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PRIVILEGIA NE IRROGANTO     di  Mauro Novelli         

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DOSSIER “PD A CONGRESSO”

 

 

 

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TUTTI I DOSSIER


 

Report "PD"  2-10 agosto 2009


Indice degli articoli

Sezione: PD Congresso

Morassut, Argentin e Mazzoli Ecco la sfida per la guida del partito ( da "Tempo, Il" del 02-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: urbanistica nelle giunte Veltroni, è il candidato della mozione Franceschini. Ignazio Marino ha invece puntato su una donna, Ileana Argentin, deputata e delegata alle politiche dell'handicap nelle giunte Rutelli e Veltroni. Per la mozione Bersani l'ha spuntata il presidente della Provincia di Viterbo, Alessandro Mazzoli sull'economista Stefano Fassina.

La sfida Il congresso dei separati in casa ( da "Giornale.it, Il" del 02-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Rosy Bindi e Enrico Letta con Bersani, Piero Fassino e Marco Minniti con Franceschini. Ma il traversalismo si ferma a pochi nomi, la divisione resta netta, il partito unico è ancora la somma di almeno due partiti che non riescono a fondersi e che ogni volta che sono sul punto di prendere decisioni comuni scoprono di essere più divisi che mai.

L'inchiesta Le scosse ?... ( da "Giornale.it, Il" del 02-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Altrimenti, potrebbe essere giocata la carta del giovane «moderato» Francesco Boccia, legato all?area di Enrico Letta, che nella partita nazionale gioca con D?Alema e Bersani. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

un partito di latta e di governo - mimmo carratelli ( da "Repubblica, La" del 03-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: D´Alema e Veltroni. Banane e lamponi. L´orologio batte l´una, il partito non s´incolla, nasce un nuovo tira e molla, dimmi tu se questa è vita. Non capisco che succede, ma mi dicono abbi fede. Guardo un po´ in televisione, sono tutti per l´unione, ma si spaccano di fatto, un bel patto e un contropatto.

Appello per il Partito democratico ( da "Foglio, Il" del 03-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: per segretario Romano Prodi e dove siedono in direzione Francesco Rutelli accanto a Piero Fassino, a Enrico Boselli, a Pierluigi Castagnetti, ad Arturo Parisi (e Walter Veltroni? Era stato uno dei primi a parlare di Partito democratico, si decida); dove siede Lapo Pistelli accanto a Claudia Mancina, Roberto Villetti accanto a Franco Monaco, Rosa Jervolino accanto a Nicola Rossi,

D'Alema si muove già da ras del Pd e impone i suoi uomini a Bersani ( da "Foglio, Il" del 04-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: settimane fa nel quartier generale di Bersani, di fronte a tutti i più importanti membri della mozione (Rosy Bindi, Enrico Letta, Filippo Penati, Pier Luigi Bersani e Massimo D?Alema) è successo quanto segue. In accordo con il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, Bersani aveva proposto di candidare alla segreteria del Pd laziale uno dei suoi più stretti collaboratori:

Patto di ex-diccì con Bersani Ecco la corrente degli Aranci ( da "Riformista, Il" del 05-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Nessuna concorrenza sleale nei confronti di Letta e Bindi», spiegano nel gruppo. «Anche noi rappresentiamo quei valori con 150 anni di storia di cui ha più volte parlato Bersani. Nessuno può dire che siamo in cerca di postazioni di potere: siamo radicati sul territorio ma, prima di organizzarci, abbiamo aspettato che il puzzle dei segretari regionali fosse completo»

La Puglia della sfida nel Pd La successione a Vendola e i contatti D'Alema-Udc ( da "Corriere della Sera" del 05-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: mentre il braccio destro di D'Alema, Nicola Latorre, l'ha subito avversata. La tensione è talmente alta che appena Latorre ha detto che in Puglia non esiste una questione morale, il fedelissimo dei fedelissimi di Veltroni, Walter Verini, gli si è scagliato addosso: «La questione morale esiste eccome, ed è grave che il senatore Latorre la neghi».

Il partito senza tessere risolve anche la questione morale ( da "Foglio, Il" del 05-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Veltroni e Rutelli, dicendo che il Partito democratico avrebbe dovuto averli come leader, e in quel caso il finanziere-editore avrebbe anche preso la tessera numero 1. Quando non ci siano più tessere, né numero 1 né numero 2, e la democrazia interna sia sostituita dalla democrazia esterna, cioè da un regolare processo elettorale che decide selezionando la classe dirigente da insediare

La questione morale agita il Pd ( da "Avvenire" del 05-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: da sempre feudo elettorale di D'Alema, e ha accusato «tutta la nomenclatura» del partito «di stare con Franceschini ». Al contrario, ha aggiunto, i candidati regionali di Pierluigi Bersani, appoggiato nella corsa alla segreteria del Pd da D'Alema, «vengono dalle nuove generazioni e comunque non hanno altri incarichi».

Il Pd torna nelle mani di D'Alema l'uomo che vince solo i congressi ( da "Giornale.it, Il" del 07-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Franceschini ha scoperto che l'appoggio di Veltroni non è l'arma vincente per il congresso. Lo stesso appoggio di Rutelli e dei rutelliani si sta rivelando più teorico che pratico e Franceschini ha lanciato un appello all'associazionismo cattolico per ottenere da quel mondo i consensi che gli mancano.

Il Pd torna nelle mani di D'Alema: l'uomo che vince solo i congressi ( da "Giornale.it, Il" del 07-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: appoggio di Veltroni non è l?arma vincente per il congresso. Lo stesso appoggio di Rutelli e dei rutelliani si sta rivelando più teorico che pratico e Franceschini ha lanciato un appello all?associazionismo cattolico per ottenere da quel mondo i consensi che gli mancano.

Per spartirsi RaiTre il Pd aspetta il congresso ( da "Stampa, La" del 08-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: è Veltroni. Quando ancora era segretario Walter confida: «Bianca? Quando sarà il momento, la appoggerò...». Ma Veltroni cade e a promuovere Bianca ci pensa l'altro, D'Alema, in cerca di un'icona che dimostri che anche lui conta in Rai. La consuetudine con l'attuale direttore generale - Masi è stato per due anni capo di gabinetto del D'

Franceschini e Bersani rivali ma non tanto diversi ( da "Tempo, Il" del 08-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: sostenuto dal suo predecessore Walter Veltroni, e l'ex ministro Pier Luigi Bersani, sostenuto da Massimo D'Alema. Del povero Ignazio Marino, il terzo incomodo spinto in pista dall'ex veltroniano Goffredo Bettini, è inutile parlare perché le sue possibilità di partecipare alla volata finale, completa di primarie, appaiono francamente nulle.

Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni come il Pd ( da "Giornale.it, Il" del 08-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: i loro nomi tendono al diminutivo, come nel caso di Franceschini, Fassino e Rutelli. L'abbraccio di Benigni a Enrico Berlinguer, in quell'indimenticabile festa in cui Walter Veltroni era ancora giovane e magro, immortalato sullo sfondo, fu la trasfigurazione quasi perfetta di una lezione di Italo Calvino sulla leggerezza.

Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni è una metafora del Pd ( da "Giornale.it, Il" del 08-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: i loro nomi tendono al diminutivo, come nel caso di Franceschini, Fassino e Rutelli. L?abbraccio di Benigni a Enrico Berlinguer, in quell?indimenticabile festa in cui Walter Veltroni era ancora giovane e magro, immortalato sullo sfondo, fu la trasfigurazione quasi perfetta di una lezione di Italo Calvino sulla leggerezza.

E il segretario ora apre: ci alleiamo, aspetto l'Udc ( da "Manifesto, Il" del 10-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Rutelli, Veltroni...». In pieno agosto nel suo partito non mancano i «futuristi» concentrati già sul dopo congresso. Perfino Rosi Bindi. Giusto? Mi piacerebbe tanto che la libera stampa pubblicasse dichiarazioni a confronto. Prima e dopo che ho deciso di candidarmi alla guida del Pd che va a congresso.

Franceschini blinda Raitre ( da "Manifesto, Il" del 10-08-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Massimo D'Alema in testa, sponsor di Bersani, punta a cambiare le carte in tavola ritenendo che le postazioni del Pd nel servizio pubblico siano troppo sbilanciate verso gli ex popolari. L'ipotesi era dunque quella di spostare Di Bella alla rete promuovendo Bianca Berlinguer alla guida della testata.


Articoli

Articoli della sezione: PD Congresso

Morassut, Argentin e Mazzoli Ecco la sfida per la guida del partito (sezione: PD Congresso)

( da "Tempo, Il" del 02-08-2009)

Argomenti: PD

stampa Pd Lazio Morassut, Argentin e Mazzoli Ecco la sfida per la guida del partito La Commissione per il Congresso regionale del Lazio del Partito Democratico si è riunita, ieri per verificare i requisiti delle candidature alla segreteria regionale ed ha ammesso all' unanimità, i candidati Roberto Morassut, 45 anni, Ileana Argentin, 46 anni, e Alessandro Mazzoli, 37 anni. Roberto Morassut, già segretario regionale e assessore all'urbanistica nelle giunte Veltroni, è il candidato della mozione Franceschini. Ignazio Marino ha invece puntato su una donna, Ileana Argentin, deputata e delegata alle politiche dell'handicap nelle giunte Rutelli e Veltroni. Per la mozione Bersani l'ha spuntata il presidente della Provincia di Viterbo, Alessandro Mazzoli sull'economista Stefano Fassina.

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La sfida Il congresso dei separati in casa (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 02-08-2009)

Argomenti: PD

articolo di domenica 02 agosto 2009 La sfida Il congresso dei separati in casa di Peppino Caldarola È il congresso dei separati in casa. Da una parte quasi tutti gli ex diessini, dall'altra quasi tutti gli ex popolari e i rutelliani. Ciascuno dei due campi vanta personaggi di altra storia. Rosy Bindi e Enrico Letta con Bersani, Piero Fassino e Marco Minniti con Franceschini. Ma il traversalismo si ferma a pochi nomi, la divisione resta netta, il partito unico è ancora la somma di almeno due partiti che non riescono a fondersi e che ogni volta che sono sul punto di prendere decisioni comuni scoprono di essere più divisi che mai. Innanzitutto si sono moltiplicate le sedi in cui vivono gli stati maggiori. Dario Franceschini domina il suo staff da piazza del Nazareno, già sede della Margherita, mentre Bersani ha insediato il suo ponte di comando accanto alla vecchia sede dell'Ulivo a piazza Santi Apostoli, dove peraltro sopravvive una enclave prodiana. I vecchi Ds, invece, mantengono a via Palermo non solo una rappresentanza giuridica della vecchia ditta ma anche tutti i dipendenti che il nuovo Pd non ha voluto assorbire. Poi ci sono le fondazioni, in primis quella di D'Alema a piazza Farnese. Il moltiplicarsi dei centri di decisione e di studio sarebbe una risorsa se il partito riuscisse a tenere assieme almeno alcune funzioni fondamentali e funzionasse come un organismo unitario. Invece prevale il sospetto che ogni sede sia una fonte di autonoma iniziativa politica. Per Franceschini e gli ex popolari tutto dipende dal fatto che gli ex Ds non si vogliono sciogliere e, a prova di ciò, lamentano che gli ex comunisti non hanno voluto conferire il loro patrimonio nel nuovo partito. È un atto d'accusa che segue quello che fece a suo tempo Walter Veltroni e che ha ripetuto il tesoriere del Pd Mauro Agostini. Gli ex Ds neppure accettano di discutere l'argomento e alle lamentele dei nuovi fratelli oppongono un indignato silenzio. In effetti il patrimonio diessino è cospicuo. Ci sono 2.399 immobili sparsi per tutta Italia oltre alle 400 opere d'arte - si parla di Vespiniani, Guttuso, Schifani e altri - che sono state regalate al partito dal dopoguerra fino agli anni scorsi. Il tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, uomo brusco e di poche parole, non vuole neppure affrontare l'argomento con i suoi colleghi della Margherita e del Pd. «Il tesoretto - questa è la spiegazione - serve a ripianare un debito del vecchio partito che ammonta a 160 milioni di euro oltre che a garantire gli stipendi ai funzionari che il Pd non ha voluto assumere». Se i debiti restano a noi, dice Sposetti, a noi resta il «tesoretto» che è stato spartito in 60 fondazioni che lo amministrano. Se c'è una trincea su cui Sposetti può morire è quella del rifiuto di conferire questi beni accumulati negli anni al nuovo partito e affidarli alla dissipazione dei suoi dirigenti piddini con i loro inutili meeting e le televisioni. Franceschini ha provato a fare la voce grossa ma non riuscirà a spuntarla. In verità chi conosce Sposetti sa per certo che nel caso vincesse il congresso Franceschini l'argomento sarebbe chiuso per sempre, ma anche di fronte al segretario Bersani l'ex tesoriere dei Ds resisterebbe a brutto muso. «Siamo in regime di separazione dei beni», sospira Sposetti, ma forse la ragione è un'altra ed è che nessuno crede che i due partiti diventeranno mai un solo partito e che non è saggio mettere a repentaglio un tal patrimonio per una convivenza destinata a non durare o ad essere molto travagliata. L'esistenza di due partiti che si combattono fra di loro senza tregua è portata alla luce anche dalla vicenda della Rai. Ormai il ciclo delle nomine è stato quasi completato. Manca una sola casella con due posti: Rai Tre. Il Pd dopo aver tanto tuonato contro la lottizzazione delle altre reti non riesce a trovare una lottizzazione che soddisfi le sue diverse anime e soprattutto quella margheritica e quella diessina. I candidati sono tre. Sono in corsa Bianca Berlinguer per il Tg3 e Antonio Di Bella e Paolo Ruffini per la Rete. Il problema nasce perché Ruffini è un democristiano di antico conio che non vuole lasciare la rete e che ha ricevuto da Franceschini e dai suoi la promessa di essere riconfermato, mentre Bianca Berlinguer dovrebbe competere con lo stesso Di Bella per la guida del Tg in quota Ds e in particolare in quota dalemiana. I due schieramenti piddini contrapposti non si stanno fronteggiando in furiose riunioni di partito ma ciascuno dei due affida alla trattativa diretta con il direttore generale Masi le sorti del proprio candidato. Rai Tre è diventato, quindi, il luogo della battaglia più dura fra le due anime del Pd. I più esperti dicono che l'unica via d'uscita è rinviare ogni decisione al dopo congresso. Sarà il vincitore dell'assise a impadronirsi della poltrona televisiva più ambita ovvero potrà scambiarla con un patto di potere con lo sconfitto. Se le cose stanno così la celebrazione del congresso rischia di essere una formalità senza senso. In un partito così balcanizzato sarebbe meglio affidare a rotazione la presidenza a uno dei soci fondatori e mantenere le distinzioni originarie. Così almeno il patrimonio e il Tg avrebbero una destinazione tranquilla. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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L'inchiesta Le scosse ?... (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 02-08-2009)

Argomenti: PD

articolo di domenica 02 agosto 2009 Bari, ora le "scosse" fanno tremare DAlema di Laura Cesaretti Sanitopoli rossa. Le indagini pugliesi diventano un'arma nelle mani dei seguaci di Franceschini. L'obiettivo è la guida della regione e l'indebolimento del sistema di potere del lìder maximo. E fra i democratici è ormai battaglia campale su tutto Dalla ridotta di RaiTre, dove lo scontro interno al Pd paralizza le nomine, alla Puglia martoriata dalle inchieste è tutto un campo di battaglia, dentro al principale partito di opposizione. E per la prima volta la battaglia non è solo cruenta ma anche esplicita. Incredibile ma vero, le due squadre in campo - quella di Bersani e quella di Franceschini, l’outsider Marino se ne guarda bene - stanno commissionando persino sondaggi per conoscere il proprio posizionamento congressuale. E ieri dal quartier generale di Franceschini lasciavano trapelare indiscrezioni velenose: «Dario è in vantaggio in tutto il centro-nord, comprese le regioni rosse. Al Sud, dove il voto è molto meno libero, è in testa Bersani». Ora sta scendendo in campo anche l’esercito dei candidati segretari regionali, che verranno votati in abbinamento ai candidati nazionali, e i focolai di scontro si estendono a tutta la penisola: i supporter di Bersani attaccano i nomi proposti da Franceschini perché non rispettano la regola della incompatibilità tra cariche elettive e politiche: «Sarebbero segretari del weekend», tuona il dalemiano Gianni Pittella, «Dario ha candidato ben sei parlamentari italiani ed europei che non avranno il tempo di occuparsi di radicare il partito nel territorio». Tra i parlamentari-candidati, per la mozione Franceschini, spiccano i nomi di Cofferati (in Liguria), di Damiano (Piemonte), Serracchiani (Friuli) e Morassut (Lazio). Gli avversari rispondono a muso duro: «Se qualcuno pensa di aiutare il partito radicalizzando lo scontro trasmette solo un pericoloso messaggio di divisione e crea le premesse per l’insuccesso alle regionali», dice l’ex ppi Merlo. E la fassiniana Sereni, schierata con Franceschini, insinua: «Evidentemente la qualità dei nostri candidati preoccupa Bersani». In Puglia, crocevia di molte e diverse partite per il Pd, la situazione è particolarmente complicata. La partita giudiziaria è soltanto iniziata, e nessuno si sente di escludere ulteriori sviluppi. E il sistema di potere dalemiano, che è quello che conta nel tacco d’Italia, non dorme sonni tranquilli. Ma intanto ha dichiarato guerra al sindaco appena rieletto di Bari, Michele Emiliano, che proprio D’Alema aveva fatto debuttare in politica. «è un pericoloso giustizialista, e si è messo in testa di usare la Puglia per lanciare un’Opa sul Pd nazionale. Magari passando per le regionali dell’anno prossimo: adesso appoggia Vendola, ma all’ultimo potrebbe scendere in campo lui», spiegano i nemici. Che non escludono il sospetto che ci sia lo «zampino» del sindaco ex-magistrato nella tempesta giudiziaria. Emiliano, con l’appoggio di Fassino, Franceschini e Marino, si era proposto come segretario «unitario» per il Pd regionale. I dalemiani lo hanno stoppato, e il leader in persona è sceso in Puglia per tirare fuori il suo coniglio dal cilindro: la candidatura di Sergio Blasi, segretario provinciale leccese e sindaco di Melpignano, ideatore della famosa «notte della Taranta», politico «estraneo» all’establishment, come lo stesso D’Alema ha tenuto a sottolineare, ma molto popolare. E capace di insidiare l’appeal di Emiliano. Ma è la guida della Regione la vera posta in gioco: tra un anno si vota, Franceschini ed Emiliano sostengono l’uscente Nichi Vendola. Ma D’Alema sulla Puglia ha chiuso un accordo con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, che del presidente ex Rifondazione e gay dichiarato non vuol sentir parlare. La speranza di Casini e D’Alema è di poter candidare Adriana Poli Bortone, ex sindaco di Lecce e di An, corteggiata però anche dal Pdl. Altrimenti, potrebbe essere giocata la carta del giovane «moderato» Francesco Boccia, legato all’area di Enrico Letta, che nella partita nazionale gioca con DAlema e Bersani. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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un partito di latta e di governo - mimmo carratelli (sezione: PD Congresso)

( da "Repubblica, La" del 03-08-2009)

Argomenti: PD

Pagina III - Napoli Un partito di latta e di governo MIMMO CARRATELLI Canta Gianni Morandi. Alema e Veltroni. Banane e lamponi. L´orologio batte l´una, il partito non s´incolla, nasce un nuovo tira e molla, dimmi tu se questa è vita. Non capisco che succede, ma mi dicono abbi fede. Guardo un po´ in televisione, sono tutti per l´unione, ma si spaccano di fatto, un bel patto e un contropatto. L´unità va sotto i tacchi, finiremo come i tracchi. è che sono un po´ confuso, incazzato e metto il muso. Quante anime ha il partito, voto sempre, son pentito. Banane e lamponi. Franceschini e Bersani. Chi mi dice credi a me, poi diventano anche tre. Col chirurgo di Milano altra mano, taglio corto, c´è il tressette, dov´è il morto? Son di Napoli e vaneggio, qui succede anche di peggio. Ma Iannuzzi si ritira. Bassolino a cosa mira? Enzoamendola ci sta, sono qui per l´unità. Tutti insieme che emozione, annulliamo ogni fazione, è un corale battimani, sotto il segno di Bersani. Se è poi vero per davvero. L´illusione dura poco. Franceschini entra nel gioco. C´è l´Impegno di Leonardo, arrivato un po´ in ritardo. Franceschini è soddisfatto, ci spacchiamo, bel traguardo. Si discute, ci si incontra, si va a pranzo al ristorante, chi va a cena con D´Alema, chi risparmia sui panini, chi protesta, è Franceschini. Sale alta la tensione, tra passato e innovazione sede prossima il Frullone. C´è Sommese Salvatore. Chi si salva non si sa. Alto là e chi va là, va in frantumi l´unità, scende in campo anche Vittoria, osanniamo alla baldoria. Tre scimmiette sul comò. Sul partito ch´è un trabiccolo ci vorrebbe almeno Piccolo. Paladini eccoli là, son di latta e di governo, s´ode pure la Picierno. Maledetto sia quel dì, quando entrai nel piddì. Si diverte il Cavaliere ca nun chiagne e fotte assai. Nuie facimme solo guai. Siam divisi, avversari di noi stessi, fratricidi e un po´ minchioni. Banane e lamponi.

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Appello per il Partito democratico (sezione: PD Congresso)

( da "Foglio, Il" del 03-08-2009)

Argomenti: PD

3 agosto 2009 Così scriveva Michele Salvati sul Foglio il 10 aprile del 2003 Appello per il Partito democratico I riformisti con i riformisti. Il coraggio di dividersi Dal Foglio del 10 aprile 2003: "Con questi leader non vinceremo mai”. Chi gridò questa frase a Fassino e Rutelli è Nanni Moretti, lo stesso che poco prima aveva implorato DAlema: “Massimo, di’ qualcosa di sinistra”. Per l’implorazione è stato accontentato, non da D’Alema, ma da Sergio Cofferati. La prima affermazione risuona ancora per l’aria: il popolo dell’Ulivo è sempre in attesa di un atto di coraggio da parte dei suoi politici, di una riorganizzazione del centro-sinistra che sia in grado di prevalere sul centro-destra. Atti di coraggio, riorganizzazioni parziali, ci sono stati. La presidenza di Aprile a Sergio Cofferati è recentissima e il disegno è chiaro: mettere insieme secondo una prospettiva di “riformismo radicale” un pezzo importante della coalizione di centro-sinistra. Un pezzo col quale si può essere in disaccordo, ma che non si può cancellare o mortificare. Un pezzo che la storia italiana del secolo scorso ha consegnato al nuovo millennio, che è indispensabile alla coalizione e che richiede a gran voce una identità politica autonoma. L’iniziativa di Cofferati è sicuramente uno strappo, una minaccia alla coesione interna dei Ds; ma essa deve essere apprezzata soprattutto nel suo significato di riassetto comprensibile del centro-sinistra, mirando a riunire l’intero popolo della sinistra radicale, ora diviso tra un partito internamente eterogeneo, partitini e movimenti. E a riunirlo in una prospettiva “riformista”, almeno nel senso, limitato ma importante, di prospettiva di governo e di lealtà alla coalizione: Cofferati non è Bertinotti. Come atto di coraggio, ancor più meritoria è stata la decisione del Partito popolare di sciogliersi nella Margherita: un partito storico, una grande tradizione politica, una cultura profonda si sono messi in gioco per confluire in un contenitore di cui il nome stesso indica la provvisorietà, l’essere stato pensato come prima tappa di un partito che dovrà raccogliere tutte le tradizioni riformistiche moderate del nostro paese. Manca ancora l’atto di coraggio finale e questo chiama in causa soprattutto, ma non soltanto, i Ds. I Ds sono l’epicentro della crisi. Il partito comunista è stato un partito con una grande forza organizzativa, con una identità spiccata e con una separatezza quasi comunitaria rispetto al resto della società civile e politica, la famosa “diversità” di cui parlava Enrico Berlinguer. E questo straordinario patrimonio era innervato da una cultura e da una ideologia che richiedevano un cambiamento profondissimo – dal comunismo al socialismo democratico e liberale – per potersi adattare con successo alla situazione politica del “dopo-muro”. La scissione del ’91, non seguita da un lavoro serio di chiarimento, ha lasciato nei Ds due soggetti che coesistono faticosamente: i due soggetti che, grosso modo, si sono contati nelle due mozioni principali del congresso di Pesaro. Queste sono affermazioni tagliate con l’accetta, ma basta l’accetta per sbozzare il problema: che le ragioni per stare insieme, come quelle dei separati in casa, sono in buona misura di natura opportunistica, di convenienza più che di principio. Quando finisce l’amore, come tra coniugi separati, c’è sempre una storia comune, una consuetudine alla convivenza, e può rimanere molto affetto: ma ognuno in casa propria potrebbe anche essere una scelta migliore. Lo dimostrano i riti di partito che ancora si celebrano: nella conferenza programmatica di Milano è stato presentato un programma che, per tenere insieme opinioni tanto distanti, dice molto poco e raramente sceglie con chiarezza tra opzioni diverse; un programma che poteva forse avere un senso quando il Pci era un partito (auto)costretto a una opposizione permanente, ma non ne ha alcuno per un partito, i Ds, che è reduce da una esperienza di governo durata cinque anni e vuole ripeterla. Perché diciamo che i Ds sono l’epicentro della crisi, delle difficoltà maggiori dell’Ulivo? Perché l’unione apparente dei separati in casa ostacola la formazione dell’unico soggetto politico che potrebbe, in alleanza con altri, contribuire in modo determinante alla sconfitta del centro-destra. E’ stato notato tante volte che la debolezza strutturale della coalizione di centro-sinistra dipende dall’assenza di un forte partito di sinistra moderata (o di centrosinistra, senza trattino: è la stessa cosa) che competa ad armi pari con Forza Italia nella caccia all’elettore mediano. Forza Italia ha ovviamente le armi che le danno i quattrini e le televisioni di Berlusconi, e bisognerà eliminarle. Ma anche senza di esse, Forza Italia si troverebbe nella situazione privilegiata, da un punto di vista elettorale, di essere il più forte partito della sua coalizione, nonché di essere percepito dagli elettori come un partito di destra moderata (o di centrodestra, se si preferisce); ovvero, se non consideriamo i partitini di origine democristiana, come il partito della coalizione di centro-destra più spostato verso il centro. Anche dopo la formazione della Margherita, così non è per il centro-sinistra, dove il partito più forte rimangono i Ds, percepiti dall’elettorato come un partito di sinistra, e per di più di origine comunista. Le soluzioni al problema sono solo tre, ci sembra: (a) Margherita cresce rapidamente a spese dei Ds e conquista l’egemonia sulla coalizione; (b) i separati in casa si dividono, i riformisti radicali confluiscono in un soggetto politico che raccoglie, sotto la direzione di Cofferati, anche gran parte delle forze di sinistra disperse tra partitini e movimenti, e i riformisti moderati confluiscono con Margherita in un nuovo partito di centrosinistra (o sinistra moderata); (c) i Ds nel loro insieme confluiscono con Margherita nel partito di cui abbiamo detto e diremo meglio in seguito. Per ora chiamiamolo Partito democratico. La prima soluzione, (a), è possibile ma lenta, destinata a protrarsi tra recriminazioni, competizione accanita e polemiche per un tempo non prevedibile: nel tempo prevedibile continuerebbe la situazione attuale, quella in cui non si riesce neppure a convocare una riunione dello stato maggiore dell’Ulivo. La seconda e la terza sono difficili e rischiose, ma contengono in se stesse, se ben gestite, una straordinaria carica di auto-promozione e di auto-affermazione. La differenza tra di esse sta nel fatto che la soluzione (b) prevede che i Ds si dividano mentre la (c) prevede che entrino nel loro insieme nel nuovo partito di centro-sinistra. Nel primo caso si arriverebbe a un partito più piccolo ma più omogeneo; nel secondo caso resterebbe una componente di sinistra radicale (non tutta di origine comunista), ma in condizioni nettamente minoritarie, all’interno di un partito dove la componente moderata e di origine non comunista avrebbe un ruolo egemonico. Poiché per arrivare a un nuovo partito dovrebbe avviarsi un processo costituente che coinvolge sia i Ds che Margherita, il verificarsi dell’una o dell’altra delle due soluzioni dipende dalla probabilità – ragioniamo ora sui Ds – che una parte di questo partito accetti o non accetti il programma politico e i rapporti di forza del Partito democratico. Nel ragionamento che segue facciamo l’ipotesi che non l’accetti, che a noi sembra quella più probabile: se abbiamo ben capito gli orientamenti di Cofferati e del correntone, un’iniziativa della maggioranza volta alla costituzione in termini brevissimi del Partito democratico costituirebbe un rovesciamento totale del loro disegno politico, un diktat inaccettabile, la scomparsa della “sinistra” in quanto tale, la diluizione dell’eredità della sinistra italiana (d’origine comunista) in un contenitore a prevalenza centrista e moderata. Per quanto sia forte il tabù anti-scissione all’interno dei Ds – e lo si è visto anche nella recente conferenza programmatica – di seguito ragioniamo nell’ipotesi che l’iniziativa della maggioranza risulti inaccettabile all’intero partito e che a una scissione si addivenga. La scommessa del Partito democratico esige coraggio, ma non è insensata. A differenza dei militanti e degli iscritti, gli elettori legati alle identità politiche della Prima repubblica, e dunque ai Ds in quanto prosecuzione del vecchio Pci, sono meno numerosi di quanto si creda, e se essi confluiranno in prevalenza nel contenitore cofferatiano se ne guadagna soltanto in chiarezza. La prospettiva del Partito democratico è esaltante: è la riunione di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto si è parlato a proposito dell’Ulivo. Gli elettori (oltre che i commentatori politici esteri) apprezzano la semplicità, la rapida comprensibilità. Verrebbe finalmente a formarsi un partito di sinistra moderata (o centrosinistra, se si preferisce), con un nome immediato, semplice e fortemente evocativo (basta con la botanica, con le Daisies e gli Olive trees che ci fanno prendere in giro nelle corrispondenze estere) nel quale la componente di lontana origine comunista non sarebbe dominante. Non sarà facile per Berlusconi tacciare di comunista un partito che ha per segretario Romano Prodi e dove siedono in direzione Francesco Rutelli accanto a Piero Fassino, a Enrico Boselli, a Pierluigi Castagnetti, ad Arturo Parisi (e Walter Veltroni? Era stato uno dei primi a parlare di Partito democratico, si decida); dove siede Lapo Pistelli accanto a Claudia Mancina, Roberto Villetti accanto a Franco Monaco, Rosa Jervolino accanto a Nicola Rossi, Umberto Ranieri accanto a Enrico Letta, Giorgio Tonini accanto a Franca Chiaromonte, Natale D’Amico accanto a Marina Magistrelli, Giorgio Bogi accanto a Enrico Morando, Pierluigi Bersani accanto a Roberto Pinza, Sergio Chiamparino accanto a Riccardo Illy e via seguendo. Tutti rappresentanti di grandi tradizioni riformiste, già moderate in origine o che si sono venute moderando in un processo di evoluzione di cui è stato dato conto pubblicamente e credibilmente. L’elenco, abbiamo detto, potrebbe continuare facilmente. L’abbiamo però improvvisato (ci scusiamo con chi dovrebbe esserci e non c’è) per sollevare subito un problema politico generale. Scorsi i nomi che abbiamo azzardato in via esemplificativa, ci si potrebbe infatti subito chiedere conto dell’omissione di alcune personalità di sicuro orientamento riformista e di spessore ed esperienza politica assai maggiori di molte di quelle che abbiamo menzionato. Perché non abbiamo menzionato Franco Marini o Massimo DAlema? Non perché il loro contributo al partito democratico sia giudicato poco significativo. Al contrario, lo è moltissimo. Ma perché essi sono segnati da un ruolo dominante in scommesse politiche recenti che puntavano su esiti radicalmente diversi da quello che stiamo auspicando. Marini perché pensava, come molti popolari, a un ruolo del suo partito non schierato organicamente con la sinistra, perché non voleva legarsi le mani. E DAlema perché pensava, con gran parte del suo partito, a un ruolo egemonico dei Ds, sulla base dell’erronea analogia tra l’Italia e i paesi “normali”, dove l’alternanza avviene tra un partito conservatore e un partito socialdemocratico. E’ per questi motivi – motivi profondi, radicati nel passato – che entrambi furono piuttosto tiepidi nei confronti dell’Ulivo come entità distinta dai partiti della coalizione, e di Romano Prodi come leader politico di questa entità. Sicuramente essi hanno modificato il loro giudizio, ma il ruolo che hanno avuto nel recente passato rende difficile immaginarli come protagonisti della scommessa che stiamo proponendo. E le stesse considerazioni che abbiamo svolto per DAlema possono essere fatte per Giuliano Amato, la cui partecipazione al prossimo governo del Partito democratico e del centro-sinistra solo una persona insensata potrebbe considerare poco importante. Insomma – ironia della sorte – si ritornerebbe a una vecchia e giustissima idea di DAlema: che in un paese “normale” il candidato premier dev’essere il segretario del partito più importante della coalizione. E questo non può che essere Romano Prodi, se il centro-sinistra vuole vincere. Continuiamo con i problemi. Abbiamo dato per scontato che all’interno del Partito democratico i riformisti moderati di provenienza Ds troverebbero un ambiente più congeniale, sarebbero meno “separati in casa” di quanto avviene ora nel loro partito. E’ proprio così? A parte il fatto che esiste un continuum tra riformisti moderati e radicali e che molte personalità importanti non sono facilmente collocabili nei due campi, i legami della storia comune sono fortissimi: sono proprio i moderati, oggi, ad accusare i cofferatiani di inclinazioni scissionistiche. E forse che nel Partito democratico essi troverebbero solo rose e fiori? Ogni contenitore partitico, in democrazia, “contiene” posizioni individuali o di gruppo diverse: lo stare insieme è sempre frutto di un giudizio politico, mai di una completa identità di vedute. In particolare, sono ben noti i contrasti che hanno attraversato l’Ulivo quando si sono toccati temi sensibili come quelli della famiglia, della scuola, della riproduzione e della bioetica. Oppure, scendendo di intensità, i contrasti sugli stessi temi delle riforme istituzionali. Questi ultimi, è nostra impressione, sarebbero facilmente componibili in un contesto in cui esistesse un Partito democratico e la competizione tra micropartiti si fosse drasticamente attenuata. Rimarrebbero i primi, per quanto laica possa essere la concezione di democrazia condivisa da laici e cattolici: ma non dovrebbe essere difficile trovare mediazioni alte e, in casi estremi, ricorrere al voto secondo libertà di coscienza. E’ sulle questioni di politica internazionale e sulle politiche economiche e sociali che si stabiliscono le discriminanti serie: e qui, ci sembra, le differenze tra i riformisti moderati dei Ds e coloro che provengono da altre tradizioni sono assai minori di quelle che esistono, in casa Ds, tra riformisti moderati e radicali. Ma non potrebbe, questa riorganizzazione dei contenitori, creare maggiori difficoltà nel costruire una coalizione di centro-sinistra efficace ai fini di raggiungere il suo scopo principale, quello di sconfiggere il centro-destra? Non svolge forse Fassino un ruolo meritorio, anche se ingrato, nel cercare di tenere insieme in un unico partito riformisti moderati e radicali, le due componenti fondamentali di una coalizione di centro-sinistra? Abbiamo già indicato il motivo per il quale la nostra risposta è nettamente negativa: il vero scopo della riorganizzazione è quello di creare un partito di sinistra moderata (o di centro-sinistra, se si preferisce) non riconducibile ai conflitti del XX secolo e della Prima repubblica, non apparentabile al Partito comunista. Un grande partito, egemonico nella coalizione di centro-sinistra. Come abbiamo già detto, questo potrebbe essere un partito in cui confluiscono tutti i Ds, se ne accettano il programma e la direzione politica. Anche se non l’accettassero e ci fosse una scissione, non si vede perché le relazioni tra moderati e radicali dovrebbero peggiorare se ognuno sta nel partito che gli è più congeniale. Sotto la guida di Cofferati, il partito più radicale sarà un partito riformista nel significato limitato, ma importante, di essere una parte organica e leale della coalizione di centro-sinistra, un partito che non ha dubbi sulla propria partecipazione al governo, una volta che si sia stipulato un programma comune: non si rischia per nulla di ingrossare le fila bertinottiane, anzi è probabile che queste si assottiglino notevolmente. Insomma, c’è soltanto da guadagnare in termini di chiarezza. E la chiarezza è importante in politica: quando oggi un elettore vota Ds, che cosa compra? Compra Salvi o Morando, Fumagalli o Turci? E non si ribatta che, anche ieri, nel Pci, poteva comprare Amendola o Ingrao, perché questo significa non aver capito nulla della differenza che intercorre tra un partito di permanente, necessaria, opposizione e un partito di governo. Domani, col Partito democratico e col partito cofferatiano, sarà chiarissimo che cosa l’elettore vuole comprare: una politica riformistica liberale e moderata o una politica (ancora riformistica, quantomeno nel significato minimo dell’espressione) ma più radicale e “di sinistra”, nel senso tradizionale del termine. E sarà una competizione chiara e onesta. Ci sono i movimenti, si potrebbe ancora obiettare, e questi sono parte integrante della democrazia, quella forma di partecipazione che dà corpo e sangue a un sistema di rappresentanza elettorale. Senza movimenti, senza una vivace società civile, la sola rappresentanza elettorale corre sempre il rischio di ridursi a un arido meccanismo di selezione delle élites e la democrazia, allora, si impoverisce. Dividendosi tra moderati e radicali, non c’è forse il pericolo, per la sinistra, di tagliare i ponti con i movimenti? Al contrario. Siamo convinti che i rapporti tra politica rappresentativa e politica di movimento si chiariscano e si semplifichino: a coloro che partecipano ai movimenti (se si tratta di movimenti che si orientano a sinistra: non sempre è così) si offre una scelta chiara di contenitori se intendono anche partecipare alla democrazia rappresentativa, l’unica che per ora conosciamo. E in questa ciò che conta sono i voti che si ricevono, non il numero delle persone che scendono in piazza. Insomma: coloro che fanno politica di movimento, i pacifisti, i new global, i girotondini, possono decidere se costruire un proprio partito, possono iscriversi al (o votare per) il Partito democratico o il partito più radicale (o altri partiti esistenti). Ma almeno si troveranno di fronte dei programmi intellegibili. Chi teme che “i movimenti” confluiranno in massa nel partito di Cofferati (o addirittura in quello di Bertinotti) potrebbe avere delle sorprese; e comunque, se così avverrà, vorrà solo dire che questi ultimi partiti hanno fatto un’offerta di politica rappresentativa più convincente. Prima di discutere dell’ultimo problema vero che i nostri capitani coraggiosi devono affrontare, sbarazziamoci di due problemi finti, strettamente collegati. Si sarà notato che abbiamo usato le espressioni “sinistra moderata” e “centrosinistra” come equivalenti, proprio come abbiamo considerato equivalenti le espressioni “destra moderata” e “centrodestra”. In un sistema politico bipolare lo sono di fatto: si riferiscono esattamente alle stesse politiche, alla stessa visione del mondo. Se fossimo in un paese dove esiste un sostanziale bipartitismo e un unico grande partito copre (quasi) interamente l’arco della sinistra riformista (Germania, Regno Unito, Spagna), la prima espressione, sinistra moderata, sarebbe quella propria, quella che i commentatori adotterebbero. In Italia le cose stanno in modo diverso e definire di sinistra moderata il Partito democratico potrebbe urtare qualche suscettibilità: se così è, chiamiamolo di centrosinistra (togliamo almeno il trattino) e finiamola lì. Strettamente connesso è il secondo problema: a quale raggruppamento del Parlamento europeo dovrà aderire il Partito democratico? Non neghiamo che si tratti di un (piccolo) problema che andrà risolto; ma se un disegno politico come quello che proponiamo si fa frenare da queste difficoltà è meglio neppure cominciare. E veniamo all’ultimo (last but not least) problema serio. Finora abbiamo argomentato come se il nostro problema fosse quello di “vendere” il Partito democratico ai riformisti moderati dei Ds. E’ invece ovvio che esiste un problema almeno altrettanto importante, quello di “venderlo” alla Margherita. Se i riformisti moderati dei Ds e quelli di Margherita non danno vita, insieme e subito, al Partito democratico, allora è meglio che ognuno stia a casa propria e noi saremmo i primi a consigliare ai moderati Ds di rassegnarsi a convivere con i loro radicali. L’operazione politicamente significativa non è quella delle scissioni nelle due case (ce ne sarebbero anche in Margherita, probabilmente, sia a destra, sia a sinistra, verso i radicali di Cofferati), ma la costruzione immediata del Partito democratico. E’ questa che cambierebbe la faccia del centro-sinistra, che ne farebbe una coalizione politica comprensibile anche a chi di politica si interessa poco (e sono la gran parte degli elettori), che gli consentirebbe di combattere con maggiore efficacia contro il centro-destra. E’ questa che si lascerebbe alle spalle la Prima repubblica e il XX secolo. Margherita è già il frutto di una operazione di fusione, e abbiamo detto più sopra del merito che dev’essere riconosciuto ai popolari. Vorranno i suoi leader, che non hanno ancora del tutto digerito la prima, imbarcarsi in una seconda, di portata ancor maggiore? Quale interesse li può spingere, individualmente o come gruppo, in questa avventura? Un politologo ragionerebbe così, giustamente tenendo conto degli interessi dei protagonisti, mostrando che in una fusione i “posti” si riducono e che pochi vincono ma molti perdono, ricordando che le scissioni sono state tante ma le fusioni riuscite pochissime. Noi non siamo politologi. Non ci rivolgiamo agli interessi di breve periodo delle singole personalità del ceto politico, ai singoli dirigenti dei Ds e di Margherita, o di qualsiasi altro gruppo politico voglia partecipare all’iniziativa. Ci rivolgiamo al loro discernimento e al loro coraggio, ricordando loro che discernimento e coraggio – la capacità di rompere routine e innovare, quando è necessario – sono i caratteri di chi è animato da una vera vocazione per la politica. Viviamo in un momento in cui le condizioni di salute dell’Ulivo non potrebbero essere peggiori: non si riesce neppure a convocare una riunione. Ma a volte, quando i piccoli passi già sembrano difficili, i grandi passi sono perfettamente possibili, se si ha il coraggio di rischiare. E per indurre i promotori del Partito democratico a rischiare, ricordiamo loro un famoso apologo che Bertolt Brecht racconta ne “I dialoghi dei profughi”. I discepoli accorsero trafelati dal Gautama Buddha: “Maestro, c’è una casa in fiamme, ma gli abitanti si rifiutano di uscire. Alcuni si lamentano che fuori piove. Altri non vogliono abbandonare le loro masserizie. Che cosa dobbiamo fare?” Risposta del Buddha: “Chi, avvisato del pericolo, si rifiuta di correre ai ripari, merita di perire”. Michele Salvati P. S. A un appello ai capitani coraggiosi non si confà di entrare nell’ingegneria organizzativa dell’operazione: congressi straordinari, il momento e le forme della discesa in campo di Prodi, elezioni, candidature, primarie, distribuzione di incarichi et similia. Non sappiamo ancora se sono coraggiosi, i capitani cui ci rivolgiamo; sicuramente sono dei politici e degli organizzatori esperti. Se si convincono che l’operazione è opportuna, che bisogna rapidamente reagire alla scelta di campo di Cofferati, che veramente la casa brucia, i modi per far irrompere col massimo effetto un Partito democratico nella politica italiana li troveranno loro. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Michele Salvati

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D'Alema si muove già da ras del Pd e impone i suoi uomini a Bersani (sezione: PD Congresso)

( da "Foglio, Il" del 04-08-2009)

Argomenti: PD

4 agosto 2009 Dalla Puglia al Lazio D'Alema si muove già da ras del Pd e impone i suoi uomini a Bersani A Roma doveva essere candidato Fassina, però l'ex ministro ha cambiato idea. Adesso Zingaretti e i suoi si ribellano E’ ormai qualcosa di più di uno sponsor, di un sostenitore o di un semplice protettore: i segnali che Massimo D’Alema si stia trasformando nel regista unico della candidatura di Pier Luigi Bersani alla segreteria del Pd sono sempre di più e basta osservare con attenzione che cosa succede in regioni come la Puglia, la Campania e soprattutto il Lazio per capire come l’ex ministro degli Esteri sia ormai diventato l’indiscutibile e solitaria guida della così detta “mozione Bersani”. Nelle ultime due settimane, i tre uomini pronti a contendersi nei prossimi mesi la leadership del Pd (Bersani, Franceschini e Marino) dovevano scegliere i nomi da proporre per tentare di conquistare la segreteria del partito in ciascuna regione d’Italia. Per quanto riguarda la mozione Bersani, in Puglia non ci sono state storie per appoggiare il sindaco dalemiano di Bari (il magistrato Michele Emiliano), in Campania non ci sono state polemiche per lanciare alla segreteria regionale il numero uno della fondazione ItalianiEuropei campana (Enzo Amendola). Ma quando i “bersaniani” hanno dovuto studiare il candidato da proporre per il Lazio si sono ritrovati coinvolti in un piccolo giallo politico. In una riunione a porte chiuse, convocata due settimane fa nel quartier generale di Bersani, di fronte a tutti i più importanti membri della mozione (Rosy Bindi, Enrico Letta, Filippo Penati, Pier Luigi Bersani e Massimo DAlema) è successo quanto segue. In accordo con il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, Bersani aveva proposto di candidare alla segreteria del Pd laziale uno dei suoi più stretti collaboratori: Stefano Fassina (direttore dell’associazione “Nens” fondata da Bersani nell’estate di otto anni fa). Erano tutti d’accordo: D’Alema aveva dato la sua parola, Penati non aveva nulla in contrario, Bindi e Letta avevano dato il proprio appoggio, ma alla fine l’accordo è saltato. Massimo D’Alema ha pensato che per riuscire ad affondare gli artigli in una realtà delicata come quella del Lazio (che per la sinistra dopo l’addio della coppia Veltroni-Bettini è sostanzialmente una regione senza uomini al comando) occorreva un volto più pesante su cui poter investire anche per il futuro e il volto giusto DAlema lo aveva individuato in quello che in molti considerano il Matteo Renzi di Max: Alessandro Mazzoli, 37 anni, presidente della provincia di Viterbo. Il blitz dei dalemiani ha messo in imbarazzo quegli ex veltroniani che avevano scelto di appoggiare Bersani abbandonando sia il candidato sponsorizzato da Veltroni (Dario Franceschini) sia quello appoggiato da Bettini (Ignazio Marino). “I dalemiani – racconta chi ha partecipato in questi giorni alle riunioni della mozione Bersani – ci hanno detto così: se non accettate il nostro uomo noi, per la segreteria del Lazio, presenteremo in autonomia un nostro candidato”. Il 31 luglio, in effetti, alla guida del partito nella regione Lazio la mozione Bersani non ha scelto Fassina ma ha presentato proprio il candidato voluto da Max: Mazzoli. “Pensavamo che la candidatura di Bersani rappresentasse qualcosa di nuovo – dice al Foglio il tesoriere del Pd in provincia di Roma, Marco Palumbo, uomo di fiducia di Zingaretti – Invece a quanto pare Bersani prende ordini dai dalemiani, e se le cose stanno così, pur facendo parte della mozione Bersani, nel Lazio possiamo annunciare che noi il candidato proposto dalla coppia Bersani-DAlema semplicemente non lo voteremo mai”. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Claudio Cerasa

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Patto di ex-diccì con Bersani Ecco la corrente degli Aranci (sezione: PD Congresso)

( da "Riformista, Il" del 05-08-2009)

Argomenti: PD

retroscena / verso il congresso del pd Patto di ex-diccì con Bersani Ecco la corrente degli Aranci Qualcuno li ha già ribattezzati "i democristiani per Bersani", anche perché il loro massimo comun denominatore sono i trascorsi nello scudocrociato che fu. Altri, più pragmaticamente, preferiscono definirli come la prova vivente che «anche gli eredi della meglio tradizione del cattolicesimo popolare possono trovarsi più a loro agio con Pier Luigi che non con Dario». Altri ancora, più semplicemente, li chiamano «gli Aranci», visto che per il loro primo incontro hanno scelto un ristorante di via dell'Arancio, nel cuore di Roma. Sia come sia, all'ombra della mozione Bersani, è nata una nuova area del Pd. Un qualcosa di molto simile, anche se i diretti interessati preferiscono prendere le distanze dal termine, a una «corrente organizzata». L'atto fondativo del terzo rassemblement di ex popolari per Bersani (dopo quelli di Enrico Letta e Rosy Bindi) è stato sottoscritto mercoledì scorso, durante la cena carbonara dell'Arancio. I promotori dell'iniziativa politica sono due pezzi da novanta dell'ex Ppi: il deputato Nicodemo Oliverio, storico capo della segreteria di Franco Marini, e Luigi Meduri, già presidente della giunta regionale calabrese e sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Prodi bis. È proprio nella scelta di entrambi di aderire l'anno scorso all'associazione dalemiana Red che vanno ricercate le radici della nuova area, nata in segreto la settimana scorsa, che debutterà con una «grande iniziativa nazionale» a inizio settembre. Per capire il peso che la nuova corrente potrebbe avere nella geografia politica del Pd post-congresso, basta dare un'occhiata alla lista dei partecipanti alla cena fondativa. All'invito di Oliverio e Meduri hanno risposto «presente» Gianfranco Morgando, che corre per la riconferma alla segreteria regionale del Piemonte; Lino Duilio, altro popolare doc, che sarà incaricato di scrivere il manifesto della nuova area; i sardi Salvatore Ladu e Paolo Fadda, entrambi oppositori di Soru nell'isola. E poi Marco Follini con i suoi fedelissimi Andrea Piraino e Stefano Graziano, quest'ultimo giovane parlamentare della Campania; l'ormai ex rutelliano Renzo Lusetti, i consiglieri regionali Enzo Russo (Puglia) e Carlo Liviantoni (Umbria), quindi Nuccio Cusumano, il senatore che nella passata legislatura si rifiutò di seguire Mastella sulla strada del tradimento di Prodi. Non è tutto: tra coloro che guardano con molta attenzione all'inziativa c'è anche il governatore della Calabria Agazio Loiero, che non ha potuto partecipare alla cena dell'Arancio per impegni nella sua regione. «Nessuna concorrenza sleale nei confronti di Letta e Bindi», spiegano nel gruppo. «Anche noi rappresentiamo quei valori con 150 anni di storia di cui ha più volte parlato Bersani. Nessuno può dire che siamo in cerca di postazioni di potere: siamo radicati sul territorio ma, prima di organizzarci, abbiamo aspettato che il puzzle dei segretari regionali fosse completo», aggiungono. Dicono che la maggior parte dei popolari che stanno con Franceschini - Beppe Fioroni su tutti - non abbia gradito l'iniziativa degli Aranci. Franco Marini, invece, ha preferito posizionarsi sul "né aderire né sabotare". Un modo come un altro per pronunciare il suo "arrivederci a dopo il congresso"? Chissà... T. L. 05/08/2009

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La Puglia della sfida nel Pd La successione a Vendola e i contatti D'Alema-Udc (sezione: PD Congresso)

( da "Corriere della Sera" del 05-08-2009)

Argomenti: PD

Corriere della Sera sezione: Politica data: 05/08/2009 - pag: 12 Dietro le quinte Il nodo del candidato alle Regionali La Puglia «laboratorio» della sfida nel Pd La successione a Vendola e i contatti D'Alema-Udc ROMA La Puglia come il paradigma del Congresso del Pd: l'analogia può sembrare azzardata, ma la verità è che in quella regione si sta già combattendo la battaglia che andrà in replica nelle assise nazionali del Partito. È in Puglia che Massimo D'Alema vuole dimostrare a Dario Franceschini e a tutti gli ex ppi del Partito democratico renitenti all'accordo con l'Udc che quella è la sola strada per espandere il Pd e per «renderlo autonomo» da Di Pietro e dall'antiberlusconismo purchessìa. La vittima di questo antipasto di congresso rischia di essere il 'governatore' della Puglia Nichi Vendola. Paola Concia, deputata eletta a Bari, sostenitrice di Ignazio Marino ma, fondamentalmente, libera battitrice, lo spiega senza troppi peli sulla lingua: «Il vero problema riguarda le elezioni regionali del prossimo anno: nessuno vuole parlar chiaro e spiegare perché c'è tanta fibrillazione. Il fatto è che le inchieste sono venute a cadere in un momento particolare: tra un po' parte il nostro Congresso e tra un po' dovremo decidere la nostra candidatura per la Puglia. Noi di Marino abbiamo detto subito che vogliamo di nuovo Vendola... Franceschini e Bersani non sono stati così chiari». Del resto, anche il sindaco di Bari, Michele Emiliano, l'ha spiegata nello stesso modo: «Ora il problema è la sostituzione di Nichi, c'è chi pensa a un accordo con l'Udc per un altro candidato». Come spesso accade in politica si dice il peccato ma non il peccatore. Il quale peccatore, presunto o meno che sia, ha avuto già un colloquio con il 'governatore' della Puglia e un abboccamento con Pier Ferdinando Casini. Insomma, per farla breve, D'Alema ha parlato con Vendola: «Io ti sosterrei pure, ma se l'Udc pone un veto sulla tua candidatura, io mi verrei a trovare in difficoltà». Deve essere stato un colloquio abbastanza esplicito se è vero, com'è vero, che Vendola ha cercato di parlare con Casini stesso per capire quale fosse il vero andazzo. Bocche cucite, ovviamente, sulla possibile candidatura alternativa: nè i dalemiani nè gli Udc lasciano capire qual è il loro obiettivo. Ma al quartier generale di Vendola si stanno convincendo che la vera carta che D'Alema e Casini butteranno sul tavolo delle trattative per le elezioni regionali sarà Adriana Poli Bortone, ex An, ora passata in quota centrista, che da sindaco di Lecce ha sempre avuto buoni rapporti anche con la sinistra. I sospetti nascono dai frequenti incontri e colloqui tra il presidente della Fondazione Italianieuropei e il leader dei centristi. Certo, se D'Alema mandasse in porto questa operazione, che assicurerebbe la vittoria in Puglia all'asse Pd-Udc e confermerebbe le teorie dell'ex ministro degli Esteri sulla necessità di aprire un rapporto con il centro, senza privilegiare più quello con Di Pietro, lo schieramento del Pd che fa capo a Bersani segnerebbe più di un punto a suo favore. Infatti, i giochi per le elezioni regionali che si terranno a marzo del 2010 andranno già chiusi in autunno ed è quindi inevitabile che la partita per il candidato governatore della Puglia si intreccerà con quella del congresso. Anche per questa ragione, oltre che per scalfire il potere dalemiano, Piero Fassino si era speso in tutti i modi per trasformare Emiliano nel candidato di Franceschini alla segreteria del Pd pugliese contro l'ex ministro degli Esteri. Ma il tentativo era troppo scoperto, tanto che Ignazio Marino, che sostiene Vendola per la regione e che all'inizio tifava per il sindaco di Bari, a un certo punto si è sfilato perché non si è voluto «far coinvolgere dalle beghe interne di partito». Il tentativo di Fassino è fallito, ma Emiliano resta lo stesso in campo, candidato di nessuno schieramento congressuale, candidato, però, per dare battaglia ai dalemiani. E non è un caso che Franceschini non abbia contrastato più di tanto la decisione del sindaco di Bari di scendere in campo da solo, mentre il braccio destro di D'Alema, Nicola Latorre, l'ha subito avversata. La tensione è talmente alta che appena Latorre ha detto che in Puglia non esiste una questione morale, il fedelissimo dei fedelissimi di Veltroni, Walter Verini, gli si è scagliato addosso: «La questione morale esiste eccome, ed è grave che il senatore Latorre la neghi». Insomma, nel Pd infuria la battaglia, in Puglia come nel resto d'Italia. Lo scontro pluriennale tra D'Alema e Veltroni era stato finora arginato dalla volontà di entrambi di «difendere la ditta», cioè il Pd. Ora la situazione è cambiata e «le correnti come nota masticando amaro Paola Concia sono disposte a far saltare il partito pur di darsi battaglia in Puglia e altrove». Maria Teresa Meli © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il partito senza tessere risolve anche la questione morale (sezione: PD Congresso)

( da "Foglio, Il" del 05-08-2009)

Argomenti: PD

4 agosto 2009 Così scriveva Giuliano Ferrara sul Foglio il 31 ottobre del 2007 Il partito senza tessere risolve anche la questione morale Dal Foglio del 31 ottobre del 2007 Dove nasce la famosa questione morale, con tutti i suoi equivoci tragici? Nasce dal carattere separato e burocratico dei partiti di massa che contano sulle tessere, gli organismi dirigenti, i congressi. Muore, o meglio resta un dominio riservato ai soli ladri professionali, quando e se nasca un partito dei cittadini elettori, fondato su una diversa rappresentanza della società. Come funziona oggi il rapporto tra le potenze sociali ed economiche e i partiti di vecchio stampo? Funziona così. In nome di un falso primato e di una falsa autonomia della politica, i partiti sono formalmente espressione di libere adesioni organizzate, che eleggono i gruppi dirigenti attraverso i congressi. In realtà sono i dirigenti a eleggere i congressi, in quanto depositari di una eredità storica che si prolunga nel tempo ed esprime un’identità ideologica collettiva. La democrazia interna consente che le idee contino, ma non è un caso se, con tutto l’esercizio possibile di democrazia interna, alla fine i gruppi dirigenti dei partiti in Italia sono fatti storici, durano nel tempo oltre ogni credibile limite, e si perpetuano come grandi famiglie dinastiche. I gruppi dirigenti dei partiti, padroni incontrastati in casa propria, si muovono così in un circuito parallelo a quello dei soldi, dell’economia, delle potenze sociali e finanziarie, e dicono che l’etica e gli interessi procedono su letti distinti come due fiumi che non si incontrano mai. Poi, al telefono ovvero privatamente, dicono: abbiamo una banca. Oppure: compagno cooperatore, facci sognare. Nel frattempo i banchieri, i finanzieri, gli editori, gli industriali, ma anche i cooperatori o i sindacati, ci raccontano che non fanno politica; e invece fanno politica scegliendo questo o quel pezzo di gruppo dirigente di partito e cercando di esercitare influenza al coperto di rispettive autonomie. Magari portando fuori di tanto in tanto il capino, come ha fatto l’editore e finanziere Carlo De Benedetti quando ha puntato le sue fisches su Veltroni e Rutelli, dicendo che il Partito democratico avrebbe dovuto averli come leader, e in quel caso il finanziere-editore avrebbe anche preso la tessera numero 1. Quando non ci siano più tessere, né numero 1 né numero 2, e la democrazia interna sia sostituita dalla democrazia esterna, cioè da un regolare processo elettorale che decide selezionando la classe dirigente da insediare nelle istituzioni, le cose cambiano.Finalmente i leader politici non saranno costretti a mentire per la gola, ma a chiedere impegno e soldi per essere eletti nelle primarie e poi nelle elezioni; finalmente le potenze sociali ed economiche, dalle coop alle banche ai sindacati alle industrie, dovranno sborsare quattrini in chiaro, trasparenti e a tutti conosciuti attraverso appositi registri del fund raising o raccolta di soldi, per influenzare l’andamento del processo decisionale e avere una qualche rappresentanza politica di interessi sociali consolidati. Il modello attuale di relazioni è opaco: chi ha soldi e interessi deve avvicinare e condizionare riservatamente politici che pretendono di non avere relazioni incestuose con poteri economici. I giornali si chiedono: chi c’è dietro D’Alema? chi è nel blocco di potere di Veltroni o di Prodi? chi appoggia Berlusconi nell’establishment e chi lo avversa? chi sceglie il personale politico centrista? Con un modello di democrazia esterna, messo per quanto possibile in chiaro attraverso l’azione di movimenti e lobby e gruppi organizzati di interesse o di cultura o di valori, che promuovono direttamente la loro rappresentanza nelle elezioni primarie dove vengono scelti i titolari delle politiche pubbliche, cioè gli eletti, tutto si muove in una direzione meno opaca. Il partito degli elettori e degli eletti pone un primato delle istituzioni e della società, a detrimento di un primato della politica, nella sua autonomia separata, che storicamente si è sempre esercitato in segreto. In epoca di ideologie, un segreto maestoso e terribile. Oggi, un segreto meschino e ridicolo. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

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La questione morale agita il Pd (sezione: PD Congresso)

( da "Avvenire" del 05-08-2009)

Argomenti: PD

CRONACA 05-08-2009 La questione morale agita il Pd il caso Il senatore Latorre: non esiste, ci sono solo indagini Il governatore Vendola precisa: fino a prova contraria non sono iscritto nel registro degli indagati DA R OMA D ANILO P AOLINI L a moralità politica in salsa rossa crea ulteriori tensioni all'interno di un Partito democratico già in piena competizione pre-congressuale. La Puglia, patria della giunta ' unionista' di Nichi Vendola e delle inchieste sulle presunte tangenti sanitarie, è diventata ormai il centro del dibattito. Si discute, per la verità, se esista o no una «questione morale» a sinistra, fin dai tempi del Pci rimproverata soltanto agli avversari. Per il 'no' è il senatore Nicola Latorre, pugliese di Fasano (Brindisi) e fedelissimo di Massimo D'Alema: in un'audace intervista al Corriere della Sera ha sostenuto che «in Puglia non esiste nessuna questione morale», bensì solo «alcune in- chieste» della magistratura. Ma Latorre (già noto per essere stato intercettato nell'ambito delle indagini sulle scalate bancarie del 2005 e per aver passato un bigliettino in diretta tv a Italo Bocchino del Pdl per suggerirgli come replicare a Massimo Donadi dell'Idv) è andato oltre: ha negato l'esistenza di «un apparato dalemiano» in Puglia, da sempre feudo elettorale di D'Alema, e ha accusato «tutta la nomenclatura» del partito «di stare con Franceschini ». Al contrario, ha aggiunto, i candidati regionali di Pierluigi Bersani, appoggiato nella corsa alla segreteria del Pd da D'Alema, «vengono dalle nuove generazioni e comunque non hanno altri incarichi». Quanto a Vendola e al sindaco di Bari Michele Emiliano (che si candida a segretario regionale del partito come 'indipendente'), se temono di essere immolati su altari giudiziari e/ o congressuali, secondo Latorre sbagliano: «Mi sembrano preoccupazioni assolutamente prive di fondamento». Però il governatore Vendola, del quale il Pdl continua a reclamare le dimissioni, si preoccupa. Intanto di precisare che «fino a prova contraria» non è iscritto nel registro degli indagati. E poi di difendere l'operato della sua amministrazione: «Nella vicenda pugliese c'è una questione morale che è dimostrata » , ha osservato, ma la differenza con la giunta precedente (di centrodestra) «è che noi non abbiamo messo la testa sotto la sabbia, abbiamo reagito con atteggiamenti anche molto duri». Insomma, ha affermato Vendola, «i direttori generali che sono andati via, non li hanno portati via i carabinieri ma, per varie ragioni, sono stati invitati a lasciare gli incarichi quando è finito il rapporto di fiducia con me». Il resto è polemica interna al Pd. Per il deputato Walter Verini, 'ombra' di Veltroni quando era sindaco di Roma, «la questione morale esiste eccome, non soltanto in Puglia» ed «è paradossale » che Latorre la neghi. E Marina Sereni liquida come «una battuta surreale» l'affermazione secondo cui «gli apparati starebbero tutti con Franceschini».

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Il Pd torna nelle mani di D'Alema l'uomo che vince solo i congressi (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 07-08-2009)

Argomenti: PD

articolo di venerdì 07 agosto 2009 Il Pd torna nelle mani di D'Alema l'uomo che vince solo i congressi di Redazione Il vecchio apparato dei Ds si rivela efficiente mentre in vista di ottobre il partito si sgretola tra liti e questione morale. Scontro anche nelle regioni È l'estate più triste per il Pd. Si fanno meno feste, il gruppo dirigente è spaccato a metà, la questione morale agitata per anni contro gli avversari l'opprime. Ma il male oscuro è questo clima di disincanto che nessuno riesce a contrastare. Il congresso è partito stancamente. Cercasi truppe disperatamente. I duellanti del Pd fanno i conti dei seguaci più fedeli ma si accorgono di essere sempre più soli. Se fino a settembre non si inventeranno qualcosa di nuovo, il congresso sarà affare per pochi e le primarie successive saranno un tragico flop. I due candidati maggiori non tirano. Franceschini ha alle spalle gli insuccessi propri e quelli di Veltroni. Bersani ha tanti estimatori ma non solleva entusiasmi. Ignazio Marino, dopo lo scandalo dei rimborsi spese gonfiati, ha visto crollare il suo appeal. In molte regioni lo scontro è all'ultimo sangue e rivela crepe negli apparati. A Milano è lite nel cortile di casa dove il giovane Martina deve fare i conti con il fassiniano Emanuele Fiano passato con Franceschini come il suo capo. A Genova l'eurodeputato Sergio Cofferati divide il partito sulla propria candidatura a segretario regionale. In Puglia si è rotto l'asse Emiliano-D'Alema con l'ex premier che ha messo in campo l'inventore della Festa della Taranta, Sergio Blasi, sindaco di Melpignano, per fermare l'ascesa del sindaco di Bari. In Calabria bisognerà vedere se Marco Minniti, che ha appena tradito D'Alema passando con Franceschini, ne uscirà rafforzato o indebolito. Il duro braccio di ferro in periferia riguarda alcune centinaia di persone ma lascia indifferente l'opinione pubblica di sinistra. Fuori del Pd c'è indifferenza assoluta attorno al destino del partito. Tace il sindacato, che si prepara a un autunno di licenziamenti e di cassa integrazione e scopre che il partito di riferimento si balocca con la storia delle escort. Il collateralismo fra partito e sindacato ha ceduto il passo a quello fra partito e Repubblica. È estraneo il mondo cooperativo che dal caso Unipol in poi ha praticamente divorziato dalla sinistra. È sempre più ostile la cosiddetta società civile che segue con sbalordimento e apprensione lo sviluppo degli scandali sanitari pugliesi e teme il crollo del mito Vendola. Ma non tutti sono preoccupati per questa grande fuga degli iscritti e per l'indifferenza del mondo dei simpatizzanti. L'area che fa capo a D'Alema è sempre più sicura di sé. L'ammosciamento del veltronismo ha ridato fiato alle vecchie strutture di partito. Malgrado il tradimento di Fassino e di Minniti, i vecchi Ds stanno dimostrando una antica efficienza. Neppure questi anni dissennati sono riusciti a distruggere per intero una organizzazione di partito che non sa più vincere le elezioni ma può vincere un congresso. Lo scontro più aspro si è aperto nella componente ex popolare. Una nuova corrente di ex democristiani doc si è costituita per portare voti a Bersani. Mancano nomi di primo piano ma è scesa in campo una solida nomenclatura che da Oliviero Nicodemo in Calabria a Salvatore Ladu e Paolo Fadda in Sardegna è riuscita a radunare alcune centinaia di personaggi che costituiscono lo zoccolo duro della corrente di Marini. Tutti voti in meno per Dario Franceschini che ha lanciato un estremo appello al mondo cattolico per trovare sostenitori. Tuttavia lo schema strategico del segretario si è notevolmente impoverito. Forte negli uffici romani ma debole in periferia, Franceschini ha scoperto che l'appoggio di Veltroni non è l'arma vincente per il congresso. Lo stesso appoggio di Rutelli e dei rutelliani si sta rivelando più teorico che pratico e Franceschini ha lanciato un appello all'associazionismo cattolico per ottenere da quel mondo i consensi che gli mancano. Ma si trova di fronte a una realtà che non è più quella di prima. Le più importanti organizzazioni cattoliche, come Comunione e liberazione, guardano a destra e se devono scegliere in candidato a cui si sentono più vicini pensano a Pierluigi Bersani che con Cl ha costruito un solido rapporto. Poi sul fronte bersaniano militano due dirigenti ex popolari come Rosy Bindi e Enrico Letta che sono assai più rappresentativi per i cattolici di sinistra della truppa movimentista dei franceschiniani. La verità è che questo avvio stentato del congresso del Pd sta seppellendo l'idea di partito su cui si era fondata sia l'avventura veltroniana sia quella di Franceschini. Il partito a vocazione maggioritaria è morto da un pezzo. L'evanescenza della leadership ha fatto crollare il sogno del partito simil-berlusconiano sul fronte del centrosinistra. Negli ultimi mesi si stanno ricreando le condizioni del partito a struttura pesante. Nel Nord il divorzio fra il Pd e vasti settori di opinione pubblica ha seppellito l'idea del partito dei cittadini e dei gazebo. Al Centro la concorrenza della Lega sta spingendo le vecchie organizzazioni che vengono da una storia di sinistra a ritrovare gli antichi automatismi di partito. Al Sud le antiche clientele, assediate da movimenti autonomisti e dalla concorrenza di Di Pietro e di Casini, stanno cercando di sopravvivere mettendosi sotto l'ala protettrice di D'Alema. Il congresso l'ha già vinto lui. Quel che non si capisce è che cosa abbia vinto. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Il Pd torna nelle mani di D'Alema: l'uomo che vince solo i congressi (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 07-08-2009)

Argomenti: PD

articolo di venerdì 07 agosto 2009 Il Pd torna nelle mani di DAlema: l’uomo che vince solo i congressi di Peppino Caldarola Il vecchio apparato dei Ds si rivela efficiente mentre in vista di ottobre il partito si sgretola tra liti e questione morale. Scontro anche nelle regioni è l’estate più triste per il Pd. Si fanno meno feste, il gruppo dirigente è spaccato a metà, la questione morale agitata per anni contro gli avversari l’opprime. Ma il male oscuro è questo clima di disincanto che nessuno riesce a contrastare. Il congresso è partito stancamente. Cercasi truppe disperatamente. I duellanti del Pd fanno i conti dei seguaci più fedeli ma si accorgono di essere sempre più soli. Se fino a settembre non si inventeranno qualcosa di nuovo, il congresso sarà affare per pochi e le primarie successive saranno un tragico flop. I due candidati maggiori non tirano. Franceschini ha alle spalle gli insuccessi propri e quelli di Veltroni. Bersani ha tanti estimatori ma non solleva entusiasmi. Ignazio Marino, dopo lo scandalo dei rimborsi spese gonfiati, ha visto crollare il suo appeal. In molte regioni lo scontro è all’ultimo sangue e rivela crepe negli apparati. A Milano è lite nel cortile di casa dove il giovane Martina deve fare i conti con il fassiniano Emanuele Fiano passato con Franceschini come il suo capo. A Genova l’eurodeputato Sergio Cofferati divide il partito sulla propria candidatura a segretario regionale. In Puglia si è rotto l’asse Emiliano-D’Alema con l’ex premier che ha messo in campo l’inventore della Festa della Taranta, Sergio Blasi, sindaco di Melpignano, per fermare l’ascesa del sindaco di Bari. In Calabria bisognerà vedere se Marco Minniti, che ha appena tradito D’Alema passando con Franceschini, ne uscirà rafforzato o indebolito. Il duro braccio di ferro in periferia riguarda alcune centinaia di persone ma lascia indifferente l’opinione pubblica di sinistra. Fuori del Pd c’è indifferenza assoluta attorno al destino del partito. Tace il sindacato, che si prepara a un autunno di licenziamenti e di cassa integrazione e scopre che il partito di riferimento si balocca con la storia delle escort. Il collateralismo fra partito e sindacato ha ceduto il passo a quello fra partito e Repubblica. è estraneo il mondo cooperativo che dal caso Unipol in poi ha praticamente divorziato dalla sinistra. è sempre più ostile la cosiddetta società civile che segue con sbalordimento e apprensione lo sviluppo degli scandali sanitari pugliesi e teme il crollo del mito Vendola. Ma non tutti sono preoccupati per questa grande fuga degli iscritti e per l’indifferenza del mondo dei simpatizzanti. L’area che fa capo a D’Alema è sempre più sicura di sé. L’ammosciamento del veltronismo ha ridato fiato alle vecchie strutture di partito. Malgrado il tradimento di Fassino e di Minniti, i vecchi Ds stanno dimostrando una antica efficienza. Neppure questi anni dissennati sono riusciti a distruggere per intero una organizzazione di partito che non sa più vincere le elezioni ma può vincere un congresso. Lo scontro più aspro si è aperto nella componente ex popolare. Una nuova corrente di ex democristiani doc si è costituita per portare voti a Bersani. Mancano nomi di primo piano ma è scesa in campo una solida nomenclatura che da Oliviero Nicodemo in Calabria a Salvatore Ladu e Paolo Fadda in Sardegna è riuscita a radunare alcune centinaia di personaggi che costituiscono lo zoccolo duro della corrente di Marini. Tutti voti in meno per Dario Franceschini che ha lanciato un estremo appello al mondo cattolico per trovare sostenitori. Tuttavia lo schema strategico del segretario si è notevolmente impoverito. Forte negli uffici romani ma debole in periferia, Franceschini ha scoperto che l’appoggio di Veltroni non è l’arma vincente per il congresso. Lo stesso appoggio di Rutelli e dei rutelliani si sta rivelando più teorico che pratico e Franceschini ha lanciato un appello all’associazionismo cattolico per ottenere da quel mondo i consensi che gli mancano. Ma si trova di fronte a una realtà che non è più quella di prima. Le più importanti organizzazioni cattoliche, come Comunione e liberazione, guardano a destra e se devono scegliere in candidato a cui si sentono più vicini pensano a Pierluigi Bersani che con Cl ha costruito un solido rapporto. Poi sul fronte bersaniano militano due dirigenti ex popolari come Rosy Bindi e Enrico Letta che sono assai più rappresentativi per i cattolici di sinistra della truppa movimentista dei franceschiniani. La verità è che questo avvio stentato del congresso del Pd sta seppellendo l’idea di partito su cui si era fondata sia l’avventura veltroniana sia quella di Franceschini. Il partito a vocazione maggioritaria è morto da un pezzo. L’evanescenza della leadership ha fatto crollare il sogno del partito simil-berlusconiano sul fronte del centrosinistra. Negli ultimi mesi si stanno ricreando le condizioni del partito a struttura pesante. Nel Nord il divorzio fra il Pd e vasti settori di opinione pubblica ha seppellito l’idea del partito dei cittadini e dei gazebo. Al Centro la concorrenza della Lega sta spingendo le vecchie organizzazioni che vengono da una storia di sinistra a ritrovare gli antichi automatismi di partito. Al Sud le antiche clientele, assediate da movimenti autonomisti e dalla concorrenza di Di Pietro e di Casini, stanno cercando di sopravvivere mettendosi sotto l’ala protettrice di D’Alema. Il congresso l’ha già vinto lui. Quel che non si capisce è che cosa abbia vinto. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Per spartirsi RaiTre il Pd aspetta il congresso (sezione: PD Congresso)

( da "Stampa, La" del 08-08-2009)

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LA STRATEGIA LO STOP Retroscena In ballo le poltrone della direzione di rete e del telegiornale Per spartirsi RaiTre il Pd aspetta il congresso Era tutto pronto per la Berlinguer alla guida del Tg e Di Bella alla Rete Con questo schema sarebbe rimasto senza poltrona Ruffini, gradito al segretario Lo stallo nelle due testate di "sinistra" si prolunga ancora Franceschini interviene per convincere i consiglieri d'area FABIO MARTINI ROMA L'ultima, indignata lamentazione risale a due giorni fa. Giovedì mattina, poco prima che si riunisse il Cda della Rai, il presidente Paolo Garimberti ha ricevuto due lettere dai consiglieri indicati dal Pd, Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo. I due, oltre ad annunciare il proprio forfeit, si lamentavano per i criteri delle ultime nomine, prive a loro avviso della necessaria «professionalità». I consiglieri di fiducia del Pd oramai hanno vestito i panni dei moralizzatori, eppure nel corso del Cda disertato dai due è stato alfine completato il rinnovo dei vertici di tutte le testate giornalistiche (Tg1, Tg2, Gr1, Gr2, Gr3) e di Rete (RaiUno, RaiDue), tranne quelle che la tanto vituperata lottizzazione ha assegnato al Pd: RaiTre e il Tg3, proprio ieri oggetto del frontale attacco da parte del capo del governo. Lo stallo nelle due testate di «sinistra» è stato determinato da una sorda faida all'interno del Pd, alla fine risolta da Dario Franceschini: il segretario democratico, alcuni giorni fa, si è impegnato in un giro di vibranti telefonate per convincere tutti i suoi interlocutori - il presidente e i due consiglieri di amministrazione di «area» - che era il caso di bloccare e rinviare le nomine per le due testate che il Cencelli di viale Mazzini ha riassegnato al Pd. Franceschini si è deciso ad intervenire perché un intreccio di dinamiche aziendali e interne al suo partito stava portando alla promozione di una coppia a lui sgradita: Bianca Berlinguer alla guida del Tg3, con lo spostamento dell'attuale direttore di quel telegiornale, Antonio Di Bella, alla Rete. Risultato del pressing di Franceschini: i due lotti sono stati congelati, gli attuali direttori - Paolo Ruffini alla Rete e Antonio Di Bella al Tg3 - resteranno al loro posto. In attesa di capire chi vincerà il congresso del Pd, previsto per la fine di ottobre. Un alto dirigente del Pd chiosa, con preghiera di anonimato: «Ci hanno lasciato una coscia di pollo e riusciamo a litigare anche su quella...». Una coscia di pollo che, per il Pd, vale oro. Non soltanto perché l'attacco del presidente del Consiglio al Tg3 finisce per esaltare il ruolo giornalistico di una testata, nata come esplicitamente faziosa - la «Telekabul» di Sandro Curzi - ma via via affermatasi per le sue doti di equilibrio, come dimostra il netto diradarsi delle proteste di centrodestra, a parte le periodiche intemerate di Berlusconi. Ma è in vista del congresso Pd che il controllo delle due testate diventa essenziale. Come dimostra la piccola storia segreta della corsa alle due direzioni. In principio c'è Veltroni. Quando ancora era segretario Walter confida: «Bianca? Quando sarà il momento, la appoggerò...». Ma Veltroni cade e a promuovere Bianca ci pensa l'altro, D'Alema, in cerca di un'icona che dimostri che anche lui conta in Rai. La consuetudine con l'attuale direttore generale - Masi è stato per due anni capo di gabinetto del D'Alema vicepremier - qualche settimana fa consente l'abboccamento: «Che dici una direzione Berlinguer...». Al Tg3 da 18 anni, una conduzione diventata autorevole, Bianca vanta anche le conoscenze giuste dall'altra parte della barricata. Per esempio il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti. Ma anche Ignazio La Russa. E Di Bella dove lo mettiamo? Alla guida del Tg3 da una vita (il primo agosto ha superato gli 8 anni di direzione, battendo il record di Curzi), anche lui vanta amicizie bipartisan. Nel 2001 Berlusconi accetta di essere ospite di «Primo Piano» ed entrando in redazione incrocia Di Bella: «Antonio, come va? Ti ricordi quando io cantavo a Portofino e tu mi accompagnavi con la chitarra?». Morale della storia: alla vigilia del Cda del 23 luglio il pacchetto è pronto: Antonio alla Rete e Bianca al Tg. Insorge Franceschini. Per difendere Paolo Ruffini, che è un cattolico-democratico. Ma è soprattutto il direttore di una Rete che ha messo in onda il coraggioso giornalismo d'inchiesta di «Report» (proteste di Berlusconi, Tremonti, Veltroni), oltre ad alcune trasmissioni (quella della Dandini) che non sono piaciute al premier. Energica la difesa di Franceschini del Tg3 sotto attacco: «Se Berlusconi non la smette nell'intimidire con arroganza le voci libere, chiameremo alla mobilitazione in difesa della libertà di stampa».

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Franceschini e Bersani rivali ma non tanto diversi (sezione: PD Congresso)

( da "Tempo, Il" del 08-08-2009)

Argomenti: PD

stampa Franceschini e Bersani rivali ma non tanto diversi Il commento A pochi mesi dal congresso non si capisce la differenza tra i candidati Del terzo in gara, Ignazio Marino, inutile parlarne: non ha alcuna possibilità di farcela segue dalla prima Che sono il segretario uscente Dario Franceschini, sostenuto dal suo predecessore Walter Veltroni, e l'ex ministro Pier Luigi Bersani, sostenuto da Massimo D'Alema. Del povero Ignazio Marino, il terzo incomodo spinto in pista dall'ex veltroniano Goffredo Bettini, è inutile parlare perché le sue possibilità di partecipare alla volata finale, completa di primarie, appaiono francamente nulle. A parte le simpatie o antipatie che hanno suscitato direttamente, o che hanno ereditato dai loro principali sostenitori, né Franceschini né Bersani hanno voluto o potuto spiegare che cosa intendano fare alla guida del maggiore partito di opposizione sui problemi reali della loro formazione politica o su quelli del Paese. Che non sono i problemi della vita privata del presidente del Consiglio, nonostante gli sforzi che si fanno dalle loro parti per lasciarli al centro del dibattito politico. Fallita ormai chiaramente l'aspirazione di Veltroni alla cosiddetta vocazione maggioritaria del Pd, subito contraddetta d'altronde dallo stesso Veltroni con la decisione infausta di apparentarsi nelle elezioni politiche dell'anno scorso con Antonio Di Pietro, non si è ancora capito a quali nuove alleanze aspirino Franceschini e Bersani per avere una sia pur minima possibilità di contendere la prossima volta la vittoria al centrodestra. Del quale l'uno e l'altro sognano l'implosione scambiando i raffreddori nella maggioranza per polmoniti, o peggio ancora. Vogliono aprire più all'Udc, sino a proporre a Pier Ferdinando Casini di fare il Romano Prodi delle prossime legislature, o alla sinistra nata dalla ultima scissione della Rifondazione Comunista, dopo quella che già si consumò undici anni fa? E se pensano di poter conciliare l'una con l'altra, visto che l'ex rifondarolo Nichi Vendola ha scoperto in Puglia la possibilità e l'utilità di accordarsi con il partito di Casini, pur continuando a considerarsi incompatibile sul piano morale con il senatore casiniano Salvatore Cuffaro, come immaginano di risolvere la partita con Di Pietro? Al quale il Pd, andandogli a rimorchio sulla strada dell'antiberlusconismo ma mai abbastanza per accontentarlo, ha ceduto tanti di quei voti da non poterlo più ripudiare come alleato per ragioni di aritmetica elettorale. D'altronde, Di Pietro ha già avvertito che proprio grazie ai voti sottratti al Pd egli intende alzare il prezzo della partecipazione al cartello che dovesse prendere il posto dell'Unione del 2006, o dell'Ulivo delle elezioni precedenti. Fra le condizioni già poste dall'ex magistrato vi sono un no grosso come una casa all'Udc e il riconoscimento della «pari dignità» fra gli alleati. Che fu la formula adottata dal Psi a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta per rivendicare, nei rapporti con la Dc, prima un maggior numero di ministri e poi la guida del governo. Ve l'immaginate un centro-sinistra prossimo venturo lasciato guidare dal Pd di Franceschini o di Bersani a uno come Di Pietro? Solo a pensarci vengono francamente i brividi, neppure paragonabili a quelli avvertiti dalla sinistra democristiana nel 1983, quando fu costretta ad accettare, con Ciriaco De Mita alla segreteria del partito, l'arrivo di Bettino Craxi alla guida del governo. Craxi era Craxi, Di Pietro è Di Pietro. Ne converranno anche i più feroci antisocialisti ancora presenti nel Pd. Oltre che sulle pur essenziali alleanze, Franceschini e Bersani hanno evitato sinora di uscire dalle frasi e dai propositi generici, o dal rifiuto preconcetto delle soluzioni adottate o indicate dal governo, sui temi della crisi economica, del divario tra Nord e Sud, della riforma costituzionale, di quella della giustizia, o più semplicemente delle intercettazioni. Che qualche giorno fa l'editorialista del Corriere della Sera Angelo Panebianco ha indicato come il problema più immediato con il quale il Pd potrebbe essere chiamato a misurarsi concretamente, dopo che il presidente della Repubblica è riuscito a convincere la maggioranza a rinviare all'autunno la discussione al Senato sulla nuova disciplina approvata dalla Camera. Ma in autunno Franceschini e Bersani avranno altro di rigorosamente generico da fare nella loro corsa congressuale alla segreteria del partito. Francesco Damato

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Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni come il Pd (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 08-08-2009)

Argomenti: PD

articolo di sabato 08 agosto 2009 Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni come il Pd di Luca Telese L'ex folletto comunista che non risparmiava i dirigenti del Pci è stato fagocitato dal sistema. Sfila per gli Oscar, firma contratti americani e non «spara» più su nessuno. Una parabola che è anche il simbolo dei democratici Roma «Robberto!!! Robbèèèrto!!!», e Roberto fu. Adesso Robbèèèrto! torna. Roberto Benigni, l'ex figlio delle case del popolo, «il piccolo diavolo» arrivato trionfalmente all'Oscar, benedetto dalla sua madrina Sofia, proprio quella Loren che gridava il suo nome con cadenza campana, bigliettino svolazzante e vocali aperte in una indimenticabile notte americana. Adesso Robbèèèrto! torna alla festa dell'Unità, arruolato nel cartellone per un colpo d'ala (e di calciomercato) di Lino Paganelli - l'attuale responsabile feste del partito -, l'ultimo dirigente del Pd che sembra ricordarsi come si facevano le cose una volta, quando le feste nazionali funzionavano meglio dei programmi spaziali sovietici. Benigni è stato arruolato, farà spettacolo - non c'è dubbio -, ma torna da vip, e non da figlio del popolo. Torna sapendo che da quelle parti non c'è più nessun leader da prendere in braccio, e se per caso solo gli passasse per la testa di esercitarsi con uno degli attuali contendenti alla guida del Pd non ci riuscirebbe, perché quelli pesano troppo, il colpo della strega e i postumi scoliotici sarebbero assicurati. Però, solo l'idea della comparazione fra gli abbracci di oggi e quelli di ieri, suggerisce paradossi terrificanti: Berlinguer fu il più corporeamente leggero tra i leader politicamente più pesanti; i leader della sinistra postcomunista e postdemocristiana sono tendenzialmente corpulenti, ma politicamente leggerissimi, i loro nomi tendono al diminutivo, come nel caso di Franceschini, Fassino e Rutelli. L'abbraccio di Benigni a Enrico Berlinguer, in quell'indimenticabile festa in cui Walter Veltroni era ancora giovane e magro, immortalato sullo sfondo, fu la trasfigurazione quasi perfetta di una lezione di Italo Calvino sulla leggerezza. L'abbraccio a Mastella fu invece la ripetizione farsesca di un gesto elegante, la fine di un modulo comunicativo, un ritorno malinconico e crepuscolare. In realtà Benigni vive questa contraddizione: è diventato grande perché era il cantore di una poetica di partito ed espressione incarnata di un geniale e irriverente sentimento di comicità toscana che non conosceva limiti né censure. Tutti ricordiamo i suoi appellativi irriverenti al Papa - il mitico «Wojtylaccio!» - che un tempo erano sospetti di blasfemia e oggi - grazie alla distanza di un secolo - ci sembrano affettuosamente apologetici. Benigni è nato come un folletto comunista e antisistema, ed è diventato una rockstar buonista e filosistema. Se oggi volesse rigenerarci dovrebbe sparare a palle incatenate su Ratzinger e sui dirigenti del Pd, sui sindaci democratici che patrocinano le ronde, sui consiglieri regionali che firmano le mozioni contro i presidi del Sud, sui rappresentanti del centrosinistra che nel Lazio non sottoscrivono l'ordine del giorno sull'uso del preservativo. Ma se facesse tutto questo, se cercasse di restare fedele al Benigni del Papocchio e dell'Altra domenica dovrebbe rinunciare all'altro Benigni, quello che firma contratti americani (di nome e di fatto) e che è diventato il beniamino del jet set. In fondo, il paradosso di Benigni racconta meglio di ogni altro simbolo l'eterna parabola degli anarchici antisistema che rischiano di essere fagocitati dal sistema. Ancora dieci anni fa, nel suo lunatico e geniale modo di trasfigurare le cose, Benigni amava fare irruzione nella politica. Ad esempio quando diceva: «Secondo me D'Alema e Veltroni sono comunisti. Io sono stato una volta a mangiare a casa loro. M'hanno detto: "Vieni Benigni, vieni che ceniamo coi bambini". Sono andato là e ho capito cosa intendevano. C'era un pentolone enorme, un bollito, mi sono messo a mangiare, ho preso un piedino io, una cosina, è proprio lo zoccolo duro. Ho detto: "Guardate che io non mangio più niente", poi - concludeva Benigni - sono andato a pigliare il digestivo da Fini. Lui si è bevuto due bicchieri di olio di ricino, due manganellate a testa e ci siamo addormentati». Divino. Ma adesso? È come se la satira che fiancheggia con affettuosa irriverenza, quando l'oggetto dell'appartenenza entra in crisi, faticasse a trovare un nuovo registro. Era lui stesso ad accorgersene: «Certo con la destra la satira viene meglio perché è naturalmente più dotata per suscitare le risate. È come i carabinieri. Perché si fanno tante barzellette sui carabinieri e nessuna sui poliziotti? Comunque mi sforzerò anche di sfottere la sinistra. Veltroni-D'Alema: Kennedy contro Molotov. Magari regge». Reggeva, almeno finché c'erano loro. Ma adesso che sul palco ci sono le controfigure dei leader di seconda generazione, tutto si fa più difficile. Sentiremo quest'anno un Benigni che esercita il suo spirito amabilmente caustico sulle librerie di Franceschini? Oppure che si prende gioco della bocciofila di Bersani? Molto, molto più facile - ovviamente - sarà cesellare qualche stoccata su Papi, e sulle feste a Villa Certosa. Ma per il grande giullare sarebbe come non scendere in campo, sarebbe come accontentarsi dell'ovvio. Ma tutti ovviamente ci chiederemmo dov'è finito il geniaccio che si divertiva a dare questa improbabile definizione del comunismo: «Il comunismo viene, anche senza Berlinguer. Il comunismo è come prima di farsi la prima sega: si viene a letto, da sé». Già nel tempo del centrosinistra le cose si fecero più difficili: «Con l'Ulivo ho un rapporto di amore-olio». Certo bastava che a Sanremo 2002 Ferrara minacciasse di contestarlo, che subito Benigni ritornava sulfureo: «Non ho mai avuto paura che Giuliano mi tirasse le uova. Ero sicuro che le avrebbe mangiate tutte prima di arrivare a Sanremo. I 50 biglietti che ha prenotato? Erano solo per lui, altrimenti non c'entrava». Ecco perché speriamo che Benigni a Genova, nell'interesse del Pd, parli male anche del Pd, perché il nodo è stretto intorno a questa contraddizione irrisolta. Finché c'è satira c'è speranza. Quando si smette di essere oggetto di satira, significa che l'elettroencefalogramma della politica si fa piatto. E allora, purtroppo, non ci resta che piangere. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni è una metafora del Pd (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 08-08-2009)

Argomenti: PD

articolo di sabato 08 agosto 2009 Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni è una metafora del Pd di Luca Telese L’ex folletto comunista che non risparmiava i dirigenti del Pci è stato fagocitato dal sistema. Sfila per gli Oscar, firma contratti americani e non "spara" più su nessuno. Una parabola che è anche il simbolo dei democratici Roma - «Robberto!!! Robbèèèrto!!!», e Roberto fu. Adesso Robbèèèrto! torna. Roberto Benigni, l’ex figlio delle case del popolo, «il piccolo diavolo» arrivato trionfalmente all’Oscar, benedetto dalla sua madrina Sofia, proprio quella Loren che gridava il suo nome con cadenza campana, bigliettino svolazzante e vocali aperte in una indimenticabile notte americana. Adesso Robbèèèrto! torna alla festa dell’Unità, arruolato nel cartellone per un colpo d’ala (e di calciomercato) di Lino Paganelli - l’attuale responsabile feste del partito -, l’ultimo dirigente del Pd che sembra ricordarsi come si facevano le cose una volta, quando le feste nazionali funzionavano meglio dei programmi spaziali sovietici. Benigni è stato arruolato, farà spettacolo - non c’è dubbio -, ma torna da vip, e non da figlio del popolo. Torna sapendo che da quelle parti non c’è più nessun leader da prendere in braccio, e se per caso solo gli passasse per la testa di esercitarsi con uno degli attuali contendenti alla guida del Pd non ci riuscirebbe, perché quelli pesano troppo, il colpo della strega e i postumi scoliotici sarebbero assicurati. Però, solo l’idea della comparazione fra gli abbracci di oggi e quelli di ieri, suggerisce paradossi terrificanti: Berlinguer fu il più corporeamente leggero tra i leader politicamente più pesanti; i leader della sinistra postcomunista e postdemocristiana sono tendenzialmente corpulenti, ma politicamente leggerissimi, i loro nomi tendono al diminutivo, come nel caso di Franceschini, Fassino e Rutelli. L’abbraccio di Benigni a Enrico Berlinguer, in quell’indimenticabile festa in cui Walter Veltroni era ancora giovane e magro, immortalato sullo sfondo, fu la trasfigurazione quasi perfetta di una lezione di Italo Calvino sulla leggerezza. L’abbraccio a Mastella fu invece la ripetizione farsesca di un gesto elegante, la fine di un modulo comunicativo, un ritorno malinconico e crepuscolare. In realtà Benigni vive questa contraddizione: è diventato grande perché era il cantore di una poetica di partito ed espressione incarnata di un geniale e irriverente sentimento di comicità toscana che non conosceva limiti né censure. Tutti ricordiamo i suoi appellativi irriverenti al Papa - il mitico «Wojtylaccio!» - che un tempo erano sospetti di blasfemia e oggi - grazie alla distanza di un secolo - ci sembrano affettuosamente apologetici. Benigni è nato come un folletto comunista e antisistema, ed è diventato una rockstar buonista e filosistema. Se oggi volesse rigenerarci dovrebbe sparare a palle incatenate su Ratzinger e sui dirigenti del Pd, sui sindaci democratici che patrocinano le ronde, sui consiglieri regionali che firmano le mozioni contro i presidi del Sud, sui rappresentanti del centrosinistra che nel Lazio non sottoscrivono l’ordine del giorno sull’uso del preservativo. Ma se facesse tutto questo, se cercasse di restare fedele al Benigni del Papocchio e dell’Altra domenica dovrebbe rinunciare all’altro Benigni, quello che firma contratti americani (di nome e di fatto) e che è diventato il beniamino del jet set. In fondo, il paradosso di Benigni racconta meglio di ogni altro simbolo l’eterna parabola degli anarchici antisistema che rischiano di essere fagocitati dal sistema. Ancora dieci anni fa, nel suo lunatico e geniale modo di trasfigurare le cose, Benigni amava fare irruzione nella politica. Ad esempio quando diceva: «Secondo me DAlema e Veltroni sono comunisti. Io sono stato una volta a mangiare a casa loro. M’hanno detto: “Vieni Benigni, vieni che ceniamo coi bambini”. Sono andato là e ho capito cosa intendevano. C’era un pentolone enorme, un bollito, mi sono messo a mangiare, ho preso un piedino io, una cosina, è proprio lo zoccolo duro. Ho detto: “Guardate che io non mangio più niente”, poi - concludeva Benigni - sono andato a pigliare il digestivo da Fini. Lui si è bevuto due bicchieri di olio di ricino, due manganellate a testa e ci siamo addormentati». Divino. Ma adesso? è come se la satira che fiancheggia con affettuosa irriverenza, quando l’oggetto dell’appartenenza entra in crisi, faticasse a trovare un nuovo registro. Era lui stesso ad accorgersene: «Certo con la destra la satira viene meglio perché è naturalmente più dotata per suscitare le risate. è come i carabinieri. Perché si fanno tante barzellette sui carabinieri e nessuna sui poliziotti? Comunque mi sforzerò anche di sfottere la sinistra. Veltroni-DAlema: Kennedy contro Molotov. Magari regge». Reggeva, almeno finché c’erano loro. Ma adesso che sul palco ci sono le controfigure dei leader di seconda generazione, tutto si fa più difficile. Sentiremo quest’anno un Benigni che esercita il suo spirito amabilmente caustico sulle librerie di Franceschini? Oppure che si prende gioco della bocciofila di Bersani? Molto, molto più facile - ovviamente - sarà cesellare qualche stoccata su Papi, e sulle feste a Villa Certosa. Ma per il grande giullare sarebbe come non scendere in campo, sarebbe come accontentarsi dell’ovvio. Ma tutti ovviamente ci chiederemmo dov’è finito il geniaccio che si divertiva a dare questa improbabile definizione del comunismo: «Il comunismo viene, anche senza Berlinguer. Il comunismo è come prima di farsi la prima sega: si viene a letto, da sé». Già nel tempo del centrosinistra le cose si fecero più difficili: «Con l’Ulivo ho un rapporto di amore-olio». Certo bastava che a Sanremo 2002 Ferrara minacciasse di contestarlo, che subito Benigni ritornava sulfureo: «Non ho mai avuto paura che Giuliano mi tirasse le uova. Ero sicuro che le avrebbe mangiate tutte prima di arrivare a Sanremo. I 50 biglietti che ha prenotato? Erano solo per lui, altrimenti non c’entrava». Ecco perché speriamo che Benigni a Genova, nell’interesse del Pd, parli male anche del Pd, perché il nodo è stretto intorno a questa contraddizione irrisolta. Finché c’è satira c’è speranza. Quando si smette di essere oggetto di satira, significa che l’elettroencefalogramma della politica si fa piatto. E allora, purtroppo, non ci resta che piangere. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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E il segretario ora apre: ci alleiamo, aspetto l'Udc (sezione: PD Congresso)

( da "Manifesto, Il" del 10-08-2009)

Argomenti: PD

INTERVISTA Il leader del Pd guarda al 2010 E il segretario ora apre: ci alleiamo, aspetto l'Udc Ernesto Milanesi PADOVA In maniche di camicia, con a fianco Andrea Causin (consigliere regionale veneziano aspirante segretario del Partito democratico del Veneto). Sorridente e pacato, quanto deciso e netto. Dario Franceschini parla da leader che non ha intenzione di abdicare. Appena due mesi fa era corso in piazza dei Signori, con Debora Serracchiani, per sostenere Flavio Zanonato che rischiava la poltrona al ballottaggio. Confermato sindaco per la quarta volta, gli ha girato le spalle (con più di mezza giunta) preferendo la compagnia di Bersani. Franceschini non si scoraggia. Anzi, rilancia la sfida. «Mi è rimasta sul gozzo la dichiarazione di Berlusconi quando ho accettato di subentrare a Walter. Diceva: questo è l'ottavo avversario, tranquilli, arriverà il nono. Aveva proprio ragione. Ecco, mi sono candidato a restare segretario del Pd proprio perché si deve smettere di avere un leader di partito o di governo che, dal giorno dopo l'insediamento, viene triturato da chi pensa a come sostituirlo. È successo con Prodi, Amato, Rutelli, Veltroni...». In pieno agosto nel suo partito non mancano i «futuristi» concentrati già sul dopo congresso. Perfino Rosi Bindi. Giusto? Mi piacerebbe tanto che la libera stampa pubblicasse dichiarazioni a confronto. Prima e dopo che ho deciso di candidarmi alla guida del Pd che va a congresso. Parlano le stesse persone. Sarebbe davvero simpatico poter leggere quello che sostenevano durante la campagna elettorale e poi di fronte ai risultati delle elezioni. E rileggere i virgolettati, alla luce delle tesi che invece sostengono attualmente. Ma sembra che nessuno abbia voglia di farlo leggere un simile articolo... È reduce da un confronto con i lavoratori di Portomarghera, dove già era passato Bersani. Com'è andata? Naturalmente, abbiamo sostenuto la stessa linea. Ci serve un dibattito congressuale vero, con molta chiarezza e poca ipocrisia. Ma contemporaneamente all'esterno dobbiamo parlare la stessa lingua. Non ho nessuna intenzione di definire quel che faccio per differenza dagli altri. Sono il segretario del partito che si ricandida. Se qualcuno ha scelto di candidarsi per sostituirmi, è lui che deve dire cosa non va. Comunque, il Pd da solo non può certo immaginare di tornare al governo. Dunque? Prima avevamo a che fare con 12 soggetti, adesso i nostri potenziali alleati si chiamano Idv, sinistra radicale e Udc. Un conto è formare l'alleanza con tre soggetti e un conto combattere con 12. Questo è il frutto della nascita del Pd e di non accettare l'apparentamento con i partiti del 2%. Una scelta lungimirante di Veltroni. Resta il nodo dell'alternativa a Berlusconi. Noi vogliamo vincere, quando si voterà. Le prossime politiche sarebbero nel 2013. E le regionali a marzo 2010, dopo il nostro congresso. Per vincere costruiremo alleanze. E molto dipenderà dalla posizione che assume l'Udc. Non torneremo a quelle che avevano preso corpo non intorno ad un programma vero, ma mettendo insieme tutti contro un avversario. Nessun ritorno alle coalizioni litigiose, eterogenee e frammentate. Abbiamo deciso di lasciarcele alle spalle. Intanto, da cosa si può partire? Il Pd ha un tessuto di amministratori, sindaci, quadri dirigenti maturati nel territorio. E non si può comparare un partito di oggi con uno di 40 anni fa. Allora i partiti si occupavano di tutto, perfino dello sport. Oggi la società è cambiata. Accetto paragoni, se mai, con gli altri partiti attuali. E domando: c'è un partito del centrodestra che ha radicamento, circoli, presenza nel territorio, come noi? La Lega sì, ma è tutto concentrato solo in una parte d'Italia. Capitolo sicurezza. A Venezia, il sindaco Cacciari non ha chiesto i militari (spediti lo stesso dal ministro La Russa). A Padova, il sindaco Zanonato strizza l'occhio alla Lega e gioca allo sceriffo. Intanto arrivano le ronde. Non sono la risposta, ma una colossale presa in giro. In un anno e mezzo il governo ha tagliato 3,5 miliardi di risorse alle forze dell'ordine. La sicurezza si garantisce con le forze dell'ordine nelle strade. E i poliziotti e i carabinieri sono venuti a protestare fin davanti a Montecitorio. Umiliati perché non hanno la benzina per le auto, non ci sono i soldi per gli straordinari. Di fronte a questo si fanno le ronde? Un cittadino che esce in strada si sente sicuro se vede un poliziotto o un carabiniere. Non certo se s'imbatte in un gruppetto vestito con la camicia dello stesso colore, che si preoccupa della mia sicurezza e magari ha un'idea opposta alla mia. Poi io rispetto le scelte dei singoli sindaci, perché hanno conoscenza del territorio. Ma un conto è presidiare il territorio, un altro vedere realmente come saranno queste ronde. A Nord Est il Pd ha sbagliato qualcosa? Dobbiamo davvero chiedere scusa al mondo delle piccole e medie imprese. Negli ultimi 10-15 anni non abbiamo saputo e voluto provare ad ascoltare né a capire. Oggi sarebbe assurdo pensare di mettere lavoratori contro imprese, utilizzando vecchi schemi ideologici. Al contrario, nel Pd abbiamo la stessa attenzione nei confronti degli operai, dei dipendenti, di chi resta senza lavoro come del «popolo delle partite Iva». È scritto nero su bianco nella mia mozione: bisogna allargare la cassa integrazione anche agli artigiani, ai piccoli imprenditori, ai lavoratori autonomi. Aiutare le imprese significa salvare i posti di lavoro. Aiutare i lavoratori e dare ammortizzatori sociali vuol dire aumentare i consumi e, dunque, salvare il tessuto produttivo per il dopo crisi.

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Franceschini blinda Raitre (sezione: PD Congresso)

( da "Manifesto, Il" del 10-08-2009)

Argomenti: PD

TV PUBBLICA La difesa dei vertici attuali rovina i piani di D'Alema per le nomine alla rete e al Tg Franceschini blinda Raitre «A settembre mobilitazione allargata contro gli attacchi di Berlusconi» Micaela Bongi Annuncia «una grande mobilitazione nazionale» il segretario del Pd Dario Franceschini, questa volta aggiungendo al «se Berlusconi continua così» pronunciato venerdì - dopo l'ennesimo attacco del premier all'informazione - un «penso che lo farà». Si associa Ignazio Marino, anche lui candidato al congresso di ottobre, chiedendo che chiunque diventi segretario metta al primo posto la battaglia sul conflitto d'interessi e pure la denuncia dell'occupazione berlusconiana della Rai «rinunciando a qualunque posto e diffidando chiunque a definirsi nominato in quota Pd finché perdura questo stato di cose». E ancora, condivide la necessità di «tutte le iniziative utili a una più forte presa di coscienza dell'opinione pubblica» Pierluigi Bersani, sfidante di Franceschini, mozione 1. I democratici all'unisono si dicono insomma pronti (o quasi: se ne parlerà dopo l'estate) a una manifestazione con tutti i partiti dell'opposizione e la società civile contro le intimidazioni del Cavaliere, lo «stravolgimento dei principi di democrazia e libertà», dice ancora Franceschini sul sito di Articolo21, l'assuefazione. E sono in sintonia anche con l'Italia dei valori, che a sua volta lancia per settembre «una grande manifestazione unitaria», perché, sostiene il capogruppo alla camera Massimo Donadi, «il tempo delle lottizazioni e della divisione deve cedere il passo a quello della difesa della libertà di stampa». Sfumature, tra gli esponenti dell'opposizione e dello stesso Pd pronti alla piazza, ma anche qualcosa di più. Certo, sentire Maurizio Gasparri che denuncia come le nomine a Raitre e Tg3 siano subordinate all'andamento del congresso del Pd, nonché sostenere che è il Pdl a tutelare l'autonomia del servizio pubblico, fa ridere, anzi piangere. Ma è vero che da tempo il terzo canale Rai è oggetto di un braccio di ferro tra i democratici, vinto temporaneamente da Franceschini, che ha ottenuto che gli attuali direttori restassero al loro posto al momento. E l'attacco a testa bassa di Silvio Berlusconi proprio contro la testata diretta da Antonio Di Bella, ma più volte esteso anche alla rete guidata da Paolo Ruffini, potrebbe rendere più difficile il tentativo di chi, nel Pd, Massimo D'Alema in testa, sponsor di Bersani, punta a cambiare le carte in tavola ritenendo che le postazioni del Pd nel servizio pubblico siano troppo sbilanciate verso gli ex popolari. L'ipotesi era dunque quella di spostare Di Bella alla rete promuovendo Bianca Berlinguer alla guida della testata. Certo, in questo caso non si potrebbe parlare di una berlusconizzazione del 3. Ma se prima del congresso davvero tutta l'opposizione manifesterà contro gli assalti del premier - che appunto ha nel mirino anche Ruffini - dopo potrebbe essere più imbarazzante riaprire il fuoco amico. Anche perché il presidente e i consiglieri Rai indicati dal Pd finora hanno blindato Ruffini. mentre D'Alema avrebbe provato a trattare direttamente con il direttore generale Mauro Masi. Non sarà un caso che ieri nella sua intervista a Articolo 21 Franceschini ripeteva che «durante la legislatura 1996-2001 sul conflitto di interessi si fece un errore tragico. L'ho riconosciuto pubblicamente e su questo tema mi sono assunto anche responsabilità di chi c'era prima di me» (anche dell'allora vicepremier Veltroni?). Comunque il segretario insiste e in serata anche sul Tg1 diretto da Augusto Minzolini (che proprio ieri ha ottenuto la fiducia della redazione con 101 voti a favore, 50 contrari e 12 schede bianche) lancia la mobilitazione di settembre. Dopo l'attacco di Berlusconi, il direttore Di Bella non commenta, ma interviene il comitato di redazione della testata, insieme all'Usigrai, respingendo le «inaccettabili minacce» del premier. Al quale i giornalisti rispondono anche con i numeri: «Negli ultimi mesi gli ascolti di un Tg3 senza bavagli sono cresciuti dal 15,34% al 17-18, con punte del 20. E sono queste centinaia di migliaia di persone in più che seguono il nostro giornale il vero obiettivo di Berlusconi. E' a queste persone che il capo del governo vuole spegnere la tv». Foto: IL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO DARIO FRANCESCHINI /FOTO REUTERS

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