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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “PD A CONGRESSO” |
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Tra vecchio e nuovo si
litiga anche su Rutelli ( da "Manifesto, Il" del 27-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Alema e Pierluigi Bersani: «Ho fatto un fioretto e cioè
che non avrei parlato di D'Alema fino al congresso, ma non accetto che chi è
iscritto dalla culla parli di rinnovamento guardando sempre agli altri». A
scanso di battute su chi ha iniziato a fare polica prima, l'ex ministro
aggiunge: «Guardate noi come siamo assortiti,
La prima sfida
democratica è tra chi la canta più bella (
da "Stampa, La" del 27-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Ma un pomeriggio De Gregori salì sul palco, in mezzo a
Francesco Rutelli, Mario Segni, Enzo Bianco, Peppino Ayala, e cantò «Adelante! Adelante! C'è un uomo al volante». Era il 1993. Stava arrivando Silvio Berlusconi il quale è
l'unico ad astenersi dalla politica dell'hit parade:
nelle sue kermesse si sente «Forza Italia, siamo tantissimi.
Franceschini alle
fondazioni Ds: il patrimonio confluisca nel Pd (
da "Unita, L'" del 27-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: che chiedeva a Rutelli se il suo posto sia davvero dentro
il Pd. «Non è una bella cosa un partito in cui si chiede alla gente di
andarsene». Ma una volta discussa la linea, il partito deve parlare una voce
sola. attaccare i manifesti È stato fin dall'inizio il
cavallo di battaglia di Debora Serracchiani, ma questa volta c'è un forte
richiamo alle regole.
La sfida di
Franceschini
Argomenti: PD
Abstract: proprio tu che critichi la Bindi per le frasi contro
Rutelli...?». Replica deboriana, solo lievemente
ingentilita da un sorriso: «Ma no, però li spedirei ad attaccare manifesti sui
muri!». Scuola di politica tra i colli romagnoli. Per la regia di Salvatore
Vassallo. I veleni precongressuali restano, per una volta, sullo sfondo.
(
da "Manifesto, Il"
del 27-07-2009)
Argomenti: PD
LA POLEMICA Bindi attacca l'ex sindaco. Franceschini:
«Allibito» Tra «vecchio» e «nuovo» si litiga anche su Rutelli
Micaela Bongi L'attacco parte delle colonne della Stampa: a testa bassa contro
Francesco Rutelli, ma pure contro il segretario Dario
Franceschini e contro Ignazio Marino. L'ex presidente della Margherita?
La «pasionaria» Rosy Bindi («ma sì, il soprannome si può rispolverare», dice
lei) è netta: la smetta con le «ambiguità», perché «o si è convinti del
progetto o è meglio dirlo con chiarezza e tirarne le conseguenze». Il
segretario? «Con certe polemiche distruttive e false, tipo i vecchi, il ritorno
al passato e il tesseramento, si scivola nel dipietrismo, nel grillismo». E la ex ministra ne ha anche per l'altro candidato alla segreteria,
Marino («nessuno può brandire il tema della laicità come una spada») al quale
chiede «una spiegazione vera» sulle sue dimissioni dall'Ismett. E così, nel Pd,
la polemica del giorno, oltre a quella consueta su dove stanno gli «innovatori»
e dove l'«apparato» polveroso, scalda gli animi rutelliani. Ma prima è
Franceschini (che riferisce anche di aver telefonato a Marino per esprimergli
solidarietà) a difendere a spada tratta il suo grande elettore Rutelli, sospettatto di essere con un piede fuori dal
partito e pronto a decidere cosa fare dell'altro piede a seconda di come andrà
il congresso. E che, avendo bocciato l'idea di un Pd «partito di sinistra»,
viene appunto bacchettato da Rosy Bindi: si metta in testa che nel Pd non può
non riconoscersi anche la sinistra. Il segretario Franceschini risponde dal
«set» della Rivincita dei nerds, inziativa organizzata da un gruppo di giovani
franceschiniani, e poi intervenendo al G1000 democratico dell'Aquila: «Sono
rimasto allibito dall'intervista di Rosy Bindi che dice a Rutelli,
uno dei fondatori del Pd, 'se le cose non ti vanno
bene accomodati fuori'. Togliamoci dalla testa di percorrere quella via
pericolosa per la quale c'è qualcuno che vince e gli altri fuori». E' poi il
rutelliano Francesco Merlo a pronunciare la parola che aleggia sullo sfondo
dello scontro congressuale: «Se passa la tesi che chi dissente nel partito è
invitato a andarsene, la conclusione è abbastanza scontata: e cioè, scissione
inevitabile il giorno dopo il congresso». A sostegno di Rutelli
intervengono poi Patrizia Toia e la teodem Emanuela Baio Dossi. Ma Bindi
insiste: «Non ho chiesto a nessuno di accomodarsi e nel Pd c'è posto per tutti,
ma ci vuole chiarezza». E poiché Franceschini dice anche che bisogna «difendere
con i denti il bipolarismo, l'unica grande conquista di questi anni», Bindi
accusa il segretario di cercare «pretesti per non rispondere nel merito,
continua a rilanciare la vocazione maggioritaria come autosufficienza del Pd,
ma così il partito si condanna al ruolo di eterna opposizione». Dal canto suo,
Franceschini batte sempre sul tasto dell'innovazione - «penso
che tutti vogliamo un partito solido e radicato. Ma dobbiamo fare un partito
solido, non un partito del secolo scorso» - e sulla polemica delle tessere -
«quello che è certo è che c'è stato un fenomeno di iscrizioni non spontanee,
vedremo». E sul variagato mondo dei suoi supporter il segretario dice: «Sono
orgoglioso che a sostenermi ci sia un arcipelago così ricco perché questa è una
forza». No, dunque, al «partito identitario perché per costruire una grande
forza politica bisogna avere la consapevolezza di rispettare le diversità e
costruire una sintesi». Dalla Rinvicita dei nerds parte anche l'attacco di
Beppe Fioroni (cresciutello, come nerd, ma del resto il film è degli anni 80)
contro Massimo D'Alema e Pierluigi Bersani: «Ho fatto un fioretto e
cioè che non avrei parlato di D'Alema fino al
congresso, ma non accetto che chi è iscritto dalla culla parli di rinnovamento
guardando sempre agli altri». A scanso di battute su chi ha iniziato a fare
polica prima, l'ex ministro aggiunge: «Guardate noi
come siamo assortiti, ci siamo sia io che la Serracchiani. Loro invece
vogliono rifare un partito della sinistra che pensa di poter vincere, con la
testa girata all'indietro». A sua volta Bersani aveva
già affrontato il tormentone «rinnovamento» («non è un fatto anagrafico né di
cooptazione, le nuove generazioni non si selezionano inventando simboli»)
all'Aquila. Dove aveva lamentato il «barocchismo del percorso» congressuale
contraddittorio rispetto alle «tensioni divisive» e augrurato la riapertura del
«cantiere dell'Ulivo». All'Aquila Bersani però non
incontra Franceschini che, arrivato in ritado, gli telefona: non si pensi che
si sia trattato di uno sgarbo o di una tensione divisiva.
(
da "Stampa,
La" del 27-07-2009)
Argomenti: PD
La storia La rincorsa alla segreteria parte in musica La
prima sfida democratica è tra chi la canta più bella
Vasco, Coldplay, Springsteen: un inno a candidato MATTIA FELTRI ROMA Beppe
Grillo che cosa avrebbe scelto? E Mario Adinolfi? E il supercolto, superbrillante,
superscapigliato Renato Nicolini la cui candidatura, purtroppo, è durata
qualche ora soltanto? Mai avremo soddisfatta la curiosità, accidenti, ed è un
peccato perché la corsa alla segreteria del Partito democratico, per adesso, si
riassume in un'appassionante gara a chi la canta più bella. E cioè: Pierluigi Bersani ha scelto Vasco Rossi, Ignazio Marino si è
indirizzato sui Coldplay e Dario Franceschini pare essersi definitivamente
affidato a Bruce Springsteen con Better Days, «questi sono giorni migliori,
bimba». Diciamo «pare» perché Piero Fassino, uno dei più prestigiosi
sostenitori del segretario del Pd, nelle ultime settimane si era impegnato in
una dura selezione che era partita da Il cielo è sempre più blu di Rino
Gaetano, un pezzo che si sono presi un po' tutti, a sinistra e a destra,
compresi quelli di Casa Pound, compreso Fassino medesimo all'ultimo congresso
dei Ds, ed è forse per questo che poi si era dirottato su Niente paura di
Ligabue, dal titolo chiaro e dall'inizio eloquente: «A parte che gli anni
passano per non ripassare più / e il cielo promette di tutto ma resta nascosto
lì dietro il suo blu». Ma guarda un po' che incroci. Il cielo blu sembra avere
rotto le scatole. Ma non basta, perché Ligabue nella canzone lancia un invito new
age: «Senti un po' che vento». Ed è proprio quello che aveva scosso Bersani e lo aveva persuaso a prendere in prestito Un senso
di Vasco Rossi: «Mi piace quando dice "senti che bel vento"». E però
a tutti gli altri era venuto in mente ben altro passaggio: «Voglio trovare / un
senso a questa storia / anche se questa storia / un senso non ce l'ha». Però
che bello: non c'è convention, riunione, tavola rotonda che non proponga il suo
ritornello. E ormai la cosa si è fatta seria visto che nel 2007, sempre per quel
famoso ultimo congresso dei Ds, Luca Sofri venne incaricato di mettere giù un vera playlist: Giorgio Gaber, Dire Straits, Buffalo
Springfield, Ben Harper, Claudio Baglioni... Non c'era momento dell'assise che
non avesse le sue note. E al confronto era davvero una cosa
dilettantesca quella provata vent'anni fa da Bettino Craxi, che per uno
dei suoi spumeggianti simposi diffuse W l'Italia di Francesco De Gregori. Ed è
da allora che ci si domanda silenziosamente, fra sé stessi, se la pretesa
modernizzante e giovanilistica di associare la mozione e l'emozione non porti
un po' scalogna. Per esempio: Walter Veltroni, gran
conoscitore di musica, per la corsa a Palazzo Chigi del 2008 adoperò Mi fido di
te di Jovanotti, che però a un certo punto gorgheggiava: «Cosa sei disposto a
perdere?». Va beh. Nel 2006, Romano Prodi si accaparrò Una vita da mediano di
Ligabue, drammaticamente profetica: «Una vita da mediano / da uno che si brucia
presto / perché quando hai dato troppo / devi andare e fare posto...». Eppure doveva averla capita quando, per la campagna
elettorale del 1996 e per il suo Ulivo, si era buttato su Ivano Fossati e La
canzone popolare; sentite qui: «Sono io oppure sei tu / che hanno mandato più
lontano / per poi giocargli il ritorno / sempre all'ultima mano». Vi dice
qualcosa? Per esempio: il governo caduto nel '98, Prodi spedito in Europa e poi
richiamato eccetera eccetera? De Gregori, del resto, sebbene abbia poi
rivalutato Craxi, non portò fortuna nemmeno ad Alleanza democratica, partito
che sopravvive in qualche manuale e poche memorie. Ma un
pomeriggio De Gregori salì sul palco, in mezzo a Francesco Rutelli, Mario Segni, Enzo Bianco, Peppino Ayala, e cantò «Adelante! Adelante! C'è un uomo al volante». Era il 1993. Stava arrivando Silvio Berlusconi il quale è
l'unico ad astenersi dalla politica dell'hit parade:
nelle sue kermesse si sente «Forza Italia, siamo tantissimi...» o Meno
male che Silvio c'è. E infatti dura da quasi
vent'anni, un po' come la Lega, che movimenta i suoi raduni con coretti da stadio
non proprio politicamente corretti, ma nemmeno politicamente maleauguranti. E
allora non resta che vedere come finisce la sfida a tre per il Pd, anche perché
le scelte non paiono azzeccatissime. Avrà un senso la storia di Bersani? E davvero può ancora dire Viva la vida Ignazio
Marino? Ma soprattutto, con il verso «better days with a girl like you», giorni
migliori con una ragazza come te, Franceschini sta ringraziando un'imprevista
alleata?
(
da "Unita, L'"
del 27-07-2009)
Argomenti: PD
Franceschini alle fondazioni Ds: il patrimonio confluisca
nel Pd GIGI MARCUCCI «Io sono allergica all'idea di leader». Sarà per via della
leggera influenza che Debora Serracchiani sceglie una metafora che ricorda una
diagnosi. Preferisce parlare di autorevolezza: del segretario naturalmente,
scandisce con voce arrochita ma decisa. ansia di cambiamento
Sulla terrazza della Rocca di Bertinoro che ospita la Fondazione politica di
Salvatore Vassallo, soffia una brezza decisa che potrebbe anche simbolizzare
l'ansia di cambiamento. Con la giovane lanciata dai circoli pordenonesi, che ha
portato al partito una dote di 140 mila preferenze alle europee, sono al
capezzale del partito il segretario e candidato Dario Franceschini e Giovanni
Bachelet, docente di fisica e teorico dell'area Bersani.
Manca Ignazio Marino, impegnato in altri luoghi nella stessa campagna
congressuale. «Non è un problema di centralismo democratico», sottolinea
l'avvocatessa proiettata verso l'Europarlamento a furor di popolo, «ma di
buonsenso che non abbiamo avuto». E alla platea composta da circa duecento tra
allievi del professor Vassallo e cittadini elettori e iscritti del Pd, propone
una parola dimenticata. Disciplina. «Credo che dopo il congresso il partito
debba avere un segretario legittimato non solo dal voto ma anche dal gruppo
dirigente», spiega la trentenne che a febbraio stregò l'assemblea dei giovani
democratici. «Questo non significa che ci debba essere una linea unica», dice e
apre un inciso dedicato a Rosi Bindi, che chiedeva a Rutelli se il suo posto sia davvero dentro il Pd. «Non è una bella cosa
un partito in cui si chiede alla gente di andarsene». Ma una volta discussa la
linea, il partito deve parlare una voce sola. attaccare
i manifesti È stato fin dall'inizio il cavallo di battaglia di Debora
Serracchiani, ma questa volta c'è un forte richiamo alle regole. Se qualcuno
parla fuori dal coro, «il segretario deve intervenire». Come, mandando
l'incauto dirigente ad attaccare i manifesti, chiedono dalla platea? «Perché
no», risponde senza esitazione l'europarlamentare, ricorrendo al principio del
contrappasso. Discute così il partito in vista di un congresso tanto invocato
quanto complesso. C'è chi teme il rischio di scissioni, chi magari non
disdegnerebbe qualche epurazione. Ma Dario Franceschini rassicura, da una
parte, e getta acqua sul fuoco, dall'altra. «Queste non saranno primarie
confermative», non come avvenne, dice in sostanza, con l'incoronazione di Prodi
e Veltroni. Il prossimo segretario sarà più che
legittimato dai consensi ricevuti. Dunque niente scissioni ma solo regole
certe, che in parte ci sono in parte sono da riscrivere. Come dimostra
un'indagine della Fondazione di Vassallo tra 1000 iscritti al Pd. Che assegna
un'ampia maggioranza a chi vuole che il futuro segretario nazionale si candidi
alla presidenza del Consiglio, un certo grado di consenso alle primarie per le
cariche elettive, che scema quando si parla di cariche di partito. Proposte che
nascono dal disagio di molti, sintetizza il docente di fisica Giovanni
Bachelet, mente teorica della mozione Bersani: «Per
loro il Pd non è né degli iscritti né degli elettori ma di un gruppo di
dirigenti». Forse anche per questo Franceschini appare netto quando dice che
«il rinnovamento non deve arrivare dall'alto». E ricorda tra l'altro ai partiti
fondatori che «Il Pd è un soggetto giuridicamente
nuovo e non ha ereditato né attivi né passivi. Ci sono fondazioni Ds con
immobili, credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le
risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto tutti
insieme». A Bertinoro, Franceschini si rivolge alle fondazioni ex ds: il
Pd è un soggetto nuovo, il patrimonio immobiliare delle fondazioni ex ds deve
confluire nelle casse del Pd. E poi: le primarie non saranno solo confermative.
(
da "Corriere della Sera"
del 27-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Politica
data: 27/07/2009 - pag: 13 Democratici Il segretario apre la «questione
patrimoniale» La sfida di Franceschini «Gli immobili dei Ds devono passare al
Pd» Serracchiani: chi è fuori linea attacchi manifesti DAL NOSTRO INVIATO
BERTINORO (Forlì-Cesena) Chi non segue la linea, e magari «va a raccontare ai
giornali cose diverse da quelle decise dai vertici», per punizione sia spedito
ad attaccare manifesti. Centralismo
democratico alla friulana? «Ma no, il mio è solo buonsenso democratico, quello
che non abbiamo avuto per troppo tempo e che ci ha fatto perdere voti e
credibilità...». Debora Serracchiani, in salsa
togliattiana, fa audience anche quassù, tra le mura della Rocca di Bertinoro,
con il blu dell'Adriatico a fare da sfondo e il futuro del Pd tutto da
sfogliare. Nella sedia accanto, Dario Franceschini annuisce. Il segretario ha
appena finito di ricordare che una delle malattie del Pd è quella «di divorare
i propri leader non appena eletti» e che, proprio per questo, «non ha senso
vivere con paura, addirittura con panico, questo congresso» perché stavolta si
fa sul serio, stavolta «saranno primarie vere e non confermative come quelle
che incoronarono Prodi e Veltroni» e quindi «il
vincitore sarà in grado di dare stabilità al partito». Debora, gettonatissima
europarlamentare e convinta franceschiniana, va in scia: «Sì, ci vuole
disciplina, disciplina... È giusto discutere, ma quando la linea è stata
scelta, va rispettata: in caso contrario, il segretario prenda provvedimenti...». Voce dalla platea: «Mica li vorrai buttare fuori, proprio tu che critichi la Bindi
per le frasi contro Rutelli...?». Replica deboriana, solo lievemente ingentilita da un
sorriso: «Ma no, però li spedirei ad attaccare manifesti sui muri!». Scuola di
politica tra i colli romagnoli. Per la regia di Salvatore Vassallo. I veleni
precongressuali restano, per una volta, sullo sfondo. Oltre a
Franceschini, aspirante a succedere a se stesso, c'è il parlamentare Giovanni
Bachelet, uno degli ideologi della mozione Bersani.
Assente invece Ignazio Marino, rimasto a Roma, spiegano i suoi, «per preparare
il tour elettorale». Duecento persone nel cortile della Rocca, tra sole e
vento. E un sondaggio, realizzato dalla Vassallo company tra circa mille
iscritti pd, che cementa alcuni concetti. Primo: cercasi leader «forte e
rispettato». Secondo: cercasi linea politica «unica e ben definita». Terzo: sì
convinto alle primarie per sindaci e governatori, qualche dubbio invece quando
è il momento di eleggere le cariche interne. L'unica stilettata congressuale di
Franceschini è sui temi eticamente sensibili: «Rispetto la candidatura di
Marino, ma non è su questo terreno che si costruisce l'identità di un partito:
nessuno si deve sedere sulle proprie verità». In ogni caso, aggiunge, la sfida
per la segreteria non toglierà energie all'opposizione del Pd: «Sapremo
distinguere tra le vicende congressuali e i problemi degli italiani». E quando
dalla platea sollevano il caso delle Fondazioni ex Ds (addirittura
un'ottantina), detentrici di un patrimonio che spetterebbe al Pd, il tono del
segretario si indurisce: «Mi auguro che il passaggio
delle risorse avvenga al più presto. Queste fondazioni custodiscono beni che,
al netto dei debiti, devono rientrare nell'ambito del partito: non c'è ragione,
né politica né giuridica, perché ciò non accada » .
Intanto la Serracchiani, senza tanti giri di parole, rilancia la carta del
federalismo: «La voce del Pd si deve spostare sempre più da Roma verso la
periferia, dove spesso le notizie arrivano tardi o non arrivano ». Quindi un
assist per la sua terra, dov'è in corsa per la segreteria regionale del Pd: «Il
Friuli può diventare un laboratorio privilegiato». Sempre che, conclude con
sorrisetto malizioso, «si riesca a convincere i nostri eletti a devolvere al
partito una parte degli emolumenti, una faticaccia... » .
Francesco Alberti foto di FULVIO BUGANI Segretario-candidato Franceschini, 50
anni, a Bertinoro: «Il Pd saprà avere una voce sola» Deputato e politologo
Salvatore Vassallo, 43 anni, ha organizzato «Scuola di politica» Giovane e
critica Serracchiani, 38 anni: «Nel Pd non si dica il contrario del segretario»