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Scuola (1)
La
missione dimenticata - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 25-08-2008)
Argomenti: Scuola
( da "Repubblica, La" del 25-08-2008)
Argomenti: Scuola
Commenti LA MISSIONE
DIMENTICATA (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) In Italia, paese senza
"grandeur" dove i ministri sono i primi a sbeffeggiare alla bandiera
nazionale, il segnale della fine della ricreazione lo dà la voce gentile ma
ferma della ministra dell'istruzione pubblica: cinque
in condotta, grembiulino per i piccoli e gerarchia per tutti. Gli insegnanti
meridionali in particolare sono nell'occhio del ciclone: abbassano la qualità
della scuola italiana, dovranno fare corsi di
riqualificazione. I mezzi? li daranno i risparmi sugli sprechi. Non è un
messaggio confortante, anzi sembra proprio confermare quello che ha scritto
Galli della Loggia (Corriere della sera, 21 agosto) sul sostanziale disprezzo
con cui i ministri attuali guardano alla scuola. Hanno
ragione? secondo lui sì, perché la scuola italiana non
ha al suo centro "un'idea, una visione generale del mondo". Tra la
minuteria pedagogica della ministra e la visione del mondo c'è posto per tutte
le nostre lagnanze. Quando si parla della scuola è
facile evadere nelle opposte direzioni delle grandi prospettive ideologiche e
della minuta quotidianità. Da tempo i ministri che si succedono, in mancanza di
risorse, si limitano a ritocchi dell'intonaco invece di verificare lo stato
delle fondamenta e dei muri portanti: non c'è ministro che non abbia modificato
il sistema dei voti o la formula degli esami di maturità. Sullo sfondo si svolge il grande dibattito ideologico ed è sempre pronto a
riaccendersi lo scontro fra laici e cattolici, fra scuola statale e scuola privata. Oggi la scuola statale è la grande accusata. Se ne ricerca il cuore
identitario: che deve "aprirsi al contesto territoriale", afferma la
ministra; deve riappropriarsi di "un'idea del nostro passato", dice
più ambiziosamente Galli della Loggia. In materia di ideologie, a costo
di apparire del tutto fuori tempo tra i cultori di questa "incerta
modernità", vorremmo ricordare la frase di un filosofo che era di moda
citare in un non lontano passato: non è la coscienza a determinare le condizioni
sociali, sono le condizioni sociali a premere in modo determinante sulla
coscienza. Dalle condizioni sociali in cui si svolge la scuola
nasce una disaffezione profonda e diffusa; nasce anche un minaccioso processo
di produzione di disadattati. Gli studenti che si preparano a tornare a scuola troveranno ancora una volta edifici malconci, docenti
demotivati e mal pagati; non potranno contare sulla biblioteca della scuola per studiare ? anche se tutti sanno che è la
biblioteca pubblica il luogo dove si impara a studiare,
a confrontare le idee, a informarsi liberamente. Le famiglie dovranno ancora
una volta acquistare chili e chili di libri: e non sarebbe un gran male, anche
se nel nostro paese la spesa in libri scolastici appartiene al genere
voluttuario ed è vissuta come una violenza intollerabile da chi è pronto a fare
ogni genere di sacrifici per i consumi voluttuari dei figli, incluse auto dalla
potenza assassina. Ma il fatto è che quei libri si chiamano "di
testo", sono quelli che i professori "adottano" (talvolta dopo
averli partoriti) e sono destinati a morire dopo un anno o poco più, sostituiti
da stampe "aggiornate" da un'industria editoriale che è facile
criticare ma che nessuno vuole in realtà sostituire. è più facile prendersela
coi sintomi che affrontare le cause della malattia. Una malattia che avanza:
oggi il libro di testo ha proliferato ben al di là delle scuole secondarie e ha
messo radici all'università, come prodotto della famigerata formula del 3x2.
Dunque libro di testo e telefonino saranno ancora gli strumenti scolastici, il
primo desueto, ingombrante, spesso mai aperto, il secondo pronto a sfornare
compiti già fatti senza bisogno di perdere tempo nell'aula dei computer ? che
dovrebbe esserci ma in genere non c'è. Ma il punto è un altro: che cosa attende
il giovane al termine dei suoi studi, quando la rivoluzione del sistema in atto
gli dirà con un voto finalmente e chiaramente espresso in numeri se ce l'ha
fatta o no? quale immagine del suo futuro gli propone il luogo deputato agli
studi e alla disciplina sociale? è qui che si deve misurare la salute della scuola come sistema di promozione del paese, nelle
aspettative che suscita e nelle risposte che dà. Oggi tutti sanno che il
sistema sfocia sul vuoto. Lo sanno per primi i giovani. La società italiana non
premia i migliori. A nessun livello. Per gli impieghi pubblici, più degli studi
valgono le reti del potere locale e nazionale e la forza delle corporazioni di
ogni genere. E non parliamo del potere economico, che seleziona e forma le
nuove leve che gli servono senza tener conto dei percorsi scolastici. Nemmeno
la scuola di ogni ordine e grado funziona più col
sistema dei concorsi. E non sembra che ci si muova nel senso giusto per
cambiare le cose. Non è il caso di ripetere quel che è stato detto tante volte.
Certo, quando uno scienziato vince il Nobel è bello scoprire che ha i genitori
italiani. Ma perché oltre ai geni ereditari quell'italiano non ha trovato qui
un sistema in grado di farlo crescere? e dove vanno oggi gli italiani che
vogliono davvero studiare? il mondo è aperto, oggi: andare per il mondo a
costruire la propria vita è quello che tutti cercano di fare. C'è anche
un'emigrazione intellettuale accanto a quella dei disperati in cerca di lavoro.
Ebbene, il nostro paese ha un saldo intellettuale deficitario: vede partire i
migliori e intercetta solo una frangia trascurabile del grande movimento
migratorio di cervelli in cerca di formazione qualificata. Per questo si pone
oggi da noi con speciale, drammatica e poco avvertita urgenza il problema dei
finanziamenti destinati alla formazione e alla ricerca. Che sono scarsi lo
sappiamo. Che saranno ancora minori in futuro è già stato detto. Ma qual è, se
esiste, il criterio delle erogazioni? in questa stagione vediamo spuntare nella
pubblicità dei quotidiani tante sigle di scuole "alte",
"eccellenti", mentre la cronaca ci informa sullo stato comatoso di
antiche università che si dibattono in drammatici problemi di bilancio,
aumentano le tasse degli studenti, riducono i servizi, minacciano fallimento.
Si parla di fondazioni; e viene in mente il disastro dell'Alitalia e della sua
"bad company". Vedremo. Certo, le università non sono società
calcistiche. Se lo fossero qualcuno si preoccuperebbe. Statene sicuri. In una
situazione come questa tornare a ricercare nell'identità nazionale italiana
l'anima perduta della scuola è una fuga verso un
passato concluso. La scuola italiana ha conosciuto il
suo momento migliore non quando ha indottrinato gli italiani al culto dei
martiri risorgimentali o alla mistica del fascismo, ma quando ha dato ai figli
delle classi popolari gli stessi strumenti per comunicare che fino ad allora
erano riservati alle classi dominanti. Giuseppe Di Vittorio studiava il
vocabolario cercando di impadronirsi di tutte le parole come strumenti
essenziali nella lotta per i diritti dei lavoratori, Don Milani apriva ai suoi
scolari la via del riscatto sociale attraverso un duro lavoro sui linguaggi,
quello della letteratura e quello della matematica. Oggi la sfida che si
presenta alla rinnovata scuola pubblica è ancora una
volta la promozione sociale dei figli di quelle diverse culture che abitano la
penisola e che saranno la società italiana di domani. Ed è ancora alla scuola che si deve ricorrere come l'unica agenzia capace di
creare l'unità del paese non comunicando messaggi identitari precostituiti nei
laboratori pedagogici di un qualche ministero ma promuovendo la partecipazione
alla vita democratica di una società aperta attraverso la conoscenza e la
tutela dei diritti umani: una scuola che sia capace di
far apprendere ai suoi studenti i linguaggi necessari per accedere al possesso
e al rispetto del grandissimo patrimonio culturale italiano come un'eredità
vivente. è nella libertà e nell'apertura al dialogo accanto al duro e severo
lavoro dell'apprendimento che la scuola pubblica può
tornare a essere il luogo di formazione indispensabile per una moderna
democrazia: un luogo dove la ricerca sia aperta e non chiusa dogmaticamente su
identità territoriali, regionali, confessionali, calate dall'alto, sorvegliate
da agenzie ideologiche dominate dal sospetto e dalla volontà di dominio: o
peggio ancora, sorvegliate dai tutori di localismi tanto feroci quanto
fondamentalmente stupidi, incredibilmente stupidi, pronti come sono a credere
che il male venga da fuori, che la qualità degli insegnanti sia delimitata da
confini regionali e da latitudini geografiche.