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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “PD A CONGRESSO” |
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"Al governo
con la sinistra in caso di emergenza"
( da "Stampa, La" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Portarsi Di Pietro in Parlamento è stato un errore enorme di
Veltroni». Anche perché parlava di vocazione maggioritaria. «Speravo si fossero
liberati di questa illusione che è stato il più grande regalo a Berlusconi. Ma
non basta non parlarne più quando, come ha fatto Franceschini, si dice no al
sistema elettorale tedesco: cioè si costruisce un equivoco politico e si
resuscita come l'
i diritti dei gay
dividono il pd e parte la sfida per i voti dei sindaci - giovanna casadio
( da "Repubblica, La" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Cialente dice di avere preso la tessera Pd per appoggiare Bersani. Il
bersaniano Gianni Pittella lo indica come esempio di buona amministrazione nel
Mezzogiorno. A incitare rispettivamente Bersani e Franceschini ci sono D´Alema
e Veltroni. In un´intervista all´Unità, D´Alema attacca Franceschini: «Un
partito che ha sulle spalle due sconfitte pesanti normalmente cambia.
serracchiani
contro un "bersaniano" in friuli replay della partita nazionale -
alberto statera ( da "Repubblica, La" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Visto che ora è diventata grande e sa la differenza tra D´Alema e
Veltroni, tra Bersani e Franceschini, le chiediano un po´ per scherzo se ha mai
letto lo statuto del Pd, che è stato definito l´allucinazione del dottor
Stranamore, ma «in una giornata di cattivo umore», come ha aggiunto Marco
Follini.
L'eterno ritorno
di Walter agita il congresso del Pd Debora si candida in Friuli
( da "Riformista, Il" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Risposta di Bersani: «La tua scelta mi commuove». Fa discutere la
nuova intervista di Walter Veltroni, che torna a parlare di correnti: «Il mio
più grave errore è non averle combattute». Veltroni spiega anche anche di
essere al lavoro per tradurre in concreto l'idea di Franceschini di rilanciare
una proposta di legge sul conflitto di interessi.
Conflitto
d'interessi: ci bloccò il timore di Berlusconi-vittima
( da "Unita, L'" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Veltroni lavora a un nuovo testo... «Basterebbe riprendere la mia
proposta del '94, aggiornata nel 2001 su incarico di Rutelli e Fassino. Venne
depositata in Parlamento con le loro prime firme. Basta stabilire che non si
può stare al governo e possedere, contemporaneamente, reti di comunicazione di
massa».
Bersani: io nella
scia di Pci-Ds? Basta caricature
( da "Corriere della Sera" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Pier Luigi Bersani risponde così a Walter Veltroni che sul Corriere
aveva definito la piattaforma dell'ex ministro «legittimamente dentro
l'evoluzione Pci-Pds-Ds: punta a un modello di partito come ce n'erano un
tempo». Accusa che Bersani respinge con fastidio: «Non replico, è una
caricatura che si sta facendo da molte parti di me.
Da Marianna a
Michela, l'ultima figurina
( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: è Veltroni? Prolifera la precaria di buona famiglia. C'è la
transizione? La spunta l'avvocatessa naif. C'è Franceschini? Ecco la
studentessa vicina alla gggente. D'altronde al giorno d'oggi senza una
fringuella te la canti e te la suoni. L'ossessione per il giovanilismo,
l'assuefazione al fresco aroma di femmina: una bandierina di bell'
Bersani ormai ha
già stravinto E così tornerà al vecchio Pci
( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: articolo di domenica 19 luglio 2009 Bersani ormai ha già stravinto E
così tornerà al vecchio Pci di Redazione I governatori democratici si schierano
con lui, Veltroni abbandona la battaglia e a Franceschini restano solo i
centristi: l'esperimento è finito, il partito è risorto Il grande proletario si
è mosso.
Bersani ha già
stravinto Così tornerà al vecchio Pci
( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: articolo di domenica 19 luglio 2009 Bersani ha già stravinto Così
tornerà al vecchio Pci di Redazione I governatori democratici si schierano con
lui, Veltroni abbandona la battaglia e a Franceschini restano solo i centristi:
l?esperimento è finito, il partito è risorto Il grande proletario si è mosso.
In campo nel Pd
gli
Argomenti: PD
Abstract: Gli antagonisti di sempre Massimo D'Alema e Walter Veltroni rifiutano
il ruolo di king maker, rispettivamente, di Pierluigi Bersani e Dario
Franceschini e bollano come archeologia i riferimenti al loro atavico dualismo.
Ma poi i fatti suonano come ennesima smentita delle smentite, così come le due
interviste rilasciate ieri, con singolare tempismo,
(
da "Stampa, La"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
"Al governo con la sinistra in caso di emergenza" Onorevole
Casini, fra cento giorni il Pd avrà un nuovo segretario. Come segue la sfida
fra Bersani, Franceschini e Marino? «Con interesse,
perché il Pd è il secondo partito italiano e dobbiamo capire bene quali sono le
indicazioni, i progetti dei candidati. E con un po' di preoccupazione».
Preoccupazione? «Mah, insomma, c'è già una candidatura, e mi riferisco a quella
di Marino, che di per sé rivela una difficoltà del partito nell'interpretare il
rapporto fra il Paese, l'identità cristiana e la sua laicità. Il presupposto
della candidatura indica che questo è un nodo irrisolto». Ma lei quale dei tre
vedrebbe più volentieri incoronato? «No, guardate, io non voglio fare il
convitato di pietra. Seguo con interesse e distacco l'evolversi dei lavori, e
basta. Qualcun altro, e penso a Di Pietro, anche attraverso Grillo, sta
iniettando alte dosi di veleno, lavora alla distruzione del Pd. Non è un caso
che Enrico Letta dica che il suo Pd dovrà fare
riferimento a Napolitano». Perché non è un caso? «Perché oggi il Pd è
ondeggiante fra il rispetto delle istituzioni, di cui Napolitano è il garante e
il custode, e la deriva dipietrista alla quale il partito corre dietro per non
perdere elettori. Portarsi Di Pietro in Parlamento è stato
un errore enorme di Veltroni». Anche perché parlava di vocazione maggioritaria. «Speravo si
fossero liberati di questa illusione che è stato il più grande regalo a
Berlusconi. Ma non basta non parlarne più quando, come ha fatto Franceschini, si
dice no al sistema elettorale tedesco: cioè si costruisce un equivoco politico
e si resuscita come l'araba fenice quel bipartitismo che vuole
Berlusconi» Perfetto, ma quello che vorremmo capire è quanto il congresso del
Pd influirà sul futuro dell'Udc. Lei ha in animo un progetto, il grande partito
di centro... «Ed è un progetto che rimane in campo». Ma un conto è se vince Bersani, un conto se vince Franceschini... «No, il progetto
rimane in campo, va avanti indipendentemente da quello che dicono, fanno e
decidono gli altri. Noi abbiamo una processione di dirigenti del Pd che vuole
aderire, in queste ultime settimane anche tanti del Pdl. In ogni caso il
progetto si rafforza». Forse è per questo che da sinistra, talvolta, qualcuno
ipotizza che lei potrebbe essere il leader di una nuova coalizione di
centrosinistra? «Ma non è possibile. Non potrei mai essere un nuovo Prodi
perché che mi mancano due requisiti fondamentali». Primo? «Primo, non sono
Prodi. Ho un'altra storia. Non esprimo il cattolicesimo dossettiano che è di
Romano e che ha nella sua ragione costitutiva di trovare un punto d'incontro
tra la sinistra e parte del mondo cattolico. Prodi è irripetibile, è figlio di
una storia che privilegia queste assonanze sulla grande questione sociale». E
secondo? «E in secondo luogo non c'è la mia volontà. Non credo a un simile
progetto politico. Se si pensa all'Udc come alla Margherita del 2010 si compie
una sciocchezza. Si ripeterebbero gli stessi errori commessi dall'Unione. Prodi
non ha fallito perché è uno stupido, anzi. Ha fallito perché il progetto non
stava in piedi allora, e non starebbe in piedi adesso un governo che somma
l'estrema sinistra e l'Udc magari passando per Di Pietro». Quindi non se ne fa
niente. «Niente». Neanche se il futuro ponesse condizioni nuove, impreviste,
diciamo così: d'emergenza? «Diciamo così: se il futuro ci ponesse davanti a
condizioni impreviste, eccezionali, e si pensasse, come in Germania, di mettere
in piedi una Grande Coalizione per fare cose limitate nel tempo, per affrontare
l'emergenza e per tornare poi a essere alternativi una volta recuperata la
normalità, beh, il discorso cambia...». Ma questo non è il centrosinistra, è il
Cln. «L'esempio è appropriato. E' chiaro che bisogna capire se e quando ne
ricorressero analoghi presupposti storici». Lei parla in questo modo, eppure
anche Roberto Formigoni la invita. Dice che lei è candidato alla successione di
Berlusconi insieme con Tremonti e Fini. «Questa è una carineria di cui lo
ringrazio. Ma temo per loro che il Pdl sia una costruzione che non sopravviverà
a Berlusconi. Il premier ha un carisma che copre tante magagne e il Partito del
Sud, composto da gente che cerca poltrone perché non ne ha, è l'ultimo esempio.
Non si pone il problema della futura leadership del Pdl perché il Pdl non ha
futuro senza Berlusconi». Quanto influisce in tutto questo il caso delle
escort? L'Udc è rimasto ai margini della polemica. «Non voglio esprimere pareri
anche perché noi, e gli altri partiti, siamo spettatori troppo interessati per
farlo. Ritengo che gli italiani leggano e si rendano conto da soli di quello
che sta succedendo. Quanto al nostro giudizio, credo lo si immagini. Ma non è
certo con mozioni tipo quella di Zanda che si affronta il problema». Perché?
«Perché è una mozione ridicola, nella quale si dice che chi governa "deve
assumere comportamenti coerenti tra la vita pubblica e quella privata".
Cioè si dice che chi governa deve comportarsi bene. E' una cosa che sta fra
l'infantilismo politico e l'ipocrisia moralistica. Le chiacchiere stanno a
zero: se il Pd ritiene di censurare Berlusconi per i suoi comportamenti privati
e su quelli magari chiede di insediare una commissione d'inchiesta, allora
tutti saremo obbligati a dare risposte limpide e chiare. Ma o si ha questo
coraggio o si lascia perdere. Altrimenti siamo davanti a un "vorrei ma non
posso" che fa cadere in ridicolo la politica italiana».
(
da "Repubblica, La"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Pagina 12 - Interni I diritti dei gay dividono il Pd e parte la sfida
per i voti dei sindaci La Binetti a Marino: lui, non io, estraneo al partito
Con Franceschini si schierano i sindaci di Reggio Emilia e Cosenza GIOVANNA
CASADIO ROMA - Bersani accetta, Franceschini ancora
non si sa: dopo Ignazio Marino, anche gli altri sfidanti alla leadership del Pd
sono invitati al Gay village a parlare di coppie di fatto, adozioni e laicità.
Marino - lo scienziato-senatore che ha nelle battaglie di laicità la propria
bandiera - con le sue aperture («Sì alle adozioni per i single; unioni civili
sul modello tedesco e britannico») riaccende lo scontro in un partito già
lacerato dalle scelte sulla bioetica e sui diritti civili. Paola Binetti ad
esempio, la teodem chiamata in causa l´altra sera dallo stesso Marino,
contrattacca: «è Ignazio che, per la deriva radical-laicista presa, è estraneo
al Pd. Mi sono chiesta in queste settimane se è disperato e allora rastrella i
voti che trova, se è un calcolo o se semplicemente non si rende conto di quel
che dice. Marino è cambiato con un viraggio spiccato verso i radicali. Il punto
non è che io potrei andarmene, capisco che sia irrilevante, ma migrerebbe molta
gente sentendosi estranea se lui vincesse o modificasse la rotta dei
Democratici». Né ci sta un cattolico come Beppe Fioroni, che appoggia Dario
Franceschini, a farsi trascinare in questo momento sul terreno di scontro della
laicità: «La laicità è un metodo garantito dalla Costituzione. Faccia pure
Marino l´ultrà della curva sud, ma non certo il segretario di un partito
plurale in una situazione difficile. Torno da un´assemblea di artigiani e
lavoratori: di cosa avrei dovuto parlargli, delle differenze tra cellule
staminali embrionali e adulte o delle misure anti-crisi?». Su Marino si
abbattono le critiche dei cattolici del Pd ma anche i malumori di Arcigay:
«Marino deve chiarire sulle unioni gay: a noi può star bene una piattaforma in cui
ci sia al primo posto la richiesta di accesso al matrimonio, accompagnata poi
da altri istituti più "leggeri" come unioni civili o pacs», chiede
Aurelio Mancuso. Insiste anche sulle adozioni per i gay. Gli sfidanti Bersani e Franceschini si disputano il sostegno di sindaci e
governatori: l´ex ministro di Prodi incassa quello del sindaco dell´Aquila,
Massimo Cialente e di Mercedes Bresso, governatore del Piemonte che aveva
tifato per la discesa in gara di Chiamparino. Il segretario ricandidato è
appoggiato da amministratori come il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio
o di Cosenza, Salvatore Perugini. Cialente dice di avere
preso la tessera Pd per appoggiare Bersani. Il
bersaniano Gianni Pittella lo indica come esempio di buona amministrazione nel
Mezzogiorno. A incitare rispettivamente Bersani e
Franceschini ci sono D´Alema e Veltroni. In un´intervista all´Unità, D´Alema attacca
Franceschini: «Un partito che ha sulle spalle due sconfitte pesanti normalmente
cambia. Il cambiamento è Bersani». Al Corriere
della sera, Veltroni dichiara: «Bersani
ha una piattaforma legittimamente dentro l´evoluzione Pci-Pds-Ds e punta a un
modello di partito come ce n´erano un tempo. Franceschini disegna un partito
con l´ambizione di cambiare radicalmente il paese». Bersani
non ci sta: «Questa è una caricatura. Ho in testa un partito del nuovo secolo.
Che sia un partito però...». Infine, Beppe Grillo invita i circoli Pd a
disobbedire: «Tesseratemi tutti e mandateli a casa».
(
da "Repubblica, La"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Pagina 13 - Interni L´europarlamentare alleata di Franceschini punta
alla segreteria regionale. Parola d´ordine: autonomia da Roma Serracchiani
contro un "bersaniano" in Friuli replay della partita nazionale
"Tessere? Qui ce ne vorrebbero di più. E anche circoli, per radicarci come
ha fatto la Lega" I maliziosi: Debora sarà la vice di Bersani.
I suoi: impossibile, finita l´era dei pateracchi ALBERTO STATERA DAL NOSTRO
INVIATO UDINE - Un mosaico raffigurante un putto un po´ imbronciato veglia
sulla testa di Debora Serracchiani nel salone dello storico Caffè Contarena, a
palazzo D´Aronco, edificato nel
(
da "Riformista, Il"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
dibattito l'ex segretario attacca su correnti e conflitto d'interessi.
D'Alema: «ci provai, basta allusioni» L'eterno ritorno
di Walter agita il congresso del Pd Debora si candida in Friuli democratica.
Serracchiani punta alla segreteria della sua regione. Franceschini plaude.
Grillo fa appello alle sezioni: «Tesseratemi ovunque». La battaglia
congressuale per la segreteria democratica si sposta sul territorio. In tutti i
sensi. Una delle protagoniste del dibattito, Debora Serracchiani, sostenitrice
di Dario Franceschini, ha annunciato la sua candidatura alla segreteria della
sua regione, il Friuli-Venezia Giulia. «Ho scelto di candidarmi e quindi oggi
sciolgo ogni riserva», ha annunciato l'europarlamentare in un incontro pubblico
a Udine. «Con l'altro candidato Martines siamo nello stesso partito e quindi
ora sono importanti le linee programmatiche che dirò nei prossimi giorni». Ora,
ha aggiunto, «c'è bisogno di confrontarsi su queste linee programmatiche e non
su chi è stato o chi è che cosa. La mia candidatura ha un sostegno trasversale
e ci tengo a dire che non è affatto coincidente con quella nazionale.
L'importante - ha concluso - è che questo congresso ci consenta di fare quella
mescolanza che finora non c'è riuscita e che abbiamo rimandato troppo a lungo.
Questo è il momento in cui finirà la stagione degli ex». Fulmineo l'apprezzamento
di Franceschini: «Da Debora arriva una lezione per tutti. La scelta della
Serracchiani di candidarsi alla segretaria regionale del Friuli Venezia
dimostra coi fatti l'dea che ha, e che io ho conosciuto fin dal primo momento,
sul modo di stare nel partito e sui criteri di selezione dei nuovi gruppi
dirigenti». Intanto l'appello lanciato da David Sassoli, la stessa
Serracchiani, Rita Borsellino e Francesca Barracciu per costruire la lista
"Semplicemente democratici" a supporti di Franceschini ha raccolto,
secondo i promotori, cinquecento adesioni sul web. In Piemonte si è invece
tenuta la prima assemblea regionale della mozione Bersani.«Bersani è uno dei pochi, veri, riconosciuti e riconoscibili,
riformatori di questo Paese», ha detto la presidente della Regione Piemonte,
Mercedes Bresso. All'incontro era presente anche Filippo Penati. «Sono
personalmente convinta - ha detto ancora Bresso - che sia il candidato migliore
per costruire davvero un partito solido dal punto di vista dell'identità e per
offrire all'Italia un programma innovativo e progressista». Ma la notizia di
giornata sul fronte Bersani è stato l'annuncio del
sindaco dell'Aquila Massimo Cialente, che in una lettera inviata a Bersani e diffusa alla stampa dal comitato elettorale
dell'ex ministro, ha scritto: «Caro Pier Luigi, ho aderito al Partito
Democratico perchè ci sei tu, per affiancarti in questa sfida che dovrà
portarci a creare un partito vero, opposto a quello liquido, un partito che sia
tra la gente. Dopo aver letto i tuoi ultimi interventi, le cose che hai detto
ma soprattutto conoscendo benissimo il tuo modo di interpretare la politica,
ieri ho deciso di iscrivermi al circolo Pd della mia città». E ancora: «La
politica deve rifuggire dagli show, dalle chiacchiere inutili e sostenere
sempre la necessità di confrontarsi sulle cose concrete». Risposta
di Bersani: «La tua scelta mi commuove». Fa discutere la nuova intervista
di Walter Veltroni, che torna a parlare di correnti: «Il mio più grave errore è non
averle combattute». Veltroni spiega anche anche di essere al lavoro per tradurre in concreto
l'idea di Franceschini di rilanciare una proposta di legge sul conflitto di
interessi. E dalle colonne dell'Unità parla di conflitto di interessi
anche Massimo D'Alema: «Avremmo dovuto portare a casa
una legge seria - ammette parlando del periodo in cui era premier - non
riuscimmo a vararla, ma non sarebbe giusto addossarne a me la colpa. Sono
quello che ci provò con maggiore impegno». Dunque, aggiunge, «giusto rilanciare
il conflitto d'interessi, purché la riflessione non diventi occasione per
messaggi allusivi da battaglia congressuale». Continua a tenere banco pure il
caso Grillo. Dopo che la commissione di garanzia del Pd gli ha negato la
tessera, concessagli poi (ma senza valore formale) dal circolo di Paternopoli,
l'attore genovese invoca una rivoluzione dal basso. «Faccio un appello a tutti
i circoli del Pd: fate outing, multitesseratemi, mandate a casa chi vi ha fatto
perdere tutto, ma proprio tutto e che preferisce il ladro Craxi al galantuomo
Berlinguer». 19/07/2009
(
da "Unita, L'"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
«Conflitto d'interessi: ci bloccò il timore di Berlusconi-vittima» Il
senatore Proposi il divieto di avere incarichi di governo e tv ma alla vigilia
del '96 si bloccò. Ci riprovammo con D'Alema alla
Bicamerale, stessa sorte. E nel 2001 era ormai troppo tardi NINNI ANDRIOLO Sono
sorpreso per un tema rimesso all'ordine del giorno anche da chi per anni lo ha
sottovalutato». Stefano Passigli ha scritto un libro su «Democrazia e conflitto
d'interessi». Senatore, cosa accadde tra il '96 e il 2001 con i governi del
centrosinistra? «Nel '94, con Berlusconi in campo, presentai una proposta di
legge, approvata nel '95 dal Senato, che sanciva l'impossibilità per chi
detiene la proprietà di mezzi di comunicazione di massa di avere incarichi di
governo. Quel testo andò poi alla Camera ma, alla vigilia del voto '96, si
preferì evitare che Berlusconi potesse fare la vittima». Poi vinse l'Ulivo e si
insediò il governo Prodi... «Tra il '96-2001 avevamo la maggioranza. La
posizione di D'Alema, con la quale concordavo, era
quella di affrontare il tema all'interno della Bicamerale. Poi, nel '98,
Berlusconi mandò a monte la commissione parlamentare per le riforme. Già con
Prodi si era convenuto, tuttavia, che il conflitto d'interessi avrebbe dovuto
essere un tema di iniziativa parlamentare e non di governo. La stessa linea si
tenne con D'Alema che, debbo sottolinearlo, non ha mai
frenato una legge ad hoc. Anzi, io, e Franceschini alle riforme, come
sottosegretari alla presidenza del Consiglio, dovevamo dare impulso anche al
conflitto d'interessi». E lei che tipo di iniziativa mise in campo? «Io
sollecitai tutti. Dal segretario del Pds, Veltroni, ai
capigruppo al Senato e alla Camera, Salvi e Mussi, a Franceschini, al ministro
per le riforme, Maccanico. Sollecitazioni che non ebbero molto successo, però».
Alla Camera, poi, passò la proposta Frattini... «Esatto. Apparentemente creava
il blind trust, ma conteneva norme molto favorevoli a Berlusconi. Riuscimmo a
fermare quel testo al Senato e varammo una legge tampone. Eravamo ormai alla
vigilia delle elezioni 2001». Nel centrosinistra molte titubanze, quindi... «Io
ritengo che tra ds e popolari c'era la preoccupazione di non ripetere
l'esperienza del referendum perduto sulla pubblicità televisiva. Si temeva che
Berlusconi avrebbe potuto trarre vantaggi elettorali». Veltroni lavora a
un nuovo testo... «Basterebbe riprendere la mia proposta del '94, aggiornata
nel 2001 su incarico di Rutelli e Fassino. Venne depositata in Parlamento con le loro prime
firme. Basta stabilire che non si può stare al governo e possedere,
contemporaneamente, reti di comunicazione di massa». Intervista a
Stefano Passigli
(
da "Corriere della Sera"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Politica data: 19/07/2009 - pag: 16
Democratici L'ex ministro replica a Veltroni: «Voglio
un partito, non del secolo scorso ma un partito». Sì di Marino alle unioni
civili Bersani: io nella scia di Pci-Ds? Basta
caricature Serracchiani in campo per la segreteria del Friuli. Franceschini:
acidità contro di lei ROMA «Una caricatura». Pier Luigi Bersani risponde così a Walter Veltroni che sul
Corriere aveva definito la piattaforma dell'ex ministro «legittimamente dentro
l'evoluzione Pci-Pds-Ds: punta a un modello di partito come ce n'erano un
tempo». Accusa che Bersani respinge con fastidio: «Non replico, è una caricatura che si sta
facendo da molte parti di me. Io ho in testa un partito del nuovo
secolo, che sia un partito però. È uno strumento che deve funzionare perché
deve mettersi a servizio del Paese». Partito leggero o strutturato, continuità
o rottura con il passato, vocazione maggioritaria o alleanze larghe: temi che
animano la fase precongressuale del Pd e che vedono schierati in maniera
contrapposta i due fronti guidati da Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani. Ad accendere lo scontro è l'intervista di Veltroni, che tra l'altro ipotizza un'«alleanza riformista»
da sviluppare «innanzitutto con la formazione di Vendola, i socialisti di
Nencini, i radicali». Soddisfatto il segretario socialista Riccardo Nencini:
«Meglio tardi che mai. Il banco di prova saranno le prossime Regionali ». Veltroni ha annunciato che lavorerà nell'Antimafia e sul
conflitto d'interessi. Tema che Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita vedono
tornare sul tappeto con favore. Ieri intanto Debora Serracchiani si è candidata
alla segreteria regionale del Friuli Venezia Giulia. Un modo per provare a
smentire chi, come D'Alema, contestava l'irresistibile
ascesa dei giovani selezionati solo in virtù di «un discorso brillante». Non è
un caso che Franceschini sottolinei la scelta, dopo «le acidità e le critiche
ingiuste»: «E' stata rappresentata come una ragazza fortunata che, grazie
all'attenzione mediatica, avrebbe bruciato tutte le tappe interne ». La lista
costituita dalla Serracchiani insieme a David Sassoli, Rita Borsellino e
Francesca Barracciu «Semplicemente democratici» ha ottenuto 500 adesioni via
mail e 300 via Facebook. Non è l'unica lista che appoggerà Franceschini: scalda
i motori Ermete Realacci, che insieme a Sergio Cofferati e Luigi Nicolais
costituirà una lista «Innovazione, ambiente e lavoro». Sull'altro fronte, Rosy
Bindi chiede che si proceda con una lista unitaria. Se Pier Luigi Bersani ha l'appoggio di tutti i governatori pd e di molti
segretari regionali, Franceschini mette in campo una lunga lista di
amministratori locali pronti a sostenerlo: dal sindaco di Lodi al
vicepresidente della provincia di Genova, dal sindaco di Reggio Emilia a quello
di Cosenza. Bersani sta intanto lavorando alla sua
mozione, che sarà ben più snella rispetto al passato: una decina di paginette,
pronte per essere pubblicate on line. Chi deve molto faticare per recuperare
terreno è Ignazio Marino, che non può contare sulla forza organizzativa degli
altri sfidanti. «La sua candidatura però ha già fatto bene al congresso» spiega
il coordinatore Michele Meta. Tra le personalità che hanno aderito ci sono
Veronesi, Rodotà, Odifreddi e la Mafai, «che ha ripreso la tessera dopo molti
anni ». Marino ieri ha detto sì alle unioni civili per i gay, portando a casa
il sostegno di Imma Battaglia (Gay Project), ma anche qualche perplessità di
Aurelio Mancuso (Arcigay), che chiede chiarimenti. Quanto a Beppe Grillo, in
sua difesa scende in campo Mario Adinolfi, anche lui candidato alla segreteria.
Il partito nega all'attore e aspirante segretario del Pd la tessera. Che invece
il coordinatore del circolo di Paternopoli Andrea Forgione si è detto invece
pronto a concedergli. Dal suo blog Grillo lancia un appello: «Fate outing,
multitesseratemi e mandate a casa chi vi ha fatto perdere tutto». Candidati A
sinistra, il candidato alla segreteria del Partito democratico Pier Luigi Bersani e, accanto, Debora Serracchiani, candidata a sua
volta alla segreteria regionale del partito in Friuli Venezia Giulia Alessandro
Trocino
(
da "Giornale.it, Il"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di domenica 19 luglio 2009 Da Marianna a Michela, l'ultima
figurina di Marco Zucchetti Il meccanismo è quello dei fringuelli di Darwin.
Quelli delle Galapagos, che spiegano il concetto di evoluzione. Diverse
condizioni, diverse esigenze, diversi becchi. Frutta fresca, semi, insetti:
becco piatto, becco incrociato, becco a punta. Lo stesso capita nel Pd con le
fringuelle e i leader. C'è Veltroni?
Prolifera la precaria di buona famiglia. C'è la transizione? La spunta
l'avvocatessa naif. C'è Franceschini? Ecco la studentessa vicina alla gggente.
D'altronde al giorno d'oggi senza una fringuella te la canti e te la suoni.
L'ossessione per il giovanilismo, l'assuefazione al fresco aroma di femmina:
una bandierina di bell'aspetto ci vuole. E pian piano si crea
l'immaginetta perfetta: dammi più carisma, dammi meno raccomandazioni, dammi
più vigore, dammi meno acidità. Ci siamo: l'ultimo stadio della
candidata-immagine del Pd ha il volto elegante e perlato di Michela Di Biase,
28 anni vissuti nell'Urbe. È lei, studentessa di storia dell'arte e capogruppo
democratica nel VII municipio romano, che giovedì ha introdotto il discorso di
Dario Franceschini. Camicetta bianca, capelli ordinati, orecchini da Vermeer. E
fin qui, nulla di nuovo. Ma l'ultima evoluzione dei Pokemon-democrats doveva
avere un'arma segreta, l'equivalente dell'alabarda spaziale. E Michela ha dalla
sua l'esperienza di quartiere, le battaglie per la «potatura degli alberi» al
Prenestino. È una figura nuova, questa giovane che parla con accento funaresco
di demogratisci e scirgoli e che le maniche della camicetta se le rimbocca.
Qualcuno dice che il Pd deve recuperare la base? Taaac! Ecco l'aggancio cor
popolino. Nell'almanacco delle figurine del Pd, in poco più di un anno, si è
scivolati da Marianna Madia e Pina Picierno fino a Michela Di Biase, passando
per Debora Serracchiani. Di volta in volta osannate come i nuovi acquisti
dell'Inter e di volta in volta relegate in panchina come i nuovi acquisti del
Milan. Epperò si continua a sfornarne, perché le istruzioni per far stare in
piedi un bel Partito democratico fai-da-te sono chiare: 1) prendere una giovane
carina; 2) inocularle il vaccino anti-velina (cosicché nessuno venga poi a dire
che non si capisce perché le carine a destra sono corpivendole fallite e a
sinistra sono Giovanne D'Arco pre-rogo); 3) lanciarle come nuove lavatrici sul
mercato; 4) aspettare che si autodistruggano, tanto sono in garanzia. La prima
fu Marianna Madia, angelicata quanto basta e ammanicata anche un po' più di
quanto basta. Veltroni ci aveva puntato tutto il
piatto. «All-in». Capolista nel Lazio alle Politiche, più aspettative su di lei
che sulla Madonna di Fatima. Lei, ex del figlio di Napolitano, neolaureata in
economia, già impegnata tra la segreteria di Enrico Letta
e Rai Educational, era l'anti-politica rinfrescante. Meno pretenziosa di
un'acqua-e-menta. Poi, qualcuno la perse di vista e lei se ne uscì con un
ingenuo «metto a disposizione la mia straordinaria inesperienza». Fu rottamata
senza passare dal servizio assistenza e ora annaspa in un «ma anchismo» da
«tutti amici, tutti contigui». Portata in palmo di mano da Veltroni
era anche Pina Picierno, ex ministro ombra della Gioventù. Visetto furbo e
vispo, verve speziata, poteva fare bene. Ma il disarcionamento di Walter fu
galeotto e Pina ha fatto la fine dei cd: funziona ancora, ma per qualcuno è
tempo di scegliere qualcosa di meglio. E il meglio sarebbe Serracchiani Debora,
corrispettivo sbarbato di Massimo Cacciari (ma sfortunatamente per lei solo nel
fatto che dimostra un paio di decenni in meno della sua età). Sospinta da
quell'instancabile Pigmalione che è Veltroni, sbocciò
ad un'assemblea del Pd, quando punse la dirigenza. Incoronata. Santa subito.
Redìmici tutti. L'exploit alle Europee fu il certificato di gloria e
Franceschini la cooptò in fretta e furia. Il tempo di una consacrazione e
subito lei ammise di scegliere Dario perché «più simpatico» abbaiando contro D'Alema «uomo di apparato». Fu sbranata e non hanno ancora
finito di banchettare con i suoi resti politici. Ora tocca a Michela,
fringuella der Tuscolano. Una che parla con competenza di scuole e servizi e
che spera di non fare la fine di Debora. Debora che oggi si candida alla
segreteria del Friuli e che ieri portava i libri di Queneau alle assemblee. Debora
che ora - come Zazie, il personaggio del suo autore preferito - può solo dire:
«Cos'ho fatto negli ultimi giorni? Sono invecchiata». © IL GIORNALE ON LINE
S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di domenica 19 luglio 2009 Bersani ormai ha già stravinto E così tornerà al vecchio
Pci di Redazione I governatori democratici si schierano con lui, Veltroni abbandona la battaglia e a Franceschini restano
solo i centristi: l'esperimento è finito, il partito è risorto Il grande
proletario si è mosso. L'anima genetica del Pci ha armato
il suo Dna e ha spedito per il corpaccio del pallido Partito democratico il suo
Rna replicante, l'elemento che permette di riprodurre l'impronta genetica,
l'identità, l'anima segreta che non è mai morta. Certo, dirà qualcuno, è troppo
presto per dirlo, ma a noi sembra invece che sia già l'ora: Bersani,
Dna emiliano da manuale, stempiatura alla Maurizio Ferrini («non capisco ma mi
adeguo»), la fronte altissima, la parlata calma e razionale (ma chiodata e
bullonata), la continuità imperterrita negli occhi pacati e quasi fissi, la
competenza ingegneresca della politica fino alla sua banalizzazione, lontano
dai russi e vicino alla tradizione cooperativa, assicurativa, ha ormai vinto.
Dietro di lui, come ognun sa, s'erge l'ombra del commensale di pietra Massimo
D'Alema, ferrigno e ingrigito, mente impassibile e
sprezzante, privo di apparente mobilità emotiva, ingegneresco anche lui ma, a
differenza di Bersani, capace di sarcasmi micidiali,
l'understatement romano gelido come le sue grisaglie di eccellente forbice, la
stessa che regola i suoi baffi brizzolati al punto giusto. D'Alema
è il regista, e Bersani il film. Da che si vede? Dal
fatto che quattro più quattro, se non sono cambiate le regole a causa del
caldo, dovrebbe pur sempre fare otto, nel senso che basta mettere insieme le
tessere del puzzle e il mosaico parla da solo. Prima tessera: ieri Uòlter ha
dato una paginata di intervista al Corrierone in cui ha detto in pratica che
lui se ne va, forse in un paradiso tropicale, forse in Africa, forse in un
convento, forse sulla Luna, ma insomma stacca, si toglie di mezzo, getta la
spugna. Secondo elemento: i uòlteriani di Roma se ne sono andati con Bersani. Direte voi: e Franceschini? Risposta: Franceschini
chi? Quel bravo figlio un po' isterico di mamma diccì che ha cercato di far
credere a se stesso di essere un leader popolare? Suvvia. Parolaio, nervosetto,
consapevole che la sua è una mission impossibile, appena un centimetro o due
oltre il bordo del ridicolo. I comunisti lo abbandonano e d'altra parte i
comunisti si dividono in due: i comunisti americani di Uòlter e quelli
dalemiani di D'Alema. I primi, abbiamo visto, stanno
preparando per il loro leader di riferimento la valigia con zanzariera,
acchiappafarfalle, pomata contro i morsi dei coccodrilli, e poi via verso
l'ignoto. I secondi, i dalemiani, zitti zitti piano piano, hanno lavorato per
riportare alla luce il Dna disperso, occultato, e lo hanno restaurato come
nuovo. Che c'entra Franceschini con quel Dna? Un fico secco, essendo anche lui
seccagno e segaligno, con le physique tutt'al più del secchione liceale. Dunque
i uòlteriani mollano il Franceschino e così fanno - terzo elemento - i
governatùr del Pd che riuniti in conclave via internet, chi con Skype e chi con
Facebook, si sono mandati l'sms finale: turnùma inderèra, che tradotto dalla
lingua dei Savoia e di Badoglio significa torniamo alle origini, fine
dell'esperimento, perché finché si scherza, si scherza, ma noi siamo il
Partito. Altro elemento, complementare all'ultimo: il lungo Piero, inteso come
Fassino l'archibugio, viene riarrotolato intorno al suo rocchetto e chiuso in
cantina per quando si farà un museo delle cere. La prova sta nel fatto che
poiché Fassino seguita a non capire e a dirsi franceschiniano, quando lui si
presenta alle feste dell'Unità che adesso si chiamano "Democratic
Party" (che invenzione! Quanta America da mercato delle pulci, quanto
provincialismo, quante memorie di antiche borse di studio per Harvard e Mit)
non lo fanno entrare: i buttafuori del partito lo accompagnano alla porta. Non
lo riconoscono, non risulta sul tesserario, non è per cattiveria, ma il partito
riconosce soltanto se stesso, la sua stessa continuità interna comunista e non
tollera quinte colonne, neanche alte e sottili come l'ex segretario piemontese,
il quale si è sentito dire in pratica: lei non esiste. La botta di Beppe Grillo
in un certo senso ha mostrato in anticipo le carte: la repulsione genetica nei
confronti del comico predicatore è stata di rigetto violento, troppo violento,
sdegnato, offeso, da coltello alla gola. E che diamine, un po' di cortesia e
tolleranza. E invece no: è l'ora della normalizzazione, è l'ora del fare
quadrato, fare squadra, dichiarare chiuso l'esperimento, e anche le buffe
primarie precotte che sono funzionali soltanto a patto che dicano esattamente
ciò che era stato stabilito prima. Non vorrei che il popolo le prendesse sul
serio. Non vorremmo che questi qui pensassero di poter tirare la giacchetta del
partito come se fosse quella di Arlecchino, fatta di tanti pezzi cuciti insieme
in cui l'uno vale l'altro. Il Partito si ricostituisce davanti allo specchio.
Non ha mai avuto la sua Bad Godesberg prima, e non l'avrà neanche dopo.
Chiacchiere tante, fumo negli occhi, illusioni, sperimentalismi, ma si è visto
com'è finita: un minestrone senza senso, senza forma, senza sapore che viene
rifiutato da quell'elettorato che una volta votava Pci, felice di votare Pci,
perché era il Pci e non un'altra cosa fatta di frammenti di vetro, ossi di
oliva, capelli sporchi e grumi di caffettiera. Ci torna in mente il bellissimo
numero che fece Dario Fo tanti anni fa nel «Mistero Buffo» quando interpretò
papa Bonifazio indignato perché "el Jesus" in persona era venuto a
impartirgli lezioni di umiltà, povertà e sottomissione: Bonifazio a un certo
punto si stufa, manda a ramengo el Jesus e si veste da Papa con tutte le
orgogliose insegne del potere: cappellùn, pastoràl, oro, brillantùn, voce tonante
e canto gregoriano nelle labbra come un grido di guerra. Forse "el
Jesùs" è stato il democristo Franceschini e la ricreazione è finita: è
l'ora del cappellùn, delle insegne della continuità, della storicità, del
partitùn, del "torneremo come eravamo", e basta con gli ibridi, e
basta con i pastrocchi, basta con i meticciati. Basta con la democrazia di
base, con l'anabattismo politico. Avanti con Bersani:
solido, comunista, spazioso, dall'eloquio buono anche per l'Unipol, realista,
niente sogni, niente di niente. Avanti verso l'indietro, avanti verso il
ritorno, modernizzati sì, ma identici. Il laboratorio è chiuso, il teatro
anche, i costumi di scena tornano nel magazzino degli stracci. Per Franceschini
è stato comperato un biglietto ferroviario di ritorno di seconda classe, meta a
scelta. Non l'Africa, perché lì c'è Uòlter che si è già scritto sul telefonino
"hic sunt leones". D'Alema, bianco grigio e
gelido come una granita di caffè con panna, siede in cabina di regia. © IL
GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di domenica 19 luglio 2009 Bersani
ha già stravinto Così tornerà al vecchio Pci di Redazione I governatori
democratici si schierano con lui, Veltroni abbandona
la battaglia e a Franceschini restano solo i centristi: lesperimento è finito, il partito è
risorto Il grande proletario si è mosso. Lanima genetica del Pci ha armato il
suo Dna e ha spedito per il corpaccio del pallido Partito democratico il suo
Rna replicante, lelemento che permette di riprodurre limpronta
genetica, lidentità, lanima segreta che non è mai morta. Certo, dirà qualcuno, è troppo presto per
dirlo, ma a noi sembra invece che sia già lora: Bersani, Dna emiliano da manuale,
stempiatura alla Maurizio Ferrini («non capisco ma mi adeguo»), la fronte
altissima, la parlata calma e razionale (ma chiodata e bullonata), la
continuità imperterrita negli occhi pacati e quasi fissi, la competenza
ingegneresca della politica fino alla sua banalizzazione, lontano dai russi e
vicino alla tradizione cooperativa, assicurativa, ha ormai vinto. Dietro di
lui, come ognun sa, serge
lombra del commensale di pietra Massimo DAlema, ferrigno e
ingrigito, mente impassibile e sprezzante, privo di apparente mobilità emotiva,
ingegneresco anche lui ma, a differenza di Bersani,
capace di sarcasmi micidiali, lunderstatement
romano gelido come le sue grisaglie di eccellente forbice, la stessa che regola
i suoi baffi brizzolati al punto giusto. DAlema è il regista,
e Bersani il film. Da che si vede? Dal fatto che
quattro più quattro, se non sono cambiate le regole a causa del caldo, dovrebbe
pur sempre fare otto, nel senso che basta mettere insieme le tessere del puzzle
e il mosaico parla da solo. Prima tessera: ieri Uòlter ha dato una paginata di
intervista al Corrierone in cui ha detto in pratica che lui se ne va, forse in
un paradiso tropicale, forse in Africa, forse in un convento, forse sulla Luna,
ma insomma stacca, si toglie di mezzo, getta la spugna. Secondo elemento: i
uòlteriani di Roma se ne sono andati con Bersani.
Direte voi: e Franceschini? Risposta: Franceschini chi? Quel bravo figlio un po isterico di mamma diccì che ha
cercato di far credere a se stesso di essere un leader popolare? Suvvia.
Parolaio, nervosetto, consapevole che la sua è una mission impossibile, appena
un centimetro o due oltre il bordo del ridicolo. I comunisti
lo abbandonano e daltra
parte i comunisti si dividono in due: i comunisti americani di Uòlter e quelli
dalemiani di DAlema. I primi, abbiamo visto, stanno preparando per il loro leader di
riferimento la valigia con zanzariera, acchiappafarfalle, pomata contro i morsi
dei coccodrilli, e poi via verso lignoto.
I secondi, i dalemiani, zitti zitti piano piano, hanno lavorato per riportare
alla luce il Dna disperso, occultato, e lo hanno restaurato come nuovo. Che
centra Franceschini con quel Dna? Un fico
secco, essendo anche lui seccagno e segaligno, con le physique tuttal più del secchione liceale.
Dunque i uòlteriani mollano il Franceschino e così fanno – terzo elemento – i
governatùr del Pd che riuniti in conclave via internet, chi con Skype e chi con Facebook, si sono mandati lsms finale: turnùma inderèra, che
tradotto dalla lingua dei Savoia e di Badoglio significa torniamo alle origini,
fine dellesperimento, perché finché si scherza, si scherza, ma noi siamo
il Partito. Altro elemento, complementare
allultimo:
il lungo Piero, inteso come Fassino larchibugio, viene riarrotolato
intorno al suo rocchetto e chiuso in cantina per quando si farà un museo delle
cere. La prova sta nel fatto che poiché Fassino seguita a non capire e a dirsi franceschiniano, quando lui si presenta alle feste
dellUnità
che adesso si chiamano “Democratic Party” (che invenzione! Quanta America da
mercato delle pulci, quanto provincialismo, quante memorie di antiche borse di
studio per Harvard e Mit) non lo fanno entrare: i
buttafuori del partito lo accompagnano alla porta. Non lo riconoscono, non
risulta sul tesserario, non è per cattiveria, ma il partito riconosce soltanto
se stesso, la sua stessa continuità interna comunista e non tollera quinte
colonne, neanche alte e sottili come lex segretario piemontese, il quale si è sentito dire in pratica:
lei non esiste. La botta di Beppe Grillo in un certo senso ha mostrato in
anticipo le carte: la repulsione genetica nei confronti del comico predicatore è stata di rigetto violento, troppo violento, sdegnato, offeso, da
coltello alla gola. E che diamine, un po di cortesia e tolleranza. E invece no: è lora della
normalizzazione, è lora del fare quadrato, fare squadra, dichiarare
chiuso lesperimento, e anche le buffe primarie precotte
che sono funzionali soltanto a patto che dicano esattamente ciò che era stato
stabilito prima. Non vorrei che il popolo le prendesse sul serio. Non vorremmo
che questi qui pensassero di poter tirare la giacchetta del partito come se
fosse quella di Arlecchino, fatta di tanti pezzi cuciti insieme in cui luno vale laltro. Il Partito
si ricostituisce davanti allo specchio. Non ha mai avuto la sua Bad Godesberg
prima, e non lavrà neanche dopo. Chiacchiere tante, fumo negli occhi, illusioni, sperimentalismi, ma si è visto comè finita: un minestrone senza
senso, senza forma, senza sapore che viene rifiutato da quellelettorato
che una volta votava Pci, felice di votare Pci, perché era il Pci e non
unaltra cosa fatta di frammenti di vetro, ossi di oliva,
capelli sporchi e grumi di caffettiera. Ci torna in mente il bellissimo numero
che fece Dario Fo tanti anni fa nel «Mistero Buffo» quando interpretò papa
Bonifazio indignato perché “el Jesus” in persona era venuto a impartirgli
lezioni di umiltà, povertà e sottomissione: Bonifazio a un certo punto si
stufa, manda a ramengo el Jesus e si veste da Papa con tutte le orgogliose
insegne del potere: cappellùn, pastoràl, oro, brillantùn, voce tonante e canto
gregoriano nelle labbra come un grido di guerra. Forse “el Jesùs” è stato il
democristo Franceschini e la ricreazione è finita: è lora del cappellùn, delle insegne
della continuità, della storicità, del partitùn, del “torneremo come eravamo”,
e basta con gli ibridi, e basta con i pastrocchi,
basta con i meticciati. Basta con la democrazia di base, con lanabattismo politico. Avanti con Bersani: solido, comunista, spazioso, dalleloquio buono anche per
lUnipol, realista, niente sogni, niente di niente. Avanti verso
lindietro, avanti verso il ritorno, modernizzati
sì, ma identici. Il laboratorio è chiuso, il teatro anche, i costumi di scena
tornano nel magazzino degli stracci. Per Franceschini è stato comperato un
biglietto ferroviario di ritorno di seconda classe, meta a scelta. Non lAfrica, perché lì cè Uòlter
che si è già scritto sul telefonino “hic sunt leones”. DAlema, bianco
grigio e gelido come una granita di caffè con panna, siede in cabina di regia.
© IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA
05524110961
(
da "Avvenire"
del 19-07-2009)
Argomenti: PD
CRONACA 19-07-