HOME   PRIVILEGIA NE IRROGANTO   di  Mauro Novelli          www.mauronovelli.it


DOSSIER “VELTRONI <-> BERLUSCONI ”

Torna all’indice mensile 2008

 

ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


tARTICOLI DEL  19-20  aprile 2008      #TOP


IN EVIDENZA

A una settimana dal voto. La vera partenza.  di Paolo Mieli  (Il Corriere della Sera 20-4-2008) 1

Per chi suonano le campane di Bossi di Eugenio Scalfari (La Repubblica 20-4-2008) 2

L'esodo dei poveri. Da sinistra a destra. Barbara Spinelli (La Stampa 20-4-2008) 2

Maledetti buonisti di Maria Giovanna Maglie (Il Giornale 20-4-2008) 2

La lezione della sconfitta Antonio Padellaro (L’Unità 19-4-2008) 2

Rusconi: «Questa destra è la rivolta dei territori» Bruno Gravagnuolo (L’Unità 19-4-2008) 2

 

 

 


A una settimana dal voto. La vera partenza.  di Paolo Mieli  (Il Corriere della Sera 20-4-2008)

 

Sono passati quattordici anni da quando in Italia è stato introdotto il sistema maggioritario, quattordici anni nel corso dei quali due volte (1996, 2006) ha vinto il centrosinistra e tre (1994, 2001 e l'ultima una settimana fa) il centrodestra. Fin qui, in un ritmo di alternanza scandito quasi con il metronomo, a ogni tornata elettorale chi aveva governato nella precedente legislatura è stato mandato all'opposizione e chi aveva perso nella precedente consultazione è tornato al governo. Eppure, a dispetto di questa evidenza, in passato ogni volta i perdenti si sono lasciati andare a mesi e mesi di costernazione e di pianto quasi si trovassero al cospetto di un incipiente regime e di una esclusione definitiva dalle stanze del comando.

Fortunatamente stavolta le cose si stanno mettendo in modo, almeno parzialmente, diverso. E' come se la stagione 1994-2008 fosse stata un lungo, estenuante periodo di prova del funzionamento di un meccanismo e questa possa essere l'alba di una seconda o terza Repubblica. Appare chiaro a tutti (o quasi) che la vittoria di Silvio Berlusconi non ha niente di occasionale, che i due partiti che ne hanno fatto da architrave sono ben impiantati sul terreno, che la classe politica da essi generata nell'ultimo quattordicennio non ha più niente o ha molto poco di raccogliticcio e che ciò che negli anni scorsi si è detto e scritto per spiegare il successo berlusconiano non era sufficiente. Per quel che riguarda la destra, resteranno di questa campagna elettorale quattro momenti: la fusione immediata e a freddo tra Forza Italia e Alleanza nazionale che chiunque fino a un giorno prima avrebbe giudicato pressoché impraticabile; la vitalità della Lega a dispetto delle condizioni di salute di Umberto Bossi, segno che quel partito non è più da anni un'accozzaglia di protestatari ed è destinato a durare; il divorzio (o la momentanea separazione?) tra Berlusconi e l'Udc di Pier Ferdinando Casini che, sia pure in misura diversa, ha giovato a entrambi i coniugi; il successo del libro di Giulio Tremonti La paura e la speranza, un saggio assai dibattuto che ha scalato le classifiche editoriali e che ha dato grande lustro all'impresa.

Sul fronte opposto resteranno la decisione collettiva di fondere Ds e Margherita in un unico partito e la coraggiosa decisione di Walter Veltroni di avviare quella che si è detta una «separazione consensuale» dall'estrema sinistra nonché la scelta ancor più coraggiosa di «correre da solo». Quella decisione — «consensuale » in quanto voluta anche da Fausto Bertinotti — era frutto più di un giudizio sul fallimento delle due esperienze prodiane (si è ritenuto che così come era la coalizione non poteva ripresentarsi al cospetto degli elettori) che di un'idea strategica. E la pur discutibile decisione di lasciar spazio alla lista di Antonio Di Pietro si è dimo-strata, quantomeno sotto il profilo tattico, azzeccata. Se Veltroni avesse fatto una scelta analoga per i radicali e per i socialisti, è evidente che avrebbe compromesso il senso e l'immagine dell'operazione senza riceverne alcun apprezzabile beneficio.

Tornando poi alla Sinistra Arcobaleno va detto che è immaginabile sarà presto superato il trauma, a nostro avviso benefico, dell'uscita dal Parlamento (benefico perché come insegna la storia degli anni Sessanta è più agevole intercettare le realtà antagoniste da postazioni extraparlamentari); e se la sinistra estrema — anziché dilaniarsi— continuerà a evolversi nel solco non violento tracciato da Bertinotti ritroverà linfa e vita e non è escluso che, tornata a Montecitorio e a Palazzo Madama, giunga tra qualche anno a un ritrovato punto di incontro con quella moderata e riformista.

I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta); quello di aver prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un'attenzione strutturalmente diversa. Ribadisco: strutturalmente diversa.

A causa di ciò il Partito democratico è rimasto fin qui tutto dentro i confini angusti della sinistra e non ha praticamente giocato la partita del centro. Se aveva candidati in grado di parlare all'elettorato centrista li ha tenuti nascosti per timore che entrassero in contraddizione con quelli a carattere più identitario con l'effetto che la torta non ha lievitato. Adesso la sinistra centripeta ha davanti a sé due vie: la prima è quella di provare a fare con Casini quel che nell'estate del 1994 D'Alema fece con Buttiglione, cioè lusingarlo e attrarlo nella propria orbita; la seconda è quella di strutturarsi per occupare da sé il centro. Che dire? Della prima opzione non sapremmo, ma la seconda ci appare in prospettiva assai più redditizia. Ma le due insieme non sono facilmente combinabili perché come accadde nel '94 la dimensione tattica prende sempre il sopravvento sul profilo strategico.

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l'aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo, digerirle e — per quel che riguarda l'opposizione — chi anziché disperdere energie in iniziative avventate, ripetitive sarà in grado di dare senso compiuto all'idea nel nome della quale solo un anno fa fu fondato il Partito democratico.

20 aprile 2008

 


 

Per chi suonano le campane di Bossi di EUGENIO SCALFARI (La Repubblica 20-4-2008)


ROMA - Io non credo che chi ha sperato nella vittoria del Partito democratico abbia confuso i suoi sogni con la realtà e un paese immaginario con quello esistente. Credo che esistano due paesi reali, due contrapposte visioni della politica e del bene comune come sempre accade in tutti i luoghi dove è assicurata la libera espressione delle idee e la libera formazione di maggioranze che governano e di minoranze che controllano il rispetto della legalità e preparano le alternative future. Molti amici mi hanno chiesto nei giorni scorsi come mai chi si è battuto per la vittoria dei democratici (ed io sono tra questi) non ha percepito che essa era impossibile.

Ma non è vero. Sapevamo e abbiamo detto e scritto che sarebbe stato miracoloso riagguantare nelle urne elettorali un avversario che nel novembre del 2007, quando si è aperta la gara, aveva nei sondaggi un vantaggio di oltre 20 punti e c'erano soltanto quattro mesi di tempo prima del voto. Se l'avverarsi di un'ipotesi viene definita miracolosa ciò significa che le dimensioni dell'ostacolo da superare non sono state sottovalutate ma esattamente pesate per quello che realmente erano. Tuttavia un errore è stato certamente commesso: non è stata avvertita l'onda di piena della Lega.

Non se n'è accorto nessuno, gli stessi dirigenti di quel movimento ne sono rimasti felicemente stupiti. Fino alle ore 16 del lunedì elettorale la Lega veniva data nei sondaggi attorno al 6 per cento. Nessuno le attribuiva di più e i leghisti sarebbero stati soddisfatti di quel risultato. Stavano marciando verso il 9 per cento su scala nazionale con punte fino al 30 nel lombardo-veneto e successi consistenti in tutta la Padania anche sulla riva destra del Po, e non lo sapevano.


Se si confrontano i risultati elettorali tra il partito di Veltroni e quello guidato da Berlusconi e Fini, la differenza è più o meno di 4 punti, tra il novembre e l'aprile il recupero è stato dunque di 16 punti percentuali.

La vittoria della Lega in quelle dimensioni è stata la sorpresa e qui va approfondita l'indagine, scoperte le cause dell'errore e la natura profonda di ciò che è avvenuto senza trascurare la Lega siciliana di Lombardo e del suo alleato Cuffaro, che anch'essa merita la massima attenzione.

* * *
Si dice sempre più frequentemente che i termini di Sinistra e Destra non esprimono più la natura politica della realtà. Probabilmente è vero e non da poco tempo. Il crollo delle ideologie ha accelerato la rivelazione di un fenomeno già presente da anni.
Del resto quelle due parole sono nate e sono entrate nell'uso comune nel corso dell'Ottocento. All'epoca della Rivoluzione dell'Ottantanove non si parlava di Destra e di Sinistra, si parlava di monarchici e repubblicani e poi di montagnardi e di girondini, in Inghilterra di conservatori e di liberali. Al tempo d'oggi in una società come la nostra si può correttamente parlare di riformisti che puntano sulla modernizzazione del paese, dell'economia e dello Stato, ai quali si contrappongono coloro che vogliono recuperare l'identità e la sicurezza. In un certo senso sono anch'essi riformisti. Per realizzare modernità e innovazione ci vogliono profonde riforme, ma anche per recuperare sicurezza identitaria ce ne vogliono. Riforme in un senso, riforme in un altro. Due contrapposte visioni di Paese e di ruoli.

E' fin troppo ovvio dire che nell'una e nell'altra di queste visioni esistono elementi della visione opposta. E' diverso il dosaggio e questo fa una differenza non da poco che si estende ben oltre la politica, determina diversità di costume, di stili di vita, di impegno del tempo libero, di letture, di sentimenti, di scelte.
C'è infatti un altro elemento che entra in questo complesso incastro di messaggi e di dosaggi ed è un elemento tipicamente culturale. Si può definire come rapporto tra il tempo e la felicità.

Le generazioni più giovani sono state schiacciate sul tempo presente, la memoria del passato interessa loro poco o nulla, non sembrano disposte a condividere quel tanto di felicità attuale con le generazioni che le seguiranno. Questo rapporto tra felicità e tempo è un fenomeno relativamente recente e ha prodotto una serie di effetti non sempre positivi. Per esempio lo scarso tasso di nuove nascite e la richiesta sempre più pressante di protezione sociale ed economica. Un altro effetto lo si vede nel localismo degli insediamenti più produttivi e più ricchi: contrariamente a quanto finora era accaduto sono proprio le comunità più agiate ad aver perso di vista i cosiddetti interessi nazionali dando invece schiacciante prevalenza a quelli del territorio dove essi risiedono. Si tratta di un aspetto essenziale per capire la vittoria leghista di così ampie dimensioni. La Pianura Padana è un pezzo dell'Europa agiata; l'Italia peninsulare comincia a sud-est delle Alpi Marittime e a sud dell'Appennino Tosco-Emiliano, all'incirca seguendo la vecchia linea gotica d'infausta memoria.

Questo luogo sociale e politico considera, da trent'anni in qua, l'Italia peninsulare come un fardello da portare sulle spalle senza ricavarne alcun vantaggio. Perciò è ormai convinta della necessità di un federalismo fiscale che si riassume così: il peso delle tasse deve diminuire per tutti e almeno i due terzi del gettito dovrà rimanere sul territorio dove viene generato.
L'altro terzo andrà allo Stato centrale per i suoi bisogni primari cioè per il funzionamento dei servizi pubblici indivisibili.

Da questa concezione l'idea di una redistribuzione del reddito con criteri sociali e geografici è del tutto assente. Lo slogan per definire lo spirito di questa filosofia potrebbe essere "chi fa da sé fa per tre". Ognuno pensi ai suoi poveri, ai suoi bambini, alle sue famiglie, ai suoi artigiani, alle sue partite Iva. E vedrete che anche i "terroni" si troveranno meglio di adesso.

* * *
In un mondo globale questa visione significa costruire compartimenti stagni che separano le comunità locali dall'insieme. Significa dare vita ad un Paese non più soltanto duale (il Nord e il Sud) ma con velocità plurime e con dislivelli crescenti all'interno stesso dei distretti più produttivi e più agiati e con contraddizioni mai viste prima.

Ne cito alcune. Le imposte pagate da imprese delle dimensioni di una Fiat, di una Telecom, di un Enel, di un Eni, di una Finmeccanica così come le grandi banche o le grandi compagnie d'assicurazione presenti in tutto il Paese, dove saranno incassate e da chi? Si scorporerà il loro reddito stabilimento per stabilimento, il valore del gas e del petrolio importati e altre grandezze economiche difficilmente divisibili sul territorio? Oppure per dare attuazione a questo tipo di federalismo fiscale si prenderà in considerazione la natura delle varie imposte e tasse? L'Iva resterà nei luoghi dove viene pagata? E le imposte sui consumi? E quelle sui redditi personali o aziendali? Un ginepraio. E' possibile che la creatività di Giulio Tremonti ne venga a capo, ma non sarà certo una facile impresa.
Segnalo tuttavia una contraddizione difficilmente risolvibile. La maggioranza relativa dei pensionati vive nelle regioni del Nord; in esse infatti c'è stato e c'è maggior lavoro e quindi maggiori pensioni. Nel Nord vive anche gran parte dei possessori di titoli pubblici.
L'erogazione delle pensioni e il pagamento delle cedole sui titoli di Stato costituiscono una fonte imponente di uscite dalle casse dello Stato verso le regioni del Settentrione.

Come verrà valutato in un'Italia a compartimenti stagni questo flusso imponente di spesa pubblica?
La verità è che l'idea di trattenere due terzi delle entrate sui territori locali è pura demagogia inapplicabile in quelle proporzioni. Ma intanto la gente ci crede così come crede anche che la sicurezza pubblica sarà migliorata se una parte dei poteri che oggi incombono all'autorità centrale sarà attribuita ai sindaci e ai vigili urbani.

* * *
Qui viene a proposito meditare sulla Sicilia autonomista di Lombardo e Cuffaro.
Si tratta di province potenzialmente ricche ma attualmente povere. Province deturpate da secoli di lontananza dal mercato e dalla presenza del racket, di poteri criminali, di traffici illegali e mafiosi.
Oggi è in atto, per merito di industriali e commercianti coraggiosi, una nuova forma di lotta contro il racket che ha già avuto le sue vittime e i suoi morti. La politica centrale e soprattutto quella locale avrebbero dovuto precedere o quantomeno affiancare questa battaglia ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi sembra esattamente il contrario per quanto riguarda i poteri locali, molti dei quali infiltrati da illegalità e mafioseria.

Tra le istituzioni e la criminalità organizzata esiste da tempo e si allarga sempre più un'ampia zona grigia, un impasto di indifferenza, contiguità, tolleranza, collusione. Il confine tra la zona grigia e i mercati illegali non è affatto blindato anzi è largamente permeabile. Si svolge un continuo andirivieni da quelle parti, gente che va e gente che viene. Si attenuano le asprezze dell'ordine pubblico in proporzione diretta all'andirivieni sul confine tra zona grigia e poteri criminali. Più il potere criminale riesce a legalizzare i suoi membri, i loro figli, i loro nipoti, più diminuisce la crudeltà della lupara. Ricordate il Padrino? La dinamica è quella.

Ma torniamo alla Sicilia di Lombardo. Aumenteranno le richieste di denaro pubblico e di autonomia locale della loro gestione. Non dimentichiamo che i padri dei Lombardo e dei Cuffaro volevano il separatismo, così come il Bossi di vent'anni fa voleva la secessione. Adesso sia gli uni che gli altri hanno capito che una forte autonomia abbinata a un altrettanto forte separatismo fiscale configurano una secessione dolce e duratura.

I due separatismi del Nord e del Sud hanno come obiettivo primario le casse dello Stato e come conseguenza la competizione tra loro a chi riuscirà meglio nell'impresa.

E' infine evidente che per fronteggiare una situazione di questo genere i poteri di quanto resta dell'autorità centrale dovranno essere rafforzati da robuste dosi di autoritarismo per tenere insieme le forze centrifughe operanti in tutto il sistema.

* * *
Questo quadro è qui descritto al nero ma può anche essere raccontato in rosa anzi in azzurro: un'autorità centrale forte ma democratica, un'articolazione regionale rappresentata dal Senato federale non diversamente da quanto accade nel sistema tedesco.
Ma sta di fatto che la Germania dispone di elementi centripeti molto robusti mentre in Italia la centrifugazione localistica è una costante secolare, anzi millenaria.

Quella che un tempo si chiamava sinistra trovava la sua identità nell'ideologia della classe. Ma la classe ormai non c'è più e perciò la sinistra è affondata. E' curioso che per spiegare la sparizione della sinistra dal Parlamento del 2008 si cerchino motivazioni di carattere elettorale.

Eppure, specie da parte di chi ancora pensa marxista, la spiegazione è evidente: quando una certa struttura delle forze produttive viene meno, l'effetto inevitabile è che scompaia anche la sovrastruttura che quelle forze avevano prodotto e configurato. Questi fenomeni erano già presenti da anni nella società italiana; i nodi sono arrivati al pettine in questa campagna elettorale.
Il popolo sovrano che si è manifestato nelle urne elettorali del 14 aprile è, con una maggioranza di oltre tre milioni di voti, più localistico che nazionale, vive più il presente che il futuro, è più identitario che innovatore e più protezionista che liberale. Questi sono dati di fatto con i quali è difficile anzi inutile polemizzare. Il Partito democratico ha conservato per fortuna la memoria del passato ma ha cambiato posizione e linguaggio diventando la maggiore forza politica a sostegno dell'innovazione e della modernizzazione delle istituzioni e della società.
Per spostare su questa strada le scelte future del popolo sovrano ci vorrà però uno sforzo senza risparmio soprattutto in due settori: la presenza sul territorio e una progettazione culturale che capovolga quella esistente. Soprattutto nel rapporto tra il tempo e la felicità, che deve includere anche gli esclusi e i nipoti. Non è compito da poco, significa recuperare nello stesso tempo il valore del passato e la creatività del futuro. Perciò basta con le condoglianze e buon lavoro per la democrazia italiana.

(20 aprile 2008)

 


L'esodo dei poveri. Da sinistra a destra. Barbara Spinelli (La Stampa 20-4-2008)

Il passaggio da sinistra a destra di numerosi elettori popolari ha prodotto in Italia stupore triste o divina sorpresa, ma è un fenomeno non nuovo nelle democrazie e come spesso succede è in America che s'è manifestato negli ultimi decenni, estendendosi poi all'Europa. In realtà è fenomeno antico ­ la Germania prehitleriana conobbe analoghe saldature tra sinistre e destre estreme ­ e se oggi si ripropone con forza è perché alcune componenti riappaiono. Tra esse c'è il risentimento, questa passione che dà immenso ardimento all'individuo che si sente abbandonato e solo nella società, e che il massimo della potenza la raggiunge quando diventa risentimento territoriale, tribale, di classe. Nietzsche dà a tale passione il nome di morale dello schiavo, perché l'uomo del risentimento ha l'impressione quasi fiera di non poter mai raggiungere il benessere o il potere cui aspira. «Il No ­ spiega nella Genealogia della Morale ­ è la sua azione creatrice». Il no è opposto a tutto quello che è «fuori», «altro», che è «non io».

Una prima risposta all'esodo dei poveri verso destra è venuta in queste settimane da Barack Obama. È accaduto il 6 aprile a San Francisco, quando il candidato democratico alle primarie presidenziali ha spiegato alcuni tratti di tale esodo. Nelle piccole città colpite dalla crisi, ha detto, l'amarezza è tale che la persona si sente perduta, ed è a quel punto che s'aggrappa non a reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita sostitutivi, culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero.

Amarezza e frustrazione sono varianti del risentimento descritto da Nietzsche, e negarne la realtà vuol dire fuggirla. Sono decenni che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici. Obama è stato giudicato ingenuo, imprudente: avrebbe offeso gli operai, guardandoli dall'alto e comportandosi come uno snob, un elitario (in Italia si dice anche: antipatico). Non è detto che siano critiche errate, ed è vero che Obama rischia molto, sin dalle primarie di martedì in Pennsylvania.

Ma perdere le battaglie non significa aver torto, e i numeri delle urne non ti danno automaticamente ragione: cosa spesso trascurata da commentatori improvvisamente dimentichi di quel che il prosindaco leghista di Treviso Gentilini dice a proposito del ventennio fascista («il ricordo di una maschia gioventù che lavorava, faceva il suo dovere, ubbidiva alle leggi») o delle parole proferite dall'onorevole leghista Salvini («i topi sono più facili da debellare degli zingari. Perché sono più piccoli»). Quel che vince è piuttosto un malinteso, sui valori come sulla povertà: lo stesso malinteso che affligge oggi Obama. L'amarezza di cui ha parlato il candidato è cosa tangibile, dopo le tante promesse non mantenute di Bush, ma d'un tratto è lui ad aver offeso i poveri, la gente comune non beneficata da regali fiscali, il lavoratore autentico che fatica a sbarcare il lunario.

Da parecchi decenni la destra americana si è fatta paladina dei poveri e delle classi medie declassate, e con Bush junior la vocazione s'è ancor più sdoppiata: impoverire i deboli, e scaricare su altri la responsabilità dell'impoverimento. Nel 2004 hanno votato per lui numerose regioni immiserite. Il risentimento che generalmente appartiene alle sinistre è passato a destra, e proprio questo ha voluto dire Obama parlando di quei valori divisivi (le cosiddette wedge questions con cui i repubblicani svuotano l'elettorato democratico: religione politicizzata, aborto, matrimoni gay, controllo delle armi). In Francia sono valori divisivi il nazionalismo, e il rancore contro una sinistra sospettata di transigere su immigrati, sicurezza, ed erede di quel terribile Sessantotto ripetutamente denunciato in America, Francia e Italia.

Il malinteso su valori e povertà è acutamente analizzato da Thomas Frank, in un libro pubblicato in concomitanza con la seconda vittoria di Bush (What's the Matter With Kansas? How conservatives won the heart of America, 2004). Obama ha forse sbagliato a usarne gli argomenti, ma le cose narrate nel libro restano importanti e valgono anche in Europa. Il risentimento ha infatti bisogno, per continuare a infiammare, di un'indignazione che non scema e anzi si dilata, indipendentemente dai risultati elettorali. L'uomo del risentimento rinasce contemplando se stesso, e il se stesso che contempla è non solo insoddisfatto ma eternamente marginale, minoritario, vittima di un'élite dominante che lo tiranneggia e l'imbavaglia. Dell'élite fanno parte i liberal americani (le sinistre europee) e il loro potere è considerato enorme, soffocante, invincibile. Essi agiscono attraverso i giudici, gli universitari, i giornalisti, gli intellettuali, anche quando questi ultimi si spostano a destra.

Qui è la menzogna, che occulta la realtà per istinto e strategia. La conquista dei ceti popolari avviene fingendo che la maggioranza conservatrice, anche quando ha tutti i poteri come in America (parlamento, Corte suprema), anche quando regna su affari ed economia, sia una maggioranza perseguitata. Gli uomini di sinistra, ai suoi occhi, sono al potere comunque, poco importa se eletti o no: il progressismo liberal domina anche se i Repubblicani hanno vinto sei elezioni presidenziali su nove dal 1968; anche quando i Repubblicani controllavano tutti i poteri dello Stato. «Al di là della politica, il liberalismo è un tiranno che domina la nostra esistenza nei modi più svariati e rovesciarlo è praticamente impossibile». L'oppressore e il prepotente quasi sempre s'atteggiano a vittima.

L'ideologia del ressentiment è questo: ritenersi in ogni caso e sempre un outsider, un emarginato, anche quando si hanno le leve del potere. È un dispositivo centrale dei successi di Bush, Sarkozy, Berlusconi: per vincere, occorre che l'indignazione non si raffreddi mai, dunque che la realtà sia a intervalli regolari falsata. Se un giornalista come Marco Travaglio scrive che in Italia permangono conflitti d'interessi e corruzione è considerato subito non un outsider, come irrefutabilmente è, ma un nemico straordinariamente forte e minaccioso. Basta un solo dissidente, basta un giornale minoritario come l'Unità, e gli outsider vincitori si sentono assediati da orde vastissime. Nelle dittature basta l'1 per cento di dissenso ed è panico.

Frank racconta come questo risentimento populista abbia fatto presa nell'800 sulla sinistra ­ in Texas ad esempio ­ e sia stato poi disinvoltamente catturato dalla destra. Perché ciò avvenisse sono cambiate le antiche linee divisorie: la lotta di classe contrapponeva operai e padroni, poveri e ricchi, sopra e sotto, mentre oggi ci si divide tra assistiti o parassiti e salariati, tra bianchi e neri, tra chi è fuori e chi dentro, tra chi si sveglia all'alba ­ dice Sarkozy ­ e chi dopo. Ma soprattutto ci si divide culturalmente: tra snob e autentici, tra antipatrioti come Obama (non porta la spilla con la bandiera Usa sulla giacca) e nazionalisti, tra relativisti e devoti, magari calcolatori ma pur sempre devoti.

La sinistra ha molto da fare, se vuol arrestare la parte menzognera dell'esodo e convincere i fuggitivi che ha perduto per propria insipienza, per propria incapacità di dar risposte razionali alle nuove povertà, ai nuovi bisogni popolari. Si tratta di ricominciare a parlare di economia, di malaffare, di legalità, obbedendo inflessibilmente al principio di realtà. Si tratta di denunciare il potere dove realmente si esercita. Si tratta di rivalutare la sicurezza, senza criminalizzare i giudici ma rendendoli più rapidi e presenti in un settore ­ l'immigrazione ­ che sarà sanato dalla legge uguale per tutti oltre che dall'ordine. Si tratta di dire le cose come stanno: è la più appassionante delle avventure, se solo si designa l'avversario senza aver paura della falsa paura che si incute.


MALEDETTI BUONISTI di Maria Giovanna Maglie (Il Giornale 20-4-2008)

 

Il problema più allarmante e più umiliante che il nuovo governo eredita dal passato, così ingloriosamente finito, è la sicurezza delle persone. Sarà una grande responsabilità. Mi piace parlare dell'individuo mortificato e non solo della donna, anche se è la cronaca a ricordare che se sei femmina oggi in Italia ti tocca stare attenta a dove vai, con chi, a che ora, a guardarti le spalle e a subire le prediche di parenti, amici, psicologi e autorità, come forse non accadeva da quaranta anni, come se l'emancipazione diventasse di colpo un lusso e un rischio. Eppure nemmeno così sei salva. Nemmeno da anziana sei salva.
Il piano di sicurezza, pomposamente rivendicato anche ieri sera, di fronte alle ragazze sventrate e violate, da Giuliano Amato, il ministro più arrogante, cinico e inetto che io ricordi, non è mai stato messo in pratica. Come la Carta dei Valori, faticosamente strappata dagli immigrati moderati e liberali, che davvero vogliono vivere da italiani, e poi tenuta nascosta. Se gli ultimi due criminali sono stati arrestati, si deve certamente all'intervento delle forze dell'ordine, ma non perché erano là prima, di ronda intorno a una zona di locali per giovani, o di pattuglia nei pressi di una stazione che trasporta pendolari, considerata pericolosa. No, a dare l'allarme sono stati dei cittadini, e il male era già fatto.
La colpa è tutta e solo del governo uscente, ne sa qualcosa il sindaco di Milano, Letizia Moratti, che ha continuato inascoltata a chiedere interventi sensati, altro che le farneticazioni del ministro Ferrero. Da sola un'Amministrazione comunale, anche animata dalle migliori intenzioni, non ce la fa. Roma però è stata intontita dalla vanagloria di Walter Veltroni, dal bluff del modello Roma, bella, pulita, sicura e tollerante, per ritrovarsi, nuda e sporca, sul cadavere di Giovanna Reggiani.
Gli extra comunitari clandestini restano quanto vogliono nelle nostre frontiere, quando li fermano e li invitano a lasciare il Paese entro dieci giorni, nessuno verifica che questo accada. I comunitari entrano liberamente, senza lavoro, senza fissa dimora. Anche questa è una decisione del governo Prodi, enfatizzata dal ministro Emma Bonino, che si è opposta virilmente a qualunque rinvio, come il buon senso e altre nazioni europee chiedevano, e come hanno fatto. Il voto ha cancellato, insieme all'alibi del Paese spaccato in due, assieme al comunismo da salotto, anche il mito del buonismo, che ci sta decimando. Vogliamo la sicurezza, non la luna.

 


La lezione della sconfitta Antonio Padellaro (L’Unità 19-4-2008)

 

Lo choc elettorale è comprensibile ma sarebbe ora che gli sconfitti mettessero da parte rabbia e scoraggiamento per ricavare una qualche lezione utile dagli errori commessi invece di continuare a scaricarli altrove. A cosa serve, per esempio, dare la colpa della propria sconfitta a un altro partito, ovvero al Pd di Veltroni, esercizio politicamente incongruo nel quale si esercitano gli esponenti della Sinistra l’Arcobaleno? Ciò che non abbiamo ancora letto e sentito da nessuna parte è piuttosto un’analisi completa dell’occasione storica persa prima e durante il governo Prodi.

Interrogarsi sui circa quattro milioni di voti che mancano complessivamente al centrosinistra significa soprattutto riflettere sul destino di un tesoro dilapidato. Dovremmo tutti rammentare infatti che dal 2001 in poi, nel quinquennio cioé del Berlusconi II, i partiti dell’allora opposizione inanellarono una brillante serie di successi consecutivi sbaragliando l’allora Cdl in ogni elezione comunale, regionale o europea che fosse. Fu così che nella primavera del 2006 all’Unione appena costituita tutti i sondaggi attribuirono un vantaggio pressoché incolmabile sull’armata allo sbando del centrodestra. Come fu che in poche settimane quella enorme distanza si ridusse ai famosi ventiquattromila voti non è un mistero doloroso.

Perché già in quella campagna elettorale la composita coalizione cominciò a mostrare tutte le crepe e le contraddizioni che avrebbero portato all’implosione di due anni dopo. Subito Berlusconi se ne accorse e scatenò lo scatenabile recuperando punti su punti. Eppure alla fine andò bene, il Porcellum di Calderoli giocò incredibilmente a nostro favore e nella indimenticabile notte del 10 aprile 2006 Romano Prodi potè annunciare una vittoria risicatissima ma pur sempre vittoria in una piazza romana che già temeva il disastro.

A quel punto il rischio sventato in extremis avrebbe dovuto suggerire a tutti gli otto o nove partiti una strategia d’emergenza. Trincerarsi, fare quadrato, prepararsi a resistere cinque anni e a qualunque costo. Per il bene del paese ma anche per quel naturale istinto di autodifesa che è l’abc della politica. Fin dall’inizio era chiaro a tutti che una anticipata fine del governo avrebbe trascinato nel baratro partiti e partitini. Su quei pochi voti di vantaggio reinvestiti con intelligenza e tenacia si sarebbe potuto cambiare a favore del centrosinistra il baricentro politico del paese. Poiché era chiaro che, da Mastella a Bertinotti ne avrebbero guadagnato tutti, a tutti ragionevolmente sarebbe convenuto concorrere ad aiutare Prodi, proteggendolo, rassicurandolo, portandogli la colazione a letto se necessario. Il calvario a cui è stato sottoposto il Professore dai suoi alleati veri e presunti, giorno dopo giorno, resta, lo sappiamo, un capolavoro di autolesionismo e di stupidità politica. E ha ragione Veltroni quando definisce Prodi uomo di stato, «uno dei più grandi che la storia repubblicana abbia conosciuto». Prodi, uomo capace e per bene, al quale non finiremo mai di dire grazie. Logorato, però, e alla fine abbattuto «da una conflittualità permanente dentro una coalizione paralizzata dalla cultura dei no».

Quel piccolo margine di maggioranza al Senato invece di essere difeso con le unghie e con i denti è stato continuamente giocato ai dadi per lucrarne, nel migliore dei casi, qualche straccio di visibilità sui giornali o in tv. Il possibile che Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi dicono di aver fatto per tenere in piedi la baracca non poteva bastare. Ci siamo forse dimenticati dei Rossi e dei Turigliatto? Dei ricatti sulla politica estera? Dei ministri di lotta in piazza a manifestare contro il governo di cui facevano parte? E adesso, se tutti i responsabili di tanto insensato sperpero, a cominciare proprio da Mastella, non rientrano in Parlamento chi lo ha deciso? Il perfido Veltroni. O una massa di elettori furiosi dopo aver visto finire in fumo (e nell’immondizia) le proprie speranze? Via, siamo seri.

* * *

Il secondo pericolo che la sconfitta elettorale rischia di produrre nel campo a noi vicino è quello di una quasi resa morale. L’idea cioè che dal 14 aprile scorso la destra ha sempre ragione. Che gli italiani amano Berlusconi, come ci spiegano autorevoli colleghi. Che la Lega è l’unica forza autenticamente popolare, mentre il resto è solo casta approfittatrice. Perfino un personaggio notoriamente misurato come Montezemolo è pronto a sostenere, senza arrossire, che ormai gli operai sono più vicini alla Confindustria che al sindacato. Nelle inchieste televisive sulle ex Stalingrado in mano al Carroccio nessuno obietta se il bravo cittadino indica schifato uno spiazzo dove la moschea non si farà e dice: che vadano a pregare a casa loro. E se il Berlusconi che riceve Putin e tratta i destini di Alitalia è un premier che nessuno ancora ha nominato, meglio non parlare di rigore istituzionale altrimenti ti ridono appresso.

Calma però. È vero, hanno vinto ma non hanno vinto tutto. I voti della destra (compreso Storace) sono 17 milioni e 800mila. Quelli del centrosinistra 15 milioni, di cui 12 milioni del solo Pd. Due milioni ne ha l’Udc. Ovvero: nel paese reale maggioranza e opposizione quasi pari sono. Le principali città italiane sono ancora governate dal Pd e dalla Sinistra. E così la maggior parte delle regioni. Checché ne dica Luca Cordero, c’è ancora un’organizzazione democratica di massa (11 milioni e 700mila tesserati) che si chiama sindacato. I leghisti, sicuramente, hanno raccolto i frutti di un lavoro capillare sul territorio. Pd e sinistra devono prenderne atto e tornare a parlare con la gente. Le cittadine linde e pulite piacciono anche a noi. Se poi però il sindaco col manganello non toglie le panchine per non farci sedere gli immigrati. Del resto, di radiose comunità con i gerani sul balcone, e con l’orrore dietro l’uscio è piena la storia del Novecento.

A Veltroni diciamo quindi tenga la barra dritta. Con la sinistra, soprattutto con il popolo della sinistra, occorre ricostruire un rapporto perché siamo convinti che ciò può giovare molto al Pd e allargare la sua base di consenso. Bene l’opposizione senza sconti in Parlamento ma occorre sferrare una grande offensiva sui valori democratici. Quando ha detto alle mafie non vogliamo i vostri voti, è stato il momento più bello della sua campagna elettorale. Lo hanno preso in parola. Ne valeva la pena. Ma adesso ricordiamolo a tutti.
apadellaro@unita.it




Rusconi: «Questa destra è la rivolta dei territori» Bruno Gravagnuolo (L’Unità 19-4-2008)

 

«Siamo in bilico su una doppia possibilità. O Berlusconi e Bossi riescono a trovare un compromesso accettabile sull’interesse generale del paese, oppure, come temo, si andrà verso la catastrofe». C’è allarme nelle parole di Gian Enrico Rusconi, germanista, politologo, storico, attualmente a Berlino come «Gast-Professor» alle Freie Universität, dove riusciamo a intercettarlo tra una lezione e l’altra. La sua tesi post-elettorale sull’Italia che va a destra suona: «Il governo Prodi ha dato un’immagine pessima di sé, di là dei suoi veri pregi e difetti. La sinistra dal canto suo ha abbandonato insediamenti e territori. E la Lega è la vera vincitrice. Contro il mercatismo, il globalismo e il venir meno delle tutele identitarie ed economiche».

E allora, dopo l’analisi della sconfitta e delle sue cause da dove ricominciare? Per Rusconi occorre innanzitutto vedere come evolverà il rapporto Bossi-Berlusconi. Per nulla pacifico e anzi dirompente. Poi l’opposizione vedrà come inserirsi nella partita. Senza cedere a ricatti o a cooptazioni, ma esibendo una «sua» idea dell’interesse pubblico e nazionale. E facendola valere sul piano programmatico, parlamentare e organizzativo. A cominciare dai territori, abbandonati all’avversario. Nel frattempo però si deve registrare bene l’accaduto, fotografare i soggetti sociali in campo. E cercare di spiegare bene il tutto, a se stessi e agli altri. All’Europa, che sempre meno capisce l’anomalia italiana. E ai tedeschi, che, dice sempre il professore, «vivono l’Italia con strisciante estraneità e ci considerano tutti berlusconiani. Immagini con che gioia da parte mia!». Sentiamo Rusconi allora.

Cominciamo da una domanda vecchia ma ancora buona: la Lega è di destra oppure no? Il politologo Sartori e l’ex ministro leghista Maroni lo negano. E lei?
«Modo non giusto di porre la questione. Parlerei di protezionismo sociale a favore di tutti quelli che non ce la fanno, dal piccolo imprenditore all’operaio sottopagato. E con il territorio a fare da argine, da barriera. In questo senso vanno le sortite di Tremonti contro il mercatismo, che avevano centrato il bersaglio. Mi chiedo e le chiedo, questo protezionismo sociale e locale è di destra o di sinistra?»

Il segno prevalente è di destra: individualismo proprietario. Anche se non possiamo fermarci qui. In fondo lo stesso fascismo non era sociale e autarchico?
«Certo, ma usciamo dallo schematismo. Sono esplosi i problemi della piccola gente che ha perso fiducia nella sinistra e nel sindacato. E questa massa d’urto medio-bassa va al di là del nucleo proprietario. Il vero problema è la fine dell’universalismo democratico, di sinistra. Che teneva insieme borghesia imprenditoriale e ceti subalterni. È questo che la gente dei territori rifiuta».

Bene, ma come è successo tutto questo? Colpa del mercatismo, e delle violente politiche di rigore monetarista e di bilancio fatte proprie dalla sinistra?
«Fino a ieri il territorio era rimasto fuori dalle preoccupazioni “borghesi” o di sinistra. Il fascismo non è mai stato territorialista, ma nazionale. Oggi invece proprio la contrapposizione tra locale e globale fa saltare la distinzione destra/sinistra, le polarità che prima si confrontavano sullo stato. Inoltre, che fine hanno fatto le buone amministrazioni di sinistra e il loro mito? Anche quest’eredità s’è fatta scippare la sinistra!»

Insisto: la sinistra non ha finito col soffocare i territori in nome del mercato universale e del rigore?
«Era inevitabile, ma il difetto è stato nel messaggio, nell’incapacità di comunicare. Il che è stato vissuto come abbandono, da parte dei ceti radicati sul territorio. Si è data l’impressione di voler enfatizzare i benefici del mercato universale, dall’immigrazione, all’innovazione, agli scambi, alla moneta. A detrimento del quotidiano e delle identità locali. Ovvio che il rigore fiscale e i tagli di spesa soffocano i territori! Ma allora, o si faceva una politica diversa, oppure si dovevano convincere i soggetti sociali nelle aree locali. Come? Con la capacità organizzativa e di rappresentanza solidale. E poi nessuno osa dirlo: il governo Prodi ha mandato dei segnali catastrofici. E ha avuto un’immagine peggiore di quel che è stato. Aggiungo una cosa: il vecchio socialismo riusciva a differire i bisogni sul domani radioso. A persuadere, e a dare identità. Oggi c’è una mutazione antropologica, il domani non è più un argomento, e le emergenze ci stanno tutte addosso, instantaneamente».

Ma il vecchio socialismo democratico faceva lievitare i redditi. Oggi invece da sinistra non si tutelano né i redditi, né i territori. E vince il liberismo territoriale e proprietario. Non è per questo che i ceti medio bassi vanno a destra, e finiscono in bocca alla Lega?
«Questo è un dato di fatto incontrovertibile, anche se ce ne siamo resi conto tradivamente. Lo sfondamento egemonico della cultura liberista a misura di territori, e a danno della sinistra, è stato evidente. Magari Gad Lerner non se ne rendeva conto, ma molti lo avevano capito, benché lo dicessero sottovoce. Adesso però la vera domanda è un’altra: la sinistra può ancora recuperare oppure è troppo tardi?»

E cosa si risponde?
«Dipende prima di tutto da questo governo. Ce la farà a superare la conflittualità interna con la Lega o no? Da queste prime battute di confronto con Bossi, parebbe di no. Guardi, tra il leghismo e il berlusconismo non c’è coincidenza. E Berlusconi non lo ha ancora capito. Prevedo forte tensione tra le due realtà, anche pensando alla profonda personalizzazione dell’incontro-scontro tra i due leader. Con Berlusconi che si dichiara garante in prima persona del rapporto con Bossi. E Bossi che dice: mi fido solo di lui, parlo solo con lui. Ma con entrambi che tagliano fuori gli altri alleati. Ciò corrisponde tra l’altro a una acuta degenerazione iper-personalistica della politica, che inficia l’immagine del centrodestra. Roba devastante».

Duello intestino, che potrebbe far saltare la coalizione?
«A mio avviso i due leader non capiscono affatto ciò che si sta profilando, anche perché non si aspettavano questo exploit leghista. Sono stupiti entrambi».

C’è il rischio di un’implosione italiana, magari su federalismo fiscale e secessione strisciante? Detto diversamente: andremo più verso la Baviera o verso l’ex Jugoslavia?
«Né l’uno, né l’altro esito. Intanto la destra dovrebbe aver imparato le lezioni del governo Prodi, e del precedente centro destra: non litigare e non mettere in piazza i contrasti. Per quanto riguarda la Baviera o un possibile Lombardo-Veneto, bisogna stare attenti. Non si possono fare paragoni insostenibili, e immaginare analogie tra Cristiano Sociali bavaresi e Lega che radicalmente altra cosa. Il punto è: La Lega resterà un partito rivendicativo e conflittuale, oppure metterà capo a un vero progetto regionale? I Cristiano sociali in Germania governano un Land. Uno stato storico: la Baviera. Questi invece parlano di Padania, che francamente non esiste, meno che mai nei termini della Baviera, che ha mille anni! I leghisti stanno rivalutando il sociale privato e comunitario. Ma dovrebbero riscoprire il senso del pubblico, ricrearlo, per fondare un futuribile Lombardo-Veneto. Non dico nazione, dico “pubblico”. Interesse generale, articolato sul territorio».

La vedo dura.
«Sì, non hanno gli strumenti per farlo. Al massimo sono in grado di esprimere comunitarismo. Questo però è un problema di tutti, da nord a sud. E qui apro e chiudo una parentesi: non capisco perché Bassolino non abbia avuto il buon gusto civico di dimettersi. Di là delle sue colpe o meno. Tornando alla destra però, il governo si gioca tutte le sue carte esattamente su questo: il senso pubblico. O ne esibiscono un esempio plausibile, o finirà male. Con la frantumazione generale, magari non Jugoslava, che mi parrebbe esagerata...»

Deve essere la sinistra o quel che ne resta, a farsi banditrice di un nuovo senso pubblico nazionale?
«Il vero dilemma è: dare una mano a un eventuale progetto di questo tipo o no? E qui subentra il timore di favorire l’avversario. Cosa che non varrebbe altrove, perché ad esempio la Baviera non s’è mai scontrata violentemente con lo stato, e lì non avrebbero mai detto le cose intollerabili di un Bossi sui fucili, neanche per scherzo. La Baviera si distingue, dentro un’idea comune di stato. Ma non si contrappone. E oggi anche grazie alle doti mediatrici della Merkel».

Lega dissolutiva o federalmente compatibile?
«O Berlusconi e Bossi si reinventano un senso pubblico di corresponsabilità che rilegittima lo stato, o viceversa si va al logoramento progressivo. Quanto alla sinistra, deve corresponsabilizzarsi anch’essa, a certe condizioni beninteso».

E se invece si spartiscono l’Italia frantumando interessi e territori, e all’insegna di presidenzialismo o premierato?
«Allora sarà il disastro, ma se è così lo vedremo entro quindici giorni».


Pubblicato il: 19.04.08