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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “PD A CONGRESSO” |
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Regione
per regione guerra per le poltrone tra i colonnelli del Pd
( da "Riformista, Il" del 11-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Nei colloqui riservati col segretario, Rutelli ha vincolato il sostegno a Franceschini alla "promozione" di Riccardo Milana da segretario del Pd di Roma a leader del Pd laziale. C'è un problema: anche l'uscente Roberto Morassut, sostenuto da Veltroni, punta alla riconferma. Che fare?
Meglio
rifare il Pci che una bocciofila la posta di zoro
( da "Riformista, Il" del 11-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: ho letto con sconcerto che tu preferisci Bersani. Ma tu quindi sei bersaniano, un uomo d'apparato, un signore delle tessere, un iscritto! Da te non me l'aspettavo proprio! Circolo Pd Ma Non Necessariamente Ebbene sì, lo ammetto, sono stato bersaniano per qualche ora, ma dopo le parole di giovedì del segretario Dario sono diventato anche un po'
Da
scossa nasce scossa ( da "Foglio, Il" del 11-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: messo a punto il riformismo, evocato il socialismo, smistato il rutellismo, c?è da sistemare il dibattito sulla bocciofila. E?, il nobile sodalizio, faro ideale del Piddì che verrà o fancazzismo romagnolo? Bersani sostiene che il partito deve essere come “una bocciofila in cui ci sono delle regole”
"Il
Pd con Bersani rischia di cadere nell'effetto nostalgia"
( da "Stampa, La" del 12-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Però D'Alema e Bersani dicono che il Partito non c'è e che l'idea di Veltroni, il Partito liquido tutto basato sulle primarie che eleggono le leadership, è stata disastrosa. «Figuriamoci se io voglio un Partito liquido. Non lo voglio io e non lo vuole neanche Franceschini.
(...)
accecati dall'odio contro Berlusconi, si sono, infine, distinti come nemici
dichiarati della Patria. ( da "Tempo, Il" del 12-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: penso a D'Alema, sismologo saccente, che, dalla zattera del postcomunismo alla deriva, invece di pensare ai casi pugliesi suoi, grida, annunciando, a ripetizione, scosse istituzionali. Oppure a Bersani, che, invece di raccontarci la verità sul "modello emiliano" e sul sistema delle coop rosse - altro che "questione morale"!
Bertolaso
( da "Tempo, Il" del 12-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Una breve parentesi poi eccolo vice commissario per il Giubileo 2000 scelto da Francesco Rutelli allora sindaco di Roma. La sala operativa di piazza Adriana all'ombra di Castel Sant'Angelo e del Cupolone, lo studio dei flussi e dei percorsi dei pellegrini sono i prodromi di ben altri eventi che vedranno Bertolaso «conductor» di successo.
Bindi
contro il nuovismo
Argomenti: PD
Abstract: Fuori i nomi: Rutelli? Nomi non ne faccio. Non vorrei che qualcuno s'offendesse. E comunque, ora quello spettro non c'è. Sui principi fondamentali, a cominciare dal modo di fare opposizione, le mozioni di Bersani e Franceschini saranno troppo vicine per consentire a chi perde di dire "me ne vado".
Così
dichiarò Capezzone (tre volte al dì)
( da "Riformista, Il" del 12-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: «Più ascolti D'Alema, più rimpiangi Veltroni. Come diceva Totò: "E abbiamo detto tutto"» (16:46). 7 luglio. Tutto pronto per il G8 dell'Aquila. Il Guardian attacca l'Italia: «Vertice nel caos, uscità presto dal G8». Sky sorpassa Mediaset. Così parlò D. C. «La sinistra condanni i comportamenti dei no global» (12:16).
Beppe
Grillo: mi candido alla guida del Pd
( da "Giornale.it, Il" del 12-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: cioé D'Alema, Rutelli eccetera". Adinolfi: "Benvenuto..." "Se lo fa con serietà, se non è una boutade estiva, se conosce e accetta le regole e si sottopone al vaglio degli iscritti al Pd iscrivendosi lui stesso entro i termini stabiliti, a me viene da dire solo una cosa a Beppe Grillo: benvenuto tra noi".
Il
comico si candida alla segreteria "contro il partito fatto di vuoto e
inciucioni" ( da "Stampa, La" del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Una creatura ambigua che ha generato Consorte, Violante, D'Alema, riproduzioni speculari e fedeli dei piduisti che affollano la corte dello psiconano. Un soggetto non più politico, ma consortile, affaristico, affascinato dal suo doppio berlusconiano». Lei è il quarto con Franceschini, Bersani e Marino.
"L'Onnipotente?
Non è spiritoso" ( da "Stampa, La" del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Franceschini è mio amico, anche se il mio grande amore è D'Alema. Vorrei il suo ritorno». E se lui appoggia Bersani segretario contro Franceschini? «Non m'interessa: o D'Alema o niente. Altrimenti, meglio Franceschini». Politica, futuro, dunque giovani. Nei concerti lei dedica ancora Sogna, ragazzo sogna ai ragazzi.
Fattore
ex pm, Democratici in imbarazzo
( da "Corriere della Sera" del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: che ragionano come Enrico Letta o Francesco Rutelli. Perciò la linea è quella di dare ovviamente ragione al capo dello Stato, ricordando, però, che comunque il Pd sta all'opposizione e che è la maggioranza che in realtà non accetta un confronto civile. Persino un personaggio come Massimo D'Alema, che sulla sua voglia di «un Paese normale» ci ha scritto un libro,
Per
ora sono tre: Franceschini, sostenuto da Fassino e Rutelli; Bersani appoggiato
da D'Alema e... ( da "Messaggero, Il" del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Lunedì 13 Luglio 2009 Chiudi Per ora sono tre: Franceschini, sostenuto da Fassino e Rutelli; Bersani appoggiato da D'Alema e Letta e l'outsider Marino.
Il
25 ottobre si voterà per eleggere il segretario del Partito democratico.
Potranno partec... ( da "Messaggero, Il" del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Fioroni e Rutelli, Pier Luigi Bersani appoggiato da D'Alema, Letta e Bindi, Ignazio Marino sponsorizzato da Bettini, e Mario Adinolfi. Lo strumento delle primarie per la prima volta fu utilizzato con Romano Prodi nel 2005. Allora servì, come nella tradizione americana, per la scelta del candidato premier.
ROMA
- Mi iscrivo al Pd e mi candido segretario . Beppe Grillo annuncia sul blog ...
( da "Messaggero, Il" del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: sfotte Franceschini, Fassino e Veltroni, ha parole di simpatia solo per la Serracchiani, si propone di cacciare D'Alema e Rutelli che «hanno disintegrato l'Italia insieme allo psiconano». Grillo non è ancora iscritto al Pd. Dice che lo farà presto. Entro il 21 luglio, data limite fissata dal regolamento interno.
Riccardo
Milana:
Argomenti: PD
Abstract: Rutelli rimarrebbe davvero isolato nella capitale e sarebbe costretto a trovare un altro uomo. Per Morassut si starebbero spendendo Veltroni e Fassino con Franceschini. Ecco perchè, se non si dovesse arrivare a una soluzione, potrebbe spuntare una terza via, come quella di David Sassoli: secondo molti,
Compagno
cocomero ( da "Foglio, Il" del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: ecco, sono Veltroni… “e certo, D?Alema…”. Minchia, che intesa… Ed è qui che Giuseppe detto Pippo cala l?asso, spiazza, fa il dotto che proprio a D?Alema tanto piace. “Sai, come dice Protagora…”, e uno pensa Pitagora, avrà sbagliato nome, macché, “
"Lo
chiamano buffone e hanno paura di lui"
( da "Stampa, La" del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Bersani, Franceschini, Marino... «I primi due sulle questioni fondamentali la pensano allo stesso modo, e sono l'ennesimo scontro D'Alema-Veltroni travestito. Marino, per la sua storia, è molto mirato sulla laicità ma debole sul resto. Però fra i tre mi sembra il più potabile: l'unico che ha colto il problema del fermo di Roma.
E
Dario resta in silenzio nel giorno della bufera
( da "Tempo, Il" del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Il Pd - aggiunge Bersani, che conta sull'appoggio di Massimo D'Alema, Enrico Letta e Rosy Bindi - deve aprire un cantiere, perché l'esperiezna dell'Ulivo non è conclusa. E chi dice che il mio sarà un partito degli apparati sbaglia alla grande». Presenta invece in via ufficiale la sua candidatura alla guida dei Democratici,
Basta
un giullare per stravolgere il copione in un Pd delle comiche
( da "Giornale.it, Il" del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: alle origini che gli prospettano Bersani e D'Alema: l'elogio del vecchio apparato («Invincibile, diciamo», per il leader Maximo) e quella del vecchio circolo in cui tutti si conoscono, e in cui le regole sono chiare, perché a redigerle sono gli stessi fondatori. Dietro il paradosso Grillo, e dietro il darkside di Bianchini, invece, si agita il canovaccio di uno spettacolo diverso.
Argomenti: PD
Abstract: Binetti e Rutelli dall'altro. Non so». Nel suo spassoso "inno" in stile Ligabue lei canta, rivolto a Veltroni: "Tu sai che il leader non conta / il primo che parla c'ha ragione lui". «Appunto». Dica la verità: a parte Grillo che forse provoca per mettere zizzania, tra i tre candidati ufficiali chi preferisce?
Il
terzo uomo contro Bassolino, ma si dimentica di Morando
( da "Manifesto, Il" del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Il problema in ogni caso esiste, ma secondo i dirigenti locali sta nell'incapacità di mobilitare elettori. Dalla querelle si è astenuto il presidente della regione Antonio Bassolino, che continua a mantenere il riserbo sulla sua posizione al congresso, nonostante non ci siano dubbi sul suo sostegno a D'Alema- Bersani.
ROMA
- Grazie, ma sarà per un'altra volta. Nel frattempo Beppe Grillo, visto che
i... ( da "Messaggero, Il" del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: E se il costituzionalista Stefano Ceccanti (vicino a Walter Veltroni) spiega che lo statuto impedisce l'iscrizione di chi è stato promotore di liste concorrenti, il candidato leader Pier Luigi Bersani concorda: «E' singolare che una persona che ha promosso liste contro di noi un mese fa si candidi a dirigerci.
Se
un giullare stravolge il copione del Pd
( da "Giornale.it, Il" del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: alle origini che gli prospettano Bersani e D'Alema: l'elogio del vecchio apparato («Invincibile, diciamo», per il leader Maximo) e quella del vecchio circolo in cui tutti si conoscono, e in cui le regole sono chiare, perché a redigerle sono gli stessi fondatori. Dietro il paradosso Grillo, e dietro il darkside di Bianchini, invece, si agita il canovaccio di uno spettacolo diverso.
"Il
Pd mi ha deluso, sognavamo Obama e ci troviamo Grillo"
( da "Giornale.it, Il" del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Binetti e Rutelli dall'altro. Non so». Nel suo spassoso “inno” in stile Ligabue lei canta, rivolto a Veltroni: “Tu sai che il leader non conta / il primo che parla c'ha ragione lui”. «Appunto». Dica la verità: a parte Grillo che forse provoca per mettere zizzania, tra i tre candidati ufficiali chi preferisce?
Buone
ragioni per chiamare "tutti dentro il Pd", tranne Grillo
( da "Foglio, Il" del 15-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: ex nucleo veltroniano, la corrente dei popolari e taluni settori del così detto Pd del nord di cui Chiamparino è stato tra i maggiori animatori, non è precipitata mai in un comune progetto esplicitamente enunciato. “Ed è la maggiore pecca di questo congresso”
Argomenti: PD
Abstract: Ecco perché Letta è sussincu d'scogliu... ». Quindi farebbe un pensierino per il dalemiano Bersani, sostenuto da Letta? «No, se fosse sceso in campo D'Alema, forse l'avrei votato. Ma come non votare il mio collega di partito, il giovane democristiano Franceschini?
Cossiga:
"Ogni volta che in giro c'è una fregnaccia dietro c'è Di Pietro"
( da "Giornale.it, Il" del 16-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Ecco perché Letta è sussincu d?scogliu... ». Quindi farebbe un pensierino per il dalemiano Bersani, sostenuto da Letta? «No, se fosse sceso in campo D?Alema, forse l?avrei votato. Ma come non votare il mio collega di partito, il giovane democristiano Franceschini?
Pd,
i candidati a caccia di sostenitori
( da "Avvenire" del 16-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: E se oggi era prevista da tempo la kermesse di Dario Franceschini sul Pd secondo la linea del successore di Veltroni, ecco arrivare in contemporanea un appuntamento pro Pierluigi Bersani, con un parterre variegato e di tutto rispetto. Insomma, la battaglia da qui per i prossimi cento giorni sarà dura, ma intanto è stata depotenziata la mina-Grillo.
Dario
Franceschini entra nell'elegante catino dell'Acquario romano sulle note di Dom...
( da "Unita, L'" del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: E il sindaco di Bari non nasconde il suo «dolore» per le divisioni: «Dario, D'Alema e Bersani non dicono cose diverse...». Il lancio della candidatura. Un patto con i circoli: «Siate le nostre antenne, restate liberi». Poi lo stop al modello tedesco che piace a D'Alema: «Mai una legge che permetta di fare alleanze dopo il voto».
Dario
sotterra l'Ulivo, conferma le primarie e apre ai "cacicchi"
( da "Riformista, Il" del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Il leader entusiasma Fassino e Veltroni ma delude ancora Franco Marini. L'obiettivo è intercettare l'unica corrente che non si è ancora schierata: quella dei Chiamparino, degli Emiliano, dei Renzi e dei De Luca. «I partiti regionali possono decidere di aggregarsi». Polemiche con Bersani e Bindi.
Da
sinistra in alto: Fini, Franceschini, Bersani, D'Alema, Bondi e Gianni Letta
( da "Riformista, Il" del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Da sinistra in alto: Fini, Franceschini, Bersani, D'Alema, Bondi e Gianni Letta Da sinistra in alto: Fini, Franceschini, Bersani, D'Alema, Bondi e Gianni Letta. In basso: Veltroni, Cicchitto, Casini, Marino, Madia, Comi e Meloni 17/07/2009
Franceschini
con gli indecisi Verrà un giorno migliore
( da "Manifesto, Il" del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: dello statuto veltroniano Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo, l'ex cisl Sergio D'Antoni e l'ex cgil di sinistra Paolo Nerozzi e l'ex cgil cofferatiana Achille Passoni, il 'green' Ermete Realacci e l'ex federmeccanica Massimo Calearo. Questo per restare alle prime file, che abbracciano la postazione del leader, ma anche un po' l'assediano.
Franceschini,
la sfida ora è vera ( da "Corriere della Sera" del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Franceschini si propone di fare per davvero ciò che Walter Veltroni ha avuto il tempo (o il coraggio) solo di dire. Intanto ieri si è tolto di dosso l'immagine del numero due, dell'eterno vice. Si è svestito di quel ruolo, avendo il coraggio di lanciare a Bersani una sfida difficile. E grazie a lui, comunque, il Pd un risultato l'ha già raggiunto: per la prima volta non è una sfida finta.
ROMA
- Ricostruire un'identità del Pd. Dice così Dario Franceschi...
( da "Messaggero, Il" del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Bersani sono pesanti, ma Franceschini assicura che qualunque cosa accadrà al congresso «resteremo insieme». Non cita Veltroni, né il Lingotto, né la «vocazione maggioritaria», né l'Ulivo, spiega che il «nuovismo» non ha nulla a che fare con il rinnovamento, tuttavia attribuisce alla sua parte le qualità più autentiche del Pd:
E
i
Argomenti: PD
Abstract: ex Margherita, segretario del Pd piemontese sta meditando di appoggiare Bersani. La stessa cosa sta facendo Riccardo Milana, rutelliano, coordinatore del partito romano, mentre i deputati ultraveltroniani Jean Leonard Touadì e Ileana Argentin si sono schierati non con Franceschini ma con Marino. Maria Teresa Meli
Franceschini
con gli indecisi
Argomenti: PD
Abstract: dello statuto veltroniano Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo, l'ex cisl Sergio D'Antoni e l'ex cgil di sinistra Paolo Nerozzi e l'ex cgil cofferatiana Achille Passoni, il 'green' Ermete Realacci e l'ex federmeccanica Massimo Calearo. Questo per restare alle prime file, che abbracciano la postazione del leader, ma anche un po' l'assediano.
(
da "Riformista, Il"
del 11-07-2009)
Argomenti: PD
Regione per regione guerra per le poltrone tra i colonnelli del Pd
MAPPA. La grande torta delle segreterie locali che deciderà il congresso
democrat e le candidature alle regionali del 2010. Nel Lazio c'è la frattura
nel fronte Franceschini, in Campania lettiani e bindiani vogliono evitare il
candidato di Bassolino. A Bari il sindaco Emiliano, proiettato sulla
successione a Vendola, è in guerra con D'Alema. Dalla
Sardegna Renato Soru studia la sua grande vendetta. di Tommaso Labate C'è una
sfida interna al fronte Franceschini nel Lazio. E una interna ai bersaniani in
Campania, che si gioca sul destino di Antonio Bassolino. C'è il caos in Puglia,
la possibile rissa in Piemonte, l'incognita della Sardegna e il puzzle della
Calabria. La grande partita che deciderà il congresso, quella sui segretari
regionali, è già iniziata. Ed è pronta a determinare, oltre alla scelta del
leader nazionale, anche lo schema e gli uomini con cui il Pd si presenterà alle
regionali del
(
da "Riformista, Il"
del 11-07-2009)
Argomenti: PD
Meglio rifare il Pci che una bocciofila la posta di zoro Caro Zoro, tu
hai capito in cosa si differenziano fin qui le tre mozioni in campo? Circolo Pd
Scopri L'Intruso No, non l'ho capito. Fino a ieri pensavo di aver trovato
almeno un punto di chiara distinzione nella determinazione a costruire un
partito forte, radicato, strutturato, con le tessere e gli iscritti e quelle
cose lì da una parte (Bersani), e un partito più
aperto al resto del mondo, più inclusivo, contemporaneo e social dall'altra
(Franceschini), qualunque cosa queste due intenzioni volessero significare nei
fatti. Poi ieri Fassino e Franceschini hanno detto che pure loro vogliono un
partito partito, e sicuramente anche Marino, quando tornerà a parlare, e
Adinolfi, quando tornerà dalle partite di poker, si esprimeranno in tal senso.
A questo punto, visto che le parole lavoro, scuola, ricerca, laicità, giovani,
integrazione e diritti civili le dicono tutti senza far chiaramente capire che
senso intendano dargli, non resta che scegliere sulla base delle persone. Caro
Zoro, ho letto con sconcerto che tu preferisci Bersani. Ma tu quindi sei bersaniano, un uomo d'apparato, un signore
delle tessere, un iscritto! Da te non me l'aspettavo proprio! Circolo Pd Ma Non
Necessariamente Ebbene sì, lo ammetto, sono stato bersaniano per qualche ora,
ma dopo le parole di giovedì del segretario Dario sono diventato anche un po'
franceschiniano, e presto, ne sono certo, non mancherò di ritrovarmi ignaziano
o adinolfiano. Dico questo perché è comunque all'apparato che tutti e quattro
dovranno far necessariamente ricorso per misurarsi in questa stramba
competizione, e il forte appello al tesseramento di questi giorni, con relative
polemiche su "signori delle tessere" e circoli "a porte
chiuse", è lì a testimoniare l'inevitabilità di un processo tanto
fisiologico alla vita di un partito quanto eccessivamente osteggiato nei 20
mesi di vita del Pd. Per quel che mi riguarda, non avendo più la tessera da
anni, non pretendo un ruolo di primo piano nei processi decisionali di un
partito del quale ho consapevolmente deciso di non essere iscritto. Inoltre, se
non fossimo in una fase di appelli precongressuali, non mi sarebbe chiarissimo
il motivo che dovrebbe spingermi all'iscrizione, visto che quello di contare un
po' di più degli altri nella vita interna del partito al momento non è un
diritto garantito (e forse è anche per questo che i numeri del tesseramento
sono diventati, negli ultimi mesi, sempre più imbarazzanti). Comunque, da elettore,
non vedo l'ora di destabilizzare il voto dell'apparato col mio voto alle
primarie. Dev'essere oggettivamente una sensazione fichissima. Caro Diego, cosa
ne pensi di Walter a L'Aquila insieme a Clooney? Non ti pare una strumentale
comparsata atta solo a rubare un po' la scena? Circolo Pd George W (nel senso
di Walter) No. Walter va dove sono i suoi amici, quelli veri, quelli di un
tempo, che sono George (Clooney) e Bill (Murray) molto più che Dario e
Pierluigi. Se quelli vanno a L'Aquila lui va a L'Aquila. Se ci vanno il giorno
del G8 lui ci va il giorno del G8, è fatto così. Se ci faranno un film, lui se
lo guarderà. Se si tratterà dei remake di Ghostbusters o de La tempesta
perfetta, da veri amici, lo vorranno come attore protagonista. Ciao Diego, ti è
piaciuto D'Alema al Democratic Party di Roma? Non ti è
sembrato eccessivo nei modi, nei toni e nei contenuti? Circolo Pd Non Sparate
Sul Pianista Sì, hai ragione, D'Alema al Democratic
Party, che poi sarebbe la Festa dell'Unità, ha decisamente esagerato, e quella
di radere al suolo ogni oggetto animato osasse attraversare il suo immaginario
durante quell'intervista, dal punto di vista diplomatico non è stata una
grandissima idea. Però, per onestà, devo dire che ho visto gente andare via col
sorriso ebete, felice e contenta come non capitava da tanto tempo, e
giornalisti increduli e smaniosi di scrivere quel che avevano visto e sentito.
Considera che un mio amico non sapeva se andare a vedere il concerto del
pianista jazz Brad Mehldau o l'intervista di D'Alema.
Gli ho detto "guarda, Mehldau prima o poi ripassa, per un po' quello che
fa si sa; D'Alema, ora come ora, mi sa che è più
imprevedibile". Ecco, lui alla fine era uno dei più esaltati. Caro Diego,
durante l'intervista che gli hai fatto, alla domanda "vuoi rifare il
Pci?" Bersani ha risposto che lui pensa piuttosto
a fare l'Avis, e che vorrebbe un partito organizzato come una bocciofila. Ti
piacciono tutte 'ste metafore? Io mica le ho capite. Circolo Pd Rischio Curling
Un blog (Il nuovo mondo di Galatea) il giorno dopo l'intervista così
commentava: "Per ora stiamo a mezza via: nel Pd ci sono continui
spargimenti di sangue fra gente che ha l'età per giocare alle bocce". Un
commentatore di quel blog, pensando a Berlusconi, ancor meglio sintetizzava:
"Dall'altra parte della barricata, oltre a succhiarci il sangue, si
divertono con ben altre bocce, ma almeno si divertono". Franceschini s'è
poi fatto fotografare con una boccia in mano, Il Giornale ha fotomontato Bersani a tutta prima pagina intento a sbocciare. L'impressione
è che per evitare il parallelo col Pci Pierluigi si sia beccato più prese per
il culo che se avesse risposto, semplicemente, di sì, magari risultando meno
nostalgico di un fan di bocciodromi (o bocciodròmi, come dice lui). di Diego
Bianchi 11/07/2009
(
da "Foglio, Il"
del 11-07-2009)
Argomenti: PD
11 luglio 2009 Da scossa nasce scossa E' tutto un metti e leva nel
cercare il capo e la coda del complotto che ovviamente è dalemiano Manco fosse
la suggestiva “mossa” di Mimì Tirabusciò, la “scossa” di Massimo D’Alema (evocata una volta, rievocata una seconda: è un tipo che insiste e
persiste) provoca discussioni e genera elucubrazioni. Tra il richiamo agli
elettricisti (e all’intelligenza
degli stessi) o al sordido complotto, tra la silenziosa invocazione del barese
san Nicola (paventando roba da quelle parti) e quella
più azzardata di santa Maria Goretti (non prevedendo roba da queste parti),
molto si è detto e molto si attende. Davvero di tutto, e per ogni gusto.
Siccome mediaticamente dove c’è un
certo maccherone c’è casa e dove c’è D’Alema c’è
complotto (a proposito: cacio sugli
stessi), ognuno va a ravanare e ognuno torna giurando di aver individuato tanto
il capo quanto la coda del perfido operare dalemiano. Per dire dell’ultima scoperta, il Manifesto riportava
l’altro giorno la convinzione, espressa nei siti del
movimento – inteso Onda, scossa più precisamente di tipo marinaro – che altro
che Cav, l’allusione
dalemiana era tutta per loro, e guarda un po’ arrestano i compagni, e guarda un
po’ chi c’è dietro, “il procuratore capo della Repubblica di Torino Giancarlo Caselli: è lì per apporre il suo sigillo sull’intera operazione il magistrato vicino
al Pci” – che poi, vicino al Pci, a vent’anni dalla scomparsa del Pci, è come
se fosse vicino a Pompeo Magno o a Quintino Sella. Quelli del movimento – onda su onda e luglio col bene che ti voglio – si fanno filologi, e
analizzano il discorso dalemiano nel punto esatto ove evoca, “stanno per
arrivare altre scosse, dobbiamo prepararci ad assumere importanti
responsabilità ed attrezzare il nostro partito, che non è un centro sociale”. L’ha detto: centro sociale! L’ha detto! Al
movimento antagonista ecc. ecc. non la si fa, magari questi vogliono fare il
governo di unità nazionale, “e quando si prepara un passaggio politico come
questo, bisogna dare un segnale politico ai
movimenti”. Ci mancava solo il segnale da dare al movimento, per non dire di
quello da dare al governo, per tacere di quello da dare al partito… Tutto un
sussulto, le giornate dalemiane. Che infatti sta lì, magari un po’ incazzoso e forse un po’ nervoso, così che scappa a proposito una battuta spiritosa pure a
Fassino – essendo torinese come carattere è sempre sul limitare del Punt e Mes,
non di più: “D’Alema si è definito
uno statista e ha paura della Serracchiani?”– che se uno teme Debora, quando si
arriva a Fioroni che ci vuole, la valeriana? E’ indubbio che, movimento di piazza e
movimenti interni, Massimo ha il suo mettere e levare. Così, messo a punto il
riformismo, evocato il socialismo, smistato il rutellismo, c’è da sistemare il
dibattito sulla bocciofila. E’, il nobile sodalizio, faro ideale del
Piddì che verrà o fancazzismo romagnolo? Bersani sostiene che il partito deve essere come “una
bocciofila in cui ci sono delle regole”; Violante spiega che “una
organizzazione politica non è una bocciofila”. E Massimo non vorrebbe perdere,
nel ginnico parapiglia, oltre la pazienza pure il boccino. © 2009 - FOGLIO
QUOTIDIANO di Stefano Di Michele
(
da "Stampa, La"
del 12-07-2009)
Argomenti: PD
Intervista L'ultimo segretario Ds DARIO E LA NOMENKLATURA IL VERTICE
ALL'AQUILA IL SINDACO A TORINO LE VICENDE DEL PREMIER "Il Pd con Bersani rischia di cadere nell'effetto nostalgia"
Fassino: Franceschini capace di unire le due culture RICCARDO BARENGHI «È stata
una frase infelice ma se mettiamo insieme tutte le nostre esce una biblioteca»
«L'evento è riuscito, ora vedremo quando gli impegni presi saranno mantenuti»
«Sergio fa benissimo il suo mestiere, io per ora mi occupo di vincere la sfida
di ottobre» «La priorità è la crisi economica anche se è ora che il premier
dica una parola chiara» ROMA Tra dieci giorni si chiudono i giochi delle
candidature e si apre la vera e propria fase congressuale del Pd, che culminerà
in ottobre con l'elezione del segretario. Piero Fassino fin da ragazzo è stato
un militante e poi un dirigente del Pci, del Pds, infine segretario dei Ds per
sette anni. E da quella postazione ha contribuito con parecchie energie a
fondare il Partito democratico. Oggi, sorprendendo parecchi suoi ex compagni
della Quercia, si è schierato con Dario Franceschini che invece proviene dalla
Dc e dalla Margherita. Mentre dall'altra parte c'è Bersani,
sostenuto da D'Alema e da molti ex comunisti o
diessini. Fassino lei è addirittura coordinatore della mozione Franceschini:
questa sua scelta non è incoerente con la sua storia politica? «Se continuiamo
a guardare al passato non faremo mai un passo in avanti. La mia scelta è
coerente con il progetto del Partito democratico, ossia un Partito che vuole e
deve mescolare le culture, le storie, le provenienze, le biografie. Altrimenti
tanto valeva non farlo e rimanere con Ds e Margherita separati». E perché
secondo lei Franceschini sarebbe più adatto di Bersani
a guidare questo progetto? «L'ha dimostrato in questi quattro mesi di
segreteria, tenendo la barra del timone dritta su temi fondamentali come la
laicità, la nuova alleanza progressista con i socialisti in Europa, e imponendo
in campagna elettorale i temi giusti che interessano gli italiani, a cominciare
dalle risposte che si dovrebbero dare alla crisi economica e che il governo fa
solo finta di dare». E perché Bersani invece non
andrebbe bene? «Proprio perché abbiamo scelto in Europa un rapporto
privilegiato con socialisti e socialdemocratici, se in questa fase il leader
del Pd diventasse un dirigente proveniente dai Ds, come è Pierluigi, si
correrebbe il rischio di omologare il Partito a una sola delle due culture e
storie che l'hanno fatto nascere. Mentre con Dario, che ha con coraggio
compiuto la scelta europea, possiamo mantenere il profilo plurale e largo del
Pd». Tuttavia Franceschini ha perso due elezioni di seguito: oggi il Pd è al 26
per cento... «E' francamente ingeneroso addossare a Dario la responsabilità di
queste sconfitte, le elezioni le abbiamo perse tutti noi. Le ha perse il
Partito intero». Però D'Alema e Bersani dicono che il Partito non c'è e che l'idea di Veltroni, il Partito liquido tutto basato sulle primarie che eleggono le
leadership, è stata disastrosa. «Figuriamoci se io voglio un Partito liquido.
Non lo voglio io e non lo vuole neanche Franceschini. Mi pare di aver
dimostrato negli anni in cui ho fatto il leader dei Ds quale sia la mia idea:
un Partito forte, radicato, nel territorio, ben strutturato. Con un profilo
largo e che soprattutto sia proiettato in avanti e non rivolto al passato». In
questa proiezione verso il futuro non le sembra che Franceschini abbia
esagerato quando si è candidato «per evitare che tornino quelli di prima»? In
fondo prima c'era anche lei... «Quella è stata una frase infelice, ma se
mettessimo insieme tutte le nostre frasi infelici riempiremmo un'intera
biblioteca». D'Alema non ha gradito e lei lo ha
attaccato... «Ho replicato alle sue dichiarazioni, punto e finito. Né io né lui
abbiamo interesse a tenere aperta questa polemica, considerata anche la nostra
storia comune». Passiamo allora alle differenze programmatiche tra Franceschini
e Bersani, al momento è francamente difficile capire
quali siano. «Lo capiremo quando presenteranno le loro piattaforme. Per ora
quello che noto è la percezione diversa che suscitano i due. Franceschini viene
considerato come colui capace di tenere insieme culture diverse, mentre Bersani rischia di essere il candidato di chi rimpiange
quello che c'era prima. Insomma i Ds con un altro nome». Ma il tenere insieme
culture diverse non rischia di degenerare nel «ma anche» veltroniano? «Non
credo proprio, perché sia io che Dario vogliamo un partito che decida. La
democrazia ha le sue regole. Si discute e poi si decide: se siamo tutti
d'accordo meglio, sennò si decide a maggioranza». A proposito di Veltroni, è finita la stagione del partito a vocazione
maggioritaria? «Non facciamo caricature, nessuno è così cretino da pensare che
si possa ottenere da soli il 51 per cento dei consensi degli elettori. Il
problema è come costruire alleanze che non siano più una sommatoria di partiti
fatte a prescindere dal programma. Noi siamo la forza principale del
centrosinistra e dunque spetta a noi presentare un programma su cui definire
alleanze possibili e coerenti». Cosa pensa della candidatura del terzo uomo,
ossia Ignazio Marino? E già che ci siamo: come è riuscito a convincere
Chiamparino a non candidarsi? «Marino è un bravissimo medico ma francamente non
mi pare abbia la storia, l'esperienza e il background per fare il segretario di
un partito. Chiamparino non aveva certo bisogno che io lo convincessi, ha
giustamente valutato che era prioritario onorare l'impegno assunto con i
torinesi che lo hanno eletto». Senta Fassino, mentre voi vi dividete e
scontrate, ci sarebbe bisogno di un'opposizione che al momento non è si vede
gran che... «Non è vero, noi abbiamo sempre fatto il nostro mestiere e
continueremo a farlo. Ancor di più in questa fase, accompagnando il nostro
dibattito con proposte in grado di rispondere alle domande e ai bisogni degli
italiani». Il G8 dell'Aquila è stato un successo per Berlusconi? «L'evento è
riuscito, non c'è dubbio. Poi vedremo se e quando gli impegni che sono stati
presi saranno mantenuti». Come mai sullo scandalo delle escort la vostra voce
non si è sentita forte e chiara... «Le priorità sono la crisi che si farà
sentire pesantemente in autunno, l'occupazione della Rai, il conflitto
permanente con la magistratura... E poi certo, sono venute alla luce vicende
scabrose che non possono essere eluse. E' ora che il premier dica una parola
chiara su tutto questo, è lui che deve dare una spiegazione al Paese. Anche per
evitare che l'Italia diventi un gigantesco Bagaglino». Per concludere una
domanda sul suo futuro: è vero che vorrebbe fare il sindaco di Torino? «Prima
mi occupo di vincere il congresso e comunque fino al 2011 c'è Chiamparino che
fa benissimo il suo mestiere. Quindi abbiamo tempo per riflettere».
(
da "Tempo, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: PD
stampa (...) accecati dall'odio contro Berlusconi, si sono, infine,
distinti come nemici dichiarati della Patria. Prendersela con cotesti
anti-italiani è, però, come sparare sulla crocerossa. Mi viene in mente il
romano prosciolto 13 anni fa dall'accusa di tentato stupro per "incapacità
di intendere e di volere". Con siffatto precedente curriculare, il Pd
romano, non so se capace di intendere e di volere, lo nomina, senz'altro,
dirigente di un proprio circolo. Il coordinatore, però, finisce in gabbia per
una serie di troppo coordinate violenze sessuali e il partito di Franceschini,
manuale Kgb alla mano - tutti colpevoli sino a prova contraria -, non si limita
a sospenderlo, in attesa del giudizio, ma lo espelle senza appello. In verità,
non intendo parlare del "compagno" Luca Bianchini, a cui auguro un
processo equo, fondato su prove, non solo su coltelli da cucina, qualche film
osé, scotch argentato, robe rinvenibili in quasi tutti i cassetti d'Italia e
del mondo. Voglio, invece, occuparmi del povero Pd, divenuto, oramai, un caso
umano. Tutta la peggio gioventù l'ha invaso e pervaso, pare financo i
violentatori seriali. Certo, ci si impietosisce e vien voglia di soccorrerlo
siffatto partito, benché, se gliene capitano di cotte e di crude, la colpa sia
oggettivamente sua, dei propri dirigenti fossilizzati, nonché delle cattive
frequentazioni. Riguardo ai fossili, penso a D'Alema, sismologo saccente, che, dalla zattera del postcomunismo alla
deriva, invece di pensare ai casi pugliesi suoi, grida, annunciando, a
ripetizione, scosse istituzionali. Oppure a Bersani, che,
invece di raccontarci la verità sul "modello emiliano" e sul sistema
delle coop rosse - altro che "questione morale"! -, cazzeggia,
teorizzando il partito-bocciofila. Il fatto che simili mortadellate siano
ispirate dalla mummia parlante di nome Prodi non giustifica l'aspirante
segretario generale del partito democratico. Il peccato originale del Pd, cioè
dei residui del Pci e della sinistra Dc, è consistito nella dissimulazione
disonesta, cioè nell'aver ipocritamente glissato rispetto ai conti con la
Historia. Mi vengono in mente, ad esempio, i cattolici di sinistra, graziati
dalla chiusura degli archivi dei paesi dell'Europa centro-orientale e della
Russia putiniana, eppur già presenti in numerosi dossier sui
"simpatizzanti" di Kgb, Stb, Stasi, etc. etc. Avendo rimosso il male
d'origine, si sono ridotti a carovana di sbandati, che non si sanno da dove
vengono e neppure dove siano diretti. Come Pinocchio, poi, si sono affidati
mani e piedi al Gatto e alla Volpe, cioè ai disinformatori nazionali
tapirizzati da Arditti e a Di Pietro, dilapidando in una campagna calunniosa,
tanto esagerata per quanto sballata, i residuali zecchini d'oro. Il Pd, che non
c'è più, s'è dovuto affidare a Veltroni, il nostro
agente ad Hollywood, e al "compagno" George Clooney, per ritagliarsi
un pizzico di visibilità in Abruzzo. Al Pd, dunque, rimane - ma si tratta di
abbraccio mortale - la magistratura militante, l'unica opposizione temibile,
sia pure irrituale e anticostituzionale, al governo Berlusconi, che è più saldo
che pria. Di contro alla forza, dopo l'Aquila, del Pdl, il Pd, dopo Bari e Luca
Bianchini, è solo ricercato. Giancarlo Lehner
(
da "Tempo, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: PD
stampa Bertolaso Il burbero in polo che risolve tutto Uomo di polso,
il proconcole della Protezione civile. Ma uomo vincente. Guido Bertolaso,
sottosegretario alle emergenze e ai grandi eventi, è senz'altro uno degli
artefici del successo, almeno per l'aspetto organizzativo, del vertice G8 a
L'Aquila. La sua polo blu con le insegne della Protezione civile e dell'Italia
sono ormai una divisa famosa. E non solo per questi tre giorni aquilani.
Bertolaso l'ha portata in giro per il mondo insieme all'eccellenza italiana nei
soccorsi in varie parti del pianeta. Lo tsunami tra tutte. Medico esperto di
malattie tropicali, condive con Obama, il Papa e Veltroni
una passione per l'Africa. e lui laggiù c'è stato ad aiutare popolazioni
afflitte da epidemie ormai dimenticate alle nostre latitudini. Chi lo ha
conosciuto ai tempi del camice bianco lo ricorda come uomo di grande impegno ma
«con un caratteraccio» che preferisce una discussione animata alla diplomazia.
Guido Bertolaso, lontano ideologicamente da Silvio Berlusconi ne condivide la
stessa filosofia di vita. Quella del fare e senza troppe chiacchiere. Del
resto, abituato a districarsi tra mille problemi in zone di guerra e di
epidemie nel Sud del mondo, Bertolaso ha dovuto ben presto imparare sulla sua
pelle che se si vogliono risolvere le situazioni bisogna rimboccarsi le maniche
e darsi da fare. Approda una prima volta alla Protezione civile con il governo
Prodi nel 1996. Una breve parentesi poi eccolo vice
commissario per il Giubileo 2000 scelto da Francesco Rutelli allora
sindaco di Roma. La sala operativa di piazza Adriana all'ombra di Castel
Sant'Angelo e del Cupolone, lo studio dei flussi e dei percorsi dei pellegrini
sono i prodromi di ben altri eventi che vedranno Bertolaso «conductor» di
successo. Incarichi svolti sempre con una squadra affiatata di
fedelissimi la cui caratteristica, non è solo quella polo blu, ma la capacità
di prendere decisioni immediate e trovare soluzioni in un attimo. «Tutta la
macchina si è mossa tre minuti dopo il sisma. A Roma dopo 40 minuti circa. E
abbiamo gestito prima da Roma poi da qui a L'Aquila l'emergenza», dirà la
mattina del 6 aprile a poche ore dal terremoto che aveva colpito la provincia
aquilana. La faccia imbronciata, la voce vagamente roca è abituato ad agire
come un generale di fronte al nemico. Siano le eruzioni dell'Etna o dello
Stromboli, i rifiuti o un evento ciclopico come la morte di Giovanni Paolo II.
Al comando di un'armata: Guido Bertolaso dispone delle parole magiche per far
alzare in volo jet ed elicotteri, mobilitare eserciti ed espropiare aree, ha
come obiettivo quello di risolvere le situazioni. La sua vita è una sfida
continua, forse anche con se stesso. Non si risparmia e pretende lo stesso non
solo dai collaboratori ma tutti coloro che lavorano per lui. Bertolaso viene
chiamato da Silvio Berlusconi a dirigere la Protezione civile dopo lo scandalo
della missione Arcolbaleno in Albania. Bertolaso accetta ma fa piazza pulita
senza mezzi termini. E qualche dissidio si avverte anche con il premier e
Gianni Letta. Ma il fare e i risultati appianano
tutto. Guido Bertolaso è dovunque con ogni governo. Mercenario dell'efficenza,
guarda a una sola bandiera: quella tricolore che ostenta sul braccio. Genio
silenzioso che esaudisce i desideri del Cavaliere. Gestisce fondi, appalti e
acquisti senza troppe carte bollate. È l'uomo dei lavori sporchi e
dell'emergenze infinite. Così rischia di affogare nel mare di rifiuti che
assedia la Campania. Vacilla, fugge da direttore della Protezione civile ma poi
torna forte di nuovi poteri: sottosegretario e spiana detrattori e cumuli di
spazzatura. Troppo potere e soprattutto uomo troppo distante da quell'Italia
pasticciona e pressapochista vista finora. Così Bertolaso si tira dietro
invidie e rancori. Oggi è inseguito da almeno tre Procure. I suoi colaboratori
gettati in cella e poi rilasciati. Ma lui tira diritto. E i suoi collaboratori
dietro a lui: perché la squadra è una e non si abbandona. Un'emergenza dietro
l'altra. Polemiche e critiche fanno parte del gioco. Qualcuno ne chiede le
dimissioni dopo il sisma a L'Aquila. «Non l'ha previsto», sostengono. Guido
Bertolaso con grinta ribatte alle accuse e taglia corto deve risolvere i
problemi per 60 mila persone e ci sono i dispersi da trovare. La sua tenacia e
il suo cuore gli fanno tirare fuori dal cilindro la decisione di trasferire il
G8 da La Maddalena a L'Aquila. Persino Silvio Berlusconi sgranò gli occhi
all'idea e pensò a una furbata perché in Sardegna i lavori erano in ritardo.
Bertolaso senza timori: «A La Maddalena è tutto in ordine e lo sarà anche a
L'Aquila». Così è stato. Maurizio Piccirilli
(
da "Riformista, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: PD
rosy respinge le accuse di nostalgismo e difende il governatore:
«Sbagliato ripartire sempre da zero» Bindi contro il nuovismo «Non possiamo far
finta che Bassolino non ci sia» intervista. «Non vedo un problema di tessere
irregolari, ma Bersani deve definire bene le regole e
i contenuti dello stare insieme nel Pd». di Tommaso Labate Marinella di Sarzana
(Sp). Dieci giorni fa era uscita dall'Ambra Jovinelli dicendo di aver condiviso
«il 99 per cento dell'intervento» di Bersani. Se quel
99 non è diventato 100 è soltanto, dice Rosy Bindi, «perché aspetto la
mozione». E comunque, aggiunge, «non ho dubbi: la stiamo scrivendo tutti
insieme e ci sarà condivisione piena». L'ex ministro della Famiglia parla con
il Riformista prima di salire sul palco della fattoria di Marinella di Sarzana
che in questi giorni sta ospitando la festa nazionale dei Giovani Democratici.
Onorevole Bindi, in molti, tra cui Piero Fassino e Sergio Cofferati, l'accusano
di stare con i «nostalgici». Come risponde? Questa battuta è quantomeno
bizzarra, per non dire altro. Capisco se l'appunto fosse arrivato da Barack
Obama. Ma Fassino, Cofferati… da
che pulpito viene la predica? Non so se ridere o no. Tra l'altro, questa accusa
l'ho respinta al mittente quando me l'ha fatta Debora Serracchiani, figurarsi ora. In ogni caso nessuno può permettersi di dare del
«nostalgico» a me, o a Enrico Letta o a Bersani. E invito tutti a dimostrare che non ho ragione. Mi spiace
soltanto che questa sia la strategia congressuale del gruppo che sostiene
Franceschini. Visti i toni dei primi giorni, qualcuno potrebbe immaginare che
il punto di caduta del congresso sia la scissione. Questo è un rischio che va
scongiurato subito. Dobbiamo incentrate il nostro dibattito su problemi seri:
dall'idea di "partito" alla sua forma, le alleanze e soprattutto le
questioni che interessano da vicino l'Italia. Abbiamo il dovere di tenere unito
il partito. Capisco il dovere. Ma la paura della scissione, lei ce l'ha? Questo
rischio c'era prima delle elezioni. Lì sì che ho temuto… Fuori i nomi: Rutelli? Nomi non ne faccio. Non
vorrei che qualcuno s'offendesse. E comunque, ora quello spettro non c'è. Sui
principi fondamentali, a cominciare dal modo di fare opposizione, le mozioni di
Bersani e Franceschini saranno troppo vicine per consentire a chi perde
di dire "me ne vado". Si è dimenticata di Ignazio Marino. Si
presenta come il campione della laicità, in realtà è solo il campione della
strumentalizzazione. Le sue dichiarazioni sull'arresto dello stupratore di Roma
dimostrano che non ha né il cuore né l'intelligenza per dirigere un grande
partito come il Pd. E poi non vedo quale sia il significato della sua
candidatura. La laicità? Non ne abbiamo bisogno. E sa perché? Perché da questo
punto di vista il nostro partito ha più volte dato prova di grande saggezza, di
grande pluralismo interno. Quando c'era da decidere abbiamo deciso, eccome.
Anche Franceschini, sotto questo profilo, ha le carte in regola. Le ricordo,
onorevole, che anche lei si candidò nel 2007 sapendo di non poter vincere. Ma
io sarei stata in grado di fare il segretario. Sissignore. Sarei stata un
ottimo segretario per il Pd, mi creda. Me l'hanno chiesto in tanti, anche
ultimamente, di scendere in campo. Non lo faccio solo perché so di sostenere un
candidato, Bersani, che ha tutte le carte per fare il
leader. Marino viene però percepito come un primo segnale di rinnovamento.
Rinnovamento? Noi potevamo scegliere di fondare il Pd partendo da zero e invece
abbiamo scelto un'altra strada. Ora, però, non possiamo negare che questo
partito è nato da Ds e Margherita. Far finta di prescindere dalle storie
precedenti sarebbe il modo migliore di cambiare tutto per non cambiare nulla. E
dal "gattopardismo", d'ora in poi, il nostro partito deve stare alla
larga. Si discute dell'elevato numero di tessere della Campania e Bassolino si
è difeso. Al momento, per quel che ne sappiamo, dietro ciascuna di quelle
tessere c'è un aderente, una persona in carne e ossa. In ogni caso, faremo
tutte le verifiche necessarie. Tessere o non tessere, il «tema Bassolino» è
tornato nell'agenda del Pd. Nella sua mozione Bersani
dovrà essere chiaro, definire bene le regole e i contenuti dello stare insieme
nel Pd. E chi aderisce non può che farlo sulla base del rispetto di quelle
stesse regole. In ogni caso la Campania è una di quelle regioni sulla quale
sarà necessaria una riflessione più approfondita. E poi, ripeto: il Pd poteva
scegliere di partire da zero o da ciò che abbiamo già fatto. E visto che si è
scelta la seconda strada, non possiamo certo far finta che Bassolino non ci
sia. 12/07/2009
(
da "Riformista, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: PD
Così dichiarò Capezzone (tre volte al dì) IL FAVOLOSO MONDO DI
DANIELÌ. Dalla «fatwa» di Minzolini ai «pasdaran» della sinistra. Cronaca di un
mese di botta e risposta del portavoce Pdl. Suona più volte del postino di
James M. Cain. E ci descrive, puntualmente ogni giorno, la sua
"realtà". di Tommaso Labate C'è tutto un mondo, dentro. Per vederlo
basta puntare il radar sui terminali delle agenzie di stampa e aspettare,
pazientemente, che arrivi Lui. E Lui arriva. E suona più volte del postino di
James M. Cain, anche tre o quattro squilli al dì. Con la pioggia e col sole,
estate e inverno, pranzo e cena. Nel meraviglioso mondo che Lui disegna amabilmente
con apprezzata e apprezzabile ars dichiaratoria, Berlusconi è più alto di
Kareem Abdul-Jabbar, Franceschini più ridicolo di Alvaro Vitali quand'era
triste, D'Alema più perfido dello sceriffo di
Nottingham, Repubblica più bugiarda di Pinocchio, il Tg1 ha più ascolti della
Cnn, Minzolini più capelli di Fiorello quando aveva il codino e Brunetta più
saggezza di Socrate e Platone sommati e poi moltiplicati per Aristotele. È un
Mago, Daniele Capezzone, partito «Pdl» qualifica «portavoce». Non un normale
portavoce, però. Eh no. Lui, se necessario, sa dividere pani e pesci,
trasformare il grano in loglio e il loglio in grano. Per vederlo, il
meraviglioso mondo di Danielì, basta vivere un mese capezzonianamente. E
leggerne il "così parlò". 3 giugno 2009. Berlusconi indagato per i
voli di stato. Franceschini chiude il cerchio sul gruppo europeo con socialisti
e democratici. Meno tre giorni alle Europee. Nuovo messaggio audio di Bin
Laden. Così parlò D. C.«Tra appelli al voto utile per recuperare qualcosa a sinistra
e ammissioni di debolezza rispetto al Pdl, è sempre più chiaro che Franceschini
sa che è suonata, per la campana dell'ultimo giro» (ore 16:18). «A proposito
della collocazione europea degli eletti del Pd, Franceschini farfuglia qualcosa
su eventuali intese per un fantomatico nuovo gruppo, ma le chiacchiere stanno a
zero: ad oggi, c'è il gruppo socialista, non altro. A quarantott'ore dalla
chiusura della campagna elettorale, è un'altra figura barbina di Franceschini e
compagni» (17:25). «D'Alema dice che all'estero si
ride pensando all'Italia. Ammesso che qualcuno rida, forse lo fa ripensando a
lui, allora Ministro degli Esteri, sotto braccio con esponenti di Hezbollah»
(19:31). 4 giugno. Storico discorso di Obama al Cairo. Berlusconi in tv: «Milano
città africana». Così parlò D. C. «Leggo l'Unità, vedo le dichiarazioni di
Franceschini e mi accorgo del fatto che un tempo la sinistra si occupava degli
operai, ora di Noemi e di Kakà. Poi questi signori non si lamentino se proprio
la base tradizionale della sinistra li ha abbandonati, scegliendo il Pdl e
Berlusconi». (10:40) 8 giugno. Urne chiuse: in calo il Pdl, sconfitta del Pd.
Avanzano Lega e Di Pietro. Così parlo D. C. «Il calo dell'affluenza ha
penalizzato il Pdl, che raccoglie un risultato inferiore alle nostre attese.
Detto questo le elezioni si sono tradotte in un robusto voto di fiducia a
favore del governo Berlusconi. Quel che appare invece surreale è che il Pd
esulti, con un 6-7 per cento in meno, e una cannibalizzazione in atto da parte
del signor Di Pietro. Contenti loro...» (10:45). «Da Franceschini dichiarazioni
surreali» (12:38). «Si potrebbe dire che la distanza tra Pdl e Pd è, da sola,
il "quarto partito" italiano» (15:59). «Sta prendendo forma un
successo nettissimo del centrodestra alle elezioni amministrative» (20:11). 11
giugno. La Camera approva il ddl intercettazioni. A Roma, Gheddafi parla
davanti ai senatori italiani: «Nel 1986, gli Usa come Bin Laden». Così parlò D.
C. «L'approvazione alla Camera del provvedimento sulle intercettazioni chiude
un'era opaca. A rimpiangerla rimarranno solo pochi esagitati e qualche
mestatore» (ore 16:40). «Gheddafi? Nulla può mettere in discussione la nostra
amicizia con gli Usa» (18:56). «Sono due volte sbagliati gli attacchi che, in
queste ore, sono stati portati da alcuni settori sindacali nei confronti del
ministro Brunetta» (19:01). 12 giugno. Strappo Fini-Gheddafi. Caos in Iran,
proteste sul voto. Augusto Minzolini, neo-direttore del Tg1, firma ancora la
sua rubrica su Panorama. Così parlò D. C. «Per essere creduti, i magistrati più
politicizzati che criticano le nuove norme sulle intercettazioni dovrebbero
essere credibili» (11:36). «Desidero inviare pubblicamente al generale Leonardo
Gallitelli le congratulazioni per il nuovo incarico di comandante generale
dell'Arma» (12:11). «Non è ancora terminata la prima settimana di direzione del
Tg1 da parte di Minzolini, e già siamo dinanzi ad attacchi impropri e
intolleranti da parte del Pd. O forse qualcuno ritiene che, per scrivere un
commento su Panorama o altrove, Minzolini debba chiedere il permesso
all'ufficio stampa del Pd?» (18:10). 17 giugno. Scoppia il caso D'Addario.
Berlusconi nel mirino per i festini di Palazzo Grazioli. D'Alema
sotto accusa per la frase sulle «scosse». Così parlò D. C. «Da Noemi a
Patrizia, da Repubblica al Corriere, da D'Avanzo alla Sarzanini. La sostanza è
sempre la stessa: un mix di voci e indiscrezioni dalle procure e il tentativo
di mettere Berlusconi al centro di una situazione sgradevole. C'è chi alimenta
clima mefitico» (10:47). «D'Alema lancia il sasso e
nasconde la mano» (14:43). «D'Alema nervoso, sa di
avere fatto autogol» (16:35). 18 giugno. Da Bari, spuntano altre ragazze
nell'inchiesta. «Risponderò colpo su colpo», assicura Berlusconi. In Iran
atteso il discorso di Khamenei. Così parlò D. C. «C'è un'area, rispetto alla
quale il Pd svolge una funzione gregaria e servente, che ha un totale disprezzo
del voto espresso dagli italiani, e che ha deciso un attacco selvaggio, una
vera e propria caccia all'uomo contro Berlusconi» (11:32). «D'Alema è in grave imbarazzo. Non pensi che gli italiani
abbiano l'anello al naso» (11:51). 22 giugno. Ballottaggi: la province di
Milano e Venezia al Pdl, il Pd vince a Bologna, Firenze e Bari. Il referendum
non raggiunge il quorum. Polemiche sul Tg1, che oscura il sexgate. Così parlò
D. C. «Per salvare l'istituto del referendum bisogna riformarlo» (15:13).
«Aderisco all'idea di Bondi per una manifestazione a favore della libertà in Iran»
(15:49). «È indegna la fatwa del Pd contro Augusto Minzolini» (16:09). «Davvero
qualcuno, dall'Udc a Rifondazione, pensa di annettersi l'80% degli elettori che
non sono andati a votare al referendum?» (17:45). «Dario Franceschini è un
segretario surreale. Più perde, più è contento» (20:49). 23 giugno. Berlusconi
contrattacca: «D'Addario manovrata». Polemiche tra l'opposizione e il Tg1.
S'accende il dibattito sul dopo-voto. Così parlò D. C. «Il Pdl quadruplica le
province vinte. Franceschini è patetico» (10:56). «Di Pietro vuole arrestare
Minzolini?» (13:09). 25 giugno. Draghi dice che alla fine dell'anno il Pil
calerà del 5 per cento. Muore Michael Jackson. Berlusconi, criticato dalla
stampa estera, reagisce: «Gli italiani mi vogliono così». Così parlò D. C.
«Sono davvero importanti i dati Isae resi noti sulla crescita di fiducia
registrata nel settore del commercio, in quello dell'edilizia e nell'industria
manifatturiera. Il Paese reale pensa in positivo» (10:43). «Franceschini e Bersani sono schiacciati su una linea di antiberlusconismo
aggressivo, o comunque la accettano, al traino della campagna orchestrata dal
Gruppo Repubblica» (11:07). «L'atteggiamento del Financial Times conferma quel
che era noto: c'è chi vorrebbe un'Italia più debole» (16:23). 3 luglio. Stop di
Napolitano alla legge sulle intercettazioni. Entra nel vivo il dibattito
congressuale del Pd. Così parlò D. C. «La sinistra italiana dovrebbe imparare
da Blair» (11:17). «Più ascolti D'Alema, più
rimpiangi Veltroni. Come diceva Totò: "E abbiamo detto tutto"» (16:46). 7
luglio. Tutto pronto per il G8 dell'Aquila. Il Guardian attacca l'Italia:
«Vertice nel caos, uscità presto dal G8». Sky sorpassa Mediaset. Così parlò D.
C. «La sinistra condanni i comportamenti dei no global» (12:16). «La relazione
del presidente Calabrò ha il merito di fare chiarezza e di aiutare a smontare
alcune accuse faziose e inconsistenti. Dunque, la notizia è quella del sorpasso
di Sky rispetto a Mediaset, sul fronte dei ricavi. Ma la sinistra non diceva
che esisteva una sorta di inattaccabile monopolio di Mediaset nel settore
privato, nel quadro di un più complessivo duopolio Mediaset-Rai?» (12:48).
«Anche oggi, puntuale come l'arrivo delle zanzare, giunge la nota di protesta
del Pd contro il Tg1 di Minzolini. Ogni sera più lamentosa, questa pratica sta
passando dalla linea dell'intimidazione a quella della lagna continua. La
smettano» (22:27). 8 luglio. G8: accordo sul piano anticrisi. Obama loda la
«leadership italiana». Così parlò D. C. «La Casa Bianca smonta falsità e
miserie. L'opposizione ricordi l'interesse nazionale» (12:25). «I dati
d'ascolto del Tg1, dopo qualche assestamento del tutto fisiologico, stanno
tornando a buoni livelli, nonostante una campagna di aggressione senza
precedenti per violenza e mistificazione contro la nuova direzione. I soliti
dipietristi e qualche pasdaran sparano le loro ultime cartucce, ma dovranno
rassegnarsi all'evidenza dei numeri. La "character assassination" non
funziona più» (19:36). 9 luglio. G8: accordo sul clima ma senza la Cina. Botta
e risposta tra Berlusconi e Repubblica. Così parlò D. C. «Un gruppo editoriale
italiano e uno straniero, con al seguito l'opposizione politica più sgangherata
del mondo, hanno cercato di avvelenare un avvenimento di rilievo mondiale»
(11:28). «Esaminando un periodo di tempo congruo e omogeneo, cioè un intero
mese, i dati di ascolto del Tg1 ci consegnano un dato inequivocabile: a giugno
2009, con la direzione di Minzolini, gli ascolti sono stati superiori a quanto
accadde nel giugno del 2008, con la direzione precedente» (19:18). Ps: questo
articolo è stato consegnato alle ore 11.18 del 10 luglio. Giusto in tempo per
sbirciare una dichiarazione di D. C. sulla «sinistra italiana ingannata dagli
odiatori seriali». 12/07/2009
(
da "Giornale.it, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di domenica 12 luglio 2009 Beppe Grillo: mi candido alla
guida del Pd di Redazione L'annuncio del comico sul blog. "Il 25 ottobre
ci saranno le primarie del Pdmenoelle. Voterà ogni potenziale elettore. Chi
otterrà più voti potrà diventare il successore di gente del calibro di Franceschini,
Fassino e Veltroni. Io mi candiderò. Dalla morte di
Berlinguer c'é il Vuoto" Genova - Beppe Grillo si candiderà alle primarie
del Partito Democratico. Lo ha annunciatoil comico sul suo blog spiegando di
volere essere il quarto con Franceschini, Bersani e Marino.
"Partecipo per rifondare un movimento che ha tolto ogni speranza di
opposizione a questo Paese, per offrire un'alternativa al Nulla" scrive
Grillo. L'annuncio è stato diffuso da alcuni sostenitori di Grillo anche su
Facebook e sta raccogliendo già adesioni e commenti. "Il 25 ottobre ci
saranno le primarie del Pdmenoelle. Voterà - scrive tra l'altro il comico
genovese nell'annuncio - ogni potenziale elettore. Chi otterrà più voti potrà
diventare il successore di gente del calibro di Franceschini, Fassino e Veltroni. Io mi candiderò. Dalla morte di Enrico Berlinguer
nella sinistra c'é il Vuoto. Un Vuoto di idee, di proposte, di coraggio, di
uomini. Una sinistra - dice Grillo - senza programmi, inciucista, radicata solo
nello sfruttamento delle amministrazioni locali. Muta di fronte alla
militarizzazione di Vicenza e all'introduzione delle centrali nucleari. Alfiere
di inceneritori e della privatizzazione dell'acqua. Un mostro politico, nato
dalla sinistra e finito in Vaticano". "Mi iscrivo al partito e raccolgo
2000 firme per partecipare al congresso del Pd, poi vedremo". Non è uno
scherzo. Il comico è ancora per qualche giorno in vacanza e al telefono spiega
che non è una provocazione: "é una cosa serissima, facciamo il bad Pd e il
good Pd, come le bad company e le good company, come l'Alitalia. Le firme che
servono più o meno sono quelle, le abbiamo già raccolte quasi tutte - spiega
Grillo - continuiamo con le nostre liste civiche, vogliamo portare il Comune a
Cinque Stelle a livello nazionale". "Mi sono deciso perché ci sono
tantissimi giovani che condividono le cose che faccio, le proposte e le idee
che porto avanti - spiega ancora il comico - anche la Debora Serracchiani ha
spiegato che era d'accordo con me su un sacco di cose, anche se poi non se ne è
più parlato". "Voglio andare al congresso a parlare ai giovani del
Pd, spiegare loro le nostre proposte e capire se le condividono - è la
strategia di Grillo - sono le idee delle energie rinnovabili, della mobilità
eco-compatibile, del wi-fi libero e gratuito, della raccolta differenziata
porta a porta. Sono idee, non ideologie". Il comico ammette di non avere
esperienza: "sono pronto a una nuova avventura ma ovviamente arrivando lì
alla segreteria sarebbe tutto nuovo, non ho mai fatto il segretario, non ho
nemmeno una segretaria" dice mezzo serio. "Mi piace Debora..."
Con i candidati attuali non farebbe eventuali alleanze: "a parte la Debora
Serracchiani non vedo altri - dice Grillo - Debora mi piace molto e rappresenta
milioni di ragazzi iscritti a quel partito che hanno creduto a dei sogni che
non si sono mai realizzati. Noi abbiamo bisogno che vadano avanti queste
persone, trentenni, che abbiamo studiato e che facciano parte di questa
cultura, dei social network". Le proposte 'forti' sono quelle di sempre:
"per prima cosa devono andarsene quelli che hanno più di due legislature,
quelli che hanno disintegrato l'Italia insieme allo psiconano, quelli che sono
l'altra faccia dello psiconano, cioé D'Alema, Rutelli eccetera". Adinolfi: "Benvenuto..." "Se lo
fa con serietà, se non è una boutade estiva, se conosce e accetta le regole e
si sottopone al vaglio degli iscritti al Pd iscrivendosi lui stesso entro i
termini stabiliti, a me viene da dire solo una cosa a Beppe Grillo: benvenuto
tra noi". Mario Adinolfi, candidato alla segreteria del Pd e membro
della direzione nazionale, saluta così la notizia dell'arrivo del quinto
competitore al congresso di ottobre. "Ho paura che tra qualche giorno -
sostiene Adinolfi - scoprirà che le modalità di presentazione al congresso sono
complesse e burocratiche, ma deve essere serio e evitare grida qualunquiste. Io
faccio fin d'ora appello ai burocrati del Pd affinché non impediscano nei fatti
la candidatura di Beppe Grillo: i circoli siano veramente aperti e raccolgano
le iscrizioni di tutti, 'grillini' compresi". © IL GIORNALE ON LINE S.R.L.
- Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Stampa, La"
del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Il comico si candida alla segreteria "contro il partito fatto di
vuoto e inciucioni" Ho deciso sabato, per dare un senso a dieci anni di
lavoro, per tornare a parlare di politica e non di partiti, per dare una mano
ai giovani. Mi è venuto il magone a vedere come questi fossili hanno segato la
povera Debora Serracchiani: aveva appena detto che condivide le cose che dico».
Beppe Grillo ha scagliato la bomba ieri sul suo sito: si candida a segretario
del Pd. Come mai questa scelta? «Ormai le cose serie devono farle i comici. Del
resto io ho dato una svolta alla mia vita ormai da tempo, non mi spaventa certo
questa impresa. Almeno i media si accorgeranno di me. Fino ad oggi abbiamo
fatto tutto da soli, con le nostre liste civiche che sono riuscite a inserire
40 persone in 30 capoluoghi provinciali, il più grosso successo politico degli
ultimi 50 anni. Sono virus positivi immessi nel sistema, un apporto di globuli
bianchi. Andate a vedere che cosa ha fatto per 230 euro al mese Davide Borelli
a Treviso: raccolta differenziata gratis per 98 scuole, accesso diretto dei
cittadini ai servizi comunali via Internet, mappe interattive del traffico con
la partecipazione diretta dei residenti nei vari quartieri interessati». Lei ha
in passato ha dato il suo appoggio ad Antonio Di Pietro: lo ha consultato? «No,
non gli ho detto niente. Non lo sapevano nemmeno i miei familiari». Grillo, lei
però non è nemmeno iscritto al Pd e ha tempo fino al 21 luglio per farlo.
Riuscirà a presentare anche le firme richieste? «Devo solo decidere in quale
sezione iscrivermi, perché in quanto alle firme, posso portarne diecimila, tra
nuovi iscritti e iscritti che già si riconoscono nei miei programmi». Ecco, i
programmi: quali sono? «Una legge di iniziativa popolare contro il nucleare
appena riproposto, energie rinnovabili, acqua pubblica, welfare, mobilità
ecocompatibile, wi-fi gratuito, no agli inceneritori, il massimo di due
legislature per i parlamentari e il "Parlamento pulito" grazie alle
leggi di iniziativa popolare già presentate di cui non si è saputo più nulla.
Faremo tutto nel rispetto della Costituzione». C'è già un primo appuntamento
politico? «Una riunione il 25 luglio a Milano dei neoeletti delle liste civiche
per una sorta di scuola di politica con esperti di vari settori, soprattutto
bilanci comunali e social network. Una scuola di politica vera, perché noi
questi ragazzi non li abbandoniamo soli in mezzo a quei Consigli comunali
inciuciati su inceneritori e centrali nucleari. Il secondo appuntamento è per
il 4 ottobre, festa di San Francesco che porta bene perché lui è stato il primo
ambientalista: faremo un V-Day sul nucleare». Perché gli iscritti al Pd
dovrebbero votare per lei? «Perché dalla morte di Enrico Berlinguer nella
sinistra c'è il vuoto. Un vuoto di idee, di proposte, di coraggio, di uomini.
E' una sinistra senza programmi, inciucista, radicata solo nello sfruttamento
delle amministrazioni locali. Alfiere di inceneritori e della privatizzazione
dell'acqua. Una creatura ambigua che ha generato Consorte,
Violante, D'Alema, riproduzioni speculari e fedeli dei piduisti che affollano la
corte dello psiconano. Un soggetto non più politico, ma consortile,
affaristico, affascinato dal suo doppio berlusconiano». Lei è il quarto con
Franceschini, Bersani e Marino. Marino ha appena sollevato la questione morale
all'interno del Pd, dopo l'arresto del presunto stupratore risultato
coordinatore di circolo. Che cosa ne pensa? «Dico che in generale questo è un
bad Pd, come ci sono le bad company, vedi Alitalia. Noi vogliamo cambiare,
creare un good Pd a partire dai vertici. Vogliamo un'informazione libera con il
ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico, a
partire da Silvio Berlusconi. Temi troppo duri per le delicate orecchie di un Rutelli e di un Chiamparino». Il suo obiettivo? «Un partito
a cinque stelle con i giovani perché ci sono milioni di ragazzi pieni di
energie cui bisogna restituire l'entusiasmo». Ma fra tutti i candidati e i
«notabili» Pd, qual è il personaggio che più detesta? «Veltroni
è stato per il Pd come il meteorite per i dinosauri».
(
da "Stampa, La"
del 13-07-2009)
Argomenti: PD
LA MUSICA LE DONNE Intervista Cantautore e professore
"L'Onnipotente? Non è spiritoso" «Un dignitoso secondo lavoro meglio
del facile successo a X Factor» «Da un lato le idealizzo troppo, dall'altro le
dimezzo per invidia» Vecchioni s'interroga in "Scacco a Dio"
"Quanti dubbi dopo la malattia di mio figlio" «D'Alema
amore mio» FRANCESCO RIGATELLI MILANO Se fai una domanda al cantante risponde
il prof. e se ti rivolgi al prof. riecco il cantante. Prendiamo il suo libro
Scacco a Dio, appena pubblicato da Einaudi e già sottotraccia di tanti suoi
testi in musica. Per descriverlo, Roberto Vecchioni, non canta Le Rose blu, «Io
ti darò tutti i giorni che ho alzato i pugni al cielo e ti ho pregato, Signore.
Bestemmiandoti perché non ti vedevo», ma dottoreggia su un Onnipotente
«permaloso, esibizionista, prolisso, per niente spiritoso». Solo la bestemmia
rimane, pure lassù dove si può ciò che si vuole, quella delle canzoni: «L'atto
assoluto del riconoscimento di Dio. Piena di passione, mentre nella preghiera
mica sempre». Lei è stato assistente di Storia delle Religioni dopo la laurea
nel '
(
da "Corriere della Sera"
del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Primo Piano data: 13/07/2009 - pag: 2
Dietro le quinte Reazioni «frenate» dal partito, sospeso tra rischi di
filoberlusconismo e deriva a sinistra Fattore ex pm, Democratici in imbarazzo
ROMA Per ore tutti nel Pd tacciono. Eppure ogni volta che parla Giorgio
Napolitano le agenzie di stampa sono inondate di dichiarazioni di plauso dei
dirigenti del Partito democratico. Ieri, invece, è andata diversamente. Solo
nel pomeriggio sono apparsi i primi commenti. Il ritornello era sempre lo
stesso: accogliamo l'invito del capo dello Stato, ma... Per dirla con una
parola nel Pd ieri trapelava imbarazzo. Grande imbarazzo. Sì, perché il
congresso del partito che si terrà in autunno blocca tutti. Nessuno vuole
scoprirsi a sinistra, prendendo con troppo entusiasmo l'appello del presidente
della Repubblica e quindi facendosi tacciare di filoberlusconismo, nessuno
vuole scoprirsi a «destra», lasciandolo cadere nel vuoto. E nessuno può
respingerlo, alla Di Pietro. E a proposito di Di Pietro, anche lui, come accade
ormai da parecchio tempo in qua, contribuisce all'imbarazzo del Pd. Il leader dell'Italia
dei Valori risponde «no grazie» a Napolitano ergendosi a campione
dell'anti-berlusconismo e andando ancora una volta a cercare consensi anche
nell'elettorato del Partito democratico. E Di Pietro ha superato in popolarità
il segretario del Pd Dario Franceschini, come attesta l'ultimo sondaggio
riservato recapitato sabato scorso nelle sedi dei partiti di centrosinistra. Di
poco, è vero, ma l'ex pm di Mani pulite oltrepassa il leader di un partito che
ha il triplo di consensi del movimento di Di Pietro. Anche questo elemento,
quindi, suggerisce una certa prudenza e spinge il Pd a imboccare la strada del
«sì, ma...». A pesare sul comportamento del Partito democratico, comunque, come
si diceva, è soprattutto il congresso d'ottobre. A quell'appuntamento Bersani e Franceschini vogliono arrivare con il massimo dei
consensi, senza alienarsi le simpatie degli iscritti e degli elettori che
strizzano l'occhio a sinistra, ma non trascurando nemmeno quelli più moderati,
quelli, per intendersi, che ragionano come Enrico Letta o Francesco Rutelli. Perciò la linea è quella di
dare ovviamente ragione al capo dello Stato, ricordando, però, che comunque il
Pd sta all'opposizione e che è la maggioranza che in realtà non accetta un
confronto civile. Persino un personaggio come Massimo D'Alema, che sulla sua voglia di «un Paese normale» ci ha scritto un
libro, in questi ultimi tempi, causa congresso, si sta presentando come
il più anti-berlusconiano degli anti-berlusconiani. A spingere il presidente
della Fondazione Italianieuropei in questa direzione c'è pure un altro motivo,
un motivo che, lontano dalle orecchie indiscrete dei giornalisti, gli fa dire,
nei suoi conversari privati, anche in quelli con il capo dello Stato, le stesse
parole dette da Napolitano al Corriere della Sera sulla necessità di recuperare
un clima civile tra maggioranza e opposizione. Per l'ex ministro degli Esteri
la strada indicata dal Presidente è l'unica giusta perché se dovesse cadere il
governo Berlusconi il Paese dovrebbe trovarsi non di fronte a due schieramenti
politici l'un contro l'altro armato, ma di fronte a una maggioranza e
un'opposizione che si confrontano. Solo in questo modo è il convincimento di D'Alema si possono evitare le elezioni anticipate che, viste
le condizioni economiche del-- l'Italia, sarebbero un disastro, e formare
invece una sorta di governo di unità nazionale per far uscire il Paese dalla
crisi. Ma è chiaro che per fare questa operazione D'Alema
non vuol essere accusato di fare l'«inciucista». Ed è per questa ragione, oltre
che per le dinamiche congressuali, che persino lui fa l'anti-berlusconista
spinto e in pubblico si attiene alla linea del «sì, ma...». Maria Teresa Meli
(
da "Messaggero, Il"
del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Lunedì 13 Luglio 2009 Chiudi Per ora sono tre: Franceschini,
sostenuto da Fassino e Rutelli; Bersani appoggiato da
D'Alema e Letta e l'outsider
Marino.
(
da "Messaggero, Il"
del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Lunedì 13 Luglio 2009 Chiudi Il 25 ottobre si voterà per eleggere il
segretario del Partito democratico. Potranno partecipare tutti coloro che si
dichiarano elettori del Pd. I candidati che parteciperanno alle primarie
saranno selezionati dagli iscritti: avranno accesso chi supererà la soglia del
15% (o del 5% per il terzo candidato). Allo stato sono state formalizzate le candidature
di Dario Franceschini supportato da Fassino, Fioroni e Rutelli, Pier Luigi Bersani appoggiato da D'Alema, Letta e Bindi, Ignazio Marino sponsorizzato da Bettini, e Mario
Adinolfi. Lo strumento delle primarie per la prima volta fu utilizzato con Romano
Prodi nel 2005. Allora servì, come nella tradizione americana, per la scelta
del candidato premier. Nel 2007 la stessa procedura portò Walter Veltroni alla segreteria del Pd.
(
da "Messaggero, Il"
del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Lunedì 13 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIO SARDO ROMA - «Mi iscrivo al Pd
e mi candido segretario». Beppe Grillo annuncia sul blog la sua
sfida-provocazione per le primarie. Assicura che non è scherzo, anche se
continua a scaricare sul Pd e i suoi leader una valanga di insulti. «Partecipo
per rifondare un movimento che ha tolto ogni speranza di opposizione a questo
Paese, per offrire un'alternativa al Nulla. Dalla morte di Berlinguer nella
sinistra c'è il vuoto». Chiama inoltre il partito «Pdmenoelle», lo definisce
«un mostro politico nato dalla sinistra e finito in Vaticano», sfotte Franceschini, Fassino e Veltroni, ha
parole di simpatia solo per la Serracchiani, si propone di cacciare D'Alema e Rutelli che «hanno disintegrato l'Italia insieme allo psiconano». Grillo
non è ancora iscritto al Pd. Dice che lo farà presto. Entro il 21 luglio, data
limite fissata dal regolamento interno. E assicura di avere già pronte
le duemila firme di iscritti necessarie per la candidatura. Sarebbe uno scacco,
una beffa per il Pd. Che il vertice del partito non ha alcuna intenzione di
consentire. Già nel 2007, alle primarie che consacrarono Walter Veltroni, il Pd respinse le candidature di Antonio Di Pietro
e Marco Pannella perché dirigenti di un altro partito. Ora quel vincolo è stato
formalizzato nell'art. 2 (comma 8) dello statuto: Grillo è stato promotore di
liste civiche antagoniste al Pd in molte città italiane, dunque, dicono in casa
democratica, la sua iscrizione non potrà essere accettata. La candidatura di
Grillo, come di qualunque altro outsider, avrebbe poi la soglia di sbarramento
congressuale: solo chi supera il 15% dei voti degli iscritti (o il 5% per il
terzo candidato) può accedere alle primarie. Ma consentire a Grillo ciò che fu
impedito due anni fa a Pannella e Di Pietro metterebbe in ridicolo congresso e primarie.
Resta comunque il fatto che le regole del Pd fanno acqua da tutte le parti. Lo
denunciano gli stessi protagonisti. Ieri Pierluigi Bersani
ha spiegato all'Unità che il partito deve puntare innanzitutto sugli iscritti e
ad essi va rimessa la decisione se tenere o meno le primarie, «altrimenti il Pd
diventa solo un notaio, qualunque passante chiede di candidarsi, come se il Pd
non ci fosse». Sembra quasi una profezia rispetto alla sfida-beffa di Grillo.
Ma anche dal fronte di Franceschini, sulla carta meno critico verso le
primarie, la chiusura al comico genovese è totale: «Il Pd - dice Beppe Fioroni
- non è un albergo a ore». Così anche Piero Fassino: «L'iscrizione di Grillo
non è una cosa seria e non è accettabile». Ma la sortita di Grillo segue solo
di 24 ore lo strappo di Ignazio Marino, che ha denunciato la «questione morale»
a partire dal caso del presunto stupratore romano, che era coordinatore di un
circolo Pd. Anche in questa polemica sono state tirate in ballo le regole
congressuali: Marino ha puntato il dito contro i meccanismi di cooptazione dei
dirigenti e contro la corsa al tesseramento di questi giorni. Forse sullo
sfondo della polemica c'è anche la complicata partita della segreteria
regionale del Lazio. Ma di certo Marino interpreta più altri lo spirito delle
primarie come una contesa in stile americano, senza preoccuparsi troppo del
corpo del partito (più legato a Bersani e
Franceschini). Insomma ormai tutti o quasi nel Pd mettono in discussione il
modello di partito. La riforma però è tema di scontro tra Bersani
e Franceschini.
(
da "Corriere della Sera"
del 13-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Cronaca di Roma data: 13/07/2009 - pag: 3
Il travaglio del Pd Riccardo Milana: «La questione morale esiste» Dopo la festa
dell'Unità di sabato - Morassut sul palco che parla di questione morale, Milana
in platea che, infastidito, si alza e va via - Riccardo Milana cambia idea,
almeno in parte: «La questione morale esiste ma non riguarda i malati, casomai
chi gestisce il potere». La «questione morale» all'interno del Pd, dopo
l'arresto dello stupratore seriale che coordinava un circolo del partito a
Roma, sta rimescolando le carte sui posizionamenti in vista del congresso di
ottobre. E di conseguenza sui nomi che guideranno il partito nel Lazio, in
vista delle regionali del 2010, e nella capitale. Se fino a qualche giorno fa sembrava
praticamente certo che il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti
fosse schierato con Pierluigi Bersani, il segretario
regionale Roberto Morassut con Dario Franceschini, così come il segretario
romano Riccardo Milana, adesso l'entrata in campo di Ignazio Marino e le sue
dichiarazioni sulla questione morale, duramente contestate da Bersani e Franceschini, mette tutto in discussione, comprese
le alleanze su quello che dovrà ricoprire la carica di segretario del Lazio.
Franceschini potrebbe convergere su Morassut alla guida del partito nella
regione considerato che fino ad oggi Morassut non ha fatto mistero di preferire
la sua mozione. Dall'altra però il leader del Pd ha ricevuto le pressioni di Rutelli che, in cambio del sostegno, vorrebbe Milana al
regionale in vista delle scadenze elettorali nel Lazio. E però sulla gestione
del partito a Roma poi Milana ha ricevuto più di una critica e quindi sarebbe
altamente improbabile una sua rielezione. La torta più appetitosa resta quella
della segreteria: se Milana venisse fatto fuori, Rutelli rimarrebbe
davvero isolato nella capitale e sarebbe costretto a trovare un altro uomo. Per
Morassut si starebbero spendendo Veltroni e Fassino
con Franceschini. Ecco perchè, se non si dovesse arrivare a una soluzione,
potrebbe spuntare una terza via, come quella di David Sassoli: secondo molti,
l'ex volto Tg sarebbe anche candidato alle primarie che sceglieranno lo
sfidante di Alemanno. In ogni caso: Milana per adesso
non si schiera, anche se l'ipotesi Franceschini è la più accreditata.
«Decideremo la prossima settimana - assicura - ma al momento nulla mi
convince». Zingaretti intanto, seppure corteggiato dai tre candidati, non ha
partecipato, per via del suo ruolo istituzionale, a nessuna iniziativa politica
e dice di non aver ancora scelto. Sceglierà Bersani.
Verso il congresso La posizione dei politici romani dopo le dichiarazioni di
Ignazio Marino
(
da "Foglio, Il"
del 13-07-2009)
Argomenti: PD
13 luglio 2009 Compagno cocomero Duello di mezza estate tra SDM,
vecchio comunista, e Giuseppe Civati detto Pippo, giovane del Pd in cerca di
primarie. E' lui che spara il primo colpo: "L'unica cosa più snob della
sinistra è il Foglio" A un certo punto lo dice. “Mettilo”, si raccomanda.
Figurarsi, fedelissima trascrizione. Dunque: “In Italia, l’unica cosa più snob della sinistra è il Foglio”. Siamo uno di fronte all’altro – ove per altro s’intende Giuseppe
detto Pippo da qualcuno sul suo blog pure affettuosamente Beppìn e che lo
scrivente su codesto giornale sbagliando (ma insieme a Repubblica, che è un po’
come peccare con il consenso dell’arciprete) chiamò Filippo. Sono volate
accuse (divertite) di fighettaggine, qualcuna (velata) di coglionaggine,
reciproche dolenze per (supposta) incomprensione. E il fatto che Giuseppe detto
Pippo voleva pure una campagna per le primarie spensierata, la Madia prima del voto voleva portare in Parlamento la sua
inesperienza, la Serracchiani ha suscitato un putiferio con l’adesione alla simpatia di Franceschini:
non per dire, ma un disastro, appena si apre bocca… Lui osserva preoccupato uno
stendardo sovietico con la faccia di Lenin (dono
di amico fascio in trasferta moscovita) dietro la scrivania, io ho la faccia
spaesata perché mi cita filosofi che non conosco, e che forse manco alla
bocciofila di Bersani praticano. Venerdì sui giornali
c’era D’Alema che annotava:
“Siamo angariati da persone di mezza età che si presentano come giovani”, e
pareva pure di sentire lo sbuffo dalemiano, e poi uno tende, con un certo
buonsenso, diciamo, a dare sempre ragione a D’Alema. Civati, con altrettanto buonsenso – qui la faccenda deve essere di
perfetta par condicio, a filo esatto come il bisturi del professor Marino – a
dargli torto. Dico: portate pazienza, state lì a fare i giovanotti con i vostri
annetti… Giusto i giovani sono meno interessanti dei vecchi. Civati ride e
affonda: “D’Alema lavora sul
paradosso, come quando elogia l’apparato,
e a me il paradosso piace molto. Basta non crederci davvero…”. Vabbé, ma a fare
i pischelletti, intorno ai quaranta… “Vaff… io di anni ne ho trentatré… Anzi, sono nato il 4 agosto, lo stesso giorno di Zapatero
e di Obama…”. Giornata riformista parecchio spinta, si direbbe. L’anno, però, è effettivamente diverso.
“Un po’ giovane lo sono, dai… Il problema non è la risposta a Civati, un
collocarsi nel partito. Io non faccio l’eroe, ho spaccato i coglioni a tutti… Il
trentenne di oggi si confronta con leader che, dal punto di vista anagrafico e
culturale, sono i suoi genitori. Il sindacato che tutela solo il lavoro a tempo
indeterminato, alcune forme nuove della cultura politica…”.
Madonna, lingottinismo puro questo… “Facciamo così: i nuovismi fanno girare i
coglioni come i vecchismi…”. Come quando ho scritto che producete un linguaggio
banale, sciatto? Ma Civati è davvero troppo buono (è veltroniano e non lo sa?),
troppo garbato, troppo appassionato. “Vorrei solo un po’ di rispetto per chi prova a dare
qualcosa di diverso”. Ti dico un’altra impressione che ho avuto leggendo i
vostri interventi: che state sempre a lisciare il pelo a quelli che avete davanti. Mai una sorpresa. Almeno D’Alema ogni tanto manda qualcuno a quel paese. “Da parte nostra c’è modestia rispetto alle persone con cui
ci confrontiamo”. Magari le persone con cui vi confrontate non lo sanno.
“Guarda, quando sento dire cose tipo D’Alema pirla o Veltroni coglione, ecco, mi sembra
roba di una stupidità inverosimile… Vorrei che funzionasse così, per quanto ci
riguarda: per ogni insulto ricevuto facciamo una proposta”. Bel proponimento.
Soltanto che di solito, a sentirvi parlare, una certa aria di supponenza si
respira. Pure Enrico Letta ha chiesto a Bersani di fare i conti con la supponenza della sinistra – e
dire che ha ragione è dire poco – ma a fare i conti con la supponenza dei
giovani di sinistra, ecco, non si finisce più… Civati ride, armeggia col
telefonino (non per supponenza, per telefonata in arrivo): “La domanda è sempre
quella: come cazzo mi permetto? Però, almeno l’accusa di giovanilismo l’abbiamo
scampata, visto che abbiamo un candidato cinquantenne… Poi, la supponenza… Ci sono diverse sfumature, il compito di segnalare problemi… Supponiamo
per esempio che esista un paese in cui gli elettori del Pd sono nauseati dai
duellanti, gente che sta governando nel bene e nel male questo partito da vent’anni… Come dice il mio amico Gianni Cuperlo, abbiamo i falsi magri e i falsi dibattiti…”. Qui i
duellanti… “come il film di…”, aspetta, Ridley… “sì, sì, Scott…”, che per
decenni s’inseguono
per darsele… “inutilmente, senza senso”, ecco, sono Veltroni… “e certo, D’Alema…”. Minchia, che intesa… Ed è qui che Giuseppe detto Pippo cala l’asso, spiazza, fa il dotto che proprio a
D’Alema tanto piace. “Sai, come dice Protagora…”, e uno pensa Pitagora, avrà
sbagliato nome, macché, “Protagora, un filosofo: la misura delle cose…”. Quando
ci sono i filosofi di mezzo, da Aristotele a Buttiglione, bisogna sempre
assentire per non sbagliare, almeno andarci cauti, non si sa mai cosa può
esserci nella filosofia, “per fare il pirla, ti dico che quella di Marino è una
candidatura socratica”. Come a dire: manco mezza soddisfazione a Rutelli, un filo di radice cristiana. “Nel senso che mira a
fare uscire ciò che di buono c’è
nelle altre due”. E anzi, nell’azzardo tra il filosofico e il politico, Civati
azzarda oltre: “Far uscire il Pd da se stesso” – di senno? E dove dovrebbe andare? Si fa un po’ i furbi, qui. Si passa qualche minuto a
respingere l’accusa di fighettismo che ognuno potrebbe rovesciare sull’altro.
Se io intravedo un principio di happy hour in Civati (ma manco tanto,
onestamente: se il buonsenso l’assiste, magari è pure più tipo da
crodino che da mojito, anche se certe serate politiche-agricole dedicate al
Grande cocomero ingenerano giustificato sospetto), quelli del suo blog sono
certi che io faccia, più o meno, una vita di merda – intesa comprensiva di
aperitivo nel dopolavoro (e onestamente mai, anzi ritengo una vistosa carenza
legislativa il fatto che non ci sia una legge che proibisca gli happy hour) o
le vacanze tra la Sardegna e Formentera (manco sparato). Questi blog, caro
Civati, sono un altro eminentissimo scassamento di palle, un’altra lisciata di pelo che date ogni
volta. Sarà mica democratico che uno meno c’ha da dire e più dice… “Beh, nel
blog c’è chi lo tiene e chi lo commenta. E’ come per le elezioni: non sai mai
cosa viene fuori…” – che poi, ultimamente, cosa viene
fuori dalle elezioni invece si sa benissimo. “Non voglio sembrare antipatico,
ma il blog serve per capire gli umori: metto le mie proposte, attendo le
reazioni… E così registri l’insopportabilità
verso certe figure, e una volta o l’altra sai che può capitare anche a te.
Perdi facilmente credibilità, con uno strumento come il blog…”. Casomai, è
sorprendente che se ne possa guadagnare. Civati, figurarsi, coautore persino di
un libro che ha per titolo “L’amore al tempo di Facebook” – che vengano perdonati tanto gli autori che il titolista – della
meraviglia dello strumento, pur con vigilanza che non si può dire democratica
ma assennata, è più che convinto. E venuto pure a Roma, quando fu, per la festa
fecebookiana di Veltroni (e lì già il dramma si
annunciava), e sulla faccenda ragiona, desume e dà spiegazioni. “Certo,
preferisco conoscerti, vedere la tua stanza, il tuo sfondo… Pensa alla
generazione dei mille euro: se passa le serate attaccate al computer non è per
fanatismo, ma per lavoro…”. Veramente stanno attaccati al computer pure al bar:
in quattro attorno al tavolo e invece di fare una briscola stanno collegati col
mondo. Scusa, ma ti fideresti? “E’ che
forse le persone sono sempre più sole…”. In mezzo a cento altre, al momento dell’aperitivo? Magari sì. Antonella, una mia amica ha pure creato il sito del Pd
Cuori Solitari, con tanto di simbolo, partendo dal presupposto che se questo
partito ormai serve a poco, vediamo se può almeno servire a rimorchiare…
“Certo, anch’io
vorrei che la politica tornasse ad
essere vita di relazione, ed è questa la cosa che le manca di più… Ho pensato a
uno spot che fa venire in mente il sito sui cuori solitari del Pd della tua
amica: una ragazza si sveglia e dice che non vuol stare né con l’uno né con l’altro, preferisce star da sola…”. Finché
vi profilate voi all’orizzonte. “Io continuo a pensare che l’iniziativa di Veltroni fu positiva, nascono ogni giorno
gruppi per qualsiasi cosa… Per esempio, tanto la carovana iniziale, quanto l’iniziativa del Lingottino, noi l’abbiamo
organizzata tutta in rete, senza metterci un soldo…”. A te non piace se
qualcuno dice del vostro linguaggio che è banale, ma li leggi i messaggi che
arrivano: ironia poca, lotta al mondo tanta, banalità a piovere… Azzardo: Civati, che frequenta i filosofi, magari è d’accordo. Se lo è non lo dice. Anzi:
“Proviamo a dare forma e rappresentanza a quelli che siamo. Non credo ci sia
bisogno di tornare indietro, come auspica qualcuno. I centocinquant’anni di
storia del socialismo di cui parla Bersani,
possono essere anche i duemila e cinquecento che arrivano fino a Pericle. Un
dibattito molto ideologico sul postideologico. E non possiamo interpretare la
crisi della sinistra storica e rifare la sinistra storica…”. Madonna, c’è di nuovo aria di dibattito al Lingottino. Si diceva del linguaggio. Qualche
giovane si conosce – operai o studenti o sbirri – e sai che ti dico: che
nessuno parla come voi. Ma proprio nessuno. E allora, a chi parlate? “Bisogna
usare le parole per descrivere le parole. Un poliziotto, un fuoricorso, vedono
realtà che noi non vediamo. Noi siamo percepiti così, ormai… Per questo io,
oltre la bocciofila di Bersani, vorrei ci fosse
qualcos’altro,
altri luoghi, una discoteca, una palestra… Sennò la sinistra è davvero fuori da questa partita. Stiamo attenti a non rispondere al nuovismo con
il vecchismo…”. E stiamo attenti. “Dobbiamo essere comprensibili. Le nostre
proposte non si capiscono. Un trentenne di cosa si occupa? La casa, il lavoro,
la fidanzata…”. Magari evitiamo proposte sulla fidanzata – tanto più se
dovessero risultare comprensibili… Ma non è, come diceva Mino Martinazzoli –
che certo un trentenne non è tenuto a conoscere, ma mica vorrà pretendere di
cambiare il mondo gratis e consolato: comunque, un democristiano quasi
sovversivo rispetto a certi sarchiaponi accasati nel Pd – per diventare
comprensibili si finisce col non dire niente? Qui si è svolto un dibattito
persino sul fatto che Bersani abbia usato la parola
piattaforma: che c’è,
comprometteva le cellule grigie? Civati ride: “Lo sai, è una
parola che poi anch’io, e
anche altri giovani, usano parlando di politica… Solo un esempio… Ma vai dai
tuoi amici, e vedrai che se loro la capiscono…”. Forse proprio cime non sono,
ma mica mi pare così difficile… “Facciamo molta
ideologia e poca politica”, è la conclusione di Civati. Lo “spensieratino”
principe (che si capisce, questa storia della spensieratezza era male spiegata
nell’intervista,
assicura, diciamo fuori contesto) ora deve correre da Marino, il suo candidato, tanto più che adesso, dopo Marino, tutti corrono dietro alla
laicità. Ha lo sguardo soddisfatto, se si vuol credere alla spensieratezza un
po’
sognante – sarà effetto di una recente serata milanese detta, appunto, del
“Grande cocomero” – verde fuori e rosso dentro,
il contrario degli slogan gruppettari sull’antico Pci che “è come un ravanello/ rosso di fuori e bianco nel
cervello” – magnificamente impostata: “Un partito in cui si parla di sogni. Di
mezza estate”. Se la cosa arriva alle orecchie di D’Alema, sai che
spettacolo alla prossima festa dell’Unità – no, al Democratic party, come si chiama a Roma. Che nel
manifesto, a simbolo, ha un barman che prepara il cocktail dei democratici,
“mescolati, non agitati”. E perciò, alla fine, mica ci stanno così male la spensieratezza o la simpatia. Di mezza estate, e con le zanzare:
sta come il caffè e l’ammazzacaffè
alla fine della cena. Chi è Giuseppe Civati - Chi è Sdm - Leggi Ci sei o
Civati? Botta e risposta fra un giovane del Pd e un vecchio del Pci - Leggi Buttafuoco sta con quel comunista di Sdm: "Anche io per sbaglio
scrivo Gianpippo Fini" © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Stefano Di Michele
(
da "Stampa, La"
del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Marco Travaglio "Lo chiamano buffone e hanno paura di lui"
La cosa più significativa è l'ostilità dei vertici del Pd: se sono così
incazzati forse è perché pensano che qualcuno dei loro lo voterebbe volentieri».
Marco Travaglio è divertito dalla candidatura di Grillo. I dirigenti del Pd lo
sono un po' meno. «Mi diverte quando loro non si divertono. Questa novità è un
sasso nello stagno, che movimenta una corsa al rallentatore. Stanno preparando
delle primarie così tristi e noiose, roba da parrucconi, che ogni elemento di
novità porta un vantaggio». In effetti Grillo candidato è una novità... «Se il
senso delle primarie è una conta fra i cittadini, perché si devono preoccupare?
Se i cittadini lo considerano un buffone non lo voteranno. Ma non capisco il
fatto che pensino di poter decidere chi corre alle primarie». Ma se lo vede
Grillo segretario? «Non credo che voglia veramente fare il segretario. Penso
stia tentando di influenzare la politica su temi a lui cari. E sarebbe felice
di tornare a fare il comico se solo qualcuno tornasse a prendere il testimone
di alcune battaglie». Immaginiamolo comunque eletto: Travaglio a quel punto
vota Pd? «Dovrei vedere cosa vuole fare del Pd. Già oggi se facesse opposizione
potrei votarlo. Con lui segretario ma anche con un altro». Bersani,
Franceschini, Marino... «I primi due sulle questioni fondamentali la pensano
allo stesso modo, e sono l'ennesimo scontro D'Alema-Veltroni travestito. Marino, per la sua storia, è molto mirato sulla
laicità ma debole sul resto. Però fra i tre mi sembra il più potabile: l'unico
che ha colto il problema del fermo di Roma. Ha detto una cosa
sacrosanta: uno con quei precedenti ha tutti i diritti di rifarsi una vita, ma
non ai vertici di una sezione di partito». \
(
da "Tempo, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: PD
stampa Franceschini annuncia: giovedì presento il programma E Dario
resta in silenzio nel giorno della bufera Pd Battaglia per la segreteria.
Marino si presenta ai suoi Luigi Frasca Franceschini tace. Silenzio. Il
segretario del Partito democratico resta nell'ombra. Lo fa nel giorno in cui i
Democratici si scatenano contro Beppe Grillo e proseguono con la polemica sulla
corsa per prendere il timone del centrosinistra. Lo fa nel giorno del tutti
contro tutti. Del futuro del partito lascia intendere che avrà modo di parlare,
ma solo con un progetto davanti. Senza polemiche. E così nel pomeriggio di
fuoco dirama solo un breve comunicato, in cui indica la data, giovedì 16
luglio, di presentazione del suo programma. Stop, sul Pd neppure una parola di
più. Per chi vuole sapere quale futuro il «traghettatore» vuole dare al
partito, bisognerà attendere. Poi il silenzio regna. Giusto una spinosa
dichiarazione contro le banche, «che dovrebbero riprendere al più presto a fare
credito alle imprese». Intanto la battaglia per la corsa alla segreteria non si
arresta. Pierluigi Bersani, anche lui candidato alla
segreteria del Pd, dice la sua in merito ai propri progetti. «L'aggettivo per
definire il mio Pd è popolare - spiega ad Affaritaliani - un partito popolare
di una sinistra democratica e liberale. Un partito laico, del lavoro e
dell'impresa. Un partito che ha non solo un futuro davanti ma anche delle
radici profonde alle spalle. I nostri elettori sono diversi dai nostri
iscritti: i nostri elettori hanno bisogno di un partito che funzioni, non
possiamo essere un partito troppo liquido. Il Pd - aggiunge
Bersani, che conta sull'appoggio di Massimo D'Alema, Enrico Letta e Rosy Bindi - deve aprire un cantiere, perché l'esperiezna
dell'Ulivo non è conclusa. E chi dice che il mio sarà un partito degli apparati
sbaglia alla grande». Presenta invece in via ufficiale la sua candidatura alla
guida dei Democratici, il senatore Ignazio Marino. «Io non mi sento
avversario di nessuno e auspico un confronto serio» al congresso, afferma
respingendo le accuse mosse dall'interno del suo stesso partito dopo le sue
affermazioni sulla questione morale, ricollegata al caso Bianchini che avevano
fatto scatenare la polemica al Loft. Marino, appoggiato da Goffredo Bettini,
non lesina parole di apprezzamento in particolare per l'ex ministro Pierluigi Bersani, ma apre anche alla discesa in campo di Beppe
Grillo, precisando che con un programma serio, le firme e il rispetto delle
regole «nessuno può essere escluso a priori». «Bersani
è assolutamente serio - afferma il candidato - è stato un ottimo ministro. Se
corro in posizione diversa dalla sua è per quello che ho detto, ma non manca
stima e apprezzamento personale per lui come anche per Massimo D'Alema». A chi gli chiede però di esprimere una preferenza
tra il segretario in carica Dario Franceschini e Bersani,
Marino replica glissando e precisa «noi vogliamo lavorare sulle idee per il
congresso e in base a queste stileremo una serie di punti. Su questi, se non
dovessi vincere io, decideremo a chi dare il nostro appoggio». Ad attaccare il
senatore ci pensa però Piero Fassino, tra i sostenitori assieme a Walter Veltroni di Faranceschini: «Ho trovato particolarmente
infelice la sua dichiarazione mossa da una strumentalità che non mi piace».
Riguardo le candidature Fassino ha detto che «chi si candida a guidare il Pd
deve rispettare i suoi iscritti, i suoi elettori. Non può, per il solo fatto
che si candida con l'obietivo di raccattare qualche voto in più, dire cose che
sono offensive».
(
da "Giornale.it, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di martedì 14 luglio 2009 Basta un giullare per stravolgere
il copione in un Pd delle comiche di Luca Telese I dirigenti democratici nello
scompiglio: dopo aver inneggiato al «partito aperto» ora escludono Grillo
Eravamo partiti dalla neo-parrochia politicamente corretta (ma praticamente
corriva) di Dario Franceschini, ci eravamo imbattuti strada facendo nella
bocciofila di Pierluigi Bersani, eravamo approdati,
già un tantino stremati, alle corsie della clinica di Ignazio Marino, quella -
forse più congeniale al clima - in cui il Pd si ritrovava sdraiato sul lettino
del chirurgo. Adesso, grazie ai sedici euro versati ieri da Beppe Grillo nella
sezione di Arzachena come se fossero il biglietto d'ingresso di una arena
estiva (vai a capire se davvero, dietro questa sottoscrizione parca si nasconde
il demone della genovesità) siamo arrivati alla drammaturgia di un
palcoscenico, all'esplosione di una rappresentazione grottesca, se non di una
farsa. Solo che ad aggiungere l'elemento teatrale al travaglio congressuale del
Pd non è l'autocandidatura seriosissima e dirompente del più sulfureo comico
italiano, ma il canovaccio di improvvisazione a cui la mossa di Grillo sta
costringendo i massimi vertici del partito. Tutti in imbarazzo, a partire dal
povero Piero Fassino, costretto a far vanto e pubblicità del fatto che l'uomo
del Vaffa day non sarà accettato. In realtà, un insospettabile filo conduttore
unisce lo scandalo che si agita intorno al nome di Luca Bianchini - il
segretario coordinatore di circolo ex Margherita indicato dagli inquirenti come
il presunto stupratore del Torrino - e le barricate che si stanno sollevando
per impedire a Grillo di correre per la leadership. C'è qualcosa che unisce lo
sconcerto dei militanti e di Ignazio Marino di fronte all'inchiesta di Roma,
alle piccole guerriglie che - statuto alla mano - come tanti azzeccagarbugli,
Franceschini e i suoi luogotenenenti combattono per mettere fuori gioco Beppe
Grillo. In realtà, il Pd di oggi, è come il grande spot di uno spettacolo che non
c'è: ovvero quello della democrazia diretta e dell'America in salsa
amatriciana. Perché non ha senso pubblicizzare sui muri di tutta Italia
l'invito a prendere parte al congresso e a iscriversi al partito, se poi su
tutti i media ci si cimenta nell'esercizio opposto. Non ha senso dire: apriamo
le porte della nostra casa a tutti italiani, se poi in questa casa ci finisce
qualcuno che ha il casellario giudiziario macchiato, e se invece - per
paradosso - non ci può entrare un grande provocatore progressista come Grillo.
Molti oggi dicono, criticando Marino per la sua polemica sul nome del giovane
sospettato: come avrebbero mai potuto prevedere, i dirigenti della ex
Margherita, che dietro la riservatezza di Bianchini si nascondesse una doppia
vita da stupratore? In realtà la domanda è posta male, e sarebbe quella sì
sciacallesca. Ma andrebbe riformulata così: in quale partito (se non in crisi
di identità) un personaggio come Bianchini sarebbe potuto diventare un
dirigente locale? Semplice: in nessuno. E non per la doppia vita occulta del
segretario del Torrino: ma proprio per quella pubblica. Tutte le cronache ci
raccontano di un iscritto timido, riservato, favorito dal carisma del padre (di
cui era stato vice), ultimo proconsole di un noto dirigente romano, coordinatore
di un circolo di 150 iscritti, quasi una nave fantasma nella periferia della
metropoli tra il raccordo anulare e il nulla. Nel Pci, ma anche nella Dc, un
tipo così non avrebbe fatto carriera: i segretari dei vecchi partiti popolari
erano leader di quartiere, micro-urbanisti, dirigenti carismatici, figli di
piccole grandi lotte per le scuole, per le strade, per la casa o per le
infrastrutture. Nel «partito liquido», invece, il segretario di circolo è una
sorta di fiduciario che tiene la contabilità per conto del suo Signore, un
funzionario invisibile senza curriculum né storia, il gestore di un comitato
elettorale che lavora a ritmo stagionale: e che quindi può essere chiunque,
anche un anonimo che custodisce un segreto ai suoi stessi compagni. Ebbene, nel
partito liquido, se Grillo entra in una sezione e apre lo spettacolo per quale
motivo gli si dovrebbe rispondere: tu no, tu resti fuori? Quali sono i criteri
di discriminazione identitaria per cui si può essere o non essere accolti come
membri del Pd? Diceva Groucho Marx, con una celebre battuta: «Non farei parte
di un club che contasse il mio nome fra quello dei suoi iscritti». Il partito
liquido viene messo in crisi da un paradosso opposto: è difficile trovare il
motivo per cui qualcuno non dovrebbe far parte di quel club. Per stare nel Pci
- a parte il singolare caso di Walter Veltroni, che
dice di non esserlo mai stato - bisognava infatti essere comunisti: lo si
poteva essere in tanti modi, ovvio, ma il prerequisito c'era, ed era
difficilmente aggirabile. Per stare nella Dc, bisognava se non altro sentirsi
democratico-cristiano: ed era un'identità così forte, quella dello
scudocrociato, da sopravvivere alla fine di quel partito. Ma per essere
democratico? Se il congresso del Pd viene pubblicizzato come un concorso a
premi a cui chiunque può prendere parte purché si iscriva entro i limiti
previsti dal bando, quali strumenti hanno, i dirigenti del partito, per negare
il loro palcoscenico al grande saltimbanco? Se ne fa parte Paola Binetti, socio
numerario dell'Opus Dei, perché non ne dovrebbero fare parte i grillini? A
Tonino Di Pietro e a Marco Pannella (a cui pure in altri momenti si chiedeva di
affiliarsi alla grande famiglia!) si disse, per tenerli fuori dalla
competizione, che la loro appartenenza a un altro partito era incompatibile con
la loro adesione. Ma può una forza che ha l'ambizione della «vocazione
maggioritaria», chiudere le porte a coloro che dice di voler includere nel suo
progetto? Ecco perché il Pd forse ha davvero bisogno di una terapia d'urto come
quella che gli propone Ignazio Marino: una terapia dolorosa, perché non mediata
dalle sinecure del politichese. Oppure è costretto a inseguire la via del
ritorno alle origini che gli prospettano Bersani e D'Alema: l'elogio del vecchio apparato («Invincibile, diciamo», per il
leader Maximo) e quella del vecchio circolo in cui tutti si conoscono, e in cui
le regole sono chiare, perché a redigerle sono gli stessi fondatori. Dietro il
paradosso Grillo, e dietro il darkside di Bianchini, invece, si agita il
canovaccio di uno spettacolo diverso. Il sogno del Pd di Veltroni e Franceschini e il rito delle primarie aperte a
tutti, avevano un'ambizione smisurata, quella di essere come un concerto rock a
cui chiunque può prendere parte, purché paghi il biglietto. Se chiuderanno la
porta a Grillo, Franceschini e Veltroni tradiranno il
più antico comandamento dello spettacolo: The show must go on. E consegneranno
al mattatore anti-sistema, ancora una volta, la loro scena. Se il Pd fosse un
partito che non ha paura del suo vuoto identitario, Grillo entrerebbe nella
sezione di Arzachena, pagherebbe i suoi sedici euro, e prenderebbe uno zero
virgola, come il contadino no global Jose Bovè quando si candida all'Eliseo.
Mentre se i dirigenti del Pd temono che possa vincere, vuol dire che c'è
qualcosa che non va nel loro copione. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G.
Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di martedì 14 luglio 2009 «Il Pd mi ha deluso Sognavamo Obama
ci troviamo Grillo» di Michele Anselmi La critica dell'attore che aveva
appoggiato Veltroni «Nessuno di questi candidati può
guidare il partito» Fa battaglie giuste ma gli insulti non mi piacciono RomaEra
giusto due anni fa. Conciato da Luciano Ligabue, sulla melodia di «Certe
notti», Neri Marcoré intonava l'inno del nuovo Pd, che partiva così: «Caro Walter
/ che grande partito / nuovo di zecca / più bello che mai». Ma subito dopo, nel
ritornello, arrivava la stoccata: «Certo che adesso / rifare il partito / coi
vaffa di Grillo / mi sa che son guai». Già. Quasi profetico. Becchiamo
l'attore-comico-imitatore nel suo primo giorno di vacanze. Magari vorrebbe
occuparsi d'altro, buttarsi in acqua, leggere un libro, ma accetta di parlare
col Giornale di Grillo che si candida a dirigere il Pd. Lui, Marcoré, nel 2007
sostenne convintamente il nascente progetto del Partito democratico,
esponendosi in prima persona: capolista, nelle natie Marche, «per Veltroni segretario». Salvo mettere quasi subito, alla sua
maniera ironica, le mani avanti: «Tanto faremo tutti in tempo a essere delusi
dell'esperienza del Pd». Deluso di come sono andate le cose? «Non è di sicuro
un momento esaltante per il Pd e la classe politica. Sono in attesa di qualcosa
di meglio. Dopo gli attacchi incrociati a Veltroni mi
sono allontanato. Diciamo che sto alla finestra. Mi piaceva l'idea di rendere
più chiara la politica, contro il potere ricattatorio dei partitini. Pensavo
fosse giusto impegnarsi, non limitarsi a criticare dall'esterno, respingere un
certo disfattismo. Il fatto è che l'involucro conta, ma conta di più come lo
riempi». Ora i vaffa vengono direttamente dall'interno del Pd. Grillo s'è
iscritto ad Arzachena, e presenterà le 2mila firme per candidarsi alla
segreteria. Che impressione le fa un comico alla guida del Pd? «Capisco
l'ironia, ma forse "comico" è un termine restrittivo per il Grillo di
oggi. La sua è un'operazione giornalistica, di denuncia, rispetto
all'oscuramento di certe notizie. Si occupa di impatto ambientale, di energia
nucleare, di acqua pubblica e privata. Il G8 ci sta arrivando, mi pare. Sono
argomenti seri, che seguo con una certa partecipazione». Quindi non le dispiace
l'idea. Anche se nelle sue prime dichiarazioni Grillo descrive il Pd come
"un comitato d'affari" e sfotte "fassini e dalemini, gente
inesistente che sta lì non si capisce perché"? «Allora diciamo che
apprezzo alcuni temi politici cari a Grillo, molto meno le sue provocazioni. Mi
dissocio dalla sua comunicazione. Non mi piace, ad esempio, la sua
predisposizione a mettere tutti sullo stesso piano: Veltroni
e Berlusconi, centrosinistra e centrodestra. Mi sembra banale, appunto una
provocazione inutile, tanto più se ti candidi a dirigere il Pd dopo avergli
sparato contro a palle incatenate». Ne discende che... «... che sarebbe servita
una fase interlocutoria. Il passaggio da contestatore accanito a segretario di
tutti mi pare precipitoso. Poi, per dirgliela tutta, sono convinto di una cosa.
Molta parte del popolo di sinistra la pensa come Grillo, si riconosce nelle sue
posizioni, anche estreme. Solo che bisognerebbe passare dalla denuncia a una
politica costruttiva, positiva». Con Grillo che spara sul mucchio, dicendo che
"loro", i dirigenti del Pd, sono "al buio, ammuffiti, si sente
odore di naftalina"? «Gli insulti non mi piacciono. Le mie simpatie vanno
al centrosinistra, con moderazione. Non vedo strade convincenti, vorrei un Pd
con un'identità decisa, piena. Intendiamoci, le differenze costituiscono una
ricchezza, però s'è finito con l'esagerare: correnti, correntine, i laici
contro i cattolici, Marino da un lato, Binetti e Rutelli dall'altro. Non so». Nel suo spassoso "inno" in stile
Ligabue lei canta, rivolto a Veltroni: "Tu sai che il leader
non conta / il primo che parla c'ha ragione lui". «Appunto». Dica la
verità: a parte Grillo che forse provoca per mettere zizzania, tra i tre candidati
ufficiali chi preferisce? «Tutte e tre sembrano brave persone.
Sull'onestà intellettuale di Franceschini, Bersani e
Marino non ci piove. Nulla da dire. Aggiungo che l'essere giovani di per sé non
è un valore. Tuttavia vorrei un segretario che mi scaldasse il cuore. Vabbè, lo
dico: uno un po' alla Obama. E qui devo riconoscere che nessuno dei tre, tanto
meno Grillo, ha le qualità per rivestire un ruolo del genere, così deciso,
esaltante». Ha visto che Marino parla di "questione morale grande come una
montagna" a proposito di Luca Bianchini, il presunto stupratore romano
segretario di un circolo del Pd? «Magari doveva informarsi meglio. La mia
posizione, per quel che conta, è questa: o i suoi precedenti figuravano sulla
fedina penale e allora il Pd doveva saperlo ed evitare di dargli quella carica;
ma se era impossibile saperlo non vedo dove stia la questione morale». È mai
stato iscritto a un partito? In fondo ha fatto campagna elettorale per Veltroni. «Mai stato iscritto. Mai fatto vita di sezione. Nulla
in contrario, ma se tesserarsi a un partito significa avere un obbligo io
rivendico un'assoluta libertà di giudizio. Poi c'è tesseramento e tesseramento.
Ricordo bene gli anni di Craxi, quando tanta gente dello spettacolo si
iscriveva al Psi per lavorare». Valeva anche per il Pci, ma vabbè. Marcoré,
perché se l'è presa col Pd di Ascoli Piceno? «Ho preso posizione contro una
scelta scellerata. C'era un bravo presidente della Provincia che veniva da
Rifondazione, Massimo Rossi. Il Pd ha proposto un altro candidato. La sinistra
s'è divisa. Alla fine ha vinto il Pdl». © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G.
Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Manifesto, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: PD
TESSERE Marino: troppi sospetti, ci vuole un commissario a Napoli. Ma
c'è già. Bersani: io invece mi fido Il terzo uomo
contro Bassolino, ma si dimentica di Morando Francesca Pilla NAPOLI NAPOLI È
sempre stato così da che partito è partito: in vista dei congressi le tessere
fioccano a profusione. Forse però
(
da "Messaggero, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: PD
Martedì 14 Luglio 2009 Chiudi di FABRIZIO NICOTRA ROMA - Grazie, ma
sarà per un'altra volta. Nel frattempo Beppe Grillo, visto che il Pd non è un
taxi, si candidi alla leadership dell'Idv del suo amico Antonio Di Pietro. E'
questa la risposta dello stato maggiore dei democratici al blitz del comico,
che ha tentato di iscriversi al partito con l'intenzione di diventarne il
segretario. Un muro che respinge una provocazione insopportabile per un gruppo
dirigente già in difficoltà (dopo ripetute sconfitte elettorali), che rischia
di affrontare una campagna congressuale lacerante: e che dunque non ha nessuna
voglia di farsi sbeffeggiare da Grillo, che ha passato gli ultimi anni a
ringhiare contro quello stesso gruppo dirigente. Il blogger genovese, in
vacanza in Sardegna, si presenta a mezzogiorno nella piazza di Arzachena
(Olbia) e chiede della sede locale del Pd. Pochi minuti dopo, sufficienti a
radunare una piccola folla di curiosi in cerca di foto ricordo, arriva il
segretario Andrea Filippeddu. Grillo compila il modulo di adesione e versa 16
euro (la quota minima è 15), quindi l'immancabile post sul blog e l'altrettanto
puntuale intervista a SkyTg24: «Sono iscritto». Se poi i dirigenti, minaccia,
trovano un cavillo per dire no, «ne pagheranno le conseguenze». Grillo è
convinto di «riempire un vuoto di finta opposizione, di comitati d'affari, di
"fassini", di "dalemini", di gente inesistente che sta lì
non si capisce perché. Sopravvivono chiusi nel loft con le sovvenzioni statali.
C'è bisogno di aria fresca». E anticipa il programma con il quale intende
scalare i vertici: dalle energie rinnovabili all'acqua che non può essere
privatizzata fino al wi-fi gratuito. Ma la piattaforma resterà sul blog, perché
il partito non accoglierà il nuovo ospite. Il circolo di Arzachena precisa che
lo showman non è iscritto perché non risiede in quel comune e da Roma ecco il
coordinatore Maurizio Migliavacca: «Difficile che la richiesta abbia i
requisiti necessari per il rilascio della tessera». E se il
costituzionalista Stefano Ceccanti (vicino a Walter Veltroni) spiega
che lo statuto impedisce l'iscrizione di chi è stato promotore di liste
concorrenti, il candidato leader Pier Luigi Bersani concorda:
«E' singolare che una persona che ha promosso liste contro di noi un mese fa si
candidi a dirigerci. Io sono per un partito che si faccia rispettare». E
per essere ancora più chiaro avverte che il Pd «non è un autobus sul quale
salire e fare un giretto». Argomenti simili quelli di Piero Fassino
(coordinatore della mozione di Dario Franceschini), che parla di «una boutade
che non ci preoccupa perché siamo un partito serio e non un taxi». E siccome
«ci si candida a guidare un partito quando se ne condividono gli ideali, non
accettiamo provocazioni». Insomma, strada sbarrata. A favore di Grillo il terzo
candidato alla leadership, il chirurgo-senatore Ignazio Marino: perché «a
priori nessuno deve essere escluso». Così anche la "teodem" Paola
Binetti e il blogger Mario Adinolfi (anche lui in corsa al congresso). Per il
resto, tutti contrari: il rutelliano Paolo Gentiloni invita Grillo a candidarsi
alla leadership dell'Idv, mentre Marco Follini pensa che Di Pietro sia il
regista della mossa del comico e chiede al Pd di rompere con l'ex pm. Che
ovviamente si butta a capofitto nella polemica: «Grillo non ha bisogno di
mandanti. Molti lo irridono, eppure il suo programma è molto più articolato di
quello degli altri». Sicuramente la mossa del blogger ha colto di sorpresa e
irritato un partito che naviga in cattive acque e che si sta interrogando sulla
necessità di cambiare delle regole e uno statuto (meccanismi complessi, dalla
presentazione delle candidature fino alle primarie), che in tanti definiscono
bizantino e autolesionista. Giorni fa il leader degli ex popolari Franco Marini
ha parlato di uno statuto «scritto dal dottor Stranamore» e oggi Filippo Penati
(area Bersani) attacca «regole contraddittorie e
confuse che lasciano il campo aperto a candidature "fai da te"». A
ogni buon conto, in serata, la Commissione di garanzia del Pd sardo restituisce
a Grillo i 16 euro versati. Lui, da buon genovese, prima scherza: «Almeno
quelli...». Poi insiste: «Non hanno letto lo statuto, ma noi siamo cattivi e
andiamo avanti».
(
da "Giornale.it, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di martedì 14 luglio 2009 Se un giullare stravolge il copione
del Pd di Luca Telese I dirigenti democratici nello scompiglio: dopo aver
inneggiato al "partito aperto" ora escludono Grillo. Sembra di
assistere allo spot di una democrtazia diretta all'amatriciana Roma - Eravamo
partiti dalla neo-parrochia politicamente corretta (ma praticamente corriva) di
Dario Franceschini, ci eravamo imbattuti strada facendo nella bocciofila di
Pierluigi Bersani, eravamo approdati, già un tantino
stremati, alle corsie della clinica di Ignazio Marino, quella - forse più
congeniale al clima - in cui il Pd si ritrovava sdraiato sul lettino del
chirurgo. Adesso, grazie ai sedici euro versati ieri da Beppe Grillo nella
sezione di Arzachena come se fossero il biglietto d'ingresso di una arena
estiva (vai a capire se davvero, dietro questa sottoscrizione parca si nasconde
il demone della genovesità) siamo arrivati alla drammaturgia di un
palcoscenico, all'esplosione di una rappresentazione grottesca, se non di una
farsa. Solo che ad aggiungere l'elemento teatrale al travaglio congressuale del
Pd non è l'autocandidatura seriosissima e dirompente del più sulfureo comico
italiano, ma il canovaccio di improvvisazione a cui la mossa di Grillo sta
costringendo i massimi vertici del partito. Tutti in imbarazzo, a partire dal
povero Piero Fassino, costretto a far vanto e pubblicità del fatto che l'uomo
del Vaffa day non sarà accettato. In realtà, un insospettabile filo conduttore
unisce lo scandalo che si agita intorno al nome di Luca Bianchini - il
segretario coordinatore di circolo ex Margherita indicato dagli inquirenti come
il presunto stupratore del Torrino - e le barricate che si stanno sollevando
per impedire a Grillo di correre per la leadership. C'è qualcosa che unisce lo
sconcerto dei militanti e di Ignazio Marino di fronte all'inchiesta di Roma,
alle piccole guerriglie che - statuto alla mano - come tanti azzeccagarbugli,
Franceschini e i suoi luogotenenenti combattono per mettere fuori gioco Beppe
Grillo. In realtà, il Pd di oggi, è come il grande spot di uno spettacolo che
non c'è: ovvero quello della democrazia diretta e dell'America in salsa
amatriciana. Perché non ha senso pubblicizzare sui muri di tutta Italia
l'invito a prendere parte al congresso e a iscriversi al partito, se poi su
tutti i media ci si cimenta nell'esercizio opposto. Non ha senso dire: apriamo
le porte della nostra casa a tutti italiani, se poi in questa casa ci finisce
qualcuno che ha il casellario giudiziario macchiato, e se invece - per
paradosso - non ci può entrare un grande provocatore progressista come Grillo.
Molti oggi dicono, criticando Marino per la sua polemica sul nome del giovane
sospettato: come avrebbero mai potuto prevedere, i dirigenti della ex
Margherita, che dietro la riservatezza di Bianchini si nascondesse una doppia
vita da stupratore? In realtà la domanda è posta male, e sarebbe quella sì
sciacallesca. Ma andrebbe riformulata così: in quale partito (se non in crisi
di identità) un personaggio come Bianchini sarebbe potuto diventare un
dirigente locale? Semplice: in nessuno. E non per la doppia vita occulta del
segretario del Torrino: ma proprio per quella pubblica. Tutte le cronache ci
raccontano di un iscritto timido, riservato, favorito dal carisma del padre (di
cui era stato vice), ultimo proconsole di un noto dirigente romano,
coordinatore di un circolo di 150 iscritti, quasi una nave fantasma nella
periferia della metropoli tra il raccordo anulare e il nulla. Nel Pci, ma anche
nella Dc, un tipo così non avrebbe fatto carriera: i segretari dei vecchi
partiti popolari erano leader di quartiere, micro-urbanisti, dirigenti
carismatici, figli di piccole grandi lotte per le scuole, per le strade, per la
casa o per le infrastrutture. Nel «partito liquido», invece, il segretario di
circolo è una sorta di fiduciario che tiene la contabilità per conto del suo
Signore, un funzionario invisibile senza curriculum né storia, il gestore di un
comitato elettorale che lavora a ritmo stagionale: e che quindi può essere
chiunque, anche un anonimo che custodisce un segreto ai suoi stessi compagni.
Ebbene, nel partito liquido, se Grillo entra in una sezione e apre lo
spettacolo per quale motivo gli si dovrebbe rispondere: tu no, tu resti fuori?
Quali sono i criteri di discriminazione identitaria per cui si può essere o non
essere accolti come membri del Pd? Diceva Groucho Marx, con una celebre
battuta: «Non farei parte di un club che contasse il mio nome fra quello dei
suoi iscritti». Il partito liquido viene messo in crisi da un paradosso
opposto: è difficile trovare il motivo per cui qualcuno non dovrebbe far parte
di quel club. Per stare nel Pci - a parte il singolare caso di Walter Veltroni, che dice di non esserlo mai stato - bisognava
infatti essere comunisti: lo si poteva essere in tanti modi, ovvio, ma il
prerequisito c'era, ed era difficilmente aggirabile. Per stare nella Dc,
bisognava se non altro sentirsi democratico-cristiano: ed era un'identità così
forte, quella dello scudocrociato, da sopravvivere alla fine di quel partito.
Ma per essere democratico? Se il congresso del Pd viene pubblicizzato come un
concorso a premi a cui chiunque può prendere parte purché si iscriva entro i
limiti previsti dal bando, quali strumenti hanno, i dirigenti del partito, per
negare il loro palcoscenico al grande saltimbanco? Se ne fa parte Paola
Binetti, socio numerario dell'Opus Dei, perché non ne dovrebbero fare parte i
grillini? A Tonino Di Pietro e a Marco Pannella (a cui pure in altri momenti si
chiedeva di affiliarsi alla grande famiglia!) si disse, per tenerli fuori dalla
competizione, che la loro appartenenza a un altro partito era incompatibile con
la loro adesione. Ma può una forza che ha l'ambizione della «vocazione
maggioritaria», chiudere le porte a coloro che dice di voler includere nel suo
progetto? Ecco perché il Pd forse ha davvero bisogno di una terapia d'urto come
quella che gli propone Ignazio Marino: una terapia dolorosa, perché non mediata
dalle sinecure del politichese. Oppure è costretto a inseguire la via del
ritorno alle origini che gli prospettano Bersani e D'Alema: l'elogio del vecchio apparato («Invincibile, diciamo», per il
leader Maximo) e quella del vecchio circolo in cui tutti si conoscono, e in cui
le regole sono chiare, perché a redigerle sono gli stessi fondatori. Dietro il
paradosso Grillo, e dietro il darkside di Bianchini, invece, si agita il canovaccio
di uno spettacolo diverso. Il sogno del Pd di Veltroni
e Franceschini e il rito delle primarie aperte a tutti, avevano un’ambizione
smisurata, quella di essere come un concerto rock a cui chiunque può prendere
parte, purché paghi il biglietto. Se chiuderanno la porta a Grillo,
Franceschini e Veltroni tradiranno il più antico
comandamento dello spettacolo: The show must go on. E consegneranno al
mattatore anti-sistema, ancora una volta, la loro scena. Se il Pd fosse un
partito che non ha paura del suo vuoto identitario, Grillo entrerebbe nella
sezione di Arzachena, pagherebbe i suoi sedici euro, e prenderebbe uno zero
virgola, come il contadino no global Jose Bovè quando si candida all'Eliseo.
Mentre se i dirigenti del Pd temono che possa vincere, vuol dire che c'è
qualcosa che non va nel loro copione. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G.
Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di martedì 14 luglio 2009 "Il Pd mi ha deluso, sognavamo
Obama e ci troviamo Grillo" di Michele Anselmi La critica dell’attore Neri Marcorè che aveva appoggiato Veltroni: "Nessuno di questi candidati
può guidare il partito". "Fa battaglie giuste ma gli insulti non mi
piacciono" Roma Era giusto due anni fa. Conciato da Luciano Ligabue, sulla
melodia di «Certe notti», Neri Marcoré intonava l’inno del nuovo Pd, che partiva così:
«Caro Walter / che grande partito / nuovo di zecca / più bello che mai». Ma subito dopo, nel ritornello, arrivava la stoccata: «Certo che adesso
/ rifare il partito / coi vaffa di Grillo / mi sa che son guai». Già. Quasi
profetico. Becchiamo l’attore-comico-imitatore
nel suo primo giorno di vacanze. Magari vorrebbe occuparsi d’altro, buttarsi in acqua, leggere un libro, ma accetta di parlare col
Giornale di Grillo che si candida a dirigere il Pd. Lui, Marcoré, nel 2007
sostenne convintamente il nascente progetto del Partito democratico,
esponendosi in prima persona: capolista, nelle natie Marche, «per Veltroni segretario». Salvo mettere quasi subito, alla sua
maniera ironica, le mani avanti: «Tanto faremo tutti in tempo a essere delusi
dell’esperienza
del Pd». Deluso di come sono andate le cose? «Non è di sicuro un momento esaltante per il Pd e la classe politica. Sono in attesa di qualcosa di meglio.
Dopo gli attacchi incrociati a Veltroni mi sono
allontanato. Diciamo che sto alla finestra. Mi piaceva l’idea di rendere più chiara la politica,
contro il potere ricattatorio dei partitini.
Pensavo fosse giusto impegnarsi, non limitarsi a criticare dall’esterno, respingere un certo
disfattismo. Il fatto è che l’involucro conta, ma conta di più come lo riempi».
Ora i vaffa vengono direttamente dall’interno del Pd. Grillo s’è iscritto ad Arzachena, e presenterà le 2mila firme per candidarsi alla segreteria.
Che impressione le fa un comico alla guida del Pd? «Capisco l'ironia, ma forse
“comico” è un termine restrittivo per il Grillo di oggi. La sua è un'operazione
giornalistica, di denuncia, rispetto all'oscuramento di certe notizie. Si
occupa di impatto ambientale, di energia nucleare, di acqua pubblica e privata.
Il G8 ci sta arrivando, mi pare. Sono argomenti seri, che seguo con una certa
partecipazione». Quindi non le dispiace l'idea. Anche se nelle sue prime
dichiarazioni Grillo descrive il Pd come “un comitato d'affari” e sfotte
“fassini e dalemini, gente inesistente che sta lì non si capisce perché”?
«Allora diciamo che apprezzo alcuni temi politici cari a Grillo, molto meno le
sue provocazioni. Mi dissocio dalla sua comunicazione. Non mi piace, ad
esempio, la sua predisposizione a mettere tutti sullo stesso piano: Veltroni e Berlusconi, centrosinistra e centrodestra. Mi
sembra banale, appunto una provocazione inutile, tanto più se ti candidi a
dirigere il Pd dopo avergli sparato contro a palle incatenate». Ne discende
che... «... che sarebbe servita una fase interlocutoria. Il passaggio da
contestatore accanito a segretario di tutti mi pare precipitoso. Poi, per
dirgliela tutta, sono convinto di una cosa. Molta parte del popolo di sinistra
la pensa come Grillo, si riconosce nelle sue posizioni, anche estreme. Solo che
bisognerebbe passare dalla denuncia a una politica costruttiva, positiva». Con
Grillo che spara sul mucchio, dicendo che “loro”, i dirigenti del Pd, sono “al
buio, ammuffiti, si sente odore di naftalina”? «Gli insulti non mi piacciono.
Le mie simpatie vanno al centrosinistra, con moderazione. Non vedo strade
convincenti, vorrei un Pd con un'identità decisa, piena. Intendiamoci, le
differenze costituiscono una ricchezza, però s'è finito con l'esagerare:
correnti, correntine, i laici contro i cattolici, Marino da un lato, Binetti e Rutelli dall'altro. Non so». Nel suo spassoso “inno” in
stile Ligabue lei canta, rivolto a Veltroni: “Tu sai
che il leader non conta / il primo che parla c'ha ragione lui”. «Appunto». Dica
la verità: a parte Grillo che forse provoca per mettere zizzania, tra i tre
candidati ufficiali chi preferisce? «Tutte e tre sembrano brave persone.
Sull'onestà intellettuale di Franceschini, Bersani e
Marino non ci piove. Nulla da dire. Aggiungo che l'essere giovani di per sé non
è un valore. Tuttavia vorrei un segretario che mi scaldasse il cuore. Vabbè, lo
dico: uno un po' alla Obama. E qui devo riconoscere che nessuno dei tre, tanto
meno Grillo, ha le qualità per rivestire un ruolo del genere, così deciso,
esaltante». Ha visto che Marino parla di "questione morale grande come una
montagna" a proposito di Luca Bianchini, il presunto stupratore romano
segretario di un circolo del Pd? «Magari doveva informarsi meglio. La mia posizione,
per quel che conta, è questa: o i suoi precedenti figuravano sulla fedina
penale e allora il Pd doveva saperlo ed evitare di dargli quella carica; ma se
era impossibile saperlo non vedo dove stia la questione morale». è mai stato
iscritto a un partito? In fondo ha fatto campagna elettorale per Veltroni. «Mai stato iscritto. Mai fatto vita di sezione.
Nulla in contrario, ma se tesserarsi a un partito significa avere un obbligo io
rivendico un'assoluta libertà di giudizio. Poi c'è tesseramento e tesseramento.
Ricordo bene gli anni di Craxi, quando tanta gente dello spettacolo si
iscriveva al Psi per lavorare». Valeva anche per il Pci, ma vabbè. Marcoré,
perché se l'è presa col Pd di Ascoli Piceno? «Ho preso posizione contro una
scelta scellerata. C'era un bravo presidente della Provincia che veniva da
Rifondazione, Massimo Rossi. Il Pd ha proposto un altro candidato. La sinistra
s'è divisa. Alla fine ha vinto il Pdl». © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G.
Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Foglio, Il"
del 15-07-2009)
Argomenti: PD
15 luglio 2009 Buone ragioni per chiamare "tutti dentro il
Pd", tranne Grillo Europa ieri ha compilato un numero quasi monografico
per lanciare un messaggio al Pd: fatti rispettare. Il direttore Stefano
Menichini sintetizza parlando con il Foglio: “Questo partito dovrebbe adesso
recuperare onore e rispetto di se stesso costruendo ‘una barriera politica’ contro Beppe
Grillo. Insomma, all’arrembaggio del comico il Pd non deve porre – come invece
sta facendo – ostacoli formali e burocratici. Bensì dovrebbe spiegare ai cittadini e agli elettori le ragioni politiche
per le quali Grillo non può stare nel Pd. Il partito dovrebbe dire che Grillo
rappresenta una deriva autoritaria della sinistra che non gli appartiene e che
anzi i democratici vorrebbero vedere cancellata una volta per sempre”. L’autocandidatura più o meno provocatoria
di Beppe Grillo alla segreteria del Partito democratico pone in queste ore i
dirigenti di fronte a un problema sostanziale che riguarda la tanto evocata
vocazione maggioritaria. Esclusa la corrente
ascrivibile all’ex
presidente del Consiglio Massimo D’Alema, il resto del partito ha negli ultimi mesi in più occasioni e più o
meno omogeneamente declinato l’idea
di fare del Pd “il partito dell’Unione” secondo una formula che, rivolta ai dispersi della sinistra radicale e dei rivoli socialisti, è
in talune occasioni suonata come lo slogan “tutti dentro il Pd”. Ma per chi
come l’ex
presidente del Senato Franco Marini o come lo stesso segretario Dario
Franceschini o come il sindaco torinese Sergio Chiamparino ha
sostenuto la necessità di rifondare “un partito aperto” capace di allargarsi –
come ha detto anche Sergio D’Antoni
pochi giorni fa sul Foglio– “a tutti i riformismi italiani”, le ragioni
dell’esclusione di Beppe Grillo non possono ritrovarsi
in un banale escamotage burocratico come pare stia facendo l’organizzazione del partito riunita
ancora ieri per decidere sul caso. E’ necessario al contrario trovare ragioni
politiche per le quali Grillo si è già escluso da sé dal Pd. Come ha scritto ieri anche il quotidiano della Cei, Avvenire: gli attacchi
continui al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sono per esempio
una buona ragione. O come ha detto Pier Luigi Bersani,
che tuttavia di vocazione maggioritaria pare non voglia proprio sentire
parlare, “Grillo non può stare nel Pd perché ci attacca in continuazione, ha
costituito delle liste contro di noi e non ha mai parteggiato perché il nostro
partito funzionasse e vincesse”. Ragioni politiche, dunque, che tuttavia il Pd
non trova anche perché – secondo molti osservatori – persino i fautori più
convinti della vocazione maggioritaria non riescono a trovarsi d’accordo e sembrano non parlare la stessa
lingua. Difatti Dario Franceschini – come ha anticipato il Foglio – teorizza un partito allargato in una visione che pure, paradossalmente, non
sembra collimare con quanto sostiene, ad esempio, Sergio Chiamparino (“il Pd
deve sciogliersi per allargarsi”, ma non come sostiene Franceschini). L’idea del “partito contenitore dei riformismi” che attraversa gran parte dell’ex nucleo veltroniano, la corrente dei
popolari e taluni settori del così detto Pd del nord di cui Chiamparino è stato
tra i maggiori animatori, non è precipitata mai in un comune progetto
esplicitamente enunciato. “Ed è la maggiore pecca di questo
congresso”, dice Menichini. “Se l’idea
di ‘tutti dentro il Pd’ fosse diventata un’opzione chiara – spiega il direttore
di Europa – non solo avrebbe coinvolto i dispersi della sinistra ma avrebbe
anche marcato una profonda differenza tra i programmi di
Franceschini e Bersani. Purtroppo così non è stato e
quanto risulta è che le due piattaforme politiche sembrano sostanzialmente
sovrapponibili con l’effetto
di avere fatto degenerare i toni della contesa”. Intanto Grillo risponde burocraticamente al niet della burocrazia democratica: “Non mi
vogliono tesserare in Sardegna? Allora farò richiesta in Liguria”. Leggi Marino
vuole tutti nel Pd, da Grillo a Binetti Leggi il manifesto di Ignazio Marino ©
2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Salvatore Merlo
(
da "Giornale.it, Il"
del 16-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di giovedì 16 luglio 2009 «Ogni volta che in giro c'è una
fregnaccia dietro c'è Di Pietro» di Roberto Scafuri «Il Cavaliere fa bene a
tenere i suoi fatti privati fuori dal Parlamento. Al massimo ci mandi Bonaiuti»
RomaPresidente emerito Francesco Cossiga, Scalfaro vorrebbe Berlusconi in
Parlamento a cospargersi il capo di cenere sulle sue vicende private...
«Scalfaro è un cattolico di strettissima osservanza. Rigido lo è sempre stato,
fa parte del suo temperamento. Quindi si può comprendere la condanna... Fin
dall'inizio ha sempre accusato Berlusconi di una sorta di "invasione di
campo" nella politica nazionale». Scalfaro ritiene che, se il Parlamento
chiama, un uomo di Stato abbia il dovere di rispondere presentandosi in aula.
«Un dovere esiste, se si tratta di affari di Stato. Non c'è alcun obbligo di
andare in Parlamento per parlare di fatti privati». Berlusconi però ne ha
parlato addirittura in tv. «Il Parlamento è un'altra cosa. Al massimo si può
pensare che il premier ci mandi un uomo benvoluto da tutti, come Paolino
Bonaiuti, a spiegare che quella in oggetto non è materia di discussione... ».
Nonostante nell'affaire si sia parlato anche della questione dei voli di Stato,
utilizzati dagli ospiti di Berlusconi? «Per questa vicenda la denuncia è già
archiviata, lo Stato non ci ha rimesso un euro». C'è chi ha sostenuto che ci
sia stato un danno per l'erario. «Questo qualcuno è Tonino Di Pietro: quando ci
sono fregnacce in giro, di solito sono le sue. Ha sostenuto che la presenza di
qualche passeggero in più comportasse un maggior consumo di kerosene... ».
Forse sarebbe stato meglio mantenere la direttiva di Prodi che restrinse il
numero degli aventi diritto. «Per carità, quella direttiva fu fatta in modo
confuso, dettata dalla fifa di Prodi per quella vicenda del volo di Mastella e Rutelli all'autodromo di Monza... Da allora io non ho più
usato voli di Stato, per scongiurare che qualche interpretazione di comodo
facesse correre rischi all'ufficio dei voli della presidenza del Consiglio o al
comandante del 31° stormo». Bene, e quali aerei usa? «Qualche volta ho usato
quelli di Berlusconi, a pagamento s'intende. Oppure quelli di Toto...
D'altronde, su altre linee non mi lasciano volare, mi è proibito. Senza contare
che, con gli uomini della scorta, costerebbe un botto». Scalfaro s'è detto
fervido ammiratore dello stile di Obama... Ma in fatto di morale, poi, i
presidenti Usa non sono proprio questo grande esempio. «S'è parlato fino alla
noia del parallelo con il caso Clinton. Ma Clinton fu messo sotto accusa non
per la relazione con la Lewinsky, quanto per le menzogne che aveva detto... in
tv, non certo al Congresso». Berlusconi non corre rischi. «Berlusconi sta zitto
da tempo, e come sa approvo pienamente questa scelta». Scalfaro lamenta la
frequentazione con certe signore che, dice, sono «spesso destinatarie di chi fa
spionaggio in casa nostra». «Non comprendo a quelli servizi si riferisce:
quelli interni o quelli esteri? Perché per quelli esteri resto dell'opinione
che l'Italia sia un Paese nel quale non c'è nulla da spiare». E per quelli
interni? «Il complottismo è una delle malattie del Paese... Ma che le donne
vengano utilizzate dai servizi è vero, il Kgb le addestrava in proprio».
Torniamo al desiderio di Scalfaro: vedere Berlusconi che «si cosparge il capo
con un pizzico di cenere». «È coerente con se stesso, con la sua storia di
cattolico». La Chiesa è estranea a queste sollecitazioni? «Occorre distinguere
tra due atteggiamenti difformi: quello della Santa sede e quello della Chiesa
d'Italia. Teniamo presente che adesso c'è in gioco il testamento biologico, e
se fosse per il Pd e i suoi cattolici non adulti, anzi infanti... Se non ci
fosse in Parlamento la massa d'urto del Pdl passerebbe pure l'eutanasia... ».
La realpolitik non guasta. «Figuriamoci... Tenga presente che in Germania fino
agli anni Trenta la Santa sede intratteneva rapporti con ogni singolo Land, il
concordato fu firmato con Hitler... La Chiesa, insomma, segue il suo magistero
e cerca di far rispettare i propri principi, lasciando ai peccatori la propria
responsabilità». A proposito di peccatori, è un peccato che il Pd non faccia
iscrivere Grillo. Si dimostra così un Partito Non Democratico, come dice,
appunto, Grillo. «Vero. Un partito si difende con la propria autorevolezza, non
con i divieti». Dietro di lui c'è Di Pietro? «Non credo che a Grillo manchi la
capacità... Anzi, è molto più bravo di Di Pietro, e poi non fa errori di
grammatica». Il presidente Ciampi s'è schierato con Bersani.
«Non mi sorprende, personalmente lui è un cattolico, ma in gioventù fu del
Partito d'azione e ha simpatie per la sinistra». Lei chi sosterebbe? «L'altra
volta, alle primarie, votai per Enrico Letta, che è
anche un mezzo sardo, visto che sua madre è di Porto Torres. Lui è un sussincu
d'scogliu... ». Che vuol dire? «I sussinchi sono gli abitanti di Sorso, un
paese noto per l'eccentricità dei suoi abitanti, intelligenti e un po' matti.
Il mare della vicina Porto Torres è pieno di scogli... Ecco
perché Letta è sussincu d'scogliu... ». Quindi farebbe un pensierino per il
dalemiano Bersani, sostenuto da Letta? «No, se fosse sceso in campo
D'Alema, forse l'avrei votato. Ma come non votare il mio collega di
partito, il giovane democristiano Franceschini? Penso che Follini voti
per lui... E Casini, se votasse, lo stesso». Magari, se ci fosse stato in lizza
anche Uòlter... «No, direi sì a Dario. Ma senza rimpianti per Uòlt». © IL
GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 16-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di giovedì 16 luglio 2009 Cossiga: "Ogni volta che in
giro c’è una fregnaccia dietro c’è Di
Pietro" di Roberto Scafuri L'ex presidente della Repubblica: «Il Cavaliere
fa bene a tenere i suoi fatti privati fuori dal Parlamento. Al massimo ci mandi
Bonaiuti» Presidente emerito Francesco Cossiga, Scalfaro vorrebbe Berlusconi in Parlamento a cospargersi il capo di cenere sulle sue vicende
private... «Scalfaro è un cattolico di strettissima osservanza. Rigido lo è
sempre stato, fa parte del suo temperamento. Quindi si può comprendere la condanna...
Fin dall’inizio
ha sempre accusato Berlusconi di una sorta di
“invasione di campo” nella politica nazionale». Scalfaro ritiene che, se il
Parlamento chiama, un uomo di Stato abbia il dovere di rispondere presentandosi
in aula. «Un dovere esiste, se si tratta di affari di Stato. Non c’è alcun obbligo di andare in Parlamento
per parlare di fatti privati». Berlusconi però ne ha parlato addirittura in tv.
«Il Parlamento è un’altra cosa. Al massimo si può pensare che il premier ci
mandi un uomo benvoluto da tutti, come Paolino Bonaiuti, a spiegare che quella in oggetto non è materia di discussione... ».
Nonostante nell’affaire
si sia parlato anche della questione dei voli di Stato, utilizzati dagli ospiti
di Berlusconi? «Per questa vicenda la denuncia è già archiviata, lo Stato non
ci ha rimesso un euro». C’è chi ha sostenuto che ci sia stato un
danno per l’erario. «Questo qualcuno è Tonino Di Pietro: quando ci sono
fregnacce in giro, di solito sono le sue. Ha sostenuto che la presenza di
qualche passeggero in più comportasse un maggior consumo di kerosene...». Forse sarebbe stato meglio mantenere la direttiva
di Prodi che restrinse il numero degli aventi diritto. «Per carità, quella
direttiva fu fatta in modo confuso, dettata dalla fifa di Prodi per quella
vicenda del volo di Mastella e Rutelli all’autodromo di Monza... Da allora io non
ho più usato voli di Stato, per scongiurare che qualche interpretazione di
comodo facesse correre rischi all’ufficio dei voli della presidenza del
Consiglio o al comandante del 31° stormo». Bene, e quali aerei usa? «Qualche volta ho usato quelli di Berlusconi, a pagamento s’intende. Oppure quelli di Toto...
D’altronde, su altre linee non mi lasciano volare, mi è proibito. Senza contare
che, con gli uomini della scorta, costerebbe un botto». Scalfaro s’è detto fervido ammiratore dello stile di Obama... Ma in fatto di morale, poi,
i presidenti Usa non sono proprio questo grande esempio. «S’è parlato fino alla noia del parallelo
con il caso Clinton. Ma Clinton fu messo sotto accusa non per la relazione con
la Lewinsky, quanto per le menzogne che
aveva detto... in tv, non certo al Congresso». Berlusconi non corre rischi.
«Berlusconi sta zitto da tempo, e come sa approvo pienamente questa scelta».
Scalfaro lamenta la frequentazione con certe signore che, dice, sono «spesso
destinatarie di chi fa spionaggio in casa nostra». «Non comprendo a quelli
servizi si riferisce: quelli interni o quelli esteri? Perché per quelli esteri
resto dell’opinione
che l’Italia sia un Paese nel quale non c’è nulla da spiare». E per quelli interni? «Il complottismo è una delle malattie del Paese... Ma che le
donne vengano utilizzate dai servizi è vero, il Kgb le addestrava in proprio».
Torniamo al desiderio di Scalfaro: vedere Berlusconi che «si cosparge il capo
con un pizzico di cenere». «è coerente con se stesso, con la sua storia di
cattolico». La Chiesa è estranea a queste sollecitazioni? «Occorre distinguere
tra due atteggiamenti difformi: quello della Santa sede e quello della Chiesa d’Italia. Teniamo presente che adesso c’è
in gioco il testamento biologico, e se fosse
per il Pd e i suoi cattolici non adulti, anzi infanti... Se non ci fosse in
Parlamento la massa d’urto
del Pdl passerebbe pure l’eutanasia... ». La realpolitik non guasta.
«Figuriamoci... Tenga presente che in Germania fino agli anni Trenta la Santa sede intratteneva rapporti con ogni singolo
Land, il concordato fu firmato con Hitler... La Chiesa, insomma, segue il suo
magistero e cerca di far rispettare i propri principi, lasciando ai peccatori
la propria responsabilità». A proposito di peccatori, è un peccato che il Pd
non faccia iscrivere Grillo. Si dimostra così un Partito Non Democratico, come
dice, appunto, Grillo. «Vero. Un partito si difende con la propria
autorevolezza, non con i divieti». Dietro di lui c’è Di Pietro? «Non credo che a Grillo manchi la capacità... Anzi, è molto più
bravo di Di Pietro, e poi non fa errori di grammatica». Il presidente Ciampi s’è schierato con Bersani. «Non mi sorprende, personalmente
lui è un cattolico, ma in gioventù fu del Partito d’azione e ha
simpatie per la sinistra». Lei chi sosterebbe? «L’altra volta, alle primarie, votai per
Enrico Letta,
che è anche un mezzo sardo, visto che sua madre è di Porto Torres. Lui è un
sussincu d’scogliu...
». Che vuol dire? «I sussinchi sono gli abitanti di Sorso, un paese noto per l’eccentricità dei suoi abitanti, intelligenti e un po’ matti. Il mare
della vicina Porto Torres è pieno di scogli... Ecco perché Letta è sussincu d’scogliu... ». Quindi farebbe un pensierino
per il dalemiano Bersani,
sostenuto da Letta? «No, se fosse sceso in campo D’Alema, forse l’avrei
votato. Ma come non votare il mio collega di partito, il giovane democristiano
Franceschini? Penso che Follini voti per lui... E Casini, se votasse, lo
stesso». Magari, se ci fosse stato in lizza anche
Uòlter... «No, direi sì a Dario. Ma senza rimpianti per Uòlt». © IL GIORNALE ON
LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Avvenire"
del 16-07-2009)
Argomenti: PD
CRONACA 16-07-2009 Pd, i candidati a caccia di sostenitori verso il congresso
Mentre oggi è prevista la kermesse di Franceschini, organizzato incontro pro Bersani che raccoglie l'appoggio di Ciampi. Marino: non
chiudete il tesseramento DA R OMA È l'ora della conta nel Pd. E ognuno mette in
fila i canali di consenso, con le rispettive crifre. Il tesseramento sta per
chiudersi e Ignazio Marino, che vede crescere la propria base, chiede una
proroga dei termini oltre venerdì 24. Così, dopo essersi liberati dal
pericolo-Grillo, escludendo il comico genovese dalla corsa alla segreteria
considerato che l'outsider si sarebbe portato dietro un'area vasta di
'grillini' , i vertici del partito mettono a punto le strategie sui programmi.
Ma la lotta continua all'ultimo riflettore. E se oggi era
prevista da tempo la kermesse di Dario Franceschini sul Pd secondo la linea del
successore di Veltroni, ecco arrivare in contemporanea un appuntamento pro Pierluigi Bersani, con un parterre variegato e di tutto rispetto. Insomma, la
battaglia da qui per i prossimi cento giorni sarà dura, ma intanto è stata
depotenziata la mina-Grillo. Lo showman non si arrende e ancora ieri
imperversava sul blog, ridicolizzando la Commissione di garanzia del pd che lo
ha escluso dalla corsa («Mi hanno lanciato una fatwa»), l'intero partito e la
sua classe dirigente. Di questa, non tutti si sono detti convinti
dell'esclusione. A cominciare da I- gnazio Marino, per il quale si è trattato
di una decisione troppo frettolosa. E se secondo i sondaggi Grillo si sarebbe
portato dietro un ampio consenso della base piddì, ormai il caso si va
chiudendo e i tempi stringono per andare a caccia di voti. Stringono troppo,
per il senatore chirurgo, che dice di riscontrare «negli ultimi giorni un
grande entusiasmo da parte di chi fino a poco tempo fa non pensava di
avvicinarsi al partito» e ora sarebbe «pronto a contribuire» proprio grazie
alla discesa in campo del terzo uomo. E allora perché non consentire il
tesseramento fino al 31 luglio?, si chiede. Nel frattempo i candidati, che pure
hanno bisogno dei grandi numeri, cercano sponsor di peso. Marino è certo di
aver messo in tasca il sostegno di «Sergio Chiamparino, il professor Umberto
Veronesi e Stefano Rodotà», anche se il grosso del consenso, spiega, verrà
«dalla società in generale». E qui, il chirurgo sventola la bandiera di Beppino
Englaro e dell'area laicista, pronta a sostenerlo. Quanto alle parole benevole
di D'Alema nei suoi confronti, Marino chiede che la
sua candidatura serva a unire e non a dividere. Ma sulla divisione del Pd si è
soffermato perfino Carlo Azeglio Ciampi, che in una intervista spende parole di
elogio per Bersani. Parole che fanno ovviamente
piacere al diretto interessato, il quale fa proprio l'invito dell'ex capo dello
Stato a ringiovanire la classe dirigente che verrà. Ma intanto per oggi si
prepara il Franceschiniday, malgrado la concorrenza. Il segretario del Pd che
vorrebbe la riconferma prova ad accaparrarsi l'area ecologista del partito, che
attende una risposta. Oggi Franceschini dovrà rispondere dei punti del suo
programma, mentre, appunto, le pedine si vanno sistemando sullo scacchiere.
(R.d'A.) Dario Franceschini
(
da "Unita, L'"
del 17-07-2009)
Argomenti: PD
ANDREA CARUGATI Dario Franceschini entra nell'elegante catino
dell'Acquario romano sulle note di «Domani», il brano a più voci dei big della
canzone italiani per i terremotati d'Abruzzo. Dopo il Fossati di Prodi, il
Vasco di Bersani e il Ligabue di Fassino, l'ennesima
variante musicale per un centrosinistra che si vuole "ricostruire".
Oltre all'evidente richiamo post-sismico, il brano centra due temi cardine del
discorso con cui il segretario Pd si candida a succedere a se stesso: le tanti
voci che si fanno coro (lui lo chiama «l'arcipelago di storie che mi sostiene,
una ricchezza e non un limite») e il futuro, parola che ricorre più volte nei
60 minuti di relazione dell'ex ragazzo di Zac che si candida a diventare
leader. INDIETRO NON SI TORNA «Non torneremo indietro», ripete tra gli applausi
di una platea che mescola, in prima fila, Marini e Fioroni, Fassino, il
super-veltroniano Verini, i rutelliani Gentiloni e Realacci. «Non torneremo
indietro», vale per numerosi dossier: dalle primarie al bipolarismo, dal
mescolamento alle alleanze, che «non dovranno più essere litigiose e contro
qualcuno». Franceschini parla molto dell'Italia, dell'opposizione da fare con
più determinazione, «anche alzando la voce contro le prepotenze»,
dell'«identità riformista da costruire con messaggi chiari». Ma non mancano i
messaggi a Bersani e D'Alema.
«Tornare indietro può apparire rassicurante in un tempo di incertezze e paure,
ma io voglio un Pd che rischia, che ha coraggio e anche orgoglio per i
risultati della sua giovane storia, che resta fedele all'idea che l'ha fatto
nascere». «Solo ipotizzare un centro sinistra col trattino significa dichiarare
fallito il Pd», si infervora. «Quello schema non esiste più nella nostra gente.
E per fare un partito solido non c'è bisogno di rispolverare modelli di 50 anni
fa». «Non alziamo barriere, i nostri elettori non sono estranei, sono parte di
noi», risponde a D'Alema sulle primarie. «Cambiamo lo
statuto dove non funziona, ma non rinunciamo ad affidare agli elettori le
grandi scelte, come quella del segretario nazionale». C'è anche un riferimento
preciso alle «precise colpe» dei governi dell'Ulivo 1996-2001, che «non hanno
fatto una legge sul conflitto di interessi. Ma quella responsabilità non ci può
spingere adesso a restare ancora fermi e silenti». Un secco no al sistema
tedesco, caro a D'Alema, «non accetteremo mai una
legge che permetta di fare alleanze dopo il voto». Franceschini si rivolge ai
circoli del Pd, propone un «patto» con loro, «siano le nostre antenne nel
Paese, non il luogo delle conte congressuali». «Ce ne sono tanti che non
appartengono a un capo, vogliono restare liberi». Il tema torna a più riprese:
la necessità di lasciarsi alle spalle Ds e Margherita, di aprire le porte a chi
inizia a fare politica da democratico, il rinnovamento. «Ma nessun nuovismo
dall'alto, nella mia squadra voglio valorizzare le esperienze di chi ha fatto
la gavetta sul territorio, la squadra la costruirò con questi criteri».
Applaude Franco Marini, e applaude ancora più forte Fassino quando «Dario» cita
la vittoria «più bella», quella del gruppo in Europa, «eppure sembrava un
problema insormontabile». E anche quando ricorda la laicità «intoccabile», «è
la base condivisa di tutto il Pd, non un terreno di scontro, coltivare
diversità culturali non significa galleggiare, anche sul testamento biologico
ci ascolteremo e poi voteremo». NESSUNA SCISSIONE «Non dobbiamo temere il
congresso», ammonisce. «Qualsiasi cosa accada resteremo tutti insieme, non ci
sarà nessuna scissione». Cinque le parole chiave della relazione: fiducia,
regole, uguaglianza, merito e qualità. C'è anche una citazione (implicita) per
il terzo uomo Ignazio Marino, quando Franceschini invoca un Pd «netto e
coraggioso nei suoi sì e nei suoi no» e boccia il ritorno al nucleare. Si
chiude con una citazione di padre Turoldo e «Better Days» di Springsteen: il
primo ad abbracciare il candidato è Fassino, seguito da Fioroni. In sala anche
molti non allineati, Finocchiaro, Emiliano, Chiamparino, Morassut. Alla fine
nessuno si sbilancia. E il sindaco di Bari non nasconde il
suo «dolore» per le divisioni: «Dario, D'Alema e Bersani non dicono cose diverse...». Il lancio della candidatura. Un patto
con i circoli: «Siate le nostre antenne, restate liberi». Poi lo stop al
modello tedesco che piace a D'Alema: «Mai una legge che permetta
di fare alleanze dopo il voto».
(
da "Riformista, Il"
del 17-07-2009)
Argomenti: PD
la mossa di franceschini «non torniamo al trattino né a cinquant'anni
fa» Dario sotterra l'Ulivo, conferma le primarie e apre ai "cacicchi"
LA STRATEGIA. Il leader entusiasma Fassino e Veltroni ma delude ancora Franco Marini. L'obiettivo è intercettare
l'unica corrente che non si è ancora schierata: quella dei Chiamparino, degli
Emiliano, dei Renzi e dei De Luca. «I partiti regionali possono decidere di
aggregarsi». Polemiche con Bersani e Bindi. di Tommaso
Labate Un discorso costruito attorno a cinque parole chiave («fiducia»,
«regole», «uguaglianza», «merito», «qualità»), il sottofondo glocal (local
Domani, il pezzo dedicato alle vittime dell'Abruzzo, global la Better days di
Sprigsteen), un assaggio di Victor Hugo («Aprire una scuola è chiudere una
prigione»), uno di David Maria Turoldo («Ogni mattina quando si leva il sole,
inizia un giorno che non ha mai vissuto nessuno»). E poi una prima fila unita
dalla rima baciata (Marini, Verini, Mogherini, quindi Fassino, Chiamparino...),
due volti nuovi colpiti dalla "maledizione Macaulay Culkin"
(Serracchiani e Sassoli costretti a marcare visita perché hanno perso l'aereo),
soggetto, sceneggiatura e fotografia che ricordano - nitidamente - il modello Veltroni. Così Dario Franceschini, sul palco (alla stessa
altezza del pubblico) dell'Acquario di Roma, anticipato dalla giovane piddina
Michela De Biasi (capogruppo dei Democratici nel XVI municipio a Roma), sferra
un attacco ad alzo zero al modello Ulivo '96 sposato da Bersani
e incassa il premio dell'applausometro evocando la madre di tutte le
autocritiche del centrosinistra. «Dobbiamo dirlo - scandisce il segretario -.
Il centrosinistra ha colpe precise, non aver approvato una normativa sul
conflitto d'interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001. Ma quella
responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e silenti».
Dal brusìo delle prime file si sente «ecco la stoccata a D'Alema».
Franceschini, intanto, è già passato oltre. Nel tentativo di riunire sotto
l'ombrello della sua mozione congressuale fassiniani, mariniani e veltroniani,
«Dario» sceglie un punto fermo: «Non torneremo indietro a un centrosinistra col
trattino, basato su una divisione di compiti nel raccogliere consenso o nel
rappresentare pezzi di società e che circoscriva la nostra capacità espansiva.
Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l'esperienza del Pd», spiega
Franceschini. Il no al sistema elettorale tedesco è nelle cose («Non
accetteremo leggi elettorali che spostino a dopo il voto la scelta delle
alleanze»). La conferma delle primarie aperte anche agli elettori, pure. «Io
voglio un partito solido», è il ritornello di «Dario». «Ma farlo nel 2009 - è
il commento a pie' pagina indirizzato al rivale - non significa rispolverare i
modelli di cinquant'anni fa». I Bersani's sono riuniti
a pochi chilometri di distanza, ospiti dell'assemblea dei "Democratici
davvero", chez Rosy Bindi. L'ex ministro della Famiglia replica a stretto
giro: «Lo spessore politico sta dalla parte di Pier Luigi». Poi lascia la scena
al "suo" candidato. Che, senza troppi giri di parole, manda a dire
che «solo un cretino può pensare di tornare ai partiti di cinquant'anni fa». E
«io - sottotesto - non lo sono». Il modello Ulivo? Bersani
anticipa la domanda: «Io non ho mai rinnegato Romano. Anche ai tempi della
damnatio memoriae la parola Prodi l'ho sempre pronunciata». Nel frattempo,
all'Acquario Romano, Franceschini è avviato verso le conclusioni. Ha fissato la
rotta sulla laicità indicando come stella polare la lettera dei sessanta
deputati della Margherita sulle coppie di fatto, ch'era stata opera del suo
fedelissimo Francesco Saverio Garofani. Ha detto no al dito-nucleare indicando
la luna-green economy. Ha evocato un «patto con i circoli», cavalcato la
pubblicistica sul tesseramento selvaggio («Rivediamo le regole per avere più
apertura e più trasparenza»), difeso senza citarla la mozione anti-Papi del
Senato («Un riformista alza la voce e batte i pugni sul tavolo quando un capo
del governo attacca la stampa libera e il diritto di cronaca»). In più, visto
che in sala c'era il settentrione di Sergio Chiamparino e il meridione di Michele
Emiliano, il segretario ha dato il suo esplicito disco verde a tutti i
possibili partiti del Nord, del Sud e financo del Centro che possono nascere e
crescere sotto l'ombrello del Pd. «Serve un partito nazionale e federale
insieme (...) in cui i partiti regionali, come prevede lo statuto, possono
decidere di aggregarsi per aree geografiche omogenee, nel nord o nel sud del
paese, per dare più forza organizzativa e politica alla nostra azione». Gli
osservatori "esterni" - il bouquet andava dal bertinottiano Gennaro
Migliore all'ex diniano Italo Tanoni, passando per Renata Polverini - lasciano
l'Acquario dribblando l'entusiasmo di Piero Fassino («Dario ha dimostrato di
poter raccogliere un consenso vincente»), l'esultanza di Walter Verini
(«Intervento molto convincente») e la "solita" perplessità di Franco
Marini. L'ex presidente del Senato plaude a «un bel discorso sul profilo del
partito». Ma aggiunge: «Certo, resta quel problemino... Quella cosa del
segretario nazionale eletto con le primarie. Io non sono d'accordo, ma con il
tempo li porterò sulle mie posizioni, facendo un discorso di contenuto». In
attesa delle linee programmatiche di Marino e della presentazione di tutte e
tre le mozioni, la girandola congressuale è pronta a entrare nel vivo. In attesa
dell'unico protagonista mancante: la corrente dei "cacicchi". Sono i
Chiamparino, gli Emiliano, i Renzi, i De Luca e tutti coloro che - sul
territorio - hanno per ora una posizione attendista. Possono spostare gli
equilibri, far oscillare le quote di iscritti da una parte o dall'altra. O, più
semplicemente, chiamarsi fuori scommettendo su una leadership breve che non
reggerà all'urto delle regionali. 17/07/2009
(
da "Riformista, Il"
del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Da sinistra in alto: Fini, Franceschini, Bersani, D'Alema, Bondi e
Gianni Letta Da sinistra in alto: Fini, Franceschini, Bersani, D'Alema, Bondi e
Gianni Letta. In basso: Veltroni, Cicchitto, Casini, Marino, Madia, Comi e Meloni
17/07/2009
(
da "Manifesto, Il"
del 17-07-2009)
Argomenti: PD
PD Il segretario lancia il programma: partito aperto e no al modello
tedesco Franceschini con gli indecisi «Verrà un giorno migliore» Daniela
Preziosi ROMA ROMA Quattro e mezza, torrida canicola romana, zona Termini.
L'aria è un phon acceso e rende inutile il maxischermo piazzato nel giardino
dell'Acquario romano. Chi ce l'ha fatta a trascinarsi fin qui cerca scampo
all'interno della casa degli architetti, nella circolare eleganza umbertina,
dove una bava di aria condizionata c'è. E c'è anche posto. Ad ascoltare il
discorso della corona di Dario Franceschini sono arrivati in tanti, ma non
tutti. Per esempio si nota l'assenza Debora Serracchiani, ma niente retroscena,
solo un aereo carico di eurodeputati che non è partito e ha lasciato a terra
anche Sergio Cofferati e Rita Borsellino. A rappresentare la composita
compagnia che sostiene la riconferma del segretario c'è Beppe Fioroni (dopo
l'assenza notata all'iniziativa di Fassino, stavolta resta fino alla fine) e
Franco Marini, Paolo Gentiloni, Piero Fassino, gli 'stranamore' dello statuto veltroniano Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo,
l'ex cisl Sergio D'Antoni e l'ex cgil di sinistra Paolo Nerozzi e l'ex cgil
cofferatiana Achille Passoni, il 'green' Ermete Realacci e l'ex federmeccanica
Massimo Calearo. Questo per restare alle prime file, che abbracciano la
postazione del leader, ma anche un po' l'assediano. Per questo, complice
l'intro musicale, «Domani» dedicato all'Abruzzo, ma anche la monumentale
location molto veltroniana che gli cade addosso come un vestito troppo largo,
alla fine Franceschini dà l'impressione di essere un uomo solo, sorvegliato a
vista dal parlamentino delle correnti che lo sostengono, in eterno equilibrio
tra quelli che chiedono l'autocritica sul walterismo di cui è stato numero due,
e quelli che gli chiedono - Veltroni in primis - di
andare avanti su quel progetto e non fare prigionieri. Lui, alla fine dalla sua
comunque ottima performance chiude con due citazioni assai più consone alla sua
estrazione di ex giovane cattolico impegnato, «better days» di Bruce
Springsteen e «il nostro nuovo giorno. E noi lo vivremo», del poeta e servo di
Maria David Maria Turoldo. Franceschini non la tira per le lunghe, snocciola un
discorso articolato su cinque parole chiave, fiducia, regole, merito, qualità e
uguaglianza. In mezzo c'è una tirata sulla green economy e contro il nucleare
che fa gongolare Realacci, alcune proposte sul welfare che aprono a sinistra
(salario minimo e welfare per tutte le categorie di lavoratori, in sala ci sono
i vendoliani Gennaro Migliore e Ciccio Ferrara «ma per cortesi a e per
ascoltare, oggi abbiamo sentito anche Bersani»). Un
«qualsiasi cosa succeda resteremo uniti», una presa di distanza dai maldestri
del nuovismo («il rinnovamento necessario dei gruppi dirigenti non ha nulla a
che vedere con il nuovismo scelto dall'alto»), la proposta di «un patto con i circoli»
che devono essere «antenne per ascoltare e capire l'Italia», «liberi»
rifiutando «di appartenere a tizio o a caio, a un capo o all'altro». Poco
spazio per le polemiche con i competitors a congresso, ma è quel poco che dice
che fa scattare gli applausi più caldi. Ed è in sostanza quando difende le
primarie, e chiede che gli iscritti siano il tramite fra il partito e il paese.
O quando ripete il mantra del «non torneremo indietro», al centro-sinistra «con
il trattino», alle coalizioni rissose. Soprattutto quando dice un sì al ritorno
ai collegi uninominali, «compatibili con diversi modelli di legge elettorale,
ma in grado di mantenere il migliore rapporto tra un eletto e il suo
territorio». E no netto a «leggi elettorali che spostino a dopo il voto la
scelta delle alleanze, sottraendo ai cittadini il diritto di conoscerle e
sceglierle prima», insomma no al sistema tedesco, che qui si legge Massimo D'Alema. E così convince, senz'altro convince quelli che si
sono già schierati con lui. Sono gli altri che non si convincono. Quelli, per
esempio, che aspettano una parola chiara sulla laicità, ma anche stavolta
Franceschini parla si di «diritti civili» per tutti, ma saranno proprio tutti?,
e poi non si allontana da frasi del tipo «essere laici nelle società contemporanee
significa accettare che nessuna scelta politica sia sottratta alla faticosa
strada delle necessarie sintesi». Di incerti, in sala, ce n'è tanti. Un
pattuglione di uomini e donne giunti fino all'Acquario ma che ancora non sanno
che pesci prendere. E che alla fine escono o «mezzo convinti», come l'ulivista
Mario Barbi,o anche mezzo no come il sindaco Michele Emiliano, bersaniano in
teoria, in pratica sempre più insofferente al dalemismo pugliese, dice «i
programmi sono simili» e «qui è tutto bello, ma al sud si uccidono». I 'romani'
Roberto Morassut e Jean Leonard Touadi, che decideranno con chi schierarsi a
congresso (e nel primo caso per conto di quale candidato correre per la
segreteria del Lazio). O più su in grado come Sergio Chiamparino e Anna
Finocchiaro, entrambi terzoposizionisti tendenti il primo a Marino la seconda a
Bersani.
(
da "Corriere della Sera"
del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Opinioni data: 17/07/2009 - pag: 8
PRIMARIE NEL PARTITO DEMOCRATICO Franceschini, la sfida ora è vera di FRANCESCO
VERDERAMI I l Partito Democratico crede nel bipolarismo? È pronto a difendere
la democrazia dell'alternanza e a considerarla un valore? Riconosce che la
sovranità risiede nel voto popolare e che il mandato dei cittadini non è un
assegno in bianco da usare per successivi accordi in Parlamento? Il Pd, insomma,
è disposto a preservare l'unica conquista raggiunta nel marasma della Seconda
Repubblica, o intende tornare alla stagione dei governi fotocopia, degli
esecutivi balneari, dei gabinetti che duravano pochi mesi, dei presidenti del
Consiglio sempre con la valigia in mano nella porta girevole del grand hotel
Palazzo Chigi? Dario Franceschini ieri ha posto queste domande ai dirigenti e
ai militanti democratici, e ha risposto che lui «non vuole tornare indietro ».
Su questo tema pone le fondamenta per la sua candidatura alla guida del
partito, chiede il voto degli iscritti e lancia la sfida a Pierluigi Bersani. Una sfida che deciderà le sorti della più grande
forza di opposizione. È infatti sull'accettazione o meno del bipolarismo che il
Pd rischia la scissione. Perché un conto è dividersi sugli organigrammi
interni, sul programma, sulle alleanze da costruire o da rompere. Altra cosa è
non riconoscersi sulle regole del gioco che formano il perimetro entro cui
sfidare gli avversari per la conquista del potere politico. Nel discorso di
Franceschini è stato indubbiamente questo il passaggio più importante. Il suo
appello era rivolto a quanti hanno aderito al nuovo partito senza nostalgie per
il passato, lontani dall'idea tardo-comunista di chi non ha mai fatto fino in
fondo i conti con la propria storia e cerca sempre una scorciatoia per il
governo. Se il Pd è davvero una nuova storia, e lui pensa sia così, era
inevitabile lo scontro con Massimo D'Alema, con i suoi
propositi di introdurre la legge elettorale «alla tedesca», dietro cui si cela
il ritorno al proporzionale, ai governi che si fanno e si disfano nelle aule
del Parlamento: «Sono contrario ha detto Franceschini a sistemi che spostino
dopo il voto la scelta delle alleanze, sottraendo ai cittadini il diritto di
conoscerle e sceglierle prima». I bipolaristi di centrodestra avrebbero dovuto
porre maggiore attenzione all'intervento del segretario uscente del Pd, senza
lasciarsi andare a giudizi sommari, legati ai passaggi in cui Franceschini ha
attaccato il premier, il suo governo, la sua maggioranza e la sua linea
politica. È evidente che la scelta bipolare impone la competizione. Di qui la
necessità di costruire un partito con una forte identità, che tuttavia non può
coincidere con l'antiberlusconismo, formula ormai frusta e perdente, ma con un
tratto pienamente «riformista ». L'idea è tanto ambiziosa quanto ardua. Nel
centrosinistra, con o senza trattino, tutti hanno abusato del concetto, nessuno
però è riuscito finora ad applicarlo. E c'è il rischio di un ennesimo
fallimento. A meno di non restituire il significato alle parole che si usano, e
di avere il coraggio di renderle carne e sangue nel quotidiano svolgersi
dell'azione politica. Se a questo mira Franceschini, allora è giusto buttare a
mare il vecchio armamentario ideologico, è giusto riconoscere l'errore di non
aver varato negli anni di governo la legge sul conflitto di interessi, a un
passo dall'approvazione e poi usato solo come strumento di campagna elettorale.
In una moderna democrazia quella legge è necessaria, e sarà indispensabile
inserirla dentro una riforma complessiva (e condivisa) dell'architettura dello
Stato. Ma la sorte del Pd, oltre che sul bipolarismo, si giocherà a breve su un
altro terreno. Perché è solo dall'opposizione che potrà mostrarsi come
credibile forza di governo. Finalmente libera dall'ossessione del Cavaliere che
l'ha resa prigioniera di se stessa. Pronta a chiedere il voto per la guida del
Paese. Sono le riforme sociali quelle di cui l'Italia ha oggi bisogno, per
fronteggiare la crisi e prepararsi a competere quando sarà passata l'emergenza.
Ieri Franceschini si è detto pronto a misurarsi con la revisione del sistema
pensionistico, per un nuovo welfare. Senza un'intesa, seppur minima, tra
maggioranza e opposizione è impensabile allo stato varare una simile riforma,
altrimenti esposta al conflitto sociale. Il candidato alla segreteria del Pd
annuncia insomma un passo che non sarebbe vissuto in modo indolore nelle sue
stesse file. Sono ragionamenti già sentiti in altre epoche, ma se l'intento è
quello di restituire alle parole il loro significato, allora vorrà dire che Franceschini si propone di fare per davvero ciò che Walter Veltroni ha avuto il tempo (o il coraggio) solo di dire. Intanto ieri si
è tolto di dosso l'immagine del numero due, dell'eterno vice. Si è svestito di
quel ruolo, avendo il coraggio di lanciare a Bersani una sfida
difficile. E grazie a lui, comunque, il Pd un risultato l'ha già raggiunto: per
la prima volta non è una sfida finta.
(
da "Messaggero, Il"
del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Venerdì 17 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIO SARDO ROMA - «Ricostruire
un'identità» del Pd. Dice così Dario Franceschini presentando il suo programma
congressuale. Non nasconde gli «errori» compiuti nei primi due anni di vita del
partito, ma rivendica i meriti del gruppo dirigente di cui ha fatto parte. Le
stoccate allo schieramento pro-Bersani sono pesanti, ma Franceschini assicura che qualunque cosa
accadrà al congresso «resteremo insieme». Non cita Veltroni, né il
Lingotto, né la «vocazione maggioritaria», né l'Ulivo, spiega che il «nuovismo»
non ha nulla a che fare con il rinnovamento, tuttavia attribuisce alla sua
parte le qualità più autentiche del Pd: il «partito aperto» e la
«contaminazione» culturale. «Anche noi - dice - vogliamo fare un partito
solido, ma questo non significa rispolverare i modelli di cinquant'anni fa». La
bandiera di Franceschini sono le primarie: «Non si può tornare indietro», e
questa diventa la differenza più esplicita con il programma di Bersani. Il segretario che si ricandida si è presentato ieri
pomeriggio in camicia e cravatta all'Acquario di piazza Fanti accompagnato
dalle note di «Domani», la canzone per l'Abruzzo. E la colonna sonora è stata
completata con «Better days» di Springsteen. Il tema è il futuro. Liberarsi
dalla schiavitù del presente. Tuttavia è sul passato che Franceschini cerca di
assestare le sue zampate all'avversario interno. Bersani
anche ieri, incassando il sostegno di Rosy Bindi, ha sottolineato la necessità
di «qualche discontinuità» rispetto alla gestione Veltroni-Franceschini.
E il segretario uscente, per risposta, è andato indietro nel tempo, alla
legislatura '96-2001, quando il centrosinistra, per «colpe precise» non fece le
norme sul conflitto di interesse. Un po' di morettismo con D'Alema
come bersaglio. Poi l'ex premier ha risposto in serata: «Il mio allora fu
l'unico serio tentativo di fare una legge sul conflitto di interessi».
Franceschini non ha ripetuto stavolta che «quelli di prima» non devono tornare.
Ha però cercato di evitare di diventare lui «quello di prima». Ci vuole «un
nuovo riformismo». Il Lingotto non solo non è stato citato, ma è come se la
crisi l'avesse relegato in un'altra epoca. Franceschini ha incardinato il suo
programma attorno a cinque parole: fiducia, regole, uguaglianza, merito,
qualità. Ha detto il Pd deve avere più «fermezza nel contrasto all'illegalità».
Ha detto che si può ritardare la pensione se questo serve a dare maggiori
certezze ai figli e nuovi ammortizzatori per tutti i lavoratori, compresi i
precari e gli autonomi. Ha parlato molto di Green economy, dicendo no al
nucleare «del passato» e sì a sconti fiscali per le imprese che inquinano meno.
Comunque non è sul merito del programma economico che si notano le differenze
con Bersani. Confronto polemico e messaggi simbolici
si concentrano sul partito e il sistema politico. Franceschini ha detto sì alle
alleanze, ma non al ritorno del «centro-sinistra col trattino». Non si deve
neppure «tornare indietro» a leggi elettorali che «spostino a dopo il voto la
scelta delle alleanze»: una bocciatura del modello tedesco che piace a D'Alema (ma anche a Marini e altri del suo campo) e a cui Bersani ha fatto aperture. Naturalmente ciò che Bersani non accetta è la maschera che il segretario in
carica gli ha costruito addosso: «Non sono per il centro-sinistra con il
trattino». Ancora: «Solo un cretino può pensare di tornare a 50 anni fa». Bersani dice di volere «un partito popolare, di sinistra e
laico». E sul conflitto di interessi: «Bisogna affrontarlo settore per settore,
altrimenti diventa filosofia».
(
da "Corriere della Sera"
del 17-07-2009)
Argomenti: PD
Corriere della Sera sezione: Politica data: 17/07/2009 - pag: 15
Dietro le quinte Nel gruppo anche Chiti, Emiliano e Zingaretti. L'obiettivo è
rivedere le «modalità» del congresso E i «non allineati» ora fanno fronte Da
Chiamparino alla Finocchiaro, gli indecisi verso un'iniziativa dopo l'estate
ROMA Loro si chiamano, scherzando, i «non allineati». Gli altri, nel partito,
li definiscono con un pesante termine romanesco che in italiano si potrebbe più
educatamente tradurre «furbi». Loro sono i vari dirigenti del Pd e non sono affatto
pochi che non riescono proprio a riconoscersi nelle posizioni di Dario
Franceschini, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino.
Nonostante l'offerta sia triplice non si sentono del tutto rappresentati da
nessuno dei tre e temono che questa battaglia congressuale si esaurisca in una
mera conta, in cui i contenuti politici sono ridotti a un «optional». I nomi
sono di peso: Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd a palazzo Madama, Sergio
Chiamparino, sindaco di Torino, Michele Emiliano, primo cittadino di Bari, Vannino
Chiti, vicepresidente del Senato. Ma ce ne sono anche altri, che ieri sono
andati a sentire Dario Franceschini, precisando, però, di non aver deciso
ancora niente. Questo vale per Silvio Sircana, ex portavoce di Romano Prodi e
Roberto Giachetti, segretario del gruppo a Montecitorio. Per Roberto Morassut,
leader del Pd laziale, che quando gli si chiede se finalmente ha sciolto la
riserva e andrà con Franceschini, risponde ridendo: «Farò come la Jugoslavia di
Tito». Poi c'è Fabrizio Morri, componente della commissione di Vigilanza Rai,
che ha «rotto » con Piero Fassino, schieratissimo per Franceschini. E il fatto
che il segretario, ieri pomeriggio, presentando la sua candidatura, abbia
pronunciato un discorso, per dirla con Beppe Fioroni, «molto poco veltroniano e
assai democristiano », non ha sciolto i dubbi di nessuno dei «non allineati».
Sergio Chiamparino dice: «Deciderò dopo l'estate». Michele Emiliano rimanda la
scelta a dopo anche lui. In tanti sono ancora indecisi sul da farsi ed è
indicativo del clima in cui vive il Pd. Anche Walter Veltroni,
che pure indeciso non è perché non starà mai lì dove c'è Massimo D'Alema, ormai si tira fuori dalla mischia: «Mi sento lontano
da 'questa' politica'», ripete sempre più spesso ai colleghi deputati con cui è
solito parlare quando è alla Camera. E infatti ieri, da Franceschini, Veltroni non c'era. Un altro che ancora non si è espresso è
il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti. Visto che l'area dei
«non allineati » è tutt'altro che piccola, Chiamparino, Emiliano, Finocchiaro,
Chiti e Morri stanno pensando a un'iniziativa da promuovere subito dopo
l'estate, a settembre. Un documento una mozione, insomma i cui spiegano perché
e per come andare verso il Congresso in questo modo sarebbe sbagliato e suggeriscono
di frenare e ripensare a quel che si sta facendo. La mozione dei «non
allineati» non sarà sottoscritta da tutti quelli che, ancora ieri, dopo aver
sentito Franceschini, erano indecisi, ma comunque l'iniziativa verrà presa. È
chiaro che non si tratta di un documento da presentare al Congresso ma di un
modo per rivedere le modalità con cui ci si sta andando. Ed è probabile che poi
la maggior parte dei «non allineati» finirà per schierarsi con uno dei tre
contendenti, ma lo farà sempre sulle basi della mozione che verrà sottoscritta
a settembre. Ma per tanti che rinviano la decisione a dopo l'estate c'è chi si
sta spostando da uno schieramento all'altro. Gianfranco Morgando, ex Margherita, segretario del Pd piemontese sta meditando di
appoggiare Bersani. La stessa cosa sta facendo Riccardo Milana, rutelliano,
coordinatore del partito romano, mentre i deputati ultraveltroniani Jean
Leonard Touadì e Ileana Argentin si sono schierati non con Franceschini ma con
Marino. Maria Teresa Meli
(
da "Manifesto, Il"
del 17-07-2009)
Argomenti: PD
PD Franceschini con gli indecisi «Verrà un giorno migliore» Il
segretario lancia il programma: partito aperto e no al modello tedesco Daniela
Preziosi ROMA Quattro e mezza, torrida canicola romana, zona Termini. L'aria è
un phon acceso e rende inutile il maxischermo piazzato nel giardino
dell'Acquario romano. Chi ce l'ha fatta a trascinarsi fin qui cerca scampo
all'interno della casa degli architetti, nella circolare eleganza umbertina,
dove una bava di aria condizionata c'è. E c'è anche posto. Ad ascoltare il
discorso della corona di Dario Franceschini sono arrivati in tanti, ma non
tutti. Per esempio si nota l'assenza Debora Serracchiani, ma niente retroscena,
solo un aereo carico di eurodeputati che non è partito e ha lasciato a terra
anche Sergio Cofferati e Rita Borsellino. A rappresentare la composita
compagnia che sostiene la riconferma del segretario c'è Beppe Fioroni (dopo
l'assenza notata all'iniziativa di Fassino, stavolta resta fino alla fine) e
Franco Marini, Paolo Gentiloni, Piero Fassino, gli 'stranamore' dello statuto veltroniano Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo,
l'ex cisl Sergio D'Antoni e l'ex cgil di sinistra Paolo Nerozzi e l'ex cgil
cofferatiana Achille Passoni, il 'green' Ermete Realacci e l'ex federmeccanica
Massimo Calearo. Questo per restare alle prime file, che abbracciano la
postazione del leader, ma anche un po' l'assediano. Per questo, complice
l'intro musicale, «Domani» dedicato all'Abruzzo, ma anche la monumentale
location molto veltroniana che gli cade addosso come un vestito troppo largo,
alla fine Franceschini dà l'impressione di essere un uomo solo, sorvegliato a
vista dal parlamentino delle correnti che lo sostengono, in eterno equilibrio
tra quelli che chiedono l'autocritica sul walterismo di cui è stato numero due,
e quelli che gli chiedono - Veltroni in primis - di
andare avanti su quel progetto e non fare prigionieri. Lui, alla fine dalla sua
comunque ottima performance chiude con due citazioni assai più consone alla sua
estrazione di ex giovane cattolico impegnato, «better days» di Bruce
Springsteen e «il nostro nuovo giorno. E noi lo vivremo», del poeta e servo di
Maria David Maria Turoldo. Franceschini non la tira per le lunghe, snocciola un
discorso articolato su cinque parole chiave, fiducia, regole, merito, qualità e
uguaglianza. In mezzo c'è una tirata sulla green economy e contro il nucleare
che fa gongolare Realacci, alcune proposte sul welfare che aprono a sinistra
(salario minimo e welfare per tutte le categorie di lavoratori, in sala ci sono
i vendoliani Gennaro Migliore e Ciccio Ferrara «ma per cortesi a e per
ascoltare, oggi abbiamo sentito anche Bersani»). Un
«qualsiasi cosa succeda resteremo uniti», una presa di distanza dai maldestri
del nuovismo («il rinnovamento necessario dei gruppi dirigenti non ha nulla a
che vedere con il nuovismo scelto dall'alto»), la proposta di «un patto con i
circoli» che devono essere «antenne per ascoltare e capire l'Italia», «liberi»
rifiutando «di appartenere a tizio o a caio, a un capo o all'altro». Poco
spazio per le polemiche con i competitors a congresso, ma è quel poco che dice
che fa scattare gli applausi più caldi. Ed è in sostanza quando difende le
primarie, e chiede che gli iscritti siano il tramite fra il partito e il paese.
O quando ripete il mantra del «non torneremo indietro», al centro-sinistra «con
il trattino», alle coalizioni rissose. Soprattutto quando dice un sì al ritorno
ai collegi uninominali, «compatibili con diversi modelli di legge elettorale,
ma in grado di mantenere il migliore rapporto tra un eletto e il suo
territorio». E no netto a «leggi elettorali che spostino a dopo il voto la
scelta delle alleanze, sottraendo ai cittadini il diritto di conoscerle e
sceglierle prima», insomma no al sistema tedesco, che qui si legge Massimo D'Alema. E così convince, senz'altro convince quelli che si
sono già schierati con lui. Sono gli altri che non si convincono. Quelli, per
esempio, che aspettano una parola chiara sulla laicità, ma anche stavolta
Franceschini parla si di «diritti civili» per tutti, ma saranno proprio tutti?,
e poi non si allontana da frasi del tipo «essere laici nelle società
contemporanee significa accettare che nessuna scelta politica sia sottratta
alla faticosa strada delle necessarie sintesi». Di incerti, in sala, ce n'è
tanti. Un pattuglione di uomini e donne giunti fino all'Acquario ma che ancora
non sanno che pesci prendere. E che alla fine escono o «mezzo convinti», come
l'ulivista Mario Barbi,o anche mezzo no come il sindaco Michele Emiliano,
bersaniano in teoria, in pratica sempre più insofferente al dalemismo pugliese,
dice «i programmi sono simili» e «qui è tutto bello, ma al sud si uccidono». I
'romani' Roberto Morassut e Jean Leonard Touadi, che decideranno con chi
schierarsi a congresso (e nel primo caso per conto di quale candidato correre
per la segreteria del Lazio). O più su in grado come Sergio Chiamparino e Anna
Finocchiaro, entrambi terzoposizionisti tendenti il primo a Marino la seconda a
Bersani.