HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro Novelli
www.mauronovelli.it
|
DOSSIER “RIFORMA ELETTORALE!” |
|
tARTICOLI DEL 1-30 giugno 2008
#TOP
·
Articoli
Riforma elettorale (17)
Riforme la grande battaglia a sinistra è tra
autonomisti e neocentralisti ( da "Riformista, Il"
del 03-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: dalemiano per il tramite di membri di Astrid come Cesare Salvi. Ma pesa pure l'affidavit di Vendola a D'Alema, che comprende tra le altre cose lo stop al pacchetto di riforme che comprende oltre al federalismo anche le riforme elettorali europea e nazionale. Archiviata lo scontro sull'analisi del voto, è sui confini del federalismo che si giocherà la principale battaglia interna al Pd.
L'
amaca - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 13-06-2008)
Argomenti: Esempi esteri
Abstract: quando i ministri degli esteri di Francia, Germania e Gran Bretagna andarono in visita congiunta a Teheran, è stato successivamente allargato ed oggi è composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania, che aspira a diventarlo. Per Berlino, evidentemente, si tratta dell'anticamera che dovrebbe assicurargli la possibilità di un seggio fisso all'
Segue
nei panni di walter ( da "Riformista, Il"
del 20-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: al minimo apportando ritocchi sulla legge elettorale per toglierne gli errori e revisioni costituzionali sul bicameralismo e i poteri del primo ministro. Il capo del governo ne è consapevole. Sa anche che per via del referendum pendente almeno della riforma elettorale sarà opportuno parlare con l'opposizione.
LA
RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD
( da "Unita,
L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Esempi esteri
Abstract: Oggi, non contando le grandi coalizioni di Austria e Germania, al governo dei rispettivi paesi troviamo solo i socialisti spagnoli e quelli portoghesi. E i laburisti in Gran Bretagna, ovviamente, ma qui gli ultimi risultati del voto locale e tutti i sondaggi non inducono purtroppo all'ottimismo.
Confronto
a sinistra. Tavola rotonda ( da "AprileOnline.info"
del 23-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: che si è trasformato spesso in riformismo elettorale, come se bastassero le leggi elettorali ad introdurre un elemento di novità nella società. Ed è evidente che le leggi elettorali di questi anni sono tutte tese a modificare i rapporti sociali e restringere la base democratica, consentendo il riaffiorare del bisogno del bipartitismo come necessità,
( da "Riformista, Il" del 03-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge
Riforme la grande
battaglia a sinistra è tra autonomisti e neocentralisti Il piano del Pd per
anticipare la Lega Morando propone di fare la prima mossa sul federalismo
fiscale. Veltroni copre. D'Alema resiste La Lega Nord invoca da Pontida il
dialogo sol Pd sul federalismo. Pierluigi Bersani, ministro ombra
dell'Economia, risponde a stretto giro che se ne può parlare solo a patto che
il Carroccio mitighi le sue posizioni sul federalismo fiscale. Ma nel Pd c'è
già chi va oltre il dialogo e punta addirittura all'anticipo. È il caso di
Enrico Morando, coordinatore dello shadow cabinet e ed estensore del programma
democrat, che al Riformista spiega: "Tutti sappiamo che il centrodestra
incontrerà formidabili resistenze quando si tratterà di passare dall'enunciazione
delle proposte all'attuazione concreta, perché dovrà
fare i conti con i voti presi al meridione dal Pdl e con la Lega sud di
Lombardo. C'è chi ritiene che dovremmo cavalcare le divisioni altrui. Io al
contrario penso che la linea del Pd debba essere non quella di crogiolarsi sui
ritardi del centrodestra ma di anticiparlo, e presentare per primo una proposta
di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione sul federalismo
fiscale". Non solo, secondo Morando, il Pd deve farsi carico anche di dare
seguito concreto al cosiddetto federalismo differenziato, sulla scia di altro
articolo del titolo V, il 116: "Dalle nostri parti - aggiunge Morando -
c'è chi ha sempre concepito il federalismo come un 'arma tattica per inseguire
la Lega e ancora adesso rilancia l'idea di un federalismo omologante che non
affronta il problema di un paese con forti squilibri territoriali. Sbagliato.
Anche perché è proprio rilanciando un autonomismo forte che il Mezzogiorno può
ripartire e credo che molte delle nostre difficoltà al sud dipendano dal fatto
di aver disperso in questi ultimi anni il nostro patrimonio autonomista in nome
di un rinnovato centralismo". Con chi ce l'ha Morando? Semplice. Con il
D'Alema che fa autocritica sulla riforma del titolo V della Costituzione, che
denuncia la "sbornia federalista" della sinistra anni Novanta e,
intervistato sul bimestrale della Fondazione Italianieuropei, dice:
"Guardo con preoccupazione a un'idea di federalismo fiscale che introduca
sperequazioni territoriali assai pesanti". Ma sotto accusa del Loft c'è
pure l'attivismo della fondazione Astrid, che proprio con Italianieuropei
organizza per questo mese un seminario congiunto sulle riforme che promette
barricate soprattutto contro ogni cedimento al "modello lombardo". Si
prepara insomma battaglia nel Pd, non meno diviso sul federalismo di quanto lo
sia la maggioranza, e Morando non lo nasconde: "Sarà decisiva la
conferenza di programmatica di questo autunno. Noi per fortuna siamo un
partito, non una coalizione, e abbiamo le regole per decidere". E Walter
Veltroni? Tutto lascia credere che il leader del Pd sia del tutto d'accordo con
Morando. E un testimone, sebbene interessato, delle convinzioni dell'ex sindaco
di Roma c'è. E' Roberto Formigoni, il quale giura che Veltroni gli ha già confermato
il suo assenso alla proposta di legge iperfederalista
avanzata dalla Regione Lombardia. Del resto, il federalismo è l'architrave
intorno cui si confrontano i due modelli di partito e di società su cui
veltroniani e anti-veltroniani si sono già dati battaglia: partito liquido vs.
partito forte; regionalismo vs. neo-centralismo; bipartitismo vs. modello di
coalizione. Su una posizione intermedia si colloca finora Sergio Chiamparino,
ministro ombra delle Riforme, il quale peraltro è l'unico ad aver discusso la
materia con la controparte incontrando pochi giorni fa una delegazione del
governo composta da Umberto Bossi, Giulio Tremonti, Aldo Brancher e Roberto
Calderoli. Per Chiamparino discutere di modello differenziato - una soluzione
che lasci alla regioni la decisione sulle competenze da assumere - si può, ma
non con la divisione del gettito ipotizzata da Formigoni, versione troppo hard
di federalismo fiscale. Per questo Chiamparino si è detto contrario al
"modello lombardo". Mai quanto Marco Follini, certo più vicino alle
posizioni dalemiane che a quelle veltroniane, il quale non si compiace che la
Lega rivendichi un dialogo già avviato col governo ombra: "Le riforme
istituzionali - dice - non si fanno con conciliaboli segreti o con un'altra
gita a Lorenzago. Io, piuttosto, invoco che si segua un percorso
trasparente". Un ruolo nel dibattito interno al Pd ce l'ha anche la
sinistra ex Arcobaleno, coinvolta nel seminario dalemiano
per il tramite di membri di Astrid come Cesare Salvi. Ma pesa pure l'affidavit
di Vendola a D'Alema, che comprende tra le altre cose lo stop al pacchetto di
riforme che comprende oltre al federalismo anche le riforme elettorali europea
e nazionale. Archiviata lo scontro sull'analisi del voto, è sui confini del
federalismo che si giocherà la principale battaglia interna al Pd.
Stefano Cappellini 03/06/2008.
( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Esempi esteri
Commenti L' Amaca
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Cioè con lo "status" dell'Italia alle
Nazioni Unite e nell'Unione Europea. L'ottimismo dimostrato dal governo
italiano, convinto che bastasse l'appoggio dell'amico Bush per ottenere un
cartoncino di invito nel "salotto buono" delle grandi potenze, si è
rivelato eccessivo perché probabilmente non ha tenuto conto di quanta strada il
nostro Paese debba recuperare su entrambi i fronti. Il gruppo di contatto
sull'Iran, da cui il precedente governo Berlusconi si lasciò escludere con
imperdonabile leggerezza nell'ottobre 2003, quando i
ministri degli esteri di Francia, Germania e Gran Bretagna andarono in visita congiunta a Teheran, è stato successivamente allargato
ed oggi è composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più
la Germania, che aspira a diventarlo. Per Berlino, evidentemente, si tratta
dell'anticamera che dovrebbe assicurargli la possibilità di un seggio fisso
all'Onu in occasione della prossima riforma delle Nazioni Unite. E'
chiaro che la cancelliera Merkel non vede di buon occhio l'ingresso
dell'Italia, che da anni si batte per bloccare le ambizioni tedesche. Il
dettaglio che forse Berlusconi ha sottovalutato, è che una riforma del
Consiglio di Sicurezza che coopti la Germania, insieme
con il Brasile e il Giappone o l'India, è la soluzione sostenuta e caldeggiata
anche dall'amministrazione americana fin dai tempi di Clinton. Per quanto
"amico", dunque, Bush non è disposto a compromettere un interesse
strategico di fondo degli Stati Uniti per fare un piacere al presidente del
Consiglio italiano. Il secondo tavolo su cui il gruppo di Contatto per l'Iran
gioca un ruolo determinante è quello europeo. La sua costituzione, quando ancora
Russia, Cina e USA sulla questione iraniana marciavano in ordine sparso, ha
significato di fatto la creazione di un direttorio politico europeo composto
dai tre grandi della Ue: Germania, Francia
e Gran Bretagna. L'esclusione
dell'Italia non è stata una dimenticanza casuale. Essa corrisponde ad una
gerarchia che si è andata consolidando dal
( da "Riformista, Il" del 20-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge
Segue nei panni di
walter di Leonardo Morlino La prima: fare l'opposizione responsabile e
costruttiva sarebbe opportuno perché consentirebbe di mantenere aperto un
canale di comunicazione con il premier sui temi di riforma costituzionale, al minimo apportando ritocchi sulla legge elettorale per toglierne gli errori e revisioni costituzionali sul
bicameralismo e i poteri del primo ministro. Il capo del governo ne è
consapevole. Sa anche che per via del referendum pendente
almeno della riforma elettorale sarà opportuno parlare con l'opposizione. In ogni caso,
però, ha una maggioranza parlamentare compatta che non gli creerebbe problemi
su questo tema. Di conseguenza, può forzare la mano su altri provvedimenti che
gli stanno molto a cuore. Semmai, è all'opposizione che conviene tenere aperto
il dialogo. La seconda: il successo elettorale,
inaspettato, dell'Italia dei Valori ha indotto Di Pietro a non mantenere il
precedente patto di costituire un gruppo comune con il Pd e ora, grazie alla
propria consistenza parlamentare, vede la possibilità di un ruolo autonomo che
attragga anche una parte della sinistra radicale uscita pesantemente sconfitta
dalle urne. In questo modo Di Pietro tenta di assumere su di sé ruolo e visibilità
maggiori rispetto al Pd. In breve, da una parte, ai fini delle riforme
istituzionali il Pd è inutile dal punto di vista di Berlusconi; dall'altra, ai
fini di un'opposizione più forte e visibile questo stesso partito è scavalcato
da Di Pietro. Sembra un brutto sogno. Verrebbe da chiedersi: che fare?, se
questa domanda leninista non facesse venire alla mente ben altri disastri del
passato. In ogni modo, per uscire da questo vicolo cieco qui ed ora, occorre
vedere bene le priorità. Il nuovo ruolo dell'opposizione è un elemento positivo
su cui riflettere e costruire. Con Di Pietro i conti andranno fatti a suo
tempo, quando ci saranno nuove lezioni. Ma ora bisogna cogliere la concreta
occasione di fissare i valori di una buona democrazia e i comportamenti di
un'efficace opposizione. Rispetto ai primi il punto è evitare la
"sovversione" dei diritti, riaffermandone con precisione e dettagli
tutte le ragioni. Ovvero evitare che in nome delle necessità di una supposta
sicurezza o efficienza si introduca altro. Se, ad esempio, si vuole fare
passare una decisione sulla sospensione dei processi per chi occupa le
principali cariche, il governo lo faccia pure prendendosene tutte le
responsabilità. Ma l'opposizione usi le opportunità di azione che ha in
parlamento con il massimo impegno. E, come spesso si dice, chi vivrà, vedrà.
20/06/2008.
( da "Unita, L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Esempi esteri
Stai consultando
l'edizione del LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD
segue da pagina 15 Sia chiaro: gli individui che commettono un crimine vanno
puniti, qualunque sia la loro nazionalità, la loro provenienza. Gli individui:
mai i gruppi, le comunità etniche, sociali o religiose alle quali appartengono.
Non lo dice solo il nostro codice, e già basterebbe e avanzerebbe. E' la nostra
stessa civiltà a dire che chi pensa diversamente, chi nega questo fondamento,
scivola inesorabilmente nella barbarie. E se come dicevamo la percezione di
insicurezza e la paura vanno comprese, non altrettanto si può e si deve fare
quando il confine viene oltrepassato. E' accaduto, quindi può accadere. Una folla
scatenata che si scaglia contro un campo nomadi incurante di anziani e bambini
terrorizzati e in fuga è parte del problema, e anche grande. Non è certo una
risposta. Le ronde, la caccia al rom o all'immigrato, il mito aberrante del
farsi giustizia da sé sono un problema, non sono certo la soluzione, nemmeno in
minima parte. Proposte politiche che minimizzano l'una cosa e che propongono
apertamente l'altra, sono anch'esse parte del problema, non la possibilità di
uscirne. Non il modo di contrastare un virus pericoloso, nocivo, socialmente e
moralmente. Quello fatto di semplificazioni xenofobe, di voglia di veder
dilagare un "pensiero unico" segnato da separazione, chiusura,
ostilità. Quello che poi si manifesta in tante forme, a cominciare dal
linguaggio, dagli epiteti razzisti, dalle espressioni vergognose di chi arriva
a parlare di lager o di operazioni di "derattizzazione". E' un
problema chi soffia sul fuoco, chi alimenta le paure, chi innesca meccanismi
che poi rischiano di scappare di mano, di sfuggire ad ogni controllo. Tutto per
conquistare un consenso di tipo populista e antipolitico. Con un'enfasi che
colpisce in modo particolare gli immigrati e che diventa facilmente
sproporzione e poi ingiustizia, discriminazione, intolleranza. Con una attenzione,
anche mediatica, che prende la realtà e invece di rappresentarla la distorce,
la esaspera. Alcune cose, specie in alcuni momenti, sembrano essere osservate
con il binocolo e ingrandite anche a distanza ravvicinata, altre vengono con
troppa facilità allontanate dagli occhi e dalla coscienza. Ha davvero ragione
Claudio Magris quando dice: "Credo che i commercianti e gli industriali
taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero volentieri il danno,
l'intimidazione - non di rado la morte - che sono costretti a subire con i
fastidi di chi abita non lontano da un campo nomadi. Non si sono viste squadre
di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri della camorra e non ho
sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli esercenti dai malavitosi che
vengono a riscuotere il pizzo". E' così. Troppo spesso, in questo nostro
Paese, succede così. E fatemi dire che io non ho visto uomini politici della
destra, né in campagna elettorale, né nei giorni
scorsi quando sono tornato di nuovo a Casal di Principe e in Sicilia, spendere
una parola - non dico a combattere in prima fila, ma spendere una sola parola -
contro la camorra, contro la mafia, per respingere il loro appoggio, per
sostenere concretamente i magistrati, le forze dell'ordine, gli industriali anti-racket,
i ragazzi di "Libera" o quelli di Locri che giorno per giorno
difendono, tutti assieme, il valore della legalità, della moralità che la vita
pubblica deve avere. Perché è su questo che si regge una democrazia, è questo
che contribuisce a tenere insieme la trama, il tessuto della società. Non si
governa un Paese, una comunità, coltivando l'egoismo sociale, calpestando e
lasciando calpestare la legalità, riducendo le radici, l'identità, il
territorio da quella ricchezza che sono ad una gabbia che restringe lo sguardo
e mortifica le relazioni. Non è giusto, non serve al destino comune delle
nostre società. E non serve nemmeno ai singoli individui, a coloro dei quali si
dice di voler difendere prerogative e condizioni di vita. Invece è questo che
fa la destra, in tutto l'Occidente. Non si presenta più col volto
dell'innovazione, della rottura con vecchi schemi mentali e consolidati assetti
di potere, della scommessa sugli "outsider" contro gli
"insider", come seppero fare, pur con tutte le contraddizioni e
producendo iniquità, la signora Thatcher e Ronald Reagan negli anni Ottanta del
secolo scorso. Oggi la destra ha smesso di innovare. Sembra scommettere
piuttosto sulla paura che i grandi cambiamenti in atto stanno suscitando in
tutti i settori sociali. E sembra voler promettere più protezione che
innovazione. Potremmo dire, in una parola, che la destra, venticinque anni
dopo, è tornata conservatrice. Non a torto, la destra ritiene che questo sia
precisamente ciò che le nostre società oggi le chiedono. Angosciate come sono
da un cambiamento che avanza in modo tumultuoso, ma del quale non si riesce a
comprendere il senso, ad afferrare la direzione di marcia, a prevedere gli
sviluppi, nemmeno ad intravedere la guida. Pensiamo a questi ultimi vent'anni.
Sono cambiati, e profondamente, gli equilibri politici. Nel 1989, con il crollo
del Muro, finiva il tempo delle ideologie, tramontava l'assetto bipolare che
per più di mezzo secolo aveva determinato i destini di popoli e paesi di ogni
angolo del pianeta. Qualcuno, salutando i segni di una democrazia in
complessiva espansione, perché era verso di essa che il mercato sembrava
ineluttabilmente spingere, arrivava a preconizzare la "fine della
Storia". Sarebbe bastato poco tempo a dimostrare che così non era. La cartina
dell'Europa è stata ridisegnata, e con essa il suo ruolo. Con fasi alterne, e
con non poche contraddizioni. Nel segno della pace si è riunificata la Germania, in quello della guerra e dell'odio etnico sono
nati nuovi stati nei Balcani. L'allargamento a Est ha creato nuovi confini e
assegnato nuovi possibili compiti all'Unione Europea. Nel frattempo, girato
drammaticamente l'angolo del nuovo secolo, ci si accorge di quanto si siano
incrinate le certezze sulla "naturale" crescita delle democrazie.
Larry Diamond, politologo della Stanford University, lo ha detto con chiarezza:
a fianco della tanto dibattuta recessione economica americana ce n'è oggi
un'altra, meno discussa ma assai più temibile, perché se si consolidasse
sarebbe molto difficile invertire il senso di marcia e le conseguenze per
l'intero pianeta sarebbero di non breve durata. L'ha definita "recessione
democratica", pensando soprattutto a quelle forme di "capitalismo
autoritario" che con profili diversi ha i suoi esempi più grandi nella
Cina e nella Russia. Realtà che si stanno incaricando di dimostrare che il
mercato può esistere anche senza democrazia o in presenza di democrazie deboli.
Insomma, andiamo verso un mondo multipolare dove grandi potenze potranno non
essere democratiche. E non solo: dove ogni grande democrazia deve trovare le
energie per difendere, rafforzare e perfezionare se stessa. Non sono mai da
sottovalutare i rischi che si addensano su una comunità, su una democrazia,
quando lo Stato di diritto viene ferito e quando anche solo una piccola parte
della libertà degli individui viene meno. Una "recessione
democratica", dunque. E insieme, le grandi questioni legate al
"Prometeo scatenato" di Giorgio Ruffolo, ad un sistema
capitalistico che a fianco delle "condizioni prodigiose di prosperità"
che ha saputo creare, e anzi spingendo proprio queste oltre ogni misura, si è
avventurato in un percorso denso di "condizioni minacciose" per il
futuro stesso dell'umanità. La devastazione dell'ambiente, i cambiamenti
climatici, l'emergenza acqua, le carestie, la dissipazione delle fonti
energetiche primarie e la dipendenza del petrolio che potrebbe mandarci in
tilt: tutto concorre a dirci che il mondo così non può reggere ancora per
molto, che siamo già oltre il limite e che rischiamo di arrivare ad un punto di
non ritorno. E poi la dissipazione delle ricchezze reali con il peso smisurato
assunto dalla finanza, il deterioramento delle relazioni sociali, un
impoverimento generale delle risorse morali. A creare un mondo sempre più
diseguale. Sempre più abitato da pochi vincitori e moltissimi perdenti. Con i
frutti della crescita che non sono, evidentemente, distribuiti in modo equo.
Guardiamo sempre gli ultimi due decenni: se da una parte si è verificata una
modesta riduzione dell'enorme divario che continua a separare i redditi medi
dei paesi ricchi da quelli dei paesi poveri, dall'altra abbiamo assistito ad un
accentuarsi delle diseguaglianze all'interno sia degli uni che degli altri. E'
da vent'anni e più che in tutti i paesi industrializzati i salari e gli
stipendi sono rimasti fermi o sono andati indietro, mentre i profitti e le
retribuzioni degli alti dirigenti sono aumentati. E a questo spostamento di
ricchezza, che ha già prodotto l'impoverimento di larghe fasce di popolazione
all'interno dei singoli paesi, si sta aggiungendo ora una massiccia
redistribuzione del reddito, con il trasferimento di grandi risorse dai
consumatori di petrolio, metalli e grano a chi queste cose le produce. La
globalizzazione c'è, è un dato di fatto. Il punto è il suo governo. Perché è
evidente che economia e mercati finanziari si sono più che globalizzati, e la
politica, i suoi strumenti e le sue regole, no. Un risultato è che i singoli
individui sono sempre più consapevoli che a decidere il loro futuro saranno
fenomeni che sfuggono totalmente al loro controllo e che però incidono assai
concretamente sulla loro vita. Gli squilibri tra Nord e Sud del mondo, gli
scompensi demografici tra le diverse aree del pianeta, la fame dell'Africa e i
conflitti dimenticati, i grandi movimenti migratori, non sono argomenti da
leggere o da ascoltare in televisione, ma concreta realtà. E così i mutamenti
climatici, l'uso distorto delle risorse primarie e quello eccessivo delle fonti
energetiche, una gravissima crisi alimentare che non bastano poche cifre a
raccontare, con il prezzo del riso aumentato negli ultimi mesi del 75% e quello
del grano del 120% nell'ultimo anno: non sono più temi lontani, ma hanno a che
fare con l'aria che si respira, con la salute dei propri figli, con l'enorme
rincaro della spesa per gli alimenti o per gli spostamenti di ogni giorno. E
ancora la crescita impetuosa dei mercati e degli scambi commerciali, e
l'ingresso sulla scena mondiale di nuovi grandi protagonisti economici prima in
forte ritardo: potranno essere fenomeni che interessano gli studiosi, ma certo
riguardano ancora di più chi per questo perderà il posto di lavoro o dovrà
vivere con il terrore che le voci di chiusura circolanti in fabbrica, ogni
giorno più insistenti, si rivelino vere. Non c'è da stupirsi che il nostro sia
diventato il tempo dell'insicurezza e della paura. Una paura che oggi ha
immediatamente a che fare, pressoché in tutto il mondo, con la politica. Quella
di chi fatica a sintonizzarsi con essa e a darle risposta. Quella di chi non si
pone il problema, o meglio lo risolve in un altro modo: usandola. Ora: la paura
è da sempre compagna di viaggio degli uomini e va considerata per quel che è,
un sentimento umanissimo. Che le persone arrivino a farsene condizionare è
quanto di più comprensibile. Altra cosa però è la politica, è l'uomo di
governo, che non si pone il problema di superare la paura, di contrastare il
suo dilagare contagioso, i guasti che così si producono all'interno di una
comunità. Altra cosa ancora è chi pensa addirittura di trarre, da tutto ciò, un
vantaggio. Sulla base della paura non si governa una società. Men che meno si
governano e si tengono insieme società aperte e complesse come le nostre. Credo
abbia ragione chi dice, come fa Paul Krugman, che non è stata e non è l'economia
a determinare o almeno a condizionare la politica, quanto piuttosto il
contrario. E' la politica che con le sue decisioni può ampliare o ridurre il
grado di disuguaglianza, rafforzare o indebolire la rete di protezione che è a
disposizione di ognuno, aumentare o diminuire le effettive opportunità,
avvicinare o meno le concrete condizioni di partenza. E' allora dalla politica
che bisogna ripartire. Anche nel nostro tempo post-ideologico, che anzi
permette una più aperta contrapposizione di idee e programmi, non è affatto
indifferente quale segno ha la politica, se è della neo-destra o di un moderno
centrosinistra. La destra sceglie la chiave del populismo, cavalca le paure e
solletica l'arbitrio personale, alza muri, invoca dazi e barriere. Preferisce
fare facili promesse, rassicuranti forse nell'immediato, in grado di
esorcizzare lì per lì la paura, ma non di sciogliere davvero i nodi che ne sono
all'origine. Viene in mente la famosa nave di Kierkegaard: "è in mano al
cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la
rotta, ma ciò che mangeremo domani". Sembra la condizione in cui ci
troviamo oggi. Non si può in effetti dire che la destra, nel mondo, sia in
questo momento afasica. Parla, dà delle sue risposte alle insicurezze. Punta a
rappresentare il disagio, anzi ad alimentarlo e ad amplificarlo. E che la cosa
in quasi tutta Europa le stia riuscendo, emerge dal raffronto tra due
fotografie, una scattata dieci anni fa, l'altra oggi. Dieci anni fa, dopo le
vittorie di Prodi nel '96, di Blair e Jospin nel '97, di Schroeder nel '98, il
centrosinistra governava 13 dei 15 paesi dell'Unione Europea e 11 dei premier
appartenevano alla famiglia socialista. Oggi, non contando
le grandi coalizioni di Austria e Germania, al
governo dei rispettivi paesi troviamo solo i socialisti spagnoli e quelli
portoghesi. E i laburisti in Gran Bretagna,
ovviamente, ma qui gli ultimi risultati del voto locale e tutti i sondaggi non
inducono purtroppo all'ottimismo. Questa è la situazione attuale. Una situazione
che oggettivamente racconta delle difficoltà enormi in cui si trovano la
sinistra e il centrosinistra in Europa e della grandezza della riflessione,
oltre che dei compiti, che ci attendono immediatamente. Però noi non dobbiamo
mai dimenticarlo, e mai smettere di comportarci conseguentemente: la destra non
fa altro se non dire quel che le persone si vogliono sentir dire, si limita ad
annunciare il menu del giorno dopo. Questo può fare indubbiamente piacere, può
dare sollievo. Ma alla lunga non conduce lontano, non dà senso all'agire, non
dà prospettiva. La globalizzazione attuale richiede di essere governata dai
pubblici poteri, con un più efficace coordinamento internazionale, con un
modello al tempo stesso multilaterale e multilivello. Una nuova idea di
"governo mondiale". E' questa l'urgenza che il centrosinistra, le
forze riformiste di tutto il mondo, si devono porre, assumendosi nuove e grandi
responsabilità. Ci sono enormi diseguaglianze, c'è una "insostenibilità
sociale" figlia di uno sviluppo privo di limiti? E' vero che il pendolo
del potere economico si è spostato in questi anni dal lavoro al capitale, con
l'uno a livelli record positivi e l'altro negativi? Bene: è tempo che il
pendolo della politica torni su una posizione più favorevole al lavoro. Si
cominci riconoscendo giuste retribuzioni, salari più alti a chi ha visto
sminuire il valore della propria attività e concretamente precipitare il
proprio potere d'acquisto. E se c'è qualcuno che le coltiva, ci si tolga dalla
testa due idee: quella di poter competere con chi si affaccia ora al mercato
giocando al ribasso sul livello delle retribuzioni o dei diritti; quella di
rinunciare o semplicemente di sminuire il ruolo delle organizzazioni dei
lavoratori e degli altri corpi intermedi, che hanno migliorato la vita di
milioni di persone e contribuito a rafforzare la democrazia estendendo e
garantendo la sfera dei diritti politici, civili e sociali. Sono soggetti
fondamentali, chiamati a ripensare e a innovare profondamente la loro azione
proprio per tornare a svolgere con pienezza il ruolo che è loro. Ecco quindi un
punto fermo: il valore del lavoro e la garanzia di tutela e protezione sociale.
Da affermare non tornando al protezionismo. Piuttosto con nuove e concrete
politiche di welfare (e con regole severe sul fronte finanziario, con vincoli
saggi e scelte coraggiose su quello ambientale), che riconoscano la nuova
realtà globale, che creino un efficace sistema di
ammortizzatori sociali, che garantiscano la formazione a chi perde il posto e
sostengano la transizione da un lavoro all'altro. E poi usando anche la leva
fiscale per incoraggiare lo sviluppo di quelle attività che sostengono la
crescita, e quindi la ricerca, la formazione, gli investimenti in tecnologia,
piuttosto che per continuare a premiare chi fabbrica denaro con altro denaro.
E' ora di dirlo, e di ripeterlo fino a quando sarà necessario: non è possibile
che a chi trae i propri guadagni da speculazioni, da quelle che sono vere e
proprie scommesse sui mercati finanziari, sia applicata una tassazione molto
più bassa rispetto a chiunque si guadagna da vivere in qualunque altro modo.
Non è solo un'ingiustizia clamorosa. E' difficile semplicemente capire perché
questo possa essere accettato, perché anzi troppo spesso succeda che i "maghi"
della finanza siano considerati più degni di ammirazione di un imprenditore, di
un artigiano o di un commerciante che rischia in proprio o di chi, giorno dopo
giorno, fa onestamente il proprio lavoro e contribuisce al buon funzionamento
dei servizi e alla crescita dell'economia di un Paese. Su tutto, come
condizione, c'è proprio questo, c'è il sostegno alla crescita. Il
centrosinistra ha impiegato troppo tempo a far serenamente e convintamente suo
il principio che nulla è possibile senza la crescita, che senza di essa non può
esserci giustizia sociale. Ma ora che questo è finalmente avvenuto, proprio il
centrosinistra deve avere l'orgoglio e la determinazione di affermare che le
strategie di crescita non funzionano senza equità e uguaglianza di opportunità,
senza attenzione alla distribuzione del reddito e all'accesso a servizi
pubblici di alta qualità. La funzione, l'identità stessa di una forza di
centrosinistra, si colloca, come Anthony Giddens ha ben sottolineato, su più
dimensioni, lungo una scala che ha come gradini i grandi principi
dell'eguaglianza e della solidarietà, da declinare ovviamente in modo nuovo e
nelle nostre società, che sono degli individui e non delle classi; la scelta
dell'innovazione e della sfida ai paralizzanti conservatorismi di ogni tipo; la
tensione verso una società fatta sì di individui singoli e liberi, ma al tempo
stesso tenuta insieme da un tessuto unitario, da una condivisione di
responsabilità, contro il cinico abbandono alla "spontaneità" degli
egoismi sociali; l'aperta relazione con le differenze culturali. Un riformismo
globale: concrete proposte sui decisivi piani della progettualità politica e
istituzionale, della protezione sociale e della socialità, della modernità e
della multiculturalità; e poi capacità di decidere in base a una visione, a
principi, che considerino le conseguenze non solo per chi è contemporaneo o
vicino, ma anche per le generazioni future e per chi abita insieme a noi questo
mondo. Solo così si governa il cammino, che non può proseguire se non su una
strada: quella dell'apertura agli altri e al mondo. Senza disperdere nulla del
valore positivo che hanno l'identità, il territorio, le comunità locali e la
loro cultura, soprattutto in Italia, nel Paese delle cento città. Ma comunque,
apertura agli altri e al mondo. Le radici possono servire, di certo servono le
ali. Qualcuno, tra gli altri Peter Mandelson, certo non un politico
sospettabile di scarso pragmatismo e di poca concretezza, ha detto pensando
all'integrazione mondiale ed europea che l'apertura in atto va
"umanizzata". Ecco, in fondo è di questo che alla fine si tratta. Non
è certo impresa da poco. Anzi, è un compito assai difficile. C'è una moderna
"questione sociale", come ha sottolineato Alfredo Reichlin, che se
non affrontata diventerà esplosiva. A noi il grande compito di accendere,
contro la paralisi della paura, una razionale speranza di cambiamento. E'
possibile. Guardiamo oltreoceano, dove tra pochi mesi si porterà lo sguardo del
mondo. George W. Bush è stato la prova vivente di questa regola aurea della
politica democratica. Nessuno più di lui ha fatto leva sulla paura, dopo il
tremendo choc dell'11 settembre. Grazie alla paura, Bush ha rivinto
trionfalmente le elezioni del 2004, ma non è riuscito a governare, cioè a
produrre soluzioni concrete e solide. Né per il mondo, né per gli Stati Uniti.
La guerra all'Iraq si è dimostrata solo un cruento diversivo, che ha distolto
forze militari ed energie politiche dall'Afghanistan ed ha prodotto come unico
risultato geopolitico il rafforzamento dell'Iran. Più in generale,
l'amministrazione Bush ha dissipato la straordinaria eredità di Clinton, che
gli aveva consegnato un'America forte, economicamente solida, rispettata nel
mondo: anziché lavorare alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, fondato
sul diritto internazionale, ha pensato di poter gestire lo straordinario potere
di cui dispone l'unica iperpotenza in chiave unilaterale. Sapremo in novembre
se l'America vorrà girare pagina, affrontando le sue paure, provando a
governarne le cause, tornando a credere nella capacità della politica di
umanizzare il mondo, riprendendo il controllo di processi storici che oggi
paiono senza guida. "Change", cambiamento, è la parola d'ordine del
candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti: Barack Obama, al quale
rivolgiamo il più caloroso abbraccio di augurio. Il mondo è stato rimesso sui
piedi: se la destra alimenta le paure e torna a proporsi come forza
conservatrice, i democratici scommettono sulla speranza umanistica nel
cambiamento. "Change - ha detto Obama nel suo discorso di vittoria alle
primarie - è capire che far fronte alle minacce del nostro tempo richiede non
solo la nostra potenza di fuoco, ma la forza della nostra diplomazia. Change è
costruire un'economia che remuneri non solo la ricchezza, ma il lavoro e i
lavoratori che l'hanno creata". Il cambiamento possibile contro la paura
del futuro. Questa è la scommessa dei democratici americani. Ma
"cambiamento" vorremmo divenisse la parola chiave anche di una
rinascita delle forze democratiche, riformiste, progressiste in Europa. Il No
irlandese al trattato di Lisbona è un segnale inquietante. I popoli voltano le
spalle all'Europa. E' come se la percepissero come parte del problema, il
problema di una globalizzazione senza guida, anziché come parte essenziale
della soluzione. Solo un'Europa più forte e più unita, capace di parlare con
una voce sola, può invece consentire ai popoli europei di evitare il rischio
della irrilevanza nel mondo "post-occidentale". Per questo chiediamo
al governo di sciogliere le ambiguità della sua maggioranza e di chiarire qual
è la sua posizione. E' quella contenuta nelle parole vagamente tranquillizzanti
pronunciate ieri dal Presidente del Consiglio o quella del ministro Calderoli
che brinda ringraziando il popolo irlandese per il voto sull'Europa e festeggia
quella che considera la morte del Trattato di Lisbona? E a questo proposito: è
in grado il governo di procedere con sollecitudine alla ratifica in Parlamento
del Trattato? O piuttosto si farà bloccare da "avvertimenti politici"
come quello inviato dalla Lega ieri alla Camera nel voto sul decreto rifiuti?
Temo sia solo una delle prime dimostrazioni di quanto abbiamo detto sempre in
questi mesi: quello schieramento elettorale e questa
maggioranza erano e sono più il residuo della vecchia stagione delle coalizioni
"contro" che una risposta adeguata alla sfida dell'innovazione
politica lanciata dal Partito Democratico. E ancora: noi chiediamo al governo
di assumere un'iniziativa in sede europea per individuare un gruppo di Paesi
disponibili e interessati a procedere verso una più stretta e forte
integrazione politica. A cominciare dalla costruzione di una politica economica
comune, che valorizzi l'Euro non solo sul piano della stabilità, dove ha svolto
un ruolo di straordinaria efficacia, ma anche su quello della crescita, dove
invece è ancora ben lontana dall'esprimere appieno le proprie potenzialità.
Cosa vuole fare il governo: schierare l'Italia tra i paesi europei che
intendono scommettere sullo straordinario potenziale di crescita che il mercato
unico rappresenta? O invece intende porre anche il nostro Paese tra quelli che
si attardano a difesa di indifendibili e controproducenti barriere
protezionistiche? L'Europa deve cambiare. C'è bisogno di più e non di meno Europa.
E c'è bisogno, al Parlamento di Strasburgo, di un grande gruppo riformista e
democratico, che lavori per far compiere un salto di qualità al processo di
integrazione europea. Questo è ciò che stiamo dicendo, proprio in questi
giorni, ai nostri amici socialisti e ai nostri amici liberali europei. E'
esattamente l'opposto che pensare che l'Europa sia una grande Italia.
Piuttosto, da italiani, vorremmo contribuire, uniti, a rendere più grande e
forte l'Europa. E pensiamo che le famiglie politiche europee potranno veder
crescere il loro ruolo e il loro significato, agli occhi sempre più scettici
dei cittadini europei, solo se sapranno scommettere sulla loro capacità di
rilanciare il processo di integrazione. La nostra è un'identità nuova in Europa
e come tale è un'identità che è e resterà autonoma. Ma autonomia non significa
solitudine. Tanto meno può significare dividersi tra di noi in gruppi diversi
che ricalchino le vecchie provenienze. Noi stiamo costruendo relazioni strette
del PD con il Pse, con i liberaldemocratici europei, con i Democratici
americani, per favorire il formarsi di un grande campo dei riformisti, dei
democratici, dei progressisti, sia in Europa che nel mondo. Per quanto riguarda
il Parlamento di Strasburgo, sarà un fatto nuovo se i socialisti, come è da
auspicare, favoriranno la nascita di un nuovo gruppo aperto a forze che non
facciano parte del Pse. Ciò che stiamo costruendo è una soluzione che consenta
al nostro partito di armonizzare la sua autonomia e la sua identità senza che
questo significhi isolamento in Europa. Questo vuol dire che quale che sia la
collocazione che avrà il gruppo del PD a Starsburgo noi dovremo lavorare per la
costruzione di questo vasto campo che comprenda democratici, socialisti e
liberali europei. Oggi, ad otto mesi dalla nascita del Partito democratico, e a
due mesi dalla sconfitta elettorale, la parola torna
dunque all'Assemblea nazionale. Davanti a noi, come sempre avviene nei momenti
critici, c'è una domanda semplice. La strada che abbiamo imboccato otto mesi
fa, per quante curve e salite possiamo avere davanti a noi, è quella giusta,
quella che ci può portare non solo al governo, ma ad aprire un ciclo politico
nuovo nella storia d'Italia, o invece la sconfitta ci dice che dobbiamo tornare
indietro e cambiare strada? Rispondere a questa domanda, in modo sereno e
limpido, è necessario e urgente, se vogliamo evitare il logoramento di un
lungo, estenuante dibattito interno, opaco e inconcludente. E se vogliamo
invece dare, prontamente, incisività e respiro strategico alla nostra
opposizione in Parlamento e nel Paese. Per parte mia, in questi due mesi di
riflessione, di studio, di confronto negli organismi del partito, di dibattito
in tutta Italia, mi sono rafforzato nel mio convincimento che la linea che
abbiamo scelto tutti insieme è quella giusta. Ma che essa ha bisogno, e per
questo siamo qui, di ulteriori innovazioni e soprattutto di un partito che la
esprima in modo efficace. Non solo non è stata la linea seguita in questi mesi
a portarci alla sconfitta, ma è anzi grazie a quella bussola se siamo riusciti
ad attraversare una tempesta di dimensioni ben più grandi dei nostri confini
nazionali. E se disponiamo oggi delle coordinate fondamentali di una strategia
di risposta e di rivincita. Ce lo dice innanzi tutto l'analisi del voto: un
voto complesso e dalle molte facce. La prima faccia del voto del 13 e 14
aprile, quella più evidente e chiara, è la sconfitta: abbiamo perso le
elezioni, perché grazie al voto popolare Berlusconi è tornato a Palazzo Chigi e
c'è il centrodestra al governo del Paese. Proprio perché siamo un partito
"a vocazione maggioritaria", se non riusciamo a conquistare la
maggioranza dei consensi necessaria a governare, ci sentiamo e siamo sconfitti,
qualunque sia la cifra proporzionale che come partito riusciamo ad ottenere.
Per di più, la sconfitta c'è stata anche sul piano quantitativo: lo scarto tra
noi e il Pdl è di un milione e mezzo di voti, che diventano più di 3 e mezzo
con l'apporto dei rispettivi alleati: Lega Nord e autonomisti meridionali da
una parte, Italia dei valori dalla nostra. Uno scarto ampio, che non sarebbe
stato colmabile neppure ipotizzando di poterci avvalere dell'apporto della
Sinistra Arcobaleno e dei Socialisti, che insieme non raggiungono il milione e
mezzo di voti. Anche lasciando fuori dai blocchi i 2 milioni di voti dell'Udc,
con l'apporto della Destra di Storace e Santanchè il centrodestra avrebbe
comunque mantenuto un vantaggio di quasi 3 milioni di voti. L'ipotesi della
sommatoria è peraltro solo un'ipotesi di scuola. Si tende infatti troppo
facilmente a dimenticare che le elezioni del 13 e 14 aprile non sono state
elezioni a scadenza naturale, ma elezioni anticipate, dopo l'interruzione
traumatica della legislatura più breve della storia della Repubblica. E che quella
crisi non è stato il frutto di un incidente di percorso, ma del riproporsi, per
la seconda volta in un decennio, e in forme se possibile ancora più gravi del
1998, di una rottura strategica con Rifondazione comunista e le altre forze che
hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Questa volta in un contesto di
disperante frammentazione che ha segnato tutta la legislatura. Più precisamente
ancora: l'esperienza politica dell'Unione è andata in crisi non solo per la
crescente difficoltà a fare sintesi nella maggioranza attorno all'azione di
governo - sulla politica estera e di difesa come su quella economica e sociale,
dalle politiche ambientali e infrastrutturali fino alle questioni eticamente
sensibili - ma perché la sintesi, anche quando faticosamente veniva raggiunta,
anziché allargare il nostro consenso nel Paese, finiva per logorarlo,
consumarlo e ridurlo. Dopo mesi di allarme di tutti i sondaggisti, la riprova
di questa pericolosa tendenza venne dalle elezioni amministrative del maggio
2007. Un test parziale, dal quale emersero però indicazioni chiare e univoche:
non solo l'Unione perdeva - e perdeva in tutta Italia - ma perdeva a spese
innanzitutto dei Ds e della Margherita, le due forze che avevano appena deciso,
nei rispettivi congressi, di dar vita al PD. Scrive Marco Alfieri, nel suo
graffiante pamphlet sul "Nord terra ostile": "Con le
amministrative del giugno
( da "AprileOnline.info" del 23-06-2008)
Argomenti: Proposte di legge
Questo mese su
Aprile, il mensile Dopo la sconfitta elettorale è
indispensabile discutere le cause per capire anche quale strada percorre per
ricostruire la sinistra e il centrosinistra, soprattutto nel momento in cui il
Paese, non solo politicamente con il governo, volge a destra. Quindi affrontare
anche il nodo del rapporto fra Pd e forze extraparlamentari. Aprileonline ne ha
cominciato a discutere con alcuni rappresentanti dell' ex Sinistra arcobaleno,
con i socialisti e con alcuni esponenti democratici. L'integrale della
discussione Vincenzo Vita La presenza parlamentare, in un quadro di maggioranze
e opposizioni così nette nella differenza numerica, è certamente fondamentale
ma non sufficiente, se non si ricostruisce un dialogo sociale e un sistema di
relazioni a rete. La questione che mi piacerebbe porre è individuare insieme
alcune tematiche, anche simbolicamente significative oltre che praticamente
utili, a partire dalle grandi questioni sociali ai temi delle libertà, dei
diritti, della pace, su cui si possa costruire un tessuto anche in Parlamento
che avvii un dialogo con quelle aere e quelle anime che purtroppo non sono
rappresentate alla Camera e al Senato. Non sono pessimista su questa
possibilità. Del resto la forma di partito classica, lo abbia detto tutti noi
qui presenti anche se magari in forme differenti, pur rilevante e storicamente
significativa nel '900, oggi sta segnando il passo. Non so quale sia la
soluzione, se bisogna organizzare o meno una nuova forma di politica, che è poi
il tema di questi anni, però bisogna lavorarci. Un riferimento potrebbe essere
un sistema di relazioni in cui si unisca la politica classicamente intesa a
soggettività differenziate che stanno nella società, nelle professioni, nel
lavoro, nella stessa rete. Per il resto sono preoccupato -ed è un tema che ho
posto insieme ad altri nello stesso Pd- sulla necessità di rendere più evidente
e più ferma l'opposizione a questo governo. Un governo che ha già dimostrato la
sua durezza, socialmente e su temi cruciali come quello dei diritti, penso agli
ultimi provvedimenti in materia di intercettazioni, sull'uso dell'esercito,
sulla vicenda di Rete4 inserita nel provvedimento sulla legge
comunitaria: un caso, quest'ultimo, che fa scuola di come si ricada nei propri
richiami ancestrali. Rispetto a questo è indispensabile un'opposizione
rigorosa. Franco Giordano Di questo tipo di opposizione di cui parla Vincenzo
Vita non c'è però traccia. Il primo dato politico da cui partire è questo: in
Italia c'è un governo fortissimo che, per la prima volta nella storia
repubblicana, testimonia rapporti di forza, segnati per altro da un'egemonia
politico-culturale molto forte, così significamene spostati a destra. Sarebbe
opportuno prima del confronto, un ragionamento comune sulla sconfitta che è
propedeutico perché, se si rimuove questo tema, le forze della sinistra che
pure stanno discutendo criticamente con grande crudezza, non riusciranno ad
aprire un confronto, che è invece auspicabile. Perché non riusciremo a farlo?
Perché nel Pd non c'è una discussione sulla debacle nonostante abbiano perso
come noi. Non cerco giustificazioni per colpe che sono nostre, però è evidente
che l'accelerazione sul modello americano impressa da Veltroni con il Pd ha
costruito le condizione per questa disfatta. Sul tema del confronto vorrei però
subito chiarire un aspetto centrale: l'orizzonte strategico del Prc e della
sinistra che intendo costruire è autonomo e distinto da quello del Pd, ma una
cosa è discutere con chi prospetta un modello sociale europeo avendo testa e
piedi nel Vecchio continente, consentendo quindi condizioni di dibattito
positive anche se sempre nella distinzione di orizzonti strategici, altra cosa
è farlo con chi propone il modello americano, con cui non vedo la possibilità
di discussione. E non la vedo perché quest'ultimo è fondato su un sistema
bipartitico e sulla autosufficienza che chiudono la discussione. Allora, è
giusto ciò che dice Vita, cioè che occorre riattivare una iniziativa di
opposizione, ma sapendo che al momento essa non esiste. C'è infatti un governo
forte, un governo ombra, ma l'opposizione politica latita: dubito che si possa
confinare l'opposizione all'attività di Di Pietro, finalizzata troppo e solo su
alcuni temi, che per altro non incrociano spesso le mie vocazioni. Il punto
cruciale dell'opposizione è che per la prima volta nella storia del Parlamento
italiano non c'è più una rappresentanza al conflitto sociale, nelle forme di
espressione classica in cui il conflitto politico si è manifestato, ovvero
comunisti e socialisti, diciamo anche quelle modalità della sinistra che
esplicitamente si richiamano a questo tipo di rappresentanza. Inoltre, sempre
per la prima volta nella storia della Repubblica italiana e dopo due secoli di
capitalismo, che hanno sempre significato la crescita di organizzazioni ad esso
contrarie (i partiti, i sindacati, le leghe), la vittoria finale del
capitalismo presuppone la distruzione delle soggettività politiche che si sono
opposte ad esso. Tanto che Berlusconi nel suo intervento propone come
indiscutibile l'egemonia dell'impresa nella società italiana e avanza un
confronto solo con tutti coloro che risultano compatibili con questa
impostazione, senza mettere in discussione il paradigma della centralità
dell'impresa. Non a caso ritornano il nucleare, la precarietà della
deregolamentazione e un modello autoritario drammatico connessi a questo
impianto sociale. Un'opposizione credibile deve quindi avere un'idea
alternativa di società rispetto a quella berlusconiano fondata sul dominio
sociale dell'impresa, ma il paradigma culturale proposto dal Pd, nella sua
maggioranza e sia pure in forme diverse, non sembra tale. Questo è il punto da
cui avviare il confronto fra noi: o c'è una rottura di questo meccanismo e si
propone un'idea alternativa di società, oppure è difficile organizzare una
opposizione, perché la fra la copia e l'originale vince sempre quest'ultimo.
Claudio Fava Bisogna portare a nudo alcune parole su cui ci stiamo misurando
per coglierne qualche punto in più di verità. Prima parola: opposizione. Non c'è
opposizione al governo Berlusconi in questa fase politica, perché esso ha
scelto surrettiziamente un modello di forte autoritarismo che può essere messo
in discussione se si decide di ribaltare l'elenco di priorità che Berlusconi ha
dato a questo Paese, cioè di contestarlo radicalmente ponendo altre priorità ed
altre emergenze democratiche. Cosa che non è accaduta se non per voci isolate.
Quando Berlusconi annuncia il pacchetto sulle intercettazioni, non casualmente
durante l'assemblea dei giovani industriali, che nasce da una pulsione antica
del grido "magistrati in galera", e subito si alza l'eco da parte di
alcuni esponenti democratici pronti a sottolineare come anche loro in
precedenza avevano già posto il problema, senza quindi ribaltare il suo assunto,
ecco che appare chiaro come ci sia che non funzione. Con questo non voglio
negare la necessità di regolamentare meglio il tema, ma il problema è un altro.
Questo è infatti un Paese in cui abbiamo un bollettino da guerra civile per i
morti sul lavoro, ma in condizioni che non possono essere affidate ad un
lettura dei destini, di congiunture astrali: non si muore infatti perché si
mette piede in fabbrica, ma si muore perché si è senza permesso di soggiorno,
raccattati sulle strade di Milano -non della Calabria- dai caporali di turno e
spediti a lavorare in cantieri non protetti. Quando ci sono queste cifre, che
definiscono anche lo stato di immaturità democratica di una nazione, chi se ne
fa carico per dire al governo "questa è la priorità"? Quando il
governo insegue l'emergenza del portafogli rubato al Pigneto come vera
emergenza sicurezza e si tace, orizzontalmente, sul fatto che c'è un'impresa
privata in Italia che si chiama 'Ndrangheta e che da sola rappresenta il 2,9%
del Pil e che ha prodotto 248 omicidi negli ultimi 5 anni, e si trasforma il
fastidio in emergenza sicurezza e si emargina dal dibattito politico il fatto
che alcune regioni italiane sono sottratte alle leggi dello stato: ecco, credo
ci sia qualcosa che non va. La verità su come si fa opposizione, dentro o fuori
il Parlamento, è che non puoi farla per sottrazione rispetto all'agenda che ti
fissa Berlusconi, perché l'agenda di Berlusconi non è legata ai temi centrali
su cui insiste il futuro di questo Paese, riguarda una svolta autoritaria che
ha bisogno di fissare alcuni elementi di forte simbolismo ai quali poi fare
aderire questa svolta, questo nuovo senso comune. Perciò rimprovero Veltroni e
la sua idea di una bizzarra e generica luna di miele -espressione che lui ha
usato per parlare della cortesia istituzionale fra maggioranza e opposizione- ,
cioè gli contesto l'aver inseguito Berlusconi sul tema delle riforma
istituzionali, il quale si pone come argomento di confronto fra maggioranza e
opposizione solo quando c'è prima un ordine di riforme prioritarie. Si può
infatti riformare tutto, anche la forma repubblicana, è uno dei tanti precetti
questa nostra Carta costituzionale. Allora di cosa discutiamo tra maggioranza e
opposizione in Parlamento? Che tipo di riforme istituzionali? Se esse sono
quelle apparse nel calepino di governo di Berlusconi e sulle quali Veltroni si
è subito dichiarato disposto ad accogliere l'invito al confronto, rimango
piuttosto perplesso. La riforma elettorale europea è
una finzione sul piano politico perché non si formano maggioranze di governo al
Parlamento europeo, le famiglie sono soltanto quelle sei, non c'è molto da
discutere. Tanto che l'unica giustificazione che mi sono sentito ripetere in
questi mesi in cui ho posto la domanda sulla necessità di tale riforma, è che
c'è un signore che da 15 anni fa il parlamentare per conto dei pensionati: il
tema di Fatuzzo è quindi diventato un tema centrale della democrazia di questo
Paese? Allora il primo dato da cui ripartire è che in Italia, in questa fase,
non esiste opposizione: perciò una discussione su come riorganizzare una
ragione, una fisionomia, una necessità del centrosinistra muove anche dalla
capacità di condividere il significato di questa parola. Che tipo di azione
politica pretendere, dunque. Il secondo punto è proprio sulla parola
centrosinistra. Siamo in un momento in cui alcune parole hanno perduto la loro
funzione di valore a prescindere, lo abbiamo visto a sinistra quando la parola
unità è stata assunta come valore e abbiamo scoperto che questa unità produceva
e sommava spesso diffidenze reciproche. Abbiamo scoperto che una unità che
fosse coerenza, coesione, condivisione e pari sovranità è cosa ben diversa
dall'unità astratta che abbiamo rivendicato come Sinistra arcobaleno. Anche il
centrosinistra ha bisogno di questo bagno di umiltà semantica e dovremmo
chiederci: il centrosinistra che immaginiamo in questa fase di voler riproporre
con una funzione di opposizione, che cosa pensiamo debba essere? L'unione di
tutto ciò che è all'opposizione, quindi anche Udc e Casini, il centro
democristiano? Il pensare che ci sia una sinistra potabile da un parte e un
centro fruibile dall'altra per, poi, tutti insieme dar vita a ciò che sarà il
centrosinistra? Se questa è l'idea, la geografia, la cultura che si vuole esprimere,
allora partiamo male. Non è in termini di pura coalizione, di semplice
assemblaggio di pezzi che noi ricostruiamo la funzione del centrosinistra. Su
questo c'è bisogno di confronto, anche serrato, col Pd. Ultimo punto che vorrei
affrontare, e che necessità di una autocritica profonda, è quello di un
presupposto dimenticato, per colpa del Pd e in parte anche della sinistra,
secondo cui nessuno è autosufficiente, almeno se immaginiamo di voler
contendere al centrodestra responsabilità di governo. Non può essere
autosufficiente nemmeno la sinistra, a meno che non decida, per dirla alla
Diliberto, di essere sinistra incompatibile, per cui si chiama fuori rispetto a
questo tempo di processi politici e assume una ruolo testimoniale. Eppure il
problema dell'autosufficienza si è posto soprattutto in rapporto alle scelte
del Pd e su questo, come diceva Giordano, non sento un'autocritica profonda da
parte democratica, così come non la sento sul concetto di bipartitismo come
finzione politica rispetto alla storia di questo paese, perché non si può
assumere l'esperienza di altre nazioni senza rendersi conto che ha la funzione
di rappresentare solo una parte della nostra società. Famiano Crucianelli
Questa discussione potrà essere utile in una sola prospettiva, cioè se tra noi
esiste la consapevolezza che pur nelle scelte diverse siamo tutti disastrati e
che da questo disastro non se ne esce con la furbizia di dire che chi sta nel
Pd o nei suoi dintorni pensa di utilizzare ciò che sta fuori come se fosse un
capitale nella dialettica dentro la formazione democratica, mentre da parte sua
chi sta fuori progetta di scartare questi stessi che vagamente continuano ad
essere di sinistra per discutere con i "padroni" veri del Pd. Questo
sarebbe un errore reciproco. C'è tutta un'area di sinistra vasta, interna ed
esterna al Pd, che ha votato il Pd, e questa deve avere la forza per riaprire
una discussione. Se vogliamo lavorare ad un futuro nel quale immaginare
un'alternativa a questa destra, che è forte perché è tale anche in Europa (il
governo Prodi è stato quasi un incidente di percorso in un processo politico
che via via ha macinato paese per paese in tutta l'Ue), bisogna partire dalla
ricostruzione di un tessuto democratico di centrosinistra e di sinistra. Questo
può avvenire solo se si ha una consapevolezza non della sconfitta di questi
ultimi due anni, ma della storia degli ultimi diciotto anni, cioè cercando di
capire perché siamo arrivati a questo punto in Italia e fuori dall'Italia, cioè
cercando di capire dove è maturata la sconfitta. Noi possiamo discutere sulla
tenaglia che ci ha divisi nei mesi passati e che vedeva da un parte la politica
dissennata di Padoa Schioppa e dall'altra atteggiamenti e comportamenti
sbagliati della sinistra nella maggioranza di governo, ma la sconfitta maggiore
di questa nostra sinistra e area democratica nasce dal fatto che non ha avuto
la forza di affrontare le conseguenze della globalizzazione in Europa, in
Italia e nel mondo. E questo errore è passato per l'incapacità di coniugare due
aspetti come la storia del riformismo moderato e quella della sinistra
radicale. Ebbene, queste due sinistre che dovevano assumersi la responsabilità
di come affrontare la rivoluzione globale che c'è stata, in realtà hanno
continuato ciascuna per la propria strada: la sinistra moderata sempre più si è
convertita ad un terreno di affidamento al mercato e ai suoi processi
immaginariamente democratici e sempre più ha fatto della Banca centrale europea
il riferimento obbligato per le scelte anche sociali, mentre la sinistra
radicale ha sempre più chiuso se stessa dentro un sociale anche esso abbastanza
immaginario. Questa scissione è dentro la nostra sconfitta, il non avere messo
insieme la radicalità delle richieste e degli interrogativi, che una
rivoluzione come quella che abbiamo vissuto produce, con l'intelligenza
politica di un riformismo di sinistra che potesse rendere compatibili queste
richieste e questi interrogativi con i processi reali. Da qui nasce una
disastrosa situazione sociale prima ancora che politica nella quale ci
troviamo. Giordano dice che non è rappresentato in Parlamento il conflitto: ma
dove sono questi conflitti, che natura hanno? Oggi se vediamo ciò che si
sviluppa nella società civile c'è da essere molto preoccupati perché c'è una
affinità tra quello che si produce in termini di individualismo,
corporativismo, vocazione autoritaria e reazionarismo sociale, compresa la
classe operaia, e i comportamenti di un governo quale è quello berlusconiano.
Il problema allora è di come la politica democratica e di sinistra riesca ad
indurre un conflitto che possa essere prodotto dalla politica, perché nella sua
spontaneità appare ingestibile sul terreno democratico e di un progetto di
sinistra. Questo è il nodo da cui partire per discutere. Se non avverrà un
mutamento sia del Pd che in quella che è stata la sinistra radicale, non si
farà nessun centrosinistra o si farà un altro aborto come quello che abbiamo
fatto. Bertinotti ha recentemente parlato del programma come un manuale: è
vero, abbiamo avuto un manuale ingestibile e inutile. Però quel manuale è il
prodotto di due visioni che si sono rivelate ambedue sbagliate: chi pensava di
fare un programma generico per poi influenzarlo con i processi sociali e i
movimenti, diciamo attraverso la pressione dalla realtà, la quale era però già
compromessa, e dall'altra chi pensava di portare a casa questo prodotto
generico per poi usare i poteri forti nella sua gestione. Quest'ultimo è ciò
che in gran parte si è realizzato. Facemmo un tentativo per contrastare tali inclinazioni
con le conferenze delle riveste ma fu un tentativo marginale che non ha inciso
nel processo. O si induce un processo di mutamento che cambi le coordinate che
oggi guidano il Pd e allo stesso tempo un processo politico che maturi la
sinistra extraparlamentare, oppure altrimenti non vedo soluzione. L'autocritica
investe tutti, se viene meno questo la discussione prenderà i canali classici
di espressione. Franco Giordano Io vedo solo la nostra però, non osservo nel Pd
una grande discussione sul terreno della sconfitta. Famiano Crucianelli Non è
tanto vero. Mi dirai che questa discussione è in gran parte cifrata e di
superficie, ma che non ci sia proprio non mi sembra vero: basta guardare i
giornali per accorgersi che il Pd è un campo di battaglia. Franco Giordano Si
ma avviene su altri temi. Famiano Crucianelli Ma appunto l'ho definita cifrata
e di superficie. Ma che ci siano una insofferenza e una inquietudine intestine
è molto evidente. Il problema è che devono assumere i caratteri della profondità
e della dimensione della cultura politica per indurre una discussione seria.
Solo se questi processi maturano possono avere una funzione positiva anche per
chi sta collocato diversamente, maturano infatti avvicinando quelle che sono le
riflessioni della sinistra ovunque essa sia collocata: questo è ciò che ci può
portare in un contesto diverso. Noi siamo in un quadro in cui le grida più
forti sul versante della opposizione vengono da alcuni editoriali dei giornali
e da alcune posizioni sparse. C'è un trauma da terremoto che rischia di essere
narcotizzante. Perciò mi auguro che la prossima riunione del Pd affronti il
nodo su come si costruisce l'opposizione e un progetto alternativo a
Berlusconi, mi auguro anche che questa riflessione investa il campo delle forze
di sinistra europee perché non credo che si possa, in una nazione sola,
ribaltare questo trend, mi auguro che il sindacato, poi, offra un suo
contributo, perché vedo in esso la tentazione di chiudersi al suo interno e
ritirarsi sul terreno puramente sindacale, il che sarebbe una iattura. Oggi,
per la natura della società civile e il tipo di conflitti che esprime, o si
costruisce anche un forte protagonismo politico che investa il sindacato, o
l'impresa che abbiamo di fronte è quasi impossibile. Paolo Ferrero La necessità
della autocritica che solleva Crucianelli mi vede d'accordo ma la sviluppo in
una direzione opposta. Perché ciò che è saltato in aria -e perciò un'analisi
approfondita del perché della sconfitta sarebbe opportuna- è che rispetto alla situazione
sociale, così come è disgregata, le operazioni anche positive fatte dal governo
non sono stati visibili sul piano sociale, hanno avuto dosi omeopatiche da
risultare invisibili. Allora la domanda è: come mai il governo si è mosso così
poco in questa direzione? Perché la sinistra non ha contrattato abbastanza? Qui
c'è il problema. Ciò che è saltato in aria è il rapporto fra la sinistra
politica e la possibilità di costruzione di un conflitto efficace sul piano
sociale. Però il fatto che la Cgil abbia giocato a blindare gli accordi che
hanno permesso di chiudere il 2007 con un rapporto deficit-pil al 1,9 anziché
2,5, come permetteva Maastricht, cioè di risparmiare, nel 2007, 8 miliardi di
euro in più del necessario, non è un caso e dimostra come la forza della
sinistra politica sia limitata se non ha una sponda sociale. Per questo non è
pensabile porsi il problema del rapporto fra alternanza e alternativa se non si
ha una forza sociale che sia in grado di costruire una dialettica che compensi
quella dei poteri forti. La sinistra è infatti posta nell'alternativa se far
saltare il governo o non portare a casa nulla, come Prodi ci ha spiegato più
volte affermando "io non salto da destra, potete far quello che
volete". Salvo poi che gli è successo. Era evidente che dovendo mediare
fra il programma ambiguo e i poteri forti, ha sempre scelto di mediare con i
secondi. Questo era modificabile se accanto alla rivendicazione -di cui non
voglio difendere tutte le forme con cui si espressa perché come sempre le cose si
possono sempre fare meglio di come si sono fatte-, ci fosse stata una
dialettica sociale reale. Non essendoci, questo non è stato possibile. Il
problema del governo e delle alleanze non ha base materiale per non riprodurre
il disastro a cui abbiamo assistito se non c'è una diversa relazione fra
sinistra e capacità di costruzione del conflitto sociale sui punti centrali che
interessano anche il sindacato. Abbiamo sbagliato a pensare di poter fare,
prima del 2006, un accordo di governo esigibile: siamo stati velleitari. Il
nostro deve essere un percorso di non breve periodo perché il nodo è la
ricostruzione dei nessi sociali, e qui sono d'accordo con Crucianelli sul grado
di disastro a cui assistiamo, perché è saltato il rapporto fra interessi
materiali, valori, democrazia, ovvero ciò che costituiva il blocco che costruì
la Costituzione italiana e ha prodotto il ciclo degli anni '70. Ed è saltato
nella testa della gente e quindi le forme più facili di conflitto sono quelle
delle guerre fra poveri e non di opposizione basso contro alto. Il problema è
come si ricostruiscono dentro questa società elementi di solidarietà,
conflitto, consapevolezza dei percorsi da fare per ricostruire diritti, senza
pensare che ci possa essere però un livello della politica che è in grado di
dare senso e ordine a ciò che è disordinato a livello sociale. Su questo ultimo
aspetto c'è la distanza con Crucianelli perché posso condividere la sua analisi
sociale, l'idea che la crescita del disagio sociale non produce di per sé
conflitto di classe ma guerra tra poveri, imbarbarimento. Ma sul come se ne
esce, Crucianelli propone un traino di tipo politico che non mi convince, non
lo vedo, al contrario penso ad un lavoro di ricostruzione di senso nella
società che paradossalmente vede il livello politico come meno significativo,
preferendo quello della produzione di esperienze sociali, cioè la costruzione
di autoconsapevolezza dei soggetti dentro i percorsi, e quello della
ricostruzione del livello simbolico di identificazione che dia luogo a qualche
forma di autonomia. La tragedia infatti è che Berlusconi ha vinto nella testa
del nostro popolo, quell'idea che i poveri devono avere colpa di esser poveri,
per cui magari ti devi vergognare quando sei sfrattato, è passata tra la nostra
gente. Per cinque anni, che ci piaccia o meno, saremo extraparlamentari, perciò
bisogna usare questa collocazione non scelta, ma pur tuttavia stabile in questa
fase, per costruire un forte elemento di ricostruzione di nessi sociali e
impianto simbolico. Anche alla luce del fatto che non esiste uno sbocco
immediatamente politico di tutto questo. Famiano Crucianelli Ma io parlo di un
progetto politico, non di uno sbocco politico, perché la ricostruzione
molecolare della società senza un progetto politico forte mi sembra come
svuotare il mare con un cucchiaino. Se diventiamo tutti Tarzan, per usare una
tua espressione, aspetteremo forse qualche secolo prima di vedere un
miglioramento della situazione. Franco Giordano Per quanto riguarda il Prc,
l'esperienza più significativa di ricostruzione di senso sociale nella città di
Roma è la Garbatella, la quale ha costruito comunità e relazioni, però avendo
anche il presidente di circoscrizione. Questo per dire che i due aspetti e
campi di azione devono andare insieme. Paolo Ferrero Non dico che i due aspetti
in linea di principio non possano camminare in sinergia, ma sto segnalando che,
dal 2006 al 2008, non solo non si sono accompagnati, ma hanno l'uno determinato
la distruzione dell'altro. Il problema sono i rapporti di forza perché potrebbe
capitare che ci si sieda al governo ma continuino a comandare gli altri, come
infatti è capitato. Noi abbiamo provato in questi due anni, cambiando indirizzo
rispetto al passato, a percorrere il sentiero dell'alternanza per vedere se si
riusciva ad aprire una prospettiva diversa, ma segnalo che dati i rapporti di
forza questa strada si è interrotta e non è stata percorribile. Poi ci sono dei
comuni, delle municipalità, delle province, magari forse delle regioni, in cui
questo invece è coniugato: va bene, ma dal punto di vista nazionale l'entità
della batosta è tale perché sono venuti al pettine alcuni nodi, in primis
questo. Non si può far risalire tutto ad elementi di lunga durata perché allora
non si spiega perché nel 2006 i partiti della sinistra hanno preso tre volte i
voti incassati nelle ultime elezioni, perché il 20 ottobre hanno portato un
milioni di persone in piazza contro la precarietà ed altro ancora. C'è proprio
una sconfitta politica su una ipotesi che è soggettiva in senso stretto. Poi
che dentro questo meccanismo o che questo stesso meccanismo abbia fatto
precipitare o accelerato la fine dei cicli lunghi della Resistenza, del 68-69 e
altro, per cui oggi se Berlusconi attua la detassazione degli straordinari non
c'è automaticamente l'opposizione ma si deve ricostruirla agendo sulle
contraddizioni che, nel caso specifico, sono per esempio che al Nord gli
straordinari ci sono, che le donne non li fanno e i maschi si etc. etc. Però è
un percorso da fare, non è automatico. Sul piano della prospettiva i punti su
cui agire maggiormente da subito sono quelli della ricostruzione anche
molecolare degli elementi di sinistra sul piano sociale e di una autonomia di
valutazione che riesca, banalmente, a testimoniare che le scelte economiche non
sono neutrali ma hanno politicità: cosa che non è detto invece sia apprezzabile
nel dibattito politico. Un punto che verifica la nostra discussione è quello
della costruzione dell'opposizione che, proprio per radicalità della sconfitta,
non è per nulla automatica, perché su nessuno dei terreni su cui Berlusconi si
sta muovendo egli sceglie la stessa via del 2001-2002: non esercita come in
passato un attacco frontale al movimento dei lavoratori, ma usa per esempio
l'emergenza per introdurre elementi di stravolgimento degli ordinamenti, come
dimostra il caso rifiuti o la questione immigrazione; ma sulle grandi opere sa
invece che la popolazione è divisa, è consapevole della complessità delle
questioni del lavoro, tanto che da un lato detassa lo straordinario e
dall'altro lato cerca accordo con Cgil sul contratto nazionale. Cioè la sua
operazione, a differenza del 2001-2002, non è l'attacco frontale al mondo che
gli è estraneo e distante, ma lavorare a disarticolare e smontare le ragioni
del movimento operaio, della coalizione del lavoro in quanto tale, e non della
sinistra. L'interrogarsi su come si ricostruisce un'opposizione efficace, che
non si risolve in una manifestazione autunnale, è un terreno possibile di
discussione che è anche la cartina di tornasole del dialogo fra sinistra
extraparlamentare e le soggettività che ci sono dentro il Pd. Ed anche su
questo aspetto, per me vale la valutazione rispetto a percorsi concreti di
opposizione. Perciò sarei interessato a discutere, per esempio, di come si fa
una opposizione sul versante delle grandi opere, del lavoro, della sicurezza e
del welfare. Tutti argomenti politici per altro. Bobo Craxi I nostri parenti
illustri si rivolterebbero nella tomba se sapessero che nel 2008 socialisti e
comunisti sono fuori dal Parlamento: già questo fotografa la gravità della
realtà. Voglio comunque fare un passo indietro rispetto al punto di rottura
della nostra esperienza comune nel centrosinistra: essa non è il prodotto del
conflitto classico tra massimalismo e riformismo, il governo del centrosinistra
è caduto sulla buccia di banana della casa Mastella. Certo, c'era una
coalizione fragile dove elementi di contraddizione non sono mancati proprio sul
terreno che ha citato Ferrero, però questa contraddizione storica, cioè massimalisti
contro riformisti, poteva non sfociare in quella ragione che ci ha condotti non
solo all'opposizione ma addirittura in una forma di tragico isolamento anche
nella società. Perché stiamo parlando di formazioni politiche che provengono da
una cultura parlamentare e istituzionale: nella storia del Pci c'è il suo
rapporto con l'amministrazione, l'istituzione e il governo delle società,
mentre la cultura di conflitto introduce, lo vedo anche oggi fra di voi, un
elemento di divisione che non è appartenuto a tanta parte della storia del Pci
e del Partito socialista, almeno dal '45 ad oggi, poi è evidente che i
socialisti di un tempo erano più vicini ai black block, però dal dopoguerra noi
siamo sempre stati dentro una storia comune anche di governo comune della
società italiana. Aver utilizzato la leva della legge elettorale per far scomparire i propri alleati in occasioni
di elezioni anticipate è stata una delle pagine più oscene della storia della
sinistra italiana, nel senso che non ci trovavamo di fronte ad una scelta
politica che un congresso democratico aveva stabilito, cioè la rottura con i
propri alleati, ma è avvenuta, questa si, in forme extraparlamentari,
portandoci davanti al corpo elettorale dopo aver per
mesi invocato la rottura, il cambio della legge elettorale e sistema politico, per arrivare alla fine
davanti agli elettori proponendo il cosiddetto voto utile, che non è esistito
in nessuna parte al mondo e che ci ha condotto nella posizione politica
attuale. Tre sono le questioni da affrontare. La prima è quella istituzionale,
ed è richiamata da una profonda trasformazione della costituzione materiale
rispetto a quella formale. In proposito si è sostituita ad una necessità di
revisionismo delle regole istituzionali, un nuovismo che di fatto ha cancellato
o reso più fragile il sistema politico e i suoi partiti, i quali sono partiti leggeri e contenitori che non hanno controllo e rapporto
sulla e con la società, con i conflitti che si spostano nella società perchè
non ci sono più i partiti. Oggi queste formazioni leggere,
virtuali e mediatiche non riescono ad avere relazione e governo con e sulla
società, arrivando ad inseguirla considerando i suoi umori una piattaforma
politica. L'umore sociale verso gli stranieri è peggiorato per cui si fanno
politiche, a sinistra come a destra, che tendono a dare risposte concrete sul
terreno della sicurezza sociale e culturale. Aver sostituito il nuovismo con il
revisionismo penso sia il peccato originale che spiega la duplice sconfitta
della sinistra in questo decennio. E' giusto, come fatto da Crucianelli,
parlare di un quindicennio politico che ha condotto all'oggi. In realtà -ed è
questo è il punto più fragile della proposta politica della sinistra nella
società italiana- c'è stato un errore grave che è stato quello di adeguarsi ad
un nuovismo di facciata, che si è trasformato spesso in
riformismo elettorale, come se bastassero le leggi elettorali ad introdurre un
elemento di novità nella società. Ed è evidente che le leggi elettorali di
questi anni sono tutte tese a modificare i rapporti sociali e restringere la
base democratica, consentendo il riaffiorare del bisogno del bipartitismo come
necessità, come se la governabilità, che è un valore, possa essere
garantita solo dalla riduzione della presenza dei partiti nella società: una
stupidaggine perché in tutta Europa ci sono partiti di coalizione e ci sono
state esperienze diverse, perciò non si capisce perché in Italia dovremmo
introdurre a forza queste regole non democratiche. Vogliono infatti fare una
-ennesima- riforma per le elezioni europee che introduca uno sbarramento sempre
più alto, in modo tale che si risolva alla radice il rapporto con il pluralismo
dialettico democratico. Oltre a questa questione istituzionale, ce ne è una
sociale. Ma su quest'ultimo terreno -non me ne vogliate- è importante ciò che
ha detto Tremonti e cioè la necessità che il Parlamento europeo si trasformi in
Parlamento legislativo, in questo caso in sede di protezione sociale di regole
comuni: penso che l'Italia ne avrebbe vantaggio. Se per esempio si attuasse una
legislazione sul terreno sindacale, sui vincoli della sicurezza, sul terreno
economico-salariale, potrebbe essere una svolta anche per noi. Magari
introducendo anche la necessità di valutare la società italiana sapendo che il confronto
con la globalizzazione è quello che noi purtroppo non abbiamo saputo
padroneggiare. La globalizzazione è stato uno dei terreni su cui la sinistra ha
perso nel resto d'Europa. Globalizzazione intesa come possibilità e non come
vincolo, necessitò, ostacolo, pericolo. Una riposta politica, per riorganizzare
la presenza di una sinistra di governo in Italia, si deve allenare anche su
questo fronte, cogliendo gli spetti positivi della globalizzazione e non quelli
che rischiano di travolgere i rapporti sociali, alimentando una nuova forma di
pericoloso turbo capitalismo alla quale non abbiamo saputo porre rimedio negli
ultimi quindici anni. C'è un terzo tema che è la questione laica. Pur muovendo
dal rispetto delle istituzioni democratiche per la Chiesa e le sue posizioni,
ciò non deve mai tramutarsi in una subalternità verso il Vaticano. Paolo
Nerozzi Per capire le cause della sconfitta bisogna tornare indietro nel tempo
perché il problema non è in questi due anni di governo 2006-2008, sono almeno
venti anni su cui dobbiamo riflettere tenendo conto che anche nel 2006 non si
era vinto, soprattutto nel blocco sociale che interessa la sinistra. Dobbiamo
esaminare sia gli anni '80 e '90, cioè il tempo in cui si attua un tentativo di
risposta europea dell'impresa e del capitale attraverso i processi di
esternalizzazione, sia la globalizzazione dopo. A partire dal fatto che le
classi di riferimento della sinistra non votano in larga parte dal '94, e non
solo in Italia, per la sinistra. E' un fenomeno europeo questo. Capire cosa
hanno portato i processi di globalizzazione, soprattutto disgreganti, e come
ricostruire una riaggregazione che possa dare al centrosinistra una base che
possa diventare maggioritaria nel Paese, è indispensabile. Questa analisi deve
avere dimensione transnazionale perché la destra l'ha fatta globalmente, ci
troviamo infatti di fronte, proprio sul terreno sociale, lo dimostrano Tremonti
ma anche Sacconi, così come i neocons negli Usa e alcune formazioni europee,
che esiste un' idea forte da parte della destra. Proprio questa dimostra di
aver capito capire come mantenere l'insediamento nella parte più debole del
Paese, operai e pensionati, ma anche la necessità di una politica bifacciale
che da un lato recupera degli elementi di intervento statale e dall'altro
ripropone un modello autoritario e nel modello autoritario inserisco anche
quanto detto da Craxi sul laicismo. Il problema non è criticare la subalternità
verso la Chiesa ma vedere come questa, rispetto ai processi di globalizzazione,
abbia deciso di stare dentro ad una società piramidale e autoritaria. Le ultime
dieci pagine di Tremonti espongono una idea di società, c'è l'analisi che in
parte è condivisibile e c'è anche la risposta, trovata in parole come ordine e
religione. In questa idea di società sono coinvolti quindi la Marcegaglia e
Ratzinger: non è solo un problema solo di laicità. Tutti e due hanno usato
identiche parole per dare un giudizio sul governo di centrodestra, poi hanno le
loro dovute differenze, soprattutto perché la prima rappresenta l'impresa che
non può che avanzare giudizi transitori per i suoi benefici, che oggi sono
alcuni e domani altri. Però stanno entrambi dentro un impianto in cui non c'è
una risposta che la sinistra, sia radicale che riformista, abbia avanzato,
manca un'altra prospettiva rispetto alla globalizzazione, un'altra idea di come
ricostruire un blocco sociale. E non c'è in Italia come in Europa. Voglio
tornare ad un discorso fatto da Giordano. Il processo di globalizzazione pone
l'impresa e il lavoro alleati nelle paure e l'idea che offre Tremonti è che in
quell'alleanza, sempre nel processo di globalizzazione, l'impresa ha
l'egemonia. Ma non basta dire che l'impresa non la deve avere, ma dare una
riposta al perché questa l'ha conquistata: è l'unico modo affinché questa
alleanza nelle paure venga smantellata per riproporre una pari dignità fra
questi due soggetti. A tale fine occorre un pensiero europeo, ma anche
italiano. Può tornare utile allora il lavoro sulla costituzione di Morandi, di
Basso e altri, perché è esistita tutta una corrente socialista che ha
riflettuto sui modelli partecipativi alternativi fino alla questione del
controllo che oggi si ripropone. Perché non basta rispondere a quella domanda
di globalizzazione con il ribaltamento del rapporto di forza, cioè con la
semplice affermazione del lavoro sull'impresa. Bisogna quindi fare i conti con
noi stessi perché la crisi odierna nasce nelle due non risposte, quella dell'
'89 e di Tangentopoli, cioè dalla crisi dei grandi partiti di massa determinata
da questi due momenti, dalla perdita di un processo di rappresentanza avvenuto
in quegli anni a partire dal '94. Non basta essere più radicali o più
riformisti, in un mondo nuovo occorre infatti tentare di offrire risposte nuove
di aggregazione, anche prendendo spunto dal passato ma guardando alla
ricostruzione di un blocco sociale del centrosinistra che tende sempre più a
restringersi, perché mentre noi non abbiamo sfondato nel blocco altrui con le
politiche liberiste, gli altri hanno sfondato nel nostro, cioè nel riferimento
sociale classico della socialdemocrazia europea. Forse su questo bisogna
meditare, non tanto e solo sulle politiche di Padoa Schioppa, ma sulla politica
economica che abbiamo sostenuto dagli anni '90 ad oggi, perché il problema non
sono gli ultimi due anni di governo, sono anche le politiche che tutti abbiamo
santificato nel '90, quelle del bilancio in pareggio per riassumerle con una
formula. Paolo Ferrero Non dire tutti perchè negli anni '90 c'è chi ha provato
a costruire una opposizione a quella politica e abbiamo avuto anche litigi non
piccolissimi. E' stata sconfitta la linea di Crucianelli che abbiamo praticato
anche noi negli ultimi due anni. Paolo Nerozzi No, sono state sconfitte tutte
le linee perché di fronte al nuovo non si può riproporre il vecchio schema
massimalisti-riformisti, bisogna avanzare nuove prospettive. I tentativi di
ricomposizione tentati sono falliti: penso all'esperienza 2001-2003 su cui
sarebbe utile ragionare perchè fuoriusciva dal classico rapporto, mettendo
insieme movimento della pace, movimento sociale, movimento dei diritti, e che
forse è stata la più alta risposta in chiave moderna. Bisogna guardare avanti
esaminando i nodi che ci fanno più male, compresa la divaricazione fra qualche
elemento di radicalità sociale e voto politico. Questo addolora tutti, però è
necessario, Il rischio è che la discussione si limiti agli ultimi tre-quattro
anni mentre c'è da andare all' '89, oltre che finisca con l'appiattirsi sul
tema di quanto si è stati più o meno radicali: il che non servirebbe a nulla.
Franco Giordano Sono d'accordo con chi mette in guardia dal discutere solo
degli ultimi due anni, pur assumendomi la responsabilità di questi stessi,
perché l'analisi della disfatta elettorale se viene
concentrata solo sulla divaricazione fra aspettative e risultati concreti, che
pure c'è ed è drammatica, non è utile e non è nemmeno giusta verso coloro che
nel governo c'erano e a cui non si posso addebitare le colpe. Ci sono due
ragioni di carattere congiunturale che possono spiegare la sconfitta, dal voto
utile (che ha significato per noi molto, basta leggere
i dati dell'istituto Cattaneo) alla divaricazione fra aspettative e risultati
concreti, ma il problema vero è che c'è una difficoltà generale in Europa. Se
guardiamo alla sinistra di alternativa si comprende cosa voglio dire: il
partito comunista francese ha preso l'1,9% con tanto di simboli distintivi
secondo la tradizione classica; in Spagna l'Izquierda unita nel modello
federativo ha guadagnato poco meno di noi. Quindi un tracollo. Soltanto in
Grecia i comunisti prendono l'11% con un meccanismo identitario molto forte, ma
il rischio è che reggano solo per un certo periodo. Famiano Crucianelli E' una
sconfitta comune di tutti, indipendentemente da cosa succede nella sinistra
radicale. Franco Giordano Si ma è giusto anche che ognuno parli per sé.
Comunque il problema è come si esce da questa condizione. Forse partendo dalla
realtà odierna: un governo di destra che ha la sua forza dentro il processo di
modernizzazione capitalistica e dentro lo scenario globale, ma più che proporsi
come guida di tali processi si propone di assecondarli, raccogliendo i frutti
avvelenati che produce, sia sul terreno delle disparità sociali sia sul terreno
delle contrapposizioni dentro il basso della società, nella guerra fra gli
ultimi e i penultimi. E' come se ottimizzasse al massimo divaricazioni,
insicurezze, paure, sia sociali che culturali. E' la riproposizione di un
regime leggero, di un pensiero unico assolutamente non
controvertibile. Però guai se prendiamo delle scorciatoie: la prima, per cui
ormai le dinamiche sociali sono finite e l'unico tema è il governo, come fa
soprattutto la maggioranza del Pd, cioè una autonomizzazione del politico in
termini classici, perchè ormai l'urgenza è la costruzione di una soggettività
mediatica, di come vinci sul terreno culturale, oppure l'altra scorciatoia,
altrettanto disarmante, che c'è solo l'intensificazione volontaristica sul
terreno dell'autonomizzazione del sociale. Io vedo queste due risposte
inadeguate. Condivido con Crucianelli, al di là dell'orizzonte politico
diverso, la necessità di ricostruire a tutto campo la riorganizzazione della
società, guidata da un'idea alternativa di essa che muova dalla critica
dell'attuale fase di capitalismo, ma che offra anche una proposta politica, sia
che sei o non sei nelle istituzioni, perchè l'onere di avanzare una proposta
sul terreno della politica è indispensabile per non finire velleitario,
storicamente definito, inutile socialmente. L'obiettivo è ricostruire una
soggettività politica a sinistra che sia in grado di garantire lo spendersi,
qui e ora, sul terreno della politica concreta e, contemporaneamente,
determinare le ipotesi per un' idea alternativa di società. Non significa
dunque che non devi ricostruire un' idea di partito società molto forte, ma
devi sempre avere l'ambizione della cultura politica. Su quello che ha detto
Craxi, che mi ha colpito positivamente, vorrei poi far notare un aspetto. Remo
Bodei recentemente a Italianieuropei ha ragionato in maniera significativa su
questo tema della laicità. Bodei ha affermato: "Se l'avvenire appare
sostanzialmente improgrammabile e denso di incognite, se sfugge al controllo
delle donne e degli uomini, esso appare a molti di nuovo nelle mani di Dio".
Il punto è che se la stessa storia, che dovrebbe essere la risultante di una
umanità in cammino, viene trasformata invece in natura che appare immutabile:
non è questo la via per il ritorno al diritto naturale? Come ricostruisci una
progettualità di sinistra a cui non serve la scorciatoia laicista, ma la
ricostruzione di un pensiero laico, uno spazio pubblico, un' idea progettuale
di società, una trama di relazioni sociali, l'idea di alternativa culturale e
di nuove forme di socialità, una rottura della disidentificazione collettiva?
Noi ci troviamo di fronte ad una sconfitta non solo sul terreno dei poteri e
della morfologia dei rapporti di classe, ma anche su quello dei saperi: come
riconnetti questa operazione? E' questa la sfida, altro che un breve tratto di
penna su due anni di governo e il ritorno indistinto alla società, che sarebbe
una regressione culturale che può rendere confortante per ciascuno la propria
posizione, può forse in futuro determinare le condizioni per una sopravvivenza
statica, ma non aiuta la ricostruzione di progetto politico significativo.
Claudio Fava Vengo da una regione in cui la storia del movimento operaio e
contadino era la storia del conflitto fra braccianti e lavoratori, da una
parte, e padroni e latifondisti dall'altra. Cioè una storia dove c'erano i
primi e gli ultimi. Adesso il conflitto è fra gli ultimi e i penultimi.
Dobbiamo partire da questo, altrimenti continuiamo a parlare di e ad un Paese
virtuale rispetto al quale noi risultiamo superflui. Dobbiamo rivedere forze,
contenuti e dinamiche del conflitto, declinandolo al plurale parlando di
conflitti, magari pensando dentro a questa dinamica dei conflitti al materiale
e all'immateriale: la battuta efficace di Bertinotti che ha parlato della
"vita nuda" testimonia bene infatti l'esistenza di un conflitto che
riguarda l'immaterialità delle esistenze, la precarietà che ha incrociato le
vene aperte della nostra vita e a cui non si può parlare solo in termini
materiali, che pure sono necessari perché se ad un operaio non si prospetta il
recupero del potere d'acquisto del suo salario o di fine della precarietà
istituzionale, non si ha diritto di parlargli. Al contempo però non si può
discutere solo di questo. I nostri errori, la crisi di rappresentanza e
l'incapacità di organizzare, di dare ordine a ciò che accadeva, nascono dal
fatto che abbiamo organizzato un paese virtuale mentre quello reale andava
altrove. Sono d'accordo che è accaduto anche in Europa perchè stiamo vivendo la
fine di un ciclo che non è solo italiano, ma che forse inizia nell' '89 e che
ha bisogno di un riposta complessiva e rispetto a cui, fino ad ora, noi
appariamo con le armi spuntate. Ricorrere alle nostre identità, alle nostre
categorie tradizionali per ordinare ciò che sta accadendo appare riduttivo,
come dimostra l'esperienza cipriota, cioè quella di un governo comunista che
però sta contribuendo ad un voto all'unanimità al Consiglio dei ministri
dell'Ue verso un pacchetto sicurezza che non ha niente da invidiare a quello
berluosconiano. Anche la tentazione di tornare comunisti con comunisti,
socialisti con socialisti, e attraverso questo luogo di identità e memoria
tentare di tornare a comprender e il paese reale, ecco mi sembra illusoria. Il
paese prima di essere rappresentato ha bisogno di essere decifrato e per essere
decifrato qui ha bisogno di essere decifrato anche altrove. Vincenzo Vita
Avanzo una proposta operativa: cerchiamo di darci un tavolo permanente, un
appuntamento stabile, perché sento l'esigenza di un confronto periodico, per
discutere delle origine profonde della sconfitta ma anche per capire come
trarre delle conseguenze coraggiose da essa per non rendere tale riflessione
solo una operazione teoretica. Su Il manifesto tanti anni fa Fortini scrisse
che "la realtà certe volte si incarica sgradevolmente di darci due
sberle": una frase che mi ha molto colpito. L'esigenza che avverto, al di
là delle nostre collocazioni differenziate, è andare non solo a parole
rassicuranti oltre il Novecento, visto che tutti quanti capiamo che è avvenuto
qualcosa di profondo che attiene alle soggettività, alla costruzione della
coscienza di classe. C'è una esigenza che va al di là del contingente: come si
ricostruisce oggi una soggettività di sinistra? Perché credo sia utile stare
nel Pd? Non voglio sottrarmi a questo interrogativo e rispondo semplicemente:
perché dentro questo processo costituente, che non ritengo ancora concluso, si
può e si deve costruire lo spazio per una area politico-culturale di sinistra
che dialoghi con ciò che sta fuori. Sarebbe una sconfitta per tutti se il PD
assumesse, come i critici alcune volte ci dicono, un indirizzo neomoderato.
Credo dunque in questa opportunità e sfida, anche se non penso al correntismo
tradizionale, ci stiamo infatti lavorando proprio e anche qui ad Aprile.
Preferire una sorta di laboratorio per il dialogo, una struttura aperta di
confronto, una associazione. Bisogna poi attuare un salto nella qualità e nella
quantità dell'opposizione; ci sono alcuni banchi di prova, come il decreto
sicurezza e intercettazioni (uno scandalo anche esso che segnala un qualche
regime in atto), che ne creano la necessità. Però vorrei dire, in questo
sconforto che viviamo, che uno dei frutti, nel bene e nel male, della società
mediatica e postmediatica, è che i cicli sono più veloci, non è detto quindi
che questa fase negativa sia così lunga. Paolo Ferrero Un operaio
metalmeccanico secondo me avrebbe un'altra opinione. Vincenzo Vita Ma io lo
dico anche per lui, non per il ceto politico. E' una speranza che
un'opposizione costruita e condotta adeguatamente, che riannodi anche un
sistema di relazioni sociali, possa generare la crisi di una destra che per
fortuna nostra non è ancora un blocco sociale, pur essendo certo un fenomeno
pericoloso. Sono convinto poi che la nostra è una sconfitta politica e
culturale che nasce da lontano, nelle culture e sottoculture diffuse e più
antiche. Sono d'accordo con Crucianelli su questo. Anche nel ruolo che ha avuto
la mediatizzazione della società, l'individualizzazione, l'egoismo: il tema
della sicurezza non sarebbe stato così declinato se non ci fosse stato tutto
questo substrato. Concordo con Craxi sul tema della laicità, così come con
Crucianelli su l'analisi del tempo della sconfitta. Suggerisco però uno spunto
di riflessione: uno dei crocevia della sconfitta è stato non aver decifrato il
portato della globalizzazione, intorno a cui pure si è giocata la partita. Il
tema è stato enfatizzato, da una parte, o eluso dall'altra, ma in entrambe
queste due polarità non si fatto il conto profondo con tutto ciò che esso
avrebbe comportato nei modelli sociali, culturali e anche politici: la crisi
dello Stato nazione, dell'idea di Europa (come conferma il referendum
irlandese). Eppure è questo uno dei punti su cui ragionare per ricostruire una
sinistra moderna e riformista. Avverto poi l'esigenza nel Pd di una riflessione
sul capitolo alleanze e autosufficienza. Non ho velleità infantili di
convincere chi è in questa stanza che il Pd è la scelta migliore, però ritengo
che tra questo e la separatezza, vi è una strada dialettica che ri-immagini
segni di confronto, che costruisca percorsi comuni. Trovo poi sottodimensionato
un tema che deve essere discusso nel Pd ma non solo in esso: quello della
collocazione europea di tutti noi, perché se è vero che la crisi non è solo
italiana, allora il tema dell'Europa è essenziale. Giordano accennava alla
scelta fra modello americano e stato sociale europeo: ebbene, va discusso,
riflettendo però anche del perchè è proprio in Europa che questo sta battendo
la fiacca. Famiano Crucianelli Non voglio introdurre una nota di ottimismo
perché sarebbe un delirio, però c'è un punto su cui bisogna ragionare: è la
destra. In proposito c'è un eccesso di pessimismo quando si pensa alla destra
come una meravigliosa macchina da guerra, perché la situazione che viviamo è
transitoria e la destra non ha le risposte per la crisi che a livello globale
si è aperta. La destra mite, che fa un regime leggero,
come diceva Bertinotti, vale per oggi perché ha una serie di buchi neri,
rispetto alle questioni aperte a livello globale, che dimostrano la debolezza
della sua risposta, soprattutto nel futuro. Non è pensabile infatti, nella
situazione mondiale che si inaugurata, una risposta strategica antieuropea,
rievocativa di riferimenti tradizionali, come nell'ultima parte del discorso di
Tremonti. La situazione è in movimento, per cui quel
"Dio-patria-famiglia" non basta, dato che cambiano a fondo i processi
materiali e i codici stessi della civiltà e delle culture. La risposta della
destra è un pagliativo per questa fase di passaggio. Dopo questa fase ci sarà,
però, un altro salto: e qui vedo il rischio, perché o ci attrezzeremo sul
terreno politico ad individuare una risposta alternativa -e qui la mia distanza
da Ferrero- oppure il passaggio successivo vedrà una ulteriore involuzione
autoritaria, perché le risposte della destra non sono moderne alla modernità,
ma sono ai veleni della globalizzazione, sono il tentativo di capitalizzare a
suo vantaggio i veleni della globalizzazione. Ma non è una destra che può
rispondere ai processi di internazionalizzazione dei capitali, alla nuova
coscienza mondiale e a tutto il resto. Franco Giordano Ma è questa la nuova
destra e la sua risposta non è debole perchè è la stessa che propone la
globalizzazione. Famiano Crucianelli Ma no, questa nuova destra è dentro una
contraddizione perché la globalizzazione non è statica ma in movimento, per
tanto scardina gli stessi fondamenti della destra tradizionale. E' simile a ciò
che sta facendo la Chiesa, la quale tenta disperatamente di imporre un modello
religioso e culturale che si scontra con la materialità dei processi che sono
stati aperti proprio dalla profonda laicizzazione. Una laicizzazione non nel
senso nobile del termine, ma che si fonda sull'individualismo, la miseria delle
merci, la mercificazione. La mercificazione globale messa in moto dalla
globalizzazione è un processo violentissimo rispetto a quello che la Chiesa sta
tentando di fare: la corsa di Ratzinger è disperata. In questo senso le riposte
che la destra mette in campo sono transitorie. Quando arriveremo nuovamente al
dunque, se non sarà cresciuta una alternativa politica e anche sociale -perché
non sono mica folle a pensare ad una alternativa solo politica-, che rimetta in
campo una risposta ai processi globali, ci sarà un redde rationem. La rottura
del binomio capitale e lavoro è all'origine di questi disastri: il capitale è
diventato assolutamente libero e il lavoro ha perso il suo potere contrattuale.
Quindi bisogna costruire un nesso generale, che non puoi pensare di risolvere
solo con la Garbatella o alla Fiat, perché non ci riesci, è disperante,
soprattutto perchè di fronte alla mancata riposta che verrà dalla destra, o ci
sarà la nostra o avremo processi più autoritari, antidemocratici, involutivi.
In tale senso vedo una situazione che ha tempi brevi, rassegnarci ad una idea
che dobbiamo costruire case matte nella società mentre i processi vanno avanti,
ci porta in un contesto che sarà sempre peggiore. Non è una fase di
stabilizzazione per cui ci si attrezza nella società, si ricostruisce il
sociale e poi, quando arriverà il momento, si ribalta attraverso l'opposizione
un quadro politico come quello italiano e europeo. E' una situazione in forte
movimento e noi siamo in una fase in cui questa destra ha dato un prima
risposta, capitalizzando i veleni della globalizzazione, ma arriverà anche essa
al dunque e sarà di fronte a un bivio: se accelerare i processi della barbarie
oppure non so cosa. Ma noi dobbiamo trovare una risposta a questa situazione
ancora aperta pur essendo drammatica. Nei prossimi anni, non penso tra molto,
saremo quindi chiamati ad una prova molto seria e la vicenda irlandese indica,
ancora una volta, quanto sia difficile la situazione in Europa. Perché la
Francia era più spuria, ma l'Irlanda non è la classe operaia in nome di
un'altra Europa che butta via l'ultimo trattato, ma una risposta corporativa,
di chiusura, che può portare a processi ancor più involutivi. Paolo Ferrero A
Giordano e Crucianelli vorrei precisare una cosa. Che viviamo una fase di
guerra di movimento e non di posizione, sono d'accordo. Che non viviamo
nell'attraversata nel deserto, che presuppone una terra promessa che non vedo,
perchè siamo in una giungla, dentro una fase non chiusa, anche su questo sono
d'accordo. Riconosciuto ciò, c'è però una differenza fondamentale rispetto al
2001-2002, dove pure Berlusconi non aveva ancora un blocco sociale. Questa
differenza è che in quel periodo esisteva una opposizione forte, da Genova in
avanti, in cui la Cgil di Cofferati aveva un ruolo centrale e impedì la
costruzione di un blocco sociale su una ipotesi moderata di smontaggio del
sindacato. Oggi questo pensiero di Berlusconi, più intelligente di quello di
allora, non pare trovare, né sul piano dell' opposizione politica parlamentare
né su quello di quella sociale, una dimensione di opposizione vera, che non sia
quella di emendare la posizione del governo ma di proporre rispetto ad esso
un'altra agenda, di avere un'altra idea di società, che non si riduca insomma a
rendere costituzionale i provvedimenti, come una sorta di Presidente della
Repubblica due. Sul piano della proposta politica, mi collego a ciò che diceva
Vita, credo sia opportuno chiederci se sia possibile ragionare, anche da
posizioni diverse, su come costruire un'opposizione su alcuni temi, arrivando
ad una piattaforma generale su argomenti vari (lavoro, ambiente, diritti).
Invece che fare una discussione sulle prospettive della sinistra, a cui pure
parteciperei ma credo registreremo differenze non piccolissime, sarebbe meglio
farla su come concretamente si fanno delle iniziative reali finalizzate alla
costruzione di elementi di opposizione. La seconda proposta, se c'è l'accordo,
è che ci sia un lavoro per spiegare perchè non va cambiata la legge sulle europee e perché bisogna su questo tentativo
fare una opposizione, visto che questa riforma sta nell'agenda bipartisan in
modo avanzato. Sono due proposte concrete e su cui non
metto vincoli. C'è infine un misunderstandig: io non è che non vedo la
necessità di una proposta politica, che penso ad una guerra di posizione di
cinquanta anni in cui ci infiliamo nella giungla e cominciamo un'area liberata
dopo l'altra, pezzetto per pezzetto, a riconquistare spazio, così tra un
centinaio di anni abbiamo raggiunto la riconquista del nostro ruolo. Il punto è
che non vedo nessuna prospettiva politica che risponda al tipo di crisi sociale
in atto, che sia in termini progressisti anziché reazionari. C'è quindi un
giudizio diverso sulla politica del Pd. Famiano Crucianelli Però se tu dai un
giudizio così distruttivo del Pd, allora incamminiamoci nella giungla.
L'analisi dei soggetti politici riflette anche la situazione reale. Paolo
Ferrero Il tuo, Crucinaelli, è un dover essere. Apprezzabile ma destituito di
fondamento. Non è che sono contento che il Pd sia moderato, ma su tutti i nodi
fondamentali è stato tale, si vedano gli ultimi due anni in cui la condizione
non spingeva a posizionarsi più a destra come invece è stato fatto. Questi due
anni avrebbero dovuto favorire il dialogo: invece è stato il contrario da tutti
i punti di vista, da economia a laicità. L'unica eccezione è stato il tema
della sicurezza del lavoro, dove però ha pesato l'onda delle morti e la spinta
sindacale. Ma è l'unica circostanza in cui Confindustria non era contenta di un
provvedimento. Non penso perciò al rifuggio nel sociale e alla fuga dal
politico, è che non vedo questo sbocco politico adesso. Ma dato che lo credo
necessario, penso bisogna ricostruirlo. Come? Partendo dagli elementi che ci
sono, perchè il rischio è che ad un governo populista di destra si opponga una
opposizione giustizialista di destra, il che non produce una grande dialettica.
Perciò è indispensabile costruire una opposizione laica, di sinistra, sul
versante dei lavoratori. Non è che non voglio lo sbocco politico, è che non lo
vedo, perché anche la dialettica dentro il Pd, esclusi i presenti, non si
distingue per posizione diverse sul piano dei contenuti sociali o economici,
però noi abbiamo un problema di sofferenza della nostra gente proprio su quel
terreno lì, e la destra è fortissima proprio su questo fronte dove noi invece
siamo debolissimi, non avendo risposta alla sofferenza materiale delle persone.
La logica di Tremonti, per cui c'è la crisi, c'è l'insicurezza, la coperta è
corta e si stringe, ma c'è la garanzia che scoperti rimangono gli altri, è
potente, essendo l'unica che interloquisce con chi non arriva a fine mese: noi
facciamo propaganda, quello propone politiche, deliranti, ma esistenti. Sul
piano della clandestinità, per esempio, sanno benissimo che la sfrutteranno di
più nel mercato del lavoro per abbassare il suo costo, ma procedono alla loro
criminalizzazione per prendere voti. Il punto -e qui parlo a Giordano- non è
uscire dal terreno della politica, della rappresentanza, del rapporto fra
conflitto e istituzioni, ma è che c'è un eccesso di peso del tema della
rappresentanza nella nostra riflessione, almeno rispetto ai tre temi centrali
su cui agisce la politica: rappresentanza, produzione del conflitto, tessitura
sociale. Si tratta semplicemente di riallargare i terreni di attenzione al
conflitto e alla costruzione sociale non negando la rappresentanza, ma sapendo
che la strada per mezzo della quale ricostruisci la credibilità sociale della
sinistra passa maggiormente per il terreno del conflitto e della tessitura
sociale. Ho usato l'esempio della Chiesa cattolica dopo la sconfitta
referendaria degli anni '70, ricordando come abbia scelto di ripartire dagli
oratori perché è da lì che hanno ricostruito credibilità e utilità delle
istituzioni cattoliche, la stessa che oggi gli permette di dettare legge con Ruini e vincere il referendum
sulla legge 40. Ecco l'importanza di un percorso di
ricostruzione delle utilità sociale. Famiano Crucianelli Le vocazioni continua
a non averne la Chiesa. Bobo Craxi E' semplicistica e quasi politicistica
l'idea che abbiamo di fronte una destra autoritaria, perché è una destra
popolare oltre che populista, in sintonia con classi sociali tradizionalmente
di riferimento della sinistra, più vicina e agevolata dal fatto che ha una
costituzione materiale che favorisce questa capacità di entrare in sintonia con
la società, oltre che dei mezzi di cui dispone il suo leader. Poi la frizione,
quando sei al governo e vuoi dimostrare quanto sei di destra, slitta sempre,
come dimostra il tema sicurezza e l'uso della forza militare. La classe
dirigente è inadeguata a comprendere che problemi di questa natura vanno
aggrediti tenendo conto che i destinatari della criminalità sono i più poveri e
non i più ricchi. Bisogna anche stare attenti nel ritenere che ci sia una
saldatura fra l'idea di una società conservatrice e quella di Confindustria,
che c'è un neoautoritarismo che avanza: forse più semplicemente trova terreno
fertile per farsi spazio, se c'è una opposizione parlamentare assente con una
sinistra cancellata dal parlamento. Se manca dialettica nella società, la
svolta autoritaria è in agguato, ma non perché si vuole imporre ma perché le
condizioni politiche determinano di fatto una svolta in tale senso del governo,
il quale per giunta è animato da forze antisistema come la Lega e da quelle di
derivazione post totalitaria come Msi, poi An, ora Pdl. Dentro questo, c'è la
crisi dell'opposizione, che ha perso potenziale, e della sinistra. Una crisi
antica che vede questo soggetto incapace ad essere maggioritario, a trovare il
terreno di incontro negli anni in cui pure dominava attraverso due grandi
partiti: perché Pci più Psi, aggiungiamo anche i socialdemocratici,
rappresentavano la possibilità di governare da sinistra il Paese. Una
possibilità abortita perché l'Italia è stata governata da sinistra sempre
appoggiandosi al centro cattolico, con questo appoggiarsi che poi si è
trasformato, oggi, nel Pd. Un partito con cui bisogna dialogare perché c'è una
reciprocità, perché qualche errore è stato commesso da tutti, anche se continuo
a indicare nella scelta di Veltroni di non apparentarsi la ragione per la quale
forze politiche presenti nella società, come dimostrano i dati delle
amministrative, non solo quindi sul piano tradizionale e storico, intendo
socialisti e comunisti, si trovino improvvisamente fuori dall'agone
tradizionale pur rappresentando milioni di elettori. E' un delitto questa
esclusione perché lascia spazio alla cosiddetta opposizione radicale che oggi
viene fatta dal magistrato in politica, Di Pietro, e dai magistrati, con
qualcuno che pensa ancora di affrontare Berlusconi sul terreno giuridico, non
riuscendo a sconfiggere la destra e non facendo vincere la sinistra. Quando
dico attenzione ad una destra popolare, penso alla sua capacità di mettere in
atto azioni di sinistra. Il nostro governo ha attuato gli sgravi fiscali alle
fondazioni bancaria, Tremonti ha tassato i petrolieri. Allora, è di destra o di
sinistra tassare i petrolieri? E' ovvio che qualcuno cominci a chiedersi se non
era più opportuno che fosse il centrosinistra a pensare a questa politica, come
anche ad aggredire l'immondizia con più forza, dando l'impressione che la
sinistra potesse anche rappresentare lo Stato in modo efficace. Di più, loro
cominciano con operazioni demagogiche, ma perché noi nei primi mesi di governo
abbiamo dato vita alla lenzuolata di Bersani, di rilevanza ma che sul piano
demagogico-popolare non ha lasciato segno. Spesso quando si vuol mantenere il
potere, soprattutto se si ha una maggioranza fragile, bisogna dare luogo ad
iniziative politiche che vanno nell'interesse di grandi strati della
popolazione. Meglio accontentare qualche burocrate di Bruxelles o centinai di
migliaia di lavoratori? Questo il tema su cui è caduto il governo e d è stato
un errore capitale nella gestione di questo secondo centrosinistra a fronte di
tante cose positive realizzate. Paolo Ferrero Vorrei in proposito fare un
esempio. Non ho votato il Dpef del luglio 2006 perché di fronte a quello -e in questo
c'è il mio pessimismo rispetto all'analisi che fa Crucianelli- non c'è mai
stata una possibilità di contrattazione. Famiano Crucianelli Si ma perché
l'errore è stato quello di fare di quella maggioranza un campo di battaglia su
tutto, a cominciare dall'Afghanistan. Se si fosse scelta questa questione come
quella per aprire un contenzioso nel governo, le cose sarebbero andate
diversamente. Ma siccome è cominciato sulla Afghanistan per finire sulla
sicurezza, coinvolgendo tutte le questioni, con la maggioranza che appariva un
casino: è chiaro che non avevi potere di contrattazione. C'è anche una
responsabilità nostra però in questo. Bobo Craxi Però in un sistema di
coalizione, è evidente che si creino delle necessità da parte di ciascun
partito. Ma pensare di rompere questo vincolo con presunzione di autonomia è
stato un errore, perché l'inizio della crisi del governo Prodi è Orvieto e il
"vado da solo" di Veltroni. Si sono determinate le condizioni per cui
le forze interne più deboli e fragili, da Mastella in primis, hanno pensato che
quella potesse essere la tomba della nostra esistenza politica e mai, come in
politica, quando vedi in faccia la morte cerchi qualsiasi mezzo per
sopravvivere. Abbiamo discusso molto di una analisi sociale, della globalizzazione
come una onda lunga che promuove profondi mutamenti: non voglio andare in
controtendenza, ma devo anche dire che se è vero che c'è una onda che cavalca e
interpreta meglio la destra, però è vero anche che la vittoria possibile dei
democratici negli Usa potrebbe determinare qualcosa di diverso. Non perché mi
faccio illusioni su Obama e la sua gestione, ma perché dimostra che siamo di
fronte ad una nuova stagione dei rapporti internazionali, di percepire
diversamente il grande stato padrone del mondo. Anche di fronte a questo si
organizza la presenza della Chiesa: non è l'Europa che fronteggerà l'America,
ma saranno diversi poteri tra cui la Chiesa, che intende giocare in questo
senso una partita politica e non più solo spirituale, non solo votata alla difesa
della crisi morale. La Chiesa capisce che c'è un vuoto politico, la fragilità
dell'Ue e anche dei suoi modelli, con le famiglie di cui dovrebbero far parte i
conservatori, quella popolare, o quella nostra socialista, che non godono di
grande salute, sono infatti perimetri, club che non esprimono un modello
sociale. Dentro il vuoto si organizzano questi poteri che definiamo forti,
diciamo consistenti, come quelli del mercato, le banche centrali o la grande
finanza per esempio, perchè dentro questo gap i partiti tradizionali che
vengono dal Novecento sono in difficoltà. Una difficoltà che non si risolve
soltanto facendo altro, magari creando delle strutture che gli assomigliano ma
sono diverse, con i quali ci si possa difendere meglio, come l'associazionismo
molecolare, senza riferimento alle fondazioni, che è solo una forma di difesa
in una Italia che non è più disponibile ad apprezzare il carattere del nostro
dibattito. Io guardo, per esempio, da fuori il vostro dibattito congressuale.
Sono convinto che sareste disponibili a riconoscere di apparire, con una forma
di autocritica, di apparire autoreferenziali, ma il problema è un altro: non è
che apparite o siete autoreferenziali, bensì che nessuno ha voglia di occuparsi
di voi. Non è che colpa vostra, è che a nessuno gli importa ciò che fa un
partito che è stato sconfitto alle elezioni, siamo stati tutti cancellati,
anche dalle pagine dei giornali. Questo è il punto democratico. Va benissimo la
tutela del conflitto contro il governo, ma attenzione che tra poco anche quel
conflitto non avrà nemmeno uno spazio mediatico. Fate una manifestazione di
15mila persone, se vogliono decidono che non c'è mai stata: questo è il punto
in cui siamo e a cui bisogna porre rimedio. E' uno scempio democratico a cui
bisogna rispondere, anche sul piano delle regole: la partita delle europee è un
nodo centrale ed è evidente che quello è il terreno su cui il bipartitismo ha
maggiore ragione di potersi porre, nel senso che loro devono chiudere lo spazio
politico perché si compia il processo di riduzione della complessità
partitocratrica, e devono farlo all'europee, perché è l'unico spazio su cui ci
potrà essere un recupero elettorale e politico delle
forze sconfitte. Apprezzo l'incontro di oggi perché nei leader attuali non c'è
questa volontà, si pensa a forme succedanee di cooperazione, addirittura di
cooptazione dentro il grande Pd. L'approdo nel Pd, se questo fosse veramente
quello che si era immaginato, è evidente che in questa coabitazione e
contaminazione non ci sarebbe niente di male, diciamo che la presenza della
sinistra italiana dentro una unica formazione politica non sarebbe sbagliata,
ma non è così perché la forma di partito che si sta delineando, pur essendo
ancora incompiuta, fa paura: il berlusconismo senza Berlusconi fa infatti
impressione. Perciò articolare la discussione fra diverse formazioni politiche
è la forma migliore, salvo poi convergere per dare al nostro Paese un governo
diverso rispetto a quello che c'è e da cui non ci sentiamo rappresentati.
Quindi è giusto fare cinque anni di concreta e sana opposizione politica. Paolo
Nerozzi Vorrei chiarire un aspetto con Ferrero. Bisogna andare indietro, anche
sul tema della rappresentanza, del leaderismo, dei partiti, fino e oltre l'
'89. Una certa forma di rappresentanza, per esempio quella leaderistica, porta
poi alla riduzione anche della rappresentanza sociale e politica. Bisogna
rompere in modo radicale con il marchio del passato. Ferrero citava il
2001-2003 e, come si sa, una qualche parte l'ho avuta anche io in quel periodo,
e posso dire che la scelta di allora si basava sul fatto che c'era già una
crisi della rappresentanza del mondo operaio, che inizia prima di quegli anni,
e che da sola questa rappresentanza non era in grado di rispondere ai processi
che erano in atto nel Paese. Anche la forma organizzativa, metà sindacale e
metà politica, dell'iniziativa della Cgil di quel periodo tentava di dare
risposta alla frammentazione dei processi di globalizzazione. Ma non si è
completata, portando oggi ad una difficoltà o impossibilità a riproporre
attualmente quel modello. Il problema dei penultimi rispetto agli ultimi non è
di breve periodo. Ciò non vuol dire che l'opposizione deve essere in primo
luogo sulle questioni economiche - anche se un errore che sta facendo il Pd è
non dare risposte a tali questioni, a partire da quella del rilancio della
detassazione per tutti come prima forma di ricomposizione-, ma non è
sufficiente neanche questo. Quello che successo non è di breve durata e non
ricomponibile dai piccoli conflitti. Paolo Ferrero C'entra anche però come ha
lavorato il sindacato in questi due anni: la Cgil ha fatto cose diverse nel
2001-2004 da quelle fatte nel 2005-2008. Gli spazi conquistati dalla destra
trovano ragione anche in questo. Paolo Nerozzi L'errore della Cgil rispetto ai
problemi che c'erano è stato di non intensificare in forma forte un processo di
rapporto con la Cisl e Uil che sarebbe stato un argine ai processi che verranno
da oggi in poi e che rischiano di portare la rappresentanza sociale a minorità.
Perché anche qui le risposte sono state solo di natura politica. Non ho
condiviso allora, nel