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DEL 13-4-2008 #TOP
IN EVIDENZA
Secondo fonti vicine agli ambienti di Washington i funzionari
dell’amministrazione si riunirono in molte occasioni per discutere in maniera
dettagliata l’adozione di «tecniche di interrogatorio straordinarie». Alcune
erano persino accompagnate da simulazioni figurate, mentre per altre era
necessario capire «quante volte la stessa procedura» poteva essere utilizzata
sul medesimo soggetto. I metodi approvati andavano da tecniche più conosciute
come schiaffi spintoni privazione del sonno, ad altre più estreme come il
cosiddetto «waterboarding», la simulazione dell’annegamento usata in
particolare con tre presunti terroristi di al-Qaeda tra il 2002 e il 2003 e
poi, sembra, accantonata.
Tra i protagonisti della vicenda c’era anche Condoleezza Rice, allora
consigliere per la Sicurezza nazionale: presiedeva le riunioni nella «Situation
Room» della Casa Bianca con il vice-presidente Dick Cheney, il segretario di
Stato Colin Powell, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, il ministro della
Giustizia John Ashcroft, e il capo della Cia George Tenet. Le discussioni, spiega
Abc, durarono mesi anche a causa dell’opposizioni di alcuni: le obiezioni
maggiori furono sollevate da Powell e Ashcroft, che nonostante l’immagine di
falco neocon non ha mai sposato del tutto la linea dei suoi colleghi. I «big»
dell’amministrazione approvarono inoltre l’uso «combinato» di tecniche di
interrogatorio al limite della legalità, una procedura utilizzata in
particolare con gli «ossi duri», detenuti che mostravano maggiore resistenza.
«Avevamo pareri legali che ci autorizzavano a usarlo», spiega Bush difendendo
in particolare il «waterboarding», la più controversa delle tecniche della Cia.
«Inoltre non avevo alcun problema (di metodo) nel cercare di capire cosa sapeva
Khalid Sheikh Mohammed», prosegue l’inquilino della Casa Bianca: «Era importante
che gli americani sapessero chi era, la mente dell’11 settembre 2001». Per
questo Bush ritiene che il coinvolgimento dei principali funzionari
dell’amministrazione non è poi così «sorprendente». Del resto già nel 2006 il
presidente aveva rivelato l’esistenza di un programma che prevedeva tecniche di
interrogatori speciali da utilizzare nei confronti di terroristi particolari.
Ma mai era stato svelato il ruolo dei suoi più stretti collaboratori.
Baghdad, 12. Battaglia ieri a Baghdad
mentre a Najaf è stato assassinato Riyad Al Nuri, braccio destro del leader
radicale sciita Moqtada Al Sadr. Tredici morti sono il bilancio di scontri a
fuoco e incursioni aeree. Cinque le vittime nel quartiere sciita di Sadr
City: due cecchini, che sparavano con armi automatiche e mitragliette, e
tre uomini che collocavano mine, come informa una nota dell'esercito statunitense.
Poi tre persone sono morte, ed altre sette sono rimaste ferite, quando un razzo
katyusha è caduto nei pressi dell'hotel Palestine, nel centro di Baghdad.
Riguardo all'uccisione di uno dei responsabili del movimento di Al Sadr, da
rilevare che Al Nuri - parente acquisito di Al Sadr da quando una sua sorella
aveva sposato un fratello del leader radicale - era stato arrestato dalle forze
militari statunitensi nella primavera del 2004, e quindi consegnato alle
autorità irachene. Nell'agosto del 2005 era tornato in libertà per mancanza di
prove. Al Nuri era accusato di essere coinvolto nell'uccisione di Abd Al Majid
Al Khoi, una delle più importanti autorità sciite irachene, avvenuta a Najaf
subito dopo la caduta del regime di Saddam Hussein.
Dopo l'assassinio di Al Nuri, avvenuto davanti alla sua abitazione, le autorità
locali hanno imposto il coprifuoco totale. Al Sadr ha esortato, nel frattempo,
i suoi seguaci a "mantenere la calma" per evitare un intensificarsi
delle violenze. Ha poi chiesto che venga aperta un'inchiesta per scoprire i
colpevoli dell'omicidio di Al Nuri e assicurarli così alla giustizia.
Si è appreso intanto che il primo ministro iracheno, Jawad Al Maliki, ha dato
disposizione affinché vengano erogati i compensi a coloro che hanno consegnato
le loro armi alle forze di sicurezza nella provincia di Bassora. Nel corso
dell'offensiva lanciata, nelle scorse settimane, dall'esercito iracheno contro
milizie sciite, Al Maliki aveva promesso ricompense a chi avesse consegnato le
armi entro l'8 aprile. Ricompense che sono state ora precisate nel dettaglio
dal generale Muhammed Al Askari, consigliere stampa del ministero della Difesa,
citato dall'agenzia Nina. Un milione di dollari iracheni, circa 830 dollari,
verranno pagati per ogni mortaio da
Nella lista vengono elencate armi di vario genere e diversi tipi di esplosivo,
tra cui ordigni di fabbricazione iraniana, 290 dollari, e ordigni di
fabbricazione locale, 210 dollari.
Il presidente Usa George W. Bush ha inviato emissari in numerosi Paesi del
Vicino Oriente per spronarli a sostenere la causa della stabilità e della
sicurezza dell'Iraq, si è appreso ieri da fonti della Casa Bianca.
Tra gli obiettivi delle missioni: convincere i Paesi ad aprire ambasciate
a Baghdad e a bloccare l'attività di potenziali terroristi suicidi.
Tra l'altro Bush ha chiesto al generale David Petraeus e all'ambasciatore Usa
in Iraq, Ryan Crocker, (giunti questa settimana a Washington per testimoniare)
di recarsi in Arabia Saudita prima di tornare in Iraq.
Nel frattempo altri emissari di Bush si recheranno in Kuwait, Giordania, Qatar,
Egitto ed Emirati Arabi per convincere questi Paesi a riaprire le loro
ambasciate a Baghdad.
"Ucraina?
Non è uno Stato" La gaffe di Putin gela Kiev ( da "Stampa, La" del
12-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: Bush al vertice Nato a Bucarest, all'inizio di aprile, perfino quegli ucraini che non nutrivano rancore verso il grande vicino all'Est si arrabbiano. Il ministero degli Esteri di Kiev ha chiesto ufficialmente spiegazioni a Mosca: "Vogliamo sapere con precisione cosa ha detto il presidente russo", recita la nota inviata dalla diplomazia ucraina.
McCain
fa litigare <pragmatici> e neoconservatori ( da "Avvenire" del
12-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: nite e durante i primi quattro anni di Bush alla Casa Bianca, numero tre al Dipartimento di Stato. A tirare i fili della politica estera della campagna di McCain, è Randy Scheunemann, un veterano di Washington e di campagne elettorali e molto vicino ai neocon avendo anche lavorato per il Project for the new American Century, creature di William Kristol,
Nato,
Mosca contro Kiev: <Pronti a misure militari> ( da "Avvenire" del
12-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: nel quadro degli incontri periodici fra i responsabili della politica estera dei due Paesi. Uno dei maggiori problemi nei rapporti fra Mosca e Kiev, ha detto Kamynin, è rappresentato "dalla linea della dirigenza ucraina rivolta all'integrazione nella Nato", ed ha continuato: "Le dichiarazioni che questo processo non è diretto contro la Russia non possono soddisfarci".
Free
trade si scrive colombia si legge pennsylvania ( da "Riformista, Il" del
12-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: scelte cruciali di politica estera e di politica economica. E evidenzia una imbarazzante crisi d'identità nella famiglia democrat. L'accordo con la Colombia è stato firmato dal presidente nel 2006 e prevede l'abbattimento di una serie di barriere tariffarie. Giovedì la Camera dei Rappresentanti - come preannunciato dalla speaker Nancy Pelosi la sera prima -
Mentana:
<Un duello senza pathos> ( da "Giornale.it, Il" del
13-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: ingerisce su tutto e attraverso la Vigilanza ci dice quello che possiamo e non possiamo fare, dimenticando che i politici potrebbero benissimo rifiutare i faccia a faccia, senza bisogno di nascondersi dietro i regolamenti". A Matrix, così come in tutta la campagna elettorale, è stata praticamente bandita la politica estera. Perché? "Chi ne parla va incontro all'ostracismo del pubblico.
Nella
campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica estera è stata ridotta
a un’ ( da "Stampa, La" del
13-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: Nella campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica estera è stata ridotta a un'unica questione, come si fa con quelle pillole ricostituenti in cui convergono per miracolo tutte le vitamine: se i governi occidentali debbano andare o no alle Olimpiadi di Pechino. Se la torcia vada spenta oppure no.
Obama
amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele ( da "Liberazione" del
13-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: e quello era il primo intervento sulla politica estera in veste di candidato ufficiale. Obama aveva ricordato il suo viaggio in Terra Santa come un'esperienza fondante della sua vita, aveva parlato di Israele come di uno dei più importanti alleati di Washington e aveva detto di considerare la sua sicurezza "sacrosanta".
Bush
e le <torture>: sapevo, nessun problema ( da "Corriere della Sera" del
13-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: Esteri - data: 2008-04-13 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Casa Bianca L'Amministrazione e lo scandalo del waterboarding Bush e le "torture": sapevo, nessun problema Il presidente sugli interrogatori dei "terroristi" A presiedere gli incontri fu Condoleezza Rice: fu lei ad avere un ruolo decisivo nel dare il via libera alla Cia WASHINGTON -
LA
LUNGA VITA DI MOLOTOV FEDELE SERVITORE DI STALIN ( da "Corriere della Sera" del
13-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: tedesca alla politica estera del-l'Urss, Molotov divenne commissario per gli Affari esteri al posto di Maksim Litvinov, il diplomatico che temeva la Germania di Hitler e desiderava concludere accordi di sicurezza collettiva con le democrazie europee. Da quel momento Stalin ebbe al suo fianco un uomo che lo avrebbe obbedito,
Mentana:
"Un duello senza pathos" ( da "Giornale.it, Il" del
13-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract: ingerisce su tutto e attraverso la Vigilanza ci dice quello che possiamo e non possiamo fare, dimenticando che i politici potrebbero benissimo rifiutare i faccia a faccia, senza bisogno di nascondersi dietro i regolamenti". A Matrix, così come in tutta la campagna elettorale, è stata praticamente bandita la politica estera. Perché? "Chi ne parla va incontro all'ostracismo del pubblico.
( da "Stampa, La" del 12-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
NUOVE MINACCE Retroscena
La battuta lanciata a Bush durante l'ultimo vertice
Nato "Ucraina? Non è uno Stato" La gaffe di Putin gela Kiev Lo Stato
Maggiore russo "Misure militari se gli ucraini andranno con
l'Alleanza" ANNA ZAFESOVA Ma lo capisci, George, che l'Ucraina non è
nemmeno uno Stato!". Molti russi la pensano così, non riuscendo ancora a
capacitarsi che la repubblica slava che per secoli è stata chiamata
"Piccola Russia" si sia non solo staccata da Mosca, ma cerchi ora con
tenacia una propria strada in Europa. Ma quando a fare questa battuta
sprezzante è il presidente russo, Vladimir Putin, mentre chiacchiera - o meglio
dire, litiga - con George W. Bush al vertice Nato a Bucarest, all'inizio di aprile, perfino quegli
ucraini che non nutrivano rancore verso il grande vicino all'Est si arrabbiano.
Il ministero degli Esteri di Kiev ha chiesto ufficialmente spiegazioni a Mosca:
"Vogliamo sapere con precisione cosa ha detto il presidente russo",
recita la nota inviata dalla diplomazia ucraina. Cosa ha detto il
presidente russo lo ha riportato il solitamente informatissimo Kommersant,
citando come fonte un diplomatico di un Paese Nato che avrebbe assistito
personalmente al dibattito di Bucarest. Putin, che si era presentato al vertice
dell'Alleanza Atlantica apparentemente deciso a usare toni più concilianti del
solito, in pubblico si è trattenuto. Ma in privato, tra colleghi, quando è
stato sollevato il problema dell'adesione di Tbilisi e Kiev all'Alleanza, si è
"infuriato", a sentire il testimone, sbottando con l'"amico George"
che l'Ucraina - grande poco meno della Francia - non è "nemmeno uno
Stato". "Cos'è l'Ucraina?", ha esclamato per poi spiegare:
"Parte del suo territorio è Europa dell'Est e parte - non piccola peraltro
- gliel'abbiamo regalato noi". Un'allusione evidente alla Crimea,
trasferita all'amministrazione di Kiev da Krusciov, quando tutti erano
fraternamente insieme nell'Urss. Ma non ci sono più fratelli e sorelle, e Putin
- stando sempre alle indiscrezioni del Kommersant - ha fatto capire chiaramente
che se l'Ucraina venisse accolta nella Nato smetterebbe di esistere.
Un'allusione più che trasparente ai sentimenti separatisti in Crimea e nell'Est
del Paese, dove si parla prevalentemente russo, si prega in chiese ortodosse e
dove le vecchie industrie minerarie e militari sovietiche hanno lasciato
milioni di nostalgici. E' dai tempi della "rivoluzione arancione" -
ma in realtà, a guardare la storia, da secoli - che l'Ucraina è spaccata quasi
a metà, e l'Est e il Sud del Paese non si sono fatti incantare né dal sogno
europeo della piazza arancione, né dall'adesione alla Nato (in Crimea resta
ancora la flotta militare russa). Il Cremlino ha accolto con simpatia questi
umori, espressi dall'ex premier Viktor Yanukovich che i russi hanno appoggiato
nella corsa presidenziale, che però era stata vinta dal filoccidentale Viktor
Yushenko. Così molti politici di Kiev hanno interpretato la battuta di Putin -
seguita dalla dichiarazione del ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov che
la Russia farà "qualsiasi cosa per impedire l'adesione di Ucraina e
Georgia alla Nato" - come l'annuncio di voler fomentare il separatismo,
spaccando il Paese. Sospetti che hanno suscitato una bufera politica,
come prevedibile, portando anche per la prima volta dalla rivoluzione arancione
del
( da "Avvenire" del 12-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
MONDO 12-04-2008
CASA BIANCA 2008 Bill Kristol, l'analista strategico Max Boot e l'ex
diplomatico Bob Kagan da una parte Dall'altra i capiscuola della corrente
realista. Il senatore: ascolto tante persone McCain fa litigare
"pragmatici" e neoconservatori DA WASHINGTON L a politica
estera di John Mc- Cain, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, non
ha ancora una linea ben definita, visto che tra i suoi consiglieri ci sono da
un lato pragmatici alla Henry Kissinger, mentre dall'altro spiccano i neoconservatori.
Fra questi ultimi spiccano il ruolo di Robert Kagan (che lo ha aiutato a
scrivere un discorso di politica estera a Los Angeles,
il 26 marzo), e l0analista su questioni di sicurezza Max Boot. Non certo un
neoconservatore, ma molto vicino ad alcune loro posizioni c'è John Bolton, ex
ambasciatore statunitense alle Nazioni U- nite e durante i
primi quattro anni di Bush alla Casa Bianca, numero tre al Dipartimento di Stato. A tirare
i fili della politica
estera della campagna di McCain, è Randy
Scheunemann, un veterano di Washington e di campagne elettorali e molto vicino
ai neocon avendo anche lavorato per il Project for the new American Century,
creature di William Kristol, direttore della rivista neoconservatrice
The Weekly Standard e anch'egli superconsulente di McCain. Scheunemann ha
guidato quella di Bob Dole nel 1996 e quindi è stato con McCain nel 2000. Nel
( da "Avvenire" del 12-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
MONDO 12-04-2008
DIPLOMAZIA E SICUREZZA Alza i toni anche il ministro degli Esteri Lavrov che
minaccia "gravi ripercussioni" Mentre la Duma è disposta a tagliare
da subito i contatti con l'industria bellica ucraina Nato, Mosca contro Kiev:
"Pronti a misure militari" DI GIOVANNI BENSI N uove bordate da Mosca
contro il possibile ingresso di U- craina e Georgia nella Nato. Se ciò
avvenisse, ha detto il capo di Stato maggiore delle Forze armate Jurij
Balujevskij, la Russia prenderà "misure militari e di altra natura",
cioè "decisioni per garantire i propri interessi ai suoi confini".
Poco prima il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in un'intervista alla
radio Ekho Moskvy aveva dichiarato che la Russia "farà di tutto per
impedire l'accoglienza nella Nato di Ucraina e Georgia". Se, aveva
aggiunto, l'ingresso di queste repubbliche nell'Alleanza avrà luogo, "i
rapporti della Russa con la Nato peggioreranno bruscamente ". Da parte
sua, il capo della commissione della Duma per gli Affari internazionali
Konstantin Kosaciov ha osservato che, in caso di ingresso dell'Ucraina nella
Nato, la collaborazione di questa repubblica con l'industria bellica russa
"cesserà Capo di Stato maggiore russo: "Se l'Ucraina entra
nell'Alleanza difenderemo i nostri interessi" completamente". Egli ha
ammesso che per la Russia un tale scenario sarebbe "un problema", ma
per l'Ucraina diverrebbe "una catastrofe " perché i suoi produttori
non troverebbero uno sbocco sui mercati europei. Ci si è messo anche il
portavoce ufficiale del ministero degli Esteri russo Mikhail Kamynin il quale,
alla vigilia dell'arrivo a Mosca del capo della diplomazia ucraina Volodymyr
Ohryzko, ha dichiarato che "Mosca considera l'avvicinamento del blocco
militare Nato alle frontiere della Russia una minaccia diretta alla sicurezza
del Paese". Ohryzko giungerà a Mosca martedì prossimo, nel quadro degli incontri periodici fra i responsabili della politica estera dei due Paesi. Uno dei maggiori problemi nei rapporti fra Mosca
e Kiev, ha detto Kamynin, è rappresentato "dalla linea della dirigenza
ucraina rivolta all'integrazione nella Nato", ed ha continuato: "Le
dichiarazioni che questo processo non è diretto contro la Russia non possono
soddisfarci". Intanto il ministero degli E- steri ucraino ha
inviato una nota al suo equivalente russo per chiedere "immediate
spiegazioni" su quanto ha scritto alcuni giorni fa il quotidiano moscovita
Secondo questo giornale, nel suo discorso "segreto" al recente
vertice della Nato a Bucarest, il presidente russo Vladimir Putin, rivolgendosi
al suo omologo americano George W. Bush, avrebbe
detto: "Tu sai bene, George, che l'Ucraina non è neppure uno stato. Che
cos'è l'Ucraina? Una parte del suo territorio è Europa orientale, ed una parte,
per giunta notevole, gliel'abbiamo regalata noi". Queste parole attribuite
a Putin non sono state ufficialmente né confermate, né smentite. Lo stesso
ministro Ohryzko ha espresso l'opinione che "simili dichiarazioni da parte
della Russia possono frenare lo sviluppo dei rapporti ucraino-russi".
Kommersant. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov con il segretario
generale dell'Onu Ban Ki-moon (Ap).
( da "Riformista, Il" del 12-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Free trade si scrive
colombia si legge pennsylvania I democrat bocciano l'alleato più fedele e anche
Hillary si scopre no global All'apparenza è un trattato commerciale come tanti.
Trattati che da decenni il Congresso degli Stati Uniti è abituato a ratificare
rapidamente, seguendo la procedura fast track . Eppure intorno e a causa
dell'accordo con la Colombia si è scatenata una battaglia senza precedenti. Che
mette in causa - oltre all'attaccamento americano al free trade spirit - scelte cruciali di politica estera e
di politica economica. E evidenzia una imbarazzante crisi d'identità nella
famiglia democrat. L'accordo con la Colombia è stato firmato dal presidente nel
2006 e prevede l'abbattimento di una serie di barriere tariffarie. Giovedì la
Camera dei Rappresentanti - come preannunciato dalla speaker Nancy Pelosi la
sera prima - ne ha congelato la ratifica a tempo indeterminato. Pare un
tecnicismo ma è la prima volta da decenni che il Congresso "boicotta"
la corsia prioritaria - approvazione entro 90 giorni - riservata ai trattati
commerciali conclusi dalla Casa Bianca. Un'iniziativa che - a sentire Bush - "danneggia la nostra economia, la nostra
sicurezza e i nostri rapporti con un alleato fondamentale". L'alleato più
fedele in quello che fu "il cortile di casa" latinoamericano, ma che
dopo questi due mandati e l'ascesa del chavismo, è diventato un luogo ostile.
Con l'eccezione di rilievo proprio della Colombia di Uribe che "si oppone
alle forze anti-americane della regione" come ha spiegato Condoleezza Rice.
E che da anni viene lautamente finanziata e aiutata dagli Stati Uniti nella sua
guerra anti-narcos. Ma la politica estera e la
Colombia in questa vicenda contano fino a un certo punto. Anche se i sindacati
statunitensi, come il potente Afl - Cio, denunciano la passività di Bogotà di
fronte all'uccisione di tanti sindacalisti locali. Contano parecchio invece le
inquietudini di un'America che - in questa stagione elettorale - teme di essere
inghiottita dalla recessione. Nancy Pelosi ha fatto sapere che i suoi
congressisti potrebbero dare il via libera al trattato qualora il Presidente
accettasse nuove misure di sostegno alle fasce sociali più vulnerabili. Poco
meno di un ricatto politico secondo i repubblicani. Ma che mette in difficoltà
anche i democrat. E innanzitutto i "new democrat" clintoniani
chiamati a rinnegare i principi del libero scambio. Conquistando così il voto
dei blue collar con il rischio però di perdere il sostegno dei tanti generosi
sostenitori della business community . Lo stesso caso Penn - che ha dato
visibilità mediatica alla vicenda colombiana - illustra bene il mutamento
avvenuto in casa dei democratici. Principale stratega della campagna elettorale
di Hillary Clinton nonché capo del gigante delle pubbliche relazioni
Burson-Marsteller, Penn è stato costretto a rinunciare all'incarico perché
aveva tra i suoi clienti il governo colombiano. Un caso classico di conflitto
d'interessi visto che Penn sosteneva il trattato per conto dei colombiani e
lavorava al contempo per la Hillary che a quel trattato è contraria. Conflitto
d'interessi che rivela però anche un dissidio politico. Il Penn che promuoveva
l'immagine clintoniana negli anni della Casa Bianca non avrebbe mai avuto
problemi per un accordo di libero scambio. Al netto della discutibile ubiquità
del leggendario pierre, il vero caso politico si annida a casa Clinton. Dove la
moglie del presidente più free trade della recente storia americana oramai
coltiva simpatie protezionistiche. E una buona fetta del partito si è spostato
su queste posizioni seguendo l'esempio di John Edwards, precocemente uscito di
scena in queste primarie. Nel 2004 Edwards si presentava come un brillante
"new democrat" clintoniano di successo. Nel 2008 è diventato il
portavoce delle ansie degli operai americani. La paura del lavoro che -
seguendo la delocalizzazione delle imprese - fugge all'estero. Il timore della
concorrenza sleale o presunta tale dei prodotti che dall'estero arrivano. Temi
- e bacino dei voti - che, eliminato dalla corsa Edwards, Obama e la Hillary si
litigano aspramente. Tanto più quando le primarie toccano gli stati più colpiti
dalla crisi economica. Così è stato per il Nafta - l'area nordamericana di
libero scambio creata durante la presidenza Clinton - prima del voto in Ohio.
Così è adesso per la Colombia in attesa della partita che si svolgerà il 22
Aprile in Pennsylvania. 12/04/2008.
( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
N. 89 del 2008-04-13
pagina 6 Mentana: "Un duello senza pathos" di Fabrizio De Feo I
vertici del Partito democratico lamentano l'eccessiva durata delle reclame
durante l'intervento del loro leader? È una polemica insignificante... da Roma
Enrico Mentana, il giorno dopo cosa le rimane del confronto a distanza
Berlusconi-Veltroni? È soddisfatto per come si è svolto o c'è il rimpianto per
qualcosa che non è andato come avrebbe voluto? "I rimpianti non servono a
niente. La puntata è venuta come immaginavo e volevo. Avevo detto ai
telespettatori prima che iniziasse che non volevo mettermi in mostra e che
volevo che fossero le risposte le protagoniste piuttosto che le domande.
Essendo l'ultima occasione di confronto prima del voto era giusto permettere ai
telespettatori di confrontare le ricette dei due protagonisti. Il mio dovere
era solo quello di incalzarli su temi su cui non avrebbero parlato
autonomamente come la mafia e il sindacato". Come è stata la preparazione
dell'evento? Ha sentito l'emozione del prepartita? "Non voglio sembrare
immodesto ma ho fatto abbastanza nella mia carriera per dire che non ho sentito
particolare emozione. Durante il resto della giornata mi sono occupato d'altro.
E non ho preparato una griglia di domande per non correre il rischio di non
ascoltare le risposte". Il verdetto del pubblico dice ascolti record per
Matrix e uno share più alto per Berlusconi rispetto a Veltroni. Come si spiega
questa vittoria del candidato premier del Pdl? "Non voglio sembrare
cerchiobottista a tutti i costi ma, così come in passato non avevo dato un
particolare significato ai maggiori ascolti di Veltroni su Raidue, ribadisco
che si tratta di classifiche che non hanno senso. L'ascolto, partendo dalla
pubblicità di prima serata, ha un decollo lungo e l'inizio ha sicuramente
condizionato le medie di Veltroni. Inoltre il pubblico di Canale 5 è più
radicato al Nord dove Berlusconi è più forte. In ogni caso non è importante chi
vince il confronto televisivo ma chi vince le elezioni". Il Pd si lamenta
per la durata delle fasce pubblicitarie. "Mi sembrano polemiche
insignificanti che inviterei tutti a relativizzare". Caso chiuso anche per
la polemica finale con Berlusconi sul facsimile della scheda elettorale?
"Nessun caso. Ho fatto solo il mio dovere". È stato difficile da
orchestrare questo duello senza contraddittorio? "L'intenzione iniziale
era quella di allinearli sulla stessa griglia di domande ma l'incipit di
Berlusconi sulle bugie di Veltroni mi ha fatto subito intuire che sarebbe stata
una pia illusione. Hanno stili troppo diversi. Uno è espositivo, l'altro è
assertivo; uno è più ordinato, l'altro è più irrequieto. Sono diversi e ho
voluto assecondarli nelle modalità con cui amano esprimersi". Come le sono
sembrati Berlusconi e Veltroni? Chi era più in palla? "Tutti e due erano
all'ultimo giorno di campagna elettorale e questo si sentiva. Non hanno fatto
altro che ripetere la loro impostazione iniziale e hanno tentato di rimarcare
le differenze che pure sono evidenti visto che sono animali politici
diversissimi". Il sorteggio può aver favorito qualcuno? "È stato
accettato da entrambi. In ogni caso quando due leader possono parlare davanti a
sei milioni di telespettatori cosa possono volere di più dalla vita? Oltretutto
io sono convinto che il 90% dei telespettatori sapesse già esattamente per chi
votare. Io spero solo di aver fatto un esercizio corretto di servizio
pubblico". Lei è dal '94 che conduce confronti. C'è stato qualcosa di
davvero diverso in questo match? "La novità è che non si sono confrontati.
Purtroppo ritengo che questa sia la modalità preferita dai politici, da tutti
al di là delle dichiarazioni ufficiali. Forse ne guadagna la chiarezza con
questa formula ma si perde il pathos e il confronto. Il problema è che la politica ingerisce su tutto e attraverso
la Vigilanza ci dice quello che possiamo e non possiamo fare, dimenticando che
i politici potrebbero benissimo rifiutare i faccia a faccia, senza bisogno di
nascondersi dietro i regolamenti". A Matrix, così come in tutta la
campagna elettorale, è stata praticamente bandita la politica estera.
Perché? "Chi ne parla va incontro all'ostracismo del pubblico. Ma
la politica estera non è stata la sola grande assente.
Sono mancati i protagonisti, al di là dei leader, ed è risultato tutto strano e
impoverito". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123
Milano.
( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Nella
campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica
estera è stata ridotta a un'unica questione, come si fa con
quelle pillole ricostituenti in cui convergono per miracolo tutte le vitamine:
se i governi occidentali debbano andare o no alle Olimpiadi di Pechino. Se la
torcia vada spenta oppure no. Nelle finali interviste tv, questa è stata l'unica
martellante domanda ai candidati. Una delle questioni fondamentali dei nostri
tempi - l'emergere della potenza cinese e la sua ascesa economica - è apparsa
così all'orizzonte nella più falsata delle maniere. L'estrema semplificazione
ha soppiantato l'analisi esigente, su come Cina e India stanno cambiando le
nostre vite e su quel che ci spetta fare. I diritti dell'uomo e del Tibet hanno
suscitato apprensioni singolari, spesso apparenti. In realtà sono stati
adoperati per bendarci gli occhi davanti a quel che succede in noi stessi e
fuori: per congelare la nostra visione del mondo, riesumando metodi e istinti
ereditati dal conflitto con l'Urss. Ogni semplificazione abbreviatrice ha
qualcosa di sordo, incompatibile con la conoscenza. Per capire un po' di più
bisognava forse andare più di frequente al mercato, osservare il rincaro dei
prezzi alimentari: cereali, pane, latte, riso. Quel che accade alle nostre
bancarelle sta infatti accadendo sul pianeta, e ha come motore l'immane
crescita della Cina oltre che dell'India. Crescita che significa, in ambedue i
casi: più pane per tutti e più carne. Il popolo cinese sta uscendo dalla fame
prodotta dal comunismo, e la novità è decisiva perché eravamo abituati a dirci
che solo le democrazie saziano. La Cina, insomma, fa paura più che mai, e non
solo perché reprime i tibetani. Spaventa perché ha cominciato a cibare i suoi
poveri, perché è ormai una potenza economica, perché sta estendendo la propria
influenza su continenti (Africa, America Latina) che l'Occidente rischia di
perdere non avendo saputo assisterli. La difesa dei diritti tibetani è cosa
giusta ma dietro di essa si nascondono motivazioni non sempre limpide, morali:
alla pietas si mescola l'ipocrisia ma anche una passione profondissima e
inconfessata: l'invidia, suscitata dalla forza cinese. Un'invidia che spiega
appetiti nazionalisti e protezionisti che perversamente accomunano no-global,
destre, sinistre radicali. Tremonti, ministro in pectore di Berlusconi, ripete
che l'11 dicembre 2001, quando la Cina fu ammessa nell'Organizzazione Mondiale
del Commercio (Wto) fu traumatico come l'11 settembre. Nell'immaginazione dei
popoli, la riuscita cinese ha connotazioni terroristiche, repellenti. Può anche
esser positiva, spiega Tremonti, purché la risposta non sia il cosiddetto
mercatismo, il governo mondiale del libero commercio: sarebbe l'"ultima
pazzia ideologica del '900", il cui pantheon sarebbe la Wto. Per questo si
schiaccia Pechino sull'esperienza dell'Urss: il suo balzo avanti scompiglia le
carte di ieri, ma con quelle vecchie carte si continua a giocare. Guardare in
faccia la vera Cina e il mondo significa capire gli errori altrui ma anche i
propri: il protezionismo, e soprattutto l'indifferenza. Un'indifferenza più
insidiosa dell'indifferenza ai diritti umani, perché ignora volutamente le
complicazioni d'un Paese che ha cominciato a sfamare il proprio popolo.
Un'indifferenza che disconosce gli effetti delle nostre politiche su Cina,
India e i poveri della Terra. La Banca Mondiale ha calcolato che il caro-cibo
affligge ben più dolorosamente i poveri che gli affluenti. Che passare dal
consumo di pane alla carne è benefico e disastroso: per produrre un chilo di
carne di maiale son necessari 3 chili di cereali, per produrre un chilo di
carne di bue ce ne vogliono addirittura otto. Esistono i diritti tibetani ma
anche il proliferare di sommosse della fame, che ci riguardano e implicano
responsabilità dei ricchi su cui si tace. Robert Zoellick, presidente della
Banca Mondiale, ricorda che i prezzi di tutti i cibi base sono aumentati
dell'80 per cento in tre anni, e che 33 Paesi conoscono sommosse cruente: in
Africa, Asia, America Latina. Di questi tumulti siamo in gran misura artefici,
con la nostra cecità e insipienza: forse per questo preferiamo il Tibet, di cui
artefici non siamo. Sono responsabili di egoismo gli Stati Uniti, e anche
l'Europa. Gli studiosi sono espliciti: accanto alla domanda cinese e indiana,
accanto al clima distruttore di raccolti, accanto al petrolio costoso per gli
agricoltori, accanto al dollaro debole con cui si compra poca merce e che però
resta moneta di riserva mondiale (l'Europa per proteggersi ha l'euro), c'è la
disinvoltura unilaterale, impetuosa, sbadata, con cui Bush
s'è gettato sulle bioenergie alternative: l'etanolo estratto da mais, che l'America
produce con ingenti sovvenzioni. L'iper-produzione di questo etanolo ha
contribuito enormemente al rincaro mondiale del cibo: diminuendo le superfici
coltivabili per alimenti, abbattendo foreste. Una vignetta di Patrick
Chappatte, sull'Herald Tribune dell'11 aprile, riassume perfettamente il
dramma: in primo piano un grosso benestante signore fa il pieno dell'automobile
a una pompa di etanolo, mentre due figurine magre, sullo sfondo, tendono la
ciotola vuota implorando cibo. Alle suppliche il ricco replica: "Mi
spiace, ho molto da fare: sto salvando il pianeta!". America e Europa
hanno buona coscienza: raccontano a se stesse che l'etanolo permette di
consumare energia e rispettare il clima. Ma è buona coscienza cinica: in realtà
"divorano la ricchezza del mondo", scrive l'Economist del 6 dicembre.
È stato calcolato che la stessa quantità di mais impiegata per i biocarburanti
serve a fare un pieno di Suv e a produrre le calorie che sfamano un essere
umano per un anno. Se questi temi fossero stati affrontati, il cittadino
saprebbe le difficoltà che l'aspettano. Capirebbe che l'aumento dei prezzi del
cibo non è occasionale, ma durerà. Perché il clima continuerà a produrre
siccità, cicloni. Perché i nostri stili di vita non mutano. Perché l'illusione
protezionista scansa l'urgenza: i negoziati commerciali, la comprensione di
popoli diversi. La tendenza delle nazioni affluenti sarà di scaricare le
difficoltà su altri, fingendo che il mondo sia quello del '900. Se non fosse
così, discuteremmo di Pechino in modo fruttuoso. E non solo del Tibet ma anche
delle comunità musulmane Uigur, perseguitate nel Turkestan orientale, o delle
ciclopiche speranze di vita migliore legate alla crescita cinese. Evocheremmo
anche quel che Pechino ha appreso, estendendo l'influenza in Africa e America
Latina. Un'influenza non esclusivamente deleteria: su Birmania e Darfur il
governo cinese sta compiendo passi avanti, anche se pochi l'ammettono. Sono
fatte di tanti strati, le bende che ci rendono ciechi. C'è la nostra avversione
all'Islam, che snebbia solo il Tibet. C'è una specie d'ignoranza militante
dell'immenso sforzo cinese, non paragonabile a quello dell'Urss. Infine c'è il
film tibetano che abbiamo in testa e che potremmo intitolare: Sogni Proibiti. È
il sogno di una Cina che non cresce, denutrita, trascinata solo da fedi:
esotica e separata come il Tibet. Anche il Tibet lo sogniamo a occhi aperti:
non dimentichiamo che fra i rivoltosi in esilio ci sono forze, ostili al Dalai
Lama, pronte a spastoiarsi dal pacifismo e desiderose di violenza: anche di
violenza kamikaze, annuncia Tsewang Rigzin, presidente del Congresso giovanile
tibetano. È un'occasione perduta, non aver pensato la questione cinese in
campagna elettorale e continuare a coltivare, di essa, l'immagine repulsiva che
consente di non parlare di noi, di come dobbiamo agire, cambiare. Siamo ben
regrediti rispetto alla campagna del 2006, quando Prodi ci provò e disse che
con questa Cina bisognava negoziare un esigente governo del mondo, non
chiudendoci ma aprendole le porte e i porti.
( da "Liberazione" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
La mossa del candidato
alla nomination democratica per contrastare le voci che lo vogliono filoarabo e
anti-israeliano Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare
Israele Stefania Podda Non l'aveva mai fatto nessuno, ma nessuno ne ha più
bisogno di lui. Lo accusano di essere ostile ad Israele, di voler dialogare con
l'Iran e con Hamas, di essere smaccatamente filopalestinese. Di più. Di lui,
dicono che sia un antisemita, un musulmano sotto mentite spoglie, uno che giura
sul Corano e non sulla Bibbia. Insomma, un nemico degli ebrei d'America e di
Israele. Uno a cui è meglio non dare il proprio voto. E lui, Barack Obama,
bersagliato da una martellante campagna sui blog, ha infine deciso di
rilanciare con lo stesso mezzo. Così, per rassicurare e informare il pubblico
israeliano, e quello americano, ha aperto un blog in ebraico. Una foto del
senatore dell'Illinois, una grafica sobria e la riproduzione integrale del
discorso che il candidato alla nomination democratica pronunciò davanti alla
platea dell'Aipac, l'American Israel Public Affairs Commettee, potente gruppo
di pressione che promuove l'amicizia tra Israele e gli Usa. Un discorso fatto
in tempi non sospetti, era il marzo del 2007, la nomination sembrava
improbabile, e quello era il primo intervento sulla politica estera in veste di candidato ufficiale. Obama aveva ricordato il suo
viaggio in Terra Santa come un'esperienza fondante della sua vita, aveva
parlato di Israele come di uno dei più importanti alleati di Washington e aveva
detto di considerare la sua sicurezza "sacrosanta". Eppure il
pronunciamento davanti all'Aipac, e il plauso della platea, non è servito ad
evitare a Barack Obama una campagna diffamatoria, di sconcertanti e inedite
proporzioni. Nessuno sa come sia cominciata e soprattutto nessuno sa come
fermarla. E' partita su alcuni blog, come quello di Debbie Schlussel, autrice
di un articolo dal titolo: "Barack Hussein Obama: once a Muslim, always a
Muslim". E' seguita una campagna di e-mail e interventi in rete, sino a
quando l'idea che Obama sia un musulmano, più o meno dichiarato, non è passata
nel senso comune. Con il risultato che oggi, nei sondaggi, solo una minoranza
sa che il senatore dell'Illinois è in realtà cristiano. Da musulmano ad amico
dei terroristi e nemico di Israele, il passo è poi stato breve. I suoi mentori,
amici e consiglieri sono stati passati al vaglio, e bocciati. Gli è stato
rinfacciato lo stretto legame con il pastore Jeremiah Wright, hanno messo il
controverso Louis Farrakhan, il leader della Nazione dell'Islam, tra i suoi
sostenitori, e infine hanno fatto il conto dei filopalestinesi tra i suoi
consiglieri. L'ultimo a essere finito nel mirino, è stato l'ex generale Merril
Tony McPeak, consulente militare e copresidente della campagna elettorale. La
rivista "American Spectator" ha ripubblicato una sua intervista di
cinque anni fa, in cui affermava che l'importanza del voto degli ebrei
americani era alla base dell'inerzia della politica estera
per il Medio Oriente, e dunque della mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese.
Stampa e blog hanno sottolineato poi con disappunto l'arrivo nello staff di
Robert Malley, ex consigliere di Bill Clinton a Camp David, uno dei pochi a
dire che nel
( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-13 num: -
pag: 17 categoria: REDAZIONALE Casa Bianca L'Amministrazione e lo scandalo del
waterboarding Bush e le "torture": sapevo, nessun problema Il presidente
sugli interrogatori dei "terroristi" A presiedere gli incontri fu
Condoleezza Rice: fu lei ad avere un ruolo decisivo nel dare il via libera alla
Cia WASHINGTON - George Bush sapeva che i suoi
principali collaboratori discussero nei dettagli e approvarono l'uso della
tortura negli interrogatori contro i presunti terroristi di Al Qaeda. Il
presidente americano autorizzò gli incontri, che andarono avanti per molti mesi
mentre la Cia preparava il programma delle cosiddette "tecniche
avanzate", che includeva il waterboarding (dove il sospetto ha la
sensazione di annegare) e altri metodi come la privazione del sonno e
schiaffeggiamenti a mano aperta. E' la prima volta che George Bush fa un'esplicita ammissione in proposito. "Lo
abbiamo fatto per proteggere il popolo americano. Sapevo che il mio team per la
sicurezza discuteva di questo e ho approvato", ha detto il presidente in
un'intervista alla rete televisiva Abc dal suo ranch di Crawford, in Texas. Secondo
Bush, non ci dovrebbe essere alcuna sorpresa che il
vice-presidente Dick Cheney, l'allora consigliere per la Sicurezza Nazionale
Condoleezza Rice, l'ex segretario di Stato Colin Powell, l'ex ministro della
Difesa, Donald Rumsfeld e gli altri si siano occupati in dettaglio del
problema: "L'ho già detto al Paese e ho detto che era legale, avevamo
pareri giuridici che ci permettevano di farlo. E non avevo alcun problema nel
capire chi fosse Khalid Sheikh Mohammed, è importante che gli americani lo
sappiano: è l'uomo che ha ordinato le stragi dell'11 settembre".
L'intervista di Bush segue le rivelazioni della Abc,
seguite dalle dichiarazioni di un ex agente dei servizi all'Associated Press,
sul coinvolgimento diretto dei vertici della Casa Bianca nell'autorizzazione dell'uso
del waterboarding e delle altre tecniche coercitive, che però l'Amministrazione
Bush si è sempre rifiutata di definire torture,
nonostante la dottrina giuridica internazionale non abbia dubbi in proposito. A
presiedere gli incontri fu l'attuale segretario di Stato, Condoleezza Rice, che
ebbe un ruolo decisivo nel dare il via libera alla Cia, schierandosi con
Cheney, Rumsfeld e George Tenet, al tempo direttore della Cia, e passando oltre
le obiezioni di Colin Powell, che invece era preoccupato dell'immagine
internazionale degli Stati Uniti dopo le rivelazioni sul carcere di Abu Ghraib.
Perfino l'Attorney General, John Ashcroft, che pure era considerato un falco,
sollevò qualche perplessità: "Perché discutiamo di questo alla Casa
Bianca? La Storia non ci giudicherà con favore", avrebbe detto il ministro
della Giustizia secondo la Abc. Ma Rice non si fece impressionare: "Questa
è la vostra creatura: andate avanti", fu la frase, non smentita, con cui
diede il via libera agli uomini della Cia. Le rivelazioni rischiano di nuocere politicamente a Condoleezza Rice, il cui nome è stato
avanzato come uno dei possibili candidati alla vice-presidenza con il
repubblicano John McCain. Il senatore dell'Arizona è infatti un fermo
oppositore della tortura e considera il waterboarding una delle forme peggiori.
Paolo Valentino Leader In alto, il presidente degli Stati Uniti George Bush. Qui sopra, il segretario di Stato Condoleezza Rice. Il
presidente, d'accordo con i suoi consiglieri, approvò le tecniche dure di
interrogatorio Tecnica Tortura Il waterboarding è considerata
internazionalmente una forma di tortura Annegamento Utilizzata dalla Cia per
ottenere informazioni, per esempio, da una delle "menti" dell'11
settembre, Khalid Sheikh Mohammed (foto sopra), prevede l'uso di acqua versata
in gran quantità sul viso del prigioniero per simulare l'annegamento DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE.
( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-04-13 num: - pag: 31
categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano LA LUNGA VITA DI MOLOTOV FEDELE SERVITORE
DI STALIN Molotov Michailovic Skrjabin, politico russo, quasi delfino di Stalin
e distintosi nella Rivoluzione d'Ottobre fu presidente del Consiglio dei
commissari del popolo (1930-1940), partecipò alle conferenze di Potsdam e
Teheran. Ma dopo il 1953 (morte di Stalin), perdette parte del suo peso e,
sfiduciato dal Politbjuro, fu allontanato fino a rappresentare l'Unione
Sovietica in Mongolia. Dietro questo suo tramonto c'è la mano di Kruscev, con
le sue posizioni più flessibili. Come mai un uomo con queste caratteristiche e
tale esperienza, non riuscì a contare nell'Unione Sovietica del dopo Stalin? è
possibile che non avesse previsto che dopo la scomparsa del capo supremo, non
ci sarebbe stato spazio per lui? Tra l'altro, se non si leggono specifici libri
è quasi sconosciuto nella storia europea. Martino Salomoni
martinosalomoni@tiscali.it Caro Salomoni, I l suo vero nome fu Vyaceslav
Michailovic Skrjabin. Molotov (dal russo "molot", martello, maglio) è
il bellicoso nome di battaglia che scelse durante gli anni rivoluzionari. Ero a
Mosca nel-l'estate del 1986 quando Moscow News, edizione in lingua inglese di
Moskovskie Novosty, mandò un redattore a intervistarlo nella casa in cui
abitava. Apprendemmo così che era ancora vivo e che Gorbaciov, da poco più di
un anno segretario generale del partito, aveva deciso di restituirgli una certa
visibilità. Ma le domande del giornale e le risposte del vecchio bolscevico
erano generiche e prive di qualsiasi interesse. Capimmo più tardi che il nuovo
leader voleva fare pulizia nel passato sovietico e aveva affidato alla
Commissione di controllo del partito il compito di riabilitare un certo numero
di epurati (molti dei quali già morti) e di promuovere una sorta di
riconciliazione nazionale. Molotov morì nel novembre del 1986 all'età di 96
anni. Ma non vi furono, salvo errore, né cerimonie pubbliche né necrologi. Era
davvero così abile e intelligente come lei, caro Salomoni, sembra credere? In
un libro recente sull'Operazione Barbarossa, che verrà pubblicato fra poche
settimane anche in Italia, lo storico d'origine ungherese John Lukacs parla
dell'incontro di Molotov a Berlino con Hitler nel novembre del 1939 e lo
definisce "uno zuccone legnoso e privo d'immaginazione". Aveva
certamente alcune doti del negoziatore: era tenace, testardo, impassibile. Ma
il suo merito maggiore fu quello di essere fedele a Stalin. Al XVIII Congresso
del partito, nel 1939, fu uno dei pochissimi leader bolscevichi della prima
generazione sfuggito alle purghe degli anni precedenti. Quando Stalin volle
imprimere una svolta filo-tedesca alla politica estera del-l'Urss, Molotov divenne commissario per gli Affari esteri al
posto di Maksim Litvinov, il diplomatico che temeva la Germania di Hitler e
desiderava concludere accordi di sicurezza collettiva con le democrazie
europee. Da quel momento Stalin ebbe al suo fianco un uomo che lo avrebbe
obbedito, come dice il motto dei gesuiti, "perinde ac
cadaver", al modo di un cadavere. Ne dette una prova nel 1948 quando il
suo padrone mandò al confino nel Kazakistan sua moglie, l'ebrea Polina
Semionovna Zhemchuzhina, membro del Comitato centrale e ministro della Pesca.
Era colpevole di avere avuto un incontro fraterno con Golda Meir, da poco
ambasciatore d'Israele a Mosca, e di averle detto in yiddish: "Sono una
figlia del popolo ebraico". Il suo eclisse, dopo la morte di Stalin, fu
graduale. Per breve tempo fece parte, con Malenkov e Berija, del triumvirato
che governò il Paese. Poi, quando cominciò la lotta per il potere e Kruscev
s'impadronì del partito, Molotov ebbe una sorte migliore di quella di Berija,
ucciso nell'estate del 1953. Conservò il ministero degli Esteri, continuò a far
parte dello "stato maggiore" del partito e complottò probabilmente
per sostituire Kruscev. Ma questi, non appena ritenne giunto il momento di
eliminare qualche ingombrante concorrente, lo privò delle sue funzioni maggiori
e gli dette un paio di modesti incarichi diplomatici in Mongolia e a Vienna.
Nel 1962, infine, fu addirittura espulso dal partito: una umiliante morte civile,
ma pur sempre una sorte meno crudele di quella che Stalin, con il suo aiuto,
aveva inflitto alla vecchia guardia.
( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
N. 89 del 2008-04-13
pagina 0 Mentana: "Un duello senza pathos" di Fabrizio De Feo I
vertici del Partito democratico lamentano l'eccessiva durata delle reclame
durante l'intervento del loro leader? è una polemica insignificante... da Roma
Enrico Mentana, il giorno dopo cosa le rimane del confronto a distanza
Berlusconi-Veltroni? è soddisfatto per come si è svolto o c'è il rimpianto per
qualcosa che non è andato come avrebbe voluto? "I rimpianti non servono a
niente. La puntata è venuta come immaginavo e volevo. Avevo detto ai
telespettatori prima che iniziasse che non volevo mettermi in mostra e che
volevo che fossero le risposte le protagoniste piuttosto che le domande.
Essendo l'ultima occasione di confronto prima del voto era giusto permettere ai
telespettatori di confrontare le ricette dei due protagonisti. Il mio dovere
era solo quello di incalzarli su temi su cui non avrebbero parlato
autonomamente come la mafia e il sindacato". Come è stata la preparazione
dell'evento? Ha sentito l'emozione del prepartita? "Non voglio sembrare
immodesto ma ho fatto abbastanza nella mia carriera per dire che non ho sentito
particolare emozione. Durante il resto della giornata mi sono occupato d'altro.
E non ho preparato una griglia di domande per non correre il rischio di non
ascoltare le risposte". Il verdetto del pubblico dice ascolti record per
Matrix e uno share più alto per Berlusconi rispetto a Veltroni. Come si spiega
questa vittoria del candidato premier del Pdl? "Non voglio sembrare
cerchiobottista a tutti i costi ma, così come in passato non avevo dato un
particolare significato ai maggiori ascolti di Veltroni su Raidue, ribadisco
che si tratta di classifiche che non hanno senso. L'ascolto, partendo dalla
pubblicità di prima serata, ha un decollo lungo e l'inizio ha sicuramente
condizionato le medie di Veltroni. Inoltre il pubblico di Canale 5 è più
radicato al Nord dove Berlusconi è più forte. In ogni caso non è importante chi
vince il confronto televisivo ma chi vince le elezioni". Il Pd si lamenta
per la durata delle fasce pubblicitarie. "Mi sembrano polemiche
insignificanti che inviterei tutti a relativizzare". Caso chiuso anche per
la polemica finale con Berlusconi sul facsimile della scheda elettorale?
"Nessun caso. Ho fatto solo il mio dovere". è stato difficile da
orchestrare questo duello senza contraddittorio? "L'intenzione iniziale
era quella di allinearli sulla stessa griglia di domande ma l'incipit di
Berlusconi sulle bugie di Veltroni mi ha fatto subito intuire che sarebbe stata
una pia illusione. Hanno stili troppo diversi. Uno è espositivo, l'altro è
assertivo; uno è più ordinato, l'altro è più irrequieto. Sono diversi e ho
voluto assecondarli nelle modalità con cui amano esprimersi". Come le sono
sembrati Berlusconi e Veltroni? Chi era più in palla? "Tutti e due erano
all'ultimo giorno di campagna elettorale e questo si sentiva. Non hanno fatto
altro che ripetere la loro impostazione iniziale e hanno tentato di rimarcare
le differenze che pure sono evidenti visto che sono animali politici
diversissimi". Il sorteggio può aver favorito qualcuno? "è stato
accettato da entrambi. In ogni caso quando due leader possono parlare davanti a
sei milioni di telespettatori cosa possono volere di più dalla vita? Oltretutto
io sono convinto che il 90% dei telespettatori sapesse già esattamente per chi
votare. Io spero solo di aver fatto un esercizio corretto di servizio
pubblico". Lei è dal '94 che conduce confronti. C'è stato qualcosa di
davvero diverso in questo match? "La novità è che non si sono confrontati.
Purtroppo ritengo che questa sia la modalità preferita dai politici, da tutti
al di là delle dichiarazioni ufficiali. Forse ne guadagna la chiarezza con
questa formula ma si perde il pathos e il confronto. Il problema è che la politica ingerisce su tutto e attraverso
la Vigilanza ci dice quello che possiamo e non possiamo fare, dimenticando che
i politici potrebbero benissimo rifiutare i faccia a faccia, senza bisogno di
nascondersi dietro i regolamenti". A Matrix, così come in tutta la
campagna elettorale, è stata praticamente bandita la politica estera.
Perché? "Chi ne parla va incontro all'ostracismo del pubblico. Ma
la politica estera non è stata la sola grande assente.
Sono mancati i protagonisti, al di là dei leader, ed è risultato tutto strano e
impoverito". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123
Milano.