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DOSSIER “VELTRONI <-> BERLUSCONI ”

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Report "Veltroni/Berlusconi"

Pacifici: non c'è nulla di male a votare Veltroni Ha fatto una scelta coraggiosa tagliando i ponti con quella sinistra sempre contro Israele ( da "Unita, L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: sia per Veltroni sia per Berlusconi e Casini unisce il Paese e non lo divide. Un successo, questo, frutto anche dei nostri costanti stimoli". Pacifici ha poi sottolineato: "La mia dichiarazione va presa come esempio, certo non per fare una campagna da una parte ma per chiarire come non possano più esistere pregiudizi per nessun schieramento,

Elezioni 1 è meglio perderle che vincerle? Dalla rivoluzione liberale a quella conservatrice ( da "Riformista, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: riguarda esclusivamente Berlusconi. È il favorito assoluto, con ogni probabilità toccherà a lui governare quella che egli stesso già definisce "crisi". (Una vittoria del Pd sarebbe d'altro canto un tale regalo della Provvidenza al centrosinistra che Veltroni non starebbe certo a guardare in bocca al caval donato).

Famiglia /2 conversazione col professor maurizio ferrera ( da "Riformista, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: nei programmi di Berlusconi e Veltroni sono previsti interventi premiali per le famiglie. Ferrera non vuole entrare nel merito, "ma - dice - mi sembra che nel programma del Pd ci sia maggiore consapevolezza delle patologie del modello italiano e maggiore attenzione al tema dell'occupazione femminile".

Calearo contro Riello ma tra i rampolli c'è feeling <Come Giulietta e Romeo> ( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Montecchi si è schierata al fianco di Veltroni e delle truppe del Pd, la famiglia Riello-Capuleti si è arruolata con le falangi azzurre di Berlusconi e del Pdl. Non che la contrapposizione tra i clan abbia scosso più di tanto i due ragazzi, a quanto pare. Entrambi sono ancora giovani e impegnati nello studio, ma probabilmente più attratti dal lavoro e dalla carriera che dalla politica.

Che fare dell'immigrazione: la ricetta di Ferdinando I ( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Sarebbe veramente bello ma dubito assai che Berlusconi o Veltroni siano pronti al grande salto dalla politica per il consenso alla politica per lo Stato. www.corriere.it/allam www.magdiallam.it \\ Quattro regole modernissime per gestire i flussi anziché subirli. Quello che conta è essere utili alla comunità.

Silvio, pronti nuovi affondi Ma l'intesa con Walter resta ( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Berlusconi e Veltroni alzeranno fino al 13 aprile il livello dello scontro, per quel comune interesse politico che gli analisti hanno evidenziato con una serie di sondaggi riservati: la tendenza alla bipolarizzazione del sistema - secondo gli studi - "è già in atto", ma una sfida più serrata e diretta aiuterà i leader del Pdl e del Pd a "

Il rimbombo dei poster-faccioni ( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Marianna Madia che fa la Mara Carfagna di Walter Veltroni, Boselli si mostra sobrio e elegante. In tempo per le elezioni il regista e produttore Ninì Grassia, re dei musicarelli di Gigi D'Alessio, ha promesso di terminare Hotel Hammamet, la sua opera incompiuta e di straculto dedicata ai giorni di Bettino Craxi in esilio e mai uscita per la morte dello statista caduto in disgrazia.

Un monarca, per favore ( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo di vendetta per ingraziarsi l'opinione.

Ping pong elettorale tra Italia e Usa ( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: qualcuno ci ha forse mai rivelato in un sondaggio il profilo sociale di chi vota per Veltroni o per Berlusconi? Sappiamo se le donne votano più a destra o a sinistra? Sappiamo come votano i redditi medio-alti e quelli medio-bassi? E le fasce d'età come si comportano? In che modo il voto dipende dal livello d'istruzione? Mistero.

Se nemmeno al professore piace più la politica ( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Veltroni sta diventando troppo personalistica, troppo centrata sul personaggio, e tale da scontentare non solo Prodi, ma anche molti altri protagonisti, non del rango del premier, ma tuttavia decisivi per un successo elettorale. Insomma se il professore si chiama fuori le possibilità di successo si allontanano perché in questa stagione elettorale ci sono centinaia di piccoli romano

Si sono già fatti avanti in sei e oggi arrivano i "rinforzi". La scheda elett ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Al numero due Walter Veltroni. Dietro il candidato premier, ecco Paolo Gentiloni, l'ex ministro Giovanna Melandri, l'ex presidente della Provincia Enrico Gasbarra e Michele Meta. Al Senato la lista del Partito Democratico è aperta da Franco Marini. Lo seguono Anna Finocchiaro, Luigi Zanda e, tra gli altri, Maria Pia Garavaglia,

Consegnati, ieri, i primi elenchi coi nomi dei candidati in lista al Senato e alla Camera. Numero un ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: seguita dal candidato premier Walter Veltroni. Dietro di lui, ecco Paolo Gentiloni, l'ex ministro Giovanna Melandri e l'ex presidente della Provincia, Enrico Gasbarra. Per Palazzo Madama apre la lista del Pd Franco Marini, seguito da Anna Finocchiaro e, tra gli altri, l'ex vice sindaco Mariapia Garavaglia.

ROMA Cincinnato sconfisse gli equi, nel 458 avanti Cristo, e tornò ai suoi ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: E ora evitando di mettere i bastoni fra le ruote a Veltroni, leader di quel Pd di cui lui resta il padre nobile, e sforzandosi di non incattivire troppo una campagna elettorale in cui l'anti-berlusconismo è finalmente sottotono. Quel che è certo è che, adesso, tramonta l'epoca del prodismo. E questa pagina si chiude mentre se ne apre un'altra, il veltronismo,

BOLOGNA - Prodi chiude con la politica in Italia, nel senso che non si ricandiderà, for ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: è alcuno strappo con Walter Veltroni che, al contrario, vuole sostenere fino in fondo. E Veltroni, poco dopo, gli ha dato atto di avere "stile" che conferma "il suo disinteresse personale, il suo essere uomo di Stato". Non solo: il segretario del Pd ha riconosciuto che il Professore "per due volte ha risanato i conti pubblici e come uomo di Stato" ha dato "

ROMA - Rush finale e corsa all'ultimo posto utile. Da ieri e fino a questa sera sono ap ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Silvio Berlusconi (Pdl e Lega), Walter Veltroni (Pd e Italia dei valori), Pier Ferdinando Casini (Udc e Rosa bianca), Fausto Bertinotti (Sinistra l'Arcobaleno), Enrico Boselli (Partito socialista), Daniela Santanchè (La Destra), Marco Ferrando (Partito comunista dei lavoratori), Roberto Fiore (Forza nuova), Flavia D'Angeli (Sinistra critica)

ORMAI ci sono ben pochi dubbi: la campagna elettorale, che entra oggi nella seconda e decisiva fase, ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Veltroni e Silvio Berlusconi. Le ragioni sono note (troppi candidati a palazzo Chgi, sarebbe servito una sorta di campionato tv con girone all'italiana), ma la reazione dellan Rai è stata ugualmente piccata. Il servizio pubblico (qualifica una volta di più immeritata) ha infatti fatto subito presente che "il regolamento approvato dalla Vigilanza per le elezioni rischia di costarci

L'addio di biondi alla città immobile - franco manzitti ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Il vento di Veltroni porta nelle liste tanti nomi, nuovi ed esterni, accendendo il fuoco di polemiche fiammeggianti: arrivano perfino Carneadi della politica, ma la giustificazione è il cambio perentorio. La risposta del centrodestra fa pagare il prezzo non solo a Biondi, ma ad altri parlamentari permanenti.

E adesso veltroni crede nel nuovo ciclo "un vento che soffia dall'europa agli usa" - gianluca luzi ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: E adesso Veltroni crede nel nuovo ciclo "Un vento che soffia dall'Europa agli Usa" "Con Clinton alla Casa Bianca ci fu una stagione di vittorie: Blair, noi, la Francia" "La conclusione della stagione di Bush apre spazio a una leadership nuova e giovane" Dobbiamo anche noi avere quella sana radicalità del riformismo che è necessaria Oltre alla disillusione per Sarkozy,

Programma strappato/1 Così fa a pezzi le idee degli altri Cara Unità, Berlusco ( da "Unita, L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: 3 Berlusconi ci dà uno schiaffo... Cara Unità, siamo costernati dal comportamento tenuto da Berlusconi durante un suo comizio. Veltroni ha adottato la tattica di non denigrare mai l'avversario, invece il Cavaliere va fuori dal selciato: dopo i vari insulti della precedente campagna elettorale, scusateci se scriviamo l'insulto ma non siamo noi a dirlo:

Il vaticano non si fida dei due poli e ruini tifa sempre per casini - marco politi ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: anelano Berlusconi e Veltroni. C'è nel ventre molle dell'episcopato una diffidenza verso un Partito democratico percepito come incline a trasferire in Italia istituti e leggi dell'Europa secolarizzata. Diffidenza paradossale - dal momento che il Pd sulle questioni delle convivenze e della procreazione rischia di essere più arretrato della Cdu tedesca o dei conservatori francesi -

Liste, il pdl frena la brambilla e dell'utri - francesco bei carmelo lopapa ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Ha cominciato Walter Veltroni con imprenditori di peso, Matteo Colaninno e Massimo Calearo. Ecco, è sembrato un paradosso ma proprio i capitani d'impresa si sono rivelati il tallone d'Achille di Berlusconi. Dopo il no a sorpresa di Antonio D'Amato e quello di Andrea Riello (e non di Alessandro Riello, la cui foto ieri è stata pubblicata per errore)

L'editore di "Libero" in lista con Berlusconi ( da "Stampa, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: nonostante la salute vada peggiorando) sarebbe orientato a presentare liste proprie, sganciandosi dunque da Veltroni (e dalla Bonino). Lui, Marco, è irraggiungibile. Allo stato maggiore radicale nulla risulta. Terza chiacchiera al veleno, partita stavolta da Forza Italia: Berlusconi ci ripensa, e candida in Campania Pellegrino Mastella, figlio di Clemente.

Io non pensavo di candidarmi però mi hanno raccontato una cosa che non mi è piaciuta: quan ( da "Stampa, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Un giorno il mio autista mi informa che c'è Veltroni che mi spara contro a Radioradio. Allora io telefono in trasmissione e gli dico testuale: "Caro Veltroni tu hai commesso sette peccati capitali: ti piace l'Africa è l'hai portata a Roma, hai trasformato Roma in una città africana; hai triplicato il debito del Comune;

Air france, oggi primo ok all'offerta per alitalia - lucio cillis ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Il leader del Pdl Silvio Berlusconi, nei giorni scorsi, dopo un primo "no" all'accordo coi francesi, aveva precisato di non voler fermare la vendita, una volta al governo. Allo stesso modo Walter Veltroni e il Pd, non hanno cambiato idea sulla trattativa coi francesi.

Bonsai - sebastiano messina ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: quello di Verì sia uno dei nomi che Berlusconi o Veltroni hanno tirato fuori dal cilindro all'ultimo momento, ma perché lui risulta candidato alla Camera, circoscrizione Lazio 1, al quarantesimo posto della lista del Pli (non ci crederete, ma esiste ancora). In quella posizione, non sarebbe eletto neanche se il 100 per cento dei romani votasse per lui e per il suo partito fantasma (

Prodi: "lascio la politica italiana" ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: ha commentato Walter Veltroni - il suo disinteresse personale, il suo essere un uomo di Stato. E questo è tanto più importante proprio mentre torniamo ad ascoltare i toni di una politica aggressiva e rissosa". E Piero Fassino: "Rivendico i meriti del governo Prodi e le elezioni sono l'esito della crisi di un sistema politico che si è frammentato sempre di più,

Wikipedia blindata per le elezioni "troppe incursioni sui candidati" ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: enciclopedia on line riuniti a Milano Wikipedia blindata per le elezioni "Troppe incursioni sui candidati" MILANO - Da ieri la voce "Walter Veltroni" dell'enciclopedia online Wikipedia non è più modificabile. Gli amministratori del sito, aggiornato dagli utenti, hanno deciso di proteggerla per l'eccesso di insulti inseriti da anonimi navigatori nella biografia del candidato premier del Pd.

L'eredità di romano - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Il prodismo si esaurisce infatti quando Veltroni mette il Pd in corsa solitaria. Finisce lì non soltanto l'idea prodiana dell'alleanza larga, dal centro a Rifondazione comunista, ma anche la nozione dell'alternativa al berlusconismo sostenuta dalle idee di "Romano": il risanamento finanziario perseguito prima con Ciampi e poi con Padoa-Schioppa,

Politiche, ultime ore per le liste - gabriele isman ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: numero due Walter Veltroni, e a seguire Paolo Gentiloni, Giovanna Melandri, Enrico Gasbarra, Michele Meta, Ileana Argentin, Massimo Pompili, Renzo Carella, Roberto Morassut, Roberto Giachetti, Walter Tocci, Maria Coscia al numero 13. Al Senato il Pd schiera il capolista Franco Marini, e dopo di lui, Anna Finocchiaro, il generale di corpo d'

MUSSI Essere di sinistra ha ancora un senso ( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: già bassi stanziati da Letizia Moratti col governo Berlusconi. E quando minacciavo di dimettermi non ho mai trovato al mio fianco i ministri del Pd. Con i suoi ex compagni ha proprio il dente avvelenato. Diciamo che i rapporti si sono raffreddati. Sono lontani i tempi in cui D'Alema, Veltroni e Fassino regalarono a Mussi un riproduttore di cd Bang & Olufsen per il suo compleanno.

Battaglia difficile per la falange rosa ( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Walter Veltroni ha chiesto ai dirigenti delle 110 province un tour elettorale innovativo ("non solo comizi, voglio visitare luoghi simbolici e andare a pranzo nelle case delle famiglie"). E mentre il leader del Pd e la Sinistra arcobaleno si inseguono sui voti di gay e trans (il Pd candida Paola Concia, fondatrice di Gayleft,

Una democrazia di credenti ( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Walter Veltroni) e "Rialzati, Italia" (Silvio Berlusconi). Abbiamo anche noi per la verità un passato di sloganeria efficace, quando il regime e il suo Duce inquadrarono le masse e diffusero il messaggio politico seriale in un paese non più censitario e liberale: dal "Credere, obbedire, combattere" fino al longanesiano "Spunta il sole,

Il mio Pd è come Forza Italia del '94 ( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: 94 STEFANO BRUSADELLI Parla Franceschini Oggi, dice il numero due del partito veltroniano, la vera novità siamo noi. E anticipa: non è scontato che i futuri capigruppo siano un ds e un dl. "Ormai non è scontato niente. Nemmeno che i futuri capigruppo del Partito democratico vengano uno dall'ex Quercia e l'altro dall'ex Margherita".

La prudenza del Cavaliere ( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: elemento decisivo sarà dunque la fiducia degli elettori nella capacità di Berlusconi e di Walter Veltroni di portarli avanti. Per entrambi contano evidentemente le referenze. Veltroni dice che il Cavaliere non ha mantenuto il "patto con gli italiani" sottoscritto nel 2001. Berlusconi gli risponde che secondo l'Università di Siena lo ha invece attuato all'85 per cento.

Hanno spento Ciccio il futurista ( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: inciucio Veltroni-Cav, lo stesso argomento che usa Pier Ferdinando Casini. È un pesce fuor d'acqua. Ciccio è un buon luogotenente, non un capopartito. Storace fu, agli inizi degli anni Novanta, un mirabile portavoce di Gianfranco. Fantasioso e ballista come pochi, telefonava di continuo alle redazioni dei giornali per segnalare dichiarazioni dell'

Pd: nuovo linguaggio, antico potere ( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Berlusconi, indicando in lui il principio stesso di un'Italia corrotta fondata sull'evasione fiscale. Ma il linguaggio di Veltroni non è parlato da nessun altro, è come se le parole non dette dal Partito democratico silenzioso fossero tutte nell'aria e che rimanesse il senso dell'identità della sinistra come potere che può usare differenti linguaggi rimanendo intatto come potere.

Il Pdl blinda il Senato ma chissà se basta ( da "Stampa, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: o addirittura con Veltroni. Ragionamenti del genere si fanno, ovviamente capovolti, dall'altra parte. Cosa farà Casini se otterrà una pattuglia di senatori determinante per la maggioranza? Si farà tentare dalle sirene berlusconiane, che già oggi lo vedono tornare a casa come figliol prodigo per vestire i panni di ministro degli Esteri?

La carovana degli imprenditori in politica. Su sponde opposte ( da "Panorama.it" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Tra i sindacalisti Veltroni ha schierato alla Camera in Veneto Pier Paolo Baretta della Cisl e Paolo Nerozzi, della Cgil, candidato al Senato nella stessa regione. Gian Carlo Sangalli, segretario generale della Cna, è nelle liste del Pd per il Senato in Emilia Romagna, mentre in Puglia spicca per la Camera Margherita Mastromauro,

Campagna elettorale: se vince il partito del non prometto niente ( da "Panorama.it" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: Anche Veltroni parla un linguaggio diverso. E per forza di cose. In un faccia a faccia con Berlusconi, due anni fa, Romano Prodi si spinse addirittura a promettere "la felicità": poi, per i venti mesi a Palazzo Chigi, ha dovuto quotidianamente darsi da fare per uscire indenne dalle mille beghe della sua maggioranza più che per prendere decisioni e governare.

Dalle toghe ai prefetti: tutte le divise scese nell'arena politica ( da "Panorama.it" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Abstract: che ha risposto alla chiamata di Walter Veltroni dimettendosi dall'incarico di capo del Coi, il Comando operativo di vertice interforze. Il generale - che correrà nel Lazio per un seggio al Senato - ha ricoperto diversi incarichi al vertice delle missioni italiane all'estero, dai Balcani all'Afghanistan.


Articoli

Pacifici: non c'è nulla di male a votare Veltroni Ha fatto una scelta coraggiosa tagliando i ponti con quella sinistra sempre contro Israele (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Unita, L'" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Stai consultando l'edizione del Pacifici: non c'è nulla di male a votare Veltroni "Ha fatto una scelta coraggiosa tagliando i ponti con quella sinistra sempre contro Israele" ROMA "Non c'è nulla di male a votare Walter Veltroni visto che ha fatto una scelta coraggiosa di presentarsi a questo appuntamento elettorale tagliando i ponti con quella parte della sinistra radicale sempre ostile e critica qualunque sia il governo in Israele". Così il vicepresidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici ha spiegato la sua posizione intervenendo oggi a Firenze alla Assemblea dei delegati del congresso dell'Unione delle comunità ebraiche italiane. Nel dibattito incentrato per una parte sulla incompatibilità tra incarichi politici e incarichi istituzionali nella Giunta e nel Consiglio dell'Unione, Pacifici ha detto riferendosi alle prossime elezioni di aver voluto spiegare come "l'evoluzione e la semplificazione oggi nel panorama politico italiano sia un fatto positivo. La politica estera, in particolar modo quella su Israele, sia per Veltroni sia per Berlusconi e Casini unisce il Paese e non lo divide. Un successo, questo, frutto anche dei nostri costanti stimoli". Pacifici ha poi sottolineato: "La mia dichiarazione va presa come esempio, certo non per fare una campagna da una parte ma per chiarire come non possano più esistere pregiudizi per nessun schieramento, a cominciare da quello del Popolo delle Libertà". Le elezioni di aprile e l'incompatibilità tra incarichi partitici e responsabilità ai vertici dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei). Questi - oltre l'intervento del ministro Amato sulla Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione - sono stati i temi che hanno segnato a Firenze l'Assemblea dei delegati del congresso dell'Unione. Una riunione catalizzata in parte dalle prossime elezioni e dal problema delle incompatibilità, scattate per esempio per Alessandro Ruben, membro di Giunta dell'Ucei, candidato per il Pdl in Piemonte, così come per l'ex vicepresidente dell'Unione Claudio Morpurgo, ora assessore per le Relazioni internazionali della Regione Lombardia. Ma il problema sollevato da alcuni delegati è stato proprio quello dell'opportunità di candidarsi, indipendentemente dall'incompatibilità. Sarebbe meglio - è stato detto - far passare un lasso di tempo dal termine del mandato in Giunta o nel Consiglio. E su questo tema l'Unione tornerà a discutere nel futuro, così come sulla riforma del metodo elettorale dell'Ucei. Il presidente Renzo Gattegna, ribadendo la norma non scritta dell'incompatibilità, ha rivendicato, nel suo intervento, come l'impegno politico "sia qualcosa di altamente positivo" e che vada incoraggiato "perché è giusto che gli ebrei possano far sentire la propria voce in parlamento".

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Elezioni 1 è meglio perderle che vincerle? Dalla rivoluzione liberale a quella conservatrice (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Riformista, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Elezioni 1 è meglio perderle che vincerle? Dalla rivoluzione liberale a quella conservatrice Zapatero, Berlusconi e il signor Bittarelli Alla vigilia delle elezioni spagnole, vinte ieri da Zapatero (anche se non è ancora certo che abbia la maggioranza assoluta nel secondo mandato come era accaduto a Gonzalez e Aznar), l' Economist chiosava così un articolo dedicato al paese iberico: "Per molti aspetti, potrebbe risultare più conveniente perdere queste elezioni che vincerle". Il miracolo spagnolo sta infatti esaurendo il suo abbrivio. Spinta da un abnorme sviluppo dell'edilizia, che non può continuare all'infinito; foraggiata dal lavoro a basso costo garantito dagli immigrati, ormai troppi; infiammata da un'inflazione oltre il 4%, che ora va frenata; anche per la Spagna è giunto il momento delle riforme strutturali, indispensabili per liberalizzare e accrescere la produttività. E fare le riforme è un lavoro duro per chiunque. Ma se questo è il quadro dei cugini iberici, freschi freschi di sorpasso, figuriamoci qual è il nostro. Se l' Economist ha ragione nel compiangere il destino che aspetta il vincitore a Madrid, dobbiamo dedurne che anche a Roma le elezioni è meglio perderle che vincerle? La domanda, come si capisce, riguarda esclusivamente Berlusconi. È il favorito assoluto, con ogni probabilità toccherà a lui governare quella che egli stesso già definisce "crisi". (Una vittoria del Pd sarebbe d'altro canto un tale regalo della Provvidenza al centrosinistra che Veltroni non starebbe certo a guardare in bocca al caval donato). Questo spiega perché l'attenzione dei commentatori e dei mercati, più che al confronto tra i programmi dei due maggiori partiti si stia concentrando sul confronto tra i programmi delle due destre che convivono nel Popolo della Libertà. Una è quella che vorrebbe riprendere la "rivoluzione liberale" del '94, mai riuscita finora, sperando che l'assenza di alleati scomodi e un po' statalisti come l'Udc possa finalmente inverare il miracolo di una modernizzazione radicale dell'Italia; l'altra è quella che ormai apertamente preferisce una "rivoluzione conservatrice", che punta solo a proteggere un paese di cui realisticamente si accetta l'impossibilità al cambiamento, e dunque liscia il pelo ai settori sociali che temono le riforme e vorrebbero conservare il loro status quo anche nella tempesta mondiale della globalizzazione. Della seconda destra si è fatto araldo Giulio Tremonti, dandole dignità teorica e analitica. Ma dietro la sua brillantezza intellettuale si intravede la pesantezza e la vischiosità dei blocchi sociali chiusi e corporativi che fanno capo alla Lega nel Nord e ad Alleanza nazionale nel sud. Questa coalizione sembra oggi prevalere nel centrodestra sulla pur onorevole resistenza dei pochi liberali che hanno la forza di opporvisi. Due vicende ne sono emblematiche. La prima è il rifiuto della candidatura da parte di Antonio D'Amato, il quale ci ha confessato che non se la sentiva di ingaggiare di nuovo il braccio di ferro con Tremonti e Fini che fermò la sua spinta innovatrice quando era presidente della Confindustria: "Ci sono troppi pochi riformisti nel centrodestra per poter sperare in una stagione di riforme". La seconda vicenda è, all'opposto, la candidatura di Loreno Bittarelli, il capopopolo dei tassisti romani assurto a simbolo della resistenza delle corporazioni a ogni liberalizzazione. È interessante notare che questa candidatura, che ha irritato molti in Forza Italia, promana direttamente da An, avendo i due contraenti del patto elettorale accettato la piena sovranità reciproca sulle loro quote nelle liste, confermando così che di partito vero e unico ancora non si tratta. Alemanno, che pure partecipa a ogni autorevole convegno sul modello della commissione Attali, non ha evidentemente resistito alla tentazione di strappare qualche migliaio di voti a Rutelli candidando il nemico numero uno degli Attali di tutto il mondo. È dunque estremamente importante capire presto su che linea si orienterà Berlusconi. La felpatezza democristiana della sua campagna, in cui non annuncia né sogni né miracoli e ipotizza di nazionalizzare l'Alitalia mentre Tremonti riabilita il posto fisso, fanno temere il peggio. Una legislatura senza riforme e con molti compromessi potrebbe del resto essere in linea con la biografia dell'uomo. A 71 anni, con l'incubo di rinchiudersi di nuovo nel fortino di Palazzo Chigi dopo due anni di bella vita, con un acquisito pessimismo sulla gravità della crisi italiana e sulla irriformabilità del paese, consapevole di non disporre di una classe dirigente all'altezza di una rivoluzione liberale, l'uomo scambierebbe oggi volentieri il thatcherismo di un tempo perfino con un tranquillo gabinetto delle larghe intese. Può essere che l'immanità dell'opera lo spinga a vivacchiare al governo, tenendosi buoni tutti, magari anche come possibile viatico per l'unica coppa che non ha ancora vinto, quella del Quirinale. Per il paese sarebbe un guaio serio. Allora sì che vincere le elezioni sarebbe peggio che perderle. 10/03/2008.

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Famiglia /2 conversazione col professor maurizio ferrera (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Riformista, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Famiglia /2 conversazione col professor maurizio ferrera Il "Fattore D" può cambiare l'Italia "In Italia la famiglia è una grande risorsa e la nostra cultura politica tende a porla "al centro" della società. Tuttavia, il nostro stato sociale non la sorregge nello svolgimento delle sue funzioni". Questa situazione, spiega Maurizio Ferrera, docente di Teoria e politiche dello stato sociale all'Università di Milano, crea diversi problemi: "Alle famiglie vengono infatti delegate le risposte a molti bisogni che in altri paesi sono "al centro" della politica sociale: la cura dei bambini, l'assistenza agli anziani, il sostegno al reddito dei figli anche dopo la maggiore età. Inoltre, la famiglia finisce per "intrappolare" al proprio interno donne e giovani: il familismo all'italiana è diventato un ostacolo per la partecipazione lavorativa delle donne e per l'autonomizzazione delle giovani generazioni". Occorre dunque intervenire, e anche se "sembra un paradosso, per salvare la famiglia, oggi in Italia bisogna "de-familizzare" donne e giovani, incoraggiandoli a "uscire di casa". Più occupazione femminile, più crescita, più figli, più famiglie, soprattutto giovani. Questo è il vero investimento sociale che dobbiamo fare, attraverso politiche pubbliche mirate". Un tipo di investimento che nel nostro paese è, rispetto alla media europea, molto basso. Ma non è solo in questo campo che mostriamo un gap con i partner continentali. Infatti, spiega Ferrera, "quasi la metà delle donne oggi inattive vorrebbe lavorare: se tutte potessero realizzare questa aspirazione avremmo il tasso di occupazione della Svezia. I sondaggi ci dicono poi che per le coppie italiane il numero ideale di figli è due: potremmo allora avere il tasso di fecondità della Francia. E invece siamo molto distanti da entrambi i paesi. E siamo distanti dall'Europa anche per un terzo aspetto: la povertà dei bambini, molto più alta della media Ue". Per uscire da questo circolo vizioso, "lo strumento indispensabile - afferma Ferrera - è una seria e incisiva politica di conciliazione, che consenta alle madri di essere anche lavoratrici e alle famiglie di essere più sicure. Solo così l'Italia può tornare a crescere sotto il profilo economico e sotto quello demografico: questa è anche la tesi che propongo nel mio ultimo libro, Il Fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l'Italia , edito da Mondadori". E a proposito di politiche pubbliche, nei programmi di Berlusconi e Veltroni sono previsti interventi premiali per le famiglie. Ferrera non vuole entrare nel merito, "ma - dice - mi sembra che nel programma del Pd ci sia maggiore consapevolezza delle patologie del modello italiano e maggiore attenzione al tema dell'occupazione femminile". Un aiuto alle famiglie può comunque arrivare da un fisco più favorevole, e su questo fronte sono due le opzioni più gettonate: il modello francese del quoziente familiare e quello tedesco del "basic income" familiare (un sistema di forti detrazioni per ogni figlio). "Nessuno dei due modelli - dice Ferrera - mi convince, in quanto tendono a scoraggiare l'occupazione femminile. In Francia almeno ci sono dei contrappesi: non solo asili nido, ma anche un elaborato sistema di congedi parentali a tempo parziale che premia la partecipazione lavorativa delle madri". Quale può essere allora un riferimento? "Un modello promettente da approfondire per il caso italiano - risponde Ferrera - è quello di Blair, che si è proposto di aggredire contemporaneamente tre sfide: sostenere il costo dei figli, incentivare il lavoro delle donne, combattere la povertà dei minori", proprio i punti su cui il nostro paese è più carente. 10/03/2008.

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Calearo contro Riello ma tra i rampolli c'è feeling <Come Giulietta e Romeo> (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-03-10 num: - pag: 10 categoria: REDAZIONALE Industriali rivali con i figli fidanzati Calearo contro Riello ma tra i rampolli c'è feeling "Come Giulietta e Romeo" MILANO - Ieri mattina gli amici di Carlo Alberto e Gloria ridevano e li prendevano bonariamente in giro: "Siete come i Montecchi e i Capuleti". E magari non sarà proprio di buon auspicio paragonarli proprio a Giulietta e Romeo, considerato l'esito infausto della love story, però siamo in terra veneta, a due passi dal celebre balconcino di Verona e il paragone sorge spontaneo. Già, perché i due ragazzi sono nati "dai fatali lombi di due nemici", come direbbe il Bardo: Carlo Alberto è il figlio di Massimo Calearo ( foto sopra), la "morosa" Gloria è la figlia di Luciana Fioravanti Conti, compagna di Ettore Riello ( nella foto sotto). Apparentemente nulla di insolito, visto che l'incrocio di sentimenti e destini per i rampolli degli industriali è piuttosto frequente. Ma il fatto è che da oggi, giorno di chiusura delle candidature per le politiche, i due si trovano ufficialmente su fronti contrapposti: la famiglia Calearo-Montecchi si è schierata al fianco di Veltroni e delle truppe del Pd, la famiglia Riello-Capuleti si è arruolata con le falangi azzurre di Berlusconi e del Pdl. Non che la contrapposizione tra i clan abbia scosso più di tanto i due ragazzi, a quanto pare. Entrambi sono ancora giovani e impegnati nello studio, ma probabilmente più attratti dal lavoro e dalla carriera che dalla politica. Gloria, figlia di Luciana Fioravanti, diventata successivamente la compagna di Riello, ha 22 anni e studia alla Cattolica di Milano. Carlo Alberto è iscritto all'università di Lugano, ma è impegnato soprattutto al Cuoa (Centro universitario di organizzazione aziendale) di Altavilla vicentina, la prima business school del Nord-Est, fucina di manager d'impresa. Il giovane Calearo, anche lui di 22 anni, è iscritto a un master di Lean production, per approfondire il Tps, Toyota production system, un metodo di riorganizzazione che permette di ridurre i tempi di produzione e di consegna e di abbattere gli sprechi e i costi. Un ottimo viatico per collaborare nell'impresa del padre, leader nella produzione di antenne per automobili. E magari anche per dargli qualche consiglio su come si riducono i costi della politica. Al. T.

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Che fare dell'immigrazione: la ricetta di Ferdinando I (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-10 num: - pag: 28 autore: di MAGDI ALLAM categoria: REDAZIONALE IL REGNO DELLE DUE SICILIE E NOI Che fare dell'immigrazione: la ricetta di Ferdinando I P er definire il futuro modello d'integrazione degli immigrati in Italia, è certamente opportuno considerare una realtà giuridica del nostro passato. Si tratta di una legge emanata da Ferdinando I, re delle Due Sicilie, il 17 dicembre 1817 che regolamenta la concessione della cittadinanza agli stranieri. Il criterio fondamentale è che per poter acquisire la cittadinanza si deve essere concretamente utili al progresso e all'arricchimento dello Stato e in nessun caso si può essere un problema sociale o un peso economico per lo Stato. In altri termini si afferma la logica della "immigrazione scelta" anziché quella "subita". Nell'articolo I si precisa che "potranno essere ammessi al beneficio della naturalizzazione del nostro regno delle Due Sicilie", nell' ordine: 1. gli stranieri che hanno renduto, o che renderanno importanti servizi allo Stato; 2. quelli che porteranno dentro lo Stato de talenti distinti, delle invenzioni, o delle industrie utili; 3. quelli che avranno acquistato nel regno beni stabili, su i quali graviti un peso fondiario almeno di ducati cento all'anno. Al requisito indicato ne' suddetti numeri 1, 2, 3 debbe accoppiarsi l'altro del domicilio nel territorio del regno almeno per un anno consecutivo. 4. Quelli che abbiano avuta la residenza nel regno per dieci anni consecutivi, e che provino avere onesti mezzi di sussistenza; o che vi abbiano avuta la residenza per cinque anni consecutivi, avendo sposata una nazionale. Quest'ultimo punto corrisponde sostanzialmente ai requisiti presenti nelle due ultime leggi sulla cittadinanza, la Turco-Napolitano (Legge 40 del 6 marzo 1998) e la Bossi-Fini (Legge 189 del 30 luglio 2002), evidenziando una singolare continuità circa la percezione del tempo necessario per maturare il diritto alla cittadinanza. Ciò che invece contrasta totalmente è la semplicità della legge sulla cittadinanza di Ferdinando I che si esaurisce in 3 articoli, e la complessità di quelle attuali che arrivano a 49 articoli nel caso della Turco- Napolitano e a 38 articoli nel caso della Bossi-Fini. Certamente era un mondo diverso, la globalizzazione si esauriva nell'area euro- mediterranea e la consistenza degli stranieri era più limitata. Ma la differenza vera è che, a dispetto del fatto che si trattasse di una monarchia assoluta, lo Stato era meno interventista rispetto alla nostra Repubblica e conteneva il suo ruolo nella definizione degli orientamenti generali della strategia politica. Nella sostanza una volta affermato che la concessione della cittadinanza è prerogativa di coloro che tramite il loro operato servono al benessere dello Stato o che in ogni caso non rappresentano un onere finanziario allo Stato, non serve in effetti aggiungere altro. Per contro oggi non si parte dal primato dell'interesse nazionale bensì dall'accettazione aprioristica delle istanze individuali degli immigrati. Ed è così che in un contesto dove l'insieme della classe politica ritiene che non si debba neppure sanzionare come reato l'ingresso clandestino in Italia, si finisce per concedere diritti su diritti a tutti, compresi i clandestini che risiedono illegalmente sul territorio nazionale, mentre si è estremamente restii a esigere l'ottemperanza dei doveri che gravano sugli autoctoni, per la paura di essere tacciati per razzisti. Le strategie di integrazione degli immigrati stanno cambiando attorno a noi, sia nei Paesi che si erano infatuati dell'ideologia relativista e buonista del multiculturalismo quali la Gran Bretagna e l'Olanda, sia di quelli che hanno tentato di imporre l'assimilazionismo quale la Francia. Ovunque la parola d'ordine è di assicurare un'"immigrazione scelta " e di porre fine alle conseguenze deleterie dell'"immigrazione subita". Stiamo tornando in qualche modo ai principi ispiratori della legge di Ferdinando I. Se anche noi vi aderissimo, sarebbe una riscoperta del nostro passato e una rivalorizzazione di un'esperienza che ci appartiene. Una "via italiana " all'integrazione che faccia prevalere l'interesse nazionale dell'Italia su qualsiasi altra considerazione. Sarebbe veramente bello ma dubito assai che Berlusconi o Veltroni siano pronti al grande salto dalla politica per il consenso alla politica per lo Stato. www.corriere.it/allam www.magdiallam.it \\ Quattro regole modernissime per gestire i flussi anziché subirli. Quello che conta è essere utili alla comunità.

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Silvio, pronti nuovi affondi Ma l'intesa con Walter resta (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-03-10 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Il retroscena La strategia dopo il programma pd strappato in pubblico Silvio, pronti nuovi affondi Ma l'intesa con Walter resta "Attaccherò sui ministri di Prodi candidati e sui rifiuti" ROMA - Hanno iniziato a duellare e continueranno a farlo. In nome dell'intesa. Ognuno con il proprio stile, Berlusconi e Veltroni alzeranno fino al 13 aprile il livello dello scontro, per quel comune interesse politico che gli analisti hanno evidenziato con una serie di sondaggi riservati: la tendenza alla bipolarizzazione del sistema - secondo gli studi - "è già in atto", ma una sfida più serrata e diretta aiuterà i leader del Pdl e del Pd a "radicalizzare il processo", a "concentrare l'attenzione" (e il voto) sui rispettivi partiti. Lo sanno anche i loro avversari, che infatti temono le ultime settimane di campagna elettorale. Se i due realizzassero l'obiettivo del pieno nei consensi, chiuse le urne potrebbero gestire con più facilità il patto che hanno sottoscritto, e che si fonda sulla reciproca convenienza di modificare il sistema. Insomma, l'intesa non traballa. Come spiega un autorevole dirigente democratico, "non saranno un paio di fogli strappati durante un comizio a mettere in discussione l'impianto dell'accordo ", che parte dalla volontà di riformare le istituzioni. Erano altri i passaggi importanti, e si sono consumati. A partire dalla formazione delle liste, dove il Cavaliere e l'ex sindaco di Roma avevano stabilito di ridurre il più possibile la frammentazione nei rispettivi campi. Quanto sta accadendo in queste ore, e quanto accadrà di qui al voto, appartiene quindi alla "fisiologia della competizione". Prova ne sia che l'affondo di Berlusconi non ha colto di sorpresa al loft, dove erano preparati da tempo, quasi che la mossa fosse stata preannunciata: ne erano talmente certi gli uomini di Veltroni, che avevano già discusso se e come fronteggiarla. Il leader del Pd ha deciso di "non cambiare impostazione ", perché "visto che ci siamo presentati con una proposta nuova, dobbiamo ora dare l'immagine di chi vuole innovare il linguaggio". E se Berlusconi ha iniziato a mostrare i muscoli, è anche perché la sua task force comunicativa - guidata dal portavoce Bonaiuti - ha evidenziato la tecnica di Veltroni, che sfruttando il "profilo buonista" non ha risparmiato "colpi sotto la cintura", sull'età del Cavaliere - per esempio - e sulla sua inaffidabilità come capo di governo, dunque come "uomo del fare". Semmai a disturbare l'ex premier sono certe battute di D'Alema, "quello che mi dipingeva con lo scolapasta in testa, quello che mi dava per finito. Chi è finito?". Il patto con Veltroni includeva comunque il duello. Raccontano che Berlusconi sia pronto a una nuova offensiva sul fronte gestito finora meglio dal capo dei democratici: "Se pensa di aver fatto dimenticare Prodi, si sbaglia. Ricorderò agli italiani anche quel che hanno fatto i ministri del governo Prodi, che sono tanti e sono tutti in lista". Lo dirà ai candidati del Pdl che riunirà in settimana a Roma, da dove partiranno anche i camper di centrodestra che attraverseranno l'Italia. Ma lo farà soprattutto, così è in programma, andando "sui luoghi dei disastri" insieme a Fini. Durante la tappa di Napoli, infatti, non si limiteranno a una manifestazione per denunciare l'emergenza rifiuti, andranno proprio in mezzo ai rifiuti. L'idea è sottolineare quanto detto dal leader di An: "Possono cambiare il direttore d'orchestra, però la musica è sempre quella". Il dialogo tuttavia reggerà, per quanto aspro potrà essere lo scontro: "Chi dice che si è rotta la tregua - ha spiegato ieri Fini ai suoi - in realtà vorrebbe che non facessimo campagna elettorale". Hanno iniziato a duellare e continueranno a farlo, ma Berlusconi e Veltroni non intendono spezzare il filo del dialogo, e poco importa se negli ultimi giorni le comunicazioni tra i loro due plenipotenziari - Gianni Letta e Bettini - sono diminuite. Al Cavaliere serve il dialogo con il leader Pd anche per avere in mano la carta di riserva. è vero infatti che considera ormai acquisita la vittoria alla Camera, ma ci sarà un motivo se per il Senato continua a chiedere ai suoi: "Come va nelle regioni?". Qualora a palazzo Madama mancassero i numeri, l'accusa rivolta al Pd di aver "copiato" il programma del Pdl potrebbe trasformarsi in un'offerta di collaborazione, non più limitata ai temi istituzionali. "In fondo Veltroni si è preso anche i miei slogan", ha commentato giorni fa il Cavaliere: "Lui ha annunciato che, se vincesse, l'Italia tornerebbe al boom degli anni Sessanta. Ma è quello che dissi io nel '94, quando parlai del nuovo miracolo italiano". Francesco Verderami.

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Il rimbombo dei poster-faccioni (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Allo specchio Il rimbombo dei poster-faccioni Marco Giusti Per le strade di Roma non si vede neanche un faccione di Berlusconi. Solo i cartelli grafici con la scritta: "La sinistra ha messo in ginocchio il paese. Rialzati, Italia!" Berlusconi, almeno finora, sembra diventato un logo, un simbolo grafico. Come se non avesse più il desiderio di metterci la faccia. Quella ce la mette Fini. A Milano, per le strade dei grandi cantieri in costruzione di Ligresti e compari, sono invece apparsi i faccioni giganteschi di Gianfranco Fini su fondo bianco. Ritoccatissimo, il leader di Alleanza nazionale, come in un'inquadratura ispirata di Porta a porta, getta lo sguardo al radioso avvenire che ci prospetta la Milano di Letizia Moratti. SEGUE A PAGINA 2 Accanto al volto, sulla destra, la scritta, poco chiara: "Più sicuri. C'è allenza". Sotto, il nastro tricolore del Pdl forma un nodo come a consolidare l'alleanza tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Il piano, almeno quello apparente, sembra essere il lancio del delfino, anche se il fatto di non metterci la faccia potrebbe anche apparire da parte di Berlusconi una dichiarazione di non grande compromissione in caso di sconfitta. Del resto questo gioco lo ha già fatto quando era sicuro di perdere. A Roma, ma non così grandi, sono apparsi i primi manifesti per Alemanno sindaco. Sono uguali a quelli di Fini, solo che Alemanno non guarda in alto. Fantastico, come sempre, quello di Antoniozzi, da anni nome dei sottoberluscones. Faccione ormai interamente dipinto per mascherare le rughe e l'età. Solo che ci sono partite di manifesti stampati troppo chiari e altri troppo scuri. Così il faccione di Antoniozzi per il Lungotevere appare ora bianco ora paonazzo con effetti assolutamente comici. È partita anche la campagna per Francesco Rutelli sindaco di Roma. C'è un grande faccione di Rutelli che domina la via Appia al grido "più pulita, più curata, più Roma". Il colore scelto è un tranquillo arancione. Lo stesso colore lo ritroviamo nei tanti manifesti piccoli che si vedono per le strade romane. C'è un Rutelli tra la gente, vecchietti, ciclisti, umanità varia. Ha una buona parola per tutti. Lancio in grande stile, anche particolarmente curato. Tra i sotto rutelliani brilla il candidato Panecaldo, con volto tra Donald Sutherland e Cacciari e accanto la scritta "Bentornato, Francesco". Notevole anche la campagna della Santanchè che si mostra da diva su fondo nero, con la luce che le taglia il viso e la scritta "Io credo". Ovviamente crede nelle stesse cose in cui crede Storace, solo che lui non lo fanno vedere. Campagna di grandi mezzi anche quella di Casini, che lancia una serie di manifesti, diciamo moderni, col faccione suo e scritte da battaglia come "Forti delle nostre idee", "È ora di premiare chi merita", ecc. Ovvietà assolute, ma almeno sembrano dette con un certo cipiglio. Hanno uno slogan più o meno simile quelli della Sinistra-l'Arcobaleno, "Fai una scelta di parte", anche se questi non hanno certo gli stessi mezzi economici per la campagna elettorale. In uno dei manifesti più folli vediamo a destra il nero e a sinistra il rosso. La scelta di parte è quindi il rosso di sinistra. Mah... Bossi, a Milano, risorge con una foto a mezzo busto con ciuffo ribelle e il braccio destro alzato sul solito sfondo verde e la frase con il consueto slancio d'amore per il popolo padano. Boselli appare invece credibile su sfondo bianco come i casiniani. Notevole il suo gesto di sfida al popolo di Porta a porta dove ha abbandonato clamorosamente lo studio per protestare del poco spazio dato ai socialisti. In mezzo ad alleanze d'ogni tipo, come Alessandra Borghese a fianco di Casini o Marianna Madia che fa la Mara Carfagna di Walter Veltroni, Boselli si mostra sobrio e elegante. In tempo per le elezioni il regista e produttore Ninì Grassia, re dei musicarelli di Gigi D'Alessio, ha promesso di terminare Hotel Hammamet, la sua opera incompiuta e di straculto dedicata ai giorni di Bettino Craxi in esilio e mai uscita per la morte dello statista caduto in disgrazia. Grassia dice di aver condito il tutto con un po' di scenette nuove girate con la monnezza a Napoli, ma non ha tagliato le parti riguardanti Berlusconi e Craxi, interpretati dai sosia del Bagaglino. C'è grande attesa. Ovviamente.

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Un monarca, per favore (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Rossana Rossanda Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione. Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole. Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la "forma partito" e ogni struttura organizzata. Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le responsabilità in nome di una "linea" astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che portavano avanti il cambiamento. SEGUE A PAGINA 2 Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase. Negli anni Settanta non fu "ideologia", fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia, e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta "facevano politica". In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto iniziale. Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi voti in più assicurandosi un consistente "premio di maggioranza", decida senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica è un inconveniente ammesso). A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi, quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei "costi della politica", producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli. Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista, provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova "Cosa". Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme. Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale, il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti d'una figura carismatica dal quale si attende la parola. È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono esplicite. Insomma dal "niente delega" del 1968 e seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello contro di essi per istituire la "pericolosità sociale" come sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione. Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando. È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie. Questa sarebbe la democrazia "modernizzata" che hanno in testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso: semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo riconferma. Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo modo quella che speranzosamente è stata chiamata "la transizione italiana" dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li depotenzia. Messa in causa la loro base di massa nelle figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13 aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po' malconcia, ma la sola a ragionare.

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Ping pong elettorale tra Italia e Usa (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Confronti Ping pong elettorale tra Italia e Usa Marco d'Eramo Di questi giorni viene spontaneo confrontare le nostre elezioni politiche alle primarie statunitensi: nella stampa il paragone serpeggia, quando non è richiamato più che esplicitamente. C'è chi, nel campo di Walter Veltroni, anela a identificare il proprio leader con Barack Obama, grazie anche al celebre verbo ausiliare autonomizzatosi negli slogan politici: I can, o We can, a seconda delle versioni (negli Stati uniti d'America We can è il nome dell'associazione dei senza tetto che si guadagna da vivere raccogliendo lattine vuote, cioè cans. Sarebbe originale, segno di vera novità, un Partito democratico il cui slogan fosse "Io lattina"). SEGUE A PAGINA 2 In un incontro pubblico Sandro Portelli e io siamo stati accusati di denigrare Barack Obama e il suo afflato bipartisan solo "per odio a Veltroni": ma vogliamo scherzare? Con tutte le molle con cui va preso il senatore dell'Illinois, il cui inno al "cambiamento" è di una vaghezza per lo meno sospetta, non c'è però paragone (per nostra sfortuna) con il Walter nazionale: dove le vedete le frotte di studenti liceali, le coorti di universitari che si offrono volontari a Veltroni per andare a fare campagna porta a porta a Ceppaloni, scavalcare immondizie nell'hinterland napoletano o sfidare i leghisti in Valtellina? Vedete forse giovani signore in trance svenire a ogni comizio dell'ex sindaco di Roma (visto che la domanda "C'è un medico in sala?" è diventata un appuntamento fisso nei meeting di Obama)? Se c'è una cosa che separa le primarie Usa dalle nostre elezioni è proprio l'entusiasmo, il coinvolgimento. I veri analfabeti della politica E questo ci porta al secondo genere di confronto elargitoci con spocchiosa saccenza dai nostalgici del "caso italiano". Forse i giovani non se lo ricordano, o non l'hanno mai saputo. Ma c'è stato un periodo in cui l'Italia (e in particolare la sinistra italiana) dava lezioni di politica al mondo perché avevamo il partito comunista più autonomo da Mosca e perché la nostra era la classe operaia più combattiva e più forte d'Europa. A posteriori ci siamo accorti che il nostro Pci era tanto autonomo dall'Urss che, appena caduto il muro di Berlino, ha sentito l'impellente bisogno di cambiare nome, statuto e ragione sociale, e che in realtà avevamo preso per forza di classe del proletariato italiano quella che era debolezza e inconsistenza della nostra borghesia (se mai i nostri ricchi sono assurti a quel che Marx chiamava una "classe"). Se agli occhi dell'Europa oggi l'Italia costituisce un caso, è grazie a Silvio Berlusconi - che il sagace popolo italiano, davvero unico al mondo, sta per riportare al potere per la terza volta -, all'emergenza spazzatura in una regione governata dalla sinistra da quindici anni, e alla supina acquiescienza della nostra "borghesia laica" nei confronti del Vaticano, che ci riporta ai bei tempi dello stato pontificio. Che importa? Ci è rimasto il vizio d'impartire lezioni politiche urbi et orbi. E poi è irresistibile la tentazione di catechizzare il paese più potente del mondo: la sindrome di noi nuovi raffinati elleni precettori di voi nuovi rudi romani (della serie "Io Jane, tu Tarzan; io Venere, tu Marte"). Per questi nostri luminari è scontato che gli statunitensi siano analfabeti politici di fronte a noi che discendiamo da Gramsci e Machiavelli, che il loro processo di selezione politica sia solo show business, lustrini e spot, mentre il nostro sarebbe un vero confronto di idee tra politiche alternative. Noi sì che siamo coscienti della struttura di classe del nostro paese. Basta prendere i sondaggi che ci affliggono e affliggeranno fino al 13 aprile, e confrontarli con i sondaggi statunitensi. Fin dall'inizio negli Usa ci viene spiegato a colpi di percentuali che il blocco sociale che vota Hillary Clinton è costituito in maggioranza da donne, da persone anziane (sopra i 50) da famiglie che guadagnano meno di 40.000 dollari l'anno, da persone senza titoli di studio superiore, dalla minoranza ispanica. E ci dicono invece che Obama è votato soprattutto dai giovani, dai laureati, dai redditi medioalti, dai neri, dai maschi bianchi: una coalizione di razza e di quelli che vengono definiti i "Starbucks democrats", dal nome della catena di caffè pregiato, luogo di studio per studenti e di pausa per colletti bianchi. I sondaggi senza profilo sociale La nozione che dietro ogni candidatura ci sia un blocco sociale che lo sostiene (e che il candidato debba fare gli interessi di questo blocco) è talmente scontata che ogni giorno i giornali si chiedono se la tale coalizione sociale si sta sfaldando, oppure se tiene, se si rinforza, se uno dei due opera sfondamenti nel campo dell'altro. Questo nella politicamente analfabeta America. Vediamo nella scafatissima Italia: qualcuno ci ha forse mai rivelato in un sondaggio il profilo sociale di chi vota per Veltroni o per Berlusconi? Sappiamo se le donne votano più a destra o a sinistra? Sappiamo come votano i redditi medio-alti e quelli medio-bassi? E le fasce d'età come si comportano? In che modo il voto dipende dal livello d'istruzione? Mistero. L'immagine del voto che ci viene rinviata dallo specchio dei sondaggi è quella di un paese indistinto, di un magma informe, la cui unica variabile riconosciuta è territoriale (regioni rosse, nord-est,...). Un flou artistico, non proprio disinteressato, circonda il profilo sociale dei due campi, centrodestra e centrosinistra. Questo flou consente di fare gli interessi del "paese", di parlare in nome dell'"azienda Italia" e non delle basi sociali cui ogni campo dovrebbe rispondere. Mica siamo come quei semplicioni di americani per cui ogni eletto dovrebbe "passare alla consegna" (deliver) e favorire gli interessi di chi lo ha votato (la "consegna", che io sappia, è un metodo riconosciuto ufficialmente solo per la mafia in Sicilia). Come disse indignato quel leader della sinistra italiana che voleva condannare gli "eccessi di laicismo": "Mica siamo nella Spagna di Zapatero qui!" marco d'eramo.

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Se nemmeno al professore piace più la politica (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Editoriale Se nemmeno al professore piace più la politica Valentino Parlato Romano Prodi non ha assorbito il colpo. Per ben due volte i governi da lui diretti sono stati sfiduciati: nel 1998 da parte di Bertinotti e ora da parte di Mastella. Così ieri, a Sky Tg24 ha detto: "Io ho chiuso con la politica italiana, forse ho chiuso anche con la politica" aggiungendo che tuttavia il mondo è pieno di occasioni e di doveri. Conoscendo un po' Romano Prodi, la sua dichiarazione di chiusura con la politica è molto umorale, ma tuttavia pesa. Non gradisce affatto la sua duplice detronizzazione e anche l'avvio dell'attuale campagna elettorale, nella quale - forse per sua scelta - non è più protagonista, ma piuttosto considerato responsabile della sua stessa caduta. Una situazione del tutto diversa da quella delle ultime elezioni, nelle quali Prodi era stato protagonista assoluto e aveva avuto il plebiscito delle primarie. Due conclusioni, credo, sia possibile avanzare dalla dichiarazione di Prodi. La prima, più generale, che se confermasse le sue intenzioni saremmo a un grave degrado della politica. Prodi non è Grillo ma il suo rifiuto, anche se umorale, è tuttavia un altro sintomo del discredito della politica nel nostro paese. Se la politica non piace più neppure a Prodi, figuriamoci per quanti altri italiani è così. Viene da dire che la fine dei partiti, pur con tutti i loro difetti, ha aperto la stagione delle clientele e dei privati interessi. La seconda conclusione è che la grande offensiva di Walter Veltroni sta diventando troppo personalistica, troppo centrata sul personaggio, e tale da scontentare non solo Prodi, ma anche molti altri protagonisti, non del rango del premier, ma tuttavia decisivi per un successo elettorale. Insomma se il professore si chiama fuori le possibilità di successo si allontanano perché in questa stagione elettorale ci sono centinaia di piccoli romano prodi, i quali chiedono maggiore attenzione. E, aggiungo, le tentazioni astensionistiche sono molto diffuse in quello che una volta chiamavamo popolo di sinistra, tanto più che anche Berlusconi, col passare degli anni e il crescere dei suoi errori, non è più il castigo di dio, che bisognava evitare a tutti i costi. E aggiungo ancora che il duopolio Pd-Pdl, che sembra caratterizzare queste elezioni, diventa un altro motivo di allontanamento dalla politica. Insomma l'uscita di Prodi, umorale quanto si voglia, è un segno importante di malessere, che dovrebbe accrescere l'attenzione non solo e non tanto del Pd, ma delle forze che oggi si sommano nell'Arcobaleno e che dovrebbero già nel corso della campagna elettorale, direi prima del voto, dar vita a una forza unitaria di sinistra. Questo, a mio parere, potrebbe essere il contributo più forte alla sconfitta di Berlusconi. Realizzare questo obiettivo conterebbe molto di più di tutte le promesse elettorali.

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Si sono già fatti avanti in sei e oggi arrivano i "rinforzi". La scheda elett (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Di LUCA LIPPERA Si sono già fatti avanti in sei e oggi arrivano i "rinforzi". La scheda elettorale per le Politiche rischia di essere molto più affollata e complicata di quanto si potesse immaginare. Ben sette partiti (per sei aspiranti premier) ieri, primo giorno utile per presentare le liste, hanno depositato alla Corte d'Appello gli elenchi dei candidati. Oltre al Pd, all'Idv e alla Sinistra Arcobaleno, sono spuntate, a sorpresa, formazioni che nessuno aveva messo in conto: il Pli (Partito liberale italiano) e una lista definita Per il Bene Comune. Questa mattina (c'è tempo fino alle 20 di stasera) si ricomincia: approdano nell'ufficio vicino a piazzale Clodio il Pdl di Berlusconi, l'Udc, La Destra e chissà quante altre liste di disturbo. Gli aspiranti Presidente del Consiglio, alla fine, potrebbero essere più di dieci, forse dodici, con un rischio esponenziale di errori e confusione. La Corte d'Appello di via Romei raccoglie le candidature per la Circoscrizione Lazio 1 della Camera (Roma e provincia) e per il Senato (tutta la regione). Per Montecitorio si sono presentate finora sette liste: il Pd e l'Italia dei Valori (che corrono insieme), la Sinistra Arcobaleno, la Sinistra Critica, il Pli, Per il Bene Comune e la formazione Aborto? No Grazie di Giuliano Ferrara. Viene dunque confermato che l'associazione lanciata dal direttore del quotidiano "Il Foglio" non sarà in corsa per il Senato. Non è una fatto da nulla: la battaglia per Palazzo Madama, almeno nel Lazio, è molto tirata e potrebbe bastare uno zerovirgola in più o in meno per regalare il premio di maggioranza al Pdl anziché al Pd. Le liste per ora sono state tutte ammesse dalla Corte d'Appello. Aldo Modugno, presidente della commissione elettorale per la Camera, ed Evangelista Popolizio, suo omologo per il Senato, hanno lasciato "in sospeso" solo la posizione di alcuni singoli candidati della Sinistra Critica e del Partito Liberale, che lancia a Palazzo Chigi tal Stefano De Luca. Tra i presentatori del Pli, c'è anche il repubblicano Giorgio La Malfa, che sarà però candidato con il Centrodestra. Chi "presenta" una formazione, in base al decreto approvato alcune settimane fa dal Governo, può benissimo correre con un altro partito: la firma viene offerta solo in nome della democrazia, per consentire la partecipazione dei "piccoli" gruppi, ma non c'è dubbio che il risultato possa essere la confusione. Ma veniamo ai nomi. Il numero uno del Pd alla Camera è Marianna Madia, 27 anni, ricercatrice dell'Arel di Enrico Letta, collaboratrice di Giovanni Minoli e una vecchia love-story con il figlio del Presidente della Repubblica Napolitano. Al numero due Walter Veltroni. Dietro il candidato premier, ecco Paolo Gentiloni, l'ex ministro Giovanna Melandri, l'ex presidente della Provincia Enrico Gasbarra e Michele Meta. Al Senato la lista del Partito Democratico è aperta da Franco Marini. Lo seguono Anna Finocchiaro, Luigi Zanda e, tra gli altri, Maria Pia Garavaglia, Raffaele Ranucci e Roberto Di Giovan Paolo. Le formazioni di sinistra sono tre. La più piccola, Per il Bene Comune, è guidata al Senato da Fernando Rossi: è il parlamentare uscente dei Comunisti Italiani che negò la fiducia a Prodi (espulso dal partito) e nei giorni scorsi si è incatenato a Palazzo Madama perché gli ostacoli alla presentazione di una sua lista. Franco Turigliatto, altro dissidente, espulso da Rifondazione, guida la pattuglia di Sinistra Critica al Senato, affiancato da Cristina Tuteri, Nando Simeone, Claudia Gigli e Gennaro Peraino. I "pezzi da novanta" della galassia che vede insieme verdi, ex comunisti e fuoriusciti dai Ds sono, ovviamente, nella Sinistra Arcobaleno. Per la Camera, scendono in campo Fausto Bertinotti, Angelo Bonelli, Massimiliano Smeriglio e Angelo Leoni, mentre per il Senato ci sono Loredana De Petris, Cesare Salvi, Luigi Cancrini e Ada Scalchi. Antonio Di Pietro e Jean Touadi, ex assessore alla Sicurezza del Comune, aprono la formazione per la Camera dell'Idv, nella quale ci sono anche Leoluca Orlando e Giuseppe Giulietti. Oggi altre decine e decine di nomi si aggiungeranno a quelli già presentati ieri. Ma anche su questi i cittadini non avranno alcuna possibilità di scelta. La lista è, come si dice in gergo tecnico, "bloccata", perché così è la legge. Gli elettori non potranno esprimere preferenze per questo o quello. Quindi i partiti tutti hanno già fatto i loro conti e sanno con buona approssimazione chi entrerà in Parlamento è chi no. (Ha collaborato Luca Brugnara).

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Consegnati, ieri, i primi elenchi coi nomi dei candidati in lista al Senato e alla Camera. Numero un (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

O del Pd in lizza per Montecitorio è Marianna Madia, 27 anni, ricercatrice, seguita dal candidato premier Walter Veltroni. Dietro di lui, ecco Paolo Gentiloni, l'ex ministro Giovanna Melandri e l'ex presidente della Provincia, Enrico Gasbarra. Per Palazzo Madama apre la lista del Pd Franco Marini, seguito da Anna Finocchiaro e, tra gli altri, l'ex vice sindaco Mariapia Garavaglia. Ben sette i partiti che hanno presentato una propria lista per sei candidati premier e visto che i termini per partecipare alla tornata elettorale scadono oggi alle 20, non è escluso che si aggiungeranno formazioni e candidati premier dell'ultimo minuto. Attese anche le liste del Pdl: capolista al Senato sarà Marcello Pera seguito da Maurizio Gasparri e alla Camera dietro Silvio Berlusconi compariranno i nomi di Gianfranco Fini, Gianni Alemanno e Fabrizio Cicchitto. Giovannelli, Lippera, Marincola e Rossi all'interno.

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ROMA Cincinnato sconfisse gli equi, nel 458 avanti Cristo, e tornò ai suoi (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Di MARIO AJELLO ROMA Cincinnato sconfisse gli equi, nel 458 avanti Cristo, e tornò ai suoi campi. Mirabile esempio, patriottico, di disinteresse personale. Romano Prodi, da uomo delle istituzioni, mostra ancora una volta di concepire la politica come servizio e non come vitalizio e annuncia il suo addio all'impegno pubblico. E come accade ogni volta che lascia o è costretto ad abbandonare un incarico, anche stavolta andrà dai suoi amici del Mulino, busserà alla porta e chiederà: "Vi serve una mano? Avete qualcosa da farmi fare?". "E noi lo aspettiamo, come sempre, a braccia aperte": dicono gli intellettuali dell'associazione bolognese, una seconda casa del Prof., proprio accanto a quella vera di via Gerusalemme. Che Prodi vada verso un buen retiro è difficile da credere. Visto il credito, anche internazionale, di cui gode. Un nuovo grande incarico in Europa? O magari finirà all'Onu? Oppure accetterà uno dei tanti ruoli, di alto consulente economico e industriale, che gli vennero offerti in Italia e all'estero fin quasi alla vigilia delle elezioni del 2006, ma lui rifiutò quegli ingaggi molto ben pagati perchè "c'è tanto da fare in politica e io mi metto disinteressatamente a disposizione"? Ora siamo all'addio di uno statista, di un Cincinnato che se ne torna nella sua tenda fatta di studi, di osservazioni e di nuove sfide lontane dal pollaio politico nostrano, e insomma alla chiusura degnissima di una parabola che ha dato all'Italia, fra l'altro, il miracolo del risanamento dei conti pubblici. E insieme una lezione di serietà, magari un po' antica e ingiustamente demodé, a un Paese in crisi che fatica - fra ideologie del "no e poi no!", egoismi sociali e corporativi, ideologismi paralizzanti e parole a vanvera - a riconoscere la propria situazione e vorrebbe essere rassicurato più che curato. Per cambiarlo, il Prof. ha profuso tutto l'ottimismo e la cocciutaggine che ha in corpo. Poi è andata come è andata. Cioè lui è caduto, ma è caduto in piedi. Riuscendo a non tradire, prima, la volontà popolare di chi lo aveva eletto. E ora evitando di mettere i bastoni fra le ruote a Veltroni, leader di quel Pd di cui lui resta il padre nobile, e sforzandosi di non incattivire troppo una campagna elettorale in cui l'anti-berlusconismo è finalmente sottotono. Quel che è certo è che, adesso, tramonta l'epoca del prodismo. E questa pagina si chiude mentre se ne apre un'altra, il veltronismo, che è diversa rispetto a quella precedente in tanti aspetti: se non altro per quello generazionale e per quello del gusto mediatico, tipico di Walter e poco assaporato dal Prof. Nel repertorio del prodismo, rientra quello stile compassato del fare le cose "adagio adagio", e cercando la mediazione per arrivare alla decisione, che è tipico di questo post-democristiano molto tecnocratico e con la passione della concretezza. Siamo insomma all'addio. A dispetto di quanto proprio Prodi, pochi mesi fa, pronosticava a "LaSette", duettando con il comico Crozza: "Grazie a Silvio, avrò vita eterna". Non l'ha voluta avere, politicamente, a riprova dell'eterodossia dell'ex premier in un Paese in cui nessuno contempla il passo indietro. E ogni rinuncia, forzata, viene vissuta come una tragedia. In Prodi, viceversa, non c'è dramma: e neppure quel supposto desiderio di vendetta che spinse Cossiga a soprannominare Romano "il Vindice di Bruxelles", quando diventò presidente europeo dopo la defenestrazione del 1998. Semmai, c'è amarezza. Non tanto dovuta al tradimento di Mastella o ad altre ragioni di politica politicante, ma provocata dalla consapevolezza che un Paese pieno di potenzialità di riscossa non abbia avuto la pazienza di dare tempo a un capo di governo che glielo chiedeva. La cultura e la visione del Prof. sembrano fatte apposta, del resto, per una società composta, e invece siamo alla "società liquida" (per dirla alla Zygmunt Baumann) che fatica a riconnettersi con se stessa in tutte le sue articolazioni e vive una modernità difficile da leggere per tutti. A cominciare da quelli che verranno dopo Prodi.

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BOLOGNA - Prodi chiude con la politica in Italia, nel senso che non si ricandiderà, for (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Dal nostro inviato FABRIZIO RIZZI BOLOGNA - Prodi chiude con la politica in Italia, nel senso che non si ricandiderà, forse andrà a fare l'osservatore per conto dell'Onu, in qualche angolo del pianeta dilaniato da conflitti. Oppure, sceglierà di presiedere qualche Fondazione internazionale che si dedica agli aiuti umanitari, stile quella di Bill Clinton. Ma ancora non ha deciso, resterà in sella, come presidente del Consiglio, fino a metà maggio. Soltanto a quella scadenza, deciderà che cosa fare "da grande". Se il "mestiere di nonno" lo ha già iniziato, nei fine settimana, quando fa ritorno nella sua Bologna, accudendo Chiara, Davide e gli altri nipotini, è sicuro l'abbandono della politica sulla scena nazionale, intesa come attività di tipo parlamentare. Non è questione di repicca o altro. Non c'è alcuno strappo con Walter Veltroni che, al contrario, vuole sostenere fino in fondo. E Veltroni, poco dopo, gli ha dato atto di avere "stile" che conferma "il suo disinteresse personale, il suo essere uomo di Stato". Non solo: il segretario del Pd ha riconosciuto che il Professore "per due volte ha risanato i conti pubblici e come uomo di Stato" ha dato "lustro all'Italia". In ogni caso, il premier resterà come presidente del Partito democratico, in cui si è ritagliato il ruolo di garante. Da quest'osservatorio, aprirà una finestra sul mondo. La fine del capitolo politica italiana è stata annunciata dallo stesso Romano Prodi, sotto la sua abitazione bolognese, durante un'intervista a "Sky". Come vede il suo futuro?, gli ha chiesto il cronista. Ed il Professore ha risposto senza esitazione: "Il futuro è sempre sereno perchè ci sono cose da costruire. Io ho chiuso con la politica italiana e, forse, con la politica in generale, ma il mondo è pieno di occasioni dove c'è gente che aspetta aiuto e pace. C'è più spazio ora che prima". Massimo D'Alema ha subito detto che lo sentirà al telefono. Ma una lettura critica, che vede queste parole come uno sgarbo a Veltroni, viene smentita dallo stesso presidente del Consiglio. Il quale dichiara: "No, resta un sostegno totale e forte" al leader del Pd. Infatti, tifa affinchè il Pd possa vincere alle prossime elezioni di aprile. E come Veltroni è stupito dall'atteggiamento di Berlusconi che ha stracciato il programma degli avversari. "Intristisce molto una campagna elettorale" in cui avvengono questi fatti. E adesso il premier "studia" quel che farà dopo la parentesi di Palazzo Chigi. Sicuramente si apre una fase ricca di novità. Finora ha ricevuti richieste di tutti i tipi, ma il Professore vorrebbe, secondo l'entourage, puntare a costruire qualcosa nell'ambito della politica internazionale. I suoi successi internazionali, culminati con la missione in Italia, e certificati dalle dichiarazioni dai segretari generali dell'Onu, Kofi Annan prima e Ban-Ki-Moon adesso, hanno elevato la popolarità di Prodi a livello planetario. Al punto che Giulio Andreotti, che nel mondo ha riscosso unanimi consensi, gli ha ufficialmente riconosciuto un gradimento nelle cancellerie internazionali. Dunque, quella frase in cui il premier afferma "c'è gente che aspetta aiuto e pace", potrebbe essere interpretata come prossimo impegno, nel ruolo di "facilitatore", in un organismo dell'Onu. Esiste, tuttavia, una seconda indiscrezione secondo la quale Prodi potrebbe assumere la presidenza di una Fondazione internazionale, stile Bill Clinton, il cui scopo sarebbe di portare aiuti alle popolazioni che soffrono. Qualcosa di molto simile, nella prospettiva storica, a Dossetti, fondatore di "Critica sociale", dissidente di De Gasperi, di cui Prodi è grande ammiratore. Intanto Fini dà una propria interpretazione dell'addio di Prodi: "Il povero Prodi è stato dimenticato dal Pd che ha fondato e viene ora considerato un ostacolo. Per non creare ulteriore imbarazzo ha chiuso con la politica".

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ROMA - Rush finale e corsa all'ultimo posto utile. Da ieri e fino a questa sera sono ap (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Di FABRIZIO NICOTRA ROMA - Rush finale e corsa all'ultimo posto utile. Da ieri e fino a questa sera sono aperti gli uffici elettorali per la presentazione delle liste alle elezioni e, tra voci su nomi più o meno eccellenti, tra esclusioni e rientri dell'ultimo minuto, si chiudono le iscrizioni alla grande corsa che porta in Parlamento. Non mancano le polemiche e, per esempio, i Radicali chiedono perché la lista antiabortista di Giuliano Ferrara può presentarsi senza raccogliere le firme. Comporre il puzzle è un "lavoraccio", come ha detto Silvio Berlusconi. Bisogna dire no, ascoltare le richieste del territorio, candidare quando possibile nomi di richiamo: chissà se Valeria Marini entrerà a Montecitorio. La soubrette, ieri a "Domenica In", non lo ha escluso: "Spero in futuro di potermi impegnare nella tutela dei diritti delle donne". Da oggi entra in vigore il nuovo regolamento sulla par condicio e la Rai avrà la sua gatta da pelare. Niente "faccia a faccia" tra candidati premier. Sono troppi, ben 12, e fare il girone all'italiana è impossibile. Ci saranno delle trasmissioni-ammucchiata: più candidati intervistati da più giornalisti. C'è anche chi ha messo in lista Beppe Grillo, in Toscana, Emilia e Sardegna ci hanno provato in tre, ma il comico genovese tuona: "Tutto falso, ci sarà lavoro per il mio avvocato Giuseppe D'Ippolito. Io sono per l'astensione". Questa sera alle otto "rien va plus". Ecco un glossario dei temi che hanno accompagnato la formazione delle liste, a partire dalle quote rosa, una ricognizione dei nomi noti che passano alla politica, di quelli che invece hanno detto no e di chi rinuncia, a partire da Romano Prodi. I CANDIDATI PREMIER. Silvio Berlusconi (Pdl e Lega), Walter Veltroni (Pd e Italia dei valori), Pier Ferdinando Casini (Udc e Rosa bianca), Fausto Bertinotti (Sinistra l'Arcobaleno), Enrico Boselli (Partito socialista), Daniela Santanchè (La Destra), Marco Ferrando (Partito comunista dei lavoratori), Roberto Fiore (Forza nuova), Flavia D'Angeli (Sinistra critica), Bruno De Vita (Unione democratica dei consumatori), Giuliano Ferrara (Aborto? No grazie), Stefano Montanari (Per il bene comune). LE DONNE. Un tema, quello delle quote rosa, che negli ultimi anni è diventato centrale. L'operazione più corposa sembra quella di Veltroni, con il Pd che candida 379 donne, il 42% del totale. Il Pdl non arriva a queste percentuali, ma Berlusconi e Fini hanno i loro fiori all'occhiello: la portavoce del Family day Eugenia Roccella, Fiamma Nirenstein, scrittrice e inviata in Medio Oriente per "Il Giornale", e Souad Sbai, presidente dell'Associazione delle donne marocchine in Italia. E se Ferrara vanta una lista "quasi tutta rosa", la Sinistra schiera Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso dalla Mafia nel '92. NEW ENTRY. Sono tante, partiti sono riusciti ad ottenere nomi di grido e candidati simbolo. Il Pd schiera Umberto Veronesi, i prefetti Achille Serra e Luigi De Sena, l'operaio scampato al rogo della Thyssen Antonio Boccuzzi. Con Berlusconi l'attore Luca Barbareschi, l'ex comandante delle Fiamme gialle Roberto Speciale, il leader della rivolta dei tassisti Loreno Bittarelli. Casini schiera il capo del sindacato di polizia (Siulp) Oronzo Cosi. GLI IMPRENDITORI. E' sfida tra Veltroni Berlusconi. Il Pd ha in lista Matteo Colaninno, ex leader dei giovani di Confindustria, e il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo. Con il Pdl il re delle acque minerali Giuseppe Ciarrapico e l'industriale vicentino Ettore Riello. I MAGISTRATI. Tanti i giudici in lista. Dal segretario generale del Csm Donatella Ferranti a Gianrico Carofiglio (autore di romanzi di successo), entrambi con il Pd. Con Casini sembra fatta per Ugo Bergamo, consigliere del Csm, mentre Gianfranco Amendola, procuratore aggiunto a Roma, corre con Bertinotti. I PORTAVOCE. Molti i collaboratori dei parlamentari o dei big dei partiti. Nel Pd il vicesegretario Dario Franceschini porta Piero Martino, il ministro Beppe Fioroni l'ha spuntata per Luciana Pedoto. Il Pdl risponde con Giuseppe Moles (fedelissimo di Antonio Martino) e Luca D'Alessandro, capo ufficio stampa di Forza Italia. QUELLI CHE HANNO DETTO NO. C'è anche chi ha preferito rinunciare, da Prodi al ministro dell'Interno Amato. Il leader del Pdci Diliberto lascia il suo posto all'operaio Ciro Argentino, anche lui proveniente dalla Thyssen. Mastella ha detto no denunciando un "linciaggio morale e mediatico". Per quel che riguarda i volti noti, Veltroni ha dovuto rinunciare ai giornalisti Rai David Sassoli e Bianca Berlinguer. Berlusconi si è sentito dire no da Antonio D'Amato, ex leader di Confindustria, e dal capo degli imprenditori veneti Andrea Riello. Hanno rifiutato anche la scrittrice Susanna Tamaro, corteggiata da Ferrara, e il fenomeno editoriale Roberto Saviano, sotto scorta per minacce della Camorra, inseguito dalla sinistra. I "DISSIDENTI" CI RIPROVANO. Franco Turigliatto e Fernando Rossi, i senatori dell'Unione che hanno fatto "ballare" il governo Prodi, non mollano. Il primo corre con Sinistra critica, il secondo è nelle liste di Per il bene comune.

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ORMAI ci sono ben pochi dubbi: la campagna elettorale, che entra oggi nella seconda e decisiva fase, (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Non vivrà l'evento televisivo del duello tra i due candidati premier Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Le ragioni sono note (troppi candidati a palazzo Chgi, sarebbe servito una sorta di campionato tv con girone all'italiana), ma la reazione dellan Rai è stata ugualmente piccata. Il servizio pubblico (qualifica una volta di più immeritata) ha infatti fatto subito presente che "il regolamento approvato dalla Vigilanza per le elezioni rischia di costarci 40-50 milioni di euro di mancatio introiti pubblicitari". Ora è vero che le tribune politiche non sono per il telespettatore il massimo della vita. ma è altrettanto vero che la politica, Porta a Porta docet, offre alla Rai serate su serate di asclti elevati, fino ai record dei duelli di due anni fa. Insomma, un po' più di fair play da viale Mazzini non guasterebbe: al servizio pubblico e al paese.

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L'addio di biondi alla città immobile - franco manzitti (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Pagina II - Genova L'addio di Biondi alla città immobile FRANCO MANZITTI (segue dalla prima di cronaca) La legge verticizza per la seconda volta le scelte, le grandi novità dei partiti ne rivoluzionano il gioco, annichiliscono le deroghe, capovolgono i calcoli interni, rovesciano perfino le palizzate dei nuovi cantieri della politica, spazzano via procedure impolverate e le sostituiscono con altre che non hanno stabilità. Il vento di Veltroni porta nelle liste tanti nomi, nuovi ed esterni, accendendo il fuoco di polemiche fiammeggianti: arrivano perfino Carneadi della politica, ma la giustificazione è il cambio perentorio. La risposta del centrodestra fa pagare il prezzo non solo a Biondi, ma ad altri parlamentari permanenti. La risposta del centro neonato è l'affanno di candidature che sembrano funghi. E a sinistra si consuma veranente un arcobaleno di esclusioni e novità choccanti, per le bocciature e la perdita di contatto con il territorio. Il risultato più superficiale è che la rappresentanza del territorio sembra strozzata pesantemente soprattutto nel Pd e nella Sinistra. Il risultato più profondo è che Genova e la Liguria sembrano allontanarsi da Roma, soprattutto in quelle aree che da sempre l'hanno tenuta collegata: una Melandri, un Garofani, un Fassina, un Lusi sono apparentemente distanti dal ruolo cerniera che hanno svolto nel passato recente tanti parlamentari Ds, Pds, Pci: basta ricordare Mazzarello, lo stesso Burlando, basta risalire a Castagnola, Gambolato, ma vale ricordare personaggi di un'altra parte come Lorenzo Acquarone, lo stesso Alessandro Repetto. Non basteranno Tullo, Pinotti e un simbolo come Sabina Rossa a cucire quello strappo dal territorio, quelle esclusioni e quelle inclusioni dall'alto? E chi coprirà quel centro che il nuovo Pd vuole tenere ben agganciato? Avevamo posto la questione un po' di tempo fa'. La riproponiamo. L'altro deficit sostanziale riguarda la Sinistra, oggi riconducibile alla denominazione Arcobaleno che non ha mai avuto un collegamento così flebile con i suoi bacini del consenso: quella che una volta si chiamava classe operaia e che oggi si richiama un po' impunemente operaia con tutti i sensi di colpa che possono derivare tra morti bianche e salari da fame. A destra la rivoluzione, apparentemente più incisiva territorialmente, sembra un rimescolamento di carte: dal mazzo spunta Enrico Musso piazzato in cima alla lista del Senato e in mezzo risalta Biasotti, che ha già annunciato di voler andare così più rapidamente, attraverso la strada romana, verso la candidatura alla presidenza regionale. La conclusione è che sotto a tutti questi movimenti tellurici resiste lo zoccolo duro di una società genovese e ligure politicamente immobile. O quasi. Poche novità, poche facce nuove, poca società civile. Non vorremmo che, parafrasando, si arrivasse a dire, tra un po': a ridatece Biondi. Per tornare a lui, il liberale nato sotto il regno di Malagodi, divenuto anche segretario nazionale del Pli in una ruggente e breve stagione e confluito con Berlusconi, due volte ministro, anzi fondatore, nell'altra repubblica del ministero dell'Ecologia, la sua figura e il suo ruolo in Parlamento non hanno mai coinciso con una così totalizzante colonizzazione e con un così potente rimescolamento di carte. Carte vecchie, carte nuove, carte riciclate nel tourbillon di una politica che fa una fatica mostruosa a metabolizzarsi. Se Il Pd spedisce a Genova e in Liguria tanti "esterni", se il centro sotto i petali della Rosa Bianca mette in cima alla lista Rosario Monteleone, ex margherito, se la Sinistra Arcobaleno non agguanta il territorio ligure e c'è uno dei suoi che digiuna per protesta, questa non è una scena da Biondi. La società genovese e ligure non sforna più personaggi: appare civilmente e, quindi, politicamente immota. La borghesia stabile o illuminata è sempre avara: il presidente della camera di commercio farà carte false per avere il terzo mandato, cambiando la legge, quello degli industriali gioca un ruolo di attesa da oltre un anno e le elezioni per rinnovarlo hanno impegnato scontri di fuoco e un tempo biblico. La cultura motore di tutto si gioca l'ultima chance nella Fondazione, dopo il lungo stop seguito al 2004. Chi può riaccendere questa città?.

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E adesso veltroni crede nel nuovo ciclo "un vento che soffia dall'europa agli usa" - gianluca luzi (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

L'esempio spagnolo I socialisti francesi Il leader del Psoe Il leader del Pd: "In Spagna e in Francia due risultati molto importanti. Zapatero realista e innovatore" E adesso Veltroni crede nel nuovo ciclo "Un vento che soffia dall'Europa agli Usa" "Con Clinton alla Casa Bianca ci fu una stagione di vittorie: Blair, noi, la Francia" "La conclusione della stagione di Bush apre spazio a una leadership nuova e giovane" Dobbiamo anche noi avere quella sana radicalità del riformismo che è necessaria Oltre alla disillusione per Sarkozy, si apprezzano esperienze di governo come quella di Delanoe Lui e la Chiesa? Lo Stato è laico, però può animare la politica anche chi ha un punto di vista religioso GIANLUCA LUZI ROMA - La vittoria di Zapatero e la sconfitta di Sarkozy raggiungono Veltroni nel Nordest, dove "è caduto il muro che c'era con il centrosinistra". Due risultati "molto importanti che se vogliamo sommare a quello che succede negli Stati Uniti dicono che sta spirando un vento nuovo in Europa e in occidente. Con Kennedy ci fu il centrosinistra in Italia e Brandt in Germania. Con Clinton c'è stata una stagione di vittorie in tutta Europa: Blair, noi, la Francia. Adesso sta succedendo qualcosa di simile: la conclusione della stagione di Bush apre lo spazio a una leadership nuova, più giovane, in sintonia con una società mobile, veloce e al tempo stesso insicura dal punto di vista sociale e che chiede delle soluzioni". Lei conosce bene Zapatero. Qual è la sua carta vincente? "La vittoria di Zapatero è la vittoria di un uomo politico molto realista e innovatore, esattamente ciò che i riformisti sanno essere. Zapatero avrà una maggioranza molto ampia ed è importante che sia stata confermata la sua esperienza di governo. Una grande differenza con l'Italia dove mai un governo, dal '94 in poi, è stato confermato dal voto successivo degli elettori". E la sconfitta di Sarkozy in Francia? "Mi sembra che da un lato ci sia stato l'apprezzamento per certe esperienze di governo, per esempio quella del mio amico Delanoe a Parigi. Però, per usare una espressione spagnola, ha pesato anche il desencanto per le attese che c'erano per il governo Sarkozy. Credo che in Francia questa disillusione sia molto forte e il voto lo testimoni. D'altra parte - parlo di una cosa che conosco molto bene - quando ho visto che dopo un giorno di sciopero dei taxi, la liberalizzazione delle licenze si è fermata, ho pensato che in fondo c'è qualcosa in Italia in cui siamo andati più avanti, e meglio". Il Pdl ha candidato proprio il sindacalista dei taxi che ha guidato la "rivolta". "Fa parte non per caso di una destra che è statalista e antimoderna, che propone le partecipazioni statali in Alitalia, i dazi in economia, candida il nemico delle liberalizzazioni, candida Ciarrapico. Straccia i programmi. E' un pezzo di un'Italia di ieri e il ciclo che si apre in Europa dice che deve essere superato". Cosa le suggerisce in chiave italiana la politica di Zapatero? "Di essere realisti e innovatori, di avere quella sana radicalità del riformismo che è necessaria. Le nostre innovazioni necessitano di un ciclo politico e questa è la cosa più interessante del voto spagnolo anche per l'Italia. Gli spagnoli sono saggi: hanno dato ad Aznar la possibilità di completare il suo ciclo politico e ora la danno a Zapatero, così come gli inglesi l'hanno data alla signora Thatcher e poi a Tony Blair. Un paese saggio sa che quando si devono fare le innovazioni bisogna avere davanti a sè un ciclo politico". Prodi aveva cominciato a risanare i conti, ma il consenso è crollato. Come farete a recuperare? "Il nostro elemento di discontinuità è duplice. Da un lato è politico: la presa d'atto che una stagione politica italiana è finita e che adesso non è più il tempo delle alleanze contro Berlusconi, ma è il tempo di una grande sfida riformista che noi vogliamo fare da soli perché vogliamo rimettere il paese nella condizione di crescere e di ritrovare quell'energia che ha perduto. Dall'altra c'è una discontinuità programmatica: noi siamo liberi di dispiegare la nostra identità e di non doverla mediare con chi pensa che sia necessario riprendere la lotta di classe contro i padroni. Il paese che vorremmo fare è un paese in cui ci sia meno pressione fiscale perché c'è meno evasione e meno spesa pubblica". Prodi ha annunciato il ritiro dalla politica. E' una presa di distanza anche dal Pd? "Al contrario, è la conferma dello stile della persona, che è una cosa rara nella politica italiana. Prodi ancora una volta dà una prova di disinteresse: il contrario di un distacco dalla politica. E' l'idea che si può fare politica anche senza essere impegnati in una dimensione istituzionale. Prodi per due volte ha risanato i conti dello Stato e ha rimesso il paese in condizione di essere un paese europeo, ha tenuto alto il prestigio dell'Italia come presidente della commissione europea. Credo che il paese debba avere nei suoi confronti un atteggiamento di riconoscenza. Lo stile differente tra chi strappa i programmi degli altri e chi fa la dichiarazione di Prodi è del tutto evidente". Zapatero ha tenuto duro di fronte alle critiche della Chiesa. E lei? "Prima di tutto devo dire che una certa rappresentazione di Zapatero - che conosco molto bene - non è quella reale. Lo Stato è laico, decide le sue leggi secondo i suoi poteri. Però considero del tutto naturale che persone che hanno un punto di vista religioso possano animare la vita pubblica e politica con le loro idee. Diffido, combatto e contrasto con tutte le mie forze l'idea che la società moderna possa avere tra i tanti elementi di divisione e contrapposizioni anche quella tra laici e cattolici perché altrimenti dovremmo pensare di avere un partito laico e un partito cattolico, che è esattamente il contrario delle ragioni per cui è nato il Partito democratico".

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Programma strappato/1 Così fa a pezzi le idee degli altri Cara Unità, Berlusco (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Unita, L'" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Stai consultando l'edizione del Programma strappato/1 Così fa a pezzi le idee degli altri Cara Unità, Berlusconi ha compiuto un gesto repellente. In mezzo alle ovazioni dei suoi elettori, immemori del suo sfascio del paese, delle sue leggi ad personam, dei suoi processi condonati, a stracciato il programma del Pd. Pochi hanno evidenziato la manifesta intenzione che questo vile gesto implica: fare a pezzi le idee dell'altra metà dell'Italia che non è con lui, che vede la sua pericolosità. Pericolosità che si è ben rivelata nell'uso personale del Parlamento durante il quinquennio, nella sua aggressione senza limiti ai suoi avversari, giudici, giornalisti liberi. Le campagne denigratorie e d'aggressione a Prodi, con il killeraggio mediatico delle bufale Telekom Serbia e affare Mitrokin e il Dossier Pio Pompa confermano questa pericolosità di Berlusconi che, se eletto, farà ancora peggio di quello che ha fatto nel quinquennio. E i suoi che lo osannavano mentre stracciava e faceva a pezzi le idee dell'altra Italia, sono responsabili quanto lui di questo attacco inaudito alla democrazia. Significa che sono pronti a fare a pezzi il familiare, il vicino, l'amico che hanno idee diverse dalle loro. Patrizia Chiara Programma strappato/2 Il Paese non vada nelle loro mani Cara Unità, guardando il telegiornale, eccoti il servizio sul BerlusconiFiniShow, la vecchia coppia scoppiata tornata ora in auge in vista delle prossime elezioni. Ciò che subito mi è balzato all'occhio è quanto sia vero che la storia è fatta di corsi e ricorsi; infatti, abbiamo visto il primo Lord che permettersi di stracciare ciò che a suo dire è il programma del Pd, e il secondo - sempre Lord - affermare "potremo intestare al Pdl di aver dato vita il 13 aprile ad una nuova stagione ma di liberazione". Se il gesto dell'on. Berlusconi può essere giudicato alla stregua di una gag di pessimo gusto, quello dell'on. Fini può essere considerato una vera e propria offesa verso tutti coloro che lottarono per liberare davvero l'Italia e gli Italiani da una dittatura feroce come quella fascista, che fece danni enormi, sconvolegendo e mietendo migliaia di vite innocenti. Ci vuole davvero una bella faccia tosta! Certo, se quella di sabato è l'anteprima del loro agire, non c'è certo da stare tranquilli. Però, ciò può aiutare a scrollarci di dosso il nostro torpore, a riscoprire i nostri valori, coltivare i nostri ideali, esprimere i nostri sogni, insomma, a impegnarci affinché il paese non veda certa gente di nuovo alla sua guida. Marcello Minelli, San Giustino (Pg) Programma strappato/3 Berlusconi ci dà uno schiaffo... Cara Unità, siamo costernati dal comportamento tenuto da Berlusconi durante un suo comizio. Veltroni ha adottato la tattica di non denigrare mai l'avversario, invece il Cavaliere va fuori dal selciato: dopo i vari insulti della precedente campagna elettorale, scusateci se scriviamo l'insulto ma non siamo noi a dirlo: " Chi vota a sinistra è coglione", adesso la novità è di strappare il programma del Pd in un suo comizio. Allibiti, basiti, stupiti e stravolti sono i nostri stati d'animo. Dovremmo aspettarci di tutto da Berlusconi eppure ogni suo schiaffo ci brucia sempre... Riccardo Miccichè e Valentina Mirabile, Agrigento Che cosa pensa la Chiesa di chi candida condannati dalla giustizia? Cara Unità, l'Udc, molto vicina alla Chiesa Cattolica, ha candidato ( come previsto) Cuffaro in Sicilia; sarei curiosa di conoscere il parere della Chiesa su questa candidatura dato che, a suo tempo, fu molto critica con la candidatura del professor Veronesi nel Partito Democratico ritenendo che fosse una personalità troppo laica e razionale per le sue posizioni in campo etico; forse non si tiene conto che il professor Veronesi, oltre ad essere un oncologo di fama internazionale, non ha pendenze giudiziarie; domandiamoci allora se non valga più una fedina penale pulita ma una pseudo cattolicità espressa ma certamente non praticata. Maria Grazia Nibbi, Firenze Corridoio Tirrenico Ancora due parole per dire sì Caro Direttore, replico alla risposta di Vittorio Emiliani dell'8 marzo su queste pagine. Non ritorno ai dati Istat sul consumo del suolo e gli "scempi paesaggistici" perché già discussi e chiariti su queste pagine a suo tempo anche con l'Assessore regionale Riccardo Conti il quale da buon toscano (prima di essere amministratore e politico riformista) vuol bene alla sua terra e risponde alle esigenze di ammodernamento con la sintesi "tutela e sviluppo". La Toscana è anche una Regione europea capace di contribuire ed orientare, partecipando, agli obiettivi dello Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo, con processi che interessino il suo intero "sistema", da fargli assumere il ruolo di ponte tra l'Europa e lo spazio mediterraneo, con riferimento al Quadro Strategico Nazionale 2007-2013 a cui far risalire l'obiettivo previsto nel PRS 2006-2010 e il PIT 2005-2010 della Piattaforma Logistica Costiera per la quale il completamento infrastrutturale del Corridoio Tirrenico (e non Autostrada della Maremma) ne è struttura di supporto necessaria e non è solo "per i Tir quel risparmiare 15 minuti appena tra Rosignano e Civitavecchia". Sottolineo il significato e i benefici che ne trarrebbe il territorio interessato con il completamento del Corridoio Tirrenico, le indicazioni tratte dai Piani Strutturali dei Comuni di Orbetello e Capalbio, "la S.S. Aurelia diverrebbe nel suo percorrere il territorio comunale un strada parco" (un declassamento-riqualificazione che sarebbe auspicabile anche oltre, non è favorevole?) e "la definizione del corridoio tirrenico quale itinerario plurimodale europeo anche ai fini di alleggerire la direttrice della dorsale appenninica per il servizio al traffico merci e passeggeri" (comprendete l'importanza?). Mi auguro di averla aiutata per riflettere sulla definizione di "inutile" per la scelta di Di Pietro e di "no dothing" (da non fare) degli esperti milanesi di Berlusconi per rivedere la sua posizione critica. Arch. Bruno La Mela, Firenze Perché pagare il canone Telecom anche senza Adsl? Cara Unità, ma il canone Telecom da cosa è giustificato: è per volontà divina che dobbiamo pagarlo? Perché i milioni di italiani a cui Telecom Italia nega ancora l'Adsl devono continuare a pagarlo e magari contemporaneamente pagare qualche gestore locale di connessione wireless a banda larga per poter andare su internet? Giovan Sergio Benedetti, Gragnano (Lucca).

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Il vaticano non si fida dei due poli e ruini tifa sempre per casini - marco politi (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Continua il dualismo tra il segretario di Stato e l'ex presidente Cei nel pressing sui politici cattolici Il Vaticano non si fida dei due poli e Ruini tifa sempre per Casini Nell'episcopato diffusa diffidenza per il Pd. Timori di "deriva zapaterista" L'ex presidente Cei non ha mai fatto mistero delle sue perplessità sul centrosinistra MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - Alla fine chi ha impostato il gioco è stato ancora una volta "don Camillo". Sarà parsa anche improvvida la sortita del direttore dell'Avvenire Dino Boffo, quando esattamente un mese fa difese a spada tratta la sopravvivenza dell'Udc di Casini, sostenendo al Tg1 che era "interesse dei cattolici" e del centrodestra che vi fosse un partito-riferimento della dottrina sociale cristiana. Però, con il passare delle settimane, ha prevalso proprio la strategia del cardinale Ruini. Nel palazzo della Cei non è un segreto che la missione prioritaria è di "salvare il soldato Pierferdi". Quel po' di influenza elettorale diretta, che generiche valutazioni statistiche attribuiscono alla macchina ecclesiastica (si va dal 3 ad un massimo di 6 per cento), sono indirizzate prevalentemente al rafforzamento del team Casini-Pezzotta. L'ex presidente della Cei, lucido come sempre, ha intuito in anticipo il punto debole del bipartitismo in fieri, cui anelano Berlusconi e Veltroni. C'è nel ventre molle dell'episcopato una diffidenza verso un Partito democratico percepito come incline a trasferire in Italia istituti e leggi dell'Europa secolarizzata. Diffidenza paradossale - dal momento che il Pd sulle questioni delle convivenze e della procreazione rischia di essere più arretrato della Cdu tedesca o dei conservatori francesi - ma comunque radicata. Mentre, a differenza delle altre tornate elettorali, è presente tra i vescovi una delusione nei confronti di Berlusconi, che taumaturgo non è poi stato e troppo disinvolto si è rivelato nella difesa degli interessi personali. In questo clima di disincanto Ruini indica l'Udc come possibile ago della bilancia in parlamento e partito fedelissimo sui "principi irrinunciabili" di papa Ratzinger. Sempre Ruini è stato abilissimo a servirsi dell'iniziativa anti-aborto del Foglio come di un predellino per creare un clima di limitazioni alla 194, salvo a distanziarsi dalle espressioni più truculente di Ferrara e lasciar cadere ogni entusiasmo per la sua lista. L'attivismo di Ruini, in sintonia pluriennale con prelati come Betori, Caffarra, Fisichella, caratterizza un duello silenzioso e sotterraneo fra l'ex presidente della Cei e il Segretario di Stato vaticano Bertone. Non era questo lo scenario immaginato, quando Ruini lasciò la guida dell'episcopato. La divisione dei compiti, esplicitamente prevista da una lettera del Segretario di Stato a Bagnasco, era che il nuovo presidente della Cei si sarebbe dedicato alla missione pastorale mentre dei rapporti con la politica italiana si sarebbe occupato Bertone. Per Ruini in questo organigramma non c'era più spazio. Le cose sono andate diversamente. Intanto - a meno di decisioni papali improvvise - il cardinal Ruini è riuscito a procrastinare fino a giugno il suo avvicendamento come cardinal Vicario. E soprattutto, all'ultimo Consiglio permanente della Cei, Ruini ha conquistato l'incarico di responsabile del "Progetto culturale", che gli offre il ruolo di intervenire per cinque anni sui problemi etici e la presenza dei cattolici nella società con il suo temperamento da "animale politico". Ma esattamente questo è lo stile, che Bertone voleva lasciarsi alle spalle. Ancora ieri il Segretario di Stato vaticano ha rivelato la sua intenzione di misurarsi con tutti i partiti dell'arco politico, con tutti i "leader degli schieramenti" e tutti cattolici delle varie liste. Lo stesso colloquio, avuto con Veltroni prima di Natale, e il rimbrotto al leader Pd sullo spazio da dare ai cattolici nel nuovo partito mostrano la sua intenzione di considerare interlocutori sia il centro-destra che il centro-sinistra (a differenza di Ruini che non ha mai nascosto la sua antipatia verso Prodi, l'Unione e il centro-sinistra complessivamente). E in questo quadro, di approccio tout-azimout, vanno considerate le reprimende rivolte da Famiglia Cristiana sia al Pd per l'aggiunta della "salsa radicale" sia al partito di Berlusconi per l'"anarchia etica". Nel rinnovato attivismo elettorale della Chiesa si inserisce qualche vescovo con decaloghi più o meno generali o, come fa quello dell'Aquila, con tirate alle orecchie a chi tra i candidati "parla molto della famiglia ma personalmente ha una storia familiare poco raccomandabile". Ma sono dettagli. Divisi per temperamento, Bertone e Ruini (ed egualmente Bagnasco) hanno un comune obiettivo per il dopo-elezioni. Costruire una rete trasversale, che favorisca maggioranze multi-partisan nelle materie eticamente sensibili (finanziamenti alla scuola cattolica inclusi), su cui la Chiesa intende avere l'ultima parola. I gemelli del Family Day - Eugenia Roccella con Berlusconi e Pezzotta nell'Udc - e i gemelli Binetti e Bobba nel Pd sono la costellazione cui guarda in questo senso il Vaticano.

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Liste, il pdl frena la brambilla e dell'utri - francesco bei carmelo lopapa (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Liste, il Pdl frena la Brambilla e Dell'Utri Solo cinque seggi a testa. Giallo sulle firme di Ferrara e sulla candidatura di Grillo La Destra lancia Stefio in Sicilia: fu rapito in Iraq insieme a Quattrocchi Un Beppe Grillo in Toscana, poi la moglie smentisce: "Non è lui" FRANCESCO BEI CARMELO LOPAPA ROMA - La chiusura delle liste del centrodestra riserva ancora sorprese. Anzitutto il ridimensionamento dei circoli, sia quelli della Brambilla (catapultata in Emilia) che quelli di Marcello Dell'Utri: per fare pari e patta Berlusconi ha assegnato 5 posti certi alla "Rossa" e altri cinque ai dellutriani. Sarebbero in tutto 25 i posti garantiti invece ai nanetti: 4 a Dini, 4 alla Dc di Rotondi, 3 a Giovanardi, 2 per la Mussolini, 2 ai pensionati, e 1 (il suo) a De Gregorio. Grande malumore in diverse regioni, soprattutto nelle Marche, per i paracadutati da Roma. Resta fuori dalle liste del Pdl l'ex radicale Daniele Capezzone, così come Antonio Martusciello e Dario Rivolta, oltre ad Alfredo Biondi, Lino Jannuzzi ed Egidio Sterpa. Sono una quarantina gli uscenti di Forza Italia che non hanno trovato posto. Sul movimento anti-aborto di Ferrara si apre il giallo delle firme. Il radicale Maurizio Turco ha chiesto al Viminale di chiarire se la lista pro-life sia legittimata a non presentare le firme, visto che "al Senato risulta che a tutt'oggi i senatori Iannuzzi, Sterpa e Biondi siano membri del gruppo di Forza Italia". La Destra lancia in pista in Sicilia Salvo Stefio, rapito nel 2004 in Iraq assieme a Fabrizio Quattrocchi (poi assassinato). Quanto a Beppe Grillo, una lista dei "Grilli parlanti" sostiene di aver candidato il comico in Toscana e in Emilia, ma la moglie smentisce: "Non è lui". Per il resto, starlette, certo, ma non solo quelle a brillare nelle liste che i due partiti hanno appena depositato. Imprenditori, sindacalisti, militari, una sfilza di figli e mogli di, segretarie e portavoce. è come se nella caccia al volto (presunto) acchiappavoti i due colossi di questa campagna, Pd e Pdl, si siano rincorsi in un gioco degli specchi. Ha cominciato Walter Veltroni con imprenditori di peso, Matteo Colaninno e Massimo Calearo. Ecco, è sembrato un paradosso ma proprio i capitani d'impresa si sono rivelati il tallone d'Achille di Berlusconi. Dopo il no a sorpresa di Antonio D'Amato e quello di Andrea Riello (e non di Alessandro Riello, la cui foto ieri è stata pubblicata per errore), il Pdl candiderà Ettore Riello, titolare dell'azienda di caldaie. Alla fine, il fiore all'occhiello della categoria nella squadra di Berlusconi sarà Santo Versace, fratello dello stilista scomparso. Il fascistissimo Giuseppe Ciarrapico, editore, sarà in corsa al Senato nel Lazio. Gli specchi hanno funzionato anche coi sindacalisti. Al cislino Giuseppe Baretta capolista Pd in Sicilia, a Paolo Nerozzi per il Senato in Veneto, il Pdl ha risposto con la contestata candidatura di Loreno Bittarelli, capo dell'ala ultrà dei tassisti romani. La Lega ha inserito invece in lista Rosi Mauro, segretaria del sindacato padano. C'è pure Pietro Larizza, che i socialisti lanciano in Calabria. Ma la vera novità di questa campagna è il boom di portavoce, collaboratori e addetti stampa. Tanti i big che hanno voluto trasformare in onorevoli i loro responsabili della comunicazione. Fatta salva la riconferma scontata dell'uscente Paolo Bonaiuti, da anni al fianco del Cavaliere, e quella (meno scontata) del portavoce del premier uscente Prodi, Silvio Sircana (in Campania), ecco nell'ordine in quota Pd Piero Martino voluto da Dario Franceschini, Walter Verini da anni capo della segreteria politica di Veltroni e Sandra Zampa, capo ufficio stampa di Palazzo Chigi gestione Prodi. Non da meno Berlusconi ha schierato Luca D'Alessandro, responsabile dell'ufficio stampa di Forza Italia e il portavoce di Antonio Martino, Giuseppe Moles in Basilicata. Di moda nella campagna 2008 anche gli ufficiali. L'ex comandante della Gdf, Roberto Speciale, è stato ritenuto da Fini e Berlusconi abbastanza "perseguitato" da meritare il seggio: sarà testa di lista in Umbria per la Camera. Quindi, in Campania Gianfranco Paglia, capitano dell'Esercito e medaglia d'oro in Somalia. Il colpo grosso ha provato a farlo il Pd schierando al Senato nel Lazio il generale Mauro Del Vecchio, in prima linea nelle missioni di pace. Di Pietro ha affidato la guida della sua lista al Senato in Friuli a Silvio Mazzaroli generale in congedo, ex comandante della Kfor nei Balcani. Casini non ha voluto essere da meno e ha piazzato l'ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica Andrea Fornasiero in Veneto. Capitolo un po' più imbarazzante quello dei figli, delle mogli, delle segretarie, insomma dei "segnalati" calati dai big. Ha fatto appena discutere la scelta della giovanissima Daniela Cardinale, figlia dell'ex ministro Salvatore, ben piazzata dal Pd in Sicilia, come la sua coetanea Marianna Madia capolista nel Lazio, amica di Giovanni Minoli. Il ministro Giuseppe Fioroni non ha fatto mistero di aver chiesto con successo la candidatura in Campania 2 della segretaria Luciana Pedoto. Sull'altro fronte si segnala la presenza nella lista Pdl nella stessa Campania di Diana De Feo, moglie di Emilio Fede.

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L'editore di "Libero" in lista con Berlusconi (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Stampa, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

[FIRMA]UGO MAGRI ROMA Tornare alle preferenze? Fini non è affatto d'accordo col Cavaliere: così "si rischiano collusioni", specie nel Mezzogiorno. A colloquio con la "Stampa", Berlusconi s'era lamentato delle liste bloccate, "un dramma perché devi decidere sul destino degli altri", cioè deludere un sacco di gente. Di qui l'idea che "forse è meglio" ripristinare le preferenze, "un meccanismo che privilegia il rapporto tra il candidato e il territorio". Esattamente ciò che preoccupa Fini: "In Campania c'erano personaggi che raccoglievano 100-120 mila preferenze, e non necessariamente per questo erano degli statisti...". Semmai, argomenta il leader di An, sarebbe il caso di rimettere in piedi il Mattarellum, il sistema uninominale del '94. A pensarci bene, non è differenza da poco. Ma da sinistra nessuno prova a infilare un cuneo. Tutte le artiglierie si concentrano invece sul programma del Pd stracciato dal Cavaliere nel comizio del Palalido. E' D'Alema a dare il la, con perfida ironia: "Se Berlusconi il nostro programma l'avesse studiato, magari si sarebbe fatto una cultura. Meglio leggere le cose scritte, anziché stracciarle con un gesto volgare". Concetti analoghi esprimono Bertinotti (comportamento "brutto e inqualificabile") e lo stesso Prodi ("intristisce"). Pure Casini esorta, allusivo, a evitare certe violenze verbali. Ma quelli di Forza Italia a chi replicano duro? A "Baffino", naturalmente. Bondi: "Come al solito, D'Alema non ha capito un bel niente". Spiega Bonaiuti: "Berlusconi ha detto che la sinistra non rispetta il proprio programma, il resto è disinformazione". Nessuna vera sorpresa dalle liste di candidati, che vanno presentate entro stasera. Quelle del Pd sono pronte da una settimana, il Pdl le ha chiuse ieri, meno il Piemonte. Entrano Antonio Angelucci, re delle cliniche ed editore di "Libero" e "Il Riformista", in lista anche il giornalista Renato Farina ex vicedirettore di "Libero" finito nell'inchiesta sugli 007 col noime in codice "Betulla". Sta fuori l'ex radicale Capezzone, mentre in Liguria al Senato come capolista Enrico Musso batte sul filo di lana Enrica Oliveri: un piccolo smacco per la Brambilla, di cui Oliveri è seguace. I suoi circoli nell'insieme hanno avuto 5 posti garantiti (compresa la rossa MVB), quanti il rivale Dell'Utri. Venticinque complessivamente i partitini. Si sono rincorse ieri clamorose voci. A cominciare dalla discesa in campo di Beppe Grillo di cui parliamo in altra pagina. Altra voce potenzialmente esplosiva: Pannella (sempre in sciopero della sete, nonostante la salute vada peggiorando) sarebbe orientato a presentare liste proprie, sganciandosi dunque da Veltroni (e dalla Bonino). Lui, Marco, è irraggiungibile. Allo stato maggiore radicale nulla risulta. Terza chiacchiera al veleno, partita stavolta da Forza Italia: Berlusconi ci ripensa, e candida in Campania Pellegrino Mastella, figlio di Clemente. Il quale, raggiunto al telefono, sfoga il suo sdegno: "E' tutto falso, nessuno ci ha chiamati. Sono operazioni squallide. Dopo tutto quanto ci hanno fatto, almeno avessero il buon gusto di lasciarci in pace...". Poco prima, Mastella aveva declinato un'offerta di candidatura coi Socialisti, avanzata personalmente da Boselli dopo la richiesta di archiviazione dell'inchiesta "Why not" di De Magistris nella parte relativa all'ex Guardasigilli. "Nulla mi unisce a Mastella", era stata la motivazione di Boselli, "ma tutto mi unisce a chi ha subito un'ingiustizia". Severo, invece, il leghista Maroni: "Hanno chiesto l'archiviazione? Non l'abbiamo voluto per un fatto politico". La Lega preferisce candidare personaggi a loro modo simbolici come Massimo Bitonci, il sindaco di Cittadella pluridecorato nella guerra agli immigrati (niente matrimonio per i clandestini, niente residenza ai senza reddito). Casini trova posto in in Toscana per il figlio di Lando Conti, ucciso nell'86 dalle Br. E Storace arruola Salvo Stefio, uno dei quattro connazionali rapiti nel 2004 in Iraq.

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Io non pensavo di candidarmi però mi hanno raccontato una cosa che non mi è piaciuta: quan (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Stampa, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Do qualcuno ha fatto il mio nome c'è stato chi ha detto di no, accampando la scusa che una mia candidatura avrebbe fatto schierare i romanisti contro la Pdl. Alla fine però hanno candidato Ciarrapico, un ex-presidente della Roma che ha ottant'anni suonati. Ma su!...". Venerdì sull'aereo dell'Alitalia sulla rotta Linate-Fiumicino delle 17, seduto al posto 1A Claudio Lotito, reduce da un pranzo a casa Moratti in compagnia del presidente della Lega calcio Antonio Matarrese, si lascia andare in una conversazione informale a una serie di congetture sulla politica. C'è chi racconta che il presidente della Lazio avrebbe gradito un posto nel partito di Berlusconi, lui nega decisamente. Il suo sfogo contro la politica, però, somiglia tanto a quello di un papabile deluso. Lei non è candidato mentre Ciarrapico sì. Forse l'avranno chiesto anche a un'altra romanista, Rossella Sensi... "Ma lei ci ha mai parlato con la Sensi? Non scherziamo, poveretta! Comunque guardi che a me non interessa entrare in Parlamento a spingere i bottoni. Semmai potrei essere attratto dal governo. Mi secca solo una cosa: che sulla mia candidatura avrebbe detto la sua uno come Fabrizio Cicchitto che non ha mai contato niente né in passato, né ora... La verità è che bisogna cambiare questo sistema. Senza le preferenze non si selezionano le classi dirigenti ma si va avanti con i meccanismi delle corti e dentro le liste ci finiscono solo le zoccole, i "prenditori" e i "magnanger"...". Gli imprenditori o i manager, vorrà dire... "No ha capito bene i "prenditori" e i "magnanger". Quelli che pensano solo al binomio "F&S": figa-soldi. Non uno come me che è un monogamo convinto e per questo piaccio in Vaticano. Uno che ha ritirato su una società come la Lazio che aveva 1070 miliardi di debiti. Eppure ci vorrebbe proprio gente come me per far "rialzare", per dirla con Berlusconi, un paese dove la gente non ne può più perché ha fame". Si sente trascurato? "Guardi a me non me ne frega niente. Io in Parlamento ci sono stato due volte e tutti mi hanno fatto gli inchini neppure fossi Cossiga. Io come presidente della Lazio ho dietro tutte le Tv e le radio. All'estero mi trattano come un ambasciatore. Dico solo che per rilanciare il paese c'è bisogno di gente come me. Me la diano a me l'Alitalia e in cinque anni la rimetto in sesto. Dieci come me al governo e si risolvono i problemi. Gli altri pensano solo a mangiare. Guardi, io giro con la scorta perché ho mandato in galera i tifosi violenti, però, non faccio come gli altri: l'automobile la metto io e ci pago anche l'assicurazione e il bollo". Visto che parla molto di governo in quale ministero vorrebbe andare? "Io potrei fare benissimo il ministro dell'Economia, ma un ministero del genere non me lo darebbero mai. Poi potrei andare all'Interno, ai Lavori Pubblici...". A quello dello Sport visto che ha l'esperienza del presidente di una squadra di calcio... "Ma che! Quello non conta niente. Forse alla Sanità ma ormai lì decidono tutto le Regioni. Comunque al governo non mi faranno mai entrare e sa perché? Perché non sono ricattabile. Ormai il paese è in mano a due lobby. E io non sono condizionabile, lo chieda a Veltroni...". Perché? "Quello fa di tutto per piacere a tutti. Moratti mi ha raccontato tutte le pressioni che ha ricevuto da lui per vendere Pizarro alla Roma. Anche a me mi ha pregato per poter visitare la squadra. E' andato a Trigoria dalla Roma e voleva venire anche da noi, per essere equanime di fronte alle tifoserie. E io gliel'ho concesso anche se mi odia". Addirittura? "Con lui ho avuto uno scontro epico. Un giorno il mio autista mi informa che c'è Veltroni che mi spara contro a Radioradio. Allora io telefono in trasmissione e gli dico testuale: "Caro Veltroni tu hai commesso sette peccati capitali: ti piace l'Africa è l'hai portata a Roma, hai trasformato Roma in una città africana; hai triplicato il debito del Comune; hai fatto un sacco urbanistico che non si ricordava dai tempi dell'Impero romano, 70 milioni di metri cubi, una città come Napoli...". E sono andato avanti ad elencarglieli tutti e sette i peccati. Lui si è incavolato ma alla fine abbiamo fatto pace. Ci siamo dati appuntamento in trasmissione per il giorno dopo. Io sono arrivato in ritardo e lui se l'è presa a male: "Non sono abituato ad aspettare la gente", mi ha detto. E si è beccato questa riposta: "Io non sono la gente ma il presidente della Lazio". Per questo mi odia. E proprio perché mi odia mi ha impedito di costruire il nuovo stadio. Ma io adesso riuscirò a costruirlo lo stesso". Costruirà un nuovo stadio ma non entrerà in Parlamento... "Ma che ci vado a fare là dentro? Lì ci sono solo 50 persone che contano, ma venti stanno solo a guardare perché la "governance" è di trenta persone. Eppoi una volta c'erano uomini del calibro dei Fanfani, degli Andreotti, dei Berlinguer...". E ora? "Solo le zoccole".

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Air france, oggi primo ok all'offerta per alitalia - lucio cillis (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Economia Air France, oggi primo ok all'offerta per Alitalia Maroni: Malpensa, se vinciamo moratoria di 3 anni Monta la protesta tra i dipendenti di Az Servizi: pronti a frenare la manutenzione LUCIO CILLIS ROMA - Inizia la settimana più attesa, o forse la più temuta nei tormentati 61 anni di vita di Alitalia. Parte un volo di sola andata verso la nuova proprietà Air France-Klm, il cui cda dovrebbe dare oggi il primo via libera alla proposta vincolante che sarà formalizzata giovedì o venerdì prossimi. Un passaggio molto delicato, quello che attende tutti gli attori della privatizzazione, visto che nelle ultime ore, a Napoli, è salita la tensione tra i 750 lavoratori della Atitech, l'azienda che potrebbe essere scorporata da Alitalia, sacrificata - assieme ad altre realtà dei servizi di terra in capo ad Az Servizi - e girata a Fintecna. Oggi i dipendenti di questa società potrebbero decidere di incrociare le braccia e rallentare le attività di manutenzione programmata degli Md80 e Airbus A321. Anche se dal punto di vista operativo non sono previsti grossi problemi, è chiaro che il segnale diretto ad Air France non è dei migliori. Al momento, le uscite richieste da Air France nella trattativa con Alitalia, sarebbero concentrate nel settore Fly, dove lasceranno per pensionamenti, prepensionamenti e solidarietà, un gruppo di almeno 1.100 unità. Altri 310 dipendenti sono invece pronti a lasciare con le stesse modalità nei servizi di terra, mentre è già deciso che i settori amministrativi saranno esternalizzati. Incerto, ancora, il destino di Alitalia Airport e Ams, e come verranno superati i nodi del servizio cargo (da ristrutturare) e quelli relativi ai costi altissimi del carburante, per non parlare delle querelle pendenti, non ultima quella miliardaria con Sea, che chiede i danni per l'abbandono dell'hub milanese. Domani, sulla strada del matrimonio italo-francese, c'è un altro scoglio da superare, l'ultimo atto della querelle legale davanti al Consiglio di Stato, portata avanti da Air One, contraria alla trattativa in esclusiva con Air France. Ma proprio la compagnia di Carlo Toto, potrebbe dare inizio ad un primo (sia pur parziale) rilancio dei voli intercontinentali da Malpensa, dopo l'abbandono dell'hub da parte di Alitalia. Entro giugno dovrebbero decollare i due primi voli intercontinentali del secondo vettore italiano. Collegamenti che uniranno Milano a due città del Nord America, Boston e Chicago. Dal gennaio 2009, inoltre, EasyJet raddoppierà la sua presenza a Malpensa. E secondo indiscrezioni lo stesso colosso Lufthansa starebbe valutando la possibilità di ampliare la sua offerta in Italia partendo proprio dallo scalo varesino che nei prossimi anni, potrebbe soddisfare la voglia di slot liberi dei tedeschi, alla prese con il tutto esaurito nei propri due hub nazionali. Su Malpensa, però, alcuni leader politici non mollano la presa e chiedono garanzie al nuovo acquirente, nonostante le rassicurazioni degli ultimi giorni degli esponenti di Pd e Pdl che hanno confermato di non voler pressare Air France per ridiscutere alcune clausole della vendita dopo le elezioni. Ieri il leghista Roberto Maroni, ha ribadito il suo no alla retromarcia da Malpensa: "Quando saremo al governo imporremo ad Air France di fare quello che ha già fatto in Olanda, né più né meno. In Olanda il governo impose ad Air France una moratoria di 7 anni quando comprò Klm. Non si capisce - aggiunge - perché non possa si possa fare la stessa cosa da noi, per due o tre anni nell'hub di Milano". Il leader del Pdl Silvio Berlusconi, nei giorni scorsi, dopo un primo "no" all'accordo coi francesi, aveva precisato di non voler fermare la vendita, una volta al governo. Allo stesso modo Walter Veltroni e il Pd, non hanno cambiato idea sulla trattativa coi francesi.

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Bonsai - sebastiano messina (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

BONSAI IL MILITE IGNOTO SEBASTIANO MESSINA Non ho la più pallida idea - l'interessato mi perdonerà - di chi sia il signor Rocco Verì. Eppure ho provato una sincera simpatia per lui, ieri sera, leggendo le prime liste per le politiche. Non perché quello di Verì sia uno dei nomi che Berlusconi o Veltroni hanno tirato fuori dal cilindro all'ultimo momento, ma perché lui risulta candidato alla Camera, circoscrizione Lazio 1, al quarantesimo posto della lista del Pli (non ci crederete, ma esiste ancora). In quella posizione, non sarebbe eletto neanche se il 100 per cento dei romani votasse per lui e per il suo partito fantasma (evento meno probabile di un'invasione di marziani entro stasera). Il bello è che lo sa anche lui, ma si è candidato lo stesso, prestando la sua faccia a un rito taroccato che ci permette di votare ma non di scegliere. Facciamolo senatore a vita, questo milite ignoto della battaglia del Porcellum.

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Prodi: "lascio la politica italiana" (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Prodi: "Lascio la politica italiana" L'annuncio del premier a Sky: "Ma il mondo è pieno di occasioni e doveri" BOLOGNA - "Io ho chiuso con la politica italiana. Forse ho chiuso anche con la politica. Ma il mondo è pieno non solo di occasioni ma anche di doveri. C'è tanta gente che aspetta una parola di pace e di aiuto. E quindi c'è più spazio adesso di prima". Romano Prodi prende atto della fine di una stagione in Italia. Nello stesso tempo, ed è il dato più nuovo, conferma pubblicamente la sua attenzione per possibili incarichi internazionali. "Il futuro è sempre sereno perché ci sono sempre cose da costruire" ha detto a Sky Tg24. "Le parole di Prodi confermano il suo stile - ha commentato Walter Veltroni - il suo disinteresse personale, il suo essere un uomo di Stato. E questo è tanto più importante proprio mentre torniamo ad ascoltare i toni di una politica aggressiva e rissosa". E Piero Fassino: "Rivendico i meriti del governo Prodi e le elezioni sono l'esito della crisi di un sistema politico che si è frammentato sempre di più, fino a vedere 39 partiti in Parlamento. Il Pd è la risposta a questa crisi, perchè grazie noi il 13 e il 14 aprile eleggeremo un Parlamento che sarà fatto con cinque, massimo sei partiti". "Riconosciamo a Prodi di aver lavorato molto per il Paese e siamo sicuri che potrà dare ancora tanto" è il saluto del verde Angelo Bonelli, che accusa il Pd di "silenzi". Massimo D'Alema dice "Sentirò Prodi, gli farò una telefonata". E ricorda: "Non è una novità comunque che abbia deciso di non ricandidarsi: è stata una decisione sua di lasciare spazio ad una nuova generazione". Il leghista Roberto Calderoli va invece sul pesante: "Onore delle armi a Prodi. è stato un avversario capace e con gli attributi. Viene quasi da rimpiangerlo davanti allo schiamazzare delle checche isteriche che hanno la presunzione di poterlo sostituire". "Ieri il programma del Pd, oggi gli insulti - lo critica Antonello Soro del Pd -. La destra non sa fare a meno delle cadute di stile cui ci ha abituato". "Vedere una campagna elettorale dove si strappano i programmi mi intristisce molto" ha commentato Prodi a proposito di Berlusconi, su cui da settimane non si esprimeva. Il premier ha ricordato la difficoltà dell'interregno: "Un'ordinaria amministrazione così lunga crea problemi al Paese". Cercando di rassicurare gli italiani sul boom dei prezzi: "Fino ad oggi io ho visto solo previsioni di nuovi aumenti e sarebbe ora che si finisse con dare ogni giorno delle nuove previsioni perchè sommando gli aumenti si crea un'angoscia terribile. E non serve". (m. ma.).

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Wikipedia blindata per le elezioni "troppe incursioni sui candidati" (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

I responsabili dell'enciclopedia on line riuniti a Milano Wikipedia blindata per le elezioni "Troppe incursioni sui candidati" MILANO - Da ieri la voce "Walter Veltroni" dell'enciclopedia online Wikipedia non è più modificabile. Gli amministratori del sito, aggiornato dagli utenti, hanno deciso di proteggerla per l'eccesso di insulti inseriti da anonimi navigatori nella biografia del candidato premier del Pd. Stessa sorte era toccata già il 18 dicembre alla pagina dedicata a Berlusconi. La decisione di blindare alcune voci dell'enciclopedia in periodo di campagna elettorale, come è successo negli Stati Uniti per le pagine di Hillary e Obama, è stata comunicata ieri a Milano durante l'assemblea dei wikipediani d'Italia. "Il sito ha in media 7 milioni di contatti e fa gola a chi ne vuole fare uno strumento politico ? dice "Lusum" (è il suo nickname), uno dei 90 amministratori di Wikipedia Italia ? nelle scorse settimane sono iniziati gli attacchi ai candidati. Per questo abbiamo deciso di non permettere modifiche di alcune voci". Accade anche l'inverso: sostenitori di uomini politici che si danno da fare per ritoccare in tono elogiativo le voci dedicate ai loro candidati. "In questi casi ci limitiamo a rimuovere la pubblicità elettorale nascosta". (franco vanni).

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L'eredità di romano - (segue dalla prima pagina) (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Commenti L'EREDITà DI ROMANO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Sono passati a malapena due anni da quando Prodi conduceva l'ultima campagna contro Silvio Berlusconi, e tutto sembrava garantire a lui e all'Unione un successo pieno e la possibilità di un lungo governo. Non è andata così, il successo è stato zoppo, l'esperienza di governo è finita male e in poche settimane Prodi è stato oscurato. La sua linea politica è stata rovesciata dal leader del Partito democratico, Walter Veltroni, e ieri l'annuncio di "Romano" ha avuto il gusto malinconico di una fine di stagione. Una stagione prolungata, per la verità, che si presta fin d'ora a qualche bilancio. Tredici anni abbondanti di impegno esclusivo, dopo essere uscito, il 2 febbraio 1995, dalle sale del suo centro studi, e avere sussurrato ai giornalisti raccolti nell'atrio di Nomisma un suo triplice motto di rassicurazione, nell'Italia già divisa fra il tifo e l'avversione per Silvio Berlusconi: "Serenità, serenità, serenità". Tredici anni sono un'epoca, ai ritmi sincopati di oggi; ma soprattutto hanno dato luogo a un'esperienza politica che non va ricondotta soltanto alla gestione del potere o alla scelta del perimetro delle alleanze. Il "prodismo" è esistito effettivamente. Non era un'ideologia minore: assomigliava piuttosto a una concezione realistica e prudente, ma non pessimistica, della nostra società. Alle elezioni del '96 Prodi ha trasmesso ai cittadini un'idea politica riconoscibile, la sua alternativa alle sbrigative ricette berlusconiane: una via di modernizzazione temperata dal buon senso, con un occhio al mercato e l'altro alla dottrina sociale della chiesa, e alla "economia sociale di mercato" di Konrad Adenauer e Ludwig Erhard. Lo strumento per questo progetto informale era l'Ulivo, inventato dal suo consigliere Arturo Parisi. "Un imbroglio prodiano", secondo i suoi critici più aspri, come Francesco Cossiga. Una mascherata, nel giudizio di Berlusconi, per camuffare le fattezze del potere vero, quello dei "comunisti". Tuttavia, alla resa dei conti il giudizio più plausibile è che la concezione prodiana ("la mia visione dei fatti", come recita il titolo del suo ultimo libro, appena pubblicato) abbia costituito in realtà il tentativo estremo di dare una chance alla sinistra. Meglio, alle sinistre. E a tutti coloro che non volevano conformarsi all'ideologia berlusconiana. Era una ciambella di salvataggio, davanti al successo della destra. Uscita con scissioni e perdite di identità dall'Ottantanove, distrutta politicamente nel 1994, ai tempi della "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto, incapace per condizionamento storico e ideologico di aderire a una variante socialdemocratica, una sinistra molteplice ha pensato di trovare nel progetto abbozzato da Prodi una ragionevole via d'uscita. Ha trovato sulla sua strada segmenti della sinistra Dc e del cattolicesimo sociale. L'ex democristiano (d'area) "Romano", il centrista per eccellenza, il tecnocrate dell'Iri, l'economista capace di rivolgersi a operai e borghesia illuminata, offriva risorse pratiche e ideali capaci di unire laici e cattolici, ex comunisti ed ex democristiani, borghesia illuminata e lavoro dipendente. è vero che il prodismo era un congegno a bassa intensità ideologica. Ma si proponeva come un'alternativa secca a Berlusconi. Di fronte all'edonismo televisivo e comportamentale del centrodestra proponeva ragioni etiche, contro "quelli che parcheggiano in doppia fila" propugnava civismo, rispetto al consumo vistoso evocava addirittura concetti inattuali come la sobrietà. In termini di realismo, e cinismo, politico, il prodismo sarebbe poco più che una sensibilità generica, sostenuta da una consumatissima vocazione a gestire pezzi di establishment. Si tratta di un giudizio che contiene una parte di verità: due mandati al vertice dell'Iri fanno curriculum e addestrano al potere. Tuttavia, mentre il pianeta di Prodi declina all'orizzonte, non convince affatto evocare una "rimozione", come ha fatto Ernesto Galli della Loggia, come se fosse un riflesso pavloviano della mentalità di sinistra o perfino dell'antropologia comunista. E non aggiunge chiarimenti accennare al cattocomunismo e al dossettismo, vizi ideologici di cui Prodi è stato spesso accusato da destra, ma che non appartengono alla sua cultura. Se è vero che nell'uscita di scena di Prodi c'è un elemento psicologicamente rilevante, che colpisce anche sul piano umano, non ci si può nascondere comunque che Prodi scompare di vista perché è stato decostruito lo schema politico di cui si era fatto leader e interprete. Il prodismo si esaurisce infatti quando Veltroni mette il Pd in corsa solitaria. Finisce lì non soltanto l'idea prodiana dell'alleanza larga, dal centro a Rifondazione comunista, ma anche la nozione dell'alternativa al berlusconismo sostenuta dalle idee di "Romano": il risanamento finanziario perseguito prima con Ciampi e poi con Padoa-Schioppa, l'affidabilità internazionale del governo, il consenso a Maastricht e all'Unione europea, con iniezioni di solidarietà sociale e di sapienza mediatoria, e l'annuncio di sacrifici oggi per consentire la redistribuzione domani. Solo che questa prospettiva si è arenata subito, alla prima legge finanziaria dopo la vittoria dimezzata del 2006, quando i sondaggi sono crollati e il governo Prodi è diventato per molti il governo "delle tasse". Avrebbe avuto bisogno di tempo, e forse anche di una lunga congiuntura economica favorevole. E poiché il tempo è mancato, è stato necessario decostruire il paradigma, procedere a una strategia radicalmente nuova, "correre da soli". Anche perché l'epoca di Prodi era modellata dal sistema maggioritario; mentre l'esperienza di Veltroni si sviluppa di nuovo dentro il sistema proporzionale. Non c'è più bisogno, a quanto si vede, di battere l'altra metà dell'Italia politica, e di organizzare la resistenza alla destra. Occorre semplicemente rendere competitivo un partito contro un altro partito. E l'esito di una tardiva secolarizzazione politica. Per diversi aspetti la situazione si sdrammatizza. A dispetto dei programmi lacerati in pubblico e ridotti a carta straccia, l'orizzonte non sembra quello della battaglia di civiltà. Ma detto questo occorrerà anche augurarsi che in un prossimo futuro non ci sia da coltivare la nostalgia per quell'identità un po' indistinta, per quella politica fatta anche di buoni sentimenti, per quella serietà lievemente noiosa e alla fine impopolare, in cui si riassumeva, nonostante tutto, il prodismo.

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Politiche, ultime ore per le liste - gabriele isman (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Pagina IV - Roma Politiche, ultime ore per le liste C'è tempo fino alle 20. Già ammesse 15 formazioni GABRIELE ISMAN Nella corsa per depositare le liste alla Corte d'Appello in vista delle elezioni - c'è tempo fino alle 20 di stasera - il centrosinistra batte nettamente gli avversari. Ieri, infatti, Partito democratico, Italia dei valori, Sinistra arcobaleno, Sinistra critica di Turigliatto hanno ufficializzato i propri nomi. Stessa mossa anche da Giuliano Ferrara, mentre il Popolo delle libertà provvederà oggi. Per il Partito democratico, nella circoscrizione della Camera Lazio1 (ovvero Roma) il 13 aprile capolista sarà Marianna Madia, numero due Walter Veltroni, e a seguire Paolo Gentiloni, Giovanna Melandri, Enrico Gasbarra, Michele Meta, Ileana Argentin, Massimo Pompili, Renzo Carella, Roberto Morassut, Roberto Giachetti, Walter Tocci, Maria Coscia al numero 13. Al Senato il Pd schiera il capolista Franco Marini, e dopo di lui, Anna Finocchiaro, il generale di corpo d'armata Mauro Del Vecchio, Luigi Zanda e Ignazio Marino, Maria Pia Garavaglia al numero 6, Raffaele Ranucci, Riccardo Milana, Mauro Gasbarri, Lucio D'Ubaldo al 10. Per l'Italia dei Valori, ancora per Lazio1, capolista è Antonio Di Pietro, seguito da Jean Leonard Touadi, Silvana Mura e da Leoluca Orlando. Al Senato sarà numero 1 il segretario regionale, Stefano Pedica, seguito da Claudio Bucci, Viviana Foco, Elio Lannutti, Pancho Pardi e Giuseppe Marchetti-Tricamo. "Su tutti i nostri candidati abbiamo verificato i carichi pendenti" ha detto Pedica, dopo la consegna dei nomi delle liste. Per la Sinistra Arcobaleno, numero 1 al Senato per Loredana De Petris, due Cesare Salvi, tre Luigi Cancrini. Per la Camera a Roma, con lista da presentare oggi, in testa Fausto Bertinotti, due Angelo Bonelli, tre Massimiliano Smeriglio, quattro Carlo Leoni. Anche Giuliano Ferrara ieri ha presentato i propri nomi per la Camera, nella lista Aborto? No grazie: "Saremo presenti solo nella circoscrizione Lazio 1 - ha detto il direttore del Foglio - . Io sono capolista e al secondo posto c'è Olimpia Tarzia, capo del movimento per la vita di Roma, quindi Giorgio Gibertino e Ilaria Occhini". Missione compiuta anche per Franco Turigliatto, il senatore ex-Prc che nel febbraio 2007 contribuì alla crisi del governo Prodi e che per protesta contro le norme sulla presentazione delle liste si era incatenato a un busto di Garibaldi a palazzo Madama. Alla fine, come supporto tecnico, sono arrivati la senatrice Franca Rame e l'europarlamentare Giulietto Chiesa. Quindi, nella lista che si chiamerà Per il bene Comune, lo stesso Turigliatto sarà numero 1 al Senato nel Lazio. Per la Camera, nella circoscrizione Lazio 1, spetterà invece a Flavia D'Angeli il ruolo di prima candidata, e dopo di lei Armando Morgia, 33 anni. Il Popolo delle libertà depositerà oggi le sue liste. Alla Camera Lazio1 capolista è Berlusconi, e dopo di lui, Gianfranco Fini, il candidato sindaco a Roma Gianni Alemanno, Fabrizio Cicchitto, il coordinatore laziale di Forza Italia Francesco Giro, Mario Pescante, Beatrice Lorenzin all'undicesimo posto, Melania Rizzoli (moglie dell'editore Angelo) al tredicesimo. Per la Camera 2, dopo Berlusconi e Fini, Rocco Crimi e Fabio Rampelli. Al Senato, capolista sarà Marcello Pera, due Maurizio Gasparri, tre Lamberto Dini, quattro Mauro Cutrufo, e all'undicesimo posto, l'ex presidente della Roma Giuseppe Ciarrapico. E Francesco Storace afferma che per La Destra si candideranno, al Senato, lui e Luca Romagnoli, leader di Fiamma Tricolore.

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MUSSI Essere di sinistra ha ancora un senso (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

MUSSI Essere di sinistra ha ancora un senso MAURIZIO BELPIETRO Intervista I rapporti con gli ex compagni? "Raffreddati". La svolta di Veltroni? "Un partito all'americana senza l'America". Il Pci? "Nessuna nostalgia. Era D'Alema a essere dubbioso sulla trasformazione in Pds". L'ex leader della sinistra ds spiega lo strappo. E il rifiuto a un Pd "riformista". Negli ultimi quarant'anni Fabio Mussi non si è perso neppure una campagna elettorale. Migliaia di comizi, prima sotto le bandiere del Pci, poi del Pds e infine dei Ds. Questa volta invece è costretto in panchina. E non per la regola che pensiona i parlamentari con più di tre mandati, ma per disposizione dei medici. Il 12 febbraio il ministro dell'Università si è sottoposto a un trapianto di reni. La convalescenza non è la sola novità di questa chiamata alle urne: al suo fianco per la prima volta non ci sono Massimo D'Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino. Soltanto la moglie, Luana. Non solo perché i medici gli hanno imposto rarefatte visite, ma anche per lo strappo che tra i quattro si è consumato mesi fa, quando Mussi invece di entrare nel Pd ha scelto la Sinistra arcobaleno, lo schieramento guidato da Fausto Bertinotti. Ministro, che effetto le fanno queste elezioni senza i compagni di una vita? D'Alema, Veltroni e Fassino restano amici, ma sono contento delle scelte che ho fatto. Non la chiamano più babbo? Ci siamo un po'persi. Come dissi una volta: un giorno il babbo si è svegliato e i figli se n'erano andati. Dove? In un curioso aggregato americanizzante, un partito all'americana ma senza l'America. Gli Stati Uniti non sono solo il bipartitismo, ma anche un sistema istituzionale di pesi e contrappesi. E poi si fa una scelta stelle e strisce proprio nel momento in cui quel grande paese è in crisi... Spunta l'antiamericanismo? Io sono di cultura tedesca, ma non sono antiamericano: mi limito a osservare che per gli Stati Uniti è un momento critico. In questi anni gli Usa sono stati esportatori di debito, inquinamento e guerra. Tifa per Barack Obama o per Hillary Clinton? Per ora non ho capito cosa annunciano al resto del mondo. A parte la vision, la mission e la passion. Speriamo tirino fuori idee vere, grandi proposte. Torniamo all'Italia: perché ce l'ha tanto con i suoi ex compagni? Non ce l'ho con loro, anzi credo di aver lasciato con una certa eleganza. Ce l'ho con il loro progetto, con questa presunta modernità. Non le piacciono le innovazioni? Vede, nuovo e vecchio, moderno e antico, non vogliono dire nulla. Sono categorie descrittive, ma non significano meglio o peggio, sensato o sbagliato. Moderno è ciò che viviamo ora, ma infinite cose moderne sono aberranti. Il Pd per lei è aberrante? No, apprezzo l'energia che ci sta mettendo Veltroni, la sua è una campagna forte. Ma è l'idea di fondo che non mi convince: che senso ha parlare di nuovo partito se non si chiarisce che cosa si vuole fare, se dentro c'è un po'di tutto? Allude ai precari e a Massimo Calearo? Con tutto il rispetto, Calearo non è un imprenditore qualsiasi. Ha interpretato la protesta contro la tassazione, è stato uno dei duri nella trattativa dei metalmeccanici. Si è scelto un falco. Veltroni ha detto di voler fare un patto con i produttori. Ma quello sta nella tradizione del Pci. Lo stato sociale è il frutto del patto con i produttori, di un compromesso tra capitale e lavoro. Ci si arriva dopo lotte e conflitti. A me piacerebbe un patto tra imprenditori e lavoratori sulle grandi questioni di formazione, ricerca, innovazione e ambiente. Ma non c'è. Si possono fare compromessi solo ammettendo l'esistenza di un conflitto tra capitale e lavoro. Salario e profitto non sono la stessa cosa e l'operaio non è un imprenditore. Veltroni ha una visione armonica che non esiste. Per lei il mondo resta sempre diviso in destra e sinistra? Sì, destra e sinistra sono categorie dotate di un senso. Io sono di sinistra. Il Pd non è di sinistra? È Veltroni che, nell'intervista a El País, ha detto che il Pd è "riformista", non di sinistra. Dica la verità: è un nostalgico del vecchio Pci? No, sono stato uno dei più accesi sostenitori della svolta del 1989, quando il Pci si trasformò in Pds. La scelta era matura già da quando Enrico Berlinguer intervenne sui fatti di Polonia, ma il gruppo dirigente del Partito comunista costrinse il segretario generale a fare retromarcia. Tre anni dopo Berlinguer morì e ci volle ancora molto tempo perché si decidesse di superare il Pci. Il Partito comunista italiano era un'eresia, ma l'eresia ha senso fin che esiste una chiesa. Fu Achille Occhetto alla fine a decidere di cambiare, caricandosi sulle spalle la responsabilità della svolta e salvando la sinistra italiana. Per questo gli avete dato il benservito? Fu costretto a dimettersi dopo la sconfitta elettorale del 1994 con una certa brutalità. Da lì inizia il momento di raffreddamento dei miei rapporti con D'Alema. Sulla svolta di Occhetto, D'Alema con chi stava? Era il più dubbioso: altri come me erano più convinti della trasformazione in senso europeo del partito. È una critica all'ex compagno? Massimo ha grandi meriti: fu tra gli edificatori dell'Ulivo, ma anche colui che lo liquidò. Era una grande idea di coalizione: una grande sinistra in un grande Ulivo. Questo è il progetto in cui ho creduto. Ma adesso non ci sono più né l'Ulivo né la sinistra. Lei magnifica l'Ulivo, ma dimentica di parlare di Romano Prodi e del suo governo. Ci arrivo. Con il governo Prodi si sono commessi errori, ma ciò che mi colpisce della campagna elettorale di Walter è la mancata assunzione di responsabilità nei confronti dell'esecutivo e degli sbagli commessi. Beh, Veltroni non c'era, faceva il sindaco di Roma. Ma io c'ero e c'erano molti di quelli che ora stanno nel Pd. Su 25 ministri, 18 fanno parte del Partito democratico: il presidente del Consiglio, i due vicepresidenti, alcuni dei ministri più importanti. Non si può dire allora che le cose sono andate male per colpa dei partiti minori. Ma chi ha impedito al governo di intervenire a favore dei salari? I piccoli partiti o quelli maggiori? Il leader del Pd accusa alcuni ministri di essere andati in piazza contro il governo. Sì, ma non eravamo noi. Al Family day, contro una legge del governo, i Dico, c'erano Giuseppe Fioroni, che sta nel Pd, e Clemente Mastella. E contro l'indulto c'era Antonio Di Pietro, che ora è alleato del Pd. Veltroni vi ha messo nel mirino? Scarica su di noi perché è la cosa più facile. Ora sento che promette di ridurre l'Irpef, di dare soldi ai precari, case popolari, asili nido e perfino 2.500 euro per figlio. Mi domando: ma se a maggio si potrà fare tutto ciò nonostante la recessione internazionale, perché non lo si è fatto con l'ultima Finanziaria? Perché invece di far scendere il deficit all'1,9 non ci si è fermati al 2,4, com'era previsto nel pieno rispetto dei parametri europei? Lo sa quanto vale lo 0,5 del deficit? Otto miliardi di euro. Lo sa cosa si sarebbe potuto fare con 8 miliardi di euro? Scusi, ma anche lei parla ora. Perché non l'ha detto quando era al governo? Io ho minacciato due volte le dimissioni perché volevano tagliare i soldi alla ricerca. A parole volevano finanziare l'università, gli studi e l'innovazione, ma se fosse stato per loro non avremmo neppure confermato i fondi già bassi stanziati da Letizia Moratti col governo Berlusconi. E quando minacciavo di dimettermi non ho mai trovato al mio fianco i ministri del Pd. Con i suoi ex compagni ha proprio il dente avvelenato. Diciamo che i rapporti si sono raffreddati. Sono lontani i tempi in cui D'Alema, Veltroni e Fassino regalarono a Mussi un riproduttore di cd Bang & Olufsen per il suo compleanno. Ormai è un'altra musica.

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Battaglia difficile per la falange rosa (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Battaglia difficile per la falange rosa ROMANA LIUZZO Verso le elezioni Verrà mantenuta la promessa di più donne in Parlamento? Le candidate dubitano. E preparano una campagna elettorale diversa dal solito. C'è chi l'ha ribattezzata falange rosa, chiedendo il 50 per cento di candidature femminili sia alla Camera sia al Senato. Come Vittoria Franco, presidente della commissione cultura del Pd. E chi invece si infastidisce al solo pensiero, stufa di sentir parlare di quote rosa. "Chiamiamole piuttosto quote... fucsia. È essenziale valorizzare le donne brave, sarebbe un boomerang chiedere una maggiore rappresentanza nella classe dirigente (politica e non) solo perché donne. Significa che ci accontentiamo di una Barbie" spiega a Panorama Giulia Bongiorno, candidata per il Lazio di An per il Popolo della libertà. "La mia campagna elettorale non punterà su effetti speciali: sono convinta che la gente sia stanca di promesse e voglia concentrarsi sulla qualità dei componenti della classe dirigente. Parlerò di giustizia e di donne. Dove? Da qualche giorno mentre corro per il centro storico di Roma fin su a Villa Borghese la gente mi fa tante domande sul futuro politico: io con un po' di fiatone mi fermo. Ma poi riprendo la corsa. Ecco, forse la campagna elettorale la farò così perché non si può attendere più. È giunto il momento di correre, correre, correre" conclude l'avvocato di Giulio Andreotti. Donne all'attacco, anche perché, al di là delle promesse, c'è il sospetto che alla fine la forte presenza femminile in Parlamento resterà un'utopia confinata nel limbo delle buone intenzioni. Nelle liste del Pd si sono rivelate, in molti casi, semplici specchietti per le allodole. A Milano, per esempio, solo tre candidate sulle 15 presentate hanno ragionevoli possibilità di essere elette. Destra e sinistra un'idea comune sembravano averla. "La campagna elettorale? Famola strana" per dirla con Carlo Verdone. Walter Veltroni ha chiesto ai dirigenti delle 110 province un tour elettorale innovativo ("non solo comizi, voglio visitare luoghi simbolici e andare a pranzo nelle case delle famiglie"). E mentre il leader del Pd e la Sinistra arcobaleno si inseguono sui voti di gay e trans (il Pd candida Paola Concia, fondatrice di Gayleft, e la Cosa rossa risponde con l'ex deputato di Rifondazione Vladimir Luxuria), ad appoggiare La destra di Francesco Storace, con Daniela Santanchè candidata premier, ecco la sorpresa: la giornalista sportiva Paola Ferrari, nuora di Carlo De Benedetti: "Sono da sempre una donna di destra e Santanchè è una cara amica" spiega. Madri e bambini insieme, con indosso una maglietta: "Forza Stefy". Solo Gianmaria, il figlio della candidata siciliana Stefania Prestigiacomo, ne avrà una diversa. Ci sarà scritto: "Forza mamma". "Saranno 60 giorni molto pesanti, andremo per la strada, nelle palestre, nei mercati in tutta la Sicilia orientale, Siracusa, Messina, Ragusa" spiega l'ex ministro per le Pari opportunità del governo Berlusconi. "Non terremo comizi, piuttosto staremo in mezzo alla gente, io e le mie collaboratrici con i figli. Tutte insieme tra la folla". Da un capo all'altro dell'Italia in mezzo al popolo (ma in Lombardia e per il Pd) Linda Lanzillotta. L'ex ministro per gli Affari sociali avrà il suo bel daffare. "La gente in questo momento è esasperata, percepisce una politica lontana. Non terrò comizi, il rapporto deve essere dialettico e molto femminile. Farò campagna elettorale al mercato, dove ho proseguito ad andare mentre ero ministro, in autobus e con gli amici dei figli". Orizzonti diversi per Michela Vittoria Brambilla. Il presidente dei Circoli della libertà, ridimensionata da Silvio Berlusconi sui seggi (partita da 30 posti, sarebbe scesa a 10, ma difficilmente riuscirà ad averne cinque), spiega a Panorama: "I tempi di questa campagna elettorale sono stretti. Ma almeno sulle grandi questioni vorremmo adottare il metodo delle primarie con i gazebo dei Circoli della libertà. L'idea del pullman di Veltroni non è originale: noi abbiamo un bus che sta girando l'Italia da dicembre, senza grancassa mediatica, ma con l'obiettivo di far partecipe tutto il Paese della novità del Popolo della libertà (che, è meglio ricordarlo, non è nato in febbraio, ma il 18 novembre) per raccogliere adesioni, idee, proposte". Sulla guerra dei seggi si fa sentire anche Alessandra Mussolini, ex Alternativa sociale, confluita nel Pdl: "Non vorrei fare la figura della venditrice di tappeti che chiede otto per avere quattro. In quanto alla campagna elettorale, ho sempre fatto di tutto, pure attaccare manifesti con l'aiuto delle figlie". Laura Ravetto (candidata del Pdl, Lombardia 2) sostiene che "il dibattito politico non è in tv ma tra la gente. Berlusconi è il numero uno, il mio coach, ci segue, ci consiglia. Io farò campagna elettorale sul treno: la gente mi riconosce, chiede, si parla. Oltre a Berlusconi mi consiglia il mio fidanzato: è avvocato e raccomanda: "Lascia perdere i bla bla, sii concreta"". Beatrice Lorenzin, coordinatrice nazionale giovani Lazio, nata ad Acilia, ex giornalista a Ostia: "La mia sarà una campagna elettorale maschile, girerò in camper. Ci sono 20 appuntamenti già in calendario: piazze, assemblee, palestre, università e due eventi. Nel programma, al primo posto, il piano casa: per un terzo da realizzare con affitti concordati. Il Piano regolatore di Veltroni è solo un grande pasticcio". Altro partito, altre donne. Oltre ai nomi storici della sinistra (Giovanna Melandri, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Emma Bonino, Livia Turco) ci sono anche altre candidate doc. Cristina De Luca, ex sottosegretario alle Solidarietà sociali (Pd), in corsa a Roma per il Senato, è contraria ai comizi. "Una campagna elettorale camminando per le strade, animata da dibattiti, privilegiando le periferie. La prima emergenza? Riformare la legge sull'immigrazione: deve entrare più gente regolarmente e va contrastata la criminalità". Un'altra è Marina Sereni, capolista in Umbria alla Camera per il Pd. Dice a Panorama: "Si parte da Perugia e Terni fino ad arrivare a Foligno e Spoleto. Le donne sono più brave a toccare i temi della vita concreta perché ne conoscono le difficoltà quotidiane: negli ospedali, nei mercati, nelle palestre toccheremo temi come il costo della vita, la sicurezza, ma soprattutto l'aiuto alle famiglie degli invalidi".

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Una democrazia di credenti (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

L'ARCITALIANO Una democrazia di credenti. GIULIANO FERRARA Dalla campagna elettorale americana arrivano grandi lezioni. Non solo di oratoria. Che però la Spagna e tantomeno l'Italia non sono in grado di raccogliere. Una democrazia di credenti, e l'oratoria come preghiera civile. Quelli di Barack Obama, dicono: "Yes, we can". Quelli di Hillary Clinton rispondono: "Yes, she will". Nel primo caso l'accento cade sul noi e sul possiamo farlo, che è un futuro di sogno. Nel secondo caso cade sul lei e sul futuro di realtà, "she will". In America i segni contano. Dwight D. Eisenhower, detto Ike, fu eletto con lo slogan eufonico e allitterativo "I like Ike". Il grande linguista Roman Jakobson dedicò pagine persuasive all'analisi del linguaggio politico americano, alla sua brevitas che è un residuo dello spirito classico respirato dalla comunità civile di quel paese. Alla sua efficacia. Alla sua chiarezza. Al suo senso filosofico. E noi qui oggi, in Italia, cerchiamo di mutuare quel vantaggio comunicativo con i nostri "Si può fare" (Walter Veltroni) e "Rialzati, Italia" (Silvio Berlusconi). Abbiamo anche noi per la verità un passato di sloganeria efficace, quando il regime e il suo Duce inquadrarono le masse e diffusero il messaggio politico seriale in un paese non più censitario e liberale: dal "Credere, obbedire, combattere" fino al longanesiano "Spunta il sole, canta il gallo, Mussolini monta a cavallo". Ma la nostra antica chiave di violino era legata o al disciplinamento del popolo o al gusto dell'avanspettacolo. C'era qualcosa di culturale o di sornione che nella democrazia americana, una democrazia di credenti, è del tutto sconosciuto. Una democrazia di credenti, appunto. Non è il nostro caso. Lo scetticismo dell'antica sapienza italiana impedisce a Berlusconi e Veltroni di attingere gli stessi risultati che sono a portata di mano dei candidati. I nostri leader invidiano quelle frasi brevi, quei discorsi in cui quasi tutto è implicito, la grammatica già conosciuta, e solo l'accento cambia con il tempo e le occasioni diverse. Anche John McCain non ha bisogno di troppe parole per spiegarsi. Dice che il presidente si elegge valutando la sua vita, ed è già tutto chiaro: McCain è un eroe di guerra in un paese in cui guerra ed eroismo sono ancora pane quotidiano. Si dichiara un vero conservatore, e il pubblico capisce in un attimo che in quella parola non è evocata grettezza retrograda, ma un insieme di criteri e idee che emanano calore politico e civile. Anche il coniuge accanto ha un significato religioso. È il testimone diretto di un sacramento rispettato. È la sentinella di una promessa privata che ha incidenza pubblica. Uno dei problemi di Hillary è che il suo, di coniuge, provoca un misto di attrazione, perché è sexy, e di repulsione, perché l'idea di rivederlo ciondolare negli uffici che furono teatro delle sue gesta erotiche sconcerta il pubblico. I democratici clintoniani si augurano che Bill tenga serrata la patta dei pantaloni fino al momento del voto. Hillary dovrà fare uno sforzo supplementare per superare l'handicap. Infatti suo marito dopo le elezioni in Ohio e in Texas, con la brillante rimonta della moglie, è scomparso dal podio. La democrazia credente ha un vantaggio. Anche la peggiore delle divisioni politiche si realizza nella comunione intorno alla sacralità delle istituzioni e della verità da tutti abbracciata. Ho visto il faccia a faccia, molto latino e un po' teppistico, tra José Luis Zapatero e Mariano Rajoy in Spagna: si sono dati del bugiardo sistematicamente. In America non ci si può dare del bugiardo. "Are you calling me a liar?", mi stai dando del bugiardo?: ecco una frase contundente, che si rovescia pericolosamente su chi è sospettato di adottare una tattica spregiudicata e sleale, inammissibile. Lì la politica è di parte, ma la verità che la legittima è di tutti.

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Il mio Pd è come Forza Italia del '94 (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Il mio Pd è come Forza Italia del '94 STEFANO BRUSADELLI Parla Franceschini Oggi, dice il numero due del partito veltroniano, la vera novità siamo noi. E anticipa: non è scontato che i futuri capigruppo siano un ds e un dl. "Ormai non è scontato niente. Nemmeno che i futuri capigruppo del Partito democratico vengano uno dall'ex Quercia e l'altro dall'ex Margherita". Con l'aria esausta e felice di chi ha appena superato un esame studiando la notte, Dario Franceschini vuole terremotare un'altra volta gli equilibri dello schieramento dove si è conquistato i galloni di numero due. A maggio dell'anno scorso fu proprio una sua intervista a Panorama ("il leader eleggiamolo direttamente") a indirizzare verso le primarie e il veltronismo i destini di un Pd narcotizzato dalla melassa prodiana. Adesso, nello studio al Nazareno dove ha appena ultimato l'improba fatica delle liste elettorali, ha voglia di parlare del futuro del suo partito, che vede come un frullatore di storie, di persone e di culture. Ha in mano i tabulati delle candidature, li scorre avanti e indietro, legge col suo accento da padano della Bassa: "Veronesi, Madia, Carofiglio, Boccuzzi, Calearo, Colaninno. E mi fermo, ma potrei andare avanti per un bel pezzo. Cosa sono questi: diessini o diellini? Nel futuro Parlamento la metà dei nostri eletti sarà come loro, senza una passata appartenenza politica. Che senso ha allora continuare a ragionare in termini di partiti di provenienza? E poi sulle presidenze saranno i gruppi a decidere, in autonomia. Potrebbero esserci sorprese". A proposito di liste, svela anche un piccolo segreto, come fa il cuoco con la ricetta di un manicaretto. "Guardatele bene. Giostrando tra Camera e Senato abbiamo fatto in modo di concentrare gli opposti nelle stesse regioni, in modo da non far apparire mai la lista troppo sbilanciata da una parte o dall'altra, dando a tutti gli elettori la possibilità di riconoscersi. In Lombardia Matteo Colaninno e Pietro Ichino, ma anche Furio Colombo. In Veneto Massimo Calearo insieme ai sindacalisti Pierpaolo Baretta e Paolo Nerozzi. In Piemonte, il teodem Luigi Bobba con Emma Bonino...". Resta il fatto che il Pd disegnato dal tandem Veltroni-Franceschini assomiglia a un'area geografica a rischio, balcanica o mediorientale. Un duro della Federmeccanica come Calearo (nemico dichiarato del contratto nazionale e dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) dovrà stare in un partito che, anche attraverso le candidature di due dirigenti importanti come Nerozzi (Cgil) e Baretta (Cisl), ha riallacciato un'intesa con il sindacato. I radicali si ritrovano a gomito a gomito con la squadra teodem, mentre temi drammatici come aborto, eutanasia, testamento biologico si impadroniscono dei giornali e delle coscienze. Senza contare che un Pd dove l'avversione per il giustizialismo non è più limitata alla pattuglia pannelliana, ma ormai è condivisa anche da ampi settori ex diessini (dalemiani in testa), si è scelto come unico alleato "esterno" proprio Antonio Di Pietro. Come si farà a gestire i gruppi parlamentari, che hanno già ballato pericolosamente nella scorsa legislatura soprattutto per le frequenti dissociazioni dei teodem? Franceschini, che nella parte iniziale della legislatura ha fatto il capogruppo a Montecitorio prima di passare il testimone ad Antonello Soro, fa professione di ottimismo. "Intanto tutti quelli che accettano la candidatura sono vincolati al rispetto del programma. Che non è un programma di coalizione, come quello preparato da Romano Prodi nel 2006 per tenere insieme tutto, da Clemente Mastella a Rifondazione, ma è un programma di partito, quindi opera delle scelte più nette". L'obiezione è che per non replicare il famoso mostro prodiano dalle 281 pagine il Pd ha adottato un documento leggero, quasi un'intelaiatura, che certo non potrà fornire indicazioni chiare in tutte le circostanze. "Vorrà dire che se ci saranno scelte da fare il gruppo le farà, anche attraverso un voto a maggioranza. E a quel punto chi non sarà d'accordo si adeguerà". Poi, però, c'è il capitolo delle materie che hanno a che fare con la vita e con la morte. E qui il cattolico Franceschini si ferma, rispettosamente. "Fecondazione, cellule embrionali, testamento biologico... I progressi della scienza ci porteranno sempre più spesso, come politici e come legislatori, ad affrontare temi come questi. Sui quali non si può costringere nessuno a seguire l'indicazione della maggioranza. Qui la libertà di coscienza è intangibile". E allora? Rivedremo i teodem far impazzire i loro capigruppo, e magari votare di frequente con il centrodestra? Il numero due del Pd non può escludere il rischio, ma propone a tutti uno sforzo di buona volontà, un approccio diverso rispetto al passato. "In questi anni la libertà di coscienza è stata una sorta di clava agitata sia dai laici che dai cattolici già all'inizio del dibattito. "Tanto su questo punto non potrò mai cambiare idea" è stata la formula che ho sentito troppe volte. Ora invece dovremo imparare ad ascoltarci di più. Superare la paura della diversità. E la libertà di coscienza deve diventare la riserva finale, da spendere alla fine del dibattito, non all'inizio". E comunque Franceschini questa storia del Pd che contiene tutto e il contrario di tutto, come fosse un'incarnazione collettiva del "ma anche" veltroniano, non la vive come un problema, ma come una ricchezza. Anzi, come la naturale conseguenza della vocazione del partito. "Le liste sono così perché esattamente così le volevamo. Intendevamo creare una grande forza nazionale che portasse dentro di sé tutto il Paese, capace di parlare non solo al popolo di centrosinistra, ma a tutti gli italiani. Dopo la crisi della Dc e del Pci l'Italia ha visto per 15 anni solo tentativi di costruire partiti personali oppure identitari, legati a una specifica cultura politica. E qui ci metto anche il Ppi. Ne è uscito un Paese frammentato, fino all'esasperazione. Ora, finalmente, abbiamo un grande partito che supera tutte le vecchie divisioni. Quello che vorrei spiegare bene è che mettere nella stessa lista imprenditori e sindacalisti, atei e cattolici, ricchi e poveri significa lavorare perché cadano anche in Italia i muri tra industriali e operai, tra professionisti e impiegati, tra laici e cattolici, tra Nord e Sud". Nel nuovo bipolarismo italiano, accanto al Pd c'è il Popolo della libertà berlusconiano. Non è anche quello un esempio di partito-paese? Il vicesegretario del Pd, che comunque nei confronti dell'avversario politico non usa mai toni aspri, tiene a distinguere i due percorsi. "Apprezzo il tentativo del Pdl, che è chiaramente frutto della nostra iniziativa. Ma si tratta di cose diverse. Noi siamo un partito reale, loro sono un partito virtuale. Nel senso che mentre noi abbiamo già fatto i congressi di scioglimento di Ds e Margherita, e poi le primarie per investire la nuova leadership, loro sono ancora un cartello elettorale. Assomigliano a ciò che eravamo noi due anni fa, alle elezioni del 2006, con la lista dell'Ulivo alla Camera. Mi auguro che dopo il 13 aprile anche loro divengano veramente un partito". Ma Silvio Berlusconi a Franceschini ispira piuttosto un'altra riflessione, sulla quale fonda ottimismi in parte confortati dai sondaggi che gli vengono recapitati. "Oggi il Pd è ciò che era Forza Italia nel '94. Berlusconi avrà pure messo in campo la sua ricchezza e le sue tv, ma ha risposto a una domanda di cambiamento che c'era in Italia all'inizio degli anni 90. Ora alla stessa domanda che si ripete noi diciamo: se vince Berlusconi con i suoi alleati voi già sapete, nel bene e nel male, che cosa vi potete attendere. Avete provato loro, adesso provate noi. E aggiungiamo: non avreste l'ennesimo governo di coalizione, ma il governo, e la maggioranza, di un solo partito".

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La prudenza del Cavaliere (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

FUORI PORTA La prudenza del Cavaliere. BRUNO VESPA Con le cupe previsioni di crescita, sognare non si può più. E per molti aspetti i programmi di Pdl e Pd si somigliano. Decisiva sarà la fiducia degli elettori nelle capacità dei leader. A poco più di un mese dalle elezioni Silvio Berlusconi si trova per la prima volta a coniugare i sogni con la realtà. Nel 1994 e nel 2001 vinse perché era l'uomo capace di far sognare gli italiani. Nel 2006 sfiorò la vittoria dopo una clamorosa rimonta perché convinse gli indecisi che Romano Prodi avrebbe messo più tasse e lui le avrebbe tolte, a cominciare dall'Ici. Adesso ci riprova e candidandosi per la quinta volta a guidare l'Italia ha detto che sarà l'ultima. Se riuscirà a vincere, sarà perciò la sua legislatura più importante: quella che in positivo o in negativo lascerà il segno della sua avventura politica. Il programma del Popolo della libertà e l'illustrazione che Berlusconi va facendone nelle sue apparizioni televisive vanno letti in questa ottica: sognare, ma con i piedi per terra. Nella campagna elettorale del 2001 il Cavaliere si trovava con una previsione di crescita annua del 3 per cento, poi appena arrivato a Palazzo Chigi insieme con le Torri gemelle gli cadde addosso la crisi economica internazionale. La ripresina, quasi per una beffa, sbocciò con l'arrivo di Prodi al governo, ma si è spenta dopo pochi mesi e l'Italia si trova in coda alla classifica europea. Per capirci: questa settimana Newsweek parla di crisi spagnola perché la crescita è scesa dal 3 a poco più del 2 per cento. Per noi quest'anno sarà grasso che cola superare il mezzo punto. Questa cappa ha indotto Berlusconi a cambiare tono. Un esempio: l'abolizione dell'Ici sulla prima casa e l'abolizione di ogni tassa sulle successioni e le donazioni hanno un alto valore simbolico, ma costano relativamente poco: 2 miliardi la prima, 300 milioni la seconda. La detassazione degli straordinari (1 euro lordo uguale a 1 euro netto) costa 2 miliardi, il piano per facilitare gli affitti altri 3 miliardi. La somma di questi tre provvedimenti fa mezzo punto di pil. Altri progetti sono più impegnativi e vanno spalmati sull'intera legislatura: la detassazione di tredicesime e quattordicesime (7,9 miliardi), l'introduzione del quoziente familiare per favorire le famiglie monoreddito (da 8 a 10 miliardi) e l'abolizione progressiva dell'Irap (da una base di 20 a un saldo di 33 miliardi). Berlusconi non usa più il trionfalismo di un tempo: il grande trascinatore ha rallentato il passo, ma tende la mano agli italiani chiedendo di fidarsi di lui nel difficile attraversamento del guado. Su molti aspetti i programmi del Partito democratico e del Pdl si assomigliano. L'elemento decisivo sarà dunque la fiducia degli elettori nella capacità di Berlusconi e di Walter Veltroni di portarli avanti. Per entrambi contano evidentemente le referenze. Veltroni dice che il Cavaliere non ha mantenuto il "patto con gli italiani" sottoscritto nel 2001. Berlusconi gli risponde che secondo l'Università di Siena lo ha invece attuato all'85 per cento. Veltroni parla come il leader di una forza assolutamente nuova, Berlusconi gli ricorda che il Pd era l'architrave del governo Prodi. Entrambi si presentano agli elettori con le mani libere da alleati ingombranti. Con questa premessa, da chi ci si può attendere la ripresa delle grandi opere pubbliche bloccate dall'Italia del no? Da chi il progressivo smantellamento di apparati burocratici inutili, a cominciare da molte province e da molte comunità montane? Da chi una riforma della giustizia che renda quella italiana meno dissimile da quella europea? Da chi una progressiva riduzione delle imposte affiancata tuttavia da una seria e ragionevole lotta all'evasione fiscale, che è lo Scandalo italiano con la maiuscola? Sono questi gli elementi che frenano l'Italia. Sono queste le vere domande alle quali gli elettori sono chiamati a rispondere.

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Hanno spento Ciccio il futurista (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Hanno spento Ciccio il futurista GIANCARLO PERNA Chiaroscuri Il vero Storace, quello che ha preso di petto perfino Napolitano, era brillante, rodomonte, sboccato. Oggi usa le stesse argomentazioni di Pier Ferdinando Casini. Da quando si è messo in proprio Francesco "Ciccio" Storace si è spento. Lui che era un imbattibile casinista ora è surclassato in euforia da Daniela Santanchè, candidata premier della Destra. L'ultimo atto autenticamente storaciano di Ciccio sono le celebri grucce che inviò a Rita Levi Montalcini, colpevole di fare da stampella al governo col suo voto di senatrice a vita. Una garbata allusione che nel suo gergo suonava: dato che hai 45 anni per gamba, i bastoni ti aiuteranno a correre in soccorso di Romano Prodi. Ne seguì una polemica incandescente. Il presidente Giorgio Napolitano stigmatizzò le grucce alla quasi centenaria definendole "indegne". Ciccio rispose che "indegno della carica usurpata" era Napolitano per "disdicevole storia personale", ossia per essere stato comunista. Conclusione: è finito sotto inchiesta della procura di Roma per offese al capo dello Stato. Può piacere o no, ma quello era lo Storace autentico: futurista, rodomonte, sboccato. Era anche un debutto col botto della Destra, il partito che Ciccio aveva appena fondato in astio a Gianfranco Fini, accusato di rammollimento doroteo. Ma tutto ciò, che risale al luglio 2007, è ormai archeologia. Lo Storace di oggi è la brutta copia di se stesso. Piagnucola perché la tv lo trascura, come faceva Marco Pannella 20 anni fa, e chiede voti per bloccare l'inciucio Veltroni-Cav, lo stesso argomento che usa Pier Ferdinando Casini. È un pesce fuor d'acqua. Ciccio è un buon luogotenente, non un capopartito. Storace fu, agli inizi degli anni Novanta, un mirabile portavoce di Gianfranco. Fantasioso e ballista come pochi, telefonava di continuo alle redazioni dei giornali per segnalare dichiarazioni dell'allora segretario missino. Il bello è che nessuna era di Fini, ma tutta farina del sacco di Storace che le inventava lì per lì per fare trambusto. Grazie a questo illusionismo Gianfranco divenne un divo ed ebbe diverse soddisfazioni elettorali. Il portavoce combinava però anche pasticci. Un giorno s'incaponì a dare le pagelle ai giornalisti: Michele Santoro "abile"; Lilli Gruber "meno abile di Santoro"; Barbara Scaramucci (tg regionale) "andrebbe arrestata". Snocciolava i giudizi a intervalli e scatenava ogni volta un putiferio. Così Fini, per gratitudine da un lato e per tenerlo buono dall'altro, cominciò a dire di sì a tutte le richieste dell'esuberante spalla. Il caso più clamoroso fu nel 2005 quando Storace, che puntava al bis come governatore del Lazio, fu battuto da Piero Marrazzo, candidato ds. Furente per la trombatura, Ciccio pretese un posto di ministro. Gianfranco alzò gli occhi al cielo e ne fu illuminato. A freddo, fece cadere il governo Berlusconi II, costrinse il Cav a licenziare il ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, e piazzò Ciccio al suo posto. Per darglielo affrontò perfino uno scontro in An. Stralunato per l'ingresso di Storace, suo avversario interno, il ministro Maurizio Gasparri pose l'aut aut: "O lui o io". "Lui" sentenziò Fini e dette all'altro il benservito, sostituendolo nel Berlusconi III con Mario Landolfi alle Comunicazioni. Poiché lo aveva nutrito col ciucciotto, il capo non si aspettava che il pupillo gli voltasse le spalle, come invece è avvenuto l'anno scorso. Lì per lì, tra loro è calato il gelo. Ora pare che si riparlino, ma solo per telefono e unicamente di politica. Il 13-14 aprile Storace punta ad agguantare il 4 per cento dell'elettorato, quello deluso da Fini. Se ce la farà, aggiungerà una quarta legislatura alle tre che ha già alle spalle. Se no, ha due opzioni: andare in pensione a 49 anni o tornare all'ovile. Storace è incappato in due disavventure. Da governatore è finito nel Laziogate. Un'oscura vicenda di presunto accesso illegale nel sistema informatico del Comune di Roma per carpire informazioni su Alessandra Mussolini, sua antagonista da destra, e Piero Marrazzo, suo concorrente a sinistra. È stato rinviato a giudizio e il processo è in corso. Da ministro è stato, invece, indagato per finanziamenti irregolari alla ricerca sanitaria. Nonostante queste ombre, nessuno lo considera disonesto. Gli piace però stare sul crinale per alimentare la sua fama di ardimentoso. Quando ancora era governatore incappò nella farsesca vicenda della colomba pasquale riempita di denaro. Mentre Ciccio era in vacanza sull'isola di Paxos ospite di Potito Salatto, un ex dc dei tempi di Vittorio Sbardella poi diventato seguace di An, giunse un pacco al palazzo della Regione Lazio. Esaminandolo, gli addetti sobbalzarono: era manomesso. Aperto, comparve una colomba di Pasqua spaccata in due. Al suo interno, una montagna di mazzette. Subbuglio generale e incertezza sul da farsi. Si decise di telefonare in Grecia al governatore per chiedere lumi. "Quanti soldi ci sono?" fu, secondo la leggenda, la prima, guardinga, reazione di Ciccio. "Da comprarci un castello" fu la risposta dello staff. Silenzio dall'altra parte. Si può immaginare un tumulto di sentimenti: sogni, Seychelles... Ma fu un attimo e subito prevalse la natura sana di Ciccio che, indignato, urlò al cellulare: "Torno subito". E una volta a Roma convocò una conferenza stampa per denunciare il tentativo di corruzione. Insomma, al di là dello stile sanguigno, un brav'uomo. Quando cominciò a militare nel Msi, Storace aveva i calzoni corti. Fece l'attacchino, il volantinaggio, gridava "eia eia alalà". Ebbe scontri fisici con i comunisti. Le dette e le prese. A un certo punto, entrato nel mirino, dovette lasciare il liceo del suo quartiere ed emigrare al San Leone Magno, dieci chilometri più in là. Si attaccò al senatore Michele Marchio di cui divenne autista e factotum. Dopo la maturità scientifica entrò al Secolo d'Italia che era la palestra politica dei missini più svegli. Lavorò a gomito a gomito con Fini, Teodoro Buontempo, Gasparri. Non era un Montanelli, ma aveva grinta. Correva qua e là, dando l'anima. Legò in particolare con Buontempo, che oggi è con lui nella Destra, e vestivano allo stesso modo, cioè male. A rieducarlo fu la moglie Rita, figlia di un pasticciere siciliano. Lo raffinò e sfinò facendogli perdere diversi chili che oggi ha ripreso con gli interessi. Morto Marchio, Ciccio si rifugiò sotto l'ala di Fini e la sua vita si confuse con quella del partito. Il resto lo sapete.

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Pd: nuovo linguaggio, antico potere (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

CONTROCAMPO Pd: nuovo linguaggio, antico potere GIANNI BAGET BOZZO Walter Veltroni ha detto al País che il Partito democratico non è di sinistra. Evidentemente vuole lasciare a Fausto Bertinotti il monopolio della parola, liberandosene. Ma la sinistra in Italia non è una parola, è una cosa. La sinistra, che in Italia è stato il Pci, ha pensato di essere la vera democrazia e che occupare in nome del partito gli spazi dello Stato fosse di per sé una conquista democratica. La sinistra comunista ha fatto di se stessa il principio di legittimità. E questo è avvenuto non solo nello Stato ma in tutta la società italiana, soprattutto negli intellettuali politici che scrivono i testi sui giornali e nelle televisioni e che trovano nel principio dell'avversario nemico un criterio di delegittimazione. Ciò ha prodotto il governo Prodi all'insegna della guerra a Silvio Berlusconi, indicando in lui il principio stesso di un'Italia corrotta fondata sull'evasione fiscale. Ma il linguaggio di Veltroni non è parlato da nessun altro, è come se le parole non dette dal Partito democratico silenzioso fossero tutte nell'aria e che rimanesse il senso dell'identità della sinistra come potere che può usare differenti linguaggi rimanendo intatto come potere. La permanenza nel potere si manifesta proprio nel fatto che si può cambiare linguaggio senza cambiare identità. Non a caso Veltroni liquida la possibilità delle larghe intese con Berlusconi e quindi mantiene l'idea dell'autosufficienza della sinistra. Però la sinistra non è più autosufficiente perché essa è caduta sul terreno dello Stato. È caduta soprattutto nel Mezzogiorno, che pure è stato la base reale dell'incontro tra la dirigenza postcomunista e la sinistra democristiana. La gestione dei fondi sul terremoto, in comune da comunisti e democristiani, fece comprendere che la spesa pubblica era l'unica risposta alla questione meridionale, visto che la prima risposta, l'industrializzazione finita nelle cattedrali del deserto, era miseramente fallita. La crisi dell'intesa tra la sinistra storica e quella democristiana ha mostrato sul terreno la sua debolezza. Essa lasciava un terzo convitato di pietra al banchetto, cioè la camorra e la 'ndrangheta. La loro capacità di bloccare le opere di modernizzazione del Sud, a cominciare dagli impianti per lo smaltimento dei rifiuti e dai rigassificatori, ha prodotto la crisi in cui è crollato il governo Prodi, di fronte allo spettacolo mondiale della Campania di Antonio Bassolino invasa da spazzatura. Di qui la ricerca di legittimarsi nel Pd con il linguaggio di Berlusconi come velo ideologico della realtà politica. La crisi dello Stato è bene espressa dal ritiro dalla politica del ministro dell'Interno, Giuliano Amato, che dichiara di non riconoscersi come leader politico, nonostante una così lunga carriera governativa. (bagetbozzo@ragionpolitica.it).

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Il Pdl blinda il Senato ma chissà se basta (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Stampa, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Taccuino elettorale Marcello Sorgi Il Pdl blinda il Senato ma chissà se basta Il Senato. Ah, il Senato! Da giorni, da quando la campagna elettorale è cominciata e nell'imminenza della presentazione delle liste e della definizione delle ultime alleanze, è come se la corsa di queste elezioni politiche riguardasse solo la Camera alta. E' lì, a Palazzo Madama, che si misurerà la vera forza del risultato, ed anche se questo equivale a dare per scontato che Berlusconi vincerà alla Camera, e avrà dunque il premio di maggioranza che darà al Pdl ben 340 deputati, la partita con il Cavaliere comincerà nuovamente se al Senato il suo risultato non sarà altrettanto brillante. Berlusconi vince alla Camera ma al Senato non ottiene la maggioranza? Equivale a una sua sconfitta, spiegano gli avversari del Pd. Oppure vince alla Camera ma al Senato stenta, si trova più o meno nelle condizioni in cui si è trovato Prodi negli ultimi due anni? Sarà costretto, minimo, a rinunciare alla guida del governo e a negoziare o con i centristi che ha voluto fuori dalle sue liste, o addirittura con Veltroni. Ragionamenti del genere si fanno, ovviamente capovolti, dall'altra parte. Cosa farà Casini se otterrà una pattuglia di senatori determinante per la maggioranza? Si farà tentare dalle sirene berlusconiane, che già oggi lo vedono tornare a casa come figliol prodigo per vestire i panni di ministro degli Esteri? Il Cavaliere conosce tutti questi discorsi, e se ne preoccupa. Non a caso ha voluto che tutti i suoi alleati minori, da Dini a Rotondi, ai radicali di Della Vedova, ai socialisti, fossero schierati alla Camera, dove il probabile premio di maggioranza consente di largheggiare e contenere l'eventuale dissidenza. Mentre infatti al Senato una possibile alleanza dei centristi interni al Pdl con quelli esterni di Casini e della Rosa Bianca potrebbe risultare letale per il futuro governo, a Montecitorio anche una fuoruscita di tutti i piccoli non sarebbe esiziale. Gli alleati minori di Berlusconi hanno accettato senza mugugni la decisione tattica del Cavaliere (tanto il posto è garantito, e alla Camera, da un paio di legislature a questa parte, si lavora pure di meno). Ma il cordone sanitario stretto attorno a Palazzo Madama dal Pdl non tiene conto di un fatto: per pochi che possano essere, gli elettori democristiani, socialisti, repubblicani e così via, insomma quel che resta dell'elettorato della Prima Repubblica, sono anche i più professionali. Sanno benissimo, insomma, che separando il voto tra Camera e Senato nelle province e nelle regioni in cui il confronto è più serrato, si possono produrre sorprese. Dando un voto al candidato deputato del Pdl e un altro a quello al Senato dell'Udc, ad esempio, formalmente non si danneggia Berlusconi né il proprio partito che ha scelto di allearsi con il Popolo della libertà. Ma si favorisce Casini e la prossima roulette di Palazzo Madama.

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La carovana degli imprenditori in politica. Su sponde opposte (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama.it" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Italia - http://blog.panorama.it/italia - La carovana degli imprenditori in politica. Su sponde opposte Posted By redazione On 10/3/2008 @ 17:09 In Headlines, NotiziaHome | No Comments La sfida più accesa sarà con ogni probabilità quella tra Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, capolista del Pd in Veneto, ed Ettore Riello, presidente e amministratore delegato dell'omonimo gruppo di condizionatori e caldaie, candidato nella stessa regione per il Popolo delle Libertà. I due imprenditori, che arrivano dal cuore del Nordest, sono solo due dei tanti rappresentanti del mondo dell'economia che - da sindacalisti a industriali, da editori a tassisti - figurano nelle liste elettorali dei diversi schieramenti. Accanto a Calearo, il Partito democratico schiera anche Matteo Colaninno, figlio di Roberto, ex presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, capolista in Lombardia. Un'altra figlia d'arte, Maria Paola Merloni è capolista del Pd alla Camera nelle Marche. Rispetto a Colaninno, gode però di una maggiore esperienza politica, essendo già stata eletta nelle liste dell'Ulivo nella scorsa legislatura. Tra i sindacalisti Veltroni ha schierato alla Camera in Veneto Pier Paolo Baretta della Cisl e Paolo Nerozzi, della Cgil, candidato al Senato nella stessa regione. Gian Carlo Sangalli, segretario generale della Cna, è nelle liste del Pd per il Senato in Emilia Romagna, mentre in Puglia spicca per la Camera Margherita Mastromauro, vicepresidente della Confindustria di Bari, ai vertici del pastificio Riscossa. Un altro simbolo del made in Italy alimentare, Francesco Divella, è invece nelle liste, sempre in Puglia, del Pdl. La sua è però una candidatura per il Senato. Ancora per Palazzo Madama, Berlusconi e Fini schierano anche l'imprenditore calabrese Vincenzo Speziali, ex presidente di Confindustria Catanzaro, e nel Lazio l'editore e patron delle acque, Giuseppe Ciarrapico. Un altro editore, Domenico Angelucci, corre invece per la Camera in Lombardia. L'imprenditore della moda Santo Versace, che con Donatella ha preso le redini della casa dopo la morte di Gianni, è candidato per il Popolo della libertà in Calabria, mentre Daniele Toto, nipote del fondatore di Airone Carlo Toto, è nelle liste per la Camera in Abruzzo. Nel mondo sindacale, infine, Berlusconi e Fini schierano nel Lazio Loreno Bittarelli, uno dei capi della rivolta dei tassisti romani contro le liberalizzazioni di Bersani. LEGGI ANCHE: [1] Il dossier sulla campagna elettorale 2008.

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Campagna elettorale: se vince il partito del non prometto niente (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama.it" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Italia - http://blog.panorama.it/italia - Campagna elettorale: se vince il partito del non prometto niente Posted By matteo.durante On 10/3/2008 @ 17:24 In Apertura#1 | No Comments La corsa tra partiti unici e la fine delle "grandi coalizioni"? No. La gara a chi candida [1] i nomi più noti o i [2] personaggi più rappresentativi? Neanche. La vera sorpresa della campagna elettorale 2008 è il tormentone del "non si possono fare miracoli", del "dipende dalla congiuntura economica", del "faremo alcune cose, altre si vedrà": insomma, la (quasi) totale assenza di promesse da parte dei candidati premier in gara. A varcare la nuova frontiera della prudenza è stato, a sorpresa, Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, com'è ovvio, va chiedendo il voto agli italiani ma si guarda bene dal promettere quello che non potrebbe mantenere. Anzi: "È il tempo dei sacrifici", ha detto nella sua ultima apparizione nel salotto televisivo di Bruno Vespa. E pensare che il candidato premier del Pdl nel 1994 e nel 2001 vinse proprio perché percepito come un uomo capace di far sognare gli italiani. E nel 2006 sfiorò la vittoria dopo una clamorosa rimonta perché convinse gli indecisi che Romano Prodi avrebbe messo più tasse e lui le avrebbe tolte, a cominciare dall'Ici. E ora? Oggi, ripresentandosi per la sua ultima corsa, il Cavaliere va esponendo il programma del Popolo della libertà secondo una nuova ottica: sognare sì, ma con i piedi per terra. E anche quando al Cavaliere "scappano" annunci ammalianti (come l'abolizione dell'Ici sulla prima casa e l'abolizione di ogni tassa sulle successioni e le donazioni) si tratta sempre di promesse dall'alto valore simbolico, che costano relativamente poco: 2 miliardi la prima, 300 milioni la seconda. Eppure: non dovrebbe essere, la campagna elettorale, il momento delle facili promesse, dell'ottimismo sparso a piene mani, degli annunci mirabolanti? Ieri, forse. Oggi non più. Oggi nessuno si prende la responsabilità di spendere parole alle quali non potranno seguire i fatti. Anche Veltroni parla un linguaggio diverso. E per forza di cose. In un faccia a faccia con Berlusconi, due anni fa, Romano Prodi si spinse addirittura a promettere "la felicità": poi, per i venti mesi a Palazzo Chigi, ha dovuto quotidianamente darsi da fare per uscire indenne dalle mille beghe della sua maggioranza più che per prendere decisioni e governare. Raccogliendone l'eredità, Veltroni sta molto attento nel non promettere miracoli. Nei tabelloni pubblicitari che tappezzano le città, le scritte e gli slogan del Pd sono piuttosto evocativi ma generici: invitano gli elettori a "voltare pagina" o a "cambiare il Paese". Quasi un'operazione di rimozione nei confronti del governo precedente, come se Veltroni volesse dire: siamo meno peggio di chi ci ha preceduto. Che cosa sia successo in soli due anni, che cosa sia scattato nei candidati premier che prima promettevano l'impossibile e ora paventano i sacrifici da fare, non è facile dire. Sono cambiati i politici o è cambiata l'Italia? Come spesso accade, la risposta sta nel mezzo. Innanzi tutto, con l'onda antipolitica che ha caratterizzato gli ultimi 12 mesi, è cambiato l'elettorato. Che si è fatto più smaliziato, più attento, più critico. Oltre che deluso dalla politica degli annunci degli onorevoli inquilini del Palazzo. Ai quale si chiedono impegno, onestà e dedizione. Un diffuso malcontento testimoniato, per esempio, dal numero di indecisi (un buon 20% [3] secondo Renato Mannheimer) che ancora non sanno a chi dare il voto il 13 aprile. Una seconda risposta è nella semplificazione avvenuta (proprio grazie a Veltroni e Berlusconi) del quadro politico. Presentandosi da soli (o al massimo con alleati apparentati) Pd e Pdl hanno smesso i panni delle grandi, eterogenee e variegate, coalizioni di due anni fa. Che - solo per fare un esempio - andando dall'estrema sinistra di Franco Giordano al centrismo puro di Mastella, oltre a essere ingovernabili, erano anche costrette a fare promesse, difficilmente mantenibili, per tenere buoni tutte le componenti. Infine, e lo tocchiamo con mano ogni giorno, l'Italia è - all'interno di un non brillante andamento economico mondiale - sull'orlo del declino. E prima di invitare gli italiani a sognare, meglio condurli, con i piedi per terra, lontano dal baratro.

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Dalle toghe ai prefetti: tutte le divise scese nell'arena politica (sezione: Veltroni/Berlusconi)

( da "Panorama.it" del 10-03-2008)

Argomenti: Veltroni/Berlusconi

Italia - http://blog.panorama.it/italia - Dalle toghe ai prefetti: tutte le divise scese nell'arena politica Posted By redazione On 10/3/2008 @ 19:38 In Headlines | No Comments Magistrati, militari, prefetti: alle prossime elezioni politiche i professionisti della sicurezza scendono in campo. Una pattuglia - collocata trasversalmente in vari partiti, da destra a sinistra - che si prepara a battersi per un seggio ad aprile dopo aver riposto in armadio la toga o la divisa. MILITARI - Nutrita la pattuglia di militari in lista. Il nome più noto è senz'altro quello del generale Roberto Speciale, ex comandate della Guardia di finanza, candidato in Umbria al Senato per il Pdl. Protagonista di un clamoroso scontro con il Governo Prodi, il generale - se verrà eletto - non rischierà di incrociare a Palazzo Madama il suo 'nemico', il viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco, che non si è ricandidato. Altro nome di spicco, questa volta nelle fila del Pd, è quello del generale Mauro Del Vecchio, che ha risposto alla chiamata di Walter Veltroni dimettendosi dall'incarico di capo del Coi, il Comando operativo di vertice interforze. Il generale - che correrà nel Lazio per un seggio al Senato - ha ricoperto diversi incarichi al vertice delle missioni italiane all'estero, dai Balcani all'Afghanistan. E c'è un generale in corsa anche per l'Udc di Pier Ferdinando Casini: è Andrea Fornasiero, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare, ora in pensione. A completare la quaterna di generali c'è Silvio Mazzaroli, ex comandante della Kfor nei Balcani. Correrà in Friuli Venezia Giulia per un posto al Senato con l'Italia dei Valori. Scendendo di grado, si trova poi il capitano Gianfranco Paglia, medaglia d'oro al valor militare, candidato alla Camera in Campania per il Pdl. Paglia è costretto dal 1993 sulla sedia a rotelle, dopo essere stato ferito a Mogadiscio nell'agguato al check point 'Pasta' in cui morirono tre soldati italiani. MAGISTRATI - Sono cinque i magistrati che si candidano per la prima volta per un seggio in Parlamento e che, nei giorni scorsi, hanno ottenuto l'aspettativa dal Csm. Per il Pdl corrono Giacomo Caliendo, consigliere di Cassazione ed esponente della Corrente Unicost e Alfonso Papa, direttore generale della Giustizia Civile del ministero. Il Pd punta su Donatella Ferranti, segretario generale del Csm; Gianrico Carofiglio, pm a Bari e scrittore di libri gialli; Silvia Della Monica, ex pm a Perugia, capo Dipartimento dei diritti e delle pari opportunità del ministero guidato da Barbara Pollastrini. La Sinistra Arcobaleno mette in campo Gianfranco Amendola, ex pretore d'assalto, già parlamentare dei Verdi. Non hanno invece dovuto presentare alcuna richiesta al Csm magistrati che sono già parlamentari e che tornano a candidarsi: per il Partito Democratico è il caso di Anna Finocchiaro, Lanfranco Tenaglia, Gerardo D'Ambrosio, Felice Casson, Alberto Maritati; per il Popolo della Libertà, di Francesco Nitto Palma, Alfredo Mantovano e Roberto Centaro. PREFETTI - Di alto livello anche la componente prefettizia che corre alle politiche. Qui, il più celebre è Achille Serra, che si è' dimesso dall'incarico di Alto commissario per il contrasto alla corruzione per candidarsi in Toscana al Senato sotto le insegne del Pd. Sempre per il Pd corre poi l'ex vicecapo della polizia, prefetto Luigi De Sena, candidato in Calabria. Il Pdl ha invece in lista il prefetto Raffaele Lauro, che si è dimesso da commissario straordinario Antiracket ed Antiusura. Nel partito di Berlusconi e Fini anche Maria Elena Stasi, che ha ricoperto l'incarico di prefetto a Campobasso e a Caserta, in corsa in Campania. In lista poi anche due esponenti dei sindacati di polizia: Filippo Saltamartini, segretario del Sap, con il Pdl; Oronzo Cosi, segretario generale del Siulp, con l'Udc.

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