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PRIVILEGIA NE IRROGANTO     di  Mauro Novelli         

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DOSSIER “PD A CONGRESSO”

 

 

 

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Report "PD"  24-26  luglio 2009


Indice degli articoli

Sezione: PD Congresso

Franceschini-Bersani scontro sul bipolarismo Adinolfi: non mi candido ( da "Unita, L'" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: «Non si tornerà al passato», assicura il leader democratico. Scontro sul bipolarismo. Franceschini dice che Bersani non lo vuole, ma D'Alema, Bindi, Letta e Penati spiegano che non è così. Fassino parla della clausola antiscissione. Adinolfi non si candida più e si schiera con «Dario».

iscritta con orgoglio Da ieri anche io sono iscritta! Con orgoglio e commozione penso agli insegn... ( da "Unita, L'" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Veltroni, che sostiene Franceschini (cioè Castagnetti, probabilmente Rutelli, e, forse, la Binetti). la mia domanda: Bettini ha lanciato Marino per far eleggere Marino o per danneggiare Bersani? Non potrebbe essere una trappola? A. Bartolomei (Ts) Pd, presidenza allo sconfitto Propongo che chiunque vinca le primarie offra la presidenza del partito allo sfidante perdente e una gestione

amendola in campo, iannuzzi lascia - angelo carotenuto ( da "Repubblica, La" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: è stata la mozione Bersani a rompere gli indugi, con un´intesa raggiunta a Roma dai leader delle varie componenti che la sostengono su scala nazionale: D´Alema, Letta e Bindi. Nasce così la candidatura di Enzo Amendola, 36 anni, già segretario regionale dei Ds dal novembre 2006 fino allo scioglimento della Quercia, oggi coordinatore campano di Red.

rutelli: conta senza idee autogol per il pd - giovanna casadio ( da "Repubblica, La" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Interni Rutelli: conta senza idee autogol per il Pd Scontro Marino-Franceschini sulla laicità. E D´Alema bacchetta la Serracchiani Arcigay polemica con il segretario che ha detto: "Le coppie di fatto non sono famiglia" Arriva il quarto candidato: lo sconosciuto Rutigliano Si ritira Adinolfi GIOVANNA CASADIO ROMA - Scintille pre-

Telekongresso in onda sul Tre in Rai vince la mozione Dario ( da "Riformista, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: a prescindere dalle voci che danno la mozione Bersani già vincente tra gli iscritti, al di là del risultato che otterrà Ignazio Marino, in casa Rai il fronte Franceschini ragiona da monopolista. Tifano per «Dario» i due consiglieri democratici nel consiglio d'amministrazione, il veltroniano Giorgio van Straten e il margheritino Nino Rizzo Nervo;

Rutigliano quarto uomo e Debora dà le pagelle ( da "Riformista, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Cinque il voto per Massimo D'Alema: «Perché credo debba lasciare più spazio a Bersani». L'ex ministro degli Esteri la mette sul ridere, ma aggiunge un pizzico di amarezza: «Era quattro prima - dice D'Alema - Meno male, c'è qualche speranza di miglioramento. Io vorrei capire questa cattedra quando l'ha vinta, però va bene?

Nuovo Pci Democratici alla guerra civile ( da "Giornale.it, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: ma anche Franceschini o Rutelli. Bersani incassa così inevitabilmente un'accusa di ipocrisia dall'ex segretario Veltroni: «Non può far finta di venire da un altro pianeta», intendendo dire che Bersani appartiene all'anima più vecchia della componente comunista. E poi c'è Piero Fassino, ex segretario del partito, ex ministro degli Esteri,

5,5 ( da "Corriere della Sera" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: ma deve elaborare le cose successe negli ultimi mesi: vivrebbe meglio» Francesco Rutelli s.v. «Senza voto. Ma candidarlo a sindaco di Roma è stata una grossa c..ata. Da autolesionisti» Massimo D'Alema 5 «È intelligente e mi sta anche simpatico. Ma poteva evitare di mangiare l'ennesimo leader» Debora Serracchiani 5,5 «Io oscillo tra 5 e 6.

Serracchiani: D'Alema da 5 in pagella La replica: chi le ha dato la cattedra? ( da "Corriere della Sera" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Pierluigi Bersani se la cava a stento con un classico sei politico). Sufficienza piena per Beppe Grillo, mentre Walter Veltroni arriva a 6 meno. Bocciati Ignazio Marino e Massimo D'Alema, cinque senza appello. Francesco Rutelli senza voto, ma con giudizio tranchant: «Candidarlo a Roma è stata una grossa cazzata».

Ruolo di La nuova strategia di Veltroni ( da "Corriere della Sera" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: 07/2009 - pag: 13 Scenari L'ex leader e il dubbio se restare nel Pd con Bersani segretario Ruolo di «riserva istituzionale» La nuova strategia di Veltroni ROMA Quando era segretario del Pd ogni tanto veniva colto da qualche dubbio e confidava ai collaboratori: «Chissà se abbiamo fatto bene ad andare via dal Campidoglio ».

ROMA - Il Pd ha un quarto candidato segretario. Si chiama Amerigo Rutigliano, ses... ( da "Messaggero, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Debora Serracchiani intanto ha dato le pagelle ai leader del Pd (insufficienza solo a D'Alema e Marino). Il 6 di Veltroni contiene però il rimprovero per la ricandidatura di Rutelli a sindaco: «È stata una c...ata». Rutelli ieri sera era ospite della festa romana del Pd: «Siamo fritti se diventiamo solo la sinistra».

Bersaniani all'attacco: Dario, hai perso tu ( da "EUROPA ON-LINE" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Massimo D'Alema risponde così ai «rischi» denunciati da Dario Franceschini, con un'intervista al Corriere, in caso di vittoria di Bersani. Sposa questa linea anche Filippo Penati che insiste affermando che «il bipolarismo va utilizzato per vincere e governare coerentemente e non solo per partecipare, come auspicano molti altri.

Nuovo Pci, Democratici alla guerra civile ( da "Giornale.it, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: invisibile ma persistente solco comunista, si chiamino Grillo o Marino, ma anche Franceschini o Rutelli. Bersani incassa così inevitabilmente un?accusa di ipocrisia dall?ex segretario Veltroni: «Non può far finta di venire da un altro pianeta», intendendo dire che Bersani appartiene all?anima più vecchia della componente comunista. E poi c?

Pd, veleni e accuse È partita la corsa ( da "Avvenire" del 24-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Dario Franceschini al suo principale avversario di mettere a repentaglio il bipolarismo, provoca repliche pesanti di Enrico Letta e Massimo D'Alema. Mentre l'addebito al leader in carica della recente sconfitta alle europee, mosso dagli sponsor di Pierluigi Bersani, induce al sarcasmo l'interessato, attorno al quale fanno quadrato i principali supporters, Piero Fassino in testa.

segue dalla prima pagina Quali sarebbero? Le faccio un elenco: Berlusconi è sempre più Berlusconi, e un po' di autocritica servirebbe anche a lui; la Lega ha la golden share dell'a ( da "Riformista, Il" del 25-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: è chi rifiuta l'idea di un partito a vocazione maggioritaria come Rutelli e altri che ne sono ancora convinti sostenitori. Per quanto riguarda l'evoluzione del sistema politico Bersani è più chiaro e ci sono convergenze tra noi. Ma dallo stato del dibattito mi pare che chiunque vincerà il congresso avrà gli stessi problemi.

ROMA Pierluigi Bersani presenta la sua mozione e lo slogan della campagna per la segreteria ... ( da "Messaggero, Il" del 25-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: E se Rutelli, ospite di "Stile libero" all'interno del Villaggio dei Mondiali di nuoto, si dichiara «scontento di come vanno le cose nel Pd, perchè abbiamo conferito a questo partito due grandi patrimoni, quello della Margherita e dei Ds, ma non per fermarci lì, sapendo che ci si doveva allargare, invece stiamo tornando indietro»

Malumore nel Pd: ( da "Corriere della Sera" del 25-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: 13 Verso il congresso Rutelli all'attacco Malumore nel Pd: «Dalla Serracchiani giudizi superficiali» ROMA Nel Pd scoppia un altro caso Serracchiani. Le pagelle date dalla giovane europarlamentare ai big del partito, con un bel 5 a D'Alema, hanno creato malumori. «Giudizi superficiali», ha detto Francesco Rutelli, che pure come la Serracchiani sostiene la mozione Franceschini.

Bersani: ( da "EUROPA ON-LINE" del 25-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Bersani resta critico rispetto alla gestione del partito mantenuta finora e a chi, come Veltroni, lo richiama a condividere la responsabilità di decisioni sottoscritte anche da lui, risponde: «Io c'ero, nessuno si è calato da fuori e uso sempre il noi.

pd, duello bersani-franceschini "elettori in fuga". "siamo primi in ue" - umberto rosso ( da "Repubblica, La" del 26-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: duello Bersani-Franceschini "Elettori in fuga". "Siamo primi in Ue" I due sfidanti insieme all´Aquila, ma evitano il faccia a faccia Il segretario contro la Bindi: "Sono allibito da quel che dice di Rutelli, lui è uno dei fondatori" UMBERTO ROSSO DAL NOSTRO INVIATO L´AQUILA - Ci si mette pure un gelato a dividere Franceschini e Bersani.

L' che si maschera da Vasco ( da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: E la lotta al veltronismo che ha fatto replicare all'ex sindaco di Roma che «Bersani mica viene da Marte»? Quisquilie, datemi un piano quinquennale e vi risolleverò il Pd. Con la forza della politica popolare e con qualche filo tenuto in mano da D'Alema. Ma sia chiaro, «non sono il suo burattino».

L'ultima guerra: la Bindi talebana che caccia Rutelli ( da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: la Bindi sta con Pierluigi Bersani, Rutelli con Dario Franceschini), l'ayatollah toscana si è ingolosita: troppo buona l'occasione per regolare i conti con lui, primo sponsor di «vice-disastro». Non è il Far West, qui sembra di stare sul set del film Highlander. Dove gli immortali del Pd, apparentemente immuni alla raffica di sconfitte incassate,

Palchi separati a L'Aquila Scintille tra Dario e Pierluigi ( da "Unita, L'" del 26-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: che sta con Bersani, «allibito dall'intervista che dice a Rutelli: se le cose non ti vanno bene accomodati fuori». dito sulla piaga Ma era stato Bersani a mettere il dito nella piaga. «In questi 20 mesi abbiamo rischiato una scissione silenziosa - aveva spiegato l'ex ministro, critico con la gestione Veltroni-Franceschini - Mi sono candidato anche per frenare l'

ROMA A parole, tutti dicono di volere l'unità, ma ormai nel Pd la tensione è ... ( da "Messaggero, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: A dargli man forte arriva Beppe Fioroni, che, rivolgendosi a D'Alema, avverte: «Non accetto che chi è iscritto dalla culla parli di rinnovamento guardando sempre agli altri. Tra noi e Bersani - aggiunge - c'è una profonda differenza che non riguarda gli slogan, ma la rappresentazione dell'intera società.

Franceschini chiama Marino ( da "Corriere della Sera" del 26-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Alema e Manganelli Franceschini chiama Marino «Ha la mia solidarietà» Bindi attacca Rutelli. Il segretario: sono allibito ROMA Il primo a dare la sua solidarietà era stato Pier Luigi Bersani. Ma ieri, il giorno dopo la pubblicazione sul Foglio dei documenti sul presunto «allontanamento» da Pittsburgh e dall'Ismett di Palermo,

Il vice-disastro flop raddoppia per non lasciare ( da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: disastro di Veltroni, così come lo ha sarcasticamente definito Matteo Renzi. Franceschini è l?Aramis della terna in corsa per la segreteria del Pd: un esile e machiavellico gentiluomo che strizza l?occhio alle gerarchie ecclesiastiche. Ecco, magari gentiluomo ma poco coerente, dato che per mesi si è definito «reggente ad interim» e poi -

Bersani, "homo sovieticus" che si maschera da Vasco ( da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: E la lotta al veltronismo che ha fatto replicare all?ex sindaco di Roma che «Bersani mica viene da Marte»? Quisquilie, datemi un piano quinquennale e vi risolleverò il Pd. Con la forza della politica popolare e con qualche filo tenuto in mano da D?Alema. Ma sia chiaro, «non sono il suo burattino».


Articoli

Articoli della sezione: PD Congresso

Franceschini-Bersani scontro sul bipolarismo Adinolfi: non mi candido (sezione: PD Congresso)

( da "Unita, L'" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Franceschini-Bersani scontro sul bipolarismo Adinolfi: non mi candido NINNI ANDRIOLO «Bipolarismo a rischio» se vincesse Bersani. Per Dario Franceschini non bisogna «azzerare l'orologio» e «ricominciare tutto da capo», come se «l'alternanza non fosse una conquista di tutti», Negative, quindi, le «alleanze non dichiarate» prima del voto e «frutto di accordi parlamentari». Ma per il leader Pd con «un sistema centro-sinistra e centro-destra, con il famoso trattino, tutto torna in movimento e prevale il vecchio schema: sinistra da una parte e centro del centrosinistra dall'altra». Ma l'affondo riservato alle posizioni di Bersani, avversario diretto alla leadership democratica, riguarda anche l'uso della parola «sinistra» («nobilissima, ma il partito deve restare la casa di tutti»). «Non escludo una futura alleanza con l'Udc - sottolinea il leader Pd - Ma voglio un Partito democratico che non rinunci a competere direttamente con il Pdl». CLAUSOLA ANTISCISSIONE Nel giorno in cui scadono i termini per la presentazione delle candidature - Mario Adinolfi rinuncia e appoggia Franceschini - si annuncia la clausola antiscissione con la quale i candidati si impegneranno a «riconoscere» il risultato del congresso indipendentemente da chi lo vincerà.E nel Pd si accende il dibattito sui temi precongressuali. Franceschini? «Messaggi inutilmente allarmanti», li definisce D'Alema, che invita tutti a mantenere il confronto «su un piano di civiltà e di merito». Per l'ex ministero degli Esteri «il vero rischio per il bipolarismo è l'estremo indebolimento» del Pd che rende «piuttosto difficile» la possibilità «di riconquistare il governo del Paese». E Filippo Penati, coordinatore del comitato Bersani, ricorda i 4 milioni di voti persi dal Pd in un anno e mezzo e critica «l'idea del partito a vocazione maggioritaria, che ha dato l'idea dell'autosufficienza e ha perso». Ma Piero Fassino, che appoggia Franceschini, ricorda a Penati che «sarebbe ingeneroso scaricare sul segretario Pd l'esito elettorale», visto che la responsabilità «in solido e collettiva» va distribuita tra l'intero gruppo dirigente. Fino a un anno fa «avevamo in Parlamento 39 partiti organizzati in 17 gruppi parlamentari - continua l'ex leader Ds - Mentre oggi ce ne sono solo sei, un cambiamento avvenuto per merito della nascita del Pd». «Insofferenza» della mozione Bersani per il bipolarismo? «Nulla di più falso - replica Rosi Bindi - Nessuno ha nostalgia per le maggioranze variabili». Enrico Letta, anche lui con Bersani, chiede a Franceschini di non «denigrare gli avversari facendo caricature degli argomenti altrui». Mentre i Liberalpd di Enzo Bianco, garantendo l'appoggio a Franceschini, chiedono la difesa forte del bipolarismo. «Non si tornerà al passato», assicura il leader democratico. Scontro sul bipolarismo. Franceschini dice che Bersani non lo vuole, ma D'Alema, Bindi, Letta e Penati spiegano che non è così. Fassino parla della clausola antiscissione. Adinolfi non si candida più e si schiera con «Dario».

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iscritta con orgoglio Da ieri anche io sono iscritta! Con orgoglio e commozione penso agli insegn... (sezione: PD Congresso)

( da "Unita, L'" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

iscritta con orgoglio Da ieri anche io sono iscritta! Con orgoglio e commozione penso agli insegnamenti di Berlinguer e al suo agire onesto e lungimirante. Caro Pd quanto di Enrico è rimasto in te? Svegliamoci! Ps: tI avverto,.. sarò una grande rompiscatole!.. Con affetto cecilia (Sassari) Pd, ci sono anch'io Anche io mi sono iscritta superveloce sett scorsa con immensa gioia per la prima volta in vita mia e per di più nel profondo nord....vicino a Varese! Grazie. simona non era l'unto dal signore? Non sono un santo? Ma non era l'unto del signore? mario santi e galantuomini Berlusconi afferma che non é un santo e di questo ce ne siamo accorti. Noi avremmo bisogno soltanto di galantuomini e pesone eticamente e moralmente rette! Ma forse è chiedere troppo. luigi (Pa) non sono santi Anche Mussolini, Hitler, Riina (e chi piu ne ha più ne metta) non sono santi! mario scegliere chi unisce Le tre persone candidate per il Pd sono ottime. Ora si tratta di sceglire chi più unisce ai bisogni più reali e non per provenienza ideologiche. Dovremo capirlo noi elettori senza condizionamenti. MICHELE IOZZELLI (LERICI) la notte di obama Forse per il Cav. la notte dell'elezione di Obama è stata terribilmente frustrante. Impossibile competere! Il rimedio? Una esibizione di potenza sessuale... VB una trappola Una domanda a Omero (Ts) e alla compagna Concia. Marino è stato lanciato da Bettini, che è amico di Veltroni, che sostiene Franceschini (cioè Castagnetti, probabilmente Rutelli, e, forse, la Binetti). la mia domanda: Bettini ha lanciato Marino per far eleggere Marino o per danneggiare Bersani? Non potrebbe essere una trappola? A. Bartolomei (Ts) Pd, presidenza allo sconfitto Propongo che chiunque vinca le primarie offra la presidenza del partito allo sfidante perdente e una gestione unitaria del partito! Pierdomenico (lucca)

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amendola in campo, iannuzzi lascia - angelo carotenuto (sezione: PD Congresso)

( da "Repubblica, La" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Pagina VII - Napoli Amendola in campo, Iannuzzi lascia Pd, oggi la candidatura alla segreteria: nessun patto con Bassolino Incognita De Luca In mattinata vertice del partito all´hotel Tiberio con Follini, Cuperlo e Cozzolino ANGELO CAROTENUTO Amendola fa un passo avanti, Iannuzzi ne fa uno indietro. Oggi il Pd troverà il suo primo candidato alla segreteria regionale: Amendola ufficializzerà con una lettera la disponibilità a presentarsi in campo nella corsa alla guida del partito, crollato al 23 per cento alle ultime europee, e scosso da 3 sconfitte su 3 alle provinciali. Iannuzzi non si ripresenterà per un secondo mandato. I tatticismi sono finiti. è stata la mozione Bersani a rompere gli indugi, con un´intesa raggiunta a Roma dai leader delle varie componenti che la sostengono su scala nazionale: D´Alema, Letta e Bindi. Nasce così la candidatura di Enzo Amendola, 36 anni, già segretario regionale dei Ds dal novembre 2006 fino allo scioglimento della Quercia, oggi coordinatore campano di Red. E il ruolo di Bassolino? Ha dato via libera dopo aver parlato con D´Alema. Del resto dentro la mozione Bersani c´è a pieno titolo anche il governatore, ma Amendola è tutt´altro che una sua creatura politica. Un aspetto su cui il candidato dovrà per forza tornare in campagna congressuale, non fosse altro perché nella stessa mozione sono schierati esponenti (come Mazzarella) che invocano discontinuità da Bassolino. Da subito, probabilmente già oggi, Amendola si esprimerà sul periodo in cui il Pd dovrà tenere le primarie per la Regione. E sarà come dire: nessun patto con Bassolino, non esiste uno scambio per le designazioni su segreteria e Santa Lucia. L´intesa dell´area Bersani su Amendola ha spazzato via la ricerca di un candidato unitario, svelando un campo smarrito sull´altro versante. «Fui eletto per traghettare. è giusto che si apra un confronto politico sui contenuti, alla luce del sole», le parole con cui Iannuzzi lascia. L´asse Veltroni-Fioroni (per Franceschini) cerca un´alternativa. I moderati rivendicano un diritto di scelta. Le ipotesi: Andria, Losco, Piccolo. Ma da Salerno c´è Vincenzo De Luca che scalpita. è molto tentato dall´idea di scendere personalmente in campo. Sommese ha un invito da rivolgere al partito: «Non possiamo vivere altri tre mesi di guerre. La gente è stanca. Non ce la fa a farsi trascinare nelle beghe interne e noi dobbiamo pensare a vincere le elezioni regionali». Luisa Bossa è più esplicita: «Amendola mette il partito al riparo da tentazioni egemoniche di chicchessia. Con tante inconfessate ambizioni, si fa fatica a immaginare un´alternativa di pari livello». E Amendola prende quota. Ciambriello, coordinatore dei Cristianosociali, chiede «un segretario a tempo pieno, senza doppi incarichi». Prende tempo Nicolais. Amendola non è un nome sgradito, ma lo sono le modalità. Non può votarlo come candidato di una parte. Rimane in piedi la sfida chiamata "Scusate il ritardo", il documento con cui su Facebook il giovane vicesindaco stabiese Nicola Corrado ha preparato giorni fa la strada a una candidatura generazionale. Quella a cui forse Bassolino pensava martedì, quando fece l´elogio delle persone che «con coraggio, dicono: ora vi faccio ballare». Corrado immaginava «una svolta generazionale», oltre lo schema di guerra interna «che finisce per legittimare da vent´anni il gruppo dirigente che ha guidato Ds e Margherita; servono il cuore, la passione e i volti di migliaia di giovani capaci e credibili», scrisse parlando di sindrome di Benjamin Button, il personaggio letterario di Fitzgerald che nasce vecchio e muore giovane. Il documento ha raccolto 400 adesioni online. Tra cui quella dello stesso Amendola, che ha poi scelto la strada della candidatura di componente. E oggi il Pd discute in seminario all´hotel Tiberio delle prospettive del partito. Con Cozzolino, Cuperlo e Follini. Il termine per la candidatura alla segreteria regionale scade il 31 luglio.

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rutelli: conta senza idee autogol per il pd - giovanna casadio (sezione: PD Congresso)

( da "Repubblica, La" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Pagina 16 - Interni Rutelli: conta senza idee autogol per il Pd Scontro Marino-Franceschini sulla laicità. E D´Alema bacchetta la Serracchiani Arcigay polemica con il segretario che ha detto: "Le coppie di fatto non sono famiglia" Arriva il quarto candidato: lo sconosciuto Rutigliano Si ritira Adinolfi GIOVANNA CASADIO ROMA - Scintille pre-congressuali su bipolarismo e laicità. A rendere più teso il confronto sono anche le polemiche tra Massimo D´Alema e Debora Serracchiani che dà le pagelle ai big e all´ex premier un bel 5. «Meno male che sono migliorato - scherza lui - era un 4, prima. Ma vorrei capire quand´è che ha vinto la cattedra...». Il Pd entra nel vivo della partita di ottobre per la leadership e la tensione fra i candidati sale. Sulla questione del bipolarismo. Dario Franceschini, il segretario uscente e ricandidato, ha detto di essere «il garante» del bipolarismo che le proposte di Pierluigi Bersani, lo sfidante, metterebbero a rischio. Contrattacca D´Alema: «Non conviene a nessuno lanciare messaggi inutilmente allarmanti perché conviene a tutti mantenere il confronto su un piano di civiltà e di merito. Il vero rischio per il bipolarismo è l´estremo indebolimento di questo partito, ora al 26%». Rincara Rosy Bindi: «A Dario manca il principio di realtà, non c´è nessuna nostalgia di maggioranze variabili, né dei vizi del trasformismo. Non si va però al governo con il 26%»: il tema delle alleanze è insomma imprescindibile. «Se Franceschini denigra gli altri candidati è un cattivo modo per cominciare», sottolinea Enrico Letta. Appello ai candidati di Francesco Rutelli, ultimo segretario della Margherita e ora "grande elettore" di Franceschini, affinché non si inasprisca la gara: «Abbiamo avuto una botta di culo a inventarci il Pd, una cosa nuova dove diverse culture potessero convergere, mentre in Europa la grande tradizione socialdemocratica è in crisi. Quello che veramente mi preoccupa sono le polemiche tra candidati», che i media amplificano. Critica inoltre il meccanismo macchinoso del congresso, che ne fa una «conta senza idee»: «Non lo sia o ne usciremo tutti ammaccati». Dal palco della festa Pd di Roma, ammonisce: «Attenti a non essere succubi di chi grida, non facciamoci dettare legge dai blog». E denuncia: sul conflitto d´interessi ci fu «un errore di sottovalutazione: nel centrosinistra c´era un non detto, che Berlusconi fosse un avversario fragile e, in fondo, il miglior avversario per il centrosinistra». Sulla laicità. Ignazio Marino presenta ieri a Milano la sua mozione e va subito al sodo: «Beppino Englaro è un eroe civile - dice - Franceschini è a disagio sulla laicità. Capisco le sue difficoltà ad affrontare il tema perché nella sua mozione convivono posizioni inconciliabili, da Paola Binetti che non ha votato la fiducia al governo Prodi perché era contraria a una mozione anti omofobia a quella della Serracchiani». Chiarisce subito: «Partecipo al congresso e alle primarie per vincere, per diventare segretario del Pd, sia chiaro che la mia candidatura non è e non sarà merce di scambio». Ad attaccare Franceschini su laicità e diritti civili sono anche le associazioni gay per le posizioni su famiglia e coppie di fatto. Una levata di scudi contro quella che giudicano una visione datata della società. «Per fortuna che cosa sia famiglia lo decide l´esperienza concreta di milioni di cittadini italiani», è la dura nota del presidente dell´Arcigay Aurelio Mancuso. E il circolo omosessuale romano, Mario Mieli lo accusa di «mettersi fuori dal consesso delle forze riformiste, di essere piccolo di nome e di fatto». Infine, ai nastri di partenza vanno in quattro: Franceschini, segretario ricandidato; Bersani, l´ex ministro del governo Prodi; Marino; Amerigo Rutigliano, outsider, di cui la commissione sta valutando i requisiti. A sorpresa si è ritirato Mario Adinolfi, il blogger e vice direttore di Red tv, la televisione dalemiana, che però appoggerà Franceschini. Raffaele Calabretta, ricercatore del Cnr, provocatorio inventore delle "doparie" (le primarie dopo le elezioni) è stato invece bocciato: non aveva i requisiti.

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Telekongresso in onda sul Tre in Rai vince la mozione Dario (sezione: PD Congresso)

( da "Riformista, Il" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Telekongresso in onda sul Tre in Rai vince la mozione Dario RETROSCENA. Paolo Ruffini rimane in sella alla Rete, Di Bella prova a tenersi il tiggì. Così il fronte Franceschini ha blindato la Rai e respinto l'opa ostile di Masi (e D'Alema). Con un alleato di lusso: Berlusconi. Bianca Berlinguer Mauro Masi e Paolo Ruffini. A lato, Dario Franceschini. Sopra, Mario ... segue dalla prima pagina Dietro il frullatore in cui da mesi vengono mescolati, a vario titolo, i nomi di Paolo Ruffini (rete) e Antonio Di Bella (tg), Barbara Palombelli (rete) e Bianca Berlinguer (tg), con l'innesto estemporaneo di vari outsider (Maurizio Mannoni, per il tg), sembra esserci una sola certezza: a prescindere dalle voci che danno la mozione Bersani già vincente tra gli iscritti, al di là del risultato che otterrà Ignazio Marino, in casa Rai il fronte Franceschini ragiona da monopolista. Tifano per «Dario» i due consiglieri democratici nel consiglio d'amministrazione, il veltroniano Giorgio van Straten e il margheritino Nino Rizzo Nervo; mentre il presidente dell'azienda, scelto proprio dal segretario attuale, non può certo considerarsi distante da lui. Non solo: anche i principali pontieri tra il partito e la tv pubblica - da Paolo Gentiloni a Roberto Cuillo, passando per la new entry David Sassoli - combattono ventre a terra nell'esercito franceschiniano. Certo, i Dario boys non mancano di sottolineare a ogni pie' sospinto che «la tesi del monopolio non è vera» e citano come prova a favore «l'antico legame tra il dg Mauro Masi e Massimo D'Alema». Ma è altrettanto certo che le nomine della Terza rete non sarebbero rimaste così a lungo in sospeso se non fosse stato per la guerra congressuale del partito. Al contrario di quanto è accaduto sulla sorte dei primi due canali, dove il piatto forte erano i telegiornali, a Rai Tre la questione è rovesciata. È la direzione della rete che fa gola ai litiganti. «Perché a prescindere da chi lo dirige - racconta un autorevole esponente del Pd, di casa alla Rai - il Tg3 non potrà mai essere diverso da come è sempre stato». Al contrario, prosegue il ragionamento della fonte, «chi guida il terzo canale può contribuire a orientare il bouquet degli intervistati di Fabio Fazio e gli interventi a Ballarò, passando per la satira della Dandini». Forse non sarà decisivo, forse. Ma, soprattutto in una partita che sarà decisa dagli elettori e non dagli iscritti, un amico alla direzione di Rai Tre vale anche di più del proverbiale «tesoro». Nel regno dell'ex Telekabul, oggi ribattezzata Telekongresso, Franceschini punta a congelare il trono di Paolo Ruffini. L'attuale direttore, che durante la trattativa per la presidenza dell'azienda era stato una delle carte coperte del segretario, è considerato vicino a «Dario» da tempi non sospetti. Nella partita a scacchi per confermare Ruffini, Franceschini ha con sé praticamente tutti i consiglieri Rai espressi dal Pd oltre a Gentiloni, che sta tessendo la trama. E non è tutto. Ad agevolare il compito del segretario è intervenuto anche Silvio Berlusconi, che a più riprese ha chiesto - per interposta persona - la testa del direttore di una rete in cui, parola del Cavaliere, «c'è troppa satira contro il governo». La fatwa berlusconiana su Ruffini ha finito per rafforzare il direttore di Rai Tre. Anche perché, come ammette un franceschiniano di rango, «se Paolo venisse cacciato in questo momento, il suo successore, chiunque esso sia, finirebbe per essere votato solo dal centrodestra». E, quindi, «essere accusato a vita di intelligenza col peggiore dei nemici». Stando al tam-tam di viale Mazzini, per tentare di ristabilire la par condicio congressuale, Massimo D'Alema avrebbe avanzato, già da settimane, la candidatura di Barbara Palombelli. Una pista vera o l'ennesimo specchietto per le allodole? Chissà. Di certo l'uomo che negli ultimi giorni si è avvicinato di più alla successione di Ruffini è stato Antonio Di Bella. Proprio lui, il direttore del Tg3. Ma Di Bella, fiutata l'aria, ha deciso di declinare l'offerta (benedetta da D'Alema) che gli era stata avanzata da Masi. La motivazione? «No, grazie. Non prenderei mai una nomina approvata coi voti della sola maggioranza di governo». Sullo sfondo rimane il Tg3 e una candidata semi-ufficiale, Bianca Berlinguer. Ma anche su questo terreno, Franceschini (e Veltroni) non vogliono lasciare margine agli avversari del congresso. Il nome del ticket Dario-Walter per il tiggì è già sul tavolo: si tratta di Maurizio Mannoni. Come finirà? L'ipotesi più probabile è che la guerra silenziosa per il Tg3 se la aggiudichi il «terzo nome», che però è quello del direttore attuale. Morale? Ruffini a Rai Tre. Di Bella al Tg3. Tutto come prima. Telekongresso rimane più vicina alla mozione Franceschini. E dopo un larghissimo e tortuoso giro si ritorna alla casella del Via. Come a Monopoli. Tommaso Labate 24/07/2009

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Rutigliano quarto uomo e Debora dà le pagelle (sezione: PD Congresso)

( da "Riformista, Il" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

democrat Rutigliano quarto uomo e Debora dà le pagelle Nel giorno del termine d'iscrizione alle candidature per la corsa alle primarie della segreteria nazionale, è arrivato il quarto uomo: si chiama Amerigo Rutigliano. Rimane escluso Raffaele Calabretta, un ricercatore del Cnr, che aveva al centro del suo programma le «doparie», ovvero le primarie, da farsi dopo le elezioni, sulle decisioni del governo. Rutigliano si aggiunge a Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino. Il primo ha scelto Roma come base della sua candidatura, smentendo le responsabilità della sconfitta alle elezioni europee, arginando "la laicità" del terzo incomodo e lanciando un grido d'allarme in caso di vittoria di Bersani. ("E' a rischio il bipolarismo nel nostro paese"). Mario Adinolfi, il giornalista blogger, nel frattempo ha rinunciato alla candidatura: «Fino alle primarie del 25 ottobre darò una mano al tentativo di Franceschini». Rispetto alla mozione Bersani si muovono le truppe settentrionali del Partito democratico. Da Milano Filippo Penati e Enrico Letta puntano gran parte delle loro speranze sul territorio lombardo. «E' qui dove il partito ha maggiori difficoltà - ha sottolineato Letta durante una conferenza stampa - ed è da qui che dobbiamo ripartire». Stesso concetto espresso con più colore dall'ex presidente della provincia meneghina: «Si guardi oltre il raccordo anulare. Il dato vero è che in un anno e mezzo si sono persi 4 milioni di elettori, 300 mila al mese, oltre 10mila al giorno. Bisogna cambiare». Questione che pare aver recepito pure Marino che insieme a Pippo Civati dei giovani Piombini ha deciso di presentare la mozione proprio nel capoluogo lombardo. Una corsa incentrata sui temi della laicità, ma pure sull'ambiente e sui problemi della disoccupazione. "Capisco il disagio di Franceschini, la sua difficoltà ad affrontare i temi della laicità, perché all'interno della sua mozione convivono molte posizioni". Ma nel bene o nel male è ancora la giovane Debora Serracchiani a creare scalpore tra le anime dei democrats. In un'intervista alla video chat di Zoro, l'avvocato di Udine ha dato i voti alle facce del centrosinistra. Cinque il voto per Massimo D'Alema: «Perché credo debba lasciare più spazio a Bersani». L'ex ministro degli Esteri la mette sul ridere, ma aggiunge un pizzico di amarezza: «Era quattro prima - dice D'Alema - Meno male, c'è qualche speranza di miglioramento. Io vorrei capire questa cattedra quando l'ha vinta, però va bene…». Stoccata della Serracchiani per Rutelli: «È stata una grossa cazzata candidarlo a Roma». 24/07/2009

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Nuovo Pci Democratici alla guerra civile (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di venerdì 24 luglio 2009 Nuovo Pci Democratici alla guerra civile di Paolo Guzzanti La migliore è di Arturo Parisi il quale disse una decina di giorni fa: «A vent'anni dalla caduta del muro di Berlino siamo ancora sulla stessa mattonella ad aspettare che qualcuno ci dia l'avanti-marsch!». È lì che si trova il Pd: su una mattonella da cui tenta sortite disuguali sui centimetri delle mattonelle più vicine, tornando ogni volta alla base come nel gioco dell'oca. Che nel caso del Pd si comporta più che come un'oca, come una di quelle galline cui hanno tagliato la testa e che se ne vanno a zonzo senza meta finché non crollano annaspando. Prendiamo la giovane Debora Serracchiani che non ha avuto il coraggio di trasformare il proprio consenso in leadership (che sarebbe stato il fatto veramente nuovo, come accade in Francia, o in Spagna). Dice la Serracchiani, a proposito dell'ex sindaco di Roma: «È stata una grossa cazzata candidare Rutelli a Roma. Una delle decisioni più autolesioniste del Pd». E lo stesso Rutelli replica: «Se il Pd accetta di essere "di sinistra", non è bollito, ma fritto». Non è un mistero che Rutelli sia in uscita dal Pd, forse diretto verso l'Udc, o forse verso la zona franca in cui teoricamente l'Udc incontrerà il Pd. Il fatto è che sta vincendo la linea di D'Alema del ritorno genetico del vecchio Pci, rivisto per le moderne esigenze, con estromissione di eretici e meticci, cattolici e laici, tutti i corpi estranei che non hanno prodotto fecondità ma sconfitte su sconfitte. Ed ecco allora che si spiega il fuoco di sbarramento contro Ignazio Marino, l'outsider che parla di «una questione morale grande come una montagna» riferendosi al presunto stupratore seriale di Roma, attivista del partito. Marino, avversato da Rosy Bindi che lo accusa di non avere «né il cuore né l'intelligenza per guidare il Pd», è sostenuto ora dagli intellettuali di Micromega che ripiegano su di lui dopo aver perso Grillo, ma si presenta più come un tagliatore di teste che come un presentatore di programmi: dice che bisogna cacciare la cattolica Paola Binetti perché «non crede che i diritti siano di tutti» e incassa così l'accusa di Mario Adinolfi, blogger e anchorman di Red tv che gli dà del gallinaceo: «Marino politicamente parlando è un dilettante, un pollo». E Adinolfi, da outsider modernista e bacchetta i due antagonisti maggiori, Franceschini e Bersani, dicendo che «con Bersani avremmo un partito-chiesa" mentre «Franceschini si traveste da innovatore» ma non lo è. Il che non gli impedisce di sostenerlo, notizia fresca di ieri, nella corsa alla segreteria. Franceschini naturalmente incassa siluri pesantissimi da D'Alema che lo sfregia con il suo disprezzo: «Franceschini? Beh, in un partito che viene da due sconfitte pesanti nell'ultimo anno e mezzo, normalmente si cambia. Franceschini fa parte di un gruppo dirigente perdente ed è sceso in campo contro personalità incommensurabilmente migliori di quelle che ci sono ora». E questa era la risposta all'affermazione dell'attuale segretario il quale aveva detto a fine giugno: «Mi candido per non riconsegnare il partito nelle mani di chi c'era prima». È qui il nocciolo della questione: Franceschini, cattolico ex Dc, non vuole il ritorno egemonico del vecchio Pci, che è invece esattamente quel che chiede D'Alema puntando su Bersani, aperto sostenitore della purezza genetica: «Non possiamo essere un partito idrovora che tira su qualsiasi cosa». E per «qualsiasi cosa» Bersani, come D'Alema, intende proprio tutti coloro che sono estranei, o nemici, dell'invisibile ma persistente solco comunista, si chiamino Grillo o Marino, ma anche Franceschini o Rutelli. Bersani incassa così inevitabilmente un'accusa di ipocrisia dall'ex segretario Veltroni: «Non può far finta di venire da un altro pianeta», intendendo dire che Bersani appartiene all'anima più vecchia della componente comunista. E poi c'è Piero Fassino, ex segretario del partito, ex ministro degli Esteri, ex eminenza grigia del Pci riformista della scuola torinese, totalmente fatto fuori dall'apparato dalemiano e trattato come un cane in chiesa: ha avuto persino problemi a farsi accogliere alla festa dell'Unità che adesso si chiama ridicolmente «Democrat Party» con vaghi riferimenti a James Bond con la scritta «Mescolato, non agitato». Ebbene, Fassino, colpevole di essere fedele a Franceschini, e quindi di essersi posto fuori dalla linea della purezza genetica che sta per prevalere nel Pd benché lui stesso venga dalla destra comunista liberal torinese, rifiuta sia l'outsider Marino di cui depreca la scompostezza («le parole di Marino sono inaccettabili. Per raggranellare qualche voto ha offeso migliaia di militanti»), sia Bersani il comunista doc, di cui dice: «È il candidato dei nostalgici, di quando i Ds avevano un altro nome», e cioè comunisti. Qui l'accusa a D'Alema di essere il portatore del vecchio genoma di Botteghe Oscure dichiarando conclusa la fase della sperimentazione ibrida con cattolici e laici, è lampante e infatti Fassino, dopo Bersani, attacca frontalmente il suo sponsor D'Alema: «Si definisce uno statista e ha paura della Serracchiani?» e, in un'altra occasione, «sconcerta il tono delle parole di D'Alema». Si potrebbe andare avanti a lungo spulciando invettive, insinuazioni, fuochi di sbarramento, fili ad alta tensione e tagliole, ma il punto è che il Pd sta vivendo una scissione di fatto che probabilmente si trasformerà prima o poi in una scissione anche formale: la linea del recupero e della supremazia genetica di chi viene dal Pci su tutti gli altri, sta prevalendo. I cattolici, fra cui Rutelli, si sentono messi al bando non meno di quanto non si sentano messi al bando gli outsider, o gli esponenti della sinistra radicale, o giustizialista. Vince, sembra, la linea di D'Alema che cerca la vittoria attraverso Bersani, quello secondo cui il partito non è un'idrovora che raccolga qualsiasi cosa. Se questa sarà la conclusione del processo che si concluderà con il congresso d'ottobre, avremo questa straordinaria novità: lo «zoccolo duro» si fa partito e si trincera contro le impurità, il meticciato, gli sperimentalismi. E ci sembra che questa linea marci a rullo compressore schiacciando le diversità, i personalismi, i fanatismi, le speranze. Se c'era stata una sorta di «primavera di Praga» nell'ex Pci che l'aveva portato a confondersi e mescolarsi nella folla del comune sentire di sinistra, quella primavera viene ora spenta dai carri armati del partito-partito, senza più un'anima ideologica, pragmatico, emiliano, se necessario cinico e pronto a trattare con la destra senza soprassalti pudichi e senza altro pregiudizio che quello del tornaconto. Stiamo dunque assistendo alla fine dell'ulivismo prodiano, alla fine dell'innesto cattolico (eretici sia la Binetti che Franceschini e Rutelli, anche se Rosy Bindi resiste) e a un ritorno alle origini. In parole povere, il Pci è morto, torna il Pci. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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5,5 (sezione: PD Congresso)

( da "Corriere della Sera" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Corriere della Sera sezione: Politica data: 24/07/2009 - pag: 13 I voti dell'eurodeputata Dario Franceschini 6,5 «Al segretario del Pd do il voto più alto. Ma aggiungo che si deve impegnare di più» Pier Luigi Bersani 6 «Nessuno si è accorto che si è candidato. Ma considerando che è stato un bravo ministro, dico 6» Ignazio Marino 5 «Dobbiamo sforzarci di non parlare solo di certe cose. Ci serve un segretario, non un chirurgo» Walter Veltroni 6- «Ha coraggio, ma deve elaborare le cose successe negli ultimi mesi: vivrebbe meglio» Francesco Rutelli s.v. «Senza voto. Ma candidarlo a sindaco di Roma è stata una grossa c..ata. Da autolesionisti» Massimo D'Alema 5 «È intelligente e mi sta anche simpatico. Ma poteva evitare di mangiare l'ennesimo leader» Debora Serracchiani 5,5 «Io oscillo tra 5 e 6. Devo fare un po' di strada umilmente e sforzarmi di non cambiare»

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Serracchiani: D'Alema da 5 in pagella La replica: chi le ha dato la cattedra? (sezione: PD Congresso)

( da "Corriere della Sera" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Corriere della Sera sezione: Politica data: 24/07/2009 - pag: 13 Democratici Fassino: la clausola antiscissione esprime coesione. Ma Rutelli: se vince Marino rottura possibile Serracchiani: D'Alema da 5 in pagella La replica: chi le ha dato la cattedra? L'ex premier contro Di Pietro: basta attacchi volgari a Napolitano ROMA Dario Franceschini promosso con un dignitoso 6 e mezzo, Pierluigi Bersani se la cava a stento con un classico sei politico). Sufficienza piena per Beppe Grillo, mentre Walter Veltroni arriva a 6 meno. Bocciati Ignazio Marino e Massimo D'Alema, cinque senza appello. Francesco Rutelli senza voto, ma con giudizio tranchant: «Candidarlo a Roma è stata una grossa cazzata». A dare pagelle e giudizi, una maestrina senza occhiali ma con frangetta, Debora Serracchiani, ospite di Diego Bianchi, in arte Zoro, nel programma di videointerviste «Orzo». Osannata per un discorso all'assemblea dei circoli, poi criticata per avere appoggiato uno dei suoi bersagli (Dario Franceschini), l'eurodeputata torna in versione irriverente e si becca subito il sarcasmo di Massimo D'Alema. Il presidente della Fondazione ItalianiEuropei comincia ironico: «Il 5 in pagella? Era 4 prima: meno male, c'è qualche speranza di miglioramento». Poi però non si trattiene: «Io vorrei capire questa cattedra quando l'ha vinta». La Serracchiani approfitta del gioco di Zoro per spiegare chiaramente cosa pensa di D'Alema: «Intelligente, simpatico, ma in questi 20 mesi del Pd avrebbe potuto dare un contributo diverso, che non mangiare l'ennesimo leader ». Mentre studenti e prof litigano, l'esame del congresso si avvicina. Ieri hanno presentato le firme e la mozione Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino. Mario Adinolfi ha deciso di rinunciare dando il suo appoggio a Franceschini. Renato Nicolini non si è presentato ed è spuntato Arrigo Rutigliano, ammesso con riserva. I candidati hanno firmato la clausola antiscissione, che impegna tutti a collaborare per il bene del partito. Messaggio neanche troppo velato per chi volesse fare i bagagli dopo la sconfitta. Piero Fassino lo dice apertamente: «È una scelta di responsabilità: lanciamo un messaggio di coesione e di fiducia». Ma Rutelli alla domanda su un'eventuale vittoria di Marino risponde: «È improbabile che accada. Ma una rottura in politica è sempre possibile». E spiega la sua idea di partito: «Noi abbiamo avuto una botta di culo a inventarci il Pd, una cosa nuova dove diverse culture potessero convergere, proprio mentre in tutta Europa la grande tradizione socialdemocratica è in crisi». Tutti insieme, dunque, ma non appassionatamente. Sotto accusa ieriFranceschini,chesul Corriere ha attaccato Bersani: «Se vince lui è a rischio il bipolarismo ». Risposte piccate di D'Alema («Non conviene a nessuno mandare messaggi allarmanti»), Bindi («A Franceschini servirebbe un po' di principio di realtà») ed Enrico Letta: «Toni sbagliati: se si spara la bomba atomica subito, dopo chissà che succede. Il segretario non denigri gli altri candidati». E sale la tensione anche contro Di Pietro, contro cui si scaglia D'Alema: «Attaccare il capo dello Stato, in modo pretestuoso e volgare, è un modo per aiutare il governo. Spero che la smetta». Alessandro Trocino

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Ruolo di La nuova strategia di Veltroni (sezione: PD Congresso)

( da "Corriere della Sera" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Corriere della Sera sezione: Politica data: 24/07/2009 - pag: 13 Scenari L'ex leader e il dubbio se restare nel Pd con Bersani segretario Ruolo di «riserva istituzionale» La nuova strategia di Veltroni ROMA Quando era segretario del Pd ogni tanto veniva colto da qualche dubbio e confidava ai collaboratori: «Chissà se abbiamo fatto bene ad andare via dal Campidoglio ». Ora che è parlamentare semplice Walter Veltroni non rimpiange mai i tempi in cui era il leader del Partito democratico. Se non altro perché «c'era gente che voleva farmi la pelle a tutti i costi». Adesso dice che preferisce restare «defilato». Ma qualche idea sul suo futuro Veltroni ce l'ha, perché poi di abbandonare la politica non ha intenzione e la «tanta gente» che l'altro ieri sera lo ha ascoltato alla festa del Pd di Roma lo conforta da questo punto di vista. Solo che l'ex segretario non ha nessuna voglia di continuare a occuparsi delle «beghe di partito». Non che le sorti del Pd non gli stiano a cuore. Anzi: è convinto che quello in atto sia un po' come uno scontro tra «le forze del male e quelle del bene », ed è superfluo precisare a quale schieramento appartenga Massimo D'Alema. Ed ha già detto a più di un collega parlamentare che se vince Pier Luigi Bersani per lui sarà difficile restare al Pd, perché sarebbe «un altro partito». Non quello che lui immagina, quello che dovrebbe concorrere a creare «l'Internazionale democratica », quello in cui ci deve essere «meno funzionariato e più impegno civile». L'idea di Veltroni è quella di ritagliarsi un ruolo che gli consenta di continuare a fare politica e di essere una riserva del centrosinistra. Di qui la decisione di cavalcare il tema del conflitto di interessi su cui ha preparato una proposta di legge. Di qui l'intenzione di fare parte della commissione Antimafia. In quella commissione potrebbe ritrovarsi a fare le battaglie che già ha fatto, da segretario e non, in tutte le sue, frequentissime, puntate nel Meridione. E potrebbe aspirare a qualcosa di più. L'attuale vicepresidente in quota pd di questa commissione, Beppe Lumìa, è candidato a fare il segretario regionale del partito in Sicilia, forte di un consenso quasi unanime. Veltroni quindi potrebbe prenderne il posto e poi, quando nel 2010, come prevede la legge che istituisce l'Antimafia, la commissione dovrà essere rinnovata o confermata, potrebbe andare a presiederla. Quello sarebbe il «ruolo istituzionale » a cui Veltroni (che non ha mai fatto mistero di essere più tagliato per un compito di questo genere che per quello di segretario) aspira. E' ovvio che non c'è ancora niente di definito e di definitivo ma è un sogno che l'ex leader accarezza. E che gli consentirebbe di restare nel gioco della politica senza seguire il giorno per giorno delle liti e delle divisioni, che, assicura, non gli «interessano assolutamente». Insomma Veltroni aspetta e non esclude che possa tornare il suo momento, perché, come dice lui stesso, «i rapporti di forza in un Paese non sono ossificati per sempre». Non è affatto detto, allora, che il centrosinistra possa tornare a essere competitivo e ad avere bisogno di affidarsi a personaggi in grado di guidarlo. Veltroni un ruolo istituzionale, dentro il Pd, cerca di ritagliarselo anche adesso, quando avverte che «settembre sarà un mese drammatico dal punto di vista dell'economia e delle sue conseguenze sociali: evitiamo perciò di passare quel mese a farci male tra di noi, parliamo dei problemi del Paese e cerchiamo di creare le condizioni per essere pronti di fronte a una destra che è in evidente difficoltà». Solo quando sente parlare di D'Alema l'ex segretario fa fatica a restare nei confini di quel ruolo... Maria Teresa Meli

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ROMA - Il Pd ha un quarto candidato segretario. Si chiama Amerigo Rutigliano, ses... (sezione: PD Congresso)

( da "Messaggero, Il" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Venerdì 24 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIO SARDO ROMA - Il Pd ha un quarto candidato segretario. Si chiama Amerigo Rutigliano, sessantenne ragioniere romano. Ci aveva già provato alle primarie del 2007 ma allora non riuscì a raccogliere le firme. Ieri sera ne ha depositato 1546, 46 più del necessario: ora però dovranno essere verificate. Alla scadenza delle 20 non si sono presentati invece Renato Nicolini e Mario Adinolfi (che ha annunciato il sostegno al segretario in carica). Come previsto, insomma, la vera griglia congressuale è composta da tre candidati - Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino - e la loro corsa è destinata a concludersi solo alle primarie del 25 ottobre (basterà il 5% al terzo classificato nelle preferenze degli iscritti per superare la prima fase). Manca comunque ancora una scadenza importante: entro il 31 luglio saranno ufficializzate le candidature alle segreterie regionali. E, siccome le primarie regionali si svolgeranno in contemporanea con quelle nazionali, gli accoppiamenti dei candidati possono produrre un effetto di trascinamento. Non è un caso che Franceschini punti in Friuli sulla Serracchiani, in Liguria su Cofferati, in Sardegna sulla Barracciu (rivelatisi campioni di preferenze alle Europee). E che ancora faccia pressing su Sassoli per il Lazio. Bersani invece appare fin qui in vantaggio nel partito, stando almeno al pronunciamento di governatori, sindaci e dirigenti intermedi. Nove governatori del Pd su dieci hanno espresso la loro preferenza per Bersani. Anche tra i sindaci dei Comuni capoluogo e i presidenti di Provincia prevale l'ex ministro. Tanto che i suoi sperano in un'affermazione nel partito che vada oltre il 50-55% per condizionare così la seconda fase. Franceschini invece sin dal primo momento ha orientato la sua campagna tutta sulle primarie. La strategia è capovolta rispetto a Bersani: nel suo caso, la competitività alle primarie è condizione di tenuta nella fase interna al partito. Si spiega anche così l'affondo di ieri contro Bersani, accusato da Franceschini di mettere a rischio il «bipolarismo» con le sue proposte istituzionali e le sue aperture all'alleanza con l'Udc. La polemica ieri si è subito infiammata. Filippo Penati, coordinatore della campagna di Bersani, ha replicato che «nell'ultimo anno e mezzo il Pd ha perso 4 milioni di voti: è il vero problema e per questo bisogna cambiare». Sia Letta che la Bindi hanno precisato che nessuno intende rinunciare al bipolarismo, mentre invece va abbandonata la linea «bipartitica» seguita da Veltroni e Franceschini. Più complessa la risposta di D'Alema: «L'errore del Pd è stato accettare l'idea berlusconiana del bipolarismo, fondata su una logica personalistica e plebiscitaria». «Mi dicevano bravo, bravissimo finché non mi sono ricandidato. Ora mi danno anche la colpa dei 4 milioni di voti persi» ha detto ancora Franceschini. Debora Serracchiani intanto ha dato le pagelle ai leader del Pd (insufficienza solo a D'Alema e Marino). Il 6 di Veltroni contiene però il rimprovero per la ricandidatura di Rutelli a sindaco: «È stata una c...ata». Rutelli ieri sera era ospite della festa romana del Pd: «Siamo fritti se diventiamo solo la sinistra».

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Bersaniani all'attacco: Dario, hai perso tu (sezione: PD Congresso)

( da "EUROPA ON-LINE" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

Articolo Sei in Interni 24 luglio 2009 La giornata - Dopo l'intervista del Segretario sul Bipolarismo "a rischio" Bersaniani all'attacco: Dario, hai perso tu «Il vero rischio per il bipolarismo è l'estremo indebolimento di questo partito che, in due elezioni, si è ridotto al 26 per cento». L'ex ministro degli esteri, Massimo D'Alema risponde così ai «rischi» denunciati da Dario Franceschini, con un'intervista al Corriere, in caso di vittoria di Bersani. Sposa questa linea anche Filippo Penati che insiste affermando che «il bipolarismo va utilizzato per vincere e governare coerentemente e non solo per partecipare, come auspicano molti altri. Altra cosa è il bipartitismo, rifiutato dagli stessi elettori». E le repliche alle dichiarazione del segretario dem non finiscono qui. Anche Enrico Letta pensa che «accusare Bersani di non volere il bipolarismo sia sbagliato». Non basta. A proposito di maggioranze di governo, Gianni Pittella, intervenendo ieri mattina alla trasmissione Omnibus su La7, risponde al segretario che «in questo momento, il problema degli italiani non è se tra centro e sinistra ci debba andare il trattino oppure no. Piuttosto il problema è come pagare il mutuo e le bollette». Dalla conferenza stampa tenutasi ieri, invece, Franceschini ha cercato di correggere l'opinione secondo la quale il tesseramento sarebbe stato un flop, facendo sapere che «negli ultimi giorni migliaia di persone si sono presentate nei circoli o hanno fatto domanda online, perché vogliono partecipare sin dalla prima fase del congresso, quella che seleziona i candidati». Immediata la replica di Penati preoccupato di fronte al «dato vero»: secondo il coordinatore del comitato Bersani infatti, «nell'ultimo anno e mezzo si sono persi 4 milioni di elettori, 300mila al mese, oltre 10mila al giorno». Niente feste per il tesseramento dunque. A sostenere la linea Franceschini anche Mario Adinolfi, che ieri ha ritirato la propria candidatura «dopo aver ascoltato le linee programmatiche di Dario». Le proposte del leader Pd corrisponderebbero infatti ai temi su cui Adinolfi stesso si era concentrato: «Un partito aperto che non si ripieghi sul passato». La squadra pro-Dario conquista così un nuovo alleato, un uomo importante a sostegno del segretario dem, perché permetterà al Pd di «parlare a tutto quel mondo che vive la politica attraverso delle forme non convenzionali di partecipazione, fuori dalle sezioni di partito e senza tessere». E a proposito di "facce nuove e nuove energie", Debora Serracchiani, ospite del blogger Diego Bianchi (Zoro), non ha smentito la linea "anti-apparato" inaugurata qualche tempo fa: «Bersani? ha detto Nessuno si è accorto che è candidato». La colpa sarebbe di Massimo D'Alema che, oltre a «non aver lasciato abbastanza spazio a Pierluigi», ne avrebbe anche un'altra, forse più grave: «Non aver risolto il conflitto d'interessi ». Quanto allo scarso 5 assegnato da Debora sulla pagella di Massimo, D'Alema non si lamenta. Vorrebbe solo capire «la Serracchiani quando abbia vinto questa cattedra». Giulia Cerino

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Nuovo Pci, Democratici alla guerra civile (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di venerdì 24 luglio 2009 Nuovo Pci, Democratici alla guerra civile di Paolo Guzzanti La migliore è di Arturo Parisi il quale disse una decina di giorni fa: «A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino siamo ancora sulla stessa mattonella ad aspettare che qualcuno ci dia l’avanti-marsch!». è lì che si trova il Pd: su una mattonella da cui tenta sortite disuguali sui centimetri delle mattonelle più vicine, tornando ogni volta alla base come nel gioco dell’oca. Che nel caso del Pd si comporta più che come un’oca, come una di quelle galline cui hanno tagliato la testa e che se ne vanno a zonzo senza meta finché non crollano annaspando. Prendiamo la giovane Debora Serracchiani che non ha avuto il coraggio di trasformare il proprio consenso in leadership (che sarebbe stato il fatto veramente nuovo, come accade in Francia, o in Spagna). Dice la Serracchiani, a proposito dell’ex sindaco di Roma: «è stata una grossa cazzata candidare Rutelli a Roma. Una delle decisioni più autolesioniste del Pd». E lo stesso Rutelli replica: «Se il Pd accetta di essere “di sinistra”, non è bollito, ma fritto». Non è un mistero che Rutelli sia in uscita dal Pd, forse diretto verso l’Udc, o forse verso la zona franca in cui teoricamente l’Udc incontrerà il Pd. Il fatto è che sta vincendo la linea di DAlema del ritorno genetico del vecchio Pci, rivisto per le moderne esigenze, con estromissione di eretici e meticci, cattolici e laici, tutti i corpi estranei che non hanno prodotto fecondità ma sconfitte su sconfitte. Ed ecco allora che si spiega il fuoco di sbarramento contro Ignazio Marino, l’outsider che parla di «una questione morale grande come una montagna» riferendosi al presunto stupratore seriale di Roma, attivista del partito. Marino, avversato da Rosy Bindi che lo accusa di non avere «né il cuore né l’intelligenza per guidare il Pd», è sostenuto ora dagli intellettuali di Micromega che ripiegano su di lui dopo aver perso Grillo, ma si presenta più come un tagliatore di teste che come un presentatore di programmi: dice che bisogna cacciare la cattolica Paola Binetti perché «non crede che i diritti siano di tutti» e incassa così l’accusa di Mario Adinolfi, blogger e anchorman di Red tv che gli dà del gallinaceo: «Marino politicamente parlando è un dilettante, un pollo». E Adinolfi, da outsider modernista e bacchetta i due antagonisti maggiori, Franceschini e Bersani, dicendo che «con Bersani avremmo un partito-chiesa” mentre «Franceschini si traveste da innovatore» ma non lo è. Il che non gli impedisce di sostenerlo, notizia fresca di ieri, nella corsa alla segreteria. Franceschini naturalmente incassa siluri pesantissimi da DAlema che lo sfregia con il suo disprezzo: «Franceschini? Beh, in un partito che viene da due sconfitte pesanti nell’ultimo anno e mezzo, normalmente si cambia. Franceschini fa parte di un gruppo dirigente perdente ed è sceso in campo contro personalità incommensurabilmente migliori di quelle che ci sono ora». E questa era la risposta all’affermazione dell’attuale segretario il quale aveva detto a fine giugno: «Mi candido per non riconsegnare il partito nelle mani di chi c’era prima». è qui il nocciolo della questione: Franceschini, cattolico ex Dc, non vuole il ritorno egemonico del vecchio Pci, che è invece esattamente quel che chiede D’Alema puntando su Bersani, aperto sostenitore della purezza genetica: «Non possiamo essere un partito idrovora che tira su qualsiasi cosa». E per «qualsiasi cosa» Bersani, come DAlema, intende proprio tutti coloro che sono estranei, o nemici, dell’invisibile ma persistente solco comunista, si chiamino Grillo o Marino, ma anche Franceschini o Rutelli. Bersani incassa così inevitabilmente un’accusa di ipocrisia dall’ex segretario Veltroni: «Non può far finta di venire da un altro pianeta», intendendo dire che Bersani appartiene all’anima più vecchia della componente comunista. E poi c’è Piero Fassino, ex segretario del partito, ex ministro degli Esteri, ex eminenza grigia del Pci riformista della scuola torinese, totalmente fatto fuori dall’apparato dalemiano e trattato come un cane in chiesa: ha avuto persino problemi a farsi accogliere alla festa dell’Unità che adesso si chiama ridicolmente «Democrat Party» con vaghi riferimenti a James Bond con la scritta «Mescolato, non agitato». Ebbene, Fassino, colpevole di essere fedele a Franceschini, e quindi di essersi posto fuori dalla linea della purezza genetica che sta per prevalere nel Pd benché lui stesso venga dalla destra comunista liberal torinese, rifiuta sia l’outsider Marino di cui depreca la scompostezza («le parole di Marino sono inaccettabili. Per raggranellare qualche voto ha offeso migliaia di militanti»), sia Bersani il comunista doc, di cui dice: «è il candidato dei nostalgici, di quando i Ds avevano un altro nome», e cioè comunisti. Qui l’accusa a D’Alema di essere il portatore del vecchio genoma di Botteghe Oscure dichiarando conclusa la fase della sperimentazione ibrida con cattolici e laici, è lampante e infatti Fassino, dopo Bersani, attacca frontalmente il suo sponsor DAlema: «Si definisce uno statista e ha paura della Serracchiani?» e, in un’altra occasione, «sconcerta il tono delle parole di D’Alema». Si potrebbe andare avanti a lungo spulciando invettive, insinuazioni, fuochi di sbarramento, fili ad alta tensione e tagliole, ma il punto è che il Pd sta vivendo una scissione di fatto che probabilmente si trasformerà prima o poi in una scissione anche formale: la linea del recupero e della supremazia genetica di chi viene dal Pci su tutti gli altri, sta prevalendo. I cattolici, fra cui Rutelli, si sentono messi al bando non meno di quanto non si sentano messi al bando gli outsider, o gli esponenti della sinistra radicale, o giustizialista. Vince, sembra, la linea di DAlema che cerca la vittoria attraverso Bersani, quello secondo cui il partito non è un’idrovora che raccolga qualsiasi cosa. Se questa sarà la conclusione del processo che si concluderà con il congresso d’ottobre, avremo questa straordinaria novità: lo «zoccolo duro» si fa partito e si trincera contro le impurità, il meticciato, gli sperimentalismi. E ci sembra che questa linea marci a rullo compressore schiacciando le diversità, i personalismi, i fanatismi, le speranze. Se c’era stata una sorta di «primavera di Praga» nell’ex Pci che l’aveva portato a confondersi e mescolarsi nella folla del comune sentire di sinistra, quella primavera viene ora spenta dai carri armati del partito-partito, senza più un’anima ideologica, pragmatico, emiliano, se necessario cinico e pronto a trattare con la destra senza soprassalti pudichi e senza altro pregiudizio che quello del tornaconto. Stiamo dunque assistendo alla fine dell’ulivismo prodiano, alla fine dell’innesto cattolico (eretici sia la Binetti che Franceschini e Rutelli, anche se Rosy Bindi resiste) e a un ritorno alle origini. In parole povere, il Pci è morto, torna il Pci. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Pd, veleni e accuse È partita la corsa (sezione: PD Congresso)

( da "Avvenire" del 24-07-2009)

Argomenti: PD

CRONACA 24-07-2009 Pd, veleni e accuse È partita la corsa Franceschini: Bersani? È contro il bipolarismo Letta: no a chi denigra, così cominciamo male È già scaricabarile sulle responsabilità per il calo di consensi DA R OMA G IORGIO D'A QUINO L a corsa è partita e i concorrenti, ridotti di fatto a tre dopo il ritiro di Adinolfi a favore del segretario uscente, fin dai primi metri dimostrano di non volersi risparmiare i colpi. A due mesi a mezzo dal congresso del partito democratico, il fuoco di fila di attacchi e difese incrociati è già intensissimo. Così, l'accusa di Dario Franceschini al suo principale avversario di mettere a repentaglio il bipolarismo, provoca repliche pesanti di Enrico Letta e Massimo D'Alema. Mentre l'addebito al leader in carica della recente sconfitta alle europee, mosso dagli sponsor di Pierluigi Bersani, induce al sarcasmo l'interessato, attorno al quale fanno quadrato i principali supporters, Piero Fassino in testa. Quanto all'outsider Ignazio Marino, che ieri ha presentato la sua mozione, il leit motiv (o l'ossessione) laicista diventa a sua volta tema di scontro interno con Franceschini. Vola alto invece l'ex numero uno Walter Veltroni, che invita tutto il partito a crederci, fidando in una nuova capacità dell'elettorato a scegliere volta per volta e fiducioso che «il vento di O- bama arriverà anche in Italia». A dare il 'gong' della prima ripresa è stato ieri il timore manifestato da Franceschini che una eventuale vittoria di Bersani metta a repentaglio la conquista del bipolarismo, mentre lui si impegna a garantirlo anche dopo il tramonto di Berlusconi, giudicato vicino. L'ex ministro delle attività produttive farebbe bene anche a essere «cauto sull'uso delle parole»: come 'sinistra', che certo ha «una storia nobilissima», ma non esauri- sce l'elettorato potenziale del Pd. Apriti cielo. Da Letta è arrivata subito una replica pepatissima: «Non mi pare l'inizio giusto è insorto per affrontare la campagna congressuale. Se si inizia con una bomba atomica così, chissà cosa si dirà l'ultima settimana. Il segretario non deve denigrare le posizioni degli altri candidati ». Più soft nei toni ma non meno minacciosa nella sostanza la risposta di D'Alema: non conviene «a nessuno lanciare messaggi inutilmente allarmanti, perchè conviene a tutti mantenere il confronto su un piano di civiltà e di merito». E sappia il segretario che «il vero rischio per il bipolarismo è l'estremo indebolimento di questo partito che, in due elezioni, si è ridotto al 26%»: chiaro che così «il bipolarismo diventa piuttosto difficile, nel senso della possibilità di riconquistare il governo del Paese». Proprio del crollo elettorale del Pd si serve un altro sponsor di Bersani, il milanese Filippo Penati, per muovere addebiti a Franceschini. «Il dato vero sbotta è che nell'ultimo anno e mezzo si sono persi 4 milioni di elettori, 300mila al mese, oltre 10mila al giorno. Bisogna cambiare ». E questa volta il segretario scende in campo personalmente per farsi giustizia con affilata ironia. «Mi diverte un po' vedere che chi sui giornali mi diceva 'bravissimo, benissimo' finché non mi sono ricandidato, ora mi attribuisca la perdita di quattro milioni di voti. La cosa buffa ha insistito è che gli elogi sono arrivati anche dopo le elezioni: 'ha salvato il partito', 'abbiamo retto'». E Fassino rincara: «La responsabilità del risultato elettorale del Pd è 'in solido', collettiva». La mischia, insomma, infuria. Marino brandisce l'arma della laicità contro Franceschini. «Capisco il suo disagio » su certi temi, visto che «nella sua mozione convivono posizioni inconciliabili». Gli risponde piccata Roberta Pinotti, vantando le benemerenze laiche del segretario, a cominciare dalla sua firma sul 'documento dei 60' per i Dico: e allora il Pd non era neppure nato...

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segue dalla prima pagina Quali sarebbero? Le faccio un elenco: Berlusconi è sempre più Berlusconi, e un po' di autocritica servirebbe anche a lui; la Lega ha la golden share dell'a (sezione: PD Congresso)

( da "Riformista, Il" del 25-07-2009)

Argomenti: PD

segue dalla prima pagina Quali sarebbero? Le faccio un elenco: Berlusconi è sempre più Berlusconi, e un po' di autocritica servirebbe anche a lui; la Lega ha la golden share dell'alleanza e fa il bello e cattivo tempo anche esponendo il governo a tornare sui suoi passi come sul caso delle badanti; il Mezzogiorno è dimenticato; le promesse al mondo cattolico come il quoziente familiare lasciate cadere; il Pdl è un comitato elettorale e non un partito Bacchettate. Al Governo: «Berlusconi faccia autocritica e cambi rotta. Bossi ha la golden share dell'alleanza». A Fini: «Parlamento svilito. Gianfranco più impegnato a fare futuro che a fare presente». A Di Pietro e Lega: «Serve un nuovo arco costituzionale». segue dalla prima pagina Quali sarebbero? Le faccio un elenco: Berlusconi è sempre più Berlusconi, e un po' di autocritica servirebbe anche a lui; la Lega ha la golden share dell'alleanza e fa il bello e cattivo tempo anche esponendo il governo a tornare sui suoi passi come sul caso delle badanti; il Mezzogiorno è dimenticato; le promesse al mondo cattolico come il quoziente familiare lasciate cadere; il Pdl è un comitato elettorale e non un partito. Se poi a questi elementi soggettivi aggiungiamo quelli oggettivi, come una crisi ben lungi dall'essere superata, direi che la situazione è difficile. Difficile in misura da auspicare un governo tecnico, o di emergenza per la crisi? Non auspico nulla. A coloro che mostrano una certa impazienza verso soluzioni poco chiare rispondo con le parole che Emilio Colombo usò nei confronti di un Flaminio Piccoli particolarmente agitato, durante una riunione dei dorotei: "Quanto a te, Flaminio, calma, calma, calma". Nel senso che o Berlusconi capisce che così non va e apre un percorso autocritico, o è giusto che questa stagione politica si consumi fino in fondo. Che cosa pensa, da cittadino e da cattolico, del sexgate di Berlusconi? Da cittadino penso che dovrebbe avere un atteggiamento più rigoroso nelle frequentazioni. Da cattolico non scaglio la prima pietra. Svilirebbe il mio rapporto con la fede non tener conto che sulla vita delle persone le somme si tirano in ben altre sedi. E la cosiddetta mozione «anti-papi» del Pd, slittata a settembre? Propaganda pura. Se il Pd pensa che Berlusconi è venuto meno ai suoi doveri istituzionali proponga una commissione di inchiesta. Quella mozione è una ipocrisia politica e morale. Torniamo al governo. Che cosa intende per autocritica? Una correzione di rotta sui punti che ho elencato. Insomma, di fronte a una crisi economica di questa portata mi sarei aspettato che il governo facesse un appello alle forze responsabili presenti in Parlamento. Noi eravamo pronti, anche sul tema della riforma delle pensioni, soprattutto perché vediamo il rischio di possibili tensioni sociali. Un altro esempio? In Abruzzo la protezione civile può pure essere santificata ma Zamberletti in Friuli non espropriò gli enti locali dalle loro funzioni. E ancora: quando Berlusconi ha chiesto il voto per Mario Mauro al Parlamento europeo noi non abbiamo detto "no, è di Forza Italia", ma "sì, perché è italiano". Che cosa comporterebbe una correzione di rotta da parte di Berlusconi? Qualora si verificasse si aprirebbe una fase politica nuova, di cui dovremmo prendere atto tutti, compreso il Pd. Ovviamente non parlo della Lega o di Di Pietro, che rappresentano l'antipolitica di governo e di opposizione. Lei, come il Riformista, auspica un nuovo arco costituzionale che, nell'isolare le forze antipolitiche, tracci il perimetro della dialettica politica? Magari! Gli attacchi al capo dello Stato segnano un discrimine politico, etico e istituzionale. E mi sembrano un po' ipocrite le parole del mio amico Enrico Letta che distingue il Di Pietro ministro delle Infrastrutture da quello che fa i girotondi attorno al Colle. Andiamo al fondo della questione: noi non vogliamo essere l'ago della bilancia degli schieramenti, ma ci accontenteremmo di essere parte di un super-partito di responsabilità nazionale. Un partito del quale non vorremmo neanche avere la golden share. Al primo punto la difesa del Parlamento? Certo. Tra decreti, voti di fiducia e maxiemendamenti viene costantemente svilito e viene pure dribblato il controllo del presidente della Repubblica. Lo dico con molta franchezza: Fini in molte occasioni dice cose che condivido ma forse è un po' troppo impegnato a fare futuro («Fare futuro» è la fondazione vicina al presidente della Camera, ndr) che a fare presente. Un po' di coraggio in più non guasterebbe. Congresso del Pd. Da spettatore come giudica il dibattito? Certo non tifo per Marino, che sulla laicità ha un approccio molto distante dal mio. Ma prendo atto che sia Bersani sia Franceschini dicono che è inevitabile un rapporto con noi. E ha ragione Franceschini ad affermare che non siamo un partito di centrosinistra. Infatti non vogliamo essere la Margherita del 2010, e il problema del centrosinistra col trattino non ci riguarda. Però? Però vedo elementi di contraddizione nella maggioranza di Franceschini dove c'è chi rifiuta l'idea di un partito a vocazione maggioritaria come Rutelli e altri che ne sono ancora convinti sostenitori. Per quanto riguarda l'evoluzione del sistema politico Bersani è più chiaro e ci sono convergenze tra noi. Ma dallo stato del dibattito mi pare che chiunque vincerà il congresso avrà gli stessi problemi. Le convergenze di cui parla riguardano solo le riforme istituzionali? Se Bersani pensa che noi possiamo stare in un'alleanza con Di Pietro e un pezzo di estrema sinistra sbaglia. Noi non siamo assolutamente disponibili a un nuovo centrosinistra. Tra un anno le regionali. I nostri sondaggi dicono che siete determinanti in quattro regioni. La verità è che sono molte di più. Faccio prima a dirle dove la partita è più scontata: Emilia, Toscana, Veneto e Lombardia. Per il resto i nostri voti servono ovunque per vincere. Alle amministrative di quest'anno lei ha fatto alleanze a geometria variabile. Riproporrà lo schema alle regionali? Sì. Accettare l'idea di alleanze prestabilite significa essere subalterni agli uni o agli altri. Noi lavoriamo per smantellare questo bipartitismo artificioso. E se questo è l'obiettivo non ci si può chiedere di irrigimentarci. A chi dice "o l'Udc sceglie o non faremo alleanze" rispondo che questo ricatto non ci spaventa. Cioè sosterrete Formigoni in Lombardia e magari un candidato del Pd nel Sud? Innanzitutto noi non mangeremo le minestre che vorranno proporci. Valuteremo, proporremo nostri candidati e progetti, come alle scorse amministrative. Anche perché molti dei governatori uscenti non sono sostenibili. Certo non ci vedrei niente di male a sostenere Formigoni. Se ci fosse però un leghista il discorso sarebbe diverso visto che, diversamente da Violante, non sono stato sedotto da Calderoli. Insomma, mani libere? Non siamo più il partito degli assessori e non abbiamo l'ossessione del potere. Qualcuno, polemicamente, dice che ci siamo snaturati. In parte è vero: il Ccd aveva nel cromosoma il Polo delle Libertà. Ma abbiamo perso la scommessa che il berlusconismo si amalgamasse al popolarismo europeo. Anzi Berlusconi ha accentuato, nel Pdl, le caratteristiche emergenziali di FI del '94 fondando un partito da un predellino e dicendo: "chi c'è, c'è". Non credo che il Pdl sopravviverà a lui. Noi vogliamo rimanere il punto di riferimento dei moderati e dei riformatori di centro. Dalle alleanze prestabilite stiamo fuori, nello spirito di un partito sturziano che riconosce autonomia al territorio, nel compiere le scelte di buona amministrazione che riguardano da vicino i cittadini. Alessandro De Angelis 25/07/2009

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ROMA Pierluigi Bersani presenta la sua mozione e lo slogan della campagna per la segreteria ... (sezione: PD Congresso)

( da "Messaggero, Il" del 25-07-2009)

Argomenti: PD

Sabato 25 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIA TERRACINA ROMA Pierluigi Bersani presenta la sua mozione e lo slogan della campagna per la segreteria del Pd «per dare un senso a questa storia», come va cantando Vasco Rossi, che poi prosegue «anche se questa storia un senso non ce l'ha». Comunque sia, assicura di voler pensare positivo e garantisce che il suo obiettivo è l'unità. Per questo, insiste nel predicare «la necessità di riaprire il cantiere dell'Ulivo e riorganizzare il campo del centrosinistra». Il che è una palese critica a Veltroni e a Franceschini. Tuttavia, tutti, da Romano Prodi a Piero Fassino, escludono che, comunque vada il congresso, si possa prefigurare una scissione. «Il rimescolamento va benissimo, era la cosa più importante», sottolinea il Professore. Tuttavia, Bersani nella sua mozione accusa l'attuale Pd di essere «al di sotto del progetto che intendevamo perseguire». Ergo, occorre una correzione di rotta. Eccolo dunque avvertire che «vocazione maggioritaria non vuol dire aspettare di avere il 51 per cento per fare l'alternativa. Io non ragiono con il trattino nel centro sinistra- ricorda- e sento la responsabilità primaria di organizzare il campo dell'alternativa». Ma sotto il tiro di Bersani cadono anche le regole che si è dato il Pd per selezionare la classe dirigente. «Il meccanismo delle primarie va modificato», sostiene. E stoppa la candidatura dei parlamentari europei a segretari regionali, avanzata da Dario Franceschini. No, quindi, a Cofferati in Liguria e alla Serracchiani in Friuli. Meglio, secondo l'ex ministro, «promuovere chi è capace di radicarsi sul territorio, cosa che non si improvvisa nei fine settimana». Utilizza un'immagine paradossale per sostanziare la sua richiesta di rivedere il sistema di selezione delle primarie «che restano uno strumento valido, ma penso vadano corrette perchè non vorrei che un naziskin si candidasse». E, affrontando il tema del rapporto tra elettori ed iscritti, ritiene «un errore contrapporli, chiamare gli elettori alle primarie e poi abbandonarli dando poi troppo potere agli iscritti nei processi di scelta». E se Rutelli, ospite di "Stile libero" all'interno del Villaggio dei Mondiali di nuoto, si dichiara «scontento di come vanno le cose nel Pd, perchè abbiamo conferito a questo partito due grandi patrimoni, quello della Margherita e dei Ds, ma non per fermarci lì, sapendo che ci si doveva allargare, invece stiamo tornando indietro», Enrico Letta avverte che alle regionali della prossima primavera «il Pd dovrà sottoscrivere un accordo organico e nazionale con l'Udc, con cui correre insieme in tutte e 13 le regioni in cui si vota, comprese quelle "rosse", in cui il Pd vincerebbe anche da solo». «Faremo alleanze con i centristi ovunque sarà possibile», replica Fassino, che sostiene Franceschini. Infine, Ignazio Marino, ribatte alle accuse de "Il Foglio", che lo ha accusato di irregolarità amministrative sui rimborsi spese dell'università di Pittsburgh, spiegando di «aver subito chiarito per scritto la vicenda dei doppi rimborsi, dei quali mi sono accorto proprio io. Perciò, non ho nulla da nascondere».

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Malumore nel Pd: (sezione: PD Congresso)

( da "Corriere della Sera" del 25-07-2009)

Argomenti: PD

Corriere della Sera sezione: Politica data: 25/07/2009 - pag: 13 Verso il congresso Rutelli all'attacco Malumore nel Pd: «Dalla Serracchiani giudizi superficiali» ROMA Nel Pd scoppia un altro caso Serracchiani. Le pagelle date dalla giovane europarlamentare ai big del partito, con un bel 5 a D'Alema, hanno creato malumori. «Giudizi superficiali», ha detto Francesco Rutelli, che pure come la Serracchiani sostiene la mozione Franceschini. «Non faccia la maestrina», ha aggiunto l'economista Francesco Boccia, schierato con la mozione Bersani. Intanto il Pd viaggia verso quota 800 mila iscritti: sono queste le prime indicazioni che trapelano sul tesseramento chiuso il 21 luglio, in vista del congresso per la scelta del nuovo segretario. E la Campania, come era già emerso a fine gennaio, si conferma la regione con più iscritti: oltre 100 mila, con un vero e proprio boom a Napoli (oltre 67 mila), nonostante (o forse proprio a causa) il travaglio del partito per tutte le vicende che hanno scosso le giunte di centrosinistra di Antonio Bassolino (Regione) e Rosa Russo Iervolino (Comune). E mentre i vertici del Pd tirano le somme, prosegue fra le polemiche la lunga corsa verso il congresso dei candidati alla segreteria. «Non torniamo indietro, ma vocazione maggioritaria non vuol dire aspettare il 51% da soli, ma vuol dire prendersi la responsabilità di fare alleanze», ha detto Pierluigi Bersani, rispondendo a Franceschini che in un'intervista al Corriere pubblicata giovedì aveva detto: «Con Bersani il bipolarismo può sciogliersi ». E ancora, rispondendo a Veltroni che lo aveva indicato fra i responsabili degli errori del Pd, Bersani ha detto: «Io c'ero, ma non ho fatto danni». E sulle primarie, l'esponente del Pd ha scherzato: «Sono favorevole, ma il meccanismo deve essere corretto. Non vorrei che un naziskin si candidasse alla guida del partito». Dario Franceschini, dal canto suo, intervenendo a un incontro pubblico a Sarzana, in Liguria, ha affermato che «il Pd non deve inseguire la destra, così continueremmo a perdere, servono progetti e parole chiare». Il numero dei comitati spontanei per la conferma dell'attuale segretario alla leadership del partito è intanto arrivato a quota 120, tra cui uno a New York. Nel dibattito congressuale è intervenuto ieri anche Francesco Rutelli: «Sono scontento di come stanno andando le cose, ho l'impressione che stiamo tornando indietro » . Pa. Fo. Mozione «rock» Lo slogan di Bersani è tratto da un brano di Vasco

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Bersani: (sezione: PD Congresso)

( da "EUROPA ON-LINE" del 25-07-2009)

Argomenti: PD

Articolo Sei in Interni 25 luglio 2009 PD - L'invito del candidato a non distorcere le sue parole su primarie e alleanze Bersani: «Io non ragiono con il trattino» Per Pier Luigi Bersani, questo Partito democratico «un senso ce l'ha dice citando un verso di Vasco Rossi che contraddistingue anche il logo che ha scelto per queste primarie ora dobbiamo solo un po' correggere le cose». Di più: «Questo è un grandissimo progetto, mi ci metto dentro mani e piedi, ma indietro non si torna». Il candidato segretario ha presentato ieri il testo completo della propria mozione, che è stata anche pubblicata sul suo sito internet e inviata a tutti gli iscritti alla sua newsletter. Bersani resta critico rispetto alla gestione del partito mantenuta finora e a chi, come Veltroni, lo richiama a condividere la responsabilità di decisioni sottoscritte anche da lui, risponde: «Io c'ero, nessuno si è calato da fuori e uso sempre il noi. Ora dopo venti mesi ci sono cose che dobbiamo correggere». Per prima cosa, come già anticipato più volte, l'interpretazione della vocazione maggioritaria, che «non vuol dire aspetto di avere il 51 per cento per fare l'alternativa, ma che non ragiono con il trattino nel centrosinistra e sento forte la responsabilità primaria di organizzare il campo dell'alternativa». Quello del trattino sta diventando un cruccio per Bersani in una battaglia congressuale corretta ma schietta. Lui garantisce che eviterà polemiche, ma «mi piacerebbe che il mio pensiero non venga distorto». Sulle primarie, ad esempio, conferma che «restano uno strumento valido, ma penso vadano corrette perché non vorrei che un naziskin si candidasse». Nella sua mozione, sull'argomento, si sottolinea che «la sovranità appartiene agli iscritti », mentre gli eletti saranno coinvolti con le primarie a selezionare «le candidature alle cariche elettive, con particolare riferimento alle elezioni in cui non sia presente il voto di preferenza». Sull'elezione del segretario nazionale, il testo rimane vago: si precisa infatti che le primarie «non devono trasformarsi in un plebiscito» e che «vanno rese più efficaci, rendendo più chiaro il meccanismo di partecipazione». A fronte dell'invito rivolto ieri da Enrico Letta a promuovere un «accordo organico e nazionale » con l'Udc per le regionali del prossimo anno, Piero Fassino, coordinatore della mozione di Franceschini, auspica che tale alleanza si realizzi «ovunque è possibile», coinvolgendo anche «altre forze del centrosinistra con le quali il Pd ha collaborato a livello locale». Intanto, Romano Prodi si tira fuori dalle schermaglie precongressuali. Conferma di avere una propria preferenza (i rumors dicono Bersani) e che al momento opportuno voterà, ma come un semplice iscritto. «Io spiega sono solo contento che ci sia stato un rimescolamento. Era la cosa più importante. Quindi non c'è nessun rischio di scissioni o divisioni». Rudy Francesco Calvo

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pd, duello bersani-franceschini "elettori in fuga". "siamo primi in ue" - umberto rosso (sezione: PD Congresso)

( da "Repubblica, La" del 26-07-2009)

Argomenti: PD

Pagina 13 - Interni Pd, duello Bersani-Franceschini "Elettori in fuga". "Siamo primi in Ue" I due sfidanti insieme all´Aquila, ma evitano il faccia a faccia Il segretario contro la Bindi: "Sono allibito da quel che dice di Rutelli, lui è uno dei fondatori" UMBERTO ROSSO DAL NOSTRO INVIATO L´AQUILA - Ci si mette pure un gelato a dividere Franceschini e Bersani. I giovani del Pd dell´Aquila se lo sognavano da tempo il faccia a faccia, il "G 1000" del segretario Michele Fina (amaro controcanto al G8) ci ha lavorato con pazienza per portare l´uno di fronte nell´altro, nella città simbolo del terremoto, i due sfidanti. E invece succede che neanche si incontrano. Dario arriva, ma tira dritto e s´imbuca in un bar, a gustarsi un cornetto, giusto mentre a due passi Pier Luigi sta salutando il sindaco Cialente e i senzatetto. Quando il segretario entra in sala, l´avversario è già in macchina. «Ma che, pensate forse che l´abbia fatto apposta per non incontrarlo? Figurati. Con Bersani ci sentiamo cento volte al giorno». E per smentire incidenti diplomatici di qualunque tipo, il segretario davanti ai giornalisti s´affretta a chiamare al telefono lo sfidante e riderci su. Ma, sia pure senza il brivido del botta e risposta diretto, lo scontro c´è stato, e duro. Senza sconti per nessuno. Alleati compresi. Il segretario prende di mira la Bindi, che invita Rutelli ad accomodarsi alla porta se non si ritrova più nel partito. «Sono allibito, Francesco è uno dei fondatori del Pd, e se Rosi parla così si mette contro il nostro stesso nome, che è partito democratico». Bersani invece ce l´ha con i falsi innovatori, alla Serracchiani. «Il rinnovamento non si fa per emblemi». Ma soprattutto rilancia l´allarme già evocato in mattinata a Roma, davanti all´assemblea della sinistra del Pd (in buona parte con lui, come la Turco e Cuperlo, ma con significative defezioni a favore di Franceschini). Attenzione, mette in guardia dunque l´ex ministro, in questi venti mesi il Pd «ha rischiato una scissione silenziosa dei nostri elettori». Racconta Bersani: «Ho incontrato tanta gente, tutti a dirmi: questa roba così non ha senso, non mi ci riconosco. Ecco allora perché ho deciso di scendere in pista: per dare un senso, per fermare l´emorragia». E´ l´accusa che a Franceschini, al timone dalla fondazione, brucia di più. «Le scelte di questi venti mesi? Tutte collegiali. Anche lo statuto è stato votato all´unanimità. Io mi prendo volentieri le colpe di chi guida e sono pronto invece a condividere i meriti. Ma non c´è nulla di peggio di un gruppo dirigente che passa le giornate a leccarsi le ferite senza rivendicare quanto di buono è stato fatto». Alle preoccupazioni di Bersani per un partito messo quasi in liquidazione dalla ditta Veltroni-Franceschini, il segretario presenta un conto con molte voci in attivo, «in un´Europa che va a destra, con una sinistra a pezzi, siano noi il primo partito dell´area progressista». Sì, ma che tipo partito, vogliono sapere i giovani dell´Aquila. Ma anche quelli del neonato gruppo dei Nerds (autoironico richiamo ai secchioni dei college americani), che in mattinata lo chiedono al segretario. Un Pd degli iscritti, radicato nel territorio, è la ricetta confermata da Bersani. Partito solido ma non del secolo scorso, dove i militanti «valgono oro», spiega invece Franceschini, ma dove non bisogna costruire un muro fra gli iscritti e gli elettori, «se no torniamo indietro». L´ex ministro Damiano, ds ma schierato con Franceschini, fa da pontiere: il congresso passa, il partito rimane, dopo la sfida dobbiamo restare uniti. Magari in previsione di un doppio esito, di cui si continua a vagheggiare: Bersani che vince fra gli iscritti, con Franceschini che trionfa poi nelle primarie. Uno scenario però che al segretario appare datato: «I nostri iscritti sono liberi, non fedelissimi di qualcuno, e un dirigente che si sposta di qua o di là non fa poi grande differenza nei risultati. A loro, alla base mi rivolgo: ai circoli chiedo un patto politico diretto».

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L' che si maschera da Vasco (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di domenica 26 luglio 2009 L'«homo sovieticus» che si maschera da Vasco di Redazione Il fedelissimo di D'Alema rifiuta il «ma-anchismo», poi dice: «Il Pci? Non lo rifarò ma servono radici. Di Pietro? C'è concordia e discordia» Il secondo «conosce la fame e la tranquillità. Ogni volta che muore gli rinasce la coda». E ogni volta che smette di fare il ministro, Pierluigi Bersani ricompare come il calcare. Lui, flemmatica icona di un'Emilia strutturata tra comitati e trattorie, non alza mai la voce. Il sigaro sagace e la rotondità veneranda della stempiatura gli regalano un'immagine da robusto sacrestano socialista. E armato di questo physique du rôle, il Porthos emiliano tutto onore e concretezza mira a riportare il Pd sui binari di Peppone e Togliatti, della falce e del partito. Già, il partito. Nominato 50 volte nella sua mozione. Lui che rimprovera a Berlusconi di non parlare mai di «futuro». Adinolfi lo ha già inquadrato: «Con lui sarà un partito-chiesa». Enrico Letta invece lo santifica: «Farà una rivoluzione copernicana». Lui, che tra l'aria grigia e l'anima rossa sembra la maglia della Cremonese, l'unica rivoluzione che sembra in grado di fare è quella di togliere la mortadella prodiana dalla tavola democratica per sostituirla con la coppa piacentina delle sue parti. Si scherza, ma mica tanto. «Più feste e meno comunicazione», ha tuonato, «mi rifarò alle radici territoriali». Un bel passo avanti: non ci aveva pensato ancora nessuno alle tessere e alla Festa dell'Unità. Ma a chi gli rimprovera di essere un cultore del passato, Bersani risponde secco: «Non rifarò il Pci, ma voglio un partito che sia come l'Avis e la bocciofila, con delle regole». Altro che yes, we can. Boccia-punto, sangue e sezioni, tovarish. E provate a dare torto al sociologo Diotallevi che ascoltandolo ha pensato di essere tornato nel 1966 e ha chiesto l'ultimo Lp di Gigliola Cinquetti... Certo, se ti sostengono D'Alema, Ciampi, Penati e Bassolino mica puoi inventarti un partito frizzante come il Bacardi Breezer. Meglio un gutturnio severo. «Non saremo un'idrovora che raccoglie tutto, io al "ma-anche" non ci sto». Oh, finalmente uno duro e puro, pensi. E poi leggi che «con Di Pietro c'è concordia e discordia» e ti cascano le tessere. E la lotta al veltronismo che ha fatto replicare all'ex sindaco di Roma che «Bersani mica viene da Marte»? Quisquilie, datemi un piano quinquennale e vi risolleverò il Pd. Con la forza della politica popolare e con qualche filo tenuto in mano da D'Alema. Ma sia chiaro, «non sono il suo burattino». Ho detto bene, Massimo? Sia o no Baffino il suo ventriloquo, Bersani è ottimista. Così come era convinto che «il Pd alle europee recupererà parecchi punti». Di sutura, forse. Dopo il trionfo, Pierluigi vuole spedire a quel paese (basta che il paese non sia in Emilia) tutti i teodem, i margheritini, i baciabancone centristi. Gente che ascolta quel ciellino di Claudio Chieffo, mentre lui punta la campagna e il logo su Vasco Rossi e sul suo verso «un senso a questa storia». E pazienza se la canzone continua con un impietoso «anche se questa storia un senso non ce l'ha». Gran bella scelta musicale, involontariamente autoironica. Ma Bersani è comunque l'homo (sovieticus) novus, quello giusto. D'altronde «io fui il primo a usare l'acronimo Pd nel '94 per il Progetto democratico», rivendica. Questi sì che sono meriti oggettivi. Per fortuna non si è candidato alla segreteria quello che ha coniato la targa di Padova... © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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L'ultima guerra: la Bindi talebana che caccia Rutelli (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di domenica 26 luglio 2009 L'ultima guerra: la Bindi talebana che caccia Rutelli di Felice Manti Chi la conosce dice che Rosy Bindi (nel tondo) è simpatica e un po' cattivella. Ma l'acido ultimatum a Francesco Rutelli lanciato ieri dalle colonne della Stampa è un macigno che lascia di sasso. «Se non è convinto del Pd ne tragga le conseguenze». Rosy e Francesco si detestano da un bel po'. Nel 2002 la prima scintilla, dopo un voto in aula pro missione militare in Afghanistan imposto all'Ulivo dall'ex sindaco di Roma. Ora che lo sport nazionale democratico è colpire i nemici del proprio candidato alla segreteria (la Bindi sta con Pierluigi Bersani, Rutelli con Dario Franceschini), l'ayatollah toscana si è ingolosita: troppo buona l'occasione per regolare i conti con lui, primo sponsor di «vice-disastro». Non è il Far West, qui sembra di stare sul set del film Highlander. Dove gli immortali del Pd, apparentemente immuni alla raffica di sconfitte incassate, si sfidano a duello finché non ne resta solo uno. Franceschini ha provato a contrattaccare: «Non si parla così a un fondatore del partito. Dobbiamo toglierci dalla testa quell'idea pericolosa per la quale c'è qualcuno che vince e gli altri stanno fuori». Il suo novello scudiero, Mario Adinolfi, ha tirato subito in ballo Pierluigi Bersani: «Che cosa ne pensa? È d'accordo?». Ricevendo in cambio un imbarazzato silenzio. La guerra è guerra. Il terreno di scontro dietro la corsa alla leadership Pd è il peso dei cattolici e le prossime alleanze. La sedicente «cattolica adulta» Bindi, la talebana che però china il capo su aborto ed eutanasia, guarda a sinistra come Bersani e Massimo D'Alema. L'ex radicale, in gioventù abortista e anticlericale, oggi è a capo dei teodem ed è folgorato dall'alleanza dell'Udc. Per tutti e due, nel partito democratico che verrà, non c'è posto, dice la Bindi: «Se non è convinto del progetto è meglio dirlo con chiarezza e tirarne le conseguenze. Lasciare il Pd? Valutazioni che spettano a lui. A noi spetta esigere lealtà e chiarezza». Il ragionamento della Bindi, condito dal solito politichese, è: Casini si sente a casa propria nel centrodestra ed è lì che vuole tornare. «Noi invece dobbiamo diventare il motore di una nuova alleanza riformatrice e di governo chiaramente alternativa a Berlusconi, senza ripercorrere gli errori che ci hanno portato al 26%». Guardando al centro? «Non solo. Rutelli - accusa l'ex ministro della Sanità - deve mettersi in testa che il Pd non può che essere un partito nel quale si riconosca anche la sinistra. Altrimenti viene il dubbio che si tratti di un pretesto». Quale? Spaccare il partito per non morire socialdemocratici proprio adesso «che quel modello è in crisi». È questo il vero vero tormentone dell'estate democratica. Un incubo che nemmeno il «patto prematrimoniale» firmato dai tre contendenti, cioè l'impegno a «riconoscere il risultato del congresso e collaborare alla vita del partito indipendentemente da chi vincerà», può scacciare. No, se deve spaccare il Pd «dopo», meglio che se ne vada subito, è la sintesi del Bindi-pensiero. Proprio lei che solo a gennaio diceva «se fare chiarezza significa tagliare fuori qualcuno, allora io dico che non sono d'accordo». Ne resterà soltanto uno. felice.manti@ilgiornale.it © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Palchi separati a L'Aquila Scintille tra Dario e Pierluigi (sezione: PD Congresso)

( da "Unita, L'" del 26-07-2009)

Argomenti: PD

Palchi separati a L'Aquila Scintille tra Dario e Pierluigi NINNI ANDRIOLO Chi si aspettava un faccia a faccia rimane deluso. Bersani parla e se ne va mentre sta per arrivare Franceschini. «Pierluigi» da una parte, «Dario» dall'altra, nel cortile che fronteggia l'Auditorium. Il segretario che sterza verso un bar, per un gelato, l'altro attorniato dal sindaco Cialente e da una delegazione di terremotati. Pochi metri di distanza e non si vedono? C'è già chi immagina il caso: Franceschini che non vuole incontrare l'avversario. «Macché - smentisce lui - Ho ottimi rapporti con Bersani, ci telefoniamo tutti i giorni..». Sfodera il cellulare, ma il telefono non prende la linea. Una, due, tre volte. «Pierluigi», alla fine, risponde: «Non ti avevo visto - ride Franceschini - qui, i giornalisti, avevano pensato già a chi sa cosa...». L'Aquila, confronto indiretto tra i candidati: Prima Bersani, poi Civati al posto di Marino, infine Franceschini. Michele Fina, giovane segretario del Pd aquilano, chiede a tutti un impegno comune per «ricostruire L'Aquila». Il G1000, che fa da contrappunto al G8, era stato programmato al Lingotto, nell'assemblea dei "piombini": tutti in Abruzzo, a fianco dei terremotati. Ma più che il terremoto è stato il congresso Pd a tenere banco. Franceschini, d'altra parte, aveva trascorso la mattinata a parlare del dopo-sisma. E Bersani aveva definito «scandaloso un governo che vuol far pagare le tasse a chi sta dentro le tende e vara lo scudo fiscale per gli evasori». Niente palco in comune, però, per Bersani e Franceschini. Ma il confronto-scontro indiretto altro se non c'è stato! Con L'Aquila ultima tappa di un botta e risposta iniziato già da quando il segretario Pd aveva rintuzzato Rosi Bindi, che sta con Bersani, «allibito dall'intervista che dice a Rutelli: se le cose non ti vanno bene accomodati fuori». dito sulla piaga Ma era stato Bersani a mettere il dito nella piaga. «In questi 20 mesi abbiamo rischiato una scissione silenziosa - aveva spiegato l'ex ministro, critico con la gestione Veltroni-Franceschini - Mi sono candidato anche per frenare l'emorragia». Ma per il leader Pd la gestione del partito è stata sempre «collegiale», quindi anche di Bersani. «Mi prendo le colpe di chi guida e sono pronto a condividere i meriti - aggiunge - Ma non c'è nulla di peggio di un gruppo di dirigente che passa le giornate a leccarsi le ferite». Partito solido, ma non «del secolo scorso», ripete, e niente «muri» tra militanti ed elettori. Il Pd, ancora, deve tenere assieme centro e sinistra, senza "appaltare" ad altri il rapporto con i moderati. «Non avrei mai potuto candidarmi senza poter pronunciare la parola sinistra, che pure va declinata in modo nuovo, ma aveva perso cittadinanza nel Pd - spiegava, poche ore prima, Bersani - Ma serve una nuova narrazione, perché quando parliamo dei Ds, i giovani non ci capiscono». A L'Aquila l'ex ministro è tornato sul rinnovamento, da promuovere, ma non «per emblemi». Tutti d''accordo, poi, sul «confronto congressuale vero» che - per il segretario - non deve portare «a scissioni» e per l'ex ministro «se avviene sulla politica, alla fine, si diventa un po' più amici». Tutti dovranno sostenere «chi vince», spiega Franceschini. Questo non significa gestione unitaria del partito, fa capire Bersani. E Per Cesare Damiano, fassiniano pro segretario, «il congresso passa, ma il partito resta e per questo dobbiamo rimanere uniti». Pippo Civati scorge in Bersani e Franceschini,«frutto» anche dei "piombini". Il leader Pd parla anche di tessere: «controlleremo se ci sono stati casi di tesseramento non spontaneo». I sondaggi che danno Bersani in vantaggio dentro il partito? «C'è libertà e ognuno voterà con la propria testa» - replica il segretario. Su un punto sono d'accordo; la ricostruzione a L'Aquila è prioritaria e il governo deve agire e non promettere. Ma sul resto Franceschini e Bersani si fronteggiano (senza incontrarsi) al G1000 che si è svolto a L'Aquila

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ROMA A parole, tutti dicono di volere l'unità, ma ormai nel Pd la tensione è ... (sezione: PD Congresso)

( da "Messaggero, Il" del 26-07-2009)

Argomenti: PD

Domenica 26 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIA TERRACINA ROMA A parole, tutti dicono di volere l'unità, ma ormai nel Pd la tensione è altissima. E ieri è andato in onda un vero e proprio corto circuito tra Franceschini e Bersani, che assicurano di «voler discutere a viso aperto perchè a questo servono le assise del partito», ma poi evitano perfino di incontrarsi. Presenti tutti e due a L'Aquila per il G1000 i due si sono sfiorati, senza incrociare mai le proprie strade. Un caso a parte è quello di Ignazio Marino, chirurgo e candidato anch'esso alla segreteria del Pd, ancora invischiato nella polemica sulle note spese contestate dall'università di Pittsburgh, rispetto alla quale riceve solidarietà da parte dei colleghi senatori e della segretari del partito, ma anche tante richieste di ulteriori chiarimenti. «I candidati misurino le parole prima di pronunciarle», ammonisce Arturo Parisi, che aveva profetizzato l'inasprirsi di un confronto «tutto basato sulla simpatia personale». Ma tocca a Rosy Bindi, di solito abituata a parlar chiaro, mettere ulteriore pepe nella minestra con un'intervista a "La Stampa", nella quale invita Francesco Rutelli, che sostiene Franceschini, «a farla finita con le ambiguità». «O si è convinti di un progetto, o meglio dirlo con chiarezza e tirarne le conseguenze - avverte - o Rutelli si mette in testa che il Pd non può essere un partito nel quale non si riconosce anche la sinistra, o viene il dubbio che sotto tanti distinguo si celi un pretesto». Apriti cielo. Durissima la replica del segretario. «Sono allibito - dichiara Franceschini - nessuno può dire a uno dei fondatori del Pd che se non è d'accordo deve accomodarsi fuori. Io sono orgoglioso delle nostre diversità e che mi sostenga un arcipelago così ricco». Ma la Bindi non si fa intimidire e avverte: «Attento, Dario, così cadi nel dipietrismo e nel grillismo». Ed è proprio sulla concezione di partito e sull'identità che si infiamma il dibattito con Bersani, il quale chiede comunque «più sobrietà nel dibattito congressuale». L'ex ministro ieri mattina ha chiarito che «i grandi valori, gli ideali della sinistra, devono trovare un modo per rivivere nel Partito democratico, io non ho incertezze, non avrei mai potuto candidarmi a fare il segretario senza poter pronunciare la parola sinistra». E ha confidato di essere stato colto «da un senso di panico quando in questi primi 20 mesi mi sono accorto che la parola sinistra perdeva cittadinanza nel Pd». Ribatte Franceschini: «Perchè limitarci sempre a denunciare i nostri errori? In questi 20 mesi abbiamo fatto anche cose molto buone e dobbiamo rivendicarle. E per me- rivendica- un partito solido e radicato non significa volere un partito del secolo scorso. Una volta ci si iscriveva ad un partito e quella era l'unica modalità con cui partecipare alla politica, oggi i modi di partecipazione sono tanti». A dargli man forte arriva Beppe Fioroni, che, rivolgendosi a D'Alema, avverte: «Non accetto che chi è iscritto dalla culla parli di rinnovamento guardando sempre agli altri. Tra noi e Bersani - aggiunge - c'è una profonda differenza che non riguarda gli slogan, ma la rappresentazione dell'intera società. Non solo i simili e gli omologati. Guardate noi come siamo assortiti se ci siamo sia io che la Serracchiani. Loro invece vogliono rifare un partito della sinistra che pensa di poter vincere».

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Franceschini chiama Marino (sezione: PD Congresso)

( da "Corriere della Sera" del 26-07-2009)

Argomenti: PD

Corriere della Sera sezione: Politica data: 26/07/2009 - pag: 15 Pd Dopo le accuse del Foglio, telefonate al chirurgo anche da D'Alema e Manganelli Franceschini chiama Marino «Ha la mia solidarietà» Bindi attacca Rutelli. Il segretario: sono allibito ROMA Il primo a dare la sua solidarietà era stato Pier Luigi Bersani. Ma ieri, il giorno dopo la pubblicazione sul Foglio dei documenti sul presunto «allontanamento» da Pittsburgh e dall'Ismett di Palermo, Ignazio Marino ha ricevuto una telefonata di solidarietà anche dal segretario Dario Franceschini. A confortare il chirurgo nei suoi giorni più difficili sono arrivate altre due telefonate: quella di Massimo D'Alema, al quale è legato da un'antica amicizia, e quella del capo della polizia, Antonio Manganelli, che all'epoca era questore di Palermo. Se il Pd chiude il caso Marino (ma non troppo, perché restano le critiche di una parte dei cattolici), si apre il caso Bindi. Ieri Franceschini spiegava, ottimisticamente: «Il confronto in politica è ossigeno: serve chiarezza e poca ipocrisia ». Doti di cui dispone in abbondanza Rosy Bindi, che dalle colonne della Stampa , invita Francesco Rutelli a prendere una decisione: «Se il Pd non lo convince, tragga le conseguenze ». Letta l'intervista, il segretario si dice «allibito». Bindi precisa, ma non troppo: «C'è posto per tutti, ma ci vuole chiarezza». Il leader della mozione bindiana, Pier Luigi Bersani, si vede costretto a tirare il freno: «Ricordiamoci tutti che siamo una ditta». Lo ricorda bene Arturo Parisi, che bacchetta tutti: «I candidati misurino le parole prima di parlare. Del resto era troppo evidente: una discussione tutta centrata sulla simpatia o lo spessore personale dei candidati, ci avrebbe portati prima o poi agli attacchi e agli scontri personali». Ieri Franceschini e Bersani erano all'Aquila, anche se non si sono visti. Il segretario si è attardato a mangiare un gelato, come ha spiegato dal palco: «Ma con Bersani ci sentiamo quotidianamente». Franceschini, a un'assemblea di giovani Pd, cita veltronianamente Obama: «Dobbiamo fare come lui: non solo sfidare la destra, ma rovesciare la gerarchia dei valori». Prima, però, c'è da fare il partito. Franceschini, accusato di volerlo «liquido », lo farebbe anche «solido »: purché «non sia come un partito del secolo scorso». Altro tema caldo, il rinnovamento. Per Bersani è necessario: «Ma si fa per merito non per cooptazione». Riferimento chiaro alla «maestra» Debora Serracchiani, che pure gli ha assegnato un dignitoso «sei» nelle sue pagelle al Pd. Sul tema rinnovamento c'è da segnalare il «fioretto» di Beppe Fioroni, che sarebbe quello di «non parlare di D'Alema fino al congresso ». Ma il caso merita un'eccezione: «Non accetto che chi è iscritto al partito dalla culla parli di rinnovamento guardando sempre agli altri». A proposito di rinnovamento, il Pd, contate le tessere, si conferma un partito ancora poco nordista: gli iscritti sono quasi 800 mila, con Settentrione in calo, Bologna superata da Napoli e Puglia e Calabria ben tesserate. Il leader del Pd Dario Franceschini, 50 anni, ieri mentre passeggia all'Aquila Al. T.

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Il vice-disastro flop raddoppia per non lasciare (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di domenica 26 luglio 2009 Il vice-disastro flop raddoppia per non lasciare di Marco Zucchetti Corsa a tre per il Pd. Franceschini promise di dimettersi da leader se non avesse "tenuto" alle Europee Incassato il -7%, si è autocandidato: "Non lascio il partito a chi c’era prima". Bersani, "homo sovieticus" che si maschera da Vasco. Marino, il moralista caduto sui rimborsi gonfiati Il primo è un candidato «di guerra e nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza». Dario Franceschini è così, con quella sua aria da Gandhi in maniche di camicia (non picchieresti uno con gli occhiali, no?) ma con una parlantina isterico-avvelenata e - dice chi lo conosce bene - un pugno di ferro da luogotenente. Il look da ragioniere, il passato imperfetto da democristiano e il passato prossimo da vice-disastro di Veltroni, così come lo ha sarcasticamente definito Matteo Renzi. Franceschini è l’Aramis della terna in corsa per la segreteria del Pd: un esile e machiavellico gentiluomo che strizza l’occhio alle gerarchie ecclesiastiche. Ecco, magari gentiluomo ma poco coerente, dato che per mesi si è definito «reggente ad interim» e poi - evidentemente stuzzicato dal giochino - ha deciso di candidarsi al congresso «per non lasciare il partito in mano a chi c’era prima». Che prima c’era ancora lui, eh, ma sono dettagli. D’altro canto aveva pure detto: «Il mio obiettivo è confermare i voti del Pd alle Europee e chiudere questo clima di litigiosità». Ha perso 7 punti secchi, una roba che nemmeno con la napola a scopone scientifico, e il Pd è pacifico come i Balcani dei primi anni Novanta. Perfetto, bis. Ma Franceschini è italiano e l’italiano - si sa - «dice cosa e fa altra». E allora può candidarsi a guidare il Pd uno che nel ’99 tuonava: «Sta emergendo la divisione tra chi come me vede l’Ulivo come una coalizione e chi invece lo vede come avvicinamento al cosiddetto Partito democratico». Ecco, ora Dario punta forte su quel cosiddetto. E lo fa saccheggiando un po’ le idee altrui: a Berlusconi ha scippato il video della «discesa in campo», piazzandosi tra una libreria Ikea e una videocamera per l’annuncio ufficiale; da Veltroni ha mutuato la bella-iscritta-giovane sul modello-Madia (nella fattispecie la fatina romana Michela Di Biase); e dalla Dc eredita un cerchiobottismo olimpico condito da «profilo largo», «pluralismo» e giudizi come quello su Craxi: «Moderno ma con lati negativi». Poche idee, ma chiare. Franceschini vice-disastro, però, è lanciatissimo. Basta non ascoltare DAlema che sussurra: chi perde di solito si fa da parte. Lui invece raddoppia. E al volante del suo scuolabus democratico dà un passaggio a tutti i volti nuovi da Adinolfi (il «profilo largo») alla Barraciu, da Sassoli alla Serracchiani. Sì, quella che lo sostiene perché «è più simpatico» e non è di apparato. Fa politica dal ’74 (l’anno di Germania Ovest-Olanda con Beckenbauer e Cruijff), ma è un innovatore nato. E infatti sono nati a suo sostegno 120 giovanissimi comitati, da New York (la sede sarà l’attico di Veltroni a Manhattan?) a Cerignola. Per non dire dell’idea super-trendy di apparire su «Repubblica Tv» per parlare di Berlusconi «prigioniero del suo reality». Ovviamente Dario ha parlato dal suo confessionale. Insomma, Franceschini da Ferrara, quello che appena nominato leader pro tempore giurò col padre partigiano sulla costituzione manco si sentisse un imberbe Abramo Lincoln, ora si avvicina alla tenzone rivendicando che «nessun partito di sinistra nell’Ue ha 8 milioni di voti». Resta da vedere su cosa giurerà se dovesse vincere: Bibbia o «Capitale»? © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Bersani, "homo sovieticus" che si maschera da Vasco (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)

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articolo di domenica 26 luglio 2009 Bersani, "homo sovieticus" che si maschera da Vasco di Redazione Il fedelissimo di DAlema rifiuta il «ma-anchismo», poi dice: «Il Pci? Non lo rifarò ma servono radici. Di Pietro? C’è concordia e discordia» Il secondo «conosce la fame e la tranquillità. Ogni volta che muore gli rinasce la coda». E ogni volta che smette di fare il ministro, Pierluigi Bersani ricompare come il calcare. Lui, flemmatica icona di un’Emilia strutturata tra comitati e trattorie, non alza mai la voce. Il sigaro sagace e la rotondità veneranda della stempiatura gli regalano un’immagine da robusto sacrestano socialista. E armato di questo physique du rÔle, il Porthos emiliano tutto onore e concretezza mira a riportare il Pd sui binari di Peppone e Togliatti, della falce e del partito. Già, il partito. Nominato 50 volte nella sua mozione. Lui che rimprovera a Berlusconi di non parlare mai di «futuro». Adinolfi lo ha già inquadrato: «Con lui sarà un partito-chiesa». Enrico Letta invece lo santifica: «Farà una rivoluzione copernicana». Lui, che tra l’aria grigia e l’anima rossa sembra la maglia della Cremonese, l’unica rivoluzione che sembra in grado di fare è quella di togliere la mortadella prodiana dalla tavola democratica per sostituirla con la coppa piacentina delle sue parti. Si scherza, ma mica tanto. «Più feste e meno comunicazione», ha tuonato, «mi rifarò alle radici territoriali». Un bel passo avanti: non ci aveva pensato ancora nessuno alle tessere e alla Festa dell’Unità. Ma a chi gli rimprovera di essere un cultore del passato, Bersani risponde secco: «Non rifarò il Pci, ma voglio un partito che sia come l’Avis e la bocciofila, con delle regole». Altro che yes, we can. Boccia-punto, sangue e sezioni, tovarish. E provate a dare torto al sociologo Diotallevi che ascoltandolo ha pensato di essere tornato nel 1966 e ha chiesto l’ultimo Lp di Gigliola Cinquetti... Certo, se ti sostengono D’Alema, Ciampi, Penati e Bassolino mica puoi inventarti un partito frizzante come il Bacardi Breezer. Meglio un gutturnio severo. «Non saremo un’idrovora che raccoglie tutto, io al “ma-anche” non ci sto». Oh, finalmente uno duro e puro, pensi. E poi leggi che «con Di Pietro c’è concordia e discordia» e ti cascano le tessere. E la lotta al veltronismo che ha fatto replicare all’ex sindaco di Roma che «Bersani mica viene da Marte»? Quisquilie, datemi un piano quinquennale e vi risolleverò il Pd. Con la forza della politica popolare e con qualche filo tenuto in mano da DAlema. Ma sia chiaro, «non sono il suo burattino». Ho detto bene, Massimo? Sia o no Baffino il suo ventriloquo, Bersani è ottimista. Così come era convinto che «il Pd alle europee recupererà parecchi punti». Di sutura, forse. Dopo il trionfo, Pierluigi vuole spedire a quel paese (basta che il paese non sia in Emilia) tutti i teodem, i margheritini, i baciabancone centristi. Gente che ascolta quel ciellino di Claudio Chieffo, mentre lui punta la campagna e il logo su Vasco Rossi e sul suo verso «un senso a questa storia». E pazienza se la canzone continua con un impietoso «anche se questa storia un senso non ce l’ha». Gran bella scelta musicale, involontariamente autoironica. Ma Bersani è comunque l’homo (sovieticus) novus, quello giusto. D’altronde «io fui il primo a usare l’acronimo Pd nel ’94 per il Progetto democratico», rivendica. Questi sì che sono meriti oggettivi. Per fortuna non si è candidato alla segreteria quello che ha coniato la targa di Padova... © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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