HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro Novelli
www.mauronovelli.it
|
DOSSIER “VELTRONI <-> BERLUSCONI ” |
ARCHIVIO GENERALE DEL
DOSSIER |
tARTICOLI DEL 19-20 aprile 2008 #TOP
IN EVIDENZA
A una settimana dal voto. La vera partenza. di Paolo Mieli (Il Corriere della Sera 20-4-2008)
Per chi
suonano le campane di Bossi di Eugenio
Scalfari (La Repubblica 20-4-2008)
L'esodo dei poveri. Da sinistra
a destra. Barbara Spinelli (La Stampa 20-4-2008)
Maledetti buonisti di Maria
Giovanna Maglie (Il Giornale 20-4-2008)
La lezione della sconfitta
Antonio Padellaro (L’Unità 19-4-2008)
Rusconi: «Questa destra è la
rivolta dei territori» Bruno Gravagnuolo (L’Unità 19-4-2008)
Sono passati quattordici anni da quando in Italia è
stato introdotto il sistema maggioritario, quattordici anni nel corso dei quali
due volte (1996, 2006) ha vinto il centrosinistra e tre (1994, 2001 e l'ultima
una settimana fa) il centrodestra. Fin qui, in un ritmo di alternanza scandito
quasi con il metronomo, a ogni tornata elettorale chi aveva governato nella
precedente legislatura è stato mandato all'opposizione e chi aveva perso nella
precedente consultazione è tornato al governo. Eppure, a dispetto di questa
evidenza, in passato ogni volta i perdenti si sono lasciati andare a mesi e
mesi di costernazione e di pianto quasi si trovassero al cospetto di un
incipiente regime e di una esclusione definitiva dalle stanze del comando.
Fortunatamente stavolta le cose si stanno mettendo in modo, almeno
parzialmente, diverso. E' come se la stagione 1994-2008 fosse stata un lungo,
estenuante periodo di prova del funzionamento di un meccanismo e questa possa
essere l'alba di una seconda o terza Repubblica. Appare chiaro a tutti (o
quasi) che la vittoria di Silvio Berlusconi non ha niente di occasionale, che i
due partiti che ne hanno fatto da architrave sono ben impiantati sul terreno,
che la classe politica da essi generata nell'ultimo quattordicennio non ha più
niente o ha molto poco di raccogliticcio e che ciò che negli anni scorsi si è
detto e scritto per spiegare il successo berlusconiano non era sufficiente. Per
quel che riguarda la destra, resteranno di questa campagna elettorale quattro
momenti: la fusione immediata e a freddo tra Forza Italia e Alleanza nazionale
che chiunque fino a un giorno prima avrebbe giudicato pressoché impraticabile;
la vitalità della Lega a dispetto delle condizioni di salute di Umberto Bossi,
segno che quel partito non è più da anni un'accozzaglia di protestatari ed è
destinato a durare; il divorzio (o la momentanea separazione?) tra Berlusconi e
l'Udc di Pier Ferdinando Casini che, sia pure in misura diversa, ha giovato a
entrambi i coniugi; il successo del libro di Giulio Tremonti La paura e la
speranza, un saggio assai dibattuto che ha scalato le classifiche editoriali e
che ha dato grande lustro all'impresa.
Sul fronte opposto resteranno la decisione
collettiva di fondere Ds e Margherita in un unico partito e la coraggiosa decisione
di Walter Veltroni di avviare quella che si è detta una «separazione
consensuale» dall'estrema sinistra nonché la scelta ancor più coraggiosa di
«correre da solo». Quella decisione — «consensuale » in quanto voluta anche da
Fausto Bertinotti — era frutto più di un giudizio sul fallimento delle due
esperienze prodiane (si è ritenuto che così come era la coalizione non poteva
ripresentarsi al cospetto degli elettori) che di un'idea strategica. E la pur
discutibile decisione di lasciar spazio alla lista di Antonio Di Pietro si è
dimo-strata, quantomeno sotto il profilo tattico, azzeccata. Se Veltroni avesse
fatto una scelta analoga per i radicali e per i socialisti, è evidente che
avrebbe compromesso il senso e l'immagine dell'operazione senza riceverne alcun
apprezzabile beneficio.
Tornando poi alla Sinistra Arcobaleno va detto che
è immaginabile sarà presto superato il trauma, a nostro avviso benefico,
dell'uscita dal Parlamento (benefico perché come insegna la storia degli anni
Sessanta è più agevole intercettare le realtà antagoniste da postazioni
extraparlamentari); e se la sinistra estrema — anziché dilaniarsi— continuerà a
evolversi nel solco non violento tracciato da Bertinotti ritroverà linfa e vita
e non è escluso che, tornata a Montecitorio e a Palazzo Madama, giunga tra
qualche anno a un ritrovato punto di incontro con quella moderata e riformista.
I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non
avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un
Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in
sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta); quello di aver
prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di
complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai
suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un'attenzione
strutturalmente diversa. Ribadisco: strutturalmente diversa.
A causa di ciò il Partito democratico è rimasto fin
qui tutto dentro i confini angusti della sinistra e non ha praticamente giocato
la partita del centro. Se aveva candidati in grado di parlare all'elettorato
centrista li ha tenuti nascosti per timore che entrassero in contraddizione con
quelli a carattere più identitario con l'effetto che la torta non ha lievitato.
Adesso la sinistra centripeta ha davanti a sé due vie: la prima è quella di
provare a fare con Casini quel che nell'estate del 1994 D'Alema fece con
Buttiglione, cioè lusingarlo e attrarlo nella propria orbita; la seconda è
quella di strutturarsi per occupare da sé il centro. Che dire? Della prima
opzione non sapremmo, ma la seconda ci appare in prospettiva assai più
redditizia. Ma le due insieme non sono facilmente combinabili perché come
accadde nel '94 la dimensione tattica prende sempre il sopravvento sul profilo
strategico.
Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l'aria di
essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri
di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo, digerirle e — per
quel che riguarda l'opposizione — chi anziché disperdere energie in iniziative
avventate, ripetitive sarà in grado di dare senso compiuto all'idea nel nome
della quale solo un anno fa fu fondato il Partito democratico.
20 aprile 2008
ROMA - Io non credo che chi ha sperato nella vittoria del Partito
democratico abbia confuso i suoi sogni con la realtà e un paese immaginario con
quello esistente. Credo che esistano due paesi reali, due contrapposte visioni
della politica e del bene comune come sempre accade in tutti i luoghi dove è
assicurata la libera espressione delle idee e la libera formazione di
maggioranze che governano e di minoranze che controllano il rispetto della
legalità e preparano le alternative future. Molti amici mi hanno chiesto nei
giorni scorsi come mai chi si è battuto per la vittoria dei democratici (ed io
sono tra questi) non ha percepito che essa era impossibile.
Ma non è vero. Sapevamo e abbiamo detto e scritto che sarebbe stato miracoloso
riagguantare nelle urne elettorali un avversario che nel novembre del 2007,
quando si è aperta la gara, aveva nei sondaggi un vantaggio di oltre 20 punti e
c'erano soltanto quattro mesi di tempo prima del voto. Se l'avverarsi di
un'ipotesi viene definita miracolosa ciò significa che le dimensioni
dell'ostacolo da superare non sono state sottovalutate ma esattamente pesate
per quello che realmente erano. Tuttavia un errore è stato certamente commesso:
non è stata avvertita l'onda di piena della Lega.
Non se n'è accorto nessuno, gli stessi dirigenti di quel movimento ne sono
rimasti felicemente stupiti. Fino alle ore 16 del lunedì elettorale la Lega
veniva data nei sondaggi attorno al 6 per cento. Nessuno le attribuiva di più e
i leghisti sarebbero stati soddisfatti di quel risultato. Stavano marciando
verso il 9 per cento su scala nazionale con punte fino al 30 nel
lombardo-veneto e successi consistenti in tutta la Padania anche sulla riva
destra del Po, e non lo sapevano.
Se si confrontano i risultati elettorali tra il partito di Veltroni e quello
guidato da Berlusconi e Fini, la differenza è più o meno di 4 punti, tra il
novembre e l'aprile il recupero è stato dunque di 16 punti percentuali.
La vittoria della Lega in quelle dimensioni è stata la sorpresa e qui va
approfondita l'indagine, scoperte le cause dell'errore e la natura profonda di
ciò che è avvenuto senza trascurare la Lega siciliana di Lombardo e del suo
alleato Cuffaro, che anch'essa merita la massima attenzione.
* * *
Si dice sempre più frequentemente che i termini di Sinistra e Destra non
esprimono più la natura politica della realtà. Probabilmente è vero e non da
poco tempo. Il crollo delle ideologie ha accelerato la rivelazione di un
fenomeno già presente da anni.
Del resto quelle due parole sono nate e sono entrate nell'uso comune nel corso
dell'Ottocento. All'epoca della Rivoluzione dell'Ottantanove non si parlava di
Destra e di Sinistra, si parlava di monarchici e repubblicani e poi di
montagnardi e di girondini, in Inghilterra di conservatori e di liberali. Al
tempo d'oggi in una società come la nostra si può correttamente parlare di
riformisti che puntano sulla modernizzazione del paese, dell'economia e dello
Stato, ai quali si contrappongono coloro che vogliono recuperare l'identità e
la sicurezza. In un certo senso sono anch'essi riformisti. Per realizzare
modernità e innovazione ci vogliono profonde riforme, ma anche per recuperare
sicurezza identitaria ce ne vogliono. Riforme in un senso, riforme in un altro.
Due contrapposte visioni di Paese e di ruoli.
E' fin troppo ovvio dire che nell'una e nell'altra di queste visioni esistono
elementi della visione opposta. E' diverso il dosaggio e questo fa una
differenza non da poco che si estende ben oltre la politica, determina
diversità di costume, di stili di vita, di impegno del tempo libero, di
letture, di sentimenti, di scelte.
C'è infatti un altro elemento che entra in questo complesso incastro di
messaggi e di dosaggi ed è un elemento tipicamente culturale. Si può definire
come rapporto tra il tempo e la felicità.
Le generazioni più giovani sono state schiacciate sul tempo presente, la
memoria del passato interessa loro poco o nulla, non sembrano disposte a
condividere quel tanto di felicità attuale con le generazioni che le
seguiranno. Questo rapporto tra felicità e tempo è un fenomeno relativamente
recente e ha prodotto una serie di effetti non sempre positivi. Per esempio lo
scarso tasso di nuove nascite e la richiesta sempre più pressante di protezione
sociale ed economica. Un altro effetto lo si vede nel localismo degli
insediamenti più produttivi e più ricchi: contrariamente a quanto finora era
accaduto sono proprio le comunità più agiate ad aver perso di vista i
cosiddetti interessi nazionali dando invece schiacciante prevalenza a quelli
del territorio dove essi risiedono. Si tratta di un aspetto essenziale per
capire la vittoria leghista di così ampie dimensioni. La Pianura Padana è un
pezzo dell'Europa agiata; l'Italia peninsulare comincia a sud-est delle Alpi
Marittime e a sud dell'Appennino Tosco-Emiliano, all'incirca seguendo la
vecchia linea gotica d'infausta memoria.
Questo luogo sociale e politico considera, da trent'anni in qua, l'Italia
peninsulare come un fardello da portare sulle spalle senza ricavarne alcun
vantaggio. Perciò è ormai convinta della necessità di un federalismo fiscale
che si riassume così: il peso delle tasse deve diminuire per tutti e almeno i
due terzi del gettito dovrà rimanere sul territorio dove viene generato.
L'altro terzo andrà allo Stato centrale per i suoi bisogni primari cioè per il
funzionamento dei servizi pubblici indivisibili.
Da questa concezione l'idea di una redistribuzione del reddito con criteri
sociali e geografici è del tutto assente. Lo slogan per definire lo spirito di
questa filosofia potrebbe essere "chi fa da sé fa per tre". Ognuno
pensi ai suoi poveri, ai suoi bambini, alle sue famiglie, ai suoi artigiani,
alle sue partite Iva. E vedrete che anche i "terroni" si troveranno
meglio di adesso.
* * *
In un mondo globale questa visione significa costruire compartimenti stagni che
separano le comunità locali dall'insieme. Significa dare vita ad un Paese non
più soltanto duale (il Nord e il Sud) ma con velocità plurime e con dislivelli
crescenti all'interno stesso dei distretti più produttivi e più agiati e con
contraddizioni mai viste prima.
Ne cito alcune. Le imposte pagate da imprese delle dimensioni di una Fiat, di
una Telecom, di un Enel, di un Eni, di una Finmeccanica così come le grandi
banche o le grandi compagnie d'assicurazione presenti in tutto il Paese, dove
saranno incassate e da chi? Si scorporerà il loro reddito stabilimento per
stabilimento, il valore del gas e del petrolio importati e altre grandezze
economiche difficilmente divisibili sul territorio? Oppure per dare attuazione
a questo tipo di federalismo fiscale si prenderà in considerazione la natura
delle varie imposte e tasse? L'Iva resterà nei luoghi dove viene pagata? E le
imposte sui consumi? E quelle sui redditi personali o aziendali? Un ginepraio.
E' possibile che la creatività di Giulio Tremonti ne venga a capo, ma non sarà
certo una facile impresa.
Segnalo tuttavia una contraddizione difficilmente risolvibile. La maggioranza
relativa dei pensionati vive nelle regioni del Nord; in esse infatti c'è stato
e c'è maggior lavoro e quindi maggiori pensioni. Nel Nord vive anche gran parte
dei possessori di titoli pubblici.
L'erogazione delle pensioni e il pagamento delle cedole sui titoli di Stato
costituiscono una fonte imponente di uscite dalle casse dello Stato verso le
regioni del Settentrione.
Come verrà valutato in un'Italia a compartimenti stagni questo flusso imponente
di spesa pubblica?
La verità è che l'idea di trattenere due terzi delle entrate sui territori locali
è pura demagogia inapplicabile in quelle proporzioni. Ma intanto la gente ci
crede così come crede anche che la sicurezza pubblica sarà migliorata se una
parte dei poteri che oggi incombono all'autorità centrale sarà attribuita ai
sindaci e ai vigili urbani.
* * *
Qui viene a proposito meditare sulla Sicilia autonomista di Lombardo e Cuffaro.
Si tratta di province potenzialmente ricche ma attualmente povere. Province
deturpate da secoli di lontananza dal mercato e dalla presenza del racket, di
poteri criminali, di traffici illegali e mafiosi.
Oggi è in atto, per merito di industriali e commercianti coraggiosi, una nuova
forma di lotta contro il racket che ha già avuto le sue vittime e i suoi morti.
La politica centrale e soprattutto quella locale avrebbero dovuto precedere o
quantomeno affiancare questa battaglia ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi
sembra esattamente il contrario per quanto riguarda i poteri locali, molti dei
quali infiltrati da illegalità e mafioseria.
Tra le istituzioni e la criminalità organizzata esiste da tempo e si allarga
sempre più un'ampia zona grigia, un impasto di indifferenza, contiguità,
tolleranza, collusione. Il confine tra la zona grigia e i mercati illegali non
è affatto blindato anzi è largamente permeabile. Si svolge un continuo
andirivieni da quelle parti, gente che va e gente che viene. Si attenuano le
asprezze dell'ordine pubblico in proporzione diretta all'andirivieni sul
confine tra zona grigia e poteri criminali. Più il potere criminale riesce a
legalizzare i suoi membri, i loro figli, i loro nipoti, più diminuisce la
crudeltà della lupara. Ricordate il Padrino? La dinamica è quella.
Ma torniamo alla Sicilia di Lombardo. Aumenteranno le richieste di denaro
pubblico e di autonomia locale della loro gestione. Non dimentichiamo che i
padri dei Lombardo e dei Cuffaro volevano il separatismo, così come il Bossi di
vent'anni fa voleva la secessione. Adesso sia gli uni che gli altri hanno
capito che una forte autonomia abbinata a un altrettanto forte separatismo fiscale
configurano una secessione dolce e duratura.
I due separatismi del Nord e del Sud hanno come obiettivo primario le casse
dello Stato e come conseguenza la competizione tra loro a chi riuscirà meglio
nell'impresa.
E' infine evidente che per fronteggiare una situazione di questo genere i
poteri di quanto resta dell'autorità centrale dovranno essere rafforzati da
robuste dosi di autoritarismo per tenere insieme le forze centrifughe operanti
in tutto il sistema.
* * *
Questo quadro è qui descritto al nero ma può anche essere raccontato in rosa
anzi in azzurro: un'autorità centrale forte ma democratica, un'articolazione
regionale rappresentata dal Senato federale non diversamente da quanto accade
nel sistema tedesco.
Ma sta di fatto che la Germania dispone di elementi centripeti molto robusti
mentre in Italia la centrifugazione localistica è una costante secolare, anzi
millenaria.
Quella che un tempo si chiamava sinistra trovava la sua identità nell'ideologia
della classe. Ma la classe ormai non c'è più e perciò la sinistra è affondata.
E' curioso che per spiegare la sparizione della sinistra dal Parlamento del
2008 si cerchino motivazioni di carattere elettorale.
Eppure, specie da parte di chi ancora pensa marxista, la spiegazione è
evidente: quando una certa struttura delle forze produttive viene meno,
l'effetto inevitabile è che scompaia anche la sovrastruttura che quelle forze
avevano prodotto e configurato. Questi fenomeni erano già presenti da anni
nella società italiana; i nodi sono arrivati al pettine in questa campagna
elettorale.
Il popolo sovrano che si è manifestato nelle urne elettorali del 14 aprile è,
con una maggioranza di oltre tre milioni di voti, più localistico che
nazionale, vive più il presente che il futuro, è più identitario che innovatore
e più protezionista che liberale. Questi sono dati di fatto con i quali è
difficile anzi inutile polemizzare. Il Partito democratico ha conservato per
fortuna la memoria del passato ma ha cambiato posizione e linguaggio diventando
la maggiore forza politica a sostegno dell'innovazione e della modernizzazione
delle istituzioni e della società.
Per spostare su questa strada le scelte future del popolo sovrano ci vorrà però
uno sforzo senza risparmio soprattutto in due settori: la presenza sul
territorio e una progettazione culturale che capovolga quella esistente.
Soprattutto nel rapporto tra il tempo e la felicità, che deve includere anche
gli esclusi e i nipoti. Non è compito da poco, significa recuperare nello
stesso tempo il valore del passato e la creatività del futuro. Perciò basta con
le condoglianze e buon lavoro per la democrazia italiana.
(20 aprile 2008)
![]()
Il passaggio da
sinistra a destra di numerosi elettori popolari ha prodotto in Italia stupore
triste o divina sorpresa, ma è un fenomeno non nuovo nelle democrazie e come
spesso succede è in America che s'è manifestato negli ultimi decenni,
estendendosi poi all'Europa. In realtà è fenomeno antico la Germania
prehitleriana conobbe analoghe saldature tra sinistre e destre estreme e se
oggi si ripropone con forza è perché alcune componenti riappaiono. Tra esse c'è
il risentimento, questa passione che dà immenso ardimento all'individuo che si
sente abbandonato e solo nella società, e che il massimo della potenza la
raggiunge quando diventa risentimento territoriale, tribale, di classe.
Nietzsche dà a tale passione il nome di morale dello schiavo, perché l'uomo del
risentimento ha l'impressione quasi fiera di non poter mai raggiungere il
benessere o il potere cui aspira. «Il No spiega nella Genealogia della Morale
è la sua azione creatrice». Il no è opposto a tutto quello che è «fuori»,
«altro», che è «non io».
Una prima risposta all'esodo dei poveri verso destra è venuta in queste
settimane da Barack Obama. È accaduto il 6 aprile a San Francisco, quando il
candidato democratico alle primarie presidenziali ha spiegato alcuni tratti di
tale esodo. Nelle piccole città colpite dalla crisi, ha detto, l'amarezza è
tale che la persona si sente perduta, ed è a quel punto che s'aggrappa non a
reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita sostitutivi,
culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza
del diverso, dello straniero.
Amarezza e frustrazione sono varianti del risentimento descritto da Nietzsche,
e negarne la realtà vuol dire fuggirla. Sono decenni che le cosiddette
questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e
misfatti economici. Obama è stato giudicato ingenuo, imprudente: avrebbe offeso
gli operai, guardandoli dall'alto e comportandosi come uno snob, un elitario
(in Italia si dice anche: antipatico). Non è detto che siano critiche errate,
ed è vero che Obama rischia molto, sin dalle primarie di martedì in
Pennsylvania.
Ma perdere le battaglie non significa aver torto, e i numeri delle urne non ti
danno automaticamente ragione: cosa spesso trascurata da commentatori
improvvisamente dimentichi di quel che il prosindaco leghista di Treviso
Gentilini dice a proposito del ventennio fascista («il ricordo di una maschia
gioventù che lavorava, faceva il suo dovere, ubbidiva alle leggi») o delle
parole proferite dall'onorevole leghista Salvini («i topi sono più facili da
debellare degli zingari. Perché sono più piccoli»). Quel che vince è piuttosto
un malinteso, sui valori come sulla povertà: lo stesso malinteso che affligge
oggi Obama. L'amarezza di cui ha parlato il candidato è cosa tangibile, dopo le
tante promesse non mantenute di Bush, ma d'un tratto è lui ad aver offeso i
poveri, la gente comune non beneficata da regali fiscali, il lavoratore autentico
che fatica a sbarcare il lunario.
Da parecchi decenni la destra americana si è fatta paladina dei poveri e delle
classi medie declassate, e con Bush junior la vocazione s'è ancor più
sdoppiata: impoverire i deboli, e scaricare su altri la responsabilità
dell'impoverimento. Nel 2004 hanno votato per lui numerose regioni immiserite.
Il risentimento che generalmente appartiene alle sinistre è passato a destra, e
proprio questo ha voluto dire Obama parlando di quei valori divisivi (le
cosiddette wedge questions con cui i repubblicani svuotano l'elettorato
democratico: religione politicizzata, aborto, matrimoni gay, controllo delle
armi). In Francia sono valori divisivi il nazionalismo, e il rancore contro una
sinistra sospettata di transigere su immigrati, sicurezza, ed erede di quel
terribile Sessantotto ripetutamente denunciato in America, Francia e Italia.
Il malinteso su valori e povertà è acutamente analizzato da Thomas Frank, in un
libro pubblicato in concomitanza con la seconda vittoria di Bush (What's the
Matter With Kansas? How conservatives won the heart of America, 2004). Obama ha
forse sbagliato a usarne gli argomenti, ma le cose narrate nel libro restano
importanti e valgono anche in Europa. Il risentimento ha infatti bisogno, per
continuare a infiammare, di un'indignazione che non scema e anzi si dilata,
indipendentemente dai risultati elettorali. L'uomo del risentimento rinasce
contemplando se stesso, e il se stesso che contempla è non solo insoddisfatto
ma eternamente marginale, minoritario, vittima di un'élite dominante che lo
tiranneggia e l'imbavaglia. Dell'élite fanno parte i liberal americani (le
sinistre europee) e il loro potere è considerato enorme, soffocante,
invincibile. Essi agiscono attraverso i giudici, gli universitari, i giornalisti,
gli intellettuali, anche quando questi ultimi si spostano a destra.
Qui è la menzogna, che occulta la realtà per istinto e strategia. La conquista
dei ceti popolari avviene fingendo che la maggioranza conservatrice, anche
quando ha tutti i poteri come in America (parlamento, Corte suprema), anche
quando regna su affari ed economia, sia una maggioranza perseguitata. Gli
uomini di sinistra, ai suoi occhi, sono al potere comunque, poco importa se
eletti o no: il progressismo liberal domina anche se i Repubblicani hanno vinto
sei elezioni presidenziali su nove dal 1968; anche quando i Repubblicani
controllavano tutti i poteri dello Stato. «Al di là della politica, il
liberalismo è un tiranno che domina la nostra esistenza nei modi più svariati e
rovesciarlo è praticamente impossibile». L'oppressore e il prepotente quasi
sempre s'atteggiano a vittima.
L'ideologia del ressentiment è questo: ritenersi in ogni caso e sempre un
outsider, un emarginato, anche quando si hanno le leve del potere. È un dispositivo
centrale dei successi di Bush, Sarkozy, Berlusconi: per vincere, occorre che
l'indignazione non si raffreddi mai, dunque che la realtà sia a intervalli
regolari falsata. Se un giornalista come Marco Travaglio scrive che in Italia
permangono conflitti d'interessi e corruzione è considerato subito non un
outsider, come irrefutabilmente è, ma un nemico straordinariamente forte e
minaccioso. Basta un solo dissidente, basta un giornale minoritario come
l'Unità, e gli outsider vincitori si sentono assediati da orde vastissime.
Nelle dittature basta l'1 per cento di dissenso ed è panico.
Frank racconta come questo risentimento populista abbia fatto presa nell'800
sulla sinistra in Texas ad esempio e sia stato poi disinvoltamente
catturato dalla destra. Perché ciò avvenisse sono cambiate le antiche linee
divisorie: la lotta di classe contrapponeva operai e padroni, poveri e ricchi,
sopra e sotto, mentre oggi ci si divide tra assistiti o parassiti e salariati,
tra bianchi e neri, tra chi è fuori e chi dentro, tra chi si sveglia all'alba
dice Sarkozy e chi dopo. Ma soprattutto ci si divide culturalmente: tra snob
e autentici, tra antipatrioti come Obama (non porta la spilla con la bandiera
Usa sulla giacca) e nazionalisti, tra relativisti e devoti, magari calcolatori
ma pur sempre devoti.
La sinistra ha molto da fare, se vuol arrestare la parte menzognera dell'esodo
e convincere i fuggitivi che ha perduto per propria insipienza, per propria
incapacità di dar risposte razionali alle nuove povertà, ai nuovi bisogni
popolari. Si tratta di ricominciare a parlare di economia, di malaffare, di
legalità, obbedendo inflessibilmente al principio di realtà. Si tratta di
denunciare il potere dove realmente si esercita. Si tratta di rivalutare la
sicurezza, senza criminalizzare i giudici ma rendendoli più rapidi e presenti
in un settore l'immigrazione che sarà sanato dalla legge uguale per tutti
oltre che dall'ordine. Si tratta di dire le cose come stanno: è la più
appassionante delle avventure, se solo si designa l'avversario senza aver paura
della falsa paura che si incute.
![]()
Il problema più
allarmante e più umiliante che il nuovo governo eredita dal passato, così
ingloriosamente finito, è la sicurezza delle persone. Sarà una grande responsabilità.
Mi piace parlare dell'individuo mortificato e non solo della donna, anche se è
la cronaca a ricordare che se sei femmina oggi in Italia ti tocca stare attenta
a dove vai, con chi, a che ora, a guardarti le spalle e a subire le prediche di
parenti, amici, psicologi e autorità, come forse non accadeva da quaranta anni,
come se l'emancipazione diventasse di colpo un lusso e un rischio. Eppure
nemmeno così sei salva. Nemmeno da anziana sei salva.
Il piano di sicurezza, pomposamente rivendicato anche ieri sera, di fronte alle
ragazze sventrate e violate, da Giuliano Amato, il ministro più arrogante,
cinico e inetto che io ricordi, non è mai stato messo in pratica. Come la Carta
dei Valori, faticosamente strappata dagli immigrati moderati e liberali, che
davvero vogliono vivere da italiani, e poi tenuta nascosta. Se gli ultimi due
criminali sono stati arrestati, si deve certamente all'intervento delle forze
dell'ordine, ma non perché erano là prima, di ronda intorno a una zona di
locali per giovani, o di pattuglia nei pressi di una stazione che trasporta
pendolari, considerata pericolosa. No, a dare l'allarme sono stati dei
cittadini, e il male era già fatto.
La colpa è tutta e solo del governo uscente, ne sa qualcosa il sindaco di
Milano, Letizia Moratti, che ha continuato inascoltata a chiedere interventi
sensati, altro che le farneticazioni del ministro Ferrero. Da sola
un'Amministrazione comunale, anche animata dalle migliori intenzioni, non ce la
fa. Roma però è stata intontita dalla vanagloria di Walter Veltroni, dal bluff
del modello Roma, bella, pulita, sicura e tollerante, per ritrovarsi, nuda e
sporca, sul cadavere di Giovanna Reggiani.
Gli extra comunitari clandestini restano quanto vogliono nelle nostre
frontiere, quando li fermano e li invitano a lasciare il Paese entro dieci
giorni, nessuno verifica che questo accada. I comunitari entrano liberamente,
senza lavoro, senza fissa dimora. Anche questa è una decisione del governo
Prodi, enfatizzata dal ministro Emma Bonino, che si è opposta virilmente a
qualunque rinvio, come il buon senso e altre nazioni europee chiedevano, e come
hanno fatto. Il voto ha cancellato, insieme all'alibi del Paese spaccato in
due, assieme al comunismo da salotto, anche il mito del buonismo, che ci sta
decimando. Vogliamo la sicurezza, non la luna.
Lo choc elettorale è
comprensibile ma sarebbe ora che gli sconfitti mettessero da parte rabbia e
scoraggiamento per ricavare una qualche lezione utile dagli errori commessi
invece di continuare a scaricarli altrove. A cosa serve, per esempio, dare la
colpa della propria sconfitta a un altro partito, ovvero al Pd di Veltroni,
esercizio politicamente incongruo nel quale si esercitano gli esponenti della
Sinistra l’Arcobaleno? Ciò che non abbiamo ancora letto e sentito da nessuna
parte è piuttosto un’analisi completa dell’occasione storica persa prima e
durante il governo Prodi.
Interrogarsi sui circa quattro milioni di voti che mancano complessivamente al
centrosinistra significa soprattutto riflettere sul destino di un tesoro
dilapidato. Dovremmo tutti rammentare infatti che dal
Perché già in quella campagna elettorale la composita coalizione cominciò a
mostrare tutte le crepe e le contraddizioni che avrebbero portato
all’implosione di due anni dopo. Subito Berlusconi se ne accorse e scatenò lo
scatenabile recuperando punti su punti. Eppure alla fine andò bene, il
Porcellum di Calderoli giocò incredibilmente a nostro favore e nella
indimenticabile notte del 10 aprile 2006 Romano Prodi potè annunciare una
vittoria risicatissima ma pur sempre vittoria in una piazza romana che già
temeva il disastro.
A quel punto il rischio sventato in extremis avrebbe dovuto suggerire a tutti
gli otto o nove partiti una strategia d’emergenza. Trincerarsi, fare quadrato,
prepararsi a resistere cinque anni e a qualunque costo. Per il bene del paese
ma anche per quel naturale istinto di autodifesa che è l’abc della politica.
Fin dall’inizio era chiaro a tutti che una anticipata fine del governo avrebbe
trascinato nel baratro partiti e partitini. Su quei pochi voti di vantaggio
reinvestiti con intelligenza e tenacia si sarebbe potuto cambiare a favore del
centrosinistra il baricentro politico del paese. Poiché era chiaro che, da
Mastella a Bertinotti ne avrebbero guadagnato tutti, a tutti ragionevolmente
sarebbe convenuto concorrere ad aiutare Prodi, proteggendolo, rassicurandolo,
portandogli la colazione a letto se necessario. Il calvario a cui è stato
sottoposto il Professore dai suoi alleati veri e presunti, giorno dopo giorno,
resta, lo sappiamo, un capolavoro di autolesionismo e di stupidità politica. E
ha ragione Veltroni quando definisce Prodi uomo di stato, «uno dei più grandi
che la storia repubblicana abbia conosciuto». Prodi, uomo capace e per bene, al
quale non finiremo mai di dire grazie. Logorato, però, e alla fine abbattuto
«da una conflittualità permanente dentro una coalizione paralizzata dalla
cultura dei no».
Quel piccolo margine di maggioranza al Senato invece di essere difeso con le
unghie e con i denti è stato continuamente giocato ai dadi per lucrarne, nel
migliore dei casi, qualche straccio di visibilità sui giornali o in tv. Il
possibile che Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi dicono di aver fatto per
tenere in piedi la baracca non poteva bastare. Ci siamo forse dimenticati dei
Rossi e dei Turigliatto? Dei ricatti sulla politica estera? Dei ministri di
lotta in piazza a manifestare contro il governo di cui facevano parte? E
adesso, se tutti i responsabili di tanto insensato sperpero, a cominciare
proprio da Mastella, non rientrano in Parlamento chi lo ha deciso? Il perfido
Veltroni. O una massa di elettori furiosi dopo aver visto finire in fumo (e
nell’immondizia) le proprie speranze? Via, siamo seri.
* * *
Il secondo pericolo
che la sconfitta elettorale rischia di produrre nel campo a noi vicino è quello
di una quasi resa morale. L’idea cioè che dal 14 aprile scorso la destra ha
sempre ragione. Che gli italiani amano Berlusconi, come ci spiegano autorevoli
colleghi. Che la Lega è l’unica forza autenticamente popolare, mentre il resto
è solo casta approfittatrice. Perfino un personaggio notoriamente misurato come
Montezemolo è pronto a sostenere, senza arrossire, che ormai gli operai sono
più vicini alla Confindustria che al sindacato. Nelle inchieste televisive
sulle ex Stalingrado in mano al Carroccio nessuno obietta se il bravo cittadino
indica schifato uno spiazzo dove la moschea non si farà e dice: che vadano a
pregare a casa loro. E se il Berlusconi che riceve Putin e tratta i destini di
Alitalia è un premier che nessuno ancora ha nominato, meglio non parlare di
rigore istituzionale altrimenti ti ridono appresso.
Calma però. È vero, hanno vinto ma non hanno vinto tutto. I voti della destra
(compreso Storace) sono 17 milioni e 800mila. Quelli del centrosinistra 15
milioni, di cui 12 milioni del solo Pd. Due milioni ne ha l’Udc. Ovvero: nel
paese reale maggioranza e opposizione quasi pari sono. Le principali città
italiane sono ancora governate dal Pd e dalla Sinistra. E così la maggior parte
delle regioni. Checché ne dica Luca Cordero, c’è ancora un’organizzazione
democratica di massa (11 milioni e 700mila tesserati) che si chiama sindacato.
I leghisti, sicuramente, hanno raccolto i frutti di un lavoro capillare sul
territorio. Pd e sinistra devono prenderne atto e tornare a parlare con la
gente. Le cittadine linde e pulite piacciono anche a noi. Se poi però il
sindaco col manganello non toglie le panchine per non farci sedere gli
immigrati. Del resto, di radiose comunità con i gerani sul balcone, e con
l’orrore dietro l’uscio è piena la storia del Novecento.
A Veltroni diciamo quindi tenga la barra dritta. Con la sinistra, soprattutto
con il popolo della sinistra, occorre ricostruire un rapporto perché siamo
convinti che ciò può giovare molto al Pd e allargare la sua base di consenso.
Bene l’opposizione senza sconti in Parlamento ma occorre sferrare una grande
offensiva sui valori democratici. Quando ha detto alle mafie non vogliamo i
vostri voti, è stato il momento più bello della sua campagna elettorale. Lo
hanno preso in parola. Ne valeva la pena. Ma adesso ricordiamolo a tutti.
apadellaro@unita.it
«Siamo in bilico su
una doppia possibilità. O Berlusconi e Bossi riescono a trovare un compromesso
accettabile sull’interesse generale del paese, oppure, come temo, si andrà
verso la catastrofe». C’è allarme nelle parole di Gian Enrico Rusconi,
germanista, politologo, storico, attualmente a Berlino come «Gast-Professor»
alle Freie Universität, dove riusciamo a intercettarlo tra una lezione e
l’altra. La sua tesi post-elettorale sull’Italia che va a destra suona: «Il
governo Prodi ha dato un’immagine pessima di sé, di là dei suoi veri pregi e
difetti. La sinistra dal canto suo ha abbandonato insediamenti e territori. E
la Lega è la vera vincitrice. Contro il mercatismo, il globalismo e il venir
meno delle tutele identitarie ed economiche».
E allora, dopo l’analisi della sconfitta e delle sue cause da dove
ricominciare? Per Rusconi occorre innanzitutto vedere come evolverà il rapporto
Bossi-Berlusconi. Per nulla pacifico e anzi dirompente. Poi l’opposizione vedrà
come inserirsi nella partita. Senza cedere a ricatti o a cooptazioni, ma
esibendo una «sua» idea dell’interesse pubblico e nazionale. E facendola valere
sul piano programmatico, parlamentare e organizzativo. A cominciare dai
territori, abbandonati all’avversario. Nel frattempo però si deve registrare
bene l’accaduto, fotografare i soggetti sociali in campo. E cercare di spiegare
bene il tutto, a se stessi e agli altri. All’Europa, che sempre meno capisce
l’anomalia italiana. E ai tedeschi, che, dice sempre il professore, «vivono
l’Italia con strisciante estraneità e ci considerano tutti berlusconiani.
Immagini con che gioia da parte mia!». Sentiamo Rusconi allora.
Cominciamo da una domanda vecchia ma ancora buona: la Lega è di destra oppure
no? Il politologo Sartori e l’ex ministro leghista Maroni lo negano. E lei?
«Modo non giusto di porre la questione. Parlerei di protezionismo sociale a
favore di tutti quelli che non ce la fanno, dal piccolo imprenditore all’operaio
sottopagato. E con il territorio a fare da argine, da barriera. In questo senso
vanno le sortite di Tremonti contro il mercatismo, che avevano centrato il
bersaglio. Mi chiedo e le chiedo, questo protezionismo sociale e locale è di
destra o di sinistra?»
Il segno prevalente è di destra: individualismo proprietario. Anche se non
possiamo fermarci qui. In fondo lo stesso fascismo non era sociale e
autarchico?
«Certo, ma usciamo dallo schematismo. Sono esplosi i problemi della piccola
gente che ha perso fiducia nella sinistra e nel sindacato. E questa massa
d’urto medio-bassa va al di là del nucleo proprietario. Il vero problema è la
fine dell’universalismo democratico, di sinistra. Che teneva insieme borghesia
imprenditoriale e ceti subalterni. È questo che la gente dei territori
rifiuta».
Bene, ma come è successo tutto questo? Colpa del mercatismo, e delle violente
politiche di rigore monetarista e di bilancio fatte proprie dalla sinistra?
«Fino a ieri il territorio era rimasto fuori dalle preoccupazioni “borghesi” o
di sinistra. Il fascismo non è mai stato territorialista, ma nazionale. Oggi
invece proprio la contrapposizione tra locale e globale fa saltare la
distinzione destra/sinistra, le polarità che prima si confrontavano sullo
stato. Inoltre, che fine hanno fatto le buone amministrazioni di sinistra e il
loro mito? Anche quest’eredità s’è fatta scippare la sinistra!»
Insisto: la sinistra non ha finito col soffocare i territori in nome del
mercato universale e del rigore?
«Era inevitabile, ma il difetto è stato nel messaggio, nell’incapacità di
comunicare. Il che è stato vissuto come abbandono, da parte dei ceti radicati
sul territorio. Si è data l’impressione di voler enfatizzare i benefici del
mercato universale, dall’immigrazione, all’innovazione, agli scambi, alla
moneta. A detrimento del quotidiano e delle identità locali. Ovvio che il
rigore fiscale e i tagli di spesa soffocano i territori! Ma allora, o si faceva
una politica diversa, oppure si dovevano convincere i soggetti sociali nelle
aree locali. Come? Con la capacità organizzativa e di rappresentanza solidale.
E poi nessuno osa dirlo: il governo Prodi ha mandato dei segnali catastrofici.
E ha avuto un’immagine peggiore di quel che è stato. Aggiungo una cosa: il
vecchio socialismo riusciva a differire i bisogni sul domani radioso. A
persuadere, e a dare identità. Oggi c’è una mutazione antropologica, il domani
non è più un argomento, e le emergenze ci stanno tutte addosso,
instantaneamente».
Ma il vecchio socialismo democratico faceva lievitare i redditi. Oggi invece da
sinistra non si tutelano né i redditi, né i territori. E vince il liberismo
territoriale e proprietario. Non è per questo che i ceti medio bassi vanno a
destra, e finiscono in bocca alla Lega?
«Questo è un dato di fatto incontrovertibile, anche se ce ne siamo resi conto
tradivamente. Lo sfondamento egemonico della cultura liberista a misura di
territori, e a danno della sinistra, è stato evidente. Magari Gad Lerner non se
ne rendeva conto, ma molti lo avevano capito, benché lo dicessero sottovoce.
Adesso però la vera domanda è un’altra: la sinistra può ancora recuperare
oppure è troppo tardi?»
E cosa si risponde?
«Dipende prima di tutto da questo governo. Ce la farà a superare la
conflittualità interna con la Lega o no? Da queste prime battute di confronto
con Bossi, parebbe di no. Guardi, tra il leghismo e il berlusconismo non c’è
coincidenza. E Berlusconi non lo ha ancora capito. Prevedo forte tensione tra
le due realtà, anche pensando alla profonda personalizzazione dell’incontro-scontro
tra i due leader. Con Berlusconi che si dichiara garante in prima persona del
rapporto con Bossi. E Bossi che dice: mi fido solo di lui, parlo solo con lui.
Ma con entrambi che tagliano fuori gli altri alleati. Ciò corrisponde tra
l’altro a una acuta degenerazione iper-personalistica della politica, che
inficia l’immagine del centrodestra. Roba devastante».
Duello intestino, che potrebbe far saltare la coalizione?
«A mio avviso i due leader non capiscono affatto ciò che si sta profilando, anche
perché non si aspettavano questo exploit leghista. Sono stupiti entrambi».
C’è il rischio di un’implosione italiana, magari su federalismo fiscale e
secessione strisciante? Detto diversamente: andremo più verso la Baviera o
verso l’ex Jugoslavia?
«Né l’uno, né l’altro esito. Intanto la destra dovrebbe aver imparato le
lezioni del governo Prodi, e del precedente centro destra: non litigare e non
mettere in piazza i contrasti. Per quanto riguarda la Baviera o un possibile
Lombardo-Veneto, bisogna stare attenti. Non si possono fare paragoni
insostenibili, e immaginare analogie tra Cristiano Sociali bavaresi e Lega che
radicalmente altra cosa. Il punto è: La Lega resterà un partito rivendicativo e
conflittuale, oppure metterà capo a un vero progetto regionale? I Cristiano
sociali in Germania governano un Land. Uno stato storico: la Baviera. Questi
invece parlano di Padania, che francamente non esiste, meno che mai nei termini
della Baviera, che ha mille anni! I leghisti stanno rivalutando il sociale
privato e comunitario. Ma dovrebbero riscoprire il senso del pubblico,
ricrearlo, per fondare un futuribile Lombardo-Veneto. Non dico nazione, dico
“pubblico”. Interesse generale, articolato sul territorio».
La vedo dura.
«Sì, non hanno gli strumenti per farlo. Al massimo sono in grado di esprimere
comunitarismo. Questo però è un problema di tutti, da nord a sud. E qui apro e
chiudo una parentesi: non capisco perché Bassolino non abbia avuto il buon
gusto civico di dimettersi. Di là delle sue colpe o meno. Tornando alla destra
però, il governo si gioca tutte le sue carte esattamente su questo: il senso
pubblico. O ne esibiscono un esempio plausibile, o finirà male. Con la
frantumazione generale, magari non Jugoslava, che mi parrebbe esagerata...»
Deve essere la sinistra o quel che ne resta, a farsi banditrice di un nuovo
senso pubblico nazionale?
«Il vero dilemma è: dare una mano a un eventuale progetto di questo tipo o no?
E qui subentra il timore di favorire l’avversario. Cosa che non varrebbe
altrove, perché ad esempio la Baviera non s’è mai scontrata violentemente con
lo stato, e lì non avrebbero mai detto le cose intollerabili di un Bossi sui
fucili, neanche per scherzo. La Baviera si distingue, dentro un’idea comune di
stato. Ma non si contrappone. E oggi anche grazie alle doti mediatrici della
Merkel».
Lega dissolutiva o federalmente compatibile?
«O Berlusconi e Bossi si reinventano un senso pubblico di corresponsabilità che
rilegittima lo stato, o viceversa si va al logoramento progressivo. Quanto alla
sinistra, deve corresponsabilizzarsi anch’essa, a certe condizioni beninteso».
E se invece si spartiscono l’Italia frantumando interessi e territori, e
all’insegna di presidenzialismo o premierato?
«Allora sarà il disastro, ma se è così lo vedremo entro quindici giorni».
Pubblicato il: 19.04.08