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DOSSIER “POLITICA ESTERA USA”

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T ARTICOLI DEL   13-4-2008     #TOP


IN EVIDENZA

- Bush: sì, sapevo delle torture. Il presidente: ho autorizzato io le discussioni sul "waterboarding" Francesco Semprini (La Stampa 13-4-2008) 1

 

- Bush manda inviati nei Paesi della regione. Combattimenti a Baghdad dopo l'uccisione del braccio destro di Al Sadr (L’Osservatore Romano 13-4-2008) 1

 


 

Bush: sì, sapevo delle torture. Il presidente: ho autorizzato io le discussioni sul "waterboarding" Francesco Semprini (La Stampa 13-4-2008)

 

NEW YORK - «Waterboarding», George W. Bush sapeva. L’inquilino della Casa Bianca scopre le carte sul coinvolgimento nella vicenda delle «torture» ai detenuti sospettati di essere terroristi islamici. Bush ne era a conoscenza, o meglio sapeva che i principali consiglieri per la sicurezza si riunivano in più occasioni per decidere e approvare specifici dettagli sugli interrogatori condotti dagli agenti della Cia nei confronti di uomini di al-Qaeda, o presunti tali. «Cominciammo a studiare che cosa fare per proteggere il popolo americano», spiega il presidente in un’intervista all’Abc. «Si è vero - prosegue - sapevo che lo staff per la sicurezza nazionale si era incontrato per affrontare la questione, e approvai».

Secondo fonti vicine agli ambienti di Washington i funzionari dell’amministrazione si riunirono in molte occasioni per discutere in maniera dettagliata l’adozione di «tecniche di interrogatorio straordinarie». Alcune erano persino accompagnate da simulazioni figurate, mentre per altre era necessario capire «quante volte la stessa procedura» poteva essere utilizzata sul medesimo soggetto. I metodi approvati andavano da tecniche più conosciute come schiaffi spintoni privazione del sonno, ad altre più estreme come il cosiddetto «waterboarding», la simulazione dell’annegamento usata in particolare con tre presunti terroristi di al-Qaeda tra il 2002 e il 2003 e poi, sembra, accantonata.

Tra i protagonisti della vicenda c’era anche Condoleezza Rice, allora consigliere per la Sicurezza nazionale: presiedeva le riunioni nella «Situation Room» della Casa Bianca con il vice-presidente Dick Cheney, il segretario di Stato Colin Powell, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, il ministro della Giustizia John Ashcroft, e il capo della Cia George Tenet. Le discussioni, spiega Abc, durarono mesi anche a causa dell’opposizioni di alcuni: le obiezioni maggiori furono sollevate da Powell e Ashcroft, che nonostante l’immagine di falco neocon non ha mai sposato del tutto la linea dei suoi colleghi. I «big» dell’amministrazione approvarono inoltre l’uso «combinato» di tecniche di interrogatorio al limite della legalità, una procedura utilizzata in particolare con gli «ossi duri», detenuti che mostravano maggiore resistenza.

«Avevamo pareri legali che ci autorizzavano a usarlo», spiega Bush difendendo in particolare il «waterboarding», la più controversa delle tecniche della Cia. «Inoltre non avevo alcun problema (di metodo) nel cercare di capire cosa sapeva Khalid Sheikh Mohammed», prosegue l’inquilino della Casa Bianca: «Era importante che gli americani sapessero chi era, la mente dell’11 settembre 2001». Per questo Bush ritiene che il coinvolgimento dei principali funzionari dell’amministrazione non è poi così «sorprendente». Del resto già nel 2006 il presidente aveva rivelato l’esistenza di un programma che prevedeva tecniche di interrogatori speciali da utilizzare nei confronti di terroristi particolari. Ma mai era stato svelato il ruolo dei suoi più stretti collaboratori.


 

Bush manda inviati nei Paesi della regione. Combattimenti a Baghdad dopo l'uccisione del braccio destro di Al Sadr (L’Osservatore Romano 13-4-2008)

 

Baghdad, 12. Battaglia ieri a Baghdad mentre a Najaf è stato assassinato Riyad Al Nuri, braccio destro del leader radicale sciita Moqtada Al Sadr. Tredici morti sono il bilancio di scontri a fuoco e incursioni aeree. Cinque le vittime nel quartiere sciita di Sadr City:  due cecchini, che sparavano con armi automatiche e mitragliette, e tre uomini che collocavano mine, come informa una nota dell'esercito statunitense.
Poi tre persone sono morte, ed altre sette sono rimaste ferite, quando un razzo katyusha è caduto nei pressi dell'hotel Palestine, nel centro di Baghdad.
Riguardo all'uccisione di uno dei responsabili del movimento di Al Sadr, da rilevare che Al Nuri - parente acquisito di Al Sadr da quando una sua sorella aveva sposato un fratello del leader radicale - era stato arrestato dalle forze militari statunitensi nella primavera del 2004, e quindi consegnato alle autorità irachene. Nell'agosto del 2005 era tornato in libertà per mancanza di prove. Al Nuri era accusato di essere coinvolto nell'uccisione di Abd Al Majid Al Khoi, una delle più importanti autorità sciite irachene, avvenuta a Najaf subito dopo la caduta del regime di Saddam Hussein.
Dopo l'assassinio di Al Nuri, avvenuto davanti alla sua abitazione, le autorità locali hanno imposto il coprifuoco totale. Al Sadr ha esortato, nel frattempo, i suoi seguaci a "mantenere la calma" per evitare un intensificarsi delle violenze. Ha poi chiesto che venga aperta un'inchiesta per scoprire i colpevoli dell'omicidio di Al Nuri e assicurarli così alla giustizia.
Si è appreso intanto che il primo ministro iracheno, Jawad Al Maliki, ha dato disposizione affinché vengano erogati i compensi a coloro che hanno consegnato le loro armi alle forze di sicurezza nella provincia di Bassora. Nel corso dell'offensiva lanciata, nelle scorse settimane, dall'esercito iracheno contro milizie sciite, Al Maliki aveva promesso ricompense a chi avesse consegnato le armi entro l'8 aprile. Ricompense che sono state ora precisate nel dettaglio dal generale Muhammed Al Askari, consigliere stampa del ministero della Difesa, citato dall'agenzia Nina. Un milione di dollari iracheni, circa 830 dollari, verranno pagati per ogni mortaio da 120 millimetri. E altrettanti per ogni mitra pesante. Ogni mitra Ak-47 kalashnikov verrà invece pagato l'equivalente di cento dollari, 45 dollari per ogni granata.
Nella lista vengono elencate armi di vario genere e diversi tipi di esplosivo, tra cui ordigni di fabbricazione iraniana, 290 dollari, e ordigni di fabbricazione locale, 210 dollari.
Il presidente Usa George W. Bush ha inviato emissari in numerosi Paesi del Vicino Oriente per spronarli a sostenere la causa della stabilità e della sicurezza dell'Iraq, si è appreso ieri da fonti della Casa Bianca.
Tra gli obiettivi delle missioni:  convincere i Paesi ad aprire ambasciate a Baghdad e a bloccare l'attività di potenziali terroristi suicidi.
Tra l'altro Bush ha chiesto al generale David Petraeus e all'ambasciatore Usa in Iraq, Ryan Crocker, (giunti questa settimana a Washington per testimoniare) di recarsi in Arabia Saudita prima di tornare in Iraq.
Nel frattempo altri emissari di Bush si recheranno in Kuwait, Giordania, Qatar, Egitto ed Emirati Arabi per convincere questi Paesi a riaprire le loro ambasciate a Baghdad.

 


Report "Estero USA"

"Ucraina? Non è uno Stato" La gaffe di Putin gela Kiev ( da "Stampa, La" del 12-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Bush al vertice Nato a Bucarest, all'inizio di aprile, perfino quegli ucraini che non nutrivano rancore verso il grande vicino all'Est si arrabbiano. Il ministero degli Esteri di Kiev ha chiesto ufficialmente spiegazioni a Mosca: "Vogliamo sapere con precisione cosa ha detto il presidente russo", recita la nota inviata dalla diplomazia ucraina.

McCain fa litigare <pragmatici> e neoconservatori ( da "Avvenire" del 12-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: nite e durante i primi quattro anni di Bush alla Casa Bianca, numero tre al Dipartimento di Stato. A tirare i fili della politica estera della campagna di McCain, è Randy Scheunemann, un veterano di Washington e di campagne elettorali e molto vicino ai neocon avendo anche lavorato per il Project for the new American Century, creature di William Kristol,

Nato, Mosca contro Kiev: <Pronti a misure militari> ( da "Avvenire" del 12-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: nel quadro degli incontri periodici fra i responsabili della politica estera dei due Paesi. Uno dei maggiori problemi nei rapporti fra Mosca e Kiev, ha detto Kamynin, è rappresentato "dalla linea della dirigenza ucraina rivolta all'integrazione nella Nato", ed ha continuato: "Le dichiarazioni che questo processo non è diretto contro la Russia non possono soddisfarci".

Free trade si scrive colombia si legge pennsylvania ( da "Riformista, Il" del 12-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: scelte cruciali di politica estera e di politica economica. E evidenzia una imbarazzante crisi d'identità nella famiglia democrat. L'accordo con la Colombia è stato firmato dal presidente nel 2006 e prevede l'abbattimento di una serie di barriere tariffarie. Giovedì la Camera dei Rappresentanti - come preannunciato dalla speaker Nancy Pelosi la sera prima -

Mentana: <Un duello senza pathos> ( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: ingerisce su tutto e attraverso la Vigilanza ci dice quello che possiamo e non possiamo fare, dimenticando che i politici potrebbero benissimo rifiutare i faccia a faccia, senza bisogno di nascondersi dietro i regolamenti". A Matrix, così come in tutta la campagna elettorale, è stata praticamente bandita la politica estera. Perché? "Chi ne parla va incontro all'ostracismo del pubblico.

Nella campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica estera è stata ridotta a un’ ( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Nella campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica estera è stata ridotta a un'unica questione, come si fa con quelle pillole ricostituenti in cui convergono per miracolo tutte le vitamine: se i governi occidentali debbano andare o no alle Olimpiadi di Pechino. Se la torcia vada spenta oppure no.

Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele ( da "Liberazione" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: e quello era il primo intervento sulla politica estera in veste di candidato ufficiale. Obama aveva ricordato il suo viaggio in Terra Santa come un'esperienza fondante della sua vita, aveva parlato di Israele come di uno dei più importanti alleati di Washington e aveva detto di considerare la sua sicurezza "sacrosanta".

Bush e le <torture>: sapevo, nessun problema ( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Esteri - data: 2008-04-13 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Casa Bianca L'Amministrazione e lo scandalo del waterboarding Bush e le "torture": sapevo, nessun problema Il presidente sugli interrogatori dei "terroristi" A presiedere gli incontri fu Condoleezza Rice: fu lei ad avere un ruolo decisivo nel dare il via libera alla Cia WASHINGTON -

LA LUNGA VITA DI MOLOTOV FEDELE SERVITORE DI STALIN ( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: tedesca alla politica estera del-l'Urss, Molotov divenne commissario per gli Affari esteri al posto di Maksim Litvinov, il diplomatico che temeva la Germania di Hitler e desiderava concludere accordi di sicurezza collettiva con le democrazie europee. Da quel momento Stalin ebbe al suo fianco un uomo che lo avrebbe obbedito,

Mentana: "Un duello senza pathos" ( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: ingerisce su tutto e attraverso la Vigilanza ci dice quello che possiamo e non possiamo fare, dimenticando che i politici potrebbero benissimo rifiutare i faccia a faccia, senza bisogno di nascondersi dietro i regolamenti". A Matrix, così come in tutta la campagna elettorale, è stata praticamente bandita la politica estera. Perché? "Chi ne parla va incontro all'ostracismo del pubblico.


Articoli

"Ucraina? Non è uno Stato" La gaffe di Putin gela Kiev (sezione: Estero USA)

( da "Stampa, La" del 12-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

NUOVE MINACCE Retroscena La battuta lanciata a Bush durante l'ultimo vertice Nato "Ucraina? Non è uno Stato" La gaffe di Putin gela Kiev Lo Stato Maggiore russo "Misure militari se gli ucraini andranno con l'Alleanza" ANNA ZAFESOVA Ma lo capisci, George, che l'Ucraina non è nemmeno uno Stato!". Molti russi la pensano così, non riuscendo ancora a capacitarsi che la repubblica slava che per secoli è stata chiamata "Piccola Russia" si sia non solo staccata da Mosca, ma cerchi ora con tenacia una propria strada in Europa. Ma quando a fare questa battuta sprezzante è il presidente russo, Vladimir Putin, mentre chiacchiera - o meglio dire, litiga - con George W. Bush al vertice Nato a Bucarest, all'inizio di aprile, perfino quegli ucraini che non nutrivano rancore verso il grande vicino all'Est si arrabbiano. Il ministero degli Esteri di Kiev ha chiesto ufficialmente spiegazioni a Mosca: "Vogliamo sapere con precisione cosa ha detto il presidente russo", recita la nota inviata dalla diplomazia ucraina. Cosa ha detto il presidente russo lo ha riportato il solitamente informatissimo Kommersant, citando come fonte un diplomatico di un Paese Nato che avrebbe assistito personalmente al dibattito di Bucarest. Putin, che si era presentato al vertice dell'Alleanza Atlantica apparentemente deciso a usare toni più concilianti del solito, in pubblico si è trattenuto. Ma in privato, tra colleghi, quando è stato sollevato il problema dell'adesione di Tbilisi e Kiev all'Alleanza, si è "infuriato", a sentire il testimone, sbottando con l'"amico George" che l'Ucraina - grande poco meno della Francia - non è "nemmeno uno Stato". "Cos'è l'Ucraina?", ha esclamato per poi spiegare: "Parte del suo territorio è Europa dell'Est e parte - non piccola peraltro - gliel'abbiamo regalato noi". Un'allusione evidente alla Crimea, trasferita all'amministrazione di Kiev da Krusciov, quando tutti erano fraternamente insieme nell'Urss. Ma non ci sono più fratelli e sorelle, e Putin - stando sempre alle indiscrezioni del Kommersant - ha fatto capire chiaramente che se l'Ucraina venisse accolta nella Nato smetterebbe di esistere. Un'allusione più che trasparente ai sentimenti separatisti in Crimea e nell'Est del Paese, dove si parla prevalentemente russo, si prega in chiese ortodosse e dove le vecchie industrie minerarie e militari sovietiche hanno lasciato milioni di nostalgici. E' dai tempi della "rivoluzione arancione" - ma in realtà, a guardare la storia, da secoli - che l'Ucraina è spaccata quasi a metà, e l'Est e il Sud del Paese non si sono fatti incantare né dal sogno europeo della piazza arancione, né dall'adesione alla Nato (in Crimea resta ancora la flotta militare russa). Il Cremlino ha accolto con simpatia questi umori, espressi dall'ex premier Viktor Yanukovich che i russi hanno appoggiato nella corsa presidenziale, che però era stata vinta dal filoccidentale Viktor Yushenko. Così molti politici di Kiev hanno interpretato la battuta di Putin - seguita dalla dichiarazione del ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov che la Russia farà "qualsiasi cosa per impedire l'adesione di Ucraina e Georgia alla Nato" - come l'annuncio di voler fomentare il separatismo, spaccando il Paese. Sospetti che hanno suscitato una bufera politica, come prevedibile, portando anche per la prima volta dalla rivoluzione arancione del 2004 a una coesione inedita del parlamento di Kiev. Anche perché Mosca, invece di smentire l'infelice battuta di Putin, ha rincarato ieri la dose, minacciando per bocca del capo dello Stato Maggiore Jurij Baluevskij "misure militari concrete" nel caso l'Ucraina e la Georgia insistano a entrare nella Nato.

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McCain fa litigare <pragmatici> e neoconservatori (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 12-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

MONDO 12-04-2008 CASA BIANCA 2008 Bill Kristol, l'analista strategico Max Boot e l'ex diplomatico Bob Kagan da una parte Dall'altra i capiscuola della corrente realista. Il senatore: ascolto tante persone McCain fa litigare "pragmatici" e neoconservatori DA WASHINGTON L a politica estera di John Mc- Cain, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, non ha ancora una linea ben definita, visto che tra i suoi consiglieri ci sono da un lato pragmatici alla Henry Kissinger, mentre dall'altro spiccano i neoconservatori. Fra questi ultimi spiccano il ruolo di Robert Kagan (che lo ha aiutato a scrivere un discorso di politica estera a Los Angeles, il 26 marzo), e l0analista su questioni di sicurezza Max Boot. Non certo un neoconservatore, ma molto vicino ad alcune loro posizioni c'è John Bolton, ex ambasciatore statunitense alle Nazioni U- nite e durante i primi quattro anni di Bush alla Casa Bianca, numero tre al Dipartimento di Stato. A tirare i fili della politica estera della campagna di McCain, è Randy Scheunemann, un veterano di Washington e di campagne elettorali e molto vicino ai neocon avendo anche lavorato per il Project for the new American Century, creature di William Kristol, direttore della rivista neoconservatrice The Weekly Standard e anch'egli superconsulente di McCain. Scheunemann ha guidato quella di Bob Dole nel 1996 e quindi è stato con McCain nel 2000. Nel 2002 ha fondato il Committee for the Liberation of Iraq ed è stato consulente del Pentagono nei primi mesi del regno Rumsfeld. Tra i pragmatici cui fa ricorso Mc- Cain spiccano gli ex numero uno e numero due del Dipartimento di Stato durante il primo mandato Bush: Colin Powell e Richard Armitage. Erano favorevoli alla guerra in I- raq, ma criticano come è stata condotta. Lo stesso McCain, infine, ha indicato che è sua abitudine contattare "big" della politica estera americana come gli ex segretari di Stato Henry Kissinger e George Shultz. Due realisti. Ieri l'altro il New York Times ha descritto un vero e proprio scontro in corso tra le due anime del partito repubblicano: i realisti-pragmatisti che considerano il modo in cui si è arrivati ed è stata gestita la guerra in Iraq un errore ed i neocon-- servatori, la cui visione ha giocato un ruolo importante nell'agenda dei primi quattro anni della presidenza Bush. Alla tensione fra le due anime ha fatto riferimento sul New York Times Lawrence Eagleburger, segretario di Stato dell'amministrazione di George Bush sr.:"Forse è troppo forte parlare di scontro per l'anima di John McCain, ma sono convinto che c'è almeno un tentativo, non posso provarlo, ma sono preoccupato " ha detto l'esponente della corrente dei realisti Il più profondo legame tra McCain ed i neocon è la ferma convinzione del candidato Gop della necessità di andare avanti in Iraq, ma il senatore condivide anche la loro linea dura con la Russia e la proposta di un nuovo organismo internazionale composto solo di democrazie a bilanciare le Nazioni Unite, la cui inefficienza nel rispondere rapidamente alle crisi è stata oggetto di pesanti critiche da parte della galassia, che è ristretta in verità, neocon. Da parte sua McCain liquida queste preoccupazioni, sostenendo che riceve consigli da "un ampio spettro di persone con le quali parlo, ascoltando i loro consigli e leggendo quello che scrivono". E la sua campagna fa un nome per tutti: Henry Kissinger, l'ex segretario di Stato simbolo stesso della linea del pragmatismo in politica estera. "Di solito non do un input diretto ai suoi discorsi o alle sue dichiarazioni, quando ci incontriamo a pranzo o a cena, o mi viene a trovare a casa abbiamo discussioni filosofiche", ha detto al Times Kissinger che si definisce un "grande sostenitore del senatore". ( R.E.) La mano delle varie anime del partito repubblicano nelle scelte di politica estera del candidato alla presidenza. Secondo il "New York Times", nello staff è scontro Il senatore dell'Arizona e candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain (Reuters).

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Nato, Mosca contro Kiev: <Pronti a misure militari> (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 12-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

MONDO 12-04-2008 DIPLOMAZIA E SICUREZZA Alza i toni anche il ministro degli Esteri Lavrov che minaccia "gravi ripercussioni" Mentre la Duma è disposta a tagliare da subito i contatti con l'industria bellica ucraina Nato, Mosca contro Kiev: "Pronti a misure militari" DI GIOVANNI BENSI N uove bordate da Mosca contro il possibile ingresso di U- craina e Georgia nella Nato. Se ciò avvenisse, ha detto il capo di Stato maggiore delle Forze armate Jurij Balujevskij, la Russia prenderà "misure militari e di altra natura", cioè "decisioni per garantire i propri interessi ai suoi confini". Poco prima il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in un'intervista alla radio Ekho Moskvy aveva dichiarato che la Russia "farà di tutto per impedire l'accoglienza nella Nato di Ucraina e Georgia". Se, aveva aggiunto, l'ingresso di queste repubbliche nell'Alleanza avrà luogo, "i rapporti della Russa con la Nato peggioreranno bruscamente ". Da parte sua, il capo della commissione della Duma per gli Affari internazionali Konstantin Kosaciov ha osservato che, in caso di ingresso dell'Ucraina nella Nato, la collaborazione di questa repubblica con l'industria bellica russa "cesserà Capo di Stato maggiore russo: "Se l'Ucraina entra nell'Alleanza difenderemo i nostri interessi" completamente". Egli ha ammesso che per la Russia un tale scenario sarebbe "un problema", ma per l'Ucraina diverrebbe "una catastrofe " perché i suoi produttori non troverebbero uno sbocco sui mercati europei. Ci si è messo anche il portavoce ufficiale del ministero degli Esteri russo Mikhail Kamynin il quale, alla vigilia dell'arrivo a Mosca del capo della diplomazia ucraina Volodymyr Ohryzko, ha dichiarato che "Mosca considera l'avvicinamento del blocco militare Nato alle frontiere della Russia una minaccia diretta alla sicurezza del Paese". Ohryzko giungerà a Mosca martedì prossimo, nel quadro degli incontri periodici fra i responsabili della politica estera dei due Paesi. Uno dei maggiori problemi nei rapporti fra Mosca e Kiev, ha detto Kamynin, è rappresentato "dalla linea della dirigenza ucraina rivolta all'integrazione nella Nato", ed ha continuato: "Le dichiarazioni che questo processo non è diretto contro la Russia non possono soddisfarci". Intanto il ministero degli E- steri ucraino ha inviato una nota al suo equivalente russo per chiedere "immediate spiegazioni" su quanto ha scritto alcuni giorni fa il quotidiano moscovita Secondo questo giornale, nel suo discorso "segreto" al recente vertice della Nato a Bucarest, il presidente russo Vladimir Putin, rivolgendosi al suo omologo americano George W. Bush, avrebbe detto: "Tu sai bene, George, che l'Ucraina non è neppure uno stato. Che cos'è l'Ucraina? Una parte del suo territorio è Europa orientale, ed una parte, per giunta notevole, gliel'abbiamo regalata noi". Queste parole attribuite a Putin non sono state ufficialmente né confermate, né smentite. Lo stesso ministro Ohryzko ha espresso l'opinione che "simili dichiarazioni da parte della Russia possono frenare lo sviluppo dei rapporti ucraino-russi". Kommersant. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov con il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon (Ap).

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Free trade si scrive colombia si legge pennsylvania (sezione: Estero USA)

( da "Riformista, Il" del 12-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Free trade si scrive colombia si legge pennsylvania I democrat bocciano l'alleato più fedele e anche Hillary si scopre no global All'apparenza è un trattato commerciale come tanti. Trattati che da decenni il Congresso degli Stati Uniti è abituato a ratificare rapidamente, seguendo la procedura fast track . Eppure intorno e a causa dell'accordo con la Colombia si è scatenata una battaglia senza precedenti. Che mette in causa - oltre all'attaccamento americano al free trade spirit - scelte cruciali di politica estera e di politica economica. E evidenzia una imbarazzante crisi d'identità nella famiglia democrat. L'accordo con la Colombia è stato firmato dal presidente nel 2006 e prevede l'abbattimento di una serie di barriere tariffarie. Giovedì la Camera dei Rappresentanti - come preannunciato dalla speaker Nancy Pelosi la sera prima - ne ha congelato la ratifica a tempo indeterminato. Pare un tecnicismo ma è la prima volta da decenni che il Congresso "boicotta" la corsia prioritaria - approvazione entro 90 giorni - riservata ai trattati commerciali conclusi dalla Casa Bianca. Un'iniziativa che - a sentire Bush - "danneggia la nostra economia, la nostra sicurezza e i nostri rapporti con un alleato fondamentale". L'alleato più fedele in quello che fu "il cortile di casa" latinoamericano, ma che dopo questi due mandati e l'ascesa del chavismo, è diventato un luogo ostile. Con l'eccezione di rilievo proprio della Colombia di Uribe che "si oppone alle forze anti-americane della regione" come ha spiegato Condoleezza Rice. E che da anni viene lautamente finanziata e aiutata dagli Stati Uniti nella sua guerra anti-narcos. Ma la politica estera e la Colombia in questa vicenda contano fino a un certo punto. Anche se i sindacati statunitensi, come il potente Afl - Cio, denunciano la passività di Bogotà di fronte all'uccisione di tanti sindacalisti locali. Contano parecchio invece le inquietudini di un'America che - in questa stagione elettorale - teme di essere inghiottita dalla recessione. Nancy Pelosi ha fatto sapere che i suoi congressisti potrebbero dare il via libera al trattato qualora il Presidente accettasse nuove misure di sostegno alle fasce sociali più vulnerabili. Poco meno di un ricatto politico secondo i repubblicani. Ma che mette in difficoltà anche i democrat. E innanzitutto i "new democrat" clintoniani chiamati a rinnegare i principi del libero scambio. Conquistando così il voto dei blue collar con il rischio però di perdere il sostegno dei tanti generosi sostenitori della business community . Lo stesso caso Penn - che ha dato visibilità mediatica alla vicenda colombiana - illustra bene il mutamento avvenuto in casa dei democratici. Principale stratega della campagna elettorale di Hillary Clinton nonché capo del gigante delle pubbliche relazioni Burson-Marsteller, Penn è stato costretto a rinunciare all'incarico perché aveva tra i suoi clienti il governo colombiano. Un caso classico di conflitto d'interessi visto che Penn sosteneva il trattato per conto dei colombiani e lavorava al contempo per la Hillary che a quel trattato è contraria. Conflitto d'interessi che rivela però anche un dissidio politico. Il Penn che promuoveva l'immagine clintoniana negli anni della Casa Bianca non avrebbe mai avuto problemi per un accordo di libero scambio. Al netto della discutibile ubiquità del leggendario pierre, il vero caso politico si annida a casa Clinton. Dove la moglie del presidente più free trade della recente storia americana oramai coltiva simpatie protezionistiche. E una buona fetta del partito si è spostato su queste posizioni seguendo l'esempio di John Edwards, precocemente uscito di scena in queste primarie. Nel 2004 Edwards si presentava come un brillante "new democrat" clintoniano di successo. Nel 2008 è diventato il portavoce delle ansie degli operai americani. La paura del lavoro che - seguendo la delocalizzazione delle imprese - fugge all'estero. Il timore della concorrenza sleale o presunta tale dei prodotti che dall'estero arrivano. Temi - e bacino dei voti - che, eliminato dalla corsa Edwards, Obama e la Hillary si litigano aspramente. Tanto più quando le primarie toccano gli stati più colpiti dalla crisi economica. Così è stato per il Nafta - l'area nordamericana di libero scambio creata durante la presidenza Clinton - prima del voto in Ohio. Così è adesso per la Colombia in attesa della partita che si svolgerà il 22 Aprile in Pennsylvania. 12/04/2008.

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Mentana: <Un duello senza pathos> (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

N. 89 del 2008-04-13 pagina 6 Mentana: "Un duello senza pathos" di Fabrizio De Feo I vertici del Partito democratico lamentano l'eccessiva durata delle reclame durante l'intervento del loro leader? È una polemica insignificante... da Roma Enrico Mentana, il giorno dopo cosa le rimane del confronto a distanza Berlusconi-Veltroni? È soddisfatto per come si è svolto o c'è il rimpianto per qualcosa che non è andato come avrebbe voluto? "I rimpianti non servono a niente. La puntata è venuta come immaginavo e volevo. Avevo detto ai telespettatori prima che iniziasse che non volevo mettermi in mostra e che volevo che fossero le risposte le protagoniste piuttosto che le domande. Essendo l'ultima occasione di confronto prima del voto era giusto permettere ai telespettatori di confrontare le ricette dei due protagonisti. Il mio dovere era solo quello di incalzarli su temi su cui non avrebbero parlato autonomamente come la mafia e il sindacato". Come è stata la preparazione dell'evento? Ha sentito l'emozione del prepartita? "Non voglio sembrare immodesto ma ho fatto abbastanza nella mia carriera per dire che non ho sentito particolare emozione. Durante il resto della giornata mi sono occupato d'altro. E non ho preparato una griglia di domande per non correre il rischio di non ascoltare le risposte". Il verdetto del pubblico dice ascolti record per Matrix e uno share più alto per Berlusconi rispetto a Veltroni. Come si spiega questa vittoria del candidato premier del Pdl? "Non voglio sembrare cerchiobottista a tutti i costi ma, così come in passato non avevo dato un particolare significato ai maggiori ascolti di Veltroni su Raidue, ribadisco che si tratta di classifiche che non hanno senso. L'ascolto, partendo dalla pubblicità di prima serata, ha un decollo lungo e l'inizio ha sicuramente condizionato le medie di Veltroni. Inoltre il pubblico di Canale 5 è più radicato al Nord dove Berlusconi è più forte. In ogni caso non è importante chi vince il confronto televisivo ma chi vince le elezioni". Il Pd si lamenta per la durata delle fasce pubblicitarie. "Mi sembrano polemiche insignificanti che inviterei tutti a relativizzare". Caso chiuso anche per la polemica finale con Berlusconi sul facsimile della scheda elettorale? "Nessun caso. Ho fatto solo il mio dovere". È stato difficile da orchestrare questo duello senza contraddittorio? "L'intenzione iniziale era quella di allinearli sulla stessa griglia di domande ma l'incipit di Berlusconi sulle bugie di Veltroni mi ha fatto subito intuire che sarebbe stata una pia illusione. Hanno stili troppo diversi. Uno è espositivo, l'altro è assertivo; uno è più ordinato, l'altro è più irrequieto. Sono diversi e ho voluto assecondarli nelle modalità con cui amano esprimersi". Come le sono sembrati Berlusconi e Veltroni? Chi era più in palla? "Tutti e due erano all'ultimo giorno di campagna elettorale e questo si sentiva. Non hanno fatto altro che ripetere la loro impostazione iniziale e hanno tentato di rimarcare le differenze che pure sono evidenti visto che sono animali politici diversissimi". Il sorteggio può aver favorito qualcuno? "È stato accettato da entrambi. In ogni caso quando due leader possono parlare davanti a sei milioni di telespettatori cosa possono volere di più dalla vita? Oltretutto io sono convinto che il 90% dei telespettatori sapesse già esattamente per chi votare. Io spero solo di aver fatto un esercizio corretto di servizio pubblico". Lei è dal '94 che conduce confronti. C'è stato qualcosa di davvero diverso in questo match? "La novità è che non si sono confrontati. Purtroppo ritengo che questa sia la modalità preferita dai politici, da tutti al di là delle dichiarazioni ufficiali. Forse ne guadagna la chiarezza con questa formula ma si perde il pathos e il confronto. Il problema è che la politica ingerisce su tutto e attraverso la Vigilanza ci dice quello che possiamo e non possiamo fare, dimenticando che i politici potrebbero benissimo rifiutare i faccia a faccia, senza bisogno di nascondersi dietro i regolamenti". A Matrix, così come in tutta la campagna elettorale, è stata praticamente bandita la politica estera. Perché? "Chi ne parla va incontro all'ostracismo del pubblico. Ma la politica estera non è stata la sola grande assente. Sono mancati i protagonisti, al di là dei leader, ed è risultato tutto strano e impoverito". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Nella campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica estera è stata ridotta a un’ (sezione: Estero USA)

( da "Stampa, La" del 13-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Nella campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica estera è stata ridotta a un'unica questione, come si fa con quelle pillole ricostituenti in cui convergono per miracolo tutte le vitamine: se i governi occidentali debbano andare o no alle Olimpiadi di Pechino. Se la torcia vada spenta oppure no. Nelle finali interviste tv, questa è stata l'unica martellante domanda ai candidati. Una delle questioni fondamentali dei nostri tempi - l'emergere della potenza cinese e la sua ascesa economica - è apparsa così all'orizzonte nella più falsata delle maniere. L'estrema semplificazione ha soppiantato l'analisi esigente, su come Cina e India stanno cambiando le nostre vite e su quel che ci spetta fare. I diritti dell'uomo e del Tibet hanno suscitato apprensioni singolari, spesso apparenti. In realtà sono stati adoperati per bendarci gli occhi davanti a quel che succede in noi stessi e fuori: per congelare la nostra visione del mondo, riesumando metodi e istinti ereditati dal conflitto con l'Urss. Ogni semplificazione abbreviatrice ha qualcosa di sordo, incompatibile con la conoscenza. Per capire un po' di più bisognava forse andare più di frequente al mercato, osservare il rincaro dei prezzi alimentari: cereali, pane, latte, riso. Quel che accade alle nostre bancarelle sta infatti accadendo sul pianeta, e ha come motore l'immane crescita della Cina oltre che dell'India. Crescita che significa, in ambedue i casi: più pane per tutti e più carne. Il popolo cinese sta uscendo dalla fame prodotta dal comunismo, e la novità è decisiva perché eravamo abituati a dirci che solo le democrazie saziano. La Cina, insomma, fa paura più che mai, e non solo perché reprime i tibetani. Spaventa perché ha cominciato a cibare i suoi poveri, perché è ormai una potenza economica, perché sta estendendo la propria influenza su continenti (Africa, America Latina) che l'Occidente rischia di perdere non avendo saputo assisterli. La difesa dei diritti tibetani è cosa giusta ma dietro di essa si nascondono motivazioni non sempre limpide, morali: alla pietas si mescola l'ipocrisia ma anche una passione profondissima e inconfessata: l'invidia, suscitata dalla forza cinese. Un'invidia che spiega appetiti nazionalisti e protezionisti che perversamente accomunano no-global, destre, sinistre radicali. Tremonti, ministro in pectore di Berlusconi, ripete che l'11 dicembre 2001, quando la Cina fu ammessa nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) fu traumatico come l'11 settembre. Nell'immaginazione dei popoli, la riuscita cinese ha connotazioni terroristiche, repellenti. Può anche esser positiva, spiega Tremonti, purché la risposta non sia il cosiddetto mercatismo, il governo mondiale del libero commercio: sarebbe l'"ultima pazzia ideologica del '900", il cui pantheon sarebbe la Wto. Per questo si schiaccia Pechino sull'esperienza dell'Urss: il suo balzo avanti scompiglia le carte di ieri, ma con quelle vecchie carte si continua a giocare. Guardare in faccia la vera Cina e il mondo significa capire gli errori altrui ma anche i propri: il protezionismo, e soprattutto l'indifferenza. Un'indifferenza più insidiosa dell'indifferenza ai diritti umani, perché ignora volutamente le complicazioni d'un Paese che ha cominciato a sfamare il proprio popolo. Un'indifferenza che disconosce gli effetti delle nostre politiche su Cina, India e i poveri della Terra. La Banca Mondiale ha calcolato che il caro-cibo affligge ben più dolorosamente i poveri che gli affluenti. Che passare dal consumo di pane alla carne è benefico e disastroso: per produrre un chilo di carne di maiale son necessari 3 chili di cereali, per produrre un chilo di carne di bue ce ne vogliono addirittura otto. Esistono i diritti tibetani ma anche il proliferare di sommosse della fame, che ci riguardano e implicano responsabilità dei ricchi su cui si tace. Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ricorda che i prezzi di tutti i cibi base sono aumentati dell'80 per cento in tre anni, e che 33 Paesi conoscono sommosse cruente: in Africa, Asia, America Latina. Di questi tumulti siamo in gran misura artefici, con la nostra cecità e insipienza: forse per questo preferiamo il Tibet, di cui artefici non siamo. Sono responsabili di egoismo gli Stati Uniti, e anche l'Europa. Gli studiosi sono espliciti: accanto alla domanda cinese e indiana, accanto al clima distruttore di raccolti, accanto al petrolio costoso per gli agricoltori, accanto al dollaro debole con cui si compra poca merce e che però resta moneta di riserva mondiale (l'Europa per proteggersi ha l'euro), c'è la disinvoltura unilaterale, impetuosa, sbadata, con cui Bush s'è gettato sulle bioenergie alternative: l'etanolo estratto da mais, che l'America produce con ingenti sovvenzioni. L'iper-produzione di questo etanolo ha contribuito enormemente al rincaro mondiale del cibo: diminuendo le superfici coltivabili per alimenti, abbattendo foreste. Una vignetta di Patrick Chappatte, sull'Herald Tribune dell'11 aprile, riassume perfettamente il dramma: in primo piano un grosso benestante signore fa il pieno dell'automobile a una pompa di etanolo, mentre due figurine magre, sullo sfondo, tendono la ciotola vuota implorando cibo. Alle suppliche il ricco replica: "Mi spiace, ho molto da fare: sto salvando il pianeta!". America e Europa hanno buona coscienza: raccontano a se stesse che l'etanolo permette di consumare energia e rispettare il clima. Ma è buona coscienza cinica: in realtà "divorano la ricchezza del mondo", scrive l'Economist del 6 dicembre. È stato calcolato che la stessa quantità di mais impiegata per i biocarburanti serve a fare un pieno di Suv e a produrre le calorie che sfamano un essere umano per un anno. Se questi temi fossero stati affrontati, il cittadino saprebbe le difficoltà che l'aspettano. Capirebbe che l'aumento dei prezzi del cibo non è occasionale, ma durerà. Perché il clima continuerà a produrre siccità, cicloni. Perché i nostri stili di vita non mutano. Perché l'illusione protezionista scansa l'urgenza: i negoziati commerciali, la comprensione di popoli diversi. La tendenza delle nazioni affluenti sarà di scaricare le difficoltà su altri, fingendo che il mondo sia quello del '900. Se non fosse così, discuteremmo di Pechino in modo fruttuoso. E non solo del Tibet ma anche delle comunità musulmane Uigur, perseguitate nel Turkestan orientale, o delle ciclopiche speranze di vita migliore legate alla crescita cinese. Evocheremmo anche quel che Pechino ha appreso, estendendo l'influenza in Africa e America Latina. Un'influenza non esclusivamente deleteria: su Birmania e Darfur il governo cinese sta compiendo passi avanti, anche se pochi l'ammettono. Sono fatte di tanti strati, le bende che ci rendono ciechi. C'è la nostra avversione all'Islam, che snebbia solo il Tibet. C'è una specie d'ignoranza militante dell'immenso sforzo cinese, non paragonabile a quello dell'Urss. Infine c'è il film tibetano che abbiamo in testa e che potremmo intitolare: Sogni Proibiti. È il sogno di una Cina che non cresce, denutrita, trascinata solo da fedi: esotica e separata come il Tibet. Anche il Tibet lo sogniamo a occhi aperti: non dimentichiamo che fra i rivoltosi in esilio ci sono forze, ostili al Dalai Lama, pronte a spastoiarsi dal pacifismo e desiderose di violenza: anche di violenza kamikaze, annuncia Tsewang Rigzin, presidente del Congresso giovanile tibetano. È un'occasione perduta, non aver pensato la questione cinese in campagna elettorale e continuare a coltivare, di essa, l'immagine repulsiva che consente di non parlare di noi, di come dobbiamo agire, cambiare. Siamo ben regrediti rispetto alla campagna del 2006, quando Prodi ci provò e disse che con questa Cina bisognava negoziare un esigente governo del mondo, non chiudendoci ma aprendole le porte e i porti.

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Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 13-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

La mossa del candidato alla nomination democratica per contrastare le voci che lo vogliono filoarabo e anti-israeliano Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele Stefania Podda Non l'aveva mai fatto nessuno, ma nessuno ne ha più bisogno di lui. Lo accusano di essere ostile ad Israele, di voler dialogare con l'Iran e con Hamas, di essere smaccatamente filopalestinese. Di più. Di lui, dicono che sia un antisemita, un musulmano sotto mentite spoglie, uno che giura sul Corano e non sulla Bibbia. Insomma, un nemico degli ebrei d'America e di Israele. Uno a cui è meglio non dare il proprio voto. E lui, Barack Obama, bersagliato da una martellante campagna sui blog, ha infine deciso di rilanciare con lo stesso mezzo. Così, per rassicurare e informare il pubblico israeliano, e quello americano, ha aperto un blog in ebraico. Una foto del senatore dell'Illinois, una grafica sobria e la riproduzione integrale del discorso che il candidato alla nomination democratica pronunciò davanti alla platea dell'Aipac, l'American Israel Public Affairs Commettee, potente gruppo di pressione che promuove l'amicizia tra Israele e gli Usa. Un discorso fatto in tempi non sospetti, era il marzo del 2007, la nomination sembrava improbabile, e quello era il primo intervento sulla politica estera in veste di candidato ufficiale. Obama aveva ricordato il suo viaggio in Terra Santa come un'esperienza fondante della sua vita, aveva parlato di Israele come di uno dei più importanti alleati di Washington e aveva detto di considerare la sua sicurezza "sacrosanta". Eppure il pronunciamento davanti all'Aipac, e il plauso della platea, non è servito ad evitare a Barack Obama una campagna diffamatoria, di sconcertanti e inedite proporzioni. Nessuno sa come sia cominciata e soprattutto nessuno sa come fermarla. E' partita su alcuni blog, come quello di Debbie Schlussel, autrice di un articolo dal titolo: "Barack Hussein Obama: once a Muslim, always a Muslim". E' seguita una campagna di e-mail e interventi in rete, sino a quando l'idea che Obama sia un musulmano, più o meno dichiarato, non è passata nel senso comune. Con il risultato che oggi, nei sondaggi, solo una minoranza sa che il senatore dell'Illinois è in realtà cristiano. Da musulmano ad amico dei terroristi e nemico di Israele, il passo è poi stato breve. I suoi mentori, amici e consiglieri sono stati passati al vaglio, e bocciati. Gli è stato rinfacciato lo stretto legame con il pastore Jeremiah Wright, hanno messo il controverso Louis Farrakhan, il leader della Nazione dell'Islam, tra i suoi sostenitori, e infine hanno fatto il conto dei filopalestinesi tra i suoi consiglieri. L'ultimo a essere finito nel mirino, è stato l'ex generale Merril Tony McPeak, consulente militare e copresidente della campagna elettorale. La rivista "American Spectator" ha ripubblicato una sua intervista di cinque anni fa, in cui affermava che l'importanza del voto degli ebrei americani era alla base dell'inerzia della politica estera per il Medio Oriente, e dunque della mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Stampa e blog hanno sottolineato poi con disappunto l'arrivo nello staff di Robert Malley, ex consigliere di Bill Clinton a Camp David, uno dei pochi a dire che nel 2000 l'accordo fallì per l'intransigenza di Ehud Barak, e non dei palestinesi. Quanto a Obama, ha fatto di tutto per respingere le critiche e demolire l'immagine di candidato pericoloso per la sicurezza di Israele. In realtà nulla, nelle sue dichiarazioni, autorizza a pensare che la sua linea sia diversa da quella mainstream tra i democratici. Nulla, insomma, su questo tema specifico, lo distingue da Hillary Clinton, la sua diretta antagonista, la candidata ideale in continuità con l'eredità lasciata dal marito presidente. A parte una maggiore sensibilità per il mondo arabo, visto come un potenziale alleato da cooptare nella lotta al terrorismo, dopo la contrapposizione frontale dell'era Bush. Sul Medio Oriente, il senatore è per la linea dei due Stati e per Israele come Stato ebraico. Quanto ad Hamas, è per il dialogo a patto che il movimento islamico riconosca Israele. E questo, in aperta polemica con il finanziere George Soros che, in un articolo pubblicato sulla New York Review of Books, ha accusato l'Aipac e la lobby ebraica di condizionare la politica americana, negando la possibilità di un dialogo con Hamas. Obama è stato netto: "Gli Usa - ha detto - hanno ragione a insistere che Hamas, un'organizzazione terrorista che vuole distruggere Israele, rispetti le condizioni minime per essere considerato un attore legittimo. L'Aipac è una delle tante voci a condividere questa idea". Una posizione accorta, che gli ha alienato la simpatia di una parte della sinistra più liberal. Anche sull'Iran, la sua idea è quella della maggior parte dei Democratici: il programma nucleare è una minaccia per Israele, ma sarebbe preferibile risolvere la questione con la diplomazia, e non con un'altra guerra dall'esito difficilmente prevedibile. Infine, Obama ha chiarito senza ambiguità il capitolo delle amicizie potenzialmente imbarazzanti. Ha preso le distanze dal reverendo Wright, dicendo di non condividerne le sortite razziste, e soprattutto ha respinto l'abbraccio mortale di Farrakhan, definendo "inaccettabili e riprorevoli" i suoi attacchi agli ebrei e a Israele. Per il resto, Obama si è dato da fare a tutto campo per corteggiare e convincere una fetta consistente e influente di elettorato. Per la festa di Purim, cara soprattutto agli eberi della Diaspora, ha spedito i suoi auguri - a nessun politico era mai venuto in mente di farlo - e sottolineato come questa ricorrenza sia "strettamente legata alla determinazione che Israele rimanga un luogo sicuro e vitale e che l'antisemitismo venga combattuto ovunque si manifesti". Ora l'idea del blog su misura per Israele che segue con più interesse che apprensione la parabola del senatore che potrebbe diventare il prossimo presidente degli Stati uniti. Il suo staff ha lavorato giorno e notte perché il sito fosse pronto prima delle primarie in Pennsylvania, dove è presente una forte comunità ebraica. Un test importante per capire se quel bacino di voti sia davvero ancora terreno di caccia per la sola Hillary Clinton. 13/04/2008.

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Bush e le <torture>: sapevo, nessun problema (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-13 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Casa Bianca L'Amministrazione e lo scandalo del waterboarding Bush e le "torture": sapevo, nessun problema Il presidente sugli interrogatori dei "terroristi" A presiedere gli incontri fu Condoleezza Rice: fu lei ad avere un ruolo decisivo nel dare il via libera alla Cia WASHINGTON - George Bush sapeva che i suoi principali collaboratori discussero nei dettagli e approvarono l'uso della tortura negli interrogatori contro i presunti terroristi di Al Qaeda. Il presidente americano autorizzò gli incontri, che andarono avanti per molti mesi mentre la Cia preparava il programma delle cosiddette "tecniche avanzate", che includeva il waterboarding (dove il sospetto ha la sensazione di annegare) e altri metodi come la privazione del sonno e schiaffeggiamenti a mano aperta. E' la prima volta che George Bush fa un'esplicita ammissione in proposito. "Lo abbiamo fatto per proteggere il popolo americano. Sapevo che il mio team per la sicurezza discuteva di questo e ho approvato", ha detto il presidente in un'intervista alla rete televisiva Abc dal suo ranch di Crawford, in Texas. Secondo Bush, non ci dovrebbe essere alcuna sorpresa che il vice-presidente Dick Cheney, l'allora consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice, l'ex segretario di Stato Colin Powell, l'ex ministro della Difesa, Donald Rumsfeld e gli altri si siano occupati in dettaglio del problema: "L'ho già detto al Paese e ho detto che era legale, avevamo pareri giuridici che ci permettevano di farlo. E non avevo alcun problema nel capire chi fosse Khalid Sheikh Mohammed, è importante che gli americani lo sappiano: è l'uomo che ha ordinato le stragi dell'11 settembre". L'intervista di Bush segue le rivelazioni della Abc, seguite dalle dichiarazioni di un ex agente dei servizi all'Associated Press, sul coinvolgimento diretto dei vertici della Casa Bianca nell'autorizzazione dell'uso del waterboarding e delle altre tecniche coercitive, che però l'Amministrazione Bush si è sempre rifiutata di definire torture, nonostante la dottrina giuridica internazionale non abbia dubbi in proposito. A presiedere gli incontri fu l'attuale segretario di Stato, Condoleezza Rice, che ebbe un ruolo decisivo nel dare il via libera alla Cia, schierandosi con Cheney, Rumsfeld e George Tenet, al tempo direttore della Cia, e passando oltre le obiezioni di Colin Powell, che invece era preoccupato dell'immagine internazionale degli Stati Uniti dopo le rivelazioni sul carcere di Abu Ghraib. Perfino l'Attorney General, John Ashcroft, che pure era considerato un falco, sollevò qualche perplessità: "Perché discutiamo di questo alla Casa Bianca? La Storia non ci giudicherà con favore", avrebbe detto il ministro della Giustizia secondo la Abc. Ma Rice non si fece impressionare: "Questa è la vostra creatura: andate avanti", fu la frase, non smentita, con cui diede il via libera agli uomini della Cia. Le rivelazioni rischiano di nuocere politicamente a Condoleezza Rice, il cui nome è stato avanzato come uno dei possibili candidati alla vice-presidenza con il repubblicano John McCain. Il senatore dell'Arizona è infatti un fermo oppositore della tortura e considera il waterboarding una delle forme peggiori. Paolo Valentino Leader In alto, il presidente degli Stati Uniti George Bush. Qui sopra, il segretario di Stato Condoleezza Rice. Il presidente, d'accordo con i suoi consiglieri, approvò le tecniche dure di interrogatorio Tecnica Tortura Il waterboarding è considerata internazionalmente una forma di tortura Annegamento Utilizzata dalla Cia per ottenere informazioni, per esempio, da una delle "menti" dell'11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed (foto sopra), prevede l'uso di acqua versata in gran quantità sul viso del prigioniero per simulare l'annegamento DAL NOSTRO CORRISPONDENTE.

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LA LUNGA VITA DI MOLOTOV FEDELE SERVITORE DI STALIN (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-04-13 num: - pag: 31 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano LA LUNGA VITA DI MOLOTOV FEDELE SERVITORE DI STALIN Molotov Michailovic Skrjabin, politico russo, quasi delfino di Stalin e distintosi nella Rivoluzione d'Ottobre fu presidente del Consiglio dei commissari del popolo (1930-1940), partecipò alle conferenze di Potsdam e Teheran. Ma dopo il 1953 (morte di Stalin), perdette parte del suo peso e, sfiduciato dal Politbjuro, fu allontanato fino a rappresentare l'Unione Sovietica in Mongolia. Dietro questo suo tramonto c'è la mano di Kruscev, con le sue posizioni più flessibili. Come mai un uomo con queste caratteristiche e tale esperienza, non riuscì a contare nell'Unione Sovietica del dopo Stalin? è possibile che non avesse previsto che dopo la scomparsa del capo supremo, non ci sarebbe stato spazio per lui? Tra l'altro, se non si leggono specifici libri è quasi sconosciuto nella storia europea. Martino Salomoni martinosalomoni@tiscali.it Caro Salomoni, I l suo vero nome fu Vyaceslav Michailovic Skrjabin. Molotov (dal russo "molot", martello, maglio) è il bellicoso nome di battaglia che scelse durante gli anni rivoluzionari. Ero a Mosca nel-l'estate del 1986 quando Moscow News, edizione in lingua inglese di Moskovskie Novosty, mandò un redattore a intervistarlo nella casa in cui abitava. Apprendemmo così che era ancora vivo e che Gorbaciov, da poco più di un anno segretario generale del partito, aveva deciso di restituirgli una certa visibilità. Ma le domande del giornale e le risposte del vecchio bolscevico erano generiche e prive di qualsiasi interesse. Capimmo più tardi che il nuovo leader voleva fare pulizia nel passato sovietico e aveva affidato alla Commissione di controllo del partito il compito di riabilitare un certo numero di epurati (molti dei quali già morti) e di promuovere una sorta di riconciliazione nazionale. Molotov morì nel novembre del 1986 all'età di 96 anni. Ma non vi furono, salvo errore, né cerimonie pubbliche né necrologi. Era davvero così abile e intelligente come lei, caro Salomoni, sembra credere? In un libro recente sull'Operazione Barbarossa, che verrà pubblicato fra poche settimane anche in Italia, lo storico d'origine ungherese John Lukacs parla dell'incontro di Molotov a Berlino con Hitler nel novembre del 1939 e lo definisce "uno zuccone legnoso e privo d'immaginazione". Aveva certamente alcune doti del negoziatore: era tenace, testardo, impassibile. Ma il suo merito maggiore fu quello di essere fedele a Stalin. Al XVIII Congresso del partito, nel 1939, fu uno dei pochissimi leader bolscevichi della prima generazione sfuggito alle purghe degli anni precedenti. Quando Stalin volle imprimere una svolta filo-tedesca alla politica estera del-l'Urss, Molotov divenne commissario per gli Affari esteri al posto di Maksim Litvinov, il diplomatico che temeva la Germania di Hitler e desiderava concludere accordi di sicurezza collettiva con le democrazie europee. Da quel momento Stalin ebbe al suo fianco un uomo che lo avrebbe obbedito, come dice il motto dei gesuiti, "perinde ac cadaver", al modo di un cadavere. Ne dette una prova nel 1948 quando il suo padrone mandò al confino nel Kazakistan sua moglie, l'ebrea Polina Semionovna Zhemchuzhina, membro del Comitato centrale e ministro della Pesca. Era colpevole di avere avuto un incontro fraterno con Golda Meir, da poco ambasciatore d'Israele a Mosca, e di averle detto in yiddish: "Sono una figlia del popolo ebraico". Il suo eclisse, dopo la morte di Stalin, fu graduale. Per breve tempo fece parte, con Malenkov e Berija, del triumvirato che governò il Paese. Poi, quando cominciò la lotta per il potere e Kruscev s'impadronì del partito, Molotov ebbe una sorte migliore di quella di Berija, ucciso nell'estate del 1953. Conservò il ministero degli Esteri, continuò a far parte dello "stato maggiore" del partito e complottò probabilmente per sostituire Kruscev. Ma questi, non appena ritenne giunto il momento di eliminare qualche ingombrante concorrente, lo privò delle sue funzioni maggiori e gli dette un paio di modesti incarichi diplomatici in Mongolia e a Vienna. Nel 1962, infine, fu addirittura espulso dal partito: una umiliante morte civile, ma pur sempre una sorte meno crudele di quella che Stalin, con il suo aiuto, aveva inflitto alla vecchia guardia.

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Mentana: "Un duello senza pathos" (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

N. 89 del 2008-04-13 pagina 0 Mentana: "Un duello senza pathos" di Fabrizio De Feo I vertici del Partito democratico lamentano l'eccessiva durata delle reclame durante l'intervento del loro leader? è una polemica insignificante... da Roma Enrico Mentana, il giorno dopo cosa le rimane del confronto a distanza Berlusconi-Veltroni? è soddisfatto per come si è svolto o c'è il rimpianto per qualcosa che non è andato come avrebbe voluto? "I rimpianti non servono a niente. La puntata è venuta come immaginavo e volevo. Avevo detto ai telespettatori prima che iniziasse che non volevo mettermi in mostra e che volevo che fossero le risposte le protagoniste piuttosto che le domande. Essendo l'ultima occasione di confronto prima del voto era giusto permettere ai telespettatori di confrontare le ricette dei due protagonisti. Il mio dovere era solo quello di incalzarli su temi su cui non avrebbero parlato autonomamente come la mafia e il sindacato". Come è stata la preparazione dell'evento? Ha sentito l'emozione del prepartita? "Non voglio sembrare immodesto ma ho fatto abbastanza nella mia carriera per dire che non ho sentito particolare emozione. Durante il resto della giornata mi sono occupato d'altro. E non ho preparato una griglia di domande per non correre il rischio di non ascoltare le risposte". Il verdetto del pubblico dice ascolti record per Matrix e uno share più alto per Berlusconi rispetto a Veltroni. Come si spiega questa vittoria del candidato premier del Pdl? "Non voglio sembrare cerchiobottista a tutti i costi ma, così come in passato non avevo dato un particolare significato ai maggiori ascolti di Veltroni su Raidue, ribadisco che si tratta di classifiche che non hanno senso. L'ascolto, partendo dalla pubblicità di prima serata, ha un decollo lungo e l'inizio ha sicuramente condizionato le medie di Veltroni. Inoltre il pubblico di Canale 5 è più radicato al Nord dove Berlusconi è più forte. In ogni caso non è importante chi vince il confronto televisivo ma chi vince le elezioni". Il Pd si lamenta per la durata delle fasce pubblicitarie. "Mi sembrano polemiche insignificanti che inviterei tutti a relativizzare". Caso chiuso anche per la polemica finale con Berlusconi sul facsimile della scheda elettorale? "Nessun caso. Ho fatto solo il mio dovere". è stato difficile da orchestrare questo duello senza contraddittorio? "L'intenzione iniziale era quella di allinearli sulla stessa griglia di domande ma l'incipit di Berlusconi sulle bugie di Veltroni mi ha fatto subito intuire che sarebbe stata una pia illusione. Hanno stili troppo diversi. Uno è espositivo, l'altro è assertivo; uno è più ordinato, l'altro è più irrequieto. Sono diversi e ho voluto assecondarli nelle modalità con cui amano esprimersi". Come le sono sembrati Berlusconi e Veltroni? Chi era più in palla? "Tutti e due erano all'ultimo giorno di campagna elettorale e questo si sentiva. Non hanno fatto altro che ripetere la loro impostazione iniziale e hanno tentato di rimarcare le differenze che pure sono evidenti visto che sono animali politici diversissimi". Il sorteggio può aver favorito qualcuno? "è stato accettato da entrambi. In ogni caso quando due leader possono parlare davanti a sei milioni di telespettatori cosa possono volere di più dalla vita? Oltretutto io sono convinto che il 90% dei telespettatori sapesse già esattamente per chi votare. Io spero solo di aver fatto un esercizio corretto di servizio pubblico". Lei è dal '94 che conduce confronti. C'è stato qualcosa di davvero diverso in questo match? "La novità è che non si sono confrontati. Purtroppo ritengo che questa sia la modalità preferita dai politici, da tutti al di là delle dichiarazioni ufficiali. Forse ne guadagna la chiarezza con questa formula ma si perde il pathos e il confronto. Il problema è che la politica ingerisce su tutto e attraverso la Vigilanza ci dice quello che possiamo e non possiamo fare, dimenticando che i politici potrebbero benissimo rifiutare i faccia a faccia, senza bisogno di nascondersi dietro i regolamenti". A Matrix, così come in tutta la campagna elettorale, è stata praticamente bandita la politica estera. Perché? "Chi ne parla va incontro all'ostracismo del pubblico. Ma la politica estera non è stata la sola grande assente. Sono mancati i protagonisti, al di là dei leader, ed è risultato tutto strano e impoverito". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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