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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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TUTTI I DOSSIER


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Report "Laici e chierici"

I cattolici nelle liste ci sono. E non diventeranno una corrente ( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: orizzonte la nascita di una "corrente cattolica" all'interno del Pd. Un'idea, questa, che riporterebbe le lancette della storia indietro di qualche decennio, con un'indubbia regressione sul terreno della laicità, della distinzione dei piani e della stessa cultura costituzionale. Del resto, che senso potrebbe avere una corrente di cattolici?

I cattolici stanno con Silvio, non con i farisei ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 08-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Non vorrà dire che Casini non ha 'praticato politicamente i valori cattolici, vero? "Dico che De Mita non ha mai partecipato ad un voto sulla legge 40, tanto per fare un esempio. Poi, lo vogliamo dire che quando Follini aveva impresso un'impostazione laica al partito, molte delle battaglie dei cattolici sono state sulle mie spalle, dalla ?

L'innovatore Walter che divora chilometri ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Veltroni il pragmatico, l'ottimo oratore e - soprattutto - colui che aspira ad essere il Barack Obama italiano, dice l'analisi del Ft. "Inoltre - prosegue l'Ft - è promotore di una politica del confronto, che getti dei ponti fra lavoratori e imprenditori, fra laici e cattolici".

194, legge tormentata ma unica ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: altrove il fronte laico, poco attrezzato sul terreno della bioetica, cercava di salvarsi l'anima invocando la libertà di coscienza, i cattolici integralisti e i loro movimenti vecchi e nuovi procedevano con determinazione assoluta. Lo si era visto in Parlamento, quando il primo centro sinistra aveva avuto l'ingenuità di presentare un testo di legge senza preoccuparsi di sapere se c'

Le rotte della geopoliticatra Cina, Darfur e gesuiti ( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Alla nobildonna laica o cattolica. Allo stilista. Da piazzare tra i candidati, ma naturalmente qualche casella dietro al figlio di (con rispetto parlando) politico, al parente, al portaborse, al portavoce e al fedelissimo. È diventato un gran bazar il rush finale per la definizione delle liste alle prossime elezioni politiche.

Cultura Il libro era stato programmato per maggio, ma Marsilio ha deciso di farlo uscire prima delle... ( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: per di più con un laico poco accomodante. Dall"ipocrisia" del non credente parte Flores lancia in resta, per proclamare "quel che non tutti confessano", ossia l'incompatibilità tra fede e ragione. Aut fides aut ratio. La ragione in sé atea? Il cardinal Scola rivisita la tradizione dell'ateismo, dalla condizione di empietà al rovesciamento operato dall'

Il beato Marvelli un laico cattolico ( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: L'esposizione, dal titolo "Alberto Marvelli: il cammino spirituale di un laico cattolico", è composta da 15 pannelli e da un video-documentario, che propongono la figura di questo giovane morto a soli 28 anni (1918-1946), modello di vita spesa a favore della società civile e religiosa. Orario: 8-12 e 15,30-19. \.

La depenalizzazione possibile ( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: un compromesso tra destra e sinistra o tra DC e PCI o tra cattolici e laici. C'è stato anche questo, ma, più profondamente, quella legge fu un compromesso rispetto al conflitto tra i sessi. Noi preferiamo che il conflitto tra i sessi non venga coperto. Tutte sappiamo che le donne, nel campo della riproduzione, si sono sempre riconosciute una capacità di decisione responsabile,

Le donne in piazza: basta discriminazioni - roma ( da "Repubblica, La" del 09-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: basta discriminazioni ROMA La piazza santa e la piazza laica si guardano a distanza, mai si sfiorano, estranee l'una all'altra. Di là, all'ombra di Palazzo Farnese, il club esclusivo dei foglianti, molti gli amici di Giuliano Ferrara, poche le donne, assente il mondo cattolico. Di qua, tra le fontane di piazza Navona, la festa dell'8 marzo nello spirito del grande raduno sindacale.

<Famiglie con debitiarrivano a centinaiale richieste di aiuto> ( da "Secolo XIX, Il" del 09-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Nel 2007 le richieste di aiuto che ci sono pervenute sono state 731 - dice Alberto Montani, responsabile laico del fondo Antiusura della Curia afidato a monsignor Marco Granara - il 31 per cento più dell'anno precedente. Gli interventi hanno avuto un importo di un milione e 278 mila euro, in prevalenza prestiti bancari che abbiamo garantito, ma anche elargizioni a fondo perduto"

IL SINDACATO di oggi non è più quello di ieri. Meno sanguigno, meno pugnace, meno piaz ( da "Messaggero, Il" del 09-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: i cattolici nella CISL; i socialisti, i repubblicani, i socialdemocratici e gli altri laici nella UIL. La piazza fa ancora paura al "Palazzo"? No. E cosa fa paura al "Palazzo"? Le proteste selvagge (gli autotrasporti, le quote-latte, i picchetti contro le discariche, quelli contro la realizzazione delle infrastrutture ferroviarie e autostradali)


Articoli

I cattolici nelle liste ci sono. E non diventeranno una corrente (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)

Argomenti: Laicita'

GIORGIO MERLO Il capitolo delle candidature ? soprattutto dopo la sciagurata legge elettorale votata dal centrodestra alla fine della scorsa legislatura ? è stato raccontato da molti giornali più sotto la lente del gossip che non della qualità e della reale espressività dei singoli. Ora, come si suol dire, nulla di nuovo sotto il sole. Che la formazione delle liste generi "gioia e dolore" è sufficientemente ? e storicamente ? abbastanza noto da non diventare neanche una notizia degna di attenzione. Ma, soprattutto in questa occasione, è bene non lasciare nulla al caso e dare una risposta puntuale alle osservazioni critiche, seppur del tutto legittime, avanzate da più fronti. Sotto questo profilo, i numeri sfornati da Dario Franceschini in una recente conferenza stampa sono tali da smontare qualsiasi pettegolezzo montato ad arte. Dalla presenza femminile alla rappresentanza giovanile, dal mondo delle professioni alle espressioni della società civile, il lavoro condotto dal Partito democratico è difficilmente contestabile sotto il profilo del merito e anche del metodo. Il tutto, gestito in un contesto politico nazionale di grande difficoltà riconducibile alla caduta del governo Prodi da un lato e alla costruzione organizzativa del partito dall'altro. Ma, malgrado questa evenienza, il quadro complessivo è largamente positivo e risponde agli impegni assunti dal segretario nazionale di fronte all'assemblea costituente. Al di là dei numeri, riconducibili a criteri di rinnovamento e di rappresentatività sociale e culturale, credo sia utile richiamare l'attenzione anche su un aspetto che è stato sapientemente strumentalizzato in queste settimane dalla destra e da settori interessati: la presunta scarsa presenza di candidati riconducibili alla cultura e alla tradizione cattolico democratica e popolare. Un'accusa, questa, platealmente smentita dai fatti perché le liste del Pd rappresentano un reale pluralismo culturale. Che non può essere però declinato attraverso la logica della nicchia e del recinto organizzato. Se così fosse lo stesso Pd si ridurrebbe a un insignificante pallottoliere composto da realtà incomunicabili e del tutto disinteressato a creare una sintesi politica e culturale condivisa e partecipata. Ha ragione Veltroni quando sostiene che il Pd non può essere la semplice somma delle sigle del passato né il prolungamento delle precedenti esperienze politiche e organizzative. Del resto, sarebbe curioso se il Pd si limitasse a registrare tutto ciò che ha caratterizzato la stagione politica che si è chiusa con la straordinaria mobilitazione popolare delle primarie. Un partito che ha l'ambizione ? e l'obiettivo ? di rappresentare un terzo dell'elettorato non può non modificare profondamente il suo modo d'essere nella politica e nella società e, al contempo, rappresentare settori e mondi vitali che vanno oltre le tradizionali appartenenze e i rispettivi recinti elettorali. Nelle liste la presenza politica e culturale dei cattolici è significativa e consistente. È bene sottolinearlo non per rivendicare spazi di corrente o ipotecare quote di potere nella futura rappresentanza parlamentare ma per rimarcare che nella definizione del profilo e del progetto politico del Pd questa tradizione culturale può giocare un ruolo incisivo. E questo proprio perché, è bene ribadirlo per l'ennesima volta, non c'è all'orizzonte la nascita di una "corrente cattolica" all'interno del Pd. Un'idea, questa, che riporterebbe le lancette della storia indietro di qualche decennio, con un'indubbia regressione sul terreno della laicità, della distinzione dei piani e della stessa cultura costituzionale. Del resto, che senso potrebbe avere una corrente di cattolici? Sarebbe la semplice riproposizione di una vecchia mentalità integralistica e confessionale del tutto estranea alle sfide che ci attendono. Nello specifico, non rientra affatto nel profilo storico del cattolicesimo politico italiano, dai tempi della Costituente in poi, la versione di una dimensione confessionale della propria esperienza politica. Sin dai tempi della Dc, soprattutto nella versione degasperiana, la distinzione dei piani, la laicità della politica, la cultura della mediazione e l'autonoma assunzione di responsabilità sono stati i capisaldi di un'azione politica che ha segnato in profondità l'evoluzione della stessa democrazia italiana. Pertanto, nessuna corrente cattolica e nessuna ipoteca confessionale. Semplicemente, la volontà di marcare una presenza partecipando, con altre esperienze e tradizioni culturali, alla definizione del progetto politico e programmatico del Pd. La cultura cattolica, nelle sue varie sfumature e sensibilità, ha contribuito al consolidamento della democrazia italiana. I cattolici, con altri, rappresentano una ricchezza culturale e una riserva etica che non può essere semplicisticamente tollerata o lontanamente censita. Al contrario, può giocare laicamente un ruolo decisivo se contribuisce a un progetto politico capace di tradurre i valori di riferimento in concreta azione legislativa e programmatica. È con questa consapevolezza che si apre una nuova stagione per il cattolicesimo democratico e popolare nel nostro paese. Una stagione che richiede apertura culturale, disponibilità al confronto e una rinnovata capacità di elaborazione progettuale e programmatica. Le liste del Pd hanno confermato questo obiettivo, senza baldanza e senza interferenze. Un buon inizio per un partito che ha l'obiettivo di coinvolgere attivamente le culture riformiste del nostro paese senza ricreare stucchevoli steccati e ridicole contrapposizioni.

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I cattolici stanno con Silvio, non con i farisei (sezione: Laici e chierici)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 08-03-2008)

Argomenti: Laicita'

CARLO GIOVANARDI ATTACCA CASINI E PEZZOTTA "I cattolici stanno con Silvio, non con i farisei" ? ROMA ? Giovanardi, Pezzotta dice che il partito cattolico di riferimento sono loro della Rosa Bianca. "Mi sembra un'affermazione molto presuntuosa. Dirò di più, falsa". Berlusconi sostiene infatti il contrario... "E' evidente. La stragrande maggioranza dei cattolici vota per il Popolo della libertà. I partiti confluiti nel Pdl testimoniano con atti politici concreti i loro principi cattolici di riferimento e irrinunciabili. Come fa, mi chiedo, un partitino che al massimo raggiungerà il 5% a considerarsi l'unico ad incarnare i valori cattolici? Non lo diceva la Dc quando raggiungeva il 40% dei suffragi, fugurarsi se lo possono dire Casini e Pezzotta". Eppure, anche nelle candidature di De Mita e della Borghese, è chiara la volontà di collocarsi come interprete di questi valori... "A me hanno insegnato che si giudica dagli atti, non dagli specchietti per le allodole. Nel Vangelo c'è scritto che quelli che parlano e basta sono i Farisei. Qui non si deve predicare, si deve praticare...". Non vorrà dire che Casini non ha 'praticato' politicamente i valori cattolici, vero? "Dico che De Mita non ha mai partecipato ad un voto sulla legge 40, tanto per fare un esempio. Poi, lo vogliamo dire che quando Follini aveva impresso un'impostazione laica al partito, molte delle battaglie dei cattolici sono state sulle mie spalle, dalla ? appunto ? legge 40 a quella contro la deriva eugenetica. E adesso vengono a dirmi, loro, che il punto di riferimento dei cattolici non è il Pdl". Berlusconi, tuttavia, è sempre apparso molto tiepido davanti a queste vostre battaglie di principio... "E' vero il contrario. Quando ero ministro dei Rapporti con il Parlamento ho partecipato a consigli dei ministri che hanno visto persone come Pisanu e Scajola dare il proprio appoggio per far passare leggi come la 40 oppure quella sulla droga contro le stragi del sabato sera. E Berlusconi è sempre stato d'accordo con la nostra impostazione". L'Udc rivendica di aver fatto battaglie per fermare i Dico... "...Ma questo non significa che debbano essere loro l'incarnazione politica dei valori cattolici. Dentro il Pdl ci sono persone che hanno alle spalle anni e anni di battaglie coerenti con i valori cattolici. Sto parlando di persone come Formigoni, Di Virgilio, Giuseppe Cossiga e altri. Come fanno loro a dire il contrario? Sono solo Farisei della politica, è bene saperlo fin dal subito". r. r. - -->.

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L'innovatore Walter che divora chilometri (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Stai consultando l'edizione del "L'innovatore Walter che divora chilometri" Il quotidiano britannico ROMA Innovatore - sia pure con un "look old-fashioned" - l'instancabile Walter Veltroni "accumula chilometri" sul suo pullman in giro per l'Italia per presentare il suo "convincente messaggio riformista". È questa la fotografia che il Financial Times scatta al candidato premier del Pd in vista del voto del 13 aprile. Veltroni viene presentato come un "oratore forte e convincente" che "usa un linguaggio comprensibile, sincero e con senso dell'umorismo". A dispetto - sottolinea il quotidiano britannico - del suo "look vecchia maniera, giacca e cravatta, in contrasto con l'immagine sportiva e populista" dell'avversario Silvio Berlusconi. Quella dell'ex sindaco di Roma è una campagna elettorale dal "ritmo veloce, spesso con tre o quattro discorsi senza traccia scritta e inframmezzati da regolari rientri a Roma". Una campagna che - rileva il FT - "attrae diverse centinaia di persone". Veltroni il pragmatico, l'ottimo oratore e - soprattutto - colui che aspira ad essere il Barack Obama italiano, dice l'analisi del Ft. "Inoltre - prosegue l'Ft - è promotore di una politica del confronto, che getti dei ponti fra lavoratori e imprenditori, fra laici e cattolici".

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194, legge tormentata ma unica (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Stai consultando l'edizione del 194, legge tormentata ma unica di Chiara Valentini Due leggi diverse da tutte le altre, la 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza e la legge 40 sulla fecondazione assistita, le sole ad avere come oggetto il corpo femminile e la libertà delle donne di decidere se e quando avere un figlio. La prima scritta per togliere dalla clandestinità una pratica antica, che in qualche misura fa parte da sempre della vita. La seconda che avrebbe dovuto rendere più sicura e accogliente quella scoperta della scienza che è il concepimento in provetta. Due leggi dalle stesure complesse e tormentate, ricche di incontri segreti fra i politici, di accordi sottobanco, di rinvii e di abbandoni. Però con una differenza decisamenete essenziale. Aldilà del diversissimo clima politico e del coinvolgimento di una parte crescente dell'opinione pubblica, sempre più consapevole che lo scandalo degli aborti clandestini andava comunque superato, la stesura dei 22 articoli della legge 194 era stata seguita e controllata passo dopo passo da un soggetto nuovo che inquietava i politici e ne scuoteva gli equilibri, il movimento delle donne. Come mi ha raccontato una volta Tina Anselmi "nei partiti, a cominciare dalla Democrazia cristiana, gli uomini avevano una gran paura della piazza femminista che premeva". Era anche la paura di qualcosa di inedito, che non trovava riferimenti nella storia politica precedente. Perché sentirsi gridare in faccia da ragazze dell'età delle loro figlie frasi come "L'utero è mio e lo gestisco io", per uomini come Aldo Moro o Zaccagnini o Rumor era una novità sconvolgente, prima di tutto sul piano personale. Vedere improvvisamente un numero crescente di donne autodenunciarsi per quel segreto fino allora inconfessabile che era l'aborto, e che il codice penale sopravvissuto al fascismo puniva con quattro o cinque anni di galera, dimostrava la rottura di un ordine patriarcale considerato immutabile. D'altra parte proprio attorno all'aborto il movimento delle donne era cresciuto anche se con varie differenze interne e aveva trovato una sua espressione pubblica, sfidando i manganelli dei poliziotti e a volte la galera. Si era cominciato con quell'indimenticabile processo a Gigliola Pierobon, la ragazza vicentina che, processata per un'interruzione di gravidanza fatta a 17 anni, aveva rivendicato il suo reato con il sostegno delle femministe venete. E si era arrivati, in un crescendo molto veloce, ai viaggi collettivi a Londra organizzati dal Crac e alla disubbidienza civile degli aborti fai da te praticati nelle sedi radicali, con conseguenti arresti di Emma Bonino e Adele Faccio. È in questo clima, con L'Espresso che metteva in copertina una donna incinta, nuda e inchiodata a una croce, e promuoveva assieme a Pannella un referendum, che era nata la prima stesura della futura legge 194. Nel testo, frutto di un accordo fra i vari partiti laici, per la prima volta si rendeva lecito l'aborto. Ma per le prudenze di molti, a cominciare dal Pci alle prese con il compromesso storico, si stabiliva che l'interruzione di gravidanza poteva essere praticata solo in casi estremi e che la decisione finale spettava al medico. Era il 1975. Il lavoro parlamentare si sarebbe concluso tre anni dopo, il 18 maggio 1978, con cambiamenti essenziali scanditi da manifestazioni di piazza sempre più dure. Come quella del 20 dicembre dello stesso anno, 20 mila donne arrivate a Roma da tutta Italia a gridare "Vogliamo l'autodeterminazione". O come la rivolta del 3 aprile '76, quando la Dc e il Movimento sociale, con un colpo di mano, erano riusciti a far passare un articolo che in sostanza considerava di nuovo l'aborto come reato. Quella volta erano state in 50 mila a dar vita alla più grande manifestazione femminista di quegli anni, comprese le donne dell'Udi che fino allora avevano evitato le proteste pubbliche. Anche la loro progressiva ribellione aveva contribuito a far abbandonare al Pci di Berlinguer le prudenze e le preoccupazioni per gli anatemi della Chiesa e dei cattolici retrivi. Che peraltro avrebbero incassato dopo qualche anno una sconfitta ancora più bruciante, con il referendum contro l'aborto bocciato dal 68 per cento degli italiani. Ma la partita non si era mai realmente chiusa, era stata solo rinviata. A riaprire i giochi era arrivata la fecondazione assistita, con quel "bambino della scienza" che proiettava il desiderio femminile di scegliere la maternità anche in positivo, e non solo in negativo, in un orizzonte sconosciuto e incerto. Il movimento delle donne, tramontato da tempo come fenomeno di piazza ma diffuso in molti gruppi e articolazioni sociali, aveva accolto con una iniziale diffidenza questa intrusione della scienza sul terreno femminile più intimo. E aveva seguito con un certo distacco i primi tentativi di formulare una legge in materia, senza accorgersi che la libertà delle donne tornava un'altra volta in gioco. Forse non era facile rendersi conto del potenziale di quell'embrione che da subito la chiesa assumeva come sua bandiera. Mentre in Parlamento e altrove il fronte laico, poco attrezzato sul terreno della bioetica, cercava di salvarsi l'anima invocando la libertà di coscienza, i cattolici integralisti e i loro movimenti vecchi e nuovi procedevano con determinazione assoluta. Lo si era visto in Parlamento, quando il primo centro sinistra aveva avuto l'ingenuità di presentare un testo di legge senza preoccuparsi di sapere se c'era una maggioranza pronta a sostenerlo. Una lobby cattolica trasversale aveva fatto passare alla Camera una legge proibizionista abbastanza simile a quella che poi sarà la legge 40, dove all'articolo 1, per la prima volta nella legislazione italiana, si parlava di "diritti del concepito": destinati ovviamente ad essere contrapposti a quelli della madre. Rimasta in panne per la fine della legislatura, la legge era stata approvata trionfalmente dal governo Berlusconi, fra le inutili proteste di molte parlamentari, della stampa laica e dei gruppi delle pazienti della provetta. "Questa è una battaglia di principio, non intendiamo riaprire la questione dell'aborto", ripetevano con una certa ipocrisia i molti che avevano voluto ad ogni costo la legge 40. Come è andata a finire è storia di questi mesi e questi giorni, con Giuliano Ferrara e la sua denuncia delle "assassine" che non risparmia neanche l'8 marzo. Con i carabinieri che fanno il terzo grado a una donna appena uscita dalla sala operatoria per un aborto terapeutico. Con la ripresa dei vecchi viaggi all'estero di chi teme il clima di intimidazione crescente. Ma c'è anche qualche novità importante, le donne e anche le ragazze stanno riprendendo la voce. È un movimento difficile da paragonare a quello di trent'anni fa, ma che a volte ne richiama le parole d'ordine e le pratiche. Sa usare molto bene l'effetto valanga della comunicazione via Internet e intanto denuncia la "società patriarcale", come nell'enorme corteo milanese dell'altro anno a Milano. Riscopre il separatismo, come è successo nella manifestazione del novembre scorso a Roma, e si incuriosisce delle vicende del femminismo. È un movimento connotato più dalla resistenza al peggio che dall'obiettivo di cambiare il mondo. Ma è comunque una speranza in un periodo così ricco di rumore e povero di pensieri. STORIA Sia il testo sull'interruzione volontaria di gravidanza che quello sulla fecondazione assistita sono i soli ad avere come oggetto la libertà delle donne di decidere se e quando avere un figlio.

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Le rotte della geopoliticatra Cina, Darfur e gesuiti (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Filippo paganini Caccia all'operaio. Caccia all'industriale. Caccia allo stilista. Al bell'attore. Alla ballerina. Al transfuga. Alla nobildonna laica o cattolica. Allo stilista. Da piazzare tra i candidati, ma naturalmente qualche casella dietro al figlio di (con rispetto parlando) politico, al parente, al portaborse, al portavoce e al fedelissimo. È diventato un gran bazar il rush finale per la definizione delle liste alle prossime elezioni politiche. Una specie di gioco dei mestieri. Una corsa tra i partiti ad accaparrarsi le "figurine" più policamente emblematiche o mediaticamente più evocative per compilare una sorta di "Album Panini". E al posto del portiere dell'Atalanta anni Sessanta, Pier Luigi Pizzaballa, la cui fotografia cartonata in divisa nera era quasi introvabile e per questo ricercatissima, sono l'imprenditore e l'operaio i pezzi più rari, le prede da candidatura più ambite. Per la tuta blu in lista è divampata ieri una rovente polemica tra il Partito democratico e la Sinistra arcobaleno. Con scambio di fulmini. E l'infamante accusa al rassemblement di Fausto Bertinotti di non avere candidato operai. Per rimediare, Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani, ha deciso di rinunciare al posto blindato in lista nel collegio del Piemonte a favore di un operaio della ThyssenKrupp, Ciro Argentino. Uno a uno con il Partito democratico, che a sua volta aveva candidato in Piemonte uno dei superstiti della tragedia nell'acciaieria torinese, Antonio Boccuzzi. Nelle stesse ore dello scontro tra Pd e Sinistra arcobaleno, Silvio Berlusconi stava cercando di convincere l'ex presidente di Confindustria,il napoletano Antonio D'Amato, ad accettare un posto al sole nelle liste del Popolo della Libertà. La discesa in campo di un pezzo da novanta come il leader di Viale dell'Astronomia prima dell'era Montezemolo con il "partitone" del centrodestra sarebbe stata una risposta forte agli arruolamenti con Walter Veltroni di Massimo Calearo e Matteo Colaninno. Ma D'Amato ha deciso di non candidarsi. A quanto pare il Cavaliere avrebbe preso allora a corteggiare Andrea Riello, leader degli industriali veneti. Insomma, a sinistra e a destra si cerca di non farsi mancare l'operaio e l'imprenditore. Che come le altre figurine sono fiori all'occhiello da esibire di fronte agli elettori. Resta da vedere se poi, una volta ammessi negli emicicli di Montecitorio e di Palazzo Madama, questi candidati in tuta blu o in grisaglia, ricercati con tanta voluttà, potranno davvero mettere a frutto le loro competenze e la loro esperienza a beneficio dell'interesse generale. O non finiranno, invece, nel tritacarne dei partiti e dei gruppi parlamentari, ridotti a comparse di un'indistinta massa di manovra da utilizzare nel votificio delle Camere. La defatigante e deprimente battaglia delle liste, che è arrivata ormai al termine, lasciando insieme con un esercito di trombati una striscia di veleni, di risentimenti e di polemiche, è probabile che rimarrà fino al giorno del voto l'elemento forte e caratterizzante di tutta la campagna elettorale. Con aspetti tra il patetico, il grottesco, il folcloristico e lo sconfortante, come il passaggio di molti Tarzan della politica, appesi alla liana del trasformismo, da un partito all'altro solo perché, scartati dal primo, hanno trovato ospitalità nelle liste del secondo. Ferventi veltroniani, ad esempio, si sono riscoperti all'improvviso dipietristi o viceversa pur di avere il biglietto di ritorno allo scranno in Parlamento. Un'ennesima brutta prova della Casta. Ma soprattutto la conferma della debolezza dei programmi, ma anche dell'evanescenza dei partiti che, ormai ridotti a scheletri di nomenklature autoreferenziali, fanno sempre più fatica a svolgere quello che sarebbe il loro compito fondamentale: formare la classe dirigente del Paese. 08/03/2008 GIULIANO GALLETTA 08/03/2008.

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Cultura Il libro era stato programmato per maggio, ma Marsilio ha deciso di farlo uscire prima delle... (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Cultura Il libro era stato programmato per maggio, ma Marsilio ha deciso di farlo uscire prima delle elezioni. Impegnativo il titolo - Dio? - e impervio il terreno affrontato, un dialogo sull'ateismo tra un cardinale, Angelo Scola, e un "non credente" irriducibile quale Paolo Flores d'Arcais. Il patriarca di Venezia cita Dostoevskij e la sua celebre massima "Vivere senza Dio è soltanto una sofferenza". L'altro replica: "Arrogante presunzione. Conosco tanti atei più felici, o meno infelici, di tanti credenti in Dio". Figura influente tra i vescovi italiani, Scola accetta il confronto su un argomento talvolta trascurato dalla teologia cattolica, alla quale egli stesso imputa disattenzione verso la "grande tradizione scettico-atea". Un cardinale in controtendenza, lo definisce il suo interlocutore, disponibile al dialogo in una stagione segnata da scomuniche e irrigidimenti: per di più con un laico poco accomodante. Dall'"ipocrisia" del non credente parte Flores lancia in resta, per proclamare "quel che non tutti confessano", ossia l'incompatibilità tra fede e ragione. Aut fides aut ratio. La ragione in sé atea? Il cardinal Scola rivisita la tradizione dell'ateismo, dalla condizione di empietà al rovesciamento operato dall'illuminismo (il pericolo non viene dall'ateo, ma dalla religione rivelata) fino al principio di liberazione dell'uomo dalla schiavitù religiosa introdotto da Feuerbach e Marx. E più tardi il Novecento, con la morte di Dio professata da Nietzsche, e ancora Freud poi Monod, fino all'ateismo di oggi. Alle obiezioni della tradizione scettico-atea Scola oppone le "ragioni della fede", sottraendola a quella condizione di "follia" in cui vuole relegarla Flores. Due posizioni agli antipodi, nella teoria e nelle implicazioni etico-politiche. Comunque un dialogo che si sottrae ai toni concitati del ring mediatico.

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Il beato Marvelli un laico cattolico (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Laicita'

L'Associazione "Don Bosco Caselle", in collaborazione con la Parrocchia di Caselle Torinese, ospita presso la chiesa della Confraternita dei Battuti in piazza Boschiassi a Caselle Torinese da sabato 8 a lunedì 24 marzo una mostra sulla vita del beato Alberto Marvelli, giovane ex-allievo salesiano. L'esposizione, dal titolo "Alberto Marvelli: il cammino spirituale di un laico cattolico", è composta da 15 pannelli e da un video-documentario, che propongono la figura di questo giovane morto a soli 28 anni (1918-1946), modello di vita spesa a favore della società civile e religiosa. Orario: 8-12 e 15,30-19. \.

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La depenalizzazione possibile (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Da "Noi donne", novembre 1993 La depenalizzazione possibile aa. vv. "Fino a quando la legge cercherà di controllare l'aborto in forme mai applicate alle altre pratiche di medicina chirurgica, ci sarà pericolo. (...)". Sono parole di Gloria Steinem, femminista americana. In che cosa consiste il pericolo di cui lei parla? In pericolo sono sia la libertà femminile, sia la riproduzione equilibrata. Fino a quando la legge cercherà di sostituire la donna nella regolazione della sua fecondità, ci sarà pericolo per la libertà di lei singola, come è evidente, ma anche per la libertà delle donne in genere e per la loro capacità di regolare il processo della riproduzione. In questi mesi di discussione sull'aborto e, ultimamente, sulla pillola abortiva, la cosa per noi più significativa è stata la posizione autocritica di gran parte del movimento femminista nordamericano. Come negli USA, anche in Italia la legge che regola l'interruzione di gravidanza è stata sottoposta a vari attacchi con lo scopo di tornare al vecchio regime. E come negli USA, molte hanno difeso la legge in questione, forse senza rendersi conto di difendere un potere esterno che pretende di regolamentare il rapporto della donna con il suo corpo fecondo.(...) Noi sosteniamo anzi che l'esistenza di una legge dello Stato in questa materia - legge più o meno repressiva, non è questo il punto - non sia compatibile con la libertà femminile. E che, invece di difendere la legge o cercare di migliorarla, sia meglio pensare alla cosa più giusta e semplice in questa materia: depenalizzare l'aborto, cancellare dal diritto penale la parola 'aborto'. (...) Per cominciare sottolineiamo due dati di fatto. Primo il fatto che anche con la legge 194 l'aborto resta un reato. È un reato se non viene eseguito nelle strutture pubbliche. Ciò significa attese lunghissime per lo scarso numero di medici non obiettori negli ospedali. Significa inoltre un interrogatorio inutile ma umiliante che rimanda alla donna l'immagine che il legislatore ha di lei: individua di una specie irresponsabile, alla quale si deve far ridire quello che lei ha già deciso, per controllarne la consapevolezza. Nessuna meraviglia se il numero degli aborti clandestini cresce. Passiamo così al secondo dato di fatto: la legge 194 è applicata poco e male. Il disagio più grave riguarda il Mezzogiorno, dove scarseggiano ospedali e consultori e dove il numero degli obiettori è tale da rendere impossibile l'attuazione del servizio previsto dalla legge. (...) In ogni caso, difendendo o anche migliorando la 194, comunque si fa dipendere dallo Stato la pratica dell'aborto attribuendogli il potere di legittimarlo. E questo vuole dire, fra l'altro, negare valore giuridico (di diritto consuetudinario) e politico alla realtà di una secolare autonomia femminile che caratterizza la storia demografica dei paesi occidentali. La questione dell'aborto va affrontata a più livelli. Ne abbiamo individuati tre. Si dice da più parti: l'aborto non è un intervento come tutti gli altri. Ogni donna sa che questo è vero. Ma a livello sanitario l'aborto è un intervento come gli altri, ed è giusto che sia visto così. Altrimenti, oltre a provocare molte disfunzioni, come l'obiezione di coscienza, si favorisce una concezione del servizio medico che esorbita dalla sua funzione propria di aiuto sociale offerto ai singoli, alle singole nella gestione del loro corpo. Si tende invece a dare ai medici il potere di decidere che spetta alla donna. Considerare l'aborto, limitatamente al livello sanitario, un intervento come gli altri, è il primo effetto della sua depenalizzazione. Si tratterà, naturalmente, di un intervento mutualizzato, che potrà essere eseguito anche in strutture private, a pagamento o convenzionate. Il nostro sistema sanitario prevede la scelta tra pubblico e privato, così come prevede una serie di strumenti assistenziali. Quale che sia il giudizio che diamo su tale sistema, noi donne non abbiamo nessun motivo di fare dell'interruzione di gravidanza una così vistosa eccezione come è attualmente. Depenalizzare l'interruzione di gravidanza significa non considerarla più un reato. Non è una banalizzazione del problema, bensì una separazione - ecco la ragione dei più livelli - tra la sfera della competenza femminile e quella dell'intervento pubblico.Contro questa posizione qualcuno fa appello all'etica. Un'etica, notate, di cui la legge dovrebbe farsi strumento penale. Noi crediamo che se di etica si deve parlare, bisognerebbe intanto cominciare dalla deontologia propria degli operatori e operatrici della salute.Il secondo livello è quello giuridico. La 194 è un compromesso. Così a suo tempo l'ha definita quella parte del movimento delle donne che pure era per la legalizzazione (e non per la depenalizzazione) dell'aborto. Non tanto, come superficialmente si potrebbe pensare, un compromesso tra destra e sinistra o tra DC e PCI o tra cattolici e laici. C'è stato anche questo, ma, più profondamente, quella legge fu un compromesso rispetto al conflitto tra i sessi. Noi preferiamo che il conflitto tra i sessi non venga coperto. Tutte sappiamo che le donne, nel campo della riproduzione, si sono sempre riconosciute una capacità di decisione responsabile, così come sappiamo che in questo ambito c'è conflitto tra i due sessi. Pertanto, qualsiasi legge, qualsiasi regolazione parlamentare che si sovrapponga o pretenda di sostituire la competenza femminile equivale a voler chiudere la contraddizione a favore degli uomini perché misconosce la competenza e l'autorizzazione di origine femminile. (...) Il terzo livello, dunque, è quello simbolico, in cui una donna sperimenta la sua libertà e la sua non libertà sapendo riconoscere fin dove arriva una e dove comincia l'altra. L'aborto è una necessità, è legato alla costrizione della sessualità maschile che non separa piacere e riproduzione. Vent'anni di ascolto dell'esperienza femminile insegnano che una donna, quando decide di abortire, sa di aver subìto la regola della sessualità maschile. Qui nasce lo scacco che è per una donna il dover abortire, ma anche la coscienza: si tocca con mano il dato della propria non libertà, gli impedimenti che la propria libertà scontra nel rapporto con quella maschile. (...) Libertà significa trarre dallo stato di costrizione gli elementi per superarlo,ma anche, se questo fosse impossibile, per accettarlo lucidamente. Così il senso dell'esistenza femminile non viene da fuori, nasce da dentro. Così si sposta il limite tra non libertà e libertà. L'aborto ha sempre rappresentato questo limite. A partire da una costrizione, quella imposta dalla sessualità maschile, le donne si sono sempre autorizzate reciprocamente questo gesto. Non però come gesto di dominio sulla vita, come fantasticano quelli che parlano di omicidio, bensì come conclusione necessitata dalle circostanze. (...) Questa posizione è pienamente accettabile. Visto che il corpo che fa figli è quello femminile, visto che la funzione materna è femminile, è legittimo che le donne fondino su ciò un loro maggior potere nella riproduzione della specie. (...) Crediamo che l'autorizzazione simbolica femminile vada potenziata e lavoriamo a questo. Il potenziamento avviene contemporaneamente all'apertura di vuoti nell'ordine simbolico dato. Qualsiasi intervento legislativo in materia di riproduzione non farebbe invece che accentuare l'eteroregolazione, occupando spazi che vanno lasciati alla competenza e all'autorità femminili. Per questop vogliamo che la parola "reato" legata alla parola "aborto" scompaia dal diritto penale.(...) Franca Chiaromonte, Luisa Muraro, Elena Paciotti, Raffaella Lamberti, Letizia Paolozzi, Angela Putino, Lia Cigarini, Adriana Cavarero, Alessandra Bocchetti, Daniela Dioguardi e altre.

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Le donne in piazza: basta discriminazioni - roma (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 09-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Le donne in piazza: basta discriminazioni ROMA La piazza santa e la piazza laica si guardano a distanza, mai si sfiorano, estranee l'una all'altra. Di là, all'ombra di Palazzo Farnese, il club esclusivo dei foglianti, molti gli amici di Giuliano Ferrara, poche le donne, assente il mondo cattolico. Di qua, tra le fontane di piazza Navona, la festa dell'8 marzo nello spirito del grande raduno sindacale. SEGUE A PAGINA 11 CASADIO E CAVALLIERI ALLE PAGINE 10 E 11.

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<Famiglie con debitiarrivano a centinaiale richieste di aiuto> (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 09-03-2008)

Argomenti: Laicita'

"Famiglie con debitiarrivano a centinaiale richieste di aiuto" l'allarme Convegno dei Centri di ascolto della Curia: le ratedei mutui casa e le separazioni fanno saltare i conti FAMIGLIE schiacciate dai debiti, travolte dall'emergenza quotidiana e impossibilitate ad andare avanti. L'ennesimo grido d'allarme parte dal convegno dei centri vicariali d'ascolto della Caritas e degli enti cattolici impegnati sul terreno della solidarietà ("Famiglia in debito", ieri al Quadrivium): la crisi della famiglia viene da lontano. E, denuncia con clamore il responsabile del Tribunale ecclesiale, monsignor Paolo Rigon, le difficoltà economiche sono spesso collegate alla fine di una storia. Ne sono talvolta causa e, ancora più spesso, conseguenza. "A Genova assistiamo a un grave impoverimento economico e finanziario, ma anche psicologico e morale - dice - un matrimonio su due si conclude con la seprazione o il divorsio. E questo ha anche conseguenze economiche importanti: lanecessità di una nuova casa per il coniuge separato, la decurtazione dello stipendio per pagare l'assegno di mantenimento". Con un paradosso che suona strano, nella bocca di un sacerdote: "Il rischio è che anche la separazione diventi sempre più privilegio di pochi. Non sono certo io a osannare il divorzio, ma sottolineo una realtà troppo generalizzata che genera povertà di ogni tipo nelle famiglie". Povertà economica ma anche "problematiche psicologiche nella crescita dei figli e, in ultima analisi, infelicità". Famiglie che si indebitano. "Nel 2007 le richieste di aiuto che ci sono pervenute sono state 731 - dice Alberto Montani, responsabile laico del fondo Antiusura della Curia afidato a monsignor Marco Granara - il 31 per cento più dell'anno precedente. Gli interventi hanno avuto un importo di un milione e 278 mila euro, in prevalenza prestiti bancari che abbiamo garantito, ma anche elargizioni a fondo perduto". C'è un indebitamento contratto razionalmente, come quello per acquistare la casa dove il mutuo è spesso una necessità (57 per cento del totale dei debiti delle famiglie). E ci sono situazioni non volute, come quelle create dai mutui a tasso variabile cresciuti esponenzialmente negli anni. "C'è una forte corresponsabilità del sistema bancario - denuncia Montani - che ha consigliato mutui a tasso variabile quando i tassi di mercato erano ai minimi storici. Risultato: un mutuo contratto qualche anno fa è aumentato del 40 per cento, mettendo in crisi tantissime famiglie. E solo negli ultimi mesi del 2007 le insolvenze sono aumentate del venti per cento...". Bruno Viani 09/03/2008.

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IL SINDACATO di oggi non è più quello di ieri. Meno sanguigno, meno pugnace, meno piaz (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 09-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Di ROBERTO GERVASO IL SINDACATO di oggi non è più quello di ieri. Meno sanguigno, meno pugnace, meno piazzaiolo, non combatte più le battaglie di un tempo, perché i tempi sono cambiati e la globalizzazione ha rimescolato le vecchie carte. I suoi leader si sono adeguati alle nuove regole, in una società sempre più variegata e cosmopolita, senza più ideologie né frontiere. Noi rimpiangiamo Giuseppe Di Vittorio, Luciano Lama, grandi conducatòr scomparsi, e Giorgio Benvenuto, vivo e vegeto, che, passato alla politica, non ha dimenticato il primo amore. Che è stato un vero, un grande amore. Pienamente corrisposto. Il suo debutto sindacale? Mio zio, Silvio Benvenuto, era Segretario generale degli statali della CGIL. Quale corrente? Quella socialista. Nipote d'arte? Nipote d'arte. Quanti anni aveva? Diciassette. Perché non si affiliò alla CGIL? Mio zio me lo sconsigliò. Meglio la UIL. Perché? Perché sindacato laico, riformista, mazziniano. In che anno ne divenne il leader? Nel 1976. Chi la volle? Un'alleanza fra socialdemocratici e socialisti che mise in minoranza i repubblicani. Che aria tirava? Di compromesso storico. I sindacati erano la cinghia di trasmissione dei partiti. C'era uno stretto legame. Quando cominciò ad allentarsi? Negli anni del Centrosinistra e dell'unità sindacale. E quando l'autonomia si accentuò? Dopo il referendum sulla scala mobile del 1985. Oggi? L'influenza dei partiti è meno forte. E sa perché? Perché? Perché i lavoratori s'iscrivono ai sindacati non in base all'appartenenza ideologica, ma alle tutele offerte. Gli anni più difficili dei vostri sindacati? Quelli dell'immediato dopoguerra. Perché? Il Paese doveva essere ricostruito e le condizioni dei lavoratori erano assai precarie (lo slogan era "pane e lavoro"). E gli anni Sessanta, della contestazione giovanile, e i Settanta, quando esplose il terrorismo? Furono anni duri anche quelli. Le conquiste storiche? La settimana corta di quaranta ore, l'eguaglianza uomo-donna, la parità operai-impiegati, il superamento delle discriminazioni per età e territorio, lo statuto dei lavoratori, le riforme del Centrosinistra (pensioni, sanità, scuola), l'ingresso in Europa. Chi vi faceva la guerra? Una parte del mondo imprenditoriale. Perché? Per diffidenza nei confronti del sindacato. Altre opposizioni? Un'esasperata ideologia antagonista e un ingiustificato settarismo in alcuni settori sindacali. Con quali armi questi settori vi contrastavano? Con la propaganda, mostruosa potenza di fuoco del PCI e delle sue organizzazioni collaterali. Come sbarcavate il lunario? Con molti sacrifici, grande tensione ideale, forte senso di appartenenza. Quando vi siete consolidati? Con lo statuto dei lavoratori, i contratti di lavoro, i servizi. E oggi? I sindacati sono molto presenti sul territorio, sui posti di lavoro, nelle categorie. Vi pesava l'egemonia della CGIL? Molto. Ne avevate il complesso? No: non avevamo complessi. E sa perché? Perché? Perché nel sindacato contano i numeri. E le idee? Non ne parliamo. Contano, eccome. L'unità sindacale ridusse i rischi di egemonia? Sì. Quando lasciò il timone della UIL? Nel 1992. Perché? Ero Segretario generale da sedici anni: s'imponeva un avvicendamento. E poi mi era stato proposto di entrare nelle istituzioni. In quali istituzioni? In quelle politiche, economiche e finanziarie. Cosa fece? Divenni Segretario generale al vertice del Ministero delle Finanze. Com'è cambiato il sindacato da quando lei non fai più il sindacalista? Oggi è economicamente più forte. Radicato nel territorio, offre eccellenti servizi. E politicamente? È più debole. Perché? La globalizzazione ha reso i lavoratori più vulnerabili. Il sindacato attuale è sulla difensiva. Quanto i partiti della sinistra condizionano oggi il sindacato? Molto meno che in passato. Perché? Il sindacato ha più autonomia, ma non c'è più il senso di appartenenza di un tempo. E come si manifestava questo senso di appartenenza? I comunisti e i socialisti nella CGIL; i cattolici nella CISL; i socialisti, i repubblicani, i socialdemocratici e gli altri laici nella UIL. La piazza fa ancora paura al "Palazzo"? No. E cosa fa paura al "Palazzo"? Le proteste selvagge (gli autotrasporti, le quote-latte, i picchetti contro le discariche, quelli contro la realizzazione delle infrastrutture ferroviarie e autostradali). Quali battaglie i moderni sindacati dovrebbero combattere? Con la globalizzazione il mercato non ha più regole. È una giungla che penalizza i più deboli. Chi sono? I poveri, i pensionati, i percettori di redditi fissi. Penso anche al drammatico deteriorarsi della sanità, della scuola, della ricerca. Il sindacato cosa dovrebbe fare? Rivedere i modelli contrattuali e, soprattutto, guardare di più all'Europa e al mondo. Internazionalizzarsi. Sì, per sfidare il dumping sociale e controllare una finanza sempre più spregiudicata e selvaggia . Quali grandi occasioni i sindacati hanno perduto? La stagione migliore per le riforme era quella del Centrosinistra, negli anni Sessanta. Cosa avrebbero dovuto fare allora i sindacati? Superare la concezione antagonista del sindacato, elaborando proposte di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'economia. Risultato? In Europa siamo stati sopravanzati dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna. Negli anni '80 c'è stata la "marcia dei quarantamila". Un campanello d'allarme. Quegli anni sono stati caratterizzati anche dallo scontro fratricida sulla scala mobile e dal boom della spesa pubblica, incombente la globalizzazione. A che età un lavoratore dovrebbe andar in pensione? L'età pensionabile va aumentata, tenendo conto dei lavori usuranti. Ma c'è un altro problema. Che problema? Garantire l'invarianza reale della pensione rispetto all'aumento del costo della vita. Cioè? Le pensioni liquidate dieci anni fa hanno perso il trenta per cento del potere di acquisto. E la durata media della vita è aumentata. L'articolo 18 è un tabù? Il sindacato e il mondo imprenditoriale non devono avere tabù né idola tribus. E allora? La discussione sull'articolo 18 va inquadrata in una riorganizzazione del rapporto di lavoro. Ho un sogno. Quale sogno? Che in Italia, come in altri Paesi, un lavoratore, con capacità e professionalità, possa "licenziare" il proprio datore di lavoro. La legge Biagi è moderna o padronale? La legge Biagi va integrata e completata per riunificare il mercato del lavoro e per evitare un sistema a due velocità: una per i lavoratori anziani, un'altra per i giovani. Ma ci sono ancora i padroni? No. Quelli raffigurati da Scalarini non esistono più. Il lavoro autonomo è aumentato? Sì: per qualità e quantità. Quindi? Bisogna porsi il problema di superare antiquati antagonismi e riunificare il lavoro. Più che uno Statuto dei "lavoratori", dovremmo parlare di uno Statuto dei "lavori". Come estirpare il precariato? Con la formazione e il miglioramento della didattica, con una politica fiscale intelligente che premia chi rischia, chi investe, chi fa della buona occupazione. Non solo. Che altro? Ci vogliono forti riduzioni di tasse e contributi sul lavoro. Chi ha ridotto l'Italia in queste condizioni? L'inadeguatezza della politica che, dopo la caduta del Muro di Berlino, è rimasta prigioniera di vecchi schemi. Solo questo? No. Anche la pigrizia delle organizzazioni sociali. Ma, ogni tanto, c'è un barlume di luce, come all'epoca del Governo Ciampi. I meriti di quell'esecutivo? Realizzò la politica dei redditi e introdusse la moneta unica. Chi potrebbe salvare la baracca? C'è una sproporzione fra la domanda del Paese e il mondo politico. Cioè? Troppa immagine, troppa disinvoltura e pressappochismo, si fanno troppe promesse. Insomma, non c'è sostanza. Ricorda le parole di Churchill nel 1940, sotto le bombe tedesche? Promise al suo popolo "sudore, lacrime, sangue". E vinse la guerra. I nostri politici? Promettono mari e monti. Con quali risultati? Per salvare l'Italia, perdiamo la guerra. Il più grande sindacalista del Novecento? Bruno Buozzi. Perché? Fu un grande riformista. Cambiò il nome della CGL prefascista in CGIL. La ragione? "I" significava italiana. Con che animo ricorda il passato di sindacalista? Con affetto e gratitudine. Deve molto al sindacato? Moltissimo.

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