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Guido
rossi: "il sistema si è autodistrutto" -
walter galbiati ( da "Repubblica, La"
del 18-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
il conflitto
di interessi, che "nel capitalismo finanziario è diventato
incontrollabile". è un Guido Rossi disincantato
quello che a margine della presentazione del suo libro "Il mercato
d'azzardo", ultimo di una trilogia pubblicata da Adelphi, cerca di
spiegare le origini e i motivi dell'attuale crisi che attanaglia i mercati.
Aut
aut altrimenti meglio restare governatore in lombardia
( da "Riformista,
Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
programma di
aiuti avviato dalle Nazioni Unite al termine del primo conflitto tra Iraq e
Usa. I vecchi (buoni) rapporti con l'establishment di Saddam Hussein e la
contrarietà alle due guerre del golfo, sono tutte prese di posizione mai
digerite dagli Stati Uniti. E per fare il ministro degli Esteri non è certo un
ottimo biglietto da visita avere incomprensioni con la Casa Bianca.
Il
premier ammette il fallimento. I media: <La peggiore mai combattuta>
( da "Liberazione"
del 18-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Mentre ha
ammesso che dal conflitto in Iraq occorre "imparare tutte le lezioni
possibili", Brown non ha potuto trattenersi dal vantare la "ampia
evidenza" del "reale progresso" realizzato in Iraq. Affermazioni
che fanno a pugni con la corrispondenza da Baghdad pubblicata ieri dal
quotidiano The Independent, a firma di Patrick Cockburn,
Il
duopolio di Veltroni passa attraverso la cancellazione della Sinistra
( da "Liberazione"
del 18-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
e con essa
l'idea della politica come conflitto e l'idea del "partito" come
luogo di elaborazione e rappresentazione di "ceti" o
"classi" o interessi collettivi. E chiaro che in questo progetto non
c'è solo il pensiero di Veltroni: hanno collaborato forze diverse. Non solo la
Chiesa ma - soprattutto - i dirigenti di Confindustria.
Bagarinaggio
di Stato ( da "Unita, L'"
del 19-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
è un
intreccio inestricabile dove i favori,gli omaggi, i
conflitti di interesse, la coincidenza di controllati e controllori colmano il
buco tra destra e sinistra pavimentando il terreno paludoso su cui ci si muove
(si affonda) un po tutti? Da "calcio e denaro" a "calcio e
giustizia" il passo è assai breve, ahimè, e non credo porti a molto.
Par
condicio? Ci penso io ( da "Manifesto, Il"
del 19-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
dopo il
duetto serale tra mister conflitto d'interessi e Emilio Fede, resta Casini a
dichiarare che "l'abrogazione della par condicio non è una priorità".
E dalla Sinistra arcobaleno è Angelo Bonelli a sostenere che la priorità è
piuttosto una legge sul conflitto d'interessi mentre la par condicio,
"sistematicamente violata, va attuata e fatta rispettare"
ECCESSO
DI NUOVISMO ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 19-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
era da
scongiurare il conflitto d'interesse e salvare così la democrazia? Argomenti e
parole d'ordine praticamente scomparse. Un progresso, indubbiamente: ora i due
schieramenti sono costretti a definirsi non per reciproca contrapposizione, ma
in termini propositivi, in base ai programmi che presentano al giudizio degli
elettori.
Di
Pietro: moratoria per Malpensa ( da "Corriere della Sera"
del 20-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Nel filo
diretto web l'altro argomento a tenere banco è Berlusconi e il conflitto
d'interessi. Di Pietro rilancia la proposta della limitazione a una rete
televisiva per i privati. "Lo impone l'Europa" spiega. E il Cavaliere
fa bene a preoccuparsi perché "gli terremo il fiato sul collo, anzi gli
soffieremo nelle orecchie".
Scommessa
sul caos - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 21-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
almeno in
questo caso, fuori dall'anomalia permanente e irrisolta del conflitto di
interessi); quanti soldi sono pronti a investire; con quali strategie
nazionali; con quali alleanze internazionali. Se invece non ha niente in mano,
allora siamo in presenza di un vergognoso bluff che rischia di costare
carissimo al Paese.
Berlusconi:
Anche i miei figli sono pronti A Prodi ho chiesto un prestito ponte, per
prendere tempo. Fatemi fare delle telefonate e vi dirò tutto
( da "Unita,
L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: era favorevole a AirFrance, ora insegue Silvio: "Ha
detto una cosa giusta: possibile che non ci siano imprenditori italiani pronti
a fare una proposta?". Quanto ai figli e al conflitto d'interessi:
"Probabilmente non sono nemmeno interessati". Dalla Destra Daniela
Santanché lo sfida: "Silvio, se ci credi mettici i soldi".
Piersilvio
Airways ( da "Unita, L'"
del 21-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Poi perché il
conflitto d'interessi berlusconiano languiva da qualche anno sulle solite
cosucce tipo tv, giornali, radio, portali internet, banche, assicurazioni,
calcio, cinema, processi penali, insomma poca roba. Inglobare anche una compagnia
di bandiera nel gruppo del futuro premier avrebbe conferito al conflitto
d'interessi un frizzante tocco di novità,
Italiani
cornuti e mazziati se Mediaset non rispetta la legge
( da "Unita,
L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Era già
inaccettabile finchè c'era Berlusconi, ma era anche una naturale conseguenza
del conflitto d'interessi. Però dico anche un'altra cosa: se, stando al governo
noi, avessimo provveduto nei primi cento giorni, abrogando le leggi vergogna ed
il conflitto interessi e approvando la riforma radio-tv tante cose sarebbero
andate in modo diverso.
Salvataggi
sa che è una bufala, ma basta arrivare alle elezioni
( da "Riformista,
Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
obiezione del
conflitto di interesse. Di fronte alla bandiera, sia pure dipinta sulla coda,
tutti zitti: zitti i parlamentari che avevano stilato i disegni di legge per
obbligarlo a vendere le sue televisioni, zitti i giuristi che volevano
dichiarare ineleggibile come un bagnino lui che aveva preso i voti della metà
degli italiani,
( da "Repubblica, La" del 18-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Economia Alla
presentazione dell'ultimo libro "Il mercato d'azzardo" il professore
denuncia la mancata regolamentazione degli strumenti finanziari Guido Rossi:
"Il sistema si è autodistrutto" WALTER GALBIATI BOLOGNA - "I
derivati sono proliferati come la fantasia di Alice nel paese delle
meraviglie". E il mercato è sprofondato in una crisi tale perché si è
praticamente "autodistrutto". Tra le cause, il
conflitto di interessi, che "nel capitalismo finanziario è diventato
incontrollabile". è un Guido Rossi disincantato
quello che a margine della presentazione del suo libro "Il mercato
d'azzardo", ultimo di una trilogia pubblicata da Adelphi, cerca di
spiegare le origini e i motivi dell'attuale crisi che attanaglia i mercati.
E che per l'ex presidente della Consob, è "più grave della crisi del
'29". Come è stato possibile arrivare a questo punto? "Gli
strumenti finanziari sono andati fuori controllo. Le autorità di vigilanza
sono state costrette a peccare di negligenza per la complessità dei prodotti. Si doveva, invece, controllare chi li faceva". Le
leggi, quindi, non si sono mostrate adeguate? "La crisi
è iniziata con l'abolizione (avvenuta nel 1999 ndr) del Glass-Steagall Act, la
norma introdotta dopo la crisi del '29 che imponeva la separazione delle banche
commerciali da quelle di investimento. E le origini si possono ravvisare
in un episodio del '93, quando le prime dieci banche d'affari di New York
vennero condannate a risarcire i danni creati dai loro stessi conflitti di
interesse. Allora gli analisti consigliarono alle proprie reti commerciali di
vendere titoli di società che da lì a pochi giorni sarebbero fallite. Fu un buco da 1,4 miliardi di dollari e solo 385 milioni tornarono
nelle tasche dei risparmiatori". Un gigantesco conflitto di interessi. Nessuno ha controllato ...
"Il capitalismo finanziario è stato più abile di tutti gli organismi di
vigilanza. La Sec ha dovuto creare addirittura un
nuovo organismo per controllare i bilanci, ma non è bastato". Ma il
libero mercato non si doveva regolare da sé? "Il libero
mercato non è più prodromico della democrazia, fu sbandierato da Milton
Friedman a sostegno di Pinochet. Adam Smith prevedeva, invece, la
necessità che lo Stato controllasse il mercato. Secondo una tesi di Robert
Reich, contenuta nel suo libro "Supercapitalismo", prima della fine
degli Anni 70 esisteva un capitalismo democratico. Dopo è iniziato il
supercapitalismo, un periodo in cui la concorrenza sfrenata, pur abbassando i
prezzi, ha affievolito la democrazia, i diritti di libertà, la sicurezza sul
lavoro, la tutela dell'ambiente. Tutte le leggi si sono
piegate alla volontà delle grandi corporation e delle grandi banche, che da
sole hanno fatturati superiori a quelli di intere nazioni".
( da "Riformista, Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Aut aut altrimenti
meglio restare governatore in lombardia Formigoni a Roma solo se ha la
Farnesina Al grattacielo Pirelli le scommesse sono iniziate più di un mese fa.
Nelle ultime settimane, però, sembra già pregustare vittoria chi si a suo tempo
si giocò le possibilità per Roberto Formigoni di restare presidente della
regione Lombardia dopo il voto del 14 aprile. Certo, il governatore sarà
capolista al Senato per il Popolo della Libertà, ma le quote che lo danno in
partenza per un pesante ministero in un nuovo governo di centrodestra sono in
costante diminuzione. Perché più ci si avvicina alle elezioni più prendono il
sopravvento diversi fattori concomitanti. Innanzitutto l'esito del voto. Una
vittoria risicata del centrodestra; l'esigenza di un
nuova legge elettorale con la possibilità di ritornare alle urne; l'insistente
voce di un inciucio tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, rappresentano
tutti segnali negativi, di instabilità, che di certo non incoraggiano
l'abbandono della presidenza della regione più efficiente e ricca d'Italia.
Quindi le esternazioni del Cavaliere, il quale in caso di vittoria assicura
quattro donne ministro e al contempo conferma il rispetto della legge emanata
dal precedente governo di centrosinistra che riduce a 12 gli attuali 26. E sui
ministeri pesanti (Economia, Interni ed Esteri) il cerchio continua a
restringersi. Per questo motivo si parla spesso del Welfare o della Sanità,
posizioni in cui Formigoni potrebbe far valere il concetto di sussidiarietà sviluppato
in questi anni in Lombardia, ma che alla fin fine non rappresentano dicasteri
davvero così importanti per lui. Già nelle precedente
tornata elettorale, quando eletto decise di ritornare al trentunesimo piano del
Pirelli, in un'intervista a Repubblica ricordava: "La mia posizione qui in
Lombardia vale almeno tre ministeri". Potrebbe esserci però una terza
possibilità: una candidatura forte alla presidenza del Senato. Un posto di
tutto rispetto non c'è dubbio. Occupato in passato da esponenti di rilievo:
Amintore Fanfani, Marcello Pera, oggi Franco Marini. È la seconda carica più
importante dello Stato. Anche qui però le incertezze sono ancora troppe. Ma a
parte l'esito elettorale e l'esiguità dei posti in ministeri importanti, c'è
un'altra questione non trascurabile: il vuoto di potere che si verrebbe a
creare in Lombardia in caso di abbandono del governatore ciellino. Uno spazio
in cui la Lega Nord non vede l'ora di entrare, (vedi le candidature di Roberto
Castelli, Roberto Maroni e pure di Umberto Bossi via Libero ) ma che spaventa
non poco quel tessuto economico/politico affermatosi in questi anni nella luce
delle garanzie formigoniane. A essere preoccupati, infatti, non sono solo la
gran parte dei dipendenti che lavorano ai piani del grattacielo disegnato da
Giò Ponti, ma pure le quasi ventimila imprese iscritte alla Compagnia della Opere, braccio economico di Comunione e Liberazione.
Così come ci fanno più di un pensiero i direttori generali e sanitari dei più
importanti ospedali lombardi (tra cui il Niguarda di Milano), insieme al
personale di svariati enti economici locali, (Fiera, Gefi, Innotec,
Mediocredito Lombardo ecc.) dove gli uomini di cielle hanno posizioni
nevralgiche. In sostanza, un Formigoni a Roma indebolirebbe molto quel sistema di
potere diffuso e centralizzato che fa capo al governatore della Lombardia da
quasi quindici anni. Ci sarebbe inoltre da affrontare la riorganizzazione di un
equilibrio politico consolidato, in una regione come la Lombardia dove spesso
hanno fatto fatica a coincidere gli interessi di
Gemonio e Arcore, cioè di Bossi e Berlusconi. Non solo. Preoccupa pure la
partenza dell'uomo che in questi anni ha affiancato Formigoni nella gestione
della sanità lombarda: Gian Carlo Abelli, potente politico pavese di estrazione
democristiana e vero deus ex macchina di alcune riforme che hanno segnato le
politiche della giunta lombarda negli ultimi tre mandati. È evidente che uno
dei due dovrà rimanere a Milano fino al termine del mandato nel 2010, per
salvaguardare gli interessi intrecciati tra regione,
sanità, infrastrutture, urbanistica, palazzo Marino e di tutte gli altri enti
locali guidati dal centrodestra. Non c'è dubbio, la questione è delicata: di
mezzo c'è la carriera politica del "celeste", espressione politica
del messaggio di Don Luigi Giussani, fondatore di Cl. E c'è pure l'equilibrio
politico/economico della regione che da sola contribuisce al 10 per cento del
Pil nazionale. È bene pure non dimenticare il detto secolare: "Chi entra
Papa in conclave ne esce cardinale". Formigoni è stato dato in partenza
per Roma ancor prima della caduta del governo Prodi. Un po' troppo presto,
forse, perché in fin dei conti, tra i luminosi corridoi di via Fabio Filzi, non
sarebbe nemmeno una sorpresa rivivere quello che già accadde due anni fa,
quando Formigoni scelse la regione invece che un posto da senatore a palazzo
Madama. I tempi però sono cambiati. Il "giochetto", come amano
definirlo esponenti di centrosinistra, questa volta sarà difficile da diluire.
Formigoni stesso non vuole ricaderci di nuovo. Ritornando sul posto di rilievo
nelle stanze romane, il governatore è stato chiaro, sia pubblicamente che in
privato con il leader del Pdl Berlusconi: a Roma vengo solo per un incarico di
valore, sennò me ne resto a Milano. "Se le cose andranno bene - ha ammesso
nei giorni scorsi in un intervista ad Andrea Montanari
su Repubblica - sono poche le posizioni di peso nel governo. Due o tre. Solo così potrà andare avanti la mia esperienza a Roma".
La richiesta è di un ministero pesante insomma, che non significa altro che
piazzale della Farnesina. Agli Esteri, dove il padrone di casa adesso è Massimo
D'Alema. Berlusconi sembra infatti aver già scelto i
suoi uomini negli altri due dicasteri pesanti, sia agli Interni che
all'Economia: Franco Frattini per il primo e Giulio Tremonti per il secondo.
Come detto Istruzione e Welfare sono di certo possibili, ma vale quello detto
in precedenza: restare presidente della regione Lombardia assicura più
visibilità,e più potere. Su un possibile ruolo alla
Farnesina poi sono troppe le incognite e i parere
contrastanti. La visita in questi giorni in Israele fa tornare a galla i
trascorsi di Formigoni in Medio Oriente. Tra cui l'amicizia con Tareq Aziz,
l'ex primo ministro cattolico iracheno referente per il programma
di aiuti avviato dalle Nazioni Unite al termine del primo conflitto tra Iraq e
Usa. I vecchi (buoni) rapporti con l'establishment di Saddam Hussein e la
contrarietà alle due guerre del golfo, sono tutte prese di posizione mai
digerite dagli Stati Uniti. E per fare il ministro degli Esteri non è certo un
ottimo biglietto da visita avere incomprensioni con la Casa Bianca.
Meglio, per esempio, Gianfranco Fini, uno che ha già dimestichezza con le
stanze della Farnesina, avendo rimpiazzato nel
( da "Liberazione" del 18-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Il premier ammette
il fallimento. I media: "La peggiore mai
combattuta" A Londra la guerra in Iraq ormai è "The Disaster"
Brown: presto un'inchiesta Francesca Marretta Londra L'inchiesta sulla guerra
in Iraq si farà. Prima o poi. La promessa di Gordon Brown è stata messa
nero su bianco in una missiva destinata al segretario generale della Società
Fabiana, Sunder Katwala, che aveva pubblicamente sollecitato il governo ad
assumere una posizione alla vigilia del quinto anniversario dell'invasione del
paese del Golfo, che cade il prossimo giovedì. Brown ha spiegato che per fare
luce sugli errori di una guerra considerata base dello stesso partito laburista
un fallimento, occorre aspettare almeno il ritiro completo delle truppe
britanniche dal paese del Golfo. "Nonostante i progressi
realizzati in Iraq sul fronte economico, politico e della sicurezza, la
situazione rimane fragile e potrebbe facilmente essere rovesciata. In questo momento decisivo, è quindi vitale che il governo non
venga distratto dal suo impegno a favore di un Iraq stabile e sicuro".
Per quanto vago, l'impegno di Brown, rappresenta una svolta rispetto
all'atteggiamento del suo predecessore Tony Blair, che nel 2005 aveva
dichiarato che sull'Iraq c'erano già state "inchieste su inchieste"
(Commissioni Hutton e Butler, dal Comitato per la sicurezza e dalla Commissione
Affari esteri dei Comuni, ndr ), sufficienti a fugare ogni dubbio sull'operato
del suo governo. Gli oppositori alla guerra ed anche l'opposizione in
Parlamento, compresi i Tory che hanno appoggiato l'invasione dell'Iraq,
ritengono sia arrivata l'ora, dopo cinque anni, di avere un quadro ufficiale
chiaro ed esaustivo sull'avventura militare in Iraq. Mentre
ha ammesso che dal conflitto in Iraq occorre "imparare tutte le lezioni
possibili", Brown non ha potuto trattenersi dal vantare la "ampia
evidenza" del "reale progresso" realizzato in Iraq. Affermazioni
che fanno a pugni con la corrispondenza da Baghdad pubblicata ieri dal
quotidiano The Independent, a firma di Patrick Cockburn, che racconta
come vista da vicino "la guerra in Iraq" appaia come "una delle
più disastrose mai combattute dalla Gran Bretagna". Una guerra in cui
"non si è ottenuto nulla" ed i cui vincitori, nelle aree del Sud
controllate dal contingente britannico, sono le milizie sciite mascherate oggi
da forze di sicurezza governative. Per Cockburn, posporre un'inchiesta sugli
errori commessi prima, durante e dopo le operazioni militari britanniche in
Iraq, per non compromettere la stabilità del paese sono dettate dal "puro
interesse personale" e "l'assurda vanità" di Brown. Ammissioni
sull'esito fallimentare della guerra in Iraq cominciano a farsi sentire anche
dalle fila dell'establishment dell'era Blair. L'ex capo di gabinetto di Blair,
Jonathan Powell, ha ammesso alla Bbc che Londra e Washington sottostimarono la
portata del conflitto, tanto da risultare impreparati davanti alle conseguenze
della caduta di Saddam Hussein. Powell ha inoltre ammesso che per riportare la
calma in Iraq saranno "probabilmente necessari decenni". Auguriamoci
non ci vogliano decenni anche per un'inchiesta che non potrà cambiare la sorte
della martoriata popolazione irachena, che oggi vive nella democrazia che si
vede da Downing Street. 18/03/2008.
( da "Liberazione" del 18-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Egregi redattori,
vorrei rivolgere una critca agli esponenti de La sinistra, l'arcobaleno per i
toni troppo misurati che usano nei confronti del Pd. Ritengo che una campagna
più aggressiva e tesa a smascherare lo squallido progetto che ha motivato la
scelta di Uolter di correre da solo potrebbe far ricredere molti elettori,
autenticamente ispirati ai valori di laicismo, solidarietà sociale, pacifismo e
ambientalismo, che nell'essenza caratterizzano una vera sinistra. Fino a poco
tempo fa credevo che "Uolter" tendesse a un inciucio post-elettorale
con il Berlusca, ma in realtà la situazione è forse ben più grave. Ascoltando i
commenti dei miei amici, di sinistra nelle varie sfumature, ho dovuto
registrare che anche coloro che hanno sempre sostenuto i partiti che hanno dato
vita alla nuova auspicata formazione, si sentono obbligati, pur con i vari
distinguo, a sostenere il Pd, nell'attuale frangente di scontro epocale con la
destra, al punto che, se il mio campione fosse rappresentativo del livello
nazionale, la sinistra uscirebbe dal confronto elettorale
distrutta o comunque senza alcun peso. Poiché d'altra parte questo clima
è stato creato unicamente da "Uolter", che si è dovuto addirittura
assumere l'onere di ricompattare preventivamente la destra per potervi
riuscire, l'unica conclusione logica possibile è che il vero obiettivo sia
proprio la distruzione della sinistra che, giova ricordarlo, è l'unica
formazione non inquinata da ammiccamenti confessionali nel panorama politico
italiano. Naturalmente distruggere la sinistra è la pre-condizione necessaria
per instaurare un duopolio camuffato da alternanza, che sarebbe in realtà
alternanza di indistinti, generata fittiziamente solo a livello elettorale
sulla base delle disponibilità finanziarie e della fasulla pubblicità sulla
serietà e sull'impegno. Si potrebbe obiettare che "Uolter" non sia
all'altezza di un disegno sciagurato ma in ogni caso molto ingegnoso; però non
è affatto necessario supporre che ne sia l'ideatore. In estrema sintesi credo
che andiamo incontro a tempi molto brutti. Gianfranco De Juliis Chieti Caro De
Juliis, se leggi bene "Liberazione" non troverai analisi molto
diverse dalla tua. Sono convinto che il gruppo dirigente del Pd che si è
raccolto attorno a Veltroni abbia in mente una idea di
semplificazione della politica abbastanza simile a quella che tu hai
illustrato. Pensa di costruire un sistema politico a "democrazia
limitata", organizzato in modo che esistano due soli partiti, molto
leggeri, molto lideristici e con linee politiche convergenti. Per realizzare
questo disegno è decisivo "spianare" la sinistra, e con essa l'idea
della politica come conflitto e l'idea del "partito" come luogo di
elaborazione e rappresentazione di "ceti" o "classi" o interessi collettivi. E' chiaro che in questo progetto non
c'è solo il pensiero di Veltroni: hanno collaborato forze diverse. Non solo la
Chiesa ma - soprattutto - i dirigenti di Confindustria. Piero Sansonetti
18/03/2008.
( da "Unita, L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Bagarinaggio di Stato Oliviero Beha È proprio vero: basta
sollevare appena appena il coperchio,e il pentolone
Italia non risparmia cattivi odori. Anche nel calcio. Solo che il calcio è
stato pensato,istruito e gestito per
"distrarre" il tifoso (e non, come leggerete, il denaro) dalle
nequizie quotidiane. E invece ne genera e ne distribuisce come e più degli
altri settori. Di qui il corto circuito, e il fusibile/pallone, sotto gli occhi
di tutti, senza che avvenga nulla. Prendete la data di oggi: c'è un turno
infrasettimanale di campionato, con tre partite in sei giorni per spremere il
limone rotondo fino alle ultime gocce, e gli italiani riservano al campionato
un'oncia di credibilità e dosi industriali di passione. Mentre infuria la
campagna elettorale. E la cosa più certa di tutti è il rischio di recessione
economica, con l'enorme bagaglio di lavoro precario che si tira dietro. Sto
quindi parlando di soldi. Di una storia di soldi e pallone. Qualcuno tra i
lettori ricorda vagamente la vicenda di Calciopoli? Ma sì, quella simpatica
faccenduola per cui la Juve è finita in B, il calcio italiano è sembrato
rivoluzionato per un mattino, la faccia l'ha salvata la Nazionale di Lippi e
Rossi (Guido) e del Mastella da "amnistia preventiva" negli
spogliatoi di Berlino... Ebbene, recentemente il settimanale Guerin Sportivo ha
tirato fuori una storiaccia incredibile, cioè credibile. La Federcalcio
italiana ha dilapidato 1 milione e 356 mila 751 euro
in biglietti omaggio. Rileggete la cifra con me, pensate ai problemi italiani,
a quanto denaro è, a che cosa significa. Poi regolatevi sui biglietti all'epoca
scomparsi, sul fatto che la Federcalcio è un ente pubblico dipendendo dal Coni,che quindi sono soldi nostri, che la favoletta dei
biglietti solo "courtesy" per gli sponsor adesso cozza con la cifra
abnorme, che l'equipe azzurra ne è stata certamente imbottita, che però non è
pensabile che tutto questo ben di Dio sia stato solo distribuito "a
gratis", che fuori dagli stadi fioriva il bagarinaggio, che quindi sia
ipotizzabile persino un bagarinaggio se non ufficiale almeno contemplato, una
sorta di "bagarinaggio di Stato", ecc. ecc. Carraro allora, "al
tempo del colera calcistico" alla Garcia Marquez e degli omaggi a pioggia
torrenziale a spese nostre, non era più presidente, Abete era "soltanto"
il suo vice anche se oggi ne è l'erede "inconsapevole" essendo i buoi
secondo alcuni già scappati e secondo chi scrive ancora tutti o quasi nella
mangiatoia-Italia, nella parte del Commissario Straordinario recitava appunto
il suo ruolo alla grande Guido Rossi. Che facciamo di questa vicenda oggi, la
seppelliamo così com'è come se niente fosse, magari promettendo che per i
prossimi Europei i biglietti omaggio saranno di meno e
verranno sorteggiati che so da Pippo Baudo in diretta tv? Basta questo, oppure
in un Paese tra il serio e l'accettabile ne sortirebbe un'inchiesta vera, dalla quale scaturirebbe quello che tutti sappiamo e ci
piace così poco, cioè che tra politica sportiva e politica tout court c'è un
intreccio inestricabile dove i favori,gli omaggi, i conflitti di interesse, la
coincidenza di controllati e controllori colmano il buco tra destra e sinistra
pavimentando il terreno paludoso su cui ci si muove (si affonda) un po' tutti?
Da "calcio e denaro" a "calcio e giustizia" il passo è
assai breve, ahimè, e non credo porti a molto. E non dipende dalla
magistratura, dalla giustizia ordinaria, dai sostituti che indagano a Napoli e
ne costituiscono la pubblica accusa né dal Tribunale che sarà chiamato a
giudicare del processo in corso a Calciopoli. Perché la storia ci dice che
effettivamente è ai limiti della praticabilità giuridica stabilire che se
qualcuno, dirigenti, giocatori, allenatori, arbitri truccano in qualche modo le
partite e ne orientino il risultato, ciò in campo avvenga davvero artatamente,
come conseguenza di una truffa. È una specie di contraddizione in termini, un
paradosso all'Epimenide ossia "Tutti i cretesi sono bugiardi e io sono di
Creta", paradosso su cui poggiano capisaldi della filosofia occidentale e
muretti berlusconiani contemporanei. Tradotto in calcese, è vero che io ho
detto, fatto, promesso, ma è praticamente impossibile provare che chi ha
sbagliato un gol o fischiato un rigore l'abbia fatto per l'accordo stipulato e
non perché gli era venuto così, per un errore, perché insomma "la palla è
rotonda", assioma intelligentissimo su cui si regge l'alea del pallone.
Assioma che ancora fa da cemento a tutto il movimento calcistico, che
altrimenti ridotto ai minimi termini di credibilità non permetterebbe a tifosi
e addetti ai lavori di continuare a "recitare la loro parte" quasi
credendoci davvero. Impossibile dunque un calcio pulito per mano giudiziaria?
Improbabile o impensabile se ci riferiamo alla giustizia ordinaria, possibile e
naturalmente più che possibile, indispensabile ed esigibile se ci riferiamo
alla giustizia sportiva. Quella sì, carte federali alla mano, può giudicare in
termini di "lealtà sportiva", una specie di dettato costituzionale
dello sport, e quindi indagare, comminare, colpire, penalizzare. Ma dovrebbe
essere indipendente, e non lo è affatto a partire dalla cosiddetta divisione
dei poteri da Montesquieu in calzoncini. Non lo è nelle persone, nei giudizi,
in quel pastrocchio che evocavo prima a proposito di un'auspicabile inchiesta
sul "bagarinaggio di Stato" per i biglietti omaggio
dei Mondiali di Germania. Conflitti di interessi a
gogò, controllati e controllori in uno,incertezza del
giudizio: ma come, la Juve manda una letteraccia pubblica contro gli arbitri e
non accade nulla, il Totti furioso dice una battutina e viene deferito? È
palesemente una giostra di ipocrisia, in cui trionfano l'opportunismo e il
potere contrattuale dei club e delle figure che portano denaro, e ne permettono
la distribuzione. Calciopoli è stata tradotta in Moggiopoli perché conveniva a
quelli che avrebbero occupato quel vuoto (esteso, effettivamente) lasciato
dalla filiera Moggi, il quale a buon diritto nel Paese dei Maneggioni oggi può
sostenere "ho pagato solo io", sempre in termini di quella giustizia
sportiva arrangiata e arrangiaticcia di cui dicevo. Siccome nel Paese dei Craxi
e del "scagli la prima pietra chi non lo ha fatto" per il
finanziamento tangentista della politica (oggi sostituito a norma di legge dal
conflitto di interessi che ne ha vanificato il
rischio...), addotto a difesa e non ad accusa dell'intiero sistema, sappiamo
come vanno le cose, almeno non contentiamoci dell'effetto-Moggi. Sarebbe una
presa per i fondelli, in uno scandalo tutto da decifrare. Roba italiana? Questa
sì, ma dall'estero nell'indifferenza dei più c'è qualcuno che sta lavorando
benone sempre nell'ambito del binomio "calcio e denaro", se non
ancora "calcio e magistratura ordinaria". Di che parlo? Ma come,
prima dell'ultimo sorteggio di Champions League, sul sito del giornale inglese
Liverpool Echo un tifoso riporta l'esatto esito del sorteggio successivo
sostenendo di averlo saputo dal giro di scommesse notoriamente industriale in
Inghilterra e ormai considerevole anche da noi, e la cosa ha solo risvolti di
colore? Babbioni, così il Chelsea di Abramovich punta
su Mosca, e gli affari diventano entusiasmanti. In attesa di un Tom Cruise e di
una "Mission impossibile" sulle grinfie della Mafia russa sul
pallone, e certi che le 'ndrine (orgoglio patriottico!) dovranno prima o poi
diversificare gli investimenti oggi mirati soprattutto sul traffico di droga,
mi basterebbe che qualcuno intanto rispondesse dello scandaloso bagarinaggio
2008,e di quella cifra che riporto ancora per i tanti
lettori che nelle lettere al giornale lamentano giustamente di sprofondare
nell'ingiustizia retribuitiva e nella mancanza di lavoro. O anche solo per le
necessità di un calcio giovanile e dilettantistico in bancarotta, che grida
vendetta. Sì, avete letto bene fin dall'inizio, 1 milione 356 mila 751 euro in biglietti omaggio, figli del resto di un Paese che con il
calcio vorremmo per un paio d'ore dimenticare. www.olivierobeha.it.
( da "Manifesto, Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Berlusconi promette
a Emilio Fede che "la legge vergogna sarà abrogata", perché stavolta
non ci sarà l'Udc a mettere i bastoni tra le ruote. Del resto anche il Pd ha
cambiato idea. I vescovi invece bocciano il
"Porcellum" "Par condicio? Ci penso
io" L'Authority multa il Tg4: 100 mila euro per non aver rispettato i
richiami a un maggior equilibrio tra tutti i soggetti politici. Fede
osa: potrei dimettermi Micaela Bongi La par condicio? "Sarà una delle
prime leggi che abrogheremo perché è una legge liberticida che dà ai grandi
partiti come il nostro, che raggiunge il 46 per cento, lo stesso spazio che dà
a un partito piccolo". Non si preoccupi, Emilio Fede, che apre il suo Tg4 fresco fresco di multa da 100 mila euro per violazione della
legge liberticida o "legge bavaglio". E' Silvio Berlusconi in
persona, intervenuto in diretta telefonica nell'edizione serale, a promettergli
che cose del genere non si ripeteranno. Più che un'intervista, al Cavaliere
Fede chiede un'amnistia. "Presidente, visto che vogliono
metterci il bavaglio, ci aiuta con la par condicio? Sennò devo
dimettermi...". E il leader del Pdl non si tira
certo indietro, anche perché in fin dei conti la multa dovrà pagarla lui. Se
tornerà a palazzo Chigi, prenderà tre piccioni con una
fava: straccerà l'odiata "Marx condicio" dando al suo partito più
spazio in tv, permetterà alla sua azienda di risparmiare (e magari anche di
guadagnare, tornando agli spot a pagamento), e eviterà le dimissioni di Emilio
Fede, del resto già improbabili tanto che al termine dell'edizione del suo tg
il direttore promette: "Cercheremo di riparare". E' ancora
Berlusconi, dal Tg4, a spiegare che questa volta "avremo una maggioranza
coesa" e quindi sarà possibile cambiare la legge varata nel 2000 dal
centrosinistra per cercare di mettere una debole toppa alla voragine del
conflitto d'interessi dell'allora leader
dell'opposizione. Prima delle elezioni del 2006, fu l'Udc, "per piccoli interessi di partito", protesta ora il Cavaliere, a
impedire che venisse varato un sistema proporzionale di assegnazione degli
spazi televisivi. Il Cavaliere fece comunque di tutto per forzare il
"blocco", e per impedirgli l'occupazione a tappeto dell'etere si
mosse anche l'allora presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ora i
tempi sono cambiati. Nell'alleanza berlusconiana non c'è più Casini e
soprattutto anche tra coloro che sostennero a spada tratta l'attuale legge, c'è
chi ha cambiato idea. Il Pd, infatti, al momento dell'approvazione dei regolamenti
sulla par condicio da parte della commissione di vigilanza Rai - regolamenti
sui quali si basa l'Authority per le tlc nel dare le sue indicazioni alle tv
private -, si è speso per quel sistema proporzionale caro al "mero
proprietario" di Mediaset. Risultato: alla fine della
discussione e del gioco di sponda Pd-Pdl in vigilanza, il portavoce del premier
Paolo Bonaiuti ha potuto cantare vittoria: "Finalmente abbiamo certificato
la morte di una legge bavaglio ormai inapplicabile". Non sarà
dunque un caso se, dopo il duetto serale tra mister
conflitto d'interessi e Emilio Fede, resta Casini a dichiarare che "l'abrogazione
della par condicio non è una priorità". E dalla Sinistra arcobaleno è
Angelo Bonelli a sostenere che la priorità è piuttosto una legge sul conflitto
d'interessi mentre la par condicio, "sistematicamente violata, va
attuata e fatta rispettare". Dal Pd, leva invece una voce Beppe
Giulietti in difesa di Antonio Di Pietro, che non solo aveva presentato un
esposto all'Authority, ma aveva anche annunciato di voler denunciare i
componenti della stessa autorità per le garanzie nelle comunicazioni "per
il loro mancato intervento sull'attuale uso criminoso e partigiano delle
tv". In difesa dell'Agcom, oggetto di svariate proteste, era poi intervenuto
il Quirinale stigmatizzando "inammissibili giudizi sulla competizione
elettorale in corso" che "tendono a delegittimare l'autorità preposta
alla vigilanza sulla obbiettività e l'imparzialità
dell'informazione". Infine ieri l'Agcom ha deciso di comminare la sua
prima multa di questa campagna elettorale per il mancato rispetto, da parte del
Tg4, dei precedenti richiami "a un maggior equilibrio tra tutti i soggetti
politici concorrenti". L'Authority ha ordinato anche a Raiuno, La7, Mtv e
a tutte e tre le reti Mediaset di obbedire ai precedenti richiami al
riequilibrio a favore dell'Italia dei valori di Di Pietro, appunto, e, per
quanto riguarda il Tg4, anche dell'Udc.
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 19-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Eccesso di nuovismo
Le persone anziane, infatti, che dimenticano quel che hanno detto, si ripetono
continuamente. A scuola, insegnanti e professori debbono ripetere quel che
hanno già spiegato agli studenti meno in gamba, i quali finisce che vanno -
come si dice - a ripetizione. A casa, non c'è genitore che non abbia sbottato
almeno una volta con i propri figli: "Quante volte ti devo
ripetere?", e non c'è figlio che non trovi proprio per questo noioso e
superato il proprio genitore. Non si ascolta volentieri chi si ripete
continuamente, e non ci si vanta di dire sempre le stesse cose. Così si cerca
sempre di dire cose nuove. Bisogna essere assolutamente moderni, diceva
Rimbaud, e sotto elezioni ce la si mette davvero tutta per apparire moderni,
nuovi, in sintonia con i tempi, pronti al cambiamento. A ogni giorno la sua
novità, da una parte e dall'altra: un giorno saranno dunque le candidature e i
capilista, un altro una proposta choc contro la
pedofilia, poi toccherà agli stipendi dei parlamentari, domani chissà. Una
variante di questo schema sono le trovate, la novità come diversivo e come
spettacolo: un giorno sono le vallette, un altro il suggerimento di sposare un
ricco signore, un altro ancora la salute e la forma fisica. L'effetto-annuncio
e l'effetto-intrattenimento come continuazione della politica con altri mezzi.
Ma si dirà: non è forse un progresso rispetto alle precedenti tornate, quando a
dare il tono alla campagna elettorale era da un lato Berlusconi, il quale
ripeteva sino alla petulanza che c'era da battere i comunisti e salvare la
libertà, e dall'altro lato il centrosinistra, che con pari
insistenza ripeteva che c'era da scongiurare il
conflitto d'interesse e salvare così la democrazia? Argomenti e parole d'ordine
praticamente scomparse. Un progresso, indubbiamente: ora i due schieramenti
sono costretti a definirsi non per reciproca contrapposizione, ma in termini
propositivi, in base ai programmi che presentano al giudizio degli elettori.
Con quegli slogan, però, è scomparsa anche la ripetizione. E non è un bel segno
che non vi sia nulla più da ripetere, nulla cioè che valga la pena di essere
ripetuto. La ripetizione è, infatti, la forma in cui l'esperienza si rapprende,
si fissa e si tramanda: Kierkegaard ne faceva la base della vita etica. Ripetere
significa infatti confermare una scelta, e mantenersi
fedele a essa. Significa mantenere una bussola per affrontare il proprio tempo,
e non esserne sballottati. Significa il contrario dell'improvvisazione
estemporanea, della battuta a effetto, della reazione immediata e di corto
respiro. In politica, però, la ripetizione è possibile solo là dove esiste una
solida cultura di riferimento e ci si può permettere di dire le stesse cose
perché le stesse cose si radicano in orientamenti di fondo, principi che
informano di volta in volta le politiche, e scelte che non vengono
riconsiderate in base ai sondaggi della settimana. Non si tratta, insomma, dei
provvedimenti dei primi 100 giorni, come se gli altri giorni dell'anno si
andasse tutti in vacanza, o del primo disegno di legge da presentare in Consiglio dei ministri, come se poi non restasse che
l'ordinaria amministrazione. Quelli che temono che in questo modo la politica diventerebbe noiosa ignorano la dialettica delle umane cose,
per cui è al contrario la continua e ossessiva ansia di novità a ingenerare
fastidio e insofferenza, a suscitare l'impressione del già visto e del già
sentito, e a diminuire ulteriormente la credibilità delle rispettive proposte
politiche. Tutti si dicono contenti, a destra a sinistra e al centro, perché
finalmente la politica prende a misurarsi sulle cose concrete da fare; pochi
hanno idea del perché la politica sia chiamata a farle. Ma le cose da fare sono
molte, e se ne può tirare fuori una nuova al giorno; le idee, invece, sono poche,
e bisognerebbe avere il coraggio di ripeterle fino alla noia. Massimo Adinolfi.
( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-20 num: - pag: 6 categoria: REDAZIONALE A "Corriere.it" Di
Pietro: moratoria per Malpensa MILANO - Sul dilemma Alitalia che agita la politica
Antonio Di Pietro ha le idee chiare: va trovata una soluzione senza che
Malpensa finisca nel pozzo. "Malpensa vale almeno 10
Alitalia - scandisce l'ex pm alla videochat di Corriere.it - perché intorno
allo scalo si è creato un indotto. Solo un governo
pazzo, dopo aver investito miliardi di euro, dispone la fine dell'hub".
Da qui la richiesta di una moratoria di due o tre anni "per trovare
partner qualificati che permettano a Malpensa di mantenere le stesse
potenzialità, senza risentire della débcle di Alitalia". "E non me ne
importa niente - taglia corto il leader dell'IdV - se
nel mio governo qualcuno la pensa in modo diverso. Io su
questo tema, da ministro delle Infrastrutture, non transigo". Poi in serata, preso atto dell'altolà del presidente di Air
France Spinetta, l'ex pm chiarisce il concetto definendo quello dell'esecutivo
di cui fa parte un "atteggiamento ondivago e contradditorio" perché
"se si era deciso di abbandonare Malpensa non c'era bisogno di buttarci
via 6 miliardi di investimenti". E aggiunge: "è
stato un grave errore non imporre come clausola alla vendita la moratoria sullo
scalo". Nel filo diretto web l'altro argomento a
tenere banco è Berlusconi e il conflitto d'interessi. Di
Pietro rilancia la proposta della limitazione a una rete televisiva per i
privati. "Lo impone l'Europa" spiega. E il Cavaliere fa bene a
preoccuparsi perché "gli terremo il fiato sul collo, anzi gli soffieremo
nelle orecchie". Luca Gelmini La videochat integrale con il
ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro sul caso Alitalia e sulla
campagna elettorale su www.corriere.it Il ministro Antonio Di Pietro.
( da "Repubblica, La"
del 21-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Commenti SCOMMESSA
SUL CAOS (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) In una campagna elettorale impalpabile e a tratti quasi incomprensibile, Silvio Berlusconi ha deciso di
trasformare il caso Alitalia nell'arma-fine-di-mondo contro il centrosinistra
di Prodi e di Veltroni. Dobbiamo prendere con molta serietà la sortita
mattutina del leader del Pdl che a Borsa aperta, e senza alcuna comunicazione
preventiva ai soggetti interessati e alle autorità di vigilanza, ha diffuso
cinque notizie ad altissimo impatto per i mercati. Nell'ordine: 1) il suo no
secco all'offerta "irricevibile" di Air France; 2) la sua preferenza
per una controfferta "indispensabile" di AirOne; 3) l'esistenza di "una
cordata di banche tra le quali potrebbe esservi Banca Intesa, il cui cda
dovrebbe decidere domani"; 4) la partecipazione a questa cordata "di
altri imprenditori, tra i quali potrebbero esserci i
miei figli"; 5) la sua richiesta a Prodi di erogare "un
prestito-ponte in grado di far partire la cordata degli imprenditori
italiani". Parole come pietre, che rotolano pesantemente nell'arena
sensibile della Borsa e nella pipeline infiammabile della politica. A metà
mattinata le quotazioni del titolo Alitalia schizzano verso l'alto. Ma a fine giornata, dei tonitruanti annunci berlusconiani non
resta quasi nulla. A parte la prima, ognuna delle altre quattro virtuali
"notizie" viene spazzata via dalla realtà dei fatti. Il management
della compagnia risponde che "nessuna offerta diversa da quella dei
francesi è mai arrivata" a destinazione. Banca Intesa lo smentisce
precisando che "la questione Alitalia non è all'ordine del giorno del
cda" e che "sul tavolo non c'è assolutamente nulla". Nessun
altro imprenditore italiano, nemmeno il patron di AirOne Carlo Toto, torna a
farsi avanti. I figli del leader tacciono. Il Tesoro chiarisce che non esiste
alcuna controfferta, e che se qualcuno è interessato deve dimostrarlo "con
atti formali e offerte concrete", poiché la società è a un passo dal fallimento,
"i tempi sono strettissimi, sono dettati dalla condizione della compagnia
e non possono dipendere dal calendario politico". Palazzo Chigi ribatte
che "la vendita Alitalia non è stata tuttora oggetto di alcuno scambio di
valutazioni tra il presidente del Consiglio e il candidato premier del
Pdl". Non sappiamo se il Cavaliere abbia in mano delle "carte"
nascoste. E se le ha, non sappiamo quali siano e in che misura possano cambiare
il corso della partita su Alitalia. Ma se vediamo l'esito che le sue parole
hanno prodotto, temiamo che Berlusconi, non avendo alcun bisogno di compiere
qualche spericolata operazione finanziaria, stia perseguendo piuttosto una
rischiosa speculazione politica. Ma stavolta non gli è consentita la solita,
disinvolta licenza di macinare tutto e il contrario di tutto nel frullatore
della tele-politica. Da leader dell'opposizione uscente e da potenziale premier
del governo entrante, si assume una gigantesca responsabilità. Delle due l'una.
Se ha davvero un piano concreto per salvare e rilanciare la nostra compagnia di
bandiera, ha il dovere di tirarlo fuori subito, e di dire forte e chiaro al
Paese: il nome e il cognome dei soggetti coinvolti nell'operazione
(possibilmente, almeno in questo caso, fuori dall'anomalia
permanente e irrisolta del conflitto di interessi); quanti
soldi sono pronti a investire; con quali strategie nazionali; con quali
alleanze internazionali. Se invece non ha niente in mano, allora siamo in
presenza di un vergognoso bluff che rischia di costare carissimo al Paese.
L'intenzione principale del Cavaliere è evidente. Intralciare in tutti i modi
l'accordo con Air France, già appeso all'esile filo della trattativa sindacale.
Con due possibili subordinate, ciascuna delle quali per lui elettoralmente
convenienti. La prima: se l'operazione va in porto lo stesso, il leader del Pdl
può accusare Prodi di aver "regalato" un gioiello di famiglia ai
francesi (come già fece quand'era presidente dell'Iri) e può profilare se
stesso come l'unico baluardo contro "l'invasione straniera" (come già
fece quando intervenne per "impedire la svendita della Sme"). La
seconda: se l'operazione non va in porto, il 31 marzo l'Alitalia fallisce, e
gli ultimi dieci giorni di campagna elettorale saranno caratterizzati da uno
scenario "sudamericano". Aeroporti paralizzati dagli scioperi,
dipendenti a terra senza stipendio, aerei senza carburante fermi nelle
piazzuole, cortei e proteste furibonde nelle piazze. Anche in questo caso, il
leader del Pdl può cavalcare la protesta cilena, scaricando tutte le colpe sul
centrosinistra passato, presente e futuro. Usando la drammatica bancarotta
dell'Alitalia come una qualsiasi vertenza sui taxi. Una scommessa sul caos.
"La paura e la speranza" non è solo il titolo del libro appena
pubblicato da Giulio Tremonti. è anche l'essenza della
comunicazione politica del Pdl in questa campagna elettorale. La sinistra
ex-marxista e neo-mercatista è pronta a svendere l'Alitalia ai francesi e
l'Italia ai cinesi? Vi proteggiamo noi, improvvisando cordate familiari e promettendo
dazi doganali. Il minaccioso boiardo prodiano è pronto a defraudare il
bellicoso popolo padano del "suo" aeroporto, mentre il finto
riformismo veltroniano è pronto a rimettervi le mani in tasca per prelevare
un'altra tassa? Vi proteggiamo noi, giurando lunga vita a Malpensa e garantendo
il pagamento dell'Iva per cassa. Il Partito democratico sacrifica il futuro dei
nostri giovani sull'altare della globalizzazione mondiale, e recide le nostre
radici in nome dell'integrazione multirazziale? Vi proteggiamo noi, dentro le
frontiere geografiche della "Fortezza-Italia" e dentro le barriere
psicologiche della triade Dio-Patria-Famiglia. Nella
collaudata declinazione della contesa elettorale come battaglia di marketing,
Tremonti e Berlusconi si sono divisi i compiti. Il primo crea la domanda, con
l'uso politico della paura. Il secondo offre la risposta, con lo sfruttamento
palingenetico della speranza. Dal protezionismo alle protezioni: questa è
l'offerta securitaria del Pdl, che azzarda l'ennesima evoluzione identitaria.
Proprio mentre il centrosinistra riformista compie la sua svolta liberale e si
sbarazza finalmente della sua impronta massimalista (offrendo al mercato
l'Alitalia, stringendo la mano invisibile della concorrenza, abbandonando la
logica discutibile del "tassa e spendi",
accettando la flessibilità del lavoro) il centrodestra cauterizza la sua
residua vena liberista e secerne finalmente tutta la sua linfa più naturale e
più profonda: quella populista (difendendo l'italianità delle imprese, il ruolo
dello Stato, il bisogno di tutela del Nord, la nostalgia di assistenza del Sud,
il posto fisso). La rivoluzione del predellino diventa la contro-rivoluzione
del popolino. Sulle spalle dell'Alitalia. E soprattutto, ancora una volta,
sulla pelle dell'Italia.
( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai
consultando l'edizione del Berlusconi: "Anche i miei figli sono
pronti" "A Prodi ho chiesto un prestito ponte, per prendere tempo. Fatemi fare
delle telefonate e vi dirò tutto" di Natalia Lombardo/ Roma BLUFF?
Berlusconi mischia le carte, fa intravedere un asso nella manica, puntando a
far saltare il banco della partita Alitalia: nelle notti festaiole Silvio
annuncia la presenza di una cordata italiana della quale potrebbero far parte
anche i figli. Salvo smentire parzial- mente stamattina, dopo che il titolo
Alitalia in Borsa ieri è schizzato del 12,52% , col
rischio che oggi crolli. Martedì notte, alla fine della festa di compleanno di
Roberto Maroni, il cavaliere è "sbottato". Convinto che con il suo
veto "i francesi si tireranno indietro e lasceranno spazio a AirOne",
lascerebbe la regia dell'operazione al patron Carlo Toto (del quale ha
candidato il nipote Daniele alla Camera in Abruzzo). La cordata, spiega l'ex
premier, sarebbe formata da "alcune banche tra cui BancaIntesa" poi
il suo vecchio socio Fininvest Ligresti e altre dal "mondo arabo" con
quote di minoranza. Insiste con l'appello agli imprenditori
italiani e alla domanda di un cronista "e lei che fa?" Berlusconi
risponde così: "Anche io sarei disponibile ad un sacrificio, ma mi
accuserebbero subito di avere un interesse. Potrei
partecipare alla pari degli altri, ed anche i miei figli credo che non
direbbero di no". Ieri mattina, dopo essersi assicurato il voto della
Confcooperative (quelle bianche, quelle buone), con l'ex Udc Giovanardi in
prima fila, Silvio come sempre corregge un po' il tiro. O quanto meno è
"opaco": "Non ho alcun interesse da parte mia o di Finivest, ma
se lo chiedessero ai miei figli, se fosse necessario non si tirerebbero
indietro". Soprattutto vuole bloccare AirFrance: "Porterebbe i
turisti a visitare Parigi, i castelli della Loira e non l'Italia", paventa
il cavaliere, facendo quello rassegnato a dover bere "l'amaro calice"
del governo in una situazione "peggiore del dopo 11 settembre". E
bacchetta gli impreditori che "non ci danno un euro per la campagna
elettorale". Con la "leggerezza" che gli rimprovera Veltroni,
l'ex premier vuol dimostrare che ha le redini in mano, che telefona a Emma Marcegalia
come a Prodi, al quale "ho chiesto un prestito ponte per dare tempo a una
cordata italiana", spiega. Sul sito votaberlusconi.it campeggia la coda di
un aereo Alitalia: "Cordata italiana unica soluzione". Ma anche un
suo ex ministro ammette che l'alternativa a Air France per ora non c'è,
"tutto il resto è campagna elettorale". Berlusconi però dà a vedere
di condurre una trattativa parallela, mentre qualcuno sospetta che voglia far
fallire Alitalia: "Fatemi fare delle telefonate e vi saprò dire" informa
nel pomeriggio uscendo dalla sede Anmil, l'associazione
invalidi sul lavoro (a un anziano calvo suggerisce: "vada dal mio
dottore"). Poi, facendo shopping, s'arrabbia: "Non è vero che
BancaIntesa si è tirata indietro". Il leghista Maroni sostiene che "il
governo dovrebbe bloccare tutto". Fini fa una giravolta:
era favorevole a AirFrance, ora insegue Silvio: "Ha
detto una cosa giusta: possibile che non ci siano imprenditori italiani pronti
a fare una proposta?". Quanto ai figli e
al conflitto d'interessi: "Probabilmente non sono nemmeno interessati". Dalla
Destra Daniela Santanché lo sfida: "Silvio, se ci credi mettici i
soldi".
( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
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l'edizione del Piersilvio Airways Marco Travaglio Segue dalla Prima Mentre
Banca Intesa, non avendo legami di parentela con la famiglia Berlusconi (ma
solo cospicui crediti con Forza Italia e con Toto), ha subito smentito. I due
incolpevoli pargoli, invece, non osano nemmeno fiatare. Del resto papà lo
conoscono bene: lui le spara così, a raffica, come gli vengono. Infatti, col
venir meno della banca, nonno Silvio fa presente che "la cordata è sempre
pronta", ma c'è una piccola postilla: bisogna trovare qualcuno che metta i
soldi, che sarà mai. Di qui l'idea geniale: il governo Prodi potrebbe lanciare
un "prestito ponte", prelevandolo dalle tasche dei contribuenti, per
finanziare l'operazione. In Europa si ride di gusto, visto che le regole
comunitarie vietano gli aiuti di Stato. Ancora qualche ora e il Cainano dirà di
essere stato frainteso dai soliti comunisti. Peccato, però, che sia finita
così. Intanto perché una compagnia aerea denominata "Piersilvio
Airways" ("Air Marina" avrebbe ingenerato equivoci col trasporto
nautico) non avrebbe guastato affatto, in alta quota. Poi
perché il conflitto d'interessi berlusconiano languiva da qualche anno sulle solite cosucce tipo
tv, giornali, radio, portali internet, banche, assicurazioni, calcio, cinema,
processi penali, insomma poca roba. Inglobare anche una compagnia di bandiera
nel gruppo del futuro premier avrebbe conferito al conflitto d'interessi un frizzante tocco di novità, al punto che persino
Uòlter, forse, avrebbe dovuto occuparsene. Ma l'operazione Piersilvio Airwaiys
avrebbe giovato soprattutto per un terzo motivo: avrebbe inaugurato una nuova
via tutto italiana al "fare impresa". Un tizio, uno a caso, mettiamo
Berlusconi, diventa presidente del Consiglio nel 2001 e si incarica di mandare
definitivamente a picco un'azienda pubblica già cagionevole di salute. Per
essere sicuro che non ne resterà più traccia, la affida nelle mani sicure della
Lega e di An, che ci giochicchiano per l'intera legislatura con i loro leggendari supermanager. Si comincia con l'ex
deputato leghista Giuseppe Bonomi, promosso presidente di Alitalia e rimasto
celebre per aver sponsorizzato i mondiali di equitazione indoor salto a
ostacoli, ad Assago (Milano), dove lui stesso si esibì in sella al suo cavallo
baio. Poi Bonomi viene spedito alla Sea (Linate e Malpensa) e ad Alitalia
arriva un fedelissimo di Fini: Marco Zanichelli. Ma subito Tremonti litiga con
Fini: "Giù le mani da Alitalia, non c'è più una lira". Zanichelli,
preso fra le risse di potere del Cdl, se ne va dopo appena 70 giorni,
rimpiazzato dall'ottimo Giancarlo Cimoli, che aveva già fatto così bene alle
Ferrovie. Il tempo di scortare la compagnia verso il burrone, poi anche lui
leva il disturbo, con una modica liquidazione di 5 milioni di euro. A quel
punto, affondata la flotta, il Cainano se ne va in ferie per un paio d'anni. E
al suo posto arriva gente seria, come Prodi e Padoa Schioppa che tentarono di
riparare ai guasti suoi. Quando ce la stanno per fare, trovando Airfrance
interessata a rilevare un bidone che brucia 1 milione e ha perso 15 miliardi in
15 anni, riecco l'Attila di Arcore che, travestito da Buon Samaritano, tenta di
sabotare la trattativa con l'aiuto consapevole di Bobo Formigoni, Bobo Maroni e
Morticia Moratti e l'aiuto inconsapevole dei soliti sindacati miopi. Dice che
compra tutto lui, anzi "i miei figli", più il celebre Toto,
naturalmente coi soldi degli altri: o delle banche, o dello Stato. Perché lui,
com'è noto, è un imprenditore che si è fatto da sé, e anche un vero liberale.
Una compagnia della buona morte talmente inguardabile che perfino Bonomi, da
Malpensa, prende le distanze e, sotto sotto, si tocca. Basti pensare che come
rivelava ieri sulla Stampa Minzolini sul caso Alitalia il consigliere più
ascoltato di Berlusconi è il deputato forzista Giampiero Cantoni, già
presidente craxiano della Bnl, più volte inquisito e arrestato, dunque titolare
delle giuste credenziali per occuparsi della faccenda: per esempio, un patteggiamento
di 11 mesi di reclusione per corruzione (con risarcimento di 800 milioni di
lire) e un altro di 13 mesi per concorso in bancarotta fraudolenta del gruppo
Mandelli. Un esperto. È la via berlusconiana al risanamento. Chi si chiama al
capezzale di un'azienda dalla bancarotta? Un bancarottiere. Per dargli un'altra
chance. Uliwood party.
( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
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l'edizione del "Italiani cornuti e mazziati se
Mediaset non rispetta la legge" di Roberto Brunelli / Roma Per i
fedelissimi di Silvio oggi è lui, Antonio Di Pietro, l'Uomo nero. Anzi,
"un uomo che fa orrore", come ha detto Sandro Bondi l'altra sera a
Ballarò. Il leader dell'Italia dei Valori non pare preoccuparsene troppo, anzi.
Lì, negli studi di Rai3, non ha usato giri di parole: lui Mediaset la vuole
"smembrare". Dica ministro: era un minaccia
da campagna elettorale, o è davvero realistico uno scenario in cui Rete4 toglie
il disturbo a favore di Europa7? "Che bisogna togliere una rete a Mediaset
sanando un'illegalità lo hanno sancito la Corte di Giustizia europea e anche la
Corte costituzionale italiana. Ed il fatto che quest'illegalità non sia stata
ancora sanata è una cosa che fa vergogna al nostro Paese, perché sta lì a
dimostrare che le istituzioni italiane non sono in grado di far rispettare la
legge. Che bisogna agire al più presto lo impone anche il
fatto che vi sarà una sanzione durissima nei confronti dell'Italia se non ci
adeguiamo, e per pagarla ci vorrebbe una finanziaria all'anno". E
cosa risponde a quelli che dicono che così si mettono a rischio delle aziende
con tanti posti di lavoro? "L'argomentazione del
personale che ci lavora non ha senso: sarebbe come dire che può violare la
legge ogni azienda che non paga le tasse, o che non rispetta la sicurezza, o
che non paga i contratti, solo perché ha i suoi dipendenti. E poi nessun
vuole chiudere quell'azienda. Si vuole solo che una delle sue reti vada sul
satellite perché la frequenza è stata vinta da qualcun altro. Ricordiamoci che la rete che c'è oggi trasmette rubando il diritto
di trasmettere ad un'altra". Lei dice che "soffierà sul
collo" di Berlusconi anche sul conflitto d'interessi.
Ma lei ritiene anche che il centrosinistra sia stato troppo
'timido' al riguardo... "Il centrosinistra non è stato timido, è stato
latitante. Ed è una colpa: rimuovere il problema mentre sei maggioranza costituisce un vulnus che va riparatato. Noi
dell'IdV adempiremo lealmente al programma, ed il
programma prevede il rispetto della legalità. Non intendiamo
fare sconti... Il fatto è che Berlusconi ha governato essendo concessionario di
servizi pubblici: non si mai se decide per lui o per noi: anzi, le leggi ad
personam dimostrano che decide solo per se stesso". Il Cavaliere
dice che lei è un "pensionato" come Veltroni... "Macchè, vado
verso i 60 anni e dal Parlamento pensione non ne ricevo, devo lavorare ancora
molto". C'è chi potrebbe affermare che l'alleanza con il
Pd sia strumentale alle elezioni... "No, è un patto di ferro, per quanto
mi riguarda. L'IdV ha le sue ragioni di vita nella credibilità delle sue
azioni. La riforma delle telecomunicazioni e il conflitto d'interessi
debbono essere affrontate necessariamente perchè lo dicono la normativa, la
giustizia italiana e l'Europa. Affrontando di petto questi
temi rilanciamo al credibiltà del programma e all'azione di Veltroni presidente
del consiglio, dimostrando determinazione e coerenza". Nel momento
in cui viene resa esecutiva la sentenza europea cosa cambierebbe nello scenario
italiano? Qualcosa che assomiglia un po' a una rivoluzione...
"L'affermazione della legalità non è mai rivoluzione, ma
restaurazione della legalità rispetto a una illegalità preesistente e recidiva.
Ormai veniamo derisi e irrisi dalla comunità internazionale perché non siamo in
grado di far rispettare la legge. Era già inaccettabile finchè
c'era Berlusconi, ma era anche una naturale conseguenza del conflitto d'interessi. Però dico anche un'altra cosa: se, stando al governo noi,
avessimo provveduto nei primi cento giorni, abrogando le leggi vergogna ed il
conflitto interessi e approvando la riforma radio-tv tante cose sarebbero andate in
modo diverso. Ora basta tergiversare o finiramo cornuti e mazziati. Cornuti perchè la mancanza di pluralità colpisce tutti noi,
mazziati perché dovremo pure pagare una multa salatissima". G8 di
Genova. Veltroni ha usato parole molto dure. Lei oggi voterebbe ancora contro
l'istituzione di una commissione d'inchiesta? "Votammo
contro quella proposta di commissione perché si voleva giudicare solo il
comportamento illecito della polizia e non chi si era reso protagonista di atti
violenti contro la polizia. Grazie alle investigazioni dell'autorità
giudiziaria oggi abbiamo un quadro più chiaro: ci sono due gravissimi atti
criminali. Il primo è quello di facinorosi e violenti inseriti in una civile
manifestazione di protesta. Gente che è arrivata con mazze e bombe incendiarie,
che ha devastato mezza città e aggredito gli agenti. Poi c'è un fatto
successivo, che non è più legittima difesa, ma un vero atto di ritorsione e di
violenza da parte di alcune forze dell'ordine: questo è ancora più grave perchè
i responsabili portano le stellette e rappresentano lo Stato. Preciso che in
uno e l'altro i casi i fatti si sanno non grazie a una commissione d'inchiesta, ma grazie alla magistratura. Quello
di una commissione è un compito di valutazione politica di fatti accertati:
altrimenti, responsabilizzando solo una parte o l'altra, si distorce la
verità".
( da "Riformista, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Salvataggi sa che è una
bufala, ma basta arrivare alle elezioni La Vicenza 2 del Cavaliere Getta i
figli in pasto al Nord È un genio della politica, niente da fare! D'accordo,
l'assist di Prodi era imperdibile, ma l'incornata in rete di Berlusconi è stata
da urlo. Ancora ieri Tps spiegava convinto l'ineluttabilità della decisione e
confrontava compunto i costi del vendere e quelli del liquidare; lui spazza via
esuberi, aerei, piloti, malpense e fiumicini, e fa apparire luminosa, e
improvvisamente credibile, l'idea del rilancio. Un colpo che vale un milione di
manifesti "Italia rialzati". Entra lui, e divide il campo: da un lato
i flagellanti, capaci solo di dare brutte notizie, così possono aumentare le
tasse e vendere l'argenteria, dall'altro gli entusiasti che hanno energie e
fantasie; da un lato chi fa scappare i turisti per la munnezza, dall'altro chi
non chiude Malpensa quando è in arrivo l'Expo; da un lato i burocrati, incapaci
perfino di mettere su un'asta aperta e vivace, dall'altro l'imprenditore che si
mette in gioco. E che sa come si fa: come con la Fiat, chi potrebbe negare che
è dopo i suoi consigli che gli Agnelli han scovato Marchionne. Ma questo è solo
per la curva Sud. Per chi sta in tribuna c'è il gusto raffinato della
strategia: mettere insieme i sindacati e la Lega, Tremonti e la Moratti,
piantare il cuneo tra il prodiano Bazoli e il "totiano" Passera. Il
gusto di sbertucciare gli intellettuali che volevano insegnare il liberismo
alla sinistra, e pensavano di imporre le liberalizzazioni a un popolo che non
sanno far sognare. E quelli del loft, che pensavano di risolvere il problema
del Nord ostile arruolando un Calearo e un Colaninno? Una sua dichiarazione, e
la tela che han messo settimane a tessere la possono buttare. E anche 'sto
Tremonti, tutto orgoglioso perché parlano del suo libretto, fa la ruota
leggendo sul Tempo gli omaggi che gli fanno quei gonzi a sinistra, da Padellaro
a Sansonetti, e pensa così di avere sgominato l'Armata Rossa: cosa si crede,
faccia pure la "paura", ma la "speranza" è solo lui, il Cavaliere.
Dicevano che Berlusconi aveva perso lo smalto e conduceva una campagna al
ribasso? E io gli faccio vedere che una Vicenza me la so inventare quando
voglio. Ma poi c'è un gioco più segreto, che tiene tutto per sé. Il segreto sta
nelle quattro parole con cui ha definito la cordata salvatrice: "anche con i miei figli". Lì sta la chiave della
vendetta che finalmente potrà assaporare. Infatti
anche se nessuno osa mettere in dubbio che i risparmi dai figli fin
dall'infanzia sagacemente accantonati siano quantitativamente adeguati alla
bisogna, sarebbe imprudente e dunque di cattivo esempio investirli tutti in
un'impresa rischiosa. Si dice figli, ma il piano funziona solo se dietro c'è il
padre a garantire. Il padre, che quando siederà a capo del tavolo del consiglio dei Ministri, avrà al suo fianco il ministro
dell'Economia, suo socio in Alitalia, e poi via via il ministro dei Trasporti
che gli regolerà slot e tariffe, quello delle Infrastrutture che provvederà ai
collegamenti degli aeroporti dove atterrano i suoi aerei, quello dell'Ambiente
che consentirà nuove piste. (Quello del Commercio con
l'estero non c'è, Tremonti l'ha abolito). Berlusconi scorre i giornali,
controlla ancora: nessuno ha sollevato l'obiezione del
conflitto di interesse. Di fronte alla bandiera, sia pure dipinta sulla coda,
tutti zitti: zitti i parlamentari che avevano stilato i disegni di legge per
obbligarlo a vendere le sue televisioni, zitti i giuristi che volevano
dichiarare ineleggibile come un bagnino lui che aveva preso i voti della metà
degli italiani, zitte le vestali del servizio pubblico, della posizione
dominate e del 45%, zitti gli opinionisti italiani e gli Economist inglesi che
da 15 anni rompono gli zebedei con 'sto
"unfit". Perché questo è un Paese che se uno crea la televisione che
mette in ridicolo i mutandoni di Stato, che offre pubblicità alle aziende che
vogliono crescere, e spettacoli agli italiani che vogliono libertà, cercano di
espropriarlo; ma se tiene in vita a spese del contribuente la peggiore delle
aziende di Stato, tutto gli è permesso. Berlusconi lo sa che il suo piano è una
bufala, l'importante è che regga fino alle elezioni. Dopo, si vedrà. Male che
vada si andrà al concordato, e sarà colpa o di Bruxelles o della magistratura:
come si dice, piove sempre sul bagnato. E quando si addormenta, alle tre del
mattino, solo con i suoi faticati dossier, già si gode la scena, quando li
convocherà tutti, quelli della confraternita del conflitto di interesse, e gli
svelerà il suo segreto. Già ha in mente la frase: "Voi avete detto a me
che sono unfit: e io dico a voi che vi f****". E
mentre si addormenta ha un flash back: lo farà nella sala del Mappamondo.
21/03/2008.