HOME   PRIVILEGIA NE IRROGANTO   di  Mauro Novelli          www.mauronovelli.it


DOSSIER “RIFORMA ELETTORALE!”

Torna all’indice mensile 2008

 

ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


tARTICOLI DEL 1-30 giugno 2008       #TOP



Report "Riforma elettorale"

·                     Indice delle sezioni

·                     Indice degli articoli

·                     Articoli

Indice delle sezioni

Riforma elettorale (17)


Indice degli articoli

Sezione principale: Riforma elettorale

Riforme la grande battaglia a sinistra è tra autonomisti e neocentralisti ( da "Riformista, Il" del 03-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: dalemiano per il tramite di membri di Astrid come Cesare Salvi. Ma pesa pure l'affidavit di Vendola a D'Alema, che comprende tra le altre cose lo stop al pacchetto di riforme che comprende oltre al federalismo anche le riforme elettorali europea e nazionale. Archiviata lo scontro sull'analisi del voto, è sui confini del federalismo che si giocherà la principale battaglia interna al Pd.

L' amaca - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: quando i ministri degli esteri di Francia, Germania e Gran Bretagna andarono in visita congiunta a Teheran, è stato successivamente allargato ed oggi è composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania, che aspira a diventarlo. Per Berlino, evidentemente, si tratta dell'anticamera che dovrebbe assicurargli la possibilità di un seggio fisso all'

Segue nei panni di walter ( da "Riformista, Il" del 20-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: al minimo apportando ritocchi sulla legge elettorale per toglierne gli errori e revisioni costituzionali sul bicameralismo e i poteri del primo ministro. Il capo del governo ne è consapevole. Sa anche che per via del referendum pendente almeno della riforma elettorale sarà opportuno parlare con l'opposizione.

LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD ( da "Unita, L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Esempi esteri

Abstract: Oggi, non contando le grandi coalizioni di Austria e Germania, al governo dei rispettivi paesi troviamo solo i socialisti spagnoli e quelli portoghesi. E i laburisti in Gran Bretagna, ovviamente, ma qui gli ultimi risultati del voto locale e tutti i sondaggi non inducono purtroppo all'ottimismo.

Confronto a sinistra. Tavola rotonda ( da "AprileOnline.info" del 23-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge

Abstract: che si è trasformato spesso in riformismo elettorale, come se bastassero le leggi elettorali ad introdurre un elemento di novità nella società. Ed è evidente che le leggi elettorali di questi anni sono tutte tese a modificare i rapporti sociali e restringere la base democratica, consentendo il riaffiorare del bisogno del bipartitismo come necessità,


Articoli

Riforme la grande battaglia a sinistra è tra autonomisti e neocentralisti (sezione: Riforma elettorale)

( da "Riformista, Il" del 03-06-2008)

Argomenti: Proposte di legge

Riforme la grande battaglia a sinistra è tra autonomisti e neocentralisti Il piano del Pd per anticipare la Lega Morando propone di fare la prima mossa sul federalismo fiscale. Veltroni copre. D'Alema resiste La Lega Nord invoca da Pontida il dialogo sol Pd sul federalismo. Pierluigi Bersani, ministro ombra dell'Economia, risponde a stretto giro che se ne può parlare solo a patto che il Carroccio mitighi le sue posizioni sul federalismo fiscale. Ma nel Pd c'è già chi va oltre il dialogo e punta addirittura all'anticipo. È il caso di Enrico Morando, coordinatore dello shadow cabinet e ed estensore del programma democrat, che al Riformista spiega: "Tutti sappiamo che il centrodestra incontrerà formidabili resistenze quando si tratterà di passare dall'enunciazione delle proposte all'attuazione concreta, perché dovrà fare i conti con i voti presi al meridione dal Pdl e con la Lega sud di Lombardo. C'è chi ritiene che dovremmo cavalcare le divisioni altrui. Io al contrario penso che la linea del Pd debba essere non quella di crogiolarsi sui ritardi del centrodestra ma di anticiparlo, e presentare per primo una proposta di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione sul federalismo fiscale". Non solo, secondo Morando, il Pd deve farsi carico anche di dare seguito concreto al cosiddetto federalismo differenziato, sulla scia di altro articolo del titolo V, il 116: "Dalle nostri parti - aggiunge Morando - c'è chi ha sempre concepito il federalismo come un 'arma tattica per inseguire la Lega e ancora adesso rilancia l'idea di un federalismo omologante che non affronta il problema di un paese con forti squilibri territoriali. Sbagliato. Anche perché è proprio rilanciando un autonomismo forte che il Mezzogiorno può ripartire e credo che molte delle nostre difficoltà al sud dipendano dal fatto di aver disperso in questi ultimi anni il nostro patrimonio autonomista in nome di un rinnovato centralismo". Con chi ce l'ha Morando? Semplice. Con il D'Alema che fa autocritica sulla riforma del titolo V della Costituzione, che denuncia la "sbornia federalista" della sinistra anni Novanta e, intervistato sul bimestrale della Fondazione Italianieuropei, dice: "Guardo con preoccupazione a un'idea di federalismo fiscale che introduca sperequazioni territoriali assai pesanti". Ma sotto accusa del Loft c'è pure l'attivismo della fondazione Astrid, che proprio con Italianieuropei organizza per questo mese un seminario congiunto sulle riforme che promette barricate soprattutto contro ogni cedimento al "modello lombardo". Si prepara insomma battaglia nel Pd, non meno diviso sul federalismo di quanto lo sia la maggioranza, e Morando non lo nasconde: "Sarà decisiva la conferenza di programmatica di questo autunno. Noi per fortuna siamo un partito, non una coalizione, e abbiamo le regole per decidere". E Walter Veltroni? Tutto lascia credere che il leader del Pd sia del tutto d'accordo con Morando. E un testimone, sebbene interessato, delle convinzioni dell'ex sindaco di Roma c'è. E' Roberto Formigoni, il quale giura che Veltroni gli ha già confermato il suo assenso alla proposta di legge iperfederalista avanzata dalla Regione Lombardia. Del resto, il federalismo è l'architrave intorno cui si confrontano i due modelli di partito e di società su cui veltroniani e anti-veltroniani si sono già dati battaglia: partito liquido vs. partito forte; regionalismo vs. neo-centralismo; bipartitismo vs. modello di coalizione. Su una posizione intermedia si colloca finora Sergio Chiamparino, ministro ombra delle Riforme, il quale peraltro è l'unico ad aver discusso la materia con la controparte incontrando pochi giorni fa una delegazione del governo composta da Umberto Bossi, Giulio Tremonti, Aldo Brancher e Roberto Calderoli. Per Chiamparino discutere di modello differenziato - una soluzione che lasci alla regioni la decisione sulle competenze da assumere - si può, ma non con la divisione del gettito ipotizzata da Formigoni, versione troppo hard di federalismo fiscale. Per questo Chiamparino si è detto contrario al "modello lombardo". Mai quanto Marco Follini, certo più vicino alle posizioni dalemiane che a quelle veltroniane, il quale non si compiace che la Lega rivendichi un dialogo già avviato col governo ombra: "Le riforme istituzionali - dice - non si fanno con conciliaboli segreti o con un'altra gita a Lorenzago. Io, piuttosto, invoco che si segua un percorso trasparente". Un ruolo nel dibattito interno al Pd ce l'ha anche la sinistra ex Arcobaleno, coinvolta nel seminario dalemiano per il tramite di membri di Astrid come Cesare Salvi. Ma pesa pure l'affidavit di Vendola a D'Alema, che comprende tra le altre cose lo stop al pacchetto di riforme che comprende oltre al federalismo anche le riforme elettorali europea e nazionale. Archiviata lo scontro sull'analisi del voto, è sui confini del federalismo che si giocherà la principale battaglia interna al Pd. Stefano Cappellini 03/06/2008.

Torna all'inizio


L' amaca - (segue dalla prima pagina) (sezione: Riforma elettorale)

( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)

Argomenti: Esempi esteri

Commenti L' Amaca (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Cioè con lo "status" dell'Italia alle Nazioni Unite e nell'Unione Europea. L'ottimismo dimostrato dal governo italiano, convinto che bastasse l'appoggio dell'amico Bush per ottenere un cartoncino di invito nel "salotto buono" delle grandi potenze, si è rivelato eccessivo perché probabilmente non ha tenuto conto di quanta strada il nostro Paese debba recuperare su entrambi i fronti. Il gruppo di contatto sull'Iran, da cui il precedente governo Berlusconi si lasciò escludere con imperdonabile leggerezza nell'ottobre 2003, quando i ministri degli esteri di Francia, Germania e Gran Bretagna andarono in visita congiunta a Teheran, è stato successivamente allargato ed oggi è composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania, che aspira a diventarlo. Per Berlino, evidentemente, si tratta dell'anticamera che dovrebbe assicurargli la possibilità di un seggio fisso all'Onu in occasione della prossima riforma delle Nazioni Unite. E' chiaro che la cancelliera Merkel non vede di buon occhio l'ingresso dell'Italia, che da anni si batte per bloccare le ambizioni tedesche. Il dettaglio che forse Berlusconi ha sottovalutato, è che una riforma del Consiglio di Sicurezza che coopti la Germania, insieme con il Brasile e il Giappone o l'India, è la soluzione sostenuta e caldeggiata anche dall'amministrazione americana fin dai tempi di Clinton. Per quanto "amico", dunque, Bush non è disposto a compromettere un interesse strategico di fondo degli Stati Uniti per fare un piacere al presidente del Consiglio italiano. Il secondo tavolo su cui il gruppo di Contatto per l'Iran gioca un ruolo determinante è quello europeo. La sua costituzione, quando ancora Russia, Cina e USA sulla questione iraniana marciavano in ordine sparso, ha significato di fatto la creazione di un direttorio politico europeo composto dai tre grandi della Ue: Germania, Francia e Gran Bretagna. L'esclusione dell'Italia non è stata una dimenticanza casuale. Essa corrisponde ad una gerarchia che si è andata consolidando dal 2000 in poi: Londra Parigi e Berlino sono le tre potenze di riferimento in Europa. Roma, Madrid e Varsavia stanno, di fatto, un gradino più sotto. Poco importa se l'Italia ha una popolazione e un Pil notevolmente superiore a quello di Spagna e Polonia, e se può contare in Consiglio sullo stesso numero di voti dei francesi e dei britannici. Anche in Europa, come diceva Enrico Cuccia, i voti non si contano ma si pesano. E il peso di un Paese che sta da anni perdendo posizioni sul fronte economico, tecnologico e anche politico rispetto agli altri partner europei è inevitabilmente inferiore. Berlusconi ha pensato che bastasse pagare il prezzo di un riallineamento totale dell'Italia alla politica estera americana per ottenere da Washington il riconoscimento dello status perduto. Ma non è così. Innanzitutto perché oggi Bush non è più in grado di imporre il proprio volere alle altre potenze, e tantomeno all'Europa. Lo si è visto chiaramente all'ultimo vertice Nato, quando gli Stati Uniti non sono riusciti a far entrare Ucraina e Georgia nell'Alleanza nonostante questa fosse la massima priorità della Casa Bianca. Inoltre l'Europa, sotto la guida di Angela Merkel, sta faticosamente cercando di costruire una propria identità come grande soggetto della politica globale, non contrapposto ma comunque differenziato dagli Stati Uniti. Per arrivarci, sia la Merkel, sia Sarkozy, sia Brown hanno oggi un ottimo rapporto con l'amministrazione USA e non hanno certo bisogno di un "ambasciatore" italiano a Washington. Bush ne è perfettamente consapevole, e per questo non è interessato a concedere quello che "l'amico Silvio" gli chiede. La scorciatoia, che per arrivare da Roma a Bruxelles un tempo passava da Washington, ormai è chiusa per sempre. Berlusconi è ancora in tempo per capirlo.

Torna all'inizio


Segue nei panni di walter (sezione: Riforma elettorale)

( da "Riformista, Il" del 20-06-2008)

Argomenti: Proposte di legge

Segue nei panni di walter di Leonardo Morlino La prima: fare l'opposizione responsabile e costruttiva sarebbe opportuno perché consentirebbe di mantenere aperto un canale di comunicazione con il premier sui temi di riforma costituzionale, al minimo apportando ritocchi sulla legge elettorale per toglierne gli errori e revisioni costituzionali sul bicameralismo e i poteri del primo ministro. Il capo del governo ne è consapevole. Sa anche che per via del referendum pendente almeno della riforma elettorale sarà opportuno parlare con l'opposizione. In ogni caso, però, ha una maggioranza parlamentare compatta che non gli creerebbe problemi su questo tema. Di conseguenza, può forzare la mano su altri provvedimenti che gli stanno molto a cuore. Semmai, è all'opposizione che conviene tenere aperto il dialogo. La seconda: il successo elettorale, inaspettato, dell'Italia dei Valori ha indotto Di Pietro a non mantenere il precedente patto di costituire un gruppo comune con il Pd e ora, grazie alla propria consistenza parlamentare, vede la possibilità di un ruolo autonomo che attragga anche una parte della sinistra radicale uscita pesantemente sconfitta dalle urne. In questo modo Di Pietro tenta di assumere su di sé ruolo e visibilità maggiori rispetto al Pd. In breve, da una parte, ai fini delle riforme istituzionali il Pd è inutile dal punto di vista di Berlusconi; dall'altra, ai fini di un'opposizione più forte e visibile questo stesso partito è scavalcato da Di Pietro. Sembra un brutto sogno. Verrebbe da chiedersi: che fare?, se questa domanda leninista non facesse venire alla mente ben altri disastri del passato. In ogni modo, per uscire da questo vicolo cieco qui ed ora, occorre vedere bene le priorità. Il nuovo ruolo dell'opposizione è un elemento positivo su cui riflettere e costruire. Con Di Pietro i conti andranno fatti a suo tempo, quando ci saranno nuove lezioni. Ma ora bisogna cogliere la concreta occasione di fissare i valori di una buona democrazia e i comportamenti di un'efficace opposizione. Rispetto ai primi il punto è evitare la "sovversione" dei diritti, riaffermandone con precisione e dettagli tutte le ragioni. Ovvero evitare che in nome delle necessità di una supposta sicurezza o efficienza si introduca altro. Se, ad esempio, si vuole fare passare una decisione sulla sospensione dei processi per chi occupa le principali cariche, il governo lo faccia pure prendendosene tutte le responsabilità. Ma l'opposizione usi le opportunità di azione che ha in parlamento con il massimo impegno. E, come spesso si dice, chi vivrà, vedrà. 20/06/2008.

Torna all'inizio


LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unita, L'" del 21-06-2008)

Argomenti: Esempi esteri

Stai consultando l'edizione del LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD segue da pagina 15 Sia chiaro: gli individui che commettono un crimine vanno puniti, qualunque sia la loro nazionalità, la loro provenienza. Gli individui: mai i gruppi, le comunità etniche, sociali o religiose alle quali appartengono. Non lo dice solo il nostro codice, e già basterebbe e avanzerebbe. E' la nostra stessa civiltà a dire che chi pensa diversamente, chi nega questo fondamento, scivola inesorabilmente nella barbarie. E se come dicevamo la percezione di insicurezza e la paura vanno comprese, non altrettanto si può e si deve fare quando il confine viene oltrepassato. E' accaduto, quindi può accadere. Una folla scatenata che si scaglia contro un campo nomadi incurante di anziani e bambini terrorizzati e in fuga è parte del problema, e anche grande. Non è certo una risposta. Le ronde, la caccia al rom o all'immigrato, il mito aberrante del farsi giustizia da sé sono un problema, non sono certo la soluzione, nemmeno in minima parte. Proposte politiche che minimizzano l'una cosa e che propongono apertamente l'altra, sono anch'esse parte del problema, non la possibilità di uscirne. Non il modo di contrastare un virus pericoloso, nocivo, socialmente e moralmente. Quello fatto di semplificazioni xenofobe, di voglia di veder dilagare un "pensiero unico" segnato da separazione, chiusura, ostilità. Quello che poi si manifesta in tante forme, a cominciare dal linguaggio, dagli epiteti razzisti, dalle espressioni vergognose di chi arriva a parlare di lager o di operazioni di "derattizzazione". E' un problema chi soffia sul fuoco, chi alimenta le paure, chi innesca meccanismi che poi rischiano di scappare di mano, di sfuggire ad ogni controllo. Tutto per conquistare un consenso di tipo populista e antipolitico. Con un'enfasi che colpisce in modo particolare gli immigrati e che diventa facilmente sproporzione e poi ingiustizia, discriminazione, intolleranza. Con una attenzione, anche mediatica, che prende la realtà e invece di rappresentarla la distorce, la esaspera. Alcune cose, specie in alcuni momenti, sembrano essere osservate con il binocolo e ingrandite anche a distanza ravvicinata, altre vengono con troppa facilità allontanate dagli occhi e dalla coscienza. Ha davvero ragione Claudio Magris quando dice: "Credo che i commercianti e gli industriali taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero volentieri il danno, l'intimidazione - non di rado la morte - che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo nomadi. Non si sono viste squadre di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri della camorra e non ho sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli esercenti dai malavitosi che vengono a riscuotere il pizzo". E' così. Troppo spesso, in questo nostro Paese, succede così. E fatemi dire che io non ho visto uomini politici della destra, né in campagna elettorale, né nei giorni scorsi quando sono tornato di nuovo a Casal di Principe e in Sicilia, spendere una parola - non dico a combattere in prima fila, ma spendere una sola parola - contro la camorra, contro la mafia, per respingere il loro appoggio, per sostenere concretamente i magistrati, le forze dell'ordine, gli industriali anti-racket, i ragazzi di "Libera" o quelli di Locri che giorno per giorno difendono, tutti assieme, il valore della legalità, della moralità che la vita pubblica deve avere. Perché è su questo che si regge una democrazia, è questo che contribuisce a tenere insieme la trama, il tessuto della società. Non si governa un Paese, una comunità, coltivando l'egoismo sociale, calpestando e lasciando calpestare la legalità, riducendo le radici, l'identità, il territorio da quella ricchezza che sono ad una gabbia che restringe lo sguardo e mortifica le relazioni. Non è giusto, non serve al destino comune delle nostre società. E non serve nemmeno ai singoli individui, a coloro dei quali si dice di voler difendere prerogative e condizioni di vita. Invece è questo che fa la destra, in tutto l'Occidente. Non si presenta più col volto dell'innovazione, della rottura con vecchi schemi mentali e consolidati assetti di potere, della scommessa sugli "outsider" contro gli "insider", come seppero fare, pur con tutte le contraddizioni e producendo iniquità, la signora Thatcher e Ronald Reagan negli anni Ottanta del secolo scorso. Oggi la destra ha smesso di innovare. Sembra scommettere piuttosto sulla paura che i grandi cambiamenti in atto stanno suscitando in tutti i settori sociali. E sembra voler promettere più protezione che innovazione. Potremmo dire, in una parola, che la destra, venticinque anni dopo, è tornata conservatrice. Non a torto, la destra ritiene che questo sia precisamente ciò che le nostre società oggi le chiedono. Angosciate come sono da un cambiamento che avanza in modo tumultuoso, ma del quale non si riesce a comprendere il senso, ad afferrare la direzione di marcia, a prevedere gli sviluppi, nemmeno ad intravedere la guida. Pensiamo a questi ultimi vent'anni. Sono cambiati, e profondamente, gli equilibri politici. Nel 1989, con il crollo del Muro, finiva il tempo delle ideologie, tramontava l'assetto bipolare che per più di mezzo secolo aveva determinato i destini di popoli e paesi di ogni angolo del pianeta. Qualcuno, salutando i segni di una democrazia in complessiva espansione, perché era verso di essa che il mercato sembrava ineluttabilmente spingere, arrivava a preconizzare la "fine della Storia". Sarebbe bastato poco tempo a dimostrare che così non era. La cartina dell'Europa è stata ridisegnata, e con essa il suo ruolo. Con fasi alterne, e con non poche contraddizioni. Nel segno della pace si è riunificata la Germania, in quello della guerra e dell'odio etnico sono nati nuovi stati nei Balcani. L'allargamento a Est ha creato nuovi confini e assegnato nuovi possibili compiti all'Unione Europea. Nel frattempo, girato drammaticamente l'angolo del nuovo secolo, ci si accorge di quanto si siano incrinate le certezze sulla "naturale" crescita delle democrazie. Larry Diamond, politologo della Stanford University, lo ha detto con chiarezza: a fianco della tanto dibattuta recessione economica americana ce n'è oggi un'altra, meno discussa ma assai più temibile, perché se si consolidasse sarebbe molto difficile invertire il senso di marcia e le conseguenze per l'intero pianeta sarebbero di non breve durata. L'ha definita "recessione democratica", pensando soprattutto a quelle forme di "capitalismo autoritario" che con profili diversi ha i suoi esempi più grandi nella Cina e nella Russia. Realtà che si stanno incaricando di dimostrare che il mercato può esistere anche senza democrazia o in presenza di democrazie deboli. Insomma, andiamo verso un mondo multipolare dove grandi potenze potranno non essere democratiche. E non solo: dove ogni grande democrazia deve trovare le energie per difendere, rafforzare e perfezionare se stessa. Non sono mai da sottovalutare i rischi che si addensano su una comunità, su una democrazia, quando lo Stato di diritto viene ferito e quando anche solo una piccola parte della libertà degli individui viene meno. Una "recessione democratica", dunque. E insieme, le grandi questioni legate al "Prometeo scatenato" di Giorgio Ruffolo, ad un sistema capitalistico che a fianco delle "condizioni prodigiose di prosperità" che ha saputo creare, e anzi spingendo proprio queste oltre ogni misura, si è avventurato in un percorso denso di "condizioni minacciose" per il futuro stesso dell'umanità. La devastazione dell'ambiente, i cambiamenti climatici, l'emergenza acqua, le carestie, la dissipazione delle fonti energetiche primarie e la dipendenza del petrolio che potrebbe mandarci in tilt: tutto concorre a dirci che il mondo così non può reggere ancora per molto, che siamo già oltre il limite e che rischiamo di arrivare ad un punto di non ritorno. E poi la dissipazione delle ricchezze reali con il peso smisurato assunto dalla finanza, il deterioramento delle relazioni sociali, un impoverimento generale delle risorse morali. A creare un mondo sempre più diseguale. Sempre più abitato da pochi vincitori e moltissimi perdenti. Con i frutti della crescita che non sono, evidentemente, distribuiti in modo equo. Guardiamo sempre gli ultimi due decenni: se da una parte si è verificata una modesta riduzione dell'enorme divario che continua a separare i redditi medi dei paesi ricchi da quelli dei paesi poveri, dall'altra abbiamo assistito ad un accentuarsi delle diseguaglianze all'interno sia degli uni che degli altri. E' da vent'anni e più che in tutti i paesi industrializzati i salari e gli stipendi sono rimasti fermi o sono andati indietro, mentre i profitti e le retribuzioni degli alti dirigenti sono aumentati. E a questo spostamento di ricchezza, che ha già prodotto l'impoverimento di larghe fasce di popolazione all'interno dei singoli paesi, si sta aggiungendo ora una massiccia redistribuzione del reddito, con il trasferimento di grandi risorse dai consumatori di petrolio, metalli e grano a chi queste cose le produce. La globalizzazione c'è, è un dato di fatto. Il punto è il suo governo. Perché è evidente che economia e mercati finanziari si sono più che globalizzati, e la politica, i suoi strumenti e le sue regole, no. Un risultato è che i singoli individui sono sempre più consapevoli che a decidere il loro futuro saranno fenomeni che sfuggono totalmente al loro controllo e che però incidono assai concretamente sulla loro vita. Gli squilibri tra Nord e Sud del mondo, gli scompensi demografici tra le diverse aree del pianeta, la fame dell'Africa e i conflitti dimenticati, i grandi movimenti migratori, non sono argomenti da leggere o da ascoltare in televisione, ma concreta realtà. E così i mutamenti climatici, l'uso distorto delle risorse primarie e quello eccessivo delle fonti energetiche, una gravissima crisi alimentare che non bastano poche cifre a raccontare, con il prezzo del riso aumentato negli ultimi mesi del 75% e quello del grano del 120% nell'ultimo anno: non sono più temi lontani, ma hanno a che fare con l'aria che si respira, con la salute dei propri figli, con l'enorme rincaro della spesa per gli alimenti o per gli spostamenti di ogni giorno. E ancora la crescita impetuosa dei mercati e degli scambi commerciali, e l'ingresso sulla scena mondiale di nuovi grandi protagonisti economici prima in forte ritardo: potranno essere fenomeni che interessano gli studiosi, ma certo riguardano ancora di più chi per questo perderà il posto di lavoro o dovrà vivere con il terrore che le voci di chiusura circolanti in fabbrica, ogni giorno più insistenti, si rivelino vere. Non c'è da stupirsi che il nostro sia diventato il tempo dell'insicurezza e della paura. Una paura che oggi ha immediatamente a che fare, pressoché in tutto il mondo, con la politica. Quella di chi fatica a sintonizzarsi con essa e a darle risposta. Quella di chi non si pone il problema, o meglio lo risolve in un altro modo: usandola. Ora: la paura è da sempre compagna di viaggio degli uomini e va considerata per quel che è, un sentimento umanissimo. Che le persone arrivino a farsene condizionare è quanto di più comprensibile. Altra cosa però è la politica, è l'uomo di governo, che non si pone il problema di superare la paura, di contrastare il suo dilagare contagioso, i guasti che così si producono all'interno di una comunità. Altra cosa ancora è chi pensa addirittura di trarre, da tutto ciò, un vantaggio. Sulla base della paura non si governa una società. Men che meno si governano e si tengono insieme società aperte e complesse come le nostre. Credo abbia ragione chi dice, come fa Paul Krugman, che non è stata e non è l'economia a determinare o almeno a condizionare la politica, quanto piuttosto il contrario. E' la politica che con le sue decisioni può ampliare o ridurre il grado di disuguaglianza, rafforzare o indebolire la rete di protezione che è a disposizione di ognuno, aumentare o diminuire le effettive opportunità, avvicinare o meno le concrete condizioni di partenza. E' allora dalla politica che bisogna ripartire. Anche nel nostro tempo post-ideologico, che anzi permette una più aperta contrapposizione di idee e programmi, non è affatto indifferente quale segno ha la politica, se è della neo-destra o di un moderno centrosinistra. La destra sceglie la chiave del populismo, cavalca le paure e solletica l'arbitrio personale, alza muri, invoca dazi e barriere. Preferisce fare facili promesse, rassicuranti forse nell'immediato, in grado di esorcizzare lì per lì la paura, ma non di sciogliere davvero i nodi che ne sono all'origine. Viene in mente la famosa nave di Kierkegaard: "è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani". Sembra la condizione in cui ci troviamo oggi. Non si può in effetti dire che la destra, nel mondo, sia in questo momento afasica. Parla, dà delle sue risposte alle insicurezze. Punta a rappresentare il disagio, anzi ad alimentarlo e ad amplificarlo. E che la cosa in quasi tutta Europa le stia riuscendo, emerge dal raffronto tra due fotografie, una scattata dieci anni fa, l'altra oggi. Dieci anni fa, dopo le vittorie di Prodi nel '96, di Blair e Jospin nel '97, di Schroeder nel '98, il centrosinistra governava 13 dei 15 paesi dell'Unione Europea e 11 dei premier appartenevano alla famiglia socialista. Oggi, non contando le grandi coalizioni di Austria e Germania, al governo dei rispettivi paesi troviamo solo i socialisti spagnoli e quelli portoghesi. E i laburisti in Gran Bretagna, ovviamente, ma qui gli ultimi risultati del voto locale e tutti i sondaggi non inducono purtroppo all'ottimismo. Questa è la situazione attuale. Una situazione che oggettivamente racconta delle difficoltà enormi in cui si trovano la sinistra e il centrosinistra in Europa e della grandezza della riflessione, oltre che dei compiti, che ci attendono immediatamente. Però noi non dobbiamo mai dimenticarlo, e mai smettere di comportarci conseguentemente: la destra non fa altro se non dire quel che le persone si vogliono sentir dire, si limita ad annunciare il menu del giorno dopo. Questo può fare indubbiamente piacere, può dare sollievo. Ma alla lunga non conduce lontano, non dà senso all'agire, non dà prospettiva. La globalizzazione attuale richiede di essere governata dai pubblici poteri, con un più efficace coordinamento internazionale, con un modello al tempo stesso multilaterale e multilivello. Una nuova idea di "governo mondiale". E' questa l'urgenza che il centrosinistra, le forze riformiste di tutto il mondo, si devono porre, assumendosi nuove e grandi responsabilità. Ci sono enormi diseguaglianze, c'è una "insostenibilità sociale" figlia di uno sviluppo privo di limiti? E' vero che il pendolo del potere economico si è spostato in questi anni dal lavoro al capitale, con l'uno a livelli record positivi e l'altro negativi? Bene: è tempo che il pendolo della politica torni su una posizione più favorevole al lavoro. Si cominci riconoscendo giuste retribuzioni, salari più alti a chi ha visto sminuire il valore della propria attività e concretamente precipitare il proprio potere d'acquisto. E se c'è qualcuno che le coltiva, ci si tolga dalla testa due idee: quella di poter competere con chi si affaccia ora al mercato giocando al ribasso sul livello delle retribuzioni o dei diritti; quella di rinunciare o semplicemente di sminuire il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori e degli altri corpi intermedi, che hanno migliorato la vita di milioni di persone e contribuito a rafforzare la democrazia estendendo e garantendo la sfera dei diritti politici, civili e sociali. Sono soggetti fondamentali, chiamati a ripensare e a innovare profondamente la loro azione proprio per tornare a svolgere con pienezza il ruolo che è loro. Ecco quindi un punto fermo: il valore del lavoro e la garanzia di tutela e protezione sociale. Da affermare non tornando al protezionismo. Piuttosto con nuove e concrete politiche di welfare (e con regole severe sul fronte finanziario, con vincoli saggi e scelte coraggiose su quello ambientale), che riconoscano la nuova realtà globale, che creino un efficace sistema di ammortizzatori sociali, che garantiscano la formazione a chi perde il posto e sostengano la transizione da un lavoro all'altro. E poi usando anche la leva fiscale per incoraggiare lo sviluppo di quelle attività che sostengono la crescita, e quindi la ricerca, la formazione, gli investimenti in tecnologia, piuttosto che per continuare a premiare chi fabbrica denaro con altro denaro. E' ora di dirlo, e di ripeterlo fino a quando sarà necessario: non è possibile che a chi trae i propri guadagni da speculazioni, da quelle che sono vere e proprie scommesse sui mercati finanziari, sia applicata una tassazione molto più bassa rispetto a chiunque si guadagna da vivere in qualunque altro modo. Non è solo un'ingiustizia clamorosa. E' difficile semplicemente capire perché questo possa essere accettato, perché anzi troppo spesso succeda che i "maghi" della finanza siano considerati più degni di ammirazione di un imprenditore, di un artigiano o di un commerciante che rischia in proprio o di chi, giorno dopo giorno, fa onestamente il proprio lavoro e contribuisce al buon funzionamento dei servizi e alla crescita dell'economia di un Paese. Su tutto, come condizione, c'è proprio questo, c'è il sostegno alla crescita. Il centrosinistra ha impiegato troppo tempo a far serenamente e convintamente suo il principio che nulla è possibile senza la crescita, che senza di essa non può esserci giustizia sociale. Ma ora che questo è finalmente avvenuto, proprio il centrosinistra deve avere l'orgoglio e la determinazione di affermare che le strategie di crescita non funzionano senza equità e uguaglianza di opportunità, senza attenzione alla distribuzione del reddito e all'accesso a servizi pubblici di alta qualità. La funzione, l'identità stessa di una forza di centrosinistra, si colloca, come Anthony Giddens ha ben sottolineato, su più dimensioni, lungo una scala che ha come gradini i grandi principi dell'eguaglianza e della solidarietà, da declinare ovviamente in modo nuovo e nelle nostre società, che sono degli individui e non delle classi; la scelta dell'innovazione e della sfida ai paralizzanti conservatorismi di ogni tipo; la tensione verso una società fatta sì di individui singoli e liberi, ma al tempo stesso tenuta insieme da un tessuto unitario, da una condivisione di responsabilità, contro il cinico abbandono alla "spontaneità" degli egoismi sociali; l'aperta relazione con le differenze culturali. Un riformismo globale: concrete proposte sui decisivi piani della progettualità politica e istituzionale, della protezione sociale e della socialità, della modernità e della multiculturalità; e poi capacità di decidere in base a una visione, a principi, che considerino le conseguenze non solo per chi è contemporaneo o vicino, ma anche per le generazioni future e per chi abita insieme a noi questo mondo. Solo così si governa il cammino, che non può proseguire se non su una strada: quella dell'apertura agli altri e al mondo. Senza disperdere nulla del valore positivo che hanno l'identità, il territorio, le comunità locali e la loro cultura, soprattutto in Italia, nel Paese delle cento città. Ma comunque, apertura agli altri e al mondo. Le radici possono servire, di certo servono le ali. Qualcuno, tra gli altri Peter Mandelson, certo non un politico sospettabile di scarso pragmatismo e di poca concretezza, ha detto pensando all'integrazione mondiale ed europea che l'apertura in atto va "umanizzata". Ecco, in fondo è di questo che alla fine si tratta. Non è certo impresa da poco. Anzi, è un compito assai difficile. C'è una moderna "questione sociale", come ha sottolineato Alfredo Reichlin, che se non affrontata diventerà esplosiva. A noi il grande compito di accendere, contro la paralisi della paura, una razionale speranza di cambiamento. E' possibile. Guardiamo oltreoceano, dove tra pochi mesi si porterà lo sguardo del mondo. George W. Bush è stato la prova vivente di questa regola aurea della politica democratica. Nessuno più di lui ha fatto leva sulla paura, dopo il tremendo choc dell'11 settembre. Grazie alla paura, Bush ha rivinto trionfalmente le elezioni del 2004, ma non è riuscito a governare, cioè a produrre soluzioni concrete e solide. Né per il mondo, né per gli Stati Uniti. La guerra all'Iraq si è dimostrata solo un cruento diversivo, che ha distolto forze militari ed energie politiche dall'Afghanistan ed ha prodotto come unico risultato geopolitico il rafforzamento dell'Iran. Più in generale, l'amministrazione Bush ha dissipato la straordinaria eredità di Clinton, che gli aveva consegnato un'America forte, economicamente solida, rispettata nel mondo: anziché lavorare alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, fondato sul diritto internazionale, ha pensato di poter gestire lo straordinario potere di cui dispone l'unica iperpotenza in chiave unilaterale. Sapremo in novembre se l'America vorrà girare pagina, affrontando le sue paure, provando a governarne le cause, tornando a credere nella capacità della politica di umanizzare il mondo, riprendendo il controllo di processi storici che oggi paiono senza guida. "Change", cambiamento, è la parola d'ordine del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti: Barack Obama, al quale rivolgiamo il più caloroso abbraccio di augurio. Il mondo è stato rimesso sui piedi: se la destra alimenta le paure e torna a proporsi come forza conservatrice, i democratici scommettono sulla speranza umanistica nel cambiamento. "Change - ha detto Obama nel suo discorso di vittoria alle primarie - è capire che far fronte alle minacce del nostro tempo richiede non solo la nostra potenza di fuoco, ma la forza della nostra diplomazia. Change è costruire un'economia che remuneri non solo la ricchezza, ma il lavoro e i lavoratori che l'hanno creata". Il cambiamento possibile contro la paura del futuro. Questa è la scommessa dei democratici americani. Ma "cambiamento" vorremmo divenisse la parola chiave anche di una rinascita delle forze democratiche, riformiste, progressiste in Europa. Il No irlandese al trattato di Lisbona è un segnale inquietante. I popoli voltano le spalle all'Europa. E' come se la percepissero come parte del problema, il problema di una globalizzazione senza guida, anziché come parte essenziale della soluzione. Solo un'Europa più forte e più unita, capace di parlare con una voce sola, può invece consentire ai popoli europei di evitare il rischio della irrilevanza nel mondo "post-occidentale". Per questo chiediamo al governo di sciogliere le ambiguità della sua maggioranza e di chiarire qual è la sua posizione. E' quella contenuta nelle parole vagamente tranquillizzanti pronunciate ieri dal Presidente del Consiglio o quella del ministro Calderoli che brinda ringraziando il popolo irlandese per il voto sull'Europa e festeggia quella che considera la morte del Trattato di Lisbona? E a questo proposito: è in grado il governo di procedere con sollecitudine alla ratifica in Parlamento del Trattato? O piuttosto si farà bloccare da "avvertimenti politici" come quello inviato dalla Lega ieri alla Camera nel voto sul decreto rifiuti? Temo sia solo una delle prime dimostrazioni di quanto abbiamo detto sempre in questi mesi: quello schieramento elettorale e questa maggioranza erano e sono più il residuo della vecchia stagione delle coalizioni "contro" che una risposta adeguata alla sfida dell'innovazione politica lanciata dal Partito Democratico. E ancora: noi chiediamo al governo di assumere un'iniziativa in sede europea per individuare un gruppo di Paesi disponibili e interessati a procedere verso una più stretta e forte integrazione politica. A cominciare dalla costruzione di una politica economica comune, che valorizzi l'Euro non solo sul piano della stabilità, dove ha svolto un ruolo di straordinaria efficacia, ma anche su quello della crescita, dove invece è ancora ben lontana dall'esprimere appieno le proprie potenzialità. Cosa vuole fare il governo: schierare l'Italia tra i paesi europei che intendono scommettere sullo straordinario potenziale di crescita che il mercato unico rappresenta? O invece intende porre anche il nostro Paese tra quelli che si attardano a difesa di indifendibili e controproducenti barriere protezionistiche? L'Europa deve cambiare. C'è bisogno di più e non di meno Europa. E c'è bisogno, al Parlamento di Strasburgo, di un grande gruppo riformista e democratico, che lavori per far compiere un salto di qualità al processo di integrazione europea. Questo è ciò che stiamo dicendo, proprio in questi giorni, ai nostri amici socialisti e ai nostri amici liberali europei. E' esattamente l'opposto che pensare che l'Europa sia una grande Italia. Piuttosto, da italiani, vorremmo contribuire, uniti, a rendere più grande e forte l'Europa. E pensiamo che le famiglie politiche europee potranno veder crescere il loro ruolo e il loro significato, agli occhi sempre più scettici dei cittadini europei, solo se sapranno scommettere sulla loro capacità di rilanciare il processo di integrazione. La nostra è un'identità nuova in Europa e come tale è un'identità che è e resterà autonoma. Ma autonomia non significa solitudine. Tanto meno può significare dividersi tra di noi in gruppi diversi che ricalchino le vecchie provenienze. Noi stiamo costruendo relazioni strette del PD con il Pse, con i liberaldemocratici europei, con i Democratici americani, per favorire il formarsi di un grande campo dei riformisti, dei democratici, dei progressisti, sia in Europa che nel mondo. Per quanto riguarda il Parlamento di Strasburgo, sarà un fatto nuovo se i socialisti, come è da auspicare, favoriranno la nascita di un nuovo gruppo aperto a forze che non facciano parte del Pse. Ciò che stiamo costruendo è una soluzione che consenta al nostro partito di armonizzare la sua autonomia e la sua identità senza che questo significhi isolamento in Europa. Questo vuol dire che quale che sia la collocazione che avrà il gruppo del PD a Starsburgo noi dovremo lavorare per la costruzione di questo vasto campo che comprenda democratici, socialisti e liberali europei. Oggi, ad otto mesi dalla nascita del Partito democratico, e a due mesi dalla sconfitta elettorale, la parola torna dunque all'Assemblea nazionale. Davanti a noi, come sempre avviene nei momenti critici, c'è una domanda semplice. La strada che abbiamo imboccato otto mesi fa, per quante curve e salite possiamo avere davanti a noi, è quella giusta, quella che ci può portare non solo al governo, ma ad aprire un ciclo politico nuovo nella storia d'Italia, o invece la sconfitta ci dice che dobbiamo tornare indietro e cambiare strada? Rispondere a questa domanda, in modo sereno e limpido, è necessario e urgente, se vogliamo evitare il logoramento di un lungo, estenuante dibattito interno, opaco e inconcludente. E se vogliamo invece dare, prontamente, incisività e respiro strategico alla nostra opposizione in Parlamento e nel Paese. Per parte mia, in questi due mesi di riflessione, di studio, di confronto negli organismi del partito, di dibattito in tutta Italia, mi sono rafforzato nel mio convincimento che la linea che abbiamo scelto tutti insieme è quella giusta. Ma che essa ha bisogno, e per questo siamo qui, di ulteriori innovazioni e soprattutto di un partito che la esprima in modo efficace. Non solo non è stata la linea seguita in questi mesi a portarci alla sconfitta, ma è anzi grazie a quella bussola se siamo riusciti ad attraversare una tempesta di dimensioni ben più grandi dei nostri confini nazionali. E se disponiamo oggi delle coordinate fondamentali di una strategia di risposta e di rivincita. Ce lo dice innanzi tutto l'analisi del voto: un voto complesso e dalle molte facce. La prima faccia del voto del 13 e 14 aprile, quella più evidente e chiara, è la sconfitta: abbiamo perso le elezioni, perché grazie al voto popolare Berlusconi è tornato a Palazzo Chigi e c'è il centrodestra al governo del Paese. Proprio perché siamo un partito "a vocazione maggioritaria", se non riusciamo a conquistare la maggioranza dei consensi necessaria a governare, ci sentiamo e siamo sconfitti, qualunque sia la cifra proporzionale che come partito riusciamo ad ottenere. Per di più, la sconfitta c'è stata anche sul piano quantitativo: lo scarto tra noi e il Pdl è di un milione e mezzo di voti, che diventano più di 3 e mezzo con l'apporto dei rispettivi alleati: Lega Nord e autonomisti meridionali da una parte, Italia dei valori dalla nostra. Uno scarto ampio, che non sarebbe stato colmabile neppure ipotizzando di poterci avvalere dell'apporto della Sinistra Arcobaleno e dei Socialisti, che insieme non raggiungono il milione e mezzo di voti. Anche lasciando fuori dai blocchi i 2 milioni di voti dell'Udc, con l'apporto della Destra di Storace e Santanchè il centrodestra avrebbe comunque mantenuto un vantaggio di quasi 3 milioni di voti. L'ipotesi della sommatoria è peraltro solo un'ipotesi di scuola. Si tende infatti troppo facilmente a dimenticare che le elezioni del 13 e 14 aprile non sono state elezioni a scadenza naturale, ma elezioni anticipate, dopo l'interruzione traumatica della legislatura più breve della storia della Repubblica. E che quella crisi non è stato il frutto di un incidente di percorso, ma del riproporsi, per la seconda volta in un decennio, e in forme se possibile ancora più gravi del 1998, di una rottura strategica con Rifondazione comunista e le altre forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Questa volta in un contesto di disperante frammentazione che ha segnato tutta la legislatura. Più precisamente ancora: l'esperienza politica dell'Unione è andata in crisi non solo per la crescente difficoltà a fare sintesi nella maggioranza attorno all'azione di governo - sulla politica estera e di difesa come su quella economica e sociale, dalle politiche ambientali e infrastrutturali fino alle questioni eticamente sensibili - ma perché la sintesi, anche quando faticosamente veniva raggiunta, anziché allargare il nostro consenso nel Paese, finiva per logorarlo, consumarlo e ridurlo. Dopo mesi di allarme di tutti i sondaggisti, la riprova di questa pericolosa tendenza venne dalle elezioni amministrative del maggio 2007. Un test parziale, dal quale emersero però indicazioni chiare e univoche: non solo l'Unione perdeva - e perdeva in tutta Italia - ma perdeva a spese innanzitutto dei Ds e della Margherita, le due forze che avevano appena deciso, nei rispettivi congressi, di dar vita al PD. Scrive Marco Alfieri, nel suo graffiante pamphlet sul "Nord terra ostile": "Con le amministrative del giugno 2007, in Lombardia, Veneto e Piemonte - 18 milioni di abitanti e 2 milioni di imprese che producono il 38 per cento del pil e il 53 per cento dell'export italiano - il divario Unione/Cdl tocca livelli mai raggiunti in passato. Cadono come birilli Monza e Verona, Asti, Alessandria, Gorizia e Belluno, mentre la 'rossissima' provincia di Genova viene rivinta solo dopo un ballottaggio tiratissimo. Nel milanese crollano uno a uno, spostandosi a destra, storici bastioni come Rho, Melegnano, San Donato, Garbagnate... Il forzaleghismo ha invaso ormai quasi tutta la provincia... Non aver saputo seriamente scalfire il monopolio della Casa della libertà sui territori che corrono sotto l'arco alpino ha riportato, una dopo l'altra, all'ovile berlusconian-bossiano, tutta una serie di medie città di una 'padania' che sembra ormai aver divorziato dall'Unione". Ma i problemi non si fermano a Nord del Po: anche nelle regioni "rosse", scrive ancora Alfieri, nel 2007 "qualcosa ha cominciato ad incepparsi. In primo luogo sul fronte dell'astensionismo: il calo dei votanti è stato addirittura superiore al dato nazionale. Mai successo... In secondo luogo sul fronte dei comportamenti di voto. In otto dei tredici comuni superiori a 15 mila abitanti il centrosinistra ha perso consensi rispetto alle elezioni precedenti (in media -12,4%). In sette delle otto città amministrate dal centrosinistra si è dovuto ricorrere al ballottaggio per eleggere il nuovo sindaco. Più in generale, in tutti i comuni si è registrato un calo generalizzato dell'Ulivo. In 10 casi su 12 una contrazione media del 9 per cento, ma con punte anche del 15, rispetto al risultato 2002 di Ds e Margherita". Su un terzo fronte ancora, quello del voto dei cattolici praticanti, una accurata ricerca dell'Ipsos, pubblicata nei giorni scorsi, ha documentato che nella primavera 2007 le intenzioni di voto a favore dei partiti dell'Ulivo, che erano attorno al 35 per cento un anno prima, erano precipitate al 20 per cento: 15 punti in meno in un anno. La stessa ricerca documenta tuttavia che alle elezioni politiche il Partito Democratico ha riconquistato in pochi mesi tutti e 15 i punti persi nel 2007, tornando a quella quota 35 che fa del nostro un partito votato da una percentuale di cattolici praticanti simile se non superiore a quella che ottiene nell'elettorato nel suo insieme. La curva del consenso al PD tra i cattolici praticanti traccia una sorta di "V": un segmento in forte discesa tra il 2006 e il 2007 e uno in ripida salita dall'estate del 2007 alle elezioni del 2008. Lo stesso andamento ha avuto in buona sostanza la curva dei consensi complessivi al PD. In un contesto segnato dal fallimento politico dell'Unione e dalla conseguente, traumatica interruzione della legislatura, abbiamo raccolto 12 milioni di voti, un elettore su tre, un risultato sia in percentuale che in cifra assoluta migliore di quello dell'Ulivo nel 2006 e di gran lunga superiore alla somma di Ds e Margherita. E' questa la seconda faccia del voto del 13 e 14 aprile: una faccia che non nasconde né attenua la prima, quella della sconfitta, ma ci consente di affrontare il nuovo scenario politico "a partire dal PD" e non, come pure poteva accadere se si fosse confermato il trend del 2007, "senza il PD". Se non avessimo introdotto e perfino enfatizzato una forte discontinuità tra il PD e l'Unione, se non avessimo invece ripreso lo spirito dell'Ulivo, che nasceva come aggregazione delle forze riformiste, nella migliore delle ipotesi avremmo subito la stessa sconfitta, sul terreno della competizione per il governo, ma non avremmo salvato il progetto e la forza del Partito Democratico. Voglio essere chiaro su questo punto: per me l'Unione nascondeva una contraddizione con l'idea originaria dell'Ulivo. Per me il Partito Democratico è l'Ulivo del '96 che si è fatto finalmente partito. Se non avessimo scelto la discontinuità oggi, di fronte al governo Berlusconi, non ci sarebbe il più grande partito riformista della storia italiana ma un disordinato campo di forze, senza un progetto, una strategia, una leadership. Non ci sarebbe, cosa della quale dovremmo tutti avere più consapevolezza e anche più orgoglio, una forza elettorale all'altezza degli altri grandi partiti riformisti europei. I Laburisti inglesi, con la guida di Tony Blair, hanno vinto le elezioni per tre volte consecutive, l'ultima nel 2005, con il 35,3% dei voti. Nello stesso anno i socialdemocratici tedeschi hanno registrato il 34,2% dei consensi, ed è su quella base che ora governano insieme alla Cdu nella Grosse Koalition. I socialisti spagnoli hanno vinto le elezioni nel 2004 col 42,6% e nel 2008 col 43,6%. Quando qualche anno prima, nel 2000, le persero con il 34,4% evidentemente non si scoraggiarono, da lì ripartirono per la rivincita, insieme a Luis Zapatero. E' vero: una parte del risultato positivo del Partito Democratico è il frutto della dimostrata capacità di attrazione di elettori che nel 2006 avevano votato per Rifondazione o le altre forze che hanno poi dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Ma non si tratta, a ben guardare, di un gioco a somma zero, di una mera partita di giro: si tratta della dimostrazione, politicamente assai rilevante, che per molti elettori di sinistra, al contrario di una parte dei gruppi dirigenti di quei partiti, la politica non può mettere tra parentesi la questione del governo e ridursi ad un esercizio di rappresentazione identitaria. E invece si legge nel documento proposto da Claudio Fava alla riflessione di Sinistra Democratica: "Siamo stati puniti per gli esiti deludenti dell'azione del governo Prodi". Parole simili riecheggiano nel dibattito interno a Rifondazione comunista e alle altre forze che avevano dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Noi pensiamo, al contrario, che il governo Prodi abbia realizzato risultati straordinari per il Paese: dal risanamento finanziario, riassunto nella revoca, da parte della Commissione europea, della procedura di infrazione del patto di stabilità, avviata contro l'Italia dopo il fallimento della politica economica di Tremonti; alla politica estera e di difesa, con l'accresciuto prestigio dell'Italia nel mondo. Il problema del governo Prodi, il fattore che ne ha minato alle fondamenta la credibilità, è stato il carattere frammentario e rissoso della coalizione dell'Unione: è stata l'Unione a indebolire il governo e non il governo a deludere gli elettori dell'Unione. Un chiarimento su questo punto è indispensabile, non per puntiglio storico, ma per ragionare sul futuro. Le forze che avevano dato vita alla Sinistra Arcobaleno sono ora alle prese con una riflessione e un dibattito interno che rispettiamo e al quale guardiamo con attenzione e interesse. Ci auguriamo, lo dico con la franchezza che credo possiamo permetterci, in ragione di una lunga amicizia con molti tra i loro dirigenti e militanti, che queste forze lascino alle loro spalle l'idea di altri tempi del "partito di lotta e di governo". Quando si sta al governo si governa. E l'unica lotta che è ammissibile - e anzi augurabile - è quella contro i problemi del Paese. In ogni caso, non si lotta contro il governo del quale si fa parte. I risultati elettorali dei quartieri o dei distretti industriali sono lì a dimostrare che è proprio tra gli operai che il divorzio della Sinistra Arcobaleno col governo ha incontrato il rifiuto più netto. Divorziando, per la seconda volta, dal governo, i gruppi dirigenti dei partiti della Sinistra Arcobaleno hanno finito per divorziare dalla parte prevalente del loro stesso elettorato, che ha disertato le urne o ha votato il PD, pur tra dubbi e riserve, proprio per la credibilità della proposta di governo che noi abbiamo saputo mettere in campo. Questa è stata la nostra principale risorsa, il messaggio che ha salvato il Partito Democratico, riconsegnandogli intatta ed anzi accresciuta la sua forza e suscitando attenzione e interesse in aree della società italiana che pur non avendoci votato, per la prima volta non hanno escluso di poterlo fare in futuro. E' stata quella che abbiamo chiamato la scelta di "andare liberi": liberi di parlare al Paese il linguaggio della verità, liberi di guardare in faccia, in modo laico, cioè non filtrato dall'ideologia o dal moralismo, i problemi reali degli italiani e di sforzarci di produrre risposte credibili e convincenti. La libertà non è, non è mai stata, nella nostra visione, né narcisistica ricerca della solitudine, né arrogante presunzione di autosufficienza. E' stata, questo sì, un capovolgimento strategico del rapporto che lega la costruzione delle alleanze con la definizione del programma di governo. Per quindici anni, il bipolarismo italiano si è strutturato attorno al primato delle alleanze, le più ampie, sterminate, eterogenee possibile, fondate e tenute assieme non da una comune visione del futuro del Paese, ma dal solo obiettivo di battere l'avversario. Col risultato che le contraddizioni nascoste nella fase di costruzione dell'alleanza, finivano per esplodere nel pieno dell'azione di governo, seminando sconcerto e delusione tra gli elettori e ponendo le condizioni per la inevitabile sconfitta successiva. C'è stata una sola eccezione, in questa lunga e ininterrotta teoria di coalizioni fragili e di governi precari: il governo dell'Ulivo, quello che con Prodi portò l'Italia nell'Euro, il governo che raggiunse vette storiche di popolarità nel pieno di una delle più pesanti manovre di risanamento finanziario della storia repubblicana. Non a caso, la caduta di quel governo suscitò nel Paese sconcerto, rabbia e perfino dolore autentico. E non a caso, da quel sentiero interrotto, prese origine il "mito" dell'Ulivo: il sogno di fare di quella che è sempre stata qualcosa di più di una semplice coalizione, un soggetto politico nuovo, una casa comune per tutti i riformisti, in definitiva un grande Partito Democratico. E proprio perché è dalla straordinaria esperienza dell'Ulivo che il PD deriva la sua radice più profonda e più importante, torno a chiedere a Romano Prodi, davanti e insieme a tutti voi, di restare presidente di questa grande assemblea del popolo dei democratici. La nascita del PD ha introdotto una discontinuità sostanziale. Abbiamo utilizzato una legge elettorale pessima, inventata per esasperare la frammentazione nell'ambito di coalizioni eterogenee, per semplificare drasticamente il sistema politico italiano e porre così almeno le premesse per una riforma compiuta: della legge elettorale, dei regolamenti parlamentari, di alcune circoscritte norme costituzionali. Una riforma - su questo voglio essere molto chiaro - che deve aiutarci ad andare avanti, nella costruzione di un bipolarismo incardinato su grandi partiti a vocazione maggioritaria, che assicurino competizione trasparente tra alleanze e proposte di governo alternative, stabilità degli esecutivi e coesione delle maggioranze politiche. Abbiamo introdotto questo elemento di dinamismo all'interno di un sistema politico in avanzata crisi di efficienza e di credibilità perché abbiamo scelto unilateralmente di presentarci alle elezioni, capovolgendo la gerarchia tra coalizione e programma. Abbiamo detto mai più coalizioni che si compongono solo per battere l'avversario e a questo obiettivo sacrificano la chiarezza e la credibilità del programma di governo. Una scelta che ha avuto ed ha per noi il valore di una scelta strategica. Dirò di più: di un principio costitutivo del partito nuovo che abbiamo messo in campo. Ho avuto modo di definirla, una volta, una scelta "anti-machiavellica": per noi la politica non esaurisce il suo significato nella lotta per la conquista e la conservazione del potere. Questa è semmai la sua dimensione tecnica, che Machiavelli ha insegnato a non trascurare. Ma il significato della politica, il suo valore umano, il suo spessore etico, sta nel mettere insieme le idee e le forze, in un unico, inscindibile sistema, volto ad intervenire nella storia umana, per ridurre la peraltro mai compiutamente eliminabile presenza in essa del male, del dolore, della violenza, dell'ingiustizia, della sopraffazione. E a piegarne umanisticamente il corso verso mete, certo parziali e mai irreversibili, di pace, di libertà, di giustizia, di sviluppo, di moltiplicazione delle opportunità per il maggior numero di esseri umani, di diritti civili riconosciuti ad ognuno, dentro società che considerino le differenze una ricchezza, rispettino le scelte di ognuno e si oppongano a qualunque forma di discriminazione e di intolleranza. Questo per noi è governare: non è solo ben amministrare l'esistente, tanto meno solo occupare il potere in una gara insensata tra competitori tra loro pressoché identici. Governare per noi democratici è riformare, dare nuova forma, per quanto possibile, alle cose, ai processi storici, ai rapporti di forza e di potere tra gli uomini. Vorremmo, vogliamo, non essere da soli in questa impresa. L'impresa di dare nuova forma all'Italia, di farla uscire, in avanti e non all'indietro, dalle contraddizioni storiche che da troppo tempo ne ostacolano la crescita e lo sviluppo. Per questo noi abbiamo ed avremo una politica delle alleanze. Che tuttavia non potrà più essere coniugata nei modi tradizionali. Non solo perché le alleanze possono risultare solide solo se si costruiscono sulla base del programma di governo e non viceversa. Ma anche perché la garanzia della realizzazione del programma può venire solo dalla presenza di una grande forza riformatrice che sia il baricentro dell'alleanza. Quella grande forza riformatrice che oggi finalmente, per la prima volta, l'Italia ha. E' in questa prospettiva che guardiamo con attenzione e rispetto a ciò che avviene alla nostra sinistra, così come siamo interessati al dialogo con l'Udc e con i Socialisti. Voglio qui rassicurare Pierferdinando Casini: noi riconosciamo il ruolo dell'Udc e abbiamo apprezzato il coraggio col quale ha saputo difendere la sua autonomia, anche se questa si sarebbe certo dispiegata con più successo se non si fosse aspettato l'ultimo momento e la decisione di Berlusconi di porre fine alla Casa della Libertà. Noi auspichiamo di poter lavorare insieme non solo per coordinare le opposizioni in Parlamento, ma anche per affermare non un bipartitismo, ma un nuovo bipolarismo fondato su chiare alleanze per il governo e non più, come la stessa Udc ha tante volte denunciato, su coalizioni tenute insieme solo dalla logica del nemico comune. A Riccardo Nencini, ai socialisti italiani, voglio dire che noi rispettiamo l'autonomia che essi rivendicano e pensiamo che sia non solo interesse, ma valore comune, creare le condizioni per ritrovarci. Ma questo potrà avvenire solo apprezzando reciprocamente l'identità di ognuno e con l'intelligente umiltà di sapere che il riformismo ha nell'unità e nella forza le ragioni della sua grandezza. E comunque: sia che si tratti di intese locali che di un confronto sulla politica nazionale, quel che conta sono per noi i contenuti programmatici, che devono risultare, agli occhi di un Paese sempre più critico ed esigente, come una credibile e convincente proposta di governo. Questa linea politica si basa su un presupposto teorico che può apparire ambizioso e tutt'altro che autoevidente. E' il presupposto che si possano, con l'azione politica e la proposta programmatica, modificare i rapporti di forza, non solo e non tanto tra le forze politiche, ma nel Paese. Che si possa, in altri termini, contendere al centrodestra la maggioranza dell'elettorato, spostando con la nostra iniziativa orientamenti profondi della società italiana. Le prime ricerche, i primi approfondimenti sulla struttura del voto del 13 e 14 aprile scorsi, ci dicono quanto il PD rischi di trovarsi rinchiuso negli stessi, per noi oggi troppo angusti e comunque minoritari, confini storici della sinistra italiana. E' sempre un errore, un grave errore, sottovalutare la forza delle tendenze storiche di lungo periodo. E tuttavia, non possiamo non dirci che il Partito Democratico nasce proprio sulla base dell'ambizione di correggere, di deviare almeno in parte, la tendenza all'eterno ritorno dell'identico della politica italiana. Se noi ci rassegnassimo all'idea che la società italiana è strutturalmente orientata a destra e che questa propensione quasi "naturale" può essere solo episodicamente aggirata, attraverso il gioco tattico della scomposizione e ricomposizione di alleanze sempre precarie perché eterogenee, verrebbe da domandarsi perché abbiamo voluto e siamo riusciti a dar vita ad un partito che reca nel suo dna la cifra dell'innovazione storico-politica. Se abbiamo dato vita al PD è perché abbiamo avvertito tutta l'insufficienza delle tradizioni riformiste e riformatrici del Novecento. E abbiamo compreso che il nostro obiettivo non poteva essere solo quello di mettere insieme pensieri ormai palesemente inadeguati a comprendere e a parlare con un mondo nuovo, con una nuova società. Ma doveva essere quello di metterci insieme alla ricerca di nuovi alfabeti e di nuovi paradigmi, a confronto con gli inediti problemi del nuovo secolo. segue a pagina 18.

Torna all'inizio


Confronto a sinistra. Tavola rotonda (sezione: Riforma elettorale)

( da "AprileOnline.info" del 23-06-2008)

Argomenti: Proposte di legge

Questo mese su Aprile, il mensile Dopo la sconfitta elettorale è indispensabile discutere le cause per capire anche quale strada percorre per ricostruire la sinistra e il centrosinistra, soprattutto nel momento in cui il Paese, non solo politicamente con il governo, volge a destra. Quindi affrontare anche il nodo del rapporto fra Pd e forze extraparlamentari. Aprileonline ne ha cominciato a discutere con alcuni rappresentanti dell' ex Sinistra arcobaleno, con i socialisti e con alcuni esponenti democratici. L'integrale della discussione Vincenzo Vita La presenza parlamentare, in un quadro di maggioranze e opposizioni così nette nella differenza numerica, è certamente fondamentale ma non sufficiente, se non si ricostruisce un dialogo sociale e un sistema di relazioni a rete. La questione che mi piacerebbe porre è individuare insieme alcune tematiche, anche simbolicamente significative oltre che praticamente utili, a partire dalle grandi questioni sociali ai temi delle libertà, dei diritti, della pace, su cui si possa costruire un tessuto anche in Parlamento che avvii un dialogo con quelle aere e quelle anime che purtroppo non sono rappresentate alla Camera e al Senato. Non sono pessimista su questa possibilità. Del resto la forma di partito classica, lo abbia detto tutti noi qui presenti anche se magari in forme differenti, pur rilevante e storicamente significativa nel '900, oggi sta segnando il passo. Non so quale sia la soluzione, se bisogna organizzare o meno una nuova forma di politica, che è poi il tema di questi anni, però bisogna lavorarci. Un riferimento potrebbe essere un sistema di relazioni in cui si unisca la politica classicamente intesa a soggettività differenziate che stanno nella società, nelle professioni, nel lavoro, nella stessa rete. Per il resto sono preoccupato -ed è un tema che ho posto insieme ad altri nello stesso Pd- sulla necessità di rendere più evidente e più ferma l'opposizione a questo governo. Un governo che ha già dimostrato la sua durezza, socialmente e su temi cruciali come quello dei diritti, penso agli ultimi provvedimenti in materia di intercettazioni, sull'uso dell'esercito, sulla vicenda di Rete4 inserita nel provvedimento sulla legge comunitaria: un caso, quest'ultimo, che fa scuola di come si ricada nei propri richiami ancestrali. Rispetto a questo è indispensabile un'opposizione rigorosa. Franco Giordano Di questo tipo di opposizione di cui parla Vincenzo Vita non c'è però traccia. Il primo dato politico da cui partire è questo: in Italia c'è un governo fortissimo che, per la prima volta nella storia repubblicana, testimonia rapporti di forza, segnati per altro da un'egemonia politico-culturale molto forte, così significamene spostati a destra. Sarebbe opportuno prima del confronto, un ragionamento comune sulla sconfitta che è propedeutico perché, se si rimuove questo tema, le forze della sinistra che pure stanno discutendo criticamente con grande crudezza, non riusciranno ad aprire un confronto, che è invece auspicabile. Perché non riusciremo a farlo? Perché nel Pd non c'è una discussione sulla debacle nonostante abbiano perso come noi. Non cerco giustificazioni per colpe che sono nostre, però è evidente che l'accelerazione sul modello americano impressa da Veltroni con il Pd ha costruito le condizione per questa disfatta. Sul tema del confronto vorrei però subito chiarire un aspetto centrale: l'orizzonte strategico del Prc e della sinistra che intendo costruire è autonomo e distinto da quello del Pd, ma una cosa è discutere con chi prospetta un modello sociale europeo avendo testa e piedi nel Vecchio continente, consentendo quindi condizioni di dibattito positive anche se sempre nella distinzione di orizzonti strategici, altra cosa è farlo con chi propone il modello americano, con cui non vedo la possibilità di discussione. E non la vedo perché quest'ultimo è fondato su un sistema bipartitico e sulla autosufficienza che chiudono la discussione. Allora, è giusto ciò che dice Vita, cioè che occorre riattivare una iniziativa di opposizione, ma sapendo che al momento essa non esiste. C'è infatti un governo forte, un governo ombra, ma l'opposizione politica latita: dubito che si possa confinare l'opposizione all'attività di Di Pietro, finalizzata troppo e solo su alcuni temi, che per altro non incrociano spesso le mie vocazioni. Il punto cruciale dell'opposizione è che per la prima volta nella storia del Parlamento italiano non c'è più una rappresentanza al conflitto sociale, nelle forme di espressione classica in cui il conflitto politico si è manifestato, ovvero comunisti e socialisti, diciamo anche quelle modalità della sinistra che esplicitamente si richiamano a questo tipo di rappresentanza. Inoltre, sempre per la prima volta nella storia della Repubblica italiana e dopo due secoli di capitalismo, che hanno sempre significato la crescita di organizzazioni ad esso contrarie (i partiti, i sindacati, le leghe), la vittoria finale del capitalismo presuppone la distruzione delle soggettività politiche che si sono opposte ad esso. Tanto che Berlusconi nel suo intervento propone come indiscutibile l'egemonia dell'impresa nella società italiana e avanza un confronto solo con tutti coloro che risultano compatibili con questa impostazione, senza mettere in discussione il paradigma della centralità dell'impresa. Non a caso ritornano il nucleare, la precarietà della deregolamentazione e un modello autoritario drammatico connessi a questo impianto sociale. Un'opposizione credibile deve quindi avere un'idea alternativa di società rispetto a quella berlusconiano fondata sul dominio sociale dell'impresa, ma il paradigma culturale proposto dal Pd, nella sua maggioranza e sia pure in forme diverse, non sembra tale. Questo è il punto da cui avviare il confronto fra noi: o c'è una rottura di questo meccanismo e si propone un'idea alternativa di società, oppure è difficile organizzare una opposizione, perché la fra la copia e l'originale vince sempre quest'ultimo. Claudio Fava Bisogna portare a nudo alcune parole su cui ci stiamo misurando per coglierne qualche punto in più di verità. Prima parola: opposizione. Non c'è opposizione al governo Berlusconi in questa fase politica, perché esso ha scelto surrettiziamente un modello di forte autoritarismo che può essere messo in discussione se si decide di ribaltare l'elenco di priorità che Berlusconi ha dato a questo Paese, cioè di contestarlo radicalmente ponendo altre priorità ed altre emergenze democratiche. Cosa che non è accaduta se non per voci isolate. Quando Berlusconi annuncia il pacchetto sulle intercettazioni, non casualmente durante l'assemblea dei giovani industriali, che nasce da una pulsione antica del grido "magistrati in galera", e subito si alza l'eco da parte di alcuni esponenti democratici pronti a sottolineare come anche loro in precedenza avevano già posto il problema, senza quindi ribaltare il suo assunto, ecco che appare chiaro come ci sia che non funzione. Con questo non voglio negare la necessità di regolamentare meglio il tema, ma il problema è un altro. Questo è infatti un Paese in cui abbiamo un bollettino da guerra civile per i morti sul lavoro, ma in condizioni che non possono essere affidate ad un lettura dei destini, di congiunture astrali: non si muore infatti perché si mette piede in fabbrica, ma si muore perché si è senza permesso di soggiorno, raccattati sulle strade di Milano -non della Calabria- dai caporali di turno e spediti a lavorare in cantieri non protetti. Quando ci sono queste cifre, che definiscono anche lo stato di immaturità democratica di una nazione, chi se ne fa carico per dire al governo "questa è la priorità"? Quando il governo insegue l'emergenza del portafogli rubato al Pigneto come vera emergenza sicurezza e si tace, orizzontalmente, sul fatto che c'è un'impresa privata in Italia che si chiama 'Ndrangheta e che da sola rappresenta il 2,9% del Pil e che ha prodotto 248 omicidi negli ultimi 5 anni, e si trasforma il fastidio in emergenza sicurezza e si emargina dal dibattito politico il fatto che alcune regioni italiane sono sottratte alle leggi dello stato: ecco, credo ci sia qualcosa che non va. La verità su come si fa opposizione, dentro o fuori il Parlamento, è che non puoi farla per sottrazione rispetto all'agenda che ti fissa Berlusconi, perché l'agenda di Berlusconi non è legata ai temi centrali su cui insiste il futuro di questo Paese, riguarda una svolta autoritaria che ha bisogno di fissare alcuni elementi di forte simbolismo ai quali poi fare aderire questa svolta, questo nuovo senso comune. Perciò rimprovero Veltroni e la sua idea di una bizzarra e generica luna di miele -espressione che lui ha usato per parlare della cortesia istituzionale fra maggioranza e opposizione- , cioè gli contesto l'aver inseguito Berlusconi sul tema delle riforma istituzionali, il quale si pone come argomento di confronto fra maggioranza e opposizione solo quando c'è prima un ordine di riforme prioritarie. Si può infatti riformare tutto, anche la forma repubblicana, è uno dei tanti precetti questa nostra Carta costituzionale. Allora di cosa discutiamo tra maggioranza e opposizione in Parlamento? Che tipo di riforme istituzionali? Se esse sono quelle apparse nel calepino di governo di Berlusconi e sulle quali Veltroni si è subito dichiarato disposto ad accogliere l'invito al confronto, rimango piuttosto perplesso. La riforma elettorale europea è una finzione sul piano politico perché non si formano maggioranze di governo al Parlamento europeo, le famiglie sono soltanto quelle sei, non c'è molto da discutere. Tanto che l'unica giustificazione che mi sono sentito ripetere in questi mesi in cui ho posto la domanda sulla necessità di tale riforma, è che c'è un signore che da 15 anni fa il parlamentare per conto dei pensionati: il tema di Fatuzzo è quindi diventato un tema centrale della democrazia di questo Paese? Allora il primo dato da cui ripartire è che in Italia, in questa fase, non esiste opposizione: perciò una discussione su come riorganizzare una ragione, una fisionomia, una necessità del centrosinistra muove anche dalla capacità di condividere il significato di questa parola. Che tipo di azione politica pretendere, dunque. Il secondo punto è proprio sulla parola centrosinistra. Siamo in un momento in cui alcune parole hanno perduto la loro funzione di valore a prescindere, lo abbiamo visto a sinistra quando la parola unità è stata assunta come valore e abbiamo scoperto che questa unità produceva e sommava spesso diffidenze reciproche. Abbiamo scoperto che una unità che fosse coerenza, coesione, condivisione e pari sovranità è cosa ben diversa dall'unità astratta che abbiamo rivendicato come Sinistra arcobaleno. Anche il centrosinistra ha bisogno di questo bagno di umiltà semantica e dovremmo chiederci: il centrosinistra che immaginiamo in questa fase di voler riproporre con una funzione di opposizione, che cosa pensiamo debba essere? L'unione di tutto ciò che è all'opposizione, quindi anche Udc e Casini, il centro democristiano? Il pensare che ci sia una sinistra potabile da un parte e un centro fruibile dall'altra per, poi, tutti insieme dar vita a ciò che sarà il centrosinistra? Se questa è l'idea, la geografia, la cultura che si vuole esprimere, allora partiamo male. Non è in termini di pura coalizione, di semplice assemblaggio di pezzi che noi ricostruiamo la funzione del centrosinistra. Su questo c'è bisogno di confronto, anche serrato, col Pd. Ultimo punto che vorrei affrontare, e che necessità di una autocritica profonda, è quello di un presupposto dimenticato, per colpa del Pd e in parte anche della sinistra, secondo cui nessuno è autosufficiente, almeno se immaginiamo di voler contendere al centrodestra responsabilità di governo. Non può essere autosufficiente nemmeno la sinistra, a meno che non decida, per dirla alla Diliberto, di essere sinistra incompatibile, per cui si chiama fuori rispetto a questo tempo di processi politici e assume una ruolo testimoniale. Eppure il problema dell'autosufficienza si è posto soprattutto in rapporto alle scelte del Pd e su questo, come diceva Giordano, non sento un'autocritica profonda da parte democratica, così come non la sento sul concetto di bipartitismo come finzione politica rispetto alla storia di questo paese, perché non si può assumere l'esperienza di altre nazioni senza rendersi conto che ha la funzione di rappresentare solo una parte della nostra società. Famiano Crucianelli Questa discussione potrà essere utile in una sola prospettiva, cioè se tra noi esiste la consapevolezza che pur nelle scelte diverse siamo tutti disastrati e che da questo disastro non se ne esce con la furbizia di dire che chi sta nel Pd o nei suoi dintorni pensa di utilizzare ciò che sta fuori come se fosse un capitale nella dialettica dentro la formazione democratica, mentre da parte sua chi sta fuori progetta di scartare questi stessi che vagamente continuano ad essere di sinistra per discutere con i "padroni" veri del Pd. Questo sarebbe un errore reciproco. C'è tutta un'area di sinistra vasta, interna ed esterna al Pd, che ha votato il Pd, e questa deve avere la forza per riaprire una discussione. Se vogliamo lavorare ad un futuro nel quale immaginare un'alternativa a questa destra, che è forte perché è tale anche in Europa (il governo Prodi è stato quasi un incidente di percorso in un processo politico che via via ha macinato paese per paese in tutta l'Ue), bisogna partire dalla ricostruzione di un tessuto democratico di centrosinistra e di sinistra. Questo può avvenire solo se si ha una consapevolezza non della sconfitta di questi ultimi due anni, ma della storia degli ultimi diciotto anni, cioè cercando di capire perché siamo arrivati a questo punto in Italia e fuori dall'Italia, cioè cercando di capire dove è maturata la sconfitta. Noi possiamo discutere sulla tenaglia che ci ha divisi nei mesi passati e che vedeva da un parte la politica dissennata di Padoa Schioppa e dall'altra atteggiamenti e comportamenti sbagliati della sinistra nella maggioranza di governo, ma la sconfitta maggiore di questa nostra sinistra e area democratica nasce dal fatto che non ha avuto la forza di affrontare le conseguenze della globalizzazione in Europa, in Italia e nel mondo. E questo errore è passato per l'incapacità di coniugare due aspetti come la storia del riformismo moderato e quella della sinistra radicale. Ebbene, queste due sinistre che dovevano assumersi la responsabilità di come affrontare la rivoluzione globale che c'è stata, in realtà hanno continuato ciascuna per la propria strada: la sinistra moderata sempre più si è convertita ad un terreno di affidamento al mercato e ai suoi processi immaginariamente democratici e sempre più ha fatto della Banca centrale europea il riferimento obbligato per le scelte anche sociali, mentre la sinistra radicale ha sempre più chiuso se stessa dentro un sociale anche esso abbastanza immaginario. Questa scissione è dentro la nostra sconfitta, il non avere messo insieme la radicalità delle richieste e degli interrogativi, che una rivoluzione come quella che abbiamo vissuto produce, con l'intelligenza politica di un riformismo di sinistra che potesse rendere compatibili queste richieste e questi interrogativi con i processi reali. Da qui nasce una disastrosa situazione sociale prima ancora che politica nella quale ci troviamo. Giordano dice che non è rappresentato in Parlamento il conflitto: ma dove sono questi conflitti, che natura hanno? Oggi se vediamo ciò che si sviluppa nella società civile c'è da essere molto preoccupati perché c'è una affinità tra quello che si produce in termini di individualismo, corporativismo, vocazione autoritaria e reazionarismo sociale, compresa la classe operaia, e i comportamenti di un governo quale è quello berlusconiano. Il problema allora è di come la politica democratica e di sinistra riesca ad indurre un conflitto che possa essere prodotto dalla politica, perché nella sua spontaneità appare ingestibile sul terreno democratico e di un progetto di sinistra. Questo è il nodo da cui partire per discutere. Se non avverrà un mutamento sia del Pd che in quella che è stata la sinistra radicale, non si farà nessun centrosinistra o si farà un altro aborto come quello che abbiamo fatto. Bertinotti ha recentemente parlato del programma come un manuale: è vero, abbiamo avuto un manuale ingestibile e inutile. Però quel manuale è il prodotto di due visioni che si sono rivelate ambedue sbagliate: chi pensava di fare un programma generico per poi influenzarlo con i processi sociali e i movimenti, diciamo attraverso la pressione dalla realtà, la quale era però già compromessa, e dall'altra chi pensava di portare a casa questo prodotto generico per poi usare i poteri forti nella sua gestione. Quest'ultimo è ciò che in gran parte si è realizzato. Facemmo un tentativo per contrastare tali inclinazioni con le conferenze delle riveste ma fu un tentativo marginale che non ha inciso nel processo. O si induce un processo di mutamento che cambi le coordinate che oggi guidano il Pd e allo stesso tempo un processo politico che maturi la sinistra extraparlamentare, oppure altrimenti non vedo soluzione. L'autocritica investe tutti, se viene meno questo la discussione prenderà i canali classici di espressione. Franco Giordano Io vedo solo la nostra però, non osservo nel Pd una grande discussione sul terreno della sconfitta. Famiano Crucianelli Non è tanto vero. Mi dirai che questa discussione è in gran parte cifrata e di superficie, ma che non ci sia proprio non mi sembra vero: basta guardare i giornali per accorgersi che il Pd è un campo di battaglia. Franco Giordano Si ma avviene su altri temi. Famiano Crucianelli Ma appunto l'ho definita cifrata e di superficie. Ma che ci siano una insofferenza e una inquietudine intestine è molto evidente. Il problema è che devono assumere i caratteri della profondità e della dimensione della cultura politica per indurre una discussione seria. Solo se questi processi maturano possono avere una funzione positiva anche per chi sta collocato diversamente, maturano infatti avvicinando quelle che sono le riflessioni della sinistra ovunque essa sia collocata: questo è ciò che ci può portare in un contesto diverso. Noi siamo in un quadro in cui le grida più forti sul versante della opposizione vengono da alcuni editoriali dei giornali e da alcune posizioni sparse. C'è un trauma da terremoto che rischia di essere narcotizzante. Perciò mi auguro che la prossima riunione del Pd affronti il nodo su come si costruisce l'opposizione e un progetto alternativo a Berlusconi, mi auguro anche che questa riflessione investa il campo delle forze di sinistra europee perché non credo che si possa, in una nazione sola, ribaltare questo trend, mi auguro che il sindacato, poi, offra un suo contributo, perché vedo in esso la tentazione di chiudersi al suo interno e ritirarsi sul terreno puramente sindacale, il che sarebbe una iattura. Oggi, per la natura della società civile e il tipo di conflitti che esprime, o si costruisce anche un forte protagonismo politico che investa il sindacato, o l'impresa che abbiamo di fronte è quasi impossibile. Paolo Ferrero La necessità della autocritica che solleva Crucianelli mi vede d'accordo ma la sviluppo in una direzione opposta. Perché ciò che è saltato in aria -e perciò un'analisi approfondita del perché della sconfitta sarebbe opportuna- è che rispetto alla situazione sociale, così come è disgregata, le operazioni anche positive fatte dal governo non sono stati visibili sul piano sociale, hanno avuto dosi omeopatiche da risultare invisibili. Allora la domanda è: come mai il governo si è mosso così poco in questa direzione? Perché la sinistra non ha contrattato abbastanza? Qui c'è il problema. Ciò che è saltato in aria è il rapporto fra la sinistra politica e la possibilità di costruzione di un conflitto efficace sul piano sociale. Però il fatto che la Cgil abbia giocato a blindare gli accordi che hanno permesso di chiudere il 2007 con un rapporto deficit-pil al 1,9 anziché 2,5, come permetteva Maastricht, cioè di risparmiare, nel 2007, 8 miliardi di euro in più del necessario, non è un caso e dimostra come la forza della sinistra politica sia limitata se non ha una sponda sociale. Per questo non è pensabile porsi il problema del rapporto fra alternanza e alternativa se non si ha una forza sociale che sia in grado di costruire una dialettica che compensi quella dei poteri forti. La sinistra è infatti posta nell'alternativa se far saltare il governo o non portare a casa nulla, come Prodi ci ha spiegato più volte affermando "io non salto da destra, potete far quello che volete". Salvo poi che gli è successo. Era evidente che dovendo mediare fra il programma ambiguo e i poteri forti, ha sempre scelto di mediare con i secondi. Questo era modificabile se accanto alla rivendicazione -di cui non voglio difendere tutte le forme con cui si espressa perché come sempre le cose si possono sempre fare meglio di come si sono fatte-, ci fosse stata una dialettica sociale reale. Non essendoci, questo non è stato possibile. Il problema del governo e delle alleanze non ha base materiale per non riprodurre il disastro a cui abbiamo assistito se non c'è una diversa relazione fra sinistra e capacità di costruzione del conflitto sociale sui punti centrali che interessano anche il sindacato. Abbiamo sbagliato a pensare di poter fare, prima del 2006, un accordo di governo esigibile: siamo stati velleitari. Il nostro deve essere un percorso di non breve periodo perché il nodo è la ricostruzione dei nessi sociali, e qui sono d'accordo con Crucianelli sul grado di disastro a cui assistiamo, perché è saltato il rapporto fra interessi materiali, valori, democrazia, ovvero ciò che costituiva il blocco che costruì la Costituzione italiana e ha prodotto il ciclo degli anni '70. Ed è saltato nella testa della gente e quindi le forme più facili di conflitto sono quelle delle guerre fra poveri e non di opposizione basso contro alto. Il problema è come si ricostruiscono dentro questa società elementi di solidarietà, conflitto, consapevolezza dei percorsi da fare per ricostruire diritti, senza pensare che ci possa essere però un livello della politica che è in grado di dare senso e ordine a ciò che è disordinato a livello sociale. Su questo ultimo aspetto c'è la distanza con Crucianelli perché posso condividere la sua analisi sociale, l'idea che la crescita del disagio sociale non produce di per sé conflitto di classe ma guerra tra poveri, imbarbarimento. Ma sul come se ne esce, Crucianelli propone un traino di tipo politico che non mi convince, non lo vedo, al contrario penso ad un lavoro di ricostruzione di senso nella società che paradossalmente vede il livello politico come meno significativo, preferendo quello della produzione di esperienze sociali, cioè la costruzione di autoconsapevolezza dei soggetti dentro i percorsi, e quello della ricostruzione del livello simbolico di identificazione che dia luogo a qualche forma di autonomia. La tragedia infatti è che Berlusconi ha vinto nella testa del nostro popolo, quell'idea che i poveri devono avere colpa di esser poveri, per cui magari ti devi vergognare quando sei sfrattato, è passata tra la nostra gente. Per cinque anni, che ci piaccia o meno, saremo extraparlamentari, perciò bisogna usare questa collocazione non scelta, ma pur tuttavia stabile in questa fase, per costruire un forte elemento di ricostruzione di nessi sociali e impianto simbolico. Anche alla luce del fatto che non esiste uno sbocco immediatamente politico di tutto questo. Famiano Crucianelli Ma io parlo di un progetto politico, non di uno sbocco politico, perché la ricostruzione molecolare della società senza un progetto politico forte mi sembra come svuotare il mare con un cucchiaino. Se diventiamo tutti Tarzan, per usare una tua espressione, aspetteremo forse qualche secolo prima di vedere un miglioramento della situazione. Franco Giordano Per quanto riguarda il Prc, l'esperienza più significativa di ricostruzione di senso sociale nella città di Roma è la Garbatella, la quale ha costruito comunità e relazioni, però avendo anche il presidente di circoscrizione. Questo per dire che i due aspetti e campi di azione devono andare insieme. Paolo Ferrero Non dico che i due aspetti in linea di principio non possano camminare in sinergia, ma sto segnalando che, dal 2006 al 2008, non solo non si sono accompagnati, ma hanno l'uno determinato la distruzione dell'altro. Il problema sono i rapporti di forza perché potrebbe capitare che ci si sieda al governo ma continuino a comandare gli altri, come infatti è capitato. Noi abbiamo provato in questi due anni, cambiando indirizzo rispetto al passato, a percorrere il sentiero dell'alternanza per vedere se si riusciva ad aprire una prospettiva diversa, ma segnalo che dati i rapporti di forza questa strada si è interrotta e non è stata percorribile. Poi ci sono dei comuni, delle municipalità, delle province, magari forse delle regioni, in cui questo invece è coniugato: va bene, ma dal punto di vista nazionale l'entità della batosta è tale perché sono venuti al pettine alcuni nodi, in primis questo. Non si può far risalire tutto ad elementi di lunga durata perché allora non si spiega perché nel 2006 i partiti della sinistra hanno preso tre volte i voti incassati nelle ultime elezioni, perché il 20 ottobre hanno portato un milioni di persone in piazza contro la precarietà ed altro ancora. C'è proprio una sconfitta politica su una ipotesi che è soggettiva in senso stretto. Poi che dentro questo meccanismo o che questo stesso meccanismo abbia fatto precipitare o accelerato la fine dei cicli lunghi della Resistenza, del 68-69 e altro, per cui oggi se Berlusconi attua la detassazione degli straordinari non c'è automaticamente l'opposizione ma si deve ricostruirla agendo sulle contraddizioni che, nel caso specifico, sono per esempio che al Nord gli straordinari ci sono, che le donne non li fanno e i maschi si etc. etc. Però è un percorso da fare, non è automatico. Sul piano della prospettiva i punti su cui agire maggiormente da subito sono quelli della ricostruzione anche molecolare degli elementi di sinistra sul piano sociale e di una autonomia di valutazione che riesca, banalmente, a testimoniare che le scelte economiche non sono neutrali ma hanno politicità: cosa che non è detto invece sia apprezzabile nel dibattito politico. Un punto che verifica la nostra discussione è quello della costruzione dell'opposizione che, proprio per radicalità della sconfitta, non è per nulla automatica, perché su nessuno dei terreni su cui Berlusconi si sta muovendo egli sceglie la stessa via del 2001-2002: non esercita come in passato un attacco frontale al movimento dei lavoratori, ma usa per esempio l'emergenza per introdurre elementi di stravolgimento degli ordinamenti, come dimostra il caso rifiuti o la questione immigrazione; ma sulle grandi opere sa invece che la popolazione è divisa, è consapevole della complessità delle questioni del lavoro, tanto che da un lato detassa lo straordinario e dall'altro lato cerca accordo con Cgil sul contratto nazionale. Cioè la sua operazione, a differenza del 2001-2002, non è l'attacco frontale al mondo che gli è estraneo e distante, ma lavorare a disarticolare e smontare le ragioni del movimento operaio, della coalizione del lavoro in quanto tale, e non della sinistra. L'interrogarsi su come si ricostruisce un'opposizione efficace, che non si risolve in una manifestazione autunnale, è un terreno possibile di discussione che è anche la cartina di tornasole del dialogo fra sinistra extraparlamentare e le soggettività che ci sono dentro il Pd. Ed anche su questo aspetto, per me vale la valutazione rispetto a percorsi concreti di opposizione. Perciò sarei interessato a discutere, per esempio, di come si fa una opposizione sul versante delle grandi opere, del lavoro, della sicurezza e del welfare. Tutti argomenti politici per altro. Bobo Craxi I nostri parenti illustri si rivolterebbero nella tomba se sapessero che nel 2008 socialisti e comunisti sono fuori dal Parlamento: già questo fotografa la gravità della realtà. Voglio comunque fare un passo indietro rispetto al punto di rottura della nostra esperienza comune nel centrosinistra: essa non è il prodotto del conflitto classico tra massimalismo e riformismo, il governo del centrosinistra è caduto sulla buccia di banana della casa Mastella. Certo, c'era una coalizione fragile dove elementi di contraddizione non sono mancati proprio sul terreno che ha citato Ferrero, però questa contraddizione storica, cioè massimalisti contro riformisti, poteva non sfociare in quella ragione che ci ha condotti non solo all'opposizione ma addirittura in una forma di tragico isolamento anche nella società. Perché stiamo parlando di formazioni politiche che provengono da una cultura parlamentare e istituzionale: nella storia del Pci c'è il suo rapporto con l'amministrazione, l'istituzione e il governo delle società, mentre la cultura di conflitto introduce, lo vedo anche oggi fra di voi, un elemento di divisione che non è appartenuto a tanta parte della storia del Pci e del Partito socialista, almeno dal '45 ad oggi, poi è evidente che i socialisti di un tempo erano più vicini ai black block, però dal dopoguerra noi siamo sempre stati dentro una storia comune anche di governo comune della società italiana. Aver utilizzato la leva della legge elettorale per far scomparire i propri alleati in occasioni di elezioni anticipate è stata una delle pagine più oscene della storia della sinistra italiana, nel senso che non ci trovavamo di fronte ad una scelta politica che un congresso democratico aveva stabilito, cioè la rottura con i propri alleati, ma è avvenuta, questa si, in forme extraparlamentari, portandoci davanti al corpo elettorale dopo aver per mesi invocato la rottura, il cambio della legge elettorale e sistema politico, per arrivare alla fine davanti agli elettori proponendo il cosiddetto voto utile, che non è esistito in nessuna parte al mondo e che ci ha condotto nella posizione politica attuale. Tre sono le questioni da affrontare. La prima è quella istituzionale, ed è richiamata da una profonda trasformazione della costituzione materiale rispetto a quella formale. In proposito si è sostituita ad una necessità di revisionismo delle regole istituzionali, un nuovismo che di fatto ha cancellato o reso più fragile il sistema politico e i suoi partiti, i quali sono partiti leggeri e contenitori che non hanno controllo e rapporto sulla e con la società, con i conflitti che si spostano nella società perchè non ci sono più i partiti. Oggi queste formazioni leggere, virtuali e mediatiche non riescono ad avere relazione e governo con e sulla società, arrivando ad inseguirla considerando i suoi umori una piattaforma politica. L'umore sociale verso gli stranieri è peggiorato per cui si fanno politiche, a sinistra come a destra, che tendono a dare risposte concrete sul terreno della sicurezza sociale e culturale. Aver sostituito il nuovismo con il revisionismo penso sia il peccato originale che spiega la duplice sconfitta della sinistra in questo decennio. E' giusto, come fatto da Crucianelli, parlare di un quindicennio politico che ha condotto all'oggi. In realtà -ed è questo è il punto più fragile della proposta politica della sinistra nella società italiana- c'è stato un errore grave che è stato quello di adeguarsi ad un nuovismo di facciata, che si è trasformato spesso in riformismo elettorale, come se bastassero le leggi elettorali ad introdurre un elemento di novità nella società. Ed è evidente che le leggi elettorali di questi anni sono tutte tese a modificare i rapporti sociali e restringere la base democratica, consentendo il riaffiorare del bisogno del bipartitismo come necessità, come se la governabilità, che è un valore, possa essere garantita solo dalla riduzione della presenza dei partiti nella società: una stupidaggine perché in tutta Europa ci sono partiti di coalizione e ci sono state esperienze diverse, perciò non si capisce perché in Italia dovremmo introdurre a forza queste regole non democratiche. Vogliono infatti fare una -ennesima- riforma per le elezioni europee che introduca uno sbarramento sempre più alto, in modo tale che si risolva alla radice il rapporto con il pluralismo dialettico democratico. Oltre a questa questione istituzionale, ce ne è una sociale. Ma su quest'ultimo terreno -non me ne vogliate- è importante ciò che ha detto Tremonti e cioè la necessità che il Parlamento europeo si trasformi in Parlamento legislativo, in questo caso in sede di protezione sociale di regole comuni: penso che l'Italia ne avrebbe vantaggio. Se per esempio si attuasse una legislazione sul terreno sindacale, sui vincoli della sicurezza, sul terreno economico-salariale, potrebbe essere una svolta anche per noi. Magari introducendo anche la necessità di valutare la società italiana sapendo che il confronto con la globalizzazione è quello che noi purtroppo non abbiamo saputo padroneggiare. La globalizzazione è stato uno dei terreni su cui la sinistra ha perso nel resto d'Europa. Globalizzazione intesa come possibilità e non come vincolo, necessitò, ostacolo, pericolo. Una riposta politica, per riorganizzare la presenza di una sinistra di governo in Italia, si deve allenare anche su questo fronte, cogliendo gli spetti positivi della globalizzazione e non quelli che rischiano di travolgere i rapporti sociali, alimentando una nuova forma di pericoloso turbo capitalismo alla quale non abbiamo saputo porre rimedio negli ultimi quindici anni. C'è un terzo tema che è la questione laica. Pur muovendo dal rispetto delle istituzioni democratiche per la Chiesa e le sue posizioni, ciò non deve mai tramutarsi in una subalternità verso il Vaticano. Paolo Nerozzi Per capire le cause della sconfitta bisogna tornare indietro nel tempo perché il problema non è in questi due anni di governo 2006-2008, sono almeno venti anni su cui dobbiamo riflettere tenendo conto che anche nel 2006 non si era vinto, soprattutto nel blocco sociale che interessa la sinistra. Dobbiamo esaminare sia gli anni '80 e '90, cioè il tempo in cui si attua un tentativo di risposta europea dell'impresa e del capitale attraverso i processi di esternalizzazione, sia la globalizzazione dopo. A partire dal fatto che le classi di riferimento della sinistra non votano in larga parte dal '94, e non solo in Italia, per la sinistra. E' un fenomeno europeo questo. Capire cosa hanno portato i processi di globalizzazione, soprattutto disgreganti, e come ricostruire una riaggregazione che possa dare al centrosinistra una base che possa diventare maggioritaria nel Paese, è indispensabile. Questa analisi deve avere dimensione transnazionale perché la destra l'ha fatta globalmente, ci troviamo infatti di fronte, proprio sul terreno sociale, lo dimostrano Tremonti ma anche Sacconi, così come i neocons negli Usa e alcune formazioni europee, che esiste un' idea forte da parte della destra. Proprio questa dimostra di aver capito capire come mantenere l'insediamento nella parte più debole del Paese, operai e pensionati, ma anche la necessità di una politica bifacciale che da un lato recupera degli elementi di intervento statale e dall'altro ripropone un modello autoritario e nel modello autoritario inserisco anche quanto detto da Craxi sul laicismo. Il problema non è criticare la subalternità verso la Chiesa ma vedere come questa, rispetto ai processi di globalizzazione, abbia deciso di stare dentro ad una società piramidale e autoritaria. Le ultime dieci pagine di Tremonti espongono una idea di società, c'è l'analisi che in parte è condivisibile e c'è anche la risposta, trovata in parole come ordine e religione. In questa idea di società sono coinvolti quindi la Marcegaglia e Ratzinger: non è solo un problema solo di laicità. Tutti e due hanno usato identiche parole per dare un giudizio sul governo di centrodestra, poi hanno le loro dovute differenze, soprattutto perché la prima rappresenta l'impresa che non può che avanzare giudizi transitori per i suoi benefici, che oggi sono alcuni e domani altri. Però stanno entrambi dentro un impianto in cui non c'è una risposta che la sinistra, sia radicale che riformista, abbia avanzato, manca un'altra prospettiva rispetto alla globalizzazione, un'altra idea di come ricostruire un blocco sociale. E non c'è in Italia come in Europa. Voglio tornare ad un discorso fatto da Giordano. Il processo di globalizzazione pone l'impresa e il lavoro alleati nelle paure e l'idea che offre Tremonti è che in quell'alleanza, sempre nel processo di globalizzazione, l'impresa ha l'egemonia. Ma non basta dire che l'impresa non la deve avere, ma dare una riposta al perché questa l'ha conquistata: è l'unico modo affinché questa alleanza nelle paure venga smantellata per riproporre una pari dignità fra questi due soggetti. A tale fine occorre un pensiero europeo, ma anche italiano. Può tornare utile allora il lavoro sulla costituzione di Morandi, di Basso e altri, perché è esistita tutta una corrente socialista che ha riflettuto sui modelli partecipativi alternativi fino alla questione del controllo che oggi si ripropone. Perché non basta rispondere a quella domanda di globalizzazione con il ribaltamento del rapporto di forza, cioè con la semplice affermazione del lavoro sull'impresa. Bisogna quindi fare i conti con noi stessi perché la crisi odierna nasce nelle due non risposte, quella dell' '89 e di Tangentopoli, cioè dalla crisi dei grandi partiti di massa determinata da questi due momenti, dalla perdita di un processo di rappresentanza avvenuto in quegli anni a partire dal '94. Non basta essere più radicali o più riformisti, in un mondo nuovo occorre infatti tentare di offrire risposte nuove di aggregazione, anche prendendo spunto dal passato ma guardando alla ricostruzione di un blocco sociale del centrosinistra che tende sempre più a restringersi, perché mentre noi non abbiamo sfondato nel blocco altrui con le politiche liberiste, gli altri hanno sfondato nel nostro, cioè nel riferimento sociale classico della socialdemocrazia europea. Forse su questo bisogna meditare, non tanto e solo sulle politiche di Padoa Schioppa, ma sulla politica economica che abbiamo sostenuto dagli anni '90 ad oggi, perché il problema non sono gli ultimi due anni di governo, sono anche le politiche che tutti abbiamo santificato nel '90, quelle del bilancio in pareggio per riassumerle con una formula. Paolo Ferrero Non dire tutti perchè negli anni '90 c'è chi ha provato a costruire una opposizione a quella politica e abbiamo avuto anche litigi non piccolissimi. E' stata sconfitta la linea di Crucianelli che abbiamo praticato anche noi negli ultimi due anni. Paolo Nerozzi No, sono state sconfitte tutte le linee perché di fronte al nuovo non si può riproporre il vecchio schema massimalisti-riformisti, bisogna avanzare nuove prospettive. I tentativi di ricomposizione tentati sono falliti: penso all'esperienza 2001-2003 su cui sarebbe utile ragionare perchè fuoriusciva dal classico rapporto, mettendo insieme movimento della pace, movimento sociale, movimento dei diritti, e che forse è stata la più alta risposta in chiave moderna. Bisogna guardare avanti esaminando i nodi che ci fanno più male, compresa la divaricazione fra qualche elemento di radicalità sociale e voto politico. Questo addolora tutti, però è necessario, Il rischio è che la discussione si limiti agli ultimi tre-quattro anni mentre c'è da andare all' '89, oltre che finisca con l'appiattirsi sul tema di quanto si è stati più o meno radicali: il che non servirebbe a nulla. Franco Giordano Sono d'accordo con chi mette in guardia dal discutere solo degli ultimi due anni, pur assumendomi la responsabilità di questi stessi, perché l'analisi della disfatta elettorale se viene concentrata solo sulla divaricazione fra aspettative e risultati concreti, che pure c'è ed è drammatica, non è utile e non è nemmeno giusta verso coloro che nel governo c'erano e a cui non si posso addebitare le colpe. Ci sono due ragioni di carattere congiunturale che possono spiegare la sconfitta, dal voto utile (che ha significato per noi molto, basta leggere i dati dell'istituto Cattaneo) alla divaricazione fra aspettative e risultati concreti, ma il problema vero è che c'è una difficoltà generale in Europa. Se guardiamo alla sinistra di alternativa si comprende cosa voglio dire: il partito comunista francese ha preso l'1,9% con tanto di simboli distintivi secondo la tradizione classica; in Spagna l'Izquierda unita nel modello federativo ha guadagnato poco meno di noi. Quindi un tracollo. Soltanto in Grecia i comunisti prendono l'11% con un meccanismo identitario molto forte, ma il rischio è che reggano solo per un certo periodo. Famiano Crucianelli E' una sconfitta comune di tutti, indipendentemente da cosa succede nella sinistra radicale. Franco Giordano Si ma è giusto anche che ognuno parli per sé. Comunque il problema è come si esce da questa condizione. Forse partendo dalla realtà odierna: un governo di destra che ha la sua forza dentro il processo di modernizzazione capitalistica e dentro lo scenario globale, ma più che proporsi come guida di tali processi si propone di assecondarli, raccogliendo i frutti avvelenati che produce, sia sul terreno delle disparità sociali sia sul terreno delle contrapposizioni dentro il basso della società, nella guerra fra gli ultimi e i penultimi. E' come se ottimizzasse al massimo divaricazioni, insicurezze, paure, sia sociali che culturali. E' la riproposizione di un regime leggero, di un pensiero unico assolutamente non controvertibile. Però guai se prendiamo delle scorciatoie: la prima, per cui ormai le dinamiche sociali sono finite e l'unico tema è il governo, come fa soprattutto la maggioranza del Pd, cioè una autonomizzazione del politico in termini classici, perchè ormai l'urgenza è la costruzione di una soggettività mediatica, di come vinci sul terreno culturale, oppure l'altra scorciatoia, altrettanto disarmante, che c'è solo l'intensificazione volontaristica sul terreno dell'autonomizzazione del sociale. Io vedo queste due risposte inadeguate. Condivido con Crucianelli, al di là dell'orizzonte politico diverso, la necessità di ricostruire a tutto campo la riorganizzazione della società, guidata da un'idea alternativa di essa che muova dalla critica dell'attuale fase di capitalismo, ma che offra anche una proposta politica, sia che sei o non sei nelle istituzioni, perchè l'onere di avanzare una proposta sul terreno della politica è indispensabile per non finire velleitario, storicamente definito, inutile socialmente. L'obiettivo è ricostruire una soggettività politica a sinistra che sia in grado di garantire lo spendersi, qui e ora, sul terreno della politica concreta e, contemporaneamente, determinare le ipotesi per un' idea alternativa di società. Non significa dunque che non devi ricostruire un' idea di partito società molto forte, ma devi sempre avere l'ambizione della cultura politica. Su quello che ha detto Craxi, che mi ha colpito positivamente, vorrei poi far notare un aspetto. Remo Bodei recentemente a Italianieuropei ha ragionato in maniera significativa su questo tema della laicità. Bodei ha affermato: "Se l'avvenire appare sostanzialmente improgrammabile e denso di incognite, se sfugge al controllo delle donne e degli uomini, esso appare a molti di nuovo nelle mani di Dio". Il punto è che se la stessa storia, che dovrebbe essere la risultante di una umanità in cammino, viene trasformata invece in natura che appare immutabile: non è questo la via per il ritorno al diritto naturale? Come ricostruisci una progettualità di sinistra a cui non serve la scorciatoia laicista, ma la ricostruzione di un pensiero laico, uno spazio pubblico, un' idea progettuale di società, una trama di relazioni sociali, l'idea di alternativa culturale e di nuove forme di socialità, una rottura della disidentificazione collettiva? Noi ci troviamo di fronte ad una sconfitta non solo sul terreno dei poteri e della morfologia dei rapporti di classe, ma anche su quello dei saperi: come riconnetti questa operazione? E' questa la sfida, altro che un breve tratto di penna su due anni di governo e il ritorno indistinto alla società, che sarebbe una regressione culturale che può rendere confortante per ciascuno la propria posizione, può forse in futuro determinare le condizioni per una sopravvivenza statica, ma non aiuta la ricostruzione di progetto politico significativo. Claudio Fava Vengo da una regione in cui la storia del movimento operaio e contadino era la storia del conflitto fra braccianti e lavoratori, da una parte, e padroni e latifondisti dall'altra. Cioè una storia dove c'erano i primi e gli ultimi. Adesso il conflitto è fra gli ultimi e i penultimi. Dobbiamo partire da questo, altrimenti continuiamo a parlare di e ad un Paese virtuale rispetto al quale noi risultiamo superflui. Dobbiamo rivedere forze, contenuti e dinamiche del conflitto, declinandolo al plurale parlando di conflitti, magari pensando dentro a questa dinamica dei conflitti al materiale e all'immateriale: la battuta efficace di Bertinotti che ha parlato della "vita nuda" testimonia bene infatti l'esistenza di un conflitto che riguarda l'immaterialità delle esistenze, la precarietà che ha incrociato le vene aperte della nostra vita e a cui non si può parlare solo in termini materiali, che pure sono necessari perché se ad un operaio non si prospetta il recupero del potere d'acquisto del suo salario o di fine della precarietà istituzionale, non si ha diritto di parlargli. Al contempo però non si può discutere solo di questo. I nostri errori, la crisi di rappresentanza e l'incapacità di organizzare, di dare ordine a ciò che accadeva, nascono dal fatto che abbiamo organizzato un paese virtuale mentre quello reale andava altrove. Sono d'accordo che è accaduto anche in Europa perchè stiamo vivendo la fine di un ciclo che non è solo italiano, ma che forse inizia nell' '89 e che ha bisogno di un riposta complessiva e rispetto a cui, fino ad ora, noi appariamo con le armi spuntate. Ricorrere alle nostre identità, alle nostre categorie tradizionali per ordinare ciò che sta accadendo appare riduttivo, come dimostra l'esperienza cipriota, cioè quella di un governo comunista che però sta contribuendo ad un voto all'unanimità al Consiglio dei ministri dell'Ue verso un pacchetto sicurezza che non ha niente da invidiare a quello berluosconiano. Anche la tentazione di tornare comunisti con comunisti, socialisti con socialisti, e attraverso questo luogo di identità e memoria tentare di tornare a comprender e il paese reale, ecco mi sembra illusoria. Il paese prima di essere rappresentato ha bisogno di essere decifrato e per essere decifrato qui ha bisogno di essere decifrato anche altrove. Vincenzo Vita Avanzo una proposta operativa: cerchiamo di darci un tavolo permanente, un appuntamento stabile, perché sento l'esigenza di un confronto periodico, per discutere delle origine profonde della sconfitta ma anche per capire come trarre delle conseguenze coraggiose da essa per non rendere tale riflessione solo una operazione teoretica. Su Il manifesto tanti anni fa Fortini scrisse che "la realtà certe volte si incarica sgradevolmente di darci due sberle": una frase che mi ha molto colpito. L'esigenza che avverto, al di là delle nostre collocazioni differenziate, è andare non solo a parole rassicuranti oltre il Novecento, visto che tutti quanti capiamo che è avvenuto qualcosa di profondo che attiene alle soggettività, alla costruzione della coscienza di classe. C'è una esigenza che va al di là del contingente: come si ricostruisce oggi una soggettività di sinistra? Perché credo sia utile stare nel Pd? Non voglio sottrarmi a questo interrogativo e rispondo semplicemente: perché dentro questo processo costituente, che non ritengo ancora concluso, si può e si deve costruire lo spazio per una area politico-culturale di sinistra che dialoghi con ciò che sta fuori. Sarebbe una sconfitta per tutti se il PD assumesse, come i critici alcune volte ci dicono, un indirizzo neomoderato. Credo dunque in questa opportunità e sfida, anche se non penso al correntismo tradizionale, ci stiamo infatti lavorando proprio e anche qui ad Aprile. Preferire una sorta di laboratorio per il dialogo, una struttura aperta di confronto, una associazione. Bisogna poi attuare un salto nella qualità e nella quantità dell'opposizione; ci sono alcuni banchi di prova, come il decreto sicurezza e intercettazioni (uno scandalo anche esso che segnala un qualche regime in atto), che ne creano la necessità. Però vorrei dire, in questo sconforto che viviamo, che uno dei frutti, nel bene e nel male, della società mediatica e postmediatica, è che i cicli sono più veloci, non è detto quindi che questa fase negativa sia così lunga. Paolo Ferrero Un operaio metalmeccanico secondo me avrebbe un'altra opinione. Vincenzo Vita Ma io lo dico anche per lui, non per il ceto politico. E' una speranza che un'opposizione costruita e condotta adeguatamente, che riannodi anche un sistema di relazioni sociali, possa generare la crisi di una destra che per fortuna nostra non è ancora un blocco sociale, pur essendo certo un fenomeno pericoloso. Sono convinto poi che la nostra è una sconfitta politica e culturale che nasce da lontano, nelle culture e sottoculture diffuse e più antiche. Sono d'accordo con Crucianelli su questo. Anche nel ruolo che ha avuto la mediatizzazione della società, l'individualizzazione, l'egoismo: il tema della sicurezza non sarebbe stato così declinato se non ci fosse stato tutto questo substrato. Concordo con Craxi sul tema della laicità, così come con Crucianelli su l'analisi del tempo della sconfitta. Suggerisco però uno spunto di riflessione: uno dei crocevia della sconfitta è stato non aver decifrato il portato della globalizzazione, intorno a cui pure si è giocata la partita. Il tema è stato enfatizzato, da una parte, o eluso dall'altra, ma in entrambe queste due polarità non si fatto il conto profondo con tutto ciò che esso avrebbe comportato nei modelli sociali, culturali e anche politici: la crisi dello Stato nazione, dell'idea di Europa (come conferma il referendum irlandese). Eppure è questo uno dei punti su cui ragionare per ricostruire una sinistra moderna e riformista. Avverto poi l'esigenza nel Pd di una riflessione sul capitolo alleanze e autosufficienza. Non ho velleità infantili di convincere chi è in questa stanza che il Pd è la scelta migliore, però ritengo che tra questo e la separatezza, vi è una strada dialettica che ri-immagini segni di confronto, che costruisca percorsi comuni. Trovo poi sottodimensionato un tema che deve essere discusso nel Pd ma non solo in esso: quello della collocazione europea di tutti noi, perché se è vero che la crisi non è solo italiana, allora il tema dell'Europa è essenziale. Giordano accennava alla scelta fra modello americano e stato sociale europeo: ebbene, va discusso, riflettendo però anche del perchè è proprio in Europa che questo sta battendo la fiacca. Famiano Crucianelli Non voglio introdurre una nota di ottimismo perché sarebbe un delirio, però c'è un punto su cui bisogna ragionare: è la destra. In proposito c'è un eccesso di pessimismo quando si pensa alla destra come una meravigliosa macchina da guerra, perché la situazione che viviamo è transitoria e la destra non ha le risposte per la crisi che a livello globale si è aperta. La destra mite, che fa un regime leggero, come diceva Bertinotti, vale per oggi perché ha una serie di buchi neri, rispetto alle questioni aperte a livello globale, che dimostrano la debolezza della sua risposta, soprattutto nel futuro. Non è pensabile infatti, nella situazione mondiale che si inaugurata, una risposta strategica antieuropea, rievocativa di riferimenti tradizionali, come nell'ultima parte del discorso di Tremonti. La situazione è in movimento, per cui quel "Dio-patria-famiglia" non basta, dato che cambiano a fondo i processi materiali e i codici stessi della civiltà e delle culture. La risposta della destra è un pagliativo per questa fase di passaggio. Dopo questa fase ci sarà, però, un altro salto: e qui vedo il rischio, perché o ci attrezzeremo sul terreno politico ad individuare una risposta alternativa -e qui la mia distanza da Ferrero- oppure il passaggio successivo vedrà una ulteriore involuzione autoritaria, perché le risposte della destra non sono moderne alla modernità, ma sono ai veleni della globalizzazione, sono il tentativo di capitalizzare a suo vantaggio i veleni della globalizzazione. Ma non è una destra che può rispondere ai processi di internazionalizzazione dei capitali, alla nuova coscienza mondiale e a tutto il resto. Franco Giordano Ma è questa la nuova destra e la sua risposta non è debole perchè è la stessa che propone la globalizzazione. Famiano Crucianelli Ma no, questa nuova destra è dentro una contraddizione perché la globalizzazione non è statica ma in movimento, per tanto scardina gli stessi fondamenti della destra tradizionale. E' simile a ciò che sta facendo la Chiesa, la quale tenta disperatamente di imporre un modello religioso e culturale che si scontra con la materialità dei processi che sono stati aperti proprio dalla profonda laicizzazione. Una laicizzazione non nel senso nobile del termine, ma che si fonda sull'individualismo, la miseria delle merci, la mercificazione. La mercificazione globale messa in moto dalla globalizzazione è un processo violentissimo rispetto a quello che la Chiesa sta tentando di fare: la corsa di Ratzinger è disperata. In questo senso le riposte che la destra mette in campo sono transitorie. Quando arriveremo nuovamente al dunque, se non sarà cresciuta una alternativa politica e anche sociale -perché non sono mica folle a pensare ad una alternativa solo politica-, che rimetta in campo una risposta ai processi globali, ci sarà un redde rationem. La rottura del binomio capitale e lavoro è all'origine di questi disastri: il capitale è diventato assolutamente libero e il lavoro ha perso il suo potere contrattuale. Quindi bisogna costruire un nesso generale, che non puoi pensare di risolvere solo con la Garbatella o alla Fiat, perché non ci riesci, è disperante, soprattutto perchè di fronte alla mancata riposta che verrà dalla destra, o ci sarà la nostra o avremo processi più autoritari, antidemocratici, involutivi. In tale senso vedo una situazione che ha tempi brevi, rassegnarci ad una idea che dobbiamo costruire case matte nella società mentre i processi vanno avanti, ci porta in un contesto che sarà sempre peggiore. Non è una fase di stabilizzazione per cui ci si attrezza nella società, si ricostruisce il sociale e poi, quando arriverà il momento, si ribalta attraverso l'opposizione un quadro politico come quello italiano e europeo. E' una situazione in forte movimento e noi siamo in una fase in cui questa destra ha dato un prima risposta, capitalizzando i veleni della globalizzazione, ma arriverà anche essa al dunque e sarà di fronte a un bivio: se accelerare i processi della barbarie oppure non so cosa. Ma noi dobbiamo trovare una risposta a questa situazione ancora aperta pur essendo drammatica. Nei prossimi anni, non penso tra molto, saremo quindi chiamati ad una prova molto seria e la vicenda irlandese indica, ancora una volta, quanto sia difficile la situazione in Europa. Perché la Francia era più spuria, ma l'Irlanda non è la classe operaia in nome di un'altra Europa che butta via l'ultimo trattato, ma una risposta corporativa, di chiusura, che può portare a processi ancor più involutivi. Paolo Ferrero A Giordano e Crucianelli vorrei precisare una cosa. Che viviamo una fase di guerra di movimento e non di posizione, sono d'accordo. Che non viviamo nell'attraversata nel deserto, che presuppone una terra promessa che non vedo, perchè siamo in una giungla, dentro una fase non chiusa, anche su questo sono d'accordo. Riconosciuto ciò, c'è però una differenza fondamentale rispetto al 2001-2002, dove pure Berlusconi non aveva ancora un blocco sociale. Questa differenza è che in quel periodo esisteva una opposizione forte, da Genova in avanti, in cui la Cgil di Cofferati aveva un ruolo centrale e impedì la costruzione di un blocco sociale su una ipotesi moderata di smontaggio del sindacato. Oggi questo pensiero di Berlusconi, più intelligente di quello di allora, non pare trovare, né sul piano dell' opposizione politica parlamentare né su quello di quella sociale, una dimensione di opposizione vera, che non sia quella di emendare la posizione del governo ma di proporre rispetto ad esso un'altra agenda, di avere un'altra idea di società, che non si riduca insomma a rendere costituzionale i provvedimenti, come una sorta di Presidente della Repubblica due. Sul piano della proposta politica, mi collego a ciò che diceva Vita, credo sia opportuno chiederci se sia possibile ragionare, anche da posizioni diverse, su come costruire un'opposizione su alcuni temi, arrivando ad una piattaforma generale su argomenti vari (lavoro, ambiente, diritti). Invece che fare una discussione sulle prospettive della sinistra, a cui pure parteciperei ma credo registreremo differenze non piccolissime, sarebbe meglio farla su come concretamente si fanno delle iniziative reali finalizzate alla costruzione di elementi di opposizione. La seconda proposta, se c'è l'accordo, è che ci sia un lavoro per spiegare perchè non va cambiata la legge sulle europee e perché bisogna su questo tentativo fare una opposizione, visto che questa riforma sta nell'agenda bipartisan in modo avanzato. Sono due proposte concrete e su cui non metto vincoli. C'è infine un misunderstandig: io non è che non vedo la necessità di una proposta politica, che penso ad una guerra di posizione di cinquanta anni in cui ci infiliamo nella giungla e cominciamo un'area liberata dopo l'altra, pezzetto per pezzetto, a riconquistare spazio, così tra un centinaio di anni abbiamo raggiunto la riconquista del nostro ruolo. Il punto è che non vedo nessuna prospettiva politica che risponda al tipo di crisi sociale in atto, che sia in termini progressisti anziché reazionari. C'è quindi un giudizio diverso sulla politica del Pd. Famiano Crucianelli Però se tu dai un giudizio così distruttivo del Pd, allora incamminiamoci nella giungla. L'analisi dei soggetti politici riflette anche la situazione reale. Paolo Ferrero Il tuo, Crucinaelli, è un dover essere. Apprezzabile ma destituito di fondamento. Non è che sono contento che il Pd sia moderato, ma su tutti i nodi fondamentali è stato tale, si vedano gli ultimi due anni in cui la condizione non spingeva a posizionarsi più a destra come invece è stato fatto. Questi due anni avrebbero dovuto favorire il dialogo: invece è stato il contrario da tutti i punti di vista, da economia a laicità. L'unica eccezione è stato il tema della sicurezza del lavoro, dove però ha pesato l'onda delle morti e la spinta sindacale. Ma è l'unica circostanza in cui Confindustria non era contenta di un provvedimento. Non penso perciò al rifuggio nel sociale e alla fuga dal politico, è che non vedo questo sbocco politico adesso. Ma dato che lo credo necessario, penso bisogna ricostruirlo. Come? Partendo dagli elementi che ci sono, perchè il rischio è che ad un governo populista di destra si opponga una opposizione giustizialista di destra, il che non produce una grande dialettica. Perciò è indispensabile costruire una opposizione laica, di sinistra, sul versante dei lavoratori. Non è che non voglio lo sbocco politico, è che non lo vedo, perché anche la dialettica dentro il Pd, esclusi i presenti, non si distingue per posizione diverse sul piano dei contenuti sociali o economici, però noi abbiamo un problema di sofferenza della nostra gente proprio su quel terreno lì, e la destra è fortissima proprio su questo fronte dove noi invece siamo debolissimi, non avendo risposta alla sofferenza materiale delle persone. La logica di Tremonti, per cui c'è la crisi, c'è l'insicurezza, la coperta è corta e si stringe, ma c'è la garanzia che scoperti rimangono gli altri, è potente, essendo l'unica che interloquisce con chi non arriva a fine mese: noi facciamo propaganda, quello propone politiche, deliranti, ma esistenti. Sul piano della clandestinità, per esempio, sanno benissimo che la sfrutteranno di più nel mercato del lavoro per abbassare il suo costo, ma procedono alla loro criminalizzazione per prendere voti. Il punto -e qui parlo a Giordano- non è uscire dal terreno della politica, della rappresentanza, del rapporto fra conflitto e istituzioni, ma è che c'è un eccesso di peso del tema della rappresentanza nella nostra riflessione, almeno rispetto ai tre temi centrali su cui agisce la politica: rappresentanza, produzione del conflitto, tessitura sociale. Si tratta semplicemente di riallargare i terreni di attenzione al conflitto e alla costruzione sociale non negando la rappresentanza, ma sapendo che la strada per mezzo della quale ricostruisci la credibilità sociale della sinistra passa maggiormente per il terreno del conflitto e della tessitura sociale. Ho usato l'esempio della Chiesa cattolica dopo la sconfitta referendaria degli anni '70, ricordando come abbia scelto di ripartire dagli oratori perché è da lì che hanno ricostruito credibilità e utilità delle istituzioni cattoliche, la stessa che oggi gli permette di dettare legge con Ruini e vincere il referendum sulla legge 40. Ecco l'importanza di un percorso di ricostruzione delle utilità sociale. Famiano Crucianelli Le vocazioni continua a non averne la Chiesa. Bobo Craxi E' semplicistica e quasi politicistica l'idea che abbiamo di fronte una destra autoritaria, perché è una destra popolare oltre che populista, in sintonia con classi sociali tradizionalmente di riferimento della sinistra, più vicina e agevolata dal fatto che ha una costituzione materiale che favorisce questa capacità di entrare in sintonia con la società, oltre che dei mezzi di cui dispone il suo leader. Poi la frizione, quando sei al governo e vuoi dimostrare quanto sei di destra, slitta sempre, come dimostra il tema sicurezza e l'uso della forza militare. La classe dirigente è inadeguata a comprendere che problemi di questa natura vanno aggrediti tenendo conto che i destinatari della criminalità sono i più poveri e non i più ricchi. Bisogna anche stare attenti nel ritenere che ci sia una saldatura fra l'idea di una società conservatrice e quella di Confindustria, che c'è un neoautoritarismo che avanza: forse più semplicemente trova terreno fertile per farsi spazio, se c'è una opposizione parlamentare assente con una sinistra cancellata dal parlamento. Se manca dialettica nella società, la svolta autoritaria è in agguato, ma non perché si vuole imporre ma perché le condizioni politiche determinano di fatto una svolta in tale senso del governo, il quale per giunta è animato da forze antisistema come la Lega e da quelle di derivazione post totalitaria come Msi, poi An, ora Pdl. Dentro questo, c'è la crisi dell'opposizione, che ha perso potenziale, e della sinistra. Una crisi antica che vede questo soggetto incapace ad essere maggioritario, a trovare il terreno di incontro negli anni in cui pure dominava attraverso due grandi partiti: perché Pci più Psi, aggiungiamo anche i socialdemocratici, rappresentavano la possibilità di governare da sinistra il Paese. Una possibilità abortita perché l'Italia è stata governata da sinistra sempre appoggiandosi al centro cattolico, con questo appoggiarsi che poi si è trasformato, oggi, nel Pd. Un partito con cui bisogna dialogare perché c'è una reciprocità, perché qualche errore è stato commesso da tutti, anche se continuo a indicare nella scelta di Veltroni di non apparentarsi la ragione per la quale forze politiche presenti nella società, come dimostrano i dati delle amministrative, non solo quindi sul piano tradizionale e storico, intendo socialisti e comunisti, si trovino improvvisamente fuori dall'agone tradizionale pur rappresentando milioni di elettori. E' un delitto questa esclusione perché lascia spazio alla cosiddetta opposizione radicale che oggi viene fatta dal magistrato in politica, Di Pietro, e dai magistrati, con qualcuno che pensa ancora di affrontare Berlusconi sul terreno giuridico, non riuscendo a sconfiggere la destra e non facendo vincere la sinistra. Quando dico attenzione ad una destra popolare, penso alla sua capacità di mettere in atto azioni di sinistra. Il nostro governo ha attuato gli sgravi fiscali alle fondazioni bancaria, Tremonti ha tassato i petrolieri. Allora, è di destra o di sinistra tassare i petrolieri? E' ovvio che qualcuno cominci a chiedersi se non era più opportuno che fosse il centrosinistra a pensare a questa politica, come anche ad aggredire l'immondizia con più forza, dando l'impressione che la sinistra potesse anche rappresentare lo Stato in modo efficace. Di più, loro cominciano con operazioni demagogiche, ma perché noi nei primi mesi di governo abbiamo dato vita alla lenzuolata di Bersani, di rilevanza ma che sul piano demagogico-popolare non ha lasciato segno. Spesso quando si vuol mantenere il potere, soprattutto se si ha una maggioranza fragile, bisogna dare luogo ad iniziative politiche che vanno nell'interesse di grandi strati della popolazione. Meglio accontentare qualche burocrate di Bruxelles o centinai di migliaia di lavoratori? Questo il tema su cui è caduto il governo e d è stato un errore capitale nella gestione di questo secondo centrosinistra a fronte di tante cose positive realizzate. Paolo Ferrero Vorrei in proposito fare un esempio. Non ho votato il Dpef del luglio 2006 perché di fronte a quello -e in questo c'è il mio pessimismo rispetto all'analisi che fa Crucianelli- non c'è mai stata una possibilità di contrattazione. Famiano Crucianelli Si ma perché l'errore è stato quello di fare di quella maggioranza un campo di battaglia su tutto, a cominciare dall'Afghanistan. Se si fosse scelta questa questione come quella per aprire un contenzioso nel governo, le cose sarebbero andate diversamente. Ma siccome è cominciato sulla Afghanistan per finire sulla sicurezza, coinvolgendo tutte le questioni, con la maggioranza che appariva un casino: è chiaro che non avevi potere di contrattazione. C'è anche una responsabilità nostra però in questo. Bobo Craxi Però in un sistema di coalizione, è evidente che si creino delle necessità da parte di ciascun partito. Ma pensare di rompere questo vincolo con presunzione di autonomia è stato un errore, perché l'inizio della crisi del governo Prodi è Orvieto e il "vado da solo" di Veltroni. Si sono determinate le condizioni per cui le forze interne più deboli e fragili, da Mastella in primis, hanno pensato che quella potesse essere la tomba della nostra esistenza politica e mai, come in politica, quando vedi in faccia la morte cerchi qualsiasi mezzo per sopravvivere. Abbiamo discusso molto di una analisi sociale, della globalizzazione come una onda lunga che promuove profondi mutamenti: non voglio andare in controtendenza, ma devo anche dire che se è vero che c'è una onda che cavalca e interpreta meglio la destra, però è vero anche che la vittoria possibile dei democratici negli Usa potrebbe determinare qualcosa di diverso. Non perché mi faccio illusioni su Obama e la sua gestione, ma perché dimostra che siamo di fronte ad una nuova stagione dei rapporti internazionali, di percepire diversamente il grande stato padrone del mondo. Anche di fronte a questo si organizza la presenza della Chiesa: non è l'Europa che fronteggerà l'America, ma saranno diversi poteri tra cui la Chiesa, che intende giocare in questo senso una partita politica e non più solo spirituale, non solo votata alla difesa della crisi morale. La Chiesa capisce che c'è un vuoto politico, la fragilità dell'Ue e anche dei suoi modelli, con le famiglie di cui dovrebbero far parte i conservatori, quella popolare, o quella nostra socialista, che non godono di grande salute, sono infatti perimetri, club che non esprimono un modello sociale. Dentro il vuoto si organizzano questi poteri che definiamo forti, diciamo consistenti, come quelli del mercato, le banche centrali o la grande finanza per esempio, perchè dentro questo gap i partiti tradizionali che vengono dal Novecento sono in difficoltà. Una difficoltà che non si risolve soltanto facendo altro, magari creando delle strutture che gli assomigliano ma sono diverse, con i quali ci si possa difendere meglio, come l'associazionismo molecolare, senza riferimento alle fondazioni, che è solo una forma di difesa in una Italia che non è più disponibile ad apprezzare il carattere del nostro dibattito. Io guardo, per esempio, da fuori il vostro dibattito congressuale. Sono convinto che sareste disponibili a riconoscere di apparire, con una forma di autocritica, di apparire autoreferenziali, ma il problema è un altro: non è che apparite o siete autoreferenziali, bensì che nessuno ha voglia di occuparsi di voi. Non è che colpa vostra, è che a nessuno gli importa ciò che fa un partito che è stato sconfitto alle elezioni, siamo stati tutti cancellati, anche dalle pagine dei giornali. Questo è il punto democratico. Va benissimo la tutela del conflitto contro il governo, ma attenzione che tra poco anche quel conflitto non avrà nemmeno uno spazio mediatico. Fate una manifestazione di 15mila persone, se vogliono decidono che non c'è mai stata: questo è il punto in cui siamo e a cui bisogna porre rimedio. E' uno scempio democratico a cui bisogna rispondere, anche sul piano delle regole: la partita delle europee è un nodo centrale ed è evidente che quello è il terreno su cui il bipartitismo ha maggiore ragione di potersi porre, nel senso che loro devono chiudere lo spazio politico perché si compia il processo di riduzione della complessità partitocratrica, e devono farlo all'europee, perché è l'unico spazio su cui ci potrà essere un recupero elettorale e politico delle forze sconfitte. Apprezzo l'incontro di oggi perché nei leader attuali non c'è questa volontà, si pensa a forme succedanee di cooperazione, addirittura di cooptazione dentro il grande Pd. L'approdo nel Pd, se questo fosse veramente quello che si era immaginato, è evidente che in questa coabitazione e contaminazione non ci sarebbe niente di male, diciamo che la presenza della sinistra italiana dentro una unica formazione politica non sarebbe sbagliata, ma non è così perché la forma di partito che si sta delineando, pur essendo ancora incompiuta, fa paura: il berlusconismo senza Berlusconi fa infatti impressione. Perciò articolare la discussione fra diverse formazioni politiche è la forma migliore, salvo poi convergere per dare al nostro Paese un governo diverso rispetto a quello che c'è e da cui non ci sentiamo rappresentati. Quindi è giusto fare cinque anni di concreta e sana opposizione politica. Paolo Nerozzi Vorrei chiarire un aspetto con Ferrero. Bisogna andare indietro, anche sul tema della rappresentanza, del leaderismo, dei partiti, fino e oltre l' '89. Una certa forma di rappresentanza, per esempio quella leaderistica, porta poi alla riduzione anche della rappresentanza sociale e politica. Bisogna rompere in modo radicale con il marchio del passato. Ferrero citava il 2001-2003 e, come si sa, una qualche parte l'ho avuta anche io in quel periodo, e posso dire che la scelta di allora si basava sul fatto che c'era già una crisi della rappresentanza del mondo operaio, che inizia prima di quegli anni, e che da sola questa rappresentanza non era in grado di rispondere ai processi che erano in atto nel Paese. Anche la forma organizzativa, metà sindacale e metà politica, dell'iniziativa della Cgil di quel periodo tentava di dare risposta alla frammentazione dei processi di globalizzazione. Ma non si è completata, portando oggi ad una difficoltà o impossibilità a riproporre attualmente quel modello. Il problema dei penultimi rispetto agli ultimi non è di breve periodo. Ciò non vuol dire che l'opposizione deve essere in primo luogo sulle questioni economiche - anche se un errore che sta facendo il Pd è non dare risposte a tali questioni, a partire da quella del rilancio della detassazione per tutti come prima forma di ricomposizione-, ma non è sufficiente neanche questo. Quello che successo non è di breve durata e non ricomponibile dai piccoli conflitti. Paolo Ferrero C'entra anche però come ha lavorato il sindacato in questi due anni: la Cgil ha fatto cose diverse nel 2001-2004 da quelle fatte nel 2005-2008. Gli spazi conquistati dalla destra trovano ragione anche in questo. Paolo Nerozzi L'errore della Cgil rispetto ai problemi che c'erano è stato di non intensificare in forma forte un processo di rapporto con la Cisl e Uil che sarebbe stato un argine ai processi che verranno da oggi in poi e che rischiano di portare la rappresentanza sociale a minorità. Perché anche qui le risposte sono state solo di natura politica. Non ho condiviso allora, nel 2006, l'atteggiamento assunto verso la Finanziaria, così come non ho condiviso l'indulto, i ticket, la detassazione solo dell'impresa. Eppure anche se non si fosse fatto questo, la crisi nella nostra rappresentanza sociale ci sarebbe stata comunque. Perchè è un lavoro di lungo periodo, anche sul fronte dei valori, e presuppone la ricostruzione di una rappresentanza politica forte. Poi le riforme elettorali non sono prioritarie perché quando devi ricostruire, il riproporre delle barriere non aiuta, anche se considero la frammentazione un problema serio. La riforma per le europee, in piena discussione, è sbagliata, anche se il tema della disgregazione partitica esiste. Paolo Ferrero Però non è indifferente la risposta a questo quesito. Famiano Crucianelli Si può infatti dare una risposta alla frammentazione politica che sia ragionevole. Paolo Ferrero Non esiste riposta ragionevole in questa fase. Qualsiasi discussione sullo sbarramento mi appare come una aggressione a mano armata in casa mentre dormo. Paolo Nerozzi Ma dato che voi la vivete così, per questo penso che la riforma elettorale sia sbagliata.

Torna all'inizio