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T ARTICOLI DEL 14 e 15 aprile 2008 #TOP
John
McCain, il "falco lucido" che diventa sempre più falco. I neocon
dettano al senatore il decalogo per la politica estera
( da "EUROPA
ON-LINE" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
tra i
papabili con una spiccata vocazione per la politica estera, è stato rilanciato
il nome di Condoleezza Rice. Il segretario di stato non ha mai ammesso di
aspirare alla vice-presidenza, ma McCain la stima molto. Oltre a bilanciare lo
scontro con un africano-americano (se la nomination democratica sarà
conquistata da Obama) o con una donna (se a vincerla sarà Hillary Clinton)
CITTA'
DEL VATICANO - Nel discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite il Papa Teolo
( da "Messaggero,
Il" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Monsignor
Sambi, però, ha assicurato che "il pontefice non parlerà alla politica ma
agli uomini". Più esplicito il cardinale Renato Raffaele Martino: "la
visita in questo periodo non è assolutamente da intendere come un sostegno alla
politica estera Bush".
Il
blog di Miliband e il fallo a gamba tesa contro la Svizzera
( da "Corriere
della Sera" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Esteri, i
valori e le idee dietro la politica estera britannica". Se qualcuno ha
ancora dubbi sul fatto che lo sport e il calcio in particolare è anche
politica, basta leggere quanto ha messo Miliband sul blog sotto il titolo
"Storia di un rigore", per commentare senza sottintesi diplomatici la
sconfitta dell'amato Arsenal nei quarti di finale di Champions League con il
Liverpool.
UNILATERALISMO
AMERICANO UNA TENDENZA STORICA ( da "Corriere della Sera"
del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Risponde
Sergio Romano UNILATERALISMO AMERICANO UNA TENDENZA STORICA Uno degli aspetti
più controversi dell'attuale amministrazione Bush è stato indubbiamente
l'eccessivo l'unilateralismo in politica estera; seppur parzialmente corretto
nel tempo, esso ha finito con il segnarne l'azione. Un comportamento spesso
criticato da molti Paesi, europei in particolare, e non senza ragione.
Attendista
con la Cina altalenante con gli Stati Uniti
( da "Opinione,
L'" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
politica
estera", che fra qualche giorno toccherà il suo vertice con l'incontro con
il presidente americano Bush e il successivo discorso all'Assemblea generale
delle Nazioni Unite. Se è prevista nel primo caso una ripetizione del sistema
altalenante dei rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede, nel secondo c'è da
attendersi una intransigente difesa dei diritti umani e delle iniziative
Diplomatique
invito ai candidati premier berlusconi e veltroni
( da "Riformista,
Il" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
due candidati
alla presidenza del Consiglio rappresentano politiche molto diverse in quasi
tutto. Ma ci auguriamo che Silvio Berlusconi e Walter Veltroni siano pronti a
sottoscrivere sette punti cardine di una politica estera bipartisan: 1) La
vocazione transatlantica della nostra politica estera non deve essere
sostituita da un progetto europeo in competizione con gli Stati Uniti.
Un
brivido assale l'Unione europea ( da "Manifesto, Il"
del 15-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Alla prova
sulla politica estera Un brivido assale l'Unione europea Il Pdl può contare
sulle simpatie di Merkel e Sarkozy per Gianfranco Fini, ma non per An. E con la
presidenza francese arriva il nodo energetico Alberto D'Argenzio Bruxelles
Ciclicamente ritorna, Berlusconi, anche in un'Europa che non l'ha mai amato
particolarmente.
COME
sempre, la politica estera e quella militare sono state trattate solo ma
( da "Messaggero,
Il" del 15-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
esistenza di
un forte consenso sulle grandi scelte della politica estera italiana e sul
fatto che queste non potranno essere modificate se non nei toni della retorica
partitica. Infine, prevale la persuasione che la politica estera - e
soprattutto quella militare - non possano essere di parte e che diplomazia e
Forze Armate debbano essere salvaguardate dalle polemiche politiche.
<Governerò
cinque anni Sulle riforme pronti a collaborare con tutti>
( da "Giornale.it,
Il" del 15-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
di Adalberto
Signore Il Cavaliere già al lavoro sulla politica estera. Giovedì in Sardegna è
in programma un faccia con Putin. Il primo viaggio ufficiale sarà in Israele:
"In Medio Oriente è l'unica democrazia" da Roma La soddisfazione,
ammette in privato durante le tante telefonate che si rincorrono nella
giornata, "è di quelle che si provano poche volte nella vita".
Il
trionfo di Berlusconi sui giornali (e sui siti) di tutto il mondo
( da "Panorama.it"
del 15-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
di
sottolineare le eventuali discontinuità nella politica estera italiana dopo
queste elezioni: "Berlusconi ha dichiarato una volta che è d'accordo a
prescindere con la politica degli Stati Uniti. Definisce un amico George W.
Bush e il suo ritorno al potere potrebbe rendere più stretti i rapporti con la
Casa Bianca, indipendentemente da chi sarà eletto come prossimo presidente (
( da "EUROPA ON-LINE" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
NINO SPAMPINATO New
York Ad aiutarlo a imporsi nella corsa alla nomination repubblicana è stata
anche l'autorevolezza con cui parla dei temi della sicurezza nazionale e della politica estera, due punti centrali della sua identità politica. Però John McCain, in linea con la fama di
individualista rispetto alle posizioni più ortodosse del suo partito, finora è
passato per un "falco lucido". Non si è fatto inquadrare all'interno
delle due fazioni che hanno orientato (o hanno tentato di farlo) le scelte di politica estera dei repubblicani: da un lato i cosiddetti
pragmatisti, che progressivamente hanno considerato un errore la guerra in
Iraq, come l'ex segretario di stato Colin Powell e il suo vice Richard
Armitage; dall'altro lato i neoconservatori, quelli che hanno guidato le scelte
di George W. Bush e hanno svolto un ruolo decisivo
nella pianificazione della seconda guerra del Golfo. Due anime dello stesso
partito che ora si contendono le attenzioni del candidato repubblicano. O
meglio, come ha ricostruito nei giorni scorsi il New York Times, sono
soprattutto i pragmatisti a temere che il senatore dell'Arizona finisca sotto
l'abbraccio dei neocon. Le loro preoccupazioni sono cominciate quando McCain ha
stilato un elenco di consiglieri ricco di esponenti neoconservatori, tra i
quali l'ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite John Bolton e l'analista
di questioni strategiche Max Boot. Senza considerare che il capo della squadra
che cura la politica estera per la campagna di McCain
è Randy Scheunemann, fondatore di un comitato politico per la liberazione
dell'Iraq e noto per essere un falco tra i falchi. Il caso è scoppiato
apertamente quando uno dei nuovi consiglieri neocon, l'editorialista Robert
Kagan, ha aiutato l'eroe del Vietnam a scrivere gran parte del discorso sulla politica estera tenuto alla fine di marzo a Los Angeles.
Intervento considerato una sorta di manifesto dallo stesso Mc- Cain, che in
quell'occasione si definì un "idealista realista ". Nella città
californianiana il senatore aveva espresso molte linee di continuità con la politica dell'attuale amministrazione Usa,
a cominciare dalla necessità di mantenere le truppe in Iraq ("se
necessario, potremo restare per cento anni" aveva detto in campagna
elettorale). McCain, inoltre, si è espresso per sanzioni più rigide contro
l'Iran, è a favore dello scudo antimissile e per una posizione più dura verso
la Russia. Allo stesso tempo, però, il candidato repubblicano ha mostrato di
volersi distanziare dall'unilateralismo che ha contraddistinto gli anni della
presidenza di George W. Bush. In particolare, un
passaggio del discorso pronunciato a Los Angeles ha mostrato una netta
discontinuità sulla visione del ruolo che gli Stati Uniti devono avere nel
mondo e sulla necessità di coinvolgere gli alleati nelle crisi più delicate:
"La nostra grande potenza non significa che possiamo fare tutto quello che
vogliamo quando vogliamo e non dobbiamo partire sempre dall'assunto di avere la
saggezza e l'esperienza necessaria ad avere successo. Dobbiamo ascoltare le
varie opinioni e rispettare la volontà dei nostri democratici alleati".
Inoltre, Mc- Cain in passato non è stato quasi mai favorevole agli interventi
militari all'estero (dal Libano nel 1983 fino alla prima guerra del Golfo e
alla Bosnia), mostrando una visione che lo aveva avvicinato ai pragmatisti.
Insomma, nonostante l'autorevolezza con cui ne parla, secondo il New York Times
sulla politica estera il candidato repubblicano non ha
ancora un quadro di riferimento completamente definito (senza considerare i
recenti scivoloni, come la confusione tra sciiti e sunniti fatta in un discorso
a Bagdad e riproposta in un intervento al senato). Ecco perché all'interno del
partito si è aperta una sorta di guerra tra le due fazioni che aspirano ad
influenzare le scelte strategiche di McCain, se sarà eletto alla Casa Bianca.
Una guerra nemmeno troppo sotterranea, visto che lo stesso senatore non ne ha
fatto mistero: "So che alcuni dei miei consiglieri sono ritenuti più
conservatori, ma io ho un enorme schieramento di persone con cui parlo e di cui
leggo ciò che scrivono". Probabilmente, sarà suo interesse continuare a
flirtare per i prossimi mesi con gli esponenti dei due campi, senza esprimere
preferenze per l'uno o per l'altro. Anche se una chiara indicazione potrebbe
arrivare, oltre che dalla scelta dei segretari della sua eventuale
amministrazione, dalla nomina del vice nel ticket presidenziale: tra i papabili con una spiccata vocazione per la politica estera, è stato rilanciato il nome di Condoleezza Rice. Il segretario di stato non ha mai ammesso di aspirare alla
vice-presidenza, ma McCain la stima molto. Oltre a bilanciare lo scontro con un
africano-americano (se la nomination democratica sarà conquistata da Obama) o
con una donna (se a vincerla sarà Hillary Clinton), la sua figura potrebbe
soprattutto avvicinare le posizioni di McCain a quelle dell'amministrazione
uscente.
( da "Messaggero, Il" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Di FRANCA
GIANSOLDATI CITTA' DEL VATICANO - Nel discorso all'Assemblea delle Nazioni
Unite il Papa Teologo affronterà il tema dei diritti umani calcando l'accento
sul significato dell'agire etico che, a suo dire, implica sempre il rispetto -
anche da parte degli Stati - della legge morale naturale. Secondo il suo
pensiero quando sono in gioco le esigenze fondamentali della dignità della
persona, della vita, dell'equità dell'ordinamento sociale, vale a dire quando
sono in gioco i diritti fondamentali dell'uomo, nessuna legge democratica potrà
mai sovvertire la norma scritta da Dio nel cuore delle persone. Un concetto
tutt'altro che nuovo e sul quale si è già soffermato più volte nel corso del
pontificato. Il testo che ha preparato è articolato e, secondo indiscrezioni,
si inserisce armonicamente nel solco tracciato dai suoi predecessori - Paolo VI
nel discorso fatto all'Onu nel 1965 - e Giovanni Paolo II nelle due visite del
1979 e poi ancora del 1995. Al Palazzo di Vetro Papa Ratzinger non mancherà di
denunciare i drammi odierni, il disarmo, lo sviluppo dei popoli, gli squilibri,
la pace, il necessario dialogo tra le fedi, il terrorismo. Secondo alcuni
osservatori non è escluso che possa addirittura farsi promotore di un appello
alle grandi fedi, Islam compreso, per una alleanza inter-religiosa che possa
difendere terreni comuni. Per esempio il diritto alla vita o anche la famiglia,
intesa come unione tra uomo e donna. In attesa di vedere cosa effettivamente il
pontefice dirà ai rappresentanti di oltre 190 Stati, i preparativi dell'America
per accoglierlo fervono. Tutto ormai è pronto, gadget compresi. "La parola
speranza è al centro del messaggio che Benedetto XVI porterà all'America. Ed è
quello di cui l'America ha bisogno" ha fatto sapere il nunzio a
Washington, Pietro Sambi, artefice, assieme a monsignor Celestino Migliore,
Osservatore Permanente all'Onu della visita papale. "Se il viaggio avrà il
successo che tutti si attendono non sarà tanto un successo del Papa, ma un
successo del popolo americano: se la gente ascolterà attentamente le sue parole
si accorgerà di essere capace di più amore, di più speranza, di più unità"
ha aggiunto Sambi. Intanto alla vigilia della partenza, il pontefice ha chiesto
ai fedeli di pregare per lui, per sostenerlo spiritualmente nella
"speciale esperienza missionaria" che si prepara a fare. Due le tappe
previste, Washington e New York dove resterà fino a domenica prossima.
Fittissimo il programma, compreso, pare, un incontro fuori protocollo ad un
gruppo di vittime di abusi sessuali. Quando Benedetto XVI arriverà a Washington
troverà ai piedi della scaletta dell'aereo il presidente George W. Bush. Un gesto di benvenuto di straordinario calore. E',
infatti, la prima volta che il presidente si reca ad accogliere un ospite
all'aeroporto. Di solito gli incontri avvengono alla Casa Bianca. In una
intervista alla tv cattolica EWTN, Bush ha spiegato le
ragioni di questa scelta: "Benedetto XVI è una figura importante. Parla a
milioni di persone, non viene qui come un politico ma come un uomo di
fede". Poi ha aggiunto di condividere la preoccupazione del pontefice
sull'avanzata del relativismo morale. "Il relativismo danneggia la
possibilità di avere una società basata sulla speranza e sulla libertà".
Per questo ha deciso di fare uno strappo alla regola e di recarsi
all'aeroporto: "Voglio rendere omaggio alle sue convinzioni. Egli difende
alcuni valori che sono importanti per la salute del nostro Paese. Quando verrà
milioni di americani ascolteranno con attenzione ogni sua parola". I
collaboratori del Papa che hanno studiato i dettagli della visita, visto il
clima elettorale, hanno cercato di fare il possibile per evitare di trasformare
un viaggio pastorale in una benedizione politica
all'attuale amministrazione. Monsignor Sambi, però, ha
assicurato che "il pontefice non parlerà alla politica ma agli
uomini". Più esplicito il cardinale Renato Raffaele Martino: "la
visita in questo periodo non è assolutamente da intendere come un sostegno alla
politica estera
Bush".
( da "Corriere della Sera" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-14 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE Il caso Nel suo diario online il capo del Foreign Office, tifoso di
calcio, insulta il difensore elvetico dell'Arsenal. E l'ambasciata di Berna protesta
Il blog di Miliband e il fallo a gamba tesa contro la Svizzera DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE LONDRA - Lanciando il suo blog sul sito del Foreign Office, a
settembre David Miliband aveva scritto: "Su queste pagine voglio spiegare
le mie priorità di ministro degli Esteri, i valori e le
idee dietro la politica
estera britannica". Se qualcuno ha
ancora dubbi sul fatto che lo sport e il calcio in particolare è anche politica, basta leggere quanto ha messo Miliband sul blog sotto il titolo
"Storia di un rigore", per commentare senza sottintesi diplomatici la
sconfitta dell'amato Arsenal nei quarti di finale di Champions League con il
Liverpool. "Non è stata una buona serata per l'unità europea
all'Anfield (lo stadio del Liverpool, ndr)... Un rigore dubbio dato dall'arbitro
svedese; un olandese che è caduto in area troppo facilmente; e un difensore
svizzero - loro non sono nemmeno nella Ue - che ha lasciato mezza Londra a
maledire il momento in cui gli è stato permesso di entrare nel nostro
Paese". Per i non addetti ai lavori calcistici, Miliband se l'è presa con
il centrocampista del Liverpool Babel, olandese, che a sei minuti dalla fine,
quando l'Arsenal sembrava qualificato, è crollato in area di rigore dopo un
contrasto che non sembrava troppo duro e ha convinto il direttore di gara
venuto da Stoccolma a fischiare. E lo svizzero "maledetto" è il
difensore dell'Arsenal Philippe Senderos, che ha deluso i suoi tifosi. Quando
l'attaché culturale dell'ambasciata elvetica ha letto, ha reagito:
"Senderos forse non ha giocato la sua miglior gara ad Anfield, ma questo
non è motivo per aprire un incidente diplomatico tra due Paesi amici".
"Consiglierei di controllare le emozioni e di riservarle al più importante
appuntamento della stagione: gli Europei che si svolgeranno in Svizzera e
Austria a giugno ", ha concluso il diplomatico con una frase che sembra
anche un modo delicato per ricordare agli inglesi che la loro nazionale è stata
eliminata. Ha risposto anche l'agente dell'olandese Babel, assicurando che il
suo ragazzo "non è il tipo del tuffatore... qualche volta la gente dice a
caldo cose di cui dopo si pente". Ma si pentirà David Miliband di aver
tirato un calcio all'unità europea per la delusione di una serata storta? Il
blog del Foreign Office è aperto ai commenti dei cittadini. Ne citiamo un paio:
"Bravo David, perché ora non dici quello che pensi anche sul Trattato
europeo? ". E: "Avrei votato conservatore, ma dopo aver scoperto la
tua fede per l'Arsenal potrei cambiare idea. Queste sono le cose che contano
davvero! ". A qualcuno è venuto in mente che Miliband, prendendo spunto
dalla frustrazione per "l'ingiusta sconfitta" dei gunners (soprannome
dell'Arsenal), abbia voluto giocare un po' sul terreno popolare e populista
dell'antieuropeismo inglese. Certo, in Parlamento il ministro si è battuto a
favore della ratifica del Trattato europeo scontrandosi con gli euroscettici
conservatori. Ma in questi giorni a Londra è cominciata una nuova partita: per
il potere all'interno del partito laburista. Gordon Brown continua a cadere nei
sondaggi: ieri era 16 punti dietro i Tories. E molte voci si stanno levando per
invocare un cambio di guida se le elezioni amministrative del primo maggio si
risolveranno nel temuto bagno di sangue per il Labour. "David, il Paese ti
chiama", ha scritto ieri un editorialista dell'Independent invitando il
quarantaduenne ministro a scendere in campo per la corsa alla successione. Il
suo principale rivale potrebbe essere Ed Balls, ministro dell'Istruzione, altro
appassionato di calcio. Dopo il primo tempo politico- calcistico tra Totti e
Berlusconi e il secondo tra David gunner Miliband e l'Europa, per eventuali
tempi supplementari sintonizzarsi sul sito https://blogs.fco.gov.uk/roller/
miliband. Guido Santevecchi CLICCA Sul collegamento al blog di Miliband
www.corriere.it Arrabbiato Il ministro degli Esteri David Miliband e, nel
tondo, il calciatore svizzero dell'Arsenal Philippe Senderos.
( da "Corriere della Sera" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-04-14 num: - pag: 29
categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano UNILATERALISMO
AMERICANO UNA TENDENZA STORICA Uno degli aspetti più controversi dell'attuale
amministrazione Bush è stato indubbiamente l'eccessivo l'unilateralismo in politica estera; seppur parzialmente corretto nel tempo, esso ha finito con il
segnarne l'azione. Un comportamento spesso criticato da molti Paesi, europei in
particolare, e non senza ragione. Eppure, questo stesso unilateralismo è
diventato un comodo "paravento" dietro al quale nascondere la
mancanza di volontà o l'incapacità di agire sulla scena internazionale,
soprattutto sul piano militare. Ma le cose potrebbero cambiare presto. Tutti i
pretendenti alla Casa Bianca infatti, sia pure con diverse sfumature, hanno già
detto che intendono adottare un approccio più multilaterale. Quella che quindi
potrebbe essere una notizia positiva, non corre il rischio di trasformarsi
piuttosto in una questione non facile? Quell'impegno e quell'assunzione di
responsabilità a lungo negati potrebbero ora diventare per certi Paesi non più
evitabili, eliminando quell'alibi troppo spesso usato in maniera strumentale.
Giovanni Martinelli giova.mart@tin.it Caro Martinelli, I l nuovo presidente
degli Stati Uniti (poco importa se repubblicano o democratico) cercherà di
evitare gli errori del suo predecessore e di coinvolgere maggiormente altri
Paesi nelle sue iniziative internazionali. Ma sarà bene ricordare che
l'unilateralismo, con cui è stato definito lo stile politico di Bush, è in realtà la definizione dell'ultima variante di un
concetto più antico e molto radicato nella cultura politica
americana: l'isolazionismo. Noi abbiamo spesso creduto, erroneamente, che
isolazionismo significasse isolamento e che l'America avesse superato quella
fase della sua storia quando accettò (prima con Woodrow Wilson, poi con
Franklin D. Roosevelt) di lasciarsi coinvolgere in due guerre europee. Ma gli
Stati Uniti, nei decenni precedenti, non avevano mai voltato le spalle al
mondo. Avevano fatto ovunque una politica estera
dinamica, spesso aggressiva. Avevano mandato le loro truppe a Cuba, nelle
Filippine, in Cina, in Marocco, in Messico. Avevano costruito una grande
flotta. Avevano esteso progressivamente la loro influenza sull'intero
continente americano dal Pacifico all'Atlantico. Con la parola "isolazionismo"
non intendevano voltare le spalle al mondo, ma affermare che non avrebbero mai
vincolato la loro politica estera a trattati
permanenti o delegato a istituzioni internazionali la difesa dei loro
interessi. La partecipazione alle due grandi guerre mondiali del secolo scorso
ha modificato questa linea soltanto in parte. Quando mandarono un corpo di
spedizione in Europa nel 1917, gli americani non vollero che il generale
Pershing rispondesse agli ordini del Comandante supremo alleato. Quando
finalmente accettarono, nel 1949, di sottoscrivere un trattato di alleanza
politico-militare, vollero che il suo braccio armato, la Nato, fosse comandato
da un generale americano. In tre delle guerre combattute dagli Stati Uniti
negli ultimi sessant'anni (Vietnam, Kosovo e quella irachena di cinque anni fa)
due presidenti democratici e un presidente repubblicano hanno agito senza
chiedere o attendere l'approvazione delle Nazioni Unite. L'unilateralismo, caro
Martinelli, è soltanto la prosecuzione dell'isolazionismo con altri mezzi e con
altro stile. è possibile che lo stile, con la prossima presidenza, cambi. Ma la
sostanza continuerà a essere in buona parte la stessa. Suppongo che la parte
conclusiva della sua lettera si riferisca all'Afghanistan dove alcuni Paesi
della Nato, fra cui l'Italia, hanno adottato regole d'ingaggio che non
prevedono la partecipazione delle loro truppe ai combattimenti. è possibile che
l'elezione di un nuovo presidente a Washington e la formazione di un nuovo
governo in Italia modifichino questa situazione. Ma non credo che la soluzione
della crisi afghana dipenda dalla modifica delle regole d'ingaggio. La
situazione in quel Paese è pregiudicata dalla imprevidenza con cui gli Stati
Uniti hanno condotto le operazioni per la conquista dell'Afghanistan nel 2001,
e dalla esiguità delle forze sul terreno oggi. Il più crudele paradosso della politica americana degli ultimi anni è questo: i 150.000
uomini impiegati in Iraq non bastano a vincere la guerra in Mesopotamia, ma
sarebbero stati forse sufficienti per vincere la guerra afghana.
( da "Opinione, L'" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Oggi è Lun, 14 Apr
2008 Edizione 72 del 12-04-2008 Le strategie globali di Ratzinger Attendista
con la Cina altalenante con gli Stati Uniti di Lo Svizzero Ma come si sviluppa
il pontificato di Joseph Ratzinger? "In modo sempre più
apprezzabile", rispondono a questa domanda dalle parti della Curia e
dintorni. Una Curia, del resto, cui il pontefice non chiede troppo e non
riforma quasi per niente, poiché si è già accontentato dei
"movimenti" operati da quasi tre anni senza soverchio rumore né
eccessiva condiscendenza. Insomma, come se quello fosse stato un dovere da
compiere senza però provocare troppo scompiglio. Ma quella domanda iniziale se
la pongono in molti sulle due rive del Tevere, nel tentativo di spiegarsi le
ragioni di un seppur inaspettato successo del pontificato ratzingeriano. E non
lo fanno soltanto gli addetti ai lavori (curiali, ben si intende), ma anche
fior di intellettuali e non poche personalità di spicco della società
"esterna" non soltanto italiana. Siamo alla sciarada, dunque, se non
a una sorta di "giallo", senza riflessi sangugni, è ovvio. O forse a
un autentico rompicapo che fa discutere un poco tutti, meravigliati come sono
da uno dei fenomeni non trascurabili, poiché si basa sui numeri. E' l'esempio,
tanto per dirne una, del continuo aumento di pellegrini che intervengono alle
così dette "udienze generali". Si tratta ormai di un fenomeno sempre
in crescendo e senza pressioni esterne, che va superando addirittura le cifre
da record raggiunte al tempo di Karol Wojtyla. Una faccenda così non se
l'aspettava nessuno, anzi. C'era chi aveva previsto che un polacco non sarebbe
stato surclassato quanto al numero di pellegrini da un tedesco. Ma anche sul
piano dei contatti, degli incontri ravvicinati con i potenti della Terra,
Ratzinger non appare minimalista: è sufficiente sfoglire le pagine della sua
bianca agenda per averne una grande quantità di riscontri concreti. La stessa
cosa si può dire per la "politica
estera", che fra qualche giorno toccherà
il suo vertice con l'incontro con il presidente americano Bush e il successivo discorso all'Assemblea generale delle Nazioni
Unite. Se è prevista nel primo caso una ripetizione del sistema altalenante dei
rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede, nel secondo c'è da attendersi una
intransigente difesa dei diritti umani e delle iniziative pacifiste che
il Vaticano predilige: in questo caso si leverà rigorosa più che mai la voce
ratzingeriana, sostenuta da documenti ad hoc. E' tuttavia su un punto
fondamentale che Ratzinger e Bush trovano, magari non
volendo, una ipotesi di accordo, reagendo ambedue con i piedi di piombo: i
rapporti con la Cina veterocomuncapitalistica. L'uno e l'altro, con ragioni
diverse, adotterebbero la medesima tattica: il primo per ragioni materiali e
impostazioni strategiche; il secondo per motivi esclusivamente religiosi che
stanno dando buoni seppur lenti e tardigradi risultati. Si può così sostenere
che Pechino vale, per Papa Benedetto soprattutto, una superprotesta contro le
persecuzioni dei cattolici cinesi. Come dire, con alcuni osservatori, che anche
in politica estera Ratzinger se la cava egregiamente.
Altrettanto dicasi per la difesa della tradizione e di quanto impone e
prescrive la dottrina cattolica; e si sa che in questo campo il papa teologo è
un maestro. Il che, a detta di molti, costituisce l'elemento principale nella
valutazione positiva che all'estero si dà di lui e del suo "disarmato
coraggio" di dire cose controcorrente nel mondo contemporaneo. Ma per la
Curia, la Cina da ingraziarsi è lontana e l'America da propiziarsi magari pure,
anche se un poco meno. Sicché guardando con occhio vagamente distratto tutti
questi tumultuosi eventi, taluni curiali di vecchia fattura di accontentano di
ripetere con aria non sempre convinta l'antica battuta dei monsignori, curiali
certo ma indubbiamente scaltri: "I Papi passano, la Curia resta". E
chi mai riuscirà a smuoverla?.
( da "Riformista, Il" del 14-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Diplomatique invito
ai candidati premier berlusconi e veltroni Sette punti cardine per una politica estera bipartisan L'Italia rimane un paese con importanti
ruoli e responsabilità internazionali. Siamo membri del G8, della Nato e
dell'Unione Europea e fino a dicembre membri eletti del Consiglio di Sicurezza
dell'Onu. Abbiamo un ruolo chiave in molte missioni militari - Kosovo, Libano,
Afghanistan. L'alleanza transatlantica ci ha protetto in passato e rimane
un'asse portante della politica europea. La nostra
collocazione geografica fa del Mediterraneo un punto nevralgico dei nostri
interessi proprio nel momento storico in cui l'area mediterranea diventa punto
di scambio e di scontro fondamentale per Europa e Stati Uniti e partner e
avversari non occidentali dall'altro. E il nostro fabbisogno energetico - in
linea con il resto d'Europa - ci impone scelte in Medio Oriente e nel Caucaso.
I due candidati alla presidenza del Consiglio rappresentano
politiche molto diverse in quasi tutto. Ma ci auguriamo che Silvio Berlusconi e
Walter Veltroni siano pronti a sottoscrivere sette punti cardine di una politica estera bipartisan: 1) La vocazione transatlantica della nostra politica estera non deve essere sostituita da un progetto europeo in
competizione con gli Stati Uniti. Con lo spostamento del baricentro
dell'economia globale dall'Atlantico al Pacifico e al Sud-Est Asiatico, un
nostro allontanamento dall'America ci farà perdere quella preziosa alleanza che
ha salvato l'Europa in due guerre mondiali e protetto la sua ricostruzione e la
sua democraticità durante la Guerra Fredda. Rinsaldare una comunanza di valori
in nome di una comunanza d'interessi deve avere il sopravvento sulla tentazione
multipolare di creare un'Europa contrapposta all'America. Se seguissimo tale
rotta per ripicca antiamericana, finiremmo con il contribuire al nostro futuro
declino economico e politico. 2) Il nostro contributo a missioni militari
vicine e lontane deve crescere e in misura corrispondente devono aumentare le
nostre capacità. L'alleanza transatlantica non può limitarsi a floridi rapporti
commerciali e scambi culturali. Deve includere la tutela dei nostri interessi
globali. L'Italia ha un ruolo chiave che deve ora crescere e non può esser
rimesso in gioco ogni volta che cambia la maggioranza: le nostre aspirazioni di
potenza europea e globale richiedono una maggior responsabilità che comporta
anche un aumento del nostro bilancio per la difesa, in modo da poter aumentare
un duraturo apporto quantitativo e qualitativo a operazioni internazionali quali
quelle nelle quali siamo già impegnati. Tale passo sarebbe un segnale
importantissimo ai nostri alleati e uno strumento per accrescere la nostra
influenza e credibilità. 3) Dobbiamo accettare che per essere dei leader - e
venir riconosciuti come tali - dobbiamo assumerci i costi e le responsabilità
che ne conseguono. Ebbene, su tante questioni questo non avviene: in passato si
è cercato il prestigio senza pagare il costo dell'esclusiva. È ora di cambiar
corso o accettare di essere subalterni a Francia, Germania e Gran Bretagna.
L'Italia, per fare un esempio, è l'unico membro occidentale del G8 a non aver
ancora adottato misure sanzionatorie contro la Banca Melli iraniana citata
dalla risoluzione Onu 1803 e nota per il suo ruolo di finanziatore del terrorismo
iraniano. Il motivo? La maggior parte degli affari italiani in Iran ricorre ai
servizi bancari della Melli. 4) La minaccia principale ai nostri interessi
geostrategici deriva da due agenti: il terrorismo internazionale e la
proliferazione nucleare. Su entrambe le questioni dobbiamo smetterla di giocare
su più tavoli - il caso dell'Iran è il più lampante - e accettare che
perseguire il corso politico giusto, insieme ai nostri alleati, ci preclude
espedienti di comodo con organizzazioni terroristiche come avvenne in passato
durante la prima repubblica così come ci impedisce di ingaggiare in redditizi
commerci con chi ci minaccia. 5) L difesa dei diritti umani non è uno slogan
privo di significato, anche quando i nostri interessi economici sono d'intralcio.
Molti dei nostri partner commerciali - Cina e Iran - reprimono i loro
cittadini. Tra il totale embargo economico e la genuflessione mercantilistica
dobbiamo trovare un giusto mezzo che non sacrifichi completamente il nostro
dichiarato impegno per i diritti umani per il nostro (non sempre dichiarato)
tornaconto economico. 6) Dobbiamo mettere ordine nelle nostre politiche
energetiche. Questo è un problema europeo ma l'Italia, corridoio di
collegamento tra Medio Oriente, Nord Africa ed Europa, si merita governi pronti
a superare l'apparente dilemma tra Russia e Iran - un dilemma tra il male e il
peggio - e promuovere un ripensamento rivoluzionario delle nostre politiche
energetiche che si muova in molte direzioni - incluso il nucleare. Sugli
scacchieri di Anatolia, Caucaso, Caspio e Mediterraneo si giocano importanti
battaglie sul futuro dei gasdotti e della nostra dipendenza - o indipendenza -
energetica. Speriamo che né Berlusconi né Veltroni suggellino il nostro futuro
soltanto per compiacere una banca o un'impresa. 7) In Medioriente l'Italia non
dover rompere le righe con i nostri alleati americani, perseguendo invece i
seguenti obiettivi: pace tra Israele e palestinesi sulla base del principio di
due stati per due popoli; lotta al terrorismo; tutela dell'integrità
territoriale e sovranità del Libano e disarmo di tutte le milizie presenti sul
suo territorio; contenimento dei fenomeni di radicalismo islamico che
minacciano l'intero assetto regionale; promozione di graduali riforme politiche
ed economiche che favoriscano lo sviluppo della società civile e combattano
povertà e ingiustizie; prevenzione di una corsa agli armamenti nucleari nella
regione; e garanzia di accesso alle ricchezze energetiche della regione a
prezzi ragionevoli per l'economia globale. Questi obiettivi richiedono un
riconoscimento delle nostre responsabilità e dei sacrifici che dobbiamo fare
per raggiungerli. Significa riconoscere chi fomenta l'instabilità e il
terrorismo nella regione, chi ostacola la pace, chi destabilizza i regimi nostri
alleati, e quali crisi maggiormente mettono a rischio il futuro della regione e
il nostro accesso alle risorse vitali che essa produce. La mano dell'Iran e dei
suoi alleati - la Siria e le organizzazioni terroristiche di Hamas, Hezbollah,
l'Armata del Mahdi in Iraq - è presente in ogni crisi. Non possiamo dunque
insistere con l'essere amici di tutti e nemici di nessuno. Difendere i nostri
interessi e raggiungere i nostri obiettivi richiede una svolta che riporti
l'Italia allo status di potenza mediterranea, non alla fama dei nostri
"giri di walzer". 14/04/2008.
( da "Manifesto, Il" del 15-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Qui Europa
Berlusconi di fronte alle resistenze del Ppe. Alla prova
sulla politica estera Un brivido assale l'Unione europea Il Pdl può contare sulle
simpatie di Merkel e Sarkozy per Gianfranco Fini, ma non per An. E con la
presidenza francese arriva il nodo energetico Alberto D'Argenzio Bruxelles
Ciclicamente ritorna, Berlusconi, anche in un'Europa che non l'ha mai amato
particolarmente. Questa volta lo fa quando la Ue ha da poco risolto gran
parte delle proprie angosce istituzionali e si trova quindi pronta a
rilanciarsi politicamente, almeno teoricamente. Come
spesso accade la teoria e la pratica non vanno però a braccetto e il club
comunitario si trova a dover gestire una fase delicata, con Commissione e
Parlamento praticamente a fine mandato, ossia senza slancio, e con i 27 che
vagano spesso e volentieri in ordine sparso, come indica bene il Kosovo.
Berlusconi saprà ridare slancio all'Europa? Difficile, anche perché deve ancora
vincere le resistenze che la sua stessa famiglia, il Partito popolare europeo,
nutre per un Popolo delle libertà infarcito di numerosi post-fascisti e di
qualche fascista convinto. La vittoria, si sa, semplifica, ma non
necessariamente risolve tutto. Il cammino del Pdl verso il Ppe non sarà facile
né lineare. Prima del voto alte cariche popolari si auguravano una vittoria del
Cavaliere ma possibilmente non tanto netta. Ossia una vittoria che rendesse
necessario un patto con Casini, in modo da non far scivolare troppo a destra il
Pdl e rimettere assieme sotto lo stesso tetto i popolari italiani. È andata
invece diversamente, con la Lega che fa il pieno e il Pdl che può comodamente
governare solo con il Carroccio. Un risultato che spiana la strada del governo,
ma non quella del Ppe. Per riuscire a traghettare tutto il Pdl nei popolari il
Cavaliere dovrà vincere le resistenze delle delegazioni tedesche e nordiche.
Non sarà facile, anche se Berlusconi può contare sulla simpatia della Merkel e
di Sarkozy per Fini, anche se non per An. Merkel e Sarkozy, fondamentali, salvo
poi voltargli le spalle in politica estera. Guardando
avanti, i cambiamenti maggiori per l'Italia sono attesi proprio qui. Roma è al
momento protagonista in Libano e nei Balcani, all'interno delle missioni
comunitarie, con il centro destra al potere si rischia - come anticipato
dall'ex ministro della Difesa Martino - un disimpegno nelle missioni
propriamente di pace, per un maggior intervento in quelle di guerra. Martino
parlava di un ritorno in Iraq ed un rafforzamento del contingente in
Afghanistan con compiti allargati nelle zone di combattimento. Ossia uno
slittamento guardando a Londra e a Washington, che a breve potrebbe però
cambiare guida. Ma non c'è solo l'estero. A luglio inizierà il semestre di
presidenza francese con un Sarkozy che promette fuoco e fiamme. Uno degli
obiettivi chiave della sua presidenza è la chiusura del pacchetto energetico,
che comprende tanto le direttive sulle rinnovabili ed il risparmio energetico,
quanto la complessa regolamentazione sull'unbundling, la separazione delle reti
del gas, voluta dalla Commissione e dal Regno unito, ma osteggiata da Francia e
Germania. Che partita giocherà Berlusconi? La politica
energetica del Pdl anticipata da Brunetta praticamente non parla di rinnovabili
ma solo di atomo, mentre è tutta da dimostrare la loro volontà di separare le
reti. Roma fino ad ora ha avuto una posizione intermedia, mentre l'Eni spinge
per seguire Merkel e Sarkozy. Berlusconi liberista solo a parole sceglierà
Londra o Parigi-Berlino? Una domanda destinata a ripetersi.
( da "Messaggero, Il" del 15-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Di CARLO JEAN COME
sempre, la politica estera e quella militare sono
state trattate solo marginalmente nella campagna elettorale. Vari sono i motivi
di tale disattenzione, da noi superiore rispetto ad altri paesi. Intanto,
esistono sia la percezione del nostro ridotto peso internazionale sia un
diffuso pessimismo sul futuro del Paese. Poi, influisce l'esistenza
di un forte consenso sulle grandi scelte della politica estera
italiana e sul fatto che queste non potranno essere modificate se non nei toni
della retorica partitica. Infine, prevale la persuasione che la politica estera - e soprattutto quella militare - non possano essere di parte e
che diplomazia e Forze Armate debbano essere salvaguardate dalle polemiche
politiche. Gli unici che avevano proposto mutamenti sostanziali - cioè i
partiti della sinistra radicale - hanno subìto un tracollo elettorale, forse
anche per il loro antimilitarismo ed anti-americanismo "no-global".
Quale che sia la composizione del Governo, nulla cambierà. Non si parlerà più
di discontinuità nella politica estera e negli impegni
militari. Dovrebbero essere possibili decisioni più nette e scomparire i
paralizzanti compromessi del passato. Diminuiranno anche le polemiche, che
hanno animato nella precedente legislatura i dibattiti parlamentari, specie sul
finanziamento delle missioni all'estero. C'è da augurarsi che cessino anche le
gazzarre di piazza. L'equilibrio fra l'Europa e gli USA non si modificherà,
anche se Barack Obama dovesse essere eletto presidente. Si attenueranno -
rispetto al passato - le accuse di euroscetticismo, anche perché il mito
salvifico dell'Europa si è attenuato ovunque. Continueranno certamente gli
ottimi rapporti con la Russia. In realtà - a parte la retorica - le politiche estera e militare italiane hanno conosciuto una sostanziale
continuità. Ciò deriva anche dal fatto che le due burocrazie meno politicizzate
- quella diplomatica e quella militare - non risentiranno quasi per nulla del
cambiamento di Governo. C'è anzi da sperare che l'accordo fra maggioranza ed
opposizione venga esteso dalle "regole" alla presenza internazionale
del nostro Paese, rafforzandone il peso.
( da "Giornale.it, Il" del 15-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
N. 90 del 2008-04-15
pagina 5 "Governerò cinque anni Sulle riforme pronti a collaborare con
tutti" di Adalberto Signore Il Cavaliere già al lavoro
sulla politica estera. Giovedì in Sardegna è in programma un faccia con Putin. Il
primo viaggio ufficiale sarà in Israele: "In Medio Oriente è l'unica
democrazia" da Roma La soddisfazione, ammette in privato durante le tante
telefonate che si rincorrono nella giornata, "è di quelle che si provano
poche volte nella vita". Esattamente due anni fa, nelle ore che
precedevano il voto che avrebbe poi certificato un sostanziale pareggio, erano
in molti a dare Silvio Berlusconi per politicamente
finito. Ventiquattro mesi e qualche giorno dopo, il Cavaliere torna a Palazzo
Chigi con una maggioranza schiacciante. Un "vittoria di squadra",
ripete al telefono con Gianfranco Fini e Umberto Bossi, anche se il futuro
premier la sente soprattutto sua. Non solo perché le ultime due settimane non
si è risparmiato comizi e interviste, al punto di dover ricorrere agli aerosol
di cortisone per salvare la voce, ma pure perché alla fine il progetto del Pdl
lanciato a San Babila e la scelta di correre in solitaria - senza Udc e Destra
- ha pagato. Insomma, confida durante la cena ad Arcore con Fedele
Confalonieri, Adriano Galliani, Niccolò Ghedini, Sandro Bondi e Bruno Ermolli,
"questo è un momento storico". Un concetto ribadito a notte, quando a
Villa San Martino arrivano Umberto Bossi e i colonnelli leghisti. Ma alla
soddisfazione non si unisce l'euforia perché, spiega più volte in privato il
Cavaliere a metà pomeriggio, "ora dobbiamo rimboccarci le maniche" e
"affrontare un periodo difficilissimo". Un concetto che ribadisce
anche a Paolo Bonaiuti quando i due si sentono per concordare la dichiarazione
da fare di lì a qualche ora a Porta a Porta. Tanto che il suo portavoce lo
descrive "felice della vittoria" ma "sereno" e
"tranquillo". E infatti - collegandosi a sera prima con la Rai, poi
con Mediaset e Sky - Berlusconi non lascia spazio a trionfalismi se non per
dire che "per il nostro Paese è un grande risultato". "Che
avremmo vinto - aggiunge - l'ho sempre detto. Sono commosso per la prova di
fiducia che mi è giunta da tanti cittadini che ringrazio con tutto il
cuore". Poi, però, il leader del Pdl guarda al futuro. "Sento una
grande responsabilità - dice - perché ci aspettano momenti difficili.
Richiederanno una prova di governo di straordinaria forza e capacità riformatrice.
Per questo opererò con tutto il mio impegno per i prossimi cinque anni".
Grande disponibilità, poi, verso l'opposizione. "Ho gradito molto la
telefonata di Walter Veltroni", spiega, che "mi ha fatto gli auguri
di buon lavoro". E ancora: "Confermo l'assoluta apertura affinché il
dialogo ci sia e sia fruttuoso". Anche rispetto a Pier Ferdinando Casini
perché "andremo d'accordo con tutti coloro che vorranno lavorare con noi
per il bene del Paese". Insomma, "sulle riforme siamo pronti a
lavorare insieme". Tanto da non essere contrario a "riesumare la
commissione Bicamerale fatta nel '94". "Non vedo alcun motivo -
spiega - per non ripartire dai risultati a cui eravamo pervenuti con quel
lavoro". Ma Berlusconi guarda già ai prossimi giorni. "Avvieremo da
subito - dice - la riforma della giustizia, l'applicazione della riforma della
scuola e la modernizzazione della sanità". E "ci impegneremo subito
per risolvere l'emergenza rifiuti e il problema Alitalia".
"Provvederemo con urgenza - aggiunge - alla riapertura dei cantieri delle
grandi opere e al piano casa, per dare una casa ai giovani che ancora non ce
l'hanno a partire dalle città capoluogo. Da subito metteremo mano al lungo e
duro lavoro necessario per la digitalizzazione e la riorganizzazione della pubblica
amministrazione e per la riduzione dell'evasione fiscale. Mai approverò un solo
provvedimento che aumenti l'imposizione fiscale e indurisca la libertà dei
cittadini". Insomma, un Berlusconi che non si fa prendere dall'entusiasmo.
E che preferisce guardare già ai prossimi appuntamenti con prudenza e
responsabilità. D'altra parte, confida in più d'una telefonata privata,
"ora ricadrà su di noi il difficile compito di fermare il declino".
Il Cavaliere, però, guarda anche alla politica estera
che nei suoi cinque anni a Palazzo Chigi è stata uno dei suoi principali
impegni. Il suo primo viaggio ufficiale da presidente del Consiglio sarà in
Israele per i festeggiamenti dei 60 anni dello Stato. "Olmert - spiega -
mi ha invitato e sarò lietissimo di essere presente per dare supporto all'unica
democrazia presente in Medio Oriente". Ma già giovedì dovrebbe avere un
faccia a faccia con Vladimir Putin in Sardegna. Da ieri, infatti, l'ambasciata
russa sta organizzando nel dettaglio lo scalo del leader del Cremlino a Portorotondo
per un incontro privato a Villa Certosa. Nulla di ufficiale, fanno sapere fonti
diplomatiche, perché giovedì il Cavaliere non sarà ancora in carica. Me che
tornando dalla Libia Putin voglia fare una deviazione sulla Sardegna per
congratularsi con il Cavaliere è un segnale che non passerà inosservato. ©
SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Panorama.it" del 15-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Mondo -
http://blog.panorama.it/mondo - Il trionfo di Berlusconi sui giornali (e sui
siti) di tutto il mondo Posted By redazione On 15/4/2008 @ 15:44 In Apertura#1,
NotiziaHome | No Comments New York Times È un severo ritratto del sistema
politico italiano quello che [1] emerge stamane dall'editoriale di [2] Ian
Fisher, decano dei giornalisti del Nyt, all'indomani della vittoria del
centrodestra: "Con la crisi economica alle porte e il Paese che perde
terreno rispetto al resto dell'Europa, non è chiaro se gli italiani abbiano
votato Berlusconi per convinzione oppure, come suggeriscono molti analisti,
come il meno peggio dopo due anni di inattivismo da parte dell'esecutivo e
impotente e diviso del centrosinistra". [3] Leggi l'articolo. Cnn Il sito
internet del network statunitense [4] sottolinea i legami di amicizia tra il
leader del centrodestra e la Casa Bianca e non manca di
sottolineare le eventuali discontinuità nella politica estera
italiana dopo queste elezioni: "Berlusconi ha dichiarato una volta che è
d'accordo a prescindere con la politica degli Stati Uniti.
Definisce un amico George W. Bush e il suo ritorno al potere
potrebbe rendere più stretti i rapporti con la Casa Bianca, indipendentemente
da chi sarà eletto come prossimo presidente (.). Ma Berlusconi ha anche
affermato una volta di sentirsi uno dei più grandi amici di Israele tra tutti i
leader dell'Europa". [5] Leggi l'articolo. Der Spiegel Per l'inviato a
Roma Michael Braun del settimanale Der Spiegel "la vittoria di Berlusconi
rivoluziona il panorama parlamentare italiano". "Non è solo una
vittoria, è un trionfo", aggiunge Braun, che si sofferma anche sul flop
degli exit polls e sul fiuto di Silvio Berlusconi nel capire gli umori profondi
dell'elettorato: "Quando nel 2006 tutti i sondaggisti prevedevano una
larga vittoria della coalizione di Prodi c'era solo un uomo che non ci credeva:
Silvio Berlusconi. Un uomo che conosce gli umori dell'elettore di destra meglio
di chiunque altro e che già allora, nonostante la delusione degli elettori
verso il suo governo, sapeva che i cittadini italiani hanno una paura
ancestrale nei confronti della sinistra, anche quando è guidata da un cattolico
come Prodi". [6] Leggi l'articolo. Haaretz Il quotidiano israeliano
Haaretz, tra i sostenitori più decisi del processo di pace tra lo Stato ebraico
e i palestinesi, ospita un commento firmato dal giornalista di Repubblica
Vincenzo Nigro (titolato 'Silvio III') che sottolinea lo stretto legame tra il
centrodestra e lo Stato ebraico: "Una cosa è sicura: Israele può essere
contento perché Berlusconi mostrerà come in passato una grande amicizia verso
Gerusalemme. Per Israele dovrebbe essere un sollievo tornare a trovare a Roma
un caro alleato". Stessa sottolineatura di Yedioti Ahronot, quotidiano
centrista, che scrive che la vittoria ha arriso "a un miliardario, amico
di Israele". L'unica nota critica sui quotidiani israeliani viene da
Maariv, che esprime preoccupazione - scrive stamane su un editoriale - per il
successo della Lega Nord, un partito regionale di carattere "razzista e
xenofobo". Le Monde Jean-Jacques Bozonnet, inviato del quotidiano di
sinistra di Parigi, dedica al rivolgimento del sistema politico italiano una
articolo non privo di punture polemiche nei confronti del futuro premier:
"Per la terza volta in quindici anni il berlusconismo, considerato
un'accidente della storia nel 1993, è ritornato al potere grazie al sostegno
della maggioranza degli italiani. Ma la vera sorpresa di queste elezioni non è
il suo trionfo, bensì la metamorfosi del paesaggio politico italiano. Solamente
cinque partiti entreranno in Parlamento a fronte dei trenta della precedente
legislatura (.). Per la prima volta, socialisti, comunisti e verdi non
entreranno nelle due Camere (.). E il vero responsabile del "massacre des
nanetti" (quelli che in Italia venivabno definiti i "cespugli"
ndr) si chiama Walter Veltroni. È stata la sua decisione di andare da solo al
voto a condurre alla semplificazione del sistema politico italiano. Il resto è
venuto da sé". [7] Leggi l'articolo El Paìs Un editoriale polemico e
violentemente antipatizzante quello che il quotidiano (filosocialista) spagnolo
dedica stamane al trionfo del leader del centrodestra italiano. "Il capo
della destra ha già 71 anni e lo attende la terza esperienza di governo.
Sarebbe illusorio credere che la combinazione di questi due fattori ci darà
questa volta un Berlusconi differente, meno impegnato a evitare il carcere e a
modificare la legge a vantaggio suo, dei suoi amici, dei suoi interessi
elettorali, occupazioni favorite tra il 2001 e il 2006 del secondo uomo più
ricco d'Italia grazie al controllo delle televisioni". [8] Leggi
l'articolo Daily Telegraph In un editoriale il Daily Telegraph, quotidiano
liberalconsevatore britannico, sottolinea stamane che "né Silvio
Berlusconi né Walter Veltroni avevano un programma convincente per ridurre
drasticamente il debito poubblico italiano" e che, per spiegare il fallimento
dell'economia italiana, la chiave è "il divario tra Nord e Sud" che
tende a crescere. [9] Leggi l'articolo. Siti fondamentalisti Chi non può
partecipare alla jihad con le cinture esplosive lo faccia con la penna oppure
su Internet. Sui [10] siti fondamentalisti, come lo storico Al-Hesbah o [11]
Ekhlas (che ha recentemente aperto una sezione in italiano), la vittoria di
Silvio Berlusconi suscita commenti preoccupati, richieste di mobilitazione e di
lotta, appelli alla guerra santa. "Che Allah maledica e scateni la sua
rabbia contro di lui e conro il Papa cattivo", scrive oggi un internauta
che si fa chiamare Al Wahabi. Una posizione assai diffusa tra i militanti
filo-alqaedisti che in Berlusconi vedono l'impersonificazione del demonio. Il
più feroce nemico, assieme a George Bush, della Ummah
musulmana.