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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


top          ARTICOLI DEL 5 e 6 marzo 2008       #TOP


Report "Israele/Palestina"

Hamas festeggia il ritiro israeliano. Ma a Gaza la guerra non è nita ( da "EUROPA.it" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: I miliziani palestinesi hanno continuato a lanciare razzi su Israele per far sembrare una fuga il ripiegamento dei soldati. Il governo di Tel Aviv ha precisato, però, che potrebbe far partire presto una nuova offensiva. MAURIZIO DEBANNE L'esercito israeliano si è ritirato da Gaza lasciando dietro di sé un numero elevato di vittime innocenti.

In viaggio dall'Umbria alla mistica Gerusalemme ( da "Stampa, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: con destinazione Israele e Giordania (20-27 marzo), "Turchia di Paolo" (17-24 maggio) e "Grecia di Paolo" (6-13 ottobre). Info: 015/67.00.50. Sono due i viaggi in programma dal primo al 4 maggio: la Pro loco di Cerrione organizza una gita con destinazione Umbria e visita alle città di Siena, Perugia e Assisi (info: 015/67.

RAMALLAH - IL PRESIDENTE palestinese Abu Mazen ieri ha insistito s ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Abu Mazen ha detto che "Hamas deve cessare i suoi lanci di razzi" e che "Israele deve porre fine a tutti i suoi attacchi, anche in Cisgiordania". Rice, da parte sua, ha detto che è ancora possibile raggiungere un accordo di pace fra Israele e palestinesi entro il 2008, auspicando una ripresa "il più presto possibile" dei negoziati di pace.

Scene di vita palestinese sotto l'esercito israeliano ( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Pagina XVII - Bologna LA MOSTRA Scene di vita palestinese sotto l'esercito israeliano "NON mostriamo scoppi di bombe o immagini di bambini ammazzati ma solamente come si vive tutti i giorni con l'esercito israeliano sotto casa che controlla ogni movimento, giorno e notte, che ci impedisce di entrare nelle nostre case".

"il popolo di mosè usò allucinogeni" bufera su un ricercatore israeliano ( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: bufera su un ricercatore israeliano Proteste dei lettori sul sito di Haaretz dopo la pubblicazione dello studio DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - è il momento in cui Mosè sta per ricevere le tavole della Legge. "E vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba - si legge nel capitolo 19 dell'Esodo - tutto il popolo che era nell'

La rice da abu mazen: "pace ancora possibile" - alberto stabile ( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Chiedo al governo israeliano di fermare la sua aggressione in modo da creare la giusta atmosfera per riprendere il dialogo", le risponde, freddo, il leader palestinese. Non ha raccolto molto da Ramallah, il segretario di Stato americano, volata in Israele e nei territori palestinesi, con l'aggiunta all'ultima ora di una tappa in Egitto,

Gaza radiografia di una strage ( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Erano sorelle. Aveavano rispettivamente 13 e 17 anni. Il 2 marzo sono state uccise nella loro casa alla periferia di Jabaliya. La famiglia Attalla è stata colpita da un missile di 1 tonnellata sparato da un F-16 israeliano. segue a pagina 10 L'inchiesta.

La Rice fa l'ottimista: la pace è ancora possibile ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: TEL AVIV Serve una tregua generale che imponga ad Hamas di porre fine al lancio dei razzi, e ad Israele di interrompere ogni azione militare a Gaza e in Cisgiordania, riaprire i valichi e restituire i palestinesi a una vita normale: è la proposta del presidente palestinese Abu Mazen formulata ieri a Ramallah, durante l'incontro con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice.

Quelle minacce a Napolitano per la Fiera del libro ( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: infamanti accuse chiunque osasse criticare Israele. Questo si chiama abuso calunnioso". Dopo aver definito Israele "uno stato illegale", Napolitano viene tacciato di non essere "credibile", "la Sua è una pace a senso unico, la pace per il più forte. Questa si chiama prevaricazione". Segue un'accusa gravissima: "Israele elimina fisicamente gli intellettuali e gli scrittori palestinesi (

Le uniche scelte bipartisan possibili? In politica estera ( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Onu di mantenere la pace a nord di Israele. In quell'occasione l'Italia, per la prima volta nella storia recente, ha tenuto al culmine della crisi una posizione solitaria nella sua determinazione a offrire truppe per la missione multilaterale, anche nel momento in cui la Francia e gli altri Paesi europei mettevano in dubbio la loro disponibilità.

Proteste per Caldarola e Ranieri <Esclusi perché vicini a Israele> ( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Proteste per Caldarola e Ranieri "Esclusi perché vicini a Israele" ROMA - "Siamo indignati e delusissimi, temiamo che tornino nella sinistra i pregiudizi su Israele". Così le due portavoce di Appuntamento a Gerusalemme, Anita Friedman e Anna Borioni, protestano per l'esclusione dalle liste del Pd di Peppino Caldarola e Umberto Ranieri.

Quando il tifo prende la mano ( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele Gideon Meir è uno dei frequentatori. Ma in certi casi la passione calcistica ha il pieno sopravvento. Per vedere le partite, l'ambasciatore slovacco Stanisalv Vallo paga i biglietti. Il suo collega del Venezuela Rafael Alejandro Lacava Evangelista, nato a Roma in via Caetani, è talmente romanista da scaldarsi anche davanti alla tv.

Hamas, Israele e la guerra infinita ( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del Hamas, Israele e la guerra infinita Alon Altaras Nel conflitto israelo-palestinese pare esista uno scenario ripetitivo: passano i mesi, si annunciano piani di pace, addirittura c'era chi pochi mesi fa si è azzardato a parlare di un accordo di pace fra Israele e la Palestina entro il 2008.

STRISCIA DI GAZA ( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: considerati responsabili di aver scatenato la nuova pioggia di razzi Qassam su Israele, ma anche diversi civili, donne e bambini, nonché due soldati israeliani. Hamas ha detto che il ritiro è una "vittoria" per il Movimento islamico. Israele ha confermato, da parte sua, di aver raggiunto "tutti gli obiettivi". Due verità, come sempre.

<Fallito golpe Usa contro Hamas> ( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Abu Mazen affinché tolga di mezzo il governo presieduto da Hamas a meno che non cambi atteggiamento verso Israele e rinunci al terrorismo. Gli Usa passano allora al "Piano B" che prevede: lo stanziamento di 1.27 miliardi di dollari per il Fatah, l'addestramento dei reparti, nuovi equipaggiamenti. Ma una fuga di notizie, sul quotidiano giordano Al Majd (30 aprile), svela l'intrigo.

Condi: <Accordo possibile> Tank a Gaza, uccisa neonata ( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che ha interrotto i negoziati con Israele dopo l'offensiva israeliana dei giorni scorsi nella Striscia di Gaza (120 morti). Per Abbas "serve una tregua generale che imponga ad Hamas di porre fine al lancio dei razzi, e a Israele di interrompere ogni azione militare a Gaza e in Cisgiordania, riaprire i valichi e restituire i palestinesi a una vita normale"

Finora l'Onu è stato impossibilitata da Usa Ue e Israele ad avviare contatti con il movimento integralista ( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del "Finora l'Onu è stato impossibilitata da Usa Ue e Israele ad avviare contatti con il movimento integralista".

Blindati israeliani di nuovo nella Striscia, uccisa neonata ( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: "Chiedo al governo israeliano di porre fine alla sua aggressione affinché si creino tutte le condizioni propizie al successo dei negoziati di pace nel 2008", ha aggiunto il presidente palestinese nel corso di una conferenza stampa congiunta con Rice alla Muqata, quartier generale dell'Anp.

Btselem: quattro bambini colpiti da un razzo israeliano mentre giocavano a pallone alla periferia di Jabaliya ( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del Btselem: quattro bambini colpiti da un razzo israeliano mentre giocavano a pallone alla periferia di Jabaliya.

LA STRAGE IN CIFRE ( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: l'offensiva militare scatenata da Israele a Gaza in risposto al lancio di razzi su Sderot e Ashqelon che avevano provocato la morte di un civile e diversi feriti. 56 SONO I CIVILI colpiti a morte dalle forze israeliane, stando a un rapporto di Btselem, l'organizzazione israeliana per i diritti umani nei Territori;

Gaza, radiografia di un massacro ( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Nello stesso periodo, un civile israeliano è rimasto ucciso e diversi altri sono stati feriti dai razzi lanciati dai gruppi armati palestinesi di Gaza, che hanno colpito Sderot e altre zone del sud di Israele. La tragedia di Gaza è in una quotidianità che impone solo un obiettivo: la sopravvivenza.

IRAN, EDITORI PRIVATI AL SALON DU LIVRE ( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: come la Fiera del libro di Torino, ha dedicato a Israele la sua vetrina d'onore) il governo iraniano, che aveva annunciato proprio l'altro giorno la sua decisione di boicottare le due manifestazioni, ha fatto ieri un distinguo per bocca di Ehsanollah Hojjati, capo dell'Istituto governativo per le esposizioni culturali.

Lettere@ilmanifesto.it ( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: per cui qualunque pur vaga apertura ai palestinesi potrebbe mettere in pericolo la sicurezza d'Israele. Si riproduce qui il meccanismo ben descritto da Benedict Anderson del "nazionalismo in teleselezione" (long-distance nationalism), per cui la diaspora di un popolo è spesso più intransigente di chi vive sul posto (diaspora irlandese, tamil, sikh, palestinese.

Gaza, Bush non vede le stragi e parla di pace ( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: palestinese Abu Mazen che alla Rice ha ribadito che la trattativa con Israele resta sospesa e, soprattutto, ha sottolineato "la necessità d'instaurare una tregua globale a Gaza e in Cisgiordania". Ha quindi chiesto che Israele ponga fine "alla sua aggressione affinché si creino le condizioni propizie al successo dei negoziati", cercando di far comprendere al Segretario di stato che,

Il piano prevede il pieno ritiro di Israele da Gaza e dalla Cisgiordania, la nascita in questi terri ( da "Messaggero, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Tori dello Stato di Palestina, la soluzione al problema dei profughi palestinesi, la normalizzazione dei rapporti tra Paesi arabi e Israele. L'obbiettivo che ci si è posti nel novembre scorso nella conferenza di Annapolis (cittadina americana nel Maryland) è quello di raggiungere la pace entro quest'anno.

Sinistra e comunità palestinesi in piazza: fermare il massacro ( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: "Il governo italiano deve intervenire subito per fermare i massacri ed evitare che al prossimo vertice dei ministri degli esteri della Nato prenda corpo il piano statunitense-israeliano di un nuovo conflitto, contro Libano e Siria" ha dichiarato il presidente della comunità palestinese Samir Al Qaryouti.

Dopo il massacro, la diplomazia. Condoleezza Rice è in Israele per cercare di rilanciare i nego ( da "Messaggero, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele di ridare ai palestinesi ciò cui hanno diritto". In una conferenza stampa a Gaza City, ha poi criticato Washington sostenendo che la condanna espressa dalla Rice per i razzi lanciati da Hamas contro Israele "intende dare a Israele la giustificazione per continuare a uccidere e versare il sangue di palestinesi innocenti"

Scoop Il piano b contro hamas ( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: a molti dei reporter che seguono il conflitto israelo-palestinese, e soprattutto a quelli che si sono trovati tra Tel Aviv e Ramallah negli anni della transizione dall'autorità di Yasser Arafat all'Anp di Mahmoud Abbas. In pochi, però, si sarebbero immaginati che a confermare la citazione celebre sarebbe stato un pezzo su Vanity Fair .

Segue dalla prima lo scoop di vanity fair e la rice ( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Perché Israele e Palestina sono - in fondo - villaggi dove si sa, se non tutto, almeno l'essenziale. Perché appunto, come diceva il vecchio Missiroli, "niente è più inedito" di quello che si vede coi propri occhi. Se soltanto si tengono gli occhi aperti.

Transportnummer c'era un codice unico per ebrei e loro averi ( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Poi nel 1938 la situazione precipita: in agosto gli ebrei sono obbligati ad aggiungere "Israel" o "Sarah" al loro nome: Emma Sarah Bonn, Philipp A. Israel Bonn. In novembre, la Notte dei Cristalli fa 100 morti solo a Berlino; 20 mila ebrei vengono inviati nei campi di concentramento, nella capitale s'impenna il tasso dei suicidi.

Spunta un piano Usa per cacciare Hamas ( da "Liberazione" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza "cesseranno solo quando avranno fine i tiri di razzi sul territorio israeliano". Lo ha ribadito prima dell'incontro di ieri sera a Gerusalemme con il Segretario di Stato americano il ministro degli Esteri israeliano Barak. Anche i razzi palestinesi, che ieri mattina hanno nuovamente raggiunto Sderot, non si fermano.

D'Alema e Moussa, intesa tra italia e Lega Araba ( da "Voce d'Italia, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: acuirsi degli scontri tra Palestina e Israele. Le prospettive non sono certo confortanti visti i raid dei giorni scorsi nella striscia di Gaza. D'Alema e Moussa hanno anche evidenziato l'esigenza di una risoluzione della situazione Kurda nel Nord dell'Iraq, un processo delicato che andrebbe a toccare i già precari, quasi inesistenti, equilibri nella zona.

Oltretutto ( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: come la Fiera del libro di Torino, ha dedicato a Israele la sua vetrina d'onore) il governo iraniano, che aveva annunciato proprio l'altro giorno la sua decisione di boicottare le due manifestazioni, ha fatto ieri un distinguo per bocca di Ehsanollah Hojjati, capo dell'Istituto governativo per le esposizioni culturali.

Israele si ritira e non c'è da festeggiare ( da "Opinione, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele a sparare? Perché nessuno spiega che, al contrario di quello che accade a Sderot, l'esercito israeliano fa di tutto per colpire obbiettivi militari evitando per quanto possibile vittime civili? Perché il "cessate il fuoco" deve entrare nell'ordine del giorno delle Nazioni Unite solo quando anche Gaza è sotto bombardamento e a nessuno è venuto in mente di chiederlo per la

Chi difende il Neghev? ( da "Avanti!" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ISRAELE 1/ IL SILENZIO DELL'ONU SUI QASSAM Chi difende il Neghev? 05/03/2008 Il ritiro unilaterale israeliano dalla Striscia di Gaza non solo non è stato utilizzato dagli arabi palestinesi per porre le basi di una prima costruzione di uno Stato indipendente e democratico, ma è divenuto, dopo il golpe di Hamas,

Israele ad Hamas fermate i missili ( da "Voce d'Italia, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Le due parti intendono riprendere i negoziati" Israele ad Hamas: fermate i missili Il primo ministro israeliano assicura: "Non ci svegliamo pensando a come attaccare Gaza" Gerusalemme, 5 mar. – Se Hamas e gli altri gruppi militanti smetteranno di lanciare missili contro il territorio israeliano, Gerusalemme non tornerà ad attaccare la Striscia di Gaza.

Da settimane i media si sono mobilitati, e talvolta scatenati, intorno alla questione del boicottagg ( da "Stampa, La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele (non ho mai detto che "non si poteva accettare niente dallo stato di Israele": è stata una cattiva traduzione dall'arabo compiuta dall'agenzia ATIC che ha riconosciuto l'errore). Boicottare non significa assolutamente negare l'esistenza di Israele: io non nego la sua esistenza, ma mi oppongo alla politica d'occupazione e alle campagne repressive e disumane messe in atto dai

L'odore non proprio floreale è l'ultimo ricordo di una vita fa, quando anche qui i ri ( da "Stampa, La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: "Israele è un Paese piccolo e popoloso", continua Idit El-hassid. Il trattamento dei rifiuti non è un problema postmoderno ma antico, esigenza nazionale più urgente anche della pace con i palestinesi, che invece stagna senza una soluzione condivisa.

GERUSALEMME - IL SEGRETARIO di Stato americano, Condoleezza Rice, ha concluso la miss ( da "Nazione, La (Nazionale)" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: IL SEGRETARIO di Stato americano, Condoleezza Rice, ha concluso la missione mediorientale con la promessa di Ehud Olmert e Abu Mazen a riprendere i colloqui di pace. Ma nessuno può dire quando: Israele chiede che Hamas cessi il lancio di razzi e Abu Mazen chiede la fine dei raid israeliani a Gaza. - -->.

Carter e Annan pronti a mediare la tregua Israele-Hamas Il movimento integralista palestinese: Sono i benvenuti a Gaza . Rice: Olmert e Abu Mazen riprendono il dialogo ( da "Unita, L'" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: E la calma adesso sembra prometterla anche il primo ministro israeliano Ehud Olmert: "Se cesseranno gli attacchi di razzi Qassam contro Israele, Israele non avrà alcun motivo per azioni militari a Gaza - ha dichiarato ieri -. Gli israeliani non si svegliano ogni mattina pensando a come colpire Gaza: se non siamo attaccati, noi non attacchiamo".

Sul terreno la tensione resta alta. Il Consiglio di difesa israeliano: l'esercito ha mano libere nella Striscia ( da "Unita, L'" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del Sul terreno la tensione resta alta. Il Consiglio di difesa israeliano: l'esercito ha mano libere nella Striscia.

Ma a Israele non serve che si scateni una terza Intifada ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: al momento del rientro in Israele delle truppe dopo l'incursione, Hamas, nonostante le perdite subite, ha cantato vittoria e ha immediatamente ricominciato a lanciare Qassam sopra il territorio israeliano per riaffermare la propria superiorità militare. Dopo tutto, la risposta israeliana sembra avere ottenuto l'obiettivo opposto a quello voluto.

"ma quelli sono gli eredi di almirante una donna ebrea non può stare con loro" ( da "Repubblica, La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: quando ho visto Fini in Israele con la kippah" "Un ebreo non può farlo. E una donna ebrea ancora meno. Quando ho sentito questa notizia mi si è accapponata la pelle. Ma come, mi sono chiesta, allora la storia non insegna proprio niente?". Elisa Della Pergola passa il suo tempo libero a girare per le scuole, a raccontare ai ragazzi le sofferenze degli ebrei durante le leggi razziali.

Ci vuole immaginazione per una nuova democrazia ( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: non possiamo non intuire il posto che occupa la Palestina nel nostro comune destino. Le immagini che arrivano da Gaza ci mettono a nudo di fronte alla nostra impotenza, ci informano che il peggio non ha fine. E ancora, dopo tre anni, continua la mattanza in Iraq mentre le navi da guerra americane stanno dirigendosi verso le coste libanesi e si preparano a attaccare l'

Dietrofront di Abu Mazen: riparte il dialogo con Israele ( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: il presidente palestinese aveva sostenuto che l'Anp non sarebbe tornata al tavolo delle trattative con Israele prima del raggiungimento di una tregua a Gaza. Una posizione conseguenza dei 120 morti palestinesi - 50% dei quali civili (l'ultimo è una neonata uccisa martedì sera) - nella pesante offensiva lanciata da Israele. All'improvviso è giunto il colpo di scena.

È scomparsa la Palestina. Alle origini di un conflitto ( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Dal 1947-48, il problema centrale è l'accettazione di Israele da parte degli arabi e la contestuale accettazione da parte di Israele dell'onore o onere di appartenere al Medio Oriente e di doverne condividere i problemi di sviluppo e democrazia con strumenti diversi dalla guerra (comunque giustificata).

Cattolici e musulmani, parte il forum del dialogo ( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Infine la delegazione musulmana ricevuta in questi giorni in Vaticano formula una "sentita preghiera" per il rilascio del vescovo caldeo di Mosul (Iraq), Paulos Faraj Rahho - rapito da guerriglieri islamisti - e di "ogni prigioniero vittima della guerra, della politica e della crudeltà in Iraq e in Palestina". Luigi Accattoli.

Reazioni pretestuose e veri profanatori della religione ( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: profanatori della religione di MAGDI ALLAM SEGUE DALLA PRIMA Se dunque la reazione al film di Wilders, al discorso del Papa e alla scelta di Israele potrebbero risultare simili, pur trattandosi di eventi sostanzialmente diversi, significa che essi non sono la causa bensì soltanto il pretesto invocato per giustificare e legittimare un'ideologia di odio, intolleranza, violenza e morte.

Guerre dell'odio dal Libano all'Iran. Trent'anni di Europeo ( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Si parte dal grumo israelo- palestinese con il corpo a corpo tra l'inviata Oriana Fallaci e l'allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon all'indomani del conflitto del 1982 in Libano. "La sua guerra, generale", insiste lei. "Io odio la guerra, Miss", resiste lui.

Scienza, il nuovo tabù ( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ex comunista Israel si unisce con uno zelo da prete spretato". Analoga la reazione di un altro filosofo della scienza, Telmo Pievani: "Israel dipinge uno scientismo caricaturale. Nessuna persona ragionevole pensa che le tecnoscienze debbano correre a briglia sciolta senza vincoli, specie nel campo più delicato della biogenetica.

GERUSALEMME Riprenderanno i negoziati di pace tra palestinesi e israeliani. Lo ha annunciato il seg ( da "Messaggero, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: il premier israeliano Ehud Olmert ha promesso che se cesseranno i tiri di razzi kassam da Gaza sul territorio israeliano, Israele a sua volta non attaccherà. Mercoledì sera, una bimba palestinese di appena un mese è rimasta uccisa nel corso di un attacco israeliano a Dir El Balah, nel centro della Striscia di Gaza.

Questioni internazionali il tallone di Obama ( da "Tempo, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il suo impegno a colloquiare anche con i nemici, da Ahmadinejad a Raul Castro, da Kim Jong-Il a Chavez, lascia perplessi. Il suo tiepido sostegno per Israele gli ha già alienato l'influente comunità ebraica. Da questo punto Hillary appare assai più rassicurante, se non altro perché potrà avvalersi dei consigli di un marito di cui si sa già tutto.

L'impossibilità della normalità Israele e la scommessa persa ( da "Liberazione" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: a svolgere in Israele e fuori da Israele il ruolo di coscienza, più o meno critica, o di oracolo. In questo ruolo, c'è da dire che Yehoshua - insieme a David Grossman e Amos Oz - è tra i più attivi, il suo nome è conosciuto in Italia non solo per la qualità dei suoi romanzi, ma anche come punto di riferimento per seguire l'evoluzione o involuzione dell'

Abbas ci ripensa su "consiglio" di Rice: sì ai negoziati, senza la tregua a Gaza ( da "Liberazione" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: esercito israeliano nei Territori palestinesi. Il 42% hanno riguardato la West Bank, da cui non si registrano attacchi missilistici contro Israele. Ieri sera un cittadino israeliano è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco a sud di Hebron, dove nei giorni scorsi, come a Betlemme e Ramallah, vi sono stati scontri tra forze armate israeliane e palestinesi.

Nessuna pietà per i terroristi: ( da "Tempo, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stampa Intervista all'ex ambasciatore israeliano in Italia Nessuna pietà per i terroristi: il dialogo dei moderati li cancellerà Ex ambasciatore di Israele in Italia, ha scritto un libro, "Da Gerusalemme a Roma" che raccoglie gli articoli pubblicati durante la missione italiana 2001-2006.

Sogni come nella grande tradizione politica europea ( da "Riformista, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: equidistanza" tra Hezbollah e Hamas da una parte e Israele dall'altro, a favore dei primi evidentemente. Ma che il Popolo delle Libertà si dichiari apertamente di destra, e dica e faccia qualcosa di destra, e che il Partito democratico si dichiari di sinistra e socialista e dica e faccia qualcosa di sinistra, forse è un sogno.

Il macigno che ci pesa ( da "Opinione, L'" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e di dileggiare il ricordo della persecuzione subita dagli ebrei. I nostri governi hanno pronunciato parole di circostanza, più intenti a far capire che si trattava di gesti e parole esagerate, dovute al desiderio iraniano di tornare ad essere una potenza regionale, che disposti a prendere quelle parole e quei fatti per quello che sono:

Sono pochi i nomi nuovi ( da "Opinione, L'" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: gli ebrei italiani e della sua amicizia per Israele. Insieme con Ruben e sempre un quota An dovrebbe figurare il generale Roberto Speciale, l ex Comandante della Guardia di Finanza uscito vincitore dallo scontro con il vice ministro dell'Economia Vincenzo Visco. An, infine, è intenzionata a riportare in Palamento l'attuale Cda della Rai Gennaro Malgieri ed Adriana Poli Bortone.

Pd nella tradizione: fuori lista i non allineati ( da "Avanti!" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: uno di quei curiosi soggetti che credono davvero che la sinistra possa essere amica di Israele; che è una piccola nube sulla sua intelligenza, perché come un politico intelligente possa credere a una cosa del genere è francamente incomprensibile. Peggio ancora per Umberto Ranieri, che è stato fatto fuori ufficialmente per la regola delle tre legislature;

Il multiculturalismo senza ordine nazionale autorizza il dominio dei violenti (non solo in Olanda) ( da "EUROPA.it" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: anni di Israele; e c'è chi ingiuria il presidente Napolitano (un certo "Comitato Nakba", denunciato dal solo Magdi Allam). Insomma, siamo in pieno revival nazista-fascista-stalinista anni Trenta, quando i libri dei critici non venivano contestati ma bruciati e gli autori assassinati (vedi Gobetti, fratelli Rosselli e altri,

Gerusalemme attentato sanguino a una scuola ( da "Voce d'Italia, La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Questa invece la reazione di Israele nelle parole del portavoce del ministero degli Esteri Arye Mekel: "Questi terroristi stanno tentando di distruggere le opportunità di pace ma noi per certo continueremo i colloqui di pace". Per Hamas si tratta invece di un "attacco eroico, una risposta normale ai crimini dell'occupante e alle sue uccisioni di civili.


Articoli

Hamas festeggia il ritiro israeliano. Ma a Gaza la guerra non è nita (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

I miliziani palestinesi hanno continuato a lanciare razzi su Israele per far sembrare una fuga il ripiegamento dei soldati. Il governo di Tel Aviv ha precisato, però, che potrebbe far partire presto una nuova offensiva. MAURIZIO DEBANNE L'esercito israeliano si è ritirato da Gaza lasciando dietro di sé un numero elevato di vittime innocenti. Dopo l'"inverno caldo", questo il nome dell'operazione militare, adesso la speranza è che arrivi in anticipo la primavera, ovvero una nuova stagione di pace. Ma come una rondine non fa primavera, così l'arrivo ieri della Rice in Medio Oriente non porterà a nessun miglioramento sensibile. Il capo della diplomazia americana ha riscontrato sul terreno una situazione ancora esplosiva. Le unità della brigata israeliana Givati sono arretrate fino alla zona vicina al cimitero dei martiri, a ridosso della barriera che delimita il confine fra la Striscia e Israele. È la posizione dove sostano normalmente i militari israeliani e dalla quale possono agevolmente, e in ogni momento, lanciare nuove incursioni. Anche dopo il ritiro delle truppe israeliane i miliziani palestinesi hanno continuato a lanciare razzi sulle città di Sderot e di Asqhelon in modo tale da mostrare il ripiegamento israeliano come una fuga. "Il ritiro israeliano è il segno del fallimento dei loro soldati contro i combattenti delle Brigate di Ezzedine al-Qassam", canta così vittoria un portavoce del movimento islamico, Sami Abu Zuhri. Nello scontro con l' esercito israeliano Hamas si è essenzialmente ispirato alla strategia adoperata da Hezbollah durante la guerra in Libano del 2006. Il movimento islamico, infatti, "sta cercando di arrivare a un equilibrio simile" a quello in atto tra la milizia sciita e lo stato ebraico, sostiene Ghassan Khatib, ex ministro palestinese. I dirigenti di Hamas sono sicuri che Israele non arriverà mai alla decisione di procedere verso un loro annientamento poiché questo passerebbe per la rioccupazione militare dell'intera striscia di Gaza, misura già adottata in passato che però si è rivelata fallimentare. Inoltre se Israele decidesse di rioccupare la Striscia dovrebbe anche prendere in considerazione la possibilità che Hezbollah possa aprire un nuovo fronte di guerra dal territorio libanese. Un quadro non più di tanto sgradito da Hezbollah che cerca "una via di fuga dalla crisi interna libanese che ha contribuito a creare oltre che un modo per vendicare l'uccisione di Mughniyeh ", sostiene Yossi Alpher, consigliere di Barak quando fu primo ministro. Dal canto suo Ehud Olmert ritiene di aver raggiunto il primo obiettivo, ovvero quello di dissuadere gli islamici dal lancio di razzi contro le città israeliane nella zona del Neghev. I blindati hanno cominciato il ritiro all'alba, ma nella notte Israele aveva sferrato gli ultimi raid aerei, uccidendo almeno tre miliziani, secondo fonti palestinesi. Dal governo israeliano ci tengono però a precisare che non si tratta di un ritiro, ma solo di una operazione conclusa in attesa che ne vanga lanciata una nuova. Parlando alla commissione parlamentare per gli affari esteri e la difesa, Olmert ha elencato i due obiettivi principali di Israele: mettere fine ai lanci di razzi ed indebolire il regime di Hamas, il che evidentemente implica che vengano condotte nuove azioni militari. Per raggiungere tali obiettivi, il ministro della difesa Ehud Barak ha addirittura evocato una operazione di terra più estesa e massiccia rispetto a quella condotta a Jabalyia. Il ministro laburista senza portafoglio Ami Ayalon, esponente di primo piano del Partito laburista, suggerisce una strada alternativa. Nell'ultimo consiglio dei ministri ha proposto infatti di iniziare "negoziati diretti con Hamas, attraverso la mediazione egiziana, volte allo stabilimento di un cessate il fuoco nella striscia di Gaza". "Se parliamo con Hamas di uno scambio di prigionieri non si capisce perché non dovremmo trattare per un cessate il fuoco", ha detto il ministro al quotidiano israeliano Haaretz. Olmert ribadisce però che Israele dialogherà solo "con i palestinesi pragmatici", ossia con l'Anp di Abu Mazen, che due giorni fa ha però congelato tutti i rapporti con lo stato ebraico. Il presidente palestinese è arrivato perfino a sostenere, in un'intervista ad un quotidiano arabo, che la "lotta armata in futuro potrebbe essere un'opzione per il popolo palestinese". In Israele gli fa eco l'analista militare di Haaretz, Zvi Bar'el, che ha scritto un articolo intitolato "Prepariamoci alla terza Intifada". Una rivolta che potrà mettere fine all'unione, più ideale che effettiva, tra i palestinesi della Cisgiordania da quelli di Gaza. Le differenze tra di loro si sono fatte ancora più nette in questi giorni di guerra. A Ramallah da quando si è insediato il governo moderato di Salam Fayyad, l'economia è cresciuta del 7 per cento mentre a Gaza il governo targato Hamas ha portato la popolazione civile ad una guerra aperta contro Israele. "Gaza può anche essere governata da Hamas ma la guerra che l'organizzazione islamica sta combattendo contro lo stato di Israele resta una guerra palestinese", aggiunge però Bar'el. Secondo un recente sondaggio dell'Università palestinese di Bir Zeit oltre l'80 per cento dei palestinesi auspica un governo di unità nazionale tra Al Fatah e Hamas. Gli abitanti della West Bank riconoscono però che Gaza rappresenta una grave minaccia per lo status quo in Cisgiordania.

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In viaggio dall'Umbria alla mistica Gerusalemme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Escursioni. In viaggio dall'Umbria alla mistica Gerusalemme Gite sportive mete culturali e altre proposte Dall'Umbria al Circeo fino alla Terra Santa: l'arrivo della primavera invita ai viaggi verso destinazioni più o meno remote. L'associazione "L'uomo e l'arte" e il Cai propongono uscite di poche ore scegliendo mete in provincia: per gli amanti dell'arte l'appuntamento per una visita guidata alla mostra "Ereditare il paesaggio", allestita in città al Museo del Territorio, è fissato venerdì alle 17; nel programma delle sue escursioni, il Club Alpino propone invece, domenica 16 con ritrovo alle 7 in piazza San Biagio, una ciaspolata in Valsesia. Collegate ai corsi di approfondimento biblico a cura dell'agenzia Ruach, sono previste visite ai luoghi geografici del Medio Oriente che sono stati teatro dei fatti narrati nell'Antico e nel Nuovo Testamento. Il primo dei viaggi, previsto dall'8 al 16 marzo e denominato "Sulle orme di Mosè", porterà i partecipanti in Egitto, Giordania e Gerusalemme. Seguiranno: "Terra Santa e Petra" con destinazione Israele e Giordania (20-27 marzo), "Turchia di Paolo" (17-24 maggio) e "Grecia di Paolo" (6-13 ottobre). Info: 015/67.00.50. Sono due i viaggi in programma dal primo al 4 maggio: la Pro loco di Cerrione organizza una gita con destinazione Umbria e visita alle città di Siena, Perugia e Assisi (info: 015/67.72.46), mentre Wwf e Lipu propongono una visita al Parco nazionale del Circeo e all'Isola di Ponza (info: 015/84.96.237).

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RAMALLAH - IL PRESIDENTE palestinese Abu Mazen ieri ha insistito s (sezione: Israele/Palestina)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

? RAMALLAH ? IL PRESIDENTE palestinese Abu Mazen ieri ha insistito sulla necessità di una tregua fra israeliani e palestinesi al termine dei colloqui a Ramallah, in Cisgiordania, con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Quest'ultima ha auspicato la ripresa dei negoziati di pace, sospesi sabato notte in risposta ai raid militari a Gaza in cui sono morti decine di palestinesi. E ieri sera un raid israeliano ha provocato la morte di una bambina di un mese, oltre ad alcuni feriti. "Insisto sulla necessità di fare instaurare una tregua globale nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per raggiungere il nostro obiettivo che è di fare del 2008 l'anno della pace", ha dichiarato Abu Mazen, riferendosi agli impegni formulati alla conferenza di Annapolis. Abu Mazen ha detto che "Hamas deve cessare i suoi lanci di razzi" e che "Israele deve porre fine a tutti i suoi attacchi, anche in Cisgiordania". Rice, da parte sua, ha detto che è ancora possibile raggiungere un accordo di pace fra Israele e palestinesi entro il 2008, auspicando una ripresa "il più presto possibile" dei negoziati di pace. Abu Mazen ha tuttavia alimentato dei dubbi quanto alla ripresa dei colloqui, riprendendo le dichiarazioni della stessa Rice sui "tre pilastri" del processo di pace: oltre ai negoziati, il miglioramento della situazione sul campo e l'applicazione della prima fase della "road map", il piano di pace che prevede la fine delle violenze e il congelamento della colonizzazione israeliana. Rice, che ha imputato ad Hamas la responsabilità della escalation di violenza, ha ripetuto che "gli israeliani hanno il diritto di difendersi" e insistito "sull'importanza di porre fine agli attacchi con i razzi contro i civili israeliani"."Siamo molto preoccupati dalle recenti violenze di cui sono rimaste vittime troppe persone innocenti", ha detto chiedendo ad Israele "di fare il massimo sforzo per risparmiare vite innocenti". - -->.

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Scene di vita palestinese sotto l'esercito israeliano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XVII - Bologna LA MOSTRA Scene di vita palestinese sotto l'esercito israeliano "NON mostriamo scoppi di bombe o immagini di bambini ammazzati ma solamente come si vive tutti i giorni con l'esercito israeliano sotto casa che controlla ogni movimento, giorno e notte, che ci impedisce di entrare nelle nostre case". Con queste parole Sami Hallac, del Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino, presenta la mostra itinerante "L'occupazione, vivere in Palestina" con le foto di Michele Trotter e Pietro Luzzati (raccolte anche in un libro dallo stesso titolo) che sarà allestita dal 10 al 15 marzo alla Biblioteca Clò al parco di Villa Spada, poi dal 16 al 21 marzo alla Sala del Quartiere Borgo Panigale, quindi dal 2 al 10 aprile alla Sala Silentium di vicolo Bolognetti. L'iniziativa è promossa dal Centro Cabral per raccogliere fondi per un progetto sanitario nel villaggio di Marda, in Cisgiordania. (p. n.).

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"il popolo di mosè usò allucinogeni" bufera su un ricercatore israeliano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Benny Shanon ipotizza il consumo di bacche dall'effetto stupefacente dietro alcune immagini bibliche "Il popolo di Mosè usò allucinogeni" bufera su un ricercatore israeliano Proteste dei lettori sul sito di Haaretz dopo la pubblicazione dello studio DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - è il momento in cui Mosè sta per ricevere le tavole della Legge. "E vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba - si legge nel capitolo 19 dell'Esodo - tutto il popolo che era nell'accampamento fu scosso dal tremore. Il monte Sinai era tutto fumante perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parla e Dio gli rispondeva con voce di tuono". Per secoli laici e religiosi, si sono chiesti dove i compilatori del Libro avessero attinto gli elementi di una così potente descrizione. La risposta, secondo Benny Shanon, professore di psicologia cognitiva alla Hebrew University di Gerusalemme, potrebbe essere più banale di quanto si è finora pensato. In un articolo per la rivista filosofica Time and Mind uscita qualche giorno fa a Oxford, Shanon ipotizza, provocatoriamente, ma non troppo, che quella scena potrebbe essere stata partorita da menti sotto effetto di sostanze allucinogene, facilmente reperibili in natura. Sostanze di cui gli antichi israeliti avrebbero potuto fare uso durante le loro cerimonie religiose. Un trip collettivo, insomma, cui non si sarebbe sottratto neanche Mosè. Shanon ha ricavato questa convinzione - che, ammette il professore, non potrà mai ricevere nessuna sanzione scientifica - comparando la descrizione biblica con le esperienze avute quando, visitando l'Amazzonia, bevve una pozione ricavata da una pianta chiamata "ayahuasca". Nome scientifico: Peganum Harmala, una delicata piantina che produce un fiore bianco a cinque petali, di cui i popoli primordiali dell'America del sud usavano le bacche. Dopo aver bevuto la pozione, ricorda Shanon, "ho avuto visioni che avevano una connotazione spirituale-religiosa". E se il popolo di Mosè non si fosse a suo tempo trovato nella stessa identica condizione? Lo studioso avanza l'ipotesi che gli antichi israeliti avrebbero potuto imbattersi nel Sinai e nel Negev in due piante simili all'ayahuasca: una è una radice selvatica usata come allucinogeno dalle tribù beduine fino ai giorni nostri. L'altra è la famosissima acacia dai cui tronchi venne ricavato il fasciame adoperato per costruire l'Arca di Noè. Chissà. La notizia, riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, ha scatenato una ridda di reazione fra i lettori. Uno dei commenti più ricorrenti era: "E Shanon, cosa ha fumato prima di scrivere il suo studio?" Il professore di Gerusalemme da parte sua vede segni d'alterazione anche nell'episodio, raccontato nell'Esodo, che ritrae Mosè mentre osserva il cespuglio e d'un tratto gli compare Dio. Mosè guardò, e scorse il cespuglio in preda alle fiamme e il cespuglio non ne fu consumato" si legge. "Il tempo - dice il professore - passa diversamente sotto l'effetto di un allucinogeno e durante quel tempo Mosè sentì la voce di Dio parlargli. "Naturalmente - conclude - non tutti quelli che usano queste piante possono ricevere la Torah. Per questo, bisogna essere Mosè". (a. s.).

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La rice da abu mazen: "pace ancora possibile" - alberto stabile (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

La Rice da Abu Mazen: "Pace ancora possibile" Ma i blindati di Israele tornano a Gaza. I palestinesi: "Uccisa una neonata" Il leader dell'Anp chiede una tregua che comprenda la Striscia e la Cisgiordania Il ministro degli Esteri Livni non esclude una rioccupazione della Striscia ALBERTO STABILE DAL NOSTRO INVIATO RAMALLAH - "Ci auguriamo che il negoziato riprenda al più presto possibile", dice, ansiosa, Condoleezza Rice, dopo un incontro di tre ore con il presidente palestinese Mahmud Abbas (detto Abu Mazen). Ma per la prima volta fra i due non c'è quel feeling diretto e consonante che s'era visto in altre occasioni. "Chiedo al governo israeliano di fermare la sua aggressione in modo da creare la giusta atmosfera per riprendere il dialogo", le risponde, freddo, il leader palestinese. Non ha raccolto molto da Ramallah, il segretario di Stato americano, volata in Israele e nei territori palestinesi, con l'aggiunta all'ultima ora di una tappa in Egitto, per cercare di rimediare ai contraccolpi provocati dall'operazione "inverno caldo" lanciata da Israele contro Hamas e i suoi alleati nella Striscia di Gaza. Costretto ad assistere impotente ad un attacco militare durato cinque giorni che, è costato la vita a 116 palestinesi, molti dei quali civili (negli scontri sono morti anche due soldati israeliani e un civile è stato ucciso da un razzo) Abbas ha deciso di congelare le trattative per non trovarsi isolato rispetto all'opinione pubblica palestinese totalmente solidale con la gente di Gaza. Ma questa decisione è stata interpretata in Israele come un cedimento nei confronti di Hamas. Non è che Abbas non desideri ritornare rapidamente al tavolo con Ehud Olmert, tutta la sua strategia, il suo programma e la sua filosofia sono basati sulla rinuncia della violenza e la ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto. Quello che chiede Abbas è che Israele accetti di discutere una tregua generale sia a Gaza che in Cisgiordania, in modo da poter dire ai palestinesi che la scelta della pace, contrariamente a quanto è avvenuto finora, può portare dei frutti concreti. Ma Israele non sembra disposto a rinunciare alla sua campagna contro Hamas. Già prima che la Rice arrivasse al "Ben Gurion", il premier Olmert, che il segretario di Stato ha visto ieri a cena, faceva sapere che il suo governo considerava, sì, le trattative coi palestinesi moderati di Abbas di somma importanza. Ma aggiungeva che davanti ai lanci di Qassam contro le città del Negev, Israele non intende rinunciare al suo diritto all'auto difesa. Pace sì, "ma non ad ogni costo". E ieri sono riprese le incursioni di Tsahal nella Striscia, con blindati appoggiati dall'aviazione. è stata un'operazione limitata, per dare la caccia a un capo della Jihad. Ma, secondo fonti mediche palestinesi, nei combattimenti che sono seguiti è stata uccisa una neonata nel villaggio di Al-Karara e sono stati feriti due civili. E questa linea è stata ribadita, ieri, sia dal ministro della Difesa, Ehud Barak che dalla sua collega degli Esteri, Tzipi Livni. Entrambi incontreranno oggi la Rice. Barak ha chiarito che le operazioni militari contro Hamas a Gaza continueranno. E la Livni ha detto ad un gruppo di diplomatici che Israele potrebbe trovarsi nelle condizioni di dover rioccupare la Striscia. Dunque, più che una tregua, quella che si profila all'orizzonte è piuttosto una radicalizzazione dello scontro. Con questa prospettiva suonano irreali le parole della Rice che, prima al Cairo, poi ha Ramallah, ha detto di credere che un accordo entro la fine dell'anno era ancora possibile. Il Segretario di Stato si riferiva, ovviamente, ad Abu Mazen ed Ehud Olmert, senza aver apparentemente realizzato che in questa partita c'è anche un terzo giocatore: il movimento islamico.

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Gaza radiografia di una strage (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Gaza radiografia di una strage di Umberto De Giovannangeli Iyad e Jacqueline Muhammad Abu-Shbak. Erano sorella e fratello. Avevano 14 e 12 anni. Sono morti il primo di marzo a Jabaliya "mentre assistevano dietro i vetri della finestra di casa ai combattimenti". Muhammad al Buri. Aveva appena sei mesi. È morto nel bombardamento della sua abitazione "colpita nonostante non fosse un obiettivo militare". Salwa e Samah Zedan. Erano sorelle. Aveavano rispettivamente 13 e 17 anni. Il 2 marzo sono state uccise nella loro casa alla periferia di Jabaliya. La famiglia Attalla è stata colpita da un missile di 1 tonnellata sparato da un F-16 israeliano. segue a pagina 10 L'inchiesta.

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La Rice fa l'ottimista: la pace è ancora possibile (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Pagina 110 Medio Oriente. Uccisa bimba araba di un mese La Rice fa l'ottimista: la pace è ancora possibile Medio Oriente.. Uccisa bimba araba di un mese --> TEL AVIV Serve una tregua generale che imponga ad Hamas di porre fine al lancio dei razzi, e ad Israele di interrompere ogni azione militare a Gaza e in Cisgiordania, riaprire i valichi e restituire i palestinesi a una vita normale: è la proposta del presidente palestinese Abu Mazen formulata ieri a Ramallah, durante l'incontro con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Quasi un libro dei sogni visto che nulla di quanto contenuto nella proposta, dipende dalla volontà del leader palestinese, sempre più relegato al ruolo di comparsa in questa gravissima crisi. Non dipende infatti da Abu Mazen la fine del lancio dei razzi ma da Hamas, che ha già definito la proposta "delirante". Né dipende da Abu Mazen la conclusione delle incursioni militari ma da Israele, che ha già avvertito che tornerà a colpire. Tra l'altro già ieri sera c'è stata una limitata incursione. Una bimba palestinese di un mese è rimasta uccisa. In questo surreale clima di proposte senza speranza, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, giunta ieri in visita in Israele e Cisgiordania, ha trovato la forza per dirsi ottimista sulla possibilità che i negoziati di pace possano davvero concludersi entro il 2008. "Occorre che i colloqui fra israeliani e palestinesi riprendano il più presto possibile" ha aggiunto, senza azzardare ipotesi sui tempi del disgelo. Ottimista anche il presidente americano George W. Bush: "Ci sono ancora 10 mesi, è un tempo più che sufficiente", ha detto parlando nello Studio Ovale al termine di un incontro alla Casa Bianca con il re di Giordania Abdallah II. "È un processo che presenta sempre due passi avanti e uno indietro", ha aggiunto Bush.

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Quelle minacce a Napolitano per la Fiera del libro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-05 num: - pag: 44 autore: di MAGDI ALLAM categoria: REDAZIONALE IL "COMITATO NAKBA" Quelle minacce a Napolitano per la Fiera del libro C' è qualcuno in Italia che immagina di poter minacciare impunemente il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, intimandogli "caldamente di tenersi lontano dalla Fiera del libro di Torino", perché egli sarebbe "di parte, irrazionalmente di parte", uno che considererebbe "normale e lecito " il massacro dei palestinesi, schierato dalla parte del "sopruso e sostegno aperto all'illegalità ", accusato di "discriminazione ", "razzismo", "settarismo", "faziosità", "insensibilità ", "abuso calunnioso ", "prevaricazione". "Alla luce di tutto questo, signor Presidente, La invitiamo, visto che non sarà in grado di fare un intervento equilibrato, o come dice D'Alema, equidistante, a non ingerire". Per costoro il presidente italiano compirebbe un'"ingerenza" inaugurando una Fiera del libro che si tiene sul territorio italiano. Quindi deve starne "lontano". Chi è che osa così tanto da ritenere che l'Italia sia uno Stato a sovranità limitata o che si sottomette facilmente alle minacce e alle intimidazioni? Il comunicato che stiamo leggendo reca in calce la sigla "Comitato Ricordare la Nakba" ed è datato 18 febbraio 2008. Dove per "Nakba" si intende la "Catastrofe", com'è stata ribattezzata la sconfitta degli eserciti arabi nella guerra d'indipendenza dello Stato d'Israele all'indomani della sua proclamazione il 14 maggio 1948. A diffonderlo è stato il sito Infopal (http:// www.infopal. it/testidet.php?id=7804) il 3 marzo, postandolo con la formula "Riceviamo e pubblichiamo ". Quasi si trattasse di un messaggio come tanti altri. "Illustre signor Presidente, abbiamo appreso che Ella sarà presente all'inaugurazione della Fiera Internazionale del libro di Torino e ai festeggiamenti del 60Ë?anno di fondazione dello Stato di Israele ", inizia così il comunicato che attacca subito duramente Napolitano: "Tutti decantano la presunta democrazia israeliana. Ella come capofila (...) Ella è sordo e muto di fronte alle atrocità che questo stato ha commesso in passato e continua a commettere oggi nei confronti del Popolo Palestinese ". "Vi accingete a celebrare la nascita di uno stato colonialista che per far posto ai milioni di ebrei ivi immigrati non ha esitato nel 1948, a cacciare manu militari 850 mila palestinesi, ricorrendo a forme di terrorismo che dovrebbero ricordarLe i nemici contro i quali si è battuto in passato. Le rammentiamo questo triste primato perché ci sembra che Ella lo abbia rimosso ". Segue l'affermazione secondo cui Israele si comporterebbe con i palestinesi allo stesso modo con cui i nazisti sterminarono gli ebrei. Le accuse contro il presidente Napolitano sono pesanti: "Muoiono decine di palestinesi, senza che compaia una notizia, una sola parola di condanna... niente. Ella tace e questa è faziosità". "Non avete rispetto delle tante sofferenze dei palestinesi e questa è insensibilità ". "Ella non ha speso una parola per porre fine a questa ingiustizia". "Ella legittima qualsiasi reazione dello stato sionista, non importa quanto criminale essa sia; questo è settarismo". "Ella e tutta la classe politica italiana non avete mai protestato". Man mano dalle accuse si passa alla condanna implacabile del nostro capo di Stato: "In nome della sicurezza dell'entità sionista avete disatteso la sentenza del Tribunale dell'Aja, avete difeso il muro dell'apartheid. Questo si chiama sopruso e sostegno aperto all'illegalità ". "Avete inventato l'equazione antisionismo = antisemitismo e avete tacitato con infamanti accuse chiunque osasse criticare Israele. Questo si chiama abuso calunnioso". Dopo aver definito Israele "uno stato illegale", Napolitano viene tacciato di non essere "credibile", "la Sua è una pace a senso unico, la pace per il più forte. Questa si chiama prevaricazione". Segue un'accusa gravissima: "Israele elimina fisicamente gli intellettuali e gli scrittori palestinesi (l'elenco è interminabile, non lo rammenta, signor Presidente?), ma questo per Lei è normale, è lecito". Chi è questo sedicente "Comitato Ricordare la Nakba" che considera il capo dello Stato italiano alla stregua di un criminale fuorilegge? Sappiamo solo che fa parte di una rete di associazioni che aderisce al Forum Palestina ( www.forumpalestina.org), che comprende anche l'agenzia Infopal. Di quest'ultima si sa che è diretta da Angela Lano. Del "Comitato di consulenti " di Infopal fanno parte alcuni accademici (Wassim Dalmash, Lucia Avallone, Enrico Galoppini, Maurizio Bagatin), giornalisti (Paolo Moiola, Maurizio Musolino, Samir Qariouti), studiosi (Gianfranco Bosco, Beppe Scali), due noti convertiti all'islam (Roberto Hamza Piccardo e Elio Arancio), il senatore Fernando Rossi, Rosario Citriniti del Torino Social Forum, Dario Rossi dei Giuristi democratici e Mariano Mingarelli, presidente dell'Associazione Amicizia Italo- Palestinese. A tutti loro è doveroso rivolgere la domanda: siete al corrente delle diffamazioni e minacce al presidente della Repubblica diffuse dalla vostra agenzia Infopal? \\ "Razzismo", "faziosità", "abuso calunnioso": un durissimo attacco al capo dello Stato per la sua decisione di inaugurare l'iniziativa di Torino, quest'anno dedicata a Israele www.corriere.it/allam www.magdiallam.it.

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Le uniche scelte bipartisan possibili? In politica estera (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-05 num: - pag: 44 autore: di FILIPPO ANDREATTA categoria: REDAZIONALE CAMPAGNA ELETTORALE Le uniche scelte bipartisan possibili? In politica estera L a politica estera è uno di quegli argomenti che vengono generalmente ignorati dalle campagne elettorali, almeno in Europa. In parte questo è dovuto all'impatto indiretto e difficilmente calcolabile della politica internazionale sulle vite degli elettori, più preoccupati da fisco e sicurezza interna. In parte questo è invece dovuto al fatto che la politica estera o è un terreno consensuale e bipartisan o, al contrario, è attraversata da divisioni e preconcetti ideologici che non consentono lo spostamento di voti. Ciò nonostante, è forse arrivato il momento di sollevare la questione della politica estera in questa campagna elettorale per due motivi. Da un lato, le liste che si presentano a queste elezioni, grazie alla decisione del Pd di separarsi dalla sinistra radicale, sono più omogenee di quelle che si sono confrontate alle scorse elezioni e quindi possono presentare delle linee programmatiche meno annacquate dalla necessità di trovare dei compromessi di coalizione. Dall'altro lato, nonostante questo sia stato oscurato dalla cacofonia sulla politica interna e sulla tenuta della maggioranza, la scorsa legislatura è stata densa di avvenimenti dal punto di vista della politica estera. In primo luogo, così come aveva promesso, il centrosinistra ha ritirato il nostro contingente dall'Iraq ponendo fine, nonostante una sostanziale indifferenza del ceto politico, all'intervento militare più controverso della recente storia italiana. In secondo luogo, il governo Prodi è stato uno degli artefici della missione di peacekeeping in Libano, che ha consentito all'Onu di mantenere la pace a nord di Israele. In quell'occasione l'Italia, per la prima volta nella storia recente, ha tenuto al culmine della crisi una posizione solitaria nella sua determinazione a offrire truppe per la missione multilaterale, anche nel momento in cui la Francia e gli altri Paesi europei mettevano in dubbio la loro disponibilità. In terzo luogo, è continuata la missione Nato in Afghanistan, determinante per il mantenimento della pace dopo più di due decenni di guerra e per impedire che quel Paese possa tornare ad essere un santuario per il terrorismo internazionale. Questa missione è poi entrata di prepotenza nel dibattito nazionale quando la defezione di una manciata di senatori, e il rifiuto della coalizione di centrodestra di votare una missione che essa stessa aveva lanciato nella legislatura precedente, hanno costretto il governo alle dimissioni lampo del febbraio scorso. Al di là delle affermazioni di principio contenute nelle piattaforme elettorali, varrebbe quindi la pena di chiedere alle liste che si confronteranno ad aprile le loro opinioni almeno su queste e altre decisioni che hanno e continuano ad avere un impatto concreto sugli interessi nazionali. Le ipotesi di un governo di grande coalizione appaiono pasticciate e inadeguate al momento di crisi del Paese, che non tollererebbe facilmente compromessi tra forze che dovrebbero avere una vocazione a governare in senso maggioritario e in alternativa l'una all'altra. Sulla politica estera si potrebbe invece, come nelle altre grandi democrazie industriali, stabilire un consenso bipartisan almeno sulle questioni più importanti. Si garantirebbe così, meglio di quanto non sia avvenuto nel recente passato, che i soldati impegnati sul campo e la sicurezza del Paese siano garantiti al meglio, e con continuità, dalla classe politica. I programmi di Pd, Pdl e Udc sono abbastanza simili per permettere un inedito impegno per una politica estera bipartisan nella prossima legislatura, ora serve solo la volontà politica. \\ Pd, Pdl e Udc hanno linee simili su Afghanistan e altro. Si dovrebbe trovare un'intesa come si fa altrove in Europa.

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Proteste per Caldarola e Ranieri <Esclusi perché vicini a Israele> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-03-05 num: - pag: 12 categoria: REDAZIONALE Da "Appuntamento a Gerusalemme" Proteste per Caldarola e Ranieri "Esclusi perché vicini a Israele" ROMA - "Siamo indignati e delusissimi, temiamo che tornino nella sinistra i pregiudizi su Israele". Così le due portavoce di Appuntamento a Gerusalemme, Anita Friedman e Anna Borioni, protestano per l'esclusione dalle liste del Pd di Peppino Caldarola e Umberto Ranieri. "Soprattutto Caldarola, che è presidente dell'associazione interparlamentare amici di Israele e non ha raggiunto i tre mandati - spiegano -, non è stato candidato perché D'Alema gli fa pagare cara la riflessione critica sui rapporti tra sinistra e Israele. Anche Ranieri si è molto esposto, e viene sostituito da gente insignificante".

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Quando il tifo prende la mano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-03-05 num: - pag: 7 categoria: REDAZIONALE Fatti gli Affari Esteri di MAURIZIO CAPRARA Quando il tifo prende la mano Ricevimenti e cocktail sono per i diplomatici soltanto in minima parte occasioni di divertimento. Molte volte, risultano uno strumento di lavoro: è soprattutto con gli inviti a tavola, o davanti a un buffet, che stranieri arrivati in un Paese diverso dal proprio riescono a conoscere rapidamente tante personalità locali, ad avere contatti utili per successive relazioni. Se si è cenato insieme, può essere più facile ricevere appuntamento da un ministro o da un deputato. La tribuna d'onore dello stadio Olimpico sembra ogni tanto una succursale degli uffici della diplomazia: anche lì è possibile allargare le conoscenze o coltivarle. Massimo D'Alema, attuale ministro degli Esteri, ci va spesso. L'ambasciatore d'Israele Gideon Meir è uno dei frequentatori. Ma in certi casi la passione calcistica ha il pieno sopravvento. Per vedere le partite, l'ambasciatore slovacco Stanisalv Vallo paga i biglietti. Il suo collega del Venezuela Rafael Alejandro Lacava Evangelista, nato a Roma in via Caetani, è talmente romanista da scaldarsi anche davanti alla tv. Mentre D'Alema era a Caracas da Hugo Chavez, venerdì, l'ambasciatore si massaggiava un gonfiore su una mano. L'aveva battuta su un tavolo perché la Roma, con l'Inter, aveva soltanto pareggiato. Gideon Meir Rafael A. Lacava.

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Hamas, Israele e la guerra infinita (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Hamas, Israele e la guerra infinita Alon Altaras Nel conflitto israelo-palestinese pare esista uno scenario ripetitivo: passano i mesi, si annunciano piani di pace, addirittura c'era chi pochi mesi fa si è azzardato a parlare di un accordo di pace fra Israele e la Palestina entro il 2008. Dopo gli scontri tragici degli ultimi giorni pare che la legge di Hamas nel Medio Oriente "funzioni molto bene": appena si presenta uno spiraglio di apertura fra Israele e i suoi vicini palestinesi, o si compie un attentato o si lanciano razzi sulle città israeliane. Razzi che hanno solo un indirizzo: civili nelle loro case, scuole, asili. La risposta israeliana a queste provocazioni quotidiane è costata ai palestinesi 119 morti, tra cui anche civili, un numero elevato per 48 ore di intervento militare. Questa risposta ha reso il gioco di Hamas più facile: la popolazione attribuirà la sofferenza e i morti a Israele e non alla incapacità della leadership di Hamas di governare un territorio nazionale. Così l'organizzazione musulmana detiene la possibilità di bloccare ogni apertura di negoziato e di dialogo. La pratica del lancio dei missili non può essere definita "resistenza". Dobbiamo ricordare che i palestinesi hanno eletto Hamas subito dopo il ritiro israeliano unilaterale da Gaza. Due settimane fa il grande scrittore israeliano Avraam Yehoshua, che ha fatto per la causa palestinese più di ogni altro esponente della sinistra italiana (in quest'ottica boicottare gli scrittori israeliani alla Fiera del libro di Torino ha un che di cieco e di poco intelligente, la letteratura israeliana è stata critica con quasi ogni governo che non ha riconosciuto il dirutto palestinese di uno stato accanto a Israele), si chiedeva in un intervento al quotidiano Haaretz perché Hamas e i palestinesi, dopo il ritiro israeliano da Gaza, non si siano messi a costruire il loro futuro, la loro terra, e abbiano invece continuato con i lanci di missili contro Israele. Come ho ripetuto tante volte su questo giornale, l'occupazione israeliana dei territori palestinesi è un torto a doppio taglio, fa molto male al popolo palestinese e crea un grave danno alla "salute" psicologica ed etica della società israeliana (per non parlare degli immensi costi che gravano sullo ebraico). Ma ogni governo israeliano, anche quelli di destra, negli ultimi cinque-sei anni hanno ricosciuto l'urgenza della soluzione del problema palestinese. Lunedì scorso Olmert ha dichiarato che senza un accordo con i palestinesi brucerà anche la West Bank. Hamas come Hezbollah, tuttavia, non ha un piano di pace. Se un giornalista italiano, francese o inglese chiederà ad Hamas quale sia la soluzione del conflitto con Israele, otterrà delle risposte che sono più consone alla mitologia che alla politica. La piattaforma politica di Hamas parla del non riconoscimento dello stato ebraico, anzi della distruzione di esso, e di una grande Palestina in cui se gli ebrei potranno vivere saranno in minoranza. A questi ripetuti lanci di missili e rappresaglie israeliane una soluzione pacifica c'è: il mondo deve costringere le forze in gioco ad accettare la presenza di una forza delle Nazioni Unite (come quella che separa Hezbollah e Israele in Libano) sui confini non ancora definiti fra le due entità nazionali. Quando Hezbollah lanciava missili contro le città del nord di Israele, in Europa si parlava di una risposta israeliana esagerata e guarda caso - a mio avviso di caso ce n'è poco - anche in questi giorni si parla di una risposta smisurata di Israele agli attacchi di Hamas sul Sud del Paese. Una cosa è certa: se un governo eletto democraticamente (Hamas) decide di attaccare le città nel territorio di un paese con esso confinante, è una dichiarazione di guerra. Non penso che il diritto internazionale in questo caso consenta tante interpretazioni. La Francia non può lanciare missili sull'Inghilterra, la Slovenia non può bombardare Trieste e l'Italia non può gettare missili sulle città austriache. Nella notte fra lunedì e martedì l'esercito israeliano è rientrato nei confini dello stato ebraico, martedì mattina i missili hanno ripreso a colpire Sderot. In questi giorni meglio che si torni a parlare di politica, senza usare mitologie di distruzione e frasi preconfezionate che non hanno quasi mai contribuito alla pace in Medio Oriente.

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STRISCIA DI GAZA (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-03-05 num: - pag: 45 categoria: BREVI STRISCIA DI GAZA Le vittime della guerra C'è stato il ritiro di blindati e truppe israeliane dalla Striscia di Gaza. Sul terreno sono rimaste oltre cento vittime, tra cui molti miliziani di Hamas, considerati responsabili di aver scatenato la nuova pioggia di razzi Qassam su Israele, ma anche diversi civili, donne e bambini, nonché due soldati israeliani. Hamas ha detto che il ritiro è una "vittoria" per il Movimento islamico. Israele ha confermato, da parte sua, di aver raggiunto "tutti gli obiettivi". Due verità, come sempre. A me sembra che l'unica verità sia che la guerra, comunque, la perdono sempre i morti. Lucio Di Nisio Montesilvano (Pe).

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<Fallito golpe Usa contro Hamas> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-05 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Il piano La Rice avrebbe definito i dettagli nel 2006 col presidente Abu Mazen. Ma l'intrigo fu svelato "Fallito golpe Usa contro Hamas" "Vanity Fair": milioni di dollari al Fatah per addestrare milizie anti-islamisti Un complotto che ricorda l'Irangate, quando negli anni '80 Washington vendette armi all'Iran per finanziare i contras in Nicaragua WASHINGTON - "Questa dannata iftar ci costerà altre due settimane di governo di Hamas". Condoleezza Rice, seduta nella jeep blindata, non aveva nascosto il disappunto con un suo assistente. Era appena uscita dalla tradizionale cena, l'iftar, che mette fine al digiuno durante il Ramadan. A invitarla il presidente palestinese Abu Mazen a Ramallah. Era il 4 ottobre del 2006. Il segretario di Stato sperava che oltre all'hummus e ai falafel le fosse servita la notizia che attendeva: un'azione decisa per sciogliere il governo guidato da Hamas. Abu Mazen le aveva chiesto, invece, di attendere la conclusione del Ramadan. L'episodio è solo uno dei tanti raccontati in una lunga inchiesta del mensile americano Vanity Fair che rivela il fallito complotto per neutralizzare Hamas dopo la vittoria elettorale del gennaio 2006. Un piano che, secondo alcuni, ricorda l'Irangate, quando negli anni '80 gli Usa vendettero armi all'Iran e finanziarono i contras in Nicaragua. E il bello in questa storia è che alcune indiscrezioni sono venute da esponenti neo-conservatori- come David Wurmser - critici con l'iniziativa "perché controproducente ". La "Operazione Hamas" scatta nel novembre 2006, poco dopo la famosa cena di Ramallah. Il generale americano Keith Dayton incontra a Gerusalemme Mohammed Dahlan, l'uomo forte del Fatah. Ed espone il piano. Le forze fedeli al presidente Abu Mazen riceveranno armi, addestramento e fondi necessari a neutralizzare gli islamisti palestinesi. Alla fine di novembre, gli americani promettono lo stanziamento di 86 milioni di dollari. Ma l'assegno arriverà - ridotto a 59 milioni - soltanto nell'aprile 2007 perché la Camera Usa lo aveva bloccato. Dahlan è sconcertato dagli americani, incapaci di mantenere le promesse. Nel frattempo la Rice cerca strade alternative. Hamas si sta rafforzando, l'Iran continua a pompare denaro. Il segretario di Stato chiede ad Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati di finanziare il progetto e di favorire l'invio di armi per i poliziotti di Abu Mazen. La risposta, di nuovo, non è incoraggiante. Secondo Dahlan arrivano "solo" 20 milioni di dollari. Forse è anche per questo che, dopo giorni di scontri a Gaza, Hamas e Fatah raggiungono un'intesa per un governo di unità nazionale. La Rice è "furiosa" e torna alla carica su Abu Mazen affinché tolga di mezzo il governo presieduto da Hamas a meno che non cambi atteggiamento verso Israele e rinunci al terrorismo. Gli Usa passano allora al "Piano B" che prevede: lo stanziamento di 1.27 miliardi di dollari per il Fatah, l'addestramento dei reparti, nuovi equipaggiamenti. Ma una fuga di notizie, sul quotidiano giordano Al Majd (30 aprile), svela l'intrigo. A metà maggio, Dahlan fiuta la tempesta e si reca a Berlino per un intervento chirurgico. Dall'Egitto arriva a Gaza un contingente di 500 poliziotti palestinesi reduci da un corso intensivo. Sono attaccati da Hamas ma dimostrano di essere preparati e respingono l'assalto. Episodi che illudono Washington. Hamas, anche se inferiore per mezzi e uomini, lancia il contro- golpe. Il 16 giugno ha il pieno controllo di Gaza. Laici Miliziani di al-Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen Islamici Miliziani di Hamas festeggiano il ritiro di Israele da Gaza (Afp) Rivista La copertina di Vanity Fair Guido Olimpio.

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Condi: <Accordo possibile> Tank a Gaza, uccisa neonata (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-05 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE La Rice incontra Abbas Condi: "Accordo possibile" Tank a Gaza, uccisa neonata "La pace è ancora possibile": è quanto ribadito dal Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice al termine dell'incontro con Mahmoud Abbas svoltosi ieri a Ramallah. Ottimismo non condiviso dal presidente dell'Autorità Palestinese, che ha interrotto i negoziati con Israele dopo l'offensiva israeliana dei giorni scorsi nella Striscia di Gaza (120 morti). Per Abbas "serve una tregua generale che imponga ad Hamas di porre fine al lancio dei razzi, e a Israele di interrompere ogni azione militare a Gaza e in Cisgiordania, riaprire i valichi e restituire i palestinesi a una vita normale". Proposta già rifiutata dal governo di Ehud Olmert, che ieri in serata ha dato luce verde a una nuova operazione militare. L'incursione di 25 mezzi corazzati, la prima dopo il ritiro di domenica notte, ha provocato scontri con i miliziani. Una neonata palestinese, Amira, un mese di vita, è rimasta uccisa secondo quanto riferito da Muwaia Hassanein, capo del pronto soccorso palestinese. I soldati israeliani davano la caccia a un comandante della Jihad Islamica.

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Finora l'Onu è stato impossibilitata da Usa Ue e Israele ad avviare contatti con il movimento integralista (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del "Finora l'Onu è stato impossibilitata da Usa Ue e Israele ad avviare contatti con il movimento integralista".

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Blindati israeliani di nuovo nella Striscia, uccisa neonata (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del GAZA Blindati israeliani di nuovo nella Striscia, uccisa neonata RAMALLAH A Gaza torna la guerra. "Limitata", per il momento. Circa 25 blindati israeliani sono penetrati nel sud della Striscia di Gaza dopo il tramonto, una bimba di un mese è rimasta uccisa. Lo si è appreso da alcuni testimoni secondo i quali le truppe israeliane ci sarebbero scontrate con dei militanti di Hamas. Sempre secondo le stesse fonti, la colonna di blindati è entrata a Gaza attraverso il valico di Kissufim, il principale punto di passaggio per i coloni ebrei di Gaza prima del ritiro dello Stato ebraico dal territorio palestinese nell'estate 2005. Fonti della Difesa israeliana hanno parlato di una operazione "mirata". La diplomazia bussa un colpo a Ramallah. Il presidente palestinese Abu Mazen ha insistito sulla necessità di una tregua fra israeliani e palestinesi al termine dei colloqui a Ramallah, in Cisgiordania, con la segretaria di Stato americana Condoleezza Rice. Quest'ultima ha auspicato la ripresa dei negoziati di pace,sospesi sabato notte in risposta ai pesanti raid militari israeliani a Gaza in cui sono morti decine di palestinesi. "Insisto sulla necessità di fare instaurare una tregua globale nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per raggiungere il nostro obiettivo che è di fare del 2008 l'anno della pace", ha dichiarato Abu Mazen. "Chiedo al governo israeliano di porre fine alla sua aggressione affinché si creino tutte le condizioni propizie al successo dei negoziati di pace nel 2008", ha aggiunto il presidente palestinese nel corso di una conferenza stampa congiunta con Rice alla Muqata, quartier generale dell'Anp.

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Btselem: quattro bambini colpiti da un razzo israeliano mentre giocavano a pallone alla periferia di Jabaliya (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Btselem: quattro bambini colpiti da un razzo israeliano mentre giocavano a pallone alla periferia di Jabaliya.

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LA STRAGE IN CIFRE (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del LA STRAGE IN CIFRE 111 SONO I PALESTINESI uccisi nei sei giorni di "Inverno caldo", l'offensiva militare scatenata da Israele a Gaza in risposto al lancio di razzi su Sderot e Ashqelon che avevano provocato la morte di un civile e diversi feriti. 56 SONO I CIVILI colpiti a morte dalle forze israeliane, stando a un rapporto di Btselem, l'organizzazione israeliana per i diritti umani nei Territori; i civili uccisi non erano coinvolti in azioni di combattimento. 25 DEI CIVILI UCCISI erano minorenni, il più piccolo un neonato di due giorni. L'Unicef ricorda che la Convenzione sui diritti dell'infanzia sottolinea la necessità di prendere tutte le misure possibili per garantire protezione e assistenza ai bambini colpiti da un conflitto armato. 70% SU UNA POPOLAZIONE di 1 milione e 400 mila persone che popola la Striscia di Gaza , è priva di sicurezza alimentare e dipende dagli aiuti umanitari forniti dalle agenzie delle Nazioni Unite.

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Gaza, radiografia di un massacro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Gaza, radiografia di un massacro IYAD, Jacqueline, Muhammad, Salwa, Samah. Sono alcuni dei bambini uccisi nell'offensiva militare israeliana a Jabaliya, nord di Gaza. Non sono solo numeri, sono volti, storie, giovani vite spezzate. Ricordarli è un modo per onorarne la memoria e perché un silenzio assordante non cali sulla tragedia di Gaza I l missile ha distrutto la loro casa di due piani, alla periferia di Jabaliya, causando la morte di quattro membri della famiglia, tra i quali il piccolo Thabet, 11 anni. Zahira, 23 anni, è stata colpita al cuore da un proiettile mentre stava preparando la colazione ai suoi bambini. Un carro armato ha colpito la casa della famiglia Okel, uccidendo un bambino di 3 anni e la sua sorellina di 9. Quattro bambini colpiti da un razzo israeliano il 28 febbraio mentre giocavano a pallone alla periferia di Jabaliya. Radiografia di un massacro: quello che ha segnato il campo profughi di Jabaliya, nord di Gaza, investito per sei giorni dall'offensiva militare israeliana, nome in codice "Inverno caldo". In passato, l'Unità ha dato conto dell'angoscia, della paura, del trauma che scadenzano la quotidianità dei bambini israeliani di Sderot, la città frontaliera investita ogni giorno, da sette anni, da un martellante lancio di razzi Qassam. Oggi vogliamo raccontare la sofferenza di altri bambini e di una popolazione civile di 1milione e 400mila persone, quella della Striscia di Gaza, sottoposte ad una sofferenza senza fine. Radiografia di una tragedia, raccontata attraverso i rapporti, le testimonianze, i dati di associazioni umanitarie che non hanno mai taciuto di fronte agli attacchi contro civili israeliani, negli anni dell'"Intifada dei kamikaze", e non hanno mai lesinato parole di condanna per gli attacchi missilistici contro Sderot, Asqhelon, il sud d'Israele. Organizzazioni come "Btselem", l'associazione israeliana per la difesa dei diritti umani nei Territitori. "Secondo i dati in nostro possesso - afferma Sarit Michaeli, direttore della comunicazione di Btselem - i morti palestinesi sono stati in sei giorni di scontro 111: fra questi 56 erano civili non coinvolti in azioni di combattimento, e 25 di questi erano minorenni". "Btselem" accusa le forze armate dello Stato ebraico di aver violato le norme di guerra che proibiscono di colpire obiettivi militari quando questi attacchi, per la vicinanza ai centri abitati, rischiano di provocare un numero sproporzionato di vittime anche fra i civili. I dati di "Btselem", per ciò che concerne i minorenni uccisi nei sei giorni di combattimenti, trovano conferma nel rapporto dell'Unicef, l'Agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia. L'Unicef evidenzia che "la Convenzione sui diritti dell'infanzia sottolinea la necessità di prendere tutte le misure possibili per garantire la protezione e assistenza ai bambini colpiti da un conflitto armato. Oltre a quelli che ne sono vittime dirette, tutti i bambini sono colpiti dall'impatto terrificante di questo conflitto. I bambini costituiscono oltre la metà della popolazione di Gaza e subiscono l'urto della crisi". Bambini che "soffrono già a causa di una serie di restrizioni, fra cui il blocco della maggior parte delle derrate imposto sin dal giugno 2007". L'ultimo ciclo di uccisioni e distruzione, rimarca a sua volta Amnesty International, "giunge mentre il milione e mezzo di abitanti di Gaza sta soffrendo una crisi umanitaria a seguito dei sempre più rigidi blocchi imposti da Israele". Gli ospedali e le strutture sanitarie, già alle prese con la mancanza di elettricità, carburante, attrezzature e parti di ricambio stanno lottando per fare fronte alla nuova ondata di feriti causata dall'offensiva israeliana. "Coi confini di Gaza sigillati - rileva il direttore del Programma Medio Oriente e Africa di Amnesty, Malcom Smart - molti pazienti che hanno bisogno disperato di cure mediche non disponibili in loco, non possono essere trasferiti in ospedali all'estero e rischiano di perdere la vita" Tra questi, c'è Ahlam Abu Auda, 13 anni. Intisar Abu Auda, 48 anni, mamma di Ahlam racconta: "Cinque dei miei figli sono morti perché malati, non hanno potuto ricevere cure adeguate. Ora, il mio timore più grande e che, a causa dell'assedio, possa perdere anche la sesta". "L'assedio di Gaza - dice la piccola Ahlam - ha peggiorato molto le mie condizioni, e forse ha accelerato i tempi in cui troverò la morte. Basta un black-out elettriche, le macchine per la dialisi si fermano...". Solo negli ultimi due mesi - ricorda ancora Amnesty - le forze israeliane hanno ucciso quasi 200 palestinesi a Gaza, un terzo dei quali erano civili disarmati ed estranei agli scontri. Altre centinaia di persone sono rimaste ferite, molte delle quali in modo permanente. Nello stesso periodo, un civile israeliano è rimasto ucciso e diversi altri sono stati feriti dai razzi lanciati dai gruppi armati palestinesi di Gaza, che hanno colpito Sderot e altre zone del sud di Israele. La tragedia di Gaza è in una quotidianità che impone solo un obiettivo: la sopravvivenza. Sempre più difficile. Sempre più dipendente dagli aiuti umanitari. Oggi, rileva un recente rapporto del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), il 70% della popolazione di Gaza è priva di sicurezza alimentare e la grande maggioranza dipende dall'assistenza dell'Onu per i bisogni basilari. di Umberto De Giovannangeli / Segue dalla prima.

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IRAN, EDITORI PRIVATI AL SALON DU LIVRE (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oltretutto IRAN, EDITORI PRIVATI AL SALON DU LIVRE A meno di dieci giorni dall'apertura del Salon du Livre di Parigi (che, come la Fiera del libro di Torino, ha dedicato a Israele la sua vetrina d'onore) il governo iraniano, che aveva annunciato proprio l'altro giorno la sua decisione di boicottare le due manifestazioni, ha fatto ieri un distinguo per bocca di Ehsanollah Hojjati, capo dell'Istituto governativo per le esposizioni culturali. L'Iran, ha detto Hojati, non partecipa, ma "non impedisce agli editori privati di partecipare". "Al Salon du livre - ha precisato Hojjati all'agenzia Fars - abbiamo partecipato come governo per la prima volta lo scorso anno ma i nostri editori privati vi partecipavano anche prima. Quest'anno non saremo né a Parigi né a Torino, ma ciò non significa che imponiamo agli editori privati di non partecipare. Tuttavia, non sembra possibile una loro partecipazione, tenuto conto della politica del nostro sistema". Una precisazione che fa seguito a quelle, analoghe, relative ad altri paesi: è il caso per esempio dei librai libanesi che, nonostante il boicottaggio del loro governo alla kermesse parigina, hanno già confermato la loro partecipazione, legata anche al fatto che il Salon du livre francophone de Beirut è già stato rinviato due volte. Così come, tornando all'Iran, ha confermato la sua partecipazione alla Fiera del libro di Torino la scrittrice Dalia Sofer, di origine iraniana. Del resto, ha ribadito ieri il presidente della Fondazione della Fiera del libro di Torino, Rolando Picchioni, "alla Fiera 2008 saranno presenti anche scrittori provenienti da tutto il mondo arabo e islamico: dalla Tunisia all'Algeria, dal Libano alla Libia, dalla Giordania all'Iran, indipendentemente da qualunque ruolo o presenza ufficiale dei singoli stati". ADDIO A JULIAN RATHBONE Sarebbe ingiusto rinchiudere all'interno dei confini del genere lo scrittore inglese Julian Rathbone, morto ieri a settantatré anni nella sua casa nello Hampshire dopo una lunga malattia, anche se gran parte delle sue opere narrative potrebbero essere etichettate come romanzi storici o come gialli. Non a caso, dei suoi tre libri attualmente circolanti in Italia (su un totale di effettivo di oltre trenta), due - "Hotel California" e "Nairobi Connection" - sono pubblicati da una casa editrice "di genere" come Hobby & Work: protagonista di entrambi, il detective Chris Shovelin, un veterano del '68 che, nonostante le molte delusioni, ha mantenuto ancora ben saldi alcuni principi etici. Proprio come lo scrittore, che il "Guardian" ricordava ieri come "un libertario di sinistra della vecchia scuola". In ogni caso sia i "gialli" di Rathbone sia i suoi romanzi storici (fra cui "Una spia molto inglese", Barbera Edizioni) rivelano, ben più che un ossequio ai canoni del "genere", il grande talento dello scrittore per una narrazione di stampo quasi ottocentesco, dove l'ironia non si disgiunge mai dall'indignazione. Un talento, il suo, riconosciuto soprattutto nel Regno Unito, dove era stato insignito di diversi premi (due volte fra l'altro i suoi libri erano stati finalisti al Booker Prize).

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Lettere@ilmanifesto.it (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Lettere@ilmanifesto.it L'identità di Obama A proposito delle elezioni presidenziali americane, vorrei chiedere a Marco d'Eramo, di cui leggo i puntuali reportage, un parere circa quanto affermato da Cynthia Ozick in un'intervista al Corriere della sera dello scorso 21 febbraio. Confessando che andrà a votare per la Clinton, sia pure con atteggiamento molto disincantato, la scrittrice afferma di essere preoccupata da Obama, il quale, cito alla lettera, "si rifà ai movimenti mormoni che fiorirono in America nel XIX secolo, reclutando adepti sotto enormi tende con promesse salva-anima"; e aggiunge di ritenerlo l'antipode di un liberal per almeno due motivi: "La sua carriera al Senato, dove ha votato sempre come un oltranzista. Il fatto che si rifiuti di ripudiare il suo amico Jeremiah Wright, il pastore che premiò il famigerato Louis Farrakhan e è l'equivalente nero di un razzista bianco. Quando studiava alla Columbia University, Obama andava a Harlem per applaudire i rally antisemiti di Jesse Jackson". La mia domanda è dovuta al fatto che a migliaia di chilometri, leggendo i giornali italiani, simili (e direi inquietanti) ipoteche identitarie non si vedono, mentre si percepiscono semmai gli aloni di una star decisamente edulcorata e, in ogni senso, de-colorata. Sempre vostro. Massimo Raffaeli Caro Massimo Raffaeli, ho letto la breve intervista a Cynthia Ozick su Barack Obama, che però mi pare rifletta più che altro le preoccupazioni dell'intervistatrice Alessandra Farkas e di alcune frange assai conservatrici della comunità ebraica newyorkese, per cui qualunque pur vaga apertura ai palestinesi potrebbe mettere in pericolo la sicurezza d'Israele. Si riproduce qui il meccanismo ben descritto da Benedict Anderson del "nazionalismo in teleselezione" (long-distance nationalism), per cui la diaspora di un popolo è spesso più intransigente di chi vive sul posto (diaspora irlandese, tamil, sikh, palestinese...). Molti altri settori dell'intellighenzia ebraica newyorkese sono in totale disaccordo con quest'allarmismo su Obama, basti pensare all'area di Dissent che gravita intorno a Michael Walzer, o a quella di The Nation di Navasky e Van den Heuvel. Obama può essere criticato da molti punti di vista, ma non per essere un oltranzista; casomai è un cerchiobottista: non per nulla è un avvocato di Harvard. Quanto a Jesse Jackson, è stato molto critico nei confronti di Israele (e questo gli costò la nomination democratica), ma non può essere definito un antisemita, o allora quasi tutti i neri degli Stati uniti lo sarebbero. E poi bisogna contestualizzare le affermazioni. Nel South Side di Chicago chi parla male della Nation of Islam (di Farrakhan) rischia di farsi linciare perché è l'unica organizzazione in grado di recuperare i ragazzi che finiscono in galera. Un po' come chi parlasse male degli hassidim nell'upper New York State. Infine, francamente non ci vedo niente di blasfemo nel volere intavolare trattative con l'Iran, non fosse altro che per emarginare gli oltranzisti come Ahmadinejad che sul boicottaggio americano ci costruiscono la propria fortuna politica. Il rischio di Obama non è di "essere di estrema sinistra", bensì di essere un "ma anche...", bipartisan, democratico elogiatore di Reagan. Fossi Cynthia Osick non mi preoccuperei tanto. Con amicizia. Marco d'Eramo Precisazione Riguardo all'articolo di ieri de il manifesto sulle analisi compiute da PeaceLink a Taranto si precisa che l'associazione non ha mai dichiarato che gli effetti riscontrati siano "colpa dei veleni dell'Ilva" come riportato nell'occhiello. Nel virgolettato attribuitomi e correttamente riportato nell'articolo non compare infatti questa dichiarazione. Alessandro Marescotti PeaceLink.

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Gaza, Bush non vede le stragi e parla di pace (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Fine del conflitto entro l'anno" dice il presidente Usa. La Rice a Ramallah. Abu Mazen: l'Anp crolla se continuano i massacri Michele Giorgio Inviato a Ramallah Ogni volta che Condoleezza Rice arriva a Ramallah per incontrare Abu Mazen, ci si rende conto che in politica e in diplomazia occorrerebbe porre un limite alla faccia tosta. Dopo 120 palestinesi uccisi da Israele a Gaza - ieri altri tre - in meno di una settimana (almeno il 50% erano civili), il Segretario di stato americano alla Muqata ieri ha affermato, come se nulla fosse accaduto, che rimangono intatte le possibilità di raggiungere un accordo di pace israelo-palestinese entro la fine del 2008. "L'obiettivo che ci siamo posti non è di facile realizzazione ma credo che si possa realizzare", ha detto la Rice, che qualche ora dopo ha ricevuto sostegno da George Bush il quale, incontrando re Abdallah di Giordania, si è detto "ottimista come ad Annapolis" sul successo delle trattative. Il Segretario di stato si è guardata bene dal mettere in dubbio la legittimità degli attacchi militari israeliani in aree popolate palestinesi - conseguenza, ha detto, dei lanci di razzi Qassam - e ha soltanto concesso che "si devono fare sforzi per risparmiare vite innocenti". La Rice dovrebbe spiegarlo ad ufficiali e soldati della Brigata Givati che, riferiva ieri Ron Ben Yishai sullo Yediot Ahronot, si fanno i complimenti a vicenda per il "coraggio" dimostrato in combattimento a Gaza. Ma quando la faccia tosta è troppa, disturba persino l'accomodante leader palestinese Abu Mazen che alla Rice ha ribadito che la trattativa con Israele resta sospesa e, soprattutto, ha sottolineato "la necessità d'instaurare una tregua globale a Gaza e in Cisgiordania". Ha quindi chiesto che Israele ponga fine "alla sua aggressione affinché si creino le condizioni propizie al successo dei negoziati", cercando di far comprendere al Segretario di stato che, se il governo israeliano non metterà fine alle sue offensive militari, l'Autorità nazionale palestinese non avrà alcuna possibilità di sopravvivere. Non tanto per il consenso di cui gode Hamas, ma per la rabbia dei palestinesi stanchi dell'occupazione e della debolezza dell'Anp. I segnali di un nuovo fermento - che a qualcuno già fa immaginare una "terza Intifada" - sono evidenti. Mentre a Gaza i civili venivano uccisi come mosche, in Cisgiordania sono divampati scontri tra palestinesi e forze di occupazione, anche a Gerusalemme Est. Due adolescenti palestinesi sono stati uccisi vicino Ramallah ed Hebron, il primo da un colono israeliano (che è stato prontamente rilasciato dalla polizia). E la tensione cresce anche in Galilea. Ad Um el-Fahem ieri si è svolta una manifestazione di massa della popolazione araba israeliana. Per Mustafa Barghuti, esponente di punta della società civile palestinese, "il pessimismo e lo scetticismo verso il negoziato sono giustificati". Da quando si è chiusa la conferenza di Annapolis, ha detto, "Israele non ha cessato per un minuto di espandere le sue colonie in Cisgiordania. I posti di blocco militari sono passati da 521 a 562 e in tre mesi sono stati uccisi 323 palestinesi, tra cui 31 bambini". D'altronde, ha aggiunto Barghuti, "lo stesso Abu Mazen riconosce che da quando è ripartito il negoziato con Israele non è stato affrontato alcuno dei nodi del conflitto". E non aiutano certo a rasserenare la popolazione dei Territori occupati le rivelazioni di stampa sulle manovre degli Stati Uniti volte ad interferire nella politica interna palestinese. Il magazine americano Vanity Fair, venuto in possesso di documenti segreti corroborati da fonti del Dipartimento di stato e da esponenti palestinesi, ha rivelato che George Bush aveva approvato un'operazione coperta per rovesciare il governo di Hamas poco dopo la vittoria del movimento islamico nelle elezioni politiche palestinesi del gennaio 2006. A rovesciare l'esecutivo di Hamas, democraticamente al potere, avrebbero dovuto pensarci i dirigenti del partito rivale Fatah - primo fra tutti l'ex "uomo forte" di Gaza, Mohammed Dahlan - finanziati e armati dagli Stati Uniti. Al Segretario di Stato Condoleezza Rice e al vice consigliere per la sicurezza nazionale, Elliot Abrams, era stato affidato l'incarico di alimentare una guerra civile tra i palestinesi. Manovre occulte che non sono servite a molto: oggi Hamas controlla tutta Gaza e Abu Mazen vacilla in Cisgiordania.

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Il piano prevede il pieno ritiro di Israele da Gaza e dalla Cisgiordania, la nascita in questi terri (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Tori dello Stato di Palestina, la soluzione al problema dei profughi palestinesi, la normalizzazione dei rapporti tra Paesi arabi e Israele. L'obbiettivo che ci si è posti nel novembre scorso nella conferenza di Annapolis (cittadina americana nel Maryland) è quello di raggiungere la pace entro quest'anno.

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Sinistra e comunità palestinesi in piazza: fermare il massacro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Fiaccolata a Roma Sinistra e comunità palestinesi in piazza: fermare il massacro Centinaia di persone hanno partecipato ieri sera alla fiaccolata in piazza Madonna di Loreto, a Roma, per chiedere la fine dei massacri israeliani e dell'assedio di Gaza. In piazza la sinistra di base, la comunità palestinese unita - con membri di Fatah, della sinistra e islamici insieme - e la sinistra arcobaleno, che dopo l'esperienza di governo rialza la voce contro le guerre. "Il governo italiano deve intervenire subito per fermare i massacri ed evitare che al prossimo vertice dei ministri degli esteri della Nato prenda corpo il piano statunitense-israeliano di un nuovo conflitto, contro Libano e Siria" ha dichiarato il presidente della comunità palestinese Samir Al Qaryouti.

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Dopo il massacro, la diplomazia. Condoleezza Rice è in Israele per cercare di rilanciare i nego (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di ERIC SALERNO Dopo il massacro, la diplomazia. Condoleezza Rice è in Israele per cercare di rilanciare i negoziati di pace soffocati dalla violenza dell'attacco israeliano a Gaza. E' ottimista, nonostante tutto, come il suo capo George Bush che a Washington, dopo aver incontrato un re giordano estremamente preoccupato per l'evolversi negativo della situazione in Medio Oriente, si è detto convinto che un accordo di pace è ancora possibile entro il 2008. "È un processo che presenta sempre due passi avanti e uno indietro", ha detto il presidente. L'importante è essere sicuri che ci sia solo "un passo indietro" e non due. Una garanzia in questo senso non c'è e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), parlando a Ramallah dopo un colloquio con Rice, si è appellato "al governo israeliano chiedendogli di cessare la sua aggressione affinché si creino le condizioni opportune al successo dei negoziati di pace per il 2008". E' probabile che il dialogo israelo-palestinese andrà avanti. Un dialogo sterile, a sentire Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas. Le trattative, a suo dire, sono "morte da tempo e non per colpa dei razzi (sparati da Hamas, ndr) ma per il rifiuto d'Israele di ridare ai palestinesi ciò cui hanno diritto". In una conferenza stampa a Gaza City, ha poi criticato Washington sostenendo che la condanna espressa dalla Rice per i razzi lanciati da Hamas contro Israele "intende dare a Israele la giustificazione per continuare a uccidere e versare il sangue di palestinesi innocenti". Hamas si sente vittima di un complotto e ha ragione se sono vere le rivelazioni della rivista Vanity Fair secondo le quali, dopo le elezioni vinte dal movimento islamico, Bush e Condoleezza Rice avrebbero tentato di armare una forza palestinese guidata da al-Fatah, il movimento di Mahmud Abbas, per impedire a Hamas di restare al potere. Sul terreno, intanto, il ministro della Difesa Barak ha detto che le operazioni militari riprenderanno se non si fermerà il bersagliamento di Sderot e Ashkelon. Come e con quali obiettivi non è chiaro, se è vero quanto avrebbero affermato alcuni ufficiali israeliani alla radio militare: "I razzi non erano stati lanciati dalla zona che abbiamo occupato". Ossia, contrariamente a quanto sostenuto finora, le rampe dei militanti non erano situate in mezzo al centro abitato di Gebaliya. Secondo l'Unrwa, l'ufficio dell'Onu per i profughi palestinesi, nei raid della scorsa settimana sono morti 123 palestinesi, tra cui 55 civili, fra i quali 27 bambini. Dall'inizio del 2008 sono stati uccisi 234 palestinesi negli attacchi israeliani, a fronte dei 301 morti in tutto il 2007. In questo stesso periodo sono rimasti uccisi cinque israeliani, quattro nella Striscia di Gaza e uno colpito da un missile nel sud d'Israele.

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Scoop Il piano b contro hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Scoop Il piano b contro hamas Vanity Fair inguaia Condoleezza Gerusalemme. "Niente è più inedito dell'edito", diceva Mario Missiroli. Lo hanno ripetuto, poi, generazioni di giornalisti italiani. Per dimostrare che il mestiere lo conoscevano. O meglio, conoscevano almeno il catalogo dei miti del cronista. Il vecchio direttore del Corriere della Sera era comunque una persona seria e un grande giornalista. E quella frase, di fondo, voleva dire una cosa semplice: che non serve andare a cercare le carte segrete per comprendere la realtà. L'insegnamento di Missiroli dev'essere tornato in mente, ieri, a molti dei reporter che seguono il conflitto israelo-palestinese, e soprattutto a quelli che si sono trovati tra Tel Aviv e Ramallah negli anni della transizione dall'autorità di Yasser Arafat all'Anp di Mahmoud Abbas. In pochi, però, si sarebbero immaginati che a confermare la citazione celebre sarebbe stato un pezzo su Vanity Fair . Che accusa senza peli sulla lingua George W. Bush, Condoleezza Rice ed Elliott Abrams di aver concertato un "piano B" per armare Fatah, detronizzare il governo democraticamente eletto di Hamas e far ritornare il potere all'Anp vecchia maniera. Col risultato, paradossale, di rafforzare Hamas, sconfiggere Fatah almeno a Gaza, e ritrovarsi in un vicolo cieco. Non perché la rivista patinata della Condè Nast si occupi solo di amenità, Vip e tutto ciò che è decisamente, pervicacemente, incredibilmente snobbish . Vanity Fair è più attenta di quanto si pensi alla realtà, e ha anche il coraggio di pubblicare reportage investigativi importanti. Ma la fama, si sa, è dura a essere superata da uno sguardo obiettivo. Tutti siamo deboli e, insomma, uno scoop di questo tipo ce lo saremmo aspettati dal Washington Post dei bei tempi andati. Quelli del Watergate, Ça va sans dire. Onore al merito. Onore a Vanity Fair , che lancia lo scoop il giorno in cui Condoleezza Rice arriva in Medio Oriente, costringendola a commentare l'inchiesta. 2 05/03/2008.

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Segue dalla prima lo scoop di vanity fair e la rice (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Segue dalla prima lo scoop di vanity fair e la rice (segue dalla prima pagina) Onore all'autore, David Rose, che come si fa nei libri di storia ha sostenuto con fior di documenti ciò che i giornalisti sul campo sapevano dal primo momento. Perché le indiscrezioni erano all'ordine del giorno. Perché Israele e Palestina sono - in fondo - villaggi dove si sa, se non tutto, almeno l'essenziale. Perché appunto, come diceva il vecchio Missiroli, "niente è più inedito" di quello che si vede coi propri occhi. Se soltanto si tengono gli occhi aperti. Così, David Rose, giornalista di Vanity Fair , ma anche autore di importanti libri-inchiesta compreso uno su Guantanamo, ha confermato quello che Alaistair Crooke aveva già abbondantemente accennato, anche in questo caso su pagine eterodosse come quelle della London Review of Books il 18 giugno, pochi giorni dopo il colpo di mano a Gaza. Compiuto in realtà, si sapeva, non per prendere il potere, ma per evitare che lo prendessero Mohammed Dahlan e la sua Forza di sicurezza preventiva, armata col benestare del generale Keith Dayton, l'aiuto di Egitto e Giordania, e l'ok degli israeliani. Vanity Fair ha anche confermato quello che Alvaro de Soto aveva denunciato quando aveva sbattuto la porta e si era dimesso da inviato dell'Onu nell'area nel maggio del 2007, poche settimane prima del coup di Gaza. Non prima di aver scritto una cinquantina di pagine al vetriolo, casualmente rinvenute e pubblicate dal Guardian , che denunciavano senza peli sulla lingua la politica americana. Disposta, diceva in sostanza de Soto, a scatenare una guerra civile palestinese, pur di concludere in anticipo la storia del governo di Hamas. David Rose conferma tutto questo, e tutto il resto adombrato nei tanti articoli, nei tanti reportage, nelle tante conversazioni di quei mesi. E lo fa con il confortante sostegno dei documenti e delle testimonianze di prima mano. Come quelle rilasciate da una miriade di gole profonde che il reporter pluripremiato di Vanity Fair si è andato a cercare. Il quadro che traccia parla dell'ennesimo errore di valutazione di un'amministrazione americana. Che ha puntato su di un cavallo, ritenuto forte e soprattutto utilizzabile, com'era Mohammed Dahlan, ex uomo forte a Gaza, ex responsabile della sicurezza. Dahlan doveva guidare Fatah a Gaza, sconfiggere Hamas, ed essere l'uomo degli americani nell'Anp. Gaza è stata persa, Hamas ha vinto, gli americani hanno continuato a puntare su di lui in Cisgiordania. Non solo. Vanity Fair descrive, in una ventina di pagine, il modo in cui Washington ha reiterato gli errori commessi - citazione - con l'Iran-Contra, la Baia dei Porci e l'operazione della Cia contro Mossadeq in Iran, che spianò poi la strada alla rivoluzione islamica di Khomeini. Se fosse vero tutto che ciò che Rose scrive, sarebbe un concentrato di errori di valutazione, di finanziamenti triangolati, di incapacità di capire il Medio Oriente che ha condotto al cul de sac nel quale israeliani e palestinesi si trovano ora. Paola Caridi 05/03/2008.

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Transportnummer c'era un codice unico per ebrei e loro averi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Transportnummer c'era un codice unico per ebrei e loro averi Storia di Emma e della sua vita persa in una valigia Ma le ha fatto incontrare la nipote mai conosciuta Dopo sessanta anni è stata ritrovata e ha permesso a Elleen di visitare la tomba della nonna. Del nonno, invece, nessuna traccia. A lui avranno pensato gli aguzzini. L'ultima notizia è il mancato pagamento dell'alloggio a Theresiendstadt Ogni ebreo adulto avviato ai campi di concentramento poteva portare con sé tanti beni personali quanti ne conteneva una normale valigia da viaggio. Come al solito, le indicazioni fornite dall'amministrazione nazista erano molto precise. Per evitare scambi o confusione, su uno dei fianchi del bagaglio doveva esser ben visibile, in vernice bianca, nome indirizzo e numero di trasporto del proprietario. Un deportato, una valigia: quando gli alleati entrarono nei lager, verso la fine della guerra, ne trovarono montagne. Non tutte le valigie però presero la strada dei campi di concentramento: alcune rimasero indietro, perdendosi dietro le scelte dei proprietari. Alla prospettiva della deportazione, della paura e di una fine che si paventava terribile, molti ebrei preferirono la morte. Nella comunità ebraica berlinese si calcolano tra il 1933 e il 1945 circa 2 mila casi di suicidio; 823 nel solo 1942, anno in cui le deportazioni toccarono il loro punto massimo. A vedere nell'overdose da sonniferi l'ultima, dignitosa, via di fuga, furono soprattutto gli anziani, e le donne. Tra esse Emma Bonn, 71 anni, vedova da pochissimo - ne era certa - di August Philip Bonn. Di lei si era persa ogni traccia. Dopo sessanta anni, però, è stata ritrovata la valigia. Di cartone pressato, rivestita in pelle, con l'inconfondibile scritta bianca: valigie del genere hanno un posto ben preciso nell'immaginario dei tedeschi, soprattutto di quelli nati nell'ex Germania orientale. Così quando Sabine Horn, giornalista, l'ha vista fra gli attrezzi di scena dell'amico Ulli, attore di teatro per bambini, ha capito subito di cosa si trattava. E anche che cosa andava fatto: tanto più che Ulli non si era mai accorto di nulla al pari dei suoi genitori, che quella valigia avevano tenuto in soffitta per decenni. Sabine, al contrario, voleva sapere e la traccia principale era offerta da quel Emma Bonn - 01632. "Transportnummer" - 01632, nel caso di Emma Bonn - un codice numerico che oltre ad identificare gli ebrei da deportare, apriva contemporaneamente un'altra pratica: cioè la sistematica spoliazione dei loro beni. Una pratica perseguita con tanta meticolosità e con la partecipazione di tante figure professionali - esattori del fisco, periti, bancari, spedizionieri etc. - da far venir in mente almeno due cose. Primo, che oltre alle motivazioni razziali dietro lo sterminio degli ebrei si muovevano prepotentemente anche quelle economiche. A maggior ragione dopo l'inverno 1942-1943, quando la guerra cominciò ad andare male e per la Germania hitleriana il bisogno di risorse finanziarie e di materie prime si fece via via più pressante. E secondo, che le argomentazioni "quantitative" dello storico britannico Daniel J. Goldhagen - dato il gran numero di persone necessariamente al corrente dello sterminio in corso, si può in qualche modo parlare di "colpa collettiva" dei tedeschi - non erano poi tanto campate in aria. In ogni caso, seguendo la pista del "Transportnummer" e rivolgendosi all'Archivio delle Vittime dell'Olocausto, Sabine trova le prime informazioni e comincia a ricostruire il profilo della famiglia Bonn. Boicottaggio e suicidi. Emma, nata Seligmann, viene al mondo il 5 dicembre 1871 nella cittadina di Verden, nei pressi di Hannover. Suo marito, Philipp August Bonn - che Emma sposerà in seconde nozze, dopo aver avuto due figlie da una prima unione - è invece di poco più giovane, e viene da Francoforte sul Meno, dove nasce nel luglio del 1873. Commerciante lui, casalinga lei, la coppia si trasferisce a Berlino fra la fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '30, ma con l'avvento al potere di Hitler la vita per gli ebrei diventa ogni giorno più difficile. Già nell'aprile del 1933 il regime promuove - presentandolo come misura "difensiva" - il primo boicottaggio delle attività commerciali e professionali degli ebrei. Philipp ha ormai 60 anni; preoccupato, si rifugia nella lettura, di cui è appassionato, e nella sua considerevole biblioteca. Lasciare la Germania, però, non vuole: qui ha la sua casa - al numero 208 della Hohenzollerdamm, nel quartiere di Wilmerdsdorf -, la sua storia. Le due figlie la pensano diversamente, vogliono emigrare in America. Poi nel 1938 la situazione precipita: in agosto gli ebrei sono obbligati ad aggiungere "Israel" o "Sarah" al loro nome: Emma Sarah Bonn, Philipp A. Israel Bonn. In novembre, la Notte dei Cristalli fa 100 morti solo a Berlino; 20 mila ebrei vengono inviati nei campi di concentramento, nella capitale s'impenna il tasso dei suicidi. Scopi troppo particolari. Nella primavera del 1939 la famiglia si separa: le due figlie, insieme alla nipotina Elleen nata nel 1924, partono per Cuba, dove attenderanno il visto per gli Stati Uniti. Philipp ed Emma restano a Berlino, ed è l'inizio della fine. Nel novembre 1941 i due coniugi, ormai rispettivamente 68 e 70 anni, devono lasciare la casa di Wilmersdorf. Al pari di tante altre "proprietà di ebrei", l'appartamento viene infatti requisito e destinato a "scopi particolari". La coppia trasloca così in una stanza in subaffitto, sulla Fasanenstrasse, all'interno di un edificio abitato esclusivamente da ebrei evacuati. Qualche mese dopo, probabilmente nel luglio del 1942, Philipp riceve il suddetto "Transportnummer" - 01631 - e deve presentarsi all'Ufficio delle imposte per consegnare un'esaustiva dichiarazione dei beni. Ed è dall'esame di questo documento e di altri correlati, che Sabine Horn viene a sapere dell'esistenza della nipote Elleen e a prendere successivamente contatto con lei. Quindici anni al momento della partenza da Berlino, oggi 84-enne residente a Chicago, Elleen della nonna non aveva saputo più nulla. Solo che era scomparsa, in qualche imprecisata piega dell'Olocausto. Ci sono voluti sessantacinque anni, e la testimonianza muta di una valigia, perché Elleen potesse portare un fiore sulla sua tomba. Tornando a Philipp: nel tentativo di salvare parte del patrimonio, l'ex commerciante aveva provveduto a dividere i suoi averi fra tre diversi magazzini. Il trucco cade però di fronte ai controlli incrociati dell'Ufficio delle Imposte e Philipp viene internato nel campo di raccolta berlinese della Grosse Hamburger Strasse, forse con qualche settimana d'anticipo sul normale svolgimento della pratica 01631. Qui spariscono le sue tracce. Un rapporto della Gestapo del 22 settembre 1942 informa di un avvenuto trasferimento nel lager di Theresienstadt, in data 21 agosto. Due settimane prima, il quattro d'agosto, si suicidava Emma Bonn. Pare fossero rimasti d'accordo così: se non hai mie notizie entro breve tempo, le avrebbe detto il marito, pensa a te. Ora Emma riposa nel cimitero di Weissensee, il più grande cimitero ebraico d'Europa. Di Philipp invece non risultano sepolture. Forse morto a Minsk, dove sarebbe stato trasferito dopo un periodo trascorso a Theresienstadt. Il suo nome compare ancora in un documento inviato il 20 ottobre 1943 al presidente dell'Ufficio imposte Berlino-Brandeburgo. Dove si lamenta il mancato pagamento dell'affitto, da parte del signor Bonn, dell'alloggio utilizzato a Theresienstadt. 05/03/2008.

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Spunta un piano Usa per cacciare Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Le rivelazioni della rivista statunitense "Vanity Fair" che cita fonti confidenziali palestinesi e americane Spunta un piano Usa per cacciare Hamas Francesca Marretta Ramallah La Casa Bianca avrebbe organizzato un complotto per estromettere Hamas dal potere dopo le elezioni vinte nel 2006 dal movimento islamico palestinese. Lo scrive la rivista americana Vanity Fair, che cita documenti confidenziali di fonte palestinese e americana, secondo i quali l'Amministrazione Bush avrebbe armato gli uomini di Fatah che hanno combattuto a Gaza nei giorni della guerra intestina vinta nella primavera dell'anno scorso dal movimento islamico palestinese. Lo scoop, che ha preceduto di qualche ora l'arrivo di Condoleeza Rice a Gerusalemme e Ramallah ieri, non è stato smentito. Dalla diretta interessata Rice è arrivato un "no comment", mentre Dana Perino, portvoce della casa Bianca, ha detto che l'articolo "non è esatto". Si tratta dei documenti che Hamas minacciava di rendere noti al momento giusto per dimostrare la connivenza tra la parte dell'Anp legata a Dahlan con Israele e Stati Uniti? Lo sapremo nelle prossime ore. Se lo scandalo risultasse vero, per Abbas sarebbe la fine. Per ora sappiamo che Condoleeza Rice pensa che un accordo di pace tra Israeliani e palestinesi sia "ancora possibile" entro la fine del 2008. Lo ha dichiarato ieri a Ramallah alla fine dell'incontro col presidente palestinese Abbas. Il segretario di Stato americano auspica che i negoziati sospesi dal presidente dell'Anp in segno di protesta per la massiccia offensiva militare israeliana su Gaza "riprendano il più presto possibile". Ieri altri raid dell'aviazione israeliana hanno colpito la Striscia, provocando la morte di due palestinesi ed alcuni feriti. In serata sono ripresi nella Striscia combattimenti tra forze di terra israeliane e militanti palestinesi. Per la Casa Bianca ricade su Hamas, "chiaramente in parte armato dall'Iran", la responsabilità del blocco dei negoziati. La cui ripresa, ha affermato ieri il Presidente Abbas, passa per la "fine dell'aggressione" su Gaza. La pace resta la "scelta strategica" dei palestinesi ha aggiunto il presidente dell'Anp. Ma la ripresa del negoziato non si ottiene "con la forza e i carri armati", Parlando dell'alto numero di bambini uccisi a Gaza, Abbas ha invocato una "tregua completa" che interessi tutti i territori palestinesi. Le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza "cesseranno solo quando avranno fine i tiri di razzi sul territorio israeliano". Lo ha ribadito prima dell'incontro di ieri sera a Gerusalemme con il Segretario di Stato americano il ministro degli Esteri israeliano Barak. Anche i razzi palestinesi, che ieri mattina hanno nuovamente raggiunto Sderot, non si fermano. Per questo il ministro degli esteri Livni ha dichiarato di non poter escludere una rioccupazione della Striscia. Israele, non può permettersi di avere uno stato islamico estremista, controllato da Hamas, lungo il suo confine, ha aggiunto Livni. Il conto aggiornato a ieri dei morti a Gaza da mercoledì scorso è salito a 125 morti. Andrà rivisto man mano che passano le ore, dato l'alto numero di feriti gravi che gli ospedali delle Striscia non sono in grado di curare. Nei giorni scorsi l'esercito israeliano ha ucciso e ferito palestinesi anche nella West Bank, nel corso di manifestazioni di protesta per i fatti di Gaza nelle aree di Betlemme, Hebron e di Ramallah. Forse per questo gli abitanti della principale città della Cisgiordania ieri non hanno fatto nemmeno caso alla visita del Segretario di Stato americano. L'unico segnale di un evento straordinario in corso in città erano gli agenti della guardia presidenziale dell'Anp schierati nel perimetro delle strade d'accesso alla Muquata. Nel centro cittadino, negozi e ristoranti nuovi, banche ristrutturate ed edifici in costruzione, sono il segno di una rapida ripresa dell'attività economica stimolata dagli aiuti internazionali al governo Fayyad. Per strada si vedono poliziotti con indosso divise nuove di zecca, il cui principale lavoro sembra il controllo del traffico agli incroci delle strade che convergono su Piazza Al Manara. All'angolo della piazza al primo piano di un edificio ha aperto addirittura uno Starbucks Café. L'insegna sembra proprio quella. A leggere bene, anche se la grafica e il verde sono i medesimi della catena di ristorazione americana, è invece scritto "Star & Bucks", una riuscita imitazione. Nello stesso edificio, al piano terra, affacciato sulla piazza, c'è la gelateria "Fruti", anch'essa nuova di zecca. La vetrina da cui Rami, un rubicondo giovanotto di trent'anni, ti porge il gelato è adornata da fiori e frutti di plastica dai colori vivaci. "La visita di Condoleeza Rice? Io sono di Fatah e non credo che sia un bene sospendere i negoziati di pace con Israele, ma so che la presenza di Rice non cambi nulla. Bisogna che tutti, ma proprio tutti si mettano a sedere e discutere, magari pure Rice, ma anche le Nazioni Unite e Hamas, se torna sui suoi passi verso la legalità lasciando il potere a Gaza. Solo così si può sperare". Non la pensa allo stesso modo Yasmine, originaria di Nablus, che di professione sviluppa siti web. Indossa pantaloni e giacca su cui si appoggiano folti capelli neri. Non ha la testa velata, ma sostiene Hamas. "La visita di Condolezza Rice è completamente inutile. Quante volte è venuta? E che abbiamo ottenuto? Hai visto i morti di Gaza? Ma come fa Abbas ad incontrarla. E' un debole. Meglio Hamas. Io li sostengo. E sostengo anche i qassam. Li hai visti i bambini morti di Gaza?". La donna che ha due figlie di tre e due anni dice che invece di Condoleeza Rice lei sarebbe pronta ad accogliere "chiunque ci aiuti a combattere gli israeliani. Anche Bin Laden". 05/03/2008.

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D'Alema e Moussa, intesa tra italia e Lega Araba (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Intervista a Kamilah Katib assistente alla Ricerca presso l'Assemblea Parlamentare della NATO D'Alema e Moussa, intesa tra italia e Lega Araba Nelle ultime ore la situazione medio orientale si e' aggravata, quali prospettive? E il ruolo dell'Italia? Milano, 5 mar.- La scorsa settimana alla Farnesina il ministro degli esteri Massimo D'Alema ha firmato un accordo con la Lega Araba. L'incontro con Moussa , il segretario generale della Lega, ha avuto toni cordiali ma dalle parole dei diplomatici era evidente la preoccupazione per l'acuirsi degli scontri tra Palestina e Israele. Le prospettive non sono certo confortanti visti i raid dei giorni scorsi nella striscia di Gaza. D'Alema e Moussa hanno anche evidenziato l'esigenza di una risoluzione della situazione Kurda nel Nord dell'Iraq, un processo delicato che andrebbe a toccare i già precari, quasi inesistenti, equilibri nella zona. News ITALIA PRESS/Voceditalia ha raggiunto Kamilah Khatib, ricercatrice italiana di origine palestinese con un dottorato conseguito presso la London School of Economics, attualmente Assistente alla Ricerca presso l'Assemblea Parlamentare della NATO, un'analisi della situazione e le possibili prospettive, soprattutto dal punto di vista italiano. Cosa ne pensa delle parole di D'Alema alla conferenza con Muossa del 28 febbraio. Il ministro ha espresso "grave preoccupazione" per i nuovi scontri nella striscia di Gaza. "Alla luce degli ultimi tragici eventi che hanno visti coinvolti anche bambini, la preoccupazione del ministro D'Alema per la situazione e' comprensibile. Con queste affermazioni- secondo le quali si andrebbe verso il crollo nelle trattative- egli prende atto che le aspettative che aveva riposto -come molti altri- nella conferenza di Annapolis sono andate ampiamente deluse. " E dunque Annapolis è stata inutile? E' possibile costruire un nuovo tavolo di negoziato? "Credo che Annapolis sia finita prima ancora di iniziare. Si potrebbe anche ipotizzare che il processo che si voleva avviare ad Annapolis riflettesse il desiderio degli Stati Uniti di far apparire Abbas come la scelta migliore, rispetto all'opzione Hamas. Gli scorsi eventi a Gaza hanno piuttosto rafforzato Hamas anziche' indebolirla. Inoltre, la natura dei temi in agenda ha impedito ad entrambe le parti di raggiungere un accordo su un documento comune: Olmert voleva una dichiarazione che non entrasse troppo nello specifico per evitare concessioni che avrebbero causato la caduta del suo governo. Abbas invece insisteva per una dichiarazione che toccase temi essenziali. Questo per mostrare al popolo palestinese che queste negoziazioni avrebbero portato cambiamenti importanti, sino ad una potenziale fine dell'occupazione. La debolezza interna di Olmert non ha reso le cose piu' facili. Olmert e' a capo di una maggioranza multi partitica, nella quale i membri del suo stesso Kadima si oppongono ad eventuali concessioni e i quali non avrebbero problemi ad optare per il Likud. Inoltre qualsiasi discussione sul destino di Gerusalemme, necessaria per raggiungere accordi di Pace con i Palestinesi, potrebbe aggravare oltre la situazione di Olmert e spingere molti ad abbandonare la coalizione. Lo stesso vale per la parte palestinese: Abbas infatti non solo ha perso il controllo di Gaza, ma non ha potuto impedire che Hamas bombardasse il sud di Israele con i famigerati missili Qassam. Fatto che poi ha scatenato la reazione israeliana del mese scorso". Cosa può fare l'Italia oltre a tenere aperti i canali diplomatici? "Il memorandum firmato tra la Lega Araba e l'Italia riflette il desiderio di quest'ultima di considerare il Mediterrraneo un ambito irrinunciabile per il proprio sviluppo nazionale e per la propria politica internazionale. Esiste gia' una volonta' dell'Unione Europea nello sviluppare rapporti con tutti i paesi del Mediterraneo, materializzata tramite il processo di Barcellona anche conosciuto come il partenariato euro-mediterraneo. Al di là di questa azione comune, l'Italia cerca, per motivi storici e geopolitici, come ad esempio l'immigrazione, di coltivare rapporti di varia natura con i Paesi arabi, sia del Mediterraneo che in generale. Analogamente si muove la Francia come dimostra il progetto di Sarkozy sul Mediterraneano". Il dialogo che hanno intenzione di aprire sul Kurdistan D'Alema e Moussa che impatto protrebbe avere sull'Europa? "La mattina del 29 febbraio la BBC ha riportato che la Turchia ha iniziato il ritiro delle sue truppe dall'Iraq(http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/7260478.stm). Comunque Ankara ha sempre precisato che il suo intervento in Iraq aveva un scopo preciso, quello di colpire e distruggere i ribelli curdi del PKK e che si sarebbe ritirata a missione compiuta. In altre parole il Governo turco ha sempre dichiarato che questa operazione ha il fine di tutelare i suoi interessi nazionali. Come ha in passato affermato Condoleeza Rice, però, il semplice fatto che l'Iraq viene invaso da un altro paese comporta destabilizzazione, a prescindere dalle motivazioni di sicurezza nazionale. Le azione della Turchia potrebbero essere considerate un precedente per future azioni di natura simile da parte di altri Paesi (Iran, Siria, etc); percio' al momento e' importante che qualsiasi Stato desista da tale tipo di azioni" . Sotto questo aspetto che scelte dovrebbe fare Ankara per farsi spazio in Europa? "E' comunque difficile prevedere le conseguenze sulle dinamiche politiche e militari interne all'Iraq. Tuttavia, tutto ciò potrebbe rendere piu' instabile il Nord del paese, dove non è ancora risolto il nodo del controllo di aree come le città di Mosul e Kirkuk, ricche di petrolio e contese fra Curdi e Arabi Sunniti. Zone su cui peraltro la stessa Turchia ha sempre qualcosa da dire in difesa della minoranza turcomanna che vive in quelle aree. Sullo sfondo, la questione centrale dell'autonomia curda, con Ankara che vuole scongiurare la creazione di uno stato curdo nel nord iracheno e che quindi non vede di buon occhio gli organi di governo regionali del Kurdistan iracheno (peshmerga compresi)".

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Oltretutto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

IRAN, EDITORI PRIVATI AL SALON DU LIVRE A meno di dieci giorni dall'apertura del Salon du Livre di Parigi (che, come la Fiera del libro di Torino, ha dedicato a Israele la sua vetrina d'onore) il governo iraniano, che aveva annunciato proprio l'altro giorno la sua decisione di boicottare le due manifestazioni, ha fatto ieri un distinguo per bocca di Ehsanollah Hojjati, capo dell'Istituto governativo per le esposizioni culturali. L'Iran, ha detto Hojati, non partecipa, ma "non impedisce agli editori privati di partecipare". "Al Salon du livre - ha precisato Hojjati all'agenzia Fars - abbiamo partecipato come governo per la prima volta lo scorso anno ma i nostri editori privati vi partecipavano anche prima. Quest'anno non saremo né a Parigi né a Torino, ma ciò non significa che imponiamo agli editori privati di non partecipare. Tuttavia, non sembra possibile una loro partecipazione, tenuto conto della politica del nostro sistema". Una precisazione che fa seguito a quelle, analoghe, relative ad altri paesi: è il caso per esempio dei librai libanesi che, nonostante il boicottaggio del loro governo alla kermesse parigina, hanno già confermato la loro partecipazione, legata anche al fatto che il Salon du livre francophone de Beirut è già stato rinviato due volte. Così come, tornando all'Iran, ha confermato la sua partecipazione alla Fiera del libro di Torino la scrittrice Dalia Sofer, di origine iraniana. Del resto, ha ribadito ieri il presidente della Fondazione della Fiera del libro di Torino, Rolando Picchioni, "alla Fiera 2008 saranno presenti anche scrittori provenienti da tutto il mondo arabo e islamico: dalla Tunisia all'Algeria, dal Libano alla Libia, dalla Giordania all'Iran, indipendentemente da qualunque ruolo o presenza ufficiale dei singoli stati". ADDIO A JULIAN RATHBONE Sarebbe ingiusto rinchiudere all'interno dei confini del genere lo scrittore inglese Julian Rathbone, morto ieri a settantatré anni nella sua casa nello Hampshire dopo una lunga malattia, anche se gran parte delle sue opere narrative potrebbero essere etichettate come romanzi storici o come gialli. Non a caso, dei suoi tre libri attualmente circolanti in Italia (su un totale di effettivo di oltre trenta), due - "Hotel California" e "Nairobi Connection" - sono pubblicati da una casa editrice "di genere" come Hobby & Work: protagonista di entrambi, il detective Chris Shovelin, un veterano del '68 che, nonostante le molte delusioni, ha mantenuto ancora ben saldi alcuni principi etici. Proprio come lo scrittore, che il "Guardian" ricordava ieri come "un libertario di sinistra della vecchia scuola". In ogni caso sia i "gialli" di Rathbone sia i suoi romanzi storici (fra cui "Una spia molto inglese", Barbera Edizioni) rivelano, ben più che un ossequio ai canoni del "genere", il grande talento dello scrittore per una narrazione di stampo quasi ottocentesco, dove l'ironia non si disgiunge mai dall'indignazione. Un talento, il suo, riconosciuto soprattutto nel Regno Unito, dove era stato insignito di diversi premi (due volte fra l'altro i suoi libri erano stati finalisti al Booker Prize).

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Israele si ritira e non c'è da festeggiare (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Mer, 05 Mar 2008 Edizione 45 del 05-03-2008 Hamas ha sempre perseguito l'obiettivo di distruggere lo Stato ebraico, ma il mondo non vuol vedere Israele si ritira e non c'è da festeggiare di Michael Sfaradi Domenica sera, intorno alla mezzanotte, il portavoce del Ministro della Difesa ha dato l'annuncio che le truppe impegnate nell'operazione "Horef Ham" "Inverno Caldo", si sarebbero ritirate dalle zone momentaneamente occupate della striscia di Gaza. Questa notizia, teoricamente buona, è stata però accolta dagli israeliani con scetticismo. Troppe volte in passato operazioni militari di questo tipo non hanno portato a risultati concreti e duraturi nel tempo, dai palestinesi, invece, è stata festeggiata come una "vittoria" sul campo. Per meglio capire quello che succede bisogna fare un passo indietro e mettere in luce alcuni particolari ai quali non viene data la giusta importanza. Hamas non ha mai smesso di cercare lo scontro con Israele, e in preparazione di questo ha fatto passare dall'Egitto mediante tunnel sotterranei, che attraversano la linea di confine, armi di tutti i tipi davanti gli occhi chiusi delle autorità del Cairo. L'unico inconveniente di questi tunnel sono le dimensioni ridotte, per questo i missili a gittata media denominati Grad, piuttosto voluminosi, sono rimasti parcheggiati per parecchi mesi sul lato egiziano del confine, senza essere "notati" da nessuno, in attesa di una giusta occasione per essere portati dall'altra parte. Occasione che è arrivata alcune settimane fa, quando, fra gli applausi del mondo, i "Militanti" hanno fatto saltare le barriere di confine con l'Egitto. Mentre le telecamere erano occupate a trasmettere le immagini della popolazione civile che si avventava sui negozi alla ricerca di generi di prima necessità, da qualche altra parte i missili Grad entravano a Gaza ed erano posizionati sulle rampe, pronti per essere usati contro l'odiato nemico sionista. Non appena i missili erano al sicuro oltre confine, il governo egiziano "perdeva la pazienza" e pretendeva la chiusura immediata dei valichi; così si serrava la stalla quando i buoi erano a spasso, mantenendo una certa verginità davanti al mondo intero. Da quel momento nel mirino di Hamas non c'era più la sola Sderot e, giusto il tempo di rendere operativi i nuovi "giocattoli", ed ecco che il primo missile viene lanciato contro Ashqelon, città di oltre 100.000 abitanti. A questo punto ci sono alcune domande alle quali bisogna dare una risposta: una cosa è possedere dei missili l'altra è spararli con precisione dopo un solo lancio di prova, chi sta aiutando con conoscenze squisitamente militari i "Militanti" di Hamas? Siamo sicuri che le dita che spingono i bottoni che azionano i motori dei Grad siano palestinesi? Ammettendolo, chi li ha addestrati? Damasco e Teheran ne sanno qualcosa? Subito dopo l'inizio delle operazioni nella striscia di Gaza, i Media hanno prontamente riportato la richiesta sia del Papa, che durante l'Angelus di domenica, in Piazza San Pietro, ha chiesto all'Autorità Palestinese e al Governo Israeliano di "fermare la spirale di violenza", sia quella del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di un "cessate il fuoco" immediato. Perché questi illustri personaggi parlano solo ora? Dov'erano negli ultimi anni mentre Sderot era bombardata a pioggia, giorno dopo giorno, con missili che cercavano quante più vittime civili possibile? Non era violenza quella? Ma davvero la popolazione civile soffre solo quando è Israele a sparare? Perché nessuno spiega che, al contrario di quello che accade a Sderot, l'esercito israeliano fa di tutto per colpire obbiettivi militari evitando per quanto possibile vittime civili? Perché il "cessate il fuoco" deve entrare nell'ordine del giorno delle Nazioni Unite solo quando anche Gaza è sotto bombardamento e a nessuno è venuto in mente di chiederlo per la tanto martoriata Sderot? Perché fare una richiesta del genere all'Autorità Palestinese quando tutti sanno che a Gaza non ha alcun potere? La televisione israeliana ha mandato in onda il discorso del Segretario delle Nazioni Unite che condannava Israele per uso smoderato della forza; ha studiato forse dal nostro ministro degli esteri onorevole D'Alema? Fra poco sarà anche lui un equivicinante che va a spasso con i terroristi e la kefia sulle spalle? I missili Grad sono di concezione sovietica, ma siccome ne esistono diverse versioni, cinesi, romene, tedesche, egiziane ed anche italiane, perché le autorità israeliane non hanno ancora rivelato la fabbricazione dei missili che sono finiti in mano palestinese? Sarà per convenienza politica o per non mettere qualcuno in "Grave Imbarazzo"? Nella mattinata di ieri 3 marzo, mentre i militari israeliani ripiegavano da Gaza, 4 missili, uno dei quali è caduto a poche decine di metri da un asilo nido, hanno colpito nuovamente Ashqelon con feriti e danni. I governi occidentali, Italia in testa, che criticano ogni mossa fatta da Israele nell'esercizio della sua autodifesa, dovrebbero fare un esame di coscienza e rivedere il tono delle loro dichiarazioni sempre affrettate, sempre di parte.

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Chi difende il Neghev? (sezione: Israele/Palestina)

( da "Avanti!" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

ISRAELE 1/ IL SILENZIO DELL'ONU SUI QASSAM Chi difende il Neghev? 05/03/2008 Il ritiro unilaterale israeliano dalla Striscia di Gaza non solo non è stato utilizzato dagli arabi palestinesi per porre le basi di una prima costruzione di uno Stato indipendente e democratico, ma è divenuto, dopo il golpe di Hamas, la base di lancio dei Qassam contro le città d'Israele. Pur avendo occasione di governare in uno spazio territoriale significativo come Gaza, i gruppi terroristi di Hamas, al soldo del dispotismo iraniano, hanno, dapprima, perseguitato e scacciato gli uomini di Fatah, quindi hanno dato vita a un continuo attacco missilistico contro Sderot ed Ashkelon. Tale attacco proditorio e criminale imperversa sulle città del Neghev da ben due anni e mezzo, provocando rovine e vittime tra la popolazione civile israeliana. Nessuna reazione internazionale c'è stata, in quella evenienza, né da parte dell'Onu, né da parte della Farnesina, che, oggi, di fronte all'intervento di Tsahal volto a neutralizzare i continui lanci di razzi palestinesi, reagiscono con tanta asprezza contro Israele tacendo sulle cause dell'azione. La vittima sacrificale della follia terrorista di Hamas e dei suoi infami mandanti è, ancora una volta, la popolazione civile, dietro la quale, cinicamente, si nascondono coloro che con i Qassam seminano indiscriminatamente morte e distruzione fra i civili di Sderot e Ashkelon. L'offensiva israeliana si è sviluppata sia con una serie di attacchi aerei, sia con l'ingresso dell'esercito nel territorio sul versante nord di Gaza, per tentare di neutralizzare i lanci dei razzi palestinesi in territorio israeliano. Ogni animo retto prova dolore e costernazione di fronte al dramma che vede le popolazioni civili vittime innocenti - sia palestinesi, sia ebraiche - della sconsiderata azione del terrorismo. Il segretario generale dell'Onu, ha chiesto la fine delle operazioni di neutralizzazione delle basi di lancio dei razzi palestinesi, da parte dell'esercito israeliano, ma non s'appresta alcuna soluzione fattibile per alleviare il peso di una situazione che, per Israele, si fa sempre più insostenibile. Il presidente americano Bush ha lanciato l'appello alla cessazione delle violenze e alla necessità della ripresa del dialogo. Come sarà mai possibile l'accettazione di questa esortazione fintanto che nessuno fa cessare i lanci dei Qassam palestinesi? È lecito, per uno Stato che si rispetti, difendere il proprio territorio dagli attacchi che vengono sferrati da chicchessia, affinché ogni cattiva intenzione venga a essere scoraggiata, oppure tale prerogativa spetta solo e soltanto alla Turchia? L'Onu, da parte sua, poco o nulla ha fatto per bloccare l'azione venefica dei Paesi canaglia, come l'Iran e la Siria, che tanto palesemente manovrano i gruppi terroristi di Hamas e di Hezbollah, che lanciano continuamente sul territorio d'Israele i loro ordigni di morte e distruzione. La condizione posta dagli israeliani, per bocca del ministro della Difesa Barak è chiara ed esaustiva, per chiunque voglia capire: "L'offensiva non potrà fermarsi fintanto che i Qassam palestinesi non cesseranno di cadere su Ashkelon e su Sderot". Ancora una volta Israele non può assolutamente permettersi il lusso di fidarsi degli organismi internazionali, che, regolarmente, evitano di andare a toccare i veri nodi che aggrovigliano la matassa e a intervenire sulle cause che bloccano qualsiasi tentativo di pacificazione. Israele, per non farsi stritolare dalla morsa che il totalitarismo di marca islamica cerca di stringergli attorno, deve essere uno Stato eccezionale, guidato da uomini e donne eccezionali, che siano in grado di fargli superare ogni asperità che gli si presenta sulla strada. La tanto coraggiosa comunità internazionale, sempre pronta ad atti di condanna contro la "perfida" Israele, perché tace sui continui bombardamenti palestinesi? La tragedia, che ha colpito la popolazione di Gaza non nasce per caso, ma ritrova tutte le sue motivazioni nella vile assenza che le istanze internazionali hanno manifestato nel campo delle garanzie di spegnimento di qualsiasi fuoco di guerra e di minaccia alla pace nel Medio Oriente. Riguardo all'Iran, poi, gran mallevatore di gruppi terroristi come Hamas ed Hezbollah, nulla si è fatto per frenarne e arrestarne la forsennata corsa all'armamento atomico, che ad irrisione dei vari "organismi di controllo", continua indisturbata a procedere. Non passa giorno che il piccolo Hitler, dalle tribune di Teheran, non proferisca minacce d'estinzione contro lo Stato ebraico. Il sud del Libano, in barba alla presenza delle truppe internazionali, è fortemente controllato dai terroristi di Hezbollah che si sono abbondantemente riarmati e che minacciano a nord il territorio d'Israele, tenendo, nel frattempo, in ostaggio lo Stato libanese. Il territorio di Gaza, scacciati con ignominia gli uomini e le strutture dell'Anp, vede il pieno predominio dei terroristi di Hamas, che ne hanno fatto una piattaforma di lancio di ordigni contro le città del Neghev, portando morte e distruzioni. L'assenza degli organismi internazionali è stata massima e può ritenersi causa prima di ciò che sta succedendo nella regione mediorientale. È perciò nauseante e fuorviante qualsiasi accusa di olocausto rivolta contro Israele, che non fa che difendersi da un accerchiamento insostenibile. Mediti l'ineffabile signor ministro dei Affari esteri: spesso l'eccessiva equivicinanza, può essere uno strumento letale e sghembo, che può apportare solo visioni distorte e distorcenti della realtà.

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Israele ad Hamas fermate i missili (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 05-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri La Rice: "Le due parti intendono riprendere i negoziati" Israele ad Hamas: fermate i missili Il primo ministro israeliano assicura: "Non ci svegliamo pensando a come attaccare Gaza" Gerusalemme, 5 mar. – Se Hamas e gli altri gruppi militanti smetteranno di lanciare missili contro il territorio israeliano, Gerusalemme non tornerà ad attaccare la Striscia di Gaza. Questo è quello che ha assicurato oggi il primo ministro israeliano Ehud Olmert, che ha affermato: “Una cosa deve essere chiara: se non ci saranno più (missili) Qassam contro Israele, non ci saranno attacchi israeliani contro Gaza. Noi non ci svegliamo pensando a come attaccare Gaza”. Condoleezza Rice, segretario di Stato degli Usa, in una conferenza stampa con il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, ha detto di esser stata “informata dalle due parti che intendono riprendere i negoziati e che sono in contatto per stabilirne le modalità”, senza però specificare quando avrà luogo il prossimo incontro fra palestinesi e israeliani. Giulia Fossati.

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Da settimane i media si sono mobilitati, e talvolta scatenati, intorno alla questione del boicottagg (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Io della Fiera del Libro di Torino che celebra Israele in occasione del suo sessantesimo anniversario. Abbiamo ascoltato di tutto, controverità, falsità e dichiarazioni che hanno seminato la confusione sui termini del dibattito e sulle rispettive posizioni. È importante incominciare a chiarire che cosa ho davvero detto e le posizioni che ho preso nelle ultime settimane. Non sono stato io a lanciare l'appello al boicottaggio della Fiera e quando sono stato interpellato da un giornalista dell'agenzia ATIC, ho effettivamente appoggiato l'iniziativa affermando che questa celebrazione era inopportuna e provocatoria, che il silenzio della comunità internazionale di fronte alle sofferenze dei palestinesi era insopportabile e che non si poteva accettare qualsiasi cosa dallo stato di Israele (non ho mai detto che "non si poteva accettare niente dallo stato di Israele": è stata una cattiva traduzione dall'arabo compiuta dall'agenzia ATIC che ha riconosciuto l'errore). Boicottare non significa assolutamente negare l'esistenza di Israele: io non nego la sua esistenza, ma mi oppongo alla politica d'occupazione e alle campagne repressive e disumane messe in atto dai vari governi israeliani. Ho combattuto e continuerò a combattere l'antisemitismo e ogni forma di razzismo, non mi stanco mai di partecipare ai circoli di riflessione su queste questioni e ai dibattiti ebraico-musulmani, ma non accetto il ricatto al quale ci sottomettono politici, intellettuali e alcuni media. Confondere la critica allo stato di Israele e alla sua politica con l'antisemitismo è un'impostura intellettualmente disonesta. È un'offesa alla coscienza umana e alla dignità dei palestinesi: significa mettersi ciecamente e con arroganza dalla parte dei più forti considerando che la vita dei più deboli non vale nulla e può essere sacrificata in nome del calcolo politico. La celebrazione di uno Stato e del suo sessantesimo anniversario - a meno che non ci consideriate degli imbecilli - è un gesto eminentemente politico ed è questo che noi boicottiamo. Non si tratta di negare la libertà d'espressione o la cultura degli scrittori e degli artisti. Gli inviti che sono stati loro rivolti sono benvenuti e io stesso ho sempre partecipato a questi dibattiti (anche se è interessante interrogarsi su questa strana dimenticanza: l'assenza di inviti agli autori israeliani arabi, cristiani o musulmani: che idea hanno gli organizzatori della Fiera della composizione della cittadinanza nella società israeliana?) E infine è stato detto che il mio appoggio al boicottaggio aveva il valore di una fatwa! Non contenti di aver deformato la mia posizione e le mie dichiarazioni sono andati oltre con l'intenzione di spaventare utilizzando la parola "FATWA" che ricorda la triste storia del tentativo di far tacere Salman Rushdie. A parte il fatto che io ho condannato fin dall'inizio la fatwa contro Rushdie, bisogna dire con chiarezza che il mio appoggio al boicottaggio non è un pronunciamento religioso né un provvedimento della legge islamica. Che ignoranza, che strumentalizzazione! Essendo privi di argomenti, i miei avversari mi vogliono demonizzare: "Tariq Ramadan è antisemita e ha lanciato una fatwa!". Un'affermazione del genere è vergognosa e falsa, indegna di persone che dicono di voler rispettare la cultura e il dialogo. Se gli organizzatori della Fiera di Torino volevano aprire un dialogo e dei veri dibattiti tra gli autori e gli scrittori israeliani, palestinesi o più apertamente ancora arabi, non avrebbero dovuto imporre un quadro che altera la natura stessa di questi incontri. E invece tutto quanto non può che essere preso per una provocazione, ragione per la quale io penso che la scelta di Israele come invitato d'onore e del quale si celebra l'anniversario nel momento in cui il popolo palestinese muore a Gaza a causa della politica israeliana è come minimo una gaffe e nei fatti un errore. Questa scelta che si definisce "culturale" riflette esattamente la posizione politica di oggi dell'Europa e dell'occidente: si celebra Israele, si continua ad attizzare la confusione tra critica politica e antisemitismo e soprattutto si tace sull'indegna sofferenza dei palestinesi. Questa scelta "culturale" fa l'eco al "silenzio politico" contribuendo a deviare la questione come sanno fare bene i ciechi sostenitori dello Stato di Israele: lanciamo dei dibattiti "culturali" e facciamo finta di non accorgerci che in questo modo giustifichiamo il "silenzio politico"! Questo uso della cultura è politico e, lo ripeto, bisogna che smettano di prenderci per imbecilli. E allora, voglio porre una semplice domanda, nel momento in cui l'Iran è lo spauracchio della scena politica internazionale e il bersaglio preferito della bellicosa amministrazione Bush. Gli organizzatori della Fiera sarebbero arrivati fino al punto di invitare l'Iran affermando che si trattava di un incontro strettamente culturale e che i veri invitati sono gli autori e non lo Stato? No, è evidente. Con questo non intendiamo proporre agli organizzatori di invitare l'Iran, ma soltanto a riconoscere il carattere politico del loro invito! Noi opponiamo loro lo strumento del boicottaggio che manifesta chiaramente il rifiuto della violenza ed è - in realtà - l'accettazione del dialogo! Che altri mezzi abbiamo noi? Ho detto e ripetuto che è il nostro silenzio sulla scena internazionale una delle cause della violenza in Medio Oriente: il boicottaggio è uno degli strumenti pacifici per rompere il silenzio, eppure ecco che subito ci viene risposto con una incredibile violenza verbale e moltiplicando le menzogne. Gli intransigenti chiusi al dialogo non sono quelli che si pensa. Ho molto apprezzato che il direttore della Fiera Ernesto Ferrero e il presidente Rolando Picchioni mi abbiano indirizzato un appello al dialogo in una lettera aperta. Noi siamo in disaccordo sul senso da dare a questa celebrazione e sulla sua portata politica. Mi viene chiesto di riconoscere la sua dimensione culturale: la mia posizione, secondo loro, equivarrebbe a impedire la libertà di espressione degli scrittori e degli autori israeliani. I due firmatari della lettera mi ricordano che io stesso sono stato invitato alla Fiera e che dunque la mia posizione sarebbe paradossale. Effettivamente io sono stato invitato alla Fiera e ne ho apprezzato l'apertura di spirito e lo spazio del dibattito. L'ho riconosciuto e lo riconosco ancora oggi con forza e con rispetto. Ma ora voglio precisare che avrei partecipato senza alcuna esitazione a dei panels di discussione e di dibattito con autori israeliani su questioni letterarie o filosofiche o ancora, per esempio, sul senso e il diritto di criticare Israele. Sarei stato il primo a rispondere a questo invito e a incoraggiare gli autori arabi, palestinesi, cristiani e musulmani a parteciparvi. Ma una cosa è la libertà di espressione e il dibattito intellettuale in uno spazio libero (come dovrebbe essere la Fiera di Torino) e altra cosa è organizzarlo mentre si festeggia l'anniversario di uno Stato che non rispetta le risoluzioni dell'Onu, pratica gli assassini politici mirati e affama un intero popolo. Mi impegnerei con tutto il cuore in liberi dibattiti, alla Fiera di Torino o altrove, ma con tutta la forza della mia intelligenza e della mia coscienza mi opporrò alla strumentalizzazione e ai silenzi politici quando alcuni festeggiano e altri muoiono in silenzio e senza dignità. Professore presso l'Università di Oxford e la Erasmus University.

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L'odore non proprio floreale è l'ultimo ricordo di una vita fa, quando anche qui i ri (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Fiuti venivano ammassati come a Napoli tonnellata su tonnellata, oppure inceneriti nell'aria. "Intanto la sostanza, poi penseremo all'olfatto", assicura Idit El-hassid, direttrice di Hiriya, la gigantesca discarica a pochi chilometri da Tel Aviv che fino al 1999 raccoglieva la spazzatura della regione di Gush Dan, diciassette municipalità, oltre due milioni di persone, un terzo della popolazione israeliana. L'aspetto è una riserva verde di 450 mila metri quadrati intorno a una collina alta sessanta metri: sotto ci sono sedici milioni di metri cubi d'immondizia accumulati dal 1952, sopra, supervisionati dal paesaggista tedesco Peter Latz, crescono alberi, piste ciclabili, decine di piccole officine in cui si ricicla plastica, legno, metallo, vetro. Passato e futuro, strato su strato. "Israele è un Paese piccolo e popoloso", continua Idit El-hassid. Il trattamento dei rifiuti non è un problema postmoderno ma antico, esigenza nazionale più urgente anche della pace con i palestinesi, che invece stagna senza una soluzione condivisa. Otto anni fa, dopo l'ennesimo atterraggio d'emergenza al vicino aeroporto Ben Gurion invaso dagli uccelli della discarica, le autorità regionali decisero di chiudere Hiriya e ricavarne un parco, Ayalon Park. Lo smaltimento pianificato è cominciato nel 2000 e terminerà nel 2020, ma da mesi le famiglie utilizzano l'area per il pic-nic del sabato. "Dateci in mano Napoli e la mettiamo a posto noi", butta là Ori Boulogne, cofondatore della Arrow Ecology&Engineering Overseas Ltd., una delle società dell'arcipelago Hiriya, quella responsabile della città di Tel Aviv, cento tonnellate al giorno di rifiuti non smistati. Dalle finestre del suo ufficio ecologically correct, con le sedie di design in plastica riciclata, si vede l'enorme vasca in cui comincia il processo di separazione. Perchè, spiega mister Boulogne, "la raccolta differenziata ha fatto il suo tempo, troppo articolata per diventare cultura condivisa". I tecnici della Arrow gettano tutto nell'acqua: l'immondizia leggera resta a galla, quella pesante va a fondo, dove speciali calamite separano il metallo dal resto, i sacchetti vengono risucchiati da un ventilatore. Una turbina da 1,5 megawatt ricava energia dal metano prodotto. Ori Boulogne ha presentato l'idea a Rimini durante l'ultima fiera dell'high tech ambientale. Ma sogna Napoli, il mercato più appetibile del momento: "Ci stiamo provando". Da Palazzo Salerno, il centro operativo per la gestione dell'emergenza partenopea, Federico P. conferma l'avvio di una trattativa che appare complicata quanto quella tra Olmert e Abu Mazen: "Abbiamo portato la soluzione Arrow a Napoli, avevamo proposto un primo impianto per lo smaltimento di 120 tonnellate al giorno di rifiuti solidi urbani e di ecoballe in sei mesi. Ma non traspare la volontà di risolvere l'emergenza". Dai vialetti d'accesso all'area industriale di Hiriya entrano ed escono di continuo camion della nettezza urbana, la municipale con un terzo degli impiegati laureati in biotecnologie: 800 viaggi al giorno per scaricare 2700 tonnellate di rifiuti indifferenziati, una delle più grandi stazioni di transito del mondo. Sembra fantaecologia ma funziona come una catena di montaggio vecchio stile. Una volta differenziata, la spazzatura è spedita alle varie officine per essere riutilizzata. Anche artisticamente. Il falegname Aviv assembla pezzi di vecchi mobili in fogge nuove e la pittrice Rachel li decora con colori biologici. Riciclaggio al 100%? Non ancora, il mercato non è pronto ad assorbire il futuro. Quel che avanza da Hiriya è dirottato nei sette campi rifiuti israeliani e seppellito. Domani chissà, potrebbere pure fiorire.

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GERUSALEMME - IL SEGRETARIO di Stato americano, Condoleezza Rice, ha concluso la miss (sezione: Israele/Palestina)

( da "Nazione, La (Nazionale)" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

? GERUSALEMME ? IL SEGRETARIO di Stato americano, Condoleezza Rice, ha concluso la missione mediorientale con la promessa di Ehud Olmert e Abu Mazen a riprendere i colloqui di pace. Ma nessuno può dire quando: Israele chiede che Hamas cessi il lancio di razzi e Abu Mazen chiede la fine dei raid israeliani a Gaza. - -->.

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Carter e Annan pronti a mediare la tregua Israele-Hamas Il movimento integralista palestinese: Sono i benvenuti a Gaza . Rice: Olmert e Abu Mazen riprendono il dialogo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Carter e Annan pronti a mediare la tregua Israele-Hamas Il movimento integralista palestinese: "Sono i benvenuti a Gaza". Rice: Olmert e Abu Mazen riprendono il dialogo di Umberto De Giovannangeli DUE NEGOZIATORI per una tregua. L'ex presidente Usa Jimmy Carter e l'ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan vorrebbero cimentarsi in una mediazione fra Israele e Hamas, allo scopo di salvare la prospettiva che entro la fine del 2008 si raggiunga un accordo israelo-palestinese di pace. Anche perchè finchè permane la scissione politico-regionale palestinese fra il regime di Hamas a Gaza e quello dell'Anp (ossia di al-Fatah) in Cisgiordania è difficile gettare le basi di un futuro stato indipendente palestinese, dotato di continuità geografica. I due grandi della politica internazionale hanno compiuto di recente un primo approccio rivolgendosi ad esponenti di Kadima affinchè tastassero il terreno con l'ufficio del premier Ehud Olmert. Carter ed Annan, a quanto è stato riferito, hanno chiesto di sapere se Israele vedrebbe sotto una luce positiva una loro missione nella zona, in un futuro non lontano. In particolare, hanno bisogno di sapere se sarebbe garantito loro l'ingresso a Gaza. Commenti ufficiali, per ora, non ce ne sono. Fonti di Kadima hanno detto, ufficiosamente, che l'iniziativa rappresenta "un mal di testa" per Olmert. Probabilmente intendevano dire che questi da un lato non desidera essere sgarbato nei loro confronti ma dall'altro non freme in attesa del loro arrivo. Annan è generalmente visto in Israele come un diplomatico abile ed equilibrato: con l'eccezione della vicenda del rapimento nel 2000 di tre soldati israeliani da parte degli Hezbollah, in cui Israele ebbe l'impressione che l'Onu avesse mostrato una dose di acquiescenza verso i miliziani libanesi. Emozioni ben diverse suscita invece a Gerusalemme Jimmy Carter. In teoria dovrebbe essere atteso a braccia aperte perchè con il vertice di Camp David (1978) facilitò il raggiungimento dello storico accordo di pace fra Israele ed Egitto che, 30 anni dopo, malgrado gli scetticismi di allora, regge ancora solidamente. In seguito però Carter non ha lesinato le sue critiche allo Stato ebraico. Due anni fa ha destato reazioni molto adirate in Israele quando ha pubblicato il libro "Palestina: pace, non apartheid" che conteneva una dura requisitoria verso i dirigenti di Gerusalemme. "Il presidente Carter è benvenuto a Gaza", dice il premier di Hamas Ismail Haniyeh. Adesso Carter ed Annan attendono di sapere da Israele se sia il caso di fare le valige. Fonti governative, citate dalla radio militare, hanno previsto che essi comunque sarebbero ben accolti ma anche gentilmente pilotati "verso iniziative più positive", che non sono state per ora meglio precisate. Tra raid e razzi, la diplomazia cerca di riallacciare i fili del negoziato. Cambia posizione il presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen), e poche ore dopo aver lanciato il suo ultimatum sulla necessità di ristabilire una tregua prima di riprendere i negoziati di pace con Israele, accetta le condizioni americane: "Il processo di pace è una scelta strategica - scrive o in un comunicato ufficiale - e noi abbiamo intenzione di riprenderlo". Immediata la reazione di Hamas: "Lui è un uomo troppo debole".Tanto è bastato comunque alla segretaria di Stato americana, Condoleezza Rice, per concludere la sua frenetica missione fra Gerusalemme e Ramallah, potendo annunciare "l'impegno ricevuto sia dai palestinesi che dagli israeliani sulla volontà di riprendere i negoziati", con l'obiettivo (in verità improbabile) di giungere ad un accordo di pace entro il 2008. Un risultato insperato fino a metà mattina, quando Abu Mazen tornava a ribadire che senza una tregua generale non si poteva riprendere nessun colloquio. Ma il pressing americano ha portato al ripensamento il rais. Neppure Condoleezza Rice si è invece sbilanciata su quando i colloqui potranno davvero riprendere. Un vertice ancora da confermare, ma evidentemente condizionato dalla tenuta di quella calma nella Striscia timidamente auspicata da Abu Mazen. E la calma adesso sembra prometterla anche il primo ministro israeliano Ehud Olmert: "Se cesseranno gli attacchi di razzi Qassam contro Israele, Israele non avrà alcun motivo per azioni militari a Gaza - ha dichiarato ieri -. Gli israeliani non si svegliano ogni mattina pensando a come colpire Gaza: se non siamo attaccati, noi non attacchiamo". Sul campo, la tensione resta alta, La tensione rimane molto alta. . In mattinata il Consiglio di difesa del governo israeliano aveva dato ordine all'esercito "di mettere fine definitivamente" ai lanci di razzi palestinesi da Gaza verso il Neghev. "La situazione è insopportabile" ha detto il ministro Meir Shitrit (Kadima) al termine della riunione del Consiglio. "Tsahal potrà continuare ad agire - avverte Shitrit - finchè i lanci di razzi da Gaza non termineranno: la responsabilità è tutta di Hamas. Ora sono stati avvertiti".

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Sul terreno la tensione resta alta. Il Consiglio di difesa israeliano: l'esercito ha mano libere nella Striscia (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Sul terreno la tensione resta alta. Il Consiglio di difesa israeliano: l'esercito ha mano libere nella Striscia.

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Ma a Israele non serve che si scateni una terza Intifada (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Commenti Pagina 317 Ma a Israele non serve che si scateni una terza Intifada --> Da Gaza, ogni giorno, decine di missili Qassam sono lanciati nella vicina cittadina israeliana di Sderot nel Negev. Al nostro arrivo nel villaggio di poche migliaia di abitanti, la sirena dell'allarme antimissile zeva adom ( colore rosso ) ha iniziato a suonare e la popolazione impaurita ha avuto quindici minuti di tempo per correre e trovare il riparo migliore. In risposta, due giorni fa l'IDF (esercito israeliano) ha compiuto un'incursione nella Striscia di Gaza, causando più di 30 morti, fra cui una quindicina di civili. Lo scopo del raid non è stato soltanto fermare il quotidiano lancio di razzi contro Sderot - che può raggiungere i cinquanta al giorno - ma di impedire che anche Ashkelon - colpita recentemente - che si trova a nord di Gaza e dove esistono importanti raffinerie, diventi un facile obiettivo di Hamas. I miliziani palestinesi però non sembrano sentirsi indeboliti. Anzi, al momento del rientro in Israele delle truppe dopo l'incursione, Hamas, nonostante le perdite subite, ha cantato vittoria e ha immediatamente ricominciato a lanciare Qassam sopra il territorio israeliano per riaffermare la propria superiorità militare. Dopo tutto, la risposta israeliana sembra avere ottenuto l'obiettivo opposto a quello voluto. La solidarietà fra le fazioni palestinesi, Hamas e Fatah, che nel recente passato si sono affrontate in una lotta fratricida, stanno infatti ritrovando un'unità di intenti contro lo Stato ebraico. E a Ramallah, nei giorni scorsi, ha avuto persino luogo una manifestazione congiunta di donne di Hamas e di Fatah contro le reazioni militari israeliane. Abu Mazen, Presidente dell'Autorità Palestinese, anche per non rischiare l'impopolarità, ha preferito sospendere le trattative del processo di pace, che si erano aperte con la conferenza di Annapolis del novembre scorso. Il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, in questi giorni a Gerusalemme, non avrà pertanto vita facile per ricomporre questa frattura. Nei giorni scorsi, infatti, Abu Mazen ha dichiarato che quello che sta avvenendo a Gaza è paragonabile all'Olocausto, aggiungendo poi: "I razzi non portano nessuna utilità ai palestinesi e costituiscono invece una scusa per Israele per intervenire con i carri armati. Personalmente sono contro lo scontro militare, ma in futuro potrei cambiare idea". Israele è dunque davanti a un vicolo cieco. "Noi non possiamo tollerare che continuino i bombardamenti di razzi sul nostro territorio", dichiara il Brigadiere-Generale dell'IDF Shalom Harari che spiega: "Grazie agli aiuti che riceve dall'Iran, Hamas sta disponendo di missili sempre più potenti e sempre più precisi". Ai missili Qassam, di breve gittata, si stanno infatti aggiungendo i missili Grad con gittata superiore ai 20 chilometri. Se arrivassero a colpire la raffineria di Ashkelon sarebbe una strage. Harari spiega, inoltre, che dall'Iran potrebbero arrivare presto anche missili con i quali raggiungere la città di Ashdod, ponendo così sotto tiro buona parte del territorio nazionale. "Israele si trova adesso nella difficile situazione di dover far fronte a un pericolo grave", dice Harari. "E sa che ogni ritorsione militare può comportare vittime civili e con esse l'inevitabile condanna internazionale". Anche in Israele si sono sollevati movimenti pacifisti contro i raid a Gaza e le uccisioni di civili. "Ma il problema maggiore è che lo stesso Hamas sta usando la popolazione civile come scudo umano. I razzi sono sparati dall'interno di zone abitate e perfino da ospedali. Hamas preferisce agire dall'interno di zone abitate". I militanti del movimento islamico sembrano quindi puntare non soltanto a una vittoria militare, ma anche a una mediatica per riuscire nell'intento. Al Generale-Brigadiere Harari, pertanto chiediamo se, per fermare Hamas, Israele non stia pensando di occupare nuovamente Gaza, come accennato dai maggiori quotidiani internazionali. "Posso assicurare che non ci sarà alcuna occupazione, né militare né tantomeno con nuovi insediamenti", risponde il militare israeliano. Harari però spiega che, nel prossimo futuro, Israele potrebbe ricorrere a incursioni militari di durata limitata, due-tre giorni al massimo, attraverso le quali colpire i punti nevralgici di Hamas. Una rioccupazione di Gaza sarebbe peraltro molto impopolare, oltre che "traumatica", per lo stesso popolo israeliano, e sarebbe controproducente per tutte le ricadute politiche negative che procurerebbe sia a livello regionale sia internazionale. "Un'occupazione potrebbe significare una terza Intifada". ROBERTO BARDUCCI.

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"ma quelli sono gli eredi di almirante una donna ebrea non può stare con loro" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina VI - Genova Elisa Della Pergola, sopravvissuta all'Olocausto, attacca la scelta della giornalista "Ma quelli sono gli eredi di Almirante una donna ebrea non può stare con loro" "Ho paura, come quando ho visto Fini in Israele con la kippah" "Un ebreo non può farlo. E una donna ebrea ancora meno. Quando ho sentito questa notizia mi si è accapponata la pelle. Ma come, mi sono chiesta, allora la storia non insegna proprio niente?". Elisa Della Pergola passa il suo tempo libero a girare per le scuole, a raccontare ai ragazzi le sofferenze degli ebrei durante le leggi razziali. La candidatura di Fiamma Nirenstein nelle liste di An (che per la verità sono i posti riservati ad An nelle liste del Pdl) è una vera e propria mazzata: non crede anche lei che, passato tutto questo tempo, gli steccati siano crollati? "No, non lo credo. Non penso che "steccati" sia la parola giusta. Ma se un ebreo non capisce cos'è stato l'Olocausto, chi l'ha voluto, quali ferite ha inciso nell'animo di un popolo, allora forse sfugge l'essenza stessa dell'ebraismo". Signora Della Pergola, nel sessantesimo delle leggi razziali, lei ha raccontato a Repubblica la sua vita di tutti i giorni. "Sì, mio papà che perde il lavoro, poi viene catturato dai fascisti, le torture alla casa dello studente, la camera a gas in Germania. E noi che fuggiamo, braccati di casa in casa, l'incubo infinito". Ma anche Fiamma Nirenstein è ebrea, nelle sue radici ci sono episodi terribili, analoghi al suo. "Proprio per questo non capisco. E ho paura. E' come quando ho visto Gianfranco Fini con la papalina, a Gerusalemme. E mi sono chiesta: ma perché rinnega il suo passato? E perché io, ebrea che si è salvata dalla furia nazista, dovrei rinnegare il mio? Come può una persona di religione ebraica candidarsi con gli eredi di Almirante? E cosa ottiene a fare da alibi - guardate come siamo democratici, abbiamo anche un parlamentare ebreo - a questa gente?". Anche Raimondo Ricci, 87 anni, presidente dell'Istituto storico della Resistenza, è indignato: "Credo non si possa passare un colpo di spugna sulla memoria. E' una questione di radici: quelle degli ebrei, quelle dei resistenti stanno da una parte, quelle di An, quelle di chi ha militato nel fascismo o ne è stato l'erede, stanno da un'altra. E le radici non si possono mischiare. E' quello che ho cercato di dire anche l'altro giorno, mandando un messaggio a Walter Veltroni". Senatore Ricci, un ebreo non può essere di destra? "Per carità, anche durante il fascismo abbiamo visto molti ebrei stare a destra. All'inizio. Poi sono venute le leggi razziali nel '38 e si è capito tutto". E adesso? "Adesso, come ho scritto a Veltroni, vorrei che si pensasse sempre al prezzo di grandi sacrifici di coraggio e sangue che abbiamo pagato per mutare, con la Resistenza, l'identità d'Italia da paese totalitario a repubblica democratica in nome dei valori di libertà, di giustizia e di solidarietà sociale. Il richiamo a quella esperienza, pur nella ben diversa drammaticità delle situazioni storiche, costituisce una forte motivazione dell'impegno odierno". (r.n.).

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Ci vuole immaginazione per una nuova democrazia (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'intervento Ci vuole immaginazione per una nuova democrazia Ali Rashid Non voglio irrompere nel confronto avviato sulle pagine di questo giornale con il segretario del Prc, Franco Giordano, anche perché non ho nessun titolo per farlo, ma credo che la sfida aperta e un radicale rifiuto del sistema antidemocratico che si sta delineando rappresentino una prima ragione per votare a sinistra. Con molto rammarico non siamo riusciti a mettere le nuove forme di democrazia partecipata e i nuovi bisogni in relazione critica con il lavoro parlamentare per favorire un ordine democratico nuovo e più alto. Il motivo principale risiede nella crisi dei partiti per la gestione dei piccoli o grandi poteri, che ha portato anche a sinistra al consolidamento di strutture rigide che non hanno voluto, e ora non sono in grado di accogliere, le energie e le risorse umane necessarie per un rilevante cambiamento. Rifondazione, reduce da un lunga, direi eroica fase di resistenza, è divenuta a sua volta respingente a livello periferico, anche se dal suo centro nazionale sono partite tutte le innovazioni degli ultimi anni. Il suo dibattito interno dimostra che vengono rispettati tutti i canoni della trasparenza e è emerso chiaramente che il Prc è un partito vivo con un segretario garante della democrazia interna, e non il partito del segretario, a differenza di tutto il panorama politico italiano. La Sinistra l'Arcobaleno rappresenta il minimo indispensabile, e si iniziano a vedere i primi frutti dell'unità nella mobilitazione che cresce giorno dopo giorno, ma non basta. Il primo impegno, dopo una buona affermazione elettorale con il contributo di tutti, deve essere un allargamento e non solo alle forme organizzate della società civile, affette dalle stesse malattie dei partiti di cui a volte sembrano brutte caricature, ma a tutte le energie perse per strada e a quelle che si stanno appena affacciando a questo mondo inospitale. Il manifesto per il ruolo significativo che ha svolto e tuttora svolge ha un dovere che non può eludere nel determinare questa evoluzione. In questo mi rincuora l'appello del presidente Bertinotti, che ci invita a unirci a sinistra, "fuori dalla zona grigia del governo", senza illuderci che esista una stanza dei bottoni a cui basta accedere per cambiare le cose. Viviamo momenti decisivi con conseguenze che rischiamo di sopportare a lungo, attraversando la difficoltà con quella speranza che per Kant si traduce in una dimensione di futuro, che non è una proiezione del sentimento compensativo, consolatorio, ma una proiezione della coscienza che si crea con l'incorruttibile sostanza della dignità. Noi tutti portiamo in noi una cosa, "l'altro da noi", che non è soltanto l'ombra di cui ha parlato Jung, ma ciò che siamo stati, il nostro passato come individui e come specie. Fra le nostre diversità non c'è un puro vuoto, ma una varietà di umanità sottostante, un elemento comune che tende attraverso il confronto a fiorire e crescere. Intendersi attraverso il confronto con l'altro significa lasciare venire alla luce ciò che è comune in entrambi. Questa cosa che giace nell'ombra è la potenzialità obiettiva di forme umane più alte in cui le culture si comprendono a vicenda in un'intesa qualitativamente sempre più alta. Questa dimensione utopistica si basa su una grande dignità morale, visto che l'uomo occidentale è portato a immaginare il futuro dell'umanità in maniera occidentale. I sistemi dominanti hanno arruolato anche Dio nelle loro guerre, l'uomo prigioniero di questi sistemi ha creato un Dio plasmato sulla propria immagine aggressiva. Ma Dio è sempre Altro e questo è un atto di fiducia nella specie umana, perché, come disse Ernesto Balducci, "negli uomini e in tutto il cosmo c'è un moto simpatetico, una tendenza di unificazione, una tendenza a unificarsi prestabilita dalla unità di origine". In questa prospettiva feconda vengono alla nostra coscienza i limiti e la ricchezza delle possibilità umane, quelle dell'autogenesi, dell'autocreazione. Ci attendono tempi duri e difficili, forme inedite di conflitto, mentre il nostro corredo di strumenti rischia di risultare obsoleto. Con la confusione mediatica, lo smarrimento generazionale e la crisi della democrazia, come riportare al centro della scena il protagonismo delle masse nella politica, a partire dal conflitto di classe e dallo sviluppo della democrazia? Come uscire dallo scontro di civiltà che sta subendo un'accelerazione? Come recuperare con forza il pregiudizio "vitalistico", ereditato dall'antica Grecia, che pone alla base del futuro stesso una progressiva convergenza tra processi della natura e processi della storia dell'uomo? Dobbiamo creare il futuro. Se il nostro interesse vola a questa altitudine, non possiamo non intuire il posto che occupa la Palestina nel nostro comune destino. Le immagini che arrivano da Gaza ci mettono a nudo di fronte alla nostra impotenza, ci informano che il peggio non ha fine. E ancora, dopo tre anni, continua la mattanza in Iraq mentre le navi da guerra americane stanno dirigendosi verso le coste libanesi e si preparano a attaccare l'Iran. E di nuovo la questione della guerra e della pace torna al centro del dibattito politico. Per tutti questi motivi è indispensabile oggi una forte affermazione della sinistra e nel frattempo creare le condizioni per gettare le basi di un processo di allargamento più dinamico e partecipato. Non bastano le intenzioni per cambiare il corso della storia, servono forme organizzative dinamiche per fondare una vasta comunità che condivida alti valori e principi. Per dirla ancora con Marcuse, nel lavoro che ci attende sarà necessario appellarci all'immaginazione, che ci aiuta a comprendere le cose alla luce della loro potenzialità.

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Dietrofront di Abu Mazen: riparte il dialogo con Israele (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Palestina Dietrofront di Abu Mazen: riparte il dialogo con Israele Michele Giorgio Gerusalemme Abu Mazen ingrana la marcia indietro. Due giorni fa, al termine dell'incontro con il Segretario di stato Condoleezza Rice, e ancora ieri mattina, il presidente palestinese aveva sostenuto che l'Anp non sarebbe tornata al tavolo delle trattative con Israele prima del raggiungimento di una tregua a Gaza. Una posizione conseguenza dei 120 morti palestinesi - 50% dei quali civili (l'ultimo è una neonata uccisa martedì sera) - nella pesante offensiva lanciata da Israele. All'improvviso è giunto il colpo di scena. "Il processo di pace è una scelta strategica. Abbiamo intenzione di riprendere il negoziato", ha riferito l'ufficio della presidenza palestinese da Ramallah. Poco dopo si è appreso che i colloqui potrebbero riprendere già la prossima settimana, con la partecipazione della Rice. Il punto non è il negoziato israelo-palestinese ripartito ad Annapolis - nessuno si aspetta che porti ad un accordo entro il 2008 fondato sulla legalità internazionale - perché a causare sconcerto sono l'indecisione, la debolezza, l'incapacità di Abu Mazen di rappresentare i sentimenti della sua gente in questi giorni insanguinati. Un atteggiamento che, inevitabilmente, lo espone a critiche feroci. "Abu Mazen è un uomo debole, che non è stato in grado di proteggere il popolo palestinese", ha detto Fawzi Barhoum, un portavoce di Hamas. "America e Israele - ha proseguito - non lo tengono in alcuna considerazione e lo usano solo come uno strumento per imporre i loro piani". E a pensarla così non sono soltanto quelli di Hamas ma la maggioranza dei palestinesi. In serata un colono israeliano è stato ferito nel villaggio palestinese di Idna. Secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato attaccato da palestinesi armati e avrebbe risposto al fuoco rimanendo però ferito in maniera grave.

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È scomparsa la Palestina. Alle origini di un conflitto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'opinione È scomparsa la Palestina. Alle origini di un conflitto Giampaolo Calchi Novati Da un secolo il movimento ebraico-sionista e poi lo Stato di Israele si trovano in una posizione di antagonismo con il mondo arabo. Via via l'interfaccia è diventato il popolo palestinese, ma l'ambigua collocazione della Palestina fra Egitto, Giordania e Siria non ha consentito un'autonomia definita se non in tempi recenti, attorno all'Olp di Arafat. Credere che siano i Qassam sparati da qualche postazione di Gaza la causa della "guerra" fra Israele e Palestina vuol dire non aver presente questo confronto storico. Gli ebrei si sono affermati in Palestina impossessandosi dello spazio materiale e immateriale, imponendo la superiorità conoscitiva ed economica, giovandosi degli aiuti che, malgrado le mai sopite lacerazioni dell'antisemitismo, hanno assicurato le forze dominanti. Essi erano il fattore innovativo, il progresso. La regione poteva avvantaggiarsi da quella presenza se non fosse stata un corpo estraneo e non fosse percepita come antitetica alla crescita della società locale. La proletarizzazione dei palestinesi costretti a lasciare i campi non ha fatto che radicalizzare il contrasto. Il dramma della Palestina è che dalla Dichiarazione Balfour in poi l'elemento dinamico, in teoria vincente, non aveva come suo obiettivo precipuo l'integrazione ma l'alienazione, l'occupazione come premessa di allontanamento o espulsione, l'egemonia a fini espansivi e difensivi. Se si fa sfilare nella mente la sequenza di conflitti combattuti fra la comunità ebraico-israeliana e gli arabi - non solo i palestinesi - negli ultimi 70 anni, fin dalla grande rivolta araba fra le due guerre mondiali, non si troverà un "filo rosso" volto all'inclusione. Anche la decisione del De Gaulle-Sharon di ritirarsi da Gaza nel 2005, smantellando, dolorosamente, gli insediamenti dei coloni nella Striscia, ha avuto un'impronta - esibita ad arte per non suscitare troppa opposizione in Israele - che ricorda la punizione e la segregazione molto più che l'autodeterminazione. L'ultima iniziativa del discusso Arik rifletteva certo la stanchezza dell'opinione pubblica israeliana per la gestione di quell'enclave infernale, ma era ben lungi dal configurare un progetto di doppia e reciproca "liberazione". Non per niente le varie tappe di Camp David, Madrid, Oslo e, su un piano assai minore, Annapolis non hanno risolto nulla. Fra Israele e Palestina non c'è stata una Evian che statuisse i diritti e i doveri in modo irrevocabile. Ed Evian infatti seppe resistere sia alla furia della destra militare francese confluita nell'Oas sia ai dubbi dell'ala meno collaborativa del Fln algerino. In Palestina, la formula dei due stati per due popoli a cui quegli episodi diplomatici si ispiravano sta perdendo irrimediabilmente di senso perché il corso degli avvenimenti non è stato invertito non solo nel versante del "riconoscimento di Israele", ma anche e forse soprattutto nella ricomposizione delle fratture che si sono accumulate per colpa di tutti, colpe oggettive legate a fattori concretissimi come la terra, il potere o la geopolitica e colpe più sfuggenti indotte dalle derive ideologiche o identitarie. Dal 1947-48, il problema centrale è l'accettazione di Israele da parte degli arabi e la contestuale accettazione da parte di Israele dell'onore o onere di appartenere al Medio Oriente e di doverne condividere i problemi di sviluppo e democrazia con strumenti diversi dalla guerra (comunque giustificata). Dal 1967 l'occupazione ha assunto un rilievo che è impossibile ignorare (ma che è ignorato da tante anime belle). Organizzare attentati suicidi o lanciare Qassam per vendetta o per rabbia sono atti criminosi. Ma se, come si finge di dire per tirare avanti con lo status quo a tempo indeterminato, la finalità fosse davvero la creazione di uno stato per i palestinesi, sia pure con alcune limitazioni alle prerogative consuete della sovranità, altrettanto scellerate sono: l'escalation permanente delle incursioni e degli atti bellici di Israele fatti passare per ritorsione contro le violenze e aggressioni subite (ma da quando si fa partire la spirale?), la moltiplicazione degli insediamenti ebraici nel territorio che è o dovrebbe essere dei palestinesi, la negazione ai palestinesi dei requisiti minimi della vita. Ormai la Palestina non esiste più: né nella mappa martoriata di settlements, muri, check-points e macerie, né nella parodia di politica dove si cimentano gli spezzoni in cui la rappresentanza palestinese è scissa, essenzialmente fra due forze che fanno dell'inimicizia e della continua surenchère la ragione prima di visibilità e in prospettiva di legittimità. La profezia cara all'establishment israeliano sul "cattivo vicinato" si è pienamente autorealizzata. Ancora un piccolo sforzo e, dopo lo stato e la nazione, anche il popolo palestinese scomparirà dall'agenda politica con la complicità o nell'indifferenza delle élites arabe impazienti di essere cooptate nel sistema. Il mondo globale ha ben altre scadenze che non il salvataggio di un'entità residuale e perdente.

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Cattolici e musulmani, parte il forum del dialogo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-06 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Confronto Varata struttura permanente di contatto fra Islam moderato e Vaticano Cattolici e musulmani, parte il forum del dialogo A novembre i teologi delle due fedi ricevuti dal Papa Si tratta del migliore risultato ottenuto dalle due diplomazie dopo l'incidente di Ratisbona CITTà DEL VATICANO - La creazione di una struttura permanente di contatto tra Islam moderato e Santa Sede, la convocazione di un primo "seminario" per teologi delle due parti il prossimo novembre che sboccherà in un incontro con il papa: sono i frutti dei "colloqui" che una delegazione vaticana e una musulmana hanno avuto ieri e l'altro ieri a Roma per dare seguito alla lettera dei 138 saggi musulmani inviata l'ottobre scorso al papa e ai capi delle altre chiese cristiane. Si tratta del migliore risultato ottenuto dalle due diplomazie dopo l'incidente di Ratisbona. Le decisioni raggiunte nell'incontro sono state annunciate con un comunicato congiunto e sono state illustrate dagli ospiti musulmani in una conferenza stampa. "Allo scopo di sviluppare il dialogo tra cattolici e musulmani - dice il comunicato - i partecipanti hanno deciso di costituire il "Forum cattolico- musulmano" e di organizzare il primo seminario del Forum a Roma dal 4 al 6 novembre 2008. Parteciperanno ventiquattro leader religiosi e intellettuali di ciascuna parte". "Il tema del seminario - continua il comunicato - sarà "Amore di Dio, amore del prossimo". I sottotemi saranno "Fondamenti teologici e spirituali" e "Dignità umana e rispetto reciproco". Il seminario si concluderà con una sessione pubblica e i partecipanti saranno ricevuti in udienza da Sua Santità il papa Benedetto XVI". Il comunicato è firmato per la delegazione vaticana dal cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Consiglio per il dialogo interreligioso e per la delegazione musulmana dallo Sheikh e professore Abdal Hakim Murad del "Muslim Academic Trust" (Gran Bretagna). Gli altri quattro musulmani che sono stati ospiti del Vaticano in questi colloqui sono Aref Ali Nayed direttore del "Centro reale islamico di studi strategici" di Amman (Giordania), indicato anche come "portavoce" dei 138 firmatari della famosa lettera; Ibrahim Kalin della "Seta Foundation" di Ankara (Turchia), l'imam italiano Yahya Pallavicini vice-presidente della Co.re.is (Comunità religiosa islamica), Sohail Nakhooda direttore di "Islamica Magazine" di Amman (Giordania). Le due delegazioni hanno anche deciso che i "seminari " del Forum si terranno a ritmo biennale, una volta a Roma e la successiva in un paese musulmano. "Una iniziativa per sanare le ferite in un mondo devastato da guerre, terrorismo e carestie": così il giordano Aref Ali Nahed ha definito - in conferenza stampa - il "Forum" appena costituito. Il discorso tenuto a Regensburg da Benedetto XVI il 12 settembre del 2006 è stato- per Nahed - "un grande errore " ma "facciamo tutti degli errori e se hai una grande statura fai grandi errori"; ma "in seguito" la Santa Sede ha compiuto "molte mosse positive " che permettono di andare "oltre le polemiche". Infine la delegazione musulmana ricevuta in questi giorni in Vaticano formula una "sentita preghiera" per il rilascio del vescovo caldeo di Mosul (Iraq), Paulos Faraj Rahho - rapito da guerriglieri islamisti - e di "ogni prigioniero vittima della guerra, della politica e della crudeltà in Iraq e in Palestina". Luigi Accattoli.

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Reazioni pretestuose e veri profanatori della religione (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-06 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Olanda: le minacce terroriste Reazioni pretestuose e veri profanatori della religione di MAGDI ALLAM SEGUE DALLA PRIMA Se dunque la reazione al film di Wilders, al discorso del Papa e alla scelta di Israele potrebbero risultare simili, pur trattandosi di eventi sostanzialmente diversi, significa che essi non sono la causa bensì soltanto il pretesto invocato per giustificare e legittimare un'ideologia di odio, intolleranza, violenza e morte. Che esiste a prescindere da questi eventi perché è un dato fisiologico e storico di un islam che non ha mai conosciuto la libertà e la democrazia. Che è pertanto sempre e comunque un fenomeno di natura aggressiva, anche se apparentemente si manifesta all'insorgere di sintomi esteriori. Ecco perché sbaglia il premier olandese Jan Peter Balkenende quando incolpa sin d'ora Wilders per una guerra del terrorismo preannunciata: "Sanzioni economiche, attacchi, minacce. Chi porterà la responsabilità di tutto questo è lo stesso che ora sta creando le ragioni per tutto questo". Così come sbaglia il segretario generale della Nato, l'olandese Jaap de Hoop Scheffer quando dice: "Mi preoccupa il fatto che le truppe possano trovarsi sotto attacco a causa di un film". Ciò di cui dobbiamo preoccuparci tutti è esattamente l'opposto: la salvaguardia della nostra libertà d'espressione in un mondo globalizzato e la libertà di essere pienamente noi stessi a casa nostra, qui in Europa e in Occidente. Ebbene dobbiamo purtroppo prendere atto che questa nostra libertà è già compromessa, perché non siamo riusciti a sconfiggere il terrorismo dei tagliagola e stiamo subendo il ricatto del terrorismo dei taglialingua. Noi abbiamo il diritto e il dovere di affermare e di difendere una civiltà dove a un film si replica con un film, a un discorso si risponde con un discorso, a un evento culturale si reagisce con un evento culturale. Noi abbiamo il diritto e il dovere di tutelare uno stato di diritto dove al limite si può rappresentare la propria contestazione sporgendo denuncia in tribunale, ma mai e poi mai dichiarando una guerra diplomatica e terroristica. Perché mai in tutto il mondo sono solo i musulmani che puntualmente reagiscono in modo brutale e violento, per una ragione o per un'altra, quando si sentono offesi? Forse che i musulmani si considerano superiori al resto dell'umanità e ritengono di potersi permettere un comportamento differente dai comuni mortali? Beh, se così fosse, tutti noi dobbiamo opporci con tutti i mezzi. Non possiamo in alcun modo sottometterci all'arbitrio e alle barbarie perché si tradurrebbe nel nostro suicidio come persone fiere e libere e nella morte della nostra nazione e della nostra civiltà. Non lo dobbiamo fare neanche sotto la minaccia pesantissima di un embargo petrolifero con il greggio a oltre 100 dollari a barile o della chiusura di mercati sempre più attraenti. I veri profanatori dell'islam non sono Wilders, Benedetto XVI o Israele, così come non lo erano Theo van Gogh, Daniel Pearl e Oriana Fallaci. Lo sono invece gli stessi musulmani che disconoscono a tal punto la sacralità della vita da non esitare a massacrare altri musulmani facendosi esplodere anche nelle moschee, a costringere i cristiani a convertirsi con la violenza, a uccidere tutti gli ebrei e gli israeliani perché non avrebbero diritto ad esistere. Eppure l'Occidente continua a dialogare e legittimare i terroristi e i regimi nazi-islamici che li sostengono, al pari degli stati musulmani che boicottano e minacciano pur continuando a professarsi "moderati". Se l'Occidente ha una colpa, ebbene è che è stato finora fin troppo accondiscendente e remissivo con gli estremisti e i terroristi islamici. Ecco perché dico "sì" al film di Wilders. Diffondiamolo in Internet in tutte le lingue in modo che possa essere visto e compreso da tutti ovunque nel mondo. Ma non auto-censuriamoci addirittura prima ancora che ci minaccino. Non arrendiamoci al diktat dei taglia-lingua prima ancora che facciano la loro comparsa i taglia-gola. Solo se sapremo difendere la nostra dignità come persone, potremo aver salva la nostra libertà come nazione e civiltà. www.corriere.it/allam www.magdiallam.it.

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Guerre dell'odio dal Libano all'Iran. Trent'anni di Europeo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-06 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Politica e religione Domani nuova uscita del mensile: interviste e reportage dalla galassia dell'integralismo islamico Guerre dell'odio dal Libano all'Iran. Trent'anni di Europeo C'è Ariel Sharon che dalla collina di Bab'da guarda i palestinesi dell'Olp lasciare il Libano e ripensa alla Bibbia, "non gioire quando il nemico cade". Ci sono le notti clandestine nella casbah di Algeri, padri e figli a "rubare " le frequenze della tv italiana e le trasparenze di Alba Parietti. I mujaheddin a pane e yoghurt che spiano i Mig sovietici nei cieli sopra Kabul. Trent'anni di reportage, scatti, interviste, riflessioni sul mondo che cambia e l'odio che monta. "Jihad. Le storie dell'odio " è il titolo del nuovo numero monografico dell'Europeo, in edicola con il Corriere da domani, dedicato alla multiforme galassia dell'integralismo islamico, "in ebollizione - scrive il direttore Daniele Protti - da molto prima dell'11 settembre, falsa data di inizio di quello che accade oggi dal Nordafrica al Medio Oriente fino al Pakistan e all'Indonesia ". Si parte dal grumo israelo- palestinese con il corpo a corpo tra l'inviata Oriana Fallaci e l'allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon all'indomani del conflitto del 1982 in Libano. "La sua guerra, generale", insiste lei. "Io odio la guerra, Miss", resiste lui. E via nei lunghi inverni afghani, popolati di scontri tra combattenti islamici e governativi filo-sovietici prima, di lotte intestine tra mujaheddin dopo il crollo dell'Urss. "Kabul - annota Marco Restelli in un reportage del 1993 - è una città orgogliosa, ma soffre della stessa malattia di cui soffriva Beirut, e oggi Sarajevo: l'odio etnico-religioso. Come dice il proverbio, gli afghani sono in pace solo se vanno in guerra"; poi il 1997, i fondamentalisti al potere, l'alleanza con lo sceicco Bin Laden, i silenzi dell'Occidente. Si passa nel-l'Iran della rivoluzione khomeinista del 1979, Teheran trasformata in "epicentro di un sisma permanente", l'intervista di Massimo Fini alla figlia dell'ayatollah Khomeini nell'89. Le donne iraniane? "Non c'è nulla che non possano fare". Salman Rushdie e la fatwa per i "blasfemi " Versi satanici? "Rushdie ha offeso un miliardo di persone". Quindi nell'Algeria della fiammata estremista degli anni Novanta, l'ascesa dei gruppi armati islamici in lotta contro l'occidentalizzazione dei costumi, "i folli di Dio" fedeli al "jihad", lo "sforzo per aprire la via di Allah". "è un peccato che non abbiate accesso alla nostra cultura - dice malinconico lo scrittore algerino Yasmina Khadra -. Il mondo arabo non è solo dune e carovane. E non è solo terrorismo". Ma è ancora più lontano, dopo l'11 settembre 2001 e l'ondata di panico degenerata in islamofobia. "è bastato ricordare che il padre del giovane candidato alle presidenziali Usa Barack Hussein Obama fosse musulmano - scrive Antonio Ferrari nel 2008 - per scatenare i detrattori. Già quel nome, Hussein, odora di estremismo, e poi quell'altro, Obama, troppo vicino al superterrorista Osama...". Maria Serena Natale Agosto 1982 Oriana Fallaci nel ranch di Ariel Sharon nel Negev.

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Scienza, il nuovo tabù (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-03-06 num: - pag: 53 categoria: REDAZIONALE Giorgio Israel attacca gli integralisti del progresso tecnologico Giorello: troppi pregiudizi spiritualisti. Pievani: una caricatura Scienza, il nuovo tabù Denunce Un pamphlet critica i sostenitori più accesi del darwinismo e il "disastro educativo" dell'istruzione pubblica italiana di ANTONIO CARIOTI L o scientismo nuoce alla cultura scientifica. Lo afferma il matematico Giorgio Israel, firma del Foglio, nel libro Chi sono i nemici della scienza? (Lindau, pp. 346, € 21,50), in cui accusa la sinistra orfana del marxismo di aver abbracciato una fede acritica nel progresso tecnologico, che la porta a scomunicare chiunque voglia fissare dei limiti alla manipolazione della natura e della stessa vita umana. L'attacco è rivolto a studiosi portatori di concezioni molto diverse: alcuni ritengono che la scienza abbia un valore oggettivo, altri la considerano una fonte di conoscenze provvisorie e relative. Ma tutti costoro, secondo Israel, "marciano separati per colpire uniti", perché sono compatti nel contrapporre nettamente scienza e religione, così come nel respingere ogni critica al darwinismo. Gli interessati non gradiscono. Giulio Giorello, chiamato in causa, respinge le accuse di Israel: "Non ho mai pensato che le verità scientifiche siano fondate sulla roccia o che gli scienziati debbano decidere tutto. Ma l'Italia non è minacciata dallo scientismo. Vedo piuttosto avanzare pregiudizi antiscientifici che si nutrono di spiritualismo e di timore per gli aspetti più emancipativi delle biotecnologie. Un'offensiva cui l'ex comunista Israel si unisce con uno zelo da prete spretato". Analoga la reazione di un altro filosofo della scienza, Telmo Pievani: "Israel dipinge uno scientismo caricaturale. Nessuna persona ragionevole pensa che le tecnoscienze debbano correre a briglia sciolta senza vincoli, specie nel campo più delicato della biogenetica. Tutti concordano, per esempio, sul divieto di far nascere bambini per clonazione". Vi è tuttavia tra gli studiosi chi condivide i timori di Israel per il predominio delle tecnoscienze. Così Lucio Russo, autore del saggio Flussi e riflussi (Feltrinelli): "C'è una biforcazione crescente tra la ricerca scientifica teorica e quella puramente tecnologica. Le applicazioni concrete hanno sempre svolto una funzione essenziale di stimolo alla scienza, ma non credo sia giusto invocare la libertà di ricerca come giustificazione ideale del lavoro di messa a punto di qualsiasi prodotto o tecnica per fini commerciali. Esistono casi in cui l'opportunità di sviluppare e applicare una determinata tecnologia non dovrebbe sfuggire a un giudizio morale, che andrebbe dato caso per caso". In difesa della ricerca si schiera Enrico Bellone, direttore della rivista Le Scienze, anch'egli preso di mira da Israel: "Sulle biotecnologie circolano molte sciocchezze. Per esempio le cosiddette chimere, presentate dai media come creature mostruose, sono uno strumento prezioso per capire come funzionano le cellule e trovare una cura a malattie terribili come l'Alzheimer. La polemica di Israel lascia disarmati perché non è argomentata. Basta vedere come stronca il mio libro L'origine delle teorie (Codice edizioni), di chiara matrice evoluzionista: non entra nel merito e si limita a proclamare che il darwinismo è dannoso". Ma davvero non si possono avanzare dubbi sulla teoria dell'evoluzione? "Bisogna distinguere - risponde Pievani - perché un conto è il dibattito scientifico sul programma di ricerca neodarwiniano, al quale si possono muovere obiezioni pienamente legittime, come quelle esposte di recente da Massimo Piattelli Palmarini sul Corriere. Madiverso è il tentativo di screditare l'evoluzione per dare spazio a teorie di stampo religioso, come il "disegno intelligente", del tutto estranee alla scienza". Non a caso Pievani è autore, con Carla Castellacci, del pamphlet anticlericale Sante ragioni (Chiarelettere). Ma si dichiara distante dalla "metafisica materialista" denunciata da Israel: "Ci sono studiosi, come Richard Dawkins, secondo i quali il darwinismo porta necessariamente all'ateismo. Se Israel ce l'ha con loro, sono d'accordo con lui. Infatti l'evoluzione non esclude affatto l'esistenza di Dio, ma semplicemente permette di spiegare lo sviluppo della vita sulla terra senza ricorrere a ipotesi sovrannaturali". Giorello è sulla stessa linea: "è appena uscito, nella collana che dirigo per Raffaello Cortina, il libro Preghiera darwiniana di Michele Luzzatto, uno studioso di fede ebraica che traccia un suggestivo parallelo tra Darwin e alcuni personaggi biblici. Noi liberi pensatori relativisti siamo aperti alla cultura religiosa, ma non ci pieghiamo ad alcuna ortodossia, mentre mi pare che Israel aspiri a fare la mosca cocchiera di Benedetto XVI". Più critico verso la comunità degli scienziati si mostra Russo: "Noto nell'accademia una triste omogeneità di pareri: sembra che l'unica esigenza sia difendere tutto ciò che ha un'etichetta scientifica da nemici più immaginari che reali. E non credo che la scienza sia minacciata dall'oscurantismo della Chiesa cattolica. Commettono un grave errore gli scienziati laici in buona fede che, confondendo la razionalità scientifica con l'adozione della logica di mercato come unico possibile criterio di scelta, lasciano ai religiosi il monopolio dei giudizi di valore. E poi quando sento tuonare contro i padri inquisitori non posso fare a meno di ricordare che, per conciliare il desiderio di sentirsi paladini degli oppressi con i vantaggi derivanti dall'acquiescenza ai potenti, il metodo più seguito è sempre stato quello di difendere gli oppressi di epoche precedenti, ponendosi in sintonia con i detentori del potere del proprio tempo". Bellone concorda solo in parte: "La Chiesa non è monolitica e non tutti i cattolici considerano la scienza una minaccia. Ma anni fa Ratzinger scrisse che la biogenetica era una patologia della ragione, addirittura peggiore del totalitarismo di Pol Pot". Giulio Giorello. In alto Giorgio Israel. A lato, contagocce (f. Corbis).

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GERUSALEMME Riprenderanno i negoziati di pace tra palestinesi e israeliani. Lo ha annunciato il seg (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Retario di Stato americano, Condoleezza Rice, in missione a Gerusalemme. I negoziati erano stati sospesi dal presidente palestinese Abu Mazen dopo le incursioni a Gaza che hanno provocato centoventi morti tra cui parecchi bambini. Quale sarà la data della ripresa dei colloqui non è stato però ufficialmente detto. Secondo fonti palestinesi da Ramallah, in Cisgiordania, potrebbero ricominciare dalla prossima settimana. Condoleezza Rice ha anche detto che un diplomatico Usa ad alto livello, David Welch, andrà al Cairo per discutere col governo egiziano della situazione nella striscia di Gaza. Secondo il Segretario di Stato Usa, che ha fatto queste dichiarazioni durante una conferenza stampa col ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, l'Egitto saprebbe che è nel suo stesso interesse impedire il contrabbando di armi dal suo territorio a Gaza. La signora Livni ha da parte sua ribadito che Israele non permetterà la costituzione di uno "stato terrorista" di Hamas sul suo confine sud. Sulla possibilità di una tregua, il premier israeliano Ehud Olmert ha promesso che se cesseranno i tiri di razzi kassam da Gaza sul territorio israeliano, Israele a sua volta non attaccherà. Mercoledì sera, una bimba palestinese di appena un mese è rimasta uccisa nel corso di un attacco israeliano a Dir El Balah, nel centro della Striscia di Gaza. I soldati hanno avuto uno scambio di fuoco con i miliziani palestinesi mentre tentavano la cattura di un comandante della Jihad Islamica. Nel frattempo i ventidue ministri degli Esteri della Lega Araba riuniti al Cairo hanno condannato gli attacchi di Israele contro la Striscia di Gaza come "crimini contro l'umanità". In una dichiarazione finale della riunione, i ministri hanno ribadito la richiesta del rispetto delle istituzioni legittime palestinesi, cioè l'Autorità nazionale presieduta da Abu Mazen (Mahmoud Abbas), e il ritorno della situazione a Gaza precedente la presa del potere del movimento islamico di Hamas. I ministri esortano anche gli Stati Uniti e la comunità internazionale a fare pressioni su Israele perché rilanci il processo di pace e fissi un calendario preciso dei negoziati israelo-palestinesi.

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Questioni internazionali il tallone di Obama (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa Hillary in ripresa Questioni internazionali il tallone di Obama Per la prima volta dall'inizio della campagna elettorale, i repubblicani nutrono serie speranze di potere superare la negativa eredità di George W.Bush e vincere le presidenziali. Il loro campione, John McCain, si è assicurato ieri l'investitura superando il numero richiesto dei delegati, ha ottenuto il sostegno del suo ultimo rivale Mike Huckabee e dello stesso Bush e potrà ora dedicarsi a unire il partito dietro di sé e a raccogliere fondi per lo scontro finale. Ben diversa è la situazione sul fronte opposto. Dopo l'ultimo round di primarie, che ha visto il grande e in parte inatteso ritorno di Hillary Clinton dopo 12 sconfitte consecutive contro Barack Obama, lo scontro tra i due rivali è destinato a continuare per molte settimane, forse addirittura fino alla convention di settembre, con la decisione finale rimessa all'arbitrio dei superdelegati. Le conseguenze per il partito dell'asinello rischiano di essere devastanti: dopo mesi di relativo fairplay, negli ultimi giorni Clinton e Obama hanno fatto ampio ricorso ai colpi bassi. Hillary ha detto di Barack che è tutto parole e niente fatti, che è un assenteista cronico in Senato, e soprattutto che, per la totale mancanza di esperienza, non sarebbe in grado di gestire una crisi internazionale. Il candidato afro-americano, dal canto suo, insiste che la Clinton è la campionessa di un vecchio modo di fare politica. Se i due continueranno con questi toni sarà poi molto difficile ricompattare il partito per la battaglia di novembre. Inoltre, essi saranno costretti a investire in questa lotta fratricida tutte le proprie energie fisiche e intellettuali e una parte rilevante dei rispettivi "tesoretti". Nonostante le sconfitte di ieri, Obama ha ancora un vantaggio di circa 90 delegati sulla Clinton, che gli permette di ostentare una certa sicurezza. Tuttavia, lo straordinario momentum che sembrava portarlo diritto all'investitura è svanito. Prendendo spunto dai velenosi spot di Hillary, anche molti analisti neutrali si stanno chiedendo se egli sia davvero preparato per guidare la superpotenza o se non sta piuttosto cercando di ubriacare l'elettorato con slogan suggestivi ma privi di contenuto. A mano a mano che è costretto a illustrare i suoi programmi, risulta sempre più evidente che il tallone di Achille di Obama è la politica estera. La sua dichiarata volontà di ritirarsi al più presto dall'Iraq senza molto curarsi delle conseguenze piace ai pacifisti, ma non convince i realisti che non vogliono lasciare Baghdad in preda al caos. Il suo impegno a colloquiare anche con i nemici, da Ahmadinejad a Raul Castro, da Kim Jong-Il a Chavez, lascia perplessi. Il suo tiepido sostegno per Israele gli ha già alienato l'influente comunità ebraica. Da questo punto Hillary appare assai più rassicurante, se non altro perché potrà avvalersi dei consigli di un marito di cui si sa già tutto.

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L'impossibilità della normalità Israele e la scommessa persa (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Nel suo ultimo romanzo "Fuoco amico", Abraham B. Yehoshua torna ad affrontare i grandi temi dell'identità ebraica e israeliana. Lo fa attraverso il racconto della vita di una famiglia di Tel Aviv, durante i giorni della festa di Hanukkah Stefania Podda Alla fine andrà. Solo per la cerimonia d'apertura, giusto per fare atto di presenza - a questo punto non rituale -, ma a Torino, per la Fiera del Libro, Abraham B. Yehoshua ci sarà. In Italia è da poco uscito il suo ultimo romanzo, "Fuoco amico", pubblicato da Einaudi, ma lui stesso sa che il clima che si è creato intorno all'appuntamento di maggio è oramai tale che i libri rischiano di restare al margine di un discorso tutto politico. Che è poi il motivo per cui gli scrittori appaiono ora incerti, o comunque perplessi, sulla partecipazione ad un evento che è diventato altro, occasione di possibile strumentalizzazione da una parte e dall'altra. Non che gli scrittori israeliani si sottraggano al confronto, nelle domande e nelle risposte delle interviste, il piano letterario e il piano politico sono sempre contigui, spesso sovrapposti. Da sempre - e con una puntualità che è riservata solo a loro - sono chiamati a esperimersi sul conflitto mediorientale, a svolgere in Israele e fuori da Israele il ruolo di coscienza, più o meno critica, o di oracolo. In questo ruolo, c'è da dire che Yehoshua - insieme a David Grossman e Amos Oz - è tra i più attivi, il suo nome è conosciuto in Italia non solo per la qualità dei suoi romanzi, ma anche come punto di riferimento per seguire l'evoluzione o involuzione dell'orientamento dell'opinione pubblica israeliana. Un ruolo che i tre continuano a svolgere, anche se sempre più stancamente e con sempre minor ottimismo, ma che tutta un'altra generazione di scrittori - spesso nati quando l'occupazione era una realtà acquisita e cresciuti senza illusioni, e senza più il collante dell'utopia collettiva del sionismo -, respinge. E respinge in nome di un diritto alla normalità, che si traduca in un ripiegamento intimistico, come nel caso di Meir Shalev, o nel ricorso al surrealismo, come succede nella scrittura di Etgar Keret. L'ultimo libro di Abraham B.Yehoshua prosegue invece nel solco dei suoi precedenti lavori. Con una differenza sostanziale: nessuno spazio all'ottimismo, nessuna apertura all'altro, solo l'amara presa di coscienza di una situazione giunta ad un punto di non ritorno. Uno stato d'animo che percorre l'intero romanzo e che ovviamente riflette la posizione che Yehoshua è andato maturando negli ultimi anni. L'impossibilità - ad ora - di una convivenza, la difesa del muro, il rifiuto di uno Stato binazionale - tutte posizioni che lo scrittore ha ripetuto nei suoi interventi pubblici e che spesso lo hanno diviso dai suoi colleghi Oz e Grossman. Fra gli scrittori, Yehoshua è quello che più riflette e cerca di dare una definizione sistematica a temi quali l'ebraismo, il sionismo, l'identità israeliana e ebraica. Ma è una riflessione che in questo momento attraversa l'intera società, alle prese con illusioni perdute e ideali giunti ad una resa dei conti non più rimandabile. Ancora una volta, l'autore dà a questa riflessione dignità letteraria e torna a rendere sulla carta, con sapienza e padronanza di tecnica, la complessità della realtà. Lo fa, come sempre, intrecciando diversi piani di lettura. In un intersecarsi di voci, personaggi e luoghi geografici, racconta otto giorni nellavita di una famiglia di Tel Aviv. Non giorni qualsiasi, ma gli otto giorni della festa di Hanukkah, la festa delle luci, scandita dall'accensione quotidiana, al tramonto, di una candela. Dopo trent'anni di unione coniugale simbiotica e senza sussulti, Daniela e Amotz si separano per Hanukkah. Dopo aver perso la sorella, Daniela va in Africa a trovare il cognato Yirmiyahu, nel tentativo di rivivere con lui quel lutto che le è sembrato sinora attutito dalla lontananza. Ma il cognato non è più l'uomo che lei conosceva, sulla sua vita pesa un altro lutto, inaccettabile. Quello per il figlio Eyal, giovane soldato rimasto ucciso dal "fuoco amico" di un suo commilitone, durante un appostamento in un villaggio palestinese. L'assurdità di questa morte provoca in Yirmiyahu un rifiuto totale di Israele e della "israelianità". Non va a prendere la cognata all'aeroporto perché la sola idea di incontrare suoi compatrioti, o degli ebrei, gli è insopportabile, brucia giornali e riviste che Daniela gli ha portato e brucia anche le candele di Hanukkah che lei sperava di poter accendere insieme. Nulla che riguardi Israele, e l'ineluttabilità ad esso connaturata di non poter essere un normale cittadino di un normale paese, deve tornare a sfiorare la vita di Yirmiyahu. In Africa - spiega alla cognata - non c'è una memoria che incombe sul presente e lo schiaccia, "a nessuno preme decidere chi è ebreo, israeliano o magari cananeo, se Israele è uno stato più democratico o più ebraico, se ha ancora qualche speranza di sopravvivere, o se è arrivato al capolinea". In Africa, si vive e basta, e lui vuole vivere la vita che gli resta. Prima di decidere per questa pausa dal suo paese e dalla sua gente, l'unica cosa che lo ha legato ad Israele è stata la volontà di conoscere l'esatta dinamica dell'uccisione di Eyal. La solitaria ossessione di Yirmiyahu, il suo rifiuto di accontentarsi del "fuoco amico" come spiegazione, danno a Yehoshua - nei passaggi più cupi e dolorosi del romanzo - la possibilità di parlare della distanza tra due mondi che mai come ora gli appaiono lontani e inconciliabili. Con l'aiuto di un farmacista arabo cristiano, l'uomo va dalla famiglia palestinese che è stata testimone delle ultime ore di vita di Eyal. Il soldato era sul tetto della loro casa, per un appostamento che doveva servire alla cattura di un terrorista mai arrivato. E' stato ucciso perché aveva lasciato la sua posizione nel cuore della notte e, nel buio, i suoi compagni lo avevano scambiato per il terrorista che cercavano. Alla fine, Yirmiyahu scopre il perché di quella mossa incauta: Eyal voleva ripulire il secchio dai suoi bisogni, non voleva consegnarlo sporco alla famiglia palestinese. Al padre, questo sembra un atto di profonda umanità, per quanto stupidamente sproporzionato al rischio, e non si rassegna alla mancanza di comprensione della famiglia palestinese. Gli è impossibile accettare che quei palestinesi non riconoscano la correttezza del figlio, vuole la loro simpatia. Vuole soprattutto la simpatia e l'approvazione della figlia, una giovane studentessa incinta che parla un ebraico corretto e reso dolce più dall'inflessione araba. E' per lei che torna e ritorna nel villaggio, che sfida il destino "tormentando un nemico umiliato". Ma è proprio lei la più intransigente, è lei a dargli quella che lui definisce "una lezione sull'ebraismo e sugli ebrei". A quell'ostinato padre, piegato dal dolore, non concede indulgenza, e nel suo ebraico musicale racconta dell'esasperazione degli arabi, della loro rabbia per il rifiuto degli ebrei di integrarsi con loro. "Che cosa ci rimane da fare? - gli chiede -. Odiarvi, e pregare che arrivi il momento che ve ne andiate. Questa non sarà mai la vostra patria se non saprete mescolarvi a tutto ciò che vi si trova". Quelle parole che indignano Daniela, toccano Yirmiyahu, non lo convincono ma lo fanno riflettere, non le liquida come le farneticazioni di una futura kamikaze. Quelle parole pongono la questione che Israele affronta ogni giorno, di come vivere senza che la propria esistenza sia solo il frutto di un rapporto di forza. A quella grande questione, il polemista Yehoshua ha già risposto, chiedendo confini ma anche separazione di culture e destini inconciliabili. Ma lo scrittore Yehoshua, quando lascia parlare i suoi personaggi, sembra avere molti più dubbi e nessuna risposta che si esaurisca in uno slogan. 06/03/2008.

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Abbas ci ripensa su "consiglio" di Rice: sì ai negoziati, senza la tregua a Gaza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Già la prossima settimana potrebbero ripartire i colloqui tra Anp e Israele e con la partecipazione dell'Egitto Abbas ci ripensa su "consiglio" di Rice: sì ai negoziati, senza la tregua a Gaza Francesca Marretta Gerusalemme Aveva detto che la ripresa dei negoziati tra Anp e governo israeliano doveva passare per una tregua a Gaza, il presidente palestinese Abbas. Poi ha chinato il capo ed obbedito, ancora una volta, agli ordini della Casa Bianca. Il cessate il fuoco nella Striscia non è una precondizione per la ripresa dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi. Lo ha deciso Condoleezza Rice, annunciandolo dopo l'incontro a Gerusalemme di ieri con i capi delle diplomazie israeliana e palestinese. Il primo incontro del nuovo round di negoziati, durante il quale andrebbe affrontata, a distanza, la questione della Striscia di Gaza, potrebbe già tenersi la prossima settimana con la partecipazione dell'Egitto. Il Consiglio di Sicurezza del governo israeliano riunito ieri a Gerusalemme, ha stabilito che le operazioni militari su Gaza andranno avanti fino ad annientare la capacità delle milizie palestinesi di lanciare razzi verso Israele. Anche ieri Sderot è stata raggiunta dai qassam. Martedì sera, durante un'incursione dell'esercito israeliano nella zona di Al-Qarara a sud della Striscia di Gaza, nella quale è stato ucciso Yousif Smairi uno dei leader delle Brigate di Al-Quds, braccio armato del Jihad Islami, è morta anche una neonata, Amira Abu Akar, mentre diversi civili sono rimasti feriti. Siamo così ad oltre 125 morti in una settimana. Un macigno sulla credibilità del dialogo per la pace. Un comunicato diffuso al termine della sessione straordinaria della Lega Araba riunita ieri al Cairo, ha definito le ultime operazioni militari israeliane a Gaza, crimini contro l'umanità. Più che le rivelazioni del complotto per rovesciare Hamas insieme agli americani, che non ha sorpreso nessuno da queste parti, è con questo che Abbas dovrà fare i conti nelle prossime ore. Il presidente palestinese appare come una figura sempre più debole. Per questo l'annuncio della sua disponibilità a negoziare una tregua tra Israele e Hamas è caduto nel vuoto. Più accettabile, per Hamas, ma non per Israele, potrebbe essere la proposta di mediazione avanzata ieri dell'ex presidente americano Jimmy Carter e l'ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, dettata dalla consapevolezza dell'impossibilità di raggiungere un accordo entro la fine del 2008, senza la risoluzione del conflitto con Gaza. "Gli israeliani non si svegliano ogni mattina pensando a come colpire Gaza. Se non siamo attaccati, noi non attacchiamo", ha dichiarato ieri Olmert nel corso di un colloquio col presidente ungherese. Allo stesso tempo la retorica di Hamas è che devono terminare gli attacchi israeliani e con essi l'occupazione, per fermare i razzi. La guerra continuerà a Gaza, dove esponenti delle milizie sono intenti a migliorare i missili assemblati in edifici adibiti a laboratorio. Ce lo ha raccontato a Jabalya, teatro degli violenti scontri dei giorni scorsi, uno degli "addetti ai lavori". "Adesso stiamo lavorando alla produzione di razzi da 45 chilometri". Il 28enne miliziano delle Brigate al Nasser, braccio armato del Comitati di Resistenza popolare, aveva posto come condizione per parlare, l'assenza di telefoni, o almeno la prova che la batteria fosse separata dall'apparecchio. Lui il telefono non lo usa più, da quando lo Shin Bet gli ha detto, chiamandolo sul cellulare, che è un uomo morto. Il miliziano spiega che i razzi che raggiungono Isreale da Gaza sono home made . La potenza degli attacchi è legata, spiega, a questioni di approvvigionamento di materiale per la propulsione degli ordigni, come i nitrati, e alla differenza del costo dei missili a seconda della gittata. Il costo per il lancio di un missile Grad, della gittata di 17-20 chilometri, come quelli che hanno raggiunto Askelon, è di circa 2500 shekel (450 euro), mentre ogni lancio su Sderot, (7 km), ne costa 1800. "Ogni attacco con missili da 45 chilometri in produzione costerà 7000 dollari. Ma i soldi ora non sono un problema", dice il miliziano. Esponenti della sua stessa brigata a volto coperto affermano di non temere nuovi attacchi di terra israeliani. Lo scontro di terra, più si spinge in profondità nel territorio, più va a nostro vantaggio. Dalle fessure che scoprono gli occhi si vede che il comandante ha passato da un pezzo la trentina, ma gli uomini che coordina sul terreno sono poco più che ragazzi. "Guarda che i soldati israeliani sono ventenni come i miei uomini", ci tiene a precisare il comandante, facendo l'esempio dei due soldati israeliani morti a Jabalya. Se a Gaza la guerra non sembra, almeno per adesso, poter essere fermata, il conflitto israelo-palestinese, continua, solo a minore intensità, nella West Bank. Secondo uno studio presentato martedì a Ramallah, poco prima della visita di Condoleezza Rice, dal Dr. Mustafa Barghouti, leader del movimento progressista al-Mubadara, davanti a una platea composta da diplomatici ed esponenti di organizzazioni umanitarie, a partire dai giorni del vertice di Annapolis, si sono registrati 1190 incursioni dell'esercito israeliano nei Territori palestinesi. Il 42% hanno riguardato la West Bank, da cui non si registrano attacchi missilistici contro Israele. Ieri sera un cittadino israeliano è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco a sud di Hebron, dove nei giorni scorsi, come a Betlemme e Ramallah, vi sono stati scontri tra forze armate israeliane e palestinesi. Con morti e feriti. In tempi di negoziati di pace. 06/03/2008.

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Nessuna pietà per i terroristi: (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa Intervista all'ex ambasciatore israeliano in Italia Nessuna pietà per i terroristi: il dialogo dei moderati li cancellerà Ex ambasciatore di Israele in Italia, ha scritto un libro, "Da Gerusalemme a Roma" che raccoglie gli articoli pubblicati durante la missione italiana 2001-2006. Vi si narra una personalità che verrebbe ovvio definire "al di là di ogni clichet" e che invece, più realisticamente, contiene un protagonista della storia del suo Paese, un diplomatico convinto che le soluzioni bisogna andarsele a cercare. Con tenacia, intelligenza e sacrifici. Ehud Gol vive per Israele e per la sua famiglia. L'Italia gli è rimasta nel cuore. S'abbandona alla nostalgia quando pensa alla Sicilia, alla Campania "a tutto il sud". E poi il cibo, il calcio: un po' Roma, un po' Lazio. Ai cinque anni romani dedicherà il suo prossimo libro. Parla da Gerusalemme. "C'è il sole, è una bellissima giornata". Anche a Roma. L'operazione "inverno caldo" si è appena conclusa. Hamas canta vittoria sorvolando sulle dichiarazioni del premier Olmert che ha confermato la linea dura in caso di nuovi bombardamenti. "è una tragedia per noi e per i palestinesi. Tre anni fa siamo usciti da Gaza. Ci aspettavamo dialogo, collaborazione, ingoiamo violenza tutti i giorni". Trattative, dialogo, collaborazione. Alla fine sembra una beffa. Nulla cambia, la guerra continua. "Trattare è giusto, inevitabile, necessario". Con chi? "Non certo con Hamas, sono terroristi. Lo sanno tutti. Il mondo occidentale lo ha stabilito. E con i terroristi non c'è parola utile. Bastano le armi". E allora con chi? "Con i moderati, con i palestinesi che vogliono la pace. Abbiamo lo stesso sogno". Che appare sempre più lontano. "Ci vuole tempo. Non bisogna distrarsi dalla potenza negoziale, occorre un lavoro quotidiano per ampliare la qualità e la quantità delle relazioni con i moderati". Il senso è stringere relazioni, stabilire obiettivi comuni, determinare l'isolamento dei terroristi e colpirli? "Sono nato qui. Israele ha relazioni di pace con la maggior parte del mondo arabo. Non c'è altra soluzione che continuare a parlare. A parlarsi". L'Iran vi vuole cancellare dalla faccia della terra, Hezbollah ha dichiarato guerra a Israele. "L'Iran rappresenta un fattore di destabilizzazione. Il più negativo, il più pericoloso, soprattutto per la convinta adesione all'armamento nucleare. Iran, Hezbollah, Siria, Hamas. Eccoli, con loro è inutile trattare. Ci difenderemo, ogni volta che ci attaccheranno". L'America e i grandi mediatori sono sulla strada giusta? "L'America esercita un ruolo importante. Da sessant'anni. Ora si sta scegliendo il nuovo presidente, è difficile aspettarsi iniziative diverse da quelle avviate". McCain o Obama? McCain o Hillary? "Personalmente conosco soltanto la signora Clinton, ma, chiunque sarà il presidente, per noi non cambierà nulla. L'America è un alleato fedele. Fondamentali i suoi contatti con il mondo arabo. Non cambierà la lotta al terrorismo". Ha avuto parole dure nei confronti dell'Onu. "Ho pensieri chiari nei confronti di una organizzazione di cui fanno parte 55 Paesi musulmani che non hanno relazioni con Israele, di un'organizzazione che accoglie molti Paesi totalitari che criticano Israele a prescindere". Insomma, a volte dannosa. E il dialogo avviato da Benedetto XVI fra le religioni del mondo le appare di una qualche utilità? "Il dialogo si svolge e ha senso fra i moderati". Moderati nella Fede? "Moderati. Naturalmente ostili al terrorismo". La scelta militare adottata in Iraq e in Afghanistan ha portato risultati concreti? "In Iraq non c'è più Saddam, in Afghanistan non ci sono i taliban. Mi sembra un successo. Non siamo al cento per cento degli obiettivi raggiunti. Ma i risultati dimostrano che i militari servono". E costano. "Il 25 per cento del nostro bilancio è destinato alla difesa. Un peccato: miliardi di dollari che potrebbero essere destinati allo sviluppo. A far crescere il nostro Paese". Il terrorismo spaventa e impoverisce. Vuol dire questo? "Anche. Il terrorismo e la fame sono i problemi del mondo". Passando per acqua e petrolio. "Alcuni Paesi usano il petrolio come arma, altri tendono a minimizzare la questione. La verità è che bisogna concretamente pensare a risorse energetiche alternative per sottrarsi a ogni possibile ricatto. Per l'acqua è più difficile. In Israele ancora di più. Questione amara, facciamo il massimo". I prodotti cinesi a basso costo, la droga afghana, l'intraprendenza indiana, gli arabi in grado di comprarsi il mondo, un messicano appena diventato il più ricco della terra. Che fine faranno America ed Europa? "Devono unirsi e collaborare sempre di più per vincere le prossime sfide. Non possono fare altro. è un obbligo". In mezzo c'è la Russia. "Solo otto anni fa era un Paese debole. Oggi, dopo Putin, ha un ruolo molto più centrale. Vedremo che cosa farà il neo presidente. Diamogli tempo". Che voto dà alla nostra politica estera vista da Gerusalemme? "Ben bilanciata. L'Italia è un Paese chiave fra quelli che ci sono vicini. Quando ero a Roma c'era Berlusconi al governo e abbiamo avuto relazioni straordinarie". Il ministro degli Esteri D'Alema è convinto che bisogna trattare con tutti quelli che stanno a Gaza, non solo con il presidente Abu Mazen. "Da qui non posso valutare le sue dichiarazioni". Che s'aspetta dal prossimo governo? "Quello che abbiamo avuto dal precedente e prima ancora, amicizia e qualcosa di più: più visite, più scambi commerciali. Relazioni chiare". Due parole su Veltroni. "Peccato non averlo incontrato alla presentazione del mio libro. è stato un buon sindaco". E su Berlusconi. "Grande amico, ha scritto la prefazione al mio libro". Quante volte al giorno parla con il presidente Olmert? "Lo sento quando posso. Il mio lavoro, quest'anno, mi porta continuamente in giro per il mondo". La politica è la sua passione? "La famiglia è la mia passione, la politica è un interesse". E la Fede, com'è il suo rapporto con Dio? "Senza Fede una persona non è completa". C'è qualcosa che le fa paura? "Sì, il terrorismo".

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Sogni come nella grande tradizione politica europea (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Sogni come nella grande tradizione politica europea I had a dream, ma non ce l'ho più Il Pdl di destra e il Pd di sinistra In entrambi un mix di laicità, libertinismo e teodem Il mio amico Paolo Franchi lascia la direzione del Riformista. È mio dovere ringraziarlo per l'ospitalità concessami sul quotidiano da lui diretto e dargli atto del coraggio che politicamente ed anche letterariamente ha così dimostrato di avere. A lui è dedicato questo articolo. Grazie Paolo! "I had a dream!", e cioè: "Avevo un sogno!". Nutrivo cioè il sogno che, dopo la sbandierata fine delle ideologie, e cioè dopo la pratica de-culturazione della politica e dei partiti della sciagurata così detta Seconda Repubblica, e respinto il non compreso modello americano che veniva sbandierato, i partiti maggiori, il Popolo delle Libertà e il Partito democratico, dopo aver dichiarato di voler andare (si fa per dire!) da soli, assumessero il ruolo e adottassero i programmi dei grandi partiti della grande tradizione politica e culturale europea, e cioè: il Popolo delle Libertà dovrebbe assumere il ruolo di un partito di sintesi tra il conservatorismo e il moderatismo con qualche venatura di liberalismo, ma sempre con quella robusta dose di protezionismo che ha sempre distinto i tories dai wigh, e il moderatismo, anzi politicamente parlando, il conservatorismo coniugato da "socialità", proprio del fascismo prima della sua involuzione monarchista, e che Mussolini, che per sempre conservò nel cuore il suo sogno di socialista massimalista, cercò di risuscitare durante la repubblica sociale italiana entusiasmando quei "ragazzi della repubblica sociale", che poi numerosissimi, per la chiaroveggenza di quel grande leader politico che fu Palmiro Togliatti, passarono al Partito comunista, non per opportunismo ma con senso di intuita continuità. La presenza del futuro nuovo partito del Popolo delle Libertà nel Partito popolare europeo non richiede nessuna adesione a un pur pallido riformismo. Da tempo i partiti di ispirazione cristiano-democratico, che ne costituiscono l'ossatura territoriale, non sono più partiti riformisti, e il Partito popolare europeo non lo è mai stato, avendo in modo determinante concorso a costituirlo, su basi di assoluta discontinuità con le Nouvelles Equipes Internationales e dell'Unione Europea dei Democratici Cristiani, il Partido Popular spagnolo, partito di sentimenti e origini franchiste, cattolico-patriottico, e cioè legato alla hispanidad , per cui la vera Chiesa è certo quella cattolica, apostolica, romana ma con il timbro dell'hispanidad , e legata alla parte più retriva, e da ieri vincente!, dell'Episcopato Spagnolo. Ecco quello che ho sognato: un partito del Popolo delle Libertà apertamente di destra, di destra democratica, ma di destra, certo anche un po' populista. I grandi reazionari cattolici del XIX secolo, d'altronde: da Doniso Cortes a de Maistre a de Bonald, erano contro la democrazia, ma a favore dei poveri. Così avevo sognato che il nuovo Partito democratico fosse e si dichiarasse un partito socialista di tipo europeo, di quella tradizione socialista europea che con il dissolversi del comunismo internazionalista di marca sovietica, si è arricchita della tradizione, della storia, della cultura e dell'esperienza di grandi partiti comunisti nazionali quale è stato in prima linea il Partito comunista italiano, per il fondamento culturale italiano datogli da Antonio Gramsci, dalla fine e articolata, geniale, fantasiosa, ma realistica strategia e tattica di Palmiro Togliatti, ma soprattutto per la guida lungimirante di Enrico Berlinguer, e per la sua scoperta della "dimensione" nazionale ed europea del movimento comunista occidentale. E non dovrebbe essere di ostacolo a questa scelta socialista il grande apporto di voti e di classe dirigente del mondo cattolico italiano: vescovi, presbiteri, ordini religiosi, movimenti e semplici laici, che si sentono naturaliter anticapitalisti, antiliberali e pacifisti. Non mi scandalizza che il Partito democratico abbia candidato il leader dell'ala più retriva, reazionaria e antioperaia della Confindustria: se l'ambizione porta alla conversione, è utile! E poi, nella candidature anche a sinistra qualcosa di paradossale e ridicolo ci vuole. Non mi scandalizza il mix di libertinismo, teorico e pratico, "genderismo", laicismo, laicità, laicità per i valori, "cattolicesimo democratico", teodem e integralismo che si può ritrovare in entrambi i partiti, comprendo come entrambi i partiti non vogliano parlare di "valori", o su "materie eticamente sensibili", come non mi meraviglierebbe per niente che il Partito democratico rilanciasse la lotta alla così detta omofobia, i Dico, la revisione della legge 40, il "divorzio brevissimo", l'eutanasia e così via. Non dimentichiamoci che perfino nella lettera inviata a due membri dell'Episcopato degli Stati Uniti dal Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede a proposito del quesito se fosse o meno lecito votare per una candidata favorevole all'aborto, mentre si ribadiva che non poteva essere ammesso all'Eucaristia, era lecito votare per lei, purché il voto non fosse dato proprio per queste sue convinzioni e per sostenere la causa dell'aborto. Questa posizione potrebbe essere coniugata per entrambi i partiti con la concessione del free vote per motivi di coscienza su queste materie, come per altre che sono considerate anch'esse "eticamente sensibili": gli stanziamenti militari, le basi militari straniere in Italia, le missioni militari italiane all'estero, la "globalizzazione", i G8, la politica di "equidistanza" tra Hezbollah e Hamas da una parte e Israele dall'altro, a favore dei primi evidentemente. Ma che il Popolo delle Libertà si dichiari apertamente di destra, e dica e faccia qualcosa di destra, e che il Partito democratico si dichiari di sinistra e socialista e dica e faccia qualcosa di sinistra, forse è un sogno. E quindi non: "I have a dream", ma "I had a dream!". Francesco Cossiga , alias Franco Mauri ,alias Mauro Franchi , alias Jansenius 06/03/2008.

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Il macigno che ci pesa (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Gio, 06 Mar 2008 Edizione 46 del 06-03-2008 Le parole di Shirin Ebadi Il macigno che ci pesa di Davide Giacalone Shirin Ebadi, prima magistrato poi avvocato e alfiere dei diritti umani in Iran, poi anche premio Nobel per la pace, rivolge, a noi europei ed a noi italiani, un'accusa molto precisa: pur di fare affari con l'Iran, pur di acquistare a buon prezzo il petrolio, voi chiudete non uno, ma due occhi sulla continua violazione dei diritti umani, ad opera del nostro governo. Vero. Non solo abbiamo taciuto davanti alla repressione dei movimenti studenteschi, non solo ci giriamo dall'altra parte per non vedere il massacro dei diritti delle donne, non solo non aiutiamo i movimenti democratici che pure in Iran ci sono. Abbiamo fatto di più, e di peggio: abbiamo consentito ad Ahamadinejad di attaccare il diritto all'esistenza d'Israele e di dileggiare il ricordo della persecuzione subita dagli ebrei. I nostri governi hanno pronunciato parole di circostanza, più intenti a far capire che si trattava di gesti e parole esagerate, dovute al desiderio iraniano di tornare ad essere una potenza regionale, che disposti a prendere quelle parole e quei fatti per quello che sono: un'offesa all'umanità intera. Il governo italiano, si è spinto fino ad inviare una lettera ufficiale al presidente iraniano, qualificando come legittime le sue aspirazioni nazionali. Ed abbiamo lasciato che fossero gli Stati Uniti a sostenere a voce alta e chiara che la corsa iraniana al nucleare deve essere stroncata. Abbiamo lasciato agli israeliani il compito di dire che erano pronti ad ogni intervento, purché quella minaccia di guerra non possa mai realizzarsi. Quando si affrontano i problemi di politica estera occorre mantenere efficiente la bussola ideale e tenere ben saldo il timone del realismo. In ogni caso si devono salvaguardare gli interessi nazionali. Uno di questi interessi è certamente l'approvvigionamento di petrolio. Se quest'ultimo prevale su ogni altra considerazione vuol dire che si è persa sia la bussola che il timone, e che si è strappata la rete d'interessi che deve tenerci saldamente vicini alle altre democrazie occidentali. La voce di Shirin Ebadi è un macigno che pesa sulla nostra coscienza. Se non la ascolteremo sarà anche la lapide sui nostri interessi.

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Sono pochi i nomi nuovi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Gio, 06 Mar 2008 Edizione 46 del 06-03-2008 Liste Pdl Sono pochi i nomi nuovi di Barbara Alessandrini Riunione-fiume dei vertici di Forza Italia e di Alleanza Nazionale a via dell'Umiltà per gli ultimi ritocchi alle liste. Ma l'operazione nomi d'oro non è stata ancora completata. Il bozzone de prescelti deve passare al vaglio di Silvio Berlusconi che dovrebbe dare il suo via libera tra la giornata di venerdì e quella di sabato, poi l'elenco dei candidati verrà reso noto. Per il momento, quindi, si va avanti ancora a colpi di scarse, scarsissime indiscrezioni che filtrano dagli abbottonatissimi esponenti degli stati maggiori dei due partiti che formano il Pdl. La prima riguarda la conferma che in Campania alla Camera la lista del centro destra sarà aperta dalla odiatissima (dalle donne del Pdl) Mara Carfagna mentre al Senato il ruolo di punta sarà assunto dall'ex Presidente della Confindustria Antonio D'Amato. Il ruolo della Carfagna come capolista nella regione di Antonio Bassolino aveva in un primo momento avallato l'ipotesi secondo cui per dare un segno di novità il Pdl avrebbe puntato sull'ipotesi di far guidate tutte le liste da candidati donne. Ma l'idea, guarda un po', è stata scartata. Al momento la parte femminile del Pdl, oltre ad essere formata dalle parlamentari uscenti che verranno riconfermate, sembra destinata ad un arricchimento modestino, con pochi nomi nuovi come quelli di Deborah Bergamini e di Beatrice Lorenzin. Neppure in campo maschile le novità dovrebbero essere particolarmente numerose. Un nome di spicco che figura in quota An è quello dell'avvocato Alessandro Ruben, componente autorevole dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e presidente dell'Antidefamation league Italia. Una candidatura, la sua, rappresentativa dell'attenzione del Pdl per gli ebrei italiani e della sua amicizia per Israele. Insieme con Ruben e sempre un quota An dovrebbe figurare il generale Roberto Speciale, l' ex Comandante della Guardia di Finanza uscito vincitore dallo scontro con il vice ministro dell'Economia Vincenzo Visco. An, infine, è intenzionata a riportare in Palamento l'attuale Cda della Rai Gennaro Malgieri ed Adriana Poli Bortone. Difficile, invece, che possa concretizzarsi l'inserimento del giornalista e storico Giordano Bruno Guerri. Per quanto riguarda FI i nomi nuovi su cui sembra puntare sono quelli di Renato Farina, ex vice direttore di Libero, l'economista Giuliano Cazzola, il colonnello del Ris di Parma Luciano Garofalo, l'editorialista de "Il Giornale" Fiamma Nirenstein, Paolo Garimberti dei giovani della Confcommercio. In ballo anche Ernesto Caccavale, ex radicale, e come sicuri entranti, Giuseppe Moles, portavoce di Antonio Martino sia alla Farnesina che al ministero della Difesa oltre all'attuale capo dell'Ufficio Stampa di Forza Italia Luca D'Alessandro.

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Pd nella tradizione: fuori lista i non allineati (sezione: Israele/Palestina)

( da "Avanti!" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

NIENTE CANDIDATURA PER PEPPINO CALDAROLA E UMBERTO RANIERI: HANNO CONTESTATO D'ALEMA E BASSOLINO Pd nella tradizione: fuori lista i non allineati 06/03/2008 In materia di candidature, il Partito (cosiddetto) democratico è riuscito negli ultimi giorni a compiere alcune nefandezze, che rischiavano di passare sotto silenzio se ieri non ne avesse dato notizia il "Corriere della sera". Sono stati esclusi Peppino Caldarola e Umberto Ranieri. Costoro sono stati tra i migliori ex-giovani deputati del Pci-Pds-Ds-Ulivo-Pd. Il secondo, esperto di politica estera, attualmente presidente della Commissione Esteri di Montecitorio, amico e allievo di Giorgio Napolitano. Ma avevano alcuni grossi difetti, insopportabili nell'ambiente del Pci-Pd. Erano un po' troppo indipendenti. Erano un po' troppo amici dei socialisti; addirittura Caldarola si era permesso una fugace trasgressione uscendo con Angius dai Ds ed entrando, per una breve deviazione, nella Costituente socialista di Boselli. Poi ha capito che non ne valeva la pena ed è tornato a casa, ma troppo tardi: anziché ammazzare il vitello grasso i compagni hanno ammazzato lui. È, Caldarola, uno di quei curiosi soggetti che credono davvero che la sinistra possa essere amica di Israele; che è una piccola nube sulla sua intelligenza, perché come un politico intelligente possa credere a una cosa del genere è francamente incomprensibile. Peggio ancora per Umberto Ranieri, che è stato fatto fuori ufficialmente per la regola delle tre legislature; ma in realtà perché è stato uno dei pochissimi, se non l'unico, che ha osato chiedere le dimissioni di Bassolino. Il poveretto non ha retto all'orrore; ma se uno non ha lo stomaco adatto, non può reggere nel Pci-Pd, specie in quello napoletano. Al qual proposito aggiungiamo alcune osservazioni. Il Pd a Napoli ha strenuamente difeso Bassolino. Intanto, ha ricandidato la moglie, l'onorevole Carloni. La Bassolino sì e Ranieri no. In secondo, ma in realtà primissimo luogo, il capolista a Napoli è nientemeno che D'Alema. Non solo: anche in Campania 2 il secondo in lista è lo stesso Veltroni. È la coorte, la testuggine, la falange del Pd (ex Pci) stretta intorno a Bassolino, come per dire: chi tocca Bassolino muore, Bassolino è tutti noi. Tutti per uno e Bassolino per tutti. Si comprende così come Veltroni, dopo il bel discorso sulla coscienza di Bassolino che sembrava un quasi invito alle dimissioni, si sia rapidamente corretto davanti al ringhio di Bassolino in televisione, che chiaramente era un ringhio di minaccia se non di ricatto. Pannella, che ha capito l'antifona, difende i suoi con le unghie, coi denti e con lo sciopero della sete: bravo, ma per che cosa, per rimanere in quel bell'ambiente lì?.

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Il multiculturalismo senza ordine nazionale autorizza il dominio dei violenti (non solo in Olanda) (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

FEDERICO ORLANDO RISPONDE Cara Europa, leggo che un parlamentare olandese "populista" o "antislamico", secondo le definizioni di stampa, starebbe per mandare in tv un suo cortometraggio sul Corano, che ha già fatto suonare negli accampamenti islamici, non solo olandesi, il corno di guerra (santa, naturalmente). Avremo il bis di van Gogh, il regista ucciso dai fanatici di Allah? O ci piegheremo facendo il bis, sempre in Olanda, della collaboratrice di van Gogh, l'oriunda somala e deputata del Paesi Bassi, cui è stato tolto il passaporto, che invece le darà la laica Francia della Rivoluzione? E noi con chi stiamo? VINICIO BALDI, AOSTA Caro Baldi, sapere con chi sta l'Italia è stato sempre un punto interrogativo, anche per le diplomazie del ventesimo secolo. Posso ? se s'accontenta ? dirle tutt'al più con chi sto io, visto che questa "risposta al lettore" è una rubrica ad personam, rifugio di tutti i vecchi "anarchici" del giornalismo. Io sto decisamente con la Francia, la Francia bisecolare laica e rivoluzionaria, che ci ha dato la libertà moderna: purtroppo non bene imitata da paesi come l'Olanda che dalla laicità francese hanno assorbito solo l'assoluta libertà per tutti di vivere secondo le proprie preferenze, credenze, costumi; ma hanno ignorato l'altra faccia, che della laicità fa tutt'uno con lo "spirito repubblicano" moderno, e cioè l'ordine nazionale, la cornice della assoluta eguaglianza e dell'assoluta tolleranza per gli altri, entro le quali soltanto ciascuno vive liberamente la propria cultura. A queste condizioni, garantite in ultima istanza dal codice penale, c'è il multiculturalismo. In Olanda non l'hanno capito e, abituati come sono a lavorare felicemente sull'acqua per farne terra fertile, hanno creduto di consentire alle palafitte delle culture immigrate di fissarsi nel tessuto del paese: senza preoccuparsi delle compatibilità con le altre palafitte (apprendo da un articolo di Lorenzo Cremonesi che in olandese si chiamano zuilien, cioè pilastri). Prima o dopo, il pilastro del fanatismo monoteistico e nazionalistico degli islamici si è dimostrato incompatibile con gli altri pilastri: alle altrui manifestazioni di libertà (che consistono anche in libri, film, vignette irridenti) si replica talvolta col pugnale degli sgozzatori, secondo il costume di alcuni islamici, anziché con altri libri, altri film, altre vignette. C'è gente che non va a Torino, non va a Parigi al Salone del libro, perché dedicato ai sessant'anni di Israele; e c'è chi ingiuria il presidente Napolitano (un certo "Comitato Nakba", denunciato dal solo Magdi Allam). Insomma, siamo in pieno revival nazista-fascista-stalinista anni Trenta, quando i libri dei critici non venivano contestati ma bruciati e gli autori assassinati (vedi Gobetti, fratelli Rosselli e altri, per restare in Italia). Il fallimento del multiculturalismo nordico, spintosi fino ad attribuire all'attivista Tariq Ramadan una cattedra all'università di Rotterdam, è irreversibile. A Parigi prima di accedere a una cattedra Ramadan avrebbe dovuto fare l'esame del sangue, per dimostrare che la sua diversità culturale non si ripromette di negare agli altri le libertà che rivendica per se stessi. È l'eterno duello tra laicismo e integralismo. (Senza trascurare il nostro personale fastidio per certa gratuità polemica o satirica, che nelle società evolute muore di ridicolo ma nelle società fanatizzate provoca incendi).

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Gerusalemme attentato sanguino a una scuola (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 06-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Otto morti e diversi feriti nella Citta' Santa Gerusalemme: attentato sanguino a una scuola Nonostante l'attacco i colloqui di pace continueranno Milano, 6 mar. - Una nuova sigla terroristica, Kataeb Ahrar al-Jalil (Brigata degli uomini liberi della Galilea), ha rivendicato l'attentato che questa sera ha provocato otto morti e diversi feriti nella più importante scuola rabbinica di Gerusalemme Ovest. L'attentatore si è infiltrato all'interno del collegio e ha aperto il fuoco, immediato l'intervento delle guardie che hanno reagito uccidendolo. Il presidente palestinese Abu Mazen, tramite Saeb Erekat, suo collaboratore, ha subito stigmatizzato il gesto ribadendo la sua condanna a tutti gli attacchi che colpiscono i civili, siano essi palestinesi o israeliani. Questa invece la reazione di Israele nelle parole del portavoce del ministero degli Esteri Arye Mekel: "Questi terroristi stanno tentando di distruggere le opportunità di pace ma noi per certo continueremo i colloqui di pace". Per Hamas si tratta invece di un "attacco eroico, una risposta normale ai crimini dell'occupante e alle sue uccisioni di civili. E se subito dopo la strage centinaia di persone si sono radunate nei pressi del collegio gridando "Morte agli arabi, morte agli arabi", nella Striscia di Gaza invece i residenti sono scesi in strada a festeggiare il sanguinoso attacco. Per Gerusalemme si tratta purtroppo di un brusco ritorno al passato dopo che nel 2007 non si erano registrati attentati. Stefano Vandelli.

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