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La
crisi finanziaria globale spiazza le visioni ideologiche
( da "Manifesto,
Il" del 07-02-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract: aumento continuo
dei prezzi delle "attività" (azioni, immobili) spinti all'insù da
bolle speculative che la Federal Reserve
ha non solo sostenuto ma provocato. Il modello si regge su un attivismo
statuale molto accentuato. Dietro ci sta un attacco senza requie alla classe
dei lavoratori, frantumata nelle figure del lavoratore traumatizzato,
( da "Manifesto, Il" del
07-02-2008)
Argomenti: Mercato
immobiliare
Riccardo Bellofiore La questione
di come inquadrare la crisi dei subprime dentro la dinamica capitalistica di
lungo periodo è importante. Andrea Fumagalli ha
provato a impostarla in un articolo di qualche giorno fa. L'asse del
ragionamento è presto detto. I mercati finanziari valorizzerebbero la
produttività "immateriale" del lavoro "cognitivo",
realizzerebbero una redistribuzione indiretta dal capitale al lavoro,
metterebbero in moto un moltiplicatore reale dell'economia. La novità della
crisi attuale starebbe nella messa in questione degli assetti gerarchici del
comando sui mercati finanziari, sempre più instabili, mentre l'entrata in scena
dei fondi sovrani sancirebbe l'abbandono dell'interesse nazionale. Da qualche
anno ho provato a impostare una risposta diversa. Attorno alla metà degli anni
'90 si instaura un "nuovo" capitalismo incentrato su una
"nuova" politica monetaria e un paradossale keynesismo
"finanziario" La domanda finale negli Stati Uniti si incarna sempre
più in consumi finanziati con l'indebitamento bancario, grazie all'aumento continuo dei prezzi delle
"attività" (azioni, immobili) spinti all'insù da bolle speculative
che la Federal Reserve ha
non solo sostenuto ma provocato. Il modello si regge su un attivismo statuale
molto accentuato. Dietro ci sta un attacco senza requie alla classe dei
lavoratori, frantumata nelle figure del lavoratore traumatizzato, del
risparmiatore affetto da sindrome maniacale-depressiva,
del consumatore indebitato. Quando i prezzi delle
attività salgono, il risparmiatore è in fase maniacale, l'indebitamento privato
garantisce il consumo, gli Stati Uniti sono il traino finale della domanda per
i grandi esportatori asiatici o europei. Il lavoratore traumatizzato non riesce
a tradurre in salario o controllo del lavoro l'eventuale piena
(sotto-)occupazione. Quando la bolla esplode, il
risparmiatore entra in fase depressiva e il debito privato mostra la sua
insostenibilità. La crisi da liquidità tracima in insolvenze, e rischia di
divenire crisi sistemica. Il che non significa crollo: semmai ristrutturazione
profonda, e necessità di una ridefinizione radicale degli equilibri
capitalistici esistenti. In situazioni del genere, come oggi, non ci si fa
scrupolo di far ricorso alla politica fiscale. L'attacco al mondo del lavoro
discende da trasformazioni sociali e tecniche che hanno dato vita a una
"centralizzazione senza concentrazione". La riunificazione, formale o
sostanziale, dei capitali si può accoppiare a riduzione delle dimensioni di
impresa e a frammentazione del mondo del lavoro. La soggezione delle
"famiglie" ai mercati finanziari e al debito per il consumo configura
una "sussunzione reale del lavoro alla finanza", retroagendo sulla
valorizzazione immediata. Costringe cioè a tempi di lavoro più lunghi e
intensi, e muta la natura del lavoro: che da attività svolta secondo un piano e
sotto controllo diretto diviene, quale che sia la natura giuridica del
rapporto, compito da svolgere con "flessibilità" in una finta
autonomia. Tutto ciò è accelerato dai nuovi criteri di corporate governance: sono i gestori dei fondi pensione a pretendere
rendimenti elevati del capitale e a gradire scelte penalizzanti su occupazione
e condizioni di lavoro. Dal 2003, la necessità di tenere in piedi la baracca ha
spinto a includere sotto la finanza anche le famiglie povere e precarie. Per
far decollare l'abnorme espansione dei subprime, ed evitarne il subitaneo
crollo, ci si è appoggiati a strumenti finanziari come derivati,
cartolarizzazioni, "impacchettamenti", in combinazioni
esplosive coperte dalle banche. Quando il castello di carte è crollato, sono
finite a rischio paralisi le relazioni inter-bancarie. Ciò ha depotenziato
l'arma della riduzione dei tassi di interesse, come anche la politica fiscale
quale mera riduzione delle tasse (visto il possibile collasso dei consumi e il
rientro dall'indebitamento). I fondi sovrani possono per ora evitare che la
crisi sistemica abbia un decorso più drammatico, ma
nulla più. C'è comunque da dubitare che il contagio della spinta recessiva,
passando attraverso l'Asia, non colpisca l'Europa e l'Italia. L'uscita
dall'inferno non è affidabile alle sole politiche redistributive, ma
richiederebbe politiche strutturali e un piano del lavoro. Una
interpretazione che si oppone punto per punto a quella di Fumagalli. Ammesso, ma non concesso, che esista come entità
mistica separata, la forza produttiva del lavoro "cognitivo" è attiva
solo nella misura in cui è messa al lavoro dentro la "fabbrica"
capitalistica: il che richiede appunto la domanda effettiva. Quando i mercati
finanziari credono di "valorizzare" l'innovazione, inclusa
quella "comunicativa" e "informazionale",
prendono solenni cantonate: i profitti attesi dalle dot.com sono crollati in un
batter d'occhio. Non si vede peraltro cosa questo abbia a che fare con la bolla immobiliare. I fondi sovrani tutto sono meno che
sganciati dalla sovranità: ma è l'intero meccanismo a dipendere da politiche
economiche attive, targate statualmente, nel
conflitto geopolitico globale. Infine, altro che redistribuzione dal capitale
al lavoro e nuovo welfare. E' piuttosto un giro di vite nella subordinazione
del lavoro al capitale: che spreme lavoro, trasferisce lavoro e reddito al
profitto lordo, instaura un workfare che è anche un warfare. Forma nuova dello sfruttamento di sempre. Fa
piacere che un teorico post-operaista, che si vorrebbe neo-operaista, riconosca
che il "nuovo" capitalismo è intrinsecamente instabile.
L'interpretazione di Fumagalli discende dritta dritta da una visione
apologetica della "potenza" del capitalismo contemporaneo, e da una
subalternità a politiche social-liberiste che si
pretenderebbe di radicalizzare. Più che tornare alle origini, si sfocia in Proudhon.