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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro Novelli |
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DOSSIER “RIFORMA ELETTORALE” |
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"se
vince il sì, niente riforma elettorale"
( da "Repubblica,
La" del 01-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: niente riforma elettorale" Referendum, il Pdl sfida Lega e Pd. D´Alema a Franceschini: discutiamo di alleanze Cicchitto: "Nessuna legge di tipo tedesco". Decisa la data, si vota il 21 giugno ROMA - Nel giorno in cui diventa ufficiale la data del referendum (sarà il 21 giugno ha stabilito ieri il consiglio dei ministri) due esponenti del Pdl avvertono il Partito democratico e l´
Se
vince il sì niente nuova legge ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Soprattutto dopo l'affondo di Berlusconi. Non a caso Massimo D'Alema, pur essendosi pronunciato a favore del sì, rivolgendosi al Carroccio dice che il referendum potrebbe essere l'occasione per un confronto «su quale legge elettorale è più utile al Paese», rilanciando ancora una volta il modello tedesco.
Franceschini:
c'è un Paese che dice basta ( da "Gazzetta di Parma (abbonati)"
del 01-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge , Esempi esteri
Abstract: di saper dire forte e chiaro che l'idea di Paese di cui è portatrice l'attuale maggioranza non è quella che vogliono. Ottimista Il Pd rappresenta la sola speranza di rimettere in piedi il Paese Referendum Voterò Sì ma serve una riforma del sistema elettorale Di Pietro invece di fare guerra alla destra punta a togliere i voti a noi
Dario
Franceschini intervistato da Giuliano Molossi: "C'è un paese che dice
basta" ( da "Gazzetta di Parma Online, La"
del 01-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge , Esempi esteri
Abstract: Cito il referendum ma si potrebbero fare decine di altri esempi. Non pensa che sia opportuna una riforma del sistema elettorale che reintroduca le preferenze? Non crede che gli italiani digeriscano male le liste bloccate, i candidati imposti dall'alto?
Le
trappole boomerang di Franceschini
( da "Secolo
XIX, Il" del 03-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: il presidente del Consiglio si è tolto lo sfizio di commentare l'articolo 138 della nostra legge fondamentale. Che prevede due quorum in alternativa. Nella seconda lettura parlamentare o c'è la maggioranza assoluta dei componenti, nel qual caso è possibile il ricorso al referendum confermativo, o c'è la maggioranza dei due terzi dei componenti, e allora tutto finisce qui.
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Il referendum, che noi abbiamo voluto, è uno strumento necessario per obbligare il Parlamento a una riforma della legge elettorale che noi vorremmo venisse fatta sul modello tedesco. Deploriamo il fatto che per qualche interesse di bottega si spendano soldi per fare quindici giorni più tardi quello che si poteva fare il 6 e 7 giugno spendendo meno»
Referendum,
Bossi insiste "Legge elettorale con chi ci sta"
( da "Repubblica.it"
del 03-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Fabrizio Cicchitto torna a ripetete che che in caso di vittoria del sì "la pretesa del centrosinistra secondo la quale, una volta fatto il referendum, poi si dovrebbe ulteriormente cambiare la legge elettorale in Parlamentom sarebbe destituita di fondamento. Questo sì che sarebbe il sogno di una notte di mezza estate".
Bossi:
la Lega sta lavorando a una nuova legge elettorale
( da "Rai
News 24" del 04-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Un partito di minoranza che ha appena consumato un ricatto nei confronti della maggioranza, con il solo obiettivo di affossare il referendum facendolo fissare in estate, non ha titoli istituzionali per pensare alla riforma elettorale nell'interesse generale”
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: stampa Proposta Bossi: «Abbiamo iniziato a scriverla, la faremo con chi ci sta» «Lavoriamo a una nuova legge elettorale» La Lega Nord sta lavorando a una proposta di legge elettorale da far approvare con «chi ci sta»: Umberto Bossi lo ha spiegato ieri all'inaugurazione della allargata sede della Lega Nord a Gemonio,
la
sfida di bossi: legge elettorale col pd - rodolfo sala
( da "Repubblica,
La" del 04-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Però è proprio il partito di Franceschini il principale destinatario della proposta del ministro delle Riforme: le aperture del Pd a un lavoro comune sulla nuova elettorale sono «positive», mentre «a Calderoli e Maroni è già stato dato il compito di lavorare a un nuovo testo».
Bossi:
sto lavorando per fare una nuova legge elettorale con chi ci sta
( da "Unita,
L'" del 04-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Bossi: sto lavorando per fare una nuova legge elettorale con chi ci sta G.V. La Lega Nord sta lavorando a una proposta di legge elettorale da far approvare con «chi ci sta»: Umberto Bossi lo ha spiegato all'inaugurazione della allargata sede della Lega Nord a Gemonio, parlando del referendum.
Bossi
prepara la sua legge elettorale ( da "Corriere della Sera"
del 04-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Reazione «ragionata», dietro la quale c'è forse l'annuncio dello stesso leader della Lega: «Stiamo già scrivendo un ddl di riforma elettorale: la faremo con chi ci sta». Roberto Zuccolini AComo Il ministro Umberto Bossi con la moglie Manuela e il figlio Renzo lo scorso 1Ú maggio (Cavicchi)
ROMA
- La Lega sta lavorando ad una riforma della legge elettorale . L'annun...
( da "Messaggero,
Il" del 04-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Con il sistema che esce dal referendum Berlusconi potrebbe vincere le elezioni per sempre». Stavolta però, nelle parole di Bossi, il tasso di polemica con il Pd era ridotto. La proposta di riforma elettorale ha il Pd come interlocutore. E non solo. Ha anche l'Udc. E persino verso Pier Ferdinando Casini, ieri, Bossi si è mostrato più conciliante.
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Una riforma elettorale con chi ci sta» Roma. Referendum e dintorni stanno diventando il vero test politico per maggioranza e opposizione. Dopo l'annuncio di Berlusconi («voterò sì«), Bossi è sceso in campo in prima persona per avvertire che la Lega sta «lavorando a una legge elettorale da approvare in Parlamento con chi ci sta»
04/05/2009
15:17 REFERENDUM: PARISI A BOSSI, NON ASPETTARE CONSULTAZIONE PER RIFORMA
ELETTORALE ( da "ITnews.it"
del 04-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: (Adnkronos) - "Se Bossi dice che sta scrivendo una nuova legge elettorale vuol dire che riconosce finalmente anche lui che in quella che Calderoli ha definito "una porcata" c'e' qualcosa che non va". E' quanto afferma Arturo Parisi, leader degli ulivisti nel Pd e tra i promotori del referendum.
Fibrillazioni
referendarie ( da "AprileOnline.info"
del 04-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: mise sul tavolo dei partiti per tentare di arrivare a una riforma elettorale condivisa. Finì con lo scioglimento delle Camere e il rinvio di un anno della consultazione popolare. Altro. Il comitato promotore si è detto disponibile a una riforma che scongiuri il referendum, a patto che ne venga fuori una legge che rispetti lo spirito referendario.
Referendum,
pressing della Lega ma il Pd è deciso a votare il "sì"
( da "Cittadino,
Il" del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un "no" al referendum, il segretario dei Democratici Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea - ha detto in un'intervista al «Corriere della Sera»
Referendum:
il Pd fermo sul sì, Lega critica ( da "Giornale di Brescia"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un «no» al referendum, il segretario del Pd Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea con oltre cento voti contro cinque.
E
sul referendum mezzo Pd vuole l'accordo con la Lega
( da "Tempo,
Il" del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: stampa Veto del Pdl: se passa la consultazione non si cambierà di nuovo E sul referendum mezzo Pd vuole l'accordo con la Lega Divisi Il segretario insiste: «Votiamo sì». Lanzillotta: «Nuova legge» Gli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il «porcellum» vanno avanti, e si allargano all'Udc.
Riforma,
la Lega preme sul Pd ( da "Arena, L'"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Martedì 05 Maggio 2009 NAZIONALE Pagina 2 REFERENDUM. Calderoli punta ad un accordo con l'opposizione e avverte il governo: «Irresponsabile aprire una crisi» Riforma, la Lega preme sul Pd ROMA Sul referendum e sulla riforma elettorale il Pdl cerca di rassicurare la Lega, ma Umberto Bossi non si fida e continua il pressing sul Pd per un accordo su una nuova legge.
Legge
elettorale, la Lega si ferma ( da "Italia Oggi"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: di Paolo Silvestrelli La proposta di Bossi di modificare il Porcellum prima del referendum, bocciata anche da Franceschini Legge elettorale, la Lega si ferma Calderoli cambia rotta: prima le riforme costituzionali Dietrofront della Lega Nord sulla possibilità di realizzare una modifica della legge elettorale prima del referendum del 21 giugno.
Riforma
elettorale: la Lega punta i piedi
( da "Libertà"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: lampo con i voti delle opposizioni e di un pezzo della maggioranza? Roberto Calderoli critica il referendum e chiarisce che una nuova legge elettorale arriverà solo dopo la riforma della Costituzione mentre Roberto Castelli avanza il «sospetto» di accordi segreti tra Berlusconi e Franceschini: «Il segretario del Pd dica la verità.
Referendum,
il Pd resiste al pressing leghista
( da "Giorno,
Il (Milano)" del 05-05-2009) + 2 altre fonti
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Dopo il colpo di scena della profferta di Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un no' al referendum, il segretario del Pd, Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea». Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Cota, Calderoli e Castelli, che avanza il «sospetto» di «accordi segreti»
La
Lega in posizione ribaltone marcia contro il referendum
( da "Unita,
L'" del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: marcia contro il referendum La mossa di Buttiglione (Udc): alleanza tra Bossi, Casini e il Pd per modificare la legge elettorale. Ma Franceschini è scettico A.C. Una «grande alleanza» Pd-Lega-Udc per stoppare il referendum, scrivere una nuova legge elettorale e, magari, mettere in campo una nuova coalizione contro Berlusconi?
( da "Giorno, Il (Varese)"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: invita a fare un accordo sul referendum. Hanno le idee confuse». Eppure, se dovesse prevalere la volontà di dialogo, il Carroccio sarebbe pronto a intavolare un discorso di collaborazione sulla legge elettorale. «Ci dimostrino con atti concreti - osserva Candiani - che intendono portare avanti un lavoro comune sulla riforma».
Franceschini a Bossi: La legge elettorale? Dopo il
referendum ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: 24 Ore sezione: POLITICA E SOCIETA data: 2009-05-05 - pag: 19 autore: Riforme. «Noi votiamo sì» - Ma l'Udc apre Franceschini a Bossi: «La legge elettorale? Dopo il referendum» Barbara Fiammeri ROMA Il Pd è disponibile a un confronto con la Lega per riformare l'attuale legge elettorale ma non a costo di rinunciare al referendum.
Sale la tensione Lega-Pdl Bossi assedia l'assediante
( da "EUROPA ON-LINE" del
05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: assediante Se il premier non rinfodera il referendum sarà ribaltone sulle riforme La matematica non è un'opinione, la politica sì. E il loro combinato disposto smentisce i calcoli di Italo Bocchino: «Ogni tentativo di dar vita a nuove leggi elettorali con maggioranze spurie, sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale in parlamento non è possibile nessuna riforma»
referendum, pressing della lega sul pd
( da "Messaggero Veneto, Il"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: La riforma della legge elettorale. Il Pdl avverte: soltanto alla fine di una legislatura si possono cambiare le norme Buttiglione rievoca il 1994: serve una larga intesa per poter battere Berlusconi Referendum, pressing della Lega sul Pd Il leader democratico gela il Carroccio: voteremo sì.
LA LEGA PREME SUL PDPER CAMBIARE LA LEGGEED EVITARE IL
VOTO ( da "Secolo XIX, Il"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un "no"al referendum, il segretario dei Democratici, Dario Franceschini, ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea - ha detto in un'intervista al Corriere della Sera - con oltre cento voti contro cinque.
referendum, franceschini freddo con bossi - goffredo
de marchis ( da "Repubblica, La"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: La linea ufficiale del Pd è quella del sì al referendum e di una riforma da studiare in un periodo successivo. «Ci sono quattro anni per discutere di riforme», mette le mani avanti Dario Franceschini impegnato non nella tessitura di una tela con gli avversari ma nella campagna elettorale, per batterli.
Referendum, pressing sul Pd
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un no al referendum, il segretario del Pd Dario Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea. Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Roberto Cota,
Non un mosaico di pezzi, ma un nuovo insieme
( da "AprileOnline.info" del
05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: proporzionato e motivato agli stipendi di manager, dirigenti d'azienda e di banca; una riforma elettorale che tolga il premio di maggioranza ( mentre il referendum proposto lo aumenterebbe ancora e a vantaggio di una sola lista e non della coalizione),che ripristini la scelta dei candidati da parte degli elettori, che sia fatta sul modello tedesco uscendo da un falso e forzato bipartitismo;
Sul referendum è tregua Pdl-Lega
( da "Avvenire" del
05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: dei voti Dopo le aperture del leader del Carroccio segnali di frenata da parte di ministri Sul referendum è tregua Pdl-Lega Bossi: sì a una nuova legge elettorale Il centrodestra: prima il governo DA ROMA MASSIMO CHIARI È Roberto Calderoli a scandire l'ultimatum: se il referendum raggiunge il quorum si apre la crisi di governo.
Riforma, la Lega preme sul Pd
( da "Brescia Oggi" del
05-05-2009) + 1 altra fonte
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: a trattamento sanitario obbligatorio» e Roberto Castelli avanza il sospetto di «accordi segreti» con il premier. Linda Lanzillotta ha invitato il proprio partito, il Pd, ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge. Antonio Di Pietro, finora favorevole al referendum, ha avvertito che voterà no se manca l'impegno a cambiare la legge.
CLAUDIO SARDO IL PD HA SCELTO IL Sì AL REFERENDUM PER
COLPIRE IL PORCELLUM E APRIRE LA STRAD...
( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 05-05-2009) + 3 altre fonti
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: E questo pronostico ha finito per moltiplicare tatticismi e minacce. C'è tatticismo e furbizia nel sì del Pd, che cerca di mettersi sulla scia del movimento referendario senza pagare il prezzo (almeno finora) di esporsi con una propria proposta di riforma elettorale e istituzionale. SEGUE A PAGINA 10
Il referendum agita il centrodestra, la Lega attacca
( da "Corriere Adriatico" del
05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un no al referendum, il segretario dei Democratici Dario Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: "La direzione ha approvato questa linea - ha detto in un'intervista al Corriere della Sera -
Roma NOSTRA REDAZIONE Potevano pensarci prima di fare
la legge porcata : così... ( da "Gazzettino, Il"
del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: la reazione della Lega mostra che la linea del Pd (sì al referendum per una riforma parlamentare della legge elettorale) «dà i suoi frutti». L'ex ministro Linda Lanzillotta propone invece di avviare subito i contatti con la Lega per una riforma della legge elettorale subito. La stessa idea portata avanti dal presidente dell'Udc, Buttiglione.
Pressing della Lega sul Pdma Franceschini insiste
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: i dirigenti ribadiscono di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dunque una grande alleanza Pd-Udc-Lega per rifare la legge elettorale e poi andare alle urne uniti contro il Pdl. E' la proposta dell'Udc davanti alla prospettiva del referendum che modifica il «porcellum» attribuendo il premio di maggioranza al 55% al partito (e non alla lista)
Pubblicoe privato
( da "Sicilia, La" del
05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Ancora più insidioso per il governo si può rivelare il malumore dei lumbard sul referendum. La Lega non esclude le estreme conseguenze di un ritorno alle urne, se passassero i quesiti elettorali, ma intanto preme sul Pd perché rinunci a sostenere il sì e propone di discutere subito una possibile riforma sul modello tedesco.
Bersani, videoforum a Repubblica tv Ha ragione
Veronica, si muove da Imperatore"
( da "Repubblica.it" del
05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Referendum. "Sono più favorevole all'azzardo di dire sì al referendum, perché il giorno dopo se vincessero i sì avremmo una dinamica, se siamo capaci di coglierla, che renderebbe possibile una modifica seria della legge elettorale. La legge che esce dal referendum va bene a Berlusconi, ma solo a lui.
Il poker del referendum
( da "AprileOnline.info" del
05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Il poker del referendum Andrea Scarchilli , 05 maggio 2009, 17:48 Politica Mentre tramonta l'ipotesi di cambiare la legge elettorale prima della consultazione popolare, Bersani alla possibilità di fare una riforma dopo il voto ci crede sul serio: "E' vero che la legge che esce dal referendum va bene a Berlusconi, ma va bene a lui,
La riforma elettorale? Ognuno la vuole come più gli fa
comodo ( da "Italia Oggi"
del 06-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: di Sergio Soave IL PUNTO La riforma elettorale? Ognuno la vuole come più gli fa comodo Nell'imminenza del referendum sulla legge elettorale, abbinato al secondo turno delle elezioni amministrative, le diverse formazioni politiche prendono posizione, il che probabilmente non avrà effetti immediati, per la difficoltà che venga raggiunto il quorum di partecipazione al voto,
Maroni gela il Pd:
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: così seguire la propria strada sulla consultazione che dovrebbe cambiare la legge elettorale. E c'è anche chi, come Arturo Parisi, immagina di poter cambiare la legge prima del referendum. «Non capisco chi tra noi dice "è troppo tardi". Solo chi pensasse che il referendum è un fine e non un mezzo può andare all'appuntamento referendario senza aver provato tutte le vie ordinarie».
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Il Comitato promotore dei referendum - dice Ceccanti in una nota - ci ha sfidato ad approvare una riforma elettorale prima della consultazione prevista il 21 giugno. E' una sfida che abbiamo il dovere di raccogliere. Per questo ho appena depositato un disegno di legge per ripristinare la legge Mattarella e chiedo a tutti i senatori di tutti i gruppi di aderire»
Brugger: ora la riforma elettorale
( da "Corriere Alto Adige"
del 06-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: evitare di porre in relazione orientamenti sul voto nel referendum con aspettative o ipotesi di riforma della legge elettorale in Parlamento». Ricordando che il Pdl ha escluso «riforme a posteriori», Brugger sottolinea che «non vi sarà riforma elettorale successiva in grado di ottenere ciò che il referendum non contribuirà a restituire ai cittadini e che come Svp riteniamo importante:
Pd, a qualcuno piace il no. Bonino e Casini
all'attacco ( da "Manifesto, Il"
del 06-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: le possibilità di modificare la legge elettorale prima del referendum sono zero». Quindi, «il Pd confronti l'attuale legge, che a questo punto andrebbe rivalutata, e quella che uscirebbe dal referendum. Con il sì il Pd dice che l'esito del referendum gli piace e che dunque gli va bene che ci sarà sempre e solo una maggioranza».
Avvocatura nella Costituzione
( da "Italia Oggi" del
07-05-2009)
Argomenti: Aspetti Legali
Abstract: legali nella Carta L'Oua riapre la partita sul ruolo costituzionale dell'avvocatura. E, questa volta, lo fa salendo direttamente sul Colle. La giunta dell'Organismo unitario dell'avvocatura guidata da Maurizio De Tilla, è stata infatti ricevuta ieri a colloquio dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano a cui ha rivolto un appello affinché si riconosca senza alcun dubbio
ROMAL'aria di referendum fa ritornare in auge il
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: aria di referendum fa ritornare in auge il «Mattarellum», la vecchia legge elettorale semi-maggioritaria sostituita dal sistema proporzionale denominato «Porcellum» che il referendum elettorale vuole spazzare via --> Giovedì 07 Maggio 2009 GENERALI, pagina 5 e-mail print ROMAL'aria di referendum fa ritornare in auge il «Mattarellum»
Un solo articolo per restituire il diritto negato
( da "Bresciaoggi(Abbonati)"
del 07-05-2009) + 1 altra fonte
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: attuale legge che, ricordo, partì dall'Udc. Lei fu il simbolo del referendum (vincente) che nel 1991 aprì la strada alla riforma elettorale con cui fu introdotto il collegio uninominale. Cosa lega questo referendum a quello di 18 anni fa? Anche oggi, come allora, grazie al referendum, che abbiamo ottenuto raccogliendo ben 820 mila firme,
Sbagliate, il Sì è utile
( da "EUROPA ON-LINE" del
07-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: opinione pubblica ha preso coscienza di un problema cui rischiava di assuefarsi, è solo perché 820 mila persone hanno firmato il referendum. E chiunque abbia un minimo di onestà deve ammettere che se il referendum fallisse si chiuderebbe ogni possibilità di riforma. Ai critici del referendum chiedo quindi ad alta voce: ma voi che cosa avete fatto per cambiare le cose?
Un solo articolo per restituire il diritto negato
( da "Arena.it, L'" del
07-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: attuale legge che, ricordo, partì dall'Udc. Lei fu il simbolo del referendum (vincente) che nel 1991 aprì la strada alla riforma elettorale con cui fu introdotto il collegio uninominale. Cosa lega questo referendum a quello di 18 anni fa? Anche oggi, come allora, grazie al referendum, che abbiamo ottenuto raccogliendo ben 820 mila firme,
"Referendum: un solo articolo per restituire il
diritto negato" ( da "Brescia Oggi"
del 07-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: attuale legge che, ricordo, partì dall'Udc. Lei fu il simbolo del referendum (vincente) che nel 1991 aprì la strada alla riforma elettorale con cui fu introdotto il collegio uninominale. Cosa lega questo referendum a quello di 18 anni fa? Anche oggi, come allora, grazie al referendum, che abbiamo ottenuto raccogliendo ben 820 mila firme,
Tre requisiti per la proposta di riforma elettorale
del Pd ( da "EUROPA ON-LINE"
del 08-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: pallottoliere privo di significato politico. Se, cioè, le forze politiche non assumeranno una precisa posizione politica noi assisteremmo ad una campagna elettorale pre referendum condita da una ventina di proposte di riforma elettorale. E, in un contesto politico dominato dalla confusione e dalla propaganda, l'unica cosa che sarà chiara è quella che al 21 giugno si potrà votare Sì,
Un NO per non dare il paese a Berlusconi
( da "Articolo21.com" del
08-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: il caso del referendum elettorale che sembra incendiare gli animi di chi-si badi bene- continua a recitare il mantra del “valore di stimolo per la riforma elettorale”.Una riforma che, ovviamente, essendo affidata a quel lupo che sarà reso più robusto dalla vittoria dei si, non si farà mai.
Casini: siamo l'alternativa al bipolarismo
( da "Gazzetta di Parma (abbonati)"
del 10-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: attuale legge elettorale? Anche la Lega sta lavorando a una proposta di legge da far approvare, ha detto Bossi, con chi ci sta. Che Berlusconi speri che vinca il Sì al referendum lo capisco bene. Lui ha una fame insaziabile di potere e se vince il Sì potrà liberarsi anche della Lega e fare finalmente come gli pare perché la legge rimodellata dal referendum garantirebbe il 55%
CAPRIANO Play off: avere sogni come stimoli nSi canta:
Avere sogni ... ( da "Giornale di Brescia"
del 11-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: ne Pensionati Iseo REFERENDUM «Ecco perché non bisogna andare alle urne» nHo già avuto modo di esprimere alcune mie contrarietà in merito al referendum sulla legge elettorale, ma oggi ritengo necessario esplicitare un impegno attivo per la non partecipazione al voto, con l'obbiettivo di far mancare il quorum.
"il pd ripensi il suo sì rischio di deriva
eversiva" ( da "Repubblica, La"
del 11-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: I quesiti infatti non risolvono i due difetti più grandi dell´attuale legge elettorale, anzi li amplificano: premio di maggioranza e liste bloccate». Franceschini però sostiene che dopo il referendum si farà una nuova legge elettorale. «Io non vedo le condizioni per costruire un altro sistema di voto una volta passato il referendum.
Casini: "Siamo l'alternativa al bipolarismo"
( da "Gazzetta di Parma Online, La"
del 11-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: attuale legge elettorale? Anche la Lega sta lavorando a una proposta di legge da far approvare, ha detto Bossi, con chi ci sta. Che Berlusconi speri che vinca il Sì al referendum lo capisco bene. Lui ha una fame insaziabile di potere e se vince il Sì potrà liberarsi anche della Lega e fare finalmente come gli pare perché la legge rimodellata dal referendum garantirebbe il 55%
Caccia ai paradisi fiscali Il vero obiettivo è lo
scudo CAPITALI ALL'ESTERO/ La battaglia è cominciata e per il momento nel
mirino è finita San Marino, dove è intervenuta anche la
( da "Affari e Finanza (La Repubblica)"
del 11-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Abstract: Negli anni scorsi spesso è stata la Gran Bretagna il freno principale a iniziative coordinate. È difficile che si arriverà a qualcosa di concreto, anche perché i paradisi fiscali sono importanti, ma soprattutto va combattuta la concorrenza fiscale, cioè aliquote diverse per gli stessi redditi all?
Sì al referendum, Dario è solo
( da "Manifesto, Il" del
12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: erano rimasti allineati e coperti sulla proposta del segretario. Come Franco Marini, preoccupato per il 'dopo' 21 giugno. O Giorgio Merlo: «Senza una proposta di riforma elettorale il più possibile condivisa da entrambi gli schieramenti, il referendum si può trasformare in uno strumento difficilmente controllabile e oggettivamente pericoloso.
non regaliamo l'italia a berlusconi - carlo bartoli
( da "Tirreno, Il" del
12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: di scuotere il centrosinistra, promuovendo una battaglia per boicottare il referendum sulla legge elettorale, in netto contrasto con i partiti di appartenenza. Il ragionamento è semplice: con l'attribuzione del premio di maggioranza a una sola lista, Berlusconi potrebbe regnare incontrastato, perfino facendo a meno dei voti della Lega.
Voto, il referendum continua a dividere C'è chi tenta
il blocco ( da "Avvenire"
del 12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Sempre tra i democratici, Giorgio Merlo vuole poi «evitare di andare alla consultazione di giugno a briglie sciolte», perché senza una proposta di riforma elettorale il più possibile condivisa da entrambi gli schieramenti, il referendum si può trasformare in uno strumento «oggettivamente pericoloso».
ROMA. DARIO FRANCESCHINI RESTA IRREMOVIBILE SUL Sì AL
REFERENDUM. MA SI FA SENTIRE LA VOCE DI C...
( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: deciso con soli 5 voti contrari nell'ultima direzione, tanto meno ad impelagarsi in un dibattito sulla riforma elettorale, che non è mai riuscito a partorire un unico modello nel partito. «Dopo il referendum avremo quattro anni di tempo per fare una nuova legge», ha detto domenica a Lucia Annunziata.
Referendum, la grande incognita
( da "AprileOnline.info" del
12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: presiederlo è stato chiamato il professore di diritto costituzionale Gianni Ferrara. Scopo del comitato, si legge in una nota, "è di far fallire il referendum elettorale, che con ben 67 quesiti mira, con un lavoro di 'taglia e cuci', alla manipolazione del sistema elettorale per giungere al bipartitismo coatto assegnando il premio di maggioranza alla lista con il maggior numero di voti.
Referendum La spallata dei sì fa paura alla sinistra
( da "Unita, L'" del
13-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: dice Giorgio Tonini che registra con molta preoccupazione l'allarme post referendum che serpeggia nel suo partito. «Se Berlusconi andasse a elezioni oggi, con i consensi che dice di avere, già con questa legge elettorale non avrebbe bisogno di allearsi con la Lega e si aggiudicherebbe il premio di maggioranza», ragiona in Senato.
Chi vota no
( da "Unita, L'" del
13-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Spiega: fa «una scommessa pericolosa» chi sostiene che dopo il referendum si può fare un'altra legge, visto che le indicazioni del Pdl non vanno in questo senso. Rodotà sottolinea i guasti dell'aver scelto, fin dagli anni '90, il meccanismo dei referendum parzialmente abrogativi per le riforme elettorali.
Perché noi radicali abbiamo, per primi, costituito il
Comitato per il no? Semplice: perché...
( da "Unita, L'" del
13-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: voto oltre i limiti temporali previsti dalla legge sul referendum e al regolamento della Commissione di Vigilanza per le tribune elettorali. Chi, come il Pd, invita a votare sì per poi illudersi di fare la riforma elettorale «tutti insieme appassionatamente» fornisce la motivazione meno sostenibile perché il referendum non è un sondaggio: i padri costituenti vollero il suo esito «
Il pluralismonon va inteso conla moltiplicazionedei
partiti ( da "Secolo XIX, Il"
del 13-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: sostenere una causa per puro spirito di coerenza e procedere verso la disfatta finale, oppure prendere atto che il vento è cambiato e con coraggio attendere tempi migliori per una riforma elettorale. Joanna Pelc E-MAIL 13/05/2009 la casella della sanità i quesiti su SALUTE e benessere, le risposte per vivere meglio FEDERICO MERETA Scrivere a: Il Secolo XIX Casella della Sanità -
Parliamo del nostro futuro, senza aspettare giugno
( da "EUROPA ON-LINE" del
14-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Il tutto incrocia il tema di fondo, che di volta in volta prende le forme di riforma elettorale, di referendum, di bipolarismo, di multipolarismo Son stato e sono un sostenitore del bipolarismo. Non sono quindi un bipolarista pentito. Sono realista, constato solo che il paese ha resistito e continua a resistere allo schema bipolare anglosassone.
L'esercito di scrutatori e presidenti di seggio
( da "Gazzetta di Parma (abbonati)"
del 15-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: In base alla legge di riforma elettorale del dicembre 2005, gli scrutatori non vengono più sorteggiati, ma scelti dalla Commissione tra gli iscritti all'Albo apposito. La Commissione elettorale, che dopo le elezioni amministrative del maggio 2007, è composta, oltre che dal presidente, dai consiglieri comunali Gabriella Biacchi,
Referendum, Calderoli: se vince il sì, elezioni
( da "Avvenire" del
15-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: possibilità di rivedere la legge elettorale» . Ed ecco la novità: «Sia chiaro: se questa condizione non si verificherà, se ci sarà una chiusura e se sarà ribadito che la maggioranza non ha nessuna intenzione di modificare la legge che uscisse dal referendum è evidente aggiunge Castagnetti che viene a cessare la condizione che ha ispirato la direzione del Pd ad assumere quella decisione »
Le retribuzioni basse sono lo specchio di un sistema
in affanno ( da "Stampa, La"
del 18-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Abstract: ed è inferiore non solo a quello di Germania Francia e Gran Bretagna, ma anche a quello di Grecia e Spagna. Questa volta non possiamo dare la colpa alla recessione, anche perché la crisi stessa colpisce con altrettanta intensità il resto dei paesi Ocse. Il basso livello delle retribuzioni è in realtà l'altra faccia della medaglia dei problemi strutturali del Paese.
COSA SIGNIFICA
( da "Gazzetta di Mantova, La"
del 19-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: per poi illudersi di fare una riforma elettorale «tutti insieme appassionatamente», fornisce la motivazione meno sostenibile, perché il referendum non è un sondaggio: i padri costituenti vollero il suo esito «vincolante» mentre i massimi esponenti del Pd lo considerano solo uno stimolo a una successiva riforma di legge.
E a notevole distanza da Germania e Francia (per non
parlare della Gran Bretagna e dei Paesi del...
( da "Messaggero, Il" del
19-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Abstract: Martedì 19 Maggio 2009 Chiudi di GIOVANNI SABATUCCI E a notevole distanza da Germania e Francia (per non parlare della Gran Bretagna e dei Paesi del Benelux). Dati che non possono non preoccupare, se si sommano a quelli sull'evoluzione storica dei livelli salariali, fermi, in termini reali, ai livelli di una decina di anni fa.
Se passa il Referendum si viola la Costituzione
( da "AprileOnline.info" del
20-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e". E di referendum torna oggi a aprlare anche Antonio Di Pietro, per spiegare le ragioni che lo hanno portato in un primo tempo a farsi promotore della raccolta firme e oggi a sostenere con fermezza la necessità di astenersi dall'andare a votare.
Argomenti: Esempi esteri
Abstract: Sicuramente la vicenda mette in luce un'ulteriore riforma del sistema che deve essere perseguita: la netta separazione dei poteri, che in Gran Bretagna ancora non esiste. Il potere politico ha ancora un'enorme influenza formale ma anche indiretta sull'attività della magistratura, sui crimini da perseguire, sulla possibilità di bloccare le inchieste.
FACCIAMO FALLIRE IL REFERENDUM SULLE ELEZIONI
( da "Manifesto, Il" del
21-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: oscuri nella formulazione ma chiari nella finalità di manipolare il sistema di voto, si vuole imporre il bipartitismo coatto, al di là dell'effettiva volontà dei cittadini. Con la vittoria dei sì, si impedirebbe qualsiasi ulteriore riforma elettorale. Con la vittoria dei sì, sarebbe confermato un sistema che trasforma una minoranza elettorale in stragrande maggioranza parlamentare (
Le tante bugie sul referendum STEFANO CECCANTI
( da "Adige, L'" del
22-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Riforma elettorale Le tante bugie sul referendum STEFANO CECCANTI (segue dalla prima pagina) Se il Pdl si sente forte può farlo a prescindere dall'esito dei referendum, anche se correrebbe dei rischi al Senato perché in molte regioni del Nord ci sarebbe una partita a tre Pdl-Pd-Lega dall'esito non scontato o,
Ai tedeschi non piace più il tedesco
( da "EUROPA ON-LINE" del
22-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Abstract: penso che vedremo arrivare delle importanti proposte di riforma costituzionale». Mentre tante democrazie avanzate, inclusi Stati Uniti e Gran Bretagna, hanno adottato un sistema uninominale secco, dopo la guerra la Germania ha optato per un sistema proporzionale modificato nel quale gli elettori sono chiamati a esprimere due voti: uno per il proprio deputato,
CLAUDIO SARDO ROMA. NON è LA PRIMA VOLTA CHE SILVIO
BERLUSCONI USA LE PAROLE COME ARIETE PER...
( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 22-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: è più complicato e controverso della rappresentazione fatta ieri all'assemblea di Confindustria. La riforma approvata nel 2006 dalla maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi fu bocciata proprio dai cittadini con il referendum. E quella riforma conteneva, insieme alla devolution, un parziale rafforzamento dei poteri del premier.
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: abbiamo raccolto 195 firme chiedendo di tornare alla legge elettorale di Mattarella e quindi ai collegi uninominali. Sarebbe logico partire da qui, evitando il referendum». E poi, si interviene sull'esecutivo? I poteri del premier vanno rafforzati? «In questa legislatura, per scelta politica, il premier gode di una maggioranza ampia e omogenea,
di ANTONELLA COPPARI ROMA
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: abbiamo raccolto 195 firme chiedendo di tornare alla legge elettorale di Mattarella e quindi ai collegi uninominali. Sarebbe logico partire da qui, evitando il referendum». E poi, si interviene sull'esecutivo? I poteri del premier vanno rafforzati? «In questa legislatura, per scelta politica, il premier gode di una maggioranza ampia e omogenea,
Napolitano difende Pannella per aiutare la qualità
della democrazia ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 23-05-2009)
Argomenti: Aspetti Legali
Abstract: eppure determinato a riproporre i suoi principi liberali, parlando di «legalità costituzionale» a un paese alquanto distratto. Verso Napolitano non solo gratitudine, si diceva. Nel senso che il gesto forse irrituale del presidente non va letto solo come un atto di riguardo verso un personaggio eccentrico e prestigioso della storia repubblicana.
Giustizia, il premier non farà da solo
( da "Sole 24 Ore, Il" del
23-05-2009)
Argomenti: Aspetti Legali
Abstract: Nel frattempo verrà presentata una legge ordinaria per cambiare il sistema elettorale del Csm, nella quale i candidati togati sono estratti a sorte? Sì, ma se ne sta occupando il ministero e quindi non conoscoi dettagli. La separazione delle carriere e le altre riforme sono sempre agitate in occasione di scontri tra il premier e i magistrati.
Fini: le leggi le fanno le Camere
( da "Eco di Bergamo, L'" del
23-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: rimbecca anche sul disegno di legge di iniziativa popolare come via per accelerare la riforma: «In ogni caso è sempre il Parlamento che decide». «INUTILE DDL D'INIZIATIVA POPOLARE» E anche il Carroccio sembra considerare inutile un disegno di legge visto che, evidenzia il ministro Calderoli, «la proposta della Lega è già in mano al premier».
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Stiamo già raccogliendo le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, volta a ridurre gli sprechi e i costi della politica... ». Il secondo no all'invito dei democratici è quello dell'Udc. «Non siamo disponibili ad alcun incontro, in piena campagna elettorale, almeno fin quando il Pd non cambierà idea sul sostegno al referendum,
Il Pd lancia la sfida "Votiamolo subito in
Aula" ( da "Stampaweb, La"
del 24-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: riforme, compresa la riduzione del numero dei parlamentari. L?unico muro comune è quello di dire no ad una legge di iniziativa popolare. «Basta demagogia. Se una legge serve a Berlusconi, come il lodo Alfano per fermare i suoi processi - dice Franceschini - si fa in tre giorni, se serve agli italiani e se si tratta di ridurre il numero dei parlamentari si raccolgono firme nel Paese.
Berlusconi insiste: le Camere le dimezzo io
( da "Gazzetta di Reggio" del
24-05-2009) + 6 altre fonti
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Stiamo già raccogliendo le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, volta a ridurre gli sprechi e i costi della politica...». Il secondo no all'invito dei democratici è quello dell'Udc. «Non siamo disponibili ad alcun incontro, in piena campagna elettorale, almeno fin quando il Pd non cambierà idea sul sostegno al referendum, che consegnerebbe proprio a Berlusconi,
berlusconi insiste: le camere le dimezzo io
( da "Nuova Venezia, La" del
24-05-2009) + 4 altre fonti
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Stiamo già raccogliendo le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, volta a ridurre gli sprechi e i costi della politica...». Il secondo no all'invito dei democratici è quello dell'Udc. «Non siamo disponibili ad alcun incontro, in piena campagna elettorale, almeno fin quando il Pd non cambierà idea sul sostegno al referendum, che consegnerebbe proprio a Berlusconi,
Parlamentari, subito la raccolta di firme
( da "Arena, L'" del
25-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: che la riforma proposta da Berlusconi è la stessa che aveva tentato di far andare in vigore il Carroccio incappando però nella bocciatura del referendum. «Una settimana fa si era meritato la tessera della Lega ad honorem», si complimenta il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, «oggi dimostra di essere un militante.
La Russa:
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: le firme durante la campagna elettorale» Il ministro della Difesa Ignazio La Russa è pronto a impegnarsi per la raccolta delle firme che serviranno a presentare la proposta di legge popolare sulla riduzione dei parlamentari voluta da Silvio Berlusconi. La Russa, a Milano, ha ricordato che la riduzione era già stata votata con la riforma costituzionale bocciata con il referendum «
ROMA Tutti d'accordo. Occorre tagliare il numero dei
parlamentari. Ma per l'opposi...
( da "Messaggero, Il" del
25-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Il coordinatore del Pdl e ministro La Russa annuncia che la raccolta delle firme «partirà subito, forse già in campagna elettorale» e spiega che «occorre una legge di iniziativa popolare per evitare la bocciatura attraverso il referendum, visto che la sinistra già una volta liquidò la nostra iniziativa in Parlamento, ecco perchè non basta discuterne in Parlamento», sottolinea.
In gioco il futuro del bipolarismo
( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)"
del 25-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Lo status quo che si verrebbe a creare avrebbe una sua forza di inerzia. E scoperchiare il vaso di Pandora della riforma elettorale comporterebbe il rischio concreto di un ritorno al passato. Il referendum Segni del 1993 ha aperto la strada del maggioritario e del bipolarismo, quello Guzzetta-Segni del 2009 potrebbe paradossalmente chiuderla.
Parlamentari,
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: che la riforma proposta da Berlusconi è la stessa che aveva tentato di far andare in vigore il Carroccio incappando però nella bocciatura del referendum. «Una settimana fa si era meritato la tessera della Lega ad honorem», si complimenta il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, «oggi dimostra di essere un militante.
Parlamentari,
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: che la riforma proposta da Berlusconi è la stessa che aveva tentato di far andare in vigore il Carroccio incappando però nella bocciatura del referendum. «Una settimana fa si era meritato la tessera della Lega ad honorem», si complimenta il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, «oggi dimostra di essere un militante.
E Casini disse: Caro Silvio, attento, così governa
Bossi ( da "Panorama.it"
del 25-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: non pensa sia possibile una riforma elettorale, mi pare che lei stia puntando a un'opa futura sul centrodestra. Non addentriamoci nel gossip della politica. Cerco di dare una prospettiva logica alle sue risposte. E allora è chiaro che stiamo investendo sul futuro. Consiglio a tutti di comprare azioni dell'Udc al fixing della politica perché siamo destinati a crescere.
L'ULTIMO AFFONDO
( da "Manifesto, Il" del
26-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Su tale riforma c'è consenso unanime. Basterebbero pochi mesi per approvare una delle proposte di legge già presentate. Ma Berlusconi mira ad altro, ad una spoliazione e a una appropriazione. Dopo aver ridotto con la legge elettorale vigente, il porcellum, i deputati e i senatori a figuranti, sottoposti, perché non eletti dal corpo elettorale,
Parlamento, Di Pietrosfida Berlusconi
( da "Secolo XIX, Il" del
26-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: attraverso un disegno di legge di iniziativa parlamentare. "Spallata" che non piace a Fini, secondo il quale è invece necessario il dialogo con le opposizioni per attuare le riforme. Ma l'idea del premier è bocciata anche da Umberto Bossi, leader della Lega: «Il governo fa le leggi, non può ricorrere all'iniziativa popolare.
Meno parlamentari?Prima, riforma elettorale
( da "Secolo XIX, Il" del
26-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: non è necessario fare un referendum. È sufficiente mettersi d'accordo sulle varie ipotesi di riforma che praticamente tutti i gruppi parlamentari hanno depositato per essere discusse in Parlamento. Per altri, come sottolinea Lorenzo Cuocolo nell'editoriale di ieri, quella questione implica uno sguardo riformatore su molte questioni di cui molti hanno consapevolezza.
Un centinaio di domande
( da "Tempi" del
27-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: legge non piace si può chiedere un referendum per abrogarla. Lei, infatti, al referendum sulla legge 40, votò tre sì. Il referendum ebbe il 75 per cento di astensione. Significa che al 75 per cento degli italiani non interessa se abbiamo leggi orientate religiosamente? 74. Se la legge 40 è una legge «orientata religiosamente», perché la Chiesa non ammette la fecondazione assistita?
Camere
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: «Tutti gli italiani ricordano che nel 2006 la sinistra, con il referendum, bocciò una riforma della Costituzione voluta dal centrodestra che riduceva drasticamente il numero dei deputati e dei senatori. Ora noi proseguiremo in quella giusta battaglia sia con iniziative parlamentari che con iniziative di legge popolari».
D'Alema: Sfidiamo Berlusconi sui problemi reali
( da "AprileOnline.info" del
27-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Referendum. Intervistato da Repubblica Tv il presidente di ItalianiEuropei ha confermato la sua decisione di votare "sì" al referendum sulla legge elettorale: "il referendum è un tema che riguarda un target molto ristretto: durante questa campagna elettorale nessun cittadino mi ha chiesto del referendum".
"Berlusconi capopolo inaffidabile Il taglio dei
seggi? Un diversivo" ( da "Repubblica.it"
del 27-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: "Quando Di Pietro raccoglieva le firme per il referendum", dice l'ex premier, "io dissi che bisognava fare attenzione perché un referendum abrogativo non è in grado di darci una buona legge elettorale. Ma oggi voterò sì. Una posizione diversa potrebbe apparire una difesa della attuale legge che è pessima.
Svolta Bce: il presidente avrà poteri di vigilanza
sulle banche ( da "Secolo XIX, Il"
del 28-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Abstract: ha proceduto alla stesura della riforma. Sebbene nessuno sia uscito ufficialmente allo scoperto, sul piano elaborato da Bruxelles si sarebbero però già formati due schieramenti. Chi, ad esempio in Germania e in Gran Bretagna, lo giudica troppo invasivo rispetto all'autonomia delle autorità di vigilanza nazionali (che però, oggettivamente,
d'alema: uno spettacolo degradante ma la tv censura le
sue contraddizioni - tiziana testa
( da "Repubblica, La" del
28-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: dissi che un referendum non è in grado di darci una buona legge elettorale. Ma oggi voterò sì: una posizione diversa apparirebbe una difesa della legge attuale, che è pessima. Poi, secondo me, il Pd dovrebbe proporre una riforma elettorale di tipo tedesco: sono favorevoli l´Udc, una parte della Lega, solo Berlusconi è ostile».
una costituzione scritta per la gran bretagna -
timothy garton ash ( da "Repubblica, La"
del 29-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: la campagna elettorale è alle porte. Ovviamente le riforme in sé richiederanno tempi più lunghi, è un progetto che si svilupperà probabilmente nell´arco di due mandati, ma non è troppo presto per esigere impegni precisi. Ho provato a buttar giù una lista di richieste da presentare ai candidati della mia circoscrizione elettorale,
Riforma, c'è l'appello
( da "Corriere del Mezzogiorno"
del 31-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: chiedono il via libera alla riforma elettorale e si rivolgono ai parlamentari salentini. Secondo i docenti serve «una riforma della legge elettorale che riavvicini gli eletti agli elettori attraverso il recupero delle preferenze o la reintroduzione del sistema maggioritario, nonché, nell'ottica della valorizzazione dei territori regionali,
Di discussioni sulle riforme elettorali non se ne può
più. Chi si scrive non è un ver...
( da "Unita, L'" del
01-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: abrogazione del sistema delle preferenze multiple che favorivano il voto di scambio. Quella battaglia fu vinta. Oggi, ancora una volta, le sorti del paese sembrano passare da un referendum che ha a che fare con la legge elettorale, ma non è così. Siamo chiamati a votare per cambiare una legge brutta - il Porcellum di Calderoli - allo scopo di introdurre un sistema di voto ancora peggiore,
Il silenzioche parla
( da "Sicilia, La" del
03-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Abstract: Gli unici a cercare di dar vita ad un barlume di campagna elettorale sono i promotori dei referendum, Segni e Guzzetta, che si sono rivolti alla Corte Costituzionale per avere adeguati spazi nelle tribune Rai: la Consulta deciderà martedì prossimo, quando mancheranno appena 12 giorni al voto.
( da "Repubblica, La" del 01-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Pagina 11 - Interni "Se vince il sì, niente riforma elettorale" Referendum, il Pdl sfida Lega e Pd. D´Alema a Franceschini: discutiamo di alleanze Cicchitto: "Nessuna legge di tipo tedesco". Decisa la data, si vota il 21 giugno ROMA - Nel giorno in cui diventa ufficiale la data del referendum (sarà il 21 giugno ha stabilito ieri il consiglio dei ministri) due esponenti del Pdl avvertono il Partito democratico e l´alleato leghista: se si raggiunge il quorum e vincono i sì, bisogna applicare alla lettera il risultato del quesito. Vale a dire, niente ritocchi in Parlamento, nessuna riforma elettorale che attenui il bipolarismo attuale. Con il quesito promosso da Mario Segni e Giovanni Guzzetta nascerebbe un sistema sostanzialmente bipartitico, in cui la forza che ottiene il maggior numero di voti diventa maggioranza. E questa diventerebba la nuova regola elettorale, punto e basta. «Franceschini non faccia il furbo - attacca il capogruppo del Popolo delle libertà alla Camera Fabrizio Cicchitto -. Si può togliere dalla testa che se passa il referendum dopo si fa una nuova legge magari di tipo tedesco. Il Pdl non consentirà che venga smontato il bipolarismo». E Daniele Capezzone a Rep Tv mette altra benzina sul fuoco: «I quesiti referendari sono perfettamente autoapplicativi, ossia lascerebbero una legge elettorale pronta a essere usata, senza alcuna necessità di modifiche». Sono sfide rivolte al Pd, ma chiaramente parlano anche al Carroccio, nemico del referendum. L´altro giorno Roberto Maroni ha minacciato la fine della legislatura in caso di impegno diretto di Silvio Berlusconi nella campagna elettorale. Dunque la partita si complica. E D´Alema prova a prendere la palla al balzo. Conferma il «sì per colpire la legge attuale». Ma guarda oltre la data del 21. «La Lega protesta e si appella a noi. Ma io spero che con loro si apra un confronto sulla legge elettorale più utile al nostro Paese. E se Bossi rispondesse positivamente a questo confronto si aprirebbe una situazione diversa, potrebbe nascere una potenziale nuova maggioranza», spiega l´ex ministro degli Esteri. Non è un mistero che il sistema a cui lui guarda sia il tedesco «con collegi uninominali, una soglia di sbarramento e che eviti coalizioni forzose». Ma questa fase può anche essere quella giusta per costruire un campo diverso nel quale il Pd potrà muoversi nei prossimi anni. «Un nuovo centrosinistra», dice D´Alema. Che contesta a Franceschini il rinvio dell´analisi su questo nodo. «Le alleanze saranno al centro del congresso del Pd. Non possono essere affrontate nel 2012». Sulle riforme invece mette in guardia il premier. «Se le fa da solo è un irresponsabile, un cesarista e un velleitario», dice l´ex premier. Guadagnandosi il plauso di un esponente del centrodestra, il segretario del Pri Francesco Nucara: «I toni sono aspri ma l´osservazione è sensata». Il «sì» di Berlusconi alimenta i sospetti leghisti e la paura democratica per un eventuale blitz del Cavaliere che riporti il Paese alle urne dopo l´eventuale vittoria del quesito. Franceschini è convinto che quella del Cavaliere sia una forzatura tattica, solo un segnale alla Lega senza conseguenze dirette sulla partita referendaria. Ma dentro il partito continuano a mettere in guardia il segretario dalla "voracità" del premier. Dice Linda Lanzillotta: «Se il 7 giugno il responso sarà molto positivo per la Pdl, Berlusconi potrà fare ciò che vuole, anche far passare il quesito e portarci a elezioni anticipate. Gli avremmo dato il Paese in mano». Per questo la Lanzillotta si augura che il vertice del Pd ripensi la scelta del «sì». (g.d.m.)
( da "Sole 24 Ore, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Il Sole-24 Ore sezione: POLITICA E SOCIETA data: 2009-05-01 - pag: 16 autore: La partita elettorale. Il Consiglio dei ministri indice il referendum per il 21 giugno - D'Alema rilancia: dopo le urne sistema tedesco «Se vince il sì niente nuova legge» Il Pdl avverte il Pd - Ma il premio non assicura al premier la maggioranza al Senato Barbara Fiammeri ROMA Sul referendum l'unica certezza per ora è che gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi il 21 giugno prossimo. è questa la data individuata ieri dal Consiglio dei ministri e che verrà ufficializzata dal Capo dello Stato, nonostante le forti critiche dei promotori che puntavano all'election-day (referendum+ europee) del 6 e 7 giugno. Come i partiti arriveranno all'appuntamento è invece troppo presto per dirlo. Il Pdl, dopo il pronunciamento a favore del sì di Silvio Berlusconi, fa sapere ad alleati e avversari che se passerà il quesito referendario, nessuno si illuda che ci si metterà attorno a un tavolo per fare la riforma elettorale. In altre parole si potrà andare a votare con il sistema che viene fuori dalla consultazione popolare e che assegna il premio di maggioranza alla lista – e non più alla coalizione – che ha ottenuto più voti. è un segnale chiaro, che molti definiscono «tattico», ma che comunque non viene sottovalutato né da Bossi né dal Pd. I democratici, pronunciatisi a favore del referendum, devono fare i conti con il rischio di sponsorizzare un'autoflagellazione, come aveva evidenziato il leghista Roberto Maroni auspicando il ripensamento del Pd. E in effetti dentro il partito di Franceschini i dubbi ci sono. Soprattutto dopo l'affondo di Berlusconi. Non a caso Massimo D'Alema, pur essendosi pronunciato a favore del sì, rivolgendosi al Carroccio dice che il referendum potrebbe essere l'occasione per un confronto «su quale legge elettorale è più utile al Paese», rilanciando ancora una volta il modello tedesco. Un sistema che consentirebbe di salvare tanto la Lega che l'Udc, ovvero i due partiti che temono più di ogni altro l'eventuale vittoria dei sì. Ma l'ipotesi di D'Alema sembra difficilmente percorribile. E il Pdl lo mette subito in chiaro. Fabrizio Cicchitto, capogruppo del partito di Berlusconi alla Camera, si rivolge direttamente al segretario del Pd: «Franceschini non può continuare il furbo: qualora il 21 giugno il quorum scatti e prevalgano i sì, quella sarebbe la legge elettorale, convalidata del resto dal responso popolare ». Lo ripete il portavoce del Pdl Daniele Capezzone che a D'Alema replica, sottolineando che la legge tedesca è incompatibile con i principi contenuti nei quesiti referendari. Il Pdl sembra dunque voler fare sul serio. Sfida il Pd e allo stesso tempo mette in guardia la Lega, lasciando intravedere la possibilità che alla fine la macchina del partito si metta in moto per cavalcare il referendum. Ma in realtà sono in pochi a crederci davvero. E forse il primo a non essere convinto è proprio il Cavaliere. La legge che uscirebbe dal referendum non è davvero così favorevole al Pdl come si continua a ripetere. è vero che il premio di maggioranza alla Camera consentirebbe al Pdl, e dunque a Berlusconi, di poter avere la maggioranza assoluta senza dover scendere a patti con nessuno. Ma al Senato rischierebbe grosso. La distribuzione dei premi a Palazzo Madama avviene su base Regionale e non è detto che possa ottenere anche lì un chiaro vantaggio sui suoi avversari. Il premier dunque dovrebbe mettere a repentaglio il suo governo, mandare in frantumi l'alleanza con Bossi e prepararsi a una nuova campagna elettorale senza la certezza di portare a casa una maggioranza tale da renderlo invulnerabile. Certo quel continuare a sbandierare sondaggi che sempre più si avvicinano al 50% lascia pensare: «Può darsi che Berlusconi giochi una partita solo tattica – avverte Linda Lanzillotta del Pd –. Ma potrebbe anche voler aspettare le elezioni europee per saggiare l'appeal del Pdl e, se il responso è positivo, decidere di giocare la carta referendum ». Ecco perché, secondo Lanzillotta, il Pd farebbe bene, dopo il 7 giugno, «a tornare a riflettere su questo argomento». © RIPRODUZIONE RISERVATA I TIMORI DEI DEMOCRATICI Lanzillotta: il Cavaliere potrebbe essere tentato se le europee gli vanno molto bene, dovremmo riconsiderare la questione
( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 01-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge , Esempi esteri
L'INTERVISTA 01-05-2009 Franceschini: c'è un Paese che dice basta Gli italiani non ne possono più di Berlusconi e dei suoi show, di lustrini e fuochi d'artificio di GIULIANO MOLOSSI D ario Franceschini non guarda i sondaggi. Fa bene, perchè si metterebbe di cattivo umore. A poco più di un mese dal voto le prospettive per il Pd non sembrano entusiasmanti. Se si votasse come alle politiche dell'anno scorso, il centrosinistra perderebbe 35 delle 50 amministrazioni provinciali conquistate nel 2004. Il fatto è che potrebbe persino andare peggio perchè negli ultimi dodici mesi, mentre il Pd arrancava, Berlusconi ha continuato a correre. Segretario Franceschini, lo sa cosa si dice in giro? Nei bar ma anche nelle trasmissioni televisive come «Annozero» di Santoro si dice che Berlusconi è straripante e che il Pd è desaparecido. Lei cosa risponde? Rispondo che sono curioso di sapere lei quali bar frequenta. In quelli in cui vado io, così come nelle città e nelle province che sto toccando con il mio viaggio sui treni locali, si dice ben altro. E cioè che non se ne può più di Berlusconi e dei suoi show, che la gente è ancora in attesa di soluzioni concrete alla crisi economica e che il Pd rappresenta la sola speranza di rimettere in piedi il Paese. Altro che desaparecido! Per la svolta del 25 aprile elogi a Berlusconi sono arrivati da vari opinionisti di sinistra: da Eugenio Scalfari su Repubblica, a Claudia Mancina sul Riformista, a Riccardo Barenghi sulla Stampa . Insomma, sembra che la festa della Liberazione si sia trasformata nella festa di Berlusconi, nel suo ennesimo trionfo mediatico. E che le parole di Berlusconi abbiano chiuso il dopoguerra. Qual è la sua opinione? Il fatto che il presidente del Consiglio abbia deciso di accettare il nostro invito a partecipare alle celebrazioni per il 25 aprile non può che essere un bene per il Paese. Berlusconi ha detto in quell'occasione anche cose importanti, ha parlato della Resistenza come valore fondante e di parte giusta e di parte sbagliata. Tutte parole che, però, aveva il dovere di pronunciare prima. Non dimentichiamoci che ha avuto 14 anni per dirle e non lo ha fatto. Non scherziamo, il ritardo con il quale il presidente del Consiglio sceglie di commemorare una delle ricorrenze più sentite dal Paese di certo non trasforma quella ricorrenza nella sua festa. Il 25 aprile è e resta la Festa della Liberazione, una festa di tutti e non di uno solo. Il tempo ci dirà, poi, se le parole pronunciate da Berlusconi erano sincere, o l'en - nesimo tentativo di accentrare su di sé i riflettori. Lei ha chiesto a Berlusconi di partecipare al 25 aprile e lui lo ha fatto, lei ha chiesto a Berlusconi di cancellare la proposta di legge che equipara partigiani e repubblichini e lui lo ha fatto. Adesso gli ha chiesto di non toccare la Costituzione a colpi di maggioranza. Crede che le darà retta anche questa volta? E a proposito di Costituzione, lei ritiene che la Carta sia intoccabile o che abbia bisogno di qualche ritocco per adeguarla ai tempi nuovi? Dopo il discorso del 25 aprile a Berlusconi ho chiesto un secondo passo di coerenza e cioè di dire che non cambierà mai più la Carta Costituzionale a colpi di maggioranza. Tra l'altro, il premier farebbe bene a ricordare che già una volta, nel 2005, il centrodestra ha provato a modificare la Costituzione da solo, subendo poi l'anno successivo una sonora bocciatura al referendum confermativo. E' vero che anche il centrosinistra, nel 2001, modificò la Costituzione senza i voti dell'op - posizione e fu un errore di cui occorre fare ammenda, anche se poi le nostre modifiche furono approvate dal referendum confermativo. Nel merito della questione sono convinto che il problema di ammodernare le nostre istituzioni esista, credo anche però che oggi non sia questa la vera urgenza. La priorità è quella di fronteggiare una crisi economica gravissima, che sta cambiando la vita a milioni di italiani. Non credo che la gente capirebbe se in un momento in cui sono a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro, noi impegnassimo il Parlamento su ragionamenti di ingegneria costituzionale. La verità è che temo che quello di Berlusconi e del governo sia solo l'en - nesimo tentativo di gonfiare un dibattito sulle riforme, non con l'intenzione di farle, ma solo per non parlare ed anzi nascondere ciò che oggi sta davvero a cuore agli italiani, e cioè la crisi e le ricette per uscirne. Lei andrà a votare per il referendum elettorale? E cosa voterà? Ho sempre detto che il referendum non risolve tutte le storture indotte dal «porcellum», che sottrae agli elettori la scelta dei candidati. Ma aldilà del merito del quesito, vi è anche un significato politico indotto dal referendum. Non c'è dubbio che il sistema di voto che risulterebbe dall'appro - vazione dei quesiti non soddisfa il Pd, ma in questo modo si aprirebbe la strada per un ragionamento serio e si porrebbero le basi di partenza per spingere il Parlamento a lavorare per una vera riforma dell'attuale legge elettorale. E' per questa ragione che nella direzione dello scorso 21 aprile ho proposto che il Pd si schierasse per il sì ai due quesiti referendari. Una proposta che è stata approvata con soli 5 voti contrari. Ben diverso da ciò che è accaduto dall'altra parte, dove ancora una volta il padrone si è svegliato una mattina e ha deciso che era per il sì. Qualcuno ha chiesto al presidente del Consiglio qual è il luogo in cui il Pdl ha discusso e deciso, come si fa nei partiti realmente democratici? Cito il referendum ma si potrebbero fare decine di altri esempi. Non pensa che sia opportuna una riforma del sistema elettorale che reintroduca le preferenze? Non crede che gli italiani digeriscano male le liste bloccate, i candidati imposti dall'alto? Il «porcellum» è stato il modo scelto nel 2006 da Berlusconi per avvelenare i pozzi, come ammesso dallo stesso stesore della legge. Il sistema con il quale votiamo oggi dà vita ad un meccanismo perverso, che toglie ai cittadini la possibilità di scegliersi gli eletti, che cancella in un sol colpo il legame dei parlamentari con il territorio e che non scongiura il rischio di trovarci di fronte alla schizofrenia di avere due maggioranze diverse alla Camera e al Senato. E' una legge che va cambiata, non c'è alcun dubbio. Detto questo, le preferenze non sono l'unico sistema che consente un rapporto diretto tra elettori ed eletti. Del resto, chi di noi ha dimenticato le deformazioni a cui si è prestato, fino allo scoppio di Tangentopoli, il meccanismo delle preferenze, con il dilagare del voto clientelare? Il sistema dei collegi uninominali in tal senso è forse quello che meglio si presta da un lato a garantire un legame tra eletti e territorio e dall'altro a lasciare nelle mani dei cittadini il diritto alla scelta. Il 6 e 7 giugno si vota anche per le amministrative. In molti comuni della provincia di Parma il centrosinistra si presenta diviso. Non crede che questo possa favorire il Pdl? Anche senza Rifondazione la litigiosità continua anche all'interno dello stesso Pd. Non funziona ancora l'amalgama fra ex democristiani ed ex comunisti? Nella provincia di Parma si vota in 35 comuni su 47 e di questi solo uno è sopra i 15mila abitanti. Essendo in maggioranza piccoli comuni, è normale che le coalizioni siano formate per lo più da liste civiche. Ciò nonostante, le compagini sono in linea di massima quelle di sempre, con le sole eccezioni dell'ingresso dell'Italia dei Valori in numerosi comuni e la scelta di Rifondazione di fuoriuscire dalla coalizioni di centrosinistra in alcune delle realtà chiamate al voto. Quanto alla litigiosità, è un tema relativo. E' ve - ro che è presente, a Parma come in altri luoghi e come nello stesso Pdl, che da voi è commissariato da oltre un anno e mezzo. La verità è che il Pd rappresenta un progetto impegnativo e dal respiro lungo, quello di far incontrare le due grandi culture del novecento e di far confluire tutti i riformismi in un unico grande partito di centrosinistra. Un progetto che è necessario consolidare. Assestamenti e scossoni sono non solo fisiologici, ma anche segno di grande vitalità. La Marcegaglia sostiene che le Province siano da abolire. Lei cosa ne pensa? Il Pd, intanto, ha proposto di abolire le province delle città metropolitane. Quelle sì che sono un vero spreco. Cominciamo da lì. Di Pietro punta a rosicchiare al Pd molti consensi. Cosa non le piace di Di Pietro? Che non è un uomo di sinistra? Di Pietro purtroppo pare molto più impegnato a fare concorrenza al Pd che a fare opposizione alla destra. Un progetto che ha palesato fin da quando, dopo le elezioni dell'anno scorso, è venuto meno all'impegno di formare un unico gruppo in Parlamento. A lui vorrei dire che toglierci i voti a vicenda non aiuterà a creare le condizioni per vincere. L'elet - torato di Di Pietro e del Pd è tutto nel centrosinistra, per cui travasi tra i nostri due partiti sono naturali. Tuttavia solo un grande partito può battere Berlusconi, non un piccolo partito. Inoltre, mi lasci dire che è singolare che un simbolo di legalità e intransigenza si comporti alle Europee allo stesso modo di Berlusconi, candidandosi a un posto dal quale dovrà dimettersi un attimo dopo essere stato eletto. I trentenni del Pd non risparmiano critiche feroci ai notabili del partito e scalpitano per contare sempre di più? Gli darete spazio? E come? Il Pd nasce proprio con l'obiettivo di liberare le tante energie positive dei giovani. Vogliamo spalancare le porte a tutti quelli che non sono ex di nessuno, ma che sono animati dalla passione e dalla voglia di impegnarsi per il loro Paese. Il futuro è loro e nostro compito è metterli in condizione di dare il loro contributo. Del resto, il Pd è l'unico partito che si è impegnato fortemente per la formazione politica di centinaia di giovani, con la scuola di Cortona a cui hanno fatto seguito le esperienze di Amalfi e del Treno per l'Europa. In Italia c'è un regime come dicono Grillo e Travaglio? Non mi piace parlare di regime, la trovo una forzatura che rischia di non fare un buon servizio alla verità. E' però innegabile che il nostro Paese si trova da quasi un quindicennio in una situazione di forte anomalia, da ascriversi per intero all'abnorme conflitto di interessi di cui è portatore il presidente del Consiglio. Quello di non approvare una legge seria su questo tema resta uno dei grandi errori commessi dal centrosinistra e di cui non possiamo non prendere atto. Ma nessuna anomalia può ridurre al silenzio la coscienza di milioni di persone, dunque nutro grande fiducia negli italiani e nella loro capacità, nonostante lustrini e fuochi d'artificio, di saper dire forte e chiaro che l'idea di Paese di cui è portatrice l'attuale maggioranza non è quella che vogliono. Ottimista Il Pd rappresenta la sola speranza di rimettere in piedi il Paese Referendum Voterò Sì ma serve una riforma del sistema elettorale Di Pietro invece di fare guerra alla destra punta a togliere i voti a noi
( da "Gazzetta di Parma Online, La" del 01-05-2009)
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Dario Franceschini intervistato da Giuliano Molossi: "C'è un paese che dice basta" L'intervista è pubblicata sulla Gazzetta di Parma oggi in edicola di GIULIANO MOLOSSI Dario Franceschini non guarda i sondaggi. Fa bene, perchè si metterebbe di cattivo umore. A poco più di un mese dal voto le prospettive per il Pd non sembrano entusiasmanti. Se si votasse come alle politiche dell'anno scorso, il centrosinistra perderebbe 35 delle 50 amministrazioni provinciali conquistate nel 2004. Il fatto è che potrebbe persino andare peggio perchè negli ultimi dodici mesi, mentre il Pd arrancava, Berlusconi ha continuato a correre. Segretario Franceschini, lo sa cosa si dice in giro? Nei bar ma anche nelle trasmissioni televisive come «Annozero» di Santoro si dice che Berlusconi è straripante e che il Pd è desaparecido. Lei cosa risponde? Rispondo che sono curioso di sapere lei quali bar frequenta. In quelli in cui vado io, così come nelle città e nelle province che sto toccando con il mio viaggio sui treni locali, si dice ben altro. E cioè che non se ne può più di Berlusconi e dei suoi show, che la gente è ancora in attesa di soluzioni concrete alla crisi economica e che il Pd rappresenta la sola speranza di rimettere in piedi il Paese. Altro che desaparecido! Per la svolta del 25 aprile elogi a Berlusconi sono arrivati da vari opinionisti di sinistra: da Eugenio Scalfari su Repubblica, a Claudia Mancina sul Riformista, a Riccardo Barenghi sulla Stampa . Insomma, sembra che la festa della Liberazione si sia trasformata nella festa di Berlusconi, nel suo ennesimo trionfo mediatico. E che le parole di Berlusconi abbiano chiuso il dopoguerra. Qual è la sua opinione? Il fatto che il presidente del Consiglio abbia deciso di accettare il nostro invito a partecipare alle celebrazioni per il 25 aprile non può che essere un bene per il Paese. Berlusconi ha detto in quelloccasione anche cose importanti, ha parlato della Resistenza come valore fondante e di parte giusta e di parte sbagliata. Tutte parole che, però, aveva il dovere di pronunciare prima. Non dimentichiamoci che ha avuto 14 anni per dirle e non lo ha fatto. Non scherziamo, il ritardo con il quale il presidente del Consiglio sceglie di commemorare una delle ricorrenze più sentite dal Paese di certo non trasforma quella ricorrenza nella sua festa. Il 25 aprile è e resta la Festa della Liberazione, una festa di tutti e non di uno solo. Il tempo ci dirà, poi, se le parole pronunciate da Berlusconi erano sincere, o len nesimo tentativo di accentrare su di sé i riflettori. Lei ha chiesto a Berlusconi di partecipare al 25 aprile e lui lo ha fatto, lei ha chiesto a Berlusconi di cancellare la proposta di legge che equipara partigiani e repubblichini e lui lo ha fatto. Adesso gli ha chiesto di non toccare la Costituzione a colpi di maggioranza. Crede che le darà retta anche questa volta? E a proposito di Costituzione, lei ritiene che la Carta sia intoccabile o che abbia bisogno di qualche ritocco per adeguarla ai tempi nuovi? Dopo il discorso del 25 aprile a Berlusconi ho chiesto un secondo passo di coerenza e cioè di dire che non cambierà mai più la Carta Costituzionale a colpi di maggioranza. Tra laltro, il premier farebbe bene a ricordare che già una volta, nel 2005, il centrodestra ha provato a modificare la Costituzione da solo, subendo poi lanno successivo una sonora bocciatura al referendum confermativo. E vero che anche il centrosinistra, nel 2001, modificò la Costituzione senza i voti dellop posizione e fu un errore di cui occorre fare ammenda, anche se poi le nostre modifiche furono approvate dal referendum confermativo. Nel merito della questione sono convinto che il problema di ammodernare le nostre istituzioni esista, credo anche però che oggi non sia questa la vera urgenza. La priorità è quella di fronteggiare una crisi economica gravissima, che sta cambiando la vita a milioni di italiani. Non credo che la gente capirebbe se in un momento in cui sono a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro, noi impegnassimo il Parlamento su ragionamenti di ingegneria costituzionale. La verità è che temo che quello di Berlusconi e del governo sia solo len nesimo tentativo di gonfiare un dibattito sulle riforme, non con lintenzione di farle, ma solo per non parlare ed anzi nascondere ciò che oggi sta davvero a cuore agli italiani, e cioè la crisi e le ricette per uscirne. Lei andrà a votare per il referendum elettorale? E cosa voterà? Ho sempre detto che il referendum non risolve tutte le storture indotte dal «porcellum», che sottrae agli elettori la scelta dei candidati. Ma aldilà del merito del quesito, vi è anche un significato politico indotto dal referendum. Non cè dubbio che il sistema di voto che risulterebbe dallappro vazione dei quesiti non soddisfa il Pd, ma in questo modo si aprirebbe la strada per un ragionamento serio e si porrebbero le basi di partenza per spingere il Parlamento a lavorare per una vera riforma dellattuale legge elettorale. E per questa ragione che nella direzione dello scorso 21 aprile ho proposto che il Pd si schierasse per il sì ai due quesiti referendari. Una proposta che è stata approvata con soli 5 voti contrari. Ben diverso da ciò che è accaduto dallaltra parte, dove ancora una volta il padrone si è svegliato una mattina e ha deciso che era per il sì. Qualcuno ha chiesto al presidente del Consiglio qual è il luogo in cui il Pdl ha discusso e deciso, come si fa nei partiti realmente democratici? Cito il referendum ma si potrebbero fare decine di altri esempi. Non pensa che sia opportuna una riforma del sistema elettorale che reintroduca le preferenze? Non crede che gli italiani digeriscano male le liste bloccate, i candidati imposti dall'alto? Il «porcellum» è stato il modo scelto nel 2006 da Berlusconi per avvelenare i pozzi, come ammesso dallo stesso stesore della legge. Il sistema con il quale votiamo oggi dà vita ad un meccanismo perverso, che toglie ai cittadini la possibilità di scegliersi gli eletti, che cancella in un sol colpo il legame dei parlamentari con il territorio e che non scongiura il rischio di trovarci di fronte alla schizofrenia di avere due maggioranze diverse alla Camera e al Senato. E una legge che va cambiata, non cè alcun dubbio. Detto questo, le preferenze non sono lunico sistema che consente un rapporto diretto tra elettori ed eletti. Del resto, chi di noi ha dimenticato le deformazioni a cui si è prestato, fino allo scoppio di Tangentopoli, il meccanismo delle preferenze, con il dilagare del voto clientelare? Il sistema dei collegi uninominali in tal senso è forse quello che meglio si presta da un lato a garantire un legame tra eletti e territorio e dallaltro a lasciare nelle mani dei cittadini il diritto alla scelta. Il 6 e 7 giugno si vota anche per le amministrative. In molti comuni della provincia di Parma il centrosinistra si presenta diviso. Non crede che questo possa favorire il Pdl? Anche senza Rifondazione la litigiosità continua anche all'interno dello stesso Pd. Non funziona ancora l'amalgama fra ex democristiani ed ex comunisti? Nella provincia di Parma si vota in 35 comuni su 47 e di questi solo uno è sopra i 15mila abitanti. Essendo in maggioranza piccoli comuni, è normale che le coalizioni siano formate per lo più da liste civiche. Ciò nonostante, le compagini sono in linea di massima quelle di sempre, con le sole eccezioni dellingresso dellItalia dei Valori in numerosi comuni e la scelta di Rifondazione di fuoriuscire dalla coalizioni di centrosinistra in alcune delle realtà chiamate al voto. Quanto alla litigiosità, è un tema relativo. E vero che è presente, a Parma come in altri luoghi e come nello stesso Pdl, che da voi è commissariato da oltre un anno e mezzo. La verità è che il Pd rappresenta un progetto impegnativo e dal respiro lungo, quello di far incontrare le due grandi culture del novecento e di far confluire tutti i riformismi in un unico grande partito di centrosinistra. Un progetto che è necessario consolidare. Assestamenti e scossoni sono non solo fisiologici, ma anche segno di grande vitalità. La Marcegaglia sostiene che le Province siano da abolire. Lei cosa ne pensa? Il Pd, intanto, ha proposto di abolire le province delle città metropolitane. Quelle sì che sono un vero spreco. Cominciamo da lì. Di Pietro punta a rosicchiare al Pd molti consensi. Cosa non le piace di Di Pietro? Che non è un uomo di sinistra? Di Pietro purtroppo pare molto più impegnato a fare concorrenza al Pd che a fare opposizione alla destra. Un progetto che ha palesato fin da quando, dopo le elezioni dellanno scorso, è venuto meno allimpegno di formare un unico gruppo in Parlamento. A lui vorrei dire che toglierci i voti a vicenda non aiuterà a creare le condizioni per vincere. Lelet torato di Di Pietro e del Pd è tutto nel centrosinistra, per cui travasi tra i nostri due partiti sono naturali. Tuttavia solo un grande partito può battere Berlusconi, non un piccolo partito. Inoltre, mi lasci dire che è singolare che un simbolo di legalità e intransigenza si comporti alle Europee allo stesso modo di Berlusconi, candidandosi a un posto dal quale dovrà dimettersi un attimo dopo essere stato eletto. I trentenni del Pd non risparmiano critiche feroci ai notabili del partito e scalpitano per contare sempre di più? Gli darete spazio? E come? Il Pd nasce proprio con lobiettivo di liberare le tante energie positive dei giovani. Vogliamo spalancare le porte a tutti quelli che non sono ex di nessuno, ma che sono animati dalla passione e dalla voglia di impegnarsi per il loro Paese. Il futuro è loro e nostro compito è metterli in condizione di dare il loro contributo. Del resto, il Pd è lunico partito che si è impegnato fortemente per la formazione politica di centinaia di giovani, con la scuola di Cortona a cui hanno fatto seguito le esperienze di Amalfi e del Treno per lEuropa. In Italia c'è un regime come dicono Grillo e Travaglio? Non mi piace parlare di regime, la trovo una forzatura che rischia di non fare un buon servizio alla verità. E però innegabile che il nostro Paese si trova da quasi un quindicennio in una situazione di forte anomalia, da ascriversi per intero allabnorme conflitto di interessi di cui è portatore il presidente del Consiglio. Quello di non approvare una legge seria su questo tema resta uno dei grandi errori commessi dal centrosinistra e di cui non possiamo non prendere atto. Ma nessuna anomalia può ridurre al silenzio la coscienza di milioni di persone, dunque nutro grande fiducia negli italiani e nella loro capacità, nonostante lustrini e fuochi dartificio, di saper dire forte e chiaro che lidea di Paese di cui è portatrice lattuale maggioranza non è quella che vogliono.
( da "Secolo XIX, Il" del 03-05-2009)
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Le trappole boomerang di Franceschini PAOLO ARMAROLI Con meticolosità maniacale Dario Franceschini continua a predisporre trappole per il Cavaliere. Ma, com'è come non è, si risolvono regolarmente in colossali fiaschi che si ritorcono come boomerang nei confronti di chi le aveva architettate. È il destino degli apprendisti stregoni. Ma il segretario pro tempore del Pd ci mette del suo, e Domineddio sa se ce ne mette. Basterà ricordare le ultime quattro sconfitte. Alla vigilia del 25 aprile Franceschini sfida Silvio Berlusconi: «Venga con me in piazza a celebrare la festa della liberazione». Era sicuro di ottenere un rotondo no che avrebbe sfruttato per tutta la campagna elettorale. E invece il presidente del Consiglio raccoglie questa opportunità offerta dal suo antagonista su un piatto d'argento e se ne appropria. La celebra prima all'altare della patria e poi a Onna, nel martoriato Abruzzo. E qui, con un colpo di bacchetta magica, compie una metamorfosi significativa. Mentre per troppo tempo questa festa ha rappresentato la vittoria di una parte sull'altra, ora diventa una festa dell'intera nazione. La festa della libertà. La festa contro tutti i totalitarismi del ventesimo secolo. Fascismo, nazismo, comunismo e quant'altro. Ma Franceschini, si sa, ne sa una più del diavolo. E a muso duro intima a Berlusconi di ritirare il disegno di legge presentato alla Camera sull'ordine del tricolore, che parificherebbe ai partigiani i repubblichini. Il presidente del Consiglio al momento non si sbilancia. Dice: «Vedremo». A questo punto il segretario del Pd pensa di averlo messo nel sacco. E, petulante com'è, insiste nella sua perentoria richiesta. Alla fine Berlusconi fa ritirare il provvedimento. Ma Franceschini non può cantare vittoria perché fa una figura barbina. Come sa anche il gatto, a Montecitorio i disegni di legge sono quelli governativi. E invece qui si tratta di una proposta di legge parlamentare. Presentata da Lucio Barani, un socialista, non un estremista di destra. E sottoscritta non solo da alcuni esponenti del Pdl ma anche, almeno originariamente, da tre deputati del Pd. Tra questi c'è uno storico di valore come l'ex sindaco di Brescia Paolo Corsini. Non è finita. La predetta proposta di legge, presentata il 23 giugno dell'anno scorso, è stata posta all'ordine del giorno della commissione Difesa una sola volta, il 12 novembre. Quando il presidente della commissione, il finiano Edmondo Cirielli, ha svolto la relazione introduttiva. Dopo di che è stata chiusa in un cassetto e se ne sono perse le tracce. Insomma, se più vi piace, è stata malinconicamente avviata su un binario morto. Per di più il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga, prendendo la parola dopo Cirielli, si è limitato a dire - come da prassi - che si sarebbe riservato d'intervenire nel prosieguo di un dibattito che per il vero non è mai cominciato. E allora delle due l'una, onorevole Franceschini: o lei non sapeva come stavano le cose, e quindi ha parlato a vanvera, o ne era al corrente, e perciò la sua richiesta è stata pretestuosa. In ogni caso il numero uno del Pd ha sparato contro un provvedimento morto e sepolto. Mentre al presidente del Consiglio non è costato niente far ritirare un'iniziativa legislativa senza futuro. Come i giapponesi nella giungla alla fine della seconda guerra mondiale, onore al merito (sic!), Franceschini non si arrende mai. Consapevole che la miglior difesa è l'attacco, è partito in quarta. Berlusconi non faccia il furbo, ha tuonato. «Non si permetta di riformare la Costituzione a colpi di maggioranza». Ora, siamo giusti. Ci vuole davvero una bella faccia tosta nel predicare bene dopo aver razzolato male come un qualsiasi padre Zappata. Già, perché si dà il bel caso che l'unica riforma costituzionale fatta a colpi di maggioranza è stata quella del titolo V della Parte seconda della Costituzione. Dedicata ai rapporti tra Stato e Regioni. Un'impresa che ha visto protagonista, manco a dirlo, il centrosinistra. Agli sgoccioli della tredicesima legislatura e con quattro voti di maggioranza. Ciò premesso, Berlusconi ha avuto buon gioco nel replicare che nulla di tutto ciò sta scritto in alcun articolo della suprema legge della Repubblica. Già che c'era, con una pedanteria professorale che ha tutta l'aria di una presa in giro, il presidente del Consiglio si è tolto lo sfizio di commentare l'articolo 138 della nostra legge fondamentale. Che prevede due quorum in alternativa. Nella seconda lettura parlamentare o c'è la maggioranza assoluta dei componenti, nel qual caso è possibile il ricorso al referendum confermativo, o c'è la maggioranza dei due terzi dei componenti, e allora tutto finisce qui. Non a caso Pietro Nenni all'Assemblea costituente disse che se democristiani, socialisti e comunisti si fossero trovati d'accordo, si poteva modificare la Costituzione a piacimento. Senza scomodare il popolo sovrano. Certo, è auspicabile una maggioranza quanto più ampia possibile, perché le regole del gioco valgono per tutti. Ma l'opposizione non può pretendere un diritto assoluto di veto. Perché avremmo la riprova che nel nostro Belpaese di progressivo non c'è che la paralisi. E siamo, almeno per ora, al quarto e ultimo round. Franceschini ha accusato Berlusconi, ossia la sua sempiterna ossessione, di avere in mente «un mondo di lustrini, veline e denari». E, rincarando la dose, ha tuonato a brutto muso: «Cosa ne sa un miliardario, che viaggia su un aereo privato da una villa all'altra, delle donne italiane e della loro fatica?». Il presidente del Consiglio avrà anche fatto marcia indietro. Sta di fatto che ha sbugiardato i giornali che favoleggiavano di veline a gogò tra i candidati alle elezioni europee. Si farà accompagnare nei comizi solo da tre belle donne con le carte in regola. E sarà, vedrete, un altro successo. Però, diciamocela tutta: questo Cavaliere esagera. A sua maggior gloria, s'inventa un Franceschini. E, pur di occupare per intero la scena mondiale, fa ingelosire la consorte. Che non le manda a dire. Speriamo solo che non se ne esca con una delle sue battute. Magari questa: «Non è vero che tutte le mogli sono uguali. No, una è peggio dell'altra». PAOLO ARMAROLI (paoloarmaroli@tin.it) è docente di Diritto pubblico comparato e di Diritto parlamentare all'Università di Genova. 03/05/2009
( da "Eco di Bergamo, L'" del 03-05-2009)
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«Siamo noi la vera opposizione» --> Domenica 03 Maggio 2009 GENERALI, pagina 5 e-mail print Costruire un'alternativa sui territori per preparare un'alternativa di governo: Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei valori, delinea la strategia di partito per le prossime elezioni amministrative e chiede un voto sulla base dei programmi e dei candidati messi in campo. E respinge, nel contempo, l'accusa di populismo, rivendica la capacità dell'Idv di avanzare proposte concrete per superare la crisi economica e di fare un'opposizione senza preconcetti, come dimostra il voto a favore sul federalismo fiscale. Infine, anticipa il voto a favore del referendum elettorale del 21 giugno. I rapporti tra Pd e Idv sembrano sempre più tesi: è ancora possibile una collaborazione? «Non mi interessano le polemiche. L'Italia dei valori vuole parlare non tanto a chi è di sinistra, di destra o a coloro che hanno votato Lega, ma vuole parlare ai cittadini per presentare le sue proposte concrete per far fronte ai problemi dell'occupazione, del lavoro, delle aziende». Nello specifico? «La crisi economica è mondiale, ma a oggi il governo non ha ancora proposto interventi concreti. L'Idv ha presentato un pacchetto di proposte per le piccole e medie imprese, proposte con le quali chiediamo, ad esempio, alla pubblica amministrazione di pagare i fornitori entro trenta giorni, dove insistiamo perché gli Enti locali in regola con i conti possano sforare il Patto di stabilità per investire in ricerca, innovazione e solidarietà. Su queste proposte vogliamo chiedere un voto per l'Italia dei valori». Ma cosa risponde all'accusa, che le viene mossa da più parti, di fare una politica populista per recuperare qualche voto in più? «I voti sono un atto di fiducia che i cittadini esprimono nei confronti dei partiti per quello che hanno o non hanno fatto: se l'Italia dei valori prende più voti è perché oggi sa fare opposizione, ma, nel contempo, sa anche costruire un'alternativa. Se ci criticano è per il mal di pancia dell'invidia, perché vedono che noi riusciamo a stare dentro i problemi quotidiani dei cittadini. L'Idv fa un un'opposizione senza preconcetti, come dimostra il nostro voto a favore del federalismo fiscale». Perché avete votato sì? «Abbiamo votato il federalismo a ragion veduta: siamo convinti che il controllo delle entrate svolto in sede locale, una più equa redistribuzione delle risorse, una maggiore responsabilità nell'individuazione delle priorità da parte degli Enti locali e il controllo delle spesa da parte dei cittadini possano far funzionare meglio la macchina amministrativa e siano un'occasione positiva per rilanciare le specificità e le potenzialità dei territori». Qual é la vostra posizione sul referendum del 21 giugno per la modifica delle legge elettorale? «Voteremo sì: senza questo referendum non si può fare nessuna riforma elettorale. Noi crediamo nel sistema bipolare. L'attuale legge elettorale è una "porcata", come l'ha definita chi l'ha scritta. Il referendum, che noi abbiamo voluto, è uno strumento necessario per obbligare il Parlamento a una riforma della legge elettorale che noi vorremmo venisse fatta sul modello tedesco. Deploriamo il fatto che per qualche interesse di bottega si spendano soldi per fare quindici giorni più tardi quello che si poteva fare il 6 e 7 giugno spendendo meno». Come si presenta l'Idv alle prossime elezioni amministrative? «Proponiamo candidati credibili, di qualità, preparati. L'Idv è una forza che vuole assumersi le proprie responsabilità; per questo chiediamo il voto agli elettori. Crediamo di poter costruire, oggi, un'alternativa a livello territoriale e, domani, sul piano nazionale. Invitiamo i cittadini a votare non più per "partito preso", ma alla luce di quello che i partiti hanno fatto, o meno, in concreto in questi anni. E crediamo che l'Italia dei valori stia lavorando bene». Gianluigi Ravasio 03/05/2009 nascosto-->
( da "Repubblica.it" del 03-05-2009)
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GEMONIO - "La Lega Nord sta lavorando a una proposta di legge elettorale da far approvare con "chi ci sta": Umberto Bossi gioca d'anticipo, vede con favore le aperture del Pd ad un lavoro comune sulla legge elettorale e torna a ripetere il no del Carroccio alla consultazione fissata per il 21 giugno. "Stiamo già pensando a una legge elettorale, perché non ci presenteremo a mani vuote - spiega il Senatur - Il compito è stato dato a Calderoli e Maroni. Come fa la sinistra a far votare sì al referendum? Se vota sì Berlusconi vince sempre le elezioni". Ed è per questo, secondo Bossi, che l'opposizione dovrebbe pensarci. Ed è per questo che il Carroccio offre una sponda comune. "Noi ci pensiamo - continua Bossi - per motivi di democrazia e anche per motivi di interesse della Lega. Sono convinto che certe leggi vadano fatte democraticamente in parlamento, non inventandosi un referendum che la gente non capisce. Abbiamo deciso di iniziare a scrivere la legge la faremo girare e la faremo con chi ci sta". L'attivismo della Lega imbarazza il Pdl. In particolare gli uomini che vengono da An. "Del referendum ne parleremo dopo l'8 giugno. Con la Lega non ci sono problemi, stiamo facendo una campagna elettorale insieme in tutte le citta' capoluogo". E se Italo Bocchino chiede di evitare tensioni sulla consultazione referendaria, Fabrizio Cicchitto torna a ripetete che che in caso di vittoria del sì "la pretesa del centrosinistra secondo la quale, una volta fatto il referendum, poi si dovrebbe ulteriormente cambiare la legge elettorale in Parlamentom sarebbe destituita di fondamento. Questo sì che sarebbe il sogno di una notte di mezza estate". Replica a stretto giro il democratico Giorgio Merlo: "Il referendum, come sappiamo, non può trasformarsi in una straordinaria occasione per confermare il potere assoluto di Berlusconi. Serve una nuova legge elettorale". OAS_RICH('Middle'); Per Orlando dell'Idv "il referendum è uno strumento per migliorare la legge elettorale, il grimaldello per cambiare il 'porcellum', che è una pessima legge elettorale". Mentre il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta si dice fiducioso che "i cittadini andranno a votare in massa". (3 maggio 2009
( da "Rai News 24" del 04-05-2009)
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Roma | 3 maggio 2009 Bossi: la Lega sta lavorando a una nuova legge elettorale Umberto Bossi Certe cose, come la riforma elettorale, "vanno fatte in Parlamento democraticamente, non inventandosi un referendum che la gente non capisce". E' l'opinione del leader della Lega, Umberto Bossi, che alle telecamere del Tg1 annuncia che il Carroccio ha gia' iniziato a "scrivere" una proposta di legge elettorale da approvare "con chi ci sta". Umberto Bossi ha affidato a Calderoli e Maroni il delicato compito. Il 'senatur' ha ribadito il suo no alle urne e ha strizzato l'occhio ad un impegno comune con il Pd per migliorare le norme elettorali invitando i democratici a cambiare rotta sul referendum: "Ma come fa la sinistra a votare si'? Berlusconi potrebbe vincere le elezioni per sempre". "Messa all'angolo dall'iniziativa referendaria, anche la Lega ha capito che la legge elettorale, la 'porcata' di Calderoli, va cambiata. Meglio tardi che mai". E' quanto scrive in una nota Giovanni Guzzetta, presidente del comitato promotore ed estensore dei quesiti referendari. "Certo, un'iniziativa in zona Cesarini, per di piu' proveniente dalla Lega, appare oggi quantomeno sospetta. Un partito di minoranza che ha appena consumato un ricatto nei confronti della maggioranza, con il solo obiettivo di affossare il referendum facendolo fissare in estate, non ha titoli istituzionali per pensare alla riforma elettorale nell'interesse generale”. Con l'avvicinarsi del 21 giugno, data di apertura delle urne referendarie, le polemiche rischiano di infiammarsi.
( da "Tempo, Il" del 04-05-2009)
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stampa Proposta Bossi: «Abbiamo iniziato a scriverla, la faremo con chi ci sta» «Lavoriamo a una nuova legge elettorale» La Lega Nord sta lavorando a una proposta di legge elettorale da far approvare con «chi ci sta»: Umberto Bossi lo ha spiegato ieri all'inaugurazione della allargata sede della Lega Nord a Gemonio, parlando del referendum. Il ministro ha definito «positive» le aperture del Pd a un lavoro comune sulla legge elettorale, ripetendo ancora una volta la sua contrarietà alla consultazione fissata per il 21 giugno. «Stiamo già pensando a una legge elettorale, perché non ci presenteremo a mani vuote — ha spiegato — Il compito è stato dato a Calderoli e Maroni». «Come fa la sinistra — ha aggiunto — a far votare sì? Se vota sì Berlusconi vince sempre le elezioni». Ed è per questo, secondo Bossi, che l'opposizione dovrebbe pensarci. «Noi ci pensiamo — ha spiegato — per motivi di democrazia e anche per motivi di interesse della Lega. Sono convinto che certe leggi vadano fatte democraticamente in Parlamento, non inventandosi un referendum che la gente non capisce». «Abbiamo deciso di iniziare a scrivere la legge — ha concluso — la faremo girare e la faremo con chi ci sta». Poi il ministro per le riforme ha commentato anche la vicenda del divorzio tra Veronica Lario e Silvio Berlusconi: «Secondo me bisogna stare attenti quando ci sono dei figli, quando c'è una moglie, a non farla star male».
( da "Repubblica, La" del 04-05-2009)
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Pagina 18 - Interni La sfida di Bossi: legge elettorale col Pd "Sul referendum Franceschini ci ripensi". Soro: discutiamo, ma no a marce indietro RODOLFO SALA DAL NOSTRO INVIATO GEMONIO - (VARESE) C´è il referendum, ma la Lega non si presenterà all´appuntamento «a mani vuote». E nonostante quel che dicono gli alleati del Pdl, invita con il suo leader a far tornare la palla al Parlamento. «Stiamo lavorando a una proposta di legge elettorale da far approvare con chi ci sta», dice Umberto Bossi nella sua Gemonio, dove ieri ha festeggiato con un centinaio di militanti il "raddoppio" della sede del Carroccio. Locali ampliati, quello nuovo i leghisti lo hanno soffiato al Pd, che stava per comprarselo, «ma noi siamo arrivati prima». Però è proprio il partito di Franceschini il principale destinatario della proposta del ministro delle Riforme: le aperture del Pd a un lavoro comune sulla nuova elettorale sono «positive», mentre «a Calderoli e Maroni è già stato dato il compito di lavorare a un nuovo testo». Semmai c´è da chiedersi «come fa la sinistra a far votare sì?». Insomma: «Così vince sempre Berlusconi», ed è per questo che l´opposizione dovrebbe ripensarci: «Noi ci pensiamo, per motivi di democrazia e anche per motivi di interesse della Lega». Per il Pd replica il capogruppo alla Camera Antonello Soro. Bene l´invito di Bossi, «perché fin dall´inizio della legislatura sosteniamo che le regole e le riforme vanno fatte in una logica diversa da dualismo tra maggioranza e opposizione». Quindi «se da parte di Bossi c´è la disponibilità ad arrivare a una legge condivisa, che tenga insieme rappresentanza e governabilità, noi l´accogliamo con favore». Ma di cambiare idea sull´indicazione di voto al referendum non se ne parla: «Dire sì il 21 giugno è dire no a questa pessima legge attuale, un nostro disimpegno potrebbe essere interpretato come volontà di confermarla». In ogni caso il sì annunciato da Berlusconi «è solo un bluff». Ma Bossi apre un altro fronte dentro la maggioranza. Lo fa replicando a Ignazio La Russa, che su sicurezza e immigrazione ha annunciato di volersi riprendere «quella parte di nostri voti andati l´anno scorso alla Lega». Annuncio un po´ tronfio, secondo il Senatùr: «è più facile dirlo che farlo, non si può impedire in Parlamento di far passare le leggi sulla sicurezza e poi dire alla gente "dammi i voti"». Insomma: «La gente non è scema», aggiunge rinverdendo le polemiche sulle ronde e sull´obbligo di denuncia degli immigrati irregolari da parte dei medici. E conferma che sarà il prossimo Consiglio dei ministri a decidere se mettere o meno la fiducia al pacchetto Maroni. Ce n´è anche per l´Udc, ma i toni di Bossi sono meno perentori di quelli di Calderoli, che chiede tout court l´espulsione degli assessori di Casini dalle giunte locali di centrodestra: «Ci sono momenti in cui dobbiamo lasciare andare le cose, capire come vanno, e poi trarre le giuste conseguenze»
( da "Unita, L'" del 04-05-2009)
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Bossi: sto lavorando per fare una nuova legge elettorale con chi ci sta G.V. La Lega Nord sta lavorando a una proposta di legge elettorale da far approvare con «chi ci sta»: Umberto Bossi lo ha spiegato all'inaugurazione della allargata sede della Lega Nord a Gemonio, parlando del referendum. Il ministro ha definito «positive» le apertura del Pd a un lavoro comune sulla legge elettorale, ripetendo ancora una volta la sua contrarietà alla consultazione fissata per il 21 giugno. «Stiamo già pensando a una legge elettorale, perché non ci presenteremo a mani vuote - ha spiegato -. Il compito è stato dato a Calderoli e Maroni». «Come fa la sinistra - ha aggiunto - a far votare sì? Se vota sì Berlusconi vince sempre le elezioni». Ed è per questo, secondo Bossi, che l'opposizione dovrebbe pensarci. «Noi ci pensiamo - ha spiegato - per motivi di democrazia e anche per motivi di interesse dela Lega. Sono convinto che certe leggi vadano fatte democraticamente in parlamento, non inventandosi un referendum che la gente non capisce». «Abbiamo deciso di iniziare a scrivere la legge - ha concluso -, la faremo girare e la faremo con chi ci sta». Vrepe nel Pd ci sono. «Se Berlusconi dovesse confermare l'indisponibilità a qualunque riforma e l'intenzione, in caso di vittoria del sì, di tornare al voto con la normativa risultante dai quesiti referendari, allora il Pd dovrà riconsiderare la propria posizione. Non potremo più votare sì», ha detto Enrico Letta, deputato del Pd, intervistato dal Messaggero. «Franceschini sfidi Berlusconi ad esprimersi chiaramente sul tema. Se il premier ribadisse il rifiuto di ogni riforma in Parlamento, il Pd non potrebbe che prenderne atto e adeguare la sua strategia al tentativo di Berlusconi di truccare la carte». Il fattore referendum sta mettendosi di traverso tra Pdl e Lega. Bossi lancia un appello al Pd, per non continuare a sostenere il sì al referendum, dopo quello strumentale di Berlusconi. Nei democratici crescono i dubbi.
( da "Corriere della Sera" del 04-05-2009)
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Corriere della Sera sezione: Politica data: 04/05/2009 - pag: 12 Le alleanze Il leader udc dopo l'ultimatum degli ex an: ai ballottaggi potremmo non sostenerli Bossi prepara la sua legge elettorale «La faremo con chi ci sta». E Casini: il Pdl ha capito che diamo fastidio ROMA Forse alla fine potrebbe essere la Lega a calmare, almeno per il momento, la rivolta del centrodestra contro l'Udc che va da sola alle amministrative. Perché Umberto Bossi ha annunciato che sta scrivendo «una nuova legge elettorale». E che la farà «con chi ci sta». Forse anche con il Pd. Ma se c'è un partito che non digerisce affatto il referendum, difeso invece da Berlusconi, è proprio l'Udc. Per il resto Pier Ferdinando Casini appare tranquillo. Anzi sorridente. Sostiene cioè di non essere «assolutamente preoccupato » dell'ultimatum del Pdl: «Dicono che se andiamo da soli ci fanno uscire dalle giunte del Nord? È un anno che lo minacciano. Solo che ora hanno capito che presentandoci in modo autonomo diamo più fastidio del previsto». Quindi: «Potranno pure tentare di arraffare qualche amministratore locale. Ma più lo fanno, più aumentiamo nei sondaggi. E comunque se sono così irritati vuol dire che non li disturberemo per i ballottaggi». Vale a dire che l'Udc potrebbe scegliere di non sostenere i candidati del centrodestra al secondo turno ponendo a rischio la vittoria della maggioranza in più Comuni e Province. Ed è quest'ultima battuta, pronunciata con nonchalance dall'ex Presidente della Camera, a far capire che la guerra tra Pdl e Udc è già cominciata da un pezzo e non terminerà facilmente anche dopo le elezioni. Il giorno prima era stato il partito di Berlusconi e, in particolare, gli esponenti che vengono da An, a lanciare l'ultimatum. Ieri si è aggiunto anche quello del leghista Roberto Calderoli, che chiama gli uddiccini «camaleonti» invitandoli ad uscire dalle giunte di Lombardia, Veneto e Friuli. E il sindaco di Verona, Flavio Tosi, chiede al governatore Galan la testa dell'assessore regionale udc Valdegamberi. Per il Friuli risponde il Pdl locale sostenendo che «non c'è alcun problema con il partito di Casini». E, più in generale, per i rapporti con la Lega interviene l'udici Roberto Rao: «Non se davvero il Pdl sia così convinto di scaricarci nel Nord affidandosi esclusivamente alla Lega per le giunte locali. Tanto per fare un esempio, il governatore del Veneto Giancarlo Galan mi sembra molto prudente. E comunque, facciano pure, se vogliono: noi guardiamo lontano. Chi voleva andare con il Pdl c'è andato mentre il nostro elettorato si sta rafforzando al centro intercettando anche gli scontenti del Pd». Nel mirino dell'Udc c'è in particolare Ignazio La Russa che era stato il primo a lanciare il nuovo affondo contro «la politica dei due forni». Gli risponde il segretario del partito, Lorenzo Cesa: «Consiglio a La Russa di fare il ministro e di occuparsi meno di noi: noi abbiamo fatto una scelta coerente, molto diversa dalla 'politica della poltrona' ». Ma il titolare della Difesa insiste e, anzi, allarga il suo attacco anche al Mpa di Lombardo: «Per loro vale lo stesso ragionamento fatto sull'Udc». Alla fine a frenare i suoi compagni della Lega e del centrodestra in generale nella rivolta anti-Udc, è Umberto Bossi in persona: «Aspettiamo prima di decidere: ci sono momenti in cui dobbiamo lasciare andare le cose, capire come vanno e poi trarre le giuste conseguenze». Reazione «ragionata», dietro la quale c'è forse l'annuncio dello stesso leader della Lega: «Stiamo già scrivendo un ddl di riforma elettorale: la faremo con chi ci sta». Roberto Zuccolini AComo Il ministro Umberto Bossi con la moglie Manuela e il figlio Renzo lo scorso 1Ú maggio (Cavicchi)
( da "Messaggero, Il" del 04-05-2009)
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Lunedì 04 Maggio 2009 Chiudi di CLAUDIO SARDO ROMA - La Lega «sta lavorando ad una riforma della legge elettorale». L'annuncio di Umberto Bossi è la risposta al sì di Silvio Berlusconi al referendum. Una risposta non proprio amichevole visto che, alla domanda del cronista: «Voterete la proposta insieme al Pdl?», lo stesso Bossi ha replicato: «La approveremo in Parlamento con chi ci sta». Tra i leghisti c'è grande preoccupazione per il referendum. Bobo Maroni ha detto pubblicamente che, se vincerà il sì, la legislatura è destinata a concludersi rapidamente. In privato i massimi dirigenti della Lega disegnano scenari in cui, all'indomani di un buon successo alle Europee, Berlusconi potrebbe gettarsi nella campagna referendaria e poi correre a nuove elezioni per prendere per sè tutto il premio di maggioranza. «Ma come fa la sinistra a votare sì? - ha ripetuto ieri Bossi - Con il sistema che esce dal referendum Berlusconi potrebbe vincere le elezioni per sempre». Stavolta però, nelle parole di Bossi, il tasso di polemica con il Pd era ridotto. La proposta di riforma elettorale ha il Pd come interlocutore. E non solo. Ha anche l'Udc. E persino verso Pier Ferdinando Casini, ieri, Bossi si è mostrato più conciliante. In giornata Roberto Calderoli aveva fatto propria e rilanciata la polemica aperta da Ignazio La Russa: se l'Udc conferma la scelta centrista in gran parte delle amministrazioni locali, allora va espulsa dai governi di centrodestra della Lombardia, del Veneto e anche della Sicilia. Calderoli era stato anche più duro di La Russa: «Noi siamo contro il bipartitismo, ma anche contro la politica dei due forni». E la richiesta di estromettere l'Udc è stata estesa alla Regione Friuli (dove si è votato di recente e l'Udc è stata determinante nella vittoria di Renzo Tondo). Casini ha risposto: «Questi ultimatum fanno sorridere». Poi è intervenuto Bossi: «Ci sono momenti in cui dobbiamo lasciare andare le cose, capire come vanno, e poi trarre le giuste conseguenze». Oggi la rete di protezione da un Berlusconi, che dopo l'eventuale vittoria del sì potrebbe impedire qualunque riforma in Parlamento, passa da un'intesa tra Lega, Pd e Udc. Insieme questi tre partiti raggiungono la maggioranza dei voti sia alla Camera che al Senato (sempre che il Pd trovi quella compattezza sul tema che oggi non ha). «Dopo il referendum il Pdl non ha i numeri per impedire che si faccia una nuova legge elettorale» ha detto Dario Franceschini a diversi dirigenti Pd, anch'essi allarmati per il «sì senza ulteriori riforme» di Berlusconi. Anche i democrat si sono messi al lavoro su un testo. E qualche ambasciatore già si è mosso verso la Lega. Per ora Calderoli e Maroni, delegati da Bossi, tengono riservato il loro modello. Forse non l'hanno ancora ben definito. La base potrebbe essere il modello tedesco, comunque con alcuni correttivi. Ma la bozza dipenderà anche dallo schieramento disposto a sostenerla. È chiaro che la mossa della Lega vale innanzitutto come una minaccia al Pdl, come una pressione per portarlo al tavolo della trattativa. Per ora tuttavia il Pdl si mostra indisponibile. Il portavoce Daniele Capezzone sostiene che la vittoria del sì aprirà la strada «ad una Terza Repubblica con maggiore semplificazione politica». Per Fabrizio Cicchitto, che pure è contrario al referendum, «se passa il sì, sarebbe poi molto difficile cambiare la legge in Parlamento».
( da "Sicilia, La" del 04-05-2009)
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«Una riforma elettorale con chi ci sta» Roma. Referendum e dintorni stanno diventando il vero test politico per maggioranza e opposizione. Dopo l'annuncio di Berlusconi («voterò sì«), Bossi è sceso in campo in prima persona per avvertire che la Lega sta «lavorando a una legge elettorale da approvare in Parlamento con chi ci sta», e ha affidato a Calderoli e Maroni il delicato compito. Il Senatùr ha ribadito il suo no alle urne e ha strizzato l'occhio a un impegno comune con il Pd per migliorare le norme elettorali, invitando i Democratici a cambiare rotta sul referendum: «Ma come fa la sinistra a votare sì? Berlusconi potrebbe vincere le elezioni per sempre». Calderoli ha dato man forte al suo capo contro il capo del Pdl: «Le controffensive sono già pronte». Ma la Lega dice di non credere che il premier voglia davvero incassare il «sì» e usare il premio di maggioranza per annientare la Lega. «Non gli conviene - dice il ministro della Semplificazione - andare a elezioni anticipate perché nella maggioranza saremmo travolti tutti, ci sarebbe una rivolta». Anche Calderoli lancia un monito all'avversario Franceschini, avvertendolo che appoggiando il referendum sta diventando il «complice» potenziale del piano berlusconiano: «Il suo è masochismo puro, una cosa da trattamento sanitario obbligatorio». Se nel centrodestra i quesiti già mettono zizzania, anche in casa democratica è ben tangibile qualche malumore per la scelta del segretario ritenuta un po' avventata. Giorgio Merlo chiede chiarezza perché «il sì ai quesiti referendari non può trasformarsi in un potere assoluto di Berlusconi». Anche Enrico Letta è uscito alla scoperta: «Se il premier confermerà che non vuole cambiare la legge elettorale dopo un'eventuale vittoria del sì, allora dovremo rivedere la nostra posizione». Ma il dubbio dell'ex-sottosegretario è stato presto dissipato dalle parole di Fabrizio Cicchitto: «È destituita di fondamento la pretesa del centrosinistra di cambiare ulteriormente in Parlamento la legge elettorale se ci fosse la maggioranza dei sì, perchè questo sarebbe il sogno di una notte di mezza estate». Oppure il sogno di mezza legislatura dello stesso premier? Dopo il via libera per necessità di Antonio Di Pietro ai quesiti referendari, l'Idv conferma con Leoluca Orlando la sua linea: «E' un grimaldello contro il "porcellum" che è una pessima legge elettorale. Dopo il referendum il Parlamento deve intervenire per introdurre le preferenze e rendere effettivo il principio della rappresentanza popolare». Sul fronte opposto il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, è con il suo capo: «Il successo del sì porterebbe alla semplificazione del quadro politico e all'inizio di una Terza Repubblica più vicina ai cittadini». Con l'avvicinarsi del 21 giugno, data di apertura delle urne referendarie, le polemiche rischiano d'infiammarsi. I pompieri sono già in azione. Ignazio La Russa, coordinatore del Pdl, chiede a tutti di «parlare di norme elettorali solo dopo le europee per non fare confusione». Italo Bocchino invita a non creare tensioni nella maggioranza. Per il ministro dell'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, il Pdl non deve «cadere nel trabocchetto di chi vuole farlo litigare con la Lega». sergio cassini
( da "ITnews.it" del 04-05-2009)
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Roma, 4 mag. (Adnkronos) - "Se Bossi dice che sta scrivendo una nuova legge elettorale vuol dire che riconosce finalmente anche lui che in quella che Calderoli ha definito "una porcata" c'e' qualcosa che non va". E' quanto afferma Arturo Parisi, leader degli ulivisti nel Pd e tra i promotori del referendum.
( da "AprileOnline.info" del 04-05-2009)
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Fibrillazioni referendarie Andrea Scarchilli , 04 maggio 2009, 17:27 Politica Il day after l'annuncio di Bossi - messa a punto di un testo alternativo di legge elettorale da approvare in Parlamento - si accende il dibattito. Una parte del Pd si mostra interessata, Franceschini ribadisce, attaccato dal Carroccio, la linea dei democratici: sì alla consultazione per fare la riforma alle Camere. Ma sul punto il Pdl, già da ora, appare poco propenso. Di Pietro indietreggia, l'Udc propone la grande alleanza con Pd e leghisti Come rileva Giovanni Guzzetta, presidente del comitato promotore dei referendum elettorali, "il palazzo è scosso da fibrillazioni". Tra un mese e mezzo si voterà per cambiare il sistema dei voto e, nel caso improbabile in cui il quorum venisse raggiunto e vincissero i sì, l'Italia si troverebbe con una legge che molti considerano un vero e proprio incubo. Maggioranza assoluta a chi prende più voti, indipendentemente dalla percentuale. E si parla di partiti, visto che le coalizioni verrebbero di fatto abolite. Il Popolo della libertà ha scelto di non dare indicazioni di scuderia, ma il leader assoluto Silvio Berlusconi ha già annunciato il personale e pesantissimo "sì". La direzione del Partito democratico ha votato a larghissima maggioranza la linea studiata - e ribadita oggi - dal segretario Dario Franceschini: indicazione di votare "sì" per avere l'opportunità di cambiare in Parlamento il detestato "Porcellum". L'Udc e soprattutto la Lega nord fanno fuoco e fiamme. Il Carroccio ha già fatto sapere che, qualora i sì avessero la meglio, la prima vittima sarebbe il governo attuale. Dunque, la maggioranza si frantumerebbe, con annesso il non trascurabile dettaglio che il Pdl avrebbe immediatamente la chance di ricomporla con la nuova legge elettorale, quindi senza più bisogno della Lega. La giornata di oggi si è sviluppata sull'onda della trovata di Umberto Bossi. Messo nell'angolo da Berlusconi, ieri il leader leghista ha annunciato di aver dato mandato a Calderoli e Maroni di mettere a punto un testo alternativo da sottoporre al vaglio del Pd. Non è del tutto chiaro se il confronto dovrebbe avvenire prima o dopo l'eventuale successo del referendum, certe sono due cose. Prima: c'è una parte del Pd che a un'intesa con la Lega è disponibilissima, quella, per intendersi, che vorrebbe ripristinare un modello di stampo proporzionale. Seconda: qualcuno ha già risposto all'appello. Arturo Parisi ha sfidato Bossi a cambiare il sistema di voto prima del referendum, reintroducendo il "Mattarellum" - la legge in vigore prima dell'attuale, tre quarti maggioritaria e un quarto proporzionale - che favorisce, coerentemente con la prospettiva ulivista, le alleanze larghe. Anche la rutelliana Linda Lanzillotta ha sollecitato il confronto immediato con il Carroccio. Qui l'intento è unicamente, si potrebbe dire, proporzionale. Oggi è proseguita la levata di scudi leghista. Roberto Castelli: "Franceschini parla di rischi neoautoritari nel Paese ma è il primo ad appoggiare questo disegno invitando a votare sì al referendum". Calderoli: ""Il referendm sulla legge elettorale sta mettendo a rischio la democrazia, con l'intento di destabilizzare il Paese, e sicuramente rappresenta l'ultima delle cose di cui abbiamo bisogno visto, che il Paese ha un governo che decide e che grazie a questo ha superato e supererà tutte le emergenze". Il capogruppo alla Camera Roberto Cota: "Se il Pd agevola Berlusconi c'è qualcosa che non va; vuol dire che non c'è più opposizione e questo non va bene neanche per la maggioranza". Franceschini si è difeso: "Al referendum per abrogare il Porcellum non possiamo che rispondere si'. Poi ci saranno quattro anni per rifare la legge". Ma è proprio questo scenario che scricchiola. Se davvero passasse il referendum, la tendenza dalle parti del Pdl non è certo quella di sedersi a un tavolo e ricalibrare la legge. Si lascerebbe tutto così com'è, e oggi l'hanno confermato sia il portavoce Daniele Capezzone che il vicecapogruppo alla Camera Italo Bocchino. Nel Pd, si sa, la legge elettorale è un altro degli argomenti tabù. Basta nominarlo che il partito prende tre o quattro direzioni differenti. Oltre ai citati proporzionalisti, oggi si registrano i fautori del ritorno al "Mattarellum" (Parisi e Stefano Ceccanti) e quelli che spingono per un sistema più "bipolarizzante". Al riguardo, Salvatore Vassallo ha resuscitato il "Vassallum", un modello misto tra lo spagnolo e tedesco che, al di là dei tecnicismi, avrebbe l'effetto di dare una rappresentazione proporzionale favorendo però, con un bonus implicito di quattro o cinque punti percentuali, i partiti più grandi. E' la bozza che Walter Veltroni, all'epoca da poco eletto alla segreteria del Pd, mise sul tavolo dei partiti per tentare di arrivare a una riforma elettorale condivisa. Finì con lo scioglimento delle Camere e il rinvio di un anno della consultazione popolare. Altro. Il comitato promotore si è detto disponibile a una riforma che scongiuri il referendum, a patto che ne venga fuori una legge che rispetti lo spirito referendario. Dunque, maggioritaria e bipolare. Antonio Di Pietro ha smussato la posizione dell'Italia dei valori: il partito dell'ex pm è stato nei giorni scorsi tra i principali sostenitori "senza se e senza ma" della consultazione, ora Di Pietro ha specificato: "Vogliamo sapere in modo forte e chiaro da quelli che come noi hanno costruito e sostenuto il sì al referendum, se questo sì è strumentale a un impegno formale per il cambio della legge elettorale in Parlamento o al mantenimento dello status quo". Nel primo caso, "voteremo sì, altrimenti non possiamo votare un referendum che comunque ti obbliga a morire democraticamente". L'Udc, con Rocco Buttiglione, ha lanciato l'idea di una "grande alleanza Pd - Udc - Lega per fare una legge elettorale democratica e questa grande alleanza potrebbe andare alle urne per battere Berlusconi".
( da "Cittadino, Il" del 05-05-2009)
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Referendum, pressing della Lega ma il Pd è deciso a votare il "sì" ROMA Gli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il "porcellum" vanno avanti, e si allargano all'Udc. E, mentre protagonisti parlano già dei possibili sistemi elettorali su cui discutere, a dividere è l'atteggiamento da tenere di fronte al referendum, con il Pd che insiste sul suo "sì" nonostante le critiche e le lusinghe del Carroccio. Quanto al Pdl, tutti i dirigenti ribadiscono l'intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un "no" al referendum, il segretario dei Democratici Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea - ha detto in un'intervista al «Corriere della Sera» - con oltre cento voti contro cinque. Tornare indietro per una battuta detta da Berlusconi significherebbe non essere un partito, ma solo un gruppo di persone impaurite». Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Cota, Calderoli e Castelli, che avanza il «sospetto» di «accordi segreti» con Berlusconi.Un dietro-front del Pd, come ha spiegato Franceschini, è impensabile: anche perché, sottolinea Salvatore Vassallo, «la sola eventualità di tenere il referendum ha rimesso in moto la discussione» sulla riforma. Oltretutto nel Pd c'è la convinzione che solo una percentuale di votanti abbastanza alta, superiore al 40%, anche se inefficace ai fini del referendum, può rimettere in agenda la riforma elettorale. Peraltro, nel Pd c'è chi afferma che una riforma sia possibile anche in caso di raggiungimento del quorum e di vittoria del sì. Scenario su cui scatta il veto del Pdl: se vincesse il sì «ogni tentativo di dar vita a nuove leggi elettorali con maggioranze spurie sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale oggi in Parlamento nessuna riforma è possibile». «Solo alla fine di una legislatura - rincara la dose Cicchitto - ci si può occupare di cambiare la legge elettorale, a meno di non aver deciso di andare ad elezioni molto anticipate».Il combinato disposto di una vittoria del "sì" e di elezioni anticipate, che potrebbero consegnare la maggioranza parlamentare al solo Pdl, spinge Linda Lanzillotta a invitare il proprio partito, il Pd, a rivedere la propria posizione e ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge.Un passo ulteriore lo compie uno dei promotori del referendum, Arturo Parisi: si potrebbe mettere mano alla riforma addirittura prima del fatidico 21 giugno. Basterebbe una leggina che ripristini il precedente sistema maggioritario a collegio uninominale, il Mattarellum, che non dispiace alla Lega. Secondo una sentenza della Corte Costituzionale approvare una riforma con un referendum già indetto, è possibile solo con il parere favorevole del Comitato promotore. E il suo presidente, Giovanni Guzzetta pone precise condizioni: si può fare solo se è un sistema che rispetta i due principi del maggioritario e del bipartitismo. Paletti che chiudono la strada ai due sistemi più gettonati, lo spagnolo e il Mattarellum, che sono sì maggioritari ma non bipartitici. Scenari che ricordano il 1994 con la caduta del primo governo Berlusconi, li evoca Rocco Buttiglione (che fu uno dei protagonisti all'epoca) che invita a «creare una grande alleanza Pd-Udc-Lega per fare una legge elettorale democratica», una «grande alleanza che poi - aggiunge il presidente dell'Udc - potrebbe andare alle urne per battere Berlusconi».Giovanni Innamorati
( da "Giornale di Brescia" del 05-05-2009)
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Edizione: 05/05/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:in primo piano Referendum: il Pd fermo sul sì, Lega critica ROMAGli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il «porcellum» vanno avanti, e si allargano all'Udc. E, mentre protagonisti parlano già dei possibili sistemi elettorali su cui discutere, a dividere è l'atteggiamento da tenere di fronte al referendum, con il Pd che insiste sul suo «sì» nonostante le critiche e le lusinghe del Carroccio. Quanto al Pdl, tutti i dirigenti ribadiscono l'intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un «no» al referendum, il segretario del Pd Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea con oltre cento voti contro cinque. Tornare indietro per una battuta detta da Berlusconi significherebbe non essere un partito, ma solo un gruppo di persone impaurite». Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, ma un dietro-front del Pd, come ha spiegato Franceschini, è impensabile: anche perché, sottolinea Vassallo, «la sola eventualità di tenere il referendum ha rimesso in moto la discussione» sulla riforma. Oltretutto nel Pd c'è la convinzione che solo una percentuale di votanti abbastanza alta, superiore al 40%, anche se inefficace ai fini del referendum, può rimettere in agenda la riforma elettorale. Per altro, nel Pd c'è chi afferma che una riforma sia possibile anche in caso di raggiungimento del quorum e di vittoria del sì. Scenario su cui scatta il veto del Pdl: se vincesse il sì, affermano esponenti come Capezzone o Bocchino, «ogni tentativo di dar vita a nuove leggi elettorali con maggioranze spurie sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale oggi in Parlamento nessuna riforma è possibile». «Solo alla fine di una Legislatura - dice Cicchitto - ci si può occupare di cambiare la legge elettorale, a meno di non aver deciso di andare ad elezioni molto anticipate». Il combinato disposto di una vittoria del sì e di elezioni anticipate, che potrebbero consegnare la maggioranza parlamentare al solo Pdl, spinge Linda Lanzillotta a invitare il proprio partito, il Pd, a rivedere la propria posizione e ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge. Un passo ulteriore lo compie Parisi: si potrebbe mettere mano alla riforma addirittura prima del fatidico 21 giugno. Basterebbe una leggina che ripristini il precedente sistema maggioritario a collegio uninominale, il Mattarellum, che non dispiace alla Lega. Secondo una sentenza della Corte Costituzionale approvare una riforma con un referendum già indetto, è possibile solo con il parere favorevole del Comitato promotore. E il suo presidente, Guzzetta pone precise condizioni: si può fare solo se è un sistema che rispetta i due principi del maggioritario e del bipartitismo. Paletti che chiudono la strada ai due sistemi più gettonati, lo spagnolo e il Mattarellum, che sono sì maggioritari ma non bipartitici. Scenari che ricordano il 1994 con la caduta del primo governo Berlusconi, li evoca Rocco Buttiglione che invita a «creare una grande alleanza Pd-Udc-Lega per fare una legge elettorale democratica».
( da "Tempo, Il" del 05-05-2009)
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stampa Veto del Pdl: se passa la consultazione non si cambierà di nuovo E sul referendum mezzo Pd vuole l'accordo con la Lega Divisi Il segretario insiste: «Votiamo sì». Lanzillotta: «Nuova legge» Gli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il «porcellum» vanno avanti, e si allargano all'Udc. E, mentre i protagonisti parlano già dei possibili sistemi elettorali su cui discutere, a dividere è l'atteggiamento da tenere di fronte al referendum, con il Pd che insiste sul suo sì nonostante le critiche e le lusinghe del Carroccio. Quanto al Pdl, tutti i dirigenti ribadiscono l'intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un no al referendum, il segretario dei Democratici Dario Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea — ha detto — con oltre cento voti contro cinque. Tornare indietro per una battuta detta da Berlusconi significherebbe non essere un partito, ma solo un gruppo di persone impaurite». Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Roberto Cota, Roberto Calderoli (che vuole sottoporlo «a trattamento sanitario obbligatorio») e Roberto Castelli, che avanza il «sospetto» di «accordi segreti» con Berlusconi. Un dietro-front del Pd, come ha spiegato Franceschini, è impensabile. Anche perché, sottolinea Salvatore Vassallo, «la sola eventualità di tenere il referendum ha rimesso in moto la discussione» sulla riforma. Oltretutto nel Pd c'è la convinzione che solo una percentuale di votanti abbastanza alta, superiore al 40%, anche se inefficace ai fini del referendum, può rimettere in agenda la riforma elettorale. Ma nel Pd c'è chi afferma che una riforma sia possibile anche in caso di raggiungimento del quorum e di vittoria del sì. Scenario su cui scatta il veto del Pdl: se vincesse il sì, affermano esponenti come Daniele Capezzone o Italo Bocchino, «ogni tentativo di dar vita a nuove leggi elettorali con maggioranze spurie sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale oggi in Parlamento nessuna riforma è possibile». Il combinato disposto di una vittoria del sì e di elezioni anticipate, che potrebbero consegnare la maggioranza parlamentare al solo Pdl, spinge Linda Lanzillotta a invitare il proprio partito, il Pd, a rivedere la propria posizione e ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge.
( da "Arena, L'" del 05-05-2009)
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Martedì 05 Maggio 2009 NAZIONALE Pagina 2 REFERENDUM. Calderoli punta ad un accordo con l'opposizione e avverte il governo: «Irresponsabile aprire una crisi» Riforma, la Lega preme sul Pd ROMA Sul referendum e sulla riforma elettorale il Pdl cerca di rassicurare la Lega, ma Umberto Bossi non si fida e continua il pressing sul Pd per un accordo su una nuova legge. Il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli è convinto che Berlusconi non sia irresponsabile e sappia che una crisi di governo, in questo momento, «non sarebbe affatto un bene per il Paese». Calderoli comunque è sicuro che la consultazione popolare «fallirà» per il mancato raggiungimento del quorum. A quel punto la priorità sarà la riforma della Costituzione. E «soltanto a seguire» si passerà alla riforma del voto. Alla sfida di Bossi («come fa il Pd a votare sì, così vince Berlusconi»), il leader Pd Dario Franceschini ha replicato che «la Lega poteva pensarci prima di fare la "legge porcata"». Un dietrofront quindi è impensabile. Una posizione che ha raccolto le critiche del Carroccio. Roberto Cota vuole sottoporlo «a trattamento sanitario obbligatorio» e Roberto Castelli avanza il sospetto di «accordi segreti» con il premier. Linda Lanzillotta ha invitato il proprio partito, il Pd, ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge. Antonio Di Pietro, finora favorevole al referendum, ha avvertito che voterà no se manca l'impegno a cambiare la legge. Agli ammiccamenti della Lega ha risposto positivamente l'Udc. Il presidente Rocco Buttiglione vede con favore una alleanza Udc-Carroccio-Pd per una legge elettorale democratica.
( da "Italia Oggi" del 05-05-2009)
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ItaliaOggi sezione: Primo Piano data: 05/05/2009 - pag: 7 autore: di Paolo Silvestrelli La proposta di Bossi di modificare il Porcellum prima del referendum, bocciata anche da Franceschini Legge elettorale, la Lega si ferma Calderoli cambia rotta: prima le riforme costituzionali Dietrofront della Lega Nord sulla possibilità di realizzare una modifica della legge elettorale prima del referendum del 21 giugno.La proposta che il senatùr Umberto Bossi aveva anticipato nei giorni scorsi di «cominciare a scrivere un ddl sulla legge elettorale e andare avanti con chi ci sta» sembra che sia stata accantonata dalla stessa Lega che con un comunicato ha annunciato che un eventuale «riforma elettorale potrà avvenire solo dopo aver realizzato le riforme costituzionali».La realtà è che se Bossi sperava di poter contare sull'appoggio del Pd per approvare una legge che anticipasse il referendum, le dichiarazioni del leader del partito democratico Dario Franceschini hanno tolto ogni tipo di speranza di poter percorrere una via parlamentare in tempi strettissimi, per modificare la legge elettorale scritta nel 2005 (il cosidetto Porcellum) dallo stesso ministro della Lega Roberto Calderoli.Se inizialmente il Pd tramite alcuni suoi esponenti si era detto favorevole ad una modifica parlamentare, Franceschini ha liquidato la proposta dichiarando che «la Lega poteva pensarci prima di fare una legge porcata e adesso noi per abrogarla al referendum voteremo sì». Il leader del Pd ha poi precisato che «ci saranno quattro anni per approvare la nuova legge». Facendo due conti, considerato che il Pdl voterà sì al referendum e lo stesso Pd si allineerà su questa posizione, la Lega non avrebbe i numeri dalla sua parte per approvare la nuova legge potendo contare solo su se stessa e sui voti dell'Udc.Il ministro della semplificazione normativa Calderoli però si è detto fiducioso che «i cittadini capiranno le conseguenze del referendum e lo boccieranno». Calderoli poi ha corretto il tiro è e ricordato riordinando il calendario parlamentare: «Noi abbiammo fatto il federalismo e ora il passo successivo sarà la riforma costituzionale. Poi, una volta modificato il sistema bicamerale, con una Camera che voterà la fiducia e un Senato federale è evidente che il sistema elettorale cambierà completamente natura, scopo e finalità». Condiviso dal capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto la sequenza degli impegni parlamentari, perché «solo alla fine della legislatura ci si può occupare di cambiare una legge elettorale, a meno di non aver deciso di andare a elezioni anticipate». La posizione della Lega, a questo punto può essere letta in un tentativo di riequilibrio di forza politica. Se dovesse prevalere il sì al referendum ci potrebbe essere la possibilità di dover ritornare alle urne, chenon sarebbe un obbligo ma una decisione del tutto politica. Forse è proprio su questo che la Lega cerca di fare muro visto che il rischio che il Pdl possa fare il pieno di voti alle eventuali elezioni anticipate potrebbe essere la spiegazione di cercare a tutti costi di fare approvare di corsa una legge che invece si avrebbe tutto il tempo della rimanente legislatura per discutere e approvare.
( da "Libertà" del 05-05-2009)
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Riforma elettorale: la Lega punta i piedi ROMA - Sulla riforma della legge elettorale si creerà l'asse Lega-Pd-Udc? La strada sembra in salita perchè dopo l'annuncio di Umberto Bossi («La Lega sta lavorando a una nuova legge elettorale ed è disposta a farla con chi ci sta»), Dario Franceschini fa capire che il Pd non farà marcia indietro e spiega che l'offerta del Carroccio arriva fuori tempo massimo. «La Lega poteva pensarci prima di fare la legge. Adesso al referendum per abrogarla non possiamo che rispondere sì. Poi ci saranno quattro anni per rifare le legge» dice il segretario del Pd. Resta il fatto che il referendum temuto dai piccoli partiti è ormai alle porte e la Lega può solo sperare che non venga raggiunto il quorum. Nell'attesa di vedere come andrà a finire il 21 giugno, nella maggioranza montano le polemiche sull'eventualità di varare una nuova legge elettorale che sostituisca l'attuale sistema di voto meglio conosciuto come "porcellum". Si farà una legge-lampo con i voti delle opposizioni e di un pezzo della maggioranza? Roberto Calderoli critica il referendum e chiarisce che una nuova legge elettorale arriverà solo dopo la riforma della Costituzione mentre Roberto Castelli avanza il «sospetto» di accordi segreti tra Berlusconi e Franceschini: «Il segretario del Pd dica la verità. Parla di rischi neoautoritari nel Paese ma è il primo ad appoggiare questo disegno invitando a votare sì al referendum». Il nervosismo della Lega si unisce a quello dell'Udc che, con Rocco Buttiglione, invita il Pd a fare una «grande alleanza democratica» per battere il disegno di Berlusconi e impedire che un partito con il 40 per cento dei voti abbia la «maggioranza assoluta» in Parlamento e il governo del paese. Il Pd presterà ascolto alle richieste dei piccoli partiti e farà dietrofront? Nel partito di Franceschini c'è chi afferma che una riforma sia possibile anche in caso di raggiungimento del quorum e di vittoria del sì. Scenario su cui scatta il veto del Pdl. 05/05/2009
( da "Giorno, Il (Milano)"
del 05-05-2009)
Pubblicato anche in: (Nazione,
La (Firenze)) (Resto del Carlino, Il (Bologna))
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POLITICA pag. 12 Referendum, il Pd resiste al pressing leghista ROMA GLI AMMICCAMENTI tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il porcellum' vanno avanti, e si allargano all'Udc. E, mentre protagonisti parlano già dei possibili sistemi elettorali su cui discutere, a dividere è l'atteggiamento da tenere di fronte al referendum, con il Pd che insiste sul suo sì' nonostante le critiche e le lusinghe del Carroccio. Quanto al Pdl, tutti i dirigenti ribadiscono l'intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena della profferta di Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un no' al referendum, il segretario del Pd, Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea». Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Cota, Calderoli e Castelli, che avanza il «sospetto» di «accordi segreti» con Berlusconi. «Dica la verità», intima il sottosegretario leghista.
( da "Unita, L'" del 05-05-2009)
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La Lega in posizione «ribaltone» marcia contro il referendum La mossa di Buttiglione (Udc): alleanza tra Bossi, Casini e il Pd per modificare la legge elettorale. Ma Franceschini è scettico A.C. Una «grande alleanza» Pd-Lega-Udc per stoppare il referendum, scrivere una nuova legge elettorale e, magari, mettere in campo una nuova coalizione contro Berlusconi? La proposta, che ricorda il famoso ribaltone del 1994, è arrivata ieri da Rocco Buttiglione (Udc) che ha raccolto l'assist arrivato domenica da Umberto Bossi, che si è detto pronto a scrivere una nuova legge elettorale «con chi ci sta» pur di impedire l'estinzione della Lega, conseguenza più che probabile nel caso in cui al referendum del 21 giugno vincessero i «sì». L'ipotesi di Buttiglione è ancora fantapolitica, ma comincia a fare proseliti anche all'interno del Pd. Dove si moltiplicano i dirigenti convinti che, con un premio di maggioranza che assegni il 55% dei seggi alla lista vincente, Berlusconi potrebbe essere tentato da elezioni anticipate per governare da solo, forte dei sondaggi di queste settimane. Tra i democratici, dunque, si fa strada la convinzione (già sposata da D'Alema, Enrico Letta e Gentiloni) che con la Lega occorra trattare, a partire dalla riforma elettorale, anche perchè su questo tema tra Carroccio e Pdl il clima è tesissimo. I maggiorenti del Pdl lo ripetono da giorni: se vince il «sì» la legge resta quella uscita dalle urne, senza modifiche. Dice Linda Lanzillotta (Pd): «Apriamo subito un tavolo di confronto con la Lega, prima del referendum». D'accordo anche Daniele Marantelli, che avverte: «Con Bossi si deve dialogare, pur di non far morire la Lega è disposto a tutto». Il leader Franceschini, però, non è convinto e, almeno per ora, rimanda al mittente le avances del Carroccio: «Potevano pensarci prima di scrivere questa legge porcata. Adesso al referendum per abrogarla noi non possiamo che dire sì. Poi ci saranno 4 anni per rifare la legge». Rincara l'esperto Stefano Ceccanti: «Quella della Lega è solo una manfrina, loro vogliono tenere il Porcellum». Parisi fa una proposta concreta a Bossi: torniamo con una leggina al Mattarellum. Dal fronte leghista non arrivano proposte nel dettaglio: carte coperte, almeno fino a quando non sarà arrivata una più chiara disponibilità del Pd. «E poi non sappiamo con chi parlare: nel Pd ci sono dieci linee diverse», confidano da via Bellerio. Si sa che ai leghisti non dispiace il Mattarellum, e neppure il sistema tedesco. Ma è quasi impossibile che si possa arrivare a una riforma entro il 21 giugno. Ieri Calderoli si è detto convinto che il quorum non ci sarà. Ma ha avvertito: «Il referendum mette a rischio la democrazia, destabilizza il Paese. Alla legge elettorale metteremo mano dopo le riforme costituzionali». Insomma, l'avvertimento per Berlusconi è chiaro: se fai campagna per il «sì» e il referendum passa, noi cambieremo la legge con Pd e Udc, anche a costo di far cadere il governo. Ma per ora sono solo segnali di fumo. L'analisi
( da "Giorno, Il (Varese)" del 05-05-2009)
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VARESE: PRIMO PIANO pag. 3 «I democratici ci dimostrino che vogliono davvero la riforma» LE REAZIONI IL SEGRETARIO PROVINCIALE DEL CARROCCIO CANDIANI di ENRICO CAMANZI VARESE SIAMO SEMPRE LÌ. Alla storia dell'ago della bilancia. Alla Lega di governo e di lotta. Pronta a puntare i piedi quando in gioco ci sono gli interessi del territorio. Disponibile alla mediazione quando sul tavolo c'è una posta con più di un premio in palio. A farsi concava e convessa, tanto per usare una metafora cara al presidente del consiglio e maggior alleato del Carroccio, il cavaliere Silvio Berlusconi. La Lega, per portare a casa il risultato, è disposta a dialogare anche con il «diavolo» all'opposizione. Lo ha fatto sul federalismo fiscale, incassando la benevola astensione della truppa del Pd in parlamento. Potrebbe tornare a farlo sulla riforma elettorale. Per ora, anche in provincia, si destreggia, come di consuetudine, fra schiaffi e carezze. Ad alleati e avversari. «PIÙ CHE UNA MANO tesa al Pd - spiega il segretario provinciale leghista Stefano Candiani - quello di Bossi è un appello a chi tiene alla democrazia. Questo referendum è un pericolo. Perché mette a repentaglio uno dei baluardi del nostro sistema, ovvero la rappresentatività dell'elettorato. Ci hanno criticato perché, con il rinvio, avremmo sprecato denaro pubblico. Ma un conto è il costo della burocrazia, un conto quello della democrazia. Per quest'ultima non si spende mai troppo». Per il Pd arrivano attacchi, ma anche uno spiraglio. «Fra i democratici - continua il segretario - qualcuno ci chiude la porta. Qualcun altro, invece, invita a fare un accordo sul referendum. Hanno le idee confuse». Eppure, se dovesse prevalere la volontà di dialogo, il Carroccio sarebbe pronto a intavolare un discorso di collaborazione sulla legge elettorale. «Ci dimostrino con atti concreti - osserva Candiani - che intendono portare avanti un lavoro comune sulla riforma». È un fatto, poi, che la Lega sia preoccupata dell'intenzione di Berlusconi di votare sì al referendum. «Il premier - chiude il sindaco di Tradate - vuole volare da solo. La sua vocazione maggioritaria deve preoccupare chiunque abbia a cuore la democrazia». Ragionamenti simili a quelli espressi da Bossi domenica. Condivisi, in parte, dall'onorevole del Pd Daniele Marantelli, ieri a Varese con l'eurodeputato Antonio Panzeri per un'iniziativa sul fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. «Comprendo la posizione del mio partito sul referendum - chiarisce - Ma io la vedo diversamente». Dal deputato varesino giunge un invito al dialogo «con chi ci sta», per usare la formula scelta dal senatùr a Gemonio. «Se dopo le Europee Berlusconi dovesse trovarsi con una legge elettorale che gli permettesse di "fare banco" - commenta - non si lascerebbe sfuggire l'occasione. Questa ipotesi va evitata». Sia dalla Lega, «che rischia di essere fagocitata dal premier, anche se questi sono problemi loro», sia dal Pd «che non avrebbe alcun vantaggio da uno strapotere berlusconiano». Sul referendum, quindi, i due partiti potrebbero andare alla ricerca di una riedizione riveduta e corretta delle convergenze parallele. UNA CONFERMA arriva anche dal segretario provinciale del Pd Stefano Tosi. «A noi interessa continuare sulla vie delle riforme - motiva al telefono da Malpensa, in attesa del segretario del Pd Franceschini, che arriverà con quasi tre ore di ritardo su un volo Alitalia - Se non c'è dialogo fra maggioranza e opposizione questo non è possibile. Siamo pronti al confronto, purché sia alla luce del sole e sulla base di proposte concrete». Lo spauracchio di un «Berlusconi triumphans» potrebbe innescare una momentanea intesa fra Lega e Pd. «Bossi - aggiunge Tosi - vuole dialogare con noi e con il resto del parlamento perché teme di rimanere schiavo del premier». Sulla questione i dirigenti del Pdl, ovviamente, fanno i pompieri. «Il ministro per le Riforme - sentenzia il gallaratese Nino Caianiello, responsabile enti locali per la fascia pedemontana - non ha nulla da temere dall'alleanza con Berlusconi. Alla Lega ci unisce un rapporto di totale condivisione politica». E però «del risultato del referendum - continua Caianiello - qualunque esso sia, bisognerà tener conto. Sulle riforme io condivido l'impostazione ad ampio raggio di Bossi. L'importante è non essere succubi della sinistra, che su questo tema non ha fatto altro che criticare». Il Pdl si fa forza della storia dell'alleanza di centrodestra. «Escludo - conclude Caianiello - che la questione della legge elettorale possa dare una scossa al nostro rapporto. Anche sul territorio».
( da "Sole 24 Ore, Il" del 05-05-2009)
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Il Sole-24 Ore sezione: POLITICA E SOCIETA data: 2009-05-05 - pag: 19 autore: Riforme. «Noi votiamo sì» - Ma l'Udc apre Franceschini a Bossi: «La legge elettorale? Dopo il referendum» Barbara Fiammeri ROMA Il Pd è disponibile a un confronto con la Lega per riformare l'attuale legge elettorale ma non a costo di rinunciare al referendum. Dario Franceschini lo dice chiaro e tondo a Umberto Bossi nonostante i palesi mugugni all'interno del suo stesso partito che non sembra altrettanto convinto del sì dei democratici alla consultazione popolare del 21 giugno. Il leader leghista ha annunciato che i suoi colonnelli ( Roberto Calderoli e Roberto Maroni) stanno già lavorando a un'ipotesi di riforma elettorale da presentare in Parlamento per farla approvare «con chi ci sta». è un avvertimento al Pdl dopo il sì di Silvio Berlusconi al referendum SegniGuzzetta. Ma anche un invito all'opposizione accusata dai lumbard di «masochismo». «Potevano pensarci prima di fare la legge porcata – ha risposto il segretario del Pd con riferimento al "porcellum" – adesso alla domanda se votiamo sì o no per l'abrogazione, rispondiamo di sì. Poi ci saranno quattro anni per riformarla ». In sintesi: siamo disponibili ma dopo il voto del 21 giugno. Il segretario del Pd deve però fare i conti con quell'area del suo partito (vedi Letta e Lanzillotta) che chiede invece un «ripensamento» sul referendum e l'avvio immediato del confronto con il Carroccio. Un'ipotesi sposata totalmente dall'Udc che, come la Lega, è da sempre contraria al referendum e che ieri attraverso il presidente del partito Rocco Buttiglione invitava «a una grande alleanza Lega-Pd-Udc per fare una legge democratica». Schermaglie tattiche, almeno per ora: Franceschini non vuole tornare indietro perché sarebbe un segnale di debolezza dopo il sì al referendum deciso dalla direzione («non saremmo più un partito »); la Lega usa lo spauracchio dell'alleanza con l'opposizione per spaventare gli alleati, i quali, a dire il vero, sembrano piuttosto tranquilli. Il Pdl, infatti, sta alla finestra. Nessuno ai piani alti del partito di Berlusconi ha avuto sentore che quel sì al referendum, pronunciato nei giorni scorsi dal Cavaliere, si tradurrà in una chiamata alle armi ovvero in una campagna elettorale per il raggiungimento del quorum. Su un punto però il Pdl è netto: «Si tolgano dalla testa che se passa il referendum ci si mette attorno a un tavolo per fare la riforma, la legge che eventualmente uscirà dalle urne sarà quella con cui si andrà a votare». Proprio quel che vorrebbe invece Franceschini. Quanto a Bossi e a quel «faremo la riforma con chi ci sta», Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino ( presidente e vicepresidente del Pdl alla Camera) replicano facendogli sapere che «ogni tentativo di dar vita a leggi elettorali con maggioranze spurie sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale oggi in Parlamento nessuna riforma è possibile». © RIPRODUZIONE RISERVATA LA TATTICA DEL SENATUR Lo spauracchio dell'alleanza con l'opposizione per «spaventare» il premier. Ma il Pdl ribadisce: se vincono i sì non si cambia
( da "EUROPA ON-LINE" del 05-05-2009)
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Articolo Sei in Interni 5 maggio 2009 Sale la tensione Lega-Pdl Bossi assedia l'assediante Se il premier non rinfodera il referendum sarà ribaltone sulle riforme La matematica non è un'opinione, la politica sì. E il loro combinato disposto smentisce i calcoli di Italo Bocchino: «Ogni tentativo di dar vita a nuove leggi elettorali con maggioranze spurie, sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale in parlamento non è possibile nessuna riforma». Il vicepresidente dei deputati pidiellino sbaglia. Su una riforma elettorale che non faccia strage di tutti i partiti, che non riduca la rappresentanza a due soli partiti-colossi ci sarebbe in questo parlamento una strabordante maggioranza senza il Pdl e ad esso alternativa: un'armata di 338 deputati e di 234 senatori, tra Pd, Lega, Udc e Idv. Un'ipotesi fantapolitica, certo: tanto quanto quella che il referendum del 21 giugno raggiunga il quorum e raccolga una valanga di sì. Nessuno ci crede, ma non si sa mai. Nella maggioranza lo teme la Lega, che è corsa ai ripari: dopo essersi mangiato An, ora il Cavaliere è tentato di sbranare anche il partito di Bossi. Dopo ventiquattr'ore di sbandamento leghista, seguito all'annuncio shock di Berlusconi deciso ad andare a votare e a votare sì al referendum, il Senatùr ha assunto personalmente il controllo delle operazioni. «Se il Capo ha qualche idea su come muoversi non lo so», diceva ieri Renzo Bossi, figlio della volpe di Gemonio. Il contrattacco bossiano, invece, è un evergreen: con la sua classica mossa del cavallo, il "Capo" ha scavalcato "papi"- Berlusconi facendo intravedere un'alleanza d'emergenza per varare una legge elettorale «con chi ci sta». Cioè con il Pd e con le detestate Udc e Idv, ove mai fosse necessario. «Con il referendum si rischia una deriva antidemocratica argomenta Calderoli il rischio è la destabilizzazione di un paese che sta attraversando una crisi». Le prime reazioni leghiste al pronunciamento di Berlusconi, a partire da quella di Maroni, avevano mostrato una Lega spiazzata e in ginocchio, annichilita dalla minaccia del premier e con la bandiera bianca alzata. Ipotizzando una maggioranza alternativa su una nuova legge elettorale, Bossi ha spiazzato il Cavaliere. A Berlusconi che agita il manganello referendario per costringere la Lega, volata sopra il 10 per cento nei sondaggi, ad abbassare le penne in campagna elettorale, Bossi risponde con la clava di una santa alleanza democratica che punisca la prepotenza del Pdl. Ma entrambe le mosse sono un bluff. Solo dopo i risultati del 6-7 giugno, dicono i leghisti, si capirà davvero cosa vuol fare Berlusconi: se scatenarsi nella campagna referendaria puntando a un rigido sistema bipartitico o se invece lasciar spegnere il referendum per mancato quorum: ottenendo in cambio, dal Pd e dalla Lega, la promessa di una riforma dell'esecutivo col rafforzamento dei poteri del premier. Poi, solo poi, ammettono sottovoce gli uomini di Berlusconi, nella fase finale della legislatura si aprirebbe il cantiere della riforma elettorale: si manterrebbe l'assetto bipolare ma multi-partitico, potrebbero essere reintrodotte le preferenza volute nel Pdl dagli ex di An ma non solo, e nell'opposizione da Pd, Udc e Idv. Questo lo scenario futuro. Ma fino all'esito delle elezioni, la partita all'interno della maggioranza si giocherà tutta a carte coperte. Oggi si torna a litigare sulla sicurezza, la Lega teme franchi tiratori e vorrebbe la fiducia per blindare ronde e Cie, dopo aver perso per strada i medici-spia. E ieri il filo-referendario Fini nella circostanza braccio armato del Cavaliere ha aperto un nuovo fronte col Carroccio: criticando in una lettera a Maroni la norma sui presidi-spia, chiamati a denunciare i minori senza permesso di soggiorno che chiedono l'iscrizione alla scuola dell'obbligo. Francesco Lo Sardo
( da "Messaggero Veneto, Il" del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
La riforma della legge elettorale. Il Pdl avverte: soltanto alla fine di una legislatura si possono cambiare le norme Buttiglione rievoca il 1994: serve una larga intesa per poter battere Berlusconi Referendum, pressing della Lega sul Pd Il leader democratico gela il Carroccio: voteremo sì. Ma la Lanzillotta: confronto LA GRANDE ALLEANZA ROMA. Gli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il "porcellum" vanno avanti, e si allargano all'Udc. E, mentre protagonisti parlano già dei possibili sistemi elettorali su cui discutere, a dividere è l'atteggiamento da tenere di fronte al referendum, con il Pd che insiste sul suo "sì" nonostante le critiche e le lusinghe del Carroccio. Quanto al Pdl, tutti i dirigenti ribadiscono l'intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un "no" al referendum, il segretario dei Democratici Dario Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea - ha detto in un'intervista al Corriere della Sera - con oltre cento voti contro cinque. Tornare indietro per una battuta detta da Berlusconi significherebbe non essere un partito, ma solo un gruppo di persone impaurite». Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Roberto Cota, Roberto Calderoli (che vuole sottoporlo «a trattamento sanitario obbligatorio») e Roberto Castelli, che avanza il «sospetto» di «accordi segreti» con Berlusconi. «Dica la verità», intima il sottosegretario leghista. Un dietro-front del Pd, come ha spiegato Franceschini, è impensabile: anche perchè, sottolinea Salvatore Vassallo, «la sola eventualità di tenere il referendum ha rimesso in moto la discussione» sulla riforma. Oltretutto nel Pd c'è la convinzione che solo una percentuale di votanti abbastanza alta, superiore al 40%, anche se inefficace ai fini del referendum, può rimettere in agenda la riforma elettorale. Peraltro, nel Pd c'è chi afferma che una riforma sia possibile anche in caso di raggiungimento del quorum e di vittoria del sì. Scenario su cui scatta il veto del Pdl: se vincesse il sì, affermano esponenti come Daniele Capezzone o Italo Bocchino, «ogni tentativo di dar vita a nuove leggi elettorali con maggioranze spurie sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale oggi in Parlamento nessuna riforma è possibile». «Solo alla fine di una legislatura - rincara la dose Fabrizio Cicchitto - ci si può occupare di cambiare la legge elettorale, a meno di non aver deciso di andare ad elezioni molto anticipate». Il combinato disposto di una vittoria del sì e di elezioni anticipate, che potrebbero consegnare la maggioranza parlamentare al solo Pdl, spinge Linda Lanzillotta a invitare il proprio partito, il Pd, a rivedere la propria posizione e ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge. Un passo ulteriore lo compie uno dei promotori del referendum, Arturo Parisi: si potrebbe mettere mano alla riforma addirittura prima del fatidico 21 giugno. Basterebbe una leggina che ripristini il precedente sistema maggioritario a collegio uninominale, il "mattarellum", che non dispiace alla Lega. Secondo una sentenza della Corte costituzionale approvare una riforma con un referendum già indetto è possibile solo con il parere favorevole del comitato promotore. E il suo presidente, Giovanni Guzzetta, pone precise condizioni: si può fare solo se è un sistema che rispetta i due principi del maggioritario e del bipartitismo. Paletti che chiudono la strada ai due sistemi più gettonati, lo spagnolo e il "mattarellum", che sono sì maggioritari ma non bipartitici. Scenari che ricordano il 1994 con la caduta del primo governo Berlusconi: li evoca Rocco Buttiglione (che fu uno dei protagonisti all'epoca) che invita a «creare una grande alleanza Pd-Udc-Lega per fare una legge elettorale democratica», una «grande alleanza che poi - aggiunge il presidente dell'Udc - potrebbe andare alle urne per battere Berlusconi».
( da "Secolo XIX, Il" del 05-05-2009)
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LA LEGA PREME SUL PDPER CAMBIARE LA LEGGEED EVITARE IL VOTO IL REFERENDUM nROMA. Gli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il "porcellum" vanno avanti, e si allargano all'Udc. E, mentre protagonisti parlano già dei possibili sistemi elettorali su cui discutere, a dividere è l'atteggiamento da tenere di fronte al referendum, con il Pd che insiste sul suo "sì" nonostante le critiche e le lusinghe del Carroccio. Quanto al Pdl, tutti i dirigenti ribadiscono l'intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un "no"al referendum, il segretario dei Democratici, Dario Franceschini, ha affermato di non voler cambiare idea: «La direzione ha approvato questa linea - ha detto in un'intervista al Corriere della Sera - con oltre cento voti contro cinque. Tornare indietro per una battuta detta da Berlusconi significherebbe non essere un partito, ma solo un gruppo di persone impaurite». Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Roberto Cota, Roberto Calderoli (che vuole sottoporlo «a trattamento sanitario obbligatorio») e Roberto Castelli, che avanza il «sospetto» di «accordi segreti» con Berlusconi. Per altro, nel Pd c'è chi afferma che una riforma sia possibile anche in caso di raggiungimento del quorum e di vittoria del sì. Scenario su cui scatta il veto del Pdl: se vincesse il sì, affermano esponenti come Daniele Capezzone o Italo Bocchino, «ogni tentativo di dar vita a nuove leggi elettorali con maggioranze spurie sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale oggi in Parlamento nessuna riforma è possibile». «Solo alla fine di una Legislatura - rincara la dose Fabrizio Cicchitto - ci si può occupare di cambiare la legge elettorale, a meno di non aver deciso di andare ad elezioni molto anticipate». Il combinato disposto di una vittoria del sì e di elezioni anticipate, che potrebbero consegnare la maggioranza parlamentare al solo Pdl, spinge Linda Lanzillotta a invitare il proprio partito, il Pd, a rivedere la propria posizione e ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge. Un passo ulteriore lo compie uno dei promotori del referendum, Arturo Parisi: si potrebbe mettere mano alla riforma addirittura prima del fatidico 21 giugno. Basterebbe una leggina che ripristini il precedente sistema maggioritario a collegio uninominale, il Mattarellum, che non dispiace alla Lega. Secondo una sentenza della Corte Costituzionale approvare una riforma con un referendum già indetto, è possibile solo con il parere favorevole del Comitato promotore. E il suo presidente, Giovanni Guzzetta pone precise condizioni: si può fare solo se è un sistema che rispetta i due principi del maggioritario e del bipartitismo. Paletti che chiudono la strada ai due sistemi più gettonati, lo spagnolo e il Mattarellum, che sono sì maggioritari ma non bipartitici. 05/05/2009
( da "Repubblica, La" del 05-05-2009)
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Pagina 13 - Interni Referendum, Franceschini freddo con Bossi "Poteva pensare prima alla riforma". Ma nel Pd c´è chi tratta. Di Pietro: senza legge voto no Il leader: "Resta il sì". Parisi: "Se Umberto vuole cambiamo prima del 21 giugno" Colloqui informali tra il ministro Maroni e Chiti sul possibile sistema elettorale GOFFREDO DE MARCHIS ROMA - Non è solo una minaccia per spaventare l´alleato Berlusconi. Umberto Bossi dice che la Lega sta già preparando una nuova legge elettorale per fronteggiare il referendum e che si prepara a votarla con chi ci sta, anche con l´opposizione. In effetti qualche contatto tra la Lega e il Partito democratico è già stato avviato, scavalcando il Pdl. Roberto Maroni, che tra i dirigenti del Carroccio è quello che teme di più un´accelerazione del Cavaliere sul quesito dopo il 7 giugno, ne ha già parlato con Vannino Chiti, vicepresidente del Senato ed ex ministro delle Riforme. Si sono visti casualmente giovedì scorso, hanno avviato un confronto per continuare a sentirsi. «C´è lo spazio e il tempo per mettere giù una proposta di legge prima del 21 giugno. E segnare così la strada per il futuro», dice Chiti. Che nei prossimi giorni parlerà anche con Roberto Calderoli, che è comunque sicuro del «fallimento referendario a causa del quorum mancato». è ovviamente un dialogo sottotraccia, informale. La linea ufficiale del Pd è quella del sì al referendum e di una riforma da studiare in un periodo successivo. «Ci sono quattro anni per discutere di riforme», mette le mani avanti Dario Franceschini impegnato non nella tessitura di una tela con gli avversari ma nella campagna elettorale, per batterli. Il segretario democratico perciò rifiuta la proposta di Bossi, non fa sponda con il Carroccio: «La Lega poteva pensarci prima di fare la legge porcata. Adesso alla domanda se votare sì o no per abrogare quella legge, noi non possiamo che rispondere sì». è questa la rotta, peraltro messa ai voti e approvata a larghissima maggioranza dalla direzione del Pd. Franceschini sa anche che mettersi adesso al tavolo di una riforma elettorale spaccherebbe il Pd su posizioni divergenti. Meglio quindi sopportare oggi i distinguo sul referendum che imbarcarsi in una discussione sul modello più adatto. La posizione di Arturo Parisi in questo senso è illuminante. L´ideologo dell´Ulivo è un referendario convinto ma apre alla proposta di Bossi: «Bene, allora cambiamo la legge prima del 21 giugno. Il tempo c´è». A Parisi però piace il Mattarellum, che non è il sistema sognato per esempio da Massimo D´Alema o dall´Udc e non sembra nemmeno la base di partenza dei colloqui informali tra Maroni e Chiti. Il ministro dell´Interno ha spiegato al vicepresidente del Senato che eliminare il premio di maggioranza sarebbe forse «troppo azzardato». Ma Chiti pensa sia proprio questa la soluzione: «Ho molti dubbi sul quesito. E non perché fa un favore a Berlusconi ma perché non funziona per la democrazia. Uno sbarramento dell´8 per cento al Senato e il 55 per cento della Camera alla lista vincente è un assurdità». Nel Pd dunque aumentano le richieste per un ripensamento sul sì. Anche Enrico Letta chiede un´ulteriore «riflessione». E Antonio Di Pietro ne approfitta per cambiare linea, preoccupato dalle dichiarazioni dei promotori: «Se votare sì significa voler cambiare la legge elettorale, bene. Ma se l´obiettivo è lasciare l´impianto attuale, con le liste bloccate e il premio a partiti minoritari, diciamo no».
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 05-05-2009)
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Politica Italiana Pagina 107 Ma gli ammiccamenti del Carroccio non convincono Franceschini Referendum, pressing sul Pd Ma gli ammiccamenti del Carroccio non convincono Franceschini --> ROMA Gli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il porcellum vanno avanti, e si allargano all'Udc. E, mentre protagonisti parlano già dei possibili sistemi elettorali su cui discutere, a dividere è l'atteggiamento da tenere di fronte al referendum, con il Pd che insiste sul suo sì nonostante le critiche e le lusinghe del Carroccio. Quanto al Pdl, tutti i dirigenti ribadiscono l'intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un no al referendum, il segretario del Pd Dario Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea. Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Roberto Cota, Roberto Calderoli (che vuole sottoporlo «a trattamento sanitario obbligatorio») e Roberto Castelli, che avanza il «sospetto» di «accordi segreti» con Berlusconi. Un dietrofront del Pd, come ha spiegato Franceschini, è impensabile: anche perché, sottolinea Salvatore Vassallo, «la sola eventualità di tenere il referendum ha rimesso in moto la discussione» sulla riforma. Oltretutto nel Pd c'è la convinzione che solo una percentuale di votanti abbastanza alta, superiore al 40 per cento, anche se inefficace ai fini del referendum, può rimettere in agenda la riforma elettorale. Peraltro, nel Pd c'è chi afferma che una riforma sia possibile anche in caso di raggiungimento del quorum e di vittoria del sì. Scenario su cui scatta il veto del Pdl: se vincesse il sì, affermano esponenti come Daniele Capezzone o Italo Bocchino, «ogni tentativo di dar vita a nuove leggi elettorali con maggioranze spurie sarebbe contrastato dal Pdl, senza cui in Parlamento nessuna riforma è possibile». Il combinato disposto di una vittoria del sì e di elezioni anticipate, che potrebbero consegnare la maggioranza parlamentare al solo Pdl, spinge Linda Lanzillotta a invitare il proprio partito, il Pd, a rivedere la propria posizione e ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge. Un passo ulteriore lo compie uno dei promotori del referendum, Arturo Parisi: si potrebbe mettere mano alla riforma addirittura prima del fatidico 21 giugno. Basterebbe una leggina che ripristini il precedente sistema maggioritario a collegio uninominale, il Mattarellum, che non dispiace alla Lega.
( da "AprileOnline.info" del 05-05-2009)
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Non un mosaico di pezzi, ma un nuovo insieme Fulvia Bandoli, 05 maggio 2009, 11:16 Dibattito Sinistra e Libertà inizia un percorso che non può finire nello spazio di un mattino, sia che si raggiunga o non si raggiunga la soglia del 4%. La costruzione di un partito ha tempi, modi e pratiche democratiche. E questa intenzione è forte prima di tutto nelle tante persone singole, in quel popolo della sinistra, che sta molto più fuori che dentro i piccoli partitini e che è la vera ricchezza della sinistra in Italia. Un popolo di sinistra che è fatto anche dai molti elettori delusi dal Pd Con la nascita del Partito democratico si è aperta una falla a sinistra e una sfida per chi la saprà raccogliere. Nessuna delle piccole formazioni politiche esistenti può coprire da sola quella falla e solo una Sinistra nuova può accettare quella sfida. Sinistra e Libertà nasce per accettare la sfida e per cominciare a coprire quella falla. Il punto non è come far sopravvivere in Italia una forza comunista. Il punto è come dar vita ad una sinistra popolare che sappia tenere insieme coloro che vengono dalle tradizioni storiche e tutti quelli che sono sinistra, in altro modo, con altri percorsi e culture. Tante donne e tanti uomini di sinistra hanno, in questi decenni, imparato a confrontarsi, fino ad assumerle, con una pluralità di culture politiche, Sinistra e Libertà nasce per riunire e far vivere quelle culture in un nuovo soggetto politico. Sinistra e Libertà è una sinistra autonoma e critica, che avversa la destra ma compete apertamente con il Partito Democratico. Una sinistra che ha l'ambizione di diventare popolare e radicata socialmente, per farsi carico dei problemi del paese e portarli a soluzione. Una sinistra che non si nasconde dietro simboli e bandiere ma vive nei principi, nei valori, nelle idee e nei programmi delle sue battaglie quotidiane. Che nasce per dare dignità, pensiero e proposte ad una opposizione visibile ed efficace che sappia contrastare una destra oramai dilagante. Abbiamo messo vicino alla Sinistra la parola Libertà per tre ragioni di fondo: perché la sinistra ha avuto un problema serio rispetto al tema della libertà e noi vogliamo pienamente assumerlo e superarlo definitivamente ( non va forse in crisi la storia della sinistra nel mondo e all'est in particolare proprio perché non riesce a fare i conti con la libertà?); perché è venuto il tempo di togliere questa parola dalle mani della destra, che appropriandosene indebitamente, ne ha stravolto la sostanza per quindici lunghi anni; perché laicità e libertà sono due parole indissolubilmente legate. La destra non può difendere la libertà non essendo una forza laica, ma anche il Pd non è un partito coerentemente laico, e non lo sono le forze che si ritrovano nella lista di Di Pietro; Sinistra e Libertà è una forza laica che si riconosce pienamente in quello che la nostra Costituzione dice in proposito. Laica quando si tratta della scuola pubblica, della libertà religiosa, degli orientamenti sessuali delle persone, dei diritti civili uguali per tutti i cittadini, quando afferma che solo la laicità è garanzia sicura verso ogni fondamentalismo e ogni tentazione di stato etico. La laicità è un principio irrinunciabile, che regola il rapporto tra Stato e Chiesa, ma anche tra religione e politica, e che tutela, essa sola, la libera espressione delle opinioni e delle scelte. La laicità non ha nulla a che vedere con il relativismo, e va detto comunque che spesso coloro che accusano i laici di relativismo dimenticano che il contrario del relativismo è l'assolutismo. Sinistra e Libertà si richiama al Socialismo europeo e alle forze della Sinistra Europea pur vedendone i limiti e ritiene quel campo un campo fecondo. La storia del socialismo in Italia e nel mondo ( come del resto quella del comunismo) è storia lunga e complicata ma, per fare solo due esempi, il Partito di Nelson Mandela quando ha dovuto decidere dove stare a livello internazionale ha scelto l'Internazionale Socialista e Zapatero è un socialista. Le forze che si richiamo al socialismo europeo o alla sinistra europea sono assai diverse tra loro, pretendere una identificazione assoluta oggi è difficile, noi scegliamo un campo preciso ma in qualche modo plurale. Un campo che in Europa è riuscito a fare spesso battaglie comuni su questioni importantissime. Oggi Sinistra e Libertà non può che partire come una alleanza per le europee ma subito dopo le elezioni si propone di diventare, con il tempo e il lavoro che serviranno, una forza politica radicata sul territorio: una sinistra che mette a suo fondamento la libertà e la differenza di sesso, un diverso modello di sviluppo e di consumi alternativo al liberismo, una giustizia sociale sostanziale e un'equa divisione della ricchezza contro le speculazioni, le rendite e l'evasione fiscale, il ruolo sociale del lavoro e la lotta al precariato, la centralità della formazione, una informazione non lottizzata, la lotta alla illegalità e alle mafie, la sicurezza intesa in tutte le sue accezioni a partire dalla sicurezza di poter vivere in un paese che non cade a pezzi sotto terremoti e alluvioni. Una sinistra che vede il mondo e l'Europa, combatte la povertà, la schiavitù dei minori, la rapina delle multinazionali verso i paesi poveri, che ha a cuore la pace e un impegno coerente per il disarmo, perché un mondo povero, inquinato e pieno di armi non potrà mai essere un mondo ne giusto ne sicuro. Alcuni temono che dopo le elezioni il progetto di Sinistra e Libertà si sfarini come avvenne per la Sinistra Arcobaleno. Ma molte e molti hanno imparato da quell'errore e si impegnano a non ripeterlo. La Sinistra Arcobaleno nacque su un equivoco e dopo la pesante sconfitta ognuno se ne tornò alle sue piccole "appartenenze". Oggi non è cosi, se qualcuno, sbagliando ancora, dovesse considerare Sinistra e Libertà solo come un cartello per presentarsi alle elezioni, dovrebbe considerare che la maggioranza di coloro che hanno dato vita a questo progetto è intenzionata a portarlo avanti anche dopo le elezioni. Sinistra e Libertà inizia un percorso che non può finire nello spazio di un mattino, sia che si raggiunga o non si raggiunga la soglia del 4%. La costruzione di un partito ha tempi, modi e pratiche democratiche. E questa intenzione è forte prima di tutto nelle tante persone singole, in quel popolo della sinistra, che sta molto più fuori che dentro i piccoli partitini e che è la vera ricchezza della sinistra in Italia. Un popolo di sinistra che è fatto anche dai molti elettori delusi dal Pd. Se qualcuno si chiamerà fuori il progetto stavolta non cadrà a terra, perché non è un mosaico di pezzi ma un nuovo insieme. Oggi Sinistra e Libertà è prima di tutto visibile nelle battaglie e nelle proposte che ha fatto e che fa ogni giorno: Sinistra e Libertà è la proposta di sospendere immediatamente il progetto del Ponte sullo Stretto di Messima stornando quei fondi ( prima trance 1,3 miliardi di euro, costo totale 10 miliardi) per la ricostruzione dell'Abruzzo e per la messa in sicurezza di scuole, ospedali e case in tutte le aree sismiche e a rischio idrogeologico d'Italia ( la più grande opera pubblica di cui ha bisogno l'Italia); Sinistra e Libertà è l'abolizione di tutti gli appalti al massimo ribasso che sono tra le cause principali di una edilizia di carta pesta; Sinistra e Libertà è la tutela dell'acqua come bene comune, del territorio agricolo da altre cementificazioni, delle città e delle coste dalla speculazione e dall'abusivismo; Sinistra e libertà è la diminuzione delle emissioni contro il riscaldamento del Pianeta così come previsto dalle direttive europee; Sinistra e Libertà è un chiaro No al ritorno al nucleare e un tondo Si all'aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili ; Sinistra e Libertà è No al raddoppio della base di Vicenza come hanno chiesto i cittadini nel loro referendum autogestito e al contempo l'interruzione dei finanziamenti per nuovi strumenti bellici e in particolare gli stanziamenti previsti per i nuovi aerei militari F35 (con un risparmio di 14,5 miliardi di euro) Sinistra e Libertà è la battaglia che stiamo facendo per la moratoria dei licenziamenti; Sinistra e Libertà è la campagna contro la Mafia e la camorra al sud; Sinistra e Libertà è la proposta di cambiare radicalmente la legge 30 sul precariato abolendo contratti atipici che rubano il futuro dei giovani; Sinistra e Libertà è la patrimoniale sui redditi alti e sulle rendite milionarie, la lotta alla enorme evasione fiscale Sinistra e Libertà è una tassa (questa si giusta) sulle intermediazioni finanziarie; Sinistra e Libertà è la nostra richiesta di immediato riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto, della libertà di ricerca scientifica, di una scelta libera e responsabile sul fine vita, di una riscrittura radicalmente diversa della legge sulla procreazione assistita; Sinistra e Libertà è la proposta di adeguare salari, stipendi e pensioni che sono i più bassi d'Europa; Sinistra e Libertà è il rispetto delle norme per la sicurezza nei luoghi di lavoro, contro le morti sul lavoro e perché le sanzioni per chi non le rispetta siano applicate severamente; Sinistra e Libertà è una televisione pubblica non lottizzata, una informazione libera e obiettiva che non soffra di alcuna censura ; Sinistra e Libertà è una scuola pubblica finanziata adeguatamente, un ruolo degli insegnati riconosciuto, il ripristino del tempo pieno e il finanziamento della ricerca universitaria; Sinistra e Liberta è il dimezzamento del numero dei parlamentari e la diminuzione dei loro stipendi; un tetto proporzionato e motivato agli stipendi di manager, dirigenti d'azienda e di banca; una riforma elettorale che tolga il premio di maggioranza ( mentre il referendum proposto lo aumenterebbe ancora e a vantaggio di una sola lista e non della coalizione),che ripristini la scelta dei candidati da parte degli elettori, che sia fatta sul modello tedesco uscendo da un falso e forzato bipartitismo; Sinistra e Libertà è lottare contro la povertà estendendo il microcredito e il commercio equo e solidale, dando un taglio ai fondi per la povertà che altro non sono che misure caritatevoli e inefficaci; Sinistra e Libertà è svelare la mistificazione delle destre che sulla paura dello straniero e dei diversi hanno costruito consenso, tacendo sul fatto che invece il futuro ce lo stanno portando via le banche, il fondamentalismo del mercato, le speculazioni, le multinazionali, i titoli tossici, le insopportabili disuguaglianze che caratterizzano il liberismo.
( da "Avvenire" del 05-05-2009)
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CRONACA 05-05-2009 IL PALAZZO E IL PAESE e parlamentari. Centristi disponibili: no a maggioranze assolute col 40% dei voti Dopo le aperture del leader del Carroccio segnali di frenata da parte di ministri Sul referendum è tregua Pdl-Lega Bossi: sì a una nuova legge elettorale Il centrodestra: prima il governo DA ROMA MASSIMO CHIARI È Roberto Calderoli a scandire l'ultimatum: se il referendum raggiunge il quorum si apre la crisi di governo. Ma scommette il ministro della Lega «Berlusconi non è un irresponsabile». Il fallimento del quesito sembra segnato. E anche un referendario convinto come Gianfranco Rotondi, lo dice con la massima chiarezza: «Sono referendario e andrò a votare ma la Lega può stare tranquilla: non ci giochiamo un governo che rialza l'Italia per una questione di tecnica elettorale», conferma il ministro per l'Attuazione del Programma. Insomma il realismo sembra prevalere e la Lega sembra pronta a mettere da parte progetti di rottura e a concentrarsi su una serie di cose da fare prima della riforma elettorale. «Abbiamo fatto il federalismo fiscale e ora, il passo successivo, sarà la riforma costituzionale...», dice ancora Roberto Calderoli che va avanti completando il ragionamento: «... Una volta modificato il sistema bicamerale, con una Camera che voterà la fiducia e un Senato federale è evidente che il sistema elettorale cambierà completamente natura, scopo e finalità. Solo allora chiosa il ministro della Lega avrà senso affrontare la materia elettorale... Oggi serve solo a buttare in aria un sistema che sta operando bene». Bossi che una manciata di ore prima aveva lanciato l'idea di un patto «con chi ci sta» per varare una nuova legge elettorale che sostituisca l'attuale, ha già ricevuto rassicurazioni precise dall'inquilino di palazzo Chigi e ora anche Fabrizio Cicchitto, il presidente dei deputati del Pdl, spedisce il suo messaggio alla Lega: «Calderoli dice delle cose ragionevoli. Concentriamo la nostra attenzione sulle conseguenze del terremoto, sulla crisi economica, sulla sicurezza, sulle infrastrutture e sulle riforme costituzionali... Questa è la naturale sequenza». Una pausa leggera precede l'affondo: «Solo alla fine di una legislatura ci si può occupare di cambiare la legge elettorale, a meno di non aver deciso di andare ad elezioni molto anticipate». La pace sembra a portata di mano e l'idea di Bossi sempre meno attuale. Un patto con chi ci sta per cambiare la legge elettorale? L'Udc con Buttiglione dice sì e avverte: «Se da parte di Berlusconi passasse l'idea di avere con il 40 per cento dei voti la maggioranza assoluta in Parlamento ed il governo del Paese senza nessuna alleanza, si potrebbe creare una grande alleanza Pd-Udc-Lega per fare una legge elettorale democratica e questa grande alleanza potrebbe andare alle urne per battere Berlusconi». Il problema però al momento non sembra Berlusconi. È il Pd a continuare a dire sì al referendum ed è il Pd ad affondare Bossi: «La Lega avverte Franceschini poteva pensarci prima di fare la 'legge porcata'. Adesso al referendum per abrogarla non possiamo che rispondere sì. Poi ci saranno quattro anni per rifare la legge». È un avvertimento che non sfugge alla Lega e il capogruppo alla Camera Roberto Cota sembra quasi incredulo: «Se il Pd agevola Berlusconi c'è qualcosa che non va, vuol dire che non c'è opposizione e questo non va bene neanche per la maggioranza. Come ha detto Umberto Bossi, lavoriamo per una legge elettorale che assicuri la governabilità ma anche la rappresentatività. Il referendum non ha senso perché va in senso opposto». Duro con Franceschini anche Pier Ferdinando Casini: «Il Pd, e questa è la novità, ha deciso di farlo governare Berlusconi da solo votando sì al referendum. Questa la dice lunga su un'opposizione che fa di tutto per mettere sul trono Berlusconi, invece che contrastarlo». Calderoli: «Il premier non è un irresponsabile, modifiche possibili solo dopo federalismo e riforma costituzionale». Cicchitto: «Ha ragione, sono temi da fine legislatura»
( da "Brescia Oggi"
del 05-05-2009)
Pubblicato anche in: (Arena.it,
L')
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Riforma, la Lega preme sul Pd REFERENDUM. Calderoli punta ad un accordo con l'opposizione e avverte il governo: «Irresponsabile aprire una crisi» 05/05/2009 rss e-mail print Il ministro Roberto Calderoli ROMA Sul referendum e sulla riforma elettorale il Pdl cerca di rassicurare la Lega, ma Umberto Bossi non si fida e continua il pressing sul Pd per un accordo su una nuova legge. Il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli è convinto che Berlusconi non sia irresponsabile e sappia che una crisi di governo, in questo momento, «non sarebbe affatto un bene per il Paese». Calderoli comunque è sicuro che la consultazione popolare «fallirà» per il mancato raggiungimento del quorum. A quel punto la priorità sarà la riforma della Costituzione. E «soltanto a seguire» si passerà alla riforma del voto. Alla sfida di Bossi («come fa il Pd a votare sì, così vince Berlusconi»), il leader Pd Dario Franceschini ha replicato che «la Lega poteva pensarci prima di fare la "legge porcata"». Un dietrofront quindi è impensabile. Una posizione che ha raccolto le critiche del Carroccio. Roberto Cota vuole sottoporlo «a trattamento sanitario obbligatorio» e Roberto Castelli avanza il sospetto di «accordi segreti» con il premier. Linda Lanzillotta ha invitato il proprio partito, il Pd, ad aprire subito il confronto con la Lega su una nuova legge. Antonio Di Pietro, finora favorevole al referendum, ha avvertito che voterà no se manca l'impegno a cambiare la legge. Agli ammiccamenti della Lega ha risposto positivamente l'Udc. Il presidente Rocco Buttiglione vede con favore una alleanza Udc-Carroccio-Pd per una legge elettorale democratica.
( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 05-05-2009)
Pubblicato anche in: (Mattino,
Il (Circondario Sud2)) (Mattino, Il (Benevento)) (Mattino, Il (Circondario
Nord))
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Claudio Sardo Il Pd ha scelto il sì al referendum per colpire il Porcellum e aprire la strada a una riforma elettorale in Parlamento. Ma non ha detto quale riforma vorrebbe, anzi è diviso sulla materia. Berlusconi ha annunciato il suo sì per bloccare ogni successivo intervento parlamentare: in caso di approvazione dei quesiti referendari, il premio di maggioranza deve restare appannaggio del partito più votato. Ma è lecito dubitare che il Cavaliere intenda davvero spingersi fino alla rottura con la Lega e alle elezioni anticipate. Proprio la Lega intanto è capofila del fronte dell'astensione, con tanto di denuncia dello strapotere berlusconiano. Ma per rendere pan per focaccia all'alleato-competitore deve minacciare una maggioranza con il Pd, e forse anche con l'Udc, su una nuova legge elettorale. Il referendum è materia che scotta. Incide sul sistema politico, può cambiare gli equilibri del potere. Tuttavia non è facile districarsi tra tattiche e strategie. La verità è che il raggiungimento del quorum è improbabile. L'ultimo referendum abrogativo convalidato dalla presenza di più del 50% del corpo elettorale è stato proprio il referendum elettorale del '93. Da allora tutte le altre consultazioni sono fallite. E questo pronostico ha finito per moltiplicare tatticismi e minacce. C'è tatticismo e furbizia nel sì del Pd, che cerca di mettersi sulla scia del movimento referendario senza pagare il prezzo (almeno finora) di esporsi con una propria proposta di riforma elettorale e istituzionale. SEGUE A PAGINA 10
( da "Corriere Adriatico" del 05-05-2009)
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Buttiglione invita a creare un'alleanza Pd, Udc Carroccio per fare una legge elettorale democratica Il referendum agita il centrodestra, la Lega attacca Gli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il "porcellum" vanno avanti, e si allargano all'Udc. E, mentre protagonisti parlano già dei possibili sistemi elettorali su cui discutere, a dividere è l'atteggiamento da tenere di fronte al referendum, con il Pd che insiste sul suo sì nonostante le critiche e le lusinghe del Carroccio. Quanto al Pdl, tutti i dirigenti ribadiscono l'intenzione di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dopo il colpo di scena costituito dalla profferta di Umberto Bossi a discutere di riforma elettorale, in cambio di un no al referendum, il segretario dei Democratici Dario Franceschini ha affermato di non voler cambiare idea: "La direzione ha approvato questa linea - ha detto in un'intervista al Corriere della Sera - con oltre cento voti contro cinque. Tornare indietro per una battuta detta da Berlusconi significherebbe non essere un partito, ma solo un gruppo di persone impaurite". Su Franceschini sono piovute le critiche del Carroccio, con Roberto Cota, Roberto Calderoli (che vuole sottoporlo "a trattamento sanitario obbligatorio") e Roberto Castelli, che avanza il "sospetto" di "accordi segreti" con Berlusconi. "Dica la verità", intima il sottosegretario leghista. Un dietro-front del Pd, come ha spiegato Franceschini, è impensabile: anche perché, sottolinea Salvatore Vassallo, "la sola eventualità di tenere il referendum ha rimesso in moto la discussione" sulla riforma. Oltretutto nel Pd c'è la convinzione che solo una percentuale di votanti abbastanza alta, superiore al 40%, anche se inefficace ai fini del referendum, può rimettere in agenda la riforma elettorale. Rocco Buttiglione invita a "creare una grande alleanza Pd-Udc-Lega per fare una legge elettorale democratica", una "grande alleanza che poi - aggiunge il presidente dell'Udc - potrebbe andare alle urne per battere Berlusconi". GIOVANNI INNAMORATI,
( da "Gazzettino, Il" del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Martedì 5 Maggio 2009, Roma NOSTRA REDAZIONE «Potevano pensarci prima di fare la legge porcata»: così il segretario del Pd, Franceschini, respinge la proposta avanzata da Bossi di fare una nuova legge elettorale (di stampo tedesco) «con chi ci sta». Va detto innanzitutto che Calderoli dà un senso un po' diverso all'ipotesi di Bossi, immediatamente accolta, per esempio, dall'Udc: non una nuova legge elettorale subito, ma un percorso che prevede il fallimento del referendum, le riforme costituzionali e solo da ultimo la riforma elettorale. Nell'«improbabile caso» che vinca il sì - ecco l'unica eccezione - si dovrebbe varare in Parlamento una legge «a tutela della democrazia». Secondo il ministro leghista, «il referendum fallirà per la mancata partecipazione al voto, perché i cittadini da tempo hanno imparato a non farsi prendere più in giro da referendum manipolativi come questo che, intervenendo sulla legge elettorale, mette in dubbio la natura stessa della democrazia». Una volta fallito il referendum, prosegue Calderoli, «si potrà procedere sul cammino democratico delle riforme, così dopo il federalismo fiscale si procederà alla riforma della Costituzione, riducendo il numero dei parlamentari e ponendo fine al bicameralismo perfetto attraverso la realizzazione di una Camera che rappresenti lo Stato e di una che rappresenti il territorio, rafforzando i poteri del governo e quelli del Parlamento e soltanto a seguire si passerà alla riforma della legge elettorale, in modo che la legge sia conseguente e coerente con le riforme realizzate». Questa, insiste il ministro leghista, è «la naturale sequenza» da seguire nell'interesse del Paese «e solo in caso di un improbabile impazzimento generale» il prossimo 21 giugno, «e della conseguente emergenza democratica che in tale remoto caso si verrebbe a creare», la riforma della legge elettorale diventerebbe «ineludibile». Ma non ci sono rischi, conclude Calderoli, «perché il Paese è maturo e la storia seguirà il buon senso». Sul da farsi in caso di vittoria del sì il Pdl ha idee diverse: «Non ci sarà bisogno di alcuna legge elettorale e ogni tentativo di farla fallirà», avverte il vicecapogruppo alla Camera, Bocchino. Ma il capogruppo Cicchitto sembra guardare ad altri scenari e loda convintamente l'agenda fissata da Calderoli. Il Pd invece respinge la proposta di Bossi: «Potevano pensarci prima di fare la "legge porcata" - dice da Varese il segretario Franceschini - per fare una nuova legge elettorale abbiamo quattro anni, ora il referendum deve decidere se abrogare o meno la "legge porcata" e noi la vogliamo abrogare». Secondo il costituzionalista del Pd Ceccanti, la reazione della Lega mostra che la linea del Pd (sì al referendum per una riforma parlamentare della legge elettorale) «dà i suoi frutti». L'ex ministro Linda Lanzillotta propone invece di avviare subito i contatti con la Lega per una riforma della legge elettorale subito. La stessa idea portata avanti dal presidente dell'Udc, Buttiglione. I leghisti però si scagliano contro Franceschini: «Parla di rischi neoautoritari nel Paese - rileva Castelli - ma è il primo ad appoggiare questo disegno invitando a votare sì al referendum. Viene addirittura il sospetto che abbia accordi segreti con Berlusconi. Sarebbe il caso che dicesse la verità». Una volta tanto Pier Ferdinando Casini è d'accordo con la Lega: «Il Pd - spiega il leader dell'Udc - ha deciso di far comandare Berlusconi da solo perché voterà con lui sì al referendum. Questo la dice lunga su una opposizione che fa di tutto per mettere sul trono Berlusconi invece di contestarlo». Andrea Bianchi
( da "Sicilia, La" del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Pressing della Lega sul Pd ma Franceschini insiste «Voto sì al referendum» Anna Rita Rapetta Roma. Gli ammiccamenti tra Lega e Pd per una riforma elettorale che modifichi il porcellum vanno avanti e si allargano all'Udc. Il Pd comunque insiste sul suo «sì» nonostante le lusinghe del Carroccio; quanto al Pdl, i dirigenti ribadiscono di non voler mettere mano alla riforma elettorale. Dunque una grande alleanza Pd-Udc-Lega per rifare la legge elettorale e poi andare alle urne uniti contro il Pdl. E' la proposta dell'Udc davanti alla prospettiva del referendum che modifica il «porcellum» attribuendo il premio di maggioranza al 55% al partito (e non alla lista) che ottiene più voti. Chi pensava che il referendum potesse essere un grimaldello per aprire le porte a una riforma elettorale non aveva fatto i conti col Pdl che, di rimettere mano alla legge elettorale che uscirebbe dalle urne in caso di vittoria del «sì», non ha nessuna intenzione. Così, anche la Lega ha ricominciato a scalpitare e ha fatto sapere di essere a lavoro su una riforma della legge elettorale da approvare in Parlamento «con chi ci sta». La possibilità che venga raggiunto il quorum, col Pd che ha confermato ancora una volta il suo «sì» al referendum («Tornare indietro per una battuta detta da Berlusconi significherebbe non essere un partito, ma solo un gruppo di persone impaurite», afferma Franceschini), non è da escludere. E comincia a farsi strada l'ipotesi di un accordo tra i partiti dell'opposizione per rimettere mano al «porcellum» rendendo di fatto inutile il referendum. Eventualità che trova il pieno appoggio del comitato referendario pronto a dare un contributo per la riscrittura della legge elettorale in senso maggioritario. «Accettiamo la sfida - dice il presidente Giovanni Guzzetta - sento il Palazzo scosso da fibrillazioni di fronte alla prospettiva che siano direttamente i cittadini a fare ciò che il Parlamento da anni non riesce a fare: una buona legge elettorale». Il presidente dell'Udc, Rocco Buttiglione, ha lanciato la proposta di un'alleanza tra Pd, Udc e Lega, ma l'Idv dice subito «no» al remake del «patto delle sardine», quello del '94 tra Buttiglione, Bossi e D'Alema per far cadere il Cavaliere e sostituirlo con un governo tecnico. lntanto il leader dell'Idv, Di Pietro, fa sapere di essere pronto a ritirare il suo sostegno alla campagna per i «sì» al referendum se non c'è l'impegno formale del governo a cambiare la legge. Nel Pd, invece, l'idea di un accordo con la Lega prende piede. Linda Lanzillotta suggerisce di aprire subito un tavolo con la Lega e Arturo Parisi propone di votare una sola legge di un solo articolo: il ritorno al Matterellum. La Lega, però, rischia così di veder naufragare il sogno del federalismo fiscale. Non a caso, il ministro Calderoli, dopo aver ammonito il Cavaliere («Berlusconi non è un irresponsabile: sa bene che una crisi di governo in un momento di crisi economica non sarebbe un bene per il Paese») detta la tabella di marcia: prima il federalismo, poi la riforma della legge elettorale. Con una convinzione che sembra più una speranza: «Tanto il referendum fallirà».
( da "Sicilia, La" del 05-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Pubblico e privato Da vicenda privata, l'annuncio di divorzio della coppia Lario-Berlusconi finisce per trasformarsi via via anche in caso politico. E questo mentre il governo, che si appresta a tagliare il traguardo del primo anno di vita, ha di fronte questioni decisive per il futuro del Paese: dalle prospettive della crisi economica, sempre più buie per il 2009, ma con un barlume di luce per il 2010, alle fibrillazioni innescate nella maggioranza dall'avvicinarsi del referendum elettorale. Succede il giorno dopo che la moglie del presidente del Consiglio ha fatto sapere che avvierà le pratiche per la separazione. Ed è il Cavaliere stesso a portare la querelle matrimoniale nel campo politico parlando - in due interviste a Corriere della Sera e Stampa - del «tranello» teso dai suoi avversari politici nel quale la moglie, «sobillata», sarebbe caduta e dello «scherzo» che «per la terza volta» gli avrebbe giocato in campagna elettorale. Un comportamento definito «patetico» dal leader del Pd Dario Franceschini, che invita Berlusconi a «smetterla» di usare la sua vicenda personale per «coprire il merito e depistare l'attenzione degli italiani». Anche il resto dell'opposizione reagisce. Lorenzo Cesa rivendica la «serietà» dell'Udc nel trattare la vicenda privata di Berlusconi e gli chiede di non evocare presunti «complotti»; e Antonio Borghesi, deputato dell'Italia dei Valori, firma alla Camera un'interrogazione che chiede al governo di chiarire eventuali «rapporti del premier con minorenni». Toni tanto duri da dover essere poi ammorbiditi dal suo stesso partito. Il Pdl fa muro. Le vicende familiari, dicono ad una voce i ministri Sandro Bondi e Renato Brunetta, «non devono diventare politica». Mentre Paolo Bonaiuti rinvia a Franceschini l'epiteto di patetico. Gli italiani, dice, non credono «alle chiacchiere dei giornali», ma alle realizzazioni concrete di Berlusconi. Ma è dal fronte cattolico del Pd che arrivano i richiami più severi verso il capo del governo. Il divorzio è una questione privata, dice l'ex segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti, ma è «il degrado morale» a diventare caso politico; mentre per Rosy Bindi il presidente del Consiglio «ha un dovere di trasparenza e verità verso gli italiani a cui non può sottrarsi con depistaggi mediatici». Intanto Berlusconi deve affrontare anche le fibrillazioni della Lega sul doppio fronte del disegno di legge sicurezza e del referendum. Sarà un incontro tra Roberto Maroni e i capigruppo di Pdl e Carroccio a decidere stamani se porre la fiducia sul ddl, come chiedono insistentemente i leghisti. Ma, prima, il centrodestra dovrà sciogliere due nodi: quello della norma sui «presidi-spia», che obbliga gli immigrati a presentare il permesso di soggiorno per iscrivere i figli a scuola, contro cui è sceso in campo anche Gianfranco Fini; e l'altro, relativo alla disciplina anti-racket che Maroni vuole reintrodurre. Ancora più insidioso per il governo si può rivelare il malumore dei lumbard sul referendum. La Lega non esclude le estreme conseguenze di un ritorno alle urne, se passassero i quesiti elettorali, ma intanto preme sul Pd perché rinunci a sostenere il sì e propone di discutere subito una possibile riforma sul modello tedesco. Franceschini non apre, ma l'eventualità del dialogo tra democratici e leghisti non lascia tranquillo il Pdl, che rinvia ogni ipotesi di riforma elettorale solo a fine legislatura, e cioè tra quattro anni. Molto prima, invece, si vedrà se e come durerà la crisi economica e quali effetti avrà sul Paese. La Commissione Ue fornisce oggi un quadro a tinte ancora più fosche delle previsioni 2009 per l'Italia, tagliando le stime sul Pil (-4,4%, con un + 0,1% nel 2010), indicando il deficit al 4,5% (in crescita al 4,8% l'anno successivo) e il debito 2010 al 116,1% del Prodotto interno lordo, un livello da fine anni '90. L'economia non è più in «caduta libera» dice il commissario Joaquin Almunia, ma si resta in piena recessione. Per Berlusconi, malgrado tutto, resta ancora questo il problema numero uno.
( da "Repubblica.it" del 05-05-2009)
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ROMA - Il divorzio Berlusconi-Lario? E' il premier che da sempre usa il privato in politica. Le critiche di Avvenire al premier? Un pugnetto sul tavolo. La ricostruzione all'Aquila? Per il governo è un terremoto di serie B. Le alleanze del Pd? Un partito non cresce mai da solo. Pierluigi Bersani, responsabile economico del Pd, risponde a tutto campo ai 200 messaggi degli spettatori di Repubblica Tv, durante il videoforum condotto da Massimo Giannini. Caso Berlusconi-Lario. La sinistra è accusata dl premier di complotto. "Spiace che l'Italia e la politica si infilino in una soap opera ma è Berlusconi che ha da sempre contabilizzato in politica i suoi successi privati. Questo è chiaramente un insuccesso e ora vedremo come il premier con le sue televisioni si comporterà, anche se la politica dovrebbe occuparsi di altro. Comunque questo è un insuccesso. Poi ci sarà una contabilizzazione di cui si occuperà l'opinione pubblica". Avvenire. A proposito dei dubbi sulla moralità del premier avanzati dal quotidiano della Cei, l 'Avvenire, Bersani spiega: "E' la prima volta: siamo al 5 maggio ma questa è una vicenda che ha ormai una settimana. L'Avvenire ha battuto un pugnetto sul tavolo. Non oso pensare se una cosa simile avesse sfiorato la figura di Prodi. Sono dell'idea che chiunque si occupi di politica deve trattare tutti allo stesso modo se si vuole avere un profilo autonomo. Specie se si vogliono dare, giustamente, indicazioni morali e etiche". Berlusconi imperatore. Il segretario del Pd Dario Franceschini ha lanciato un allarme-democrazia, paragonando l'Italia al Turkmenistan. "Quelle del Turkmenistan sono immagini - dice Bersani - La Lario invece ha parlato di imperatore, forse conosce anche meglio la questione. Avrà più fortuna questa seconda definizione del premier. La Lario dice una cosa che non può esistere perché non abbiamo un impero - aggiunge Bersani -. Ma allude ad un atteggiamento psicologico e al fatto che si sta deformando la costituzione materiale e non solo quella. Ci stiamo allontanando da un sistema parlamentare, questo contraddice la democrazia e una efficienza del sistema. Ma non c'è piena convinzione di questo. Tocca a noi far vivere un Parlamento moderno. Le scorciatoie populiste non portano risultati, portano consenso, poi però i fatti concreti non succedono". OAS_RICH('Middle'); Tremonti. Il ministro dell'Economia ieri aveva fatto l'esempio del treno in corsa verso un'auto bloccata con Franceschini e Bersani che fanno il tifo per il treno e il governo per chi occupa l'auto. "Non mi piace questa politica - risponde Bersani - . Ma come si fa a dire certe cose, stupidaggini di questa portata? Allora diciamo che sul treno c'è anche Bin Laden! Io prendo sul serio le cose che dice Tremonti, e lui deve prendere sul serio le nostre cose. Ci vuole rispetto, a domanda si risponde". Bersani elenca una serie di scelte fatte da Tremonti ("voleva cartolarizzare anche la nonna"), poi spiega: "Sono pronto a documentare la connivenza del centrodestra con pratiche disastrose in questa crisi. Se vogliamo fare dibattiti con Tremonti, vediamo chi sta sul treno". Terremoto. "Noi vogliamo votare il decreto per il terremoto in Abruzzo, ma così com'è non va. Sembra un terremoto di serie B e i sindaci vengono considerati dei meri esecutori. Nei terremoti precedenti chi aveva perso la casa veniva rimborsato per il 100%. Qui c'è tutto un marchingegno con cui non ci si arriva al 100%, neanche lontanamente. Poi c'è un meccanismo di governance inedito: i sindaci sono esecutori, ma i sindaci o sono responsabili o sono capopolo e fanno bene, perché sono eletti dai cittadini. Le zone colpite dal sisma sono diventate un luogo ridotto ad un drammatico palcoscenico di esternazioni". Referendum. "Sono più favorevole all'azzardo di dire sì al referendum, perché il giorno dopo se vincessero i sì avremmo una dinamica, se siamo capaci di coglierla, che renderebbe possibile una modifica seria della legge elettorale. La legge che esce dal referendum va bene a Berlusconi, ma solo a lui. E a quel punto - conclude Bersani - penso che non si scherzerebbe più perché va bene l'imperatore, ma c'è un limite. So che c'è un elemento anche di rischio, ma a volte bisogna sapersela giocare". Congresso Pd. Se Franceschini ottenesse un buon risultato alle europee, potrebbe continuare la sua segreteria, magari rinviando il congresso? "Giudico bene la gestione Franceschini - risponde Bersani - e non mi pento di aver dato una mano ma, comunque sia il risultato elettorale a giugno, il congresso va fatto perché abbiamo da discutere delle questioni di fondo e siccome penso di avere la mia da dire, con la massima tranquillità mi candido". Alleanze. "L'istinto di un partito è crescere, ma non si cresce stando da soli ma dimostrando di saper essere utili a un campo di alternative. Il primo compito è quello di costruire un sistema di relazioni, anche quando si discute di riforme elettorali". (5 maggio 2009
( da "AprileOnline.info" del 05-05-2009)
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Il poker del referendum Andrea Scarchilli , 05 maggio 2009, 17:48 Politica Mentre tramonta l'ipotesi di cambiare la legge elettorale prima della consultazione popolare, Bersani alla possibilità di fare una riforma dopo il voto ci crede sul serio: "E' vero che la legge che esce dal referendum va bene a Berlusconi, ma va bene a lui, non ne conosco molti altri". Ma il Pdl è sempre meno orientato a dare la disponibilità a sedersi al tavolo. I radicali costituiscono i comitati per il no, l'Idv vuole garanzie dell'apertura di una trattativa Com'è consuetudine nel nostro Paese, è montato il dibattito sulla legge elettorale. Basta poco - in questo caso la proposta del leader della Lega nord Umberto Bossi di arrivare a una riforma condivisa che scongiuri l'eventuale successo referendario - per dare vita alla partita a scacchi. Nella giornata si è rifatto sentire uno degli esponenti del Partito democratico che aveva accolto l'offerta leghista, Arturo Parisi. L'ex ministro della Difesa ha ribadito la controfferta di ieri, un ritorno immediato al "Mattarellum" (la legge in vigore prima dell'attuale) per azzerare il referendum: "Mancano ancora 46 giorni. Il cambiamento introdotto nella legge europea e quello sullo svolgimento del referendum dimostrano che il tempo è sufficiente". Uno degli ambasciatori di Bossi, Roberto Calderoli, ha tuttavia chiarito, definitivamente, che il progetto leghista è rivolto al dopo e subordinato al fatto che il referendum abbia successo: "'Di tornare al mattarellum, io l'avevo proposto nella scorsa legislatura. Sarebbe bastato un po' di coraggio e la cosa si poteva fare". Quanto al farlo ora in fretta e furia, Calderoli è netto: "Diciamo la verità: dobbiamo aspettare il 21 giugno. Poi si vedrà". Livia Turco ritiene che la proposta leghista arrivi fuori tempo massimo. Fosse giunta prima, il Pd tutto l'avrebbe gestita in maniera diversa. Si vedrà. Se il referendum non passa, succede niente. Se passa, l'ipotesi di scioglimento di governo e maggioranza diventa concreta. A quel punto, il Popolo della libertà dovrà decidere se tenersi la legge ultramaggioritaria e andare al voto in solitudine. Oppure sedersi al tavolo della riforma con i leghisti e gli altri. L'orientamento, confermato ancora dal portavoce Daniele Capezzone, è quello di lasciare le bocce ferme. Ne conseguirebbe il voto anticipato. Uno scenario ulteriore lo ha abbozzato il democratico Pierluigi Bersani difendendo la scelta del Pd di sostenere il sì, fornendo anche appoggio materiale per la campagna elettorale: "Il giorno dopo avremmo una dinamica che renderebbe possibile una modifica seria della legge elettorale. E' vero che la legge che esce dal referendum va bene a Berlusconi, ma va bene a lui, non ne conosco molti altri. Allora non si scherzerebbe più. C'è un elemento di rischio, ma bisogna giocarsela nella vita. Anche alla Lega, se a loro non va bene la legge che viene fuori da referendum avremo modo di discutere". Ci starebbe anche l'Italia dei valori, che ha ribadito che sostiene il sì solo come grimaldello per avviare un cambiamento della legge. Il capogruppo alla Camera Massimo Donadi ha detto che lo scenario di una legge che dà la maggioranza assoluta a un partito - tale sarebbe il risultato del sucesso referendario - obbligherebbe l'Idv a "rivedere le posizioni", ovvero il sostegno incondizionato al "sì". I dipietristi, insomma, cercano garanzie sull'apertura di un tavolo di trattative. A Bersani ha risposto a stretto giro un altro democratico, il vicepresidente del Senato Vannino Chiti: "Sarà perché mi piace poco il poker, ma non ritengo giusto in ogni caso assegnare come posta in gioco la nostra democrazia. Non capisco come si possa davvero pensare che una vittoria del sì al referendum apra la strada a una modifica dell'attuale legge elettorale. è del tutto evidente che ci terremmo il nuovo porcellum una volta che sia stato approvato dai cittadini italiani". Emma Bonino, nel frattempo, ha annunciato la costituzione da parte dei radicali di comitati per il "no": "Si vuole un bipartitismo bastardo, coatto ed oligarchico che non ha nulla a che vedere con la riforma anglosassone che vorremmo per questo Paese. Tutto questo ci porta a schierarci per il no. Abbiamo l'obbligo di dire una parola chiara ai cittadini schierandoci per il no, ci avviamo a costituire il comitato per il no. So che altri stanno pensando alla scorciatoria usata da Berlusconi nel 2000 e da Ruini nel 2005, cioé l'astensione. Ma secondo noi non è quella la strada da seguire, c'è un dovere di chiarezza e di assunzione di responsabilità nei confronti dei cittadini". Il comitato promotore, in una conferenza stampa, si è detto a favore - "sfidiamo apertamente il Parlamento", hanno detto Giovanni Guzzetta e Mario Segni - di una legge varata prima del referendum, a patto che ne rispetti lo spirito. Dunque, maggioritaria e bipartitica.
( da "Italia Oggi" del 06-05-2009)
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ItaliaOggi sezione: I commenti data: 06/05/2009 - pag: 2 autore: di Sergio Soave IL PUNTO La riforma elettorale? Ognuno la vuole come più gli fa comodo Nell'imminenza del referendum sulla legge elettorale, abbinato al secondo turno delle elezioni amministrative, le diverse formazioni politiche prendono posizione, il che probabilmente non avrà effetti immediati, per la difficoltà che venga raggiunto il quorum di partecipazione al voto, ma che può servire a orientarsi sul tema di una possibile successiva riforma di origine parlamentare. Il leader del Popolo della libertà ha deciso di votare sì, senza però che il partito, che pure nella situazione attuale sarebbe il principale beneficiario dell'attribuzione del premio di maggioranza alla lista più votata, si impegni come tale per il successo della campagna referendaria. Il Partito democratico ha anch'esso dato un'indicazione per il sì, ma con la contrarietà di alcuni importanti esponenti, come per esempio l'ex ministro e presidente della Toscana Vannino Chiti, con l'argomento, più suggestivo che realistico, che una vittoria del sì imporrebbe poi una riforma parlamentare di carattere esattamente opposto all'accentuazione del maggioritario. Appare più pertinente l'osservazione di Chiti, secondo il quale, una volta incassato questo enorme vantaggio, il Pdl non contribuirebbe certo a concertare una legge che glielo tolga. I partiti minori sono contrari al referendum, anche quando lo hanno sostenuto con la raccolta delle firme, come accade all'Italia dei Valori, ma non hanno una piattaforma comune sulla riforma elettorale, che pure Umberto Bossi ha dichiarato di essere disposto a concordare «con chi ci sta», cioè in pratica con l'opposizione. Ai partiti con un forte radicamento territoriale, come la Lega o il Movimento per le Autonomie, infatti, converrebbe un meccanismo simile a quello spagnolo, basato su collegi piccoli e senza recupero nazionale dei resti, mentre a partiti di opinione come l'Udc e l'IdV conviene una sistema proporzionale su base nazionale, del tipo tedesco. Ancora una volta, dunque, alla prospettiva di una riforma condivisa del meccanismo elettorale si oppone l'assenza di interessi comuni sia tra le formazioni di maggioranza sia tra quelle di opposizione. La scelta dei referendari è andata nella direzione di un rafforzamento del sistema maggioritario, ma il referendum è stato sostenuto strumentalmente anche da forze che puntavano, invece, a restaurare pienamente un sistema proporzionale, e che ora si trovano in difficoltà. Il siluramento di Walter Veltroni nel Pd ha determinato anche un tramonto della sua ipotesi di riforma, che a suo tempo era stata considerata una buona base anche da Forza Italia, ed è difficile che si ricostruiscano le condizioni per un'intesa tra le due maggiori formazioni, anche perché, in sostanza, il sistema attuale, con il richiamo del voto utile, le favorisce entrambe, mentre una modificazione le metterebbe in difficoltà con gli alleati attuali o potenziali.
( da "Tempo, Il" del 06-05-2009)
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stampa Riforma elettorale Democratici sempre più divisi. Chiti attacca Bersani: «Folle pensare che dopo una vittoria si cambi ancora» Maroni gela il Pd: «Impossibile una legge prima del referendum» Franceschini appoggia il leader dei referendari Guzzetta; Pierluigi Bersani ammette «che il sì al referendum comporta un rischio ma qualche volta bisogna giocare»; Vannino Chiti, senatore del Pd, zittisce tutti e due: «Sarà perché mi piace poco il poker, ma non ritengo giusto in ogni caso assegnare come posta in gioco la nostra democrazia. Non capisco come si possa davvero pensare che una vittoria del sì al referendum apra la strada ad una modifica dell'attuale legge elettorale. È del tutto evidente che ci terremmo il nuovo porcellum una volta che sia stato approvato dai cittadini italiani». Nel Partito Democratico ognuno sembra così seguire la propria strada sulla consultazione che dovrebbe cambiare la legge elettorale. E c'è anche chi, come Arturo Parisi, immagina di poter cambiare la legge prima del referendum. «Non capisco chi tra noi dice "è troppo tardi". Solo chi pensasse che il referendum è un fine e non un mezzo può andare all'appuntamento referendario senza aver provato tutte le vie ordinarie». «Perché allora non fermarsi tutti un momento e modificare la legge attuale con un sol articolo? — prosegue Parisi — al referendum mancano ancora 46 giorni. Il cambiamento introdotto nella legge europea e quello sullo svolgimento del referendum dimostrano che il tempo è sufficiente». Ma proprio il ministro Roberto Calderoli ieri ha chiuso la porta a qualsiasi possibilità di poter approvare una nuova legge elettorale entro la data della consultazione. «Le possibilità di modificarla prima del referendum sono zero. Il Pd confronti l'attuale legge, che a questo punto andrebbe rivalutata, e quella che uscirebbe dal referendum. Con il sì il Pd dice che l'esito del referendum gli piace e che dunque gli va bene che ci sarà sempre e solo una maggioranza». «Con la legge che esce dal referendum — prosegue Calderoli — se il Pdl e la Lega vanno separati ma poi si alleano dopo il voto, abbiamo conteggiato che alla Camera avremmo i 2/3 dei parlamentari e quindi potremmo cambiare la Costituzione da soli». Contro il Pd e la sua linea «ondivaga» si schiera anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini: «Se vince il sì — spiega — è chiaro che il giorno dopo si sciolgono le Camere e si va a nuove elezioni». Il Pd, prosegue, dimostra di essere «un partito di dilettanti allo sbaraglio quando sostiene che se vince il sì si deve rifare la legge. Il Pd che voterà sì si prepara a santificare Silvio Berlusconi che diventerà Santo subito. Noi faremo la battaglia contro questo referendum che consideriamo un truffa, che consegnerà il paese nelle mani di Berlusconi che non avrà neanche più bisogno del contributo della Lega. A volte, però, il troppo stroppia e anche una piccola goccia può far tracimare un vaso che è già pieno». «Molta gente ha capito che si sta esagerando — ha concluso Casini — e noi faremo la propaganda contro il referendum per evitare che si consegni il paese nelle mani di una sola persona».
( da "Secolo XIX, Il" del 06-05-2009)
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«Mattarellum, male minore»:presentato un disegno di legge sistema elettorale e referendum Roma. Stefano Ceccanti, costituzionalista e senatore del Pd, annuncia la presentazione di un disegno di legge per il ritorno al "Mattarellum", cioè alla legge elettorale per le politiche in vigore fino al 2005. «Il Comitato promotore dei referendum - dice Ceccanti in una nota - ci ha sfidato ad approvare una riforma elettorale prima della consultazione prevista il 21 giugno. E' una sfida che abbiamo il dovere di raccogliere. Per questo ho appena depositato un disegno di legge per ripristinare la legge Mattarella e chiedo a tutti i senatori di tutti i gruppi di aderire». «Sappiamo - prosegue l'esponente democratico - che nessun sistema elettorale è perfetto, ma volendo oggi trovare una soluzione equilibrata che risponda alle domande poste dai cittadini che hanno firmato per il referendum e innanzitutto ad una scelta chiara dei propri rappresentanti, la prima scelta possibile è quella del ripristino puro e semplice del cosiddetto "Mattarellum". Per almeno tre importanti ragioni». «Primo: perché, sia pure con alcune scelte opinabili, esso - argomenta Ceccanti - derivava da un verdetto dei cittadini elettori. Secondo perché era comunque il frutto di un'ampia convergenza parlamentare. Terzo: perché non esiste oggi obiettivamente un'intesa più ampia su un sistema del tutto nuovo, mentre esso ha il vantaggio di essere già ben conosciuto dai cittadini e dalle forze politiche e, pur prestandosi a critiche, esse sono sempre state minori di quelle rivolte all'attuale sistema». 06/05/2009
( da "Corriere Alto Adige" del 06-05-2009)
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Corriere dell'Alto Adige sezione: BOLZANOEPROV data: 06/05/2009 - pag: 7 L'onorevole Svp Brugger: ora la riforma elettorale BOLZANO «Se si vuole riformare la legge elettorale, bisogna farlo prima del referendum del 21 giugno che, invece, rischia solo di peggiorare la situazione esistente». Lo sostiene il deputato Svp, Siegfried Brugger, che invita a «evitare di porre in relazione orientamenti sul voto nel referendum con aspettative o ipotesi di riforma della legge elettorale in Parlamento». Ricordando che il Pdl ha escluso «riforme a posteriori», Brugger sottolinea che «non vi sarà riforma elettorale successiva in grado di ottenere ciò che il referendum non contribuirà a restituire ai cittadini e che come Svp riteniamo importante: reale, plurale e proporzionale rappresentanza della politica con potere di scelta fra i candidati». Se c'è la volontà di cambiare la legge «si proceda in via di urgenza».
( da "Manifesto, Il" del 06-05-2009)
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REFERENDUM Pd, a qualcuno piace il no. Bonino e Casini all'attacco Daniela Preziosi ROMA ROMA Il Pd è «un partito di dilettanti allo sbaraglio» convinti che «se vince il sì si deve rifare la legge» (Pierferdinando Casini). Perché se vincesse il sì, invece, «si consegnerebbero le chiavi del paese ad un partito unico di matrice fascista» (Antonio Di Pietro, che si sta orientando verso il no). «Il Pd si è cacciato in un pasticciaccio da cui non riesce a venir fuori. Una situazione veramente incomprensibile» (Emma Bonino, che ieri ha annunciato la costituzione di un comitato per il no). Rischia di trasformarsi in un passo falso la scelta di Dario Franceschini di impegnare il partito nel sì al referendum. Una scelta che non ha compiuto da solo, né all'improvviso. L'area degli ex veltroniani, quasi al completo, lo ha condotto passo passo e infine strattonato alla decisione finale. Alla quale però ha dato la benedizione preventiva (e decisiva) Massimo D'Alema che rispondendo in tv a una domanda di Daria Bignardi aveva anticipato la sua intenzione di votare sì al quesito ultrabipolare con lo scopo «tattico» di «costringere» il parlamento a mettere mano al porcellum. Fatto sta che, a un mese e mezzo dal voto, giorno dopo giorno risulta più chiaro che le possibilità di una riforma elettorale per via parlamentare sono assai scarse. In linea teorica sarà anche vero, come sostiene Franceschini, che a favore del cambio della legge c'è una maggioranza aritmetica formata da Udc-Lega-Pd. Ma ieri il ministro Roberto Calderoli ha chiarito che «le possibilità di modificare la legge elettorale prima del referendum sono zero». Quindi, «il Pd confronti l'attuale legge, che a questo punto andrebbe rivalutata, e quella che uscirebbe dal referendum. Con il sì il Pd dice che l'esito del referendum gli piace e che dunque gli va bene che ci sarà sempre e solo una maggioranza». La Lega è ferocemente contro i quesiti, ma non è il caso di farsi illusioni sulla rottura della maggioranza. Calderoli e gli sherpa di Berlusconi hanno già fatto i loro calcoli: «Con la legge che esce dal referendum se il Pdl e la Lega vanno separati ma poi si alleano dopo il voto, abbiamo conteggiato che alla camera avremmo i 2/3 dei parlamentari e quindi potremmo cambiare la Costituzione da soli». Le parole di Calderoli rendono pura accademia l'iniziativa di chi (come il referendario Stefano Ceccanti e i prodiani Parisi e Barbi) propone una leggina da approvare prima del referendum che si limiti - si fa per dire, sarebbe gran cosa - ad abrogare il porcellum per ripristinare la legge precedente. La legge elettorale attuale a Berlusconi piace. Quella che eventualmente uscisse dal referendum gli piacerebbe ancora di più. Queste semplici evidenze cominciano ad allarmare in molti, dentro il Pd. Pierluigi Bersani, che sul referendum si è tenuto allineato e coperto su Franceschini, ieri ha ammesso che il sì «comporta un rischio». Gli ha replicato ruvidamente Vannino Chiti, accusando il segretario (e indirettamente tutti quelli che lo hanno sostenuto) di giocare d'azzardo. «Sarà perché mi piace poco il poker, ma non ritengo giusto assegnare come posta in gioco la nostra democrazia», ha detto. «Non capisco come si possa davvero pensare che una vittoria del sì apra la strada ad una modifica della legge elettorale. È evidente che ci terremmo il nuovo porcellum una volta che sia stato approvato dai cittadini italiani». E quella di Chiti, un fassiniano in rotta con il segretario, non è una voce isolata. Negli scorsi giorni Rutelli si è espresso contro il sì. Dal quotidiano Europa, e cioè da tutt'altra area del partito, ieri la vicedirettrice Chiara Geloni ha spiegato che non «possiamo votare sì», perché «il 21 giugno non si tratterà di pronunciarsi per decidere se abolire o no la legge porcata, ma di decidere se abrogarne alcune parti che, senza toccare alcuni dei difetti principali di quella legge, di fatto la modificherebbero in un senso molto vantaggioso per Berlusconi e per le sue ambizioni imperiali». E il condirettore Federico Orlando ha rincarato invitando Pd, Udc, Lega e Di Pietro a «imporre un compromesso al premier». Premettendo un auspicio: che non si raggiunga il quorum.
( da "Italia Oggi" del 07-05-2009)
Argomenti: Aspetti Legali
ItaliaOggi sezione: La Legge data: 07/05/2009 - pag: 11 autore: di Benedetta P. Pacelli Al presidente della repubblica Napolitano, De Tilla ha ribadito le richieste della categoria Avvocatura nella Costituzione Si riapre la partita per il riconoscimento dei legali nella Carta L'Oua riapre la partita sul ruolo costituzionale dell'avvocatura. E, questa volta, lo fa salendo direttamente sul Colle. La giunta dell'Organismo unitario dell'avvocatura guidata da Maurizio De Tilla, è stata infatti ricevuta ieri a colloquio dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano a cui ha rivolto un appello affinché si riconosca senza alcun dubbio e più esplicitamente nella Carta fondamentale il valore costituzionale dell'avvocatura. La proposta prevederebbe un cambiamento della rubrica del Titolo quarto della parte seconda della Costituzione con la dicitura «La giurisdizione» (attualmente è scritto «La magistratura»). Il Titolo a giudizio dell'avvocatura andrebbe suddiviso in tre sezioni: la prima dedicata ai principi fondamentali della funzione giurisdizionale, la seconda contenente i principi riguardanti la magistratura, la terza i principi relativi all'avvocatura e quindi alla difesa dei cittadini. «L'indipendenza dell'avvocatura», ha sottolineato il numero uno dell'Oua Maurizio De Tilla che all'incontro era affiancato da un nutrito gruppo di rappresentanti dell'avvocatura (i vice presidenti, Antonio Giorgino e Luca Saldarelli, il presidente dell'assemblea dei delegati, Giorgio Orsoni, il segretario, Giuseppe Lepore, il tesoriere, Davide Monzani e gli altri componenti, Accursio Gallo, Augusto La Morgia, Renato Laviani, Barbara Lorenzi) «è un principio inderogabile e tende a garantire la tutela dei diritti, della libertà e della dignità della persona. Per il ruolo che assume nel contesto della giurisdizione, può concorrere, con propri rappresentanti, all'amministrazione della giustizia nelle diverse articolazioni». Ma non solo, perché per De Tilla la costituzionalizzazione dell'avvocatura comporta anche che l'ordinamento forense, al pari dell'ordinamento giudiziario, costituisce un momento essenziale dell'amministrazione della giustizia. Un altro dei temi caldi affrontati al Quirinale è la riforma dell'ordinamento forense che l'Oua si auspica venga approvata al più presto entro l'anno. Ma non solo questi i temi al centro dell'incontro che lo stesso De Tilla ha definito molto proficuo e caratterizzato da «una grande attenzione del presidente Napolitano nei confronti dell'avvocatura e delle sue problematiche». Sul tavolo della discussione anche il capitolo della magistratura laica. Per la rappresentanza dell'Oua questo tipo di magistratura dovrebbe, infatti, essere regolamentata in maniera uniforme e sarebbe opportuno fosse dotata di rigore e selezione nell'accesso, di parità di ruoli, dignità, adeguato trattamento retributivo e previdenziale, di un sistema di incompatibilità assoluta, ma anche di formazione adeguata e di efficienti strutture organizzative e logistiche. Abbiamo sottoposto all'attenzione del Presidente, ha spiegato ancora De Tilla, «l'importanza di preservare l'esclusivo carattere intellettuale della professione di avvocato (e non solo), così come sulla necessità di modernizzare e garantire le istituzioni proprie del mondo forense». La preoccupazione dell'organismo unitario continua ad essere la tutela dei diritti dei cittadini, evitando che questi vengano ridotti solo a meri consumatori. E questo aspetto, ha concluso De Tilla, «più volte, in differenti sedi istituzionali comunitarie, ci è stato riconosciuto, come testimoniano le risoluzioni del parlamento Ue in cui si afferma che le libere professioni rappresentano uno dei pilastri del pluralismo e che va garantita l'indipendenza dei professionisti all'interno della società».
( da "Eco di Bergamo, L'" del 07-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
ROMAL'aria di referendum fa ritornare in auge il «Mattarellum», la vecchia legge elettorale semi-maggioritaria sostituita dal sistema proporzionale denominato «Porcellum» che il referendum elettorale vuole spazzare via --> Giovedì 07 Maggio 2009 GENERALI, pagina 5 e-mail print ROMAL'aria di referendum fa ritornare in auge il «Mattarellum», la vecchia legge elettorale semi-maggioritaria sostituita dal sistema proporzionale denominato «Porcellum» che il referendum elettorale vuole spazzare via. Anche alla Camera, come al Senato, è stata presentata una proposta di legge per la reintroduzione del Mattarellum in sostituzione dell'attuale legge elettorale. ceccanti: già 35 firme «La proposta - sottolinea una nota del Pd - si inserisce nel solco dell'iniziativa promossa nei giorni scorsi da Arturo Parisi e dal Comitato promotore che, per voce di Guzzetta e Segni, ha sfidato il Parlamento perché dimostri di farsi autonomamente carico della domanda avanzata dai sottoscrittori del referendum ai fini del superamento del cosiddetto "Porcellum". La proposta, di un solo articolo, e finalizzata ad un esame in tempi rapidi, «vede come primi firmatari esponenti di tutti i gruppi parlamentari. Oltre allo stesso Parisi, la proposta è firmata da Malgieri del Pdl, da Cambursano dell'Idv e da Brugger della Svp. Ad essi vanno associandosi deputati appartenenti ad un ampio arco parlamentare». «Poiché il Partito si è ritrovato finora ufficialmente sulla richiesta di reintrodurre il Mattarellum, oltre che sul Sì al referendum, perché prima di dividerci sul secondo non proviamo a ritrovarci sul primo obiettivo?», chiosa da parte sua il deputato prodiano Mario Barbi del Pd. «La Lega firmi questa proposta», incalza il costituzionalista Stefano Ceccanti, senatore Pd e primo firmatario del Pdl. «A fine mattinata - dice Ceccanti - siamo già in 35 firmatari del disegno di legge depositato ieri pomeriggio per rimettere in vigore subito il Mattarellum». Aggiunge Ceccanti: «Chiedo a questo punto in particolare ai colleghi della Lega, compreso il ministro Calderoli, che sono i più ostili al referendum, di firmare anch'essi il disegno di legge, rispondendo così tempestivamente e in positivo alla sfida della riforma e non giocando a sabotare il quorum mantenendo la brutta legge vigente». Conclude Ceccanti: «Il tempo per approvare una legge di un solo articolo che migliora quella vigente, indifendibile, c'è tutto, basta volerlo». pd, un asse dei quarantenni Il tempo del congresso non è ancora arrivato ma nel Pd spunta l'asse dei quarantenni che, con un documento, chiedono «il coraggio del cambiamento» per «ridiscutere» la cultura del Pd e aprire una nuova fase che superi «gli esasperati personalismi e dia un significato non retorico o formale alla parola squadra». La lettera è firmata da 30 «giovani» emergenti nel partito, in alcuni casi già dirigenti, e dalle firme trasversali si capisce che lo spirito è quello di superare le logiche correntizie del passato. Ci sono ex Ds ed ex Dl, come Francesco Boccia, Sandro Gozi, Andrea Orlando, Andrea Martella, Francantonio Genovese, Vinicio Peluffo, Ettore Rosato, Paola Concia, Emanuele Fiano. Tra i firmatari anche l'ex ministro Giovanna Melandri. 07/05/2009 nascosto-->
( da "Bresciaoggi(Abbonati)"
del 07-05-2009)
Pubblicato anche in: (Arena,
L')
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Giovedì 07 Maggio 2009 NAZIONALE Pagina 2 MARIO SEGNI Un solo articolo per restituire il diritto negato La partitocrazia odia il referendum e le riforme, perché vuole lasciare tutte le cose come stanno, e cioè lasciare i cittadini espropriati del loro diritto a scegliere i propri rappresentanti, come fa la legge elettorale del 2005». Non ha dubbi Mario Segni, coordinatore del Comitato promotore dei referendum, alla vigilia di una serie di incontri che da oggi lo portano a Vicenza e nel Nordest in vista della consultazione del 21 giugno. «E pensare che basta una legge con un solo articolo per ripristinare la precedente, legge, quella uninominale, e restituire così ai cittadino di scegliere chi li debba rappresentare a Roma». Onorevole, a pochissime settimane dal referendum non l sembra poco realistica la proposta di ripristinare il Mattarellum?. No, la ritengo realistica, fattibile e di straordinaria importanza, ci sono già molte adesioni in Parlamento e lo stesso ministro leghista Calderoli ha manifestato aperture. Del resto, anche la legge vigente nel 2005 fu varata in pochissimo tempo. In Francia, negli anni Ottanta ai tempi della «coabitazione» con Mitterrand, il governo Chirac riuscì ad abrogare il sistema proporzionale varato dai socialisti, in pochissimi giorni. Insomma, la nostra è una sfida al Parlamento: la possibilità di fare la legge in pochi giorni c'è, basta volerlo. In questi giorni sarà nel Nordest, dove è più forte la Lega, cioè la forza che più si è battuta contro il referendum. Insomma, sarà nella tana del leone... Anzittutto io voglio parlare a tutti i cittadini, ma in particolare anche ai leghisti, ponendo una semplice domanda: siete sicuri di voler mantenere questa legge, che ha trasformato il Parlamento in un'assemblea di nominati invece che di eletti. Per questo non capisco il motivo del no della Lega, lo stesso Calderoli, che ne fu tra gli estensori, definì testualmente una porcata l'attuale legge che, ricordo, partì dall'Udc. Lei fu il simbolo del referendum (vincente) che nel 1991 aprì la strada alla riforma elettorale con cui fu introdotto il collegio uninominale. Cosa lega questo referendum a quello di 18 anni fa? Anche oggi, come allora, grazie al referendum, che abbiamo ottenuto raccogliendo ben 820 mila firme, si presenta per i cittadini una straordinaria possibilità: quella di riappropriarsi del diritto di scegliere chi mandare in Parlamento. Ai capi partito fa comodo, viceversa, questa legge che permette loro di scegliere le liste e persino l'usciere, se vogliono. Bene, supponiamo che si vada alla prova delle urne del 21 giugno. Che ci sia il quorum e che il sì vinca, disegnando di fatto un sistema bipartico. È questo l'obiettivo cui puntate? Intanto, se andremo alle urne vorrà dire che il Parlamento ha sprecato una straordinaria opportunità di fare il proprio lavoro, cioè legiferare. Per il resto, rimango favorevole a un sistema uninominale maggioritario, non bipartitico. È a una riforma elettorale che puntiamo. Prima di riforma si cercava di non parlare, ora si cerca di confonderla dietro una cartina fumogena. Ma va ribadito che è merito del referendum se si riaprono prospettive che apparivano morte e sepolte. Il problema vero è che se il 21 giugno non passa il referendum, ci dovremo tenere il "Porcellum" in eterno».
( da "EUROPA ON-LINE" del 07-05-2009)
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Articolo Sei in Commenti 7 maggio 2009 Sbagliate, il Sì è utile Dario Franceschini ha riconfermato l'appoggio del Partito democratico al referendum e l'abbiamo ringraziato per la chiarezza e la determinazione. Ma dentro e fuori il Pd si levano voci fermamente contrarie. Nel pieno rispetto di queste opinioni, approfitto della sua cortesia per chiarire ulteriormente le ragioni della nostra iniziativa. Ma prima di tutto va fatta chiarezza sull'argomento che oggi fa più scalpore, sulla accusa più pesante che ci viene mossa: il referendum farebbe un enorme regalo a Berlusconi, perché darebbe al suo partito la possibilità di avere, in parlamento, la maggioranza assoluta. Ma chi dice queste cose ha visto i sondaggi di questi giorni, che danno al Pdl oltre il 40 per cento, con un distacco di circa 15 punti sul secondo partito, il Pd? In questa situazione Berlusconi non ha alcuna necessità della modifica referendaria per conquistare, da solo, la maggioranza dei seggi. Può già farlo con la legge vigente. È quindi il Porcellum, che già oggi permette gli squilibri che tanti evocano. La critica quindi è infondata. Ma diventa insopportabile se fatta da chi, non solo per tanti anni è stato corresponsabile delle anomalie apportate da Berlusconi all'equilibrio del sistema (attacco al pluralismo dell'informazione, leggi ad personam), ma è stato il primo responsabile della attuale legge elettorale. Mi riferisco all'onorevole Casini. Il Porcellum, anche se porta la firma di Calderoli, partì dall'Udc, non dimentichiamolo. Oggi Casini è il più fiero oppositore del referendum. Ne ha tutto il diritto, ed anzi gli riconosco una assoluta coerenza, perché si è sempre battuto per il proporzionale. Ma non ha alcun diritto di accusarci di incoronare Berlusconi "imperatore", lui che a questo risultato ha tanto contribuito. Con questo torniamo al vero, grande problema che abbiamo davanti: eliminare la legge elettorale vigente. Legge scellerata, vulnus autentico alla democrazia, perché ha totalmente distrutto il rapporto tra eletto ed elettore, perché ha prodotto nel 2006 una frammentazione rovinosa, (e non è detto che non possa ripetere questo effetto), perché permette il pernicioso fenomeno della presentazione di candidati in tutti i collegi, fenomeno che vediamo anche in questi giorni alle europee. Ebbene solo il referendum ha riaperto il problema. Se il tema è di nuovo all'ordine del giorno, se la stessa Lega dice di studiare una riforma, se l'opinione pubblica ha preso coscienza di un problema cui rischiava di assuefarsi, è solo perché 820 mila persone hanno firmato il referendum. E chiunque abbia un minimo di onestà deve ammettere che se il referendum fallisse si chiuderebbe ogni possibilità di riforma. Ai critici del referendum chiedo quindi ad alta voce: ma voi che cosa avete fatto per cambiare le cose? E soprattutto che cosa proponete di fare? Siamo noi i primi a dire che il referendum non raggiunge tutto ciò che vorremmo. Avremmo voluto cancellarla del tutto, ma i limiti tecnici del referendum ci costringono a demolirne solo dei pezzi. Ma crediamo che una vittoria del sì aprirebbe un processo di cambiamento assai più ampio. Ma intanto perché non tentare subito il cambiamento immediato? Basta una legge di un articolo per cancellare il Porcellum e tornare al collegio uninominale, e Parisi e Ceccanti hanno già presentato la proposta di legge. È semplicissimo, basta volerlo fare. Si sentono già le solite scuse: non c'è tempo, non è il momento giusto. Scuse che non reggono se sono smascherate, se si chiarisce ai cittadini che basta un articolo per cancellare la vergogna delle liste bloccate. Mi rivolgo a tutti quelli che vogliono cambiare, dentro e fuori il Partito democratico. Uniamoci subito, in questi giorni, in una battaglia perché il tema venga portato in parlamento, perché la proposta Parisi-Ceccanti venga subito discussa, perché non si perda questa occasione. Si vincerà? Non so, ma so con certezza che almeno capiremo e faremo capire chi vuole cambiare davvero e chi in realtà vuole tenersi il parlamento dei nominati. Signor direttore, perché il suo giornale non diventa il paladino di questa campagna? MARIO SEGNI
( da "Arena.it, L'" del 07-05-2009)
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Un solo articolo per restituire il diritto negato MARIO SEGNI 07/05/2009 rss e-mail print Mario Segni La partitocrazia odia il referendum e le riforme, perché vuole lasciare tutte le cose come stanno, e cioè lasciare i cittadini espropriati del loro diritto a scegliere i propri rappresentanti, come fa la legge elettorale del 2005». Non ha dubbi Mario Segni, coordinatore del Comitato promotore dei referendum, alla vigilia di una serie di incontri che da oggi lo portano a Vicenza e nel Nordest in vista della consultazione del 21 giugno. «E pensare che basta una legge con un solo articolo per ripristinare la precedente, legge, quella uninominale, e restituire così ai cittadino di scegliere chi li debba rappresentare a Roma». Onorevole, a pochissime settimane dal referendum non l sembra poco realistica la proposta di ripristinare il Mattarellum?. No, la ritengo realistica, fattibile e di straordinaria importanza, ci sono già molte adesioni in Parlamento e lo stesso ministro leghista Calderoli ha manifestato aperture. Del resto, anche la legge vigente nel 2005 fu varata in pochissimo tempo. In Francia, negli anni Ottanta ai tempi della «coabitazione» con Mitterrand, il governo Chirac riuscì ad abrogare il sistema proporzionale varato dai socialisti, in pochissimi giorni. Insomma, la nostra è una sfida al Parlamento: la possibilità di fare la legge in pochi giorni c'è, basta volerlo. In questi giorni sarà nel Nordest, dove è più forte la Lega, cioè la forza che più si è battuta contro il referendum. Insomma, sarà nella tana del leone... Anzittutto io voglio parlare a tutti i cittadini, ma in particolare anche ai leghisti, ponendo una semplice domanda: siete sicuri di voler mantenere questa legge, che ha trasformato il Parlamento in un'assemblea di nominati invece che di eletti. Per questo non capisco il motivo del no della Lega, lo stesso Calderoli, che ne fu tra gli estensori, definì testualmente una porcata l'attuale legge che, ricordo, partì dall'Udc. Lei fu il simbolo del referendum (vincente) che nel 1991 aprì la strada alla riforma elettorale con cui fu introdotto il collegio uninominale. Cosa lega questo referendum a quello di 18 anni fa? Anche oggi, come allora, grazie al referendum, che abbiamo ottenuto raccogliendo ben 820 mila firme, si presenta per i cittadini una straordinaria possibilità: quella di riappropriarsi del diritto di scegliere chi mandare in Parlamento. Ai capi partito fa comodo, viceversa, questa legge che permette loro di scegliere le liste e persino l'usciere, se vogliono. Bene, supponiamo che si vada alla prova delle urne del 21 giugno. Che ci sia il quorum e che il sì vinca, disegnando di fatto un sistema bipartico. È questo l'obiettivo cui puntate? Intanto, se andremo alle urne vorrà dire che il Parlamento ha sprecato una straordinaria opportunità di fare il proprio lavoro, cioè legiferare. Per il resto, rimango favorevole a un sistema uninominale maggioritario, non bipartitico. È a una riforma elettorale che puntiamo. Prima di riforma si cercava di non parlare, ora si cerca di confonderla dietro una cartina fumogena. Ma va ribadito che è merito del referendum se si riaprono prospettive che apparivano morte e sepolte. Il problema vero è che se il 21 giugno non passa il referendum, ci dovremo tenere il "Porcellum" in eterno».
( da "Brescia Oggi" del 07-05-2009)
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"Referendum: un solo articolo per restituire il diritto negato" MARIO SEGNI 07/05/2009 rss e-mail print Mario Segni "La partitocrazia odia il referendum e le riforme, perché vuole lasciare tutte le cose come stanno, e cioè lasciare i cittadini espropriati del loro diritto a scegliere i propri rappresentanti, come fa la legge elettorale del 2005". Non ha dubbi Mario Segni, coordinatore del Comitato promotore dei referendum, alla vigilia di una serie di incontri che lo portano nel Nordest in vista della consultazione del 21 giugno. «E pensare che basta una legge con un solo articolo per ripristinare la precedente, legge, quella uninominale, e restituire così ai cittadino di scegliere chi li debba rappresentare a Roma». Onorevole, a pochissime settimane dal referendum non l sembra poco realistica la proposta di ripristinare il Mattarellum? No, la ritengo realistica, fattibile e di straordinaria importanza, ci sono già molte adesioni in Parlamento e lo stesso ministro leghista Calderoli ha manifestato aperture. Del resto, anche la legge vigente nel 2005 fu varata in pochissimo tempo. In Francia, negli anni Ottanta ai tempi della «coabitazione» con Mitterrand, il governo Chirac riuscì ad abrogare il sistema proporzionale varato dai socialisti, in pochissimi giorni. Insomma, la nostra è una sfida al Parlamento: la possibilità di fare la legge in pochi giorni c'è, basta volerlo. In questi giorni sarà nel Nordest, dove è più forte la Lega, cioè la forza che più si è battuta contro il referendum. Insomma, sarà nella tana del leone... Anzittutto io voglio parlare a tutti i cittadini, ma in particolare anche ai leghisti, ponendo una semplice domanda: siete sicuri di voler mantenere questa legge, che ha trasformato il Parlamento in un'assemblea di nominati invece che di eletti. Per questo non capisco il motivo del no della Lega, lo stesso Calderoli, che ne fu tra gli estensori, definì testualmente una porcata l'attuale legge che, ricordo, partì dall'Udc. Lei fu il simbolo del referendum (vincente) che nel 1991 aprì la strada alla riforma elettorale con cui fu introdotto il collegio uninominale. Cosa lega questo referendum a quello di 18 anni fa? Anche oggi, come allora, grazie al referendum, che abbiamo ottenuto raccogliendo ben 820 mila firme, si presenta per i cittadini una straordinaria possibilità: quella di riappropriarsi del diritto di scegliere chi mandare in Parlamento. Ai capi partito fa comodo, viceversa, questa legge che permette loro di scegliere le liste e persino l'usciere, se vogliono. Bene, supponiamo che si vada alla prova delle urne del 21 giugno. Che ci sia il quorum e che il sì vinca, disegnando di fatto un sistema bipartico. è questo l'obiettivo cui puntate? Intanto, se andremo alle urne vorrà dire che il Parlamento ha sprecato una straordinaria opportunità di fare il proprio lavoro, cioè legiferare. Per il resto, rimango favorevole a un sistema uninominale maggioritario, non bipartitico. è a una riforma elettorale che puntiamo. Prima di riforma si cercava di non parlare, ora si cerca di confonderla dietro una cortina fumogena. Ma va ribadito che è merito del referendum se si riaprono prospettive che apparivano morte e sepolte. Il problema vero è che se il 21 giugno non passa il referendum, ci dovremo tenere il "Porcellum" in eterno». commenti - 0 partecipa. inviaci i tuoi commenti Commento Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati. invia
( da "EUROPA ON-LINE" del 08-05-2009)
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Articolo Sei in Commenti 8 maggio 2009 Tre requisiti per la proposta di riforma elettorale del Pd Il dibattito attorno al referendum del 21 giugno prossimo continua ad essere al centro della riflessione politica ma è avvolto da una confusione crescente. Ogni giorno che passa contiamo nuove ricette sull'eventuale sistema elettorale da adottare con una moltiplicazione di proposte che caratterizzano tanto la maggioranza quanto l'opposizione. Accanto ai sostenitori convinti o meno convinti del Sì, del No e dell'astensione, ora contiamo anche quelli che vorrebbero far precedere la consultazione referendaria con un progetto definito di nuovo sistema elettorale. Ora, è bene dire con molta chiarezza che, al di là dei vari pronunciamenti in materia, l'unica cosa certa è che i sistemi elettorali dovrebbero essere il prodotto di una discussione e di un voto parlamentare e non di una decisione fintamente democratica attraverso la consultazione referendaria. È sufficientemente noto, infatti, che i quesiti referendari non sono materia eticamente sensibile o inerenti grandi principi dove può essere utile interpellare direttamente i cittadini. La tecnicalità elettorale è complessa e non facilmente risolvibile con un secco Sì o No. È appena sufficiente assistere al confronto tra chi, come il Pdl, invoca una legge elettorale conseguenza diretta dell'eventuale approvazione dei quesiti referendari e chi, invece, invoca una successiva riforma da varare in parlamento. E cioè, tra chi sostiene l"autoapplicabilità" del Sì al referendum e chi ne rivendica la successiva emendabilità. Per dirla con molta banalità, cosa centra tutto ciò con il giudizio popolare? Non mi pare che nei bar, nei supermercati, nelle stazioni ferroviarie e nelle fabbriche ma nelle stesse sedi dei partiti ci sia un dibattito secco e fecondo sul referendum autoapplicativo o sulla successiva riforma parlamentare. Insomma, per evitare di assistere a questa perdurante presa in giro complessiva, mi pare sia giunto il momento di assumere posizioni chiare, a cominciare com'è ovvio anche dal Partito democratico. Questo non significa minimizzare il ruolo e lo sforzo condotto dai referendari né mettere in discussione, ovviamente, la loro buona fede. Ma una cosa è certa: non si pensi che il futuro assetto elettorale del nostro paese può essere appaltato al grimaldello referendario. Sarebbe una sconfitta della politica, del parlamento e di tutte le forze politiche, tanto di maggioranza quanto di opposizione. Ecco perché su questo versante è quanto mai necessario elaborare un progetto elettorale definito e credibile, forse prima della celebrazione del referendum. Dire Sì va bene, ma dire Sì ciecamente è rischioso quando ci si deve confrontare con questa destra che usa il metodo della "convenienza" e del "tatticismo" come le uniche regole per discutere e confrontarsi sul sistema elettorale. Tutti sappiamo che il Mattarellum non è il doppio turno alla francese, come il modello tedesco non è lontanamente paragonabile al proporzionale accompagnato dalle preferenze. Sono posizioni, queste, che oggi hanno piena e legittima cittadinanza anche all'interno del Pd e che richiedono, di conseguenza, di essere vagliate sotto le lenti della politica e delle visione delle istituzioni che il partito persegue. Noi sappiamo che almeno tre sono i requisiti fondamentali attorno ai quali la proposta di riforma elettorale del Pd si deve costruire: restituire il potere di scelta degli eletti ai cittadini elettori, garantire la governabilità del sistema con maggioranze certe e definite e in ultimo salvaguardare il pluralismo politico e culturale senza comprimerlo eccessivamente. Tre requisiti che non possono essere sacrificati sull'altare di un eccessivo tatticismo che rischia di confondere ulteriormente il dibattito senza far emergere, al contempo, una chiara posizione delle forze in campo. Senza una iniziativa politica concreta, il confronto referendario rischia di trasformarsi in un pallottoliere privo di significato politico. Se, cioè, le forze politiche non assumeranno una precisa posizione politica noi assisteremmo ad una campagna elettorale pre referendum condita da una ventina di proposte di riforma elettorale. E, in un contesto politico dominato dalla confusione e dalla propaganda, l'unica cosa che sarà chiara è quella che al 21 giugno si potrà votare Sì, No o astenersi. Con una postilla. E cioè si potrà votare Sì, No o astenersi senza minimamente sapere il perché. Con la speranza di tutti di non raggiungere il quorum. Giorgio Merlo
( da "Articolo21.com" del 08-05-2009)
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Un NO per non dare il paese a Berlusconi di Pino Pisicchio Lintelligente intervento di Orlando e la ripresa di Beppe Giulietti sul tema referendario mi stimolano a svolgere qualche considerazione. In effetti cè una parte della politica che continua a brandire catatonicamente parole dordine vomitate da stagioni passate senza rendersi conto della loro inattualità. E il caso del referendum elettorale che sembra incendiare gli animi di chi-si badi bene- continua a recitare il mantra del “valore di stimolo per la riforma elettorale”.Una riforma che, ovviamente, essendo affidata a quel lupo che sarà reso più robusto dalla vittoria dei si, non si farà mai. Ma di questo la consapevolezza è diffusa e sarà, dunque, pervenuta anche allattenzione delle anime più belle, non fossaltro perché Berlusconi si è per tempo peritato di far sapere il suo pensiero. Il referendum elettorale voluto da Guzzetta, Segni ed altre bravissime persone persuase del fatto che il maggioritario allitaliana sia animato da troppi partiti e, pertanto, bisognerà salvarlo dal pluralismo per consegnarlo al sano bipartitismo,potrà dunque contare sulla spinta del voto della domenica di ballottaggio e sulla benevolenza del Premier. Che, a furia di essere evocato dai referendari, ha detto finalmente che il referendum gli garba proprio e che, dopo la vittoria dei si, accetterà di vincere tutto nel prossimo turno elettorale (che potrebbe, a questo punto, non essere poi così lontano nel tempo). Facendo persino a meno della Lega: tanto per conquistare il 54% dei seggi alla Camera basterà avere la maggioranza relativa. Cè qualche partito che potrà insidiarla al PdL? Pertanto lo scenario politico su cui si troverà ad incidere il referendum si atteggerebbe in questo modo: lanomalia più stridente e insopportabile rispetto alle più elementari esigenze della democrazia introdotta con il “porcellum”, la lista bloccata, resterebbe, appunto, bloccata. Il premio di maggioranza, che oggi va alla coalizione (dunque ad unalleanza di partiti), andrebbe invece al singolo partito capace di raccogliere un voto più degli altri (oggi questo potrebbe voler dire attestarsi intorno al 26-27 per cento.Altro che legge truffa!), consegnando la funzione della “designazione” della stragrande maggioranza dei parlamentari al buon cuore del premier. Padre padrone o “papi”padrone del parlamento. Per quel che mi concerne dichiaro fin dora che voterò convintamente no: di brutte riforme elettorali costruite con le sottrazioni referendarie questo paese ne ha avute fin troppe, a partire dal 93. Questa volta, però, non è solo un problema di “estetica normativa”: questa volta è in gioco la scelta di consegna imperitura del paese a Berlusconi. Francamente non ci sto.
( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 10-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
L'INTERVISTA 10-05-2009 L'intervista Casini: siamo l'alternativa al bipolarismo Abbiamo rinunciato ai posti di potere per far crescere un moderno partito di centro di GIULIANO MOLOSSI Q ualcuno dice che se fosse entrato nel Pdl e avesse giocato bene le sue carte, oggi sarebbe il successore naturale di Berlusconi. Invece non è andato né di qua né di là per rimanere da solo al centro. Oggi punta a raccogliere i consensi degli elettori delusi da Berlusconi ma che non voterebbero mai per Franceschini. Onorevole Casini, l'Udc si presenta da solo alle elezioni. Non teme di restare schiacciato fra i due partiti più grandi, Pdl e Pd? La battaglia per la sopravvivenza l'abbiamo vinta un anno fa quando abbiamo avuto il coraggio di dire basta ad un sistema che non funziona, rinunciando alle posizioni di potere che avremmo potuto comodamente ottenere, e ci siamo battuti contro la voglia bipartitica del Pd e del Pdl. Non sono riusciti a cancellarci e da mesi infatti continuiamo a crescere. Il nostro obiettivo è continuare a farlo anche alle Europee. Il Pdl sostiene che lei fa la politica dei due forni, che a seconda delle circostanze sceglie da che parte stare. Si dice che questo è intollerabile e che se lei non farà chiarezza si pone il problema dell'esclusione dalle giunte locali, come a Parma, dove l'Udc governa con il centrodestra. Lei cosa risponde? Quale sarebbe la politica dei due forni? Alle Europee andiamo da soli; alle amministrative su 64 province in cui si vota, in 51 andremo da soli. Semmai è proprio per entrare nel Pdl che molti hanno archiviato i loro ideali pur di portare a casa posti di potere. Noi abbiamo fatto una scelta diversa e che ci costerà in termini di poltrone ma che ci darà sempre più forza. Non siamo subalterni a nessuno e siamo sempre meno un partito degli assessori e sempre più un partito radicato sul territorio, attento alle istanze della gente. Per quanto riguarda Parma, oltre alla stima per il sindaco, credo sia chiaro a tutta la città che il nostro ruolo a sostegno dell'Am - ministrazione sia non solo convinto ma anche determinante. L'Udc è all'opposizione del governo Berlusconi. Ma Franceschini, leader del Pd, lamenta che lei passa più tempo ad attaccare il Pd che a contrastare Berlusconi. Certo non facciamo un'opposizio - ne ideologica, che è quella che fa più comodo a Berlusconi. Dall'inizio della legislatura abbiamo scelto un metodo di opposizione che abbiamo chiamato "re - pubblicana", cioè nell'interesse del Paese. Se il Governo prende un'iniziativa utile per l'Italia non vedo perché non dovremmo votarla. Così come ci opponiamo ogni volta che vengono assunte decisioni contrarie all'interesse generale. E poi non accetto prediche da Franceschini: sul federalismo fiscale della Lega, che è uno spot inutile e dannoso che costerà caro agli italiani del nord, del centro e del sud perché moltiplica i centri di spesa, il Pd si è astenuto per strizzare l'occhio a Bossi mentre noi siamo stati gli unici ad opporci avendo a cuore solo in bene del nostro Paese. Sempre Franceschini dice che la ragione sociale dell'Udc è tenersi le mani libere fino alle prossime politiche del 2012. La realtà è molto più semplice. Siamo l'unico partito che ha il coraggio di dire che il bipolarismo della Seconda Repubblica ha fallito, non produce le riforme di cui il Paese avrebbe bisogno, che occorre andare oltre un sistema in cui la destra non è capace di fare gli interessi del Paese perché pensa ad altro o tutt'al più aspetta che la crisi passi e nel frattempo tenta di distogliere l'attenzione degli italiani con i suoi annunci ad effetto e in cui la sinistra è strutturalmente incapace di proporre un'alternativa credibile. Lei dice: il centro siamo noi. Ma sia il Pdl che il Pd vantano un elettorato moderato e centrista. Gli elettori hanno il diritto di collocarsi dove vogliono. Di certo non mi pare però che gli elettori riformisti o l'elettorato cattolico si sentano a loro agio nel Pd, così come i moderati del Pdl che non accettano di stare in un partito che nasce vive e morirà sotto il segno di Berlusconi saranno sempre più numerosi. Noi non abbiamo fretta, siamo pazienti e tenaci perché crediamo nelle nostre idee. Di certo l'unica alternativa all'attuale sistema siamo noi, un centro modernizzatore e capace al tempo stesso di attenuare i conflitti. Sia Berlusconi che Franceschini hanno annunciato il loro Sì al referendum sulla legge elettorale del 21 giugno. Lei questo referendum, che consentirebbe al partito di maggioranza relativa di avere la maggioranza assoluta dei seggi, lo vede come il fumo negli occhi. Ma non crede che possa rappresentare l'occasione per cambiare in Parlamento l'attuale legge elettorale? Anche la Lega sta lavorando a una proposta di legge da far approvare, ha detto Bossi, con chi ci sta. Che Berlusconi speri che vinca il Sì al referendum lo capisco bene. Lui ha una fame insaziabile di potere e se vince il Sì potrà liberarsi anche della Lega e fare finalmente come gli pare perché la legge rimodellata dal referendum garantirebbe il 55% dei seggi al partito che prende più voti. Quello che mi sembra incredibile è che Franceschini gli spiani la strada. Se vince il Sì non ci sarà nessuna modifica in Parlamento, Berlusconi ci precipiterà di corsa alle elezioni. La Lega ha compreso il pericolo che sta correndo e non a caso è per l'astensione. Infatti minaccia Berlusconi di rompere l'alleanza e fare una legge con chi ci sta se vince il Sì. Cosa pensa delle politiche del governo in tema di sicurezza? Le piacciono le ronde? Non mi piacciono per niente, come non mi piace per niente l'idea che lo Stato alzi bandiera bianca di fronte alla criminalità e dica ai cittadini "arrangiatevi", fate le ronde, organizzatevi con i medicispia e i presidi-spia contro i clandestini. La verità è che il Governo come al solito fa grandi annunci, promette tolleranza zero contro la criminalità, e nel frattempo taglia le risorse alle forze di polizia, non sostituisce gli agenti che vanno in pensione, non paga gli straordinari, lascia vuoti i serbatoi delle pattuglie. Se così possiamo sentirci più sicuri." Una grande azienda italiana, la Fiat, che va in soccorso di una grande azienda americana in crisi, la Chrysler. Chi l'avrebbe mai detto. E' un segnale di speranza per tutto il Paese? La Fiat è da sempre lo specchio della nazione per cui la notizia della nascita di un grande gruppo mondiale con la testa a Torino rappresenta veramente un segno di speranza. I dati economici complessivi della crisi però non devono comunque essere sottovalutati. Accanto alla Fiat che fa un grande balzo in avanti, ci sono migliaia di aziende in crisi e centinaia di migliaia di lavoratori che stanno perdendo il posto. Per questi e per le loro famiglie il Governo finora non ha fatto praticamente nulla. Secondo lei Berlusconi sarà danneggiato politicamente dalla vicenda della separazione dalla moglie? Penso sia giusto tenere separate le questioni della vita privata da quelle della politica ma certo se Berlusconi usa l'argomento del complotto per spiegare il suo divorzio, quando tutti hanno compreso le ragioni, rischia solo di far ridere gli italiani. L'Udc ha candidato alle Europee l'ottantunenne Ciriaco De Mita e il principe Emanuele Filiberto di Savoia. Due scelte che hanno fatto discutere. In particolare, per la seconda, l'hanno accusata di snobismo. Candidiamo persone di tutte le estrazioni sociali e con storie ed esperienze anche molto diverse così che i cittadini possano scegliere i loro rappresentanti in Europa. Se questa scelta è possibile, con le preferenze, è proprio grazie all'Udc. Fosse stato per il Pdl ed il Pd avremmo mandato un'al - tra infornata di nominati pure a Strasburgo. Ecco perché non mi sento snob e non credo che quello dell'età sia un argomento valido: le persone se sono intelligenti hanno un valore indipendentemente dall'età. Nel complesso comunque abbiamo puntato su persone dai valori forti, non a caso i capilista sono Magdi Allam o Gianluigi Gigli o Carlo Casini perché crediamo che l'Europa non possa e non debba disperdere la sua identità cristiana. Referendum Se vince il Sì Berlusconi ci porta di corsa alle elezioni Opposizione Siamo gli unici a farla seriamente: non accetto lezioni da Franceschini
( da "Giornale di Brescia" del 11-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Edizione: 11/05/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:LETTERE CAPRIANO Play off: avere sogni come stimoli nSi canta: «Avere sogni come stimoli». A Capriano per il secondo anno consecutivo si disputeranno i play off dilettantistici e ora tutti, nessuno escluso, vogliono arrivare ad ogni costo ad assaporare la «dolce fragola». Perché sognare è uno dei motori della vita e il futuro appartiene a chi crede nella bellezza dei proprio sogni. E il principale modo di realizzarli è svegliarsi: nella vita e nel campo per giungere all'obiettivo finale e non che la fantasia superi la realtà sennò sarebbe il tracollo. Occorre avere determinazione perché quando c'è quella, tutto inizia a muoversi nella direzione che desideriamo. Si dice: «La mia causa è giusta, la mia determinazione è grande», con un obiettivo posto è d'obbligo realizzarlo se ci si tiene anche a livello personale. Bisogna avere audacia che è il coraggio di agire infischiandosene del giudizio degli altri; è il segreto della libertà e della felicità; è la scala maestra su cui salgono tutte le virtù; è carattere di non mollare, è non aver paura di sentire e di vivere tutte le emozioni, è la madre delle vittorie. Occorre pure creatività cioè portare a termine l'obiettivo prima del fallimento; è la qualità che si mette in ciò che si sta facendo; un'attitudine, un approccio interiore, il modo in cui guardiamo le cose. E la coerenza: uno stile di vita; coerenti dal principio al traguardo è quasi mai possibile ma a riuscirci sarebbe il miracolo. Una squadra costruita per vincere perché le sfide non ci fanno paura. Nella consapevolezza di avere i mezzi per arrivare alla meta, non una via stretta e una vetta invalicabile ma un fine possibile. Un cammino con serietà, onestà e correttezza poiché l'andare avanti è una necessità. Tutti insieme per un unico obiettivo partito dal presidente Luca Riva e materializzatosi nei giocatori che in tutto il campionato hanno fornito il loro impegno per la causa. Perché quando il gioco si fa vincente, i primatisti iniziano a giocare. Perché dopo aver scorto tutti i lati deboli, sono usciti allo scoperto i giocatori che ognuno nel proprio ruolo ha dato impulso decisivo alla fin qui vincente corsa, taluni scesi in Seconda da categorie altamente superiori con il giusto spirito, richiesti da ennesime squadre, tenevano il pallone come il loro fratello e le loro giocate erano apoteosi continue, veri capolavori di genio e sregolatezza che senza ombra dì dubbio hanno giocato un ruolo chiave in questa cavalcata. Uno dei grandi manipolatori della realtà viene individuato nella comunicazione e in questa i ragazzi imparano tra loro a dare, a prestare, a cedere, a sacrificare e a donare ricordandoci che l'altruismo è migliore dell'egoismo. Se l'identità della squadra sarà più forte, se davvero sarà consapevole del suo ruolo di protagonista operando con coraggio, tutti finiranno per trame dei vantaggi, il primo ad averci creduto, l'ultimo che perderà la speranza... Emanuele Archiati Mairano FLERO Quella tomba «obbligata» in quarta fila nScrivo queste righe la prima notte dopo i funerali del mio papà per essere sicura di non sbagliare a riportare le parole che mi sono sentita dire questa mattina all'interno del palazzo comunale di Flero. È lunedì mattina, non ricordo bene l'ora, mi sembra verso le 9.30 circa, vado all'ufficio preposto per sapere dove mio padre verrà posto al cimitero; mi dicono la 4ª fila, quella più alta. Allora, fiduciosa, anche se il signore delle pompe funebri mi aveva già anticipato un po' la risposta che aveva ricevuto poco prima, chiedo che venga applicata l'agevolazione ai servizi per portatori di handicap in vigore anche nei paesi limitrofi (1-2 Km di distanza) che prevede l'assegnazione della fila più bassa alle persone che hanno un accertato stato di invalidità. Mia mamma per sua sfortuna è invalida al 100% con gravi limitazioni. Mi sento rispondere dal funzionario comunale (e non ero la sola ad ascoltare) che a Flero non si applica questa normativa che il Comune deve garantire la sepoltura in terra, ma nel loculo si va in ordine d'arrivo. Ribadisco allora che vicino al nostro paese si applica l'agevolazione per portatori di handicap motori e che non è un capriccio, ma perché esistono reali problemi e per mia mamma arrivare a salire su quella scala, per mettere un fiore sarà molto difficile, pericoloso se non impossibile. Mi sento rispondere con una freddezza agghiacciante che se lui ascoltasse le esigenze di tutti non ci sarebbe più fine, che se concedesse a me questa eccezione domani andrebbero tutti ad avanzare pretese e quelli a cui non l'ha concesso prima andrebbero a lamentarsi. Vi giuro, non avevo ancora pianto in pubblico dopo la morte di mio padre, mi sono sentita ferita per la mancanza di rispetto verso di lui. Allora la mia risposta fra le lacrime e la rabbia e stata: «Sarà così per mio papà, ma fate in modo che questa agevolazione venga applicata al più presto, perché non vorrei più che altre persone affrontino questa situazione». Giro le spalle e vengo via senza neanche salutare, non se lo merita. Arrivo a casa scossa e dico quanto mi è stato detto. Anche i miei famigliari sono increduli a tali risposte e fanno disperati un altro tentativo. Questa volta vanno in Comune e parlano direttamente con il sindaco del paese. Io non c'ero e riporto il significato del discorso e la freddezza della risposta. Non c'è niente da fare, il cimitero poi non ha barriere architettoniche e l'ingresso è accessibile a tutti. I miei familiari riportano il reale problema aggiungendo come può essere affidato una 4ª fila, quella più alta, a una persona con gravi limitazioni. La risposta è stata che per recarsi al cimitero si può andare guardando dal basso il proprio familiare, non è necessario portare dei fiori e se non ci riesce può far salire qualcun'altro al suo posto sulla scala. Io mi chiedo e spero anche voi che leggete queste righe, come può una persona appena colpita da un dolore così grande sentirsi dire queste parole dal rappresentante del paese, il paese in cui il padre ha cresciuto la sua famiglia e in cui ha cercato di realizzare la sua vita e che aveva liberamente scelto come dimora eterna e ora ricevere questo saluto? Come si può impedire o rendere molto difficile e pericoloso a una moglie di recarsi a porgere un fiore alla persona a cui è stata accanto 49 anni. Certo sono molto belle anche la lapidi con il fiore inciso, ma questa è una scelta strettamente libera e personale. Scusate, ma se non è necessario portare un fiore, quanti fiori vengono allora sprecati nelle ghirlande delle manifestazioni comunali solo per fare bella scena. La normativa può anche non essere in uso nel paese, anche se ritengo questo un gravissimo errore e una mancanza di rispetto verso coloro che hanno vissuto nel Comune e dove si applica ancora un regolamento del cimitero che risale al 1964. Soprattutto il mio risentimento è verso il gelo delle parole che ho sentito e l'indifferenza verso il dolore di persone che avevano riposto fiducia nel loro paese. Vi sarete accorti della mia rabbia, delusione, tristezza, amarezza, sfiducia. Non mi pareva giusto che ciò che ho percepito quella mattina non fosse reso pubblico Lettera firmata ABBIGLIAMENTO Fra gli stand dello shopping compulsivo nCaaaroo... (ahia; quando mi chiama così il suono è onomatopeico alla strusciata del bancomat ); cosa vuoi? Dobbiamo andare a far spesa . Ma come? E quella fatta per la S. Pasqua? Quella era per il pranzo e per le uova ai nipotini; frappoco ci sarà la Prima Comunione ed io non ho niente da mettermi! Sento sommesso e complice lo scricchiolio del suo armadio ad 8 stagioni, che alza le ante, arrendendosi al nuovo assalto. Mi arrendo anch'io: ok, da dove iniziamo ? Prima andiamo al mercato, vediamo cosa c'è e poi passiamo ai negozi. Ovvio che il piano strategico è tutto chiaro nella sua mente ed il mio compito è nella retrovia e sussistenza, per cui si parte. Non sono più pratico di mercati, ed il mio approccio è da curioso e cerco di comportarmi da non sembrare legato al guinzaglio, ma disinvolto e partecipe alla campagna acquisti. Mentre la signora scannerizza bancarelle, vestiti, prezzi e le altre donne con una velocità da 4 GHz dual-core, io cerco di entrare curiosando mentalmente nell'ambiente, perso da tanti anni perché l'orario di lavoro non lo ha consentito, notando cambiamenti nell'esposizione delle merci, aiutata da furgoni tipo Goldrake, che protendono tende, bracci, scaffali, mobiletti in modo automatico. Anche gli esercenti non hanno più la paciosità e la bonaria ruvidità dei miei tempi, ma sono efficienti, un po' sbrigativi, molto professionali. Non ho sentito le voci vantanti le proprie mercanzie e sminuenti quelle dei vicini, in un gioco di sonorità che piaceva per l'inventiva e si sostava per sentire i botta e risposta coloriti nel frasario. Ne è passato di tempo, mamma mia, ed ora senti voci più sommesse, che lamentano un mestiere gravoso, reso incerto dalla crisi, dalla nuova concorrenza sempre più pressante e vedo svanire la parte poetica che avevo nella memoria e che, forse, non lo era neanche allora. Mi stacco dai pensieri perché vedo che la signora ha trovato quanto si abbinasse «a quei pantaloni neri, te li ricordi no?» ed io annuisco, in colpa perché non li ricordo! La merce è bella, il prezzo abbordabile, ho resettato «l'ambiente mercato» da ricordo a realtà con un po' di mestizia e si torna a casa per un confronto tra il comprato ed il posseduto. Mah, sì, adesso vedo, forse quella marrone si intonava meglio; tengo lo scontrino per eventuale cambio, la settimana prossima... Luigi Bonato Brescia ISEO I pensionati non appoggiano nessuna lista nNell'articolo «Un Patto per Iseo» pubblicato in data 8 maggio u.s., a firma di Flavio Archetti, si scrive che nell'alleanza che sostiene il candidato del detto «Patto per Iseo» sarebbero inclusi anche «I Pensionati». La generica dizione «Pensionati» potrebbe ingenerare eventuali equivoci e, perciò, desidero precisare che la «Associazione Pensionati Iseo» che riunisce oltre 700 pensionati del nostro comune, stante la propria autonomia statutaria e la sua connotazione apolitica, non si identifica in alcuna lista. Cesare Bino Presidente Ass.ne Pensionati Iseo REFERENDUM «Ecco perché non bisogna andare alle urne» nHo già avuto modo di esprimere alcune mie contrarietà in merito al referendum sulla legge elettorale, ma oggi ritengo necessario esplicitare un impegno attivo per la non partecipazione al voto, con l'obbiettivo di far mancare il quorum. Ulteriori motivazioni risultano suffragate dal recente voto nettamente positivo per il Centro Sinistra, registrato - e per la seconda volta - a Trento. Il nesso è evidente. Sono in campo nel Pd due diverse opzioni politiche. Da una parte un Pd inteso come forza autosufficiente, maggioritaria, che liberandosi dell'Ulivo e dell'Unione pensava di risolvere anche i problemi presenti nella coalizione. È questa la linea delle smisurate ambizioni, ma anche dei fallimentari risultati che hanno travolto Veltroni ed incenerito milioni di voti delle Primarie. E' una linea sbagliata, priva di realismo, di un Pd «solo e libero» che, adottata inizialmente anche a Brescia per le elezioni provinciali ha portato al restringimento delle alleanze, al rischio di isolamento ed alle divisioni nel Centro Sinistra e nel Pd. È la logica del «voto utile» che svuota i partiti alleati e che condivide il referendum per una legge elettorale ipermaggioritaria e bipartitica, nonché un sistema politico presidenzialista. Una posizione suicida per il Pd che consegnerebbe a Berlusconi una maggioranza per modificare da solo la Costituzione, per sciogliere anticipatamente le Camere e per un nuovo Presidente della Repubblica. Franceschini ha di fronte a sé il problema irrisolto di una nuova linea politica, non di immagine. Infatti, quanto sia poi durata l'immagine di Veltroni s'è visto. E sulla nuova linea non c'è novità, se conferma il si al Referendum, se rifiuta l' apertura per una nuova legge elettorale proposta dalla Lega. Franceschini sta facendo lo stesso errore di Veltroni se non trae le conseguenze del voto di Trento, dove si vince - al di là delle peculiarità locali - con una linea opposta a quella praticata finora dal Pd. È la linea di Dallai ieri e di Andreatta oggi che vede crescere il Centro Sinistra proprio perché si valorizzano le alleanze. Che investe sulla coalizione e non sulla chimera dei «partiti unici». Che valorizza il rapporto con il centro (anche col trattino tra Centro e Sinistra, come sostiene Dallai). L'Ulivo per nascere e per vincere nel 1996, è dovuto passare nell'autunno del '94 da Brescia, con la vittoria in Loggia di Martinazzoli. Ed ha dovuto seppellire un'esperienza velleitaria basata sull'autosufficienza dei Progressisti. Oggi il Pd, se si vuole salvare, deve passare da Trento. Ovvero cambiare di 180° strategia e posizionamento politico del Pd. Cosa certo ben più difficile che ripetere l'insulsa giaculatoria che «indietro non si torna». In politica parlano i fatti e questi ci dicono che va ridefinita anche la base politico-programmatica di convergenza tra le forze fondatrici del Pd: sinistra riformista, forze laiche e cattolici democratico-popolari. A Brescia come a Roma. Anche per questo ritengo che il Referendum meriti solo di fallire. Un referendum che è stato promosso da chi sognava astrattamente il «bipartitismo perfetto», ma che di perfetto ha promosso la liquidazione dell'Ulivo, mentre ora - con una legge elettorale ipermaggioritaria - finirebbe per assecondare il regime del «partito unico presidenziale» berlusconiano. Claudio Bragaglio Consigliere Comunale Pd Comitato Nazionale «Associazione A Sinistra» PER I BAMBINI Uno spazio che apre e uno che chiude nApprendo con piacere dell'apertura di «Spazio coccola» in Via Tofane n. 36, struttura che, grazie all'opera di una cooperativa e di un'associazione, offre a bambini, genitori e parenti, praticamente gratuitamente, la possibilità di usufruire di giochi, laboratori ed altre attività. All'inaugurazione hanno preso parte gli assessori Giorgio Maione e Claudia Taurisano, alla presenza di don Marco Mori, che ha impartito la benedizione alla nuova struttura. Questa notizia mi richiama alla mente un'altra lodevole iniziativa dedicata non solo all'accoglienza ed all'attività ludica, ma anche alla lettura ed all'integrazione: mi riferisco alla Biblioludoteca di Contrada del Carmine n. 20, struttura di cui, purtroppo, l'assessore Labolani ha decretato la chiusura dopo pochi mesi di funzionamento, invitando gli ex utenti a rivolgersi agli oratori. Emanuele Formosa Brescia
( da "Repubblica, La" del 11-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Pagina 12 - Interni Chiti, democratico, contrario alla consultazione "Il Pd ripensi il suo Sì rischio di deriva eversiva" Franceschini sia più saggio. Va abolito il premio di maggioranza, unica strada per una nuova legge ROMA - Senatore Chiti, la proposta di legge che ha firmato con Rutelli e molti altri, propone di abolire il premio di maggioranza e quindi va in direzione opposta alla posizione del Pd, favorevole al Sì sui referendum. Volete mettere in difficoltà il partito? «Semmai il contrario. Vogliamo togliere il Pd dai guai in cui si è messo decidendo di stare accanto ai referendari. I quesiti infatti non risolvono i due difetti più grandi dell´attuale legge elettorale, anzi li amplificano: premio di maggioranza e liste bloccate». Franceschini però sostiene che dopo il referendum si farà una nuova legge elettorale. «Io non vedo le condizioni per costruire un altro sistema di voto una volta passato il referendum. Per questo ci vuole un minimo di saggezza: eliminiamo il premio alla Camera e al Senato prima del 21 giugno. Da lì si può ripartire per votare una legge diversa con molte strade aperte: il sistema tedesco o un sistema a doppio turno o anche il Mattarellum». Perché allora non ha firmato la proposta di legge di Parisi che chiede proprio il ritorno al maggioritario? «Perché quella proposta non ha i voti dentro il centrosinistra, non ha i consensi dell´Udc e ha pochi favori anche nel centrodestra. Il disegno di legge che ho promosso invece è firmato dai rappresentanti di tutte le opposizioni e può trovare adesioni anche nella maggioranza». Non avete cercato le firme dei leghisti, contrari al referendum? «No. Io ho parlato con Maroni e con Calderoli. Ma non vogliamo fare giochetti, maramaldeggiare con il centrodestra. Questo disegno di legge è un punto di partenza». Quando se ne discuterà in Senato, dopo il 21 giugno? «L´obiettivo è discuterlo prima di quella data. Per me il referendum è un pericolo, destinato ad accentuare la crisi democratica. Utilizzando l´alibi della governabilità e della semplificazione politico-partitica giustifica una pesantissima limitazione della rappresentanza parlamentare. E con il successo dei quesiti, al Senato, il combinato premio di maggioranza-sbarramento all´8 per cento creerebbe una deriva veramente rischiosa perché le tensioni della società, quando non trovano uno sbocco istituzionale, possono sfociare nell´estremismo se non addirittura nell´eversione». (g.d.m.)
( da "Gazzetta di Parma Online, La" del 11-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Casini: "Siamo l'alternativa al bipolarismo" Giuliano Molossi Qualcuno dice che se fosse entrato nel Pdl e avesse giocato bene le sue carte, oggi sarebbe il successore naturale di Berlusconi. Invece non è andato né di qua né di là per rimanere da solo al centro. Oggi punta a raccogliere i consensi degli elettori delusi da Berlusconi ma che non voterebbero mai per Franceschini. Onorevole Casini, lUdc si presenta da solo alle elezioni. Non teme di restare schiacciato fra i due partiti più grandi, Pdl e Pd? La battaglia per la sopravvivenza labbiamo vinta un anno fa quando abbiamo avuto il coraggio di dire basta ad un sistema che non funziona, rinunciando alle posizioni di potere che avremmo potuto comodamente ottenere, e ci siamo battuti contro la voglia bipartitica del Pd e del Pdl. Non sono riusciti a cancellarci e da mesi infatti continuiamo a crescere. Il nostro obiettivo è continuare a farlo anche alle Europee. Il Pdl sostiene che lei fa la politica dei due forni, che a seconda delle circostanze sceglie da che parte stare. Si dice che questo è intollerabile e che se lei non farà chiarezza si pone il problema dellesclusione dalle giunte locali, come a Parma, dove lUdc governa con il centrodestra. Lei cosa risponde? Quale sarebbe la politica dei due forni? Alle Europee andiamo da soli; alle amministrative su 64 province in cui si vota, in 51 andremo da soli. Semmai è proprio per entrare nel Pdl che molti hanno archiviato i loro ideali pur di portare a casa posti di potere. Noi abbiamo fatto una scelta diversa e che ci costerà in termini di poltrone ma che ci darà sempre più forza. Non siamo subalterni a nessuno e siamo sempre meno un partito degli assessori e sempre più un partito radicato sul territorio, attento alle istanze della gente. Per quanto riguarda Parma, oltre alla stima per il sindaco, credo sia chiaro a tutta la città che il nostro ruolo a sostegno dellAmministrazione sia non solo convinto ma anche determinante. LUdc è allopposizione del governo Berlusconi. Ma Franceschini, leader del Pd, lamenta che lei passa più tempo ad attaccare il Pd che a contrastare Berlusconi. Certo non facciamo unopposizione ideologica, che è quella che fa più comodo a Berlusconi. Dallinizio della legislatura abbiamo scelto un metodo di opposizione che abbiamo chiamato “repubblicana”, cioè nellinteresse del Paese. Se il Governo prende uniniziativa utile per lItalia non vedo perché non dovremmo votarla. Così come ci opponiamo ogni volta che vengono assunte decisioni contrarie allinteresse generale. E poi non accetto prediche da Franceschini: sul federalismo fiscale della Lega, che è uno spot inutile e dannoso che costerà caro agli italiani del nord, del centro e del sud perché moltiplica i centri di spesa, il Pd si è astenuto per strizzare locchio a Bossi mentre noi siamo stati gli unici ad opporci avendo a cuore solo in bene del nostro Paese. Sempre Franceschini dice che la ragione sociale dellUdc è tenersi le mani libere fino alle prossime politiche del 2012. La realtà è molto più semplice. Siamo lunico partito che ha il coraggio di dire che il bipolarismo della Seconda Repubblica ha fallito, non produce le riforme di cui il Paese avrebbe bisogno, che occorre andare oltre un sistema in cui la destra non è capace di fare gli interessi del Paese perché pensa ad altro o tuttal più aspetta che la crisi passi e nel frattempo tenta di distogliere lattenzione degli italiani con i suoi annunci ad effetto e in cui la sinistra è strutturalmente incapace di proporre unalternativa credibile. Lei dice: il centro siamo noi. Ma sia il Pdl che il Pd vantano un elettorato moderato e centrista. Gli elettori hanno il diritto di collocarsi dove vogliono. Di certo non mi pare però che gli elettori riformisti o lelettorato cattolico si sentano a loro agio nel Pd, così come i moderati del Pdl che non accettano di stare in un partito che nasce vive e morirà sotto il segno di Berlusconi saranno sempre più numerosi. Noi non abbiamo fretta, siamo pazienti e tenaci perché crediamo nelle nostre idee. Di certo lunica alternativa allattuale sistema siamo noi, un centro modernizzatore e capace al tempo stesso di attenuare i conflitti. Sia Berlusconi che Franceschini hanno annunciato il loro Sì al referendum sulla legge elettorale del 21 giugno. Lei questo referendum, che consentirebbe al partito di maggioranza relativa di avere la maggioranza assoluta dei seggi, lo vede come il fumo negli occhi. Ma non crede che possa rappresentare loccasione per cambiare in Parlamento lattuale legge elettorale? Anche la Lega sta lavorando a una proposta di legge da far approvare, ha detto Bossi, con chi ci sta. Che Berlusconi speri che vinca il Sì al referendum lo capisco bene. Lui ha una fame insaziabile di potere e se vince il Sì potrà liberarsi anche della Lega e fare finalmente come gli pare perché la legge rimodellata dal referendum garantirebbe il 55% dei seggi al partito che prende più voti. Quello che mi sembra incredibile è che Franceschini gli spiani la strada. Se vince il Sì non ci sarà nessuna modifica in Parlamento, Berlusconi ci precipiterà di corsa alle elezioni. La Lega ha compreso il pericolo che sta correndo e non a caso è per lastensione. Infatti minaccia Berlusconi di rompere lalleanza e fare una legge con chi ci sta se vince il Sì. Cosa pensa delle politiche del governo in tema di sicurezza? Le piacciono le ronde? Non mi piacciono per niente, come non mi piace per niente lidea che lo Stato alzi bandiera bianca di fronte alla criminalità e dica ai cittadini “arrangiatevi”, fate le ronde, organizzatevi con i medici-spia e i presidi-spia contro i clandestini. La verità è che il Governo come al solito fa grandi annunci, promette tolleranza zero contro la criminalità, e nel frattempo taglia le risorse alle forze di polizia, non sostituisce gli agenti che vanno in pensione, non paga gli straordinari, lascia vuoti i serbatoi delle pattuglie. Se così possiamo sentirci più sicuri…” Una grande azienda italiana, la Fiat, che va in soccorso di una grande azienda americana in crisi, la Chrysler. Chi lavrebbe mai detto… E un segnale di speranza per tutto il Paese? La Fiat è da sempre lo specchio della nazione per cui la notizia della nascita di un grande gruppo mondiale con la testa a Torino rappresenta veramente un segno di speranza. I dati economici complessivi della crisi però non devono comunque essere sottovalutati. Accanto alla Fiat che fa un grande balzo in avanti, ci sono migliaia di aziende in crisi e centinaia di migliaia di lavoratori che stanno perdendo il posto. Per questi e per le loro famiglie il Governo finora non ha fatto praticamente nulla. Secondo lei Berlusconi sarà danneggiato politicamente dalla vicenda della separazione dalla moglie? Penso sia giusto tenere separate le questioni della vita privata da quelle della politica ma certo se Berlusconi usa largomento del complotto per spiegare il suo divorzio, quando tutti hanno compreso le ragioni, rischia solo di far ridere gli italiani. LUdc ha candidato alle Europee lottantunenne Ciriaco De Mita e il principe Emanuele Filiberto di Savoia. Due scelte che hanno fatto discutere. In particolare, per la seconda, lhanno accusata di snobismo. Candidiamo persone di tutte le estrazioni sociali e con storie ed esperienze anche molto diverse così che i cittadini possano scegliere i loro rappresentanti in Europa. Se questa scelta è possibile, con le preferenze, è proprio grazie allUdc. Fosse stato per il Pdl ed il Pd avremmo mandato unaltra infornata di nominati pure a Strasburgo. Ecco perché non mi sento snob e non credo che quello delletà sia un argomento valido: le persone se sono intelligenti hanno un valore indipendentemente dalletà. Nel complesso comunque abbiamo puntato su persone dai valori forti, non a caso i capilista sono Magdi Allam o Gianluigi Gigli o Carlo Casini perché crediamo che lEuropa non possa e non debba disperdere la sua identità cristiana.
( da "Affari e Finanza (La Repubblica)" del 11-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
FINANZA pag. 16 Caccia ai paradisi fiscali Il vero obiettivo è lo scudo CAPITALI ALLESTERO/ La battaglia è cominciata e per il momento nel mirino è finita San Marino, dove è intervenuta anche la magistratura LUCA IEZZI tremonti contro il Titano. La lotta ai paradisi fiscali in Italia è sempre cominciata, e tristemente tramontata, ai piedi del monte che ospita la repubblica di San Marino. Anche questa volta, la stretta contro gli evasori transnazionali annunciata a Bruxelles dal ministro dellEconomia si è sovrapposta con unoperazione antiriciclaggio della procura di Forli che ha colpito la Cassa di risparmio sammarinese. Indirettamente confermato un assunto a cui lo stesso Tremonti si è convertito recentemente: chi fa la legittima scelta di portare i propri soldi in posti dove il segreto bancario è sacro e le tasse sono più basse, non disdegna di fare il passo successivo, cioè evitare di pagare quanto dovuto al proprio Stato dorigine. San Marino è un po il caso di scuola di quello che il Fisco italiano vorrebbe, ma non riesce a realizzare: la repubblica con 30 mila abitanti ha una raccolta bancaria da 14 miliardi di euro lanno (8,4 dallestero di cui 6 dallItalia) divisa tra le 12 banche del territorio. La continua pressione per rendere più trasparenti i passaggi di denaro da e verso il monte Titano ha risultati molto lenti. A settembre San Marino saprà se i suoi sforzi per uscire dalla lista "grigia" dei paradisi fiscali dellOcse (è quella dove sono i principali paesi come Svizzera, Lussemburgo o le Cayman) sarà premiata. Ci provano dal 2005. Lultimo capitolo della diatriba con lItalia si sta chiudendo ora dopo oltre un decennio: nel 1997 lallora ministro Vincenzo Visco fece assediare dalla Guardia di Finanza le strade di accesso alla microrepubblica. La crisi si chiuse con la promessa di un nuovo trattato internazionale che è stato firmato solo il 31 marzo scorso dal ministro degli Esteri Franco Frattini, ma la parte sulla finanza e le banche è stata stralciata ed è tuttora oggetto di trattativa. Nel frattempo San Marino rimane punto obbligato delle triangolazioni di patrimoni e merci, ogni passaggio sul Monte Titano significa un piccolo o grande sconto fiscale (o sullIva o sulle imposte alle rendite finanziarie). Tanto che il procuratore di Forlì la settima scorsa è intervenuto sulla finanziaria bolognese Delta, di proprietà della Cassa di risparmio di San Marino che su un flusso di 1,2 milioni di assegni aveva costruito «un vero e proprio sistema che accoglieva questi capitali frutto di evasioni fiscali e truffe ai danni dello Stato, c'era cioè un meccanismo di attrazione di questi capitali, che non è solo occasionale» ha spiegato il Pm Fabio Di Vizio. A dimostrazione che il confine romagnolo tiene lontano le Fiamme Gialle, ma non le influenze politiche, a San Marino non sono mancati gli attacchi contro laccanimento mediatico e giudiziario degli italiani e leccessiva spettacolarizzazione delle inchieste periodiche della procura di Forlì. Attacchi che non dovrebbero trovare appigli a Roma visto che Tremonti ha confermato «lincremento del profilo di attenzione fiscale sui redditi nei paradisi». Addirittura lItalia è pronta a riprendersi «la propria sovranità fiscale» prefigurando una fuga in avanti persino di fronte allUe. Peccato che le direttive anticipate dal ministro non sembrino una rivoluzione, come stilare una lista nera dei paradisi fiscali propria, che in Italia è già più corposa di quella dellOcse. I fiscalisti spiegano che è già prevista linversione dellonere della prova: cioè il capitale che si trova in un paradiso fiscale già ora si presume sia prodotto da evasione fiscale, salvo che il proprietario riesca a documentare il contrario. Non solo, deve anche dimostrare che loperazione realizzata in quei paesi ha reale utilità economica o commerciale e non può dedurre le perdite o i costi subiti in quello Stato. Di qui lo scetticismo per il successo di questo cambio di rotta. Secondo lex ministro Vincenzo Visco: «Tutto dipende da quello che operativamente deciderà lEuropa, al di là delle dichiarazioni politiche. Negli anni scorsi spesso è stata la Gran Bretagna il freno principale a iniziative coordinate. È difficile che si arriverà a qualcosa di concreto, anche perché i paradisi fiscali sono importanti, ma soprattutto va combattuta la concorrenza fiscale, cioè aliquote diverse per gli stessi redditi allinterno dellEuropa. Qui il quadro si allarga dal Lussemburgo o dal Liechtestein a paesi come lAustria, lOlanda. La mossa del governo italiano mi sembra funzionale solo al prossimo condono in arrivo». La "faccia feroce" di Tremonti servirebbe a rendere più credibile lutilità dello scudo fiscale in via di approvazione e da cui il governo si aspetta almeno 24 miliardi di euro, così come la voglia di procedere da soli serve a garantirsi da un eventuale ripensamento a livello europeo: da noi lo scudo si farà (per motivi di cassa) anche se in Francia o Germania dovessero rinunciare. Le premesse sono che da un patrimonio espatriato di 600 miliardi dovrebbe rientrare fino al 10% che sarà tassato ad unaliquota del 78%. Funzionerà? «Lincasso rischia di essere molto al di sotto delle aspettative spiega un importante fiscalista milanese quello del 200203 fece riemergere 77 miliardi di euro con un gettito di circa 2 miliardi. Laliquota era più conveniente e permetteva di regolarizzare patrimoni finiti in Svizzera o a Montecarlo decenni fa. Chi ha deciso di non far rientrare quel denaro allora difficilmente lo farà oggi». A San Marino, come altrove, dormono sonni tranquilli. Scopri come ricevere sul tuo cellulare Repubblica Gold condividi
( da "Manifesto, Il" del 12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
DEMOCRATICI Cresce il fronte del no ai quesiti. Dubbi anche fra i fedelissimi del segretario Sì al referendum, Dario è solo Di Pietro: Franceschini ripensaci. Ma nel Pd è già battaglia congressuale d.p. ROMA «Se veramente il leader del Pd vuole fare una cosa utile per la democrazia, si impegni con noi al fine di impedire che Berlusconi si appropri anche del risultato referendario del 21 giugno». Ennesimo appello di Antonio Di Pietro a Dario Franceschini perché modifichi la sua scelta di votare sì al referendum elettorale del 21 aprile. Dopo qualche incertezza, l'ex pm ha deciso di rovesciare l'indicazione di voto per i quesiti. Scelta non indolore, visto che, ammette Di Pietro, «abbiamo promosso quel referendum e raccolto le firme con lo scopo nobile di cambiare questa legge truffa». Ma il rischio, paventato ormai da moltissimi, che dalle urne - se mai il quorum venisse raggiunto, cosa improbabile ma non impossibile, dopo il sì di Berlusconi - esca una legge elettorale persino peggiore dell'attuale 'porcellum', ha persuaso l'Idv a cambiare fronte e a chiedere a Franceschini di fare altrettanto. Missione impossibile fino alla prima tornata elettorale del 7 giugno, e largamente improbabile anche dopo. Ma intanto le prese di posizioni antireferendarie sono sempre più e sempre più autorevoli. Ieri è stata la volta del costituzionalista Stefano Rodotà che, sulla rivista Micromega, ha dichiarato che si asterrà spiegando che con la vittoria del sì resterebbe «la designazione da parte delle oligarchie partitiche» degli eletti, con l'aggravante che tutto il potere sarebbe in mano ad un unico partito. Il Pdl, con ogni probabilità. Dario Franceschini, che ha ormai realizzato di aver fatto una scelta incauta quando ha deciso di farsi trascinare nella battaglia referendaria, comunque non sembra avere intenzione di tornare indietro e domenica al programma tv di Lucia Annunziata si è dichiarato convinto che, nel caso di vittoria dei sì, «avremo quattro anni di tempo per fare una nuova legge». Il leader pro tempore del Pd non crede all'eventualità di elezioni anticipate. Ma nel suo partito le certezze sono meno granitiche. E non si tratta solo dei due 'dissidenti' ufficiali Vannino Chiti e Francesco Rutelli, che ieri sono tornati alla carica contro il sì, proponendo una legge che abolisca il premio di maggioranza: «Vogliamo togliere il Pd dai guai in cui si è messo dicendo di stare accanto ai referendari», ha spiegato Chiti al quotidiano Repubblica. «Una proposta restauratrice», ha commentato il prodiano Mario Barbi. Ma che potrebbe piacere alla Lega, contrarissima al referendum e promotrice del non voto. «Franceschini li ascolti», ha avvertito ieri il ministro Roberto Calderoli, «il suo testardo e incomprensibile sì sta mettendo a rischio la democrazia ed il suo stesso partito». 'A rischio', quanto al Pd, è espressione forte. Certo è che i malumori fra i democratici crescono. E si intrecciano con i primi posizionamenti congressuali. A cambiare idea sul referendum sarebbero infatti anche quelli che nella direzione in cui si è votata la linea per il sì (dove solo cinque fra i presenti erano stati i contrari, fra i quali il dalemiano Roberto Gualtieri), erano rimasti allineati e coperti sulla proposta del segretario. Come Franco Marini, preoccupato per il 'dopo' 21 giugno. O Giorgio Merlo: «Senza una proposta di riforma elettorale il più possibile condivisa da entrambi gli schieramenti, il referendum si può trasformare in uno strumento difficilmente controllabile e oggettivamente pericoloso. Al di là dei referendari, che perseguono obiettivi misteriosi e poco comprensibili, si tratta di evitare di andare alla consultazione di giugno a briglie sciolte». Delle secche in cui hanno trascinato Franceschini sembrano farsi carico anche gli ex veltroniani ultrareferendari. Che infatti nel frattempo raccolgono le firme perché, dopo il referendum, si tenti il ritorno al 'Mattarellum' la legge in vigore fino al 2005, (il sistema maggioritario con i collegi e quota proporzionale del 25 per cento). La proposta, presentata al senato da Stefano Ceccanti, ha raccolto le firme di 64 senatori e l'adesione dell'Idv. Arturo Parisi ha presentato lo stesso testo a Montecitorio.
( da "Tirreno, Il" del 12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Pagina 13 - Toscana «Non regaliamo l'Italia a Berlusconi» Chiti (Pd), Pardi e Passigli (Idv): nasce in Toscana il fronte del no Con l'attribuzione del premio di maggioranza a una sola lista il Pdl potrebbe regnare incontrastato anche senza la Lega CARLO BARTOLI FIRENZE. Nasce dalla Toscana la fronda di centrosinistra al referendum. Vannino Chiti, Pancho Pardi e Stefano Passigli, a cui si è unito anche Pierluigi Vigna, stanno cercando, pur da sponde diverse, di scuotere il centrosinistra, promuovendo una battaglia per boicottare il referendum sulla legge elettorale, in netto contrasto con i partiti di appartenenza. Il ragionamento è semplice: con l'attribuzione del premio di maggioranza a una sola lista, Berlusconi potrebbe regnare incontrastato, perfino facendo a meno dei voti della Lega. Non solo, in questo modo, il Pdl potrebbe raggiungere con la Lega il traguardo del 66% dei seggi che permetterebbe a Berlusconi di diventare presidente della Repubblica e di cambiare la Costituzione senza dover affrontare un referendum confermativo. Eppure, Franceschini e i vertici del Pd hanno confermato l'appoggio al referendum, mentre Di Pietro ha dichiarato di voler votare no, ma non di battere la strada del boicottaggio. Uno dei primi a mettersi in moto è l'ex senatore fiorentino Stefano Passigli che sta rimettendo in piedi il Comitato di personaggi illustri che già si era battuto per fermare la riforma della Costituzione voluta dal centrodestra. Claudio Abbado, Maurizio Pollini, Inge Feltrinelli, Guido Rossi, Pierluigi Vigna hanno già dato la disponibilità ad essere testimonial «contro» il referendum, invitando gli italiani a disertare la consultazione e far mancare il quorum. Il vicepresidente del Senato Vannino Chiti si è reso protagonista di uno strappo con i vertici del suo partito e anche il senatore dell'Idv Pancho Pardi ha detto «disobbedisco» a Antonio Di Pietro. Non a caso, Pardi ha sottoscritto una proposta di legge presentata da Vannino Chiti per modificare le norme elettorali abolendo del tutto il premio di maggioranza e portando lo sbarramento per eleggere deputati e senatori al 4% sia per la Camera che per il Senato. «In questo modo - chiosa Pardi - verrebbe introdotto un sistema quasi alla tedesca». Chiti, in particolare, contesta la strategia del Pd secondo la quale prima si sconfessa l'attuale «Porcellum» con il referendum e poi in Parlamento si approva una nuova legge elettorale. «Se al referendum vincesse il sì verrebbero rafforzati gli elementi negativi del Porcellum, l'attuale legge elettorale votata a suo tempo dal centrodestra. Se il referendum avrà il sostegno dei cittadini, il Porcellum non sarà più la legge voluta dalla maggioranza di destra, ma diventerà una legge forte dell'appoggio dei cittadini e cambiarne i contenuti sarebbe molto più difficile». Secondo il vicepresidente del Senato, «il sì al referendum è sbagliato. Anche se la maggioranza del Pd lo sostiene io non sono d'accordo, non mi ritrovo in questa posizione». Pancho Pardi si augura vivamente che il quorum non venga raggiunto: «Occorre evitare l'introduzione di un bipartitismo coatto che completerebbe il sequestro di rappresentanza già affermato con l'attuale legge. Il ragionamento dei referendari è che bisogna costringere il centrosinistra a unirsi, ma non si rende conto del regalo che offre a Berlusconi. E' vero che l'Idv a suo tempo raccolse le firme per il referendum, ma spero di riuscire a convincere Di Pietro a cambiare posizione». Secondo Passigli, «l'astensione è la sola via per imporre una modifica dell'attuale legge e per impedire che una vittoria del "sì" legittimi definitivamente il Porcellum».
( da "Avvenire" del 12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
CRONACA 12-05-2009 RIFORMA ELETTORALE Franceschini non cede al pressing Rutelli: chi vuole bipartitismo favorisce deriva populista. L'Idv d'accordo con la proposta Ceccanti Voto, il referendum continua a dividere C'è chi tenta il blocco DA ROMA PIER LUIGI FORNARI C on l'avvicinarsi del referendum elettorale, cresce il partito del 'no'. Sicché il Pd, schierato dal suo leader Dario Franceschini sulla posizione del 'sì', si trova sottoposto ad un pressing interno e esterno. Francesco Rutelli affonda il coltello contro chi nel suo partito «pensava che fosse possibile far finta che i referendum elettorali non ci fossero. Che bastasse prendere una posizione per il 'si' e poi aspettare che mancasse il quorum». Fonti del Pd, comunque, assicurano che la linea non cambia perché la direzione del partito, con soli 5 voti contrari, ha scelto il 'sì'. «Se il referendum avrà il sì dei cittadini il 'porcellum' non sarà più una legge della maggioranza di destra ma una norma riconfermata dai cittadini», insiste il vicepresidente del Senato Vannino Chiti che ha firmato una proposta di legge per l'eliminazione del premio di maggioranza dalla legge vigente. E per bloccare la consultazione, si propone di discutere il ddl prima del 21 giugno, perché i quesiti «non risolvono i due difetti più grandi dell'attuale legge elettorale, anzi li amplificano: premio di maggioranza e liste bloccate». Dunque «il referendum è un pericolo, destinato ad accentuare la crisi democratica». «Una proposta di buon senso», concorda il presidente dei senatori dell'Udc, Gianpiero D'Alia, che figura tra i firmatari, «per consentire al Parlamento di fare una buona legge elettorale nell'interesse del Paese». Dunque «chi dice il contrario, oltre a essere in malafede, finisce per diventare il migliore alleato di Berlusconi». Chiti «sbaglia su tutta la linea», ribatte dal Pd l''ulivista' Mario Barbi, accusandolo di puntare ad una modifica «in senso proporzionalista puro », cioè ad interpretare «alla perfezione la vocazione restauratrice e la nostalgia da prima repubblica che alberga nel Pd e fa sponda nell'Udc». E ancora il vero senso del ddl Chiti sarebbe «un siluro al 'Mattarellum'». Stefano Ceccanti, riferisce, intanto, che le adesioni alla proposta di ripristinarlo sono arrivati a ieri a quota 64 senatori. Il costituzionalista non capisce perché, il leader di Idv, Antonio Di Pietro, anziché attaccare scompo- stamente il Pd, «non aderisca» alla sua proposta «che consentirebbe di superare sia la legge vigente sia i referendum». «Lavoreremo», risponde il leader di Idv, affinché il ripristino del 'Mattarellum' possa diventare largamente condiviso e «si possa giungere alla sua approvazione in tempo utile per evitare il referendum ». Ma sollecita il Pd a decidere «se battere un colpo oppure continuare a sostenere un referendum » che consegnerebbe definitivamente l'Italia al «ducetto Berlusconi». Rutelli, che pure ha firmato la proposta di Ceccanti, si schiera in appoggio del ddl di Chiti: «l'unico correttivo decente rispetto ai quesiti referendari». Perché chi pensa ad un'Italia con due soli partiti è «il più grande alleato di una deriva verso la destra populista». È comunque «disponibile a sostenere anche altre soluzioni», come il sistema istituzionale ed elettorale tedesco; il doppio turno di collegio; una formulazione del 'Mattarellum' con metà eletti col maggioritario e metà col proporzionale. «Basta che non mi mettiate nella condizione di dover ringraziare la Lega», conclude, «per la sua resistenza al proposito di creare un 'Regno d'Italia' attraverso questi referendum scriteriati». Ma proprio dalle fila del 'Carroccio', Roberto Calderoli, avverte Franceschini che il raggiungimento del quorum «darebbe il via ad un'emergenza democratica». Il leader del Pd, aggiunge l'esponente leghista, «pertanto, raccolga l'appello, che gli arriva da Di Pietro, da Chiti, da tanti altri e per ultimo anche dal sottoscritto, a disertare e far disertare l'appuntamento referendario». Ma nel Pd Rosy Bindi sostiene che «l'unica possibilità che abbiamo oggi di mandare al macero l'attuale legge elettorale è rappresentata dal referendum ». Quindi invita a «creare in Parlamento un'alleanza che isoli Berlusconi per poter varare una nuova legge elettorale che rispetti la volontà referendaria». Sempre tra i democratici, Giorgio Merlo vuole poi «evitare di andare alla consultazione di giugno a briglie sciolte», perché senza una proposta di riforma elettorale il più possibile condivisa da entrambi gli schieramenti, il referendum si può trasformare in uno strumento «oggettivamente pericoloso». Chiti (Pd) presenta progetto di legge per abolire premio di maggioranza E qualcuno invoca il Mattarellum
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Roma. Dario Franceschini resta irremovibile sul sì al referendum. Ma si fa sentire la voce di chi, come Francesco Rutelli e Vannino Chiti, è contrario, mentre anche chi aveva votato a favore nell'ultima direzione, come Franco Marini, comincia a prendere posizione nel dibattito che si aprirà dopo il 21 giugno e che coinciderà con l'avvio della discussione congressuale nel Pd. Sono già tre, tra Senato e Camera, i ddl presentati da esponenti del Pd per cambiare il «porcellum», l'attuale legge elettorale. Alla proposta di Stefano Ceccanti di tornare al Mattarellum, che ha incassato anche il sostegno dell'Idv, hanno aderito 64 senatori democratici e Arturo Parisi ha presentato lo stesso ddl alla Camera. A questo sistema prevalentemente maggioritario Chiti, seguito da Rutelli, ha già contrapposto il modello proporzionale che uscirebbe dalla proposta di abolire il premio di maggioranza al Porcellum. «Sono d'accordo con Chiti», incalza su Facebook l'ex leader Dl che vede nei sostenitori del bipartitismo «i più grandi alleati di una deriva verso la destra populista». E anche chi ha condiviso la scelta del sì al referendum la pensa diversamente. Massimo D'Alema ha recentemente rilanciato il modello tedesco, convinto dell'appoggio di Lega e Udc, mentre per i vertici del Pd, al di là dei sistemi elettorali, il bipolarismo e l'indicazione delle alleanze prima del voto è un paletto imprescindibile. Franceschini, in ogni caso, non sembra intenzionato a rimettere in discussione il sì, deciso con soli 5 voti contrari nell'ultima direzione, tanto meno ad impelagarsi in un dibattito sulla riforma elettorale, che non è mai riuscito a partorire un unico modello nel partito. «Dopo il referendum avremo quattro anni di tempo per fare una nuova legge», ha detto domenica a Lucia Annunziata.
( da "AprileOnline.info" del 12-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Referendum, la grande incognita Andrea Scarchilli , 12 maggio 2009, 17:56 Franceschini risponde alla marea montante, all'interno del Pd, contro la decisione di sostenere il sì alla consultazione elettorale per cambiare la legge in Parlamento: "Abbiamo discusso, abbiamo votato, abbiamo deciso. E da segretario dico che un partito non può sbandare continuamente". Di Pietro voterà no e appoggia la proposta di Ceccanti per tornare al Mattarellum. Ma la Lega sta sulle sue. Nasce, dopo quello di Passigli, un secondo comitato per l'astensione, in prima fila Rifondazione comunista Il segretario Dario Franceschini ha risposto ai mal di pancia all'interno del Partito democratico sulla linea da intraprendere sul referendum - sì ai quesiti solo per demolire il Porcellum e cambiare in seconda battuta la legge in Parlamento - che ha dettato e fatto votare dalla direzione. In un'intervista al quotidiano "la Repubblica" Franceschini ha replicato a chi, come Francesco Rutelli e Vannino Chiti, gli chiede di fare marcia indietro e ritirare l'appoggio ai sì, come ha fatto Antonio Di Pietro. Il leader democratico ha richiamato la necessità della coerenza: "Abbiamo discusso, abbiamo votato, abbiamo deciso. E da segretario dico che un partito non può sbandare continuamente". Il dibattito interno al Pd sui quesiti referendari, ha sottolineato il segretario, "si è già risolto nella direzione, dopo tanti approfondimenti, con più di 100 voti a favore del sì e 5 contrari". Poi, velatamente, ha accusato i "malpancisti" di sudditanza a Berlusconi: "Che partito sarebbe un partito che cambia idea, ripeto: dopo aver a lungo discusso, solo perché il premier distrattamente ha detto a Varsavia che sosterrà il sì. La domanda alla quale gli italiani devono rispondere il 21 giugno è la seguente: volete abrogare la legge porcata, quella che sottrae agli elettori il diritto di scegliersi non solo i partiti ma anche le persone da mandare in Parlamento? Togliendo di mezzo la politologia, chi ha contrastato con durezza quella norma non può che rispondere sì. Poi ci saranno quattro anni, qualunque sia l'esito referendario, per fare una buona legge elettorale". Franceschini ritiene che la minaccia di un Berlusconi che, in caso di vittoria dei sì, riporta il Paese alle urne e si prende una maggioranza monocolore, sia fittizia: "Non c'è bisogno di alcun referendum per dare seguito a questo progetto. Il Cavaliere può cavalcarlo anche con la legge attuale: va da solo e se arriva primo si prende la maggioranza dei seggi. Questa paura dunque è insensata. E quando in politica vince la paura si commettono errori fatali". Inutile ribadire che a sinistra, ormai, attorno a Franceschini il dissenso è ampio. Antonio Di Pietro, per esempio, non è d'accordo con il leader del Pd, e non ha paura a fare marcia indietro: da sostenitore del sì a convinto alfiere del no. Ha detto il leader dell'Italia dei valori a "Red tv": "Vado a votare, sono un referendario, ho raccolto le firme per quel referendum, ma ritengo che bisogna intervenire assolutamente per modificare la legge elettorale. Ecco perché voterò no perché in questi giorni si è detto che la legge non sarà cambiata. Non considero un errore aver raccolto le firme, credo nello strumento referendario, ma deve cambiare la legge elettorale, altrimenti il danno sarà maggiore". Di Pietro ha dato poi esplicito sostegno alla proposta di legge già depositata dal senatore democratico Stefano Ceccanti, che punta a tornare immediatamente al "Mattarellum" (il sistema in vigore prima dell'attuale) per annullare il referendum. La proposta è stata sottoscritta dalla maggior parte dei senatori del Pd, ma l'operazione ha poche chance immediate di riuscita visto che, al momento, non ha appigli nella maggioranza. La stessa Lega nord, che fa del referendum una questione di vita e di morte, preferisce non aprire fronti di scontro con il Popolo della libertà e, di fronte al silenzio di Silvio Berlusconi (che appoggia i sì ma si tiene lontano dalla discussione), non si pronuncia. La situazione potrebbe cambiare, e il raggruppamento "pro - Mattarellum" crescere, se il premier (magari di fronte a un trionfo del suo partito alle Europee del 7 giugno, a due settimane dal referendum), cominciasse a fare campagna elettorale in grande stile per il raggiungimento del quorum. Secondo la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, tuttavia, la convergenza può aver luogo solo dopo l'eventuale vittoria dei sì. Per questo sostiene la linea di Franceschini. "Penso - ha detto la Finocchiaro - che se vincesse il sì ci troveremmo di fronte ad un quadro nel quale la possibilità di una convergenza su un modello di legge elettorale con la Lega è possibile". La Finocchiaro ha osservato che "se invece confermiamo il porcellum, tutto questo non avrà luogo. La scommessa è questa e lo dico io che non solo non ho promosso, ma non ho neanche sottoscritto il referendum". Prende corpo al di fuori del Parlamento, nel frattempo, la mobilitazione a favore dell'astensione. Dopo quello di Stefano Passigli, è nato oggi un secondo comitato "pro astensione". L'ha promosso Rifondazione comunista, a presiederlo è stato chiamato il professore di diritto costituzionale Gianni Ferrara. Scopo del comitato, si legge in una nota, "è di far fallire il referendum elettorale, che con ben 67 quesiti mira, con un lavoro di 'taglia e cuci', alla manipolazione del sistema elettorale per giungere al bipartitismo coatto assegnando il premio di maggioranza alla lista con il maggior numero di voti. Ciò significa che una lista, anche con il 20 per cento, conquisterebbe il 55 per cento dei seggi". Fanno parte del comitato, tra gli altri, il senatore dipietrista Pancho Pardi, l'associazione "Socialismo 2000" di Cesare Salvi e quella dei "Giuristi democratici". Franco Russo, responsabile Istituzioni del Prc, dice ad "Aprileonline" che proverà nelle prossime ore a ottenere adesioni dai sindacati e a stabilire con Passigli almeno una comunanza di strategia. L'obiettivo, del resto, è il medesimo, e anche il serbatoio da cui i due comitati attingono: il gruppo che, all'ombra di Oscar Luigi Scalfaro, contribuì nel 2006 a far bocciare, per via referendaria, la riforma costituzionale voluta dal centrodestra. Di fronte a tanta agitazione, il presidente del comitato promotore del referendum Giovanni Guzzetta si è sentito un dovere di rivolgere un appello epistolare agli elettori del centrosinistra. Scrive Guzzetta: "Dopo la dichiarazione del sì di Berlusconi al referendum, in intere aree del centrosinistra sembra scoppiata una paura cieca nei confronti della consultazione referendaria. Una paura ed una cecità che sembrano impedire talvolta persino la lettura dei quesiti nella loro correttezza formale, laddove si ignora o si finge di ignorare che il premio di maggioranza alla singola lista è già previsto nell'attuale legge e dunque tecnicamente realizzabile, per Berlusconi o per chiunque altro, non da oggi ma da ieri". Certo, con la legge che scaturirebbe dal referendum le coalizioni, anche ristrette, diventerebbero semplicemente impossibili da comporre. Tutti nei listoni. Non si potrebbe ad, esempio, avere delle schede sul modello di quelle delle ultime elezioni, quando si fronteggiavano Pdl e Lega da una parte, Pd e Idv dall'altra. Sarebbe virtuale il segnale che oggi Di Pietro, dopo mesi di rapporti travagliati, ha tentato di lanciare ai democratici: "Qualora ci dovessero essere nuovamente le elezioni credo che sarebbe doveroso ricandidarsi insieme al Partito democratico". Diplomatica la replica della Finocchiaro: "C'è una certa flessibilità in quel partito ma quando si fa un'alleanza con un grande partito come il Pd occorre chiarire alcune questioni. Non dubito che l'accordo si possa trovare, ma si deve cercare".
( da "Unita, L'" del 13-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Referendum La spallata dei sì fa paura alla sinistra MARIA ZEGARELLI «Abbiamo discusso, abbiamo votato, abbiamo deciso. E da segretario dico che un partito non può sbandare continuamente. Chiti e Rutelli chiedono di ripensare il sostegno al referendum. Capisco, anche lo spirito costruttivo con cui mi rivolgono questo appello, ma la mia risposta è no». Va dritto per la sua strada Dario Franceschini, anche se sa che il fronte del «no» al referendum elettorale fa sempre più proseliti dentro il partito democratico, che sono in molti ad aspettare il dopo voto, l'8 giugno, per ridisegnare geografie interne ed esterne. Ma è forte di una decisione arrivata dopo una discussione e un voto, cioè quella pratica più volte invocata durante la segreteria Veltroni anche da chi oggi se ne duole di fronte ai quesiti referendari. Per questo dice: «Sono pronto a condividere con tutto il gruppo dirigente del partito un risultato positivo e a prendermi la colpa da solo di un esito negativo». È argomento di primo piano fuori e dentro i palazzi di Camera e Senato, oggetto dei capannelli di senatori e deputati. Le amministrative e le europee e poi il congresso. In mezzo la riforma elettorale e l'abbraccio secondo alcuni «mortale» di Silvio Berlusconi ai «sì». È argomento di primo piano e di grande imbarazzo per molti di quelli che voteranno sì ma per «disciplina di partito», certo non per convinzione. Poi, ci sono quelli che lo hanno firmato e poi, adesso, come Antonio Di Pietro andranno a votare «no» che creano ulteriore insofferenza. «Mi sembra che il Pd sia in preda ad una crisi di nervi e proprio sotto elezioni. Sarebbe il caso di non inseguire il premier e di continuare per la nostra strada, proprio come ha fatto Franceschini», dice Giorgio Tonini che registra con molta preoccupazione l'allarme post referendum che serpeggia nel suo partito. «Se Berlusconi andasse a elezioni oggi, con i consensi che dice di avere, già con questa legge elettorale non avrebbe bisogno di allearsi con la Lega e si aggiudicherebbe il premio di maggioranza», ragiona in Senato. L'obiettivo, ribadiscono gli stati generali del Nazareno, è quello di dare una spallata al Porcellum, «una legge contro la quale ci siamo sempre battuti». «È l'unico vero tema su cui rischia di ballare la maggioranza, di far entrare in crisi Pdl e Lega», dicono all'unisono Antonello Soro, Albertina Soliani, Marina Sereni e lo stesso Tonini. «Il paese consegnato su un piatto d'argento al Cavaliere», l'opinione dei contrari. Le ragioni dei favorevoli Sì convinto per Rosy Bindi, «l'unico modo che abbiamo per liberarci della "porcata"». E motiva così i suoi «sì» Anna Finocchiaro: «Se vincesse il sì ci troveremo di fronte a un quadro in cui la possibilità di una convergenza su un modello di legge elettorale con la Lega è possibile». «Uso obbedir tacendo», risponde a domanda Silvio Sircana che però aggiunge: «Il grande errore che abbiamo fatto durante la scorsa legislatura è stato di non aver posto subito all'ordine del giorno la riforma elettorale». Nicola Latorre, dalemiano: «Il partito ha preso una posizione e io mi attengo. Ma dopo l'8 giugno alla luce del risultato elettorale sarà necessaria una ulteriore riflessione». Lapidario Gianni Cuperlo: «Seguirò l'indicazione del partito». E Paola Concia. «Il motivo per andare a votare è: cambiare questa legge». L'opinione dei contrari Francesco Rutelli non ne ha mai fatto mistero, sono «scriteriati» questi referendum con i quali si rischia di creare «un Regno D'Italia». Come è per il no anche Vannino Chiti perché «il referendum rafforza gli elementi negativi» del Porcellum». A sinistra i «piccoli» sono sul piede di guerra da Rc a Pdci e infine, c'è il comitato dei no. Acque agitate nel Pd in vista del referendum. Il segretario: «Se vince il no mi assumo io la responsabilità». I dalemiani votano sì, ma per disciplina di partito. Tonini: «Questo partito è in preda a una crisi di nervi».
( da "Unita, L'" del 13-05-2009)
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Chi vota no Tra i contrari della prima ora c'è sicuramente Francesco Rutelli che ha visto via via ingrossarsi la fila dei «dissidenti». Anche se il «no» più eclatante è quello di Di Pietro, firmatario nonché promotore del referendum. Nel Pd sulla stessa linea Vannino Chiti, mentre è molto critico Giorgio Merlo. Stefano Rodotà si asterrà. Spiega: fa «una scommessa pericolosa» chi sostiene che dopo il referendum si può fare un'altra legge, visto che le indicazioni del Pdl non vanno in questo senso. Rodotà sottolinea i guasti dell'aver scelto, fin dagli anni '90, il meccanismo dei referendum parzialmente abrogativi per le riforme elettorali.
( da "Unita, L'" del 13-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
EMMA BONINO Perché noi radicali abbiamo, per primi, costituito il Comitato per il no? Semplice: perché se dovessero passare i quesiti sul premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti si aggraverebbe l'attuale legge elettorale, elegantemente definita come «porcata» dal suo estensore, e si determinerebbe un bipartitismo caricaturale dove «sotto il vestito niente»: niente strumenti di garanzia, niente contrappesi, niente collegi uninominali, niente primarie all'americana, niente Parlamento di eletti ma solo di cooptati. Altro che restituire il potere di scelta ai cittadini! Sia chiaro: noi siamo referendari ma per il tipo di referendum previsto dalla Costituzione non da un regime oligarchico. Non a caso il Comitato nasce anche per rafforzare la legalità referendaria: nel corso degli anni i referendum sono stati snaturati e sviliti dalle sentenze eversive della Consulta e dal tradimento dei partiti e del Parlamento. Se si fosse attuato l'esito dei referendum di inizio anni 90, la riforma americana l'avremmo già fatta da un pezzo. E non ci illudiamo che il referendum del 21 giugno sia un passaggio democratico, anzi sappiamo che non lo sarà: basta guardare alla leggina bipartisan varata per spostare la data del voto oltre i limiti temporali previsti dalla legge sul referendum e al regolamento della Commissione di Vigilanza per le tribune elettorali. Chi, come il Pd, invita a votare sì per poi illudersi di fare la riforma elettorale «tutti insieme appassionatamente» fornisce la motivazione meno sostenibile perché il referendum non è un sondaggio: i padri costituenti vollero il suo esito «vincolante» mentre i massimi esponenti del Pd lo considerano solo uno stimolo, una specie di Euchessina in dosi massicce. E per stimolare quale legge poi? C'è chi parla di riforma alla tedesca, chi alla spagnola e chi alla francese e di un ritorno addirittura al Mattarellum... E dico al partito trasversale degli astensionisti: attenzione alle scorciatoie ruiniane. E non vorremmo rimanere i soli a coltivare convinzioni e legalità. L'astensione non è e non sarà mai un fronte credibile di «resistenza» democratica. «Non andate a votare, andate al mare»: l'hanno detto in tanti nel passato e per ultimo il Cardinal Ruini. Sapete che c'è? Io al mare non andrò. Il Comitato è aperto al sostegno di tutti (si può mandare la propria adesione all'indirizzo noalreferendum@radicali.it). Perderemo? Forse, ma nei momenti difficili bisogna rimanere punto di riferimento per il futuro, continuando a lavorare per un cambio di cultura politica. E bisogna insistere: la legalità non è mai un optional. L'articolo
( da "Secolo XIX, Il" del 13-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Il pluralismonon va inteso conla moltiplicazionedei partiti Si è dibattuto molto sulle date del referendum e forse meno sui suoi contenuti e sulle possibili conseguenze in caso di vittoria del Sì. Pd e Idv premono per il Sì, con la motivazione che il referendum possa eliminare gli effetti negativi della legge Calderoli, ma è errato affermare che l'eventuale vittoria del Sì ci riporterà a una democrazia pluralistica, anzi a conti fatti è proprio il contrario. Se passa il Sì, la lista di partito che prende più voti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi. Silvio Berlusconi ha lo scenario molto chiaro in mente e infatti ha assunto un atteggiamento un po' ondivago, allo scopo di distrarre l'attenzione sulla sostanza del referendum e tenerlo fisso sulla questione delle date. Quando questo referendum fu concepito la realtà politica era diversa. Ora, se vince il Sì, Berlusconi potrà sostenere che si deve andare a elezioni anticipate con la nuova legge elettorale per ottenere quella maggioranza assoluta dei seggi per il Pdl che lo ossessiona da tempo: avrà da solo il pieno possesso del Parlamento, cambierà la Costituzione in senso presidenzialista, diventerà presidente della Repubblica con accresciuti poteri. Il Parlamento diverrà una sorta di soprammobile con buona pace della democrazia rappresentativa. Al di là della Lega, che ha capito che potrebbe perdere ogni potere di condizionamento sul centrodestra e quindi lotta per l'astensione, Pd e Idv devono decidere se sostenere una causa per puro spirito di coerenza e procedere verso la disfatta finale, oppure prendere atto che il vento è cambiato e con coraggio attendere tempi migliori per una riforma elettorale. Joanna Pelc E-MAIL 13/05/2009 la casella della sanità i quesiti su SALUTE e benessere, le risposte per vivere meglio FEDERICO MERETA Scrivere a: Il Secolo XIX Casella della Sanità - piazza Piccapietra, 21 - 16121 Genova fax. 010. 8686807; e-mail: salute@ilsecoloxix.it 13/05/2009 Premessa: sono favorevole al referendum, non tanto perché creda che serva a darci una legge elettorale migliore (quella è tutta da costruire) ma perché un Sìè il modo più diretto per cambiare il "porcellum". Ciò detto non capisco che cosa voglia dire "democrazia pluralistica". Rientrano certamente in questa categoria Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, dove il numero dei partiti rappresentati in Parlamento è uguale o inferiore a quello che abbiamo in Italia. A meno che sotto l'espressione non si nasconda l'idea che il pluralismo esista solo con il proporzionale puro. Cosa con la quale non sono affatto d'accordo. Quanto al fatto che Berlusconi abbia un atteggiamento "ondivago" perché ingolosito dal premio di maggioranza introdotto dal referendum, mi sembra un'ipotesi assai probabile. Non conosco i piani futuri del presidente del Consiglio. Ma dissento dalla certezza che eventuali maggiori poteri alla presidenza della Repubblica ridurrebbero il Parlamento a un soprammobile. Quello francese o quello americano (per citare due presidenzialismi molto diversi fra loro) non lo sono affatto. Il problema non è la distribuzione dei poteri quanto piuttosto il sistema dei controlli e dei bilanciamenti. Se è efficace, qualsiasi sistema può funzionare decentemente. Presidenziale o parlamentare che sia. 13/05/2009
( da "EUROPA ON-LINE" del 14-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Articolo Sei in Commenti 14 maggio 2009 Parliamo del nostro futuro, senza aspettare giugno Aspettare i verdetti elettorali non esonera dal parlare chiaramente prima di essi. In particolare sulle cose di fondo per dare o non dare un senso al nostro futuro. Visto che sinora non ci siamo riusciti. Non è un dettaglio. È il problema. Non dico certo una "ideologia", ma un sistema di valore, di senso, di visione complessiva, ci vuole. Altrimenti conveniamo che siam condannati a passare da un tempo in cui si credeva troppo a un altro in cui non si crede in niente. Richiamo un convincimento sul quale ho riflettuto molto e che per il Partito democratico segna la distanza abissale tra le premesse culturali e politiche, di fondo e di origine, e il cammino successivo. Sono sempre convinto: le vie del Pd non sono infinite. Era sorto come partito inedito, "nuovo". Era stato, pur con molta titubanza, indicato nei testi fondativi, come "partito del paese", riformatore e liberale. La terza via italiana, della modernizzazione, dell'innovazione e della coesione sociale. Avrebbero dovuto concorrervi, oltre alle culture "nuove", le esperienze culturali cristiane e liberali; culture semplicemente liberali e repubblicane; posizioni liberal-socialiste, le culture della sinistra democratica, l'ambientalismo moderno. Questa è una sintesi di ragionamenti complessi, ma non complicati. È uscito questo nuovo prodotto? Chiaramente no. Si impone quindi da subito la domanda sul senso del nostro futuro. Ci si può limitare all'essenziale chiedendo se il Pd vuol essere "quel" partito moderno, liberal-riformatore o la traduzione italiana della "vecchia socialdemocrazia europea". Alla fine degli anni '90 grandi interpreti del nostro tempo, vedi Ralf Dahrendorf, sostenevano che dopo il secolo socialdemocratico il futuro sarebbe stato nel confronto tra liberal riformatori e liberal conservatori. In Italia poi avremmo un partito socialdemocratico che non potrà essere immemore dei trascorsi giudizi pesanti di molti suoi leader sui socialdemocratici e sui socialisti italiani dal '47 in poi. Una politica senza storia è improbabile. Estrema appendice della questione di fondo: un Pd italiano che conserva la sua originale impronta in Europa o un Pd che sarà in Europa anche nominalmente socialista? Siamo nel cuore del tema: il senso del futuro di un partito. Quando si darà questa risposta, dopo giugno? Si sta sviluppando un guardingo e interessante dibattito. C'è chi sostiene che il problema sono le alleanze; c'è chi invece dice, e io son tra costoro, che il problema primario è l'assetto politico generale e la sostanza politica intima al Pd. La questione non sta nel decidere se allearsi o meno con i moderati del centro; o di accentuare una attenzione al campo laicista; o di guardare a ciò che si riesca a far nascere a sinistra; o altro ancora. Questo certo è un segno politico, ma la sostanza è altra cosa: non si caratterizza la propria natura, il nuovo brand culturale, semplicemente in base all'alleanza con questo o con quello, ma solo se primariamente, il brand, il marchio di qualità, lo si determina dentro di sé, come anima profonda e distintiva di forza politica. Le alleanze vengon di conseguenza. Le aggettivazioni sono noiose e spesso semplicistiche, ma servono ai richiami sintetici: il Pd sarà il partito inedito liberale, popolare, riformatore, la nuova terza via italiana, oppure sarà il crepuscolare partito socialdemocratico italiano che peraltro già molti coltivano? Non dico al vertice, dove i palati son più raffinati, ma soprattutto alla base, nella periferia profonda, dove già senti sussurrare: tocchiamo il fondo, purifichiamoci, risorgeremo, faremo salire il nuovo sole... Personalmente vedo stenti enormi su questa via. Sarà quindi improbabile nel Pd una sintesi culturale e politica liberale, popolare, riformatrice. Quello che in origine si era definito partito inedito, inusitato in Italia; un partito capace di una nuova valenza identitaria per aderire e rappresentare il nuovo paese. Il country party, diceva Nino Andreatta, il vero padre di una idea di Partito democratico in Italia. Il partito del paese, si è tentato di dire in parecchi senza successo, assordati da molti editti, comprensibili solo da chi su queste parole aveva litigato per un secolo intero: vocazione maggioritaria; i riformismi, i massimalismi, l'antimassimalismo, la vocazione minoritaria, e tutte cose ormai detriti storici. Diciamo: per fortuna, problemi già risolti persino in Italia. Se il futuro del Pd fosse la riverniciatura di una storia già scavalcata dalla modernità si aprirà, presumo, un grande problema. Ripropongo la pertinenza delle parole di Agostino, «il problema non è cambiar nome, ma cambiar vita». Sono dell'opinione che si porrà allora, per chi vorrà pensarci, il problema di un nuovo scenario politico. Materia non per chi ha poca fantasia e magari bisogno di scorciatoie; faccende che non si risolvono trasmigrando. La soluzione non sono le scorciatoie. Emergerà semplicemente, presumo, la questione della realizzazione di uno spazio politico non ancora pensato, ma che si rileva già animato da sensazioni e pensamenti nuovissimi, ma strutturali nel corpo del paese verso un suo futuro più definito. Essi, mi sembra, portano a un luogo aperto, di incontro in una sintesi che ora non c'è, animata da una rigorosa e austera cultura "laica"; dalle culture cristiane, sociali e liberali; dalle tradizioni liberal-sociali; dell'ambientalismo moderno; della società nuova della conoscenza e del "senza confini"; del federalismo politico europeo; dello sviluppo economico e civile che cresce tra i due poli fondamentali, del territorio e dei mercati aperti. Non so se vedo bene, ma che cosa significano le riflessioni di Enrico Letta, di Francesco Rutelli, di molti altri? Una semplice posizione di minoranza e opposizione interna? Può essere. Ma non mi pare che il dilemma, il dualismo in questione, si possa risolvere tranquillamente con collocazioni interne differenziate. Mi sembra che si sarebbe di fronte a una difficile quadratura del cerchio. E non è solo una questione di fermenti nel Pd. Si notano chiaramente le posizioni dell'Udc, ma anche riflessioni in altri spazi, non solo intermedi. A ben guardare emergono argomentazioni di confronto anche in linee che interessano i vari punti del centrodestra. Il tutto incrocia il tema di fondo, che di volta in volta prende le forme di riforma elettorale, di referendum, di bipolarismo, di multipolarismo Son stato e sono un sostenitore del bipolarismo. Non sono quindi un bipolarista pentito. Sono realista, constato solo che il paese ha resistito e continua a resistere allo schema bipolare anglosassone. Bisogna quindi pensare con attenzione nuova. C'è chi ritiene che il paese si sia sostanzialmente assuefatto a questo schema; chi afferma che lo ha rifiutato. Mi pare più consono limitarsi a rilevare che il paese resiste al bipolarismo. Al di là peraltro dell'ovvia e spesso dimenticata constatazione che di polarizzazioni ce ne sono e sono davanti a tutti al di là dei due poli più consistenti: Lega, Udc, Sinistre, Idv. Giova a tutti una riflessione su questi temi, a cominciare proprio da coloro che semplificano inneggiando senza se e senza ma alla proporzionale, non ricordando le forme che essa determinava: nelle città quattro sindaci in un anno e in Italia decine di presidenti del consiglio in breve spazio di tempo. Una riflessione giova parimenti a chi pensa ai sistemi elettorali come a una camicia di forza: il paese è troppo plurale e va quindi ridotto a due! Oppure a chi dice diamogli una legge rapportata alla suinicultura. E magari un referendum che addirittura superi il porcellum e prepari il maialissimum. Ci sono molte ragioni che suggeriscono di parlare e pensare senza aspettare il voto di giugno. È rischioso, ma necessario. Per parte mia ho cercato di dire ad alta voce dove penso che per certi aspetti si andrà a parare. Tentando di leggere alcuni segni che il paese ha lanciato e lancia. A questi segni ho cercato di dare una qualche mia interpretazione, alla quale collego per chiarezza e connessione, il riferimento al sistema elettorale tedesco, non bipolare e non destabilizzante, e un chiaro no allo spirito e alla prospettiva insiti nel referendum di giugno. ANTONINO ZANIBONI
( da "Gazzetta di Parma (abbonati)" del 15-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
CRONACA 15-05-2009 VERSO LE ELEZIONI RIUNIONE AL DUC IN VISTA DEL VOTO DEL 6 E 7 GIUGNO L'esercito di scrutatori e presidenti di seggio Nominati i componenti delle 211 sezioni elettorali II Ieri mattina, la Commissione elettorale comunale, presieduta dall'assessore Fabio Fecci, ha scelto gli scrutatori per le elezioni europee e le Provinciali del 6 e 7 giugno. In base alla legge di riforma elettorale del dicembre 2005, gli scrutatori non vengono più sorteggiati, ma scelti dalla Commissione tra gli iscritti all'Albo apposito. La Commissione elettorale, che dopo le elezioni amministrative del maggio 2007, è composta, oltre che dal presidente, dai consiglieri comunali Gabriella Biacchi, Carmelo La Mantia e Ferdinando Sandroni, ha nominato 826 scrutatori, quattro per ognuna delle 202 sezioni normali e due per ognuna delle nove sezioni speciali. Per i 211 presidenti la nomina sarà invece effettuata con decreto del presidente della Corte d'Appello di Bologna sulla base della proposta che il Comune ha già trasmesso. Le nove sezioni speciali saranno allestite per i ricoverati in strutture ospedaliere o luoghi di cura. Le sezioni speciali nel Comune di Parma sono: la 23 a "Villa Parma" piazzale Fiume, la 37 Ospedale maggiore, Torre delle Medicine, via Gramsci, la 39 ex Iraia, via Gulli, la 58 al padiglione Rasori», la 59 al padiglione Cattani, la 60 al padiglione Ortopedie, la 61 al padiglione Monoblocco, la 163 alla "Città di Parma" piazzale Maestri, la 105 alla casa circondariale del carcere. Ogni seggio normale si compone di un presidente e di 4 scrutatori più un segretario nominato dal presidente. I seggi speciali si compongono di un presidente e 2 scrutatori, di cui 1, a scelta del presidente, assume le funzioni anche di segretario. Novità di quest'anno, per l'eventuale ballottaggio per l'elezione di presidente della Provincia e Consiglio provinciale e per il referendum del 21 e 22 giugno verranno rinominati presidente e scrutatori dei seggi, in quanto nel primo turno i seggi saranno composti da un presidente e 4 scrutatori, mentre nell'eventuale secondo turno e per il referendum saranno composti da un presidente e 3 scrutatori (ad eccezione di quei seggi dove è previsto il voto a domicilio anche di un solo elettore, in cui gli scrutatori rimarranno 4). Con la chiamata al numero verde 800.977917, completamente gratuita, si può prenotare il duplicato della tessera elettorale in caso di smarrimento. Inoltre, si possono avere informazioni su: orari e sedi di voto, servizi di trasporto speciale, iscrizione alle liste elettorali del Comune di Parma, modalità di voto per cittadini italiani residenti all'estero, persone ricoverate, persone che necessitano del voto domiciliare e del voto assistito, rinuncia all'incarico di scrutatore, nomina del segretario da parte dei Presidenti di seggio, ogni altra informazione attinente le elezioni. Elezioni Ogni sezione avrà un presidente e quattro scrutatori.
( da "Avvenire" del 15-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
CRONACA 15-05-2009 Referendum, Calderoli: se vince il sì, elezioni DA ROMA GIOVANNI GRASSO R eferendum sulla legge elettorale: la rotta del Pd potrebbe cambiare durante la navigazione? E' un esponente molto vicino a Franceschini, l'ex segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti, ad affacciare una nuova ipotesi: «Il Pdha spiegato Castagnetti ai microfoni di Radio Radicale non vuole né il porcellum, cioè l'attuale legge elettorale, né il superporcellum, cioè quello che uscirebbe dal referendum e che peggiorerebbe ulteriormente la situazione» . E spiega: «In direzione nazionale abbiamo espresso questa valutazione a favore del sì nel presupposto che questa fosse la strada per aprire la possibilità di rivedere la legge elettorale» . Ed ecco la novità: «Sia chiaro: se questa condizione non si verificherà, se ci sarà una chiusura e se sarà ribadito che la maggioranza non ha nessuna intenzione di modificare la legge che uscisse dal referendum è evidente aggiunge Castagnetti che viene a cessare la condizione che ha ispirato la direzione del Pd ad assumere quella decisione » . Tempo qualche settimana per verificare le intenzioni del Pdl e semmai modificare la posizione espressa. Ma l'aria che tira in casa del centrodestra ( Lega esclusa) non sembra promettere bene. Il ministro Gianfranco Rotondi replica con molta chiarezza: «Con onestà rispondo a Castagnetti che la maggioranza non ha nessuna idea di cambiare questa legge elettorale che il sì al referendum rafforzerebbe in senso maggioritario» . La sortita dell'ex segretario del Ppi non è però piaciuta a Stefano Ceccanti, esponente del Pd molto vicino ai referendari, che smentisce ogni ipotesi di revisione: «Un conto - spiega Ceccanti - è il dissenso dei singoli, del tutto legittimo in un grande partito plurale. Un altro conto è dare l'impressione di un partito indeciso e pronto a cambiare continuamente posizione. Dario Franceschini merita un doppio plauso: sia per aver proposto quella giusta posizione, sia, ancor più, per averla mantenuta con fermezza» . Intanto, il ministro leghista Roberto Calderoli dà fuoco alle polveri: «Una vittoria del sì al referendum, aprirebbe una emergenza democratica » , visti i 15 punti di vantaggio del Pdl sul Pd. Berlusconi, secondo Calderoli, «sarebbe un matto» a sostenere il sì la cui vittoria condurrebbe a elezioni anticipate. Intanto c'è polemica tra il comitato referendario e la Commissione di vigilanza sulla Rai, che ieri ha approvato i regolamenti per le tribune referendarie in tv. Guzzetta, presidente del comitato, annuncia ricorso: troppo spazio ai partiti e poco alla società civile è il suo commento. Replica il vicepresidente della Commissione di Vigilanza, Giorgio Merlo: «Si è rispettato il pluralismo, garantendo a tutti spazi di informazione » . Il ministro leghista: il premier «matto» se appoggia la campagna Nel Pd Castagnetti preannuncia: se il centrodestra rifiuterà la riforma elettorale anche il nostro 'sì' torna in discussione Roberto Calderoli
( da "Stampa, La" del 18-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Analisi Cosa c'è dietro il crollo dei redditi L'ORIGINE GLI EVASORI Le retribuzioni basse sono lo specchio di un sistema in affanno PIETRO GARIBALDI Tutto si riconduce alla produttività che cresce al rallentatore Due lavoratori su dieci sono sconosciuti all'Erario Gli altri pagano per loro TORINO Le classifiche economiche non sono mai divertenti, ma diventano preoccupanti quando riguardano la retribuzioni. Confrontando lo stipendio medio, l'Italia appare ormai vicinissima alla zona retrocessione. La retribuzione di un lavoratore italiano senza carichi familiari non raggiunge i 1400 euro al mese, ed è inferiore non solo a quello di Germania Francia e Gran Bretagna, ma anche a quello di Grecia e Spagna. Questa volta non possiamo dare la colpa alla recessione, anche perché la crisi stessa colpisce con altrettanta intensità il resto dei paesi Ocse. Il basso livello delle retribuzioni è in realtà l'altra faccia della medaglia dei problemi strutturali del Paese. Come ricordato su queste colonne, i problemi strutturali sono visibili anche in recessione. Il dato sui salari lascia spazio a pochi dubbi e ci ricorda impietosamente che il primo problema strutturale dell'Italia si chiama bassa crescita. L'Italia dal 1995 è sempre cresciuta sotto la media europea. Questo differenziale si è lentamente trasformato in una più bassa crescita delle retribuzioni - la crescita di queste ultime può essere sostenuta nel medio periodo solo da quella della produttività -. Quest'ultima, a sua volta, dipende da una somma di fattori che messi uno sull'altro finiscono per determinare il declino relativo di un Paese. Un sistema scolastico e universitario poco competitivo, un continuo ritardo nell'adeguamento delle infrastrutture, una pubblica amministrazione in larga parte inefficiente, un mercato del lavoro che divide protetti e non protetti, un sistema finanziario che penalizza piccoli risparmiatori e piccole imprese. Un discorso a parte va fatto per la tassazione. In Italia la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dalle imprese e il reddito netto dei lavoratori è tra le più alte al mondo. Questa differenza, chiamata cuneo fiscale, è infatti pari al 46,5 per cento. Se a un'impresa un lavoratore costa 100 euro, lo stesso lavoratore finisce per ottenere in busta paga soltanto 54,5 euro. Si tratta indubbiamente di una differenza impressionante, ma è bene ricordare che i lavoratori tedeschi hanno un cuneo fiscale decisamente superiore al 50 percento, ma percepiscono una retribuzione netta superiore. Un discorso simile vale per la Francia. Il confronto con Francia e Germania non significa che le tasse sul lavoro italiano non debbano essere ridotte, ma soltanto che il vero problema italiano è la bassa crescita e non solo le alte tasse. E poi c'è l'evasione fiscale. In Italia 2 lavoratori su dieci non pagano alcuna tassa. In un mercato di questo tipo opera quindi una concorrenza sleale che tende a comprimere verso il basso i salari delle imprese in regola. Una vera priorità per il Governo dovrebbe essere quella di ridurre questa concorrenza sleale. I più recenti dati sulle ispezioni suggeriscono invece che negli ultimi mesi vi è stato un'allentamento nei controlli fiscali sul posto di lavoro. Un dato preoccupante, anche perché tutti sappiamo che se si riducesse davvero il lavoro nero si potrebbe facilmente ridurre, nel medio periodo, anche la tassazione sul lavoro. La riforma del sistema contrattuale, in modo da legare maggiormente salari e produttività, potrebbe a sua volta facilitare un incremento dei salari medi. Legare maggiormente salari e produttività faciliterebbe la riallocazione dei lavoratori verso i posti di lavoro più produttivi e, al tempo stesso, permetterebbe a giovani e donne di entrare nel mondo del lavoro. Sappiamo bene che la situazione è in pieno stallo, poiché una proposta di riforma è stata approvata da Confindustria Cisl e Uil senza la Cgil. Quando le forze sociali chiedono al Governo interventi urgenti, sarà importante ricordare loro che una vera e completa riforma del sistema contrattuale è altrettanto urgente. Il ritorno alla crescita richiederà il contributo di tutti: imprese, parti sociali, Parlamento e soprattutto Governo. Sappiamo bene cosa è necessario fare. Se decidiamo di non farlo, non lamentiamoci se tra qualche anno le nostre retribuzioni scenderanno dal ventitreesimo al trentesimo posto. pietro.garibaldi@unito.it
( da "Gazzetta di Mantova, La" del 19-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
COSA SIGNIFICA COSA SIGNIFICA Essere moderati nel centro sinistra Vorrei inserirmi nel dibattito che ha interessato le pagine delle lettere e che pone un interrogativo: cosa si intende per moderato? E per corrente? A mio avviso, moderata è un'area di pensiero che si concretizza per iniziative e per la volontà di fare politica in mezzo e con le persone, non con la gente; moderata è quell'area di pensiero che, per dirla come l'on. Letta, non si attacca ai sondaggi ma cerca di dare una progettualità alla realizzazione di idee e alla soddisfazione di esigenze. Essere moderati va oltre l'essere di destra o di sinistra, ma essere moderati oggi nel centrosinistra vuol dire porsi come priorità la centralità dell'individuo e dei suoi bisogni a cui conseguono scelte mirate di politica economica, sociale e infrastrutturale. Se i moderati mantovani oggi si attivano con eventi volti a sensibilizzare l'opinione pubblica e si adoperano per cercare il dialogo con le persone è perché cercano di delineare, costruire e manifestare una linea politica chiara. Pertanto, se essere una corrente e una corrente moderata significa avere idee, attivarsi, prendere posizione e avere una linea politica, come reclama la maggior parte dell'elettorato, ben venga il confronto di opinioni in un partito plurale. Serena Tavernari REFERENDUM I socialisti voteranno No Il Partito Socialista voterà «No» ai quesiti sul premio di maggioranza nel referendum del 21 giugno. Il motivo è semplice e non ha nulla a che vedere con le facili scorciatoie astensionistiche che vogliono far fallire il referendum invitando gli elettori a non recarsi alle urne. L'astensione non è e non sarà mai un fronte credibile di «resistenza» democratica. I socialisti, con chiarezza, chiedono invece ai cittadini di andare al voto e di esprimere una precisa e netta posizione politica. Se dovessero passare i quesiti sul premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti si aggraverebbe l'attuale legge elettorale, elegantemente definita come «porcata» dal suo stesso estensore, il leghista Calderoli, oggi ministro della Repubblica, e si determinerebbe un bipartitismo caricaturale dove non figurerebbero reali strumenti di garanzia, collegi uninominali, primarie all'americana. Insomma, niente Parlamento di eletti ma solo di cooptati. Altro che restituire il potere di scelta ai cittadini! Nel corso degli anni i referendum sono stati snaturati e sviliti dalle sentenze della Consulta e dal tradimento dei partiti e del Parlamento. Chi, come il Pd, invita a votare «Sì» per poi illudersi di fare una riforma elettorale «tutti insieme appassionatamente», fornisce la motivazione meno sostenibile, perché il referendum non è un sondaggio: i padri costituenti vollero il suo esito «vincolante» mentre i massimi esponenti del Pd lo considerano solo uno stimolo a una successiva riforma di legge. Ma quale legge poi? C'è chi parla di riforma alla tedesca, chi alla spagnola, chi alla francese e chi, addirittura, auspica un ritorno al Mattarellum. Alla fine le posizioni del PD e di Berlusconi vengono stranamente a coincidere. Che ne sarà della democrazia nel nostro Paese? Claudio Bondioli Bettinelli Direttivo Partito Socialista di Mantova VERSO IL VOTO 1) Bisognerebbe ricordare che... Per consuetudine ogni tornata elettorale è accompagnata da pochi fatti che divengono eclatanti per la pubblictà e il gran parlarne che il nostro imperatore fa e fa fare ai suoi vassalli. Possono essere spazzature, possono essere barconi di poveri cristi disperati, può essere un matrimonio che fallisce; comunque è colpa della sinistra che ben sa manipolare tutte le Tv, tutta la carta stampata e pure i cervelli delle mogli. Certo che della materia grigia femminile il nostro sire e la sua corte hanno gran considerazione. Le donne, per loro, vanno bene solo se giovani, carine molto disponibili e che facciano rappresentanza, per il resto devono stare fuori dalle stanze dei bottoni, dalla pubblica amministraizone e anche dagli stati di famiglia, nonchè dalle decisioni sui maschili patrimoni. Bisogna dimenticare le promesse preelettorali, ma bisognerebbe ricordare che dal '94 il nostro sire ha governato ben tre volte e che quando era all'opposizione s'è recato in Puglia per dire ai clandestini albanesi che li avrebbe financo ospitati ad Arcore, bisognerebbe ricordare che ha pagato, con soldi pubblici centinaia e centinaia di milioni di euro il suo caro Gheddafi perchè pattugliasse le coste libiche per impedire le partenze dei barconi, bisognerebbe ricoradre che i ministri e i sottosegretari dovevano diminuire, bisognerebbe ricordare che Alitalia non doveva costarci nulla, mentre ci è costata tanto e continua a costarci cara; bisognerebbe ricordare che ogni giorno chi manifesta idee dissonanti a quelle della corte imperiale viene offeso con epiteti spesso da scaricatore di porto (ora ci si mette pure Sacconi). Siamo tutti felicissimi che Brunetta non si dimetta, che nessuno avrà più la tutela di un contratto collettivo nazionale (state tranquilli che non toccherà solo ai fannulloni), che ogni regione avrà i suoi stipendi e che ogni milanese doc avrà la sua carrozza metropolitana senza sentirsi per questo razzista. Facciamo tutti finta che ogni legge votata a colpi di fiducia non ci porti via un pezzo di democrazia, una parte di diritti, un frammento di costituzione, una fetta di dignità, una porzione d'Italia. Tutti i sondaggi del nostro sire dicono che è quello che tutti gli italiani vogliono. Iole Carletti VERSO IL VOTO 2) La pancia è vuota e noi siamo delusi Prendo spunto da un articolo comparso su La Stampa del 17/5: "Dell'Utri: circoli ignorati. Non faranno campagna". E mi riferisco, in primis al consigliere regionale e responsabile provinciale del Pdl Carlo Maccari di cui ho grande rispetto e riverenza. Crediamo di essere stati fra i primi a costituire a Pieve di Coriano il Circolo della libertà Forza Destra Secchia. Siamo delusi e non faremo propaganda elettorale. Maccari ha partecipato personalmente alle nostre riunioni e ha visto il nostro impegno. Solo mente la Brambilla ha avuto un premio. Per il resto il partito non ha proprio considerato i Circoli. Non ha tenuto conto della loro attività. C'è molta tensione! E non è vero che giornali e sinistra alimentano l'ansia! L'ansia è reale. Perché nessun giornale, e anche lei Maccari che si intende di farmaci, non ha mai sollevato il grave problema degli informatori scientifici che sono a spasso mentre le multinazionali hanno la pancia piena? Le Amministrative e le Europee andranno a mio avviso contro i sondaggi di Silvio. Perché la pancia della stragrande maggioranza della popolazione è vuota! Iver Pacchioni SCONFINART Non tagliate il finanziamento Siamo un gruppo di cittadini di Mantova che da anni passiamo le nostre estati ascoltando l'ottima musica che viene proposta ai giardini Gina Bianchi con il progetto Sconfinart che unisce ad un'elevata ed unica proposta artistica e culturale, quella dell'integrazione sociale e formativa di decine di ragazze e ragazzi con disagio psico-fisico e delle loro famiglie. Il progetto Sconfinart ha dato vita in questi anni ad iniziative che hanno fatto la differenza non solo nel territorio suzzarese ma anche nella nostra città, non siamo i soli a frequentarlo visto che proposte del genere nello stesso capoluogo non esistono. Abbiamo saputo che il sostegno che da 10 anni Sconfinart riceveva dalla Provincia di Mantova è pericolosamente in discussione. Ci rivolgiamo quindi agli enti pubblici e in particolare alla Provincia perché non faccia mancare il necessario sostegno economico a questo importantissimo progetto. Patrizia Quadri, Livia Fenaroli, Franco Tulipano, Paolo Antoniazzi, Adelino Antonio Garzotti, Mirko Lui, Alessia Arrighi, Paolo Bosio, Silva Grossi, Emanuele Bosio, Simone Brioni, Luigi Curcio, Maria Spagna, Shanti Martino, Robin Tulipano, Scilla Alberini
( da "Messaggero, Il" del 19-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Martedì 19 Maggio 2009 Chiudi di GIOVANNI SABATUCCI E a notevole distanza da Germania e Francia (per non parlare della Gran Bretagna e dei Paesi del Benelux). Dati che non possono non preoccupare, se si sommano a quelli sull'evoluzione storica dei livelli salariali, fermi, in termini reali, ai livelli di una decina di anni fa. I dati dicono molto, ma non tutto. La posizione dell'Italia sarebbe migliore se si tenesse conto delle retribuzioni in nero (forse più diffuse da noi che altrove) e soprattutto se ci si riferisse, ai salari lordi (ciò che le aziende pagano), anziché a quelli netti (ciò che i lavoratori intascano). È la vecchia questione del "cuneo fiscale", su cui tanto si discusse all'epoca del governo Prodi, ma che evidentemente è ancora ben lungi dall'essere risolta: se è vero che l'Italia, ventitreesima su trenta nella classifica dei salari reali, è sesta in quella dell'imposizione fiscale sul lavoro dipendente. Qualche intervento per correggere lo squilibrio dunque si impone, pur negli stretti limiti dettati dalle condizioni della nostra finanza pubblica. Magari riproponendo lo scambio virtuoso fra misure a favore dei lavoratori occupati e riforma del sistema pensionistico. Un altro terreno su cui si può agire è quello della contrattazione. Il nostro modello iper-centralizzato non è certo il più adatto a incoraggiare la produttività e lascia pochi margini per premiare i lavoratori delle imprese più efficienti e più innovative. In questo campo, il governo ha già fatto qualche passo nella giusta direzione. Ma anche dall'opposizione sono venute significative aperture: nelle dichiarazioni rilasciate ieri al Messaggero dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, e dalla più autorevole voce dell'opposizione in tema di economia, Pierluigi Bersani, si potevano trovare ampie zone di convergenza proprio in materia di salari e di contratti. E non è detto che, passata la campagna elettorale, queste convergenze non possano portare a qualcosa di concreto. Sarebbe cosa buona in sé. E sarebbe utile anche nella prospettiva del contrasto a possibili derive violente della protesta operaia. Un rischio che, come si è visto di recente, non riguarda solo l'Italia, ma che l'Italia, per le sue esperienze passate, meno di tutti può permettersi di sottovalutare.
( da "AprileOnline.info" del 20-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Se passa il Referendum si viola la Costituzione Frida Roy, 20 maggio 2009, 16:40 Idee a confronto/1 Rifondazione comunista presenta l'appello varato da esponenti del mondo accademico, giuridico, di forze politiche e della società civile, con l'invito ai cittadini a non andare ai seggi o a rifiutare la scheda il prossimo 21 giugno. E di referendum torna oggi a parlare anche Antonio Di Pietro per spiegare le ragioni che lo hanno portato prima a raccogliere le firme e poi a schierarsi a favore dell'astensione: "Berlusconi è pronto a cambiare la Costituzione da solo se stravince" "L'associazione 'No al referendum elettorale', promossa da esponenti del mondo accademico, giuridico, di forze politiche e della società civile, ha varato un appello con l'invito ai cittadini a non andare ai seggi o a rifiutare la scheda dei referendum elettorali del 21 giugno". Si legge in una nota di Rifondazione in cui si specifica che hanno sottoscritto l'appello, tra gli altri, Giovanni Russo-Spena e Cesare Salvi. "Nell'appello si afferma di condividere il diffuso giudizio negativo sulle leggi vigenti per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e si sottolinea che le attuali leggi: espropriano le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Oggi -si spiega- non sono gli elettori e le elettrici a scegliere i parlamentari, questi sono nominati dai capi-partito. L'attuale sistema elettorale andrebbe trasformato radicalmente, per assicurare alle Assemblee elettive il pluralismo delle forze politiche e la massima rappresentatività del popolo italiano. Con la vittoria dei sì, si impedirebbe qualsiasi ulteriore riforma elettorale. "A tutt'altro, invece, -si prosegue- mirano i quesiti del referendum del 21 giugno, che non riguardano il sistema delle liste bloccate e dunque le confermano. Il vero risultato giuridico del referendum sarebbe quello di consegnare il Paese al solo partito che avesse un voto in più di ciascun altro, attribuendogli più della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento: con appena il 30 % o il 20% dei voti avrebbe il 54% dei seggi alla Camera. Inoltre dal Senato sarebbero escluse tutte le liste che non raggiungessero l'8%. Un siffatto sistema elettorale viola la Costituzione, e deve essere rifiutato: il referendum deve fallire, attraverso la non partecipazione al voto o il rifiuto della scheda, per impedire la cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e". E di referendum torna oggi a aprlare anche Antonio Di Pietro, per spiegare le ragioni che lo hanno portato in un primo tempo a farsi promotore della raccolta firme e oggi a sostenere con fermezza la necessità di astenersi dall'andare a votare. "Io sono referendario dentro. Ho voluto questo referendum sulla legge elettorale perché questa legge è una coltellata alla democrazia. E per modificarla serviva la spinta dei cittadini. Il presidente del Consiglio però ha già detto che dopo il referendum non cambierà la legge elettorale, e sarebbe peggio ancora, quella che ne uscirebbe, sarebbe una sventagliata di kalashnikov alla democrazia, perchè il partito che prende il 30% dei voti ha il 55% dei deputati al Parlamento". Antonio Di Pietro sottolinea il rischio che il premier con un consenso così vasto ha già annunciato che "cambierà la Costituzione per farla come piace a lui". Perciò a chi obietta che questa sia la scelta migliore il leader di Idv dice: "Il fine iniziale era nobile, ma sono cambiate le condizioni, davanti a noi c'è un precipizio, impegniamoci fortemente per fare una nuova legge elettorale che dia ai cittadini la possibilità di scegliere chi mandare in Parlamento e quelli da mandare a casa".
( da "EUROPA ON-LINE" del 21-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Articolo Sei in Esteri 21 maggio 2009 «Ci vuole un nuovo ordine morale» Conversazione con David Goodhart, direttore di "Prospect" londra «È difficile spiegare il senso di profonda crisi morale e politica che la Gran Bretagna sta attraversando: siamo una società abituata ai cambiamenti veloci e superficiali ma non sappiamo ancora confrontarci con le trasformazioni profonde e lente»: David Goodhart, direttore del mensile Prospect, accetta di analizzare per Europa quella che molti giornali inglesi hanno definito una "Bribesville", la loro Tangentopoli. Cominciata come uno scandalo sui rimborsi dei parlamentari, la vicenda si è velocemente gonfiata fino a portare alle dimissioni dello speaker della House of Commons (unico precedente fu nel 1695) e a far crescere un senso di sfiducia nei confronti dei partiti e delle istituzioni. «Non si tratta spiega Goodhart di una semplice polemica o di una montatura fatta dai giornali, questo è chiaro per tutti. Siamo di fronte ad una ondata che potrebbe cambiare definitivamente la faccia della politica britannica e delle sue istituzioni». Perché uno scandalo sulle spese dei parlamentari rischia di avere conseguenze così profonde e radicali? Perché i rimborsi dei parlamentari sono solo la punta di un iceberg che è andato crescendo nel corso degli anni, senza che ce ne fosse consapevolezza da parte della classe dirigente del paese, e in questo includo non solo i politici, ma anche gli accademici, i giornalisti, i magistrati. Politicamente noi siamo il paese che accetta senza problemi un cambio anche radicale nel governo, dalla Thatcher a Blair, ma fatichiamo ad accettare le trasformazioni più profonde e di sostanza. La monarchia non si tocca, il ruolo di Westminster non può essere discusso, la Costituzione non può essere introdotta, pure la riforma della House of Lords è sostanzialmente bloccata da più di quarant'anni. Ma questa incapacità del sistema di autoriformarsi fa sì che cresca la distanza con la gente e la disaffezione verso la politica: quando la pressione è lentamente cresciuta, senza che per decenni nessuno abbia fatto nulla, basta anche solo una ricevuta di 65 centesimi per un cioccolatino per far esplodere tutto. E poi diventa davvero difficile affrontare la questione nel modo corretto poiché sentimenti e passioni prendono il sopravvento. Come crede che abbiano reagito i partiti? Mi pare che tutti i partiti stiano affrontando la questione come un fatto a sé, non il problema di fondo: non si può tamponare la falla di una diga con un pezzo di sughero. Quello che emerge è un ceto politico chiuso in se stesso, incapace di rispondere alle domande di rinnovamento che vengono dalla società: fino a ieri molti parlamentari si giustificavano che il loro comportamento era "secondo le regole" ma non si ponevano e non si pongono minimamente il problema se quelle regole siano corrette. Il loro compito come parlamentari sarebbe proprio quello di cambiare quelle regole. Paradossalmente l'assenza di una costituzione scritta rende più difficile accettare i cambiamenti, perché non si tratta solo di modificare la forma ma la sostanza di convenzioni e norme che spesso trovano motivazione in tradizioni risalenti al Medioevo. A proposito di tradizioni, le dimissioni dello "speaker" sono solo un fatto simbolico o avranno conseguenze reali per la struttura di Westminster? Ritengo che l'attuale speaker sia una vittima sacrificale, ma chi pensa che le sue dimissioni pongano fine al problema si sbaglia di grosso: lo rendono ancora più grave. Lo speaker è il simbolo dell'autonomia del parlamento rispetto alla Corona e le sue dimissioni sono un fatto istituzionale prima che politico: il campanello di allarme che il sistema non funziona, che è necessario introdurre forme di controllo più severe e porre fine al sistema di auto-controllo che la camera esercita sui suoi stessi membri. Io credo che quello che tradizionalmente viene chiamato Westminster model, che prevede la centralità del parlamento nel sistema politico, abbia mostrato tutte le sue falle. La Gran Bretagna deve passare da un modello di sovranità parlamentare a un modello di sovranità popolare. Alcuni giornali inglesi hanno avanzato il paragone con la stagione di "Mani Pulite" che portò in Italia alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Crede che siamo in una situazione analoga? Io credo che l'assenza di una costituzione scritta renda la situazione ancora più grave, perché la delegittimazione dei singoli parlamentari in Gran Bretagna delegittima l'intero sistema politico, mentre da voi in Italia la delegittimazione dei parlamentari non ha sminuito le prerogative del parlamento, perché quelle sono fissate nei vostri principi costituzionali. Da noi il sistema si regge sulla legittimità che riesce ad ottenere, non su una base legale fissata in precedenza. Un'altra differenza è che il ruolo svolto dai magistrati in Italia qui è stato svolto dalla stampa, che ha sollevato pubblicamente la questione. Sicuramente la vicenda mette in luce un'ulteriore riforma del sistema che deve essere perseguita: la netta separazione dei poteri, che in Gran Bretagna ancora non esiste. Il potere politico ha ancora un'enorme influenza formale ma anche indiretta sull'attività della magistratura, sui crimini da perseguire, sulla possibilità di bloccare le inchieste. La stampa, al contrario, nel nostro paese è tradizionalmente libera, anche se a mio parere certe volte, come in questo caso, cerca lo scandalo fine a se stesso, senza rendersi davvero conto dell'enorme potere che ha. Crede che tutti questi scandali possano far crescere il sentimento anti-politico? Vedo che i partiti temono per una crescita del voto di protesta alle prossime europee, ma temo che se non si corre ai ripari la situazione potrebbe essere ben più grave. Se i partiti tradizionali crollassero nella consultazione di giugno, un ricorso anticipato alle urne sarebbe inevitabile, e sarebbe un colpo terribile per Labour e Tory, perché questi partiti sono identificati con "il sistema". Questo rischio è anche un'opportunità, perché forzerebbe la mano per una riforma vera del sistema, senza possibilità di soluzioni di facciata. Lazzaro Pietragnoli
( da "Manifesto, Il" del 21-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
APPELLO FACCIAMO FALLIRE IL REFERENDUM SULLE ELEZIONI *** Il 21 giugno saremo chiamati a votare, ancora una volta, su referendum elettorali. Certo, condividiamo il diffuso giudizio negativo sulle leggi vigenti per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Queste leggi espropriano le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Oggi non sono gli elettori e le elettrici a scegliere i parlamentari, questi sono nominati dai capi-partito. L'attuale sistema elettorale andrebbe trasformato radicalmente, per assicurare alle Assemblee elettive il pluralismo delle forze politiche e la massima rappresentatività del popolo italiano. A tutt'altro, invece, mirano i quesiti del referendum del 21 giugno, che non riguardano il sistema delle liste bloccate e dunque le confermano. Il vero risultato giuridico del referendum sarebbe quello di consegnare il paese al solo partito che avesse un voto in più di ciascun altro, attribuendogli più della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento: con appena il 30 per cento o il 20 per cento dei voti avrebbe il 54per cento dei seggi alla Camera. Inoltre dal Senato sarebbero escluse tutte le liste che non raggiungessero l'8 per cento. Con la vittoria dei sì, si avrebbero un premio di maggioranza e una soglia di sbarramento enormi, senza precedenti nella storia istituzionale italiana e in quella di ogni paese civile. Con tre quesiti, che modificano ben 67 punti delle due leggi elettorali, oscuri nella formulazione ma chiari nella finalità di manipolare il sistema di voto, si vuole imporre il bipartitismo coatto, al di là dell'effettiva volontà dei cittadini. Con la vittoria dei sì, si impedirebbe qualsiasi ulteriore riforma elettorale. Con la vittoria dei sì, sarebbe confermato un sistema che trasforma una minoranza elettorale in stragrande maggioranza parlamentare (tale da poter agevolmente cambiare la Costituzione a suo piacimento), e che ingigantisce il potere del capo di tale arbitraria maggioranza. Un siffatto sistema elettorale viola la Costituzione, e deve essere rifiutato: il referendum deve fallire, attraverso la non partecipazione al voto o il rifiuto della scheda, per impedire la cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e. Per adesioni scrivere all'indirizzo: fs.russo@tiscali.it *** Associazione No al referendum elettorale: Gianni Ferrara, Pietro Adami, Cesare, Gaetano Azzariti, Francesco Bilancia, Claudio De Fiores, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Orazio Licandro, Enzo Marzo, Mario Montefusco, Francesco Pardi, Alba Paolini, Gianluigi Pegolo, Pino Quartana, Franco Russo, Giovanni Russo-Spena, Cesare Salvi, Lorenza Carlassare, Mario Dogliani, Roberto La Macchia, Mattia Stella, Massimo Villone, Paola Massocci, Domenico Giuliva, Andrea Aiazzi, Bruno Mastellone, Sergio Pastore, Luigi Galloni
( da "Adige, L'" del 22-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Riforma elettorale Le tante bugie sul referendum STEFANO CECCANTI (segue dalla prima pagina) Se il Pdl si sente forte può farlo a prescindere dall'esito dei referendum, anche se correrebbe dei rischi al Senato perché in molte regioni del Nord ci sarebbe una partita a tre Pdl-Pd-Lega dall'esito non scontato o, comunque, certo meno scontato di oggi; ricordo che fu lo scenario in cui l'Ulivo nel 1996 vinse inaspettatamente molti collegi al Nord. 2) Se il Pdl andasse da solo, lo scontro con gli ex-alleati, a cominciare dalla Lega, diventerebbe più aspro perché il Pdl, specie per vincere al Senato, dovrebbe brandire l'argomento del «voto utile». Quindi non si capisce come e perché la Lega e qualcun altro, sconfitti alle urne, ridimensionati in suffragi dal voto utile e in seggi dal premio al Pdl dovrebbero poi di buona grazia accordarsi ex post in un sussulto di altruismo verso il proprio killer. La «sindrome di Stoccolma» non è stata sin qui mai operativa sul piano politico, anzi in genere i rancori per gli scontri elettorali tra i partiti e nei partiti si trascinano per decenni. 3) Anche ammettendo per assurdo che questo incubo politico, si verificasse vi sarebbe un insuperabile problema numerico. Poniamo che il Pdl sia arrivato al 54% dei seggi in entrambe le Camere (quindi anche al senato, nonostante i problemi visti prima), avrebbe bisogno di un altro 13% di seggi in Parlamento, ma siccome c'è il premio che altera la proporzionalità a favore del Pdl (si ipotizza un 40% dei voti e un 54% dei seggi), per le altre forze la proporzionalità è compressa, e quindi il rimanente 13% dei seggi corrisponderebbe al 17-18% dei voti, che non si otterrebbe nemmeno sommando Lega e Udc e altre forze minori né coi voti di oggi né tanto meno con quelli successivi alla compressione legata al voto utile. Stefano Ceccanti Costituzionalista, è professore di Diritto Pubblico comparato all'Università La Sapienza di Roma e senatore eletto nelle liste del Partito democratico 22/05/2009
( da "EUROPA ON-LINE" del 22-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Articolo Sei in Esteri 22 maggio 2009 Esperti e costituzionalisti temono instabilità e lotte intestine se, dopo le elezioni di settembre, si pro lasse una nuova "Grande coalizione" o una partnership tra Spd, Verdi e liberaldemocratici. «Servono riforme o il sistema che ha funzionato per decenni potrebbe crollare». E c'è chi guarda al doppio turno alla francese. Ai tedeschi non piace più il tedesco Crescono le perplessità sul proporzionale con sbarramento berlino Il sistema elettorale che fu concepito per garantire stabilità ai governi tedeschi del dopoguerra oggi appare datato. E se il voto federale di settembre finisse con l'insediare a Berlino un'altra coalizione ingestibile, le voci che ne chiedono una riforma potrebbero farsi sempre più forti. Mentre la Germania si prepara a celebrare il sessantesimo anniversario della sua costituzione postbellica, i politici mettono giustamente in risalto il successo dell'ordine politico costituito nel '49 sulle ceneri della seconda guerra mondiale. Tuttavia, esperti politici e costituzionalisti si dichiarano preoccupati: in assenza di cambiamenti, il sistema proporzionale ibrido tedesco che per decenni ha portato solidità potrebbe invece finire col generare una nuova era d'instabilità e di impasse, non dissimile da quella della Repubblica di Weimar. «Per trent'anni la Germania ha avuto un sistema partitico fra i più stabili al mondo, ma la nascita delle nuove formazioni politiche ha successivamente sollevato dubbi sulla possibilità di ottenere coalizioni funzionanti», osserva Donald Kommers, docente all'università di Notre Dame, che sta lavorando a un libro sulla costituzione tedesca. «Molto dipenderà dalle elezioni di settembre. Se ci toccherà un'altra grande coalizione, penso che vedremo arrivare delle importanti proposte di riforma costituzionale». Mentre tante democrazie avanzate, inclusi Stati Uniti e Gran Bretagna, hanno adottato un sistema uninominale secco, dopo la guerra la Germania ha optato per un sistema proporzionale modificato nel quale gli elettori sono chiamati a esprimere due voti: uno per il proprio deputato, e uno per il partito. Per evitare gli errori dell'epoca di Weimar quando anche i partiti con pochissimi voti potevano entrare in parlamento la Germania fissò un soglia minima del 5 per cento. Ai suoi stati diede inoltre una considerevole capacità di influenzare la politiche del paese al Bundesrat (il Consiglio federale, ndt). Nell'insieme, un sistema che ha funzionato bene per decenni, all'interno del quale la politica tedesca è stata dominata da due grandi partiti: i cristiano-democratici della Cdu e i socialdemocratici dell'Spd. Tuttavia il loro consenso in declino e la nascita di nuovi partiti come i Verdi e l'estrema sinistra della "Linke" hanno reso più difficile la formazione di coalizioni stabili a livello federale, statale e locale. Nel 2005 infatti il cancelliere Angela Merkel del Cdu è stata costretta a un'imbarazzante "grande coalizione" coi suoi storici rivali dell'Spd, perché nessuno dei due partiti aveva ottenuto voti sufficienti a garantirsi una maggioranza parlamentare insieme ai propri alleati minori. Da allora le elezioni regionali soprattutto quelle nello stato occidentale dell'Assia hanno messo in evidenza i rischi di un nuovo paesaggio politico nel quale ben cinque partiti entrano regolarmente in parlamento. Per un anno intero proprio l'Assia, patria della capitale finanziaria di Francoforte, ha sofferto un'amministrazione ad interim di minoranza, mentre i partiti d'opposizione cercavano, senza riuscirci, di formare una coalizione di governo. I sondaggi indicano che il prossimo settembre i due grandi partiti tedeschi che hanno formato ogni governo dalla fine del nazismo a oggi otterranno appena il 60 percento dei voti, molto al di sotto del 70 percento del 2005, che già era la punta più bassa raggiunta dal 1949. La qual cosa ovviamente aumenta la probabilità che la Germania si ritrovi con l'ennesima ingestibile "grande coalizione", o con una possibile partnership fra Spd, Verdi e i liberaldemocratici dell'Fdp alleanza che gli esperti temono possa risultare instabile e soggetta a lotte intestine. «La grande coalizione avrà anche ottenuto dei risultati, come per le riforme della sanità e del federalismo, ma ha fatto il suo tempo», commenta Juergen Falter, studioso di politica all'università di Magonza. «E non c'è ragione di ritenere che possa tornare a servirci in futuro». Anche se la Merkel riuscisse com'è sua speranza a formare una coalizione di centrodestra con l'Fdp, la nascita di nuove partnership a livello dei singoli stati potrebbe rendere difficile, al prossimo governo, l'approvazione delle proprie leggi al Bundesrat. E questo finirebbe per rendere più difficile ogni tentativo di affrontare sfide come la crisi economica attuale, o problemi più a lungo termine come l'invecchiamento della popolazione tedesca. Durante una conferenza a Berlino l'ex presidente tedesco Roman Herzog ha dichiarato che potrebbe esser vicino il giorno in cui il Bundesrat che per approvare una legge richiede la maggioranza assoluta perderà ogni capacità d'azione. Herzog è uno fra i primi sostenitori di una modifica alla costituzione, e ha suggerito che per la Germania potrebbe essere una buona idea adottare il sistema elettorale francese, una variazione sull'uninominale secco per cui i candidati devono conquistarsi maggioranze assolute, rendendo così costantemente necessari i ballottaggi. Kommers, della Notre Dame, sostiene che un'alternativa potrebbe essere quella di alzare la famosa soglia del 5 percento che i partiti devono raggiungere per entrare in parlamento. Tuttavia un precedente tentativo di modificare questa regola che ha scongiurato momenti di caos come quelli della Repubblica di Weimar fra il 1919 e l'ascesa al potere di Hitler nel 33 è già stato bocciato dalla Corte costituzionale tedesca. Inoltre qualsiasi cambiamento che favorisse Cdu e Spd verrebbe automaticamente osteggiato con forza dai partiti tedeschi più piccoli, che già l'anno scorso avevano accusato Herzog di tentare di manipolare le regole elettorali per contrastare il consenso calante dei due grandi partiti. Frank Decker, docente di scienze politiche all'Università di Bonn, ritiene che sarà comunque difficile alterare le regole elettorali fissate quando la giovane democrazia tedesca è stata fondata, nel 49, e questo indipendentemente dai loro difetti. Ma Decker si aspetta anche che la polemica si faccia sempre più accesa, soprattutto in vista delle elezioni di settembre, e della possibile "grande coalizione" o dell'instabile triplice partnership che ne verrà fuori. «Un'altra grande coalizione rappresenterebbe un problema per la democrazia tedesca, perché con i grandi partiti che lavorano insieme, in parlamento non c'è spazio per alcuna opposizione», nota. «Non si farebbe altro che fare politica al minimo comun denominatore, rinforzando per contrasto i partiti più piccoli ed estremisti». (reuters / traduzione di stefano pitrelli) NOAH BARKIN
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 22-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
CLAUDIO SARDO Roma. Non è la prima volta che Silvio Berlusconi usa le parole come ariete per aprirsi un varco nelle istituzioni. Quando il Quirinale bocciò il decreto salva-Eluana, il premier minacciò addirittura le elezioni anticipate: «Senza possibilità di ricorrere ai decreti-legge, tornerei dal popolo per chiedere il cambiamento della Costituzione e del governo». Poi però, una volta placato lo scontro, in uno dei recenti colloqui con il capo dello Stato, Berlusconi ha negato di aver fin qui incontrato impedimenti istituzionali nell'attuazione del programma (e ieri il Pd lamentava che ben 10 decreti-legge già approvati attendono ancora dal governo le norme di attuazione). Anche il suo sì al referendum, combinato con il veto a qualunque ulteriore modifica della legge in Parlamento, ha avuto l'effetto di uno «strappo». Almeno per l'alleato leghista. L'obiettivo dichiarato di Berlusconi è il «bipartitismo»: l'ha ripetuto anche in questi giorni. Tuttavia, pure in questo caso, il Cavaliere ha più volte assicurato Bossi che non si impegnerà per il raggiungimento del quorum. Lo stop and go è una strategia collaudata nel tempo. E alla carica destabilizzante del messaggio non corrisponde in genere un'iniziativa conseguente. Per le opposizioni è la modalità che Berlusconi usa per cambiare «di fatto» la Costituzione materiale senza modificare quella formale. In ogni caso il tema del rafforzamento dei poteri del premier, al pari della riduzione del numero dei parlamentari, è più complicato e controverso della rappresentazione fatta ieri all'assemblea di Confindustria. La riforma approvata nel 2006 dalla maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi fu bocciata proprio dai cittadini con il referendum. E quella riforma conteneva, insieme alla devolution, un parziale rafforzamento dei poteri del premier. Una volta cancellata quella riforma, è stato il centrosinistra a proporre un rafforzamento dei poteri del premier attraverso la proposta Violante. E anche nella scorsa legislatura il progetto venne approvato, almeno a Montecitorio. Lo schema Violante è rimasto tuttora come base del confronto parlamentare. Tutti, o quasi, si dicono d'accordo. Il Pdl, per bocca del capogruppo Fabrizio Cicchitto, ha annunciato però alcuni correttivi. Già è prevista (e condivisa da tutti) la nomina e revoca dei ministri. L'aggiunta che sta più a cuore al Pdl è il potere di scioglimento delle Camere in capo al premier. È questa, in fondo, la vera differenza. È il potere di scioglimento lo strumento individuato per garantire al capo del governo la supremazia sul Parlamento. Il problema di Berlusconi è che anche la Lega è contraria. Per quanto riguarda invece la riduzione del numero dei parlamentari, non è vero che il Parlamento si è comportato come i capponi del Natale: in due occasioni ha già votato a favore del proprio ridimensionamento. La riforma Calderoli prevedeva la riduzione dei deputati a 518 e dei senatori a 252 (sia pure a partire dal 2016). Ma fu approvata in Parlamento e bocciata nel referendum popolare. La proposta Violante prevede 512 deputati e 186 senatori. Anche quell'articolo fu approvato alla Camera nel 2008. Ma in questa legislatura del centrodestra, la proposta non ha ancora fatto passi avanti. Berlusconi ha ipotizzato una proposta di legge popolare. In realtà già molti testi sono pronti in commissione Affari costituzionali. Le proposte di iniziativa popolare, fin qui depositate alla Camera, sono sette: una sola riguarda temi istituzionali. È dell'Udc e chiede la reintroduzione delle preferenze.
( da "Giorno, Il (Milano)"
del 23-05-2009)
Pubblicato anche in: (Nazione,
La (Firenze)) (Resto del Carlino, Il (Bologna))
Argomenti: Proposte di legge
POLITICA pag. 12 «Ma sulla riduzione di INTERVISTA IL COSTITUZIONALISTA CECCANTI: di ANTONELLA COPPARI ROMA «SULLA riduzione dei parlamentari siamo tutti d'accordo: in queste settimane, Camera e Senato hanno approvato un ordine del giorno che riproponeva la necessità del ridimensionamento». Ciò detto, Stefano Ceccanti, senatore Pdl nonché docente di diritto pubblico comparato all'Università la Sapienza' di Roma, aggiunge che l'irritazione nasce dal linguaggio utilizzato da Berlusconi, «tipico di chi è estraneo al mondo della politica, mentre lui ci sta da 15 anni. Così, rischia di delegittimare le istituzioni e di rendere difficile il raggiungimento dell'obiettivo». Bastano 100 deputati? «No, non è sensato. Anche perché negli altri Paesi europei le prime camere hanno le dimensioni della nostra. Trovo ragionevole ciò che propone Calderoli: 400 deputati e 200 senatori. Ma la gente è indignata non solo perché i parlamentari sono troppi, pure perché non li conosce più: per questo, abbiamo raccolto 195 firme chiedendo di tornare alla legge elettorale di Mattarella e quindi ai collegi uninominali. Sarebbe logico partire da qui, evitando il referendum». E poi, si interviene sull'esecutivo? I poteri del premier vanno rafforzati? «In questa legislatura, per scelta politica, il premier gode di una maggioranza ampia e omogenea, dunque può fare le riforme che vuole. Per questo, è curiosa l'idea di una proposta di legge di iniziativa popolare che comunque deve arrivare in Parlamento. Ma in futuro, ci potrebbero essere legislature con presidenti del Consiglio deboli, perciò è giusto varare regole che stabilizzino il rafforzamento dei poteri». La spaventa l'idea di concedere al premier il potere di scioglimento delle Camere? «Io direi che il punto di equilibrio potrebbe essere quello di formalizzare il potere del presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento, lasciando la decisione finale al presidente della Repubblica. E' il meccanismo che esiste in tutti i Paesi in cui ci sono capi di Stato repubblicani». Quali sono i contrappesi possibili a garanzia del fatto che un premier forte non finisca per esercitare un potere incontrollato? «Ne citerei due: il potere da parte dei parlamentari di chiedere alla Corte costituzionale prima che una legge entri in vigore se è costituzionale o meno, e il potere di costituire, con il voto di un quarto dei parlamentari, commissioni in cui l'opposizione possa fare le pulci alla maggioranza». Dopo le Europee, è possibile riprendere il dialogo sulle riforme? «Ritengo sia possibile. Ma se uno si comporta come se avesse le ricette pronte, prende a schiaffi chi non ci sta e irride i parlamentari, crea un clima tale che rende impossibile fare le riforme insieme».
( da "Giorno, Il (Milano)"
del 23-05-2009)
Pubblicato anche in: (Nazione,
La (Firenze)) (Resto del Carlino, Il (Bologna))
Argomenti: Proposte di legge
POLITICA pag. 13 di ANTONELLA COPPARI ROMA «SULLA riduzione dei parlament... di ANTONELLA COPPARI ROMA «SULLA riduzione dei parlamentari siamo tutti d'accordo: in queste settimane, Camera e Senato hanno approvato un ordine del giorno che riproponeva la necessità del ridimensionamento». Ciò detto, Stefano Ceccanti, senatore Pdl nonché docente di diritto pubblico comparato all'Università la Sapienza' di Roma, aggiunge che l'irritazione nasce dal linguaggio utilizzato da Berlusconi, «tipico di chi è estraneo al mondo della politica, mentre lui ci sta da 15 anni. Così, rischia di delegittimare le istituzioni e di rendere difficile il raggiungimento dell'obiettivo». Bastano 100 deputati? «No, non è sensato. Anche perché negli altri Paesi europei le prime camere hanno le dimensioni della nostra. Trovo ragionevole ciò che propone Calderoli: 400 deputati e 200 senatori. Ma la gente è indignata non solo perché i parlamentari sono troppi, pure perché non li conosce più: per questo, abbiamo raccolto 195 firme chiedendo di tornare alla legge elettorale di Mattarella e quindi ai collegi uninominali. Sarebbe logico partire da qui, evitando il referendum». E poi, si interviene sull'esecutivo? I poteri del premier vanno rafforzati? «In questa legislatura, per scelta politica, il premier gode di una maggioranza ampia e omogenea, dunque può fare le riforme che vuole. Per questo, è curiosa l'idea di una proposta di legge di iniziativa popolare che comunque deve arrivare in Parlamento. Ma in futuro, ci potrebbero essere legislature con presidenti del Consiglio deboli, perciò è giusto varare regole che stabilizzino il rafforzamento dei poteri». La spaventa l'idea di concedere al premier il potere di scioglimento delle Camere? «Io direi che il punto di equilibrio potrebbe essere quello di formalizzare il potere del presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento, lasciando la decisione finale al presidente della Repubblica. E' il meccanismo che esiste in tutti i Paesi in cui ci sono capi di Stato repubblicani». Quali sono i contrappesi possibili a garanzia del fatto che un premier forte non finisca per esercitare un potere incontrollato? «Ne citerei due: il potere da parte dei parlamentari di chiedere alla Corte costituzionale prima che una legge entri in vigore se è costituzionale o meno, e il potere di costituire, con il voto di un quarto dei parlamentari, commissioni in cui l'opposizione possa fare le pulci alla maggioranza». Dopo le Europee, è possibile riprendere il dialogo sulle riforme? «Ritengo sia possibile. Ma se uno si comporta come se avesse le ricette pronte, prende a schiaffi chi non ci sta e irride i parlamentari, crea un clima tale che rende impossibile fare le riforme insieme».
( da "Sole 24 Ore, Il" del 23-05-2009)
Argomenti: Aspetti Legali
Il Sole-24 Ore sezione: POLITICA E SOCIETA data: 2009-05-23 - pag: 16 autore: Napolitano difende Pannella per aiutare la qualità della democrazia L' insistenza con cui Marco Pannella elogia il presidente della Repubblica, definendo Napolitano «il garante di tutti i cittadini», non nasce solo dalla gratitudine. è vero che il Quirinale è stato decisivo per aiutare i radicali a superare la solita linea d'ombra che limita il loro accesso alla televisione in periodo elettorale. Ed è altrettanto vero che nella scia del capo dello Stato si sono mossi di slancio il presidente della Camera, Fini, e quello della commissione di Vigilanza, Zavoli, che è giunto a minacciare le dimissioni. Risultato: Pannella, Emma Bonino e qualche altro esponente radicale sono tornati in vita sul piano mediatico. E un gran numero di italiani ha potuto commuoversi giovedì sera, nel corso di «Annozero», alla vista dell'anziano leader provato dallo sciopero della fame e della sete, eppure determinato a riproporre i suoi principi liberali, parlando di «legalità costituzionale» a un paese alquanto distratto. Verso Napolitano non solo gratitudine, si diceva. Nel senso che il gesto forse irrituale del presidente non va letto solo come un atto di riguardo verso un personaggio eccentrico e prestigioso della storia repubblicana. Tanto meno come un mezzo per consentire qualche «spot» elettorale a una forza di estrema minoranza. C'è di più in quella definizione: «garante di tutti gli italiani ». Ed è un richiamo al deteriorarsi della qualità politica. L'argomento è scabroso, ma purtroppo ha una sua validità. C'è un logoramento costante e non abbastanza percepito che logora il dibattito politico e lo spazio pubblico. Si veda il gran parlare di riforme. è un fiume carsico che ogni tanto riaffiora in superficie – come accade ora dopo l'assemblea della Confindustria e l'intervento a sciabola sguainata di Berlusconi - ma poi torna a immergersi. Si parla, o si urla, di riforma della giustizia in relazione all'eterno duello del presidente del Consiglio con i magistrati «militanti ». Eppure nessuno sottolinea che la vera riforma dovrebbe partire dai milioni di processi pendenti che paralizzano l'intera amministrazione giudiziaria e che producono ogni anno oltre centomila prescrizioni. Ossia il contrario esatto della giustizia. D'altro canto, non ha tortoil centrista Casini quando sfida Berlusconi a presentare sul serio la proposta di ridurre a cento il numero di deputati. Potrebbe farlo anche domani, se volesse: ma non avrebbe con sé la sua maggioranza, a cominciare dalla Lega. In altre parole, si strapazza la Costituzione senza costrutto. Anche perché quasi nessuno ha un'idea chiara di come procedere sulla via delle riforme con un progetto istituzionale coerente. Nel frattempo però si toglie legittimità alla Carta e si erode il suo fondamento civile. La voce flebile di Pannella e del suo piccolo partito è un appello a non frantumare quel che resta della cornice costituzionale, in vista di consegnare tutto il potere ai partiti. Ecco perché è importante quello che successo nelle ultime ore. Non sappiamo quanto Napolitano condivida delle denunce radicali. Ma non è questo il punto. Si può supporre invece che il capo dello Stato si renda conto che la qualità della democrazia è un patrimonio troppo prezioso per consegnarlo a una pratica sempre più sciatta. Non si tratta allora di garantire Pannella, bensì gli italiani. Che hanno diritto a istituzioni serie, persino severe. Il contrario di quanto si tende a offrire loro. www.ilsole24ore.com Online «il Punto» di Stefano Folli 7 il PUNTO DI Stefano Folli Il logoramento del dibattito politico problema reale. Anche sulle riforme
( da "Sole 24 Ore, Il" del 23-05-2009)
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Il Sole-24 Ore sezione: POLITICA E SOCIETA data: 2009-05-23 - pag: 16 autore: INTERVISTA Niccolò Ghedini Deputato e avvocato del presidente del Consiglio «Giustizia, il premier non farà da solo» Donatella Stasio ROMA Nessuna accelerazione e nessuna prevaricazione della maggioranza parlamentare. I testi di riforma costituzionale e ordinamentale della giustizia (separazione carriere, Csm, obbligatorietà dell'azione penale) «sono pronti da mesi e abbiamo già fatto molti incontri di maggioranza in vista della loro approvazione da parte del Governo. Ma per avere una più ampia condivisione, nelle prossime settimane saranno anche coinvolti i nostri componenti delle commissioni parlamentari». Niccolò Ghedini, 49 anni, deputato, consigliere giuridico e avvocato del premier, ridimensiona quella che, nelle parole di Berlusconi, sembra l'ennesima accelerazione delle riforme della Giustizia. In questi mesi, sia la Lega sia, soprattutto, gli ex di An più vicini a Gianfranco Fini, hanno mal digerito modalità, tempi e contenuti dei Ddl imposti dal ministro della Giustizia Angelino Alfano e da Ghedini.Ieri se n'è lamentato anche il presidente della commissione Giustizia del Senato Filippo Berselli. Onorevole, la necessità di una maggiore condivisione preventiva è un avvertimento per il futuro? No. Dopo le elezioni avvieremo ulteriori approfondimenti con i componenti delle commissioni parlamentari. Poi sarà il ministro a decidere quando portarli al Consiglio dei ministri, se a luglio o a settembre. Nel frattempo verrà presentata una legge ordinaria per cambiare il sistema elettorale del Csm, nella quale i candidati togati sono estratti a sorte? Sì, ma se ne sta occupando il ministero e quindi non conoscoi dettagli. La separazione delle carriere e le altre riforme sono sempre agitate in occasione di scontri tra il premier e i magistrati. Stavolta la miccia è stata la sentenza Mills. Non è così. Ne parliamo dall'inizio della legislatura e io ci ho continuamente lavorato. Dal punto di vista mediatico, Berlusconi ha solo rilanciato il tema, puntando l'attenzione sul collegio giudicante e non sul Pm. Ha detto che non si può essere giudicati da un magistrato come la Gandus e ha rilanciato la separazione delle carriere per una maggiore terzietà del giudice. Ma è un argomento di natura politica. La Gandus l'avete ricusata ma è stata sempre riconosciuta imparziale, anche dalla Cassazione. La nostra ricusazione è stata respinta in base alla normativa vigente, che evidentemente non è adeguata. Perciò abbiamo deciso di cambiarla con il Ddl del Governo sul processo penale. Giusto quella norma... Non è una modifica ad personam, perché Berlusconi, quando riprenderà il processo, non avrà più la Gandus nel collegio giudicante, essendo diventata incompatibile. Non avrà neanche la sentenza emessa dalla Gandus, poiché voi cancellate l'articolo 238 bis che consente di utilizzare le sentenze di altri processi come prova del fatto: nella fattispecie, il fatto accertato è che Mills è stato corrotto da Berlusconi. Neanche questa è una norma ad personam? No, è solo una norma sacrosanta perché l'attuale articolo 238 bis contrasta con il "giusto processo". Tra l'altro la sentenza Mills potrebbe essere utilizzata solo se diventasse definitiva prima della prescrizione (2010), altrimenti il fatto non sarebbe comunque provato. La vostra modifica, però, taglia la testa al toro: la sentenza non è mai utilizzabile. Esatto. Ma ripeto, l'articolo 238 bis, nato per i processi di mafia, così è incostituzionale. Molte "norme ad personam" sono state censurate proprio dalla Consulta... La Corte ha bocciato solo il Lodo Schifani e la legge Pecorella. Le altre no. La norma sulle rogatorie fu di fatto disinnescata... La Corte decise di non decidere. Ma tutte le cosiddette leggi ad personam hanno avuto un'ottima resistenza. E comunque, le decisioni, rispettabilissime, della Corte a volte risentono degli uomini che le prendono. Massimo rispetto per la Corte, ma non è infallibile. Alcune di quelle norme sono state rinviate al Parlamento dal Quirinale o cambiate grazie alla moral suasion del Colle... Il fatto è che non c'è la volontà di cambiare il sistema ma di conservarlo sostenendo che le modifiche agevolano Berlusconi. A chi si riferisce? A nessuno in particolare. Parlo in generale. Dico solo che spesso non c'è stata la volontà di agevolare le riforme del sistema con la scusa che agevolavano Berlusconi. © RIPRODUZIONE RISERVATA «Dopo le elezioni consulteremo i nostri componenti delle commissioni parlamentari» «Spesso non c'è stata la volontà di fare le riforme con la scusa che favorivano Berlusconi» EMBLEMA Niccolò Ghedini
( da "Eco di Bergamo, L'" del 23-05-2009)
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Fini: le leggi le fanno le Camere --> Sabato 23 Maggio 2009 GENERALI, pagina 6 e-mail print ROMALa nuova uscita del premier Silvio Berlusconi sul ruolo del Parlamento e sulla necessità di una riforma lascia i segni dentro la maggioranza. Il presidente della Camera Gianfranco Fini non fa sconti sulla centralità delle Aule e, il giorno dopo, rimbecca anche sul disegno di legge di iniziativa popolare come via per accelerare la riforma: «In ogni caso è sempre il Parlamento che decide». «INUTILE DDL D'INIZIATIVA POPOLARE» E anche il Carroccio sembra considerare inutile un disegno di legge visto che, evidenzia il ministro Calderoli, «la proposta della Lega è già in mano al premier». Il ministro lumbard considera controproducenti i toni di Berlusconi, anche perché - spiega - «è chiaro che il Parlamento ha un ruolo importante». Se è normale che l'opposizione, a due settimane dalle elezioni europee e amministrative di giugno, cavalchi la polemica, passano meno inosservati distinguo e prese di distanza dentro la maggioranza. Il pomo della discordia non è tanto il merito della riforma, visto che sulla riduzione del numero dei parlamentari, anche se non a quota 100, sono d'accordo tutti, anche la minoranza, ma le funzioni del Parlamento in rapporto ai poteri del presidente del consiglio. «Una proposta di legge di iniziativa popolare non sostituisce il Parlamento, è una modalità per l'avvio dell'iter legislativo, ma è sempre il Parlamento che decide», torna sull'argomento Fini. E sulla necessità di «non delegittimare il ruolo legislativo e di controllo delle Camere» mettono l'accento esponenti considerati vicini all'ex leader di An, come Italo Bocchino. Posizioni diverse da quelle del presidente del Senato Renato Schifani che concorda con l'urgenza del premier «di migliorare la funzionalità del presidente del Consiglio, perché occorrono processi più celeri e adeguati». Il presidente di Palazzo Madama minimizza, però, su voci di dissapori con Fini: «Il pensiero unico non esiste nel nostro Paese, ci possono essere differenze di vedute su alcuni temi, ma non ci vedo nulla di strano». FINOCCHIARO: RENATO «COPRE» SILVIO Ma la consonanza tra Berlusconi e Schifani scandalizza il presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro: «Non mi sorprende che anche oggi qualcuno, anche tra le alte cariche istituzionali, in maniera furba e spregiudicata, voglia coprire e sminuire le gravi e pesanti affermazioni, purtroppo non nuove, fatte dal presidente del Consiglio sul ruolo del Parlamento». L'opposizione non si limita, però, ad attaccare il premier e a tuonare contro «il superamento - dice Rosy Bindi - della linea del Piave» o, rincara Di Pietro, «il pericolo di un regime alle porte». Pd e Udc stanno attenti a non apparire come conservatori dello status quo, coscienti della presa che l'antipolitica ha tra gli elettori. Il leader Udc Pier Ferdinando Casini sfida il presidente del consiglio: «Ha spiegato che 100 parlamentari bastano, presenti il disegno di legge e noi lo voteremo, ma ho i miei dubbi che lo faccia perché è la Lega che determina gli orientamenti del governo». Ricostruzioni e accuse che il sottosegretario Paolo Bonaiuti ignora, mettendo invece l'accento sul profilo riformatore del governo: «In un anno abbiamo già fatto tante riforme e con un Parlamento più snello si potrebbe procedere in modo più veloce». Nel frattempo ieri si è formalmente costituito il Comitato degli «Amici della Costituzione» per l'astensione dal voto nel referendum del 21-22 Giugno. Il Comitato, promosso e presieduto dal politologo Stefano Passigli, già senatore Ds, annovera personalità come Claudio Abbado, Accardo, Asor Rosa, Gae Aulenti, Franco Bassanini, Enzo Cheli, Carmine Donzelli, Inge Feltrinelli, Ernesto Ferrero, Flores D'Arcais, Carlo Federico Grosso, Claudio Magris, Giuseppe Morbidelli, Mario Pirani, Marzio Pollini, Guido Rossi, Corrado Stajano, Massimo Teodori, Umberto Veronesi, Pierluigi Vigna e altri ancora. UN COMITATO PER L'ASTENSIONE Il Comitato giudica che «un eventuale voto popolare per il sì lungi dall'abrogare la «porcata» dell'attuale legge elettorale ne legittimerebbe l'esistenza, rendendo impossibile una sua modifica e facendo così restare in vita le liste bloccate. Il trasferimento del premio di maggioranza dalla coalizione vincente al partito più votato non eliminerebbe i piccoli partiti che riapparirebbero come correnti dei due partiti maggiori». C. Ferr. 23/05/2009 nascosto-->
( da "Libertà" del 24-05-2009)
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«Iniziativa popolare sulle Camere» Berlusconi rilancia. Il Pd: uniti contro il premier. Idv e Udc rifiutano ROMA - «Sto veramente pensando ad un disegno di legge di iniziativa popolare per portare i deputati a 300 e i senatori a 150. Perché un testo di iniziativa popolare? Perché voglio vedere il Parlamento non votare positivamente una legge presentata con il sostegno di milioni di elettori». A meno di due settimane dal voto per le elezioni europee, Silvio Berlusconi decide di cavalcare il sentimento «anti-casta» largamente diffuso tra i cittadini e, con una lunga serie di interviste concesse a radio e Tv private, conferma l'intenzione di «aggirare» il Parlamento e ostenta un decisionismo che non prevede nessuna mediazione. Neppure con i parlamentari della maggioranza che sostengono il suo governo. Le grandi riforme? «Si possono fare. L'opposizione non è necessaria, non è indispensabile». La separazione tra giudici e pubblica accusa? «Sarà fatta entro il prossimo anno». Le dichiarazioni sull'inutilità del Parlamento fatte all'assemblea della Confindustria? «Ho detto solo che è pletorico». E ancora. La vicenda Mills? «Sarà un boomerang per la sinistra e per i suoi giudici». Le dichiarazioni del premier incendiano gli ultimi giorni di campagna elettorale e il Pd, con una lettera, chiede a Udc e Idv un incontro per coordinare una «risposta adeguata». Ma il risultato non è quello che Franceschini si aspetta. Il primo no è di Antonio Di Pietro, che martedì prossimo presenterà una mozione di sfiducia contro il presidente del consiglio e chiede che a votarla siano anche i democratici. «La giusta risposta a Berlusconi non sono le solite riunioni e le sterili parole, ma azioni e provvedimenti determinanti. Per questo l'Italia dei Valori ha promosso una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del Consiglio che non riteniamo moralmente e politicamente degno di rappresentare questo paese» dice l'ex pm. Una mossa elettorale? Di Pietro alza le spalle e risponde che mentre Berlusconi va avanti con le parole, l'Italia dei Valori agisce con i fatti: «Stiamo già raccogliendo le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, volta a ridurre gli sprechi e i costi della politica... ». Il secondo no all'invito dei democratici è quello dell'Udc. «Non siamo disponibili ad alcun incontro, in piena campagna elettorale, almeno fin quando il Pd non cambierà idea sul sostegno al referendum, che consegnerebbe proprio a Berlusconi, e per lungo tempo, il governo del paese» scrivono i capigruppo di Camera e Senato, Michele Vietti e Gianpiero D'Alia. Ancora più ruvida è la risposta di Casini, che rispedisce al mittente l'invito a fare fronte unico contro il governo e sfida Berlusconi ad andare fino in fondo: «Faccia la proposta di ridurre a 100 il numero dei deputati e noi la votiamo».. Il Pd, insomma, non trova sponde e Dario Franceschini, dopo aver definito «inutili» i dietrofront del Cavaliere sul Parlamento «pletorico e inutile», si rivolge direttamente ai leader delle opposizioni. E lo fa spiegando che in Italia la democrazia è a rischio: «Abbiamo di fronte a noi un uomo che ha perso l'equilibrio, che è pieno di scheletri nell'armadio e attacca tutto e tutti. Il Parlamento, l'equilibrio tra i poteri dello Stato, la stampa libera. Non vorrei svegliarmi l'8 giugno in un paese diverso da quello che ci hanno consegnato quelli che sono venuti prima di noi». Di fronte ad un pericolo di questo tipo l'opposizione deve restare unita e il segretario del Pd lo dice chiaro e tondo: «Mi pare che in questo momento serva unità, non fare una gara tra chi è il più bravo a raccogliere qualche voto in più». Berlusconi dovrà fare i conti con la Lega? Bossi spiega che la riduzione dei parlamentari era prevista dalla devolution «bocciata dalla sinistra» e fa capire che con il Cavaliere c'è un'alleanza di ferro: «Berlusconi ha ragione. Mi fido di lui, non è mica un cretino». Gabriele Rizzardi 24/05/2009
( da "Stampaweb, La" del 24-05-2009)
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ROMA Dario Franceschini dice che Silvio Berlusconi ha perso «lequilibrio» perché ha tanti «scheletri nellarmadio» e quindi attacca tutti: il Parlamento, la stampa, i poteri dello Stato. Ecco perché di fronte a questo «pericolo» lopposizione deve serrare i ranghi, rimare unita. Per il leader del Pd non è il momento di litigare, di fare «una gara a chi è il primo della classe, a chi è più bravo per raccogliere qualche voto in più». Quello di Franceschini è un grido di dolore, un allarme rosso contro lattacco berlusconiano che mette a rischio «le regole elementari della nostra democrazia». Ma mentre la maggioranza si compatta attorno al premier e glissa sulla sua proposta di legge popolare per ridurre i parlamentari, i partiti di opposizione si azzannano. E stata infatti rimandato al mittente lappello lanciato dai capigruppo del Pd allIdv e allUdc. Mettiamoci attorno ad un tavolo, hanno chiesto Soro e Finocchiaro, e definiamo una proposta comune contro lattentato del premier alle prerogative del parlamento. Martedì mattina è stata convocata la riunione dei deputati Democratici per definire le iniziative da prendere. E da questa iniziativa dovrebbe nascere una sorta di «comitato di liberazione nazionale». Casini e Di Pietro, però non ci stanno. Il primo risponde di essere pronto a combattere le derive del governo, «ma bisogna essere coerenti: Franceschini, prima di fare appelli per un fronte unico, deve chiarire come mai per il referendum invita a votare sì, di fatto rafforzando Berlusconi». Di Pietro, come al solito, alza la posta e chiede al Pd di sostenere la mozione di sfiducia a Berlusconi. Per presentarla non bastano le firme dei deputati dellIdv, ci voglio anche quelle del Pd: «E qui che si vedrà una buona volta se nelle altre forze politiche cè la volontà di arrivare al confronto con questa persona che riteniamo non degna moralmente e politicamente di governare o se fanno solo il gioco delle tre carte». Nessuno segue Di Pietro su questa strada nella convinzione, non peregrina, che una mozione di sfiducia sarebbe un assist per Berlusconi, un modo per la maggioranza di fare quadrato e rafforzare il premier. Lopposizione va in ordine sparso: ognuno ha la sua ricetta per difendere il Parlamento. Ma tutti sfidano il premier a mettere subito mano alle riforme, compresa la riduzione del numero dei parlamentari. Lunico muro comune è quello di dire no ad una legge di iniziativa popolare. «Basta demagogia. Se una legge serve a Berlusconi, come il lodo Alfano per fermare i suoi processi - dice Franceschini - si fa in tre giorni, se serve agli italiani e se si tratta di ridurre il numero dei parlamentari si raccolgono firme nel Paese. Cè da un anno una nostra proposta in Parlamento che prevede il dimezzamento del numero dei parlamentari. La votino, è sufficiente che la votino, anziché raccogliere le firme per fare campagna elettorale». Anche Casini vuole tagliare il numero dei parlamentari e chiede a Berlusconi di portare in aula la proposta: «E noi la votiamo. Ma se Berlusconi non lo farà per lennesima volta dimostrerà che questa è una boutade elettorale». Marco Pannella ricorda allopposizione che Berlusconi non è «il genio del male». «Semmai è ignorante e cretino. Vuole ridurre i parlamentari perché a lui costano, li nomina ma gli costano. In Italia non è Berlusconi che ha creato il vuoto nel paese, ma i nostri partiti che in ventanni hanno distrutto la Costituzione. E ora, il ruspante Berlusconi, nel deserto di legalità che si è creato, sta andando sempre più in velocità».
( da "Gazzetta di Reggio"
del 24-05-2009)
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Pavese, La) (Tribuna di Treviso, La) (Trentino) (Corriere delle Alpi) (Gazzetta
di Modena,La) (Gazzetta di Mantova, La)
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di Gabriele Rizzardi Berlusconi insiste: le Camere le dimezzo io Schiaffo di Casini e Di Pietro a Franceschini che invita ad un fronte unico Il presidente del Consiglio concede interviste a raffica a tv e radio «Sul Parlamento raccoglierò le firme. Le grandi riforme? Per farle l'opposizione non è necessaria» ROMA. «Sto veramente pensando ad un disegno di legge di iniziativa popolare per portare i deputati a 300 e i senatori a 150. Perché un testo di iniziativa popolare? Perché voglio vedere il Parlamento non votare positivamente una legge presentata con il sostegno di milioni di elettori». A meno di due settimane dal voto per le elezioni europee, Silvio Berlusconi decide di cavalcare il sentimento «anti-casta» largamente diffuso tra i cittadini e, con una lunga serie di interviste concesse a radio e Tv private, conferma l'intenzione di «aggirare» il Parlamento e ostenta un decisionismo che non prevede nessuna mediazione. Neppure con i parlamentari della maggioranza che sostengono il suo governo. Le grandi riforme? «Si possono fare. L'opposizione non è necessaria, non è indispensabile». La separazione tra giudici e pubblica accusa? «Sarà fatta entro il prossimo anno». Le dichiarazioni sull'inutilità del Parlamento fatte all'assemblea della Confindustria? «Ho detto solo che è pletorico». E ancora. La vicenda Mills? «Sarà un boomerang per la sinistra e per i suoi giudici». Le dichiarazioni del premier incendiano gli ultimi giorni di campagna elettorale e il Pd, con una lettera, chiede a Udc e Idv un incontro per coordinare una «risposta adeguata». Ma il risultato non è quello che Franceschini si aspetta. Il primo no è di Antonio Di Pietro, che martedì prossimo presenterà una mozione di sfiducia contro il presidente del consiglio e chiede che a votarla siano anche i democratici. «La giusta risposta a Berlusconi non sono le solite riunioni e le sterili parole, ma azioni e provvedimenti determinanti. Per questo l'Italia dei Valori ha promosso una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del consiglio che non riteniano moralmente e politicamente degno di rappresentare questo paese» dice l'ex Pm. Una mossa elettorale? Di Pietro alza le spalle e risponde che mentre Berlusconi va avanti con le parole, l'Italia dei Valori agisce con i fatti: «Stiamo già raccogliendo le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, volta a ridurre gli sprechi e i costi della politica...». Il secondo no all'invito dei democratici è quello dell'Udc. «Non siamo disponibili ad alcun incontro, in piena campagna elettorale, almeno fin quando il Pd non cambierà idea sul sostegno al referendum, che consegnerebbe proprio a Berlusconi, e per lungo tempo, il governo del paese» scrivono i capigruppo di Camera e Senato, Vietti e D'Alia. Ancora più ruvida è la risposta di Casini, che rispedisce al mittente l'invito a fare fronte unico contro il governo e sfida Berlusconi ad andare fino in fondo: «Faccia la proposta di ridurre a 100 il numero dei deputati e noi la votiamo».. Il Pd, insomma, non trova sponde e Dario Franceschini, dopo aver definito «inutili» i dietrofront del Cavaliere sul Parlamento «pletorico e inutile», si rivolge direttamente ai leader delle opposizioni. E lo fa spiegando che in Italia la democrazia è a rischio: «Abbiamo di fronte a noi un uomo che ha perso l'equilibrio, che è pieno di scheletri nell'armadio e attacca tutto e tutti. Il Parlamento, l'equilibrio tra i poteri dello Stato, la stampa libera. Non vorrei svegliarmi l'8 giugno in un paese diverso da quello che ci hanno consegnato quelli che sono venuti prima di noi». Di fronte ad un pericolo di questo tipo l'opposizione deve restare unita e il segretario del Pd lo dice chiaro e tondo: «Mi pare che in questo momento serva unità, non fare una gara tra chi è il più bravo a raccogliere qualche voto in più». Berlusconi dovrà fare i conti con la Lega? Bossi spiega che la riduzione dei parlamentari era prevista dalla devolution «bocciata dalla sinistra» e fa capire che con il Cavaliere c'è un'alleanza di ferro: «Berlusconi ha ragione. Mi fido di lui, non è mica un cretino».
( da "Nuova Venezia, La"
del 24-05-2009)
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Il) (Mattino di Padova, Il) (Centro, Il) (Nuova Sardegna, La)
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di Gabriele Rizzardi Berlusconi insiste: le Camere le dimezzo io Schiaffo di Casini e Di Pietro a Franceschini che invita ad un fronte unico Il presidente del Consiglio concede interviste a raffica a tv e radio «Sul Parlamento raccoglierò le firme. Le grandi riforme? Per farle l'opposizione non è necessaria» ROMA. «Sto veramente pensando ad un disegno di legge di iniziativa popolare per portare i deputati a 300 e i senatori a 150. Perché un testo di iniziativa popolare? Perché voglio vedere il Parlamento non votare positivamente una legge presentata con il sostegno di milioni di elettori». A meno di due settimane dal voto per le elezioni europee, Silvio Berlusconi decide di cavalcare il sentimento «anti-casta» largamente diffuso tra i cittadini e, con una lunga serie di interviste concesse a radio e Tv private, conferma l'intenzione di «aggirare» il Parlamento e ostenta un decisionismo che non prevede nessuna mediazione. Neppure con i parlamentari della maggioranza che sostengono il suo governo. Le grandi riforme? «Si possono fare. L'opposizione non è necessaria, non è indispensabile». La separazione tra giudici e pubblica accusa? «Sarà fatta entro il prossimo anno». Le dichiarazioni sull'inutilità del Parlamento fatte all'assemblea della Confindustria? «Ho detto solo che è pletorico». E ancora. La vicenda Mills? «Sarà un boomerang per la sinistra e per i suoi giudici». Le dichiarazioni del premier incendiano gli ultimi giorni di campagna elettorale e il Pd, con una lettera, chiede a Udc e Idv un incontro per coordinare una «risposta adeguata». Ma il risultato non è quello che Franceschini si aspetta. Il primo no è di Antonio Di Pietro, che martedì prossimo presenterà una mozione di sfiducia contro il presidente del consiglio e chiede che a votarla siano anche i democratici. «La giusta risposta a Berlusconi non sono le solite riunioni e le sterili parole, ma azioni e provvedimenti determinanti. Per questo l'Italia dei Valori ha promosso una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del consiglio che non riteniano moralmente e politicamente degno di rappresentare questo paese» dice l'ex Pm. Una mossa elettorale? Di Pietro alza le spalle e risponde che mentre Berlusconi va avanti con le parole, l'Italia dei Valori agisce con i fatti: «Stiamo già raccogliendo le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, volta a ridurre gli sprechi e i costi della politica...». Il secondo no all'invito dei democratici è quello dell'Udc. «Non siamo disponibili ad alcun incontro, in piena campagna elettorale, almeno fin quando il Pd non cambierà idea sul sostegno al referendum, che consegnerebbe proprio a Berlusconi, e per lungo tempo, il governo del paese» scrivono i capigruppo di Camera e Senato, Vietti e D'Alia. Ancora più ruvida è la risposta di Casini, che rispedisce al mittente l'invito a fare fronte unico contro il governo e sfida Berlusconi ad andare fino in fondo: «Faccia la proposta di ridurre a 100 il numero dei deputati e noi la votiamo».. Il Pd, insomma, non trova sponde e Dario Franceschini, dopo aver definito «inutili» i dietrofront del Cavaliere sul Parlamento «pletorico e inutile», si rivolge direttamente ai leader delle opposizioni. E lo fa spiegando che in Italia la democrazia è a rischio: «Abbiamo di fronte a noi un uomo che ha perso l'equilibrio, che è pieno di scheletri nell'armadio e attacca tutto e tutti. Il Parlamento, l'equilibrio tra i poteri dello Stato, la stampa libera. Non vorrei svegliarmi l'8 giugno in un paese diverso da quello che ci hanno consegnato quelli che sono venuti prima di noi». Di fronte ad un pericolo di questo tipo l'opposizione deve restare unita e il segretario del Pd lo dice chiaro e tondo: «Mi pare che in questo momento serva unità, non fare una gara tra chi è il più bravo a raccogliere qualche voto in più». Berlusconi dovrà fare i conti con la Lega? Bossi spiega che la riduzione dei parlamentari era prevista dalla devolution «bocciata dalla sinistra» e fa capire che con il Cavaliere c'è un'alleanza di ferro: «Berlusconi ha ragione. Mi fido di lui, non è mica un cretino».
( da "Arena, L'" del 25-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Lunedì 25 Maggio 2009 NAZIONALE Pagina 2 IL TAGLIO DEI DEPUTATI. Il ministro La Russa annuncia il via dell'iniziativa popolare già durante la campagna elettorale. Lega soddisfatta Parlamentari, «subito la raccolta di firme» L'opposizione resta divisa sulla mozione di sfiducia a Berlusconi, che insiste: «Il Pd è in liquidazione» ROMA Partirà presto la raccolta di firme per la proposta di legge per la riduzione dei parlamentari ideata da Silvio Berlusconi. «La facciamo partire forse già in campagna elettorale» ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, «da Milano e da altre città». La Russa ha ricordato che la riduzione dei parlamentari è già stata votata dalle Camere quattro volte, visto che era contenuta nella riforma costituzionale del 2005, poi bocciata dal referendum. «Dobbiamo proporre» ha aggiunto, «senza se e senza ma, ciò che abbiamo già votato. Se la sinistra è d'accordo, si accodi». Ma intanto continua a far discutere la proposta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ridurre il numero dei deputati mediante un testo di iniziativa popolare. Pdl e Lega plaudono al Cavaliere e si dicono pronti a sostenere la riforma mentre nell'opposizione, dopo il richiamo di Dario Franceschini all'unità nell'azione di contrasto al governo, si registra una certa tensione tra Pd e Idv. La Lega si dice soddisfatta sottolineando, tra l'altro, che la riforma proposta da Berlusconi è la stessa che aveva tentato di far andare in vigore il Carroccio incappando però nella bocciatura del referendum. «Una settimana fa si era meritato la tessera della Lega ad honorem», si complimenta il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, «oggi dimostra di essere un militante. Infatti dopo aver sostenuto i respingimenti del ministro Maroni, ora sostiene la proposta di riduzione del numero dei parlamentari, che abbiamo fatto votare quattro volte in Parlamento e che fu poi affossata dalla sinistra con il referendum, e per di più lo fa con il coinvolgimento del popolo». E il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, attribuisce alla proposta sul Parlamento un valore fortemente simbolico: «È un nuovo inizio costituente del nostro Paese». CENTROSINISTRA DIVISO. Intanto il Pd ribadisce la necessità di un'azione di opposizione unitaria e stigmatizza il comportamento di Antonio Di Pietro che ieri ha chiuso alla proposta di un tavolo comune del centrosinistra. «Appare sconcertante» secondo il presidente dei deputati del Pd, Antonello Soro, il comportamento di Di Pietro. E sia il segretario del Pd, Franceschini che Massimo D'Alema invitano l'ex pm e i suoi a evitare le divisioni e gli egoismi: «non è il momento». Di Pietro, però, va dritto per la sua strada, si dice anche disponibile a un tavolo comune delle opposizioni, ma a patto che Udc e Pd accettino di siglare la mozione di sfiducia che l'Idv presenterà martedì in Parlamento nei confronti del presidente del Consiglio a seguito del «caso Mills». L'Udc, invece, continua a sfidare Berlusconi sulla questione del ddl popolare sui parlamentari: «Siamo disponibili a ridurre anche a 100 il numero dei parlamentari; assicuriamo il nostro voto a favore. Basta che Berlusconi non si smentisca come per l'abolizione delle province». FUGA DAL PD. Due giorni fa aveva definito Dario Franceschini «commissario liquidatore del Partito democratico». E ieri Berlusconi ha confermato la sua catastrofica previsione sulla sorte del maggiore partito di opposizione: «È in liquidazione» e diversi esponenti stanno traslocando: «Dopo le Europee, Rutelli farà un nuovo partito, Enrico Letta andrà con Casini e altri si sposteranno a sinistra». Rutelli e Letta hanno subito smentito. Ma il premier ha parlato del caso Spaggiari, l'ex sindaco Ds a Reggio Emilia, candidata sindaco sostenuta anche dall'Udc in contrapposizione al candidato Pd: «È un segnale di malessere interno al partito» ha detto Berlusconi, «e non certo orchestrato da me». La messa in liquidazione del Pd è, per Franceschini, un «desiderio» di Berlusconi «e non la realtà»: «Il premier vive in un'altra dimensione, una specie di torre dorata non a contatto con la gente». E garantisce che mai come ora il Pd è stato così unito e forte, con l'obiettivo di «battere Berlusconi».
( da "Tempo, Il" del 25-05-2009)
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stampa La Russa: «Al via con le firme durante la campagna elettorale» Il ministro della Difesa Ignazio La Russa è pronto a impegnarsi per la raccolta delle firme che serviranno a presentare la proposta di legge popolare sulla riduzione dei parlamentari voluta da Silvio Berlusconi. La Russa, a Milano, ha ricordato che la riduzione era già stata votata con la riforma costituzionale bocciata con il referendum «voluto dal centrosinistra» nel 2006. «Ho iniziato l'altro giorno una semplice petizione popolare per sostenere il raddoppio del pattugliamento misto militari forze dell'ordine - ha detto - Figurarsi se non sono d'accordo con una raccolta firme per fare quanto abbiamo già fatto in Parlamento». «Per noi - ha aggiunto il ministro della Difesa - si tratta di confermare un'idea e mi auguro che la sinistra questa volta muti opinione». La responsabilità finale spetta alle Camere ma, ha aggiunto, «il peso dell' iniziativa sia parlamentare sia popolare darà più valore alla riforma».
( da "Messaggero, Il" del 25-05-2009)
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Lunedì 25 Maggio 2009 Chiudi di CLAUDIA TERRACINA ROMA Tutti d'accordo. Occorre tagliare il numero dei parlamentari. Ma per l'opposizione la proposta di legge va discussa e approvata nelle aule di Camera e Senato, mentre il premier Berlusconi preferisce chiamare a raccolta i cittadini e presentare un testo di iniziativa popolare per ridurre il numero di deputati e senatori a sole cento unità. Pdl e Lega plaudono e si dichiarano pronti a sostenere la riforma, anche se il ministro Calderoli sottolinea che la primogenitura della proposta è del Carroccio «che l'ha fatta votare in Parlamento già quattro volte», ironizzando «sul fatto che il premier abbia di nuovo sposato una nostra iniziativa, da vero militante». Ma il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, puntualizza: «Con la riduzione del numero dei parlamentari potremo realizzare in tempi più rapidi le riforme necessarie al Paese. Questo è il senso dell'intervento del premier a Confindustria e spiace che le opposizioni si siano scandalizzate per una riforma che, rendendo il Parlamento più snello, evita l'impantanamento dell'iter legislativo». Pd, Udc e Italia dei valori ricordano però di aver presentato a loro volta progetti di legge bene articolati sull'argomento. Al momento sono quattro le proposte depositate per ridurre il numero di deputati e senatori. «Basterebbe discuterle e votarle in Parlamento», sottolinea l'opposizione. Tre vengono dal Pd e una dall'Italia dei Valori. Le prime risalgono all'inizio di questa legislatura, l'ultima a prima firma del vice presidente dei senatori del Pd al Senato, Luigi Zanda, ha anche iniziato nel marzo scorso a essere trattata in commissione. Insomma, è competizione senza quartiere su un argomento che, come è noto, incontra grande favore tra i cittadini. Il coordinatore del Pdl e ministro La Russa annuncia che la raccolta delle firme «partirà subito, forse già in campagna elettorale» e spiega che «occorre una legge di iniziativa popolare per evitare la bocciatura attraverso il referendum, visto che la sinistra già una volta liquidò la nostra iniziativa in Parlamento, ecco perchè non basta discuterne in Parlamento», sottolinea. E a chi gli ricorda le obiezioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini, replica: «Ci mancherebbe, è sempre il Parlamento che decide, ma le firme dei cittadini daranno certo più valore alla riforma». E il vice presidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino, assicura che «la maggioranza andrà avanti da sola se l'opposizione dice no». E mentre Franceschini e D'Alema si dolgono «che in un momento come questo l'opposizione non sia unita», Di Pietro rinnova la sfida a Berlusconi sul taglio dei parlamentari e annuncia il voto di sfiducia sull'onda del verdetto per il caso Mills. Il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, insidia invece il premier sul suo terreno. «Siamo disponibili a ridurre anche a 100 il numero dei parlamentari, assicuriamo il nostro voto a favore. Basta che Berlusconi non si smentisca come per l'abolizione delle province», ironizza. Una posizione questa sulla quale, comunque, le opposizioni sembrano essere tutte d'accordo, purchè, si intende, protagonista della riforma sia il Parlamento.
( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 25-05-2009)
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Il Sole-24 Ore del lunedì sezione: PRIMO PIANO data: 2009-05-25 - pag: 10 autore: ANALISI In gioco il futuro del bipolarismo di Roberto D'Alimonte D al 1991 si sono svolti numerosi referendum elettorali. Alcuni approvati, altri no. Ma nessuno ha suscitato tante perplessità come quello del prossimo 21 giugno. Il nodo non sono le candidature plurime sulla cui abolizione esiste un largo consenso. Il problema cruciale è il premio di maggioranza assegnato alla lista e non alla coalizione più votata. Non è facile difendere un sistema elettorale in cui il partito che ottiene un voto più degli altri ha diritto al 54% dei seggi indipendentemente dalla percentuale di voti ottenuta. Nemmeno la legge Acerbo con cui si votò nel 1924 arrivò a tanto visto che il premio scattava solo se una lista avesse ottenuto almeno il 25 % dei consensi. E allora come si giustifica un meccanismo che nemmeno Mussolini aveva osato introdurre? Gli stessi sostenitori del referendum sono in difficoltà. La giustificazione prevalente è che il referendum produrrà – in caso di vittoria dei sì – un tale obbrobrio che la classe politica dovrà per forza mettere mano a una riforma. Questa razionalizzazione assomiglia a quella che circolava prima della caduta del governo Prodi. Allora i sostenitori del referendum lo vedevano come una pistola puntata contro l'establishment politico. La minaccia doveva produrre la riforma con il risultato che il referendum non si sarebbe svolto. La riforma non c'è stata. è caduto invece il governo Prodi. Mutatis mutandis, oggi siamo alla stessa metafora. Solo che invece di sparare prima del referendum, la pistola dovrebbe sparare dopo. Ma che cosa fa pensare ai referendari che dopo aver fatto cilecca questa volta l'arma spari davvero? A seminar dubbi ci ha già pensato Berlusconi con la sua affermazione che a lui il sistema di voto referendario andrebbe benissimo. Il vero dubbio per i fautori del referendum, almeno per i bipolaristi come Guzzetta e Segni, dovrebbe essere un altro. La pistola potrebbe colpire il bersaglio sbagliato. Anche se Berlusconi cambiasse idea, spinto dalla Lega, una riforma in che direzione andrebbe? Maggioritaria o proporzionale? A ben guardare quello che succede nel Pd, il rischio è che il superamento del sistema eventualmente approvato con il referendum possa portare alla abolizione del premio di maggioranza e quindi al ritorno al proporzionale. Dentro il Pd non ci sono soloi Ceccanti che raccolgono le firme per ripristinare la legge Mattarella, ci sono anche Chiti e altri che rispolverano l'idea di un qualcosa tra il tedesco e lo spagnolo, ma in fondo più tedesco che spagnolo. Così, invece di un sistema ancor più bipolare o bipartitico, il risultato finale potrebbe essere un sistema multipartitico e non bipolare. In realtà, se il 21 giugno i referendari vincessero nessuno oggi può dire cosa succederebbe dopo. Lo status quo che si verrebbe a creare avrebbe una sua forza di inerzia. E scoperchiare il vaso di Pandora della riforma elettorale comporterebbe il rischio concreto di un ritorno al passato. Il referendum Segni del 1993 ha aperto la strada del maggioritario e del bipolarismo, quello Guzzetta-Segni del 2009 potrebbe paradossalmente chiuderla. © RIPRODUZIONE RISERVATA L'INCOGNITA Scoperchiare il vaso di Pandora della riforma elettorale rischia di produrre un ritorno al passato
( da "Giornale di Vicenza.it, Il" del 25-05-2009)
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IL TAGLIO DEI DEPUTATI. Il ministro La Russa annuncia il via dell'iniziativa popolare già durante la campagna elettorale. Lega soddisfatta L'opposizione resta divisa sulla mozione di sfiducia a Berlusconi, che insiste: «Il Pd è in liquidazione» 25/05/2009 rss e-mail print Parlamentari, «subito la raccolta di firme» ROMA Partirà presto la raccolta di firme per la proposta di legge per la riduzione dei parlamentari ideata da Silvio Berlusconi. «La facciamo partire forse già in campagna elettorale» ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, «da Milano e da altre città». La Russa ha ricordato che la riduzione dei parlamentari è già stata votata dalle Camere quattro volte, visto che era contenuta nella riforma costituzionale del 2005, poi bocciata dal referendum. «Dobbiamo proporre» ha aggiunto, «senza se e senza ma, ciò che abbiamo già votato. Se la sinistra è d'accordo, si accodi». Ma intanto continua a far discutere la proposta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ridurre il numero dei deputati mediante un testo di iniziativa popolare. Pdl e Lega plaudono al Cavaliere e si dicono pronti a sostenere la riforma mentre nell'opposizione, dopo il richiamo di Dario Franceschini all'unità nell'azione di contrasto al governo, si registra una certa tensione tra Pd e Idv. La Lega si dice soddisfatta sottolineando, tra l'altro, che la riforma proposta da Berlusconi è la stessa che aveva tentato di far andare in vigore il Carroccio incappando però nella bocciatura del referendum. «Una settimana fa si era meritato la tessera della Lega ad honorem», si complimenta il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, «oggi dimostra di essere un militante. Infatti dopo aver sostenuto i respingimenti del ministro Maroni, ora sostiene la proposta di riduzione del numero dei parlamentari, che abbiamo fatto votare quattro volte in Parlamento e che fu poi affossata dalla sinistra con il referendum, e per di più lo fa con il coinvolgimento del popolo». E il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, attribuisce alla proposta sul Parlamento un valore fortemente simbolico: «È un nuovo inizio costituente del nostro Paese». CENTROSINISTRA DIVISO. Intanto il Pd ribadisce la necessità di un'azione di opposizione unitaria e stigmatizza il comportamento di Antonio Di Pietro che ieri ha chiuso alla proposta di un tavolo comune del centrosinistra. «Appare sconcertante» secondo il presidente dei deputati del Pd, Antonello Soro, il comportamento di Di Pietro. E sia il segretario del Pd, Franceschini che Massimo D'Alema invitano l'ex pm e i suoi a evitare le divisioni e gli egoismi: «non è il momento». Di Pietro, però, va dritto per la sua strada, si dice anche disponibile a un tavolo comune delle opposizioni, ma a patto che Udc e Pd accettino di siglare la mozione di sfiducia che l'Idv presenterà martedì in Parlamento nei confronti del presidente del Consiglio a seguito del «caso Mills». L'Udc, invece, continua a sfidare Berlusconi sulla questione del ddl popolare sui parlamentari: «Siamo disponibili a ridurre anche a 100 il numero dei parlamentari; assicuriamo il nostro voto a favore. Basta che Berlusconi non si smentisca come per l'abolizione delle province». FUGA DAL PD. Due giorni fa aveva definito Dario Franceschini «commissario liquidatore del Partito democratico». E ieri Berlusconi ha confermato la sua catastrofica previsione sulla sorte del maggiore partito di opposizione: «È in liquidazione» e diversi esponenti stanno traslocando: «Dopo le Europee, Rutelli farà un nuovo partito, Enrico Letta andrà con Casini e altri si sposteranno a sinistra». Rutelli e Letta hanno subito smentito. Ma il premier ha parlato del caso Spaggiari, l'ex sindaco Ds a Reggio Emilia, candidata sindaco sostenuta anche dall'Udc in contrapposizione al candidato Pd: «È un segnale di malessere interno al partito» ha detto Berlusconi, «e non certo orchestrato da me». La messa in liquidazione del Pd è, per Franceschini, un «desiderio» di Berlusconi «e non la realtà»: «Il premier vive in un'altra dimensione, una specie di torre dorata non a contatto con la gente». E garantisce che mai come ora il Pd è stato così unito e forte, con l'obiettivo di «battere Berlusconi».
( da "Brescia Oggi" del 25-05-2009)
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Parlamentari, «subito la raccolta di firme» IL TAGLIO DEI DEPUTATI. Il ministro La Russa annuncia il via dell'iniziativa popolare già durante la campagna elettorale. Lega soddisfatta L'opposizione resta divisa sulla mozione di sfiducia a Berlusconi, che insiste: «Il Pd è in liquidazione» 25/05/2009 rss e-mail print Parlamentari, «subito la raccolta di firme» ROMA Partirà presto la raccolta di firme per la proposta di legge per la riduzione dei parlamentari ideata da Silvio Berlusconi. «La facciamo partire forse già in campagna elettorale» ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, «da Milano e da altre città». La Russa ha ricordato che la riduzione dei parlamentari è già stata votata dalle Camere quattro volte, visto che era contenuta nella riforma costituzionale del 2005, poi bocciata dal referendum. «Dobbiamo proporre» ha aggiunto, «senza se e senza ma, ciò che abbiamo già votato. Se la sinistra è d'accordo, si accodi». Ma intanto continua a far discutere la proposta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ridurre il numero dei deputati mediante un testo di iniziativa popolare. Pdl e Lega plaudono al Cavaliere e si dicono pronti a sostenere la riforma mentre nell'opposizione, dopo il richiamo di Dario Franceschini all'unità nell'azione di contrasto al governo, si registra una certa tensione tra Pd e Idv. La Lega si dice soddisfatta sottolineando, tra l'altro, che la riforma proposta da Berlusconi è la stessa che aveva tentato di far andare in vigore il Carroccio incappando però nella bocciatura del referendum. «Una settimana fa si era meritato la tessera della Lega ad honorem», si complimenta il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, «oggi dimostra di essere un militante. Infatti dopo aver sostenuto i respingimenti del ministro Maroni, ora sostiene la proposta di riduzione del numero dei parlamentari, che abbiamo fatto votare quattro volte in Parlamento e che fu poi affossata dalla sinistra con il referendum, e per di più lo fa con il coinvolgimento del popolo». E il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, attribuisce alla proposta sul Parlamento un valore fortemente simbolico: «È un nuovo inizio costituente del nostro Paese». CENTROSINISTRA DIVISO. Intanto il Pd ribadisce la necessità di un'azione di opposizione unitaria e stigmatizza il comportamento di Antonio Di Pietro che ieri ha chiuso alla proposta di un tavolo comune del centrosinistra. «Appare sconcertante» secondo il presidente dei deputati del Pd, Antonello Soro, il comportamento di Di Pietro. E sia il segretario del Pd, Franceschini che Massimo D'Alema invitano l'ex pm e i suoi a evitare le divisioni e gli egoismi: «non è il momento». Di Pietro, però, va dritto per la sua strada, si dice anche disponibile a un tavolo comune delle opposizioni, ma a patto che Udc e Pd accettino di siglare la mozione di sfiducia che l'Idv presenterà martedì in Parlamento nei confronti del presidente del Consiglio a seguito del «caso Mills». L'Udc, invece, continua a sfidare Berlusconi sulla questione del ddl popolare sui parlamentari: «Siamo disponibili a ridurre anche a 100 il numero dei parlamentari; assicuriamo il nostro voto a favore. Basta che Berlusconi non si smentisca come per l'abolizione delle province». FUGA DAL PD. Due giorni fa aveva definito Dario Franceschini «commissario liquidatore del Partito democratico». E ieri Berlusconi ha confermato la sua catastrofica previsione sulla sorte del maggiore partito di opposizione: «È in liquidazione» e diversi esponenti stanno traslocando: «Dopo le Europee, Rutelli farà un nuovo partito, Enrico Letta andrà con Casini e altri si sposteranno a sinistra». Rutelli e Letta hanno subito smentito. Ma il premier ha parlato del caso Spaggiari, l'ex sindaco Ds a Reggio Emilia, candidata sindaco sostenuta anche dall'Udc in contrapposizione al candidato Pd: «È un segnale di malessere interno al partito» ha detto Berlusconi, «e non certo orchestrato da me». La messa in liquidazione del Pd è, per Franceschini, un «desiderio» di Berlusconi «e non la realtà»: «Il premier vive in un'altra dimensione, una specie di torre dorata non a contatto con la gente». E garantisce che mai come ora il Pd è stato così unito e forte, con l'obiettivo di «battere Berlusconi».
( da "Panorama.it" del 25-05-2009)
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- Italia - http://blog.panorama.it/italia - E Casini disse: Caro Silvio, attento, così governa Bossi Posted By mario.sechi On 24/5/2009 @ 10:13 In Headlines | 2 Comments Alla borsa della politica si classifica come un investimento di medio-lungo termine. Alle elezioni europee conta di "prendere qualche voto in più rispetto alle politiche". Pier Ferdinando Casini, azionista di maggioranza dell'Udc, guarda fiducioso l'andamento del suo titolo sui listini elettorali. E in questa intervista con Panorama svela le future strategie di collocamento. Lei è stato presidente della Camera. Oggi al suo posto c'è Gianfranco Fini che [1] tuona contro le leggi ispirate da principi religiosi. Il cattolico Casini che ne pensa? Penso che Fini abbia un'esigenza di visibilità, come hanno tutti i presidenti della Camera, l'avevo anch'io. Nel suo caso è accentuata dal fatto che il suo partito è diventato quello di Silvio Berlusconi. Non mi scandalizzo per il fatto che intervenga spesso, non lo biasimo neanche. Mi dispiace però che affronti con una disinvoltura eccessiva temi etici che riguardano la sensibilità molto forte di persone e gruppi presenti anche in Parlamento. Il suo richiamo allo Stato etico era fuori luogo e quello alle leggi costruite su precetti religiosi è lunare. La laicità dello Stato è un dato di fatto, ma mi pare che Fini pensi a uno Stato laico in cui non c'è spazio né per Dio né per la religione. È un laicismo di stato che nemmeno Nicolas Sarkozy in Francia più accetta. Noi abbiamo sostenuto in campagna elettorale, contrariamente al Pdl e al Pd, che i temi eticamente sensibili non potevano restare fuori dalla campagna elettorale, sono temi che riguardano la vita e la morte delle persone. I fatti ci hanno dato ragione. Quelle di Fini sono parole che possono innescare una crisi di [2] rapporti tra Stato e Chiesa? Non penso che quelle parole siano prese così sul serio oltretevere, dove capiscono perfettamente chi determina oggi la politica italiana. Usare questi temi per farsi una campagna personale francamente è sbagliato. Lo dico con amicizia verso Fini, in molte occasioni condivido le sue esternazioni: quando dice, per esempio, che non si può fare la campagna elettorale sulla pelle degli immigrati. Bene, allora non si può fare neppure sulla pelle della Chiesa e dei cattolici. Questi sono temi che fanno parte del patrimonio ideale del centrodestra. È un elettorato che per l'Udc è ancora un riferimento? Più che un elettorato di centrodestra, c'è un elettorato ampio di centro che guarda prevalentemente a destra. Tutti hanno capito che le ragioni che ci hanno portato a dire no all'omologazione nel partito unico di Berlusconi sono valide e non pretestuose. La stessa metodologia con cui è nato e vive il Pdl è emblematica: non è un partito, è Berlusconi. Faccio due esempi. Uno, il rapporto con la Lega. Ho sempre detto che questa formula di governo avrebbe di fatto dato alla Lega la golden share della maggioranza. E non ci siamo sbagliati: dal federalismo alle quote latte, all'immigrazione, è la Lega che detta i temi della politica italiana. Secondo, il Pdl ha proposto di levare le preferenze al Parlamento europeo, noi siamo dall'altra parte. Noi vogliamo le preferenze e le vogliamo anche nella legge elettorale nazionale. Restituire la politica al cittadino significa fargli scegliere i parlamentari. Lei si è allontanato da Berlusconi ma si sente ancora vicino all'elettorato di centrodestra? Ho un'idea diversa della politica rispetto a quella di Berlusconi. Non mi sono personalmente né allontanato né avvicinato. Con Silvio ho sempre un buon rapporto personale, però io ho un'idea diversa del futuro del Paese: non vedo bene il bipartitismo, né l'uomo solo al comando, e ho un'idea diversa del Parlamento. Mi interessano tutti i moderati, ovunque si collochino. Il Paese deve essere guidato, non solo eccitato negli istinti e negli umori. Con il popolo del centrodestra c'è un dialogo oggi e ci sarà anche domani. Facciamo un gioco: lei è Berlusconi e il Pdl è la nuova Dc. No, per me non. È un gioco di ruolo: applicherebbe la teoria democristiana del doppio forno al Pdl? Metto il pane in cottura non solo nel forno della Lega ma anche in quello dell'Udc? Per il Pdl sarebbe più conveniente, per l'Udc non ho uno ma 100 dubbi. Saremmo utilizzati come tappabuchi e questa oggi non può essere la nostra strategia. Una condizione per tornare a collaborare in futuro con Berlusconi? Il futuro lo scopriremo solo vivendo. Credo che il Pdl dovrebbe valorizzare molti nostri atteggiamenti di responsabilità: sul lodo Alfano ci siamo astenuti, abbiamo votato sì per i rifiuti di Napoli, rifiutiamo il giustizialismo e sui temi del nucleare abbiamo votato a favore del governo. E adesso lanceremo altre palle: quoziente familiare, liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. L'Udc ha pagato il prezzo della perdita del potere, ma oggi non siamo delle vedove, non cerchiamo il potere, cerchiamo di dare un nuovo assetto alla politica italiana. Quanto tempo avete? Abbiamo tempo, c'è una legislatura, siamo all'opposizione. Con il Pdl il discorso più serio ora è solo uno: cercare di costruire da posizioni diverse un equilibrio, una risposta chiara sui temi della politica italiana. Così rispettiamo i nostri elettori e anche quelli del Pdl. Non volete governare, né cogovernare, ma volete contribuire alle scelte del governo. Vogliamo che il governo capisca che nell'opposizione non ci sono solo sfascisti o l'opposizione che fa Dario Franceschini con il sì al referendum, ma un'opposizione responsabile che quando si tratta di lavorare al bene del Paese lo fa senza cercare posti di potere. Dopo le europee arrivano le regionali. Con chi vi alleate? Valuteremo caso per caso. Lo schema delle alleanze esclusive è finito. E non facciamo scelte di convenienza: andiamo nell'85 per cento delle province da soli. Stiamo scalando l'Everest senza gli scarponi. [3] I sondaggi dicono che Lega e Idv faranno il pieno di voti. Entrerà in crisi lo schema politico? No, perché c'è uno sbarramento serio che consente la presenza di cinque, sei partiti al massimo. Ma le elezioni bocceranno il bipartitismo perché la crescita della Lega, di Di Pietro e, spero, dell'Udc determinerà il fatto che palesemente il bipartitismo in Italia non c'è. Così verrà bocciata non solo l'idea del Pdl, ma anche l'idea di un Pd che porta solamente a essere l'opposizione di comodo di Berlusconi. Infine, la Lega si gonfierà come una rana. È la conseguenza della politica di Berlusconi: il voto di protesta prima o poi si estingue (pensi al fenomeno Le Pen in Francia), ma la Lega è stata messa in condizione di essere di lotta e di governo, contesta il sistema ma nello stesso tempo ci sta dentro. È una posizione troppo comoda. Qualche anno fa si parlava del patto dei cinquantenni. C'è Casini, c'è Fini, c'è Giulio Tremonti, non c'è più Walter Veltroni. Lei ha un partito, Fini non lo ha più e Tremonti difficilmente lo avrà. Si sente in prima fila per la leadership futura del Paese o no? Io cerco di fare una politica seria e spero che il Paese prima o poi mi dia ragione. Detto questo, non è che uno si sveglia al mattino e dice voglio fare il leader. Devono crearsi le condizioni e per fortuna non sono un uomo accecato dalle mie ambizioni. Voterebbe Berlusconi al Quirinale? Oggi come oggi no. Perché? Al Quirinale c'è Giorgio Napolitano e ci vuole una persona con un identikit super partes. E, francamente, tutto si può dire tranne che Berlusconi sia super partes. Il giorno in cui Berlusconi dovesse uscire dall'arena politica, l'establishment tornerebbe a giocare un ruolo chiave nella politica. Qual è il suo rapporto con i poteri forti? I poteri forti non ci sono più, sono tutti deboli. Sarà la gente a decidere. E l'establishment va con chi vince. Passata la crisi le banche torneranno a giocare il risiko politico. I banchieri vanno a votare alle primarie del Pd e poi scodinzolano dietro a Tremonti. Hanno uno stomaco con notevoli capacità di adattamento. Lei pensa ancora a un sistema elettorale alla tedesca? No, oggi è una pia illusione. Finiremo per votare con la stessa legge elettorale con cui si è votato nel passato, non considero il Porcellum nefasto, spero di vincere la battaglia per introdurre le preferenze. Lei mi sembra il gatto che gioca con il topo. Perché? Non pensa più a un centro mobile, non pensa sia possibile una riforma elettorale, mi pare che lei stia puntando a un'opa futura sul centrodestra. Non addentriamoci nel gossip della politica. Cerco di dare una prospettiva logica alle sue risposte. E allora è chiaro che stiamo investendo sul futuro. Consiglio a tutti di comprare azioni dell'Udc al fixing della politica perché siamo destinati a crescere.
( da "Manifesto, Il" del 26-05-2009)
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L'ULTIMO AFFONDO Gianni Ferrara È duplice, oltre che devastante, l'assalto che la democrazia italiana deve respingere in questa precoce estate. A quello premeditato da due anni dal golpismo referendario che il 21 giugno vuole celebrare il suo trionfo, si è aggiunto l'attacco micidiale che Berlusconi ha scatenato in questi giorni per spostare l'attenzione del pubblico dall'affaire Noemi e dalla condanna di Mills a un tema a lui favorevole. Quello che, appagando un vizio congenito del reazionarismo italiota, l'antiparlamentarismo, gli offriva l'ulteriore vantaggio di corrispondere alla sua viscerale insofferenza per la democrazia rappresentativa, l'unica, peraltro, che ci è rimasta. Le due offensive si congiungono. Berlusconi - lo ha dimostrato cento volte - non tollera limiti giuridici, istituzionali, politici, sociali, morali al potere di cui dispone e a quello che vuole acquisire. Odia più di ogni altra cosa al mondo Montesquieu. Non ammette che si freni il suo potere e la sua pretesa a espanderlo. Il freno, a suo parere, va imposto a chi dovesse giudicarlo, a chi osasse criticarlo, a chi, per remota ipotesi, potesse, sfiduciarlo. A tre istituzioni, dunque, alla Magistratura, al Parlamento, agli apparati che formano l'opinione pubblica. Se per influire, anzi per determinare quel che pensa il pubblico può bastare, per ora, il sistema delle emittenti di sua proprietà, del controllo assoluto di almeno altre due emittenti del servizio pubblico, delle testate proprie e di famiglia e della influenza su moltissime altre, se alla Magistratura si può provvedere rovesciando il significato della norma costituzionale in modo che possa essere la polizia giudiziaria, quindi il governo, a disporre del pubblico ministero, l'occasione del referendum elettorale, si offre magnificamente a ridimensionare in via definitiva il Parlamento, rendendolo organo servente del governo, del suo capo, Berlusconi. In che modo? La riduzione del numero dei parlamentari è un pretesto. Su tale riforma c'è consenso unanime. Basterebbero pochi mesi per approvare una delle proposte di legge già presentate. Ma Berlusconi mira ad altro, ad una spoliazione e a una appropriazione. Dopo aver ridotto con la legge elettorale vigente, il porcellum, i deputati e i senatori a figuranti, sottoposti, perché non eletti dal corpo elettorale, ma sostanzialmente nominati dai capi-partito, li vuole delegittimare con una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare volta appunto alla riduzione del numero dei membri delle due Camere. Scontata l'approvazione della riforma, il merito sarebbe però attribuito ai cittadini proponenti la proposta di riforma e soprattutto a chi li ha sollecitati, quindi a Berlusconi. Perché ha promosso la rivolta degli elettori contro i propri rappresentanti, li ha guidati, li ha portati alla vittoria, spezzando, una volta per tutte, il loro rapporto con l'istituzione nata e destinata a collegarli stabilmente allo stato apparato. CONTINUA|PAGINA5 Di quante e quali altre rotture diverrebbe foriera questa procedura modificatrice della composizione del Parlamento? Il risultato sarebbe disastroso. Lo sarebbe per l'istituzione parlamentare, facendola apparire come incapace di riformare e di riformarsi, senza l'impulso di Silvio Berlusconi, che si ergerebbe a interprete e rappresentante autentico e unico di tutto il popolo. Sarebbe disastroso soprattutto per la rappresentanza politica, l'istituto fondamentale della democrazia moderna, quindi per la democrazia stessa. Liquidata la rappresentanza parlamentare, comunque delegittimata come strumento di trasmissione e di accoglimento delle istanze sociali, chi mai potrà recepire queste istanze e soddisfarle? Ce lo dice il referendum previsto per il prossimo 21 giugno. Il «sì» ai due quesiti principali non lasciano dubbi: sarebbe affidato al governo, quindi al suo capo, il compito di soddisfare le domande sociali. Ma quale tipo di governo? Non è la rappresentanza della società, nella sua conformazione, nella sua complessità, con i suoi divari, le sue contraddizioni, le sue disuguaglianze che interessa i promotori. A essi interessa il potere da sostenere, da tutelare, da rafforzare, da garantire (a chi lo ha). I quesiti sono chiari, non modificano la pessima legge elettorale che ha espropriato le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti, non eliminano il premio di maggioranza e non ne riducono l'entità. Anzi, aggravano la truffa di questo perverso marchingegno che trasforma una minoranza in maggioranza. Permettono che, anche una lista che ottenga il trenta per cento dei voti, o anche meno, purché uno solo in più di ciascuna delle altre, possa ottenere il 54 per cento dei seggi alla Camera dei deputati e analogo effetto al Senato. Che significa? Significa che Berlusconi potrebbe ottenere la maggioranza alla Camera e al Senato, da solo. Senza condizionamenti. Senza remore, essendo a capo di un partito organizzato e retto secondo un modello ancora più assolutistico delle stesse monarchie assolute. Si può immaginare con quale spirito, con quale sensibilità accoglierebbe le domande sociali. Il senso del referendum Berlusconi lo ha capito perfettamente. Ci punta e ha raddoppiato la posta. Mira a fare il pieno. Possiamo impedirglielo e lo dobbiamo. Rifiutando di sottoscrivere la sua proposta di legge e, al referendum, astenendoci o ricusando la scheda.
( da "Secolo XIX, Il" del 26-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Parlamento, Di Pietrosfida Berlusconi Proposta di legge. Ma il premier "chiama" le piazze Genova. «Di Pietro è un Fregoli della politica, aveva stipulato un accordo col Pd per entrare in Parlamento e il giorno dopo l'ha disdetto. Ha promosso con Segni il referendum e il giorno dopo l'ha dichiarato un pericolo per la democrazia. È l'avversario di comodo di Berlusconi. Con lui non siamo disposti a sottoscrivere nulla perché con lui un'alternativa seria non ci sarà mai. E noi siamo persone serie». In visita a Genova, il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, ha subito sbarrato la strada alla proposta formulata da Antonio Di Pietro: un'azione comune tra Pd, Idv e Udc per appoggiare anzitutto la mozione di sfiducia che il partito di Di Pietro si appresta a presentare in Parlamento, in vista di un'alleanza organica delle opposizioni. Antonio Di Pietro aveva preso carta e penna e scritto a Franceschini e Casini (nonché ai rispettivi capigruppo in Parlamento), sollecitandoli ad iniziare insieme una nuova resistenza. Accanto alla firma del leader dell'Idv, i nomi dei capigruppo di Camera e Senato, Massimo Donadi e Felice Belisario. «Il nostro Paese sta attraversando una delle fasi più difficili della sua storia - si legge - e a ciò si aggiunge una preoccupante deriva autoritaria di questo governo, di un presidente del consiglio che nega i valori della Costituzione, umilia e offende il Parlamento, calpesta le regole, anche quelle morali, e di fronte ad accuse gravissime ed infamanti, non sente il dovere civico e morale di presentarsi davanti al giudice, per tentare di dimostrare la propria innocenza». Di fronte a tutto ciò, non si può restare in silenzio o fermi. La prima azione comune dovrebbe essere, scrive Di Pietro, l'appoggio alla mozione di sfiducia che l'Idv presenterà contro il governo con l'obiettivo strategico di «avviare un percorso parlamentare che metta in discussione la credibilità della leadership di Silvio Berlusconi nelle aule e nelle piazze del Paese». Negativa anche l'accoglienza da parte del Partito democratico. «La mozione che ci propone Di Pietro è un boomerang che rischia di essere un regalo a Berlusconi per trasformare il Parlamento in un palcoscenico e prendersi la 50esima fiducia dall'inizio della legislatura», ha tagliato corto il segretario Dario Franceschini, a Cagliari per la conclusione del tour elettorale in Sardegna. Franceschini si è detto tuttavia pronto «a un incontro dei capigruppo dell'opposizione per trovare una strategia comune» contro il premier. Nel centrodestra, intanto, tiene banco soprattutto l'idea di Berlusconi di dare una "sforbiciata" a deputati e senatori, attraverso un disegno di legge di iniziativa parlamentare. "Spallata" che non piace a Fini, secondo il quale è invece necessario il dialogo con le opposizioni per attuare le riforme. Ma l'idea del premier è bocciata anche da Umberto Bossi, leader della Lega: «Il governo fa le leggi, non può ricorrere all'iniziativa popolare. Non capisco bene quello che dice Berlusconi. Lui è al potere, al governo, faccia la legge». Le opposizioni attaccano il premier e lo incalzano con proprie proposte di legge che vanno nella stessa direzione (Di Pietro presenterà la propria oggi), mentre Emma Bonino ricorda che il vero problema è il sistema elettorale. Berlusconi, intanto, ha chiamato uno dei coordinatori del Pdl, Denis Verdini, chiedendogli di mettere moto la macchina della raccolta delle firme, vale a dire quei 10.000 gazebo che Forza Italia mise su piazza per raccogliere le firme contro il governo Prodi, nel novembre 2007, e per scegliere il nome del futuro partito. Berlusconi ha indicato a quale soglia porterebbe il numero dei parlamentari: 300 deputati e 150 senatori. Una misura «ragionevole», commenta Paolo Bonaiuti, visto per esempio che la Federazione Russa ha 615 rappresentanti tra le due Camere. I gruppi parlamentari del Pdl stanno lavorando al testo su cui raccogliere le firme e che potrebbe contenere anche il superamento del bicameralismo perfetto. Ma torniamo alla visita genovese di Casini. Accolto da alcune centinaia di persone, il leader dell'Udc ha attaccato duramente Berlusconi e il suo governo. «Noi non vogliamo parlare né di vallette né di processi, noi vogliano parlare dei problemi degli italiani che Berlusconi sta trascurando». Ma del caso Noemi parla il mondo intero... «Berlusconi dovrebbe rispondere alle domande che l'opinione pubblica e la stampa gli pongono. Detto questo, vogliamo che in Parlamento risponda ai problemi degli italiani. Non si occupi né di vallette né di giustizia, si occupi degli italiani che sono alle prese tutti i giorni col carovita e con un governo che non sta dando le risposte necessarie». La crisi economica sarebbe psicologica... «Per Berlusconi bisogna essere ottimisti ma non credo che gli italiani al supermercato possano pagare con l'ottimismo, pagano ancora in euro. È necessario dare risposte vere al ceto medio e alle famiglie». A Casini sta bene che il premier riferisca in Parlamento sulle note vicende personali. «Per gli uomini pubblici anche i fatti privati diventano pubblici in quanto essi hanno una responsabilità nei confronti del Paese. Il taglio dei parlamentari? Un altra boutade da campagna elettorale. Oggi si tagliano i parlamentari solo a chiacchiere, nei fatti non faranno nulla». Renzo Parodi parodi@ilsecoloxix.it 26/05/2009 casini a genovaIl leader dell'Udc prende le distanze dall'Idv e tira bordate bipartisan: «Burlando e Scajola sono come i ladri di Pisa» 26/05/2009 franco bonanini LA SCHEDA PERSONALE 26/05/2009 Partito: Partito democratico Età: 57 anni Stato civile: coniugato, due figli Titolo di studio: diploma di geometra Professione: impiegato 26/05/2009
( da "Secolo XIX, Il" del 26-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Meno parlamentari?Prima, riforma elettorale david bidussa Intorno alla questione della riduzione del numero dei parlamentari il rischio è che si faccia molta confusione. Come ricorda il direttore di questo giornale nella rubrica delle lettere di ieri, non è necessario fare un referendum. È sufficiente mettersi d'accordo sulle varie ipotesi di riforma che praticamente tutti i gruppi parlamentari hanno depositato per essere discusse in Parlamento. Per altri, come sottolinea Lorenzo Cuocolo nell'editoriale di ieri, quella questione implica uno sguardo riformatore su molte questioni di cui molti hanno consapevolezza. Per certi aspetti, dunque, il problema non sussiste. E allora di che stiamo discutendo? Diciamolo subito: la questione della riduzione del numero dei parlamentari è destinata ad avere un successo travolgente. Non c'è nemmeno bisogno di lanciare una campagna per far crescere un'opinione pubblica. L'opinione pubblica esiste già. Non l'ha creata Silvio Berlusconi. Prima che Berlusconi parlasse avevano già parlato chiaro alcune cifre. Una soprattutto. Quando un libro dal titolo "La Casta" vende circa due milioni di copie dando inizio a un serial librario in cui a turno finiscono sotto il riflettore alcune delle categorie professionali su cui si è costruita la nomenclatura pubblica di un intero Paese, il successo è assicurato. "La Casta"è dunque un prodotto riuscito, ha fornito e dato sostegno a un'esigenza sentita, e ha contribuito in maniera decisiva a dare dignità di argomentazione pubblica a un pensiero che nella pancia profonda dell'opinione pubblica è sempre girato. Se si dovesse valutare dunque questa questione il problema non è nemmeno se ci sarà una maggioranza, ma semplicemente se esisterà un'opinione contraria. Nella migliore delle ipotesi non ci sarà nemmeno bisogno di una consultazione popolare. La proposta è destinata ad andare in porto di fatto salutata come una vera e propria marcia trionfale. Significativamente nessuno parla, o almeno non chi in questi giorni ha proclamato come proprio obiettivo la riduzione dei parlamentari, di modificare il modello elettorale, ovvero la composizione delle liste. Non è un caso. Qual è la condizione oggi del Parlamento? Stando alle dichiarazioni di tutti, prima di tutto del legislatore che è il responsabile di ciò che viene denominata una porcata - ovvero il senatore leghista Roberto Calderoli, attuale ministro per la Semplificazione (a dimostrazione che quando uno sbaglia, in Italia si viene premiati) noi oggi ci troviamo ad aver inviato in Parlamento non delle persone scelte dagli elettori, ma dalle segreterie dei partiti, ovvero persone che - ammesso sia vera l'analisi secondo cui le forze politiche, come oligarchie, decidono in poche stanze - sono nella condizione di servi, più prosaicamente si potrebbe dire delle figure prive di una propria autonomia. Sempre ammesso che l'immagine corretta sia questa, è evidente che decidere di fare a meno di questa forza non significa liberare la politica di un peso, ma significa lasciare sguarnite le prime file della politica da una quantità consistente di truppe che garantiscono consensi tra il centro e la periferia, svolgono mansioni e forniscono servizi per i quali ricevono soldi che non dipendono dalle direzioni politiche ma che sono a carico della spesa pubblica. È pensabile che quelle stesse persone spariscano dallo scenario attuale, ma è plausibile che quel servizio che oggi non costa, domani sia trasformato in un costo direttamente sostenuto dalle forze politiche? È lo stesso problema di chi chiede l'abolizione delle Province, ma non lo realizza. Esattamente perché il problema è il costo di un ceto politico. È pensabile che quel costo domani sia sostenuto da qualcun altro? E se sì, con quali patti di garanzia e dunque esercitando quale potere di controllo? È allora così incomprensibile perché non si parli anche di riforma elettorale? E in ogni caso se ne parli con tempi di realizzazione infiniti? In questo scenario ridurre il numero parlamentari, un obiettivo da non scartare, viene dopo una riforma elettorale che restituisca il potere di decisione ai cittadini. 26/05/2009
( da "Tempi" del 27-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Un centinaio di domande Arriva dal Movimento sociale, fa il presidente della Camera, sogna una destra che non si chiami "destra", ma che sia comunque "nuova". Chi è Gianfranco Fini? Cosa fa? Dove va? E soprattutto: dovunque vada, troverà posto? di Emanuele Boffi Il quotidiano Repubblica ha posto dieci domande al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Per non essere da meno, Tempi rivolge cento domande esagerati! al presidente della Camera Gianfranco Fini. Diversamente dal giornale di Largo Fochetti, nessun quesito ha risvolti pruriginosi, ma solo qualche lieve curiosità aneddotica s'intrufola in una lista, sostanzialmente, politica. Come dice e scrive Giuliano Ferrara, la "conversione" di Fini è interessante. Tutte le conversioni sono interessanti, perché sono uno shock rispetto a un ordine prestabilito, a un già saputo, a una tradizione. Però ogni cambio di rotta necessita di uno sforzo di spiegazione, di narrazione, di motivazione e questo vale per tutti, che si sia laicisti o bapapile. Si parla molto durante la vita e si prende posizione via via che la vita ci interroga. I motivi per cui si sostiene qualcosa possono essere rintracciati nel vissuto, nel pregresso, nella storia. Ma se si contraddice quel che si sosteneva fino al giorno prima, sarà pur necessario spiegare lo scarto, o no? Tempi non crede che Fini sia diventato "di" sinistra, però un po' "de" sinistra lo è diventato. 1. O no? 2. Gianfranco Fini, nato a Bologna il 3 gennaio 1952, è tifoso del Bologna? 3. Lei ha partecipato alla festa dei venticinque anni di Vola Lazio vola, inno della squadra, con i tifosi e il presidente Claudio Lotito all'Auditorium di Roma in data 26 marzo 2009. Quindi tifa Lazio? 4. Spesso le sue parole collimano con quelle del presidente Giorgio Napolitano. Daniela Santanchè ha detto che lei mira a «salire al Quirinale». Solo cattiverie? 5. Lei rifiuta di definire il Pdl un partito di destra. Se non è di destra, di che cos'è? 6. Di centro? 7. Di sinistra? 8. Ha detto che il Pdl deve essere un partito arioso e plurale? 9. Cosa significa «arioso e plurale»? 10. E a chi si dovrebbe contrapporre? 11. Al Pam, Partito asfittico e monolitico? 12. Giornali. Titolo in prima pagina dell'Unità del 19 maggio: "Fini: no a leggi orientate dalla fede. La destra lo attacca". Unità, Fini, destra. Dov'è l'errore? 13. Eugenio Scalfari, commentando il suo intervento al congresso del Pdl ("Meno male che Fini c'è"), l'ha chiamata «"compagno" Fini». Compagno? 14. Il Giornale, 19 maggio, pagina 1: «"Terrò il tema dell'immigrazione fuori dalla campagna elettorale", ha annunciato Fini. Dunque, il presidente della Camera farà campagna elettorale. Non ha specificato per chi». Si sente attaccato dai giornali berlusconiani? 15. Giorgio Bocca ha scritto sul Venerdì di Repubblica che tra lei e Berlusconi c'è un «gioco (collaudato) delle coppie». Siete d'accordo a non essere d'accordo? 16. Filippo Ceccarelli su Repubblica si è chiesto a quale tipo di destra lei miri. «Destra dei diritti?». 17. «Destra Repubblicana?». 18. «Destra sarkozista?». 19. «Destra costituzionale?». 20. «Destra riformista?». 21. E poi ha concluso: «Una destra, insomma, vattelapesca». A quale fra queste pensa? 22. Angelo Panebianco sul Corriere della Sera ("Il paradosso del nuovo Fini") si è chiesto se le sue svolte le porteranno voti. Le porteranno voti? 23. Si legge sui giornali che lei ha sostituito i suoi storici e fedelissimi colonnelli La Russa, Gasparri, Matteoli con parlamentari provenienti da An quali Perina, De Angelis, Granata, Bongiorno, Moffa, Frassinetti, Malgeri, Raisi, Lo Presti, Laboccetta. Vero? 24. È vero che concorda con loro la presentazione di emendamenti o iniziative in linea con i suoi ultimi pronunciamenti in materia di diritti civili, questioni bioetiche, immigrazione? 25. Uno di loro, Granata, ha detto: «Noi siamo la sinistra del Pdl». Lei è il capo della sinistra del Pdl? 26. Lei è un grande fumatore, e questo le fa onore. Avrà mai una conversione salutista? 27. Nel suo ultimo libro, Il revisionista, Giampaolo Pansa scrive che lei fu infastidito dal successo del suo Il sangue dei vinti. È vero? 28. Sempre ne Il Revisionista Pansa, ricordando la sua condanna della Repubblica sociale di Salò, dice che il suo gesto è stato «coraggioso», ma «non preceduto da alcun confronto all'interno del partito». È vero? 29. Secondo Pansa lei si è comportato come i comunisti dopo il 1989: «Devo fare un nome per tutti? Veltroni. Lui giurava addirittura di non essere mai stato comunista». Lei è come Veltroni? 30. Sempre Pansa ha detto che se Veltroni è stato l'uomo del "ma, anche", lei è l'uomo del "sì, però". Come risponde? 31. Dice ancora Pansa che «i militanti in An non hanno smesso di pensarla come la pensavano prima di Fiuggi». È vero? 32. Se non devono pensarla più «come prima di Fiuggi», come devono pensarla? 33. Lei ha incontrato le associazioni del mondo omosessuale: Arcigay, Circolo Mieli, Arcilesbica, Gay Project e Gaylib. «Quelle omosessuali ha detto sono tendenze affettive che vanno protette». L'Arcigay protegge gli omosessuali da cosa? 34. Pagella scolastica dell'alunno Fini Gianfranco, anno scolastico 1966-67, V ginnasio, Liceo ginnasio L. Calvani, Bologna: Italiano: 5. Latino: 5. Greco: 4. Francese: 4. Esami di settembre: assente. Bocciato. Però l'anno seguente tutti 7 e 8 all'istituto magistrale Laura Bassi e l'esonero totale dalle tasse scolastiche per merito. Che accadde? 35. Come motiva la sua "conversione" scolastica? 36. Lei ha detto che la legge sul testamento biologico preparata dal Pdl è «una legge che impone un precetto. È più da Stato etico che da Stato laico». 37. Qual è l'unico Stato etico conosciuto dalla storia italiana? 38. Lo Stato fascista? 39. Sandro Bondi ha detto che il Pdl è nato nel consiglio dei ministri in cui si è deciso di intervenire sul caso Englaro. Lei non c'era. Lei non c'entra con la nascita del Pdl? 40. A proposito del caso Englaro lei ha detto di «non avere certezze né religiose né scientifiche, ma solo dubbi uno su tutti: qual è e dov'è il confine tra un essere vivente e un vegetale?». In caso di dubbio, quindi, non sarebbe meglio applicare il principio di precauzione? 41. Oppure Eluana era un vegetale? 42. Se era un vegetale perché la mattina in cui è stata trasferita dall'ospedale di Lecco, dove era curata dalle suore Misericordine, alla Quiete di Udine ha tossito? 43. I vegetali tossiscono? 44. Poiché le suore hanno dato la loro disponibilità a curarla, perché non lasciarla loro? 45. è stato meglio affidarla ai medici che l'hanno uccisa? 46. Giusto che i giudici abbiano ricostruito la sua volontà in base a testimonianze non attuali? 47. Giusto che i giudici abbiano ricostruito la sua volontà scartando le testimonianze di chi giurava sulla sua volontà di vivere? 48. Lei ha dichiarato che «solo i genitori di Eluana hanno il diritto di fornire una risposta sulla vita della figlia». Lasciar morire di fame e sete è un diritto? 49. Non dare da bere è un diritto? 50. Non dare da mangiare è un diritto? 51. Il politologo Alessandro Campi, considerato a lei vicino, ha detto a Liberazione (21 marzo) che «prima dello sdoganamento di Berlusconi, l'unico interlocutore del Msi fu Marco Pannella. Se oggi Fini riscopre quelle suggestioni lo fa anche nel solco di quel dialogo». Conferma? 52. La Fondazione Farefuturo di cui lei è presidente ha scritto a proposito del recente digiuno di Pannella che «siamo tutti figli dei suoi digiuni». Tutti? 53. Figli? 54. Grazia Francescato, portavoce dei Verdi, ha detto che lei sulla questione degli immigrati «è più a sinistra di Rutelli e Fassino». Condivide? 55. Lei ha dichiarato che la legge sull'immigrazione Bossi-Fini «ha bisogno di alcuni correttivi». L'opposizione ha preso la palla al balzo e ha detto che «la legge Bossi-Fini non funziona». La Bossi-Fini non funziona? 56. Lei ha detto che occorre «tutelare il diritto d'asilo» durante i respingimenti. Ha letto la dichiarazione al Messaggero dell'ambasciatore libico Hafed Gaddur: «La richiesta d'asilo è diventata una scusa. Perché un uomo che ha diritto allo status di rifugiato dovrebbe imbarcarsi su un gommone e rischiare la vita in mare se può presentarsi all'ambasciata italiana a Tripoli e chiedere asilo?». 57. Ha scritto Avvenire: «Pare proprio che la risposta migliore all'auspicio di Gianfranco Fini per leggi "non orientate da precetti di tipo religioso", l'abbia data il suo omonimo, presidente della Camera, che appena tre mesi fa ebbe ad auspicare "una laicità non certo aggressiva nei confronti della religione, aliena da degenerazioni laiciste ed anticlericali, aperta al riconoscimento del ruolo attivo e positivo della Chiesa nella società italiana. Una laicità dello Stato che deve però tenere conto che viviamo in un Paese la cui storia è inestricabilmente intrecciata alla vicenda del cristianesimo e della Chiesa romana, perché si possa minimamente immaginare un reciproco disinteresse" (G. Fini, Lettera a La Repubblica, 19/2/2009). L'auspicio è che i due si parlino». Si sono parlati? 58. «Il parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso», non è un'ovvietà? 59. Paolo Flores D'Arcais commentando la sua frase ha scritto sulla Stampa: «È un'ovvietà in democrazia, ma non in teocrazia». Viviamo in una teocrazia? 60. Quali sono oggi in Italia le leggi orientate da precetti religiosi? 61. Ne può citare almeno una? 62. Oppure dobbiamo pensare che il reato di assassinio è orientato dal precetto "non uccidere"? 63. Ma le leggi non nascono forse il parlamento? 64. Altrimenti il parlamento che ci sta a fare? 65. O forse voleva dire che il parlamento, di cui lei è massima carica, fa leggi vaticane? 66. Quindi lei presiede un'assemblea eletta dai cittadini italiani che lavora per il Vaticano? 67. Sulla legge sul testamento biologico lei ha detto che è «una cattiva legge che lede i diritti di libertà». Quali diritti? 68. Quelli di non poter rifiutare idratazione e nutrizione? 69. Si è liberi di suicidarsi, ma esiste un diritto al suicidio? 70. Se l'Italia fa una legge in cui ci si può suicidare per diritto, significa che questa legge non è orientata religiosamente? 71. La legge 40 sulla fecondazione assistita che lei sostenne e votò, è orientata in senso religioso? 72. Lei ha votato, promosso, sostenuto una legge orientata in senso religioso? 73. Se una legge non piace si può chiedere un referendum per abrogarla. Lei, infatti, al referendum sulla legge 40, votò tre sì. Il referendum ebbe il 75 per cento di astensione. Significa che al 75 per cento degli italiani non interessa se abbiamo leggi orientate religiosamente? 74. Se la legge 40 è una legge «orientata religiosamente», perché la Chiesa non ammette la fecondazione assistita? 75. La Chiesa fa leggi contro se stessa? 76. Oppure la Chiesa è capace di orientare le leggi, ma non quelle «orientate religiosamente?». 77. Ricorda chi scrisse questa frase: «La proposta di legge sulla procreazione assistita (...) rappresenterà il segno concreto che la politica non rinuncia ad assumere le sue responsabilità sui dati fondamentali della vita sociale e civile»? 78. Ricorda chi scrisse questa frase: «Alleanza nazionale è una forza politica il cui orizzonte di principio coincide con i cardini essenziali del diritto naturale»? 79. Ricorda chi scrisse che «la Destra (in maiuscolo nel testo, ndr) italiana continuerà a lavorare (...) per una legge che non assecondi acriticamente l'avanzamento della tecnica, ma aiuti in concreto la donna e l'uomo che soffrono, nel rispetto del nascituro»? 80. Ricorda che tutte le suddette frasi comparvero sull'Avvenire il 21 luglio 1998 a firma Gianfranco Fini? 81. Il 2 febbraio 1999, giorno in cui alla Camera iniziava l'esame sulla legge, comparve sul Corriere della Sera un articolo: «Questa posizione non deriva da suggestioni confessionali, dal momento che non è la fede ma la natura che affida a un atto personale e cosciente la trasmissione della vita». Chi lo scrisse? 82. Si leggeva inoltre: «Ciò non significa discriminare le convivenze: significa che la convivenza non si può equiparare in tutto e per tutto alla famiglia, così come è descritta dalla costituzione». Chi lo scrisse? 83. Si leggeva ancora: «Va tutelata la vita umana sin dal concepimento, impedendo la distruzione degli embrioni». Chi lo scrisse? 84. Si leggeva da ultimo: «È noto che così cesserebbero gli affari multimiliardari di chi finora ha approfittato del Far West della biogenetica». Chi lo scrisse? 85. Quell'articolo era titolato: "Una lettera di Fini"? 86. In data 31 maggio 1999 fu pubblicato sul Corriere della Sera un articolo sulla legge sulla fecondazione assistita in cui si leggeva: «Chi ha votato a favore del testo non lo ha fatto per ragioni confessionali». Chi lo scrisse? 87. Si leggeva inoltre: «Non è un dogma di fede, bensì una constatazione scientifica che la vita umana, unica, indivisibile e irripetibile, esiste a partire dal concepimento». Chi lo scrisse? 88. Si leggeva di seguito: «Negare l'umanità del concepito non significa essere laici: vuol dire chiudere gli occhi di fronte alla realtà; peggio: equivale ad aprire la porta al nuovo totalitarismo». Chi lo scrisse? 89. Si leggeva infine: «Quando si consente la crioconservazione e la distruzione degli embrioni soprannumerari, (...) è possibile, in nome del compromesso, cedere sulla vita anche di un solo essere umano?». Chi lo scrisse? 90. L'autore, Gianfranco Fini, basava i suoi ragionamenti su dogmi di tipo etico-religioso? 91. La Fondazione Farefuturo, di cui lei è presidente, a proposito delle possibili candidature di veline nelle liste del Pdl ha espresso forti perplessità. Ha scritto Sofia Ventura: «La cooptazione di giovani, talvolta giovanissime, signore di indubbia avvenenza ma con un backgound che difficilmente può giustificare la loro presenza in un'assemblea elettiva come la Camera dei deputati o anche ruoli di maggior responsabilità non è il modo per risolvere il problema della presenza femminile nei luoghi della politica». Nelle elezioni Europee 2004 nella circoscrizione Sud e Isole fu candidata nelle liste di An la cantante Marcella Bella. La signora Bella aveva il giusto background per giustificare la sua presenza sugli scranni del parlamento europeo di Strasburgo? 92. Ha scritto Ventura: «Siamo di fronte ad un modo di fare politica con il corpo delle donne». Alle Europee 2004, fu candidata da An nella circoscrizione centro Solvi Stubing, mai dimenticata protagonista del carosello "Chiamami Peroni, sarò la tua birra". In quel caso fu fatta politica col corpo delle donne? 93. Solvi Stubing aveva l'adeguato background per giustificare la sua presenza sugli scranni del parlamento europeo di Strasburgo? 94. Ha scritto Ventura: «Questo uso strumentale del corpo femminile denota uno scarso rispetto di quanti hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il loro lavoro, dall'altro per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima». Alle Europee 2004, fu candidata da An nella circoscrizione centro la showgirl Clarissa Burt, da poco reduce dal reality La Talpa. In quel caso An fece un uso strumentale del corpo femminile? 95. In quel caso fu fatta politica col corpo delle donne? 96. La partecipazione alla Talpa costituisce un adeguato background per affrontare gli scranni del parlamento di Strasburgo? 97. Lei ha detto a proposito dell'articolo di Fare Futuro che proponeva «valutazioni comprensibili, ma eccessive e pertanto non totalmente condivisibili». Quali quelle condivisibili? 98. Perdoni la curiosità: ci dice perché indossa spesso una cravatta rosa? 99. Il rosa è un rosso attenuato. È un messaggio subliminale? 100. Risponde?
( da "Avvenire" del 27-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
CRONACA 27-05-2009 Camere «ridotte»: è scontro aperto Il Senato boccia richiesta del Pd di mettere all'ordine del giorno d'urgenza il disegno di legge sulla riduzione dei parlamentari. Pdl attacca: nel 2006 impediste i tagli DA ROMA MASSIMO CHIARI « N o in 'capigruppo' non c'è stata nessuna intesa..». Le divisioni tra maggioranza e opposizione sono profonde e Nicola Latorre sospira prima di spiegare che cosa non va giù al Pd: «Noi vogliamo che il disegno di legge sulla riduzione del numero dei parlamentari sia calendarizzato immediatamente... E abbiamo deciso di votare contro il calendario perchè non ci accontentiamo di generiche sollecitazioni». La Conferenza dei capigruppo del Senato si è appena chiusa con la bocciatura da parte dell'Aula del Senato (con i voti contrari della maggioranza) della calendarizzazione in tempi rapidi, nella settimana dal 9 all'11 giugno, chiesta dal Pd. Anna Finocchiaro non nasconde il disappunto e attacca: «Abbiamo scoperto i trucchi di Harry Potter-Berlusconi. E sia chiaro: porteremo la questione del taglio dei parlamentari ad ogni capigruppo e ci alzeremo in Aula a denunciare questo fatto finchè non sarà calendarizzato il provvedimento». Si guarda il calendario e si riflette sulla scelta di mettere la questione riduzione al centro dei lavori della prossima Conferenza già fissata per martedì 9 giugno. Intanto, il presidente della Camera Gianfranco Fini rivela il capogruppo Pd Antonello Soro «si è riservato di concordare con il presidente del Senato l'attribuzione di questa riforma a una o all'altra Camera ». La polemica divampa. Dario Franceschini incontra i capigruppo di Se- nato e Camera Anna Finocchiaro e Antonello Soro e avverte: «Siamo pronti a discutere e approvare da domani la proposta del Pd, che è del 29 aprile 2008 ma che riproponiamo oggi, che prevede una riforma costituzionale con una sola Camera a fare le leggi, una riduzione a 500 e il Senato federale... ». Poi il secondo affondo: «Subito in Aula! Ci sono voluti tre giorni per approvare il lodo Alfano, vediamo se sono disposti a far seguire fatti e non parole su questo tema. Noi siamo pronti a tutte le corsie preferenziali». Lo scontro cresce. In serata viene diffusa una nota dei capigruppo del Pdl Gasparri e Cicchitto che respinge le tesi del Pd: «Tutti gli italiani ricordano che nel 2006 la sinistra, con il referendum, bocciò una riforma della Costituzione voluta dal centrodestra che riduceva drasticamente il numero dei deputati e dei senatori. Ora noi proseguiremo in quella giusta battaglia sia con iniziative parlamentari che con iniziative di legge popolari». Parlano tutti e tutti ripetono di essere pronti a impegnarsi per ridurre il numero dei parlamentari. L'Idv presenta due proposte di legge, una costituzionale e una ordinaria, per ridurre il numero dei deputati da 615 a 300 unità, e il numero di senatori da 315 a 150 unità. Poi la Lega con il capogruppo Cota che ricorda la coerenza del centrodestra e attacca le opposizioni: «Noi abbiamo sempre sostenuto la riduzione del numero dei parlamentari, la sinistra ha votato contro questa proposta in occasione del referendum». Ma Franceschini non molla: «Il presidente del Consiglio ha ricominciato ad usare le armi di distrazione di massa per parlare d'altro... La riduzione del numero dei parlamentari è un tema serio e un partito con una solida maggioranza in Parlamento annuncia di non essere in grado di farlo affrontando una riforma costituzionale ma raccoglie firme, casualmente negli ultimi 10 giorni di campagna elettorale».
( da "AprileOnline.info" del 27-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
D'Alema: Sfidiamo Berlusconi sui problemi reali Frida Roy, 27 maggio 2009, 15:43 Politica "Disoccupazione, cassa integrazione, crisi economica. è qui il punto vero su cui spostare il punto del contrasto politico". Su Repubblica Tv intervista a tutto campo al presidente della Fondazione ItalianiEuropei. Dai casi "Noemi" e "Mills" alle alleanze dell'opposizione, al referendum e al futuro congresso del Pd. Tranchant sull'annuncio del presidente del Consiglio di raccogliere le firme per una proposta di legge per ridurre il numero dei parlamentari: "una doppia pagliacciata, un'azione populista da agitatore e capopolo", che poi non si traduce nei fatti: "Il capo del governo, non raccoglie le firme, la legge la fa e basta - osserva -. E ieri al Senato c'è stato il momento della verità, quando la questione è stata messa all'ordine del giorno e la maggioranza ha votato contro" "Sinceramente non mi interessa tradurre tutto in termini elettorali, non so nemmeno bene quanto di questa vicenda sia arrivato al grande pubblico". Così Massimo D'Alema in una intervista a Repubblica Tv -, liquida la domanda, se la vicenda di Noemi Letizia influirà sul voto del 6 e 7 giugno. Tuttavia per D'Alema la vicenda "ha indubbiamente una rilevanza pubblica", perché "riguarda la credibilità di una persona che ha in mano le sorti del Paese e riguarda il leader della destra che, non di rado, si è presentata come portatrice dei valori tradizionali della patria e della famiglia. Noi siamo oggi - ha continuato D'Alema - di fronte a un desolante rovesciamento. Siamo di fronte a una classe dirigente che con la forza delle legge ci vuole perfino imporre come curarci o come dobbiamo morire e, invece, nei propri atteggiamenti personali offre dei comportamenti degradanti, che certamente ha poco a che fare - conclude il parlamentare del Pd - con i valori condivisi dalla maggioranza degli italiani". Sul caso Mills D'Alema ha criticato la decisione di Di Pietro di presentare una mozione di sfiducia a Berlusconi: "Che senso ha alla vigilia delle elezioni provocare con una mozione di sfiducia un dibattito parlamentare. Che cosa si ottiene? - si chiede D'Alema -. La conclusione è che la maggioranza compatta vota Berlusconi". "Il cuore della campagna elettorale non può non essere ciò di cui Berlusconi non si occupa: disoccupazione, cassa integrazione, crisi economica. è qui il punto vero su cui spostare il punto del contrasto politico. E su questo terreno che una grande forza di opposizione lo deve sfidare. Altrimenti - continua il presidente della Fondazione ItalianiEuropei - tutto si riduce a uno scontro di religione attorno alla persona di Berlusconi, invece di grande confronto sui problemi del paese". Riduzione dei parlamentari. D'Alema definisce poi "un imbroglio gigantesco, una manovra diversiva per distrarre l'opinione pubblica dalle vicende che lo riguardano" l'annuncio del presidente del Consiglio di raccogliere le firme per una proposta di legge per ridurre il numero dei parlamentari. "Noi abbiamo presentato una proposta di legge - ricorda D'Alema -, risultato del lavoro fatto la scorsa legislatura da Violante, che prevede il dimezzamento del numero dei parlamentari E abbiamo proposto da tempo di differenziare le funzioni di Camera e Senato. è stupefacente essere impegnati in un dibattito surreale in cui il capo del governo pensa di fare una cosa che l'opposizione propone da un anno". Per D'Alema, pensare a una proposta di legge di iniziativa popolare è, "una doppia pagliacciata, un'azione populista da agitatore e capopolo", che poi non si traduce nei fatti: "Il capo del governo, non raccoglie le firme, la legge la fa e basta - osserva D'Alema -. E ieri al Senato c'è stato il momento della verità, quando la questione è stata messa all'ordine del giorno e la maggioranza ha votato contro". Referendum. Intervistato da Repubblica Tv il presidente di ItalianiEuropei ha confermato la sua decisione di votare "sì" al referendum sulla legge elettorale: "il referendum è un tema che riguarda un target molto ristretto: durante questa campagna elettorale nessun cittadino mi ha chiesto del referendum". Detto questo, "certo, il referendum non risolve il problema, ma siccome sono contrario all'attuale legge, mi sembra coerente votare sì. Ma il sì ha senso se si accompagna a una riforma elettorale", perciò "secondo me il Pd dovrebbe proporre una riforma per dare al sì un significato propositivo. Per me, la riforma elettorale utile al nostro Paese è di tipo tedesco, per di più è un sistema condiviso da molti, dall'Udc, dalla Lega, da tutte le forze politiche tranne Berlusconi". Alleanze. "Sarebbe arrogante mettersi a fare unilateralmente la lista dei buoni e dei cattivi con cui allearsi o meno. Il nostro compito è unire nella misura più ampia le forze che stanno all'opposizione del governo Berlusconi e farlo sulla base dei contenuti e del progetto politico". Parlando del tema della alleanze Massimo D'Alema, osserva che in Parlamento "il 90 per cento delle volte il Pd vota assieme all'Udc e facciamo battaglie politiche importanti insieme. Se poi maturerà una convergenza programmatica in futuro faremo anche alleanze di governo". L'importante, sottolinea, è riconoscere "che non siamo autosufficienti". Per questo, l'autosufficienza ricercata dall'ex segretario Veltroni "mi sembra una mossa un po' azzardata che rischia solo di fare il gioco dei nostri avversari". Quanto infine all'Idv, D'Alema ricorda di non aver mai detto "che non dobbiamo collaborare con Di Pietro. Io sono molto critico verso alcuni suoi atteggiamenti arroganti e aggressivi nei nostri confronti, ma a livello locale abbiamo fatto molte alleanze". E chiude: "Di Pietro è talmente tanto antiberlusconiano che in certi comportamenti finisce per somigliargli". Quanto alle vicende del Pd, D'Alema ha detto di non avere alcuna intenzione di candidarsi alla guida del partito: "Non rientra nei miei progetti candidarmi alla guida del Pd. Prima di lanciarci in una legittima competizione tra le persone dobbiamo avviare una seria discussione. Non siamo nel momento in cui dobbiamo decidere il candidato che si opporrà a Berlusconi. Questo avverrà tra qualche anno. Ora noi dobbiamo rilanciare il progetto del Pd su basi culturali e pratiche più robuste". D'Alema ha poi detto di aver "molto apprezzato la discesa in campo di Bersani" per la segreteria del partito al prossimo congresso, "anche perché noi non potevamo dare in alcun modo la sensazione che la sinistra italiana, la sua storia e le personalità che la rappresentano nel partito, si mettessero in disparte". Per D'Alema comunque dovrà "essere ricostruito un gruppo dirigente reale, perché c'è una certa discrasia tra il gruppo dirigente percepito come tale dalla società italiana e quello che effettivamente è il gruppo dirigente".
( da "Repubblica.it" del 27-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Definisce Berlusconi "un capopopolo, un uomo che si ritiene al di sopra della legge e della morale, senza riuscire a governare il Paese". Massimo D'Alema, ospite degli studi di Repubblica tv, rinvia ai prossimi mesi il dibattito sul congresso d'ottobre, la sfida interna al partito democratico. E attacca il premier, a partire dalle vicende che intrecciano piano pubblico e privato. Caso Noemi. "Questa vicenda riguarda l'affidabilità di una persona cui sono affidate le sorti del paese", dice D'Alema, "riguarda l'etica condivisa degli italiani, il leader di una destra che non di rado si è presentata come portatrice dei valori tradizionali come la patria, la famiglia. Oggi abbiamo una classe dirigente che, con la forza della legge, ci vuole persino imporre come curarci, come morire. E con i suoi comportamenti invece offre uno spettacolo degradante che certamente ha poco a che fare con i valori condivisi della maggioranza degli italiani". D'Alema non si fa illusioni sulle ripercussioni elettorali di questo caso. "Non so neppure", dice, " quanto di questa storia sia arrivata al grande pubblico perché certamente sul sistema dell'informazione agisce una pesante censura". Quanto all'atteggiamento della Chiesa, che ha trattato questo caso come una vicenda personale, D'Alema commenta:" La Chiesa vive un momento delicato, molti vescovi italiani - soprattutto le gerarchie più alte - non hanno nascosto di guardare con qualche simpatia a questa destra e forse adesso c'è anche un po' di imbarazzo in una parte del mondo cattolico". OAS_RICH('Middle'); Caso Mills. Molti ascoltatori rimproverano al Partito democratico di essere troppo soft sulla vicenda. Perché non appoggiare la richiesta di sfiducia, nei confronti del premier, proposta da Di Pietro? "Io capisco", dice D'Alema, "che i comportamenti di Berlusconi finiscono con l'esacerbare una parte dell'elettorato di centrosinistra". "Certo, aggiunge, "la sentenza Mills mette in evidenza un certo modo di gestire gli affari, un disprezzo della legge. Al di là della corruzione, il solo fatto che il presidente del Consiglio abbia le società off-shore dovrebbe suscitare indignazione. Ma che senso ha, alla vigilia delle elezioni, provocare con una mozione di sfiducia un dibattito parlamentare? La maggioranza voterà compatta per Berlusconi e su questo titoleranno i giornali il giorno dopo". Strategia dell'opposizione. "Il punto vero su cui spostare il fuoco del confronto politico", dice D'Alema," è che il premier è tutto affaccendato nelle cose sue, mentre il Paese vive una crisi drammatica. E lui dice che bisogna stare allegri. "Il consenso di Berlusconi è abbastanza ampio, ma non esagererei. Stando ai sondaggi, una parte dell'elettorato, il 47 forse il 48 per cento di chi intende andare alle urne, voterà per lui. Ma non ci sarà non uno sfondamento elettorale. Un'altra metà, un po' più del 47 per cento, dichiara che voterà per i partiti di opposizione. E poi c'è un italiano su tre che sta a guardare, che non ha ancora deciso. Quindi non è vero che gli italiani stanno con Berlusconi, come dice lui". Riduzione dei parlamentari. Sulla battaglia di Berlusconi per tagliare i seggi parlamentari con una legge di iniziativa popolare, D'Alema è durissimo. "E' un gigantesco imbroglio del premier, una manovra diversiva di Berlusconi per distrarre l'opinione pubblica da vicende che lo imbarazzano. Si tratta di un tema condiviso quindi, se davvero si vogliono attuare le riforme, si fanno. Non si raccolgono le firme. Siamo impegnati in un dibattito che in un Paese democratico verrebbe considerato surreale. Vi immaginate la Merkel che dice 'raccolgo le firme'?". Poi D'Alema aggiunge: "Ieri c'è stato il momento della verità, quando il Pd al Senato ha chiesto di mettere all'ordine del giorno dei lavori questa riforma e la maggioranza di governo ha votato contro. Assistiamo quindi a una doppia pagliacciata e basta questo per dire che siamo governati da una comitiva ridicola". Referendum. "Quando Di Pietro raccoglieva le firme per il referendum", dice l'ex premier, "io dissi che bisognava fare attenzione perché un referendum abrogativo non è in grado di darci una buona legge elettorale. Ma oggi voterò sì. Una posizione diversa potrebbe apparire una difesa della attuale legge che è pessima. Poi, secondo me, il partito democratico dovrebbe proporre una riforma elettorale di tipo tedesco, un'ipotesi ampiamente condivisa: sono favorevoli l'Udc, una parte della Lega, solo Berlusconi è ostile". Alleanze. "Io ritengo", dice D'Alema, "che il compito del principale partito di opposizione sia collaborare con tutte le forze che si oppongono a Berlusconi". In primo luogo con l'Udc? "Osservo", risponde l'ex premier, "che il più delle volte - nel 90 per cento dei casi - in Parlamento votiamo con l'Udc. Al momento contrastiamo insieme le scelte che riteniamo sbagliate del governo e poi, se maturerà un'intesa politico-programmatica, penseremo ad alleanze". E' la fine dell'autosufficienza veltroniana?" Se avessimo il 51 per cento dei voti, potremmo dichiararci autosufficienti", dice D'Alema, "non essendolo mi sembra una mossa azzardata che rischia il gioco dei nostri avversari". E il rapporto con Rifondazione è ormai archiviato? "Ho sempre fatto uno sforzo perché la sinistra fosse unita, ma Rifondazione in molti casi ha dimostrato di non essere all'altezza. Durante il governo Prodi arrivò a organizzare manifestazioni di protesta, anche quando non votava contro. Quest'eccesso di litigiosità ha minato la credibilità del centrosinistra ed ha aperto la strada alla sconfitta elettorale". E Di Pietro? "In moltissime parti alle amministrative stiamo insieme, ma io sono molto critico verso la sua aggressività nei confronti del nostro partito. Di Pietro è talmente antiberlusconiano che in certi atteggiamenti gli somiglia". Congresso Pd. "Non rientra nei miei programmi candidarmi per fare il leader del Pd", dice D'Alema. "Ho molto apprezzato la discesa in campo di Bersani, anche perché non potevamo dare l'impressione che la sinistra italiana si mettesse da parte. Ma ora non parlo di candidature. I congressi si fanno durante le stagioni congressuali. Ora bisogna solo arginare Berlusconi e rilanciare il progetto del Partito democratico, anche su basi organizzative, perché questo progetto secondo me è piuttosto incerto". Ma quale sarà il miglior risultato per il Pd alle europee? D'Alema non intende sbilanciarsi. "Sarà certamente molto buono il risultato che otterremo". (27 maggio 2009
( da "Secolo XIX, Il" del 28-05-2009)
Argomenti: Esempi esteri
Svolta Bce: il presidente avrà poteri di vigilanza sulle banche via libera di bruxelles Obiettivo: prevenire le crisi e regolamentare la finanza. Germania e Gran Bretagna contrarie: «È un sistema troppo invasivo» 28/05/2009 bruxelles. Sarà il presidente della Banca centrale europea (Bce) a guidare il nuovo organismo Ue che avrà il compito di vigilare affinché non si ripetano più crisi come quella scoppiata lo scorso autunno. È uno dei punti fermi del progetto di riforma del sistema di sorveglianza europeo su banche, assicurazioni e mercati finanziari varato ieri dalla Commissione europea. L'esecutivo Ue punta ad accelerare il cammino della riforma - l'obiettivo di Bruxelles è di riuscire ad applicarla entro il 2010 rispetto al 2012 inizialmente prospettato dal gruppo di esperti guidato da Jacques de Larosiere - raccogliendo già dal prossimo vertice Ue, in programma il 18 e 19 giugno, un importante e "pesante" via libera politico. La nuova vigilanza poggerà su due pilastri. Il Consiglio per i rischi sistemici (Esrc), guidato dal presidente della Bce, avrà il compito di monitorare e prevenire l'insorgere di rischi macro-economici nel sistema finanziario europeo lanciando allarmi e adottando raccomandazioni indirizzate ai Paesi che si trovino in situazioni di pericolo. Il Sistema europeo dei supervisori finanziari (Esfs), sarà invece guidato dai vertici delle tre autorità europee che vigileranno su banche, assicurazioni e Borse valori e dovrà operare sul fronte micro-prudenziale. «È una riforma realistica ma ambiziosa», ha detto il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, presentando il progetto prima di essere interrotto da un nuovo allarme incendio - subito rientrato - che ha comunque causato la seconda evacuazione della sede dell'esecutivo Ue in 10 giorni. «È una svolta fondamentale», ha poi aggiunto il commissario responsabile degli affari economici e monetari, Joaquin Almunia, che insieme al titolare del mercato unico, Charlie McCreevy, ha proceduto alla stesura della riforma. Sebbene nessuno sia uscito ufficialmente allo scoperto, sul piano elaborato da Bruxelles si sarebbero però già formati due schieramenti. Chi, ad esempio in Germania e in Gran Bretagna, lo giudica troppo invasivo rispetto all'autonomia delle autorità di vigilanza nazionali (che però, oggettivamente, non hanno fatto una bella figura nel non saper prevedere la crisi) e alla libertà dei mercati. E chi invece - come la Bce - lo ritiene poco coraggioso rispetto alla lezione ricevuta. Per varare il nuovo sistema di vigilanza, il necessario consenso va trovato «ora o mai più», ha detto Barroso quasi a giustificare il compromesso raggiunto tra realismo e ambizioni nella stesura del nuovo sistema. E non è certo casuale il fatto che il progetto preveda, al massimo entro il 2013, una «approfondita analisi» dell'efficienza dei due pilastri del nuovo sistema, ovvero di Esrc e Esfs. 28/05/2009
( da "Repubblica, La" del 28-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Pagina 7 - Interni Il leader a Repubblica Tv: non so quanto di questa storia sia arrivata al grande pubblico D´Alema: uno spettacolo degradante ma la tv censura le sue contraddizioni Il nostro sistema dei media si è disabituato a fare domande pungenti a chi governa TIZIANA TESTA ROMA - Parla di censura sul caso Noemi. Scommette che non ci sarà alcuno "sfondamento elettorale di Berlusconi". Per Massimo D´Alema, ospite ieri di Repubblica tv, Silvio Berlusconi è «un capopopolo, un uomo che non riesce a governare il Paese e si ritiene al di sopra della legge e della morale». Onorevole D´Alema, crede che il caso Noemi avrà ripercussioni elettorali? «Non so quanto di questa storia sia arrivata al grande pubblico perché Berlusconi è riuscito a stendere una cortina fumogena. Sulla tv grava una pesante censura. E invece di questa vicenda bisogna parlare perché riguarda una persona cui sono affidate le sorti del Paese, il leader di una destra che si dice portatrice di valori tradizionali come patria e famiglia. Una classe dirigente che vuole imporci come dobbiamo morire e curarci ma con i suoi comportamenti offre uno spettacolo degradante. Questo caso riguarda l´etica condivisa degli italiani». E´ giusto diminuire il numero dei parlamentari come vuole fare il premier con una legge di iniziativa popolare? «è un gigantesco imbroglio, una manovra diversiva per distrarre l´opinione pubblica. E quando il Pd al Senato ha chiesto di mettere all´ordine del giorno questa riforma la maggioranza ha votato contro. E´ la prova che siamo governati da una comitiva ridicola». Perché il Pd non ha appoggiato Di Pietro sulla mozione di sfiducia? «L´ottica di Di Pietro è quella di sottrarre al Pd la parte più arrabbiata degli elettori. Ma che senso ha, alla vigilia delle elezioni, provocare un dibattito parlamentare con la mozione di sfiducia? La maggioranza voterebbe compatta con Berlusconi. Sarebbe un favore al premier. D´altra parte il nostro giudizio sulla sentenza Mills è fuori discussione. Al di là della corruzione, il fatto stesso che il presidente del Consiglio abbia delle società off-shore dovrebbe provocare indignazione». C´è chi considera anche il referendum elettorale un favore a Berlusconi. «Quando Di Pietro raccoglieva le firme, dissi che un referendum non è in grado di darci una buona legge elettorale. Ma oggi voterò sì: una posizione diversa apparirebbe una difesa della legge attuale, che è pessima. Poi, secondo me, il Pd dovrebbe proporre una riforma elettorale di tipo tedesco: sono favorevoli l´Udc, una parte della Lega, solo Berlusconi è ostile». Il Pd dovrà allearsi con l´Udc? «Il compito del principale partito di opposizione è collaborare con tutte le forze che si oppongono a Berlusconi. Il 90% delle volte il Pd vota assieme all´Udc. Se poi maturerà una convergenza sui programmi faremo anche alleanze di governo». E´ la fine dell´autosufficienza veltroniana? «Non avendo il 51%, l´autosufficienza mi sembra azzardata». Si candiderà alla segreteria? «Non rientra nei miei programmi. Certo ho molto apprezzato la discesa in campo di Bersani, perché non potevamo dare l´impressione che la sinistra italiana si mettesse da parte. Dobbiamo rilanciare il progetto del Pd, iniziato in modo incerto. E ricostituire un gruppo dirigente vero». E quale sarà il miglior risultato per il Pd alle europee? «Sarà certamente molto buono il risultato che otterremo».
( da "Repubblica, La" del 29-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Pagina 39 - Commenti UNA COSTITUZIONE SCRITTA PER LA GRAN BRETAGNA TIMOTHY GARTON ASH Bisogna che noi britannici facciamo in modo che questo nuovo afflato di rinnovamento politico non faccia la fine dell´ultimo. Si comincia con retoriche visioni di una nuova politica´, di potere alla gente´, abilmente confezionate per vincere le elezioni. Un volto nuovo al 10 di Downing St, l´alba di un nuovo giorno. La vita sorrideva quel primo maggio del 1997, quando Tony Blair divenne primo ministro. Poi a lungo andare, poco a poco, è sopravvenuta la disillusione del vedere che i nuovi capi si comportano come i vecchi, sfruttando tutti i poteri e i privilegi di un esecutivo troppo forte in uno stato troppo centralizzato. E´ bello che i leader britannici oggi facciano a gara nel proporre soluzioni radicali per riformare il sistema politico del paese. Ma solo fino all´altro ieri i conservatori di David Cameron erano totalmente concentrati sulla scalata al potere con mezzi neo-blairisti. Non era l´automobile da cambiare, solo il guidatore. Se si vuole che questa grande riforma sia effettiva e duratura la gran Bretagna ha bisogno di una costituzione scritta. Nella democrazia parlamentare britannica la via per questa rivoluzione molto british passa per il parlamento. Quindi noi elettori dobbiamo porre alla nuova generazione di candidati al parlamento una serie di istanze costituzionali. E dobbiamo sbrigarci. Soprattutto se il Labour farà cadere il suo leader attuale, Gordon Brown, a seguito di un magro risultato elettorale alle europee i primi di giugno e andrà alle elezioni politiche quest´anno con un nuovo leader, che potrebbe essere Alan Johnson, la campagna elettorale è alle porte. Ovviamente le riforme in sé richiederanno tempi più lunghi, è un progetto che si svilupperà probabilmente nell´arco di due mandati, ma non è troppo presto per esigere impegni precisi. Ho provato a buttar giù una lista di richieste da presentare ai candidati della mia circoscrizione elettorale, Oxford West e Abingdon. L´ho fatto da cittadino, non da esperto di diritto costituzionale. Correzioni e suggerimenti sono ben accetti. Senza dubbio ho lasciato fuori dei punti importanti, altri andrebbero approfonditi. Forse alcune iniziative civiche, alcuni gruppi su internet e fuori possono avere un ruolo di aggregazione , ma non c´è bisogno di arrivare a presentare liste di richieste identiche. Se gli aspiranti parlamentari saranno bombardati adeguatamente di istanze formulate sulla stessa falsariga il messaggio arriverà a destinazione. 1 Riforma elettorale è necessaria una maggior rappresentatività del parlamento. A quanto mi è dato di vedere la proposta più realistica in questa direzione viene dalla commissione presieduta dal defunto Roy Jenkins. Il governo la consultò per poi ignorarne i suggerimenti. Chiedo ai candidati se sono disposti a impegnarsi oggi in questa direzione. 2 Fissare il temine dei mandati parlamentari Siete pronti a garantire il vostro impegno a favore di mandati parlamentari a termine fisso? Per consentire ai governi di realizzare riforme serie , propongo un termine quinquennale. Ovviamente il parlamento deve avere facoltà di indire elezioni anticipate in caso l´attività di governo risulti bloccata o in altre circostanze ben precise. E già che ci siamo, perché non limitare ad un massimo di due mandati la carica di primo ministro? Se bastano per il presidente americano e se persino il partito comunista cinese ha fatto questa scelta, è un termine che dovrebbe andar bene anche per noi. Basta pensare al terzo mandato di Margaret Thatcher e Tony Blair per capire che troppi anni al potere sono un rischio. Come scandivano gli studenti a Parigi nel 1968: dix ans, ca suffit! 3 Forti Commissioni parlamentari indipendenti Da vent´anni a questa parte il nostro parlamento si è mosso in direzione di dare spazio a questo genere di commissioni che sono uno dei vanti del sistema americano. Le loro udienze, i loro rapporti, rientrano tra le migliori forme di controllo dello strapotere dell´esecutivo. L´importanza del loro ruolo verrebbe rafforzata se le cariche al loro interno fossero elettive e fossero dotate di più forti poteri di citazione. 4 Parlamentari a tempo pieno, meglio retribuiti Sarebbe opportuno garantire ai nostri parlamentari una miglior retribuzione, come avviene in gran parte delle democrazie avanzate, in modo che non debbano imbrogliare con i rimborsi spesa. In cambio i parlamentari dovrebbero considerare il loro incarico un lavoro a tempo pieno che lascia spazio solo a una minima attività esterna, rigidamente non conflittuale. Potremmo sperare così di avere di nuovo degli onorevoli´ in parlamento. 5 Riforma della Camera dei Lord Nell´assetto attuale la nostra seconda Camera è il più assurdo dei pasticci costituzionali, ma i Pari non eletti negli ultimi tempi si sono distinti come tutori delle nostre libertà. La Camera dei Lord è un assurdo che dice sempre cose molto sensate. Non penso che dovremmo puntare ad una camera elettiva, significherebbe semplicemente ammantare di scarlatto e di ermellino la politica di partito della Camera dei Comuni. Non possiamo avere dei senatori all´americana perché non abbiamo degli stati come negli USA. Servono idee migliori. 6 Un più forte governo democratico locale Viaggiando nel resto d´Europa e in Nord America scopro un doloroso contrasto tra la forza del governo locale da quelle parti e la mancanza di vigore dell´omologo nostrano. L´eccessiva centralizzazione è la rovina dello stato britannico. Per quanto possa sembrare strano, a noi servono un altro migliaio di Boris, ossia un migliaio di versioni locali dell´eccentrico ma popolare sindaco di Londra, Boris Johnson. 7 Una carta dei diritti. L´esplicita codificazione dei nostri diritti non deve comportare l´abrogazione (proposta dai conservatori) dell´ Human Rights Act, trasposizione nel diritto britannico della convenzione europea sui diritti umani. Né è opportuno perdersi in un futile dibattito tra paladini dei diritti universali di chiunque oggi viva sul suolo britannico e chi preferisce parlare delle libertà tradizionali dei britannici. Chi difende i diritti e le libertà sta dalla stessa parte. 8 Ridurre i database statali Sono lieto di leggere sul Guardian la posizione di Cameron sul sistema megalomane di schedatura della popolazione, definito riprova di uno stato di sorveglianza sempre più orwelliano´. Serve però un insieme di prese di posizione specifiche su temi che vanno dalle carte di identità al controllo della posta elettronica, all´elefantiaco database del Dna, stabilendo scadenze entro cui agire. Far fare marcia indietro al ministero dell´interno, alla polizia e ai servizi segreti la cui invadenza oggi è giuridicamente legittimata è un´impresa ciclopica. 9 Vogliamo anche noi un Primo emendamento Non possiamo ormai più dare per scontata nel nostro paese la libertà di espressione e di religione. E´ oggetto di erosione da più parti. Necessita oggi di una esplicita base costituzionale, come avviene negli Stati Uniti. 10 Andare verso la costituzione scritta L´attuale costituzione britannica non è propriamente non scritta´, come spesso si sostiene. Semplicemente è scritta in centinaia di frammenti, tenuti assieme dal nastro adesivo ingiallito e dalla colla seccata della convenzione. Assemblarla in un unico testo, in una prosa chiara e incisiva, rendendo esplicito ciò che è implicito e risolvendo con le riforme le omissioni e le contraddizioni interne sarebbe un grosso passo avanti. Ho davanti a me due volumetti, uno rosso, l´altro bianco. Contengono due dei più bei testi politici del mondo di oggi: la costituzione degli Stati Uniti d´America e la costituzione della Repubblica Federale Tedesca. Avendo vissuto in entrambi i paesi so che cosa vuol dire avere la possibilità di avere la costituzione in tasca, impararne a memoria determinati brani e potervi far riferimento ogniqualvolta ci si trovi in polemica con lo stato. Perché noi in Gran Bretagna non dovremmo avere questa opportunità? Così andando alle urne per eleggere uno dei prossimi parlamenti, nel 2014 o nel 2015 voglio votare anche il referendum sulla nuova costituzione britannica. Allora e solo allora sapremo che qualcosa è cambiato in meglio. Traduzione di Emilia Benghi
( da "Corriere del Mezzogiorno" del 31-05-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Corriere del Mezzogiorno sezione: LECCE data: 31/05/2009 - pag: 6 Elezioni Riforma, c'è l'appello LECCE L'appello parte da tre docenti dell'Ateneo salentino, i professori Luigi Melica ( foto), Vincenzo Tondi Della Mura e Giovanni Poggeschi. I tre, docenti di diritto costituzionale e di diritto pubblico comparato, chiedono il via libera alla riforma elettorale e si rivolgono ai parlamentari salentini. Secondo i docenti serve «una riforma della legge elettorale che riavvicini gli eletti agli elettori attraverso il recupero delle preferenze o la reintroduzione del sistema maggioritario, nonché, nell'ottica della valorizzazione dei territori regionali, l'istituzione del Senato delle Regioni». L'appello è stato già raccolto dalla senatrice Adriana Poli Bortone, fondatrice del movimento «Io Sud» e candidata alla presidenza della Provincia di Lecce. Ricordiamo che il premier Silvio Berlusconi ha lanciato la proposta di ridurre il numero dei senatori e dei deputati.
( da "Unita, L'" del 01-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Di discussioni sulle riforme elettorali non se ne può più. Chi si scrive non è un vero giovane, poiché ha cominciato il proprio impegno civile nell'ormai lontano 1991 fa: distribuivamo volantini a favore dell'abrogazione del sistema delle preferenze multiple che favorivano il voto di scambio. Quella battaglia fu vinta. Oggi, ancora una volta, le sorti del paese sembrano passare da un referendum che ha a che fare con la legge elettorale, ma non è così. Siamo chiamati a votare per cambiare una legge brutta - il Porcellum di Calderoli - allo scopo di introdurre un sistema di voto ancora peggiore, che permetterebbe alla lista più votata di ottenere il 55% dei seggi, anche con un misero 25%. Per descrivere l'insensatezza di una proposta del genere utilizzo le parole di un ricercatore romano, Mattia Toaldo: «La legge Acerbo, utilizzata nelle elezioni del 1924 vinte dai fascisti, stabiliva che il partito che poi si sarebbe aggiudicato la maggioranza dei seggi avesse almeno il 25% dei voti. La legge che uscirà dal referendum non ha neanche questa soglia (...). Rischiare di darla al partito di un uomo solo, che nel frattempo controlla la gran parte del sistema mediatico, è una cosa quantomeno imprudente». Lo ha scritto anche Giovanni Sartori, che infatti invita ad astenersi. All'Italia calzerebbe benissimo un sistema elettorale con una quota di sbarramento e una correzione maggioritaria che permetta la sopravvivenza di alcuni partiti e la stabilità dei governi (visto che la nostra Costituzione afferma il principio dell'eguaglianza delle espressioni di voto). Quello che andrebbe cancellato è il modello «cavallo di Caligola», ovvero la designazione dall'alto degli eletti dentro liste bloccate. Il ricatto dei piccoli partiti - i Mastella - è già stato sostituito da quello dei notabili (pensate alla crisi della Regione Sicilia), i quali convivono sotto lo stesso tetto di partiti sostanzialmente destrutturati. Bisogna smetterla di credere che i vizi della politica siano risolvibili grazie a una legge elettorale. È una scorciatoia che mostra il fiato corto della politica, che invece dovrebbe occuparsi delle nostre vite: il costo dell'affitto, la discontinuità del salario, i diritti civili. Per farlo servono dei partiti: che devono tornare a faticare per avere un'identità. I politologi lo chiamano «party on the ground», ed è divenuto di gran moda nell'America di Obama: trovate voi la formula che vi piace.
( da "Sicilia, La" del 03-06-2009)
Argomenti: Proposte di legge
Il silenzio che parla Nonostante manchino poco più di due settimane al voto per i referendum elettorali, non si parla quasi mai della consultazione del 21 giugno. In gran parte ciò è dovuto alla campagna per le europee e ai veleni che la caratterizzano. Persino le elezioni amministrative rischiano di passare in secondo piano di fronte ad un voto sull'Europarlamento che - come e più del solito - sarà espresso guardando a Bruxelles e a Strasburgo ma pensando soltanto all'Italia. La cappa di silenzio che avvolge i referendum, quindi, sembra giustificata, ma è troppo fitta per non alimentare il sospetto che celi una precisa motivazione. Legittimamente, i partiti contrari al ritaglio referendario delle leggi elettorali evitano di parlarne per non attirare l'interesse dell'opinione pubblica sul tema e scongiurare che il 21 giugno si raggiunga il quorum di validità della consultazione (50% più uno degli aventi diritto al voto). Gli unici a cercare di dar vita ad un barlume di campagna elettorale sono i promotori dei referendum, Segni e Guzzetta, che si sono rivolti alla Corte Costituzionale per avere adeguati spazi nelle tribune Rai: la Consulta deciderà martedì prossimo, quando mancheranno appena 12 giorni al voto. Colpisce, invece, lo scarso attivismo di Pdl e Pd, che sono per il «sì». Il «ritaglio» referendario, infatti, darebbe al partito più votato alla Camera (non più alla coalizione) tutto il premio di maggioranza (il 55% dei deputati); concederebbe al partito più votato nella regione il premio di maggioranza per il Senato (il 55% dei posti di senatore in palio nella regione); scioglierebbe le coalizioni, costringendo i partiti a correre da soli o a sostituirle con «listoni» uniti da un simbolo comune; renderebbe le soglie di sbarramento del 4% nazionale alla Camera e dell'8% regionale al Senato uguali per tutti, perciò non superabili (come avviene ora) dai piccoli partiti apparentati ai più grandi; impedirebbe ad ogni candidato di presentarsi in più circoscrizioni. In pratica, a lottare per vincere i premi e governare resterebbero solo Pdl e Pd: gli altri dovrebbero rassegnarsi ad un ruolo da comprimari. Eppure, Franceschini e Berlusconi non fanno campagna per il «sì», anzi non sfiorano proprio l'argomento. In politica anche i silenzi contano. Pdl e Pd avrebbero un grande interesse a vincere il referendum: vorrebbero ma non possono. Il presidente del Consiglio è stato già avvertito da Bossi e Calderoli: se facesse campagna per il sì e fosse superato il quorum, il governo avrebbe le ore contate. E il leader del Pd, dal canto suo, deve fare i conti con chi, nel suo partito, pensa che la vittoria dei sì finisca per diventare un gran regalo a Berlusconi, tanto più che alcuni esponenti del Pdl hanno detto che l'esito favorevole del referendum non sarebbe seguito dalla riforma elettorale, ma si manterrebbe il sistema «ritagliato» dagli italiani. Quindi non avremmo il collegio uninominale (Mattarellum) o il sistema tedesco (D'Alema) o quello spagnolo (Ceccanti-Vassallo). Berlusconi, infine, ha un motivo in più per non fare campagna per il sì: l'esperienza insegna che il Pdl, volendo, potrebbe tentare in ogni momento la corsa solitaria alle elezioni, perché la legge permette la formazione di coalizioni, ma non obbliga nessuno a farle. Se le europee rafforzassero il Pdl rendendolo il primo partito anche di fronte a combinazioni e alleanze di altri partiti, il Cavaliere potrebbe ottenere alla prima occasione gli effetti del «ritaglio» - vincere il premio alla Camera e molti premi regionali del Senato - semplicemente liberandosi della Lega, anziché inimicarsela oggi facendo propaganda per i referendum.