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PRIVILEGIA NE IRROGANTO     di  Mauro Novelli         

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DOSSIER “PD A CONGRESSO”

 

 

 

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Report "PD"  19-7-2009


Indice degli articoli

Sezione: PD Congresso

"Al governo con la sinistra in caso di emergenza" ( da "Stampa, La" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Portarsi Di Pietro in Parlamento è stato un errore enorme di Veltroni». Anche perché parlava di vocazione maggioritaria. «Speravo si fossero liberati di questa illusione che è stato il più grande regalo a Berlusconi. Ma non basta non parlarne più quando, come ha fatto Franceschini, si dice no al sistema elettorale tedesco: cioè si costruisce un equivoco politico e si resuscita come l'

i diritti dei gay dividono il pd e parte la sfida per i voti dei sindaci - giovanna casadio ( da "Repubblica, La" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Cialente dice di avere preso la tessera Pd per appoggiare Bersani. Il bersaniano Gianni Pittella lo indica come esempio di buona amministrazione nel Mezzogiorno. A incitare rispettivamente Bersani e Franceschini ci sono D´Alema e Veltroni. In un´intervista all´Unità, D´Alema attacca Franceschini: «Un partito che ha sulle spalle due sconfitte pesanti normalmente cambia.

serracchiani contro un "bersaniano" in friuli replay della partita nazionale - alberto statera ( da "Repubblica, La" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Visto che ora è diventata grande e sa la differenza tra D´Alema e Veltroni, tra Bersani e Franceschini, le chiediano un po´ per scherzo se ha mai letto lo statuto del Pd, che è stato definito l´allucinazione del dottor Stranamore, ma «in una giornata di cattivo umore», come ha aggiunto Marco Follini.

L'eterno ritorno di Walter agita il congresso del Pd Debora si candida in Friuli ( da "Riformista, Il" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Risposta di Bersani: «La tua scelta mi commuove». Fa discutere la nuova intervista di Walter Veltroni, che torna a parlare di correnti: «Il mio più grave errore è non averle combattute». Veltroni spiega anche anche di essere al lavoro per tradurre in concreto l'idea di Franceschini di rilanciare una proposta di legge sul conflitto di interessi.

Conflitto d'interessi: ci bloccò il timore di Berlusconi-vittima ( da "Unita, L'" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Veltroni lavora a un nuovo testo... «Basterebbe riprendere la mia proposta del '94, aggiornata nel 2001 su incarico di Rutelli e Fassino. Venne depositata in Parlamento con le loro prime firme. Basta stabilire che non si può stare al governo e possedere, contemporaneamente, reti di comunicazione di massa».

Bersani: io nella scia di Pci-Ds? Basta caricature ( da "Corriere della Sera" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Pier Luigi Bersani risponde così a Walter Veltroni che sul Corriere aveva definito la piattaforma dell'ex ministro «legittimamente dentro l'evoluzione Pci-Pds-Ds: punta a un modello di partito come ce n'erano un tempo». Accusa che Bersani respinge con fastidio: «Non replico, è una caricatura che si sta facendo da molte parti di me.

Da Marianna a Michela, l'ultima figurina ( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: è Veltroni? Prolifera la precaria di buona famiglia. C'è la transizione? La spunta l'avvocatessa naif. C'è Franceschini? Ecco la studentessa vicina alla gggente. D'altronde al giorno d'oggi senza una fringuella te la canti e te la suoni. L'ossessione per il giovanilismo, l'assuefazione al fresco aroma di femmina: una bandierina di bell'

Bersani ormai ha già stravinto E così tornerà al vecchio Pci ( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: articolo di domenica 19 luglio 2009 Bersani ormai ha già stravinto E così tornerà al vecchio Pci di Redazione I governatori democratici si schierano con lui, Veltroni abbandona la battaglia e a Franceschini restano solo i centristi: l'esperimento è finito, il partito è risorto Il grande proletario si è mosso.

Bersani ha già stravinto Così tornerà al vecchio Pci ( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: articolo di domenica 19 luglio 2009 Bersani ha già stravinto Così tornerà al vecchio Pci di Redazione I governatori democratici si schierano con lui, Veltroni abbandona la battaglia e a Franceschini restano solo i centristi: l?esperimento è finito, il partito è risorto Il grande proletario si è mosso.

In campo nel Pd gli D'Alema e Veltroni ( da "Avvenire" del 19-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Gli antagonisti di sempre Massimo D'Alema e Walter Veltroni rifiutano il ruolo di king maker, rispettivamente, di Pierluigi Bersani e Dario Franceschini e bollano come archeologia i riferimenti al loro atavico dualismo. Ma poi i fatti suonano come ennesima smentita delle smentite, così come le due interviste rilasciate ieri, con singolare tempismo,


Articoli

Articoli della sezione: PD Congresso

"Al governo con la sinistra in caso di emergenza" (sezione: PD Congresso)

( da "Stampa, La" del 19-07-2009)

Argomenti: PD

"Al governo con la sinistra in caso di emergenza" Onorevole Casini, fra cento giorni il Pd avrà un nuovo segretario. Come segue la sfida fra Bersani, Franceschini e Marino? «Con interesse, perché il Pd è il secondo partito italiano e dobbiamo capire bene quali sono le indicazioni, i progetti dei candidati. E con un po' di preoccupazione». Preoccupazione? «Mah, insomma, c'è già una candidatura, e mi riferisco a quella di Marino, che di per sé rivela una difficoltà del partito nell'interpretare il rapporto fra il Paese, l'identità cristiana e la sua laicità. Il presupposto della candidatura indica che questo è un nodo irrisolto». Ma lei quale dei tre vedrebbe più volentieri incoronato? «No, guardate, io non voglio fare il convitato di pietra. Seguo con interesse e distacco l'evolversi dei lavori, e basta. Qualcun altro, e penso a Di Pietro, anche attraverso Grillo, sta iniettando alte dosi di veleno, lavora alla distruzione del Pd. Non è un caso che Enrico Letta dica che il suo Pd dovrà fare riferimento a Napolitano». Perché non è un caso? «Perché oggi il Pd è ondeggiante fra il rispetto delle istituzioni, di cui Napolitano è il garante e il custode, e la deriva dipietrista alla quale il partito corre dietro per non perdere elettori. Portarsi Di Pietro in Parlamento è stato un errore enorme di Veltroni». Anche perché parlava di vocazione maggioritaria. «Speravo si fossero liberati di questa illusione che è stato il più grande regalo a Berlusconi. Ma non basta non parlarne più quando, come ha fatto Franceschini, si dice no al sistema elettorale tedesco: cioè si costruisce un equivoco politico e si resuscita come l'araba fenice quel bipartitismo che vuole Berlusconi» Perfetto, ma quello che vorremmo capire è quanto il congresso del Pd influirà sul futuro dell'Udc. Lei ha in animo un progetto, il grande partito di centro... «Ed è un progetto che rimane in campo». Ma un conto è se vince Bersani, un conto se vince Franceschini... «No, il progetto rimane in campo, va avanti indipendentemente da quello che dicono, fanno e decidono gli altri. Noi abbiamo una processione di dirigenti del Pd che vuole aderire, in queste ultime settimane anche tanti del Pdl. In ogni caso il progetto si rafforza». Forse è per questo che da sinistra, talvolta, qualcuno ipotizza che lei potrebbe essere il leader di una nuova coalizione di centrosinistra? «Ma non è possibile. Non potrei mai essere un nuovo Prodi perché che mi mancano due requisiti fondamentali». Primo? «Primo, non sono Prodi. Ho un'altra storia. Non esprimo il cattolicesimo dossettiano che è di Romano e che ha nella sua ragione costitutiva di trovare un punto d'incontro tra la sinistra e parte del mondo cattolico. Prodi è irripetibile, è figlio di una storia che privilegia queste assonanze sulla grande questione sociale». E secondo? «E in secondo luogo non c'è la mia volontà. Non credo a un simile progetto politico. Se si pensa all'Udc come alla Margherita del 2010 si compie una sciocchezza. Si ripeterebbero gli stessi errori commessi dall'Unione. Prodi non ha fallito perché è uno stupido, anzi. Ha fallito perché il progetto non stava in piedi allora, e non starebbe in piedi adesso un governo che somma l'estrema sinistra e l'Udc magari passando per Di Pietro». Quindi non se ne fa niente. «Niente». Neanche se il futuro ponesse condizioni nuove, impreviste, diciamo così: d'emergenza? «Diciamo così: se il futuro ci ponesse davanti a condizioni impreviste, eccezionali, e si pensasse, come in Germania, di mettere in piedi una Grande Coalizione per fare cose limitate nel tempo, per affrontare l'emergenza e per tornare poi a essere alternativi una volta recuperata la normalità, beh, il discorso cambia...». Ma questo non è il centrosinistra, è il Cln. «L'esempio è appropriato. E' chiaro che bisogna capire se e quando ne ricorressero analoghi presupposti storici». Lei parla in questo modo, eppure anche Roberto Formigoni la invita. Dice che lei è candidato alla successione di Berlusconi insieme con Tremonti e Fini. «Questa è una carineria di cui lo ringrazio. Ma temo per loro che il Pdl sia una costruzione che non sopravviverà a Berlusconi. Il premier ha un carisma che copre tante magagne e il Partito del Sud, composto da gente che cerca poltrone perché non ne ha, è l'ultimo esempio. Non si pone il problema della futura leadership del Pdl perché il Pdl non ha futuro senza Berlusconi». Quanto influisce in tutto questo il caso delle escort? L'Udc è rimasto ai margini della polemica. «Non voglio esprimere pareri anche perché noi, e gli altri partiti, siamo spettatori troppo interessati per farlo. Ritengo che gli italiani leggano e si rendano conto da soli di quello che sta succedendo. Quanto al nostro giudizio, credo lo si immagini. Ma non è certo con mozioni tipo quella di Zanda che si affronta il problema». Perché? «Perché è una mozione ridicola, nella quale si dice che chi governa "deve assumere comportamenti coerenti tra la vita pubblica e quella privata". Cioè si dice che chi governa deve comportarsi bene. E' una cosa che sta fra l'infantilismo politico e l'ipocrisia moralistica. Le chiacchiere stanno a zero: se il Pd ritiene di censurare Berlusconi per i suoi comportamenti privati e su quelli magari chiede di insediare una commissione d'inchiesta, allora tutti saremo obbligati a dare risposte limpide e chiare. Ma o si ha questo coraggio o si lascia perdere. Altrimenti siamo davanti a un "vorrei ma non posso" che fa cadere in ridicolo la politica italiana».

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i diritti dei gay dividono il pd e parte la sfida per i voti dei sindaci - giovanna casadio (sezione: PD Congresso)

( da "Repubblica, La" del 19-07-2009)

Argomenti: PD

Pagina 12 - Interni I diritti dei gay dividono il Pd e parte la sfida per i voti dei sindaci La Binetti a Marino: lui, non io, estraneo al partito Con Franceschini si schierano i sindaci di Reggio Emilia e Cosenza GIOVANNA CASADIO ROMA - Bersani accetta, Franceschini ancora non si sa: dopo Ignazio Marino, anche gli altri sfidanti alla leadership del Pd sono invitati al Gay village a parlare di coppie di fatto, adozioni e laicità. Marino - lo scienziato-senatore che ha nelle battaglie di laicità la propria bandiera - con le sue aperture («Sì alle adozioni per i single; unioni civili sul modello tedesco e britannico») riaccende lo scontro in un partito già lacerato dalle scelte sulla bioetica e sui diritti civili. Paola Binetti ad esempio, la teodem chiamata in causa l´altra sera dallo stesso Marino, contrattacca: «è Ignazio che, per la deriva radical-laicista presa, è estraneo al Pd. Mi sono chiesta in queste settimane se è disperato e allora rastrella i voti che trova, se è un calcolo o se semplicemente non si rende conto di quel che dice. Marino è cambiato con un viraggio spiccato verso i radicali. Il punto non è che io potrei andarmene, capisco che sia irrilevante, ma migrerebbe molta gente sentendosi estranea se lui vincesse o modificasse la rotta dei Democratici». Né ci sta un cattolico come Beppe Fioroni, che appoggia Dario Franceschini, a farsi trascinare in questo momento sul terreno di scontro della laicità: «La laicità è un metodo garantito dalla Costituzione. Faccia pure Marino l´ultrà della curva sud, ma non certo il segretario di un partito plurale in una situazione difficile. Torno da un´assemblea di artigiani e lavoratori: di cosa avrei dovuto parlargli, delle differenze tra cellule staminali embrionali e adulte o delle misure anti-crisi?». Su Marino si abbattono le critiche dei cattolici del Pd ma anche i malumori di Arcigay: «Marino deve chiarire sulle unioni gay: a noi può star bene una piattaforma in cui ci sia al primo posto la richiesta di accesso al matrimonio, accompagnata poi da altri istituti più "leggeri" come unioni civili o pacs», chiede Aurelio Mancuso. Insiste anche sulle adozioni per i gay. Gli sfidanti Bersani e Franceschini si disputano il sostegno di sindaci e governatori: l´ex ministro di Prodi incassa quello del sindaco dell´Aquila, Massimo Cialente e di Mercedes Bresso, governatore del Piemonte che aveva tifato per la discesa in gara di Chiamparino. Il segretario ricandidato è appoggiato da amministratori come il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio o di Cosenza, Salvatore Perugini. Cialente dice di avere preso la tessera Pd per appoggiare Bersani. Il bersaniano Gianni Pittella lo indica come esempio di buona amministrazione nel Mezzogiorno. A incitare rispettivamente Bersani e Franceschini ci sono D´Alema e Veltroni. In un´intervista all´Unità, D´Alema attacca Franceschini: «Un partito che ha sulle spalle due sconfitte pesanti normalmente cambia. Il cambiamento è Bersani». Al Corriere della sera, Veltroni dichiara: «Bersani ha una piattaforma legittimamente dentro l´evoluzione Pci-Pds-Ds e punta a un modello di partito come ce n´erano un tempo. Franceschini disegna un partito con l´ambizione di cambiare radicalmente il paese». Bersani non ci sta: «Questa è una caricatura. Ho in testa un partito del nuovo secolo. Che sia un partito però...». Infine, Beppe Grillo invita i circoli Pd a disobbedire: «Tesseratemi tutti e mandateli a casa».

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serracchiani contro un "bersaniano" in friuli replay della partita nazionale - alberto statera (sezione: PD Congresso)

( da "Repubblica, La" del 19-07-2009)

Argomenti: PD

Pagina 13 - Interni L´europarlamentare alleata di Franceschini punta alla segreteria regionale. Parola d´ordine: autonomia da Roma Serracchiani contro un "bersaniano" in Friuli replay della partita nazionale "Tessere? Qui ce ne vorrebbero di più. E anche circoli, per radicarci come ha fatto la Lega" I maliziosi: Debora sarà la vice di Bersani. I suoi: impossibile, finita l´era dei pateracchi ALBERTO STATERA DAL NOSTRO INVIATO UDINE - Un mosaico raffigurante un putto un po´ imbronciato veglia sulla testa di Debora Serracchiani nel salone dello storico Caffè Contarena, a palazzo D´Aronco, edificato nel 1932 in stile liberty. E´ qui che la star delle elezioni europee che prese più voti di Berlusconi nel Nordest annuncia la sua candidatura alla segreteria del Partito democratico. Non quella nazionale, come qualcuno aveva vagheggiato nell´epoca delle fughe in avanti (e indietro), ma del Friuli Venezia Giulia. L´"effetto-putto" non è studiato, perchè i cuccioli democratici che qui si sfidano, pur non più di primo pelo, sono già stanchi della retorica anagrafico-generazionale. Debora, che corre per la mozione Franceschini, a dispetto della statura minuta, delle ballerine ai piedi e della faccia da liceale, ha 38 anni suonati. Vincenzo Martines, vicesindaco di Udine che gareggia con la mozione Bersani, baffi e pizzetto radi come quelli che giovedì sera esibivano i ragazzi accorsi al concerto di Madonna allo Stadio Friuli, sembra un attor giovane, ma l´atto di nascita dice che è del 1964. Alla "Guerra dei bottoni", dal titolo di un film di Yves Robert del 1961, quando non erano ancora nati, alla partita un po´ vieta tra pischelli e vecchietti, nessuno sembra più volerci stare. Preferiscono semmai contrapporre la verginità rispetto alle baronie delle tessere. Qui siamo distanti milioni di chilometri da Napoli. La tessera è un oggetto quasi sconosciuto. Ce ne sono settemila in tutta la regione, come computa il segretario uscente Bruno Zvech della mozione Bersani, contro 166.722 voti ottenuti dal Pd alle elezioni europee. Un rapporto del quattro per cento. «Quando a Trieste la Margherita prese il 16 per cento dei voti - aggiunge Ettore Rosato, sottosegretario all´Interno nel governo Prodi e oggi coordinatore della campagna di Franceschini - contavamo in tutto trecento tessere e i Ds mille con il 14 per cento». «Semmai, di tessere qui ce ne vorrebbero di più: più circoli e più tessere - rilancia Debora - in un Pd federato che rispecchi l´autonomia regionale. Circoli con poteri, non autoreferenziali, capaci di decidere le candidature per l´assemblea regionale e per il parlamento, di usare lo strumento dei referendum regionali consultivi. Il tutto valorizzando il codice etico di un partito capace di lavorare sul territorio, ma fatto di persone che sentano il dovere di mescolarsi, di garantire un patto tra quelli che già ci sono e quelli che vorrebbero esserci: tanti, plurali e diversi, per includere e non per escludere». Partito liquido kaputt? «Inevitabile - avverte Zvech - perché dal liquido si rischia di passare al gassoso. Ma il rinnovamento non può essere un´ordalìa, dev´essere una costante che va governata. Evitando di credere che di qua c´è il Pd e di là l´apparato». Debora Serracchiani ha confessato candidamente non solo di preferire Franceschini perché è più simpatico, ma anche che da ragazza confondeva Moro con Berlinguer. Visto che ora è diventata grande e sa la differenza tra D´Alema e Veltroni, tra Bersani e Franceschini, le chiediano un po´ per scherzo se ha mai letto lo statuto del Pd, che è stato definito l´allucinazione del dottor Stranamore, ma «in una giornata di cattivo umore», come ha aggiunto Marco Follini. Ci guata con commiserazione: non solo l´ha letto, ma dice di avere già chiaro che è uno strumento che va in parte rivisto per perfezionare le norme di un partito di tessere, di struttura e di territorio. Come la Lega? «Ma se la Lega ha copiato noi, aprendo i circoli per radicarsi!», protesta. Ben venga però Alessandra Guerra, ex "Lady Carroccio", che due giorni fa ha chiesto la tessera del Pd al circolo di Tricesimo, il paese dove abita. Alessandra sì che fu un cucciolo leghista con le ali, diventando a 32 anni, nel 1994, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. Debora l´ha chiamata al telefono e sembra certo che la porterà a sostenere la causa franceschiniana. Ipotesi sulla quale già nascono leggende politico-metropolitane: «Sapete come finirà?» fa uno dei tesserati che brinda a "Friulano", ex "Tocai", al Caffè Contarena. «Finirà che Debora andrà a Roma a fare il vicesegretario nazionale di Pierluigi Bersani e Alessandra ripartirà da sindaco di Udine». «Impossibile - taglia corto Ettore Rosato - il tempo dei pateracchi è finito». La storia passata dell´ex pasionaria leghista richiama per qualche verso quella di Debora. Nel 1993 il Carroccio va a cercare per le elezioni suo padre, che è un autonomista friulano, ma non ha voglia di impegnarsi. Suggerisce un amico, che all´ultimo momento rinuncia. Così, come tappabuchi, fu candidata Alessandra, che l´anno dopo era già presidente della Regione. Sconfitta nel 2003 da Riccardo Illy, la Lega la emarginò fino a metterla quinta in lista alle elezioni politiche. Lei sopportò, finchè nel 2008 giunse ad accusare il partito di Bossi di «deriva fascista». «Da noi ha fatto un sacco di guai - chiosa il sottosegretario del Pdl ed ex fascista Roberto Menia - . Fossi nel Pd mi opporrei a darle la tessera, ma visto che non lo sono, la cedo ben volentieri». Annaspa un po´ l´attempato cucciolo vicesindaco di Udine. Vincenzo Martines non è donna, non ha preso 70 mila preferenze in regione alle europee, non ha 4.988 amici su facebook, non ha avuto la strepitosa visibilità mediatica di Debora, sembra che non conquisterà l´ex "Lady Carroccio" e va incontro a primarie aperte a tutti, dove si presume che l´avversaria farà il pieno dei non iscritti che l´hanno votata per Strasburgo. Bersani gli dà una mano e stigmatizza le critiche ingenerose della Serracchiani a D´Alema: «Non mi piace lo sberleffo a chi c´è stato prima». Ma nessuno nega il suo «valore aggiunto». «Sicuramente - ammette Roberto Cosolini, ex assessore di Illy e segretario del Pd di Trieste schierato con Bersani - ha contribuito a risvegliare la passione militante, non solo sul web. Piacciono la sua spontaneità, la sua esplicita manifestazione degli stati d´animo. Ma gratta gratta vedo un´idea di vecchio partito del centralismo democratico che noi seppellimmo con il Pci alla morte di Berlinguer». Accusa sanguinosa per la ragazza in ballerine che lancia il partito federalista friulano e magari, ulteriormente federato, il Pd del nord di Cacciari e Chiamparino. Non senza qualche contraddizione. «Io - dice uno dei dirigenti bersaniani chiedendo l´anonimato - l´avrei vista più con Ignazio Marino che con Franceschini dopo il caso Englaro. Voglio vedere come si metteranno ora con i teodem, con la Binetti e con Rutelli». Scissioni in vista? «Per noi di sinistra non c´è altro posto dove andare», filosofeggia Zvech. «Tenere insieme tutti, includere, radicarsi»: tra ritorno al territorio, vocazione maggioritaria e laicità, le tre grandi opzioni democratiche, non c´è contraddizione secondo la Serracchiani che si presenta sotto il putto imbronciato di Udine. «Questa studia da D´Alema», fa un tesserato di Udine al caffè Contarena.

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L'eterno ritorno di Walter agita il congresso del Pd Debora si candida in Friuli (sezione: PD Congresso)

( da "Riformista, Il" del 19-07-2009)

Argomenti: PD

dibattito l'ex segretario attacca su correnti e conflitto d'interessi. D'Alema: «ci provai, basta allusioni» L'eterno ritorno di Walter agita il congresso del Pd Debora si candida in Friuli democratica. Serracchiani punta alla segreteria della sua regione. Franceschini plaude. Grillo fa appello alle sezioni: «Tesseratemi ovunque». La battaglia congressuale per la segreteria democratica si sposta sul territorio. In tutti i sensi. Una delle protagoniste del dibattito, Debora Serracchiani, sostenitrice di Dario Franceschini, ha annunciato la sua candidatura alla segreteria della sua regione, il Friuli-Venezia Giulia. «Ho scelto di candidarmi e quindi oggi sciolgo ogni riserva», ha annunciato l'europarlamentare in un incontro pubblico a Udine. «Con l'altro candidato Martines siamo nello stesso partito e quindi ora sono importanti le linee programmatiche che dirò nei prossimi giorni». Ora, ha aggiunto, «c'è bisogno di confrontarsi su queste linee programmatiche e non su chi è stato o chi è che cosa. La mia candidatura ha un sostegno trasversale e ci tengo a dire che non è affatto coincidente con quella nazionale. L'importante - ha concluso - è che questo congresso ci consenta di fare quella mescolanza che finora non c'è riuscita e che abbiamo rimandato troppo a lungo. Questo è il momento in cui finirà la stagione degli ex». Fulmineo l'apprezzamento di Franceschini: «Da Debora arriva una lezione per tutti. La scelta della Serracchiani di candidarsi alla segretaria regionale del Friuli Venezia dimostra coi fatti l'dea che ha, e che io ho conosciuto fin dal primo momento, sul modo di stare nel partito e sui criteri di selezione dei nuovi gruppi dirigenti». Intanto l'appello lanciato da David Sassoli, la stessa Serracchiani, Rita Borsellino e Francesca Barracciu per costruire la lista "Semplicemente democratici" a supporti di Franceschini ha raccolto, secondo i promotori, cinquecento adesioni sul web. In Piemonte si è invece tenuta la prima assemblea regionale della mozione BersaniBersani è uno dei pochi, veri, riconosciuti e riconoscibili, riformatori di questo Paese», ha detto la presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso. All'incontro era presente anche Filippo Penati. «Sono personalmente convinta - ha detto ancora Bresso - che sia il candidato migliore per costruire davvero un partito solido dal punto di vista dell'identità e per offrire all'Italia un programma innovativo e progressista». Ma la notizia di giornata sul fronte Bersani è stato l'annuncio del sindaco dell'Aquila Massimo Cialente, che in una lettera inviata a Bersani e diffusa alla stampa dal comitato elettorale dell'ex ministro, ha scritto: «Caro Pier Luigi, ho aderito al Partito Democratico perchè ci sei tu, per affiancarti in questa sfida che dovrà portarci a creare un partito vero, opposto a quello liquido, un partito che sia tra la gente. Dopo aver letto i tuoi ultimi interventi, le cose che hai detto ma soprattutto conoscendo benissimo il tuo modo di interpretare la politica, ieri ho deciso di iscrivermi al circolo Pd della mia città». E ancora: «La politica deve rifuggire dagli show, dalle chiacchiere inutili e sostenere sempre la necessità di confrontarsi sulle cose concrete». Risposta di Bersani: «La tua scelta mi commuove». Fa discutere la nuova intervista di Walter Veltroni, che torna a parlare di correnti: «Il mio più grave errore è non averle combattute». Veltroni spiega anche anche di essere al lavoro per tradurre in concreto l'idea di Franceschini di rilanciare una proposta di legge sul conflitto di interessi. E dalle colonne dell'Unità parla di conflitto di interessi anche Massimo D'Alema: «Avremmo dovuto portare a casa una legge seria - ammette parlando del periodo in cui era premier - non riuscimmo a vararla, ma non sarebbe giusto addossarne a me la colpa. Sono quello che ci provò con maggiore impegno». Dunque, aggiunge, «giusto rilanciare il conflitto d'interessi, purché la riflessione non diventi occasione per messaggi allusivi da battaglia congressuale». Continua a tenere banco pure il caso Grillo. Dopo che la commissione di garanzia del Pd gli ha negato la tessera, concessagli poi (ma senza valore formale) dal circolo di Paternopoli, l'attore genovese invoca una rivoluzione dal basso. «Faccio un appello a tutti i circoli del Pd: fate outing, multitesseratemi, mandate a casa chi vi ha fatto perdere tutto, ma proprio tutto e che preferisce il ladro Craxi al galantuomo Berlinguer». 19/07/2009

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Conflitto d'interessi: ci bloccò il timore di Berlusconi-vittima (sezione: PD Congresso)

( da "Unita, L'" del 19-07-2009)

Argomenti: PD

«Conflitto d'interessi: ci bloccò il timore di Berlusconi-vittima» Il senatore Proposi il divieto di avere incarichi di governo e tv ma alla vigilia del '96 si bloccò. Ci riprovammo con D'Alema alla Bicamerale, stessa sorte. E nel 2001 era ormai troppo tardi NINNI ANDRIOLO Sono sorpreso per un tema rimesso all'ordine del giorno anche da chi per anni lo ha sottovalutato». Stefano Passigli ha scritto un libro su «Democrazia e conflitto d'interessi». Senatore, cosa accadde tra il '96 e il 2001 con i governi del centrosinistra? «Nel '94, con Berlusconi in campo, presentai una proposta di legge, approvata nel '95 dal Senato, che sanciva l'impossibilità per chi detiene la proprietà di mezzi di comunicazione di massa di avere incarichi di governo. Quel testo andò poi alla Camera ma, alla vigilia del voto '96, si preferì evitare che Berlusconi potesse fare la vittima». Poi vinse l'Ulivo e si insediò il governo Prodi... «Tra il '96-2001 avevamo la maggioranza. La posizione di D'Alema, con la quale concordavo, era quella di affrontare il tema all'interno della Bicamerale. Poi, nel '98, Berlusconi mandò a monte la commissione parlamentare per le riforme. Già con Prodi si era convenuto, tuttavia, che il conflitto d'interessi avrebbe dovuto essere un tema di iniziativa parlamentare e non di governo. La stessa linea si tenne con D'Alema che, debbo sottolinearlo, non ha mai frenato una legge ad hoc. Anzi, io, e Franceschini alle riforme, come sottosegretari alla presidenza del Consiglio, dovevamo dare impulso anche al conflitto d'interessi». E lei che tipo di iniziativa mise in campo? «Io sollecitai tutti. Dal segretario del Pds, Veltroni, ai capigruppo al Senato e alla Camera, Salvi e Mussi, a Franceschini, al ministro per le riforme, Maccanico. Sollecitazioni che non ebbero molto successo, però». Alla Camera, poi, passò la proposta Frattini... «Esatto. Apparentemente creava il blind trust, ma conteneva norme molto favorevoli a Berlusconi. Riuscimmo a fermare quel testo al Senato e varammo una legge tampone. Eravamo ormai alla vigilia delle elezioni 2001». Nel centrosinistra molte titubanze, quindi... «Io ritengo che tra ds e popolari c'era la preoccupazione di non ripetere l'esperienza del referendum perduto sulla pubblicità televisiva. Si temeva che Berlusconi avrebbe potuto trarre vantaggi elettorali». Veltroni lavora a un nuovo testo... «Basterebbe riprendere la mia proposta del '94, aggiornata nel 2001 su incarico di Rutelli e Fassino. Venne depositata in Parlamento con le loro prime firme. Basta stabilire che non si può stare al governo e possedere, contemporaneamente, reti di comunicazione di massa». Intervista a Stefano Passigli

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Bersani: io nella scia di Pci-Ds? Basta caricature (sezione: PD Congresso)

( da "Corriere della Sera" del 19-07-2009)

Argomenti: PD

Corriere della Sera sezione: Politica data: 19/07/2009 - pag: 16 Democratici L'ex ministro replica a Veltroni: «Voglio un partito, non del secolo scorso ma un partito». Sì di Marino alle unioni civili Bersani: io nella scia di Pci-Ds? Basta caricature Serracchiani in campo per la segreteria del Friuli. Franceschini: acidità contro di lei ROMA «Una caricatura». Pier Luigi Bersani risponde così a Walter Veltroni che sul Corriere aveva definito la piattaforma dell'ex ministro «legittimamente dentro l'evoluzione Pci-Pds-Ds: punta a un modello di partito come ce n'erano un tempo». Accusa che Bersani respinge con fastidio: «Non replico, è una caricatura che si sta facendo da molte parti di me. Io ho in testa un partito del nuovo secolo, che sia un partito però. È uno strumento che deve funzionare perché deve mettersi a servizio del Paese». Partito leggero o strutturato, continuità o rottura con il passato, vocazione maggioritaria o alleanze larghe: temi che animano la fase precongressuale del Pd e che vedono schierati in maniera contrapposta i due fronti guidati da Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani. Ad accendere lo scontro è l'intervista di Veltroni, che tra l'altro ipotizza un'«alleanza riformista» da sviluppare «innanzitutto con la formazione di Vendola, i socialisti di Nencini, i radicali». Soddisfatto il segretario socialista Riccardo Nencini: «Meglio tardi che mai. Il banco di prova saranno le prossime Regionali ». Veltroni ha annunciato che lavorerà nell'Antimafia e sul conflitto d'interessi. Tema che Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita vedono tornare sul tappeto con favore. Ieri intanto Debora Serracchiani si è candidata alla segreteria regionale del Friuli Venezia Giulia. Un modo per provare a smentire chi, come D'Alema, contestava l'irresistibile ascesa dei giovani selezionati solo in virtù di «un discorso brillante». Non è un caso che Franceschini sottolinei la scelta, dopo «le acidità e le critiche ingiuste»: «E' stata rappresentata come una ragazza fortunata che, grazie all'attenzione mediatica, avrebbe bruciato tutte le tappe interne ». La lista costituita dalla Serracchiani insieme a David Sassoli, Rita Borsellino e Francesca Barracciu «Semplicemente democratici» ha ottenuto 500 adesioni via mail e 300 via Facebook. Non è l'unica lista che appoggerà Franceschini: scalda i motori Ermete Realacci, che insieme a Sergio Cofferati e Luigi Nicolais costituirà una lista «Innovazione, ambiente e lavoro». Sull'altro fronte, Rosy Bindi chiede che si proceda con una lista unitaria. Se Pier Luigi Bersani ha l'appoggio di tutti i governatori pd e di molti segretari regionali, Franceschini mette in campo una lunga lista di amministratori locali pronti a sostenerlo: dal sindaco di Lodi al vicepresidente della provincia di Genova, dal sindaco di Reggio Emilia a quello di Cosenza. Bersani sta intanto lavorando alla sua mozione, che sarà ben più snella rispetto al passato: una decina di paginette, pronte per essere pubblicate on line. Chi deve molto faticare per recuperare terreno è Ignazio Marino, che non può contare sulla forza organizzativa degli altri sfidanti. «La sua candidatura però ha già fatto bene al congresso» spiega il coordinatore Michele Meta. Tra le personalità che hanno aderito ci sono Veronesi, Rodotà, Odifreddi e la Mafai, «che ha ripreso la tessera dopo molti anni ». Marino ieri ha detto sì alle unioni civili per i gay, portando a casa il sostegno di Imma Battaglia (Gay Project), ma anche qualche perplessità di Aurelio Mancuso (Arcigay), che chiede chiarimenti. Quanto a Beppe Grillo, in sua difesa scende in campo Mario Adinolfi, anche lui candidato alla segreteria. Il partito nega all'attore e aspirante segretario del Pd la tessera. Che invece il coordinatore del circolo di Paternopoli Andrea Forgione si è detto invece pronto a concedergli. Dal suo blog Grillo lancia un appello: «Fate outing, multitesseratemi e mandate a casa chi vi ha fatto perdere tutto». Candidati A sinistra, il candidato alla segreteria del Partito democratico Pier Luigi Bersani e, accanto, Debora Serracchiani, candidata a sua volta alla segreteria regionale del partito in Friuli Venezia Giulia Alessandro Trocino

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Da Marianna a Michela, l'ultima figurina (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)

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articolo di domenica 19 luglio 2009 Da Marianna a Michela, l'ultima figurina di Marco Zucchetti Il meccanismo è quello dei fringuelli di Darwin. Quelli delle Galapagos, che spiegano il concetto di evoluzione. Diverse condizioni, diverse esigenze, diversi becchi. Frutta fresca, semi, insetti: becco piatto, becco incrociato, becco a punta. Lo stesso capita nel Pd con le fringuelle e i leader. C'è Veltroni? Prolifera la precaria di buona famiglia. C'è la transizione? La spunta l'avvocatessa naif. C'è Franceschini? Ecco la studentessa vicina alla gggente. D'altronde al giorno d'oggi senza una fringuella te la canti e te la suoni. L'ossessione per il giovanilismo, l'assuefazione al fresco aroma di femmina: una bandierina di bell'aspetto ci vuole. E pian piano si crea l'immaginetta perfetta: dammi più carisma, dammi meno raccomandazioni, dammi più vigore, dammi meno acidità. Ci siamo: l'ultimo stadio della candidata-immagine del Pd ha il volto elegante e perlato di Michela Di Biase, 28 anni vissuti nell'Urbe. È lei, studentessa di storia dell'arte e capogruppo democratica nel VII municipio romano, che giovedì ha introdotto il discorso di Dario Franceschini. Camicetta bianca, capelli ordinati, orecchini da Vermeer. E fin qui, nulla di nuovo. Ma l'ultima evoluzione dei Pokemon-democrats doveva avere un'arma segreta, l'equivalente dell'alabarda spaziale. E Michela ha dalla sua l'esperienza di quartiere, le battaglie per la «potatura degli alberi» al Prenestino. È una figura nuova, questa giovane che parla con accento funaresco di demogratisci e scirgoli e che le maniche della camicetta se le rimbocca. Qualcuno dice che il Pd deve recuperare la base? Taaac! Ecco l'aggancio cor popolino. Nell'almanacco delle figurine del Pd, in poco più di un anno, si è scivolati da Marianna Madia e Pina Picierno fino a Michela Di Biase, passando per Debora Serracchiani. Di volta in volta osannate come i nuovi acquisti dell'Inter e di volta in volta relegate in panchina come i nuovi acquisti del Milan. Epperò si continua a sfornarne, perché le istruzioni per far stare in piedi un bel Partito democratico fai-da-te sono chiare: 1) prendere una giovane carina; 2) inocularle il vaccino anti-velina (cosicché nessuno venga poi a dire che non si capisce perché le carine a destra sono corpivendole fallite e a sinistra sono Giovanne D'Arco pre-rogo); 3) lanciarle come nuove lavatrici sul mercato; 4) aspettare che si autodistruggano, tanto sono in garanzia. La prima fu Marianna Madia, angelicata quanto basta e ammanicata anche un po' più di quanto basta. Veltroni ci aveva puntato tutto il piatto. «All-in». Capolista nel Lazio alle Politiche, più aspettative su di lei che sulla Madonna di Fatima. Lei, ex del figlio di Napolitano, neolaureata in economia, già impegnata tra la segreteria di Enrico Letta e Rai Educational, era l'anti-politica rinfrescante. Meno pretenziosa di un'acqua-e-menta. Poi, qualcuno la perse di vista e lei se ne uscì con un ingenuo «metto a disposizione la mia straordinaria inesperienza». Fu rottamata senza passare dal servizio assistenza e ora annaspa in un «ma anchismo» da «tutti amici, tutti contigui». Portata in palmo di mano da Veltroni era anche Pina Picierno, ex ministro ombra della Gioventù. Visetto furbo e vispo, verve speziata, poteva fare bene. Ma il disarcionamento di Walter fu galeotto e Pina ha fatto la fine dei cd: funziona ancora, ma per qualcuno è tempo di scegliere qualcosa di meglio. E il meglio sarebbe Serracchiani Debora, corrispettivo sbarbato di Massimo Cacciari (ma sfortunatamente per lei solo nel fatto che dimostra un paio di decenni in meno della sua età). Sospinta da quell'instancabile Pigmalione che è Veltroni, sbocciò ad un'assemblea del Pd, quando punse la dirigenza. Incoronata. Santa subito. Redìmici tutti. L'exploit alle Europee fu il certificato di gloria e Franceschini la cooptò in fretta e furia. Il tempo di una consacrazione e subito lei ammise di scegliere Dario perché «più simpatico» abbaiando contro D'Alema «uomo di apparato». Fu sbranata e non hanno ancora finito di banchettare con i suoi resti politici. Ora tocca a Michela, fringuella der Tuscolano. Una che parla con competenza di scuole e servizi e che spera di non fare la fine di Debora. Debora che oggi si candida alla segreteria del Friuli e che ieri portava i libri di Queneau alle assemblee. Debora che ora - come Zazie, il personaggio del suo autore preferito - può solo dire: «Cos'ho fatto negli ultimi giorni? Sono invecchiata». © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Bersani ormai ha già stravinto E così tornerà al vecchio Pci (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di domenica 19 luglio 2009 Bersani ormai ha già stravinto E così tornerà al vecchio Pci di Redazione I governatori democratici si schierano con lui, Veltroni abbandona la battaglia e a Franceschini restano solo i centristi: l'esperimento è finito, il partito è risorto Il grande proletario si è mosso. L'anima genetica del Pci ha armato il suo Dna e ha spedito per il corpaccio del pallido Partito democratico il suo Rna replicante, l'elemento che permette di riprodurre l'impronta genetica, l'identità, l'anima segreta che non è mai morta. Certo, dirà qualcuno, è troppo presto per dirlo, ma a noi sembra invece che sia già l'ora: Bersani, Dna emiliano da manuale, stempiatura alla Maurizio Ferrini («non capisco ma mi adeguo»), la fronte altissima, la parlata calma e razionale (ma chiodata e bullonata), la continuità imperterrita negli occhi pacati e quasi fissi, la competenza ingegneresca della politica fino alla sua banalizzazione, lontano dai russi e vicino alla tradizione cooperativa, assicurativa, ha ormai vinto. Dietro di lui, come ognun sa, s'erge l'ombra del commensale di pietra Massimo D'Alema, ferrigno e ingrigito, mente impassibile e sprezzante, privo di apparente mobilità emotiva, ingegneresco anche lui ma, a differenza di Bersani, capace di sarcasmi micidiali, l'understatement romano gelido come le sue grisaglie di eccellente forbice, la stessa che regola i suoi baffi brizzolati al punto giusto. D'Alema è il regista, e Bersani il film. Da che si vede? Dal fatto che quattro più quattro, se non sono cambiate le regole a causa del caldo, dovrebbe pur sempre fare otto, nel senso che basta mettere insieme le tessere del puzzle e il mosaico parla da solo. Prima tessera: ieri Uòlter ha dato una paginata di intervista al Corrierone in cui ha detto in pratica che lui se ne va, forse in un paradiso tropicale, forse in Africa, forse in un convento, forse sulla Luna, ma insomma stacca, si toglie di mezzo, getta la spugna. Secondo elemento: i uòlteriani di Roma se ne sono andati con Bersani. Direte voi: e Franceschini? Risposta: Franceschini chi? Quel bravo figlio un po' isterico di mamma diccì che ha cercato di far credere a se stesso di essere un leader popolare? Suvvia. Parolaio, nervosetto, consapevole che la sua è una mission impossibile, appena un centimetro o due oltre il bordo del ridicolo. I comunisti lo abbandonano e d'altra parte i comunisti si dividono in due: i comunisti americani di Uòlter e quelli dalemiani di D'Alema. I primi, abbiamo visto, stanno preparando per il loro leader di riferimento la valigia con zanzariera, acchiappafarfalle, pomata contro i morsi dei coccodrilli, e poi via verso l'ignoto. I secondi, i dalemiani, zitti zitti piano piano, hanno lavorato per riportare alla luce il Dna disperso, occultato, e lo hanno restaurato come nuovo. Che c'entra Franceschini con quel Dna? Un fico secco, essendo anche lui seccagno e segaligno, con le physique tutt'al più del secchione liceale. Dunque i uòlteriani mollano il Franceschino e così fanno - terzo elemento - i governatùr del Pd che riuniti in conclave via internet, chi con Skype e chi con Facebook, si sono mandati l'sms finale: turnùma inderèra, che tradotto dalla lingua dei Savoia e di Badoglio significa torniamo alle origini, fine dell'esperimento, perché finché si scherza, si scherza, ma noi siamo il Partito. Altro elemento, complementare all'ultimo: il lungo Piero, inteso come Fassino l'archibugio, viene riarrotolato intorno al suo rocchetto e chiuso in cantina per quando si farà un museo delle cere. La prova sta nel fatto che poiché Fassino seguita a non capire e a dirsi franceschiniano, quando lui si presenta alle feste dell'Unità che adesso si chiamano "Democratic Party" (che invenzione! Quanta America da mercato delle pulci, quanto provincialismo, quante memorie di antiche borse di studio per Harvard e Mit) non lo fanno entrare: i buttafuori del partito lo accompagnano alla porta. Non lo riconoscono, non risulta sul tesserario, non è per cattiveria, ma il partito riconosce soltanto se stesso, la sua stessa continuità interna comunista e non tollera quinte colonne, neanche alte e sottili come l'ex segretario piemontese, il quale si è sentito dire in pratica: lei non esiste. La botta di Beppe Grillo in un certo senso ha mostrato in anticipo le carte: la repulsione genetica nei confronti del comico predicatore è stata di rigetto violento, troppo violento, sdegnato, offeso, da coltello alla gola. E che diamine, un po' di cortesia e tolleranza. E invece no: è l'ora della normalizzazione, è l'ora del fare quadrato, fare squadra, dichiarare chiuso l'esperimento, e anche le buffe primarie precotte che sono funzionali soltanto a patto che dicano esattamente ciò che era stato stabilito prima. Non vorrei che il popolo le prendesse sul serio. Non vorremmo che questi qui pensassero di poter tirare la giacchetta del partito come se fosse quella di Arlecchino, fatta di tanti pezzi cuciti insieme in cui l'uno vale l'altro. Il Partito si ricostituisce davanti allo specchio. Non ha mai avuto la sua Bad Godesberg prima, e non l'avrà neanche dopo. Chiacchiere tante, fumo negli occhi, illusioni, sperimentalismi, ma si è visto com'è finita: un minestrone senza senso, senza forma, senza sapore che viene rifiutato da quell'elettorato che una volta votava Pci, felice di votare Pci, perché era il Pci e non un'altra cosa fatta di frammenti di vetro, ossi di oliva, capelli sporchi e grumi di caffettiera. Ci torna in mente il bellissimo numero che fece Dario Fo tanti anni fa nel «Mistero Buffo» quando interpretò papa Bonifazio indignato perché "el Jesus" in persona era venuto a impartirgli lezioni di umiltà, povertà e sottomissione: Bonifazio a un certo punto si stufa, manda a ramengo el Jesus e si veste da Papa con tutte le orgogliose insegne del potere: cappellùn, pastoràl, oro, brillantùn, voce tonante e canto gregoriano nelle labbra come un grido di guerra. Forse "el Jesùs" è stato il democristo Franceschini e la ricreazione è finita: è l'ora del cappellùn, delle insegne della continuità, della storicità, del partitùn, del "torneremo come eravamo", e basta con gli ibridi, e basta con i pastrocchi, basta con i meticciati. Basta con la democrazia di base, con l'anabattismo politico. Avanti con Bersani: solido, comunista, spazioso, dall'eloquio buono anche per l'Unipol, realista, niente sogni, niente di niente. Avanti verso l'indietro, avanti verso il ritorno, modernizzati sì, ma identici. Il laboratorio è chiuso, il teatro anche, i costumi di scena tornano nel magazzino degli stracci. Per Franceschini è stato comperato un biglietto ferroviario di ritorno di seconda classe, meta a scelta. Non l'Africa, perché lì c'è Uòlter che si è già scritto sul telefonino "hic sunt leones". D'Alema, bianco grigio e gelido come una granita di caffè con panna, siede in cabina di regia. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. 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Bersani ha già stravinto Così tornerà al vecchio Pci (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 19-07-2009)

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articolo di domenica 19 luglio 2009 Bersani ha già stravinto Così tornerà al vecchio Pci di Redazione I governatori democratici si schierano con lui, Veltroni abbandona la battaglia e a Franceschini restano solo i centristi: l’esperimento è finito, il partito è risorto Il grande proletario si è mosso. L’anima genetica del Pci ha armato il suo Dna e ha spedito per il corpaccio del pallido Partito democratico il suo Rna replicante, l’elemento che permette di riprodurre l’impronta genetica, l’identità, l’anima segreta che non è mai morta. Certo, dirà qualcuno, è troppo presto per dirlo, ma a noi sembra invece che sia già l’ora: Bersani, Dna emiliano da manuale, stempiatura alla Maurizio Ferrini («non capisco ma mi adeguo»), la fronte altissima, la parlata calma e razionale (ma chiodata e bullonata), la continuità imperterrita negli occhi pacati e quasi fissi, la competenza ingegneresca della politica fino alla sua banalizzazione, lontano dai russi e vicino alla tradizione cooperativa, assicurativa, ha ormai vinto. Dietro di lui, come ognun sa, s’erge l’ombra del commensale di pietra Massimo D’Alema, ferrigno e ingrigito, mente impassibile e sprezzante, privo di apparente mobilità emotiva, ingegneresco anche lui ma, a differenza di Bersani, capace di sarcasmi micidiali, l’understatement romano gelido come le sue grisaglie di eccellente forbice, la stessa che regola i suoi baffi brizzolati al punto giusto. D’Alema è il regista, e Bersani il film. Da che si vede? Dal fatto che quattro più quattro, se non sono cambiate le regole a causa del caldo, dovrebbe pur sempre fare otto, nel senso che basta mettere insieme le tessere del puzzle e il mosaico parla da solo. Prima tessera: ieri Uòlter ha dato una paginata di intervista al Corrierone in cui ha detto in pratica che lui se ne va, forse in un paradiso tropicale, forse in Africa, forse in un convento, forse sulla Luna, ma insomma stacca, si toglie di mezzo, getta la spugna. Secondo elemento: i uòlteriani di Roma se ne sono andati con Bersani. Direte voi: e Franceschini? Risposta: Franceschini chi? Quel bravo figlio un po’ isterico di mamma diccì che ha cercato di far credere a se stesso di essere un leader popolare? Suvvia. Parolaio, nervosetto, consapevole che la sua è una mission impossibile, appena un centimetro o due oltre il bordo del ridicolo. I comunisti lo abbandonano e d’altra parte i comunisti si dividono in due: i comunisti americani di Uòlter e quelli dalemiani di D’Alema. I primi, abbiamo visto, stanno preparando per il loro leader di riferimento la valigia con zanzariera, acchiappafarfalle, pomata contro i morsi dei coccodrilli, e poi via verso l’ignoto. I secondi, i dalemiani, zitti zitti piano piano, hanno lavorato per riportare alla luce il Dna disperso, occultato, e lo hanno restaurato come nuovo. Che c’entra Franceschini con quel Dna? Un fico secco, essendo anche lui seccagno e segaligno, con le physique tutt’al più del secchione liceale. Dunque i uòlteriani mollano il Franceschino e così fanno – terzo elemento – i governatùr del Pd che riuniti in conclave via internet, chi con Skype e chi con Facebook, si sono mandati l’sms finale: turnùma inderèra, che tradotto dalla lingua dei Savoia e di Badoglio significa torniamo alle origini, fine dell’esperimento, perché finché si scherza, si scherza, ma noi siamo il Partito. Altro elemento, complementare all’ultimo: il lungo Piero, inteso come Fassino l’archibugio, viene riarrotolato intorno al suo rocchetto e chiuso in cantina per quando si farà un museo delle cere. La prova sta nel fatto che poiché Fassino seguita a non capire e a dirsi franceschiniano, quando lui si presenta alle feste dell’Unità che adesso si chiamano “Democratic Party” (che invenzione! Quanta America da mercato delle pulci, quanto provincialismo, quante memorie di antiche borse di studio per Harvard e Mit) non lo fanno entrare: i buttafuori del partito lo accompagnano alla porta. Non lo riconoscono, non risulta sul tesserario, non è per cattiveria, ma il partito riconosce soltanto se stesso, la sua stessa continuità interna comunista e non tollera quinte colonne, neanche alte e sottili come l’ex segretario piemontese, il quale si è sentito dire in pratica: lei non esiste. La botta di Beppe Grillo in un certo senso ha mostrato in anticipo le carte: la repulsione genetica nei confronti del comico predicatore è stata di rigetto violento, troppo violento, sdegnato, offeso, da coltello alla gola. E che diamine, un po’ di cortesia e tolleranza. E invece no: è l’ora della normalizzazione, è l’ora del fare quadrato, fare squadra, dichiarare chiuso l’esperimento, e anche le buffe primarie precotte che sono funzionali soltanto a patto che dicano esattamente ciò che era stato stabilito prima. Non vorrei che il popolo le prendesse sul serio. Non vorremmo che questi qui pensassero di poter tirare la giacchetta del partito come se fosse quella di Arlecchino, fatta di tanti pezzi cuciti insieme in cui l’uno vale l’altro. Il Partito si ricostituisce davanti allo specchio. Non ha mai avuto la sua Bad Godesberg prima, e non l’avrà neanche dopo. Chiacchiere tante, fumo negli occhi, illusioni, sperimentalismi, ma si è visto com’è finita: un minestrone senza senso, senza forma, senza sapore che viene rifiutato da quell’elettorato che una volta votava Pci, felice di votare Pci, perché era il Pci e non un’altra cosa fatta di frammenti di vetro, ossi di oliva, capelli sporchi e grumi di caffettiera. Ci torna in mente il bellissimo numero che fece Dario Fo tanti anni fa nel «Mistero Buffo» quando interpretò papa Bonifazio indignato perché “el Jesus” in persona era venuto a impartirgli lezioni di umiltà, povertà e sottomissione: Bonifazio a un certo punto si stufa, manda a ramengo el Jesus e si veste da Papa con tutte le orgogliose insegne del potere: cappellùn, pastoràl, oro, brillantùn, voce tonante e canto gregoriano nelle labbra come un grido di guerra. Forse “el Jesùs” è stato il democristo Franceschini e la ricreazione è finita: è l’ora del cappellùn, delle insegne della continuità, della storicità, del partitùn, del “torneremo come eravamo”, e basta con gli ibridi, e basta con i pastrocchi, basta con i meticciati. Basta con la democrazia di base, con l’anabattismo politico. Avanti con Bersani: solido, comunista, spazioso, dall’eloquio buono anche per l’Unipol, realista, niente sogni, niente di niente. Avanti verso l’indietro, avanti verso il ritorno, modernizzati sì, ma identici. Il laboratorio è chiuso, il teatro anche, i costumi di scena tornano nel magazzino degli stracci. Per Franceschini è stato comperato un biglietto ferroviario di ritorno di seconda classe, meta a scelta. Non l’Africa, perché lì c’è Uòlter che si è già scritto sul telefonino “hic sunt leones”. D’Alema, bianco grigio e gelido come una granita di caffè con panna, siede in cabina di regia. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. 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In campo nel Pd gli D'Alema e Veltroni (sezione: PD Congresso)

( da "Avvenire" del 19-07-2009)

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CRONACA 19-07-2009 In campo nel Pd gli «sponsor» D'Alema e Veltroni DA R OMA A NGELO P ICARIELLO I big del Pd completano i posizionamenti ai nastri di partenza, prima delle ferie. A settembre si sarà già nella fase precongressuale, con i congressi dei circoli in vista delle convenzioni provinciali già fissate per il 4 ottobre e della convenzione nazionale (si chiamerà così) di domenica 11 ottobre, e delle primarie, previste per domenica 25 ottobre. Gli antagonisti di sempre Massimo D'Alema e Walter Veltroni rifiutano il ruolo di king maker, rispettivamente, di Pierluigi Bersani e Dario Franceschini e bollano come archeologia i riferimenti al loro atavico dualismo. Ma poi i fatti suonano come ennesima smentita delle smentite, così come le due interviste rilasciate ieri, con singolare tempismo, da Veltroni al Corriere della Sera e da D'A- lema all' Unità. Il sostegno di quest'ultimo a Bersani non è un mistero. D'Alema rispedisce al mittente Franceschini l'accusa di rappresentare «quelli di prima», che vogliono tornare: «Ha presentato il programma con Fassino, Marini, Fioroni. Tutti quelli di prima insomma»... E qui pare proprio di vederla la smorfia di 'Baffino' con la quale è solito sottolineare le battute più perfide. E anche quando ricorda la distinzione gramsciana fra «coloro che costruiscono gli edifici e quelli che mettono in piedi palafitte» è nitida l'accusa a Veltroni, che con la sua idea di partito leggero ha dato vita a questa 'amalgama mal riuscita', come la definì lo stesso D'Alema, archiviando di fatto il tentativo veltroniano. Definisce poi «sbagliata» la candidatura di Ignazio Marino, che definisce «ottimo chirurgo ». Quanto al ruolo che intende ritagliarsi assicura di voler solo «dare una mano» ma niente «funzioni da leader». Ma la vera novità viene da Veltroni, che accusa di scarsa solidarietà degli ex ministri di Prodi per le rogne ereditate da segretario del neonato Pd, come i rifiuti in Campania o la giunta abruzzese. Di- chiarando però chiusa, manco a dirlo, «unilateralmente, l'eterna diatriba D'A- lema- Veltroni». E traccia per sé un futuro da componente della commissione Antimafia: «Non si può accettare passivamente di vivere in un Paese in cui le mafie hanno un potere sempre più invadente ». Ma, ecco la novità, dopo aver detto di volersi tener fuori dalla contesa per la segreteria il che era stato letto come un 'abbandono' del vice che aveva voluto al suo fianco ora 'sposa' con nettezza la piattaforma Franceschini, «che disegna un partito con l'ambizione di cambiare radicalmente il Paese ». E, dopo aver teorizzato la «vocazione maggioritaria» e aver dato vita a una non felice alleanza con Antonio Di Pietro, ora confeziona su misura per Franceschini l'idea di «un'alleanza riformista per l'Italia», che dovrebbe vedere come alleati «innanzitutto Vendola, i socialisti di Nencini e i radicali», e poi «sulla base di progetti riformisti, si possono stringere patti con le altre formazioni di opposizione », con riferimento segnatamente all'Udc. «Meglio tardi che mai», si compiace il segretario del partito socialista Riccardo Nencini. E indica nelle prossime regionali «il banco di prova di questo cambiamento di rotta». Pochi i temi su cui D'Alema e Veltroni sono in reale sintonia. Fra questi, il rammarico per la mancata definizione del conflitto di interesse. Entrambi poi dimostrano di non avere... Grillo per la testa. Il quale però non demorde. E dopo il primo circolo che l'ha accolto, lancia l'appello a tutti gli altri: «Multitesseratemi », chiede. L'ex presidente del Consiglio attacca Franceschini: «Quelli di prima si sono visti alla presentazione della sua candidatura» L'ex segretario rompe gli indugi e si schiera per il suo antico «vice»

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