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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “PD A CONGRESSO” |
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Morassut, Argentin
e Mazzoli Ecco la sfida per la guida del partito
( da "Tempo, Il" del 02-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: urbanistica nelle giunte Veltroni, è il candidato
della mozione Franceschini. Ignazio Marino ha invece puntato su una donna,
Ileana Argentin, deputata e delegata alle politiche dell'handicap nelle giunte
Rutelli e Veltroni. Per la mozione Bersani l'ha spuntata il presidente della
Provincia di Viterbo, Alessandro Mazzoli sull'economista Stefano Fassina.
La sfida Il
congresso dei separati in casa
( da "Giornale.it, Il" del 02-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Rosy Bindi e Enrico Letta con Bersani, Piero Fassino
e Marco Minniti con Franceschini. Ma il traversalismo si ferma a pochi nomi, la
divisione resta netta, il partito unico è ancora la somma di almeno due partiti
che non riescono a fondersi e che ogni volta che sono sul punto di prendere
decisioni comuni scoprono di essere più divisi che mai.
L'inchiesta Le
scosse ?... ( da "Giornale.it, Il" del 02-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Altrimenti, potrebbe essere giocata la carta del
giovane «moderato» Francesco Boccia, legato all?area di Enrico Letta, che nella
partita nazionale gioca con D?Alema e Bersani. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. -
Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
un partito di
latta e di governo - mimmo carratelli
( da "Repubblica, La" del 03-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: D´Alema e Veltroni. Banane e lamponi. L´orologio
batte l´una, il partito non s´incolla, nasce un nuovo tira e molla, dimmi tu se
questa è vita. Non capisco che succede, ma mi dicono abbi fede. Guardo un po´
in televisione, sono tutti per l´unione, ma si spaccano di fatto, un bel patto
e un contropatto.
Appello per il
Partito democratico ( da "Foglio, Il" del 03-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: per segretario Romano Prodi e dove siedono in direzione
Francesco Rutelli accanto a Piero Fassino, a Enrico Boselli, a Pierluigi
Castagnetti, ad Arturo Parisi (e Walter Veltroni? Era stato uno dei primi a
parlare di Partito democratico, si decida); dove siede Lapo Pistelli accanto a
Claudia Mancina, Roberto Villetti accanto a Franco Monaco, Rosa Jervolino
accanto a Nicola Rossi,
D'Alema si muove
già da ras del Pd e impone i suoi uomini a Bersani
( da "Foglio, Il" del 04-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: settimane fa nel quartier generale di Bersani, di
fronte a tutti i più importanti membri della mozione (Rosy Bindi, Enrico Letta,
Filippo Penati, Pier Luigi Bersani e Massimo D?Alema) è successo quanto segue.
In accordo con il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti,
Bersani aveva proposto di candidare alla segreteria del Pd laziale uno dei suoi
più stretti collaboratori:
Patto di ex-diccì
con Bersani Ecco la corrente degli Aranci
( da "Riformista, Il" del 05-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Nessuna concorrenza sleale nei confronti di Letta e
Bindi», spiegano nel gruppo. «Anche noi rappresentiamo quei valori con 150 anni
di storia di cui ha più volte parlato Bersani. Nessuno può dire che siamo in
cerca di postazioni di potere: siamo radicati sul territorio ma, prima di
organizzarci, abbiamo aspettato che il puzzle dei segretari regionali fosse
completo»
La Puglia
Argomenti: PD
Abstract: mentre il braccio destro di D'Alema, Nicola Latorre,
l'ha subito avversata. La tensione è talmente alta che appena Latorre ha detto
che in Puglia non esiste una questione morale, il fedelissimo dei fedelissimi
di Veltroni, Walter Verini, gli si è scagliato addosso: «La questione morale
esiste eccome, ed è grave che il senatore Latorre la neghi».
Il partito senza
tessere risolve anche la questione morale
( da "Foglio, Il" del 05-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Veltroni e Rutelli, dicendo che il Partito
democratico avrebbe dovuto averli come leader, e in quel caso il
finanziere-editore avrebbe anche preso la tessera numero 1. Quando non ci siano
più tessere, né numero 1 né numero 2, e la democrazia interna sia sostituita
dalla democrazia esterna, cioè da un regolare processo elettorale che decide
selezionando la classe dirigente da insediare
La questione
morale agita il Pd ( da "Avvenire" del 05-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: da sempre feudo elettorale di D'Alema, e ha accusato
«tutta la nomenclatura» del partito «di stare con Franceschini ». Al contrario,
ha aggiunto, i candidati regionali di Pierluigi Bersani, appoggiato nella corsa
alla segreteria del Pd da D'Alema, «vengono dalle nuove generazioni e comunque
non hanno altri incarichi».
Il Pd torna nelle
mani di D'Alema l'uomo che vince solo i congressi
( da "Giornale.it, Il" del 07-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Franceschini ha scoperto che l'appoggio di Veltroni
non è l'arma vincente per il congresso. Lo stesso appoggio di Rutelli e dei
rutelliani si sta rivelando più teorico che pratico e Franceschini ha lanciato
un appello all'associazionismo cattolico per ottenere da quel mondo i consensi
che gli mancano.
Il Pd torna nelle
mani di D'Alema: l'uomo che vince solo i congressi
( da "Giornale.it, Il" del 07-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: appoggio di Veltroni non è l?arma vincente per il
congresso. Lo stesso appoggio di Rutelli e dei rutelliani si sta rivelando più
teorico che pratico e Franceschini ha lanciato un appello all?associazionismo
cattolico per ottenere da quel mondo i consensi che gli mancano.
Per spartirsi
RaiTre il Pd aspetta il congresso
( da "Stampa, La" del 08-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: è Veltroni. Quando ancora era segretario Walter
confida: «Bianca? Quando sarà il momento, la appoggerò...». Ma Veltroni cade e
a promuovere Bianca ci pensa l'altro, D'Alema, in cerca di un'icona che
dimostri che anche lui conta in Rai. La consuetudine con l'attuale direttore
generale - Masi è stato per due anni capo di gabinetto del D'
Franceschini e
Bersani rivali ma non tanto diversi
( da "Tempo, Il" del 08-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: sostenuto dal suo predecessore Walter Veltroni, e
l'ex ministro Pier Luigi Bersani, sostenuto da Massimo D'Alema. Del povero
Ignazio Marino, il terzo incomodo spinto in pista dall'ex veltroniano Goffredo
Bettini, è inutile parlare perché le sue possibilità di partecipare alla volata
finale, completa di primarie, appaiono francamente nulle.
Da bandiera rossa
al tappeto rosso: Benigni come il Pd
( da "Giornale.it, Il" del 08-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: i loro nomi tendono al diminutivo, come nel caso di
Franceschini, Fassino e Rutelli. L'abbraccio di Benigni a Enrico Berlinguer, in
quell'indimenticabile festa in cui Walter Veltroni era ancora giovane e magro,
immortalato sullo sfondo, fu la trasfigurazione quasi perfetta di una lezione
di Italo Calvino sulla leggerezza.
Da bandiera rossa
al tappeto rosso: Benigni è una metafora del Pd
( da "Giornale.it, Il" del 08-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: i loro nomi tendono al diminutivo, come nel caso di
Franceschini, Fassino e Rutelli. L?abbraccio di Benigni a Enrico Berlinguer, in
quell?indimenticabile festa in cui Walter Veltroni era ancora giovane e magro,
immortalato sullo sfondo, fu la trasfigurazione quasi perfetta di una lezione
di Italo Calvino sulla leggerezza.
E il segretario
ora apre: ci alleiamo, aspetto l'Udc
( da "Manifesto, Il" del 10-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Rutelli, Veltroni...». In pieno agosto nel suo
partito non mancano i «futuristi» concentrati già sul dopo congresso. Perfino
Rosi Bindi. Giusto? Mi piacerebbe tanto che la libera stampa pubblicasse
dichiarazioni a confronto. Prima e dopo che ho deciso di candidarmi alla guida
del Pd che va a congresso.
Franceschini
blinda Raitre ( da "Manifesto, Il" del 10-08-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Massimo D'Alema in testa, sponsor di Bersani, punta a
cambiare le carte in tavola ritenendo che le postazioni del Pd nel servizio
pubblico siano troppo sbilanciate verso gli ex popolari. L'ipotesi era dunque
quella di spostare Di Bella alla rete promuovendo Bianca Berlinguer alla guida
della testata.
(
da "Tempo, Il"
del 02-08-2009)
Argomenti:
PD
stampa Pd Lazio
Morassut, Argentin e Mazzoli Ecco la sfida per la guida del partito
(
da "Giornale.it, Il"
del 02-08-2009)
Argomenti:
PD
articolo di
domenica 02 agosto 2009 La sfida Il congresso dei separati in casa di Peppino
Caldarola È il congresso dei separati in casa. Da una parte quasi tutti gli ex
diessini, dall'altra quasi tutti gli ex popolari e i rutelliani. Ciascuno dei
due campi vanta personaggi di altra storia. Rosy Bindi e
Enrico Letta con Bersani, Piero Fassino e Marco Minniti
con Franceschini. Ma il traversalismo si ferma a pochi nomi, la divisione resta
netta, il partito unico è ancora la somma di almeno due partiti che non
riescono a fondersi e che ogni volta che sono sul punto di prendere decisioni
comuni scoprono di essere più divisi che mai. Innanzitutto si sono
moltiplicate le sedi in cui vivono gli stati maggiori. Dario Franceschini
domina il suo staff da piazza del Nazareno, già sede della Margherita, mentre Bersani ha insediato il suo ponte di comando accanto alla
vecchia sede dell'Ulivo a piazza Santi Apostoli, dove peraltro sopravvive una
enclave prodiana. I vecchi Ds, invece, mantengono a via Palermo non solo una
rappresentanza giuridica della vecchia ditta ma anche tutti i dipendenti che il
nuovo Pd non ha voluto assorbire. Poi ci sono le fondazioni, in primis quella
di D'Alema a piazza Farnese. Il moltiplicarsi dei
centri di decisione e di studio sarebbe una risorsa se il partito riuscisse a
tenere assieme almeno alcune funzioni fondamentali e funzionasse come un
organismo unitario. Invece prevale il sospetto che ogni sede sia una fonte di
autonoma iniziativa politica. Per Franceschini e gli ex popolari tutto dipende
dal fatto che gli ex Ds non si vogliono sciogliere e, a prova di ciò, lamentano
che gli ex comunisti non hanno voluto conferire il loro patrimonio nel nuovo
partito. È un atto d'accusa che segue quello che fece a suo tempo Walter Veltroni e che ha ripetuto il tesoriere del Pd Mauro
Agostini. Gli ex Ds neppure accettano di discutere l'argomento e alle lamentele
dei nuovi fratelli oppongono un indignato silenzio. In effetti il patrimonio
diessino è cospicuo. Ci sono 2.399 immobili sparsi per tutta Italia oltre alle
400 opere d'arte - si parla di Vespiniani, Guttuso, Schifani e altri - che sono
state regalate al partito dal dopoguerra fino agli anni scorsi. Il tesoriere dei
Ds, Ugo Sposetti, uomo brusco e di poche parole, non vuole neppure affrontare
l'argomento con i suoi colleghi della Margherita e del Pd. «Il tesoretto -
questa è la spiegazione - serve a ripianare un debito del vecchio partito che
ammonta a 160 milioni di euro oltre che a garantire gli stipendi ai funzionari
che il Pd non ha voluto assumere». Se i debiti restano a noi, dice Sposetti, a
noi resta il «tesoretto» che è stato spartito in 60 fondazioni che lo
amministrano. Se c'è una trincea su cui Sposetti può morire è quella del
rifiuto di conferire questi beni accumulati negli anni al nuovo partito e
affidarli alla dissipazione dei suoi dirigenti piddini con i loro inutili
meeting e le televisioni. Franceschini ha provato a fare la voce grossa ma non
riuscirà a spuntarla. In verità chi conosce Sposetti sa per certo che nel caso
vincesse il congresso Franceschini l'argomento sarebbe chiuso per sempre, ma
anche di fronte al segretario Bersani l'ex tesoriere
dei Ds resisterebbe a brutto muso. «Siamo in regime di separazione dei beni»,
sospira Sposetti, ma forse la ragione è un'altra ed è che nessuno crede che i
due partiti diventeranno mai un solo partito e che non è saggio mettere a
repentaglio un tal patrimonio per una convivenza destinata a non durare o ad essere
molto travagliata. L'esistenza di due partiti che si combattono fra di loro
senza tregua è portata alla luce anche dalla vicenda della Rai. Ormai il ciclo
delle nomine è stato quasi completato. Manca una sola casella con due posti:
Rai Tre. Il Pd dopo aver tanto tuonato contro la lottizzazione delle altre reti
non riesce a trovare una lottizzazione che soddisfi le sue diverse anime e
soprattutto quella margheritica e quella diessina. I candidati sono tre. Sono
in corsa Bianca Berlinguer per il Tg3 e Antonio Di Bella e Paolo Ruffini per
(
da "Giornale.it, Il"
del 02-08-2009)
Argomenti:
PD
articolo di
domenica 02 agosto 2009 Bari, ora le "scosse" fanno tremare DAlema di Laura Cesaretti Sanitopoli rossa. Le indagini
pugliesi diventano un'arma nelle mani dei seguaci di Franceschini. L'obiettivo
è la guida della regione e l'indebolimento del sistema di potere del lìder
maximo. E fra i democratici è ormai battaglia campale su tutto Dalla ridotta di
RaiTre, dove lo scontro interno al Pd paralizza le nomine, alla Puglia
martoriata dalle inchieste è tutto un campo di battaglia, dentro al principale
partito di opposizione. E per la prima volta la battaglia non è solo cruenta ma
anche esplicita. Incredibile ma vero, le due squadre in campo - quella di Bersani e quella di Franceschini, loutsider Marino se
ne guarda bene - stanno commissionando persino sondaggi per conoscere il
proprio posizionamento congressuale. E ieri dal
quartier generale di Franceschini lasciavano trapelare indiscrezioni velenose:
«Dario è in vantaggio in tutto il centro-nord, comprese le regioni rosse. Al
Sud, dove il voto è molto meno libero, è in testa Bersani».
Ora sta scendendo in campo anche lesercito dei candidati segretari regionali, che verranno votati
in abbinamento ai candidati nazionali, e i focolai di scontro si estendono a
tutta la penisola: i supporter di Bersani attaccano i nomi proposti da Franceschini perché non
rispettano la regola della incompatibilità tra cariche elettive e politiche:
«Sarebbero segretari del weekend», tuona il dalemiano Gianni Pittella, «Dario
ha candidato ben sei parlamentari italiani ed europei che non avranno il tempo
di occuparsi di radicare il partito nel territorio». Tra i
parlamentari-candidati, per la mozione Franceschini, spiccano i nomi di
Cofferati (in Liguria), di Damiano (Piemonte), Serracchiani (Friuli) e Morassut
(Lazio). Gli avversari rispondono a muso duro: «Se qualcuno pensa di aiutare il
partito radicalizzando lo scontro trasmette solo un pericoloso messaggio di
divisione e crea le premesse per linsuccesso alle regionali», dice lex ppi Merlo. E la
fassiniana Sereni, schierata con Franceschini, insinua: «Evidentemente la
qualità dei nostri candidati
preoccupa Bersani». In Puglia, crocevia di molte e
diverse partite per il Pd, la situazione è particolarmente complicata. La
partita giudiziaria è soltanto iniziata, e nessuno si sente di escludere
ulteriori sviluppi. E il sistema di potere dalemiano, che è quello che conta
nel tacco dItalia, non dorme sonni tranquilli. Ma intanto ha dichiarato
guerra al sindaco appena rieletto di Bari, Michele Emiliano, che proprio
DAlema aveva fatto debuttare in politica. «è un pericoloso
giustizialista, e si è messo in testa di usare
(
da "Repubblica, La"
del 03-08-2009)
Argomenti:
PD
Pagina III -
Napoli Un partito di latta e di governo MIMMO CARRATELLI Canta Gianni Morandi. D´Alema e Veltroni. Banane e lamponi. L´orologio
batte l´una, il partito non s´incolla, nasce un nuovo tira e molla, dimmi tu se
questa è vita. Non capisco che succede, ma mi dicono abbi fede. Guardo un po´
in televisione, sono tutti per l´unione, ma si spaccano di fatto, un bel patto
e un contropatto. L´unità va sotto i tacchi, finiremo come i tracchi. è
che sono un po´ confuso, incazzato e metto il muso. Quante anime ha il partito,
voto sempre, son pentito. Banane e lamponi. Franceschini e Bersani.
Chi mi dice credi a me, poi diventano anche tre. Col chirurgo di Milano altra
mano, taglio corto, c´è il tressette, dov´è il morto? Son di Napoli e vaneggio,
qui succede anche di peggio. Ma Iannuzzi si ritira. Bassolino a cosa mira?
Enzoamendola ci sta, sono qui per l´unità. Tutti insieme che emozione,
annulliamo ogni fazione, è un corale battimani, sotto il segno di Bersani. Se è poi vero per davvero. L´illusione dura poco.
Franceschini entra nel gioco. C´è l´Impegno di Leonardo, arrivato un po´ in
ritardo. Franceschini è soddisfatto, ci spacchiamo, bel traguardo. Si discute,
ci si incontra, si va a pranzo al ristorante, chi va a cena con D´Alema, chi risparmia sui panini, chi protesta, è
Franceschini. Sale alta la tensione, tra passato e innovazione sede prossima il
Frullone. C´è Sommese Salvatore. Chi si salva non si sa. Alto là e chi va là,
va in frantumi l´unità, scende in campo anche Vittoria, osanniamo alla
baldoria. Tre scimmiette sul comò. Sul partito ch´è un trabiccolo ci vorrebbe
almeno Piccolo. Paladini eccoli là, son di latta e di governo, s´ode pure
(
da "Foglio, Il"
del 03-08-2009)
Argomenti:
PD
3 agosto 2009 Così
scriveva Michele Salvati sul Foglio il 10 aprile del 2003 Appello per il
Partito democratico I riformisti con i riformisti. Il coraggio di dividersi Dal
Foglio del 10 aprile 2003: "Con questi leader non vinceremo mai”. Chi
gridò questa frase a Fassino e Rutelli è Nanni
Moretti, lo stesso che poco prima aveva implorato DAlema: “Massimo, di qualcosa di sinistra”. Per
limplorazione è stato accontentato, non da DAlema, ma da Sergio Cofferati. La prima affermazione
risuona ancora per laria: il popolo dellUlivo è sempre in
attesa di un atto di coraggio da parte dei suoi politici, di una
riorganizzazione del centro-sinistra che sia in grado di prevalere sul
centro-destra. Atti di coraggio, riorganizzazioni parziali, ci sono stati. La
presidenza di Aprile a
Sergio Cofferati è recentissima e il disegno è chiaro: mettere insieme secondo
una prospettiva di “riformismo radicale” un pezzo importante della coalizione
di centro-sinistra. Un pezzo col quale si può essere in disaccordo, ma che non
si può cancellare o mortificare. Un pezzo che la storia italiana del secolo
scorso ha consegnato al nuovo millennio, che è indispensabile alla coalizione e
che richiede a gran voce una identità politica autonoma. Liniziativa di
Cofferati è sicuramente uno strappo, una
minaccia alla coesione interna dei Ds; ma essa deve essere apprezzata
soprattutto nel suo significato di riassetto comprensibile del centro-sinistra,
mirando a riunire lintero popolo della sinistra radicale, ora diviso tra un partito
internamente eterogeneo,
partitini e movimenti. E a riunirlo in una prospettiva “riformista”, almeno nel
senso, limitato ma importante, di prospettiva di governo e di lealtà alla
coalizione: Cofferati non è Bertinotti. Come atto di coraggio, ancor più
meritoria è stata la decisione del Partito popolare di sciogliersi nella
Margherita: un partito storico, una grande tradizione politica, una cultura
profonda si sono messi in gioco per confluire in un contenitore di cui il nome
stesso indica la provvisorietà, lessere stato pensato come
prima tappa di un partito che dovrà raccogliere tutte le tradizioni
riformistiche moderate del nostro paese. Manca ancora latto di coraggio
finale e questo chiama in causa soprattutto, ma non soltanto, i Ds. I Ds sono
lepicentro della crisi. Il partito
comunista è stato un partito con una grande forza organizzativa, con una
identità spiccata e con una separatezza quasi comunitaria rispetto al resto
della società civile e politica, la famosa “diversità” di cui parlava Enrico
Berlinguer. E questo straordinario patrimonio era innervato da una cultura e da
una ideologia che richiedevano un cambiamento profondissimo – dal comunismo al
socialismo democratico e liberale – per potersi adattare con successo alla
situazione politica del “dopo-muro”. La scissione del 91, non seguita da
un lavoro serio di chiarimento, ha lasciato nei Ds due soggetti che coesistono
faticosamente: i due soggetti che, grosso modo, si sono contati nelle due
mozioni principali del congresso di Pesaro. Queste sono affermazioni tagliate con laccetta, ma basta
laccetta per sbozzare il problema: che le ragioni per stare insieme, come
quelle dei separati in casa, sono in buona misura di natura opportunistica, di
convenienza più che di principio. Quando finisce lamore, come tra coniugi separati, cè sempre una
storia comune, una consuetudine alla convivenza, e può rimanere molto affetto:
ma ognuno in casa propria potrebbe anche essere una scelta migliore. Lo
dimostrano i riti di partito che ancora si celebrano: nella conferenza programmatica di Milano è stato presentato un
programma che, per tenere insieme opinioni tanto distanti, dice molto poco e
raramente sceglie con chiarezza tra opzioni diverse; un programma che poteva
forse avere un senso quando il Pci era un partito (auto)costretto a una
opposizione permanente, ma non ne ha alcuno per un partito, i Ds, che è reduce
da una esperienza di governo durata cinque anni e vuole ripeterla. Perché
diciamo che i Ds sono lepicentro della crisi, delle difficoltà maggiori
dellUlivo? Perché lunione apparente
dei separati in casa ostacola la formazione dellunico soggetto politico
che potrebbe, in alleanza con altri, contribuire in modo determinante alla
sconfitta del centro-destra. E stato notato tante volte che la debolezza
strutturale della
coalizione di centro-sinistra dipende dallassenza di un forte partito di sinistra
moderata (o di centrosinistra, senza trattino: è la stessa cosa) che competa ad
armi pari con Forza Italia nella caccia allelettore mediano. Forza Italia
ha ovviamente le armi che
le danno i quattrini e le televisioni di Berlusconi, e bisognerà eliminarle. Ma
anche senza di esse, Forza Italia si troverebbe nella situazione privilegiata,
da un punto di vista elettorale, di essere il più forte partito della sua coalizione,
nonché di essere percepito dagli elettori come un partito di destra moderata (o
di centrodestra, se si preferisce); ovvero, se non consideriamo i partitini di
origine democristiana, come il partito della coalizione di centro-destra più
spostato verso il centro. Anche dopo la formazione della Margherita, così non è
per il centro-sinistra, dove il partito più forte rimangono i Ds, percepiti
dallelettorato come un partito di sinistra, e per di più di origine
comunista. Le soluzioni al problema sono solo tre, ci sembra: (a) Margherita cresce rapidamente a
spese dei Ds e conquista legemonia sulla coalizione; (b) i separati in casa si dividono, i
riformisti radicali confluiscono in un soggetto politico che raccoglie, sotto
la direzione di Cofferati, anche gran parte delle
forze di sinistra disperse tra partitini e movimenti, e i riformisti moderati
confluiscono con Margherita in un nuovo partito di centrosinistra (o sinistra
moderata); (c) i Ds nel loro insieme confluiscono con Margherita nel partito di
cui abbiamo detto e diremo meglio in seguito. Per ora chiamiamolo Partito
democratico. La prima soluzione, (a), è possibile ma lenta, destinata a
protrarsi tra recriminazioni, competizione accanita e polemiche per un tempo
non prevedibile: nel tempo prevedibile continuerebbe la situazione attuale,
quella in cui non si riesce neppure a convocare una riunione dello stato
maggiore dellUlivo. La seconda e la terza sono difficili e rischiose, ma contengono in se stesse, se ben gestite, una
straordinaria carica di auto-promozione e di auto-affermazione. La differenza
tra di esse sta nel fatto che la soluzione (b) prevede che i Ds si dividano
mentre la (c) prevede che entrino nel loro insieme nel nuovo partito di
centro-sinistra. Nel primo caso si arriverebbe a un partito più piccolo ma più
omogeneo; nel secondo caso resterebbe una componente di sinistra radicale (non
tutta di origine comunista), ma in condizioni nettamente minoritarie, allinterno di un
partito dove la componente moderata e di origine non comunista avrebbe un ruolo egemonico. Poiché per arrivare a un
nuovo partito dovrebbe avviarsi un processo costituente che coinvolge sia i Ds
che Margherita, il verificarsi delluna o dellaltra delle due soluzioni
dipende dalla probabilità – ragioniamo ora sui Ds – che una parte di questo partito accetti o non
accetti il programma politico e i rapporti di forza del Partito democratico.
Nel ragionamento che segue facciamo lipotesi che non laccetti, che a noi
sembra quella più probabile: se abbiamo ben capito gli orientamenti di Cofferati e del correntone, uniniziativa della
maggioranza volta alla costituzione in termini brevissimi del Partito
democratico costituirebbe un rovesciamento totale del loro disegno politico, un
diktat inaccettabile, la scomparsa della “sinistra” in quanto tale, la diluizione delleredità della
sinistra italiana (dorigine comunista) in un contenitore a prevalenza
centrista e moderata. Per quanto sia forte il tabù anti-scissione
allinterno dei Ds – e lo si è visto anche nella recente conferenza programmatica – di seguito ragioniamo nellipotesi che
liniziativa della maggioranza risulti inaccettabile allintero
partito e che a una scissione si addivenga. La scommessa del Partito
democratico esige coraggio, ma non è insensata. A differenza dei militanti e degli iscritti, gli elettori legati
alle identità politiche della Prima repubblica, e dunque ai Ds in quanto
prosecuzione del vecchio Pci, sono meno numerosi di quanto si creda, e se essi
confluiranno in prevalenza nel contenitore cofferatiano se ne guadagna soltanto
in chiarezza. La prospettiva del Partito democratico è esaltante: è la riunione
di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto
si è parlato a proposito dellUlivo. Gli elettori (oltre che i commentatori politici esteri) apprezzano la semplicità, la
rapida comprensibilità. Verrebbe finalmente a formarsi un partito di sinistra
moderata (o centrosinistra, se si preferisce), con un nome immediato, semplice
e fortemente evocativo (basta con la botanica, con le Daisies e gli Olive trees
che ci fanno prendere in giro nelle corrispondenze estere) nel quale la
componente di lontana origine comunista non sarebbe dominante. Non sarà facile
per Berlusconi tacciare di comunista un partito che ha per
segretario Romano Prodi e dove siedono in direzione Francesco Rutelli accanto a Piero Fassino, a
Enrico Boselli, a Pierluigi Castagnetti, ad Arturo Parisi (e Walter Veltroni? Era stato uno dei primi a
parlare di Partito democratico, si decida); dove siede Lapo Pistelli accanto a
Claudia Mancina, Roberto Villetti accanto a Franco Monaco, Rosa Jervolino
accanto a Nicola Rossi, Umberto Ranieri accanto a Enrico Letta, Giorgio Tonini accanto a Franca Chiaromonte, Natale DAmico accanto a
Marina Magistrelli, Giorgio Bogi accanto
a Enrico Morando, Pierluigi Bersani accanto a Roberto
Pinza, Sergio Chiamparino accanto a Riccardo Illy e via seguendo. Tutti
rappresentanti di grandi tradizioni riformiste, già moderate in origine o che
si sono venute moderando in un processo di evoluzione di cui è stato dato conto
pubblicamente e credibilmente. Lelenco, abbiamo detto, potrebbe continuare facilmente.
Labbiamo però improvvisato (ci scusiamo con chi dovrebbe esserci e non
cè) per sollevare subito un problema politico generale. Scorsi i nomi che abbiamo azzardato in via esemplificativa,
ci si potrebbe infatti subito chiedere conto dellomissione di
alcune personalità di sicuro orientamento riformista e di spessore ed
esperienza politica assai maggiori di molte di quelle che abbiamo menzionato. Perché non abbiamo menzionato Franco Marini o
Massimo DAlema? Non perché il loro contributo al partito
democratico sia giudicato poco significativo. Al contrario, lo è moltissimo. Ma
perché essi sono segnati da un ruolo dominante in scommesse politiche recenti
che puntavano su esiti radicalmente diversi da quello che stiamo auspicando.
Marini perché pensava, come molti popolari, a un ruolo del suo partito non
schierato organicamente con la sinistra, perché non voleva legarsi le mani. E DAlema perché pensava, con gran parte del suo partito, a un
ruolo egemonico dei Ds, sulla base dellerronea analogia tra lItalia e i
paesi “normali”, dove lalternanza avviene tra un partito conservatore e
un partito socialdemocratico. E per questi motivi – motivi profondi, radicati nel passato – che entrambi furono
piuttosto tiepidi nei confronti dellUlivo come entità distinta dai partiti
della coalizione, e di Romano Prodi come leader politico di questa entità.
Sicuramente essi hanno modificato il loro giudizio, ma il ruolo che hanno avuto nel recente passato rende
difficile immaginarli come protagonisti della scommessa che stiamo proponendo.
E le stesse considerazioni che abbiamo svolto per DAlema possono essere fatte per Giuliano Amato, la cui
partecipazione al prossimo governo del Partito democratico e del
centro-sinistra solo una persona insensata potrebbe considerare poco
importante. Insomma – ironia della sorte – si ritornerebbe a una vecchia e
giustissima idea di DAlema: che in un paese “normale” il candidato premier devessere il
segretario del partito più importante della coalizione. E questo non può che
essere Romano Prodi, se il centro-sinistra vuole vincere. Continuiamo con i
problemi. Abbiamo dato per scontato che allinterno del Partito
democratico i riformisti
moderati di provenienza Ds troverebbero un ambiente più congeniale, sarebbero
meno “separati in casa” di quanto avviene ora nel loro partito. E proprio così? A
parte il fatto che esiste un continuum tra riformisti moderati e radicali e che
molte personalità
importanti non sono facilmente collocabili nei due campi, i legami della storia
comune sono fortissimi: sono proprio i moderati, oggi, ad accusare i
cofferatiani di inclinazioni scissionistiche. E forse che nel Partito
democratico essi troverebbero solo rose e fiori? Ogni contenitore partitico, in
democrazia, “contiene” posizioni individuali o di gruppo diverse: lo stare
insieme è sempre frutto di un giudizio politico, mai di una completa identità
di vedute. In particolare, sono ben noti i contrasti che hanno attraversato lUlivo quando si
sono toccati temi sensibili come quelli della famiglia, della scuola, della
riproduzione e della bioetica. Oppure, scendendo di intensità, i contrasti
sugli stessi temi delle riforme istituzionali. Questi ultimi, è nostra impressione, sarebbero facilmente
componibili in un contesto in cui esistesse un Partito democratico e la
competizione tra micropartiti si fosse drasticamente attenuata. Rimarrebbero i
primi, per quanto laica possa essere la concezione di democrazia condivisa da
laici e cattolici: ma non dovrebbe essere difficile trovare mediazioni alte e,
in casi estremi, ricorrere al voto secondo libertà di coscienza. E sulle questioni
di politica internazionale e sulle politiche economiche e sociali che si stabiliscono le discriminanti serie: e qui, ci
sembra, le differenze tra i riformisti moderati dei Ds e coloro che provengono
da altre tradizioni sono assai minori di quelle che esistono, in casa Ds, tra
riformisti moderati e radicali. Ma non potrebbe, questa riorganizzazione dei
contenitori, creare maggiori difficoltà nel costruire una coalizione di
centro-sinistra efficace ai fini di raggiungere il suo scopo principale, quello
di sconfiggere il centro-destra? Non svolge forse Fassino un ruolo meritorio,
anche se ingrato, nel cercare di tenere insieme in un unico partito riformisti
moderati e radicali, le due componenti fondamentali di una coalizione di
centro-sinistra? Abbiamo già indicato il motivo per il quale la nostra risposta
è nettamente negativa: il vero scopo della riorganizzazione è quello di creare
un partito di sinistra moderata (o di centro-sinistra, se si preferisce) non
riconducibile ai conflitti del XX secolo e della Prima repubblica, non
apparentabile al Partito comunista. Un grande partito, egemonico nella
coalizione di centro-sinistra. Come abbiamo già detto, questo potrebbe essere
un partito in cui confluiscono tutti i Ds, se ne accettano il programma e la
direzione politica. Anche se non laccettassero e ci fosse una scissione, non si vede perché le relazioni tra moderati e radicali
dovrebbero peggiorare se ognuno sta nel partito che gli è più congeniale. Sotto
la guida di Cofferati, il partito più radicale sarà un partito riformista nel
significato limitato, ma importante, di essere una parte organica e leale della
coalizione di centro-sinistra, un partito che non ha dubbi sulla propria
partecipazione al governo, una volta che si sia stipulato un programma comune:
non si rischia per nulla di ingrossare le fila bertinottiane, anzi è probabile
che queste si assottiglino notevolmente. Insomma, cè soltanto da
guadagnare in termini di chiarezza. E la chiarezza è importante in politica:
quando oggi un elettore vota Ds, che cosa compra? Compra Salvi o Morando,
Fumagalli o Turci? E non si ribatta che, anche ieri,
nel Pci, poteva comprare Amendola o Ingrao, perché questo significa non aver
capito nulla della differenza che intercorre tra un partito di permanente,
necessaria, opposizione e un partito di governo. Domani, col Partito
democratico e col partito cofferatiano, sarà chiarissimo che cosa lelettore vuole
comprare: una politica riformistica liberale e moderata o una politica (ancora
riformistica, quantomeno nel significato minimo dellespressione) ma più
radicale e “di sinistra”, nel senso tradizionale
del termine. E sarà una competizione chiara e onesta. Ci sono i movimenti, si
potrebbe ancora obiettare, e questi sono parte integrante della democrazia,
quella forma di partecipazione che dà corpo e sangue a un sistema di
rappresentanza elettorale. Senza movimenti, senza una vivace società civile, la
sola rappresentanza elettorale corre sempre il rischio di ridursi a un arido
meccanismo di selezione delle élites e la democrazia, allora, si impoverisce.
Dividendosi tra moderati e radicali, non cè forse il pericolo, per la sinistra, di
tagliare i ponti con i movimenti? Al contrario. Siamo convinti che i rapporti
tra politica rappresentativa e politica di movimento si chiariscano e si
semplifichino: a coloro che partecipano ai movimenti (se si tratta di movimenti che si orientano a sinistra: non
sempre è così) si offre una scelta chiara di contenitori se intendono anche
partecipare alla democrazia rappresentativa, lunica che per ora
conosciamo. E in questa ciò che conta sono i voti che si ricevono, non il numero delle persone che scendono in piazza.
Insomma: coloro che fanno politica di movimento, i pacifisti, i new global, i
girotondini, possono decidere se costruire un proprio partito, possono
iscriversi al (o votare per) il Partito democratico o il partito più radicale
(o altri partiti esistenti). Ma almeno si troveranno di fronte dei programmi
intellegibili. Chi teme che “i movimenti” confluiranno in massa nel partito di
Cofferati (o addirittura in quello di Bertinotti) potrebbe avere delle sorprese;
e comunque, se così avverrà, vorrà solo dire che questi ultimi partiti hanno
fatto unofferta di politica rappresentativa più convincente. Prima di
discutere dellultimo problema vero che i nostri capitani coraggiosi
devono affrontare, sbarazziamoci di due problemi
finti, strettamente collegati. Si sarà notato che abbiamo usato le espressioni
“sinistra moderata” e “centrosinistra” come equivalenti, proprio come abbiamo
considerato equivalenti le espressioni “destra moderata” e “centrodestra”. In
un sistema politico bipolare lo sono di fatto: si riferiscono esattamente alle
stesse politiche, alla stessa visione del mondo. Se fossimo in un paese dove
esiste un sostanziale bipartitismo e un unico grande partito copre (quasi)
interamente larco della sinistra riformista
(Germania, Regno Unito, Spagna), la prima espressione, sinistra moderata,
sarebbe quella propria, quella che i commentatori adotterebbero. In Italia le
cose stanno in modo diverso e definire di sinistra moderata il Partito
democratico potrebbe urtare qualche suscettibilità: se così è, chiamiamolo di
centrosinistra (togliamo almeno il trattino) e finiamola lì. Strettamente
connesso è il secondo problema: a quale raggruppamento del Parlamento europeo
dovrà aderire il Partito democratico? Non neghiamo che si tratti di un
(piccolo) problema che andrà risolto; ma se un disegno politico come quello che
proponiamo si fa frenare da queste difficoltà è meglio neppure cominciare. E
veniamo allultimo (last but not least) problema serio. Finora abbiamo argomentato come se il nostro problema fosse quello di
“vendere” il Partito democratico ai riformisti moderati dei Ds. E invece ovvio che
esiste un problema almeno altrettanto importante, quello di “venderlo” alla
Margherita. Se i riformisti moderati dei Ds
e quelli di Margherita non danno vita, insieme e subito, al Partito
democratico, allora è meglio che ognuno stia a casa propria e noi saremmo i
primi a consigliare ai moderati Ds di rassegnarsi a convivere con i loro
radicali. Loperazione politicamente significativa
non è quella delle scissioni nelle due case (ce ne sarebbero anche in
Margherita, probabilmente, sia a destra, sia a sinistra, verso i radicali di
Cofferati), ma la costruzione immediata del Partito democratico. E questa che
cambierebbe la faccia del
centro-sinistra, che ne farebbe una coalizione politica comprensibile anche a
chi di politica si interessa poco (e sono la gran parte degli elettori), che
gli consentirebbe di combattere con maggiore efficacia contro il centro-destra.
E
questa che si lascerebbe
alle spalle
(
da "Foglio, Il"
del 04-08-2009)
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PD
4 agosto 2009
Dalla Puglia al Lazio D'Alema si muove già da ras del
Pd e impone i suoi uomini a Bersani A Roma doveva
essere candidato Fassina, però l'ex ministro ha cambiato idea. Adesso
Zingaretti e i suoi si ribellano E ormai qualcosa di più di uno sponsor, di un sostenitore o di un
semplice protettore: i segnali che Massimo DAlema si stia trasformando nel regista unico della
candidatura di Pier Luigi Bersani alla segreteria del
Pd sono sempre di più e basta osservare con attenzione che cosa succede in
regioni come
(
da "Riformista, Il"
del 05-08-2009)
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PD
retroscena / verso
il congresso del pd Patto di ex-diccì con Bersani Ecco
la corrente degli Aranci Qualcuno li ha già ribattezzati "i democristiani
per Bersani", anche perché il loro massimo comun
denominatore sono i trascorsi nello scudocrociato che fu. Altri, più
pragmaticamente, preferiscono definirli come la prova vivente che «anche gli
eredi della meglio tradizione del cattolicesimo popolare possono trovarsi più a
loro agio con Pier Luigi che non con Dario». Altri ancora, più semplicemente,
li chiamano «gli Aranci», visto che per il loro primo incontro hanno scelto un
ristorante di via dell'Arancio, nel cuore di Roma. Sia come sia, all'ombra
della mozione Bersani, è nata una nuova area del Pd.
Un qualcosa di molto simile, anche se i diretti interessati preferiscono
prendere le distanze dal termine, a una «corrente organizzata». L'atto fondativo
del terzo rassemblement di ex popolari per Bersani
(dopo quelli di Enrico Letta e Rosy Bindi) è stato
sottoscritto mercoledì scorso, durante la cena carbonara dell'Arancio. I
promotori dell'iniziativa politica sono due pezzi da novanta dell'ex Ppi: il deputato
Nicodemo Oliverio, storico capo della segreteria di Franco Marini, e Luigi
Meduri, già presidente della giunta regionale calabrese e sottosegretario alle
Infrastrutture nel governo Prodi bis. È proprio nella scelta di entrambi di
aderire l'anno scorso all'associazione dalemiana Red che vanno ricercate le
radici della nuova area, nata in segreto la settimana scorsa, che debutterà con
una «grande iniziativa nazionale» a inizio settembre. Per capire il peso che la
nuova corrente potrebbe avere nella geografia politica del Pd post-congresso,
basta dare un'occhiata alla lista dei partecipanti alla cena fondativa.
All'invito di Oliverio e Meduri hanno risposto «presente» Gianfranco Morgando,
che corre per la riconferma alla segreteria regionale del Piemonte; Lino
Duilio, altro popolare doc, che sarà incaricato di scrivere il manifesto della
nuova area; i sardi Salvatore Ladu e Paolo Fadda, entrambi oppositori di Soru
nell'isola. E poi Marco Follini con i suoi fedelissimi Andrea Piraino e Stefano
Graziano, quest'ultimo giovane parlamentare della Campania; l'ormai ex
rutelliano Renzo Lusetti, i consiglieri regionali Enzo Russo (Puglia) e Carlo
Liviantoni (Umbria), quindi Nuccio Cusumano, il senatore che nella passata
legislatura si rifiutò di seguire Mastella sulla strada del tradimento di
Prodi. Non è tutto: tra coloro che guardano con molta attenzione all'inziativa
c'è anche il governatore della Calabria Agazio Loiero, che non ha potuto
partecipare alla cena dell'Arancio per impegni nella sua regione. «Nessuna concorrenza sleale nei confronti di Letta e Bindi», spiegano nel gruppo.
«Anche noi rappresentiamo quei valori con 150 anni di storia di cui ha più
volte parlato Bersani.
Nessuno può dire che siamo in cerca di postazioni di potere: siamo radicati sul
territorio ma, prima di organizzarci, abbiamo aspettato che il puzzle dei
segretari regionali fosse completo», aggiungono. Dicono che la maggior
parte dei popolari che stanno con Franceschini - Beppe Fioroni su tutti - non
abbia gradito l'iniziativa degli Aranci. Franco Marini, invece, ha preferito
posizionarsi sul "né aderire né sabotare". Un modo come un altro per
pronunciare il suo "arrivederci a dopo il congresso"? Chissà... T. L.
05/08/2009
(
da "Corriere della Sera"
del 05-08-2009)
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PD
Corriere della
Sera sezione: Politica data: 05/08/2009 - pag: 12 Dietro le quinte Il nodo del
candidato alle Regionali
(
da "Foglio, Il"
del 05-08-2009)
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PD
4 agosto 2009 Così
scriveva Giuliano Ferrara sul Foglio il 31 ottobre del 2007 Il partito senza
tessere risolve anche la questione morale Dal Foglio del 31 ottobre del 2007
Dove nasce la famosa questione morale, con tutti i suoi equivoci tragici? Nasce
dal carattere separato e burocratico dei partiti di massa che contano sulle
tessere, gli organismi dirigenti, i congressi. Muore, o meglio resta un dominio
riservato ai soli ladri professionali, quando e se nasca un partito dei
cittadini elettori, fondato su una diversa rappresentanza della società. Come
funziona oggi il rapporto tra le potenze sociali ed economiche e i partiti di
vecchio stampo? Funziona così. In nome di un falso primato e di una falsa
autonomia della politica, i partiti sono formalmente espressione di libere
adesioni organizzate, che eleggono i gruppi dirigenti attraverso i congressi.
In realtà sono i dirigenti a eleggere i congressi, in quanto depositari di una
eredità storica che si prolunga nel tempo ed esprime unidentità
ideologica collettiva. La
democrazia interna consente che le idee contino, ma non è un caso se, con tutto
lesercizio
possibile di democrazia interna, alla fine i gruppi dirigenti dei partiti in
Italia sono fatti storici, durano nel tempo oltre ogni credibile limite, e si perpetuano come grandi famiglie dinastiche. I gruppi
dirigenti dei partiti, padroni incontrastati in casa propria, si muovono così
in un circuito parallelo a quello dei soldi, delleconomia, delle
potenze sociali e finanziarie, e dicono che letica e gli interessi procedono su letti distinti come due fiumi
che non si incontrano mai. Poi, al telefono ovvero privatamente, dicono:
abbiamo una banca. Oppure: compagno cooperatore, facci sognare. Nel frattempo i
banchieri, i finanzieri, gli editori, gli industriali, ma anche i cooperatori o
i sindacati, ci raccontano che non fanno politica; e invece fanno politica
scegliendo questo o quel pezzo di gruppo dirigente di partito e cercando di
esercitare influenza al coperto di rispettive autonomie. Magari portando fuori
di tanto in tanto il capino, come ha fatto leditore e
finanziere Carlo De Benedetti quando ha puntato le sue fisches su Veltroni e Rutelli,
dicendo che il Partito democratico avrebbe dovuto averli come leader, e in quel
caso il finanziere-editore avrebbe anche preso la tessera numero 1. Quando non
ci siano più tessere, né numero 1 né numero 2, e la democrazia interna sia
sostituita dalla democrazia esterna, cioè da un regolare processo elettorale
che decide selezionando la classe dirigente da insediare nelle
istituzioni, le cose cambiano.Finalmente i leader politici non saranno
costretti a mentire per la gola, ma a chiedere impegno e soldi per essere
eletti nelle primarie e poi nelle elezioni; finalmente le potenze sociali ed
economiche, dalle coop alle banche ai sindacati alle industrie, dovranno
sborsare quattrini in chiaro, trasparenti e a tutti conosciuti attraverso
appositi registri del fund raising o raccolta di soldi, per influenzare landamento del
processo decisionale e avere una qualche rappresentanza politica di interessi sociali consolidati. Il
modello attuale di relazioni è opaco: chi ha soldi e interessi deve avvicinare
e condizionare riservatamente politici che pretendono di non avere relazioni
incestuose con poteri economici. I giornali si chiedono: chi cè dietro DAlema? chi è nel blocco di potere di Veltroni
o di Prodi? chi appoggia Berlusconi nellestablishment e chi lo avversa? chi sceglie
il personale politico centrista? Con un modello di democrazia esterna, messo
per quanto possibile in chiaro
attraverso lazione di movimenti e lobby e gruppi organizzati di interesse o
di cultura o di valori, che promuovono direttamente la loro rappresentanza
nelle elezioni primarie dove vengono scelti i titolari delle politiche
pubbliche, cioè gli eletti, tutto si
muove in una direzione meno opaca. Il partito degli elettori e degli eletti
pone un primato delle istituzioni e della società, a detrimento di un primato
della politica, nella sua autonomia separata, che storicamente si è sempre
esercitato in segreto. In epoca di ideologie, un segreto maestoso e terribile.
Oggi, un segreto meschino e ridicolo. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
(
da "Avvenire"
del 05-08-2009)
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PD
CRONACA 05-08-2009
La questione morale agita il Pd il caso Il senatore Latorre: non esiste, ci
sono solo indagini Il governatore Vendola precisa: fino a prova contraria non
sono iscritto nel registro degli indagati DA R OMA D ANILO P AOLINI L a
moralità politica in salsa rossa crea ulteriori tensioni all'interno di un
Partito democratico già in piena competizione pre-congressuale.
(
da "Giornale.it, Il"
del 07-08-2009)
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PD
articolo di
venerdì 07 agosto 2009 Il Pd torna nelle mani di D'Alema
l'uomo che vince solo i congressi di Redazione Il vecchio apparato dei Ds si
rivela efficiente mentre in vista di ottobre il partito si sgretola tra liti e
questione morale. Scontro anche nelle regioni È l'estate più triste per il Pd.
Si fanno meno feste, il gruppo dirigente è spaccato a metà, la questione morale
agitata per anni contro gli avversari l'opprime. Ma il male oscuro è questo
clima di disincanto che nessuno riesce a contrastare. Il congresso è partito
stancamente. Cercasi truppe disperatamente. I duellanti del Pd fanno i conti
dei seguaci più fedeli ma si accorgono di essere sempre più soli. Se fino a
settembre non si inventeranno qualcosa di nuovo, il congresso sarà affare per
pochi e le primarie successive saranno un tragico flop. I due candidati
maggiori non tirano. Franceschini ha alle spalle gli insuccessi propri e quelli
di Veltroni. Bersani ha tanti
estimatori ma non solleva entusiasmi. Ignazio Marino, dopo lo scandalo dei
rimborsi spese gonfiati, ha visto crollare il suo appeal. In molte regioni lo
scontro è all'ultimo sangue e rivela crepe negli apparati. A Milano è lite nel
cortile di casa dove il giovane Martina deve fare i conti con il fassiniano
Emanuele Fiano passato con Franceschini come il suo capo. A Genova
l'eurodeputato Sergio Cofferati divide il partito sulla propria candidatura a
segretario regionale. In Puglia si è rotto l'asse Emiliano-D'Alema
con l'ex premier che ha messo in campo l'inventore della Festa della Taranta,
Sergio Blasi, sindaco di Melpignano, per fermare l'ascesa del sindaco di Bari.
In Calabria bisognerà vedere se Marco Minniti, che ha appena tradito D'Alema passando con Franceschini, ne uscirà rafforzato o
indebolito. Il duro braccio di ferro in periferia riguarda alcune centinaia di
persone ma lascia indifferente l'opinione pubblica di sinistra. Fuori del Pd
c'è indifferenza assoluta attorno al destino del partito. Tace il sindacato,
che si prepara a un autunno di licenziamenti e di cassa integrazione e scopre
che il partito di riferimento si balocca con la storia delle escort. Il
collateralismo fra partito e sindacato ha ceduto il passo a quello fra partito
e Repubblica. È estraneo il mondo cooperativo che dal caso Unipol in poi ha
praticamente divorziato dalla sinistra. È sempre più ostile la cosiddetta società
civile che segue con sbalordimento e apprensione lo sviluppo degli scandali
sanitari pugliesi e teme il crollo del mito Vendola. Ma non tutti sono
preoccupati per questa grande fuga degli iscritti e per l'indifferenza del
mondo dei simpatizzanti. L'area che fa capo a D'Alema
è sempre più sicura di sé. L'ammosciamento del veltronismo ha ridato fiato alle
vecchie strutture di partito. Malgrado il tradimento di Fassino e di Minniti, i
vecchi Ds stanno dimostrando una antica efficienza. Neppure questi anni dissennati
sono riusciti a distruggere per intero una organizzazione di partito che non sa
più vincere le elezioni ma può vincere un congresso. Lo scontro più aspro si è
aperto nella componente ex popolare. Una nuova corrente di ex democristiani doc
si è costituita per portare voti a Bersani. Mancano
nomi di primo piano ma è scesa in campo una solida nomenclatura che da Oliviero
Nicodemo in Calabria a Salvatore Ladu e Paolo Fadda in Sardegna è riuscita a
radunare alcune centinaia di personaggi che costituiscono lo zoccolo duro della
corrente di Marini. Tutti voti in meno per Dario Franceschini che ha lanciato
un estremo appello al mondo cattolico per trovare sostenitori. Tuttavia lo
schema strategico del segretario si è notevolmente impoverito. Forte negli uffici
romani ma debole in periferia, Franceschini ha scoperto che
l'appoggio di Veltroni non
è l'arma vincente per il congresso. Lo stesso appoggio di Rutelli e dei rutelliani si sta
rivelando più teorico che pratico e Franceschini ha lanciato un appello all'associazionismo
cattolico per ottenere da quel mondo i consensi che gli mancano. Ma si
trova di fronte a una realtà che non è più quella di prima. Le più importanti
organizzazioni cattoliche, come Comunione e liberazione, guardano a destra e se
devono scegliere in candidato a cui si sentono più vicini pensano a Pierluigi Bersani che con Cl ha costruito un solido rapporto. Poi sul
fronte bersaniano militano due dirigenti ex popolari come Rosy Bindi e Enrico Letta che sono assai più rappresentativi per i cattolici di
sinistra della truppa movimentista dei franceschiniani. La verità è che questo
avvio stentato del congresso del Pd sta seppellendo l'idea di partito su cui si
era fondata sia l'avventura veltroniana sia quella di Franceschini. Il partito
a vocazione maggioritaria è morto da un pezzo. L'evanescenza della leadership
ha fatto crollare il sogno del partito simil-berlusconiano sul fronte del
centrosinistra. Negli ultimi mesi si stanno ricreando le condizioni del partito
a struttura pesante. Nel Nord il divorzio fra il Pd e vasti settori di opinione
pubblica ha seppellito l'idea del partito dei cittadini e dei gazebo. Al Centro
la concorrenza della Lega sta spingendo le vecchie organizzazioni che vengono
da una storia di sinistra a ritrovare gli antichi automatismi di partito. Al
Sud le antiche clientele, assediate da movimenti autonomisti e dalla
concorrenza di Di Pietro e di Casini, stanno cercando di sopravvivere
mettendosi sotto l'ala protettrice di D'Alema. Il
congresso l'ha già vinto lui. Quel che non si capisce è che cosa abbia vinto. ©
IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 07-08-2009)
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articolo di
venerdì 07 agosto 2009 Il Pd torna nelle mani di DAlema: luomo che vince solo i congressi di Peppino Caldarola Il vecchio
apparato dei Ds si rivela efficiente mentre in vista di ottobre il partito si
sgretola tra liti e questione morale. Scontro anche nelle regioni è
lestate più triste per il Pd. Si fanno meno feste, il gruppo dirigente è spaccato a metà, la
questione morale agitata per anni contro gli avversari lopprime. Ma il
male oscuro è questo clima di disincanto che nessuno riesce a contrastare. Il
congresso è partito stancamente. Cercasi truppe disperatamente. I duellanti del Pd fanno i conti dei
seguaci più fedeli ma si accorgono di essere sempre più soli. Se fino a
settembre non si inventeranno qualcosa di nuovo, il congresso sarà affare per
pochi e le primarie successive saranno un tragico flop. I due candidati
maggiori non tirano. Franceschini ha alle spalle gli insuccessi propri e quelli
di Veltroni. Bersani ha tanti
estimatori ma non solleva entusiasmi. Ignazio Marino, dopo lo scandalo dei
rimborsi spese gonfiati, ha visto crollare il suo appeal. In molte regioni lo
scontro è allultimo sangue e rivela crepe negli apparati. A Milano è lite nel
cortile di casa dove il giovane Martina deve fare i conti con il fassiniano
Emanuele Fiano passato con Franceschini come il suo capo. A Genova
leurodeputato Sergio Cofferati
divide il partito sulla propria candidatura a segretario regionale. In Puglia
si è rotto lasse Emiliano-DAlema con lex premier che ha
messo in campo linventore della Festa della Taranta, Sergio Blasi,
sindaco di Melpignano, per fermare lascesa del sindaco
di Bari. In Calabria bisognerà vedere se Marco Minniti, che ha appena tradito
DAlema passando con Franceschini, ne uscirà rafforzato o
indebolito. Il duro braccio di ferro in periferia riguarda alcune centinaia di
persone ma lascia indifferente lopinione pubblica di sinistra. Fuori del Pd cè
indifferenza assoluta attorno al destino del partito. Tace il sindacato, che si
prepara a un autunno di licenziamenti e di cassa integrazione e scopre che il
partito di riferimento si balocca con
la storia delle escort. Il collateralismo fra partito e sindacato ha ceduto il
passo a quello fra partito e Repubblica. è estraneo il mondo cooperativo che
dal caso Unipol in poi ha praticamente divorziato dalla sinistra. è sempre più
ostile la cosiddetta società civile che segue con sbalordimento e apprensione
lo sviluppo degli scandali sanitari pugliesi e teme il crollo del mito Vendola.
Ma non tutti sono preoccupati per questa grande fuga degli iscritti e per lindifferenza del
mondo dei simpatizzanti. Larea che fa capo a
DAlema è sempre più sicura di sé. Lammosciamento del
veltronismo ha ridato fiato alle vecchie strutture di partito. Malgrado il
tradimento di Fassino e di Minniti, i vecchi Ds stanno dimostrando una antica
efficienza. Neppure questi anni dissennati
sono riusciti a distruggere per intero una organizzazione di partito che non sa
più vincere le elezioni ma può vincere un congresso. Lo scontro più aspro si è
aperto nella componente ex popolare. Una nuova corrente di ex democristiani doc
si è costituita per portare voti a Bersani. Mancano
nomi di primo piano ma è scesa in campo una solida nomenclatura che da Oliviero
Nicodemo in Calabria a Salvatore Ladu e Paolo Fadda in Sardegna è riuscita a
radunare alcune centinaia di personaggi che costituiscono lo zoccolo duro della
corrente di Marini. Tutti voti in meno per Dario Franceschini che ha lanciato
un estremo appello al mondo cattolico per trovare sostenitori. Tuttavia lo
schema strategico del segretario si è notevolmente impoverito. Forte negli
uffici romani ma debole in periferia, Franceschini ha scoperto che lappoggio di Veltroni non è larma vincente per
il congresso. Lo stesso appoggio di
Rutelli e dei rutelliani si sta rivelando più teorico
che pratico e Franceschini ha lanciato un appello allassociazionismo
cattolico per ottenere da quel mondo i consensi che gli mancano. Ma si trova di
fronte a una realtà che non è più quella di prima. Le più importanti
organizzazioni cattoliche, come Comunione e liberazione, guardano a destra e se
devono scegliere in candidato a cui
si sentono più vicini pensano a Pierluigi Bersani che
con Cl ha costruito un solido rapporto. Poi sul fronte bersaniano militano due
dirigenti ex popolari come Rosy Bindi e Enrico Letta che
sono assai più rappresentativi per i cattolici di sinistra della truppa
movimentista dei franceschiniani. La verità è che questo avvio stentato del
congresso del Pd sta seppellendo lidea di partito su cui si era fondata sia lavventura
veltroniana sia quella di Franceschini. Il partito a vocazione maggioritaria è morto da un pezzo. Levanescenza della
leadership ha fatto crollare il sogno del partito simil-berlusconiano sul
fronte del centrosinistra. Negli ultimi mesi si stanno ricreando le condizioni
del partito a struttura pesante. Nel
Nord il divorzio fra il Pd e vasti settori di opinione pubblica ha seppellito lidea del partito
dei cittadini e dei gazebo. Al Centro la concorrenza della Lega sta spingendo
le vecchie organizzazioni che vengono da una storia di sinistra a ritrovare gli antichi automatismi di partito. Al Sud le antiche
clientele, assediate da movimenti autonomisti e dalla concorrenza di Di Pietro
e di Casini, stanno cercando di sopravvivere mettendosi sotto lala protettrice di
DAlema. Il congresso lha già vinto lui. Quel che non si capisce è che cosa abbia vinto. © IL
GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Stampa, La"
del 08-08-2009)
Argomenti:
PD
(
da "Tempo, Il"
del 08-08-2009)
Argomenti:
PD
stampa
Franceschini e Bersani rivali ma non tanto diversi Il
commento A pochi mesi dal congresso non si capisce la differenza tra i
candidati Del terzo in gara, Ignazio Marino, inutile parlarne: non ha alcuna
possibilità di farcela segue dalla prima Che sono il segretario uscente Dario
Franceschini, sostenuto dal suo predecessore Walter Veltroni, e l'ex ministro Pier Luigi Bersani, sostenuto da Massimo D'Alema. Del povero Ignazio Marino, il
terzo incomodo spinto in pista dall'ex veltroniano Goffredo Bettini, è inutile
parlare perché le sue possibilità di partecipare alla volata finale, completa
di primarie, appaiono francamente nulle. A parte le simpatie o antipatie
che hanno suscitato direttamente, o che hanno ereditato dai loro principali
sostenitori, né Franceschini né Bersani hanno voluto o
potuto spiegare che cosa intendano fare alla guida del maggiore partito di
opposizione sui problemi reali della loro formazione politica o su quelli del
Paese. Che non sono i problemi della vita privata del presidente del Consiglio,
nonostante gli sforzi che si fanno dalle loro parti per lasciarli al centro del
dibattito politico. Fallita ormai chiaramente l'aspirazione di Veltroni alla cosiddetta vocazione maggioritaria del Pd,
subito contraddetta d'altronde dallo stesso Veltroni
con la decisione infausta di apparentarsi nelle elezioni politiche dell'anno
scorso con Antonio Di Pietro, non si è ancora capito a quali nuove alleanze
aspirino Franceschini e Bersani per avere una sia pur
minima possibilità di contendere la prossima volta la vittoria al centrodestra.
Del quale l'uno e l'altro sognano l'implosione scambiando i raffreddori nella
maggioranza per polmoniti, o peggio ancora. Vogliono aprire più all'Udc, sino a
proporre a Pier Ferdinando Casini di fare il Romano Prodi delle prossime
legislature, o alla sinistra nata dalla ultima scissione della Rifondazione
Comunista, dopo quella che già si consumò undici anni fa? E se pensano di poter
conciliare l'una con l'altra, visto che l'ex rifondarolo Nichi Vendola ha
scoperto in Puglia la possibilità e l'utilità di accordarsi con il partito di
Casini, pur continuando a considerarsi incompatibile sul piano morale con il
senatore casiniano Salvatore Cuffaro, come immaginano di risolvere la partita
con Di Pietro? Al quale il Pd, andandogli a rimorchio sulla strada
dell'antiberlusconismo ma mai abbastanza per accontentarlo, ha ceduto tanti di
quei voti da non poterlo più ripudiare come alleato per ragioni di aritmetica
elettorale. D'altronde, Di Pietro ha già avvertito che proprio grazie ai voti
sottratti al Pd egli intende alzare il prezzo della partecipazione al cartello
che dovesse prendere il posto dell'Unione del 2006, o dell'Ulivo delle elezioni
precedenti. Fra le condizioni già poste dall'ex magistrato vi sono un no grosso
come una casa all'Udc e il riconoscimento della «pari dignità» fra gli alleati.
Che fu la formula adottata dal Psi a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta
per rivendicare, nei rapporti con
(
da "Giornale.it, Il"
del 08-08-2009)
Argomenti:
PD
articolo di sabato
08 agosto 2009 Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni come il Pd di Luca
Telese L'ex folletto comunista che non risparmiava i dirigenti del Pci è stato
fagocitato dal sistema. Sfila per gli Oscar, firma contratti americani e non
«spara» più su nessuno. Una parabola che è anche il simbolo dei democratici
Roma «Robberto!!! Robbèèèrto!!!», e Roberto fu. Adesso Robbèèèrto! torna.
Roberto Benigni, l'ex figlio delle case del popolo, «il piccolo diavolo»
arrivato trionfalmente all'Oscar, benedetto dalla sua madrina Sofia, proprio
quella Loren che gridava il suo nome con cadenza campana, bigliettino
svolazzante e vocali aperte in una indimenticabile notte americana. Adesso
Robbèèèrto! torna alla festa dell'Unità, arruolato nel cartellone per un colpo
d'ala (e di calciomercato) di Lino Paganelli - l'attuale responsabile feste del
partito -, l'ultimo dirigente del Pd che sembra ricordarsi come si facevano le
cose una volta, quando le feste nazionali funzionavano meglio dei programmi
spaziali sovietici. Benigni è stato arruolato, farà spettacolo - non c'è dubbio
-, ma torna da vip, e non da figlio del popolo. Torna sapendo che da quelle
parti non c'è più nessun leader da prendere in braccio, e se per caso solo gli
passasse per la testa di esercitarsi con uno degli attuali contendenti alla
guida del Pd non ci riuscirebbe, perché quelli pesano troppo, il colpo della
strega e i postumi scoliotici sarebbero assicurati. Però, solo l'idea della
comparazione fra gli abbracci di oggi e quelli di ieri, suggerisce paradossi
terrificanti: Berlinguer fu il più corporeamente leggero tra i leader
politicamente più pesanti; i leader della sinistra postcomunista e
postdemocristiana sono tendenzialmente corpulenti, ma politicamente
leggerissimi, i loro nomi tendono al diminutivo, come nel
caso di Franceschini, Fassino e Rutelli. L'abbraccio di Benigni a Enrico Berlinguer, in
quell'indimenticabile festa in cui Walter Veltroni era ancora giovane e magro, immortalato sullo sfondo, fu la
trasfigurazione quasi perfetta di una lezione di Italo Calvino sulla
leggerezza. L'abbraccio a Mastella fu invece la ripetizione farsesca di
un gesto elegante, la fine di un modulo comunicativo, un ritorno malinconico e
crepuscolare. In realtà Benigni vive questa contraddizione: è diventato grande
perché era il cantore di una poetica di partito ed espressione incarnata di un
geniale e irriverente sentimento di comicità toscana che non conosceva limiti
né censure. Tutti ricordiamo i suoi appellativi irriverenti al Papa - il mitico
«Wojtylaccio!» - che un tempo erano sospetti di blasfemia e oggi - grazie alla
distanza di un secolo - ci sembrano affettuosamente apologetici. Benigni è nato
come un folletto comunista e antisistema, ed è diventato una rockstar buonista
e filosistema. Se oggi volesse rigenerarci dovrebbe sparare a palle incatenate
su Ratzinger e sui dirigenti del Pd, sui sindaci democratici che patrocinano le
ronde, sui consiglieri regionali che firmano le mozioni contro i presidi del
Sud, sui rappresentanti del centrosinistra che nel Lazio non sottoscrivono
l'ordine del giorno sull'uso del preservativo. Ma se facesse tutto questo, se
cercasse di restare fedele al Benigni del Papocchio e dell'Altra domenica
dovrebbe rinunciare all'altro Benigni, quello che firma contratti americani (di
nome e di fatto) e che è diventato il beniamino del jet set. In fondo, il
paradosso di Benigni racconta meglio di ogni altro simbolo l'eterna parabola
degli anarchici antisistema che rischiano di essere fagocitati dal sistema.
Ancora dieci anni fa, nel suo lunatico e geniale modo di trasfigurare le cose,
Benigni amava fare irruzione nella politica. Ad esempio quando diceva: «Secondo
me D'Alema e Veltroni sono
comunisti. Io sono stato una volta a mangiare a casa loro. M'hanno detto:
"Vieni Benigni, vieni che ceniamo coi bambini". Sono andato là e ho capito
cosa intendevano. C'era un pentolone enorme, un bollito, mi sono messo a
mangiare, ho preso un piedino io, una cosina, è proprio lo zoccolo duro. Ho
detto: "Guardate che io non mangio più niente", poi - concludeva
Benigni - sono andato a pigliare il digestivo da Fini. Lui si è bevuto due
bicchieri di olio di ricino, due manganellate a testa e ci siamo addormentati».
Divino. Ma adesso? È come se la satira che fiancheggia con affettuosa
irriverenza, quando l'oggetto dell'appartenenza entra in crisi, faticasse a
trovare un nuovo registro. Era lui stesso ad accorgersene: «Certo con la destra
la satira viene meglio perché è naturalmente più dotata per suscitare le
risate. È come i carabinieri. Perché si fanno tante barzellette sui carabinieri
e nessuna sui poliziotti? Comunque mi sforzerò anche di sfottere la sinistra. Veltroni-D'Alema: Kennedy contro
Molotov. Magari regge». Reggeva, almeno finché c'erano loro. Ma adesso che sul
palco ci sono le controfigure dei leader di seconda generazione, tutto si fa
più difficile. Sentiremo quest'anno un Benigni che esercita il suo spirito
amabilmente caustico sulle librerie di Franceschini? Oppure che si prende gioco
della bocciofila di Bersani? Molto, molto più facile -
ovviamente - sarà cesellare qualche stoccata su Papi, e sulle feste a Villa
Certosa. Ma per il grande giullare sarebbe come non scendere in campo, sarebbe
come accontentarsi dell'ovvio. Ma tutti ovviamente ci chiederemmo dov'è finito
il geniaccio che si divertiva a dare questa improbabile definizione del
comunismo: «Il comunismo viene, anche senza Berlinguer. Il comunismo è come
prima di farsi la prima sega: si viene a letto, da sé». Già nel tempo del
centrosinistra le cose si fecero più difficili: «Con l'Ulivo ho un rapporto di
amore-olio». Certo bastava che a Sanremo 2002 Ferrara minacciasse di
contestarlo, che subito Benigni ritornava sulfureo: «Non ho mai avuto paura che
Giuliano mi tirasse le uova. Ero sicuro che le avrebbe mangiate tutte prima di
arrivare a Sanremo. I 50 biglietti che ha prenotato? Erano solo per lui,
altrimenti non c'entrava». Ecco perché speriamo che Benigni a Genova,
nell'interesse del Pd, parli male anche del Pd, perché il nodo è stretto
intorno a questa contraddizione irrisolta. Finché c'è satira c'è speranza.
Quando si smette di essere oggetto di satira, significa che
l'elettroencefalogramma della politica si fa piatto. E allora, purtroppo, non
ci resta che piangere. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123
Milano - P.IVA 05524110961
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da "Giornale.it, Il"
del 08-08-2009)
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PD
articolo di sabato
08 agosto 2009 Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni è una metafora del
Pd di Luca Telese Lex folletto comunista che non risparmiava i dirigenti del Pci è
stato fagocitato dal sistema. Sfila per gli Oscar, firma contratti americani e non "spara" più su nessuno. Una
parabola che è anche il simbolo dei democratici Roma - «Robberto!!!
Robbèèèrto!!!», e Roberto fu. Adesso Robbèèèrto! torna. Roberto Benigni, lex figlio delle
case del popolo, «il piccolo diavolo» arrivato trionfalmente allOscar, benedetto dalla sua madrina Sofia, proprio quella Loren
che gridava il suo nome con cadenza campana, bigliettino svolazzante e vocali
aperte in una indimenticabile notte americana. Adesso Robbèèèrto! torna alla
festa dellUnità, arruolato nel cartellone
per un colpo dala (e di calciomercato) di Lino Paganelli - lattuale
responsabile feste del partito -, lultimo dirigente del Pd che sembra ricordarsi come si facevano le cose una volta,
quando le feste nazionali funzionavano meglio dei programmi spaziali sovietici.
Benigni è stato arruolato, farà spettacolo - non cè dubbio -, ma
torna da vip, e non da figlio del popolo. Torna sapendo che da quelle parti non
cè più nessun leader da prendere in braccio, e se per caso solo gli
passasse per la testa di esercitarsi
con uno degli attuali contendenti alla guida del Pd non ci riuscirebbe, perché
quelli pesano troppo, il colpo della strega e i postumi scoliotici sarebbero
assicurati. Però, solo lidea della comparazione fra gli abbracci di oggi e quelli di ieri, suggerisce paradossi terrificanti:
Berlinguer fu il più corporeamente leggero tra i leader politicamente più
pesanti; i leader della sinistra postcomunista e postdemocristiana sono
tendenzialmente corpulenti, ma politicamente leggerissimi, i loro nomi tendono
al diminutivo, come nel caso di Franceschini, Fassino e Rutelli.
Labbraccio
di Benigni a Enrico Berlinguer, in quellindimenticabile festa in cui
Walter Veltroni era ancora giovane e magro, immortalato sullo
sfondo, fu la trasfigurazione quasi perfetta di una lezione di Italo Calvino
sulla leggerezza. Labbraccio a Mastella fu invece la ripetizione farsesca di un
gesto elegante, la fine di un modulo comunicativo, un ritorno malinconico e
crepuscolare. In realtà Benigni vive questa contraddizione: è diventato grande perché era il cantore di una
poetica di partito ed espressione incarnata di un geniale e irriverente
sentimento di comicità toscana che non conosceva limiti né censure. Tutti
ricordiamo i suoi appellativi irriverenti al Papa - il mitico «Wojtylaccio!» -
che un tempo erano sospetti di blasfemia e oggi - grazie alla distanza di un
secolo - ci sembrano affettuosamente apologetici. Benigni è nato come un
folletto comunista e antisistema, ed è diventato una rockstar buonista e
filosistema. Se oggi volesse rigenerarci dovrebbe sparare a palle incatenate su
Ratzinger e sui dirigenti del Pd, sui sindaci democratici che patrocinano le
ronde, sui consiglieri regionali che firmano le mozioni contro i presidi del
Sud, sui rappresentanti del centrosinistra che nel Lazio non sottoscrivono lordine del giorno
sulluso del preservativo. Ma se facesse tutto questo, se cercasse di
restare fedele al Benigni del Papocchio e dellAltra domenica dovrebbe
rinunciare allaltro Benigni, quello che firma contratti americani (di nome e di fatto) e che è diventato
il beniamino del jet set. In fondo, il paradosso di Benigni racconta meglio di
ogni altro simbolo leterna parabola degli anarchici antisistema che rischiano di
essere fagocitati dal sistema. Ancora dieci anni fa, nel suo lunatico e geniale modo di
trasfigurare le cose, Benigni amava fare irruzione nella politica. Ad esempio
quando diceva: «Secondo me DAlema e Veltroni sono comunisti.
Io sono stato una volta a mangiare a casa loro. Mhanno detto:
“Vieni Benigni, vieni che
ceniamo coi bambini”. Sono andato là e ho capito cosa intendevano. Cera un pentolone
enorme, un bollito, mi sono messo a mangiare, ho preso un piedino io, una
cosina, è proprio lo zoccolo duro. Ho detto: “Guardate che io non mangio più niente”, poi - concludeva Benigni - sono andato a
pigliare il digestivo da Fini. Lui si è bevuto due bicchieri di olio di ricino,
due manganellate a testa e ci siamo addormentati». Divino. Ma adesso? è come se
la satira che fiancheggia con affettuosa irriverenza, quando loggetto
dellappartenenza entra in crisi, faticasse a trovare un nuovo registro.
Era lui stesso ad accorgersene: «Certo con la destra la satira viene meglio
perché è naturalmente più dotata per suscitare le risate. è come i carabinieri.
Perché si fanno tante
barzellette sui carabinieri e nessuna sui poliziotti? Comunque mi sforzerò
anche di sfottere la sinistra. Veltroni-DAlema: Kennedy contro Molotov. Magari regge». Reggeva,
almeno finché cerano loro. Ma adesso che sul palco ci sono le controfigure dei leader di seconda generazione, tutto
si fa più difficile. Sentiremo questanno un Benigni che esercita il suo spirito
amabilmente caustico sulle librerie di Franceschini? Oppure che si prende gioco
della bocciofila di Bersani? Molto, molto più facile - ovviamente - sarà
cesellare qualche stoccata su Papi, e sulle feste a Villa Certosa. Ma per il
grande giullare sarebbe come non scendere in campo, sarebbe come accontentarsi
dellovvio. Ma tutti ovviamente ci chiederemmo dovè finito il
geniaccio che si
divertiva a dare questa improbabile definizione del comunismo: «Il comunismo
viene, anche senza Berlinguer. Il comunismo è come prima di farsi la prima
sega: si viene a letto, da sé». Già nel tempo del centrosinistra le cose si
fecero più difficili: «Con lUlivo ho un rapporto di amore-olio». Certo bastava che a Sanremo
2002 Ferrara minacciasse di contestarlo, che subito Benigni ritornava sulfureo:
«Non ho mai avuto paura che Giuliano mi tirasse le uova. Ero sicuro che le
avrebbe mangiate tutte prima di arrivare a
Sanremo. I 50 biglietti che ha prenotato? Erano solo per lui, altrimenti non centrava». Ecco
perché speriamo che Benigni a Genova, nellinteresse del Pd, parli male
anche del Pd, perché il nodo è stretto intorno a questa contraddizione irrisolta. Finché cè satira cè
speranza. Quando si smette di essere oggetto di satira, significa che
lelettroencefalogramma della politica si fa piatto. E allora, purtroppo,
non ci resta che piangere. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 -
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05524110961
(
da "Manifesto, Il"
del 10-08-2009)
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PD
INTERVISTA Il
leader del Pd guarda al 2010 E il segretario ora apre: ci alleiamo, aspetto
l'Udc Ernesto Milanesi PADOVA In maniche di camicia, con a fianco Andrea Causin
(consigliere regionale veneziano aspirante segretario del Partito democratico
del Veneto). Sorridente e pacato, quanto deciso e netto. Dario Franceschini
parla da leader che non ha intenzione di abdicare. Appena due mesi fa era corso
in piazza dei Signori, con Debora Serracchiani, per sostenere Flavio Zanonato
che rischiava la poltrona al ballottaggio. Confermato sindaco per la quarta
volta, gli ha girato le spalle (con più di mezza giunta) preferendo la
compagnia di Bersani. Franceschini non si scoraggia.
Anzi, rilancia la sfida. «Mi è rimasta sul gozzo la dichiarazione di Berlusconi
quando ho accettato di subentrare a Walter. Diceva: questo è l'ottavo
avversario, tranquilli, arriverà il nono. Aveva proprio ragione. Ecco, mi sono
candidato a restare segretario del Pd proprio perché si deve smettere di avere
un leader di partito o di governo che, dal giorno dopo l'insediamento, viene
triturato da chi pensa a come sostituirlo. È successo con Prodi, Amato, Rutelli, Veltroni...». In pieno agosto nel suo partito non mancano i «futuristi»
concentrati già sul dopo congresso. Perfino Rosi Bindi. Giusto? Mi piacerebbe
tanto che la libera stampa pubblicasse dichiarazioni a confronto. Prima e dopo
che ho deciso di candidarmi alla guida del Pd che va a congresso.
Parlano le stesse persone. Sarebbe davvero simpatico poter leggere quello che
sostenevano durante la campagna elettorale e poi di fronte ai risultati delle
elezioni. E rileggere i virgolettati, alla luce delle tesi che invece
sostengono attualmente. Ma sembra che nessuno abbia voglia di farlo leggere un
simile articolo... È reduce da un confronto con i lavoratori di Portomarghera,
dove già era passato Bersani. Com'è andata?
Naturalmente, abbiamo sostenuto la stessa linea. Ci serve un dibattito
congressuale vero, con molta chiarezza e poca ipocrisia. Ma contemporaneamente
all'esterno dobbiamo parlare la stessa lingua. Non ho nessuna intenzione di
definire quel che faccio per differenza dagli altri. Sono il segretario del
partito che si ricandida. Se qualcuno ha scelto di candidarsi per sostituirmi,
è lui che deve dire cosa non va. Comunque, il Pd da solo non può certo
immaginare di tornare al governo. Dunque? Prima avevamo a che fare con 12
soggetti, adesso i nostri potenziali alleati si chiamano Idv, sinistra radicale
e Udc. Un conto è formare l'alleanza con tre soggetti e un conto combattere con
12. Questo è il frutto della nascita del Pd e di non accettare l'apparentamento
con i partiti del 2%. Una scelta lungimirante di Veltroni.
Resta il nodo dell'alternativa a Berlusconi. Noi vogliamo vincere, quando si
voterà. Le prossime politiche sarebbero nel 2013. E le regionali a marzo 2010,
dopo il nostro congresso. Per vincere costruiremo alleanze. E molto dipenderà
dalla posizione che assume l'Udc. Non torneremo a quelle che avevano preso
corpo non intorno ad un programma vero, ma mettendo insieme tutti contro un
avversario. Nessun ritorno alle coalizioni litigiose, eterogenee e frammentate.
Abbiamo deciso di lasciarcele alle spalle. Intanto, da cosa si può partire? Il
Pd ha un tessuto di amministratori, sindaci, quadri dirigenti maturati nel
territorio. E non si può comparare un partito di oggi con uno di 40 anni fa.
Allora i partiti si occupavano di tutto, perfino dello sport. Oggi la società è
cambiata. Accetto paragoni, se mai, con gli altri partiti attuali. E domando:
c'è un partito del centrodestra che ha radicamento, circoli, presenza nel
territorio, come noi?
(
da "Manifesto, Il"
del 10-08-2009)
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PD
TV PUBBLICA La
difesa dei vertici attuali rovina i piani di D'Alema per
le nomine alla rete e al Tg Franceschini blinda Raitre «A settembre
mobilitazione allargata contro gli attacchi di Berlusconi» Micaela Bongi
Annuncia «una grande mobilitazione nazionale» il segretario del Pd Dario
Franceschini, questa volta aggiungendo al «se Berlusconi continua così»
pronunciato venerdì - dopo l'ennesimo attacco del premier all'informazione - un
«penso che lo farà». Si associa Ignazio Marino, anche lui candidato al
congresso di ottobre, chiedendo che chiunque diventi segretario metta al primo
posto la battaglia sul conflitto d'interessi e pure la denuncia
dell'occupazione berlusconiana della Rai «rinunciando a qualunque posto e
diffidando chiunque a definirsi nominato in quota Pd finché perdura questo
stato di cose». E ancora, condivide la necessità di «tutte le iniziative utili
a una più forte presa di coscienza dell'opinione pubblica» Pierluigi Bersani, sfidante di Franceschini, mozione 1. I democratici
all'unisono si dicono insomma pronti (o quasi: se ne parlerà dopo l'estate) a
una manifestazione con tutti i partiti dell'opposizione e la società civile
contro le intimidazioni del Cavaliere, lo «stravolgimento dei principi di
democrazia e libertà», dice ancora Franceschini sul sito di Articolo21,
l'assuefazione. E sono in sintonia anche con l'Italia dei valori, che a sua
volta lancia per settembre «una grande manifestazione unitaria», perché,
sostiene il capogruppo alla camera Massimo Donadi, «il tempo delle lottizazioni
e della divisione deve cedere il passo a quello della difesa della libertà di
stampa». Sfumature, tra gli esponenti dell'opposizione e dello stesso Pd pronti
alla piazza, ma anche qualcosa di più. Certo, sentire Maurizio Gasparri che
denuncia come le nomine a Raitre e Tg3 siano subordinate all'andamento del
congresso del Pd, nonché sostenere che è il Pdl a tutelare l'autonomia del
servizio pubblico, fa ridere, anzi piangere. Ma è vero che da tempo il terzo
canale Rai è oggetto di un braccio di ferro tra i democratici, vinto
temporaneamente da Franceschini, che ha ottenuto che gli attuali direttori
restassero al loro posto al momento. E l'attacco a testa bassa di Silvio
Berlusconi proprio contro la testata diretta da Antonio Di Bella, ma più volte
esteso anche alla rete guidata da Paolo Ruffini, potrebbe rendere più difficile
il tentativo di chi, nel Pd, Massimo D'Alema in testa, sponsor di Bersani, punta a cambiare le carte in
tavola ritenendo che le postazioni del Pd nel servizio pubblico siano troppo
sbilanciate verso gli ex popolari. L'ipotesi era dunque quella di spostare Di
Bella alla rete promuovendo Bianca Berlinguer alla guida della testata.
Certo, in questo caso non si potrebbe parlare di una berlusconizzazione del 3.
Ma se prima del congresso davvero tutta l'opposizione manifesterà contro gli
assalti del premier - che appunto ha nel mirino anche Ruffini - dopo potrebbe
essere più imbarazzante riaprire il fuoco amico. Anche perché il presidente e i
consiglieri Rai indicati dal Pd finora hanno blindato Ruffini. mentre D'Alema avrebbe provato a trattare direttamente con il
direttore generale Mauro Masi. Non sarà un caso che ieri nella sua intervista a
Articolo 21 Franceschini ripeteva che «durante la legislatura 1996-2001 sul
conflitto di interessi si fece un errore tragico. L'ho riconosciuto
pubblicamente e su questo tema mi sono assunto anche responsabilità di chi
c'era prima di me» (anche dell'allora vicepremier Veltroni?).
Comunque il segretario insiste e in serata anche sul Tg1 diretto da Augusto
Minzolini (che proprio ieri ha ottenuto la fiducia della redazione con 101 voti
a favore, 50 contrari e 12 schede bianche) lancia la mobilitazione di
settembre. Dopo l'attacco di Berlusconi, il direttore Di Bella non commenta, ma
interviene il comitato di redazione della testata, insieme all'Usigrai,
respingendo le «inaccettabili minacce» del premier. Al quale i giornalisti
rispondono anche con i numeri: «Negli ultimi mesi gli ascolti di un Tg3 senza
bavagli sono cresciuti dal 15,34% al 17-18, con punte del 20. E sono queste
centinaia di migliaia di persone in più che seguono il nostro giornale il vero
obiettivo di Berlusconi. E' a queste persone che il capo del governo vuole
spegnere la tv». Foto: IL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO DARIO FRANCESCHINI
/FOTO REUTERS