HOME

PRIVILEGIA NE IRROGANTO     di  Mauro Novelli         

www.mauronovelli.it

[Vai al sito del CENACOLO DEI COGITANTI]

 

 

DOSSIER “RIFORMA ELETTORALE”

 

 

 

TORNA ALL’INDICE MENSILE DEL DOSSIER     

ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER 

TUTTI I DOSSIER


 

Report "Riforma elettorale"  5-21 giugno 2009


Indice degli articoli

Sezione principale: Riforma elettorale

le modifiche sbagliate allo statuto regionale - lino buscemi ( da "Repubblica, La" del 05-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: referendum nazionale». Si esclude il referendum nazionale sulle leggi di modifica statutaria, ma niente si dice sulla possibilità di fare un referendum regionale. Ai costituzionalisti ogni ulteriore approfondimento. Le questioni sollevate non sono di poco spessore e dovrebbero far riflettere più del dovuto per evitare di calpestare le leggi e le riforme emanate non più di un decennio

ADDIO AL BIPARTITISMO IL REGNO UNITO COPIA L'ITALIA ( da "Nazione, La (Firenze)" del 05-06-2009) + 2 altre fonti
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: Alle europee in Gran Bretagna si vota con il sistema proporzionale e, in un momento di crisi politica ed economica, è persin scontato che il voto dell'elettorato si disperda tra molti partiti. Ciò illustra nel modo più evidente quanto ingenua sia la convinzione, diffusa in Italia, che l'elettorato abbia oramai dato per acquisito il bipolarismo e che,

Un'idea su come votare al referendum del 21 giugno Non mi piace, da parte di chicchessia, l'invito "ad andare al mare" piuttosto che alle urne ( da "Libertà" del 07-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: arrivi a varare riforme costituzionali con maggioranza di due terzi, quindi irreversibili, in quanto non più sottoponibili a referendum costituzionale. Dato il disprezzo di Berlusconi per il Parlamento e la Magistratura, non nego che l'idea non sia inquietante, dal momento che potrebbe portare allo stravolgimento della Costituzione,

Europee: Lista Bonino-Pannella 4 partito a Firenze ( da "Sestopotere.com" del 08-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: fiorentini che hanno deciso di dar forza all'unica vera alternativa al Sessantennale Regime partitocratrico" si legge in una nota dei Parlamentari Radicali toscani Donatella Poretti, Matteo Mecacci e Marco Perduca "chiediamo di rifiutare la falsa riforma elettorale del referendum Gazzetta e diamo appuntamento dal 26 al 28 giugno a Cianciano Terme per il rilancio del Progetto della '

REFERENDUM: CECCANTI, PD ATTUI SUO IMPEGNO PER IL SI' ( da "Virgilio Notizie" del 09-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: attuale maggioranza la legge elettorale 'porcata' va benissimo perche' consente loro di scegliere i parlamentari e di stabilizzare l'equilibrio tra partiti al tempo stesso alleati e concorrenti. L'accenno a riforme elettorali future successive a eventuali riforme costituzionali e' solo una vana promessa per distogliere l'attenzione degli elettori''.

Amministrative/ Sereni: Per il Pd i ballottaggi sono ( da "Virgilio Notizie" del 09-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Al referendum voteremo sì, perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale che consolidi il bipolarismo e la semplificazione della politica, restituendo ai cittadini il diritto di scegliere da chi farsi rappresentare, cosa - conclude Sereni - che neppure la vittoria dei sì al referendum può garantire"

REFERENDUM: CECCANTI, PD ATTUI SUO IMPEGNO PER IL SI'. ( da "Asca" del 09-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: attuale maggioranza la legge elettorale 'porcata' va benissimo perche' consente loro di scegliere i parlamentari e di stabilizzare l'equilibrio tra partiti al tempo stesso alleati e concorrenti. L'accenno a riforme elettorali future successive a eventuali riforme costituzionali e' solo una vana promessa per distogliere l'attenzione degli elettori'

REFERENDUM: CALDERISI(PDL), VOTARE SI' E POI ABOLIRE QUORUM ( da "Virgilio Notizie" del 09-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Commissione Affari Costituzionali della Camera del PDL e componente del Comitato promotore del referendum elettorale, nel corso di un'intervista all'Agenzia Radiofonica Econews. ''Dobbiamo rivedere questo istituto, magari aumentare il numero delle firme ma poi abolendo il quorum. E' un problema politico: in nessuna democrazia politica -spiega Calderisi- chi non vota conta piu' di chi vota.

Referendum/ Calderisi (Pdl): Votare sì e poi abolire il ( da "Virgilio Notizie" del 09-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: impellenza di una riforma elettorale non è così forte. Ciò nondimeno - prosegue l'esponente di maggioranza ai microfoni di 'Econews' - io ritengo che perché questa semplificazione sia conquistata per sempre sarebbe opportuno metterla in garanzia. Evidentemente, però, siamo di fronte a un governo che è in grado di dare risposte ai problemi del paese,

Il presidente del Consiglio finisce per "cedere" alla Lega in cambio del sostegno certo ai ballottaggi ( da "Cittadino, Il" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di ieri sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato

Referendum: sfida tra Fini e Berlusconi ( da "Giornale di Brescia" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che «non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum».

La riforma elettorale in Parlamento ( da "Alto Adige" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Brugger sul referendum «La riforma elettorale in Parlamento» BOLZANO. "L'esito delle elezioni europee ha dimostrato come sarebbe inconcepibile sostenere il referendum elettorale del 21 giugno proposto per vincolare arbitrariamente le espressioni di voto dei cittadini ad un sistema bipartitico.

roma. ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. il pdl è ... - gabriele rizzardi ( da "Nuova Sardegna, La" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: è un nesso tra l'affermazione elettorale della Lega e la decisione di Berlusconi di non appoggiare il referendum: «Se anche avessimo preso il 40 per cento non sarebbe cambiato nulla...». Una tesi che non convince affatto l'opposizione. «La verità è che la Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare» spiega Pier Ferdinando Casini,

referendum, fini sfida pdl e lega: io vado - gabriele rizzardi ( da "Nuova Venezia, La" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno.

referendum, fini sfida pdl e lega: io vado - gabriele rizzardi ( da "Mattino di Padova, Il" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno.

L'accordo tra la Lega e il premier non piace ma tutti guardano di più ai ballottaggi ( da "Libertà" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di lunedì sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha

referendum, fini sfida pdl e lega: io vado - gabriele rizzardi ( da "Centro, Il" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno.

Passatemi l'olio! , urlò Craxi ai commensali, voltando le spalle al cronista ch... ( da "Unita, L'" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Spesso è la Chiesa a tirare le fila dei vacanzieri del referendum: lo fece clamorosamente nel 2005, opponendosi ai referendum che volevano ampliare la legge sulla fecondazione assistita e sull'uso degli embrioni. Con finezza, il "verde" Carlo Ripa di Meana adescò i cittadini con l'astensione ecologica: «Girate i giardini e i boschi e ripuliteli dalle cartacce».

ROMA - La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre ( da "Adige, L'" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: «Il presidente del Consiglio - si legge infatti nella nota dopo l'incontro di ieri - ha ritenuto di esplicitare che che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno, il sostegno al referendum». 10/06/2009

referendum, fini sfida pdl e lega: io vado - gabriele rizzardi ( da "Tirreno, Il" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno.

referendum, sfida berlusconi-fini ( da "Messaggero Veneto, Il" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di lunedì sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha

Berlusconi-Fini, sfida sul referendum ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: rendendole pubbliche nel comunicato di ieri mattina di Palazzo Chigi in cui si rinvia la riforma elettorale al Parlamento perchè oggi «oggi non è più opportuno un sostegno diretto al referendum». la decisione di Berlusconi era già nell'aria e non sorprende i vertici del Pdl. Anche se qualche distinguo c'è, soprattutto tra gli ex di An.

Alle urne il 21 e 22 giugno ( da "Stampa, La" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Il turno di ballottaggio sarà abbinato al referendum sulla riforma elettorale. Le operazioni di spoglio cominceranno proprio dalle schede referendarie e a seguire si passerà a quelle per l'elezione del presidente della Provincia. La sfida-bis tra Vaccarezza e Boffa non è scontata anche se è ragionevole pensare al sindaco di Loano come il grande favorito:

Berlusconi scarica il referendum Ma Fini: io voterò sì ( da "Eco di Bergamo, L'" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: sì perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le cose, per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di lunedì sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale,

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Pagina 103 Il premier sposa la linea della Lega e in cambio incassa l'appoggio per i ballottaggi «Il referendum non è opportuno» Il premier sposa la linea della Lega e in cambio incassa l'appoggio per i ballottaggi --> ROMA La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle Europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre.

Pd, dopo le Europee si prepara la diaspora ( da "Corriere Alto Adige" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: siamo stati fra i primi firmatari della proposta di legge per il ritorno al 'Mattarellum'. In Parlamento -ha sostenuto Bruggeresistono le proposte per le riforme istituzionali e in quest'ambito per una nuova legge elettorale. Berlusconi ha escluso un sostegno diretto al referendum e sembra riconoscere questa impostazione» racconta ma me lo chiedono davvero in tanti da molto tempo.

Referendum: sfida tra Fini e Berlusconi ( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di ieri sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato

Comitato per il : riprende la campagna elettorale ( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: convinto impegno per il sì senza il cui successo sarà ben difficile fare una qualsiasi riforma parlamentare: il suggerimento al leader del Pd viene dal senatore Stefano Ceccanti, costituzionalista e da sempre sostenitore della riforma elettorale. In una nota Ceccanti denuncia l'uso «tattico e distorto» del referendum fatto dal presidente del Consiglio e dal leader del Carroccio Bossi.

Referendum, Fini sfida Pdl e Lega: io vado ( da "Nuova Ferrara, La" del 10-06-2009) + 8 altre fonti
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno.

TERESA BARTOLI ROMA. ALLE PRESE CON I RISULTATI DELLE AMMINISTRATIVE, E ASSUNTOSI L'ONERE DI... ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 10-06-2009) + 1 altra fonte
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: referendum, è già fitta di impegni per le richieste dei circoli Pd in tutta Italia. Ma è un fatto che, quando da Varsavia il premier aveva annunciato di volersi impegnare a sostegno dei quesiti che avrebbero accelerato la riforma elettorale dando una spinta al sistema bipolare, nel Pd in diversi avevano chiesto di rimettere in discussione la decisione del segretario di appoggiare

La Lega ricatta, il Cavaliere obbedisce ( da "Gazzettino, Il" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: unica via concreta per i cittadini per cambiare la legge elettorale». Il partito di Franceschini, in ogni caso, sceglie di tenere un profilo basso: si schiera per il sì al referendum, ma niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd - sottolinea infatti Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi.

Berlusconi: ( da "Sicilia, La" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: sì perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le cose, per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di ieri sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme che, una volta attuate, comportano comunque una nuova legge elettorale,

Intanto Fini studia per fare il premier">Pure il Pd lascia cadere il referendum Intanto Fini studia per fare il premier pag.1 ( da "Affari Italiani (Online)" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: il Lodo Alfano e servisse un premier di un governo tecnico-istituzionale. Un modo per smarcarsi da Berlusconi e da Bossi, insomma, per accreditarsi a sinistra ed essere pronto all'accorrenza... Ma quale riforma elettorale ha in mente Franceschini? Non il sistema tedesco puro (caro a D'Alema), non il ritorno al proporzionale e alla scelte delle alleanze dopo la chiusura delle urne.

Referendum. Berlusconi si disimpegna. Fini, io voto sì ( da "AmericaOggi Online" del 10-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: riforma elettorale". Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di ieri sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato

Berlusconi: Voterò al referendum ( da "Giornale di Brescia" del 11-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Edizione: 11/06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Politica Dopo le elezioni Berlusconi: «Voterò al referendum» Il premier annuncia l'intenzione di recarsi alle urne ma riafferma che non sosterrà politicamente i quesiti elettorali La Lega propone la riforma elettorale per via parlamentare.

referendum, il premier replica a fini "nessuna campagna ma voto sì" - gianluca luzi ( da "Repubblica, La" del 11-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: La riforma elettorale, quando si farà, sarà compito del Parlamento e se ci sarà bisogno di un "conclave" del centrodestra per confrontare le proposte, Bossi non si oppone: «E´ un´idea di Berlusconi e va bene. Chi ha più idee le tiri fuori». E se Fini ha qualcosa da dire, sappia che «io e Berlusconi stiamo bene insieme.

Sulla riforma elettorale non si voterà ( da "Sole 24 Ore, Il" del 11-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: è una svolta epocale che si inserisce in quel complesso di proposte che il premier ha illustrato ieri ai Comuni nella prima uscita dopo il rimpasto di governo. Ha glissato sui tempi e la portata della revisione del sistema elettorale per i Comuni precisando che una riforma è allo studio, ma non prevede alcun referendum sul nuovo sistema prima delle votazioni generali.

Referendum, pressing su Franceschini: si impegni ( da "Manifesto, Il" del 11-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Fallita la politica dell'autosufficienza, chiede, «i dirigenti del Pd diano un segnale: cambino idea subito sul referendum. Mantenere il sì non significa cambiare l'attuale legge elettorale ma fare un favore a Berlusconi. È un atto di miopia politica. Forse il futuro del centrosinistra non è più importante?».

Referendum, nel Pdl vince il ( da "Corriere della Sera" del 11-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: A furia di referendum sulla legge elettorale si distrugge la democrazia parlamentare », ha detto, invitando all'astensione ». Andranno invece a votare, barrando la casella del «sì», Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati del Pdl, e Maurizio Gasparri, presidente dei senatori dello stesso partito, che però ha anche ammesso che «

Da giullare di piazza a portavoce della riforma elettorale ( da "Giornale.it, Il" del 11-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: dove si è presentato in veste di rappresentante dei promotori della proposta di legge di iniziativa popolare di riforma della legge elettorale. La proposta di riforma, per la quale sono state raccolte 350mila firme, ripristina le preferenze, pone un tetto di due mandati ai parlamentari e dichiara ineleggibili i condannati per reati penali © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA -

E anche i Democratici mollano il referendum... pag.1 ( da "Affari Italiani (Online)" del 11-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: il Lodo Alfano e servisse un premier di un governo tecnico-istituzionale. Un modo per smarcarsi da Berlusconi e da Bossi, insomma, per accreditarsi a sinistra ed essere pronto all'accorrenza... Ma quale riforma elettorale ha in mente Franceschini? Non il sistema tedesco puro (caro a D'Alema), non il ritorno al proporzionale e alla scelte delle alleanze dopo la chiusura delle urne.

Referendum, antidoto ai troppi partiti ( da "Corriere della Sera" del 13-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Non si può dunque sottoporre al voto popolare il sistema elettorale che si preferisce (io, per esempio, preferisco di gran lunga i sistemi elettorali maggioritari, con collegi uninominali). Col referendum abrogativo si può solo incidere su leggi esistenti. Il referendum tenta semplicemente di migliorare quella che in tanti giudichiamo una pessima legge elettorale.

Legge elettorale, le ragioni di un voto ( da "Denaro, Il" del 13-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Campania Riforme istituzionali Legge elettorale, le ragioni di un voto Nuova chiamata alle urne il prossimo 21 giugno. A due settimana di distanza dalle elezioni europee e amministrative, si voterà per il referendum elettorale, finalizzato alla modifica parziale del testo di legge del 2005.

Contro il "porcellum" un Sì e due No ( da "Alto Adige" del 14-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: arrivi a varare riforme costituzionali con maggioranza di due terzi, quindi irreversibili, in quanto non più sottoponibili a referendum costituzionale. Dato il disprezzo di Berlusconi per il Parlamento e la Magistratura, non nego che l'idea non sia inquietante, dal momento che potrebbe portare allo stravolgimento della Costituzione,

naccarato: voteremo sì al referendum elettorale - alessandro naccarato ( da "Mattino di Padova, Il" del 14-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: voteremo sì al referendum elettorale ALESSANDRO NACCARATO Domenica e lunedì prossimi non si vota solo per le elezioni amministrative. I cittadini padovani hanno la possibilità di abolire l'attuale legge elettorale, che impone - con il meccanismo delle liste bloccate - parlamentari scelti dalle segreterie dei partiti e non dagli elettori.

Massidda (Pdl): difficile garantirci i seggi Ue Meloni (Pd): il modo c'è ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 15-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: è al centro della proposta di legge presentata al Consiglio regionale dal gruppo del Pd, primo firmatario Marco Meloni. L'idea è che sia il Consiglio a proporre al Parlamento la riforma elettorale, assegnando alla Sardegna due seggi tutti suoi ma, appunto, con un meccanismo di quozienti che scongiuri lo ?

( da "Manifesto, Il" del 15-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Questo non è il nostro referendum. E il porcellum non è la nostra legge elettorale. Il centrodestra se l?era votata da solo, quattro anni fa. Se il popolo italiano la santificasse, cioè se i cittadini elettori di fatto la approvassero, respingendo i quesiti, a quel punto quel voto unilaterale del 2005 sarebbe superato, sancito dal sì dei cittadini italiani»

Addio illusione di cambio, Usa profondamente preoccupati ( da "Manifesto, Il" del 16-06-2009)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: riformista. La stessa posizione viene espressa dall'Unione europea, con Francia Germania e Gran Bretagna a guidare la lista dei paesi europei che chiedono a Tehran di «spiegare i risultati di queste elezioni», con il ministero degli esteri francese che esprime la sua preoccupazione «per la brutale repressione di proteste pacifiche e i ripetuti attacchi alla libertà di stampa e di

TOSCANA/CONSIGLIO: PROROGATA COMMISSIONE PER RIDUZIONE MEMBRI. ( da "Asca" del 16-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Commissione speciale per la normativa elettorale del Consiglio regionale della Toscana sono prorogati fino al 30 settembre prossimo. La Commissione dovra' riferire all'aula, nella prima seduta successiva alla conclusione dei lavori, sulle proposte di legge in materia di riforma elettorale gia' presentate o che potranno eventualmente essere presentate entro il nuovo termine assegnato.

REFERENDUM Roscini (Lega) invita i pesaresi a disertare i seggi ( da "Resto del Carlino, Il (Pesaro)" del 17-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Non ho mai mancarto un appuntamento elettorale o referendario. Ritengo, però, che la riforma elettorale non debba essere affronta esclusivamente con lo strumento del referendum. Mi auguro che in seguito si provveda a costruire una riforma condivisa da più parti»

Quelli del ora si mobilitano ( da "Resto del Carlino, Il (Pesaro)" del 17-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Ma non sono qui come rappresentate del Pdl, ma come sostenitrice di questo referendum a cui i cittadini sono chiamati a partecipare». Anche se non nasconde di essere meno ottimista «sui tempi di realizzazione della grande riforma elettorale, la Palazzetti propone, «al fine di premiare chi si impegna nel territorio, le primarie obbligatorie».

Rifondazione: Aiello lascia la guida del partito ( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 17-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: azione politica di contrasto del generale impoverimento dei ceti deboli - si legge nella nota - ma ha anzi ulteriormente peggiorato gli effetti della crisi». Secca anche la posizione sulla riforma elettorale: «far fallire il referendum non andando a votare o rifiutando le schede in modo che non raggiunga il quorum previsto dalla legge». Rifondazione Walter Aiello.

Domenica si torna alle urne per votare i tre referendum sulla `legge elettorale` ( da "Merateonline.it" del 17-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: quesito la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato. Il Governo italiano ha fissato per il 21 giugno 2009 lo svolgimento dei tre Referendum sulla riforma della Legge Elettorale e sull`abolizione delle candidature multiple. I Referendum si svolgono con un anno di ritardo rispetto alla raccolta delle firme,

QUELLO CHE C'E' DA SAPERE SUI REFERENDUM ( da "Lavoce.info" del 17-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: coalizione di liste elettorali" e "lista elettorale" è alla fine assai meno netta di quel che può apparire a prima vista, per l'elementare ragione che i partiti rivedono la propria strategia elettorale a seconda della legge. Se passa il referendum vedremo, al tempo stesso, meno liste elettorali e liste elettorali più eterogenee.

Referendum, Il rimedio è peggiore del male? ( da "AprileOnline.info" del 17-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Referendum, Il rimedio è peggiore del male? Loredana Biffo, 17 giugno 2009, 19:46 Politica Da un po' di tempo a questa parte è possibile assistere a dibattiti sul referendum abrogativo della legge elettorale, dove in genere qualcuno sostiene la tesi bianca e qualcuno quella nera.

Dal Pdl libertà di scelta Il Pd appoggia il sì Lega, Udc e sinistra per l'astensione ( da "Giornale di Brescia" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c'è anche questa possibilità di scelta. Il ministro Roberto Calderoli a Pontida ha dichiarato: «Se il referendum elettorale del 21 giugno prossimo passasse, la legge elettorale che ne uscirebbe sarebbe la fine della democrazia».

Quinto atto per il sistema di voto ( da "Giornale di Brescia" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: 18 Aprile 1993 Di nuovo il Corel di Mario Segni (Comitato per le riforme elettorali) promuove il referendum sull'abrogazione del sistema proporzionale per l'elezione di 238 dei 315 componenti del Senato. Il 18 aprile 1993 i votanti sono 36.879.669 (il 77%).

Le indicazioni delle principali coalizioni in vista del voto di domenica e lunedì ( da "Cittadino, Il" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: L'ala ulivista chiede invece un maggiore impegno perché il referendum passi. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e l'ex ministro delle Riforme Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l'altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al "Mattarellum".

referendum elettorali, i partiti si schierano ( da "Messaggero Veneto, Il" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: L'ala ulivista chiede invece un maggiore impegno perchè il referendum passi. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e l'ex ministro delle Riforme Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l'altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al "Mattarellum".

le acli sul referendum: votare sì per una nuova legge elettorale ( da "Messaggero Veneto, Il" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: non vanno comunque nella direzione di una vera riforma elettorale che ripristini il rapporto di responsabilità e fiducia tra eletti ed elettori. Ciononostante siamo convinti che la scelta del sì, soprattutto al terzo quesito, permanga il modo più efficace per sollecitare il Parlamento a legiferare in materia».

ELEZIONI: VIGILIA DI REFERENDUM, COMUNI E PROVINCE AL BALLOTTAGGIO. ( da "Asca" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Mentre Giovanni Guzzetta e Mario Segni, che presiedono il Comitato referendario, esaltano la legge elettorale che uscirebbe dalle urne in caso di vittoria dei ''si''' in quanto accentuerebbe il bipartitismo, il Pd - favorevole ai referendum - si limita a dire che i ''si''' sarebbero una spinta per riformare la legge elettorale in vigore.

ELEZIONI: VIGILIA DI REFERENDUM, COMUNI E PROVINCE AL ( da "Virgilio Notizie" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Mentre Giovanni Guzzetta e Mario Segni, che presiedono il Comitato referendario, esaltano la legge elettorale che uscirebbe dalle urne in caso di vittoria dei ''si''' in quanto accentuerebbe il bipartitismo, il Pd - favorevole ai referendum - si limita a dire che i ''si''' sarebbero una spinta per riformare la legge elettorale in vigore.

Savona: Rifondazione, referendum sulla legge elettorale ( da "Savona news" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: indicazione di voto, vorrei soffermarmi brevemente sulle altre schede che verranno consegnate al seggio: quelle dei referendum che andrebbero a modificare l'attuale legge elettorale. L'attuale legge ha espropriato gli elettori di ogni residua possibilità di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento, conferendo a una ristrettissima oligarchia di persone (

Le Acli bolognesi votano si al Referendum per spronare il Parlamento ( da "Sestopotere.com" del 18-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: per una nuova legge elettorale. Con questo slogan intendiamo confermare la scelta di allora sottolineando, al di là dell?esito del referendum, l?urgenza di lavorare per una nuova legge elettorale che, per le Acli, costituisce un obiettivo prioritario, in quanto restituisce al Parlamento e alla democrazia rappresentativa il ruolo centrale nel processo delle riforme istituzionali.

Referendum 4 Dietrofront dell'Idv ( da "City" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Referendum 4 Dietrofront dell'Idv Antonio Di Pietro e l'Italia dei Valori furono fra i promotori dei quesiti referendari per la riforma elettorale. Oggi hanno cambiato idea e, sebbene non rinneghino il sì al referendum, non lo sostengono: perché, temono, da una nuova legge elettorale potrebbero uscire rafforzati Pd e Pdl,

I referendari su Bossi: va al mare quando si parla di democrazia ( da "Giornale di Brescia" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Se vince il sì sarà bocciata la legge». Riforma elettorale non è urgente Non è d'accordo Calderoli secondo il quale il referendum porta con sé il rischio di mettere in mano a un unico partito la maggioranza parlamentare che potrebbe addirittura servire a cambiare unilateralmente la Costituzione.

( da "Eco di Bergamo, L'>" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge , Esempi esteri

Abstract: Una vero sistema di voto è quello costruito non per arrecare vantaggi a qualcuno ma per consentire una buona elezione. Se si guarda bene, tutte le nostre riforme elettorali sono state fatte per tirare l'acqua al mulino di qualcuno». Daniele Vaninetti 19/06/2009 nascosto-->

SI PARLA tanto di riforma elettorale, ma ogni partito tira l'acqua al suo... ( da "Resto del Carlino, Il (Bologna)" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: 32 SI PARLA tanto di riforma elettorale, ma ogni partito tira l'acqua al suo... SI PARLA tanto di riforma elettorale, ma ogni partito tira l'acqua al suo mulino ed anche le modifiche proposte dal referendum, che danno il premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti, non convince più molti.

Carlini e Sdi: referendum, non votare ( da "Corriere Alto Adige" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Corriere dell'Alto Adige sezione: PRIMA data: 19/06/2009 - pag: 1 Riforma elettorale TRA DUE GIORNI ALLE URNE Carlini e Sdi: referendum, non votare BOLZANO «Se passa questa riforma la democrazia è a rischio». A far sentire la propria voce alla vigilia del referendum sono Comunisti e Sdi, che quindi invitano a non andare a votare.

ELEZIONI. Quello che c'è da sapere sui referendum, di S. Brusco ( da "HelpConsumatori" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: coalizione di liste elettorali" e "lista elettorale" è alla fine assai meno netta di quel che può apparire a prima vista, per l'elementare ragione che i partiti rivedono la propria strategia elettorale a seconda della legge. Se passa il referendum vedremo, al tempo stesso, meno liste elettorali e liste elettorali più eterogenee.

UE, oggi Consiglio su riforma sistema supervisione finanziaria ( da "KataWebFinanza" del 19-06-2009)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: Il nuovo sistema di regolamentazione, che dovrebbe contare tre autorit secondo i termini dell'accordo negoziati ieri da Francia, Germania e Gran Bretagna, avr un potere di supervisione sulle agenzie di rating. Inoltre, verr creato un consiglio europeo di rischio sistemico, con un presidente eletto dal consiglio dei governatori della Banca centrale europea.

UE, oggi Consiglio su riforma sistema supervisione finanziaria ( da "Borsa(La Repubblica.it)" del 19-06-2009)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: Il nuovo sistema di regolamentazione, che dovrebbe contare tre autorità secondo i termini dell'accordo negoziati ieri da Francia, Germania e Gran Bretagna, avrà un potere di supervisione sulle agenzie di rating. Inoltre, verrà creato un consiglio europeo di rischio sistemico, con un presidente eletto dal consiglio dei governatori della Banca centrale europea.

UE, RIFORMA SISTEMA SUPERVISIONE FINANZIARIA DAL 2010 ( da "Wall Street Italia" del 19-06-2009)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: Il nuovo sistema di regolamentazione, che dovrebbe contare tre autorità secondo i termini dell'accordo negoziati ieri da Francia, Germania e Gran Bretagna, avrà un potere di supervisione sulle agenzie di rating. Ma non potrà sconfinare nelle questioni fiscali, prerogativa di ciascun stato membro.

Referendum elettorale, la propaganda viaggia sulla Rete ( da "Denaro, Il" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: abbandonando la logica del «bipolarismo di coalizione" (chiave per la ricerca: "La riforma elettorale - Quesiti per un referendum"). Perché dunque, sul piano comunicativo, il bipartitismo passa ora in subordine, rispetto alla retorica dei cittadini che devono usare il referendum per abbattere la Casta partitocratica?

Referendum, il dossier ( da "AprileOnline.info" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge , Esempi esteri

Abstract: riforme.info - 28 aprile 2009 Il terzo referendum elettorale ha lo scopo di impedire le candidature multiple. A prima vista, un quesito degno di essere preso in considerazione. O meglio, lo sarebbe se ci fosse una diversa legge elettorale in vigore, e questo anche nell'ipotesi di approvazione degli altri due quesiti: con l'

Fini: ( da "Corriere.it" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Per il presidente della Camera, non andare a votare per il referendum sulla riforma elettorale significa per i cittadini rinunciare al potere assegnato dalla Costituzione di far sentire la propria voce ai palazzi della politica. «È rinunciare a una importante modalità per riavvicinare cittadini, istituzioni e politica».

Referendum: sì, no, astensione. I partiti si schierano ( da "Panorama.it" del 19-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: sede Rai di Milano. Per picconare il "porcellum" L'appuntamento con il "suo" [5] referendum sulla legge elettorale si avvicina e il presidente del comitato promotore è impegnato a evitarne fallimento. Per questo quarantareenne [6] professore di istituzioni di Diritto pubblico all'Università di Tor Vergata sarebbe la conclusione peggiore di un progetto che porta avanti da tre anni,

Vademecum per i tre quesiti sulla riforma elettorale ( da "Giornale di Brescia" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Vademecum per i tre quesiti sulla riforma elettorale ROMADomenica e lunedì si vota per il referendum sul sistema elettorale per le elezioni politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.

referendum, la città ribelle - (segue dalla prima pagina) guido d'agostino ( da "Repubblica, La" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: confronti di chi e come le ha proposte. Rispetto agli altri episodi elettorali e ai tempi e agli intervalli tra gli uni e gli altri, ai diversi climi politici e sociali prevalenti nelle varie circostanze. Così, nel referendum istituzionale del 1946 (anteriore, pertanto, alla sua costituzionalizzazione, della quale s´è detto) in cui era in ballo la scelta tra monarchia e repubblica,

( da "Riformista, Il" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Ma se vogliamo stare al gioco dei paragoni storici avviato da altri, dico che una vittoria dei sì ci allontanerebbe di più dalle grandi democrazie liberali dell'Occidente. E le riforme? Sono un altro motivo per cui astenersi. A differenza del no, che è una difesa dell'attuale legge elettorale, astenersi significa rifiutare sia il referendum che il Porcellum.

Nuova vigilanza Ue: sì con limiti ( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-06-2009)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: sì con limiti Compromesso al vertice dei 27 per superare i no della Gran Bretagna Enrico Brivio BRUXELLES. Dal nostro inviato Decollerà nel 2010 il nuovo sistema paneuropeo di vigilanza su mercati, banche e assicurazioni, per aumentare il grado di allerta e minimizzare i rischi di crisi finanziarie sistemiche e transnazionali.

( da "Resto del Carlino, Il (Pesaro)" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: possibilità di scegliere davvero i loro rappresentanti. A questi va aggiunto Bossi il quale, non volendo un sistema bipartitico, si unirà a tutti questi e eserciterà il suo potere di condizionamento verso Berlusconi per fare subito una riforma elettorale equilibrata e soprattutto la riforma costituzionale per avere finalmente il Senato federale e una Camera legislativa con meno deputati.

Urgente semplificare gli adempimenti ai seggi elettorali ( da "Giorno, Il (Milano)" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: gli adempimenti ai seggi elettorali L'INTERVENTO SI PARLA tanto di riforma elettorale ma ogni partito tira l'acqua al suo mulino ed anche le modifiche proposte dal referendum, che dannoil premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti, non convince più molti. Ma quello che occorre fare al più presto è lo snellimento e la semplificazione degli adempimenti ai seggi elettorali.

Referendum, Del Tenno stoppa Mitolo ( da "Corriere Alto Adige" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: attraverso questo referendum, una legge elettorale con premio di maggioranza al singolo partito vorrebbe dire consegnare definitivamente l'Italia a Berlusconi ». I primi due quesiti modificano l'attribuzione del premio di maggioranza che, se vincono i sì, non andrà più alla coalizione ma al partito che ottiene il maggior numero di seggi alla Camera (

Fini: ( da "Corriere.it" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: Per il presidente della Camera, non andare a votare per il referendum sulla riforma elettorale significa per i cittadini rinunciare al potere assegnato dalla Costituzione di far sentire la propria voce ai palazzi della politica. «È rinunciare a una importante modalità per riavvicinare cittadini, istituzioni e politica».

La legge porcellum e il referendum maialata ( da "Foglio, Il" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: legge porcellum e il referendum maialata Ho serie difficoltà a comprendere chi andrà a votare sì alla proposta di riforma elettorale suggerita dal referendum. L?unica ragione che riuscirei a comprendere è quella di andare a votare per sperare che, dopo aver dato un calcetto in culo al porcellum, ci sia qualcuno che dia un altro bel calcetto a questa pazza legge referendaria e ne

Savona: Referendum, i questi proposti agli elettori ( da "Savona news" del 20-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: ala ulivista chiede invece un maggiore impegno perchè il referendum passi. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e gli ex ministri Linda Lanzillotta e Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l?altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al ?

Alle urne per referendum e ballottaggi ( da "Giornale di Brescia" del 21-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: 06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Il voto Tra riforme e governi locali Alle urne per referendum e ballottaggi Oggi e domani 50 milioni di italiani sono chiamati ad esprimersi su tre quesiti referendari per la riforma elettorale Lo scoglio da superare sarà il quorum: il 50% più uno degli elettori.

Referendum, tutti divisi in vantaggio l'astensione ( da "Unita, L'" del 21-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: La reazione alla legge elettorale "pensata" da Calderoli e da lui stesso affettuosamente vezzeggiata come «porcata» fu condivisa, e le firme per abrogarla fioccarono fitte. Allora, oltre all'indefesso Mariotto Segni (giunto al quinto referendum in qualità di promotore, questa volta affiancato dal professore e costituzionalista Giovanni Guzzetta)

Referendum, i partiti pronti alla battaglia ( da "Secolo XIX, Il" del 21-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: è convinto che la vittoria dei sì aprirà la strada a una riforma elettorale gestita dal Parlamento, gli altri temono invece che Berlusconi possa farsi tentare dal voto anticipato, andando alle urne con l'attuale legge modificata dai referendum e puntando così a fare il pieno di seggi grazie al premio di maggioranza riservato al partito con più consensi.

Partiti divisi e in ordine sparso ( da "Gazzettino, Il" del 21-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: obiettivo che poi in Parlamento venga discussa una più ampia riforma del sistema di voto. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e l'ex ministro delle Riforme Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l'altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al "Mattarellum".

L'Iran a Usa e Gb: basta interferenze Mousavi: avanti ma con moderazione ( da "Corriere.it" del 21-06-2009)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: estero, per esempio nel vicino Iraq, e il loro quartier generale a Londra. Il ministro degli esteri Manuchehr Mottaki ha accusato senza mezzi termini la Gran Bretagna, dicendo che negli ultimi mesi prima del voto «è stato registrato un forte incremento nel flusso di persone provenienti dalla Gran Bretagna che entravano in Iran»


Articoli

le modifiche sbagliate allo statuto regionale - lino buscemi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Repubblica, La" del 05-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina XVII - Palermo Le modifiche sbagliate allo statuto regionale Prima di pensare a separare i destini politici dell´Ars e del presidente sarebbe meglio cominciare ad abolire quegli obbrobri che sono la scheda unica e il voto automatico LINO BUSCEMI A l di là delle questioni politiche e partitiche che hanno portato Raffaele Lombardo ad azzerare la giunta regionale, sembrano del tutto sproporzionate le reazioni di chi, attraverso una proposta di legge di modifica costituzionale, intende cambiare le carte in tavola per «punire» un presidente di Regione reo, nell´esercizio dei suoi poteri, di avere messo in discussione la «intangibilità» di quanti gestiscono la baracca del Popolo delle libertà a livello locale e nazionale. Non si usano più le armi della politica e si fa ricorso a una forzatura per evitare di far «vincere» il nemico di turno. Se poi la proposta di modifica dello Statuto della Regione contiene grossolanità, poco importa. Il vero intento della iniziativa legislativa parlamentare è sovvertire il vigente principio simul stabunt, simul cadent (insieme staranno, insieme cadranno), che contraddistingue l´ordinamento presidenzialista regionale, introdotto con la legge costituzionale numero 2 del 2001. Attualmente, come è noto, il presidente della Regione è eletto, con una sola scheda, insieme all´Assemblea regionale. Sarebbe auspicabile che i legislatori del «mordi e fuggi», per ragioni di coerenza, prima di pensare a separare i destini politici dell´Ars e del presidente, avessero il buon gusto di suggerire ai loro referenti locali di presentare una proposta di legge regionale che modifichi il meccanismo di elezione cominciando dall´abolizione di quegli obbrobri che sono la scheda unica e il voto automatico (vera negazione della libera espressione del voto) e l´antidemocratico sbarramento del 5 per cento che non consente a ben 700 mila elettori siciliani di avere una propria rappresentanza parlamentare a Palazzo dei Normanni. Fino a quando nulla si muoverà in proposito, ogni altra iniziativa ha solo il sapore della ripicca. Se si vuole ritornare a una Regione incentrata sul Parlamento, lo si dica a chiare lettere e soprattutto si abbia il coraggio di comunicarlo a Berlusconi che di parlamentarismo non ne vuole sentir parlare. L´articolo 41 ter terzo comma dello Statuto speciale stabilisce che «i progetti di modificazione del presente Statuto di iniziativa governativa o parlamentare sono comunicati dal governo della Repubblica all´Assemblea regionale, che esprime il suo parere entro due mesi». Nessuno dei presidenzialisti a corrente alternata può dunque immaginare di far venir meno la natura pattizia dell´Autonomia regionale (e dello Statuto) procedendo a «ritocchi» unilaterali. Infatti sulle proposte di modifica deve esprimersi l´Ars entro «due mesi». Poiché il governo deve adempiere all´obbligo di comunicazione, sorge il dubbio se Lombardo dovrà prendere parte alla riunione del Consiglio dei ministri (con il rango di ministro) qualora dovesse essere approvata una apposita deliberazione. Ai sensi dell´articolo 21 dello Statuto, il nostro presidente partecipa o no, con voto deliberativo, alle riunioni dell´esecutivo nazionale quando si tratta di prendere decisioni su materie che interessano la Regione? E ancora, sempre ai sensi dell´articolo 41 ter, «le modificazioni allo Statuto non sono comunque sottoposte a referendum nazionale». Si esclude il referendum nazionale sulle leggi di modifica statutaria, ma niente si dice sulla possibilità di fare un referendum regionale. Ai costituzionalisti ogni ulteriore approfondimento. Le questioni sollevate non sono di poco spessore e dovrebbero far riflettere più del dovuto per evitare di calpestare le leggi e le riforme emanate non più di un decennio fa. Quella che si vuole percorrere è una strada lunga e in salita (bene che vada la legge di modifica dello Statuto non potrà essere approvata prima di un anno) che non risolve i problemi e anzi li acuisce paralizzando una Regione che invece merita di essere governata e modernizzata. Vorrei invitare i legislatori delle norme «contra personam» a mettere tanto fervore al servizio di una vera attività legislativa per dare piena attuazione alle tante parti ancora non in vigore dello Statuto speciale. Se si vuole davvero rendere un servizio al popolo siciliano per i tanti torti subiti, al Parlamento nazionale (di cui un ramo importante è presieduto da un palermitano) non resterebbe che l´imbarazzo visto che c´è una moltitudine di cose da fare. A prescindere dalla querelle lombardiana e di tutte le turbolenze di potere.

Torna all'inizio


ADDIO AL BIPARTITISMO IL REGNO UNITO COPIA L'ITALIA (sezione: Riforma elettorale)

( da "Nazione, La (Firenze)" del 05-06-2009)
Pubblicato anche in: (Resto del Carlino, Il (Bologna)) (Giorno, Il (Milano))

Argomenti: Esempi esteri

PRIMO PIANO pag. 11 ADDIO AL BIPARTITISMO IL REGNO UNITO COPIA L'ITALIA IL COMMENTO IL SISTEMA politico britannico si sta italianizzando, per di più nelle sue sembianze antiche. Forse un problema in più per loro, e un caso interessante per noi. Secondo un sondaggio, alle elezioni europee i due principali partiti, il laburista e il conservatore, insieme supereranno appena il quaranta per cento dei voti. Il resto andrà ad una pletora di partiti, tra cui, l'antieuropeista partito per l'indipendenza britannica, il neofascista British National Party e i verdi, che in Gran Bretagna hanno sempre avuto uno scarso peso. Anche considerando il terzo partito storico britannico, i liberali, quasi una persona su due voterà per partiti catalogabili come altri'. Come spiegare un fenomeno che contraddice la secolare vocazione bipartitica della Gran Bretagna? Parte della risposta si trova in fattori di cronaca. Lo scandalo sui rimborsi spese ha generato una profonda rabbia verso le formazioni politiche tradizionali. L'indagine condotta dal Daily Telegraph ha mostrato come lo scandalo coinvolgesse sia i laburisti che i conservatori e, oramai, l'antipolitica nel Regno Unito è paragonabile a quella italiana. Inoltre, la popolarità di Gordon Brown è precipitata. Tra i deputati laburisti si stanno raccogliendo le firme per cacciarlo via. Il partito laburista è a pezzi e, secondo il sondaggio, verrebbe superato persino dall'Independence Party. TUTTAVIA, la spiegazione più ovvia e, allo stesso tempo per noi importante, è un'altra. Alle europee in Gran Bretagna si vota con il sistema proporzionale e, in un momento di crisi politica ed economica, è persin scontato che il voto dell'elettorato si disperda tra molti partiti. Ciò illustra nel modo più evidente quanto ingenua sia la convinzione, diffusa in Italia, che l'elettorato abbia oramai dato per acquisito il bipolarismo e che, dunque, non sia necessaria un'organica riforma del sistema elettorale. In realtà, se in Italia si vuol salvaguardare il bipolarismo, è auspicabile il successo del referendum del 21 giugno sul sistema elettorale. Oppure, in caso di suo fallimento, è necessario che la classe politica prenda un impegno preciso di riforma. Altrimenti, finite le circostanze straordinarie che abbiamo vissuto, è inevitabile il ritorno alla confusione degli anni passati. Non è infatti immaginabile che gli italiani possano far meglio dei britannici, che pure sono abituati da secoli al bipartitismo.

Torna all'inizio


Un'idea su come votare al referendum del 21 giugno Non mi piace, da parte di chicchessia, l'invito "ad andare al mare" piuttosto che alle urne (sezione: Riforma elettorale)

( da "Libertà" del 07-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Un'idea su come votare al referendum del 21 giugno Non mi piace, da parte di chicchessia, l'invito "ad andare al mare" piuttosto che alle urne di PINA CUSANO Fatta salva la buona fede dei promotori Guzzetta e Segni, che intendevano estrarre dalla consultazione popolare un risultato virtuoso, secondo me, sarebbe stato meglio, per il 21 giugno, avere sulla scheda un quesito semplice e, per l'appunto "abrogativo", come nello spirito della norma prevista dalla Costituzione. Vero è che l'Art. 75 parla anche di abrogazione parziale, ma il taglia e cuci che si è proposto talvolta per modificare una legge, alla fine, ha prodotto sempre polemiche, equivoci e distinguo che non si confanno ad una consultazione popolare e mettono a disagio i cittadini. Per abolire la "porcata" del Calderolum, quindi, doveva essere chiesto un no in toto e lasciare, poi, al Parlamento, l'onere della discussione. Magari ci sarebbero state maggiori probabilità di raggiungere il quorum a dispetto delle scandalose (e costose) manovre della Lega, per evitare l'abbinamento con le europee e le amministrative. E, tuttavia, ancora tutto può accadere: gli italiani sanno ragionare quando vogliono. Per quanto mi riguarda, essendo il referendum, per sua natura, l'occasione in cui mi si chiede, come cittadina, un parere diretto, sarebbe contrario al mio interesse non andare a votare. E sarebbe irrispettoso nei confronti di coloro, miei concittadini, che si sono dati da fare a raccogliere firme e quant'altro, per offrirmi una tale opportunità, di cui, invece, li ringrazio. Per questo non mi piace, da parte di chicchessia (fosse pure il mio partito di riferimento) l'invito "ad andare al mare" piuttosto che alle urne. Quanto al merito, per quel che so, la consultazione in oggetto prevede tre quesiti attraverso i quali si possono cambiare tre aspetti della legge elettorale in vigore. Perciò, posto che un cittadino voglia dare un indicazione generica di rifiuto del "calderolum", basterà che vada a votare e non è detto che debba votare tre "sì". Sappiamo che i primi due quesiti, in particolare, preoccupano i fautori attuali dell' astensione (che, non a caso, sono tutti i partiti tranne i due più grandi), ossia quelli che, eliminando il termine "coalizione" e lasciando solo il termine "lista" per l'assegnazione del premio di maggioranza, introducono la possibilità che un unico partito (quello di Berlusconi), solo perché raccoglie più degli altri (magari solo con un 20 o 30%), possa portare a casa un ampia maggioranza in Parlamento e governare senza contrappesi. Per la verità, il pericolo più grave, sul quale fa riflettere l'ex presidente Scalfaro, è la possibilità che un tale partito, con opportune alleanze, arrivi a varare riforme costituzionali con maggioranza di due terzi, quindi irreversibili, in quanto non più sottoponibili a referendum costituzionale. Dato il disprezzo di Berlusconi per il Parlamento e la Magistratura, non nego che l'idea non sia inquietante, dal momento che potrebbe portare allo stravolgimento della Costituzione, alla prevalenza assoluta dell'esecutivo sul legislativo e il giudiziario e, quindi, all' abolizione sostanziale della democrazia. Penso, però, che le altre forze in campo potrebbero sempre, alle prossime elezioni, qualora non si fosse arrivati ad una equilibrata riforma elettorale, mettersi assieme in una "lista" che potrebbe scongiurare il pericolo. E, tuttavia, il masochismo evidenziato fin qui dalle forze politiche di sinistra non lascia ben sperare, allora sarà meglio votare "no" ai quesiti che creerebbero una tale eventualità e votare "sì" a quello che impedisce le candidature multiple, non solo perché comunque introduce un miglioramento, ma soprattutto per dare un'indicazione a favore del cambiamento della legge. Legge, ricordiamolo, che è un sostanziale affronto alla nostra capacità (oltre che al nostro diritto), come cittadini, di sceglierci le persone che ci possano rappresentare in Parlamento. 07/06/2009

Torna all'inizio


Europee: Lista Bonino-Pannella 4 partito a Firenze (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sestopotere.com" del 08-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Europee: Lista Bonino-Pannella 4° partito a Firenze (8/6/2009 15:43) | (Sesto Potere) - Firenze - 8 giugno 2009 - La lista Bonino-Pannella ringrazia tutti i Fiorentini che hanno scelto le liste Radicali per il Parlamento europeo facendole sfiorare il 5% in città. "Ai 10.496 fiorentini che hanno deciso di dar forza all'unica vera alternativa al Sessantennale Regime partitocratrico" si legge in una nota dei Parlamentari Radicali toscani Donatella Poretti, Matteo Mecacci e Marco Perduca "chiediamo di rifiutare la falsa riforma elettorale del referendum Gazzetta e diamo appuntamento dal 26 al 28 giugno a Cianciano Terme per il rilancio del Progetto della 'rosa nel pugno' pienamente laico, liberale, socialista, ambientalista e radicale".

Torna all'inizio


REFERENDUM: CECCANTI, PD ATTUI SUO IMPEGNO PER IL SI' (sezione: Riforma elettorale)

( da "Virgilio Notizie" del 09-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

''L'accordo privato tra Bossi e Berlusconi per sabotare il referendum in cambio del sostegno ai ballottaggi dimostra almeno due importanti dati politici''. Lo afferma il senatore Pd Stefano Ceccanti che spiega: ''Il primo e' che l'attuale maggioranza ribadisce la sua tradizione di concordare in sedi extra-istituzionali e sulla base di ricatti reciproci posizioni attinenti le regole del gioco, che riguardano tutti, come se fossero una proprieta' privata. Il secondo e' che ai vertici dei partiti dell'attuale maggioranza la legge elettorale 'porcata' va benissimo perche' consente loro di scegliere i parlamentari e di stabilizzare l'equilibrio tra partiti al tempo stesso alleati e concorrenti. L'accenno a riforme elettorali future successive a eventuali riforme costituzionali e' solo una vana promessa per distogliere l'attenzione degli elettori''. ''Per questo -aggiunge Ceccanti- il segretario Franceschini ha avuto ragione a far prendere in tempo posizione ufficiale al Partito Democratico per il Si', a prescindere dalle giravolte tattiche di Berlusconi, che invece hanno condizionato Di Pietro e altri esponenti dell'opposizione che ora dovrebbero, per la stessa logica tattica, schierarsi di nuovo per il Si'''. ''Il Partito Democratico, impegnato per i ballottaggi, non puo' che attuare il suo convinto impegno per il Si', senza il successo del quale, -conclude Ceccanti- e' bene che tutti lo sappiano per tempo, non ci sara' nessuna riforma parlamentare, anche per denunciare questo uso tattico e spregiudicato delle istituzioni''.

Torna all'inizio


Amministrative/ Sereni: Per il Pd i ballottaggi sono (sezione: Riforma elettorale)

( da "Virgilio Notizie" del 09-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

"Non vedo perché il fatto che Berlusconi abbia cambiato idea e, sotto ricatto della Lega, abbia deciso di non fare più la campagna per il referendum dovrebbe modificare la nostra posizione. Semmai conferma l'atteggiamento strumentale del presidente del Consiglio sul tema delle riforme e le divisioni interne al centrodestra. Per il Pd la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi per le elezioni amministrative". Lo dice Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd. "Puntiamo ad affermare - aggiunge - i candidati e le candidate del centrosinistra nelle città e nelle province che vanno al secondo turno il 21 giugno. Al referendum voteremo sì, perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale che consolidi il bipolarismo e la semplificazione della politica, restituendo ai cittadini il diritto di scegliere da chi farsi rappresentare, cosa - conclude Sereni - che neppure la vittoria dei sì al referendum può garantire".

Torna all'inizio


REFERENDUM: CECCANTI, PD ATTUI SUO IMPEGNO PER IL SI'. (sezione: Riforma elettorale)

( da "Asca" del 09-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

REFERENDUM: CECCANTI, PD ATTUI SUO IMPEGNO PER IL SI' (ASCA) - Roma, 9 giu - ''L'accordo privato tra Bossi e Berlusconi per sabotare il referendum in cambio del sostegno ai ballottaggi dimostra almeno due importanti dati politici''. Lo afferma il senatore Pd Stefano Ceccanti che spiega: ''Il primo e' che l'attuale maggioranza ribadisce la sua tradizione di concordare in sedi extra-istituzionali e sulla base di ricatti reciproci posizioni attinenti le regole del gioco, che riguardano tutti, come se fossero una proprieta' privata. Il secondo e' che ai vertici dei partiti dell'attuale maggioranza la legge elettorale 'porcata' va benissimo perche' consente loro di scegliere i parlamentari e di stabilizzare l'equilibrio tra partiti al tempo stesso alleati e concorrenti. L'accenno a riforme elettorali future successive a eventuali riforme costituzionali e' solo una vana promessa per distogliere l'attenzione degli elettori''. ''Per questo -aggiunge Ceccanti- il segretario Franceschini ha avuto ragione a far prendere in tempo posizione ufficiale al Partito Democratico per il Si', a prescindere dalle giravolte tattiche di Berlusconi, che invece hanno condizionato Di Pietro e altri esponenti dell'opposizione che ora dovrebbero, per la stessa logica tattica, schierarsi di nuovo per il Si'''. ''Il Partito Democratico, impegnato per i ballottaggi, non puo' che attuare il suo convinto impegno per il Si', senza il successo del quale, -conclude Ceccanti- e' bene che tutti lo sappiano per tempo, non ci sara' nessuna riforma parlamentare, anche per denunciare questo uso tattico e spregiudicato delle istituzioni''. min/cam/bra

Torna all'inizio


REFERENDUM: CALDERISI(PDL), VOTARE SI' E POI ABOLIRE QUORUM (sezione: Riforma elettorale)

( da "Virgilio Notizie" del 09-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

''Dobbiamo prendere atto di un istituto, quello del referendum, che e' stato preziosissimo per questo paese, ma che presenta margini di logoramento sia per un uso eccessivo, sia perche' e' stato molte volte disatteso, come sul finanziamento pubblico oppure sull'abolizione del Ministero dell'Agricoltura''. A sostenerlo e' Peppino Calderisi, capogruppo in Commissione Affari Costituzionali della Camera del PDL e componente del Comitato promotore del referendum elettorale, nel corso di un'intervista all'Agenzia Radiofonica Econews. ''Dobbiamo rivedere questo istituto, magari aumentare il numero delle firme ma poi abolendo il quorum. E' un problema politico: in nessuna democrazia politica -spiega Calderisi- chi non vota conta piu' di chi vota. Alla luce anche dell'esito di questo referendum dovremo fare un pensiero su questo problema''. Sulla posizione di Berlusconi, dapprima favorevole e ora contrario al referendum, Calderisi osserva: ''Il referendum fu promosso due anni fa quando al governo c'erano 13 partiti. Molto e' stato gia' raggiunto in termini di semplificazione, con la nascita di PD, PDL e con le scelte degli elettori. L'impellenza di una riforma elettorale non e' cosi' forte. Cio' nondimeno io ritengo che perche' questa semplificazione sia conquistata per sempre sarebbe opportuno metterla in garanzia. Evidentemente, pero', siamo di fronte a un governo che e' in grado di dare risposte ai problemi del paese, e che deve tener conto delle esigenze di un'alleanza. E' comprensibile la posizione di Berlusconi, comunque nel PDL c'e' liberta' di voto, e chi ritiene, come il sottoscritto, che si deve votare e votare si', e' libero di fare questa battaglia''.

Torna all'inizio


Referendum/ Calderisi (Pdl): Votare sì e poi abolire il (sezione: Riforma elettorale)

( da "Virgilio Notizie" del 09-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Il referendum, ricorda Peppino Calderisi (Pdl), "fu promosso due anni fa quando al governo c'erano 13 partiti. Molto è stato già raggiunto in termini di semplificazione, con la nascita di Pd, Pdl e con le scelte degli elettori. L'impellenza di una riforma elettorale non è così forte. Ciò nondimeno - prosegue l'esponente di maggioranza ai microfoni di 'Econews' - io ritengo che perché questa semplificazione sia conquistata per sempre sarebbe opportuno metterla in garanzia. Evidentemente, però, siamo di fronte a un governo che è in grado di dare risposte ai problemi del paese, e che deve tener conto delle esigenze di un'alleanza. E' comprensibile la posizione di Berlusconi, comunque nel Pdl c'è libertà di voto, e chi ritiene, come il sottoscritto, che si deve votare e votare sì, è libero di fare questa battaglia". Per Calderisi, ad ogni modo, "va rivisto l'istituto del referendum, magari aumentare il numero delle firme ma poi abolendo il quorum".

Torna all'inizio


Il presidente del Consiglio finisce per "cedere" alla Lega in cambio del sostegno certo ai ballottaggi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Cittadino, Il" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

«Non sosterremo il referendum» Dietrofront del Cavaliere, ma Fini si smarca: «Lo voterò» Roma La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che «non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum». In cambio il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'é già stata. «Oggi il referendum - dice Maurizio Gasparri - non è una priorità». La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala "finiana" del Pdl, che già da lunedì sta manifestando malumori sulla gestione troppo "Lega-centrica" del partito. «Io andrò a votare e lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani», risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì. Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi - dice il 'finianò Fabio Granata - ci ha un pò sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». Insomma, ci mette il carico, Benedetto Della Vedova: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, si impone una riflessione». Mentre Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta che attacca: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. «Berlusconi - attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di «un patto scellerato» anche per l'Idv che andrà in ogni caso a votare no perché «non ci fidiamo». Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd - sottolinea la vice capogruppo alla Camera Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di ieri sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato di voler avere la prima parola sul provvedimento che partirà al Senato probabilmente subito dopo l'estate. «Il presidente del Consiglio - si legge infatti nella nota dopo l'incontro di ieri - ha ritenuto di esplicitare che che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno, il sostegno al referendum».Alessandra Chini

Torna all'inizio


Referendum: sfida tra Fini e Berlusconi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale di Brescia" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Edizione: 10/06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Elezioni 2009 I commenti Referendum: sfida tra Fini e Berlusconi Il premier si schiera con la Lega: non lo sosterremo Il presidente della Camera «Io invece voterò sì» Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini in una foto d'archivio ROMALa Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che «non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum». In cambio il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'è già stata. «Oggi il referendum - dice Maurizio Gasparri - non è una priorità». Tensione tra i «finiani» del Pdl La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala «finiana» del Pdl, che già da lunedì sta manifestando malumori sulla gestione troppo «Lega-centrica» del partito. «Io andrò a votare e lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani», risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì. Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi - dice il finiano Fabio Granata - ci ha un pò sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». Insomma, ci mette il carico, Benedetto Della Vedova: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, si impone una riflessione». Mentre Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta che attacca: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. «Berlusconi - attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di «un patto scellerato» anche per l'Idv che andrà in ogni caso a votare no perché «non ci fidiamo». Il Pd: il leader del Pdl ostaggio di Bossi Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd - sottolinea la vice capogruppo alla Camera Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». «Come volevasi dimostrare il premier molla il suo impegno sul referendum. È evidente che dopo il risultato elettorale Berlusconi deve privilegiare l'alleato Bossi del quale è sempre più ostaggio per assicurarsi l'impegno per i ballottaggi», tuona, tra gli altri, il senatore del Pd Giorgio Tonini, attaccando la retromarcia del presidente del Consiglio.

Torna all'inizio


La riforma elettorale in Parlamento (sezione: Riforma elettorale)

( da "Alto Adige" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Brugger sul referendum «La riforma elettorale in Parlamento» BOLZANO. "L'esito delle elezioni europee ha dimostrato come sarebbe inconcepibile sostenere il referendum elettorale del 21 giugno proposto per vincolare arbitrariamente le espressioni di voto dei cittadini ad un sistema bipartitico." E' quanto ha dichiarato Siegfried Brugger, deputato della Svp. «Per questa ragione prima del voto come Svp siamo stati fra i primi firmatari della proposta di legge per il ritorno al "Mattarellum"», così Brugger.

Torna all'inizio


roma. ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. il pdl è ... - gabriele rizzardi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Nuova Sardegna, La" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina 3 - Fatto del giorno ROMA. «Ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. Il Pdl è ... Il premier rompe il silenzio post-elettorale: è andata bene nonostante le calunnie GABRIELE RIZZARDI ROMA. «Ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. Il Pdl è il primo partito ed ha vinto nonostante le calunnie. E' un risultato che ci rende orgogliosi. La stabilità di governo ne esce rafforzata». Silvio Berlusconi rompe il silenzio post-elettorale ed esalta il risultato che esce dal primo turno delle amministrative. Con in tasca l'impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno. Esattamente come voleva Bossi, che esce rafforzato dal risultato delle europee, accetta l'idea che il Pdl cerchi intese anche con l'Udc di Casini e detta al premier la linea da tenere sul referendum che punta al bipartitismo. Contrordine, dunque. «Non appare oggi opportuno un sostegno diretto al referendum» si legge in una nota della presidenza del consiglio. E pazienza se prima delle elezioni, Berlusconi si era detto favorevole al quesito. Adesso, la situazione è profondamente mutata. Il traguardo del 40 per cento per il Pdl è rimasto solo un sogno e il sostegno dei leghisti è necessario per la vittoria dei candidati del centrodestra nei ballottaggi al Nord. «Ti assicuro che ci sarò, ma dobbiamo essere io e te e non altri...» dice Bossi a Berlusconi. L'accordo è raggiunto e il senatùr ha anche accettato l'ipotesi di stringere acordi locali con l'Udc. E al riforma elettorale? Che fine farà? «Sarà conseguente alle riforme del bicameralismo perfetto» recita la nota ufficiale di palazzo Chigi. A spiegare in termini politici la scelta del Cavaliere è Paolo Bonaiuti: «L'alleanza tra Berlusconi e Bossi è destinata a durare al di là di queste amministrative e ben al di là di questo referendum». Ma chi ha raccolto le firme per il referendum non ci sta. Gianfranco Fini sfida il premier: «Io vado a votare e lo faccio convintamente. Mi auguro che lo facciano anche gli italiani». A mostrare insofferenza è anche il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino («C'è libertà di scelta e io voterò sì»), mentre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, spiega che sul referendum «è corretto non dare indicazioni tassative» ma poi aggiunge che «importate è non vietare nulla». La maggioranza è spaccata? I coordinatori nazionali del Pdl (La Russa, Bondi e Verdini) lo escludono spiegano che la «semplificazione» del sistema politico «è stata già raggiunta» con le elezioni dello scorso anno. E Bondi assicura che non c'è un nesso tra l'affermazione elettorale della Lega e la decisione di Berlusconi di non appoggiare il referendum: «Se anche avessimo preso il 40 per cento non sarebbe cambiato nulla...». Una tesi che non convince affatto l'opposizione. «La verità è che la Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare» spiega Pier Ferdinando Casini, che si dice comunque «lieto» della scelta annunciata dal Cavaliere. Il Pd conferma il «sì» ai quesiti referendari e accusa il premier di «svendere» l'appoggio ai referendum per ottenere la vitoria ai ballottaggi. «Berlusconi e il Pdl saranno empre più ostaggio di Bossi e della lega» taglia corto Anna Finocchiaro.

Torna all'inizio


referendum, fini sfida pdl e lega: io vado - gabriele rizzardi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Nuova Venezia, La" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina 19 - Attualità Referendum, Fini sfida Pdl e Lega: io vado Il Cavaliere fa marcia indietro dopo aver incassato l'impegno di Bossi ai ballottaggi Il premier rompe il silenzio post-elettorale: è andata bene nonostante le calunnie GABRIELE RIZZARDI ROMA. «Ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. Il Pdl è il primo partito ed ha vinto nonostante le calunnie. E' un risultato che ci rende orgogliosi. La stabilità di governo ne esce rafforzata». Silvio Berlusconi rompe il silenzio post-elettorale ed esalta il risultato che esce dal primo turno delle amministrative. Con in tasca l'impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno. Esattamente come voleva Bossi, che esce rafforzato dal risultato delle europee, accetta l'idea che il Pdl cerchi intese anche con l'Udc di Casini e detta al premier la linea da tenere sul referendum che punta al bipartitismo. Contrordine, dunque. «Non appare oggi opportuno un sostegno diretto al referendum» si legge in una nota della presidenza del consiglio. E pazienza se prima delle elezioni, Berlusconi si era detto favorevole al quesito. Adesso, la situazione è profondamente mutata. Il traguardo del 40 per cento per il Pdl è rimasto solo un sogno e il sostegno dei leghisti è necessario per la vittoria dei candidati del centrodestra nei ballottaggi al Nord. «Ti assicuro che ci sarò, ma dobbiamo essere io e te e non altri...» dice Bossi a Berlusconi. L'accordo è raggiunto e il senatùr ha anche accettato l'ipotesi di stringere acordi locali con l'Udc. E al riforma elettorale? Che fine farà? «Sarà conseguente alle riforme del bicameralismo perfetto» recita la nota ufficiale di palazzo Chigi. A spiegare in termini politici la scelta del Cavaliere è Paolo Bonaiuti: «L'alleanza tra Berlusconi e Bossi è destinata a durare al di là di queste amministrative e ben al di là di questo referendum». Ma chi ha raccolto le firme per il referendum non ci sta. Gianfranco Fini sfida il premier: «Io vado a votare e lo faccio convintamente. Mi auguro che lo facciano anche gli italiani». A mostrare insofferenza è anche il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino («C'è libertà di scelta e io voterò sì»), mentre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, spiega che sul referendum «è corretto non dare indicazioni tassative» ma poi aggiunge che «importate è non vietare nulla». La maggioranza è spaccata? I coordinatori nazionali del Pdl (La Russa, Bondi e Verdini) lo escludono spiegano che la «semplificazione» del sistema politico «è stata già raggiunta» con le elezioni dello scorso anno. E Bondi assicura che non c'è un nesso tra l'affermazione elettorale della Lega e la decisione di Berlusconi di non appoggiare il referendum: «Se anche avessimo preso il 40 per cento non sarebbe cambiato nulla...». Una tesi che non convince affatto l'opposizione. «La verità è che la Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare» spiega Pier Ferdinando Casini, che si dice comunque «lieto» della scelta annunciata dal Cavaliere. Il Pd conferma il «sì» ai quesiti referendari e accusa il premier di «svendere» l'appoggio ai referendum per ottenere la vitoria ai ballottaggi. «Berlusconi e il Pdl saranno empre più ostaggio di Bossi e della lega» taglia corto Anna Finocchiaro.

Torna all'inizio


referendum, fini sfida pdl e lega: io vado - gabriele rizzardi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Mattino di Padova, Il" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina 13 - Attualità Referendum, Fini sfida Pdl e Lega: io vado Il Cavaliere fa marcia indietro dopo aver incassato l'impegno di Bossi ai ballottaggi Il premier rompe il silenzio post-elettorale: è andata bene nonostante le calunnie GABRIELE RIZZARDI ROMA. «Ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. Il Pdl è il primo partito ed ha vinto nonostante le calunnie. E' un risultato che ci rende orgogliosi. La stabilità di governo ne esce rafforzata». Silvio Berlusconi rompe il silenzio post-elettorale ed esalta il risultato che esce dal primo turno delle amministrative. Con in tasca l'impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno. Esattamente come voleva Bossi, che esce rafforzato dal risultato delle europee, accetta l'idea che il Pdl cerchi intese anche con l'Udc di Casini e detta al premier la linea da tenere sul referendum che punta al bipartitismo. Contrordine, dunque. «Non appare oggi opportuno un sostegno diretto al referendum» si legge in una nota della presidenza del consiglio. E pazienza se prima delle elezioni, Berlusconi si era detto favorevole al quesito. Adesso, la situazione è profondamente mutata. Il traguardo del 40 per cento per il Pdl è rimasto solo un sogno e il sostegno dei leghisti è necessario per la vittoria dei candidati del centrodestra nei ballottaggi al Nord. «Ti assicuro che ci sarò, ma dobbiamo essere io e te e non altri...» dice Bossi a Berlusconi. L'accordo è raggiunto e il senatùr ha anche accettato l'ipotesi di stringere acordi locali con l'Udc. E al riforma elettorale? Che fine farà? «Sarà conseguente alle riforme del bicameralismo perfetto» recita la nota ufficiale di palazzo Chigi. A spiegare in termini politici la scelta del Cavaliere è Paolo Bonaiuti: «L'alleanza tra Berlusconi e Bossi è destinata a durare al di là di queste amministrative e ben al di là di questo referendum». Ma chi ha raccolto le firme per il referendum non ci sta. Gianfranco Fini sfida il premier: «Io vado a votare e lo faccio convintamente. Mi auguro che lo facciano anche gli italiani». A mostrare insofferenza è anche il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino («C'è libertà di scelta e io voterò sì»), mentre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, spiega che sul referendum «è corretto non dare indicazioni tassative» ma poi aggiunge che «importate è non vietare nulla». La maggioranza è spaccata? I coordinatori nazionali del Pdl (La Russa, Bondi e Verdini) lo escludono spiegano che la «semplificazione» del sistema politico «è stata già raggiunta» con le elezioni dello scorso anno. E Bondi assicura che non c'è un nesso tra l'affermazione elettorale della Lega e la decisione di Berlusconi di non appoggiare il referendum: «Se anche avessimo preso il 40 per cento non sarebbe cambiato nulla...». Una tesi che non convince affatto l'opposizione. «La verità è che la Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare» spiega Pier Ferdinando Casini, che si dice comunque «lieto» della scelta annunciata dal Cavaliere. Il Pd conferma il «sì» ai quesiti referendari e accusa il premier di «svendere» l'appoggio ai referendum per ottenere la vitoria ai ballottaggi. «Berlusconi e il Pdl saranno empre più ostaggio di Bossi e della lega» taglia corto Anna Finocchiaro.

Torna all'inizio


L'accordo tra la Lega e il premier non piace ma tutti guardano di più ai ballottaggi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Libertà" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

L'accordo tra la Lega e il premier non piace ma tutti guardano di più ai ballottaggi ROMA - La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle Europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo la cena dell'altra sera ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che «non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum». In cambio il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle Amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'è già stata. «Oggi il referendum - dice Maurizio Gasparri - non è una priorità». La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala "finiana" del Pdl, che già da lunedì sta manifestando malumori sulla gestione troppo "Lega-centrica" del partito. Molti ex di An fanno sapere che, come Fini, andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi - dice il "finiano" Fabio Granata - ci ha un po' sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». Ci mette il carico, Benedetto Della Vedova: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, si impone una riflessione». Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta che attacca: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. «Berlusconi - attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il leader dell'Udc Pierferdinando Casini che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di «un patto scellerato» anche per l'Italia dei valori che andrà in ogni caso a votare no perchè «non ci fidiamo». Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle Amministrative. «Per il Pd - sottolinea la vice capogruppo alla Camera Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perchè la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di lunedì sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato di voler avere la prima parola sul provvedimento che partirà al Senato probabilmente subito dopo l'estate. «Il presidente del Consiglio - si legge infatti nella nota dopo l'incontro di lunedì - ha ritenuto di esplicitare che che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno, il sostegno al referendum». Alessandra Chini 10/06/2009

Torna all'inizio


referendum, fini sfida pdl e lega: io vado - gabriele rizzardi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Centro, Il" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina 3 - Attualità Referendum, Fini sfida Pdl e Lega: io vado Il Cavaliere fa marcia indietro dopo aver incassato l'impegno di Bossi ai ballottaggi Il premier rompe il silenzio post-elettorale: è andata bene nonostante le calunnie GABRIELE RIZZARDI ROMA. «Ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. Il Pdl è il primo partito ed ha vinto nonostante le calunnie. E' un risultato che ci rende orgogliosi. La stabilità di governo ne esce rafforzata». Silvio Berlusconi rompe il silenzio post-elettorale ed esalta il risultato che esce dal primo turno delle amministrative. Con in tasca l'impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno. Esattamente come voleva Bossi, che esce rafforzato dal risultato delle europee, accetta l'idea che il Pdl cerchi intese anche con l'Udc di Casini e detta al premier la linea da tenere sul referendum che punta al bipartitismo. Contrordine, dunque. «Non appare oggi opportuno un sostegno diretto al referendum» si legge in una nota della presidenza del consiglio. E pazienza se prima delle elezioni, Berlusconi si era detto favorevole al quesito. Adesso, la situazione è profondamente mutata. Il traguardo del 40 per cento per il Pdl è rimasto solo un sogno e il sostegno dei leghisti è necessario per la vittoria dei candidati del centrodestra nei ballottaggi al Nord. «Ti assicuro che ci sarò, ma dobbiamo essere io e te e non altri...» dice Bossi a Berlusconi. L'accordo è raggiunto e il senatùr ha anche accettato l'ipotesi di stringere acordi locali con l'Udc. E al riforma elettorale? Che fine farà? «Sarà conseguente alle riforme del bicameralismo perfetto» recita la nota ufficiale di palazzo Chigi. A spiegare in termini politici la scelta del Cavaliere è Paolo Bonaiuti: «L'alleanza tra Berlusconi e Bossi è destinata a durare al di là di queste amministrative e ben al di là di questo referendum». Ma chi ha raccolto le firme per il referendum non ci sta. Gianfranco Fini sfida il premier: «Io vado a votare e lo faccio convintamente. Mi auguro che lo facciano anche gli italiani». A mostrare insofferenza è anche il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino («C'è libertà di scelta e io voterò sì»), mentre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, spiega che sul referendum «è corretto non dare indicazioni tassative» ma poi aggiunge che «importate è non vietare nulla». La maggioranza è spaccata? I coordinatori nazionali del Pdl (La Russa, Bondi e Verdini) lo escludono spiegano che la «semplificazione» del sistema politico «è stata già raggiunta» con le elezioni dello scorso anno. E Bondi assicura che non c'è un nesso tra l'affermazione elettorale della Lega e la decisione di Berlusconi di non appoggiare il referendum: «Se anche avessimo preso il 40 per cento non sarebbe cambiato nulla...». Una tesi che non convince affatto l'opposizione. «La verità è che la Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare» spiega Pier Ferdinando Casini, che si dice comunque «lieto» della scelta annunciata dal Cavaliere. Il Pd conferma il «sì» ai quesiti referendari e accusa il premier di «svendere» l'appoggio ai referendum per ottenere la vitoria ai ballottaggi. «Berlusconi e il Pdl saranno empre più ostaggio di Bossi e della lega» taglia corto Anna Finocchiaro.

Torna all'inizio


Passatemi l'olio! , urlò Craxi ai commensali, voltando le spalle al cronista ch... (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unita, L'" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

MARCO BUCCIANTINI «Passatemi l'olio!», urlò Craxi ai commensali, voltando le spalle al cronista che chiedeva spiegazioni per il curioso invito rivolto agli italiani: «Meglio se andate al mare». Lui già ci stava, a pranzo a Caprera, e ci avrebbe poi svernato ad Hammamet. Gli italiani votarono, scegliendo la preferenza unica e mettendo in moto la riforma maggioritaria, poi rinnegata. Diciotto anni dopo sempre lì siamo, fra la spiaggia e l'ennesima riforma elettorale. IL PIZZO «Berlusconi ha pagato la cambiale alla Lega», dice Cofferati. Dunque il Referendum - il suo valore svilito dall'usura - viene ancora buttato a mare. Non da argomenti "politici": il diritto al non voto è difeso dalla Costituzione. La novità odierna è che l'astensione viene mercanteggiata: «Dopo l'esito delle europee - questa è la Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd - Berlusconi e il Pdl saranno sempre più ostaggio di Bossi. È il prezzo che va pagato per tenere insieme la maggioranza. Il premier si svende il referendum per comprarsi i ballottaggi». Lo strappo di Berlusconi, che inverte il suo proposito a distanza di quattro giorni, giunge ai referendari mentre questi stanno davanti alla Bocca della Verità. Così l'iniziativa romana di Mario Segni e di Giuseppe Guzzetta davanti al fauno urlante diviene ancor più simbolica, visto il depotenziamento della Lega che conseguirebbe alla vittoria del Sì: «Ciò dimostra quanto sia importante il referendum: Bossi ricatta e Berlusconi sembra debba cedere. Se gli italiani vogliono questo...». Cantane un'altra, Peppino Se la Bocca della Verità è un mascherone in marmo, murato sulla parete della chiesa e fisso da 4 secoli, con la sua bocca eternamente spalancata, c'è chi invece può cambiare maschera ed espressione a seconda del tornaconto. Casini, che oggi si astiene e beneficia della novità, e rivendica la purezza della sua scelta, «mentre Berlusconi lo fa sotto scacco, piegato dalla Lega», nel '97 aveva la faccia addolorata di un vedovo della democrazia: «È sempre un giorno triste quando le urne vengono disertate». Furono puniti i quesiti dei Radicali: quella volta si parlava di caccia, magistrati, giornalisti. E proprio i cacciatori furono fra i primi pasdaran dell'astensionismo, allorquando i Verdi pretendevano la sordina alle doppiette. Spesso è la Chiesa a tirare le fila dei vacanzieri del referendum: lo fece clamorosamente nel 2005, opponendosi ai referendum che volevano ampliare la legge sulla fecondazione assistita e sull'uso degli embrioni. Con finezza, il "verde" Carlo Ripa di Meana adescò i cittadini con l'astensione ecologica: «Girate i giardini e i boschi e ripuliteli dalle cartacce». Ma il deterrente decisivo potrebbe essere quello di riproporre il rap che s'inventò l'allora radicale (oggi nel Pdl) Peppino Calderisi nel 2000, quando si interpellarono gli italiani sempre sulla legge elettorale (da marcare in senso ancor più maggioritario), sul finanziamento ai partiti e ancora sui magistrati. Rime indelebili: «Il 21 maggio non ti far pregare / per i referendum vai a votare / chi ti chiede di andare al mare / il tuo voto vuole annullare / e la democrazia diretta cancellare». Votò un italiano su tre. «Berlusconi sotto ricatto», è la reazione dei referendari e del mondo politico, dal Pd a chi - come Casini - i quesiti aveva comunque deciso di disertarli. Quanto tempo è passato da quando Craxi disse: «Andate al mare».

Torna all'inizio


ROMA - La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre (sezione: Riforma elettorale)

( da "Adige, L'" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

ROMA - La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre ROMA - La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio afferma che «non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum». In cambio il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'è già stata. «Oggi il referendum - dice Maurizio Gasparri - non è una priorità». La scelta tattica del premier, però, ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala «finiana» del Pdl che già stava manifestando malumori sulla gestione troppo «Lega-centrica» del partito. «Io andrò a votare e lo farò convintamente votando sì - dice Fini - e spero lo facciano anche gli italiani». Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi - dice il «finiano» Fabio Granata - ci ha un pò sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». E Benedetto Della Vedova rincara: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl, ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, si impone una riflessione». Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire, ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta che attacca: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. «Berlusconi - attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di «un patto scellerato» anche per l'Idv che andrà in ogni caso a votare no perchè «non ci fidiamo». Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd - sottolinea la vice capogruppo alla Camera Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perchè la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Ad Arcore, l'altra sera, si è parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato di voler avere la prima parola sul provvedimento che partirà al Senato probabilmente subito dopo l'estate. «Il presidente del Consiglio - si legge infatti nella nota dopo l'incontro di ieri - ha ritenuto di esplicitare che che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno, il sostegno al referendum». 10/06/2009

Torna all'inizio


referendum, fini sfida pdl e lega: io vado - gabriele rizzardi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Tirreno, Il" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina 5 - Attualità Referendum, Fini sfida Pdl e Lega: io vado Il Cavaliere fa marcia indietro dopo aver incassato l'impegno di Bossi ai ballottaggi Il premier rompe il silenzio post-elettorale: è andata bene nonostante le calunnie GABRIELE RIZZARDI ROMA. «Ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. Il Pdl è il primo partito ed ha vinto nonostante le calunnie. E' un risultato che ci rende orgogliosi. La stabilità di governo ne esce rafforzata». Silvio Berlusconi rompe il silenzio post-elettorale ed esalta il risultato che esce dal primo turno delle amministrative. Con in tasca l'impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno. Esattamente come voleva Bossi, che esce rafforzato dal risultato delle europee, accetta l'idea che il Pdl cerchi intese anche con l'Udc di Casini e detta al premier la linea da tenere sul referendum che punta al bipartitismo. Contrordine, dunque. «Non appare oggi opportuno un sostegno diretto al referendum» si legge in una nota della presidenza del consiglio. E pazienza se prima delle elezioni, Berlusconi si era detto favorevole al quesito. Adesso, la situazione è profondamente mutata. Il traguardo del 40 per cento per il Pdl è rimasto solo un sogno e il sostegno dei leghisti è necessario per la vittoria dei candidati del centrodestra nei ballottaggi al Nord. «Ti assicuro che ci sarò, ma dobbiamo essere io e te e non altri...» dice Bossi a Berlusconi. L'accordo è raggiunto e il senatùr ha anche accettato l'ipotesi di stringere acordi locali con l'Udc. E al riforma elettorale? Che fine farà? «Sarà conseguente alle riforme del bicameralismo perfetto» recita la nota ufficiale di palazzo Chigi. A spiegare in termini politici la scelta del Cavaliere è Paolo Bonaiuti: «L'alleanza tra Berlusconi e Bossi è destinata a durare al di là di queste amministrative e ben al di là di questo referendum». Ma chi ha raccolto le firme per il referendum non ci sta. Gianfranco Fini sfida il premier: «Io vado a votare e lo faccio convintamente. Mi auguro che lo facciano anche gli italiani». A mostrare insofferenza è anche il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino («C'è libertà di scelta e io voterò sì»), mentre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, spiega che sul referendum «è corretto non dare indicazioni tassative» ma poi aggiunge che «importate è non vietare nulla». La maggioranza è spaccata? I coordinatori nazionali del Pdl (La Russa, Bondi e Verdini) lo escludono spiegano che la «semplificazione» del sistema politico «è stata già raggiunta» con le elezioni dello scorso anno. E Bondi assicura che non c'è un nesso tra l'affermazione elettorale della Lega e la decisione di Berlusconi di non appoggiare il referendum: «Se anche avessimo preso il 40 per cento non sarebbe cambiato nulla...». Una tesi che non convince affatto l'opposizione. «La verità è che la Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare» spiega Pier Ferdinando Casini, che si dice comunque «lieto» della scelta annunciata dal Cavaliere. Il Pd conferma il «sì» ai quesiti referendari e accusa il premier di «svendere» l'appoggio ai referendum per ottenere la vitoria ai ballottaggi. «Berlusconi e il Pdl saranno empre più ostaggio di Bossi e della lega» taglia corto Anna Finocchiaro.

Torna all'inizio


referendum, sfida berlusconi-fini (sezione: Riforma elettorale)

( da "Messaggero Veneto, Il" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

L'"ordine" della Lega e del Pdl: «Disertate le urne». I quesiti ridurrebbero il Carroccio (e i partiti "minori") nell'angolo dell'irrilevanza politica Referendum, sfida Berlusconi-Fini Il premier vede Bossi e annuncia che non sosterrà la consultazione. Il Pd: ostaggio del Carroccio La replica del presidente della Camera: «Io voto, spero anche gli italiani». L'ira dei promotori ROMA. Dal «voto sì al referendum», al «non darò alcun sostegno alla consultazione». La retromarcia di Silvio Berlusconi arriva all'indomani della valanga di voti presi dalla Lega alle elezioni. E non sorprende. Con il peso del Carroccio cresciuto a dismisura, non è un caso, infatti, che il premier si sia affrettato a sfilarsi da una partita che Bossi vede come il fumo negli occhi. Quel referendum che punta al bipartitismo e che relegherebbe la Lega (e i partiti "minori" in generale) nell'angolo dell'irrilevanza politica. Chi resta fermo sulla sua posizione di referendario è Gianfranco Fini e lo dice pubblicamente. «Andrò a votare con convinzione - ha detto Fini - spero lo facciano pure gli italiani». La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. In cambio il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'è già stata. «Oggi il referendum - dice Maurizio Gasparri - non è una priorità». La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala "finiana" del Pdl, che già da ieri sta manifestando malumori sulla gestione troppo "Lega-centrica" del partito. «Io andrò a votare e lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani», risponde ai cronisti Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì. Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi - dice il "finiano" Fabio Granata - ci ha un po' sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». Insomma, ci mette il carico, Benedetto Della Vedova: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, si impone una riflessione». Mentre Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta che attacca: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. «Berlusconi - attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di «un patto scellerato» anche per l'Idv che andrà in ogni caso a votare no perchè «non ci fidiamo». Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd - sottolinea la vice capogruppo alla Camera Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perchè la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di lunedì sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato di voler avere la prima parola sul provvedimento che partirà al Senato probabilmente subito dopo l'estate. «Il presidente del Consiglio - si legge infatti nella nota dopo l'incontro - ha ritenuto di esplicitare che che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno, il sostegno al referendum».

Torna all'inizio


Berlusconi-Fini, sfida sul referendum (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-06-10 - pag: 5 autore: Berlusconi-Fini, sfida sul referendum Il premier con il Senatur per l'astensione: alle urne vittoria nonostante le calunnie ROMA Silvio Berlusconi ringrazia i milioni di italiani che gli hanno confermato la fiducia nonostante «una campagna elettorale tesa a colpirmi con tante calunnie ». Il messaggio che rompe il silenzio elettorale del premier arriva solo nella serata di ieri. Dopo che l'accordo con Bossi sui ballottaggi in cambio della rinuncia del premier al referendum elettorale è già pubblica. Una decisione che ad alcuni nel Pdl, soprattutto all'ala finiana, appare come una resa al Carroccio. Tant'è che proprio il presidente della Camera ci tiene a far sapere che lui a votare per il referendum ci andrà, e lo farà «convintamente » augurandosi che «gli italiani facciano altrettanto». Ma Berlusconi di mettere in pericolo l'alleanza con Bossi non ci pensa lontanamente. Soprattutto dopo aver dovuto amaramente constatare che il 40-45% dei consensi è ancora lontano da raggiungere. Il Senatur, che le carte le sa giocare, è subito andato a riscuotere. Nei giorni scorsi dal Carroccio era stato fatto passare un messaggio allarmante: «Se Berlusconi continuerà a dire che andrà a votare al referendum noi chiederemo ai nostri elettori di andare al mare e di rinunciare ai ballottaggi». Il chiarimento per la Lega era dunque prioritario e dirimente E Berlusconi nella cena svoltasi lunedì sera ad Arcore ha offerto a Bossi le garanzie che cercava, rendendole pubbliche nel comunicato di ieri mattina di Palazzo Chigi in cui si rinvia la riforma elettorale al Parlamento perchè oggi «oggi non è più opportuno un sostegno diretto al referendum». la decisione di Berlusconi era già nell'aria e non sorprende i vertici del Pdl. Anche se qualche distinguo c'è, soprattutto tra gli ex di An. Due referendari della prima ora, Ignazio la Russa e Italo Bocchino, ancor prima della dichiarazione di Fini avevano fatto sapere che avrebbero comunque continuato a sostenere, sia pure a titolo personale, il referendum. «Che i partiti non diano indicazioni tassative in questa materia è una cosa logica, come ha già detto Berlusconi. Diversi sono i comportamenti personali», ha spiegato il ministro della Difesa. «Noi non abbiamo mai chiesto al Pdl di sostenere in blocco il referendum – ha aggiunto Bocchino – ma per lo stesso motivo non può valere un divieto a sostenerlo: la tesi deve essere che nel Pdl c'è libertà di scelta, io ad esempio voterò sì e parteciperò eventualmente a manifestazioni a sostegno del sì». Affermazioni che probabilmente riflettono anche le riflessioni che si stanno facendo sul voto, in particolare al Sud. Berlusconi nel suo messaggio di ringraziamento agli elettori non fa cenno all'astensionismo degli elettori meridionali. Il premier di dice «orgoglioso» per il risultato che rappresenta un «conforto personale » e un premio al governo per aver saputo «affrontare meglio di altri in Europa la crisi economica ». Insomma, nonostante il mancato raggiungimento del 40%, per Berlusconi queste elezioni sono una rinnovata fiducia a lui e al suo esecutivo: «Mentre in altri Paesi i governi hanno perso consenso, noi i nostri consensi li abbiamo confermati e consolidati e la stabilità del governo ne esce rafforzata». Inoltre il vantaggio sul Pd «è più che raddoppiato rispetto ad un anno fa », e ci sono 29 europarlamentari del Pdl a Strasburgo (che non è però il primo gruppo come auspicava il Cavaliere alla vigilia del voto). B.F. © RIPRODUZIONE RISERVATA «IO VADO A VOTARE» Il presidente della Camera conferma il sì al quesito Nota di Palazzo Chigi per sancire il patto con la Lega sui ballottaggi

Torna all'inizio


Alle urne il 21 e 22 giugno (sezione: Riforma elettorale)

( da "Stampa, La" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

VERSO IL BALLOTTAGGIOIL CAPOLUOGO E LA VALBORMIDA SALVANO BOFFA, CHE ORA CORTEGGIA I CENTRISTI Alle urne il 21 e 22 giugno Vaccarezza favorito e già spuntano le indiscrezioni sugli assessori [FIRMA]PARIDE PASQUINO SAVONA Due settimane per riorganizzare le fila degli elettori, per trovare conferme e nuovi consensi, per cercare alleanze o covincere gli indecisi del primo turno. La corsa di Vaccarezza e Boffa verso il ballottaggio è già partita. I savonesi torneranno ai seggi domenica 21 e lunedì 22 giugno. Il primo giorno si potrà votare dalle 8 alle 22, mentre il giorno successivo i seggi resteranno aperti dalle 7 alle 15. Il turno di ballottaggio sarà abbinato al referendum sulla riforma elettorale. Le operazioni di spoglio cominceranno proprio dalle schede referendarie e a seguire si passerà a quelle per l'elezione del presidente della Provincia. La sfida-bis tra Vaccarezza e Boffa non è scontata anche se è ragionevole pensare al sindaco di Loano come il grande favorito: i 12 punti percentuali abbinati a circa 19 mila voti di scarto con cui si è concluso il primo round sono un bel vantaggio. Vaccarezza si è imposto quasi dappertutto in una provincia mai così azzurra. Scontata l'affermazione nel Ponente, ma anche altrove il Pdl ha fatto breccia. Boffa ha tenuto in Valbormida, la sua roccaforte. Solo Savona città, Vado Ligure e Quiliano si sono confermate zoccolo duro del Pd e gli hanno permesso di non affondare. Ma sulla carta proprio Boffa è quello che potrebbe avere i maggiori margini di recupero da qui a domenica 21 giugno. Mettendo insieme i voti di Verdi e Rifondazione il candidato del centrosinistra potrebbe recuperare almeno il 5% dei suffragi. Ma è probabile che ad essere decisiva nella competizione sarà soprattutto l'Udc di Rosario Monteleone che con il 4% potrebbe ribaltare il risultato del primo turno oppure lanciare definitivamente Vaccarezza verso Palazzo Nervi, già forte dell'alleanza con una Lega Nord rampante. Ma in queste ore non si parla solo delle alleanze. Radio-ballottaggio fa rimbalzare anche indiscrezioni su quella che potrebbe essere addirittura la squadra di assessori di Vaccarezza: si fanno i nomi di Luigi Bussalai e di Pietro Santi. La leghista Rosy Guarneri sembra vicina alla presidenza del Consiglio provinciale. Gettonatissimi anche il leghista Stefano Mai, sindaco di Zuccarello, Carlo Cipollina e Giorgio Garra, storico forzista cairese. Ma soprattutto da parte del Pdl la «proposta indecente» potrebbe essere quella di offrire a Giancarlo Garassino, candidato presidente proprio per l'Udc, la poltrona di assessore al Turismo. Grande esperto del settore e uomo di comprovate capacità, potrebbe essere la persona giusta al posto giusto. Al momento giusto.

Torna all'inizio


Berlusconi scarica il referendum Ma Fini: io voterò sì (sezione: Riforma elettorale)

( da "Eco di Bergamo, L'" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Berlusconi scarica il referendum Ma Fini: io voterò sì --> In cambio la Lega appoggerà il Pdl nei ballottaggi Insorgono i referendari. Critiche anche da Pd e Udc Mercoledì 10 Giugno 2009 GENERALI, pagina 3 e-mail print ROMALa Lega, forte del buon risultato ottenuto alle Europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno, che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che «non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum». In cambio, il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle Amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'è già stata. «Oggi il referendum - dice Maurizio Gasparri - non è una priorità». La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala finiana del Pdl, che già da lunedì sta manifestando malumori sulla gestione troppo «Lega-centrica» del partito. «Io andrò a votare e lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani», risponde ai cronisti Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì. l'ala finiana del pdl all'attacco Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi - dice il finiano Fabio Granata - ci ha un po' sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». Insomma, ci mette il carico Benedetto Della Vedova: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, si impone una riflessione». Mentre Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire, ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. «Berlusconi - attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato, visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di «un patto scellerato» anche per l'Idv, che andrà in ogni caso a votare no perché «non ci fidiamo». il pd mantiene un profilo basso Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle Amministrative. «Per il Pd - sottolinea la vice capogruppo alla Camera, Marina Sereni - la priorità delle prossime settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le cose, per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di lunedì sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale, visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato di voler avere la prima parola sul provvedimento che partirà al Senato dopo l'estate. «Il presidente del Consiglio - si legge infatti nella nota - ha ritenuto di esplicitare che che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno il sostegno al referendum». Alessandra Chini 10/06/2009 nascosto-->

Torna all'inizio


(sezione: Riforma elettorale)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Primo Piano Pagina 103 Il premier sposa la linea della Lega e in cambio incassa l'appoggio per i ballottaggi «Il referendum non è opportuno» Il premier sposa la linea della Lega e in cambio incassa l'appoggio per i ballottaggi --> ROMA La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle Europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che «non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum». In cambio il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'è già stata. «Oggi il referendum - dice Maurizio Gasparri - non è una priorità». La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala “finiana” del Pdl, che già da ieri sta manifestando malumori sulla gestione troppo “Lega-centrica” del partito. «Io andrò a votare e lo farò con convinzione e spero lo facciano anche gli italiani», risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì. Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi - dice il “finiano” Fabio Granata - ci ha un po' sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». Insomma, ci mette il carico, Benedetto Della Vedova: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, si impone una riflessione». Mentre Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta che attacca: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. «Berlusconi - attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di «un patto scellerato» anche per l'Idv che andrà in ogni caso a votare no perché «non ci fidiamo». Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd - sottolinea la vice capogruppo alla Camera Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale».

Torna all'inizio


Pd, dopo le Europee si prepara la diaspora (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere Alto Adige" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Corriere dell'Alto Adige sezione: BOLZANOEPROV data: 10/06/2009 - pag: 6 Centrosinistra Il modello di riferimento è quello di Dellai. Tensioni sulla possibile elezione di Capelli a coordinatore dei circoli Pd, dopo le Europee si prepara la diaspora Di Puppo lavora a una rete di liste civiche. Possibile accordo con Cavagna e i sindaci Brugger: «Dico no al referendum» BOLZANO Ci lavora da almeno sei mesi, ma questa volta l'ex vicepresidente della giunta Michele Di Puppo, ad urne chiuse, autorizza per la prima volta i giornalisti a tracciare i contorni del progetto politico che ha in mente: la creazione di una rete delle liste civiche di centro dell'intera provincia. Al momento è coinvolta qualche decina di persone. Ci sono anche tesserati del Pd (qualcuno ha un ruolo nel partito), ma non solo. «Sono in contatto con diverse persone che non hanno mai fatto politica e sarebbero pure simpatizzanti del centrodestra», fa sapere il politico di area popolare. Al progetto potrebbe aderire il gruppo di Diego Cavagna, a sua volta già in rete con diversi «amici», ma l'interessato dice semplicemente: «sto ancora lavorando per fare in modo che il Pd guardi al centro». I contatti fra i due si sarebbero intensificati nelle ultime settimane. Intanto fra gli scontenti del Pd si sente parlare di possibili liste dei sindaci sia a Laives, con Giovanni Polonioli, sia a Salorno con Giorgio Giacomozzi, ex protagonisti del «primo » Pd da mesi fuori da tutti i giochi. E nel Pd proseguono i mugugni per l'esito non entusiasmante del voto e per le cariche interne. Ieri è stata bocciata a sorpresa la candidatura di Mario Paolucci nel circolo di Gries, ed oggi si eleggerà il Coordinatore dei circoli del Pd dopo che Fiorenza Mascarello è divenuta presidente del partito. Per ora l'unica candidatura è quella di Massimo Capelli, espressione della maggioranza, cui potrebbe aggiungersi quella di Giovanni Barborini. Il «progetto Di Puppo» sta prendendo forma, si diceva. L'ex vicepresidente della giunta nel Pd non ha mai avuto un ruolo. Ne ha seguito la genesi, ma nei giorni in cui lo faceva Dellai a Trento, ne prendeva anche le distanze. Poi è rimasto nel giro da «osservatore» e simpatizzante. Ha dato la sua disponibilità per le provinciali, ma la sua candidatura non è stata neppure presa in considerazione. Ora Di Puppo, senza fare troppo rumore, ha deciso di mettersi in gioco. «Sono sorpreso anche io - Stella alpina Scettico Siegfried Brugger BOLZANO - «L'esito delle elezioni europee ha dimostrato come sia sarebbe inconcepibile sostenere il referendum elettorale del 21 giugno proposto per vincolare arbitrariamente le espressioni di voto dei cittadini ad un sistema bipartitico». È quanto ha dichiarato Siegfried Brugger, deputato delle minoranze linguistiche ed esponente della Svp. «Per questa ragione prima del voto come Svp siamo stati fra i primi firmatari della proposta di legge per il ritorno al 'Mattarellum'. In Parlamento -ha sostenuto Bruggeresistono le proposte per le riforme istituzionali e in quest'ambito per una nuova legge elettorale. Berlusconi ha escluso un sostegno diretto al referendum e sembra riconoscere questa impostazione» racconta ma me lo chiedono davvero in tanti da molto tempo. In questi anni ho conservato buoni rapporti con molte persone da San Candido a Bressanone, dalla Bassa Atesina a Silandro. Sono una persona di centro e constato che il Pd continua a non riuscire ad essere attrattivo verso l'elettorato moderato. Molte persone mi chiedono di mettere a disposizione la mia esperienza. Da mesi sto lavorando per creare una rete delle tante liste civiche sparse per la provincia, una cosa sul modello della Margherita. Se si chiamerà Upa, richiamandosi all'Upt di Dellai? Non è il caso di parlare di nomi. Il prossimo incontro sarà in Bassa atesina l'ultima settimana di giugno. L'importante è creare un movimento sinceramente autonomista capace di raccogliere anche il voto moderato». Il «movimento» potrebbe uscire allo scoperto già ai primi di luglio. La stessa area che fa riferimento a Cavagna, invece di attendere le primarie di ottobre, potrebbe decidere sul proprio futuro nel Pd già entro una decina di giorni. Far quagliare il progetto non sarà facile. Anche al centro, come nei partiti di sinistra, ci sono antipatie ataviche, rivalità storiche, e ambizioni personali in perenne conflitto. Se per una volta il progetto dovesse prevalere sulle aspirazioni dei singoli, quella a cui lavora Di Puppo potrebbe essere una novità politica non irrilevante alle prossime Comunali del 2010. Fabio Gobbato Stratega Michele Di Puppo, ex vicepresidente della giunta provinciale, torna in pista dopo un periodo di assenza

Torna all'inizio


Referendum: sfida tra Fini e Berlusconi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

ELEZIONI 10-06-2009 21 GIUGNO IL CAVALIERE DECIDE DOPO LA CENA CON BOSSI Referendum: sfida tra Fini e Berlusconi Il premier: il sostegno non è opportuno Il presidente della Camera: io andrò a votare ROMA Alessandra Chini II La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle Europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che «non appare più opportuno un sostegno diretto al referendum». In cambio il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'è già stata. «Oggi il referendum dice Maurizio Gasparri non è una priorità». La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala «finiana » del Pdl, che già da lunedì sta manifestando malumori sulla gestione troppo «Lega-centrica » del partito. «Io andrò a votare e lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani », risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì. Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi dice il «finiano» Fabio Granata ci ha un po' sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». Insomma, ci mette il carico, Benedetto Della Vedova: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl, ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, si impone una riflessione». Mentre Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire, ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta che attacca: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizio - ne. «Berlusconi attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di «un patto scellerato» anche per l'Idv che andrà in ogni caso a votare no perchè «non ci fidiamo». Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd sottolinea la vice capogruppo alla Camera Marina Sereni la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perchè la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di ieri sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato di voler avere la prima parola sul provvedimento che partirà al Senato probabilmente subito dopo l'estate. «Il presidente del Consiglio dice una nota esplicita che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno il sostegno al referendum». Amici rivali Gianfranco Fini, presidente della Camera e Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio.

Torna all'inizio


Comitato per il : riprende la campagna elettorale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

ELEZIONI 10-06-2009 Guzzetta e Segni in prima linea Comitato per il «sì»: riprende la campagna elettorale «Calderoli ha detto la verità: questa legge elettorale è una porcata. Parte subito la campagna per cancellarla. Il 21 giugno votate sì». All'indomani delle Europee e a due settimane dal referendum, il comitato promotore inaugura davanti alla Bocca della verità la sua campagna «contro le candidature multiple e per il bipartitismo: per una legge elettorale che elimini le coalizioni politiche, in cui non si fa altro che una continua rissa». Improvvisano una piccola messa in scena, i referendari, per rendere il senso della loro battaglia. Lorenzo Cursio, responsabile del comitato promotore romano, indossa una maschera con il volto del ministro leghista Roberto Calderoli e mette la mano nella Bocca della verità. Giovanni Guzzetta e Mario Segni, che lo accompagnano, confermano: «Calderoli ha detto la verità: questa legge elettorale è una porcata». «Siamo qui spiega Guzzetta, presidente dei referendari per mostrare quante bugie sono state dette da Calderoli e dai partiti che si oppongono al referendum. L'unica verità è che l'attuale legge è una porcata». Quanto ai risultati delle Europee, Segni sottolinea: «Hanno chiarito che è stata raccontata una grandissima balla, che noi avremmo consegnato il Paese a Berlusconi». E Guzzetta aggiunge: «I cittadini vogliono il bipartitismo. Torna invece lo spettro dell'ingovernabilità, con Di Pietro che ricatta il Pd e Bossi che ricatta il Pdl». E sulla decisione di Silvio Berlusconi di ritirare il sostegno diretto al referendum, Guzzetta commenta: «Noi ci aspettiamo aiuti dai cittadini. I big facciano quello che vogliono». «Il Pd farà bene ad attuare il suo convinto impegno per il sì senza il cui successo sarà ben difficile fare una qualsiasi riforma parlamentare: il suggerimento al leader del Pd viene dal senatore Stefano Ceccanti, costituzionalista e da sempre sostenitore della riforma elettorale. In una nota Ceccanti denuncia l'uso «tattico e distorto» del referendum fatto dal presidente del Consiglio e dal leader del Carroccio Bossi. A entrambi Ceccanti rimprovera di aver stipulato «un accordo privato per sabotare il referendum in cambio del sostegno ai ballottaggi». Una circostanza che conferma, secondo il senatore del Pd, due dati politici: da un lato l'attuale maggioranza ribadisce «la sua tradizione di concordare in sedi extra-istituzionali e sulla base di ricatti reciproci posizioni attinenti le regole del gioco, che riguardano tutti, come se fossero una proprietà privata».

Torna all'inizio


Referendum, Fini sfida Pdl e Lega: io vado (sezione: Riforma elettorale)

( da "Nuova Ferrara, La" del 10-06-2009)
Pubblicato anche in: (Provincia Pavese, La) (Gazzetta di Mantova, La) (Trentino) (Citta' di Salerno, La) (Gazzetta di Modena,La) (Alto Adige) (Corriere delle Alpi) (Gazzetta di Reggio)

Argomenti: Proposte di legge

Referendum, Fini sfida Pdl e Lega: io vado Il Cavaliere fa marcia indietro dopo aver incassato l'impegno di Bossi ai ballottaggi Il premier rompe il silenzio post-elettorale: è andata bene nonostante le calunnie GABRIELE RIZZARDI ROMA. «Ringrazio i milioni di elettori che ci hanno votato. Il Pdl è il primo partito ed ha vinto nonostante le calunnie. E' un risultato che ci rende orgogliosi. La stabilità di governo ne esce rafforzata». Silvio Berlusconi rompe il silenzio post-elettorale ed esalta il risultato che esce dal primo turno delle amministrative. Con in tasca l'impegno a fare la campagna elettorale per i ballottaggi inmsieme a Bossi, il Cavaliere fa marcia indietro sul referendum elettorale e va allo scontro frontale con Gianfranco Fini. Dopo la cena ad Arcore con il leader della Lega, Berlusconi dice di essere sempre più «determinato e appassionato» e fa sapere che non sosterrà la consultazione popolare del 21 giugno. Esattamente come voleva Bossi, che esce rafforzato dal risultato delle europee, accetta l'idea che il Pdl cerchi intese anche con l'Udc di Casini e detta al premier la linea da tenere sul referendum che punta al bipartitismo. Contrordine, dunque. «Non appare oggi opportuno un sostegno diretto al referendum» si legge in una nota della presidenza del consiglio. E pazienza se prima delle elezioni, Berlusconi si era detto favorevole al quesito. Adesso, la situazione è profondamente mutata. Il traguardo del 40 per cento per il Pdl è rimasto solo un sogno e il sostegno dei leghisti è necessario per la vittoria dei candidati del centrodestra nei ballottaggi al Nord. «Ti assicuro che ci sarò, ma dobbiamo essere io e te e non altri...» dice Bossi a Berlusconi. L'accordo è raggiunto e il senatùr ha anche accettato l'ipotesi di stringere acordi locali con l'Udc. E al riforma elettorale? Che fine farà? «Sarà conseguente alle riforme del bicameralismo perfetto» recita la nota ufficiale di palazzo Chigi. A spiegare in termini politici la scelta del Cavaliere è Paolo Bonaiuti: «L'alleanza tra Berlusconi e Bossi è destinata a durare al di là di queste amministrative e ben al di là di questo referendum». Ma chi ha raccolto le firme per il referendum non ci sta. Gianfranco Fini sfida il premier: «Io vado a votare e lo faccio convintamente. Mi auguro che lo facciano anche gli italiani». A mostrare insofferenza è anche il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino («C'è libertà di scelta e io voterò sì»), mentre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, spiega che sul referendum «è corretto non dare indicazioni tassative» ma poi aggiunge che «importate è non vietare nulla». La maggioranza è spaccata? I coordinatori nazionali del Pdl (La Russa, Bondi e Verdini) lo escludono spiegano che la «semplificazione» del sistema politico «è stata già raggiunta» con le elezioni dello scorso anno. E Bondi assicura che non c'è un nesso tra l'affermazione elettorale della Lega e la decisione di Berlusconi di non appoggiare il referendum: «Se anche avessimo preso il 40 per cento non sarebbe cambiato nulla...». Una tesi che non convince affatto l'opposizione. «La verità è che la Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare» spiega Pier Ferdinando Casini, che si dice comunque «lieto» della scelta annunciata dal Cavaliere. Il Pd conferma il «sì» ai quesiti referendari e accusa il premier di «svendere» l'appoggio ai referendum per ottenere la vitoria ai ballottaggi. «Berlusconi e il Pdl saranno empre più ostaggio di Bossi e della lega» taglia corto Anna Finocchiaro.

Torna all'inizio


TERESA BARTOLI ROMA. ALLE PRESE CON I RISULTATI DELLE AMMINISTRATIVE, E ASSUNTOSI L'ONERE DI... (sezione: Riforma elettorale)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 10-06-2009)
Pubblicato anche in: (Mattino, Il (Circondario Sud2))

Argomenti: Proposte di legge

TERESA BARTOLI Roma. Alle prese con i risultati delle amministrative, e assuntosi l'onere di ammettere in tv l'emorragia di voti anche nelle zone di tradizione democratica, Dario Franceschini ieri ha deciso di non intervenire sulla questione referendum, nemmeno dopo la novità del patto tra Berlusconi e Bossi. «Per non coprire con un nostro intervento le contraddizioni che si sono aperte nel Pdl» ha spiegato ai suoi: «Per un giorno, godiamoci lo scontro tra di loro. Da domani discuteremo di come organizzare la campagna per il sì». La priorità, naturalmente, va ai ballottaggi che, sapendo che lo scambio tra Berlusconi e Bossi riguarda proprio l'apporto del Carroccio al secondo turno amministrativo, saranno ancor più impegnativi. E decisivi per una definitiva valutazione della tornata elettorale e del futuro del Pd. Franceschini però sa che la repentina marcia indietro di Berlusconi lo faciliterà nella decisione di far campagna per il sì. Una decisione già presa se è vero che l'agenda di Stefano Ceccanti, senatore-costituzionalista e motore del referendum, è già fitta di impegni per le richieste dei circoli Pd in tutta Italia. Ma è un fatto che, quando da Varsavia il premier aveva annunciato di volersi impegnare a sostegno dei quesiti che avrebbero accelerato la riforma elettorale dando una spinta al sistema bipolare, nel Pd in diversi avevano chiesto di rimettere in discussione la decisione del segretario di appoggiare la consultazione popolare. Se Franceschini vi aveva aderito convinto che fosse la spinta necessaria ad affrontare la riforma elettorale e parlamentare, in diversi avevano levato la voce contro «una scelta che finirà solo per favorire Berlusconi e creare problemi coi nostri potenziali alleati». Intanto, Enrico Letta. E poi Francesco Rutelli ed i suoi, «con una posizione leggermente incoerente» ironizza Ceccanti: come si fa - si domanda - a chiedere al Pd di battersi per conquistare il centro e poi ostacolare il referendum che impedirebbe la nascita di una autonoma forza di centro fuori dai due schieramenti principali? Sullo stesso fronte, D'Alema e chi come lui è convinto che la riforma del sistema politico passi per una legge elettorale ricalcata sul sistema tedesco, che favorisca la nascita di un quadro politico fondato non sul bipartitismo ma su due grandi forze alternative e alleate con partiti più piccoli. Il patto stretto domenica per mantenere una tregua interna fino ai ballottaggi del 21 e 22 giugno aveva già, di fatto, messo la sordina alla richiesta di rivedere la decisione strategica del segretario di appoggiare il referendum. «Ora - sostiene Ceccanti - la decisione di Berlusconi di tornare sui suoi passi di fatto toglie ogni alibi e guarisce quei mal di pancia». La campagna si farà. «E sul quorum potrebbero esserci sorprese» sostengono gli uomini del segretario convinti che «se Fini si impegnerà, se spiegherà in tv le ragioni del sì, potrà far presa sull'elettorato di destra. Perché Berlusconi forse controlla i colonnelli di An ma non i suoi voti».

Torna all'inizio


La Lega ricatta, il Cavaliere obbedisce (sezione: Riforma elettorale)

( da "Gazzettino, Il" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

«La Lega ricatta, il Cavaliere obbedisce» Democratici all'attacco: «È il prezzo che deve pagare per tenere insieme la maggioranza» Mercoledì 10 Giugno 2009, Roma NOSTRA REDAZIONE Il Pdl segna il passo, il Carroccio spicca il volo e riesce ad imporre al Cavaliere il suo ricatto sul referendum elettorale: Il Pd vede così il dietrofront di Berlusconi in vista del voto referendario e spara a zero. «Com'era prevedibile - commenta la presidente dei senatori del partito, Anna Finocchiaro - ci troviamo oggi di fronte ai primi risultati delle europee e delle amministrative che hanno sancito uno stop al delirio di onnipotenza del premier e visto una netta affermazione della Lega. Berlusconi sarà sempre più schiavo del Carroccio. Il nuovo corso è già cominciato, visto che dalla sera alla mattina il leader del Pdl ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno. Dopo l'esito delle elezioni europee - prosegue la Finocchiaro - Berlusconi e il Pdl saranno sempre più ostaggio di Bossi e della Lega. È il prezzo che il premier deve pagare per tenere insieme la sua maggioranza. Oggi la merce di scambio è il referendum». A sua volta il senatore Tonini attacca la decisione del premier di rinunciare al suo impegno per il referendum affermando che «Berlusconi ha una parola molto ondivaga, i suoi impegni della mattina non sono validi a sera. È evidente - dice - che dopo il risultato elettorale deve privilegiare l'alleato Bossi, del quale è sempre più ostaggio per assicurarsi l'impegno per i ballottaggi. Non avevo mai creduto - afferma dunque Tonini, che è tra i promotori del referendum - ad un sincero impegno di Berlusconi sul referendum. Il "porcellum" è un vestito tagliato su misura del centrodestra e dell'alleanza Pdl-Lega». Proprio per questo, aggiunge il dirigente Pd, «è importante battersi per il referendum, che è l'unica via concreta per i cittadini per cambiare la legge elettorale». Il partito di Franceschini, in ogni caso, sceglie di tenere un profilo basso: si schiera per il sì al referendum, ma niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd - sottolinea infatti Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì, perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Ma, nell'opposizione, c'è anche chi, apertamente, festeggia. Per una volta, l'Idv condivide una scelta del premier, anche se, si capisce, con tutti gli inevistabili distinguo e la consueta raffica di critiche. «Noi non ci fidiamo e dunque confermiamo il nostro no al referendum: andremo a votare, ma voteremo no», dice il capogruppo Donadi, replicando a chi gli chiede della presa di posizione del presidente del Consiglio, che ha definito inopportuno, per il Pdl, un sostegno diretto al referendum del 21 giugno. Anche per Donadi, comunque, «tra Berlusconi e la Lega c'è stato uno scambio sciagurato: la Lega ha ottenuto che non ci sia campagna per il referendum, ma dovrà al tempo stesso mandare giù una legge liberticida come quella sulle intercettazioni, che non solo limita la possibilità di indagine, ma è anche il più grande regalo che si possa fare alla criminalità organizzata». C.G.

Torna all'inizio


Berlusconi: (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sicilia, La" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

il primo commento all'esito del voto affidato a un comunicato Berlusconi: «Vinto malgrado le calunnie» Roma. La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che «non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum». In cambio, il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'è già stata: «Oggi il referendum - dice Gasparri - non è una priorità». La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Fini e dell'ala «finiana» del Pdl che già da ieri sta manifestando malumori sulla gestione troppo «Lega-centrica» del partito. «Io andrò a votare e lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani», risponde ai cronisti alla Camera Fini che fu tra i promotori dei quesiti e voterà sì. Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. «La posizione di Berlusconi - dice il "finiano" Granata - ci ha un po' sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida». Insomma, ci mette il carico Della Vedova: «Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl, ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, s'impone una riflessione». Mentre La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire, ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni, «ma nemmeno divieti». La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un «modo scorretto per dire di no», secondo il presidente del comitato referendario, Guzzetta che attacca: «Bossi ricatta e Berlusconi segue». Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. «Berlusconi - attacca il capogruppo del Pd al Senato, Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno». «La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare», riassume il capo dell'Udc, Casini, che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di un «patto scellerato» anche per l'Idv che andrà, in ogni caso, a votare no perché «non ci fidiamo». Il partito di Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. «Per il Pd - sottolinea il vicecapogruppo alla Camera, Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale». Messe così le cose, per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di ieri sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme che, una volta attuate, comportano comunque una nuova legge elettorale, visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato di voler avere la prima parola sul provvedimento che partirà al Senato probabilmente subito dopo l'estate. «Il presidente del Consiglio - si legge infatti nella nota dopo l'incontro di ieri - ha ritenuto di esplicitare che che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno, il sostegno al referendum». alessandra chini

Torna all'inizio


Intanto Fini studia per fare il premier">Pure il Pd lascia cadere il referendum Intanto Fini studia per fare il premier pag.1 (sezione: Riforma elettorale)

( da "Affari Italiani (Online)" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pure il Pd lascia cadere il referendum Mercoledí 10.06.2009 15:50 Nella maggioranza l'uscita del presidente della Camera viene interpretata come l'ennesima ricerca di visibilità di Fini, che in questo modo tenta di riconquistare i colonnelli di Alleanza Nazionale, La Russa e Gasparri in testa. Ma in questa fase la priorità resta la tenuta del governo e della coalizione. Il lavoro del numero uno di Montecitorio serve per costruirsi un cammino parallelo a quello del premier. Per costruirsi una leadership slegata dal Carroccio e da utilizzare nel caso in cui la Corte Costituzionale dovesse bocciare il Lodo Alfano e servisse un premier di un governo tecnico-istituzionale. Un modo per smarcarsi da Berlusconi e da Bossi, insomma, per accreditarsi a sinistra ed essere pronto all'accorrenza... Ma quale riforma elettorale ha in mente Franceschini? Non il sistema tedesco puro (caro a D'Alema), non il ritorno al proporzionale e alla scelte delle alleanze dopo la chiusura delle urne. Bensì - secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it - l'idea del segretario del Partito Democratico è un modello che sia un mix tra la legge in vigore in Germania e quella in Spagna. Collegi elettorale ampi, in modo da garantire la presenza di candidati e di facce da far votare ai cittadini e al tempo stesso l'introduzione di sbarramenti impliciti proprio grazie alle ampie dimensioni delle circoscrizioni. < < pagina precedente

Torna all'inizio


Referendum. Berlusconi si disimpegna. Fini, io voto sì (sezione: Riforma elettorale)

( da "AmericaOggi Online" del 10-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Referendum. Berlusconi si disimpegna. Fini, io voto sì 10-06-2009 ROMA. La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale del 21 giugno che avversa da sempre. Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio in una nota afferma che "non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum". In cambio il Carroccio garantisce il proprio sostegno, fondamentale ai fini dell'esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche. In fondo, è il ragionamento del Pdl, quando il referendum è stato proposto, la situazione politica era molto più frastagliata e una semplificazione da allora c'é già stata. "Oggi il referendum - dice Maurizio Gasparri - non è una priorità". La scelta tattica del premier, però, provoca la reazione di Gianfranco Fini e dell'ala finiana del Pdl, che già da lunedì sta manifestando malumori sulla gestione troppo "Lega-centrica" del partito. "Io andrò a votare e lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani", risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì. Molti ex di An fanno sapere che andranno a votare e voteranno sì. "La posizione di Berlusconi - dice il finiano Fabio Granata - ci ha un po'sorpreso. Per noi l'istanza referendaria resta valida". Ci mette il carico Benedetto Della Vedova: "Quando su temi centrali si dà l'impressione che a menare le danze non sia il Pdl ma la Lega, per il partito sul quale si fondano tutti i successi della maggioranza, dal Nord al Sud, si impone una riflessione". Mentre Ignazio La Russa, che pure fa sapere che voterà sì, sceglie di non infierire ma puntualizza che dal Pdl non ci devono essere indicazioni "ma nemmeno divieti". La Lega, d'altro canto, fa sapere che l'indicazione ai propri militanti è di non ritirare la scheda del referendum. Un "modo scorretto per dire di no", secondo il presidente del comitato referendario Giovanni Guzzetta che attacca: "Bossi ricatta e Berlusconi segue". Ed è lo stesso refrain che si sente dall'opposizione. "Berlusconi - attacca la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro - sarà sempre più ostaggio della Lega e il nuovo corso è già iniziato visto che ha svenduto il referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai ballottaggi del 21 giugno". "La Lega comanda e Berlusconi si è dovuto piegare", riassume il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini che pure accoglie con favore la decisione di Berlusconi di non fare campagna per il referendum. La sua decisione è frutto di "un patto scellerato" anche per l'Idv che andrà in ogni caso a votare no perché "non ci fidiamo". Il partito di Dario Franceschini andrà invece a votare sì, ma sceglie comunque il basso profilo: niente campagna elettorale e impegno soprattutto sulle amministrative. "Per il Pd - sottolinea la vice capogruppo alla Camera Marina Sereni - la priorità delle prossime due settimane sono i ballottaggi. Al referendum voteremo sì perché la legge Calderoli non ci piace e lavoreremo per una riforma elettorale". Messe così le così per il referendum si profila una bocciatura. A quel punto, però, i giochi sulla riforma della legge elettorale non si chiuderanno. Nella cena di ieri sera, in effetti, si sarebbe parlato anche delle riforme, che una volta attuate comportano comunque una nuova legge elettorale visto che il Senato dovrebbe diventare federale e Berlusconi ha spiegato di voler avere la prima parola sul provvedimento che partirà al Senato probabilmente subito dopo l'estate. "Il presidente del Consiglio - si legge infatti nella nota dopo l'incontro di lunedì - ha ritenuto di esplicitare che che la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle, da tutti auspicate, riforme del bicameralismo perfetto e che, pertanto, non appare più opportuno, il sostegno al referendum".

Torna all'inizio


Berlusconi: Voterò al referendum (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale di Brescia" del 11-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Edizione: 11/06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Politica Dopo le elezioni Berlusconi: «Voterò al referendum» Il premier annuncia l'intenzione di recarsi alle urne ma riafferma che non sosterrà politicamente i quesiti elettorali La Lega propone la riforma elettorale per via parlamentare. La Corte costituzionale rigetta il ricorso dei referendari Il premier Berlusconi esce dalla cabina elettorale dopo aver votato per le Europee. Ieri ha annunciato che andrà a votare per il referendum ROMADopo aver garantito a Umberto Bossi che il Pdl non farà campagna elettorale a favore del referendum del 21 giugno, Silvio Berlusconi spiega comunque che lui, come Gianfranco Fini, andrà a votare e voterà sì. Una presa di posizione che rassicura gli ex di An e non fa scomporre più di troppo la Lega. «Berlusconi - dice il Senatùr - mica è scemo ad accettare il referendum, altrimenti si spacca tutto». Nuova legge elettorale in Parlamento Non solo. Il leader della Lega è in ogni caso convinto che il referendum non aiuti politicamente il presidente del Consiglio. «Lui - ragiona Bossi - non seguirà il referendum dove il primo partito diventa il partito unico. Poi gli direbbero subito che è un fascista, non conviene nemmeno a lui». La riforma del sistema elettorale, dunque, secondo i desiderata della maggioranza, andrà quindi riproposta attraverso la via delle riforme in Parlamento alle quali è direttamente collegata, visto che il Senato dovrebbe diventare federale. Bossi conferma che dopo i ballottaggi partirà un confronto in maggioranza sul questo tema, magari con una sorta di «conclave» di Pdl, Lega e governo. «È un'idea di Berlusconi - spiega - e va bene. Chi ha più idee le tiri fuori». Insomma, anche se ieri si sono aperti nuovi fronti a partire dal no di Fini alle gabbie salariali, almeno sul referendum le acque nella maggioranza sembrerebbero meno agitate. «Non capisco - puntualizza anche il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa - perché ci sia questa mania di vedere Fini alternativo al Pdl, mi pare che la sua dichiarazione sia stata chiarissima, dov'è il contrasto? Berlusconi in serata ha detto la stessa cosa». «Non c'è nessun rischio di spaccatura», assicura anche l'altro coordinatore del Pdl, Denis Verdini. Basso profilo dal Pd Intanto, il Pd continua con la linea del «low profile» sul referendum, nonostante l'ala parisiana chieda alla segreteria un sostegno più deciso per il sì a maggior ragione dopo il dietrofront di Berlusconi. Mario Barbi deputato ulivista del Pd ha dichiarato «il disimpegno di Berlusconi sul referendum e la sua sostanziale retromarcia dovrebbero spingere il Pd ad intensificare gli sforzi per il successo della consultazione referendaria e per il raggiungimento del quorum». Mentre, dall'altro lato, la sinistra va comunque all'attacco della scelta di Franceschini e dei suoi di dare indicazione per il sì. «Mantenere il sì - attacca Claudio Fava, Sl - non significa voler cambiare l'attuale legge elettorale, ma più semplicemente fare un favore a Berlusconi. È un atto di miopia politica». E all'attacco va anche Emma Bonino: «La campagna referendaria, se così si può chiamare, rischia di bissare in peggio quella appena conclusa sulle europee in termini di assoluta mancanza di democraticità. Si è cominciato con una leggina ad hoc, condivisa anche dal Pd, per aggirare un obbligo legale e spostare la data del voto per renderla la più penalizzante possibile dal punto di vista della partecipazione. È poi seguito un prolungato black-out politico-informativo in strumentale attesa dei risultati elettorali». Rigettato il ricorso dei referendari In tutto questo, i referendari vanno all'attacco. «I nostri quesiti - dice il presidente del Comitato, Giovanni Guzzetta - sono nella morsa dei ricatti». Il che, a suo avviso, dovrebbe stimolare la gente ad andare a votare visto che il referendum «mira a migliorare la democrazia», evitando che la politica italiana spenda «la maggior parte del tempo a risolvere problemi dettati da alleanze e ricatti». Guzzetta e i suoi hanno da subito denunciato anche le condizioni di disparità informativa sulla consultazione dettate, a loro avviso, dal regolamento della Vigilanza sulla campagna elettorale predisposto il 14 maggio che prevede che le posizioni del sì fossero sostenute dai partiti politici e non dal comitato. Il comitato ha presentato un ricorso alla Consulta, che, secondo indiscrezioni, l'avrebbe respinto. Il deposito della pronuncia della Consulta dovrebbe avvenire oggi.

Torna all'inizio


referendum, il premier replica a fini "nessuna campagna ma voto sì" - gianluca luzi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Repubblica, La" del 11-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina 10 - Interni Referendum, il premier replica a Fini "Nessuna campagna ma voto sì" Il presidente della Camera: "No alle gabbie salariali" Il Senatur: "Silvio non è mica è scemo, se si impegna sui quesiti si spacca tutto" GIANLUCA LUZI ROMA - Ci voleva la schiettezza di Umberto Bossi per spiegare il dietrofront di Berlusconi sul referendum senza ricorrere al linguaggio felpato e allusivo della politica: «Lui mica è scemo a seguire il referendum, si spaccherebbe tutto». Spiegazione, ma anche avvertimento dopo che lo stesso Berlusconi, martedì a tarda sera, soprattutto per placare l´irritazione di Fini e di parte di An, aveva rivelato che comunque, anche senza fare campagna a favore, lui sarebbe andato a votare e avrebbe votato sì. Ma Bossi lo mette in guardia anche dal contribuire a una eventuale vittoria del sì perché, spiega il Senatur «il primo partito diventa il partito unico. Poi gli direbbero subito che c´è il fascismo, non conviene nemmeno a lui, sarebbe l´unico modo per fregarlo». La riforma elettorale, quando si farà, sarà compito del Parlamento e se ci sarà bisogno di un "conclave" del centrodestra per confrontare le proposte, Bossi non si oppone: «E´ un´idea di Berlusconi e va bene. Chi ha più idee le tiri fuori». E se Fini ha qualcosa da dire, sappia che «io e Berlusconi stiamo bene insieme. E poi come faccio io senza di loro, e soprattutto come fanno loro senza di me?». E´ chiaro che questa alleanza di centrodestra sempre più trainata dalla Lega sta stretta a Fini che infatti coglie ogni occasione per smarcarsi. Basta vedere l´agenda di ieri del presidente della Camera: In mattinata il no alle «gabbie salariali» tanto care alla Lega, nel pomeriggio alla recita dei bambini sulla multiculturalità e l´integrazione, la sera il ricordo di Berlinguer, politico «da ammirare». Bossi non se ne cura: «Bisogna lasciare passare un po´ di tempo» e gli equilibri torneranno a posto: «Eravamo forti prima e siamo forti adesso». E i coordinatori del Pdl si incaricano di smentire un clima di scontro nel Pdl. «Non capisco perchè ci sia questa mania di vedere Fini alternativo al Pdl, dov´è il contrasto?- chiede il ministro La Russa - Anch´io a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare. Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%». E anche un altro coordinatore, Verdini, sottolinea che c´è libertà di coscienza nel partito e assicura che «non c´è rischio di spaccatura». Ma anche sulle gabbie salariali le posizioni sono opposte. Il no di Fini è netto: «Personalmente non credo che il ritorno al passato di una diversificazione territoriale dei salari produrrebbe alcunchè di positivo per il Paese. Si darebbe un messaggio disgregante ai territori più deboli del Paese». Piuttosto la «via da percorrere» per il presidente della camera è quella di una «maggiore libertà contrattuale sul piano territoriale ed aziendale». Per il ministro del Welfare Sacconi quello delle gabbie salariali «è un non problema e Bossi non le ha chieste». Ma al contrario, alle gabbie salariali «noi ci crediamo» insiste Bossi. «Ci vuole tempo per far maturare le cose, ma questa è una proposta che viene dal popolo. I lavoratori vogliono più soldi in busta paga anziché lasciarli allo Stato».

Torna all'inizio


Sulla riforma elettorale non si voterà (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 11-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-06-11 - pag: 10 autore: NIENTE REFERENDUM Sulla riforma elettorale non si voterà Gordon Brown ha annunciato la riforma istituzionale che darà alla Gran Bretagna una seconda Camera, quella dei Lords, parzialmente eletta. è una svolta epocale che si inserisce in quel complesso di proposte che il premier ha illustrato ieri ai Comuni nella prima uscita dopo il rimpasto di governo. Ha glissato sui tempi e la portata della revisione del sistema elettorale per i Comuni precisando che una riforma è allo studio, ma non prevede alcun referendum sul nuovo sistema prima delle votazioni generali. L'ipotesi circolata ieri con forza prevedeva la correzione del maggioritario con il cosiddetto voto alternativo che consente all'elettore di scegliere fra diversi candidati dello stesso partito nello stesso collegio. Le proposte sia per i Lords che per i Comuni saranno messe a punto entro il 21 luglio. In quella stessa bozza l'esecutivo britannico definirà i termini per la costituzione di un organo indipendente che dovrà sostituire l'autogoverno dei parlamentari nella gestione delle proprie spese. Proprio la libertà nell'organizzazione dei rimborsi aveva spalancato l'uscio su una serie di scandali che hanno precipitato i partiti maggiori del paese in una crisi profonda. Questo per Brown è inaccettabile. «La credibilità dei Comuni ha detto il premier- può essere ristabilita solo attraverso riforme radicali». Quella del sistema di voto - se effettivamente passerà - è una, l'introduzione dell'organismo di controllo esterno un'altra.Ma non finirà qui. Brown, vuole l'approvazione di un codice di comportamento che dovrà essere adottato da tutti i deputati.

Torna all'inizio


Referendum, pressing su Franceschini: si impegni (sezione: Riforma elettorale)

( da "Manifesto, Il" del 11-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

DEMOCRATICI Prodiani e veltroniani insistono sul sì. Ma la sinistra extraparlamentare: «Miopi» Referendum, pressing su Franceschini: si impegni d.p. ROMA La mina del referendum, all'interno del Pd, è disinnescata, ma prodiani e ex veltroniani insistono. E chiedono a Franceschini - che però fatto capire che bisogna pensare ai ballottaggi, il referendum elettorale non è fra le priorità del partito - di impegnarsi a fondo per il quorum. Ma è una missione impossibile, tanto più che ieri si è diffusa la notizia, ancora non ufficiale, che la consulta ha respinto il ricorso del comitato promotore contro contro la delibera della Vigilanza Rai sulla disciplina delle trasmissioni di comunicazione politica. Giovanni Guzzetta e Mario Segni lamentavano di essere oscurati dalla tv pubblica, la corte ha detto no. «Il disimpegno di Berlusconi sul referendum e la sua retromarcia dovrebbero spingere il Pd ad intensificare gli sforzi per il successo della consultazione», dice Mario Barbi. «Ricordo che molti amici e compagni del Pd presero spunto dall'estemporaneo impegno di Berlusconi per il sì per esortare Franceschini a rivedere la posizione del partito a favore del referendum. Quel motivo non c'è più». E poi «il risultato deludente di Berlusconi alle europee ridimensiona il timore diffuso nel centrosinistra che il successo del referendum potesse essere usato da Berlusconi per affermare il proprio potere pressoché assoluto e definitivo nel paese. Non è così». Ma, una volta chiarito che fra Lega e Berlusconi è stato siglato un patto di ferro antireferendum, il progressivo disimpegno del Pd sui quesiti è palpabile. Soprattutto nell'area di quelli che - dalemiani in testa - avevano deciso di appoggiare Franceschini sulla linea del sì per tentare la strada di una nuova riforma elettorale in parlamento, e non certo per tenerezze verso il bipolarismo spinto. Fuori dal Pd intanto, riprende fiato la sinistra extraparlamentare, che alle europee ha recuperato parte dei suoi voti (ma nessuno dei suoi seggi). E continua a cannoneggiare contro il sì al referendum. «Ci piacerebbe che il Pd superasse una volta per tutte la visione malata del bipartitismo», dice Claudio Fava, di Sinistra e Libertà, e cioè proprio della lista ora corteggiata dai democratici. Fallita la politica dell'autosufficienza, chiede, «i dirigenti del Pd diano un segnale: cambino idea subito sul referendum. Mantenere il sì non significa cambiare l'attuale legge elettorale ma fare un favore a Berlusconi. È un atto di miopia politica. Forse il futuro del centrosinistra non è più importante?».

Torna all'inizio


Referendum, nel Pdl vince il (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere della Sera" del 11-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Corriere della Sera sezione: Politica data: 11/06/2009 - pag: 15 Le scelte Lupi cambia idea: ero tra i promotori ma ora spero che non passi Referendum, nel Pdl vince il «fronte del sì» La Russa, Frattini, Brunetta, Carfagna e Gelmini: andremo alle urne ROMA La Lega è isolata, all'interno del governo, sul «no» al referendum. La decisione di Silvio Berlusconi di non sostenere il «sì» ha evitato la rottura fra il Pdl e il Carroccio. Ma all'interno dell'esecutivo, e più in generale della maggioranza, il fronte del «sì» sembra più rappresentato rispetto a quello dell'astensione e a quello del «no». E lo stesso premier, pur scegliendo di non scendere in campo direttamente, dopo il patto con Bossi, aveva comunque annunciato nei giorni scorsi che avrebbe votato «sì». Posizione fortemente sostenuta dai ministri di provenienza An, da Ignazio La Russa (Difesa) a Giorgia Meloni (Gioventù), da Franco Frattini (Esteri) a Altero Matteoli (Infrastrutture). E anche gli esponenti dell'esecutivo ex Forza Italia sono a favore del quesito referendario: da Stefania Prestigiacomo (Ambiente) a Mara Carfagna (Pari opportunità), che ha sottolineato come «la legge prodotta dal referendum avrebbe il pregio di rendere più forti i governi e meno suscettibili alle pressioni della maggioranza. Per questa ragione, e perché l'Italia ha bisogno di un sistema più snello e pronto a rispondere alle esigenze degli elettori, ho intenzione di recarmi alle urne e di votare sì». Ancora da Maristella Gelmini (Istruzione) e Renato Brunetta (Pubblica amministrazione), sembrano tutti orientati per il «sì». Qualche perplessità la nutrono invece Elio Vito (Rapporti con il parlamento) e Sandro Bondi (Attività culturali), mentre anche Gianfranco Rotondi (Attuazione del programma), ex Dc, ha sciolto le riserve: «Voterò sì, ma in quanto ministro della Repubblica non mi impegno in campagna elettorale ». I ministri della Lega invece sono compatti per l'astensione. Ieri Umberto Bossi (Riforme), Roberto Calderoli (Semplificazione) e Luca Zaia (Politiche agricole) hanno non solo invitato a disertare le urne, ma hanno anche sollecitato gli elettori, nei casi in cui si voterà ai ballottaggi per le amministrative, «a non ritirare le schede relative al referendum ». E Roberto Maroni (Interno), raccontano i suoi collaboratori, «vigilerà sull'impegno preso da Berlusconi a non fare campagna elettorale ». Anche in Parlamento la situazione sembra la stessa. Nella maggioranza i «no» sono pochi. Fra questi, Maurizio Lupi, Pdl, vicepresidente della Camera: «Ero fra i promotori del referendum, ma dopo due anni le cose sono cambiate e la semplificazione del sistema politico c'è stata - ha spiegato - . A questo punto spero che il referendum non passi, per poter avviare in Parlamento un confronto sulla riforma elettorale». E ancora fra i contrari c'è Francesco Nucara, dei Repubblicani: «A furia di referendum sulla legge elettorale si distrugge la democrazia parlamentare », ha detto, invitando all'astensione ». Andranno invece a votare, barrando la casella del «sì», Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati del Pdl, e Maurizio Gasparri, presidente dei senatori dello stesso partito, che però ha anche ammesso che «con la nascita del Pdl buona parte della sintesi politica e della semplificazione è stata risolta, per cui è stata risolta anche una parte di ciò che il referendum invoca ». Paolo Foschi A confronto Il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri (a sinistra) voterà «sì». Il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi (a destra), nonostante sia stato tra i promotori, ora spera che il referendum non passi

Torna all'inizio


Da giullare di piazza a portavoce della riforma elettorale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale.it, Il" del 11-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

n. 140 del 2009-06-11 pagina 10 Da giullare di piazza a portavoce della riforma elettorale «popolare» di Redazione Da comico che aizza le piazze alla versione di «leader politico»: Beppe Grillo ha condotto il suo ultimo show in Parlamento, alla commissione Affari costituzionali del Senato, dove si è presentato in veste di rappresentante dei promotori della proposta di legge di iniziativa popolare di riforma della legge elettorale. La proposta di riforma, per la quale sono state raccolte 350mila firme, ripristina le preferenze, pone un tetto di due mandati ai parlamentari e dichiara ineleggibili i condannati per reati penali © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

Torna all'inizio


E anche i Democratici mollano il referendum... pag.1 (sezione: Riforma elettorale)

( da "Affari Italiani (Online)" del 11-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pure il Pd lascia cadere il referendum Mercoledí 10.06.2009 18:50 Nella maggioranza l'uscita del presidente della Camera viene interpretata come l'ennesima ricerca di visibilità di Fini, che in questo modo tenta di riconquistare i colonnelli di Alleanza Nazionale, La Russa e Gasparri in testa. Ma in questa fase la priorità resta la tenuta del governo e della coalizione. Il lavoro del numero uno di Montecitorio serve per costruirsi un cammino parallelo a quello del premier. Per costruirsi una leadership slegata dal Carroccio e da utilizzare nel caso in cui la Corte Costituzionale dovesse bocciare il Lodo Alfano e servisse un premier di un governo tecnico-istituzionale. Un modo per smarcarsi da Berlusconi e da Bossi, insomma, per accreditarsi a sinistra ed essere pronto all'accorrenza... Ma quale riforma elettorale ha in mente Franceschini? Non il sistema tedesco puro (caro a D'Alema), non il ritorno al proporzionale e alla scelte delle alleanze dopo la chiusura delle urne. Bensì - secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it - l'idea del segretario del Partito Democratico è un modello che sia un mix tra la legge in vigore in Germania e quella in Spagna. Collegi elettorale ampi, in modo da garantire la presenza di candidati e di facce da far votare ai cittadini e al tempo stesso l'introduzione di sbarramenti impliciti proprio grazie alle ampie dimensioni delle circoscrizioni. REFERENDUM/ BOSSI: BERLUSCONI MICA E' SCEMO, SPACCHEREBBE TUTTO "Berlusconi mica è scemo a seguire il referendum, dove il primo partito diventa il partito unico, non conviene nemmeno a lui...si spaccherebbe tutto". Lo ha detto il ministro delle Riforme e leader della Lega Nord, Umberto Bossi conversando con i giornalisti a Montecitorio. Per la presidenza delle regioni del Nord "con Berlusconi si troverà un accordo... troveremo una soluzione", ha annunciato il Senatùr. E ancora: "Con Berlusconi si sta bene, abbiamo un ottimo rapporto... certo abbiamo bisogno di loro, ma anche loro cosa farebbero senza di noi...". < < pagina precedente

Torna all'inizio


Referendum, antidoto ai troppi partiti (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere della Sera" del 13-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Corriere della Sera sezione: Opinioni data: 13/06/2009 - pag: 14 SISTEMA ELETTORALE Referendum, antidoto ai troppi partiti di ANGELO PANEBIANCO SEGUE DALLA PRIMA La mia prima osservazione è che diversi critici del referendum hanno avanzato una obiezione che non sembra leale. Hanno sostenuto che quello che uscirebbe da una vittoria dei «sì» nel referendum non sarebbe comunque un buon sistema elettorale. L'obiezione non mi pare leale perché in Italia non esiste l'istituto del referendum propositivo. Non si può dunque sottoporre al voto popolare il sistema elettorale che si preferisce (io, per esempio, preferisco di gran lunga i sistemi elettorali maggioritari, con collegi uninominali). Col referendum abrogativo si può solo incidere su leggi esistenti. Il referendum tenta semplicemente di migliorare quella che in tanti giudichiamo una pessima legge elettorale. Non può fare nulla di più. Per onestà nei confronti dei lettori devo precisare che mentre scrivo questo articolo mi trovo in flagrante conflitto di interessi. Faccio parte del comitato promotore del referendum e certamente intendo difendere, insieme al referendum, la coerenza e la validità della mia scelta. Che cosa intendevano (intendevamo) fare i proponenti del referendum, soprattutto con il quesito più importante, quello che chiede di spostare dalla coalizione di partiti alla singola lista il premio di maggioranza? Intendevano (intendevamo) contrastare l'aspetto più grave e pericoloso della legge elettorale in vigore: il fatto che essa non contiene alcun anticorpo contro la frammentazione partitica (e ricordo che fra tutti i pericoli che può correre una democrazia quelli che vengono da un eccesso di frammentazione partitica sono di gran lunga i più gravi). Ma, si obietterà: alle ultime elezioni, nonostante la legge in vigore, la frammentazione partitica è stata drasticamente ridotta. E' vero ma la causa è stata esclusivamente una decisione politica: la scelta di Walter Veltroni di sbarazzarsi dell'antica coalizione di centrosinistra e di puntare sul «partito a vocazione maggioritaria». Fu quella decisione che, ricompattando la sinistra (anche se non del tutto: Veltroni commise poi il gravissimo errore di allearsi con Di Pietro), obbligò anche la destra a un analogo ricompattamento (con la nascita del Popolo della Libertà). Ma ora Veltroni è fuori gioco e anche il partito a vocazione maggioritaria è stato messo in soffitta. Alle prossime elezioni il Partito democratico tornerà, presumibilmente, a una più tradizionale politica delle alleanze (ed è plausibile che, per diretta conseguenza, si manifestino tendenze disgregative anche a destra). La legge elettorale in vigore tornerà allora a sviluppare le sue letali tossine, alimenterà di nuovo la frammentazione partitica. Se non si fa qualcosa (e l'unico «qualcosa » possibile è, al momento, il referendum) il sistema politico italiano sarà di nuovo tra pochi anni, come è stato negli ultimi decenni (fino al 2008), il più frammentato dell'Europa occidentale. Come sempre quando si ragiona di sistemi elettorali le critiche più serie e argomentate alla proposta referendaria sono state avanzate da Giovanni Sartori. Sartori fa due obiezioni. La prima: con il sistema elettorale che uscirebbe dal referendum un partito che raggiungesse, poniamo, solo il trenta per cento dei voti potrebbe aggiudicarsi il premio di maggioranza conquistando la maggioranza assoluta dei seggi. La seconda: poiché il premio di maggioranza va alla lista più votata la legge verrebbe aggirata con la formazione di liste-arlecchino formate da tanti partiti che si metterebbero insieme solo per conquistare il premio di maggioranza e si dividerebbero di nuovo il giorno dopo le elezioni. Si tratta di obiezioni serie ma mi permetto di fare due osservazioni. La prima è che, certamente, è in teoria possibile che un partito con solo il trenta per cento dei voti conquisti il premio di maggioranza e quindi la maggioranza assoluta dei seggi. Però, questo è vero anche nel caso dei sistemi maggioritari: nulla vieta, in teoria, che un partito si aggiudichi la maggioranza dei collegi (e quindi la maggioranza dei seggi) ottenendo però, su scala nazionale, un numero di voti limitato. In un sistema maggioritario ciò può accadere se nei collegi sono presenti molti partiti. Più in generale, nei sistemi maggioritari, è quasi sempre la minoranza elettorale più forte che si aggiudica la maggioranza dei seggi. In pratica, però, non credo che se si votasse con il sistema elettorale che uscirebbe dal referendum correremmo questo rischio: gli elettori sarebbero portati a concentrare i loro voti sulle due formazioni più forti (è l'effetto del cosiddetto «voto utile» o strategico). Mi azzardo addirittura a fare una previsione: se si votasse con il sistema elettorale proposto dal referendum ci sarebbe un duello all'ultimo voto fra Popolo della Libertà e Partito democratico, e il partito che fra i due uscisse perdente supererebbe comunque la soglia del quaranta per cento dei voti (per effetto, appunto, del «voto utile»). E vengo al problema delle liste-arlecchino. Sartori ha ragione: molti piccoli partiti si aggregherebbero al carro dei due partiti più grandi. Però, la loro libertà d'azione dopo il voto verrebbe compromessa. Una cosa, per un piccolo partito, è disporre di un proprio simbolo e di autonomo finanziamento pubblico. Una cosa completamente diversa è rinunciare al simbolo (e, con esso, a un rapporto diretto, non mediato, col proprio elettorato) e dover per giunta fare i conti, per la spartizione dei finanziamenti, con il gruppo dirigente del grande partito a cui ci si è aggregati. Non credo che, dopo le elezioni, quei piccoli partiti disporrebbero ancora di molta libertà d'azione. Se così non fosse, d'altra parte, perché mai la Lega dovrebbe essere, come è, così ferocemente contraria al referendum? E perché mai Di Pietro (oggi politicamente molto più forte rispetto a quando vennero raccolte le firme del referendum) si sarebbe ora schierato per il «no» dopo avere sostenuto per tanto tempo il «sì»? I nemici di Berlusconi temono che, con il nuovo sistema, egli possa rafforzarsi ulteriormente. Osservo che è sbagliato giudicare i sistemi elettorali alla luce di preoccupazioni politiche contingenti. Prima o poi, Berlusconi dovrà comunque lasciare il campo. Invece, il rischio, esasperato dall'attuale legge elettorale, di un'eccessiva frammentazione partitica peserà a lungo su di noi. Se non riusciremo, con il referendum, ad aiutare la classe politica a porvi rimedio.

Torna all'inizio


Legge elettorale, le ragioni di un voto (sezione: Riforma elettorale)

( da "Denaro, Il" del 13-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Campania Riforme istituzionali Legge elettorale, le ragioni di un voto Nuova chiamata alle urne il prossimo 21 giugno. A due settimana di distanza dalle elezioni europee e amministrative, si voterà per il referendum elettorale, finalizzato alla modifica parziale del testo di legge del 2005. Sulle ragioni del sì e su quelle del no, giovedì scorso, si sono confrontati, presso la sede de Il Denaro, Amedeo Lepore, presidente del Comitato per il Sì nel Mezzogiorno e docente di Storia economica presso l'Università di Bari, e Geppi Rippa, esponente del Comitato per il No e direttore dei Quaderni Radicali. L'evento è stato organizzato dal Denaro in collaborazione con Mezzogiorno Europa, Demios e Rodinò 22 ed è stato trasmesso da Radio Radicale. L'integrale è disponibile sul sito del Denaro all'indirizzo www.denaro.it. daniela russo Premio di maggioranza alla lista più votata e abrogazione delle candidature multiple: queste le modifiche principali che il referendum del 21 giugno potrebbe apportare all'attuale legge elettorale. Tre i quesiti per gli elettori. I primi due sono relativi all'assegnazione del premio di maggioranza, per Camera e Senato, non più alla lista o alla coalizione con il maggior numero di voti, ma alla sola lista. Il terzo quesito, invece, prevede l'abolizione della possibilità di presentare una candidatura in più circoscrizioni, come spiega Armando Vittoria, ricercatore di Storia delle Istituzioni dell'Università Federico II. Sulle ragioni del sì e su quelle del no si sono confrontati, presso la sede del Denaro, Amedeo Lepore, presidente del Comitato per il Sì nel Mezzogiorno e docente di Storia economica presso l'Università di Bari, e Geppi Rippa, esponente del Comitato per il No e direttore dei Quaderni Radicali. Entrambi hanno argomentato le proprie ragioni in maniera anche accorata. La vittoria dei sì, secondo Amedeo Lepore, rappresenterebbe uno stimolo per una seria riflessione finalizzata alla riforma elettorale. "La spinta popolare spiega Lepore rimetterebbe in discussione il Porcellum. Il sì, inoltre, eviterebbe un'eccessiva frammentazione delle liste, garantendo maggiore stabilità ai Governi, espressione di un unico schieramento, e più ordine nei rapporti tra i partiti stessi". "Il pluralismo continua - non sarà messo in pericolo dalle soglie di sbarramento, pari al 4 per cento per la Camera e all'8 per cento per il Senato. La rappresentanza di tutte le identità politiche sarà tutelata e garantita". Il premio di maggioranza alla lista più votata, per Lepore, consentirebbe a questa ultima di non essere soggetta "ai ricatti delle forze minori". Per il comitato del sì, il terzo quesito ha grande importanza "perché non ci sarebbe più la possibilità di cedere il proprio seggio in Parlamento ai non eletti, garantendo maggiore trasparenza nei confronti degli elettori". PENALIZZATI?I?PICCOLI "Il referendum elettorale - dice Geppi Rippa elimina gli ultimi spazi di partitocrazia, perfezionando il Porcellum". Per l'esponente del partito Radicale, i quesiti del 21 giugno sono solo uno strumento per radicalizzare gli aspetti peggiori della legge del 2005. "" illusorio credere che il sì possa favorire la riforma. dice Rippa La modifica del testo di legge, così come prevista del referendum, non sanerà gli errori dell'attuale legge". Non saranno reintrodotte le preferenze e si rafforzerà la tendenza bipartitica, con l'abolizione delle coalizioni e il premio di maggioranza assegnato alla lista più votata. A farne le spese, secondo il direttore dei Quaderni Radicali, saranno soprattutto i partiti politici più piccoli. "Il referendum, però, - sottolinea Rippa è uno strumento partecipativo, espressione della democrazia popolare. " importante andare a votare e non bisogna nascondersi dietro l'astensionismo". I quesiti 1 - scheda di colore VERDE (premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera dei Deputati) Votando SI si approva la modifica alla legge elettorale attuale nella parte in cui assegna il premio di maggioranza alla Camera dei Deputati, che verrebbe assegnato alla lista con più voti e non più, come ora, alla coalizione di partiti con più voti. Votando NO si lascia invariata la legge attuale. 2 - scheda di colore BIANCO (premio di maggioranza alla lista più votata al Senato della Repubblica) Votando SI si approva la modifica alla legge elettorale attuale nella parte in cui assegna il premio di maggioranza al Senato della Repubblica, che verrebbe assegnato alla lista con più voti e non più, come ora, alla coalizione di partiti con più voti. Votando NO si lascia invariata la legge attuale. 3- scheda di colore ROSSO (abolizione delle candidature multiple) Votando SI si vieta a qualsiasi candidato di essere presente su più circoscrizioni e si obbliga ognuno a scegliere in quale collegio/sezione elettorale candidarsi. Votando NO si lascia invariata la legge attuale. del 13-06-2009 num.

Torna all'inizio


Contro il "porcellum" un Sì e due No (sezione: Riforma elettorale)

( da "Alto Adige" del 14-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Contro il "porcellum" un Sì e due No PINA CUSANO Fatta salva la buona fede dei promotori Guzzetta e Segni, che intendevano estrarre dalla consultazione popolare un risultato virtuoso, secondo me, sarebbe stato meglio, per il 21 giugno, avere sulla scheda un quesito semplice e, per l'appunto "abrogativo", come nello spirito della norma prevista dalla Costituzione. Vero è che l'Art. 75 parla anche di abrogazione parziale, ma il taglia e cuci che si è proposto talvolta per modificare una legge, alla fine, ha prodotto sempre polemiche, equivoci e distinguo che non si confanno ad una consultazione popolare e mettono a disagio i cittadini. Per abolire la "porcata" del Calderolum, quindi, doveva essere chiesto un no in toto e lasciare, poi, al Parlamento, l'onere della discussione. Magari ci sarebbero state maggiori probabilità di raggiungere il quorum a dispetto delle scandalose (e costose) manovre della Lega, per evitare l'abbinamento con le europee e le amministrative. E, tuttavia, ancora tutto può accadere: gli italiani sanno ragionare quando vogliono. Per quanto mi riguarda, essendo il referendum, per sua natura, l'occasione in cui mi si chiede, come cittadina, un parere diretto, sarebbe contrario al mio interesse non andare a votare. E sarebbe irrispettoso nei confronti di coloro, miei concittadini, che si sono dati da fare a raccogliere firme e quant'altro, per offrirmi una tale opportunità, di cui, invece, li ringrazio. Per questo non mi piace, da parte di chicchessia (fosse pure il mio partito di riferimento) l'invito "ad andare al mare" piuttosto che alle urne. Quanto al merito, per quel che so, la consultazione in oggetto prevede tre quesiti attraverso i quali si possono cambiare tre aspetti della legge elettorale in vigore. Perciò, posto che un cittadino voglia dare un indicazione generica di rifiuto del "calderolum", basterà che vada a votare e non è detto che debba votare tre "sì". Sappiamo che i primi due quesiti, in particolare, preoccupano i fautori attuali dell' astensione (che, non a caso, sono tutti i partiti tranne i due più grandi), ossia quelli che, eliminando il termine "coalizione" e lasciando solo il termine "lista" per l'assegnazione del premio di maggioranza, introducono la possibilità che un unico partito (quello di Berlusconi), solo perché raccoglie più degli altri (magari solo con un 20 o 30%), possa portare a casa un ampia maggioranza in Parlamento e governare senza contrappesi. Per la verità, il pericolo più grave, sul quale fa riflettere l'ex presidente Scalfaro, è la possibilità che un tale partito, con opportune alleanze, arrivi a varare riforme costituzionali con maggioranza di due terzi, quindi irreversibili, in quanto non più sottoponibili a referendum costituzionale. Dato il disprezzo di Berlusconi per il Parlamento e la Magistratura, non nego che l'idea non sia inquietante, dal momento che potrebbe portare allo stravolgimento della Costituzione, alla prevalenza assoluta dell'esecutivo sul legislativo e il giudiziario e, quindi, all' abolizione sostanziale della democrazia. Penso, però, che le altre forze in campo potrebbero sempre, alle prossime elezioni, qualora non si fosse arrivati ad una equilibrata riforma elettorale, mettersi assieme in una "lista" che potrebbe scongiurare il pericolo. E, tuttavia, il masochismo evidenziato fin qui dalle forze politiche di sinistra non lascia ben sperare, allora sarà meglio votare "no" ai quesiti che creerebbero una tale eventualità e votare "sì" a quello che impedisce le candidature multiple, non solo perché comunque introduce un miglioramento, ma soprattutto per dare un'indicazione a favore del cambiamento della legge. Legge, ricordiamolo, che è un sostanziale affronto alla nostra capacità (oltre che al nostro diritto), come cittadini, di sceglierci le persone che ci possano rappresentare in Parlamento.

Torna all'inizio


naccarato: voteremo sì al referendum elettorale - alessandro naccarato (sezione: Riforma elettorale)

( da "Mattino di Padova, Il" del 14-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Il deputato Pd polemizza con il senatore Saia Naccarato: voteremo sì al referendum elettorale ALESSANDRO NACCARATO Domenica e lunedì prossimi non si vota solo per le elezioni amministrative. I cittadini padovani hanno la possibilità di abolire l'attuale legge elettorale, che impone - con il meccanismo delle liste bloccate - parlamentari scelti dalle segreterie dei partiti e non dagli elettori. Il partito Democratico, coerentemente, sostiene il sì al referendum e invita i cittadini a cambiare un sistema elettorale vergognoso, che abbiamo contrastato in Parlamento con tutte le nostre forze. C'è qualcuno, invece, che fa il furbo: si tratta di Maurizio Saia. Appartiene ad una coalizione che ha ideato e votato la «legge porcata». Lo stesso Saia ha obbedito alle indicazioni del suo partito, dimostrando totale assenza di autonomia di giudizio, e votato la riforma elettorale voluta da Calderoli. Il partito di Saia, il Pdl, prima ha dato indicazioni di votare sì al referendum, per poi fare marcia indietro pur di non entrare in rotta di collisione con la Lega. Per essere credibili occorre comportarsi con un minimo di coerenza, votare contro i provvedimenti quando non si è d'accordo, non allearsi con chi si ritiene inaffidabile. Le piccole furbizie non servono a nulla e non hanno alcuna credibilità, i cittadini padovani non sono ingenui e hanno la memoria abbastanza lunga per distinguere tra le posizioni politiche serie e quelle di comodo.

Torna all'inizio


Massidda (Pdl): difficile garantirci i seggi Ue Meloni (Pd): il modo c'è (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 15-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Primo Piano Pagina 102 europee Massidda (Pdl): difficile garantirci i seggi Ue Meloni (Pd): il modo c'è Europee --> Un semplice scorporo della Sardegna dalla circoscrizione insulare, nella legge elettorale per le Europee, non avrebbe determinato - per via della scarsa affluenza - l'elezione di due sardi a Strasburgo. Anzi, con le cifre viste il 6 e 7 giugno non sarebbe stato eletto neppure Giommaria Uggias. Lo sostiene, smentendo una convinzione diffusa anche nel mondo politico, il senatore del Pdl Piergiorgio Massidda. Infatti, il meccanismo di distribuzione dei seggi che ha determinato la perdita, per la circoscrizione isole, di due europarlamentari sugli otto previsti (proprio a causa della bassa affluenza), avrebbe fatto perdere alla Sardegna entrambi i seggi che si contava di assegnare alla nostra regione con il semplice scorporo dalla Sicilia. Servirebbe una legge con un meccanismo basato su quozienti elettorali regionali e non nazionali, conclude Massidda. Proprio questo sistema, in effetti, è al centro della proposta di legge presentata al Consiglio regionale dal gruppo del Pd, primo firmatario Marco Meloni. L'idea è che sia il Consiglio a proporre al Parlamento la riforma elettorale, assegnando alla Sardegna due seggi tutti suoi ma, appunto, con un meccanismo di quozienti che scongiuri lo “scippo” degli eletti.

Torna all'inizio


(sezione: Riforma elettorale)

( da "Manifesto, Il" del 15-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

INTERVISTA «Il Pd molli il referendum» Vannino Chiti: il bipartitismo non è nella realtà e sostenere il sì non è il male minore Daniela Preziosi Ha firmato, con altri dodici colleghi, una lettera a Dario Franceschini chiedendo di non fare campagna per il sì al referendum. Vannino Chiti, ex ministro, ex uomo macchina fassiniano, è un toscano d’ordine.Mastavolta dissente. Con misura, provando a «non aggiungere problemi a problemi», che ci sono. Però «chiediamo un non-impegno per il sì. Questo non è il nostro referendum. E il porcellum non è la nostra legge elettorale. Il centrodestra se l’era votata da solo, quattro anni fa. Se il popolo italiano la santificasse, cioè se i cittadini elettori di fatto la approvassero, respingendo i quesiti, a quel punto quel voto unilaterale del 2005 sarebbe superato, sancito dal sì dei cittadini italiani». Lei dice: «Questo non è il nostro referendum», dice. Ma l’hanno voluto e firmato in tanti, nel Pd. Ma poteva essere diverso. Poteva cancellare il premio di maggioranza. In questo caso sì, avrebbe messo il parlamento di fronte all’obbligo di rimettere mano alla legge. Invece Segni e Guzzetta con il referendum vogliono scrivere la nuova legge. E così, per legge, vogliono che in Italia si affermi il bipartitismo. Insisto: non solo loro. A Veltroni i quesiti piacevano, a Franceschini piacciono. Piacciono ai prodiani. Legittimo,ma io non sono d’accordo: il bipartitismo non è nella realtà italiana, le ultime elezioni lo dimostrano. Non è il nostro presente, e dubito sia il nostro futuro. E comunque la scorciatoia di introdurlo per via referendaria è un’avventura pericolosa. I partiti non si fanno a tavolino. Ormai dovremmo averlo imparato. Perché queste cose non le ha dette alla direzione dove il segretario ha proposto il sì, decisione passata quasi all’unanimità? Io non c’ero. E del resto nell’ordine del giorno questo punto non c’era. Ed è singolare che sia stato messo in votazione. Ma mi fermo qui. Aggiungo solo una cosa: la mia esperienza in campagna elettorale è che il mondo che guarda a noi è contrario al referendum. Per buon senso. E comunque nel Pd quasi tutti hanno votato sì. Però con il passare dei giorni in diversi hanno cambiato idea. Negli organismi dirigenti non si è mai fatta una discussione seria per scegliere quale legge elettorale vogliamo. Può essere che la tregua interna che ha chiesto e ottenuto il segretario ha soffocato il dialogo? Ma no. Il fatto è che nel partito c’è un’idea, sbagliata, ma maggioritaria di chi pensa che il sì aiuterebbe a cambiare l’attuale legge elettorale. Franceschini l’ha anche detto. E l’hanno detto anche Bersani e D’Alema. E io non capisco, siamo a una clamorosa contraddizione interna: vuoi cambiare la legge elettorale, vorresti il modello tedesco, ma poi voti per una legge bipartitica? Sarebbe come dire: sono a Pistoia, voglio andare a Roma e prendo un aereo per la Nuova Zelanda. Sapendo anche che lì trovo uno sciopero dei voli per Roma, per dieci anni. Fra l’altro tutti i vostri potenziali futuri alleati, tanto centristi quanto di sinistra, vi chiedono di lasciar perdere il referendum. Anche se non me lo chiedessero, la penserei nella stessa maniera. Perché prima di guardare alla questione delle alleanze, che pure è importante, c’è un piano su cui non si possono fare concessioni: il piano della democrazia. Può funzionare una democrazia in cui chi arriva primo ha il controllo del parlamento? E per entrare al senato c’è uno sbarramento dell’8 per cento su base regionale, che in alcune regioni diventa il 14?Mache democrazia è questa? E non apro neanche il capitolo di quanto conviene a Berlusconi. Per le riforme dobbiamo partire dal testo sul quale avevamo raggiunto un accordo poco prima che cadesse il governo Prodi. C’erano ancora questioni aperte, ma di lì si deve ripartire. E comunque, questo è un tema del nostro congresso. A una legge elettorale corrisponde un’idea di stato, oltreché di partito. Ha già un candidato? No. Però con Franceschini, quand’era capogruppo alla camera e io ero ministro, abbiamo cercato di costruire una proposta di legge insieme. E non era bipartitica. Ci avrà ripensato. Non lo so, non credo, per la cultura politica che ha. Avrà ritenuto che il sì fosse il male minore, o che potesse servire a ridiscutere di legge elettorale. Bersani ha detto che il sì serviva ad aprire qualche falla fra il Pdl e la Lega. E questi sono ugualmente due eccessi di tattica. Sulla democrazia meglio lasciar stare la tattica. È pericoloso. Quindi non sa chi voterà? Se iniziamo scegliendo le persone, non andiamo da nessuna parte. Già il Pd lo ha fatto, dalla sua nascita: risultato, ancora non abbiamo fatto il primo congresso.Ora basta, quando decideremo i nostri temi, sceglieremo le persone. Senza questo, finiremo per decidere sul colore degli occhi o dei capelli. Ol’età, che è importante, ma non più della rotta del partito.

Torna all'inizio


Addio illusione di cambio, Usa profondamente preoccupati (sezione: Riforma elettorale)

( da "Manifesto, Il" del 16-06-2009)

Argomenti: Esempi esteri

LE REAZIONI Addio illusione di cambio, Usa «profondamente preoccupati» «Siamo profondamente preoccupati»: è il commento del dipartimento di stato americano all'evolversi della situazione post-elettorale in Iran, dopo la vittoria di Ahmadi Nejad - sorprendente per proporzioni - e l'esplosione del conflitto tra i gruppi legati ai riformisti e quelli dell'establishment, con manifestazioni di massa e episodi di violenza. Nella notte del voto la Casa Bianca aveva trattenuto a fatica il proprio entusiasmo per la massiccia affluenza alle urne che sembrava premiare i riformisti: il portavoce di Obama aveva parlato di «possibilità di cambiamenti», frenando giusto in tempo per dire che «comunque spetta agli iraniani decidere». Ieri il ministero degli esteri americano è stato più secco: «Ciò che chiediamo alle autorità iraniane - ha detto il portavoce del dipartimento di stato Ian Kelly - è di rispettare il diritto della popolazione di esprimersi pacificamente». L'Iran inoltre «dovrebbe prendere seriamente in considerazione» le accuse di brogli mosse dal campo riformista. La stessa posizione viene espressa dall'Unione europea, con Francia Germania e Gran Bretagna a guidare la lista dei paesi europei che chiedono a Tehran di «spiegare i risultati di queste elezioni», con il ministero degli esteri francese che esprime la sua preoccupazione «per la brutale repressione di proteste pacifiche e i ripetuti attacchi alla libertà di stampa e di parola».

Torna all'inizio


TOSCANA/CONSIGLIO: PROROGATA COMMISSIONE PER RIDUZIONE MEMBRI. (sezione: Riforma elettorale)

( da "Asca" del 16-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

TOSCANA/CONSIGLIO: PROROGATA COMMISSIONE PER RIDUZIONE MEMBRI (ASCA) - Firenze, 16 giu - I lavori della Commissione speciale per la normativa elettorale del Consiglio regionale della Toscana sono prorogati fino al 30 settembre prossimo. La Commissione dovra' riferire all'aula, nella prima seduta successiva alla conclusione dei lavori, sulle proposte di legge in materia di riforma elettorale gia' presentate o che potranno eventualmente essere presentate entro il nuovo termine assegnato. Tra i temi di cui si occupa la commissione c'e' la riduzione del numero dei membri dell'assemblea, collegato a una nuova legge elettorale. E' quanto dispone una deliberazione approvata all'unanimita' dall'aula del Consiglio regionale durante la seduta di oggi. Sono inoltre prorogati, al 31 ottobre, i lavori di altre due Commissioni speciali: quella sull'emergenza abitativa e quella sul ciclo dei rifiuti urbani. Le Commissioni speciali, a norma dello Statuto regionale, possono essere istituite dal Consiglio per oggetti e tempi determinati. afe/rg/bra (Asca)

Torna all'inizio


REFERENDUM Roscini (Lega) invita i pesaresi a disertare i seggi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Resto del Carlino, Il (Pesaro)" del 17-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

PESARO PRIMO PIANO pag. 2 REFERENDUM Roscini (Lega) invita i pesaresi a disertare i seggi REFERENDUM: c'è il fronte del «no», quello del «sì» e chi preferisce la strada dell'astensionismo. Dante Roscini, consigliere comunale della Lega, invita proprio ad ignorare l'appuntamento: «Astensionismo puro e assoluto tuona , perchè è una legge truffa che permette a chi ha la maggioranza relativa di ottenere quella assoluta eliminando l'opposizione, proprio come fece Mussolini negli anni 20. E le conseguenze le abbiamo subite per oltre un ventennio». Ligio al dovere, e pronto ad esercitare il suo diritto ad esprimere una opinione, il consigliere comunale Pdl Dario Andreolli: «Vado e voto "Sì". Non ho mai mancarto un appuntamento elettorale o referendario. Ritengo, però, che la riforma elettorale non debba essere affronta esclusivamente con lo strumento del referendum. Mi auguro che in seguito si provveda a costruire una riforma condivisa da più parti»

Torna all'inizio


Quelli del ora si mobilitano (sezione: Riforma elettorale)

( da "Resto del Carlino, Il (Pesaro)" del 17-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

PESARO PRIMO PIANO pag. 2 Quelli del «Sì» ora si mobilitano Un gruppo di sostenitori spiega che cosa cambierà con la vittoria di LORETTA SIGNORETTI ANNUNCIANO una forte campagna. Lo scopo è quello di divulgare la conoscenza dell'appuntamento referendario del 21 e 22 giugno, nonché promuovere il «sì» su tutte e tre le schede. Giuseppina Catalano, vice sindaco in pectore, e Aldo Amati, hanno le idee chiare e passeranno i prossimi giorni, almeno fino a sabato, a riempire quel vuoto informativo sul referendum popolare causato dal «silenzio di tutte le forze politiche, comprese quelle che si erano impegnate per la sua realizzazione». Lo hanno annunciato ieri in conferenza stampa, insieme a Monica Manenti (Pd), Gioacchino Guastamacchia (Liberi X Pesaro) e Claudia Palazzetti (Pdl) «Chiederemo anche ai segretari di partito incalza Amati di muoversi e inviare sms ai loro sostenitori. Questo è solo un primo passo. Se vince il "sì" tutti saranno interessati a riformare l'intera legge. Votare "sì" significa ridurre la frammentazione e aumentare la stabilità di governo senza schiacciare il pluralismo». Dopo il referendum, secondo la squadra Catalano-Amati, la nuova riforma dovrebbe prevedere la riduzione del numero dei deputati ed un processo legislativo più snello affidato ad una sola Camera. Ma questo si vedrà solo dopo. Ora quello che conta è andare a votare «per non confermare l'attuale legge definita, da chi l'ha fatta, una vera "porcata", soprattutto in merito alle liste bloccate che lasciano la scelta dei rappresentati in Parlamento alle segreterie di partito». POI AMATI lancia l'appello. E i destinatari sono distinti. Da una parte gli elettori del Pdl e dall'altra quelli del Pd. Ai primi precisa «che se non passa il referendum, non vince Berlusconi ma Bossi che tiene al guinzaglio il presidente del Consiglio. Mentre gli elettori del Pd devono evitare che si blocchi un processo di riforma che il partito ha voluto». «E' scandaloso il comportamento di alcuni politici che invitato a disertare il referendum precisa la Catalano che apre la strada ad una riforma seria». E se per Monica Manenti il referendum «è una risposta del territorio all'inerzia del Parlamento», Claudia Palazzetti si dichiara una sostenitrice del «sì». Ma non sono qui come rappresentate del Pdl, ma come sostenitrice di questo referendum a cui i cittadini sono chiamati a partecipare». Anche se non nasconde di essere meno ottimista «sui tempi di realizzazione della grande riforma elettorale, la Palazzetti propone, «al fine di premiare chi si impegna nel territorio, le primarie obbligatorie». Non solo: «Istituire uno sbarramento serio nelle elezioni comunali e provinciali, aumentando il numero di firme per la presentazione di nuove liste nei territori. Ognuno di noi aveva, in queste ultime amministrative, almeno 5 o 6 amici all'interno di qualche schieramento». Se è vero che il referendum aprirà le porte alla futura riforma elettorale, anche questo argomento sarà oggetto di discussione.

Torna all'inizio


Rifondazione: Aiello lascia la guida del partito (sezione: Riforma elettorale)

( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 17-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

CRONACA 17-06-2009 BALLOTTAGGIO/2 TENSIONE SUL VOTO Rifondazione: Aiello lascia la guida del partito Il Prc dà libertà di coscienza, ma l'ex segretario è a favore dell'astensione Pierluigi Dallapina II Una riunione lunga, anzi lunghissima, terminata alle 2 di notte, che si è conclusa con l'addio del segretario. Walter Aiello lascia la guida di Rifondazione dopo che il partito, con il 2,23 per cento delle preferenze, è stato condannato a rimanere fuori dal consiglio provinciale. Nella sede di via Solari, lunedì sera si è riunito il Comitato politico federale, e davanti ai «compagni» Aiello ha presentato le dimissioni dell'intera segreteria accettate dal resto del partito senza esitazione. Per la verità, fra i presenti qualcuno aveva provato a far tornare il segretario sui suoi passi, ma il resto del partito ha dato il via libera al rinnovo della segreteria. Ora sarà la direzione a valutare eventuali candidature. Ma lunedì sera i momenti di maggiore tensione sono arrivati quando gli iscritti di Rifondazione hanno dovuto decidere la linea politica da adottare in vista del ballottaggio. Da una parte Aiello e quelli della sua corrente, L'Ernesto, favorevoli all'astensione. Dall'altra i giovani di Falce e Martello, «capitanati» da Andrea Davolo, inclini a lasciare libertà di voto. «Dal mio punto di vista - commenta Aiello - questa è una posizione di retroguardia». Per l'ex segretario un «compagno» che vota Bernazzoli suona come una eresia. «Non capisco come mai nel partito - aggiunge - continua ad esistere un gruppo attratto dal Pd». Più «morbida» la posizione di Davolo - che è riuscito a far passare la sua linea nel partito - in quanto al ballottaggio Rifondazione invita gli elettori ad adottare «un comportamento di voto secondo coscienza». Libertà di voto a parte, il documento approvato dal Cpf assume però toni durissimi quando nel testo si parla di Bernazzoli. «La proposta della giunta Bernazzoli non solo è stata inadeguata e insufficiente rispetto all'azione politica di contrasto del generale impoverimento dei ceti deboli - si legge nella nota - ma ha anzi ulteriormente peggiorato gli effetti della crisi». Secca anche la posizione sulla riforma elettorale: «far fallire il referendum non andando a votare o rifiutando le schede in modo che non raggiunga il quorum previsto dalla legge». Rifondazione Walter Aiello.

Torna all'inizio


Domenica si torna alle urne per votare i tre referendum sulla `legge elettorale` (sezione: Riforma elettorale)

( da "Merateonline.it" del 17-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Cronaca >> Cronache nazionali 17 / 6 / 2009 Domenica si torna alle urne per votare i tre referendum sulla `legge elettorale` Domenica si torna alle urne. In votazione ci sono i tre referendum elettorali proposti dal gruppo di Mariotto Segni e sostenuti in un primo momento da tutto il Popolo della Libertà e dal Partito Democratico. Solo successivamente le posizioni si sono annacquate fino alle ultime dichiarazioni del Premier che non è più indispensabile andare a votare. Chiara la volontà di assecondare il NO secco di Bossi. La ragione è semplice: uno dei tre quesiti chiede che il premio di maggioranza vada al partito che ottiene più voti e non alla coalizione. Il Pdl risulterebbe così, almeno in questa fase, il più votato e potrebbe fare a meno dell’appoggio della Lega Nord. Domani potrebbe essere il PD ad avere la maggioranza e governare senza la mediazione estenuante con i partiti minori. Di converso però c’è che una società variegata come la nostra è presumibilmente più orientata verso una forma di proporzionale con elementi di maggioritario che non viceversa e in questo senso l’esito positivo del referendum sarebbe deleterio alla rappresentatività del Governo rispetto al Paese. Comunque sia ecco i tre quesiti con tutte le spiegazioni del caso illustrate dagli stessi promotori. Si vota domenica e lunedì fino alla 15. Poi inizia lo spoglio delle schede. Si può ipotizzare che quasi ovunque non sarà raggiunto il quorum della metà più uno dei votanti e se ciò accadrà, sarà il fallimento per i referendari. Merateonline e Casateonline seguiranno in diretta le operazioni di scrutinio delle schede come per le amministrative e le europee del 6 e 7 giugno scorsi. A proposito dobbiamo ringraziare i lettori che hanno letteralmente invaso il sito rendendolo per ore e ore inaccessibile per esaurimento spazi d’accesso. E i risultati alla fine della giornata sono stati a dir poco straordinari. Nel solco della nostra linea della trasparenza (cui ci auguriamo seguano anche le testate cartacee) ecco due dati riassuntivi: Merateonline giorno 8 giugno: 36.445 accessi unici per 59.316 pagine viste – giorno 9 giugno 18.255 accessi unici per 25.084 pagine viste. Casateonline giorno 8 giugno: 8.500 visitatori unici (il sito “puntava su MOL per i risultati) per 10.700 pagine viste – giorno 9 giugno 10.800 visitatori per 14mila pagine viste. I referendum sulla legge elettorale Di Giovanni Guzzetta 1° Quesito Modulo colore Verde Premio di maggioranza alla lista più votata CAMERA DEI DEPUTATI 2° Quesito Modulo colore Bianco Premio di maggioranza alla lista più votata SENATO 3° Quesito Modulo colore Rosso Abrogazione delle candidature multiple Il 1° e il 2° quesito: premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento Le attuali leggi elettorali di Camera e Senato prevedono un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Tale premio è attribuito su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato. Esso è attribuito alla “singola lista” o alla “coalizione di liste” che ottiene il maggior numero di voti. Il fatto che sia consentito alle liste di coalizzarsi per ottenere il premio ha fatto sì che, alle ultime elezioni, si siano formate due grandi coalizioni composte di numerosi partiti al proprio interno. E la frammentazione è notevolmente aumentata. Il 1° ed il 2° quesito (valevoli rispettivamente per la Camera dei Deputati e per il Senato) si propongono l’abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste. In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza è che il premio di maggioranza viene attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. Un secondo effetto del referendum è il seguente: abrogando la norma sulle coalizioni verrebbero anche innalzate le soglie di sbarramento. Per ottenere rappresentanza parlamentare, cioè, le liste debbono comunque raggiungere un consenso del 4 % alla Camera e 8 % al Senato. In sintesi: la lista più votata ottiene il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio, le liste minori ottengono comunque una rappresentanza adeguata, purché superino lo sbarramento. All’esito dell’abrogazione, resteranno comunque in vigore le norme vigenti relative all’indicazione del “capo della forza politica” (il candidato premier) ed al programma elettorale. Gli effetti politico-istituzionali del 1° e del 2° quesito Il sistema elettorale risultante dal referendum spingerà gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase pre-elettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche e incentivando la riaggregazione nel sistema partitico. Si potrà aprire, per l’Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica. La frammentazione si ridurrà drasticamente. Non essendoci più le coalizioni scomparirà l’attuale schizofrenia tra identità collettiva della coalizione e identità dei singoli partiti nella coalizione. Con l’effetto che i partiti sono insieme il giorno delle elezioni e, dal giorno successivo, si combattono dentro la coalizione. Sulla scheda apparirà un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione che si candidi ad ottenere il premio di maggioranza. Le componenti politiche di ciascuna lista non potranno rivendicare un proprio diritto all’autonomia perché, di fronte agli elettori, si sono presentate come schieramento unico, una cosa sola. Nessuno potrà rivendicare la propria “quota” di consensi. E sarà molto difficile spiegare ai cittadini eventuali lacerazioni della maggioranza. Lo scioglimento del Parlamento una volta che è entrata in crisi una maggioranza votata compattamente dagli elettori potrebbe essere politicamente molto probabile. L’eliminazione di composite e rissose coalizioni imporrà al sistema politico una sterzata esattamente opposta all’attuale. Piuttosto che l’inarrestabile frammentazione in liste e listine, minacce di scissioni e continue trattative tra i partiti, il nuovo sistema imporrà una notevole semplificazione, lasciando comunque un diritto di rappresentanza anche alle forze che non intendano correre per ottenere una maggioranza di Governo, purché abbiano un consenso significativo e superino la soglia di sbarramento. Il 3° quesito: abrogazione delle candidature multiple e la cooptazione oligarchica della classe politica Un terzo quesito referendario colpisce un altro aspetto di scandalo. Oggi la possibilità di candidature in più circoscrizioni (anche tutte!) dà un enorme potere al candidato eletto in più luoghi (il “plurieletto”). Questi, optando per uno dei vari seggi ottenuti, permette che i primi dei candidati “non eletti” della propria lista in quella circoscrizione gli subentrino nel seggio al quale rinunzia. Egli così, di fatto, dispone del destino degli altri candidati la cui elezione dipende dalla propria scelta. Se sceglie per sé il seggio “A” favorisce l’elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione “B”; se sceglie il seggio “B” favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione “A”. Nell’attuale legislatura, questo fenomeno, di dimensioni veramente patologiche, coinvolge circa 1/3 dei parlamentari. In altri termini: 1/3 dei parlamentari sono scelti dopo le elezioni da chi già è stato eletto e diventano parlamentari per grazia ricevuta. Un esempio macroscopico di cooptazione! E’ inevitabile che una tale disciplina induca inevitabilmente ad atteggiamenti di sudditanza e di disponibilità alla subordinazione dei cooptandi, atteggiamenti che danneggiano fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare. Inoltre i parlamentari subentranti (1/3, come si è detto) debbono la propria elezione non alle proprie capacità, ma alla fedeltà ad un notabile, che li premia scegliendoli per sostituirlo. Con l’approvazione del 3° quesito la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato. Il Governo italiano ha fissato per il 21 giugno 2009 lo svolgimento dei tre Referendum sulla riforma della Legge Elettorale e sull`abolizione delle candidature multiple. I Referendum si svolgono con un anno di ritardo rispetto alla raccolta delle firme, a causa dello scioglimento del Parlamento italiano nella passata legislatura, accaduto in tempi troppo ravvicinati alla data dello svolgimento del referendum; la coincidenza è vietata dalla Costituzione. Per cosa si vota: I cittadini italiani maggiorenni saranno chiamati ad esprimere il proprio parere sui seguenti tre quesiti: 1 - scheda di colore VERDE (premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera dei Deputati) Votando SI si approva la modifica alla legge elettorale attuale nella parte in cui assegna il premio di maggioranza alla Camera dei Deputati, che verrebbe assegnato alla lista con più voti e non più, come ora, alla coalizione di partiti con più voti. Votando NO si lascia invariata la legge attuale. 2 - scheda di colore BIANCO (premio di maggioranza alla lista più votata al Senato della Repubblica) Votando SI si approva la modifica alla legge elettorale attuale nella parte in cui assegna il premio di maggioranza al Senato della Repubblica, che verrebbe assegnato alla lista con più voti e non più, come ora, alla coalizione di partiti con più voti. Votando NO si lascia invariata la legge attuale. 3- scheda di colore ROSSO (abolizione delle candidature multiple) Votando SI si vieta a qualsiasi candidato di essere presente su più circoscrizioni e si obbliga ognuno a scegliere in quale collegio/sezione elettorale candidarsi. Votando NO si lascia invariata la legge attuale. Articoli Correlati: (c)www.merateonline.it Il primo giornale digitale della provincia di Lecco Scritto il 17/6/2009 alle 09.52

Torna all'inizio


QUELLO CHE C'E' DA SAPERE SUI REFERENDUM (sezione: Riforma elettorale)

( da "Lavoce.info" del 17-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

>QUELLO CHE C'E' DA SAPERE SUI REFERENDUM di Sandro Brusco 17.06.2009 A pochi giorni dal voto, la cortina di silenzio sui referendum è sempre fitta. E tra i non molti italiani che sanno della loro esistenza, regna la confusione sulle conseguenze che potrebbero produrre. Cerchiamo di fare un po' di chiarezza. Il primo e secondo quesito aboliscono la possibilità di formare coalizioni per ottenere il premio di maggioranza. Ma un eventuale successo non cambierebbe di molto le cose rispetto alla legge elettorale attuale. Il terzo impedisce ai leader di presentarsi in più circoscrizioni. Un meccanismo indifendibile, ma praticato da tutti i partiti. A pochi giorni dal voto, molti italiani non sanno nemmeno che domenica e lunedì prossimi si terranno tre referendum elettorali. Anche tra quanti sono coscienti della loro esistenza, sembra esserci notevole confusione sui risultati pratici che avranno. Cerchiamo quindi di fare un po' di chiarezza. I referendum elettorali sono tre. Il primo elimina la possibilità di formare coalizioni per conseguire il premio di maggioranza a livello nazionale per la Camera. Il secondo fa lo stesso per i premi di maggioranza regionali al Senato. Il terzo elimina la possibilità, usata principalmente dai capi-partito, di candidarsi contemporaneamente in più circoscrizioni. La poca attenzione finora prestata ai referendum si è incentrata sul primo e sul secondo. Voglio qui andare controcorrente, iniziando la discussione dal terzo. IL REFERENDUM SULLE CANDIDATURE MULTIPLE L’attuale sistema elettorale prevede liste chiuse, ossia gli eletti di un partito o coalizione vengono determinati dall'ordine in cui appaiono in lista. Dato che l'ordine è a sua volta determinato dai dirigenti del partito, questo fornisce loro un enorme potere. Tale potere sembrò però insufficiente agli estensori della legge elettorale. Dopotutto, alla fine, quanti deputati e senatori elegge un partito viene ancora determinato dal numero di voti ricevuti; anche se tutti hanno una idea approssimativa dei voti che un partito può prendere, sorprese negative o positive sono possibili. Ne segue che, almeno occasionalmente, il candidato designato può non essere eletto o il candidato non particolarmente desiderato può farcela. Come fare per rendere più ferreo il controllo dei capi-partito sugli eletti? La risposta è: candidature in più collegi. Questa possibilità, concessa dalla legge elettorale, viene normalmente sfruttata dai capi-partito per decidere ex post chi eleggere. Il succo del meccanismo è il seguente. Supponiamo che il partito X si aspetti di ottenere due seggi nel collegio 1 e due seggi nel collegio 2. A esser sicuri del risultato, basta mettere persone gradite ai capi-partito nei primi due posti della lista nel collegio 1 e nel collegio 2. Ma può accadere che ci siano sorprese, e in almeno un collegio i seggi siano tre, oppure uno. Si rischia in tal modo di ottenere l'elezione di qualcuno che non è stato unto dai capi-partito, o si rischia di far mancare la poltrona a qualcuno cui è stata promessa. È qui che entrano in gioco le candidature multiple. Sostanzialmente, si mette il capo del partito come capolista nei due collegi, e dietro un paio di nomi di fedelissimi. Supponiamo ora che nel collegio 1 il partito ottenga due seggi e nel collegio 2 ne ottenga tre. Senza candidature multiple c'è il rischio che il terzo seggio del collegio 2 finisca a qualcuno non designato dai vertici, a cui magari era stato promesso un posto marginale in lista, come contentino. Ma con le candidature multiple il problema scompare. Ora dietro al capolista, lo stesso nei due collegi, stanno due candidati controllati dall'oligarchia in ciascun collegio. Il capo-partito, una volta visti i risultati, opta per il collegio 2. Finiscono quindi eletti i numeri due e tre nel collegio 1 (i fidati messi dietro al capolista) e i numeri uno, due e tre nel collegio 2 (il capolista più i due fidati). Chiaramente, se invece è il collegio 1 quello che genera la sorpresa dando più seggi del previsto, il capolista opterà per quello. In sostanza solo enormi sorprese, con variazioni impreviste degli eletti in molti collegi allo stesso tempo, possono rovinare i piani dei capi-partito. In tutti gli altri casi una sapiente scelta ex post del collegio in cui essere eletti consentirà ai capi-partito di mantenere un ferreo controllo degli eletti. Il meccanismo è così indecente e spudorato che è difficile immaginare un qualunque argomento in sua difesa. Infatti, nessuno lo difende, o almeno io non ho visto un singolo articolo in sua difesa. Salvo poi non fare assolutamente nulla in Parlamento per eliminare la possibilità di candidature multiple e utilizzare puntualmente il meccanismo elezione dopo elezione. Al cittadino esterrefatto non resta che l'arma referendaria. E forse nemmeno quella, vista la cappa di silenzio che è stata imposta. I REFERENDUM SUI PREMI DI COALIZIONE I referendum sui premi di maggioranza aboliscono la possibilità di formare coalizioni per ottenere il premio di maggioranza. Se i referendum avranno successo, il premio di maggioranza nazionale per la Camera andrà alla singola lista che ottiene il maggior numero di voti, e i premi regionali per il Senato andranno alle liste che arrivano prime in ciascuna regione. È bene non illudersi troppo sugli effetti di tale cambiamento. L'obiettivo iniziale del comitato referendario era quello di stimolare il dibattito parlamentare sulla legge elettorale. Ho anche cercato di argomentare l'estate scorsa che una buona riforma elettorale era possibile nel nuovo Parlamento, dato che era nell'interesse delle principali forze politiche presenti, Pd, Lega e Pdl. Ma non si è mai abbastanza pessimisti quando si analizza la politica italiana. Una discussione sulla riforma elettorale avrebbe richiesto un minimo di lungimiranza e buon senso. Avrebbe inoltre richiesto di agire con calma e per tempo. Apparentemente questo è chiedere troppo; si è atteso fino all'ultimo momento (e anche un po' più in la: è stata necessaria una leggina per allungare i termini massimi entro cui andava indetto il referendum) per poi agitarsi scompostamente e secondo i propri ristrettissimi e ultra-miopi interessi di bottega. Detto questo, un po' di chiarezza sugli effetti dei referendum va fatta. Si è cercato di far passare l'idea che il referendum consegnerebbe l'Italia a Silvio Berlusconi, che renderebbe possibile governare anche con percentuali di consenso minime. Il ministro Calderoli ha addirittura detto che il risultato del referendum sarebbe di “assoluta dissonanza con la democrazia”. Non accadrebbe nulla di tutto questo. Di fatto, purtroppo, accadrebbe troppo poco. Chiariamo anzitutto che anche con la legge attuale è perfettamente possibile che un partito con una quota elettorale ridotta ottenga il premio di maggioranza. Questa non è in alcun modo una novità del referendum. Chi afferma che la legge che uscirebbe dal referendum è antidemocratica sta quindi implicitamente dicendo che l'attuale legge è antidemocratica. Cosa succederebbe se passassero i referendum? Essenzialmente, anziché avere differenti simboli a supporto di un candidato  presidente del Consiglio, come accade ora, i partiti dovranno accordarsi ex ante su un unico simbolo e una unica lista. Questo può avvenire mediante l'inclusione di diversi simboli in un unico cerchio o mediante un nuovo simbolo. Non sarebbe una pratica nuova nel panorama italiano, tutt'altro. Per esempio, nel 2006 i Ds e La Margherita si presentarono sotto il comune simbolo dell'Ulivo per la Camera, ma con simboli separati per il Senato. Tutto questo per dire che la distinzione tra "coalizione di liste elettorali" e "lista elettorale" è alla fine assai meno netta di quel che può apparire a prima vista, per l'elementare ragione che i partiti rivedono la propria strategia elettorale a seconda della legge. Se passa il referendum vedremo, al tempo stesso, meno liste elettorali e liste elettorali più eterogenee. Ma, alla fine, i cambiamenti saranno minimi. Per mettere concretamente i piedi nel piatto: se Berlusconi diventa sufficientemente forte da poter vincere senza la Lega, allora, anche con la legge attuale, può presentarsi da solo e guadagnare il premio di maggioranza. Da questo punto di vista, i referendum sono sostanzialmente ininfluenti. Può essere utile guardare ai numeri usciti dalle ultime elezioni politiche e dalle ultime Europee per avere un'idea più precisa di ciò che può succedere. Partito % Voti Camera 2008     Pdl 37,39 Lega 8,3 Pd+Radicali 33,17 Idv 4,37 Udc 5,62 Sinistra Arc. 3,08 Mpa 1,13   Partito % Voti Europee 2009     Pdl   Lega 35,27 Pd 10,2 Idv 26,13 Udc 8,0 Prc-Pdci 6,52 Sin. & Lib. 3,13 Radicali 2,43   Se il Pdl si fosse presentato da solo alle ultime politiche sarebbe stato battuto da un listone Pd-Radicali-Idv, ossia, la coalizione che si formò alle politiche del 2008. Lo stesso sarebbe successo se i numeri rilevanti fossero stati quelli delle ultime Europee: un listone Pd-Radicali-Idv avrebbe ottenuto il 36,56 per cento dei voti, contro il 35,27 per cento del Pdl. La sconfitta del Pdl sarebbe stata ancora più netta se alla coalizione Pd-Radicali-Idv si fossero aggiunti pezzi sulla sinistra o sulla destra. Ovviamente, quello che ci dicono questi numeri è che, anche se passassero i referendum, il Pdl non si presenterebbe da solo, rischiando in tal modo la sconfitta. Quello che ci possiamo aspettare, se passa il referendum, è una lista unitaria Pdl-Lega, presumibilmente con un simbolo composto dai due sotto-simboli appaiati, la cosiddetta "bicicletta". Nulla di trascendentale, quindi. Il Pdl o il Pd riusciranno a governare da soli solo se aumenteranno i consensi o se le forze che li avversano saranno sufficientemente divise e rissose. Questo è vero con il sistema attuale e resterà vero con il sistema che potrebbe uscire dai referendum. Non è un caso che Berlusconi abbia così prontamente sacrificato i referendum appena la Lega ha fatto la voce grossa. Sapeva che non aveva gran che da guadagnarci. Perché tanto agitarsi allora? Perché la Lega ha minacciato addirittura la crisi di governo per far fallire i referendum e ha imposto un notevole esborso ai contribuenti per evitare l'accorpamento dei referendum alle elezioni europee? Perché Antonio Di Pietro, dopo aver raccolto le firme, si è schierato contro i referendum? Ho analizzato altrove, più in dettaglio, le ragioni di tale opposizione. Qui è sufficiente dire che tutto questo isterico agitarsi mostra solo quanto i nostri rappresentanti siano ferocemente abbarbicati anche alle più piccole fette di potere. Essenzialmente si teme che, una volta costretti a fare liste elettorali uniche con i loro alleati principali, i partiti diversi da Pdl e Pd perdano riconoscibilità e quindi potere. Questo nonostante il fatto che comunque si voterà alle elezioni comunali, provinciali, regionali ed europee con sistemi che rendono possible la presentazione del proprio simbolo.

Torna all'inizio


Referendum, Il rimedio è peggiore del male? (sezione: Riforma elettorale)

( da "AprileOnline.info" del 17-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Referendum, Il rimedio è peggiore del male? Loredana Biffo, 17 giugno 2009, 19:46 Politica Da un po' di tempo a questa parte è possibile assistere a dibattiti sul referendum abrogativo della legge elettorale, dove in genere qualcuno sostiene la tesi bianca e qualcuno quella nera. Di norma si esce da questi dibattiti con la sensazione poco piacevole che la situazione sia come la carta moschicida, cioè che comunque si scelga sia comunque una scelta non opportuna. Gustavo Zagrebelsky e Stefano Ceccanti senatore Pd, ed entrambi docenti di diritto costituzionale, hanno espresso le loro posizioni in un dibattito tenutosi in questi giorni a Torino Da un po' di tempo a questa parte è possibile assistere a dibattiti sul referendum abrogativo della legge elettorale, dove in genere qualcuno sostiene la tesi bianca e qualcuno quella nera. Di norma si esce da questi dibattiti con la sensazione poco piacevole che la situazione sia come la carta moschicida, cioè che comunque si scelga sia comunque una scelta non opportuna. Il referendum viene presentato dai suoi promotori, e da tutti coloro che anche senza esporsi si augurano che esso passi, come la via d'uscita dalla "porcata" , creatura orrenda del vecchio governo di Destra. In realtà i quesiti referendari, non vanno a inficiare minimamente il punto cruciale del "Porcellum", cioè le liste bloccate, in virtù delle quali le rappresentanze parlamentari sono scelte non dagli elettori bensì dai vertici dei partiti. I quesiti referendari, in particolare il primo e il secondo, propongono semplicemente di conferire un "premio di maggioranza" (ossia la maggioranza assoluta dei seggi, tanto alla Camera quanto al Senato), al partito più votato, e non più alla coalizione vincente. Si vuole cioè dare un premio al partito più votato, senza valutare se questo partito abbia, non dico raggiunto, ma almeno avvicinato la maggioranza reale dei voti. Con la legge che uscirebbe dal Referendum tutto - candidature, linee politiche, scelte di fondo e valori di riferimento - continuerebbe (Come avviene ora) ad essere deciso altrove, nelle dinamiche oligarchiche di grandi partiti, con la scelta ridotta a due opzioni soltanto, vanificando la possibili di scelte difformi. E' evidente che tutto ciò lede in modo inequivocabile il "principio di Rappresentanza", che è una delle sei "Regole della democrazia" formulata da Norberto Bobbio alla fine degli anni ottanta. Ovviamente una scelta può essere definita tale solo se esiste la possibilità oggettiva di scegliere tra soluzioni diverse (partiti-movimenti-liste) che abbiano programmi diversi e alternativi. Gustavo Zagrebelsky e Stefano Ceccanti senatore Pd, ed entrambi docenti di diritto costituzionale, hanno espresso le loro posizioni in un dibattito tenutosi in questi giorni a Torino. Zagrebelsky: Approfitterei di questo incontro per fare delle considerazioni che in realtà sono delle domande che farei al Prof. Ceccanti. Comincerei con una questione centrale per quel che riguarda il nostro comportamento di domenica e lunedi, la questione è: andare a votare, o non andare a votare. Come saprete sono circolati numerosi appelli pro una posizione o un'altra, mi è stato anche richiesto di firmare un documento pro-astensione, cosa che non ho fatto per la ragione che anche io quando c'è stata la tornata referendaria precedente sulla legge 14, avevo scritto un articolo sostenendo che l'invito a disertare le urne, in modo da non raggiungere il quorum di validità, è un comportamento democraticamente scorretto, quindi ora ho risposto di no a quell'appello per non incappare in una contraddizione. In realtà se ci pensiamo ora la situazione è un po' diversa, perchè sulla legge 140 l'invito all'astensione era un mezzo per sostenere il mantenimento della legge che c'era, cioè è l'atteggiamento di chi dice: la legge che c'è mi va bene, e non mi va bene la legge che risulterebbe dal referendum, quindi un confronto tra due legislazioni. Ripeto, non ho voluto firmare quell'appello, ma avrei potuto farlo spiegando le motivazioni. Perchè qui l'idea che muove molti potenziali elettori è che non ci si trova difronte a una legge buona - quella che c'è, e una cattiva, ma che tutte due sono pessime. La legge che verrebbe fuori sarebbe un Porcellum potenziato, è legittimo pensare di non farsi prendere in un gioco in cui tutte due le alternative sono alternative che io rifiuto. Questa è la domanda che vorrei fare al Prof Ceccanti, perchè secondo me lui e quelli che sostengono la sua posizione sono troppo ottimisti. Anche lui condivide che la legge attuale non va, ma nemmeno quella che uscirebbe dal referendum; la sua proposta è: dopo si farà una legge diversa, cioè il ripristino del Mattrellum. Ma raggiungere il quorum vuol dire o mantenere la legge vecchia, o attuare quella nuova, ma dal punto di vista costituzionale, politicamente si dirà che gli elettori hanno voluto mettere il sigillo sulla legge che sarà attuata, rendendo intangibile la legge perchè i cittadini sovrani si sono espressi, e il parlamento tenga le mani giù da quella legge. A me pare che l'ispirazione ad avere una diversa legge elettorale sia resa più debole indipendentemente dall'esito del referendum. Mi chiedo qual'è l'idea di democrazia che c'è dietro al porcellum primo, e al porcellum secondo, perchè è questo su cui dobbiamo interrogare, perchè in questo momento sembra sia vincente il modello della democrazia personalizzata, e che chi vince le elezioni non possa essere condizionato, ma il condizionamento reciproco è necessario per concepire la democrazia. Ceccanti:La risposta di analisi politica è che anche se in maggioranza si astengono, alla Lega non importerebbe nulla. A mio parere un uso tattico dell'astensione è una posizione sleale per le forze politiche, ed è ciò che ha fatto Maroni in modo intimidatorio nei confronti dei presidenti di seggio; è scorretto che un partito politico faccia campagna sull'astensione, io del resto ho sostenuto questa posizione anche con i vescovi in merito al precedente referendum. Nelle scorse settimane abbiamo avviato una campagna di firme in parlamento per la riforma elettorale con ritorno al mattarellum, ma abbiamo avuto il veto della lega che minaccia la caduta del governo. Pertanto ritengo che anche se non si è d'accordo con le due possibili opzioni che usciranno dal referendum, dobbiamo tener conto che al di fuori del referendum non vi è possibilità di riforma dell'attuale porcellum. Ricordiamo che il Mattarellum è un sistema misto; il 75% dei seggi viene attribuito su base maggioritaria con collegi uninominali a turno unico, il restate 25% è attribuito su base proporzionale. Tale quota è stabilita, per la Camera dei Deputati, con voto di lista (le liste sono bloccate) con soglia di sbarramento al 4% (due schede); per il Senato il voto su un'unica scheda costituisce la base per il calcolo della quota proporzionale. Una volta stabiliti il numero di seggi spettanti ad ogni lista (calcolati con il metodo d'Hont) vengono ripescati i migliori non eletti di tali liste. Per quanto riguarda le candidature multiple il quesito è importante perchè accede alla logica del sistema uninominale. Per gli altri due quesiti, al Senato, eliminare lo sbarramento del 3% e mettere quello del 8% nelle circoscrizioni provinciali. E per il per quanto riguarda il premio di maggioranza vi è un rischio di sproporzionalità tra i voti e seggi. Non è possibile rispondere alla concezione della democrazia come se avessi fatto un referendum propositivo che non c'è in Italia, e creato un sistema che corrisponde ai miei desideri. Io ho lavorato su un sistema che è quello dato e in cui la Corte Costituzionale mi impone di fare un referendum abrogativo immediatamente applicabile. Per quanto riguarda la questione dell'elezione del Presidente della Repubblica, il prossimo Parlamento lo eleggerà comunque, in qualsiasi scenario con qualsiasi legge. In ogni caso chi vince le elezioni se vince il premio, potrà eleggere il Presidente della Repubblica da solo.

Torna all'inizio


Dal Pdl libertà di scelta Il Pd appoggia il sì Lega, Udc e sinistra per l'astensione (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale di Brescia" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Edizione: 18/06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:interno Dal Pdl libertà di scelta Il Pd appoggia il sì Lega, Udc e sinistra per l'astensione ROMADal Popolo della Libertà, che lascia libertà di scelta ma è in gran parte per il sì, all'Italia dei Valori che voterà no, alla Lega Nord che ha dato indicazione ai propri militanti di non ritirare la scheda: sono variegate le posizioni dei partiti sul referendum elettorale del 21 giugno. Ecco, in breve, le posizioni delle forze politiche sul voto. Popolo della Libertà Il Popolo della Libertà non ha dato indicazioni di voto. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che pure andrà a votare sì, ha assicurato alla Lega che non ci sarà campagna elettorale in favore del referendum. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà a votare sì. Nei giorni scorsi il quotidiano online della sua fondazione «Fare Futuro», ha pubblicato un editoriale nel quale indicava dieci buoni motivi per votare sì. Diversi esponenti del Pdl, tra l'altro, fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra gli altri i ministri Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo e i parlamentari Antonio Martino e Gaetano Quagliariello. Anche il coordinatore del partito e ministro della Difesa Ignazio La Russa andrà a votare sì. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto invece non andrà votare. I Popolari Liberali di Carlo Giovanardi si asterranno. Partito democratico In una riunione della direzione il Pd ha deciso di schierarsi per il sì con l'obiettivo che poi in Parlamento venga discussa una più ampia riforma del sistema di voto. Nella tornata di domenica e lunedì, in ogni caso, dà priorità ai ballottaggi. L'ala ulivista chiede invece un maggiore impegno perché il referendum passi, considerando anche il fatto che alcuni rappresentati come Arturo Parisi e Franco Monaco sono tra i membri del comitato promotore. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e l'ex ministro delle Riforme Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l'altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al «Mattarellum». Lega Nord La Lega è contrarissima a un referendum dall'esito fortemente bipartitico. Il Carroccio ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l'opzione dell'astensione, mentre il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c'è anche questa possibilità di scelta. Il ministro Roberto Calderoli a Pontida ha dichiarato: «Se il referendum elettorale del 21 giugno prossimo passasse, la legge elettorale che ne uscirebbe sarebbe la fine della democrazia». Italia dei Valori Inizialmente favorevole al referendum, il partito di Antonio Di Pietro dallo scorso maggio si è schierato apertamente contro la legge che uscirebbe in caso di vittoria del sì. L'indicazione dell'Idv è di andare a votare ed esprimersi per il no. «Noi dell'Idv voteremo no a malincuore perché volevamo cambiare la legge elettorale ma Berlusconi ha detto che si terrà il risultato del voto - ha detto Di Pietro -. Non possiamo permettere che un partito con la maggioranza relativa del 30% abbia il 60% degli scranni e andare così verso il regime». Unione di Centro Il partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l'astensione con l'obiettivo di far mancare il quorum. La sua tesi è che l'attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì. Il segretario dei centristi Cesa qualche giorno fa ha dichiarato: «La nostra astensione è una decisione politica. Questo referendum porterebbe ad un sistema elettorale non solo peggiore di quello attuale, ma addirittura simile a quello fascista». Gli altri I Radicali forza referendaria per eccellenza sono contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì e hanno formato un comitato per il «No»: andranno dunque a votare ma metteranno la crocetta sul no. Tutta la sinistra, dal Prc al Pdci a Sinistra e Libertà è invece schierata per l'astensione. Anche la Destra è per l'astensione e propone come modello alternativo a quello dell'attuale legge elettorale quello del «sindaco d'Italia».

Torna all'inizio


Quinto atto per il sistema di voto (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale di Brescia" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Edizione: 18/06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:interno Quinto atto per il sistema di voto Nei primi due hanno vinto i sì, gli altri non hanno raggiunto il quorum ROMAIl referendum elettorale per cui gli italiani sono chiamati alle urne il 21 e il 22 giugno è il quinto su temi elettorali nella storia repubblicana. I primi due hanno giocato un ruolo importante nella riforma del sistema politico, con la vittoria dei «Sì». Per gli ultimi due, invece, non è stato raggiunto il quorum. 9 Giugno 1991 Gli italiani sono stati chiamati a pronunciarsi sul referendum proposto da Segni per l'eliminazione della preferenza multipla nelle elezioni alla Camera. I «Sì» sono stati 26.922.176 (95,6%). Il 62,5% degli aventi diritto si reca alle urne, ignorando gli inviti craxiani ad «andare al mare». 18 Aprile 1993 Di nuovo il Corel di Mario Segni (Comitato per le riforme elettorali) promuove il referendum sull'abrogazione del sistema proporzionale per l'elezione di 238 dei 315 componenti del Senato. Il 18 aprile 1993 i votanti sono 36.879.669 (il 77%). Dopo la netta vittoria del «Sì» (82,7%), il Parlamento comincia subito a lavorare per trasformare il sistema elettorale in senso maggioritario uninominale. La riforma viene approvata nell'estate successiva e utilizzata per la prima volta nelle politiche del 1994. 18 Aprile 1999 Il referendum per l'abolizione della quota proporzionale nel sistema elettorale per la Camera fallisce per pochissimo. La percentuale delle persone che si recano alle urne è solo del 49,6. I dati dell'affluenza arrivano con grande ritardo e i primi commenti sono fuorviati dagli exit-poll che danno per raggiunto il quorum. Tra i votanti il «Sì» ottiene un inutile 91,5%. 21 Maggio 2000 Resta lontanissimo dal quorum (vota solo il 32,4%) il referendum per abrogare la quota proporzionale del 25% nelle elezioni per la Camera dei deputati, eleggendo il 75% dei deputati con il sistema uninominale e il restante 25% con il recupero dei candidati non eletti che abbiano ottenuto più voti.

Torna all'inizio


Le indicazioni delle principali coalizioni in vista del voto di domenica e lunedì (sezione: Riforma elettorale)

( da "Cittadino, Il" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Referendum, tra dubbi e silenzi Alle urne un Paese diviso in due ROMA Dal Pdl, che lascia libertà di scelta ma è in gran parte per il sì, all'Idv che voterà no, alla Lega che ha dato indicazione ai propri militanti di non ritirare la scheda: sono variegate le posizioni dei partiti sul referendum elettorale del 21 giugno. Ecco, in breve, una mappa delle posizioni delle forze politiche sul voto.n PDLIl Popolo della Libertà non ha dato indicazioni di voto. Il presidente del Consiglio Berlusconi, che pure andrà a votare sì, ha assicurato alla Lega che non ci sarà campagna elettorale in favore del referendum. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà a votare sì. Nei giorni scorsi il quotidiano online della sua fondazione "Fare Futuro", ha pubblicato un editoriale nel quale indicava dieci buoni motivi per votare sì. Diversi esponenti del Pdl, tra l'altro, fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra gli altri i ministri Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo e i parlamentari Antonio Martino e Gaetano Quagliariello. Anche il coordinatore del partito e ministro della Difesa Ignazio La Russa andrà a votare sì. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto invece non andrà votare. I Popolari Liberali di Carlo Giovanardi si asterranno.n PDIn una riunione della direzione ha deciso di schierarsi per il sì con l'obiettivo che poi in Parlamento venga discussa una più ampia riforma del sistema di voto. Nella tornata di domenica e lunedì, in ogni caso, dà priorità ai ballottaggi. L'ala ulivista chiede invece un maggiore impegno perché il referendum passi. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e l'ex ministro delle Riforme Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l'altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al "Mattarellum".n LEGAContrarissima a un referendum dall'esito fortemente bipartitico, la Lega ha dato ai propri elettori indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l'opzione dell'astensione, mentre il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c'è anche questa possibilità di scelta.n IDVInizialmente favorevole al referendum, il partito di Antonio Di Pietro dallo scorso maggio si è schierato apertamente contro la legge che uscirebbe in caso di vittoria del sì. L'indicazione dell'Idv è di andare a votare ed esprimersi per il no. n UDCIl partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l'astensione con l'obiettivo di far mancare il quorum. La tesi è che l'attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì.n RADICALIForza referendaria per eccellenza, i Radicali, contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì, hanno formato un comitato per il "no": andranno dunque a votare ma metteranno la crocetta sul 'nò.n SINISTRATutta la sinistra, dal Prc al Pdci a Sinistra e Libertà è schierata per l'astensione.(Ansa)

Torna all'inizio


referendum elettorali, i partiti si schierano (sezione: Riforma elettorale)

( da "Messaggero Veneto, Il" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina 2 - Attualità Referendum elettorali, i partiti si schierano Divisi Pdl e Pd. No di Idv e radicali. Lega, Sinistra, Destra e Mpa per l'astensione ROMA. Dal Pdl, che lascia libertà di scelta ma è in gran parte per il sì, all'Idv che voterà no, alla Lega che ha dato indicazione ai propri militanti di non ritirare la scheda: sono variegate le posizioni dei partiti sul referendum elettorale del 21 giugno. Ecco, in breve, una mappa delle posizioni delle forze politiche sul voto. Pdl. Il Popolo della Libertà non ha dato indicazioni di voto. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che pure andrà a votare sì, ha assicurato alla Lega che non ci sarà campagna elettorale in favore del referendum. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà a votare sì. Nei giorni scorsi il quotidiano online della sua fondazione "Fare Futuro", ha pubblicato un editoriale nel quale indicava dieci buoni motivi per votare sì. Diversi esponenti del Pdl, tra l'altro, fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra gli altri i ministri Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo e i parlamentari Antonio Martino e Gaetano Quagliariello. Anche il coordinatore del partito e ministro della Difesa Ignazio La Russa andrà a votare sì. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto invece non andrà votare. I Popolari Liberali di Carlo Giovanardi si asterranno. Pd. In una riunione della direzione ha deciso di schierarsi per il sì con l'obiettivo che poi in Parlamento venga discussa una più ampia riforma del sistema di voto. Nella tornata di domenica e lunedì, in ogni caso, dà priorità ai ballottaggi. L'ala ulivista chiede invece un maggiore impegno perchè il referendum passi. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e l'ex ministro delle Riforme Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l'altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al "Mattarellum". Lega. Contrarissima a un referendum dall'esito fortemente bipartitico, la Lega ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l'opzione dell'astensione, mentre il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c'è anche questa possibilità di scelta. Idv. Inizialmente favorevole al referendum, il partito di Antonio Di Pietro dallo scorso maggio si è schierato apertamente contro la legge che uscirebbe in caso di vittoria del sì. L'indicazione dell'Idv è di andare a votare ed esprimersi per il no. Udc. Il partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l'astensione con l'obiettivo di far mancare il quorum. La sua tesi è che l'attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì. Radicali. Forza referendaria per eccellenza, i Radicali, contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì, hanno formato un comitato per il "no": andranno dunque a votare ma metteranno la crocetta sul "no". Sinistra. Tutta la sinistra, dal Prc al Pdci a Sinistra e Libertà è schierata per lastensione. Destra. Anche la Destra è per l'astensione e propone come modello alternativo a quello dell'attuale legge elettorale quello del "sindaco d'Italia". Mpa. Stessa linea anche per il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo che ha dato indicazione ai propri elettori di astenersi o, nel caso di concomitanza con i ballottaggi, di non ritirare le schede dei referendum. Per i referendum si voterà, dunque, domenica e lunedì. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge. Gli elettori possono scegliere anche per l'astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile. Si voterà domenica 21 tra le 8 e le 22 e lunedì tra le 7 e le 15. Gli italiani chiamati a votare sono 47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni di eletti all'estero.

Torna all'inizio


le acli sul referendum: votare sì per una nuova legge elettorale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Messaggero Veneto, Il" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina 2 - Pordenone Le Acli sul referendum: «Votare sì per una nuova legge elettorale» L'appello «Votare sì per impegnare il parlamento per una nuova legge elettorale». Prendono posizione le Acli del Friuli Venezia Giulia sulla consultazione referendaria del prossimo fine settimana. Il primo e il secondo quesito hanno lo stesso obiettivo: eliminare la possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste. In tal modo il premio di maggioranza potrebbe essere attribuito solamente alla lista che ha ottenuto il maggior numero di consensi. «In tal modo si va nella direzione di rafforzare la struttura bipolare del nostro sistema, con il rischio, però, di scivolare nel bipartitismo verso il quale confermiamo la nostra contrarietà». Il terzo quesito è «per noi il più importante, perché interviene sulle modalità di presentazione delle candidature, eliminando le cosiddette candidature multiple, che permettono ai candidati più noti di presentarsi in tutte le circoscrizioni, consentendo loro successivamente di optare per l'una o per l'altra a seconda di equilibri partitici che non riguardano il rapporto con gli elettori». Questo quesito mira «in maniera chiara alla reintroduzione del sistema uninominale, che garantisce il rispetto della volontà dell'elettore nella scelta degli eletti». I tre quesiti referendari, in particolare «i primi due, non vanno comunque nella direzione di una vera riforma elettorale che ripristini il rapporto di responsabilità e fiducia tra eletti ed elettori. Ciononostante siamo convinti che la scelta del sì, soprattutto al terzo quesito, permanga il modo più efficace per sollecitare il Parlamento a legiferare in materia». Le Acli, insomma, invitano «a votare sì per impegnare il parlamento» a redigere una nuova legge elettorale.

Torna all'inizio


ELEZIONI: VIGILIA DI REFERENDUM, COMUNI E PROVINCE AL BALLOTTAGGIO. (sezione: Riforma elettorale)

( da "Asca" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

ELEZIONI: VIGILIA DI REFERENDUM, COMUNI E PROVINCE AL BALLOTTAGGIO (ASCA) - Roma, 18 giu - Si torna alle urne il 21 e 22 giugno per il referendum sulla legge elettorale e in molti Comuni e Province per i ballottaggi tra i due candidati piu' votati nel primo turno elettorale di quindici giorni fa. I quesiti referendari sono tre e all'elettore verranno consegnate tre schede diverse. Il primo interrogativo propone di abolire le ''candidature multiple'': la possibilita' che un candidato si candidi in piu' circoscrizioni e poi opti per quella che piu' gli aggrada in base alla logica dei subentri. Il secondo e il terzo quesito - che sono identici ma si riferiscono alle due Aule del Parlamento - puntano a cambiare il meccanismo di elezione di Camera e Senato. Se vincessero i ''si''', il premio di maggioranza in grado di garantire la governabilita', attribuito attualmente alle coalizioni, andrebbe al partito o alla lista che abbia ottenuto la maggiorana relativa dei voti. Mentre Giovanni Guzzetta e Mario Segni, che presiedono il Comitato referendario, esaltano la legge elettorale che uscirebbe dalle urne in caso di vittoria dei ''si''' in quanto accentuerebbe il bipartitismo, il Pd - favorevole ai referendum - si limita a dire che i ''si''' sarebbero una spinta per riformare la legge elettorale in vigore. Silvio Berlusconi e il Pdl sono favorevoli al referendum, anche se il premier - in ossequio all'alleanza con la Lega, decisamente contraria al buon esito referendario e schierata per l'astensione - ha sostenuto nei giorni scorsi che ''non e' opportuno insistere'', anche se lui ha deciso che andra' a votare. Favorevoli a disertare le urne e a riaprire il confronto parlamentare sulla riforma elettorale sono l'Udc di Pier Ferdinando Casini e l'Idv di Antonio Di Pietro, come i partiti della sinistra: Prc, Sinistra e liberta'. Per l'astensione pure i radicali di Emma Bonino. Se la vigilia del referendum fa prevedere il non raggiungimento del quorum (50,1% degli aventi diritto al voto), incerta e interessante politicamente si presenta la situazione dei ballottaggi nei Comuni e nelle Province. Pdl e centrodestra confermeranno la propria supremazia su Pd e centrosinistra? Entrambi gli schieramenti sono inoltre chiamati a verificare le proprie alleanze. I candidati del Pd sono appoggiati quasi dappertutto dalla sinistra e dall'Idv. L'Udc ha scelto situazione per situazione. I comuni capoluogo di provincia in cui si andra' al ballottaggio sono: Cremona, Padova, Bologna, Ferrara, Forli', Firenze, Prato, Terni, Ascoli Piceno, Avellino, Brindisi, Foggia, Bari e Caltanissetta. Le province sono: Alessandria, Torino, Milano, Belluno, Rovigo, Venezia, Savona, Ferrara, Parma, Rimini, Arezzo, Grosseto, Prato, Ascoli Piceno, Fermo, Frosinone, Rieti, Brindisi, Lecce, Taranto. Secondo i dati ufficiali del Viminale, sono 13 milioni e 724 mila gli italiani chiamati al voto per i ballottaggi delle provinciali e delle comunali. Le operazioni di voto per l'elezione dei presidenti di 22 Province e dei sindaci di 99 Comuni si svolgeranno dalle 8 alle 22 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedi'. A Torino la sfida e' tra il presidente uscente Antonio Saitta (Pd) e Claudia Porchietto, sostenuta da dieci liste di centrodestra, tra le quali il Pdl, la Lega, l'Mpa e la Destra. Saitta ha il 44,3%, Porchietto il 41.5%. A Milano si va al ballottaggio tra Filippo Penati (Pd), presidente uscente della Provincia, che ha ottenuto il 38,8% e Guido Podesta', 48, 8%, sostenuto da Pdl, Lega, Dc, Nuovo Psi. Qui l'Udc, ago della bilancia in molte situazioni, aveva deciso di lasciare liberta' di voto ai suoi elettori ma ieri Luca Ruffino, segretario cittadino del partito, ha dichiarato di appoggiare Podesta'. Da Roma, l'Udc ha deciso di commissariale la sede milanese del partito. A Venezia rischia la non riconferma il presidente uscente Davide Zoggia (Pd), 41,9%, al primo turno, mentre parte avvantaggiata Francesca Zaccariotto (sostenuta da Pdl e Lega) con il 48.4%. Di particolare interesse il ballottaggio a Rimini, dove il centrodestra cerca una storica conquista della Provincia con Marco Lombardi (42, 5%) che si contrappone a Stefano Vitali (centrosinistra). A Lecce cerca la riconferma il centrodestra con Antonio Maria Gabellone, 41,3%, che si oppone a Loredana Capone, centrosinistra, 36,7% al primo turno. Buone possibilita' a Cosenza per Gerardo Mario Oliverio, centrosinistra, che parte dal 46,9% contro il 37,2% del suo avversario di centrodestra Giuseppe Gentile. Sulle comunali, occhi puntati su Firenze. Il Pdl conta su Giovanni Galli, ex portiere della nazionale di calcio, per conquistare una tradizionale roccaforte del Pd: ha ottenuto il 32%. La novita' del centrosinistra e' il trentenne Matteo Renzi, Pd, presidente in carica della Provincia, che parte dal 47,6% ma e' inviso alla sinistra radicale che potrebbe non sostenerlo nel ballottaggio. In suo soccorso potrebbe arrivare l'elettorato dell'Udc. A Bologna dovrebbe essere scontata la vittoria di Flavio Delbono che parte da 49,4% ed e' nettamente in vantaggio rispetto ad Alfredo Cazzola, Pdl, che ha ottenuto il 29,1% nel primo turno ma ora ha il sostegno di tutto il centrodestra (Giorgio Guazzaloca, 12% al primo turno con una lista civica, ha deciso di appoggiare Cazzola). Sfida interessante e sul filo di lana a Padova tra Fabio Zanonato, Pd, sindaco uscente, e Marco Marin, centrodestra. Il primo parte dal 45,7%, il secondo dal 44,9%. Il centrosinistra cerca la conferma a Prato con Silvano Carlesi (47,5%) che se la deve vedere con il candidato di centrodestra Giacomo Bugaro (33,7%). Il Pdl, diventato primo partito nelle Marche surclassando il Pd, cerca il colpaccio ad Ancona con Giacomo Bulgaro, sostenuto anche dalla Lega, che parte dal 33,8%. Pd e parte del centrosinistra puntano su Fiorello Gramillano, preside di un liceo della citta', che ha ottenuto il 40,9%. A Bari rischia il sindaco uscente Michele Emiliano, Pd, che al primo turno si e' fermato al 49,1%. In questi quindici giorni ha conquistato l'appoggio dell'Udc ma ha perso quello di Vincenzo Divella, industriale della pasta, presidente uscente della Provincia. Tutto il centrodestra e' compatto sul nome di Simeone di Cagno Abbrescia, Pdl, che parte dal 46,5%. Ieri Berlusconi, criticando l'atteggiamento di Casini, ha definito l'Udc come ''l'Unione delle clientele''. Immediata la replica dell'ex presidente della Camera: ''Berlusconi, nel suo delirio di onnipotenza, offende l'Udc che ha avuto la dignita' di dire no ai suoi diktat'', All'insegna della tregua i rapporti tra Lega e Pdl in Veneto: i due partiti, dopo aver conquistato la Provincia di Padova, vogliono vincere nelle Province di Venezia, Rovigo, Belluno e al Comune di Padova. Gar/cam/alf

Torna all'inizio


ELEZIONI: VIGILIA DI REFERENDUM, COMUNI E PROVINCE AL (sezione: Riforma elettorale)

( da "Virgilio Notizie" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Si torna alle urne il 21 e 22 giugno per il referendum sulla legge elettorale e in molti Comuni e Province per i ballottaggi tra i due candidati piu' votati nel primo turno elettorale di quindici giorni fa. I quesiti referendari sono tre e all'elettore verranno consegnate tre schede diverse. Il primo interrogativo propone di abolire le ''candidature multiple'': la possibilita' che un candidato si candidi in piu' circoscrizioni e poi opti per quella che piu' gli aggrada in base alla logica dei subentri. Il secondo e il terzo quesito - che sono identici ma si riferiscono alle due Aule del Parlamento - puntano a cambiare il meccanismo di elezione di Camera e Senato. Se vincessero i ''si''', il premio di maggioranza in grado di garantire la governabilita', attribuito attualmente alle coalizioni, andrebbe al partito o alla lista che abbia ottenuto la maggiorana relativa dei voti. Mentre Giovanni Guzzetta e Mario Segni, che presiedono il Comitato referendario, esaltano la legge elettorale che uscirebbe dalle urne in caso di vittoria dei ''si''' in quanto accentuerebbe il bipartitismo, il Pd - favorevole ai referendum - si limita a dire che i ''si''' sarebbero una spinta per riformare la legge elettorale in vigore. Silvio Berlusconi e il Pdl sono favorevoli al referendum, anche se il premier - in ossequio all'alleanza con la Lega, decisamente contraria al buon esito referendario e schierata per l'astensione - ha sostenuto nei giorni scorsi che ''non e' opportuno insistere'', anche se lui ha deciso che andra' a votare. Favorevoli a disertare le urne e a riaprire il confronto parlamentare sulla riforma elettorale sono l'Udc di Pier Ferdinando Casini e l'Idv di Antonio Di Pietro, come i partiti della sinistra: Prc, Sinistra e liberta'. Per l'astensione pure i radicali di Emma Bonino. Se la vigilia del referendum fa prevedere il non raggiungimento del quorum (50,1% degli aventi diritto al voto), incerta e interessante politicamente si presenta la situazione dei ballottaggi nei Comuni e nelle Province. Pdl e centrodestra confermeranno la propria supremazia su Pd e centrosinistra? Entrambi gli schieramenti sono inoltre chiamati a verificare le proprie alleanze. I candidati del Pd sono appoggiati quasi dappertutto dalla sinistra e dall'Idv. L'Udc ha scelto situazione per situazione. I comuni capoluogo di provincia in cui si andra' al ballottaggio sono: Cremona, Padova, Bologna, Ferrara, Forli', Firenze, Prato, Terni, Ascoli Piceno, Avellino, Brindisi, Foggia, Bari e Caltanissetta. Le province sono: Alessandria, Torino, Milano, Belluno, Rovigo, Venezia, Savona, Ferrara, Parma, Rimini, Arezzo, Grosseto, Prato, Ascoli Piceno, Fermo, Frosinone, Rieti, Brindisi, Lecce, Taranto. Secondo i dati ufficiali del Viminale, sono 13 milioni e 724 mila gli italiani chiamati al voto per i ballottaggi delle provinciali e delle comunali. Le operazioni di voto per l'elezione dei presidenti di 22 Province e dei sindaci di 99 Comuni si svolgeranno dalle 8 alle 22 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedi'. A Torino la sfida e' tra il presidente uscente Antonio Saitta (Pd) e Claudia Porchietto, sostenuta da dieci liste di centrodestra, tra le quali il Pdl, la Lega, l'Mpa e la Destra. Saitta ha il 44,3%, Porchietto il 41.5%. A Milano si va al ballottaggio tra Filippo Penati (Pd), presidente uscente della Provincia, che ha ottenuto il 38,8% e Guido Podesta', 48, 8%, sostenuto da Pdl, Lega, Dc, Nuovo Psi. Qui l'Udc, ago della bilancia in molte situazioni, aveva deciso di lasciare liberta' di voto ai suoi elettori ma ieri Luca Ruffino, segretario cittadino del partito, ha dichiarato di appoggiare Podesta'. Da Roma, l'Udc ha deciso di commissariale la sede milanese del partito. A Venezia rischia la non riconferma il presidente uscente Davide Zoggia (Pd), 41,9%, al primo turno, mentre parte avvantaggiata Francesca Zaccariotto (sostenuta da Pdl e Lega) con il 48.4%. Di particolare interesse il ballottaggio a Rimini, dove il centrodestra cerca una storica conquista della Provincia con Marco Lombardi (42, 5%) che si contrappone a Stefano Vitali (centrosinistra). A Lecce cerca la riconferma il centrodestra con Antonio Maria Gabellone, 41,3%, che si oppone a Loredana Capone, centrosinistra, 36,7% al primo turno. Buone possibilita' a Cosenza per Gerardo Mario Oliverio, centrosinistra, che parte dal 46,9% contro il 37,2% del suo avversario di centrodestra Giuseppe Gentile. Sulle comunali, occhi puntati su Firenze. Il Pdl conta su Giovanni Galli, ex portiere della nazionale di calcio, per conquistare una tradizionale roccaforte del Pd: ha ottenuto il 32%. La novita' del centrosinistra e' il trentenne Matteo Renzi, Pd, presidente in carica della Provincia, che parte dal 47,6% ma e' inviso alla sinistra radicale che potrebbe non sostenerlo nel ballottaggio. In suo soccorso potrebbe arrivare l'elettorato dell'Udc. A Bologna dovrebbe essere scontata la vittoria di Flavio Delbono che parte da 49,4% ed e' nettamente in vantaggio rispetto ad Alfredo Cazzola, Pdl, che ha ottenuto il 29,1% nel primo turno ma ora ha il sostegno di tutto il centrodestra (Giorgio Guazzaloca, 12% al primo turno con una lista civica, ha deciso di appoggiare Cazzola). Sfida interessante e sul filo di lana a Padova tra Fabio Zanonato, Pd, sindaco uscente, e Marco Marin, centrodestra. Il primo parte dal 45,7%, il secondo dal 44,9%. Il centrosinistra cerca la conferma a Prato con Silvano Carlesi (47,5%) che se la deve vedere con il candidato di centrodestra Giacomo Bugaro (33,7%). Il Pdl, diventato primo partito nelle Marche surclassando il Pd, cerca il colpaccio ad Ancona con Giacomo Bulgaro, sostenuto anche dalla Lega, che parte dal 33,8%. Pd e parte del centrosinistra puntano su Fiorello Gramillano, preside di un liceo della citta', che ha ottenuto il 40,9%. A Bari rischia il sindaco uscente Michele Emiliano, Pd, che al primo turno si e' fermato al 49,1%. In questi quindici giorni ha conquistato l'appoggio dell'Udc ma ha perso quello di Vincenzo Divella, industriale della pasta, presidente uscente della Provincia. Tutto il centrodestra e' compatto sul nome di Simeone di Cagno Abbrescia, Pdl, che parte dal 46,5%. Ieri Berlusconi, criticando l'atteggiamento di Casini, ha definito l'Udc come ''l'Unione delle clientele''. Immediata la replica dell'ex presidente della Camera: ''Berlusconi, nel suo delirio di onnipotenza, offende l'Udc che ha avuto la dignita' di dire no ai suoi diktat'', All'insegna della tregua i rapporti tra Lega e Pdl in Veneto: i due partiti, dopo aver conquistato la Provincia di Padova, vogliono vincere nelle Province di Venezia, Rovigo, Belluno e al Comune di Padova.

Torna all'inizio


Savona: Rifondazione, referendum sulla legge elettorale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Savona news" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Savona: Rifondazione, referendum sulla legge elettorale Riceviamo e pubblichiamo la mail inviataci dal segretario del Segretario provinciale Rifondazione Comunista Marco Ravera in merito ai referendum sull'attuale legge elettorale: "In queste ore che ci separano dal ballottaggio, sui cui il mio partito ha già dato un'indicazione di voto, vorrei soffermarmi brevemente sulle altre schede che verranno consegnate al seggio: quelle dei referendum che andrebbero a modificare l'attuale legge elettorale. L'attuale legge ha espropriato gli elettori di ogni residua possibilità di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento, conferendo a una ristrettissima oligarchia di persone (i capi dei partiti politici) il potere di determinare al 100% la composizione delle Assemblee legislative. Di conseguenza tutti i "rappresentanti del popolo" sono stati nominati, da oligarchie di partito, svincolate da ogni controllo popolare. Non solo attraverso l'introduzione di soglie di sbarramento irragionevoli, il "porcellum", così come è stata definita l'attuale legge, ha soffocato il pluralismo, espellendo le minoranze, non coalizzate dal Parlamento. I referendum prposti, tuttavia, non correggono nessuno dei difetti della legge elettorale ma, al contrario, li aggrava, esaltandone le conseguenze negative. Il referendum propone sostanzialmente due modifiche della vigente legge elettorale: a) attribuisce il premio di maggioranza alla lista, che abbia ottenuto anche un solo voto in più delle altre liste concorrenti, abrogando la possibilità che il premio venga attribuito ad una coalizione di partiti; b) determina il raddoppio delle soglie di sbarramento confermando per tutti la soglia del 4% alla Camera dei Deputati e dell'8% al Senato (che la legge20attuale impone soltanto ai partiti non coalizzati). In questo modo si realizzerebbe una sorta di "dittatura della minoranza", in quanto un solo partito, senza avere il consenso della maggioranza del popolo italiano, avrebbe nelle sue mani il controllo del Governo e la possibilità di eleggere – da solo – il Presidente della Repubblica e di modificare la Costituzione. Per questo diciamo No al referendum elettorale, invitando i nostri elettori e simpatizzanti a rifiutare le schede. Il referendum deve fallire per impedire la cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e".

Torna all'inizio


Le Acli bolognesi votano si al Referendum per spronare il Parlamento (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sestopotere.com" del 18-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Le Acli bolognesi votano si al Referendum per spronare il Parlamento (18/6/2009 17:10) | (Sesto Potere) - Bologna - 18 giugno 2009 -Il referendum per cui saremo chiamati a votare il 21 giugno comprende tre quesiti che mirano ad abrogare in parte l’attuale legge elettorale per le elezioni politiche. Come noto, quando l’oggetto del referendum è una legge elettorale, la Corte Costituzionale stabilisce che il quesito referendario non possa prevedere l’abrogazione per intero della legge poiché è necessario garantire sempre il rinnovo delle assemblee elettive. Il primo e il secondo quesito hanno la stessa struttura e lo stesso obiettivo: eliminare la possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste. In tal modo il premio di maggioranza potrebbe essere attribuito solamente alla lista che ha ottenuto il maggior numero di consensi. Nel caso della Camera (primo quesito) si avrebbe un premio consistente in 340 seggi, con una soglia di sbarramento di fatto del 4% per tutti, per il Senato (secondo) il 55% dei seggi in palio in ciascuna regione, con una soglia dell’8%. In tal modo si va nella direzione di rafforzare la struttura bipolare del nostro sistema, con il rischio, però, di scivolare nel bipartitismo verso il quale confermiamo la nostra contrarietà. Il terzo quesito è sicuramente per noi il più importante, perché interviene sulle modalità di presentazione delle candidature, eliminando le cosiddette candidature multiple, che permettono ai candidati più noti di presentarsi in tutte le circoscrizioni, consentendo loro successivamente di optare per l'una o per l'altra a seconda di equilibri partitici che non riguardano il rapporto con gli elettori. Nel 2008 121 deputati sono entrati alla Camera grazie a questo sistema. Questo quesito mira in maniera chiara alla reintroduzione del sistema uninominale, che garantisce il rispetto della volontà dell'elettore nella scelta degli eletti. I tre quesiti referendari, in particolare i primi due, non vanno comunque nella direzione di una vera riforma elettorale che ripristini il rapporto di responsabilità e fiducia tra eletti ed elettori. Ciononostante siamo convinti che la scelta del sì, soprattutto al terzo quesito, permanga il modo più efficace per sollecitare il Parlamento a legiferare in materia. Le Acli, come noto, fin dall’inizio sono state tra i promotori del referendum; storicamente non hanno mai fatto mancare il loro appoggio e sostegno ad iniziative di questo tipo che mirassero a rendere più stretto il rapporto tra eletti e cittadini. Le Acli ribadiscono la convinzione che le spinse ad aderire al comitato nazionale dei promotori: la necessità di dotarsi di una nuova legge elettorale adeguata al tempo di oggi, che valorizzi il voto dell’elettore e la responsabilità dell’eletto in rapporto al territorio, esaltandola come parametro di una democrazia autenticamente compiuta. Questa strategia si potrebbe riassumere con uno slogan: votare sì, per impegnare il Parlamento per una nuova legge elettorale. Con questo slogan intendiamo confermare la scelta di allora sottolineando, al di là dell’esito del referendum, l’urgenza di lavorare per una nuova legge elettorale che, per le Acli, costituisce un obiettivo prioritario, in quanto restituisce al Parlamento e alla democrazia rappresentativa il ruolo centrale nel processo delle riforme istituzionali. E’ il Parlamento, infatti, il luogo che meglio garantisce il più ampio confronto delle culture politiche presenti nella società e nel Paese. Approvare una nuova legge elettorale capace di riallacciare il circuito della rappresentanza con quello del territorio, valorizzando il voto dei cittadini rispetto all’assunzione di chiare responsabilità degli eletti, ritornando a dare un senso agli art. 48 e 49 della nostra Costituzione, è l’obiettivo che le Acli porranno al Parlamento ed alle forze politiche e sociali sin dal giorno successivo ai risultati referendari. Acli provinciali di Bologna

Torna all'inizio


Referendum 4 Dietrofront dell'Idv (sezione: Riforma elettorale)

( da "City" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Referendum 4 Dietrofront dell'Idv Antonio Di Pietro e l'Italia dei Valori furono fra i promotori dei quesiti referendari per la riforma elettorale. Oggi hanno cambiato idea e, sebbene non rinneghino il sì al referendum, non lo sostengono: perché, temono, da una nuova legge elettorale potrebbero uscire rafforzati Pd e Pdl, a scapito dei piccoli partiti. 19 giugno 2009

Torna all'inizio


I referendari su Bossi: va al mare quando si parla di democrazia (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale di Brescia" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Edizione: 19/06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Italia alle urne Domenica e lunedì I referendari su Bossi: va al mare quando si parla di democrazia A tre giorni dal referendum scontro tra i comitati e la Lega. Segni: «Serve un sì contro la casta» Calderoli: «Prima la riforma della Costituzione, poi metteremo mano alla legge elettorale» ROMAA tre giorni dal referendum sulla legge elettorale il comitato promotore gioca la carta della «casta». I cittadini che vogliono esprimere il proprio dissenso nei confronti della partitocrazia, dicono il presidente e il coordinatore, Giovanni Guzzetta e Mario Segni, non vadano al mare ma si schierino per il sì. Dall'altro lato in una partita che ormai si è ristretta a due giocatori, la Lega Nord e i referendari, a prendere posizione è ancora una volta uno dei «colonnelli» del Carroccio: Roberto Calderoli. Una nuova legge elettorale, dice il ministro della Semplificazione, in questo momento non è la priorità, serve prima agire sulla riforma del bicameralismo perfetto. Pd e Pdl al voto in ordine sparso E intanto nei due partiti maggiori si moltiplicano le prese di posizione singole. Il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, ad esempio, che fa parte del comitato promotore, andrà a votare e dirà tre sì, compreso quello al terzo quesito che blocca la possibilità di candidature multiple. Così farà il deputato «teodem» del Pd Luigi Bobba, anche lui tra i promotori del referendum. «Ai tre quesiti referendari bisogna votare Sì, affinché il Parlamento si decida finalmente a cambiare una pessima legge elettorale, normalmente conosciuta come "porcellum". Pur essendo uno "strumento rozzo", il Sì - secondo il deputato del Pd - obbligherebbe il Parlamento a rivedere la pessima legge elettorale attualmente in vigore e restituire così lo scettro al "principe", cioè agli elettori». Guzzetta e Segni non fanno previsioni ma si dicono comunque ottimisti. «Sono scaramantico e dunque di previsioni non ne faccio - dice il primo - ma gli italiani ci hanno spesso sorpreso. Mi auguro che capiscano che non andare a votare non è fare un dispetto alla politica, è il contrario, è fargli un favore». Guzzetta ottimista In ogni caso Guzzetta si dice «ottimista» quantomeno perché dopo i richiami a una più adeguata informazione, non ultimo quello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «gli italiani stanno cominciando a conoscerlo» e chi sostiene l'astensione «è terrorizzato», chiaro riferimento al Carroccio. «Spero ai seggi non ci siano problemi al momento del voto - dice Guzzetta - ma nel momento in cui un ministro dell'Interno dal palco di un comizio intimidisce i presidenti non lo si può escludere». Guzzetta poi attacca direttamente Bossi: «Un campione di questo comportamento è Bossi, lo stesso che nel '91, quando ci furono i referendum per il maggioritario, invitava ad andare al mare. Gli andò male quella volta, e penso che gli andrà male anche stavolta. Ogni volta che si tratta di democrazia Bossi va al mare». Insomma, aggiunge Segni, «la vittoria del sì sarebbe una bomba sullo strapotere della casta dei partiti, sarebbe un cosa enorme». Se lo capiamo e andiamo tutti a votare, il 22 ci saremo liberati di uno dei peggiori regali che ci ha fatto la partitocrazia, quella legge che il suo autore, il ministro Calderoli, ha definito una porcata». Rispondendo poi alla domanda perché tra i quesiti referendari non c'è quello sull'abolizione delle liste bloccate, Segni ha risposto: «Perché non è possibile farlo per referendum. Ma a quelli che dicono non andate a votare perché tanto la riforma la facciamo in Parlamento, io dico state attenti: non hanno fatto nulla in tre anni e mezzo, non faranno nulla mai se non passa. Noi non la possiamo cancellare tutta ma la demoliamo, gli diamo delle enormi picconate. Se vince il sì sarà bocciata la legge». Riforma elettorale non è urgente Non è d'accordo Calderoli secondo il quale il referendum porta con sé il rischio di mettere in mano a un unico partito la maggioranza parlamentare che potrebbe addirittura servire a cambiare unilateralmente la Costituzione. Oltretutto, dice il ministro leghista, una nuova legge elettorale «non è urgente». La riforma, è il ragionamento, ci sarà a tempo debito dopo la modifica del bicameralismo perfetto che, con la creazione di un Senato Federale, avrà come diretta conseguenza quella della necessità di modifica del sistema di voto. Oggi, ha spiegato Calderoli, c'è una «volontà dichiarata di tutte le forze politiche di modificare la Costituzione per poter garantire al governo di poter governare, ridurre la dimensione del Parlamento, creare il Senato federale e dare maggiore forza, sotto l'aspetto del controllo, al Parlamento stesso». In vista di questi cambiamenti, «prima è necessario fare la riforma della Costituzione e subito dopo la legge elettorale», ha sottolineato Calderoli, «perché non avrebbe senso andare a fare una legge elettorale che garantisce una maggioranza con un premio o i vari sistemi che servono per raggiungerla se poi dopo il Senato cambia completamente la sua natura».

Torna all'inizio


(sezione: Riforma elettorale)

( da "Eco di Bergamo, L'>" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge , Esempi esteri

«Ma resta l'urgenza di una riforma vera» --> Il costituzionalista Lombardi: troppe leggi di parte «Se vince il sì effetto semplificazione della politica» Venerdì 19 Giugno 2009 GENERALI, pagina 5 e-mail print Costituzionalista emerito dell'Università di Torino, Giorgio Lombardi, sulla vicenda referendaria non ha dubbi: «Se alla fine dovessero prevalere i "sì" - dichiara in quest'intervista - la politica italiana, almeno in prospettiva, potrebbe andare incontro ad un processo di compattamento dei consensi attorno ai due maggiori partiti attuali: il Pdl e il Pd. Ma il referendum fallisce subito se non raggiunge il quorum necessario e, in ogni caso, sullo sfondo resta un nodo, storico e politico, irrisolto: tutte le riforme elettorali fatte nel nostro Paese sono apparse come delle scommesse mentre un vero sistema di voto deve solo consentire una buona elezione e non un vantaggio per qualcuno. Forse guardare al sistema elettorale britannico o tedesco, almeno per quanto riguarda la soglia di sbarramento, può tornare utile anche in questo frangente». Riforma dell'elezione di deputati e senatori e nuove soglie di sbarramento: cosa cambierebbe se dovessero vincere i «sì»? O bisogna premettere qualcosa? «Prima di tutto, se si raggiunge il quorum, credo che vinceranno i "sì". Se non lo si raggiunge, il referendum fallisce. Il voto "no" significa non raggiungere la soglia necessaria ma qualora il quorum fosse centrato, una maggioranza dei "sì" appare prevedibile». Ragioniamo su questa seconda ipotesi... «Non solo adesso ma anche in prospettiva la vittoria dei referendari favorirebbe la presenza privilegiata di due partiti sufficientemente omogenei. Guardando ai numeri, queste due forze politiche sarebbero il Pdl e il Pd. Gli altri verrebbero confinati nel loro spazio. Il premio di maggioranza lo prenderebbe il partito uscito con più forza dalle urne. Il che, sotto un certo profilo, può probabilmente favorire il compattamento dei partiti». In che modo? «Il partito che si divide sarebbe condannato a perdere, quello che si manifesta più coeso, invece, appare favorito per la vittoria finale. È un'ipotesi, questa, che ci richiama molto il modello britannico dove il Partito liberale ha il 15-16% dei consensi ma è come non esistesse, a tutto vantaggio di laburisti e conservatori». Il referendum, sempre nel caso di un successo dei «sì», innalzerebbe le soglie di sbarramento: le liste, per avere una rappresentanza parlamentare, dovrebbero ottenere il 4% alla Camera e l'8% al Senato... «Io non faccio uno scandalo su queste soglie. In Germania la questione è stata posta e riposta, ma rimane la soglia del 5%. E in modo più implicito, questo "tetto" resta in vigore anche in Spagna, grazie ai piccoli collegi elettorali, e in Gran Bretagna con il sistema maggioritario a collegio uninominale. Se dovessi proprio esprimermi, direi che lo sbarramento del 4% alla Camera andrebbe alzato di più perché si corre il rischio di introdurre degli sbarramenti ridicoli». Con la scheda verde si propone, invece, di abrogare la possibilità che una stessa persona possa candidarsi in più collegi contemporaneamente. Una questione al centro di polemiche oramai storiche. O no? «È vero, e se al referendum vincessero i "sì" vuol dire che un candidato sceglie il suo collegio e lì rimane. In fondo è anche un atto di rispetto verso gli elettori perché, secondo me, quando uno si presenta in più circoscrizioni naturalmente gli elettori lo votano di più in quanto è il candidato che da un po' il là a tutto. Poi comincia il gioco degli spostamenti e l'elettore che aveva votato per uno si trova in Parlamento il secondo o il terzo eletto della lista. Ma c'è ancora qualcosa che vale la pena di sottolineare». Che cosa? «Da studioso ho specificato quali sarebbero le conseguenze di un certo esito della consultazione, ma non ho espresso una preferenza. Questo perché tutti i sistemi elettorali, a mio parere, sono delle scommesse. Una vero sistema di voto è quello costruito non per arrecare vantaggi a qualcuno ma per consentire una buona elezione. Se si guarda bene, tutte le nostre riforme elettorali sono state fatte per tirare l'acqua al mulino di qualcuno». Daniele Vaninetti 19/06/2009 nascosto-->

Torna all'inizio


SI PARLA tanto di riforma elettorale, ma ogni partito tira l'acqua al suo... (sezione: Riforma elettorale)

( da "Resto del Carlino, Il (Bologna)" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

LETTERE E COMMENTI pag. 32 SI PARLA tanto di riforma elettorale, ma ogni partito tira l'acqua al suo... SI PARLA tanto di riforma elettorale, ma ogni partito tira l'acqua al suo mulino ed anche le modifiche proposte dal referendum, che danno il premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti, non convince più molti. Ma, soprattutto, bisogna snellire e semplificare gli adempimenti ai seggi elettorali. Da anni presidenti e segretari debbono districarsi fra montagne di registri, buste varie, per non parlare dei casi di validità di schede e contestazioni che mettono a dura prova anche i più esperti legali. Il caso delle recenti elezioni, in cui erano ammessi anche i voti disgiunti, con la presenza di una moltitudine di liste e centinaia di preferenze, rende evidente la necessità di studiare qualcosa per snellire ed unificare i tanti registri da compilare. Il caso di Bari dove ci sono stati tafferugli ed alcuni presidenti hanno perso il controllo della situazione, mentre altrove lo spoglio è durato fino a notte fonda, indica che c'è necessità che la riforma elettorale studi sistemi di voto semplici e che le incombenze burocratiche per i componenti dei seggi, siano drasticamente ridotte. Vittorio Boari, Bologna

Torna all'inizio


Carlini e Sdi: referendum, non votare (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere Alto Adige" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Corriere dell'Alto Adige sezione: PRIMA data: 19/06/2009 - pag: 1 Riforma elettorale TRA DUE GIORNI ALLE URNE Carlini e Sdi: referendum, non votare BOLZANO «Se passa questa riforma la democrazia è a rischio». A far sentire la propria voce alla vigilia del referendum sono Comunisti e Sdi, che quindi invitano a non andare a votare. Nella Volkspartei si registrano ancora timori per la propria rappresentanza in Parlamento: «Votare no». A PAGINA 10

Torna all'inizio


ELEZIONI. Quello che c'è da sapere sui referendum, di S. Brusco (sezione: Riforma elettorale)

( da "HelpConsumatori" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

News ELEZIONI. Quello che c'è da sapere sui referendum, di S. Brusco 19/06/2009 - 09:34 Pubblichiamo un articolo apparso su www.lavoce.info a firma di Sandro Brusco che analizza le ragioni del referendum a pochi giorni dal voto (ricordiamo che le urne saranno aperte l'intera giornata di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì). I quesiti referendari sono tre; perché il referendum sia valido deve votare il 50% più 1 degli aventi diritto; gli elettori non devono esprimersi necessariamente su tutti e tre i quesiti. A pochi giorni dal voto, la cortina di silenzio sui referendum è sempre fitta. E tra i non molti italiani che sanno della loro esistenza, regna la confusione sulle conseguenze che potrebbero produrre. Cerchiamo di fare un po' di chiarezza. Il primo e secondo quesito aboliscono la possibilità di formare coalizioni per ottenere il premio di maggioranza. Ma un eventuale successo non cambierebbe di molto le cose rispetto alla legge elettorale attuale. Il terzo impedisce ai leader di presentarsi in più circoscrizioni. Un meccanismo indifendibile, ma praticato da tutti i partiti. A pochi giorni dal voto, molti italiani non sanno nemmeno che domenica e lunedìprossimi si terranno tre referendum elettorali. Anche tra quanti sono coscienti della loro esistenza, sembra esserci notevole confusione sui risultati pratici che avranno. Cerchiamo quindi di fare un po' di chiarezza. I referendum elettorali sono tre. Il primo elimina la possibilità di formare coalizioni per conseguire il premio di maggioranza a livello nazionale per la Camera. Il secondo fa lo stesso per i premi di maggioranza regionali al Senato. Il terzo elimina la possibilità, usata principalmente dai capi-partito, di candidarsi contemporaneamente in più circoscrizioni. La poca attenzione finora prestata ai referendum si è incentrata sul primo e sul secondo. Voglio qui andare controcorrente, iniziando la discussione dal terzo. IL REFERENDUM SULLE CANDIDATURE MULTIPLE L'attuale sistema elettorale prevede liste chiuse, ossia gli eletti di un partito o coalizione vengono determinati dall'ordine in cui appaiono in lista. Dato che l'ordine è a sua volta determinato dai dirigenti del partito, questo fornisce loro un enorme potere. Tale potere sembrò però insufficiente agli estensori della legge elettorale. Dopotutto, alla fine, quanti deputati e senatori elegge un partito viene ancora determinato dal numero di voti ricevuti; anche se tutti hanno una idea approssimativa dei voti che un partito può prendere, sorprese negative o positive sono possibili. Ne segue che, almeno occasionalmente, il candidato designato può non essere eletto o il candidato non particolarmente desiderato può farcela. Come fare per rendere più ferreo il controllo dei capi-partito sugli eletti? La risposta è: candidature in più collegi. Questa possibilità, concessa dalla legge elettorale, viene normalmente sfruttata dai capi-partito per decidere ex post chi eleggere. Il succo del meccanismo è il seguente. Supponiamo che il partito X si aspetti di ottenere due seggi nel collegio 1 e due seggi nel collegio 2. A esser sicuri del risultato, basta mettere persone gradite ai capi-partito nei primi due posti della lista nel collegio 1 e nel collegio 2. Ma può accadere che ci siano sorprese, e in almeno un collegio i seggi siano tre, oppure uno. Si rischia in tal modo di ottenere l'elezione di qualcuno che non è stato unto dai capi-partito, o si rischia di far mancare la poltrona a qualcuno cui è stata promessa. È qui che entrano in gioco le candidature multiple. Sostanzialmente, si mette il capo del partito come capolista nei due collegi, e dietro un paio di nomi di fedelissimi. Supponiamo ora che nel collegio 1 il partito ottenga due seggi e nel collegio 2 ne ottenga tre. Senza candidature multiple c'è il rischio che il terzo seggio del collegio 2 finisca a qualcuno non designato dai vertici, a cui magari era stato promesso un posto marginale in lista, come contentino. Ma con le candidature multiple il problema scompare. Ora dietro al capolista, lo stesso nei due collegi, stanno due candidati controllati dall'oligarchia in ciascun collegio. Il capo-partito, una volta visti i risultati, opta per il collegio 2. Finiscono quindi eletti i numeri due e tre nel collegio 1 (i fidati messi dietro al capolista) e i numeri uno, due e tre nel collegio 2 (il capolista più i due fidati). Chiaramente, se invece è il collegio 1 quello che genera la sorpresa dando più seggi del previsto, il capolista opterà per quello. In sostanza solo enormi sorprese, con variazioni impreviste degli eletti in molti collegi allo stesso tempo, possono rovinare i piani dei capi-partito. In tutti gli altri casi una sapiente scelta ex post del collegio in cui essere eletti consentirà ai capi-partito di mantenere un ferreo controllo degli eletti. Il meccanismo è così indecente e spudorato che è difficile immaginare un qualunque argomento in sua difesa. Infatti, nessuno lo difende, o almeno io non ho visto un singolo articolo in sua difesa. Salvo poi non fare assolutamente nulla in Parlamento per eliminare la possibilità di candidature multiple e utilizzare puntualmente il meccanismo elezione dopo elezione. Al cittadino esterrefatto non resta che l'arma referendaria. E forse nemmeno quella, vista la cappa di silenzio che è stata imposta. I REFERENDUM SUI PREMI DI COALIZIONE I referendum sui premi di maggioranza aboliscono la possibilità di formare coalizioni per ottenere il premio di maggioranza. Se i referendum avranno successo, il premio di maggioranza nazionale per la Camera andrà alla singola lista che ottiene il maggior numero di voti, e i premi regionali per il Senato andranno alle liste che arrivano prime in ciascuna regione. È bene non illudersi troppo sugli effetti di tale cambiamento. L'obiettivo iniziale del comitato referendario era quello di stimolare il dibattito parlamentare sulla legge elettorale. Ma non si è mai abbastanza pessimisti quando si analizza la politica italiana. Una discussione sulla riforma elettorale avrebbe richiesto un minimo di lungimiranza e buon senso. Avrebbe inoltre richiesto di agire con calma e per tempo. Apparentemente questo è chiedere troppo; si è atteso fino all'ultimo momento (e anche un po' più in la: è stata necessaria una leggina per allungare i termini massimi entro cui andava indetto il referendum) per poi agitarsi scompostamente e secondo i propri ristrettissimi e ultra-miopi interessi di bottega. Detto questo, un po' di chiarezza sugli effetti dei referendum va fatta. Si è cercato di far passare l'idea che il referendum consegnerebbe l'Italia a Silvio Berlusconi, che renderebbe possibile governare anche con percentuali di consenso minime. Il ministro Calderoli ha addirittura detto che il risultato del referendum sarebbe di "assoluta dissonanza con la democrazia". Non accadrebbe nulla di tutto questo. Di fatto, purtroppo, accadrebbe troppo poco. Chiariamo anzitutto che anche con la legge attuale è perfettamente possibile che un partito con una quota elettorale ridotta ottenga il premio di maggioranza. Questa non è in alcun modo una novità del referendum. Chi afferma che la legge che uscirebbe dal referendum è antidemocratica sta quindi implicitamente dicendo che l'attuale legge è antidemocratica. Cosa succederebbe se passassero i referendum? Essenzialmente, anziché avere differenti simboli a supporto di un candidato presidente del Consiglio, come accade ora, i partiti dovranno accordarsi ex ante su un unico simbolo e una unica lista. Questo può avvenire mediante l'inclusione di diversi simboli in un unico cerchio o mediante un nuovo simbolo. Non sarebbe una pratica nuova nel panorama italiano, tutt'altro. Per esempio, nel 2006 i Ds e La Margherita si presentarono sotto il comune simbolo dell'Ulivo per la Camera, ma con simboli separati per il Senato. Tutto questo per dire che la distinzione tra "coalizione di liste elettorali" e "lista elettorale" è alla fine assai meno netta di quel che può apparire a prima vista, per l'elementare ragione che i partiti rivedono la propria strategia elettorale a seconda della legge. Se passa il referendum vedremo, al tempo stesso, meno liste elettorali e liste elettorali più eterogenee. Ma, alla fine, i cambiamenti saranno minimi. Per mettere concretamente i piedi nel piatto: se Berlusconi diventa sufficientemente forte da poter vincere senza la Lega, allora, anche con la legge attuale, può presentarsi da solo e guadagnare il premio di maggioranza. Da questo punto di vista, i referendum sono sostanzialmente ininfluenti. Può essere utile guardare ai numeri usciti dalle ultime elezioni politiche e dalle ultime Europee per avere un'idea più precisa di ciò che può succedere. Partito % Voti Camera 2008 Pdl 37,39 Lega 8,3 Pd+Radicali 33,17 Idv 4,37 Udc 5,62 Sinistra Arc. 3,08 Mpa 1,13 Partito % Voti Europee 2009 Pdl 35,27 Lega 10,20 Pd 26,13 Idv 8,00 Udc 6,52 Prc-Pdci 3,39 Sin. & Lib. 3,13 Radicali 2,43 Se il Pdl si fosse presentato da solo alle ultime politiche sarebbe stato battuto da un listone Pd-Radicali-Idv, ossia, la coalizione che si formò alle politiche del 2008. Lo stesso sarebbe successo se i numeri rilevanti fossero stati quelli delle ultime Europee: un listone Pd-Radicali-Idv avrebbe ottenuto il 36,56 per cento dei voti, contro il 35,27 per cento del Pdl. La sconfitta del Pdl sarebbe stata ancora più netta se alla coalizione Pd-Radicali-Idv si fossero aggiunti pezzi sulla sinistra o sulla destra. Ovviamente, quello che ci dicono questi numeri è che, anche se passassero i referendum, il Pdl non si presenterebbe da solo, rischiando in tal modo la sconfitta. Quello che ci possiamo aspettare, se passa il referendum, è una lista unitaria Pdl-Lega, presumibilmente con un simbolo composto dai due sotto-simboli appaiati, la cosiddetta "bicicletta". Nulla di trascendentale, quindi. Il Pdl o il Pd riusciranno a governare da soli solo se aumenteranno i consensi o se le forze che li avversano saranno sufficientemente divise e rissose. Questo è vero con il sistema attuale e resterà vero con il sistema che potrebbe uscire dai referendum. Non è un caso che Berlusconi abbia così prontamente sacrificato i referendum appena la Lega ha fatto la voce grossa. Sapeva che non aveva gran che da guadagnarci. Perché tanto agitarsi allora? Perché la Lega ha minacciato addirittura la crisi di governo per far fallire i referendum e ha imposto un notevole esborso ai contribuenti per evitare l'accorpamento dei referendum alle elezioni europee? Perché Antonio Di Pietro, dopo aver raccolto le firme, si è schierato contro i referendum? Qui è sufficiente dire che tutto questo isterico agitarsi mostra solo quanto i nostri rappresentanti siano ferocemente abbarbicati anche alle più piccole fette di potere. Essenzialmente si teme che, una volta costretti a fare liste elettorali uniche con i loro alleati principali, i partiti diversi da Pdl e Pd perdano riconoscibilità e quindi potere. Questo nonostante il fatto che comunque si voterà alle elezioni comunali, provinciali, regionali ed europee con sistemi che rendono possible la presentazione del proprio simbolo. 2009 - redattore: VC

Torna all'inizio


UE, oggi Consiglio su riforma sistema supervisione finanziaria (sezione: Riforma elettorale)

( da "KataWebFinanza" del 19-06-2009)

Argomenti: Esempi esteri

UE, oggi Consiglio su riforma sistema supervisione finanziaria (Teleborsa) - Roma, 19 giu - Ieri i capi di Stato e di governo europei si sono accordati in linea di principio, su una riforma del sistema di vigilanza delle attivit finanziarie nella UE, prendendo in considerazione la creazione nel corso del 2010, di tre autorit europee. La bozza finale sar sottoposta all'approvazione oggi del Consiglio. "Queste proposte devono essere adottate rapidamente in modo che il nuovo quadro (normativo) venga realizzato completamente nel corso del 2010", scritto nel documento. Il nuovo sistema di regolamentazione, che dovrebbe contare tre autorit secondo i termini dell'accordo negoziati ieri da Francia, Germania e Gran Bretagna, avr un potere di supervisione sulle agenzie di rating. Inoltre, verr creato un consiglio europeo di rischio sistemico, con un presidente eletto dal consiglio dei governatori della Banca centrale europea. 19/06/2009 - 09:11

Torna all'inizio


UE, oggi Consiglio su riforma sistema supervisione finanziaria (sezione: Riforma elettorale)

( da "Borsa(La Repubblica.it)" del 19-06-2009)

Argomenti: Esempi esteri

UE, oggi Consiglio su riforma sistema supervisione finanziaria (Teleborsa) - Roma, 19 giu - Ieri i capi di Stato e di governo europei si sono accordati in linea di principio, su una riforma del sistema di vigilanza delle attività finanziarie nella UE, prendendo in considerazione la creazione nel corso del 2010, di tre autorità europee. La bozza finale sarà sottoposta all'approvazione oggi del Consiglio. "Queste proposte devono essere adottate rapidamente in modo che il nuovo quadro (normativo) venga realizzato completamente nel corso del 2010", è scritto nel documento. Il nuovo sistema di regolamentazione, che dovrebbe contare tre autorità secondo i termini dell'accordo negoziati ieri da Francia, Germania e Gran Bretagna, avrà un potere di supervisione sulle agenzie di rating. Inoltre, verrà creato un consiglio europeo di rischio sistemico, con un presidente eletto dal consiglio dei governatori della Banca centrale europea. 19/06/2009 - 09:11

Torna all'inizio


UE, RIFORMA SISTEMA SUPERVISIONE FINANZIARIA DAL 2010 (sezione: Riforma elettorale)

( da "Wall Street Italia" del 19-06-2009)

Argomenti: Esempi esteri

Ue, riforma sistema supervisione finanziaria dal 2010 -->BRUXELLES (Reuters) - I leader dei paesi Ue appoggeranno oggi una riforma del sistema di supervisione finanziaria che prevede anche la creazione, nel corso del 2010, di organismi pan-europei di monitoraggio dei rischi. Lo si apprende dalla bozza finale che verrà sottoposta oggi al Consiglio Ue. "Queste proposte devono essere adottate rapidamente in modo che il nuovo quadro (normativo) venga realizzato completamente nel corso del 2010", è scritto nel documento. Il nuovo sistema di regolamentazione, che dovrebbe contare tre autorità secondo i termini dell'accordo negoziati ieri da Francia, Germania e Gran Bretagna, avrà un potere di supervisione sulle agenzie di rating. Ma non potrà sconfinare nelle questioni fiscali, prerogativa di ciascun stato membro. Inoltre, verrà creato un consiglio europeo di rischio sistemico, con un presidente eletto dal consiglio dei governatori della Banca centrale europea.

Torna all'inizio


Referendum elettorale, la propaganda viaggia sulla Rete (sezione: Riforma elettorale)

( da "Denaro, Il" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Futura corrispondenze dal web Referendum elettorale, la propaganda viaggia sulla Rete Napoli 2.0 (napoliduezero.com), il social network che raggruppa gli operatori della comunicazione e del web, ha tenuto da pochi giorni il suo primo incontro meeting. Napoli 2.0 è stato fondato da Alessandro Mazzù (alessandromazzu.it), amministratore e marketing manager di Qadra.net (qadra.net), Web marketing agency partenopea, attualmente impegnata sul territorio nazionale con diversi progetti di comunicazione business. Giuseppe D'Elia Su referendumelettorale.org, la campagna referendaria dispiega a piene mani i propri effetti, in attesa dell'imminente responso delle urne. Immancabile, nell'era del web 2.0, campeggia in bella mostra nella home page, lo spot promozionale, introdotto da uno slogan ammiccante che recita: "Sulla legge elettorale ti hanno raccontato di tutto. Ma la verità è...". E la verità, sospesa dai puntini, starebbe ovviamente nei tre minuti del video propagandistico. L'uso del condizionale, però, ci sembra doveroso, visti i contenuti del filmato. L'impianto complessivo del messaggio, infatti, lascia intendere che col sì al referendum si otterrebbe una sorta di rivincita dei cittadini contro "il Parlamento dei nominati", "le risse della politica", "i professionisti del nulla". Si gioca insomma sulla retorica anti-casta, lasciando intendere equivocamente che il referendum serva a "tornare a scegliere i parlamentari", forzando molto il ruolo del terzo quesito, che non ripristina le preferenze ma, semplicemente, elimina il gioco delle candidature dei leader in più collegi. Vero è invece che "il referendum elettorale è per il bipartitismo". Anzi, è questo il contenuto prevalente, cui mirano i primi due quesiti, da ottenere grazie a piccoli ritagli del c.d. Porcellum, utili a ridisegnarlo in chiave bipartitica. Del resto, è dal 2006, che Guzzetta afferma chiaramente che bisogna "aprire la strada ad un orizzonte bipartitico», abbandonando la logica del «bipolarismo di coalizione" (chiave per la ricerca: "La riforma elettorale - Quesiti per un referendum"). Perché dunque, sul piano comunicativo, il bipartitismo passa ora in subordine, rispetto alla retorica dei cittadini che devono usare il referendum per abbattere la Casta partitocratica? Forse perché il bipartitismo non è poi così in buona salute? Un'ipotesi plausibile, se solo si considera che alle recenti Europee i due grandi partiti hanno perso circa 7 milioni di voti (9 punti, in percentuale), rispetto ai risultati delle Politiche 2008. del 18-06-2009 num.

Torna all'inizio


Referendum, il dossier (sezione: Riforma elettorale)

( da "AprileOnline.info" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge , Esempi esteri

Referendum, il dossier Fausto Caffarelli, 19 giugno 2009, 13:01 Verso il voto Le ragioni del si e le ragioni del no. Tutto quello che c'è ancora da sapere e il dibattito "passato" in rete negli ultimi mesi Clicca quì per leggere il dossier in pdf Breve dossier sul referendum (versione in pdf) Le ragioni del sì pagg. 2 - 3 Presentazione del quesito pagg. 4 - 8 Domande e risposte pagg. 9 -11 Tutte le bugie sul referendum Tutte le pagine sono tratte dal sito del Comitato Promotore all'indirizzo ww.referendumelettorale.org Le ragioni del no / astensione pagg. 12-13 S. Passigli, Referendum - balletti e trappole, circolorosselli.blogspot.com pagg. 14-16 Enzo Ragusa, Referendum: l'inutilità del terzo quesito, riforme.info, 28/4/2009 pagg.17-18 Piero Ignazi, Apprendisti e stregoni , L'Espresso, 7/5/2009 pagg. 19-20 Pancho Pardi, Boicottiamo il referendum, Micromega on line, 5/5/2009 pagg 21-28 Guido Ortona, A proposito del prossimo referendum elettorale, email pagg.29 -30 G. Sartori, Gli esiti nocivi del referendum, Corriere della Sera, 17/5/2009 pagg. 32-37 D.Gallo, Referendum beffa: 50 buoni motivi per astenersi, Micromega online, 16/6/2009 LE RAGIONI DEL SI' Titolo: Referendum - presentazione dei quesiti Autore: Comitato promotore Fonte: referendum elettorale.org Il 1° e il 2° quesito: premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento Le attuali leggi elettorali di Camera e Senato prevedono un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Tale premio è attribuito su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato. Esso è attribuito alla "singola lista" o alla "coalizione di liste" che ottiene il maggior numero di voti. Il fatto che sia consentito alle liste di coalizzarsi per ottenere il premio ha fatto sì che, alle ultime elezioni, si siano formate due grandi coalizioni composte di numerosi partiti al proprio interno. E la frammentazione è notevolmente aumentata. Il 1° ed il 2° quesito (valevoli rispettivamente per la Camera dei Deputati e per il Senato) si propongono l'abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste. In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza è che il premio di maggioranza viene attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.Un secondo effetto del referendum è il seguente: abrogando la norma sulle coalizioni verrebbero anche innalzate le soglie di sbarramento. Per ottenere rappresentanza parlamentare, cioé, le liste debbono comunque raggiungere un consenso del 4 % alla Camera e 8 % al Senato. In sintesi: la lista più votata ottiene il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio, le liste minori ottengono comunque una rappresentanza adeguata, purché superino lo sbarramento. All'esito dell'abrogazione, resteranno comunque in vigore le norme vigenti relative all'indicazione del "capo della forza politica" (il candidato premier) ed al programma elettorale. Gli effetti politico-istituzionali del 1° e del 2° quesito Il sistema elettorale risultante dal referendum spingerà gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase pre-elettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche e incentivando la riaggregazione nel sistema partitico. Si potrà aprire, per l'Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica. La frammentazione si ridurrà drasticamente. Non essendoci più le coalizioni scomparirà l'attuale schizofrenia tra identità collettiva della coalizione e identità dei singoli partiti nella coalizione. Con l'effetto che i partiti sono insieme il giorno delle elezioni e, dal giorno successivo, si combattono dentro la coalizione. Sulla scheda apparirà un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione che si candidi ad ottenere il premio di maggioranza. Le componenti politiche di ciascuna lista non potranno rivendicare un proprio diritto all'autonomia perché, di fronte agli elettori, si sono presentate come schieramento unico, una cosa sola. Nessuno potrà rivendicare la propria "quota" di consensi. E sarà molto difficile spiegare ai cittadini eventuali lacerazioni della maggioranza. Lo scioglimento del Parlamento una volta che è entrata in crisi una maggioranza votata compattamente dagli elettori potrebbe essere politicamente molto probabile. L'eliminazione di composite e rissose coalizioni imporrà al sistema politico una sterzata esattamente opposta all'attuale. Piuttosto che l'inarrestabile frammentazione in liste e listine, minacce di scissioni e continue trattative tra i partiti, il nuovo sistema imporrà una notevole semplificazione, lasciando comunque un diritto di rappresentanza anche alle forze che non intendano correre per ottenere una maggioranza di Governo, purché abbiano un consenso significativo e superino la soglia di sbarramento. Il 3° quesito: abrogazione delle candidature multiple e la cooptazione oligarchica della classe politica Un terzo quesito referendario colpisce un altro aspetto di scandalo. Oggi la possibilità di candidature in più circoscrizioni (anche tutte!) dà un enorme potere al candidato eletto in più luoghi (il "plurieletto"). Questi, optando per uno dei vari seggi ottenuti, permette che i primi dei candidati "non eletti" della propria lista in quella circoscrizione gli subentrino nel seggio al quale rinunzia. Egli così, di fatto, dispone del destino degli altri candidati la cui elezione dipende dalla propria scelta. Se sceglie per sé il seggio "A" favorisce l'elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione "B"; se sceglie il seggio "B" favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione "A". Nell'attuale legislatura, questo fenomeno, di dimensioni veramente patologiche, coinvolge circa 1/3 dei parlamentari. In altri termini: 1/3 dei parlamentari sono scelti dopo le elezioni da chi già è stato eletto e diventano parlamentari per grazia ricevuta. Un esempio macroscopico di cooptazione! E' inevitabile che una tale disciplina induca inevitabilmente ad atteggiamenti di sudditanza e di disponibilità alla subordinazione dei cooptandi, atteggiamenti che danneggiano fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare. Inoltre i parlamentari subentranti (1/3, come si è detto) debbono la propria elezione non alle proprie capacità, ma alla fedeltà ad un notabile, che li premia scegliendoli per sostituirlo. Con l'approvazione del 3° quesito la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato. Titolo: Referendum - domande e risposte Autore: Comitato promotore referendum Fonte: referendum elettorale.org 1. Perché una riforma elettorale tramite il referendum? L'approvazione della legge elettorale (l. n. 270 del 2005) è stata accompagnata, sin dall'inizio, da numerose critiche, delle quali, tuttavia, nessuno è riuscito a farsi carico. Le proposte di miglioramento da tutti auspicate, non hanno trovato riscontro nei dibattiti parlamentari. Lo strumento referendario, dunque, sembra l'unico in grado di raggiungere il duplice obiettivo di modificare, in senso migliorativo, la legge ed al contempo riaprire il relativo dibattito, anche in vista di un eventuale intervento legislativo. Si tenga presente, inoltre, che le uniche modifiche sistematiche delle leggi elettorali e del sistema politico centrale sono state sempre approvate per via referendaria (con i referendum del 1991 e del 1993). 2. Non pensa che sia ormai impossibile raggiungere il quorum? Credo sinceramente di no. Questo referendum non è un referendum qualunque. Ha ad oggetto, infatti, una legge di sistema, che è alla base del funzionamento della democrazia rappresentativa. In altre parole, se si approvasse questo referendum, la vita parlamentare funzionerebbe meglio e, di conseguenza, sarebbe sempre meno necessario ricorrere ad un'altra tipologia di referendum, quelli che intervengono laddove il Parlamento non è stato in grado di rispondere alle esigenze del Paese. La nostra iniziativa si propone di scardinare un'idea oligarchica e paternalistica della politica, colpendo il cuore dei meccanismi di ricambio della classe dirigente, ed incontra la pressante domanda di modernizzazione rivolta a tale scopo. è, inoltre, coerente con un'idea dell'Italia come il paese delle opportunità e non delle rendite, della competizione e non della cooptazione. Per questi motivi non vi è ragione di ritenere che l'elettorato non coglierà l'occasione per essere partecipe di tale auspicato processo di modernizzazione. 3. Qual è l'oggetto dei quesiti? Il primo quesito riguarda l'abrogazione delle coalizioni (approfondimento). Secondo l'attuale legge elettorale di Camera e Senato (così come introdotta con l. legge n. 270 del 2005) a beneficiarie del premio di maggioranza possono essere alternativamente "liste" o "coalizioni di liste". Il I quesito si propone di abrogare la disciplina che permette il collegamento tra liste. In caso di esito positivo la conseguenza sarebbe che il premio di maggioranza verrebbe attribuito solo alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. E, di conseguenza, verrebbero innalzate le soglie di sbarramento, che sarebbero ad essere del 4% per l'accesso alla Camera e dell'8% per essere rappresentati in Senato. Un secondo quesito (approfondimento) è relativo al divieto di candidature plurime in più di una circoscrizione per uno stresso candidato. Esso mira a colpire l'ulteriore aspetto di scandalo rappresentato dalle candidature multiple e dalla cooptazione oligarchica della classe politica. L'eletto in più circoscrizioni, cd. "plurieletto", è infatti signore del destino di tutti gli altri candidati, la cui elezione dipende, appunto, dal fatto che egli, scegliendo uno dei seggi che ha conquistato, lascia liberi gli altri. Il fenomeno descritto è oggi di dimensioni tali che non sembra inopportuno parlare di una vera e propria patologia del sistema. Basti pensare che ben 1/3 dei parlamentari attualmente in carica sono stati "eletti" per grazia ricevuta. Tutto ciò induce inevitabilmente ad atteggiamenti di sudditanza e di disponibilità alla subordinazione dei cooptandi, atteggiamenti che danneggiano fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare. Per questa ragione è auspicabile l'eliminazione - sempre mediante referendum - della facoltà di candidature multiple sia alla Camera che al Senato. 4. Quali sono i motivi ispiratori della proposta referendaria? Unità e trasparenza. Quanto al primo obiettivo, il sistema elettorale risultante dal referendum spingerebbe gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase preelettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche ed incentivando una significativa ristrutturazione del sistema partitico. Si aprirebbe, per l'Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica, con conseguente eliminazione della frammentazione dentro le coalizioni. La proposta referendaria va incontro, inoltre, ad un'esigenza di trasparenza, la quale è realizzabile tramite l'eliminazione della facoltà di candidature plurime sia alla Camera che al Senato. 5. Che cosa succederebbe al sistema politico italiano se venisse approvato il referendum? L'approvazione del referendum produrrebbe un radicale rinnovamento dell'attuale sistema elettorale - e, attraverso quello, del sistema politico - in grado di assicurare all'intero contesto politico più trasparenza, agli schieramenti più unità, ai cittadini più opportunità di spendersi per far valere le proprie capacità e meriti. L'eliminazione del frazionismo e dello sbriciolamento della rappresentanza, garantirebbero una ristrutturazione profonda del sistema dei partiti. I quali sono sempre più avvitati su se stessi e stentano ad operare qualsiasi ricambio. Selezionano le proprie classi dirigenti in base a criteri poco trasparenti che spesso non hanno nulla a che vedere con il merito, le capacità o la passione disinteressata. I partiti, inoltre non riescono a realizzare l'unità negli schieramenti, con una strisciante, continua guerra di posizione ed uno scontro di paralizzanti veti incrociati, all'interno delle coalizioni. I partiti sono divisi e l'attuale legge elettorale ha ancor più esasperato le tendenze alla divisione e alla frammentazione. Tutto ciò è un freno per il cambiamento e impedisce di realizzare politiche ambiziose che migliorino effettivamente la nostra qualità di vita di cittadini comuni. L'auspicio è quello di partiti aperti, sensibili ai flussi di novità che provengono dalla società e più capaci di resistere alle pressioni degli interessi consolidati. Partiti responsabili, capaci di realizzare obiettivi, di innovare, di inventare il cambiamento. Partiti dinamici, che non cedano alla tentazione di ripiegarsi su se stessi, di diventare oligarchie autoconcluse sorde al futuro. Per ciò crediamo che ci sia un modo migliore di scegliere i parlamentari, evitando cosi' che centinaia di essi siano nominati per grazia ricevuta da chi già è stato eletto. Per ciò crediamo che gli attuali partiti debbano rimettersi in gioco e reinvestire le proprie tradizioni in qualcosa di più grande e di più coeso: soggetti unitari che si candidino a guidare il Paese, impiegando il proprio tempo nella realizzazione degli obiettivi promessi. 6. Qualcuno obietta che il referendum sarebbe inutile perché i partiti si alleerebbero in un grande listone per poi dividersi dopo le elezioni. L'obiezione muove dall'assunto che i sistemi elettorali siano del tutto ininfluenti sui comportamenti dei partiti e degli elettori. I partiti italiani, in particolare, troverebbero il modo di "aggirare l'ostacolo" unendosi fittiziamente per poi ridividersi dopo. Come dire: fatta la legge trovato l'inganno. Tuttavia, gli studiosi sono concordi nel ritenere che i sistemi elettorali non siano assolutamente irrilevanti sul modo in cui si strutturano il sistema dei partiti ed i comportamenti elettorali. Si può discutere sul tasso di incidenza delle regole, ma nessuno ha mai messo in dubbio la connessione tra regole e politica. Penso che ormai il modello delle democrazie avanzate in cui due principali soggetti si contendono la guida politica del paese - fermo restando uno spazio per partiti minori non coalizzabili - sia ormai interiorizzato anche in Italia Trovare sulla scheda 15 simboli di partito per una sola coalizione (della quale manca, peraltro simbolo, nome, e leader) è cosa ben diversa che trovare un simbolo unico, un nome solo, l'indicazione di un solo candidato a Primo Ministro. Certo, i partiti potranno sempre "sganciarsi" dopo. Soprattutto fin quando non introdurremo in Italia regole come quelle tedesche che interpretano il principio del libero mandato parlamentare in modo meno trasformistico. Ma quali saranno i costi politici di rompere un'aggregazione suggellata da elettori che hanno votato il "tutto" e non le singole parti? Non solo, ma l'assenza dei simboli dei singoli partiti impedirebbe loro di potere censire il proprio consenso. Il che non è di poco conto, perché li priva del potere di ricatto per così dire "certificato". Il referendum, in definitiva, massimizza i costi politici delle divisioni e riduce la litigiosità. Gli elettori, infine, hanno già dimostrato in diverse occasioni che vogliono unità, sintesi, visione univoca. E che sono disposti a premiare - la lista dell'Ulivo docet - chi riesce a trasmettere questi valori. 7. Il referendum non è contro i piccoli partiti e contro il pluralismo? Questo referendum non è contro nessuno. E, soprattutto, non è contro il pluralismo. Semmai è per un'Italia moderna e dinamica. L'obiettivo di indurre diversi soggetti politici a fondersi in grandi partiti non impedisce alle istanze minoritarie di avere un loro ruolo all'interno degli stessi. In tutte le grandi democrazie, anche laddove a contendersi la possibilità di governare sono soltanto due o tre partiti, sono presenti anime e correnti diverse all'interno di essi. Il fatto poi che si scoraggi il multipartitismo estremo non è da biasimare. è sin dall'epoca dell'Assemblea costituente, infatti, che si deprecano l'instabilità e la frammentazione dei governi di coalizione. Il sistema elettorale che risulterebbe dall'approvazione dei quesiti referendari è una sfida per tutti i partiti, grandi e piccoli. Questi ultimi, in particolare, si troverebbero a dover scegliere se difendere le proprie istanze all'interno di partiti più ampi, arricchendo, in un processo di sintesi, l'identità degli stessi, ovvero concorrere autonomamente nelle elezioni, cosa che rimarrebbe comunque possibile, previo superamento delle soglie di sbarramento (del 4%e dell'8%). Sarebbe, in altre parole, comunque garantito a chi decidesse di competere al di fuori dei partiti unitari la possibilità di un ampio "diritto di tribuna". 8. Non si tratta di un'iniziativa astratta d'ingegneria costituzionale? Lo strumento referendario, per sua natura, non può introdurre nuove leggi, ma soltanto abrogare singole norme di leggi già esistenti. E se si riesce a far ciò in modo tale che la c.d. normativa di risulta sia migliore della precedente, può forse parlarsi di "ingegneria costituzionale", ma la definizione non sarebbe affatto offensiva. Basti, in tal senso citare, l'incipit di un saggio di Sartori (Ingegneria costituzionale comparata): "Bentam disse una volta che i grandi ‘motori' (engines) della realtà sono la punizione e il premio. E sicuramente ‘ingegneria' (engineering) deriva da engine. Mettendo assieme metafora e etimologia, sono arrivato a ‘ingegneria costituzionale' per rendere l'idea, primo che le costituzioni sono qualcosa di simile a macchine o meccanismi che devono ‘funzionare' e che devono dare comunque risultati; e, secondo, che è improbabile che le costituzioni funzionino a dovere (come dovrebbero), a meno che non impieghino i ‘motori' di Bentham, e cioè punizioni e premi." Se con l'espressione "ingegneria costituzionale", cioè, si allude alla circostanza che, mediante, la c.d. "tecnica del ritaglio" si interviene sulla legge elettorale ricavando, legittimamente, un sistema migliore di quello vigente, non mi dispiace affatto essere considerato un ingegnere costituzionale. 9. è giusto esautorare il Parlamento in una questione così delicata? Il Parlamento non viene affatto esautorato. Il referendum è strumento nella disponibilità del corpo elettorale per esercitare un'azione abrogativa sulle leggi, ma ciò non toglie che l'organo legislativo resti pur sempre e pienamente titolare del potere di disciplinare le materie che ne formano oggetto, nel caso di specie il sistema elettorale. Piuttosto, tale strumento di democrazia diretta si dimostra idoneo a stimolare il dibattito politico sull'argomento, con la possibile conseguenza, addirittura, di propiziare un eventuale intervento legislativo, e non già di tagliare fuori il Parlamento. Certo, se il Parlamento non sarà in grado di fare una buona riforma e rimarrà paralizzato da veti incrociati, dovremo dire grazie al cielo che c'è lo strumento del referendum. Aggiungo che questo referendum ha la pretesa di intercettare una spinta al cambiamento al già esistente nella società. Il processo di aggregazione nel Partito democratico e la e la prospettiva della nascita del Partito dei moderati sono il segno che l'attesa di unità è molto forte nella società. Il referendum è uno strumento per dar voce a questo desiderio. 10. Quindi il referendum non riguarda solo la legge elettorale? No, il referendum esprime un'idea della politica e della società, come società aperta e fondata sulla competizione, sulle qualità, sulla valorizzazione dei meriti e delle opportunità. Una società in cui ogni cittadino si possa sentire artefice del proprio destino. Titolo: Tutte le bugie sul referendum Autore: Comitato promotore Fonte: referendum elettorale.org - Il referendum è inutile perché non cancella le liste bloccate. E' vero che non cancella questo sconcio. Purtroppo non è possibile farlo con un referendum. Ma questo è il referendum contro la "legge-porcata" di Calderoli, e se passerà il suo significato politico sarà questo: il Parlamento sarà costretto a fare le riforme che oggi non vuole fare. Sarà una scossa che rimetterà in moto le cose. A suo tempo neanche l'elezione diretta del sindaco era tra i quesiti (anche quella non poteva esserci), ma la vittoria del sì nel '92 obbligò il Parlamento a vararla. Della "porcata" il referendum cancella invece un'altra vergogna, la possibilità di candidature multiple. Piuttosto la domanda da fare è questa: c'è qualcuno che crede che, se il referendum fallisse, i partiti farebbero le riforme? No, se il referendum fallirà tutto resterà come prima. Qualcuno andrà in tv e dirà: "Vedete? Gli italiani sono contenti di questo sistema elettorale e di questa politica" - Il referendum non serve, perché dopo i partiti cambiano tutto. A volte è capitato. La legge sul finanziamento dei partiti è stata scippata in modo vergognoso dal Parlamento, e la stessa legge Calderoli ha stravolto vergognosamente il referendum del '93, anche se ha comunque dovuto rispettare almeno il principio del bipolarismo, proprio perché quella scelta gli elettori l'avevano voluta e la vogliono ancora fortemente. Per il resto l'attuale legge è una porcheria. Consente ad un partitino di mettere la maggioranza con la schiena al muro e di minacciare continuamente le crisi di governo. Non dobbiamo arrenderci a questa situazione. Questo è un referendum proprio contro quello "scippo". Del resto la storia d'Italia è stata fatta molto dai referendum, e la maggior parte delle volte il risultato è stato rispettato. La elezione diretta del sindaco è sempre lì. - Con le elezioni il quadro politico è stato semplificato, e il referendum è dunque superato. Quando abbiamo raccolto le firme non esistevano né il PD né il PDL, ed è stata proprio la campagna referendaria a spingere i partiti a fare queste aggregazioni. Ma la politica italiana è ancora instabile. Se vince il sì questi partiti rimarranno uniti e ci avvieremo al bipartitismo. Se il referendum perde si può sfasciare tutto. E poi l'instabilità c'è con qualsiasi coalizione, anche di tre partiti. Basta ricordare il ricatto della lega per non fare l'election day con il referendum il 6 e 7 giugno. Ma si possono immaginare Obama, Sarkozy o Zapatero andare in televisione e dire "io vorrei fare questa cosa per il bene del paese, ma se la faccio gli alleati mi fanno la crisi di governo. E quindi non la faccio"? è proprio quello che Berlusconi ha dovuto ammettere soltanto poche settimane fa di fronte al ricatto della Lega sulla questione dell'abbinamento del referendum all'election day. Quello che cambierebbe è che nessun partito delle coalizioni di governo potrebbe ricattare gli alleati. Non ci sarebbero stati i diktat dei Mastella e dei Giordano della scorsa legislatura nel centro-sinistra, e dei Bossi e dei Maroni nel centrodestra in questa. Una cosa deve essere chiara: IN NESSUN PAESE CHE CONTA UNA MINORANZA PUò FAR CADERE IL GOVERNO. PER QUESTO L'ITALIA NON CONTA - Le leggi elettorali deve farle il Parlamento. In linea di principio ciò è giusto, ma in Italia le uniche riforme, come il maggioritario e la elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia e del governatore, sono state fatte, a furor di popolo, dai referendum degli anni '90. Il Parlamento parla di riforme da trent'anni, ma è bloccato perché controllato dai partiti che non le vogliono. Soltanto i cittadini possono cambiare e dare un scossa perché si facciano le riforme. - Il referendum è pericoloso: aiuta Berlusconi. Qualunque sia la posizione politica che si ha, questa è comunque una grandissima balla. Dicono che se passa il referendum Berlusconi e il suo PdL, con il 40% dei voti, prende il 55% dei seggi in parlamento. Attenzione, può avvenire già oggi con l'attuale legge-porcellum. Per fare questo Berlusconi non ha alcun bisogno del referendum che su questo punto non cambia niente (i cambiamenti sono altri). Tutto questo è un effetto della legge elettorale oggi in vigore, la quale già prevede che alla lista più votata venga attribuita anche la maggioranza assoluta dei seggi in palio. - E' antidemocratico che un partito del 40% abbia il 55% dei seggi. No, questo non è vero. Nei paesi anglosassoni, la culla della democrazia, ciò accade spesso. Thatcher e Blair hanno sempre governato con queste percentuali, e nel 2005 Tony Blair, con il 35,3% dei voti, ha preso il 55 % dei seggi ed ha eletto 360 deputati contro i 260 di tutte le opposizioni. Il maggioritario è questo: chi vince governa, chi perde controlla. - Ma addirittura con il 20% dei voti si può prendere la maggioranza assoluta dei seggi. Ancora una volta occorre ricordare che questo può accadere anche oggi, proprio con la legge che combattiamo, e non sarebbe un effetto del referendum. Se una coalizione prende il 20%, la seconda il 19%, la terza il 18% e le altre ancora meno, la prima ha la maggioranza assoluta in Parlamento. In realtà però si tratta di un'ipotesi teorica, sostanzialmente impossibile a realizzarsi. Già oggi i due principali partiti hanno più del 20%! E poi il desiderio di vincere spinge a fare aggregazioni vaste, per battere l'avversario. Nel 2006 questo ha portato ad aggregazioni enormi, 16 partiti da una parte e 17 dall'altra. Se passa il referendum chi vuole aggregarsi per vincere dovrà fare una lista unica, con grande vantaggio per la stabilità e la chiarezza. - Il referendum rafforza soltanto chi ha la maggioranza. Non è vero. Aiuta anche l'opposizione, anzi forse ancora di più. Quando ci sono le elezioni la maggioranza va al governo ed è unita dall'esigenza di non perdere il governo, mentre l'opposizione tende a sfasciarsi, a litigare, e ciascun partito va per conto suo. Lo vediamo già oggi con la rissa continua tra PD e Italia dei valori. Litigano perché vogliono rubarsi reciprocamente i voti per essere più forti quando si tratterà di contrattare la formazione della coalizione elettorale. Se ci fosse il bipartitismo il partito di opposizione rimarrebbe unito e dovrebbe pensare soltanto a fare delle proposte serie che gli consentano di vincere le elezioni la volta successiva. - Il referendum fa spendere soldi. La democrazia ha i suoi costi. Vogliamo rinunciare alla democrazia per risparmiare qualcosa? Mussolini diceva che le elezioni costano caro, e infatti per vent'anni non le ha più fatte. Ma attenzione, se si fosse accolta la nostra richiesta di votare nello stesso giorno, il 6 e il 7 giugno, europee, amministrative e referendum, si sarebbero risparmiati ben 400 milioni di euro. E' stata la Lega a impedire questo e ad addossare alla collettività un costo enorme. - Il referendum porterebbe ad un bipartitismo forzato. E' vero, il referendum spingerebbe al bipartitismo. Questo è il suo valore politico, questo è l'obiettivo che ci prefiggiamo. Ed è un obiettivo importantissimo e positivo. Tutte le grandi democrazie si fondano su due grandi partiti. Negli USA i democratici e i repubblicani, in Gran Bretagna i laburisti e i conservatori, in Spagna e in Germania i popolari i socialisti, in Francia o socialisti e il partito di Sarkozy. Questo non significa che non vi siano altri partiti più piccoli, ma che ciascuno dei due poli ruota attorno a un grande partito. Ma questa è la garanzia di stabilità e di efficienza di quelle democrazie: e questo è ciò che il referendum ci darebbe anche in Italia. E poi non ci sarebbe nessuna forzatura. Gli italiani che hanno votato per i due principali partiti sono più del 70 %. Più di quanto abbiano ottenuto insieme i due principali partiti in Inghilterra nel 2005 (67,6%). - Ci sarebbe meno pluralismo. Non è vero. I partiti che superano il 4 % sarebbero comunque rappresentati. E poi la frammentazione estrema non porta pluralismo: porta a inefficienza, paralisi, e anzi immobilismo. Il vero pluralismo ha bisogno dell' alternanza, del ricambio. Solo questo mette al riparo dalla cosa più soffocante che ci sia, il consociativismo. Noi non vogliamo colpire il sano pluralismo. Vogliamo colpire il potere di ricatto dei partiti dentro le coalizioni. Vogliamo eliminare l'idea della coalizione. Che è una contraddizione in termini: si sta insieme, ma ci si combatte anche per rosicchiarsi reciprocamente voti. Un assurdo. E il tempo si spreca nei negoziati tra i partiti, anziché pensare al bene del paese. Noi ci ispiriamo ai modelli anglosassoni. Ti pare che in quei paesi non ci sia pluralismo? LE RAGIONI DEL NO / ASTENSIONE Titolo: Referendum - balletti e trappole Autore: Passigli Stefano Fonte: circolorossellimilano.blogspot.com - 22 aprile 2009 La disputa sulle date, oltre a sollevare delicati problemi giuridici, ha sino ad oggi oscurato la sostanza del referendum e i negativi effetti della sua eventuale approvazione sul nostro sistema politico. Gli aspetti giuridici del problema sono chiari. L'attuale normativa impone per la validità dei referendum abrogativi che vi partecipi almeno la metà più uno degli elettori, e vieta il loro accorpamento con le elezioni politiche - cui sono assimilabili le consultazioni europee in quanto anch'esse elezioni generali - proprio per evitare che il quorum non venga raggiunto spontaneamente ma grazie al «traino» di un voto che ha luogo sull'intero territorio nazionale. Per votare il 7 giugno come chiesto dai referendari (sulla base di un'opinabile calcolo dei costi, ma in realtà per beneficiare del traino) sarebbe stato perciò necessario modificare l'attuale normativa ricorrendo, per ovvi motivi di tempo, a un Decreto Legge. Ma quali motivi di «necessità e urgenza» possono essere invocati, la necessità di fissare una data per il referendum essendo nota da oltre un anno? Le date residue del 14 e 21 sono entrambe praticabili, dato che i ballottaggi del 21, tenendosi solo in alcuni comuni, non investono - al contrario delle europee - l'intero territorio. Più problematico invece un rinvio al 2010, quando è presumibile che si assisterebbe nuovamente al tentativo del Comitato promotore di accorpare il referendum alle elezioni regionali, sollevando così gli stessi problemi oggi sul tappeto. Il balletto delle date ha però sinora nascosto la vera sostanza del problema. Il referendum non porta rimedio ai mali dell'attuale pessima legge elettorale, aggravandone anzi i difetti. Infatti: 1) non eliminando le liste bloccate, non restituisce ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, lasciando alle segreterie di partito il potere di «nominare» il Parlamento; 2) non riduce il numero dei parlamentari; 3) lasciando immutate le eguali competenze di Camera e Senato non elimina il bicameralismo perfetto; e 4) non garantisce dal rischio che le elezioni producano una diversa maggioranza politica nelle due Camere, con conseguente paralisi dell'azione di governo. La sola vera innovazione introdotta dal referendum consisterebbe dunque nello spostare il premio di maggioranza dalla coalizione vincente alla lista più votata. Presentata come positiva dai referendari, questa innovazione avrebbe in realtà un effetto devastante: nell'attuale assetto politico, con un probabile 30% dei voti destinato a partiti intermedi come IdV, UdC, Lega, e partiti minori al di sotto del 4%, è possibile che una lista con poco più del 35% del suffragio ottenga grazie al premio di maggioranza il 55% dei seggi, potendo così non solo eleggere i Presidenti della Repubblica e delle Camere, e tutte le cariche di garanzie (Corte Costituzionale, Autorità indipendenti), ma anche modificare l'ordinamento giudiziario, i Codici e le leggi che regolano il sistema dell'informazione o che dovrebbero disciplinare il conflitto d'interessi. Si aggiunga che con qualche alleanza la lista vincente potrebbe raggiungere in Parlamento i 2/3 dei voti e modificare a proprio piacimento la Costituzione evitando il referendum confermativo. Il successo del referendum rappresenta, dunque, un rischio che la nostra ancora fragile democrazia non può permettersi di correre. Né si deve cadere nella trappola di ritenere che una vittoria del «sì» possa servire ad accelerare una riforma della legge Calderoli. Mario Segni lo sa bene: solo dopo la vittoria del maggioritario nel 1993 accettò di firmare il mio emendamento per il doppio turno, ma gli altri referendari pretesero che il risultato del referendum non venisse modificato in alcun modo e il doppio turno non vide mai la luce. Una modifica della «porcata» è dunque possibile solo con la sconfitta del referendum Segni-Guzzetta: quale che sia la data del voto, sarà perciò opportuno por mano sin da ora a una nuova legge elettorale dando vita nel frattempo a un comitato a favore di una «Astensione per la riforma». Titolo: Referendum - l'inutilità del terzo quesito Autore: Franco Ragusa Fonte: riforme.info - 28 aprile 2009 Il terzo referendum elettorale ha lo scopo di impedire le candidature multiple. A prima vista, un quesito degno di essere preso in considerazione. O meglio, lo sarebbe se ci fosse una diversa legge elettorale in vigore, e questo anche nell'ipotesi di approvazione degli altri due quesiti: con l'attuale legge elettorale, oggi gli elettori possono scegliere, quanto meno, nell'ipotesi di costituzione di una coalizione, quale partito della coalizione votare. Domani, con l'approvazione dei primi due quesiti, l'elettore voterà un simbolo-contenitore senza alcuna possibilità d'intervento. Di quale moralizzazione politica stiamo quindi parlando? L'attuale legge elettorale, è bene ricordare, non prevede il voto di preferenza. Ciò che gli elettori votano, infatti, è una lista di nomi predefinita, bloccata. Se la lista votata conquista 10 seggi, passano i primi 10. E' sin troppo evidente come con un meccanismo simile agli elettori non è dato modo di selezionare la classe politica del paese, essendo questa già stata scelta per loro a seconda della posizione occupata dai candidati nelle liste. Riguardo all'assenza del voto di preferenza, inoltre, è bene non dimenticare che i primi ad essere contrari alla sua introduzione sono i referendari stessi. Non a caso, evidentemente. L'approvazione degli altri due quesiti, infatti, produrrebbe effetti tali che l'ipotesi che questo possa essere reintrodotto successivamente è da escludere in maniera totale. Chiarito il quadro entro il quale ci viene chiesto d'intervenire, si può facilmente approfondire il come ed il perché dell'inutilità del terzo quesito, e per farlo nulla di meglio che riportare per intero le argomentazioni dei promotori. (fonte: www.referendumelettorale.org) Un terzo quesito referendario colpisce un altro aspetto di scandalo. Oggi la possibilità di candidature in più circoscrizioni (anche tutte!) dà un enorme potere al candidato eletto in più luoghi (il "plurieletto"). Questi, optando per uno dei vari seggi ottenuti, permette che i primi dei candidati "non eletti" della propria lista in quella circoscrizione gli subentrino nel seggio al quale rinunzia. Egli così, di fatto, dispone del destino degli altri candidati la cui elezione dipende dalla propria scelta. Se sceglie per sé il seggio "A" favorisce l'elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione "B"; se sceglie il seggio "B" favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione "A". Nell'attuale legislatura, questo fenomeno, di dimensioni veramente patologiche, coinvolge circa 1/3 dei parlamentari. In altri termini: 1/3 dei parlamentari sono scelti dopo le elezioni da chi già è stato eletto e diventano parlamentari per grazia ricevuta. Un esempio macroscopico di cooptazione! E' inevitabile che una tale disciplina induca inevitabilmente ad atteggiamenti di sudditanza e di disponibilità alla subordinazione dei cooptandi, atteggiamenti che danneggiano fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare. Inoltre i parlamentari subentranti (1/3, come si è detto) debbono la propria elezione non alle proprie capacità, ma alla fedeltà ad un notabile, che li premia scegliendoli per sostituirlo. Come si può già capire dalle prime righe, i proponenti sembrano parlare di un'altra legge elettorale, di una legge elettorale, per l'appunto, dove sono gli elettori a decidere i primi eletti con il voto di preferenza e non i "proprietari" della lista. Ma dato che così non è, e che i candidati posizionati nella lista sono stati selezionati e piazzati in una determinata sequenza dal "proprietario" o dai "proprietari" della lista, è sin troppo evidente che il legame di sudditanza del futuro parlamentare non nasce dopo le elezioni, ma prima, al momento della sua possibile collocazione nella lista. La scelta finale compiuta dai plurieletti, i "proprietari" della liste, altro non fa che cerificare quanto già deciso prima delle elezioni, per tutti gli altri candidati presenti nelle liste, senza che gli elettori possano intervenire in alcun modo per cambiare una sola virgola. Diversamente, con il voto di preferenza, allora sì che avrebbe senso impedire lo stravolgimento delle scelte compiute dagli elettori non permettendo la presentazione di candidature multiple. Ma dato che gli elettori non scelgono nulla e che il tutto è già stato deciso a tavolino dai "proprietari" delle liste, candidature multiple o no, con l'attuale legge elettorale, o con quella che deriverebbe dall'approvazione degli altri due quesiti, non cambierebbe nulla. A meno che... a meno che non venga per l'appunto reintrodotto il voto di preferenza, cosa che nessuno dei tre quesiti fa. Per altro, come accennato all'inizio, tra i più convinti contrari alla reintroduzione del voto di preferenza troviamo, in prima fila, i referendari stessi. Nulla di più logico, del resto, se pensiamo al disegno complessivo che si vuole raggiungere attraverso l'approvazione dei primi due quesiti. Assegnare il premio di maggioranza ad una sola lista, anziché ad una coalizione di liste, ha infatti lo scopo di forzare il sistema di voto verso una competizione bipartitica. Ciò non può in ogni caso escludere, però, che vi possa essere la necessità, per i partiti maggiori, di costituire delle coalizioni elettorali al fine di ottenere il premio di maggioranza. Tutto ciò è già successo con la precedente legge elettorale maggioritaria fondata sui collegi uninominali, potrebbe quindi benissimo succedere anche con il maggioritario di lista, possibilità per altro non esclusa dai referendari stessi. Ma se le forze politiche coalizzate non hanno la possibilità di presentarsi davanti agli elettori, ognuna con il proprio simbolo e la propria lista di candidati, è sin troppo evidente che dovranno trovare l'accordo per dividersi i posti sicuri in Parlamento: tot al partito X, tot al partito Z, due cosine al partito Y. Ecco quindi spiegata la contrarietà alla reintroduzione del voto di preferenza: gli elettori potrebbero infatti "interferire" con quanto deciso nel "mercato delle vacche" per la spartizione dei seggi. Di quale moralizzazione politica stiamo quindi parlando? Con l'attuale legge elettorale, oggi gli elettori possono scegliere, quanto meno, nell'ipotesi di costituzione di una coalizione, quale partito della coalizione votare. In altre parole, sono gli elettori che oggi decidono, nell'ambito del voto dato ad una coalizione, quanti parlamentari per il partito X, quanti per il partito Z e quanti per il partito Y. Domani, con l'approvazione dei primi due quesiti, neanche più questo: l'elettore voterà un simbolo-contenitore senza alcuna possibilità d'intervento. Che senso ha, allora, impedire le candidature multiple quando tutto viene deciso prima delle elezioni, in maniera ancora peggiore nel caso venissero approvati gli altri due quesiti? Evidentemente nessuno. Siamo chiaramente di fronte ad un quesito messo lì per fare confusione e con l'intento di dare all'iniziativa referendaria una facciata di democraticità che non ha. Titolo: Apprendisti stregoni Autore: Piero Ignazi Fonte: L'espresso - 7 maggio 2009 Con questo ulteriore mostriciattolo elettorale - un unicum nel panorama delle democrazie consolidate, che ci porrebbe ai margini delle stesse democrazie per la distorsione clamorosa del principio di rappresentanza - il partito del presidente del Consiglio non avrebbe più bisogno di alleati. Potrebbe andare libero e tranquillo per la sua strada, senza il minimo condizionamento. Anzi, magari prende corpo l'ipotesi di una crisi pilotata per arrivare allo scioglimento anticipato delle Camere e approfittare così del regalo fornito dalla nuova legge elettorale. Per Berlusconi sarebbe la blindatura definitiva del suo potere, vita natural durante. L'incubo di morire democristiani che tanto agitava i sonni della sinistra degli anni Ottanta, si traduce ora nella prospettiva di un lungo regime personalistico di tipo sultanistico - e non solo in senso politologico, alla Sartori, ma anche in senso colloquiale. Al di là di ogni elucubrazione sull'esito e gli effetti del referendum, quello che è certo è lo stato di grazia in cui si muove il partito di maggioranza. Per intralciare la sua marcia trionfale verso le elezioni europee alcuni ingegni del Pd, con una improntitudine già dimostrata in precedenti occasioni, puntano su una supposta riottosità della Lega all'alleanza con il Pdl. Immemori del patto d'acciaio siglato un decennio fa tra Bossi e Berlusconi, questa schiera di apprendisti stregoni sembra ignorare quanto il Carroccio abbia incarnato sempre più convintamente posizioni di destra anti- immigrati e law-and-order. è evidente che con un profilo politico siffatto il partito di Bossi non può trovare sponda altro che nel Pdl. Invece circola ancora quell'abbaglio sociologico che dipinge la Lega come una costola smarrita della sinistra per via del suo elettorato popolare, dimenticando le motivazioni, gli slogan, le parole d'ordine con i quali essa attira i propri elettori; richiami che sono del tutto simili a quelli degli altri partiti populisti e xenofobi europei, dal Front National di Jean-Marie Le Pen alla formazione di JÖrg Haider, il leader austriaco recentemente scomparso, sempre ammirato dai leghisti. E come quei partiti, anche la Lega attira le componenti meno acculturate e meno favorite, quelle più spaventate dalle trasformazioni delle nostre città e dal diffondersi del panico mediatico. Il dialogo sulle riforme avviato dal Pd con la Lega nell'illusione di alimentare attriti con il Pdl in realtà non fa altro che legittimare l'agenda politica del partito di Bossi (con i risultati che si vedranno alle europee e, soprattutto, alle amministrative). Maggior grinta il Pd la esibisce nei confronti dell''alleato' Di Pietro. Il residuo snobismo ancora aleggiante tra i 'democrat' rende difficile la convivenza con l'irruente Tonino. Il tratto popolare, popolano anche (ma non populista), dell'ex magistrato mette in sofferenza la sindrome della rispettabilità e delle buone maniere che pervade da anni il centro-sinistra. Mentre i dipietristi continuano a lanciar bordate contro il governo come ogni opposizione che si rispetti e non dimentica mai né il conflitto di interessi né le leggi ad personam né il dominio berlusconiano sui media, il Pd sorvola con eleganza lettiana su queste questioni. E sul declassamento dell'Italia da paese libero a paese semilibero da parte della Freedom House "per la concentrazione delle fonti d'informazione" appena un sospiro. Eppure, il ceto medio riflessivo continua, seppure con crescente fatica, a indignarsi; c'è ancora una opinione pubblica che 'resiste' all'incensamento mediatico del Cavaliere faber, e ora anche pater premuroso della povera gente terremotata. Sono componenti che trovano maggior rispondenza alle loro preoccupazioni in un partito improbabile e raccogliticcio, ma vocale e battagliero, come l'Italia dei Valori. Il Pd finisce per fare il donatore di sangue, sia a destra che a sinistra (senza parlare dei tormenti dei suoi cattolici). In sovrappiù, i probabili successi elettorali della Lega e dell'IdV avranno un impatto sistemico superiore al trionfo del Pdl: radicalizzeranno il conflitto politico consentendo al Pdl di porsi in una collocazione centrale, come espressione super partes, vero 'partito unico nazionale', spingendo il Pd ai margini della scena politica. Uno scenario da incubo. Titolo: Boicottiamo il referendum Autore: Pancho Pardi Fonte: Micromega online - 5.5.2009 Pare che molti nel centrosinistra siano orientati a votare Sì nel referendum Guzzetta. Spero che cambino idea. Non c'è una sola ragione al mondo per votare in quel senso. Il quesito del referendum è stato rappresentato come un tentativo di eliminare gli effetti negativi della legge Calderoli. Non è affatto vero. Se accolto produrrebbe un secco peggioramento della legge: il passaggio automatico da un bipolarismo coatto a un bipartitismo coatto. E non solo: la lista di partito che prende più voti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi. C'è chi ripete che una riforma non deve essere giudicata in base alla contingenza ma per i suoi effetti di sistema. L'assunto può avere senso in una democrazia normale, ma in Italia non c'è una democrazia normale. Non si capisce perché si dovrebbe giudicare la soluzione Guzzetta trascurando le sue conseguenze nei prossimi dieci o venti anni. Dopo ciò che accadrà in questo periodo gli effetti di sistema della legge uscita dal referendum avrebbero l'efficacia di una medicina sul corpo del morto. Perché? Perché nelle condizioni date oggi in Italia, il successo del Sì ha un solo significato: la vittoria definitiva di Berlusconi. Se passa il Sì potrà sostenere che si deve andare a elezioni anticipate con la nuova legge elettorale. Il PdL vincerà e otterrà una maggioranza schiacciante che gli permetterà di fare ciò che vuole. D'Alema e molti altri sostengono che se vince il Sì sarà necessario scrivere una nuova legge elettorale. L'ipotesi è già stata smentita dal PdL: la legge cambiata dal Sì sarà immediatamente applicabile e applicata. La Lega ha capito benissimo che così perderà ogni potere di condizionamento sul centrodestra e che il PdL potrà governare da solo. Perciò si oppone con decisione. E se davvero Berlusconi fosse intenzionato a far votare Sì, la Lega non avrebbe forse altra scelta che far cadere il governo prima del referendum. Che lo faccia o no dipenderà dalla sua volontà. Ma in ogni caso nelle sue file l'allarme è suonato. Non si capisce invece perché i partiti del centrosinistra dovrebbero scegliere un voto che li avvia a un sereno suicidio. Il PD può accampare il motivo di aver da tempo sostenuto la validità di una soluzione molto bipolare. Ma a questo punto dovrebbe essersi reso conto che la scelta "coraggiosa" di andare da solo lo fa passare solo da una sconfitta all'altra. Da parte sua IdV può giustificare la scelta del Sì solo perché aveva raccolto le firme per il referendum. Ma oggi è assai più chiaro di allora che la soluzione Guzzetta è un netto peggioramento della legge Calderoli. Dunque perché insistere? E poi la coerenza verso una scelta infelice e ormai superata vale molto di meno della coerenza dovuta alla propria vocazione: sì alla democrazia pluralistica, no al potere unico. In ogni caso PD e IdV devono confrontarsi con un futuro già segnato. Se vincerà il Sì, dopo elezioni anticipate Berlusconi avrà da solo il pieno possesso del Parlamento. Cambierà la Costituzione e la Corte Costituzionale. Diventerà presidente della repubblica con accresciuti poteri. Le assemblee elettive, che già oggi contano ben poco, diventeranno l'arredo di contorno del presidenzialismo. La democrazia italiana sarà sfigurata per sempre. Di fronte a questa prospettiva non si può nemmeno propagandare il No. Lo schieramento a favore del Sì, anche senza l'inclinazione al suicidio del centrosinistra, è già abbastanza temibile. Si deve sperare che il 21 giugno sia una data che di per sé scoraggi la partecipazione popolare e occorre mobilitarsi con tutte le nostre forze per far mancare il quorum. Non si tratta di dire: andate al mare. Si deve spiegare con cura estrema: la soluzione Guzzetta dà tutto il potere in mano a chi ha già il pieno dominio sui mezzi di comunicazione. Questa non è democrazia. E' instaurazione di un potere plebiscitario assoluto. Far mancare il quorum non è manifestazione di indifferenza. E' difesa attiva della democrazia. Titolo: A proposito del prossimo referendum sulla legge elettorale Autore: Guido Ortona Fonte: e-mail / 5.6.2009 . Il prossimo referendum elettorale non sta suscitando l'allarme che dovrebbe. C'è chi è convinto che non si raggiunga il quorum, e chi non si rende conto della gravità della situazione. Che il quorum non venga raggiunto è probabile ma tutt'altro che garantito, data l'adesione al si del partito democratico e dato l'interesse oggettivo di Berlusconi alla vittoria dei si; entrambi i fattori potranno produrre molta propaganda diretta e occulta. Alla gravità della situazione che conseguirebbe da una vittoria dei si è dedicato tutto il resto di questo testo. 1. Su cosa si vota. Come non è abbastanza noto, si voterà per tre referendum. Uno è un referendum civetta, finalizzato al raggiungimento del quorum per gli altri due; in esso si chiede di proibire le candidature di una stessa persona in più circoscrizioni. Con gli altri due, uno per la Camera e uno per il Senato, si chiede che l'attuale cospicuo premio di maggioranza, sufficiente a far raggiungere il 55% dei seggi a chi ha la maggioranza relativa, vada non più alla coalizione, ma alla singola lista che ottenga la maggioranza relativa. Apparentemente cambia poco rispetto alla situazione attuale. Ma in realtà si tratterebbe di una sostanziosa riduzione della democrazia, come verrà argomentato più sotto. 2. Referendum e sistema maggioritario. A prima vista, ciò che il referendum vorrebbe ottenere è la struttura parlamentare tipica di un sistema maggioritario: meno partiti che nel proporzionale (tendenzialmente due), e una maggioranza con molti seggi e formata da una coalizione di pochissimi partiti, possibilmente anzi da uno solo. Ciò che i promotori del referendum dicono infatti di volere è che i partiti attuali si coalizzino in due (o eventualmente più, ma meglio due) partiti "veri", caratterizzati al loro interno da monolitismo decisionale. Questo ridurrebbe il peso dei do ut des interni alla compagine governativa, e quindi produrrebbe maggiore governabilità. Cito dal sito del comitato promotore: "il sistema elettorale risultante dal referendum spingerebbe gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase preelettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche ed incentivando una significativa ristrutturazione del sistema partitico. Si aprirebbe, per l'Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica, con conseguente eliminazione della frammentazione dentro le coalizioni". Vedremo che ciò è falso; ma anche se fosse vero sarebbe tutt'altro che auspicabile. 3. Maggioritario, referendum e governabilità. E' possibile che ci siano degli elettori (e lettori, scusate il gioco di parole) che credono in buona fede che ciò che i promotori del referendum dicono di volere sia auspicabile. Si sbagliano: la ricerca politologica, sia empirica che teorica, smentisce che il risultato della riduzione del numero dei partiti corrisponda a una maggiore governabilità. Qui sotto riferisco molto brevemente, e schematicamente, i principali risultati di questa ricerca. Quanto ad oggi sappiamo a proposito delle differenze di governabilità (fra paesi analogamente sviluppati) imputabili alla differenza di sistema elettorale è sostanzialmente quanto segue. 1. I governi dei sistemi maggioritari durano più a lungo. Questo è probabilmente l'unico vero vantaggio di un sistema maggioritario. Tuttavia, non è detto che una maggiore durata sia sempre un vantaggio. Una lunga durata può corrispondere a una scarsa contendibilità, e quindi a scarsi incentivi a governare bene. In ogni caso, come vedremo altre caratteristiche desiderabili più sostanziali non sembrano essere associate alla maggiore durata. 2. Un sistema elettorale maggioritario è associato a una spesa pubblica inferiore rispetto a un sistema proporzionale. Naturalmente, non c'è nessun motivo né empirico né teorico (in particolare non c'è nessuna dimostrazione in questo senso nella scienza economica) per cui ciò corrisponda a una maggiore efficienza del governo; e del resto i guai prodotti da decenni di privatizzazioni e di riduzione dell'intervento pubblico in economia sono sotto gli occhi di tutti. 3. Il passaggio dal sistema maggioritario a quello proporzionale non produce un aumento della spesa pubblica. Inoltre, il caso opposto (forse unico) di passaggio dal proporzionale al maggioritario, e cioè l'Italia negli anni 90, non ha probabilmente propiziato una riduzione della spesa pubblica. Dico probabilmente perché le saltuarie riduzioni che si sono avute sono assai più facilmente ascrivibili ai vincoli europei, ma non si può escludere che in parte siano anche effetto del cambiamento di sistema elettorale. 4. La minore spesa pubblica di un sistema maggioritario è dovuta interamente alla minore frammentazione del sistema politico. Questo è un punto molto importante. Dato e tutt'altro che concesso che una riduzione della spesa pubblica sia auspicabile, essa si produrrebbe solo se il passaggio al sistema maggioritario corrispondesse effettivamente a una riduzione del numero di decisori. Non è affatto certo che ciò si verificherebbe davvero. Una ricerca in corso presso il mio dipartimento (scaricabile come working paper n. 138 del dipartimento POLIS dell'Università del Piemonte Orientale dal sito http://polis.unipmn.it) porta a concludere che probabilmente è sufficiente che i partiti coalizzati mantengano un'autonomia anche relativamente limitata perché la governabilità possa essere inferiore a quella di un sistema proporzionale. Sul piano empirico, un'altra ricerca ha dimostrato che nel caso dell'Italia la frammentazione non si è ridotta con il passaggio dal proporzionale al maggioritario nel 1993 (si veda il working paper n. 60, scaricabile dal sito di cui sopra). Alcune caratteristiche specifiche della struttura politica italiana implicano inoltre ulteriori difficoltà per questa ipotetica riduzione del numero di soggetti decisori; mi permetto di rinviare nuovamente a un working paper del citato dipartimento POLIS, il n.115. Mi scuso per queste autocitazioni, ma se intervengo sul referendum è perché da molti anni la mia ricerca verte proprio sui sistemi elettorali. 5. In un sistema maggioritario la spesa pubblica è più indirizzata a favorire interessi locali e particolari, mentre in un sistema proporzionale è più generalistica. Soprattutto nell'Italia di oggi, questa è una caratteristica negativa del sistema maggioritario ovviamente di grande importanza. E' lecito sospettare che alcuni sostenitori del maggioritario (e del referendum) siano tali appunto per questo motivo. 6. Se per efficienza intendiamo capacità di fornire beni e politiche pubbliche reali, allora non c'è prova di una maggiore efficienza del sistema maggioritario. E' questo il risultato del famoso studio di Lijphart del 1994, che a mia conoscenza nessuno ha osato mettere in discussione. Lijphart intende per efficienza la capacità di produrre servizi pubblici essenziali, come quelli destinati alla tutela della famiglia, o politiche pubbliche essenziali, come la difesa delle minoranze, o di ottenere buoni risultati nelle variabili nacroeconomiche, come la crescita del PIL e l'andamento della disoccupazione; e trova che "il senso comune ha torto quando ritiene che ci siano reciproci vantaggi e svantaggi nel maggioritario e nel proporzionale. La migliore prestazione del proporzionale per quanto riguarda la rappresentatività non è controbilanciata da una peggiore prestazione per quanto riguarda la governabilità [governmental effectiveness]." Se quindi fosse vero che la vittoria dei si equivale all'introduzione di un sistema maggioritario, ciò sarebbe più che sufficiente per essere fermamente contrari. In realtà ci sarebbe una differenza significativa, e in peggio: e cioè che il maggioritario obbliga almeno a chiedere il voto sui singoli candidati, e quindi obbliga i partiti a presentare dei candidati almeno un po' credibili. Col sistema che si verrebbe a creare i nomi dei candidati sarebbero irrilevanti, e ciò apre alla strada al massimo di rappresentanza delle lobbies economicamente potenti e al minimo di rappresentanza dei cittadini. 4. Un "errore" fondamentale. Anche ammesso -erroneamente, come abbiamo visto- che (a) il referendum porti veramente a una struttura maggioritaria e (b) che tale logica sia auspicabile, rimane comunque un errore logico fondamentale nell'argomentazione dei promotori del referendum; talmente evidente da far ritenere praticamente impossibile che sia stato commesso in buona fede. L'errore è il seguente: non c'è alcuna garanzia che la riduzione nominalistica del numero dei partiti corrisponda a una riduzione effettiva del numero delle fazioni e quindi dei decisori. Al contrario, la possibilità di condurre le trattative fondamentali prima delle elezioni, cioè al momento di scegliere le candidature, e del tutto al riparo dall'opinione pubblica, darebbe uno spazio enorme ai ricatti, ai do ut des delle diverse lobbies e soprattutto alla pura e semplice corruzione. Come scrivono in uno studio del 2007 Persson, Roland e Tabellini (autori probabilmente non simpatetici con le idee dell'autore di questo testo), "perché un partito che rappresenta diversi gruppi presenti nella società dovrebbe comportarsi in modo diverso da una coalizione che rappresenta gli stessi gruppi?" In effetti, i vari gruppi di pressione avrebbero tutto l'interesse a mantenere, e anzi ad aumentare, la propria autonomia, onde massimizzare il loro potere di ricatto, sopratutto quello occulto. Anziché avere molti partiti avremo insomma molte correnti; l'unica differenza è che oggi un elettore può scegliere che partito votare all'interno della coalizione, mentre se vincono i si questo potere gli sarà sottratto. I promotori del referendum sono coscienti di ciò; non a caso parlano di dare la maggioranza dei voti alla lista che ha la maggioranza relativa, e sostengono che ciò porterà "tendenzialmente" a un sistema bipartitico. In sostanza, assisteremo (o meglio, non assisteremo, perché avverrà al riparo della vista degli elettori) a una complicatissima rete di ricatti, manovre, accordi sottobanco, ecc., al termine della quale agli elettori verrà presentato un pacchetto "prendere o lasciare". La trattativa vera avverrà comunque prima delle elezioni; in aperto contrasto con lo spirito della democrazia, per cui gli elettori votano i loro rappresentanti e poi questi rappresentanti trattano per formare una maggioranza. Questo nel caso che i partiti si coalizzino; se non lo fanno lo scenario è ancora peggiore. 5. Altri scenari. Sono infatti possibili tre scenari. Il più probabile, come abbiamo visto, è che i diversi partiti si uniscano in coalizioni. Questo scenario può facilmente evolvere in un secondo, molto più preoccupante. Le potenti lobbies rappresentate dai e al comando nei grandi partiti-coalizioni avranno tutto l'interesse a mettersi d'accordo per spartirsi il potere, invece di rischiare a ogni elezione di perderlo. La grande coalizione diventerà facilmente una coalizione di centro, che si identificherà sempre più con lo stato, anche perché sarà facilmente in grado di cooptare le frange necessarie a garantire la maggioranza. C'è quindi un rischio reale che il sistema evolva verso un sistema a partito unico, qualcosa a metà fra la Democrazia Cristiana e il PCUS. Infine, è possibile che i partiti non si coalizzino, come auspicato da Veltroni. In tal caso un partito col 30 % dei voti o anche meno governerà con la maggioranza assoluta, grazie al voto di una maggioranza composta in buona parte da parlamentari che nessuno ha eletto; una situazione che si presta a ogni sorta di degenerazione, e sulla cui validità costituzionale è lecito nutrire seri dubbi. Sull'aspetto della costituzionalità torneremo più sotto. 6. Altri problemi. L'aspetto più propriamente liberticida di una possibile vittoria dei si è quindi la sottrazione agli elettori di gran parte del potere di scelta dei loro rappresentanti. Ma ci sono altri elementi pericolosi. Il primo è l'ulteriore distacco che si creerebbe fra classe politica (o "casta"; il termine è sempre meno improprio) e popolo. Abbiamo visto che la segretezza delle trattative sulla formazione delle liste spiana la strada al controllo delle lobbies (fra cui quelle criminali) sulla politica. Ma un altro risultato sarebbe l'apertura di un abisso fra la società civile e i maneggi della politica. Si tratta di qualcosa di molto pericoloso per la democrazia. Come risulta dai sondaggi, fra tutti i paesi dell'Europa Occidentale l'Italia è già adesso quello in cui la democrazia gode del minore appoggio popolare. E' facile prevedere che quando le alleanze fra i partiti si faranno interamente all'oscuro oppure governerà da solo un partito col 30% dei voti questo prestigio scenderà ulteriormente. L'abolizione del voto di preferenza (che, è bene ricordare, non verrebbe reintrodotto se vincessero i "si") ha tolto agli elettori la possibilità di scegliere il loro candidato preferito, e ciò, a giudizio unanime, ha contribuito potentemente a far sì che i candidati vengano "calati dall'alto", e che vengano sentiti come estranei. Se vincono i "si", agli elettori verrà tolto anche il diritto di scegliere il partito preferito. E' ovvio che ciò farà ulteriormente aumentare il distacco fra elettori e candidati. Nel breve periodo, un corollario di quanto sopra è l'ulteriore indebolimento dell'opposizione; infatti è ovvio che la battaglia che il partito democratico avrà combattuto contro la democrazia gli farà perdere ulteriormente consenso. E un paese senza opposizione è un paese in cui la democrazia non funziona tanto bene. Il secondo è la coerenza fra la proposta del referendum e la strategia berlusconiana. Berlusconi afferma che chi ha la maggioranza deve governare da solo, senza lacci e lacciuoli; i sostenitori del referendum dicono la stessa cosa: a chi ha la maggioranza relativa, anche molto limitata, bisogna dare la maggioranza assoluta, in modo che possa governare da solo. Il sostegno del "si" porta insomma molta acqua al mulino di Berlusconi; l'incoerenza fra l'appoggio al "si" e la critica al personalismo di Berlusconi è palese. Ciò tra l'altro rende la posizione del Partito Democratico nella migliore delle ipotesi incomprensibile. Infine, a seguito della scomparsa del premio di maggioranza alle coalizioni, le soglie di sbarramento risulterebbero alzate: 4% alla camera e addirittura 8% al senato. La soglia al senato è ovviamente troppo alta, sia rispetto alla necessità di mantenere un'effettiva rappresentatività sia rispetto agli standard mondiali. Inoltre, questa differenza di soglie aggraverebbe il principale difetto della legge attuale, e cioè la possibilità di una maggioranza diversa fra le due camere. 7. Un po' di economia. Ma allora, perché? Perché c'è chi è favorevole al si? Naturalmente c'è chi lo è perché gli conviene: a molte lobbies politiche, economiche e mafiose conviene che ci sia meno democrazia. E ciò è ovvio: democrazia vuol dire in primo luogo "una testa un voto", e quindi in linea di principio, se funziona bene, è in contrasto con gli interessi di chi preferirebbe "un euro un voto". Ma credo che ci sia anche chi crede in buona fede che sia meglio ridurre (e di molto, come abbiamo visto) la democrazia per motivi non egoistici. Questi motivi sono economici; l'idea è che un sistema più decisionista contribuirebbe a togliere molti degli impedimenti che ostacolano la crescita economica del nostro paese. Questo argomento ha apparentemente qualche fondamento, ma in realtà è sbagliato, per due motivi fondamentali. Il primo è che la democrazia è un valore in sé, anche economico. Come diceva a suo tempo Sylos Labini, e senza assolutamente volere denigrare i ragionieri, la differenza fra l'economia e la ragioneria è che la ragioneria considera solo i costi e i guadagni monetari, mentre l'economia considera anche quelli non monetizzabili. Ora, la pesante riduzione della democrazia che conseguirebbe alla vittoria dei "si" avrebbe ovviamente effetti deleteri sulla qualità della vita di tutti, in termini di emarginazione, di immiserimento, di corruzione diffusa, di perdita di cultura, di asservimento ai potenti. Questi sono tutti costi, per evitare i quali vale la pena pagare qualche decimo di punto di crescita del PIL. Ammesso che lo si paghi; e vengo al secondo errore di chi pensa che meno democrazia equivalga a più ricchezza. E' vero che esistono esempi in cui la dittatura (al netto dei costi di cui sopra) ha portato a una maggiore crescita del PIL, come la Germania di Hitler o la Francia di De Gaulle, ma ce ne sono altri, come l'Argentina e la Grecia, in cui è avvenuto il contrario. Non esiste una letteratura conclusiva su quando l'autoritarismo conviene e quando no (parliamo sempre solo del punto di vista ragionieristico); o forse esiste ma io non la conosco. E' certo però che molto dipende dalla capacità con cui i vari potentati economici e le varie mafie riuscirebbero a impossessarsi di quote di potere per usarle per i propri interessi, e da quanto questi interessi sono in contrasto con gli interessi dell'economia nazionale. Oggi in Italia entrambi i fattori opererebbero molto probabilmente contro lo sviluppo dell'economia. E' possibile che qualcuno, penso soprattutto nel PD, voglia in buona fede allontanarsi da un sistema bene o male democratico per avvicinarsi a un sistema più fascista (dando a questo termine il significato tecnico che esso ha), onde avere un miglioramento dell'economia; ma molto probabilmente si sbaglia. 8. Un po' di geografia e un po' di storia. E' utile ricordare che la maggioranza dei paesi democratici adotta un sistema proporzionale; che in Europa solo tre paesi adottano un sistema maggioritario, e cioè il Regno Unito, la Bielorussia e la Francia (quest'ultima però a doppio turno); e che la maggioranza degli studiosi di scienza della politica ritiene che il sistema proporzionale sia preferibile a quello maggioritario. (Chi fosse eventualmente interessato ai dati a suffragio di queste affermazioni li troverà in un mio articolo apparso nel settembre del 2007 sulla rivista elettronica Costituzionalismo, scaricabile dal sito http://www.costituzionalismo.it/articolo.asp?id=251). Soprattutto, è interessante notare che il premio di maggioranza è pochissimo usato; oltre che in Italia esiste solo in Grecia e a Malta. A Malta tuttavia il premio viene concesso solo quando un partito ha già la maggioranza assoluta dei voti, ma non dei seggi; e in Grecia per avere diritto al premio di maggioranza un partito o una coalizione di partiti deve avere almeno il 41.5% dei voti. La possibilità che si avrebbe in Italia di passare dal 30% dei voti o meno al 55% dei seggi non ha riscontro nella geografia elettorale. Ha però riscontro nella storia. La legge elettorale che risulterebbe dalla vittoria dei "si" ricorda abbastanza da vicino la legge Acerbo del 1923, pensata per garantire una larga maggioranza a Mussolini; essa infatti prevedeva che per avere il premio di maggioranza (che avrebbe portato ai due terzi dei seggi) sarebbe stato sufficiente il 25% dei voti. 9. Un po' di diritto costituzionale. Il testo che risulterebbe dal referendum suscita fondati dubbi di costituzionalità; vedremo che la sua ammissione da parte della Corte Costituzionale non li inficia. L'articolo 56 per la Camera e gli articoli 57 e 58 per il Senato stabiliscono infatti che i deputati e i senatori sono eletti a suffragio universale diretto. Non si parla di parlamentari non eletti (ovviamente con l'eccezione dei senatori a vita) e quindi non sembra vi sia spazio per un premio di maggioranza. Il problema esiste anche con la legge attuale, ma se vincessero i "si" aumenterebbe il numero di parlamentari non eletti. Custodire la costituzione è un dovere anche dei politici, e quindi i politici che favoriscono il "si" tradiscono probabilmente il loro mandato. Ma allora perché la corte costituzionale ha dichiarato il referendum ammissibile? Leggiamo nella sentenza (art.6): "Questa corte può spingersi soltanto sino a valutare un dato di assoluta oggettività, quale la permanenza di una legislazione elettorale applicabile, a garanzia della stessa sovranità popolare, che esige il rinnovo periodico degli organi rappresentativi. Ogni ulteriore considerazione deve seguire le vie normali di accesso al giudizio di costituzionalità delle leggi" (sottolineatura aggiunta). Questo passo è la conclusione di un lungo ragionamento che in sostanza significa: la Corte può solo verificare che la eventuale abrogazione non crei dei "buchi" nella legislazione. Non può invece valutare nel merito la costituzionalità della struttura risultante; perché possa fare ciò la legge risultante dovrà essere impugnata nelle forme dovute. 10. E' giusto non andare a votare. Bisogna quindi che i "si" non vincano. L'elettore contrario al "si" può scegliere se votare no o non andare a votare. Come è noto, se i contrari possono comportarsi in modo unanime conviene non andare a votare. Curiosamente, tuttavia, è diffusa l'idea che non andare a votare sia immorale. Questo penultimo paragrafo è volto a sfatare questa idea. Porto quattro argomenti. a) Essendo in gioco la democrazia -perché questa è la posta in palio- non bisogna andare tanto per il sottile. b) In uno stato di diritto esistono il lecito e l'illecito, non il "vale" e "non vale". Se la legge consente di trarre vantaggio dal non andare a votare, non c'è motivo di non farlo. c) Se i contrari non vanno a votare, ciò equivale a dire che il "si" per vincere deve avere la maggioranza non dei votanti ma degli aventi diritto. Poiché il referendum è una garanzia per il caso che il Parlamento deliberi contro la volontà della maggioranza degli elettori, ciò non sembra sbagliato. d) Non andare a votare non costituisce necessariamente una scelta tattica. Io per esempio sono molto contrario a che una norma così importante per la democrazia come una riedizione della legge Acerbo venga approvata da una platea di elettori disinformati sulla base di un testo elaborato a colpi di bianchetto. In altri termini, il rifiuto di votare può benissimo essere una scelta politica, di pari dignità che l'essere per il si o per il no. Stando così le cose, non è vero che la possibilità di non votare dia un indebito vantaggio al "no"; è invece vero che l'esistenza di due gruppi di contrari al "si" fa sì che se questi gruppi non si coordinano siano i "si" ad avere un vantaggio indebito. Mi spiego con un esempio numerico. Supponiamo che ci siano quattro gruppi di elettori: quelli che non vanno a votare perché si disinteressano, che sono il 24.9% degli elettori; quelli che non vanno a votare perché sono contro il referendum (e quindi a fortiori sono contro il "si"), che sono il 25%; quelli che sono per il no, che sono il 25%; e quelli che sono per il si, che sono il 25.1%. Se i due ultimi gruppi vanno a votare il "si" vince, nonostante che il "no" abbia l'appoggio di quasi due terzi degli elettori che hanno operato una scelta, e il "si" solo di appena più di un quarto degli elettori totali. Un risultato di questo tipo, palesemente ingiusto, può essere evitato solo se i contrari al referendum, in contrasto con la loro preferenza reale, vanno a votare per il "no", oppure se i fautori del "no", in contrasto con la loro preferenza reale, non vanno a votare. Non c'è alcun motivo per cui la prima alternativa sia più giusta eticamente della seconda. La legge attuale è fatta male: contiene una grossa ambiguità, e cioè appunto che non considera che ci sono due tipi di elettori contrari alla proposta, quelli che sono per il no e quelli che sono contro il referendum. Fino a quando non sarà modificata -per esempio imponendo che il "si" per vincere debba avere il voto del 50% più uno degli aventi diritto, oppure che debba avere il 50% più uno dei voti espressi ma anche il voto di almeno il 25% più uno degli aventi diritto (che è la condizione minima attuale per la vittoria del si)- non c'è alcun motivo, né morale, né politico, né legale per lasciare che questa ambiguità avvantaggi i "si". 11. Conclusioni. la vittoria del "si" al referendum creerebbe un serio pericolo per la democrazia. Il raggiungimento del quorum è improbabile, ma possibile; molto dipenderà da quanto i partiti principali e i mezzi di informazione che a loro fanno riferimento si impegneranno. La strategia migliore per chi sia contrario al "si" è non andare a votare; non c'è alcun motivo per non farlo. Guido Ortona, professore ordinario di Scelte Collettive, facoltà di Scienze Politiche, Università del Piemonte Orientale, già coordinatore nazionale dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale Confronto quantitativo di sistemi elettorali (2003-2005) e Uso di metodologie simulative per la scelta del sistema elettorale (2005-2007). Aprile 2009. Titolo: Gli esiti nocivi del referendum Autore: Giovanni Sartori Fonte: Il Corriere della Sera - 17 maggio 2009 Tra poco saremo chiamati a votare parecchio. Ma il voto che sin d'ora accende gli animi e fa più discutere è sul referendum Guzzetta-Segni in calenda­rio per il 21 giugno: un refe­rendum che modifica il si­stema elettorale in vigore, il giustamente malfamato Porcellum. Per l'esattezza i quesiti referendari sono due. Il secondo propone di vietare le candidature mul­tiple, e questa proposta è sacrosanta. Però il quesito importante è il primo, che mantiene il premio di mag­gioranza ma lo attribuisce soltanto alla lista vincente e non più alla coalizione vincente. Di questa propo­sta 1) si deve dire bene, 2) si può aggiungere che è inutile, ma 3) si deve an­che dire che è pessima. Bene perché il Porcel­lum esibiva un controsen­so, il controsenso di predi­sporre uno sbarramento (alla Camera il 4% per un partito, il 10 per una coali­zione) e di consentire al tempo stesso coalizioni che lo avrebbero scavalca­to. Per esempio, cinque «nanetti» del 2% cadauno si potevano alleare e così beffare la barriera. Il che non toglie, però, che il divieto di coalizioni previsto dal referendum fosse inutile. Inutile per­ché la legge parla di «liste» e non di partiti, e quindi quel divieto sarebbe stato aggirato dall'invenzione, per le elezioni, di due «li­stoni » acchiappatutti al co­perto dei quali restavano e sarebbero riemersi i partiti di prima. Insomma, fatta la legge, trovato l'inganno. In­ganno lucidamente previ­sto da Franceschini, allora presidente dei deputati Ds, che a quel tempo era evi­dentemente ancora lucido. Pessima. Pessima per­ché si tratta davvero di un premio di maggioranza truffaldino e distorcente. Il professor Guzzetta lo pote­va tranquillamente cancel­lare. Non lo ha fatto. Pecca­to. Un premio di maggio­ranza non è truffaldino (co­me non lo fu all'inizio de­gli anni Cinquanta) quan­do rinforza una vera mag­gioranza, e cioè quando ri­chiede, per scattare, che la coalizione vincente arrivi almeno al 50% del voto. In­vece il premio previsto dal referendum scatta in ogni caso, e così trasforma in maggioranza la maggiore minoranza. Anche se, per esempio, il Pdl ottenesse al­le prossime elezioni soltan­to il 30% dei voti, otterreb­be lo stesso alla Camera il 55% dei seggi. Già lo scrive­vo in data 1 novembre 2006: il rischio più grave è che «un partito di maggio­ranza relativa possa vince­re il premio senza aggregar­si con nessuno e così con­seguire una maggioranza assoluta tutto da solo: il che prefigura, in ipotesi, un inedito strapotere di Berlusconi». Purtroppo l'ipotesi di allora è la certez­za di oggi. Che fare? Si avverta: il si­stema elettorale, in Italia, è stabilito con legge ordina­ria a maggioranza sempli­ce. Pertanto non è espres­sione di una volontà popo­lare ma di una normale vo­lontà parlamentare. Ma se sottoposto a referendum, allora ottiene un rinforzo di legittimità. Nel caso in esame, se vinceranno i No (il rifiuto delle modifiche referendarie) allora si po­trà dire che il popolo italia­no vuole il Porcellum così come è. Se invece vincesse­ro i Sì, allora si dirà che la sovranità popolare vuole una maggioranza ope legis. E in entrambi i casi ci do­vremo tenere questa mani­polazione truffaldina a lun­go. Allora, che fare? Perso­nalmente io non voterò. Non per indifferenza o pi­grizia, ma perché rifiuto di conferire legittimità a due soluzioni che sono entram­be nocive. Non sarà, que­sta, una soluzione brillan­te. Ma è forse il male mino­re. Titolo: Referendum beffa, 50 buoni motivi per astenersi Autore: a cura di Domenico Gallo Fonte: Micromega online - 16 giugno 2009 Le ragioni per per astenersi e far fallire il referendum elettorale in 50 punti; e tutti i punti si riassumono in uno solo: salvare la democrazia. "Per questo diciamo no al referendum elettorale, non andando a votare dove si vota solo per il referendum, o rifiutando le schede del referendum se chiamati alle urne per il ballottaggio che si terrà in diversi comuni e province" (punto n. 50) Prima parte: considerazioni sulla vigente legge elettorale 1. Siamo tutti scontenti della vigente legge elettorale, unanimemente denominata "porcellum" con la quale si è votato nelle ultime due tornate elettorali (2006 e 2008). 2. Due sono i principali aspetti negativi di questa legge: le liste bloccate ed il premio di maggioranza. 3. Questa legge, attraverso le liste bloccate, ha espropriato gli elettori di ogni residua possibilità di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, conferendo a una ristrettissima oligarchia di persone (i capi dei partiti politici) il potere di determinare al 100% la composizione delle Assemblee legislative. 4. Con questo sistema elettorale i nomi dei candidati sono persino scomparsi dalla scheda elettorale, con la conseguenza che le scelte dei candidati operate dai capi dei partiti non possono in alcun modo essere censurate, sconfessate o corrette dal corpo elettorale. 5. Di conseguenza tutti i "rappresentanti del popolo" sono stati nominati da oligarchie di partito svincolate da ogni controllo popolare. 6. In questo modo gli eletti, più che rappresentanti del popolo, sono - anche in senso tecnico - dei delegati di partito, anzi del capo politico che li ha nominati, al quale sono legati da un vincolo di fedeltà estremo, restando così fortemente pregiudicato il principio sancito dall'art. 67 della Costituzione che prevede che "ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". 7. Il premio di maggioranza è un meccanismo truffaldino che interviene a manipolare la volontà espressa dagli elettori, trasformando - per legge - una minoranza in maggioranza. 8. Un sistema così fortemente distorsivo della volontà popolare non esisteva neppure nella c.d. "legge truffa" del 1953, che prevedeva che, per ottenere il premio di maggioranza, occorresse ottenere almeno la maggioranza dei voti popolari. 9. Con la legge truffa per conseguire il premio di maggioranza, che mirava a rendere più stabile il governo, occorreva godere del consenso della maggioranza degli elettori; la legge vigente, invece, trasforma una minoranza in maggioranza (attribuendole per legge il 54% dei seggi alla Camera) e sancisce il principio che per governare non occorre il consenso della maggioranza degli elettori. 10. La vigente legge elettorale ha introdotto delle soglie di sbarramento per l'accesso alla Camera ed al Senato che, se appaiono ragionevoli per i partiti che si riuniscono in coalizione (2% alla Camera e 4% al Senato), sono del tutto irragionevoli per i partiti esclusi dalle coalizioni (4% alla Camera e 8% al Senato). In questo modo milioni di elettori vengono esclusi dalla possibilità di essere rappresentati in Parlamento. 11. Infine la vigente legge elettorale, con l'indicazione sulla scheda del candidato alla presidenza del Consiglio, introduce una sorta di investitura popolare del Capo politico, mortificando il ruolo del Presidente della Repubblica a cui la Costituzione assegna il compito di nominare il Presidente del Consiglio. Seconda Parte: quali modifiche introduce il referendum, con quali conseguenze 12. Il referendum proposto non corregge nessuno dei difetti del "porcellum" ma, al contrario, li aggrava, esaltandone le conseguenze negative. 13. Il referendum non restituisce agli elettori il potere di scelta dei propri rappresentanti politici, che la legge vigente ha sequestrato per conferirlo nella mani dei partiti, conservando le liste bloccate. 14. Il referendum propone sostanzialmente due modifiche della vigente legge elettorale: a) attribuisce il premio di maggioranza alla lista che abbia ottenuto anche un solo voto in più delle altre liste concorrenti, abrogando la possibilità che il premio venga attribuito ad una coalizione di partiti; b) determina il raddoppio delle soglie di sbarramento confermando per tutti la soglia del 4% alla Camera dei Deputati e dell'8% al Senato (che la legge attuale impone soltanto ai partiti non coalizzati) 15. Le conseguenze che verrebbero fuori dalla legge elettorale modificata dal referendum sarebbero nefaste per la democrazia e ne sovvertirebbero il metodo basilare per il quale le decisioni si prendono a maggioranza. 16. La nuova disciplina elettorale sancirebbe il principio che il potere di governo spetta ad una minoranza e deve essere consegnato nelle mani di un solo partito, a prescindere dal livello del consenso popolare ricevuto 17. Infatti, attribuire il premio di maggioranza ad una sola lista determina un incremento esponenziale del premio stesso, sovvertendo il rapporto fra i voti espressi ed i seggi ottenuti. 18. Nelle elezioni del 2006, a fronte di una ampia coalizione di forze politiche, che ottenne alla Camera il 49,8 %, il premio di maggioranza è stato del 4 %. Nelle elezioni del 2008, a fronte di una coalizione meno ampia, che ottenne il 46,8%, il premio di maggioranza è stato del 7%. Se si fosse votato nel 2008 con il sistema elettorale proposto dai referendari, la lista più votata (il PdL) con il 37,4% dei voti, avrebbe ottenuto il 54% dei seggi, cioè si sarebbe giovata di un premio di maggioranza del 16,6%. Vale a dire a un solo partito sarebbe stata attribuita dalla legge elettorale quasi il 50% in più della rappresentanza che gli sarebbe spettata in base ai voti ricevuti dagli elettori (cioè gli sarebbero spettati oltre 100 seggi in più rispetto ai voti ricevuti) . 19. Con questo sistema viene attribuito ad una singola lista un premio di maggioranza di proporzioni inusitate, che può consentire ad un singolo partito di ottenere in Parlamento una rappresentanza doppia rispetto al consenso ricevuto, a danno di tutti gli altri partiti e di tutti gli altri elettori. 20. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 15/2008, pur dichiarando ammissibile il referendum elettorale, ha adombrato un pesante sospetto di incostituzionalità segnalando al Parlamento: "l'esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l'attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e/o di seggi." 21. Attraverso questo spropositato premio di maggioranza resta pregiudicato il principio costituzionale che il voto è uguale per tutti. Non tutti i cittadini saranno uguali nel voto perché il voto di taluni varrà il doppio rispetto al voto degli altri, tanto da consentire a una minoranza di diventare ex lege maggioranza e di fondare il governo non più sul consenso della maggioranza, ma su quello di una minoranza del corpo elettorale. 22. L'ulteriore effetto negativo è quello della riduzione forzata del pluralismo politico dovuta all'effetto combinato dell'incremento del premio di maggioranza e delle soglie di sbarramento. 23. Il corpo elettorale, proprio per la presenza di un così grave e destabilizzante premio di maggioranza, sarà costretto ad orientare le sue scelte sulle due principali liste in competizione. Ciò indebolirà tutti gli altri partiti, rendendo ancora più difficile superare lo sbarramento delle soglie raddoppiate dalla disciplina risultante dal referendum. 24. In questo modo dal bipolarismo forzato si passerà a un bipartitismo forzato, non determinato da scelte genuine del corpo elettorale, ma imposto dalle costrizioni del sistema elettorale 25. Questa situazione mortificherà ulteriormente la rappresentanza, riducendo la possibilità che il corpo elettorale possa ottenere che nel sistema politico siano rappresentati i bisogni, le esigenze, le culture ed i valori presenti nel popolo italiano. 26. In questo modo verrà introdotta, di fatto, una sorta di democrazia dell'investitura al posto della democrazia fondata sulla rappresentanza e la partecipazione dei cittadini come prevista dalla Costituzione. 27. La riduzione del pluralismo politico nelle assemblee legislative e la posizione di rendita assicurata a un solo partito politico, metterà a rischio la Costituzione, consegnandone il destino nelle mani di una sola parte politica. 28. L'attuale maggioranza politica, infatti, non può modificare a suo piacimento la Costituzione perché non dispone della maggioranza dei due terzi richiesta per escludere il referendum sulle leggi di modifica della Costituzione. 29. Se si fosse applicata alle elezioni del 2008 la legge elettorale con le modifiche proposte dai referendari, con lo stesso numero di voti, le forze politiche della attuale maggioranza (PDL + Lega) disporrebbero di circa il 62% dei seggi alla Camera. Con un piccolo sforzo potrebbero ottenere la maggioranza di due terzi necessaria per cambiare la Costituzione senza dover affrontare il giudizio del popolo italiano attraverso il referendum. 30. In questo modo si realizzerebbe una sorta di dittatura della minoranza, in quanto un solo partito, senza avere il consenso della maggioranza del popolo italiano, avrebbe nelle sue mani il controllo del Governo e la possibilità di eleggere - da solo - il Presidente della Repubblica, mentre una sola parte politica (cioè il partito beneficiato dal premio di maggioranza più i suoi alleati) avrebbe la possibilità di nominare i giudici della Corte Costituzionale e di modificare a suo piacimento la Costituzione. 31. Gli effetti che il referendum produrrebbe sul sistema politico sono stati già parzialmente sperimentati nelle elezioni politiche del 2008, quando i capi dei due principali partiti in competizione hanno deciso di restringere le coalizioni, limitandole ad una alleanza fra due soli partiti. In questo modo i partiti esclusi dalla possibilità di competere per il premio di maggioranza hanno perso una parte del loro genuino consenso elettorale e sono stati stroncati dal raddoppio delle soglie di sbarramento alla Camera ed al Senato. 32. In conseguenza di questa interpretazione delle legge elettorale sulla scia del modello proposto dal referendum, circa tre milioni di persone hanno perso ogni forma di rappresentanza in Parlamento, sono stati, pertanto, esclusi dal circuito della democrazia, mentre il tasso di astensionismo è cresciuto, essendo diminuita la partecipazione al voto dall'83,6% (2006) all'80,5% (2008). 33. Questa situazione di espulsione dal circuito democratico di milioni di persone, che abbiamo già sperimentato nelle elezioni del 2008, non sarebbe corretta dalle conseguenze del referendum, al contrario essa sarebbe ulteriormente aggravata perché le soglie di sbarramento raddoppiate varrebbero in ogni caso e per tutti i partiti. 34. Il sistema elettorale prefigurato dal referendum non esiste in nessun ordinamento di democrazia occidentale ma non rappresenta una novità assoluta nel nostro paese. Esso infatti si ispira alla legge "Acerbo" voluta da Mussolini, ed è stato già sperimentato nella storia d'Italia con le elezioni del 1924 che, schiacciando l'opposizione e le minoranze, aprirono la strada alla dittatura fascista. 35. Tuttavia la legge Acerbo era più democratica della disciplina che viene fuori dal referendum. Essa, infatti prevedeva che per accedere al premio di maggioranza, la lista più votata dovesse comunque superare la soglia del 25% dei voti e non imponeva soglie di sbarramento. 36. Per questo nel Parlamento del 1924 ebbero accesso - sia pure a ranghi ridotti - tutte le forze d'opposizione, mentre nel Parlamento repubblicano eletto nel 2008 con il metodo referendario, le opposizioni sono state drasticamente falcidiate. 37. Una situazione simile a quella del 1924 si produrrebbe di nuovo in Italia se venisse approvato il referendum. 38. Il principio democratico della rappresentanza verrebbe colpito a morte perché non vi è rappresentanza senza pluralismo e senza la libertà del corpo elettorale di scegliere le persone e le forze politiche da cui farsi rappresentare. Di conseguenza verrebbe meno il carattere democratico della forma di Governo. 39. Si produrrebbe quindi, attraverso la riforma elettorale, una riforma di fatto della Costituzione. 40. Il modello di democrazia, concepito dai padri costituenti, fondato sul pluralismo, sulla centralità del Parlamento e sulla partecipazione popolare dei cittadini associati in partiti, verrebbe definitivamente stravolto e sostituito da un ordinamento oligarchico. Terza parte: come opporsi al referendum beffa 41. Per non tornare al 1924 bisogna respingere il referendum, utilizzando gli strumenti che la Costituzione ha messo a disposizione del corpo elettorale. 42. I Costituenti hanno previsto che i proponenti del referendum abrogativo devono superare una doppia soglia di consenso per poter raggiungere lo scopo dell'abrogazione delle norme prese di mira. Per questo la Costituzione prevede che la proposta è approvata soltanto se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. 43. A differenza che nelle elezioni politiche, che mirano al rinnovo di assemblee politiche le quali devono necessariamente essere rinnovate, nel referendum il voto non è un dovere civico, in quanto la proposta di abrogazione non deve necessariamente essere approvata o respinta. Nel referendum gli elettori scelgono liberamente se andare o non andare a votare, a seconda dei risultati che vogliono conseguire. 44. Questa volta la chiamata degli elettori alle urne per il referendum nasconde un inganno: essa sfrutta l'insoddisfazione generale che tutti noi nutriamo verso questa legge elettorale (il porcellum) per spingerci ad un voto che, qualunque sia il risultato, non può avere altro effetto che quello di rafforzare il porcellum. 45. Infatti, se prevalessero i no, l'effetto sarebbe quello paradossale di offrire ai fautori dell'attuale legge elettorale imposta dalle oligarchie il destro di dire che la legge avrebbe avuto l'avallo di un voto popolare. 46. Se prevalessero i si, l'effetto sarebbe quello di blindare l'attuale legge elettorale, nella versione peggiorata proposta dai referendari. Il parlamento difficilmente potrebbe metterci mano per effettuare delle modifiche, sia perché gli si potrebbe obiettare di essere vincolato dalla volontà popolare espressa attraverso il voto referendario, sia perché la legge così modificata piacerebbe ancora di più alla maggioranza che vuole restringere gli spazi e le opportunità della democrazia. 47. Per questo si tratta di un referendum beffa: chiama alle urne dicendo di voler ammazzare il porcellum, ma in realtà lo ingrassa e lo rende intoccabile, qualunque sia la risposta al quesito referendario. 48. L'unico modo per non essere beffati, per dire NO alla proposta referendaria, è quello di disubbidire alla chiamata alle urne che i proponenti vogliono imporre al popolo italiano. 49. E' questa l'unica strada per lasciare aperta la possibilità di una riforma elettorale che restituisca agli elettori i poteri che sono stati loro confiscati con il porcellum. 50. Per questo diciamo No al referendum elettorale, non andando a votare, dove si vota solo per il referendum, e rifiutando le schede del referendum, se chiamati alle urne per il ballottaggio che si terrà in diversi comuni e province. a cura di Domenico Gallo

Torna all'inizio


Fini: (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere.it" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

L'intervento durante un dibattito al cnel Fini: «Non è a rischio il governo, ma la fiducia dei cittadini» Il presidente della Camera: «Le istituzioni sono di tutti, per questo servono riforme condivise» ROMA - «Non credo che ci sia un rischio di instabilità per il governo. C'è un rischio di minore fiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni, cioè del fondamento della democrazia». Risponde così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, a una domanda sui rischi per la stabilità del governo Berlusconi in seguito alle vicende degli ultimi giorni, legate anche all'inchiesta di Bari. Fini, che parla a una conferenza stampa seguita a un dibattito al Cnel su futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania, aggiunge: «È questo un tema che non riguarda governo o opposizione, ma tutti gli attori della politica italiana». RIFORME CONDIVISE - Per superare la sfiducia dei cittadini, aggiunge Fini, «non esiste una sola strada, ne esistono tante. Se si parte dal presupposto che le istituzioni sono di tutti - spiega - sarebbe opportuno, quando si parla di riforme, di non seguire la via dell'approvazione a maggioranza, ma quella di riforme condivise». REFERENDUM - Fini poi lancia un appello: «Non perdete l'occasione di andare a votare domenica e lunedì a prescindere che si voti sì o no ai quesiti» referendari. Per il presidente della Camera, non andare a votare per il referendum sulla riforma elettorale significa per i cittadini rinunciare al potere assegnato dalla Costituzione di far sentire la propria voce ai palazzi della politica. «È rinunciare a una importante modalità per riavvicinare cittadini, istituzioni e politica». stampa |

Torna all'inizio


Referendum: sì, no, astensione. I partiti si schierano (sezione: Riforma elettorale)

( da "Panorama.it" del 19-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

- Italia - http://blog.panorama.it/italia - Referendum: sì, no, astensione. I partiti si schierano Posted By redazione On 18/6/2009 @ 19:21 In Headlines | 5 Comments "Tutti a votare per picconare il [1] porcellum, la peggior legge elettorale della storia repubblicana", si sgola il [2] promotore [3] Giovanni Guzzetta, sotto [4] la sede Rai di Milano. Per picconare il "porcellum" L'appuntamento con il "suo" [5] referendum sulla legge elettorale si avvicina e il presidente del comitato promotore è impegnato a evitarne fallimento. Per questo quarantareenne [6] professore di istituzioni di Diritto pubblico all'Università di Tor Vergata sarebbe la conclusione peggiore di un progetto che porta avanti da tre anni, precisamente dal giorno dopo quello in cui divenne legge la riforma elettorale (la [7] legge 21 dicembre 2005, n. 270 dal titolo "Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica") di [8] Roberto Calderoli, poi ribattezzata (dallo stesso ministro, in una ormai famosa puntata di Matrix: [9] qui il VIDEO), una "porcata". Si sgola Guzetta perché a pochi giorni dal voto, a cui in teoria sono chiamati 47,5 milioni di elettori, nei fatti un italiano su due ignora che [10] 21 e 22 giugno si vada ai seggi per un [11] referendum e un numero altissimo non ne conosce i contenuti. Eppure in 30 città ci sono i ballottaggi (per il sindaco e/o la provincia). Ma il meteo darà una mano ai promotori? Sole, caldo: cosa mai di meglio per andare al mare e disertare le urne? Battaglia tra micro-partiti trasversali E comunque, la battaglia politica è apertissima e, come sempre ad ogni appuntamento referendario, è fatta di micro-partiti trasversali che si affrontano spesso dimenticando la loro appartenenza. Così può capitare che Antonio Di Pietro inviti a votare no, dopo aver raccolto le firme per il referendum ([12] come questa GALLERY testimonia); che Gianfranco [13] Fini e Silvio Berlusconi siano per il sì, ma con accenti diversi; mentre parte del Pdl e Lega hanno già la macchina pronta per una bella scampagnata domenicale. I quesiti delle tre schede I quesiti del referendum sono sostanzialmente due anche se l'elettore riceverà tre schede: due quesiti sono infatti la stessa cosa e la duplicità si spiega perché uno riguarda la Camera e l'altra il Senato. Scheda viola e scheda beige, rispettivamente, ma identica materia: premio di maggioranza alla lista (e non alla coalizione) più votata. Insomma, si chiede all'elettore se abolire la possibilità per i partiti di aggregarsi tra loro e guadagnare il premio di maggioranza per il polo vincente. Ne consegue che verrebbero penalizzati i gruppi più piccoli (la percentuale di sbarramento diventerà del 4% alla Camera e dell'8% a Palazzo Madama) e soprattutto cambierebbe radicalmente l'attuale geografia politica fatta di coalizioni di partiti. Scheda verde invece per decidere se togliere ai politici la possibilità di presentare la propria candidatura in più di un collegio. Il quesito si rivolge ai leader che si presentano in varie zone d'Italia pur sapendo di doverne poi scegliere una sola. Cosa cambia Se vinceranno i sì ogni candidato potrà essere in lista in una sola circoscrizione elettorale e il premio di maggioranza andrà soltanto al partito più votato; in caso di successo dei no, oppure di mancato raggiungimento del quorum, resta in piedi il "porcellum" e tutto rimane come è attualmente. Si voterà per due giorni: domenica 21/06 dalle 8 alle 22, lunedì22/06 dalle 7 alle 15. Sarà necessario avere con sé la tessera elettorale (eventualmente da richiedere all'ufficio elettorale del proprio Comune di residenza) e un documento di identità valido. Per esprimere il proprio voto occorre tracciare una croce sul sì oppure sul no nel caso si voglia abrogare (cioè abolire) l'attuale normativa oppure lasciarla invariata. Le posizioni in campo Il [14] PDL ha praticamente lasciato libertà di coscienza sul voto. Il presidente del Consiglio Silvio [15] Berlusconi, che pure andrà a votare (e voterà sì), ha detto che non avrebbe fatto campagna elettorale in favore del referendum. Anche il presidente della Camera [16] Gianfranco Fini andrà, più convinto, a votare sì. Diversi esponenti del Pdl, tra l'altro, fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra gli altri i ministri [17] Renato Brunetta e[18] Stefania Prestigiacomo[19] e Gianni Alemanno Martino e Gaetano Quagliariello. Anche il coordinatore del partito e ministro della Difesa [20] Ignazio La Russa andrà a votare sì. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto invece non andrà votare. I [21] Popolari Liberali di Carlo Giovanardi si asterranno. PD Nell'estate 2007, quando il referendum venne presentato, il primo obiettivo era abolire la frammentazione dei partiti, favorendo il bipolarismo. Era molto prima del discorso del [22] Lingotto di Veltroni. Il neosegretario Pd però non firmò perché gli allora "cespugli" di sinistra dell'Unione prodiana minacciarono rappresaglie contro il governo Prodi. Che cadde comunque, a gennaio del 2008. E [23] a dare una bella sforbiciata ai partiti ci pensarono gli elettori, nel voto di aprile 2008, lasciandone in Parlamento solo cinque: Pdl, Pd, Lega, Udc e Idv. Oggi che il Pd non è più ricattabile dai piccoli, la scelta dei Democrats è stata fatta: lasciando isolato Francesco Rutelli, tutti gli altri sono rientrati nei ranghi e hanno [24] detto Tre volte sì" ai quesiti di Guzzetta e Segni. Ma un nuovo timore serpeggia infatti nell'opposizione. Lo sintetizza per tutti Antonio Di Pietro: "Con la norma che esce dal referendum, un partito del 30% può occupare il 55% e farsi maggioranza da solo". Ergo, l'[25] Idv voterà no, dopo aver battuto le città d'Italia per giorni, due anni fa, a raccogliere le firme. LEGA Contrarissima a un referendum dall'esito fortemente bipartitico, [26] la Lega ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, [27] indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l'opzione dell'astensione, mentre il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c'é anche questa possibilità di scelta. MPA Stessa linea anche per il [28] Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo che ha dato indicazione ai propri elettori di astenersi o, nel caso di concomitanza con i ballottaggi, di non ritirare le schede dei referendum. UDC Il [29] partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l'astensione con l'obiettivo di far mancare il quorum. La sua tesi è che l'attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì. RADICALI Forza referendaria per eccellenza, i [30] Radicali, contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì, hanno formato un comitato per il "no": andranno dunque a votare ma metteranno la crocetta sul 'no'. SINISTRA Dal [31] Prc al [32] Pdci a [33] Sinistra e Libertà sono tutti schierati per l'astensione. Già con questa legge non sono riusciti a entrare in Parlamento. Con la nuova legge, la soglia di sbarramento sarebbe quasi certamente inaccessibile ai singoli partitini della galassia della sinistra DESTRA Anche la [34] Destra di Storace e Buontempo è per l'astensione: "Solo battendo i quesiti referendari si potrà sperare che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, possibilmente dopo la agognata riforma costituzionale di cui l'Italia ha estremo bisogno". Modello alternativo a quello dell'attuale legge elettorale? Quello del "sindaco d'Italia". [35] I tre quesiti referendari sul sito de Il Giornale

Torna all'inizio


Vademecum per i tre quesiti sulla riforma elettorale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale di Brescia" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Edizione: 20/06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Vademecum per i tre quesiti sulla riforma elettorale ROMADomenica e lunedì si vota per il referendum sul sistema elettorale per le elezioni politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge. Gli elettori possono scegliere anche per l'astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile. Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni. La prima scheda, quella viola, riguarda la modalità di elezione della Camera dei deputati. L'attuale legge prevede che il premio di maggioranza (pari a circa il 55% dei seggi e assegnato su base nazionale) vada alla «lista o coalizione di liste» che abbia raggiunto il maggior numero di voti. Il primo quesito chiede di cancellare le parole «o coalizione di liste» attribuendo dunque il premio alla sola lista che abbia ottenuto il maggiore consenso. La seconda scheda, quella beige, riguarda l'elezione del Senato. L'attuale legge prevede, infatti, l'attribuzione del premio di maggioranza, su base regionale, alla «lista o coalizione di liste» che ottenga più voti. Anche in questo caso il quesito chiede di approvare la cancellazione della dizione «o coalizione di liste», attribuendo, dunque, il premio solo alla lista che abbia avuto il maggior consenso. I primi due quesiti intervengono implicitamente anche sulla soglia di sbarramento. L'attuale legge elettorale prevede un doppio meccanismo di soglie, più basso per i partiti che si presentano in coalizione (2% nazionale per la Camera e 3% regionale per il Senato) rispetto a quelle per le liste che corrono da sole (4% alla Camera e 8% al Senato). In caso di vittoria del sì il primo «livello» verrebbe però cancellato. La terza scheda, quella verde, interviene sulle candidature per Camera e Senato. E propone di abrogare la possibilità per una stessa persona di candidarsi in più circoscrizioni.

Torna all'inizio


referendum, la città ribelle - (segue dalla prima pagina) guido d'agostino (sezione: Riforma elettorale)

( da "Repubblica, La" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Pagina II - Napoli La monarchia La devolution La scala mobile L´astensionismo Referendum, la città ribelle Sessant´anni di sì e no, un voto spesso diverso dal resto d´Italia Nel 1946 quasi l´80 per cento dei napoletani sceglie la monarchia, ma il voto impose la repubblica Nel 2006 Napoli boccia con l´80 per cento la riforma federalista voluta dalla Lega di Bossi Nel 1985 Napoli vota per il mantenimento della scala mobile che era stata riformata dal governo Craxi Due anni dopo, nell´87, per la prima vota in città vince l´astensione su 5 quesiti, ma il quorum nazionale è raggiunto (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) GUIDO D´AGOSTINO (segue dalla prima di cronaca) Senza scomodare eccessivamente questa volta la scienza giuridica e quella politica, ma rifacendoci ai dati storici e istituzionali, possiamo dire che il referendum abrogativo nasce, nella visione dei Costituenti, come un «integratore di democrazia», un suo opportuno se non necessario complemento, rispetto ad un impianto generale dell´ordinamento dello Stato che ha i suoi capisaldi nella sovranità del popolo. La volontà del quale, peraltro supportata ed orientata dai partiti, si esprime attraverso i propri rappresentanti eletti in parlamento. Ed è esattamente quest´ultimo a costituire la sede formale e sostanziale in cui si esplica la funzione primaria del fare le leggi. Senonché, dentro tale quadro assolutamente prevalente di quella che si può definire democrazia indiretta o mediata, agli stessi Costituenti, sessanta e più anni fa, deve essere parso il caso aggiungere almeno due strumenti di democrazia diretta o immediata: l´iniziativa popolare di proposte di legge, e, appunto, il referendum. In entrambi i casi, ponendo però modalità e vincoli, nonché controlli e requisiti giuridico-legali, sicuramente netti e severi, a garanzia di serietà e legittimità quando si ponga mano a tali due delicati congegni. é questa, che la si apprezzi e condivida o meno, la premessa indispensabile a inquadrare lo stato delle cose. Nei confronti del referendum, in particolare, si può lamentare la secchezza dell´alternativa proposta, la farraginosità, talora, del quesito proposto, l´abuso del ricorso a referendum su questioni di carattere di tipo amministrativo spicciolo, l´eccesso di frequenza nella chiamata alle urne dei cittadini elettori, e via di questo passo, della serie «chi più ne ha più ne metta». Ma occorre invero saper distinguere e valutare in positivo le prospettive comunque offerte dai referendum, di far sentire la propria voce senza troppe mediazioni, di essere chiamati corresponsabilmente nel cuore dei processi decisionali. Ricordando che, trattandosi da noi di referendum abrogativi, nei confronti quindi di norme e leggi già attive e imperanti, varate nell´ambito del sistema di cui s´è detto, la risposta affermativa indica l´intenzione di abolire parte o tutto del contenuto legislativo vigente in materia; la risposta negativa quella di mantenere in auge quanto già disposto e osservato; infine, l´assenteismo e l´astensionismo in genere costituiscono la terza opzione, egualmente legittima e valida, del "voto di chi non vota", perché non condivide né il quesito né l´oggetto cui è rivolto e comunque intende concorrere all´annullamento del referendum (per la cui validità occorre che si raggiunga la maggioranza dei votanti sugli elettori) nella preoccupazione che la risposta negativa da sola possa risultare insufficiente a contrastare quella eventualmente affermativa. Altro discorso varrebbe per quanti considerano inutile, di nessun interesse o rilievo, qualsiasi occasione elettorale, inclusa, dunque, quella referendaria. E veniamo ai referendum nella storia elettorale della nostra città, a come in un sessantennio i napoletani hanno reagito alle domande secche in essi contenute. Nei confronti di chi e come le ha proposte. Rispetto agli altri episodi elettorali e ai tempi e agli intervalli tra gli uni e gli altri, ai diversi climi politici e sociali prevalenti nelle varie circostanze. Così, nel referendum istituzionale del 1946 (anteriore, pertanto, alla sua costituzionalizzazione, della quale s´è detto) in cui era in ballo la scelta tra monarchia e repubblica, Napoli esibisce per la prima volta dal dopoguerra quella caratteristica della insularità del voto, rovesciando il dato nazionale della vittoria dell´opzione repubblicana, e conferendo invece alla monarchia l´80 per cento dei suffragi. Parte assai consistente dei quali proviene dai quartieri del centro antico e dalle periferie, allora agricole. Va pure osservato che al concomitante voto politico per l´assemblea costituente e a quello amministrativo di cinque mesi più tardi prevalgono orientamenti di centro e di destra. Ventotto anni più tardi ecco il primo referendum abrogativo in senso stretto, e su un tema di estrema delicatezza quale la legge istitutiva del divorzio da poco varata. La città risponde negativamente, intendendo così conservare quella che viene ritenuta una conquista nel campo delle libertà civili e un´espressione di intervenute modernizzazione e laicizzazione. I maggiori consensi al "no" all´abrogazione provengono dai quartieri operai e da quelli borghesi e impiegatizi, con chiara prefigurazione di quei blocchi sociali e politici protagonisti delle svolte politiche ed elettorali di quegli anni. Anche in tale occasione, il voto referendario urbano presenta notevoli scarti rispetto ai voti di provincia, regione, meridione. Al doppio referendum del 1978, sull´abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti e della legge Reale (varata sotto l´emergenza terroristica) Napoli si riconferma su sponde opposte rispetto al resto del Paese per quanto riguarda il primo tema ( 59,8 per cento di sì contro il 43,7 corrispondente italiano), mentre si allinea al contesto nazionale per quanto concerne il secondo. Il risultato, nel complesso, mostra una tendenza all´allineamento di Napoli ai comportamenti delle altre grandi città. Al suo interno invece, scomposto sul territorio, il voto appare più indipendente rispetto alle indicazioni dei partiti nel centro storico, in una zona tradizionalmente più fluttuante, anche perché sottoposta a una più intensa mobilità sociale e a trasferimenti di residenza. Nel 1981 si vota su un pacchetto consistente di questioni che toccano da vicino la sensibilità dei cittadini, il loro essere sociale e civile nonché, nel caso dell´aborto, anche la sfera della coscienza. Chiamati a pronunciarsi per l´abrogazione o meno delle leggi sull´aborto, l´ergastolo, il porto d´armi e la legge Reale bis (anch´essa legata all´emergenza terroristica), i napoletani si adeguano alla valanga di no che in tutta Italia si abbatte sui quesiti referendari. Nella circostanza però gioca più di tutto a Napoli l´effetto terremoto, ma anche un diffuso senso di insofferenza nei confronti dei partiti e, in genere, del dibattito politico. Di conseguenza, l´astensione si manifesta massicciamente. Nel 1985 è la volta della scala mobile riformata, su cui si chiede l´intervento diretto dei cittadini: un no suonerebbe supporto all´operato del governo, a guida socialista, che ha voluto rendere meno «sensibile la scala mobile alla crescita del costo della vita, vincolando gran parte del sindacato su queste scelte. Ma Napoli dice invece sì (55,9 per cento), contro il dato nazionale che assegna la vittoria al no con circa il 55. Assai forte, ancora, l´astensione, e netta correlazione fra i sì e i quartieri operai. Due anni più tardi, i referendum sulla responsabilità dei giudici e sulla inquirente da un lato, e il «nucleare» dall´altro. A Napoli, l´8 e 9 novembre 1987 vince in pratica l´astensione (56,2 per cento), e a livello di voto espresso si trovano percentuali di sì abrogazionisti in misura consistentissima. Considerato in relazione al voto amministrativo e politico di pochi mesi prima, tuttavia, resta proprio l´astensione, il silenzio della società civile, la nota più inquietante. Assoluto il contrasto con il voto nazionale. D´altronde, e in maniera anche più grave, l´astensione la fa da padrona ovunque nei referendum ecologisti dell´anno 1990, rendendo per la prima volta invalidi i referendum stessi. A Napoli, comunque, il 38,7 per cento si reca alle urne: è quasi tutto l´esercito dei nemici della caccia e dell´inquinamento, ma non basta a smuovere l´esercito contrapposto, nei fatti, degli stanchi, degli indifferenti, dei cacciatori e dei «lobbisti». A partire dal 1991 si potrebbe far cominciare un capitolo nuovo e diverso nella storia del voto referendario. Intanto per l´ingresso della materia elettorale (leggi e procedure) nell´ambito dei quesiti sottoposti al vaglio degli elettori. Ma anche, e in maniera più vistosa, per l´accavallarsi massiccio e disordinato degli oggetti della singola consultazione. C´è da dire che i referendum che riguardano modalità elettorali sembrano avere più presa sull´opinione pubblica, che li carica di umori antipolitici, mentre per gli altri la conseguenza più evidente è nella crescita dell´astensionismo. Così nel 1991 e ancora nel 1993 la risposta dell´elettorato è ancora nei termini «fisiologici», politicamente parlando, con orientamenti conformi tra piano locale e piano nazionale, eccezion fatta per il referendum sulla droga, in cui a Napoli prevale il no all´abrogazione delle norme sulla modica quantità, pur con gli scarti che si possono apprezzare scorrendo la tabella riepilogativa. Ma è pur vero che a partire dal 1995 ben 33 referendum, fino al 2005, non raggiungono il quorum di votanti prescritto, per 21 dei quali si registra la stessa sorte anche a livello nazionale. A parte devono considerarsi i due referendum costituzionali (2001 e 2006) per i quali non è necessario raggiungere il quorum. Da segnalare comunque il basso livello di partecipazione e la netta espressione di volontà da parte di chi ha deciso di votare. In particolare, la bocciatura delle modifiche varate (2006) dal governo di centro-destra, soprattutto evidente nelle regioni meridionali. Alla casistica va poi aggiunto un referendum di solo indirizzo, tenuto nel 1989, abbinato alle elezioni europee. Chiedeva il conferimento al Parlamento europeo di un mandato costituente: votò l´81 per cento e i si sfiorarono il 90. E a Napoli, se non con gli stessi numeri, ci fu conforme manifestazione di volontà e orientamento. Come concludere la lunga carrellata storica? Ribadito che la storia non è un sapere predittivo, si può osservare che l´imminente scadenza referendaria cade in una fase di alto astensionismo, di esibita antipolitica, ma che riguarda tuttavia un oggetto che riguarda comunque la materia elettorale, generalmente più sentita dagli elettori. é anche vero, però, che fino praticamente alla vigilia del voto stenta a farsi strada quella semplificazione estrema, quella sorta di unico fattore propagandistico vincente che altre volte ha funzionato polarizzando l´elettorato attorno ad una opzione, in un senso o nell´altro, o nell´altro ancora, netta e precisa. Staremo a vedere.

Torna all'inizio


(sezione: Riforma elettorale)

( da "Riformista, Il" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

«Quesiti sbagliati e pericolosi ecco perché è meglio non votare» roberto gualtieri. «Serve un confronto parlamentare. La nuova norma consoliderebbe i principi del Porcellum. Anzi, peggio: sarebbe come la legge Acerbo che aprì la strada al regime di Mussolini. Altro che 25 luglio». Roberto Gualtieri «Invito a non andare a votare per il referendum elettorale»: Roberto Gualtieri vicepresidente dell'Istituto Gramsci e neo-eletto al Parlamento di Strasburgo lancia l'allarme su un'eventuale vittoria del sì: «Ne uscirebbe una legge pericolosa che ci allontana dalle democrazie europee». Andrà a votare per il referendum? No, non solo non andrò a votare ma invito quanti si recheranno alle urne per i ballottaggi a non ritirare le tre schede relative al referendum, dal momento che lo considero sbagliato e pericoloso. Nell'ordine: perché sbagliato? Una vittoria del sì, contrariamente a quanto sostenuto da molti, non ha l'effetto di abrogare la legge Calderoli. Anzi, ne consoliderebbe tutti i principi di fondo accentuandone i difetti. Si spieghi. I due pilastri del Porcellum sono il premio di maggioranza, che non esiste in nessuna democrazia europea, e le liste bloccate, anch'esse democraticamente discutibili. Bene, nessuno dei due pilastri verrebbe intaccato dalla vittoria dei sì. L'unica differenza, rispetto alla legge attuale, sarebbe quella di dare il premio di maggioranza alla lista più votata invece che alla coalizione di partiti. E qui ci sarebbe il pericolo cui accennava. Appunto. Di pericoli ne vedo due. Se i partiti rimangono quelli attuali il Pdl con il 35 per cento dei voti otterrebbe il 55 per cento dei seggi. Peraltro il tutto avverrebbe eleggendo deputati non scelti dai cittadini ma nominati da un capo, sua volta acclamato e non eletto da una platea di delegati di diritto. Una bella democrazia… E il secondo pericolo? La seconda eventualità è che i due partiti, per ottenere il premio di maggioranza, si trasformerebbero in due cartelli elettorali onnicomprensivi che ripropongono al loro interno tutti i difetti delle singole coalizioni. Il che renderebbe più difficile il processo di consolidamento di un bipolarismo di tipo europeo. Scusi Gualtieri, ma il Pd ha invitato a votare sì. Naturalmente non tutti i sostenitori del sì auspicano questi scenari, tuttavia la strategia di un "sì per la riforma" è risultata poco credibile. Innanzitutto perché il Pd non ha saputo indicare un progetto di riforma elettorale. E poi perché sia il comitato referendario sia il Pdl hanno sostenuto che si applicherebbe la legge che viene fuori dalle urne. Come a dire: altro che 25 luglio del Cavaliere. Se proprio vogliamo giocare ai paragoni storici, che in realtà hanno ben poco a che fare con la realtà di oggi, con il sì al referendum invece di un 25 luglio rischieremmo di avere un 3 gennaio... A che si riferisce? Al celebre discorso di Mussolini del 3 gennaio del 1925, con cui uscì dalla crisi seguita al delitto Matteotti avviando la costruzione del regime. Quel discorso fu possibile grazie all'esistenza di un Parlamento eletto con la legge Acerbo, che era sostanzialmente identica a quella che uscirebbe dal referendum sul Porcellum e che aveva assicurato la maggioranza assoluta al Pnf. Berlusconi come Mussolini? Fortunatamente no. L'Italia è una democrazia, anche se malata. Non c'è né la dittatura né la guerra, ma un governo incapace e un presidente del Consiglio sempre più debole e screditato. Ma se vogliamo stare al gioco dei paragoni storici avviato da altri, dico che una vittoria dei sì ci allontanerebbe di più dalle grandi democrazie liberali dell'Occidente. E le riforme? Sono un altro motivo per cui astenersi. A differenza del no, che è una difesa dell'attuale legge elettorale, astenersi significa rifiutare sia il referendum che il Porcellum. L'auspicio è che la fine della lunga stagione referendaria, che ha prodotto tanti danni al paese, possa finalmente aprire la strada a un serio confronto politico e parlamentare sulla legge elettorale. A.D.A. 20/06/2009

Torna all'inizio


Nuova vigilanza Ue: sì con limiti (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-06-2009)

Argomenti: Esempi esteri

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-06-20 - pag: 6 autore: Nuova vigilanza Ue: sì con limiti Compromesso al vertice dei 27 per superare i no della Gran Bretagna Enrico Brivio BRUXELLES. Dal nostro inviato Decollerà nel 2010 il nuovo sistema paneuropeo di vigilanza su mercati, banche e assicurazioni, per aumentare il grado di allerta e minimizzare i rischi di crisi finanziarie sistemiche e transnazionali. I 27 leader europei hanno posto il sigillo ieri a Bruxelles a una soluzione di compromesso sulla riforma del sistema di supervisione, in grado di ottenere il placet anche del premier inglese Gordon Brown, restio a cedere poteri di vigilanza nazionali all'Europa e ad affidare d'ufficio la poltrona più importante al presidente della Bce. Per ottenere anche lo "yes" di Londra, portabandiera della City, le conclusioni finali del vertice Ue hanno specificato a chiare lettere che le decisioni delle nuove Autorità europee di supervisione «non dovranno interferire in alcun modo con le responsabilità di bilancio degli Stati membri» (rispondendo a una preoccupazione che era stata espressa in modo più blando anche da Germania, Slovenia, Slovacchia e Romania). Inoltre, si è stabilito che il presidente dell'organismo di livello più alto sia eletto dal Consiglio generale della Bce che include i Governatori di tutti i 27 Paesi – anche non apparteneti all'area euro e non vada d'ufficio al presidente della Bce. Una soluzione che di fatto dovrebbe portare comunque l'eurogovernatore ad essere nominato, ma senza quel criterio di automaticità contestato da Brown e salvaguardando la pari dignità dei Paesi fuori dall'euro. Le nuove autorità Ue nascono sul modello a due livelli delineato in febbraio dal rapporto dei saggi presieduti dall'ex direttore generale dell'Fmi, Jacques De Larosière. Il sistema contempla un organismo con competenze micro-prudenziali e di coordinamento composto dai rappresentanti dei tre tipi di autorità nazionali di vigilanza su banche, assicurazioni e Borsa dei 27 (Sistema europeo dei supervisori finanziari); e un altro organo, guidato dal prescelto dal Consiglio Bce, con compiti di sorveglianza macro-prudenziale sui grandi istituti finanziari con attività transnazionali (il Consiglio europeo dei rischi sistemici). Al Sistema Ue dei supervisori è stata assegnata anche la vigilanza sulle agenzie di rating, ma non sulle clearing houses come era previsto dalla proposta originaria della Commissione europea, ancora una volta per l'opposizione di Londra. Importante, però, che il Sistema Ue dei supervisori nasca, in base alle conclusione del summit, con poteri decisionali «vincolanti e proporzionati in merito al rispetto da parte dei supervisori di regole uniche, della legge comunitaria e nel caso di disaccordi tra supervisori di un Paese d'origine e uno ospite» di un istituto finanziario. è stato riconosciuto, in sostanza, il potere della nuova Autorità di garantire il rispetto di procedure omogenee e regole europee, oltre che di svolgere arbitrati qualora vi siano divergenze di vedute tra due organismi nazionali. A patto che le decisioni non abbiano effetti sui bilanci nazionali: per esempio, i nuovi organismi comunitari non potranno imporre la ricapitalizzazione di una banca in difficoltà con fondi pubblici nazionali. Come ogni compromesso, il risultato finale si è prestato a valutazioni speculari e contrapposte. «Se nove mesi fa, avessi detto che ci saremmo mesi d'accordo su un sistema paneuropeo di supervisione con poteri vincolanti, nessuno di voi mi avrebbe creduto» ha affermato un Nicholas Sarkozy raggiante ai giornalsti, seppure ammettendo che avrebbe preferito una riforma ancor più ambiziosa. «Ho assicurato che i contribuenti inglesi fossero adeguatamente protetti » ha invece commentato Brown, dimostrando di avere, alla fine dei conti, molto più a cuore i destini di casa propria che il suo conclamato progetto di una nuova Bretton Woods. Resta ora da passare il banco di prova delle proposte legislative dettagliate che la Commissione dovrà presentare a Consiglio ed Europarlamento nell'autunno 2009, puntando all'entrata in vigore nell'anno successivo. Sarà l'occasione per comparare in concreto la portata della riforma europea della vigilanza, rispetto a quella annunciata da Barak Obama, e di appurare se il campo sia ora veramente del tutto sgombro dalle resistenze inglesi. © RIPRODUZIONE RISERVATA BCE RIDIMENSIONATA La guida dell'organo sui rischi sistemici non andrà d'ufficio all'Eurotower e all'elezione parteciperanno anche i governatori fuori dall'euro Mediazione europea. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ( primo a sinistra) e il presidente francese Nicolas Sarkozy parlano con il cancelliere tedesco Angela Merkel ( al centro) EPA

Torna all'inizio


(sezione: Riforma elettorale)

( da "Resto del Carlino, Il (Pesaro)" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

PESARO AGENDA pag. 12 «La vera democrazia? Sì, no, bianca» REFERENDUM DA ALDO AMATI LA REPLICA ALL'ASSESSORE RENZO SAVELLI CARO Carlino, sorprende me e le altre «cinque personalità pesaresi» impegnate a risvegliare l'attenzione su una scadenza importante come il referendum di domenica e lunedì, sentire dire dall'ex assessore provinciale Renzo Savelli che «è più democratico non votare»! Savelli parla di posizioni motivate da «nostre legittime aspirazioni» non ben individuate mentre è proprio lui che vuol far andare a vuoto un referendum unicamente perché il risultate che ne potrebbe scaturire non conviene al suo p artito, la Rifondazione Comunista; un partito che è diventato un partitino per qualche ragione che non dipende dal tipo di legge elettorale ma forse da qualche «autolesionismo» e conservatorismo politico di troppo. Non è il caso di replicare ad ognuna delle argomentazioni «superficiali, infondate, risibili» di Savelli. In fondo lui vuole il sistema proporzionale assoluto, quello dove un qualsiasi partito dell'1% può tenere in ostaggio un governo o una maggioranza, con conseguenze di logoramento delle istituzioni premessa a svolte autoritarie. Così come è buffo che a testimoni di quel che succederà dopo il referendum da parte sua si citino il ministro fascista Acerbo, Berlusconi e Cicchitto! Mai che gli venissero in mente le volontà espresse dal Partito Democratico, da Casini, da Fini, da Di Pietro e dalle forze di sinistra presenti o non in Parlamento. Tutti vorranno fare una nuova legge elettorale fondata su un sistema maggioritario bipolare e non bipartitico e soprattutto un sistema che, eliminate le «porcate» della legge attuale, ridia agli elettori la possibilità di scegliere davvero i loro rappresentanti. A questi va aggiunto Bossi il quale, non volendo un sistema bipartitico, si unirà a tutti questi e eserciterà il suo potere di condizionamento verso Berlusconi per fare subito una riforma elettorale equilibrata e soprattutto la riforma costituzionale per avere finalmente il Senato federale e una Camera legislativa con meno deputati. In ogni caso coloro che vogliono mantenere l'attuale sistema hanno la possibilità di andare a votare «No», cioè di esercitare il loro potere democratico per dire «Sì», «No» o depositare scheda bianca. Nulla è più democratico, razionale e motivato di questo. Aldo Amati, Comitato pesarese per il referendum

Torna all'inizio


Urgente semplificare gli adempimenti ai seggi elettorali (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giorno, Il (Milano)" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

LETTERE E COMMENTI pag. 33 Urgente semplificare gli adempimenti ai seggi elettorali L'INTERVENTO SI PARLA tanto di riforma elettorale ma ogni partito tira l'acqua al suo mulino ed anche le modifiche proposte dal referendum, che dannoil premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti, non convince più molti. Ma quello che occorre fare al più presto è lo snellimento e la semplificazione degli adempimenti ai seggi elettorali. Da anni presidenti e segretari, per espletare i loro compiti, debbono districarsifra montagne di registri, buste varie che vengono inserite fra loro come scatole cinesi, per non parlare dei casi di validità di schede e contestazioni che mettono a dura prova anche i più esperti legali. Il caso delle recenti elezioni, in cui erano ammessi anche i voti disgiunti, con la presenza di una moltitudine di liste e centinaia di preferenze, rendeevidente la necessità di studiare qualcosa per snellire ed unificare i tanti registri da compilare. Il caso di Bari dove ci sono stati tafferugli ed alcuni presidenti hanno perso il controllo della situazione, mentre altrove lo spoglio è durato fino a notte fonda,indica che c'è necessità che la riforma elettorale studi sistemi di voto semplici e che le incombenze burocratiche per i componenti dei seggi, siano drasticamente ridotte. Vittorio Boari

Torna all'inizio


Referendum, Del Tenno stoppa Mitolo (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere Alto Adige" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Corriere dell'Alto Adige sezione: BOLZANOEPROV data: 20/06/2009 - pag: 4 Riforma elettorale Domani e lunedì seggi aperti. Sinistra democratica: astensione per salvare la democrazia Referendum, Del Tenno stoppa Mitolo Il vicecoordinatore del Pdl: votare sì. Il numero uno: il partito è neutrale BOLZANO Nuovo caso in casa Pdl. Nulla di grave se paragonato a quanto avvenuto negli ultimi giorni sia chiaro ma lo scivolone sul referendum fa capire chiaramente la confusione che regna all'interno del centrodestra. In mattinata l'ufficio stampa del Pdl diffonde una nota con cui invita gli elettori ad andare a votare con tre sì ai referendum elettorali che si terranno domenica e lunedì. In serata però arriva la smentita del coordinatore regionale Maurizio Del Tenno in un'intervista televisiva: «Non so nulla di tutto questo» dice l'onorevole ricordando che il Pdl ha lasciato libertà di coscienza. Poi arriva il chiarimento: «Un'iniziativa personale del vicecoordinatore Mitolo ma non facciamone un caso. Non è successo niente di grave» precisa il numero uno del Pdl in Regione precisando che a partire dalla settimana prossima il vero ufficio stampa del Pdl diventerà operativo. Una precisazione dovuta quella di Del Tenno che non ha alcuna intenzione di inimicarsi la Lega che ha pubblicamente invitato gli elettori a boicottare la consultazione che si terrà domani e dopodomani. Mitolo, come molti altri esponenti del Pdl che hanno contribuito a raccogliere le firme, ha sempre detto che sarebbe andato a votare tre sì. Il punto è che non può dirlo a nome del partito perchè Berlusconi non ha dato alcuna indicazione ufficiale. Tra coloro che andranno a votare sì ci sono anche Giorgio Holzmann e Alessandro Urzì che per una volta concordano su qualcosa. «Ho contribuito a raccogliere le firme e andrò sicuramente a votare» dice Alessandro Urzì che si esprimerà con tre sì. Altri inviti al boicottaggio arrivano, oltre che dalla Lega da Sinistra democratica. «Per esprimere la contrarietà al referendum truffa, è necessaria l'astensione. Qualsiasi altra espressione di voto rischia di favorire il raggiungimento del quorum e la validità del referendum scrivono Guido Margheri e Loredana Motta . In qualsiasi caso, occorre, comunque, rifiutare le schede viola e beige per non avere una legge elettorale peggiore di quella che nel 1924 portò al potere Benito Mussolini. Ci auguriamo che prevalga nel Paese la volontà di difendere la costituzione e che in tutto il centrosinistra e, in particolare nel Pd, prevalga il senso di responsabilità: imporre al Paese, attraverso questo referendum, una legge elettorale con premio di maggioranza al singolo partito vorrebbe dire consegnare definitivamente l'Italia a Berlusconi ». I primi due quesiti modificano l'attribuzione del premio di maggioranza che, se vincono i sì, non andrà più alla coalizione ma al partito che ottiene il maggior numero di seggi alla Camera (scheda viola) e al senato (scheda beige). Il terzo invece propone di abolire la pratica delle candidature multiple: se vincono i sì i leader di partito non potranno più candidarsi in più circoscrizioni. M. An. Deciso Maurizio Del Tenno Veterano Pietro Mitolo «Diritto-dovere» Le operazioni di voto al seggio in un precedente referendum

Torna all'inizio


Fini: (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere.it" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

L'intervento durante un dibattito al cnel Fini: «Non è a rischio il governo, ma la fiducia dei cittadini» Il presidente della Camera: «Una democrazia impotente alimenta progetti bonapartisti o cesaristi» ROMA - «Non credo che ci sia un rischio di instabilità per il governo. C'è un rischio di minore fiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni, cioè del fondamento della democrazia». Risponde così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, a una domanda sui rischi per la stabilità del governo Berlusconi in seguito alle vicende degli ultimi giorni, legate anche all'inchiesta di Bari. Fini, che parla a una conferenza stampa seguita a un dibattito al Cnel su futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania, aggiunge: «È questo un tema che non riguarda governo o opposizione, ma tutti gli attori della politica italiana». RIFORME CONDIVISE - Per superare la sfiducia dei cittadini, aggiunge Fini, «non esiste una sola strada, ne esistono tante. Se si parte dal presupposto che le istituzioni sono di tutti - spiega - sarebbe opportuno, quando si parla di riforme, di non seguire la via dell'approvazione a maggioranza, ma quella di riforme condivise». PROGETTI BONAPARTISTI - «Una democrazia impotente e inefficace - afferma più tardi Fini nel suo intervento - alla lunga genera disillusione, scontento, alimenta la critica e il ripudio e finisce per alimentare progetti bonapartisti o cesaristi, con una delegittimazione del Parlamento inteso come luogo che rallenta le decisioni». Il presidente della Camera ha sottolineato la necessità di una «democrazia più forte, più legittimata, più partecipata, più rappresentativa, più efficace». E ha detto che «se vogliamo battere le pulsioni che ci sono di un rinnovato anti-parlamentarismo, il nostro primo dovere è quello di rendere il Parlamento la casa di tutti e di favorire la partecipazione». REFERENDUM - Fini poi lancia un appello: «Non perdete l'occasione di andare a votare domenica e lunedì a prescindere che si voti sì o no ai quesiti» referendari. Per il presidente della Camera, non andare a votare per il referendum sulla riforma elettorale significa per i cittadini rinunciare al potere assegnato dalla Costituzione di far sentire la propria voce ai palazzi della politica. «È rinunciare a una importante modalità per riavvicinare cittadini, istituzioni e politica». stampa |

Torna all'inizio


La legge porcellum e il referendum maialata (sezione: Riforma elettorale)

( da "Foglio, Il" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

20 giugno 2009 La legge porcellum e il referendum maialata Ho serie difficoltà a comprendere chi andrà a votare sì alla proposta di riforma elettorale suggerita dal referendum. L’unica ragione che riuscirei a comprendere è quella di andare a votare per sperare che, dopo aver dato un calcetto in culo al porcellum, ci sia qualcuno che dia un altro bel calcetto a questa pazza legge referendaria e ne faccia un'altra che quantomeno non preveda liste bloccate e che quantomeno non offra a un partito di minoranza relativa il potere assoluto del paese. I motivi per cui mi sembra assurdo votare sì li ho scritti qui. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Claudio Cerasa

Torna all'inizio


Savona: Referendum, i questi proposti agli elettori (sezione: Riforma elettorale)

( da "Savona news" del 20-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Savona: Referendum, i questi proposti agli elettori Domenica 21 tra le 8 e le 22 e lunedì tra le 7 e le 15 si torna alle urne per il referendum. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni. Il primo quesito La prima scheda, quella viola, riguarda la modalità di elezione della Camera dei deputati. L’attuale legge prevede che il premio di maggioranza (pari a circa il 55% dei seggi e assegnato su base nazionale) vada alla “lista o coalizione di liste” che abbia raggiunto il maggior numero di voti. Il primo quesito chiede di cancellare le parole “o coalizione di liste” attribuendo dunque il premio alla sola lista che abbia ottenuto il maggiore consenso. Il secondo La seconda scheda, quella beige, riguarda l’elezione del Senato. L’attuale legge prevede, infatti, l’attribuzione del premio di maggioranza, su base regionale, alla “lista o coalizione di liste” che ottenga più voti. Anche in questo caso, il quesito chiede di approvare la cancellazione della dizione “o coalizione di liste”, attribuendo, dunque, il premio solo alla lista che abbia avuto il maggior consenso. Il terzo La terza scheda, quella verde, interviene sulle candidature per Camera e Senato. E propone di abrogare la possibilità per una stessa persona di candidarsi in più circoscrizioni. Come ci si è arrivati La raccolta delle firme per la parziale abrogazione dell’attuale legge approvata dal centrodestra verso la fine della XIV legislatura (il 21 dicembre 2005) è iniziata il 24 aprile 2007 e tre mesi dopo, il 24 luglio il comitato le ha presentate in Cassazione. Dopo l’ok della Corte e della Consulta il referendum è stato indetto per il 18 aprile 2008 ma poi rinviato per lo scioglimento delle Camere il 6 febbraio dello stesso anno. La posizione del Pdl Dal Pdl, che lascia libertà di scelta ma è in gran parte per il sì, all’Idv che voterà no, alla Lega che ha dato indicazione ai propri militanti di non ritirare la scheda: sono variegate le posizioni dei partiti sul referendum elettorale del 21 giugno. Il Popolo della Libertà non ha dato indicazioni di voto. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che pure andrà a votare sì, ha assicurato alla Lega che non avrebbe fatto campagna elettorale in favore del referendum e così è stato. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà a votare sì. Nei giorni scorsi il quotidiano online della sua fondazione “Fare Futuro”, ha pubblicato un editoriale nel quale indicava dieci buoni motivi per votare sì. Diversi esponenti del Pdl, tra l’altro, fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra gli altri i ministri Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo e i parlamentari Antonio Martino e Gaetano Quagliariello. Anche il coordinatore del partito e ministro della Difesa Ignazio La Russa andrà a votare sì. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto invece non andrà votare. I Popolari Liberali di Carlo Giovanardi si asterranno. Quella del Pd La direzione del Pd ha deciso di schierarsi per il Sì con l’obiettivo che poi in Parlamento venga discussa una più ampia riforma del sistema di voto. Nella tornata di domenica e lunedì, in ogni caso, il partito dà priorità ai ballottaggi. L’ala ulivista chiede invece un maggiore impegno perchè il referendum passi. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e gli ex ministri Linda Lanzillotta e Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l’altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al “Mattarellum”. La Lega Nord Contrarissima a un referendum dall’esito fortemente bipartitico, la Lega ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l’opzione dell’astensione, mentre il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c’è anche questa possibilità di scelta. L’Idv Inizialmente favorevole al referendum, il partito di Antonio Di Pietro dallo scorso maggio si è schierato apertamente contro la legge che uscirebbe in caso di vittoria del sì. L’indicazione dell’Idv è di andare a votare ed esprimersi per il no. L’Udc Il partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l’astensione con l’obiettivo di far mancare il quorum. La sua tesi è che l’attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì. Gli altri Forza referendaria per eccellenza, i Radicali, contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì, hanno formato un comitato per il “no”: andranno dunque a votare ma metteranno la crocetta sul “no”. Tutta la sinistra radicale, invece, dal Prc al Pdci a Sinistra e Libertà è schierata per il non voto. Anche la Destra è per l’astensione e propone come modello alternativo all’attuale legge elettorale quello del “sindaco d’Italia”. Stessa linea anche per il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo che ha dato indicazione ai propri elettori di non andare a votare o, nel caso di concomitanza con i ballottaggi, di non ritirare le schede dei referendum.

Torna all'inizio


Alle urne per referendum e ballottaggi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale di Brescia" del 21-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Edizione: 21/06/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Il voto Tra riforme e governi locali Alle urne per referendum e ballottaggi Oggi e domani 50 milioni di italiani sono chiamati ad esprimersi su tre quesiti referendari per la riforma elettorale Lo scoglio da superare sarà il quorum: il 50% più uno degli elettori. Riflettori puntati anche sulle amministrative La preparazione di un seggio elettorale per i tre quesiti referendari. Le urne sono aperte oggi dalle 8 alle 22 e domani dalle 7 alle 15 ROMAOggi e e domani gli italiani tornano al voto per i referendum e per il secondo turno delle amministrative. Oltre 47 milioni e mezzo di cittadini - a cui bisogna aggiungere 3 milioni di italiani all'estero - sono chiamati alle urne per pronunciarsi sui tre quesiti referendari che riguardano la legge elettorale e per scegliere i presidenti di 22 Province e i sindaci di 99 Comuni, 15 dei quali capoluogo di provincia. Per i soli ballottaggi gli elettori coinvolti sono 13,7 milioni. I seggi resteranno aperti dalle 8 alle 22 di oggi e dalle 7 alle 15 del giorno successivo. Dopo di che inizieranno le operazioni di scrutinio. Cambiare la Legge Calderoli Per i referendum, il primo scoglio da superare sarà quello del quorum, la soglia del 50% più uno dei votanti necessaria perché la consultazione sia valida. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni. La norma al centro della consultazione è la 270 del 2005, ossia l'attuale legge elettorale (la cosiddetta Calderoli che negli anni è stata ribattezzata «Porcellum») , che è fondata su un sistema proporzionale corretto con premio di maggioranza attribuito alla coalizione e che consente a uno stesso candidato di correre in più circoscrizioni. Due aspetti che il referendum punta a cancellare e modificare. Chi vuole abrogare questa parte della legge, dovrà apporre un segno sul «Sì», chi vuole mantenere la normativa vigente dovrà tracciare un segno sul «No». Tre le schede per altrettanti quesiti: una viola, una beige e una verde. Quella viola e quella beige riguardano in sostanza la stessa materia, ma la prima si riferisce alla Camera e all'elezione dei deputati, la seconda al Senato della Repubblica e all'elezione dei senatori. Ciò che si propone di abrogare, in entrambi i casi, è la possibilità di collegamento tra liste con l'attribuzione del premio di maggioranza alla coalizione più votata. Se dovessero vincere i Sì, il premio di maggioranza andrebbe alla singola lista, e non più alla coalizione di liste, che ottiene più voti. Ci sarebbe poi un ulteriore effetto: si innalzerebbero le soglie di sbarramento e per ottenere rappresentanza parlamentare, le liste dovrebbero raggiungere il 4% alla Camera e l'8% al Senato. L'attuale legge elettorale prevede, infatti, un doppio meccanismo di soglie, più basso per i partiti che si presentano in coalizione (2% nazionale per la Camera e 3% regionale per il Senato) rispetto a quelle per le liste che corrono da sole (4% alla Camera e 8% al Senato), il primo «livello» verrebbe però cancellato. Il quesito della scheda verde riguarda invece le candidature e propone di abrogare la possibilità che una stessa persona possa candidarsi in più collegi contemporaneamente. Si rinnovano Comuni e Province Saranno circa 13,7 milioni gli elettori che dovranno esprimere il loro voto al ballottaggio. Il primo turno ha segnato, di fatto, un'affermazione del centrodestra, con Pdl e Lega Nord che insieme hanno conquistato 26 Province contro le 14 del centrosinistra, e nove Comuni capoluogo, contro i cinque degli avversari. I riflettori sono puntati soprattutto sulle provinciali di Milano e Torino e sulle comunali di Bologna, Firenze, Padova e Bari: sfide chiave per «pesare» la consistenza del centrosinistra, i rapporti di forza tra Pdl e Carroccio e il ruolo dell'Udc, che nel gioco degli apparentamenti ha scelto di allearsi in alcune realtà con il centrodestra, in altre con il centrosinistra. Grande attenzione è stata riservata alla corsa per la presidenza della Provincia di Milano dove si sfidano l'uscente del Pd Filippo Penati e il coordinatore del Pdl lombardo, Guido Podestà. Interesse anche per le provinciali a Torino dove l'Udc ha scelto di allearsi con Antonio Saitta del Pd. Ma proprio il Partito democratico segue con grande apprensione le sorti delle Comunali in due piazze storicamente «rosse» come Bologna e Firenze dove si sfidano rispettivamente Delbono (Pd) e Cazzola (Pdl) e Renzi (Pd) e Galli (Pdl).

Torna all'inizio


Referendum, tutti divisi in vantaggio l'astensione (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unita, L'" del 21-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Referendum, tutti divisi in vantaggio l'astensione M. BUC. È il referendum del "Nì". Lo voto, ma non sono così convinto. Lo voto perché devo, «sono uomo delle istituzioni», ma se voi andate al mare è meglio. Lo voto perché la "porcata" è peggio, anzi, a pensarci bene «la legge elettorale che partorirebbe il referendum è anche peggio della porcata, però bisogna andare a votare...». E ancora: voto Sì perché il partito ha deciso che bisogna andare, questa è la scelta del Pd, anche se in Parlamento già circola una proposta di legge - primo firmatario Vannino Chiti, già ministro per le Riforme del centrosinistra - che perora il ritorno al Mattarellum, il maggioritario a turno unico, che poi fu la scelta degli italiani in due consultazioni successive, fra il 1991 e il 1993. Quando ancora i cittadini credevano nel referendum, nel potere di incidere sulle scelte del Parlamento. Al mare, No Gli astenuti non andranno al mare, perché è prevista pioggia in gran parte della Penisola. Però sono i favoriti, perché in fondo è il referendum del "Boh", se è vero che il 53% degli italiani non sa neppure che oggi e domani si vota per i tre quesiti: lo ha rivelato un sondaggio Ispo di martedì scorso. E non si fa azzardo a dire che il quorum è una chimera, e lo è da 15 anni: l'ultima volta che si superò il 50% più uno dei votanti fu nel 1995, quando si chiamarono gli italiani a decidere se togliere o meno gli spot pubblicitari dai film nelle reti di Berlusconi (e altre cose, ma quella era di sicura presa popolare). L'approccio a questa data "ballerina", scorporata dal primo turno elettorale delle amministrative e delle europee proprio per scongiurare il raggiungimento del quorum, è cambiato nel corso dei mesi. La reazione alla legge elettorale "pensata" da Calderoli e da lui stesso affettuosamente vezzeggiata come «porcata» fu condivisa, e le firme per abrogarla fioccarono fitte. Allora, oltre all'indefesso Mariotto Segni (giunto al quinto referendum in qualità di promotore, questa volta affiancato dal professore e costituzionalista Giovanni Guzzetta), fra i più attivi c'era anche Tonino Di Pietro, intento a rafforzare il bipolarismo. Il varo del Pd e la scelta di Veltroni di correre da solo ha poi allarmato l'Italia dei Valori, che dai propositi dei referendum uscirebbe marginale (però indica il voto contrario, e non l'astensione). Così come i partiti di sinistra (che diserteranno) e l'Udc - e Casini infatti dà la libera uscita ai suoi: andate al mare, in campagna, ovunque ma non alle urne - e così come la Lega. Comanda la Lega Il gruppo di Bossi è il più convinto, tanto da esprimere una posizione fondamentalista: «Andate alle urne e rifiutate di ritirare la scheda». Un'indicazione inedita, ma spiegabile: andate a votare, perché ci sono i ballottaggi e dobbiamo ribadire al premier quanto siamo forti e indispensabili, però il referendum lasciatelo perdere, perché Berlusconi potrebbe scoprire quanto diventeremmo inutili (con il "premio" che consentirebbe di governare al partito di maggioranza relativa, senza alleati). E il presidente del Consiglio ha danzato con finte e controfinte, protervia e indecisione. Poteva liberarsi del giogo della Lega, ma sul piatto c'era la tenuta del governo e Berlusconi si è rimpicciolito sul tornaconto a corto raggio, dapprima rinunciando all'election day e poi sfumando la posizione: «Voterò Sì, sono uomo delle istituzioni, responsabile davanti agli elettori», ha detto per mesi. Il 3 giugno, dopo una cena con Bossi, ha cambiato tono: «Andrò a votare per il Sì, ma non farò campagna elettorale. È la richiesta della Lega». Non si dice "richiesta", si dice "ricatto". «Nì» e «Boh»: sono le due opzioni più gettonate per il referendum di oggi e domani, al posto dei classici Sì e No. I partiti sono indecisi e poco convinti, a parte quelli contrari. E gli italiani non sanno che si vota...

Torna all'inizio


Referendum, i partiti pronti alla battaglia (sezione: Riforma elettorale)

( da "Secolo XIX, Il" del 21-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Referendum, i partiti pronti alla battaglia I "grandi" sono per il sì, tutti gli altri voteranno no Roma. Ma qual è la vera posta in gioco nella partita dei tre referendum che si giocherà tra oggi e domani? In apparenza, i circa 47,5 milioni di elettori che sono chiamati alle urne per esprimere il loro voto sui tre quesiti referendari, abbinati ai ballottaggi, hanno la possibilità di abrogare alcuni "pezzi" dell'attuale legge elettorale. Due schede riguardano il premio di maggioranza: in caso di vittoria dei sì, il premio riservato a chi conquista più voti andrebbe al singolo partito e non alla coalizione più votata. La terza scheda chiede di imporre uno stop alle candidature multiple: la prevalenza dei sì impedirebbe alla stessa persona di candidarsi in più collegi contemporaneamente, come spesso (solo in Italia) fanno i big della politica. Ma, è ormai chiaro a tutti, i risultati che lunedì usciranno dalle urne (vittoria dei sì; vittoria dei no; mancanza di quorum) peseranno sugli equilibri politici, al di là delle mutilazioni inferte alle norme elettorali. Per avere conferma di questo effetto collaterale, basta fare un'occhiata agli schieramenti in campo, che peraltro fanno registrare molti volteggi rispetto alle posizioni di partenza. Prendiamo l'Idv: Antonio Di Pietro si fece fotografare ai banchetti delle firme con i promotori, Mario Segni e Giovanni Guzzetta, ma ora è schierato per il no. Più coerentemente, l'Udc ha sempre visto con il fumo negli occhi un referendum, che punta a un modello elettorale bipartitico lontano dal proporzionale amato dai centristi. Anche i radicali e tutti i partitini della sinistra radicale invitano a votare no per motivi evidenti: già ora i loro simboli sono fuori dal Parlamento ma una vittoria dei sì (niente premio di coalizione) rappresenterebbe una pietra tombale per le formazioni minori. Si arriva così al fronte del sì, che peròè piuttosto variegato. La linea ufficiale del Pd è per il sì: i suoi elettori sono invitati a votare per l'abrogazione delle norme sottoposte a referendum anche se, con i numeri e i sondaggi attuali, il principale beneficiario di una vittoria dei sì sarebbe il Pdl di Silvio Berlusconi. È questo il motivo che ha fatto prendere le distanze dalla linea ufficiale del partito esponenti come Francesco Rutelli e Vannino Chiti. Se Dario Franceschini (d'accordo una volta tanto con Massimo D'Alema) è convinto che la vittoria dei sì aprirà la strada a una riforma elettorale gestita dal Parlamento, gli altri temono invece che Berlusconi possa farsi tentare dal voto anticipato, andando alle urne con l'attuale legge modificata dai referendum e puntando così a fare il pieno di seggi grazie al premio di maggioranza riservato al partito con più consensi. Il Cavaliere, da parte sua, avrebbe tutto l'interesse a cavalcare i referendum e a promuovere la vittoria dei sì. Ma non può perché ha le mani legate dal patto che gli ha imposto la Lega. Uscito rafforzato dal primo turno elettorale, il Carroccio è contrario a smontare la «porcata» elaborata a suo tempo dal ministro Roberto Calderoli, tanto da invitare i suoi elettori a non ritirare le schede, silurando così il quorum dei referendum. Berlusconi ha detto che andrà a votare e scriverà sì sulle schede (anche quella candidature multiple?) ma il Pdl ha scelto di starsene defilato per non entrare in rotta di collisione con l'alleato leghista. Come si vede, i leader stanno facendo calcoli che poco hanno a che fare con i quesiti. «Tutti attaccano il "porcellum" ma tutti lo amano e se lo vorrebbero tenere per tutta la vita», ha sostenuto Calderoli. Se davvero è così e se gli italiani la pensano come lui, il quorum (mai più raggiunto dal 1995) resterà un miraggio. Michele Lombardi lombardi@ilsecoloxix.it 21/06/2009

Torna all'inizio


Partiti divisi e in ordine sparso (sezione: Riforma elettorale)

( da "Gazzettino, Il" del 21-06-2009)

Argomenti: Proposte di legge

Partiti divisi e in ordine sparso Domenica 21 Giugno 2009, Roma Dal Pdl, che lascia libertà di scelta ma è in gran parte per il sì, all'Idv che voterà no, alla Lega che ha dato indicazione ai propri militanti di non ritirare la scheda. Sono variegate le posizioni dei partiti sul referendum elettorale di domani e lunedì. In particolare nei partiti maggiori, Pdl e Pd, convivono tutte le opzioni. Ecco, in breve, una mappa delle posizioni. POPOLO DELLA LIBERTÀ - Non ha dato indicazioni di voto. Il premier Silvio Berlusconi, che pure andrà a votare sì, aveva infatti assicurato alla Lega che non ci sarebbe stata campagna elettorale in favore del referendum. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà a votare sì. Nei giorni scorsi il quotidiano online della sua fondazione "Fare Futuro", ha pubblicato un editoriale nel quale indicava dieci buoni motivi per votare sì. Diversi esponenti del Pdl fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra loro, i ministri Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo e i parlamentari Antonio Martino e Gaetano Quagliariello. PARTITO DEMOCRATICO - È schierato per il sì con l'obiettivo che poi in Parlamento venga discussa una più ampia riforma del sistema di voto. Nel partito ci sono anche i contrari. Tra questi, Francesco Rutelli e l'ex ministro delle Riforme Vannino Chiti. Alcuni parlamentari hanno tra l'altro presentato delle proposte di legge in Parlamento per il ritorno al "Mattarellum". LEGA NORD - Contrarissima a un referendum dall'esito fortemente bipartitico, la Lega ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. La Lega ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l'opzione dell'astensione, mentre il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c'è anche questa possibilità di scelta. ITALIA DEI VALORI - Inizialmente favorevole, da maggio si è schierata apertamente contro la legge che uscirebbe in caso di vittoria del sì. L'Idv invita ad andare a votare no. UDC- Il partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l'astensione con l'obiettivo di far mancare il quorum. La sua tesi è che l'attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì. RADICALI - Forza referendaria per eccellenza, i Radicali, contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì, hanno formato un comitato per il no. SINISTRA - Prc, Pdci, Sinistra e Libertà schierati per l'astensione.

Torna all'inizio


L'Iran a Usa e Gb: basta interferenze Mousavi: avanti ma con moderazione (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere.it" del 21-06-2009)

Argomenti: Esempi esteri

ARRESTATA LA FIGLIA DELL'EX PRESIDENTE RAFSANJANI Teheran: ancora scontri, decine di morti Ahmadinejad: «Basta interferenze» «Cnn»: almeno 19 vittime. Ma per la tv di Stato sono solo dieci. Merkel: «Smettere violenze, riconteggio dei voti» TEHERAN - Non si ferma la violenza in Iran dopo i probabili brogli che hanno sancito il trionfo del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad nelle recente elezioni presidenziali a dispetto di quello che avrebbe dovuto essere il vincitore, il riformista Mir Hossein Mousavi. Da sabato è scontro aperto tra i suoi sostenitori e il regime, dato che la Guida suprema, l'ayatollah Khamenei, si è schierato venerdì ufficialmente con Ahmadinejad. Mousavi in un comunicato sul suo sito web ha sostenuto che sono legittime le proteste del popolo «contro le frodi e le bugie. Oggi il Paese è in lutto per quelli che sono stati uccisi nelle proteste, ma vi chiedo di restare calmi». MANIFESTANTI IN PIAZZA - Domenica a Teheran, per l'ottavo giorno consecutivo, i manifestanti sono scesi in piazza per contestare il risultato elettorale. Video amatoriali mostrano un corteo in una delle vie principali del centro della capitale, con i partecipanti che gridano slogan come «Non abbiate paura, siamo uniti» e «Morte al dittatore» (guarda). Secondo testimoni citati dalla Cnn migliaia di agenti antisommossa sono stati dispiegati nelle strade della città e molti negozi sono rimasti chiusi. In un blog di Twitter dedicato all'Iran si parla di 50 mila dimostranti che avrebbero sfilato davanti alla sede delle Nazioni Unite nello Shahrzad Boulevard a Teheran. Secondo quanto riporta la Cnn, un'altra manifestazione di protesta ha avuto luogo nell'Università Azad. Alcuni post nel blog #iranelection su Twitter parlano di scontri nella piazza Baharestan. Domenica la situazione è comunque più tranquilla rispetto a sabato, quando secondo fonti ospedaliere 19 persone sono rimaste uccise negli scontri tra dimostranti e polizia. Su alcuni social network si parla di 150 morti e centinaia di feriti. «CALMA INSOLITA» - Secondo Lara Setrakian, corrispondente della rete Abc per il Medio Oriente, a Teheran c'è invece una calma insolita. La giornalista preannuncia però nuove manifestazioni e un discorso di Mousavi o di sua moglie Zahra Rahnavard. Anche l'agenzia Afp riferisce che non ci sono segnali di manifestazioni nel centro della capitale. L'agenzia cita testimoni secondo cui la polizia interviene per disperdere anche i capannelli di due-tre persone. Altre testimonianze parlano di traffico normale e negozi aperti. Alcuni blogger si spingono a dire che il governo starebbe perdendo il controllo dell'esercito, dato che sabato diversi soldati si sarebbero rifiutati di sparare sulla folla. Lo scontro in Iran avviene non solo nelle piazze, ma anche per il controllo dell'informazione. Dopo che il regime ha ufficialmente bloccato il lavoro dei cronisti stranieri le notizie arrivano con difficoltà. Ultimo in ordine di tempo il corrispondente della Bbc Jon Leyne, espulso domenica dal Paese perché accusato di «sostegno ai rivoltosi» dopo che aveva espresso dubbi sull'attentato al mausoleo di Khomeini. Il giornalista dovrà lasciare l'Iran entro 24 ore. L'opposizione si affida al web, blog, siti e social network per comunicare con il mondo, il regime replica attraverso tv, giornali e radio. Smentendo però diverse volte se stesso. NOTIZIE E SMENTITE - Per esempio sul bilancio delle vittime. Da Teheran la tv di Stato manda prima la notizia che un numero imprecisato di persone sono morte sabato a Teheran per l'incendio di una moschea appiccato da «rivoltosi» nel corso della manifestazione dell'opposizione. L'emittente ha anche mostrato immagini dell'edificio in fiamme. Poco dopo però arriva la smentita: nessun morto nell'incendio della moschea. Secondo sempre la tv di Stato inizialmente erano 13 le persone uccise negli scontri di sabato tra la polizia e quelli che vengono definiti «gruppi terroristici». Bilancio poi ridotto a 10 morti e un centinaio di feriti. «Terroristi» che il governo di Teheran identifica con mujaheddin che hanno le loro basi all'estero, per esempio nel vicino Iraq, e il loro quartier generale a Londra. Il ministro degli esteri Manuchehr Mottaki ha accusato senza mezzi termini la Gran Bretagna, dicendo che negli ultimi mesi prima del voto «è stato registrato un forte incremento nel flusso di persone provenienti dalla Gran Bretagna che entravano in Iran». Secondo Mottaki Londra addestra gruppi terroristici attivi nel sud della Repubblica islamica e influenza le altre potenze per fare loro assumere una posizione contraria al programma nucleare di Teheran. In particolare starebbe cercando di bloccare ogni apertura dell'amministrazione Usa verso l'Iran. ARRESTATA FIGLIA DI RAFSANJANI - Ci sono anche nuovi arresti eccellenti: durante le manifestazioni di sabato sono stati portati in carcere la figlia dell'ex presidente Akbar Hashemi-Rafsanjani e quattro suoi parenti, accusati di coinvolgimento nelle proteste contro Ahmadinejad, come riporta l'agenzia Fars. Faezeh Hashemi, nota attivista per i diritti delle donne, è emersa negli ultimi anni come figura di spicco dell'opposizione. Prima del voto, il presidente aveva accusato Rafsanjani e i suoi figli di corruzione e l'ex presidente è uno dei principali sponsor di Mousavi. Tra gli arrestati anche la figlia di Faezeh. Tutti sono accusati di avere partecipato a un raduno illegale nel centro di Teheran, durante il quale sono scoppiati gravi incidenti, e di avere «provocato e incoraggiato i rivoltosi». Una fonte delle forze di sicurezza ha detto invece che la donna e gli altri membri della famiglia sono stati portati in una stazione di polizia «per la loro stessa sicurezza». KHATAMI: «PERICOLOSE CONSEGUENZE» - Tra le voci dissenzienti ancora in libertà, quella dell'ex presidente iraniano Mohammad Khatami, che ha ammonito sulle «pericolose conseguenze» che potrebbero derivare dal divieto di manifestare imposto dalle autorità. Inoltre addebitare la crisi iraniana a un complotto delle potenze straniere è «indicazione di una falsa politica». Con queste dichiarazioni l'ex presidente, appartenente al clero sciita con il titolo di hojatoleslam, è uscito allo scoperto nella disputa arrivata ad investire l'establishment. Mantiene invece il silenzio Rafsanjani, assente venerdì alla preghiera collettiva a Teheran, quando la Guida suprema ha affermato che le manifestazioni dovevano cessare. L'ultima volta che Rafsanjani aveva fatto sentire la sua voce era stato con una lettera inviata allo stesso Khamenei prima delle elezioni, in cui gli chiedeva di garantire uno svolgimento corretto della consultazione e avvertiva che in caso di sconfitta di Mousavi attraverso brogli, nelle piazze sarebbero potuti scoppiare gravi incidenti. Nella sua dichiarazione odierna, Khatami chiede «l'immediato rilascio di tutti gli arrestati durante le proteste», ritenendo che ciò «può calmare la situazione nel Paese». E chiede alle autorità di «rispettare i diritti del popolo». Il ayatollah dissidente Hossein Ali Montazeri, già successore designato dell'ayatollah Khomeini come Guida suprema e poi defenestrato, ha proposto tre giorni di lutto nazionale per i manifestanti uccisi e ha affermato che resistere alle richieste del popolo sulle elezioni è proibito dalla religione. «BASTA INTERFERENZE» - Domenica c'è stato un nuovo, duro intervento di Ahmadinejad, che ha intimato a Stati Uniti e Gran Bretagna di smettere le interferenze nelle vicende interne dell'Iran. «Considerando le vostre sconsiderate affermazioni, non potete più essere considerati degli amici della nazione iraniana. Pertanto vi consiglio: correggete il vostro atteggiamento fatto di ingerenze» ha detto il presidente rieletto a un consesso di chierici e insegnanti. Il riferimento è alle critiche che numerosi Paesi occidentali hanno rivolto alle autorità per il rifiuto di accogliere la richiesta di riconteggio dei voti. Anche il presidente del Parlamento Ali Larijani ha chiesto in un discorso all'assemblea di rivedere i rapporti con Gran Bretagna, Francia e Germania, alla luce di quelle che ha definito «vergognose» dichiarazioni sulla contestata elezione presidenziale. La radio di Stato ha riferito che Larijani «ha chiesto alla commissione del Parlamento per la politica estera e della sicurezza di mettere in agenda la revisione dei rapporti con i tre Paesi europei». In seguito il governo iraniano ha convocato gli ambasciatori e i rappresentanti dei 27 Paesi europei presenti a Teheran. Il ministro degli Esteri ceco, Jan Kohout, il cui Paese ha la presidenza di turno europea, ha detto che l'Ue sta preparando una reazione. Un portavoce del ministro ha detto che i diplomatici «non hanno avuto la possibilità di esprimere la loro posizione» sulla crisi in Iran. MERKEL: «RICONTEGGIO DEI VOTI» - Continua dunque il pressing della comunità internazionale sul regime di Teheran. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha sollecitato le autorità ad astenersi dall'uso della forza e della violenza contro le manifestazioni popolari e ha chiesto un riconteggio dei voti. Da Londra, il ministro degli Esteri David Miliband ha respinto l'accusa secondo cui le proteste contro i brogli sarebbero pilotate da Londra. «Non è vero che le manifestazioni sono manipolate dall'esterno - ha detto -. Respingo categoricamente questa idea. Il Regno unito è fermissimo nel sostenere che spetta al popolo iraniano scegliere il suo governo». Per l'Italia, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha espresso preoccupazione per «le violenze e la perdita di vite umane» in Iran e ha chiesto «al governo iraniano di adoperarsi con urgenza per creare le condizioni per una composizione pacifica della crisi interna». I FERITI NELLE AMBASCIATE - Il governo della Svezia, Paese che dal 1° luglio assumerà la presidenza di turno della Ue, si appresta intanto a consultare i partner europei per valutare come rispondere alla domanda crescente che arriva dai suoi cittadini affinché le porte delle ambasciate occidentali a Teheran vengano aperte per dare rifugio ai manifestanti feriti. L'ambasciata di Svezia nella capitale iraniana ha infatti ricevuto un certo numero di richieste via e-mail, provenienti dalla madrepatria, affinché apra le sue parte per dare riparo ai manifestanti dell'opposizione. La direttrice delle relazioni esterne del ministero, Cecilia Julin, ha riferito che sono arrivate «alcune mail, ma non una valanga» e ha aggiunto che il governo svedese ha intenzione di «valutare, assieme ai suoi partner europei», la risposta da dare alle domande ricevute per l'apertura umanitaria delle porte delle ambasciate. Julin ha anche precisato che la Svezia compare erroneamente su una lista non ufficiale, pubblicata su internet, che indica i Paesi le cui ambasciate darebbero rifugio ai manifestanti feriti a Teheran. Tale lista comprende Australia, Belgio, Finlandia, Francia, Germania e Messico. Dalla Farnesina fanno sapere che nessuna richiesta ad accogliere feriti durante gli scontri è giunta finora dai manifestanti iraniani alle ambasciate dei Paesi europei a Teheran. La Farnesina definisce «prive di fondamento» le notizie secondo cui alcune ambasciate europee avrebbero accolto i feriti e altre no. Le sedi diplomatiche dei Paesi Ue a Teheran, aggiunge la Farnesina, restano come di consueto in costante contatto tra loro. Anche il Belgio ha smentito di aver accolto i feriti in ambasciata. «L'Italia non si sottrarrà agli sforzi internazionali di assistenza umanitaria», ha dichiarato in una nota il ministro degli Esteri, Franco Frattini. «Il ministro Frattini - prosegue la nota della Farnesina - ha già dato istruzioni in tal senso all'ambasciata d'Italia a Teheran ove vi fosse richiesta e bisogno di assistenza ai dimostranti feriti. Frattini approfondirà questi aspetti mercoledì a Stoccolma, in occasione del suo incontro con il ministro degli Esteri svedese». stampa |

Torna all'inizio