gli Egiziani Pan è il più antico e appartiene al novero degli otto indicati come primi dei; Eracle invece è fra i secondi dei, detti i dodici, e Dioniso in quella terza serie originata dai dodici. 2) Già ho precisato quanti anni, secondo gli Egiziani, siano trascorsi dall'epoca di Eracle a quella del re Amasi; da Pan dicono siano stati di più, da Dioniso meno, e calcolano 15.000 anni da lui fino al regno di Amasi. 3) Gli Egiziani si dichiarano sicuri di queste informazioni, perché tengono costantemente il conto degli anni e lo registrano per iscritto. 4) E dunque, dall'epoca del Dioniso che si dice sia nato da Semele, figlia di Cadmo, fino ai nostri giorni sarebbero trascorsi non più di 1000 [e 600] anni, da quella dell'Eracle figlio di Alcmena, circa 900, e dal Pan figlio di Penelope (nato appunto da Ermes e da Penelope, come asseriscono i Greci) fino a oggi meno anni di quelli che ci separano dalla guerra di Troia, ossia circa 800 anni.

146 1) Ciascuno accolga pure delle due la versione che gli pare più convincente, io per me la mia opinione al riguardo l'ho già espressa. Se questi due individui, il Dioniso figlio di Semele e il Pan figlio di Penelope, fossero nati e invecchiati in Grecia come accadde per Eracle figlio di Anfitrione, allora li si potrebbe ugualmente ritenere degli esseri umani omonimi di divinità sorte ben prima di loro: 2) ma i Greci narrano che questo Dioniso, appena concepito, fu cucito da Zeus in una sua coscia e portato a Nisa, cioè oltre l'Egitto, in Etiopia; quanto a Pan, poi, i Greci non sanno proprio dire dove sia andato a finire dopo essere venuto al mondo. A me perciò sembra chiaro che i Greci conobbero Dioniso e Pan più tardi degli altri dei e poi attribuirono la loro nascita all'epoca in cui ne avevano sentito parlare per la prima volta. 

147 1) Tutto ciò che precede è di fonte egiziana. Ora invece passo a esporre i racconti egiziani che concordano con notizie di altra provenienza sempre a proposito di questo paese; e vi aggiungerò anche qualche cosa constatata da me personalmente. 2) Gli Egiziani, dopo il regno del sacerdote di Efesto, acquistarono la libertà; ma non erano assolutamente in grado di vivere neppure per breve tempo senza un sovrano, sicché insediarono dodici re, uno per ciascuna delle parti in cui avevano diviso l'intero territorio egiziano. 3) Essi si legarono fra loro per mezzo di matrimoni e regnarono, attenendosi a queste norme: non si sarebbero sopraffatti a vicenda, non avrebbero aspirato a possedere ciascuno qualcosa più dell'altro, e insomma sarebbero rimasti amici in tutto e per tutto. 4) Stabilirono le regole suddette e ad esse si attennero strettamente, perché appena insediati al potere gli era pervenuto un vaticinio: chi fra loro avesse libato con una coppa di bronzo dentro il tempio di Efesto sarebbe diventato re di tutto quanto il paese; bisogna sapere che essi si riunivano in tutti i santuari.

148 1)  A ricordo di sé decisero di lasciare un unico monumento in comune e fecero costruire il labirinto che si trova a sud del lago di Meride, all'altezza della cosiddetta città di "Coccodrilli". Io l'ho visto con i miei occhi ed è al di sopra di ogni possibilità di descrizione: 2) anche a pensare di descrivere una per una tutte le mura e le costruzioni dei Greci, queste apparirebbero pur sempre inferiori, per lavoro e denaro occorsi, a questo labirinto. Certamente è notevole anche il tempio di Efeso, o quello di Samo; 3) già le piramidi andavano oltre ogni descrizione e ciascuna di loro era capace di reggere il paragone con molte e anche imponenti opere greche; ma il labirinto davvero supera le piramidi. 4) Esso si compone di dodici cortili coperti, contigui, con le porte opposte tra loro, sei rivolte verso nord e sei verso sud; un unico muro di cinta li separa dall'esterno. All'interno, su due piani, uno sotterraneo, l'altro superiore, si stendono 3000 stanze, 1500 per piano; 5) le stanze del piano superiore le ho visitate e percorse personalmente, quindi posso parlarne per conoscenza diretta; su quelle sotterranee ho avuto solamente informazioni: gli addetti egiziani si rifiutarono di mostrarmele sostenendo che vi si trovano le sepolture dei re che furono i primi costruttori del labirinto e dei coccodrilli sacri. 6) Pertanto posso parlare del piano inferiore solo basandomi su quanto mi hanno riferito; ma al piano superiore ho visto opere che travalicano i limiti dell'umano: le porte che collegano le varie stanze e le svariatissime tortuosità attraverso i cortili mi lasciarono a bocca aperta: passavo dal cortile alle stanze e dalle stanze ai porticati e dai porticati ad altre stanze e da esse ad altri cortili: 7) il soffitto di tutte queste costruzioni è di pietra come pure le pareti, ma le pareti sono ricche di bassorilievi; ogni cortile è circondato da colonne di pietra bianca che si armonizzano alla perfezione. Vicino all'angolo dove termina il labirinto si innalza una piramide, quaranta orgie di base, che reca scolpite figure di grandi proporzioni; la via di accesso alla piramide è sotterranea.

149  Benché il labirinto sia già straordinario ancora più meravigliati lascia il lago cosiddetto di Meride, presso il quale il labirinto è stato costruito; il perimetro del lago misura 3600 stadi, vale a dire sessanta scheni, una lunghezza pari all'intero sviluppo costiero egiziano; il lago si estende nel senso della lunghezza in direzione nord-sud e nel punto di massima profondità raggiunge le cinquanta orgie. 2) Che si tratti di un bacino artificiale, opera di scavo, lo rivela il lago stesso: nel bel mezzo infatti vi sorgono due piramidi alte ciascuna cinquanta orgie sul livello dell'acqua; e altrettanto misura la parte sommersa. Sopra entrambe le piramidi c'è un colosso di pietra seduto sul trono. 3) In questo modo l'altezza delle piramidi raggiunge le cento orgie; cento orgie corrispondono esattamente a uno stadio di sei pletri, visto che ogni orgia è pari a quattro cubiti o a sei piedi; piede e cubito corrispondono rispettivamente a quattro e sei palmi. 4) L'acqua del lago non è di sorgente (quella zona del paese è terribilmente arida) ma vi è stata portata dal Nilo mediante un canale: per sei mesi all'anno l'acqua scorre verso il lago, per gli altri sei rifluisce nel letto del Nilo. 5) Quando le acque defluiscono dal lago allora, in quei sei mesi, la pesca frutta alla reggia un talento d'argento al giorno; quando invece vi affluisce frutta soltanto venti mine. 

150 1)  Gli abitanti del luogo dicevano anche che il lago è collegato con il golfo della Sirte in Libia per mezzo di un canale sotterraneo; il lato occidentale del lago si protende verso ovest nell'interno lungo la catena montuosa che sta sopra Menfi. 2) Poiché non riuscivo a vedere dove mai fosse stata accumulata la terra dello scavo, e la cosa mi aveva incuriosito, chiesi a quelli che abitavano nei dintorni del lago dove si trovasse la terra scavata. Essi mi spiegarono dove era stata trasportata e mi convinsero facilmente; sapevo infatti, perché l'avevo sentito raccontare, che anche a Ninive, città degli Assiri, era avvenuto qualcosa di simile. 3) Infatti dei ladri avevano concepito il progetto di rubare l'immenso tesoro, custodito in camere sotterranee, del re di Ninive Sardanapalo: essi, cominciando dalla loro casa e calcolando con precisione le distanze fino alla reggia, scavarono sottoterra una galleria e ogni notte andavano a scaricare la terra rimossa nel Tigri, che scorre a poca distanza da Ninive, finché non ebbero eseguito il loro piano. 4) Un lavoro del genere, a quanto mi dissero, fu compiuto anche per lo scavo del lago egiziano, con la sola differenza che non fu realizzato di notte bensì alla luce del sole: gli Egiziani trasportarono il materiale estratto dallo scavo fino al Nilo che, ricevendolo, avrebbe pensato a disperderlo. Così fu realizzato, pare, l'invaso del lago.

151 1)  I dodici re esercitarono il potere comportandosi con giustizia; passato un certo tempo, una volta si riunirono per un sacrificio nel tempio di Efesto; nell'ultimo giorno della festa quando stavano per libare il sommo sacerdote, nel dare loro le coppe d'oro usate di solito per le libagioni, ne sbagliò il numero, distribuendone undici invece di dodici. 2) Psammetico era l'ultimo della fila: rimasto senza coppa, si sfilò l'elmo di bronzo, lo porse e con esso libò. Anche gli altri re, tutti, portavano un elmo, e lo avevano allora in testa; 3) Psammetico non porse il suo con l'intenzione di ingannare gli altri. Ed essi, quando ebbero collegato mentalmente il gesto di Psammetico con l'oracolo che era stato loro vaticinato (chi di loro avesse libato con una coppa di bronzo sarebbe diventato sovrano unico dell'intero Egitto), benché memori della profezia, non ritennero giusto uccidere Psammetico: si resero conto, interrogandolo a fondo, che non aveva agito con premeditazione, perciò decisero di privarlo della maggior parte del suo potere e di esiliarlo nelle paludi, col divieto di allontanarsi da lì e di avere contatti con il restante territorio egiziano 

152 1)  Questo Psammetico, in precedenza, era stato già una volta cacciato in esilio dal re Etiope Sabacos, che gli aveva ucciso il padre Necos; allora era riparato in Siria; poi, quando l'Etiope, dopo il sogno, si ritirò, gli Egiziani del nomo di Sais lo ricondussero in patria; 2) più tardi, mentre era re, per la seconda volta e per colpa dell'elmo gli altri undici sovrani lo costrinsero in esilio, nelle paludi. 3) Si ritenne vittima di un sopruso da parte dei suoi colleghi e pensò di vendicarsi di quanti lo avevano bandito. Mandò una delegazione a Buto all'oracolo di Latona, che per gli Egiziani è l'oracolo più veritiero, e ottenne un responso in base al quale la sua vendetta sarebbe venuta dal mare, quando fossero apparsi degli uomini di bronzo. 4) Davvero lui non poteva credere che mai sarebbero accorsi in suo aiuto degli uomini di bronzo, ma, non molto tempo dopo, il destino volle che degli Ioni e dei Cari, salpati per fare della pirateria, fossero gettati sulle coste dell'Egitto; costoro sbarcarono a terra indossando armature di bronzo e qualcuno corse nelle paludi ad avvisare Psammetico: poiché non aveva mai visto prima degli uomini con armature di bronzo, il messaggero riferì che dal mare erano venuti uomini di bronzo a depredare la campagna. 5) Psammetico comprese che l'oracolo si stava avverando: trattò da amici gli Ioni e i Cari e con grandi promesse li convinse a schierarsi con lui; poi, un po' col favore degli Egiziani disposti ad aiutarlo, un po' col soccorso di questi alleati, detronizzò i re avversari 

153 1)  Divenuto padrone di tutto quanto l'Egitto, Psammetico fece costruire in onore di Efesto i propilei meridionali a Menfi e di fronte ai propilei edificò per Api il cortile in cui Api viene nutrito quando si manifesti; il cortile è contornato da colonne e ricco di bassorilievi; non sono però propriamente colonne quelle che reggono il tetto, ma piuttosto colossali statue di dodici cubiti. Api corrisponde in lingua greca a Epafo.

154 1)  Agli Ioni e ai Cari che lo avevano aiutato Psammetico concesse di abitare due territori situati uno di fronte all'altro, separati dal Nilo, che presero il nome di "Accampamenti". Assegnò i territori e mantenne anche tutte le altre promesse. 2) Inoltre affidò loro dei ragazzi egiziani perché imparassero la lingua greca; da questi ragazzi che appresero allora il greco discendono tutti gli attuali interpreti in Egitto. 3) Ioni e Cari abitarono assai a lungo in questi territori situati lungo la costa un po' al disotto di Bubasti, presso la foce del Nilo detta Pelusio. Più tardi il re Amasi li tolse da quei territori e li trasferì a Menfi facendosene un corpo di guardia personale in luogo degli Egiziani. 4) Costoro si stabilirono in Egitto e proprio grazie ai contatti intervenuti con essi noi Greci possiamo avere una esatta conoscenza delle cose d'Egitto, a partire dal regno di Psammetico in poi; Ioni e Cari furono i primi alloglotti a stabilirsi in Egitto. Nei luoghi da cui poi furono trasferiti a Menfi, ancora all'epoca della mia visita erano rimasti gli scivoli per calare in acqua le imbarcazioni e i ruderi delle abitazioni. E così Psammetico divenne padrone dell'Egitto. 

155 1)  Varie volte ho fatto menzione dell'oracolo egiziano e ora bisogna che ne parli: è davvero un argomento degno di essere toccato. Questo oracolo [egiziano] è sacro a Latona: sorge in una grande città che si incontra risalendo il Nilo dal mare sul ramo detto Sebennitico. 2) Il nome della città sede dell'oracolo è Buto, come già precedentemente ho ricordato; a Buto si trova anche un santuario di Apollo e di Artemide. Il tempio di Latona, sede dell'oracolo, è veramente imponente: i suoi propilei raggiungono un'altezza di dieci orgie; 3) ma dirò quella che fra tutte le cose visibili mi procurò il maggior stupore: nell'area sacra a Latona c'è un tempio costituito da pareti monolitiche, identiche in lunghezza e in altezza; ogni spigolo misura quaranta cubiti; il tetto è formato da un'unica lastra di pietra con un aggetto di quattro cubiti.  

156 1) Questo tempio è per me fra tutte le cose visibili nell'area del santuario la più stupefacente. La seconda meraviglia è l'isola detta di Chemmi: 2) essa è situata in un lago vasto e profondo, non lontano dal santuario di Buto, e a sentire gli Egiziani sarebbe un'isola galleggiante. Personalmente io non l'ho mai vista navigare né mai spostarsi minimamente e nel ricevere l'informazione mi ha lasciato molto perplesso la possibilità che esistano isole natanti. 3) Comunque nell'isola sorge un grande tempio di Apollo con tre altari; su di essa crescono numerose palme e anche molte altre specie di alberi, da frutta e non da frutta. 4) Gli Egiziani quando dicono che questa isola galleggia aggiungono anche un racconto: narrano che Latona, una delle prime otto divinità, abitava nella città di Buto, dove ora si trova il suo santuario: su quest'isola che prima era fissa ricevette in custodia Apollo dalle mani di Iside e ve lo tenne in salvo; lo nascondeva insomma nell'isola che ora ha fama di essere galleggiante, quando giunse Tifone che cercava ovunque pur di trovare il figlio di Osiride. 5) Essi sostengono che Apollo e Artemide sono figli di Iside e di Dioniso e che Latona fu la loro nutrice e salvatrice. In egiziano Apollo corrisponde a Horo, Demetra a Iside e Artemide a Bubasti. 6) Da questa leggenda e non da altre Eschilo figlio di Euforione trasse quanto vengo a dire, distinguendosi dai poeti suoi predecessori: fece che Artemide fosse figlia di Demetra. Ecco perché l'isola sarebbe divenuta galleggiante. Così almeno raccontano gli Egiziani.

157 1)  Psammetico regnò sull'Egitto per 54 anni, 29 dei quali li trascorse accampato in assedio della grande città di Azoto in Siria, finché non l'ebbe espugnata; Azoto, fra tutte le città a nostra conoscenza fu quella che resistette più a lungo a un assedio.

158 1) Psammetico ebbe un figlio, Necos, che regnò sull'Egitto: costui per primo iniziò lo scavo del canale che si immette nel Mare Eritreo; il canale fu poi scavato in un secondo tempo dal Persiano Dario. È lungo quattro giorni di navigazione e fu realizzato talmente largo da consentire il passaggio contemporaneo a due triremi procedenti a remi. 2) Il canale riceve l'acqua del Nilo; la riceve esattamente poco a sud di Bubasti non lontano dalla città araba di Patumo, e poi va a sfociare nel Mare Eritreo. Lo scavo cominciò nella piana d'Egitto dalla parte dell'Arabia; appena un po' al di sopra di essa inizia la catena montuosa che si sviluppa di fronte a Menfi, dove si trovano le cave di pietra. 3) Il canale passa per lungo tratto alle falde di questa catena montuosa e si allunga da ovest a est, quindi si spinge verso le gole; dalle montagne piega poi verso il vento Noto, andando a sfociare nel Golfo d'Arabia. 4) Dove la distanza è minore e la via è più breve per passare dal mare settentrionale a quello meridionale, detto anche Eritreo, vale a dire dal monte Casio che segna il confine fra l'Egitto e la Siria, fino al Golfo di Arabia, ci sono ‹esattamente› mille stadi. 5) Mille stadi in linea d'aria, ma in realtà il canale è alquanto tortuoso e quindi molto più lungo. Nei lavori di scavo, avvenuti sotto il regno di Necos, perirono 120.000 Egiziani. Necos poi interruppe a metà i lavori: un oracolo gli impedì di continuare avvisandolo che stava lavorando a vantaggio del barbaro. Gli Egiziani chiamano barbari tutti quelli che non parlano la loro lingua.

159 1) Abbandonato il taglio del canale, Necos si volse ad alcune spedizioni militari: triremi furono costruite sul mare settentrionale e altre sul Mare Eritreo nel Golfo di Arabia: ancora ne sono visibili gli scivoli di varo. 2) Le navi venivano utilizzate in caso di necessità; con i Siri Necos combatté sulla terra ferma a Magdolo, dove risultò vincitore; dopo questo scontro conquistò Caditi, grande città della Siria. 3) Allora dedicò ad Apollo la veste da lui indossata mentre compiva quelle imprese, inviandola al tempio dei Branchidi di Mileto. Dopo sedici anni in tutto di regno Necos morì lasciando il potere al figlio Psammi.

160 1)  Mentre Psammi regnava sull'Egitto vennero messaggeri da Elea che esaltavano i Giochi di Olimpia come i più belli e i meglio regolati del mondo, convinti che neppure gli Egiziani, cioè gli uomini più sapienti della terra, avrebbero mai saputo escogitare qualcosa di simile. 2) Quando gli Elei giunti in Egitto ebbero esposta la ragione del loro arrivo, allora il re convocò gli Egiziani che passavano per i più sapienti; essi si riunirono e si informarono dagli Elei, minutamente, sul regolamento dei Giochi e delle gare; gli Elei esposero ogni dettaglio e dichiararono di essere venuti in Egitto per sapere se lì erano capaci di studiare un sistema più equo. 3) Gli Egiziani si consultarono fra loro e infine domandarono agli Elei se i loro concittadini prendevano parte alle competizioni; ed essi risposero che era consentito di gareggiare a chiunque lo desiderasse, fosse Eleo o di un'altra regione della Grecia, senza discriminazioni. 4) Allora gli Egiziani ribatterono che così facendo gli Elei avevano commesso una assoluta ingiustizia: non c'era infatti modo di evitare che favorissero un loro concittadino a danno dei forestieri. Se davvero volevano fissare delle regole eque e per questo motivo erano venuti in Egitto, li esortavano a indire Giochi riservati ai soli stranieri e a non permettere ad alcun cittadino di Elea di gareggiare. Questi furono i suggerimenti dati dagli Egiziani agli Elei.  

161 1)  Psammi regnò solamente per sei anni; fece in tempo a combattere contro l'Etiopia e subito dopo morì; gli succedette suo figlio Aprieo 2) il quale, dopo il bisnonno Psammetico, fu il più fortunato in confronto ai sovrani suoi predecessori: regnò per 25 anni durante i quali mosse con le sue truppe contro Sidone e combatté per mare contro il re di Tiro. 3) Ma era destino che facesse una brutta fine; nei Racconti libici ne esporrò diffusamente la ragione, qui la riassumerò per sommi capi. 4) Aprieo inviò un grande esercito contro i Cirenei e subì una grave sconfitta; gravissima: gli Egiziani gliela rimproverarono al punto da ribellarsi contro di lui; erano convinti che Aprieo li avesse consapevolmente inviati verso una prevedibile sciagura perché avvenisse una strage di Egiziani e lui potesse regnare con maggiore sicurezza sui sudditi restanti. Furiosi i sopravvissuti e gli amici degli scomparsi gli si ribellarono apertamente.

162 1)  Informato della cosa Aprieo inviò presso di loro Amasi perché con le sue parole li placasse. Amasi giunse presso i ribelli e cercava di dissuaderli dai loro propositi, ma poi, mentre parlava, un Egiziano, che era in piedi dietro di lui, gli pose sul capo un elmo e asserì che con questo gesto lo designava re. 2) Il gesto non dovette andare troppo contro la volontà di Amasi a giudicare dal suo successivo comportamento: quando gli Egiziani lo ebbero eletto loro sovrano, si preparò alla guerra contro Aprieo. 3) Informato di ciò, Aprieo inviò ad Amasi un uomo del suo seguito che godeva di un certo prestigio fra gli Egiziani: a Patarbemi, così si chiamava, ordinò di condurgli Amasi vivo. Patarbemi raggiunse Amasi e lo invitò a seguirlo, ma Amasi, per tutta risposta, si sollevò leggermente sulla sella (per caso era a cavallo), tirò un peto e invitò Patarbemi a riportare quello a Aprieo. 4) Ciononostante Patarbemi insisteva nell'invitarlo a presentarsi al re che lo chiamava. Amasi gli rispose che era esattamente quanto già da tempo si preparava a fare: e Aprieo, aggiunse, non sarebbe stato scontento di lui, perché con sé avrebbe condotto molti altri. 5) Patarbemi comprese il senso dell'affermazione e, vedendolo ormai pronto alla spedizione, decise di tornare dal re in gran fretta per comunicargli al più presto quanto stava accadendo. Ma quando tornò dal re senza Amasi, Aprieo senza concedergli di fornire spiegazioni e in preda all'ira, ordinò che gli fossero tagliate le orecchie e il naso. Gli altri Egiziani rimasti fedeli ad Aprieo, vedendo il più ragguardevole di loro trattato così sconciamente, senza por tempo in mezzo passarono dall'altra parte e si consegnarono ad Amasi.  

163 1)  Appreso anche questo, Aprieo armò i mercenari e mosse contro gli Egiziani. Aveva con sé, come mercenari, 30.000 uomini fra Cari e Ioni. La sua reggia si trovava a Sais, era molto grande e degna di essere vista. Così Aprieo e i suoi marciarono contro gli Egiziani e Amasi e i suoi contro i mercenari; entrambi raggiunsero la città di Momenfi e si prepararono allo scontro.  

164 1) In Egitto la popolazione è divisa in sette classi: sacerdoti, guerrieri, bovari, porcari, commercianti, interpreti, piloti. Tante sono le classi egiziane, che prendono nome dai mestieri. 2) Comunque i guerrieri sono anche detti Calasiri e Ermotibi e appartengono ai seguenti nomoi; tutto l'Egitto infatti è diviso in nómoi.

165 1)  Ecco i distretti degli Ermotibi: Busirite, Saite, Chemmite, Papremite, Isola di Prosopitide e a metà del distretto di Nato; provenienti da queste località gli Ermotibi nel momento di massima crescita raggiunsero il numero di 160.000. Nessuno di loro ha mai imparato altra professione: si dedicano solo alla guerra.  

166 1)  Ed ecco i distretti dei Calasiri: Tebano, Bubastite, Aftite, Tanite, Mendesio, Sebennite, Atribite, Farbetite, Tmuite, Onufite, Anisio, Miecforite: quest'ultimo occupa un'isola di fronte alla città di Bubasti; 2) provenienti dunque da queste località i Calasiri nel momento di massima crescita raggiunsero il numero di 250.000; neppure costoro possono praticare altre professioni, ma coltivano solo l'arte della guerra e se la trasmettono di padre in figlio.

167 1)  Non sono in grado di giudicare con certezza se anche questo uso i Greci lo hanno imparato dagli Egiziani; vedo che pure Traci, Sciti, Persiani, Lidi e quasi tutte le popolazioni barbare hanno minor considerazione per i cittadini che apprendano un mestiere e per i loro figli, mentre ritengono nobili le persone libere da lavori manuali e in modo particolare quanti attendono alle attività militari. 2) Comunque è un modo di pensare ben appreso dai Greci tutti: più degli altri dagli Spartani e meno degli altri dai Corinzi, che non disprezzano affatto gli artigiani.  

168 1)  I soli guerrieri fruivano, con i sacerdoti, di determinati vantaggi: dodici arure di terreno scelto, esenti da tasse. L'arura è una estensione quadrata di cento cubiti egiziani su ogni lato; il cubito egiziano per l'appunto coincide con quello di Samo. 2) Accanto a tale privilegio generale esistevano prerogative particolari concesse a turno e mai alle stesse persone: ogni anno 10.000 Calasiri e altrettanti Ermotibi prestavano servizio come guardie del re; oltre alle arure, ricevevano giornalmente cinque mine di grano abbrustolito a testa, due mine di carne bovina e quattro aristeri di vino; tanto elargivano alle guardie in servizio.  

169 1) Quando dunque, nella loro marcia di avvicinamento, Aprieo con i mercenari e Amasi alla testa di tutti gli Egiziani, raggiunsero la città di Momenfi, si accese lo scontro: si batterono bene gli stranieri, ma erano molto inferiori per numero e perciò rimasero sconfitti. 2) Aprieo, si racconta, credeva che nessuno, neppure un dio, potesse porre fine al suo potere, tanto gli sembrava saldamente radicato. E invece, venuto a battaglia, fu sconfitto, fatto prigioniero e condotto nella città di Sais, nella sua dimora di un tempo, divenuta ormai la reggia di Amasi. 3) Per un certo periodo Amasi lo ospitò nella reggia, trattandolo con onore; ma infine, biasimato dagli Egiziani, tacciato di ingiustizia perché ospitava il loro e suo massimo nemico, decise di consegnare Aprieo agli Egiziani. Essi lo impiccarono e quindi lo seppellirono nella tomba di famiglia, 4) che si trova nel tempio di Atena, proprio accanto al sacrario, a sinistra per chi entra. I cittadini di Sais seppellivano nel tempio di Atena tutti i re originari del loro distretto: 5) così vi si trova pure la tomba di Amasi, ma più discosta dal sacrario rispetto alle tombe di Aprieo e dei suoi antenati, e precisamente nel cortile del santuario; consiste di un lungo porticato di pietra, ornato di colonne a forma di palmizi e di ogni altra decorazione di lusso; all'interno del porticato vi sono due grandi portali, in mezzo ad essi è collocato il monumento funebre.

170 1) Sempre lì a Sais nel santuario di Atena si trova anche la tomba di colui che ora sarebbe empietà nominare; giace nella parte posteriore del santuario lungo il muro di cinta. 2) Sempre nell'area del tempio si ergono grandi obelischi di pietra; accanto vi è un laghetto, ornato da un parapetto di pietra e perfettamente circolare, vasto, come mi parve, quanto il cosiddetto lago "rotondo" di Delo.  

171 1)  In questo laghetto si svolgono di notte le sacre rappresentazioni delle vicende di lui; gli Egiziani le chiamano "misteri": io so come si svolgono in ogni particolare, ma conserverò un religioso silenzio. 2) E mi guarderò anche dal parlare dei misteri di Demetra, che i Greci chiamano Tesmoforie, se non per quanto mi sia lecito dire: 3) furono le figlie di Danao a introdurre in Grecia questa cerimonia originaria dell'Egitto, insegnandola alle donne pelasgiche; poi, quando l'intero Peloponneso fu sconvolto dai Dori, il rito scomparve; solo gli Arcadi, unici superstiti delle popolazioni del Peloponneso, unici non dispersi, lo tennero in vita.  

172 1)  Detronizzato Aprieo, governò Amasi, originario del nomo di Sais e più precisamente della città di Siuf. 2) In un primo momento gli Egiziani disprezzavano Amasi e non lo stimavano affatto, in quanto era del popolo e non di una casata illustre; ma poi Amasi, con accortezza e prudenza, riuscì a guadagnarsi il loro favore. 3) Possedeva una enorme quantità di oggetti preziosi: fra gli altri un bacile d'oro nel quale lui e tutti i suoi invitati erano soliti lavarsi i piedi in ogni circostanza; egli lo ridusse a pezzi per ricavarne la statua di un dio, collocata poi nel punto più adatto della città; e gli Egiziani vi si affollavano attorno con grande venerazione; 4) Amasi, informato del comportamento dei suoi sudditi, li convocò e rivelò loro che l'immagine era stata fabbricata con un bacile e che ora gli Egiziani veneravano con profonda devozione un oggetto in cui si erano lavati i piedi e avevano vomitato e orinato. 5) Seguitò dicendo che lui si era trovato in una situazione paragonabile a quella del catino: se prima era uno del popolo ora invece era il loro sovrano e perciò li esortava a rispettarlo e a onorarlo. In questo modo si guadagnò la stima degli Egiziani, che accettarono di essere suoi sudditi.  

173 1)  Amasi sbrigava i suoi affari come segue: dall'alba fino a quando la piazza del mercato è affollata, si occupava delle questioni che gli venivano sottoposte, dopo di che beveva, beffava i suoi convitati, era frivolo e allegro. 2) Rammaricandosi per questo, gli amici lo ammonivano: "Sovrano, - gli dicevano - tu non agisci bene, ti comporti con troppa leggerezza. Dovresti startene seduto dignitosamente su un venerabile trono per tutto il giorno e affrontare questioni serie; in questo modo gli Egiziani saprebbero di essere governati da un uomo importante e tu avresti una fama maggiore. La tua attuale condotta, invece, non è affatto regale". 3) Ma lui una volta rispose: "Chi possiede un arco lo tende quando deve usarlo e dopo lo lascia allentato; questo perché se restasse continuamente in tensione l'arco si spezzerebbe, e quindi gli arcieri, al momento buono, non potrebbero più servirsene. 4) Identica è la condizione dell'uomo: uno che vuole essere sempre serio e non si lascia andare ogni tanto allo scherzo senza nemmeno accorgersene diventerebbe pazzo o stupido. Io ne sono convinto e perciò divido il mio tempo fra serietà e scherzo". Così Amasi rispose ai suoi amici.  

174 1)  Si dice che Amasi, anche da privato cittadino, abbia sempre amato bere e divertirsi; e che non fosse mai stato un individuo severo. Se bevendo e divertendosi gli veniva a mancare il necessario, andava in giro a rubacchiare. Quanti lo accusavano di possedere qualche loro bene, se lui si ostinava a negare, lo conducevano spesso di fronte all'oracolo del luogo dove si trovavano. Spesso fu dichiarato colpevole dai responsi, ma spesso veniva assolto. 2) Una volta salito al trono si comportò come segue: non si dette cura alcuna dei templi degli dei che lo avevano assolto dall'accusa di essere un ladro; non concesse denaro per restaurarli né li frequentava per compiere sacrifici; riteneva quegli dei indegni di considerazione, perché possedevano oracoli menzogneri; aveva invece molto riguardo per quelli che lo avevano condannato come ladro, stimando che fossero autentici dei e possedessero oracoli non menzogneri.  

175 1)  In onore di Atena a Sais costruì dei propilei stupendi, superiori a tutti gli altri per altezza e grandezza nonché per le dimensioni e la qualità delle pietre impiegate; inoltre offrì come dono votivo statue colossali e sfingi maschili, di grandi proporzioni e si procurò altri blocchi di pietra enormi per opere di restauro. 2) Alcune di queste pietre le fece venire dalle cave esistenti all'altezza di Menfi, altre, le più smisurate, dalla città di Elefantina, che dista da Sais una ventina di giorni di navigazione. 3) E ancora, e ciò suscita in me la maggiore meraviglia, fece venire da Elefantina una costruzione monolitica, impiegando per il trasporto tre anni e duemila operai, tutti appartenenti alla casta dei "piloti". La larghezza di questa costruzione esternamente è di circa venti cubiti: quattordici ne misura in larghezza e otto in altezza. 4) Tali sono le sue dimensioni esterne; all'interno la lunghezza è di diciotto cubiti e un pigone, "la larghezza di dodici cubiti" e l'altezza di cinque cubiti. Questa costruzione sorge presso l'ingresso del santuario. 5) Non lo portarono dentro l'area sacra, si dice, per questa ragione: stavano trainando l'edificio quando il direttore dei lavori emise un sospiro a causa della fatica e del tempo occorsi per un simile lavoro; allora Amasi, facendosi scrupolo, non consentì che lo si trasportasse più oltre. Altri invece raccontano che uno degli operai che manovravano le leve morì schiacciato: per questo motivo quindi non lo avrebbero più portato dentro.  

176 1)  Amasi dedicò in tutti gli altri celebri santuari opere sempre degne di essere viste per la loro imponenza; e fra le altre un colosso che giace supino a Menfi di fronte al tempio di Efesto, lungo ben 75 piedi. Sul medesimo piedistallo, ai lati del colosso maggiore, si ergono altre due statue in pietra etiopica, ciascuna delle quali è alta venti piedi. 2) Anche a Sais esiste un colosso simile, cioè giacente alla maniera di quello di Menfi. Fu poi ancora Amasi a far costruire a Menfi il tempio di Iside, un tempio assai grande e che assolutamente merita una visita.  

177 1)  Sotto il regno di Amasi, si racconta, l'Egitto godette di una grandissima prosperità: le piene del fiume gratificarono sempre la terra e i raccolti gli uomini: le città abitate in Egitto erano allora circa 20.000. 2) Fu Amasi a stabilire per gli Egiziani la legge per cui ognuno doveva ogni anno dimostrare di cosa vivesse; e per quanti eludevano quest'obbligo o non dimostravano di vivere onestamente era prevista la pena di morte. L'Ateniese Solone prese in Egitto questa norma e la introdusse ad Atene; e vi è tuttora in vigore, trattandosi di una legge ineccepibile.  

178 1)  Divenuto molto amico dei Greci, Amasi fece varie concessioni ad alcune popolazioni greche: in particolare permise a chi si recava in Egitto di risiedere a Naucrati; a chi non intendeva abitarvi, ma vi giungeva in viaggio, offrì delle aree per la edificazione di altari e templi per gli dei; 2) fra queste l'area sacra più grande, più rinomata e più frequentata si chiama Ellenio; la allestirono insieme varie città: le ioniche Chio, Teo, Focea, Clazomene, le doriche Rodi, Cnido, Alicarnasso, e Faselide, e la sola Mitilene per gli Eoli. 3) Le città alle quali appartiene il santuario sono le stesse che forniscono i sopraintendenti al mercato. Tutte le altre città che rivendicano una partecipazione lo fanno senza averne diritto. Gli abitanti di Egina per conto loro si costruirono un tempio di Zeus, e i Sami uno dedicato a Era, un altro ancora i Milesii ad Apollo.  

179 1)  L'unico grande antico emporio, e non ve n'erano altri in Egitto, era Naucrati. Se qualcuno approdava a una foce del Nilo diversa, doveva giurare di esservi arrivato per sbaglio, e dopo aver giurato doveva subito dirigersi verso il Nilo di Canobo; se i venti contrari impedivano di prendere il mare, allora bisognava trasportare le mercanzie attraverso l'intero Delta a bordo di barche egiziane, finché non si giungeva a Naucrati; di tale privilegio godeva Naucrati.  

180 1)  Quando gli Anfizioni appaltarono per trecento talenti la costruzione dell'attuale tempio di Delfi (il precedente era stato distrutto da un incendio scoppiato per cause naturali), i cittadini di Delfi dovettero pagare la quarta parte del prezzo di appalto. 2) Allora si recarono in varie città per raccogliere fondi e così facendo non fu certo dall'Egitto che ricavarono la somma minore. Amasi infatti regalò loro mille talenti di allume e i Greci residenti in Egitto versarono venti mine.  

181 1) Amasi firmò un trattato di amicizia e di alleanza militare con gli abitanti di Cirene. Anzi decise persino di prendere moglie in quella città, vuoi per il desiderio di avere una donna greca vuoi come segno di amicizia nei confronti dei Cirenei: 2) secondo alcuni sposò la figlia di Batto figlio di Arcesilao, secondo altri una certa Ladice figlia di Critobulo, un cittadino ragguardevole. Ora, accadeva che quando Amasi andava a letto con lei non era capace di fare l'amore, cosa che gli riusciva invece con le altre donne: 3) il fatto si ripeté varie volte sicché Amasi disse a Ladice: "Moglie mia, tu mi hai stregato e perciò non hai nessuna possibilità di sfuggire alla sorte peggiore mai toccata a una donna". 4) Ladice negava, ma senza arrivare a calmare il marito; perciò pregò fra sé Afrodite, promettendole di inviarle una statua a Cirene se la notte seguente Amasi fosse riuscito a fare l'amore con lei; che era, poi, l'unico rimedio al male. Dopo tale preghiera immediatamente Amasi riuscì a possederla e da allora tutte le volte che l'andava a trovare si univa con lei; e dopo la amò molto. 5) Ladice sciolse poi il voto alla dea facendo fabbricare una statua e inviandola a Cirene; la statua esiste ancora oggi e si trova all'esterno delle mura di Cirene. Quanto a Ladice, quando Cambise divenne il padrone dell'Egitto e seppe di lei chi fosse, la rimandò a Cirene sana e salva.  

182 1)  Amasi consacrò offerte anche in Grecia: a Cirene una statua d'oro, raffigurante Atena, e un proprio ritratto; a Lindo due statue di pietra dedicate ad Atena e una corazza di lino che merita di essere vista; ad Era in Samo due sue statue in legno che ancora ai miei tempi erano collocate nel tempio grande, subito dietro le porte. 2) A Samo consacrò le sue offerte a causa dei vincoli di ospitalità esistenti fra lui e Policrate figlio di Eace; a Lindo non per legami di ospitalità (non ne aveva), ma perché secondo la leggenda il tempio era stato costruito dalle figlie di Danao, colà approdate durante la loro fuga dai figli di Egitto. Questi furono i suoi doni votivi. Amasi fu il primo al mondo a conquistare l'isola di Cipro e a costringerla al pagamento di un tributo.

 

 

 

Libro III

 

Contro questo Amasi muoveva guerra Cambise, figlio di Ciro, alla testa di contingenti di varia provenienza, tra cui anche Greci della Ionia e dell'Eolia. La causa della guerra fu la seguente: Cambise aveva inviato in Egitto un araldo per avere in moglie la figlia di Amasi, su consiglio di un Egiziano, il quale agì come agì per un antico rancore nei confronti di Amasi. A suo tempo, infatti, Ciro aveva mandato a chiedere al re egiziano un medico degli occhi, il migliore dell'Egitto, e Amasi aveva scelto proprio lui fra tutti i medici del paese e lo aveva spedito in Persia strappandolo alla moglie e ai figli. L'Egiziano, pieno di rancore, istigava Cambise con inviti pressanti a domandare in sposa la figlia di Amasi, perché questi soffrisse a concederla o si attirasse l'odio di Cambise rifiutandosi di farlo. Amasi, preoccupato e timoroso della potenza persiana, non si risolveva né ad accettare né a rifiutare la proposta: sapeva perfettamente che Cambise avrebbe trattato sua figlia da concubina e non da moglie. Alla fine, dopo lunga riflessione, decise di comportarsi così: viveva ancora, unica sopravvissuta della famiglia, una figlia del re precedente Aprieo, assai alta e bella, che si chiamava Niteti; Amasi la fece vestire con sfarzo e adornare d'oro e la inviò in Persia come se fosse sua figlia. Più tardi, siccome Cambise la salutava sempre chiamandola con il nome del padre, questa ragazza gli disse: "Signore, tu non lo sai, ma sei stato ingannato da Amasi: lui mi ha agghindata da regina e mi ha mandato qui da te, fingendo di consegnarti sua figlia; in realtà io sono figlia di Aprieo, l'antico signore di Amasi, che Amasi e gli Egiziani detronizzarono e uccisero". Tale discorso e la colpa che rivelava indussero Cambise figlio di Ciro a muovere contro l'Egitto con la rabbia nel cuore.


2) Così perlomeno raccontano i Persiani. Gli Egiziani invece rivendicano Cambise come uno di loro, sostenendo che nacque proprio da questa figlia di Aprieo; quindi sarebbe stato Ciro e non Cambise a chiedere la mano della figlia di Amasi; ma la loro versione dei fatti è sbagliata. Del resto gli Egiziani non ignorano che i Persiani (di cui essi conoscono le usanze più di ogni altro popolo), tanto per cominciare, per legge non affidano il regno a un bastardo quando esista un figlio legittimo, e inoltre che Cambise era nato da Cassandane figlia di Farnaspe, un Achemenide, e non da una Egiziana. Gli Egiziani distorcono la realtà inventandosi legami di parentela con la stirpe di Ciro. Ecco come stanno le cose.


3) Si narra anche un'altra storia, a mio avviso non degna di fede: una donna persiana, recatasi presso le donne di Ciro, vide dei bambini sani e belli accanto a Cassandane e, piena di ammirazione, le rivolse molti complimenti; Cassandane, che era la moglie di Ciro, le avrebbe risposto: "Eppure, anche se ho dei figli così, Ciro mi disprezza e riserva ogni attenzione per quella là che si è preso in Egitto". Così avrebbe detto risentita nei confronti di Niteti; e allora il maggiore dei suoi figli, Cambise, esclamò: "Ebbene, mamma, quando sarò grande io metterò a soqquadro l'Egitto, lo capovolgerò!". Parole che avrebbe pronunciato all'età di dieci anni lasciando sbalordite le donne presenti. Cambise poi, memore della sua promessa, una volta divenuto adulto e padrone del regno, avrebbe mosso guerra all'Egitto.


4) E anche un altro fatto ebbe il suo peso nei confronti della spedizione. Fra i mercenari di Amasi c'era un uomo di Alicarnasso, di nome Fane, accorto di mente e valoroso in guerra. Fane, che nutriva dei rancori verso Amasi, un bel giorno scappò dall'Egitto su di una nave con l'intenzione di prendere contatto con Cambise. Poiché fra i mercenari era uno di quelli che contavano non poco e conosceva nei dettagli la situazione egiziana, Amasi lo fece inseguire dandosi da fare per riprenderlo: a dargli la caccia, inviò su una trireme il più fidato dei suoi eunuchi, il quale riuscì a catturare Fane in Licia, ma non riuscì poi, dopo la cattura, a riportarlo in Egitto; Fane lo raggirò con l'astuzia: ubriacò le sentinelle e si rifugiò fra i Persiani. Cambise si apprestava a marciare contro l'Egitto, ma era in difficoltà per la scelta del percorso dovendo attraversare il deserto; Fane, sopraggiunto, gli fornì varie notizie sulla situazione di Amasi e soprattutto descrisse l'itinerario da seguire: consigliò di mandare a chiedere al re degli Arabi di permettergli un passaggio sicuro.


5) È chiaro che solo da quella parte esistono accessi all'Egitto. Dalla Fenicia fino ai confini della città di Caditi il territorio appartiene ai Siri cosiddetti "della Palestina"; da Caditi (città a mio avviso non molto più piccola di Sardi) a Ieniso tutti i porti mercantili appartengono al re degli Arabi; poi di nuovo dei Siri sono i porti compresi fra Ieniso e il lago Serbonide, presso il quale il monte Casio estende le sue propaggini fino al mare. Dal lago Serbonide, dove secondo la leggenda è celato Tifone, comincia il territorio egiziano. Tutta la regione compresa fra Ieniso, il monte Casio e il lago Serbonide, un territorio certo non piccolo se sono almeno tre giorni di cammino, è terribilmente desertica e priva d'acqua.


6) Ben pochi di quanti si sono recati per mare in Egitto hanno notato ciò che ora dirò. Ogni anno grandi orci colmi di vino giungono in Egitto provenienti da tutta la Grecia e anche dalla Fenicia, eppure non c'è modo di vederne, per così dire, nemmeno uno di numero, di questi orci, vuoto. La domanda è: dove vanno a finire? Chiarirò anche questo. Ogni governatore di provincia ha il dovere di raccogliere nella propria città tutti gli orci che vi si trovano e di mandarli a Menfi; poi da Menfi li trasportano, pieni d'acqua, nei deserti della Siria; in questo modo ogni vaso che arriva in Egitto viene messo da parte e spedito a raggiungere in Siria i vasi precedenti.


7) Ebbene furono i Persiani a rifornire così la via d'accesso all'Egitto, provvedendola d'acqua come ho detto; fu la prima cosa che fecero appena conquistato l'Egitto. Ma allora acqua a disposizione ancora non ce n'era e Cambise, reso edotto dallo straniero di Alicarnasso, spediti messaggeri al re dell'Arabia, chiese e ottenne il permesso di attraversare in sicurezza il paese, dopo uno scambio di reciproche garanzie di lealtà.


8) Gli Arabi sono fra i popoli al mondo i più rispettosi dei patti; quando due Arabi vogliono stipulare un accordo, un terzo si piazza fra i due e con una pietra aguzza pratica una incisione sul palmo delle loro mani all'altezza del pollice; quindi prende dai mantelli di entrambi un bioccolo di lana e con essi bagna di sangue sette pietre poste nel mezzo; facendo questo invoca Dioniso e Urania. Terminato il rituale, i due contraenti raccomandano lo straniero, o il concittadino, se si trattava di una intesa con un concittadino, anche ai loro amici, i quali ritengono giusto rispettarla anch'essi. Gli Arabi ritengono Dioniso e Urania gli unici dèi esistenti e sostengono di portare i capelli tagliati esattamente come li portava Dioniso: se li tagliano tutto intorno alla testa radendosi le tempie. Dioniso loro lo chiamano Orotalt e Urania Alilat.


9) L'Arabo, stretto il patto con gli inviati di Cambise, ideò questo espediente: caricò otri di pelle di cammello su tutti i cammelli vivi disponibili e quindi li mandò nel deserto ad aspettare l'esercito di Cambise. Questa è la versione dei fatti più degna di fede, ma qui bisogna citare anche la meno credibile, visto che la si racconta. In Arabia scorre un grande fiume, il Coris, che sfocia nel Mare Eritreo; dal Coris appunto, si dice, il re degli Arabi portò l'acqua nel deserto, per mezzo di un condotto lungo in ragione della distanza, realizzato cucendo insieme pelli bovine e di altri animali; nel deserto aveva ordinato di scavare grandi cisterne di raccolta, dove immettere e conservare tale acqua. Dal fiume al deserto ci sono dodici giornate di cammino; con tre condutture avrebbe portato l'acqua in tre punti diversi.


10) Per aspettare Cambise, Psammenito, figlio di Amasi, pose il suo accampamento alla foce del ramo Pelusico del Nilo. In effetti, quando Cambise invase l'Egitto, non trovò più vivo Amasi; Amasi era morto dopo 44 anni di regno senza aver mai patito gravi sciagure in tale lasso di tempo. Dopo la morte e l'imbalsamazione fu seppellito nel tempio, nella tomba che lui stesso si era fatto costruire. Sotto il regno di Psammenito figlio di Amasi si verificò in Egitto un fenomeno davvero prodigioso per tutta la popolazione: cadde la pioggia in Tebe d'Egitto, in un posto cioè dove non era mai piovuto prima di allora e dove in seguito e sino ai nostri giorni, come dicono i Tebani, non piovve più: in effetti nella parte superiore dell'Egitto non ci sono mai precipitazioni; ma anche quella volta a Tebe non si andò oltre una pioggerella.

11) Quando i Persiani, attraversato il deserto, erano ormai alle frontiere dell'Egitto pronti ad attaccare, i mercenari d'Egitto, Greci e Cari, pieni di rancore verso Fane perché aveva guidato sull'Egitto un esercito straniero, progettarono una terribile vendetta contro di lui. In Egitto erano rimasti i figli di Fane e li portarono nell'accampamento; quindi posero un grande vaso nello spazio fra i due eserciti nemici e perciò sotto gli occhi del padre; poi vi condussero i bambini e uno per uno li sgozzarono sopra il vaso, dentro il quale, terminata la strage, versarono vino e acqua; così tutti i mercenari bevvero il sangue dei ragazzi prima di attaccare battaglia. Lo scontro fu durissimo e molti combattenti, di entrambi gli eserciti, caddero sul campo, ma alla fine furono gli Egiziani a ritirarsi.


12) Io stesso, informato dalla gente del luogo, ho potuto vedere una cosa stupefacente; in due cumuli distinti giacciono ammucchiate le ossa di tutti i morti in questa battaglia (da una parte le ossa dei Persiani così come erano state separate in origine, dall'altra le ossa degli Egiziani), ma mentre i teschi dei Persiani sono così fragili che li puoi perforare semplicemente colpendoli con un sassolino, quelli degli Egiziani sono così resistenti che a stento riesci a spezzarli a colpi di pietra. Me ne fornirono anche la ragione convincendomi facilmente: gli Egiziani fin dalla tenera età usano radersi la testa, e in tal modo l'osso del cranio si indurisce al sole. Per lo stesso motivo gli Egiziani non diventano calvi: la percentuale di calvi riscontrabile in Egitto è davvero la più bassa del mondo. Dunque si spiega perché gli Egiziani abbiano il cranio così resistente; invece i Persiani ce l'hanno tanto fragile perché fin da piccoli portano la tiara come copricapo, tenendo così all'ombra la loro testa. È quanto ho potuto constatare di persona. E un fenomeno del genere l'ho osservato anche a Papremi nel caso degli individui massacrati insieme con Achemene figlio di Dario a opera di Inaro il Libico.


13) Gli Egiziani smisero di combattere e fuggirono nel massimo disordine. Quando si furono asserragliati in Menfi, Cambise mandò a risalire il fiume una nave di Mitilene con a bordo un messaggero persiano, per invitare gli Egiziani a una trattativa. Ma essi, quando videro la nave avvicinarsi a Menfi, si rovesciarono compatti fuori delle mura e la distrussero, fecero letteralmente a pezzi il suo equipaggio e ne portarono i resti all'interno della città. Poi gli Egiziani furono stretti d'assedio e col tempo finirono per arrendersi. I vicini Libici, spaventati per gli avvenimenti d'Egitto, si consegnarono senza opporre la minima resistenza, si imposero un tributo volontario e inviarono anche dei doni. Lo stesso fecero i Cirenei e i Barcei, timorosi quanto i Libici. Però Cambise, se gradì i doni provenienti dai Libici, rimase insoddisfatto di quelli giunti da Cirene, secondo me perché erano un po' scarsi: i Cirenei avevano inviato 500 mine di argento, Cambise con le sue mani prese questo denaro e lo gettò ai soldati.


14) Nove giorni dopo aver espugnato le mura di Menfi, Cambise fece sedere con altri Egiziani in un sobborgo della città, per dileggio, il re Psammenito, sovrano dell'Egitto per soli sei mesi; voleva metterne alla prova la forza d'animo così: mandò in vesti da schiava la figlia di Psammenito a prendere acqua con una brocca; e con lei molte altre ragazze, scelte fra le figlie degli Egiziani più insigni e tutte conciate come la figlia del re. Quando le ragazze gridando e piangendo passarono accanto ai loro padri, tutti risposero con grida e pianti a vedere così ridotte le figlie; invece Psammenito, scorta e riconosciuta la sua, abbassò a terra lo sguardo. Allontanatesi le portatrici d'acqua, come seconda prova Cambise gli mandò il figlio con altri duemila Egiziani coetanei, tutti legati con una fune intorno al collo e con la bocca serrata intorno a un morso; venivano condotti a morte per vendicare i Mitilenesi fatti a pezzi a Menfi con la nave; i giudici del re avevano appunto deciso di uccidere per rappresaglia dieci Egiziani fra i più ragguardevoli per ogni marinaio di Mitilene. Psammenito se li vide passare davanti, riconobbe suo figlio condotto a morte, e mentre gli altri Egiziani seduti intorno a lui piangevano e si disperavano, per parte sua si comportò come già di fronte alla figlia. Quando anche questo corteo si fu allontanato, per caso passò davanti a Psammenito figlio di Amasi, e agli altri Egiziani ancora nel sobborgo, un uomo alquanto più anziano di lui, uno dei suoi abituali compagni di bevute, e rovinato al punto di possedere soltanto ciò che un pezzente possiede, ridotto a chiedere l'elemosina ai soldati. Come lo vide, Psammenito, scoppiando a piangere forte e chiamandolo per nome, si batté il capo. Accanto gli stavano dei guardiani che riferivano a Cambise tutte le reazioni di Psammenito di fronte a ciò che passava per la strada; Cambise, stupito assai del suo comportamento, gli mandò un messo per interrogarlo: "Psammenito, il tuo padrone Cambise ti chiede per quale motivo vedendo tua figlia in grandi ambasce e tuo figlio andare verso la morte tu non hai lanciato un solo grido, un solo lamento, mentre hai poi riservato tale onore per un mendicante, che, a quanto mi si dice, non è neppure un tuo parente". Questa fu la domanda e Psammenito così rispose: "Figlio di Ciro, le sciagure della mia famiglia erano superiori a qualsiasi pianto, ma il dolore del mio amico meritava le lacrime: lui un tempo era ricco e felice, e oggi è piombato nella miseria alle soglie della vecchiaia". Tali parole, quando gli furono riferite, parvero a Cambise assai sagge; gli Egiziani raccontano che Creso pianse a udirle (anche lui aveva seguito Cambise in Egitto), piansero i Persiani presenti e anche Cambise fu preso da un senso di pietà: subito ordinò di togliere il figlio di Psammenito dal numero dei condannati a morte, e di andare a prelevare l'ex re egiziano nel sobborgo e di portarlo al suo cospetto.


15) Gli incaricati non trovarono più vivo il figlio: era stato ucciso per primo; Psammenito invece lo fecero alzare da dove si trovava e lo condussero alla corte di Cambise, dove trascorreva il resto dei suoi giorni senza subire alcuna violenza. E se avesse evitato di intrigare, avrebbe anche riavuto in veste di governatore l'Egitto, dato che i Persiani di solito riservano tale onore ai figli dei re. Essi affidano il potere ai figli di quegli stessi re ai quali l'hanno tolto. Che sia una vera e propria regola di comportamento, lo confermano molti altri esempi, come il caso di Tannira figlio di Inaro, che ricevette il potere appartenuto a suo padre, e il caso di Pausiri, figlio di Amirteo, che riebbe anche lui il regno del padre; eppure nessun sovrano aveva mai causato ai Persiani più danni di Inaro e di Amirteo. Invece Psammenito tramava guai e ne fu ripagato: fu colto mentre cercava di sobillare gli Egiziani e, una volta denunciato a Cambise, fu costretto a bere sangue di toro e morì subito. Questa fu la sua fine.


16) Cambise si trasferì da Menfi a Sais, con l'intenzione di fare quanto poi in effetti fece: appena mise piede dentro la reggia di Amasi, ingiunse che il cadavere di Amasi venisse disseppellito; dopodiché comandò ancora di fustigare il cadavere, di strappargli i capelli, e di straziarlo a colpi di pungolo, insomma di oltraggiarlo in tutte le maniere. E quando li colse la stanchezza (il cadavere era imbalsamato e perciò resisteva ai colpi senza sfaldarsi), Cambise ordinò che fosse bruciato, un ordine sacrilego, perché i Persiani considerano il fuoco una divinità. Né Egiziani, né Persiani hanno l'abitudine di bruciare i cadaveri: i Persiani per la ragione ora detta, perché ritengono empietà offrire al dio il cadavere di un uomo; gli Egiziani invece perché credono il fuoco un animale vivo che divora quanto riesce ad afferrare e che poi, gonfio di cibo, muore insieme con ciò che ha divorato. E non è neppure conforme alle loro consuetudini abbandonare i cadaveri agli animali: per questo praticano l'imbalsamazione, perché il cadavere nella tomba non venga divorato dai vermi. E così Cambise impartì un ordine contrario alle usanze di entrambi i popoli. Ma, come raccontano gli Egiziani, non fu Amasi a subire lo scempio, bensì un altro Egiziano, della stessa statura, sulle cui spoglie i Persiani infierirono credendo di infierire su Amasi. Amasi, raccontano, aveva appreso da un oracolo ciò che gli sarebbe accaduto dopo la morte ed era corso ai ripari: aveva fatto seppellire nella propria tomba, accanto alle porte, il defunto in seguito flagellato (era morto da poco tempo), dando invece disposizioni al figlio di sotterrare i suoi resti nel punto più segreto possibile della stanza funebre. Per conto mio questi ordini di Amasi relativi alla tomba e all'ignoto cadavere non furono mai impartiti; li ritengo piuttosto una vana ostentazione da parte egiziana.


17) In seguito Cambise preparò i piani per tre spedizioni militari, contro i Cartaginesi, contro gli Ammoni e contro gli Etiopi Longevi che vivono in Libia sul Mare meridionale. Con questi progetti decise di inviare contro i Cartaginesi la flotta, contro gli Ammoni una parte scelta delle truppe terrestri e contro gli Etiopi in un primo momento dei semplici osservatori; costoro dovevano verificare l'esistenza fra queste popolazioni della cosiddetta mensa del sole, ma anche spiare dappertutto col pretesto di consegnare dei doni al re locale.


18) Questa mensa del sole, si dice, è fatta più o meno così: nei dintorni della città c'è un prato pieno di carni cotte di quadrupedi di ogni specie; di notte provvedono a deporvi le carni quelli fra i cittadini che di volta in volta ricoprono le cariche pubbliche; di giorno chiunque lo voglia può venire a mangiare; la gente del luogo sostiene che ogni volta è la terra stessa a produrre tali carni.


19) Ecco cosa sarebbe, a quanto dicono, la mensa del sole. Cambise, non appena ebbe stabilito di inviare osservatori, mandò a chiamare da Elefantina alcuni Ittiofagi che conoscevano la lingua etiopica. Mentre si era sulle loro tracce, ordinò alla flotta di muovere contro Cartagine; ma i Fenici ricusarono di obbedire: dichiararono di essere legati ai Cartaginesi da grandi giuramenti e che si sarebbero macchiati di empietà combattendo contro i loro stessi figli. Se i Fenici si rifiutavano, gli altri, da soli, non erano in grado di battersi; in tal modo i Cartaginesi sfuggirono alla schiavitù dei Persiani. Cambise non riteneva opportuno usare la forza per convincere i Fenici: si erano consegnati volontariamente ai Persiani e l'intera flotta dipendeva da loro. Anche gli abitanti di Cipro si erano consegnati spontaneamente ai Persiani e partecipavano alla spedizione egiziana.


20) Quando gli Ittiofagi giunsero da Elefantina, Cambise li inviò presso gli Etiopi con un preciso messaggio da riferire e con doni per il re locale: una veste di porpora, una collana e braccialetti d'oro, un vaso di alabastro colmo di unguenti e uno colmo di vino di palma. Pare che questi Etiopi presso i quali Cambise mandava la sua ambasceria siano gli uomini più alti e più belli del mondo. E le loro usanze, dicono, differiscono da quelle di tutti gli altri popoli, in particolare a proposito del potere regale: come sovrano essi sceglierebbero il cittadino più alto e più forte, in proporzione all'altezza, considerandolo il più adatto a regnare.


21) Gli Ittiofagi, giunti presso gli Etiopi, consegnarono i doni al loro re accompagnandoli con questo discorso: "Il re dei Persiani Cambise desidera stringere con te legami di amicizia e di ospitalità e ci ha inviati qui a prendere contatti con te: egli ti manda questi doni, oggetti che anche lui adopera con moltissimo piacere". Ma l'Etiope, comprendendo che quelli erano venuti come spie, rispose loro: "No, il re persiano non vi ha mandato a portarmi dei doni perché ci tenga a diventare mio amico, e voi non dite la verità, siete qui per spiare il mio dominio; e lui non è un uomo giusto: un giusto non aspira a possedere un altro paese oltre il suo e non vuole ridurre in schiavitù popolazioni da cui non ha mai ricevuto alcun torto. Ora voi consegnategli questo arco e riferite le mie parole: il re etiope consiglia al re persiano di venire a combattere contro gli Etiopi Longevi, con forze preponderanti, solo quando i Persiani saranno in grado di tendere archi di queste dimensioni con la stessa nostra facilità; fino ad allora ringrazi gli dèi che non mettono in testa ai figli degli Etiopi di occupare altra terra oltre quella che possiedono".


22) Detto ciò allentò l'arco e lo porse agli inviati persiani. Prese quindi il vestito di porpora e volle sapere che cosa fosse e come lo avessero fabbricato. Gli Ittiofagi gli spiegarono tutto sulla porpora e la tintura e il sovrano osservò: "Falsi gli uomini, falsi i loro vestiti". Poi s'informò sull'oro, cioè sulla collana e sui braccialetti; gli Ittiofagi gli spiegarono il valore ornamentale dell'oro, ma il re scoppiò a ridere e, scambiando quegli oggetti per catene, precisò che presso di loro esistevano legami molto più robusti. Poi li interrogò sull'unguento e quando gli specificarono come venisse preparato e adoperato per profumarsi, ripeté le osservazioni fatte sul vestito di porpora. Quando fu la volta del vino, il re domandò come fosse prodotto; gli piacque molto e chiese allora di cosa si nutrisse il re e fino a che età campassero al massimo i Persiani. Essi risposero che il re si cibava di pane (e descrissero il frumento) e che il massimo previsto per la vita di un Persiano erano gli ottanta anni. Al che l'Etiope rispose che non si meravigliava affatto se essi vivevano così poco, dato che si cibavano di letame; anzi non avrebbero neppure vissuto quel poco, se non avessero potuto tenersi un po' su con quella bevanda, e indicava agli Ittiofagi il vino; il vino, disse, era l'unica cosa in cui gli Etiopi risultavano inferiori ai Persiani.


23) A loro volta gli Ittiofagi gli rivolsero alcune domande sulla durata della vita fra gli Etiopi e sul loro regime alimentare, e il re rispose che la maggior parte di loro raggiungeva l'età di 120 anni, ma alcuni anche li superavano; i loro cibi erano le carni lessate; le loro bevande il latte. Siccome gli inviati erano molto stupiti di una tale longevità, il re li condusse a una sorgente nella quale gli Etiopi si lavavano, uscendone più lucenti, quasi fosse olio; e la sorgente emanava un profumo come di viole. L'acqua, raccontarono poi gli osservatori, era tanto leggera che nessuna sostanza riusciva a galleggiarvi, né il legno né materiali ancora più leggeri del legno: qualunque oggetto vi andava subito a fondo. Proprio grazie a quest'acqua, ammesso che le cose stiano davvero come le si racconta, gli Etiopi vivrebbero tanto a lungo, usandone per ogni necessità. Allontanatisi dalla fontana, furono condotti in un carcere dove tutti i prigionieri erano legati con catene d'oro; in effetti per gli Etiopi il metallo più raro e quindi il più pregiato è il rame. Visitato il carcere, visitarono anche la cosiddetta mensa del sole.


24) Infine videro le sepolture degli Etiopi, allestite, a quanto si racconta, in alabastro traslucido in questo modo: disseccano il cadavere, forse come gli Egiziani forse diversamente, poi lo ricoprono tutto di uno strato di creta, che dipingono cercando di riprodurre con la massima fedeltà le fattezze del defunto; infine lo introducono in una colonna cava di alabastro traslucido (estraggono dal suolo grandi quantitativi di questa sostanza facile da lavorarsi); il cadavere rimane ben visibile nel bel mezzo della colonna, non emana alcun odore sgradevole, non crea alcun altro inconveniente; e appare in tutto e per tutto somigliante al morto. I parenti più prossimi tengono questo sarcofago in casa per un anno, offrendogli primizie e sacrifici; passato l'anno lo portano via e lo collocano alla periferia della città.


25) Dopo aver rilevato ogni cosa gli osservatori tornarono in dietro. Quando ebbero riferito le informazioni raccolte, Cambise fu preso dall'ira e marciò contro gli Etiopi senza prima aver disposto un approvvigionamento di vettovaglie e senza aver considerato che si apprestava a portare la guerra nelle estreme regioni del mondo: era davvero infuriato e fuori di sé, partì subito dopo aver ascoltato la relazione degli Ittiofagi, ordinando ai Greci al suo seguito di aspettarlo dove stavano e portando con sé l'intero esercito di terra. All'altezza della città di Tebe distaccò dall'esercito 50.000 uomini circa, ai quali ordinò di andare a sottomettere gli Ammoni e a incendiare l'oracolo di Zeus; mosse quindi contro gli Etiopi conducendo personalmente le truppe restanti. Ma prima ancora che la spedizione avesse percorso la quinta parte del tragitto, già avevano consumato tutte le provviste a disposizione, e dopo le provviste vennero a mancare le bestie da soma, che dovettero mangiarsi. Se a questo punto Cambise, resosi conto della situazione, avesse cambiato parere e ricondotto indietro l'esercito, dopo l'errore iniziale si sarebbe comportato da uomo saggio; invece non se ne preoccupò minimamente e continuò ad avanzare. I soldati, finché poterono trarre qualcosa dalla terra, sopravvivevano, nutrendosi di erbe, ma quando giunsero in terreni sabbiosi, alcuni arrivarono a compiere un atto orribile: tirarono a sorte alcuni di loro, uno su dieci, e se li divorarono. Cambise, messo al corrente e spaventato di questo cannibalismo reciproco, abbandonò l'impresa e tornò indietro, ma quando giunse a Tebe aveva perso una grande parte del suo esercito. Da Tebe discese fino a Menfi, dove permise ai Greci di rientrare in patria, via mare.


26) La spedizione diretta contro gli Etiopi fece dunque questa fine. Le milizie inviate contro gli Ammoni erano partite da Tebe utilizzando delle guide; risulta che siano arrivate fino a Oasi, città abitata da Sami appartenenti, si dice, alla tribù Escrionia; Oasi dista da Tebe sette giorni di cammino attraverso il deserto sabbioso: la zona, in lingua greca, è chiamata Isole dei Beati. Sin qui si ha notizia che arrivassero le truppe; cosa sia successo dopo soltanto gli Ammoni sono in grado di dirlo, o quanti l'abbiano saputo da loro, e nessun altro; perché non raggiunsero gli Ammoni e neppure fecero ritorno. Secondo gli Ammoni mossero da Oasi per marciare contro di loro attraverso il deserto, ed erano già quasi a metà strada (fra Oasi e l'oracolo di Ammone), quando un gran vento da sud si abbatté su di loro mentre erano intenti a mangiare, un vento tanto impetuoso che li seppellì tutti quanti sotto immensi cumuli di sabbia. Così scomparve un'intera armata. Questa secondo gli Ammoni fu la sorte toccata alla spedizione.


27) Quando Cambise tornò a Menfi, agli Egiziani apparve Api, che i Greci chiamano Epafo; appena si rivelò, gli Egiziani indossarono le vesti più belle che avevano e celebrarono grandi feste. Cambise, vedendo il comportamento festoso degli Egiziani, credette che essi gioissero delle sue disgrazie; perciò chiamò i prefetti di Menfi e, quando li ebbe davanti a sé, chiese loro perché gli Egiziani non si fossero mai comportati così prima, quando lui era a Menfi, e invece esultassero ora che lui aveva perduto una gran parte dell'esercito. I prefetti parlarono dell'apparizione del dio, solito manifestarsi a grandi intervalli di tempo; gli Egiziani, dissero, si abbandonano sempre ai festeggiamenti, quando il dio si rivela. Cambise ribatté che stavano mentendo e li condannò a morte per le loro menzogne.


28) Li fece uccidere; poi convocò i sacerdoti del tempio, e poiché costoro gli ripetevano la stessa risposta, affermò di voler constatare di persona se un dio mansueto era davvero venuto in Egitto; detto ciò, ordinò ai sacerdoti di condurre Api al suo cospetto, ed essi andarono a prenderlo per portarglielo. Api, o Epafo, è un vitello nato da una mucca incapace, in seguito, di concepire ancora; a sentire gli Egiziani, una fiamma scende dal cielo su questa mucca e la ingravida: essa poi partorisce Api. Il vitello identificato con Api si riconosce da alcuni indizi precisi: è tutto nero, ma ha sulla fronte una macchia bianca di forma triangolare, e sul dorso una macchia che sembra un'aquila; ha una coda col ciuffo bipartito e uno scarabeo sotto la lingua.


29) Quando i sacerdoti gli ebbero portato Api, Cambise nella sua follia estrasse il pugnale e, cercando di colpire Api al ventre, lo ferì a una coscia; poi scoppiò a ridere e disse ai sacerdoti: "Siete matti: credete che gli dèi siano così, fatti di sangue e di carne e sensibili al ferro? È proprio un dio degno degli Egiziani! E voi non vi rallegrerete troppo di avermi preso in giro". E subito ordinò agli incaricati di simili mansioni di flagellare i sacerdoti e di uccidere ogni Egiziano sorpreso a festeggiare. La festa degli Egiziani fu quindi soppressa, i sacerdoti puniti e Api, ferito a una coscia, giacque nel tempio agonizzante. Quando morì per la ferita riportata, i sacerdoti lo seppellirono all'insaputa di Cambise.


30) A causa del suo crimine, come raccontano gli Egiziani, Cambise, che già prima di allora aveva dato segni di squilibrio, divenne pazzo del tutto. Diede inizio alla serie dei delitti eliminando suo fratello Smerdi, figlio dello stesso padre e della stessa madre; già lo aveva allontanato dall'Egitto rimandandolo in Persia per invidia, perché era stato l'unico Persiano capace di tendere di due dita l'arco consegnato agli Ittiofagi dal re etiope; nessun altro Persiano ci era riuscito. Quando già Smerdi era partito per la Persia, Cambise ebbe nel sonno una visione: gli sembrò che un messaggero giunto a lui dalla Persia gli annunciasse che Smerdi, seduto sul trono regale, toccava il cielo con la testa. Di conseguenza Cambise, temendo che Smerdi potesse ucciderlo e impadronirsi del potere, mandò in Persia a ucciderlo Pressaspe, il più fedele a lui di tutti i Persiani. Pressaspe raggiunse Susa e uccise Smerdi, secondo alcuni durante una battuta di caccia, secondo altri portandolo sul mare Eritreo e lì facendolo annegare. E questo, a quanto si racconta, fu il primo di una lunga catena di delitti.


31) Il secondo crimine fu l'uccisione della sorella che lo aveva seguito in Egitto e a cui, benché fosse sua sorella per parte di padre e di madre, si era congiunto in nozze; ed ecco come, dato che prima non c'era mai stata consuetudine, fra i Persiani, di matrimoni tra fratelli. Cambise si innamorò di sua sorella e desiderava sposarla, ma si rendeva conto che si trattava di una cosa insolita. Convocò allora i cosiddetti "giudici del re" e chiese loro se esisteva qualche legge che permettesse, a chi lo voleva, di sposare la propria sorella. I "giudici del re" sono uomini scelti fra i Persiani, rimangono in carica a vita o fino a quando non li si scopra autori di qualche grave colpa; pronunciano le sentenze per i Persiani, interpretano il patrio giure: tutto è rimesso nelle loro mani. Alla domanda di Cambise diedero una risposta basata sul diritto e sulla prudenza: dichiararono di non aver trovato alcuna legge che autorizzava un fratello a sposare la propria sorella, ma di averne trovata un'altra che consentiva al re dei Persiani di agire a propria totale discrezione. In questo modo non violarono la legge per paura di Cambise, e nello stesso tempo, per non morire a causa di un atteggiamento intransigente, reperirono una norma favorevole al re che desiderava sposare sorelle. Allora dunque Cambise sposò la sua amata; poi, non molto tempo dopo, si prese anche un'altra sorella. Fece uccidere la più giovane delle due, quella che lo aveva seguito in Egitto.


32) Sulla sua morte, come sulla fine di Smerdi, esistono due diverse versioni. I Greci raccontano che Cambise fece un giorno combattere tra loro un cucciolo di cane e un cucciolo di leone; al combattimento assisteva anche la donna; quando il cagnolino stava per essere vinto, un cucciolo suo fratello ruppe il guinzaglio per corrergli in aiuto, sicché in due ebbero la meglio sul leoncino. Cambise osservava la scena con molto piacere, lei invece, che gli stava accanto, piangeva. Cambise se ne accorse e le chiese il motivo delle lacrime; rispose che le era venuto da piangere vedendo il cucciolo di cane vendicare il proprio fratello: il pensiero le era corso a Smerdi, sapendo che non c'era chi lo avrebbe vendicato. Per queste parole, raccontano i Greci, Cambise la mandò a morte. Invece secondo gli Egiziani essa una volta, mentre erano seduti a tavola, tolse le foglie a una lattuga e chiese al marito se a suo parere la lattuga era più bella così o intera; quando il marito le rispose intera essa soggiunse: "Eppure quello che ho fatto io a questa lattuga, tu l'hai fatto alla casa di Ciro, strappandone le fronde". Cambise, in uno scoppio d'ira, si gettò su di lei: ma lei era incinta e, dopo aver abortito, morì.


33) Tali dunque furono le follie commesse da Cambise nei confronti dei propri parenti più prossimi, vuoi a causa di Api, vuoi per qualche altra ragione: sono sempre molti i guai che affliggono gli uomini; e infatti si dice anche che Cambise soffrisse fin dalla nascita di un morbo grave, quello che alcuni chiamano "sacro"; e quando un fisico è gravemente ammalato, neppure la mente, è naturale, è troppo sana.


34) Da folle si comportò anche nei confronti di altri Persiani. Una volta, si racconta, si rivolse a Pressaspe, da lui tenuto in grande considerazione (era Pressaspe a trasmettergli le notizie e un suo figlio era coppiere del re, onore anche questo non piccolo) e gli disse: "Pressaspe, che tipo di uomo mi giudicano i Persiani, che discorsi fanno su di me?". E quello rispose: "Signore, lodano molto tutte le tue qualità; dicono solo che ti piace un po' troppo il vino". Riferiva le voci dei Persiani, ma il re si adirò e gli disse: "Ah è così, i Persiani dicono che sono dedito al vino e quindi che sono pazzo, non padrone del mio senno? Allora prima non parlavano in modo sincero". In precedenza infatti, mentre i Persiani e Creso erano riuniti in assemblea, Cambise aveva chiesto loro come lo considerassero in confronto a suo padre Ciro; ed essi lo avevano proclamato migliore del padre, perché aveva conservato tutte le conquiste paterne aggiungendovi per di più l'Egitto e il dominio sul mare. Quella fu la risposta dei Persiani, ma Creso, che era presente all'assemblea, non soddisfatto di tale giudizio, aveva detto a Cambise: "Figlio di Ciro, a me non sembra che tu sia pari a tuo padre: tu non hai ancora un figlio come aveva lui, che ha lasciato te". E Cambise, assai lieto della risposta, aveva approvato il giudizio di Creso.


35) Memore dei discorsi di allora Cambise si rivolse con rabbia a Pressaspe: "E tu adesso impara se i Persiani dicono il vero o se sono loro fuori di senno, quando parlano così. Ora io scaglio una freccia contro tuo figlio, là in piedi sulla soglia, e se lo centro in mezzo al cuore sarà chiaro che i Persiani parlano a vanvera; se invece lo sbaglio vorrà dire che i Persiani hanno ragione e che io non sono sano di cervello". Disse così, tese l'arco e colpì il ragazzo, che cadde a terra; quindi ordinò che gli si aprisse il petto e si osservasse il punto colpito; stabilito che la punta era penetrata nel cuore, si rivolse ancora al padre del ragazzo e ridendo gli disse pieno di buon umore: "Pressaspe, ora hai la prova che non sono pazzo, che sono i Persiani a sragionare. Dimmi, hai mai visto nessuno al mondo così preciso nel tiro con l'arco?". Allora Pressaspe, vedendo Cambise del tutto fuori di senno e temendo per la propria incolumità, gli rispose: "Signore, credo che neppure il dio in persona potrebbe tirare con l'arco così bene". Tanto fece Cambise quella volta; in un'altra occasione fece imprigionare e poi seppellire vivi a testa in giù dodici Persiani fra i più ragguardevoli senza una ragione valida.


36) Creso il Lido, visto il comportamento di Cambise, pensò fosse il caso di metterlo in guardia: "O re", gli disse, "non abbandonarti sempre alla foga della tua giovinezza, ma cerca di trattenerti, di dominarti. Faresti bene a essere più cauto, la previdenza è segno di saggezza; tu invece uccidi persone che sono tuoi compatrioti, senza una ragione valida, uccidi i loro figli. Ora, se continuerai ad agire così, bada che i Persiani non ti si ribellino. Tuo padre Ciro spesso mi raccomandava di metterti in guardia, di indirizzarti per il meglio". Creso dava a Cambise questi consigli dimostrando tutto il proprio affetto per lui, ma Cambise gli rispose: "E tu hai il coraggio di darmi dei consigli, tu che hai governato così bene la tua patria, tu che hai consigliato così bene mio padre invitandolo ad attraversare il fiume Arasse per marciare contro i Massageti, quando loro stessi erano disposti a passare nel nostro territorio, tu che hai rovinato te stesso governando malamente il tuo paese, e che hai rovinato anche mio padre, che si è lasciato convincere da te? Ah, ma non potrai rallegrartene più: già da tempo cercavo un pretesto contro di te!". Detto ciò, afferrò l'arco per scagliargli una freccia, ma Creso balzò in piedi e corse via dalla stanza; Cambise, non essendo riuscito a colpirlo, ordinò ai suoi uomini di catturarlo e ammazzarlo. Ma essi, conoscendo il carattere del re, tennero nascosto Creso, considerando che, se Cambise avesse cambiato parere e avesse chiesto di Creso, essi portandoglielo davanti avrebbero ottenuto una ricompensa per averlo salvato; se invece non avesse cambiato parere e non ne avesse sentito la mancanza, allora lo avrebbero eliminato. In effetti Cambise sentì la mancanza di Creso, non molto tempo dopo; i servi se ne accorsero e subito gli annunciarono che Creso era ancora vivo. Cambise dichiarò di essere molto contento per la salvezza di Creso, ma che i servi gli avevano disobbedito e che quindi non l'avrebbero fatta franca, non sarebbero sfuggiti alla morte; come poi avvenne.


37) Cambise compì molte folli azioni del genere contro i Persiani e gli alleati: durante il suo soggiorno a Menfi fece anche aprire delle antiche tombe per esaminare i cadaveri; entrò pure nel tempio di Efesto, dove di fronte alla statua del dio si abbandonò a una lunga risata: in effetti l'immagine di Efesto è molto simile ai Pateci di Fenicia, quelle figure che i Fenici portano in giro sull'estremità prodiera delle navi; per chi non li abbia mai visti aggiungerò che raffigurano dei pigmei. Entrò anche nel tempio dei Cabiri, dove solo il sacerdote può entrare, e nessun altro; come se non bastasse, diede alle fiamme le statue che vi si trovavano, non senza averle a lungo schernite; tali statue sono molto simili a quelle di Efesto, da cui i Cabiri sostengono di discendere.


38) Per me è del tutto evidente che Cambise divenne completamente pazzo, altrimenti non si sarebbe messo a dileggiare le cose sacre e le tradizioni religiose. Se si chiedesse a tutti gli uomini di scegliere fra tutte le usanze le migliori, ciascuno, dopo aver ben riflettuto, indicherebbe le proprie: tanto sarebbe convinto che i propri costumi siano i migliori in assoluto; perciò non è naturale deridere simili cose, a meno di essere in preda alla follia. Da molte prove si può valutare che tutti gli uomini la pensano così circa le tradizioni, ma da una in particolare. Una volta Dario, durante il suo regno, convocò i Greci del suo seguito e chiese loro per quale somma avrebbero accettato di cibarsi dei cadaveri dei loro padri morti; ed essi risposero che non lo avrebbero fatto mai, per nessuna somma. Subito dopo Dario chiamò degli Indiani, della tribù dei Callati, tribù in cui si usa cibarsi dei propri genitori, e domandò loro, in presenza dei Greci (che potevano seguire i discorsi grazie a un interprete), per quale somma avrebbero acconsentito a cremare sul rogo i loro padri; ed essi protestarono a gran voce invitando Dario a non dire empietà. Le usanze sono usanze, c'è poco da fare, e a me sembra che Pindaro l'abbia espresso molto bene dicendo: "La tradizione è regina del mondo".


39) All'epoca in cui Cambise combatteva contro l'Egitto, gli Spartani erano in guerra pure loro, contro l'isola di Samo e Policrate figlio di Eace, che si era impadronito del potere grazie a una insurrezione. In un primo momento Policrate aveva diviso la città in tre parti e ne aveva assegnate due ai fratelli Pantagnoto e Silosonte; ma più tardi aveva soppresso Pantagnoto e mandato in esilio Silosonte, il più giovane, diventando padrone dell'intera Samo; poi aveva stretto vincoli di ospitalità con Amasi re dell'Egitto, mandandogli doni e ricevendone a sua volta. In breve tempo la fortuna di Policrate crebbe assai e divenne argomento di ammirati discorsi nella Ionia e in tutto il resto della Grecia: dovunque dirigesse il suo esercito, erano successi. Riuscì a mettere insieme una flotta di cento penteconteri e un corpo di mille arcieri. Rapinava e depredava chiunque senza distinzione; restituendo agli amici il maltolto sosteneva di far loro un favore più gradito che non togliendogli nulla del tutto. E si era impadronito di numerose isole e anche di molte città del continente. Tra l'altro sconfisse in una battaglia navale e catturò i Lesbi accorsi in massa in aiuto dei Milesi; furono i Lesbi, come prigionieri, a scavare l'intero fossato che circonda le mura di Samo.


40) Non sfuggirono ad Amasi le grandi fortune di Policrate, anzi cominciò a impensierirsi e, siccome questa prosperità cresceva sempre di più, Amasi inviò a Samo una lettera con il seguente messaggio: "Amasi dice a Policrate: è bello sapere che un ospite e amico gode di florida sorte, ma a me i tuoi grandi successi non piacciono, perché so quanto la divinità sia invidiosa. In un certo senso per me e per le persone che mi stanno a cuore vorrei che non tutto andasse bene, che qualcosa fallisse; vorrei una vita ricca di alti e bassi, piuttosto che successi continui. Non ho mai sentito raccontare di nessuno tra i favoriti in pieno dalla sorte, che non sia finito malamente, stroncato dalle radici. E tu allora dammi retta, procedi così di fronte alla buona sorte: pensa qual è l'oggetto per te più prezioso, la cui perdita ti rattristerebbe maggiormente in cuore, e quando l'avrai trovato, gettalo via, che non possa mai più comparire in mezzo agli uomini. E se dopo non si alternassero per te fortune e disgrazie, ricorri di nuovo al rimedio che ti ho suggerito".


41) Policrate lesse i consigli di Amasi, ne riconobbe la bontà e cominciò a cercare fra i suoi tesori l'oggetto che più gli sarebbe spiaciuto perdere, finché lo trovò: possedeva un sigillo incastonato su un anello d'oro, uno smeraldo, opera di Teodoro figlio di Telecle di Samo. Appena ebbe deciso di disfarsene, si comportò come segue: equipaggiò una pentecontere, vi salì a bordo e ordinò di spingersi al largo; quando fu lontano dall'isola, si sfilò l'anello di fronte a tutti i suoi marinai e lo gettò in mare, poi si allontanarono; e Policrate tornò a casa davvero pieno di tristezza.


42) Ma ecco che cosa gli accadde quattro o cinque giorni dopo: un pescatore aveva catturato un pesce molto grosso e molto bello e lo aveva ritenuto un dono degno di Policrate; quindi lo trasportò fino alle porte della reggia di Policrate e chiese di vedere il re; quando gli fu possibile, gli consegnò il pesce dicendo: "Mio re, io l'ho pescato, ma poi non mi è parso giusto portarlo al mercato, anche se sono uno che vive soltanto del proprio lavoro: a me sembrava degno di te e della tua autorità: ecco perché te l'ho portato in regalo". Il re, lieto di tali parole, gli rispose: "Hai fatto benissimo e io ti ringrazio doppiamente, per il dono e per ciò che hai detto; e ti invitiamo a pranzo". Il pescatore entrò allora nella reggia tutto orgoglioso dell'invito; i servi, tagliando il pesce, gli trovarono nel ventre il sigillo di Policrate; come lo videro, subito lo presero e pieni di gioia lo portarono a Policrate; e nel darglielo gli spiegarono come lo avessero ritrovato. Policrate capì che si trattava di un segno divino; descrisse in una lettera cos'aveva fatto e cos'era capitato e la inviò in Egitto.


43) Amasi lesse il messaggio di Policrate e comprese che nessun uomo può sottrarre un altro uomo al suo destino futuro: Policrate, fortunato in tutto al punto di ritrovare ciò che gettava via, avrebbe avuto certamente una brutta fine. Per mezzo di un araldo, mandato a Samo a tale scopo, gli comunicò di voler sciogliere i loro vincoli di ospitalità. E questo per una ragione: per non dover soffrire in cuor suo per un ospite e amico, quando a Policrate fosse capitata una terribile sciagura.


44) Dunque contro questo Policrate fortunato in tutto combattevano gli Spartani, chiamati in soccorso da quei Sami che in seguito avrebbero fondato a Creta la colonia di Cidonia. Policrate senza avvertire i suoi concittadini, tramite un araldo, aveva pregato Cambise figlio di Ciro, che stava raccogliendo truppe in vista della spedizione egiziana, di inviare una delegazione a Samo con una richiesta di aiuti militari. Udito il messaggio, Cambise si era affrettato a rispondere, chiedendo ufficialmente che una squadra navale di Policrate partecipasse alla sua impresa contro l'Egitto. Allora Policrate, scelti fra i cittadini tutti quelli che sospettava maggiormente di ribellione, li aveva inviati su quaranta triremi, raccomandando a Cambise di non farli rientrare mai più.


45) Secondo alcuni la spedizione dei Sami non raggiunse mai l'Egitto: approdati a Carpato, si sarebbero consultati fra loro e avrebbero deciso di non proseguire; secondo altri essi giunsero in Egitto da dove poi fuggirono eludendo ogni sorveglianza. In ogni caso, Policrate li aveva affrontati con le sue navi mentre tornavano a Samo, ingaggiando battaglia; i ribelli riuscirono a prevalere e a sbarcare sull'isola, ma poi sulla terraferma furono sconfitti e allora fecero vela verso Sparta. C'è anche chi sostiene che i reduci dall'Egitto erano riusciti a sconfiggere Policrate, ma secondo me non dicono la verità: se erano capaci di prevalere su Policrate, non avrebbero avuto bisogno di invocare il soccorso spartano. Oltre a ciò, secondo logica, un re che aveva a disposizione un gran numero di alleati mercenari e di arcieri locali non poteva venire sconfitto da un piccolo numero di Sami, quali erano i reduci al loro ritorno. Policrate in quella occasione aveva radunato negli arsenali le mogli e i figli dei suoi sudditi e si teneva pronto a bruciarli cogli arsenali, nel caso i suoi soldati lo avessero tradito passando dalla parte degli assalitori.


46) Quando i Sami respinti da Policrate giunsero a Sparta, si presentarono davanti ai magistrati e parlarono a lungo, da persone pressate dalla necessità. Ma i magistrati al primo colloquio risposero che le cose dette dai Sami all'inizio se le erano già dimenticate e che le ultime non riuscivano a capirle. Più tardi i Sami si presentarono una seconda volta, ma non fecero più alcun discorso: portarono con sé un sacco e dissero semplicemente che mancava della farina; gli Spartani risposero che il sacco non aveva bisogno di spiegazioni, comunque decisero di venire in loro aiuto.


47) In seguito gli Spartani, ultimati i necessari preparativi, mossero contro Samo; a detta dei Sami pagavano un debito di riconoscenza, dato che una volta li avevano aiutati nella guerra contro i Messeni; gli Spartani, invece, questa è la loro versione, avrebbero preso le armi non già per soccorrere i Sami, come i Sami avevano chiesto, ma piuttosto per vendicarsi del furto del cratere che portavano a Creso, e della corazza che il re d'Egitto Amasi gli aveva inviato in dono. In effetti i Sami, un anno prima del furto del cratere, avevano rubato anche una corazza, fatta di lino, intessuta di fitte figure di animali e ornata con ricami d'oro e di cotone, degni di grande ammirazione: ogni filo della corazza, benché già sottile, è composto a sua volta da 360 fili, tutti visibili. Ne esiste un'altra simile, ed è la corazza dedicata da Amasi ad Atena in Lindo.

 
48)Anche i Corinzi contribuirono volentieri alla spedizione contro Samo: essi avevano subito un sopruso una generazione prima di questa guerra, e cioè all'epoca del furto del cratere. Periandro figlio di Cipselo aveva mandato presso Aliatte a Sardi trecento ragazzi, figli dei cittadini più illustri di Corcira, per farne degli eunuchi; quando approdarono a Samo, gli abitanti del luogo, venuti a sapere dagli accompagnatori dei ragazzi la ragione per cui li si portava a Sardi, subito insegnarono ai giovani come mettersi sotto la protezione del tempio di Artemide; poi non permisero che i supplici venissero trascinati via dal santuario e, visto che i Corinzi impedivano il rifornimento di viveri ai ragazzi, i Sami inventarono una festa, che ancora oggi celebrano con lo stesso procedimento. Quando si faceva notte, per tutto il periodo trascorso dai fanciulli come supplici nel santuario, formavano cori di ragazze e ragazzi stabilendo per loro come regola di portare focacce di sesamo e miele affinché i giovani di Corcira le strappassero via e potessero nutrirsi. E tutto questo durò finché i Corinzi che sorvegliavano i ragazzi non decisero di andarsene e di abbandonarli; allora i Sami li ricondussero a Corcira.


49) Se dopo la morte di Periandro ci fosse stata amicizia fra i Corciresi e i Corinzi, i Corinzi non avrebbero preso parte alla spedizione contro Samo proprio per questa ragione; ma in realtà essi sono continuamente in disaccordo fra loro fin dai tempi della colonizzazione dell'isola e nonostante i legami di sangue. Per quelle antiche discordie i Corinzi serbavano rancore ai Sami.


50) Periandro aveva mandato a Sardi i ragazzi corciresi per farli evirare scegliendoli fra i figli degli uomini più illustri, per rappresaglia: la prima offesa l'avevano compiuta i Corciresi commettendo nei suoi confronti un terribile delitto. Infatti, dopo che Periandro ebbe ucciso la propria moglie Melissa, un'altra disgrazia si aggiunse alla precedente: da Melissa aveva avuto due figli, che avevano ormai diciassette e diciotto anni. Il loro nonno materno, Procle, tiranno di Epidauro, li aveva fatti venire presso di sé e li trattava con grande affetto, come era naturale, visto che erano i figli di sua figlia. Al momento di rimandarli a casa li congedò dicendo: "Ragazzi miei, ma lo sapete chi ha ucciso vostra madre?". Il maggiore dei due fratelli non prestò attenzione a questo discorso, invece il più giovane (si chiamava Licofrone) provò un vivo dolore nell'apprendere ogni cosa; tornato a Corinto, non rivolse più la parola a suo padre, assassino di sua madre: non partecipava alla conversazione se lui era presente e neppure rispondeva alle sue domande se veniva interpellato.


51) Alla fine Periandro, esasperato, lo scacciò da casa. Dopo averlo scacciato chiese al figlio maggiore che cosa avesse detto loro il nonno. E quello rispose che il nonno li aveva accolti con molto affetto, ma non si ricordò delle parole pronunciate da Procle nel congedarli, perché non le aveva comprese fino in fondo. Periandro dichiarò impossibile che il nonno non gli avesse fornita alcuna indicazione e insistette a interrogare il figlio, finché questi ricordò la frase del nonno e gliela riferì. Periandro intese perfettamente: deciso a non mostrare la benché minima indulgenza, dovunque il figlio da lui buttato fuori dalla reggia andasse a soggiornare, mandava un messaggero a vietare che lo si accogliesse. Così Licofrone, appena giungeva in una nuova dimora, ne veniva allontanato, perché Periandro a quanti lo accoglievano inviava minacce e l'ordine di non ospitarlo. Continuamente respinto, passava da una casa di amici all'altra; essi peraltro, trattandosi del figlio di Periandro, lo accoglievano ugualmente, sia pur con qualche timore.


52) Alla fine Periandro diffuse un bando: chi lo avesse ospitato nella propria casa o avesse parlato con lui avrebbe dovuto pagare ad Apollo una sacra ammenda; l'importo era indicato nel bando stesso. Di fronte a questo pubblico avviso nessuno più voleva rivolgergli la parola o accoglierlo nella propria casa; lui stesso del resto si rifiutava di tentare quanto gli era proibito e si aggirava per i portici cercando di resistere. Tre giorni dopo Periandro, vedendolo ormai ridotto alla fame e alla sporcizia, ebbe pietà di lui, soffocò la collera e gli si avvicinò dicendogli: "Figlio mio, che cosa ti pare meglio, continuare a vivere come fai o ricevere un giorno il potere e le ricchezze di cui ora dispongo? Ma tu devi obbedire a tuo padre. Tu sei figlio mio e sei re della ricca Corinto e hai scelto una vita da vagabondo; ti sei ribellato e nutri rancore proprio verso chi meno dovevi. Se fra noi è accaduto qualcosa di grave per cui ora mi guardi con sospetto, ebbene quel qualcosa è accaduto a me più che a te: io ne subisco le conseguenze maggiori, perché sono stato io a determinarlo. Tu ora hai provato quanto sia meglio essere invidiati che commiserati e anche cosa vuol dire essere in lite con i propri genitori o con chi è più potente; torna a casa!". Con simili parole Periandro cercava di placare il figlio; ma Licofrone non diede risposta a suo padre: si limitò a fargli osservare che avendogli rivolto la parola doveva pagare al dio la sacra multa. Periandro comprese che il male del figlio era insanabile, senza speranza di guarigione, e preferì non rivederlo mai più mandandolo nell'isola di Corcira, che apparteneva ai suoi domini. Dopo averlo mandato in esilio, mosse guerra contro il suocero Procle, ritenendolo il principale responsabile dei suoi guai: occupò Epidauro, catturò anche Procle e lo tenne in prigione.


53) Ma col passare del tempo Periandro si rendeva conto, invecchiando, di non essere più in grado di controllare e dirigere tutti i suoi affari; perciò tramite un messo richiamò Licofrone da Corcira perché assumesse il potere; non aveva fiducia nel figlio maggiore che gli sembrava alquanto ottuso. Licofrone non si degnò neppure di interrogare il latore del messaggio, e Periandro, che ci teneva molto a quel giovane, gli inviò la sorella, sua figlia, convinto che alla sorella più che a ogni altro, forse, avrebbe dato retta. Essa raggiunse il fratello e gli disse: "Ragazzo mio, preferisci che il regno cada nelle mani di un altro e che il patrimonio di tuo padre si disperda o tornare ed entrarne in possesso? Vieni a casa, smettila di accanirti contro te stesso. L'orgoglio è un bene sinistro; non cercare di guarire un male con un altro male. Sono molte le persone che alla giustizia antepongono la ragionevolezza. E già molti per seguire le parti della madre si sono perse quelle del padre. Il potere assoluto è una ricchezza malcerta, che possiede molti amanti; tuo padre ormai è vecchio, non ha più il vigore degli anni giovanili. Non consegnare nelle mani di un altro ciò che ti appartiene". Insomma, seguendo le istruzioni del padre gli rivolgeva le parole più persuasive; ma lui replicò che non sarebbe mai tornato a Corinto finché avesse saputo suo padre ancora in vita. La sorella riferì a Periandro la risposta e il re mandò una terza ambasciata, manifestando l'intenzione di trasferirsi a Corcira, purché il figlio tornasse a Corinto per succedergli sul trono. A queste condizioni il figlio accettò, sicché Periandro era pronto a partire per Corcira e il ragazzo a tornare a Corinto; ma quando i Corciresi conobbero i particolari dell'accordo, per evitare che Periandro si trasferisse nel loro paese uccisero il giovane. Ed è per questo che Periandro desiderava vendicarsi sui Corciresi.


54) Gli Spartani giunsero a Samo con una grande flotta e subito posero l'assedio; gettatisi all'assalto delle mura, riuscirono a salire sulla torre che sta di fronte al mare in un sobborgo della città; ma poi ne furono scacciati, perché Policrate era accorso di persona con un buon numero di soldati. All'altezza della torre superiore, eretta sulla sommità del colle, gli alleati assieme a molti Sami compirono una sortita, ma riuscirono a sostenere l'urto degli Spartani solo per poco tempo e si diedero alla fuga: i nemici li inseguivano e li massacravano.


55) E davvero se gli Spartani presenti quel giorno si fossero comportati come Archia e Licopa, Samo sarebbe caduta; Archia e Licopa riuscirono, da soli, a penetrare all'interno delle mura insieme con i Sami in fuga e, avendo ormai preclusa la via del ritorno, morirono dentro la città. Nel villaggio di Pitane (cui apparteneva) ho avuto occasione di parlare personalmente con un discendente di questo Archia, suo nipote Archia, figlio di Samio; fra tutti gli stranieri lui onorava in modo particolare i cittadini di Samo: mi raccontò che a suo padre era stato posto il nome di Samio, perché il nonno Archia era morto a Samo combattendo con grande valore. Disse di avere grande rispetto per i Sami, perché a suo tempo avevano dato onorevole sepoltura a suo nonno, a spese dello stato.


56) Gli Spartani, passati quaranta giorni di assedio a Samo, visto che l'impresa non faceva segnare alcun progresso, se ne tornarono nel Peloponneso. Una versione alquanto folle dei fatti vuole addirittura che Policrate abbia fatto battere una grande quantità di monete di piombo con il conio di Samo, le abbia rivestite d'oro e consegnate agli Spartani, i quali le avrebbero accettate in cambio del loro ritiro. Questa fu la prima spedizione contro l'Asia intrapresa dai Dori di Sparta.


57) Quei Sami che avevano mosso guerra a Policrate, vedendo gli Spartani ormai pronti ad abbandonarli, salparono anch'essi facendo rotta verso Sifno; avevano un grande bisogno di denaro e a quell'epoca Sifno era all'apice dello splendore; era l'isola più ricca di tutte: vi si trovavano miniere d'oro e d'argento così produttive che il tesoro dei Sifni a Delfi, costituito con la decima parte dei metalli preziosi estratti, è pari a quello delle città più opulente; essi poi ogni anno si ripartivano fra loro le ricchezze estratte. Quando decisero di costruire il tesoro, interrogarono l'oracolo chiedendo se i beni che possedevano erano tali da durare nel tempo; e la Pizia diede il seguente responso:…" Quando di Sifno a voi bianco sarà il pritaneo, e la piazza, Rida col candido ciglio, bisogno è di un uomo assennato, Contro l'insidia celata e l'araldo ch'è tinto rosso"… (Ma quando a Sifno il pritaneo si fa bianco e bianca la siepe del mercato allora c'è bisogno di un uomo saggio per guardarsi da una insidia di legno e da un araldo rosso). A quell'epoca a Sifno la piazza del mercato e il pritaneo erano rivestiti di marmo di Paro.


58) I Sifni non furono in grado di interpretare il responso, né immediatamente quando lo ricevettero né quando arrivarono i Sami. I Sami si fermarono nelle acque antistanti Sifno e subito inviarono in città una nave con ambasciatori a bordo. Anticamente tutte le navi erano tinte di rosso; ed è questo che la Pizia aveva voluto preannunciare ai Sifni invitandoli a guardarsi dall'insidia di legno e dall'araldo rosso. I messaggeri giunsero in città e chiesero ai Sifni un prestito di dieci talenti; i Sifni negarono il prestito e allora i Sami presero a devastare i loro terreni. I Sifni, appena lo seppero, accorsero a difenderli, ma furono sconfitti in battaglia dai Sami e molti di loro rimasero tagliati fuori dalla città. Dopodiché i Sami si fecero pagare cento talenti.


59) In cambio di denaro ottennero dagli abitanti di Ermione un'isola, Idrea, sulla costa del Peloponneso, che poi cedettero ai Trezeni; essi invece andarono a fondare Cidonia sull'isola di Creta, anche se non erano partiti con questo scopo: volevano solo scacciare dalla loro isola gli abitanti di Zacinto. Colà rimasero per circa cinque anni e certo vi prosperarono se riuscirono a costruire tutti i santuari oggi esistenti a Cidonia, compreso il tempio di Ditinna. Al sesto anno gli Egineti con l'aiuto dei Cretesi li sconfissero in una battaglia navale e li ridussero in schiavitù: gli Egineti asportarono i rostri dalle prue, a forma di cinghiale, e li dedicarono nel tempio di Atena a Egina. Tutto questo gli Egineti lo fecero per risentimento verso i Sami: infatti i Sami, precedentemente, all'epoca del re di Samo Anficrate, avevano mosso guerra contro Egina arrecando molti danni ai suoi abitanti e subendone a loro volta. E questa era stata l'origine delle loro discordie.


60) Ho protratto a lungo il mio discorso sui Sami perché furono loro a compiere le tre più grandi opere dell'intera Grecia: in un colle alto circa 150 orgie, proprio alla base, aprirono una galleria con due sbocchi, lunga sette stadi; in larghezza come in altezza misura otto piedi. Attraverso la galleria scavarono un cunicolo profondo venti cubiti e largo tre piedi, in cui mediante una conduttura l'acqua di una grande sorgente veniva incanalata e portata fino alla città. Il direttore dei lavori fu il megarese Eupalino figlio di Naustrofo; e questa è solo una delle tre opere. La seconda è il molo che si protende in mare a chiudere il bacino portuale, un molo profondo anche venti orgie e lungo più di due stadi. La terza opera è un tempio enorme, il più grande tempio mai visto, il cui primo architetto fu Reco figlio di Fileo, di Samo. È per merito di queste tre costruzioni che mi sono soffermato più a lungo sui Sami.


61) Mentre Cambise soggiornava in Egitto dando segni di pazzia, due Magi, due fratelli, decisero di ribellarglisi. Uno dei due era stato lasciato nella reggia in veste di sovrintendente; decise di ribellarsi quando venne a sapere della morte di Smerdi e di come Cambise la tenesse nascosta; sapeva che ben pochi Persiani ne erano al corrente, che quasi tutti lo credevano ancora vivo; pertanto ideò un piano per impadronirsi del regno. Aveva un fratello, suo compagno nella rivolta, come ho detto, che somigliava moltissimo a Smerdi (il figlio di Ciro fatto uccidere da suo fratello Cambise). Gli somigliava già molto nell'aspetto, per giunta si chiamava Smerdi a sua volta. Dopo averlo persuaso che avrebbe fatto tutto lui, il Mago Patizeite lo installò sul trono e inviò araldi un po' ovunque, e in particolare in Egitto, invitando l'esercito a obbedire da allora in poi agli ordini di Smerdi, figlio di Ciro, e non più a quelli di Cambise.


62) I vari araldi diffusero il proclama: il messo inviato in Egitto, che aveva trovato Cambise e il suo esercito a Ecbatana in Siria, annunciò i provvedimenti del Mago stando in mezzo ai soldati. Cambise udì ogni parola e, credendo che dicesse la verità e quindi di essere stato tradito da Pressaspe (che cioè, mandato per uccidere Smerdi, non l'avesse fatto), si rivolse a quest'ultimo e gli disse: "Pressaspe, è così che hai eseguito l'incarico che ti avevo affidato?". E quello rispose: "Signore, non è assolutamente vero che tuo fratello Smerdi si sia ribellato a te, né mai fastidio alcuno potrà venirti da lui, né grande né piccolo. Ho eseguito personalmente i tuoi ordini e l'ho seppellito con queste mie mani. Se ora i morti resuscitano, allora aspettati anche che insorga il Medo Astiage; ma se tutto va come è sempre andato, nessuna rivoluzione germoglierà da quell'uomo. Secondo me bisogna far inseguire l'araldo, interrogarlo e stabilire per ordine di chi è venuto a intimarci di obbedire a re Smerdi".


63) Piacquero a Cambise le parole di Pressaspe, l'araldo fu immediatamente raggiunto e portato al cospetto del re; appena arrivò, Pressaspe gli chiese: "Amico, tu affermi di essere venuto qui messaggero di Smerdi, figlio di Ciro. Ora dicci la verità e potrai andartene tranquillamente: questi ordini te li ha dati Smerdi personalmente, faccia a faccia, o qualcuno dei suoi?". Rispose il messaggero: "Io non ho più visto Smerdi figlio di Ciro da quando Cambise è partito contro l'Egitto; gli ordini me li ha dati il Mago, quello nominato da Cambise sovrintendente della reggia, affermando che Smerdi figlio di Ciro ci ingiungeva di riferirveli". La risposta dell'araldo non conteneva alcuna menzogna, e Cambise disse: "Pressaspe, tu hai agito onestamente eseguendo i miei comandi: non ti accuso di nulla. Ma chi può essere questo ribelle persiano che usurpa il nome di Smerdi?". Pressaspe rispose: "Mio re, io credo di comprendere quanto è accaduto: sono stati i Magi a ribellarsi, quello che tu hai lasciato ad amministrare la tua reggia, Patizeite, e suo fratello Smerdi".


64) Allora Cambise, udendo il nome di Smerdi, rimase molto colpito da come le parole di Pressaspe corrispondessero al suo antico sogno; aveva sognato che qualcuno veniva ad annunciargli che Smerdi, seduto sul trono regale, toccava il cielo con la testa. Comprese di aver inutilmente fatto uccidere suo fratello e pianse molto il nome di Smerdi. Dopo molti lamenti e molte amare considerazioni sulla propria disgrazia, balzò sul cavallo con l'intenzione di guidare al più presto un esercito su Susa, contro il Mago. Ma mentre balzava a cavallo, gli si staccò il puntale dal fodero della spada e la lama, non più inguainata, gli trafisse la coscia; ferito nello stesso punto in cui aveva colpito il dio egiziano Api, Cambise ritenne mortale la ferita; chiese il nome della città dove si trovava e gli risposero che si trattava di Ecbatana. Tempo prima un oracolo di Buto gli aveva predetto che avrebbe finito i suoi giorni a Ecbatana, ma lui aveva creduto di dover morire di vecchiaia nell'Ecbatana di Media, il cuore del suo impero; invece l'oracolo intendeva l'Ecbatana di Siria. Cosicché, quando ebbe inteso grazie alle sue domande il nome di Ecbatana, doppiamente abbattuto dalla vicenda del Mago e della sua ferita, tornò lucido di colpo e comprendendo l'oracolo disse: "Qui è stabilito che si spenga Cambise figlio di Ciro".


65) Così parlò allora; una ventina di giorni dopo convocò i più illustri Persiani presenti e pronunciò loro un discorso: "Persiani", disse, "le circostanze mi obbligano a rivelarvi un segreto che avrei voluto tenere nascosto più di ogni altro. Quando mi trovavo in Egitto ebbi nel sonno una visione e meglio sarebbe stato non averla avuta: mi pareva che un messaggero venisse ad annunciarmi dal palazzo che Smerdi, insediato sul trono regale, toccava il cielo con la testa. Temendo di vedermi sottrarre il potere da mio fratello, agii in modo più frettoloso che saggio: non era certo possibile a un essere umano stornare da sé il destino: e io, sciocco, mandai Pressaspe a Susa a uccidere mio fratello. Dopo un delitto tanto efferato vivevo ormai tranquillo: non avrei mai pensato che, eliminato Smerdi, un giorno un altro Smerdi potesse ribellarsi contro di me. Ma tutte le mie previsioni sul futuro erano sbagliate e ho assassinato mio fratello invano, perché ora io vengo lo stesso privato del mio regno. Lo Smerdi che il dio mi indicava nel sogno come ribelle era il Mago. Ormai il delitto io l'ho commesso e voi sappiate che Smerdi figlio di Ciro non è più vivo; del palazzo reale si sono impadroniti i Magi, quello che vi avevo lasciato come sovrintendente è suo fratello Smerdi. Colui che più di ogni altro avrebbe dovuto vendicarmi per l'affronto dei Magi è morto di una empia morte per mano dei suoi parenti più stretti; e ora che lui non c'è più, Persiani, diventa per me assolutamente necessario, chiudendo la mia esistenza, affidare a voi, in secondo luogo fra quanti mi restano, il compito di eseguire le mie ultime volontà: io raccomando a voi, invocando gli dèi che proteggono i re, a tutti voi e in particolare agli Achemenidi presenti, di non permettere che il potere passi di nuovo ai Medi. E se ora lo detengono per averlo riconquistato con l'inganno, con l'inganno vi esorto a sottrarglielo; e se hanno adoperato la forza anche voi dovete usare tutta la forza possibile per recuperarlo. Se lo farete, possano essere fertile la terra e prolifiche le vostre mogli e le vostre greggi, voi che per sempre sarete uomini liberi. Ma se non riprenderete il potere e non sarete poi in grado di conservarlo nelle vostre mani, allora vi auguro tutto il contrario e per di più che a ciascun Persiano tocchi la sorte toccata a me". Terminato il discorso, Cambise ruppe in lacrime piangendo la propria sorte.


66) I Persiani, come videro il loro re piangere, presero tutti a stracciarsi le vesti che indossavano, abbandonandosi a un lamento senza fine. In seguito Cambise morì, il figlio di Ciro: l'osso era andato in cancrena e la cancrena si era estesa rapidamente alla coscia; aveva regnato in tutto per sette anni e cinque mesi e non aveva lasciato neppure un figlio, né maschio né femmina. I Persiani a lui vicini non avevano creduto alla storia del potere nelle mani dei Magi: pensavano che Cambise avesse detto quello che aveva detto sulla morte di Smerdi per malanimo, per spingere alle armi l'intero popolo persiano. Credevano insomma che sul trono persiano fosse insediato davvero Smerdi figlio di Ciro, tanto più che Pressaspe negava recisamente di aver eliminato Smerdi: non era proprio una garanzia, per lui, ora che Cambise era morto, ammettere di aver ucciso il figlio di Ciro con le proprie mani.


67) E così il Mago, alla morte di Cambise, usurpando le prerogative dell'omonimo figlio di Ciro, poté regnare tranquillamente per tutti i sette mesi che sarebbero rimasti a Cambise per completare gli otto anni di regno; in questi sette mesi acquisì grandi meriti agli occhi di tutti i suoi sudditi; e quando morì tutte le popolazioni dell'Asia lo rimpiansero, a eccezione dei Persiani. In effetti il Mago aveva notificato a ogni popolazione a lui sottomessa che intendeva concedere per un periodo di tre anni l'esenzione dal servizio militare e dal pagamento dei tributi.


68) Aveva diffuso il proclama subito dopo essersi installato al potere, ma in capo a otto mesi la sua identità fu rivelata dal seguente episodio. Otane era figlio di Farnaspe ed era uno dei Persiani più illustri per nascita e per condizione; Otane fu il primo a subodorare che il Mago non fosse Smerdi il figlio di Ciro e a scoprirne la vera identità: lo aveva intuito dal fatto che il Mago non usciva mai dalla rocca della capitale e non chiamava al suo cospetto nessuno dei Persiani più ragguardevoli. Colpito da questo sospetto, ecco come si comportò. Cambise si era preso in moglie una figlia di Otane di nome Fedimia: adesso apparteneva al Mago, che conviveva con lei come con tutte le altre donne di Cambise. Otane mandò un messaggio a Fedimia per sapere con quale uomo si coricasse, se con Smerdi figlio di Ciro o con qualcun altro; e lei gli rispose affermando di non saperlo: non aveva mai visto prima il figlio di Ciro Smerdi né sapeva chi fosse l'uomo con cui divideva il letto. Allora Otane le inviò un secondo messaggio che diceva: "Se tu non conosci Smerdi figlio di Ciro, cerca di informarti da Atossa con chi convivete ora voi due. Almeno lei saprà distinguere il proprio fratello". A questo messaggio rispose ancora la figlia: "Io non posso parlare con Atossa né posso vedere alcuna delle donne che qui dimorano con me; quest'uomo, chiunque sia, appena ha assunto il regno ci ha separate alloggiandoci in posti diversi".


69) Dopo tali notizie la faccenda diventava sempre più chiara per Otane. Le mandò infine un terzo messaggio di questo tenore: "Figlia mia, tu sei di nobile lignaggio e devi affrontare il rischio che tuo padre ti invita a correre; se quell'uomo non è Smerdi figlio di Ciro ma l'individuo che io credo, non deve cavarsela a buon mercato, lui che condivide il tuo letto e ha in mano sua il potere dei Persiani, ma deve pagare per la sua colpa. Ora fa' quanto ti dico. Quando sei a letto con lui, accertati che stia dormendo e toccagli le orecchie; se ti risulta che le ha, allora sii pur certa che tu vivi con Smerdi figlio di Ciro; se no, sappi che si tratta di Smerdi il Mago". Fedimia gli rispose che avrebbe corso un grave pericolo ad agire così; se per caso quell'uomo non aveva le orecchie e si fosse accorto che lei cercava di toccargliele, sapeva bene che l'avrebbe uccisa; tuttavia avrebbe tentato lo stesso. Promise, dunque, al padre di agire. Ciro figlio di Cambise durante il suo regno aveva fatto tagliare le orecchie al Mago Smerdi, per una qualche colpa, presumibilmente grave. Insomma Fedimia, figlia di Otane, veniva compiendo quanto aveva promesso a suo padre; quando fu il suo turno accanto al Mago (perché a turno le donne si uniscono coi mariti, in Persia), si sdraiò al suo fianco, attese che si fosse profondamente addormentato e gli toccò le orecchie. Non fu certo difficile, tutt'altro, stabilire che quell'uomo non aveva le orecchie, sicché, appena fu giorno, inviò un messaggio al padre per informarlo dell'accaduto.


70) Allora Otane prese con sé Aspatine e Gobria, che erano i primi fra i Persiani e, ai suoi occhi, i più affidabili, e li mise al corrente di tutta la situazione; anch'essi sospettavano la verità e accolsero la versione dei fatti riferita da Otane. Decisero di associarsi altri Persiani, ciascuno avvicinando l'uomo ritenuto più sicuro. Otane dunque contattò Intafrene, Gobria Megabisso e Aspatine Idarne. Quando già erano in sei, giunse a Susa Dario figlio di Istaspe, proveniente dalla Persia di cui suo padre era governatore. Visto che Dario si trovava lì a Susa, i sei congiurati decisero di prendere anche lui nel gruppo.


71) Si riunirono tutti e sette, si scambiarono reciproche garanzie e discussero sul da farsi. Quando toccò a Dario manifestare la propria opinione, egli disse: "Credevo di saperlo solo io che a regnare sulla Persia è il Mago e che il figlio di Ciro Smerdi è morto; e proprio per questo ero venuto qui, in fretta, per studiare la maniera di eliminare il Mago. Ma poiché accade che anche voi, e non solo io, siete al corrente della cosa, sono del parere di intervenire immediatamente, senza rimandare, perché sarebbe peggio". Al che Otane rispose: "Figlio di Istaspe, tu discendi da un padre valoroso e proprio ora ci dimostri di non essere affatto inferiore a tuo padre. Adesso però non affrettare così, con leggerezza, il nostro colpo; considera la situazione con un po' di prudenza: dobbiamo diventare più numerosi per agire". Ma Dario ribatté: "Statemi a sentire, voi tutti qui presenti: a fare come dice Otane perirete tutti di mala morte, statene certi, perché qualcuno andrà a riferire al Mago ogni cosa, mirando a un proprio personale tornaconto. Meglio ancora avreste fatto a operare contando solamente su di voi; ma visto che vi è parso preferibile suddividere la responsabilità fra più persone e avete coinvolto anche me, o agiamo oggi stesso oppure, al termine di questa sola giornata, statene certi, nessuno potrà denunciare me, perché sarò io, per primo, a rivelare al Mago ogni cosa".


72) Otane, vedendo Dario molto deciso, rispose: "Visto che cicostringi ad affrettare le cose e non ci permetti di prendere tempo, allora spiegaci tu come possiamo penetrare nella reggia e impadronircene. Che è disseminata di sentinelle lo sai anche tu: se non le hai viste, ne avrai sentito parlare. In che modo potremo eluderle?". E Dario gli rispose: "Otane, ci sono tante cose che non si possono spiegare a parole ma solo coi fatti e altre invece perfettamente descrivibili, che non producono però un risultato decisivo. Rendetevi conto che non è affatto difficile superare i vari posti di guardia. Intanto considerate la nostra condizione: nessuno ci impedirà di passare, un po' per rispetto e un po' anche per paura; inoltre io ho un eccellente pretesto per entrare: mi basta dichiarare che vengo dalla Persia e sono latore al re di un messaggio di mio padre. Quando è necessario, bisogna dire il falso; mentendo o facendo uso della verità, aspiriamo pur sempre allo stesso risultato: mente chi intende ricavare qualche utile con le sue bugie, dice la verità chi da questa può trarre un vantaggio e conquistarsi la fiducia altrui. Così, anche senza seguire gli stessi principî, miriamo allo stesso fine. Se non dovesse attendersi un vantaggio, chi dicesse la verità mentirebbe e il bugiardo sarebbe sincero, senza differenza. Ora, se una delle sentinelle vorrà lasciarci passare, lo farà a suo esclusivo e futuro vantaggio; chi invece tentasse di ostacolarci sia subito dichiarato un nemico: dopodiché irrompiamo dentro la reggia e facciamola finita!".


73) Dopo Dario si levò a parlare Gobria: "Amici", disse, "quando mai si presenterà una occasione più bella per rimettere le mani sul potere, o per morire, se non saremo capaci di riconquistarlo? Noi, che siamo Persiani, siamo ora comandati da un Mago di Media, da un individuo privo di orecchie! Voi, almeno in parte, eravate accanto a Cambise infermo: vi siete scordati le maledizioni che morendo pronunciò contro i Persiani, se non avessero lottato per impossessarsi nuovamente del potere? Allora non le abbiamo ascoltate: credevamo che Cambise intendesse denigrare Smerdi. Ora io voto per obbedire a Dario e per non sciogliere questa riunione se non per muovere dritti contro il Mago". Così parlò Gobria e tutti furono d'accordo con lui.


74) Mentre i sette prendevano tale decisione, ecco quanto in tanto stava per caso accadendo. I Magi, consultatisi fra di loro, avevano deciso di guadagnarsi l'amicizia di Pressaspe: Pressaspe aveva subìto orribili torti da parte di Cambise, che gli aveva ammazzato un figlio con una freccia, era l'unico a conoscenza della morte di Smerdi figlio di Ciro (lo aveva ucciso lui con le proprie mani), inoltre fra i Persiani godeva di una grandissima reputazione. Per tutte queste ragioni lo convocarono e tentarono di legarlo con assicurazioni e giuramenti: doveva tenere per sé e non rivelare a nessuno l'inganno da loro perpetrato ai danni dei Persiani, in cambio gli promettevano ogni sorta di vantaggi.


75) Visto che Pressaspe accettava di assecondarli, i Magi, dopo averlo convinto, aggiunsero una seconda proposta: manifestarono l'intenzione di convocare tutti i Persiani sotto le mura della reggia e invitarono Pressaspe a salire su una torre e a proclamare che il potere era nelle mani di Smerdi figlio di Ciro e di nessun altro. Affidavano a lui tale compito, perché godeva del maggior credito fra i Persiani e perché a più riprese aveva già affermato che Smerdi figlio di Ciro era vivo e ne aveva negato l'uccisione. Pressaspe si dichiarò pronto anche a questo; i Magi convocarono i Persiani e lo fecero salire sopra una torre invitandolo a parlare. Ma lui ignorò deliberatamente il discorso preteso dai Magi ed espose la genealogia di Ciro a partire da Achemene; arrivato a Ciro ne enumerò i meriti nei confronti dei Persiani e al termine di questa rassegna rivelò tutta la verità: confessò di averla tenuta nascosta per i pericoli che avrebbe corso narrando tutto l'accaduto; ora invece si sentiva in dovere di svelarla. In particolare dichiarò di avere assassinato lui Smerdi figlio di Ciro, costrettovi da Cambise, e denunciò i Magi come usurpatori del potere regale. E dopo aver lanciato numerose maledizioni contro i Persiani, se non avessero riconquistato il potere e preso vendetta sui Magi, si gettò a capofitto giù dalla torre. Così morì Pressaspe, che per tutta la sua vita fu un uomo degno della massima stima.


76) I sette Persiani, una volta deciso di tentare subito il colpo contro i Magi senza perdere tempo, pregarono gli dèi e si avviarono senza sapere nulla dei fatti di Pressaspe. Erano ormai a metà strada, quando appresero l'accaduto. Allora si appartarono ai margini della via e si consultarono fra di loro: Otane e i suoi premevano decisamente per rimandare il colpo, per non agire proprio nel momento in cui le acque si presentavano tanto agitate; Dario e i suoi invece esortavano a muoversi immediatamente, a portare a termine l'azione decisa senza procrastinare. Mentre stavano discutendo, apparvero sette coppie di sparvieri che si avventavano su due coppie di avvoltoi strappandogli le penne e artigliandoli. Vedendo il prodigio tutti approvarono il parere di Dario: così, incoraggiati dagli auspici, mossero verso la reggia.


77) Davanti alle porte accadde quanto Dario aveva previsto: le sentinelle per rispetto di fronte a uomini che erano tra i più insigni dei Persiani e non sospettandoli capaci di una cosa simile, li lasciarono passare, come scortati dagli dèi: nessuno osò interrogarli. Quando poi furono nel cortile, si imbatterono negli eunuchi incaricati di introdurre presso il re le ambascerie: questi chiesero la ragione della loro venuta e intanto pronunciavano minacce all'indirizzo delle guardie che li avevano fatti passare; e tentarono di trattenerli, poi, quando i sette manifestarono l'intenzione di procedere oltre. Allora i congiurati, incoraggiandosi a vicenda, brandirono i pugnali e trafissero sul posto chi cercava di fermarli; poi si lanciarono di corsa verso le stanze degli uomini.


78) In quel momento entrambi i Magi si trovavano all'interno della reggia a discutere il gesto di Pressaspe. Come si avvidero che gli eunuchi fuggivano sconvolti e gridavano, balzarono in piedi entrambi: resisi conto dell'accaduto, si prepararono a difendersi. Uno dei due fu più lesto ad afferrare l'arco, l'altro afferrò la lancia. A quel punto ci fu lo scontro. Quello che aveva agguantato l'arco non poté trarne alcun vantaggio, perché i nemici erano troppo vicini e lo incalzavano da presso; l'altro, difendendosi con la lancia, poté ferire Aspatine a una coscia e Intafrene a un occhio. Per la ferita Intafrene perse l'occhio, ma non morì. Insomma, dei due uno riuscì a ferire gli aggressori, l'altro invece, visto che l'arco non gli serviva a nulla, corse a rifugiarsi in una stanza che dava sull'appartamento degli uomini, sperando di chiuderne la porta. Ma gli piombarono addosso due dei sette congiurati, Dario e Gobria; Gobria e il Mago si avvinghiarono in un corpo a corpo, sicché Dario lì accanto non sapeva che fare: erano al buio e temeva di colpire Gobria. Vedendolo in piedi inattivo, Gobria gli chiese perché non gli desse una mano e Dario rispose: "Non vorrei colpire te", e Gobria gli ribatté: "Affonda la spada, a costo di trafiggere anche me!". Dario obbedì: tirò un fendente che raggiunse per fortuna proprio il Mago.


79) Ai due Magi, dopo averli uccisi, tagliarono la testa; lasciati sul posto i feriti, un po' per la loro invalidità un po' a guardia della rocca, i cinque rimasti corsero fuori della reggia portando con sé le teste dei Magi, gridando e facendo gran rumore; chiamarono gli altri Persiani e raccontarono tutto l'accaduto, mostrando le teste; intanto uccidevano qualunque Mago gli capitasse davanti. I Persiani, quando seppero ciò che i sette avevano fatto nonché l'inganno dei Magi, decisero a loro volta di seguire l'esempio dei sette, sguainarono i pugnali e si misero a massacrare ogni Mago che riuscivano a trovare. Se non li avesse trattenuti il sopraggiungere della notte non avrebbero lasciato vivo un solo Mago. Questa giornata i Persiani la onorano tutti più di ogni altra: e celebrano una grande festa detta da loro "Uccisione dei Magi", durante la quale nessun Mago può farsi vedere in giro: trascorrono l'intera giornata chiusi nelle loro case.

80) Quando il tumulto si placò e furono trascorsi cinque giorni, gli autori della ribellione ai Magi si consultarono sulla situazione nel suo insieme; in quella circostanza furono pronunciati discorsi che suonano forse incredibili alle orecchie di qualche Greco, ma che furono davvero pronunciati. Il parere di Otane era di rimettere il potere a tutti i Persiani: egli disse: "Secondo me non deve più essere un monarca a governarci: si tratta di un sistema né piacevole né valido. Voi avete pur visto l'arroganza di Cambise sin dove si è spinta e avete sperimentato anche quella del Mago. Come potrebbe essere una cosa conveniente la sovranità di una sola persona a cui è lecito agire come vuole senza doverne rendere conto a nessuno? Anche l'uomo migliore del mondo, una volta che avesse in mano tanta autorità, si troverebbe al di fuori del modo comune di pensare. Le fortune a sua disposizione producono in lui protervia, e in ogni uomo c'è già innata sin da subito l'invidia: se possiede questi due vizi, li possiede tutti. Molte azioni nefande le compie perché è gonfio di arroganza e molte perché è pieno di invidia. Eppure un re, che possiede ogni bene, non dovrebbe conoscere l'invidia; e invece germoglia in lui malanimo verso i suoi cittadini: invidia i migliori finché sono ancora in vita, si compiace dei cittadini peggiori, nessuno è più disposto di lui ad accogliere calunnie. La cosa più assurda è che se lo ammiri con moderazione, se ne adonta perché non si sente abbastanza riverito, e se lo riverisci molto, se ne adonta perché si sente adulato. Ma la cosa più grave è questa: sconvolge le patrie tradizioni, violenta le donne, manda a morte senza processi. Invece il governo del popolo comporta già il nome più bello che esista: "parità di diritti". E poi non c'è nulla di ciò che fa un monarca; le cariche pubbliche si sorteggiano, c'è un rendiconto per le magistrature ricoperte, tutte le decisioni sono demandate a un collettivo. Pertanto il mio parere è di abbandonare il regime monarchico e di innalzare il popolo al potere: perché la massa è tutto".


81) Otane esternò queste sue convinzioni. Invece Megabisso propose di affidarsi a una oligarchia, nei seguenti termini: "Ribadisco tutto ciò che Otane ha detto contro la monarchia, ma esortandovi a trasmettere al popolo il potere ha sbagliato di grosso: non c'è nulla di più stupido e di più prevaricatore di una massa buona a nulla. Non è assolutamente tollerabile che per evitare la violenza di un tiranno si cada poi nella violenza di una massa priva di freni. Il tiranno, se agisce, lo fa con cognizione di causa, mentre il popolo discernimento non ne ha: e come potrebbe del resto averlo, se mai nulla gli è stato insegnato e se non ha visto mai nulla di buono che fosse suo? Si getta sulle cose senza riflettere e le sconvolge, come un fiume impetuoso. Al popolo si affidi pure chi medita la rovina dei Persiani; noi invece scegliamo un numero ristretto di persone, fra le migliori, e rimettiamo il potere nelle loro mani; di questo gruppo faremo parte anche noi: ed è logico che le risoluzioni degli uomini migliori siano le migliori".


82) Questo fu il suggerimento di Megabisso. Poi per terzo manifestò il proprio pensiero Dario, il quale disse: "A me i giudizi espressi da Megabisso nei confronti del popolo sembrano esatti, ma inesatti quelli sull'oligarchia. Delle tre forme di governo in questione, tutte ottime a parole, e cioè democrazia, oligarchia e monarchia, io sostengo che quest'ultima è di gran lunga superiore. Un uomo solo eccellente: nulla può apparire preferibile. Servendosi delle proprie straordinarie capacità può governare il popolo in maniera irreprensibile: è la soluzione più efficace per mantenere segreti i provvedimenti presi nei confronti dei nemici. In una oligarchia, dove sono in molti a impegnare a fondo le proprie capacità per il bene comune, sorgono di solito accese rivalità personali. Ciascuno desidera primeggiare e far prevalere la propria opinione e si arriva così a gravi odi reciproci; dagli odi nascono sedizioni, dalle sedizioni stragi; e dalle stragi al potere di uno solo il passo è breve: anche in questo si dimostra la superiorità della monarchia. Quando invece è il popolo a detenere il potere, inevitabilmente si sviluppa la criminalità: e quando questa penetra nella cosa pubblica, fra i criminali non si formano inimicizie bensì amicizie fondate sulla violenza: perché quanti agiscono ai danni dello stato uniscono i loro sforzi. Le cose vanno così fino a quando qualcuno si mette a capo del popolo e pone fine alle loro trame. Quest'uomo si attira l'ammirazione del popolo e così in conseguenza di tale ammirazione è proclamato re: anche in questo si dimostra che la monarchia è la forma di governo più sicura. Insomma, per riassumere in una sola frase: da dove è venuta a noi la libertà? Chi ce l'ha data? Il popolo, una oligarchia o un sovrano? Il mio parere è che noi, ottenuta la libertà per opera di un solo uomo, dobbiamo conservare questa forma di governo; e, a parte questo, non dobbiamo violare le tradizioni patrie che sono validissime; non ne trarremmo certo un vantaggio".


83) Queste furono le tre proposte avanzate: gli altri quattro congiurati si dichiararono favorevoli a quest'ultima. Quando vide perdente la propria proposta, che tendeva a concedere ai Persiani l'uguaglianza dei diritti, Otane prese la parola di fronte a tutti e disse: "Compagni, ormai è chiaro che uno di noi dovrà diventare re, o per sorteggio o affidando al popolo persiano la sua elezione o con qualche altro sistema; ma io non entrerò nella competizione: non intendo né comandare né essere comandato. Rinuncio al potere, ma a un patto, di non essere mai soggetto a nessuno di voi, né io personalmente né alcuno dei miei discendenti". Quando ebbe finito di parlare, gli altri sei congiurati si dichiararono d'accordo su quella condizione ed egli si ritirò dalla gara, si allontanò dal gruppo. Ancora oggi il casato di Otane è l'unico libero, l'unico a sottoporsi solo in ciò che crede, senza peraltro mai violare le leggi persiane.


84) I sei congiurati rimasti discutevano sulla maniera più corretta per scegliere il re. Intanto decisero, nel caso il regno fosse toccato a un altro dei sette, di assegnare a Otane e ai suoi discendenti, come segno di distinzione, una veste di foggia meda ogni anno e tutti i doni che tra i Persiani sono tenuti in maggior pregio. Concordarono di concedergli questi riconoscimenti, perché era stato il primo a ideare il colpo di stato e ad aggregarli insieme. Tali furono i privilegi eccezionali concessi a Otane; per loro stessi decisero di permettere a chiunque dei sette lo desiderasse di entrare nella reggia senza farsi annunciare, a meno che il re non stesse giacendo con una moglie; il re, poi, non avrebbe potuto sposare se non donne provenienti dalle famiglie dei congiurati. Quanto all'assegnazione del regno decisero di insediare sul trono quello di loro il cui cavallo avesse nitrito per primo al sorgere del sole, mentre cavalcavano nei sobborghi.


85)Dario aveva per scudiero un uomo molto accorto, di nome Ebare; a lui Dario si rivolse non appena la riunione dei sette fu sciolta: "Ebare", gli disse, "riguardo al regno abbiamo deciso di procedere così: quello di noi il cui cavallo, mentre cavalchiamo, nitrisca per primo al sorgere del sole sarà re. Perciò se conosci qualche astuzia vedi di metterla in pratica, perché il titolo venga nelle nostre mani e non in quelle di un altro". Ed Ebare gli rispose: "Padrone, se davvero dipende solo da questo che tu sia re o meno, non avere paura, anzi sta' pure allegro e tranquillo: nessun altro sarà re al posto tuo. Ho dei rimedi che sembrano fatti apposta". E Dario gli disse: "Se davvero conosci un espediente capace di tanto, è ora il momento di usarlo, senza perdere tempo, perché la prova avrà luogo all'alba di domani". Udito ciò, ecco come si regolò Ebare: appena scese la notte, condusse nei sobborghi della città una delle cavalle, la più amata dal destriero di Dario, e lì la legò; quindi andò a prendere il cavallo di Dario e a lungo lo fece girare intorno alla femmina, gliela lasciò sfiorare, e infine gli permise di montarla.


86) Alle prime luci del giorno, come convenuto, i sei si presentarono in groppa ai cavalli; e quando, attraversando il sobborgo, giunsero all'altezza del punto in cui la notte precedente era stata legata la cavalla, subito il destriero di Dario nitrì, lanciandosi in avanti. E proprio mentre il cavallo nitriva, un lampo percorse il cielo sereno e si udì un tuono. Questi fenomeni andarono ad aggiungersi a favore di Dario, quasi si fossero verificati per un qualche accordo; gli altri cinque balzarono giù di sella e si prostrarono davanti a Dario.


87) Tale sarebbe stato lo stratagemma di Ebare, così almeno lo narrano alcuni; invece secondo altri (i Persiani raccontano entrambe le versioni) Ebare avrebbe passato la mano sui genitali della cavalla e poi l'avrebbe tenuta infilata dentro le brache; quando poi al sorgere del sole i cavalli stavano per avviarsi, tratta fuori la mano, Ebare l'avrebbe accostata alle narici del destriero di Dario, il quale avvertendo l'odore della femmina avrebbe cominciato ad agitarsi e a nitrire.


88) Dario figlio di Istaspe fu proclamato re: sudditi suoi erano tutti i popoli dell'Asia a eccezione degli Arabi, tutte le popolazioni che Ciro e dopo di lui Cambise avevano assoggettato. Gli Arabi non si piegarono mai ai Persiani, divennero anzi loro alleati lasciando il passaggio a Cambise in marcia contro l'Egitto; in effetti, se gli Arabi non lo avessero consentito, i Persiani non avrebbero potuto invadere l'Egitto. Dario si prese in moglie le più illustri donne persiane: per esempio le due figlie di Ciro Atossa e Artistone, Atossa che era già stata moglie di suo fratello Cambise e poi del Mago, Artistone che era vergine. Inoltre sposò una nipote di Ciro, figlia di Smerdi, che si chiamava Parmis; e si prese anche la figlia di Otane, quella che aveva smascherato il Mago. Il potere di Dario dilagò in ogni direzione. Intanto fece subito fabbricare e installare un bassorilievo raffigurante un uomo a cavallo e vi fece apporre la seguente iscrizione: "Dario figlio di Istaspe grazie alle virtù del suo cavallo (di cui specificava il nome) e del suo scudiero Ebare si è conquistato il regno di Persia".


89) Poi istituì venti province persiane, che loro chiamano "satrapie": dopo averle istituite nominò i rispettivi governatori e fissò i tributi che dovevano derivargli; li fissò popolazione per popolazione a ciascuna unendo le genti vicine, di confine in confine, assegnando a questo o a quel popolo le genti più lontane. Quanto alle province e alle entrate annuali dei tributi stabilì i seguenti criteri: a quante versavano tributi in argento impose come unità di misura il talento di Babilonia, a quante pagavano in oro il talento di Eubea; il talento di Babilonia equivale a 78 mine di Eubea. All'epoca dei regni di Ciro e di Cambise non era stata fissata alcuna norma riguardante i tributi: venivano semplicemente offerti dei doni. A causa di questa regolamentazione dei tributi, e di altri provvedimenti consimili, i Persiani dicono che Dario era un bottegaio, Cambise un padrone e Ciro un padre; il primo perché mercanteggiava su ogni cosa, il secondo perché era duro e privo di scrupoli e il terzo perché era mite e aveva studiato per loro ogni bene possibile.


90) Dagli Ioni, dai Magneti d'Asia, dagli Eoli, dai Cari, dai Lici, dai Mili e dai Panfili (si trattava infatti di un unico tributo cumulativo) gli derivavano 400 talenti d'argento; e questa era la prima provincia da lui costituita. Invece dai Misi, dai Lidi, dai Lasoni, dai Cabali e dagli Itennei provenivano 500 talenti: e questo era il secondo distretto. La terza provincia comprendeva gli abitanti dell'Ellesponto, stanziati sulla riva destra per chi entra in quel mare, i Frigi, i Traci d'Asia, i Paflagoni, i Mariandini e i Siri, e sborsava un tributo di 360 talenti. I Cilici contribuivano con 360 cavalli bianchi, uno per ogni giorno dell'anno, e 500 talenti d'argento: di questi, 140 erano utilizzati per la cavalleria che presidiava il territorio della Cilicia, i rimanenti 360 andavano a Dario; e questo era il quarto distretto.


91) A partire dalla città di Posideio, fondata da Anfiloco figlio di Anfiarao al confine fra la Cilicia e la Siria, a partire da Posideio fino all'Egitto, ad eccezione della parte occupata dagli Arabi, che godeva dell'esenzione dai tributi, la somma versata era di 350 talenti: in questo distretto, il quinto, sono comprese l'intera Fenicia, la Siria cosiddetta Palestina e l'isola di Cipro. Dall'Egitto, dai territori libici confinanti con l'Egitto, da Cirene e da Barca (anche queste città erano state assegnate al distretto egiziano) si ricavavano 700 talenti senza calcolare il denaro proveniente dal lago di Meride, come tassa sulla pesca; la rendita era dunque di 700 talenti senza il denaro e senza contare le misure di frumento aggiuntive: gli Egiziani infatti forniscono ai Persiani insediati nella rocca di Leuco a Menfi e ai loro ausiliari 120.000 medimni di frumento; e questo è il sesto distretto. I Sattagidi, i Gandari, i Dadici e gli Apariti furono inclusi nel medesimo distretto, il settimo, e pagavano 170 talenti. Da Susa e dalla rimanente regione dei Cissi, l'ottavo distretto, provenivano 300 talenti.


92) Babilonia e tutto il resto dell'Assiria fornivano 1000 talenti e 500 ragazzi castrati; e questa è la nona provincia. Da Ecbatana e dal resto della Media, dai Paricani e dagli Ortocoribanti, che componevano il decimo distretto, provenivano 450 talenti. La undicesima circoscrizione era costituita dai Caspi, dai Pausici, dai Pantimati e dai Dariti che complessivamente sborsavano 200 talenti. Il dodicesimo distretto si estendeva dai Battriani fino agli Egli e versava un tributo di 300 talenti.


93) Dalle regioni dei Patti e degli Armeni e dalle popolazioni loro confinanti fino al Ponto Eusino, che formavano il tredicesimo distretto, provenivano 400 talenti; 600 ne venivano complessivamente dal quattordicesimo, formato dai Sagarti, dai Sarangi, dai Tamanei, dagli Uti, dai Mici, e dagli abitanti delle isole del Mare Eritreo, isole nelle quali il re confina i cosiddetti "deportati". I Saci e i Caspi versavano 250 talenti e costituivano il quindicesimo distretto. I Parti, i Corasmi, i Sogdi e gli Arii, componenti la sedicesima satrapia, versavano 300 talenti.


94) I Paricani e gli Etiopi d'Asia pagavano 400 talenti e formavano il diciassettesimo distretto. Ai Matieni, ai Saspiri e agli Alarodi era stato imposto un tributo di 200 talenti; e questo era il diciottesimo distretto; ai Moschi, ai Tibareni, ai Macroni, ai Mossineci e ai Mari, appartenenti al diciannovesimo distretto, un tributo di 300 talenti. La mas sa degli Indiani, che costituisce la popolazione più numerosa a mia conoscenza, versava un tributo pari a quello di tutti gli altri: 360 talenti di polvere d'oro; e questa era la ventesima satrapia.


95) L'argento, convertendo i talenti babilonesi in euboici, dà la cifra di 9880 talenti, invece l'oro in polvere, calcolando un valore di tredici volte tanto rispetto all'argento, è pari a 4680 talenti euboici. Il che significa che complessivamente il tributo annuale versato a Dario ammontava a 14.560 talenti euboici; e non sto calcolando le cifre di minore entità.


96) Tale era il tributo che veniva versato a Dario dall'Asia e da una piccola porzione della Libia. Col passare del tempo si aggiunsero anche i tributi pagati dalle isole e dalle popolazioni stanziate nell'Europa fino alla Tessaglia. Il re tesaurizza tutto questo denaro nel modo seguente: fa fondere tutto il metallo e lo versa in vasi di terracotta: quando il recipiente è pieno, fa togliere l'involucro fittile. Quando poi ha bisogno di denaro, fa battere moneta secondo il quantitativo di volta in volta necessario.


97) Queste erano le satrapie e la ripartizione dei tributi: dal mio elenco dei distretti tributari è rimasta esclusa la Persia soltanto: in effetti i Persiani abitano un territorio del tutto esente da imposte. Altre popolazioni non subirono nessuna imposizione fiscale, ma provvedevano comunque a offerte di doni: per esempio gli Etiopi, confinanti con l'Egitto, quelli che Cambise assoggettò nella sua marcia contro gli Etiopi Longevi, che abitano intorno alla sacra città di Nisa e celebrano feste in onore di Dioniso. Questi Etiopi e i popoli limitrofi hanno il liquido seminale uguale a quello degli indiani Callanzi e vivono in abitazioni sotterranee. Gli uni e gli altri insieme inviavano ogni due anni, e ancora adesso li inviano, due chenici d'oro non raffinato e 200 tronchi di ebano, nonché cinque giovani Etiopi e venti lunghe zanne di elefante. A una offerta volontaria si autocostrinsero anche i Colchi e i loro vicini fino al monte Caucaso (fino a questo monte infatti si estende il predominio dei Persiani, mentre le regioni a nord del Caucaso non si curano minimamente dei Persiani); sino a oggi essi continuano a mandare, ogni cinque anni, le regalie che si erano prescritte, ossia cento ragazzi e cento ragazze. Gli Arabi versavano annualmente 1000 talenti di incenso. E questi erano i donativi offerti al re al di là dei tributi ordinari.


98) Ecco come gli Indiani si procurano quell'enorme quantitativo d'oro da cui traevano come si è detto la polvere che portavano al re. Tutta la parte orientale del territorio indiano è costituita da una distesa di sabbia: in effetti di tutti i popoli conosciuti e di cui si abbia qualche nozione sicura, gli Indiani sono i primi in Asia che abitano verso l'aurora e il sorgere del sole; e i loro territori orientali sono per l'appunto desertici a causa della sabbia. Numerose sono le stirpi indiane, e non tutte parlano la stessa lingua; ne esistono di nomadi e di non nomadi; certe ancora abitano nelle paludi formate dal fiume e si cibano di pesce crudo che pescano a bordo di imbarcazioni di canna. Ogni imbarcazione è costituita dal tronco di una canna compreso fra due nodi. Questi Indiani portano vesti fatte di giunco: quando tagliano il giunco dal fiume, lo battono e poi lo intrecciano come si fa da noi con le ceste, e lo indossano come una corazza.


99) Altre genti dell'India, localizzabili più verso oriente, sono nomadi e si nutrono di carni crude: si chiamano Padei; ed ecco quali sono, a quanto si racconta, le loro abitudini: quando uno di loro si ammala, uomo o donna che sia, viene ucciso; se è uomo, lo uccidono gli amici più intimi sostenendo che una volta consunto dalla malattia le sue carni per loro andrebbero perdute; ovviamente l'ammalato nega di essere tale, ma gli altri non accettano le sue proteste, lo uccidono e se lo mangiano. Se è una donna a cadere inferma, le donne a lei più legate si comportano esattamente come gli uomini. Del resto sacrificano chiunque giunga alla soglia della vecchiaia e se lo mangiano. Ma a dire il vero non sono molti ad arrivare a tarda età, visto che eliminano prima chiunque incappi in una malattia.


100) Altri Indiani si comportano in maniera diversa: non uccidono alcun essere vivente, non seminano, abitualmente non possiedono case e mangiano erba; hanno nel loro paese un cereale grosso quanto un grano di miglio e racchiuso in un calice, che si produce spontaneamente e che essi raccolgono, fanno cuocere insieme con il calice e mangiano. Quello fra loro che cada ammalato si inoltra nel deserto e vi si corica: nessuno si cura di lui, né da morto né da malato.


101) Tutti gli Indiani da me sin qui elencati s'accoppiano in pubblico come gli animali; hanno tutti la pelle dello stesso colore, molto simile a quello degli Etiopi. Lo sperma con cui fecondano le loro donne non è bianco come per gli altri uomini, bensì nero, come la loro pelle; un liquido seminale con le stesse caratteristiche è secreto anche dagli Etiopi. Queste popolazioni indiane sono situate ben oltre la Persia, in direzione sud verso il vento di Noto, e non furono mai sottomesse a Dario.


102) Ancora genti indiane confinano con il territorio della città di Caspatiro e col paese dei Patti; rispetto agli altri Indiani abitano a nord, verso l'Orsa e il vento Borea: il loro sistema di vita è assai simile a quello dei Battri. Fra gli Indiani sono anche i più bellicosi, e sono quelli che partono alla ricerca dell'oro: è dalla loro parte, infatti, che inizia la zona disabitata per la presenza della sabbia. Ebbene in questa regione desolata e sabbiosa ci sono formiche che per dimensioni sono una via di mezzo fra i cani e le volpi: ne possiede qualcuna anche il re di Persia, catturata in quelle regioni dai cacciatori. Queste formiche, scavando sotto terra le loro tane, accumulano in superficie la sabbia esattamente come fanno le nostre formiche, cui assomigliano molto anche come aspetto; la sabbia che rimuovono è aurifera. Per raccogliere questa sabbia gli Indiani compiono spedizioni nel deserto; ogni Indiano possiede una muta di tre cammelli: a sinistra e a destra sono attaccati con una fune due esemplari maschi, nel mezzo c'è una femmina; su di essa monta l'Indiano, e avrà avuto cura di unirla al gruppo sottraendola ai suoi piccoli quando erano appena nati. I cammelli non la cedono ai cavalli quanto a velocità e sono molto più adatti a trasportare pesi.


103) Non sto qui a descrivere l'aspetto del cammello ai Greci, che ben lo conoscono; mi limiterò a indicare le sue caratteristiche meno note: il cammello nelle zampe posteriori ha quattro ossi femorali e quattro articolazioni, e inoltre ha i genitali sporgenti verso la coda attraverso le zampe posteriori.


104) In questa maniera insomma e ricorrendo a questi animali gli Indiani si spingono alla ricerca dell'oro; e calcolano con attenzione come giungere a prenderlo nel momento della giornata di massima calura; infatti per il caldo le formiche scompaiono sotto terra. Per queste popolazioni il sole più caldo non è quello di mezzogiorno come in tutto il resto del mondo, bensì il sole del mattino, dal sorgere fino all'ora di chiusura del mercato. In queste ore il sole scotta molto più che in Grecia a mezzogiorno, tanto che, a quanto si racconta, gli uomini le trascorrono in acqua. A metà del giorno il sole brucia in India quasi come nel resto del mondo; nel pomeriggio diventa come è altrove al mattino; dopodiché, a mano a mano che declina, l'aria rinfresca sempre di più, finché al tramonto fa veramente freddo.


105) Una volta giunti sul posto, gli Indiani con la massima fretta riempiono di sabbia i sacchetti che hanno con sé e scappano via, perché le formiche, così raccontano i Persiani, si accorgono all'olfatto della loro presenza e li inseguono. La velocità di questi animali è davvero senza pari, al punto che, se gli Indiani non si avvantaggiassero di un buon tratto di strada mentre le formiche si radunano, nessuno di loro riuscirebbe a salvarsi. I cammelli maschi, meno veloci delle femmine, quando cominciano a venir trascinati nella corsa, vengono staccati ma non entrambi insieme; le femmine, che hanno vivo il ricordo dei piccoli abbandonati, tengono duro. In questo modo, a sentire i Persiani, gli Indiani raccolgono la maggior parte dell'oro; altri quantitativi di oro, ma decisamente più scarsi, vengono estratti dalle miniere del loro paese.


106) Le estreme contrade del mondo abitato hanno ottenuto le più belle risorse naturali, proprio come la Grecia ha ottenuto il clima di gran lunga migliore, il più temperato. In effetti l'India è l'estrema regione orientale, come ho detto poco fa, e in India appunto gli animali, sia quadrupedi sia uccelli, sono molto più grandi che in tutto il resto del mondo; fanno eccezione solo i cavalli, che sono inferiori a quelli di Media, detti Nisei; inoltre vi si trova oro in grandissima quantità, parte estratto da miniere, parte trasportato dalla corrente dei fiumi, parte invece raccolto nel modo che ho descritto. Le piante selvatiche colà producono come frutto una lana superiore per bellezza e qualità alla lana che si ricava dalle pecore. E gli Indiani si vestono proprio grazie a queste piante.


107) Verso sud l'estrema regione abitata è l'Arabia, unico paese al mondo produttore di incenso, mirra, cassia, cinnamomo e ledano. Tutti questi prodotti, tranne la mirra, costano molta fatica agli Arabi per procurarseli; l'incenso lo raccolgono bruciando lo storace, una sostanza esportata in Grecia dai Fenici: fanno così perché le piante che producono l'incenso sono sorvegliate da serpenti alati di piccole dimensioni e dai vivaci colori, che si radunano in gran numero intorno a ciascun albero; sono gli stessi serpenti alati che cercano di invadere l'Egitto. E non c'è nulla che li possa staccare dagli alberi, se non il fumo dello storace.


108) Gli Arabi aggiungono anche che tutta la terra sarebbe piena di questi serpenti se a essi non accadesse quanto sapevo accadere anche alle vipere. In qualche modo la previdenza divina, che, come è naturale, è saggia, ha reso prolifici tutti gli animali di indole mansueta e commestibili, affinché non si estinguessero a forza di servire da cibo, mentre ha creato poco fecondi tutti gli animali feroci e nocivi. E così, poiché la lepre è oggetto di caccia da parte di tutti, fiere, uccelli e uomini, ecco che è prolifica: fra tutti gli animali è l'unica in grado di concepire da gravida; nel suo ventre c'è un piccolo già coperto di pelo, un altro senza pelliccia, mentre un altro sta appena prendendo forma nell'utero e un altro ancora viene concepito. Questo accade alla lepre; invece la leonessa, che è ben più robusta e coraggiosa, mette al mondo un unico figlio in tutta la sua vita; in effetti quando partorisce espelle col cucciolo anche il proprio utero. Ciò si spiega perché il leoncino, cominciando a muoversi nel ventre della madre e possedendo unghie che sono le più aguzze fra tutti gli animali, graffia la madre e crescendo finisce col lacerarla sempre di più; quando il parto è vicino, ormai dell'utero non è rimasto più nulla di intatto.


109) Così se anche le vipere e i serpenti alati d'Arabia si riproducessero come è nella natura dei rettili, la vita per gli uomini non sarebbe più possibile; ecco invece che, quando due di questi animali si accoppiano e il maschio sta emettendo il suo seme, la femmina, proprio mentre il maschio la insemina, lo afferra al collo e, ormai incinta, non molla la presa prima di averlo divorato completamente. Il maschio dunque muore così, la femmina a sua volta paga l'uccisione del maschio, perché i figli, per vendicare il loro genitore, divorano la madre quando ancora si trovano nel suo ventre: vengono alla luce appunto divorando le viscere della madre. Al contrario gli altri rettili, che sono innocui per l'uomo, depongono uova da cui, alla schiusa, esce un gran numero di figli. Le vipere sono diffuse un po' in tutta la terra, i serpenti alati si trovano ammassati in Arabia e da nessuna altra parte: è per questo che sembrano così tanti.


110) Così gli Arabi si procurano l'incenso; invece per la cassia devono mettersi alla ricerca con il corpo e la faccia ben protetti da cuoio o da pelli di altro tipo, che lascino scoperti solo gli occhi; la pianta cresce in una palude non profonda, ma nei dintorni e all'interno della quale vivono animali alati molto simili ai pipistrelli, dal verso terribilmente stridente e assai combattivi, tanto che bisogna raccogliere la cassia difendendosi gli occhi dai loro assalti.


111) Il cinnamomo lo raccolgono in una maniera ancora più straordinaria: dove nasca la pianta, quale terreno la produca, non sanno proprio dirlo; solo, alcuni affermano che cresce nel paese in cui fu allevato Dioniso; e dicono una cosa verosimile. Sarebbero dei grandi uccelli a trasportare queste pagliuzze, che noi chiamiamo cinnamomo sull'esempio dei Fenici: tali uccelli lo porterebbero nei loro nidi fatti di fango su montagne scoscese e inaccessibili all'uomo. E così gli Arabi hanno escogitato una astuzia: tagliano a pezzi, grossi il più possibile, le carcasse di buoi, di asini o di altri animali da tiro morti, e li portano in quei luoghi, posandoli non lontano dai nidi; poi si allontanano. Gli uccelli scendono velocemente in volo sulle carni e le trasportano nei loro nidi, i quali però non essendo in grado di reggere un tale peso, si rompono e precipitano al suolo; gli uomini accorrono e provvedono a raccogliere il cinnamomo; il cinnamomo lì raccolto arriva poi in tutti gli altri paesi.


112) Quanto al ledano, che gli Arabi chiamano "ladano", le cose vanno in maniera ancora più sorprendente: è una sostanza profumatissima, ma ha origine da quanto è più sgradevole all'olfatto: lo si trova infatti nella barba dei capri, dove si impiglia come fosse vischio quando questi animali attraversano una boscaglia. È un prodotto utile nella preparazione di molti unguenti e gli Arabi lo bruciano di preferenza fra gli aromi.


113) Sulle sostanze odorose basti quanto si è detto; dal paese d'Arabia spira un profumo di grande dolcezza. In Arabia vivono poi due specie di pecore davvero strane e assolutamente introvabili altrove; quelle della prima specie hanno code lunghe non meno di tre cubiti: se si permettesse alle pecore di trascinarle, si coprirebbero di abrasioni sfregando sul terreno: invece ogni pastore sa lavorare il legno quanto basta per fabbricare carrettini che sistema sotto le code legando la coda di ciascun animale sopra il rispettivo carretto. Le pecore della seconda specie portano code larghe persino un cubito.


114) Dove il sole va a declinare dopo il culmine meridiano si trova l'estrema regione occidentale del mondo abitato, l'Etiopia: essa produce grandi quantitativi d'oro, elefanti di enormi dimensioni e ogni specie di pianta selvatica, ebano, e uomini di alta statura, i più alti, i più belli e i più longevi.


115) Queste sono le estreme regioni dell'Asia e della Libia; su gli estremi lembi occidentali dell'Europa non sono in grado di fornire notizie sicure; personalmente non accetto l'idea che i barbari possano chiamare Eridano un fiume che andrebbe a sfociare nel mare settentrionale, da dove pare provenga l'ambra; e non so nulla dell'esistenza delle isole Cassiteridi, dalle quali ci verrebbe lo stagno. Già il nome stesso "Eridano" rivela la sua origine greca e non barbara, probabile frutto dell'invenzione di qualche poeta; inoltre, nonostante tutta la mia volontà, non ho mai udito nessun testimone oculare affermare che esiste un mare al di là del continente europeo. Comunque stagno e ambra arrivano a noi da un estremo confine del mondo.


116) Sembra chiaro che la maggiore quantità di oro si trova nelle regioni settentrionali dell'Europa; ma come lo si ottenga è un altro argomento su cui non posso fornire notizie sicure: si racconta che gli Arimaspi, uomini provvisti di un solo occhio, lo strappino ai grifoni. Ma io non credo all'esistenza di uomini che possiedono fin dalla nascita un unico occhio, e uguali per tutto il resto agli altri esseri umani. Comunque le estreme contrade della terra, che circondano e racchiudono tutti gli altri paesi, sembrano proprio possedere tutte le risorse per noi più pregiate e più rare.


117) In Asia c'è una pianura che è completamente circondata da montagne solcate da cinque gole; questa pianura appartenne un tempo ai Corasmi trovandosi ai confini tra i Corasmi, gli Ircani, i Parti, i Sarangi e i Tamanei; ma da quando i Persiani hanno il potere, essa appartiene al re. Dalle montagne che la circondano scorre un grande fiume detto Aces, che un tempo, diviso in cinque rami, irrigava i territori dei suddetti popoli scorrendo in ogni paese attraverso le cinque gole. Ma da quando sono caduti sotto il dominio dei Persiani, ecco cosa gli è successo: il re ha ostruito le gole dei monti con dighe munite di chiuse; così, impedito il decorso delle acque, la pianura situata fra le montagne si è trasformata in un lago, dato che il fiume vi si immette ma non ha alcuno sbocco da nessuna parte. Ora, per tutti coloro che prima erano soliti servirsi di quell'acqua, non potersene più servire è una grave disgrazia. Infatti d'inverno gli dèi mandano pioggia come a tutti gli altri uomini, ma d'estate al momento di seminare il miglio e il sesamo hanno assoluta necessità d'acqua. Allora, se non ricevono neppure una goccia di pioggia, si recano fino in Persia con le loro donne, si installano davanti alle porte del re e cominciano a lamentarsi e a gridare, finché il re non ordina di aprire le chiuse che immettono l'acqua nel territorio di chi ne ha più bisogno. Appena il suolo se ne è ben impregnato, le porte vengono sbarrate e il re ordina l'apertura delle chiuse per le genti a cui più occorra fra le restanti. A quanto mi è stato detto il re fa aprire le porte in cambio di ingenti somme di denaro, non comprese nel tributo prefissato. Così stanno le cose.


118) A Intafrene, uno dei sette Persiani ribellatisi al Mago, toccò di morire poco tempo dopo la rivolta per un grave crimine. Voleva entrare nella reggia per conferire con il re e vigeva la norma per quanti avevano partecipato alla rivolta contro il Mago di poter accedere al cospetto del re senza farsi annunciare, a meno che il re non si trovasse in compagnia di una sua moglie. Intafrene dunque si riteneva in diritto di non farsi annunciare da nessuno; essendo uno dei sette voleva entrare senz'altro. Ma il guardiano della porta e il ciambellano non glielo permisero, sostenendo che il re si trovava con una delle donne; Intafrene, convinto che stessero mentendo, sguainò la scimitarra e tagliò loro il naso e le orecchie e li attaccò alle briglie del suo cavallo; legò poi le briglie intorno al collo di quei due e li lasciò andare.


119) Essi andarono a farsi vedere dal re e raccontarono la ragione per cui avevano subito tale affronto. Dario, temendo che i sei avessero agito in quel modo di comune accordo, li convocò uno per uno e ne sondò le intenzioni, per stabilire se approvavano il comportamento di Intafrene. Quando fu certo che Intafrene aveva agito all'insaputa degli altri, fece arrestare lui e i suoi figli nonché tutti i suoi familiari: era convinto che lui e i suoi congiunti tramassero un colpo di stato. Li fece arrestare tutti insieme e imprigionare in attesa di esecuzione. Ma la moglie di Intafrene veniva continuamente alla porta del re piangendo e gemendo: perseverando in questo atteggiamento, finì per suscitare la compassione di Dario, il quale le inviò un messaggero a riferirle queste parole: "Donna, il re Dario ti concede di salvare la vita di uno dei tuoi parenti imprigionati: scegli pure chi vuoi fra tutti". E lei, dopo aver riflettuto, così rispose: "Se il re mi concede la vita di uno solo, allora fra tutti scelgo mio fratello". Quando Dario ne fu informato si stupì molto, e le mandò a dire: "Donna, il re si domanda perché abbandoni tuo marito e i tuoi figli e scegli che a sopravvivere sia tuo fratello, il quale ti è certo più estraneo dei tuoi figli e meno caro di tuo marito". E lei replicò: "O re, se dio vuole io posso avere un altro marito, e altri figli, se perdo quelli che ho; ma poiché mio padre e mia madre non sono più vivi, in nessun modo potrei avere un altro fratello. È per questa ragione che ti ho dato quella risposta". A Dario parvero molto sagge le parole della donna: soddisfatto di lei, oltre al fratello le lasciò libero anche il maggiore dei figli; tutti gli altri invece li mandò a morte. Così dunque morì, come ho raccontato, uno dei sette congiurati.


120) Circa all'epoca della malattia di Cambise era accaduto quanto segue. Nominato da Ciro, governatore di Sardi era Orete, un Persiano; costui meditò un'impresa davvero empia: senza aver mai ricevuto alcun torto da lui, neppure una offesa verbale, anzi senza averlo mai visto prima, concepì il desiderio di catturare Policrate di Samo e di ucciderlo; secondo il racconto più diffuso, all'origine c'era il seguente episodio. Una volta sulle soglie della reggia si trovavano Orete e un altro Persiano, di nome Mitrobate, governatore del distretto di Dascilio; e discutendo vennero a una vera e propria lite. Si discorreva di valore militare e Mitrobate avanzò delle riserve su Orete dicendogli: "Tu, per esempio, saresti fra i valorosi? Non hai nemmeno annesso ai domini del re l'isola di Samo, così vicina al tuo distretto e così facile da conquistare che uno dei suoi abitanti se ne è impadronito con un colpo di mano e l'aiuto di quindici soli soldati; e ora la governa". Corre voce che Orete soffrì molto a udire questo offensivo discorso ed ebbe desiderio non già di vendicarsi su chi lo aveva pronunciato bensì di eliminare assolutamente Policrate, cioè la causa delle offese ricevute.


121) La versione meno diffusa vuole che Orete avesse mandato a Samo un araldo a richiedergli qualcosa (non si specifica cosa); l'araldo avrebbe trovato Policrate sdraiato nell'appartamento degli uomini in compagnia di Anacreonte di Teo. E lì, o che deliberatamente Policrate intendesse ignorare i problemi di Orete, o per qualche altra combinazione, accadde che l'araldo di Orete si presentò e fece il suo discorso, ma Policrate, che casualmente era girato verso la parete, non si voltò né gli diede risposta.


122) E queste sono le due cause addotte per spiegare la morte di Policrate: ciascuno creda pure a quella che preferisce. Fatto sta che Orete, residente a Magnesia, a nord del fiume Meandro, inviò a Samo il Lido Mirso, figlio di Gige, con una ambasciata per Policrate. Orete conosceva le intenzioni di Policrate: Policrate in effetti fu il primo, fra tutti i Greci a nostra conoscenza, ad aspirare al dominio marittimo; il primo dopo Minosse di Cnosso e dopo quanti precedettero Minosse nel dominio sul mare, fu il primo, comunque, della cosiddetta generazione degli uomini ad avere concrete speranze di comandare sulla Ionia e sulle isole. Orete, conoscendo le sue mire, gli mandò un messaggio di questo tenore: "Orete dice a Policrate. Sono venuto a sapere che coltivi grandi progetti ma non possiedi ricchezze adeguate alle tue intenzioni; ebbene, se farai come ti dico, raddrizzerai la tua situazione e salverai anche me, perché re Cambise medita la mia morte, me lo hanno detto chiaramente. Dunque accoglimi, con le mie ricchezze: dei miei averi prendi la metà e lasciami il resto: grazie a questo denaro sarai padrone della Grecia intera. Se non credi alle mie ricchezze, manda qui il tuo uomo più fidato e io gliele mostrerò".


123) Policrate si rallegrò di quanto aveva sentito e accettò la proposta e, poiché era molto avido di denaro, per prima cosa inviò per un accertamento Meandrio, figlio di Meandrio, un cittadino di Samo che svolgeva presso di lui le mansioni di segretario; lo stesso che non molto dopo questi avvenimenti consacrò nel tempio di Era tutto quanto l'arredamento proveniente dall'appartamento di Policrate, oggetti veramente degni di essere visti. Orete, quando seppe che doveva attendersi la visita dell'osservatore, si organizzò così: fece riempire di sassi otto casse, quasi fino all'orlo, e sopra vi ammucchiò dell'oro; quindi chiuse le casse e le tenne pronte. Meandrio venne, guardò e tornò a riferire a Policrate.


124) Policrate si preparava a partire benché gli oracoli, come pure gli amici, lo sconsigliassero vivamente; sua figlia poi aveva avuto di notte un sogno: le pareva che suo padre sospeso a mezz'aria venisse lavato da Zeus e unto dal Sole. Colpita da questa visione, si era adoperata in ogni modo per impedire a Policrate di recarsi da Orete; persino mentre già si stava imbarcando sulla pentecontere, pronunciò sinistri presagi; il padre la minacciò, nel caso fosse tornato sano e salvo, di lasciarla a lungo senza marito, ma la figlia gli rispose augurandosi che ciò accadesse: preferiva prolungare la sua verginità piuttosto che vedersi privata del padre.


125) Policrate trascurò ogni consiglio e si recò presso Orete; condusse con sé molti dei suoi compagni, fra i quali anche Democede di Crotone, figlio di Callifonte, medico esperto nella sua professione più di ogni altro ai suoi tempi. Giunto che fu a Magnesia, Policrate perì malamente, in maniera davvero indegna di lui e della sua intelligenza: perché, se si escludono i tiranni di Siracusa, nessun altro principe greco merita di essere paragonato a Policrate e alla sua grandiosa magnificenza. Orete lo fece uccidere in modo indegno di essere raccontato e impalare; del seguito rilasciò i cittadini di Samo sollecitando la loro gratitudine per questa liberazione e trattenne con sé, come schiavi, gli stranieri e i servi. E così Policrate, appeso, avverò per intero la visione della figlia: era lavato da Zeus quando pioveva e unto dal sole nel senso che il sole dal suo corpo spremeva gli umori. A simile fine giunsero le grandi fortune di Policrate (proprio come il re egiziano Amasi gli aveva profetizzato).


126) Comunque, non molto tempo dopo ricadde su Orete la vendetta di Policrate. Infatti, dopo la morte di Cambise e l'ascesa dei Magi al trono, mentre si trovava a Sardi, Orete non fu di alcun aiuto ai Persiani estromessi dal potere dai Medi: anzi, approfittando del momento di disordine, uccise Mitrobate, governatore di Dascilio (che gli aveva rinfacciato l'affare di Policrate) e con Mitrobate anche suo figlio Cranaspe, vale a dire due uomini di alto rango fra i Persiani; e compì numerose altre efferatezze, di ogni genere: per esempio, una volta che gli si presentò un messaggero di Dario, siccome portava notizie non gradite, diede ordine di sopprimerlo: mandò degli uomini a tendergli un agguato sulla via del ritorno; e dopo averlo ammazzato, ne fece sparire il cadavere e il cavallo.


127) Quando si impadronì del potere, Dario aveva una gran voglia di punire Orete per tutte le sue malefatte e in particolare per la morte di Mitrobate e di suo figlio. Non gli sembrava il caso di inviargli contro delle truppe apertamente, perché la situazione politica non era ancora stabilizzata (troppo recente era il suo potere) e perché sapeva che Orete disponeva di forze ingenti: aveva una guardia del corpo di ben 1000 Persiani e controllava i distretti della Frigia, della Lidia e della Ionia. In una simile situazione Dario architettò un piano: convocò i più illustri personaggi persiani e disse loro: "Signori, chi di voi si assumerà l'incarico di portare a termine la faccenda, ricorrendo all'astuzia e non alla forza militare? Dove ci vuole astuzia non è necessaria la violenza. Chi di voi mi porterà qui Orete vivo o morto? Quell'uomo fin'ora non ha reso alcun servizio ai Persiani, anzi ci ha provocato seri guai: ha eliminato due di noi, Mitrobate e suo figlio, uccide quanti vanno a rimproverarlo anche se sono mandati da me, rivelando una insolenza intollerabile. Prima che commetta qualche crimine ancora peggiore contro i Persiani, dobbiamo fermarlo con la morte".


128) Dario espose così il problema e subito trenta uomini si offrirono, ciascuno disposto ad agire. Già stavano per venire a lite fra loro, quando Dario li trattenne invitandoli a tirare a sorte; così fecero e fra tutti toccò a Bageo figlio di Artonte. Prescelto dalla sorte, Bageo si comportò nel modo seguente: su vari rotoli di papiro scrisse diversi messaggi riguardanti numerose questioni, sui quali poi appose il sigillo di Dario, quindi se ne andò con essi a Sardi. Lì giunto, si presentò a Orete e davanti a lui aprì i documenti, uno per uno, consegnandoli allo scrivano reale perché li leggesse ad alta voce (tutti i governatori hanno alle loro dipendenze degli scrivani reali): Bageo consegnava questi messaggi per tastare il polso alle guardie presenti, caso mai mostrassero di essere pronte a ribellarsi a Orete. Vedendo che consideravano le lettere con grande rispetto e con rispetto ancora maggiore il loro contenuto, consegnò un altro messaggio in cui era scritto: "Persiani, il re Dario vi ordina di non prestare più servizio alle dipendenze di Orete". Ed essi udendo queste parole gettarono le lance; Bageo, vedendo che obbedivano agli ordini contenuti nella lettera, prese coraggio e consegnò allo scrivano l'ultima missiva, in cui era scritto: "Il re Dario ordina ai Persiani che si trovano in Sardi di uccidere Orete". Appena ebbero udito queste parole, le guardie sguainarono le scimitarre e immediatamente lo uccisero. E così fu vendicato Policrate di Samo.


129) Non molto tempo dopo che le ricchezze di Orete erano state trasferite a Susa, capitò a Dario, durante una battuta di caccia, di essere sbalzato da cavallo e di slogarsi una caviglia: una lussazione piuttosto grave, visto che l'osso del tarso era fuoriuscito dall'articolazione. Dario aveva già prima l'abitudine di ricorrere a medici egiziani che aveva con sé, ritenuti i migliori nel loro campo, e a loro si rivolse. Ma essi, storcendo e sforzando il piede, aggravarono il danno tanto che Dario per sette giorni e sette notti non poté dormire per l'incessante dolore. L'ottavo giorno, mentre stava molto male, qualcuno che già in occasioni precedenti, a Sardi, aveva sentito elogiare l'abilità di Democede di Crotone, ne parlò al re, il quale ordinò di condurlo immediatamente da lui. Lo trovarono fra gli schiavi di Orete, del tutto dimenticato chissà dove, e lo portarono subito da Dario, così com'era, che ancora si trascinava dietro i ceppi e vestito di stracci.


130) Quando gli fu dinanzi, Dario gli chiese se conosceva l'arte della medicina, ma Democede negò: temeva, svelando chi fosse, che gli impedissero per sempre di tornare in Grecia. Ma Dario si rese conto che stava fingendo, pur essendo un esperto, e ordinò a chi lo aveva accompagnato di andare a prendere fruste e pungoli: a quel punto Democede confessò, dichiarando di non conoscere a fondo la medicina, ma di possederne elementari nozioni per aver frequentato un medico. Dario si mise nelle sue mani e Democede servendosi di farmaci greci e con rimedi blandi dopo i trattamenti violenti consentì a Dario di riprendere sonno; e in breve tempo lo guarì, quando già disperava di poter usare ancora il suo piede. In seguito Dario gli donò due paia di ceppi d'oro, ma Democede gli chiese se intendeva davvero raddoppiare il suo male come ricompensa per averlo risanato. Divertito da queste parole, Dario lo fece accompagnare presso le sue donne. Nel presentarlo gli eunuchi dicevano alle donne che Democede era l'uomo che aveva restituito la vita al re; e ciascuna di loro immergendo una coppa nel cofano dell'oro compensò Democede con tanta generosità che un servo che lo seguiva, di nome Scitone, raccogliendo per sé gli stateri traboccanti dalle coppe, poté mettere assieme un tesoro non indifferente.


131) Ma ecco come Democede, proveniente da Crotone, era diventato amico di Policrate. A Crotone viveva con il padre, ma un giorno non potendo più sopportarne il carattere collerico, lo abbandonò e si recò a Egina. Si stabilì a Egina e in capo a un anno aveva già superato in bravura tutti i medici locali, pur essendo sprovvisto degli strumenti e di tutto ciò che serve per esercitare questa professione. Già dopo un anno gli Egineti lo assunsero ufficialmente con il compenso di un talento. Dopo due anni lo presero gli Ateniesi per 100 mine e dopo tre anni lo volle Policrate per due talenti. Fu così che si trasferì a Samo; e grazie anche a lui i medici di Crotone godettero sempre di una grande reputazione. (Tutto questo si verificò quando i medici di Crotone passavano per essere i primi in tutta la Grecia, mentre secondi erano i Cirenei. In quello stesso periodo gli Argivi a loro volta avevano fama di essere i migliori nella musica).


132) Allora Democede, per aver guarito Dario, ottenne in Susa una casa molto grande, era spesso ospite alla tavola del re e, a parte la possibilità di tornarsene in Grecia, aveva tutto quello che desiderava. Fra l'altro, intercedendo presso il re, ottenne la grazia per i medici egiziani che curavano Dario prima di lui e che stavano per venir impalati, rei di essersi dimostrati meno abili di un medico greco; e salvò anche un indovino dell'Elide, a suo tempo nel seguito di Policrate e ormai dimenticato da tutti fra gli schiavi. Insomma presso il re Democede era un personaggio assai influente.


133) Poco tempo dopo questi avvenimenti si verificarono altri fatti. Ad Atossa, figlia di Ciro e moglie di Dario, si formò sul seno un ascesso, che dopo essere scoppiato si andava estendendo. Finché rimase di piccole dimensioni Atossa lo nascondeva e non ne parlava con nessuno, per un senso di vergogna, ma quando divenne abbastanza grave, mandò a chiamare Democede e glielo mostrò. Democede, affermando di poterla guarire, si fece promettere dalla regina quanto lui le avesse chiesto, assicurando naturalmente che non avrebbe chiesto nulla di disonorevole.


134) In seguito, quando l'ebbe guarita grazie alla sua cura, la regina seguì le istruzioni ricevute da Democede: mentre si trovava a letto con Dario gli parlò così: "Signore, tu hai un impero così grande e te ne stai inerte senza aggiungere alla Persia alcun popolo, alcuna potenza. È indispensabile che un uomo giovane e padrone di molte sostanze come te si segnali con un'azione importante, perché anche i Persiani si rendano conto di essere governati da un vero uomo. E ti conviene farlo per due ragioni: perché i Persiani sappiano che il loro capo è un vero uomo e perché, impegnati da una guerra e privi di tempo per oziare, non complottino contro di te. Ora sei giovane, in grado dunque di compiere qualche grande impresa; la mente si sviluppa assieme al corpo e, quando il corpo invecchia, invecchia anche la mente e diventa incapace di qualunque iniziativa". Così parlò Atossa, come era stata istruita, e Dario le rispose: "Cara moglie, tu hai detto esattamente ciò che io ho già in animo di fare: è già un po' che medito di gettare un ponte da questo all'altro continente, per marciare contro la Scizia. E vedrai che fra breve questi progetti si realizzeranno". Ma Atossa replicò: "Sta' a sentire, lascia perdere gli Sciti per adesso: quelli cadranno in mano tua quando lo vorrai. Fammi invece una spedizione contro la Grecia. Io vorrei delle ancelle di Laconia, di Argo, dell'Attica, di Corinto: ne ho sentito tanto parlare! Tu hai con te l'uomo più adatto a descriverti ogni dettaglio della Grecia e a servirti da guida, quello che t'ha guarito il piede". E Dario le rispose: "Moglie mia, poiché secondo te dobbiamo provare prima con la Grecia, io credo che intanto il partito più saggio sia mandare in Grecia insieme con lui degli osservatori persiani, che vedano, raccolgano notizie e ci riferiscano ogni cosa; quando avrò tutte le informazioni necessarie, mi muoverò contro la Grecia".


135) Questo disse e presto mise in atto le sue parole. Infatti, non appena brillò la luce del giorno, convocò quindici illustri Persiani e ordinò loro di mettersi in viaggio al seguito di Democede e di percorrere le regioni costiere della Grecia; ma dovevano impedire una eventuale fuga di Democede e ricondurlo in Persia. Impartite loro queste disposizioni, chiamò Democede e lo pregò di tornare indietro dopo aver mostrato ai Persiani la Grecia e tutti i suoi segreti. Lo invitò a prendere con sé tutti i suoi averi per portarli a suo padre e ai suoi fratelli, in cambio gliene avrebbe donati altri in quantità anche maggiore; inoltre gli avrebbe regalato una nave carica di ogni sorta di ricchezze che lo avrebbe seguito in quel viaggio. A mio parere, Dario non voleva tendergli una trappola parlando così, comunque Democede, temendo che Dario volesse metterlo alla prova, evitò di accettarne precipitosamente l'offerta: rispose che avrebbe lasciato lì in Persia le sue cose per averle ancora a disposizione al ritorno, accettò invece la nave che Dario gli offriva come dono per i suoi fratelli. Dopo aver precisato i suoi voleri anche a Democede, Dario diede l'ordine di mettersi in mare.


136) Scesero in Fenicia e precisamente a Sidone dove subito equipaggiarono due triremi; avevano anche un grosso mercantile carico di beni di ogni genere. Ultimati tutti i preparativi, salparono in direzione della Grecia. Di approdo in approdo ne visitarono le coste annotando ogni cosa, fino a quando, avendo visto la maggior parte delle cose notevoli, si spinsero fino in Italia, a Taranto. Qui il re di Taranto Aristofilide per compiacere Democede staccò i timoni dalle navi della Media e imprigionò i Persiani sotto l'accusa di spionaggio; e mentre essi subivano questo trattamento Democede raggiunse Crotone. Solo quando era ormai nella sua città, Aristofilide lasciò liberi i Persiani, restituendo loro quanto aveva tolto dalle navi.


137) I Persiani salparono da Taranto e inseguirono Democede fino ad arrivare a Crotone, dove lo trovarono nella piazza del mercato e lo acciuffarono. Alcuni Crotoniati erano pronti a cedere, timorosi della potenza persiana, ma altri reagirono assalendo i Persiani a colpi di bastone. I Persiani protestavano: "Cittadini di Crotone, badate a quello che fate: voi ci sottraete un uomo che appartiene al re, un fuggiasco. Come credete che accoglierà il re un affronto così grave? Come potrà andare a finir bene per voi, se ci portate via quest'uomo? Non sarà questa la prima città contro cui muoveremo guerra? La prima che cercheremo di ridurre in schiavitù?". Ma pur con tali minacce non riuscirono a convincere i Crotoniati: si videro strappare di mano Democede e dovettero tornarsene in Asia defraudati anche del mercantile che aveva navigato con loro; e non cercarono più di tornare in Grecia per ottenere ulteriori informazioni, essendo ormai privi della loro guida. Quando stavano per ripartire, Democede affidò loro un incarico, invitandoli a riferire a Dario il suo fidanzamento e prossimo matrimonio con la figlia di Milone. Il lottatore Milone godeva di una notevole fama presso il re persiano; a tale proposito io credo che Democede abbia affrettato le nozze a costo di un grosso sacrificio finanziario, per mostrare al re di essere un uomo molto stimato anche in patria.


138) I Persiani, salpati da Crotone, capitarono con le loro navi nel territorio Iapigio dove rimasero in schiavitù fino a quando un esule di Taranto di nome Gillo riuscì a liberarli e li riaccompagnò dal re Dario. Dario in cambio di questi benefici era disposto a esaudire qualunque desiderio di Gillo: il quale, dopo aver narrato per filo e per segno le sue sventure, scelse di poter tornare a Taranto. Per non sconvolgere la Grecia nel caso una grande flotta avesse fatto rotta verso l'Italia per lui, Gillo dichiarò che i soli Cnidi sarebbero stati sufficienti per ricondurlo in patria; era convinto con loro di assicurarsi il ritorno in quanto gli abitanti di Cnido erano molto amici dei Tarantini. Dario accolse la richiesta e si impegnò per realizzarla: mandò un messaggero a Cnido con l'invito ad accompagnare Gillo a Taranto; essi obbedirono a Dario ma non riuscirono a ottenere l'obbedienza dei Tarantini, né erano certo in grado di ricorrere alla forza. Così dunque andarono le cose e questi Persiani furono davvero i primi a venire in Grecia dall'Asia, e in veste di osservatori per la ragione che ho detto.


139) In seguito il re Dario espugnò l'isola di Samo, prima fra le città greche e barbare; all'origine c'era il seguente avvenimento. All'epoca in cui Cambise figlio di Ciro mosse contro l'Egitto, molti Greci giunsero in Egitto per varie ragioni, chi, ovviamente, per motivi commerciali, chi prendendo parte alla spedizione e altri ancora in qualità di semplici visitatori; fra questi ultimi c'era anche il figlio di Eace Silosonte, fratello di Policrate e esule da Samo. A Silosonte capitò un vero colpo di fortuna: aveva preso un mantello rosso, se lo era gettato sulle spalle e stava girando per la piazza a Menfi, quando lo vide Dario, a quell'epoca semplice guardia del corpo di Cambise, un uomo quindi di relativa importanza: Dario provò un vivo desiderio di quel mantello, si avvicinò dunque a Silosonte e chiese di poterlo comprare. Silosonte, accortosi che Dario ci teneva molto ad avere quel mantello, quasi per ispirazione divina gli disse: "Non intendo vendere questo mantello a nessun prezzo, ma, se le cose devono andare così, te lo regalo". Dario lodò le sue parole e si prese l'indumento. Silosonte era convinto di averlo gettato via scioccamente.


140) Ma quando, trascorso un certo tempo, Cambise morì, i sette si ribellarono ai Magi e il regno, tra i sette, passò a Dario, Silosonte si rese conto che il potere regale era ormai nelle mani dell'uomo che gli aveva chiesto il mantello in Egitto, e a cui l'aveva donato. Si recò dunque a Susa e si mise a sedere sulla soglia della reggia proclamando di essere un benefattore di Dario. Il custode della porta sentì le sue parole e andò a riferirle al re, il quale, pieno di meraviglia, sbottò: "E a quale benefattore greco devo essere grato io, che sono sul trono da così poco tempo? Sarà venuto un Greco sì e no, qui da noi, e io non ho alcun debito, per così dire, con nessuno di loro. Comunque fallo passare, voglio sapere qual è lo scopo delle sue parole". Il custode introdusse Silosonte; quando fu dentro, nel mezzo della sala, gli interpreti gli chiesero chi fosse e che cosa avesse fatto per dichiararsi benefattore del re. Silosonte rievocò per filo e per segno l'episodio del mantello e si presentò appunto come l'autore del dono. E Dario gli rispose: "Nobilissimo amico, tu sei quello che mi ha fatto un dono, quando ancora non avevo alcun potere; il dono era piccolo, ma la mia gratitudine sarà grande, come se oggi ricevessi da qualcuno qualcosa di grande davvero! In cambio io ti regalo oro e argento a profusione, perché tu non possa pentirti di aver reso un piacere a Dario di Istaspe". Ma Silosonte replicò: "Sovrano, non darmi né oro né argento, piuttosto liberami Samo, la mia patria: ora, dopo la morte di mio fratello Policrate ucciso da Orete, si trova nelle mani di un nostro servo; salvala e affidala a me, senza spargere sangue e senza fare schiavi".


141) Udita questa risposta, Dario decise di inviare un esercito agli ordini di Otane, uno dei sette congiurati, con l'incarico di eseguire quanto Silosonte aveva chiesto. Otane scese fino al mare e fece partire le truppe.


142) Il potere a Samo era nelle mani di Meandrio figlio di Meandrio, che era stato nominato reggente da Policrate; Meandrio aspirava a diventare il più giusto uomo del mondo, ma non gli riuscì. In effetti, quando gli fu annunciata la morte di Policrate, ecco cosa fece: elevò subito un altare a Zeus Liberatore, vi tracciò intorno i confini di una area sacra, la stessa ancora oggi esistente nei sobborghi della città; poi riunì in assemblea l'intera cittadinanza e pronunciò il seguente discorso: "Nelle mie mani, come sapete bene anche voi, si trova ora tutta l'autorità che fu di Policrate: tocca a me regnare su di voi; ma non voglio fare io quello che agli altri rimprovero: non mi piaceva Policrate quando trattava da padrone uomini del suo stesso rango, non mi piace nessuno che si comporti così. Ora Policrate ha compiuto il suo destino e io voglio mettere il potere a disposizione di tutti e proclamare per voi la parità dei diritti. Per me, ritengo giusto ottenere in dono sei talenti, da ricavarsi dal tesoro di Policrate; chiedo inoltre che a me e a tutti i miei discendenti sia concesso il sacerdozio di Zeus Liberatore, al quale io stesso ho fatto erigere un santuario e in nome del quale concedo a voi la libertà". Questo fu il discorso che tenne ai Sami, ma uno dei presenti si alzò in piedi e disse: "Guarda che tu comunque non sei degno di comandare a noi: le origini tue sono basse e tu personalmente sei un furfante! Bada piuttosto a renderci conto delle ricchezze su cui hai messo le mani!".


143) A parlare era stato un uomo stimato fra i cittadini, un certo Telesarco. Meandrio, comprendendo che, se avesse rinunciato al potere, un altro tiranno si sarebbe sostituito a lui, cambiò avviso: si ritirò sull'acropoli, mandò a chiamare uno per uno i suoi rivali, con la scusa di rendere loro conto delle ricchezze, e li fece arrestare e gettare in prigione. Erano in prigione quando Meandrio cadde ammalato; allora suo fratello (si chiamava Licareto), convinto della morte prossima di Meandrio, per padroneggiare più facilmente la situazione a Samo comandò di uccidere tutti i prigionieri; essi in fondo, a giudicare dai fatti, non desideravano poi così tanto la libertà.


144) Quando a Samo giunsero i Persiani, riconducendovi Silosonte, nessuno oppose resistenza: i partigiani di Meandrio e Meandrio stesso si dichiararono pronti a venire a patti e ad abbandonare l'isola. Otane accettò queste condizioni e stipulò l'accordo; i Persiani di maggior rango posero i loro seggi in faccia all'acropoli e vi sedettero.


145) Il tiranno Meandrio aveva un fratello non del tutto sano di mente, di nome Carilao, che, per non so quale colpa commessa, si trovava imprigionato nei sotterranei. Allora, avendo avuto sentore degli eventi e sbirciando dalla finestrella della prigione, quando vide i Persiani tranquillamente seduti, cominciò a gridare e a chiedere di parlare con Meandrio. Meandrio lo udì e ordinò che andassero a liberarlo e lo portassero al suo cospetto. Non appena gli fu davanti, Carilao, con insulti e offese, cercava di convincerlo a gettarsi contro i Persiani: "Brutto sciagurato", disse, "a me che ero tuo fratello e non avevo fatto nulla di male mi hai messo in catene e m'hai sbattuto in un sotterraneo; ora invece vedi che i Persiani ti cacciano in esilio e ti privano della tua casa, e non hai il coraggio di vendicarti di loro, quando sarebbe così facile sopraffarli? Ma se proprio hai tanta paura di loro, dai a me i tuoi mercenari e io farò pagar cara ai Persiani la loro venuta! Quanto a te, sono pronto a farti andar via da quest'isola".


146) Così parlò Carilao; Meandrio ne accolse la proposta, a mio parere non già perché delirasse tanto da credere che le sue forze avrebbero sopraffatto il contingente del re, ma piuttosto per gelosia nei confronti di Silosonte, che senza sforzo si sarebbe impadronito di una città intatta. Provocando i Persiani intendeva indebolire al massimo la potenza di Samo e solo così consegnare l'isola: sapeva perfettamente che i Persiani, se fossero stati trattati male, avrebbero inasprito il loro atteggiamento verso i Sami e sapeva di avere comunque una via di fuga sicura quando lo volesse: aveva fatto scavare un passaggio segreto che dall'acropoli conduceva fino al mare. Meandrio, dunque, per parte sua, si allontanò da Samo su di una nave; Carilao invece armò i mercenari, aprì le porte e attaccò i Persiani, i quali non si aspettavano un'aggressione del genere, credevano anzi che l'accordo fosse ormai completo. I mercenari piombarono sui Persiani più ragguardevoli, quelli che avevano diritto a una portantina, e li uccisero. Ma intanto il resto dell'esercito persiano accorreva alla difesa e i mercenari, messi alle strette, furono risospinti sull'acropoli.


147) Il generale Otane, vedendo le gravi perdite subite dai Persiani, pur memore degli ordini che Dario gli aveva impartito nel congedarlo, ordini di non uccidere e di non rendere schiavo alcun abitante di Samo e di consegnare a Silosonte un'isola immune da danni, decise di trascurarli e comandò ai soldati di massacrare chiunque prendessero senza distinguere fra adulti e bambini. Allora, mentre una parte dell'esercito assediava l'acropoli, gli altri soldati presero a sterminare tutti i Sami che incontravano, senza badare se fossero dentro o fuori un luogo sacro.


148) Meandrio intanto, fuggito da Samo, navigava alla volta diSparta; quando vi giunse, fece trasportare a terra tutti gli oggetti che aveva portato con sé nella fuga ed ecco come si comportò: per ostentare le coppe d'oro e d'argento in suo possesso, incontrandosi con Cleomene, figlio di Anassandride, re di Sparta, faceva in modo di condurlo a casa sua proprio nel momento in cui i servi erano intenti a lucidarle; tutte le volte che le vedeva, Cleomene ne restava veramente meravigliato e ammirato: Meandrio allora lo invitava a prendersene pure quante volesse. L'invito di Meandrio si ripeté due o tre volte, ma Cleomene si dimostrò sempre uomo della massima onestà: non riteneva giusto accettare l'offerta e anzi, comprendendo che Meandrio avrebbe trovato sostenitori se avesse offerto quelle coppe ad altri cittadini, si presentò agli efori e dichiarò opportuno per lo stato allontanare dal Peloponneso quell'ospite di Samo, prima che riuscisse a corrompere lui o qualche altro Spartiata; gli efori accolsero la sua proposta e con un araldo intimarono a Meandrio di andarsene.


149) I Persiani rastrellarono l'isola di Samo e la consegnarono aSilosonte deserta di abitanti. In un secondo momento il generale Otane provvedette a ripopolarla, in seguito a una visione avuta in sogno e a una malattia che lo aveva colpito agli organi genitali.


150) Dopo la partenza della flotta per Samo, si sollevarono iBabilonesi; essi si erano preparati con attenzione: durante il regno del Mago e la rivolta dei sette, per tutto questo tempo e approfittando del periodo di disordine politico, si erano preparati a un assedio; e nessuno se ne era accorto. Quando poi si ribellarono apertamente, ecco quanto fecero: a eccezione delle madri e di una donna per ciascun abitante maschio, scelta liberamente fra le donne di casa, radunarono insieme tutte le altre e le strangolarono; quella sola donna che ciascuno si era scelto serviva per preparare da mangiare, le altre le strangolarono perché non consumassero le loro provviste.


151) Messo al corrente dei fatti, Dario radunò tutte le forze a sua disposizione e marciò contro Babilonia: si spinse fino alla capitale e la cinse d'assedio, ma i cittadini non se ne preoccuparono minimamente; saliti sui bastioni del muro di cinta, ballavano e motteggiavano Dario e il suo esercito: uno di loro gridò: "Che ci state a fare qui, Persiani, perché non ve ne andate? Voi ci prenderete quando le mule avranno figli!". Diceva questo il Babilonese, convinto che nessuna mula potesse partorire.


152) Passarono un anno e sette mesi: Dario e tutto l'esercito erano costernati di non riuscire a conquistare Babilonia; eppure Dario aveva tentato contro i Babilonesi ogni astuzia e tranello: mai era riuscito ad averne ragione; fra l'altro aveva provato anche lo stratagemma con cui Ciro era riuscito a espugnarla; ma i Babilonesi erano continuamente sul chi vive e così Dario non riusciva a sconfiggerli.


153) Allora, al ventesimo mese di assedio, a Zopiro, figlio di quel Megabisso che era stato uno dei sette congiurati uccisori del Mago, a questo Zopiro figlio di Megabisso capitò un autentico prodigio: una delle mule da lui impiegate nel trasporto delle vettovaglie partorì. Quando il fenomeno gli fu annunciato, non riuscendo a crederci, volle vedere personalmente il neonato; poi proibì a tutti i testimoni di riferire a chicchessia l'accaduto e si mise a riflettere. Ricordava le parole pronunciate dal Babilonese tanto tempo prima, che le mura sarebbero cadute quando le mule avessero partorito e di fronte a questa profezia gli pareva che la città fosse ormai destinata a capitolare: quell'uomo forse aveva parlato per volere divino e per volere divino la sua mula aveva partorito.


154) Convinto che fosse ormai suonata l'ora di Babilonia, si presentò a Dario e gli chiese se ci tenesse tanto a espugnare quella città. Quando seppe che la cosa stava molto a cuore a Dario, studiò una insidia per conquistare lui Babilonia e averne lui il merito; bisogna sapere che tra i Persiani le belle imprese sono molto apprezzate e accrescono molto il prestigio di chi le compie. Pensò che l'unico modo per potersi impadronire della città era di mutilarsi e disertare a favore dei Babilonesi. Allora, come se fosse una cosa da nulla, si sconciò in maniera irrimediabile: si fece tagliare naso e orecchie, si fece radere orribilmente la testa e fustigare; poi si presentò a Dario.


155) Dario sopportò a stento la vista di un uomo così illustre ridotto in tali condizioni: balzò dal trono e si mise a gridare, chiedendo il nome del responsabile e il motivo di un simile gesto. Ma Zopiro gli disse: "Nessun uomo al mondo, se non tu, ha tanta autorità da potermi ridurre in queste condizioni; e non è stata opera di uno straniero, signore, bensì opera mia; perché considero spaventoso che gli Assiri si prendano gioco dei Persiani". E il re gli rispose: "Ma sciagurato d'un uomo, tu hai adattato le parole più belle all'azione più vergognosa, affermando di esserti irrimediabilmente sfigurato a causa di quelli che stiamo assediando. Sei pazzo. Si arrenderanno forse più presto, i nemici, perché tu ti sei mutilato? Come non credere che sei completamente uscito di senno? Rovinarsi così!". E Zopiro rispose: "Se ti avessi sottoposto il mio piano, non mi avresti dato il permesso di agire; ora ho fatto quello che ho fatto assumendomene la piena responsabilità. Ormai, se quanto dipende da te non vien meno, Babilonia è nelle nostre mani. Io, così come sono, mi avvicinerò alle mura come un disertore e dirò di avere subìto da te questo sconcio; e quando li avrò convinti che le cose stanno così, penso che mi daranno il comando dell'esercito. Tu intanto, dieci giorni dopo che sono entrato in città, sistema mille soldati del tuo esercito, mille la cui perdita non sia particolarmente grave, all'altezza delle porte cosiddette di Semiramide; aspetta una settimana e disloca altri duemila uomini di fronte alle cosiddette porte di Ninive; lascia passare ancora venti giorni e conducine altri quattromila di fronte alle porte cosiddette Caldee: nessuno di loro deve portare armi di difesa tranne le spade, che puoi lasciargli. Conta ancora venti giorni e poi immediatamente ordina al resto del tuo esercito di attaccare le mura in tutto il loro perimetro, ma schierami i Persiani di fronte alle porte Belidi e Cissie; dopo le grandi imprese che avrò compiuto i Babilonesi, credo, mi affideranno ogni cosa e in particolare le chiavi delle porte.


156) Da quel momento il resto tocca a me e ai Persiani". Date queste istruzioni, si avviò verso le porte della città continuando a voltarsi indietro come se davvero fosse un disertore. Le sentinelle di guardia sulle torri lo videro: subito corsero giù e schiudendo appena un battente della porta gli chiesero chi fosse e cos'era venuto a fare; egli spiegò di essere Zopiro e di voler passare dalla loro parte. I guardiani della porta, udita la sua risposta, lo condussero dalle autorità di Babilonia. Di fronte a esse Zopiro disse, fra pianti e lamenti, che Dario lo aveva ridotto così (come invece si era sconciato da solo) e che gli aveva riservato quel trattamento per aver lui consigliato al re di ritirare l'esercito, visto che non c'era modo di espugnare la città. "Ora", disse, "Babilonesi, vengo qui da voi per vostra grandissima fortuna e a completo danno di Dario e del suo esercito: perché ora me la pagherà per avermi mutilato come ha fatto: io conosco tutti i particolari dei suoi piani".


157) Disse proprio così. I Babilonesi, vedendo un uomo così prestigioso fra i Persiani privato del naso e delle orecchie e coperto di sangue per le frustate, credettero senz'altro alle sue parole, che fosse venuto da loro come alleato, ed erano disposti a concedergli quanto chiedeva: e lui chiedeva un contingente di soldati. Quando l'ebbe ottenuto, Zopiro agì come aveva concordato con Dario: dopo dieci giorni fece compiere una sortita alle truppe di Babilonia e, accerchiati i mille soldati che aveva raccomandato a Dario di schierare, li sterminò completamente. I Babilonesi, quando constatarono che il comportamento di Zopiro corrispondeva alle sue parole, furono assai lieti e disposti a seguire in tutto le sue istruzioni. Zopiro lasciò di nuovo passare i giorni convenuti, si scelse un gruppo di Babilonesi e irruppe fuori dalle mura per massacrare i duemila soldati di Dario. Vista anche questa impresa, tutti i Babilonesi non avevano sulla bocca altro che il nome di Zopiro per elogiarlo. Ancora Zopiro lasciò trascorrere il tempo prefissato, condusse le sue truppe nel luogo prestabilito, accerchiò gli ultimi quattromila e li sterminò. Dopo questa impresa, Zopiro era ormai tutto per i Babilonesi: lo nominarono comandante in capo dell'esercito e custode delle mura della città.


158) Ma quando Dario, secondo gli accordi, attaccò le mura per tutto il loro perimetro, allora Zopiro gettò la maschera. Mentre i Babilonesi salivano sugli spalti per respingere l'assalto dell'esercito di Dario, Zopiro spalancò le porte dette Cissie e Belidi e introdusse i Persiani in città. I Babilonesi che videro l'accaduto corsero a rifugiarsi nel santuario di Zeus Belo, ma quelli che non lo videro rimasero ciascuno al proprio posto, finché anche loro si accorsero di essere stati traditi.


159) Così Babilonia fu espugnata per la seconda volta. Dario,quando fu padrone di Babilonia, fece abbattere al suolo le mura di cinta e svellere tutte le porte; Ciro, che l'aveva conquistata la prima volta, non aveva preso nessuna delle due misure; poi fece impalare tremila uomini, i più autorevoli, e concesse a tutti gli altri Babilonesi di abitare la loro città. Dario si preoccupò anche che avessero donne, per generare figli (le loro donne, come ho già spiegato, le avevano strangolate come misura precauzionale circa le riserve alimentari): ordinò infatti alle popolazioni limitrofe di inviare delle donne a Babilonia, nel numero da lui stesso stabilito per ciascun popolo, sicché, complessivamente, il numero delle donne ammontò a cinquantamila. Gli attuali Babilonesi sono per l'appunto discendenti di queste donne.


160) Mai nessun Persiano a giudizio di Dario aveva compiuto un gesto paragonabile a quello di Zopiro, né fra le generazioni più recenti né fra le più antiche, ad eccezione del solo Ciro al quale nessun Persiano ha mai avuto l'ardire di paragonarsi. E varie volte Dario, dicono, avrebbe espresso questo concetto: avrebbe preferito uno Zopiro rimasto immune da mutilazioni piuttosto che acquisire al suo impero altre venti Babilonie. Lo ricompensò con tutti gli onori: ogni anno gli inviava i doni più apprezzati fra i Persiani; gli concesse a vita il governatorato di Babilonia senza l'obbligo di versare i tributi e gli fece molte altre concessioni. Da questo Zopiro nacque il Megabisso che in Egitto guidò una spedizione contro gli Ateniesi e i loro alleati; e figlio di questo Megabisso fu lo Zopiro che passò dalla parte di Atene disertando dai Persiani. 

 

 

 

Libro IV

 

1)Dopo la presa di Babilonia Dario mosse personalmente contro gli Sciti. L'Asia fiorente di uomini e le grandi ricchezze che gli affluivano suscitarono in Dario il desiderio di vendicarsi degli Sciti, in quanto per primi, attaccato il paese dei Medi e sconfitto in battaglia chi ad essi si opponeva, avevano dato inizio all'ingiustizia. In effetti, come già prima ho ricordato, gli Sciti dominarono per ventotto anni la parte settentrionale dell'Asia: gettatisi all'inseguimento dei Cimmeri, irruppero nell'Asia mettendo fine al dominio dei Medi, che ne erano signori prima dell'arrivo degli Sciti. Quando poi gli Sciti, rimasti per ventotto anni fuori della patria, tornarono, così tanto tempo dopo, a casa loro, li attendeva un'impresa ardua quanto la conquista della Media: trovarono ad accoglierli un esercito non indifferente. Era accaduto che le loro mogli, prolungandosi l'assenza dei mariti, s'erano messe con gli schiavi.  

2) Gli schiavi, gli Sciti li accecano tutti per la preparazione del latte che bevono; essa avviene così: prendono dei tubi ossei, somigliantissimi a flauti, li introducono nei genitali delle cavalle e vi soffiano dentro con la bocca, e mentre alcuni soffiano altri mungono. Procedono in tal modo, dicono, perché le vene della cavalla, grazie al soffio, si inturgidiscono e le poppe si abbassano. Quando hanno munto il latte, lo versano in panciuti vasi di legno e lo fanno agitare dai ciechi, disposti tutto intorno ai vasi: scremano la parte superiore e la considerano più pregiata, mentre apprezzano meno la parte che resta in basso. Per questo gli Sciti accecano chiunque catturino; in effetti non sono agricoltori, ma nomadi.  

3) Da questi loro schiavi, dunque, e dalle loro mogli, nacque una generazione di giovani, i quali, appresa la propria origine, si opposero agli Sciti che rimpatriavano dalla Media. Per prima cosa cercarono di isolare il paese scavando un ampio fossato che si estendeva dai monti del Tauro fino alla palude Meotide, là dove è più ampia; poi, schierandosi di fronte agli Sciti che tentavano di fare irruzione, ingaggiavano battaglia. Si scontrarono varie volte e gli Sciti non riuscivano a prevalere con le armi; allora uno di loro disse: "Che stiamo facendo, amici! Se combattiamo contro i nostri schiavi, assottigliamo le nostre file facendoci uccidere, e uccidendo loro diminuiamo il numero dei nostri futuri sudditi. Per me bisogna mettere via lance e archi; ciascuno deve prendere la frusta del cavallo e spingersi più vicino a loro; finché ci vedevano con le armi si credevano uguali a noi e di uguale nascita, ma quando, anziché con le armi, ci vedranno con la frusta, capiranno che sono nostri schiavi e, riconoscendolo, non opporranno resistenza".  

4) Udito il consiglio, gli Sciti lo misero in pratica; e i loro nemici, sbalorditi da quanto avveniva, si dimenticarono della battaglia e si diedero alla fuga. Così gli Sciti dominarono l'Asia e poi, cacciati via dai Medi, rientrarono, come ho detto, nel loro paese. Ed ecco perché Dario, volendo vendicarsi, raccolse un esercito contro di loro.

5) A sentire gli Sciti, il loro sarebbe fra tutti il popolo più recente e avrebbe avuto origine come segue. In quella regione, allora desertica, nacque un primo uomo, che si chiamava Targitao; padre e madre di questo Targitao, dicono (per conto mio non è credibile, ma insomma così dicono), sarebbero stati Zeus e la figlia del fiume Boristene. Nato dunque da tali genitori, Targitao ebbe tre figli, Lipossai, Arpossai e Colassai, il più giovane dei tre. Durante il loro regno sul suolo della Scizia caddero dal cielo degli oggetti d'oro, un aratro, col suo giogo, un'ascia bipenne e una coppa. Il più vecchio dei fratelli li vide per primo e subito si avvicinò per afferrarli; ma mentre si avvicinava l'oro divenne infuocato. Egli allora si ritrasse e si fece sotto il secondo fratello, ma l'oro di nuovo reagì come prima. L'oro arroventandosi si difese dai primi due, ma al sopraggiungere del terzo fratello, il più giovane, smise di essere incandescente, e lui poté portarselo a casa. Al che i due fratelli maggiori di comune accordo cedettero al più giovane l'intero regno.  

6) Da Lipossai sarebbe nata la tribù scita detta degli Aucati, da Arpossai, il fratello di mezzo, i Catìari e i Traspi, dal più giovane la stirpe dei re, i Paralati; tutti insieme si chiamano Scoloti, dal nome del re, ma i Greci li chiamarono Sciti.  

7) Così gli Sciti narrano la propria origine; quanto agli anni trascorsi complessivamente dal primo re Targitao sino all'invasione di Dario, dicono che siano mille e non uno di più. I re custodiscono l'oro sacro con la massima cura e ogni anno lo venerano con grandi sacrifici propiziatori. Se durante la festa uno dei custodi dell'oro si addormenta all'aperto, costui, dicono gli Sciti, non arriva alla fine dell'anno; perciò gli regalano tanta terra quanta riesca a percorrerne in un giorno a cavallo. Essendo il paese sterminato, Colassai lo spartì in tre regni fra i propri figli, assegnando un territorio maggiore al regno in cui viene custodito l'oro. I territori situati verso nord oltre le estreme regioni abitate della Scizia non si possono né vedere né attraversare più di tanto, si dice, perché vi cadono piume: il suolo e l'aria ne sarebbero pieni, e le piume appunto impedirebbero la visuale.  

8) Questo raccontano gli Sciti su di sé e sui territori settentrionali; ecco invece cosa narrano i Greci residenti sul Ponto. Eracle, spingendo i buoi di Gerione, sarebbe giunto nella terra ora occupata dagli Sciti, allora desertica. Gerione risiedeva lontano dal Ponto, abitava nell'isola detta dai Greci Eritia, al di là delle colonne d'Eracle, di fronte a Cadice, nell'Oceano. L'Oceano, dicono i Greci, ha origine nell'estremo oriente dove sorge il sole e scorre tutto intorno alla terra (così dicono, ma non sanno dimostrarlo concretamente). Da là giunse Eracle nel paese detto Scizia: sorpreso dall'inverno e dal gelo, si avvolse nella sua pelle di leone e si addormentò; e nel frattempo, per sorte divina, le cavalle, quelle staccate dal suo carro, sparirono mentre pascolavano.  

9) Appena sveglio, Eracle si mise a cercarle, percorrendo in lungo e in largo tutto il paese, finché giunse nella regione cosiddetta di Ilea. Qui, in una grotta, trovò una creatura dalla duplice natura, mezza donna e mezza serpente, donna dai glutei in su e rettile in giù. Eracle guardandola pieno di stupore le chiese se avesse visto in giro, da qualche parte, delle cavalle. Gli rispose che erano in mano sua, le cavalle, e che non gliele avrebbe ridate se prima non faceva l'amore con lei: un prezzo che Eracle accettò. Ma lei, poi, differiva la restituzione delle cavalle desiderando starsene con Eracle il più a lungo possibile, mentre lui voleva riprenderle e andarsene; infine lei gliele rese e disse: "Io ti ho salvato queste cavalle, giunte fino a qui, e tu mi hai dato il compenso: da te ho concepito tre figli. Spetta a te ora indicarmi come agire una volta che siano adulti: li tengo qui (perché io sono la regina di questa regione) o li mando da te?". Così gli chiedeva ed Eracle le rispose: "Quando ti accorgi che i ragazzi sono divenuti ormai uomini, regolati come ti dico e non sbaglierai: se ne vedi uno capace di tendere quest'arco così e di legarsi la cintura come faccio io, insedialo in questo paese: chi invece non riesce a compiere le azioni che dico, mandalo via. Agendo così tu stessa ne sarai felice e avrai realizzato il compito che ti affido".  

10) Eracle dunque, dopo aver teso uno degli archi (fino ad allora ne portava due) e mostrato come si doveva allacciare la cintura, consegnò alla donna l'arco e la cintura, che portava una coppa d'oro allacciata alla fibbia; dopodiché si allontanò. La donna, quando i suoi figli divennero adulti, impose loro i nomi di Agatirso al primo, Gelono al secondo, Scita al più giovane; poi, memore delle raccomandazioni di Eracle, eseguì quanto lui le aveva prescritto. E così due dei suoi figli, Agatirso e Gelono, non risultando capaci di superare la prova stabilita, se ne andarono via dal paese, scacciati dalla madre; il più giovane invece, Scita, avendola portata a compimento, vi rimase. Da Scita figlio di Eracle, raccontano, discesero tutti i re succedutisi sul trono di Scizia, e a quella antica coppa risale l'attuale uso scita di portare una coppa appesa alla cintura. Questo dunque aveva compiuto per Scita sua madre. Così raccontano i Greci residenti sul Ponto.  

11) Esiste ancora un'altra versione, a cui mi sento molto incline, che narra così. Gli Sciti nomadi che vivevano in Asia, premuti in guerra dai Massageti, attraversarono il fiume Arasse e si trasferirono nel territorio dei Cimmeri (e infatti il paese attualmente occupato dagli Sciti si dice appartenesse un tempo ai Cimmeri). Vedendo giungere gli Sciti, i Cimmeri si consultarono sul da farsi, visto che in arrivo si profilava un esercito immenso: si contrapposero così due pareri, vigorosamente sostenuti entrambi, più forte però quello dei re. Il popolo riteneva che fosse il caso di ritirarsi e di non rischiare contro una massa del genere, i re invece volevano battersi fino all'ultimo contro gli invasori per la loro terra. Nessuno era disposto a cedere, né il popolo ai sovrani né i sovrani al popolo; infine i sudditi decisero di andarsene, abbandonando il paese agli invasori senza combattere, i re invece preferirono giacere uccisi in patria che fuggire insieme con gli altri: pensavano ai privilegi di cui avevano sempre goduto e ai mali che prevedibilmente avrebbero patito in esilio, lontano dalla patria. Presa questa risoluzione, i re si divisero dunque in due gruppi ugualmente numerosi e si affrontarono. Il popolo dei Cimmeri seppellì poi tutti i caduti, periti l'uno per mano dell'altro, presso il fiume Tira (il tumulo è tutt'oggi visibile); e dopo averli seppelliti in tal modo, i Cimmeri uscirono dal paese. Gli Sciti sopraggiunsero e conquistarono una regione ormai deserta.  

12) E ancora oggi in Scizia ci sono le Mura Cimmerie e il varco Cimmerio, una regione si chiama Cimmeria, e c'è il cosiddetto Bosforo Cimmerio. Ed è chiaro che i Cimmeri, fuggendo in Asia davanti agli Sciti, colonizzarono la penisoletta su cui ora sorge la greca città di Sinope. Ed è anche chiaro che gli Sciti, nell'inseguirli, penetrarono nel paese dei Medi, sbagliando direzione. In effetti i Cimmeri in fuga si tennero costantemente lungo la costa, mentre gli Sciti, passando sulla sinistra del Caucaso, li inseguirono fin dentro il paese dei Medi, che invasero: avevano deviato piegando verso l'interno. E questa è la terza versione: la raccontano tanto i Greci come i barbari.  

13) Aristea, un uomo di Proconneso, figlio di Caistrobio, scrisse in un suo poema epico di essere giunto, posseduto da Febo, fino agli Issedoni; a nord degli Issedoni, disse, abitano gli Arimaspi che hanno un occhio solo, più in là dei quali vivono i grifoni custodi dell'oro; oltre i grifoni e fino al mare gli Iperborei. Questi popoli, tranne gli Iperborei, avrebbero premuto sui loro confinanti, a partire dagli Arimaspi: gli Issedoni furono spinti fuori del loro paese dagli Arimaspi, gli Sciti dagli Issedoni, e i Cimmeri, stanziati lungo le coste del mare meridionale, abbandonarono la loro terra scacciati dagli Sciti. Insomma, neppure Aristea è d'accordo con gli Sciti sulla storia di questa regione.  

14) Di dov'era nativo Aristea, l'autore di queste notizie, l'ho detto; ora invece riferirò quanto su di lui udivo raccontare a Proconneso e a Cizico. Narrano infatti che Aristea, il quale per nobiltà di natali non era inferiore a nessuno nella sua città, entrò un giorno in una lavanderia di Proconneso e vi morì; il lavandaio chiuse il negozio e si avviò per avvertire i parenti del defunto. Si sparse per la città la voce che Aristea era morto, ma giunse a contraddirla un uomo di Cizico, proveniente da Artace, il quale sosteneva di averlo incontrato che si dirigeva a Cizico e di aver chiacchierato con lui. E mentre costui ribadiva con ostinazione il suo discorso, i parenti del defunto già erano sulla porta della lavanderia con il necessario per rimuovere il cadavere. Aprirono la porta della stanza, ma di Aristea non c'era traccia, né vivo né morto. Sei anni dopo riapparve a Proconneso e vi compose il poema ora intitolato dai Greci Canti arimaspi: dopo averlo composto sparì una seconda volta.  

15) Così si racconta in queste due città, ecco invece cosa so essere capitato agli abitanti di Metaponto in Italia, 240 anni dopo la seconda scomparsa di Aristea, secondo quanto ho scoperto con le mie ricerche a Metaponto e a Proconneso. I Metapontini affermano che Aristea in persona apparve nel loro paese, ordinò di edificare un altare ad Apollo e di erigergli accanto una statua con la scritta "Aristea di Proconneso"; spiegò che essi erano gli unici Italioti presso i quali fosse venuto Apollo e che lui stesso lo aveva seguito: ora era Aristea, allora, quando accompagnava il dio, era un corvo. Detto ciò sarebbe scomparso. I Metapontini, a quanto asseriscono, inviarono una delegazione a Delfi per interrogare il dio sul significato di quell'apparizione, e la Pizia li avrebbe esortati a obbedire al fantasma, perché obbedendo si sarebbero trovati meglio. Essi accettarono il responso ed eseguirono quanto prescritto. E oggi proprio accanto al monumento di Apollo si erge una statua intitolata ad Aristea, circondata da piante di alloro; il monumento di Apollo si trova nella piazza. E questo basti sul conto di Aristea.  

16) Quanto al paese da cui è partito il mio discorso, nessuno sa con certezza cosa vi sia al suo nord: in effetti non ho mai potuto raccogliere notizie da qualcuno che si dichiarasse testimone oculare di tali contrade. E nemmeno quell'Aristea da me ricordato poco fa, neppure lui affermò nel suo poema di essere andato oltre gli Issedoni: delle regioni ulteriori parlava per sentito dire, e indicava negli Issedoni le sue fonti. Ebbene, quanto noi con certezza siamo stati in grado di apprendere grazie alle nostre fonti, spingendoci avanti il più possibile, ora qui sarà esposto.  

17) Muovendo dal porto dei Boristeniti (che si trova giusto a metà dell'intera costa scitica), muovendo da qui si incontrano per primi i Callippidi, che sono Greco-Sciti, e più a nord un altro popolo, i così chiamati Alizoni. Alizoni e Callippidi praticano le stesse usanze degli Sciti, ma seminano grano, cipolle, aglio, lenticchie e miglio, e se ne cibano. Oltre gli Alizoni vivono gli Sciti aratori, che seminano il grano pure loro, ma non per cibarsene, bensì per venderlo; oltre gli Sciti aratori si trovano i Neuri; a nord dei Neuri, per quanto ne sappiamo, non ci vive uomo.  

18) Queste popolazioni sono stanziate lungo il fiume Ipani a ovest del Boristene. Attraversato il Boristene, la prima regione che si incontra, partendo dal mare, è l'Ilea; oltre l'Ilea, nell'interno, dimorano gli Sciti agricoltori, quelli che i Greci residenti sul fiume Ipani chiamano Boristeniti (mentre a se stessi danno il nome di Olbiopoliti). Questi Sciti agricoltori abitano un territorio che si estende verso est per tre giorni di cammino fino al fiume chiamato Panticape e verso nord per undici giorni di navigazione a risalire il Boristene. A settentrione di questi Sciti il territorio è per ampio tratto disabitato; poi dopo il deserto vivono gli Androfagi, una stirpe a sé, estranea al gruppo degli Sciti. Ancora più a nord ormai è deserto pieno e, per quanto ne sappiamo, non vi è stanziato nessun popolo.  

19) Proseguendo, a est degli Sciti agricoltori, oltre il Panticape, si è ormai nel paese degli Sciti nomadi che non arano e non seminano un bel niente. L'intera Scizia a eccezione dell'Ilea è spoglia di alberi. I nomadi occupano un territorio che si estende per quattordici giorni di viaggio in direzione est fino al fiume Gerro.  

20) Al di là del Gerro ci sono i territori cosiddetti "regi": vi abitano gli Sciti più nobili e più numerosi, che giudicano come loro schiavi gli altri Sciti; essi si spingono verso sud fino alla regione del Tauro, verso est fino al fosso scavato a suo tempo dai figli degli schiavi ciechi e fino al porto cosiddetto di Cremni, sulla palude Meotide; parte di loro arrivano fino al fiume Tanai. A nord degli Sciti reali vivono i Melancleni; oltre i Melancleni ci sono paludi e la zona, per quanto ne sappiamo, è affatto priva di uomini.

21) Passato il Tanai, non è più Scizia: la prima delle porzioni territoriali abitate appartiene ai Sauromati, stanziati a partire dal recesso della palude Meotide e in direzione nord per quindici giorni di viaggio: una regione del tutto spoglia di alberi sia coltivati sia selvatici. Al di sopra dei Sauromati la seconda porzione di territorio è dei Budini, che abitano una terra ricoperta interamente di alberi d'ogni specie.

22) Oltre i Budini, verso nord, dapprima c'è un deserto, per sette giorni di viaggio; dopo la zona desertica, piegando alquanto verso oriente, ci sono i Tissageti, popolazione numerosa ed etnicamente distinta; vivono di caccia. Di seguito, negli stessi territori, sono stanziati i così chiamati Iurci, che vivono anch'essi di caccia, nel modo seguente. Si appostano in agguato sopra gli alberi (che sono numerosissimi in tutta la regione): ciascun cacciatore ha pronto un cavallo, a cui ha insegnato ad acquattarsi sul ventre per dare meno nell'occhio, e un cane; quando avvista la preda dall'alto dell'albero, le scaglia addosso una freccia, poi balza giù sul cavallo e la insegue, mentre il cane la bracca. Oltre gli Iurci, verso occidente, vivono altri Sciti, che si ribellarono agli Sciti regi e vennero così a stabilirsi in questa regione.  

23) Fino a questi Sciti tutta la regione fin qui descritta è pianeggiante e fertile: più avanti si fa pietrosa e aspra. Superata anche la zona pietrosa, un'ampia regione ai piedi di alte montagne è abitata da uomini che, si dice, sono tutti calvi dalla nascita, uomini e donne indistintamente, hanno il naso schiacciato e il mento largo, parlano una lingua tutta propria ma si vestono come gli Sciti, e vivono dei frutti degli alberi. Pontico si chiama l'albero del cui prodotto si cibano, ha le dimensioni di una pianta di fico, più o meno, e produce un frutto grande come una fava e che ha il nocciolo; quando è maturo lo filtrano attraverso panni e ne cola un succo denso e scuro, che chiamano "aschi"; se lo sorseggiano e se lo bevono mescolato col latte; di ciò che resta del frutto spremuto fanno delle schiacciate e se le mangiano. Animali non ne allevano molti perché non vi sono buoni pascoli. Ognuno abita sotto una pianta: d'inverno ne avvolge le fronde in un feltro bianco impermeabile, d'estate ne fa a meno. Nessuno commette soprusi nei loro confronti, perché sono considerati uomini sacri, né essi si fabbricano armi da guerra. Sono loro a dirimere le controversie che sorgono fra i popoli confinanti e d'altra parte ogni esule che si rifugi presso di loro non subisce torti da nessuno. Si chiamano Argippei.

24) Fino a tali uomini calvi, dunque, il paese e le genti al di qua sono ampiamente noti; infatti alcuni Sciti si spingono fino a loro e non è difficile ricavarne informazioni; come pure si ricavano dai Greci del porto di Boristene e degli altri empori del Ponto. Gli Sciti che arrivano sino agli Argippei negoziano in sette lingue per mezzo di altrettanti interpreti.  

25) Se fino a costoro il paese è conosciuto, sui territori a nord degli uomini calvi nessuno è in grado di riferire con esattezza. La regione è tagliata fuori da alte montagne invalicabili, che nessuno oltrepassa. Da parte loro gli uomini calvi raccontano, ma non mi pare credibile, che sulle montagne abitano uomini con zampe di capra, oltre i quali vivono altri uomini che dormono per sei mesi consecutivi: ma questo proprio non lo accetto assolutamente. A est dei calvi si sa con certezza che vivono gli Issedoni, ma delle regioni più settentrionali, a nord tanto dei calvi che degli Issedoni, non si sa nulla, se non quanto questi stessi popoli raccontano.  

26) Ecco dunque quanto si narra sulle usanze degli Issedoni. Quando a un uomo muore il padre, tutti i parenti gli portano animali da allevamento: li sacrificano, ne tagliano le carni e vi aggiungono anche, tagliato a pezzi, il cadavere del padre dell'ospite; mescolano assieme tutte le carni e banchettano. La testa del morto, però, la radono, la puliscono, la indorano e poi la trattano come una immagine sacra, offrendole annualmente grandi sacrifici. Il figlio onora il padre così, come i Greci commemorano i defunti. Inoltre hanno anch'essi fama di essere giusti: e le donne fra loro godono degli stessi poteri degli uomini.  

27) Anche sugli Issedoni, dunque, siamo informati. Più oltre verso nord sono gli Issedoni a parlare dell'esistenza di uomini muniti di un solo occhio e di grifi custodi dell'oro: gli Sciti lo riferiscono avendolo udito dagli Issedoni, e noi, che lo abbiamo appreso dagli Sciti, chiamiamo quegli uomini, con voce scita, "Arimaspi": in lingua scita àrima vuol dire "uno" e spu "occhio".  

28) Tutta la regione qui menzionata soffre di inverni molto rigidi, e per otto mesi vi regna un freddo addirittura insopportabile; in tal periodo versando a terra dell'acqua non produrrai fango: il fango lo formerai accendendo un fuoco. Si gela il mare e tutto il Bosforo Cimmerio e sul lastrone di ghiaccio gli Sciti residenti al di qua del fossato si mettono in marcia e si spingono oltre con i loro carri, verso il paese dei Sindi. L'inverno si mantiene così per otto mesi; e per i quattro mesi restanti la temperatura è ancora fredda. È un tipo di inverno diverso da tutti gli inverni degli altri paesi: non ci sono piogge degne di nota nella stagione in cui ci se le aspetterebbe, mentre d'estate non smette mai di piovere; i tuoni, assenti quando altrove si fanno sentire, sono fittissimi in estate. Un tuono che si produca d'inverno è accolto con stupore, come un prodigio; lo stesso se si verifica un terremoto, d'inverno come d'estate, in Scizia è considerato un prodigio. I cavalli riescono a sopportare un simile inverno, ma i muli non ce la fanno assolutamente, e neppure gli asini, mentre in altri paesi i cavalli nel gelo muoiono per assideramento e invece asini e muli resistono.  

29) Secondo me è questa la ragione per cui in quel paese la razza di buoi "senza corna" è, appunto, priva di esse; me ne dà una prova anche un verso di Omero, dall'Odissea: "... e la Libia, dove presto agli agnelli spuntano le corna", molto esatto: nei paesi caldi le corna crescono rapidamente. Invece nei paesi a clima rigido le corna o crescono poco o non spuntano affatto.  

30) Ecco dunque cosa accade lassù per il freddo. Ma io mi meraviglio proprio (e lo dico perché ormai la mia opera è andata a cercarsele fin dall'inizio le digressioni), mi meraviglio che in tutta la regione dell'Elide non possano nascere muli: perché il paese non è freddo né ci sono altre cause palesi. Gli Elei, dal canto loro, affermano che da loro non nascono muli per una maledizione. Così quando è il momento di far accoppiare le cavalle, le portano nei paesi vicini, lì le fanno montare dagli asini finché si ingravidano, dopodiché se le riportano indietro.  

31) Quanto alle piume di cui l'aria secondo gli Sciti sarebbe piena e che impedirebbero sia di inoltrarsi nel paese sia di spingere lo sguardo nell'interno, la mia opinione è la seguente: a nord di queste regioni nevica in continuazione, un po' meno d'estate che d'inverno ovviamente. Ora, chi ha già visto da vicino la neve cadere fitta fitta, sa cosa voglio dire: i fiocchi di neve sono simili a piume. E poiché l'inverno là è quello che è, le regioni settentrionali di questo continente non sono abitabili. Credo dunque che gli Sciti e i loro vicini descrivano la neve come piume per paragone. E questo basti sulle regioni dette le più remote del mondo.  

32) Degli Iperborei non discorrono né gli Sciti né gli altri abitanti di questo continente, se non gli Issedoni. Ma io credo che anch'essi non dicano niente, altrimenti ne parlerebbero pure gli Sciti, come parlano degli uomini con un occhio solo. Si fa menzione degli Iperborei in Esiodo e anche in Omero, negli Epigoni, ammesso che Omero abbia effettivamente composto tale poema.  

33) Le notizie di gran lunga più sostanziose sul conto degli Iperborei le forniscono i Deli: essi affermano che offerte sacre, avvolte in paglia di grano, provenienti dagli Iperborei arrivano nelle mani degli Sciti e dagli Sciti via via passano di gente in gente fino a giungere nel lontanissimo occidente, fino all'Adriatico. Da qui vengono inviate verso sud: i primi Greci a riceverle sono quelli di Dodona, da dove poi scendono al Golfo Maliaco per essere traghettate in Eubea; di città in città giungono a Caristo; Andro viene saltata: i Caristi le recapitano direttamente a Teno, e infine i Teni a Delo. Così dunque arrivano a Delo le sacre offerte, ma in un primo tempo gli Iperborei mandarono a portarle due ragazze, di nome, secondo i Deli, Iperoche e Laodice. Insieme con loro, per proteggerle, gli Iperborei inviarono cinque concittadini come accompagnatori: oggi si chiamano Perferei e a Delo godono di grandi privilegi. Ma poiché i delegati non rientrarono in patria, gli Iperborei, ritenendo grave la possibilità di non più rivedere le persone di volta in volta inviate, portarono le loro offerte ai confini, le consegnarono ai popoli limitrofi avvolte in paglia di grano, pregandoli di farle proseguire ulteriormente. Spedite in tal modo, narrano, le offerte giungono a Delo. Io so di un sistema di offerta molto simile in uso fra le donne della Tracia e della Peonia: quando sacrificano ad Artemide regina, non compiono i riti se non hanno paglia di grano.

34) Che facciano questo lo so. In onore delle vergini degli Iperborei che andarono a Delo e vi morirono si recidono i capelli sia le ragazze sia i ragazzi di Delo: le ragazze si tagliano un ricciolo prima delle nozze, lo avvolgono intorno a un fuso e lo depongono sopra la tomba (la tomba si trova all'interno del santuario di Artemide, sulla sinistra, e sopra vi è cresciuto un olivo); tutti i ragazzi di Delo legano un loro ricciolo intorno a un ciuffo d'erba e lo depongono anch'essi sulla tomba.  

35) Tali dunque le onoranze che ricevono dagli abitanti di Delo. Sempre i Deli raccontano che anche Arge e Opi, due vergini iperboree, giunsero a Delo viaggiando attraverso le stesse genti su menzionate e ben prima di Iperoche e Laodice. Ma mentre queste ultime vennero a portare a Ilitia il tributo che gli Iperborei si erano imposto per rendere grazie del rapido parto, Arge e Opi sarebbero venute insieme con le dee in persona; e dicono che a esse altre onoranze furono tributate a Delo: per loro infatti le donne raccolgono denaro invocandone i nomi nel carme composto per l'occasione da Olene di Licia; dalle donne di Delo le isolane e le donne ioniche hanno imparato a celebrare negli inni Opi e Arge e a fare la questua (Olene venne dalla Licia e compose anche gli altri antichi inni che si cantano a Delo); e quando le cosce delle vittime bruciano sull'altare, la cenere residua viene utilizzata per essere sparsa sulla tomba di Opi e di Arge. La tomba si trova nel retro del santuario, verso est, proprio accanto al cenacolo dei Cei.  

36) E questo sia sufficiente sul conto degli Iperborei. Né sto qui a raccontare la storia di Abari, il quale si dice fosse un Iperboreo, che avrebbe portato la sua freccia in giro per il mondo senza mai toccare cibo. Se esistono degli uomini iperboreali allora esistono anche gli iperaustrali. Rido quando vedo che molti hanno disegnato la mappa della terra, ma che nessuno ne ha dato una spiegazione ragionevole: raffigurano un Oceano che scorre intorno alla terra, tonda come se l'avessero fatta col compasso, e disegnano l'Asia grande come l'Europa. Ora in poche parole spiegherò io quanto è vasto ciascun continente e quali contorni presenta.  

37) Il territorio dei Persiani si estende fino al mare meridionale, il cosiddetto Eritreo; sopra di loro verso nord sono stanziati i Medi, oltre i Medi i Saspiri e al di là dei Saspiri i Colchi sulle rive del mare settentrionale, dove sfocia il fiume Fasi. Questi quattro popoli occupano la regione fra i due mari.  

38) Da qui, in direzione ovest, si dipartono dall'Asia e si inoltrano nel mare due penisole, che ora descriverò. La prima si allunga in mare, a nord, a cominciare dal Fasi lungo il Ponto e l'Ellesponto fino al capo Sigeo nella Troade, e a sud si protende in mare, questa stessa penisola, dal golfo di Miriando, adiacente alla Fenicia, fino al promontorio Triopico. In questa penisola sono stanziati trenta popoli.  

39) Tale è la prima penisola; la seconda si estende verso il mare Eritreo a partire dalla Persia, comprende in successione il territorio persiano, l'Assiria e l'Arabia; l'Arabia termina, ma solo per convenzione, nel Golfo Arabico, nel quale Dario fece sfociare un canale proveniente dal Nilo. Dalla Persia alla Fenicia la regione si presenta pianeggiante e ampia; dalla Fenicia la penisola si protende nel mare a noi vicino lungo la Siria Palestina e l'Egitto, dove termina; tre soli popoli vivono in questa regione.  

40) Ecco dunque i territori asiatici occidentali a partire dalla Persia; i paesi oltre la Persia, la Media, la Saspiria e la Colchide, verso est, verso i primi raggi del sole, corrono da una parte lungo il mare Eritreo e dall'altra, a nord, lungo il Mar Caspio e il fiume Arasse, che scorre verso il levarsi del sole. L'Asia è abitata fino all'India: da qui in poi, verso oriente, nessuno ci vive e nessuno sa dire come sia.  

41) Tali sono la forma e l'estensione dell'Asia. La Libia appartiene alla seconda penisola (la Libia infatti succede immediatamente all'Egitto); all'altezza dell'Egitto tale penisola si fa ben stretta. Dal nostro mare al mare Eritreo ci sono centomila orgie, vale a dire un migliaio di stadi; dopo tale istmo la penisola, che ora si chiama Libia, torna ad essere assai ampia.  

42) Mi meraviglio dunque di quanti separano con tanto di confini Libia, Asia ed Europa. Le differenze non sono da poco: in lunghezza l'Europa si sviluppa lungo Asia e Libia insieme, in larghezza non mi pare neppure paragonabile. La Libia in effetti si rivela essere interamente circondata dal mare, fuorché nel tratto di confine con Asia. Per quanto ne sappiamo il primo ad averlo dimostrato fu il re d'Egitto Neco: interrotto lo scavo del canale che dal Nilo porta al Golfo Arabico, egli inviò dei Fenici su delle navi con l'incarico di attraversare le Colonne d'Eracle sulla via del ritorno, fino a giungere nel mare settentrionale e così in Egitto. I Fenici, pertanto, partiti dal Mare Eritreo, navigavano nel mare meridionale; ogni volta che veniva l'autunno, approdavano, in qualunque punto della Libia fossero giunti, seminavano e aspettavano il tempo della mietitura. Dopo aver raccolto il grano, ripartivano, cosicché al terzo anno dopo due trascorsi in viaggio doppiarono le Colonne d'Eracle e giunsero in Egitto. E raccontarono anche particolari attendibili per qualcun altro ma non per me, per esempio che nel circumnavigare la Libia si erano trovati il sole sulla destra.  

43) Così si riconobbe la prima volta com'è la Libia; poi sono i Cartaginesi a dirlo, in quanto l'Achemenide Sataspe, figlio di Teaspe, non circumnavigò la Libia, benché fosse stato inviato con tale compito: ebbe paura della lunghezza della navigazione e della solitudine e tornò indietro, senza portare a termine la prova che sua madre gli aveva imposto. Sataspe aveva violentato una ragazza, figlia di Zopiro figlio di Megabisso; quando poi per la sua colpa stava per venire impalato per ordine di re Serse, sua madre, sorella di Dario, intercedette per lui, affermando che gli avrebbe imposto una punizione ancora maggiore: lo avrebbe costretto a navigare intorno alla Libia fino a tornare, ultimato il giro, nel Golfo Arabico. A queste condizioni Serse si dichiarò d'accordo, sicché Sataspe venne in Egitto, prese con sé navi e marinai egiziani e salpò alla volta delle Colonne d'Eracle; le varcò, doppiò il capo estremo della Libia, che si chiama Solunte, e diresse la rotta verso sud, percorrendo in molti mesi un lungo tratto di mare; ma gli restava pur sempre il tratto maggiore, voltò la prua e se ne tornò in Egitto. Da qui si recò presso re Serse e gli raccontò che nel punto più lontano raggiunto avevano costeggiato un paese abitato da piccoli uomini vestiti con foglie di palma, i quali, tutte le volte che accostavano a riva, fuggivano verso le montagne abbandonando i loro villaggi; essi vi erano entrati senza danneggiarli, limitandosi a catturarvi qualche animale. Per giustificare il mancato periplo della Libia spiegò che l'imbarcazione non era più in grado di proseguire, ma si era bloccata. Serse non riconobbe come vere le sue parole e lo fece impalare, eseguendo l'antica sentenza, perché non aveva comunque compiuto la prova stabilita. Un eunuco di questo Sataspe scappò via a Samo appena apprese la morte del padrone; si portò via grandi ricchezze che poi finirono nelle mani di un uomo di Samo: io ne conosco il nome, ma preferisco non menzionarlo.  

44) La maggior parte dell'Asia fu esplorata all'epoca di Dario, il quale, desiderando sapere dove andasse a sfociare in mare il fiume Indo, che è uno dei due soli fiumi al mondo popolati da coccodrilli, inviò su navi persone di cui si fidava che gli avrebbero riferito la verità, fra le quali Scilace di Carianda. Essi salparono dalla città di Caspatiro e dalla terra dei Patti navigando sul fiume in direzione est, verso il levar del sole, fino al mare; per mare poi puntarono verso occidente e dopo ventinove mesi giunsero nella stessa regione da cui il re egiziano aveva spedito a circumnavigare la Libia i Fenici di cui ho già detto. Dopo il loro periplo, Dario sottomise gli Indiani e cominciò a servirsi di questo mare. E così si è accertato che l'Asia, a eccezione delle regioni più orientali, è per il resto simile alla Libia.  

45) L'Europa, invece, è rimasta evidentemente sconosciuta a tutti: si ignora se a est e a nord sia circondata dal mare; si sa però la sua lunghezza, che è pari a quella degli altri due continenti insieme. Non riesco a comprendere perché per una terra sola ci siano tre nomi diversi, derivati da donne, e perché le furono imposti come confini i fiumi Nilo d'Egitto e Fasi di Colchide (altri indicano il Tanai della Meotide e il guado dei Cimmeri); né sono riuscito a sapere chi abbia fissato questi confini e da dove ricavò i nomi. Molti Greci affermano che la Libia è così chiamata dal nome di una donna del luogo; a sua volta Asia sarebbe stato il nome della moglie di Prometeo. L'appellativo Asia per altro se lo rivendicano i Lidi sostenendo che deriva da Asio figlio di Coti figlio di Mane, e non dall'Asia di Prometeo; da questo Asio avrebbe preso nome anche la tribù Asia, a Sardi. Quanto all'Europa, come nessuno sa se è circondata dal mare, così nessuno sa né da dove abbia preso il suo nome né chi sia stato a imporglielo, a meno di sostenere che lo ricavò da Europa di Tiro; prima dunque non avrebbe avuto nome, come gli altri continenti. Ma Europa sicuramente era di origine asiatica e non giunse mai nel nostro continente, quello ora detto Europa dai Greci: si limitò a passare dalla Fenicia a Creta, e da Creta in Licia. E qui si arresti il mio discorso: noi ci serviremo dei nomi tradizionali.  

46) Il Ponto Eusino, verso cui Dario muoveva le sue truppe, è la regione che presenta, fra tutte, le popolazioni più ignoranti, escludendo gli Sciti: in effetti nell'ambito del Ponto non sapremmo segnalare per sapienza nessun popolo, se non gli Sciti, né conosciamo alcun uomo di dottrina, se non Anacarsi. La sola ottima trovata, in campo umano, la più astuta a nostra conoscenza, è dovuta alla stirpe degli Sciti; nient'altro suscita la mia ammirazione. La grandissima trovata è che nessuno, se li assale, può più sfuggire loro e nessuno è in grado di sorprenderli, se non vogliono farsi trovare: essi non si costruiscono né mura né città e le case se le trascinano dietro, tirano con l'arco da cavallo, non vivono di agricoltura ma di allevamento, dimorano su carri; come potrebbero non essere invincibili, inattaccabili? E questo l'hanno ottenuto grazie al terreno favorevole e alla presenza di fiumi che si rivelano loro alleati;  

47) la regione infatti è pianeggiante, erbosa e ricca di acqua, attraversata da fiumi che sono poco meno numerosi dei canali dell'Egitto. Ora menzionerò i fiumi più rinomati e navigabili dal mare verso l'interno: l'Istro, con le sue cinque bocche, il Tira, l'Ipani, il Boristene, il Panticape, l'Ipaciri, il Gerro e il Tanai; ed ecco come si presenta il loro corso.  

48) L'Istro, il maggiore dei fiumi che conosciamo, ha sempre la stessa portata, d'estate come d'inverno; e scorrendo per primo da occidente tra i fiumi della Scizia è anche il più imponente, perché anche altri corsi d'acqua si versano in lui. Di questi fiumi, dunque, che lo ingrossano, cinque passano attraverso la Scizia: gli Sciti li chiamano Porata (ma i Greci Pireto), Tiaranto, Araro, Napari e Ordesso. Il primo da me nominato, il Pireto, è grande e mescola le sue acque all'Istro verso oriente, il secondo, il Tiaranto, più verso occidente ed è più piccolo; l'Araro, il Napari e l'Ordesso si gettano nell'Istro scorrendo in mezzo agli altri due. Questi fiumi lo ingrossano e sono fiumi della Scizia, il Mari invece sfocia nell'Istro provenendo dal paese degli Agatirsi.  

49) Dalle vette dell'Emo scendono in direzione nord altri tre affluenti dell'Istro, e cioè l'Atlante, l'Aura e il Tibisi; attraverso la Tracia e i Traci Crobizi scorrono l'Atri, il Noe e l'Artane e si immettono nell'Istro. Dal paese dei Peoni e dal monte Rodope il fiume Scio si getta nell'Istro dividendo a metà il monte Emo. Dal paese degli Illiri scende verso nord il fiume Angro che irrompe nella Pianura Triballica e nel fiume Brongo, e il Brongo nell'Istro: così l'Istro riceve entrambi questi due notevoli corsi d'acqua. Dalla regione a nord degli Umbri si gettano nell'Istro procedendo anch'essi verso settentrione i fiumi Carpi e Alpi. L'Istro in effetti attraversa tutta l'Europa a cominciare dal paese dei Celti, che sono gli ultimi abitanti dell'Europa verso occidente prima dei Cineti; scorrendo attraverso l'Europa, l'Istro va a finire nella pianura della Scizia.  

50) In tal modo, cioè col concorso degli affluenti nominati e di molti altri, l'Istro diventa il più grande dei fiumi, giacché, a confrontare le singole portate d'acqua, al Nilo spetta il primato di volume: nel Nilo nessun fiume confluisce, nessun corso d'acqua vi sfocia e contribuisce a ingrossarlo. L'Istro ha sempre identica portata, d'estate e d'inverno, e la ragione a mio parere è la seguente: d'inverno è come è, un po' maggiore di quanto comporta la sua natura; in effetti d'inverno queste regioni sono bagnate ben poco dalla pioggia, per lo più si coprono di neve. D'estate la neve caduta nell'inverno, copiosissima, si scioglie e affluisce da ogni parte nell'Istro; lo ingrossa, dunque, la neve, ma anche continue e violente piogge; perché d'estate piove. Il sole fa evaporare verso di sé tanta più acqua d'estate che in inverno, quanto maggiori d'estate rispetto all'inverno sono le acque che si mescolano all'Istro. I due contrari fenomeni si compensano a vicenda, e l'Istro appare sempre uguale a se stesso.

51) L'Istro è solo uno dei fiumi della Scizia; dopo l'Istro c'è il Tira, proveniente dalle regioni settentrionali: ha origine da un grande lago che segna il confine fra la Scizia e la terra dei Neuri. Alla sua foce sorge un insediamento di Greci, i cosiddetti Tiriti.  

52) L'Ipani, terzo fiume, viene dalla Scizia, da un grande lago sulle cui rive vivono bianchi cavalli selvaggi; questo lago si chiama a buon diritto Madre dell'Ipani. Dal lago e per cinque giorni di navigazione l'Ipani scorre poco profondo e la sua acqua è dolce, ma da lì, e per quattro giorni verso la foce, l'acqua si fa terribilmente amara: vi confluisce infatti un ruscello amaro, ma così amaro che, pur essendo piccolissimo, rovina tutto l'Ipani, che è un fiume grande come pochi. La sorgente si trova al confine fra gli Sciti aratori e gli Alizoni. Il nome della sorgente e della località da cui scaturisce è Esampeo in lingua scita e le Sacre Vie in lingua greca. All'altezza degli Alizoni il Tira e l'Ipani si accostano, oltre divergono e scorrono ampiamente distanziati.  

53) Il quarto fiume è il Boristene, il maggiore fra questi dopo l'Istro e il più utile, a nostro giudizio, non solo fra i fiumi della Scizia, ma in assoluto, secondo solo al Nilo dell'Egitto; al Nilo in effetti non si può paragonare alcun fiume, ma dei restanti il Boristene è il più utile: offre al bestiame pascoli bellissimi e assai curati, pesci particolarmente buoni in gran quantità, ha un'acqua gradevolissima a bersi, scorre puro in mezzo a corsi d'acqua limacciosi; sulle sue rive le messi sono splendide e dove il terreno non è coltivato cresce un'erba foltissima. Alla sua foce si cristallizzano spontaneamente mucchi di sale senza fine, fornisce pesci enormi privi di lische, adatti alla conservazione sotto sale, che si chiamano "storioni", e molte altre autentiche meraviglie ittiche. Fino al paese di Gerro, distante quaranta giorni di navigazione, si sa che proviene da nord, più oltre non c'è essere umano che sappia dire per che regioni scorra: evidentemente fluisce attraverso un deserto verso il paese degli Sciti agricoltori. Questi Sciti abitano attorno alle sue rive per un tratto pari a dieci giorni di navigazione. Il Boristene è l'unico fiume, col Nilo, di cui non so indicare le sorgenti; del resto nessun Greco credo lo sappia. Il Boristene in un tratto ormai non lontano dal mare riceve le acque dell'Ipani, che sfocia nella medesima palude. La zona compresa tra i due fiumi, un vero cuneo di terra, è detta Promontorio di Ippolao; vi sorge un tempio di Demetra; oltre il santuario, sull'Ipani, abitano i Boristeniti.  

54) Tali sono le notizie su questi fiumi; il quinto fiume, poi, si chiama Panticape: proviene anch'esso da nord e da un lago; fra il corso suo e quello del Boristene vivono gli Sciti agricoltori; sbocca nell'Ilea, oltrepassata la quale confluisce nel Boristene.  

55) Il sesto è l'Ipaciri, che ha origine da un lago e attraversa nel mezzo gli Sciti nomadi e sfocia presso la città di Carcinitide, chiudendo sulla sua destra l'Ilea e il cosiddetto Corso d'Achille.

56) Settimo è il fiume Gerro, che si divide dal Boristene proprio nel punto fino al quale si spinge la nostra conoscenza del Boristene: la regione in cui si separa si chiama Gerro, come il fiume stesso. Prosegue poi verso il mare segnando il confine fra la regione degli Sciti nomadi e il paese degli Sciti regi; si immette nell'Ipaciri.  

57) Ottavo è il fiume Tanai: ha origine da un lago e va a sfociare in un lago ancora più grande, la Palude Meotide, che separa gli Sciti regi dai Sauromati. Nel Tanai si getta un altro corso d'acqua, l'Irgi.  

58) Tali sono dunque i fiumi famosi di cui godono gli Sciti. Per il bestiame il foraggio che cresce nella Scizia è il più attivo a produrre bile fra tutte le erbe a nostra conoscenza; ci si può rendere conto che è così sventrando gli animali.  

59) Le risorse fondamentali gli Sciti le hanno dunque facilmente a disposizione; per il resto ecco le loro consuetudini. Venerano soltanto le seguenti divinità: Estia, principalmente, poi Zeus e la Terra, che ritengono moglie di Zeus, poi Apollo, Afrodite Urania, Eracle e Ares. Questi sono gli dèi di tutti gli Sciti; gli Sciti regi compiono sacrifici anche in onore di Posidone. In lingua scita Estia si chiama Tabitì, Zeus (a mio parere il nome è appropriatissimo) è detto Papeo; Terra si dice Apì, Apollo Getosiro, Afrodite Urania Argímpasa e Posidone Tagimasáda. Di regola non edificano né statue, né altari, né templi, se non ad Ares: per Ares è un'usanza normale.  

60) La tecnica sacrificale è identica per tutte le cerimonie ed è la seguente: la vittima sta in piedi con le zampe anteriori legate, il sacrificante si pone dietro la bestia e la fa cadere dando uno strappo all'estremità della corda; mentre l'animale cade il sacrificante invoca il dio cui il sacrificio è destinato, poi passa un laccio intorno al collo dell'animale, vi introduce un bastone e lo gira fino a strozzare la vittima; fuoco, offerta di primizie e libagioni non ce ne sono. Dopo averla strozzata e scuoiata si accinge a cuocerla.  

61) E poiché la Scizia è terribilmente povera di legname ecco quale sistema di cottura hanno escogitato. Quando scuoiano la bestia, separano la carne dalle ossa e la gettano, se ce l'hanno, in lebeti di fabbricazione locale, molto simili ai crateri di Lesbo, ma assai più grandi. Qui dentro la cuociono accendendovi sotto il fuoco con le ossa delle vittime. Se non hanno un lebete a disposizione, alcuni introducono tutte le carni nel ventre della vittima, vi aggiungono acqua e le mettono ad arrostire sul fuoco d'ossa. Le ossa bruciano benissimo e le pance contengono agevolmente le carni disossate; in questo modo un bue basterà a cuocere se stesso e così ogni altro capo di bestiame. Quando le carni sono cotte il sacrificante sceglie come primizie pezzi di carne e di interiora e le scaglia davanti a sé. Sacrificano anche altre specie di animali e soprattutto cavalli.  

62) Agli altri dèi offrono sacrifici così e con questi animali, ad Ares invece come segue: nei vari distretti di ciascuno dei regni hanno un santuario di Ares fatto così: vengono accatastate fascine di legna per tre stadi in lunghezza e altrettanti in larghezza; l'altezza è inferiore. Sopra la catasta si costruisce un piano quadrangolare scosceso su tre lati e accessibile dal quarto. Ogni anno vi ammassano sopra centocinquanta carri di legna, dato che le intemperie riducono di volta in volta il materiale. Su questo cumulo in ogni distretto viene piantata una spada antica di ferro, a mo' di immagine di Ares, e a questa spada offrono annuali sacrifici di bestiame e di cavalli in maggior numero che non agli altri dèi. I nemici catturati vivi li uccidono in ragione di uno su cento, non come fanno con gli animali, ma in un altro modo: gli versano del vino sulla testa e li sgozzano sopra un vaso; portano poi tale recipiente in cima alla catasta di legna e versano il sangue sulla spada. Il sangue lo portano di sopra, sotto invece accanto al santuario compiono un altro rito: tagliano la spalla destra e il braccio delle vittime e li scagliano in aria, poi, quando hanno finito con le altre vittime se ne vanno; il braccio resta lì dove cade, lontano dal cadavere.  

63) Tali sono dunque i loro riti sacrificali. Maiali non ne usano per niente, e nemmeno ne vogliono allevare nel loro paese.  

64) Ecco poi come si regolano per la guerra. Quando uno Scita ha abbattuto il primo nemico, ne beve il sangue: di tutti quelli che ha ucciso in battaglia porta la testa al re, perché se si presenta con delle teste partecipa alla spartizione del bottino eventualmente conquistato, altrimenti no. Effettuano così lo scalpo: incidono la pelle tutto intorno alla testa all'altezza delle orecchie, la afferrano e la strappano via; poi con una costola di bue ciascuno la scarnifica e la rende morbida con le sue mani; dopo la concia se la tiene come se fosse una pezzuola: la appende ai finimenti del proprio cavallo e se ne vanta, perché chi possiede più pezzuole è considerato il più valoroso. Non pochi con questi scalpi si fanno persino dei mantelli da indossare, cucendoli assieme come fossero casacche da pastori. Molti poi asportano la pelle della mano destra ai cadaveri dei nemici, con tutte le unghie, e ne fanno coperchi per le faretre. La pelle umana risultava appunto spessa e lucida, la più lucida forse, per bianchezza, fra tutte le pelli. Molti scorticano addirittura interi uomini, ne tendono la pelle fra dei legni e la portano in giro a cavallo.

65) Tali sono dunque le loro consuetudini. Le teste poi, non di tutti, ma quelle dei peggiori nemici, le trattano così: segano la calotta cranica sotto le sopracciglia e la ripuliscono; poi, se uno è povero si limita a rivestirla esternamente con pelle di bue non conciata e se ne serve così come tazza, se invece è ricco, oltre alla pelle di bue esterna, la riveste d'oro internamente. Fa così anche con i familiari, se sia sorta una lite, chi riesca a prevalere in giudizio davanti al re. E quando uno riceve degli ospiti un po' importanti, gli mostra queste teste e gli spiega che si tratta di parenti che gli hanno portato guerra e sui quali lui ha trionfato: e ne parla come di una autentica impresa valorosa.  

66) Una volta all'anno, ogni anno, ciascun governatore di distretto nella propria provincia mescola vino e acqua in un cratere; a tale cratere attingono tutti gli Sciti che abbiano ucciso dei nemici. Gli Sciti che non l'abbiano fatto non possono assaggiare questo vino e stanno seduti in disparte disprezzati: il che per loro è un'orrenda vergogna; gli Sciti, poi, che hanno ucciso parecchi nemici bevono contemporaneamente con due coppe.  

67) Fra gli Sciti ci sono molti indovini che si servono per i loro vaticini di numerose verghe di salice: portano dei grossi fasci di verghe e li appoggiano per terra, li sciolgono e posando le verghe una per una profetizzano; sempre profetizzando raccolgono ancora i fuscelli e di nuovo li posano uno per uno. Questa è l'arte divinatoria ricevuta dai loro padri; gli Enarei invece, gli androgini, fanno risalire agli insegnamenti di Afrodite la loro tecnica di divinazione, che si fa con la corteccia di tiglio: tagliano in tre striscioline la corteccia del tiglio, poi pronunciano l'oracolo intrecciandole e slegandole dalle dita.  

68) Quando il re degli Sciti si ammala, manda a chiamare i tre indovini più rinomati, i quali danno il loro responso nel modo suddetto; per lo più essi affermano che il tale o il tal altro (e indicano le persone a cui si riferiscono) ha spergiurato in nome del focolare reale. In effetti è consuetudine degli Sciti, quando vogliono fare il giuramento più solenne, giurare sul focolare reale. Subito l'individuo dichiarato spergiuro viene catturato e condotto dagli indovini; quando è davanti a loro lo accusano: dalla divinazione, affermano, risulta che lui ha spergiurato sul focolare reale e che per questa regione il re è malato. Quello nega, sostenendo di non aver spergiurato e protesta. Visto che nega, il re manda a chiamare altri indovini, in numero doppio; se anche questi osservando il rituale divinatorio lo riconoscono colpevole di spergiuro, immediatamente gli si taglia la testa: e i suoi beni se li spartiscono a sorte i primi indovini; se invece gli indovini sopraggiunti lo scagionano dall'accusa, si chiamano altri indovini e poi altri ancora; se la maggior parte di loro è per l'innocenza, tocca ai primi indovini di essere mandati a morte.  

69) E li uccidono così: caricano di fascine un carro e vi aggiogano dei buoi, incatenano gli indovini per i piedi e gli legano le mani dietro la schiena, li imbavagliano e li costringono in mezzo alla legna; appiccano fuoco ai sarmenti e lasciano andare i buoi, dopo averli così terrorizzati. Molti buoi finiscono carbonizzati insieme con gli indovini, molti, anche mezzo bruciacchiati, riescono a scampare quando il timone del carro sia stato ridotto in cenere dalle fiamme. Anche per altre colpe spediscono al rogo gli indovini nel modo suddetto, e li chiamano pseudoindovini. Se è il re a mandarli a morte non ne risparmia nemmeno i figli: i maschi li uccide tutti, alle femmine invece non torce un capello.  

70) Ecco come si comportano gli Sciti quando giurano: versano del vino in una grande coppa di terracotta e vi aggiungono un po' di sangue delle persone che stringono il patto; a tale scopo si colpiscono con una lesina o si praticano col coltello una piccola incisione superficiale; poi immergono nella coppa una spada, delle frecce, un'ascia e un giavellotto. Fatto ciò, pronunciano molte preghiere rituali e vuotano, bevendo, la coppa, sia quelli che stringono il patto sia i più autorevoli del loro seguito.  

71) Le tombe dei re si trovano fra i Gerri, nel punto estremo fino a cui il Boristene è navigabile. Là, quando gli muore il re, scavano una enorme fossa di forma quadrata; dopo che la fossa è pronta, prendono il corpo del re (tutto cosparso di cera, col ventre che è stato aperto e ripulito, riempito di cipero in polvere, di aromi, di semi d'apio e di aneto e poi di nuovo ricucito) e su di un carro lo trasportano presso un altro popolo. Quelli che ricevono il cadavere trasportato si comportano esattamente come gli Sciti regi: si recidono un pezzo di orecchio, si radono i capelli tutto intorno alla testa, si tagliuzzano le braccia, si graffiano la fronte e il naso, si trafiggono con frecce la mano sinistra. Di là portano sul carro il cadavere del re presso un altro popolo a loro sottomesso; li seguono gli abitanti della prima regione in cui erano giunti. Quando hanno fatto il giro di tutti i popoli, portando il cadavere, si trovano fra i Gerri, gli ultimi fra i popoli loro soggetti, nel luogo delle sepolture. Depongono il morto nella camera sepolcrale sopra un pagliericcio e piantano lance ai due lati del cadavere; sopra le lance appoggiano dei legni, poi ricoprono con stuoie l'impalcatura così ottenuta; nell'ampio spazio libero della camera seppelliscono una delle concubine del re dopo averla strangolata, nonché un coppiere, un cuoco, uno scudiero, un servo, un messaggero, e cavalli, una scelta di tutti gli altri beni e coppe d'oro; d'argento niente e neppure di bronzo. Dopodiché tutti si affannano a innalzare un grande tumulo, impegnandosi al massimo, in gara, per farlo il più alto possibile.  

72) Ed ecco ancora cosa fanno quando è trascorso un anno: prendono i più adatti di tutti i servi rimasti (che sono Sciti di nascita, perché servi divengono solo gli Sciti a cui il re lo ordina; non ci sono da loro servi comperati) e ne strangolano una cinquantina; ammazzano anche cinquanta cavalli di gran pregio: ne svuotano il ventre, lo purificano, lo riempiono di paglia e lo ricuciono. Fissano poi su due paletti una mezza ruota rovesciata, l'altra mezza ruota su altri due paletti e ne piantano in terra tanti così in tale modo; poi infilano grossi pali dentro i cavalli nel senso della lunghezza fino alla gola e li appoggiano sulle ruote. Le prime mezze ruote sostengono le spalle dei cavalli le mezze ruote posteriori reggono le pance all'altezza delle cosce; le zampe restano penzolanti da entrambe le parti. Mettono morsi e redini ai cavalli, tendono le redini in avanti e le legano a dei pioli. Su ciascun cavallo issano ciascuno dei cinquanta giovani strangolati: li issano così dopo avergli infilato lungo la colonna vertebrale, fino alla gola, un bastone la cui parte inferiore conficcano in un foro praticato nell'altro palo, quello che attraversa il cavallo. Sistemano questi cavalieri tutto intorno alla tomba del re e poi si allontanano.  

73) Ecco dunque come seppelliscono i re; quando muoiono gli altri Sciti, i loro parenti più stretti li trasportano, stesi su carri, in giro dagli amici: ciascuno degli amici, accogliendo il corteo, allestisce un banchetto per gli accompagnatori e imbandisce anche per il morto parte di tutto ciò che offre agli altri. I semplici cittadini vengono trasportati così per quaranta giorni, poi li si seppellisce. Dopo i funerali gli Sciti si purificano come segue: si ungono la testa e poi se la insaponano e la lavano; per il resto del corpo procedono in questo modo: fissano a terra tre bastoni in piedi uno contro l'altro, vi stendono sopra coperte di lana, le serrano il più stretto possibile, poi in un catino piazzato in mezzo alle pertiche e sotto le coperte gettano pietre arroventate dal fuoco.  

74) Nel loro paese cresce la canapa, pianta molto simile al lino, ma più grossa e più alta; caratteristiche che la rendono assai superiore. Cresce spontanea o coltivata e da essa i Traci ricavano anche dei tessuti molto simili a quelli di lino: e se uno non è molto esperto non riesce a distinguere se sono di lino o di canapa; chi non ha mai visto la canapa, poi, crederà senz'altro che il vestito sia di lino.  

75) Dunque gli Sciti prendono i semi di canapa, si infilano sotto la tenda fatta di coperte e li gettano sulle pietre roventi; i semi gettati bruciano producendo un fumo che nessun bagno a vapore greco potrebbe superare. Gli Sciti urlano di gioia per il fumo che sostituisce per loro il bagno; in effetti non si lavano il corpo con acqua. Le loro donne per esempio pestano legno di cipresso, di cedro e pezzetti di incenso su una pietra scabra, vi versano su acqua, poi si spalmano l'intruglio, una sostanza grassa, sul corpo e sul viso: e non solo gli resta addosso il profumo dell'impasto, ma quando se lo tolgono, il giorno dopo, hanno la pelle pura e luminosa.  

76) Anche gli Sciti evitano assolutamente di adottare usanze straniere, di qualunque altro popolo e in modo particolare dei Greci; prova ne furono le vicende di Anacarsi e dopo di lui, ancora, di Scile. Anacarsi, dopo aver visitato gran parte del mondo dando prova ovunque della sua saggezza, stava rientrando in patria e, navigando attraverso l'Ellesponto, approdò a Cizico; a Cizico trovò gli abitanti intenti a celebrare con straordinaria magnificenza una festa in onore della Madre degli dèi; Anacarsi promise solennemente alla dea, se tornava a casa sano e salvo, di offrirle sacrifici come li aveva visti fare dai Ciziceni e di istituire una notte di veglia. Quando arrivò in Scizia, si inoltrò nella cosiddetta Ilea (una regione situata presso il Corso d'Achille, interamente ricoperta di alberi di ogni specie) e vi compì tutto il rituale festivo della dea, con tanto di timpano e sacre immagini appese al collo. E uno Scita che lo aveva osservato mentre eseguiva tale rituale andò a riferirlo al re Saulio; il re accorse di persona e, appena vide Anacarsi e cosa faceva, lo uccise subito con una freccia. E oggi se uno pone domande su Anacarsi, gli Sciti negano di conoscerlo, solo perché se ne andò in Grecia, fuori del suo paese, e adottò usanze straniere. Come ho appreso da Timne, uomo di fiducia di Ariapite, Anacarsi era zio paterno del re scita Idantirsi e figlio di Gnuro figlio di Lico a sua volta figlio di Spargapite. Se dunque Anacarsi apparteneva a questa famiglia, sappia di essere morto per mano del fratello: Idantirsi infatti era figlio di Saulio e fu Saulio a uccidere Anacarsi.

77) Per la verità io ho udito anche un'altra versione, raccontata dai Peloponnesiaci, secondo la quale Anacarsi, inviato dal re degli Sciti, divenne "discepolo" della Grecia; al suo ritorno avrebbe spiegato a chi lo aveva mandato in Grecia che tutti i Greci erano impegnatissimi a studiare ogni tipo di scienza, a eccezione degli Spartani, i quali peraltro erano gli unici con cui si potesse scambiare un discorso intelligente. Ma questo racconto è stato inventato di sana pianta dai Greci stessi, e Anacarsi realmente fu ucciso come poco sopra è stato detto.  

78) Anacarsi insomma trovò la fine che trovò per aver accettato usanze straniere e fraternizzato con i Greci. Molti anni più tardi Scile figlio di Ariapite subì una sorte del tutto analoga. Scile era uno dei tanti figli del re scita Ariapite: era nato non da una donna del posto, bensì da una Istriana, che gli insegnò personalmente il greco, a parlarlo, a leggerlo e a scriverlo. Molto tempo più tardi Ariapite morì in un agguato tesogli da Spargapite, re degli Agatirsi, e Scile ereditò il regno e la moglie di suo padre, che si chiamava Opea; Opea era una cittadina scita che ad Ariapite aveva dato un figlio, Orico. Regnando sugli Sciti Scile non si adattava affatto al sistema di vita degli Sciti, ma inclinava assai più volentieri alle abitudini elleniche a causa dell'educazione ricevuta, ed ecco come si comportava. Quando conduceva l'esercito scita verso la città dei Boristeniti (questi Boristeniti si autodichiarano coloni di Mileto), appena giunto nel loro territorio, Scile abbandonava i soldati nei dintorni della città; lui entrava oltre le mura e ne faceva chiudere le porte, smetteva la veste scita e indossava un costume greco: così vestito si intratteneva nella piazza del mercato senza scorta di dorifori o di alcun altro (le guardie vegliavano alle porte che nessuno Scita lo vedesse abbigliato da Greco). In tutto e per tutto si comportava come un vero Greco e offriva anche sacrifici agli dèi secondo il rituale ellenico. Passato un mese, o anche più, si rivestiva da Scita e se ne andava. Agiva così spesso: a Boristene si costruì un palazzo e vi installò una donna del luogo, che aveva sposato.  

79) Ma era destino che le cose gli andassero male, ed ecco quale ne fu il motivo scatenante. Scile desiderò ardentemente essere iniziato ai misteri di Dioniso Bacco: ma quando stava già per ricevere l'iniziazione, si verificò un prodigio eccezionale. Nella città dei Boristeniti possedeva una vasta, lussuosa dimora, come ho ricordato poco fa, intorno alla quale erano installate sfingi e grifoni di marmo bianco. Su questo palazzo il dio scagliò un fulmine. Il palazzo andò completamente distrutto dalle fiamme, ma nondimeno Scile portò a termine l'iniziazione. Gli Sciti biasimano assai i Greci per i loro riti bacchici: secondo loro non è normale inventare un dio che porta gli uomini alla pazzia. Quando Scile fu iniziato a Bacco, uno dei Boristeniti si premurò di andare dagli Sciti a dire: "Voi ci prendete in giro, Sciti, per i nostri baccanali e perché il dio si impossessa di noi; ora questo demone si è impossessato anche del vostro re, che adesso baccheggia e folleggia per opera del dio. Se non mi credete, venite con me e ve lo mostrerò". Lo seguirono i maggiorenti Sciti: il Boristenita li guidò e di nascosto li fece salire su di una torre. Passò nei pressi Scile nel tiaso e gli Sciti lo videro, invasato da Bacco: la considerarono una sciagura terribile e tornarono a riferire alle truppe quanto avevano visto.  

80) Quando poi Scile fece ritorno nelle proprie sedi, gli Sciti s'erano già scelti come capo Octamasade, fratello suo, nato dalla figlia di Tereo, e gli si ribellarono. Scile, appena ebbe inteso cosa si tramava contro di lui e per quale ragione, se ne fuggì in Tracia. Octamasade lo venne a sapere e marciò in armi contro la Tracia. Sul fiume Istro si trovò di fronte i Traci, e già stavano per scontrarsi, quando Sitalce mandò a dire a Octamasade quanto segue: "Che ragione abbiamo per misurarci l'uno con l'altro? Tu sei figlio di mia sorella e hai nelle tue mani mio fratello. Tu restituiscimi mio fratello e io ti consegnerò il tuo Scile. Non mettiamo a repentaglio i nostri eserciti". Questo gli diceva Sitalce per mezzo di un araldo; in effetti presso Octamasade si trovava un fratello di Sitalce, come rifugiato. Octamasade approvò la proposta: consegnò il proprio zio materno a Sitalce e si prese il fratello Scile. Sitalce, quando ricevette il fratello, se lo portò via, Octamasade invece a Scile fece tagliare la testa lì sul posto. Tanto dunque rispettano gli Sciti le proprie costumanze e tanto puniscono quelli che adottano usanze straniere.  

81) Quanto al numero degli Sciti non sono stato in grado di ottenere informazioni sicure, ho udito anzi versioni assai differenti: e in effetti li dicevano troppi o troppo pochi, per un popolo come gli Sciti. Ma ecco quanto ho constatato di persona. Tra i fiumi Boristene e Ipani c'è una regione, che si chiama Esampeo e ho menzionato anche un po' fa, dicendo che vi zampilla una sorgente amara, la cui acqua affluendo nell'Ipani lo rende imbevibile. In questa regione c'è un vaso di bronzo sei volte più grande del cratere dedicato agli dèi da Pausania figlio di Cleombroto all'imboccatura del Ponto. Per chi non lo avesse mai visto fornisco le seguenti indicazioni: il vaso degli Sciti contiene facilmente seicento anfore e il suo spessore è di sei dita. La gente del luogo mi diceva che tale recipiente fu fabbricato con punte di frecce; un loro re, che si chiamava Arianta, volendo conoscere il numero degli Sciti, ordinò a tutti di portare ciascuno una punta di freccia; per chi non l'avesse fatto minacciava la morte. Fu portato dunque un enorme quantitativo di punte di freccia e il re decise di ricavarne un monumento per i posteri: con le frecce venne fabbricato il vaso di bronzo e lo si consacrò nell'Esampeo. Questo è quanto ho udito raccontare circa il numero degli Sciti.

82) Il paese in sé non presenta particolari meraviglie, se si escludono i fiumi, che sono davvero molto grandi e numerosi. Ma escludendo i fiumi e la vastità della pianura la cosa più degna di meraviglia è la seguente: impressa su di una roccia ti mostrano l'orma di Eracle, che è in tutto e per tutto simile alla pianta di un piede umano, ma è lunga due cubiti e si trova presso il fiume Tira. Questo è tutto e ora tornerò al racconto che avevo cominciato a esporre.  

83) Mentre Dario si preparava a combattere contro gli Sciti e inviava vari messaggeri per impartire gli ordini qui di procurare fanteria, là navi, e là di aggiogare le rive del Bosforo Tracico, Artabano, figlio di Istaspe e fratello di Dario, lo pregava di non guidare assolutamente una spedizione contro gli Sciti, dei quali sottolineava l'inafferrabilità. Ma poiché nonostante gli ottimi consigli non riusciva a convincerlo, rinunciò, e Dario, ultimati i preparativi, mosse il suo esercito da Susa.  

84) A quel punto un Persiano, Eobazo, che aveva tre figli e tutti e tre in procinto di partire per la spedizione, pregò Dario di lasciargliene uno in patria. E Dario gli rispose, come si risponde a un amico che avanza una richiesta moderata, che glieli avrebbe lasciati tutti. Eobazo era molto contento, pensando che i figli venissero dispensati dagli obblighi militari, ma Dario ordinò agli addetti a simili incombenze di uccidere tutti i figli di Eobazo. Ed essi furono lasciati dove si trovavano, sgozzati.  

85) Dario, partito da Susa, giunse nella Calcedonia, sul Bosforo, dove a mo' di giogo era stato gettato il ponte; da lì, imbarcatosi sulle navi, raggiunse le cosiddette rocce Cianee, che a sentire i Greci un tempo erano erranti; qui si sedette su di un promontorio a contemplare il Ponto, un panorama degno davvero di essere ammirato. In effetti il Ponto è il più stupendo di tutti i mari esistenti, lungo undicimila e cento stadi, e largo, nel punto di maggiore ampiezza, tremilatrecento. L'imboccatura di questo mare è larga quattro stadi; 120 invece è lungo lo stretto formato dall'imboccatura, chiamato Bosforo, sul quale fu gettato il ponte. Il Bosforo si protende nella Propontide; la Propontide, larga 500 stadi e lunga 1400, immette nell'Ellesponto, largo solamente sette stadi e lungo 400. L'Ellesponto si apre su di un'ampia distesa marina, il Mare Egeo.  

86) Le misure sono state calcolate così: una nave in una intera giornata di navigazione può percorrere al massimo 70.000 orgie, e altre 60.000 di notte. Ebbene dal Bosforo al fiume Fasi (cioè fra i punti estremi del Ponto nel senso della lunghezza) ci sono nove giorni e otto notti di navigazione: vale a dire 1.110.000 orgie, che fanno 11.100 stadi. Dal paese dei Sindi fino alla Temiscira sul fiume Termodonte (cioè nel punto di maggiore larghezza del Ponto) ci sono tre giorni e due notti di navigazione, vale a dire 330.000 orgie che fanno 3.300 stadi. Ecco dunque le misure del Ponto, del Bosforo e dell'Ellesponto, calcolate da me come ho detto; vi è poi un lago comunicante con il Ponto, di dimensioni non molto inferiori, che si chiama Meotide e che dà origine al Ponto.  

87) Dario, dopo aver contemplato tale mare, tornò indietro fino al ponte, che era stato progettato da Mandrocle di Samo. Dopo aver contemplato anche il Bosforo, eresse colà due colonne di marmo bianco, con inciso, nell'una in caratteri assiri nell'altra in caratteri greci, l'elenco di tutte le popolazioni da lui guidate fino lì; e guidava tutte le genti su cui comandava: senza contare la flotta, aveva con sé 700.000 uomini, cavalieri compresi, e le navi radunate erano 600. Queste due colonne, in seguito, se le portarono in città gli abitanti di Bisanzio e le utilizzarono nella costruzione dell'altare di Artemide Ortosia, a eccezione di un blocco soltanto, che fu abbandonato presso il tempio di Dioniso a Bisanzio: è tutto ricoperto da un'iscrizione in caratteri assiri. Il punto esatto del Bosforo in cui re Dario gettò il ponte, per quanto posso congetturare, si trova a metà strada fra Bisanzio e il santuario posto all'imboccatura dello stretto.  

88) Dario poi, soddisfatto del ponte di barche, donò al suo progettista, Mandrocle di Samo, dieci regali di ogni genere. Grazie a essi Mandrocle, come primizia da offrire agli dèi, commissionò un quadro raffigurante tutto il lavoro impiegato per la costruzione del ponte sul Bosforo, con Dario seduto in prima fila e l'esercito nell'atto di attraversarlo, e dopo averlo fatto dipingere lo dedicò nel tempio di Era, accompagnato da questa iscrizione:....”Poi che sui flutti pescosi del Bosforo un ponte costrusse, Volle Mandrocle alla Diva questo ricordo offerire. Ei s’acquistò una corona per sè, per i Sami la gloria, Del suo re Dario il comando con precisione eseguendo”....( Dopo aver unito il Bosforo pescoso, Mandrocle dedicò a Era questo ricordo del ponte. Sul proprio capo ha posto una corona, e gloria ai cittadini di Samo realizzando la volontà del re Dario).  

89) Questo fu il ricordo lasciato dal costruttore del ponte. Ricompensato Mandrocle, Dario passò in Europa; aveva ordinato agli Ioni di navigare sul Ponto fino al fiume Istro, una volta sull'Istro di aspettarlo lì e intanto di unire con un ponte le due rive del fiume. In effetti la flotta la guidavano Ioni, Eoli e abitanti dell'Ellesponto. Le navi, superate le rocce Cianee, navigarono dritte verso l'Istro; risalirono il fiume per due giorni di navigazione fino allo stretto a partire dal quale si divide in varie bocche e lì prepararono il passaggio. Dario, attraversato il Bosforo sul ponte di barche, si inoltrò nella Tracia, poi, giunto alle sorgenti del fiume Tearo, vi si accampò per tre giorni.  

90) Le popolazioni che abitano sulle sue rive sostengono che il Tearo, ricco di virtù curative, sia ottimo in particolare per guarire uomini e cavalli dalla scabbia. Le sue sorgenti sono ben 38, tutte zampillanti dalla medesima roccia; e alcune sono fredde altre calde. Per raggiungerle la strada è ugualmente lunga sia che si parta dalla città di Ereo presso Perinto sia da Apollonia sul Ponto Eusino: due giorni di viaggio. Il fiume Tearo confluisce nel Contadesdo, il Contadesdo nell'Agriane e l'Agriane nell'Ebro, il quale sfocia in mare presso la città di Eno.

91) Insomma, giunto sul Tearo e posto l'accampamento, Dario, soddisfatto del fiume, eresse anche lì una colonna, su cui aveva comandato di incidere la seguente iscrizione: "Le sorgenti del fiume Tearo forniscono l'acqua migliore e più bella di tutti i fiumi; e a esse, guidando un esercito contro gli Sciti, giunse il migliore e il più bello di tutti gli uomini, Dario di Istaspe, re di Persia e dell'intero continente". Queste le parole fatte incidere lì.  

92) Lasciato il Tearo, Dario arrivò a un altro fiume, che si chiama Artesco e scorre attraverso il paese degli Odrisi. Ecco cosa fece quando giunse a questo fiume. Indicò un determinato luogo al suo esercito e dispose che ogni soldato, passandogli vicino, gettasse una pietra nel punto indicato. L'esercito eseguì l'ordine, sicché, quando Dario guidò oltre le sue truppe, sul posto lasciò giganteschi mucchi di pietre.  

93) Prima di toccare l'Istro sconfisse come primo popolo i Geti, che si ritengono immortali. Infatti i Traci che vivono sul promontorio Salmidesso sopra le città di Apollonia e Mesambria, i cosiddetti Scirmiadi e Nipsei, si erano arresi a Dario senza combattere. I Geti invece optarono per la follia e furono subito ridotti in schiavitù, benché fossero i più valorosi e i più giusti fra i Traci.  

94) Essi si ritengono immortali in questo senso: sono convinti che lo scomparso non muoia propriamente, bensì raggiunga il dio Salmossi. Altri Geti questo stesso dio lo chiamano Gebeleizi. Ogni quattro anni mandano uno di loro, tratto a sorte, a portare un messaggio a Salmossi, secondo le necessità del momento. E lo mandano così: tre Geti hanno l'incarico di tenere tre giavellotti, altri afferrano per le mani e per i piedi il messaggero designato, lo fanno roteare a mezz'aria e lo scagliano sulle lance. Se muore trafitto, ritengono che il dio sia propizio; se non muore, accusano il messaggero, sostenendo che è un uomo malvagio, e quindi ne inviano un altro; l'incarico glielo affidano mentre è ancora vivo. Questi stessi Traci di fronte a un tuono o a un fulmine, scagliano in cielo una freccia pronunciando minacce contro Salmossi, perché credono che non esista altro dio se non il loro.  

95) Come ho appreso dai Greci residenti sul Ponto e sull'Ellesponto, questo Salmossi era un uomo che sarebbe stato schiavo a Samo, schiavo di Pitagora figlio di Mnesarco. Poi, divenuto libero, si sarebbe assai arricchito e avrebbe fatto ritorno, da ricco, nel proprio paese. Poiché i Traci conducevano una vita grama e stupida, Salmossi, che conosceva il sistema di vita degli Ioni e abitudini più progredite di quelle tracie (avrebbe frequentato i Greci, e fra i Greci Pitagora, che non era certo il savio più scadente), fece costruire un salone, in cui ospitava i cittadini più ragguardevoli; fra un banchetto e l'altro insegnava che né lui né i suoi convitati né i loro discendenti sarebbero morti, ma avrebbero raggiunto un luogo dove sarebbero rimasti per sempre a godere di ogni bene. Mentre così operava e diceva, si costruiva una stanza sotterranea. E quando la stanza fu ultimata, Salmossi scomparve alla vista dei Traci: scese nella dimora sotterranea e vi abitò per tre anni. I suoi ospiti ne sentivano la mancanza e lo piangevano per morto; ma egli dopo tre anni si mostrò ai Traci e in tal modo i suoi insegnamenti risultarono credibili.  

96) Questo si racconta che abbia fatto Salmossi. Io questa storia della camera sotterranea non la rifiuto, ma neppure ci credo troppo; penso comunque che questo Salmossi sia vissuto molti anni prima di Pitagora. Se sia stato un uomo e se ora sia un dio locale per i Geti, chiudiamo qui la questione.  

97) I Geti insomma, con tutte le loro convinzioni, furono sconfitti dai Persiani e subito si aggregarono al resto della truppa. Come Dario giunse all'Istro, e con lui l'esercito di terra, e quando tutti lo ebbero attraversato, Dario ordinò agli Ioni di smontare il ponte di barche e di seguirlo sulla terra ferma con tutti gli uomini della flotta. Quando già gli Ioni stavano per obbedire e smontare il ponte, Coe figlio di Erxandro, stratego dei Mitilenesi, chiese a Dario se gli faceva piacere ascoltare un parere da parte di chi volesse esporlo e gli disse: "Ora tu ti appresti a marciare attraverso un paese in cui non si vedrà terreno coltivato o città abitata; lascia dunque in piedi questo ponte e lascia a presidiarlo quelli che l'hanno costruito. Se troviamo gli Sciti e le cose vanno nel modo voluto, avremo una via di ritorno, se invece non riusciamo a trovarli, avremo per lo meno una via di ritorno sicura: io non temo affatto che noi saremo sconfitti in battaglia, ma ho paura piuttosto, se non riusciamo a trovarli, di dover patire assai vagando senza costrutto. Qualcuno potrebbe obiettare che ti parlo nel mio interesse, per restare qui; ma io voglio semplicemente esporre in pubblico la proposta più vantaggiosa per te che ho saputo trovare; quanto a me ti seguirò e davvero non vorrei essere lasciato qui". Dario fu assai contento di questo suggerimento e così rispose a Coe: "Straniero di Lesbo, quando sarò tornato sano e salvo nel mio palazzo, presentati da me, assolutamente, perché io possa ricambiare il tuo eccellente consiglio in modo eccellente e concreto".  

98) Detto ciò, fece 60 nodi a una striscia di cuoio, convocò a rapporto i tiranni degli Ioni e disse loro: "Ioni, gli ordini relativi al ponte che vi avevo impartito vanno modificati; prendete questa cinghia e regolatevi come vi dico: a partire dal momento in cui mi vedete avanzare contro gli Sciti, a partire esattamente da quel momento, sciogliete un nodo ogni giorno che passa; se in questo arco di tempo io non sono di nuovo qui e i giorni superano il numero dei nodi, salpate e tornate nel vostro paese. Ma fino ad allora, dato che ho cambiato idea, sorvegliate il ponte di barche, mettete tutto il vostro impegno nel conservarlo e custodirlo. Così facendo mi renderete un servigio assai gradito". Così parlò Dario; poi si mise in marcia.

99) La Tracia si estende sul mare come propaggine della Scizia: oltre il golfo formato dalla Tracia ci si trova subito in Scizia; vi sbocca il fiume Istro dopo aver piegato il suo corso in direzione del vento di Euro. Passo ora a descrivere, partendo dall'Istro, la regione costiera, per dare indicazioni sulle dimensioni della Scizia. Oltre l'Istro si è già nella Scizia antica, volta verso il sud e il vento Noto fino alla città detta Carcinitide. Il territorio contiguo si affaccia sullo stesso mare ed è montuoso fino al Ponto: lo abitano i Tauri, fino al Chersoneso cosiddetto "roccioso", che si estende verso il mare in direzione del vento di levante. E infatti sono due i tratti di confine scitico che corrono lungo il mare, a sud e a est, proprio come avviene in Attica; e in un certo senso si potrebbe dire che i Tauri vivono nella Scizia come nell'Attica un eventuale popolo distinto dagli Ateniesi che abitasse il Capo Sunio nel suo tratto più proteso sul mare, dal demo di Torico a quello di Anaflisto; il paragone vale, naturalmente, con le debite proporzioni. Tale è il territorio dei Tauri. Per chi non abbia mai navigato lungo tali coste dell'Attica, mi spiegherò con un altro esempio: sarebbe come se un popolo distinto dagli Iapigi tagliasse fuori una parte della Iapigia, partendo da Brindisi fino a Taranto, e abitasse il promontorio. Ho fatto due esempi, ma potrei citare molti altri territori cui la Tauride somiglia.

100) Al di là della Tauride, vivono gli Sciti, al di sopra dei Tauri e lungo il mare orientale, come pure a ovest del Bosforo Cimmerio e della Palude Meotide sino al fiume Tanai, che sfocia in una insenatura di questo lago. A partire poi dall'Istro la Scizia superiore, verso l'interno, è delimitata prima dagli Agatirsi, poi dai Neuri, dagli Androfagi e infine dai Melancleni.

101) Insomma la Scizia ha la forma di un quadrato, con due lati prospicienti il mare, sicché le sue dimensioni sono uguali, tanto nell'interno quanto lungo la costa: dall'Istro al Boristene dieci giorni di viaggio, dal Boristene alla Palude Meotide altri dieci; e venti giorni dal mare verso l'interno fino al paese dei Melancleni, che abitano sopra gli Sciti. Una giornata di viaggio la calcolo di circa duecento stadi: in tal modo i lati trasversali della Scizia dovrebbero misurare 4000 stadi e altrettanti anche i lati perpendicolari alla costa verso l'interno. Tale è dunque l'ampiezza di questo paese.

102) Gli Sciti, rendendosi conto che da soli non potevano respingere in campo aperto l'esercito di Dario, inviarono messaggeri alle popolazioni confinanti, i cui re, a loro volta riunitisi, discutevano sul da farsi, vista l'entità dell'esercito invasore: erano convenuti i re dei Tauri, degli Agatirsi, dei Neuri, degli Androfagi, dei Melancleni, dei Geloni, dei Budini e dei Sauromati.

103) Fra queste popolazioni i Tauri hanno le seguenti abitudini: sacrificano alla vergine i naufraghi e i Greci catturati anche al largo; fanno così: cominciato il rito di consacrazione, colpiscono la vittima sulla testa con un bastone. Secondo alcuni gettano poi il corpo della vittima giù da una rupe (in effetti il santuario sorge su di una rupe) e ne piantano la testa su di un palo. Altri concordano sul trattamento riservato alla testa, ma sostengono che il corpo non viene scagliato giù dalla rupe bensì seppellito nella terra. Sono i Tauri stessi ad affermare che la divinità a cui offrono questi sacrifici è Ifigenia, la figlia di Agamennone. Ecco come si comportano con i nemici presi prigionieri: gli tagliano la testa e se la portano ciascuno a casa propria, poi la piantano su di un lungo bastone e la sistemano sul tetto della casa, bene in vista, per lo più sopra il comignolo; tali trofei, dicono, vengono innalzati come custodi di tutta la casa. I Tauri vivono di saccheggio e di guerra.

104) Gli Agatirsi amano molto il lusso e spesso portano ornamenti d'oro; con le donne si uniscono comunitariamente per essere tutti fratelli tra loro e per impedire l'esistenza di invidie e odi reciproci, essendo tutti parenti. Per gli altri costumi si avvicinano ai Traci.                                          

105) I Neuri possiedono usi sciti. Una generazione prima della spedizione di Dario dovettero abbandonare l'intera regione a causa dei serpenti. In effetti la loro terra era già ben ricca di serpenti, ma ancora di più ne scesero dal nord, dalle zone desertiche; finché i Neuri, duramente infastiditi, andarono ad abitare con i Budini lasciando il loro paese. Non è escluso che questi uomini siano degli stregoni: in effetti gli Sciti e i Greci residenti in Scizia raccontano che una volta all'anno ciascuno dei Neuri si trasforma in lupo per pochi giorni, poi di nuovo riprende il proprio aspetto. Di questa storia non riescono davvero a convincermi, nondimeno la raccontano, e giurano di dire la verità.  

106) Gli Androfagi possiedono i costumi più selvaggi al mondo: non praticano la giustizia, non possiedono alcuna legge. Sono nomadi, si vestono alla maniera degli Sciti, ma parlano una lingua propria e sono gli unici fra queste popolazioni a cibarsi di carne umana.  

107) I Melancleni si vestono tutti di nero, che è poi la spiegazione del loro nome, e seguono le consuetudini degli Sciti.  

108) I Budini, popolo grande e numeroso, hanno tutti gli occhiazzurri e i capelli rossi. C'è nel loro paese una città di legno, che si chiama Gelono: il muro di cinta misura su ogni lato trenta stadi, è alto e interamente di legno, e di legno sono pure le case e i santuari; in questa città si trovano infatti santuari di divinità greche, abbelliti alla maniera greca con statue, altari e templi di legno; ogni due anni celebrano feste in onore di Dioniso e riti bacchici. In effetti i Geloni anticamente erano Greci che, respinti dai loro empori, erano andati a stabilirsi fra i Budini. E parlano una lingua che è un misto di greco e di scita.  

109) I Budini non parlano la stessa lingua dei Geloni, e neppure il sistema di vita è lo stesso; perché i Budini sono una popolazione autoctona, nomade, e, unici in tutta la regione, si nutrono di pinoli, mentre i Geloni lavorano la terra, si cibano di frumento, possiedono orti, si distinguono sia per l'aspetto fisico sia per il colore della pelle. Dai Greci anche i Budini vengono chiamati Geloni, ma si tratta di un errore. Il loro paese è interamente ricoperto di boschi di ogni specie; nella maggiore di queste selve c'è un lago vasto e profondo, circondato da paludi e canneti. Nel lago si catturano lontre e castori e altri animali dal muso quadrato, le cui pelli vengono cucite insieme a formare pellicce, mentre i testicoli risultano utili per curare le malattie dell'utero.  

110) Ed ecco quanto si racconta dei Sauromati. Quando i Greci combatterono contro le Amazzoni (gli Sciti chiamano le Amazzoni Oiorpata, nome che in greco significa "quelle che uccidono i maschi": oior vuol dire "maschio" e pata "uccidere"), si dice che, dopo aver vinto la battaglia del Termodonte, i Greci rientravano allora con la flotta, conducendo su tre navi tutte le Amazzoni che erano riusciti a catturare; ma esse in mare aperto assalirono gli uomini e li sterminarono. Non conoscevano però le navi e non sapevano come governare il timone, manovrare le vele e i remi; così, dopo aver trucidato tutti i maschi, procedevano alla deriva, in balia delle onde e del vento, finché non giunsero alla Palude Meotide e precisamente a Cremni; Cremni appartiene al paese degli Sciti liberi. Qui le Amazzoni sbarcarono e si avviarono verso il territorio abitato. Subito si imbatterono in una mandria di cavalli, che rubarono; una volta a cavallo presero a razziare i beni degli Sciti.  

111) Gli Sciti non riuscivano a capire la faccenda: non conoscevano né la lingua né l'abbigliamento né la razza delle Amazzoni, pieni di stupore si chiedevano da dove mai fossero usciti quei tipi; credevano che fossero maschi in giovanissima età, e ingaggiarono battaglia con loro. Poi, dopo la battaglia, gli Sciti si impadronirono dei cadaveri e si accorsero così che si trattava di donne. Si consultarono sul da farsi e decisero di smettere assolutamente di ucciderle e di mandare da quelle donne i loro ragazzi più giovani, tanti quante calcolavano che fossero esse. I giovani dovevano accamparsi vicino alle Amazzoni e comportarsi esattamente come le Amazzoni; se esse li attaccavano non dovevano battersi, ma fuggire; quando l'inseguimento fosse cessato, dovevano tornare ad accamparsi vicino a loro. Escogitarono tale tattica gli Sciti, perché desideravano avere figli da quelle donne.  

112) I giovani inviati eseguirono gli ordini ricevuti. Quando le Amazzoni compresero che erano venuti senza intenzioni ostili, li lasciarono in pace: e giorno dopo giorno un accampamento si accostava sempre di più all'altro. Essi non possedevano nulla, come le Amazzoni, tranne le armi e i cavalli; e vivevano allo stesso modo delle donne, di caccia e di rapina.  

113) Verso mezzogiorno le Amazzoni si disperdevano, da sole oppure in coppia, allontanandosi le une dalle altre per soddisfare i propri bisogni. Quando se ne accorsero, anche gli Sciti presero a fare lo stesso, e qualcuno riuscì ad avvicinare una di queste Amazzoni isolate, che non lo respinse, permettendogli anzi di intrattenersi con lei. Non potendo parlargli, dato che non si comprendevano, gli fece capire a gesti di tornare il giorno dopo in quello stesso luogo e di portare con sé anche un altro, indicando di venire in due; anche lei avrebbe portato una compagna. Il giovane tornò al proprio campo e raccontò agli altri l'accaduto; il giorno dopo tornò nel posto indicato conducendo con sé un compagno e trovò la prima Amazzone ad aspettarlo con una seconda. Gli altri giovani, quando vennero a saperlo, si ammansirono a loro volta le Amazzoni restanti.  

114) In seguito unirono gli accampamenti e abitarono insieme,ciascuno con la donna a cui si era unito la prima volta. I mariti non furono capaci di imparare la lingua delle mogli, ma le mogli compresero il linguaggio dei mariti. Quando riuscirono a capirsi fra di loro, gli uomini dissero alle Amazzoni: "Noi abbiamo genitori e anche dei beni; smettiamola dunque di condurre questo genere di vita e torniamo a vivere con tutta la gente; come mogli avremo voi e non altre". Ma esse a tale proposta risposero: "Noi non potremmo abitare insieme con le vostre donne: le nostre usanze e le loro sono ben differenti; noi tiriamo con l'arco, scagliamo lance, andiamo a cavallo e non abbiamo mai imparato i lavori femminili; invece le vostre donne delle cose che abbiamo detto non ne fanno nessuna: attendono invece ai lavori femminili restando sui carri, a caccia non ci vanno, non si muovono mai. Non potremmo andare d'accordo con loro. Perciò se volete tenerci come mogli e mostrarvi giusti, andate dai vostri genitori, prendete la parte dei beni che vi spetta e tornate qui; dopodiché ce ne vivremo per conto nostro".  

115) I giovani si convinsero e agirono così; quando ebbero ottenuta la parte dei beni loro spettante e furono tornati dalle Amazzoni, le donne dissero ancora: "Noi abbiamo paura, anzi terrore, di dover vivere in questo paese, dopo avervi sottratto ai vostri padri e dopo i molti danni arrecati ai vostri territori. Voi ci ritenete degne di esservi mogli, ecco allora come dobbiamo fare, noi e voi insieme: allontaniamoci da questo paese, andiamo ad abitare al di là del Tanai".  

116) E anche in questo i giovani obbedirono. Attraversato il Tanai, si avviarono in direzione del levare del sole per tre giorni di viaggio a partire dal Tanai, poi dalla Palude Meotide per altri tre giorni si diressero verso nord. Quando giunsero nella località dove tutt'oggi dimorano, vi si insediarono. E da allora le donne dei Sauromati vivono secondo le antiche abitudini: vanno a caccia a cavallo, assieme ai mariti e anche senza di loro, vanno in guerra e sono abbigliate esattamente come i maschi.  

117) I Sauromati parlano la lingua degli Sciti, ma con qualche errore, fin da principio, perché le Amazzoni non l'avevano imparata bene. Ed ecco cosa è stabilito per le nozze: nessuna fanciulla può sposarsi se non ha prima ucciso un uomo in guerra. Alcune di loro, non riuscendo a soddisfare tale compito, muoiono vecchie senza essersi sposate.  

118) Giunti dai sovrani, riuniti, dei popoli ora elencati, i messaggeri sciti presero la parola spiegando che il re persiano, dopo aver sottomesso tutti i paesi dell'altro continente, aveva gettato un giogo sul collo del Bosforo ed era passato nel loro continente. Dopodiché aveva soggiogato i Traci e gettato un ponte sul fiume Istro, desiderando fare suoi anche tutti questi territori. "Voi", dissero, "non statevene da parte tranquilli, non permettete la nostra distruzione: uniamo i nostri intenti e affrontiamo l'invasore. Pensate di non farlo? Noi, se ci schiacciano, o abbandoniamo il nostro paese oppure vi resteremo, ma venendo a patti col nemico. Che altro dovremmo fare, se non intendete aiutarci? Ma la vostra sorte, in questo caso, non sarà certo migliore: perché il re persiano è qui contro di voi non meno che contro di noi, e non si accontenterà di avere sottomesso noi, non vi risparmierà di certo. E ve ne portiamo una solida prova. Se il Persiano si fosse mosso solo contro di noi, nel desiderio di vendicarsi della antica schiavitù, avrebbe dovuto attaccare unicamente il nostro territorio e tenersi lontano dagli altri: sarebbe stata la dimostrazione agli occhi di tutti che l'attacco era diretto contro gli Sciti e non contro gli altri. Invece, da quando è passato in questo continente, sta sottomettendo tutte le popolazioni che incontra sulla sua strada. Ha già assoggettato i Traci e, in particolare, i Geti, che sono nostri confinanti".  

119) Di fronte a questo messaggio degli Sciti i re intervenuti dalle varie popolazioni si consultarono fra loro, e le opinioni risultarono divergenti. I re dei Geloni, dei Budini e dei Sauromati la pensavano allo stesso modo e promisero agli Sciti di aiutarli, invece i re degli Agatirsi, dei Neuri e degli Androfagi, nonché quelli dei Melancleni e dei Tauri, risposero agli Sciti quanto segue: "Se non foste stati voi per primi ad agir male nei confronti dei Persiani e a cominciare la guerra, ora le vostre parole, la vostra richiesta, ci sembrerebbero giuste e prestandovi ascolto condivideremmo il vostro destino. Ma si dà il caso che voi abbiate invaso la Persia senza di noi e dominato sui Persiani per tutto il tempo che il dio vi ha concesso; ora i Persiani, e li ridesta il medesimo dio, vi restituiscono la cortesia. Per parte nostra, noi non ci siamo macchiati di torto allora, contro questi uomini, e neppure adesso lo faremo per primi. Se il re persiano assalirà anche il nostro paese, dando lui inizio all'ingiustizia, noi certo non subiremo passivamente. Ma fino a quel momento saremo spettatori, in tranquilla attesa; a dire il vero siamo convinti che i Persiani non sono qui per combattere contro di noi, ma solo contro quanti a suo tempo si macchiarono di colpe".

120) Tale risposta fu riferita agli Sciti; come l'ebbero appresa,essi decisero di non ingaggiare mai battaglia in campo aperto, dato che questi alleati gli venivano a mancare; decisero invece di dividersi in due gruppi e di arretrare, di ritirarsi lentamente e progressivamente, interrando i pozzi e le sorgenti presso cui passavano e distruggendo la vegetazione che cresceva dalla terra. A uno dei due contingenti, a quello guidato dal re Scopasi, si sarebbero aggregati i Sauromati; insieme, se i Persiani si fossero diretti verso di loro, avrebbero dovuto ritirarsi, fuggendo dritti verso il Tanai lungo la Palude Meotide; quando poi i Persiani fossero tornati indietro, avrebbero dovuto inseguirli e incalzarli. Questo contingente comprendeva solo una delle tre parti del regno ed era assegnato al settore che ho detto. Le altre due parti, al comando di Idantirsi, la maggiore, e di Tassaci, la terza, si sarebbero unite, accogliendo anche i Geloni e i Budini, e ritirate a loro volta, precedendo di un giorno di cammino i Persiani, sottraendosi al contatto e mettendo così in esecuzione il piano prestabilito. Innanzitutto dovevano ripiegare in direzione dei paesi che avevano rifiutato l'alleanza, per coinvolgere anche loro nel conflitto. Non avevano voluto spontaneamente entrare in guerra contro i Persiani? Ce li avrebbero spinti contro la loro volontà. Poi dovevano retrocedere verso la Scizia e passare al contrattacco se, consultandosi, lo avessero ritenuto opportuno.  

121) Con tale piano di guerra gli Sciti affrontarono l'esercito di Dario, mandando in avanscoperta i migliori cavalieri. E fecero partire intanto sia i carri, in cui vivono i loro figli e tutte le donne, sia tutto il bestiame, a eccezione di quanto bastava per il loro sostentamento (solo questi animali trattennero), con l'ordine di procedere sempre in direzione nord.  

122) Mentre carri e bestiame erano in viaggio, le avanguardie degli Sciti avvistarono i Persiani a tre giorni di distanza dall'Istro; avvistatili si accamparono a un giorno di cammino da loro cominciando a distruggere tutti i prodotti della terra. I Persiani, come videro apparire la cavalleria degli Sciti, le si slanciarono contro, sulle tracce dei cavalli in continuo ripiegamento; e finirono per dargli la caccia dritti verso levante e verso il fiume Tanai (era il primo dei due gruppi di Sciti quello che attaccavano). Gli Sciti attraversarono il Tanai e così fecero i Persiani, che erano alle loro calcagna, finché, oltrepassato il paese dei Sauromati, non giunsero in quello dei Budini.  

123) Durante il tempo in cui avanzavano in Scizia e nel territorio dei Sauromati, i Persiani non avevano nulla da saccheggiare, dato che la terra era incolta; una volta entrati nel paese dei Budini, vi trovarono la città dalle mura di legno, svuotata completamente e abbandonata dai Budini, e la diedero alle fiamme. Fatto ciò, proseguirono, sempre tallonando gli Sciti, finché, percorso tutto il paese, giunsero nel deserto. Questo deserto è totalmente disabitato: si estende a nord del territorio dei Budini per ben sette giornate di cammino. Oltre il deserto vivono i Tissageti, dal cui paese provengono quattro grandi fiumi che scorrono attraverso il paese dei Meoti per andare a sfociare nel lago cosiddetto Meotide; si tratta del Lico, dell'Oaro, del Tanai e del Sirgi.  

124) Ebbene, quando Dario giunse nel deserto, fermò la sua corsa e fece accampare l'esercito sulle rive dell'Oaro; quindi ordinò la costruzione di otto grandi fortezze, dislocate a uguale distanza l'una dall'altra (circa sessanta stadi), le cui rovine esistevano ancora ai miei tempi. Mentre egli attendeva a questi lavori, gli Sciti in fuga rientrarono nella Scizia compiendo un largo giro verso nord. Visto che gli Sciti erano del tutto scomparsi e non si vedevano proprio più, Dario lasciò le fortezze, costruite a metà, e arretrò verso ovest; credeva che quelli fossero tutti gli Sciti e che stessero ripiegando verso occidente.  

125) Spingendo in gran fretta il suo esercitò arrivò in Scizia equi subito si imbatté in entrambi i contingenti; trovatili, si gettò al loro inseguimento, ma essi si tenevano costantemente a una giornata di distanza. Dario non cessava di incalzarli e gli Sciti, secondo il loro piano, si ritiravano in direzione dei popoli che avevano rifiutato l'alleanza, cominciando dal paese dei Melancleni. Sciti e Persiani vi penetrarono e lo sconvolsero, poi gli Sciti guidarono i Persiani verso il territorio degli Androfagi; messolo sottosopra, condussero i Persiani nella terra dei Neuri, vi portarono la rovina e andarono poi verso gli Agatirsi. Gli Agatirsi, vedendo che anche i loro vicini scappavano a causa degli Sciti e subivano gravi danni, prima che piombassero nel loro territorio, inviarono agli Sciti un araldo con l'intimazione di non oltrepassare i loro confini; se avessero tentato di farlo, avvertivano, per prima cosa avrebbero dovuto combattere contro di loro. Lanciato l'avvertimento, gli Agatirsi accorsero a presidiare i confini, bene intenzionati a difendersi dagli invasori; invece i Melancleni, gli Androfagi e i Neuri non avevano impugnato le armi quando Sciti e Persiani insieme avevano fatto irruzione nel loro paese: dimentichi delle minacce pronunciate, erano fuggiti uno dopo l'altro disordinatamente verso il nord, verso il deserto. Gli Sciti, dopo l'intimazione degli Agatirsi, rinunciarono a penetrare nelle loro contrade e dal paese dei Neuri attirarono i Persiani nel proprio.  

126) Visto che la faccenda andava per le lunghe e non aveva l'aria di voler cessare, Dario inviò un cavaliere presso il re degli Sciti Idantirsi col seguente messaggio: "Sciagurato individuo, perché continui a fuggire? Davanti a te hai due possibilità. Se ti ritieni capace di opporti alla mia potenza, fermati, smetti di vagare qua e là e combatti; se invece ti riconosci inferiore, allora cessa comunque di correre, porta in dono al tuo signore terra e acqua e vieni a colloquio con me".  

127) Al che il re degli Sciti Idantirsi rispose: "Per me, Persiano,le cose stanno così: io prima d'ora non sono mai fuggito per paura davanti a nessuno e nemmeno adesso sto scappando davanti a te. E attualmente non faccio niente di diverso da quanto faccio di solito anche in tempo di pace. E ti spiego pure per quale motivo non mi misuro subito con te: noi non possediamo città, né terre coltivate per cui correre a scontrarci in battaglia nel timore che vengano espugnate o devastate. Se proprio è necessario arrivare rapidamente a tanto, noi abbiamo le tombe dei nostri antenati. E allora trovàtele, queste tombe, tentate di devastarle e saprete immediatamente se per esse ci batteremo o meno; prima, se non ci sembra il caso, rifiuteremo lo scontro. Questo valga per la battaglia; quanto ai miei padroni io credo di avere come tale soltanto Zeus, mio antenato, ed Estia, regina degli Sciti. A te, poi, invece di terra e acqua in dono, ti manderò regali che più ti si addicono; e in cambio del fatto che hai detto di essere mio padrone, io ti dico di andare in malora. (E questa è la risposta degli Sciti)".  

128) L'araldo partì per portare a Dario il messaggio, ma intanto i re sciti erano pieni di rabbia per aver udito la parola "schiavitù". Inviarono dunque il contingente a cui erano aggregati i Sauromati e di cui era a capo Scopasi con l'ordine di avviare trattative con gli Ioni che sorvegliavano il ponte sull'Istro. Gli Sciti rimasti decisero di mettere fine al vagare qua e là dei Persiani e di attaccarli ogni volta che tentassero di procurarsi vettovaglie. Spiarono dunque il momento in cui gli uomini di Dario cercavano di fare provviste e agivano come stabilito. E sempre la cavalleria scita metteva in fuga la cavalleria persiana: i cavalieri persiani cercavano riparo, a precipizio, presso la fanteria, che li avrebbe volentieri soccorsi; ma gli Sciti, dopo aver disperso la cavalleria nemica, si ritiravano per timore dei fanti. Gli Sciti compivano incursioni del genere anche di notte.  

129) Alleati dei Persiani contro gli Sciti che assalivano l'accampamento di Dario si rivelarono, e dirò una cosa molto sorprendente, il raglio degli asini e l'aspetto dei muli. In effetti, come anche sopra ho spiegato, la Scizia non produce né asini né muli; in tutto il territorio scitico non ci sono neppure un asino e neppure un mulo, a causa del gran freddo. Insomma gli asini con le loro bizze scompigliavano la cavalleria degli Sciti; spesso nel bel mezzo di un attacco contro i Persiani, i cavalli, come udivano gli asini ragliare, si impaurivano, recalcitravano, attoniti, rizzando le orecchie, sia perché non avevano mai udito prima la voce degli asini sia perché non ne avevano mai visto l'aspetto; e questo fatto costituì per i Persiani un piccolo vantaggio bellico.  

130) Gli Sciti, quando vedevano i Persiani in preda allo sconforto, per trattenerli più a lungo in Scizia e perché, permanendovi, soffrissero per la totale mancanza di risorse, facevano così. Lasciavano indietro ogni volta delle greggi con qualche pastore e di nascosto si ritiravano altrove; i Persiani sopraggiunti avrebbero razziato il bestiame e con ciò ripreso fiducia.  

131) La manovra si ripeté più volte; infine Dario non sapeva più che fare. Allora i re sciti, che se ne accorsero, gli inviarono un araldo a portargli dei doni: un uccello, un topo, una rana e cinque frecce. I Persiani interrogarono l'emissario sul significato dei doni, ma lui rispose di aver solo ricevuto l'ordine di consegnarli e di tornare indietro al più presto; e invitava i Persiani, se erano sapienti, a indovinare cosa volessero dire quei regali. Udito ciò, i Persiani si consultarono fra loro.  

132) Il parere di Dario era che gli Sciti in tal modo mettevano nelle sue mani se stessi, la terra e l'acqua, basandosi sul fatto che il topo vive sulla terra, nutrendosi come l'uomo, e la rana nell'acqua, e che l'uccello somiglia molto al cavallo; quanto alle frecce, le interpretava come una resa dell'esercito. Tale fu l'opinione espressa da Dario; opposto fu il parere di Gobria, uno dei sette uccisori del Mago; secondo Gobria i doni volevano dire: "Persiani, se trasformati in uccelli non cercherete protezione in cielo, o trasformati in topi non vi sprofonderete sotto terra, o trasformati in rane non andrete a tuffarvi negli stagni, trafitti da queste frecce non potrete più tornare nel vostro paese".  

133) Mentre così i Persiani cercavano di interpretare quei doni,la frazione dell'esercito scitico precedentemente assegnata a sorvegliare la Palude Meotide giungeva proprio allora al fiume Istro per trattare con gli Ioni. Appena arrivati al ponte, gli Sciti tennero questo discorso: "Ioni, noi veniamo a portarvi la libertà, sempre che vogliate starci ad ascoltare. Sappiamo che Dario vi ha ordinato di sorvegliare il ponte per soli sessanta giorni, e di tornare nel vostro paese se lui non si presenta entro questo termine. Ecco dunque come potrete regolarvi per essere esenti da colpe ai suoi occhi e ai nostri: restate qui i giorni stabiliti e poi andatevene". Questi Sciti dunque, quando gli Ioni ebbero promesso di fare così, si ritirarono in tutta fretta.  

134) Invece gli Sciti rimasti indietro attesero che i doni giungessero a Dario e gli si schierarono di fronte, con la fanteria e la cavalleria, come per attaccarlo. Ma le file serrate degli Sciti furono attraversate da una lepre: e ciascuno di loro come la vedeva le dava la caccia. Visto che gli Sciti rompevano lo schieramento fra urla e clamore, Dario volle sapere cosa fosse quello scompiglio fra i nemici; ma quando apprese che essi stavano inseguendo una lepre, si rivolse ai suoi abituali interlocutori e osservò: "Questi uomini ci disprezzano assai; e adesso mi sembra che Gobria abbia detto bene circa i doni degli Sciti. Insomma, visto che ora anch'io la penso così, ci occorre un buon piano per garantirci una ritirata sicura". Al che Gobria disse: "Mio re, io già quasi le sapevo, per averne sentito parlare, le difficoltà che avremmo incontrate con queste genti, e ben di più me ne sono reso conto qui, vedendo che loro si fanno beffe di noi. Pertanto ecco cosa ritengo meglio fare: non appena scende la notte, accendiamo i fuochi come al solito; poi, mentendo a quei soldati che sono troppo deboli per affrontare un lungo viaggio, impastoiamo tutti gli asini e allontaniamoci, prima che gli Sciti, marciando dritti sull'Istro, arrivino a distruggere il ponte, oppure prima che gli Ioni prendano una decisione tale da rovinarci".  

135) Questo fu il parere di Gobria; più tardi, quando scese lanotte, Dario mise in pratica il suggerimento; i soldati sfiniti dalla fatica e quelli la cui perdita era meno grave li lasciò in quello stesso accampamento, con tutti gli asini impastoiati; le ragioni per cui abbandonò gli asini e gli uomini deboli erano le seguenti: gli asini perché ragliassero, gli uomini proprio per la loro debolezza; il pretesto addotto fu che Dario si apprestava ad attaccare gli Sciti col meglio dell'esercito e loro nel frattempo avrebbero dovuto presidiare l'accampamento. Impartite tali disposizioni a quelli che lasciava indietro, Dario ordinò di accendere i fuochi e si allontanò rapidamente in direzione dell'Istro. Gli asini, isolati dal grosso, ragliavano per questo ancora più forte, sicché gli Sciti, sentendoli, pensavano che i Persiani si trovassero sempre lì.  

136) Quando fu giorno, gli uomini abbandonati si accorsero di essere stati traditi da Dario; allora tendevano le mani verso gli Sciti e cercavano di spiegare la situazione; appena messi al corrente, gli Sciti raccolsero in fretta le loro forze, il gruppo formato dai due terzi degli Sciti e quello unito ai Sauromati, ai Budini e ai Geloni, e si gettarono all'inseguimento dei Persiani puntando verso l'Istro. Dato che l'esercito persiano era composto di fanti che non conoscevano i percorsi e strade tracciate non ne esistevano, mentre l'esercito scita era composto di cavalieri e conosceva bene anche le scorciatoie, finirono per non incontrarsi: e gli Sciti giunsero al ponte molto prima dei Persiani. Quando seppero che i Persiani non erano ancora arrivati, dicevano agli Ioni che stavano sulle navi: "Ioni, i giorni del vostro computo sono trascorsi e voi non vi comportate giustamente restando ancora qui. Ma visto che prima aspettavate per paura, adesso smontatelo, su, questo passaggio e andatevene via al più presto, liberi, felici, grati agli dèi e agli Sciti. Quanto a colui che prima era il vostro padrone noi lo ridurremo in tale stato che non farà mai più guerra a nessuno".

137) Di fronte a tale invito gli Ioni presero consiglio. L'Ateniese Milziade, stratego e tiranno dei Chersonesiti d'Ellesponto, era dell'idea di obbedire agli Sciti e rendere libera la Ionia. Ma Istieo di Mileto espresse un parere opposto: in quel momento, sosteneva, ciascuno di loro era tiranno di una città grazie a Dario; una volta dissolta la potenza di Dario, lui, Istieo, non sarebbe più stato in condizione di governare Mileto e lo stesso sarebbe accaduto agli altri: infatti ogni città avrebbe preferito darsi un regime democratico che non restare sotto un tiranno. Istieo esponeva la sua opinione e tutti si schierarono con lui, mentre prima avevano caldeggiato la proposta di Milziade.  

138) A votare così, tutte persone che godevano della considerazione del re, furono i tiranni dei Greci d'Ellesponto Dafni di Abido, Ippocle di Lampsaco, Erofanto di Pario, Metrodoro di Proconneso, Aristagora di Cizico e Aristone di Bisanzio: questi erano dell'Ellesponto; dalla Ionia invece venivano Stratti di Chio, Eace di Samo, Laodamante di Focea e Istieo di Mileto, l'antagonista di Milziade. Dell'Eolia c'era soltanto un personaggio famoso, Aristagora di Cuma.  

139) Costoro insomma, avendo approvato l'idea di Istieo, decisero di regolarsi così, a parole e in concreto: di smontare il ponte dalla parte degli Sciti, ma solo per la lunghezza di un tiro di freccia, tanto per dare l'impressione di star facendo qualcosa, mentre in realtà non facevano nulla, e perché gli Sciti non tentassero con la forza di attraversare il fiume servendosi del ponte; di affermare, mentre smontavano il ponte dalla parte della Scizia, che si sarebbero comportati come piaceva agli Sciti. Questo aggiunsero al parere di Istieo, poi agli Sciti rispose Istieo per tutti: "Sciti", disse, "siete venuti a portarci ottimi consigli e a tempo debito. Voi ci indicate la migliore via da seguire e noi vi secondiamo come si deve. Come vedete, stiamo smontando il passaggio e ce la metteremo tutta, perché vogliamo essere liberi. Però, mentre noi smontiamo il ponte, per voi è il momento di cercare quegli altri, di trovarli e di prender vendetta per noi e per voi stessi, come si son meritato".  

140) Per la seconda volta gli Sciti credettero che gli Ioni dicessero la verità e si gettarono alla ricerca dei Persiani, ma si sbagliarono completamente sul percorso da quelli seguito. La colpa fu degli Sciti stessi, che avevano distrutto i pascoli dei cavalli e interrato le sorgenti in tutta la regione. In effetti, se non lo avessero fatto, avrebbero avuto la possibilità, volendo, di scovare i Persiani a occhi chiusi; ora invece le decisioni che avevano creduto buone si rivelarono un errore. Gli Sciti cercarono i Persiani nel proprio paese attraverso i territori dove c'erano acqua e foraggio per i cavalli, credendo che anche i Persiani si ritirassero lungo questo percorso; i Persiani, invece, stettero bene attenti a seguire le tracce del loro precedente passaggio, ritrovando il guado, ciò nonostante, a stento. Poiché giunsero di notte e trovarono il ponte smontato, furono colti da autentico panico all'idea che gli Ioni li avessero abbandonati.  

141)Ma c'era con Dario un uomo, un Egiziano, dotato della voce più potente del mondo: Dario gli ordinò di piazzarsi sulla riva dell'Istro e di chiamare a gran voce Istieo di Mileto. Quello eseguì e Istieo, obbedendo al primo appello, ricollocò tutte le navi per traghettare l'esercito, ricomponendo il ponte.  

142)In tal modo i Persiani trovarono scampo; gli Sciti che li stavano cercando li mancarono per la seconda volta. E ora giudicano gli Ioni, in quanto uomini liberi, i più malvagi e vigliacchi del mondo; altrimenti, valutandoli come schiavi, li dicono fedelissimi ai loro padroni, molto poco inclini a liberarsene. Tali sono gli insulti che da allora gli Sciti riservano agli Ioni.  

143) Dario marciando attraverso la Tracia giunse a Sesto nel Chersoneso; di là passò in Asia con le navi, lasciando in Europa, col grado di stratego, Megabazo, un Persiano; a Megabazo una volta Dario aveva concesso un riconoscimento grandissimo, pronunciando di fronte ai Persiani parole assai lusinghiere: Dario stava mangiando delle melagrane, e aveva appena aperto la prima, quando suo fratello Artabano gli chiese che cosa avrebbe desiderato possedere che uguagliasse in numero i semi della melagrana. E Dario rispose che avrebbe preferito avere altrettanti Megabazo piuttosto che la sottomissione della Grecia. Con tali parole tanto lo aveva allora onorato fra i Persiani; e in questa circostanza lo lasciò comandante in capo con un esercito di 80.000 uomini.  

144) Megabazo lasciò imperitura memoria di sé presso gli abitanti dell'Ellesponto grazie a una sua frase: giunto a Bisanzio e venuto a sapere che i Calcedoni si erano stabiliti in quella regione diciassette anni prima dei Bizantini, sentenziò che i Calcedoni erano stati ciechi per altrettanti anni; se non fossero stati ciechi infatti non avrebbero scelto come loro sede il luogo peggiore, avendo a disposizione il migliore. Questo Megabazo, lasciato colà come stratego, cercava di sottomettere tutti gli abitanti dell'Ellesponto che non parteggiavano per i Persiani.  

145) Mentre Megabazo operava in tal senso, contemporaneamente un'altra grande spedizione armata raggiungeva la Libia, per la ragione che spiegherò dopo aver premesso le seguenti informazioni. Alcuni discendenti degli Argonauti, scacciati dai Pelasgi che avevano rapito a Braurone le donne ateniesi, scacciati cioè da Lemno, si spinsero per mare verso Sparta, si sistemarono sul Taigeto e accesero dei fuochi. Gli Spartani li videro e inviarono loro un messaggero, per sapere chi fossero e da dove venissero; alle domande dell'inviato risposero di essere dei Mini, discendenti degli eroi che avevano navigato sulla nave Argo; gli Argonauti erano appunto approdati a Lemno e avevano originato tale schiatta. Gli Spartani, dopo aver udito della ascendenza dei Mini, mandarono una seconda volta a chiedere con quali intenzioni fossero venuti nel loro paese e perché avessero acceso il fuoco; ed essi dichiararono di essere tornati dai loro antenati perché espulsi da Lemno a opera dei Pelasgi; a sentir loro tale ritorno era senz'altro legittimo; chiedevano di coabitare con gli Spartani partecipando delle loro prerogative, in una porzione di territorio assegnata a sorte. Gli Spartani decisero di accogliere i Mini alle condizioni desiderate: ad agire così li convinse soprattutto il fatto che alla spedizione di Argo avevano preso parte i figli di Tindaro. Accolsero i Mini, gli diedero dei terreni e li distribuirono fra le varie tribù. Essi ben presto sposarono ragazze del luogo e concessero ad altri come mogli le donne che si erano portate con sé da Lemno.  

146) Ma non passò molto tempo che i Mini cominciarono a comportarsi in maniera insolente: pretesero di partecipare al regno e compirono vari altri gesti empi. Finché gli Spartani, avendo deciso di eliminarli, li catturarono tutti e li gettarono in una prigione. Gli Spartani eseguono solo di notte le eventuali sentenze capitali, di giorno mai. L'uccisione era comunque imminente quando le mogli dei Mini, che erano cittadine di Sparta e figlie degli Spartiati più illustri, chiesero il permesso di entrare nelle prigioni per parlare ciascuna col proprio marito; e la richiesta fu accolta nella convinzione che non celasse alcun inganno. Le donne, come furono dentro, ecco cosa fecero: scambiarono i loro abiti con quelli dei mariti, sicché i Mini travestiti, fingendosi donne, poterono uscire; scappati via con quel trucco, si accamparono nuovamente sul monte Taigeto.  

147) Proprio in quei giorni, Tera, figlio di Autesione e nipote di Tisamene che a sua volta era figlio di Tersandro e nipote di Polinice, partiva da Sparta per andare a fondare una colonia. Questo Tera, di stirpe cadmea, era zio materno dei figli di Aristodemo, Euristene e Procle. Finché i nipoti erano bambini, mantenne per loro la reggenza di Sparta, ma quando furono cresciuti ed ebbero assunto il potere, Tera, che aveva assaporato il piacere del comando, non tollerò di prendere ordini da altri: dichiarò che non sarebbe rimasto a Sparta ma si sarebbe messo in mare per raggiungere gente della sua stirpe. Nell'isola che oggi si chiama Tera, ma che un tempo era detta Calliste, vivevano alcuni discendenti del fenicio Membliareo, figlio di Pecile. In effetti all'isola oggi nota come Tera era approdato il figlio di Agenore Cadmo, alla ricerca di Europa; vi aveva fatto scalo e, sia che il luogo gli fosse piaciuto sia che altre ragioni lo invogliassero a farlo, vi aveva lasciato alcuni Fenici, fra cui Membliareo che apparteneva alla sua famiglia. Costoro abitarono l'isola detta Calliste per otto generazioni, prima dell'arrivo di Tera proveniente da Sparta.  

148) Era verso queste genti che intendeva dirigersi Tera con una piccola schiera formata fra le varie tribù, per abitare assieme a loro, non per mandarli via, ma realmente con intenzioni amichevoli. Ebbene, dal momento che i Mini, scappati dalle prigioni, si erano stabiliti sul Taigeto e gli Spartani volevano ucciderli, Tera chiese di evitare una strage e si impegnò personalmente a condurli fuori del paese. Gli Spartani accettarono la proposta, sicché Tera partì, con tre penteconteri, per raggiungere i discendenti di Membliareo conducendo con sé anche i Mini; non tutti però, anzi pochi: i più in effetti si diressero verso i Paroreati e i Cauconi e li scacciarono dai loro territori, dove poi, divisisi in sei gruppi, fondarono sei città, Lepreo, Macisto, Frisse, Pirgo, Epio e Nudio; ma quasi tutte queste città sono state messe a sacco dagli Elei ai miei tempi. L'isola di Calliste fu poi chiamata Tera dal nome del suo colonizzatore.  

149) Suo figlio però si era rifiutato di partire con lui; allora Tera affermò che lo avrebbe lasciato "pecora fra i lupi" e da questa espressione derivò al ragazzo il soprannome di Eolico, che poi finì per prevalere. Di Eolico fu figlio Egeo, da cui prende nome la grande tribù spartana degli Egidi. Agli uomini di questa tribù i figli non sopravvivevano; allora, consigliati da un oracolo, eressero un tempio dedicato alle Erinni di Laio e di Edipo. In seguito lo stesso accadde anche a Tera ai discendenti di questi uomini.  

150) Sin qui le versioni degli Spartani e dei Terei coincidono,gli avvenimenti successivi li narrano come segue i soli Terei. Grinno figlio di Esanio, discendente di Tera e re dell'isola omonima, si recò a Delfi portando dalla sua città cento buoi da sacrificare; lo accompagnavano altri concittadini, fra i quali Batto, figlio di Polimnesto, della stirpe del Minio Eufemo. E mentre Grinno, re dei Terei, la consultava su altre questioni, la Pizia gli rispose invitandolo a fondare una città in Libia. E Grinno ribatté: "Signore, io sono un po' vecchiotto e pesante per muovermi; ordinalo a uno di questi giovani di intraprendere l'impresa". E mentre rispondeva così indicava Batto. Questo è quanto accadde allora; più tardi, dopo il loro ritorno, non tennero più conto del responso: neppure sapevano dove si trovasse la Libia e non avevano il coraggio di inviare dei coloni senza una destinazione definita.  

151) Per sette anni, a partire da allora, non cadde pioggia sull'isola di Tera e in quei sette anni tutte le piante dell'isola, tranne una, seccarono. I Terei consultarono l'oracolo e la Pizia rinfacciò loro la colonia in Libia. Visto che al loro male non esisteva rimedio, inviarono a Creta dei messi per scoprire se qualcuno del luogo, nativo di Creta o straniero residente, fosse mai stato in Libia. Nel compiere il giro dell'isola i messi giunsero alla città di Itano; qui presero contatto con un pescatore di porpore, di nome Corobio, il quale dichiarò di essere giunto in Libia, e precisamente nell'isola di Platea, trascinato dai venti. I messi lo allettarono con una ricompensa e lo condussero a Tera; da Tera poi partirono alcuni uomini in esplorazione, non in molti, inizialmente. Quando Corobio li ebbe condotti nella sunnominata isola di Platea, lo lasciarono lì, con provviste per un determinato numero di mesi, dirigendosi in gran fretta verso Tera per riferire sull'isola ai loro concittadini.  

152) Ma si assentarono per più tempo di quello previsto, sicché a Corobio venne a mancare tutto; più tardi una nave di Samo, in navigazione verso l'Egitto agli ordini di Coleo, fu trascinata dai venti fino all'isola di Platea. I Sami, appreso da Corobio per filo e per segno l'accaduto, gli lasciarono provviste per un anno; essi poi salparono dall'isola decisi a raggiungere l'Egitto, ma venivano portati fuori rotta dal vento di Levante. E siccome il vento non calava, finirono per attraversare le Colonne d'Eracle e giungere a Tartesso, con la scorta di un dio. A quell'epoca l'emporio di Tartesso era vergine, sicché i Sami, al loro ritorno, ricavarono dalle merci il profitto più elevato fra i Greci di cui abbiamo notizia precisa; dopo naturalmente Sostrato di Egina figlio di Laodamante, con il quale nessuno è in grado di gareggiare. Come decima dei guadagni i Sami prelevarono sei talenti di bronzo e ne fecero un grande vaso, nella forma di un cratere argolico, con all'esterno teste di grifi in rilievo a scacchiera. Lo dedicarono nel tempio di Era appoggiandolo su tre giganti di bronzo alti sette cubiti, inginocchiati. A questa impresa risalgono i solidissimi vincoli di amicizia che legano Cirenei e Terei ai cittadini di Samo.  

153) Quando i Terei che avevano lasciato Corobio a Platea giunsero a Tera, proclamarono di aver colonizzato un'isola in Libia. Allora i Terei decisero di inviare coloni, col criterio di un fratello tirato a sorte ogni due da tutti i loro distretti che sono sette; e decisero che loro guida, e anche re, fosse Batto. In tal modo spedirono a Platea due penteconteri.  

154) Questo lo raccontano i Terei; circa gli avvenimenti successivi i Terei concordano senz'altro con i Cirenei; ma i Cirenei riferiscono assai diversamente le vicende di Batto; ecco la loro versione. In Creta sorge la città di Oasso; a Oasso visse un re, Etearco, il quale aveva una figlia, di nome Fronima, che rimase orfana di madre; per lei allora Etearco decise di risposarsi. Ma la nuova moglie pensò bene di essere a pieno titolo matrigna di Fronima, procurandole guai e macchinando di tutto contro di lei: la accusò persino di dissolutezza riuscendo a convincere il marito che le cose stavano proprio come lei sosteneva. Etearco, messo su dalla moglie, meditò ai danni della figlia un empio progetto. Si trovava a Oasso un mercante di Tera, Temisone; Etearco lo ospitò a pranzo a casa sua e lo impegnò con giuramento a rendergli il servizio che gli avesse chiesto. Quando ebbe giurato, Etearco condusse da lui la figlia e gliela consegnò, con l'invito a portarsela via e a gettarla in mare. Temisone si disgustò per l'inganno del giuramento, sciolse il rapporto di ospitalità ed ecco che fece: presa con sé la ragazza, salpò e quando fu al largo, liberandosi dal vincolo del giuramento, legò la ragazza con delle funi e la lanciò in mare; quindi la issò a bordo e se ne tornò a Tera.  

155) In seguito Fronima se la prese come concubina Polimnesto, un personaggio autorevole a Tera. Passò del tempo e la ragazza diede alla luce un figlio impedito nella parola e balbuziente, al quale, secondo quanto narrano Terei e Cirenei, fu posto nome Batto; io credo peraltro che avesse un altro nome, mutato poi in Batto, dopo il suo arrivo in Libia, sulla base dell'oracolo emesso per lui a Delfi e grazie all'onore che gliene derivò. In effetti i Libici chiamano "batto" il re e io credo che la Pizia vaticinando gli si sia rivolta in lingua libica perché sapeva che sarebbe diventato re in Libia. Infatti, quando fu adulto, Batto si recò a Delfi per consultare l'oracolo a proposito della sua voce, e la Pizia, interrogata, gli rispose:...”Batto sei quì per la voce; ed invece a fondarvi colonia, Te nella Libia nutrice di greggi mandar vuole Febo”....( Batto, sei venuto per la tua voce: ma Febo Apollo, il signore, ti manda colono nella Libia ricca di greggi). Che è come se in greco gli avesse detto: "Sovrano, sei venuto per la tua balbuzie". Lui replicò: "Signore, sono venuto fino a te per interrogarti sulla mia favella, e tu mi profetizzi l'impossibile, ordinandomi di colonizzare la Libia! E con quali mezzi, con quali forze?". Ma le sue parole non persuasero certo l'oracolo a un diverso responso; e visto che otteneva sempre la stessa risposta Batto piantò lì tutto e fece ritorno a Tera.  

156) Da allora a lui personalmente e agli altri cittadini di Tera tutto andava storto. I Terei, non comprendendo il senso delle loro sciagure, mandarono a Delfi una delegazione per chiedere lumi sulle presenti disgrazie; e la Pizia sentenziò che, se avessero colonizzato Cirene in Libia insieme con Batto, gli sarebbe andata meglio. Allora i Terei spedirono via Batto con due penteconteri. Gli inviati navigarono fino alla Libia, ma quando poi, non sapendo che altro fare, tornarono a Tera, i Terei li respinsero via, non li lasciarono accostare a terra, anzi intimarono loro di ripartire per la Libia. Essi, costretti a farlo, raggiunsero di nuovo la Libia e colonizzarono nei suoi pressi un'isola, quella chiamata, come si è detto, Platea. E si dice che l'isola sia grande come l'attuale città di Cirene.  

157) Per due anni abitarono Platea senza che gliene venisse alcun vantaggio, finché, lasciato sul posto uno di loro, gli altri si recarono tutti a Delfi; qui giunti, si rivolsero all'oracolo, dichiarando che stavano abitando la Libia, ma che, malgrado ciò, non ci avevano guadagnato nulla. La Pizia a tale protesta rispose:...”Se, non avendola vista, di me, che la vidi, la Libia, Meglio conosci, ben sei di mirabil acume, e t’ammiro!”...( Se tu conosci meglio di me la Libia ricca di greggi, e io ci sono stato, e tu invece no, mi complimento assai per la tua sapienza). Udito il responso, Batto e suoi tornarono indietro; il dio infatti non li scioglieva dall'obbligo di fondare una colonia, prima che avessero raggiunto la Libia vera e propria. Arrivati nell'isola, raccolsero l'uomo che vi avevano lasciato e andarono a colonizzare un territorio del continente libico, in faccia a Platea; tale località, attorniata da bellissime alture boscose e bagnata da un fiume su uno dei lati, si chiama Aziri.  

158) Abitarono questo posto per sei anni; al settimo dei Libici,promettendo loro di accompagnarli in una zona migliore, li convinsero ad abbandonare Aziri e li guidarono da lì verso occidente. E perché i Greci non vedessero, attraversandolo, il territorio più bello, calcolarono i tempi del viaggio in modo da farveli transitare di notte; si tratta della regione detta di Irasa. Li condussero poi presso una sorgente, che si afferma sia di Apollo e dissero: "Greci, a voi conviene stanziarvi qua; qua il cielo è forato".  

159) Finché vissero Batto, il fondatore, che regnò per quaranta anni, e suo figlio Arcesilao, che regnò per sedici, i Cirenei colà residenti rimasero tanti quanti vi erano stati mandati a fondare la colonia. Sotto il terzo re, Batto soprannominato Felice, la Pizia con un responso sollecitò tutti i Greci a imbarcarsi per andare ad abitare con i Cirenei, in Libia; i Cirenei dal canto loro li attiravano con la prospettiva di una spartizione delle terre. Ecco le parole dell'oracolo:...”Chi nella Libia,l’amabil contrada, pervenga in ritardo, Quando spartite le terre saran, dovrà un giorno pentirsi”....( Chi giunge troppo tardi nell'amabile Libia, quando la terra è già stata distribuita, dico che un giorno se ne pentirà). A Cirene dunque convenne una gran massa di gente, sicché i Libici circostanti e il loro re (che si chiamava Adicra), vedendosi sottrarre molte terre e sentendosi derubati e oltraggiati dai Cirenei, mandarono un messaggero in Egitto e si consegnarono al re egiziano Aprieo; Aprieo raccolse un grosso esercito di Egiziani e lo inviò contro Cirene. Ma i Cirenei sconfinarono in armi nel territorio di Irasa dalle parti della sorgente di Teste e si scontrarono con gli Egiziani, riportando la vittoria. Gli Egiziani, dato che non si erano mai misurati con i Greci e combattevano con disprezzo della propria vita, furono massacrati al punto che ben pochi di loro fecero ritorno in Egitto. Ne seguì che gli Egiziani, rimproverandogli anche questa sconfitta, si ribellarono ad Aprieo.  

160) Figlio di Batto Felice fu Arcesilao il quale, come divenne re, per prima cosa lottò contro i propri fratelli, finché questi, lasciando Cirene, se ne andarono altrove in Libia a fondare di propria iniziativa la città che oggi si chiama, come allora, Barca. E mentre fondavano Barca sobillavano i Libici contro i Cirenei. Più tardi Arcesilao marciò contro i Libici che li avevano accolti, gli stessi appunto che si erano ribellati. I Libici, per paura di Arcesilao, fuggirono verso le regioni orientali della Libia e Arcesilao li incalzò, finché non li raggiunse a Leucone di Libia e i Libici non decisero di scendere in campo. Nello scontro i Libici sbaragliarono i Cirenei, al punto che 7000 soldati di Cirene caddero sul luogo della battaglia. Dopo questa disfatta, Arcesilao, che stava male e aveva bevuto un farmaco, fu strangolato dal fratello Learco; Learco a sua volta fu ucciso a tradimento dalla moglie di Arcesilao, che si chiamava Eryxo.  

161) Il regno passò nelle mani di Batto, figlio di Arcesilao, che era zoppo per una malformazione al piede. I Cirenei, vista la disgrazia che li aveva colpiti, mandarono a chiedere all'oracolo di Delfi con quale sistema di governo avrebbero potuto vivere nel modo migliore. La Pizia li esortò a far venire da Mantinea d'Arcadia un riformatore. I Cirenei dunque fecero la richiesta e i Mantinei mandarono un uomo fra i più illustri della città, di nome Demonatte. Arrivato a Cirene, costui studiò la situazione nei dettagli e istituì tre tribù, dividendo i cittadini in base al seguente criterio: formò una tribù con i Terei e i Perieci, una coi Peloponnesiaci e i Cretesi, la terza con tutti gli isolani; poi riservò al re Batto soltanto le aree dei santuari e le funzioni religiose, mettendo a disposizione del popolo tutte le altre prerogative che prima spettavano ai re.  

162) Così stavano le cose all'epoca del re Batto, ma sotto suo figlio Arcesilao si produsse, sul problema delle prerogative, un grosso rivolgimento. Arcesilao, figlio di Batto lo zoppo e di Feretima, dichiarò che non si sarebbe attenuto agli ordinamenti di Demonatte di Mantinea e rivendicò gli stessi privilegi appartenuti ai suoi antenati. Tentò quindi un colpo di stato, ma fu sconfitto e dovette riparare a Samo, mentre sua madre si rifugiava a Salamina di Cipro. A quell'epoca a Salamina comandava Eveltonte, lo stesso Eveltonte che consacrò il braciere di Delfi che si trova nel tesoro dei Corinzi, mirabile oggetto. Giunta presso di lui, Feretima chiese un esercito che li scortasse a Cirene. Eveltonte in realtà era disposto a donarle qualunque cosa tranne un esercito; Feretima, prendendo quanto le veniva offerto, diceva che anche così andava bene, ma che sarebbe stato ancora meglio se le avesse dato l'esercito richiesto. Rispondeva così ogni volta che riceveva un regalo, finché Eveltonte le inviò in dono un fuso d'oro e una conocchia, con tanto di lana; di fronte alla consueta risposta di Feretima, Eveltonte replicò che erano quelli i regali adatti a una donna, altro che eserciti!  

163) Nel frattempo Arcesilao, che si trovava a Samo, radunava uomini col miraggio di una distribuzione delle terre. Raccolto un contingente notevole, si recò a Delfi a consultare l'oracolo sul suo rientro in patria. E la Pizia gli rispose: "Con quattro Batti e quattro Arcesilai, otto generazioni di uomini, il Lossia vi concede di regnare su Cirene: più di tanto vi esorta a non provarci neppure. Tu, dunque, torna nel tuo paese, ma stattene calmo. E se trovi il forno pieno di anfore, non le cuocere, ma falle partire con vento propizio; se accenderai il forno non entrare nella "cinta dalle acque", altrimenti morirai, tu stesso, assieme al toro più bello".  

164) Tale fu la risposta della Pizia. Arcesilao prese con sé gliuomini reclutati a Samo e rientrò a Cirene, e quando fu di nuovo padrone della situazione, si scordò dell'oracolo: cominciò a vendicarsi dei suoi avversari, che lo avevano costretto all'esilio. Alcuni di essi si allontanarono senz'altro dal paese, altri furono catturati da Arcesilao e inviati a Cipro per essere uccisi. Questi ultimi furono trascinati dai venti nel paese di Cnido, salvati dai locali e spediti a Tera. Altri Cirenei si rifugiarono su di un'alta torre, proprietà di Aglomaco; Arcesilao fece ammucchiare intorno alla torre cataste di legna e li bruciò vivi. Ma quando si rese conto che il suo atto corrispondeva alle parole dell'oracolo (la Pizia non gli concedeva di cuocere le anfore trovate nel forno), si escluse volontariamente dalla città dei Cirenei: temeva la morte preconizzata dal dio ed era convinto che Cirene fosse il luogo cinto dall'acqua. Aveva per moglie una sua parente, figlia del re dei Barcei; il re si chiamava Alazir, e presso di lui si trasferì Arcesilao; ma dei Barcei, assieme ad alcuni esuli di Cirene, quando lo seppero, lo aspettarono in piazza e lo uccisero, e con lui uccisero anche il suocero Alazir. Così Arcesilao compì il suo destino: volente o nolente aveva frainteso le parole dell'oracolo.  

165) Sua madre Feretima, finché Arcesilao se ne stava a Barca autore ormai del proprio male, deteneva personalmente le prerogative del figlio a Cirene, amministrando tutto il resto e partecipando alle sedute del Consiglio. Quando seppe che il figlio le era morto a Barca, se ne andò in esilio in Egitto, dove in effetti a suo credito aveva alcuni servigi resi da Arcesilao a Cambise figlio di Ciro. Suo figlio era infatti l'Arcesilao che aveva consegnato Cirene a Cambise e si era autoimposto un tributo. Giunta in Egitto, Feretima si rivolse come supplice ad Ariande e lo esortò a vendicarla, sostenendo che il figlio era morto per la sua politica filopersiana.  

166) Ariande era quello stesso che, nominato governatore d'Egitto da Cambise, più tardi osò paragonarsi a Dario e fece una brutta fine: infatti, saputo e constatato che Dario desiderava lasciare un ricordo di sé quale mai nessun re aveva realizzato, volle in questo imitarlo, fino a quando non ottenne la meritata ricompensa. Dario coniava monete d'oro purissimo, privo di scorie il più possibile, Ariande, da governatore dell'Egitto, faceva lo stesso con l'argento: tanto che ancora oggi l'argento più puro è detto "ariandico". Ma quando Dario lo venne a sapere, con un diverso pretesto (lo accusò di ribellione) lo mandò a morte.  

167) Nel caso nostro Ariande ebbe pietà di Feretima e le mise a disposizione l'intero esercito egiziano, fanteria e flotta. Come comandanti assegnò alla fanteria Amasi, un uomo di Marafi, e alla flotta Badra, della stirpe dei Pasargadi. Prima però di dare all'esercito l'ordine di partire, Ariande mandò un ambasciatore a Barca per sapere chi avesse ucciso Arcesilao; i Barcei si assunsero una responsabilità collettiva, perché tutti avevano subìto numerosi torti da Arcesilao. Appreso ciò, Ariande spedì il suo esercito insieme con Feretima. Questa spiegazione dell'impresa era più che altro un pretesto; secondo me, l'esercito fu mandato a soggiogare la Libia. In quel momento delle molte e varie popolazioni libiche esistenti soltanto poche erano sottomesse al re persiano, le altre di Dario non si curavano proprio.  

168) Ed ecco come sono distribuite nel territorio le popolazioni libiche. A partire dall'Egitto i primi abitanti della Libia sono gli Adirmachidi, che hanno usanze per lo più di tipo egiziano, ma vestono come gli altri Libici. Le loro donne su ciascuna gamba portano un cerchietto di bronzo; portano capelli lunghi e quando acchiappano un pidocchio gli danno un morso in cambio dei molti ricevuti e lo gettano via. Sono gli unici Libici a fare così; e sono anche gli unici a mostrare al loro re le ragazze vergini che stanno per sposarsi: e quelle che rispondono ai gusti del re perdono con lui la propria verginità. Questi Adirmachidi si estendono dall'Egitto fino al porto detto di Plino.  

169) Confinano con loro i Giligami, il cui territorio si estendeverso occidente fino all'isola di Afrodisiade. Fra le due regioni si situa l'isola di Platea, quella colonizzata dai Cirenei, e sul continente sorgono il porto di Menelao e la città di Aziri, che fu abitata dai Cirenei. E da qui si comincia a trovare il silfio: infatti il silfio cresce da Platea fino all'imboccatura della Sirte. I Giligami possiedono usanze molto simili a quelle degli altri.  

170) A ovest dei Giligami risiedono gli Asbisti, oltre Cirene,nell'interno; gli Asbisti non arrivano fino al mare: la zona costiera appartiene ai Cirenei. Fra i Libici essi non sono certo i meno abili guidatori di quadrighe, anzi, e come leggi prendono a modello, per lo più, quelle dei Cirenei.  

171) A occidente degli Asbisti ci sono gli Auschisi; risiedono a sud di Barca e raggiungono il mare all'altezza delle Evesperidi. In mezzo agli Auschisi vivono i Bacali, un piccolo popolo; raggiungono il mare presso Tauchira, città della Barcea. Hanno le stesse usanze dei Libici stanziati oltre Cirene.  

172) A ovest degli Auschisi abitano i Nasamoni, un popolo alquanto numeroso: essi d'estate lasciano le greggi sulla costa e si addentrano nell'interno fino alla località di Augila, per la raccolta dei datteri; qui le piante crescono in gran numero, rigogliose e tutte fruttifere. Vanno a caccia di cavallette, le fanno seccare al sole, le tritano, le mescolano al latte e si bevono il tutto. Normalmente possiedono ciascuno molte mogli in comune e si uniscono ad esse, un po' come i Massageti: piantano un bastone davanti alla casa e si congiungono con loro. La prima volta, quando un Nasamone prende moglie, è usanza che la sposa passi la prima notte con gli invitati al banchetto, unendosi con tutti; ognuno di loro, dopo il rapporto, le offre in dono ciò che si era portato da casa. Giuramenti e divinazione funzionano in questo modo: giurano su quanti hanno fama di essere stati fra loro giustissimi e valorosissimi, toccandone le tombe, e divinano il futuro recandosi ai sepolcri dei loro antenati, recitando preghiere e mettendosi lì a dormire; l'oracolo si deduce da quanto ciascuno vede in sogno. Ed ecco come si scambiano pegno di reciproca fedeltà: uno porge da bere dalla propria mano e a sua volta beve dalla mano dell'altro; se non hanno a disposizione niente di liquido raccolgono della polvere da terra e la leccano.  

173) Limitrofi dei Nasamoni sono gli Psilli, i quali però perirono tutti come segue. Il vento Noto, a furia di soffiare, aveva prosciugato le riserve d'acqua, sicché il loro territorio, situato all'interno della Sirte, era arido; gli Psilli di comune accordo decisero di marciare in guerra contro il Noto (riferisco ciò che raccontano i Libici), ma quando furono nel deserto sabbioso le raffiche del Noto li seppellirono. Dalla loro definitiva scomparsa il territorio appartiene ai Nasamoni.  

174) Oltre i Nasamoni, verso sud, nella zona popolata da bestieferoci vivono i Garamanti, che evitano ogni essere umano e qualunque compagnia; non possiedono armi da guerra, né sanno come difendersi.  

175) Questi dunque vivono oltre i Nasamoni; lungo la costa,invece, a ovest, ci sono i Maci, che si tagliano i capelli a cresta, lasciando crescere la parte centrale della capigliatura e radendosi a zero sulle due parti laterali; in guerra, per proteggersi il corpo, vestono pelli di struzzo. Da una altura detta delle Cariti il fiume Cinipe scorre attraverso il paese e sfocia in mare. Il colle delle Cariti è ricoperto da una folta boscaglia, mentre tutta la Libia fin qui descritta è completamente spoglia. Dal mare al colle ci sono venti stadi.  

176) Accanto ai Maci vivono i Gindani; le loro donne, intorno alle caviglie, portano ciascuna svariati anelli di cuoio in gran numero e con il seguente criterio (così si racconta): una striscia intorno alle caviglie per ogni uomo con cui si siano unite; e quella che ne ha di più è stimata la migliore, per essere stata amata dal maggior numero di uomini.  

177) Il tratto di costa che si protende sul mare nel territorio dei Gindani è abitato dai Lotofagi, che vivono cibandosi esclusivamente del frutto del loto. Il frutto del loto è grande quanto una cipolla e ricorda, per la dolcezza, il dattero. I Lotofagi ne ricavano anche un vino.  

178) Accanto ai Lotofagi, lungo la costa, ci sono i Macli; anch'essi si nutrono con il loto, ma non esclusivamente come i Lotofagi ora citati. Il loro territorio si estende fino a un grande fiume che si chiama Tritone e sfocia nella vasta palude Tritonide; nella palude si trova l'isola detta di Fla, che gli Spartani, così si racconta, dovevano colonizzare in seguito a un oracolo.  

179) E anche un'altra leggenda si racconta: Giasone, terminata la costruzione della nave Argo sotto il monte Pelio, vi imbarcò le bestie per un grande sacrificio e un tripode di bronzo; poi circumnavigò il Peloponneso con l'intenzione di raggiungere Delfi. Come fu all'altezza del capo Malea si levò un forte vento di nord che lo trascinò fino in Libia. Prima di scorgere la terraferma finì fra le secche della palude Tritonide; non sapeva come uscirne, ma gli apparve, si dice, Tritone. Il dio invitò Giasone a consegnargli il tripode, con la promessa di mostrargli la via d'uscita e di farli così ripartire senza danni. Giasone obbedì e Tritone gli mostrò come navigare fuori dalle secche; poi il dio depose l'oggetto nel proprio santuario, non senza aver divinato dal tripode e preannunciato a Giasone e ai suoi tutto il futuro: quando un discendente degli Argonauti si fosse portato via quel tripode, allora, inevitabilmente, cento città greche sarebbero state fondate sulle rive della Palude Tritonide. E pare che i Libici abitanti del luogo, udito ciò, abbiano nascosto il tripode.  

180) Accanto ai Macli vivono gli Ausei; Ausei e Macli abitano intorno alla palude e il fiume Tritone segna il confine fra loro. I Macli si fanno crescere i capelli lunghi dietro, gli Ausei davanti. Nell'annuale festa dedicata ad Atena le ragazze degli Ausei si dividono in due gruppi e combattono fra loro a sassate e a colpi di bastone; dicono di onorare in tal modo le patrie tradizioni in gloria della divinità locale, che noi chiamiamo Atena; le ragazze che muoiono per le ferite riportate le chiamano "false-vergini". Ecco cosa fanno prima di lasciarle combattere: a spese della comunità adornano una ragazza, di volta in volta la più bella, con un elmo di Corinto e una armatura completa greca, la fanno salire su un carro e la conducono in giro per la palude. Con quali armi ornassero le ragazze prima che i Greci giungessero a stabilirsi fra loro, non saprei dirlo, suppongo con armi egiziane; in effetti secondo me lo scudo rotondo e l'elmo sono arrivati in Grecia dall'Egitto. A sentir loro Atena nacque figlia di Posidone e di Tritonide, la palude, ma poi, avendo qualcosa da rimproverare al padre, si affidò a Zeus, che l'avrebbe adottata come figlia propria. Così raccontano. Praticano la comunanza delle donne, senza matrimoni e accoppiandosi come animali. Quando un bambino di una donna comincia ad assumere una sua fisionomia, entro tre mesi gli uomini si riuniscono e lo dichiarano figlio di quello a cui più assomigli.  

181) Ecco dunque elencati i Libici nomadi della costa, oltre iquali, verso l'interno, c'è la Libia popolata da bestie feroci; al di là di essa comincia un ciglio sabbioso e desertico, che va da Tebe in Egitto fino alle Colonne d'Eracle. In questa zona, a circa dieci giorni di cammino l'una dall'altra, si trovano delle collinette ricoperte da agglomerati di grossi blocchi di sale; proprio dalla cima di queste collinette scaturisce uno zampillo d'acqua fresca e dolce, nel bel mezzo del sale; attorno vi abitano uomini che sono gli ultimi oltre la regione delle bestie feroci, verso il deserto: a partire da Tebe i primi (a dieci giorni di cammino da Tebe) sono gli Ammoni, padroni del santuario derivato dal santuario di Zeus a Tebe; infatti anche a Tebe, come ho già precedentemente ricordato, Zeus viene rappresentato con volto di capro. Gli Ammoni possiedono anche un'altra sorgente d'acqua, che è tiepida all'alba e più fresca nell'ora in cui il mercato è più affollato; a mezzogiorno poi è decisamente fredda: è allora che la usano per innaffiare gli orti; col declinare del giorno l'acqua perde a poco a poco la freschezza, finché il sole tramonta e l'acqua è tiepida; poi si scalda sempre più fino a mezzanotte, quando bolle furiosamente; poi la mezzanotte passa, si va verso l'aurora e l'acqua di nuovo si raffredda. E per indicare questa sorgente, la chiamano "fonte del sole".  

182) Dopo gli Ammoni, attraverso il ciglio sabbioso, a distanzadi altri dieci giorni di viaggio, c'è un colle di sale simile a quello degli Ammoni, con tanto di sorgente, intorno al quale vivono uomini. Il nome di questa località è Augila. È qui che vengono i Nasamoni a fare la loro provvista di datteri.  

183) Ad altri dieci giorni di cammino da Augila ci sono una collina di sale, una sorgente e palme da datteri in gran numero, come nelle altre località; vi abitano uomini che si chiamano Garamanti, popolazione assai numerosa; riescono a coltivare accumulando terra sopra lo strato di sale. Da lì la strada più breve conduce presso i Lotofagi, e sono trenta giorni di viaggio; fra loro si trovano anche i buoi che pascolano camminando all'indietro; si comportano così per la seguente ragione: hanno le corna piegate in avanti, e quindi pascolano retrocedendo perché avanzando le corna si pianterebbero per terra. Nessun'altra caratteristica li distingue dagli altri buoi a parte il modo di incedere e la pelle, per spessore e ruvidezza. Questi Garamanti sulle loro quadrighe danno la caccia agli Etiopi Trogloditi; in effetti gli Etiopi Trogloditi sono gli uomini più veloci al mondo nella corsa tra quelli di cui abbiamo sentito parlare. I Trogloditi si cibano di serpenti, lucertole e altri rettili del genere; parlano una lingua che non somiglia a nessun'altra, anzi emettono strida assai acute, come i pipistrelli.  

184) Ad altri dieci giorni di cammino dai Garamanti ci sono una collina di sale e una sorgente; attorno vi abitano uomini che si chiamano Ataranti: che sono gli unici uomini al mondo, a nostra conoscenza, a non avere nomi personali; tutti assieme si chiamano Ataranti, ma individualmente non hanno nomi. Maledicono il sole, quando picchia forte, e oltre a maledirlo pronunciano al suo indirizzo tutte le imprecazioni possibili, perché con il suo ardore li sfinisce, loro e la loro terra. Dopo dieci ulteriori giorni di marcia, altra collina di sale, altra sorgente e altri uomini stanziati intorno a essa. Poco oltre si innalza il monte chiamato Atlante. L'Atlante è un monte stretto e arrotondato su ogni versante, ma tanto alto che le sue vette, pare, non si possono nemmeno vedere: non sono mai sgombre di nubi, né d'estate, né d'inverno; a sentire gli abitanti del luogo, l'Atlante è la colonna che sorregge la volta celeste. La popolazione ha derivato il suo nome da quello del monte: si chiamano infatti Atlanti. Affermano di non cibarsi di alcun animale e di non sognare.  

185) Fino agli Atlanti sono in grado di elencare i nomi dei popoli stanziati nel ciglio sabbioso, oltre non più; ma la zona di sabbia si estende fino alle colonne d'Eracle e oltre. In tale regione si trova una miniera di sale ogni dieci giorni di viaggio e uomini stanziati; tutte queste genti si costruiscono abitazioni con blocchi di sale; si tratta già di zone della Libia prive di piogge: in effetti i muri fatti di sale non resterebbero in piedi se vi piovesse. Il sale estratto dal suolo si presenta di colore bianco o rosso. Al di là di questa striscia di territorio, verso il sud e l'interno della Libia, il paese è un deserto senz'acqua, senza animali, senza pioggia e alberi, senza la minima traccia di umidità.  

186) In sostanza fino alla Palude Tritonide i Libici sono nomadi che si cibano di carne e bevono latte, che si astengono rigidamente dalle femmine dei bovini, per la stessa ragione degli Egiziani, e che non allevano maiali. Neanche le donne dei Cirenei considerano lecito mangiare carne di vacca: se ne astengono in onore dell'Iside egiziana; per questa dea anzi osservano digiuni e celebrano feste. Le donne di Barca evitano di consumare carne di vacca e anche carne suina.  

187) Tale è dunque la situazione. A ovest della palude Tritonide i Libici non sono più nomadi, non ne possiedono le usanze, e non fanno ai loro bambini quanto i nomadi praticano abitualmente. Ecco infatti cosa fanno i nomadi libici, se proprio tutti non saprei dirlo con certezza, ma certo parecchi di loro. Quando i loro bambini hanno quattro anni, con grasso estratto dalla lana di pecora gli cauterizzano le vene sulla sommità del capo, altri invece le vene delle tempie, allo scopo di impedire per sempre all'umore flemmatico che scorre giù dalla testa di nuocere alla salute del ragazzo. E dicono di essere sanissimi grazie a ciò. Ed effettivamente i Libici sono i più sani fra quanti uomini conosciamo; che questa ne sia la spiegazione non potrei affermarlo con certezza, ma è un fatto che sono sanissimi. Nel caso che i bambini, mentre li cauterizzano, vengano presi da convulsioni, hanno trovato un rimedio: li salvano aspergendoli con orina di capro. Riferisco quanto raccontano i Libici.  

188) Ecco come i nomadi eseguono i sacrifici: staccano come primizia l'orecchio della vittima e lo scagliano al di sopra della casa, fatto ciò torcono il collo all'animale. Sacrificano soltanto al sole e alla luna; o meglio tutti i Libici al sole e alla luna, quelli che abitano nei pressi della palude Tritonide ad Atena prima di tutto, poi a Tritone e a Posidone.  

189) La veste e l'egida delle statue di Atena i Greci le presero dalle donne libiche, tranne pochi particolari (l'abito femminile libico è di cuoio, le frange che pendono dalle egide sono semplici strisce e non rappresentano serpenti); per il resto il modello è rispettato fedelmente. D'altra parte persino il nome rivela la provenienza libica dell'abbigliamento dei Palladi: le donne di Libia portano intorno alla veste delle pelli di capra rasate e ornate con frange, tinte di rosso, e da queste pelli (egee) i Greci derivarono il termine "egida". A mio avviso anche il grido acuto rituale che accompagna i sacrifici è originario della Libia: esso è molto in uso fra le donne della Libia, e con begli effetti. I Greci poi hanno appreso dai Libici ad aggiogare tiri a quattro cavalli.  

190) I nomadi, eccetto i Nasamoni, seppelliscono i defunti alla maniera dei Greci; i Nasamoni li seppelliscono seduti: e quando qualcuno sta per esalare l'ultimo respiro, stanno attenti a metterlo seduto, che non muoia coricato. Le loro abitazioni sono fatte di gambi di asfodelo e di giunco intrecciati, e sono trasportabili. Tali sono dunque gli usi di queste genti.  

191) A ovest del fiume Tritone, presso gli Ausei, vivono già de Libici agricoltori, che si chiamano Massi, abituati a possedere dimore fisse. Essi portano capelli lunghi sul lato destro del capo, mentre radono il sinistro, e si tingono il corpo col minio. Sostengono di essere discendenti degli eroi di Troia. Questa zona e la restante Libia occidentale sono ben più popolate da animali e folte di vegetazione rispetto alla regione dei nomadi. In effetti la parte orientale della Libia, quella abitata dai nomadi, si presenta piatta e sabbiosa, fino al fiume Tritone; invece a partire dal Tritone verso occidente, il paese degli agricoltori è assai montuoso, boscoso e ricco di fiere. Vi si trovano i serpenti più grossi e i leoni, gli elefanti; e orsi, aspidi, asini con le corna, i cinocefali, gli acefali (che hanno gli occhi sul petto, a quanto, almeno, asseriscono i Libici), gli uomini e le donne selvatici, e molte altre specie di animali non inventati.  

192) Nel paese dei nomadi non si trova alcuno di questi animali: ci sono invece antilopi, gazzelle, bufali e asini, non gli asini con le corna, un'altra specie, i "non bevitori" (effettivamente non si abbeverano), e gli orii, con le cui corna si fabbricano i manici delle cetre fenicie (si tratta di un animale di taglia bovina); e poi ancora piccole volpi, iene, istrici, montoni selvatici, dittii, sciacalli, pantere; e borii; coccodrilli di terra lunghi tre cubiti, molto simili alle lucertole, struzzi terrestri e piccoli serpentelli, muniti ciascuno di un unico corno. In Libia insomma vivono questi animali e tutti quelli che si trovano anche altrove, tranne il cervo e il cinghiale; cervi e cinghiali, in Libia, non ce ne sono affatto. In Libia esistono tre specie di topi: i cosiddetti dipodi, gli zegeri (vocabolo della lingua libica, che vale il greco "colline") e gli echini. Tra il silfio vivono anche le donnole, uguali a quelle di Tartesso. Ecco dunque gli animali del paese dei Libici nomadi; almeno per quanto avanti abbiamo potuto spingere le nostre indagini.  

193) Accanto ai Maxi della Libia vivono gli Zaueci, le cui donne guidano i carri in battaglia.  

194) Accanto agli Zaueci stanno i Gizanti, presso i quali le api producono miele in abbondanza (ma ancor più abbondante, si dice, è il miele prodotto artigianalmente). Tutti costoro si tingono il corpo col minio e si cibano di carne di scimmia; scimmie ne hanno a iosa a disposizione, sulle montagne.  

195) I Cartaginesi dicono che di fronte ai Gizanti si trova un'isola, detta Ciraui, lunga 200 stadi e assai stretta, raggiungibile a piedi dalla terraferma, ricca di ulivi e di vigneti; vi si troverebbe un lago nel quale le ragazze del luogo, mediante penne di uccelli impeciate, trarrebbero pagliuzze d'oro dal fango. Non so se questo sia vero, scrivo quanto si racconta; ma potrebbe anche essere: io stesso ho visto con i miei occhi a Zacinto trarre della pece dall'acqua di un lago. A Zacinto ci sono parecchi laghi, il più grande misura settanta piedi su ogni lato ed è profondo due orgie; immergono in questo lago una pertica che porta fissato sull'estremità un ramo di mirto, e con questo mirto tirano su una pece che odora di bitume, ma per il resto è di qualità migliore della pece di Pieria; la raccolgono versandola in una fossa scavata accanto al lago; quando ne hanno accumulata parecchia, allora dalla fossa la travasano nelle anfore. Qualunque cosa cada nel lago passa sotto terra e ricompare nel mare, che si trova a circa quattro stadi di distanza dal lago. Sicché anche le notizie provenienti dall'isola situata sulla costa libica potrebbero rispondere alla realtà.

196) I Cartaginesi affermano l'esistenza di un territorio libico,con relative popolazioni, anche al di là delle Colonne d'Eracle; quando si recano presso queste popolazioni con le loro mercanzie le scaricano sulla spiaggia in bell'ordine, risalgono sulle navi e mandano un segnale di fumo; gli indigeni vedono il fumo e accorrono verso il mare, depositano dell'oro in cambio delle merci e quindi si allontanano dalle merci stesse. I Cartaginesi sbarcano, esaminano l'oro e, se gli sembra adeguato al valore delle merci, lo prendono e se ne vanno; se invece gli sembra poco, risalgono sulle navi e aspettano: i locali tornano e aggiungono altro oro fino a soddisfarli. Nessuno dei due cerca di raggirare l'altro: i Cartaginesi non toccano l'oro finché non gli sembra adeguato al valore delle merci, e gli indigeni non toccano le merci prima che gli altri abbiano ritirato l'oro.  

197) Queste sono le popolazioni libiche di cui siamo in grado di indicare il nome. La maggior parte di loro non si è mai data pensiero del re dei Medi, né allora né adesso. Posso aggiungere riguardo a questo paese, che lo abitano soltanto quattro gruppi etnici e non uno di più, per quanto ne sappiamo, di cui due sono autoctoni e due no; gli autoctoni sono Libici ed Etiopi, stanziati rispettivamente nel nord e nel sud della Libia, Fenici e Greci invece vi sono immigrati.  

198) Secondo me neppure per la qualità dei terreni la Libia può essere seriamente paragonata all'Asia e all'Europa, fatta eccezione per la sola regione di Cinipe (lo stesso nome indica il fiume e la regione); questa è alla pari con le terre più fertili nella produzione di cereali e non somiglia minimamente al resto della Libia: è una terra nera attraversata da sorgenti, non ha problemi di arsura né riceve pioggia in eccesso (in questa parte della Libia, infatti, piove). La produttività dei terreni è pari a quella della Babilonia. Una buona terra è pure quella abitata dagli Evesperiti: quando produce al massimo delle sue possibilità rende cento per uno; ma la regione del Cinipe rende anche trecento.  

199) A sua volta il paese di Cirene, che è abitato da genti nomadi ed è il tratto più elevato sul livello del mare in questa parte della Libia, presenta sorprendentemente tre stagioni di raccolta; i primi a maturare per la mietitura e la vendemmia sono i frutti della zona costiera; appena questi sono stati raccolti, si presentano maturi e pronti i frutti della zona intermedia, al di sopra della costa, zona detta "le alture"; è terminato il raccolto nella fascia intermedia ed ecco già belli e maturi i prodotti della fascia superiore; insomma quando è pronto l'ultimo raccolto, il primo è già stato mangiato e bevuto. In tal modo la stagione di raccolta tiene occupati i Cirenei per ben otto mesi. E basti quanto si è detto.  

200) I Persiani inviati a soccorso di Feretima, partiti dall'Egitto al comando di Ariande, giunsero a Barca e subito posero l'assedio alla città, esigendo con vari messaggi la consegna dei responsabili dell'assassinio di Arcesilao: ma dato che tutta la popolazione vi era implicata, i Barcei non accettarono trattative. Allora i Persiani assediarono Barca per nove mesi, scavando gallerie sotterranee che portassero alle mura e sferrando durissimi assalti. Ma ecco cosa escogitò un fabbro per individuare le gallerie: portava in giro all'interno delle mura uno scudo di bronzo e lo appoggiava al suolo della città; dovunque altro lo appoggiasse, lo scudo suonava sordo, ma sopra le gallerie il bronzo rimbombava. Allora i Barcei scavavano a loro volta nello stesso punto e massacravano i Persiani che stavano scavando. Ecco dunque cosa fu inventato contro le gallerie; quanto agli attacchi diretti, i Barcei li rintuzzavano efficacemente.  

201) Siccome le cose andavano per le lunghe e gravi erano le perdite da entrambe le parti, e in particolare fra i Persiani, il comandante della fanteria Amasi ideò un piano; avendo compreso che i Barcei non li si poteva prendere con la forza, ma ingannare sì, agì come segue: una notte fece scavare una larga fossa, vi stese sopra delle tavole poco resistenti e sopra le tavole accumulò la terra di riporto, fino a pareggiarne il livello col terreno circostante. Appena giorno invitò i Barcei a trattare; essi accolsero con favore l'iniziativa, finché si decise di stipulare un accordo; e stipularono dunque un accordo di questo tenore (da notare che giurarono solennemente stando sopra la fossa occultata): che fino a quando quella terra sarebbe rimasta com'era, il giuramento rimaneva valido in tutto il paese; i Barcei si dichiaravano pronti a pagare al re di Persia un tributo adeguato e i Persiani si impegnavano a non mutare l'assetto politico della città di Barca. Dopo il giuramento i Barcei, fiduciosi nei patti, uscirono fuori della città e permisero a ogni Persiano che lo volesse di entrare dentro le mura, e spalancarono tutte le porte. Ma i Persiani fracassarono il ponte di assi nascosto e piombarono dentro la cinta. Il tavolato che avevano allestito lo fracassarono per mantenere il giuramento, avendo promesso ai Barcei che il patto sarebbe restato in vigore finché quella terra rimaneva nello stato in cui era allora. Una volta distrutto il tavolato, l'impegno non esisteva più.  

202) Feretima, quando i Barcei maggiormente implicati nell'assassinio di Arcesilao le furono consegnati dai Persiani, ordinò che venissero impalati tutto attorno alle mura; alle loro mogli fece tagliare i seni e li appese tutto attorno alle mura. Quanto ai restanti Barcei invitò i Persiani a spartirseli, a eccezione di quanti erano discendenti di Batto e non avevano partecipato all'assassinio. A questi Feretima affidò la città.

203) I Persiani, ridotti in schiavitù gli altri Barcei, presero la via del ritorno; quando furono all'altezza di Cirene, i Cirenei per sacro rispetto di un oracolo li lasciarono attraversare la città. Mentre l'esercito passava in mezzo alla città, il comandante della flotta Badre premeva perché la si occupasse, ma Amasi, il comandante della fanteria, non lo permise, sostenendo che Barca era la sola città greca contro la quale erano stati inviati; più tardi, quando già l'avevano superata e stavano ormai sul colle di Zeus Liceo, si pentirono di non essersene impadroniti e tentarono di entrarvi una seconda volta; ma i Cirenei non glielo permisero. I Persiani, pur senza che nessuno si opponesse in armi, ebbero paura, si ritirarono di circa sessanta stadi e si accamparono. Mentre stavano sistemando i bivacchi, giunse a richiamarli in patria un messaggero inviato da Ariande. Chiesero dunque vettovaglie ai Cirenei e, ottenutele, le caricarono su e si mossero verso l'Egitto. Da lì in poi finirono fra i Libici, i quali uccidevano quanti di loro erano lasciati indietro e i ritardatari per procurarsi vesti ed equipaggiamento; finché i Persiani giunsero in Egitto.  

204) Questa spedizione persiana penetrò in Libia fino agli Evesperiti. I Barcei fatti schiavi furono deportati dall'Egitto e consegnati al re di Persia; il re Dario diede loro da abitare un villaggio della Battriana, a cui essi posero nome Barca; e ancora ai miei tempi risultava abitato nella Battriana.  

205) Neppure Feretima terminò bene i suoi giorni. Infatti quando ritornò in Egitto, dopo essersi vendicata in Libia sui cittadini di Barca, morì di mala morte: ancora viva brulicava di vermi. Perché le vendette degli uomini si attirano l'odio degli dèi, quando sono eccessive. E tale era stata la vendetta che Feretima moglie di Batto si era presa sugli abitanti di Barca.

 

 

 

 

 

Libro V

 

1)I Persiani lasciati da Dario in Europa agli ordini di Megabazo sottomisero innanzitutto, fra le popolazioni dell'Ellesponto, i Perinti, che non volevano essere servi di Dario e che in precedenza avevano subíto una dura lezione anche da parte dei Peoni. Infatti un oracolo divino aveva esortato i Peoni dello Strimone a muovere guerra ai Perinti e ad attaccarli, se i Perinti schierati di fronte a loro li avessero chiamati gridandone il nome; in caso contrario non dovevano attaccarli. E così appunto si regolavano i Peoni. Mentri i Perinti erano schierati di fronte a loro nei sobborghi della città, per sfida ebbe luogo un triplice duello: opposero un uomo a un uomo, un cavallo a un cavallo, un cane a un cane. Quando i Perinti, ormai vincitori in due degli scontri, cominciavano a intonare il peana tutti contenti, i Peoni pensarono che quello appunto intendeva il responso e si dissero l'un l'altro, immagino: "Forse ora l'oracolo si avvera, ora tocca a noi!". Insomma i Peoni si scagliarono contro i Perinti che cantavano il peana e li sconfissero duramente lasciando pochi superstiti.

2) Ecco cos'era capitato una volta a opera dei Peoni; allora invece, dato che i Perinti si battevano da valorosi per la libertà, i Persiani e Megabazo li sopraffecero solo grazie alla superiorità numerica. Megabazo, dopo la conquista della regione di Perinto, spinse il suo esercito attraverso la Tracia, assoggettando al sovrano tutte le città e le genti che vi si trovavano. Questo appunto gli era stato ordinato da Dario, di sottomettere la Tracia.

3) Il popolo dei Traci è il più numeroso del mondo, almeno dopo gli Indiani. Se avessero un sovrano unico o la pensassero allo stesso modo, sarebbero a mio parere invincibili, il popolo più potente in assoluto. Ma questo in realtà non c'è caso o maniera che mai si verifichi, e perciò sono deboli. Hanno molti nomi, diversi da regione a regione, ma tutti hanno usanze assai simili, da ogni punto di vista, tranne i Geti, i Trausi e quelli che sono stanziati a nord di Crestona.

4) Di costoro, come si comportino i Geti, che si ritengono immortali, già l'ho detto; i Trausi dal canto loro, mentre per tutto il resto seguono i costumi degli altri Traci, riguardo a chi nasce e a chi muore si regolano così: seduti intorno al neonato i parenti piangono e lamentano i mali che, essendo nato, dovrà subire ed elencano tutte le possibili sofferenze umane; chi è morto, invece, lo seppelliscono scherzando e in piena allegria, specificando da quanti mali si è ormai liberato e come si trovi ormai in uno stato di totale beatitudine.

5) E veniamo alle abitudini di chi abita a nord di Crestona. Hanno tutti molte mogli; quando uno muore, scoppia una grande contesa fra le varie consorti (con vivissimo interessamento degli amici) su quale fosse stata amata di più dal marito. La moglie prescelta e ritenuta degna di tale onore, fra gli elogi di uomini e donne, viene sgozzata sulla tomba per mano del suo parente più prossimo e, una volta sgozzata, riceve sepoltura accanto al marito. Le altre si affliggono molto: in effetti gliene deriva un biasimo altissimo.

6) Fra gli altri Traci vige la seguente consuetudine: vendono i figli maschi perché se ne vadano via. Le ragazze non le sorvegliano, anzi lasciano che facciano l'amore con chi vogliono; ma sulle mogli vigilano con rigore. Le mogli le comprano a caro prezzo dai genitori. Avere tatuaggi è considerato segno di nobiltà, non averne è ignobile; chi non lavora è magnifico, chi lavora la terra spregevole. L'ideale è vivere di guerra e di rapina.

7) Queste sono le loro abitudini più significative. Gli unici dèi che venerano sono Ares, Dioniso e Artemide; a differenza degli altri Traci, i re venerano soprattutto, fra le divinità, Ermes e giurano solo su di lui; e da Ermes affermano di discendere.

8) Ecco come si svolgono i funerali dei Traci benestanti. Per tre giorni espongono il cadavere, poi, dopo un compianto preliminare, sacrificati animali di varie specie, banchettano; poi seppelliscono il morto, cremandolo o inumandolo; innalzato quindi un tumulo, istituiscono gare di ogni tipo, nelle quali i massimi premi sono stabiliti, logicamente, per i combattimenti individuali. Questi sono i funerali fra i Traci.

9) Più oltre, a nord di questo paese, nessuno sa dire con certezza quali genti abitino; ma già le regioni al di là dell'Istro si presentano desertiche e sconfinate. I soli uomini, di cui ho notizie indirette, che risiedono al di là dell'Istro si chiamano Siginni e vestono abiti di foggia meda. I loro cavalli hanno un folto pelo in tutto il corpo, con crini lunghi fino a cinque dita; sono piccoli, hanno il muso corto e non sono adatti a portare uomini in groppa; però, aggiogati ai carri, sono molto veloci; per questo i locali fanno un grande uso di carriaggi. I confini di questi Siginni si estendono fino ai Veneti dell'Adriatico. Dicono di essere coloni medi; come siano divenuti coloni dei Medi non riesco a immaginarlo, ma tutto è possibile in un lungo arco di tempo. Siginni di fatto è il termine che presso i Liguri stanziati sopra Marsiglia designa i commercianti; i Ciprioti chiamano così le lance.

10) A sentire i Traci, il territorio al di là dell'Istro è infestato da api; per via delle api non sarebbe possibile avanzare oltre. Ma dicendo così a me pare che affermino cose poco verosimili: questi insetti mostrano di non tollerare il freddo, e io ritengo che le regioni poste sotto l'Orsa siano disabitate proprio a causa del gelo. Ecco dunque quanto si racconta sul paese di cui Megabazo stava sottomettendo ai Persiani le zone costiere.

11) Come fu a Sardi, dopo aver attraversato l'Ellesponto, Dario si ricordò del servigio resogli da Istieo di Mileto e dei consigli ricevuti da Coe di Mitilene; li convocò a Sardi e concesse loro diritto di scelta. Istieo, in quanto già tiranno di Mileto, non desiderava altra tirannide, chiese invece il territorio di Mircino degli Edoni, dove intendeva fondare una città. Questo scelse Istieo; Coe invece, che non era tiranno ma un semplice privato, chiese la tirannide di Mitilene.

12) Entrambi furono accontentati e partirono per le località prescelte. A Dario, poi, capitò di assistere a una scena che lo spinse a dar ordine a Megabazo di assoggettare i Peoni e di trasferirli dall'Asia in Europa. C'erano due Peoni, Pigrete e Mastia, i quali, dopo il passaggio di Dario in Asia, erano venuti a Sardi indotti dal desiderio di diventare signori dei Peoni; e si portavano dietro una sorella di alta statura e di piacevole aspetto. Attesero che Dario andasse ad assidersi per rendere giustizia nel sobborgo della capitale lidia ed ecco cosa fecero: vestirono la sorella più splendidamente che poterono e la mandarono a prendere acqua con un vaso sulla testa mentre intanto tirava con un braccio un cavallo e filava del lino. La donna passando accanto a Dario ne attirò l'attenzione: le azioni della donna infatti non erano da Persiani, né da Lidi, né di alcun altro popolo dell'Asia. Poiché quella donna lo incuriosiva, Dario ordinò a qualcuna delle sue guardie di andare a osservare che avrebbe fatto la donna del cavallo. Le guardie la pedinarono, e lei, giunta al fiume, fece abbeverare il cavallo; poi, abbeveratolo, riempì d'acqua il vaso e tornò indietro, lungo lo stesso percorso di prima, reggendo l'orcio sulla testa, tirando col braccio il cavallo e girando il fuso.

13) Dario, stupito del resoconto degli osservatori e di ciò che lui stesso aveva visto, ordinò di condurre la donna al suo cospetto. Al suo arrivo erano presenti anche i due fratelli, i quali non lontano da lì spiavano gli avvenimenti. Appena Dario chiese di dove fosse la donna, i giovani dichiararono di essere Peoni e che lei era una loro sorella. Dario replicò domandando chi fossero mai i Peoni, in quale parte del mondo vivessero, e che cosa erano venuti a fare, loro due, a Sardi. Essi risposero di essere venuti per affidarsi nelle sue mani, che la Peonia era una regione abitata intorno alle rive dello Strimone, che lo Strimone si trova non lontano dall'Ellesponto e che i Peoni erano coloni dei Teucri di Troia. Gli spiegavano ogni cosa per bene, e Dario si informò allora se in quel paese tutte le donne fossero altrettanto operose. Ed essi si affrettarono a confermare che le cose stavano così e per questo erano state fatte.

14) Allora Dario scrisse una lettera a Megabazo, che aveva lasciato in Tracia a comandare le truppe, ordinandogli di sradicare i Peoni dalle loro sedi e di condurli da lui, loro con i figli e le mogli. Subito un cavaliere si precipitò a portare il messaggio fino all'Ellesponto, lo passò e consegnò la lettera a Megabazo; Megabazo, quando l'ebbe letta, prese con sé delle guide tracie e marciò contro la Peonia.

15) I Peoni, saputo che i Persiani avanzavano contro di loro, raccolsero le truppe e uscirono in campo verso il mare, pensando a un attacco sferrato dai Persiani da quel lato. I Peoni erano pronti a rintuzzare l'aggressione dell'esercito di Megabazo, ma i Persiani, informati che i Peoni avevano ammassato le loro forze e presidiavano la via d'accesso costiera, avvalendosi di guide deviarono su un percorso più interno e, prima che i Peoni se ne accorgessero, calarono sulle loro città, ormai prive di uomini validi; piombati su di esse, le conquistarono agevolmente dato che erano vuote. I Peoni, una volta appreso che le città erano state occupate, si dispersero subito, se ne tornarono ciascuno a casa propria e si consegnarono ai Persiani. Così dunque fra le popolazioni della Peonia, i Siriopeoni, i Peopli e quelli stanziati fino al lago Prasiade furono strappati dalle loro sedi e deportati in Asia.

16) Invece quelli stanziati intorno al monte Pangeo (e i Doberi, gli Agriani e gli Odomanti) e al lago stesso di Prasiade non caddero assolutamente nelle mani di Megabazo. Comunque tentò di sottomettere anche quelli della palude, che sono sistemati come segue: in mezzo al lago si innalzano piattaforme di legno fissate sopra lunghi pali; l'unica e angusta via d'accesso dalla terra ferma è un ponte. I pali destinati a sorreggere le piattaforme li piantarono anticamente tutti i cittadini assieme; dopo di allora li erigono in base a questa regola: portandoli dal monte detto Orbelo, chi si sposa pianta tre pali per ciascuna moglie; va detto che ogni uomo prende più mogli. Abitano in questo modo: ognuno sul tavolato dispone di una capanna, dove vive, e di una botola che immette sul lago attraverso le tavole. I bambini in tenera età li legano per un piede con una corda per paura che rotolino di sotto. Come mangime ai cavalli e alle bestie da soma danno del pesce; ce n'è una tale quantità che, quando sollevano la porta-botola e con una funicella calano giù nel lago un cestino, tirandolo su, dopo poco tempo, lo issano colmo di pesci. Ce ne sono di due specie, che chiamano papraci e tiloni.

17) I Peoni asserviti vennero deportati in Asia; intanto Megabazo, dopo aver trionfato sui Peoni, mandava come ambasciatori in Macedonia sette Persiani, i più ragguardevoli nell'esercito dopo di lui. Essi furono inviati presso Aminta a chiedere terra e acqua per il re Dario. La via più breve per la Macedonia parte senz'altro dal lago di Prasiade: subito dopo il lago viene la miniera dalla quale, in tempi posteriori ai presenti avvenimenti, Alessandro ricavava un talento d'argento al giorno; dopo la miniera e valicato il monte detto Disoro, si è in Macedonia.

18) I Persiani inviati da Aminta, appena giunti, si presentarono al cospetto del sovrano e gli chiesero terra e acqua per re Dario. E lui non solo le concesse, ma li invitò come ospiti; allestì un pranzo magnifico e ricevette i Persiani con grande amicizia. Al termine del pasto, fra una bevuta e l'altra, i Persiani dissero: "Ospite macedone, da noi in Persia, quando si imbandisce un grande banchetto, c'è la consuetudine di ammettere a sedere fra i convitati le concubine e le legittime consorti; tu dunque, visto che ci hai accolti di buon animo, ci ospiti con lusso e consegni al re Dario terra e acqua, adeguati alle nostre usanze". Al che Aminta rispose: "Persiani, da noi invece non si usa così, anzi uomini e donne stanno ben separati; ma poiché lo desiderate voi, che siete i signori, otterrete anche questo". Detto ciò, Aminta mandò a chiamare le donne; le quali, chiamate, si presentarono e si sedettero in fila di fronte ai Persiani. Allora i Persiani, vedendo donne belle si rivolsero ad Aminta e dichiararono il suo operato un non senso: era meglio, dicevano, che le donne non fossero venute, se poi, una volta lì, si sedevano di fronte a loro e non accanto, una vera e propria tortura per gli occhi. Messo alle strette, Aminta ordinò alle donne di sedersi accanto ai Persiani. Esse obbedirono, e i Persiani, pieni di vino com'erano, toccavano loro i seni, e qualcuno cercava persino di baciarle.

19) Aminta, a tale spettacolo, rimaneva impassibile, anche se ne soffriva; tanta paura aveva dei Persiani! Ma suo figlio Alessandro, che era lì e vedeva, giovane e inesperto di guai com'era, non riuscì più a padroneggiarsi e, al limite della sopportazione, disse ad Aminta: "Padre, arrenditi alla tua età, vattene, smetti di bere e di gozzovigliare; resterò io qua a offrire agli ospiti tutto il necessario". Aminta comprese, a tali parole, che Alessandro si accingeva a compiere qualche colpo di testa e gli rispose: "Figlio mio, tu bruci di rabbia e mi pare di capire dal tuo discorso che vuoi allontanarmi per commettere qualche pazzia; ma io ti prego di lasciare in pace questi uomini, per non rovinarci tutti; sopporta la vista di quanto accade. Quanto al tuo consiglio di ritirarmi, ti darò retta".

20) Ma non appena Aminta, dopo questa preghiera, se ne fu andato, Alessandro si rivolse ai Persiani: "Ospiti, disse, di queste donne potete disporre come vi pare, e fare l'amore con loro, con tutte o quante volete. Ce lo indicherete voi; adesso però è quasi ora per voi di andarvi a coricare e vi vedo già beatamente ubriachi; lasciate dunque, se non vi dispiace, che queste donne vadano a lavarsi; dopo torneranno da voi; accoglietele". Detto ciò, Alessandro (i Persiani approvarono) rimandò le donne nel gineceo, da dove erano venute, e personalmente vestì con abiti femminili degli uomini glabri, in numero pari alle donne, li armò di pugnali e li fece entrare; accompagnandoli dentro dichiarò ai Persiani: "Persiani, mi sembra che l'ospitalità sia perfetta; a vostra disposizione c'è tutto, tutto ciò che avevamo e in più quanto siamo stati capaci di trovare e di offrirvi, e in particolare, cosa straordinaria in assoluto, vi elargiamo generosamente le nostre madri e sorelle, perché sappiate che vi sono resi da noi gli onori di cui siete degni e possiate riferire al vostro sovrano che un Greco, governatore della Macedonia vi ha accolto come si deve a tavola e a letto". Detto ciò Alessandro sistema accanto a ogni Persiano un Macedone, travestito da donna: quando i Persiani tentarono di toccarli, li uccisero.

21) Di tale morte morirono dunque costoro, e poi anche il loro seguito; infatti avevano con sé carri e servitori e bagaglio in quantità, di ogni tipo. Uomini e cose, sparì tutto insieme. Non molto tempo dopo, i Persiani avviarono una grande ricerca di questi uomini e Alessandro li bloccò con l'astuzia, consegnando molto denaro e la propria sorella, che si chiamava Gigea. Alessandro mise le cose a tacere concedendo ciò a Bubare, un Persiano, il capo di quanti indagavano sugli scomparsi.

22) Così insomma fu soffocata nel silenzio la morte di quei Persiani. Che questi discendenti di Perdicca siano Greci, come dal canto loro vanno dichiarando, io per me dunque lo so; che sono Greci lo dimostrerò anche più avanti nei miei racconti; d'altronde che la cosa stia così lo riconobbero anche, fra i Greci, i sovrintendenti agli agoni di Olimpia. Infatti Alessandro aveva deciso di gareggiare e proprio a tale scopo era sceso in campo. I Greci a lui ostili cercarono di impedirglielo con la scusa che le gare non erano per atleti barbari, ma per greci. Ma Alessandro, avendo dimostrato la sua origine argiva, fu giudicato greco e gareggiò nella corsa dello stadio, dove fu primo a pari merito.

23) Così più o meno andarono le cose. Megabazo giunse sull'Ellesponto portando con sé i Peoni; una volta passato sull'altra sponda, si diresse verso Sardi. Istieo di Mileto già stava fortificando la località ricevuta in dono da Dario come ricompensa per la custodia del ponte (tale località, che si chiama Mircino, si trova nei pressi del fiume Strimone); Megabazo, appreso ciò che Istieo andava facendo, non appena giunse a Sardi con i Peoni, subito andò a dire a Dario: "Mio re, che cosa hai combinato a concedere a un Greco temibile e astuto di fondare in Tracia una città? Eppure sai bene che lì abbonda il legname per costruire navi e ci sono rematori a iosa e miniere d'argento; che tutt'attorno risiede una grande massa di Greci e una altrettanto grande massa di barbari, i quali, una volta avuto un capo, eseguiranno ciò che lui comanderà di giorno e di notte. Tu dunque impediscigli di continuare ad agire così, per non trovarti impelagato in una guerra in casa tua. Convocalo qui con buone maniere e fallo smettere; e quando potrai disporre di lui, vedi che non possa tornare più fra i Greci".

24) Con questo discorso Megabazo convinse Dario facilmente, da persona che aveva chiara idea del futuro. Più tardi, per bocca di un messaggero inviato a Mircino, Dario si espresse così: "Istieo, il re Dario ti dice: riflettendo io trovo che non ci sia uomo al mondo che abbia a cuore più di te la mia persona e i miei affari; e questo lo so per averlo appreso dai fatti e non dalle parole. Ora dunque, poiché ho in mente grandi progetti, vieni da me assolutamente, perché io te li comunichi". Istieo, fiducioso in tali parole e allettato dalla prospettiva di diventare consigliere del re, venne a Sardi. Quando giunse, Dario gli disse: "Istieo, t'ho mandato a chiamare per questa ragione. Subito dopo il mio ritorno dalla Scizia, da quando ci siamo visti l'ultima volta, non ho cercato altro, in così breve tempo, che vederti e discutere con te, perché so perfettamente che un amico intelligente e fedele è il bene più prezioso che esista; e sono due qualità che ho riconosciuto in te, lo posso testimoniare per averle esperimentate personalmente. E dato che hai fatto benissimo a venire, ecco cosa ti propongo. Lascia perdere Mileto e la città che hai appena fondato in Tracia e seguimi a Susa, dividi con me la mia vita, al mio fianco, commensale e consigliere".

25) Detto questo, Dario nominò Artafrene, suo fratello per parte di padre, governatore di Sardi; e si mosse verso Susa, conducendo con sé Istieo e avendo designato Otane a capo dell'esercito della fascia costiera. Il padre di Otane Sisamne, uno dei giudici reali, era stato mandato a morte dal re Cambise per aver emesso per denaro una sentenza ingiusta; Cambise lo aveva fatto scorticare interamente e la sua pelle, scuoiata e tagliata a strisce, fu distesa sul trono su cui sedeva per amministrare la giustizia. Dopodiché Cambise in luogo di Sisamne, da lui fatto uccidere e scorticare, aveva nominato giudice il figlio di Sisamne, con l'invito a ricordarsi su quale trono sedeva per amministrare la giustizia.

26) Dunque Otane, insediato a suo tempo su tale trono e succeduto allora a Megabazo nel comando dell'esercito, conquistò Bisanzio e Calcedonia, si impadronì di Antandro nella regione della Troade, occupò Lamponio e, con navi ricevute da Lesbo, prese Lemno e Imbro, in quell'epoca entrambe abitate ancora da Pelasgi.

27) I Lemni si batterono bene e solo col tempo furono sopraffatti, mentre ancora si difendevano; ai superstiti i Persiani imposero come governatore Licareto, fratello del Meandrio che fu re di Samo. Licareto morì mentre era al potere in Lemno... eccone la causa: riduceva in schiavitù e rovinava un po' tutti, chi con l'accusa di non aver preso parte alla spedizione contro la Scizia, chi con l'accusa di aver molestato l'esercito di Dario durante la ritirata dalla Scizia.

28) Tanto aveva realizzato costui nella sua veste di comandante; in seguito, per un breve periodo, ci fu una pausa nelle disgrazie, poi, per la seconda volta nuovi guai per gli Ioni cominciarono a originarsi da Nasso e da Mileto. Nasso da una parte primeggiava fra le isole per la sua prosperità, dall'altra, in quegli stessi anni, Mileto era al massimo del suo splendore e, di più, era la vera perla della Ionia, anche se solo un paio di generazioni prima era stata travagliata da una sedizione interna, finché i Pari non vi ebbero ricostituito l'ordine. Per la rappacificazione delle parti, infatti, i Milesi avevano scelto appunto loro fra tutti i Greci.

29) Ecco come i Pari le riconciliarono: non appena i loro uomini, i migliori, giunsero a Mileto e ne constatarono le disastrose condizioni economiche, dissero di voler compiere un giro nella regione. Così fecero, visitando l'intero territorio di Mileto, e ogni volta che in quella terra devastata scorgevano un campo ben lavorato, annotavano il nome del padrone del podere. Percorsero l'intera regione trovandone pochi, poi, una volta rientrati in città, convocarono l'assemblea e affidarono il governo dello stato alle persone i cui campi avevano trovato ben lavorati: dichiararono che a loro parere essi si sarebbero occupati della cosa pubblica con la stessa cura impiegata per gli affari privati. E imposero agli altri cittadini di Mileto, prima in continua ribellione, di obbedire a costoro.

30) Così insomma i Pari avevano riconciliato i Milesi. Ecco poi come allora da queste città cominciarono a sorgere guai per la Ionia. Fuggirono da Nasso, perseguitati dal popolo, uomini del ceto benestante, fuggirono e si recarono a Mileto. Per l'appunto reggeva Mileto Aristagora, figlio di Molpagora, genero e cugino di Istieo figlio di Lisagora, quello che Dario tratteneva a Susa. Istieo era tiranno di Mileto e si trovava a Susa proprio nel periodo in cui giungevano a Mileto i Nassi, già antichi ospiti di Istieo. I Nassi, una volta arrivati a Mileto, chiesero ad Aristagora se in qualche modo poteva fornire loro delle truppe con cui rientrare in patria. E Aristagora, considerando che se fossero rientrati in patria grazie a lui, avrebbe comandato su Nasso, facendosi forte dei vincoli di ospitalità di Istieo rivolse loro il seguente discorso: "Io personalmente non sono in grado di garantirvi una forza tale da farvi rientrare contro la volontà dei Nassi che tengono la città. Mi dicono infatti che i Nassi dispongono di un corpo di 8000 uomini e di molte navi lunghe; ma escogiterò qualcosa con tutta la mia buona volontà. Ecco come io ragiono. Si dà il caso che Artafrene sia un mio amico; Artafrene, lo sapete bene, è figlio di Istaspe e fratello di re Dario, e comanda su tutti gli abitanti della fascia costiera asiatica, disponendo di un esercito numeroso e di molte navi. Lo ritengo l'uomo adatto per realizzare quanto desideriamo". Udito ciò, i Nassi incaricarono Aristagora di agire come meglio poteva; lo invitarono a promettere doni e il vettovagliamento dell'esercito, a cui avrebbero provveduto essi stessi, perché nutrivano molte speranze che i Nassi avrebbero obbedito ai loro ordini appena essi fossero comparsi nelle acque di Nasso; speravano lo stesso degli altri isolani: in effetti di tutte queste isole (Cicladi) nessuna era ancora sotto Dario.

31) Aristagora si recò a Sardi e disse ad Artafrene che Nasso era un'isola non grande, quanto a estensione, però bella e fertile, e vicina alla Ionia, piena di ricchezze e di schiavi. "Tu dunque muovi guerra a questo paese, rinsedia in Nasso gli esuli fuoriusciti. Se lo fai, ho pronto per te molto denaro oltre le somme necessarie per l'esercito (che giustamente tocca a noi, che vi guidiamo, di pagare); tu aggiungerai ai domìni del re varie isole, Nasso stessa e quelle dipendenti da Nasso, Paro e Andro e altre, le così chiamate Cicladi. Muovendo da quelle basi metterai facilmente le mani sull'Eubea, un'isola vasta e prospera, non inferiore a Cipro e sicuramente più facile a prendersi. Ti basteranno cento navi per conquistarle tutte". E Artafrene gli rispose così: "Tu ti fai per la casa reale promotore di imprese eccellenti e sei anche buon consigliere in tutto, tranne che per il numero delle navi. Invece di cento ne avrai pronte duecento all'inizio della primavera. Ma per questo occorre l'approvazione personale del re".

32) Ascoltata la risposta, Aristagora, tutto soddisfatto, se ne tornò a Mileto; Artafrene a sua volta, mandò a riferire a Susa le parole di Aristagora; ricevuta la approvazione personale di Dario, equipaggiò duecento triremi, allestì un contingente assai numeroso di Persiani e di vari altri alleati e vi pose a capo Megabate, un Persiano della famiglia Achemenide, cugino suo e di Dario. Con la figlia di Megabate, se è vero ciò che si racconta, si fidanzò, in tempi posteriori, lo spartano Pausania, figlio di Cleombroto, bramoso di diventare tiranno della Grecia. Affidato il comando a Megabate, Artafrene spedì l'esercito a raggiungere Aristagora.

33) Megabate prese con sé da Mileto Aristagora, il contingente della Ionia e i Nassi e navigò apparentemente in direzione dell'Ellesponto; quando giunse a Chio andò a fermare le navi a Caucasa, intenzionato a passare da lì a Nasso approfittando del vento di nord. Ma poiché evidentemente non era destino che i Nassi perissero per opera di questa spedizione, capitò il seguente fatto. Megabate faceva il giro dei corpi di guardia delle navi e per combinazione sulla nave di Mindo nessuno era di sentinella. Megabate considerò grave la cosa e ordinò alle sue guardie di scovargli il comandante di quella unità, che si chiamava Scilace, e di legarlo attraverso a un foro del più basso ordine di remi nella nave, infilandolo con il corpo dentro e la testa fuori. Mentre Scilace era così imprigionato, qualcuno andò a informare Aristagora che Megabate aveva ignominiosamente fatto legare il suo ospite di Mindo; allora Aristagora si presentò dal Persiano a intercedere, ma, non ottenendo nulla di ciò che chiedeva, andò lui stesso a liberare Scilace. Messo al corrente, Megabate se la prese molto a male e andò su tutte le furie con Aristagora, il quale gli rispose: "Tu cosa c'entri in questo affare? Artafrene non ti ha inviato perché tu mi obbedissi e navigassi ai miei ordini? Perché ti immischi in tutto?". Così disse Aristagora. E l'altro, irritato da queste parole, come scese la notte, mandò a Nasso degli uomini su un battello per avvertire i Nassi della situazione.

34) In effetti, i Nassi non si aspettavano per nulla che questa flotta dovesse muovere contro di loro. Quando ne furono avvisati, subito trasferirono dentro le mura quanto avevano nei campi, fecero provviste di cibo e di bevande per sostenere un assedio e rinforzarono le mura. Costoro dunque si preparavano per una guerra imminente, gli altri, una volta trasferita la flotta da Chio a Nasso, assalirono gente ormai arroccata nelle sue difese e la assediarono per quattro mesi. Quando i Persiani ebbero esaurito le scorte con cui erano venuti e molto ebbe sborsato Aristagora in aggiunta di tasca sua, mentre l'assedio necessitava di ulteriore denaro, edificarono una fortezza per gli esuli di Nasso e si ritirarono in brutte condizioni sul continente.

35) Aristagora non era in grado di mantenere la promessa fatta ad Artafrene; intanto gli pesavano le spese militari che gli si chiedevano, poi lo spaventavano il cattivo stato dell'esercito e l'aver litigato con Megabate: pensava che gli avrebbero tolto il governo di Mileto. In apprensione per ciascuna di queste ragioni, meditava una ribellione; e proprio in quel momento per combinazione arrivò da Susa, da parte di Istieo, il messaggero con segni tatuati sul capo che avvertivano Aristagora di ribellarsi al re. Infatti Istieo, volendo comunicare ad Aristagora l'ordine di insorgere, non aveva sistema sufficientemente sicuro per avvisarlo, dato che le strade erano tutte sotto controllo; allora, rasato il capo al più fidato dei suoi servi, vi tatuò dei segni, attese che ricrescessero i capelli e appena furono ricresciuti lo mandò a Mileto con il solo incarico, una volta giuntovi, di invitare Aristagora a radergli i capelli e a dargli una occhiata sulla testa. Il tatuaggio ordinava, come ho già detto, la ribellione. Istieo agiva così perché gravemente tormentato dalla propria segregazione a Susa; se fosse scoppiata una rivolta aveva certo buone speranze di essere rispedito verso il mare, pensava invece che se a Mileto non succedeva nulla non vi sarebbe tornato mai più.

36) Istieo, dunque, agitato da questi pensieri, mandava il messaggero; ad Aristagora accadde che tutti questi eventi coincidessero. Si consigliava dunque con quelli della sua fazione rivelando la propria idea e il messaggio ricevuto da parte di Istieo. Tutti gli altri si trovarono d'accordo con lui e lo esortarono a ribellarsi; invece lo scrittore Ecateo in un primo momento sconsigliava di far guerra al re dei Persiani, specificando tutti i popoli su cui Dario comandava e l'entità della sua forza; ma visto che non riusciva a persuaderli, in un secondo momento propose loro di impegnarsi per diventare padroni del mare. E disse, continuando, che non lo vedeva raggiunto questo obiettivo in altro modo (già si sapeva che militarmente Mileto era debole): ma se avessero prelevato le ricchezze consacrate nel santuario dei Branchidi da Creso di Lidia, nutriva buone speranze che avrebbero conseguito il dominio del mare. E così loro avrebbero potuto usufruire di quel denaro e i nemici non avrebbero potuto rapinarlo. Si trattava di ricchezze ingenti, come ho chiarito già nel mio primo libro. L'idea di Ecateo non si impose; si decise comunque di ribellarsi e che uno di loro si recasse a Miunte presso l'esercito di stanza là dopo la ritirata da Nasso, e cercasse di catturare gli strateghi imbarcati sulle navi.

37) A tale scopo fu inviato Ietragora, il quale con l'inganno fece prigionieri Oliato, figlio di Ibanoli, da Milasa, Istieo, figlio di Timni, da Termera, Coe, figlio di Erxandro, quello a cui Dario aveva donato Mitilene, Aristagora, figlio di Eraclide, da Cuma e parecchi altri. In tal modo Aristagora si era ribellato ormai apertamente e macchinava ogni sorta di piani contro Dario. Per prima cosa rinunciò, a parole, alla tirannide e creò a Mileto l'uguaglianza dei diritti, affinché i Milesi si ribellassero volentieri assieme a lui, poi procedette in modo identico nel resto della Ionia, scacciandone dei tiranni; altri, e cioè quelli che aveva catturati sulle navi della spedizione comune contro Nasso, li consegnò alle città per fare a esse cosa gradita, precisamente li rimandò ciascuno nella città di provenienza.

38) I Mitilenesi come ebbero in mano Coe, lo trascinarono fuori delle mura e lo lapidarono. Invece i Cumani lasciarono libero il loro tiranno, e così si comportarono quasi tutti gli altri. Insomma per un certo periodo furono deposti i tiranni nelle città. Poi Aristagora di Mileto, dopo averne esautorato molti e invitato ogni città a mettere al loro posto degli strateghi, prese una seconda iniziativa: con una trireme si recò lui stesso come messaggero a Sparta. In effetti aveva bisogno di procurarsi una forte alleanza.

39) A Sparta non c'era più a regnare Anassandride figlio di Leonte, che era morto; Cleomene, figlio di Anassandride, ne aveva preso il posto, non per merito bensì per diritto ereditario: Anassandride non aveva avuto figli dalla donna che aveva sposato e che gli era molto cara, una figlia di sua sorella. Stando così le cose, gli efori lo convocarono e gli dissero: "Se tu non ti curi di te stesso, non possiamo però non preoccuparci noi, se la stirpe di Euristene si spegne. La moglie che hai ora non ti dà figli: e allora ripudiala e sposane un'altra, e così farai cosa gradita agli Spartiati". Lui rispose che non ci pensava neppure e che loro non gli davano un bel consiglio esortandolo a scacciare la moglie che aveva e che era priva di colpe nei suoi confronti, per prendersene un'altra.

40) Di fronte a tali parole gli efori e i geronti si consultarono fra di loro e poi avanzarono un'altra proposta ad Anassandride: "Poiché dunque ti vediamo tanto attaccato alla moglie che hai, ecco cosa devi fare, e senza obiezioni, se non vuoi che gli Spartiati decidano ben diversamente sul tuo conto. Non pretendiamo più che tu ripudi tua moglie, continua a offrirle tutto ciò che le offri adesso, però sposati anche un'altra, che ti faccia dei figli". Anassandride accolse il loro suggerimento e in seguito visse con due mogli in due distinte case, secondo un costume niente affatto spartiata.

41) Non molto dopo, la seconda moglie gli generò il Cleomene in questione. E mentre costei dava alla luce il successore al trono per gli Spartiati, anche la prima moglie, sterile fino a quel momento, chissà come rimase incinta, favorita dalla fortuna. Lei era incinta davvero, ma i parenti della seconda moglie, saputolo, davano noia, affermando che si vantava a vanvera per far passare per suoi dei figli altrui. E poiché ne facevano di tutti i colori e il tempo ormai stringeva, sospettosi com'erano gli efori sorvegliarono la donna mentre partoriva stando seduti intorno a lei. Lei diede alla luce Dorieo e poi immediatamente rimase incinta di Leonida e dopo di lui, subito, di Cleombroto; si dice pure che Leonida e Cleombroto fossero gemelli. Invece la madre di Cleomene, la seconda moglie, la figlia di Prinetade figlio di Demarmeno, non riusciva più a procreare.

42) Cleomene, si dice, non era sano di mente, anzi quasi sulla soglia della pazzia, Dorieo invece primeggiava fra tutti i coetanei ed era perfettamente convinto che per virtù personali il regno sarebbe stato suo. Ne era così sicuro che, quando Anassandride morì e gli Spartani, in base alla legge, proclamarono re il più anziano Cleomene, Dorieo, assai contrariato e sdegnando di farsi comandare da Cleomene, chiese agli Spartiati degli uomini e li guidò a fondare una colonia, senza aver interpellato l'oracolo di Delfi per sapere in quale parte del mondo andare a fondarla, senza aver compiuto alcuno dei riti tradizionali. Incapace di sopportare oltre la situazione, diresse le sue navi verso la Libia; lo guidarono gli uomini di Tera. Giunto al Cinipe colonizzò una bellissima porzione della Libia sulle rive di un fiume. Due anni dopo fu scacciato di là dai Macei, dai Libici e dai Cartaginesi e se ne tornò nel Peloponneso.

43) Qui Anticare, nativo di Eleone, gli consigliò, sulla base dei vaticinii di Laio, di fondare in Sicilia una Eraclea, affermando che l'intera regione di Erice apparteneva agli Eraclidi, dato che Eracle stesso se ne era appropriato. Udito ciò Dorieo andò a Delfi a chiedere all'oracolo se avrebbe conquistato la terra verso cui stava per partire: e la Pizia gli rispose di sì. Dorieo prese con sé la gente che aveva già guidato in Libia e si trasferì sulle coste dell'Italia.

44) In quel tempo, come raccontano essi stessi, gli abitanti di Sibari con il loro re Teli si apprestavano a muovere in guerra contro Crotone; e i Crotoniati, allora, atterriti, chiesero a Dorieo di aiutarli, ottenendo quanto chiedevano. Dorieo si unì a loro in una spedizione contro Sibari e la conquistò. Questo secondo i Sibariti avrebbero fatto Dorieo e i suoi; ma i Crotoniati affermano che nessuno straniero li aiutò nella guerra contro i Sibariti, tranne il solo Callia, della stirpe di Iamo, indovino dell'Elide, e costui nel modo seguente: era giunto presso di loro fuggendo il tiranno di Sibari Teli perché i riti sacrificali da lui compiuti per la guerra contro Crotone non erano risultati di buon auspicio. Questa è la loro versione.

45) Entrambe le città adducono delle prove per le rispettive versioni: i Sibariti un sacro recinto e un tempio che sorge presso il letto disseccato del Crati, che Dorieo, raccontano, una volta presa la città, avrebbe eretto per Atena Cratia; ritengono poi testimonianza decisiva la fine dello stesso Dorieo, morto per essere andato oltre il responso. Perché, se non avesse fatto nulla di più, limitandosi a realizzare l'impresa per cui era partito, avrebbe conquistato e si sarebbe tenuto il territorio di Erice e né lui né il suo esercito sarebbero periti. Da parte loro i Crotoniati esibiscono a documentazione i molti bei campi donati a Callia dell'Elide nel territorio di Crotone, che ancora ai tempi della mia visita appartenevano ai discendenti di Callia, mentre nulla fu dato a Dorieo e ai suoi discendenti; certamente, se Dorieo li avesse aiutati nella guerra contro Sibari, avrebbero elargito molti più doni a lui che a Callia. Ecco quanto entrambi portano rispettivamente a titolo di prova. E ciascuno aderisca alla versione, fra le due, che più lo convinca.

46) Insieme con Dorieo viaggiarono anche altri coloni spartiati: Tessalo, Parebate, Celees ed Eurileonte, i quali, arrivati in Sicilia con tutta la spedizione, morirono vinti in battaglia dai Fenici e dai Segestani. Fra i coloni il solo Eurileonte sopravvisse alla disfatta. Raccolti i superstiti della spedizione, occupò Minoa, colonia di Selinunte, e contribuì a liberare i cittadini di Selinunte dalla tirannia di Pitagora. Poi, come ebbe rovesciato Pitagora, prese lui a esercitare un potere tirannico in Selinunte e per un breve periodo spadroneggiò da solo; poi i cittadini di Selinunte si ribellarono e lo uccisero, benché avesse cercato rifugio presso l'altare di Zeus Agoreo.

47) Seguì Dorieo e ne condivise la sorte Filippo figlio di Butacide, uomo di Crotone, il quale era scappato da Crotone dopo essersi legato formalmente con la figlia di Teli di Sibari, ma poi, ingannato riguardo le nozze, si era imbarcato per Cirene; da Cirene era partito per seguire Dorieo con una trireme propria e un equipaggio a sue spese; era uno che aveva vinto alle Olimpiadi e primeggiava per bellezza fra i Greci del suo tempo. Proprio per la sua bellezza ottenne dai Segestani cose che nessun altro ottenne: essi edificarono un sacrario sulla sua tomba e se ne garantiscono il favore offrendogli dei sacrifici.

48) Tale fu la fine di Dorieo; ma se avesse tollerato la sovranità di Cleomene e fosse rimasto a Sparta, di Sparta sarebbe diventato re, perché Cleomene non regnò a lungo, ma morì senza figli, lasciando solo una figlia, di nome Gorgo.

49) Insomma il tiranno di Mileto Aristagora giunse a Sparta quando il potere era nelle mani di Cleomene; con lui venne a parlare, come raccontano gli Spartani, con una tavoletta di bronzo su cui era incisa la mappa del mondo intero, con tutti i mari e i singoli fiumi. Aristagora, venuto a colloquio con lui, gli disse: "Cleomene, non meravigliarti della mia fretta nel venire qui; la situazione è questa: che i figli degli Ioni siano schiavi invece che liberi è ragione di vergogna e di grande dolore sia per noi stessi, sia, fra gli altri, soprattutto per voi, poiché siete a capo della Grecia. Ora, perciò, in nome degli dèi greci salvate gli Ioni dalla schiavitù; sono uomini del vostro sangue ed è un'impresa, per voi, di facile riuscita, perché i barbari non sono forti, mentre voi, in fatto di guerra, siete ai massimi livelli di valore. Loro combattono così: archi e corte lance e vanno in battaglia con brache di cuoio e turbanti sulla testa. È dunque facile sopraffarli. Però gli abitanti di quel continente hanno a disposizione risorse quante il resto del mondo non possiede, a cominciare dall'oro, e argento, rame, stoffe variopinte e bestie da soma e schiavi. Tutte cose che possono essere vostre se lo volete sul serio. Vivono stanziati nell'ordine che vi dirò, uno di seguito all'altro: accanto agli Ioni ci sono i Lidi, che abitano una fertile regione e sono ricchi di denaro". Parlava così segnalando col dito i punti nella mappa della terra che portava con sé incisa sulla tavola. "Dopo i Lidi", continuò a dire Aristagora, "ecco i Frigi, verso oriente, i più ricchi di bestiame e di raccolti che io conosca al mondo. Contigui ai Frigi i Cappadoci, che noi chiamiamo Siri e ai loro confini i Cilici che si estendono fino al mare in cui, vedete, giace l'isola di Cipro; i Cilici versano al re un tributo annuo di cinquecento talenti. Oltre i Cilici ecco gli Armeni: anch'essi possiedono molto bestiame, e dopo gli Armeni, qui, vivono i Matieni. Di seguito c'è il paese dei Cissi, nel quale, sul corso del fiume Coaspe, sorge Susa, eccola, dove il grande re ha la sua residenza; lì si trovano le camere del tesoro. Una volta conquistata questa città contenderete tranquillamente a Zeus il primato della ricchezza. Ebbene, oggi per una regione non certo vasta né così fornita di risorse e dai confini ristretti vi sentite in dovere di ingaggiare battaglie contro i Messeni, che vi tengono testa e contro gli Arcadi e gli Argivi: ed essi non possiedono nulla che si avvicini all'oro e all'argento, beni tanto desiderabili da indurre anche qualcuno a cadere in battaglia; e quando vi si offre l'occasione di dominare facilmente l'Asia intera, deciderete diversamente?". Questo fu il discorso di Aristagora; Cleomene gli rispose così: "Straniero di Mileto, rimando la risposta di due giorni".

50) Per quel momento non andarono oltre; quando poi venne il giorno fissato per la risposta e si presentarono nel luogo precedentemente stabilito, Cleomene chiese ad Aristagora quanti giorni di viaggio occorressero per raggiungere il re partendo dal mare degli Ioni. E Aristagora, che in tutto era abilissimo e in grado di abbindolarlo, in quel caso sbagliò malamente; non avrebbe dovuto dire la verità, se voleva davvero portare in Asia gli Spartiati, e invece precisò che il viaggio verso l'interno richiedeva tre mesi. E Cleomene, troncandogli in bocca il discorso che Aristagora si apprestava a fare circa l'itinerario, esclamò: "Straniero di Mileto, vattene via da Sparta prima del tramonto: non è un discorso accettabile per gli Spartani quello che fai, se intendi portarli lontano dal mare per tre mesi di cammino!".

51) Cleomene, detto ciò, se ne andò a casa. Aristagora, preso un ramo d'olivo, si recò alla dimora di Cleomene, vi entrò in qualità di supplice ed esortò Cleomene a mandare via la sua creatura e a starlo ad ascoltare; accanto a Cleomene c'era infatti la sua unica figlia, di nome Gorgo, che poteva avere all'epoca otto o nove anni. Cleomene lo invitò a dire quello che voleva senza trattenersi per via della bambina. Allora Aristagora cominciò a promettergli dieci talenti, se avesse fatto quanto gli chiedeva. Cleomene scosse la testa e Aristagora proseguì sempre aumentando la cifra fino a offrire cinquanta talenti; al che la bambina esclamò: "Padre, lo straniero ti corromperà, se non te ne vai di qui". Allora Cleomene, orgoglioso dell'ammonimento filiale, si ritirò in un'altra stanza. Aristagora si allontanò definitivamente da Sparta e non ebbe occasione di descrivere ulteriormente la strada che conduce al re persiano.

52) Ecco come si presenta questo itinerario. Vi sono ovunque stazioni reali ed eccellenti ostelli; la strada attraversa sempre regioni abitate e sicure. Da un capo all'altro della Lidia e della Frigia ci sono venti stazioni per un totale di 94 parasanghe e mezza. All'uscita della Frigia c'è il fiume Alis: lo sormontano porte che è inevitabile varcare per trovarsi, in tal modo, oltre il fiume; sull'Alis c'è un grande posto di guardia. Chi attraversa la Cappadocia e guada il fiume in questo punto trova ventotto stazioni per 104 parasanghe fino ai confini della Cilicia; alle frontiere occorre superare due porte e due fortilizi. Dopodiché si procede in Cilicia lungo tre stazioni per 15 parasanghe e mezza. La linea di confine tra la Cilicia e l'Armenia è costituita da un fiume che si chiama Eufrate, valicabile con traghetto; in Armenia si contano quindici stazioni di sosta, 56 parasanghe e mezza con un presidio militare. In Armenia scorrono quattro fiumi navigabili che è assolutamente inevitabile attraversare: il primo è il Tigri, poi, secondo e terzo, i cosiddetti Zabato, che non sono in realtà lo stesso fiume né hanno la stessa origine: l'uno, infatti, scende dal paese degli Armeni, l'altro dal paese dei Matieni. Il quarto fiume si chiama Gindo ed è quello che un tempo Ciro disperse in 360 canali. Procedendo dall'Armenia alla terra dei Matieni ci sono trentaquattro stazioni e 137 parasanghe. Di qui ci si trasferisce nella regione Cissia e dopo undici stazioni e 42 parasanghe e mezza si è sul fiume Coaspe, pure questo traghettabile, su cui sorge la città di Susa. E così le stazioni in totale risultano centoundici. Tanti sono i luoghi di sosta per chi va da Sardi a Susa.

53) Se abbiamo misurato esattamente in parasanghe la strada e tenendo conto della equivalenza (una parasanga è pari a trenta stadi), da Sardi alla reggia detta Memnonia risultano esserci 13.500 stadi (450 parasanghe). Percorrendo 150 stadi al giorno occorrono precisamente novanta giorni.

54) Aveva dunque risposto correttamente Aristagora dicendo allo Spartano Cleomene che ci vogliono tre mesi di viaggio per raggiungere il re. Nel caso qualcuno cerchi particolari più esatti specificherò anche questo: bisogna aggiungere al totale la strada da Efeso a Sardi. E insomma dichiaro che dal mare dei Greci fino a Susa (detta appunto città di Memnone) gli stadi sono in tutto 14.040; perché Sardi dista da Efeso 540 stadi e così il viaggio di tre mesi si allunga di altri tre giorni.

55) Cacciato via da Sparta, Aristagora si recò ad Atene; Atene si era liberata dei tiranni come segue. Dopo che Aristogitone e Armodio, di antica stirpe gefirea, ebbero ucciso Ipparco, figlio di Pisistrato e fratello del tiranno Ippia, benché avesse visto in sogno una visione chiarissima (della sua disgrazia), gli Ateniesi per quattro anni si trovarono sotto un regime non meno tirannico di prima, anzi persino di più.

57) Ed ecco quale fu la visione notturna di Ipparco. Nella notte precedente le Panatenee Ipparco sognò un uomo di alta statura, bello, che gli stava accanto e gli rivolgeva queste parole enigmatiche:...”La dura sorte, Leone, sopporta con cuore paziente: Tutti gli uomini ingiusti dovranno pagare la pena”....( Resisti, leone, sopporta con cuore tenace l'insopportabile; non c'è uomo, se commette ingiustizia, che non sconterà la sua pena). Non appena si fece giorno Ipparco sottopose apertamente la visione agli interpreti dei sogni; ma poi, trascurando l'avvertimento, condusse la processione durante la quale, appunto, morì.

57) I Gefirei, ai quali appartenevano gli uccisori di Ipparco, dichiarano di avere antica origine da Eretria; io personalmente ho scoperto con le mie indagini che erano Fenici, di quelli venuti con Cadmo nella terra oggi detta Beozia: e vi abitavano nella zona di Tanagra, da loro ottenuta in sorte. Di là, dopo che i Cadmei erano stati scacciati una prima volta dagli Argivi, scacciati una seconda volta dai Beoti, si diressero ad Atene. Gli Ateniesi li accettarono come concittadini a certe condizioni, imponendo l'esclusione da certi diritti, non molti per altro e che non vale la pena di riportare.

58) I Fenici venuti assieme a Cadmo, ai quali appartenevano i Gefirei, dopo essersi stabiliti in questa regione introdussero fra i Greci molte novità e in particolare l'alfabeto, che prima, secondo me, in Grecia non esisteva. Inizialmente ricorsero ai caratteri ancora oggi adoperati dai Fenici; più tardi, col passare del tempo, insieme con i suoni ne adattarono anche la forma. A quell'epoca intorno a loro abitavano per lo più Greci della stirpe ionica; costoro accolsero e impararono dai Fenici la scrittura, e se ne servirono con qualche modifica alle lettere; usandole le chiamavano fenicie, come era giusto, visto che a inventarle erano stati i Fenici. Anche i volumi di papiro da un pezzo gli Ioni li chiamano pelli, perché una volta per penuria di papiro, utilizzavano pelli di capra e di pecora; ancora oggi, ai tempi miei, molte popolazioni barbare scrivono su simili membrane.

59) Io stesso ho visto caratteri cadmei nel tempio di Apollo Ismenio a Tebe in Beozia, incisi su tre tripodi e uguali, in gran parte, ai caratteri ionici. L'iscrizione su uno dei tripodi dice:...”Anfitrione mi offrì, di ritorno dai Teleboi”... (Mi consacrò Anfitrione di ritorno dai Teleboi). Risalirebbe ai tempi di Laio figlio di Labdaco e nipote di Polidoro, a sua volta figlio di Cadmo.

60) Il secondo tripode dice in versi esametri:,,,”Vinse fra i pugili Sceo; e me, splendido dono votivo, Volle a te, Apollo che lungi con l’arco colpisci, sacrare”.... (Sceo mi vinse nella gara del pugilato e mi consacrò a te, Apollo arciere, che colpisci da lungi, quale splendido dono). Sceo sarebbe il figlio di Ippoconte, della generazione di Edipo figlio di Laio, ammesso che sia proprio lui il consacratore e non un altro con lo stesso nome del figlio di Ippoconte.

61) Il terzo tripode dice, sempre in esametri:,,,”Laodamante a te, Apollo che sempre colpisci nel segno, mentre era re, questo tripode splendido offriva, lui stesso”...                 (Laodamante stesso, regnando, consacrò un tripode a te, Apollo, arciere infallibile, quale splendido dono). Proprio sotto il regno di Laodamante figlio di Eteocle i Cadmei furono scacciati dagli Argivi e si portarono presso gli Enchelei, invece i Gefirei, lasciati lì, si trasferirono ad Atene più tardi, costretti dai Beoti. Ad Atene essi edificarono santuari nessuno dei quali è in comune con gli Ateniesi; in particolare, fra quelli nettamente separati, spicca il santuario di Demetra Achea con i suoi culti misterici.

62) Ho raccontato dunque la visione avuta in sogno da Ipparco e l'origine dei Gefirei, ai quali appartenevano gli uccisori di Ipparco; detto ciò, bisogna ancora riprendere il racconto lasciato in sospeso al suo inizio su come gli Ateniesi si liberarono dei tiranni. Mentre Ippia comandava gli Ateniesi con ira, per via della morte di Ipparco, gli Alcmeonidi, ateniesi di stirpe ed esuli a causa dei Pisistratidi, visto che a loro e agli altri fuorusciti ateniesi la soluzione di forza non dava risultati, anzi nel tentativo di rientrare e di liberare la città avevano subito una grave batosta dopo aver munito di mura Leipsidio a nord del demo di Peonia, gli Alcmeonidi, dunque, che macchinavano ogni piano possibile contro i Pisistratidi, presero in appalto dagli Anfizioni la ricostruzione totale del tempio di Delfi, ossia dell'edificio che c'è oggi ma che allora non esisteva ancora. Siccome erano ben forniti di denaro e uomini di notevole prestigio fin dalle origini, portarono a termine il tempio facendolo ancora più bello del progetto; fra l'altro, mentre si era stabilito di edificarlo in pietra di tufo, eressero la facciata in marmo di Paro.

63) Raccontano insomma gli Ateniesi che questi uomini, stabilitisi a Delfi, col loro denaro persuasero la Pizia a invitare gli Spartiati, tutte le volte che venivano per consultare l'oracolo, o a titolo privato, o per conto dello stato, a liberare Atene. Gli Spartani, visto che risultava sempre lo stesso responso, inviarono con un esercito Anchimolio figlio di Astro, un cittadino assai stimato, a scacciare da Atene i Pisistratidi; decisero ciò, benché fossero a essi legati da stretti vincoli di ospitalità, perché ritenevano più importanti i dettami divini di quelli umani. Mandarono per mare queste truppe. Anchimolio attraccò al Falero e le fece sbarcare; i Pisistratidi, preavvertiti, chiesero rinforzi ai Tessali con i quali avevano stipulato un trattato di alleanza militare. I Tessali, alla loro richiesta, spedirono con decisione comune mille cavalieri e il loro re Cinea, un uomo Condeo. Quando li ebbero al loro fianco, i Pisistratidi misero in opera il seguente piano: disboscarono la piana del Falero, rendendo il terreno adatto ai cavalli, poi lanciarono contro l'esercito accampato la cavalleria, che piombò sugli Spartani e ne uccise parecchi, e fra gli altri Anchimolio, costringendo i superstiti ad asserragliarsi sulle navi. Così andò a finire la prima spedizione spartana; la tomba di Anchimolio si trova in Attica, ad Alopece, accanto al tempio di Eracle in Cinosarge.

64) In seguito gli Spartani allestirono e inviarono contro Atene una spedizione più consistente, a comandare la quale designarono il re Cleomene figlio di Anassandride, ma non si mossero più per mare bensì per via di terra. Quando irruppero nella regione dell'Attica, con loro si scontrò per prima la cavalleria tessala, che in breve tempo fu volta in fuga; più di quaranta cavalieri caddero morti, i superstiti ripiegarono, come potevano, direttamente verso la Tessaglia. Cleomene entrò in città e, assieme agli Ateniesi che volevano essere liberi, assediò i tiranni asserragliati entro la cinta del Pelargico.

65) E gli Spartani non avrebbero potuto davvero stanarli i Pisistratidi (non pensavano di porre un assedio e i Pisistratidi erano ben provvisti di cibo e bevande) e dopo qualche giorno di blocco si sarebbero ritirati a Sparta; ma si verificò un caso, sfavorevole certo agli uni ma ben fortunato, un vero alleato, per gli altri: i figli dei Pisistratidi furono catturati mentre si cercava di farli uscire di nascosto dalla regione. Quando questo accadde, la situazione dei Pisistratidi si capovolse; in cambio dei figli si arresero alle condizioni volute dagli Ateniesi, di uscirsene dall'Attica entro cinque giorni. Poi se ne andarono al Sigeo sul fiume Scamandro, dopo 36 anni di dominio su Atene; per antica origine erano essi di Pilo e discendenti di Neleo, con la stessa ascendenza, cioè, delle famiglie di Codro e di Melanto, i quali un tempo, benché fossero stranieri, erano diventati re di Atene. In ricordo di tali antenati Ippocrate aveva dato a suo figlio il nome di Pisistrato, ricavandolo dal Pisistrato figlio di Nestore. Così dunque gli Ateniesi deposero i tiranni; le cose degne di menzione che fecero o subirono una volta liberi, prima che la Ionia si ribellasse a Dario e che Aristagora di Mileto venisse ad Atene per chiedere il loro aiuto, le esporrò ora anzitutto.

66) Atene, che anche prima era una grande città, una volta sbarazzatasi dei tiranni, divenne ancora più grande. Vi primeggiavano due uomini: Clistene, della famiglia degli Alcmeonidi, di cui si racconta che avesse corrotto la Pizia, e Isagora, figlio di Tisandro, di famiglia ragguardevole, anche se non sono in grado di precisarne gli antenati (i membri della sua stirpe sacrificano a Zeus Cario). I due lottarono per il potere; Clistene, che aveva la peggio, si accattivò il favore popolare. Più tardi Clistene divise gli Ateniesi in dieci tribù, mentre prima erano quattro, eliminando i vecchi nomi, derivati dai figli di Ione, ossia Geleonte, Egicoreo, Argade e Oplete, e trovando altri eroi locali da cui trarne di nuovi; unica eccezione Aiace, che aggiunse, benché fosse straniero, in quanto vicino e alleato.

67) Con ciò mi sembra che Clistene abbia imitato il suo nonno materno Clistene, tiranno di Sicione. Quando era in guerra contro gli Argivi, questo Clistene soppresse a Sicione le competizioni tra i rapsodi per i poemi omerici, per il fatto che Argivi e Argo vi sono troppo elogiati; inoltre, poiché proprio nella piazza centrale di Sicione sorgeva, e sorge ancora, un eroon dedicato ad Adrasto figlio di Talao, a Clistene venne voglia di espellerlo dal paese, perché Adrasto era Argivo: si recò a Delfi e chiese all'oracolo se poteva estromettere Adrasto; e la Pizia gli rispose sentenziando che Adrasto era re dei Sicioni, lui invece il loro lapidatore. Poiché il dio non lo autorizzava, tornato a casa, meditava un sistema grazie al quale Adrasto se ne andasse da sé. Quando credette di averlo trovato, inviò a Tebe di Beozia un messaggio: voleva trasferire a Sicione la salma di Melanippo figlio di Astaco; e i Tebani acconsentirono. Clistene portò in patria i resti di Melanippo, gli assegnò un recinto sacro dentro al Pritaneo e lì lo collocò, nel punto più difeso. Clistene traslò Melanippo (certo questo va spiegato) in quanto era nemico giurato di Adrasto: gli aveva ucciso il fratello Meciste e il genero Tideo. Una volta dedicatogli il recinto, distolse da Adrasto sacrifici e festeggiamenti e li concesse a Melanippo. I Sicioni erano soliti solennizzare Adrasto in maniera splendida: infatti il loro paese apparteneva a Polibo e Adrasto era nipote di Polibo (per parte della figlia), sicché Polibo, morendo senza figli, gli aveva lasciato il potere. Vari altri onori i Sicioni tributavano ad Adrasto, in particolare ne celebravano le sventure con cori tragici, venerando non più Dioniso ma Adrasto. Clistene restituì i cori a Dioniso, e il resto della cerimonia lo dedicò a Melanippo.

68) Così aveva agito nei confronti di Adrasto; alle tribù doriche cambiò i nomi perché non risultassero le stesse quelle dei Sicioni e quelle degli Argivi. E così facendo finì pure per gettare nel ridicolo i Sicioni: infatti prese i nomi dal maiale, dall'asino e dal porcello, vi aggiunse le desinenze e li impose a tutte le tribù tranne la propria, alla quale diede un nome echeggiante il suo primeggiare. Essi insomma furono detti Archelai, gli altri Iati, Oneati, Chereati. Di questi nomi i Sicioni si servirono durante il regno di Clistene e per sessanta anni ancora dopo la sua morte; poi, di comune accordo, li cambiarono in Illei, Panfili, Dimanati; per la quarta tribù, inoltre, ricavarono un nome da Egialo figlio di Adrasto e stabilirono che si chiamasse Egialea.                                                    

69) Questo dunque aveva fatto Clistene di Sicione; Clistene di Atene a sua volta (era figlio di una figlia del Sicionico e portava lo stesso nome) imitò il suo omonimo; secondo me anche lui per astio, contro gli Ioni, affinché le tribù ateniesi non si chiamassero come quelle ioniche. Non ap pena ebbe attirato dalla sua il popolo ateniese, fino ad allora assolutamente tenuto da parte, mutò i nomi delle tribù e ne aumentò il numero. Creò dieci capi di tribù in luogo dei quattro precedenti e sempre in gruppi di dieci assegnò i demi alle tribù. Col popolo dalla sua era assai più forte dei suoi avversari politici.

70) A sua volta Isagora, vedendosi battuto, rispose con la seguente mossa: chiamò in suo aiuto lo spartano Cleomene, a lui legato da vincoli di ospitalità fin dall'epoca dell'assedio dei Pisistratidi. E si accusava pure Cleomene di stretti rapporti con la moglie di Isagora. Per prima cosa Cleomene, inviando ad Atene un araldo, cercò di far bandire Clistene assieme a molti altri Ateniesi, definiti da lui "impuri". Agiva così seguendo le istruzioni di Isagora. In effetti gli Alcmeonidi e i loro compagni di fazione erano accusati di un delitto a cui Isagora e così pure i suoi amici erano estranei. Ecco come gli Ateniesi "impuri" meritarono tale appellativo.

71) Vi era ad Atene Cilone, vincitore dei Giochi Olimpici; costui alzò la cresta e puntò al potere di tiranno; associatosi una banda di coetanei tentò di impadronirsi dell'acropoli, ma non riuscendo nell'impresa andò a sedersi come supplice di fronte alla statua della dea. I pritani dei naucrari, che allora governavano Atene, li persuasero a lasciare il tempio garantendo loro salva la vita. E invece furono uccisi e del delitto furono incolpati gli Alcmeonidi. Tutto questo era accaduto prima della età di Pisistrato.

72) Quando Cleomene tentò col suo messaggio di far cacciare Clistene e gli impuri, Clistene si allontanò in segreto; non di meno più tardi Cleomene si presentò ad Atene con un contingente non numeroso e, appena giunto, mise al bando come sacrileghe settecento famiglie ateniesi indicategli da Isagora. Fatto ciò, tentò come seconda iniziativa di sciogliere il Consiglio e di mettere le cariche nelle mani di trecento seguaci di Isagora. Ma poiché il Consiglio si ribellò rifiutandosi di obbedirgli, Cleomene, Isagora e i suoi occuparono l'acropoli. Gli altri Ateniesi di comune accordo li assediarono per due giorni; il terzo giorno stipularono una tregua in base alla quale quelli di loro che erano Spartani potevano ritirarsi dal paese. Si compiva così per Cleomene la profezia: quando era salito sull'acropoli per occuparla, si era avviato verso i penetrali del tempio, come per rivolgersi alla dea; ma la sacerdotessa, balzata dal seggio prima che lui ne varcasse la soglia, gli aveva gridato: "Straniero di Sparta! Torna indietro, non entrare nel tempio! Qua dentro ai Dori non è lecito entrare". E Cleomene le aveva risposto: "Donna, io non sono Doro, ma Acheo!". Incurante dell'avvertimento del dio tentò l'impresa; e fu espulso, in quella circostanza, con gli Spartani. Gli altri, gli Ateniesi li misero in carcere per mandarli a morte; fra loro c'era anche Timesiteo di Delfi, del quale potrei elencare le eccezionali prodezze di forza e di coraggio.

73) Costoro dunque morirono in catene. Gli Ateniesi in seguito richiamarono Clistene e le settecento famiglie esiliate da Cleomene; e inviarono ambasciatori a Sardi, perché desideravano allearsi ai Persiani. Erano infatti convinti che Cleomene e gli Spartani sarebbero scesi in campo contro di loro. Quando gli incaricati, giunti a Sardi, ebbero riferito il messaggio, Artafrene di Istaspe, governatore di Sardi, chiese loro chi fossero e dove mai abitassero per chiedere di diventare alleati dei Persiani; udita la risposta, si sbrigò in due parole: se gli Ateniesi concedevano terra e acqua a re Dario, egli avrebbe stipulata l'alleanza, in caso contrario li invitava a tornarsene a casa. I messi, autonomamente, si dichiararono favorevoli, perché volevano stringere l'alleanza. Ma una volta tornati a casa furono duramente accusati.

74) Cleomene, convinto di essere stato offeso a parole e nei fatti dagli Ateniesi, arruolava truppe da tutto il Peloponneso, senza specificarne il perché: era intenzionato a vendicarsi del popolo ateniese e voleva insediare Isagora, che assieme a lui aveva lasciato l'acropoli, nel ruolo di tiranno. Cleomene con una spedizione massiccia invase il territorio di Eleusi, mentre, secondo il piano convenuto, i Beoti conquistavano Enoe e Isie, i demi più periferici dell'Attica, e i Calcidesi dall'altro lato attaccavano i territori dell'Attica e li devastavano. Gli Ateniesi, benché assaliti su due fronti, decisero di pensare più tardi a Beoti e Calcidesi e impugnarono le armi contro i Peloponnesiaci che occupavano Eleusi.

75) Già gli eserciti si apprestavano a scontrarsi, quando i Corinzi, resisi conto per primi che non stavano agendo con giustizia, cambiarono idea e si ritirarono; lo stesso fece poi Demarato figlio di Aristone, anche lui re degli Spartiati, collega di Cleomene nel guidare l'esercito da Sparta e mai prima di allora in disaccordo con lui. Dopo questo episodio di discordia a Sparta si stabilì per legge che i re non potessero accompagnare tutti e due l'esercito in caso di spedizione (in effetti fino ad allora lo seguivano assieme): e venendo dispensato dal comando uno dei re, doveva rimanere in città anche uno dei Tindaridi, mentre prima anch'essi, entrambi, dopo essere stati invocati, accompagnavano assieme l'esercito.

76) Allora ad Eleusi gli alleati rimasti, vedendo che i re spartani non erano d'accordo e che i Corinzi avevano abbandonato lo schieramento, si ritirarono anch'essi, tornandosene a casa. Questa era la quarta volta che i Dori entravano in Attica, due volte l'avevano assalita con intenzioni ostili, altre due per il bene del popolo ateniese: la prima volta quando avevano anche fondato Megara (questa spedizione potrebbe correttamente prendere nome dal re di Atene Codro), la seconda e la terza quando si erano mossi da Sparta per scacciare i Pisistratidi, e la quarta allora, quando Cleomene invase il territorio di Eleusi alla testa dei Peloponnesiaci; ecco come in quella quarta occasione i Dori attaccarono Atene.

77) Visto che questo corpo di spedizione si era dissolto in maniera tanto ingloriosa, allora gli Ateniesi, desiderosi di vendicarsi, marciarono in primo luogo contro i Calcidesi. I Beoti vennero in soccorso dei Calcidesi sull'Euripo. Quando gli Ateniesi li videro accorrere in aiuto, decisero di battersi prima coi Beoti che coi Calcidesi. Vennero a conflitto con i Beoti e li soverchiarono ampiamente, ne uccisero molti davvero e ne catturarono vivi settecento. Nello stesso giorno gli Ateniesi, passati in Eubea, si scontrarono anche con i Calcidesi: sconfissero anche loro e lasciarono sul posto quattromila cleruchi a spartirsi le terre degli ippoboti; ippoboti si chiamavano i Calcidesi del ceto benestante. Quanti furono catturati a Calcide li tennero in carcere assieme ai prigionieri beoti, in ceppi e catene; col tempo li liberarono per un riscatto di due mine a testa. I ceppi con cui li avevano incatenati li appesero sull'acropoli; e c'erano ancora ai miei tempi, appesi alle mura bruciacchiate tutto intorno dall'esercito medo, di fronte al sacrario che sorge sul lato occidentale. E consacrarono la decima parte dei riscatti fabbricando una quadriga di bronzo; essa è posta subito a sinistra di chi entra nei propilei dell'acropoli e reca la seguente iscrizione:...”Pria con impresa di guerra domatele, i figli di Atene, Della Beozia e di Calcide incatenaro le genti. Quindi, fiaccatone in tenebre e ferree ritorte l’orgoglio, Queste cavalle alla Dea, dopo il riscatto, sacrar”... (Dopo aver domato le genti dei Beoti e dei Calcidesi in azione di guerra, i figli degli Ateniesi ne spensero l'arroganza con tetre catene di ferro; come decima offrirono a Pallade queste cavalle).

78) Gli Ateniesi dunque crescevano in potenza; e non sotto un solo rispetto ma da ogni punto di vista risulta chiaro che l'uguaglianza di diritti è cosa preziosa, se davvero gli Ateniesi, quando erano in mano ai tiranni, non furono mai superiori in guerra alle popolazioni circostanti, mentre poi, sbarazzatisi di loro, divennero di gran lunga i primi. Risulta quindi chiaro che, da oppressi, si comportavano vilmente di proposito, pensando che agivano per un padrone, mentre, una volta liberi, ciascuno per se stesso desiderava adoperarsi fino in fondo.

79) Così andavano le cose ad Atene. I Tebani, più tardi, ansiosi di vendetta contro gli Ateniesi, inviarono dei delegati per consultare il dio. La Pizia escluse che potessero ottenere vendetta da soli e li esortò a riportare le sue parole là dove risuonano molte voci e a domandare aiuto a chi era loro più vicino. Al ritorno, gli inviati convocarono una assemblea e riferirono il responso. Una volta udito il rapporto e saputo dal discorso dei messi che dovevano rivolgersi a chi era loro più vicino, i Tebani dissero: "Ma intorno a noi non abitano i Tanagrei, i Coronei e i Tespiesi? Sono gente che da sempre combatte volentieri assieme a noi e ci aiuta a sostenere il peso delle guerre. Che bisogno c'è di ricorrere a loro? Guardiamo piuttosto se è proprio questo il significato dell'oracolo!".

80) Mentre così riflettevano a un tratto uno ebbe un'idea e disse: "Io credo di capire quello che vuole dirci l'oracolo. Tebe ed Egina, a quanto si racconta, erano figlie di Asopo. Se sono sorelle, credo che il dio ci ordini di affiancarci nella vendetta gli Egineti". E poiché non sembrava manifestarsi opinione migliore di questa, subito inviarono ambasciatori agli Egineti, sollecitandoli in base all'oracolo, perché erano i più vicini, a venire in loro aiuto. Ed essi di fronte a tale invito risposero che avrebbero mandato in soccorso gli Eacidi.

81) I Tebani tentarono l'impresa con l'ausilio degli Eacidi e furono duramente sconfitti dagli Ateniesi; allora mandarono di nuovo ambasciatori e restituirono gli Eacidi chiedendo invece uomini. Gli Egineti, superbi per la propria grande prosperità e memori di un antico odio verso gli Ateniesi, allora, come volevano i Tebani, portarono contro Atene una guerra che neppure si erano preoccupati di dichiarare. Mentre gli Ateniesi premevano sui Beoti, essi raggiunsero l'Attica con navi lunghe: saccheggiarono Falero da una parte e molti altri demi costieri dall'altra e così facendo arrecarono ingenti danni agli Ateniesi.

82) Ecco come era nato a suo tempo l'odio che gli Egineti nutrivano per gli Ateniesi. La terra non dava alcun frutto agli abitanti di Epidauro; essi su tale carestia consultarono l'oracolo di Delfi e la Pizia ordinò loro di innalzare statue a Damia e ad Auxesia: erette le statue, la situazione sarebbe migliorata. Allora gli Epidauri chiesero se dovevano farle di bronzo, le statue, o di marmo; né in un modo né nell'altro, replicò la Pizia, ma dovevano fabbricarle con legno di olivo domestico. Gli Epidauri allora chiesero agli Ateniesi il permesso di tagliare degli olivi, ritenendo quelli ateniesi i più sacri. Si dice anche che a quell'epoca non ci fossero olivi in nessun'altra parte del mondo se non ad Atene. Gli Ateniesi acconsentirono a patto che ogni anno gli Epidauri tributassero sacrifici ad Atena Poliade e a Eretteo. Gli Epidauri acconsentirono e ottennero quanto chiedevano: fabbricarono le statue con gli olivi ateniesi e le eressero. La terra dava frutti ed essi mantenevano la promessa fatta agli Ateniesi.

83) In quel periodo ancora, come prima, gli Egineti obbedivano agli Epidauri; fra l'altro andavano a Epidauro per dirimere le loro cause giudiziarie interne. Ma in seguito si costruirono delle navi e con avventata condotta si staccarono da Epidauro: essendo ormai ostili compivano razzie ai loro danni, dato che erano padroni del mare: in particolare gli sottrassero le statue di Damia e di Auxesia; se le portarono via e le eressero nell'interno del proprio paese, in una località detta Ea, distante circa una ventina di stadi dalla città. Le collocarono lì e per propiziarsene il favore le onoravano con sacrifici e cori femminili mordaci: a ciascuna delle dee erano stati assegnati dieci coreghi; i cori non rivolgevano ingiurie contro gli uomini, bensì contro le donne del luogo. Anche a Epidauro si svolgevano le stesse cerimonie, ma in più si svolgevano anche riti segreti.

84) Poiché le statue erano state rubate, gli Epidauri smisero di mantenere la promessa fatta agli Ateniesi. Gli Ateniesi inviarono messaggeri a manifestare la loro indignazione verso gli Epidauri, i quali però dimostrarono a fil di logica di non essere in torto nell'agire così: fin tanto che avevano avuto le statue nel proprio paese, avevano serbato fede ai patti, ma visto che ne erano stati privati, non toccava più a loro tributare sacrifici e invitavano, dunque, gli Ateniesi a rivolgersi in merito agli Egineti che avevano presso di sé le statue. Allora gli Ateniesi inviarono messi a Egina per esigerne la restituzione; ma gli Egineti risposero di non aver nulla da discutere con gli Ateniesi.

85) Gli Ateniesi per parte loro raccontano che dopo la richiesta di restituzione inviarono per conto dello stato dei cittadini su di una sola trireme, i quali, giunti a Egina, tentarono di svellere dai piedistalli le statue in questione, in quanto fatte con legno del loro paese, per portarsele via. Non riuscendo a vincerne la resistenza in questo modo, le legarono con delle funi e cominciarono a tirare; e mentre tiravano si sentì un rumore di tuono e ci fu un terremoto; gli uomini della trireme che tiravano le corde per colpa di questi prodigi uscirono di senno e per questo si uccisero fra loro come dei nemici; alla fine l'unico superstite se ne tornò a Falero.

86) Fin qui il racconto degli Ateniesi. Gli Egineti, invece, sostengono che gli Ateniesi non approdarono con una sola trireme (da una o poche più di una avrebbero potuto difendersi facilmente, anche se per caso di navi non ne avessero avute), ma che assalirono con una flotta il loro paese; e dichiarano di non aver opposto resistenza evitando uno scontro navale. Non sanno però spiegare esattamente se cedettero riconoscendo la propria inferiorità in quel campo, oppure con l'intenzione di agire come poi agirono. Visto che nessuno li affrontava in battaglia, gli Ateniesi sbarcarono e si diressero verso le statue: non riuscendo a scalzarle dai basamenti, le legarono con delle corde e tirarono, tirarono, finché le statue non risposero entrambe nello stesso modo (ma dicono cose che un altro può credere, forse, non io), e cioè caddero in ginocchio davanti agli Ateniesi; in tale posizione esse rimangono da allora. Così dunque si sarebbero comportati gli Ateniesi; dal canto loro gli Egineti, informati dell'imminente spedizione ateniese, tenevano allerta gli Argivi. Insomma, gli Ateniesi non erano ancora arrivati a Egina, che lì già c'erano le truppe alleate di Argo; esse, sbarcate di nascosto sull'isola da Epidauro, piombarono inaspettatamente sugli Ateniesi tagliando