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DOSSIER “RIFORMA ELETTORALE!”

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Il patto democratico tra operai e borghesia di EUGENIO SCALFARI (La Repubblica 10-2-2008)

 

La svolta bipartitica è già una vittoria del referendum ( da "Corriere della Sera" del 10-02-2008)

Abstract: quegli 821 mila cittadini sono idealmente collegati ai milioni di elettori che, quindici anni fa, avevano scelto il bipolarismo con un altro referendum storico sulla legge elettorale. Un'unità ideale all'insegna di una concezione della democrazia centrata sulla responsabilità e sul potere degli elettori di scegliere direttamente, il giorno delle elezioni, le maggioranze e i governi.

Il patto democratico tra operai e borghesia ( da "Repubblica.it" del 10-02-2008)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Spagna, tanto per citarne le principali. Ma gli effetti innovatori non si fermano qui. Altri se ne profilano non meno importanti e non privi di rischi. L'appuntamento elettorale ne mette in prima fila alcuni, la fase successiva ne farà emergere altri dei quali tuttavia è fin d'ora possibile e utile segnalare la natura.

Ritorno al voto in contrasto con ( da "Gazzettino, Il" del 10-02-2008)

Abstract: a dimostrazione di quanto affermavano politologi e referendari (che avevano raccolto ben 800 mila firme per indire il referendum sulla legge elettorale), circa la volontà e l'interesse di molti partiti ad affossare il referendum, indirizzato a modificare l'attuale legge elettorale in senso maggioritario.


Articoli

 

 

Il patto democratico tra operai e borghesia di Eugenio Scalfari (La Repubblica 10-2-2008)


L'esempio del Partito democratico è contagioso: Berlusconi si agita, il centrodestra è in subbuglio, Casini minaccia di imboccare un percorso separato se non potrà confederarsi conservando autonomia, ma anche la base di An non resterà elettoralmente indifferente alla piroetta di Fini e dei suoi colonnelli, già da tempo berlusconiani.
Alla sinistra del Partito democratico un altro processo semplificatorio è egualmente in corso. Anche lì con alcune non trascurabili difficoltà. Le sigle scompaiono ma il vento potente delle elezioni cancellerà inevitabilmente le microscopiche oligarchie dell'uno virgola che tanto hanno rallentato e debilitato il percorso del governo Prodi.
La ditta Diliberto scomparirà senza traumi rientrando nella casa da cui era uscita qualche anno fa. Per i Verdi l'abbraccio con la sinistra sarà assai meno semplice e non basta certo la parola "arcobaleno" nel logo elettorale a preservarne la missione cui del resto avevano già da tempo rinunciato.
L'esperienza dei partiti ambientalisti in Europa ci dice che essi, se non hanno la forza di presentarsi da soli al corpo elettorale, sono destinati a scomparire o debbono scegliere di fare da lievito ambientalista in un contenitore ampio. Stemperarsi nel Partito democratico poteva avere un senso, nella sinistra radicale non ha senso alcuno ed equivale ad un decesso annunciato.
La funzione rinnovatrice del Partito democratico sull'intero sistema politico è talmente evidente che tutti gli osservatori e commentatori l'hanno colta e sottolineata. Rappresenta un robusto passo avanti verso un bipolarismo meno imperfetto e, perché no? verso un bipartitismo che metterebbe finalmente il nostro paese al passo con le altre democrazie occidentali, gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Spagna, tanto per citarne le principali.
Ma gli effetti innovatori non si fermano qui. Altri se ne profilano non meno importanti e non privi di rischi.
L'appuntamento elettorale ne mette in prima fila alcuni, la fase successiva ne farà emergere altri dei quali tuttavia è fin d'ora possibile e utile segnalare la natura.
In prima fila ci sarà il programma economico, in corso di avanzata stesura da parte d'un ristretto gruppo di competenti che si valgono di qualificati contributi: Morando, che guida l'équipe, Boeri, Visco, Bersani ed altri ancora. Si sa fin d'ora che le liberalizzazioni vi avranno ampio spazio. Il rifinanziamento dei salari e del potere d'acquisto dei redditi bassi e medi altrettanto. L'incremento di produttività e di competitività delle imprese.
Il nuovo "welfare" configurato per bilanciare la flessibilità del lavoro. Nel complesso la parte redistributiva del programma economico avrà come base i provvedimenti già predisposti da Prodi, Padoa-Schioppa e Visco nell'ultima fase di quel governo prima della crisi, con in più interventi di detassazione e di riduzione della pressione fiscale.
Questo complesso di misure che il gruppo dirigente del Partito democratico ha ben chiare in mente dovrebbe anche avere un effetto anticongiunturale e anti-recessivo. I sintomi di rallentamento economico sono ormai evidenti in Usa e in Europa; soprattutto in Germania, con effetti diffusivi nelle altre economie dell'Unione europea.
L'Italia da questo punto di vista offre possibilità di intervento anticiclico maggiori che altrove, i redditi individuali consentono e anzi richiedono incrementi capaci di rilanciare i consumi; le liberalizzazioni insieme a radicali interventi di riforma del sistema distributivo potrebbero stabilizzare i prezzi anche di fronte ad un aumento della domanda.
Per converso c'è carenza di manodopera qualificata. Questa è una strozzatura grave alla quale bisognerebbe far fronte con offerte di lavoro a tecnici e manodopera qualificata straniera.
Si tratta insomma di un insieme complicato che richiede collaborazione tra governo, sindacati, imprenditori, commercianti, agricoltori, banche. Mercato e regole di mercato. Un "mix" appropriato per un partito riformista affiancato da un patto sociale che garantisca un appoggio di base.
Capitalismo democratico e nuovo patto sociale: così si può definire un programma idoneo all'attuale fase storica e addirittura dell'attuale andamento di "stagflation" del ciclo economico mondiale. Per attuare un programma del genere è necessario sollecitare la collaborazione del centrodestra o offrire quella del Partito democratico, secondo che la vittoria elettorale arrida all'una o all'altra parte?
Tutti ci auguriamo che nella nuova legislatura l'opposizione sia esercitata in modo costruttivo e che la maggioranza ascolti i suggerimenti dell'opposizione, ma di qui a governi di larghe intese ci corre un mare. Io ritengo che le larghe intese siano sconsigliabili, più d'intralcio che di giovamento. La maggioranza ha il compito di stabilire le priorità e le modalità della politica economica, l'opposizione quello di suggerire modifiche e appoggiare specifiche misure di generale interesse. Niente di meno ma niente di più.
Ma in altri campi la collaborazione tra le parti politiche contrapposte è invece necessaria laddove si parli di riforme istituzionali e costituzionali, non disponibili a maggioranze risicate ed occasionali.
Ci sono ancora, da una parte e dall'altra dei due principali schieramenti, larghe zone di resistenza alla collaborazione reciproca sulle riforme istituzionali.
Bisogna vincere queste resistenze che non hanno alcuna valida motivazione. Si tratta di riformare la legge elettorale affinché il pessimo sistema attuale sia modificato recuperando la libertà degli elettori di scegliere i loro candidati, magari affidando tale compito a consultazioni primarie previste per legge.
Bisogna anche varare un sistema proporzionale con elevate soglie di sbarramento, riformare i regolamenti parlamentari, e soprattutto il finanziamento pubblico: quello che è recentemente accaduto in Parlamento con la connivenza di tutti i gruppi è semplicemente vergognoso e deve essere a nostro avviso immediatamente cancellato fin dall'inizio della prossima legislatura. Infine bisognerà istituire il Senato federale in corso di legislatura.
Ma anche l'ordinamento giudiziario richiede una collaborazione bipartisan con l'occhio fisso al problema dei problemi che è quello dei tempi per una rapida giustizia. E' imperativo che il processo sia riformato e la giurisdizione esercitata con efficienza e rapidità. Lo si promette da decenni senza che alle parole siano mai seguiti i fatti. Non è più possibile andare avanti in questo modo nell'erogazione di un servizio pubblico fondamentale.
A nostro avviso queste e non altre sono le riforme da affrontare insieme. Su tutto il resto la maggioranza e il suo governo siano responsabili di attuare il proprio programma, l'opposizione eserciti uno stretto controllo parlamentare e proponga valide alternative.
Un tema che impegnerà in pieno la nuova legislatura sarà quello delle questioni "eticamente sensibili"; per dirlo in modo più concreto e semplice, il rapporto corretto tra i cattolici e i laici o meglio ancora tra la gerarchia ecclesiastica e le istituzioni della Repubblica, laiche per definizione.
Da questo punto di vista sono rimasto allibito (e non credo di esser stato il solo) leggendo sui giornali di ieri che Casini, dopo lo scontro con Berlusconi e Fini, si sia consultato sul da fare con il cardinale Camillo Ruini che sarebbe stato largo di suggerimenti e forse anche di interventi conciliativi tra l'una e l'altra fazione. Allibito. Qui non c'entra l'uso dello spazio pubblico che nessuno contesta alla gerarchia ecclesiastica. Qui un leader di partito sollecita l'intervento del cardinal vicario in una disputa tra forze politiche e il cardinale interviene. Così ho letto e mentre scrivo non mi risulta alcuna smentita da parte degli interessati.
Contemporaneamente Giuliano Ferrara lancia l'idea di
una lista, collegata con il partito di Berlusconi e di Fini, che abbia come programma la moratoria contro l'aborto. Una lista siffatta, dopo che la gerarchia ecclesiastica con il conforto esplicito del Papa ha fatto sua la campagna di Ferrara, si configura come l'entrata in campo elettorale e politico dei vescovi italiani.
In mancanza d'una pubblica sconfessione di quell'iniziativa, la lista sulla moratoria è dunque la lista della Cei. Se quest'iniziativa si materializzerà penso che il Partito democratico non possa sottrarsi a denunciare un'invasione di campo di proporzioni inaudite con tutte le inevitabili conseguenze che essa avrà sulla campagna elettorale e i contraccolpi sul rapporto fra le istituzioni laiche e quelle religiose.
C'è ancora un aspetto dell'entrata in campo del Partito democratico che merita di essere affrontato. Sarà un partito di sinistra o di centro? Le opinioni degli osservatori sono sul merito discordi mentre quelle dei diretti interessati sono univoche: sarà un partito di sinistra riformista.
Personalmente la penso come loro: un partito di sinistra riformista che ha utilmente segnato un confine con la sinistra massimalista senza tuttavia che quel confine sia presidiato da un muro invalicabile.
La novità è notevole. Nenni aveva fatto qualche cosa di simile nel 1963, aveva rotto il patto d'unità d'azione col Pci fin dal '57 dopo i fatti d'Ungheria, ma non c'era nessun muro tra i due partiti. Come non ci fu ai tempi di Craxi, almeno nelle parole. Ci fu nei fatti. Craxi faceva mostra di poter usare i due forni (quello della Dc e quello del Pci) per rendere ancor più forte il potere d'interdizione del suo 10 per cento dei voti e in gran parte ci riuscì.
E' un fatto tuttavia che la sinistra massimalista o comunista ha esercitato un potere rilevante su quella riformista nel sessantennio di storia repubblicana. Il senso comune attribuisce al Pci la responsabilità di questa deformazione della democrazia italiana rispetto alle altre democrazie europee, ma non sempre il senso comune coincide col buonsenso. E' certamente vero che il Pci ebbe in tempi di guerra fredda questa responsabilità, ma nessuno ha il buonsenso di domandarsi perché il Pci ebbe un peso determinante nella sinistra italiana mentre non lo ebbe (o addirittura non esisté) nelle altre democrazie europee.
Perché? Non è una curiosità storiografica poiché la questione ha riverberi sulla nostra attualità. La risposta potrebbe essere questa. Il Pci ebbe gran peso perché la borghesia italiana fu percorsa sempre da tentazioni trasformistiche e/o eversive e non dette mai vita ad una destra liberale di stampo europeo.
Il Partito democratico - così mi sembra - sfida oggi una destra demagogica e interpella quel poco che c'è di autentica borghesia produttiva affinché si schieri con le forze dell'innovazione che uniscono insieme i valori della libertà e dell'eguaglianza.
Dipende da questa borghesia se il partito delle riforme avrà la meglio stimolando anche - se vincerà - la destra a trasformarsi non solo nelle forme ma nella sostanza.
(10 febbraio 2008)

 

 

La svolta bipartitica è già una vittoria del referendum (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere della Sera" del 10-02-2008)

 

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-02-10 num: - pag: 30 autore: di GIOVANNI GUZZETTA categoria: REDAZIONALE ELEZIONI E RIFORME La svolta bipartitica è già una vittoria del referendum C aro Direttore, condivido le sue valutazioni sul Corriere dell'8 febbraio: quella che si apre potrebbe essere una campagna elettorale storica. L'annunzio del Pd di andare da solo e la "contromossa" di Fini e Berlusconi potrebbero avviare finalmente una fase nuova in Italia. Il compimento del bipolarismo. La fine della transizione infinita. Se, al di là degli annunzi, questo scenario si realizzerà effettivamente; se si eviteranno i pasticci dell'ultimo minuto per inseguire il ricatto di qualche partitino, si dovrà riconoscere che, accanto all'intraprendenza di alcuni leader esiste oggi un altro vincitore. Sono quegli 820.916 cittadini che hanno promosso il referendum elettorale. Il cui primo obiettivo era proprio quello di spingere verso la semplificazione della politica e verso la realizzazione, anche nel nostro Paese, di una normale democrazia governante di stampo europeo, tendenzialmente bipartitica. E' stata la nostra parola d'ordine nella campagna referendaria: per ciascuno schieramento, una sola lista, un solo simbolo, un solo nome, un solo programma e un solo candidato premier. E' proprio quello che viene annunziato in questi giorni. Inoltre, quegli 821 mila cittadini sono idealmente collegati ai milioni di elettori che, quindici anni fa, avevano scelto il bipolarismo con un altro referendum storico sulla legge elettorale. Un'unità ideale all'insegna di una concezione della democrazia centrata sulla responsabilità e sul potere degli elettori di scegliere direttamente, il giorno delle elezioni, le maggioranze e i governi. E' grazie al movimento referendario se c'è oggi la speranza di aprire una prospettiva effettivamente bipartitica nel sistema politico italiano. Bipartitismo non significa che ci siano due soli partiti. Nemmeno in Inghilterra è così. Ma che ci siano due soggetti principali, due grandi partiti-perno tra cui si svolge l'effettiva contesa per il governo del Paese. Se ciò avverrà nel prossimo futuro avremo realizzato il sogno dei costituenti del 1946. Quello di liberarci dei governi di coalizione che sono la causa dell'ingovernabilità: "E' il governo di coalizione che non ha coesione, che si frantuma" disse Piero Calamandrei in un famoso intervento in Assemblea Costituente. Ma bisogna fare attenzione. Siamo ancora agli annunzi e la prossimità della campagna elettorale giustifica anche i sospetti che si possa trattare di mosse elettoralistiche. Non dobbiamo dimenticare che solo qualche settimana fa in Parlamento si discuteva di un ritorno al proporzionale e che la famosa Bozza Bianco si prefiggeva esplicitamente di ripristinare il sistema elettorale della I Repubblica, quello precedente alla svolta del referendum maggioritario del 1993. Esiste un conflitto latente oggi nel sistema politico, tra coloro che coltivano nostalgie di ritorni indietro e quanti vorrebbero superare la crisi con uno slancio in avanti. E allora io lancio una proposta alle forze politiche. Si impegnino da subito a tradurre in riforme effettive la svolta di questi giorni. Non bisogna commettere l'errore di abbandonare gli sviluppi di questa situazione solo alle dinamiche politiche ed alle convenienze occasionali dei partiti. E' necessario consolidare i processi politici con soluzioni istituzionali adeguate. La prima è la legge elettorale, che recuperi, tra l'altro, il rapporto tra elettori ed eletti: collegio uninominale e sistemi di primarie sono la soluzione più auspicabile. Subito dopo vengono quelle indefettibili riforme di cui si parla da anni: scelta immediata del Capo dell'esecutivo, eliminazione del bicameralismo perfetto, drastica riduzione dei tentacoli della politica e del numero dei suoi "professionisti" a cominciare dal taglio dei parlamentari; riforma dei regolamenti parlamentari, finalmente una legge sui partiti, che realizzi democrazia e trasparenza interna; una seria riforma del finanziamento che eviti vergogne intollerabili. Il movimento referendario è nato per questo e vigilerà perché ciò accada, perché già dalla prossima legislatura si realizzi quella curvatura riformista, bipolare e maggioritaria che è ormai nel cuore degli italiani e a cui, però, una grossa fetta del ceto politico continua a resistere. Presidente del comitato promotore dei referendum elettorali.

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Il patto democratico tra operai e borghesia (sezione: Riforma elettorale)

( da "Repubblica.it" del 10-02-2008)

Argomenti: Esempi esteri

IL COMMENTO Il patto democratico tra operai e borghesia di EUGENIO SCALFARI L'esempio del Partito democratico è contagioso: Berlusconi si agita, il centrodestra è in subbuglio, Casini minaccia di imboccare un percorso separato se non potrà confederarsi conservando autonomia, ma anche la base di An non resterà elettoralmente indifferente alla piroetta di Fini e dei suoi colonnelli, già da tempo berlusconiani. Alla sinistra del Partito democratico un altro processo semplificatorio è egualmente in corso. Anche lì con alcune non trascurabili difficoltà. Le sigle scompaiono ma il vento potente delle elezioni cancellerà inevitabilmente le microscopiche oligarchie dell'uno virgola che tanto hanno rallentato e debilitato il percorso del governo Prodi. La ditta Diliberto scomparirà senza traumi rientrando nella casa da cui era uscita qualche anno fa. Per i Verdi l'abbraccio con la sinistra sarà assai meno semplice e non basta certo la parola "arcobaleno" nel logo elettorale a preservarne la missione cui del resto avevano già da tempo rinunciato. L'esperienza dei partiti ambientalisti in Europa ci dice che essi, se non hanno la forza di presentarsi da soli al corpo elettorale, sono destinati a scomparire o debbono scegliere di fare da lievito ambientalista in un contenitore ampio. Stemperarsi nel Partito democratico poteva avere un senso, nella sinistra radicale non ha senso alcuno ed equivale ad un decesso annunciato. La funzione rinnovatrice del Partito democratico sull'intero sistema politico è talmente evidente che tutti gli osservatori e commentatori l'hanno colta e sottolineata. Rappresenta un robusto passo avanti verso un bipolarismo meno imperfetto e, perché no? verso un bipartitismo che metterebbe finalmente il nostro paese al passo con le altre democrazie occidentali, gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Spagna, tanto per citarne le principali. Ma gli effetti innovatori non si fermano qui. Altri se ne profilano non meno importanti e non privi di rischi. L'appuntamento elettorale ne mette in prima fila alcuni, la fase successiva ne farà emergere altri dei quali tuttavia è fin d'ora possibile e utile segnalare la natura. In prima fila ci sarà il programma economico, in corso di avanzata stesura da parte d'un ristretto gruppo di competenti che si valgono di qualificati contributi: Morando, che guida l'équipe, Boeri, Visco, Bersani ed altri ancora. Si sa fin d'ora che le liberalizzazioni vi avranno ampio spazio. Il rifinanziamento dei salari e del potere d'acquisto dei redditi bassi e medi altrettanto. L'incremento di produttività e di competitività delle imprese. Il nuovo "welfare" configurato per bilanciare la flessibilità del lavoro. Nel complesso la parte redistributiva del programma economico avrà come base i provvedimenti già predisposti da Prodi, Padoa-Schioppa e Visco nell'ultima fase di quel governo prima della crisi, con in più interventi di detassazione e di riduzione della pressione fiscale. Questo complesso di misure che il gruppo dirigente del Partito democratico ha ben chiare in mente dovrebbe anche avere un effetto anticongiunturale e anti-recessivo. I sintomi di rallentamento economico sono ormai evidenti in Usa e in Europa; soprattutto in Germania, con effetti diffusivi nelle altre economie dell'Unione europea. L'Italia da questo punto di vista offre possibilità di intervento anticiclico maggiori che altrove, i redditi individuali consentono e anzi richiedono incrementi capaci di rilanciare i consumi; le liberalizzazioni insieme a radicali interventi di riforma del sistema distributivo potrebbero stabilizzare i prezzi anche di fronte ad un aumento della domanda. Per converso c'è carenza di manodopera qualificata. Questa è una strozzatura grave alla quale bisognerebbe far fronte con offerte di lavoro a tecnici e manodopera qualificata straniera. Si tratta insomma di un insieme complicato che richiede collaborazione tra governo, sindacati, imprenditori, commercianti, agricoltori, banche. Mercato e regole di mercato. Un "mix" appropriato per un partito riformista affiancato da un patto sociale che garantisca un appoggio di base. Capitalismo democratico e nuovo patto sociale: così si può definire un programma idoneo all'attuale fase storica e addirittura dell'attuale andamento di "stagflation" del ciclo economico mondiale. Per attuare un programma del genere è necessario sollecitare la collaborazione del centrodestra o offrire quella del Partito democratico, secondo che la vittoria elettorale arrida all'una o all'altra parte? Tutti ci auguriamo che nella nuova legislatura l'opposizione sia esercitata in modo costruttivo e che la maggioranza ascolti i suggerimenti dell'opposizione, ma di qui a governi di larghe intese ci corre un mare. Io ritengo che le larghe intese siano sconsigliabili, più d'intralcio che di giovamento. La maggioranza ha il compito di stabilire le priorità e le modalità della politica economica, l'opposizione quello di suggerire modifiche e appoggiare specifiche misure di generale interesse. Niente di meno ma niente di più. Ma in altri campi la collaborazione tra le parti politiche contrapposte è invece necessaria laddove si parli di riforme istituzionali e costituzionali, non disponibili a maggioranze risicate ed occasionali. Ci sono ancora, da una parte e dall'altra dei due principali schieramenti, larghe zone di resistenza alla collaborazione reciproca sulle riforme istituzionali. Bisogna vincere queste resistenze che non hanno alcuna valida motivazione. Si tratta di riformare la legge elettorale affinché il pessimo sistema attuale sia modificato recuperando la libertà degli elettori di scegliere i loro candidati, magari affidando tale compito a consultazioni primarie previste per legge. Bisogna anche varare un sistema proporzionale con elevate soglie di sbarramento, riformare i regolamenti parlamentari, e soprattutto il finanziamento pubblico: quello che è recentemente accaduto in Parlamento con la connivenza di tutti i gruppi è semplicemente vergognoso e deve essere a nostro avviso immediatamente cancellato fin dall'inizio della prossima legislatura. Infine bisognerà istituire il Senato federale in corso di legislatura. Ma anche l'ordinamento giudiziario richiede una collaborazione bipartisan con l'occhio fisso al problema dei problemi che è quello dei tempi per una rapida giustizia. E' imperativo che il processo sia riformato e la giurisdizione esercitata con efficienza e rapidità. Lo si promette da decenni senza che alle parole siano mai seguiti i fatti. Non è più possibile andare avanti in questo modo nell'erogazione di un servizio pubblico fondamentale. A nostro avviso queste e non altre sono le riforme da affrontare insieme. Su tutto il resto la maggioranza e il suo governo siano responsabili di attuare il proprio programma, l'opposizione eserciti uno stretto controllo parlamentare e proponga valide alternative. Un tema che impegnerà in pieno la nuova legislatura sarà quello delle questioni "eticamente sensibili"; per dirlo in modo più concreto e semplice, il rapporto corretto tra i cattolici e i laici o meglio ancora tra la gerarchia ecclesiastica e le istituzioni della Repubblica, laiche per definizione. Da questo punto di vista sono rimasto allibito (e non credo di esser stato il solo) leggendo sui giornali di ieri che Casini, dopo lo scontro con Berlusconi e Fini, si sia consultato sul da fare con il cardinale Camillo Ruini che sarebbe stato largo di suggerimenti e forse anche di interventi conciliativi tra l'una e l'altra fazione. Allibito. Qui non c'entra l'uso dello spazio pubblico che nessuno contesta alla gerarchia ecclesiastica. Qui un leader di partito sollecita l'intervento del cardinal vicario in una disputa tra forze politiche e il cardinale interviene. Così ho letto e mentre scrivo non mi risulta alcuna smentita da parte degli interessati. Contemporaneamente Giuliano Ferrara lancia l'idea di una lista, collegata con il partito di Berlusconi e di Fini, che abbia come programma la moratoria contro l'aborto. Una lista siffatta, dopo che la gerarchia ecclesiastica con il conforto esplicito del Papa ha fatto sua la campagna di Ferrara, si configura come l'entrata in campo elettorale e politico dei vescovi italiani. In mancanza d'una pubblica sconfessione di quell'iniziativa, la lista sulla moratoria è dunque la lista della Cei. Se quest'iniziativa si materializzerà penso che il Partito democratico non possa sottrarsi a denunciare un'invasione di campo di proporzioni inaudite con tutte le inevitabili conseguenze che essa avrà sulla campagna elettorale e i contraccolpi sul rapporto fra le istituzioni laiche e quelle religiose. C'è ancora un aspetto dell'entrata in campo del Partito democratico che merita di essere affrontato. Sarà un partito di sinistra o di centro? Le opinioni degli osservatori sono sul merito discordi mentre quelle dei diretti interessati sono univoche: sarà un partito di sinistra riformista. Personalmente la penso come loro: un partito di sinistra riformista che ha utilmente segnato un confine con la sinistra massimalista senza tuttavia che quel confine sia presidiato da un muro invalicabile. La novità è notevole. Nenni aveva fatto qualche cosa di simile nel 1963, aveva rotto il patto d'unità d'azione col Pci fin dal '57 dopo i fatti d'Ungheria, ma non c'era nessun muro tra i due partiti. Come non ci fu ai tempi di Craxi, almeno nelle parole. Ci fu nei fatti. Craxi faceva mostra di poter usare i due forni (quello della Dc e quello del Pci) per rendere ancor più forte il potere d'interdizione del suo 10 per cento dei voti e in gran parte ci riuscì. E' un fatto tuttavia che la sinistra massimalista o comunista ha esercitato un potere rilevante su quella riformista nel sessantennio di storia repubblicana. Il senso comune attribuisce al Pci la responsabilità di questa deformazione della democrazia italiana rispetto alle altre democrazie europee, ma non sempre il senso comune coincide col buonsenso. E' certamente vero che il Pci ebbe in tempi di guerra fredda questa responsabilità, ma nessuno ha il buonsenso di domandarsi perché il Pci ebbe un peso determinante nella sinistra italiana mentre non lo ebbe (o addirittura non esisté) nelle altre democrazie europee. Perché? Non è una curiosità storiografica poiché la questione ha riverberi sulla nostra attualità. La risposta potrebbe essere questa. Il Pci ebbe gran peso perché la borghesia italiana fu percorsa sempre da tentazioni trasformistiche e/o eversive e non dette mai vita ad una destra liberale di stampo europeo. Il Partito democratico - così mi sembra - sfida oggi una destra demagogica e interpella quel poco che c'è di autentica borghesia produttiva affinché si schieri con le forze dell'innovazione che uniscono insieme i valori della libertà e dell'eguaglianza. Dipende da questa borghesia se il partito delle riforme avrà la meglio stimolando anche - se vincerà - la destra a trasformarsi non solo nelle forme ma nella sostanza. (10 febbraio 2008.

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Ritorno al voto in contrasto con (sezione: Riforma elettorale)

( da "Gazzettino, Il" del 10-02-2008)

 

Ritorno al votoin contrastocon gli elettoriI prossimi 13 e 14 aprile si torna, quindi, a votare con la legge elettorale "porcellum": a nulla sono valsi i richiami da parte del Capo dello Stato, delle forze sindacali ed imprenditoriali ai partiti politici circa la necessità di un governo tecnico, funzionale a riscrivere le regole elettorali per garantire governabilità al Paese.Questo richiamo alla responsabilità non è stato raccolto da tutti, a dimostrazione di quanto affermavano politologi e referendari (che avevano raccolto ben 800 mila firme per indire il referendum sulla legge elettorale), circa la volontà e l'interesse di molti partiti ad affossare il referendum, indirizzato a modificare l'attuale legge elettorale in senso maggioritario.Quindi si tornerà a votare come nel 2006: la scelta dei deputati e senatori verrà fatta dalle segreterie dei partiti, ci si potrà candidare in più collegi per poi sceglierne uno, in accordo con il partito, magari per escludere un candidato poco organico alle lobbies. Ancora una volta la politica, quindi, ha compiuto scelte in contrasto con la volontà espressa dai cittadini: il rischio è l'incremento dell'astensione al voto e l' aumento della dicotomia fra società civile e "palazzo". Eppure, in questo scenario di criticità, si possono individuare due importanti elementi innovativi: il Partito Democratico, che ha dichiarato di voler concorrere alle votazioni da solo, e che viene accreditato nei sondaggi al 30\%, e la "Rosa Bianca", che esprime un'area di centro di ispirazione cattolica, accreditata al 12\%, autonoma dall'egemonia berlusconiana.Questi due nuovi soggetti possono rappresentare le novità della politica italiana a garanzia di un esito non scontato della campagna elettorale.Paolo Bonafèpresidente laboratorio Venezia www.laboratoriovenezia.itLe degenerazionidi un capitalismosenza controlliNel 1776 Adam Smith (1723-1790), padre del capitalismo moderno e autore del celebre saggio "La ricchezza delle nazioni", scrisse: "L'interesse dell'imprenditore non sempre coincide con quello pubblico, e pertanto bisogna guardarsi dal seguirlo ciecamente. Le proposte di legge che vi s'ispirano vengono da una categoria di persone che sono istintivamente portate a ingannare e opprimere i lavoratori, e che di fatto molto spesso li ingannano e li opprimono".Pochi oggi conoscono le dure lotte sindacali per costringere gli imprenditori a concedere le otto ore giornaliere, paghe più alte, condizioni di lavoro più umane e igieniche, pensioni di vecchiaia (anche alle vedove) e di invalidità, assistenza sanitaria e scuola gratuite. Chi non conosce la storia delle conquiste sociali (forse il 70\% degli italiani) disprezza i sindacati. Oggi però sappiamo che il capitalismo degenera, come sospettava Adam Smith, quando non è regolato da leggi severe anti-trust e difese da sindacati forti. Purtroppo attualmente molti imprenditori non si rendono conto che per mantenersi sano e rispettoso delle regole il capitalismo ha bisogno di un'opposizione capace di contrastarlo. I lavoratori ben pagati creano ricchezza anche per gli imprenditori. I lavoratori nella miseria creano soltanto problemi per tutti. E questa regola è utile anche per i lavoratori stranieri.Franco VicentiniTrevisoRiscoprire il verosignificatodella vitaLa parola dei vescovi e le proposte e iniziative suggerite dalla Commissione episcopale per il laicato e la famiglia offrono una grande ricchezza di spunti e di stimoli. Non è lecito uccidere i bambini nel grembo della madre. Non è lecito armare la mano contro la vita. La nostra presenza cristiana nell'opinione pubblica non può non includere questa denunzia profetica, che interpelli il "mondo", le forze culturali, sociali, politiche, il richiamo e l'appello alle coscienze di coloro - madri, famigliari, medici - ai quali delle vite umane sono consegnate: unico mezzo col quale possiamo tentarne una difesa preventiva, mossi dalla speranza.La Giornata per la vita è anche occasione offerta alle nostre comunità per interrogarsi su come dare in concreto "continuità" ad un impegno che non si limiti ad autocontemplarsi una volta l'anno, ma continuamente susciti e sostenga iniziative di accoglienza, volontariato per l'aiuto di chi è in difficoltà. Infine, può offrire lo spunto per impostare nelle nostre famiglie, comunità parrocchiali, associazioni una più sistematica e persistente riflessione su aspetti della verità sull'uomo direttamente e drammaticamente legati alla vita, quella nascente in particolare: "sessualità e amore, matrimonio e procreazione".Stefano BortolozzoMira (Ve)Una "preghiera"per Mastella:si faccia da parteMi permetta l'ex ministro Mastella di esprimere tutta la mia delusione, la mia amarezza, il mio rammarico, la mia tristezza di elettore dell'Unione, ma soprattutto di meridionale, campano di Santa Maria Capua Vetere, emigrato al nord, per lavoro, circa quaranta anni fa, per il suo tradimento (che ha messo in crisi il governo Prodi), quello di Lamberto Dini e del suo e mio conterraneo, senatore Sergio De Gregorio, eletto nelle liste di Di Pietro e approdato alla corte di Berlusconi.Se c'è una giustizia divina, lei, signor Mastella, nel regno dell'Oltretomba, che Le auguro di raggiungere il più tardi possibile, dovrà penare nel girone dei traditori, insieme a Dini, De Gregorio e altri trasformisti. Con questo spregiudicato comportamento avete umiliato e disprezzato coloro che vi hanno eletti, causando una crisi grave e onerosa per l'Italia.Siamo stanchi dei trasformisti, dei voltagabbana, delle banderuole, dei Giuda sempre disposti a tradire per più potere; siamo stanchi di un partitino del nulla, familiare e di clan che, grazie ad una vergognosa, antidemocratica e pessima legge elettorale del centrodestra, il "porcellum", si può permettere di tenere in scacco l'Italia, che è tra i Paesi più industrializzati del mondo, erede di culture e arti uniche al mondo; siamo stanchi e inorridiamo al pensiero che certi "giochetti", da star capricciosa, possano essere riproposti in un futuro governo, se dovesse vincere Berlusconi, con cui si sta accasando, con margini risicati, come in precedenza Prodi, perché si riandrà a votare con il "porcellum".Prego quindi Mastella di evitarci la sua onnipresenza nelle televisioni e nei media; vada a casa, a godersi le sue sostanziose pensioni; stia con sua moglie e i suoi figli e nipotini. Lo faccia anche per il Sud che esprime tanti cittadini onesti, professionisti e scienziati e studiosi valenti, tantissimi uomini, emigrati per non aver voluto vendere la propria anima ai potenti di turno...Francesco LuscianoChioggia (Ve).

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