HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di
|
DOSSIER “RIFORMA ELETTORALE!” |
|
top ARTICOLI DEL 23-3-2008 #TOP
Quelle
tre richieste (illegittime) di Berlusconi Nel '94 il pericolo era la
dissoluzione dello Stato, il prevalere della piazza. Ecco perché non sciolsi le
Camere ( da "Unita, L'"
del 23-03-2008)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Poi se, votando, la maggioranza non
cancella, la legge rimane. Ma questo del referendum, ripeto, è l'unico caso di
sovranità popolare diretta. (...) Fino all'articolo 2
abbiamo davanti una persona pienamente libera. All'articolo 3 nasce il valore
di giustizia che è al centro oggi di tante polemiche.
( da "Unita, L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Proposte di legge
Stai consultando
l'edizione del Quelle tre richieste (illegittime) di
Berlusconi Nel '94 il pericolo era "la dissoluzione dello Stato, il
prevalere della piazza. Ecco perché non sciolsi le
Camere" di Oscar Luigi Scalfaro IL LIBRO In una lunga intervista di Guido
Dell'Aquila il Presidente emerito della Repubblica racconta la sua esperienza
nell'Assemblea costituente, il clima e le passioni che poretarono
al varo della nostra Carta Costituzionale. Ne anticipiamo alcuni brani.
Ricordo che nel '94 chi era Presidente del consiglio venne da me al Quirinale
per comunicarmi che non aveva più la maggioranza in Parlamento. Parliamo sempre
di Berlusconi Sì. E mi chiese di sciogliere le Camere per tornare a votare. Mi
citò questo articolo: "La sovranità appartiene al popolo". Gli risposi: "Non puoi citare gli articoli a metà. La
Costituzione non è un affettato. L'articolo al quale ti riferisci continua
così: "... che la esercita nelle forme e nei limiti previsti...". Per dirla brutalmente: non è che comanda la
piazza. Noi abbiamo una democrazia con il suffragio universale, col voto
personale, eguale, libero e segreto - se non ha questi elementi non è un voto
serio - per scegliere delle persone che fanno le leggi, che eleggono il Capo
dello Stato, che mettono al mondo il Governo con la fiducia, lo mandano a casa
con la sfiducia. Infatti noi abbiamo una democrazia
parlamentare. Nascendo dopo una dittatura, questo popolo che è stato schiacciato,
riprende la sua sovranità e la esercita eleggendo
liberamente. In un solo caso noi abbiamo la democrazia diretta: il referendum. Cioè io popolo dico:
"Alt. Tutta la fiducia nei parlamentari, ma su questo tema questa legge che è nata non mi va. Voglio
votarla io". E abbiamo solo il referendum
abrogativo, cioè che cancella. Poi se, votando, la
maggioranza non cancella, la legge rimane. Ma questo del referendum, ripeto, è l'unico caso di sovranità popolare diretta. (...) Fino all'articolo 2 abbiamo davanti una persona
pienamente libera. All'articolo 3 nasce il valore di giustizia che è al centro
oggi di tante polemiche. "Infatti. La
giustizia non esiste se non ha, come filone portante, come spina dorsale,
l'eguaglianza: "Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge". Si direbbe che è la cosa più logica del mondo,
eppure questa cosa da noi è stata ferita seriamente. Tutto è cominciato qualche
anno fa, all'epoca del secondo governo Berlusconi, con la legge
sul falso in bilancio. Una legge imposta al Parlamento
con la motivazione che ormai questo reato è stato abolito dappertutto. E la
stessa cosa ho sentito dire in ambienti insospettabili. Mi ricordo una riunione
conviviale di cinque, sei, sette persone. Parlavamo di cose inutili come capita
fra persone importanti quando nessuno si sporge... io sono stato ministro dei
Trasporti, quindi ricordo anche le ferrovie, ho ancora l'orologio delle
ferrovie, e ricordo i treni di allora che avevano una scritta che, non essendo
più necessaria sui treni, è entrata nella vita politica, dei grandi docenti,
delle persone importanti: "È pericoloso sporgersi". Si leggeva sui finestrini di allora, ora invece si è spostata e
si è messa negli ambienti più vari. Ci sono persone che quando si muovono, parlano
o gestiscono le loro amicizie, danno la sensazione di incarnare
quell'ammonimento: "È pericoloso sporgersi". Si trovano ovunque,
persino su tutte e due le sponde del Tevere, che sono sponde importanti. A un
certo punto di quella cena dissi: "noi siamo in
un momento delicato, perché ci sono delle proposte di legge
che creano dei problemi interiori, dei problemi di etica". Poi, vedendo che con quella frase non riuscivo a svegliare il
discorso in nessuna maniera, aggiunsi: "Probabilmente non mi sono spiegato
bene: per me magistrato - forse un magistrato un po' spregiudicato nella
discussione, non penso di esserlo stato nell'amministrare la giustizia - il
discorso è serio. Voi cancellate il reato penale? A me non importa
niente. Diminuite anche la gravità dell'illecito amministrativo al falso in
bilancio? A me non importa niente. Mi interessa però una cosa, che noi
discutiamo questa legge mentre il Presidente del
Consiglio ha procedure pendenti per falso in bilancio. Questa coincidenza a me
interessa, perché noi ci muoviamo su un piano dove, evidentemente, si
infrangono i principi fondamentali. Mi insegnarono, ben prima
di studiare legge, che la legge
è una norma che si rivolge a una comunità". Tutti entrarono in
ritiro spirituale. Non disse più nulla nessuno e io rispettai questo momento di
sacra meditazione. Dopo il falso in bilancio abbiamo avuto una serie di leggi
fino a quella che diceva: "per cinque cittadini,
perché hanno un'investitura, gli eventuali processi sono
sospesi..."". Ma allora cosa successe davvero? "Ho
detto prima di quando e del perché sciolsi il Parlamento dopo il referendum sul maggioritario. Diversa fu la
situazione quando cadde il primo governo Berlusconi. Era il dicembre del 1994.
Quella che aveva governato fino a quel momento era una maggioranza strana
perché Forza Italia aveva fatto alleanza con An nel Centro Sud e con la Lega al
Nord. Ma la Lega sparava a zero su An e viceversa (chiunque ricorda quella
campagna elettorale). Comunque numericamente quella
maggioranza vinse. Si fece un governo e dopo sette mesi Bossi, che aveva
contrattato e ottenuto il ministero dell'Interno, il ministero delle Riforme e
il ministero dell'Industria, tolse la fiducia, il governo cadde e il presidente
del Consiglio si presentò al Quirinale - non lo chiamai io - per dare le
dimissioni. Le diede e aggiunse: "Chiedo tre cose:
chiedo lo scioglimento delle Camere, chiedo le elezioni e chiedo di fare io le
elezioni col mio governo". Feci una pausa di
pochi istanti durante la quale pensai: "Debbo immediatamente innalzare un
argine perché questa non è materia opinabile. È
materia regolata dalla Costituzione e se io do l'impressione di poter agire al
di fuori delle regole è come se mettessi un piede in una tagliola".
Il mio interlocutore si inserì in quei pochissimi secondi e con tono incalzante
mi chiede: "Ti ho fatto tre richieste, cosa rispondi?". Gli indicai la copia della Costituzione che tenevo e che tengo
ancor oggi sulla mia scrivania e dissi: "Rispondo tre no, perché io ho
giurato sulla Carta Costituzionale e, se facessi ciò che mi chiedi, farei una
cosa illegittima. Potrei essere imputato per aver adottato un
provvedimento solo in favore di una parte politica contro l'altra. Questo non lo posso fare". Si irrigidì. Fece per
alzarsi, poi improvvisamente tornò a rivolgersi a me: "Tu sei il
presidente della Repubblica, per quanto mi riguarda te ne potresti stare
tranquillo qui fino al termine del tuo mandato". Gli risposi con tono un
po' meno formale di quello che avevo usato fin lì: "Tu pensa ai guai tuoi
che a me sono abituato a pensare da solo". Se ne andò. Qualche tempo dopo
avrebbe aggiunto: "Ma avendo noi vinto si dovevano sciogliere subito le
Camere e si doveva andare alle urne". E in quale Paese dove esiste il
sistema maggioritario puro, è previsto uno scioglimento automatico perché c'è
una crisi? Non esiste in nessun Paese del mondo. Da noi dove c'era una legge bastarda, perché il sistema era in parte maggioritario
e in parte proporzionale, con un Parlamento che aveva nove mesi di vita, con
più di cento parlamentari sotto inchiesta e altri che temevano di finirci, il
Capo dello Stato avrebbe dovuto decidere un nuovo scioglimento rischiando di
fare uno sconquasso? Non c'era una sola legge che
glielo imponesse. Esisteva ed esiste ancor oggi anzi un principio contrario:
che da noi, se c'è una crisi, si cerca sempre di fare un altro governo. E poi
una parentesi: non si possono giudicare le cose oggi senza pensare a cos'era
allora... Io allora ho sempre avuto due preoccupazioni. Una: che quella
situazione scivolasse in piazza e non so che cosa sarebbe potuto capitare.
Questa preoccupazione c'è stata, eccome. L'altra: che ci fosse una vera e
propria dissoluzione dello Stato. Chiusa parentesi. E allora capitò un fatto.
Chiamai il presidente del Consiglio dimissionario e gli dissi: siccome viviamo una stagione pericolosissima, faccio una
cosa che non è mai avvenuta in Italia. Tu sei andato in minoranza, dimmi tu il
nome del futuro presidente del Consiglio e io chiamo quello che dici tu, per
poter tenere insieme le forze. E lui fece il nome di Dini, suo ministro del
Tesoro. Poi gli votarono contro, ma questo è un discorso che dipende non da me.
E lo chiamano ribaltone...".