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Pacifici:
non c'è nulla di male a votare Veltroni Ha fatto una scelta coraggiosa
tagliando i ponti con quella sinistra sempre contro Israele
( da "Unita,
L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
sia per
Veltroni sia per Berlusconi e Casini unisce il Paese e non lo divide. Un
successo, questo, frutto anche dei nostri costanti stimoli". Pacifici ha
poi sottolineato: "La mia dichiarazione va presa come esempio, certo non
per fare una campagna da una parte ma per chiarire come non possano più
esistere pregiudizi per nessun schieramento,
Elezioni
1 è meglio perderle che vincerle? Dalla rivoluzione liberale a quella
conservatrice ( da "Riformista, Il"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
riguarda
esclusivamente Berlusconi. È il favorito assoluto, con ogni probabilità
toccherà a lui governare quella che egli stesso già definisce
"crisi". (Una vittoria del Pd sarebbe d'altro canto un tale regalo
della Provvidenza al centrosinistra che Veltroni non starebbe certo a guardare
in bocca al caval donato).
Famiglia
/2 conversazione col professor maurizio ferrera
( da "Riformista,
Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
nei programmi
di Berlusconi e Veltroni sono previsti interventi premiali per le famiglie.
Ferrera non vuole entrare nel merito, "ma - dice - mi sembra che nel
programma del Pd ci sia maggiore consapevolezza delle patologie del modello italiano
e maggiore attenzione al tema dell'occupazione femminile".
Calearo
contro Riello ma tra i rampolli c'è feeling <Come Giulietta e Romeo>
( da "Corriere
della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Montecchi si
è schierata al fianco di Veltroni e delle truppe del Pd, la famiglia
Riello-Capuleti si è arruolata con le falangi azzurre di Berlusconi e del Pdl.
Non che la contrapposizione tra i clan abbia scosso più di tanto i due ragazzi,
a quanto pare. Entrambi sono ancora giovani e impegnati nello studio, ma
probabilmente più attratti dal lavoro e dalla carriera che dalla politica.
Che
fare dell'immigrazione: la ricetta di Ferdinando I
( da "Corriere
della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Sarebbe
veramente bello ma dubito assai che Berlusconi o Veltroni siano pronti al
grande salto dalla politica per il consenso alla politica per lo Stato.
www.corriere.it/allam www.magdiallam.it \\ Quattro regole modernissime per
gestire i flussi anziché subirli. Quello che conta è essere utili alla
comunità.
Silvio,
pronti nuovi affondi Ma l'intesa con Walter resta
( da "Corriere
della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Berlusconi e
Veltroni alzeranno fino al 13 aprile il livello dello scontro, per quel comune
interesse politico che gli analisti hanno evidenziato con una serie di sondaggi
riservati: la tendenza alla bipolarizzazione del sistema - secondo gli studi -
"è già in atto", ma una sfida più serrata e diretta aiuterà i leader
del Pdl e del Pd a "
Il
rimbombo dei poster-faccioni ( da "Manifesto, Il"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Marianna
Madia che fa la Mara Carfagna di Walter Veltroni, Boselli si mostra sobrio e
elegante. In tempo per le elezioni il regista e produttore Ninì Grassia, re dei
musicarelli di Gigi D'Alessio, ha promesso di terminare Hotel Hammamet, la sua
opera incompiuta e di straculto dedicata ai giorni di Bettino Craxi in esilio e
mai uscita per la morte dello statista caduto in disgrazia.
Un
monarca, per favore ( da "Manifesto, Il"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Berlusconi ha
fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo
sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della
polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo di vendetta per ingraziarsi
l'opinione.
Ping
pong elettorale tra Italia e Usa ( da "Manifesto, Il"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
qualcuno ci
ha forse mai rivelato in un sondaggio il profilo sociale di chi vota per
Veltroni o per Berlusconi? Sappiamo se le donne votano più a destra o a
sinistra? Sappiamo come votano i redditi medio-alti e quelli medio-bassi? E le
fasce d'età come si comportano? In che modo il voto dipende dal livello
d'istruzione? Mistero.
Se
nemmeno al professore piace più la politica
( da "Manifesto,
Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Veltroni sta
diventando troppo personalistica, troppo centrata sul personaggio, e tale da
scontentare non solo Prodi, ma anche molti altri protagonisti, non del rango
del premier, ma tuttavia decisivi per un successo elettorale. Insomma se il
professore si chiama fuori le possibilità di successo si allontanano perché in
questa stagione elettorale ci sono centinaia di piccoli romano
Si
sono già fatti avanti in sei e oggi arrivano i "rinforzi". La scheda
elett ( da "Messaggero, Il"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Al numero due
Walter Veltroni. Dietro il candidato premier, ecco Paolo Gentiloni, l'ex
ministro Giovanna Melandri, l'ex presidente della Provincia Enrico Gasbarra e
Michele Meta. Al Senato la lista del Partito Democratico è aperta da Franco
Marini. Lo seguono Anna Finocchiaro, Luigi Zanda e, tra gli altri, Maria Pia
Garavaglia,
Consegnati,
ieri, i primi elenchi coi nomi dei candidati in lista al Senato e alla Camera.
Numero un ( da "Messaggero, Il"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
seguita dal
candidato premier Walter Veltroni. Dietro di lui, ecco Paolo Gentiloni, l'ex
ministro Giovanna Melandri e l'ex presidente della Provincia, Enrico Gasbarra.
Per Palazzo Madama apre la lista del Pd Franco Marini, seguito da Anna
Finocchiaro e, tra gli altri, l'ex vice sindaco Mariapia Garavaglia.
ROMA
Cincinnato sconfisse gli equi, nel 458 avanti Cristo, e tornò ai suoi
( da "Messaggero,
Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
E ora
evitando di mettere i bastoni fra le ruote a Veltroni, leader di quel Pd di cui
lui resta il padre nobile, e sforzandosi di non incattivire troppo una campagna
elettorale in cui l'anti-berlusconismo è finalmente sottotono. Quel che è certo
è che, adesso, tramonta l'epoca del prodismo. E questa pagina si chiude mentre
se ne apre un'altra, il veltronismo,
BOLOGNA
- Prodi chiude con la politica in Italia, nel senso che non si ricandiderà, for
( da "Messaggero,
Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
è alcuno
strappo con Walter Veltroni che, al contrario, vuole sostenere fino in fondo. E
Veltroni, poco dopo, gli ha dato atto di avere "stile" che conferma
"il suo disinteresse personale, il suo essere uomo di Stato". Non
solo: il segretario del Pd ha riconosciuto che il Professore "per due
volte ha risanato i conti pubblici e come uomo di Stato" ha dato "
ROMA
- Rush finale e corsa all'ultimo posto utile. Da ieri e fino a questa sera sono
ap ( da "Messaggero, Il"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Silvio
Berlusconi (Pdl e Lega), Walter Veltroni (Pd e Italia dei valori), Pier
Ferdinando Casini (Udc e Rosa bianca), Fausto Bertinotti (Sinistra l'Arcobaleno),
Enrico Boselli (Partito socialista), Daniela Santanchè (La Destra), Marco
Ferrando (Partito comunista dei lavoratori), Roberto Fiore (Forza nuova),
Flavia D'Angeli (Sinistra critica)
ORMAI
ci sono ben pochi dubbi: la campagna elettorale, che entra oggi nella seconda e
decisiva fase, ( da "Messaggero, Il"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Veltroni e
Silvio Berlusconi. Le ragioni sono note (troppi candidati a palazzo Chgi,
sarebbe servito una sorta di campionato tv con girone all'italiana), ma la
reazione dellan Rai è stata ugualmente piccata. Il servizio pubblico (qualifica
una volta di più immeritata) ha infatti fatto subito presente che "il
regolamento approvato dalla Vigilanza per le elezioni rischia di costarci
L'addio
di biondi alla città immobile - franco manzitti
( da "Repubblica,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Il vento di
Veltroni porta nelle liste tanti nomi, nuovi ed esterni, accendendo il fuoco di
polemiche fiammeggianti: arrivano perfino Carneadi della politica, ma la
giustificazione è il cambio perentorio. La risposta del centrodestra fa pagare
il prezzo non solo a Biondi, ma ad altri parlamentari permanenti.
E
adesso veltroni crede nel nuovo ciclo "un vento che soffia dall'europa
agli usa" - gianluca luzi ( da "Repubblica, La"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
E adesso
Veltroni crede nel nuovo ciclo "Un vento che soffia dall'Europa agli
Usa" "Con Clinton alla Casa Bianca ci fu una stagione di vittorie:
Blair, noi, la Francia" "La conclusione della stagione di Bush apre
spazio a una leadership nuova e giovane" Dobbiamo anche noi avere quella
sana radicalità del riformismo che è necessaria Oltre alla disillusione per
Sarkozy,
Programma
strappato/1 Così fa a pezzi le idee degli altri Cara Unità, Berlusco
( da "Unita,
L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
3 Berlusconi
ci dà uno schiaffo... Cara Unità, siamo costernati dal comportamento tenuto da
Berlusconi durante un suo comizio. Veltroni ha adottato la tattica di non
denigrare mai l'avversario, invece il Cavaliere va fuori dal selciato: dopo i
vari insulti della precedente campagna elettorale, scusateci se scriviamo
l'insulto ma non siamo noi a dirlo:
Il
vaticano non si fida dei due poli e ruini tifa sempre per casini - marco politi
( da "Repubblica,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
anelano
Berlusconi e Veltroni. C'è nel ventre molle dell'episcopato una diffidenza
verso un Partito democratico percepito come incline a trasferire in Italia
istituti e leggi dell'Europa secolarizzata. Diffidenza paradossale - dal
momento che il Pd sulle questioni delle convivenze e della procreazione rischia
di essere più arretrato della Cdu tedesca o dei conservatori francesi -
Liste,
il pdl frena la brambilla e dell'utri - francesco bei carmelo lopapa
( da "Repubblica,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Ha cominciato
Walter Veltroni con imprenditori di peso, Matteo Colaninno e Massimo Calearo.
Ecco, è sembrato un paradosso ma proprio i capitani d'impresa si sono rivelati
il tallone d'Achille di Berlusconi. Dopo il no a sorpresa di Antonio D'Amato e
quello di Andrea Riello (e non di Alessandro Riello, la cui foto ieri è stata
pubblicata per errore)
L'editore
di "Libero" in lista con Berlusconi
( da "Stampa,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
nonostante la
salute vada peggiorando) sarebbe orientato a presentare liste proprie,
sganciandosi dunque da Veltroni (e dalla Bonino). Lui, Marco, è
irraggiungibile. Allo stato maggiore radicale nulla risulta. Terza chiacchiera
al veleno, partita stavolta da Forza Italia: Berlusconi ci ripensa, e candida
in Campania Pellegrino Mastella, figlio di Clemente.
Io
non pensavo di candidarmi però mi hanno raccontato una cosa che non mi è
piaciuta: quan ( da "Stampa, La"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Un giorno il
mio autista mi informa che c'è Veltroni che mi spara contro a Radioradio.
Allora io telefono in trasmissione e gli dico testuale: "Caro Veltroni tu
hai commesso sette peccati capitali: ti piace l'Africa è l'hai portata a Roma,
hai trasformato Roma in una città africana; hai triplicato il debito del
Comune;
Air
france, oggi primo ok all'offerta per alitalia - lucio cillis
( da "Repubblica,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Il leader del
Pdl Silvio Berlusconi, nei giorni scorsi, dopo un primo "no"
all'accordo coi francesi, aveva precisato di non voler fermare la vendita, una
volta al governo. Allo stesso modo Walter Veltroni e il Pd, non hanno cambiato
idea sulla trattativa coi francesi.
Bonsai
- sebastiano messina ( da "Repubblica, La"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
quello di
Verì sia uno dei nomi che Berlusconi o Veltroni hanno tirato fuori dal cilindro
all'ultimo momento, ma perché lui risulta candidato alla Camera, circoscrizione
Lazio 1, al quarantesimo posto della lista del Pli (non ci crederete, ma esiste
ancora). In quella posizione, non sarebbe eletto neanche se il 100 per cento
dei romani votasse per lui e per il suo partito fantasma (
Prodi:
"lascio la politica italiana"
( da "Repubblica,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
ha commentato
Walter Veltroni - il suo disinteresse personale, il suo essere un uomo di
Stato. E questo è tanto più importante proprio mentre torniamo ad ascoltare i
toni di una politica aggressiva e rissosa". E Piero Fassino:
"Rivendico i meriti del governo Prodi e le elezioni sono l'esito della
crisi di un sistema politico che si è frammentato sempre di più,
Wikipedia
blindata per le elezioni "troppe incursioni sui candidati"
( da "Repubblica,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
enciclopedia
on line riuniti a Milano Wikipedia blindata per le elezioni "Troppe
incursioni sui candidati" MILANO - Da ieri la voce "Walter
Veltroni" dell'enciclopedia online Wikipedia non è più modificabile. Gli
amministratori del sito, aggiornato dagli utenti, hanno deciso di proteggerla
per l'eccesso di insulti inseriti da anonimi navigatori nella biografia del
candidato premier del Pd.
L'eredità
di romano - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Il prodismo
si esaurisce infatti quando Veltroni mette il Pd in corsa solitaria. Finisce lì
non soltanto l'idea prodiana dell'alleanza larga, dal centro a Rifondazione
comunista, ma anche la nozione dell'alternativa al berlusconismo sostenuta
dalle idee di "Romano": il risanamento finanziario perseguito prima
con Ciampi e poi con Padoa-Schioppa,
Politiche,
ultime ore per le liste - gabriele isman
( da "Repubblica,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
numero due
Walter Veltroni, e a seguire Paolo Gentiloni, Giovanna Melandri, Enrico
Gasbarra, Michele Meta, Ileana Argentin, Massimo Pompili, Renzo Carella,
Roberto Morassut, Roberto Giachetti, Walter Tocci, Maria Coscia al numero 13.
Al Senato il Pd schiera il capolista Franco Marini, e dopo di lui, Anna
Finocchiaro, il generale di corpo d'
MUSSI
Essere di sinistra ha ancora un senso
( da "Panorama"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
già bassi
stanziati da Letizia Moratti col governo Berlusconi. E quando minacciavo di
dimettermi non ho mai trovato al mio fianco i ministri del Pd. Con i suoi ex
compagni ha proprio il dente avvelenato. Diciamo che i rapporti si sono
raffreddati. Sono lontani i tempi in cui D'Alema, Veltroni e Fassino regalarono
a Mussi un riproduttore di cd Bang & Olufsen per il suo compleanno.
Battaglia
difficile per la falange rosa ( da "Panorama"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Walter
Veltroni ha chiesto ai dirigenti delle 110 province un tour elettorale
innovativo ("non solo comizi, voglio visitare luoghi simbolici e andare a
pranzo nelle case delle famiglie"). E mentre il leader del Pd e la
Sinistra arcobaleno si inseguono sui voti di gay e trans (il Pd candida Paola
Concia, fondatrice di Gayleft,
Una
democrazia di credenti ( da "Panorama"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Walter
Veltroni) e "Rialzati, Italia" (Silvio Berlusconi). Abbiamo anche noi
per la verità un passato di sloganeria efficace, quando il regime e il suo Duce
inquadrarono le masse e diffusero il messaggio politico seriale in un paese non
più censitario e liberale: dal "Credere, obbedire, combattere" fino
al longanesiano "Spunta il sole,
Il
mio Pd è come Forza Italia del '94
( da "Panorama"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
94 STEFANO
BRUSADELLI Parla Franceschini Oggi, dice il numero due del partito veltroniano,
la vera novità siamo noi. E anticipa: non è scontato che i futuri capigruppo
siano un ds e un dl. "Ormai non è scontato niente. Nemmeno che i futuri
capigruppo del Partito democratico vengano uno dall'ex Quercia e l'altro
dall'ex Margherita".
La
prudenza del Cavaliere ( da "Panorama"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
elemento
decisivo sarà dunque la fiducia degli elettori nella capacità di Berlusconi e
di Walter Veltroni di portarli avanti. Per entrambi contano evidentemente le
referenze. Veltroni dice che il Cavaliere non ha mantenuto il "patto con
gli italiani" sottoscritto nel 2001. Berlusconi gli risponde che secondo
l'Università di Siena lo ha invece attuato all'85 per cento.
Hanno
spento Ciccio il futurista ( da "Panorama"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
inciucio
Veltroni-Cav, lo stesso argomento che usa Pier Ferdinando Casini. È un pesce
fuor d'acqua. Ciccio è un buon luogotenente, non un capopartito. Storace fu,
agli inizi degli anni Novanta, un mirabile portavoce di Gianfranco. Fantasioso
e ballista come pochi, telefonava di continuo alle redazioni dei giornali per
segnalare dichiarazioni dell'
Pd:
nuovo linguaggio, antico potere ( da "Panorama"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Berlusconi,
indicando in lui il principio stesso di un'Italia corrotta fondata
sull'evasione fiscale. Ma il linguaggio di Veltroni non è parlato da nessun
altro, è come se le parole non dette dal Partito democratico silenzioso fossero
tutte nell'aria e che rimanesse il senso dell'identità della sinistra come
potere che può usare differenti linguaggi rimanendo intatto come potere.
Il
Pdl blinda il Senato ma chissà se basta
( da "Stampa,
La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
o addirittura
con Veltroni. Ragionamenti del genere si fanno, ovviamente capovolti,
dall'altra parte. Cosa farà Casini se otterrà una pattuglia di senatori
determinante per la maggioranza? Si farà tentare dalle sirene berlusconiane,
che già oggi lo vedono tornare a casa come figliol prodigo per vestire i panni
di ministro degli Esteri?
La
carovana degli imprenditori in politica. Su sponde opposte
( da "Panorama.it"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Tra i
sindacalisti Veltroni ha schierato alla Camera in Veneto Pier Paolo Baretta
della Cisl e Paolo Nerozzi, della Cgil, candidato al Senato nella stessa
regione. Gian Carlo Sangalli, segretario generale della Cna, è nelle liste del
Pd per il Senato in Emilia Romagna, mentre in Puglia spicca per la Camera
Margherita Mastromauro,
Campagna
elettorale: se vince il partito del non prometto niente
( da "Panorama.it"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
Anche
Veltroni parla un linguaggio diverso. E per forza di cose. In un faccia a
faccia con Berlusconi, due anni fa, Romano Prodi si spinse addirittura a
promettere "la felicità": poi, per i venti mesi a Palazzo Chigi, ha
dovuto quotidianamente darsi da fare per uscire indenne dalle mille beghe della
sua maggioranza più che per prendere decisioni e governare.
Dalle
toghe ai prefetti: tutte le divise scese nell'arena politica
( da "Panorama.it"
del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Abstract:
che ha
risposto alla chiamata di Walter Veltroni dimettendosi dall'incarico di capo
del Coi, il Comando operativo di vertice interforze. Il generale - che correrà
nel Lazio per un seggio al Senato - ha ricoperto diversi incarichi al vertice
delle missioni italiane all'estero, dai Balcani all'Afghanistan.
( da "Unita, L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Stai consultando
l'edizione del Pacifici: non c'è nulla di male a votare Veltroni
"Ha fatto una scelta coraggiosa tagliando i ponti con quella sinistra
sempre contro Israele" ROMA "Non c'è nulla di male a votare Walter Veltroni visto che ha fatto una scelta coraggiosa di
presentarsi a questo appuntamento elettorale tagliando i ponti con quella parte
della sinistra radicale sempre ostile e critica qualunque sia il governo in
Israele". Così il vicepresidente della comunità ebraica romana Riccardo
Pacifici ha spiegato la sua posizione intervenendo oggi a Firenze alla
Assemblea dei delegati del congresso dell'Unione delle comunità ebraiche
italiane. Nel dibattito incentrato per una parte sulla incompatibilità tra
incarichi politici e incarichi istituzionali nella Giunta e nel Consiglio
dell'Unione, Pacifici ha detto riferendosi alle prossime elezioni di aver
voluto spiegare come "l'evoluzione e la semplificazione oggi nel panorama
politico italiano sia un fatto positivo. La politica estera, in particolar modo
quella su Israele, sia per Veltroni sia per Berlusconi e Casini unisce il Paese e non lo divide. Un successo, questo,
frutto anche dei nostri costanti stimoli". Pacifici ha poi sottolineato:
"La mia dichiarazione va presa come esempio, certo non per fare una
campagna da una parte ma per chiarire come non possano più esistere pregiudizi
per nessun schieramento, a cominciare da quello del Popolo delle
Libertà". Le elezioni di aprile e l'incompatibilità tra incarichi
partitici e responsabilità ai vertici dell'Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane (Ucei). Questi - oltre l'intervento del ministro Amato sulla Carta dei
valori della cittadinanza e dell'integrazione - sono stati i temi che hanno
segnato a Firenze l'Assemblea dei delegati del congresso dell'Unione. Una riunione
catalizzata in parte dalle prossime elezioni e dal problema delle
incompatibilità, scattate per esempio per Alessandro Ruben, membro di Giunta
dell'Ucei, candidato per il Pdl in Piemonte, così come per l'ex vicepresidente
dell'Unione Claudio Morpurgo, ora assessore per le Relazioni internazionali
della Regione Lombardia. Ma il problema sollevato da alcuni delegati è stato
proprio quello dell'opportunità di candidarsi, indipendentemente
dall'incompatibilità. Sarebbe meglio - è stato detto - far passare un lasso di
tempo dal termine del mandato in Giunta o nel Consiglio. E su questo tema
l'Unione tornerà a discutere nel futuro, così come sulla riforma del metodo
elettorale dell'Ucei. Il presidente Renzo Gattegna, ribadendo la norma non
scritta dell'incompatibilità, ha rivendicato, nel suo intervento, come
l'impegno politico "sia qualcosa di altamente positivo" e che vada
incoraggiato "perché è giusto che gli ebrei possano far sentire la propria
voce in parlamento".
( da "Riformista, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Elezioni 1 è meglio
perderle che vincerle? Dalla rivoluzione liberale a quella conservatrice
Zapatero, Berlusconi e il signor Bittarelli Alla
vigilia delle elezioni spagnole, vinte ieri da Zapatero (anche se non è ancora
certo che abbia la maggioranza assoluta nel secondo mandato come era accaduto a
Gonzalez e Aznar), l' Economist chiosava così un articolo dedicato al paese
iberico: "Per molti aspetti, potrebbe risultare più conveniente perdere
queste elezioni che vincerle". Il miracolo spagnolo sta infatti esaurendo
il suo abbrivio. Spinta da un abnorme sviluppo dell'edilizia, che non può
continuare all'infinito; foraggiata dal lavoro a basso costo garantito dagli
immigrati, ormai troppi; infiammata da un'inflazione oltre il 4%, che ora va
frenata; anche per la Spagna è giunto il momento delle riforme strutturali,
indispensabili per liberalizzare e accrescere la produttività. E fare le
riforme è un lavoro duro per chiunque. Ma se questo è il quadro dei cugini
iberici, freschi freschi di sorpasso, figuriamoci qual è il nostro. Se l' Economist
ha ragione nel compiangere il destino che aspetta il vincitore a Madrid,
dobbiamo dedurne che anche a Roma le elezioni è meglio perderle che vincerle?
La domanda, come si capisce, riguarda esclusivamente Berlusconi. È il favorito assoluto, con ogni probabilità toccherà a lui
governare quella che egli stesso già definisce "crisi". (Una vittoria
del Pd sarebbe d'altro canto un tale regalo della Provvidenza al centrosinistra
che Veltroni non starebbe certo a guardare in bocca al caval donato).
Questo spiega perché l'attenzione dei commentatori e dei mercati, più che al
confronto tra i programmi dei due maggiori partiti si stia concentrando sul
confronto tra i programmi delle due destre che convivono nel Popolo della
Libertà. Una è quella che vorrebbe riprendere la "rivoluzione
liberale" del '94, mai riuscita finora, sperando che l'assenza di alleati
scomodi e un po' statalisti come l'Udc possa finalmente inverare il miracolo di
una modernizzazione radicale dell'Italia; l'altra è quella che ormai apertamente
preferisce una "rivoluzione conservatrice", che punta solo a
proteggere un paese di cui realisticamente si accetta l'impossibilità al
cambiamento, e dunque liscia il pelo ai settori sociali che temono le riforme e
vorrebbero conservare il loro status quo anche nella tempesta mondiale della
globalizzazione. Della seconda destra si è fatto araldo Giulio Tremonti,
dandole dignità teorica e analitica. Ma dietro la sua brillantezza
intellettuale si intravede la pesantezza e la vischiosità dei blocchi sociali
chiusi e corporativi che fanno capo alla Lega nel Nord e ad Alleanza nazionale
nel sud. Questa coalizione sembra oggi prevalere nel centrodestra sulla pur
onorevole resistenza dei pochi liberali che hanno la forza di opporvisi. Due
vicende ne sono emblematiche. La prima è il rifiuto della candidatura da parte
di Antonio D'Amato, il quale ci ha confessato che non se la sentiva di
ingaggiare di nuovo il braccio di ferro con Tremonti e Fini che fermò la sua
spinta innovatrice quando era presidente della Confindustria: "Ci sono
troppi pochi riformisti nel centrodestra per poter sperare in una stagione di
riforme". La seconda vicenda è, all'opposto, la candidatura di Loreno
Bittarelli, il capopopolo dei tassisti romani assurto a simbolo della
resistenza delle corporazioni a ogni liberalizzazione. È interessante notare
che questa candidatura, che ha irritato molti in Forza Italia, promana
direttamente da An, avendo i due contraenti del patto elettorale accettato la
piena sovranità reciproca sulle loro quote nelle liste, confermando così che di
partito vero e unico ancora non si tratta. Alemanno, che pure partecipa a ogni
autorevole convegno sul modello della commissione Attali, non ha evidentemente
resistito alla tentazione di strappare qualche migliaio di voti a Rutelli
candidando il nemico numero uno degli Attali di tutto il mondo. È dunque
estremamente importante capire presto su che linea si orienterà Berlusconi. La felpatezza democristiana della sua campagna,
in cui non annuncia né sogni né miracoli e ipotizza di nazionalizzare
l'Alitalia mentre Tremonti riabilita il posto fisso, fanno temere il peggio.
Una legislatura senza riforme e con molti compromessi potrebbe del resto essere
in linea con la biografia dell'uomo. A 71 anni, con l'incubo di rinchiudersi di
nuovo nel fortino di Palazzo Chigi dopo due anni di bella vita, con un
acquisito pessimismo sulla gravità della crisi italiana e sulla irriformabilità
del paese, consapevole di non disporre di una classe dirigente all'altezza di
una rivoluzione liberale, l'uomo scambierebbe oggi volentieri il thatcherismo
di un tempo perfino con un tranquillo gabinetto delle larghe intese. Può essere
che l'immanità dell'opera lo spinga a vivacchiare al governo, tenendosi buoni
tutti, magari anche come possibile viatico per l'unica coppa che non ha ancora
vinto, quella del Quirinale. Per il paese sarebbe un guaio serio. Allora sì che
vincere le elezioni sarebbe peggio che perderle. 10/03/2008.
( da "Riformista, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Famiglia /2
conversazione col professor maurizio ferrera Il "Fattore D" può
cambiare l'Italia "In Italia la famiglia è una grande risorsa e la nostra
cultura politica tende a porla "al centro" della società. Tuttavia,
il nostro stato sociale non la sorregge nello svolgimento delle sue
funzioni". Questa situazione, spiega Maurizio Ferrera, docente di Teoria e
politiche dello stato sociale all'Università di Milano, crea diversi problemi:
"Alle famiglie vengono infatti delegate le risposte a molti bisogni che in
altri paesi sono "al centro" della politica sociale: la cura dei
bambini, l'assistenza agli anziani, il sostegno al reddito dei figli anche dopo
la maggiore età. Inoltre, la famiglia finisce per "intrappolare" al
proprio interno donne e giovani: il familismo all'italiana è diventato un
ostacolo per la partecipazione lavorativa delle donne e per l'autonomizzazione
delle giovani generazioni". Occorre dunque intervenire, e anche se
"sembra un paradosso, per salvare la famiglia, oggi in Italia bisogna
"de-familizzare" donne e giovani, incoraggiandoli a "uscire di
casa". Più occupazione femminile, più crescita, più figli, più famiglie,
soprattutto giovani. Questo è il vero investimento sociale che dobbiamo fare,
attraverso politiche pubbliche mirate". Un tipo di investimento che nel
nostro paese è, rispetto alla media europea, molto basso. Ma non è solo in
questo campo che mostriamo un gap con i partner continentali. Infatti, spiega
Ferrera, "quasi la metà delle donne oggi inattive vorrebbe lavorare: se tutte
potessero realizzare questa aspirazione avremmo il tasso di occupazione della
Svezia. I sondaggi ci dicono poi che per le coppie italiane il numero ideale di
figli è due: potremmo allora avere il tasso di fecondità della Francia. E
invece siamo molto distanti da entrambi i paesi. E siamo distanti dall'Europa
anche per un terzo aspetto: la povertà dei bambini, molto più alta della media
Ue". Per uscire da questo circolo vizioso, "lo strumento
indispensabile - afferma Ferrera - è una seria e incisiva politica di
conciliazione, che consenta alle madri di essere anche lavoratrici e alle
famiglie di essere più sicure. Solo così l'Italia può tornare a crescere sotto
il profilo economico e sotto quello demografico: questa è anche la tesi che
propongo nel mio ultimo libro, Il Fattore D. Perché il lavoro delle donne farà
crescere l'Italia , edito da Mondadori". E a proposito di politiche
pubbliche, nei programmi di Berlusconi e Veltroni sono previsti interventi premiali per le famiglie. Ferrera non
vuole entrare nel merito, "ma - dice - mi sembra che nel programma del Pd
ci sia maggiore consapevolezza delle patologie del modello italiano e maggiore
attenzione al tema dell'occupazione femminile". Un aiuto alle
famiglie può comunque arrivare da un fisco più favorevole, e su questo fronte
sono due le opzioni più gettonate: il modello francese del quoziente familiare
e quello tedesco del "basic income" familiare (un sistema di forti
detrazioni per ogni figlio). "Nessuno dei due modelli - dice Ferrera - mi
convince, in quanto tendono a scoraggiare l'occupazione femminile. In Francia
almeno ci sono dei contrappesi: non solo asili nido, ma anche un elaborato
sistema di congedi parentali a tempo parziale che premia la partecipazione
lavorativa delle madri". Quale può essere allora un riferimento? "Un
modello promettente da approfondire per il caso italiano - risponde Ferrera - è
quello di Blair, che si è proposto di aggredire contemporaneamente tre sfide:
sostenere il costo dei figli, incentivare il lavoro delle donne, combattere la
povertà dei minori", proprio i punti su cui il nostro paese è più carente.
10/03/2008.
( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-03-10 num: - pag: 10 categoria:
REDAZIONALE Industriali rivali con i figli fidanzati Calearo contro Riello ma
tra i rampolli c'è feeling "Come Giulietta e Romeo" MILANO - Ieri
mattina gli amici di Carlo Alberto e Gloria ridevano e li prendevano
bonariamente in giro: "Siete come i Montecchi e i Capuleti". E magari
non sarà proprio di buon auspicio paragonarli proprio a Giulietta e Romeo,
considerato l'esito infausto della love story, però siamo in terra veneta, a
due passi dal celebre balconcino di Verona e il paragone sorge spontaneo. Già,
perché i due ragazzi sono nati "dai fatali lombi di due nemici", come
direbbe il Bardo: Carlo Alberto è il figlio di Massimo Calearo ( foto sopra),
la "morosa" Gloria è la figlia di Luciana Fioravanti Conti, compagna
di Ettore Riello ( nella foto sotto). Apparentemente nulla di insolito, visto
che l'incrocio di sentimenti e destini per i rampolli degli industriali è
piuttosto frequente. Ma il fatto è che da oggi, giorno di chiusura delle
candidature per le politiche, i due si trovano ufficialmente su fronti
contrapposti: la famiglia Calearo-Montecchi si è schierata
al fianco di Veltroni e delle truppe del Pd, la famiglia Riello-Capuleti si è
arruolata con le falangi azzurre di Berlusconi e del
Pdl. Non che la contrapposizione tra i clan abbia scosso più di tanto i due
ragazzi, a quanto pare. Entrambi sono ancora giovani e impegnati nello studio,
ma probabilmente più attratti dal lavoro e dalla carriera che dalla politica.
Gloria, figlia di Luciana Fioravanti, diventata successivamente la compagna di
Riello, ha 22 anni e studia alla Cattolica di Milano. Carlo Alberto è iscritto
all'università di Lugano, ma è impegnato soprattutto al Cuoa (Centro
universitario di organizzazione aziendale) di Altavilla vicentina, la prima
business school del Nord-Est, fucina di manager d'impresa. Il giovane Calearo,
anche lui di 22 anni, è iscritto a un master di Lean production, per
approfondire il Tps, Toyota production system, un metodo di riorganizzazione
che permette di ridurre i tempi di produzione e di consegna e di abbattere gli
sprechi e i costi. Un ottimo viatico per collaborare nell'impresa del padre,
leader nella produzione di antenne per automobili. E magari anche per dargli
qualche consiglio su come si riducono i costi della politica. Al. T.
( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-10 num: - pag: 28 autore: di
MAGDI ALLAM categoria: REDAZIONALE IL REGNO DELLE DUE SICILIE E NOI Che fare
dell'immigrazione: la ricetta di Ferdinando I P er definire il futuro modello
d'integrazione degli immigrati in Italia, è certamente opportuno considerare
una realtà giuridica del nostro passato. Si tratta di una legge emanata da
Ferdinando I, re delle Due Sicilie, il 17 dicembre 1817 che regolamenta la
concessione della cittadinanza agli stranieri. Il criterio fondamentale è che
per poter acquisire la cittadinanza si deve essere concretamente utili al
progresso e all'arricchimento dello Stato e in nessun caso si può essere un
problema sociale o un peso economico per lo Stato. In altri termini si afferma
la logica della "immigrazione scelta" anziché quella
"subita". Nell'articolo I si precisa che "potranno essere
ammessi al beneficio della naturalizzazione del nostro regno delle Due
Sicilie", nell' ordine: 1. gli stranieri che hanno renduto, o che
renderanno importanti servizi allo Stato; 2. quelli che porteranno dentro lo
Stato de talenti distinti, delle invenzioni, o delle industrie utili; 3. quelli
che avranno acquistato nel regno beni stabili, su i quali graviti un peso
fondiario almeno di ducati cento all'anno. Al requisito indicato ne' suddetti
numeri 1, 2, 3 debbe accoppiarsi l'altro del domicilio nel territorio del regno
almeno per un anno consecutivo. 4. Quelli che abbiano avuta la residenza nel
regno per dieci anni consecutivi, e che provino avere onesti mezzi di
sussistenza; o che vi abbiano avuta la residenza per cinque anni consecutivi,
avendo sposata una nazionale. Quest'ultimo punto corrisponde sostanzialmente ai
requisiti presenti nelle due ultime leggi sulla cittadinanza, la
Turco-Napolitano (Legge 40 del 6 marzo 1998) e la Bossi-Fini (Legge 189 del 30
luglio 2002), evidenziando una singolare continuità circa la percezione del
tempo necessario per maturare il diritto alla cittadinanza. Ciò che invece
contrasta totalmente è la semplicità della legge sulla cittadinanza di
Ferdinando I che si esaurisce in 3 articoli, e la complessità di quelle attuali
che arrivano a 49 articoli nel caso della Turco- Napolitano e a 38 articoli nel
caso della Bossi-Fini. Certamente era un mondo diverso, la globalizzazione si
esauriva nell'area euro- mediterranea e la consistenza degli stranieri era più
limitata. Ma la differenza vera è che, a dispetto del fatto che si trattasse di
una monarchia assoluta, lo Stato era meno interventista rispetto alla nostra
Repubblica e conteneva il suo ruolo nella definizione degli orientamenti
generali della strategia politica. Nella sostanza una volta affermato che la
concessione della cittadinanza è prerogativa di coloro che tramite il loro
operato servono al benessere dello Stato o che in ogni caso non rappresentano
un onere finanziario allo Stato, non serve in effetti aggiungere altro. Per
contro oggi non si parte dal primato dell'interesse nazionale bensì
dall'accettazione aprioristica delle istanze individuali degli immigrati. Ed è
così che in un contesto dove l'insieme della classe politica ritiene che non si
debba neppure sanzionare come reato l'ingresso clandestino in Italia, si
finisce per concedere diritti su diritti a tutti, compresi i clandestini che risiedono
illegalmente sul territorio nazionale, mentre si è estremamente restii a
esigere l'ottemperanza dei doveri che gravano sugli autoctoni, per la paura di
essere tacciati per razzisti. Le strategie di integrazione degli immigrati
stanno cambiando attorno a noi, sia nei Paesi che si erano infatuati
dell'ideologia relativista e buonista del multiculturalismo quali la Gran
Bretagna e l'Olanda, sia di quelli che hanno tentato di imporre
l'assimilazionismo quale la Francia. Ovunque la parola d'ordine è di assicurare
un'"immigrazione scelta " e di porre fine alle conseguenze deleterie
dell'"immigrazione subita". Stiamo tornando in qualche modo ai
principi ispiratori della legge di Ferdinando I. Se anche noi vi aderissimo,
sarebbe una riscoperta del nostro passato e una rivalorizzazione di
un'esperienza che ci appartiene. Una "via italiana " all'integrazione
che faccia prevalere l'interesse nazionale dell'Italia su qualsiasi altra
considerazione. Sarebbe veramente bello ma dubito assai che
Berlusconi o Veltroni siano pronti al grande salto dalla politica per il consenso alla
politica per lo Stato. www.corriere.it/allam www.magdiallam.it \\ Quattro
regole modernissime per gestire i flussi anziché subirli. Quello che conta è
essere utili alla comunità.
( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
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- NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-03-10 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE Il retroscena La strategia dopo il programma pd strappato in
pubblico Silvio, pronti nuovi affondi Ma l'intesa con Walter resta
"Attaccherò sui ministri di Prodi candidati e sui rifiuti" ROMA -
Hanno iniziato a duellare e continueranno a farlo. In nome dell'intesa. Ognuno
con il proprio stile, Berlusconi e Veltroni alzeranno fino al 13 aprile il livello dello scontro, per quel
comune interesse politico che gli analisti hanno evidenziato con una serie di
sondaggi riservati: la tendenza alla bipolarizzazione del sistema - secondo gli
studi - "è già in atto", ma una sfida più serrata e diretta aiuterà i
leader del Pdl e del Pd a "radicalizzare il processo", a
"concentrare l'attenzione" (e il voto) sui rispettivi partiti. Lo
sanno anche i loro avversari, che infatti temono le ultime settimane di
campagna elettorale. Se i due realizzassero l'obiettivo del pieno nei consensi,
chiuse le urne potrebbero gestire con più facilità il patto che hanno
sottoscritto, e che si fonda sulla reciproca convenienza di modificare il
sistema. Insomma, l'intesa non traballa. Come spiega un autorevole dirigente
democratico, "non saranno un paio di fogli strappati durante un comizio a
mettere in discussione l'impianto dell'accordo ", che parte dalla volontà
di riformare le istituzioni. Erano altri i passaggi importanti, e si sono
consumati. A partire dalla formazione delle liste, dove il Cavaliere e l'ex
sindaco di Roma avevano stabilito di ridurre il più possibile la frammentazione
nei rispettivi campi. Quanto sta accadendo in queste ore, e quanto accadrà di
qui al voto, appartiene quindi alla "fisiologia della competizione".
Prova ne sia che l'affondo di Berlusconi non ha colto
di sorpresa al loft, dove erano preparati da tempo, quasi che la mossa fosse
stata preannunciata: ne erano talmente certi gli uomini di Veltroni,
che avevano già discusso se e come fronteggiarla. Il leader del Pd ha deciso di
"non cambiare impostazione ", perché "visto che ci siamo
presentati con una proposta nuova, dobbiamo ora dare l'immagine di chi vuole
innovare il linguaggio". E se Berlusconi ha
iniziato a mostrare i muscoli, è anche perché la sua task force comunicativa -
guidata dal portavoce Bonaiuti - ha evidenziato la tecnica di Veltroni, che sfruttando il "profilo buonista" non
ha risparmiato "colpi sotto la cintura", sull'età del Cavaliere - per
esempio - e sulla sua inaffidabilità come capo di governo, dunque come
"uomo del fare". Semmai a disturbare l'ex premier sono certe battute
di D'Alema, "quello che mi dipingeva con lo scolapasta in testa, quello
che mi dava per finito. Chi è finito?". Il patto con Veltroni
includeva comunque il duello. Raccontano che Berlusconi
sia pronto a una nuova offensiva sul fronte gestito finora meglio dal capo dei
democratici: "Se pensa di aver fatto dimenticare Prodi, si sbaglia.
Ricorderò agli italiani anche quel che hanno fatto i ministri del governo
Prodi, che sono tanti e sono tutti in lista". Lo dirà ai candidati del Pdl
che riunirà in settimana a Roma, da dove partiranno anche i camper di
centrodestra che attraverseranno l'Italia. Ma lo farà soprattutto, così è in
programma, andando "sui luoghi dei disastri" insieme a Fini. Durante
la tappa di Napoli, infatti, non si limiteranno a una manifestazione per
denunciare l'emergenza rifiuti, andranno proprio in mezzo ai rifiuti. L'idea è
sottolineare quanto detto dal leader di An: "Possono cambiare il direttore
d'orchestra, però la musica è sempre quella". Il dialogo tuttavia reggerà,
per quanto aspro potrà essere lo scontro: "Chi dice che si è rotta la
tregua - ha spiegato ieri Fini ai suoi - in realtà vorrebbe che non facessimo
campagna elettorale". Hanno iniziato a duellare e continueranno a farlo,
ma Berlusconi e Veltroni non
intendono spezzare il filo del dialogo, e poco importa se negli ultimi giorni
le comunicazioni tra i loro due plenipotenziari - Gianni Letta e Bettini - sono
diminuite. Al Cavaliere serve il dialogo con il leader Pd anche per avere in
mano la carta di riserva. è vero infatti che considera ormai acquisita la
vittoria alla Camera, ma ci sarà un motivo se per il Senato continua a chiedere
ai suoi: "Come va nelle regioni?". Qualora a palazzo Madama
mancassero i numeri, l'accusa rivolta al Pd di aver "copiato" il
programma del Pdl potrebbe trasformarsi in un'offerta di collaborazione, non
più limitata ai temi istituzionali. "In fondo Veltroni
si è preso anche i miei slogan", ha commentato giorni fa il Cavaliere:
"Lui ha annunciato che, se vincesse, l'Italia tornerebbe al boom degli
anni Sessanta. Ma è quello che dissi io nel '94, quando parlai del nuovo
miracolo italiano". Francesco Verderami.
( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Allo specchio Il
rimbombo dei poster-faccioni Marco Giusti Per le strade di Roma non si vede
neanche un faccione di Berlusconi. Solo i cartelli
grafici con la scritta: "La sinistra ha messo in ginocchio il paese.
Rialzati, Italia!" Berlusconi, almeno finora,
sembra diventato un logo, un simbolo grafico. Come se non avesse più il
desiderio di metterci la faccia. Quella ce la mette Fini. A Milano, per le
strade dei grandi cantieri in costruzione di Ligresti e compari, sono invece
apparsi i faccioni giganteschi di Gianfranco Fini su fondo bianco.
Ritoccatissimo, il leader di Alleanza nazionale, come in un'inquadratura
ispirata di Porta a porta, getta lo sguardo al radioso avvenire che ci
prospetta la Milano di Letizia Moratti. SEGUE A PAGINA 2 Accanto al volto,
sulla destra, la scritta, poco chiara: "Più sicuri. C'è allenza".
Sotto, il nastro tricolore del Pdl forma un nodo come a consolidare l'alleanza
tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Il piano,
almeno quello apparente, sembra essere il lancio del delfino, anche se il fatto
di non metterci la faccia potrebbe anche apparire da parte di Berlusconi una dichiarazione di non grande compromissione in
caso di sconfitta. Del resto questo gioco lo ha già fatto quando era sicuro di
perdere. A Roma, ma non così grandi, sono apparsi i primi manifesti per
Alemanno sindaco. Sono uguali a quelli di Fini, solo che Alemanno non guarda in
alto. Fantastico, come sempre, quello di Antoniozzi, da anni nome dei
sottoberluscones. Faccione ormai interamente dipinto per mascherare le rughe e
l'età. Solo che ci sono partite di manifesti stampati troppo chiari e altri
troppo scuri. Così il faccione di Antoniozzi per il Lungotevere appare ora
bianco ora paonazzo con effetti assolutamente comici. È partita anche la
campagna per Francesco Rutelli sindaco di Roma. C'è un grande faccione di
Rutelli che domina la via Appia al grido "più pulita, più curata, più
Roma". Il colore scelto è un tranquillo arancione. Lo stesso colore lo
ritroviamo nei tanti manifesti piccoli che si vedono per le strade romane. C'è
un Rutelli tra la gente, vecchietti, ciclisti, umanità varia. Ha una buona parola
per tutti. Lancio in grande stile, anche particolarmente curato. Tra i sotto
rutelliani brilla il candidato Panecaldo, con volto tra Donald Sutherland e
Cacciari e accanto la scritta "Bentornato, Francesco". Notevole anche
la campagna della Santanchè che si mostra da diva su fondo nero, con la luce
che le taglia il viso e la scritta "Io credo". Ovviamente crede nelle
stesse cose in cui crede Storace, solo che lui non lo fanno vedere. Campagna di
grandi mezzi anche quella di Casini, che lancia una serie di manifesti, diciamo
moderni, col faccione suo e scritte da battaglia come "Forti delle nostre
idee", "È ora di premiare chi merita", ecc. Ovvietà assolute, ma
almeno sembrano dette con un certo cipiglio. Hanno uno slogan più o meno simile
quelli della Sinistra-l'Arcobaleno, "Fai una scelta di parte", anche
se questi non hanno certo gli stessi mezzi economici per la campagna
elettorale. In uno dei manifesti più folli vediamo a destra il nero e a
sinistra il rosso. La scelta di parte è quindi il rosso di sinistra. Mah...
Bossi, a Milano, risorge con una foto a mezzo busto con ciuffo ribelle e il
braccio destro alzato sul solito sfondo verde e la frase con il consueto
slancio d'amore per il popolo padano. Boselli appare invece credibile su sfondo
bianco come i casiniani. Notevole il suo gesto di sfida al popolo di Porta a
porta dove ha abbandonato clamorosamente lo studio per protestare del poco
spazio dato ai socialisti. In mezzo ad alleanze d'ogni tipo, come Alessandra
Borghese a fianco di Casini o Marianna Madia che fa la Mara
Carfagna di Walter Veltroni, Boselli si mostra sobrio e elegante. In tempo per le elezioni
il regista e produttore Ninì Grassia, re dei musicarelli di Gigi D'Alessio, ha
promesso di terminare Hotel Hammamet, la sua opera incompiuta e di straculto
dedicata ai giorni di Bettino Craxi in esilio e mai uscita per la morte dello
statista caduto in disgrazia. Grassia dice di aver condito il tutto con
un po' di scenette nuove girate con la monnezza a Napoli, ma non ha tagliato le
parti riguardanti Berlusconi e Craxi, interpretati dai
sosia del Bagaglino. C'è grande attesa. Ovviamente.
( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Rossana Rossanda
Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi
potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che
dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva
parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione
rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava
in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione. Adesso, quegli
ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano
desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti
un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato
dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare
al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In
capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è
il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni,
semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole. Nel giro di una
generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto
assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la "forma
partito" e ogni struttura organizzata. Verso di essi la sfiducia era
duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che
depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le
responsabilità in nome di una "linea" astratta dettata dal gruppo
dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che
portavano avanti il cambiamento. SEGUE A PAGINA 2 Perché di cambiamento si
trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono.
E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite
fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò
luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili,
dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase. Negli anni Settanta
non fu "ideologia", fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non
solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi
sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di
strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia,
e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato
da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per
la prima volta "facevano politica". In Italia durò quasi dieci anni,
incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione
dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che
andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di
democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva
innervato la spinta d'urto iniziale. Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima
niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo
un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe
sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi
voti in più assicurandosi un consistente "premio di maggioranza", decida
senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di
fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non
deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante
delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica
è un inconveniente ammesso). A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i
partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata
negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi,
quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei "costi della
politica", producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli. Diversa fu
soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista,
provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere
dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima
rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario
Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una
popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli
stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal
precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova "Cosa". Fu uno choc,
che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più
diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più
intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in
causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme.
Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di
elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente
carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata
allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando
l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto
che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il
simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale,
il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti
d'una figura carismatica dal quale si attende la parola. È fin paradossale che
nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici
portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono
sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti
dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il
potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte
nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo
Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è
chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione,
perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni
per divenirlo sono esplicite. Insomma dal "niente delega" del 1968 e
seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i
poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a
funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa
appello contro di essi per istituire la "pericolosità sociale" come
sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua
pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che
non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni,
leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro
un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione.
Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi
sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge
agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi
con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si
affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando.
È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto
fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno
non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra
illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più
folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del
prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un
altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie.
Questa sarebbe la democrazia "modernizzata" che hanno in testa anche
politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy,
Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso:
semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo.
L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due
condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che
durano cinque anni salvo riconferma. Un capovolgimento del senso della
Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è
un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più
forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo
modo quella che speranzosamente è stata chiamata "la transizione
italiana" dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben
deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere
ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra,
fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente
delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la
globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici.
Ne è stata aiutata e li depotenzia. Messa in causa la loro base di massa nelle
figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i
leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro
stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la
rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa
ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo
finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per
sbeffeggiare la Repubblica nata nel
( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Confronti Ping pong
elettorale tra Italia e Usa Marco d'Eramo Di questi giorni viene spontaneo
confrontare le nostre elezioni politiche alle primarie statunitensi: nella
stampa il paragone serpeggia, quando non è richiamato più che esplicitamente.
C'è chi, nel campo di Walter Veltroni, anela a
identificare il proprio leader con Barack Obama, grazie anche al celebre verbo
ausiliare autonomizzatosi negli slogan politici: I can, o We can, a seconda
delle versioni (negli Stati uniti d'America We can è il nome dell'associazione
dei senza tetto che si guadagna da vivere raccogliendo lattine vuote, cioè
cans. Sarebbe originale, segno di vera novità, un Partito democratico il cui
slogan fosse "Io lattina"). SEGUE A PAGINA
( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Editoriale Se
nemmeno al professore piace più la politica Valentino Parlato Romano Prodi non
ha assorbito il colpo. Per ben due volte i governi da lui diretti sono stati
sfiduciati: nel 1998 da parte di Bertinotti e ora da parte di Mastella. Così
ieri, a Sky Tg24 ha detto: "Io ho chiuso con la politica italiana, forse
ho chiuso anche con la politica" aggiungendo che tuttavia il mondo è pieno
di occasioni e di doveri. Conoscendo un po' Romano Prodi, la sua dichiarazione
di chiusura con la politica è molto umorale, ma tuttavia pesa. Non gradisce
affatto la sua duplice detronizzazione e anche l'avvio dell'attuale campagna
elettorale, nella quale - forse per sua scelta - non è più protagonista, ma
piuttosto considerato responsabile della sua stessa caduta. Una situazione del
tutto diversa da quella delle ultime elezioni, nelle quali Prodi era stato
protagonista assoluto e aveva avuto il plebiscito delle primarie. Due
conclusioni, credo, sia possibile avanzare dalla dichiarazione di Prodi. La
prima, più generale, che se confermasse le sue intenzioni saremmo a un grave
degrado della politica. Prodi non è Grillo ma il suo rifiuto, anche se umorale,
è tuttavia un altro sintomo del discredito della politica nel nostro paese. Se
la politica non piace più neppure a Prodi, figuriamoci per quanti altri
italiani è così. Viene da dire che la fine dei partiti, pur con tutti i loro
difetti, ha aperto la stagione delle clientele e dei privati interessi. La
seconda conclusione è che la grande offensiva di Walter Veltroni sta
diventando troppo personalistica, troppo centrata sul personaggio, e tale da scontentare
non solo Prodi, ma anche molti altri protagonisti, non del rango del premier,
ma tuttavia decisivi per un successo elettorale. Insomma se il professore si
chiama fuori le possibilità di successo si allontanano perché in questa
stagione elettorale ci sono centinaia di piccoli romano prodi, i quali
chiedono maggiore attenzione. E, aggiungo, le tentazioni astensionistiche sono
molto diffuse in quello che una volta chiamavamo popolo di sinistra, tanto più
che anche Berlusconi, col passare degli anni e il
crescere dei suoi errori, non è più il castigo di dio, che bisognava evitare a
tutti i costi. E aggiungo ancora che il duopolio Pd-Pdl, che sembra
caratterizzare queste elezioni, diventa un altro motivo di allontanamento dalla
politica. Insomma l'uscita di Prodi, umorale quanto si voglia, è un segno
importante di malessere, che dovrebbe accrescere l'attenzione non solo e non
tanto del Pd, ma delle forze che oggi si sommano nell'Arcobaleno e che
dovrebbero già nel corso della campagna elettorale, direi prima del voto, dar
vita a una forza unitaria di sinistra. Questo, a mio parere, potrebbe essere il
contributo più forte alla sconfitta di Berlusconi.
Realizzare questo obiettivo conterebbe molto di più di tutte le promesse
elettorali.
( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Di LUCA LIPPERA Si
sono già fatti avanti in sei e oggi arrivano i "rinforzi". La scheda
elettorale per le Politiche rischia di essere molto più affollata e complicata
di quanto si potesse immaginare. Ben sette partiti (per sei aspiranti premier)
ieri, primo giorno utile per presentare le liste, hanno depositato alla Corte
d'Appello gli elenchi dei candidati. Oltre al Pd, all'Idv e alla Sinistra
Arcobaleno, sono spuntate, a sorpresa, formazioni che nessuno aveva messo in
conto: il Pli (Partito liberale italiano) e una lista definita Per il Bene
Comune. Questa mattina (c'è tempo fino alle 20 di stasera) si ricomincia:
approdano nell'ufficio vicino a piazzale Clodio il Pdl di Berlusconi,
l'Udc, La Destra e chissà quante altre liste di disturbo. Gli aspiranti Presidente
del Consiglio, alla fine, potrebbero essere più di dieci, forse dodici, con un
rischio esponenziale di errori e confusione. La Corte d'Appello di via Romei
raccoglie le candidature per la Circoscrizione Lazio 1 della Camera (Roma e
provincia) e per il Senato (tutta la regione). Per Montecitorio si sono
presentate finora sette liste: il Pd e l'Italia dei Valori (che corrono
insieme), la Sinistra Arcobaleno, la Sinistra Critica, il Pli, Per il Bene
Comune e la formazione Aborto? No Grazie di Giuliano Ferrara. Viene dunque
confermato che l'associazione lanciata dal direttore del quotidiano "Il
Foglio" non sarà in corsa per il Senato. Non è una fatto da nulla: la
battaglia per Palazzo Madama, almeno nel Lazio, è molto tirata e potrebbe bastare
uno zerovirgola in più o in meno per regalare il premio di maggioranza al Pdl
anziché al Pd. Le liste per ora sono state tutte ammesse dalla Corte d'Appello.
Aldo Modugno, presidente della commissione elettorale per la Camera, ed
Evangelista Popolizio, suo omologo per il Senato, hanno lasciato "in
sospeso" solo la posizione di alcuni singoli candidati della Sinistra
Critica e del Partito Liberale, che lancia a Palazzo Chigi tal Stefano De Luca.
Tra i presentatori del Pli, c'è anche il repubblicano Giorgio La Malfa, che
sarà però candidato con il Centrodestra. Chi "presenta" una
formazione, in base al decreto approvato alcune settimane fa dal Governo, può
benissimo correre con un altro partito: la firma viene offerta solo in nome
della democrazia, per consentire la partecipazione dei "piccoli"
gruppi, ma non c'è dubbio che il risultato possa essere la confusione. Ma
veniamo ai nomi. Il numero uno del Pd alla Camera è Marianna Madia, 27 anni,
ricercatrice dell'Arel di Enrico Letta, collaboratrice di Giovanni Minoli e una
vecchia love-story con il figlio del Presidente della Repubblica Napolitano. Al numero due Walter Veltroni. Dietro
il candidato premier, ecco Paolo Gentiloni, l'ex ministro Giovanna Melandri,
l'ex presidente della Provincia Enrico Gasbarra e Michele Meta. Al Senato la
lista del Partito Democratico è aperta da Franco Marini. Lo seguono Anna
Finocchiaro, Luigi Zanda e, tra gli altri, Maria Pia Garavaglia,
Raffaele Ranucci e Roberto Di Giovan Paolo. Le formazioni di sinistra sono tre.
La più piccola, Per il Bene Comune, è guidata al Senato da Fernando Rossi: è il
parlamentare uscente dei Comunisti Italiani che negò la fiducia a Prodi
(espulso dal partito) e nei giorni scorsi si è incatenato a Palazzo Madama
perché gli ostacoli alla presentazione di una sua lista. Franco Turigliatto,
altro dissidente, espulso da Rifondazione, guida la pattuglia di Sinistra
Critica al Senato, affiancato da Cristina Tuteri, Nando Simeone, Claudia Gigli
e Gennaro Peraino. I "pezzi da novanta" della galassia che vede
insieme verdi, ex comunisti e fuoriusciti dai Ds sono, ovviamente, nella
Sinistra Arcobaleno. Per la Camera, scendono in campo Fausto Bertinotti, Angelo
Bonelli, Massimiliano Smeriglio e Angelo Leoni, mentre per il Senato ci sono
Loredana De Petris, Cesare Salvi, Luigi Cancrini e Ada Scalchi. Antonio Di
Pietro e Jean Touadi, ex assessore alla Sicurezza del Comune, aprono la
formazione per la Camera dell'Idv, nella quale ci sono anche Leoluca Orlando e
Giuseppe Giulietti. Oggi altre decine e decine di nomi si aggiungeranno a
quelli già presentati ieri. Ma anche su questi i cittadini non avranno alcuna
possibilità di scelta. La lista è, come si dice in gergo tecnico,
"bloccata", perché così è la legge. Gli elettori non potranno
esprimere preferenze per questo o quello. Quindi i partiti tutti hanno già
fatto i loro conti e sanno con buona approssimazione chi entrerà in Parlamento
è chi no. (Ha collaborato Luca Brugnara).
( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
O del Pd in lizza
per Montecitorio è Marianna Madia, 27 anni, ricercatrice, seguita
dal candidato premier Walter Veltroni. Dietro di lui, ecco Paolo
Gentiloni, l'ex ministro Giovanna Melandri e l'ex presidente della Provincia,
Enrico Gasbarra. Per Palazzo Madama apre la lista del Pd Franco Marini, seguito
da Anna Finocchiaro e, tra gli altri, l'ex vice sindaco Mariapia Garavaglia.
Ben sette i partiti che hanno presentato una propria lista per sei candidati
premier e visto che i termini per partecipare alla tornata elettorale scadono
oggi alle 20, non è escluso che si aggiungeranno formazioni e candidati premier
dell'ultimo minuto. Attese anche le liste del Pdl: capolista al Senato sarà
Marcello Pera seguito da Maurizio Gasparri e alla Camera dietro Silvio Berlusconi compariranno i nomi di Gianfranco Fini, Gianni
Alemanno e Fabrizio Cicchitto. Giovannelli, Lippera, Marincola e Rossi
all'interno.
( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Di MARIO AJELLO ROMA
Cincinnato sconfisse gli equi, nel 458 avanti Cristo, e tornò ai suoi campi.
Mirabile esempio, patriottico, di disinteresse personale. Romano Prodi, da uomo
delle istituzioni, mostra ancora una volta di concepire la politica come
servizio e non come vitalizio e annuncia il suo addio all'impegno pubblico. E
come accade ogni volta che lascia o è costretto ad abbandonare un incarico,
anche stavolta andrà dai suoi amici del Mulino, busserà alla porta e chiederà:
"Vi serve una mano? Avete qualcosa da farmi fare?". "E noi lo
aspettiamo, come sempre, a braccia aperte": dicono gli intellettuali
dell'associazione bolognese, una seconda casa del Prof., proprio accanto a
quella vera di via Gerusalemme. Che Prodi vada verso un buen retiro è difficile
da credere. Visto il credito, anche internazionale, di cui gode. Un nuovo
grande incarico in Europa? O magari finirà all'Onu? Oppure accetterà uno dei
tanti ruoli, di alto consulente economico e industriale, che gli vennero
offerti in Italia e all'estero fin quasi alla vigilia delle elezioni del 2006,
ma lui rifiutò quegli ingaggi molto ben pagati perchè "c'è tanto da fare
in politica e io mi metto disinteressatamente a disposizione"? Ora siamo
all'addio di uno statista, di un Cincinnato che se ne torna nella sua tenda
fatta di studi, di osservazioni e di nuove sfide lontane dal pollaio politico
nostrano, e insomma alla chiusura degnissima di una parabola che ha dato
all'Italia, fra l'altro, il miracolo del risanamento dei conti pubblici. E
insieme una lezione di serietà, magari un po' antica e ingiustamente demodé, a
un Paese in crisi che fatica - fra ideologie del "no e poi no!",
egoismi sociali e corporativi, ideologismi paralizzanti e parole a vanvera - a
riconoscere la propria situazione e vorrebbe essere rassicurato più che curato.
Per cambiarlo, il Prof. ha profuso tutto l'ottimismo e la cocciutaggine che ha
in corpo. Poi è andata come è andata. Cioè lui è caduto, ma è caduto in piedi.
Riuscendo a non tradire, prima, la volontà popolare di chi lo aveva eletto. E ora evitando di mettere i bastoni fra le ruote a Veltroni, leader di quel Pd di cui lui resta il padre nobile, e
sforzandosi di non incattivire troppo una campagna elettorale in cui
l'anti-berlusconismo è finalmente sottotono. Quel che è certo è che, adesso,
tramonta l'epoca del prodismo. E questa pagina si chiude mentre se ne apre
un'altra, il veltronismo, che è diversa rispetto a quella precedente in
tanti aspetti: se non altro per quello generazionale e per quello del gusto
mediatico, tipico di Walter e poco assaporato dal Prof. Nel repertorio del
prodismo, rientra quello stile compassato del fare le cose "adagio adagio",
e cercando la mediazione per arrivare alla decisione, che è tipico di questo
post-democristiano molto tecnocratico e con la passione della concretezza.
Siamo insomma all'addio. A dispetto di quanto proprio Prodi, pochi mesi fa,
pronosticava a "LaSette", duettando con il comico Crozza:
"Grazie a Silvio, avrò vita eterna". Non l'ha voluta avere,
politicamente, a riprova dell'eterodossia dell'ex premier in un Paese in cui
nessuno contempla il passo indietro. E ogni rinuncia, forzata, viene vissuta
come una tragedia. In Prodi, viceversa, non c'è dramma: e neppure quel supposto
desiderio di vendetta che spinse Cossiga a soprannominare Romano "il
Vindice di Bruxelles", quando diventò presidente europeo dopo la
defenestrazione del 1998. Semmai, c'è amarezza. Non tanto dovuta al tradimento
di Mastella o ad altre ragioni di politica politicante, ma provocata dalla
consapevolezza che un Paese pieno di potenzialità di riscossa non abbia avuto
la pazienza di dare tempo a un capo di governo che glielo chiedeva. La cultura e
la visione del Prof. sembrano fatte apposta, del resto, per una società
composta, e invece siamo alla "società liquida" (per dirla alla
Zygmunt Baumann) che fatica a riconnettersi con se stessa in tutte le sue
articolazioni e vive una modernità difficile da leggere per tutti. A cominciare
da quelli che verranno dopo Prodi.
( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Dal nostro inviato
FABRIZIO RIZZI BOLOGNA - Prodi chiude con la politica in Italia, nel senso che
non si ricandiderà, forse andrà a fare l'osservatore per conto dell'Onu, in
qualche angolo del pianeta dilaniato da conflitti. Oppure, sceglierà di
presiedere qualche Fondazione internazionale che si dedica agli aiuti
umanitari, stile quella di Bill Clinton. Ma ancora non ha deciso, resterà in
sella, come presidente del Consiglio, fino a metà maggio. Soltanto a quella
scadenza, deciderà che cosa fare "da grande". Se il "mestiere di
nonno" lo ha già iniziato, nei fine settimana, quando fa ritorno nella sua
Bologna, accudendo Chiara, Davide e gli altri nipotini, è sicuro l'abbandono
della politica sulla scena nazionale, intesa come attività di tipo
parlamentare. Non è questione di repicca o altro. Non c'è
alcuno strappo con Walter Veltroni che, al contrario, vuole
sostenere fino in fondo. E Veltroni, poco dopo, gli ha dato atto
di avere "stile" che conferma "il suo disinteresse personale, il
suo essere uomo di Stato". Non solo: il segretario del Pd ha riconosciuto
che il Professore "per due volte ha risanato i conti pubblici e come uomo
di Stato" ha dato "lustro all'Italia". In ogni caso, il
premier resterà come presidente del Partito democratico, in cui si è ritagliato
il ruolo di garante. Da quest'osservatorio, aprirà una finestra sul mondo. La
fine del capitolo politica italiana è stata annunciata dallo stesso Romano Prodi,
sotto la sua abitazione bolognese, durante un'intervista a "Sky".
Come vede il suo futuro?, gli ha chiesto il cronista. Ed il Professore ha
risposto senza esitazione: "Il futuro è sempre sereno perchè ci sono cose
da costruire. Io ho chiuso con la politica italiana e, forse, con la politica
in generale, ma il mondo è pieno di occasioni dove c'è gente che aspetta aiuto
e pace. C'è più spazio ora che prima". Massimo D'Alema ha subito detto che
lo sentirà al telefono. Ma una lettura critica, che vede queste parole come uno
sgarbo a Veltroni, viene smentita dallo stesso
presidente del Consiglio. Il quale dichiara: "No, resta un sostegno totale
e forte" al leader del Pd. Infatti, tifa affinchè il Pd possa vincere alle
prossime elezioni di aprile. E come Veltroni è stupito
dall'atteggiamento di Berlusconi che ha stracciato il
programma degli avversari. "Intristisce molto una campagna
elettorale" in cui avvengono questi fatti. E adesso il premier
"studia" quel che farà dopo la parentesi di Palazzo Chigi. Sicuramente
si apre una fase ricca di novità. Finora ha ricevuti richieste di tutti i tipi,
ma il Professore vorrebbe, secondo l'entourage, puntare a costruire qualcosa
nell'ambito della politica internazionale. I suoi successi internazionali,
culminati con la missione in Italia, e certificati dalle dichiarazioni dai
segretari generali dell'Onu, Kofi Annan prima e Ban-Ki-Moon adesso, hanno
elevato la popolarità di Prodi a livello planetario. Al punto che Giulio
Andreotti, che nel mondo ha riscosso unanimi consensi, gli ha ufficialmente
riconosciuto un gradimento nelle cancellerie internazionali. Dunque, quella
frase in cui il premier afferma "c'è gente che aspetta aiuto e pace",
potrebbe essere interpretata come prossimo impegno, nel ruolo di "facilitatore",
in un organismo dell'Onu. Esiste, tuttavia, una seconda indiscrezione secondo
la quale Prodi potrebbe assumere la presidenza di una Fondazione
internazionale, stile Bill Clinton, il cui scopo sarebbe di portare aiuti alle
popolazioni che soffrono. Qualcosa di molto simile, nella prospettiva storica,
a Dossetti, fondatore di "Critica sociale", dissidente di De Gasperi,
di cui Prodi è grande ammiratore. Intanto Fini dà una propria interpretazione
dell'addio di Prodi: "Il povero Prodi è stato dimenticato dal Pd che ha
fondato e viene ora considerato un ostacolo. Per non creare ulteriore imbarazzo
ha chiuso con la politica".
( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Di FABRIZIO NICOTRA
ROMA - Rush finale e corsa all'ultimo posto utile. Da ieri e fino a questa sera
sono aperti gli uffici elettorali per la presentazione delle liste alle
elezioni e, tra voci su nomi più o meno eccellenti, tra esclusioni e rientri
dell'ultimo minuto, si chiudono le iscrizioni alla grande corsa che porta in
Parlamento. Non mancano le polemiche e, per esempio, i Radicali chiedono perché
la lista antiabortista di Giuliano Ferrara può presentarsi senza raccogliere le
firme. Comporre il puzzle è un "lavoraccio", come ha detto Silvio Berlusconi. Bisogna dire no, ascoltare le richieste del
territorio, candidare quando possibile nomi di richiamo: chissà se Valeria
Marini entrerà a Montecitorio. La soubrette, ieri a "Domenica In",
non lo ha escluso: "Spero in futuro di potermi impegnare nella tutela dei
diritti delle donne". Da oggi entra in vigore il nuovo regolamento sulla
par condicio e la Rai avrà la sua gatta da pelare. Niente "faccia a
faccia" tra candidati premier. Sono troppi, ben 12, e fare il girone
all'italiana è impossibile. Ci saranno delle trasmissioni-ammucchiata: più
candidati intervistati da più giornalisti. C'è anche chi ha messo in lista
Beppe Grillo, in Toscana, Emilia e Sardegna ci hanno provato in tre, ma il
comico genovese tuona: "Tutto falso, ci sarà lavoro per il mio avvocato
Giuseppe D'Ippolito. Io sono per l'astensione". Questa sera alle otto "rien
va plus". Ecco un glossario dei temi che hanno accompagnato la formazione
delle liste, a partire dalle quote rosa, una ricognizione dei nomi noti che
passano alla politica, di quelli che invece hanno detto no e di chi rinuncia, a
partire da Romano Prodi. I CANDIDATI PREMIER. Silvio Berlusconi (Pdl e Lega), Walter Veltroni (Pd e
Italia dei valori), Pier Ferdinando Casini (Udc e Rosa bianca), Fausto
Bertinotti (Sinistra l'Arcobaleno), Enrico Boselli (Partito socialista),
Daniela Santanchè (La Destra), Marco Ferrando (Partito comunista dei
lavoratori), Roberto Fiore (Forza nuova), Flavia D'Angeli (Sinistra critica),
Bruno De Vita (Unione democratica dei consumatori), Giuliano Ferrara (Aborto?
No grazie), Stefano Montanari (Per il bene comune). LE DONNE. Un tema, quello delle
quote rosa, che negli ultimi anni è diventato centrale. L'operazione più
corposa sembra quella di Veltroni, con il Pd che
candida 379 donne, il 42% del totale. Il Pdl non arriva a queste percentuali,
ma Berlusconi e Fini hanno i loro fiori all'occhiello:
la portavoce del Family day Eugenia Roccella, Fiamma Nirenstein, scrittrice e
inviata in Medio Oriente per "Il Giornale", e Souad Sbai, presidente
dell'Associazione delle donne marocchine in Italia. E se Ferrara vanta una
lista "quasi tutta rosa", la Sinistra schiera Rita Borsellino,
sorella del giudice ucciso dalla Mafia nel '92. NEW ENTRY. Sono tante, partiti
sono riusciti ad ottenere nomi di grido e candidati simbolo. Il Pd schiera
Umberto Veronesi, i prefetti Achille Serra e Luigi De Sena, l'operaio scampato
al rogo della Thyssen Antonio Boccuzzi. Con Berlusconi
l'attore Luca Barbareschi, l'ex comandante delle Fiamme gialle Roberto
Speciale, il leader della rivolta dei tassisti Loreno Bittarelli. Casini
schiera il capo del sindacato di polizia (Siulp) Oronzo Cosi. GLI IMPRENDITORI.
E' sfida tra Veltroni Berlusconi. Il Pd ha in lista
Matteo Colaninno, ex leader dei giovani di Confindustria, e il presidente di
Federmeccanica Massimo Calearo. Con il Pdl il re delle acque minerali Giuseppe
Ciarrapico e l'industriale vicentino Ettore Riello. I MAGISTRATI. Tanti i
giudici in lista. Dal segretario generale del Csm Donatella Ferranti a Gianrico
Carofiglio (autore di romanzi di successo), entrambi con il Pd. Con Casini
sembra fatta per Ugo Bergamo, consigliere del Csm, mentre Gianfranco Amendola,
procuratore aggiunto a Roma, corre con Bertinotti. I PORTAVOCE. Molti i
collaboratori dei parlamentari o dei big dei partiti. Nel Pd il vicesegretario
Dario Franceschini porta Piero Martino, il ministro Beppe Fioroni l'ha spuntata
per Luciana Pedoto. Il Pdl risponde con Giuseppe Moles (fedelissimo di Antonio
Martino) e Luca D'Alessandro, capo ufficio stampa di Forza Italia. QUELLI CHE
HANNO DETTO NO. C'è anche chi ha preferito rinunciare, da Prodi al ministro
dell'Interno Amato. Il leader del Pdci Diliberto lascia il suo posto
all'operaio Ciro Argentino, anche lui proveniente dalla Thyssen. Mastella ha
detto no denunciando un "linciaggio morale e mediatico". Per quel che
riguarda i volti noti, Veltroni ha dovuto rinunciare
ai giornalisti Rai David Sassoli e Bianca Berlinguer. Berlusconi
si è sentito dire no da Antonio D'Amato, ex leader di Confindustria, e dal capo
degli imprenditori veneti Andrea Riello. Hanno rifiutato anche la scrittrice
Susanna Tamaro, corteggiata da Ferrara, e il fenomeno editoriale Roberto
Saviano, sotto scorta per minacce della Camorra, inseguito dalla sinistra. I
"DISSIDENTI" CI RIPROVANO. Franco Turigliatto e Fernando Rossi, i
senatori dell'Unione che hanno fatto "ballare" il governo Prodi, non
mollano. Il primo corre con Sinistra critica, il secondo è nelle liste di Per
il bene comune.
( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Non vivrà l'evento
televisivo del duello tra i due candidati premier Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Le ragioni sono note (troppi candidati a palazzo Chgi, sarebbe
servito una sorta di campionato tv con girone all'italiana), ma la reazione
dellan Rai è stata ugualmente piccata. Il servizio pubblico (qualifica una
volta di più immeritata) ha infatti fatto subito presente che "il regolamento
approvato dalla Vigilanza per le elezioni rischia di costarci 40-50
milioni di euro di mancatio introiti pubblicitari". Ora è vero che le
tribune politiche non sono per il telespettatore il massimo della vita. ma è
altrettanto vero che la politica, Porta a Porta docet, offre alla Rai serate su
serate di asclti elevati, fino ai record dei duelli di due anni fa. Insomma, un
po' più di fair play da viale Mazzini non guasterebbe: al servizio pubblico e
al paese.
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Pagina II - Genova
L'addio di Biondi alla città immobile FRANCO MANZITTI (segue dalla prima di
cronaca) La legge verticizza per la seconda volta le scelte, le grandi novità
dei partiti ne rivoluzionano il gioco, annichiliscono le deroghe, capovolgono i
calcoli interni, rovesciano perfino le palizzate dei nuovi cantieri della
politica, spazzano via procedure impolverate e le sostituiscono con altre che
non hanno stabilità. Il vento di Veltroni porta
nelle liste tanti nomi, nuovi ed esterni, accendendo il fuoco di polemiche
fiammeggianti: arrivano perfino Carneadi della politica, ma la giustificazione
è il cambio perentorio. La risposta del centrodestra fa pagare il prezzo non
solo a Biondi, ma ad altri parlamentari permanenti. La risposta del
centro neonato è l'affanno di candidature che sembrano funghi. E a sinistra si
consuma veranente un arcobaleno di esclusioni e novità choccanti, per le
bocciature e la perdita di contatto con il territorio. Il risultato più
superficiale è che la rappresentanza del territorio sembra strozzata
pesantemente soprattutto nel Pd e nella Sinistra. Il risultato più profondo è
che Genova e la Liguria sembrano allontanarsi da Roma, soprattutto in quelle
aree che da sempre l'hanno tenuta collegata: una Melandri, un Garofani, un
Fassina, un Lusi sono apparentemente distanti dal ruolo cerniera che hanno
svolto nel passato recente tanti parlamentari Ds, Pds, Pci: basta ricordare
Mazzarello, lo stesso Burlando, basta risalire a Castagnola, Gambolato, ma vale
ricordare personaggi di un'altra parte come Lorenzo Acquarone, lo stesso Alessandro
Repetto. Non basteranno Tullo, Pinotti e un simbolo come Sabina Rossa a cucire
quello strappo dal territorio, quelle esclusioni e quelle inclusioni dall'alto?
E chi coprirà quel centro che il nuovo Pd vuole tenere ben agganciato? Avevamo
posto la questione un po' di tempo fa'. La riproponiamo. L'altro deficit
sostanziale riguarda la Sinistra, oggi riconducibile alla denominazione
Arcobaleno che non ha mai avuto un collegamento così flebile con i suoi bacini
del consenso: quella che una volta si chiamava classe operaia e che oggi si
richiama un po' impunemente operaia con tutti i sensi di colpa che possono
derivare tra morti bianche e salari da fame. A destra la rivoluzione,
apparentemente più incisiva territorialmente, sembra un rimescolamento di carte:
dal mazzo spunta Enrico Musso piazzato in cima alla lista del Senato e in mezzo
risalta Biasotti, che ha già annunciato di voler andare così più rapidamente,
attraverso la strada romana, verso la candidatura alla presidenza regionale. La
conclusione è che sotto a tutti questi movimenti tellurici resiste lo zoccolo
duro di una società genovese e ligure politicamente immobile. O quasi. Poche
novità, poche facce nuove, poca società civile. Non vorremmo che, parafrasando,
si arrivasse a dire, tra un po': a ridatece Biondi. Per tornare a lui, il
liberale nato sotto il regno di Malagodi, divenuto anche segretario nazionale
del Pli in una ruggente e breve stagione e confluito con Berlusconi,
due volte ministro, anzi fondatore, nell'altra repubblica del ministero dell'Ecologia,
la sua figura e il suo ruolo in Parlamento non hanno mai coinciso con una così
totalizzante colonizzazione e con un così potente rimescolamento di carte.
Carte vecchie, carte nuove, carte riciclate nel tourbillon di una politica che
fa una fatica mostruosa a metabolizzarsi. Se Il Pd spedisce a Genova e in
Liguria tanti "esterni", se il centro sotto i petali della Rosa
Bianca mette in cima alla lista Rosario Monteleone, ex margherito, se la
Sinistra Arcobaleno non agguanta il territorio ligure e c'è uno dei suoi che
digiuna per protesta, questa non è una scena da Biondi. La società genovese e
ligure non sforna più personaggi: appare civilmente e, quindi, politicamente
immota. La borghesia stabile o illuminata è sempre avara: il presidente della
camera di commercio farà carte false per avere il terzo mandato, cambiando la
legge, quello degli industriali gioca un ruolo di attesa da oltre un anno e le
elezioni per rinnovarlo hanno impegnato scontri di fuoco e un tempo biblico. La
cultura motore di tutto si gioca l'ultima chance nella Fondazione, dopo il
lungo stop seguito al 2004. Chi può riaccendere questa città?.
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
L'esempio spagnolo I
socialisti francesi Il leader del Psoe Il leader del Pd: "In Spagna e in
Francia due risultati molto importanti. Zapatero realista e innovatore" E adesso Veltroni crede nel nuovo ciclo "Un vento che soffia dall'Europa agli
Usa" "Con Clinton alla Casa Bianca ci fu una stagione di vittorie:
Blair, noi, la Francia" "La conclusione della stagione di Bush apre
spazio a una leadership nuova e giovane" Dobbiamo anche noi avere quella
sana radicalità del riformismo che è necessaria Oltre alla disillusione per
Sarkozy, si apprezzano esperienze di governo come quella di Delanoe Lui
e la Chiesa? Lo Stato è laico, però può animare la politica anche chi ha un
punto di vista religioso GIANLUCA LUZI ROMA - La vittoria di Zapatero e la
sconfitta di Sarkozy raggiungono Veltroni nel Nordest,
dove "è caduto il muro che c'era con il centrosinistra". Due
risultati "molto importanti che se vogliamo sommare a quello che succede
negli Stati Uniti dicono che sta spirando un vento nuovo in Europa e in
occidente. Con Kennedy ci fu il centrosinistra in Italia e Brandt in Germania.
Con Clinton c'è stata una stagione di vittorie in tutta Europa: Blair, noi, la
Francia. Adesso sta succedendo qualcosa di simile: la conclusione della
stagione di Bush apre lo spazio a una leadership nuova, più giovane, in
sintonia con una società mobile, veloce e al tempo stesso insicura dal punto di
vista sociale e che chiede delle soluzioni". Lei conosce bene Zapatero.
Qual è la sua carta vincente? "La vittoria di Zapatero è la vittoria di un
uomo politico molto realista e innovatore, esattamente ciò che i riformisti
sanno essere. Zapatero avrà una maggioranza molto ampia ed è importante che sia
stata confermata la sua esperienza di governo. Una grande differenza con
l'Italia dove mai un governo, dal '
( da "Unita, L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
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l'edizione del Programma strappato/1 Così fa a pezzi le idee degli altri Cara
Unità, Berlusconi ha compiuto un gesto repellente. In
mezzo alle ovazioni dei suoi elettori, immemori del suo sfascio del paese,
delle sue leggi ad personam, dei suoi processi condonati, a stracciato il
programma del Pd. Pochi hanno evidenziato la manifesta intenzione che questo
vile gesto implica: fare a pezzi le idee dell'altra metà dell'Italia che non è
con lui, che vede la sua pericolosità. Pericolosità che si è ben rivelata
nell'uso personale del Parlamento durante il quinquennio, nella sua aggressione
senza limiti ai suoi avversari, giudici, giornalisti liberi. Le campagne
denigratorie e d'aggressione a Prodi, con il killeraggio mediatico delle bufale
Telekom Serbia e affare Mitrokin e il Dossier Pio Pompa confermano questa
pericolosità di Berlusconi che, se eletto, farà ancora
peggio di quello che ha fatto nel quinquennio. E i suoi che lo osannavano
mentre stracciava e faceva a pezzi le idee dell'altra Italia, sono responsabili
quanto lui di questo attacco inaudito alla democrazia. Significa che sono
pronti a fare a pezzi il familiare, il vicino, l'amico che hanno idee diverse
dalle loro. Patrizia Chiara Programma strappato/2 Il Paese non vada nelle loro
mani Cara Unità, guardando il telegiornale, eccoti il servizio sul BerlusconiFiniShow, la vecchia coppia scoppiata tornata ora
in auge in vista delle prossime elezioni. Ciò che subito mi è balzato
all'occhio è quanto sia vero che la storia è fatta di corsi e ricorsi; infatti,
abbiamo visto il primo Lord che permettersi di stracciare ciò che a suo dire è
il programma del Pd, e il secondo - sempre Lord - affermare "potremo
intestare al Pdl di aver dato vita il 13 aprile ad una nuova stagione ma di
liberazione". Se il gesto dell'on. Berlusconi può
essere giudicato alla stregua di una gag di pessimo gusto, quello dell'on. Fini
può essere considerato una vera e propria offesa verso tutti coloro che
lottarono per liberare davvero l'Italia e gli Italiani da una dittatura feroce
come quella fascista, che fece danni enormi, sconvolegendo e mietendo migliaia
di vite innocenti. Ci vuole davvero una bella faccia tosta! Certo, se quella di
sabato è l'anteprima del loro agire, non c'è certo da stare tranquilli. Però,
ciò può aiutare a scrollarci di dosso il nostro torpore, a riscoprire i nostri
valori, coltivare i nostri ideali, esprimere i nostri sogni, insomma, a
impegnarci affinché il paese non veda certa gente di nuovo alla sua guida.
Marcello Minelli, San Giustino (Pg) Programma strappato/3 Berlusconi ci dà uno schiaffo... Cara Unità, siamo costernati dal
comportamento tenuto da Berlusconi durante un suo comizio. Veltroni ha
adottato la tattica di non denigrare mai l'avversario, invece il Cavaliere va
fuori dal selciato: dopo i vari insulti della precedente campagna elettorale,
scusateci se scriviamo l'insulto ma non siamo noi a dirlo: " Chi
vota a sinistra è coglione", adesso la novità è di strappare il programma
del Pd in un suo comizio. Allibiti, basiti, stupiti e stravolti sono i nostri
stati d'animo. Dovremmo aspettarci di tutto da Berlusconi
eppure ogni suo schiaffo ci brucia sempre... Riccardo Miccichè e Valentina
Mirabile, Agrigento Che cosa pensa la Chiesa di chi candida condannati dalla
giustizia? Cara Unità, l'Udc, molto vicina alla Chiesa Cattolica, ha candidato
( come previsto) Cuffaro in Sicilia; sarei curiosa di conoscere il parere della
Chiesa su questa candidatura dato che, a suo tempo, fu molto critica con la
candidatura del professor Veronesi nel Partito Democratico ritenendo che fosse
una personalità troppo laica e razionale per le sue posizioni in campo etico;
forse non si tiene conto che il professor Veronesi, oltre ad essere un oncologo
di fama internazionale, non ha pendenze giudiziarie; domandiamoci allora se non
valga più una fedina penale pulita ma una pseudo cattolicità espressa ma
certamente non praticata. Maria Grazia Nibbi, Firenze Corridoio Tirrenico
Ancora due parole per dire sì Caro Direttore, replico alla risposta di Vittorio
Emiliani dell'8 marzo su queste pagine. Non ritorno ai dati Istat sul consumo
del suolo e gli "scempi paesaggistici" perché già discussi e chiariti
su queste pagine a suo tempo anche con l'Assessore regionale Riccardo Conti il
quale da buon toscano (prima di essere amministratore e politico riformista)
vuol bene alla sua terra e risponde alle esigenze di ammodernamento con la
sintesi "tutela e sviluppo". La Toscana è anche una Regione europea
capace di contribuire ed orientare, partecipando, agli obiettivi dello Schema
di Sviluppo dello Spazio Europeo, con processi che interessino il suo intero
"sistema", da fargli assumere il ruolo di ponte tra l'Europa e lo
spazio mediterraneo, con riferimento al Quadro Strategico Nazionale 2007-
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Continua il dualismo
tra il segretario di Stato e l'ex presidente Cei nel pressing sui politici
cattolici Il Vaticano non si fida dei due poli e Ruini tifa sempre per Casini
Nell'episcopato diffusa diffidenza per il Pd. Timori di "deriva
zapaterista" L'ex presidente Cei non ha mai fatto mistero delle sue
perplessità sul centrosinistra MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - Alla fine chi
ha impostato il gioco è stato ancora una volta "don Camillo". Sarà
parsa anche improvvida la sortita del direttore dell'Avvenire Dino Boffo,
quando esattamente un mese fa difese a spada tratta la sopravvivenza dell'Udc
di Casini, sostenendo al Tg1 che era "interesse dei cattolici" e del
centrodestra che vi fosse un partito-riferimento della dottrina sociale
cristiana. Però, con il passare delle settimane, ha prevalso proprio la
strategia del cardinale Ruini. Nel palazzo della Cei non è un segreto che la
missione prioritaria è di "salvare il soldato Pierferdi". Quel po' di
influenza elettorale diretta, che generiche valutazioni statistiche
attribuiscono alla macchina ecclesiastica (si va dal 3 ad un massimo di 6 per
cento), sono indirizzate prevalentemente al rafforzamento del team
Casini-Pezzotta. L'ex presidente della Cei, lucido come sempre, ha intuito in
anticipo il punto debole del bipartitismo in fieri, cui anelano
Berlusconi e Veltroni. C'è nel ventre molle dell'episcopato una diffidenza verso un
Partito democratico percepito come incline a trasferire in Italia istituti e
leggi dell'Europa secolarizzata. Diffidenza paradossale - dal momento che il Pd
sulle questioni delle convivenze e della procreazione rischia di essere più
arretrato della Cdu tedesca o dei conservatori francesi - ma comunque
radicata. Mentre, a differenza delle altre tornate elettorali, è presente tra i
vescovi una delusione nei confronti di Berlusconi, che
taumaturgo non è poi stato e troppo disinvolto si è rivelato nella difesa degli
interessi personali. In questo clima di disincanto Ruini indica l'Udc come
possibile ago della bilancia in parlamento e partito fedelissimo sui
"principi irrinunciabili" di papa Ratzinger. Sempre Ruini è stato
abilissimo a servirsi dell'iniziativa anti-aborto del Foglio come di un
predellino per creare un clima di limitazioni alla 194, salvo a distanziarsi
dalle espressioni più truculente di Ferrara e lasciar cadere ogni entusiasmo
per la sua lista. L'attivismo di Ruini, in sintonia pluriennale con prelati
come Betori, Caffarra, Fisichella, caratterizza un duello silenzioso e
sotterraneo fra l'ex presidente della Cei e il Segretario di Stato vaticano
Bertone. Non era questo lo scenario immaginato, quando Ruini lasciò la guida
dell'episcopato. La divisione dei compiti, esplicitamente prevista da una
lettera del Segretario di Stato a Bagnasco, era che il nuovo presidente della
Cei si sarebbe dedicato alla missione pastorale mentre dei rapporti con la
politica italiana si sarebbe occupato Bertone. Per Ruini in questo organigramma
non c'era più spazio. Le cose sono andate diversamente. Intanto - a meno di
decisioni papali improvvise - il cardinal Ruini è riuscito a procrastinare fino
a giugno il suo avvicendamento come cardinal Vicario. E soprattutto, all'ultimo
Consiglio permanente della Cei, Ruini ha conquistato l'incarico di responsabile
del "Progetto culturale", che gli offre il ruolo di intervenire per
cinque anni sui problemi etici e la presenza dei cattolici nella società con il
suo temperamento da "animale politico". Ma esattamente questo è lo
stile, che Bertone voleva lasciarsi alle spalle. Ancora ieri il Segretario di
Stato vaticano ha rivelato la sua intenzione di misurarsi con tutti i partiti
dell'arco politico, con tutti i "leader degli schieramenti" e tutti
cattolici delle varie liste. Lo stesso colloquio, avuto con Veltroni
prima di Natale, e il rimbrotto al leader Pd sullo spazio da dare ai cattolici
nel nuovo partito mostrano la sua intenzione di considerare interlocutori sia
il centro-destra che il centro-sinistra (a differenza di Ruini che non ha mai
nascosto la sua antipatia verso Prodi, l'Unione e il centro-sinistra complessivamente).
E in questo quadro, di approccio tout-azimout, vanno considerate le reprimende
rivolte da Famiglia Cristiana sia al Pd per l'aggiunta della "salsa
radicale" sia al partito di Berlusconi per
l'"anarchia etica". Nel rinnovato attivismo elettorale della Chiesa
si inserisce qualche vescovo con decaloghi più o meno generali o, come fa
quello dell'Aquila, con tirate alle orecchie a chi tra i candidati "parla
molto della famiglia ma personalmente ha una storia familiare poco
raccomandabile". Ma sono dettagli. Divisi per temperamento, Bertone e
Ruini (ed egualmente Bagnasco) hanno un comune obiettivo per il dopo-elezioni.
Costruire una rete trasversale, che favorisca maggioranze multi-partisan nelle
materie eticamente sensibili (finanziamenti alla scuola cattolica inclusi), su
cui la Chiesa intende avere l'ultima parola. I gemelli del Family Day - Eugenia
Roccella con Berlusconi e Pezzotta nell'Udc - e i
gemelli Binetti e Bobba nel Pd sono la costellazione cui guarda in questo senso
il Vaticano.
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Liste, il Pdl frena
la Brambilla e Dell'Utri Solo cinque seggi a testa. Giallo sulle firme di
Ferrara e sulla candidatura di Grillo La Destra lancia Stefio in Sicilia: fu
rapito in Iraq insieme a Quattrocchi Un Beppe Grillo in Toscana, poi la moglie
smentisce: "Non è lui" FRANCESCO BEI CARMELO LOPAPA ROMA - La
chiusura delle liste del centrodestra riserva ancora sorprese. Anzitutto il
ridimensionamento dei circoli, sia quelli della Brambilla (catapultata in
Emilia) che quelli di Marcello Dell'Utri: per fare pari e patta Berlusconi ha assegnato 5 posti certi alla "Rossa"
e altri cinque ai dellutriani. Sarebbero in tutto 25 i posti garantiti invece
ai nanetti:
( da "Stampa, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
[FIRMA]UGO MAGRI
ROMA Tornare alle preferenze? Fini non è affatto d'accordo col Cavaliere: così
"si rischiano collusioni", specie nel Mezzogiorno. A colloquio con la
"Stampa", Berlusconi s'era lamentato delle
liste bloccate, "un dramma perché devi decidere sul destino degli
altri", cioè deludere un sacco di gente. Di qui l'idea che "forse è
meglio" ripristinare le preferenze, "un meccanismo che privilegia il
rapporto tra il candidato e il territorio". Esattamente ciò che preoccupa
Fini: "In Campania c'erano personaggi che raccoglievano 100-120 mila
preferenze, e non necessariamente per questo erano degli statisti...".
Semmai, argomenta il leader di An, sarebbe il caso di rimettere in piedi il
Mattarellum, il sistema uninominale del '
( da "Stampa, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Do qualcuno ha fatto
il mio nome c'è stato chi ha detto di no, accampando la scusa che una mia
candidatura avrebbe fatto schierare i romanisti contro la Pdl. Alla fine però
hanno candidato Ciarrapico, un ex-presidente della Roma che ha ottant'anni
suonati. Ma su!...". Venerdì sull'aereo dell'Alitalia sulla rotta
Linate-Fiumicino delle 17, seduto al posto 1A Claudio Lotito, reduce da un
pranzo a casa Moratti in compagnia del presidente della Lega calcio Antonio
Matarrese, si lascia andare in una conversazione informale a una serie di
congetture sulla politica. C'è chi racconta che il presidente della Lazio
avrebbe gradito un posto nel partito di Berlusconi,
lui nega decisamente. Il suo sfogo contro la politica, però, somiglia tanto a
quello di un papabile deluso. Lei non è candidato mentre Ciarrapico sì. Forse
l'avranno chiesto anche a un'altra romanista, Rossella Sensi... "Ma lei ci
ha mai parlato con la Sensi? Non scherziamo, poveretta! Comunque guardi che a
me non interessa entrare in Parlamento a spingere i bottoni. Semmai potrei
essere attratto dal governo. Mi secca solo una cosa: che sulla mia candidatura
avrebbe detto la sua uno come Fabrizio Cicchitto che non ha mai contato niente
né in passato, né ora... La verità è che bisogna cambiare questo sistema. Senza
le preferenze non si selezionano le classi dirigenti ma si va avanti con i
meccanismi delle corti e dentro le liste ci finiscono solo le zoccole, i
"prenditori" e i "magnanger"...". Gli imprenditori o i
manager, vorrà dire... "No ha capito bene i "prenditori" e i
"magnanger". Quelli che pensano solo al binomio "F&S":
figa-soldi. Non uno come me che è un monogamo convinto e per questo piaccio in
Vaticano. Uno che ha ritirato su una società come la Lazio che aveva 1070
miliardi di debiti. Eppure ci vorrebbe proprio gente come me per far
"rialzare", per dirla con Berlusconi, un
paese dove la gente non ne può più perché ha fame". Si sente trascurato?
"Guardi a me non me ne frega niente. Io in Parlamento ci sono stato due
volte e tutti mi hanno fatto gli inchini neppure fossi Cossiga. Io come
presidente della Lazio ho dietro tutte le Tv e le radio. All'estero mi trattano
come un ambasciatore. Dico solo che per rilanciare il paese c'è bisogno di gente
come me. Me la diano a me l'Alitalia e in cinque anni la rimetto in sesto.
Dieci come me al governo e si risolvono i problemi. Gli altri pensano solo a
mangiare. Guardi, io giro con la scorta perché ho mandato in galera i tifosi
violenti, però, non faccio come gli altri: l'automobile la metto io e ci pago
anche l'assicurazione e il bollo". Visto che parla molto di governo in
quale ministero vorrebbe andare? "Io potrei fare benissimo il ministro
dell'Economia, ma un ministero del genere non me lo darebbero mai. Poi potrei
andare all'Interno, ai Lavori Pubblici...". A quello dello Sport visto che
ha l'esperienza del presidente di una squadra di calcio... "Ma che! Quello
non conta niente. Forse alla Sanità ma ormai lì decidono tutto le Regioni. Comunque
al governo non mi faranno mai entrare e sa perché? Perché non sono ricattabile.
Ormai il paese è in mano a due lobby. E io non sono condizionabile, lo chieda a
Veltroni...". Perché? "Quello fa di tutto
per piacere a tutti. Moratti mi ha raccontato tutte le pressioni che ha
ricevuto da lui per vendere Pizarro alla Roma. Anche a me mi ha pregato per
poter visitare la squadra. E' andato a Trigoria dalla Roma e voleva venire
anche da noi, per essere equanime di fronte alle tifoserie. E io gliel'ho
concesso anche se mi odia". Addirittura? "Con lui ho avuto uno
scontro epico. Un giorno il mio autista mi informa che c'è Veltroni che mi spara contro a Radioradio. Allora io telefono in
trasmissione e gli dico testuale: "Caro Veltroni tu hai
commesso sette peccati capitali: ti piace l'Africa è l'hai portata a Roma, hai
trasformato Roma in una città africana; hai triplicato il debito del Comune;
hai fatto un sacco urbanistico che non si ricordava dai tempi dell'Impero
romano, 70 milioni di metri cubi, una città come Napoli...". E sono andato
avanti ad elencarglieli tutti e sette i peccati. Lui si è incavolato ma alla
fine abbiamo fatto pace. Ci siamo dati appuntamento in trasmissione per il
giorno dopo. Io sono arrivato in ritardo e lui se l'è presa a male: "Non
sono abituato ad aspettare la gente", mi ha detto. E si è beccato questa
riposta: "Io non sono la gente ma il presidente della Lazio". Per
questo mi odia. E proprio perché mi odia mi ha impedito di costruire il nuovo
stadio. Ma io adesso riuscirò a costruirlo lo stesso". Costruirà un nuovo
stadio ma non entrerà in Parlamento... "Ma che ci vado a fare là dentro?
Lì ci sono solo 50 persone che contano, ma venti stanno solo a guardare perché
la "governance" è di trenta persone. Eppoi una volta c'erano uomini
del calibro dei Fanfani, degli Andreotti, dei Berlinguer...". E ora?
"Solo le zoccole".
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Economia Air France,
oggi primo ok all'offerta per Alitalia Maroni: Malpensa, se vinciamo moratoria
di 3 anni Monta la protesta tra i dipendenti di Az Servizi: pronti a frenare la
manutenzione LUCIO CILLIS ROMA - Inizia la settimana più attesa, o forse la più
temuta nei tormentati 61 anni di vita di Alitalia. Parte un volo di sola andata
verso la nuova proprietà Air France-Klm, il cui cda dovrebbe dare oggi il primo
via libera alla proposta vincolante che sarà formalizzata giovedì o venerdì
prossimi. Un passaggio molto delicato, quello che attende tutti gli attori
della privatizzazione, visto che nelle ultime ore, a Napoli, è salita la
tensione tra i 750 lavoratori della Atitech, l'azienda che potrebbe essere
scorporata da Alitalia, sacrificata - assieme ad altre realtà dei servizi di
terra in capo ad Az Servizi - e girata a Fintecna. Oggi i dipendenti di questa
società potrebbero decidere di incrociare le braccia e rallentare le attività
di manutenzione programmata degli Md80 e Airbus A321. Anche se dal punto di
vista operativo non sono previsti grossi problemi, è chiaro che il segnale
diretto ad Air France non è dei migliori. Al momento, le uscite richieste da
Air France nella trattativa con Alitalia, sarebbero concentrate nel settore
Fly, dove lasceranno per pensionamenti, prepensionamenti e solidarietà, un
gruppo di almeno 1.100 unità. Altri 310 dipendenti sono invece pronti a
lasciare con le stesse modalità nei servizi di terra, mentre è già deciso che i
settori amministrativi saranno esternalizzati. Incerto, ancora, il destino di
Alitalia Airport e Ams, e come verranno superati i nodi del servizio cargo (da
ristrutturare) e quelli relativi ai costi altissimi del carburante, per non
parlare delle querelle pendenti, non ultima quella miliardaria con Sea, che
chiede i danni per l'abbandono dell'hub milanese. Domani, sulla strada del
matrimonio italo-francese, c'è un altro scoglio da superare, l'ultimo atto
della querelle legale davanti al Consiglio di Stato, portata avanti da Air One,
contraria alla trattativa in esclusiva con Air France. Ma proprio la compagnia
di Carlo Toto, potrebbe dare inizio ad un primo (sia pur parziale) rilancio dei
voli intercontinentali da Malpensa, dopo l'abbandono dell'hub da parte di
Alitalia. Entro giugno dovrebbero decollare i due primi voli intercontinentali
del secondo vettore italiano. Collegamenti che uniranno Milano a due città del
Nord America, Boston e Chicago. Dal gennaio 2009, inoltre, EasyJet raddoppierà
la sua presenza a Malpensa. E secondo indiscrezioni lo stesso colosso Lufthansa
starebbe valutando la possibilità di ampliare la sua offerta in Italia partendo
proprio dallo scalo varesino che nei prossimi anni, potrebbe soddisfare la
voglia di slot liberi dei tedeschi, alla prese con il tutto esaurito nei propri
due hub nazionali. Su Malpensa, però, alcuni leader politici non mollano la
presa e chiedono garanzie al nuovo acquirente, nonostante le rassicurazioni
degli ultimi giorni degli esponenti di Pd e Pdl che hanno confermato di non
voler pressare Air France per ridiscutere alcune clausole della vendita dopo le
elezioni. Ieri il leghista Roberto Maroni, ha ribadito il suo no alla
retromarcia da Malpensa: "Quando saremo al governo imporremo ad Air France
di fare quello che ha già fatto in Olanda, né più né meno. In Olanda il governo
impose ad Air France una moratoria di 7 anni quando comprò Klm. Non si capisce
- aggiunge - perché non possa si possa fare la stessa cosa da noi, per due o
tre anni nell'hub di Milano". Il leader del Pdl Silvio
Berlusconi, nei giorni scorsi, dopo un primo "no" all'accordo coi
francesi, aveva precisato di non voler fermare la vendita, una volta al
governo. Allo stesso modo Walter Veltroni e il Pd,
non hanno cambiato idea sulla trattativa coi francesi.
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
BONSAI IL MILITE
IGNOTO SEBASTIANO MESSINA Non ho la più pallida idea - l'interessato mi
perdonerà - di chi sia il signor Rocco Verì. Eppure ho provato una sincera
simpatia per lui, ieri sera, leggendo le prime liste per le politiche. Non
perché quello di Verì sia uno dei nomi che Berlusconi o Veltroni hanno tirato fuori dal cilindro all'ultimo momento, ma perché
lui risulta candidato alla Camera, circoscrizione Lazio 1, al quarantesimo
posto della lista del Pli (non ci crederete, ma esiste ancora). In quella
posizione, non sarebbe eletto neanche se il 100 per cento dei romani votasse
per lui e per il suo partito fantasma (evento meno probabile di
un'invasione di marziani entro stasera). Il bello è che lo sa anche lui, ma si
è candidato lo stesso, prestando la sua faccia a un rito taroccato che ci
permette di votare ma non di scegliere. Facciamolo senatore a vita, questo
milite ignoto della battaglia del Porcellum.
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Prodi: "Lascio
la politica italiana" L'annuncio del premier a Sky: "Ma il mondo è
pieno di occasioni e doveri" BOLOGNA - "Io ho chiuso con la politica
italiana. Forse ho chiuso anche con la politica. Ma il mondo è pieno non solo di
occasioni ma anche di doveri. C'è tanta gente che aspetta una parola di pace e
di aiuto. E quindi c'è più spazio adesso di prima". Romano Prodi prende
atto della fine di una stagione in Italia. Nello stesso tempo, ed è il dato più
nuovo, conferma pubblicamente la sua attenzione per possibili incarichi
internazionali. "Il futuro è sempre sereno perché ci sono sempre cose da
costruire" ha detto a Sky Tg24. "Le parole di Prodi confermano il suo
stile - ha commentato Walter Veltroni - il suo
disinteresse personale, il suo essere un uomo di Stato. E questo è tanto più
importante proprio mentre torniamo ad ascoltare i toni di una politica
aggressiva e rissosa". E Piero Fassino: "Rivendico i meriti del
governo Prodi e le elezioni sono l'esito della crisi di un sistema politico che
si è frammentato sempre di più, fino a vedere 39 partiti in Parlamento.
Il Pd è la risposta a questa crisi, perchè grazie noi il 13 e il 14 aprile
eleggeremo un Parlamento che sarà fatto con cinque, massimo sei partiti".
"Riconosciamo a Prodi di aver lavorato molto per il Paese e siamo sicuri
che potrà dare ancora tanto" è il saluto del verde Angelo Bonelli, che
accusa il Pd di "silenzi". Massimo D'Alema dice "Sentirò Prodi,
gli farò una telefonata". E ricorda: "Non è una novità comunque che
abbia deciso di non ricandidarsi: è stata una decisione sua di lasciare spazio
ad una nuova generazione". Il leghista Roberto Calderoli va invece sul
pesante: "Onore delle armi a Prodi. è stato un avversario capace e con gli
attributi. Viene quasi da rimpiangerlo davanti allo schiamazzare delle checche
isteriche che hanno la presunzione di poterlo sostituire". "Ieri il
programma del Pd, oggi gli insulti - lo critica Antonello Soro del Pd -. La
destra non sa fare a meno delle cadute di stile cui ci ha abituato".
"Vedere una campagna elettorale dove si strappano i programmi mi
intristisce molto" ha commentato Prodi a proposito di Berlusconi,
su cui da settimane non si esprimeva. Il premier ha ricordato la difficoltà
dell'interregno: "Un'ordinaria amministrazione così lunga crea problemi al
Paese". Cercando di rassicurare gli italiani sul boom dei prezzi:
"Fino ad oggi io ho visto solo previsioni di nuovi aumenti e sarebbe ora
che si finisse con dare ogni giorno delle nuove previsioni perchè sommando gli
aumenti si crea un'angoscia terribile. E non serve". (m. ma.).
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
I responsabili dell'enciclopedia on line riuniti a Milano Wikipedia blindata per le
elezioni "Troppe incursioni sui candidati" MILANO - Da ieri la voce
"Walter Veltroni" dell'enciclopedia online Wikipedia non è più modificabile.
Gli amministratori del sito, aggiornato dagli utenti, hanno deciso di
proteggerla per l'eccesso di insulti inseriti da anonimi navigatori nella
biografia del candidato premier del Pd. Stessa sorte era toccata già il
18 dicembre alla pagina dedicata a Berlusconi. La
decisione di blindare alcune voci dell'enciclopedia in periodo di campagna
elettorale, come è successo negli Stati Uniti per le pagine di Hillary e Obama,
è stata comunicata ieri a Milano durante l'assemblea dei wikipediani d'Italia.
"Il sito ha in media 7 milioni di contatti e fa gola a chi ne vuole fare
uno strumento politico ? dice "Lusum" (è il suo nickname), uno dei 90
amministratori di Wikipedia Italia ? nelle scorse settimane sono iniziati gli
attacchi ai candidati. Per questo abbiamo deciso di non permettere modifiche di
alcune voci". Accade anche l'inverso: sostenitori di uomini politici che
si danno da fare per ritoccare in tono elogiativo le voci dedicate ai loro
candidati. "In questi casi ci limitiamo a rimuovere la pubblicità
elettorale nascosta". (franco vanni).
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Commenti L'EREDITà
DI ROMANO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Sono passati a malapena due anni da quando
Prodi conduceva l'ultima campagna contro Silvio Berlusconi,
e tutto sembrava garantire a lui e all'Unione un successo pieno e la
possibilità di un lungo governo. Non è andata così, il successo è stato zoppo,
l'esperienza di governo è finita male e in poche settimane Prodi è stato
oscurato. La sua linea politica è stata rovesciata dal leader del Partito
democratico, Walter Veltroni, e ieri l'annuncio di
"Romano" ha avuto il gusto malinconico di una fine di stagione. Una
stagione prolungata, per la verità, che si presta fin d'ora a qualche bilancio.
Tredici anni abbondanti di impegno esclusivo, dopo essere uscito, il 2 febbraio
1995, dalle sale del suo centro studi, e avere sussurrato ai giornalisti
raccolti nell'atrio di Nomisma un suo triplice motto di rassicurazione,
nell'Italia già divisa fra il tifo e l'avversione per Silvio Berlusconi:
"Serenità, serenità, serenità". Tredici anni sono un'epoca, ai ritmi
sincopati di oggi; ma soprattutto hanno dato luogo a un'esperienza politica che
non va ricondotta soltanto alla gestione del potere o alla scelta del perimetro
delle alleanze. Il "prodismo" è esistito effettivamente. Non era
un'ideologia minore: assomigliava piuttosto a una concezione realistica e
prudente, ma non pessimistica, della nostra società. Alle elezioni del '96
Prodi ha trasmesso ai cittadini un'idea politica riconoscibile, la sua
alternativa alle sbrigative ricette berlusconiane: una via di modernizzazione
temperata dal buon senso, con un occhio al mercato e l'altro alla dottrina
sociale della chiesa, e alla "economia sociale di mercato" di Konrad
Adenauer e Ludwig Erhard. Lo strumento per questo progetto informale era
l'Ulivo, inventato dal suo consigliere Arturo Parisi. "Un imbroglio
prodiano", secondo i suoi critici più aspri, come Francesco Cossiga. Una
mascherata, nel giudizio di Berlusconi, per camuffare
le fattezze del potere vero, quello dei "comunisti". Tuttavia, alla
resa dei conti il giudizio più plausibile è che la concezione prodiana
("la mia visione dei fatti", come recita il titolo del suo ultimo
libro, appena pubblicato) abbia costituito in realtà il tentativo estremo di
dare una chance alla sinistra. Meglio, alle sinistre. E a tutti coloro che non
volevano conformarsi all'ideologia berlusconiana. Era una ciambella di
salvataggio, davanti al successo della destra. Uscita con scissioni e perdite
di identità dall'Ottantanove, distrutta politicamente nel 1994, ai tempi della
"gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto, incapace per
condizionamento storico e ideologico di aderire a una variante
socialdemocratica, una sinistra molteplice ha pensato di trovare nel progetto
abbozzato da Prodi una ragionevole via d'uscita. Ha trovato sulla sua strada
segmenti della sinistra Dc e del cattolicesimo sociale. L'ex democristiano
(d'area) "Romano", il centrista per eccellenza, il tecnocrate
dell'Iri, l'economista capace di rivolgersi a operai e borghesia illuminata,
offriva risorse pratiche e ideali capaci di unire laici e cattolici, ex
comunisti ed ex democristiani, borghesia illuminata e lavoro dipendente. è vero
che il prodismo era un congegno a bassa intensità ideologica. Ma si proponeva
come un'alternativa secca a Berlusconi. Di fronte
all'edonismo televisivo e comportamentale del centrodestra proponeva ragioni
etiche, contro "quelli che parcheggiano in doppia fila" propugnava
civismo, rispetto al consumo vistoso evocava addirittura concetti inattuali
come la sobrietà. In termini di realismo, e cinismo, politico, il prodismo
sarebbe poco più che una sensibilità generica, sostenuta da una consumatissima
vocazione a gestire pezzi di establishment. Si tratta di un giudizio che
contiene una parte di verità: due mandati al vertice dell'Iri fanno curriculum
e addestrano al potere. Tuttavia, mentre il pianeta di Prodi declina
all'orizzonte, non convince affatto evocare una "rimozione", come ha
fatto Ernesto Galli della Loggia, come se fosse un riflesso pavloviano della
mentalità di sinistra o perfino dell'antropologia comunista. E non aggiunge
chiarimenti accennare al cattocomunismo e al dossettismo, vizi ideologici di
cui Prodi è stato spesso accusato da destra, ma che non appartengono alla sua
cultura. Se è vero che nell'uscita di scena di Prodi c'è un elemento
psicologicamente rilevante, che colpisce anche sul piano umano, non ci si può
nascondere comunque che Prodi scompare di vista perché è stato decostruito lo
schema politico di cui si era fatto leader e interprete. Il
prodismo si esaurisce infatti quando Veltroni mette il
Pd in corsa solitaria. Finisce lì non soltanto l'idea prodiana dell'alleanza
larga, dal centro a Rifondazione comunista, ma anche la nozione
dell'alternativa al berlusconismo sostenuta dalle idee di "Romano":
il risanamento finanziario perseguito prima con Ciampi e poi con
Padoa-Schioppa, l'affidabilità internazionale del governo, il consenso a
Maastricht e all'Unione europea, con iniezioni di solidarietà sociale e di
sapienza mediatoria, e l'annuncio di sacrifici oggi per consentire la
redistribuzione domani. Solo che questa prospettiva si è arenata subito, alla
prima legge finanziaria dopo la vittoria dimezzata del 2006, quando i sondaggi
sono crollati e il governo Prodi è diventato per molti il governo "delle
tasse". Avrebbe avuto bisogno di tempo, e forse anche di una lunga
congiuntura economica favorevole. E poiché il tempo è mancato, è stato
necessario decostruire il paradigma, procedere a una strategia radicalmente
nuova, "correre da soli". Anche perché l'epoca di Prodi era modellata
dal sistema maggioritario; mentre l'esperienza di Veltroni
si sviluppa di nuovo dentro il sistema proporzionale. Non c'è più bisogno, a
quanto si vede, di battere l'altra metà dell'Italia politica, e di organizzare
la resistenza alla destra. Occorre semplicemente rendere competitivo un partito
contro un altro partito. E l'esito di una tardiva secolarizzazione politica.
Per diversi aspetti la situazione si sdrammatizza. A dispetto dei programmi
lacerati in pubblico e ridotti a carta straccia, l'orizzonte non sembra quello
della battaglia di civiltà. Ma detto questo occorrerà anche augurarsi che in un
prossimo futuro non ci sia da coltivare la nostalgia per quell'identità un po'
indistinta, per quella politica fatta anche di buoni sentimenti, per quella
serietà lievemente noiosa e alla fine impopolare, in cui si riassumeva,
nonostante tutto, il prodismo.
( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Pagina IV - Roma
Politiche, ultime ore per le liste C'è tempo fino alle 20. Già ammesse 15
formazioni GABRIELE ISMAN Nella corsa per depositare le liste alla Corte
d'Appello in vista delle elezioni - c'è tempo fino alle 20 di stasera - il
centrosinistra batte nettamente gli avversari. Ieri, infatti, Partito
democratico, Italia dei valori, Sinistra arcobaleno, Sinistra critica di
Turigliatto hanno ufficializzato i propri nomi. Stessa mossa anche da Giuliano
Ferrara, mentre il Popolo delle libertà provvederà oggi. Per il Partito
democratico, nella circoscrizione della Camera Lazio1 (ovvero Roma) il 13
aprile capolista sarà Marianna Madia, numero due Walter Veltroni, e a seguire Paolo Gentiloni, Giovanna Melandri, Enrico
Gasbarra, Michele Meta, Ileana Argentin, Massimo Pompili, Renzo Carella,
Roberto Morassut, Roberto Giachetti, Walter Tocci, Maria Coscia al numero 13.
Al Senato il Pd schiera il capolista Franco Marini, e dopo di lui, Anna
Finocchiaro, il generale di corpo d'armata Mauro Del Vecchio, Luigi
Zanda e Ignazio Marino, Maria Pia Garavaglia al numero 6, Raffaele Ranucci,
Riccardo Milana, Mauro Gasbarri, Lucio D'Ubaldo al 10. Per l'Italia dei Valori,
ancora per Lazio1, capolista è Antonio Di Pietro, seguito da Jean Leonard
Touadi, Silvana Mura e da Leoluca Orlando. Al Senato sarà numero 1 il
segretario regionale, Stefano Pedica, seguito da Claudio Bucci, Viviana Foco,
Elio Lannutti, Pancho Pardi e Giuseppe Marchetti-Tricamo. "Su tutti i
nostri candidati abbiamo verificato i carichi pendenti" ha detto Pedica,
dopo la consegna dei nomi delle liste. Per la Sinistra Arcobaleno, numero 1 al
Senato per Loredana De Petris, due Cesare Salvi, tre Luigi Cancrini. Per la
Camera a Roma, con lista da presentare oggi, in testa Fausto Bertinotti, due
Angelo Bonelli, tre Massimiliano Smeriglio, quattro Carlo Leoni. Anche Giuliano
Ferrara ieri ha presentato i propri nomi per la Camera, nella lista Aborto? No
grazie: "Saremo presenti solo nella circoscrizione Lazio 1 - ha detto il
direttore del Foglio - . Io sono capolista e al secondo posto c'è Olimpia
Tarzia, capo del movimento per la vita di Roma, quindi Giorgio Gibertino e
Ilaria Occhini". Missione compiuta anche per Franco Turigliatto, il
senatore ex-Prc che nel febbraio 2007 contribuì alla crisi del governo Prodi e
che per protesta contro le norme sulla presentazione delle liste si era incatenato
a un busto di Garibaldi a palazzo Madama. Alla fine, come supporto tecnico,
sono arrivati la senatrice Franca Rame e l'europarlamentare Giulietto Chiesa.
Quindi, nella lista che si chiamerà Per il bene Comune, lo stesso Turigliatto
sarà numero 1 al Senato nel Lazio. Per la Camera, nella circoscrizione Lazio 1,
spetterà invece a Flavia D'Angeli il ruolo di prima candidata, e dopo di lei
Armando Morgia, 33 anni. Il Popolo delle libertà depositerà oggi le sue liste.
Alla Camera Lazio1 capolista è Berlusconi, e dopo di
lui, Gianfranco Fini, il candidato sindaco a Roma Gianni Alemanno, Fabrizio
Cicchitto, il coordinatore laziale di Forza Italia Francesco Giro, Mario
Pescante, Beatrice Lorenzin all'undicesimo posto, Melania Rizzoli (moglie
dell'editore Angelo) al tredicesimo. Per la Camera 2, dopo Berlusconi
e Fini, Rocco Crimi e Fabio Rampelli. Al Senato, capolista sarà Marcello Pera,
due Maurizio Gasparri, tre Lamberto Dini, quattro Mauro Cutrufo, e
all'undicesimo posto, l'ex presidente della Roma Giuseppe Ciarrapico. E
Francesco Storace afferma che per La Destra si candideranno, al Senato, lui e
Luca Romagnoli, leader di Fiamma Tricolore.
( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
MUSSI Essere di
sinistra ha ancora un senso MAURIZIO BELPIETRO Intervista I rapporti con gli ex
compagni? "Raffreddati". La svolta di Veltroni?
"Un partito all'americana senza l'America". Il Pci? "Nessuna
nostalgia. Era D'Alema a essere dubbioso sulla trasformazione in Pds".
L'ex leader della sinistra ds spiega lo strappo. E il rifiuto a un Pd
"riformista". Negli ultimi quarant'anni Fabio Mussi non si è perso
neppure una campagna elettorale. Migliaia di comizi, prima sotto le bandiere
del Pci, poi del Pds e infine dei Ds. Questa volta invece è costretto in
panchina. E non per la regola che pensiona i parlamentari con più di tre
mandati, ma per disposizione dei medici. Il 12 febbraio il ministro
dell'Università si è sottoposto a un trapianto di reni. La convalescenza non è
la sola novità di questa chiamata alle urne: al suo fianco per la prima volta
non ci sono Massimo D'Alema, Walter Veltroni e Piero
Fassino. Soltanto la moglie, Luana. Non solo perché i medici gli hanno imposto
rarefatte visite, ma anche per lo strappo che tra i quattro si è consumato mesi
fa, quando Mussi invece di entrare nel Pd ha scelto la Sinistra arcobaleno, lo
schieramento guidato da Fausto Bertinotti. Ministro, che effetto le fanno
queste elezioni senza i compagni di una vita? D'Alema, Veltroni
e Fassino restano amici, ma sono contento delle scelte che ho fatto. Non la
chiamano più babbo? Ci siamo un po'persi. Come dissi una volta: un giorno il
babbo si è svegliato e i figli se n'erano andati. Dove? In un curioso aggregato
americanizzante, un partito all'americana ma senza l'America. Gli Stati Uniti
non sono solo il bipartitismo, ma anche un sistema istituzionale di pesi e
contrappesi. E poi si fa una scelta stelle e strisce proprio nel momento in cui
quel grande paese è in crisi... Spunta l'antiamericanismo? Io sono di cultura
tedesca, ma non sono antiamericano: mi limito a osservare che per gli Stati
Uniti è un momento critico. In questi anni gli Usa sono stati esportatori di
debito, inquinamento e guerra. Tifa per Barack Obama o per Hillary Clinton? Per
ora non ho capito cosa annunciano al resto del mondo. A parte la vision, la
mission e la passion. Speriamo tirino fuori idee vere, grandi proposte. Torniamo
all'Italia: perché ce l'ha tanto con i suoi ex compagni? Non ce l'ho con loro,
anzi credo di aver lasciato con una certa eleganza. Ce l'ho con il loro
progetto, con questa presunta modernità. Non le piacciono le innovazioni? Vede,
nuovo e vecchio, moderno e antico, non vogliono dire nulla. Sono categorie
descrittive, ma non significano meglio o peggio, sensato o sbagliato. Moderno è
ciò che viviamo ora, ma infinite cose moderne sono aberranti. Il Pd per lei è
aberrante? No, apprezzo l'energia che ci sta mettendo Veltroni,
la sua è una campagna forte. Ma è l'idea di fondo che non mi convince: che
senso ha parlare di nuovo partito se non si chiarisce che cosa si vuole fare,
se dentro c'è un po'di tutto? Allude ai precari e a Massimo Calearo? Con tutto
il rispetto, Calearo non è un imprenditore qualsiasi. Ha interpretato la
protesta contro la tassazione, è stato uno dei duri nella trattativa dei
metalmeccanici. Si è scelto un falco. Veltroni ha
detto di voler fare un patto con i produttori. Ma quello sta nella tradizione
del Pci. Lo stato sociale è il frutto del patto con i produttori, di un
compromesso tra capitale e lavoro. Ci si arriva dopo lotte e conflitti. A me
piacerebbe un patto tra imprenditori e lavoratori sulle grandi questioni di
formazione, ricerca, innovazione e ambiente. Ma non c'è. Si possono fare
compromessi solo ammettendo l'esistenza di un conflitto tra capitale e lavoro.
Salario e profitto non sono la stessa cosa e l'operaio non è un
imprenditore. Veltroni ha una visione armonica che non
esiste. Per lei il mondo resta sempre diviso in destra e sinistra? Sì, destra e
sinistra sono categorie dotate di un senso. Io sono di sinistra. Il Pd non è di
sinistra? È Veltroni che, nell'intervista a El País,
ha detto che il Pd è "riformista", non di sinistra. Dica la verità: è
un nostalgico del vecchio Pci? No, sono stato uno dei più accesi sostenitori
della svolta del 1989, quando il Pci si trasformò in Pds. La scelta era matura
già da quando Enrico Berlinguer intervenne sui fatti di Polonia, ma il gruppo
dirigente del Partito comunista costrinse il segretario generale a fare
retromarcia. Tre anni dopo Berlinguer morì e ci volle ancora molto tempo perché
si decidesse di superare il Pci. Il Partito comunista italiano era un'eresia,
ma l'eresia ha senso fin che esiste una chiesa. Fu Achille Occhetto alla fine a
decidere di cambiare, caricandosi sulle spalle la responsabilità della svolta e
salvando la sinistra italiana. Per questo gli avete dato il benservito? Fu
costretto a dimettersi dopo la sconfitta elettorale del 1994 con una certa
brutalità. Da lì inizia il momento di raffreddamento dei miei rapporti con
D'Alema. Sulla svolta di Occhetto, D'Alema con chi stava? Era il più dubbioso:
altri come me erano più convinti della trasformazione in senso europeo del
partito. È una critica all'ex compagno? Massimo ha grandi meriti: fu tra gli
edificatori dell'Ulivo, ma anche colui che lo liquidò. Era una grande idea di
coalizione: una grande sinistra in un grande Ulivo. Questo è il progetto in cui
ho creduto. Ma adesso non ci sono più né l'Ulivo né la sinistra. Lei magnifica
l'Ulivo, ma dimentica di parlare di Romano Prodi e del suo governo. Ci arrivo.
Con il governo Prodi si sono commessi errori, ma ciò che mi colpisce della
campagna elettorale di Walter è la mancata assunzione di responsabilità nei
confronti dell'esecutivo e degli sbagli commessi. Beh, Veltroni
non c'era, faceva il sindaco di Roma. Ma io c'ero e c'erano molti di quelli che
ora stanno nel Pd. Su 25 ministri, 18 fanno parte del Partito democratico: il
presidente del Consiglio, i due vicepresidenti, alcuni dei ministri più
importanti. Non si può dire allora che le cose sono andate male per colpa dei
partiti minori. Ma chi ha impedito al governo di intervenire a favore dei
salari? I piccoli partiti o quelli maggiori? Il leader del Pd accusa alcuni
ministri di essere andati in piazza contro il governo. Sì, ma non eravamo noi.
Al Family day, contro una legge del governo, i Dico, c'erano Giuseppe Fioroni,
che sta nel Pd, e Clemente Mastella. E contro l'indulto c'era Antonio Di
Pietro, che ora è alleato del Pd. Veltroni vi ha messo
nel mirino? Scarica su di noi perché è la cosa più facile. Ora sento che
promette di ridurre l'Irpef, di dare soldi ai precari, case popolari, asili
nido e perfino 2.500 euro per figlio. Mi domando: ma se a maggio si potrà fare
tutto ciò nonostante la recessione internazionale, perché non lo si è fatto con
l'ultima Finanziaria? Perché invece di far scendere il deficit all'1,9 non ci
si è fermati al 2,4, com'era previsto nel pieno rispetto dei parametri europei?
Lo sa quanto vale lo 0,5 del deficit? Otto miliardi di euro. Lo sa cosa si
sarebbe potuto fare con 8 miliardi di euro? Scusi, ma anche lei parla ora.
Perché non l'ha detto quando era al governo? Io ho minacciato due volte le
dimissioni perché volevano tagliare i soldi alla ricerca. A parole volevano
finanziare l'università, gli studi e l'innovazione, ma se fosse stato per loro
non avremmo neppure confermato i fondi già bassi stanziati
da Letizia Moratti col governo Berlusconi. E quando minacciavo di
dimettermi non ho mai trovato al mio fianco i ministri del Pd. Con i suoi ex
compagni ha proprio il dente avvelenato. Diciamo che i rapporti si sono
raffreddati. Sono lontani i tempi in cui D'Alema, Veltroni e Fassino
regalarono a Mussi un riproduttore di cd Bang & Olufsen per il suo
compleanno. Ormai è un'altra musica.
( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Battaglia difficile
per la falange rosa ROMANA LIUZZO Verso le elezioni Verrà mantenuta la promessa
di più donne in Parlamento? Le candidate dubitano. E preparano una campagna
elettorale diversa dal solito. C'è chi l'ha ribattezzata falange rosa,
chiedendo il 50 per cento di candidature femminili sia alla Camera sia al
Senato. Come Vittoria Franco, presidente della commissione cultura del Pd. E
chi invece si infastidisce al solo pensiero, stufa di sentir parlare di quote
rosa. "Chiamiamole piuttosto quote... fucsia. È essenziale valorizzare le
donne brave, sarebbe un boomerang chiedere una maggiore rappresentanza nella
classe dirigente (politica e non) solo perché donne. Significa che ci
accontentiamo di una Barbie" spiega a Panorama Giulia Bongiorno, candidata
per il Lazio di An per il Popolo della libertà. "La mia campagna
elettorale non punterà su effetti speciali: sono convinta che la gente sia
stanca di promesse e voglia concentrarsi sulla qualità dei componenti della
classe dirigente. Parlerò di giustizia e di donne. Dove? Da qualche giorno
mentre corro per il centro storico di Roma fin su a Villa Borghese la gente mi
fa tante domande sul futuro politico: io con un po' di fiatone mi fermo. Ma poi
riprendo la corsa. Ecco, forse la campagna elettorale la farò così perché non
si può attendere più. È giunto il momento di correre, correre, correre"
conclude l'avvocato di Giulio Andreotti. Donne all'attacco, anche perché, al di
là delle promesse, c'è il sospetto che alla fine la forte presenza femminile in
Parlamento resterà un'utopia confinata nel limbo delle buone intenzioni. Nelle
liste del Pd si sono rivelate, in molti casi, semplici specchietti per le
allodole. A Milano, per esempio, solo tre candidate sulle 15 presentate hanno
ragionevoli possibilità di essere elette. Destra e sinistra un'idea comune
sembravano averla. "La campagna elettorale? Famola strana" per dirla
con Carlo Verdone. Walter Veltroni ha
chiesto ai dirigenti delle 110 province un tour elettorale innovativo
("non solo comizi, voglio visitare luoghi simbolici e andare a pranzo
nelle case delle famiglie"). E mentre il leader del Pd e la Sinistra
arcobaleno si inseguono sui voti di gay e trans (il Pd candida Paola Concia,
fondatrice di Gayleft, e la Cosa rossa risponde con l'ex deputato di
Rifondazione Vladimir Luxuria), ad appoggiare La destra di Francesco Storace,
con Daniela Santanchè candidata premier, ecco la sorpresa: la giornalista
sportiva Paola Ferrari, nuora di Carlo De Benedetti: "Sono da sempre una
donna di destra e Santanchè è una cara amica" spiega. Madri e bambini
insieme, con indosso una maglietta: "Forza Stefy". Solo Gianmaria, il
figlio della candidata siciliana Stefania Prestigiacomo, ne avrà una diversa.
Ci sarà scritto: "Forza mamma". "Saranno 60 giorni molto
pesanti, andremo per la strada, nelle palestre, nei mercati in tutta la Sicilia
orientale, Siracusa, Messina, Ragusa" spiega l'ex ministro per le Pari
opportunità del governo Berlusconi. "Non terremo
comizi, piuttosto staremo in mezzo alla gente, io e le mie collaboratrici con i
figli. Tutte insieme tra la folla". Da un capo all'altro dell'Italia in
mezzo al popolo (ma in Lombardia e per il Pd) Linda Lanzillotta. L'ex ministro
per gli Affari sociali avrà il suo bel daffare. "La gente in questo
momento è esasperata, percepisce una politica lontana. Non terrò comizi, il
rapporto deve essere dialettico e molto femminile. Farò campagna elettorale al
mercato, dove ho proseguito ad andare mentre ero ministro, in autobus e con gli
amici dei figli". Orizzonti diversi per Michela Vittoria Brambilla. Il
presidente dei Circoli della libertà, ridimensionata da Silvio Berlusconi sui seggi (partita da 30 posti, sarebbe scesa a
10, ma difficilmente riuscirà ad averne cinque), spiega a Panorama: "I
tempi di questa campagna elettorale sono stretti. Ma almeno sulle grandi
questioni vorremmo adottare il metodo delle primarie con i gazebo dei Circoli
della libertà. L'idea del pullman di Veltroni non è
originale: noi abbiamo un bus che sta girando l'Italia da dicembre, senza
grancassa mediatica, ma con l'obiettivo di far partecipe tutto il Paese della
novità del Popolo della libertà (che, è meglio ricordarlo, non è nato in
febbraio, ma il 18 novembre) per raccogliere adesioni, idee, proposte".
Sulla guerra dei seggi si fa sentire anche Alessandra Mussolini, ex Alternativa
sociale, confluita nel Pdl: "Non vorrei fare la figura della venditrice di
tappeti che chiede otto per avere quattro. In quanto alla campagna elettorale,
ho sempre fatto di tutto, pure attaccare manifesti con l'aiuto delle
figlie". Laura Ravetto (candidata del Pdl, Lombardia 2) sostiene che
"il dibattito politico non è in tv ma tra la gente. Berlusconi
è il numero uno, il mio coach, ci segue, ci consiglia. Io farò campagna
elettorale sul treno: la gente mi riconosce, chiede, si parla. Oltre a Berlusconi mi consiglia il mio fidanzato: è avvocato e
raccomanda: "Lascia perdere i bla bla, sii concreta"". Beatrice
Lorenzin, coordinatrice nazionale giovani Lazio, nata ad Acilia, ex giornalista
a Ostia: "La mia sarà una campagna elettorale maschile, girerò in camper.
Ci sono 20 appuntamenti già in calendario: piazze, assemblee, palestre,
università e due eventi. Nel programma, al primo posto, il piano casa: per un
terzo da realizzare con affitti concordati. Il Piano regolatore di Veltroni è solo un grande pasticcio". Altro partito,
altre donne. Oltre ai nomi storici della sinistra (Giovanna Melandri, Rosy
Bindi, Anna Finocchiaro, Emma Bonino, Livia Turco) ci sono anche altre
candidate doc. Cristina De Luca, ex sottosegretario alle Solidarietà sociali
(Pd), in corsa a Roma per il Senato, è contraria ai comizi. "Una campagna
elettorale camminando per le strade, animata da dibattiti, privilegiando le
periferie. La prima emergenza? Riformare la legge sull'immigrazione: deve
entrare più gente regolarmente e va contrastata la criminalità". Un'altra
è Marina Sereni, capolista in Umbria alla Camera per il Pd. Dice a Panorama:
"Si parte da Perugia e Terni fino ad arrivare a Foligno e Spoleto. Le
donne sono più brave a toccare i temi della vita concreta perché ne conoscono
le difficoltà quotidiane: negli ospedali, nei mercati, nelle palestre
toccheremo temi come il costo della vita, la sicurezza, ma soprattutto l'aiuto
alle famiglie degli invalidi".
( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
L'ARCITALIANO Una
democrazia di credenti. GIULIANO FERRARA Dalla campagna elettorale americana
arrivano grandi lezioni. Non solo di oratoria. Che però la Spagna e tantomeno
l'Italia non sono in grado di raccogliere. Una democrazia di credenti, e
l'oratoria come preghiera civile. Quelli di Barack Obama, dicono: "Yes, we
can". Quelli di Hillary Clinton rispondono: "Yes, she will". Nel
primo caso l'accento cade sul noi e sul possiamo farlo, che è un futuro di
sogno. Nel secondo caso cade sul lei e sul futuro di realtà, "she will".
In America i segni contano. Dwight D. Eisenhower, detto Ike, fu eletto con lo
slogan eufonico e allitterativo "I like Ike". Il grande linguista
Roman Jakobson dedicò pagine persuasive all'analisi del linguaggio politico
americano, alla sua brevitas che è un residuo dello spirito classico respirato
dalla comunità civile di quel paese. Alla sua efficacia. Alla sua chiarezza. Al
suo senso filosofico. E noi qui oggi, in Italia, cerchiamo di mutuare quel
vantaggio comunicativo con i nostri "Si può fare" (Walter Veltroni) e "Rialzati, Italia" (Silvio Berlusconi). Abbiamo anche noi per la verità un passato di sloganeria
efficace, quando il regime e il suo Duce inquadrarono le masse e diffusero il
messaggio politico seriale in un paese non più censitario e liberale: dal
"Credere, obbedire, combattere" fino al longanesiano "Spunta il
sole, canta il gallo, Mussolini monta a cavallo". Ma la nostra
antica chiave di violino era legata o al disciplinamento del popolo o al gusto
dell'avanspettacolo. C'era qualcosa di culturale o di sornione che nella
democrazia americana, una democrazia di credenti, è del tutto sconosciuto. Una
democrazia di credenti, appunto. Non è il nostro caso. Lo scetticismo
dell'antica sapienza italiana impedisce a Berlusconi e
Veltroni di attingere gli stessi risultati che sono a
portata di mano dei candidati. I nostri leader invidiano quelle frasi brevi,
quei discorsi in cui quasi tutto è implicito, la grammatica già conosciuta, e
solo l'accento cambia con il tempo e le occasioni diverse. Anche John McCain
non ha bisogno di troppe parole per spiegarsi. Dice che il presidente si elegge
valutando la sua vita, ed è già tutto chiaro: McCain è un eroe di guerra in un
paese in cui guerra ed eroismo sono ancora pane quotidiano. Si dichiara un vero
conservatore, e il pubblico capisce in un attimo che in quella parola non è
evocata grettezza retrograda, ma un insieme di criteri e idee che emanano
calore politico e civile. Anche il coniuge accanto ha un significato religioso.
È il testimone diretto di un sacramento rispettato. È la sentinella di una
promessa privata che ha incidenza pubblica. Uno dei problemi di Hillary è che
il suo, di coniuge, provoca un misto di attrazione, perché è sexy, e di
repulsione, perché l'idea di rivederlo ciondolare negli uffici che furono
teatro delle sue gesta erotiche sconcerta il pubblico. I democratici
clintoniani si augurano che Bill tenga serrata la patta dei pantaloni fino al
momento del voto. Hillary dovrà fare uno sforzo supplementare per superare l'handicap.
Infatti suo marito dopo le elezioni in Ohio e in Texas, con la brillante
rimonta della moglie, è scomparso dal podio. La democrazia credente ha un
vantaggio. Anche la peggiore delle divisioni politiche si realizza nella
comunione intorno alla sacralità delle istituzioni e della verità da tutti
abbracciata. Ho visto il faccia a faccia, molto latino e un po' teppistico, tra
José Luis Zapatero e Mariano Rajoy in Spagna: si sono dati del bugiardo
sistematicamente. In America non ci si può dare del bugiardo. "Are you
calling me a liar?", mi stai dando del bugiardo?: ecco una frase
contundente, che si rovescia pericolosamente su chi è sospettato di adottare
una tattica spregiudicata e sleale, inammissibile. Lì la politica è di parte,
ma la verità che la legittima è di tutti.
( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Il mio Pd è come
Forza Italia del '94 STEFANO BRUSADELLI Parla Franceschini
Oggi, dice il numero due del partito veltroniano, la vera novità siamo noi. E
anticipa: non è scontato che i futuri capigruppo siano un ds e un dl.
"Ormai non è scontato niente. Nemmeno che i futuri capigruppo del Partito
democratico vengano uno dall'ex Quercia e l'altro dall'ex Margherita".
Con l'aria esausta e felice di chi ha appena superato un esame studiando la
notte, Dario Franceschini vuole terremotare un'altra volta gli equilibri dello
schieramento dove si è conquistato i galloni di numero due. A maggio dell'anno
scorso fu proprio una sua intervista a Panorama ("il leader eleggiamolo
direttamente") a indirizzare verso le primarie e il veltronismo i destini
di un Pd narcotizzato dalla melassa prodiana. Adesso, nello studio al Nazareno
dove ha appena ultimato l'improba fatica delle liste elettorali, ha voglia di
parlare del futuro del suo partito, che vede come un frullatore di storie, di
persone e di culture. Ha in mano i tabulati delle candidature, li scorre avanti
e indietro, legge col suo accento da padano della Bassa: "Veronesi, Madia,
Carofiglio, Boccuzzi, Calearo, Colaninno. E mi fermo, ma potrei andare avanti
per un bel pezzo. Cosa sono questi: diessini o diellini? Nel futuro Parlamento
la metà dei nostri eletti sarà come loro, senza una passata appartenenza
politica. Che senso ha allora continuare a ragionare in termini di partiti di
provenienza? E poi sulle presidenze saranno i gruppi a decidere, in autonomia.
Potrebbero esserci sorprese". A proposito di liste, svela anche un piccolo
segreto, come fa il cuoco con la ricetta di un manicaretto. "Guardatele
bene. Giostrando tra Camera e Senato abbiamo fatto in modo di concentrare gli
opposti nelle stesse regioni, in modo da non far apparire mai la lista troppo
sbilanciata da una parte o dall'altra, dando a tutti gli elettori la possibilità
di riconoscersi. In Lombardia Matteo Colaninno e Pietro Ichino, ma anche Furio
Colombo. In Veneto Massimo Calearo insieme ai sindacalisti Pierpaolo Baretta e
Paolo Nerozzi. In Piemonte, il teodem Luigi Bobba con Emma Bonino...".
Resta il fatto che il Pd disegnato dal tandem Veltroni-Franceschini
assomiglia a un'area geografica a rischio, balcanica o mediorientale. Un duro
della Federmeccanica come Calearo (nemico dichiarato del contratto nazionale e
dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) dovrà stare in un partito che,
anche attraverso le candidature di due dirigenti importanti come Nerozzi (Cgil)
e Baretta (Cisl), ha riallacciato un'intesa con il sindacato. I radicali si
ritrovano a gomito a gomito con la squadra teodem, mentre temi drammatici come
aborto, eutanasia, testamento biologico si impadroniscono dei giornali e delle
coscienze. Senza contare che un Pd dove l'avversione per il giustizialismo non
è più limitata alla pattuglia pannelliana, ma ormai è condivisa anche da ampi
settori ex diessini (dalemiani in testa), si è scelto come unico alleato
"esterno" proprio Antonio Di Pietro. Come si farà a gestire i gruppi
parlamentari, che hanno già ballato pericolosamente nella scorsa legislatura
soprattutto per le frequenti dissociazioni dei teodem? Franceschini, che nella
parte iniziale della legislatura ha fatto il capogruppo a Montecitorio prima di
passare il testimone ad Antonello Soro, fa professione di ottimismo.
"Intanto tutti quelli che accettano la candidatura sono vincolati al rispetto
del programma. Che non è un programma di coalizione, come quello preparato da
Romano Prodi nel 2006 per tenere insieme tutto, da Clemente Mastella a
Rifondazione, ma è un programma di partito, quindi opera delle scelte più
nette". L'obiezione è che per non replicare il famoso mostro prodiano
dalle 281 pagine il Pd ha adottato un documento leggero, quasi un'intelaiatura,
che certo non potrà fornire indicazioni chiare in tutte le circostanze.
"Vorrà dire che se ci saranno scelte da fare il gruppo le farà, anche attraverso
un voto a maggioranza. E a quel punto chi non sarà d'accordo si adeguerà".
Poi, però, c'è il capitolo delle materie che hanno a che fare con la vita e con
la morte. E qui il cattolico Franceschini si ferma, rispettosamente.
"Fecondazione, cellule embrionali, testamento biologico... I progressi
della scienza ci porteranno sempre più spesso, come politici e come
legislatori, ad affrontare temi come questi. Sui quali non si può costringere
nessuno a seguire l'indicazione della maggioranza. Qui la libertà di coscienza
è intangibile". E allora? Rivedremo i teodem far impazzire i loro
capigruppo, e magari votare di frequente con il centrodestra? Il numero due del
Pd non può escludere il rischio, ma propone a tutti uno sforzo di buona
volontà, un approccio diverso rispetto al passato. "In questi anni la
libertà di coscienza è stata una sorta di clava agitata sia dai laici che dai
cattolici già all'inizio del dibattito. "Tanto su questo punto non potrò
mai cambiare idea" è stata la formula che ho sentito troppe volte. Ora
invece dovremo imparare ad ascoltarci di più. Superare la paura della
diversità. E la libertà di coscienza deve diventare la riserva finale, da
spendere alla fine del dibattito, non all'inizio". E comunque Franceschini
questa storia del Pd che contiene tutto e il contrario di tutto, come fosse
un'incarnazione collettiva del "ma anche" veltroniano, non la vive
come un problema, ma come una ricchezza. Anzi, come la naturale conseguenza
della vocazione del partito. "Le liste sono così perché esattamente così
le volevamo. Intendevamo creare una grande forza nazionale che portasse dentro
di sé tutto il Paese, capace di parlare non solo al popolo di centrosinistra,
ma a tutti gli italiani. Dopo la crisi della Dc e del Pci l'Italia ha visto per
15 anni solo tentativi di costruire partiti personali oppure identitari, legati
a una specifica cultura politica. E qui ci metto anche il Ppi. Ne è uscito un
Paese frammentato, fino all'esasperazione. Ora, finalmente, abbiamo un grande
partito che supera tutte le vecchie divisioni. Quello che vorrei spiegare bene
è che mettere nella stessa lista imprenditori e sindacalisti, atei e cattolici,
ricchi e poveri significa lavorare perché cadano anche in Italia i muri tra
industriali e operai, tra professionisti e impiegati, tra laici e cattolici,
tra Nord e Sud". Nel nuovo bipolarismo italiano, accanto al Pd c'è il
Popolo della libertà berlusconiano. Non è anche quello un esempio di
partito-paese? Il vicesegretario del Pd, che comunque nei confronti dell'avversario
politico non usa mai toni aspri, tiene a distinguere i due percorsi.
"Apprezzo il tentativo del Pdl, che è chiaramente frutto della nostra
iniziativa. Ma si tratta di cose diverse. Noi siamo un partito reale, loro sono
un partito virtuale. Nel senso che mentre noi abbiamo già fatto i congressi di
scioglimento di Ds e Margherita, e poi le primarie per investire la nuova
leadership, loro sono ancora un cartello elettorale. Assomigliano a ciò che
eravamo noi due anni fa, alle elezioni del 2006, con la lista dell'Ulivo alla
Camera. Mi auguro che dopo il 13 aprile anche loro divengano veramente un
partito". Ma Silvio Berlusconi a Franceschini
ispira piuttosto un'altra riflessione, sulla quale fonda ottimismi in parte
confortati dai sondaggi che gli vengono recapitati. "Oggi il Pd è ciò che
era Forza Italia nel '94. Berlusconi avrà pure messo
in campo la sua ricchezza e le sue tv, ma ha risposto a una domanda di
cambiamento che c'era in Italia all'inizio degli anni 90. Ora alla stessa
domanda che si ripete noi diciamo: se vince Berlusconi
con i suoi alleati voi già sapete, nel bene e nel male, che cosa vi potete
attendere. Avete provato loro, adesso provate noi. E aggiungiamo: non avreste
l'ennesimo governo di coalizione, ma il governo, e la maggioranza, di un solo partito".
( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
FUORI PORTA La
prudenza del Cavaliere. BRUNO VESPA Con le cupe previsioni di crescita, sognare
non si può più. E per molti aspetti i programmi di Pdl e Pd si somigliano.
Decisiva sarà la fiducia degli elettori nelle capacità dei leader. A poco più
di un mese dalle elezioni Silvio Berlusconi si trova
per la prima volta a coniugare i sogni con la realtà. Nel 1994 e nel 2001 vinse
perché era l'uomo capace di far sognare gli italiani. Nel 2006 sfiorò la
vittoria dopo una clamorosa rimonta perché convinse gli indecisi che Romano
Prodi avrebbe messo più tasse e lui le avrebbe tolte, a cominciare dall'Ici.
Adesso ci riprova e candidandosi per la quinta volta a guidare l'Italia ha
detto che sarà l'ultima. Se riuscirà a vincere, sarà perciò la sua legislatura
più importante: quella che in positivo o in negativo lascerà il segno della sua
avventura politica. Il programma del Popolo della libertà e l'illustrazione che
Berlusconi va facendone nelle sue apparizioni
televisive vanno letti in questa ottica: sognare, ma con i piedi per terra.
Nella campagna elettorale del 2001 il Cavaliere si trovava con una previsione
di crescita annua del 3 per cento, poi appena arrivato a Palazzo Chigi insieme
con le Torri gemelle gli cadde addosso la crisi economica internazionale. La
ripresina, quasi per una beffa, sbocciò con l'arrivo di Prodi al governo, ma si
è spenta dopo pochi mesi e l'Italia si trova in coda alla classifica europea.
Per capirci: questa settimana Newsweek parla di crisi spagnola perché la
crescita è scesa dal
( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Hanno spento Ciccio
il futurista GIANCARLO PERNA Chiaroscuri Il vero Storace, quello che ha preso
di petto perfino Napolitano, era brillante, rodomonte, sboccato. Oggi usa le
stesse argomentazioni di Pier Ferdinando Casini. Da quando si è messo in proprio
Francesco "Ciccio" Storace si è spento. Lui che era un imbattibile
casinista ora è surclassato in euforia da Daniela Santanchè, candidata premier
della Destra. L'ultimo atto autenticamente storaciano di Ciccio sono le celebri
grucce che inviò a Rita Levi Montalcini, colpevole di fare da stampella al
governo col suo voto di senatrice a vita. Una garbata allusione che nel suo
gergo suonava: dato che hai 45 anni per gamba, i bastoni ti aiuteranno a
correre in soccorso di Romano Prodi. Ne seguì una polemica incandescente. Il
presidente Giorgio Napolitano stigmatizzò le grucce alla quasi centenaria
definendole "indegne". Ciccio rispose che "indegno della carica
usurpata" era Napolitano per "disdicevole storia personale",
ossia per essere stato comunista. Conclusione: è finito sotto inchiesta della
procura di Roma per offese al capo dello Stato. Può piacere o no, ma quello era
lo Storace autentico: futurista, rodomonte, sboccato. Era anche un debutto col
botto della Destra, il partito che Ciccio aveva appena fondato in astio a
Gianfranco Fini, accusato di rammollimento doroteo. Ma tutto ciò, che risale al
luglio 2007, è ormai archeologia. Lo Storace di oggi è la brutta copia di se
stesso. Piagnucola perché la tv lo trascura, come faceva Marco Pannella 20 anni
fa, e chiede voti per bloccare l'inciucio Veltroni-Cav, lo stesso argomento che usa Pier Ferdinando Casini. È un
pesce fuor d'acqua. Ciccio è un buon luogotenente, non un capopartito. Storace
fu, agli inizi degli anni Novanta, un mirabile portavoce di Gianfranco.
Fantasioso e ballista come pochi, telefonava di continuo alle redazioni dei
giornali per segnalare dichiarazioni dell'allora segretario missino. Il
bello è che nessuna era di Fini, ma tutta farina del sacco di Storace che le
inventava lì per lì per fare trambusto. Grazie a questo illusionismo Gianfranco
divenne un divo ed ebbe diverse soddisfazioni elettorali. Il portavoce
combinava però anche pasticci. Un giorno s'incaponì a dare le pagelle ai
giornalisti: Michele Santoro "abile"; Lilli Gruber "meno abile
di Santoro"; Barbara Scaramucci (tg regionale) "andrebbe
arrestata". Snocciolava i giudizi a intervalli e scatenava ogni volta un
putiferio. Così Fini, per gratitudine da un lato e per tenerlo buono
dall'altro, cominciò a dire di sì a tutte le richieste dell'esuberante spalla.
Il caso più clamoroso fu nel 2005 quando Storace, che puntava al bis come
governatore del Lazio, fu battuto da Piero Marrazzo, candidato ds. Furente per
la trombatura, Ciccio pretese un posto di ministro. Gianfranco alzò gli occhi al
cielo e ne fu illuminato. A freddo, fece cadere il governo Berlusconi
II, costrinse il Cav a licenziare il ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, e
piazzò Ciccio al suo posto. Per darglielo affrontò perfino uno scontro in An.
Stralunato per l'ingresso di Storace, suo avversario interno, il ministro
Maurizio Gasparri pose l'aut aut: "O lui o io". "Lui"
sentenziò Fini e dette all'altro il benservito, sostituendolo nel Berlusconi III con Mario Landolfi alle Comunicazioni. Poiché
lo aveva nutrito col ciucciotto, il capo non si aspettava che il pupillo gli
voltasse le spalle, come invece è avvenuto l'anno scorso. Lì per lì, tra loro è
calato il gelo. Ora pare che si riparlino, ma solo per telefono e unicamente di
politica. Il 13-14 aprile Storace punta ad agguantare il 4 per cento
dell'elettorato, quello deluso da Fini. Se ce la farà, aggiungerà una quarta
legislatura alle tre che ha già alle spalle. Se no, ha due opzioni: andare in
pensione a 49 anni o tornare all'ovile. Storace è incappato in due disavventure.
Da governatore è finito nel Laziogate. Un'oscura vicenda di presunto accesso
illegale nel sistema informatico del Comune di Roma per carpire informazioni su
Alessandra Mussolini, sua antagonista da destra, e Piero Marrazzo, suo
concorrente a sinistra. È stato rinviato a giudizio e il processo è in corso.
Da ministro è stato, invece, indagato per finanziamenti irregolari alla ricerca
sanitaria. Nonostante queste ombre, nessuno lo considera disonesto. Gli piace
però stare sul crinale per alimentare la sua fama di ardimentoso. Quando ancora
era governatore incappò nella farsesca vicenda della colomba pasquale riempita
di denaro. Mentre Ciccio era in vacanza sull'isola di Paxos ospite di Potito
Salatto, un ex dc dei tempi di Vittorio Sbardella poi diventato seguace di An,
giunse un pacco al palazzo della Regione Lazio. Esaminandolo, gli addetti
sobbalzarono: era manomesso. Aperto, comparve una colomba di Pasqua spaccata in
due. Al suo interno, una montagna di mazzette. Subbuglio generale e incertezza
sul da farsi. Si decise di telefonare in Grecia al governatore per chiedere
lumi. "Quanti soldi ci sono?" fu, secondo la leggenda, la prima,
guardinga, reazione di Ciccio. "Da comprarci un castello" fu la
risposta dello staff. Silenzio dall'altra parte. Si può immaginare un tumulto
di sentimenti: sogni, Seychelles... Ma fu un attimo e subito prevalse la natura
sana di Ciccio che, indignato, urlò al cellulare: "Torno subito". E
una volta a Roma convocò una conferenza stampa per denunciare il tentativo di corruzione.
Insomma, al di là dello stile sanguigno, un brav'uomo. Quando cominciò a
militare nel Msi, Storace aveva i calzoni corti. Fece l'attacchino, il
volantinaggio, gridava "eia eia alalà". Ebbe scontri fisici con i
comunisti. Le dette e le prese. A un certo punto, entrato nel mirino, dovette
lasciare il liceo del suo quartiere ed emigrare al San Leone Magno, dieci
chilometri più in là. Si attaccò al senatore Michele Marchio di cui divenne
autista e factotum. Dopo la maturità scientifica entrò al Secolo d'Italia che
era la palestra politica dei missini più svegli. Lavorò a gomito a gomito con
Fini, Teodoro Buontempo, Gasparri. Non era un Montanelli, ma aveva grinta.
Correva qua e là, dando l'anima. Legò in particolare con Buontempo, che oggi è
con lui nella Destra, e vestivano allo stesso modo, cioè male. A rieducarlo fu
la moglie Rita, figlia di un pasticciere siciliano. Lo raffinò e sfinò
facendogli perdere diversi chili che oggi ha ripreso con gli interessi. Morto
Marchio, Ciccio si rifugiò sotto l'ala di Fini e la sua vita si confuse con
quella del partito. Il resto lo sapete.
( da "Panorama" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
CONTROCAMPO Pd:
nuovo linguaggio, antico potere GIANNI BAGET BOZZO Walter Veltroni
ha detto al País che il Partito democratico non è di sinistra. Evidentemente
vuole lasciare a Fausto Bertinotti il monopolio della parola, liberandosene. Ma
la sinistra in Italia non è una parola, è una cosa. La sinistra, che in Italia
è stato il Pci, ha pensato di essere la vera democrazia e che occupare in nome
del partito gli spazi dello Stato fosse di per sé una conquista democratica. La
sinistra comunista ha fatto di se stessa il principio di legittimità. E questo
è avvenuto non solo nello Stato ma in tutta la società italiana, soprattutto
negli intellettuali politici che scrivono i testi sui giornali e nelle
televisioni e che trovano nel principio dell'avversario nemico un criterio di
delegittimazione. Ciò ha prodotto il governo Prodi all'insegna della guerra a
Silvio Berlusconi, indicando in lui il principio stesso di un'Italia corrotta
fondata sull'evasione fiscale. Ma il linguaggio di Veltroni non è
parlato da nessun altro, è come se le parole non dette dal Partito democratico
silenzioso fossero tutte nell'aria e che rimanesse il senso dell'identità della
sinistra come potere che può usare differenti linguaggi rimanendo intatto come
potere. La permanenza nel potere si manifesta proprio nel fatto che si
può cambiare linguaggio senza cambiare identità. Non a caso Veltroni
liquida la possibilità delle larghe intese con Berlusconi
e quindi mantiene l'idea dell'autosufficienza della sinistra. Però la sinistra
non è più autosufficiente perché essa è caduta sul terreno dello Stato. È
caduta soprattutto nel Mezzogiorno, che pure è stato la base reale
dell'incontro tra la dirigenza postcomunista e la sinistra democristiana. La
gestione dei fondi sul terremoto, in comune da comunisti e democristiani, fece
comprendere che la spesa pubblica era l'unica risposta alla questione
meridionale, visto che la prima risposta, l'industrializzazione finita nelle
cattedrali del deserto, era miseramente fallita. La crisi dell'intesa tra la
sinistra storica e quella democristiana ha mostrato sul terreno la sua
debolezza. Essa lasciava un terzo convitato di pietra al banchetto, cioè la
camorra e la 'ndrangheta. La loro capacità di bloccare le opere di
modernizzazione del Sud, a cominciare dagli impianti per lo smaltimento dei
rifiuti e dai rigassificatori, ha prodotto la crisi in cui è crollato il
governo Prodi, di fronte allo spettacolo mondiale della Campania di Antonio
Bassolino invasa da spazzatura. Di qui la ricerca di legittimarsi nel Pd con il
linguaggio di Berlusconi come velo ideologico della
realtà politica. La crisi dello Stato è bene espressa dal ritiro dalla politica
del ministro dell'Interno, Giuliano Amato, che dichiara di non riconoscersi
come leader politico, nonostante una così lunga carriera governativa.
(bagetbozzo@ragionpolitica.it).
( da "Stampa, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Taccuino elettorale
Marcello Sorgi Il Pdl blinda il Senato ma chissà se basta Il Senato. Ah, il
Senato! Da giorni, da quando la campagna elettorale è cominciata e
nell'imminenza della presentazione delle liste e della definizione delle ultime
alleanze, è come se la corsa di queste elezioni politiche riguardasse solo la
Camera alta. E' lì, a Palazzo Madama, che si misurerà la vera forza del
risultato, ed anche se questo equivale a dare per scontato che Berlusconi vincerà alla Camera, e avrà dunque il premio di
maggioranza che darà al Pdl ben 340 deputati, la partita con il Cavaliere
comincerà nuovamente se al Senato il suo risultato non sarà altrettanto
brillante. Berlusconi vince alla Camera ma al Senato
non ottiene la maggioranza? Equivale a una sua sconfitta, spiegano gli
avversari del Pd. Oppure vince alla Camera ma al Senato stenta, si trova più o
meno nelle condizioni in cui si è trovato Prodi negli ultimi due anni? Sarà
costretto, minimo, a rinunciare alla guida del governo e a negoziare o con i
centristi che ha voluto fuori dalle sue liste, o
addirittura con Veltroni. Ragionamenti del genere si fanno, ovviamente capovolti,
dall'altra parte. Cosa farà Casini se otterrà una pattuglia di senatori
determinante per la maggioranza? Si farà tentare dalle sirene berlusconiane,
che già oggi lo vedono tornare a casa come figliol prodigo per vestire i panni
di ministro degli Esteri? Il Cavaliere conosce tutti questi discorsi, e
se ne preoccupa. Non a caso ha voluto che tutti i suoi alleati minori, da Dini
a Rotondi, ai radicali di Della Vedova, ai socialisti, fossero schierati alla
Camera, dove il probabile premio di maggioranza consente di largheggiare e
contenere l'eventuale dissidenza. Mentre infatti al Senato una possibile alleanza
dei centristi interni al Pdl con quelli esterni di Casini e della Rosa Bianca
potrebbe risultare letale per il futuro governo, a Montecitorio anche una
fuoruscita di tutti i piccoli non sarebbe esiziale. Gli alleati minori di Berlusconi hanno accettato senza mugugni la decisione
tattica del Cavaliere (tanto il posto è garantito, e alla Camera, da un paio di
legislature a questa parte, si lavora pure di meno). Ma il cordone sanitario
stretto attorno a Palazzo Madama dal Pdl non tiene conto di un fatto: per pochi
che possano essere, gli elettori democristiani, socialisti, repubblicani e così
via, insomma quel che resta dell'elettorato della Prima Repubblica, sono anche
i più professionali. Sanno benissimo, insomma, che separando il voto tra Camera
e Senato nelle province e nelle regioni in cui il confronto è più serrato, si
possono produrre sorprese. Dando un voto al candidato deputato del Pdl e un
altro a quello al Senato dell'Udc, ad esempio, formalmente non si danneggia Berlusconi né il proprio partito che ha scelto di allearsi
con il Popolo della libertà. Ma si favorisce Casini e la prossima roulette di
Palazzo Madama.
( da "Panorama.it" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Italia -
http://blog.panorama.it/italia - La carovana degli imprenditori in politica. Su
sponde opposte Posted By redazione On 10/3/2008 @ 17:09 In Headlines,
NotiziaHome | No Comments La sfida più accesa sarà con ogni probabilità quella
tra Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, capolista del Pd in Veneto,
ed Ettore Riello, presidente e amministratore delegato dell'omonimo gruppo di
condizionatori e caldaie, candidato nella stessa regione per il Popolo delle
Libertà. I due imprenditori, che arrivano dal cuore del Nordest, sono solo due
dei tanti rappresentanti del mondo dell'economia che - da sindacalisti a
industriali, da editori a tassisti - figurano nelle liste elettorali dei
diversi schieramenti. Accanto a Calearo, il Partito democratico schiera anche
Matteo Colaninno, figlio di Roberto, ex presidente dei giovani imprenditori di
Confindustria, capolista in Lombardia. Un'altra figlia d'arte, Maria Paola
Merloni è capolista del Pd alla Camera nelle Marche. Rispetto a Colaninno, gode
però di una maggiore esperienza politica, essendo già stata eletta nelle liste
dell'Ulivo nella scorsa legislatura. Tra i sindacalisti Veltroni ha schierato alla Camera in Veneto Pier Paolo Baretta della Cisl
e Paolo Nerozzi, della Cgil, candidato al Senato nella stessa regione. Gian
Carlo Sangalli, segretario generale della Cna, è nelle liste del Pd per il
Senato in Emilia Romagna, mentre in Puglia spicca per la Camera Margherita
Mastromauro, vicepresidente della Confindustria di Bari, ai vertici del
pastificio Riscossa. Un altro simbolo del made in Italy alimentare, Francesco
Divella, è invece nelle liste, sempre in Puglia, del Pdl. La sua è però una
candidatura per il Senato. Ancora per Palazzo Madama, Berlusconi
e Fini schierano anche l'imprenditore calabrese Vincenzo Speziali, ex
presidente di Confindustria Catanzaro, e nel Lazio l'editore e patron delle
acque, Giuseppe Ciarrapico. Un altro editore, Domenico Angelucci, corre invece
per la Camera in Lombardia. L'imprenditore della moda Santo Versace, che con
Donatella ha preso le redini della casa dopo la morte di Gianni, è candidato
per il Popolo della libertà in Calabria, mentre Daniele Toto, nipote del
fondatore di Airone Carlo Toto, è nelle liste per la Camera in Abruzzo. Nel
mondo sindacale, infine, Berlusconi e Fini schierano
nel Lazio Loreno Bittarelli, uno dei capi della rivolta dei tassisti romani
contro le liberalizzazioni di Bersani. LEGGI ANCHE: [1] Il dossier sulla
campagna elettorale 2008.
( da "Panorama.it" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Italia -
http://blog.panorama.it/italia - Campagna elettorale: se vince il partito del
non prometto niente Posted By matteo.durante On 10/3/2008 @ 17:24 In Apertura#1
| No Comments La corsa tra partiti unici e la fine delle "grandi
coalizioni"? No. La gara a chi candida [1] i nomi più noti o i [2]
personaggi più rappresentativi? Neanche. La vera sorpresa della campagna
elettorale 2008 è il tormentone del "non si possono fare miracoli",
del "dipende dalla congiuntura economica", del "faremo alcune
cose, altre si vedrà": insomma, la (quasi) totale assenza di promesse da
parte dei candidati premier in gara. A varcare la nuova frontiera della
prudenza è stato, a sorpresa, Silvio Berlusconi. Il
Cavaliere, com'è ovvio, va chiedendo il voto agli italiani ma si guarda bene
dal promettere quello che non potrebbe mantenere. Anzi: "È il tempo dei
sacrifici", ha detto nella sua ultima apparizione nel salotto televisivo
di Bruno Vespa. E pensare che il candidato premier del Pdl nel 1994 e nel 2001
vinse proprio perché percepito come un uomo capace di far sognare gli italiani.
E nel 2006 sfiorò la vittoria dopo una clamorosa rimonta perché convinse gli
indecisi che Romano Prodi avrebbe messo più tasse e lui le avrebbe tolte, a
cominciare dall'Ici. E ora? Oggi, ripresentandosi per la sua ultima corsa, il
Cavaliere va esponendo il programma del Popolo della libertà secondo una nuova
ottica: sognare sì, ma con i piedi per terra. E anche quando al Cavaliere
"scappano" annunci ammalianti (come l'abolizione dell'Ici sulla prima
casa e l'abolizione di ogni tassa sulle successioni e le donazioni) si tratta
sempre di promesse dall'alto valore simbolico, che costano relativamente poco:
2 miliardi la prima, 300 milioni la seconda. Eppure: non dovrebbe essere, la
campagna elettorale, il momento delle facili promesse, dell'ottimismo sparso a
piene mani, degli annunci mirabolanti? Ieri, forse. Oggi non più. Oggi nessuno
si prende la responsabilità di spendere parole alle quali non potranno seguire
i fatti. Anche Veltroni parla un
linguaggio diverso. E per forza di cose. In un faccia a faccia con Berlusconi, due anni fa, Romano Prodi si spinse addirittura a promettere
"la felicità": poi, per i venti mesi a Palazzo Chigi, ha dovuto
quotidianamente darsi da fare per uscire indenne dalle mille beghe della sua
maggioranza più che per prendere decisioni e governare. Raccogliendone
l'eredità, Veltroni sta molto attento nel non
promettere miracoli. Nei tabelloni pubblicitari che tappezzano le città, le
scritte e gli slogan del Pd sono piuttosto evocativi ma generici: invitano gli
elettori a "voltare pagina" o a "cambiare il Paese". Quasi
un'operazione di rimozione nei confronti del governo precedente, come se Veltroni volesse dire: siamo meno peggio di chi ci ha
preceduto. Che cosa sia successo in soli due anni, che cosa sia scattato nei
candidati premier che prima promettevano l'impossibile e ora paventano i
sacrifici da fare, non è facile dire. Sono cambiati i politici o è cambiata
l'Italia? Come spesso accade, la risposta sta nel mezzo. Innanzi tutto, con
l'onda antipolitica che ha caratterizzato gli ultimi 12 mesi, è cambiato
l'elettorato. Che si è fatto più smaliziato, più attento, più critico. Oltre
che deluso dalla politica degli annunci degli onorevoli inquilini del Palazzo.
Ai quale si chiedono impegno, onestà e dedizione. Un diffuso malcontento
testimoniato, per esempio, dal numero di indecisi (un buon 20% [3] secondo
Renato Mannheimer) che ancora non sanno a chi dare il voto il 13 aprile. Una
seconda risposta è nella semplificazione avvenuta (proprio grazie a Veltroni e Berlusconi) del quadro
politico. Presentandosi da soli (o al massimo con alleati apparentati) Pd e Pdl
hanno smesso i panni delle grandi, eterogenee e variegate, coalizioni di due
anni fa. Che - solo per fare un esempio - andando dall'estrema sinistra di
Franco Giordano al centrismo puro di Mastella, oltre a essere ingovernabili,
erano anche costrette a fare promesse, difficilmente mantenibili, per tenere
buoni tutte le componenti. Infine, e lo tocchiamo con mano ogni giorno, l'Italia
è - all'interno di un non brillante andamento economico mondiale - sull'orlo
del declino. E prima di invitare gli italiani a sognare, meglio condurli, con i
piedi per terra, lontano dal baratro.
( da "Panorama.it" del 10-03-2008)
Argomenti: Veltroni/Berlusconi
Italia -
http://blog.panorama.it/italia - Dalle toghe ai prefetti: tutte le divise scese
nell'arena politica Posted By redazione On 10/3/2008 @ 19:38 In Headlines | No
Comments Magistrati, militari, prefetti: alle prossime elezioni politiche i
professionisti della sicurezza scendono in campo. Una pattuglia - collocata
trasversalmente in vari partiti, da destra a sinistra - che si prepara a
battersi per un seggio ad aprile dopo aver riposto in armadio la toga o la
divisa. MILITARI - Nutrita la pattuglia di militari in lista. Il nome più noto
è senz'altro quello del generale Roberto Speciale, ex comandate della Guardia
di finanza, candidato in Umbria al Senato per il Pdl. Protagonista di un
clamoroso scontro con il Governo Prodi, il generale - se verrà eletto - non
rischierà di incrociare a Palazzo Madama il suo 'nemico', il viceministro
dell'Economia, Vincenzo Visco, che non si è ricandidato. Altro nome di spicco,
questa volta nelle fila del Pd, è quello del generale Mauro Del Vecchio, che ha risposto alla chiamata di Walter Veltroni
dimettendosi dall'incarico di capo del Coi, il Comando operativo di vertice
interforze. Il generale - che correrà nel Lazio per un seggio al Senato - ha
ricoperto diversi incarichi al vertice delle missioni italiane all'estero, dai
Balcani all'Afghanistan. E c'è un generale in corsa anche per l'Udc di
Pier Ferdinando Casini: è Andrea Fornasiero, ex capo di Stato maggiore
dell'Aeronautica militare, ora in pensione. A completare la quaterna di
generali c'è Silvio Mazzaroli, ex comandante della Kfor nei Balcani. Correrà in
Friuli Venezia Giulia per un posto al Senato con l'Italia dei Valori. Scendendo
di grado, si trova poi il capitano Gianfranco Paglia, medaglia d'oro al valor
militare, candidato alla Camera in Campania per il Pdl. Paglia è costretto dal
1993 sulla sedia a rotelle, dopo essere stato ferito a Mogadiscio nell'agguato
al check point 'Pasta' in cui morirono tre soldati italiani. MAGISTRATI - Sono
cinque i magistrati che si candidano per la prima volta per un seggio in Parlamento
e che, nei giorni scorsi, hanno ottenuto l'aspettativa dal Csm. Per il Pdl
corrono Giacomo Caliendo, consigliere di Cassazione ed esponente della Corrente
Unicost e Alfonso Papa, direttore generale della Giustizia Civile del
ministero. Il Pd punta su Donatella Ferranti, segretario generale del Csm;
Gianrico Carofiglio, pm a Bari e scrittore di libri gialli; Silvia Della
Monica, ex pm a Perugia, capo Dipartimento dei diritti e delle pari opportunità
del ministero guidato da Barbara Pollastrini. La Sinistra Arcobaleno mette in
campo Gianfranco Amendola, ex pretore d'assalto, già parlamentare dei Verdi.
Non hanno invece dovuto presentare alcuna richiesta al Csm magistrati che sono
già parlamentari e che tornano a candidarsi: per il Partito Democratico è il
caso di Anna Finocchiaro, Lanfranco Tenaglia, Gerardo D'Ambrosio, Felice
Casson, Alberto Maritati; per il Popolo della Libertà, di Francesco Nitto
Palma, Alfredo Mantovano e Roberto Centaro. PREFETTI - Di alto livello anche la
componente prefettizia che corre alle politiche. Qui, il più celebre è Achille
Serra, che si è' dimesso dall'incarico di Alto commissario per il contrasto
alla corruzione per candidarsi in Toscana al Senato sotto le insegne del Pd.
Sempre per il Pd corre poi l'ex vicecapo della polizia, prefetto Luigi De Sena,
candidato in Calabria. Il Pdl ha invece in lista il prefetto Raffaele Lauro,
che si è dimesso da commissario straordinario Antiracket ed Antiusura. Nel
partito di Berlusconi e Fini anche Maria Elena Stasi,
che ha ricoperto l'incarico di prefetto a Campobasso e a Caserta, in corsa in
Campania. In lista poi anche due esponenti dei sindacati di polizia: Filippo
Saltamartini, segretario del Sap, con il Pdl; Oronzo Cosi, segretario generale
del Siulp, con l'Udc.