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Articoli
Scuola (2)
Far fuori gli insegnanti giocando con le statistiche.
Ecco come ( da "Unita, L'"
del 28-06-2008)
Argomenti: Scuola
Abstract: 679 insegnanti di religione cattolica (di cui 14.670 di ruolo), che altri paesi - in cui l'egemonia politico-culturale della chiesa non è preminente e la laicità della scuola un valore realmente fondante - non hanno l'onore di conteggiare nel numero dei propri insegnanti.
Scuola,
l'assunzione del mercato come paradigma regolatore del funzionamento dell'istruzione
( da "Liberazione"
del 28-06-2008)
Argomenti: Scuola
Abstract: del suo programma politico sia la privatizzazione della scuola pubblica e il sostegno finanziario, spacciato perfino per economicamente conveniente, di quella privata paritaria. Il tutto accompagnato dalle consuete proposte della destra: concorrenza tra le scuole, siano esse pubbliche o private, finanziamento diretto alle famiglie per sostenere la "libera scelta" dei percorsi d'
( da "Unita, L'" del 28-06-2008)
Argomenti: Scuola
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l'edizione del LA POLEMICAIl rapporto docenti-alunni e i fattori che lo
determinano Far fuori gli insegnanti giocando con le statistiche. Ecco come...
Marina Boscaino Esistono alcuni luoghi comuni difficili da sfatare. Uno di
questi è certamente che il rapporto docente-alunni nel nostro Paese sia molto
più alto che altrove. Da ciò i grilli parlanti (e i detrattori della scuola pubblica) deducono una serie di conseguenze,
soprattutto relative ad eventuali sprechi. Non deve dunque stupire che il
ministro Gelmini, in un'intervista al "Sole 24 ore" - a commento del
decreto n. 112 del 25 giugno, che prevede, secondo stime ufficiose del
ministero dell'Economia, un taglio di addirittura 160mila posti nella scuola, pari a 70mila cattedre e 40mila posti di personale
Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario) - abbia affermato che si tratta di
una "cura da cavallo inevitabile per la scuola",
poiché questo Governo "è stato eletto per risanare i conti pubblici".
Nel Paese delle lobby di potere, delle consulenze milionarie, degli abusi
tollerati, della celebrazione dell'evasione fiscale come diritto inalienabile
del cittadino, nel Paese di Gomorra, paga la scuola. E
Gelmini è facile ostaggio di Tremonti. Già in autunno il Quaderno Bianco sulla scuola stigmatizzava l'alto numero dei docenti. Come è noto,
sia l'ultima Finanziaria che il decreto 112 sono intervenuti in proposito, non
inficiando tuttavia il senso del discorso: quella pubblicazione
rivelava che su 100 studenti della primaria in Italia ci sono 9.3 docenti, 5.3
nei Paesi Ocse; nella secondaria di I grado 9.7 per l'Italia contro il 7.3
dell'Ocse; nella secondaria superiore, 8.7 Italia e 7.9 Ocse. Hanno dunque
ragione: in Italia ci sono troppi insegnanti rispetto al numero di alunni. Ma
una lettura più attenta di alcune specificità del nostro sistema di istruzione
rivela una realtà decifrabile in termini diversi. Sulla quale una maggiore
buona fede di chi ci governa e di chi interpreta i dati consentirebbe di
riflettere con la necessaria attenzione. Nell'anno scolastico 2005-2006 i posti
di insegnante statale in Organico di Diritto sono stati complessivamente
737.250, di cui 48.607 di sostegno (fonte MPI). Ed ecco il primo punto: nel
resto dell'Europa gli alunni diversamente abili frequentano scuole speciali.
Pertanto gli operatori che se ne occupano non vanno ad aumentare il numero dei
docenti. Solo in Francia per questi ragazzi viene destinato un organico di
280.000 operatori sociali, che appartengono comunque ad amministrazioni diverse
dalla scuola. Ecco come un provvedimento di
inclusione, di integrazione e di pari opportunità, nonché una lettura
illuminata dell'art. 3 della Costituzione, non solo non viene considerato tale,
ma si ritorce contro il sistema scuola. Forse il
governo preferirebbe confinare - esattamente come accade, ad esempio, in
Germania - bambini e ragazzi diversamente abili in strutture parasanitarie.
Rispetto alla cifra complessiva dei posti in organico di diritto va considerata
un'altra "anomalia" - questa volta, al contrario, discutibilissima -
del nostro sistema: i 25.679 insegnanti di religione cattolica (di cui 14.670 di ruolo), che altri paesi - in cui l'egemonia
politico-culturale della chiesa non è preminente e la laicità della scuola un valore realmente fondante - non hanno l'onore di conteggiare
nel numero dei propri insegnanti. L'eterogeneità del nostro territorio,
infine, rappresenta un ulteriore elemento che altera il rapporto, ma di cui si
continua a non tener conto. Certo, sarebbe forse conveniente lasciare i bambini
di Pantelleria, Tremiti, Lampedusa o dei tanti comuni alpestri privi di scuole.
Ma, fortunatamente, esiste ancora una norma sull'obbligatorietà dell'istruzione
che prevede l'istituzione di scuole e classi in quel tipo di territori. Altro
discorso artatamente ignorato è la considerazione del tempo pieno: tale è in
Italia la scuola dell'infanzia (8 ore) con un numero
doppio di insegnanti rispetto ai paesi con la metà delle ore. Da noi circa il
35% della scuola primaria - finché si riuscirà a
resistere agli evidenti tentativi di smantellamento - funziona a tempo pieno
(con 70.000 insegnanti in più rispetto al tempo normale), così come una parte
importante della scuola media funziona a tempo
prolungato: le ricadute in termini sociali, di qualità della vita, di
realizzazione professionale delle madri lavoratrici, nonché l'avanzato livello
in termini di elaborazione pedagogica e di successo formativo di quelle scuole
non sono elementi che sembrano interessare i "contabili" della scuola pubblica, ammesso che ne siano a conoscenza. Grazie a
tempo pieno e tempo prolungato, poi, il tempo-scuola
degli studenti italiani è - questo sì, realmente - decisamente superiore a
quello degli studenti europei. E non bisogna dimenticare che in alcuni sistemi
europei dell'istruzione esistono miriadi di figure professionali che - pur
svolgendo quella funzione - non sono insegnanti: i bibliotecari delle nostre
scuole, ad esempio, sono docenti non idonei per motivi di salute. Insomma, la
peculiarità del rapporto tra alunni e docenti nella scuola
italiana - uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori dei tagli e del rigore
apparente - deriva invece dalla statura etica e dalle battaglie politiche di
chi ha pensato la scuola della Costituzione. I tagli e
le loro dimensioni sono quindi inaccettabili. Speriamo che tutti - in fase di
discussione del decreto - lo ricordino.
( da "Liberazione" del 28-06-2008)
Argomenti: Scuola
La ministra Gelmini e
la scure economica sull'insegnamento Scuola, l'assunzione del mercato come
paradigma regolatore del funzionamento dell'istruzione Vito Meloni* Vale la
pena di riprendere alcune delle considerazioni che Rina Gagliardi ha esposto
nel suo articolo pubblicato su Liberazione del 25
giugno a proposito degli effetti sulla scuola pubblica
dei provvedimenti economici del governo. Effetti devastanti, dei quali i numeri
snocciolati da Rina, in tutta la loro crudezza, rendono conto efficacemente.
Del resto, la tendenza ad intervenire sul sistema di istruzione brandendo la
scure delle necessità di bilancio, lungi dall'essere una caratteristica solo di
questo governo, appartiene alla storia degli ultimi decenni ed è stata
utilizzata, ahimé, anche da governi dei quali il nostro partito ha fatto parte.
Non con la stessa pesantezza, certo, e sappiamo bene che la quantità, in casi
come questi, fa anche qualità. C'è, tuttavia, un tratto comune che attraversa
le culture politiche, tanto della destra quanto di vasti settori dell'ex centro
sinistra, che sarebbe dannoso sottovalutare: l'idea che la scuola
- ma lo stesso si potrebbe dire per l'università, la ricerca o i luoghi della
produzione culturale - sia un punto di accumulo di sprechi ed inefficienze. Non
è un caso che a menar la danza sia sempre il ministro dell'economia. Quel che
oggi fa la differenza è il carattere strumentale dell'uso della leva economica
nel contesto di un più ampio disegno, che l'analisi di Rina coglie bene, di
sovvertimento della natura stessa della scuola pubblica.
Che la Gelmini porti avanti il suo disegno con un piglio "meno
ideologicamente pretenzioso" della Moratti mi sembra, però, affermazione
discutibile. Basta scorrere il resoconto dell'audizione della ministra nella
VII Commissione della Camera per verificare come il vero cuore del suo programma politico sia la privatizzazione della scuola pubblica e il sostegno finanziario, spacciato perfino per economicamente
conveniente, di quella privata paritaria. Il tutto accompagnato dalle consuete proposte della
destra: concorrenza tra le scuole, siano esse pubbliche o private,
finanziamento diretto alle famiglie per sostenere la "libera scelta"
dei percorsi d'istruzione da far seguire ai propri figlioli, ecc. Siamo
dunque all'assunzione del mercato come paradigma regolatore del funzionamento
del sistema di istruzione, sul cui altare deve essere sacrificata la stessa
funzione costituzionale della scuola pubblica, mai più
luogo d'elezione per la formazione critica, libera e laica dei cittadini. C'è
qualcosa di più ideologico? Il punto, semmai, è se l'egemonia culturale e
politica che la destra riesce ad esprimere sia tale da rendere maturi i tempi
per un attacco a fondo al sistema pubblico d'istruzione, dalla scuola all'università, che non debba scontare un forte
movimento d'opposizione ma, anzi, possa contare su un largo consenso popolare.
Penso che l'individuazione il più possibile esatta del grado di apprezzamento
della scuola pubblica da parte dei cittadini italiani
sia indispensabile per sciogliere questo nodo fondamentale. Dei cittadini,
appunto, la cui opinione è di gran lunga più determinante di quella di tanti
improvvisati "esperti" che imperversano sulla grande stampa
dispensando ricette salvifiche (ma su questo penso che Rina sarà d'accordo).
Credo, infatti, che la scuola pubblica, con tutti i
suoi limiti e i suoi difetti, sia ancora sostanzialmente al riparo dall'ondata
di sfiducia che ha investito la quasi generalità delle istituzioni pubbliche.
Ce lo dicono le periodiche indagini del Censis, e c'è di che sbalordirsi se si
pensa al quadro complessivo che le stesse indagini disegnano. Ce lo dice anche
il fatto che le scuole private, malgrado il crescente sostegno economico
statale, non riescono ad espandere il proprio bacino d'utenza, restando sostanzialmente
relegate al ruolo di canale di sfogo per studenti in difficoltà nel sistema
pubblico o, in pochissimi casi, di scuole riservate alle èlite. Non si tratta
di essere ottimisti oltre il dovuto, quanto piuttosto di considerare questo
dato come elemento favorevole per lo sviluppo della necessaria opposizione ai
progetti della destra. Più vasta e concreta, sociale e politica, come dice Rina
nella conclusione dell'articolo. Ma la praticabilità del terreno
dell'opposizione, la disponibilità alle alleanze dei soggetti politici e
sociali, la disponibilità alla mobilitazione degli insegnanti, non vanno date
per scontate bensì suscitate, promosse. È proprio con questo obiettivo che il
dipartimento nazionale Scuola del Prc ha messo in cantiere due iniziative: un
volantinaggio in una delle principali piazze di Roma per sollecitare
l'attenzione dei cittadini su questi temi e, per il prossimo 3 luglio, un
confronto con le forze politiche della sinistra e con le principali
associazioni democratiche della scuola. Non è stato
semplice, in un partito che, in questa fase, tende sempre più a rinchiudersi in
se stesso. Non penso nemmeno che abbiamo trovato la soluzione ai nostri
problemi, è solo un inizio per tentare di ricostruire il ruolo positivo di
animatore e partecipe di movimenti e di promotore di aggregazione politica che
il nostro partito ha saputo interpretare in altri momenti non certo facili.
Nella speranza che siamo in grado di far ripartire una stagione di lotte.
*dipartimento nazionale Scuola Prc 28/06/2008.