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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza” |
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top ARTICOLI DEL 5 e 6 marzo 2008 #TOP
Hamas
festeggia il ritiro israeliano. Ma a Gaza la guerra non è nita
( da "EUROPA.it"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
I miliziani
palestinesi hanno continuato a lanciare razzi su Israele per far sembrare una
fuga il ripiegamento dei soldati. Il governo di Tel Aviv ha precisato, però,
che potrebbe far partire presto una nuova offensiva. MAURIZIO DEBANNE L'esercito
israeliano si è ritirato da Gaza lasciando dietro di sé un numero elevato di
vittime innocenti.
In
viaggio dall'Umbria alla mistica Gerusalemme
( da "Stampa,
La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
con
destinazione Israele e Giordania (20-27 marzo), "Turchia di Paolo"
(17-24 maggio) e "Grecia di Paolo" (6-13 ottobre). Info:
015/67.00.50. Sono due i viaggi in programma dal primo al 4 maggio: la Pro loco
di Cerrione organizza una gita con destinazione Umbria e visita alle città di
Siena, Perugia e Assisi (info: 015/67.
RAMALLAH
- IL PRESIDENTE palestinese Abu Mazen ieri ha insistito s
( da "Resto
del Carlino, Il (Nazionale)" del
05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Abu Mazen ha
detto che "Hamas deve cessare i suoi lanci di razzi" e che
"Israele deve porre fine a tutti i suoi attacchi, anche in
Cisgiordania". Rice, da parte sua, ha detto che è ancora possibile
raggiungere un accordo di pace fra Israele e palestinesi entro il 2008,
auspicando una ripresa "il più presto possibile" dei negoziati di
pace.
Scene
di vita palestinese sotto l'esercito israeliano
( da "Repubblica,
La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Pagina XVII -
Bologna LA MOSTRA Scene di vita palestinese sotto l'esercito israeliano
"NON mostriamo scoppi di bombe o immagini di bambini ammazzati ma
solamente come si vive tutti i giorni con l'esercito israeliano sotto casa che
controlla ogni movimento, giorno e notte, che ci impedisce di entrare nelle
nostre case".
"il
popolo di mosè usò allucinogeni" bufera su un ricercatore israeliano
( da "Repubblica,
La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
bufera su un
ricercatore israeliano Proteste dei lettori sul sito di Haaretz dopo la
pubblicazione dello studio DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - è il momento
in cui Mosè sta per ricevere le tavole della Legge. "E vi furono tuoni,
lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba - si legge nel
capitolo 19 dell'Esodo - tutto il popolo che era nell'
La
rice da abu mazen: "pace ancora possibile" - alberto stabile
( da "Repubblica,
La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Chiedo al
governo israeliano di fermare la sua aggressione in modo da creare la giusta
atmosfera per riprendere il dialogo", le risponde, freddo, il leader
palestinese. Non ha raccolto molto da Ramallah, il segretario di Stato
americano, volata in Israele e nei territori palestinesi, con l'aggiunta
all'ultima ora di una tappa in Egitto,
Gaza
radiografia di una strage ( da "Unita, L'"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Erano
sorelle. Aveavano rispettivamente 13 e 17 anni. Il 2 marzo sono state uccise
nella loro casa alla periferia di Jabaliya. La famiglia Attalla è stata colpita
da un missile di 1 tonnellata sparato da un F-16 israeliano. segue a pagina
La
Rice fa l'ottimista: la pace è ancora possibile
( da "Unione
Sarda, L' (Nazionale)" del
05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
TEL AVIV
Serve una tregua generale che imponga ad Hamas di porre fine al lancio dei
razzi, e ad Israele di interrompere ogni azione militare a Gaza e in
Cisgiordania, riaprire i valichi e restituire i palestinesi a una vita normale:
è la proposta del presidente palestinese Abu Mazen formulata ieri a Ramallah,
durante l'incontro con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice.
Quelle
minacce a Napolitano per la Fiera del libro
( da "Corriere
della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
infamanti
accuse chiunque osasse criticare Israele. Questo si chiama abuso
calunnioso". Dopo aver definito Israele "uno stato illegale",
Napolitano viene tacciato di non essere "credibile", "la Sua è
una pace a senso unico, la pace per il più forte. Questa si chiama
prevaricazione". Segue un'accusa gravissima: "Israele elimina
fisicamente gli intellettuali e gli scrittori palestinesi (
Le
uniche scelte bipartisan possibili? In politica estera
( da "Corriere
della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Onu di
mantenere la pace a nord di Israele. In quell'occasione l'Italia, per la prima
volta nella storia recente, ha tenuto al culmine della crisi una posizione
solitaria nella sua determinazione a offrire truppe per la missione
multilaterale, anche nel momento in cui la Francia e gli altri Paesi europei
mettevano in dubbio la loro disponibilità.
Proteste
per Caldarola e Ranieri <Esclusi perché vicini a Israele>
( da "Corriere
della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Proteste per
Caldarola e Ranieri "Esclusi perché vicini a Israele" ROMA -
"Siamo indignati e delusissimi, temiamo che tornino nella sinistra i
pregiudizi su Israele". Così le due portavoce di Appuntamento a
Gerusalemme, Anita Friedman e Anna Borioni, protestano per l'esclusione dalle
liste del Pd di Peppino Caldarola e Umberto Ranieri.
Quando
il tifo prende la mano ( da "Corriere della Sera"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele
Gideon Meir è uno dei frequentatori. Ma in certi casi la passione calcistica ha
il pieno sopravvento. Per vedere le partite, l'ambasciatore slovacco Stanisalv
Vallo paga i biglietti. Il suo collega del Venezuela Rafael Alejandro Lacava
Evangelista, nato a Roma in via Caetani, è talmente romanista da scaldarsi
anche davanti alla tv.
Hamas,
Israele e la guerra infinita ( da "Unita, L'"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stai
consultando l'edizione del Hamas, Israele e la guerra infinita Alon Altaras Nel
conflitto israelo-palestinese pare esista uno scenario ripetitivo: passano i
mesi, si annunciano piani di pace, addirittura c'era chi pochi mesi fa si è
azzardato a parlare di un accordo di pace fra Israele e la Palestina entro il
2008.
STRISCIA
DI GAZA ( da "Corriere della Sera"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
considerati
responsabili di aver scatenato la nuova pioggia di razzi Qassam su Israele, ma
anche diversi civili, donne e bambini, nonché due soldati israeliani. Hamas ha
detto che il ritiro è una "vittoria" per il Movimento islamico.
Israele ha confermato, da parte sua, di aver raggiunto "tutti gli
obiettivi". Due verità, come sempre.
<Fallito
golpe Usa contro Hamas> ( da "Corriere della Sera"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Abu Mazen
affinché tolga di mezzo il governo presieduto da Hamas a meno che non cambi
atteggiamento verso Israele e rinunci al terrorismo. Gli Usa passano allora al
"Piano B" che prevede: lo stanziamento di 1.27 miliardi di dollari
per il Fatah, l'addestramento dei reparti, nuovi equipaggiamenti. Ma una fuga
di notizie, sul quotidiano giordano Al Majd (30 aprile), svela l'intrigo.
Condi:
<Accordo possibile> Tank a Gaza, uccisa neonata
( da "Corriere
della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
che ha
interrotto i negoziati con Israele dopo l'offensiva israeliana dei giorni
scorsi nella Striscia di Gaza (120 morti). Per Abbas "serve una tregua
generale che imponga ad Hamas di porre fine al lancio dei razzi, e a Israele di
interrompere ogni azione militare a Gaza e in Cisgiordania, riaprire i valichi
e restituire i palestinesi a una vita normale"
Finora
l'Onu è stato impossibilitata da Usa Ue e Israele ad avviare contatti con il
movimento integralista ( da "Unita, L'"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stai
consultando l'edizione del "Finora l'Onu è stato impossibilitata da Usa Ue
e Israele ad avviare contatti con il movimento integralista".
Blindati
israeliani di nuovo nella Striscia, uccisa neonata
( da "Unita,
L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
"Chiedo
al governo israeliano di porre fine alla sua aggressione affinché si creino
tutte le condizioni propizie al successo dei negoziati di pace nel 2008",
ha aggiunto il presidente palestinese nel corso di una conferenza stampa
congiunta con Rice alla Muqata, quartier generale dell'Anp.
Btselem:
quattro bambini colpiti da un razzo israeliano mentre giocavano a pallone alla
periferia di Jabaliya ( da "Unita, L'"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stai
consultando l'edizione del Btselem: quattro bambini colpiti da un razzo
israeliano mentre giocavano a pallone alla periferia di Jabaliya.
LA
STRAGE IN CIFRE ( da "Unita, L'"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
l'offensiva
militare scatenata da Israele a Gaza in risposto al lancio di razzi su Sderot e
Ashqelon che avevano provocato la morte di un civile e diversi feriti. 56 SONO
I CIVILI colpiti a morte dalle forze israeliane, stando a un rapporto di
Btselem, l'organizzazione israeliana per i diritti umani nei Territori;
Gaza,
radiografia di un massacro ( da "Unita, L'"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Nello stesso
periodo, un civile israeliano è rimasto ucciso e diversi altri sono stati
feriti dai razzi lanciati dai gruppi armati palestinesi di Gaza, che hanno
colpito Sderot e altre zone del sud di Israele. La tragedia di Gaza è in una
quotidianità che impone solo un obiettivo: la sopravvivenza.
IRAN,
EDITORI PRIVATI AL SALON DU LIVRE
( da "Manifesto,
Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
come la Fiera
del libro di Torino, ha dedicato a Israele la sua vetrina d'onore) il governo
iraniano, che aveva annunciato proprio l'altro giorno la sua decisione di
boicottare le due manifestazioni, ha fatto ieri un distinguo per bocca di
Ehsanollah Hojjati, capo dell'Istituto governativo per le esposizioni
culturali.
Lettere@ilmanifesto.it
( da "Manifesto,
Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
per cui
qualunque pur vaga apertura ai palestinesi potrebbe mettere in pericolo la
sicurezza d'Israele. Si riproduce qui il meccanismo ben descritto da Benedict
Anderson del "nazionalismo in teleselezione" (long-distance
nationalism), per cui la diaspora di un popolo è spesso più intransigente di
chi vive sul posto (diaspora irlandese, tamil, sikh, palestinese.
Gaza,
Bush non vede le stragi e parla di pace
( da "Manifesto,
Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
palestinese
Abu Mazen che alla Rice ha ribadito che la trattativa con Israele resta sospesa
e, soprattutto, ha sottolineato "la necessità d'instaurare una tregua
globale a Gaza e in Cisgiordania". Ha quindi chiesto che Israele ponga
fine "alla sua aggressione affinché si creino le condizioni propizie al
successo dei negoziati", cercando di far comprendere al Segretario di stato
che,
Il
piano prevede il pieno ritiro di Israele da Gaza e dalla Cisgiordania, la
nascita in questi terri ( da "Messaggero, Il"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Tori dello
Stato di Palestina, la soluzione al problema dei profughi palestinesi, la
normalizzazione dei rapporti tra Paesi arabi e Israele. L'obbiettivo che ci si
è posti nel novembre scorso nella conferenza di Annapolis (cittadina americana
nel Maryland) è quello di raggiungere la pace entro quest'anno.
Sinistra
e comunità palestinesi in piazza: fermare il massacro
( da "Manifesto,
Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
"Il
governo italiano deve intervenire subito per fermare i massacri ed evitare che
al prossimo vertice dei ministri degli esteri della Nato prenda corpo il piano
statunitense-israeliano di un nuovo conflitto, contro Libano e Siria" ha
dichiarato il presidente della comunità palestinese Samir Al Qaryouti.
Dopo
il massacro, la diplomazia. Condoleezza Rice è in Israele per cercare di
rilanciare i nego ( da "Messaggero, Il"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele di
ridare ai palestinesi ciò cui hanno diritto". In una conferenza stampa a
Gaza City, ha poi criticato Washington sostenendo che la condanna espressa
dalla Rice per i razzi lanciati da Hamas contro Israele "intende dare a
Israele la giustificazione per continuare a uccidere e versare il sangue di
palestinesi innocenti"
Scoop
Il piano b contro hamas ( da "Riformista, Il"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
a molti dei
reporter che seguono il conflitto israelo-palestinese, e soprattutto a quelli
che si sono trovati tra Tel Aviv e Ramallah negli anni della transizione
dall'autorità di Yasser Arafat all'Anp di Mahmoud Abbas. In pochi, però, si
sarebbero immaginati che a confermare la citazione celebre sarebbe stato un
pezzo su Vanity Fair .
Segue
dalla prima lo scoop di vanity fair e la rice
( da "Riformista,
Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Perché
Israele e Palestina sono - in fondo - villaggi dove si sa, se non tutto, almeno
l'essenziale. Perché appunto, come diceva il vecchio Missiroli, "niente è
più inedito" di quello che si vede coi propri occhi. Se soltanto si
tengono gli occhi aperti.
Transportnummer
c'era un codice unico per ebrei e loro averi
( da "Riformista,
Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Poi nel 1938
la situazione precipita: in agosto gli ebrei sono obbligati ad aggiungere
"Israel" o "Sarah" al loro nome: Emma Sarah Bonn, Philipp
A. Israel Bonn. In novembre, la Notte dei Cristalli fa 100 morti solo a
Berlino; 20 mila ebrei vengono inviati nei campi di concentramento, nella
capitale s'impenna il tasso dei suicidi.
Spunta
un piano Usa per cacciare Hamas ( da "Liberazione"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Le operazioni
militari israeliane nella Striscia di Gaza "cesseranno solo quando avranno
fine i tiri di razzi sul territorio israeliano". Lo ha ribadito prima
dell'incontro di ieri sera a Gerusalemme con il Segretario di Stato americano
il ministro degli Esteri israeliano Barak. Anche i razzi palestinesi, che ieri
mattina hanno nuovamente raggiunto Sderot, non si fermano.
D'Alema
e Moussa, intesa tra italia e Lega Araba
( da "Voce
d'Italia, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
acuirsi degli
scontri tra Palestina e Israele. Le prospettive non sono certo confortanti
visti i raid dei giorni scorsi nella striscia di Gaza. D'Alema e Moussa hanno
anche evidenziato l'esigenza di una risoluzione della situazione Kurda nel Nord
dell'Iraq, un processo delicato che andrebbe a toccare i già precari, quasi
inesistenti, equilibri nella zona.
Oltretutto
( da "Manifesto,
Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
come la Fiera
del libro di Torino, ha dedicato a Israele la sua vetrina d'onore) il governo
iraniano, che aveva annunciato proprio l'altro giorno la sua decisione di
boicottare le due manifestazioni, ha fatto ieri un distinguo per bocca di
Ehsanollah Hojjati, capo dell'Istituto governativo per le esposizioni
culturali.
Israele
si ritira e non c'è da festeggiare
( da "Opinione,
L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele a
sparare? Perché nessuno spiega che, al contrario di quello che accade a Sderot,
l'esercito israeliano fa di tutto per colpire obbiettivi militari evitando per
quanto possibile vittime civili? Perché il "cessate il fuoco" deve
entrare nell'ordine del giorno delle Nazioni Unite solo quando anche Gaza è
sotto bombardamento e a nessuno è venuto in mente di chiederlo per la
Chi
difende il Neghev? ( da "Avanti!"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
ISRAELE 1/ IL
SILENZIO DELL'ONU SUI QASSAM Chi difende il Neghev? 05/03/2008 Il ritiro
unilaterale israeliano dalla Striscia di Gaza non solo non è stato utilizzato
dagli arabi palestinesi per porre le basi di una prima costruzione di uno Stato
indipendente e democratico, ma è divenuto, dopo il golpe di Hamas,
Israele
ad Hamas fermate i missili ( da "Voce d'Italia, La"
del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Le due parti
intendono riprendere i negoziati" Israele ad Hamas: fermate i missili Il
primo ministro israeliano assicura: "Non ci svegliamo pensando a come
attaccare Gaza" Gerusalemme, 5 mar. – Se Hamas e gli altri gruppi
militanti smetteranno di lanciare missili contro il territorio israeliano,
Gerusalemme non tornerà ad attaccare la Striscia di Gaza.
Da
settimane i media si sono mobilitati, e talvolta scatenati, intorno alla
questione del boicottagg ( da "Stampa, La"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele (non
ho mai detto che "non si poteva accettare niente dallo stato di
Israele": è stata una cattiva traduzione dall'arabo compiuta dall'agenzia
ATIC che ha riconosciuto l'errore). Boicottare non significa assolutamente
negare l'esistenza di Israele: io non nego la sua esistenza, ma mi oppongo alla
politica d'occupazione e alle campagne repressive e disumane messe in atto dai
L'odore
non proprio floreale è l'ultimo ricordo di una vita fa, quando anche qui i ri
( da "Stampa,
La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
"Israele
è un Paese piccolo e popoloso", continua Idit El-hassid. Il trattamento
dei rifiuti non è un problema postmoderno ma antico, esigenza nazionale più
urgente anche della pace con i palestinesi, che invece stagna senza una
soluzione condivisa.
GERUSALEMME
- IL SEGRETARIO di Stato americano, Condoleezza Rice, ha concluso la miss
( da "Nazione,
La (Nazionale)" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
IL SEGRETARIO
di Stato americano, Condoleezza Rice, ha concluso la missione mediorientale con
la promessa di Ehud Olmert e Abu Mazen a riprendere i colloqui di pace. Ma
nessuno può dire quando: Israele chiede che Hamas cessi il lancio di razzi e
Abu Mazen chiede la fine dei raid israeliani a Gaza. - -->.
Carter
e Annan pronti a mediare la tregua Israele-Hamas Il movimento integralista
palestinese: Sono i benvenuti a Gaza . Rice: Olmert e Abu Mazen riprendono il
dialogo ( da "Unita, L'"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
E la calma
adesso sembra prometterla anche il primo ministro israeliano Ehud Olmert:
"Se cesseranno gli attacchi di razzi Qassam contro Israele, Israele non
avrà alcun motivo per azioni militari a Gaza - ha dichiarato ieri -. Gli
israeliani non si svegliano ogni mattina pensando a come colpire Gaza: se non
siamo attaccati, noi non attacchiamo".
Sul
terreno la tensione resta alta. Il Consiglio di difesa israeliano: l'esercito
ha mano libere nella Striscia ( da "Unita, L'"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stai
consultando l'edizione del Sul terreno la tensione resta alta. Il Consiglio di
difesa israeliano: l'esercito ha mano libere nella Striscia.
Ma
a Israele non serve che si scateni una terza Intifada
( da "Unione
Sarda, L' (Nazionale)" del
06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
al momento
del rientro in Israele delle truppe dopo l'incursione, Hamas, nonostante le
perdite subite, ha cantato vittoria e ha immediatamente ricominciato a lanciare
Qassam sopra il territorio israeliano per riaffermare la propria superiorità
militare. Dopo tutto, la risposta israeliana sembra avere ottenuto l'obiettivo
opposto a quello voluto.
"ma
quelli sono gli eredi di almirante una donna ebrea non può stare con loro"
( da "Repubblica,
La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
quando ho
visto Fini in Israele con la kippah" "Un ebreo non può farlo. E una
donna ebrea ancora meno. Quando ho sentito questa notizia mi si è accapponata
la pelle. Ma come, mi sono chiesta, allora la storia non insegna proprio
niente?". Elisa Della Pergola passa il suo tempo libero a girare per le
scuole, a raccontare ai ragazzi le sofferenze degli ebrei durante le leggi
razziali.
Ci
vuole immaginazione per una nuova democrazia
( da "Manifesto,
Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
non possiamo
non intuire il posto che occupa la Palestina nel nostro comune destino. Le
immagini che arrivano da Gaza ci mettono a nudo di fronte alla nostra
impotenza, ci informano che il peggio non ha fine. E ancora, dopo tre anni,
continua la mattanza in Iraq mentre le navi da guerra americane stanno
dirigendosi verso le coste libanesi e si preparano a attaccare l'
Dietrofront
di Abu Mazen: riparte il dialogo con Israele
( da "Manifesto,
Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
il presidente
palestinese aveva sostenuto che l'Anp non sarebbe tornata al tavolo delle
trattative con Israele prima del raggiungimento di una tregua a Gaza. Una
posizione conseguenza dei 120 morti palestinesi - 50% dei quali civili
(l'ultimo è una neonata uccisa martedì sera) - nella pesante offensiva lanciata
da Israele. All'improvviso è giunto il colpo di scena.
È
scomparsa la Palestina. Alle origini di un conflitto
( da "Manifesto,
Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Dal 1947-48,
il problema centrale è l'accettazione di Israele da parte degli arabi e la
contestuale accettazione da parte di Israele dell'onore o onere di appartenere
al Medio Oriente e di doverne condividere i problemi di sviluppo e democrazia
con strumenti diversi dalla guerra (comunque giustificata).
Cattolici
e musulmani, parte il forum del dialogo
( da "Corriere
della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Infine la
delegazione musulmana ricevuta in questi giorni in Vaticano formula una
"sentita preghiera" per il rilascio del vescovo caldeo di Mosul
(Iraq), Paulos Faraj Rahho - rapito da guerriglieri islamisti - e di "ogni
prigioniero vittima della guerra, della politica e della crudeltà in Iraq e in
Palestina". Luigi Accattoli.
Reazioni
pretestuose e veri profanatori della religione
( da "Corriere
della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
profanatori
della religione di MAGDI ALLAM SEGUE DALLA PRIMA Se dunque la reazione al film
di Wilders, al discorso del Papa e alla scelta di Israele potrebbero risultare
simili, pur trattandosi di eventi sostanzialmente diversi, significa che essi
non sono la causa bensì soltanto il pretesto invocato per giustificare e
legittimare un'ideologia di odio, intolleranza, violenza e morte.
Guerre
dell'odio dal Libano all'Iran. Trent'anni di Europeo
( da "Corriere
della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Si parte dal
grumo israelo- palestinese con il corpo a corpo tra l'inviata Oriana Fallaci e
l'allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon all'indomani del
conflitto del
Scienza,
il nuovo tabù ( da "Corriere della Sera"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
ex comunista
Israel si unisce con uno zelo da prete spretato". Analoga la reazione di
un altro filosofo della scienza, Telmo Pievani: "Israel dipinge uno
scientismo caricaturale. Nessuna persona ragionevole pensa che le tecnoscienze
debbano correre a briglia sciolta senza vincoli, specie nel campo più delicato
della biogenetica.
GERUSALEMME
Riprenderanno i negoziati di pace tra palestinesi e israeliani. Lo ha
annunciato il seg ( da "Messaggero, Il"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
il premier
israeliano Ehud Olmert ha promesso che se cesseranno i tiri di razzi kassam da
Gaza sul territorio israeliano, Israele a sua volta non attaccherà. Mercoledì
sera, una bimba palestinese di appena un mese è rimasta uccisa nel corso di un
attacco israeliano a Dir El Balah, nel centro della Striscia di Gaza.
Questioni
internazionali il tallone di Obama
( da "Tempo,
Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Il suo
impegno a colloquiare anche con i nemici, da Ahmadinejad a Raul Castro, da Kim
Jong-Il a Chavez, lascia perplessi. Il suo tiepido sostegno per Israele gli ha
già alienato l'influente comunità ebraica. Da questo punto Hillary appare assai
più rassicurante, se non altro perché potrà avvalersi dei consigli di un marito
di cui si sa già tutto.
L'impossibilità
della normalità Israele e la scommessa persa
( da "Liberazione"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
a svolgere in
Israele e fuori da Israele il ruolo di coscienza, più o meno critica, o di
oracolo. In questo ruolo, c'è da dire che Yehoshua - insieme a David Grossman e
Amos Oz - è tra i più attivi, il suo nome è conosciuto in Italia non solo per la
qualità dei suoi romanzi, ma anche come punto di riferimento per seguire
l'evoluzione o involuzione dell'
Abbas
ci ripensa su "consiglio" di Rice: sì ai negoziati, senza la tregua a
Gaza ( da "Liberazione"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
esercito
israeliano nei Territori palestinesi. Il 42% hanno riguardato la West Bank, da
cui non si registrano attacchi missilistici contro Israele. Ieri sera un
cittadino israeliano è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco a sud di
Hebron, dove nei giorni scorsi, come a Betlemme e Ramallah, vi sono stati
scontri tra forze armate israeliane e palestinesi.
Nessuna
pietà per i terroristi: ( da "Tempo, Il"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stampa
Intervista all'ex ambasciatore israeliano in Italia Nessuna pietà per i
terroristi: il dialogo dei moderati li cancellerà Ex ambasciatore di Israele in
Italia, ha scritto un libro, "Da Gerusalemme a Roma" che raccoglie
gli articoli pubblicati durante la missione italiana 2001-2006.
Sogni
come nella grande tradizione politica europea
( da "Riformista,
Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
equidistanza"
tra Hezbollah e Hamas da una parte e Israele dall'altro, a favore dei primi
evidentemente. Ma che il Popolo delle Libertà si dichiari apertamente di
destra, e dica e faccia qualcosa di destra, e che il Partito democratico si
dichiari di sinistra e socialista e dica e faccia qualcosa di sinistra, forse è
un sogno.
Il
macigno che ci pesa ( da "Opinione, L'"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele e di
dileggiare il ricordo della persecuzione subita dagli ebrei. I nostri governi
hanno pronunciato parole di circostanza, più intenti a far capire che si
trattava di gesti e parole esagerate, dovute al desiderio iraniano di tornare
ad essere una potenza regionale, che disposti a prendere quelle parole e quei fatti
per quello che sono:
Sono
pochi i nomi nuovi ( da "Opinione, L'"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
gli ebrei
italiani e della sua amicizia per Israele. Insieme con Ruben e sempre un quota
An dovrebbe figurare il generale Roberto Speciale, l ex Comandante della
Guardia di Finanza uscito vincitore dallo scontro con il vice ministro
dell'Economia Vincenzo Visco. An, infine, è intenzionata a riportare in
Palamento l'attuale Cda della Rai Gennaro Malgieri ed Adriana Poli Bortone.
Pd
nella tradizione: fuori lista i non allineati
( da "Avanti!"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
uno di quei
curiosi soggetti che credono davvero che la sinistra possa essere amica di
Israele; che è una piccola nube sulla sua intelligenza, perché come un politico
intelligente possa credere a una cosa del genere è francamente incomprensibile.
Peggio ancora per Umberto Ranieri, che è stato fatto fuori ufficialmente per la
regola delle tre legislature;
Il
multiculturalismo senza ordine nazionale autorizza il dominio dei violenti (non
solo in Olanda) ( da "EUROPA.it"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
anni di
Israele; e c'è chi ingiuria il presidente Napolitano (un certo "Comitato
Nakba", denunciato dal solo Magdi Allam). Insomma, siamo in pieno revival
nazista-fascista-stalinista anni Trenta, quando i libri dei critici non
venivano contestati ma bruciati e gli autori assassinati (vedi Gobetti,
fratelli Rosselli e altri,
Gerusalemme
attentato sanguino a una scuola ( da "Voce d'Italia, La"
del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Questa invece
la reazione di Israele nelle parole del portavoce del ministero degli Esteri
Arye Mekel: "Questi terroristi stanno tentando di distruggere le
opportunità di pace ma noi per certo continueremo i colloqui di pace". Per
Hamas si tratta invece di un "attacco eroico, una risposta normale ai
crimini dell'occupante e alle sue uccisioni di civili.
( da "EUROPA.it" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
I
miliziani palestinesi hanno continuato a lanciare razzi su Israele per far
sembrare una fuga il ripiegamento dei soldati. Il governo di Tel Aviv ha
precisato, però, che potrebbe far partire presto una nuova offensiva. MAURIZIO
DEBANNE L'esercito israeliano si è ritirato da Gaza lasciando dietro di sé un
numero elevato di vittime innocenti. Dopo l'"inverno caldo", questo il nome
dell'operazione militare, adesso la speranza è che arrivi in anticipo la
primavera, ovvero una nuova stagione di pace. Ma come una rondine non fa
primavera, così l'arrivo ieri della Rice in Medio Oriente non porterà a nessun
miglioramento sensibile. Il capo della diplomazia americana ha riscontrato sul
terreno una situazione ancora esplosiva. Le unità della brigata israeliana
Givati sono arretrate fino alla zona vicina al cimitero dei martiri, a ridosso
della barriera che delimita il confine fra la Striscia e Israele.
È la posizione dove sostano normalmente i militari israeliani e dalla quale
possono agevolmente, e in ogni momento, lanciare nuove incursioni. Anche dopo
il ritiro delle truppe israeliane i miliziani palestinesi hanno continuato a
lanciare razzi sulle città di Sderot e di Asqhelon in modo tale da mostrare il
ripiegamento israeliano come una fuga. "Il ritiro israeliano è il segno
del fallimento dei loro soldati contro i combattenti delle Brigate di Ezzedine
al-Qassam", canta così vittoria un portavoce del movimento islamico, Sami
Abu Zuhri. Nello scontro con l' esercito israeliano Hamas si è essenzialmente
ispirato alla strategia adoperata da Hezbollah durante la guerra in Libano del
2006. Il movimento islamico, infatti, "sta cercando di arrivare a un
equilibrio simile" a quello in atto tra la milizia sciita e lo stato
ebraico, sostiene Ghassan Khatib, ex ministro palestinese. I dirigenti di Hamas
sono sicuri che Israele non arriverà mai alla
decisione di procedere verso un loro annientamento poiché questo passerebbe per
la rioccupazione militare dell'intera striscia di Gaza, misura già adottata in
passato che però si è rivelata fallimentare. Inoltre se Israele
decidesse di rioccupare la Striscia dovrebbe anche prendere in considerazione
la possibilità che Hezbollah possa aprire un nuovo fronte di guerra dal
territorio libanese. Un quadro non più di tanto sgradito da Hezbollah che cerca
"una via di fuga dalla crisi interna libanese che ha contribuito a creare
oltre che un modo per vendicare l'uccisione di Mughniyeh ", sostiene Yossi
Alpher, consigliere di Barak quando fu primo ministro. Dal canto suo Ehud
Olmert ritiene di aver raggiunto il primo obiettivo, ovvero quello di
dissuadere gli islamici dal lancio di razzi contro le città israeliane nella
zona del Neghev. I blindati hanno cominciato il ritiro all'alba, ma nella notte
Israele aveva sferrato gli ultimi raid aerei,
uccidendo almeno tre miliziani, secondo fonti palestinesi. Dal governo israeliano
ci tengono però a precisare che non si tratta di un ritiro, ma solo di una
operazione conclusa in attesa che ne vanga lanciata una nuova. Parlando alla
commissione parlamentare per gli affari esteri e la difesa, Olmert ha elencato
i due obiettivi principali di Israele: mettere fine ai
lanci di razzi ed indebolire il regime di Hamas, il che evidentemente implica
che vengano condotte nuove azioni militari. Per raggiungere tali obiettivi, il
ministro della difesa Ehud Barak ha addirittura evocato una operazione di terra
più estesa e massiccia rispetto a quella condotta a Jabalyia. Il ministro
laburista senza portafoglio Ami Ayalon, esponente di primo piano del Partito
laburista, suggerisce una strada alternativa. Nell'ultimo consiglio dei
ministri ha proposto infatti di iniziare "negoziati diretti con Hamas,
attraverso la mediazione egiziana, volte allo stabilimento di un cessate il
fuoco nella striscia di Gaza". "Se parliamo con Hamas di uno scambio
di prigionieri non si capisce perché non dovremmo trattare per un cessate il
fuoco", ha detto il ministro al quotidiano israeliano Haaretz. Olmert
ribadisce però che Israele dialogherà solo "con i
palestinesi pragmatici", ossia con l'Anp di Abu Mazen, che due giorni fa
ha però congelato tutti i rapporti con lo stato ebraico. Il presidente
palestinese è arrivato perfino a sostenere, in un'intervista ad un quotidiano
arabo, che la "lotta armata in futuro potrebbe essere un'opzione per il
popolo palestinese". In Israele gli fa eco
l'analista militare di Haaretz, Zvi Bar'el, che ha scritto un articolo
intitolato "Prepariamoci alla terza Intifada". Una rivolta che potrà
mettere fine all'unione, più ideale che effettiva, tra i palestinesi della
Cisgiordania da quelli di Gaza. Le differenze tra di loro si sono fatte ancora
più nette in questi giorni di guerra. A Ramallah da quando si è insediato il
governo moderato di Salam Fayyad, l'economia è cresciuta del 7 per cento mentre
a Gaza il governo targato Hamas ha portato la popolazione civile ad una guerra
aperta contro Israele. "Gaza può anche essere
governata da Hamas ma la guerra che l'organizzazione islamica sta combattendo
contro lo stato di Israele resta una guerra
palestinese", aggiunge però Bar'el. Secondo un recente sondaggio
dell'Università palestinese di Bir Zeit oltre l'80 per cento dei palestinesi
auspica un governo di unità nazionale tra Al Fatah e Hamas. Gli abitanti della
West Bank riconoscono però che Gaza rappresenta una grave minaccia per lo
status quo in Cisgiordania.
( da "Stampa, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Escursioni. In
viaggio dall'Umbria alla mistica Gerusalemme Gite sportive mete culturali e
altre proposte Dall'Umbria al Circeo fino alla Terra Santa: l'arrivo della
primavera invita ai viaggi verso destinazioni più o meno remote. L'associazione
"L'uomo e l'arte" e il Cai propongono uscite di poche ore scegliendo
mete in provincia: per gli amanti dell'arte l'appuntamento per una visita
guidata alla mostra "Ereditare il paesaggio", allestita in città al
Museo del Territorio, è fissato venerdì alle 17; nel programma delle sue
escursioni, il Club Alpino propone invece, domenica 16 con ritrovo alle
( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del
05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
? RAMALLAH ? IL
PRESIDENTE palestinese Abu Mazen ieri ha insistito sulla necessità di una
tregua fra israeliani e palestinesi al termine dei colloqui a Ramallah, in
Cisgiordania, con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice.
Quest'ultima ha auspicato la ripresa dei negoziati di pace, sospesi sabato
notte in risposta ai raid militari a Gaza in cui sono morti decine di
palestinesi. E ieri sera un raid israeliano ha provocato la morte di una
bambina di un mese, oltre ad alcuni feriti. "Insisto sulla necessità di
fare instaurare una tregua globale nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per
raggiungere il nostro obiettivo che è di fare del
( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
XVII - Bologna LA MOSTRA Scene di vita palestinese sotto l'esercito israeliano
"NON mostriamo scoppi di bombe o immagini di bambini ammazzati ma
solamente come si vive tutti i giorni con l'esercito israeliano sotto casa che
controlla ogni movimento, giorno e notte, che ci impedisce di entrare nelle
nostre case".
Con queste parole Sami Hallac, del Comitato di Solidarietà con il Popolo
Palestinese di Torino, presenta la mostra itinerante "L'occupazione,
vivere in Palestina" con le foto di Michele
Trotter e Pietro Luzzati (raccolte anche in un libro dallo stesso titolo) che
sarà allestita dal 10 al 15 marzo alla Biblioteca Clò al parco di Villa Spada,
poi dal 16 al 21 marzo alla Sala del Quartiere Borgo Panigale, quindi dal 2 al
10 aprile alla Sala Silentium di vicolo Bolognetti. L'iniziativa è promossa dal
Centro Cabral per raccogliere fondi per un progetto sanitario nel villaggio di
Marda, in Cisgiordania. (p. n.).
( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Benny Shanon
ipotizza il consumo di bacche dall'effetto stupefacente dietro alcune immagini
bibliche "Il popolo di Mosè usò allucinogeni" bufera
su un ricercatore israeliano Proteste dei lettori sul sito di Haaretz dopo la
pubblicazione dello studio DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - è il momento
in cui Mosè sta per ricevere le tavole della Legge. "E vi furono tuoni,
lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba - si legge nel
capitolo 19 dell'Esodo - tutto il popolo che era nell'accampamento fu
scosso dal tremore. Il monte Sinai era tutto fumante perché su di esso era
sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace:
tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più
intenso: Mosè parla e Dio gli rispondeva con voce di tuono". Per secoli
laici e religiosi, si sono chiesti dove i compilatori del Libro avessero
attinto gli elementi di una così potente descrizione. La risposta, secondo
Benny Shanon, professore di psicologia cognitiva alla Hebrew University di
Gerusalemme, potrebbe essere più banale di quanto si è finora pensato. In un
articolo per la rivista filosofica Time and Mind uscita qualche giorno fa a
Oxford, Shanon ipotizza, provocatoriamente, ma non troppo, che quella scena
potrebbe essere stata partorita da menti sotto effetto di sostanze
allucinogene, facilmente reperibili in natura. Sostanze di cui gli antichi
israeliti avrebbero potuto fare uso durante le loro cerimonie religiose. Un
trip collettivo, insomma, cui non si sarebbe sottratto neanche Mosè. Shanon ha
ricavato questa convinzione - che, ammette il professore, non potrà mai
ricevere nessuna sanzione scientifica - comparando la descrizione biblica con
le esperienze avute quando, visitando l'Amazzonia, bevve una pozione ricavata
da una pianta chiamata "ayahuasca". Nome scientifico: Peganum
Harmala, una delicata piantina che produce un fiore bianco a cinque petali, di
cui i popoli primordiali dell'America del sud usavano le bacche. Dopo aver
bevuto la pozione, ricorda Shanon, "ho avuto visioni che avevano una
connotazione spirituale-religiosa". E se il popolo di Mosè non si fosse a
suo tempo trovato nella stessa identica condizione? Lo studioso avanza
l'ipotesi che gli antichi israeliti avrebbero potuto imbattersi nel Sinai e nel
Negev in due piante simili all'ayahuasca: una è una radice selvatica usata come
allucinogeno dalle tribù beduine fino ai giorni nostri. L'altra è la
famosissima acacia dai cui tronchi venne ricavato il fasciame adoperato per
costruire l'Arca di Noè. Chissà. La notizia, riportata dal quotidiano
israeliano Haaretz, ha scatenato una ridda di reazione fra i lettori. Uno dei
commenti più ricorrenti era: "E Shanon, cosa ha fumato prima di scrivere
il suo studio?" Il professore di Gerusalemme da parte sua vede segni
d'alterazione anche nell'episodio, raccontato nell'Esodo, che ritrae Mosè
mentre osserva il cespuglio e d'un tratto gli compare Dio. Mosè guardò, e
scorse il cespuglio in preda alle fiamme e il cespuglio non ne fu
consumato" si legge. "Il tempo - dice il professore - passa
diversamente sotto l'effetto di un allucinogeno e durante quel tempo Mosè sentì
la voce di Dio parlargli. "Naturalmente - conclude - non tutti quelli che
usano queste piante possono ricevere la Torah. Per questo, bisogna essere Mosè".
(a. s.).
( da "Repubblica, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
La Rice da Abu
Mazen: "Pace ancora possibile" Ma i blindati di Israele
tornano a Gaza. I palestinesi: "Uccisa una neonata" Il leader
dell'Anp chiede una tregua che comprenda la Striscia e la Cisgiordania Il
ministro degli Esteri Livni non esclude una rioccupazione della Striscia
ALBERTO STABILE DAL NOSTRO INVIATO RAMALLAH - "Ci auguriamo che il
negoziato riprenda al più presto possibile", dice, ansiosa, Condoleezza
Rice, dopo un incontro di tre ore con il presidente palestinese Mahmud Abbas
(detto Abu Mazen). Ma per la prima volta fra i due non c'è quel feeling diretto
e consonante che s'era visto in altre occasioni. "Chiedo
al governo israeliano di fermare la sua aggressione in modo da creare la giusta
atmosfera per riprendere il dialogo", le risponde, freddo, il leader
palestinese. Non ha raccolto molto da Ramallah, il segretario di Stato
americano, volata in Israele e nei territori palestinesi, con l'aggiunta all'ultima ora di
una tappa in Egitto, per cercare di rimediare ai contraccolpi provocati
dall'operazione "inverno caldo" lanciata da Israele
contro Hamas e i suoi alleati nella Striscia di Gaza. Costretto ad assistere
impotente ad un attacco militare durato cinque giorni che, è costato la vita a
116 palestinesi, molti dei quali civili (negli scontri sono morti anche due
soldati israeliani e un civile è stato ucciso da un razzo) Abbas ha deciso di
congelare le trattative per non trovarsi isolato rispetto all'opinione pubblica
palestinese totalmente solidale con la gente di Gaza. Ma questa decisione è
stata interpretata in Israele come un cedimento nei
confronti di Hamas. Non è che Abbas non desideri ritornare rapidamente al
tavolo con Ehud Olmert, tutta la sua strategia, il suo programma e la sua
filosofia sono basati sulla rinuncia della violenza e la ricerca di una
soluzione diplomatica al conflitto. Quello che chiede Abbas è che Israele accetti di discutere una tregua generale sia a Gaza
che in Cisgiordania, in modo da poter dire ai palestinesi che la scelta della
pace, contrariamente a quanto è avvenuto finora, può portare dei frutti
concreti. Ma Israele non sembra disposto a rinunciare
alla sua campagna contro Hamas. Già prima che la Rice arrivasse al "Ben
Gurion", il premier Olmert, che il segretario di Stato ha visto ieri a
cena, faceva sapere che il suo governo considerava, sì, le trattative coi
palestinesi moderati di Abbas di somma importanza. Ma aggiungeva che davanti ai
lanci di Qassam contro le città del Negev, Israele non
intende rinunciare al suo diritto all'auto difesa. Pace sì, "ma non ad
ogni costo". E ieri sono riprese le incursioni di Tsahal nella Striscia,
con blindati appoggiati dall'aviazione. è stata un'operazione limitata, per
dare la caccia a un capo della Jihad. Ma, secondo fonti mediche palestinesi,
nei combattimenti che sono seguiti è stata uccisa una neonata nel villaggio di
Al-Karara e sono stati feriti due civili. E questa linea è stata ribadita,
ieri, sia dal ministro della Difesa, Ehud Barak che dalla sua collega degli
Esteri, Tzipi Livni. Entrambi incontreranno oggi la Rice. Barak ha chiarito che
le operazioni militari contro Hamas a Gaza continueranno. E la Livni ha detto
ad un gruppo di diplomatici che Israele potrebbe
trovarsi nelle condizioni di dover rioccupare la Striscia. Dunque, più che una
tregua, quella che si profila all'orizzonte è piuttosto una radicalizzazione
dello scontro. Con questa prospettiva suonano irreali le parole della Rice che,
prima al Cairo, poi ha Ramallah, ha detto di credere che un accordo entro la
fine dell'anno era ancora possibile. Il Segretario di Stato si riferiva,
ovviamente, ad Abu Mazen ed Ehud Olmert, senza aver apparentemente realizzato
che in questa partita c'è anche un terzo giocatore: il movimento islamico.
( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Gaza radiografia di una strage di Umberto De Giovannangeli Iyad
e Jacqueline Muhammad Abu-Shbak. Erano sorella e fratello. Avevano 14 e 12
anni. Sono morti il primo di marzo a Jabaliya "mentre assistevano dietro i
vetri della finestra di casa ai combattimenti". Muhammad al Buri. Aveva
appena sei mesi. È morto nel bombardamento della sua abitazione "colpita
nonostante non fosse un obiettivo militare". Salwa e Samah Zedan. Erano sorelle. Aveavano rispettivamente 13 e 17 anni. Il 2 marzo
sono state uccise nella loro casa alla periferia di Jabaliya. La famiglia
Attalla è stata colpita da un missile di 1 tonnellata sparato da un F-16
israeliano. segue a pagina
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri Pagina 110
Medio Oriente. Uccisa bimba araba di un mese La Rice fa l'ottimista: la pace è
ancora possibile Medio Oriente.. Uccisa bimba araba di un mese --> TEL AVIV Serve una tregua generale che imponga ad Hamas di porre
fine al lancio dei razzi, e ad Israele di interrompere ogni azione militare a Gaza e in Cisgiordania,
riaprire i valichi e restituire i palestinesi a una vita normale: è la proposta
del presidente palestinese Abu Mazen formulata ieri a Ramallah, durante
l'incontro con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Quasi
un libro dei sogni visto che nulla di quanto contenuto nella proposta, dipende
dalla volontà del leader palestinese, sempre più relegato al ruolo di comparsa
in questa gravissima crisi. Non dipende infatti da Abu Mazen la fine del lancio
dei razzi ma da Hamas, che ha già definito la proposta "delirante".
Né dipende da Abu Mazen la conclusione delle incursioni militari ma da Israele, che ha già avvertito che tornerà a colpire. Tra
l'altro già ieri sera c'è stata una limitata incursione. Una bimba palestinese
di un mese è rimasta uccisa. In questo surreale clima di proposte senza
speranza, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, giunta ieri in
visita in Israele e Cisgiordania, ha trovato la forza
per dirsi ottimista sulla possibilità che i negoziati di pace possano davvero
concludersi entro il 2008. "Occorre che i colloqui fra israeliani e
palestinesi riprendano il più presto possibile" ha aggiunto, senza
azzardare ipotesi sui tempi del disgelo. Ottimista anche il presidente
americano George W. Bush: "Ci sono ancora 10 mesi, è un tempo più che
sufficiente", ha detto parlando nello Studio Ovale al termine di un
incontro alla Casa Bianca con il re di Giordania Abdallah II. "È un
processo che presenta sempre due passi avanti e uno indietro", ha aggiunto
Bush.
( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-05 num: - pag: 44 autore: di
MAGDI ALLAM categoria: REDAZIONALE IL "COMITATO NAKBA" Quelle minacce
a Napolitano per la Fiera del libro C' è qualcuno in Italia che immagina di
poter minacciare impunemente il capo dello Stato, Giorgio Napolitano,
intimandogli "caldamente di tenersi lontano dalla Fiera del libro di
Torino", perché egli sarebbe "di parte, irrazionalmente di
parte", uno che considererebbe "normale e lecito " il massacro
dei palestinesi, schierato dalla parte del "sopruso e sostegno aperto
all'illegalità ", accusato di "discriminazione ",
"razzismo", "settarismo", "faziosità",
"insensibilità ", "abuso calunnioso ",
"prevaricazione". "Alla luce di tutto questo, signor Presidente,
La invitiamo, visto che non sarà in grado di fare un intervento equilibrato, o
come dice D'Alema, equidistante, a non ingerire". Per costoro il
presidente italiano compirebbe un'"ingerenza" inaugurando una Fiera
del libro che si tiene sul territorio italiano. Quindi deve starne
"lontano". Chi è che osa così tanto da ritenere che l'Italia sia uno
Stato a sovranità limitata o che si sottomette facilmente alle minacce e alle
intimidazioni? Il comunicato che stiamo leggendo reca in calce la sigla
"Comitato Ricordare la Nakba" ed è datato 18 febbraio 2008. Dove per
"Nakba" si intende la "Catastrofe", com'è stata
ribattezzata la sconfitta degli eserciti arabi nella guerra d'indipendenza
dello Stato d'Israele all'indomani della sua
proclamazione il 14 maggio
( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-05 num: - pag: 44 autore: di
FILIPPO ANDREATTA categoria: REDAZIONALE CAMPAGNA ELETTORALE Le uniche scelte
bipartisan possibili? In politica estera L a politica estera è uno di quegli argomenti
che vengono generalmente ignorati dalle campagne elettorali, almeno in Europa.
In parte questo è dovuto all'impatto indiretto e difficilmente calcolabile
della politica internazionale sulle vite degli elettori, più preoccupati da
fisco e sicurezza interna. In parte questo è invece dovuto al fatto che la
politica estera o è un terreno consensuale e bipartisan o, al contrario, è
attraversata da divisioni e preconcetti ideologici che non consentono lo
spostamento di voti. Ciò nonostante, è forse arrivato il momento di sollevare
la questione della politica estera in questa campagna elettorale per due
motivi. Da un lato, le liste che si presentano a queste elezioni, grazie alla
decisione del Pd di separarsi dalla sinistra radicale, sono più omogenee di quelle
che si sono confrontate alle scorse elezioni e quindi possono presentare delle
linee programmatiche meno annacquate dalla necessità di trovare dei compromessi
di coalizione. Dall'altro lato, nonostante questo sia stato oscurato dalla
cacofonia sulla politica interna e sulla tenuta della maggioranza, la scorsa
legislatura è stata densa di avvenimenti dal punto di vista della politica
estera. In primo luogo, così come aveva promesso, il centrosinistra ha ritirato
il nostro contingente dall'Iraq ponendo fine, nonostante una sostanziale
indifferenza del ceto politico, all'intervento militare più controverso della
recente storia italiana. In secondo luogo, il governo Prodi è stato uno degli
artefici della missione di peacekeeping in Libano, che ha consentito all'Onu di mantenere la pace a nord di Israele. In quell'occasione l'Italia, per la prima volta nella storia
recente, ha tenuto al culmine della crisi una posizione solitaria nella sua
determinazione a offrire truppe per la missione multilaterale, anche nel
momento in cui la Francia e gli altri Paesi europei mettevano in dubbio la loro
disponibilità. In terzo luogo, è continuata la missione Nato in
Afghanistan, determinante per il mantenimento della pace dopo più di due
decenni di guerra e per impedire che quel Paese possa tornare ad essere un
santuario per il terrorismo internazionale. Questa missione è poi entrata di
prepotenza nel dibattito nazionale quando la defezione di una manciata di
senatori, e il rifiuto della coalizione di centrodestra di votare una missione
che essa stessa aveva lanciato nella legislatura precedente, hanno costretto il
governo alle dimissioni lampo del febbraio scorso. Al di là delle affermazioni
di principio contenute nelle piattaforme elettorali, varrebbe quindi la pena di
chiedere alle liste che si confronteranno ad aprile le loro opinioni almeno su
queste e altre decisioni che hanno e continuano ad avere un impatto concreto
sugli interessi nazionali. Le ipotesi di un governo di grande coalizione
appaiono pasticciate e inadeguate al momento di crisi del Paese, che non
tollererebbe facilmente compromessi tra forze che dovrebbero avere una
vocazione a governare in senso maggioritario e in alternativa l'una all'altra.
Sulla politica estera si potrebbe invece, come nelle altre grandi democrazie
industriali, stabilire un consenso bipartisan almeno sulle questioni più
importanti. Si garantirebbe così, meglio di quanto non sia avvenuto nel recente
passato, che i soldati impegnati sul campo e la sicurezza del Paese siano
garantiti al meglio, e con continuità, dalla classe politica. I programmi di
Pd, Pdl e Udc sono abbastanza simili per permettere un inedito impegno per una
politica estera bipartisan nella prossima legislatura, ora serve solo la
volontà politica. \\ Pd, Pdl e Udc hanno linee simili su Afghanistan e altro.
Si dovrebbe trovare un'intesa come si fa altrove in Europa.
( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-03-05 num: - pag: 12 categoria:
REDAZIONALE Da "Appuntamento a Gerusalemme" Proteste
per Caldarola e Ranieri "Esclusi perché vicini a Israele" ROMA - "Siamo indignati e delusissimi, temiamo che
tornino nella sinistra i pregiudizi su Israele". Così le due portavoce di Appuntamento a Gerusalemme,
Anita Friedman e Anna Borioni, protestano per l'esclusione dalle liste del Pd
di Peppino Caldarola e Umberto Ranieri. "Soprattutto Caldarola, che
è presidente dell'associazione interparlamentare amici di Israele
e non ha raggiunto i tre mandati - spiegano -, non è stato candidato perché D'Alema
gli fa pagare cara la riflessione critica sui rapporti tra sinistra e Israele. Anche Ranieri si è molto esposto, e viene
sostituito da gente insignificante".
( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-03-05 num: - pag: 7 categoria:
REDAZIONALE Fatti gli Affari Esteri di MAURIZIO CAPRARA Quando il tifo prende
la mano Ricevimenti e cocktail sono per i diplomatici soltanto in minima parte
occasioni di divertimento. Molte volte, risultano uno strumento di lavoro: è
soprattutto con gli inviti a tavola, o davanti a un buffet, che stranieri
arrivati in un Paese diverso dal proprio riescono a conoscere rapidamente tante
personalità locali, ad avere contatti utili per successive relazioni. Se si è
cenato insieme, può essere più facile ricevere appuntamento da un ministro o da
un deputato. La tribuna d'onore dello stadio Olimpico sembra ogni tanto una
succursale degli uffici della diplomazia: anche lì è possibile allargare le
conoscenze o coltivarle. Massimo D'Alema, attuale ministro degli Esteri, ci va
spesso. L'ambasciatore d'Israele
Gideon Meir è uno dei frequentatori. Ma in certi casi la passione calcistica ha
il pieno sopravvento. Per vedere le partite, l'ambasciatore slovacco Stanisalv
Vallo paga i biglietti. Il suo collega del Venezuela Rafael Alejandro Lacava
Evangelista, nato a Roma in via Caetani, è talmente romanista da scaldarsi
anche davanti alla tv. Mentre D'Alema era a Caracas da Hugo Chavez,
venerdì, l'ambasciatore si massaggiava un gonfiore su una mano. L'aveva battuta
su un tavolo perché la Roma, con l'Inter, aveva soltanto pareggiato. Gideon
Meir Rafael A. Lacava.
( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del Hamas, Israele e la guerra
infinita Alon Altaras Nel conflitto israelo-palestinese pare esista uno
scenario ripetitivo: passano i mesi, si annunciano piani di pace, addirittura
c'era chi pochi mesi fa si è azzardato a parlare di un accordo di pace fra Israele e la Palestina entro il 2008. Dopo gli scontri tragici degli ultimi
giorni pare che la legge di Hamas nel Medio Oriente "funzioni molto
bene": appena si presenta uno spiraglio di apertura fra Israele
e i suoi vicini palestinesi, o si compie un attentato o si lanciano razzi sulle
città israeliane. Razzi che hanno solo un indirizzo: civili nelle loro case,
scuole, asili. La risposta israeliana a queste provocazioni quotidiane è
costata ai palestinesi 119 morti, tra cui anche civili, un numero elevato per
48 ore di intervento militare. Questa risposta ha reso il gioco di Hamas più
facile: la popolazione attribuirà la sofferenza e i morti a Israele
e non alla incapacità della leadership di Hamas di governare un territorio
nazionale. Così l'organizzazione musulmana detiene la possibilità di bloccare
ogni apertura di negoziato e di dialogo. La pratica del lancio dei missili non
può essere definita "resistenza". Dobbiamo ricordare che i
palestinesi hanno eletto Hamas subito dopo il ritiro israeliano unilaterale da
Gaza. Due settimane fa il grande scrittore israeliano Avraam Yehoshua, che ha
fatto per la causa palestinese più di ogni altro esponente della sinistra
italiana (in quest'ottica boicottare gli scrittori israeliani alla Fiera del
libro di Torino ha un che di cieco e di poco intelligente, la letteratura
israeliana è stata critica con quasi ogni governo che non ha riconosciuto il
dirutto palestinese di uno stato accanto a Israele),
si chiedeva in un intervento al quotidiano Haaretz perché Hamas e i
palestinesi, dopo il ritiro israeliano da Gaza, non si siano messi a costruire
il loro futuro, la loro terra, e abbiano invece continuato con i lanci di
missili contro Israele. Come ho ripetuto tante volte
su questo giornale, l'occupazione israeliana dei territori palestinesi è un
torto a doppio taglio, fa molto male al popolo palestinese e crea un grave
danno alla "salute" psicologica ed etica della società israeliana
(per non parlare degli immensi costi che gravano sullo ebraico). Ma ogni
governo israeliano, anche quelli di destra, negli ultimi cinque-sei anni hanno
ricosciuto l'urgenza della soluzione del problema palestinese. Lunedì scorso
Olmert ha dichiarato che senza un accordo con i palestinesi brucerà anche la
West Bank. Hamas come Hezbollah, tuttavia, non ha un piano di pace. Se un giornalista
italiano, francese o inglese chiederà ad Hamas quale sia la soluzione del
conflitto con Israele, otterrà delle risposte che sono
più consone alla mitologia che alla politica. La piattaforma politica di Hamas
parla del non riconoscimento dello stato ebraico, anzi della distruzione di
esso, e di una grande Palestina in cui se gli ebrei
potranno vivere saranno in minoranza. A questi ripetuti lanci di missili e
rappresaglie israeliane una soluzione pacifica c'è: il mondo deve costringere
le forze in gioco ad accettare la presenza di una forza delle Nazioni Unite
(come quella che separa Hezbollah e Israele in Libano)
sui confini non ancora definiti fra le due entità nazionali. Quando Hezbollah
lanciava missili contro le città del nord di Israele,
in Europa si parlava di una risposta israeliana esagerata e guarda caso - a mio
avviso di caso ce n'è poco - anche in questi giorni si parla di una risposta
smisurata di Israele agli attacchi di Hamas sul Sud
del Paese. Una cosa è certa: se un governo eletto democraticamente (Hamas)
decide di attaccare le città nel territorio di un paese con esso confinante, è
una dichiarazione di guerra. Non penso che il diritto internazionale in questo
caso consenta tante interpretazioni. La Francia non può lanciare missili sull'Inghilterra,
la Slovenia non può bombardare Trieste e l'Italia non può gettare missili sulle
città austriache. Nella notte fra lunedì e martedì l'esercito israeliano è
rientrato nei confini dello stato ebraico, martedì mattina i missili hanno
ripreso a colpire Sderot. In questi giorni meglio che si torni a parlare di
politica, senza usare mitologie di distruzione e frasi preconfezionate che non
hanno quasi mai contribuito alla pace in Medio Oriente.
( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-03-05 num: - pag: 45
categoria: BREVI STRISCIA DI GAZA Le vittime della guerra C'è stato il ritiro
di blindati e truppe israeliane dalla Striscia di Gaza. Sul terreno sono
rimaste oltre cento vittime, tra cui molti miliziani di Hamas, considerati responsabili di aver scatenato la nuova pioggia di
razzi Qassam su Israele, ma
anche diversi civili, donne e bambini, nonché due soldati israeliani. Hamas ha
detto che il ritiro è una "vittoria" per il Movimento islamico. Israele ha confermato, da parte sua, di
aver raggiunto "tutti gli obiettivi". Due verità, come sempre.
A me sembra che l'unica verità sia che la guerra, comunque, la perdono sempre i
morti. Lucio Di Nisio Montesilvano (Pe).
( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-05 num: - pag: 19 categoria:
REDAZIONALE Il piano La Rice avrebbe definito i dettagli nel 2006 col presidente
Abu Mazen. Ma l'intrigo fu svelato "Fallito golpe Usa contro Hamas"
"Vanity Fair": milioni di dollari al Fatah per addestrare milizie
anti-islamisti Un complotto che ricorda l'Irangate, quando negli anni '80
Washington vendette armi all'Iran per finanziare i contras in Nicaragua
WASHINGTON - "Questa dannata iftar ci costerà altre due settimane di
governo di Hamas". Condoleezza Rice, seduta nella jeep blindata, non aveva
nascosto il disappunto con un suo assistente. Era appena uscita dalla
tradizionale cena, l'iftar, che mette fine al digiuno durante il Ramadan. A
invitarla il presidente palestinese Abu Mazen a Ramallah. Era il 4 ottobre del
2006. Il segretario di Stato sperava che oltre all'hummus e ai falafel le fosse
servita la notizia che attendeva: un'azione decisa per sciogliere il governo
guidato da Hamas. Abu Mazen le aveva chiesto, invece, di attendere la
conclusione del Ramadan. L'episodio è solo uno dei tanti raccontati in una
lunga inchiesta del mensile americano Vanity Fair che rivela il fallito
complotto per neutralizzare Hamas dopo la vittoria elettorale del gennaio 2006.
Un piano che, secondo alcuni, ricorda l'Irangate, quando negli anni '80 gli Usa
vendettero armi all'Iran e finanziarono i contras in Nicaragua. E il bello in
questa storia è che alcune indiscrezioni sono venute da esponenti
neo-conservatori- come David Wurmser - critici con l'iniziativa "perché
controproducente ". La "Operazione Hamas" scatta nel novembre
2006, poco dopo la famosa cena di Ramallah. Il generale americano Keith Dayton
incontra a Gerusalemme Mohammed Dahlan, l'uomo forte del Fatah. Ed espone il
piano. Le forze fedeli al presidente Abu Mazen riceveranno armi, addestramento
e fondi necessari a neutralizzare gli islamisti palestinesi. Alla fine di
novembre, gli americani promettono lo stanziamento di 86 milioni di dollari. Ma
l'assegno arriverà - ridotto a 59 milioni - soltanto nell'aprile 2007 perché la
Camera Usa lo aveva bloccato. Dahlan è sconcertato dagli americani, incapaci di
mantenere le promesse. Nel frattempo la Rice cerca strade alternative. Hamas si
sta rafforzando, l'Iran continua a pompare denaro. Il segretario di Stato
chiede ad Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati di finanziare il
progetto e di favorire l'invio di armi per i poliziotti di Abu Mazen. La
risposta, di nuovo, non è incoraggiante. Secondo Dahlan arrivano
"solo" 20 milioni di dollari. Forse è anche per questo che, dopo
giorni di scontri a Gaza, Hamas e Fatah raggiungono un'intesa per un governo di
unità nazionale. La Rice è "furiosa" e torna alla carica su Abu Mazen affinché tolga di mezzo il governo presieduto da Hamas
a meno che non cambi atteggiamento verso Israele e rinunci al terrorismo. Gli Usa passano allora al "Piano
B" che prevede: lo stanziamento di 1.27 miliardi di dollari per il Fatah,
l'addestramento dei reparti, nuovi equipaggiamenti. Ma una fuga di notizie, sul
quotidiano giordano Al Majd (30 aprile), svela l'intrigo. A metà maggio,
Dahlan fiuta la tempesta e si reca a Berlino per un intervento chirurgico.
Dall'Egitto arriva a Gaza un contingente di 500 poliziotti palestinesi reduci
da un corso intensivo. Sono attaccati da Hamas ma dimostrano di essere
preparati e respingono l'assalto. Episodi che illudono Washington. Hamas, anche
se inferiore per mezzi e uomini, lancia il contro- golpe. Il 16 giugno ha il
pieno controllo di Gaza. Laici Miliziani di al-Fatah, il partito del presidente
palestinese Abu Mazen Islamici Miliziani di Hamas festeggiano il ritiro di Israele da Gaza (Afp) Rivista La copertina di Vanity Fair
Guido Olimpio.
( da "Corriere della Sera" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-05 num: - pag: 19 categoria:
REDAZIONALE La Rice incontra Abbas Condi: "Accordo possibile" Tank a
Gaza, uccisa neonata "La pace è ancora possibile": è quanto ribadito
dal Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice al termine dell'incontro con
Mahmoud Abbas svoltosi ieri a Ramallah. Ottimismo non condiviso dal presidente
dell'Autorità Palestinese, che ha interrotto i negoziati
con Israele dopo
l'offensiva israeliana dei giorni scorsi nella Striscia di Gaza (120 morti).
Per Abbas "serve una tregua generale che imponga ad Hamas di porre fine al
lancio dei razzi, e a Israele di interrompere ogni azione militare a Gaza e in Cisgiordania,
riaprire i valichi e restituire i palestinesi a una vita normale".
Proposta già rifiutata dal governo di Ehud Olmert, che ieri in serata ha dato
luce verde a una nuova operazione militare. L'incursione di 25 mezzi corazzati,
la prima dopo il ritiro di domenica notte, ha provocato scontri con i
miliziani. Una neonata palestinese, Amira, un mese di vita, è rimasta uccisa
secondo quanto riferito da Muwaia Hassanein, capo del pronto soccorso
palestinese. I soldati israeliani davano la caccia a un comandante della Jihad
Islamica.
( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del "Finora l'Onu è stato impossibilitata da Usa Ue
e Israele ad avviare contatti con il movimento integralista".
( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del GAZA Blindati israeliani di nuovo nella Striscia, uccisa neonata
RAMALLAH A Gaza torna la guerra. "Limitata", per il momento. Circa 25
blindati israeliani sono penetrati nel sud della Striscia di Gaza dopo il tramonto,
una bimba di un mese è rimasta uccisa. Lo si è appreso da alcuni testimoni
secondo i quali le truppe israeliane ci sarebbero scontrate con dei militanti
di Hamas. Sempre secondo le stesse fonti, la colonna di blindati è entrata a
Gaza attraverso il valico di Kissufim, il principale punto di passaggio per i
coloni ebrei di Gaza prima del ritiro dello Stato ebraico dal territorio
palestinese nell'estate 2005. Fonti della Difesa israeliana hanno parlato di
una operazione "mirata". La diplomazia bussa un colpo a Ramallah. Il
presidente palestinese Abu Mazen ha insistito sulla necessità di una tregua fra
israeliani e palestinesi al termine dei colloqui a Ramallah, in Cisgiordania,
con la segretaria di Stato americana Condoleezza Rice. Quest'ultima ha
auspicato la ripresa dei negoziati di pace,sospesi sabato notte in risposta ai
pesanti raid militari israeliani a Gaza in cui sono morti decine di
palestinesi. "Insisto sulla necessità di fare instaurare una tregua
globale nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per raggiungere il nostro
obiettivo che è di fare del
( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del Btselem: quattro bambini colpiti da un razzo
israeliano mentre giocavano a pallone alla periferia di Jabaliya.
( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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l'edizione del LA STRAGE IN CIFRE 111 SONO I PALESTINESI uccisi nei sei giorni
di "Inverno caldo", l'offensiva militare
scatenata da Israele a Gaza
in risposto al lancio di razzi su Sderot e Ashqelon che avevano provocato la
morte di un civile e diversi feriti. 56 SONO I CIVILI colpiti a morte dalle
forze israeliane, stando a un rapporto di Btselem, l'organizzazione israeliana
per i diritti umani nei Territori; i civili uccisi non erano coinvolti
in azioni di combattimento. 25 DEI CIVILI UCCISI erano minorenni, il più
piccolo un neonato di due giorni. L'Unicef ricorda che la Convenzione sui
diritti dell'infanzia sottolinea la necessità di prendere tutte le misure
possibili per garantire protezione e assistenza ai bambini colpiti da un conflitto
armato. 70% SU UNA POPOLAZIONE di 1 milione e 400 mila persone che popola la
Striscia di Gaza , è priva di sicurezza alimentare e dipende dagli aiuti
umanitari forniti dalle agenzie delle Nazioni Unite.
( da "Unita, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Gaza, radiografia di un massacro IYAD, Jacqueline, Muhammad,
Salwa, Samah. Sono alcuni dei bambini uccisi nell'offensiva militare israeliana
a Jabaliya, nord di Gaza. Non sono solo numeri, sono volti, storie, giovani
vite spezzate. Ricordarli è un modo per onorarne la memoria e perché un
silenzio assordante non cali sulla tragedia di Gaza I l missile ha distrutto la
loro casa di due piani, alla periferia di Jabaliya, causando la morte di
quattro membri della famiglia, tra i quali il piccolo Thabet, 11 anni. Zahira,
23 anni, è stata colpita al cuore da un proiettile mentre stava preparando la
colazione ai suoi bambini. Un carro armato ha colpito la casa della famiglia
Okel, uccidendo un bambino di 3 anni e la sua sorellina di 9. Quattro bambini
colpiti da un razzo israeliano il 28 febbraio mentre giocavano a pallone alla
periferia di Jabaliya. Radiografia di un massacro: quello che ha segnato il
campo profughi di Jabaliya, nord di Gaza, investito per sei giorni
dall'offensiva militare israeliana, nome in codice "Inverno caldo".
In passato, l'Unità ha dato conto dell'angoscia, della paura, del trauma che
scadenzano la quotidianità dei bambini israeliani di Sderot, la città
frontaliera investita ogni giorno, da sette anni, da un martellante lancio di
razzi Qassam. Oggi vogliamo raccontare la sofferenza di altri bambini e di una
popolazione civile di 1milione e 400mila persone, quella della Striscia di
Gaza, sottoposte ad una sofferenza senza fine. Radiografia di una tragedia,
raccontata attraverso i rapporti, le testimonianze, i dati di associazioni
umanitarie che non hanno mai taciuto di fronte agli attacchi contro civili
israeliani, negli anni dell'"Intifada dei kamikaze", e non hanno mai
lesinato parole di condanna per gli attacchi missilistici contro Sderot,
Asqhelon, il sud d'Israele. Organizzazioni come
"Btselem", l'associazione israeliana per la difesa dei diritti umani
nei Territitori. "Secondo i dati in nostro possesso - afferma Sarit
Michaeli, direttore della comunicazione di Btselem - i morti palestinesi sono
stati in sei giorni di scontro 111: fra questi 56 erano civili non coinvolti in
azioni di combattimento, e 25 di questi erano minorenni".
"Btselem" accusa le forze armate dello Stato ebraico di aver violato
le norme di guerra che proibiscono di colpire obiettivi militari quando questi
attacchi, per la vicinanza ai centri abitati, rischiano di provocare un numero
sproporzionato di vittime anche fra i civili. I dati di "Btselem",
per ciò che concerne i minorenni uccisi nei sei giorni di combattimenti,
trovano conferma nel rapporto dell'Unicef, l'Agenzia delle Nazioni Unite per
l'infanzia. L'Unicef evidenzia che "la Convenzione sui diritti
dell'infanzia sottolinea la necessità di prendere tutte le misure possibili per
garantire la protezione e assistenza ai bambini colpiti da un conflitto armato.
Oltre a quelli che ne sono vittime dirette, tutti i bambini sono colpiti
dall'impatto terrificante di questo conflitto. I bambini costituiscono oltre la
metà della popolazione di Gaza e subiscono l'urto della crisi". Bambini
che "soffrono già a causa di una serie di restrizioni, fra cui il blocco
della maggior parte delle derrate imposto sin dal giugno 2007". L'ultimo
ciclo di uccisioni e distruzione, rimarca a sua volta Amnesty International,
"giunge mentre il milione e mezzo di abitanti di Gaza sta soffrendo una
crisi umanitaria a seguito dei sempre più rigidi blocchi imposti da Israele". Gli ospedali e le strutture sanitarie, già
alle prese con la mancanza di elettricità, carburante, attrezzature e parti di
ricambio stanno lottando per fare fronte alla nuova ondata di feriti causata
dall'offensiva israeliana. "Coi confini di Gaza sigillati - rileva il
direttore del Programma Medio Oriente e Africa di Amnesty, Malcom Smart - molti
pazienti che hanno bisogno disperato di cure mediche non disponibili in loco,
non possono essere trasferiti in ospedali all'estero e rischiano di perdere la
vita" Tra questi, c'è Ahlam Abu Auda, 13 anni. Intisar Abu Auda, 48 anni,
mamma di Ahlam racconta: "Cinque dei miei figli sono morti perché malati,
non hanno potuto ricevere cure adeguate. Ora, il mio timore più grande e che, a
causa dell'assedio, possa perdere anche la sesta". "L'assedio di Gaza
- dice la piccola Ahlam - ha peggiorato molto le mie condizioni, e forse ha
accelerato i tempi in cui troverò la morte. Basta un black-out elettriche, le
macchine per la dialisi si fermano...". Solo negli ultimi due mesi -
ricorda ancora Amnesty - le forze israeliane hanno ucciso quasi 200 palestinesi
a Gaza, un terzo dei quali erano civili disarmati ed estranei agli scontri.
Altre centinaia di persone sono rimaste ferite, molte delle quali in modo
permanente. Nello stesso periodo, un civile israeliano è
rimasto ucciso e diversi altri sono stati feriti dai razzi lanciati dai gruppi
armati palestinesi di Gaza, che hanno colpito Sderot e altre zone del sud di Israele. La tragedia di Gaza è in una
quotidianità che impone solo un obiettivo: la sopravvivenza. Sempre più
difficile. Sempre più dipendente dagli aiuti umanitari. Oggi, rileva un recente
rapporto del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), il 70%
della popolazione di Gaza è priva di sicurezza alimentare e la grande
maggioranza dipende dall'assistenza dell'Onu per i bisogni basilari. di Umberto
De Giovannangeli / Segue dalla prima.
( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oltretutto IRAN,
EDITORI PRIVATI AL SALON DU LIVRE A meno di dieci giorni dall'apertura del
Salon du Livre di Parigi (che, come la Fiera del libro di
Torino, ha dedicato a Israele la sua vetrina d'onore) il governo iraniano, che aveva
annunciato proprio l'altro giorno la sua decisione di boicottare le due
manifestazioni, ha fatto ieri un distinguo per bocca di Ehsanollah Hojjati,
capo dell'Istituto governativo per le esposizioni culturali. L'Iran, ha
detto Hojati, non partecipa, ma "non impedisce agli editori privati di
partecipare". "Al Salon du livre - ha precisato Hojjati all'agenzia
Fars - abbiamo partecipato come governo per la prima volta lo scorso anno ma i
nostri editori privati vi partecipavano anche prima. Quest'anno non saremo né a
Parigi né a Torino, ma ciò non significa che imponiamo agli editori privati di
non partecipare. Tuttavia, non sembra possibile una loro partecipazione, tenuto
conto della politica del nostro sistema". Una precisazione che fa seguito
a quelle, analoghe, relative ad altri paesi: è il caso per esempio dei librai
libanesi che, nonostante il boicottaggio del loro governo alla kermesse
parigina, hanno già confermato la loro partecipazione, legata anche al fatto
che il Salon du livre francophone de Beirut è già stato rinviato due volte.
Così come, tornando all'Iran, ha confermato la sua partecipazione alla Fiera
del libro di Torino la scrittrice Dalia Sofer, di origine iraniana. Del resto,
ha ribadito ieri il presidente della Fondazione della Fiera del libro di
Torino, Rolando Picchioni, "alla Fiera 2008 saranno presenti anche
scrittori provenienti da tutto il mondo arabo e islamico: dalla Tunisia
all'Algeria, dal Libano alla Libia, dalla Giordania all'Iran, indipendentemente
da qualunque ruolo o presenza ufficiale dei singoli stati". ADDIO A JULIAN
RATHBONE Sarebbe ingiusto rinchiudere all'interno dei confini del genere lo
scrittore inglese Julian Rathbone, morto ieri a settantatré anni nella sua casa
nello Hampshire dopo una lunga malattia, anche se gran parte delle sue opere
narrative potrebbero essere etichettate come romanzi storici o come gialli. Non
a caso, dei suoi tre libri attualmente circolanti in Italia (su un totale di
effettivo di oltre trenta), due - "Hotel California" e "Nairobi
Connection" - sono pubblicati da una casa editrice "di genere"
come Hobby & Work: protagonista di entrambi, il detective Chris Shovelin,
un veterano del '68 che, nonostante le molte delusioni, ha mantenuto ancora ben
saldi alcuni principi etici. Proprio come lo scrittore, che il
"Guardian" ricordava ieri come "un libertario di sinistra della
vecchia scuola". In ogni caso sia i "gialli" di Rathbone sia i
suoi romanzi storici (fra cui "Una spia molto inglese", Barbera Edizioni)
rivelano, ben più che un ossequio ai canoni del "genere", il grande
talento dello scrittore per una narrazione di stampo quasi ottocentesco, dove
l'ironia non si disgiunge mai dall'indignazione. Un talento, il suo,
riconosciuto soprattutto nel Regno Unito, dove era stato insignito di diversi
premi (due volte fra l'altro i suoi libri erano stati finalisti al Booker
Prize).
( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Lettere@ilmanifesto.it
L'identità di Obama A proposito delle elezioni presidenziali americane, vorrei
chiedere a Marco d'Eramo, di cui leggo i puntuali reportage, un parere circa
quanto affermato da Cynthia Ozick in un'intervista al Corriere della sera dello
scorso 21 febbraio. Confessando che andrà a votare per la Clinton, sia pure con
atteggiamento molto disincantato, la scrittrice afferma di essere preoccupata
da Obama, il quale, cito alla lettera, "si rifà ai movimenti mormoni che
fiorirono in America nel XIX secolo, reclutando adepti sotto enormi tende con
promesse salva-anima"; e aggiunge di ritenerlo l'antipode di un liberal
per almeno due motivi: "La sua carriera al Senato, dove ha votato sempre
come un oltranzista. Il fatto che si rifiuti di ripudiare il suo amico Jeremiah
Wright, il pastore che premiò il famigerato Louis Farrakhan e è l'equivalente
nero di un razzista bianco. Quando studiava alla Columbia University, Obama
andava a Harlem per applaudire i rally antisemiti di Jesse Jackson". La
mia domanda è dovuta al fatto che a migliaia di chilometri, leggendo i giornali
italiani, simili (e direi inquietanti) ipoteche identitarie non si vedono,
mentre si percepiscono semmai gli aloni di una star decisamente edulcorata e,
in ogni senso, de-colorata. Sempre vostro. Massimo Raffaeli Caro Massimo
Raffaeli, ho letto la breve intervista a Cynthia Ozick su Barack Obama, che
però mi pare rifletta più che altro le preoccupazioni dell'intervistatrice
Alessandra Farkas e di alcune frange assai conservatrici della comunità ebraica
newyorkese, per cui qualunque pur vaga apertura ai
palestinesi potrebbe mettere in pericolo la sicurezza d'Israele. Si riproduce qui il meccanismo
ben descritto da Benedict Anderson del "nazionalismo in
teleselezione" (long-distance nationalism), per cui la diaspora di un
popolo è spesso più intransigente di chi vive sul posto (diaspora irlandese,
tamil, sikh, palestinese...). Molti altri settori dell'intellighenzia
ebraica newyorkese sono in totale disaccordo con quest'allarmismo su Obama,
basti pensare all'area di Dissent che gravita intorno a Michael Walzer, o a
quella di The Nation di Navasky e Van den Heuvel. Obama può essere criticato da
molti punti di vista, ma non per essere un oltranzista; casomai è un
cerchiobottista: non per nulla è un avvocato di Harvard. Quanto a Jesse
Jackson, è stato molto critico nei confronti di Israele
(e questo gli costò la nomination democratica), ma non può essere definito un
antisemita, o allora quasi tutti i neri degli Stati uniti lo sarebbero. E poi
bisogna contestualizzare le affermazioni. Nel South Side di Chicago chi parla
male della Nation of Islam (di Farrakhan) rischia di farsi linciare perché è l'unica
organizzazione in grado di recuperare i ragazzi che finiscono in galera. Un po'
come chi parlasse male degli hassidim nell'upper New York State. Infine,
francamente non ci vedo niente di blasfemo nel volere intavolare trattative con
l'Iran, non fosse altro che per emarginare gli oltranzisti come Ahmadinejad che
sul boicottaggio americano ci costruiscono la propria fortuna politica. Il
rischio di Obama non è di "essere di estrema sinistra", bensì di
essere un "ma anche...", bipartisan, democratico elogiatore di
Reagan. Fossi Cynthia Osick non mi preoccuperei tanto. Con amicizia. Marco
d'Eramo Precisazione Riguardo all'articolo di ieri de il manifesto sulle
analisi compiute da PeaceLink a Taranto si precisa che l'associazione non ha
mai dichiarato che gli effetti riscontrati siano "colpa dei veleni
dell'Ilva" come riportato nell'occhiello. Nel virgolettato attribuitomi e
correttamente riportato nell'articolo non compare infatti questa dichiarazione.
Alessandro Marescotti PeaceLink.
( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Fine del
conflitto entro l'anno" dice il presidente Usa. La Rice a Ramallah. Abu
Mazen: l'Anp crolla se continuano i massacri Michele Giorgio Inviato a Ramallah
Ogni volta che Condoleezza Rice arriva a Ramallah per incontrare Abu Mazen, ci
si rende conto che in politica e in diplomazia occorrerebbe porre un limite alla
faccia tosta. Dopo 120 palestinesi uccisi da Israele a
Gaza - ieri altri tre - in meno di una settimana (almeno il 50% erano civili),
il Segretario di stato americano alla Muqata ieri ha affermato, come se nulla
fosse accaduto, che rimangono intatte le possibilità di raggiungere un accordo
di pace israelo-palestinese entro la fine del 2008. "L'obiettivo che ci
siamo posti non è di facile realizzazione ma credo che si possa
realizzare", ha detto la Rice, che qualche ora dopo ha ricevuto sostegno da
George Bush il quale, incontrando re Abdallah di Giordania, si è detto
"ottimista come ad Annapolis" sul successo delle trattative. Il
Segretario di stato si è guardata bene dal mettere in dubbio la legittimità
degli attacchi militari israeliani in aree popolate palestinesi - conseguenza,
ha detto, dei lanci di razzi Qassam - e ha soltanto concesso che "si
devono fare sforzi per risparmiare vite innocenti". La Rice dovrebbe
spiegarlo ad ufficiali e soldati della Brigata Givati che, riferiva ieri Ron
Ben Yishai sullo Yediot Ahronot, si fanno i complimenti a vicenda per il
"coraggio" dimostrato in combattimento a Gaza. Ma quando la faccia
tosta è troppa, disturba persino l'accomodante leader palestinese
Abu Mazen che alla Rice ha ribadito che la trattativa con Israele resta sospesa e, soprattutto, ha
sottolineato "la necessità d'instaurare una tregua globale a Gaza e in
Cisgiordania". Ha quindi chiesto che Israele ponga fine "alla sua aggressione affinché si creino le
condizioni propizie al successo dei negoziati", cercando di far
comprendere al Segretario di stato che, se il governo israeliano non
metterà fine alle sue offensive militari, l'Autorità nazionale palestinese non
avrà alcuna possibilità di sopravvivere. Non tanto per il consenso di cui gode
Hamas, ma per la rabbia dei palestinesi stanchi dell'occupazione e della
debolezza dell'Anp. I segnali di un nuovo fermento - che a qualcuno già fa
immaginare una "terza Intifada" - sono evidenti. Mentre a Gaza i
civili venivano uccisi come mosche, in Cisgiordania sono divampati scontri tra
palestinesi e forze di occupazione, anche a Gerusalemme Est. Due adolescenti
palestinesi sono stati uccisi vicino Ramallah ed Hebron, il primo da un colono
israeliano (che è stato prontamente rilasciato dalla polizia). E la tensione
cresce anche in Galilea. Ad Um el-Fahem ieri si è svolta una manifestazione di
massa della popolazione araba israeliana. Per Mustafa Barghuti, esponente di
punta della società civile palestinese, "il pessimismo e lo scetticismo
verso il negoziato sono giustificati". Da quando si è chiusa la conferenza
di Annapolis, ha detto, "Israele non ha cessato
per un minuto di espandere le sue colonie in Cisgiordania. I posti di blocco
militari sono passati da
( da "Messaggero, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Tori
dello Stato di Palestina, la soluzione al problema dei
profughi palestinesi, la normalizzazione dei rapporti tra Paesi arabi e Israele. L'obbiettivo
che ci si è posti nel novembre scorso nella conferenza di Annapolis (cittadina
americana nel Maryland) è quello di raggiungere la pace entro quest'anno.
( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Fiaccolata a Roma
Sinistra e comunità palestinesi in piazza: fermare il massacro Centinaia di
persone hanno partecipato ieri sera alla fiaccolata in piazza Madonna di
Loreto, a Roma, per chiedere la fine dei massacri israeliani e dell'assedio di
Gaza. In piazza la sinistra di base, la comunità palestinese unita - con membri
di Fatah, della sinistra e islamici insieme - e la sinistra arcobaleno, che
dopo l'esperienza di governo rialza la voce contro le guerre. "Il governo italiano deve intervenire subito per fermare i
massacri ed evitare che al prossimo vertice dei ministri degli esteri della
Nato prenda corpo il piano statunitense-israeliano di un nuovo conflitto,
contro Libano e Siria" ha dichiarato il presidente della comunità
palestinese Samir Al Qaryouti.
( da "Messaggero, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di ERIC SALERNO Dopo
il massacro, la diplomazia. Condoleezza Rice è in Israele
per cercare di rilanciare i negoziati di pace soffocati dalla violenza
dell'attacco israeliano a Gaza. E' ottimista, nonostante tutto, come il suo
capo George Bush che a Washington, dopo aver incontrato un re giordano
estremamente preoccupato per l'evolversi negativo della situazione in Medio
Oriente, si è detto convinto che un accordo di pace è ancora possibile entro il
2008. "È un processo che presenta sempre due passi avanti e uno
indietro", ha detto il presidente. L'importante è essere sicuri che ci sia
solo "un passo indietro" e non due. Una garanzia in questo senso non
c'è e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), parlando a Ramallah
dopo un colloquio con Rice, si è appellato "al governo israeliano
chiedendogli di cessare la sua aggressione affinché si creino le condizioni
opportune al successo dei negoziati di pace per il 2008". E' probabile che
il dialogo israelo-palestinese andrà avanti. Un dialogo sterile, a sentire Sami
Abu Zuhri, portavoce di Hamas. Le trattative, a suo dire, sono "morte da
tempo e non per colpa dei razzi (sparati da Hamas, ndr) ma per il rifiuto d'Israele di ridare ai palestinesi ciò cui
hanno diritto". In una conferenza stampa a Gaza City, ha poi criticato
Washington sostenendo che la condanna espressa dalla Rice per i razzi lanciati
da Hamas contro Israele
"intende dare a Israele la giustificazione per continuare a uccidere e versare il sangue
di palestinesi innocenti". Hamas si sente vittima di un complotto e
ha ragione se sono vere le rivelazioni della rivista Vanity Fair secondo le
quali, dopo le elezioni vinte dal movimento islamico, Bush e Condoleezza Rice
avrebbero tentato di armare una forza palestinese guidata da al-Fatah, il
movimento di Mahmud Abbas, per impedire a Hamas di restare al potere. Sul
terreno, intanto, il ministro della Difesa Barak ha detto che le operazioni
militari riprenderanno se non si fermerà il bersagliamento di Sderot e
Ashkelon. Come e con quali obiettivi non è chiaro, se è vero quanto avrebbero
affermato alcuni ufficiali israeliani alla radio militare: "I razzi non
erano stati lanciati dalla zona che abbiamo occupato". Ossia,
contrariamente a quanto sostenuto finora, le rampe dei militanti non erano
situate in mezzo al centro abitato di Gebaliya. Secondo l'Unrwa, l'ufficio dell'Onu
per i profughi palestinesi, nei raid della scorsa settimana sono morti 123
palestinesi, tra cui 55 civili, fra i quali 27 bambini. Dall'inizio del 2008
sono stati uccisi 234 palestinesi negli attacchi israeliani, a fronte dei 301
morti in tutto il
( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Scoop Il piano b
contro hamas Vanity Fair inguaia Condoleezza Gerusalemme. "Niente è più
inedito dell'edito", diceva Mario Missiroli. Lo hanno ripetuto, poi,
generazioni di giornalisti italiani. Per dimostrare che il mestiere lo
conoscevano. O meglio, conoscevano almeno il catalogo dei miti del cronista. Il
vecchio direttore del Corriere della Sera era comunque una persona seria e un
grande giornalista. E quella frase, di fondo, voleva dire una cosa semplice:
che non serve andare a cercare le carte segrete per comprendere la realtà.
L'insegnamento di Missiroli dev'essere tornato in mente, ieri, a molti dei reporter che seguono il conflitto
israelo-palestinese, e soprattutto a quelli che si sono trovati tra Tel Aviv e
Ramallah negli anni della transizione dall'autorità di Yasser Arafat all'Anp di
Mahmoud Abbas. In pochi, però, si sarebbero immaginati che a confermare la
citazione celebre sarebbe stato un pezzo su Vanity Fair . Che accusa
senza peli sulla lingua George W. Bush, Condoleezza Rice ed Elliott Abrams di
aver concertato un "piano B" per armare Fatah, detronizzare il
governo democraticamente eletto di Hamas e far ritornare il potere all'Anp
vecchia maniera. Col risultato, paradossale, di rafforzare Hamas, sconfiggere
Fatah almeno a Gaza, e ritrovarsi in un vicolo cieco. Non perché la rivista
patinata della Condè Nast si occupi solo di amenità, Vip e tutto ciò che è
decisamente, pervicacemente, incredibilmente snobbish . Vanity Fair è più
attenta di quanto si pensi alla realtà, e ha anche il coraggio di pubblicare
reportage investigativi importanti. Ma la fama, si sa, è dura a essere superata
da uno sguardo obiettivo. Tutti siamo deboli e, insomma, uno scoop di questo
tipo ce lo saremmo aspettati dal Washington Post dei bei tempi andati. Quelli
del Watergate, Ça va sans dire. Onore al merito. Onore a Vanity Fair , che
lancia lo scoop il giorno in cui Condoleezza Rice arriva in Medio Oriente,
costringendola a commentare l'inchiesta. 2 05/03/2008.
( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Segue dalla prima lo
scoop di vanity fair e la rice (segue dalla prima pagina) Onore all'autore,
David Rose, che come si fa nei libri di storia ha sostenuto con fior di
documenti ciò che i giornalisti sul campo sapevano dal primo momento. Perché le
indiscrezioni erano all'ordine del giorno. Perché Israele e Palestina sono - in fondo - villaggi dove si sa, se non tutto, almeno
l'essenziale. Perché appunto, come diceva il vecchio Missiroli, "niente è
più inedito" di quello che si vede coi propri occhi. Se soltanto si
tengono gli occhi aperti. Così, David Rose, giornalista di Vanity Fair ,
ma anche autore di importanti libri-inchiesta compreso uno su Guantanamo, ha
confermato quello che Alaistair Crooke aveva già abbondantemente accennato,
anche in questo caso su pagine eterodosse come quelle della London Review of
Books il 18 giugno, pochi giorni dopo il colpo di mano a Gaza. Compiuto in
realtà, si sapeva, non per prendere il potere, ma per evitare che lo prendessero
Mohammed Dahlan e la sua Forza di sicurezza preventiva, armata col benestare
del generale Keith Dayton, l'aiuto di Egitto e Giordania, e l'ok degli
israeliani. Vanity Fair ha anche confermato quello che Alvaro de Soto aveva
denunciato quando aveva sbattuto la porta e si era dimesso da inviato dell'Onu
nell'area nel maggio del 2007, poche settimane prima del coup di Gaza. Non
prima di aver scritto una cinquantina di pagine al vetriolo, casualmente
rinvenute e pubblicate dal Guardian , che denunciavano senza peli sulla lingua
la politica americana. Disposta, diceva in sostanza de Soto, a scatenare una
guerra civile palestinese, pur di concludere in anticipo la storia del governo
di Hamas. David Rose conferma tutto questo, e tutto il resto adombrato nei
tanti articoli, nei tanti reportage, nelle tante conversazioni di quei mesi. E
lo fa con il confortante sostegno dei documenti e delle testimonianze di prima
mano. Come quelle rilasciate da una miriade di gole profonde che il reporter
pluripremiato di Vanity Fair si è andato a cercare. Il quadro che traccia parla
dell'ennesimo errore di valutazione di un'amministrazione americana. Che ha
puntato su di un cavallo, ritenuto forte e soprattutto utilizzabile, com'era
Mohammed Dahlan, ex uomo forte a Gaza, ex responsabile della sicurezza. Dahlan
doveva guidare Fatah a Gaza, sconfiggere Hamas, ed essere l'uomo degli
americani nell'Anp. Gaza è stata persa, Hamas ha vinto, gli americani hanno
continuato a puntare su di lui in Cisgiordania. Non solo. Vanity Fair descrive,
in una ventina di pagine, il modo in cui Washington ha reiterato gli errori
commessi - citazione - con l'Iran-Contra, la Baia dei Porci e l'operazione
della Cia contro Mossadeq in Iran, che spianò poi la strada alla rivoluzione
islamica di Khomeini. Se fosse vero tutto che ciò che Rose scrive, sarebbe un
concentrato di errori di valutazione, di finanziamenti triangolati, di
incapacità di capire il Medio Oriente che ha condotto al cul de sac nel quale
israeliani e palestinesi si trovano ora. Paola Caridi 05/03/2008.
( da "Riformista, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Transportnummer
c'era un codice unico per ebrei e loro averi Storia di Emma e della sua vita
persa in una valigia Ma le ha fatto incontrare la nipote mai conosciuta Dopo
sessanta anni è stata ritrovata e ha permesso a Elleen di visitare la tomba
della nonna. Del nonno, invece, nessuna traccia. A lui avranno pensato gli
aguzzini. L'ultima notizia è il mancato pagamento dell'alloggio a
Theresiendstadt Ogni ebreo adulto avviato ai campi di concentramento poteva
portare con sé tanti beni personali quanti ne conteneva una normale valigia da
viaggio. Come al solito, le indicazioni fornite dall'amministrazione nazista
erano molto precise. Per evitare scambi o confusione, su uno dei fianchi del
bagaglio doveva esser ben visibile, in vernice bianca, nome indirizzo e numero
di trasporto del proprietario. Un deportato, una valigia: quando gli alleati
entrarono nei lager, verso la fine della guerra, ne trovarono montagne. Non
tutte le valigie però presero la strada dei campi di concentramento: alcune
rimasero indietro, perdendosi dietro le scelte dei proprietari. Alla
prospettiva della deportazione, della paura e di una fine che si paventava
terribile, molti ebrei preferirono la morte. Nella comunità ebraica berlinese
si calcolano tra il 1933 e il 1945 circa 2 mila casi di suicidio; 823 nel solo
1942, anno in cui le deportazioni toccarono il loro punto massimo. A vedere
nell'overdose da sonniferi l'ultima, dignitosa, via di fuga, furono soprattutto
gli anziani, e le donne. Tra esse Emma Bonn, 71 anni, vedova da pochissimo - ne
era certa - di August Philip Bonn. Di lei si era persa ogni traccia. Dopo
sessanta anni, però, è stata ritrovata la valigia. Di cartone pressato,
rivestita in pelle, con l'inconfondibile scritta bianca: valigie del genere
hanno un posto ben preciso nell'immaginario dei tedeschi, soprattutto di quelli
nati nell'ex Germania orientale. Così quando Sabine Horn, giornalista, l'ha
vista fra gli attrezzi di scena dell'amico Ulli, attore di teatro per bambini,
ha capito subito di cosa si trattava. E anche che cosa andava fatto: tanto più
che Ulli non si era mai accorto di nulla al pari dei suoi genitori, che quella
valigia avevano tenuto in soffitta per decenni. Sabine, al contrario, voleva
sapere e la traccia principale era offerta da quel Emma Bonn - 01632. "Transportnummer"
- 01632, nel caso di Emma Bonn - un codice numerico che oltre ad identificare
gli ebrei da deportare, apriva contemporaneamente un'altra pratica: cioè la
sistematica spoliazione dei loro beni. Una pratica perseguita con tanta
meticolosità e con la partecipazione di tante figure professionali - esattori
del fisco, periti, bancari, spedizionieri etc. - da far venir in mente almeno
due cose. Primo, che oltre alle motivazioni razziali dietro lo sterminio degli
ebrei si muovevano prepotentemente anche quelle economiche. A maggior ragione
dopo l'inverno 1942-1943, quando la guerra cominciò ad andare male e per la
Germania hitleriana il bisogno di risorse finanziarie e di materie prime si
fece via via più pressante. E secondo, che le argomentazioni "quantitative"
dello storico britannico Daniel J. Goldhagen - dato il gran numero di persone
necessariamente al corrente dello sterminio in corso, si può in qualche modo
parlare di "colpa collettiva" dei tedeschi - non erano poi tanto
campate in aria. In ogni caso, seguendo la pista del
"Transportnummer" e rivolgendosi all'Archivio delle Vittime
dell'Olocausto, Sabine trova le prime informazioni e comincia a ricostruire il
profilo della famiglia Bonn. Boicottaggio e suicidi. Emma, nata Seligmann, viene
al mondo il 5 dicembre 1871 nella cittadina di Verden, nei pressi di Hannover.
Suo marito, Philipp August Bonn - che Emma sposerà in seconde nozze, dopo aver
avuto due figlie da una prima unione - è invece di poco più giovane, e viene da
Francoforte sul Meno, dove nasce nel luglio del 1873. Commerciante lui,
casalinga lei, la coppia si trasferisce a Berlino fra la fine degli anni '20 e
l'inizio degli anni '30, ma con l'avvento al potere di Hitler la vita per gli
ebrei diventa ogni giorno più difficile. Già nell'aprile del 1933 il regime
promuove - presentandolo come misura "difensiva" - il primo
boicottaggio delle attività commerciali e professionali degli ebrei. Philipp ha
ormai 60 anni; preoccupato, si rifugia nella lettura, di cui è appassionato, e
nella sua considerevole biblioteca. Lasciare la Germania, però, non vuole: qui
ha la sua casa - al numero 208 della Hohenzollerdamm, nel quartiere di
Wilmerdsdorf -, la sua storia. Le due figlie la pensano diversamente, vogliono
emigrare in America. Poi nel 1938 la situazione precipita:
in agosto gli ebrei sono obbligati ad aggiungere "Israel" o
"Sarah" al loro nome: Emma Sarah Bonn, Philipp A. Israel Bonn. In
novembre, la Notte dei Cristalli fa 100 morti solo a Berlino; 20 mila ebrei
vengono inviati nei campi di concentramento, nella capitale s'impenna il tasso
dei suicidi. Scopi troppo particolari. Nella primavera del 1939 la
famiglia si separa: le due figlie, insieme alla nipotina Elleen nata nel 1924,
partono per Cuba, dove attenderanno il visto per gli Stati Uniti. Philipp ed
Emma restano a Berlino, ed è l'inizio della fine. Nel novembre 1941 i due
coniugi, ormai rispettivamente 68 e 70 anni, devono lasciare la casa di
Wilmersdorf. Al pari di tante altre "proprietà di ebrei",
l'appartamento viene infatti requisito e destinato a "scopi
particolari". La coppia trasloca così in una stanza in subaffitto, sulla
Fasanenstrasse, all'interno di un edificio abitato esclusivamente da ebrei
evacuati. Qualche mese dopo, probabilmente nel luglio del 1942, Philipp riceve il
suddetto "Transportnummer" - 01631 - e deve presentarsi all'Ufficio
delle imposte per consegnare un'esaustiva dichiarazione dei beni. Ed è
dall'esame di questo documento e di altri correlati, che Sabine Horn viene a
sapere dell'esistenza della nipote Elleen e a prendere successivamente contatto
con lei. Quindici anni al momento della partenza da Berlino, oggi 84-enne
residente a Chicago, Elleen della nonna non aveva saputo più nulla. Solo che
era scomparsa, in qualche imprecisata piega dell'Olocausto. Ci sono voluti
sessantacinque anni, e la testimonianza muta di una valigia, perché Elleen
potesse portare un fiore sulla sua tomba. Tornando a Philipp: nel tentativo di
salvare parte del patrimonio, l'ex commerciante aveva provveduto a dividere i
suoi averi fra tre diversi magazzini. Il trucco cade però di fronte ai
controlli incrociati dell'Ufficio delle Imposte e Philipp viene internato nel
campo di raccolta berlinese della Grosse Hamburger Strasse, forse con qualche
settimana d'anticipo sul normale svolgimento della pratica 01631. Qui
spariscono le sue tracce. Un rapporto della Gestapo del 22 settembre 1942
informa di un avvenuto trasferimento nel lager di Theresienstadt, in data 21
agosto. Due settimane prima, il quattro d'agosto, si suicidava Emma Bonn. Pare
fossero rimasti d'accordo così: se non hai mie notizie entro breve tempo, le
avrebbe detto il marito, pensa a te. Ora Emma riposa nel cimitero di
Weissensee, il più grande cimitero ebraico d'Europa. Di Philipp invece non
risultano sepolture. Forse morto a Minsk, dove sarebbe stato trasferito dopo un
periodo trascorso a Theresienstadt. Il suo nome compare ancora in un documento
inviato il 20 ottobre 1943 al presidente dell'Ufficio imposte
Berlino-Brandeburgo. Dove si lamenta il mancato pagamento dell'affitto, da parte
del signor Bonn, dell'alloggio utilizzato a Theresienstadt. 05/03/2008.
( da "Liberazione" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Le rivelazioni della
rivista statunitense "Vanity Fair" che cita fonti confidenziali
palestinesi e americane Spunta un piano Usa per cacciare Hamas Francesca
Marretta Ramallah La Casa Bianca avrebbe organizzato un complotto per
estromettere Hamas dal potere dopo le elezioni vinte nel 2006 dal movimento
islamico palestinese. Lo scrive la rivista americana Vanity Fair, che cita
documenti confidenziali di fonte palestinese e americana, secondo i quali
l'Amministrazione Bush avrebbe armato gli uomini di Fatah che hanno combattuto
a Gaza nei giorni della guerra intestina vinta nella primavera dell'anno scorso
dal movimento islamico palestinese. Lo scoop, che ha preceduto di qualche ora
l'arrivo di Condoleeza Rice a Gerusalemme e Ramallah ieri, non è stato
smentito. Dalla diretta interessata Rice è arrivato un "no comment",
mentre Dana Perino, portvoce della casa Bianca, ha detto che l'articolo
"non è esatto". Si tratta dei documenti che Hamas minacciava di
rendere noti al momento giusto per dimostrare la connivenza tra la parte
dell'Anp legata a Dahlan con Israele e Stati Uniti? Lo
sapremo nelle prossime ore. Se lo scandalo risultasse vero, per Abbas sarebbe
la fine. Per ora sappiamo che Condoleeza Rice pensa che un accordo di pace tra Israeliani
e palestinesi sia "ancora possibile" entro la fine del 2008. Lo ha
dichiarato ieri a Ramallah alla fine dell'incontro col presidente palestinese
Abbas. Il segretario di Stato americano auspica che i negoziati sospesi dal
presidente dell'Anp in segno di protesta per la massiccia offensiva militare
israeliana su Gaza "riprendano il più presto possibile". Ieri altri
raid dell'aviazione israeliana hanno colpito la Striscia, provocando la morte
di due palestinesi ed alcuni feriti. In serata sono ripresi nella Striscia
combattimenti tra forze di terra israeliane e militanti palestinesi. Per la
Casa Bianca ricade su Hamas, "chiaramente in parte armato dall'Iran",
la responsabilità del blocco dei negoziati. La cui ripresa, ha affermato ieri
il Presidente Abbas, passa per la "fine dell'aggressione" su Gaza. La
pace resta la "scelta strategica" dei palestinesi ha aggiunto il
presidente dell'Anp. Ma la ripresa del negoziato non si ottiene "con la
forza e i carri armati", Parlando dell'alto numero di bambini uccisi a
Gaza, Abbas ha invocato una "tregua completa" che interessi tutti i
territori palestinesi. Le operazioni militari israeliane
nella Striscia di Gaza "cesseranno solo quando avranno fine i tiri di
razzi sul territorio israeliano". Lo ha ribadito prima dell'incontro di
ieri sera a Gerusalemme con il Segretario di Stato americano il ministro degli
Esteri israeliano Barak. Anche i razzi palestinesi, che ieri mattina hanno
nuovamente raggiunto Sderot, non si fermano. Per questo il ministro
degli esteri Livni ha dichiarato di non poter escludere una rioccupazione della
Striscia. Israele, non può permettersi di avere uno
stato islamico estremista, controllato da Hamas, lungo il suo confine, ha
aggiunto Livni. Il conto aggiornato a ieri dei morti a Gaza da mercoledì scorso
è salito a 125 morti. Andrà rivisto man mano che passano le ore, dato l'alto
numero di feriti gravi che gli ospedali delle Striscia non sono in grado di
curare. Nei giorni scorsi l'esercito israeliano ha ucciso e ferito palestinesi
anche nella West Bank, nel corso di manifestazioni di protesta per i fatti di
Gaza nelle aree di Betlemme, Hebron e di Ramallah. Forse per questo gli
abitanti della principale città della Cisgiordania ieri non hanno fatto nemmeno
caso alla visita del Segretario di Stato americano. L'unico segnale di un
evento straordinario in corso in città erano gli agenti della guardia
presidenziale dell'Anp schierati nel perimetro delle strade d'accesso alla
Muquata. Nel centro cittadino, negozi e ristoranti nuovi, banche ristrutturate
ed edifici in costruzione, sono il segno di una rapida ripresa dell'attività
economica stimolata dagli aiuti internazionali al governo Fayyad. Per strada si
vedono poliziotti con indosso divise nuove di zecca, il cui principale lavoro
sembra il controllo del traffico agli incroci delle strade che convergono su
Piazza Al Manara. All'angolo della piazza al primo piano di un edificio ha
aperto addirittura uno Starbucks Café. L'insegna sembra proprio quella. A
leggere bene, anche se la grafica e il verde sono i medesimi della catena di
ristorazione americana, è invece scritto "Star & Bucks", una
riuscita imitazione. Nello stesso edificio, al piano terra, affacciato sulla
piazza, c'è la gelateria "Fruti", anch'essa nuova di zecca. La
vetrina da cui Rami, un rubicondo giovanotto di trent'anni, ti porge il gelato
è adornata da fiori e frutti di plastica dai colori vivaci. "La visita di
Condoleeza Rice? Io sono di Fatah e non credo che sia un bene sospendere i
negoziati di pace con Israele, ma so che la presenza
di Rice non cambi nulla. Bisogna che tutti, ma proprio tutti si mettano a
sedere e discutere, magari pure Rice, ma anche le Nazioni Unite e Hamas, se
torna sui suoi passi verso la legalità lasciando il potere a Gaza. Solo così si
può sperare". Non la pensa allo stesso modo Yasmine, originaria di Nablus,
che di professione sviluppa siti web. Indossa pantaloni e giacca su cui si
appoggiano folti capelli neri. Non ha la testa velata, ma sostiene Hamas.
"La visita di Condolezza Rice è completamente inutile. Quante volte è
venuta? E che abbiamo ottenuto? Hai visto i morti di Gaza? Ma come fa Abbas ad
incontrarla. E' un debole. Meglio Hamas. Io li sostengo. E sostengo anche i
qassam. Li hai visti i bambini morti di Gaza?". La donna che ha due figlie
di tre e due anni dice che invece di Condoleeza Rice lei sarebbe pronta ad
accogliere "chiunque ci aiuti a combattere gli israeliani. Anche Bin
Laden". 05/03/2008.
( da "Voce d'Italia, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri Intervista a
Kamilah Katib assistente alla Ricerca presso l'Assemblea Parlamentare della
NATO D'Alema e Moussa, intesa tra italia e Lega Araba Nelle ultime ore la
situazione medio orientale si e' aggravata, quali prospettive? E il ruolo
dell'Italia? Milano, 5 mar.- La scorsa settimana alla Farnesina il ministro
degli esteri Massimo D'Alema ha firmato un accordo con la Lega Araba.
L'incontro con Moussa , il segretario generale della Lega, ha avuto toni
cordiali ma dalle parole dei diplomatici era evidente la preoccupazione per l'acuirsi degli scontri tra Palestina e Israele.
Le prospettive non sono certo confortanti visti i raid dei giorni scorsi nella
striscia di Gaza. D'Alema e Moussa hanno anche evidenziato l'esigenza di una
risoluzione della situazione Kurda nel Nord dell'Iraq, un processo delicato che
andrebbe a toccare i già precari, quasi inesistenti, equilibri nella zona.
News ITALIA PRESS/Voceditalia ha raggiunto Kamilah Khatib, ricercatrice
italiana di origine palestinese con un dottorato conseguito presso la London
School of Economics, attualmente Assistente alla Ricerca presso l'Assemblea
Parlamentare della NATO, un'analisi della situazione e le possibili
prospettive, soprattutto dal punto di vista italiano. Cosa ne pensa delle
parole di D'Alema alla conferenza con Muossa del 28 febbraio. Il ministro ha
espresso "grave preoccupazione" per i nuovi scontri nella striscia di
Gaza. "Alla luce degli ultimi tragici eventi che hanno visti coinvolti
anche bambini, la preoccupazione del ministro D'Alema per la situazione e'
comprensibile. Con queste affermazioni- secondo le quali si andrebbe verso il
crollo nelle trattative- egli prende atto che le aspettative che aveva riposto
-come molti altri- nella conferenza di Annapolis sono andate ampiamente deluse.
" E dunque Annapolis è stata inutile? E' possibile costruire un nuovo
tavolo di negoziato? "Credo che Annapolis sia finita prima ancora di
iniziare. Si potrebbe anche ipotizzare che il processo che si voleva avviare ad
Annapolis riflettesse il desiderio degli Stati Uniti di far apparire Abbas come
la scelta migliore, rispetto all'opzione Hamas. Gli scorsi eventi a Gaza hanno
piuttosto rafforzato Hamas anziche' indebolirla. Inoltre, la natura dei temi in
agenda ha impedito ad entrambe le parti di raggiungere un accordo su un
documento comune: Olmert voleva una dichiarazione che non entrasse troppo nello
specifico per evitare concessioni che avrebbero causato la caduta del suo
governo. Abbas invece insisteva per una dichiarazione che toccase temi essenziali.
Questo per mostrare al popolo palestinese che queste negoziazioni avrebbero
portato cambiamenti importanti, sino ad una potenziale fine dell'occupazione.
La debolezza interna di Olmert non ha reso le cose piu' facili. Olmert e' a
capo di una maggioranza multi partitica, nella quale i membri del suo stesso
Kadima si oppongono ad eventuali concessioni e i quali non avrebbero problemi
ad optare per il Likud. Inoltre qualsiasi discussione sul destino di
Gerusalemme, necessaria per raggiungere accordi di Pace con i Palestinesi,
potrebbe aggravare oltre la situazione di Olmert e spingere molti ad
abbandonare la coalizione. Lo stesso vale per la parte palestinese: Abbas
infatti non solo ha perso il controllo di Gaza, ma non ha potuto impedire che
Hamas bombardasse il sud di Israele con i famigerati
missili Qassam. Fatto che poi ha scatenato la reazione israeliana del mese
scorso". Cosa può fare l'Italia oltre a tenere aperti i canali
diplomatici? "Il memorandum firmato tra la Lega Araba e l'Italia riflette
il desiderio di quest'ultima di considerare il Mediterrraneo un ambito
irrinunciabile per il proprio sviluppo nazionale e per la propria politica
internazionale. Esiste gia' una volonta' dell'Unione Europea nello sviluppare
rapporti con tutti i paesi del Mediterraneo, materializzata tramite il processo
di Barcellona anche conosciuto come il partenariato euro-mediterraneo. Al di là
di questa azione comune, l'Italia cerca, per motivi storici e geopolitici, come
ad esempio l'immigrazione, di coltivare rapporti di varia natura con i Paesi
arabi, sia del Mediterraneo che in generale. Analogamente si muove la Francia
come dimostra il progetto di Sarkozy sul Mediterraneano". Il dialogo che
hanno intenzione di aprire sul Kurdistan D'Alema e Moussa che impatto protrebbe
avere sull'Europa? "La mattina del 29 febbraio la BBC ha riportato che la
Turchia ha iniziato il ritiro delle sue truppe
dall'Iraq(http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/7260478.stm). Comunque Ankara ha
sempre precisato che il suo intervento in Iraq aveva un scopo preciso, quello
di colpire e distruggere i ribelli curdi del PKK e che si sarebbe ritirata a
missione compiuta. In altre parole il Governo turco ha sempre dichiarato che
questa operazione ha il fine di tutelare i suoi interessi nazionali. Come ha in
passato affermato Condoleeza Rice, però, il semplice fatto che l'Iraq viene
invaso da un altro paese comporta destabilizzazione, a prescindere dalle
motivazioni di sicurezza nazionale. Le azione della Turchia potrebbero essere
considerate un precedente per future azioni di natura simile da parte di altri
Paesi (Iran, Siria, etc); percio' al momento e' importante che qualsiasi Stato
desista da tale tipo di azioni" . Sotto questo aspetto che scelte dovrebbe
fare Ankara per farsi spazio in Europa? "E' comunque difficile prevedere
le conseguenze sulle dinamiche politiche e militari interne all'Iraq. Tuttavia,
tutto ciò potrebbe rendere piu' instabile il Nord del paese, dove non è ancora
risolto il nodo del controllo di aree come le città di Mosul e Kirkuk, ricche di
petrolio e contese fra Curdi e Arabi Sunniti. Zone su cui peraltro la stessa
Turchia ha sempre qualcosa da dire in difesa della minoranza turcomanna che
vive in quelle aree. Sullo sfondo, la questione centrale dell'autonomia curda,
con Ankara che vuole scongiurare la creazione di uno stato curdo nel nord
iracheno e che quindi non vede di buon occhio gli organi di governo regionali
del Kurdistan iracheno (peshmerga compresi)".
( da "Manifesto, Il" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
IRAN, EDITORI
PRIVATI AL SALON DU LIVRE A meno di dieci giorni dall'apertura del Salon du
Livre di Parigi (che, come la Fiera del libro di Torino, ha
dedicato a Israele la sua
vetrina d'onore) il governo iraniano, che aveva annunciato proprio l'altro
giorno la sua decisione di boicottare le due manifestazioni, ha fatto ieri un
distinguo per bocca di Ehsanollah Hojjati, capo dell'Istituto governativo per
le esposizioni culturali. L'Iran, ha detto Hojati, non partecipa, ma
"non impedisce agli editori privati di partecipare". "Al Salon
du livre - ha precisato Hojjati all'agenzia Fars - abbiamo partecipato come
governo per la prima volta lo scorso anno ma i nostri editori privati vi
partecipavano anche prima. Quest'anno non saremo né a Parigi né a Torino, ma
ciò non significa che imponiamo agli editori privati di non partecipare.
Tuttavia, non sembra possibile una loro partecipazione, tenuto conto della
politica del nostro sistema". Una precisazione che fa seguito a quelle,
analoghe, relative ad altri paesi: è il caso per esempio dei librai libanesi
che, nonostante il boicottaggio del loro governo alla kermesse parigina, hanno
già confermato la loro partecipazione, legata anche al fatto che il Salon du
livre francophone de Beirut è già stato rinviato due volte. Così come, tornando
all'Iran, ha confermato la sua partecipazione alla Fiera del libro di Torino la
scrittrice Dalia Sofer, di origine iraniana. Del resto, ha ribadito ieri il
presidente della Fondazione della Fiera del libro di Torino, Rolando Picchioni,
"alla Fiera 2008 saranno presenti anche scrittori provenienti da tutto il
mondo arabo e islamico: dalla Tunisia all'Algeria, dal Libano alla Libia, dalla
Giordania all'Iran, indipendentemente da qualunque ruolo o presenza ufficiale
dei singoli stati". ADDIO A JULIAN RATHBONE Sarebbe ingiusto rinchiudere
all'interno dei confini del genere lo scrittore inglese Julian Rathbone, morto
ieri a settantatré anni nella sua casa nello Hampshire dopo una lunga malattia,
anche se gran parte delle sue opere narrative potrebbero essere etichettate
come romanzi storici o come gialli. Non a caso, dei suoi tre libri attualmente
circolanti in Italia (su un totale di effettivo di oltre trenta), due -
"Hotel California" e "Nairobi Connection" - sono pubblicati
da una casa editrice "di genere" come Hobby & Work: protagonista
di entrambi, il detective Chris Shovelin, un veterano del '68 che, nonostante
le molte delusioni, ha mantenuto ancora ben saldi alcuni principi etici.
Proprio come lo scrittore, che il "Guardian" ricordava ieri come
"un libertario di sinistra della vecchia scuola". In ogni caso sia i
"gialli" di Rathbone sia i suoi romanzi storici (fra cui "Una
spia molto inglese", Barbera Edizioni) rivelano, ben più che un ossequio
ai canoni del "genere", il grande talento dello scrittore per una
narrazione di stampo quasi ottocentesco, dove l'ironia non si disgiunge mai
dall'indignazione. Un talento, il suo, riconosciuto soprattutto nel Regno
Unito, dove era stato insignito di diversi premi (due volte fra l'altro i suoi
libri erano stati finalisti al Booker Prize).
( da "Opinione, L'" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Mer, 05 Mar
2008 Edizione 45 del 05-03-2008 Hamas ha sempre perseguito l'obiettivo di
distruggere lo Stato ebraico, ma il mondo non vuol vedere Israele
si ritira e non c'è da festeggiare di Michael Sfaradi Domenica sera, intorno
alla mezzanotte, il portavoce del Ministro della Difesa ha dato l'annuncio che
le truppe impegnate nell'operazione "Horef Ham" "Inverno Caldo",
si sarebbero ritirate dalle zone momentaneamente occupate della striscia di
Gaza. Questa notizia, teoricamente buona, è stata però accolta dagli israeliani
con scetticismo. Troppe volte in passato operazioni militari di questo tipo non
hanno portato a risultati concreti e duraturi nel tempo, dai palestinesi,
invece, è stata festeggiata come una "vittoria" sul campo. Per meglio
capire quello che succede bisogna fare un passo indietro e mettere in luce
alcuni particolari ai quali non viene data la giusta importanza. Hamas non ha
mai smesso di cercare lo scontro con Israele, e in
preparazione di questo ha fatto passare dall'Egitto mediante tunnel
sotterranei, che attraversano la linea di confine, armi di tutti i tipi davanti
gli occhi chiusi delle autorità del Cairo. L'unico inconveniente di questi
tunnel sono le dimensioni ridotte, per questo i missili a gittata media
denominati Grad, piuttosto voluminosi, sono rimasti parcheggiati per parecchi
mesi sul lato egiziano del confine, senza essere "notati" da nessuno,
in attesa di una giusta occasione per essere portati dall'altra parte.
Occasione che è arrivata alcune settimane fa, quando, fra gli applausi del
mondo, i "Militanti" hanno fatto saltare le barriere di confine con
l'Egitto. Mentre le telecamere erano occupate a trasmettere le immagini della
popolazione civile che si avventava sui negozi alla ricerca di generi di prima
necessità, da qualche altra parte i missili Grad entravano a Gaza ed erano
posizionati sulle rampe, pronti per essere usati contro l'odiato nemico
sionista. Non appena i missili erano al sicuro oltre confine, il governo
egiziano "perdeva la pazienza" e pretendeva la chiusura immediata dei
valichi; così si serrava la stalla quando i buoi erano a spasso, mantenendo una
certa verginità davanti al mondo intero. Da quel momento nel mirino di Hamas
non c'era più la sola Sderot e, giusto il tempo di rendere operativi i nuovi
"giocattoli", ed ecco che il primo missile viene lanciato contro
Ashqelon, città di oltre 100.000 abitanti. A questo punto ci sono alcune
domande alle quali bisogna dare una risposta: una cosa è possedere dei missili
l'altra è spararli con precisione dopo un solo lancio di prova, chi sta
aiutando con conoscenze squisitamente militari i "Militanti" di
Hamas? Siamo sicuri che le dita che spingono i bottoni che azionano i motori
dei Grad siano palestinesi? Ammettendolo, chi li ha addestrati? Damasco e
Teheran ne sanno qualcosa? Subito dopo l'inizio delle operazioni nella striscia
di Gaza, i Media hanno prontamente riportato la richiesta sia del Papa, che
durante l'Angelus di domenica, in Piazza San Pietro, ha chiesto all'Autorità
Palestinese e al Governo Israeliano di "fermare la spirale di
violenza", sia quella del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di un
"cessate il fuoco" immediato. Perché questi illustri personaggi
parlano solo ora? Dov'erano negli ultimi anni mentre Sderot era bombardata a
pioggia, giorno dopo giorno, con missili che cercavano quante più vittime
civili possibile? Non era violenza quella? Ma davvero la popolazione civile
soffre solo quando è Israele a
sparare? Perché nessuno spiega che, al contrario di quello che accade a Sderot,
l'esercito israeliano fa di tutto per colpire obbiettivi militari evitando per
quanto possibile vittime civili? Perché il "cessate il fuoco" deve
entrare nell'ordine del giorno delle Nazioni Unite solo quando anche Gaza è
sotto bombardamento e a nessuno è venuto in mente di chiederlo per la
tanto martoriata Sderot? Perché fare una richiesta del genere all'Autorità
Palestinese quando tutti sanno che a Gaza non ha alcun potere? La televisione
israeliana ha mandato in onda il discorso del Segretario delle Nazioni Unite
che condannava Israele per uso smoderato della forza;
ha studiato forse dal nostro ministro degli esteri onorevole D'Alema? Fra poco
sarà anche lui un equivicinante che va a spasso con i terroristi e la kefia
sulle spalle? I missili Grad sono di concezione sovietica, ma siccome ne
esistono diverse versioni, cinesi, romene, tedesche, egiziane ed anche
italiane, perché le autorità israeliane non hanno ancora rivelato la
fabbricazione dei missili che sono finiti in mano palestinese? Sarà per
convenienza politica o per non mettere qualcuno in "Grave Imbarazzo"?
Nella mattinata di ieri 3 marzo, mentre i militari israeliani ripiegavano da
Gaza, 4 missili, uno dei quali è caduto a poche decine di metri da un asilo
nido, hanno colpito nuovamente Ashqelon con feriti e danni. I governi
occidentali, Italia in testa, che criticano ogni mossa fatta da Israele nell'esercizio della sua autodifesa, dovrebbero fare
un esame di coscienza e rivedere il tono delle loro dichiarazioni sempre
affrettate, sempre di parte.
( da "Avanti!" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
ISRAELE
1/ IL SILENZIO DELL'ONU SUI QASSAM Chi difende il Neghev? 05/03/2008 Il ritiro
unilaterale israeliano dalla Striscia di Gaza non solo non è stato utilizzato
dagli arabi palestinesi per porre le basi di una prima costruzione di uno Stato
indipendente e democratico, ma è divenuto, dopo il golpe di Hamas, la base di lancio dei Qassam
contro le città d'Israele. Pur avendo occasione di
governare in uno spazio territoriale significativo come Gaza, i gruppi
terroristi di Hamas, al soldo del dispotismo iraniano, hanno, dapprima,
perseguitato e scacciato gli uomini di Fatah, quindi hanno dato vita a un
continuo attacco missilistico contro Sderot ed Ashkelon. Tale attacco
proditorio e criminale imperversa sulle città del Neghev da ben due anni e
mezzo, provocando rovine e vittime tra la popolazione civile israeliana.
Nessuna reazione internazionale c'è stata, in quella evenienza, né da parte
dell'Onu, né da parte della Farnesina, che, oggi, di fronte all'intervento di
Tsahal volto a neutralizzare i continui lanci di razzi palestinesi, reagiscono
con tanta asprezza contro Israele tacendo sulle cause
dell'azione. La vittima sacrificale della follia terrorista di Hamas e dei suoi
infami mandanti è, ancora una volta, la popolazione civile, dietro la quale,
cinicamente, si nascondono coloro che con i Qassam seminano indiscriminatamente
morte e distruzione fra i civili di Sderot e Ashkelon. L'offensiva israeliana
si è sviluppata sia con una serie di attacchi aerei, sia con l'ingresso
dell'esercito nel territorio sul versante nord di Gaza, per tentare di
neutralizzare i lanci dei razzi palestinesi in territorio israeliano. Ogni
animo retto prova dolore e costernazione di fronte al dramma che vede le
popolazioni civili vittime innocenti - sia palestinesi, sia ebraiche - della
sconsiderata azione del terrorismo. Il segretario generale dell'Onu, ha chiesto
la fine delle operazioni di neutralizzazione delle basi di lancio dei razzi
palestinesi, da parte dell'esercito israeliano, ma non s'appresta alcuna
soluzione fattibile per alleviare il peso di una situazione che, per Israele, si fa sempre più insostenibile. Il presidente
americano Bush ha lanciato l'appello alla cessazione delle violenze e alla
necessità della ripresa del dialogo. Come sarà mai possibile l'accettazione di
questa esortazione fintanto che nessuno fa cessare i lanci dei Qassam
palestinesi? È lecito, per uno Stato che si rispetti, difendere il proprio territorio
dagli attacchi che vengono sferrati da chicchessia, affinché ogni cattiva
intenzione venga a essere scoraggiata, oppure tale prerogativa spetta solo e
soltanto alla Turchia? L'Onu, da parte sua, poco o nulla ha fatto per bloccare
l'azione venefica dei Paesi canaglia, come l'Iran e la Siria, che tanto
palesemente manovrano i gruppi terroristi di Hamas e di Hezbollah, che lanciano
continuamente sul territorio d'Israele i loro ordigni
di morte e distruzione. La condizione posta dagli israeliani, per bocca del
ministro della Difesa Barak è chiara ed esaustiva, per chiunque voglia capire:
"L'offensiva non potrà fermarsi fintanto che i Qassam palestinesi non
cesseranno di cadere su Ashkelon e su Sderot". Ancora una volta Israele non può assolutamente permettersi il lusso di
fidarsi degli organismi internazionali, che, regolarmente, evitano di andare a
toccare i veri nodi che aggrovigliano la matassa e a intervenire sulle cause
che bloccano qualsiasi tentativo di pacificazione. Israele,
per non farsi stritolare dalla morsa che il totalitarismo di marca islamica
cerca di stringergli attorno, deve essere uno Stato eccezionale, guidato da
uomini e donne eccezionali, che siano in grado di fargli superare ogni asperità
che gli si presenta sulla strada. La tanto coraggiosa comunità internazionale,
sempre pronta ad atti di condanna contro la "perfida" Israele, perché tace sui continui bombardamenti palestinesi?
La tragedia, che ha colpito la popolazione di Gaza non nasce per caso, ma
ritrova tutte le sue motivazioni nella vile assenza che le istanze
internazionali hanno manifestato nel campo delle garanzie di spegnimento di
qualsiasi fuoco di guerra e di minaccia alla pace nel Medio Oriente. Riguardo
all'Iran, poi, gran mallevatore di gruppi terroristi come Hamas ed Hezbollah,
nulla si è fatto per frenarne e arrestarne la forsennata corsa all'armamento
atomico, che ad irrisione dei vari "organismi di controllo", continua
indisturbata a procedere. Non passa giorno che il piccolo Hitler, dalle tribune
di Teheran, non proferisca minacce d'estinzione contro lo Stato ebraico. Il sud
del Libano, in barba alla presenza delle truppe internazionali, è fortemente
controllato dai terroristi di Hezbollah che si sono abbondantemente riarmati e
che minacciano a nord il territorio d'Israele,
tenendo, nel frattempo, in ostaggio lo Stato libanese. Il territorio di Gaza,
scacciati con ignominia gli uomini e le strutture dell'Anp, vede il pieno
predominio dei terroristi di Hamas, che ne hanno fatto una piattaforma di
lancio di ordigni contro le città del Neghev, portando morte e distruzioni.
L'assenza degli organismi internazionali è stata massima e può ritenersi causa
prima di ciò che sta succedendo nella regione mediorientale. È perciò nauseante
e fuorviante qualsiasi accusa di olocausto rivolta contro Israele,
che non fa che difendersi da un accerchiamento insostenibile. Mediti
l'ineffabile signor ministro dei Affari esteri: spesso l'eccessiva
equivicinanza, può essere uno strumento letale e sghembo, che può apportare
solo visioni distorte e distorcenti della realtà.
( da "Voce d'Italia, La" del 05-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri La Rice:
"Le due parti intendono riprendere i negoziati" Israele ad Hamas: fermate i missili Il
primo ministro israeliano assicura: "Non ci svegliamo pensando a come
attaccare Gaza" Gerusalemme, 5 mar. – Se Hamas e gli altri gruppi
militanti smetteranno di lanciare missili contro il territorio israeliano,
Gerusalemme non tornerà ad attaccare la Striscia di Gaza. Questo è
quello che ha assicurato oggi il primo ministro israeliano Ehud Olmert, che ha
affermato: “Una cosa deve essere chiara: se non ci saranno più (missili) Qassam
contro Israele, non ci saranno attacchi israeliani
contro Gaza. Noi non ci svegliamo pensando a come attaccare Gaza”. Condoleezza
Rice, segretario di Stato degli Usa, in una conferenza stampa con il ministro
degli Esteri israeliano Tzipi Livni, ha detto di esser stata “informata dalle
due parti che intendono riprendere i negoziati e che sono in contatto per
stabilirne le modalità”, senza però specificare quando avrà luogo il prossimo
incontro fra palestinesi e israeliani. Giulia Fossati.
( da "Stampa, La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Io della Fiera del
Libro di Torino che celebra Israele in occasione del
suo sessantesimo anniversario. Abbiamo ascoltato di tutto, controverità,
falsità e dichiarazioni che hanno seminato la confusione sui termini del
dibattito e sulle rispettive posizioni. È importante incominciare a chiarire
che cosa ho davvero detto e le posizioni che ho preso nelle ultime settimane.
Non sono stato io a lanciare l'appello al boicottaggio della Fiera e quando
sono stato interpellato da un giornalista dell'agenzia ATIC, ho effettivamente
appoggiato l'iniziativa affermando che questa celebrazione era inopportuna e
provocatoria, che il silenzio della comunità internazionale di fronte alle
sofferenze dei palestinesi era insopportabile e che non si poteva accettare
qualsiasi cosa dallo stato di Israele (non ho mai detto che "non si poteva accettare niente dallo
stato di Israele": è
stata una cattiva traduzione dall'arabo compiuta dall'agenzia ATIC che ha
riconosciuto l'errore). Boicottare non significa assolutamente negare
l'esistenza di Israele: io
non nego la sua esistenza, ma mi oppongo alla politica d'occupazione e alle
campagne repressive e disumane messe in atto dai vari governi
israeliani. Ho combattuto e continuerò a combattere l'antisemitismo e ogni
forma di razzismo, non mi stanco mai di partecipare ai circoli di riflessione
su queste questioni e ai dibattiti ebraico-musulmani, ma non accetto il ricatto
al quale ci sottomettono politici, intellettuali e alcuni media. Confondere la
critica allo stato di Israele e alla sua politica con
l'antisemitismo è un'impostura intellettualmente disonesta. È un'offesa alla
coscienza umana e alla dignità dei palestinesi: significa mettersi ciecamente e
con arroganza dalla parte dei più forti considerando che la vita dei più deboli
non vale nulla e può essere sacrificata in nome del calcolo politico. La
celebrazione di uno Stato e del suo sessantesimo anniversario - a meno che non
ci consideriate degli imbecilli - è un gesto eminentemente politico ed è questo
che noi boicottiamo. Non si tratta di negare la libertà d'espressione o la
cultura degli scrittori e degli artisti. Gli inviti che sono stati loro rivolti
sono benvenuti e io stesso ho sempre partecipato a questi dibattiti (anche se è
interessante interrogarsi su questa strana dimenticanza: l'assenza di inviti
agli autori israeliani arabi, cristiani o musulmani: che idea hanno gli
organizzatori della Fiera della composizione della cittadinanza nella società
israeliana?) E infine è stato detto che il mio appoggio al boicottaggio aveva
il valore di una fatwa! Non contenti di aver deformato la mia posizione e le
mie dichiarazioni sono andati oltre con l'intenzione di spaventare utilizzando
la parola "FATWA" che ricorda la triste storia del tentativo di far
tacere Salman Rushdie. A parte il fatto che io ho condannato fin dall'inizio la
fatwa contro Rushdie, bisogna dire con chiarezza che il mio appoggio al
boicottaggio non è un pronunciamento religioso né un provvedimento della legge
islamica. Che ignoranza, che strumentalizzazione! Essendo privi di argomenti, i
miei avversari mi vogliono demonizzare: "Tariq Ramadan è antisemita e ha
lanciato una fatwa!". Un'affermazione del genere è vergognosa e falsa,
indegna di persone che dicono di voler rispettare la cultura e il dialogo. Se
gli organizzatori della Fiera di Torino volevano aprire un dialogo e dei veri
dibattiti tra gli autori e gli scrittori israeliani, palestinesi o più
apertamente ancora arabi, non avrebbero dovuto imporre un quadro che altera la
natura stessa di questi incontri. E invece tutto quanto non può che essere
preso per una provocazione, ragione per la quale io penso che la scelta di Israele come invitato d'onore e del quale si celebra
l'anniversario nel momento in cui il popolo palestinese muore a Gaza a causa
della politica israeliana è come minimo una gaffe e nei fatti un errore. Questa
scelta che si definisce "culturale" riflette esattamente la posizione
politica di oggi dell'Europa e dell'occidente: si celebra Israele,
si continua ad attizzare la confusione tra critica politica e antisemitismo e
soprattutto si tace sull'indegna sofferenza dei palestinesi. Questa scelta
"culturale" fa l'eco al "silenzio politico" contribuendo a
deviare la questione come sanno fare bene i ciechi sostenitori dello Stato di Israele: lanciamo dei dibattiti "culturali" e
facciamo finta di non accorgerci che in questo modo giustifichiamo il
"silenzio politico"! Questo uso della cultura è politico e, lo
ripeto, bisogna che smettano di prenderci per imbecilli. E allora, voglio porre
una semplice domanda, nel momento in cui l'Iran è lo spauracchio della scena
politica internazionale e il bersaglio preferito della bellicosa
amministrazione Bush. Gli organizzatori della Fiera sarebbero arrivati fino al
punto di invitare l'Iran affermando che si trattava di un incontro strettamente
culturale e che i veri invitati sono gli autori e non lo Stato? No, è evidente.
Con questo non intendiamo proporre agli organizzatori di invitare l'Iran, ma
soltanto a riconoscere il carattere politico del loro invito! Noi opponiamo
loro lo strumento del boicottaggio che manifesta chiaramente il rifiuto della
violenza ed è - in realtà - l'accettazione del dialogo! Che altri mezzi abbiamo
noi? Ho detto e ripetuto che è il nostro silenzio sulla scena internazionale
una delle cause della violenza in Medio Oriente: il boicottaggio è uno degli
strumenti pacifici per rompere il silenzio, eppure ecco che subito ci viene
risposto con una incredibile violenza verbale e moltiplicando le menzogne. Gli
intransigenti chiusi al dialogo non sono quelli che si pensa. Ho molto
apprezzato che il direttore della Fiera Ernesto Ferrero e il presidente Rolando
Picchioni mi abbiano indirizzato un appello al dialogo in una lettera aperta.
Noi siamo in disaccordo sul senso da dare a questa celebrazione e sulla sua
portata politica. Mi viene chiesto di riconoscere la sua dimensione culturale:
la mia posizione, secondo loro, equivarrebbe a impedire la libertà di
espressione degli scrittori e degli autori israeliani. I due firmatari della
lettera mi ricordano che io stesso sono stato invitato alla Fiera e che dunque
la mia posizione sarebbe paradossale. Effettivamente io sono stato invitato
alla Fiera e ne ho apprezzato l'apertura di spirito e lo spazio del dibattito.
L'ho riconosciuto e lo riconosco ancora oggi con forza e con rispetto. Ma ora
voglio precisare che avrei partecipato senza alcuna esitazione a dei panels di
discussione e di dibattito con autori israeliani su questioni letterarie o
filosofiche o ancora, per esempio, sul senso e il diritto di criticare Israele. Sarei stato il primo a rispondere a questo invito e
a incoraggiare gli autori arabi, palestinesi, cristiani e musulmani a
parteciparvi. Ma una cosa è la libertà di espressione e il dibattito
intellettuale in uno spazio libero (come dovrebbe essere la Fiera di Torino) e
altra cosa è organizzarlo mentre si festeggia l'anniversario di uno Stato che
non rispetta le risoluzioni dell'Onu, pratica gli assassini politici mirati e
affama un intero popolo. Mi impegnerei con tutto il cuore in liberi dibattiti,
alla Fiera di Torino o altrove, ma con tutta la forza della mia intelligenza e
della mia coscienza mi opporrò alla strumentalizzazione e ai silenzi politici
quando alcuni festeggiano e altri muoiono in silenzio e senza dignità.
Professore presso l'Università di Oxford e la Erasmus University.
( da "Stampa, La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Fiuti venivano
ammassati come a Napoli tonnellata su tonnellata, oppure inceneriti nell'aria.
"Intanto la sostanza, poi penseremo all'olfatto", assicura Idit
El-hassid, direttrice di Hiriya, la gigantesca discarica a pochi chilometri da
Tel Aviv che fino al 1999 raccoglieva la spazzatura della regione di Gush Dan,
diciassette municipalità, oltre due milioni di persone, un terzo della
popolazione israeliana. L'aspetto è una riserva verde di 450 mila metri
quadrati intorno a una collina alta sessanta metri: sotto ci sono sedici
milioni di metri cubi d'immondizia accumulati dal 1952, sopra, supervisionati
dal paesaggista tedesco Peter Latz, crescono alberi, piste ciclabili, decine di
piccole officine in cui si ricicla plastica, legno, metallo, vetro. Passato e futuro,
strato su strato. "Israele è un Paese piccolo e popoloso", continua Idit El-hassid. Il
trattamento dei rifiuti non è un problema postmoderno ma antico, esigenza
nazionale più urgente anche della pace con i palestinesi, che invece stagna
senza una soluzione condivisa. Otto anni fa, dopo l'ennesimo atterraggio
d'emergenza al vicino aeroporto Ben Gurion invaso dagli uccelli della
discarica, le autorità regionali decisero di chiudere Hiriya e ricavarne un
parco, Ayalon Park. Lo smaltimento pianificato è cominciato nel 2000 e
terminerà nel 2020, ma da mesi le famiglie utilizzano l'area per il pic-nic del
sabato. "Dateci in mano Napoli e la mettiamo a posto noi", butta là
Ori Boulogne, cofondatore della Arrow Ecology&Engineering Overseas Ltd.,
una delle società dell'arcipelago Hiriya, quella responsabile della città di
Tel Aviv, cento tonnellate al giorno di rifiuti non smistati. Dalle finestre
del suo ufficio ecologically correct, con le sedie di design in plastica
riciclata, si vede l'enorme vasca in cui comincia il processo di separazione.
Perchè, spiega mister Boulogne, "la raccolta differenziata ha fatto il suo
tempo, troppo articolata per diventare cultura condivisa". I tecnici della
Arrow gettano tutto nell'acqua: l'immondizia leggera resta a galla, quella
pesante va a fondo, dove speciali calamite separano il metallo dal resto, i
sacchetti vengono risucchiati da un ventilatore. Una turbina da 1,5 megawatt
ricava energia dal metano prodotto. Ori Boulogne ha presentato l'idea a Rimini
durante l'ultima fiera dell'high tech ambientale. Ma sogna Napoli, il mercato
più appetibile del momento: "Ci stiamo provando". Da Palazzo Salerno,
il centro operativo per la gestione dell'emergenza partenopea, Federico P.
conferma l'avvio di una trattativa che appare complicata quanto quella tra
Olmert e Abu Mazen: "Abbiamo portato la soluzione Arrow a Napoli, avevamo
proposto un primo impianto per lo smaltimento di 120 tonnellate al giorno di
rifiuti solidi urbani e di ecoballe in sei mesi. Ma non traspare la volontà di
risolvere l'emergenza". Dai vialetti d'accesso all'area industriale di
Hiriya entrano ed escono di continuo camion della nettezza urbana, la
municipale con un terzo degli impiegati laureati in biotecnologie: 800 viaggi
al giorno per scaricare 2700 tonnellate di rifiuti indifferenziati, una delle
più grandi stazioni di transito del mondo. Sembra fantaecologia ma funziona
come una catena di montaggio vecchio stile. Una volta differenziata, la
spazzatura è spedita alle varie officine per essere riutilizzata. Anche
artisticamente. Il falegname Aviv assembla pezzi di vecchi mobili in fogge
nuove e la pittrice Rachel li decora con colori biologici. Riciclaggio al 100%?
Non ancora, il mercato non è pronto ad assorbire il futuro. Quel che avanza da
Hiriya è dirottato nei sette campi rifiuti israeliani e seppellito. Domani
chissà, potrebbere pure fiorire.
( da "Nazione, La (Nazionale)" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
? GERUSALEMME ? IL
SEGRETARIO di Stato americano, Condoleezza Rice, ha concluso la missione
mediorientale con la promessa di Ehud Olmert e Abu Mazen a riprendere i
colloqui di pace. Ma nessuno può dire quando: Israele
chiede che Hamas cessi il lancio di razzi e Abu Mazen chiede la fine dei raid
israeliani a Gaza. - -->.
( da "Unita, L'" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Carter e Annan pronti a mediare la tregua Israele-Hamas
Il movimento integralista palestinese: "Sono i benvenuti a Gaza".
Rice: Olmert e Abu Mazen riprendono il dialogo di Umberto De Giovannangeli DUE
NEGOZIATORI per una tregua. L'ex presidente Usa Jimmy Carter e l'ex segretario
generale delle Nazioni Unite Kofi Annan vorrebbero cimentarsi in una mediazione
fra Israele e Hamas, allo scopo di salvare la
prospettiva che entro la fine del 2008 si raggiunga un accordo
israelo-palestinese di pace. Anche perchè finchè permane la scissione
politico-regionale palestinese fra il regime di Hamas a Gaza e quello dell'Anp
(ossia di al-Fatah) in Cisgiordania è difficile gettare le basi di un futuro
stato indipendente palestinese, dotato di continuità geografica. I due grandi
della politica internazionale hanno compiuto di recente un primo approccio
rivolgendosi ad esponenti di Kadima affinchè tastassero il terreno con
l'ufficio del premier Ehud Olmert. Carter ed Annan, a quanto è stato riferito,
hanno chiesto di sapere se Israele vedrebbe sotto una
luce positiva una loro missione nella zona, in un futuro non lontano. In
particolare, hanno bisogno di sapere se sarebbe garantito loro l'ingresso a
Gaza. Commenti ufficiali, per ora, non ce ne sono. Fonti di Kadima hanno detto,
ufficiosamente, che l'iniziativa rappresenta "un mal di testa" per
Olmert. Probabilmente intendevano dire che questi da un lato non desidera
essere sgarbato nei loro confronti ma dall'altro non freme in attesa del loro
arrivo. Annan è generalmente visto in Israele come un
diplomatico abile ed equilibrato: con l'eccezione della vicenda del rapimento
nel 2000 di tre soldati israeliani da parte degli Hezbollah, in cui Israele ebbe l'impressione che l'Onu avesse mostrato una
dose di acquiescenza verso i miliziani libanesi. Emozioni ben diverse suscita
invece a Gerusalemme Jimmy Carter. In teoria dovrebbe essere atteso a braccia
aperte perchè con il vertice di Camp David (1978) facilitò il raggiungimento
dello storico accordo di pace fra Israele ed Egitto
che, 30 anni dopo, malgrado gli scetticismi di allora, regge ancora
solidamente. In seguito però Carter non ha lesinato le sue critiche allo Stato
ebraico. Due anni fa ha destato reazioni molto adirate in Israele
quando ha pubblicato il libro "Palestina: pace,
non apartheid" che conteneva una dura requisitoria verso i dirigenti di
Gerusalemme. "Il presidente Carter è benvenuto a Gaza", dice il
premier di Hamas Ismail Haniyeh. Adesso Carter ed Annan attendono di sapere da Israele se sia il caso di fare le valige. Fonti governative,
citate dalla radio militare, hanno previsto che essi comunque sarebbero ben
accolti ma anche gentilmente pilotati "verso iniziative più
positive", che non sono state per ora meglio precisate. Tra raid e razzi,
la diplomazia cerca di riallacciare i fili del negoziato. Cambia posizione il
presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen), e poche ore dopo aver lanciato il suo
ultimatum sulla necessità di ristabilire una tregua prima di riprendere i
negoziati di pace con Israele, accetta le condizioni
americane: "Il processo di pace è una scelta strategica - scrive o in un
comunicato ufficiale - e noi abbiamo intenzione di riprenderlo". Immediata
la reazione di Hamas: "Lui è un uomo troppo debole".Tanto è bastato
comunque alla segretaria di Stato americana, Condoleezza Rice, per concludere
la sua frenetica missione fra Gerusalemme e Ramallah, potendo annunciare
"l'impegno ricevuto sia dai palestinesi che dagli israeliani sulla volontà
di riprendere i negoziati", con l'obiettivo (in verità improbabile) di
giungere ad un accordo di pace entro il 2008. Un risultato insperato fino a
metà mattina, quando Abu Mazen tornava a ribadire che senza una tregua generale
non si poteva riprendere nessun colloquio. Ma il pressing americano ha portato
al ripensamento il rais. Neppure Condoleezza Rice si è invece sbilanciata su
quando i colloqui potranno davvero riprendere. Un vertice ancora da confermare,
ma evidentemente condizionato dalla tenuta di quella calma nella Striscia
timidamente auspicata da Abu Mazen. E la calma adesso
sembra prometterla anche il primo ministro israeliano Ehud Olmert: "Se
cesseranno gli attacchi di razzi Qassam contro Israele, Israele non
avrà alcun motivo per azioni militari a Gaza - ha dichiarato ieri -. Gli
israeliani non si svegliano ogni mattina pensando a come colpire Gaza: se non
siamo attaccati, noi non attacchiamo". Sul campo, la tensione resta
alta, La tensione rimane molto alta. . In mattinata il Consiglio di difesa del
governo israeliano aveva dato ordine all'esercito "di mettere fine
definitivamente" ai lanci di razzi palestinesi da Gaza verso il Neghev.
"La situazione è insopportabile" ha detto il ministro Meir Shitrit
(Kadima) al termine della riunione del Consiglio. "Tsahal potrà continuare
ad agire - avverte Shitrit - finchè i lanci di razzi da Gaza non termineranno:
la responsabilità è tutta di Hamas. Ora sono stati avvertiti".
( da "Unita, L'" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del Sul terreno la tensione resta alta. Il Consiglio di
difesa israeliano: l'esercito ha mano libere nella Striscia.
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Commenti Pagina 317
Ma a Israele non serve che si scateni una terza
Intifada --> Da Gaza, ogni giorno, decine di missili Qassam sono lanciati
nella vicina cittadina israeliana di Sderot nel Negev. Al nostro arrivo nel
villaggio di poche migliaia di abitanti, la sirena dell'allarme antimissile
zeva adom ( colore rosso ) ha iniziato a suonare e la popolazione impaurita ha
avuto quindici minuti di tempo per correre e trovare il riparo migliore. In
risposta, due giorni fa l'IDF (esercito israeliano) ha compiuto un'incursione
nella Striscia di Gaza, causando più di 30 morti, fra cui una quindicina di
civili. Lo scopo del raid non è stato soltanto fermare il quotidiano lancio di
razzi contro Sderot - che può raggiungere i cinquanta al giorno - ma di
impedire che anche Ashkelon - colpita recentemente - che si trova a nord di
Gaza e dove esistono importanti raffinerie, diventi un facile obiettivo di
Hamas. I miliziani palestinesi però non sembrano sentirsi indeboliti. Anzi, al momento del rientro in Israele delle truppe dopo l'incursione, Hamas, nonostante le perdite
subite, ha cantato vittoria e ha immediatamente ricominciato a lanciare Qassam
sopra il territorio israeliano per riaffermare la propria superiorità militare.
Dopo tutto, la risposta israeliana sembra avere ottenuto l'obiettivo opposto a
quello voluto. La solidarietà fra le fazioni palestinesi, Hamas e Fatah,
che nel recente passato si sono affrontate in una lotta fratricida, stanno
infatti ritrovando un'unità di intenti contro lo Stato ebraico. E a Ramallah,
nei giorni scorsi, ha avuto persino luogo una manifestazione congiunta di donne
di Hamas e di Fatah contro le reazioni militari israeliane. Abu Mazen,
Presidente dell'Autorità Palestinese, anche per non rischiare l'impopolarità,
ha preferito sospendere le trattative del processo di pace, che si erano aperte
con la conferenza di Annapolis del novembre scorso. Il segretario di Stato
americano, Condoleezza Rice, in questi giorni a Gerusalemme, non avrà pertanto
vita facile per ricomporre questa frattura. Nei giorni scorsi, infatti, Abu
Mazen ha dichiarato che quello che sta avvenendo a Gaza è paragonabile
all'Olocausto, aggiungendo poi: "I razzi non portano nessuna utilità ai
palestinesi e costituiscono invece una scusa per Israele
per intervenire con i carri armati. Personalmente sono contro lo scontro
militare, ma in futuro potrei cambiare idea". Israele
è dunque davanti a un vicolo cieco. "Noi non possiamo tollerare che
continuino i bombardamenti di razzi sul nostro territorio", dichiara il
Brigadiere-Generale dell'IDF Shalom Harari che spiega: "Grazie agli aiuti
che riceve dall'Iran, Hamas sta disponendo di missili sempre più potenti e
sempre più precisi". Ai missili Qassam, di breve gittata, si stanno
infatti aggiungendo i missili Grad con gittata superiore ai
( da "Repubblica, La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina VI - Genova
Elisa Della Pergola, sopravvissuta all'Olocausto, attacca la scelta della
giornalista "Ma quelli sono gli eredi di Almirante una donna ebrea non può
stare con loro" "Ho paura, come quando ho visto
Fini in Israele con la
kippah" "Un ebreo non può farlo. E una donna ebrea ancora meno. Quando
ho sentito questa notizia mi si è accapponata la pelle. Ma come, mi sono
chiesta, allora la storia non insegna proprio niente?". Elisa Della
Pergola passa il suo tempo libero a girare per le scuole, a raccontare ai
ragazzi le sofferenze degli ebrei durante le leggi razziali. La
candidatura di Fiamma Nirenstein nelle liste di An (che per la verità sono i
posti riservati ad An nelle liste del Pdl) è una vera e propria mazzata: non
crede anche lei che, passato tutto questo tempo, gli steccati siano crollati?
"No, non lo credo. Non penso che "steccati" sia la parola
giusta. Ma se un ebreo non capisce cos'è stato l'Olocausto, chi l'ha voluto,
quali ferite ha inciso nell'animo di un popolo, allora forse sfugge l'essenza
stessa dell'ebraismo". Signora Della Pergola, nel sessantesimo delle leggi
razziali, lei ha raccontato a Repubblica la sua vita di tutti i giorni.
"Sì, mio papà che perde il lavoro, poi viene catturato dai fascisti, le
torture alla casa dello studente, la camera a gas in Germania. E noi che fuggiamo,
braccati di casa in casa, l'incubo infinito". Ma anche Fiamma Nirenstein è
ebrea, nelle sue radici ci sono episodi terribili, analoghi al suo.
"Proprio per questo non capisco. E ho paura. E' come quando ho visto
Gianfranco Fini con la papalina, a Gerusalemme. E mi sono chiesta: ma perché
rinnega il suo passato? E perché io, ebrea che si è salvata dalla furia
nazista, dovrei rinnegare il mio? Come può una persona di religione ebraica
candidarsi con gli eredi di Almirante? E cosa ottiene a fare da alibi -
guardate come siamo democratici, abbiamo anche un parlamentare ebreo - a questa
gente?". Anche Raimondo Ricci, 87 anni, presidente dell'Istituto storico
della Resistenza, è indignato: "Credo non si possa passare un colpo di
spugna sulla memoria. E' una questione di radici: quelle degli ebrei, quelle
dei resistenti stanno da una parte, quelle di An, quelle di chi ha militato nel
fascismo o ne è stato l'erede, stanno da un'altra. E le radici non si possono
mischiare. E' quello che ho cercato di dire anche l'altro giorno, mandando un
messaggio a Walter Veltroni". Senatore Ricci, un ebreo non può essere di
destra? "Per carità, anche durante il fascismo abbiamo visto molti ebrei
stare a destra. All'inizio. Poi sono venute le leggi razziali nel '38 e si è
capito tutto". E adesso? "Adesso, come ho scritto a Veltroni, vorrei
che si pensasse sempre al prezzo di grandi sacrifici di coraggio e sangue che
abbiamo pagato per mutare, con la Resistenza, l'identità d'Italia da paese
totalitario a repubblica democratica in nome dei valori di libertà, di
giustizia e di solidarietà sociale. Il richiamo a quella esperienza, pur nella
ben diversa drammaticità delle situazioni storiche, costituisce una forte
motivazione dell'impegno odierno". (r.n.).
( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'intervento Ci
vuole immaginazione per una nuova democrazia Ali Rashid Non voglio irrompere
nel confronto avviato sulle pagine di questo giornale con il segretario del
Prc, Franco Giordano, anche perché non ho nessun titolo per farlo, ma credo che
la sfida aperta e un radicale rifiuto del sistema antidemocratico che si sta
delineando rappresentino una prima ragione per votare a sinistra. Con molto
rammarico non siamo riusciti a mettere le nuove forme di democrazia partecipata
e i nuovi bisogni in relazione critica con il lavoro parlamentare per favorire
un ordine democratico nuovo e più alto. Il motivo principale risiede nella
crisi dei partiti per la gestione dei piccoli o grandi poteri, che ha portato
anche a sinistra al consolidamento di strutture rigide che non hanno voluto, e
ora non sono in grado di accogliere, le energie e le risorse umane necessarie
per un rilevante cambiamento. Rifondazione, reduce da un lunga, direi eroica
fase di resistenza, è divenuta a sua volta respingente a livello periferico,
anche se dal suo centro nazionale sono partite tutte le innovazioni degli
ultimi anni. Il suo dibattito interno dimostra che vengono rispettati tutti i
canoni della trasparenza e è emerso chiaramente che il Prc è un partito vivo
con un segretario garante della democrazia interna, e non il partito del
segretario, a differenza di tutto il panorama politico italiano. La Sinistra
l'Arcobaleno rappresenta il minimo indispensabile, e si iniziano a vedere i
primi frutti dell'unità nella mobilitazione che cresce giorno dopo giorno, ma
non basta. Il primo impegno, dopo una buona affermazione elettorale con il
contributo di tutti, deve essere un allargamento e non solo alle forme
organizzate della società civile, affette dalle stesse malattie dei partiti di
cui a volte sembrano brutte caricature, ma a tutte le energie perse per strada
e a quelle che si stanno appena affacciando a questo mondo inospitale. Il
manifesto per il ruolo significativo che ha svolto e tuttora svolge ha un
dovere che non può eludere nel determinare questa evoluzione. In questo mi
rincuora l'appello del presidente Bertinotti, che ci invita a unirci a
sinistra, "fuori dalla zona grigia del governo", senza illuderci che
esista una stanza dei bottoni a cui basta accedere per cambiare le cose. Viviamo
momenti decisivi con conseguenze che rischiamo di sopportare a lungo,
attraversando la difficoltà con quella speranza che per Kant si traduce in una
dimensione di futuro, che non è una proiezione del sentimento compensativo,
consolatorio, ma una proiezione della coscienza che si crea con
l'incorruttibile sostanza della dignità. Noi tutti portiamo in noi una cosa,
"l'altro da noi", che non è soltanto l'ombra di cui ha parlato Jung,
ma ciò che siamo stati, il nostro passato come individui e come specie. Fra le
nostre diversità non c'è un puro vuoto, ma una varietà di umanità sottostante,
un elemento comune che tende attraverso il confronto a fiorire e crescere.
Intendersi attraverso il confronto con l'altro significa lasciare venire alla
luce ciò che è comune in entrambi. Questa cosa che giace nell'ombra è la
potenzialità obiettiva di forme umane più alte in cui le culture si comprendono
a vicenda in un'intesa qualitativamente sempre più alta. Questa dimensione
utopistica si basa su una grande dignità morale, visto che l'uomo occidentale è
portato a immaginare il futuro dell'umanità in maniera occidentale. I sistemi
dominanti hanno arruolato anche Dio nelle loro guerre, l'uomo prigioniero di
questi sistemi ha creato un Dio plasmato sulla propria immagine aggressiva. Ma
Dio è sempre Altro e questo è un atto di fiducia nella specie umana, perché,
come disse Ernesto Balducci, "negli uomini e in tutto il cosmo c'è un moto
simpatetico, una tendenza di unificazione, una tendenza a unificarsi
prestabilita dalla unità di origine". In questa prospettiva feconda
vengono alla nostra coscienza i limiti e la ricchezza delle possibilità umane,
quelle dell'autogenesi, dell'autocreazione. Ci attendono tempi duri e
difficili, forme inedite di conflitto, mentre il nostro corredo di strumenti
rischia di risultare obsoleto. Con la confusione mediatica, lo smarrimento
generazionale e la crisi della democrazia, come riportare al centro della scena
il protagonismo delle masse nella politica, a partire dal conflitto di classe e
dallo sviluppo della democrazia? Come uscire dallo scontro di civiltà che sta
subendo un'accelerazione? Come recuperare con forza il pregiudizio
"vitalistico", ereditato dall'antica Grecia, che pone alla base del
futuro stesso una progressiva convergenza tra processi della natura e processi
della storia dell'uomo? Dobbiamo creare il futuro. Se il nostro interesse vola
a questa altitudine, non possiamo non intuire il posto che
occupa la Palestina nel
nostro comune destino. Le immagini che arrivano da Gaza ci mettono a nudo di
fronte alla nostra impotenza, ci informano che il peggio non ha fine. E ancora,
dopo tre anni, continua la mattanza in Iraq mentre le navi da guerra americane
stanno dirigendosi verso le coste libanesi e si preparano a attaccare l'Iran.
E di nuovo la questione della guerra e della pace torna al centro del dibattito
politico. Per tutti questi motivi è indispensabile oggi una forte affermazione
della sinistra e nel frattempo creare le condizioni per gettare le basi di un
processo di allargamento più dinamico e partecipato. Non bastano le intenzioni
per cambiare il corso della storia, servono forme organizzative dinamiche per
fondare una vasta comunità che condivida alti valori e principi. Per dirla
ancora con Marcuse, nel lavoro che ci attende sarà necessario appellarci
all'immaginazione, che ci aiuta a comprendere le cose alla luce della loro
potenzialità.
( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Palestina Dietrofront di Abu Mazen: riparte
il dialogo con Israele Michele Giorgio Gerusalemme Abu
Mazen ingrana la marcia indietro. Due giorni fa, al termine dell'incontro con
il Segretario di stato Condoleezza Rice, e ancora ieri mattina, il presidente palestinese aveva sostenuto che l'Anp non sarebbe
tornata al tavolo delle trattative con Israele prima del raggiungimento di una tregua a Gaza. Una posizione
conseguenza dei 120 morti palestinesi - 50% dei quali civili (l'ultimo è una
neonata uccisa martedì sera) - nella pesante offensiva lanciata da Israele. All'improvviso è giunto il
colpo di scena. "Il processo di pace è una scelta strategica.
Abbiamo intenzione di riprendere il negoziato", ha riferito l'ufficio
della presidenza palestinese da Ramallah. Poco dopo si è appreso che i colloqui
potrebbero riprendere già la prossima settimana, con la partecipazione della
Rice. Il punto non è il negoziato israelo-palestinese ripartito ad Annapolis -
nessuno si aspetta che porti ad un accordo entro il 2008 fondato sulla legalità
internazionale - perché a causare sconcerto sono l'indecisione, la debolezza,
l'incapacità di Abu Mazen di rappresentare i sentimenti della sua gente in
questi giorni insanguinati. Un atteggiamento che, inevitabilmente, lo espone a
critiche feroci. "Abu Mazen è un uomo debole, che non è stato in grado di proteggere
il popolo palestinese", ha detto Fawzi Barhoum, un portavoce di Hamas.
"America e Israele - ha proseguito - non lo
tengono in alcuna considerazione e lo usano solo come uno strumento per imporre
i loro piani". E a pensarla così non sono soltanto quelli di Hamas ma la
maggioranza dei palestinesi. In serata un colono israeliano è stato ferito nel
villaggio palestinese di Idna. Secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato
attaccato da palestinesi armati e avrebbe risposto al fuoco rimanendo però ferito
in maniera grave.
( da "Manifesto, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'opinione È
scomparsa la Palestina. Alle origini di un conflitto
Giampaolo Calchi Novati Da un secolo il movimento ebraico-sionista e poi lo
Stato di Israele si trovano in una posizione di
antagonismo con il mondo arabo. Via via l'interfaccia è diventato il popolo
palestinese, ma l'ambigua collocazione della Palestina
fra Egitto, Giordania e Siria non ha consentito un'autonomia definita se non in
tempi recenti, attorno all'Olp di Arafat. Credere che siano i Qassam sparati da
qualche postazione di Gaza la causa della "guerra" fra Israele e Palestina vuol dire non
aver presente questo confronto storico. Gli ebrei si sono affermati in Palestina impossessandosi dello spazio materiale e
immateriale, imponendo la superiorità conoscitiva ed economica, giovandosi degli
aiuti che, malgrado le mai sopite lacerazioni dell'antisemitismo, hanno
assicurato le forze dominanti. Essi erano il fattore innovativo, il progresso.
La regione poteva avvantaggiarsi da quella presenza se non fosse stata un corpo
estraneo e non fosse percepita come antitetica alla crescita della società
locale. La proletarizzazione dei palestinesi costretti a lasciare i campi non
ha fatto che radicalizzare il contrasto. Il dramma della Palestina
è che dalla Dichiarazione Balfour in poi l'elemento dinamico, in teoria
vincente, non aveva come suo obiettivo precipuo l'integrazione ma
l'alienazione, l'occupazione come premessa di allontanamento o espulsione,
l'egemonia a fini espansivi e difensivi. Se si fa sfilare nella mente la
sequenza di conflitti combattuti fra la comunità ebraico-israeliana e gli arabi
- non solo i palestinesi - negli ultimi 70 anni, fin dalla grande rivolta araba
fra le due guerre mondiali, non si troverà un "filo rosso" volto
all'inclusione. Anche la decisione del De Gaulle-Sharon di ritirarsi da Gaza
nel 2005, smantellando, dolorosamente, gli insediamenti dei coloni nella
Striscia, ha avuto un'impronta - esibita ad arte per non suscitare troppa
opposizione in Israele - che ricorda la punizione e la
segregazione molto più che l'autodeterminazione. L'ultima iniziativa del
discusso Arik rifletteva certo la stanchezza dell'opinione pubblica israeliana
per la gestione di quell'enclave infernale, ma era ben lungi dal configurare un
progetto di doppia e reciproca "liberazione". Non per niente le varie
tappe di Camp David, Madrid, Oslo e, su un piano assai minore, Annapolis non
hanno risolto nulla. Fra Israele e Palestina
non c'è stata una Evian che statuisse i diritti e i doveri in modo
irrevocabile. Ed Evian infatti seppe resistere sia alla furia della destra
militare francese confluita nell'Oas sia ai dubbi dell'ala meno collaborativa
del Fln algerino. In Palestina, la formula dei due
stati per due popoli a cui quegli episodi diplomatici si ispiravano sta
perdendo irrimediabilmente di senso perché il corso degli avvenimenti non è
stato invertito non solo nel versante del "riconoscimento di Israele", ma anche e forse soprattutto nella
ricomposizione delle fratture che si sono accumulate per colpa di tutti, colpe
oggettive legate a fattori concretissimi come la terra, il potere o la
geopolitica e colpe più sfuggenti indotte dalle derive ideologiche o
identitarie. Dal 1947-48, il problema centrale è
l'accettazione di Israele
da parte degli arabi e la contestuale accettazione da parte di Israele dell'onore o onere di
appartenere al Medio Oriente e di doverne condividere i problemi di sviluppo e
democrazia con strumenti diversi dalla guerra (comunque giustificata).
Dal
( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-06 num: - pag: 14 categoria:
REDAZIONALE Confronto Varata struttura permanente di contatto fra Islam
moderato e Vaticano Cattolici e musulmani, parte il forum del dialogo A
novembre i teologi delle due fedi ricevuti dal Papa Si tratta del migliore
risultato ottenuto dalle due diplomazie dopo l'incidente di Ratisbona CITTà DEL
VATICANO - La creazione di una struttura permanente di contatto tra Islam
moderato e Santa Sede, la convocazione di un primo "seminario" per
teologi delle due parti il prossimo novembre che sboccherà in un incontro con
il papa: sono i frutti dei "colloqui" che una delegazione vaticana e
una musulmana hanno avuto ieri e l'altro ieri a Roma per dare seguito alla
lettera dei 138 saggi musulmani inviata l'ottobre scorso al papa e ai capi
delle altre chiese cristiane. Si tratta del migliore risultato ottenuto dalle
due diplomazie dopo l'incidente di Ratisbona. Le decisioni raggiunte
nell'incontro sono state annunciate con un comunicato congiunto e sono state
illustrate dagli ospiti musulmani in una conferenza stampa. "Allo scopo di
sviluppare il dialogo tra cattolici e musulmani - dice il comunicato - i
partecipanti hanno deciso di costituire il "Forum cattolico- musulmano"
e di organizzare il primo seminario del Forum a Roma dal 4 al 6 novembre 2008.
Parteciperanno ventiquattro leader religiosi e intellettuali di ciascuna
parte". "Il tema del seminario - continua il comunicato - sarà
"Amore di Dio, amore del prossimo". I sottotemi saranno
"Fondamenti teologici e spirituali" e "Dignità umana e rispetto
reciproco". Il seminario si concluderà con una sessione pubblica e i
partecipanti saranno ricevuti in udienza da Sua Santità il papa Benedetto
XVI". Il comunicato è firmato per la delegazione vaticana dal cardinale
Jean-Louis Tauran, presidente del Consiglio per il dialogo interreligioso e per
la delegazione musulmana dallo Sheikh e professore Abdal Hakim Murad del
"Muslim Academic Trust" (Gran Bretagna). Gli altri quattro musulmani che
sono stati ospiti del Vaticano in questi colloqui sono Aref Ali Nayed direttore
del "Centro reale islamico di studi strategici" di Amman (Giordania),
indicato anche come "portavoce" dei 138 firmatari della famosa
lettera; Ibrahim Kalin della "Seta Foundation" di Ankara (Turchia),
l'imam italiano Yahya Pallavicini vice-presidente della Co.re.is (Comunità
religiosa islamica), Sohail Nakhooda direttore di "Islamica Magazine"
di Amman (Giordania). Le due delegazioni hanno anche deciso che i
"seminari " del Forum si terranno a ritmo biennale, una volta a Roma
e la successiva in un paese musulmano. "Una iniziativa per sanare le
ferite in un mondo devastato da guerre, terrorismo e carestie": così il
giordano Aref Ali Nahed ha definito - in conferenza stampa - il
"Forum" appena costituito. Il discorso tenuto a Regensburg da
Benedetto XVI il 12 settembre del 2006 è stato- per Nahed - "un grande
errore " ma "facciamo tutti degli errori e se hai una grande statura
fai grandi errori"; ma "in seguito" la Santa Sede ha compiuto
"molte mosse positive " che permettono di andare "oltre le
polemiche". Infine la delegazione musulmana ricevuta
in questi giorni in Vaticano formula una "sentita preghiera" per il
rilascio del vescovo caldeo di Mosul (Iraq), Paulos Faraj Rahho - rapito da
guerriglieri islamisti - e di "ogni prigioniero vittima della guerra,
della politica e della crudeltà in Iraq e in Palestina". Luigi Accattoli.
( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-06 num: - pag: 15 categoria:
REDAZIONALE Olanda: le minacce terroriste Reazioni pretestuose e veri profanatori della religione di MAGDI ALLAM SEGUE DALLA PRIMA Se
dunque la reazione al film di Wilders, al discorso del Papa e alla scelta di Israele potrebbero risultare simili, pur
trattandosi di eventi sostanzialmente diversi, significa che essi non sono la
causa bensì soltanto il pretesto invocato per giustificare e legittimare
un'ideologia di odio, intolleranza, violenza e morte. Che esiste a
prescindere da questi eventi perché è un dato fisiologico e storico di un islam
che non ha mai conosciuto la libertà e la democrazia. Che è pertanto sempre e
comunque un fenomeno di natura aggressiva, anche se apparentemente si manifesta
all'insorgere di sintomi esteriori. Ecco perché sbaglia il premier olandese Jan
Peter Balkenende quando incolpa sin d'ora Wilders per una guerra del terrorismo
preannunciata: "Sanzioni economiche, attacchi, minacce. Chi porterà la
responsabilità di tutto questo è lo stesso che ora sta creando le ragioni per
tutto questo". Così come sbaglia il segretario generale della Nato,
l'olandese Jaap de Hoop Scheffer quando dice: "Mi preoccupa il fatto che
le truppe possano trovarsi sotto attacco a causa di un film". Ciò di cui
dobbiamo preoccuparci tutti è esattamente l'opposto: la salvaguardia della
nostra libertà d'espressione in un mondo globalizzato e la libertà di essere
pienamente noi stessi a casa nostra, qui in Europa e in Occidente. Ebbene
dobbiamo purtroppo prendere atto che questa nostra libertà è già compromessa,
perché non siamo riusciti a sconfiggere il terrorismo dei tagliagola e stiamo
subendo il ricatto del terrorismo dei taglialingua. Noi abbiamo il diritto e il
dovere di affermare e di difendere una civiltà dove a un film si replica con un
film, a un discorso si risponde con un discorso, a un evento culturale si
reagisce con un evento culturale. Noi abbiamo il diritto e il dovere di
tutelare uno stato di diritto dove al limite si può rappresentare la propria
contestazione sporgendo denuncia in tribunale, ma mai e poi mai dichiarando una
guerra diplomatica e terroristica. Perché mai in tutto il mondo sono solo i
musulmani che puntualmente reagiscono in modo brutale e violento, per una
ragione o per un'altra, quando si sentono offesi? Forse che i musulmani si
considerano superiori al resto dell'umanità e ritengono di potersi permettere
un comportamento differente dai comuni mortali? Beh, se così fosse, tutti noi
dobbiamo opporci con tutti i mezzi. Non possiamo in alcun modo sottometterci
all'arbitrio e alle barbarie perché si tradurrebbe nel nostro suicidio come
persone fiere e libere e nella morte della nostra nazione e della nostra
civiltà. Non lo dobbiamo fare neanche sotto la minaccia pesantissima di un
embargo petrolifero con il greggio a oltre 100 dollari a barile o della
chiusura di mercati sempre più attraenti. I veri profanatori dell'islam non
sono Wilders, Benedetto XVI o Israele, così come non
lo erano Theo van Gogh, Daniel Pearl e Oriana Fallaci. Lo sono invece gli
stessi musulmani che disconoscono a tal punto la sacralità della vita da non
esitare a massacrare altri musulmani facendosi esplodere anche nelle moschee, a
costringere i cristiani a convertirsi con la violenza, a uccidere tutti gli
ebrei e gli israeliani perché non avrebbero diritto ad esistere. Eppure
l'Occidente continua a dialogare e legittimare i terroristi e i regimi
nazi-islamici che li sostengono, al pari degli stati musulmani che boicottano e
minacciano pur continuando a professarsi "moderati". Se l'Occidente
ha una colpa, ebbene è che è stato finora fin troppo accondiscendente e
remissivo con gli estremisti e i terroristi islamici. Ecco perché dico
"sì" al film di Wilders. Diffondiamolo in Internet in tutte le lingue
in modo che possa essere visto e compreso da tutti ovunque nel mondo. Ma non
auto-censuriamoci addirittura prima ancora che ci minaccino. Non arrendiamoci
al diktat dei taglia-lingua prima ancora che facciano la loro comparsa i taglia-gola.
Solo se sapremo difendere la nostra dignità come persone, potremo aver salva la
nostra libertà come nazione e civiltà. www.corriere.it/allam www.magdiallam.it.
( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-06 num: - pag: 17 categoria:
REDAZIONALE Politica e religione Domani nuova uscita del mensile: interviste e
reportage dalla galassia dell'integralismo islamico Guerre dell'odio dal Libano
all'Iran. Trent'anni di Europeo C'è Ariel Sharon che dalla collina di Bab'da
guarda i palestinesi dell'Olp lasciare il Libano e ripensa alla Bibbia,
"non gioire quando il nemico cade". Ci sono le notti clandestine
nella casbah di Algeri, padri e figli a "rubare " le frequenze della
tv italiana e le trasparenze di Alba Parietti. I mujaheddin a pane e yoghurt
che spiano i Mig sovietici nei cieli sopra Kabul. Trent'anni di reportage,
scatti, interviste, riflessioni sul mondo che cambia e l'odio che monta.
"Jihad. Le storie dell'odio " è il titolo del nuovo numero
monografico dell'Europeo, in edicola con il Corriere da domani, dedicato alla
multiforme galassia dell'integralismo islamico, "in ebollizione - scrive
il direttore Daniele Protti - da molto prima dell'11 settembre, falsa data di
inizio di quello che accade oggi dal Nordafrica al Medio Oriente fino al Pakistan
e all'Indonesia ". Si parte dal grumo israelo-
palestinese con il corpo a corpo tra l'inviata Oriana Fallaci e l'allora
ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon all'indomani del conflitto del
( da "Corriere della Sera" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-03-06 num: - pag: 53 categoria:
REDAZIONALE Giorgio Israel attacca gli integralisti del progresso tecnologico
Giorello: troppi pregiudizi spiritualisti. Pievani: una caricatura Scienza, il
nuovo tabù Denunce Un pamphlet critica i sostenitori più accesi del darwinismo
e il "disastro educativo" dell'istruzione pubblica italiana di
ANTONIO CARIOTI L o scientismo nuoce alla cultura scientifica. Lo afferma il
matematico Giorgio Israel, firma del Foglio, nel libro Chi sono i nemici della
scienza? (Lindau, pp. 346, € 21,50), in cui accusa la sinistra orfana del
marxismo di aver abbracciato una fede acritica nel progresso tecnologico, che
la porta a scomunicare chiunque voglia fissare dei limiti alla manipolazione
della natura e della stessa vita umana. L'attacco è rivolto a studiosi
portatori di concezioni molto diverse: alcuni ritengono che la scienza abbia un
valore oggettivo, altri la considerano una fonte di conoscenze provvisorie e
relative. Ma tutti costoro, secondo Israel, "marciano separati per colpire
uniti", perché sono compatti nel contrapporre nettamente scienza e
religione, così come nel respingere ogni critica al darwinismo. Gli interessati
non gradiscono. Giulio Giorello, chiamato in causa, respinge le accuse di
Israel: "Non ho mai pensato che le verità scientifiche siano fondate sulla
roccia o che gli scienziati debbano decidere tutto. Ma l'Italia non è
minacciata dallo scientismo. Vedo piuttosto avanzare pregiudizi antiscientifici
che si nutrono di spiritualismo e di timore per gli aspetti più emancipativi
delle biotecnologie. Un'offensiva cui l'ex comunista Israel
si unisce con uno zelo da prete spretato". Analoga la reazione di un altro
filosofo della scienza, Telmo Pievani: "Israel dipinge uno scientismo
caricaturale. Nessuna persona ragionevole pensa che le tecnoscienze debbano
correre a briglia sciolta senza vincoli, specie nel campo più delicato della
biogenetica. Tutti concordano, per esempio, sul divieto di far nascere
bambini per clonazione". Vi è tuttavia tra gli studiosi chi condivide i
timori di Israel per il predominio delle tecnoscienze. Così Lucio Russo, autore
del saggio Flussi e riflussi (Feltrinelli): "C'è una biforcazione
crescente tra la ricerca scientifica teorica e quella puramente tecnologica. Le
applicazioni concrete hanno sempre svolto una funzione essenziale di stimolo
alla scienza, ma non credo sia giusto invocare la libertà di ricerca come
giustificazione ideale del lavoro di messa a punto di qualsiasi prodotto o tecnica
per fini commerciali. Esistono casi in cui l'opportunità di sviluppare e
applicare una determinata tecnologia non dovrebbe sfuggire a un giudizio
morale, che andrebbe dato caso per caso". In difesa della ricerca si
schiera Enrico Bellone, direttore della rivista Le Scienze, anch'egli preso di
mira da Israel: "Sulle biotecnologie circolano molte sciocchezze. Per
esempio le cosiddette chimere, presentate dai media come creature mostruose,
sono uno strumento prezioso per capire come funzionano le cellule e trovare una
cura a malattie terribili come l'Alzheimer. La polemica di Israel lascia
disarmati perché non è argomentata. Basta vedere come stronca il mio libro
L'origine delle teorie (Codice edizioni), di chiara matrice evoluzionista: non
entra nel merito e si limita a proclamare che il darwinismo è dannoso". Ma
davvero non si possono avanzare dubbi sulla teoria dell'evoluzione?
"Bisogna distinguere - risponde Pievani - perché un conto è il dibattito
scientifico sul programma di ricerca neodarwiniano, al quale si possono muovere
obiezioni pienamente legittime, come quelle esposte di recente da Massimo
Piattelli Palmarini sul Corriere. Madiverso è il tentativo di screditare
l'evoluzione per dare spazio a teorie di stampo religioso, come il
"disegno intelligente", del tutto estranee alla scienza". Non a
caso Pievani è autore, con Carla Castellacci, del pamphlet anticlericale Sante
ragioni (Chiarelettere). Ma si dichiara distante dalla "metafisica
materialista" denunciata da Israel: "Ci sono studiosi, come Richard
Dawkins, secondo i quali il darwinismo porta necessariamente all'ateismo. Se
Israel ce l'ha con loro, sono d'accordo con lui. Infatti l'evoluzione non
esclude affatto l'esistenza di Dio, ma semplicemente permette di spiegare lo
sviluppo della vita sulla terra senza ricorrere a ipotesi sovrannaturali".
Giorello è sulla stessa linea: "è appena uscito, nella collana che dirigo
per Raffaello Cortina, il libro Preghiera darwiniana di Michele Luzzatto, uno
studioso di fede ebraica che traccia un suggestivo parallelo tra Darwin e
alcuni personaggi biblici. Noi liberi pensatori relativisti siamo aperti alla
cultura religiosa, ma non ci pieghiamo ad alcuna ortodossia, mentre mi pare che
Israel aspiri a fare la mosca cocchiera di Benedetto XVI". Più critico verso
la comunità degli scienziati si mostra Russo: "Noto nell'accademia una
triste omogeneità di pareri: sembra che l'unica esigenza sia difendere tutto
ciò che ha un'etichetta scientifica da nemici più immaginari che reali. E non
credo che la scienza sia minacciata dall'oscurantismo della Chiesa cattolica.
Commettono un grave errore gli scienziati laici in buona fede che, confondendo
la razionalità scientifica con l'adozione della logica di mercato come unico
possibile criterio di scelta, lasciano ai religiosi il monopolio dei giudizi di
valore. E poi quando sento tuonare contro i padri inquisitori non posso fare a
meno di ricordare che, per conciliare il desiderio di sentirsi paladini degli
oppressi con i vantaggi derivanti dall'acquiescenza ai potenti, il metodo più
seguito è sempre stato quello di difendere gli oppressi di epoche precedenti,
ponendosi in sintonia con i detentori del potere del proprio tempo".
Bellone concorda solo in parte: "La Chiesa non è monolitica e non tutti i
cattolici considerano la scienza una minaccia. Ma anni fa Ratzinger scrisse che
la biogenetica era una patologia della ragione, addirittura peggiore del
totalitarismo di Pol Pot". Giulio Giorello. In alto Giorgio Israel. A
lato, contagocce (f. Corbis).
( da "Messaggero, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Retario di Stato
americano, Condoleezza Rice, in missione a Gerusalemme. I negoziati erano stati
sospesi dal presidente palestinese Abu Mazen dopo le incursioni a Gaza che
hanno provocato centoventi morti tra cui parecchi bambini. Quale sarà la data
della ripresa dei colloqui non è stato però ufficialmente detto. Secondo fonti
palestinesi da Ramallah, in Cisgiordania, potrebbero ricominciare dalla
prossima settimana. Condoleezza Rice ha anche detto che un diplomatico Usa ad
alto livello, David Welch, andrà al Cairo per discutere col governo egiziano
della situazione nella striscia di Gaza. Secondo il Segretario di Stato Usa,
che ha fatto queste dichiarazioni durante una conferenza stampa col ministro
degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, l'Egitto saprebbe che è nel suo stesso
interesse impedire il contrabbando di armi dal suo territorio a Gaza. La
signora Livni ha da parte sua ribadito che Israele non
permetterà la costituzione di uno "stato terrorista" di Hamas sul suo
confine sud. Sulla possibilità di una tregua, il premier
israeliano Ehud Olmert ha promesso che se cesseranno i tiri di razzi kassam da
Gaza sul territorio israeliano, Israele a sua volta non attaccherà. Mercoledì sera, una bimba
palestinese di appena un mese è rimasta uccisa nel corso di un attacco
israeliano a Dir El Balah, nel centro della Striscia di Gaza. I soldati
hanno avuto uno scambio di fuoco con i miliziani palestinesi mentre tentavano
la cattura di un comandante della Jihad Islamica. Nel frattempo i ventidue
ministri degli Esteri della Lega Araba riuniti al Cairo hanno condannato gli
attacchi di Israele contro la Striscia di Gaza come
"crimini contro l'umanità". In una dichiarazione finale della
riunione, i ministri hanno ribadito la richiesta del rispetto delle istituzioni
legittime palestinesi, cioè l'Autorità nazionale presieduta da Abu Mazen
(Mahmoud Abbas), e il ritorno della situazione a Gaza precedente la presa del
potere del movimento islamico di Hamas. I ministri esortano anche gli Stati
Uniti e la comunità internazionale a fare pressioni su Israele
perché rilanci il processo di pace e fissi un calendario preciso dei negoziati
israelo-palestinesi.
( da "Tempo, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa Hillary in
ripresa Questioni internazionali il tallone di Obama Per la prima volta
dall'inizio della campagna elettorale, i repubblicani nutrono serie speranze di
potere superare la negativa eredità di George W.Bush e vincere le
presidenziali. Il loro campione, John McCain, si è assicurato ieri
l'investitura superando il numero richiesto dei delegati, ha ottenuto il
sostegno del suo ultimo rivale Mike Huckabee e dello stesso Bush e potrà ora
dedicarsi a unire il partito dietro di sé e a raccogliere fondi per lo scontro
finale. Ben diversa è la situazione sul fronte opposto. Dopo l'ultimo round di
primarie, che ha visto il grande e in parte inatteso ritorno di Hillary Clinton
dopo 12 sconfitte consecutive contro Barack Obama, lo scontro tra i due rivali
è destinato a continuare per molte settimane, forse addirittura fino alla
convention di settembre, con la decisione finale rimessa all'arbitrio dei
superdelegati. Le conseguenze per il partito dell'asinello rischiano di essere
devastanti: dopo mesi di relativo fairplay, negli ultimi giorni Clinton e Obama
hanno fatto ampio ricorso ai colpi bassi. Hillary ha detto di Barack che è
tutto parole e niente fatti, che è un assenteista cronico in Senato, e
soprattutto che, per la totale mancanza di esperienza, non sarebbe in grado di
gestire una crisi internazionale. Il candidato afro-americano, dal canto suo,
insiste che la Clinton è la campionessa di un vecchio modo di fare politica. Se
i due continueranno con questi toni sarà poi molto difficile ricompattare il
partito per la battaglia di novembre. Inoltre, essi saranno costretti a
investire in questa lotta fratricida tutte le proprie energie fisiche e
intellettuali e una parte rilevante dei rispettivi "tesoretti".
Nonostante le sconfitte di ieri, Obama ha ancora un vantaggio di circa 90
delegati sulla Clinton, che gli permette di ostentare una certa sicurezza.
Tuttavia, lo straordinario momentum che sembrava portarlo diritto
all'investitura è svanito. Prendendo spunto dai velenosi spot di Hillary, anche
molti analisti neutrali si stanno chiedendo se egli sia davvero preparato per
guidare la superpotenza o se non sta piuttosto cercando di ubriacare
l'elettorato con slogan suggestivi ma privi di contenuto. A mano a mano che è
costretto a illustrare i suoi programmi, risulta sempre più evidente che il
tallone di Achille di Obama è la politica estera. La sua dichiarata volontà di
ritirarsi al più presto dall'Iraq senza molto curarsi delle conseguenze piace
ai pacifisti, ma non convince i realisti che non vogliono lasciare Baghdad in
preda al caos. Il suo impegno a colloquiare anche con i
nemici, da Ahmadinejad a Raul Castro, da Kim Jong-Il a Chavez, lascia
perplessi. Il suo tiepido sostegno per Israele gli ha già alienato l'influente comunità ebraica. Da questo
punto Hillary appare assai più rassicurante, se non altro perché potrà
avvalersi dei consigli di un marito di cui si sa già tutto.
( da "Liberazione" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Nel suo ultimo
romanzo "Fuoco amico", Abraham B. Yehoshua torna ad affrontare i
grandi temi dell'identità ebraica e israeliana. Lo fa attraverso il racconto
della vita di una famiglia di Tel Aviv, durante i giorni della festa di
Hanukkah Stefania Podda Alla fine andrà. Solo per la cerimonia d'apertura,
giusto per fare atto di presenza - a questo punto non rituale -, ma a Torino,
per la Fiera del Libro, Abraham B. Yehoshua ci sarà. In Italia è da poco uscito
il suo ultimo romanzo, "Fuoco amico", pubblicato da Einaudi, ma lui
stesso sa che il clima che si è creato intorno all'appuntamento di maggio è
oramai tale che i libri rischiano di restare al margine di un discorso tutto
politico. Che è poi il motivo per cui gli scrittori appaiono ora incerti, o
comunque perplessi, sulla partecipazione ad un evento che è diventato altro,
occasione di possibile strumentalizzazione da una parte e dall'altra. Non che
gli scrittori israeliani si sottraggano al confronto, nelle domande e nelle
risposte delle interviste, il piano letterario e il piano politico sono sempre
contigui, spesso sovrapposti. Da sempre - e con una puntualità che è riservata
solo a loro - sono chiamati a esperimersi sul conflitto mediorientale, a svolgere in Israele e fuori da Israele il ruolo di coscienza, più o meno critica, o di oracolo. In
questo ruolo, c'è da dire che Yehoshua - insieme a David Grossman e Amos Oz - è
tra i più attivi, il suo nome è conosciuto in Italia non solo per la qualità
dei suoi romanzi, ma anche come punto di riferimento per seguire l'evoluzione o
involuzione dell'orientamento dell'opinione pubblica israeliana. Un
ruolo che i tre continuano a svolgere, anche se sempre più stancamente e con
sempre minor ottimismo, ma che tutta un'altra generazione di scrittori - spesso
nati quando l'occupazione era una realtà acquisita e cresciuti senza illusioni,
e senza più il collante dell'utopia collettiva del sionismo -, respinge. E
respinge in nome di un diritto alla normalità, che si traduca in un
ripiegamento intimistico, come nel caso di Meir Shalev, o nel ricorso al
surrealismo, come succede nella scrittura di Etgar Keret. L'ultimo libro di
Abraham B.Yehoshua prosegue invece nel solco dei suoi precedenti lavori. Con
una differenza sostanziale: nessuno spazio all'ottimismo, nessuna apertura
all'altro, solo l'amara presa di coscienza di una situazione giunta ad un punto
di non ritorno. Uno stato d'animo che percorre l'intero romanzo e che ovviamente
riflette la posizione che Yehoshua è andato maturando negli ultimi anni.
L'impossibilità - ad ora - di una convivenza, la difesa del muro, il rifiuto di
uno Stato binazionale - tutte posizioni che lo scrittore ha ripetuto nei suoi
interventi pubblici e che spesso lo hanno diviso dai suoi colleghi Oz e
Grossman. Fra gli scrittori, Yehoshua è quello che più riflette e cerca di dare
una definizione sistematica a temi quali l'ebraismo, il sionismo, l'identità
israeliana e ebraica. Ma è una riflessione che in questo momento attraversa
l'intera società, alle prese con illusioni perdute e ideali giunti ad una resa
dei conti non più rimandabile. Ancora una volta, l'autore dà a questa
riflessione dignità letteraria e torna a rendere sulla carta, con sapienza e padronanza
di tecnica, la complessità della realtà. Lo fa, come sempre, intrecciando
diversi piani di lettura. In un intersecarsi di voci, personaggi e luoghi
geografici, racconta otto giorni nellavita di una famiglia di Tel Aviv. Non
giorni qualsiasi, ma gli otto giorni della festa di Hanukkah, la festa delle
luci, scandita dall'accensione quotidiana, al tramonto, di una candela. Dopo
trent'anni di unione coniugale simbiotica e senza sussulti, Daniela e Amotz si
separano per Hanukkah. Dopo aver perso la sorella, Daniela va in Africa a
trovare il cognato Yirmiyahu, nel tentativo di rivivere con lui quel lutto che
le è sembrato sinora attutito dalla lontananza. Ma il cognato non è più l'uomo
che lei conosceva, sulla sua vita pesa un altro lutto, inaccettabile. Quello
per il figlio Eyal, giovane soldato rimasto ucciso dal "fuoco amico"
di un suo commilitone, durante un appostamento in un villaggio palestinese.
L'assurdità di questa morte provoca in Yirmiyahu un rifiuto totale di Israele e della "israelianità". Non va a prendere
la cognata all'aeroporto perché la sola idea di incontrare suoi compatrioti, o
degli ebrei, gli è insopportabile, brucia giornali e riviste che Daniela gli ha
portato e brucia anche le candele di Hanukkah che lei sperava di poter accendere
insieme. Nulla che riguardi Israele, e
l'ineluttabilità ad esso connaturata di non poter essere un normale cittadino
di un normale paese, deve tornare a sfiorare la vita di Yirmiyahu. In Africa -
spiega alla cognata - non c'è una memoria che incombe sul presente e lo
schiaccia, "a nessuno preme decidere chi è ebreo, israeliano o magari
cananeo, se Israele è uno stato più democratico o più
ebraico, se ha ancora qualche speranza di sopravvivere, o se è arrivato al
capolinea". In Africa, si vive e basta, e lui vuole vivere la vita che gli
resta. Prima di decidere per questa pausa dal suo paese e dalla sua gente,
l'unica cosa che lo ha legato ad Israele è stata la
volontà di conoscere l'esatta dinamica dell'uccisione di Eyal. La solitaria
ossessione di Yirmiyahu, il suo rifiuto di accontentarsi del "fuoco
amico" come spiegazione, danno a Yehoshua - nei passaggi più cupi e
dolorosi del romanzo - la possibilità di parlare della distanza tra due mondi
che mai come ora gli appaiono lontani e inconciliabili. Con l'aiuto di un
farmacista arabo cristiano, l'uomo va dalla famiglia palestinese che è stata
testimone delle ultime ore di vita di Eyal. Il soldato era sul tetto della loro
casa, per un appostamento che doveva servire alla cattura di un terrorista mai
arrivato. E' stato ucciso perché aveva lasciato la sua posizione nel cuore
della notte e, nel buio, i suoi compagni lo avevano scambiato per il terrorista
che cercavano. Alla fine, Yirmiyahu scopre il perché di quella mossa incauta:
Eyal voleva ripulire il secchio dai suoi bisogni, non voleva consegnarlo sporco
alla famiglia palestinese. Al padre, questo sembra un atto di profonda umanità,
per quanto stupidamente sproporzionato al rischio, e non si rassegna alla
mancanza di comprensione della famiglia palestinese. Gli è impossibile
accettare che quei palestinesi non riconoscano la correttezza del figlio, vuole
la loro simpatia. Vuole soprattutto la simpatia e l'approvazione della figlia,
una giovane studentessa incinta che parla un ebraico corretto e reso dolce più
dall'inflessione araba. E' per lei che torna e ritorna nel villaggio, che sfida
il destino "tormentando un nemico umiliato". Ma è proprio lei la più
intransigente, è lei a dargli quella che lui definisce "una lezione
sull'ebraismo e sugli ebrei". A quell'ostinato padre, piegato dal dolore,
non concede indulgenza, e nel suo ebraico musicale racconta dell'esasperazione
degli arabi, della loro rabbia per il rifiuto degli ebrei di integrarsi con
loro. "Che cosa ci rimane da fare? - gli chiede -. Odiarvi, e pregare che
arrivi il momento che ve ne andiate. Questa non sarà mai la vostra patria se
non saprete mescolarvi a tutto ciò che vi si trova". Quelle parole che
indignano Daniela, toccano Yirmiyahu, non lo convincono ma lo fanno riflettere,
non le liquida come le farneticazioni di una futura kamikaze. Quelle parole
pongono la questione che Israele affronta ogni giorno,
di come vivere senza che la propria esistenza sia solo il frutto di un rapporto
di forza. A quella grande questione, il polemista Yehoshua ha già risposto,
chiedendo confini ma anche separazione di culture e destini inconciliabili. Ma
lo scrittore Yehoshua, quando lascia parlare i suoi personaggi, sembra avere
molti più dubbi e nessuna risposta che si esaurisca in uno slogan. 06/03/2008.
( da "Liberazione" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Già la prossima
settimana potrebbero ripartire i colloqui tra Anp e Israele
e con la partecipazione dell'Egitto Abbas ci ripensa su "consiglio"
di Rice: sì ai negoziati, senza la tregua a Gaza Francesca Marretta Gerusalemme
Aveva detto che la ripresa dei negoziati tra Anp e governo israeliano doveva
passare per una tregua a Gaza, il presidente palestinese Abbas. Poi ha chinato
il capo ed obbedito, ancora una volta, agli ordini della Casa Bianca. Il
cessate il fuoco nella Striscia non è una precondizione per la ripresa dei
colloqui di pace tra israeliani e palestinesi. Lo ha deciso Condoleezza Rice,
annunciandolo dopo l'incontro a Gerusalemme di ieri con i capi delle diplomazie
israeliana e palestinese. Il primo incontro del nuovo round di negoziati,
durante il quale andrebbe affrontata, a distanza, la questione della Striscia
di Gaza, potrebbe già tenersi la prossima settimana con la partecipazione
dell'Egitto. Il Consiglio di Sicurezza del governo israeliano riunito ieri a
Gerusalemme, ha stabilito che le operazioni militari su Gaza andranno avanti
fino ad annientare la capacità delle milizie palestinesi di lanciare razzi
verso Israele. Anche ieri Sderot è stata raggiunta dai
qassam. Martedì sera, durante un'incursione dell'esercito israeliano nella zona
di Al-Qarara a sud della Striscia di Gaza, nella quale è stato ucciso Yousif
Smairi uno dei leader delle Brigate di Al-Quds, braccio armato del Jihad
Islami, è morta anche una neonata, Amira Abu Akar, mentre diversi civili sono
rimasti feriti. Siamo così ad oltre 125 morti in una settimana. Un macigno
sulla credibilità del dialogo per la pace. Un comunicato diffuso al termine
della sessione straordinaria della Lega Araba riunita ieri al Cairo, ha
definito le ultime operazioni militari israeliane a Gaza, crimini contro
l'umanità. Più che le rivelazioni del complotto per rovesciare Hamas insieme
agli americani, che non ha sorpreso nessuno da queste parti, è con questo che
Abbas dovrà fare i conti nelle prossime ore. Il presidente palestinese appare
come una figura sempre più debole. Per questo l'annuncio della sua
disponibilità a negoziare una tregua tra Israele e
Hamas è caduto nel vuoto. Più accettabile, per Hamas, ma non per Israele, potrebbe essere la proposta di mediazione avanzata
ieri dell'ex presidente americano Jimmy Carter e l'ex segretario generale delle
Nazioni Unite Kofi Annan, dettata dalla consapevolezza dell'impossibilità di
raggiungere un accordo entro la fine del 2008, senza la risoluzione del
conflitto con Gaza. "Gli israeliani non si svegliano ogni mattina pensando
a come colpire Gaza. Se non siamo attaccati, noi non attacchiamo", ha
dichiarato ieri Olmert nel corso di un colloquio col presidente ungherese. Allo
stesso tempo la retorica di Hamas è che devono terminare gli attacchi
israeliani e con essi l'occupazione, per fermare i razzi. La guerra continuerà
a Gaza, dove esponenti delle milizie sono intenti a migliorare i missili
assemblati in edifici adibiti a laboratorio. Ce lo ha raccontato a Jabalya,
teatro degli violenti scontri dei giorni scorsi, uno degli "addetti ai
lavori". "Adesso stiamo lavorando alla produzione di razzi da
( da "Tempo, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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Intervista all'ex ambasciatore israeliano in Italia Nessuna pietà per i
terroristi: il dialogo dei moderati li cancellerà Ex ambasciatore di Israele in Italia, ha
scritto un libro, "Da Gerusalemme a Roma" che raccoglie gli articoli
pubblicati durante la missione italiana 2001-2006. Vi si narra una personalità che
verrebbe ovvio definire "al di là di ogni clichet" e che invece, più
realisticamente, contiene un protagonista della storia del suo Paese, un
diplomatico convinto che le soluzioni bisogna andarsele a cercare. Con tenacia,
intelligenza e sacrifici. Ehud Gol vive per Israele e
per la sua famiglia. L'Italia gli è rimasta nel cuore. S'abbandona alla
nostalgia quando pensa alla Sicilia, alla Campania "a tutto il sud".
E poi il cibo, il calcio: un po' Roma, un po' Lazio. Ai cinque anni romani
dedicherà il suo prossimo libro. Parla da Gerusalemme. "C'è il sole, è una
bellissima giornata". Anche a Roma. L'operazione "inverno caldo"
si è appena conclusa. Hamas canta vittoria sorvolando sulle dichiarazioni del
premier Olmert che ha confermato la linea dura in caso di nuovi bombardamenti.
"è una tragedia per noi e per i palestinesi. Tre anni fa siamo usciti da
Gaza. Ci aspettavamo dialogo, collaborazione, ingoiamo violenza tutti i
giorni". Trattative, dialogo, collaborazione. Alla fine sembra una beffa.
Nulla cambia, la guerra continua. "Trattare è giusto, inevitabile,
necessario". Con chi? "Non certo con Hamas, sono terroristi. Lo sanno
tutti. Il mondo occidentale lo ha stabilito. E con i terroristi non c'è parola
utile. Bastano le armi". E allora con chi? "Con i moderati, con i palestinesi
che vogliono la pace. Abbiamo lo stesso sogno". Che appare sempre più
lontano. "Ci vuole tempo. Non bisogna distrarsi dalla potenza negoziale,
occorre un lavoro quotidiano per ampliare la qualità e la quantità delle
relazioni con i moderati". Il senso è stringere relazioni, stabilire
obiettivi comuni, determinare l'isolamento dei terroristi e colpirli?
"Sono nato qui. Israele ha relazioni di pace con
la maggior parte del mondo arabo. Non c'è altra soluzione che continuare a
parlare. A parlarsi". L'Iran vi vuole cancellare dalla faccia della terra,
Hezbollah ha dichiarato guerra a Israele. "L'Iran
rappresenta un fattore di destabilizzazione. Il più negativo, il più
pericoloso, soprattutto per la convinta adesione all'armamento nucleare. Iran,
Hezbollah, Siria, Hamas. Eccoli, con loro è inutile trattare. Ci difenderemo,
ogni volta che ci attaccheranno". L'America e i grandi mediatori sono
sulla strada giusta? "L'America esercita un ruolo importante. Da
sessant'anni. Ora si sta scegliendo il nuovo presidente, è difficile aspettarsi
iniziative diverse da quelle avviate". McCain o Obama? McCain o Hillary?
"Personalmente conosco soltanto la signora Clinton, ma, chiunque sarà il
presidente, per noi non cambierà nulla. L'America è un alleato fedele.
Fondamentali i suoi contatti con il mondo arabo. Non cambierà la lotta al
terrorismo". Ha avuto parole dure nei confronti dell'Onu. "Ho
pensieri chiari nei confronti di una organizzazione di cui fanno parte 55 Paesi
musulmani che non hanno relazioni con Israele, di
un'organizzazione che accoglie molti Paesi totalitari che criticano Israele a prescindere". Insomma, a volte dannosa. E il
dialogo avviato da Benedetto XVI fra le religioni del mondo le appare di una
qualche utilità? "Il dialogo si svolge e ha senso fra i moderati".
Moderati nella Fede? "Moderati. Naturalmente ostili al terrorismo".
La scelta militare adottata in Iraq e in Afghanistan ha portato risultati
concreti? "In Iraq non c'è più Saddam, in Afghanistan non ci sono i
taliban. Mi sembra un successo. Non siamo al cento per cento degli obiettivi
raggiunti. Ma i risultati dimostrano che i militari servono". E costano.
"Il 25 per cento del nostro bilancio è destinato alla difesa. Un peccato:
miliardi di dollari che potrebbero essere destinati allo sviluppo. A far
crescere il nostro Paese". Il terrorismo spaventa e impoverisce. Vuol dire
questo? "Anche. Il terrorismo e la fame sono i problemi del mondo".
Passando per acqua e petrolio. "Alcuni Paesi usano il petrolio come arma,
altri tendono a minimizzare la questione. La verità è che bisogna concretamente
pensare a risorse energetiche alternative per sottrarsi a ogni possibile
ricatto. Per l'acqua è più difficile. In Israele
ancora di più. Questione amara, facciamo il massimo". I prodotti cinesi a
basso costo, la droga afghana, l'intraprendenza indiana, gli arabi in grado di
comprarsi il mondo, un messicano appena diventato il più ricco della terra. Che
fine faranno America ed Europa? "Devono unirsi e collaborare sempre di più
per vincere le prossime sfide. Non possono fare altro. è un obbligo". In
mezzo c'è la Russia. "Solo otto anni fa era un Paese debole. Oggi, dopo
Putin, ha un ruolo molto più centrale. Vedremo che cosa farà il neo presidente.
Diamogli tempo". Che voto dà alla nostra politica estera vista da
Gerusalemme? "Ben bilanciata. L'Italia è un Paese chiave fra quelli che ci
sono vicini. Quando ero a Roma c'era Berlusconi al governo e abbiamo avuto
relazioni straordinarie". Il ministro degli Esteri D'Alema è convinto che
bisogna trattare con tutti quelli che stanno a Gaza, non solo con il presidente
Abu Mazen. "Da qui non posso valutare le sue dichiarazioni". Che
s'aspetta dal prossimo governo? "Quello che abbiamo avuto dal precedente e
prima ancora, amicizia e qualcosa di più: più visite, più scambi commerciali.
Relazioni chiare". Due parole su Veltroni. "Peccato non averlo
incontrato alla presentazione del mio libro. è stato un buon sindaco". E
su Berlusconi. "Grande amico, ha scritto la prefazione al mio libro".
Quante volte al giorno parla con il presidente Olmert? "Lo sento quando
posso. Il mio lavoro, quest'anno, mi porta continuamente in giro per il
mondo". La politica è la sua passione? "La famiglia è la mia
passione, la politica è un interesse". E la Fede, com'è il suo rapporto
con Dio? "Senza Fede una persona non è completa". C'è qualcosa che le
fa paura? "Sì, il terrorismo".
( da "Riformista, Il" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Sogni come nella
grande tradizione politica europea I had a dream, ma non ce l'ho più Il Pdl di
destra e il Pd di sinistra In entrambi un mix di laicità, libertinismo e teodem
Il mio amico Paolo Franchi lascia la direzione del Riformista. È mio dovere
ringraziarlo per l'ospitalità concessami sul quotidiano da lui diretto e dargli
atto del coraggio che politicamente ed anche letterariamente ha così dimostrato
di avere. A lui è dedicato questo articolo. Grazie Paolo! "I had a
dream!", e cioè: "Avevo un sogno!". Nutrivo cioè il sogno che,
dopo la sbandierata fine delle ideologie, e cioè dopo la pratica
de-culturazione della politica e dei partiti della sciagurata così detta
Seconda Repubblica, e respinto il non compreso modello americano che veniva
sbandierato, i partiti maggiori, il Popolo delle Libertà e il Partito
democratico, dopo aver dichiarato di voler andare (si fa per dire!) da soli,
assumessero il ruolo e adottassero i programmi dei grandi partiti della grande
tradizione politica e culturale europea, e cioè: il Popolo delle Libertà
dovrebbe assumere il ruolo di un partito di sintesi tra il conservatorismo e il
moderatismo con qualche venatura di liberalismo, ma sempre con quella robusta
dose di protezionismo che ha sempre distinto i tories dai wigh, e il
moderatismo, anzi politicamente parlando, il conservatorismo coniugato da
"socialità", proprio del fascismo prima della sua involuzione monarchista,
e che Mussolini, che per sempre conservò nel cuore il suo sogno di socialista
massimalista, cercò di risuscitare durante la repubblica sociale italiana
entusiasmando quei "ragazzi della repubblica sociale", che poi
numerosissimi, per la chiaroveggenza di quel grande leader politico che fu
Palmiro Togliatti, passarono al Partito comunista, non per opportunismo ma con
senso di intuita continuità. La presenza del futuro nuovo partito del Popolo
delle Libertà nel Partito popolare europeo non richiede nessuna adesione a un
pur pallido riformismo. Da tempo i partiti di ispirazione
cristiano-democratico, che ne costituiscono l'ossatura territoriale, non sono
più partiti riformisti, e il Partito popolare europeo non lo è mai stato,
avendo in modo determinante concorso a costituirlo, su basi di assoluta
discontinuità con le Nouvelles Equipes Internationales e dell'Unione Europea
dei Democratici Cristiani, il Partido Popular spagnolo, partito di sentimenti e
origini franchiste, cattolico-patriottico, e cioè legato alla hispanidad , per
cui la vera Chiesa è certo quella cattolica, apostolica, romana ma con il
timbro dell'hispanidad , e legata alla parte più retriva, e da ieri vincente!,
dell'Episcopato Spagnolo. Ecco quello che ho sognato: un partito del Popolo
delle Libertà apertamente di destra, di destra democratica, ma di destra, certo
anche un po' populista. I grandi reazionari cattolici del XIX secolo,
d'altronde: da Doniso Cortes a de Maistre a de Bonald, erano contro la
democrazia, ma a favore dei poveri. Così avevo sognato che il nuovo Partito
democratico fosse e si dichiarasse un partito socialista di tipo europeo, di
quella tradizione socialista europea che con il dissolversi del comunismo
internazionalista di marca sovietica, si è arricchita della tradizione, della
storia, della cultura e dell'esperienza di grandi partiti comunisti nazionali
quale è stato in prima linea il Partito comunista italiano, per il fondamento
culturale italiano datogli da Antonio Gramsci, dalla fine e articolata,
geniale, fantasiosa, ma realistica strategia e tattica di Palmiro Togliatti, ma
soprattutto per la guida lungimirante di Enrico Berlinguer, e per la sua
scoperta della "dimensione" nazionale ed europea del movimento
comunista occidentale. E non dovrebbe essere di ostacolo a questa scelta
socialista il grande apporto di voti e di classe dirigente del mondo cattolico
italiano: vescovi, presbiteri, ordini religiosi, movimenti e semplici laici,
che si sentono naturaliter anticapitalisti, antiliberali e pacifisti. Non mi
scandalizza che il Partito democratico abbia candidato il leader dell'ala più
retriva, reazionaria e antioperaia della Confindustria: se l'ambizione porta
alla conversione, è utile! E poi, nella candidature anche a sinistra qualcosa
di paradossale e ridicolo ci vuole. Non mi scandalizza il mix di libertinismo,
teorico e pratico, "genderismo", laicismo, laicità, laicità per i
valori, "cattolicesimo democratico", teodem e integralismo che si può
ritrovare in entrambi i partiti, comprendo come entrambi i partiti non vogliano
parlare di "valori", o su "materie eticamente sensibili",
come non mi meraviglierebbe per niente che il Partito democratico rilanciasse
la lotta alla così detta omofobia, i Dico, la revisione della legge 40, il
"divorzio brevissimo", l'eutanasia e così via. Non dimentichiamoci
che perfino nella lettera inviata a due membri dell'Episcopato degli Stati
Uniti dal Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede a proposito
del quesito se fosse o meno lecito votare per una candidata favorevole all'aborto,
mentre si ribadiva che non poteva essere ammesso all'Eucaristia, era lecito
votare per lei, purché il voto non fosse dato proprio per queste sue
convinzioni e per sostenere la causa dell'aborto. Questa posizione potrebbe
essere coniugata per entrambi i partiti con la concessione del free vote per
motivi di coscienza su queste materie, come per altre che sono considerate
anch'esse "eticamente sensibili": gli stanziamenti militari, le basi
militari straniere in Italia, le missioni militari italiane all'estero, la
"globalizzazione", i G8, la politica di "equidistanza"
tra Hezbollah e Hamas da una parte e Israele dall'altro, a favore dei primi evidentemente. Ma che il Popolo
delle Libertà si dichiari apertamente di destra, e dica e faccia qualcosa di
destra, e che il Partito democratico si dichiari di sinistra e socialista e
dica e faccia qualcosa di sinistra, forse è un sogno. E quindi non:
"I have a dream", ma "I had a dream!". Francesco Cossiga ,
alias Franco Mauri ,alias Mauro Franchi , alias Jansenius 06/03/2008.
( da "Opinione, L'" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Gio, 06 Mar
2008 Edizione 46 del 06-03-2008 Le parole di Shirin Ebadi Il macigno che ci
pesa di Davide Giacalone Shirin Ebadi, prima magistrato poi avvocato e alfiere
dei diritti umani in Iran, poi anche premio Nobel per la pace, rivolge, a noi
europei ed a noi italiani, un'accusa molto precisa: pur di fare affari con
l'Iran, pur di acquistare a buon prezzo il petrolio, voi chiudete non uno, ma
due occhi sulla continua violazione dei diritti umani, ad opera del nostro
governo. Vero. Non solo abbiamo taciuto davanti alla repressione dei movimenti
studenteschi, non solo ci giriamo dall'altra parte per non vedere il massacro
dei diritti delle donne, non solo non aiutiamo i movimenti democratici che pure
in Iran ci sono. Abbiamo fatto di più, e di peggio: abbiamo consentito ad
Ahamadinejad di attaccare il diritto all'esistenza d'Israele e di dileggiare il ricordo della persecuzione subita dagli
ebrei. I nostri governi hanno pronunciato parole di circostanza, più intenti a
far capire che si trattava di gesti e parole esagerate, dovute al desiderio
iraniano di tornare ad essere una potenza regionale, che disposti a prendere
quelle parole e quei fatti per quello che sono: un'offesa all'umanità
intera. Il governo italiano, si è spinto fino ad inviare una lettera ufficiale
al presidente iraniano, qualificando come legittime le sue aspirazioni
nazionali. Ed abbiamo lasciato che fossero gli Stati Uniti a sostenere a voce
alta e chiara che la corsa iraniana al nucleare deve essere stroncata. Abbiamo
lasciato agli israeliani il compito di dire che erano pronti ad ogni
intervento, purché quella minaccia di guerra non possa mai realizzarsi. Quando
si affrontano i problemi di politica estera occorre mantenere efficiente la
bussola ideale e tenere ben saldo il timone del realismo. In ogni caso si
devono salvaguardare gli interessi nazionali. Uno di questi interessi è
certamente l'approvvigionamento di petrolio. Se quest'ultimo prevale su ogni
altra considerazione vuol dire che si è persa sia la bussola che il timone, e
che si è strappata la rete d'interessi che deve tenerci saldamente vicini alle
altre democrazie occidentali. La voce di Shirin Ebadi è un macigno che pesa
sulla nostra coscienza. Se non la ascolteremo sarà anche la lapide sui nostri
interessi.
( da "Opinione, L'" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Gio, 06 Mar
2008 Edizione 46 del 06-03-2008 Liste Pdl Sono pochi i nomi nuovi di Barbara
Alessandrini Riunione-fiume dei vertici di Forza Italia e di Alleanza Nazionale
a via dell'Umiltà per gli ultimi ritocchi alle liste. Ma l'operazione nomi
d'oro non è stata ancora completata. Il bozzone de prescelti deve passare al
vaglio di Silvio Berlusconi che dovrebbe dare il suo via libera tra la giornata
di venerdì e quella di sabato, poi l'elenco dei candidati verrà reso noto. Per
il momento, quindi, si va avanti ancora a colpi di scarse, scarsissime
indiscrezioni che filtrano dagli abbottonatissimi esponenti degli stati
maggiori dei due partiti che formano il Pdl. La prima riguarda la conferma che
in Campania alla Camera la lista del centro destra sarà aperta dalla
odiatissima (dalle donne del Pdl) Mara Carfagna mentre al Senato il ruolo di
punta sarà assunto dall'ex Presidente della Confindustria Antonio D'Amato. Il
ruolo della Carfagna come capolista nella regione di Antonio Bassolino aveva in
un primo momento avallato l'ipotesi secondo cui per dare un segno di novità il
Pdl avrebbe puntato sull'ipotesi di far guidate tutte le liste da candidati
donne. Ma l'idea, guarda un po', è stata scartata. Al momento la parte
femminile del Pdl, oltre ad essere formata dalle parlamentari uscenti che
verranno riconfermate, sembra destinata ad un arricchimento modestino, con
pochi nomi nuovi come quelli di Deborah Bergamini e di Beatrice Lorenzin.
Neppure in campo maschile le novità dovrebbero essere particolarmente numerose.
Un nome di spicco che figura in quota An è quello dell'avvocato Alessandro
Ruben, componente autorevole dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e
presidente dell'Antidefamation league Italia. Una candidatura, la sua,
rappresentativa dell'attenzione del Pdl per gli ebrei italiani e della sua
amicizia per Israele. Insieme con Ruben e sempre un
quota An dovrebbe figurare il generale Roberto Speciale, l' ex Comandante della
Guardia di Finanza uscito vincitore dallo scontro con il vice ministro
dell'Economia Vincenzo Visco. An, infine, è intenzionata a riportare in
Palamento l'attuale Cda della Rai Gennaro Malgieri ed Adriana Poli Bortone.
Difficile, invece, che possa concretizzarsi l'inserimento del giornalista e
storico Giordano Bruno Guerri. Per quanto riguarda FI i nomi nuovi su cui
sembra puntare sono quelli di Renato Farina, ex vice direttore di Libero,
l'economista Giuliano Cazzola, il colonnello del Ris di Parma Luciano Garofalo,
l'editorialista de "Il Giornale" Fiamma Nirenstein, Paolo Garimberti
dei giovani della Confcommercio. In ballo anche Ernesto Caccavale, ex radicale,
e come sicuri entranti, Giuseppe Moles, portavoce di Antonio Martino sia alla
Farnesina che al ministero della Difesa oltre all'attuale capo dell'Ufficio
Stampa di Forza Italia Luca D'Alessandro.
( da "Avanti!" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
NIENTE CANDIDATURA
PER PEPPINO CALDAROLA E UMBERTO RANIERI: HANNO CONTESTATO D'ALEMA E BASSOLINO
Pd nella tradizione: fuori lista i non allineati 06/03/2008 In materia di
candidature, il Partito (cosiddetto) democratico è riuscito negli ultimi giorni
a compiere alcune nefandezze, che rischiavano di passare sotto silenzio se ieri
non ne avesse dato notizia il "Corriere della sera". Sono stati
esclusi Peppino Caldarola e Umberto Ranieri. Costoro sono stati tra i migliori
ex-giovani deputati del Pci-Pds-Ds-Ulivo-Pd. Il secondo, esperto di politica
estera, attualmente presidente della Commissione Esteri di Montecitorio, amico
e allievo di Giorgio Napolitano. Ma avevano alcuni grossi difetti,
insopportabili nell'ambiente del Pci-Pd. Erano un po' troppo indipendenti.
Erano un po' troppo amici dei socialisti; addirittura Caldarola si era permesso
una fugace trasgressione uscendo con Angius dai Ds ed entrando, per una breve
deviazione, nella Costituente socialista di Boselli. Poi ha capito che non ne
valeva la pena ed è tornato a casa, ma troppo tardi: anziché ammazzare il
vitello grasso i compagni hanno ammazzato lui. È, Caldarola, uno di quei curiosi soggetti che credono davvero che la sinistra
possa essere amica di Israele; che è una piccola nube sulla sua intelligenza, perché come un
politico intelligente possa credere a una cosa del genere è francamente
incomprensibile. Peggio ancora per Umberto Ranieri, che è stato fatto fuori
ufficialmente per la regola delle tre legislature; ma in realtà perché è
stato uno dei pochissimi, se non l'unico, che ha osato chiedere le dimissioni
di Bassolino. Il poveretto non ha retto all'orrore; ma se uno non ha lo stomaco
adatto, non può reggere nel Pci-Pd, specie in quello napoletano. Al qual
proposito aggiungiamo alcune osservazioni. Il Pd a Napoli ha strenuamente
difeso Bassolino. Intanto, ha ricandidato la moglie, l'onorevole Carloni. La
Bassolino sì e Ranieri no. In secondo, ma in realtà primissimo luogo, il
capolista a Napoli è nientemeno che D'Alema. Non solo: anche in Campania 2 il
secondo in lista è lo stesso Veltroni. È la coorte, la testuggine, la falange
del Pd (ex Pci) stretta intorno a Bassolino, come per dire: chi tocca Bassolino
muore, Bassolino è tutti noi. Tutti per uno e Bassolino per tutti. Si comprende
così come Veltroni, dopo il bel discorso sulla coscienza di Bassolino che
sembrava un quasi invito alle dimissioni, si sia rapidamente corretto davanti
al ringhio di Bassolino in televisione, che chiaramente era un ringhio di
minaccia se non di ricatto. Pannella, che ha capito l'antifona, difende i suoi
con le unghie, coi denti e con lo sciopero della sete: bravo, ma per che cosa,
per rimanere in quel bell'ambiente lì?.
( da "EUROPA.it" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
FEDERICO ORLANDO
RISPONDE Cara Europa, leggo che un parlamentare olandese "populista"
o "antislamico", secondo le definizioni di stampa, starebbe per
mandare in tv un suo cortometraggio sul Corano, che ha già fatto suonare negli
accampamenti islamici, non solo olandesi, il corno di guerra (santa,
naturalmente). Avremo il bis di van Gogh, il regista ucciso dai fanatici di
Allah? O ci piegheremo facendo il bis, sempre in Olanda, della collaboratrice
di van Gogh, l'oriunda somala e deputata del Paesi Bassi, cui è stato tolto il
passaporto, che invece le darà la laica Francia della Rivoluzione? E noi con
chi stiamo? VINICIO BALDI, AOSTA Caro Baldi, sapere con chi sta l'Italia è
stato sempre un punto interrogativo, anche per le diplomazie del ventesimo
secolo. Posso ? se s'accontenta ? dirle tutt'al più con chi sto io, visto che
questa "risposta al lettore" è una rubrica ad personam, rifugio di
tutti i vecchi "anarchici" del giornalismo. Io sto decisamente con la
Francia, la Francia bisecolare laica e rivoluzionaria, che ci ha dato la
libertà moderna: purtroppo non bene imitata da paesi come l'Olanda che dalla
laicità francese hanno assorbito solo l'assoluta libertà per tutti di vivere
secondo le proprie preferenze, credenze, costumi; ma hanno ignorato l'altra
faccia, che della laicità fa tutt'uno con lo "spirito repubblicano"
moderno, e cioè l'ordine nazionale, la cornice della assoluta eguaglianza e
dell'assoluta tolleranza per gli altri, entro le quali soltanto ciascuno vive
liberamente la propria cultura. A queste condizioni, garantite in ultima
istanza dal codice penale, c'è il multiculturalismo. In Olanda non l'hanno
capito e, abituati come sono a lavorare felicemente sull'acqua per farne terra
fertile, hanno creduto di consentire alle palafitte delle culture immigrate di
fissarsi nel tessuto del paese: senza preoccuparsi delle compatibilità con le
altre palafitte (apprendo da un articolo di Lorenzo Cremonesi che in olandese
si chiamano zuilien, cioè pilastri). Prima o dopo, il pilastro del fanatismo
monoteistico e nazionalistico degli islamici si è dimostrato incompatibile con
gli altri pilastri: alle altrui manifestazioni di libertà (che consistono anche
in libri, film, vignette irridenti) si replica talvolta col pugnale degli
sgozzatori, secondo il costume di alcuni islamici, anziché con altri libri,
altri film, altre vignette. C'è gente che non va a Torino, non va a Parigi al
Salone del libro, perché dedicato ai sessant'anni di Israele; e c'è chi ingiuria il
presidente Napolitano (un certo "Comitato Nakba", denunciato dal solo
Magdi Allam). Insomma, siamo in pieno revival nazista-fascista-stalinista anni
Trenta, quando i libri dei critici non venivano contestati ma bruciati e gli
autori assassinati (vedi Gobetti, fratelli Rosselli e altri, per restare
in Italia). Il fallimento del multiculturalismo nordico, spintosi fino ad
attribuire all'attivista Tariq Ramadan una cattedra all'università di
Rotterdam, è irreversibile. A Parigi prima di accedere a una cattedra Ramadan
avrebbe dovuto fare l'esame del sangue, per dimostrare che la sua diversità
culturale non si ripromette di negare agli altri le libertà che rivendica per
se stessi. È l'eterno duello tra laicismo e integralismo. (Senza trascurare il
nostro personale fastidio per certa gratuità polemica o satirica, che nelle
società evolute muore di ridicolo ma nelle società fanatizzate provoca
incendi).
( da "Voce d'Italia, La" del 06-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri Otto morti e
diversi feriti nella Citta' Santa Gerusalemme: attentato sanguino a una scuola
Nonostante l'attacco i colloqui di pace continueranno Milano, 6 mar. - Una
nuova sigla terroristica, Kataeb Ahrar al-Jalil (Brigata degli uomini liberi
della Galilea), ha rivendicato l'attentato che questa sera ha provocato otto
morti e diversi feriti nella più importante scuola rabbinica di Gerusalemme
Ovest. L'attentatore si è infiltrato all'interno del collegio e ha aperto il
fuoco, immediato l'intervento delle guardie che hanno reagito uccidendolo. Il
presidente palestinese Abu Mazen, tramite Saeb Erekat, suo collaboratore, ha
subito stigmatizzato il gesto ribadendo la sua condanna a tutti gli attacchi
che colpiscono i civili, siano essi palestinesi o israeliani. Questa invece la reazione di Israele nelle parole del portavoce del ministero degli Esteri Arye
Mekel: "Questi terroristi stanno tentando di distruggere le opportunità di
pace ma noi per certo continueremo i colloqui di pace". Per Hamas si
tratta invece di un "attacco eroico, una risposta normale ai crimini
dell'occupante e alle sue uccisioni di civili. E se subito dopo la
strage centinaia di persone si sono radunate nei pressi del collegio gridando
"Morte agli arabi, morte agli arabi", nella Striscia di Gaza invece i
residenti sono scesi in strada a festeggiare il sanguinoso attacco. Per
Gerusalemme si tratta purtroppo di un brusco ritorno al passato dopo che nel
2007 non si erano registrati attentati. Stefano Vandelli.