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DOSSIER “MERCATO IMMOBILIARE”

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Banche Usa, la crisi che verrà.  Eugenio Occorsio (La Repubblica 3-3-2008)

Il primo è già caduto. Venerdì scorso, poche ore dopo la fosca previsione di Ben Bernanke sui "dieci piccoli indiani" del credito che sembrano destinati inevitabilmente alla bancarotta («si avranno con ogni probabilità alcuni casi di fallimento fra le istituzioni finanziarie di minori dimensioni»), è arrivata la notizia che l’hedgefund Peloton Partners ha avviato una svendita di attività per 1,8 miliardi di dollari, accompagnata dalla sospensione dei riscatti sul MultyStrategy Fund da 1,7 miliardi di dollari, che pure al Peloton fa capo. Tutte misure che rappresentano in modo pressoché incontrovertibile l’anteprima della liquidazione. Il motivo è stato esplicitato senza reticenze: le perdite insostenibili derivanti dagli investimenti connessi con i mutui. Eppure il Peloton non è un fondo qualsiasi: a gestirlo sono due exsuperstar della Goldman Sachs, Geoff Grant e Ron Beller, che per i tre anni passati avevano collezionato utili da far invidia, e dispensato lezioni di finanza avveduta. Ma non è finita. Sempre fra gli hedgefund, la D.B.Zwirn & Co. ne ha chiusi definitivamente due pochi giorni prima. E alla fine della settimana, il colosso assicurativo American International Group ha riportato la maggiore perdita trimestrale dei suoi 89 anni di vita, a seguito di svalutazioni per 11,1 miliardi di dollari di strumenti derivati legati ancora una volta ai subprime. All’inizio della settimana era stato invece un mostro sacro di Wall Street come la Kohlberg Kravis Roberts a dare pessime notizie, avvisando la Sec, come vuole la legge, di aver intrapreso una ristrutturazione del debito. Significa che ha avviato le trattative con i creditori per ritardare i pagamenti su un’imprecisata ma consistente porzione di debito. I pagamenti erano dovuti venerdì scorso, sono stati ritardati ad oggi, lunedì, ma si parla di un rinvio al 13 marzo. Insomma, un disastro.
Allora, chi sarà il prossimo? Migliaia di banche, finanziarie, fondi di qualsiasi specie, tremano di fronte alla selezione darwiniana prossima ventura. E cercano affannosamente di guardarsi dentro, di analizzare, scorporare, spacchettizzare ogni minima emissione obbligazionaria che avevano sottoscritto. Nessuno vuole restare col cerino in mano. Ma intanto le stime di venerdì dell’Ubs dicono che il disastro innescato dalla crisi dei subprime causerà 600 miliardi di dollari di perdite nel sistema finanziario americano, e di questi non più di 160 miliardi sono già emersi, sotto forma di deficit o di derubricazioni dai bilanci (writeoff). Gli altri salteranno fuori chissà da dove. Finché non emergono, il mercato del credito resta bloccato.
Ma leggere il Dna del sistema bancario è più difficile che esplorare il genoma umano. Non basta andarsi a guardare caso per caso cifre e relazioni degli ultimi trimestri, né spulciare gli elenchi dei downgrading, né verificare chi è più esposto sul frontemutui, perché la crisi si è estesa all’intera finanza. Certo, si legge in un rapporto di Standard & Poor’s della settimana scorsa riservato ai clienti, «le istituzioni specializzate nel finanziamento dei mutui come Countrywide Financial, Washington Mutual e Residential Capital rimangono fortemente esposte alla correzione in corso nel mercato immobiliare». Come dire, in cima alla lista del pericolo perché il mercato immobiliare resta il fronte più esposto dell’emergenza. Intanto i valori continuano a diminuire (oggi siamo in media al 15% in meno rispetto ad un anno fa). Giovedì la Fannie Mae, la maggiore agenzia pubblica che gestisce i mutui per i meno abbienti, ha comunicato di aver perso 3,6 miliardi di dollari nel quarto trimestre del 2007 (e 2,1 per l’intero anno). Ancora: le insolvenze sui mutui che godono di copertura assicurativa privata sono salite del 31% a gennaio rispetto a un anno prima, ed è il tredicesimo incremento mensile consecutivo, come ha reso noto venerdì l'associazione di categoria Mortgage Insurance Companies of America. A questo punto, calcola Moody’s, il 17% dei proprietari ha in essere mutui maggiori del valore della casa.
Però non basta per predire quali "piccoli indiani" cadranno. Banche, finanziarie, compagnie assicurative, potrebbero ancora risolvere almeno parte dei loro problemi, intraprendere draconiane politiche di ristrutturazione, insomma cavarsela. E invece i crack come abbiamo visto arrivano da nomi insospettabili dell’universo finanziario. La verità, secondo S&P’s, è che possono sentirsi al sicuro solo le banche veramente blasonate: «Il processo di globalizzazione, consolidamento e diversificazione si legge nel report ha creato fra le 25 e le 35 grosse conglomerate finanziarie mondiali con risorse commerciali e manageriali sufficienti per fronteggiare un vistoso scivolone». Per tutti gli altri, le incognite abbondano, come ha confermato il presidente della Federal Reserve, e come conferma implicitamente il fatto che lo stesso Bernanke darà quasi di sicuro il via ad un nuovo ribasso dello 0,5% dei tassi il 18 marzo, al quale potrebbe seguire anzi la maggior parte degli economisti dà per sicura anche quest’ulteriore manovra un altro ribasso ancora entro giugno, fino a portare i Fed Fund al 2%, più bassi dell’inflazione (che sfiora il 3). Lo stesso Bernanke, in questo diario di una crisi vissuta in diretta e in modo trasparente dall’America sul proscenio mondiale, ha spiegato che «oggi la preoccupazione dev’essere la recessione e non l’inflazione». Quindi, via libera a tassi d’interesse reale negativi (che implicano anche la svalutazione progressiva del dollaro) pur di stimolare l’economia.
Proprio perché gli Stati Uniti hanno deciso di vivere la crisi senza diaframmi protettivi, perfino il presidente Bush la settimana scorsa ha intrapreso una serie di faccia a faccia con l’opinione pubblica del tutto inusuali. Si tratta della fase 2 della manovra di sostegno all’economia. La prima parte, varata dal Congresso all’inizio del mese, comprende una serie di sgravi fiscali grazie ai quali, ha spiegato Bush, oltre cento milioni di americani riceveranno a maggio un assegno di rimborso. Poi c’è una serie di misure intermedie come l’incoraggiamento ai magistrati ad essere meno duri al momento di varare i provvedimenti di sfratto per insolvenza, e alle banche perché rinegozino i tassi su base più umana. Ora è in discussione un ulteriore provvedimento di legge, che fissa nuovi parametri sia per concedere i mutui che per fissare gli interessi e le procedure di esecuzione forzata. Ma stavolta il presidente è andato in televisione a spiegare, sempre fiancheggiato dal ministro del Tesoro, Henry Paulson, che non se la sente di intervenire in modo così invasivo sui meccanismi del mercato. Un tema cruciale in America: perfino il candidato più lontano ideologicamente da Bush, Barack Obama, si muove con prudenza, e ancora nessun capitolo della Obanomics è dedicato a questo problema.
Un’altra fase 2 è in pieno svolgimento, quella dei writeoff delle grandi banche d’investimento: hanno riaperto i giochi, dopo le massicce svalutazioni del terzo quarter, i bilanci del quarto trimestre di Lehman, Bear Stearns, JP Morgan e Wells Fargo. Tutte hanno annunciato cancellazioni fino a 2 miliardi. Poi sono arrivati i 9,4 miliardi di Morgan Stanley, i 16,7 di Merrill Lynch, i 18 di Citigroup. E ora gli americani, in quella che chiamano ormai alphabet soup, hanno scoperto una nuova sigla: dopo le collateralized debt obligation (Cdo), gli structured investment vehicles (Siv), è la volta delle variable interest entities, o Vie. Potrebbe nascondersi in questi ennesimi strumenti di credito, che hanno anch’essi la peculiarità di consentire di tenere fuori bilancio i prestiti più rischiosi, la nuova mina vagante per le banche. Le previsioni variano: secondo Moody’s è una nuova bolla da 30 miliardi di dollari, secondo CreditSights addirittura da 80. Chi ha in portafoglio le Vie? Bloomberg scrive che, a parte i "soliti sospetti" (Citigroup, Merrill Lynch) potrebbe stavolta aprirsi una breccia in nomi che erano riusciti miracolosamente a restare immuni dalla crisi dei subprime a partire da Goldman Sachs. Si apre insomma un ulteriore capitolo nella saga della crisi finanziaria americana che sembra senza fine.


Le incognite degli investitori Sei risposte alla crisi dei mercati di Mario Margiocco (Il Sole 24 Ore 3-3-2008)

 

Listini, valute e politica monetaria.

L' irrazionalità dei mercati può durare più a lungo della solvibilità degli operatori. Era John Maynard Keynes a formulare questo con-cetto, ed è il timore di questa vera o apparente - irrazionalità che sta preoccupando milioni di persone in tutto il mondo. Al momento più ancora che avere rendimenti alti è vitale assicurare il capitale. Anche se, a guardarci dentro, le difficioltà attuali dei mercati non sono quella "crisi più grave dell'ultimo mezzo secolo" di cui ogni tanto qualcuno parla. Tuttavia il piccolo risparmiatore di un qualsiasi angolo d'Europa e d'Italia deve al momento fare i conti con l'inflazione cinese che, esportata attraverso i costi crescenti di un made in China al quale siamo ormai legati, impatta con quella europea ed italiana. Deve fare i conti con la velocità del crollo del prezzo delle abitazioni unifamiliari a Green Bay, Wisconsin, o in qualsiasi altra area d'America, parte di un fenomeno che sta portando al fallimento circa due milioni di mutuatari americani. Per loro sta diventando conveniente mollare tutto e sparire, se ci riescono, visto che il peso del mutuo è ormai nettamente superiore al valore, attuale e futuro, della casa. La finanza americana - ed europea - ha incassato grazie alle cartolarizzazioni il colpo di tanti mutui andati in fumo, o che vi andranno, e si sta massaggiando le ferite. Il piccolo risparmiatore europeo infine deve fare i conti con un prezzo di petrolio, oro e delle materie prime in genere che segnala chiaramente inflazione. Il prezzo cresce infatti anche perché già sconta l'inflazione del dollaro. Che cosa sta accadendo? Partendo dal dollaro, è possibile tentare alcune brevi risposte. 1 Dove arriverà il dollaro? Impossibile prevederlo, ma Paul Ruddock, ceo dell'inglese Lansdowne partners limited, 18 miliardi di dollari in gestione, ritiene che "per un paio d'anni probabilmente il dollaro non darà soddisfazioni". Negli Stati Uniti sono in atto due grandi aggiustamenti. Quello degli squilibri con l'estero, che migliorano dopo il picco del 2005, e che hanno bisogno di un dollaro debole. E il "Grande salvataggio americano" non solo dei due milionidi mutuatari subprime, ma dell'intero sistema finanziario inquinato da derivati inaffidabili, spesso a causa delle cartolarizzazioni subprime. La ricchezza evaporata finora è valutata realisticamente per i soli Stati Uniti a circa 600 miliardi di dollari, di cui 160 già ufficializzati. Anche questo deprime il dollaro, oltre i desiderata di Washington. 2 Ci sarà un salvataggio pubblico dei mutui subprime? Casa Bianca e Tesoro si oppongono, ma il Congresso preme. E intanto sono stati ampliati i limiti di intervento per Fannie Mae e Freddie Mac, le due grandi finanziarie semi-pubbliche che dal 1938 la prima, dal 68 l'altra gestiscono i mutui secondari; garantiscono cioè i primari cartolarizzandoli e rivendendoli sul mercato. In una delle sue ultime interviste, nel 2002, il grande storico dell'economia Charles P. Kindleberger denunciò i rischi della bolla immobiliare e indicò in Fannie Mae e Freddie Mac il motore della bolla, perché fornitori di liquidità in eccesso con le loro garanzie. Ora, contrariamente a quanto molti pensano negli Stati Uniti, Fannie Mae non è più garantita dal bilancio federale, come Alan Greenspan e Ben Bernanke hanno ripetutamente ricordato, e Freddie Mac non lo è mai stata. "Se avessi 30 anni di meno, scriverei un libro su Fannie Mae e Freddie Mac", diceva Kindleberger, scomparso nel 2003. Un diretto intervento del contribuente è sempre più probabile. Anche perché si è aggiunto, innescato dai prodotti finanziari inquinati, il caso delle assicurazioni monoline, che assicuranoi bond municipali, e che erano un ottimo business fino a quando non si sono buttate su mille miliardi circa di derivati inquinati dai subprime, per il 10% un colabrodo che ha generato un buco da 130 miliardi. 3 La politica della Fed è quella giusta? Portare i tassi reali a zero ha un impatto forte e positivo sui mutui subprime in difficoltà. Nel 2008 ad esempio ci sarà il ricalcolo dei tassi per circa 1,5 milioni di mutui subprime, che dopo 20 mesi prevedevano una revisione e tassi più alti. Se la Fed taglia di altri 100 punti base il costo del denaro, per 1,5 milioni di mutui non cambierà niente. "Ma la Federal reserve è un'autorità monetaria indipendente o un'appendice di forze della politica e del mercato?", ha chiesto il 28 febbraio con un editoriale di fuoco Allan H. Meltzer, che della Fed è lo storico più au-torevole, al punto da essere considerato un governatore-ombra. Come negli anni 70 il dollaro è spinto verso l'inflazione, e questo tradisce la fiducia degli americani, dice Meltzer. Come è noto, Bernanke ha due obiettivi contrastanti, e finché privilegerà la liquidità spingerà l'inflazione. Per Jim Grant, del Grant's interest rate observer, una sorta di contemporaneo Walter Bagehot americano, il passaggio è cruciale perché il dollaro è la prima moneta internazionale a non avere un collaterale (l'oro, da quando esiste il mondo moderno) che lo sostenga. Dietro il dollaro c'è direttamente l'America, "e credo che il mondo incominci a chiedersi che cosa questo vuol dire", dichiara Grant. 4 Che cosa cambiano i fondi sovrani? Intanto i fondi sovrani hanno fiducia negli Stati Uniti, dove hanno effettuato i 2/3 dei loro acquisti recenti. Sono comunque il simbolo della nuova mappa finanziaria. Se come si prevede avranno 12 mila miliardi di dollari di assets nel 2015, vorrà dire che il mondo sarà cambiato, come già sta cambiando. Prima e fino al 1915 c'era solo Londra come piazza dove raccogliere denaro. Poi si è aggiunta New York, che ha preso il primo posto, nel 39 probabilmente. Ora c'è anche il Golfo e l'Asia, dove la Cina avrà un peso superiore al Giappone, non appena il renmimbi sarà convertibile. Singapore già impone il suo ruolo. L'asse fianziario Atlantico è ormai in relativo declino. Ed emerge un nuovo capitalismo di Stato, anche cinese e russo. 5 Quali rischi per l'Europa e l'euro? "C'è un relativo e limitato decoupling, e mi sembra che l'Europa stia reagendo positivamente, anche se greggio e materie prime pesano", dice Arnab Banerji, banchiere internazionale e già senior advisor di Tony Blair, a Londra. L'export nell'area dollaro sta comunque diventando molto difficile. Se la Fed dovesse continuare a sottovalutare l'inflazione, esportandola in parte anche in Europa, sarà poi la prova del fuoco per l'euro, che fu creato per vari motivi ma anche per limitare in Europa i rischi delle oscillazioni della valuta americana, che si ripetono da 40 anni. L'euro è destinato ad ampliare il ruolo di moneta internazionale, con vantaggi e rischi, ma sempre come seconda valuta a fianco del dollaro. 6 La crisi finanziaria attuale, epicentro gli Stati Uniti, "è la pià grave dell'ultimo mezzo secolo"? "Questo è il 1929", disse George Soros dopo il Lunedì nero del 1987. "La peggiore crisi degli ultimi 60 anni", disse Alan Greenspan dopo il fallimento Ltcm del 1998. E Robert Rubin ministro del Tesoro di Bill Clinton, parlava di Comitato per la salvezza mondiale per la crisi del peso messicano del 94-95. Oggi c'è chi, come il citato Jim Grant, vorrebbe abbassare il rating della New York Fed, visto che la banca del sistema federale si è presa 44,9 miliardi dei 60 della Taf, lo sportello che il sistema Fed usa da un mese per dare liquidità straordinaria a fronte di collaterali non proprio perfetti. Ma al massimo, secondo i pessimisti, il Grande salvataggio americano sarà del tipo attuato per le Savings and Loans del 1984-91 e pari al 7% del Pil, cioè mille miliardi di dollari. Fa tremare i polsi. Ma si è anche visto di peggio.