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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “PD A CONGRESSO” |
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Franceschini-Bersani
scontro sul bipolarismo Adinolfi: non mi candido (
da "Unita, L'" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: «Non si tornerà al passato», assicura il leader
democratico. Scontro sul bipolarismo. Franceschini dice che Bersani non lo
vuole, ma D'Alema, Bindi, Letta e Penati spiegano che non è così. Fassino parla
della clausola antiscissione. Adinolfi non si candida più e si schiera con
«Dario».
iscritta con orgoglio
Da ieri anche io sono iscritta! Con orgoglio e commozione penso agli insegn... (
da "Unita, L'" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Veltroni, che sostiene Franceschini (cioè Castagnetti,
probabilmente Rutelli, e, forse, la Binetti). la mia domanda: Bettini ha
lanciato Marino per far eleggere Marino o per danneggiare Bersani? Non potrebbe
essere una trappola? A. Bartolomei (Ts) Pd, presidenza allo sconfitto Propongo
che chiunque vinca le primarie offra la presidenza del partito allo sfidante
perdente e una gestione
amendola in campo,
iannuzzi lascia - angelo carotenuto (
da "Repubblica, La" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: è stata la mozione Bersani a rompere gli indugi, con
un´intesa raggiunta a Roma dai leader delle varie componenti che la sostengono
su scala nazionale: D´Alema, Letta e Bindi. Nasce così la candidatura di Enzo
Amendola, 36 anni, già segretario regionale dei Ds dal novembre 2006 fino allo
scioglimento della Quercia, oggi coordinatore campano di Red.
rutelli: conta senza
idee autogol per il pd - giovanna casadio (
da "Repubblica, La" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Interni Rutelli: conta senza idee autogol per il Pd
Scontro Marino-Franceschini sulla laicità. E D´Alema bacchetta la Serracchiani
Arcigay polemica con il segretario che ha detto: "Le coppie di fatto non
sono famiglia" Arriva il quarto candidato: lo sconosciuto Rutigliano Si
ritira Adinolfi GIOVANNA CASADIO ROMA - Scintille pre-
Telekongresso in onda
sul Tre in Rai vince la mozione Dario (
da "Riformista, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: a prescindere dalle voci che danno la mozione Bersani già
vincente tra gli iscritti, al di là del risultato che otterrà Ignazio Marino,
in casa Rai il fronte Franceschini ragiona da monopolista. Tifano per «Dario» i
due consiglieri democratici nel consiglio d'amministrazione, il veltroniano
Giorgio van Straten e il margheritino Nino Rizzo Nervo;
Rutigliano quarto uomo
e Debora dà le pagelle ( da "Riformista, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Cinque il voto per Massimo D'Alema: «Perché credo debba
lasciare più spazio a Bersani». L'ex ministro degli Esteri la mette sul ridere,
ma aggiunge un pizzico di amarezza: «Era quattro prima - dice D'Alema - Meno
male, c'è qualche speranza di miglioramento. Io vorrei capire questa cattedra
quando l'ha vinta, però va bene?
Nuovo Pci Democratici
alla guerra civile ( da "Giornale.it, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: ma anche Franceschini o Rutelli. Bersani incassa così
inevitabilmente un'accusa di ipocrisia dall'ex segretario Veltroni: «Non può
far finta di venire da un altro pianeta», intendendo dire che Bersani
appartiene all'anima più vecchia della componente comunista. E poi c'è Piero
Fassino, ex segretario del partito, ex ministro degli Esteri,
5,5 (
da "Corriere della Sera" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: ma deve elaborare le cose successe negli ultimi mesi:
vivrebbe meglio» Francesco Rutelli s.v. «Senza voto. Ma candidarlo a sindaco di
Roma è stata una grossa c..ata. Da autolesionisti» Massimo D'Alema 5 «È
intelligente e mi sta anche simpatico. Ma poteva evitare di mangiare l'ennesimo
leader» Debora Serracchiani 5,5 «Io oscillo tra 5 e 6.
Serracchiani: D'Alema
da 5 in pagella La replica: chi le ha dato la cattedra? (
da "Corriere della Sera" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Pierluigi Bersani se la cava a stento con un classico sei
politico). Sufficienza piena per Beppe Grillo, mentre Walter Veltroni arriva a
6 meno. Bocciati Ignazio Marino e Massimo D'Alema, cinque senza appello.
Francesco Rutelli senza voto, ma con giudizio tranchant: «Candidarlo a Roma è
stata una grossa cazzata».
Ruolo di
Argomenti: PD
Abstract: 07/2009 - pag: 13 Scenari L'ex leader e il dubbio se restare
nel Pd con Bersani segretario Ruolo di «riserva istituzionale» La nuova
strategia di Veltroni ROMA Quando era segretario del Pd ogni tanto veniva colto
da qualche dubbio e confidava ai collaboratori: «Chissà se abbiamo fatto bene
ad andare via dal Campidoglio ».
ROMA - Il Pd ha un
quarto candidato segretario. Si chiama Amerigo Rutigliano, ses... (
da "Messaggero, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Debora Serracchiani intanto ha dato le pagelle ai leader
del Pd (insufficienza solo a D'Alema e Marino). Il 6 di Veltroni contiene però
il rimprovero per la ricandidatura di Rutelli a sindaco: «È stata una c...ata».
Rutelli ieri sera era ospite della festa romana del Pd: «Siamo fritti se
diventiamo solo la sinistra».
Bersaniani all'attacco:
Dario, hai perso tu ( da "EUROPA ON-LINE" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Massimo D'Alema risponde così ai «rischi» denunciati da
Dario Franceschini, con un'intervista al Corriere, in caso di vittoria di
Bersani. Sposa questa linea anche Filippo Penati che insiste affermando che «il
bipolarismo va utilizzato per vincere e governare coerentemente e non solo per
partecipare, come auspicano molti altri.
Nuovo Pci, Democratici
alla guerra civile ( da "Giornale.it, Il" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: invisibile ma persistente solco comunista, si chiamino
Grillo o Marino, ma anche Franceschini o Rutelli. Bersani incassa così
inevitabilmente un?accusa di ipocrisia dall?ex segretario Veltroni: «Non può
far finta di venire da un altro pianeta», intendendo dire che Bersani
appartiene all?anima più vecchia della componente comunista. E poi c?
Pd, veleni e accuse È
partita la corsa ( da "Avvenire" del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Dario Franceschini al suo principale avversario di mettere
a repentaglio il bipolarismo, provoca repliche pesanti di Enrico Letta e
Massimo D'Alema. Mentre l'addebito al leader in carica della recente sconfitta
alle europee, mosso dagli sponsor di Pierluigi Bersani, induce al sarcasmo
l'interessato, attorno al quale fanno quadrato i principali supporters, Piero
Fassino in testa.
segue dalla prima
pagina Quali sarebbero? Le faccio un elenco: Berlusconi è sempre più Berlusconi,
e un po' di autocritica servirebbe anche a lui; la Lega ha la golden share
dell'a ( da "Riformista, Il" del 25-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: è chi rifiuta l'idea di un partito a vocazione
maggioritaria come Rutelli e altri che ne sono ancora convinti sostenitori. Per
quanto riguarda l'evoluzione del sistema politico Bersani è più chiaro e ci
sono convergenze tra noi. Ma dallo stato del dibattito mi pare che chiunque
vincerà il congresso avrà gli stessi problemi.
ROMA Pierluigi Bersani
presenta la sua mozione e lo slogan della campagna per la segreteria ... (
da "Messaggero, Il" del 25-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: E se Rutelli, ospite di "Stile libero"
all'interno del Villaggio dei Mondiali di nuoto, si dichiara «scontento di come
vanno le cose nel Pd, perchè abbiamo conferito a questo partito due grandi
patrimoni, quello della Margherita e dei Ds, ma non per fermarci lì, sapendo
che ci si doveva allargare, invece stiamo tornando indietro»
Malumore nel Pd:
Argomenti: PD
Abstract: 13 Verso il congresso Rutelli all'attacco Malumore nel Pd:
«Dalla Serracchiani giudizi superficiali» ROMA Nel Pd scoppia un altro caso
Serracchiani. Le pagelle date dalla giovane europarlamentare ai big del
partito, con un bel
Bersani:
Argomenti: PD
Abstract: Bersani resta critico rispetto alla gestione del partito
mantenuta finora e a chi, come Veltroni, lo richiama a condividere la
responsabilità di decisioni sottoscritte anche da lui, risponde: «Io c'ero,
nessuno si è calato da fuori e uso sempre il noi.
pd, duello
bersani-franceschini "elettori in fuga". "siamo primi in
ue" - umberto rosso ( da "Repubblica, La" del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: duello Bersani-Franceschini "Elettori in fuga".
"Siamo primi in Ue" I due sfidanti insieme all´Aquila, ma evitano il
faccia a faccia Il segretario contro la Bindi: "Sono allibito da quel che
dice di Rutelli, lui è uno dei fondatori" UMBERTO ROSSO DAL NOSTRO INVIATO
L´AQUILA - Ci si mette pure un gelato a dividere Franceschini e Bersani.
L'
Argomenti: PD
Abstract: E la lotta al veltronismo che ha fatto replicare all'ex
sindaco di Roma che «Bersani mica viene da Marte»? Quisquilie, datemi un piano
quinquennale e vi risolleverò il Pd. Con la forza della politica popolare e con
qualche filo tenuto in mano da D'Alema. Ma sia chiaro, «non sono il suo
burattino».
L'ultima guerra: la
Bindi talebana che caccia Rutelli (
da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: la Bindi sta con Pierluigi Bersani, Rutelli con Dario
Franceschini), l'ayatollah toscana si è ingolosita: troppo buona l'occasione
per regolare i conti con lui, primo sponsor di «vice-disastro». Non è il Far
West, qui sembra di stare sul set del film Highlander. Dove gli immortali del
Pd, apparentemente immuni alla raffica di sconfitte incassate,
Palchi separati a
L'Aquila Scintille tra Dario e Pierluigi (
da "Unita, L'" del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: che sta con Bersani, «allibito dall'intervista che dice a
Rutelli: se le cose non ti vanno bene accomodati fuori». dito sulla piaga Ma
era stato Bersani a mettere il dito nella piaga. «In questi 20 mesi abbiamo
rischiato una scissione silenziosa - aveva spiegato l'ex ministro, critico con
la gestione Veltroni-Franceschini - Mi sono candidato anche per frenare l'
ROMA A parole, tutti
dicono di volere l'unità, ma ormai nel Pd la tensione è ... (
da "Messaggero, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: A dargli man forte arriva Beppe Fioroni, che, rivolgendosi
a D'Alema, avverte: «Non accetto che chi è iscritto dalla culla parli di
rinnovamento guardando sempre agli altri. Tra noi e Bersani - aggiunge - c'è
una profonda differenza che non riguarda gli slogan, ma la rappresentazione
dell'intera società.
Franceschini chiama
Marino
Argomenti: PD
Abstract: Alema e Manganelli Franceschini chiama Marino «Ha la mia
solidarietà» Bindi attacca Rutelli. Il segretario: sono allibito ROMA Il primo
a dare la sua solidarietà era stato Pier Luigi Bersani. Ma ieri, il giorno dopo
la pubblicazione sul Foglio dei documenti sul presunto «allontanamento» da
Pittsburgh e dall'Ismett di Palermo,
Il vice-disastro flop
raddoppia per non lasciare (
da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: disastro di Veltroni, così come lo ha sarcasticamente
definito Matteo Renzi. Franceschini è l?Aramis della terna in corsa per la
segreteria del Pd: un esile e machiavellico gentiluomo che strizza l?occhio
alle gerarchie ecclesiastiche. Ecco, magari gentiluomo ma poco coerente, dato
che per mesi si è definito «reggente ad interim» e poi -
Bersani, "homo
sovieticus" che si maschera da Vasco (
da "Giornale.it, Il" del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: E la lotta al veltronismo che ha fatto replicare all?ex
sindaco di Roma che «Bersani mica viene da Marte»? Quisquilie, datemi un piano
quinquennale e vi risolleverò il Pd. Con la forza della politica popolare e con
qualche filo tenuto in mano da D?Alema. Ma sia chiaro, «non sono il suo
burattino».
(
da "Unita, L'"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Franceschini-Bersani scontro sul
bipolarismo Adinolfi: non mi candido NINNI ANDRIOLO «Bipolarismo a rischio» se
vincesse Bersani. Per Dario Franceschini non bisogna
«azzerare l'orologio» e «ricominciare tutto da capo», come se «l'alternanza non
fosse una conquista di tutti», Negative, quindi, le «alleanze non dichiarate»
prima del voto e «frutto di accordi parlamentari». Ma per il leader Pd con «un
sistema centro-sinistra e centro-destra, con il famoso trattino, tutto torna in
movimento e prevale il vecchio schema: sinistra da una parte e centro del
centrosinistra dall'altra». Ma l'affondo riservato alle posizioni di Bersani, avversario diretto alla leadership democratica,
riguarda anche l'uso della parola «sinistra» («nobilissima, ma il partito deve
restare la casa di tutti»). «Non escludo una futura alleanza con l'Udc -
sottolinea il leader Pd - Ma voglio un Partito democratico che non rinunci a
competere direttamente con il Pdl». CLAUSOLA ANTISCISSIONE Nel giorno in cui
scadono i termini per la presentazione delle candidature - Mario Adinolfi
rinuncia e appoggia Franceschini - si annuncia la clausola antiscissione con la
quale i candidati si impegneranno a «riconoscere» il risultato del congresso
indipendentemente da chi lo vincerà.E nel Pd si accende il dibattito sui temi
precongressuali. Franceschini? «Messaggi inutilmente allarmanti», li definisce
D'Alema, che invita tutti a mantenere il confronto «su
un piano di civiltà e di merito». Per l'ex ministero degli Esteri «il vero
rischio per il bipolarismo è l'estremo indebolimento» del Pd che rende
«piuttosto difficile» la possibilità «di riconquistare il governo del Paese». E
Filippo Penati, coordinatore del comitato Bersani,
ricorda i 4 milioni di voti persi dal Pd in un anno e mezzo e critica «l'idea
del partito a vocazione maggioritaria, che ha dato l'idea dell'autosufficienza
e ha perso». Ma Piero Fassino, che appoggia Franceschini, ricorda a Penati che
«sarebbe ingeneroso scaricare sul segretario Pd l'esito elettorale», visto che
la responsabilità «in solido e collettiva» va distribuita tra l'intero gruppo
dirigente. Fino a un anno fa «avevamo in Parlamento 39 partiti organizzati in
17 gruppi parlamentari - continua l'ex leader Ds - Mentre oggi ce ne sono solo
sei, un cambiamento avvenuto per merito della nascita del Pd». «Insofferenza»
della mozione Bersani per il bipolarismo? «Nulla di
più falso - replica Rosi Bindi - Nessuno ha nostalgia per le maggioranze
variabili». Enrico Letta, anche lui con Bersani, chiede a Franceschini di non «denigrare gli
avversari facendo caricature degli argomenti altrui». Mentre i Liberalpd di
Enzo Bianco, garantendo l'appoggio a Franceschini, chiedono la difesa forte del
bipolarismo. «Non si tornerà al passato», assicura il
leader democratico. Scontro sul bipolarismo. Franceschini dice che Bersani non lo vuole, ma D'Alema, Bindi, Letta e Penati spiegano che non è così. Fassino parla della clausola
antiscissione. Adinolfi non si candida più e si schiera con «Dario».
(
da "Unita, L'"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
iscritta con orgoglio Da ieri anche io sono iscritta! Con
orgoglio e commozione penso agli insegnamenti di Berlinguer e al suo agire
onesto e lungimirante. Caro Pd quanto di Enrico è rimasto in te? Svegliamoci!
Ps: tI avverto,.. sarò una grande rompiscatole!.. Con affetto cecilia (Sassari)
Pd, ci sono anch'io Anche io mi sono iscritta superveloce sett scorsa con
immensa gioia per la prima volta in vita mia e per di più nel profondo
nord....vicino a Varese! Grazie. simona non era l'unto dal signore? Non sono un
santo? Ma non era l'unto del signore? mario santi e galantuomini Berlusconi
afferma che non é un santo e di questo ce ne siamo accorti. Noi avremmo bisogno
soltanto di galantuomini e pesone eticamente e moralmente rette! Ma forse è
chiedere troppo. luigi (Pa) non sono santi Anche Mussolini, Hitler, Riina (e
chi piu ne ha più ne metta) non sono santi! mario scegliere chi unisce Le tre
persone candidate per il Pd sono ottime. Ora si tratta di sceglire chi più
unisce ai bisogni più reali e non per provenienza ideologiche. Dovremo capirlo
noi elettori senza condizionamenti. MICHELE IOZZELLI (LERICI) la notte di obama
Forse per il Cav. la notte dell'elezione di Obama è stata terribilmente
frustrante. Impossibile competere! Il rimedio? Una esibizione di potenza
sessuale... VB una trappola Una domanda a Omero (Ts) e alla compagna Concia.
Marino è stato lanciato da Bettini, che è amico di Veltroni, che
sostiene Franceschini (cioè Castagnetti, probabilmente Rutelli, e, forse, la Binetti). la mia domanda: Bettini ha lanciato
Marino per far eleggere Marino o per danneggiare Bersani? Non
potrebbe essere una trappola? A. Bartolomei (Ts) Pd, presidenza allo sconfitto
Propongo che chiunque vinca le primarie offra la presidenza del partito allo
sfidante perdente e una gestione unitaria del partito! Pierdomenico
(lucca)
(
da "Repubblica, La"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Pagina VII - Napoli Amendola in campo, Iannuzzi lascia Pd,
oggi la candidatura alla segreteria: nessun patto con Bassolino Incognita De
Luca In mattinata vertice del partito all´hotel Tiberio con Follini, Cuperlo e
Cozzolino ANGELO CAROTENUTO Amendola fa un passo avanti, Iannuzzi ne fa uno
indietro. Oggi il Pd troverà il suo primo candidato alla segreteria regionale:
Amendola ufficializzerà con una lettera la disponibilità a presentarsi in campo
nella corsa alla guida del partito, crollato al 23 per cento alle ultime
europee, e scosso da 3 sconfitte su 3 alle provinciali. Iannuzzi non si
ripresenterà per un secondo mandato. I tatticismi sono finiti. è stata la mozione Bersani a rompere
gli indugi, con un´intesa raggiunta a Roma dai leader delle varie componenti
che la sostengono su scala nazionale: D´Alema, Letta e Bindi. Nasce così la candidatura di Enzo Amendola, 36 anni,
già segretario regionale dei Ds dal novembre 2006 fino allo scioglimento della
Quercia, oggi coordinatore campano di Red. E il ruolo di Bassolino? Ha
dato via libera dopo aver parlato con D´Alema. Del
resto dentro la mozione Bersani c´è a pieno titolo
anche il governatore, ma Amendola è tutt´altro che una sua creatura politica.
Un aspetto su cui il candidato dovrà per forza tornare in campagna
congressuale, non fosse altro perché nella stessa mozione sono schierati
esponenti (come Mazzarella) che invocano discontinuità da Bassolino. Da subito,
probabilmente già oggi, Amendola si esprimerà sul periodo in cui il Pd dovrà
tenere le primarie per la Regione. E sarà come dire: nessun patto con
Bassolino, non esiste uno scambio per le designazioni su segreteria e Santa
Lucia. L´intesa dell´area Bersani su Amendola ha
spazzato via la ricerca di un candidato unitario, svelando un campo smarrito
sull´altro versante. «Fui eletto per traghettare. è giusto che si apra un
confronto politico sui contenuti, alla luce del sole», le parole con cui
Iannuzzi lascia. L´asse Veltroni-Fioroni (per
Franceschini) cerca un´alternativa. I moderati rivendicano un diritto di
scelta. Le ipotesi: Andria, Losco, Piccolo. Ma da Salerno c´è Vincenzo De Luca
che scalpita. è molto tentato dall´idea di scendere personalmente in campo.
Sommese ha un invito da rivolgere al partito: «Non possiamo vivere altri tre
mesi di guerre. La gente è stanca. Non ce la fa a farsi trascinare nelle beghe
interne e noi dobbiamo pensare a vincere le elezioni regionali». Luisa Bossa è
più esplicita: «Amendola mette il partito al riparo da tentazioni egemoniche di
chicchessia. Con tante inconfessate ambizioni, si fa fatica a immaginare
un´alternativa di pari livello». E Amendola prende quota. Ciambriello,
coordinatore dei Cristianosociali, chiede «un segretario a tempo pieno, senza
doppi incarichi». Prende tempo Nicolais. Amendola non è un nome sgradito, ma lo
sono le modalità. Non può votarlo come candidato di una parte. Rimane in piedi
la sfida chiamata "Scusate il ritardo", il documento con cui su
Facebook il giovane vicesindaco stabiese Nicola Corrado ha preparato giorni fa
la strada a una candidatura generazionale. Quella a cui forse Bassolino pensava
martedì, quando fece l´elogio delle persone che «con coraggio, dicono: ora vi
faccio ballare». Corrado immaginava «una svolta generazionale», oltre lo schema
di guerra interna «che finisce per legittimare da vent´anni il gruppo dirigente
che ha guidato Ds e Margherita; servono il cuore, la passione e i volti di
migliaia di giovani capaci e credibili», scrisse parlando di sindrome di
Benjamin Button, il personaggio letterario di Fitzgerald che nasce vecchio e
muore giovane. Il documento ha raccolto 400 adesioni online. Tra cui quella
dello stesso Amendola, che ha poi scelto la strada della candidatura di
componente. E oggi il Pd discute in seminario all´hotel Tiberio delle
prospettive del partito. Con Cozzolino, Cuperlo e Follini. Il termine per la
candidatura alla segreteria regionale scade il 31 luglio.
(
da "Repubblica, La"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Pagina 16 - Interni Rutelli: conta senza idee autogol per il Pd Scontro Marino-Franceschini
sulla laicità. E D´Alema bacchetta la Serracchiani Arcigay polemica con il segretario che
ha detto: "Le coppie di fatto non sono famiglia" Arriva il quarto
candidato: lo sconosciuto Rutigliano Si ritira Adinolfi GIOVANNA CASADIO ROMA -
Scintille pre-congressuali su bipolarismo e laicità. A rendere più teso
il confronto sono anche le polemiche tra Massimo D´Alema
e Debora Serracchiani che dà le pagelle ai big e all´ex premier un bel 5. «Meno
male che sono migliorato - scherza lui - era un 4, prima. Ma vorrei capire
quand´è che ha vinto la cattedra...». Il Pd entra nel vivo della partita di
ottobre per la leadership e la tensione fra i candidati sale. Sulla questione
del bipolarismo. Dario Franceschini, il segretario uscente e ricandidato, ha
detto di essere «il garante» del bipolarismo che le proposte di Pierluigi Bersani, lo sfidante, metterebbero a rischio. Contrattacca
D´Alema: «Non conviene a nessuno lanciare messaggi
inutilmente allarmanti perché conviene a tutti mantenere il confronto su un
piano di civiltà e di merito. Il vero rischio per il bipolarismo è l´estremo
indebolimento di questo partito, ora al 26%». Rincara Rosy Bindi: «A Dario
manca il principio di realtà, non c´è nessuna nostalgia di maggioranze
variabili, né dei vizi del trasformismo. Non si va però al governo con il 26%»:
il tema delle alleanze è insomma imprescindibile. «Se Franceschini denigra gli
altri candidati è un cattivo modo per cominciare», sottolinea Enrico Letta. Appello ai candidati di Francesco Rutelli,
ultimo segretario della Margherita e ora "grande elettore" di
Franceschini, affinché non si inasprisca la gara: «Abbiamo avuto una botta di
culo a inventarci il Pd, una cosa nuova dove diverse culture potessero
convergere, mentre in Europa la grande tradizione socialdemocratica è in crisi.
Quello che veramente mi preoccupa sono le polemiche tra candidati», che i media
amplificano. Critica inoltre il meccanismo macchinoso del congresso, che ne fa
una «conta senza idee»: «Non lo sia o ne usciremo tutti ammaccati». Dal palco
della festa Pd di Roma, ammonisce: «Attenti a non essere succubi di chi grida,
non facciamoci dettare legge dai blog». E denuncia: sul conflitto d´interessi
ci fu «un errore di sottovalutazione: nel centrosinistra c´era un non detto,
che Berlusconi fosse un avversario fragile e, in fondo, il miglior avversario
per il centrosinistra». Sulla laicità. Ignazio Marino presenta ieri a Milano la
sua mozione e va subito al sodo: «Beppino Englaro è un eroe civile - dice -
Franceschini è a disagio sulla laicità. Capisco le sue difficoltà ad affrontare
il tema perché nella sua mozione convivono posizioni inconciliabili, da Paola
Binetti che non ha votato la fiducia al governo Prodi perché era contraria a
una mozione anti omofobia a quella della Serracchiani». Chiarisce subito:
«Partecipo al congresso e alle primarie per vincere, per diventare segretario
del Pd, sia chiaro che la mia candidatura non è e non sarà merce di scambio».
Ad attaccare Franceschini su laicità e diritti civili sono anche le
associazioni gay per le posizioni su famiglia e coppie di fatto. Una levata di
scudi contro quella che giudicano una visione datata della società. «Per
fortuna che cosa sia famiglia lo decide l´esperienza concreta di milioni di
cittadini italiani», è la dura nota del presidente dell´Arcigay Aurelio
Mancuso. E il circolo omosessuale romano, Mario Mieli lo accusa di «mettersi
fuori dal consesso delle forze riformiste, di essere piccolo di nome e di
fatto». Infine, ai nastri di partenza vanno in quattro: Franceschini,
segretario ricandidato; Bersani, l´ex ministro del
governo Prodi; Marino; Amerigo Rutigliano, outsider, di cui la commissione sta
valutando i requisiti. A sorpresa si è ritirato Mario Adinolfi, il blogger e
vice direttore di Red tv, la televisione dalemiana, che però appoggerà
Franceschini. Raffaele Calabretta, ricercatore del Cnr, provocatorio inventore
delle "doparie" (le primarie dopo le elezioni) è stato invece
bocciato: non aveva i requisiti.
(
da "Riformista, Il"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Telekongresso in onda sul Tre in Rai vince la mozione
Dario RETROSCENA. Paolo Ruffini rimane in sella alla Rete, Di Bella prova a
tenersi il tiggì. Così il fronte Franceschini ha blindato la Rai e respinto
l'opa ostile di Masi (e D'Alema). Con un alleato di
lusso: Berlusconi. Bianca Berlinguer Mauro Masi e Paolo Ruffini. A lato, Dario
Franceschini. Sopra, Mario ... segue dalla prima pagina Dietro il frullatore in
cui da mesi vengono mescolati, a vario titolo, i nomi di Paolo Ruffini (rete) e
Antonio Di Bella (tg), Barbara Palombelli (rete) e Bianca Berlinguer (tg), con
l'innesto estemporaneo di vari outsider (Maurizio Mannoni, per il tg), sembra
esserci una sola certezza: a prescindere dalle voci che
danno la mozione Bersani già vincente tra gli iscritti, al di là del risultato che
otterrà Ignazio Marino, in casa Rai il fronte Franceschini ragiona da
monopolista. Tifano per «Dario» i due consiglieri democratici nel consiglio
d'amministrazione, il veltroniano Giorgio van Straten e il margheritino Nino
Rizzo Nervo; mentre il presidente dell'azienda, scelto proprio dal
segretario attuale, non può certo considerarsi distante da lui. Non solo: anche
i principali pontieri tra il partito e la tv pubblica - da Paolo Gentiloni a
Roberto Cuillo, passando per la new entry David Sassoli - combattono ventre a
terra nell'esercito franceschiniano. Certo, i Dario boys non mancano di
sottolineare a ogni pie' sospinto che «la tesi del monopolio non è vera» e
citano come prova a favore «l'antico legame tra il dg Mauro Masi e Massimo D'Alema». Ma è altrettanto certo che le nomine della Terza
rete non sarebbero rimaste così a lungo in sospeso se non fosse stato per la
guerra congressuale del partito. Al contrario di quanto è accaduto sulla sorte
dei primi due canali, dove il piatto forte erano i telegiornali, a Rai Tre la
questione è rovesciata. È la direzione della rete che fa gola ai litiganti.
«Perché a prescindere da chi lo dirige - racconta un autorevole esponente del
Pd, di casa alla Rai - il Tg3 non potrà mai essere diverso da come è sempre
stato». Al contrario, prosegue il ragionamento della fonte, «chi guida il terzo
canale può contribuire a orientare il bouquet degli intervistati di Fabio Fazio
e gli interventi a Ballarò, passando per la satira della Dandini». Forse non
sarà decisivo, forse. Ma, soprattutto in una partita che sarà decisa dagli
elettori e non dagli iscritti, un amico alla direzione di Rai Tre vale anche di
più del proverbiale «tesoro». Nel regno dell'ex Telekabul, oggi ribattezzata
Telekongresso, Franceschini punta a congelare il trono di Paolo Ruffini.
L'attuale direttore, che durante la trattativa per la presidenza dell'azienda
era stato una delle carte coperte del segretario, è considerato vicino a
«Dario» da tempi non sospetti. Nella partita a scacchi per confermare Ruffini,
Franceschini ha con sé praticamente tutti i consiglieri Rai espressi dal Pd
oltre a Gentiloni, che sta tessendo la trama. E non è tutto. Ad agevolare il
compito del segretario è intervenuto anche Silvio Berlusconi, che a più riprese
ha chiesto - per interposta persona - la testa del direttore di una rete in
cui, parola del Cavaliere, «c'è troppa satira contro il governo». La fatwa
berlusconiana su Ruffini ha finito per rafforzare il direttore di Rai Tre. Anche
perché, come ammette un franceschiniano di rango, «se Paolo venisse cacciato in
questo momento, il suo successore, chiunque esso sia, finirebbe per essere
votato solo dal centrodestra». E, quindi, «essere accusato a vita di
intelligenza col peggiore dei nemici». Stando al tam-tam di viale Mazzini, per
tentare di ristabilire la par condicio congressuale, Massimo D'Alema avrebbe avanzato, già da settimane, la candidatura di
Barbara Palombelli. Una pista vera o l'ennesimo specchietto per le allodole?
Chissà. Di certo l'uomo che negli ultimi giorni si è avvicinato di più alla
successione di Ruffini è stato Antonio Di Bella. Proprio lui, il direttore del
Tg3. Ma Di Bella, fiutata l'aria, ha deciso di declinare l'offerta (benedetta
da D'Alema) che gli era stata avanzata da Masi. La
motivazione? «No, grazie. Non prenderei mai una nomina approvata coi voti della
sola maggioranza di governo». Sullo sfondo rimane il Tg3 e una candidata
semi-ufficiale, Bianca Berlinguer. Ma anche su questo terreno, Franceschini (e Veltroni) non vogliono lasciare margine agli avversari del
congresso. Il nome del ticket Dario-Walter per il tiggì è già sul tavolo: si
tratta di Maurizio Mannoni. Come finirà? L'ipotesi più probabile è che la
guerra silenziosa per il Tg3 se la aggiudichi il «terzo nome», che però è
quello del direttore attuale. Morale? Ruffini a Rai Tre. Di Bella al Tg3. Tutto
come prima. Telekongresso rimane più vicina alla mozione Franceschini. E dopo
un larghissimo e tortuoso giro si ritorna alla casella del Via. Come a
Monopoli. Tommaso Labate 24/07/2009
(
da "Riformista, Il"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
democrat Rutigliano quarto uomo e Debora dà le pagelle Nel
giorno del termine d'iscrizione alle candidature per la corsa alle primarie
della segreteria nazionale, è arrivato il quarto uomo: si chiama Amerigo
Rutigliano. Rimane escluso Raffaele Calabretta, un ricercatore del Cnr, che
aveva al centro del suo programma le «doparie», ovvero le primarie, da farsi
dopo le elezioni, sulle decisioni del governo. Rutigliano si aggiunge a Dario
Franceschini, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino. Il
primo ha scelto Roma come base della sua candidatura, smentendo le
responsabilità della sconfitta alle elezioni europee, arginando "la
laicità" del terzo incomodo e lanciando un grido d'allarme in caso di
vittoria di Bersani. ("E' a rischio il
bipolarismo nel nostro paese"). Mario Adinolfi, il giornalista blogger,
nel frattempo ha rinunciato alla candidatura: «Fino alle primarie del 25
ottobre darò una mano al tentativo di Franceschini». Rispetto alla mozione Bersani si muovono le truppe settentrionali del Partito
democratico. Da Milano Filippo Penati e Enrico Letta
puntano gran parte delle loro speranze sul territorio lombardo. «E' qui dove il
partito ha maggiori difficoltà - ha sottolineato Letta
durante una conferenza stampa - ed è da qui che dobbiamo ripartire». Stesso
concetto espresso con più colore dall'ex presidente della provincia meneghina:
«Si guardi oltre il raccordo anulare. Il dato vero è che in un anno e mezzo si
sono persi 4 milioni di elettori, 300 mila al mese, oltre 10mila al giorno.
Bisogna cambiare». Questione che pare aver recepito pure Marino che insieme a
Pippo Civati dei giovani Piombini ha deciso di presentare la mozione proprio
nel capoluogo lombardo. Una corsa incentrata sui temi della laicità, ma pure
sull'ambiente e sui problemi della disoccupazione. "Capisco il disagio di
Franceschini, la sua difficoltà ad affrontare i temi della laicità, perché
all'interno della sua mozione convivono molte posizioni". Ma nel bene o
nel male è ancora la giovane Debora Serracchiani a creare scalpore tra le anime
dei democrats. In un'intervista alla video chat di Zoro, l'avvocato di Udine ha
dato i voti alle facce del centrosinistra. Cinque il voto per Massimo D'Alema: «Perché credo debba lasciare più spazio a Bersani». L'ex ministro degli Esteri la mette sul ridere, ma
aggiunge un pizzico di amarezza: «Era quattro prima - dice D'Alema
- Meno male, c'è qualche speranza di miglioramento. Io vorrei capire questa
cattedra quando l'ha vinta, però va bene
». Stoccata della Serracchiani per Rutelli: «È stata una grossa
cazzata candidarlo a Roma». 24/07/2009
(
da "Giornale.it, Il"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di venerdì 24 luglio 2009 Nuovo Pci Democratici
alla guerra civile di Paolo Guzzanti La migliore è di Arturo Parisi il quale
disse una decina di giorni fa: «A vent'anni dalla caduta del muro di Berlino
siamo ancora sulla stessa mattonella ad aspettare che qualcuno ci dia
l'avanti-marsch!». È lì che si trova il Pd: su una mattonella da cui tenta
sortite disuguali sui centimetri delle mattonelle più vicine, tornando ogni
volta alla base come nel gioco dell'oca. Che nel caso del Pd si comporta più che
come un'oca, come una di quelle galline cui hanno tagliato la testa e che se ne
vanno a zonzo senza meta finché non crollano annaspando. Prendiamo la giovane
Debora Serracchiani che non ha avuto il coraggio di trasformare il proprio
consenso in leadership (che sarebbe stato il fatto veramente nuovo, come accade
in Francia, o in Spagna). Dice la Serracchiani, a proposito dell'ex sindaco di
Roma: «È stata una grossa cazzata candidare Rutelli a
Roma. Una delle decisioni più autolesioniste del Pd». E lo stesso Rutelli replica: «Se il Pd accetta di essere "di
sinistra", non è bollito, ma fritto». Non è un mistero che Rutelli sia in uscita dal Pd, forse diretto verso l'Udc, o
forse verso la zona franca in cui teoricamente l'Udc incontrerà il Pd. Il fatto
è che sta vincendo la linea di D'Alema del ritorno
genetico del vecchio Pci, rivisto per le moderne esigenze, con estromissione di
eretici e meticci, cattolici e laici, tutti i corpi estranei che non hanno
prodotto fecondità ma sconfitte su sconfitte. Ed ecco allora che si spiega il
fuoco di sbarramento contro Ignazio Marino, l'outsider che parla di «una
questione morale grande come una montagna» riferendosi al presunto stupratore
seriale di Roma, attivista del partito. Marino, avversato da Rosy Bindi che lo
accusa di non avere «né il cuore né l'intelligenza per guidare il Pd», è
sostenuto ora dagli intellettuali di Micromega che ripiegano su di lui dopo
aver perso Grillo, ma si presenta più come un tagliatore di teste che come un
presentatore di programmi: dice che bisogna cacciare la cattolica Paola Binetti
perché «non crede che i diritti siano di tutti» e incassa così l'accusa di
Mario Adinolfi, blogger e anchorman di Red tv che gli dà del gallinaceo:
«Marino politicamente parlando è un dilettante, un pollo». E Adinolfi, da
outsider modernista e bacchetta i due antagonisti maggiori, Franceschini e Bersani, dicendo che «con Bersani
avremmo un partito-chiesa" mentre «Franceschini si traveste da innovatore»
ma non lo è. Il che non gli impedisce di sostenerlo, notizia fresca di ieri,
nella corsa alla segreteria. Franceschini naturalmente incassa siluri
pesantissimi da D'Alema che lo sfregia con il suo
disprezzo: «Franceschini? Beh, in un partito che viene da due sconfitte pesanti
nell'ultimo anno e mezzo, normalmente si cambia. Franceschini fa parte di un
gruppo dirigente perdente ed è sceso in campo contro personalità
incommensurabilmente migliori di quelle che ci sono ora». E questa era la
risposta all'affermazione dell'attuale segretario il quale aveva detto a fine giugno:
«Mi candido per non riconsegnare il partito nelle mani di chi c'era prima». È
qui il nocciolo della questione: Franceschini, cattolico ex Dc, non vuole il
ritorno egemonico del vecchio Pci, che è invece esattamente quel che chiede D'Alema puntando su Bersani, aperto
sostenitore della purezza genetica: «Non possiamo essere un partito idrovora
che tira su qualsiasi cosa». E per «qualsiasi cosa» Bersani,
come D'Alema, intende proprio tutti coloro che sono
estranei, o nemici, dell'invisibile ma persistente solco comunista, si chiamino
Grillo o Marino, ma anche Franceschini o Rutelli. Bersani incassa così inevitabilmente un'accusa di ipocrisia dall'ex
segretario Veltroni: «Non può far finta di venire da un altro pianeta», intendendo
dire che Bersani appartiene all'anima più vecchia della componente comunista. E
poi c'è Piero Fassino, ex segretario del partito, ex ministro degli Esteri,
ex eminenza grigia del Pci riformista della scuola torinese, totalmente fatto
fuori dall'apparato dalemiano e trattato come un cane in chiesa: ha avuto
persino problemi a farsi accogliere alla festa dell'Unità che adesso si chiama
ridicolmente «Democrat Party» con vaghi riferimenti a James Bond con la scritta
«Mescolato, non agitato». Ebbene, Fassino, colpevole di essere fedele a
Franceschini, e quindi di essersi posto fuori dalla linea della purezza
genetica che sta per prevalere nel Pd benché lui stesso venga dalla destra
comunista liberal torinese, rifiuta sia l'outsider Marino di cui depreca la
scompostezza («le parole di Marino sono inaccettabili. Per raggranellare
qualche voto ha offeso migliaia di militanti»), sia Bersani
il comunista doc, di cui dice: «È il candidato dei nostalgici, di quando i Ds
avevano un altro nome», e cioè comunisti. Qui l'accusa a D'Alema
di essere il portatore del vecchio genoma di Botteghe Oscure dichiarando
conclusa la fase della sperimentazione ibrida con cattolici e laici, è lampante
e infatti Fassino, dopo Bersani, attacca frontalmente
il suo sponsor D'Alema: «Si definisce uno statista e
ha paura della Serracchiani?» e, in un'altra occasione, «sconcerta il tono
delle parole di D'Alema». Si potrebbe andare avanti a
lungo spulciando invettive, insinuazioni, fuochi di sbarramento, fili ad alta
tensione e tagliole, ma il punto è che il Pd sta vivendo una scissione di fatto
che probabilmente si trasformerà prima o poi in una scissione anche formale: la
linea del recupero e della supremazia genetica di chi viene dal Pci su tutti
gli altri, sta prevalendo. I cattolici, fra cui Rutelli,
si sentono messi al bando non meno di quanto non si sentano messi al bando gli
outsider, o gli esponenti della sinistra radicale, o giustizialista. Vince,
sembra, la linea di D'Alema che cerca la vittoria
attraverso Bersani, quello secondo cui il partito non
è un'idrovora che raccolga qualsiasi cosa. Se questa sarà la conclusione del
processo che si concluderà con il congresso d'ottobre, avremo questa
straordinaria novità: lo «zoccolo duro» si fa partito e si trincera contro le
impurità, il meticciato, gli sperimentalismi. E ci sembra che questa linea
marci a rullo compressore schiacciando le diversità, i personalismi, i
fanatismi, le speranze. Se c'era stata una sorta di «primavera di Praga»
nell'ex Pci che l'aveva portato a confondersi e mescolarsi nella folla del
comune sentire di sinistra, quella primavera viene ora spenta dai carri armati
del partito-partito, senza più un'anima ideologica, pragmatico, emiliano, se
necessario cinico e pronto a trattare con la destra senza soprassalti pudichi e
senza altro pregiudizio che quello del tornaconto. Stiamo dunque assistendo
alla fine dell'ulivismo prodiano, alla fine dell'innesto cattolico (eretici sia
la Binetti che Franceschini e Rutelli, anche se Rosy
Bindi resiste) e a un ritorno alle origini. In parole povere, il Pci è morto,
torna il Pci. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano -
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(
da "Corriere della Sera"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Politica data: 24/07/2009 -
pag: 13 I voti dell'eurodeputata Dario Franceschini 6,5 «Al segretario del Pd
do il voto più alto. Ma aggiungo che si deve impegnare di più» Pier Luigi Bersani 6 «Nessuno si è accorto che si è candidato. Ma
considerando che è stato un bravo ministro, dico 6» Ignazio Marino 5 «Dobbiamo
sforzarci di non parlare solo di certe cose. Ci serve un segretario, non un
chirurgo» Walter Veltroni 6- «Ha coraggio, ma deve elaborare le cose successe negli ultimi mesi: vivrebbe
meglio» Francesco Rutelli s.v. «Senza voto. Ma candidarlo a sindaco di Roma è stata una
grossa c..ata. Da autolesionisti» Massimo D'Alema 5 «È
intelligente e mi sta anche simpatico. Ma poteva evitare di mangiare l'ennesimo
leader» Debora Serracchiani 5,5 «Io oscillo tra 5 e 6. Devo fare un po'
di strada umilmente e sforzarmi di non cambiare»
(
da "Corriere della Sera"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Politica data: 24/07/2009 -
pag: 13 Democratici Fassino: la clausola antiscissione esprime coesione. Ma Rutelli: se vince Marino rottura possibile Serracchiani: D'Alema da
(
da "Corriere della Sera"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Politica data: 24/07/2009 - pag: 13 Scenari L'ex leader e il dubbio se restare nel
Pd con Bersani segretario Ruolo di «riserva istituzionale» La nuova strategia
di Veltroni ROMA Quando era segretario del Pd ogni tanto veniva colto da
qualche dubbio e confidava ai collaboratori: «Chissà se abbiamo fatto bene ad
andare via dal Campidoglio ». Ora che è parlamentare semplice Walter Veltroni non rimpiange mai i tempi in cui era il leader del
Partito democratico. Se non altro perché «c'era gente che voleva farmi la pelle
a tutti i costi». Adesso dice che preferisce restare «defilato». Ma qualche
idea sul suo futuro Veltroni ce l'ha, perché poi di
abbandonare la politica non ha intenzione e la «tanta gente» che l'altro ieri
sera lo ha ascoltato alla festa del Pd di Roma lo conforta da questo punto di
vista. Solo che l'ex segretario non ha nessuna voglia di continuare a occuparsi
delle «beghe di partito». Non che le sorti del Pd non gli stiano a cuore. Anzi:
è convinto che quello in atto sia un po' come uno scontro tra «le forze del
male e quelle del bene », ed è superfluo precisare a quale schieramento
appartenga Massimo D'Alema. Ed ha già detto a più di
un collega parlamentare che se vince Pier Luigi Bersani
per lui sarà difficile restare al Pd, perché sarebbe «un altro partito». Non
quello che lui immagina, quello che dovrebbe concorrere a creare
«l'Internazionale democratica », quello in cui ci deve essere «meno
funzionariato e più impegno civile». L'idea di Veltroni
è quella di ritagliarsi un ruolo che gli consenta di continuare a fare politica
e di essere una riserva del centrosinistra. Di qui la decisione di cavalcare il
tema del conflitto di interessi su cui ha preparato una proposta di legge. Di
qui l'intenzione di fare parte della commissione Antimafia. In quella
commissione potrebbe ritrovarsi a fare le battaglie che già ha fatto, da
segretario e non, in tutte le sue, frequentissime, puntate nel Meridione. E
potrebbe aspirare a qualcosa di più. L'attuale vicepresidente in quota pd di
questa commissione, Beppe Lumìa, è candidato a fare il segretario regionale del
partito in Sicilia, forte di un consenso quasi unanime. Veltroni
quindi potrebbe prenderne il posto e poi, quando nel 2010, come prevede la
legge che istituisce l'Antimafia, la commissione dovrà essere rinnovata o
confermata, potrebbe andare a presiederla. Quello sarebbe il «ruolo
istituzionale » a cui Veltroni (che non ha mai fatto
mistero di essere più tagliato per un compito di questo genere che per quello
di segretario) aspira. E' ovvio che non c'è ancora niente di definito e di
definitivo ma è un sogno che l'ex leader accarezza. E che gli consentirebbe di
restare nel gioco della politica senza seguire il giorno per giorno delle liti
e delle divisioni, che, assicura, non gli «interessano assolutamente». Insomma Veltroni aspetta e non esclude che possa tornare il suo
momento, perché, come dice lui stesso, «i rapporti di forza in un Paese non
sono ossificati per sempre». Non è affatto detto, allora, che il centrosinistra
possa tornare a essere competitivo e ad avere bisogno di affidarsi a personaggi
in grado di guidarlo. Veltroni un ruolo istituzionale,
dentro il Pd, cerca di ritagliarselo anche adesso, quando avverte che «settembre
sarà un mese drammatico dal punto di vista dell'economia e delle sue
conseguenze sociali: evitiamo perciò di passare quel mese a farci male tra di
noi, parliamo dei problemi del Paese e cerchiamo di creare le condizioni per
essere pronti di fronte a una destra che è in evidente difficoltà». Solo quando
sente parlare di D'Alema l'ex segretario fa fatica a
restare nei confini di quel ruolo... Maria Teresa Meli
(
da "Messaggero, Il"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Venerdì 24 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIO SARDO ROMA - Il
Pd ha un quarto candidato segretario. Si chiama Amerigo Rutigliano, sessantenne
ragioniere romano. Ci aveva già provato alle primarie del 2007 ma allora non
riuscì a raccogliere le firme. Ieri sera ne ha depositato 1546, 46 più del
necessario: ora però dovranno essere verificate. Alla scadenza delle 20 non si
sono presentati invece Renato Nicolini e Mario Adinolfi (che ha annunciato il
sostegno al segretario in carica). Come previsto, insomma, la vera griglia
congressuale è composta da tre candidati - Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino - e la loro corsa è destinata a
concludersi solo alle primarie del 25 ottobre (basterà il 5% al terzo
classificato nelle preferenze degli iscritti per superare la prima fase). Manca
comunque ancora una scadenza importante: entro il 31 luglio saranno
ufficializzate le candidature alle segreterie regionali. E, siccome le primarie
regionali si svolgeranno in contemporanea con quelle nazionali, gli accoppiamenti
dei candidati possono produrre un effetto di trascinamento. Non è un caso che
Franceschini punti in Friuli sulla Serracchiani, in Liguria su Cofferati, in
Sardegna sulla Barracciu (rivelatisi campioni di preferenze alle Europee). E
che ancora faccia pressing su Sassoli per il Lazio. Bersani
invece appare fin qui in vantaggio nel partito, stando almeno al pronunciamento
di governatori, sindaci e dirigenti intermedi. Nove governatori del Pd su dieci
hanno espresso la loro preferenza per Bersani. Anche tra
i sindaci dei Comuni capoluogo e i presidenti di Provincia prevale l'ex
ministro. Tanto che i suoi sperano in un'affermazione nel partito che vada
oltre il 50-55% per condizionare così la seconda fase. Franceschini invece sin
dal primo momento ha orientato la sua campagna tutta sulle primarie. La
strategia è capovolta rispetto a Bersani: nel suo
caso, la competitività alle primarie è condizione di tenuta nella fase interna
al partito. Si spiega anche così l'affondo di ieri contro Bersani,
accusato da Franceschini di mettere a rischio il «bipolarismo» con le sue
proposte istituzionali e le sue aperture all'alleanza con l'Udc. La polemica
ieri si è subito infiammata. Filippo Penati, coordinatore della campagna di Bersani, ha replicato che «nell'ultimo anno e mezzo il Pd ha
perso 4 milioni di voti: è il vero problema e per questo bisogna cambiare». Sia
Letta che la Bindi hanno precisato che nessuno intende
rinunciare al bipolarismo, mentre invece va abbandonata la linea «bipartitica»
seguita da Veltroni e Franceschini. Più complessa la
risposta di D'Alema: «L'errore del Pd è stato
accettare l'idea berlusconiana del bipolarismo, fondata su una logica
personalistica e plebiscitaria». «Mi dicevano bravo, bravissimo finché non mi
sono ricandidato. Ora mi danno anche la colpa dei 4 milioni di voti persi» ha
detto ancora Franceschini. Debora Serracchiani intanto ha
dato le pagelle ai leader del Pd (insufficienza solo a D'Alema e Marino). Il 6 di Veltroni contiene
però il rimprovero per la ricandidatura di Rutelli a sindaco:
«È stata una c...ata». Rutelli ieri sera era ospite della festa romana del Pd: «Siamo fritti se
diventiamo solo la sinistra».
(
da "EUROPA ON-LINE"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
Articolo Sei in Interni 24 luglio 2009 La giornata - Dopo
l'intervista del Segretario sul Bipolarismo "a rischio" Bersaniani all'attacco: Dario, hai perso tu «Il vero rischio
per il bipolarismo è l'estremo indebolimento di questo partito che, in due
elezioni, si è ridotto al 26 per cento». L'ex ministro degli esteri, Massimo D'Alema risponde così ai «rischi» denunciati da Dario Franceschini, con
un'intervista al Corriere, in caso di vittoria di Bersani. Sposa
questa linea anche Filippo Penati che insiste affermando che «il bipolarismo va
utilizzato per vincere e governare coerentemente e non solo per partecipare,
come auspicano molti altri. Altra cosa è il bipartitismo, rifiutato
dagli stessi elettori». E le repliche alle dichiarazione del segretario dem non
finiscono qui. Anche Enrico Letta pensa che «accusare Bersani di non volere il bipolarismo sia sbagliato». Non
basta. A proposito di maggioranze di governo, Gianni Pittella, intervenendo
ieri mattina alla trasmissione Omnibus su La7, risponde al segretario che «in
questo momento, il problema degli italiani non è se tra centro e sinistra ci
debba andare il trattino oppure no. Piuttosto il problema è come pagare il
mutuo e le bollette». Dalla conferenza stampa tenutasi ieri, invece,
Franceschini ha cercato di correggere l'opinione secondo la quale il
tesseramento sarebbe stato un flop, facendo sapere che «negli ultimi giorni
migliaia di persone si sono presentate nei circoli o hanno fatto domanda
online, perché vogliono partecipare sin dalla prima fase del congresso, quella
che seleziona i candidati». Immediata la replica di Penati preoccupato di
fronte al «dato vero»: secondo il coordinatore del comitato Bersani
infatti, «nell'ultimo anno e mezzo si sono persi 4 milioni di elettori, 300mila
al mese, oltre 10mila al giorno». Niente feste per il tesseramento dunque. A
sostenere la linea Franceschini anche Mario Adinolfi, che ieri ha ritirato la
propria candidatura «dopo aver ascoltato le linee programmatiche di Dario». Le
proposte del leader Pd corrisponderebbero infatti ai temi su cui Adinolfi
stesso si era concentrato: «Un partito aperto che non si ripieghi sul passato».
La squadra pro-Dario conquista così un nuovo alleato, un uomo importante a
sostegno del segretario dem, perché permetterà al Pd di «parlare a tutto quel
mondo che vive la politica attraverso delle forme non convenzionali di
partecipazione, fuori dalle sezioni di partito e senza tessere». E a proposito
di "facce nuove e nuove energie", Debora Serracchiani, ospite del
blogger Diego Bianchi (Zoro), non ha smentito la linea
"anti-apparato" inaugurata qualche tempo fa: «Bersani?
ha detto Nessuno si è accorto che è candidato». La colpa sarebbe di Massimo D'Alema che, oltre a «non aver lasciato abbastanza spazio a
Pierluigi», ne avrebbe anche un'altra, forse più grave: «Non aver risolto il
conflitto d'interessi ». Quanto allo scarso 5 assegnato da Debora sulla pagella
di Massimo, D'Alema non si lamenta. Vorrebbe solo
capire «la Serracchiani quando abbia vinto questa cattedra». Giulia Cerino
(
da "Giornale.it, Il"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di venerdì 24 luglio 2009 Nuovo Pci, Democratici
alla guerra civile di Paolo Guzzanti La migliore è di Arturo Parisi il quale
disse una decina di giorni fa: «A ventanni dalla caduta del muro di Berlino siamo ancora
sulla stessa mattonella ad aspettare
che qualcuno ci dia lavanti-marsch!». è lì che si trova il Pd: su una mattonella
da cui tenta sortite disuguali sui centimetri delle mattonelle più vicine,
tornando ogni volta alla base come nel gioco delloca. Che nel caso del Pd
si comporta più che come
unoca, come una di quelle galline cui hanno tagliato la testa
e che se ne vanno a zonzo senza meta finché non crollano annaspando. Prendiamo
la giovane Debora Serracchiani che non ha avuto il coraggio di trasformare il
proprio consenso in leadership (che
sarebbe stato il fatto veramente nuovo, come accade in Francia, o in Spagna).
Dice la Serracchiani, a proposito dellex sindaco di Roma: «è stata una grossa cazzata
candidare Rutelli
a Roma. Una delle decisioni più autolesioniste del Pd». E lo stesso Rutelli replica: «Se il Pd accetta di essere “di sinistra”,
non è bollito, ma fritto». Non è un mistero che Rutelli
sia in uscita dal Pd, forse diretto verso lUdc, o forse verso la
zona franca in cui teoricamente lUdc incontrerà il Pd. Il fatto è che sta vincendo la linea di DAlema del ritorno genetico del vecchio Pci, rivisto per le
moderne esigenze, con estromissione di eretici e meticci, cattolici e laici,
tutti i corpi estranei che non hanno prodotto fecondità ma sconfitte su sconfitte.
Ed ecco allora che si spiega il fuoco di sbarramento contro Ignazio Marino, loutsider che parla di
«una questione morale grande come una montagna» riferendosi al presunto
stupratore seriale di Roma, attivista del partito. Marino, avversato da Rosy
Bindi che lo accusa di non
avere «né il cuore né lintelligenza per guidare il Pd», è sostenuto ora dagli
intellettuali di Micromega che ripiegano su di lui dopo aver perso Grillo, ma
si presenta più come un tagliatore di teste che come un presentatore di programmi: dice che bisogna cacciare la cattolica Paola
Binetti perché «non crede che i diritti siano di tutti» e incassa così laccusa di Mario
Adinolfi, blogger e anchorman di Red tv che gli dà del gallinaceo: «Marino
politicamente parlando è un dilettante,
un pollo». E Adinolfi, da outsider modernista e bacchetta i due antagonisti
maggiori, Franceschini e Bersani, dicendo che «con Bersani avremmo un partito-chiesa” mentre «Franceschini si
traveste da innovatore» ma non lo è. Il che non gli impedisce di sostenerlo,
notizia fresca di ieri, nella corsa alla segreteria. Franceschini naturalmente
incassa siluri pesantissimi da DAlema che lo sfregia con il suo disprezzo: «Franceschini? Beh,
in un partito che viene da due sconfitte pesanti nellultimo anno e mezzo, normalmente si cambia. Franceschini fa parte di un
gruppo dirigente perdente ed è sceso in campo contro personalità
incommensurabilmente migliori di quelle che ci sono ora». E questa era la
risposta allaffermazione dellattuale segretario il quale aveva detto a fine giugno: «Mi candido per non riconsegnare il
partito nelle mani di chi cera prima». è qui il nocciolo della questione: Franceschini,
cattolico ex Dc, non vuole il ritorno egemonico del vecchio Pci, che è invece
esattamente quel che chiede DAlema puntando su Bersani, aperto sostenitore della purezza genetica: «Non
possiamo essere un partito idrovora che tira su qualsiasi cosa». E per
«qualsiasi cosa» Bersani, come DAlema, intende proprio tutti coloro che sono estranei, o
nemici, dellinvisibile ma persistente solco
comunista, si chiamino Grillo o Marino, ma anche Franceschini o Rutelli. Bersani incassa così
inevitabilmente unaccusa di ipocrisia dallex segretario Veltroni: «Non può far finta di
venire da un altro pianeta», intendendo dire che Bersani
appartiene allanima più vecchia della componente comunista. E poi cè
Piero Fassino, ex segretario del partito, ex ministro degli Esteri, ex eminenza
grigia del Pci riformista della scuola torinese, totalmente fatto fuori
dallapparato dalemiano e trattato come un cane
in chiesa: ha avuto persino problemi a farsi accogliere alla festa dellUnità che adesso si
chiama ridicolmente «Democrat Party» con vaghi riferimenti a James Bond con la
scritta «Mescolato, non agitato». Ebbene, Fassino, colpevole di essere fedele a Franceschini, e quindi di essersi posto
fuori dalla linea della purezza genetica che sta per prevalere nel Pd benché
lui stesso venga dalla destra comunista liberal torinese, rifiuta sia loutsider Marino di cui
depreca la scompostezza («le parole di Marino
sono inaccettabili. Per raggranellare qualche voto ha offeso migliaia di
militanti»), sia Bersani il comunista doc, di cui
dice: «è il candidato dei nostalgici, di quando i Ds avevano un altro nome», e
cioè comunisti. Qui laccusa a DAlema di essere il portatore
del vecchio genoma di Botteghe Oscure dichiarando conclusa la fase della
sperimentazione ibrida con cattolici e laici, è lampante e infatti Fassino,
dopo Bersani, attacca frontalmente il suo sponsor DAlema: «Si definisce uno statista e ha paura della
Serracchiani?» e, in unaltra occasione, «sconcerta il tono delle parole di DAlema». Si potrebbe andare avanti a lungo spulciando invettive,
insinuazioni, fuochi di sbarramento, fili ad alta tensione e tagliole, ma il
punto è che il Pd sta vivendo una scissione di fatto che probabilmente si
trasformerà prima o poi in una scissione anche formale: la linea del recupero e
della supremazia genetica di chi viene dal Pci su tutti gli altri, sta
prevalendo. I cattolici, fra cui Rutelli, si sentono
messi al bando non meno di quanto non si sentano messi al bando gli outsider, o
gli esponenti della sinistra radicale, o giustizialista. Vince, sembra, la
linea di DAlema che cerca la vittoria attraverso Bersani,
quello secondo cui il partito non è unidrovora che raccolga qualsiasi cosa. Se questa sarà
la conclusione del processo che si concluderà con il congresso dottobre,
avremo questa straordinaria novità: lo «zoccolo duro» si fa partito e si
trincera contro le impurità, il meticciato, gli sperimentalismi. E ci sembra che questa linea marci a rullo
compressore schiacciando le diversità, i personalismi, i fanatismi, le
speranze. Se cera stata una sorta di «primavera di Praga» nellex Pci
che laveva portato a confondersi e mescolarsi nella folla del comune sentire di sinistra, quella primavera viene
ora spenta dai carri armati del partito-partito, senza più unanima ideologica,
pragmatico, emiliano, se necessario cinico e pronto a trattare con la destra
senza soprassalti pudichi e senza altro pregiudizio
che quello del tornaconto. Stiamo dunque assistendo alla fine dellulivismo prodiano, alla
fine dellinnesto cattolico (eretici sia la Binetti che Franceschini e Rutelli, anche se Rosy Bindi
resiste) e a un ritorno alle origini. In parole povere, il Pci è morto, torna
il Pci. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA
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(
da "Avvenire"
del 24-07-2009)
Argomenti: PD
CRONACA 24-07-2009 Pd, veleni e accuse È partita la corsa
Franceschini: Bersani? È contro il bipolarismo Letta: no a chi denigra, così cominciamo male È già
scaricabarile sulle responsabilità per il calo di consensi DA R OMA G IORGIO
D'A QUINO L a corsa è partita e i concorrenti, ridotti di fatto a tre dopo il
ritiro di Adinolfi a favore del segretario uscente, fin dai primi metri
dimostrano di non volersi risparmiare i colpi. A due mesi a mezzo dal congresso
del partito democratico, il fuoco di fila di attacchi e difese incrociati è già
intensissimo. Così, l'accusa di Dario Franceschini al suo
principale avversario di mettere a repentaglio il bipolarismo, provoca repliche
pesanti di Enrico Letta e Massimo D'Alema. Mentre l'addebito al leader
in carica della recente sconfitta alle europee, mosso dagli sponsor di
Pierluigi Bersani, induce al sarcasmo l'interessato, attorno al quale fanno
quadrato i principali supporters, Piero Fassino in testa. Quanto
all'outsider Ignazio Marino, che ieri ha presentato la sua mozione, il leit
motiv (o l'ossessione) laicista diventa a sua volta tema di scontro interno con
Franceschini. Vola alto invece l'ex numero uno Walter Veltroni,
che invita tutto il partito a crederci, fidando in una nuova capacità
dell'elettorato a scegliere volta per volta e fiducioso che «il vento di O-
bama arriverà anche in Italia». A dare il 'gong' della prima ripresa è stato
ieri il timore manifestato da Franceschini che una eventuale vittoria di Bersani metta a repentaglio la conquista del bipolarismo,
mentre lui si impegna a garantirlo anche dopo il tramonto di Berlusconi,
giudicato vicino. L'ex ministro delle attività produttive farebbe bene anche a
essere «cauto sull'uso delle parole»: come 'sinistra', che certo ha «una storia
nobilissima», ma non esauri- sce l'elettorato potenziale del Pd. Apriti cielo.
Da Letta è arrivata subito una replica pepatissima: «Non
mi pare l'inizio giusto è insorto per affrontare la campagna congressuale. Se
si inizia con una bomba atomica così, chissà cosa si dirà l'ultima settimana.
Il segretario non deve denigrare le posizioni degli altri candidati ». Più soft
nei toni ma non meno minacciosa nella sostanza la risposta di D'Alema: non conviene «a nessuno lanciare messaggi inutilmente
allarmanti, perchè conviene a tutti mantenere il confronto su un piano di
civiltà e di merito». E sappia il segretario che «il vero rischio per il
bipolarismo è l'estremo indebolimento di questo partito che, in due elezioni,
si è ridotto al 26%»: chiaro che così «il bipolarismo diventa piuttosto
difficile, nel senso della possibilità di riconquistare il governo del Paese».
Proprio del crollo elettorale del Pd si serve un altro sponsor di Bersani, il milanese Filippo Penati, per muovere addebiti a
Franceschini. «Il dato vero sbotta è che nell'ultimo anno e mezzo si sono persi
4 milioni di elettori, 300mila al mese, oltre 10mila al giorno. Bisogna cambiare
». E questa volta il segretario scende in campo personalmente per farsi
giustizia con affilata ironia. «Mi diverte un po' vedere che chi sui giornali
mi diceva 'bravissimo, benissimo' finché non mi sono ricandidato, ora mi
attribuisca la perdita di quattro milioni di voti. La cosa buffa ha insistito è
che gli elogi sono arrivati anche dopo le elezioni: 'ha salvato il partito',
'abbiamo retto'». E Fassino rincara: «La responsabilità del risultato
elettorale del Pd è 'in solido', collettiva». La mischia, insomma, infuria.
Marino brandisce l'arma della laicità contro Franceschini. «Capisco il suo
disagio » su certi temi, visto che «nella sua mozione convivono posizioni
inconciliabili». Gli risponde piccata Roberta Pinotti, vantando le benemerenze
laiche del segretario, a cominciare dalla sua firma sul 'documento dei 60' per
i Dico: e allora il Pd non era neppure nato...
(
da "Riformista, Il"
del 25-07-2009)
Argomenti: PD
segue dalla prima pagina Quali sarebbero? Le faccio un
elenco: Berlusconi è sempre più Berlusconi, e un po' di autocritica servirebbe
anche a lui; la Lega ha la golden share dell'alleanza e fa il bello e cattivo
tempo anche esponendo il governo a tornare sui suoi passi come sul caso delle
badanti; il Mezzogiorno è dimenticato; le promesse al mondo cattolico come il
quoziente familiare lasciate cadere; il Pdl è un comitato elettorale e non un
partito Bacchettate. Al Governo: «Berlusconi faccia autocritica e cambi rotta.
Bossi ha la golden share dell'alleanza». A Fini: «Parlamento svilito.
Gianfranco più impegnato a fare futuro che a fare presente». A Di Pietro e
Lega: «Serve un nuovo arco costituzionale». segue dalla prima pagina Quali
sarebbero? Le faccio un elenco: Berlusconi è sempre più Berlusconi, e un po' di
autocritica servirebbe anche a lui; la Lega ha la golden share dell'alleanza e
fa il bello e cattivo tempo anche esponendo il governo a tornare sui suoi passi
come sul caso delle badanti; il Mezzogiorno è dimenticato; le promesse al mondo
cattolico come il quoziente familiare lasciate cadere; il Pdl è un comitato
elettorale e non un partito. Se poi a questi elementi soggettivi aggiungiamo
quelli oggettivi, come una crisi ben lungi dall'essere superata, direi che la
situazione è difficile. Difficile in misura da auspicare un governo tecnico, o
di emergenza per la crisi? Non auspico nulla. A coloro che mostrano una certa
impazienza verso soluzioni poco chiare rispondo con le parole che Emilio
Colombo usò nei confronti di un Flaminio Piccoli particolarmente agitato,
durante una riunione dei dorotei: "Quanto a te, Flaminio, calma, calma,
calma". Nel senso che o Berlusconi capisce che così non va e apre un
percorso autocritico, o è giusto che questa stagione politica si consumi fino
in fondo. Che cosa pensa, da cittadino e da cattolico, del sexgate di
Berlusconi? Da cittadino penso che dovrebbe avere un atteggiamento più rigoroso
nelle frequentazioni. Da cattolico non scaglio la prima pietra. Svilirebbe il mio
rapporto con la fede non tener conto che sulla vita delle persone le somme si
tirano in ben altre sedi. E la cosiddetta mozione «anti-papi» del Pd, slittata
a settembre? Propaganda pura. Se il Pd pensa che Berlusconi è venuto meno ai
suoi doveri istituzionali proponga una commissione di inchiesta. Quella mozione
è una ipocrisia politica e morale. Torniamo al governo. Che cosa intende per
autocritica? Una correzione di rotta sui punti che ho elencato. Insomma, di
fronte a una crisi economica di questa portata mi sarei aspettato che il
governo facesse un appello alle forze responsabili presenti in Parlamento. Noi
eravamo pronti, anche sul tema della riforma delle pensioni, soprattutto perché
vediamo il rischio di possibili tensioni sociali. Un altro esempio? In Abruzzo
la protezione civile può pure essere santificata ma Zamberletti in Friuli non
espropriò gli enti locali dalle loro funzioni. E ancora: quando Berlusconi ha
chiesto il voto per Mario Mauro al Parlamento europeo noi non abbiamo detto
"no, è di Forza Italia", ma "sì, perché è italiano". Che
cosa comporterebbe una correzione di rotta da parte di Berlusconi? Qualora si
verificasse si aprirebbe una fase politica nuova, di cui dovremmo prendere atto
tutti, compreso il Pd. Ovviamente non parlo della Lega o di Di Pietro, che
rappresentano l'antipolitica di governo e di opposizione. Lei, come il
Riformista, auspica un nuovo arco costituzionale che, nell'isolare le forze
antipolitiche, tracci il perimetro della dialettica politica? Magari! Gli
attacchi al capo dello Stato segnano un discrimine politico, etico e
istituzionale. E mi sembrano un po' ipocrite le parole del mio amico Enrico Letta che distingue il Di Pietro ministro delle
Infrastrutture da quello che fa i girotondi attorno al Colle. Andiamo al fondo
della questione: noi non vogliamo essere l'ago della bilancia degli
schieramenti, ma ci accontenteremmo di essere parte di un super-partito di
responsabilità nazionale. Un partito del quale non vorremmo neanche avere la
golden share. Al primo punto la difesa del Parlamento? Certo. Tra decreti, voti
di fiducia e maxiemendamenti viene costantemente svilito e viene pure dribblato
il controllo del presidente della Repubblica. Lo dico con molta franchezza:
Fini in molte occasioni dice cose che condivido ma forse è un po' troppo
impegnato a fare futuro («Fare futuro» è la fondazione vicina al presidente
della Camera, ndr) che a fare presente. Un po' di coraggio in più non
guasterebbe. Congresso del Pd. Da spettatore come giudica il dibattito? Certo
non tifo per Marino, che sulla laicità ha un approccio molto distante dal mio.
Ma prendo atto che sia Bersani sia Franceschini dicono
che è inevitabile un rapporto con noi. E ha ragione Franceschini ad affermare
che non siamo un partito di centrosinistra. Infatti non vogliamo essere la
Margherita del 2010, e il problema del centrosinistra col trattino non ci
riguarda. Però? Però vedo elementi di contraddizione nella maggioranza di
Franceschini dove c'è chi rifiuta l'idea di un partito a
vocazione maggioritaria come Rutelli e altri che ne sono ancora
convinti sostenitori. Per quanto riguarda l'evoluzione del sistema politico Bersani è più chiaro e ci sono convergenze tra noi. Ma dallo stato del
dibattito mi pare che chiunque vincerà il congresso avrà gli stessi problemi.
Le convergenze di cui parla riguardano solo le riforme istituzionali? Se Bersani pensa che noi possiamo stare in un'alleanza con Di
Pietro e un pezzo di estrema sinistra sbaglia. Noi non siamo assolutamente
disponibili a un nuovo centrosinistra. Tra un anno le regionali. I nostri
sondaggi dicono che siete determinanti in quattro regioni. La verità è che sono
molte di più. Faccio prima a dirle dove la partita è più scontata: Emilia,
Toscana, Veneto e Lombardia. Per il resto i nostri voti servono ovunque per
vincere. Alle amministrative di quest'anno lei ha fatto alleanze a geometria
variabile. Riproporrà lo schema alle regionali? Sì. Accettare l'idea di
alleanze prestabilite significa essere subalterni agli uni o agli altri. Noi
lavoriamo per smantellare questo bipartitismo artificioso. E se questo è
l'obiettivo non ci si può chiedere di irrigimentarci. A chi dice "o l'Udc
sceglie o non faremo alleanze" rispondo che questo ricatto non ci
spaventa. Cioè sosterrete Formigoni in Lombardia e magari un candidato del Pd
nel Sud? Innanzitutto noi non mangeremo le minestre che vorranno proporci.
Valuteremo, proporremo nostri candidati e progetti, come alle scorse
amministrative. Anche perché molti dei governatori uscenti non sono
sostenibili. Certo non ci vedrei niente di male a sostenere Formigoni. Se ci
fosse però un leghista il discorso sarebbe diverso visto che, diversamente da
Violante, non sono stato sedotto da Calderoli. Insomma, mani libere? Non siamo
più il partito degli assessori e non abbiamo l'ossessione del potere. Qualcuno,
polemicamente, dice che ci siamo snaturati. In parte è vero: il Ccd aveva nel
cromosoma il Polo delle Libertà. Ma abbiamo perso la scommessa che il
berlusconismo si amalgamasse al popolarismo europeo. Anzi Berlusconi ha
accentuato, nel Pdl, le caratteristiche emergenziali di FI del '94 fondando un
partito da un predellino e dicendo: "chi c'è, c'è". Non credo che il
Pdl sopravviverà a lui. Noi vogliamo rimanere il punto di riferimento dei
moderati e dei riformatori di centro. Dalle alleanze prestabilite stiamo fuori,
nello spirito di un partito sturziano che riconosce autonomia al territorio,
nel compiere le scelte di buona amministrazione che riguardano da vicino i
cittadini. Alessandro De Angelis 25/07/2009
(
da "Messaggero, Il"
del 25-07-2009)
Argomenti: PD
Sabato 25 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIA TERRACINA ROMA
Pierluigi Bersani presenta la sua mozione e lo slogan
della campagna per la segreteria del Pd «per dare un senso a questa storia»,
come va cantando Vasco Rossi, che poi prosegue «anche se questa storia un senso
non ce l'ha». Comunque sia, assicura di voler pensare positivo e garantisce che
il suo obiettivo è l'unità. Per questo, insiste nel predicare «la necessità di
riaprire il cantiere dell'Ulivo e riorganizzare il campo del centrosinistra».
Il che è una palese critica a Veltroni e a
Franceschini. Tuttavia, tutti, da Romano Prodi a Piero Fassino, escludono che,
comunque vada il congresso, si possa prefigurare una scissione. «Il
rimescolamento va benissimo, era la cosa più importante», sottolinea il Professore.
Tuttavia, Bersani nella sua mozione accusa l'attuale
Pd di essere «al di sotto del progetto che intendevamo perseguire». Ergo,
occorre una correzione di rotta. Eccolo dunque avvertire che «vocazione
maggioritaria non vuol dire aspettare di avere il 51 per cento per fare
l'alternativa. Io non ragiono con il trattino nel centro sinistra- ricorda- e
sento la responsabilità primaria di organizzare il campo dell'alternativa». Ma
sotto il tiro di Bersani cadono anche le regole che si
è dato il Pd per selezionare la classe dirigente. «Il meccanismo delle primarie
va modificato», sostiene. E stoppa la candidatura dei parlamentari europei a
segretari regionali, avanzata da Dario Franceschini. No, quindi, a Cofferati in
Liguria e alla Serracchiani in Friuli. Meglio, secondo l'ex ministro,
«promuovere chi è capace di radicarsi sul territorio, cosa che non si
improvvisa nei fine settimana». Utilizza un'immagine paradossale per
sostanziare la sua richiesta di rivedere il sistema di selezione delle primarie
«che restano uno strumento valido, ma penso vadano corrette perchè non vorrei
che un naziskin si candidasse». E, affrontando il tema del rapporto tra
elettori ed iscritti, ritiene «un errore contrapporli, chiamare gli elettori
alle primarie e poi abbandonarli dando poi troppo potere agli iscritti nei
processi di scelta». E se Rutelli, ospite di
"Stile libero" all'interno del Villaggio dei Mondiali di nuoto, si
dichiara «scontento di come vanno le cose nel Pd, perchè abbiamo conferito a
questo partito due grandi patrimoni, quello della Margherita e dei Ds, ma non
per fermarci lì, sapendo che ci si doveva allargare, invece stiamo tornando
indietro», Enrico Letta avverte che alle
regionali della prossima primavera «il Pd dovrà sottoscrivere un accordo
organico e nazionale con l'Udc, con cui correre insieme in tutte e 13 le
regioni in cui si vota, comprese quelle "rosse", in cui il Pd
vincerebbe anche da solo». «Faremo alleanze con i centristi ovunque sarà
possibile», replica Fassino, che sostiene Franceschini. Infine, Ignazio Marino,
ribatte alle accuse de "Il Foglio", che lo ha accusato di
irregolarità amministrative sui rimborsi spese dell'università di Pittsburgh,
spiegando di «aver subito chiarito per scritto la vicenda dei doppi rimborsi,
dei quali mi sono accorto proprio io. Perciò, non ho nulla da nascondere».
(
da "Corriere della Sera"
del 25-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Politica data: 25/07/2009 -
pag: 13 Verso il congresso Rutelli
all'attacco Malumore nel Pd: «Dalla Serracchiani giudizi superficiali» ROMA Nel
Pd scoppia un altro caso Serracchiani. Le pagelle date dalla giovane
europarlamentare ai big del partito, con un bel
(
da "EUROPA ON-LINE"
del 25-07-2009)
Argomenti: PD
Articolo Sei in Interni 25 luglio 2009 PD - L'invito del
candidato a non distorcere le sue parole su primarie e alleanze Bersani: «Io non ragiono con il trattino» Per Pier Luigi Bersani, questo Partito democratico «un senso ce l'ha dice
citando un verso di Vasco Rossi che contraddistingue anche il logo che ha
scelto per queste primarie ora dobbiamo solo un po' correggere le cose». Di
più: «Questo è un grandissimo progetto, mi ci metto dentro mani e piedi, ma
indietro non si torna». Il candidato segretario ha presentato ieri il testo
completo della propria mozione, che è stata anche pubblicata sul suo sito
internet e inviata a tutti gli iscritti alla sua newsletter. Bersani resta
critico rispetto alla gestione del partito mantenuta finora e a chi, come Veltroni, lo richiama a condividere la responsabilità di decisioni
sottoscritte anche da lui, risponde: «Io c'ero, nessuno si è calato da fuori e
uso sempre il noi. Ora dopo venti mesi ci sono cose che dobbiamo
correggere». Per prima cosa, come già anticipato più volte, l'interpretazione
della vocazione maggioritaria, che «non vuol dire aspetto di avere il 51 per
cento per fare l'alternativa, ma che non ragiono con il trattino nel
centrosinistra e sento forte la responsabilità primaria di organizzare il campo
dell'alternativa». Quello del trattino sta diventando un cruccio per Bersani in una battaglia congressuale corretta ma schietta.
Lui garantisce che eviterà polemiche, ma «mi piacerebbe che il mio pensiero non
venga distorto». Sulle primarie, ad esempio, conferma che «restano uno
strumento valido, ma penso vadano corrette perché non vorrei che un naziskin si
candidasse». Nella sua mozione, sull'argomento, si sottolinea che «la sovranità
appartiene agli iscritti », mentre gli eletti saranno coinvolti con le primarie
a selezionare «le candidature alle cariche elettive, con particolare
riferimento alle elezioni in cui non sia presente il voto di preferenza».
Sull'elezione del segretario nazionale, il testo rimane vago: si precisa
infatti che le primarie «non devono trasformarsi in un plebiscito» e che «vanno
rese più efficaci, rendendo più chiaro il meccanismo di partecipazione». A
fronte dell'invito rivolto ieri da Enrico Letta a
promuovere un «accordo organico e nazionale » con l'Udc per le regionali del
prossimo anno, Piero Fassino, coordinatore della mozione di Franceschini,
auspica che tale alleanza si realizzi «ovunque è possibile», coinvolgendo anche
«altre forze del centrosinistra con le quali il Pd ha collaborato a livello
locale». Intanto, Romano Prodi si tira fuori dalle schermaglie precongressuali.
Conferma di avere una propria preferenza (i rumors dicono Bersani)
e che al momento opportuno voterà, ma come un semplice iscritto. «Io spiega
sono solo contento che ci sia stato un rimescolamento. Era la cosa più
importante. Quindi non c'è nessun rischio di scissioni o divisioni». Rudy
Francesco Calvo
(
da "Repubblica, La"
del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Pagina 13 - Interni Pd, duello Bersani-Franceschini "Elettori in fuga". "Siamo primi in
Ue" I due sfidanti insieme all´Aquila, ma evitano il faccia a faccia Il
segretario contro la Bindi: "Sono allibito da quel che dice di Rutelli, lui è uno dei fondatori" UMBERTO ROSSO DAL NOSTRO INVIATO
L´AQUILA - Ci si mette pure un gelato a dividere Franceschini e Bersani. I giovani del Pd dell´Aquila se lo sognavano da tempo il
faccia a faccia, il "G 1000" del segretario Michele Fina (amaro
controcanto al G8) ci ha lavorato con pazienza per portare l´uno di fronte
nell´altro, nella città simbolo del terremoto, i due sfidanti. E invece succede
che neanche si incontrano. Dario arriva, ma tira dritto e s´imbuca in un bar, a
gustarsi un cornetto, giusto mentre a due passi Pier Luigi sta salutando il
sindaco Cialente e i senzatetto. Quando il segretario entra in sala,
l´avversario è già in macchina. «Ma che, pensate forse che l´abbia fatto
apposta per non incontrarlo? Figurati. Con Bersani ci
sentiamo cento volte al giorno». E per smentire incidenti diplomatici di
qualunque tipo, il segretario davanti ai giornalisti s´affretta a chiamare al
telefono lo sfidante e riderci su. Ma, sia pure senza il brivido del botta e
risposta diretto, lo scontro c´è stato, e duro. Senza sconti per nessuno.
Alleati compresi. Il segretario prende di mira la Bindi, che invita Rutelli ad accomodarsi alla porta se non si ritrova più nel
partito. «Sono allibito, Francesco è uno dei fondatori del Pd, e se Rosi parla
così si mette contro il nostro stesso nome, che è partito democratico». Bersani invece ce l´ha con i falsi innovatori, alla
Serracchiani. «Il rinnovamento non si fa per emblemi». Ma soprattutto rilancia
l´allarme già evocato in mattinata a Roma, davanti all´assemblea della sinistra
del Pd (in buona parte con lui, come la Turco e Cuperlo, ma con significative
defezioni a favore di Franceschini). Attenzione, mette in guardia dunque l´ex
ministro, in questi venti mesi il Pd «ha rischiato una scissione silenziosa dei
nostri elettori». Racconta Bersani: «Ho incontrato
tanta gente, tutti a dirmi: questa roba così non ha senso, non mi ci riconosco.
Ecco allora perché ho deciso di scendere in pista: per dare un senso, per
fermare l´emorragia». E´ l´accusa che a Franceschini, al timone dalla
fondazione, brucia di più. «Le scelte di questi venti mesi? Tutte collegiali.
Anche lo statuto è stato votato all´unanimità. Io mi prendo volentieri le colpe
di chi guida e sono pronto invece a condividere i meriti. Ma non c´è nulla di
peggio di un gruppo dirigente che passa le giornate a leccarsi le ferite senza
rivendicare quanto di buono è stato fatto». Alle preoccupazioni di Bersani per un partito messo quasi in liquidazione dalla
ditta Veltroni-Franceschini, il segretario presenta un
conto con molte voci in attivo, «in un´Europa che va a destra, con una sinistra
a pezzi, siano noi il primo partito dell´area progressista». Sì, ma che tipo
partito, vogliono sapere i giovani dell´Aquila. Ma anche quelli del neonato
gruppo dei Nerds (autoironico richiamo ai secchioni dei college americani), che
in mattinata lo chiedono al segretario. Un Pd degli iscritti, radicato nel
territorio, è la ricetta confermata da Bersani.
Partito solido ma non del secolo scorso, dove i militanti «valgono oro», spiega
invece Franceschini, ma dove non bisogna costruire un muro fra gli iscritti e
gli elettori, «se no torniamo indietro». L´ex ministro Damiano, ds ma schierato
con Franceschini, fa da pontiere: il congresso passa, il partito rimane, dopo
la sfida dobbiamo restare uniti. Magari in previsione di un doppio esito, di
cui si continua a vagheggiare: Bersani che vince fra
gli iscritti, con Franceschini che trionfa poi nelle primarie. Uno scenario
però che al segretario appare datato: «I nostri iscritti sono liberi, non
fedelissimi di qualcuno, e un dirigente che si sposta di qua o di là non fa poi
grande differenza nei risultati. A loro, alla base mi rivolgo: ai circoli
chiedo un patto politico diretto».
(
da "Giornale.it, Il"
del 26-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di domenica 26 luglio
(
da "Giornale.it, Il"
del 26-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di domenica 26 luglio
(
da "Unita, L'"
del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Palchi separati a L'Aquila Scintille tra Dario e Pierluigi
NINNI ANDRIOLO Chi si aspettava un faccia a faccia rimane deluso. Bersani parla e se ne va mentre sta per arrivare
Franceschini. «Pierluigi» da una parte, «Dario» dall'altra, nel cortile che
fronteggia l'Auditorium. Il segretario che sterza verso un bar, per un gelato,
l'altro attorniato dal sindaco Cialente e da una delegazione di terremotati. Pochi
metri di distanza e non si vedono? C'è già chi immagina il caso: Franceschini
che non vuole incontrare l'avversario. «Macché - smentisce lui - Ho ottimi
rapporti con Bersani, ci telefoniamo tutti i
giorni..». Sfodera il cellulare, ma il telefono non prende la linea. Una, due,
tre volte. «Pierluigi», alla fine, risponde: «Non ti avevo visto - ride
Franceschini - qui, i giornalisti, avevano pensato già a chi sa cosa...».
L'Aquila, confronto indiretto tra i candidati: Prima Bersani,
poi Civati al posto di Marino, infine Franceschini. Michele Fina, giovane
segretario del Pd aquilano, chiede a tutti un impegno comune per «ricostruire
L'Aquila». Il G1000, che fa da contrappunto al G8, era stato programmato al
Lingotto, nell'assemblea dei "piombini": tutti in Abruzzo, a fianco
dei terremotati. Ma più che il terremoto è stato il congresso Pd a tenere
banco. Franceschini, d'altra parte, aveva trascorso la mattinata a parlare del
dopo-sisma. E Bersani aveva definito «scandaloso un
governo che vuol far pagare le tasse a chi sta dentro le tende e vara lo scudo
fiscale per gli evasori». Niente palco in comune, però, per Bersani
e Franceschini. Ma il confronto-scontro indiretto altro se non c'è stato! Con
L'Aquila ultima tappa di un botta e risposta iniziato già da quando il
segretario Pd aveva rintuzzato Rosi Bindi, che sta con Bersani, «allibito dall'intervista che dice a Rutelli: se le
cose non ti vanno bene accomodati fuori». dito sulla piaga Ma era stato Bersani a mettere il dito nella piaga. «In questi 20 mesi abbiamo
rischiato una scissione silenziosa - aveva spiegato l'ex ministro, critico con
la gestione Veltroni-Franceschini - Mi sono candidato anche per frenare l'emorragia».
Ma per il leader Pd la gestione del partito è stata sempre «collegiale», quindi
anche di Bersani. «Mi prendo le colpe di chi guida e
sono pronto a condividere i meriti - aggiunge - Ma non c'è nulla di peggio di
un gruppo di dirigente che passa le giornate a leccarsi le ferite». Partito solido,
ma non «del secolo scorso», ripete, e niente «muri» tra militanti ed elettori.
Il Pd, ancora, deve tenere assieme centro e sinistra, senza
"appaltare" ad altri il rapporto con i moderati. «Non avrei mai
potuto candidarmi senza poter pronunciare la parola sinistra, che pure va
declinata in modo nuovo, ma aveva perso cittadinanza nel Pd - spiegava, poche
ore prima, Bersani - Ma serve una nuova narrazione,
perché quando parliamo dei Ds, i giovani non ci capiscono». A L'Aquila l'ex
ministro è tornato sul rinnovamento, da promuovere, ma non «per emblemi». Tutti
d''accordo, poi, sul «confronto congressuale vero» che - per il segretario -
non deve portare «a scissioni» e per l'ex ministro «se avviene sulla politica,
alla fine, si diventa un po' più amici». Tutti dovranno sostenere «chi vince»,
spiega Franceschini. Questo non significa gestione unitaria del partito, fa
capire Bersani. E Per Cesare Damiano, fassiniano pro
segretario, «il congresso passa, ma il partito resta e per questo dobbiamo
rimanere uniti». Pippo Civati scorge in Bersani e
Franceschini,«frutto» anche dei "piombini". Il leader Pd parla anche
di tessere: «controlleremo se ci sono stati casi di tesseramento non
spontaneo». I sondaggi che danno Bersani in vantaggio
dentro il partito? «C'è libertà e ognuno voterà con la propria testa» - replica
il segretario. Su un punto sono d'accordo; la ricostruzione a L'Aquila è
prioritaria e il governo deve agire e non promettere. Ma sul resto Franceschini
e Bersani si fronteggiano (senza incontrarsi) al G1000
che si è svolto a L'Aquila
(
da "Messaggero, Il"
del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Domenica 26 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIA TERRACINA ROMA A
parole, tutti dicono di volere l'unità, ma ormai nel Pd la tensione è
altissima. E ieri è andato in onda un vero e proprio corto circuito tra
Franceschini e Bersani, che assicurano di «voler discutere
a viso aperto perchè a questo servono le assise del partito», ma poi evitano
perfino di incontrarsi. Presenti tutti e due a L'Aquila per il G1000 i due si
sono sfiorati, senza incrociare mai le proprie strade. Un caso a parte è quello
di Ignazio Marino, chirurgo e candidato anch'esso alla segreteria del Pd,
ancora invischiato nella polemica sulle note spese contestate dall'università
di Pittsburgh, rispetto alla quale riceve solidarietà da parte dei colleghi
senatori e della segretari del partito, ma anche tante richieste di ulteriori
chiarimenti. «I candidati misurino le parole prima di pronunciarle», ammonisce
Arturo Parisi, che aveva profetizzato l'inasprirsi di un confronto «tutto
basato sulla simpatia personale». Ma tocca a Rosy Bindi, di solito abituata a
parlar chiaro, mettere ulteriore pepe nella minestra con un'intervista a
"La Stampa", nella quale invita Francesco Rutelli,
che sostiene Franceschini, «a farla finita con le ambiguità». «O si è convinti
di un progetto, o meglio dirlo con chiarezza e tirarne le conseguenze - avverte
- o Rutelli si mette in testa che il Pd non può essere
un partito nel quale non si riconosce anche la sinistra, o viene il dubbio che
sotto tanti distinguo si celi un pretesto». Apriti cielo. Durissima la replica
del segretario. «Sono allibito - dichiara Franceschini - nessuno può dire a uno
dei fondatori del Pd che se non è d'accordo deve accomodarsi fuori. Io sono
orgoglioso delle nostre diversità e che mi sostenga un arcipelago così ricco».
Ma la Bindi non si fa intimidire e avverte: «Attento, Dario, così cadi nel
dipietrismo e nel grillismo». Ed è proprio sulla concezione di partito e
sull'identità che si infiamma il dibattito con Bersani,
il quale chiede comunque «più sobrietà nel dibattito congressuale». L'ex ministro
ieri mattina ha chiarito che «i grandi valori, gli ideali della sinistra,
devono trovare un modo per rivivere nel Partito democratico, io non ho
incertezze, non avrei mai potuto candidarmi a fare il segretario senza poter
pronunciare la parola sinistra». E ha confidato di essere stato colto «da un
senso di panico quando in questi primi 20 mesi mi sono accorto che la parola
sinistra perdeva cittadinanza nel Pd». Ribatte Franceschini: «Perchè limitarci
sempre a denunciare i nostri errori? In questi 20 mesi abbiamo fatto anche cose
molto buone e dobbiamo rivendicarle. E per me- rivendica- un partito solido e
radicato non significa volere un partito del secolo scorso. Una volta ci si
iscriveva ad un partito e quella era l'unica modalità con cui partecipare alla
politica, oggi i modi di partecipazione sono tanti». A
dargli man forte arriva Beppe Fioroni, che, rivolgendosi a D'Alema, avverte: «Non accetto che chi è iscritto dalla culla parli di
rinnovamento guardando sempre agli altri. Tra noi e Bersani - aggiunge
- c'è una profonda differenza che non riguarda gli slogan, ma la
rappresentazione dell'intera società. Non solo i simili e gli omologati.
Guardate noi come siamo assortiti se ci siamo sia io che la Serracchiani. Loro
invece vogliono rifare un partito della sinistra che pensa di poter vincere».
(
da "Corriere della Sera"
del 26-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Politica data: 26/07/2009 -
pag: 15 Pd Dopo le accuse del Foglio, telefonate al chirurgo anche da D'Alema e Manganelli Franceschini chiama Marino «Ha la mia solidarietà»
Bindi attacca Rutelli. Il segretario: sono allibito ROMA Il primo a dare la sua
solidarietà era stato Pier Luigi Bersani. Ma ieri,
il giorno dopo la pubblicazione sul Foglio dei documenti sul presunto
«allontanamento» da Pittsburgh e dall'Ismett di Palermo, Ignazio Marino
ha ricevuto una telefonata di solidarietà anche dal segretario Dario
Franceschini. A confortare il chirurgo nei suoi giorni più difficili sono
arrivate altre due telefonate: quella di Massimo D'Alema,
al quale è legato da un'antica amicizia, e quella del capo della polizia,
Antonio Manganelli, che all'epoca era questore di Palermo. Se il Pd chiude il
caso Marino (ma non troppo, perché restano le critiche di una parte dei
cattolici), si apre il caso Bindi. Ieri Franceschini spiegava,
ottimisticamente: «Il confronto in politica è ossigeno: serve chiarezza e poca
ipocrisia ». Doti di cui dispone in abbondanza Rosy Bindi, che dalle colonne
della Stampa , invita Francesco Rutelli a prendere una
decisione: «Se il Pd non lo convince, tragga le conseguenze ». Letta l'intervista, il segretario si dice «allibito». Bindi
precisa, ma non troppo: «C'è posto per tutti, ma ci vuole chiarezza». Il leader
della mozione bindiana, Pier Luigi Bersani, si vede
costretto a tirare il freno: «Ricordiamoci tutti che siamo una ditta». Lo
ricorda bene Arturo Parisi, che bacchetta tutti: «I candidati misurino le
parole prima di parlare. Del resto era troppo evidente: una discussione tutta
centrata sulla simpatia o lo spessore personale dei candidati, ci avrebbe
portati prima o poi agli attacchi e agli scontri personali». Ieri Franceschini
e Bersani erano all'Aquila, anche se non si sono
visti. Il segretario si è attardato a mangiare un gelato, come ha spiegato dal
palco: «Ma con Bersani ci sentiamo quotidianamente».
Franceschini, a un'assemblea di giovani Pd, cita veltronianamente Obama:
«Dobbiamo fare come lui: non solo sfidare la destra, ma rovesciare la gerarchia
dei valori». Prima, però, c'è da fare il partito. Franceschini, accusato di
volerlo «liquido », lo farebbe anche «solido »: purché «non sia come un partito
del secolo scorso». Altro tema caldo, il rinnovamento. Per Bersani
è necessario: «Ma si fa per merito non per cooptazione». Riferimento chiaro
alla «maestra» Debora Serracchiani, che pure gli ha assegnato un dignitoso
«sei» nelle sue pagelle al Pd. Sul tema rinnovamento c'è da segnalare il
«fioretto» di Beppe Fioroni, che sarebbe quello di «non parlare di D'Alema fino al congresso ». Ma il caso merita un'eccezione:
«Non accetto che chi è iscritto al partito dalla culla parli di rinnovamento
guardando sempre agli altri». A proposito di rinnovamento, il Pd, contate le
tessere, si conferma un partito ancora poco nordista: gli iscritti sono quasi
800 mila, con Settentrione in calo, Bologna superata da Napoli e Puglia e
Calabria ben tesserate. Il leader del Pd Dario Franceschini, 50 anni, ieri
mentre passeggia all'Aquila Al. T.
(
da "Giornale.it, Il"
del 26-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di domenica 26 luglio 2009 Il vice-disastro flop
raddoppia per non lasciare di Marco Zucchetti Corsa a tre per il Pd.
Franceschini promise di dimettersi da leader se non avesse "tenuto"
alle Europee Incassato il -7%, si è autocandidato: "Non lascio il partito
a chi cera prima". Bersani, "homo sovieticus" che si maschera da
Vasco. Marino, il moralista caduto sui rimborsi gonfiati Il primo è un
candidato «di guerra e nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza». Dario
Franceschini è così, con quella sua aria da Gandhi in maniche di camicia (non
picchieresti uno con gli occhiali, no?) ma con una parlantina
isterico-avvelenata e - dice chi lo conosce bene - un pugno di ferro da
luogotenente. Il look da ragioniere, il passato imperfetto da democristiano e
il passato prossimo da vice-disastro di Veltroni, così
come lo ha sarcasticamente definito Matteo Renzi. Franceschini è lAramis della terna in
corsa per la segreteria del Pd: un esile e machiavellico gentiluomo che strizza
locchio alle gerarchie ecclesiastiche. Ecco,
magari gentiluomo ma poco coerente, dato che per mesi si è definito «reggente
ad interim» e poi - evidentemente stuzzicato dal giochino - ha deciso di
candidarsi al congresso «per non lasciare il partito in mano a chi cera prima». Che prima cera ancora lui, eh, ma sono dettagli. Daltro canto
aveva pure detto: «Il mio obiettivo è confermare i voti del Pd alle Europee e
chiudere questo clima di litigiosità». Ha perso 7 punti secchi, una roba che nemmeno con la napola a scopone scientifico, e il Pd è
pacifico come i Balcani dei primi anni Novanta. Perfetto, bis. Ma Franceschini
è italiano e litaliano - si sa - «dice cosa e fa altra». E allora può
candidarsi a guidare il Pd uno che nel 99 tuonava: «Sta emergendo la
divisione tra chi come me vede lUlivo come una
coalizione e chi invece lo vede come avvicinamento al cosiddetto Partito
democratico». Ecco, ora Dario punta forte su quel cosiddetto. E lo fa
saccheggiando un po le idee altrui: a Berlusconi ha scippato il video
della «discesa in campo», piazzandosi
tra una libreria Ikea e una videocamera per lannuncio ufficiale; da Veltroni ha mutuato la
bella-iscritta-giovane sul modello-Madia (nella fattispecie la fatina romana
Michela Di Biase); e dalla Dc eredita un cerchiobottismo olimpico condito da
«profilo largo», «pluralismo» e giudizi come quello su Craxi: «Moderno ma con
lati negativi». Poche idee, ma chiare. Franceschini vice-disastro, però, è
lanciatissimo. Basta non ascoltare DAlema che sussurra: chi perde di solito si fa da parte. Lui
invece raddoppia. E al volante del suo scuolabus democratico dà un passaggio a
tutti i volti nuovi da Adinolfi (il «profilo largo») alla Barraciu, da Sassoli
alla Serracchiani. Sì, quella che lo sostiene perché «è più simpatico» e non è
di apparato. Fa politica dal 74 (lanno di Germania Ovest-Olanda con Beckenbauer e
Cruijff), ma è un innovatore nato. E infatti sono nati a suo sostegno 120
giovanissimi comitati, da New York (la sede sarà lattico di Veltroni a Manhattan?) a
Cerignola. Per non dire dellidea super-trendy di apparire su «Repubblica Tv» per parlare
di Berlusconi «prigioniero del suo reality». Ovviamente Dario ha parlato dal
suo confessionale. Insomma, Franceschini da Ferrara, quello che appena nominato
leader pro tempore giurò col padre partigiano
sulla costituzione manco si sentisse un imberbe Abramo Lincoln, ora si avvicina
alla tenzone rivendicando che «nessun partito di sinistra nellUe ha 8 milioni di
voti». Resta da vedere su cosa giurerà se dovesse vincere: Bibbia o «Capitale»?
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(
da "Giornale.it, Il"
del 26-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di domenica 26 luglio 2009 Bersani,
"homo sovieticus" che si maschera da Vasco di Redazione Il
fedelissimo di DAlema rifiuta il «ma-anchismo», poi dice: «Il Pci? Non lo
rifarò ma servono radici. Di Pietro? Cè concordia e
discordia» Il secondo «conosce la fame e la tranquillità. Ogni volta che muore
gli rinasce la coda». E ogni volta che smette di fare il ministro, Pierluigi Bersani ricompare come il calcare. Lui, flemmatica icona di
unEmilia strutturata tra comitati e trattorie, non alza mai la voce. Il sigaro sagace e la
rotondità veneranda della stempiatura gli regalano unimmagine da robusto
sacrestano socialista. E armato di questo physique du rÔle, il Porthos emiliano
tutto onore e concretezza mira a riportare il Pd sui binari di Peppone e Togliatti, della falce e del
partito. Già, il partito. Nominato 50 volte nella sua mozione. Lui che
rimprovera a Berlusconi di non parlare mai di «futuro». Adinolfi lo ha già
inquadrato: «Con lui sarà un partito-chiesa». Enrico Letta
invece lo santifica: «Farà una rivoluzione copernicana». Lui, che tra laria grigia e
lanima rossa sembra la maglia della Cremonese, lunica rivoluzione
che sembra in grado di fare è quella di togliere la mortadella prodiana dalla
tavola democratica per sostituirla con la coppa
piacentina delle sue parti. Si scherza, ma mica tanto. «Più feste e meno
comunicazione», ha tuonato, «mi rifarò alle radici territoriali». Un bel passo
avanti: non ci aveva pensato ancora nessuno alle tessere e alla Festa dellUnità. Ma a chi gli rimprovera di essere un cultore del
passato, Bersani risponde secco: «Non rifarò il Pci,
ma voglio un partito che sia come lAvis e la bocciofila, con delle regole». Altro che
yes, we can. Boccia-punto, sangue e sezioni, tovarish. E provate a dare torto al sociologo Diotallevi che ascoltandolo ha
pensato di essere tornato nel 1966 e ha chiesto lultimo Lp di Gigliola
Cinquetti... Certo, se ti sostengono DAlema, Ciampi, Penati e Bassolino mica puoi inventarti un
partito frizzante come il Bacardi Breezer. Meglio un gutturnio severo. «Non
saremo unidrovora che raccoglie tutto, io al “ma-anche” non ci sto».
Oh, finalmente uno duro e puro, pensi. E poi leggi che «con Di Pietro cè
concordia e discordia» e ti cascano le tessere. E la lotta al veltronismo che ha fatto replicare allex sindaco di Roma che
«Bersani mica viene da Marte»? Quisquilie, datemi un piano
quinquennale e vi risolleverò il Pd. Con la forza della politica popolare e con
qualche filo tenuto in mano da DAlema. Ma sia chiaro, «non sono il suo burattino». Ho detto
bene, Massimo? Sia o no Baffino il suo ventriloquo, Bersani
è ottimista. Così come era convinto che «il Pd alle europee recupererà parecchi
punti». Di sutura, forse. Dopo il trionfo, Pierluigi vuole spedire a quel paese
(basta che il paese non sia in Emilia) tutti i teodem, i margheritini, i
baciabancone centristi. Gente che ascolta quel ciellino di Claudio Chieffo,
mentre lui punta la campagna e il logo su Vasco Rossi e sul suo verso «un senso
a questa storia». E pazienza se la canzone continua con un impietoso «anche se
questa storia un senso non ce lha». Gran bella scelta musicale, involontariamente
autoironica. Ma Bersani
è comunque lhomo (sovieticus) novus, quello giusto. Daltronde «io
fui il primo a usare lacronimo
Pd nel 94 per il Progetto democratico», rivendica. Questi sì che
sono meriti oggettivi. Per fortuna non si è candidato alla segreteria quello
che ha coniato la targa di Padova... © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G.
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