HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro Novelli
www.mauronovelli.it
|
DOSSIER “LAICI & CHIERICI” |
|
TARTICOLI DEL 6-20 dicembre
2008 #TOP
·
Articoli
Laici e chierici (166)
Sono venticinque le Natività create dalle scuole in S.
Paolo ( da "Stampa, La"
del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: l'attuale Bèla Majin (Sabrina) e tante ex (Linda e Simona con le già citate Betty ed Isa). Bello l'allestimento floreale della Viaro di Lignana. Il parroco di San Paolo, don Osvaldo Carlino, ha invitato a «contemplare» i presepi, monsignor Bodo si è detto felice perché l'iniziativa è partita dal mondo laico.
seimila
istituti e quarantamila prof la galassia dell'istruzione cattolica - salvo
intravaia ( da "Repubblica, La"
del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: E le scuole cattoliche? Secondo una statistica dello stesso ministero, oltre metà delle 13 mila scuole paritarie che operano nel nostro territorio sono gestite da enti religiosi. La quota gestita da laici è pari ad un terzo del totale. Ma è nel settore dell´ex scuola materna (ora dell´infanzia) che la Chiesa può fare la voce grossa.
<Scelta
da bocciare ma il vento è questo>
( da "Corriere
della Sera" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: nel Paese in cui Ataturk volle un ordinamento laico, ha vinto le elezioni un partito islamico e soffia un vento religioso che, secondo il leader repubblicano, non è poi «molto diverso da quello che spira in tutto il mondo. Compresa l'Italia». In Finanziaria erano stati tagliati 130 milioni di euro di finanziamenti alle scuole paritarie.
Chiesa
e laici confusi sui gay ( da "Corriere della Sera"
del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: sotto il cielo del laicismo, la confusione è altrettanta. C'è chi non si accontenta del lascito «storico» della straordinaria rivoluzione cristiana — la Persona come fine e non come mezzo; la sua intangibilità — a fondamento del liberalismo e delle libertà dell'Individuo garantite dalla Legge.
Langone
alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Legionari di Cristo
( da "Foglio,
Il" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: legame tra liturgia e serena e gioiosa mondanità – chiesa e osteria – è sempre stato considerato tipicamente cattolico e lo è per davvero”. Oggi non mi sembra ci sia nulla di più felicemente cattolico romano dei Legionari di Cristo. (7. continua) di Camillo Langone
Le
beatitudini kantiane del professor Camillo Ruini
( da "Foglio,
Il" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: o almeno di comportarsi da cristiani, rimane una scelta libera, ma proprio per questo è necessaria e urgente quella sincera e crescente collaborazione tra cattolici e laici che Benedetto XVI ha più volte auspicato e di cui questo libro, insieme alla lettera del Papa, è un ottimo esempio. di Camillo Ruini
In
mostra foto e ricordi della vita parrocchiale
( da "Stampa,
La" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: CON L'AZIONE CATTOLICA In mostra foto e ricordi della vita parrocchiale E' particolare la mostra che si inaugura alle 15,30 nei locali della parrocchia S. Giovanni Evangelista, al Cristo, sul laicato organizzato per leggere insieme pagine di storia e cronaca di avvenimenti e feste.
sinagoghe,
templi e monasteri una realtà la città delle mille fedi - zita dazzi
( da "Repubblica,
La" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Chiese cattoliche a parte, la rete del centinaio circa di luoghi di culto delle grandi religioni disegna una trama sottile che interseca le traiettorie della Milano laica. è una città poco nota, quella delle moschee e delle sinagoghe, dei monasteri buddisti e dei tempi protestanti, delle chiese dove il cristianesimo viene declinato secondo mille diverse sfumature,
-
siegmund ginzberg ( da "Repubblica, La"
del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: mentre i Vermeer veri che si conoscono sono quasi tutti di argomento profano, "laico", borghese. è vero che Vermeer dipinse anche una Allegoria della fede, e che c´è chi lo ha portato a testimonianza di una sua segreta conversione dal protestantesimo al cattolicesimo (nell´Olanda di allora non c´erano destra e sinistra, c´erano solo protestanti e cattolici in guerra).
"la
mia castità umiliata dai pm"
( da "Repubblica,
La" del 08-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: contestato sabato al Csm dal consigliere laico del Pdl Michele Saponara al procuratore di Salerno, Luigi Apicella - è contenuto in un interrogatorio come persona informata sui fatti dello stesso Luerti reso al pm di Salerno, Gabriella Nuzzi. Il magistrato milanese era interrogato dal pm per i suoi contatti con il principale indagato di why not,
il
declino dei laici dal dopoguerra in poi - nello ajello
( da "Repubblica,
La" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Cultura Un saggio di Massimo Teodori e un´antologia curata da Michele Ciliberto IL DECLINO DEI LAICI DAL DOPOGUERRA IN POI Sugli integralismi confessionali è uscito anche "Contro l´aldilà" di Franco Crespi NELLO AJELLO Dove sono, nella politica e nella società italiana, i liberali, quelli veri, cioè in pari tempo antifascisti e anticomunisti?
Cinque
divorzi al giorno. Crollano i matrimoni
( da "Corriere
della Sera" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: 400) sono ormai quasi il doppio di quelli cattolici (1.559). Il confronto con il 2000, quando in Chiesa convolavano 2.781 coppie e in municipio solo 2.349, qui si fa impressionante. Milano città laica, edonista, individualista? «Ma no, Milano in questa cosa dei matrimoni non fa caso a sé.
Quei
governi ombra di Damasco e Islamabad
( da "Corriere
della Sera" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: il «laicismo » ufficiale è una maschera (come lo era per il partito Baath in Iraq) per l'appoggio concesso dallo Stato a gruppi criminali teocratici e transfrontalieri come Lashkar e Hezbollah. In entrambi i casi, una quantità sconosciuta di armi nucleari è a disposizione della repubblica ufficiale (delle banane),
la
sfida di pannunzio - pietro soldi
( da "Repubblica,
La" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: tra moderatismo cattolico incline alle pratiche clientelari e di sottogoverno e opposizione comunista del "tanto peggio tanto meglio", tatticismo esiziale per lo Stato democratico. Appoggiano Ugo La Malfa nello sforzo dispiegato per affermare nuovi equilibri politici con il governo di centrosinistra e promuovono, si può dire con metodo salveminiano,
CHIESA
CATTOLICA E MOSCHEE LA POSIZIONE DELLA LEGA
( da "Corriere
della Sera" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Ma non è liberale se pretende professioni di fede laica o, peggio, se chiede agli stranieri ciò che non chiede ai suoi cittadini e a se stesso. L'onorevole Cota crede davvero che l'Italia concordataria sia un Paese laico e che il finanziamento delle scuole cattoliche risponda ai principi della Costituzione italiana?
Langone
alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Opus Dei
( da "Foglio,
Il" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: i Legionari laici). Le differenze comunque ci sono, l?Opus appare più maschile e con una minore propensione alla goliardia. Gente molto seria, abbastanza di destra, parecchio papista, piuttosto colta, che non si limita a leggere il “Cammino” del fondatore Escrivà ma studia la Bibbia, le vite dei santi e perfino il cardinale Siri (
Forum
sulle terza età con il ministro Brunetta
( da "Stampa,
La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: con Michele Colasanto della Cattolica di Milano e di «Qualità del lavoro dei senior e dinamiche salariali» con Guglielmo Weber dell'Università di Padova. Alle 16,45 dibattito su «Sistemi di welfare e politiche del lavoro» con Enrico Letta. Domani contributi dei senatori Francesco Casoli, Nicola Rossi e Tiziano Treu e del deputato Bruno Tabacci.
il
pd si spacca sullo sciopero il dibattito corre su facebook - paolo griseri
( da "Repubblica,
La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Certo, un partito laico non si formalizza se metà dei suoi iscritti scende in piazza e l´altra metà se ne rimane a casa. Ma, ecco, non è un bel vedere. Il segretario regionale del Pd, Gianfranco Morgando, premette: «Io sono un pensionato e sono iscritto alla Cisl.
la
madonna laica di erri de luca alla galleria toledo - giulio baffi a pagina xvi
( da "Repubblica,
La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Pagina III - Napoli Spettacoli La madonna laica di Erri De Luca alla Galleria Toledo GIULIO BAFFI A PAGINA XVI SEGUE A PAGINA XVI
FOGLIETTONE
( da "Unita,
L'" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Alcuni nostri iscritti sono cattolici e vivono un doppio rifiuto: lo Stato non li riconosce e la Chiesa non li capisce». L'idea della veglia non è partita da don Nildo, che però ha deciso di ospitarla, ma dal movimento «Noi siamo Chiesa». Gruppo cattolico a tutti gli effetti, ma di rottura con la linea intransigente delle gerarchie,
Marcello
Pera e il Cristianesimo ( da "Corriere della Sera"
del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: REDAZIONALE LIBRO Marcello Pera e il Cristianesimo Tra tante guerre di religione, ha senso esibire conversioni al cristianesimo o rivolgersi ad esso per giustificare i diritti? Marcello Pera rivendica la sua posizione laica e liberale nel libro «Perché dobbiamo dirci cristiani» che presenta alla Cattolica. Largo Gemelli 2, Aula Magna, h. 16.30
La
Chiesa e i tradimenti da perdonare
( da "Corriere
della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: REDAZIONALE Il caso La lettera pastorale di Bagnasco fa discutere cattolici e laici La Chiesa e i tradimenti da perdonare MILANO — Siete stati traditi? Perdonate. Lo sostiene il cardinale di Genova e presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che in nome dell'unità familiare rispolvera la collaudata virtù della pazienza.
Il
<re di Teheran> cresciuto all'ombra di Ahmadinejad
( da "Corriere
della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: ma dei laici: alla presidenza del Parlamento, al ministero della Cultura e della Guida Islamica, al ministero della Giustizia. Dopo che un ministro di Ahmadinejad aveva parlato di amicizia con il «popolo israeliano» ed era stato rimproverato dagli ayatollah, un consigliere del presidente ne ha preso le difese.
Relativismo,
una maschera del nulla ( da "Corriere della Sera"
del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: inteso a sfatare da posizioni laiche la fallace identificazione del relativismo col pluralismo e con la libertà, è costituito dal volume Verità relativismo relatività (ed. Quodlibet), curato da Tito Perlini, autore dell'affascinante saggio che lo apre. Interprete e seguace del marxismo critico della Scuola di Francoforte, sulla quale ha scritto pagine fondamentali,
La
nuova Curia potrà accogliere cinquemila persone
( da "Tempo,
Il" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Qui troveranno sede infatti tutti gli organismi e le associazioni che ruotano attorno alla Chiesa Pontina: Azione Cattolica, scout, Focolari, Neocatecumenali, Rinnovamento dello Spirito, Comunione e Liberazione, Cursillos di cristianità, Unitalsi. Resterà in funzione la vecchia Curia con la Scuola di teologia Paolo VI, gli uffici amministrativi e la residenza del Vescovo.
Se
la Chiesa perdona il tradimento ( da "Corriere della Sera"
del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: firma del quotidiano cattolico Avvenire. E su questo concorda da sponda laica la grecista Eva Cantarella: «Non mi fa impressione, non mi pare neppure un'apertura vera, mi pare piuttosto che la Chiesa cerchi di salvare il salvabile». Anche se non si tratta di una rivoluzione, è certo però che la tradizionale politica dell'indulgenza cattolica veniva perlopiù esercitata a posteriori,
Langone
alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Rinnovamento nello
Spirito Santo ( da "Foglio, Il"
del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: 12 dicembre 2008 Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Rinnovamento nello Spirito Santo Rinnovamento nello spirito santo. Faggioli nella “Breve storia dei movimenti cattolici” se la prende con i protagonisti del suo lavoro perché li considera tutti quanti di destra. Ma con chi parlato?
Un
ulivista cattolico di rango ai capi del Pd in lotta: ma andate un po' a farvi
fottere! ( da "Foglio, Il"
del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: 12 dicembre 2008 Un ulivista cattolico di rango ai capi del Pd in lotta: ma andate un po' a farvi fottere! Al direttore - Ha ragione Francesco Cundari: nel Pd, primarie indietro tutta. Ricordate la disputa teorica e il braccio di ferro pratico, in sede di elaborazione dello statuto Pd, tra partito leggero e partito strutturato, tra primarie e congressi,
Bologna
sceglie il dopo Cofferati Quattro in lizza alle primarie Pd
( da "Unita,
L'" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: officiante laico di oltre diecimila matrimoni in Comune. Il candidato, quest'ultimo, con più fair play. Il suo slogan è «Vota chi vuoi ma vota». E da tifoso del Bologna, molto popolare in città, dice di voler portare alle urne gente distante dalla politica: «C'è tutto un mondo che esiste fuori dalle nostre sezioni.
A
Fossano Fiat sceglie i Salesiani ( da "Stampa, La"
del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: il salesiano don Graziano Ceschia (che dirige la casa salesiana) e il laico Lucio Reghellin alle redini del centro professionale. [FIRMA]WALTER LAMBERTI FOSSANO Formare non solo tecnici preparati che sappiano lavorare in un mondo dove la tecnologia è in continua evoluzione, ma anche persone, uomini e donne, maturi e responsabili.
L'effetto
Shanghai ( da "Stampa, La"
del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: effetto Shanghai Massimo Gramellini Mi accingevo a benedire laicamente la lettera pastorale con cui il cardinal Bagnasco invita i fedeli a perdonare i tradimenti occasionali del coniuge, mere emozioni che nulla hanno a che spartire con il respiro lungo dell'amore, quando mi è tornato alla mente il romanzo in cui Carlo Fruttero parla dell'effetto Shanghai.
"Rendiamo
più felici gli anziani con lavoro e formazione continua"
( da "Stampa,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: docente di sociologia dell'Università Cattolica di Milano - e solo il 33% ha più di 55 anni. Si formano i lavoratori che hanno un titolo di studio più alto, mentre si escludono quelli con livelli d'istruzione più bassi». Non è per mancanza di fondi: «I soldi ci sono - prosegue Colasanto -, ma vengono usati per la previdenza.
L'INTIFADA
delle colone ( da "Manifesto, Il"
del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: che non riconosce le istituzioni dello stato laico di Israele) diede vita al Sionismo religioso. Incarnare ma anche aggiornare il pensiero del «maestro» alla luce degli sviluppi di questi ultimi anni. Kook vide nel sionismo laico del laburista David Ben Gurion il tassello di un processo metafisico superiore, volto a garantire la «salvazione» del popolo ebraico e l'
River
to River , il sogno indiano finisce a Mumbay
( da "Manifesto,
Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: rito laico inframmezzato da pause per il tè. Il sogno indiano metropolitano non termina all'alba e seduce imperterrito un esercito di diseredati. Che il cinema (r)accoglie e sfrutta. Bombay significa Bollywood, ipermondo di celluloide, sfiorato pure dalla crisi (produzione scesa sotto gli abituali 600 titoli l'anno) ma sempre perno delle regole del gioco.
Il
Vaticano e gli embrioni: hanno dignità di persone
( da "Corriere
della Sera" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: L'embrione umano non è una muffa, come pure è stato sostenuto, ma «ha fin dall'inizio la dignità propria della persona». è la prima volta che lo afferma un documento dottrinario della Chiesa Cattolica, l'Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede «Dignitas personae», pubblicata ieri.
Gesù
e Pilato, la ragione inutile baluardo
( da "Corriere
della Sera" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: ed è un racconto laico che punta sulla ragione come arma e come (inutile) baluardo cui aggrapparsi, scritto in forma di romanzo da Eric-Emmanuel Schmitt, autore di un altro bel testo di una certa religiosità, «Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano». Nella prima parte è Gesù (un Mauri vero, con emozione e gioia nella voce,
Il
Vaticano sull'embrione Ha dignità di persona
( da "Tempo,
Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: pone interrogativi anche ai laici e i tempi potrebbero essere maturi per uno «sforzo comune» di credenti e non credenti sulla bioetica. Così è nata la Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede «Dignitas personae», pubblicata ieri. «L'embrione umano ha fin dall'inizio la dignità propria della persona», afferma dunque l'Istruzione,
Le
adozioni sono meglio delle provette
( da "Tempo,
Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: docente di bioetica alla Cattolica, rispetto al no alla fecondazione assistita omologa hanno invece ribadito la liceità per la morale cattolica di una tecnica di prelievo dello sperma praticata dalla seconda metà degli anni Ottanta in strutture cattoliche: una specie di preservativo bucato, «non un profilattico, perchè è di diverso materiale - ha specificato Di Pietro -
"vi
regalerò il concerto che il g8 ha cancellato" - donatella alfonso
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: E´ un po´ dura, ma in un certo senso lui è sempre sul palco quando si suona, è quasi una divinità laica». Non è un caso che proprio quella sera, a cavallo tra due anni, si apra la grande mostra su Faber. In questa Genova che, dice Lorenzo Cherubini, è sicuramente una repubblica musicale.
zen
insieme compie vent'anni "abbiamo vinto una scommessa" - claudia
brunetto ( da "Repubblica, La"
del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: associazione iniziavano il loro apostolato laico «entrando fisicamente - ricorda la Salatiello - in un luogo inaccessibile, considerato una città dentro la città con le sue regole inviolabili». I locali furono ristrutturati nel giro di poco tempo da alcuni giovani del quartiere. Così ieri, giorno dell´anniversario dedicato alla memoria di Candida Di Vita,
"l'embrione
ha dignità di uomo" bioetica, ecco tutti i no del vaticano - marco politi
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: dell´Università cattolica, che questo è il sistema in uso al Gemelli. Chiudono il documento i divieti delle ricerche scientifiche nel campo della clonazione, degli ibridi, delle cellule staminali embrionali. Gli scienziati cattolici sono invitati a non utilizzare «materiale illecito», ottenuto magari dall´estero.
preti,
anticlericali e prostitute uniti in piazza contro la carfagna - (segue dalla
prima pagina) filippo ceccarelli ( da "Repubblica, La"
del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: I laici dell´Arci e i cattolici del Coordinamento nazionale Comunità d´accoglienza (Cnca), il Circolo Mario Mieli e il Gruppo Abele, le allegre prostitute dei gruppi dell´«incontrismo» digitale e la rivista di sinistra no global Carta, le strutture del volontariato con le loro unità di strada motorizzate e alcune fantasmagoriche comunità d´
balzac
- marc fumaroli ( da "Repubblica, La"
del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: dove il mecenatismo regale e laico si sostituisce a quello del clero, prima di cedere il posto al mercato borghese, l´arte pittorica, disancorata fin dal Rinascimento dalla funzione devozionale e liturgica in cui l´aveva tenuta la Chiesa romana, non è ormai più che una versione virile e cerebrale della prostituzione delle donne e di quella mercantile.
le
memorie dc e i sogni svaniti - salvatore falzone
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Il cattolico si trova tra Scilla e Cariddi: tra il rischio di una fraintesa laicità che si esaspera in laicismo e il pericolo del clericalismo. Che non è meno negativo del laicismo. Non si deve politicizzare la fede». Di qui la dialettica tra fede, clericalismo e laicità: «la politica non è tutto, cioè non è l´altare su cui immolare ogni altro valore,
"Il
ministero lavora in silenzio ma le due suore stanno bene"
( da "Stampa,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: religiosi e laici, che hanno lasciato la loro vita per portare nel mondo i valori dello sviluppo, della mansuetudine, della fratellanza». E ancora: «Conosco la comunità di don Gasparino, a cui appartengono le due suore, perchè come studente dei Salesiani di Bra ho partecipato ai tradizionali raduni di preghiera del primo sabato del mese alla Città dei ragazzi.
I
cattolici dell'Albania festeggiano il Natale
( da "Stampa,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: OGGI I cattolici dell'Albania festeggiano il Natale Oggi, alle 15, al santuario della Consolata a Saluzzo, è in programma il Natale della comunità cattolica dell'Albania. La messa sarà celebrata in albanese da don Pasquale. Seguirà un momento di festa nel salone del Seminario Sant'Agostino.
Shoah,
anche in Italia un grande museo ( da "Corriere della Sera"
del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: straordinaria preghiera ebraica entrata nella tradizione cattolica), ma anche dalle contrapposizioni ideologiche, sino alla discussione su Pio XII. Ci trasciniamo dietro una serie di errori che vanno corretti. Si dice: gli ebrei sono sempre stati perseguitati. Un luogo comune che cela una grande insidia: come a dire, qualcosa di male avranno fatto per meritarlo.
C'è
anche la moschea nell'ospedale targato Lega
( da "Corriere
della Sera" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: accanto alla cappella cattolica ci sarà anche una sala di meditazione dove i fedeli di qualsiasi religione, a partire dagli islamici, potranno accedere per la preghiera e le celebrazioni dei riti sacri. Il progetto è già stato approvato dal direttore generale dell'azienda ospedaliera, Andrea Mentasti, manager in quota alla Lega Nord.
Giusto,
il gentil sesso vive più degli uomini
( da "Tempo,
Il" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: università Cattolica di Roma anche se il suo, ovviamente, non è un punto di vista politico. «è letteralmente un non senso biologico quello di far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65 - spiega -. I dati scientifici danno ragione a Brunetta». Basando le sue tesi su pure ragioni mediche, Barnabei ricorda che fino a 70 anni gli italiani godono di buona salute:
Simonelli
racconta il cinema sotto l'albero
( da "Stampa,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: la segnalazione verrà inserita col nome di chi ne è stato l'artefice. La serata, che accompagnerà nell'universo natalizio con la proiezione di spezzoni tratti dai film che il libro analizza, oltre a Simonelli vedrà la presenza di GianCarlo Andenna, dell'Università La Cattolica, Roberto Cicala, responsabile per le edizioni Interlinea, Enrico DeMaria, giornalista de La Stampa,
dominioni:
"è ora di rivedere le regole ma vanno ascoltati tutti i protagonisti"
- giuseppe d'avanzo ( da "Repubblica, La"
del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: ingresso di consiglieri laici nel Csm proprio per evitare che la magistratura si facesse corpo separato». Perché la presenza dei consiglieri laici le appare oggi insufficiente? «Nessuno poteva prevedere che la maggioranza togata si cristallizzasse in una formazione di potere attraverso "correnti", che controllano oggi il Consiglio».
cattolica,
sesso e test d'ammissione nessuna accusa per il funzionario
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: università Cattolica. Nei giorni scorsi, è stata attribuita erroneamente la notizia che presunti favori sessuali sarebbero stati richiesti dal funzionario della Cattolica, Antonio Pongetti. «La semplice lettura dell´ordinanza - precisa ancora l´avvocato Gaetano Scalise - dimostra come nessun addebito viene infatti mosso al mio assistito in relazione a presunti "
la
chiesa e il degrado - girolamo imbruglia
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: la scoperta della laicità. Le religioni che non distinguono queste sfere si condannano alla superstizione nella vita religiosa, e alla violenza nella vita sociale. La Chiesa cattolica, che ha nei secoli combattuto la tolleranza e la libertà di pensiero, ora si vuole ergere a giudice di una condizione civile in larga parte frutto di questo magistero.
ecco
"per palermo" nuova associazione per scrivere il futuro - mimma lo
martire ( da "Repubblica, La"
del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: proveniente da ogni parte della città e che svolge attività diverse: dall´avvocato, al noto cabarettista (come Gianni Nanfa), all´insegnante. In poco tempo ha raccolto le adesioni di decine di cittadini palermitani, scontenti di come vanno le cose. Il movimento non ha una connotazione politica, e si descrive come «non fortemente cattolico» ma «non solamente laico».
la
rivista dei ribelli che accusò la mafia - tano gullo
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: si chiedono soldi allo Stato per le scuole cattoliche. Una chiesa lontana da quella del mite don Pino Puglisi che rifiutava ogni sovvenzione. "Chi ha la bocca piena non può parlare", diceva. L´aspetto desolante di questo nuovo corso è costituito dai laici che fanno a gara per compiacere il Vaticano».
l'incontro
- silvana mazzocchi ( da "Repubblica, La"
del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: disincantata introduzione per una chiusa laica e intelligente: «Nessuno lo sa, francamente. Dovremo aspettare il cimitero, virgola, temo». Ma come mai l´ex direttore di Urania, l´uomo divenuto scrittore grazie a un´adolescenza passata a leggere e a una giovinezza immolata a tradurre, l´autore con Lucentini di una ventina di libri dalle molte e fortunate edizioni,
Il
concepimento dei diritti umani ( da "Foglio, Il"
del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
ad andare
meno bene del previsto, è stata la traduzione nella realtà delle enunciazioni
del
Un
taccuino, una Vespa e un Vangelo. La conversione di un libertino
( da "Foglio,
Il" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: gli studi con Bobbio nel tempio laico dell?Università di Torino. Ma soprattutto la sua conversione. Lui che era votato a dar la caccia alle gonnelle, voleva fare il giornalista e al solo sentir parlare di sacrestia o Dc pensava all?alito cattivo e ai calzini corti. La svolta avvenne quando trovò una vecchia copia del Vangelo e lo divorò assetato di risposte.
Sex
worker contro Carfagna ( da "Manifesto, Il"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: iniziativa da numerose associazioni gay e trans, ma anche dal volontariato laico e cattolico. «Quella della Carfagna è una legge criminogena, perché anziché diminuire i processi di criminalizzazione rischia di crearne di nuovi», spiega Pia Covre, storica fondatrice, insieme a Carla Corso, del Comitato per i diritti delle prostitute.
Pd,
tutti pazzi per il centro ( da "Manifesto, Il"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: interminabile mediazione interna su questioni che sono fondative della loro laicità. Parte della paralisi operativa di questo partito nasce anche da qui. Ma non è tutto. L'unità organica con i cattolici costringe gli ex Democratici di sinistra, anche per le ragioni dette, a uno spostamento al «centro», cioè verso posizioni moderate dell'asse programmatico del Partito democratico.
Troppo
indipendenti i gruppi fai da te ( da "Manifesto, Il"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: addirittura ai musulmani di partecipare agli spazi cattolici, mentre altri li vorrebbero relegati in spazi circoscritti e ben delimitati. Un dibattito destinato a crescere e allargarsi, sia per l'aumento dei musulmani immigrati nel nostro paese, con tutti i rischi - e i vantaggi - legati all'immigrazione, sia per la coscienza sempre più diffusa della globalità e multiculturalità.
Dio
e Cesare, separati ma non troppo ( da "Stampa, La"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: mondo laico, ma anche dare adito a critiche e riserve per il modo in cui trovano applicazione nella società. Molti riconoscono la grande funzione sociale e spirituale svolta dalla Chiesa cattolica in Italia e il suo impegno per il bene comune; ma in parallelo si chiedono se davvero in Italia vi sia quella situazione di piena distinzione tra Dio e Cesare evocata dal pensiero del Papa.
L'ONDA
NERO-PORPORA ( da "Unita, L'"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Stato e per
la Chiesa della separazione Stato-Chiesa? Cioè della laicità delle nostre
istituzioni? Non si tratta di tornare al vetero-anticlericalismo ottocentesco.
Basta ricordare quel che scrisse nel
La
Lucianina furiosa ( da "Corriere della Sera"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: L'Italia laica aspetta con ansia il suo «sermone » della domenica sera a «Che tempo che fa». «Da Fazio ho trovato un ambiente ideale, Fabio è un amico e mi lascia fare. Non ha mai idea di cosa dirò in trasmissione, lui si fida e io preferisco sorprenderlo».
<Vita
disponibile>: cattolici divisi
( da "Corriere
della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: interruzione delle cure nei casi Welby ed Englaro da parte di un esponente dell'«establishment del sapere cattolico». Sulla questione vi era stato un confronto aspro lo scorso ottobre tra l'arcivescovo Giuseppe Betori: «La vita non è nella disponibilità del soggetto», e la filosofa cattolica Roberta de Monticelli che negava la validità di quell'affermazione.
Severino:
non posso dirmi cristiano ( da "Corriere della Sera"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: giacché non si contano più gli incontri con esponenti della gerarchia cattolica: Rino Fisichella, Piero Coda, Gianfranco Ravasi, inviti alla Gregoriana e alla Lateranense. è in programma a marzo, tra l'altro, un dibattito con il cardinal Angelo Scola: si terrà a Padova per iniziativa del rettore dell'Università.
Nadeem
Aslam: il mio Afghanistan è senza aquiloni
( da "Corriere
della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: laico, nato in Pakistan e cresciuto nel Nord dell'Inghilterra, del quale sappiamo che ha molto viaggiato in questa discarica della modernità che è anche la tomba di una cultura antichissima. Il suo romanzo ruota intorno a una grande casa ai piedi delle montagne di Tora Bora dove antichi affreschi persiani sono stati coperti col fango e una fabbrica di profumo giace abbandonata in
Il
parere del geriatra ( da "Tempo, Il"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: università Cattolica di Roma anche se il suo, ovviamente, non è un punto di vista politico. «è letteralmente un non senso biologico quello di far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65 - spiega -. I dati scientifici danno ragione a Brunetta». Basando le sue tesi su pure ragioni mediche, Barnabei ricorda che fino a 70 anni gli italiani godono di buona salute:
ma
la chiesa non è una città sotto assedio - pietro citati
( da "Repubblica,
La" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: o vorrei essere o lo sono per alcune ore del giorno) un cristiano e un cattolico, ne parlo poco volentieri. Nel mondo, esiste una cosa indicibile che si chiama la grazia: l´unica cosa che importa in una religione, assai più della fede e delle opere. La grazia è una luce, un barlume, che talvolta ci visita (non sappiamo perché né quando), e dà un tocco alla nostra vita.
ma
la chiesa non è sotto assedio - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: i laici cattivi; e dunque bisogna alzare muri, muretti, scavare fossati, puntare cannoni o piccoli fucili, alzare il dito, proclamare principi ed assiomi. Non voglio negare che i cosiddetti laici ? specie quelli che scrivono libri e articoli ? dicano stolidità religiose, che avrebbero fatto impallidire il più umile fedele del tredicesimo secolo.
Questo
articolo è una svolta radicale ( da "Foglio, Il"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: cattolici “martiniani” da una parte e cattolici o laici “ratzingeriani” dall?altra. Da oggi diventa un conflitto culturale interno all?establishment del sapere cattolico al quale il professor Possenti appartiene. Una prima avvisaglia era arrivata con la decisione dei vescovi italiani di stimolare il legislatore italiano a produrre norme di legge sulla fase
Vita,
disporne liberamente ( da "Foglio, Il"
del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: in genere diffusa tra la cultura laica e liberale, l?altra sembra oggi prevalente nella cultura cattolica e cerca ultimamente di imporsi come indiscutibile attraverso una martellante ripetitività. Su questi temi rifiuto il termine ?testamento biologico?, infelice tanto dal lato del sostantivo poiché la vita non è un bene patrimoniale cui solo si applica il concetto di testamento,
La
ritirata non strategica sulla vita finirà male. Molto male
( da "Foglio,
Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Dove nasce la zona grigia della ritirata cattolica sui temi della vita Ormai la ritirata è dispiegata. E non ha nulla di strategico. Un anno fa, tirando le conseguenze di una robusta stagione di battaglie culturali in cui laici e cattolici si erano uniti, abbiamo detto: se la vita è sacra, e solennemente si decreta una moratoria per la pena di morte,
Dio
e la scienza astrofisici a confronto
( da "Stampa,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: necessità di avviare un confronto civile che superi i risorgenti steccati tra laici e credenti e le tentazioni fondamentaliste di segno opposto intorno a questioni cruciali come le origini dell'universo e l'evoluzione della vita sulla terra. Scrive l'autore: «Può uno scienziato credere nell'Assoluto, in qualche forma di trascendenza o di verità rivelata senza abdicare alla sua funzione?
Dio
ci scampi dal sacro Musicarello ( da "Unita, L'"
del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: musicale e in vari scritti si era scagliato contro la commercializzazione della musica con un furore degno della cacciata dei mercanti dal tempio. Ma di fronte all'anteprima di questo musicarello mariano di dubbia qualità nella sala delle udienze papali, sorge il dubbio che giunto il momento di "governare" anche sua santità abbia scelto la linea assai laica del "Panem et circenses".
TEMI
ETICI: LIBERA SCELTA IN LIBERA FEDE
( da "Unita,
L'" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: viene messa in discussione la fallace contrapposizione non solo tra laici e cattolici, ma anche quella tra cattolici progressisti e cattolici conservatori e tra cristiani "adulti" e cristiani "ubbidienti". La pluralità delle opzioni è assai più ampia e mobile di queste ripartizioni tradizionali. E ciò, in ultima istanza, ha una implicazione anche sul piano più strettamente politico.
Parole
ILLUSTRATE ( da "Manifesto, Il"
del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: con spirito impavidamente laico. I bambini si meritano libri così, peccato che siano pochi gli adulti capaci di rendersene conto. Tra questi ultimi c'è, per fortuna, anche Stefano Benni, autore di un racconto intitolato Miss Galassia (Orecchio Acerbo, euro 13,50) che la giovane catalana Luci Gutierrez ha illustrato nel migliore dei modi possibili.
<Corpo>:
la rivista araba che spezza gli ultimi tabù
( da "Corriere
della Sera" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: giornalista libanese cattolica «Era una giornata di primavera che improvvisamente divenne molto più calda. Lei indossava dei collant di nylon con scarpe basse leggere e, all'aumentare della temperatura, mi annunciò che non li sopportava più. Ci allontanammo dagli sguardi curiosi, rapidamente si tolse i collant e ricordo ancora il momento esatto in cui i suoi piedi furono denudati,
è
un affare targato cl il bilancio può attendere - giuseppina piano
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: i vari clan laici e liberal mal sopportano il movimento del partito-nel-partito, ovvero Cl, sullo scacchiere cruciale dell´urbanistica. E davanti all´attivismo dell´assessore Masseroli, che a tappe forzate ha portato a casa la settimana scorsa le nuove regole che aumentano l´edificabilità, a questo punto ci vanno con i piedi di piombo.
quella
scommessa sull'italia delle cento patrie - mario lenzi
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: si sentivano impegnati nella costruzione di una società più laica ed efficiente, l´economia italiana era segnata da una rapida evoluzione verso il settore terziario. Si andava così imponendo un tipo di società che privilegiava nuovi consumi, nuovi bisogni, e anche nuovi egoismi. Per superare la barriera della diffusione - ancora ristretta in Italia ai ceti più colti e impegnati -
"muntazar
l'aveva giurato da anni voleva colpire il capo degli invasori"
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: identità e aveva sposato più laicamente falce e martello. «Con l´invasione americana diventò un nazionalista convinto» racconta un collega che preferisce non rivelare il suo nome. «E ricordo che circa sette mesi fa, di fronte a un gruppo di colleghi, si scaldò e giurò che avrebbe preso Bush a scarpate, se gli fosse capitata l´occasione di averlo davanti.
mestiere
crudele - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: lui laico pur avendo avuto parecchi cardinali in famiglia e un paio di beati. Invece no, la sua indifferenza al titolo nobiliare era piuttosto una maniera ma non corrispondeva alla sostanza: si sentiva principe e lo era, il suo distacco faceva parte del costume familiare come la sua innata eleganza nei modi e nei pensieri.
mister
praxi e la congiuntura difficile "formidabile chance per rinnovarsi"
- vera schiavazzi ( da "Repubblica, La"
del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Reale Mutua e Università Cattolica. Da anni, inoltre - con 250 dipendenti e 9 sedi - Praxi si occupa di miglioramento e sviluppo nella pubblica amministrazione e in sanità. Crosetto, che idea si è fatto sulla capacità del ?sistema Piemonte´ di far fronte alla crisi? «Ci sono molte aziende in questa regione che non si sono mai avventurate nella finanza creativa,
segnali
di fumo per i cittadini - enrica morlicchio
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: è stato circondato di gelo, a volte di sprezzante ironia. Poi i fatti hanno drammaticamente smentito certezze autoreferenziali. Perciò, partendo dai nostri svariati luoghi di lavoro, dalla esperienze di volontariato laico e cattolico, senza preclusioni ideologiche (cercando soltanto di distinguere le persone realmente motivate da quelle in cerca di celebrità)
Parole
ILLUSTRATE - NUOVE FIABE A COLORI PER BAMBINI SMALIZIATI
( da "Manifesto,
Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: con spirito impavidamente laico. I bambini si meritano libri così, peccato che siano pochi gli adulti capaci di rendersene conto. Tra questi ultimi c'è, per fortuna, anche Stefano Benni, autore di un racconto intitolato Miss Galassia (Orecchio Acerbo, euro 13,50) che la giovane catalana Luci Gutierrez ha illustrato nel migliore dei modi possibili.
Insensibilità
etica ( da "Foglio, Il"
del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: impossibile per un cattolico ma minacciosa anche per i laici. Ma una legge sul fine vita è diventata necessaria dopo le sentenze sul caso Englaro, che hanno costruito un monstrum giuriudico”. Il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, già portavoce del Family day e autrice con Assuntina Morresi di un pamphlet contro la Ru486 (&
C'è
un ministro, qualcosa si può fare
( da "Foglio,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: di cultura socialista e radici laiche, che ha avuto il coraggio di stabilire con un atto esecutivo che in nessuna struttura ospedaliera italiana, pubblica o privata, è autorizzata la eliminazione per fame e sete di persone in stato vegetativo persistente, e questo tanto in nome di orientamenti del Comitato nazionale di bioetica quanto,
l'ultima
battaglia di sarkò "lavorate anche la domenica" - francesco merlo
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: aspersorio contro il presidente laico. La nomenklatura del sempre più vecchio partito socialista francese si è alleata con le gerarchie cattoliche e protestanti e ha dichiarato guerra a Nicolas Sarkozy che vuole liberare la domenica, ridare una vita alle città spettrali del fine settimana, permettere anche ai commercianti francesi di lavorare di più e,
leggi
razziali, fini denuncia il silenzio della chiesa - miriam mafai
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Pagina 1 - Prima Pagina La polemica Leggi razziali, Fini denuncia il silenzio della Chiesa MIRIAM MAFAI "Padre Santo! Come figlia del popolo ebraico, che per grazia di Dio è da 11 anni figlia della Chiesa Cattolica, ardisco esprimere al Padre della cristianità ciò che preoccupa milioni di tedeschi...". SEGUE A PAGINA 30
l'ultima
battaglia di sarkò - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Il cardinale non ha probabilmente conquistato tutti i francesi cattolici e laici, ma ha invece affascinato e convinto i vertici socialisti, guidati da quella Martine Aubry che è anche sindaco di Lilla, una delle quattro città con Parigi, Marsiglia e Lione che Sarkozy fortissimamente vuole «belle e felici anche la domenica».
accendi
il cellulare, sei in linea con le due torri - francesca parisini
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: equivalente laico di campanilismo» a «torrido», cioè «l´abisso che si scorge dalla sommità di una torre», oppure «torrione», leggasi «quartiere all´ombra delle torri». Intanto sulla Garisenda e sull´Asinelli si sta lavorando per fissare un sistema di monitoraggio esaustivo (l´ultimo rilevamento a piombo della loro pendenza è del 1912)
Noi
braccianti senza terra orfani del compagno Lula
( da "Manifesto,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: sono stati mandati in pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa cattolica brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati. Nella Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la terra,
La
pace ai tempi di Ratzinger ( da "Manifesto, Il"
del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: secoli la Chiesa cattolica, lungi dall'esprimere un rifiuto assoluto dell'uso delle armi, aveva utilizzato la dottrina della «guerra giusta» per selezionare gli eventi bellici leciti, legittimi, doverosi, quando non addirittura santi, da quelli al contrario e genericamente non ammissibili, la pubblicazione della Pacem in terris aveva prodotto una frattura netta con la tradizione,
Fini
attacca il Vaticano sulle leggi razziali: un'infamia, ma non disse nulla
( da "Manifesto,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: proprio perché pronunciate da chi oggi ricopre la terza carica dello Stato. E infatti la reazione della Chiesa non si fa attendere. Anziché intervenire direttamente, la Santa sede preferisce però affidare la sua difesa a storici e politici cattolici, che definiscono «falso» il giudizio espresso da Fini. Il quale, se da una parte incassa la solidarietà e l'apprezzamento di Veltroni,
da
stendhal a belli e de sade i "passaggi segreti" dei papi - rodolfo di
giammarco ( da "Repubblica, La"
del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: e in continuo andirivieni testimonierà la decadenza di uno stato pontificio troppo occupato a curare interessi politici e molto poco incline a salvaguardare il benessere delle anime. Aleggeranno i venti libertari, lo spirito laico e rivoluzionario, e la funzione delle magnificenze del Rinascimento e del Barocco sarà quella di esaltare le frenesie sociali, le veemenze individuali,
caccia
al podio atenei e ranking - laura bellomi
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: economia e della gestione aziendale alla Cattolica, il problema è che i ranking premiano l´iper specializzazione oppure le grandi dimensioni. La cattolica invece sta in mezzo: «Quattordici facoltà che vanno dalla Papirologia alla Fisica sperimentale, ma allo stesso tempo numeri relativamente piccoli, pur essendo il più grande ateneo privato europeo».
La
Moroni si smarca: la sentenza va applicata
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Ma restano pur sempre laici e socialisti. E si dividono di fronte all'«atto di indirizzo » di Maurizio Sacconi, anche lui del resto di chiare origini socialiste. Ha fatto bene il ministro del Welfare a vietare lo stop all'alimentazione e all'idratazione in tutte le strutture del sistema sanitario nazionale?
la
chiesa cattolica ( da "Repubblica, La"
del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Pagina 9 - Interni La chiesa cattolica Sull´infamia delle leggi razziali c´è da chiedersi perchè non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica.
"silenzio
della chiesa sulle leggi razziali" - marco politi
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza». E qui cade il j´accuse del presidente della Camera. Non ci fu particolare resistenza, soggiunge, «nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica». «Una verità storica, palmare, un giudizio storico condiviso anche dagli storici della Chiesa»,
"pio
xi prese posizione contro l'antisemitismo" - paola coppola
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: illusione che il fascismo potesse essere un regime cattolico: l´antisemitismo era inaccettabile per il mondo cattolico. Allora cominciò un processo di disaffezione. Pio XI prese posizione pubblicamente, le masse cattoliche maturarono una presa di distanza dal fascismo. Bisogna valutare le condizioni di allora: la reazione da parte della Chiesa ci fu.
"in
quel periodo non ci fu la condanna aperta del nazismo"
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: C´è stata un´opera di salvataggio degli ebrei da parte di singoli cattolici e le iniziative di alcune istituzioni, ma quello che non è mai stato pubblicato finora è un´esplicita e ufficiale condanna del nazismo e del genocidio da parte della Chiesa di allora».
l'era
dell'intelligenza siamo tutti più colti - alessandra retico
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: leggendo i fenomeni più laicamente, che questa sia una vera età dell´oro della conoscenza. Tutti i paesi ricchi sembrano accomunati dalla tendenza a frantumare la distinzione classica tra cultura alta e bassa e i cittadini a preferire un ruolo di consumatori attivi piuttosto che di spettatori mentalmente imbolsiti.
Fini:
<Leggi razziali, un'infamia Anche la Chiesa si adeguò>
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica ». Un concetto che ha subito suscitato forti polemiche, specie sul ruolo della Chiesa, ma confermato poi da Fini. Critiche forti da esponenti politici cattolici di entrambi gli schieramenti.
Intellettuali,
senatori e antifascisti illustri: tacquero (quasi) tutti
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: appartenenza alla religione cattolica ab immemorabile», a Ugo Ojetti, che fu puntuale fino alla pignoleria: «Cattolico romano, dai dieci ai sedici anni ho servito tutte le domeniche». Solitaria eccezione, appunto, quella di Benedetto Croce, che rispedì al mittente i moduli della vergogna con impareggiabile sarcasmo: «L'unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire,
La
Gelmini: vengo da una famiglia allargata
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Figlia di una maestra elementare e di un agricoltore cattolico eletto sindaco di Milzano con la Dc, la ragazza che si aspettava di diventare ministro cresce in una cascina della campagna lombarda e in una famiglia allargata: «Mio padre ha avuto 4 figli: tre da un primo matrimonio, me dal secondo.
I
SISTEMI ELETTORALI E L'EFFICIENZA DEI GOVERNI
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: convinto della assoluta necessità di licenziare i dipendenti statali che non lavorano), cattolico ma certo della necessità assoluta della laicità dello Stato, europeista e federalista, per quale partito dovrebbe votare? Roberto Di Felice studiordf@alice.it Cari lettori, L e vostre lettere trattano temi diversi, ma si prestano a una risposta congiunta.
I
lumi di Napoli ( da "Manifesto, Il"
del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: figura quasi eroica di editore puro di stampo laico-illuminato, che ieri sono apparsi sui giornali. Il cordoglio non è stato privo di una sua forza allusiva di carattere generale, nel senso che ha mostrato, talvolta suo malgrado, quanto sia sempre più nudo in Italia l'albero dell'antifascismo inteso come vocazione personale ma anche eredità familiare,
<Noi
braccianti senza terra orfani del compagno Lula>
( da "Manifesto,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: sono stati mandati in pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa cattolica brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati. Nella Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la terra,
Sacconi,
il socialista voltagabbana Da laico a integralista Da sindacalista a falco Dal
caso Englaro alla pillola abortiva il ministro del Welfare si muove come un
crociato e tenta ( da "Unita, L'"
del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Sacconi, il socialista voltagabbana Da laico a integralista Da sindacalista a falco Dal caso Englaro alla pillola abortiva il ministro del Welfare si muove come un crociato e tenta di intimidire le strutture sanitarie che rispettano la legge e le sentenze
L'addio
a Caracciolo nella chiesa al centro del Tevere in piena
( da "Unita,
L'" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: È un mondo laico, trattenuto e composto, quello che ha reso omaggio a Caracciolo. L'intellighentia di sinistra nella piena della crisi, l'alta borghesia illuminata e l'aristocrazia, che dovranno passare ai giovani l'eredità del «principe», quella culturale.
LO
STATO? È FINITO PER DECRETO ( da "Unita, L'"
del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: L'unico vero potere è quello della Chiesa cattolica romana che, come già in passato, teme che lo Stato di diritto democratico avvalli l'etica laica e secolare che rifiuta la sacralità della vita. Gli uomini della provvidenza cambiano, ma la "provvidenza" colpisce ancora.
Una
carriera di successo con missioni all'estero
( da "Stampa,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
originario di
Cattolica (Rimini), è comandante provinciale dei carabinieri di Palermo dal 10
settembre
Ileghisti
l'avranno presa male, anche se al momento non c'è traccia di reazioni uffic...
( da "Stampa,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Prima di consegnarci prigionieri, c'è però un Dio laico cui possiamo chiedere soccorso. È un giudice, e magari qualche volta può sbagliare. Ma giudica con la stessa toga ministri e cittadini. E nessuno ministro, così come nessun cittadino, ha il potere di rovesciarne le sentenze. michele.ainis@uniroma3.
L'asilo
parrocchiale ha i giorni contati ( da "Stampa, La"
del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: seguiti da due suore e da due insegnanti laiche. Chiudere la struttura - la previsione è entro la fine dell'anno - sarebbe un vero problema anche per le famiglie, oltre a significare la perdita di un pezzo di storia del paese, visto che l'asilo parrocchiale è attivo da oltre50 anni ed ancor prima aveva compiti di scuola materna».
DECISAMENTE
i rapporti fra Vaticano e mondo della ricerca scientifica non sono tra i
migliori. I... ( da "Messaggero, Il"
del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: che preoccupa è la pretesa di voler obbligare tutti a seguire regole che non sono condivise da una visione laica e neppure da altre religioni comprese quelle cristiane, più vicine al cattolicesimo. È anche preoccupante che i "divieti" ricadano soprattutto sull'Italia dove i nostri politici tendono a seguire supinamente tali direttive che si riflettono poi sulla nostra legislazione.
<Più
forti della crisi> ( da "Corriere della Sera"
del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: laici'' nel valutarlo, privilegiando l'affidabilità quando si tratterà di stabilire se montarlo o meno»), all'avvento del marchio Tata sulle monoposto (primo partner indiano della storia a figurare su una Ferrari di F1), a ritocchi dell'organigramma: dalla Toro Rosso arriva Massimo Rivola (aiuterà Luca Baldisserri nelle attività in pista)
Vaticano
contro Fini: opportunismo meschino
( da "Corriere
della Sera" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: manifestazioni particolari di resistenza» anche da parte della Chiesa cattolica. «Opportunismo sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani», ribatte la presidenza della Camera, in un inedito botta-risposta che non ha precedenti dai tempi dei Patti Lateranensi.
L'amarezza
di Gianfranco: nessun attacco, lo dice la storia
( da "Corriere
della Sera" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: cattolica, salvo talune luminose eccezioni» fece abbastanza per contrastare le leggi razziali —, altro non è stata che «un'analisi storica », nemmeno così nuova o contestata, e in qualche modo affrontata dalla Chiesa stessa, se è vero che il documento che ha ispirato il presidente della Camera è un testo della Commissione teologica internazionale del 2000 intitolato proprio
L'Osservatore
romano contro Fini: salva il fascismo
( da "Manifesto,
Il" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: chiami ora in causa la Chiesa cattolica». La risposta dell'entourage della terza carica dello stato non si fa attendere, ed è piuttosto stizzita: «Sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani». Ma l'Osservatore romano non è il solo a lanciare critiche, prima di lui l'Avvenire,
"adesso
occorre una legge" ma i laici del centrodestra bocciano l'atto del governo
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: ma i laici del centrodestra bocciano l´atto del governo Schifani: "Sembra ormai maturo il tempo per discussione parlamentare" ROMA - La decisione di Sacconi apre il dibattito nel centro-destra. Fa discutere, solleva dubbi, registra alcune prese di distanza e, da più parti, la richiesta di arrivare presto a una legge sul testamento biologico.
i
no della chiesa alla procreazione assistita - corrado augias
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: L'argomento è stato studiato ed esposto dal professor Adriano Prosperi nel suo "Dare l'anima / Storia di un infanticidio" (Einaudi 2005). Ancora alla fine dell'Ottocento si dubitava, da parte cattolica, che il feto (non l'embrione, il feto) avesse personalità autonoma da quella della madre.
la
messa nelle scuole non fa bene ai cattolici - augusto cavadi
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: scuole non fa bene ai cattolici AUGUSTO CAVADI Tra i paradossi del periodo natalizio si registra la moltiplicazione - in clima di ciaramelle e presepi - di motivi di litigi fra fidanzati, coniugi, colleghi di lavoro. Ogni spunto può risultare deflagrante: la scelta del locale in cui aspettare la mezzanotte o dei suoceri con cui consumare il cenone della vigilia o dei giorni di ferie.
la
messa nelle scuole - augusto cavadi
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: trattasse di darsi appuntamento in una chiesa cattolica per pregare insieme, in una delle tante giornate di vacanza previste dal 24 dicembre al 7 gennaio, non ci sarebbe che da rallegrarsi: che cosa di più bello, per chi convive quasi tutto l´anno in uno stesso ambiente di ricerca intellettuale, di condividere fra credenti la stessa gioia per la memoria della nascita del Salvatore?
ru486,
è polemica nei partiti e formigoni dice no alla pillola - andrea montanari
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: La deputata Pdl Viviana Beccalossi invece ha firmato: «Non sono d´accordo quando il Papa critica l´uso del preservativo, ma in questo caso ho paura che questa pillola possa rappresentare per le donne una scappatoia troppo pericolosa per chi non ha usato l´anticoncezionale. Mi ritengo laica, ma su temi come questi sono conservatrice».
rose
bianche e bandiera partigiana per l'addio a carlo caracciolo
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: orazione laica di Scalfari sul «lascito, l´eredità di Caracciolo» che è «l´appartenenza, nel senso di iniziativa, di intrapresa. Appartenenza che è stata uno degli elementi fondamentali di questo gruppo», ha chiarito il fondatore: «Sentire che tutti partecipavamo a un progetto che non era semplicemente editoriale o economico,
il
vaticano "scomunica" fini "opportunista su leggi razziali"
- orazio la rocca ( da "Repubblica, La"
del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico». Non tutti, però, tra i cattolici condividono l´attacco dell´Osservatore. Come il deputato del Pd Giovanni Bachelet che si dichiara «commosso e grato, come italiano, come democratico e come cristiano, al presidente della Camera per il convegno sulle leggi razziali»
L'ex
abortista diventata pasdaran ( da "Stampa, La"
del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: contrario di Garibaldi che fece costruire gli argini al Tevere ha piuttosto avvicinato a Oltretevere l'altra sponda, quella della politica laica per cui si batté De Gasperi. Perchè dopo anni e anni di femminismo, di radicalismo, di aborti e di piazza, «nella mia vita privata è successo qualcosa, ho capito di essere stata credente in modo profondo e inconfessato», racconta Roccella.
Le
crudeltà gratuite ( da "Foglio, Il"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: ho pronunciata orgogliosamente davanti al pubblico cattolico di mille assemblee, in questi anni). La dimostrazione non riguarda Eluana né suo padre, riguarda la cultura della nostra comunità occidentale, diffusamente eutanasica in molti paesi, e il diritto nella sua versione statolatrica, positivista, utilitaristica, e antagonista dei principi di diritto naturale.
l'offensiva
neodogmatica - gad lerner ( da "Repubblica, La"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Pagina 1 - Prima Pagina L´OFFENSIVA NEODOGMATICA GAD LERNER Ogni giorno di più la Chiesa di Benedetto XVI mostra un volto arcigno alle donne e agli uomini del suo tempo. Accusa di «statolatria» il governo spagnolo, colpevole di «indottrinamento laico». SEGUE A PAGINA 32
"adesso
la chiesa non esageri da noi ha già troppi privilegi" - alessandro oppes
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Le festività cattoliche invadono il paese. Quando il presidente del Tribunale supremo assume l´incarico, lo fa giurando davanti al crocifisso. La posizione economica della Chiesa è incompatibile con i princìpi di uno Stato laico». Mai un governo aveva messo in discussione la sua posizione nella società come sta facendo Zapatero.
il
vaticano: "in spagna c'è statolatria" - marco politi
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: In Spagna c´è statolatria" Attacco al governo Zapatero: basta indottrinamento laico A parlare è monsignor Amato, presto cardinale e molto vicino a papa Ratzinger MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - In Spagna avanza la «statolatria», si fa strada l´indottrinamento laico, cresce l´ingerenza dello Stato nella vita personale di ognuno.
nasce
la fronda dei preti di frontiera "difendiamo la scelta della ragazza"
- marco politi ( da "Repubblica, La"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Sono il piccolo segnale di un mondo cattolico, assai vasto, che non ha condiviso la durezza con cui la gerarchia ecclesiastica giudicò Piergiorgio Welby e oggi domanda rispetto per la scelta di lasciar concludere una vita sorretta solo dalla tecnica. Non si può pensare, è scritto nell´appello dei preti toscani, che la Chiesa abbia una «posizione uniforme e monolitica»
"In
Italia solo l'ignoranza regna sovrana"
( da "Stampa,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Io però non capisco perché un laico come lui dice le cose che ha detto». Favorevole o contrario all'eutanasia? «Prima di arrivare a porsi il problema bisogna chiedersi se al malato sono state garantite tutte le terapie sperimentali possibili». Sperimentali? «Do per scontato che quelle riconosciute siano sempre già state provate tutte.
l'offensiva
neodogmatica - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Benedetto XVI punta sul rafforzamento di un fronte laico conservatore che assuma la dottrina cattolica come ideologia dell´"ordine naturale"; per influenzare così le scelte inedite che le democrazie sono chiamate a compiere di fronte ai progressi tecnico-scientifici e all´evoluzione dei comportamenti familiari.
cenone
gratis con i più poveri all'ex palestra gil - antonio di giacomo
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: iniziativa i rapporti con il mondo del volontariato laico e religioso, ha incontrato ieri a palazzo di città gli esponenti delle associazioni che si preoccupano di offrire accoglienza ai senzatetto. «Abbiamo accantonato l´idea di trovare dei ristoranti che potessero ospitarli e - spiega Paolini - ci siamo convinti della necessità che la cena dovesse avvenire in città.
Il
Vaticano attacca Zapatero In Spagna avanza un regime di statolatria
( da "Unita,
L'" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Indottrinamento laico. Ingerenza dello Stato nella vita personale di ciascuno. Questa è l'accusa lanciata alla Spagna di Zapatero da monsignor Angelo Amato, il prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Usa parole forti l'uomo di curia che è stato segretario della Dottrina della Fede in un'intervista alla rivista «Consulente Re»
SL'outing
di Fini ( da "Manifesto, Il"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Ci sono le polemiche politiche sui rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi. Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così torpida, inerte, connivente nei confronti dell'
Autogolpe
del premier Maliki ( da "Manifesto, Il"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: impegnato a promuovere il suo Partito costituzionale iracheno, laico. Dunque il ministro sarebbe estraneo a una operazione che assume un carattere strettamente politico, infatti, secondo testimoni che non hanno voluto rivelare il loro nome, gli arrestati sarebbero esponenti dell'ex partito Baath di basso rango e peraltro senza stretti legami tra di loro.
Quelli
che... il Corrierino ( da "Corriere della Sera"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: perché è stata la prima rivista per ragazzi a dedicare una prima pagina a un fumetto», dice Matteo Stefanelli, ricercatore alla Cattolica, autore del volume con Fabio Gadducci, professore associato a Pisa. «Fu un calderone di creatività e di brio». Brio che Andrea Pinketts, scrittore, attinse a piene mani dal suo papà.
Miracolo
ad Amsterdam Avenue Gheddafi <finanzia> una scuola
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: gli studenti Miracolo ad Amsterdam Avenue Gheddafi «finanzia» una scuola A un istituto cattolico i risarcimenti per Lockerbie La De La Salle Academy, scuola media che aiuta i bambini meritevoli, ha ricevuto 2,5 milioni di dollari dalla Libia WASHINGTON — E' il «miracolo » di Amsterdam Avenue, nell'Upper West Side di New York.
Il
Vaticano contro Zapatero: <Statolatria>
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: la Chiesa, la dottrina cattolica». «Sono parole gravi, molto gravi, che prendono a nemico la laicità» è stato il commento del tesoriere dei Radicali italiani Michele De Lucia. Per il segretario del Prc Paolo Ferrero quella dell'arcivescovo è «una visione integralistica della fede di tipo premoderno ».
Quel
duello (verbale) tra Pio XI e Mussolini
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: stava «nel confondere» uno «Stato ideale» fortemente laico, «oggetto caratteristico della speculazione dei filosofi del diritto», con uno «Stato-amministrazione pubblica» troppo burocratizzato: il che con Zapatero non ha proprio nulla a che vedere. Concordato Il segretario di Stato Gasparri e Mussolini Giorgio De Rienzo
La
clinica di Udine e lo stop per Eluana: intimiditi dal ministro
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Siamo stati paragonati ai nazisti e ai loro metodi di sterminio», oltre a subire «gli anatemi delle sfere cattoliche ». Claudio Riccobon legge tutto d'un fiato. Poi si sofferma sul documento: «Chiederemo alla Regione, in particolare agli organismi tecnici come l'agenzia regionale della sanità, una risposta scritta su come verrà applicata la direttiva del ministero»
MARIO
PANNUNZIO LIBERALE COERENTE ( da "Corriere della Sera"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: cioè tutta la cultura laica che contava. Pannunzio e gli intellettuali del Mondo furono politicamente sconfitti. L'idea di una terza forza non si realizzò mai e il centrosinistra, in cui tante speranze erano state riposte, non assolse il suo compito. Il Mondo cessò le pubblicazioni nel 1966, sia per difficoltà economiche, sia perché sembrava,
Rifiuti,
è scontro aperto fra Comune e Regione
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: sempre posizioni laiche». Poi il microfono passa al sindaco: «Credo non ci siano alternative alla proroga della discarica di Malagrotta, a meno che non si voglia portare Roma alla situazione in cui era Napoli qualche mese fa». «L'inferno della Campania è stato lastricato di percentuali di differenziata altissime, di discariche che si dovevano chiudere senza creare altri impianti -
NEL
CUORE DELLA NOTTE E CHE HA LA CAPACITA' DI ILLUMINARLA PER SEMPRE
( da "Stampa,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: UN ANNUNCIO DATO NEL CUORE DELLA NOTTE E CHE HA LA CAPACITA' DI ILLUMINARLA PER SEMPRE
STORIA
( da "Manifesto,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: della Camera ha recentemente denucniato il silenzio degli intellettuali e della Chiesa cattolica sulle leggi razziali varate da Mussolini nel 1938: «Non fecero tutto quello che si sarebbe dovuto fare di fronte a quella vergogna». Poi, Fini, di fronte alla reazione vaticana ha precisato che non voleva decretare alcuna condanna, ma che aveva parlato per «senso della verità storica».
"Caro
Fini, la Chiesa dovrebbe scusarsi"
( da "Tempo,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Quale cattolico, ma cittadino di uno Stato laico, nel senso di una "laicità", come oggi giustamente si indica quale "positiva", mi indigna l'articolo scritto contro il presidente di un ramo del Parlamento della Repubblica Italiana, di cui sono cittadino, dal prof.
L'outing
di Fini ( da "Manifesto, Il"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Ci sono le polemiche politiche sui rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi. Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così torpida, inerte, connivente nei confronti dell'
Onu,
il Vaticano rimprovera la Francia: "Il documento cancella le diversità
uomo-donna" ( da "Tempo, Il"
del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: non vi sarebbe stata alcuna opposizione da parte dell'Osservatore permanente del Vaticano presso l'Onu, mons. Celestino Migliore. “La Chiesa Cattolica, del resto - afferma la nota non firmata dell'Osservatore - basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire&
niente
diretta per la messa di natale la tv francese preferisce il varietà - anais
ginori ( da "Repubblica, La"
del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Aveva promesso una "laicità positiva", più rispettosa della dottrina cattolica. Ma negli ultimi tempi, Nicolas Sarkozy è riuscito soltanto a moltiplicare gli screzi con la Chiesa. La dichiarazione Onu per depenalizzare l´omosessualità, partita dalla Francia, è soltanto l´ultimo di una serie di segnali: tutti negativi per il Vaticano.
onu,
sui gay il vaticano contro parigi - marco politi
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: frutto di una direttiva europea la cui applicazione è stata corretta proprio quest´anno dal parlamento nazionale». Fa specie, comunque, leggere sull´Osservatore la disinvolta affermazione che «la Chiesa cattolica, basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire».
il
silenzio della chiesa sulle leggi razziali - corrado augias
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: so papa Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 chiese perdono per l'antisemitismo cattoli?co protrattosi nei secoli. Casi individuali, anche eroici, non smentiscono una realt? storica accer?tata. Quello che si pu? fare, e che qualcuno fortu?natamente ha fatto, ? capire e spiegare perch? ci? avvenne, quale atmosfera generale, quali diffi?
test
universitari alla cattolica il gip scarcera funzionario
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: avvocato Scalise Test universitari alla Cattolica il gip scarcera funzionario «Mancanza di gravi indizi di colpevolezza». Questa la motivazione della scarcerazione di Antonio Pongetti, il funzionario della Cattolica, arrestato due settimane fa su richiesta della procura di Cosenza che indaga sulla presunta compravendita di test di ammissione e di diplomi falsi per infermieri.
un
nuovo giardino per papa wojtyla ( da "Repubblica, La"
del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: «Giovanni Paolo II, nel suo lungo pontificato - continua - ha dato al mondo un segnale dell´amore della Chiesa, soprattutto sui temi della giustizia, della pace e dell´integrazione tra i popoli. E questo anche la comunità laica non può non riconoscerlo».
nell'officina
delle meraviglie lavora l'ultimo zampognaro - giovanni chianelli
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Ma oggi la zampogna è solo un affare natalizio GIOVANNI CHIANELLI Al laico Guido Dorso non piaceva il Natale. Tuttavia, confessava che non avrebbe sopportato un dicembre senza «il suono delle rustiche zampogne, inconfondibile e caldo, già dalle prime ore dell´alba, portato a braccia da energumeni villani dalle mani grosse e i polmoni enormi».
"un
negozio su cinque trucca gli sconti" - alessandra retico
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Lo shopping di questi tempi si vuole laico. In attesa di una liberalizzazione che ormai da anni da più parti viene chiesta, bisogna ricordare le regole della trasparenza dell´offerta: prezzo pieno, percentuale di sconto, prezzo finale. Occhio al cartellino, confrontare le cifre vecchie con quelle ribassate;
"Le
due province alleate dei missionari ma meno vocazioni"
( da "Stampa,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: che ha studiato Teologia a Montevideo e da Novara coordina e accompagna missionari e laici - ricorda quanti sono stati o sono tutt'oggi in prima fila per aiutare il prossimo sfidando guerre, povertà e nuove schiavitù: «Ci sono circa 150 nostri missionari nel mondo. In Uruguay don Giancarlo Moneta manda avanti una piccola eroica San Patrignano.
Nel
libro di Ricca domande e memoria per la democrazia
( da "Stampa,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
domande e
memoria per la democrazia Una strenna laica, per riflettere anche a Natale.
«Alza la testa!», con l'eloquente sottotitolo «i potenti italiani contestati da
un gruppo di cittadini informati» raccoglie in un libro e in un dvd le
«incursioni democratiche» di Piero Ricca, il verbanese che il 5 maggio
-
pietro citati ( da "Repubblica, La"
del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: si distinguono dai laici che abitano le città e le campagne, salvo per l´obbedienza ai voti di castità e di celibato. Sono - quasi - come tutti gli altri: senza quella lieve, talora impercettibile parete che allontana il sacerdote dagli altri esseri umani. Della comunità fanno parte un protestante e due preti ortodossi: il patriarca di Costantinopoli è di casa;
NON
HANNO IDEA ( da "Stampa, La"
del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: per inasprire e non risolvere il contrasto tra l'ispirazione laica e quella cattolica, in una continua costrizione o al compromesso o all'afasia. Perché non riesce a rassicurare la grande area moderata degli elettori italiani, diffidente per le troppe ambiguità di un riformismo che non vuole pagare il prezzo di scelte coraggiose.
I
diritti spaventano il Vaticano ( da "Manifesto, Il"
del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: a differenza di quanto accade spesso nella cultura laica. Ma come nelle puntate precedenti, dalla nota dell'Osservatore si evince chiaramente che ciò che assilla la Santa sede non sono tanto i presupposti ontologici della questione quanto gli esiti normativi e disciplinari. O meglio, gli esiti di destabilizzazione dei confini normativi e disciplinari a fondamento naturale.
<A
rischio gli accordi col Vaticano>
( da "Corriere
della Sera" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: intervista al magazine cattolico Il Consulente Re, era stato l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, già segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Santo Uffizio). Uomo «potente », sottolineano anche gli spagnoli, cardinale al prossimo concistoro, molto vicino a papa Ratzinger.
Cattolici
lontani dal Papa, veri laici ( da "Corriere della Sera"
del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Stato. Un arco di tempo che va dall'antica Roma a Gramsci Cattolici lontani dal Papa, veri laici Da Machiavelli a Cavour: la fede senza gerarchie sorregge la democrazia e l'uguaglianza di LUCIANO CANFORA C he il rapporto tra la religione e la politica (o, se si vuole, la vita sociale) sia uno dei temi di più lunga durata che possano impegnare lo studioso di storia è quasi una ovvietà.
Sull'argomento
( da "Corriere
della Sera" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: argomento Il saggio curato da Michele Ciliberto per l'editrice Laterza si intitola «La biblioteca laica, il pensiero libero dell'Italia moderna», pagine 596, e 28; quello di Paolo Ercolani per le edizioni Dedalo si intitola «Tocqueville, Un ateo liberale» (pagine 352, e 20), e comprende alcuni capitoli dalla «Démocratie en Amérique»
Deficit
sanitario, decide Berlusconi ( da "Tempo, Il"
del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: aggiunga il problema della Cattolica. Un ruolo che va definito come vanno riiscritti la funzione e quindi il posizionamento dell'assistenza e della medicina privata. Il tavolo tecnico dei due Ministeri ha evidenziato la mancanza e quindi la previsione del costo per le sue prestazioni per il Molise e per fuori della struttura di Tappino e su cui ancora non si raggiunge un accordo.
( da "Stampa,
La" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
PRESEPE NEL MONDO. APERTA LA MOSTRA
DE «LA STAMPA» Sono venticinque le Natività create dalle scuole in S. Paolo I
lavori resteranno esposti in chiesa fino al 6 gennaio Il 18 la premiazione
[FIRMA]ENRICO DE MARIA VERCELLI Sono 27, un record, i Presepi in mostra da ieri
in San Paolo: 25 creati da altrettante scuole (materne, elementari e medie) di
tutta la provincia più una Natività allestita (per il secondo anno consecutivo)
dalle detenute del carcere di Billiemme e la bella creazione, fuori concorso,
di un privato, Santino Fusetti, che, quest'anno, ha preso il posto
dell'assessore Giovanni Mazzeri, straordinario inventore di Natività. Come
sempre, i Presepi sono in mostra in San Paolo e lo resteranno fino al 6 gennaio.
Da martedì 16 dicembre, sul nostro giornale apparirà un coupon per votare il
preferito: il tagliando verrà pubblicato ogni settimana, sempre di martedì e di
mercoledì, fino al 14 gennaio. Domenica 18, ma attenzione, in Seminario (e
questa è una novità) ci sarà la premiazione. A proposito di novità, quest'anno
l'Agesc (l'Associazione genitori scuole cattoliche) si affianca a Comitato
manifestazioni vercellesi e Stampa nel lanciare un concorso anche in tutte le
famiglie che fanno in casa il presepe: gli interessati possono iscriversi
rivolgendo agli istituti Sacro Cuore di corso Italia, Santa Giovanni Antida di
via San Cristoforo e Scuole Cristiane di via Frova nonché alla nostra
redazione. Il presidente Agesc Gianfranco Sacchi e il suo vice Marco Sampietro hanno
scelto di consegnare i loro premi con noi lo stesso giorno, domenica 18
gennaio. Ma torniamo all'inaugurazione della mostra di ieri. Era presente uno
stuolo di autorità: il vicario generale della diocesi monsignor Cristiano Bodo,
il sindaco Corsaro, gli assessori comunali Cannata, Piccioni e Politi,
l'assessore provinciale Zanotti, il vice presidente del Consiglio comunale
Marino, il provveditore Catania, il presidente dell'Ascom Bisceglia ed il
presidente del Comitato manifestazioni vercellesi, Losa, con lo stuolo degli
allestitori della mostra (Isa Ristagno, Betty Galante, Patrizio Borgato,
Alberto Le Rose, Levis Carena) e con il Bicciolano, Ermanno Corona, l'attuale Bèla Majin (Sabrina) e tante ex (Linda e Simona con le
già citate Betty ed Isa). Bello l'allestimento floreale della Viaro di Lignana.
Il parroco di San Paolo, don Osvaldo Carlino, ha invitato a «contemplare» i
presepi, monsignor Bodo si è detto felice perché l'iniziativa è partita dal
mondo laico.
( da "Repubblica,
La" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 9 - Cronaca Metà delle tredicimila
scuole paritarie gestite da enti religiosi: che lo Stato aiuta con 280 milioni
l´anno Seimila istituti e quarantamila prof la galassia dell´istruzione
cattolica Un giro d´affari che supera ogni anno il miliardo. Mezzo milione di
iscritti: solo alle materne quasi 300mila SALVO INTRAVAIA ROMA - Oltre 6 mila
istituti, quasi mezzo milione di alunni, 40 mila insegnanti e 18 mila tra
bidelli e personale di segreteria. Ecco i numeri della scuola cattolica
italiana, attorno alla quale ruota ogni anno un giro d´affari superiore a un
miliardo di euro. In Italia, quello delle scuole non statali è un mondo
piuttosto complesso. Per comprenderlo basta dare uno sguardo a "La scuola
italiana in cifre: anno 2007". La galassia delle scuole non statali è
dapprima suddiviso in due grossi blocchi: quelle pubbliche e quelle private.
Che a loro volta sono suddivise in altre due categorie: le paritarie e le non
paritarie. Le prime partecipano alla spartizione di circa 537 milioni di euro
che lo Stato assegna in base ad una legge del 2000. Le seconde devono cavarsela
con mezzi propri. Una scuola può essere pubblica ma non statale? Sì, basta che
sia gestita da un ente locale o pubblico: Comune, Provincia o Regione. è il
caso di molte scuole materne: su 10.709 non statali 1.690 sono gestite
direttamente dai Comuni, 246 dalle Regioni (come in Sicilia), 3 dalle Province
e 405 da altri enti pubblici. Per ottenere lo status di scuola paritaria il
gestore (ente pubblico o soggetto privato) deve avanzare richiesta all´ufficio
scolastico regionale di competenza e, soprattutto, rispettare i requisiti
stabiliti dalla legge 62 del 2000. Su un totale di 14 mila e 600 istituti
privati sparsi in tutte le regioni italiane quasi 13 mila (l´88 per cento) sono
paritari: facenti, cioè, parte del "sistema nazionale di istruzione"
ed equiparati alle scuole statali. E le scuole cattoliche?
Secondo una statistica dello stesso ministero, oltre metà delle 13 mila scuole
paritarie che operano nel nostro territorio sono gestite da enti religiosi. La
quota gestita da laici è pari ad un terzo del totale. Ma è nel settore dell´ex
scuola materna (ora dell´infanzia) che la Chiesa può fare la voce grossa.
Su 628 mila bambini italiani che ogni anno frequentano le scuole paritarie (il
38 per cento del totale), 280 mila sono iscritti in scuole religiose. Se queste
ultime dovessero "fallire" sarebbe un dramma per migliaia di famiglie
perché lo Stato non sarebbe in grado di provvedere: mancano locali e arredi.
Anche nella scuola elementare e media non statale gli istituti confessionali
prevalgono, con più del 70 per cento di iscritti. In totale, 280 milioni di
contributo statale annualmente vanno diritto nelle casse delle scuole paritarie
cattoliche. Ecco perché il taglio di 134 milioni previsto dal ministro dell´Economia,
Giulio Tremonti, ha fatto storcere il naso ai vescovi e indotto il governo a
fare marcia indietro.
( da "Corriere
della Sera" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Primo Piano - data: 2008-12-06 num: - pag: 8 categoria: REDAZIONALE La
Malfa «I soldi meglio darli all'edilizia scolastica» «Scelta da bocciare ma il
vento è questo» ROMA — «Di fronte alla Cei anche Tremonti ha dovuto fare un
passo indietro? Perché, qualcuno forse ne dubitava? Io no, conoscendo i
rapporti di questo governo con le gerarchie ecclesiastiche, non mi sorprende
che anche Tremonti alla fine abbia dovuto capitolare». Sta in Turchia Giorgio
La Malfa, ad Ankara, per conto della commissione Affari Esteri di cui fa parte
alla Camera dei deputati. Lì, nel Paese in cui Ataturk
volle un ordinamento laico, ha vinto le elezioni un partito islamico e soffia
un vento religioso che, secondo il leader repubblicano, non è poi «molto
diverso da quello che spira in tutto il mondo. Compresa l'Italia». In
Finanziaria erano stati tagliati 130 milioni di euro di finanziamenti alle
scuole paritarie. Adesso un emendamento ne ripristinerà 120 milioni.
Quasi tutti restituiti. «Mi dispiace, non condivido questa scelta. Se i soldi
sono pochi, se occorre tagliare, si taglia. Ma se poi si decide di trovarli
questi soldi, allora sarebbe meglio destinarli alla scuola pubblica. All'edilizia
scolastica, per esempio. Con tutto quello che è accaduto, l'allarme del capo
della Protezione civile Bertolaso sulla sicurezza degli edifici scolastici. Non
c'è dubbio che di fronte alla condizione della scuola pubblica italiana, non si
può preferire di dare il contributo alle scuole cattoliche». Il sottosegretario
all'Economia, Giuseppe Vegas, ha detto che «i vescovi possono dormire su
quattro cuscini» . «Certo, e non ne sono affatto sorpreso. Mi può dispiacere ma
sorprendermi no. Ormai lo dico con una sorta di malinconica rassegnazione. Per
me, per noi repubblicani, la priorità sarebbe la scuola pubblica. Ma le
gerarchie ecclesiastiche influenzano i nostri governi, influenzano il
centrodestra così come hanno influenzato il centrosinistra. I fondi alle
paritarie li ha voluti anche un governo di centrosinistra, vorrei ricordare.
C'è qualche voce critica oggi? Se invece di stare da questa parte, fossimo
dall'altra parte della barricata, oggi saremmo comunque soli a pensarla così».
è una questione di perdita del senso laico dello Stato, di cambiamento dei
valori o dietro c'è soltanto la volontà di assecondare le richieste delle
gerarchie ecclesiastiche per puro calcolo di potere? «Entrambe le cose. Certo,
assisto con malinconia a questa ventata religiosa che attraversa il mondo, che
influisce sui governi. E che non è un segno di progresso dell'umanità».
Mariolina Iossa Gerarchie e governi «Le gerarchie ecclesiastiche influenzano i
nostri governi come quelli di centrosinistra»
( da "Corriere
della Sera" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione:
Opinioni - data: 2008-12-06 num: - pag: 44 categoria: REDAZIONALE Il dubbio di
Piero Ostellino Chiesa e laici confusi sui gay L' opposizione della Santa Sede
alla depenalizzazione dell'omosessualità — proposta dall'Europa
all'approvazione delle Nazioni Unite, e che tante polemiche sta suscitando di
parte laica — sembra la conseguenza dell'assimilazione della morale al diritto,
del peccato al reato, cara allo Stato etico. Ma il Catechismo della Chiesa dice
che si deve evitare ogni forma di discriminazione nei confronti degli
omosessuali. La Chiesa difende la sacralità della vita. Ma, poi, si oppone a
chi vuole evitare la condanna (anche a morte) degli omosessuali; difende gli
embrioni, ma non milioni di uomini e donne perseguitati. Pare — per dirla con
Mao — ci sia una grande confusione sotto il cielo di Roma (lato Vaticano). La
situazione non è eccellente. Se non si corresse il rischio di voler insegnare
al Papa come fare il Papa, si potrebbe aggiungere che la Chiesa sembra travolta
dalla rivoluzione sessuale e incapace di comprenderne non solo gli effetti
civili, ma anche quelli morali; incapace di formulare una qualche dottrina
coerente con i propri antichi principi e con la nuova realtà. Così, essa si
rifiuta, giustamente, di considerare razionale — il matrimonio fra gay — ciò
che è soltanto reale, la fine dell'ostracismo sociale nei confronti
dell'omosessualità. Condanna il matrimonio fra persone dello stesso sesso, ma
non in nome dell'universalità di quello fra uomo e donna; bensì — incorrendo in
un'altra contraddizione di fronte agli esiti della rivoluzione sessuale: il
rifiuto dei contraccettivi che sono lotta alle malattie e razionale limitazione
delle nascite — in nome del matrimonio come veicolo di procreazione. A questo
punto, il non credente potrebbe concludere che, dopo tutto, non sono affari
suoi e chiuderla qui. Se non fosse che, sotto il cielo del laicismo, la confusione è altrettanta.
C'è chi non si accontenta del lascito «storico» della straordinaria rivoluzione
cristiana — la Persona come fine e non come mezzo; la sua intangibilità — a
fondamento del liberalismo e delle libertà dell'Individuo garantite dalla
Legge. Ma pretende di conferire, oltre che alla «tradizione»
giudaico-cristiana — che, per valere come precettistica morale, non ne avrebbe
bisogno essa stessa — una connotazione metafisica anche al liberalismo come
sottoprodotto della Fede; trascinando Dio nel dibattito filosofico e politico:
«come se Dio esistesse ». C'è chi vorrebbe riorganizzare il sistema di diritti
civili attraverso la protezione di scelte personali trasformate in diritti. Ma
non si accorge che la «moltiplicazione dei diritti» di qualcuno comporta sempre
una moltiplicazione dei doveri di qualcun altro, col risultato di ridurre gli
spazi di libertà per tutti, invece di accrescerli. Trasforma il «liberalismo
delle libertà» in «liberalismo dei diritti». Che è, poi, la riproposizione del
conflitto fra la «libertà da» (liberale), come non impedimento (e che non
costa) e la «libertà di» (democratica), che è un prodotto della politica (e che
la politica fa pagare). Dal momento che non lo si può dire al Papa, cerchiamo,
allora, almeno noi, liberali, di chiarirci le idee. postellino@corriere.it \\
Sugli omosessuali le condanne vaticane e le contraddizioni dei liberali
( da "Foglio,
Il" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'
6 dicembre 2008 Langone alla
scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici -
Legionari di Cristo La sorpresa più bella del mio viaggio tra i movimenti nella
rete. Ignoranza e disinformazione avevano edificato nella mia mente un gruppo
molto maschile, via di mezzo tra Alleanza cattolica e Opus Dei e quindi
cipiglio e cilicio. Conoscevo già un legionario, Luca Francesconi, artista in
crescita di quotazioni (sogno che diventi il Damien Hirst di Dio), buontempone
e buongustaio implicato in meravigliose trattorie mantovane, ma pensavo fosse
una scheggia impazzita. Errore: grazie a FB ho capito che è un legionario
tipico. Passeggiando tra i profili dei laici di Regnum Christi (Legionari di
Cristo, a essere pignoli, bisognerebbe chiamare solo i sacerdoti) ho
collezionato meravigliose endiadi: “Burraco passion” e “Stop agli abusi
liturgici!”; “I vostri etilometri non spegneranno la nostra sete!!!!” e
“Ricordare i caduti di Nassiryah”; “Amanti della Figassa” (ovviamente una
torta) e “I bet I can find 1.000.000 people against abortion”. Le legionarie,
piacevolmente più numerose dei maschi, sono giovani, curate, di una bellezza
anche eccessiva, e leggono Allam, Eliot, Fallaci, Pascal, Flannery O?Connor…
Una ragazza veneta manifesta nella stessa pagina il suo amore per lo spritz e Benedetto
XVI. Proprio questo Papa, un dono dello Spirito Santo, ci ha ricordato che il “legame tra liturgia e serena e gioiosa mondanità – chiesa e
osteria – è sempre stato
considerato tipicamente cattolico e lo è per davvero”. Oggi non mi sembra ci
sia nulla di più felicemente cattolico romano dei Legionari di Cristo. (7.
continua) di Camillo Langone
( da "Foglio,
Il" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'
6 dicembre 2008 Le beatitudini
kantiane del professor Camillo Ruini Lettura magistrale del libro di Pera sul
perché ci si debba dire cristiani. Con una aggiunta cardinalizia che spiega come
il Papa, su questi temi, abbia arricchito il pensiero della chiesa Pubblichiamo
l?intervento del cardinale Camillo Ruini alla presentazione del libro del
senatore Marcello Pera, “Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo,
l?Europa, l?etica”. (Roma, 4 dicembre 2008) Il libro di Marcello Pera, “Perché
dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l?Europa, l?etica” è decisamente
importante in sé ed è ancora più importante per la lettera inconsueta che
Benedetto XVI ha scritto al suo Autore. Si può dire che è un libro a tesi, in
senso positivo, in quanto sostiene una posizione dichiarata con chiarezza fin
dall?inizio e poi argomentata attraverso tutte le pagine. Già nell?introduzione
Marcello Pera scrive: “La mia posizione è quella del laico e liberale che si
rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza”. La
conclusione di tutto il percorso, e anche di ciascuno dei tre capitoli in cui
il libro si articola, è quindi che “dobbiamo dirci cristiani”: una conclusione
forte e in buona misura contro corrente, cosa di cui l?Autore è ben
consapevole. Il libro si colloca pertanto dentro al grande dibattito riguardo
al cristianesimo che attraversa da alcuni anni, con nuovo vigore, tutto
l?occidente. Un dibattito che si muove tra due poli: quello di coloro che
vorrebbero espungere il cristianesimo dalla nostra cultura pubblica, o almeno
ridimensionare la sua presenza, e quello di coloro che cercano invece di
mantenere e rimotivare questa presenza, ritenendola oggi particolarmente
necessaria e benefica. In questo contesto è estremamente significativa la
lettera di Benedetto XVI. Una lettera inconsueta, come dicevo, ma per nulla
isolata. Essa rientra infatti nella nutrita serie dei rapporti e delle
convergenze tra Marcello Pera e il cardinale Ratzinger, e poi il Papa Benedetto
XVI. Il primo atto di questa serie sono le due conferenze che il presidente
Pera e il cardinale Ratzinger hanno tenuto rispettivamente il 12 e il 13 maggio
2004 all?Università Lateranense e nella Sala del Capitolo del Senato. A queste
due conferenze fece seguito lo scambio di due lettere di approfondimento e il
tutto è stato pubblicato ancora nel 2004 da Mondadori
in un libro dal titolo “Senza radici”. Europa, relativismo, cristianesimo,
islam: come si vede, sono almeno in buona parte i temi del libro che
presentiamo questa sera e della lettera del Papa. Poi Benedetto XVI affidò a
Marcello Pera l?introduzione al suo libro “L?Europa di Benedetto nella crisi
delle culture”, uscito nel maggio 2005 presso l?editore Cantagalli, che raccoglieva
alcuni suoi interventi da cardinale, tra cui l?ultimo pronunciato a Subiaco il
1° aprile 2005, il giorno precedente alla morte di Giovanni Paolo II, nel quale
era contenuto l?invito, rivolto agli amici non credenti, a cercare comunque di
vivere e indirizzare la propria vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci
fosse. E il presidente Pera intitolava la sua introduzione “Una proposta da
accettare”. Ancora, il 15 ottobre
( da "Stampa,
La" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'
AL CRISTO.CON
L'AZIONE CATTOLICA In mostra foto e ricordi della vita parrocchiale E'
particolare la mostra che si inaugura alle 15,30 nei locali della parrocchia S.
Giovanni Evangelista, al Cristo, sul laicato organizzato per leggere insieme
pagine di storia e cronaca di avvenimenti e feste. Dicono il parroco don
Claudio Moschini e il presidente dell'Azione cattolica Gianfranco Martino: «Si
ricordano i 140 anni dell'Ac parrocchiale in particolare e della diocesi in
generale, gli oltre 50 della Polisportiva Fulgor e delle ex allieve. Ma non è
un percorso di nostalgie bensì l'aspirazione di un rinnovato impegno per
annunciare oggi il Vangelo». La mostra è aperta oggi fino alle 18,30, domani e
domenica 14 mattino e pomeriggio, dalle 16 alle 18 negli altri giorni feriali.
Ci sono foto, scritti, ricordi, manifesti e quant'altro sulla vita della
parrocchia che si arricchisce di sempre nuovi spazi per svolgere attività
educative, sportive, ricreative e dove tante persone sono al servizio dei
nuclei familiari, sempre in via di espansione, specie se bisognosi.
( da "Repubblica,
La" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina V - Milano La curia concede
le chiese alla sedici confessioni cristiane federate, ma anche gli altri culti
convivono liberamente Sinagoghe, templi e monasteri una realtà la città delle
mille fedi Sotto le volte barocche di Santo Stefano canti africani, peruviani e
coreani I 100mila islamici hanno dieci luoghi di preghiera, i buddisti tre
centri di studi tibetani ZITA DAZZI La città delle mille fedi esiste già. Chiese cattoliche a parte, la rete del centinaio circa di luoghi
di culto delle grandi religioni disegna una trama sottile che interseca le
traiettorie della Milano laica. è una città poco nota, quella delle moschee e
delle sinagoghe, dei monasteri buddisti e dei tempi protestanti, delle chiese
dove il cristianesimo viene declinato secondo mille diverse sfumature,
con riti e lingue diverse. Una città nascosta, che «vive la religione in un
modo fervente, spontaneo, con canti, danze, musiche», spiega don Gianfranco
Quadri, cappellano dei migranti. Modi che i cattolici
milanesi hanno dimenticato o non hanno mai avuto, lasciando spesso le chiese
vuote. è per questo che la chiesa ambrosiana, fin dai tempi di Carlo Maria
Martini, ha messo a disposizione delle comunità etniche parrocchie abbandonate.
La chiesa cattolica ha fatto generosamente la sua parte, il cardinale
Tettamanzi invita l´amministrazione a farsi avanti. Don Quadri, 64 anni, da 13
responsabile in curia dell´ufficio per la pastorale dei migranti, guida con
l´abilità di un direttore d´orchestra la rete sempre più fitta di comunità
cattoliche straniere, con «almeno 10mila fedeli e 15 cappellani stranieri».
Ogni domenica oltre 35 chiese mettono a disposizione altari e cappelle per la
messa di cinesi, africani, coreani, etiopi, peruviani, polacchi. Chiese
affollatissime, brulicanti di bambini, piene di calore e di misticismo, come la
barocca Santo Stefano, vicino alla Statale, sede della cappellania migranti,
che ospita a rotazione filippini, latino americani e cingalesi, con messe
celebrate in spagnolo, tagallo e singalese. I cattolicissimi
25mila filippini di Milano vengono ospitati in alcune delle più belle chiese
cittadine, il Carmine, San Lorenzo e San Tommaso in Brolo, e in un´altra di decina
di parrocchie. «Noi cattolici dialoghiamo con i
cristiani e con le altre religioni», spiega don Gianfranco Bottoni,
responsabile dell´ufficio Ecumenismo e dialogo, grande tessitore della rete dei
rapporti con le 16 chiese cristiane federate ormai da anni in un Consiglio,
dove siedono fianco a fianco ortodossi romeni, russi, serbi, etiopi, eritrei,
copti e armeni, protestanti, evangelici valdesi, battisti e metodisti,
anglicani, luterani, in un vivace dialogo fra "fratelli" che
mantengono la propria specificità. Don Bottoni ricorda con orgoglio che, nel
( da "Repubblica,
La" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 32 - Cultura Adesso la
National Gallery di Washington nasconde nei depositi alcune sue opere donate
dal miliardario Andrew Mellon Diversamente dai quadri attribuibili all´artista,
che sono trentasei, quelli falsi raffigurano temi religiosi Nella prima metà
del Novecento, Johannes Van Meegeren ingannò collezionisti e storici dell´arte ideando
e dipingendo con le sue stesse mani alcuni "capolavori ritrovati" del
maestro del Seicento olandese Tra i truffati ci fu anche Hermann Goering: il
vice di Hitler pagò una somma colossale per "Cristo e l´adultera"
SIEGMUND GINZBERG per un Vermeer si può perdere la ragione. Ne sapeva qualcosa
Marcel Proust, che nel 1921 era andato a vedere al Jeu de Paume una mostra in
cui era esposta anche la Veduta di Delft. Davanti al quadro gli venne un
infarto. Sopravvisse ancora un anno, e fece in tempo a trasferire l´esperienza
sconvolgente a un personaggio della Recherche du temps perdu. Nella parte su
"La prigioniera", lo scrittore Bergotte muore, delirando, proprio sui
dettagli di quel quadro. E dire che meno di un secolo prima il pittore olandese
era ancora praticamente sconosciuto. «Questo Vermeer ci ha fatto impazzire, ma
l´abbiamo risuscitato?», si vantò il grande collezionista e mercante d´arte
parigino dell´Ottocento W. BÜrger (il suo vero nome era Théophile Thoré, ma
aveva dovuto inventarsi uno pseudonimo per far dimenticare i trascorsi
rivoluzionari del ?48). Aveva proposto per quattromila franchi all´allora
curatore della National Gallery, Charles Eastlake, La ragazza con l´orecchino,
ma quello l´aveva giudicato non all´altezza di figurare nel museo londinese.
Sir Eastlake era già passato a miglior vita quando, due anni dopo, BÜrger
pubblicò il primo catalogo dei dipinti di Vermeer allora conosciuti. Se c´è un
aldilà possiamo immaginarlo che si morde le mani. Da allora la fama del maestro
capace di suscitare coi suoi dipinti emozioni profonde, anzi violente, si è
estesa a dismisura. Oggi tutti impazziamo per Vermeer. Anzi, succede persino
che si impazzisca per i falsi Vermeer. La storia del falsario che nella prima
metà del Novecento abbindolò quasi tutti inventando di suo pugno, e di sana
pianta, dei capolavori ritrovati di Vermeer, sta scatenando un interesse quasi
maniacale. In breve successione sono appena usciti due intensi libri sullo
stesso argomento: The Forger´s Spell The Man Who Made Vermeers: Unvarnishing
the Legend of Master Forger Han Van Meegeren, di Jonathan Lopez (Harcourt) e
The Forger´s Spell: A true Story of Vermeer, Nazis, and the Greatest Hoax of
the Twentieth Century di Edward Dolnick (HarperCollins). Il terreno è molto
battuto. Versioni più romanzate della vicenda erano uscite anche in italiano
(Io e Vermeer di Frank Wynne, Vermeeer e il codice segreto di Balliett Blue, La
doppia vita di Vermeer di Luigi Guarnieri). Senza contare le fiction vere e
proprie tipo La ragazza con l´orecchino di perla di Tracy Chevalier o La
lezione di musica di Katharine Weber. Se invece si vuole stare sulla
saggistica, direi che Anthony Bailey dice già tutto nel suo Il maestro di
Delft. Storia di Johannes Vermeer, genio della pittura, pubblicato da Rizzoli nel
2003. Vermeer è diventato quasi un genere letterario tutto a sé, mi verrebbe da
dire. La storia dei falsi Vermeer di Johannes (Han) Van Meegeren avrebbe tutti
gli ingredienti del romanzo se non fosse vera. Non fu il primo e forse non sarà
nemmeno l´ultimo falsario degli olandesi del Seicento, ma al momento li supera
tutti. Alla trentina circa di Vermeer di cui si aveva conoscenza ai suoi tempi,
ne aggiunse di sua mano almeno altri nove: non copie di dipinti conosciuti ma
"originali", l´uno più bello dell´altro. Aggiunti quelli scoperti da
allora, tolti i falsi riconosciuti come tali, oggi di Vermeer ne vengono
censiti trentasei in tutto, pochissimi. Di uno, Il concerto, che era a Boston
sin da quando Isabella Gardner lo comprò da Thoré nel 1892, si sono perse le
tracce dal 1990. Con la sua abilità Van Meegeren riuscì a ingannare quasi tutti
i maggiori esperti d´arte dei suoi tempi. Ci cascò lo storico dell´arte
Valentiner, Willem Martin del Mauritishuis, Wilhelm von Bode del Museo di
Berlino. Abraham Bredius, che aveva passato tutta la sua vita a studiare
Vermeer (lo avevano soprannominato "il Papa", tanta era la fama di
infallibile), giunse a definire la «nuovissima scoperta» della Cena di Emmaus
dipinta da Van Meegeren come «il più bello di tutti i dipinti di Vermeer» (ora
è appeso come "curiosità" al Boijmans di Rotterdam). A sua discolpa
va però detto che era ormai ultraottantenne e quasi cieco. Il celebre
collezionista di Rotterdam Daniel George Van Beuningen comprò l´Interno con
bevitori e, tutto contento, fece il bis con una piccola Testa di Cristo. Il
miliardario americano Andrew Mellon, che era stato
segretario di Stato con Harding e Coolidge, e aveva qualche responsabilità per
il crac del 1929, di falsi Vermeer se n´era fatti affibbiare ben due, per
donarli alla National Gallery di Washington, che ora li nasconde per la
vergogna nei depositi dopo averli riattribuiti ad «artista anonimo del
Ventesimo secolo» (ma Mellon si rifece comprandone anche uno vero, la Ragazza
dal cappello rosso). Prima di lui, si erano fatti rifilare falsi Vermeer
finanzieri ed imprenditori accorti come Jules Bache, Heinrich Thyssen e Fritz
Mannheimer. L´avidità cieca del collezionista aveva sopraffatto l´avidità
prudente dell´uomo d´affari. Insomma, nei falsi di Van Meegeren cascarono fior
di furbetti e furboni, e nel 1943 persino il governo olandese, comprando il suo
Lavaggio dei piedi di Cristo. E ci cascarono il fior fiore degli studiosi.
Capita anche ai migliori. C´erano cascati Bernard Berenson, Roger Fry, Max
FriedlÄnder, Wilhelm von Bode, lo stesso Cornelis Hofstede de Groot, l´autore
del più autorevole catalogue raisonnè sull´artista. Flavio Caroli ha
testimoniato che ci cascò anche il suo maestro Roberto Longhi. Ma la più bella
delle sue truffe fu quella ai danni del vice di Hitler, Hermann Goering. Gli
rifilò per una somma colossale il Cristo e l´adultera, ottenendo per giunta in
cambio ben 137 dipinti autentici, di quelli arraffati in tutta l´Europa
occupata dal gerarca nazista. Non l´avrebbero forse nemmeno mai scoperto, se
non fosse stato lui stesso a confessare. A guerra
finita era stato arrestato
come collaborazionista, "traditore" per aver venduto i tesori
dell´arte nazionale ai nazisti. Si difese sostenendo che quei quadri li aveva dipinti
lui, e semmai si era preso beffa degli occupanti. A prova di quanto affermato,
nel corso del processo dipinse seduta stante un nuovo falso Vermeer. Se la cavò
con una modesta condanna da falsario, il "tradimento" poteva
comportare la fucilazione. Da farabutto, riuscì a farsi passare come eroe e
conquistarsi le simpatie del pubblico. C´è sempre qualcosa di attraente nel
rubare ai ladri, nel ripagare i malfattori con la loro stessa moneta, nel
beffare i potenti. Mi sarebbe simpatico, ci cascherei anch´io, non fosse che
anche questa confessione puzza di falso geniale. Dei due autori da cui abbiamo
preso spunto, Dolnick è quello che tutto sommato gliela lascia passare. Lopez è
un po´ più severo. Non trascura le sue simpatie dichiarate per il nazismo (nella
biblioteca personale di Hitler gli alleati ritrovarono un volume di poesie di
un poeta olandese con tanto di dedica autografa: «Al mio amato FÜhrer, con
gratitudine, H. Van Meegeren, 1942»; lui si difese ammettendo che la firma era
sua, ma sostenendo che la dedica era stata aggiunta da un zelante ufficiale
delle Ss). Ricorda che ce l´aveva con l´arte di avanguardia, denunciandola come
«bolscevica», e opera di «un branco viscido di odiatori delle donne e amanti
dei negri». Pare ce l´avesse in modo particolare con Van Gogh. Ma anche con
Mondrian e altri. Insomma, aveva le sue idee. Come pittore, prima di passare
alla ben più remunerativa attività di falsario, si era fatta una discreta fama
dipingendo soggetti religiosi. Aveva fondato un settimanale d´arte, il De
Kemphaan (Il gallo da combattimento) nominandone direttore Jan Ubink, uno
sciovinista cattolico, un guerriero di Cristo ultrà diremmo oggi. Uno degli
argomenti ricorrenti era che lo spirito dell´Olanda non era rappresentato dai
mercanti protestanti, dal calvinismo e dal suo contributo alle "origini
del capitalismo", e dallo spirito di tolleranza, bensì dalle più
"pure" tradizioni cristiane medievali. Non c´è da meravigliarsi che
fossero predisposti alla lealtà verso gli invasori tedeschi più che alla resistenza.
Quasi tutti i suoi falsi Vermeer sono di argomento biblico o religioso, mentre i Vermeer veri che si conoscono sono quasi tutti di
argomento profano, "laico", borghese. è vero che Vermeer dipinse
anche una Allegoria della fede, e che c´è chi lo ha portato a testimonianza di
una sua segreta conversione dal protestantesimo al cattolicesimo (nell´Olanda
di allora non c´erano destra e sinistra, c´erano solo protestanti e cattolici in guerra). Ma la si
potrebbe leggere anche come una "Allegoria della propaganda della
fede". Era un lavoro su commissione del cappellano cattolico dell´Aja. E
comunque il soggetto viene trattato in modo che ha poco di mistico, come una
sorta di rappresentazione da palcoscenico, con tanto di quadro con crocifisso
dipinto sullo sfondo. è vero che dipinse un Cristo nella casa di Marta e Maria,
ma in fin dei conti si tratta di una scena di vita famigliare, di una
conversazione con al centro una tavola imbandita. Così come ritratto della
quotidianità della carne più che dello spirito, ritratto della voglia di
"vivere bene", è tutta la pittura olandese del Seicento, che dipinge
interni di case di benestanti e osterie, cambiavalute, signori che ostentano
«l´imbarazzo della ricchezza», ma anche poveracci e pescivendoli, non Cristi e
Madonne o Martiri sotto atroci torture come nella contemporanea Italia e Spagna
della Controriforma e poi dell´Inquisizione. Per credere, andare a vedere la
suggestiva mostra Da Rembrandt a Vermeer. Valori civili nella pittura fiamminga
e olandese del ?600, al Museo del Corso a Roma. Non vi deluderà, anche quando
scoprirete che, malgrado il titolo, di Vermeer qui ce n´è solo uno, La ragazza
col filo di perle, col suo giubbotto di seta bordato di pelliccia giallo, che
la fa sembrare così cinese. A ciascun paese secondo le risorse che investe
nelle cultura, verrebbe da parafrasare, anche se per essere giusti bisogna
aggiungere che tutti i Vermeer non riuscirebbe probabilmente a metterli insieme
nessuno. Forse una delle ragioni del successo strepitoso che ebbero i falsi di
Van Meegeren sta nel fatto che colmavano quella che una parte dell´Olanda dei
suoi tempi poteva considerare una "lacuna" ideologica. Non mi
sorprenderebbe che di questi tempi lo facessero ministro della cultura. L´unica
vera sorpresa sarebbe se i suoi falsi ridiventassero veri.
( da "Repubblica,
La" del 08-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 6 - Interni Scelta di fede
Polemica con gli inquirenti di Salerno che negli atti hanno inserito un
capitolo molto privato "La mia castità umiliata dai pm" Il gip
Luerti: sono di Cl, cosa c´entra con le indagini? Io e Saladino siamo entrambi
di Cl. Abbiamo regole da seguire, tra queste c´è l´astinenza sessuale. Ma sono
fatti personali ROMA - «Nel decreto di perquisizione della procura di Salerno è
stata violata gratuitamente la mia privacy senza alcun motivo». è amareggiato
Simone Luerti, ex presidente dell´Anm, ora gip a Milano. Notizie sulla sua vita
privata sono presenti nelle carte salernitane diventate di dominio pubblico su
Internet. L´episodio - contestato sabato al Csm dal consigliere laico del Pdl Michele Saponara al
procuratore di Salerno, Luigi Apicella - è contenuto in un interrogatorio come
persona informata sui fatti dello stesso Luerti reso al pm di Salerno,
Gabriella Nuzzi. Il magistrato milanese era interrogato dal pm per i suoi
contatti con il principale indagato di why not, Antonio Saladino, alla
fine degli anni Novanta, quando l´indagine non era ancora iniziata. Questa
conoscenza, peraltro, non è stata mai messa in discussione dallo stesso Luerti
che conosceva Saladino perché entrambi di Comunione e Liberazione. è il pm
Nuzzi che chiede ad un certo punto dell´interrogatorio al suo collega-teste
Luerti se facesse parte di memores domini, un´associazione laicale cattolica
(sotto l´egida di Cl), i cui membri vivono i dettami evangelici, fra cui la
castità. Ecco la domanda che il pm Nuzzi rivolge a Luerti e che poi finisce nel
decreto di perquisizione di Catanzaro: «Voi avete delle regole da seguire tra
cui la castità?». Luerti: «Diciamo che è una castità laica, come status, non
matrimonio». Che cosa c´entri questa domanda con l´indagine why not, con i
rapporti fra Saladino e Luerti, con il codice penale, non è dato sapere. Quel
che è certo è che ora quell´interrogatorio contenente notizie sensibili sulla
sfera privata dell´ex presidente dell´Anm è diventato pubblico. «Avevo deciso
di rispondere al pm Nuzzi - dice Luerti - perché volevo chiarire una volta per
tutte ogni dubbio. La mia frequentazione con Saladino è ufficiale e mai
nascosta». Il risultato, però, è stato un altro,
diverso dalle sue attese. «Mi sono trovato sulle prime pagine dei giornali - ha
aggiunto l´ex presidente dell´Anm - perché è stato
inserito nel decreto di perquisizione il mio interrogatorio che conteneva
notizie totalmente irrilevanti sulla mia vita privata, fatti, ripeto, non
pertinenti alle indagini». «Non capisco - è lo sfogo amaro di Luerti - per
quale motivo la mia vita privata sia finita in mezzo a una bega nazionale fra
magistrati che si scambiano reciprocamente accuse. Da questo punto di vista il
metodo stesso della pubblicazione degli atti d´indagine va stigmatizzato». «è
vero che ho conosciuto Saladino - ammette il gip milanese - ma il punto è che
non ho mai avuto con lui alcuna convergenza. Questa mia vicenda mette a fuoco
un vizio nel metodo dell´indagine fatta tutta di collegamenti, vicinanze e
incontri completamenti privi di riscontri probatori». Simone Luerti conclude
con una considerazione di carattere generale. «Questo scontro fra Catanzaro e
Salerno che mi vede mio malgrado in qualche modo coinvolto - spiega - è la
dimostrazione che una riforma della Giustizia che separi le carriere non
avrebbe impedito un caso del genere perché i pubblici ministeri hanno
esercitato un potere che gli è proprio». (a.cus.)
( da "Repubblica,
La" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 44 - Cultura
Un saggio di Massimo Teodori e un´antologia curata da Michele Ciliberto IL DECLINO
DEI LAICI DAL DOPOGUERRA IN POI Sugli integralismi confessionali è uscito anche
"Contro l´aldilà" di Franco Crespi NELLO AJELLO Dove sono, nella
politica e nella società italiana, i liberali, quelli veri, cioè in pari tempo
antifascisti e anticomunisti? Che ne è di loro? Chi ha congiurato per
ridurli al silenzio? Ecco le domande che circolano nel volume di Massimo
Teodori, Storia dei laici (Marsilio, pagg. 364, euro 19,50). Il lettore vi
troverà il racconto di un´assenza, la diagnosi d´un disinganno. La parabola
attraversata da quella corrente di pensiero che animò tante figure di alto
rilievo, è nota per sommi capi a chiunque abbia in mente i capitoli salienti
della recente vicenda italiana. Ora Teodori li percorre, quei capitoli, in
pagine così ricche di eventi, date e personaggi da offrire sul tema un
promemoria ragionato. Le avventure che ha incontrato la cultura laica nel
nostro Paese coinvolgono, a volerle storicamente inseguire, tutto un mondo che
risale indietro nei secoli offrendo insegnamenti sempre attuali. In un gioco di
progeniture e di rimandi ideali verranno così alla luce i più disparati saperi
e valori, volta per volta difesi o contestati: dalla religione al diritto,
dalla vita associata alla tutela dell´individuo. E´ appena apparso, per fare un
esempio, in edizione Laterza e a cura di Michele Ciliberto, un volume
intitolato Biblioteca laica, con un sottotitolo esplicativo, Il pensiero libero
dell´Italia moderna. Vi si raccolgono, in una stimolante antologia tematica,
testi che vanno dal Rinascimento agli albori dell´Unità: da Leon Battista
Alberti (per citare solo alcuni degli autori), attraverso Machiavelli e
Guicciardini, fino a Manzoni, Cavour e Cattaneo. Una lettura prelibata e, a
tratti, di sorprendente freschezza. In un teso dissenso dai nuovi e vecchi
integralismi confessionali appare schierato un altro saggio anch´esso
recentissimo, Contro l´aldilà, di Franco Crespi (Il Mulino.) Diversa, per tono
e intenzione, è ovviamente la ricerca di Teodori, avendo egli scelto come suo
sfondo iniziale i decenni politici che vanno dal primo Novecento alla caduta
del fascismo. Già con l´introduzione, nel 1919, del sistema proporzionale, che
impone sulla scena i movimenti cattolico e socialista, appare incrinata la
supremazia di quella classe dirigente elitaria che, fatta l´Italia, sembrava
indefinitamente destinata a governarla. Poi il regime littorio, con la sua
demagogia intollerante, sposterà la società italiana in una dimensione di massa
impraticabile dagli esponenti dell´universo liberale. Molte personalità
istituzionali sono costrette al ritiro. Altre, da Matteotti ad Amendola, da
Gobetti a Carlo Rosselli, pagheranno con la vita la fedeltà agli ideali.
L´antifascismo non totalitario ha così perso i propri leader più ispirati, e
già si prepara ad essere incluso in quella categoria dell´«Italia di minoranza»
che gli procurerà i mesti elogi di Giovanni Spadolini. Mascherato, sotto il
regime fascista, dalla supremazia culturale del crocianesimo fra le menti
libere e poi dall´interesse rivolto dal filosofo al formarsi dei nuclei
antifascisti nati, spesso in suo nome, sulla propria sinistra, il declino
liberale diventerà esplicito fin dai primi confronti elettorali del dopoguerra,
aggravandosi ancora negli anni della Guerra Fredda. Nato appunto da una costola
di Croce, il partito d´Azione se ne differenzia ora su un punto decisivo: la
continuità del nuovo assetto politico con l´Italia prefascista. Questo
disconoscimento di paternità, da una parte, e dall´altra le critiche mosse dal
pensatore abruzzese alla fumosità ideologica di quel nobile partito di
intellettuali che s´è forgiato nella lotta armata, creano una delle tante
dicotomie destinate a sfoltire le file liberaldemocratiche. Fra i notabili
«vecchio stile» e i borghesi rivoluzionari del nuovo partito si leva una
barriera. E´ solo la scarsa rispondenza popolare il dato che accomuna le due
parti. Al suicidio del partito d´Azione fa riscontro il tenue richiamo
esercitato da quello liberale in un mondo dominato da un drastico manicheismo:
i comunisti all´assalto e i democristiani al contrattacco, con il supporto di
una borghesia più interessata alla conservazione che ai destini della Fede.
Quando, alle elezioni del 1946, i liberali si presentano sotto l´insegna di
un´Unione democratica nazionale, è facile appiopparle la sigla «ONB», in
ricordo dell´Opera nazionale balilla, utilizzando le iniziali di Orlando, Nitti
e Bonomi con un derisorio richiamo alla loro grave età. Al polo opposto dello
schieramento c´è quel «partito nuovo», al quale Togliatti imprime una strategia
di movimento. Il frontismo, che il Pci capeggia nel 1948 - «annus horribilis»,
lo definisce l´autore - indossa «una rassicurante maschera semiborghese» e
cerca di «confondersi tra la folla», come denunzia già da tempo, sul
Risorgimento liberale quel Mario Pannunzio che nessuno potrà accusare di
maccartismo. Con l´avanzare della prima Repubblica, le tecniche del Pci nel
fare incetta di intellettuali diventano più raffinate, sulle ali di uno slogan
capzioso ed efficace: «i veri liberali siamo noi». Sono proprio i laici, o ciò
che ne resta, le vittime principali di una simile tattica. «Siamo certamente in
una penosa situazione», chioserà Croce. «Da una parte i preti, "ingorda e
crudele canaglia", come li chiama Ariosto, e dall´altra i comunisti che,
oltre ad essere comunisti e russi, sono sempre pronti a negoziare e accordarsi
con i loro avversari ai danni della libertà d´Italia». Ma anche le masse
cattoliche subiscono, da sinistra, una vivace offensiva concorrenziale, alla
quale tuttavia essi trovano nel proprio integralismo la forza per reagire;
mentre le avance del Pci nella sfera religiosa si racchiudono in una quartina a
firma di Mino Maccari: «L´articolo sette - Togliatti ce lo dette, - disse al
marito la moglie, - e guai a chi ce lo toglie». I liberali passano intanto da
una scissione all´altra, e il campo anticomunista è sempre più lacerato:
l´anticomunismo fascistoide, o confessionale - strumentalizzato e insieme
arginato da De Gasperi al vertice della Dc vittoriosa - finisce per avere la
meglio su quello, assai meno orecchiabile, praticato dalla sinistra
liberaldemocratica, lamalfiana e terzaforzista, della quale nel libro si
sottolinea la nobiltà nella sconfitta. La parte celebrativa del volume si nutre
di medaglioni biografici più o meno corposi, intestati a Mario Pannunzio e
Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e Vittorio De Caprariis, Adriano Olivetti,
Nicola Matteucci, Altiero Spinelli; fino ai radicali di varia specie e perciò a
Marco Pannella i cui rilevanti meriti storici in materia laica sembrano
talvolta appannarsi di fronte a quella religione di sé che al laicismo poco somiglia. Con il dovuto rispetto ci si
sofferma su una casistica politico-culturale che va dal Mondo all´Espresso, da
Nord e Sud al Mulino e a Comunità, dall´Associazione per la Libertà della
Cultura di Ignazio Silone a Tempo presente di Nicola Chiaromonte. Istituzioni,
queste ultime, a proposito delle quali l´autore s´impegna a contestare quei
supposti legami con l´Intelligence americana che, anche se provati, non scandalizzerebbero
ormai nessuno o quasi. Ciò che conta è, comunque, l´assunto centrale di
quest´opera, eloquente elegia su un mondo scomparso o frantumato.
( da "Corriere
della Sera" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - MILANO -
sezione: Cronaca di Milano - data: 2008-12-10 num: - pag: 3 categoria:
REDAZIONALE Cinque divorzi al giorno. Crollano i matrimoni A Milano sempre meno
nozze e più separazioni. Il primo «sì» a 35 anni. Il rito civile doppia quello
religioso Il rapporto dell'Anagrafe: triplicati i matrimoni tra stranieri.
L'assessore Pillitteri: «I dati riflettono i cambiamenti sociali» Due che si
dicono di sì e almeno una che si dice addio. Coppie che vanno a nozze e coppie
che divorziano. Milano, 2007: 3.959 matrimoni celebrati e 2.074 divorzi
registrati. Un rapporto di due a uno (e qualcosa). Mai in passato i due dati
erano stati così vicini. E la successione storica porta a pensare che non sia
poi così azzardato tra qualche anno immaginare il sorpasso. Tanto per dire, nel
2000, mica nell'Ottocento, la statistica parlava di 5.130 nozze e di «soli»
1.733 divorzi. Tre a uno. Oggi, nonostante immigrati e coppie miste, il
matrimonio a Milano è quasi una bizzarria, una scelta controcorrente. E' il
caso di pensarci bene, comunque. Riflettere, soppesare, valutare. Anche perché,
i dati insegnano, il divorzio è poi lì in agguato. E intanto il tempo passa.
L'età media per dire sì è ormai vicina ai trentotto anni per lui e ai
trentacinque per lei. Un dato, anche questo, da prendere ormai come
consolidato. Solo sette anni fa gli uffici dell'anagrafe raccontavano che l'età
per fiori d'arancio e riso in testa oscillava tra i 34 (lui) e i 31 (lei).
Certo, a far media ci sono le tante seconde (quelle sì, in crescita) e triple
nozze che i milanesi sempre più si concedono. Ma il dato rimane alto anche per
chi arriva al sì per la prima volta: trentacinque anni e passa per gli uomini,
trentatré e rotti per le donne. Single felici o conviventi, eterni Peter Pan o
bamboccioni. Fatto sta che a Milano ci si sposa poco, tardi e soprattutto in
Comune. I riti civili (2.400) sono ormai quasi il doppio di
quelli cattolici (1.559).
Il confronto con il 2000, quando in Chiesa convolavano 2.781 coppie e in
municipio solo 2.349, qui si fa impressionante. Milano città laica, edonista,
individualista? «Ma no, Milano in questa cosa dei matrimoni non fa caso a sé.
E' l'Italia che è cambiata, è la nostra società. E' una mutazione
antropologica, si vive più a lungo e si invecchia dopo. E così, di riflesso, ci
si sposa più tardi » sostiene Stefano Pillitteri, l'assessore all'Anagrafe del
Comune. Gli immigrati, poi. Quasi triplicate negli ultimi anni le nozze tra
stranieri. Nel 2000 erano
( da "Corriere
della Sera" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione:
Opinioni - data: 2008-12-10 num: - pag: 36 autore: di CHRISTOPHER HITCHENS
categoria: REDAZIONALE POTERI PARALLELI Quei governi ombra di Damasco e
Islamabad T alvolta le cose più ovvie sono le più difficili da capire, ed è
divertente constatare fino a che punto i media si sforzino di mantenere un
atteggiamento di «apertura» verso ciò che è palese, per creare poi misteri
quando il vero compito del giornalismo è quello di svelarli. Il primo premio
della categoria va a Fernanda Santos del New York Times, la quale scrive da
Mumbai il 27 novembre che il centro ebraico Chabad in quella città era «l'
obiettivo improbabile dei terroristi che hanno lanciato una serie di sanguinosi
attacchi simultanei in diversi punti nel cuore commerciale di Mumbai». Con la fronte
sempre corrugata e tormentata dal dubbio e dall'incertezza, la Santos prosegue
affermando che «non si è ancora appurato se il centro ebraico sia stato tra i
bersagli strategici dei terroristi, oppure un luogo scelto a caso per la
cattura degli ostaggi». La stessa espressione sconcertata si ritrova sul viso
di tutti coloro che si chiedono se il Pakistan sia coinvolto nei «sanguinosi
attacchi simultanei» nel cuore di Mumbai. Per trovare una prospettiva
aggiuntiva, benché indiretta, su questo enigma che appare sempre di più come un
enigma avvolto in un mistero, diamo un' occhiata all'ottimo saggio di Joshua
Hammer sull'ultimo numero di Atlantic. La domanda cruciale — «C'è la Siria
nella regia occulta della strage?» — ha il pregio di apparire almeno nel titolo
dell'articolo, e non alla fine. Ecco i fatti: se siete un politico, un
giornalista o una figura pubblica libanese e criticate il ruolo svolto dal
governo siriano negli affari interni del vostro Paese, state pur certi che la
vostra auto salterà in aria non appena girerete la chiave, oppure verrete
aggredito e massacrato di colpi o dilaniato da una bomba o da una mina antiuomo
mentre percorrete le vie di Beirut o avete imboccato la strada delle montagne.
Gli esplosivi, le armi e le raffinate tattiche impiegate fanno pensare a
risorse solitamente a disposizione della polizia segreta e dell'esercito di
un'organizzazione statale. Mi sento in dovere di ribadire, tuttavia, nel
rispetto della massima obiettività, che non si può affermare altro. Se invece
vi ostinate ad accusare il dittatore Assad, ecco che la vostra macchina esplode
o qualcuno vi spara alla testa. Nel corso degli anni, questo è accaduto a
diversi personaggi, dal politico sunnita Rafik Hariri al leader druso Kamal
Jumblatt, fino al portavoce comunista George Hawi. Certo, nessuno vuol passare
per un «teorico della congiura » e insinuare che vi siano collegamenti
inequivocabili tra le accuse al regime siriano e la triste fine di questi
poveracci. L'articolo di Hammer fa sorridere perché rivela fino a che punto la
comunità internazionale è disposta ad argomentare proprio per non coinvolgere
la dittatura di Assad in questa infinita serie di drammatici eventi. Dopo
tutto, non è forse Damasco che detiene le chiavi della pace nella regione? E
non potrebbe il giovane Bashar Assad, che è riuscito a farsi eleggere
presidente dopo la morte del padre, per cause naturali, infastidirsi e
addirittura imbufalirsi se viene a scoprire di aver ordinato attentati e
omicidi? Non rischia di risentirne il celebre «processo di pace», se un dito
accusatorio venisse puntato contro di lui? Negli uffici delle Nazioni Unite,
dove languisce la vecchia inchiesta sull'assassinio di Hariri, considerazioni
come queste contribuiscono ad allungare i tempi e Hammer descrive con efficacia
l'atmosfera che vi si respira. Allo stesso modo, la comunità internazionale
sembra aver deciso di non prendere posizione riguardo il coinvolgimento del
Pakistan negli attentati in India. Tutto, dai cellulari all'addestramento,
sembra puntare nella direzione di un gruppo militante già messo al bando,
chiamato Lashkar-e-Taiba, che pratica ciò che predica e predica la guerra santa
contro gli indù, oltre che contro ebrei, cristiani, atei e altri elementi
impuri. Tutti sanno che Lashkar è il figlio bastardo — e nemmeno disconosciuto
— dei servizi di sicurezza pachistani. Ma quanto sarebbe scomodo affrontare una
verità tanto ovvia e palese? Scomodissimo, tanto per cominciare, per il governo
del presidente pachistano Asif Ali Zardari, un politico nuovo e inesperto che
potrebbe anche non essere realmente a capo del suo Paese o delle sue forze
armate, ma che comunque sa anche lui come far tintinnare quelle famose chiavi
del processo di pace. Scomodo anche per tutti coloro che si ostinano a credere
che la guerra in Afghanistan sia «giusta», quando vedono che il Pakistan ritira
i battaglioni dalla frontiera afghana per spiegarli contro il Paese vicino, la
democratica India (da sempre il «vero» nemico del Pakistan). La situazione in
Siria e in Pakistan è molto più simile di quanto si abbia interesse a
denunciare. In entrambi i casi, esiste uno Stato dentro lo Stato che esercita
il vero potere parallelo e dispone delle forze di riserva. In entrambi i casi, il «laicismo
» ufficiale è una maschera (come lo era per il partito Baath in Iraq) per
l'appoggio concesso dallo Stato a gruppi criminali teocratici e
transfrontalieri come Lashkar e Hezbollah. In entrambi i casi, una quantità
sconosciuta di armi nucleari è a disposizione della repubblica ufficiale (delle
banane), come pure — con ogni probabilità — nelle mani di vari elementi
all'interno dello stato ufficioso, criminale e terrorista. (La Siria non ha
recriminato davanti alle Nazioni Unite per il recente raid israeliano che ha
distrutto i suoi impianti nucleari segreti, né ha sollevato clamore: un fatto
cruciale, questo, sfuggito all'attenzione dei media). Nelle attuali
circostanze, assai drammatiche e in via di peggioramento, forse si capisce
perché preferiamo rifugiarci nel dubbio e consolarci con le illusioni, come l'ingenuo
interrogativo sollevato dalla giornalista se gli ebrei fossero stati
l'obiettivo dell'attacco o se si fossero trovati casualmente, e per il massimo
della sfortuna, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tutto ciò potrebbe
apparire anche vagamente comico, se il pericolo non puntasse dritto contro le
nostre strade e le nostre città. \\ In Siria e Pakistan c'è uno Stato dentro lo
Stato che esercita il vero potere parallelo. In entrambi i Paesi, il «laicismo» ufficiale è una maschera per l'appoggio concesso
dallo Stato a gruppi criminali teocratici traduzione di Rita Baldassarre
( da "Repubblica,
La" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XI - Napoli LA SFIDA DI
PANNUNZIO PIETRO SOLDI Q uest´anno ha segnato il quarantesimo anniversario
della scomparsa di Mario Pannunzio, il celebre fondatore e direttore de
"Il Mondo", il settimanale politico, economico e letterario in
edicola dal 1949 al 1966, intorno a cui si riuniva un gruppo di intellettuali e
uomini politici, tra i quali Ugo La Malfa, strenuamente impegnati nella
battaglia politica e ideale per mantenere l´Italia repubblicana saldamente
unita alla civiltà liberale euro-atlantica. Quello straordinario capitolo della
storia italiana del Novecento sarà ricordato domani alle 17 con una tavola
rotonda all´Istituto italiano per gli studi filosofici (via Monte di Dio 14),
interlocutori Adolfo Battaglia, Biagio de Giovanni e Massimo Teodori, lo
storico che ha rivolto molta attenzione all´opera pannunziana nel suo ultimo
libro "Storia dei laici nell´Italia clericale e comunista" (Marsilio,
2008). Vi sarà un dibattito aperto all´uditorio, nel quale i promotori (oltre
all´istituto di Gerardo Marotta, la fondazione Istituto Banco di Napoli e il
comitato che si è costituito per celebrare il centenario della nascita di
Pannunzio) si augurano di poter contare un nutrito numero di giovani.
Nell´indirizzo politico-editoriale del "Mondo" confluiscono le
lezioni più moderne della cultura italiana ed europea, dallo storicismo
dialettico di Croce al liberalismo democratico di Tocqueville, dal
"concretismo" cattaneano di Salvemini alla cultura liberale dei
grandi economisti anglosassoni che hanno aperto nuovi orizzonti alla politica
economica. Da tale posizione politico-culturale Pannunzio e quelli che si
chiamarono "Amici del Mondo" conducono nel primo ventennio
dell´Italia repubblicana una tenace azione per far uscire il Paese dalla morsa
che lo attanaglia nel clima della "guerra fredda", tra moderatismo cattolico incline alle pratiche clientelari e di
sottogoverno e opposizione comunista del "tanto peggio tanto meglio",
tatticismo esiziale per lo Stato democratico. Appoggiano Ugo La Malfa nello
sforzo dispiegato per affermare nuovi equilibri politici con il governo di
centrosinistra e promuovono, si può dire con metodo salveminiano, una
poderosa attività culturale con i convegni romani dedicati ai grandi temi della
modernizzazione e dello sviluppo del Paese. Da Napoli, capitale del
Mezzogiorno, bisogna ricordare che "Il Mondo" è stato
un organo di stampa nettamente orientato in senso meridionalista, che ha fatto,
tra l´altro, conoscere al Paese i giovani liberali democratici meridionali che
poi daranno vita a "Nord e Sud": Francesco Compagna, Vittorio De
Caprariis, Rosario Romeo, Renato Giordano. Lo stesso titolo nittiano della
rivista fu suggerito a Compagna da Mario Pannunzio, al quale il meridionalista
napoletano resterà sempre legato da un sentimento di commossa riconoscenza. E
si deve a Francesco Compagna uno dei saggi più densi sulla personalità
intellettuale e morale di Pannunzio, nel quale si sottolinea che «"Il
Mondo" offriva di inserire il meridionalismo in una tradizione di intelligente
giornalismo politico, alla cui altezza ci si doveva portare e mantenere per
dare adeguato risalto alla revisione che si voleva promuovere, nella continuità
liberale, del meridionalismo liberista».
( da "Corriere
della Sera" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione:
Lettere al Corriere - data: 2008-12-11 num: - pag: 39 categoria: REDAZIONALE
Risponde Sergio Romano CHIESA CATTOLICA E MOSCHEE LA POSIZIONE DELLA LEGA La
costruzione di nuove moschee in Italia e l'intromissione del Vaticano: lei che
cosa pensa di questa ingerenza e delle reazioni dei cittadini? In ultimo:
dobbiamo proprio costruire? Si può pregare anche a casa. Emanuela Bruschi
emanuela.bruschi@ gmail.com Cara Signora, S uppongo che lei si riferisca ad
alcune dichiarazioni di rappresentanti della Santa Sede e del clero italiano,
fra cui l'arcivescovo di Milano cardinale Tettamanzi, dopo il «no a nuove
moschee» proclamato da Umberto Bossi negli scorsi giorni. Mi sono sembrate
interessanti a questo proposito le parole di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente
del Pontificio consiglio per la cultura. Ravasi ha detto che vanno costruite,
ma a condizione «che ci sia un controllo dello Stato sulle effettive finalità
religiose e che le moschee non si trasformino in luoghi destinati ad altri
fini». Non mi è sembrata una «intromissione». Se avesse taciuto, la Chiesa
avrebbe dato l'impressione di sottoscrivere la posizione della Lega. Se avesse
sostenuto che si può pregare anche a casa, avrebbe dimenticato che la libertà
di culto è un diritto garantito dalla Costituzione e che il suo rispetto
interessa anche la Chiesa cattolica. Mi è sembrato giusto anche il cenno di
Ravasi ai controlli. Parecchie volte, in passato, ho avuto occasione di
sostenere che lo Stato, soprattutto quando si adopera per facilitare la costruzione
di una moschea, ha il diritto di pretendere che un rappresentante del prefetto
o del sindaco sieda nel consiglio di amministrazione dell'ente che dovrà
gestirla. Dirò di più. Per evitare l'inquinamento dei centri islamici e il loro
uso politico o, peggio, terroristico, una moschea è molto meglio dei numerosi
luoghi di culto, precariamente alloggiati in garage e scantinati, che sono
spuntati come funghi nelle città italiane. La moschea è un luogo pubblico, ha
una maggiore visibilità, deve rendere conto del modo in cui è amministrata.
Proibirne la costruzione spinge gli immigrati musulmani a praticare la loro
fede in condizioni incivili e complica il problema della loro integrazione
nella società italiana. La posizione della Lega in proposito mi è sembrata
inutilmente restrittiva. In una lettera a La Stampa del 6 dicembre, il
presidente dei suoi deputati Roberto Cota dà la sensazione di comprendere che i
«centri culturali», come si sono sviluppati in questi ultimi anni,
rappresentino un problema e che la costruzione di un edificio appositamente
destinato al culto sia preferibile. Ma elenca una serie di condizioni che sono
in parte ragionevoli, in parte irragionevoli. è certamente ragionevole la
richiesta di un piano economico- finanziario in cui siano indicate le risorse
che verranno utilizzate per la realizzazione dell'opera. Non è ragionevole
invece pretendere che la costruzione della moschea sia approvata con un
referendum della popolazione del comune in cui dovrà sorgere. Non è né utile né
opportuno invitare i cittadini a esprimersi su un diritto garantito dalla
Costituzione. Ed è poliziesco infine pretendere che le associazioni promotrici
depositino uno statuto «che riconosca, tra l'altro, la democraticità e la
laicità dello Stato e che impegni al rispetto della dignità dell'uomo, della
famiglia e all'eguaglianza uomo donna». Lo Stato ha il diritto di intervenire
per tutelare i diritti garantiti dalla legge e punire i reati. Ma non è liberale se pretende professioni di fede laica o,
peggio, se chiede agli stranieri ciò che non chiede ai suoi cittadini e a se
stesso. L'onorevole Cota crede davvero che l'Italia concordataria sia un Paese
laico e che il finanziamento delle scuole cattoliche risponda ai principi della
Costituzione italiana? Crede davvero che il principio della parità fra
l'uomo e la donna sia egualmente tutelato in tutti i settori della vita
economica e in tutte le regioni del Paese?
( da "Foglio,
Il" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'
11 dicembre 2008 Langone alla
scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici -
Opus Dei Opus Dei. Pensavo fosse più difficile pescarli, gli opusdeisti nella
rete, e invece molti si dichiarano senza problemi, non c?è bisogno di usare
chissà quali esche. E sì che avrebbero motivi per starsene acquattati, i gruppi
contro l?Opus sono quasi altrettanto numerosi di quelli contro l?Inter: “Odio
al Opus Dei”, “No al Opus Dei!!!”, “Denunciemos a los sectarios del Opus Dei y
a los Legionarios de Cristo”… Dall?esterno i succitati movimenti si possono
confondere: entrambi ispanofoni, latinofili, temprati nelle persecuzioni
anticristiane novecentesche… Anche all?interno sono percepiti come parzialmente
sovrapponibili. Se trovassi qualcuno che simpatizzasse contemporaneamente per
Azione cattolica e Cl penserei a un caso di schizofrenia grave, e non riesco
neppure a immaginarmelo uno stranissimo cristiano apprezzante in egual misura
Enzo Bianchi e Kiko Arguello. Invece nessun stupore quando mi sono imbattuto in
casi di doppio clic Opus Dei-Regnum Christi (i Legionari laici). Le differenze
comunque ci sono, l?Opus appare più maschile e con una minore propensione alla
goliardia. Gente molto seria, abbastanza di destra, parecchio papista,
piuttosto colta, che non si limita a leggere il “Cammino” del fondatore Escrivà
ma studia la Bibbia, le vite dei santi e perfino il cardinale Siri (che Dio
l?abbia in gloria). Una Isabella Dei firma appelli sia per Eluana che per
Saviano e mi fa venire un?idea: Perché l?autore di “Gomorra” non prende una
posizione pubblica a favore di chi sta rischiando come lui una brutta fine ma a
differenza di lui non può parlare? Sarebbe una cosa enorme. di Camillo Langone
( da "Stampa,
La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
STRESA.OGGI E DOMANI Forum sulle
terza età con il ministro Brunetta Torna oggi e domani a Stresa per il terzo
anno consecutivo il confronto sul progetto «Terza Economia - Sempre più valore
dalla terza età». L'iniziativa è della Fondazione onlus Scienza e Ricerche il
cui Comitato scientifico è presieduto dal geriatra Marco Trabucchi
dell'Università di Roma Tor Vergata. I lavori inizieranno alle 11,30, al Grand
Hotel des Iles Borromèes, aperti da Trabucchi. Seguirenno gli interventi del
ministro finlandese Matti Sihto e dello studioso giapponese Satoshi
Shimizutani. Alle 14,30 i saluti di Carlo Ferri presidente della Fondazione
Socialità e Ricerche. A seguire si parlerà di «Terza Economia» con Trabucchi;
di «Salute» con Roberto Bernabei, dell'Università di Roma; di «Formazione
continua» con Michele Colasanto della Cattolica di Milano e
di «Qualità del lavoro dei senior e dinamiche salariali» con Guglielmo Weber
dell'Università di Padova. Alle 16,45 dibattito su «Sistemi di welfare e
politiche del lavoro» con Enrico Letta. Domani contributi dei senatori
Francesco Casoli, Nicola Rossi e Tiziano Treu e del deputato Bruno Tabacci.
Conclusioni di Mercedes Bresso, presidente del Piemonte e del ministro Renato
Brunetta.
( da "Repubblica,
La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina V - Torino Susta Esposito
Morgando La linea di demarcazione non è solo tra ex Ds a favore ed ex Dl
contrari Il Pd si spacca sullo sciopero il dibattito corre su Facebook La
parola d´ordine è aspettare che passi: chi si schiera e chi preferisce di no
Approda in rete il botta e risposta nel partito che non trova una linea comune
Apprezzo Bongiovanni che è contro la protesta A sinistra ci sono troppi
conservatori Io ci sto, ma vorrei che di queste cose un partito come il nostro
parlasse di più Io sono un pensionato e sono iscritto alla Cisl Piattaforma
condivisibile ma la forma è sbagliata PAOLO GRISERI La regola è: far passare la
nottata. Certo, un partito laico non si formalizza se metà
dei suoi iscritti scende in piazza e l´altra metà se ne rimane a casa. Ma,
ecco, non è un bel vedere. Il segretario regionale del Pd, Gianfranco Morgando,
premette: «Io sono un pensionato e sono iscritto alla Cisl. Per questo,
in coerenza con le indicazioni del mio sindacato, non aderirò allo sciopero
proclamato dalla sola Cgil». Uno sciopero sbagliato? «Non credo sia sbagliato
nei contenuti. Anzi penso che la piattaforma sulla base della quale la Cgil ha
indetto la protesta sia molto condivisibile». E dunque come mai, di fronte a
una piattaforma condivisibile, il segretario del Pd non aderisce alla protesta?
«Perché credo che in questi casi non conti solo il merito dei problemi ma anche
la forma della lotta. Uno sciopero che divide le organizzazioni dei lavoratori,
anche se indetto su una piattaforma condivisibile, non è condivisibile».
Scendendo dai gradoni della piramide del Pd si incontrano punti di vista anche
opposti. E, a sorpresa, non sempre la linea di demarcazione è tra ex Ds
favorevoli allo sciopero ed ex esponenti della Margherita contrari. Rispetta lo
schema tradizionale un parlamentare come Stefano Esposito: «Certo che aderisco,
perché penso che sia giusta la piattaforma. Vorrei però che di queste cose un
partito come il nostro parlasse di più. è evidente che lo sciopero indetto
dalla sola Cgil rischia di dividerci. Ma non è con il silenzio imbarazzato che
si costruisce il partito nuovo. Quel silenzio dimostra in realtà che i partiti
continuano a essere due se non tre». La questione sollevata da Esposito va
anche oltre il problema dello sciopero generale della Cgil. Anche se la vicenda
dell´astensione dal lavoro separata rischia di diventare una cartina di
tornasole del grado di unità raggiunto dal partito. Che il vicesindaco Tom
Dealessandri, ex segretario della Cisl di Torino, non aderisca è abbastanza
logico: «Non credo che sia utile scioperare contro la crisi in modo separato».
Ma se lei fosse un dipendente, aderirebbe o andrebbe a lavorare?: «Mi spiace
non essere un dipendente e non poter rispondere di conseguenza alla domanda».
Non meno imbarazzata la risposta di Andrea Giorgis, capogruppo del Pd in Sala
Rossa, costretto dal ruolo a tenere insieme le diverse sensibilità presenti nel
partito. Giorgis, lei è un lavoratore dipendente? «Sì, sono dipendente
statale». Lei domani (oggi n.d.r.) sciopererà? «Certo, aderisco allo sciopero
indetto dalla Cgil». Come giudica i suoi compagni di partito che invece non
aderiranno? «Scusi? Non sento bene, non ho sentito la domanda». Per comprendere
gli stati d´animo reali di una parte del Pd bisogna abbandonare le
dichiarazioni ufficiali e avventurarsi nel mondo più o meno intimo di Facebook.
è qui che si possono mettere agevolmente nell´angolo gli imbarazzi e i
tatticismi diplomatici. Carlo Bongiovanni, uno dei principali collaboratori del
sindaco, diessino doc, si confida: «Sono convinto che la Cgil stia
involontariamente commettendo un errore politico. Lo sciopero è contro la
manovra di un governo che non ho votato e non mi piace. Per questo è giusto
parlare di politica. Astenendoci dal lavoro non aiuteremo né il
centro-sinistra, né la Cgil, né il Pd. Lo sciopero è uno strumento che deve
essere utilizzato con prudenza e parsimonia (a meno che non si voglia
prolungare il week-end). In questo caso la battaglia politica non è da fare in
piazza ma in parlamento. Sbaglia la Cgil... peccato perché sono iscritto
anch´io». Uno sfogo che trova adesioni eccellenti. Un´ora e venti minuti dopo
l´intervento di Bongiovanni fa conoscere il suo pensiero Gianluca Susta con una
frase sintetica ed esplicita: «Bravo Carlo. Sei un vero riformista. Ma quanti
conservatori di sinistra ci sono. Ciao, Gianluca».
( da "Repubblica,
La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina III - Napoli
Spettacoli La madonna laica di Erri De Luca alla Galleria Toledo GIULIO BAFFI A
PAGINA XVI SEGUE A PAGINA XVI
( da "Unita,
L'" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
FOGLIETTONE D on Nildo Pirani ha 71
anni. È sacerdote dal 1961 e in tutto questo tempo, dice, «ogni volta che mi
hanno chiesto di pregare per chi soffre l'ho fatto». Domani la sua parrocchia,
San Bartolomeo della Beverara, settemila anime nella periferia bolognese,
ospiterà una veglia di preghiera per le vittime dell'omofobia. Ci sarà anche il
presidente di Arcigay Bologna Emiliano Zaino: «Alcuni
nostri iscritti sono cattolici e vivono un doppio rifiuto: lo Stato non li riconosce e la
Chiesa non li capisce». L'idea della veglia non è partita da don Nildo, che
però ha deciso di ospitarla, ma dal movimento «Noi siamo Chiesa». Gruppo
cattolico a tutti gli effetti, ma di rottura con la linea intransigente delle
gerarchie, nato nel '96 per rilanciare le conquiste del Concilio
Vaticano II. La Chiesa che vorrebbero include omosessuali, divorziati «e anche
i conviventi, che si vogliono bene e che non vogliono o non possono sposarsi»,
dice il portavoce nazionale Vittorio Bellavite. Posizioni che sono valse al
movimento la diffidenza, se non aperta ostilità, della Cei. «Abbiamo deciso di
organizzare la veglia dopo che il Vaticano si è schierato contro l'iniziativa
dell'Onu per depenalizzare l'omosessualità nei Paesi dove è reato. Una scelta
che ha creato scandalo anche tra i fedeli». È un piccolo movimento, qualche
centinaio di persone. «Ma rappresentiamo un'area di opinione molto più estesa.
Ci sono vescovi che la pensano come noi e che non si espongono perchè il
controllo della Cei è strettissimo». Non è la prima volta che «Noi siamo
Chiesa» organizza iniziative del genere. Ma è la prima volta che una parrocchia
decide di ospitarle. A Milano, una preghiera analoga si terrà il 20 dicembre:
in una chiesa valdese. Don Nildo invece non si è scomposto: «Sono stato ordinato prete dal cardinale Lercaro, uno dei
protagonisti del Concilio. Lui mi ha abituato a guardare avanti, a non
accettare le posizioni prefabbricate». Don Nildo gli spazi li avrebbe concessi
comunque, «anche se non ci fosse stato quel
pronunciamento infelice del Vaticano. Perchè per un cristiano, la condivisione
della sofferenza sta al primo posto». Monsignor Ernesto Vecchi, vicario
tradizionalista del cardinale di Bologna Carlo Caffarra, non l'ha presa troppo
bene. In passato si è scontrato tante volte con l'Arcigay. Quando, l'anno
scorso, un corteo di gay, lesbiche, bisex e trans contestò la processione della
Madonna di San Luca, in segno di protesta contro il presidente della Cei
Bagnasco, ci volle una messa riparatrice. Vecchi poi definì il Gay Pride «una
manifestazione vergognosa». Stavolta dice: «La veglia è un azzardo del parroco.
Potremmo proibirla ma non lo facciamo per non prestarci all'equivoco secondo
cui il Vaticano sarebbe favorevole alla pena di morte per i gay». Non è vero,
aggiunge: «Semplicemente la Chiesa non potrà mai riconoscere ciò che non è
riconoscibile». È questo lo scoglio che bisogna superare, ribatte Sergio Lo
Giudice, presidente onorario di Arcigay: «Di solito si pensa che da una parte
ci siano i cattolici e dall'altra i gay: non è così.
Il problema è che la Chiesa prospetta agli omosessuali una sola strada: quella
della rinuncia all'amore e alla sessualità».
( da "Corriere
della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - MILANO -
sezione: Tempo Libero - data: 2008-12-12 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE LIBRO Marcello Pera e il Cristianesimo Tra tante
guerre di religione, ha senso esibire conversioni al cristianesimo o rivolgersi
ad esso per giustificare i diritti? Marcello Pera rivendica la sua posizione
laica e liberale nel libro «Perché dobbiamo dirci cristiani» che presenta alla
Cattolica. Largo Gemelli 2, Aula Magna, h. 16.30
( da "Corriere
della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Prima Pagina - data: 2008-12-12 num: - pag: 1 autore: di MARIA LUISA
AGNESE categoria: REDAZIONALE Il caso La lettera pastorale
di Bagnasco fa discutere cattolici e laici La Chiesa e i tradimenti da perdonare MILANO — Siete
stati traditi? Perdonate. Lo sostiene il cardinale di Genova e presidente della
Cei, Angelo Bagnasco, che in nome dell'unità familiare rispolvera la collaudata
virtù della pazienza. Ma la lettera pastorale 2008-2009 fa discutere
laici e cattolici i quali sono i meno sorpresi dalle
parole del cardinale. A PAGINA 29
( da "Corriere
della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Esteri - data: 2008-12-12 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Il
nuovo potere Emarginati i chierici, vincono gli ex militari Il «re di Teheran»
cresciuto all'ombra di Ahmadinejad L'ascesa del magnate Mahsouli, odiato dai
blogger Il nuovo titolare degli Interni è un imprenditore che si è arricchito
passando dal mattone al petrolio. Gli avversari: «Dietro a improvvise fortune
c'è una strategia politica, il presidente iraniano sta creando una nuova classe
sociale per mantenere il potere» DAL NOSTRO INVIATO TEHERAN — Niente cravatta,
nessun lusso, anche la rivoluzione ha i suoi vezzi. Il presidente Mahmud
Ahmadinejad ne è un testimonial perfetto, il giubbino floscio che indossa fin
sul palco dell'assemblea plenaria dell'Onu è diventato un'icona del laico
devoto. Vuol dire: «Sono un politico onesto al servizio del popolo nel nome
del-l'Islam ». Eppure a Teheran dicono che la villa del suo nuovo ministro
degli Interni, Sadegh Mahsouli, sia proprio questa meraviglia al nord della
capitale iraniana. Niente foto, gesticola la guardia. Per sentire l'odore dei
dollari, però, basta annusare l'aria di montagna. La recinzione è fatta di
lance con le punte d'ottone. In quest'area, un metro quadro in condominio
costerebbe 5-6mila dollari, la villa del ministro vale milioni e non è una
residenza di Stato. è la sfarzosa casa privata del primo ministro. I blogger
iraniani sono scatenati contro di lui. Si rimbalzano l'un con l'altro la stessa
favola, mai smentita dall'interessato. Eccola. Sadegh Mahsouli ha combattuto la
guerra contro l'Iraq, non nell'esercito regolare, ma nelle milizie infiammate
dalla fede, i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Una decina di anni fa,
Mahsouli lascia la divisa proprio come ha fatto il presidente. Le loro strade
sembrano dividersi, uno entra in politica, l'altro in affari. Uno fa il sindaco
di Teheran. L'altro compra case a 3 piani e ottiene il permesso di abbatterle
per costruire torri da 25 piani. Quattro anni fa il nuovo incontro. Mahsouli
coordina la campagna elettorale di Ahmadinejad. è il trionfo, ma Mahsouli va
ancora per la sua strada. I suoi affari decollano. Dal mattone passa al
petrolio. Apre sedi a Dubai, in Turchia, in Turkmenistan. Poi si butta nell'import.
Il patrimonio dell'antico pasdaran è oggi stimato in 20 miliardi di dollari, un
quinto del budget annuale dell'Iran. Ufficialmente è «solo» di 163 milioni di
dollari. «Il saccheggio dei beni pubblici è evidente — denuncia a Teheran,
Saied Leilaz, celebre analista economico d'opposizione —. Il presidente ha in
mano il credito: nel
( da "Corriere
della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Cultura - data: 2008-12-12 num: - pag: 53 categoria: REDAZIONALE Il dibattito
Filosofia e religione non possono rinunciare alla ricerca della verità: ma in
democrazia nessuno può vantarsi di possederla Relativismo, una maschera del
nulla Oggi l'«incultura dell'optional» mette tutto sullo stesso piano, dalla
pornografia alla fede di CLAUDIO MAGRIS I n una delle sue ultime interviste,
Horkheimer — fondatore, con Adorno, di quella Scuola di Francoforte che, col
suo marxismo critico e autocritico, è tuttora fondamentale per capire la nostra
realtà — dice che il mondo finito e contingente in cui viviamo è l'unico di cui
possiamo parlare, ma non è necessariamente l'unico esistente e comunque non
basta. Esso è l'unico oggetto di una onesta conoscenza razionale, ma la sua
finitezza evoca quell'inattingibile altrove, quell'irriducibile Altro che danno
senso al nostro confronto con esso, con le sue mancanze che chiedono di essere
colmate, con le sue ferite che domandano di essere sanate, con le sue esigenze
di giustizia e di felicità sempre deluse eppur mai cancellate. Per la tradizione
ebraica, che nutre il pensiero di Horkheimer, il Messia non è ancora venuto, ma
anche chi ritiene che non verrà non può comprendere veramente la realtà umana
senza fare i conti con il senso e con l'esigenza di quell'attesa, di quella
promessa di redenzione. Ogni filosofia che rinuncia a essere ricerca della
verità e del significato si riduce a un mero protocollo di un bilancio
societario; d'altronde un pensiero che pretenda di essersi impossessato della
verità come ci si impossessa di un oggetto o della formula di un esperimento è
una retorica menzognera. Di Dio, dicono tutti i grandi mistici, non si può dire
nulla, perché lo si degraderebbe a misura umana, bestemmiando la sua
assolutezza; si può solo sentirsi avvolti dalla sua oscurità, mentre ci si occupa
onestamente delle singole cose che si possono vedere. Quelle parole di
Horkheimer, alieno da qualsiasi fede positiva, indicano come la fede,
contrariamente a ciò che spesso si dice, non sia un ombrello che ripara da
dubbi e incertezze, bensì un violento squarcio del consueto sipario quotidiano
che ci protegge con tutte le convinzioni e le convenzioni passivamente
acquisite, uno squarcio che ci espone a venti ignoti. Gesù o Buddha non sono
venuti a fondare una religione, perché già allora ce n'erano troppe, bensì a
cambiare la vita, con tutto il rischio e lo smarrimento che ciò comporta e che
Gesù ha provato nel Getsemani; secondo le sue parole, solo chi è disposto a
perdere la propria vita la salverà e perdere la vita — ossia tutto il suo
corredo di convinzioni, abitudini, valori, legami, buoni sentimenti e
comportamenti assennati — significa non sapere a cosa si va incontro. Nel suo
dialogo con Giulio Giorello — Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti
— Dario Antiseri ha sottolineato come la fede, proprio perché afferma di
credere in una verità e non di sapere cosa sia la verità, si offre al dialogo
senza la pretesa di possedere la chiave dell'assoluto. Inoltre la fede, a
differenza di tante ideologie, impedisce di innalzare falsamente ad assoluto
qualsiasi realtà umana, storica, sociale, politica, morale, religiosa,
ecclesiastica; essa è una difesa contro ogni idolatria e dunque contro ogni
totalitarismo, che si presenta sempre come un (falso) assoluto, un idolo che
esige cieca obbedienza e magari sacrifici di sangue. Come Giorello, ammiro più
la preghiera a schiena diritta che quella in ginocchio, ma inginocchiarsi solo
dinanzi all'assolutamente Altro aiuta a non inginocchiarsi davanti a ogni
potere che pretende di essere Dio o il suo unico autorizzato rappresentante e
di parlare a suo nome. I fondamentalismi di ogni genere — anche e soprattutto
quelli religiosi, di ogni religione e di ogni Chiesa, nessuna esclusa — sono
spesso i primi a commettere questo peccato di blasfema e violenta idolatria. Il
dialogo fra Giorello e Antiseri è nato anche dalle ripetute condanne del
relativismo pronunciate da Benedetto XVI e dalle polemiche da esse provocate.
Un intenso approfondimento di questa tematica, inteso a
sfatare da posizioni laiche la fallace identificazione del relativismo col
pluralismo e con la libertà, è costituito dal volume Verità relativismo
relatività (ed. Quodlibet), curato da Tito Perlini, autore dell'affascinante
saggio che lo apre. Interprete e seguace del marxismo critico della Scuola di Francoforte,
sulla quale ha scritto pagine fondamentali, figura intellettuale di
rilievo nella sinistra minoritaria italiana e aperto a quell'«assolutamente
Altro» di cui parlava Horkheimer, Perlini è una delle intelligenze che hanno
capito più a fondo le trasformazioni epocali degli ultimi decenni. Pago di
capire, pronto a prendere atto con tranquillo disincanto del fallimento di
molte sue aspettative politiche, riluttante ad apparire (non per sdegnosa o
schiva riservatezza, bensì piuttosto per sana ancorché esagerata pigrizia),
Perlini è stato sempre restio a ridurre i suoi
acutissimi e torrenziali saggi, sin dalla sua voluminosa tesi di laurea sul
Doktor Faustus, che ben più di mezzo secolo fa sfondò lo zaino in cui l'aveva
messa il suo maestro Guido Devescovi, l'amico e compagno di classe di Scipio
Slataper, per portarsela a leggere in montagna. Nel suo saggio, Perlini
combatte il rifiuto dell'idea di verità e della sua ricerca, che da Nietzsche
in poi domina il pensiero occidentale. Benedetto XVI, condannando il
relativismo sul piano etico e teoretico, ne riconosce la validità sul piano
politico quale fondamento della democrazia, basata sul presupposto che nessuno
possa pretendere di conoscere e tanto meno di imporre la strada giusta.
Certamente più democratico di Benedetto XVI, Perlini è tuttavia ben più
radicale nella critica non della democrazia, in cui crede, bensì della sua
attuale degenerazione: una politica che ha abdicato a ogni visione del mondo e
si è ridotta a mera gestione — talora a indebita appropriazione —
dell'esistente, declassando la democrazia a «dittatura dell'opinione pubblica
manipolata che legittima ogni forma di demagogia posta al servizio degli
interessi dominanti sul piano economico e finanziario». è un ritratto perfetto
dell'Italia di oggi. Alle classi tradizionali è subentrato un gelatinoso «ceto
medio» che non ha nulla della classica borghesia e che produce e consuma —
scrive Perlini riprendendo un'osservazione di Goffredo Fofi — una colloidale
«cultura media» che avviluppa come un chewing gum i giornali, l'università, la
televisione, l'editoria, il dibattito intellettuale, livellando ed equiparando
tutti i valori in una melassa sostanzialmente uniforme e facilmente digeribile,
che smussa ogni reale contraddizione e scarta o disarma ogni elemento capace di
mettere realmente in discussione l'ordine imperante — ogni scandalo e follia
della croce, per citare il Vangelo. Questa medietà non è la modesta e onesta
tappa in cui quasi tutti noi mediocri siamo ovviamente costretti a fermarci nel
cammino verso l'alto, ma è la totalitaria eliminazione di ogni tensione fra
l'alto e il basso, l'ordine e il caos, la vita e la morte, il senso e il nulla.
Il relativismo è il presupposto di questa (in) cultura dell'optional, che
ammannisce un po' di tutto mettendo tutto insieme sullo stesso piano e sullo
stesso piatto, pornografia e prediche sui valori familiari, fumisterie
esoteriche e pacchiane superstizioni, un etto di cristianesimo e un assaggio di
buddhismo, volgarità plebea e volgarità pseudoaristocratica di spregiatori
delle masse graditi a quest'ultime, Madonne di gesso che piangono e veline che
discutono con filosofi, abbronzature di famosi su belle isole e pii cadaveri
dissotterrati e messi impudicamente in mostra. Questo relativismo, in cui tutto
è interscambiabile, non ha niente a che vedere col rispetto laico dei diversi
valori altrui accompagnato dal fermo proposito di contestarli rispettosamente
ma duramente in nome dei propri; è il trionfo dell'indifferenza, collante di
una solidale e inscalfibile egemonia. Così il relativista, scrive Perlini, è
intollerante verso ogni ricerca di verità, in cui vede un pericolo per la
propria piatta sicurezza, che egli si convince sia l'esercizio della ragione.
L'autentico illuminismo, fondamento della nostra civiltà inviso ai
fondamentalisti clericali e anticlericali, è quello espresso da Lessing nella
sua famosa parabola dei tre anelli: nessuno sa quale sia quello vero, perché
l'occhio umano non può distinguerlo, ma si sa che uno è vero, che c'è la verità
e che vivere significa cercarla pur sapendo di non poter mai esser certi di
averla raggiunta. Il relativismo — scrive Perlini — è uno stimolo salutare
all'interno della ricerca della verità, per impedire che essa si snaturi, come
è avvenuto e avviene spesso, nell'intollerante dogmatismo. Altrimenti il
relativismo è l'altra faccia del fondamentalismo sicuro di sé, poca importa se
trionfalmente ateistico o trionfalmente bigotto, muro di supponenza che un io
debole e timoroso della vita si costruisce per tenerla lontana. Finché c'è il
muro, il timore dei fantasmi è forte. Ma come dice la vecchia storia? «La paura
bussa alla porta. La fede va ad aprire. Fuori non c'è nessuno».
( da "Tempo,
Il" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa Attualità La nuova Curia
potrà accogliere cinquemila persone Rita Calicchia Una anteprima in piena
regola, con tanto di visita guidata in un via vai di scatoloni ricolmi che
denunciano traslochi ancora in corso. Il clima è da vigilia di grande evento. E
il Vescovo diocesano, mons. Giuseppe Petrocchi non nasconde emozione ed anche
preoccupazione: sarà il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio
Consiglio per la Famiglia, ad inaugurare domenica 14 alle ore 15. 00 la nuova
Curia di Latina: 6 anni di lavori per il ìCentro Pastorale Diocesano"
considerato fra i più grandi ed imponenti d'Italia. Due seminterrati (uno dei
quali comprendente un anfiteatro all'aperto), 4 piani (compreso il pianoterra
con la reception), un roof garden attrezzato per l'accoglienza di centinaia di
persone (il terzo livello è dedicato alla convegnistica con tre megasaloni
collegati fra di loro attraverso un sofisticato sistema di videoconferenza:
un'opera imponente, realizzata con i contributi della Cei, delle parrocchie,
della Provincia, e con somme provenienti dall'8 per mille. «Sarà il cuore
pulsante della Chiesa pontina» - ha detto il Vescovo diocesano, confermando coi
numeri le enormi potenzialità di una struttura destinata ad accogliere, a
regime, una piccola comunità pari ad almeno 5mila persone. Qui
troveranno sede infatti tutti gli organismi e le associazioni che ruotano
attorno alla Chiesa Pontina: Azione Cattolica, scout, Focolari,
Neocatecumenali, Rinnovamento dello Spirito, Comunione e Liberazione, Cursillos
di cristianità, Unitalsi. Resterà in funzione la vecchia Curia con la Scuola di
teologia Paolo VI, gli uffici amministrativi e la residenza del Vescovo.
( da "Corriere
della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione:
Cronache - data: 2008-12-12 num: - pag: 29 categoria: REDAZIONALE La lettera di
Bagnasco Il cardinale di Genova ai fedeli: occasioni di emozioni nuove, siate
tolleranti Le reazioni Corradi (Avvenire): nessuna meraviglia. La laica
Cantarella: cercano di salvare il salvabile Se la Chiesa perdona il tradimento
Secondo il direttore di Famiglia Cristiana vengono riecheggiati tratti della
prima enciclica di Benedetto XVI MILANO — Siete stati traditi? Perdonate,
perdonate, perdonate: che cosa sarà mai una scappatella? Non lo suggerisce la
saggezza antica e neppure l'amico/amica ultrarealista, ma il cardinale di
Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco, che in nome dell'unità familiare
rispolvera la collaudata virtù della pazienza e nella sua lettera pastorale
2008-2009 invita in sostanza mariti e mogli traditi a chiudere un occhio sulle
corna. E così la Chiesa è ancora una volta capace di fare scandalo anche quando
dice cose in fondo ovvie, d'altra parte Bagnasco stesso proviene da quella
scuola ecclesiastica genovese che si è dimostrata all'avanguardia sul fronte
della rottura comunicativa: in un incontro informale di qualche tempo fa
proprio il suo predecessore Tarcisio Bertone, oggi Segretario di Stato, lo
aveva anticipato dicendo con un sorriso che bisogna saper perdonare, anche se
non proprio settanta volte sette, come ha sempre voluto il Vangelo. Nella
lettera alle pecorelle della sua diocesi, di cui ha dato notizia Il Secolo XIX,
Bagnasco riconosce ora che «le occasioni di altre sponde disponibili che
promettono emozioni nuove sono presenti ovunque», e che bisogna saper
esercitare tolleranza prima di risolvere tutto con una separazione. La famiglia
prima di tutto, dunque, anche prima della fedeltà nel matrimonio. E infatti il
testo di Bagnasco, nel quale secondo il direttore di Famiglia Cristiana don
Antonio Sciortino riecheggiano tratti della prima enciclica di papa Benedetto
XVI ( Deus Charitas est), non si rivolge solo ai credenti. Sciortino lo vede
anzi quasi come un appello più generale, «di fronte ai tanti legami familiari
che oggi si spezzano con leggerezza, a tornare a un amore più solido che non
ceda alle tentazioni che ormai ci arrivano da ogni parte». E proprio questo è
stimolo di riflessione per credenti e non, «in una società che ha banalizzato e
mercificato l'amore e lo stesso legame familiare, con le conseguenze che sono
sotto gli occhi di tutti. Insomma ci dà anche qualche dritta per imparare ad
amare». Non aiuta in definitiva a salvare solo il matrimonio, ma anche a
salvare l'amore: e su questo Camillo Langone, brillante corsivista del Foglio
(e prossimo autore di una Guida alle Messe) costruisce la teoria della
differenza fra emozioni (in sostanza la scappatella) «che sono effimere e che
oggi maciniamo a ritmi ossessivi, e amore, che implica durata, scommessa,
costruzione». Accoglienza con poca meraviglia, quindi, nel fronte cattolico,
della lettera pastorale: «Mi meraviglio semmai della meraviglia, vuol dire che,
per quanto Paese cattolico, conosciamo ben poco del Cristianesimo, che ha
sempre predicato il perdono come legge fondante» dice Marina Corradi, firma del quotidiano cattolico Avvenire. E su questo concorda da
sponda laica la grecista Eva Cantarella: «Non mi fa impressione, non mi pare
neppure un'apertura vera, mi pare piuttosto che la Chiesa cerchi di salvare il
salvabile». Anche se non si tratta di una rivoluzione, è certo però che la
tradizionale politica dell'indulgenza cattolica veniva perlopiù esercitata a
posteriori, nei confessionali, e non predicata in anticipo, e perdipiù
con autorevole pronunciamento ex cathedra: non c'è rischio che scoppi la
sindrome del liberi tutti, sicuri — peccatori e peccatrici — di poter contare
sul perdono preventivo? «No, nessun pericolo, e soprattutto nessuna novità dal
punto di vista della dottrina, perché per la Chiesa il tradimento resta peccato
grave» risponde Marina Corradi. La novità non sta quindi sul piano della
dottrina, ma è tutta sul piano comunicativo, sta, come sostiene il politologo
don Gianni Baget Bozzo, «nel linguaggio con cui la Chiesa si adegua ai tempi, e
si confronta con la concretezza della realtà, l'irrompere del sesso,
dell'ostensione dei corpi e della loro bellezza: ovunque c'è prevalenza
dell'estetica sull'etica, quasi una nuova forma di paganesimo ». E su questo
tentativo di colpevolizzare l'antico non concorda Eva Cantarella: «Il corpo
greco era tutt'altro, era quasi divino, idealizzato, non aveva nulla della
volgarità contemporanea ». Maria Luisa Agnese
( da "Foglio,
Il" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
12 dicembre 2008
Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Rinnovamento
nello Spirito Santo Rinnovamento nello spirito santo. Faggioli nella “Breve
storia dei movimenti cattolici” se la prende con i protagonisti
del suo lavoro perché li considera tutti quanti di destra. Ma con chi parlato? Chi ha conosciuto? Compattamente
credenti nel peccato originale, nella realtà, nell?educazione, dalla presente
inchiestina risultano solo Cl, Opus Dei e Legionari. Sui neocatecumenali il
discorso è complicato dal bisticcio tra fedeltà a Ratzinger Papa e infedeltà a
Ratzinger liturgo. Gli altri movimenti sono, chi più chi meno, buonselvaggisti
quindi sinistreggianti, compreso l?affascinante fenomeno carismatico che si
suole definire Rinnovamento nello Spirito Santo. Davvero non me l?aspettavo,
avevo appena sfogliato “Politicamente scorretto” di Vincenzo Merlo, autore loro
che dipinge Che Guevara come miserabile assassino (sua frase storica: “Prendete
il fucile e sparate alla testa di ogni imperialista che abbia più di 15 anni”).
Invece nei profili di Rinnovamento presenti su FB dilaga una correttezza
politica senza un grano di giudizio, testimoniata dall?adesione ai gruppi “Non
esistono cani cattivi… solo padroni coglioni!”, “Teniamo i parlamentari
leghisti in aule separate”, “Aboliamo le corride”, “Sabotiamo i test d?ingresso
per i bambini extracomunitari”, e a mille altre montessorate e animalisterie.
Succede che la stessa persona, spesso una donna, sostenga al contempo il
seminario di Torino e Vladimir Luxuria, la Bibbia e Baricco, Sant?Agostino e
Daria Bignardi… Prego lo Spirito Santo che il campione da me analizzato non sia
significativo. di Camillo Langone
( da "Foglio,
Il" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'
12 dicembre
2008 Un ulivista cattolico di rango ai capi del Pd in lotta: ma andate un po' a
farvi fottere! Al direttore - Ha ragione Francesco Cundari: nel Pd, primarie
indietro tutta. Ricordate la disputa teorica e il braccio di ferro pratico, in
sede di elaborazione dello statuto Pd, tra partito leggero e partito
strutturato, tra primarie e congressi, tra elettori e aderenti? Non ne resta nulla. Ora
apprendiamo che la parola d?ordine del vertice Pd, che sulle primarie (ancorché
non competitive) fonda la sua legittimazione, è: diffidare delle primarie,
scoraggiarne l?attuazione. Esse disturbano il manovratore al vertice, ora che
grazie alle primarie si è insediato. Un tempo i loquacissimi consiglieri
giuridici del segretario ci ammannivano dotte lezioni sulle primarie. Ora essi
si sono consegnati al silenzio. Così come, del resto, su maggioritario e
modello francese, sui quali non si azzardano a incrociare le armi con il
tedesco D?Alema. Non si tratta di questioni ai margini, ma al contrario di nodi
che decidono identità, missione e forma politico-organizzativa del Pd a loro
volta inscritte in una visione piuttosto che in un?altra dell?evoluzione del
sistema politico italiano e dei suoi attori. Del resto, tutti, ma proprio
tutti, i capisaldi della cosiddetta “nuova stagione” del Pd sono stati
abbandonati o contraddetti, naturalmente senza riconoscerlo: autosufficienza,
rapporto esclusivo con l?Idv, partnership con Berlusconi sulle regole, modello
francese e ora appunto partito dei cittadini che fa delle primarie il suo mito
e il suo atto fondativo. Si aggiunga, come sfondo sistemico, la teorizzata discontinuità
rispetto all?Ulivo (quindici anni da buttare, si disse), teoria anch?essa
rimangiata di recente, al punto da sostenere che il Pd avrebbe dovuto nascere
nel 1999, al tempo del primo governo Prodi. Quando, sia detto per inciso,
Veltroni mollò Prodi per passare, in ventiquattr?ore, a segretario dei Ds e
sostenere il governo D?Alema insediatosi grazie al rinnegamento dell?Ulivo
preteso da Cossiga in nome di un centro-sinistra con ostentato trattino. Di lì
a poco, al congresso Ds di Torino del 2000, il segretario Ds Veltroni urlò
dalla tribuna il suo sonoro “no” alla proposta di Parisi che proponeva
esattamente di fare insieme, allora, il partito nuovo e unitario dell?Ulivo
ovvero il Pd. Ma lasciamo stare il passato remoto. Limitiamoci all?anno del Pd.
Ciò che più sconcerta è la circostanza che la sconfessione totale della linea
adottata, buona o cattiva che fosse, sia stata operata senza alcuna discussione
e senza alcun passaggio democratico. Eppure in mezzo è pur successo qualcosa:
una disfatta elettorale e, a seguire, una catena infinita di scontri di potere
in orizzontale e in verticale, tra veltroniani e dalemiani, tra centro e
periferia. Non so se sia appropriato parlare di questione morale (espressione
oscura e suscettibile di fraintendimento). So che è immorale che sia stato impedito un aperto confronto politico opponendovi due
invincibili ostacoli: il patto oligarchico al vertice foriero di finte paci e
finte guerre mai connotate politicamente; la negazione di luoghi democratici di
confronto a cominciare dalla liquidazione dell?unico organo eletto, e cioè
l?assemblea nazionale dei delegati espressi appunto dalle primarie. Salutati e
spediti a casa senza tanti complimenti. Evidentemente le primarie sono state
buone una sola volta e per un solo giorno. Se la radice del problema sta, come
sta, nel blocco oligarchico, essa è semmai rimarcata dalla singolarità di un
comunicato ufficiale che informa di un colloquio telefonico tra Veltroni e
D?Alema. In quel “vertice telefonico” e in quei rituali diplomatici non è
adombrata la soluzione ma, all?opposto, è enfatizzato il problema. Al più essi
suggeriscono l?idea che l?oligarchia inclina verso la diarchia. Evocano il
vecchio spartito dei “compagni di scuola” e la “guerra dei trent?anni”. Perché
i due non dovrebbero diramare comunicati alla stregua di due capi di stato maggiore alla testa delle rispettive truppe, né
siglare patti o tregue più o meno sincere, ma discutere di politica a viso
aperto e con gli altri nelle sedi di partito a ciò deputate. Già, quali? Franco
Monaco Mi piace questa invettiva di un ulivista cattolico, sebbene venata di
spiriti animali e parziali tipici di tutte le lotte interne di partito. Non
sono contento dello sprofondamento nell?incredibile della identità del Pd.
Questo autoaffondamento peggiora tutti, anche la destra e il suo Cav. o Rais.
( da "Unita,
L'" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Bologna sceglie il dopo Cofferati
Quattro in lizza alle primarie Pd Il Pd di Bologna chiama oggi e domani
iscritti ed elettori alle urne. Si vota in 49 seggi per scegliere, tra 4
aspiranti, il candidato sindaco. Gara aperta ma il pronostico è per il prodiano
Flavio Delbono, vice di Errani in Regione. A Bologna è il giorno delle
primarie. Si vota oggi e domani. Quattro sfidanti in lizza per scegliere il
candidato sindaco del Pd nel 2009. Una gara divenuta col passare dei giorni sempre
più turbolenta. A far precipitare la situazione, il rifiuto di Sergio Cofferati
di accettare un secondo mandato. «Mi dedico a mio figlio che ha un anno: vado a
Genova», dice il sindaco a ottobre. Prima dell'annuncio choc, l'unico che si
era fatto avanti era Andrea Forlani, presidente del Quartiere Santo Stefano, da
sempre critico con l'ex sindacalista e per questo disposto a sfidarlo.
Sfilatosi Cofferati, circolano subito i nomi dei coniugi Prodi e di Pierluigi
Bersani, ma nessuno dei big accetta. Forlani invece rimane in campo. Più o meno
timidamente si aggiungono Virginio Merola, assessore cofferatiano che flirta -
ricambiato - con i vendoliani del Prc. Il vicepresidente della Regione Flavio
Delbono, amministratore di lungo corso che invece boccia l'ipotesi di
un'alleanza con Rifondazione: «L'esperienza del governo Prodi insegna». E il
presidente del Consiglio provinciale Maurizio Cevenini, officiante
laico di oltre diecimila matrimoni in Comune. Il candidato, quest'ultimo, con
più fair play. Il suo slogan è «Vota chi vuoi ma vota». E da tifoso del
Bologna, molto popolare in città, dice di voler portare alle urne gente
distante dalla politica: «C'è tutto un mondo che esiste fuori dalle nostre
sezioni. Basta con la divisione tra chi va allo stadio e chi va a
teatro». Dei quattro, tutti di provenienza Ds tranne Delbono (ex Margherita,
docente di Economia), la patente di primarista più «scomodo» spetta a Forlani.
Anche ieri non ha rinunciato a tenere tutti con il fiato sospeso, ventilando un
ritiro in extremis in segno di protesta contro Delbono: «Ha sforato il budget
di 15mila euro che ogni candidato doveva spendere nella campagna. E i vertici
l'hanno scagionato senza approfondire». Un tema ricorrente, in questa campagna:
le accuse a Delbono di essere «un raccomandato» (così l'ha definito Merola) dai
vertici del partito. Tra i sostenitori dell'economista si contano, tra i tanti,
Prodi, Bersani ed Enrico Letta. Il quale, arrivato in città proprio per
incontrare Delbono, annusato il clima, ha cercato di fare da paciere: «Qualche
gomitata ci sta, ma ricordatevi che poi tutto si deve ricomporre». Ma la vera
prova del nove, la più dura per i quattro aspiranti sindaco, è stata doversi
confrontare con un personaggio - ancora saldamente insediato a Palazzo
D'Accursio - del calibro di Cofferati. Un'ombra sempre presente, quella del ex
leader della Cgil, con la conseguente ridda di polemiche che criticarlo, a
Bologna, comporta. Per fare un esempio, quando Delbono ha condannato le
ordinanze cofferatiane che imponevano la chiusura anticipata a 5 bar rumorosi
di via del Pratello (tradizionale strada della movida), il giorno dopo, ha
fatto ancora più rumore la smentita: «Sono stato
frainteso». Il segretario provinciale del Pd Andrea De Maria vuole però che
questa due giorni sia d'esempio per tutti: «Mettiamo a disposizione della città
un'occasione di partecipazione. È un segnale per il Pd nazionale». PIERPAOLO
VELONÀ BOLOGNA pvelona@unita.it
( da "Stampa,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
INDAGINE. AI FORNITORI Settecento
iscritti Le aziende del Cuneese puntuali nei pagamenti Un istituto
professionale d'eccellenza A Fossano Fiat sceglie i Salesiani Le aziende della
«Granda» sono puntuali nel pagamento dei fornitori. Lo dice un'indagine della
«Dun&Bradstreet», prima società al mondo nella business information, che ha
monitorato 158.433 aziende piemontesi. Dal rilevamento risulta che il 75,2 per
cento delle imprese salda i conti nel tempo prestabilito (solitamente 30
giorni). Meglio di Cuneo soltanto il Verbano Cusio Ossola con una percentuale
di ditte che onora i propri debiti entro i termini concordati del 77%. A Cuneo
seguono Novara con il 74,4% di buoni pagatori, Biella (73,6%), Asti (71,5%),
Vercelli (71,1%) e Alessandria (70,1%). Fanalino di coda, non solo del
Piemonte, ma di tutto il Nord Italia, è Torino (66,1%). La provincia di Cuneo
ha un bacino di 20.940 aziende, corrispondenti al 13,2% delle imprese
piemontesi (il 54,2% è nella provincia di Torino). Secondo l'indagine l'85,1%
delle aziende piemontesi ha meno di 5 dipendenti e il 36,2% fattura tra i 100
mila e i 499 mila euro annui. Il 24% delle imprese si occupa di commercio al
dettaglio, il 18% di servizi vari, il 17% di servizi finanziari, il 16% è
nell'industria e nella produzione, l'11% nell'edilizia, l'8% si dedica al
commercio all'ingrosso, il 4% a trasporti e distribuzione, il 2%
all'agricoltura. In tutte le province piemontesi il termine di pagamento più
utilizzato è quello dei 30 giorni. Fa eccezione il Verbano Cusio Ossola, in cui
il pronto cassa è utilizzato dal 34,4% delle imprese. A Cuneo il 78,1% delle
aziende salda a trenta giorni (la media regionale è del 74,3%). Solo nel 9,2%
dei casi vengono preferiti i 60 giorni. Il pronto cassa viene utilizzato dal
4,4% degli imprenditori cuneesi, mentre solo l'1% paga per contratto dopo 4
mesi (formula scelta nella provincia di Vercelli quasi da un'azienda su dieci).
\L'istituto salesiano negli ultimi 25 anni si è trasformato, diventando scuola
professionale d'eccellenza. Conta quasi 700 alunni, ed è frequentato da
centinaia di apprendisti e adulti già inseriti nel mondo del lavoro che
frequentano corsi di formazione. Da qualche mese la guida dell'istituto è
passata da don Gian Paolo Del Santo, «anima» della scuola fossanese, ai due
nuovi direttori, il salesiano don Graziano Ceschia (che
dirige la casa salesiana) e il laico Lucio Reghellin alle redini del centro
professionale. [FIRMA]WALTER LAMBERTI FOSSANO Formare non solo tecnici
preparati che sappiano lavorare in un mondo dove la tecnologia è in continua
evoluzione, ma anche persone, uomini e donne, maturi e responsabili.
Preparazione tecnica e promozione umana sono due caratteristiche che stanno
alla base dell'attività formativa dei Salesiani, fin dai tempi di don Bosco. E
questi sono i valori e le caratteristiche per i quali il gruppo Fiat ha scelto
i Centri di formazione professionale «Cnos Fap» (letteralmente Centro nazionale
opere salesiane, Formazione aggiornamento professionale) per far nascere
TechPro², Technical professional program, progetto rivolto alla formazione di
tecnici riparatori dell'automobile. Nove per il momento i centri in Italia che
hanno avviato e avvieranno i corsi. In Piemonte oltre a Torino, capitale
dell'auto, è stato scelto l'istituto fossanese di via
Verdi. Ieri la presentazione ufficiale all'interno delle officine-laboratorio
dove si svolgono le lezioni per riparatore con oltre 80 giovani iscritti, tra i
quali anche alcune ragazze. In tanti sono intervenuti per il «taglio del
nastro», sia dal mondo salesiano (il direttore dell'istituto fossanese don
Graziano Ceschia e il direttore della scuola Lucio Reghellin, ma anche il
direttore nazionale Cnos Fap don Gennaro Comite) e da casa Fiat (il
responsabile del progetto Vito Matera e il referente della rete dei Centri
assistenza Roberto Mossino). Oltre a loro anche l'assessore fossanese alle politiche
giovanili Maurizio Bergia e l'assessore provinciale alla Formazione
professionale Angelo Rosso. «Di recente la stampa straniera riferendosi alla
crisi del mercato del lavoro ha detto che l'Italia non è un paese per giovani -
ha sottolineato Vito Matera, di Fiat group automobiles -; non possiamo
arrenderci a questo. Fiat vuole puntare sui giovani, vuole dare loro
un'opportunità. E lo vuole fare fianco a fianco con i Salesiani che da sempre
sono impegnati nella formazione dei giovani. La Fiat è cambiata molto negli
ultimi anni e questo progetto rispecchia il nuovo volto dell'azienda. Al centro
deve esserci la qualità del prodotto, ma anche la capacità di guardare alle
necessità dei clienti. Ecco perché l'assistenza è così importante ed ecco
perché dobbiamo formare i giovani che domani saranno impegnati in questo
settore». Formazione che significa anche la possibilità di fare esperienza
attraverso gli stages (presente all'incontro di ieri anche il fossanese Franco
Canavesio, responsabile del settore autocarrozzerie di Confartigianato),
esperienze sul campo che diventano un trampolino per il mondo del lavoro in un
settore che ogni anno richiede centinaia di nuovi tecnici capaci di utilizzare
i moderni strumenti per la diagnostica delle auto. L'inaugurazione di ieri a
Fossano segue quella dell'istituto Teresa Gerini di Roma, quelle di San Donà di
Piave e di Foligno e farà da apripista ad altre aperture in altre regioni
italiane. Nel prossimo futuro l'esperienza arriverà anche fuori dei confini
italiani dove è presente il gruppo Fiat. In ogni centro TechPro² viene
allestita una vera officina dove i giovani possono fare pratica con
strumentazione all'avanguardia da utilizzare su due auto di nuova generazione,
una Fiat 500 e un'Alfa 156 JTD.
( da "Stampa,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Buongiorno L'effetto
Shanghai Massimo Gramellini Mi accingevo a benedire laicamente la lettera pastorale
con cui il cardinal Bagnasco invita i fedeli a perdonare i tradimenti
occasionali del coniuge, mere emozioni che nulla hanno a che spartire con il
respiro lungo dell'amore, quando mi è tornato alla mente il romanzo in cui
Carlo Fruttero parla dell'effetto Shanghai. C'è una moglie cornuta che
chiede consigli di alta strategia matrimoniale a un'amica. E costei, assai più
prosaica del cardinale e di me, si schiera contro il partito del perdono,
ricordando come anni prima, in un ristorante di Shanghai, le fosse successo di
mangiare delle crocchette di pollo deliziose, salvo poi scoprire che non era
pollo ma cane. A parte la nausea immediata, dice, una cosa così ti distrugge
anche all'indietro: ma allora cosa ho mangiato ieri, l'altro ieri eccetera? Sempre
cane? E mi piaceva pure! Insomma, secondo Fruttero non è possibile ripartire
come se niente fosse: l'ombra di Shanghai non ti lascia più «anche se lui un
giorno dovesse tornare da te vuotandosi il portacenere sulla testa». Temo abbia
il grave torto di avere ragione. Il tradimento scoperto ammazza la fiducia
nell'altro e raramente il perdono compie il miracolo di resuscitarla. Spesso si
rimane insieme egualmente, per il bene dei figli e di se stessi, perché
ricominciare daccapo è dura per tutti. Ma nulla è più come prima: l'equilibrio
magico, magari ipocrita, è spezzato per sempre. La Chiesa fa il suo mestiere
quando suggerisce il perdono. Ma qui l'unico che non perdona è l'effetto
Shanghai.
( da "Stampa,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
STRESA.FORUM "Rendiamo più
felici gli anziani con lavoro e formazione continua" [FIRMA]MARIA ELISA
GUALANDRIS STRESA Anziani più felici e realizzati, attivi e produttivi per una
società più giusta e che spende meno per l'assistenza. E' il modello presentato
al Forum per la Terza economia, che da tre anni si riunisce all'hotel Des Iles
Borromées di Stresa, organizzato dalla Fondazione Socialità e Ricerche e da
Ambrosetti, con la partecipazione di scienziati, medici, sociologici,
economisti e personaggi del mondo politico internazionale, come il ministro
finlandese Matti Sihto. «Assistiamo a un miglioramento delle capacità delle
persone dai 65 anni in su a livelli impensabili fino a 40 anni fa - spiega
Marco Trabucchi, presidente della Fondazione -. Perciò si può mantenere
l'anziano nel mondo del lavoro, per migliorare la sua vita e al tempo stesso
produrre ricchezza per la società». Si tratta di una rivoluzione delle
prospettive: «Lo Stato potrebbe così spendere meno in assistenzialismo e
investire di più per il lavoro dei giovani. Bisogna superare la retorica del
"vecchio che va fatto riposare"» conclude Trabucchi. La formazione
continua è un aspetto fondamentale: «In Italia solo il 6% dei lavoratori viene
costantemente formato e aggiornato - dice Michele Colasanto, docente di sociologia dell'Università Cattolica di Milano - e
solo il 33% ha più di 55 anni. Si formano i lavoratori che hanno un titolo di
studio più alto, mentre si escludono quelli con livelli d'istruzione più
bassi». Non è per mancanza di fondi: «I soldi ci sono - prosegue Colasanto -,
ma vengono usati per la previdenza. Non si spende per giovani e
famiglie. Non bisogna più parlare di "welfare state", in cui i
cittadini dipendono dalle istituzioni, ma di "welfare society", dove
lo stato sociale punta sul lavoro di tutti, anziani,
donne e immigrati sempre più qualificati». Un altro mito da sfatare è che gli
anziani che continuano a lavorare rubino i posti ai giovani: «Gli anziani
possono condividere la loro esperienza, anche lavorando con orari ridotti»
conclude Guglielmo Weber, docente di Econometria all'Università di Padova. Ha
chiuso i lavori di ieri il ministro «ombra» del Welfare Enrico Letta. «Dobbiamo
culturalmente e a livello normativo fare passi avanti sul tema della Terza età
- ha detto -, contro l'idea che quando si va in pensione la vita finisca.
Dobbiamo investire sulla formazione continua». Questa mattina sono attesi il
ministro Renato Brunetta, Bruno Tabacci, Tiziano Treu, la presidente della
Regione Mercedes Bresso e il sottosegretario al Ministero del Lavoro Paolo
Viespoli.
( da "Manifesto,
Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Si chiamano Daniela, Nadia, Ayala:
sono le leader del movimento religioso che da Hebron ha lanciato una sua sfida
all'esercito, allo Stato e ai palestinesi. Il loro messaggio? «Non lasceremo
mai Giudea e Samaria». E con le elezioni del 10 febbraio sperano di portare al
potere un governo nazionalista e fedele alla Torah L'INTIFADA delle colone
SCATENARE IL CAOS, IMPE
( da "Manifesto,
Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
FESTIVAL «River to River», il sogno
indiano finisce a Mumbay Gabriele Rizza FIRENZE Tutte le strade del cinema
indiano portano a Bombay, circuito mediatico e laboratorio massimo di contraddizioni.
Slums senza fine e futuribili centri residenziali. Lusso estremo e estrema
miseria. E sullo sfondo, sempre inquadrati con un occhio di rispetto e ammirata
grandeur, i simboli di un paese che da non allineato si scopre atomico e
schierato, la stazione ferroviaria e il leggendario Taj Mahal Hotel, eredità di
un passato coloniale che ancora abbraccia mazze piatte e palline di pelle di
cervo su levigati prati all'inglese per interminabili partite di cricket, rito laico inframmezzato da pause per il tè. Il sogno indiano
metropolitano non termina all'alba e seduce imperterrito un esercito di
diseredati. Che il cinema (r)accoglie e sfrutta. Bombay significa Bollywood,
ipermondo di celluloide, sfiorato pure dalla crisi (produzione scesa sotto gli
abituali 600 titoli l'anno) ma sempre perno delle regole del gioco. E su
Mumbay, come ora si chiama, confluiscono molte traiettorie di River to River,
il festival diretto da Selvaggia Velo che per l'ottavo anno sbarca a Firenze
(anteprime, ospiti, corti, documentari, classici) dentro il contenitore
istruito da Mediateca toscana film commission. Partendo da Raj Kapoor
(1924-1988), produttore regista attore, il Chaplin di Bollywood, il vagabondo
che alla fine finisce comunque a Bombay a chiudere il cerchio del tipico romanzo
di formazione. Il suo e quello di un paese «giovane», uscito dal righello
coloniale del giurista britannico Cyril Radcliffe, bisognoso di eroi. E sani
principi. Che i ricchi restino ricchi e infelici e i poveri poveri ma felici.
Potrebbe essere il miglior cinema educativo, bello e avvolgente, e
magnificamente girato, nel solco di un neorealismo appassionato, musical mélo
old romantic. A Firenze sono passati (in pellicola) Awara del 1951 e Shree 420
di tre anni dopo, interminabili operette morali dove Kapoor affiancato dalla
sua attrice feticcio Nargis, «documenta» come si raggiunge il bene (non la
fortuna) partendo dal basso. Il trionfo della verità, la bellezza, l'amore. E
l'onestà. Il conto torna. Anche a Dehli, cornice di Amal di Richie Mehta, altro
«messaggio» chapliniano, il riccone deluso da una vita sentimentalmente arida
che si riflette nel poveraccio apparentemente appagato guidatore di rickshow,
cambia il testamento, stravolge gli appetiti parentali ma i soldi a chi non sa
leggere non servono. Di nuovo a vincere sono i sentimenti di una vita di stenti
ma quanto sana e pulita. A Mumbay ci arrivano anche dall'aldilà, il cowboy di
Quick Gun Murugan, opera due di Shashank Ghosh, pasticciato spaghetti western
in salsa curry, e il sipario si chiude sugli attentati che l'11 luglio 2006
squassarono la città, Mumbai meri jaan di Nishkant Kamat. Autore che ama Oliver
Stone e non conosce la nouvelle vague, curioso di vedere Gomorra e Il divo
(acquistati a Firenze), un indiano confuso come tanti altri che non ama
ricordare quei giorni e ancora meno quelli di ora. «Nel 2006 ero in Germania,
l'Italia vinceva i Mondiali. Fu un momento traumatico. Ho speso in telefonate
tutti i soldi che mi erano rimasti. Pensai subito di farci un film, non un film
di denuncia. Non raccontare gli attentati ma alcune storie private che si
intrecciano in quelle ore sullo sfondo di una società, vista da varie
angolazioni, politiche, ambientali, culturali, che combatte il terrorismo». Costato 2 milioni e mezzo di dollari, con discreti esiti al
botteghino, Mumbai meri jaan non si può certo dire un film indipendente ma del
cinema indipendente conserva la filosofia «politica» e l'originalità
dell'impianto narrativo.
( da "Corriere
della Sera" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Cronache - data: 2008-12-13 num: - pag: 20 categoria: REDAZIONALE
Nuovo documento La Santa Sede aggiorna la «Donum Vitae» del 1987 Il Vaticano e
gli embrioni: hanno dignità di persone «No al congelamento, i figli non sono
prodotti da provetta» Condannati i metodi contraccettivi come la pillola del
giorno dopo per la quale si commette «peccato di aborto» ROMA — L'embrione umano non è una muffa, come pure è stato sostenuto, ma «ha fin dall'inizio
la dignità propria della persona». è la prima volta che lo afferma un documento
dottrinario della Chiesa Cattolica, l'Istruzione della Congregazione per la
dottrina della fede «Dignitas personae», pubblicata ieri. Il documento,
approvato dal Papa lo scorso giugno, in una quarantina di pagine aggiorna la
«Donum vitae» del 1987 nel cui testo la questione se l'embrione fosse o no una
persona era rimasta sospesa per «non impegnarsi espressamente su
un'affermazione di indole filosofica ». Passati vent'anni e a causa degli
stessi progressi della scienza, l'ex Sant'Uffizio, ha osservato il segretario
della Congregazione, Luis Ladaria, è giunto a un passo dal «dire che l'embrione
è persona». Ma, ha aggiunto monsignor Rino Fisichella, presidente del
pontificio Consiglio per la vita «il dibattito filosofico è ancora complesso e
ha conseguenze anche nell'ambito giuridico» nei vari ordinamenti in tutto il
mondo. «Dato il carattere dottrinale di questo documento — ha detto — non si
può entrare nel dibattito, ma viene ribadito che l'embrione ha una dignità
tipica della persona umana». Da questo riconoscimento, il documento fa
discendere una serie di restrizioni: si afferma che «il desiderio di un figlio
non può giustificarne la produzione, così come il desiderio di non avere un
figlio già concepito non può giustificarne l'abbandono o la distruzione », con
riferimento al congelamento degli embrioni e ai metodi contraccettivi come la
pillola del giorno dopo, per la quale si commette «peccato di aborto». Quella
degli embrioni viene definita «una situazione di ingiustizia di fatto
irreparabile». Per essi «non si intravede una via d'uscita moralmente lecita».
No anche all'«adozione degli embrioni» voluta dal Movimento per la vita. M.A.C.
( da "Corriere
della Sera" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - ROMA -
sezione: Tempo Libero - data: 2008-12-13 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE
Teatro Gesù e Pilato, la ragione inutile baluardo Uno spettacolo d'attori, due
attori come Glauco Mauri e Roberto Sturno, che si misurano con la narrazione,
in due assolo più di racconto che veri e propri monologhi, per presentarci due
momenti di indagine su un qualcosa di misterioso, il manifestarsi di prodigi
apparentemente inspiegabili e la sparizione di un cadavere. Solo che il
cadavere è quello di Gesù. è «Il Vangelo secondo Pilato» - che si replica sino
a domenica al Valle nella riduzione e con la regia dello stesso Mauri - ed è un racconto laico che punta sulla ragione come arma e come
(inutile) baluardo cui aggrapparsi, scritto in forma di romanzo da
Eric-Emmanuel Schmitt, autore di un altro bel testo di una certa religiosità,
«Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano». Nella prima parte è Gesù (un Mauri
vero, con emozione e gioia nella voce, con l'incertezza e lo stupore nel
corpo e i gesti) che si interroga incredulo su quel che gli sta accadendo e
cerca spiegazioni realistiche per i suoi miracoli, che attribuisce a interventi
dei suoi discepoli in buona fede, per convincere i più scettici e ignoranti.
Sino alla resurrezione di Lazzaro, davanti alla quale non può più avere dubbi:
«Non l'ha fatto per Lazzaro, lo so, l'ha fatto per me, per farmi capire», e da
allora riesce a accettare il suo destino. Nella seconda è Pilato (uno Sturno, inquieto,
agitato, umano sino alla rivelazione finale, con al fianco lo scrivano di Marco
Blanchi) alle prese con un sepolcro vuoto, che indaga, parla di coincidenze e
sosia, finché non ammette di essere davanti a «un mistero, ovvero qualcosa che
non si fa comprendere; non un enigma di cui si cerca la soluzione». Alla fine,
nel confronto con la moglie Claudia, si sente replicare: «dubitare e credere è
la stessa cosa, solo l'indifferenza è atea», che è un po' la morale di questo
testo e di questo spettacolo con una sua dignità e senso, ma che non riesce a
crescere per mancanza di una vera drammaturgia. Paolo Petroni
( da "Tempo,
Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa Il Vaticano sull'embrione
«Ha dignità di persona» L'embrione umano ha «dignità di persona», la
«sperimentazione selvaggia» pone interrogativi anche ai
laici e i tempi potrebbero essere maturi per uno «sforzo comune» di credenti e
non credenti sulla bioetica. Così è nata la Istruzione della Congregazione per
la dottrina della fede «Dignitas personae», pubblicata ieri. «L'embrione umano
ha fin dall'inizio la dignità propria della persona», afferma dunque
l'Istruzione, ed è la prima volta in un documento dottrinario della
chiesa cattolica. E da questo riconoscimento di dignità fa discendere una serie
di restrizioni alla ricerca e alla prassi dei credenti, dalla contraccezione
alla procreazione assistita, fino all'uso per la ricerca delle staminali
embrionali e ad alcune tecniche genetiche. Presentando il testo alla stampa,
monsignor Rino Fisichella ha spiegato che i tempi sono «favorevoli» per uno
sforzo comune di «credenti e non credenti» sui temi della vita, visto che
viviamo «un momento di passaggio culturale caratterizzato dalla mutazione dei
concetti fondamentali che abbiamo usato fino ad oggi», e questo a causa della
«sperimentazione selvaggia». Il documento, annunciato da tempo, approvato dal Papa
lo scorso giugno, in una quarantina di pagine si propone di aggiornare la
«Donum vitae» del 1987 che, ricorda il testo attuale, «non ha definito che
l'embrione è persona, per non impegnarsi espressamente su un'affermazione di
indole filosofica». «La realtà dell'essere umano, infatti, per tutto il corso
della sua vita, prima e dopo la nascita - afferma la "Dignitas
personae" - non consente di affermare nè un cambiamento di natura nè una
gradualità di valore morale, poichè possiede una piena qualificazione
antropologica ed etica. L'embrione umano, quindi - prosegue il testo - ha fin
dall'inizio la dignità propria della persona». Questa definizione era stata già
in certa misura prefigurata nel discorso che Benedetto XVI ha fatto alla
Congregazione per la dottrina della fede il 31 gennaio
( da "Tempo,
Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa La proposta «Le adozioni
sono meglio delle provette» «Il desiderio di un figlio non può giustificarne la
"produzione", così come il desiderio di non avere un figlio già
concepito non può giustificarne l'abbandono o la distruzione». Lo afferma la
Istruzione vaticana «Dignitas personae». Il documento della Congregazione per
la dottrina della Fede ribadisce l'invito ad adottare bambini orfani anzichè
accanirsi su tecniche riproduttive moralmente illecite e dà una risposta
negativa anche alla adozione degli embrioni congelati ricavati dalla
fecondazione in vitro, e che nessuno reclama. Tale parere negativo va contro
tra l'altro alla prassi di alcuni movimenti cattolici
che, come il Movimento per la vita, hanno sollecitato i propri aderenti a
adottare gli embrioni congelati per impiantarli e farli nascere. Nel presentare
il testo nella sala stampa vaticana i relatori, e in particolare Maria Luisa di
Pietro, docente di bioetica alla Cattolica, rispetto al no
alla fecondazione assistita omologa hanno invece ribadito la liceità per la
morale cattolica di una tecnica di prelievo dello sperma praticata dalla
seconda metà degli anni Ottanta in strutture cattoliche: una specie di
preservativo bucato, «non un profilattico, perchè è di diverso materiale - ha
specificato Di Pietro - che permette il recupero del seme subito dopo
l'atto coniugale» e viene a suo avviso incontro sia alle norme ecclesiastiche,
che non vogliono la produzione di sperma disgiunta dalla procreazione, sia
«alle esigenze psicologiche del coniuge maschio». «Circa gli embrioni
congelati, l'Istruzione li considera «una situazione di ingiustizia di fatto
irreparabile» per i quali «non si intravede una via d'uscita moralmente lecita».
E in conferenza stampa monsignor Sgreccia, presidente emerito della Pontificia
accademia per la vita, ha ribadito che «il congelamento non va fatto, è un
misfatto che non ha rimedio e una volta compiuto non si può correggere con un
altro errore». «Quella degli embrioni congelati - ha aggiunto il direttore
della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi - è una via senza uscita, la
Chiesa l'ha condannata fin dall'inizio, non ne ha la responsabilità e non ha
una via moralmente lecita da indicare per uscirne».
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XVIII - Genova "Vi
regalerò il concerto che il G8 ha cancellato" Jovanotti il 21 luglio 2001
non cantò dopo la morte di Carlo Giuliani Per S. Silvestro ribadirà il suo
impegno "verde" DONATELLA ALFONSO èun concerto di Capodanno, certo, e
quindi, spiega Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, soprattutto una festa. Ma è
anche il "suo" concerto del G8, mai tenuto perché il camion
trasformato in palco su cui doveva cantare durante la manifestazione di sabato
21 luglio, restò fermo e silenzioso dopo la morte di Carlo Giuliani, tra le
violenze dei black bloc e le cariche della polizia. E quel mancato concerto,
«in una città che sembrava in stato di guerra, così
diversa da oggi» diventa il grande appuntamento della notte di capodanno,
sempre con il filo conduttore dei diritti: in questo caso quelli dell´impegno
ecologista, dello sviluppo sostenibile. Un Lorenzo in versione
"istituzionale", con giacca e gilé grigio, accanto ad una Marta
Vincenzi squillante in verde chiaro, lancia il Capodanno versione sostenibile
di Genova: grande concerto gratuito al Porto Antico, oltre la conclusione del
Safari tour, in linea con l´impegno "verde" sia della città che suo
personale. Perché il 2008 che abbiamo dedicato ai diritti umani si chiude e si
riapre verso l´anno nuovo pensando ad un domani sostenibile, ad un piano
regolatore che limiti quando non azzeri emissioni e mobilità privata, oltre che
cementificazione, ricorda la sindaco. E lui parla di un lungo giro italiano e
non solo che ha pensato - con Enel come sponsor - a "compensare"
l´anidride carbonica prodotta da luci e macchinari oltre che dagli spostamenti
dei camion, con alberi piantati un po´ ovunque,
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XIX - Palermo Festa per lo
storico laboratorio di Bice Salatiello e Pina Grassi. "Ma ancora la strada
è lunga" Zen Insieme compie vent´anni "Abbiamo vinto una
scommessa" "Siamo entrati in un luogo che era inaccessibile, una
città nella città con le sue regole" "Il nostro stimolo sono le
persone della zona, è per loro che lavoriamo ogni giorno" CLAUDIA BRUNETTO
La considerano una scommessa vinta. Gli operatori dell´associazione Laboratorio
Zen Insieme hanno appena festeggiato i venti anni di attività con l´entusiasmo
di chi ha dato un senso alla parola "insieme". «Solo adesso - dice
Bice Salatiello, presidente dell´associazione - mi rendo conto del patrimonio
che abbiamo costruito e che un giorno lasceremo qui. La nostra, nel lontano
1988, è stata un´intuizione coraggiosa che oggi ha dato i suoi frutti nei
rapporti con le persone, con i residenti di queste insule e con i bambini
diventati adulti». Ed è proprio all´interno di una delle insule dello Zen II,
in via Agesia di Siracusa, sede del centro sociale Catalano, che venti anni fa
i volontari dell´associazione iniziavano il loro apostolato
laico «entrando fisicamente - ricorda la Salatiello - in un luogo
inaccessibile, considerato una città dentro la città con le sue regole
inviolabili». I locali furono ristrutturati nel giro di poco tempo da alcuni
giovani del quartiere. Così ieri, giorno dell´anniversario dedicato alla
memoria di Candida Di Vita, fondatrice dell´associazione, si è aperto
alle 15 al centro sociale "Catalano" con una grande festa per i
bambini e una mostra fotografica che ripercorre i ricordi più significativi di
questi anni. Alle 16 poi il corteo in festa è partito da via Agesia di Siracusa
in direzione di via Fausto Coppi, sede del centro sociale "Vitale",
l´altro spazio operativo dell´associazione. Alla festa è seguito un momento di
riflessione sui problemi principali che ancora affliggono il quartiere. Fra
tutti: la questione dell´assegnazione delle case e la situazione dei minori e
quindi della scuola. A discuterne con gli intervenuti all´incontro-dibattito,
c´erano Pina Grassi che è anche vice presidente del Laboratorio Zen Insieme, e
padre Benedetto Genualdi, direttore della Caritas. E molti abitanti del
quartiere che nel laboratorio vedono un punto di riferimento. «Abbiamo iniziato
da subito - continua la Salatiello - a lavorare con le donne dello Zen.
Prendevo il caffè con loro e chiacchieravamo. Finché hanno iniziato a fidarsi e
a considerarci un punto di riferimento. Oggi ascoltiamo i loro problemi e
cerchiamo di intervenire in ogni modo per aiutarle. I momenti difficili ci sono
stati e ci sono, a iniziare da quelli economici che vedono tanti e tanti
volontari continuare a lavorare guidati soltanto dalla passione, ma andiamo avanti
con fiducia». Dopo l´incontro la festa è proseguita con i ragazzi del
laboratorio di "Trapezio e stoffa". Gran finale con il gruppo rap
"Zen.it.Posse", nato da uno dei laboratori musicali dell´associazione
e guidato da Cristian Paterniti. In questi anni sono stati centinaia i ragazzi
che si sono avvicinati alle attività dell´associazione. In particolare dal
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 15 - Cronaca
"L´embrione ha dignità di uomo" bioetica, ecco tutti i no del
Vaticano Nuovo documento con l´ok di Ratzinger. "Più limiti per la
fecondazione" L´uso di materiale embrionale viene concesso solo ai
genitori per i vaccini dei figli MARCO POLITI CITTA´ DEL VATICANO - Nessun
passo avanti per la ricerca con le cellule staminali embrionali, nessuna
apertura alla diagnosi prenatale nemmeno per gli embrioni affetti da gravi
malattie, nessun adeguamento alle pratiche di fecondazione artificiale in uso
in tutto il mondo e nella maggior parte delle cliniche cattoliche del pianeta.
Il nuovo documento sulla bioetica, promulgato dalla Congregazione per la
Dottrina della fede e approvato personalmente da Benedetto XVI, esce dopo
lunghi anni di studi e l´esito è soltanto una sfilza di no con la pretesa di
basarsi sulla «legge morale naturale» e sulla «ragione». Il punto di partenza è
la convinzione che l´ovulo fecondato, lo zigote, sia già persona umana, secondo
la tesi ripetuta ossessivamente da anni dalle gerarchie ecclesiastiche. Ma è
esattamente il punto dogmatico su cui gli scienziati hanno forti dubbi:
considerare persona il primo gruppo di cellule - la blastocisti - quando ancora
non c´è cuore, cervello, spina dorsale e sistema nervoso cozza contro l´osservazione
della natura. L´istruzione "Dignitatis personae" non ha tuttavia il
coraggio di affermare a chiare lettere che l´embrione è persona. «Ci sono
troppi problemi di ordine filosofico e giuridico - spiega monsignor Rino
Fisichella, presidente dell´Accademia pontificia per la Vita - ma diciamo che è
un´affermazione implicita». La soluzione scelta è di proclamare che l´embrione
ha «fin dall´inizio la dignità propria della persona». Dalla premessa
scaturisce lo sbarramento di veti. Non è lecita la crioconservazione degli
embrioni. «Sono inaccettabili le proposte di usare tali embrioni per la ricerca
o destinarli a usi terapeutici» oppure donarli a coppie sterili. Non è lecito
il congelamento degli ovociti. «Riprovevole» è la diagnosi pre-impianto, perché
porterebbe alla distruzione degli embrioni considerati malati. Alla
preoccupazione dei genitori di dare alla luce bimbi affetti da malattie
mortali, il documento replica che non si può seguire una «mentalità
eugenetica». In nome dell´intangibilità dogmatica dell´embrione viene persino
ribadito il divieto della pillola del giorno dopo, che impedisce l´annidarsi
nell´utero dell´ovulo fecondato e che dal punto di vista scientifico non può
essere considerato ancora embrione. «Il documento incoraggia la ricerca
biomedica che rispetta la dignità di ogni essere umano e nel contempo esclude,
come eticamente illecite, diverse tecnologie biomediche e sarà probabilmente
accusato di contenere troppi divieti», ha ammesso il nuovo segretario della
Congregazione per la Dottrina della fede monsignor Ladaria Ferrer. «Il
desiderio di un figlio non può giustificarne la "produzione"»,
afferma l´Istruzione vaticana nella parte riguardante la procreazione
assistita. Esclusa ogni liceità della fecondazione in vitro, resta come unico
metodo ciò che nella conferenza stampa è stato
chiamato pudicamente in inglese semen collection device. Più terra terra, è un
profilattico bucato che il coniuge deve mettersi per compiere un «atto
coniugale», già sapendo che un minuto dopo i medici si precipiteranno a
raschiare il preservativo per utilizzarne lo sperma ai fini della fecondazione
vera. Ma il principio (o l´ipocrisia) è salvo. L´amplesso con il profilattico
bucato garantisce ipoteticamente una fecondazione naturale e comunque il seme è
ottenuto «lecitamente». Assicura la dottoressa Luisa di Pietro, dell´Università cattolica, che questo è il sistema in uso al
Gemelli. Chiudono il documento i divieti delle ricerche scientifiche nel campo
della clonazione, degli ibridi, delle cellule staminali embrionali. Gli
scienziati cattolici sono
invitati a non utilizzare «materiale illecito», ottenuto magari dall´estero.
Sono giustificati soltanto i genitori che, per forza maggiore, usano per i
figli vaccini, basati su materiale embrionale.
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 21 - Interni Preti,
anticlericali e prostitute uniti in piazza contro la Carfagna Nel mirino il ddl
sul mercato del sesso. "Serve buonsenso, non repressione" (SEGUE
DALLA PRIMA PAGINA) FILIPPO CECCARELLI Mai foto di gruppo è apparsa, a memoria
di osservatore, meglio capace di raccogliere e contenere intorno a una
mobilitazione un tale assortimento di idee, mondi, credenze e stili di vita. I laici dell´Arci e i cattolici del Coordinamento nazionale Comunità d´accoglienza (Cnca), il
Circolo Mario Mieli e il Gruppo Abele, le allegre prostitute dei gruppi
dell´«incontrismo» digitale e la rivista di sinistra no global Carta, le
strutture del volontariato con le loro unità di strada motorizzate e alcune
fantasmagoriche comunità d´avanguardia creativa di donne come le
"Sexyshock" con i loro gadget erotici, tecnologici e multicolori.
Ebbene: più di chiunque altro questa variopinta tribù ha preso sul serio le
scelte della Carfagna, che pure non ha ritenuto di doverne consultare alcuna
componente prima di far partire il suo «durissimo schiaffo» - così si è
berlusconissimamente espressa in conferenza stampa - alla prostituzione. Non
solo, ma è chiaro lo sforzo di evitare polemiche, allusioni, ironie e attacchi
personali al ministro, al suo antico corredo iconografico, alla sua rapida
carriera - con il che dando prova di una civiltà che è raro riscontrare nella
vita pubblica. D´altra parte, il moralismo non abita da queste parti. Spiega
don Andrea Zappolini, parroco toscano e vicepresidente del Cnca, che l´organizzazione
dell´evento è stata molto semplice: «Le bandiere di ciascuno erano in terra,
com´è giusto che sia quando si mettono al centro le persone». Conferma Andrea
Morniroli, laico dei "Cantieri sociali": «Per costruire delle
alleanze servono soluzioni pragmatiche e gente di buonsenso». Di comune accordo
si è convenuto di affidare l´ideazione, la regia e l´esecuzione della scaletta
al talento naturale e alla spontaneità di Monica Rosellini de "La Strega
da bruciare", che parlerà da un palco su cui è stata emblematicamente
ricostruita una casa chiusa. Gli ospiti, o meglio i «complici», saranno
annunciati da uno scampanellio, dlìn-dlòn, tipo Porta a porta. A un certo punto
arriverà Vladimir Luxuria, che con cognizione di causa potrebbe spiegare gli
indicibili intrecci che certo esistono tra il mondo della prostituzione e
quello della politica. Di sicuro verranno diffuse canzoni in tema, dall´antica
"Bocca di rosa" alla recente "Margherita Bellavita" di
Principe & SocioM, e proiettati spezzoni di film come "Mamma
Roma", "Matrimonio all´italiana", "Un uomo da
marciapiede". In turbinosa gloria, si chiuderà con la Traviata: dopo
tutto, anche Violetta era una donna di mondo, e alla metà dell´800 il
librettista Piave ebbe qualche problema con la censura. Anche allora, come si
vede, certe situazioni era meglio nasconderle. Sulla prostituzione in Italia
non si legiferava dai tempi della Merlin, mezzo secolo esatto, ma a giudizio
del composito fronte che si è mobilitato la scelta offerta dal ministro delle
Pari Opportunità appare come la classica risposta troppo semplice a un comparto
della società che invece è divenuto sempre più complesso. Una soluzione che non
distingue le varie condizioni di chi fa o è costretta a «fare la vita» (dalle
schiave a chi, adulto e consenziente, scegli liberamente di vendere il proprio
corpo a chi gli pare), quindi una legge inefficace, oltre che assai poco
rispettosa delle persone e sostanzialmente ipocrita. La scelta repressiva,
fatta di multe e arresti, serve solo a guadagnare un consenso che in realtà
appare tanto facile quanto provvisorio. In nome della sicurezza o addirittura
del decoro, spiega don Zappolini, «ci sono vite che vengono spedite in una
notte dove è più difficile incrociarle». Relegate lontano, nell´estrema
periferia, tra i rifiuti, oppure al chiuso, isolate cioè in case e locali, le
prostitute diventano più facilmente vittime di clienti che pretendono rapporti
non protetti, delinquenti, stupratori e malavita. Una volta costrette a
rintanarsi, diventa difficilissimo alle organizzazioni avvicinarle per
informazioni, controlli di ordine sanitario, o magari per liberarle e fargli
cambiare vita. Ma in linea con l´impostazione del decreto del governo le strade
sono finalmente pulite, la gente non vede il supermarket del sesso e per
qualche tempo la decenza è salva: «La tipica logica - obietta Morniroli - che
porta a spazzare l´immondizia sotto il tappeto». Nel frattempo, anticipando la
stretta del decreto Carfagna, da luglio sono partite le ordinanze dei sindaci.
E quattro mesi forse bastano a farsi un´idea dell´andazzo: un paio di assessori
di giunte a «tolleranza zero», in Veneto e dalle parti di Piacenza, si sono
fatti beccare lungo viali bui e sospetti; a Parma, città un tempo civile, un
assessore alla sicurezza ha consentito ai fotografi di partecipare a
un´operazione di pulizia, ma la foto di una prostituta di colore abbandonata
per terra gli ha rovinato la bella figura; a Bari un´altra poveraccia di
nigeriana che scappava dalla Polizia è finita sotto una macchina ed è morta; a
Roma la speciale commissione per la sicurezza ha messo su You-tube
(http://www.youtube.com/watch?v=eV39Er_2TDo) uno spaventoso video di caccia in
cui una prostituta rumena scappa, cade, viene immobilizzata, piange, sviene.
Tutto in mostra: senza vergogna e senza pietà.
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 51 - Cultura Balzac Come Un grande
scrittore anticipò un tema dei nostri tempi storia di un quadro impossibile e
l´arte suicidA Creando il fantastico personaggio di Frenhofer che dà lezioni al
giovane Nicolas Poussin l´autore mette in scena la sfida di chi aspira a creare
come Dio Nel "Capolavoro sconosciuto" il romanziere penetra
nell´interno della stessa invenzione artistica spiando lo studio e l´anima del
pittore dell´era borghese Gillette, la bella modella, dice risentita: "Tu
non pensi più a me, eppure mi guardi" La tela del Maestro si rivela per
una accozzaglia di colori ammassati confusamente MARC FUMAROLI Cos´è che rende
oggi così universalmente affascinanti i grandi romantici francesi -
Chateaubriand, Tocqueville, Stendhal, Baudelaire, Flaubert, e il più
enciclopedico di tutti, Balzac? Come sbarcati, pieni di stupore, da un altro
pianeta, hanno visto e mostrato il mondo radicalmente fantastico in cui noi
siamo ora immersi fino al collo, senza poterne prendere le distanze. Mentre
loro, alieni carichi di una lunga memoria e di un formidabile potere
contemplativo, si mostrarono subito lucidissimi: un lusso che a noi è negato,
presi e incalzati come siamo nell´attuale maelstrom globale. In questo grande
gioco di un´anticipazione inseparabile dalla reminescenza - che nulla ha di fantascientifico
- Balzac è imbattibile. Nelle Illusioni perdute e in Splendori e miserie delle
cortigiane esplora quel nido che è la Parigi di Turgot e di Restif, deturpata
dalla Rivoluzione, stanando tutto intero l´uovo di New York e di Wall Street. E
nella frenesia con cui la stampa e la pubblicità proletarizzano le menti, in
una Francia da poco derivata da quell´Ancien Régime che adora, rivela il potere
mediatico ancora in germe. Noi sguazziamo nella querelle sull´arte
contemporanea. C´è chi vuole vedere in essa i vermi che rodono il cadavere
delle Belle Arti, mentre altri la celebrano come un Rinascimento alla rovescia,
un´inaudita esplosione di creatività scatenata dalla buona novella: «Dio è
morto, l´immagine di Dio è infine libera di scoppiare». Ora, al tempo in cui
Delacroix, Ingres e Corot sono vivi e celebri, Balzac osa già predire quello
che chiama «il suicidio dell´Arte». E in Pierre Grassou lo spiega dall´esterno,
in termini sociologici: la proliferazione degli artisti, la scomparsa del
mecenatismo esigente della Chiesa e dello Stato, il moltiplicarsi di un
pubblico di nuovi ricchi che non vedono la differenza tra un capolavoro
originale e la riproduzione di immagini in serie. Ma in Le chef-d´oeuvre
inconnu (Il capolavoro sconosciuto) Balzac penetra nell´interno della stessa
invenzione artistica, spiando lo studio e l´anima del pittore dell´era
borghese; e dà vita al fantastico personaggio di Frenhofer, l´artista folle e
geniale in cui si consuma e si brucia il destino occidentale dell´Arte. Con Frenhofer,
«demone» della pittura creato di sana pianta da Balzac, il romanziere si
rivela, più che storico o sociologo dell´Arte, un suo mitografo, uguagliando in
potenza Platone. Il vecchio e glorioso Frenhofer deve la sua immensa ricchezza
alla sua arte, di cui le corti europee si disputano le creazioni. Erede critico
e possessore geloso dei segreti del mestiere di tutte le scuole di pittura
europee fin dal Rinascimento, virtuoso della «linea» fiorentina e dÜreriana
come del colore veneziano o correggiano, può permettersi di umiliare
crudelmente il fiammingo Porbus, ritrattista del re Enrico IV, che gli mostra
il suo ultimo quadro: Maria l´egiziana in atto di offrire le sue grazie a un
traghettatore, non potendo pagare altrimenti il passaggio all´altra riva del
Nilo, verso il deserto dove vuol fare penitenza per la sua vita da cortigiana.
E a maggior ragione, Frenhofer può dare una lezione di disegno al giovanissimo
Nicolas Poussin, che sogna di poter entrare nello studio di Porbus, e per
ingraziarsi il suo eventuale maestro non esita a chiedere alla bella Gillette,
la donna che ama, di posare per Frenhofer. Aveva già ottenuto che posasse per
lui, ma la giovane donna, risentita, gli dice: «Tu non pensi più a me, eppure
mi guardi». Una battuta degna di Dora Maar, amante e modella di Picasso negli
anni 1937-1939, che dopo la loro rottura si consacrò con la fede più ardente
alla vita claustrale. Insaziabile Homo eroticus, Frenhofer si era proposto di
superare se stesso e i limiti della sua arte; da dieci anni lavorava a creare
un´immagine più viva della natura stessa della donna che fin dall´inizio gli
aveva fatto da modella: una cortigiana, la «Belle Noiseuse» (la Bella
scontrosa). Quando Poussin gli presenta Gillette per proporla come nuova
modella, lui la «spoglia con lo sguardo», e «indovina le sue forme più
segrete». Balzac ha dunque innestato nell´intimo delle
sue tre figure di pittori l´arte di «abbacinare gli occhi» in un isterismo
erotico e cinico, senza più traccia di reciprocità, al servizio dell´illusione e
della seduzione pittorica. Nel XVII secolo immaginato da Balzac, dove il mecenatismo regale e laico si sostituisce a quello del
clero, prima di cedere il posto al mercato borghese, l´arte pittorica,
disancorata fin dal Rinascimento dalla funzione devozionale e liturgica in cui
l´aveva tenuta la Chiesa romana, non è ormai più che una versione virile e
cerebrale della prostituzione delle donne e di quella mercantile. Il
verme della corruzione è nel frutto. Ma è nel genio fuori dal comune di
Frenhofer, e non in quello dei suoi due epigoni, che questo principio di morte
insinuatosi nell´Arte può mostrarsi anzitempo «suicida». Insofferente di tutte
le astuzie illusioniste di cui è ormai maestro, Frenhofer vuol far superare
alla pittura lo stadio servile del trompe-l´oeil, e portare lo spettatore oltre
i confini della percezione naturale; aspira a impossessarsi degli «arcani» del
Creato per creare un ritratto di donna nuda non meno reale, vivo e desiderabile
del suo modello. Vuol prendere il posto di Dio e dar vita a una seconda Eva.
Protofotografo, sogna di creare un duplicato scientifico del suo oggetto
erotico; in preda a una hubris malinconica che fa saltare tutti i limiti della
sua arte, Frenhofer riesce solo a farsi iconoclasta ai danni della sua propria
opera. Una volta esposto davanti a Porbus e a Poussin, il quadro che Frenhofer
definisce «vivo come la vita» si rivela per ciò che è diventato:
«un´accozzaglia di colori confusamente ammassati, contenuti in una moltitudine
di linee bizzarre che formano una muraglia pittorica». Niente, tranne un
«delizioso piccolo piede» di donna in un angolo della tela, sola reliquia
visibile dell´immagine che il pittore ha stravolto, a forza di volerla rendere
visibile nella quarta dimensione, Frenhofer deve arrendersi all´evidenza: gli
altri non vedono ciò che lui ha creduto di vedere e di mostrare. La notte
stessa si suicida, dopo aver dato fuoco al suo studio. Il Picasso del XVII
secolo concepito da Balzac aveva finito per creare un dripping di Jackson
Pollock. La cosa più strana, in tutta questa faccenda, è che il mito
premonitore di Balzac si è sicuramente aperto un suo proprio varco verso il
reale. Cézanne si riconosceva in Frenhofer. Nel 1932, su richiesta di Ambroise
Vollard, Picasso incise una serie di splendide illustrazioni per Le
Chef-d´oeuvre inconnu. Nel 1937, l´anno in cui ebbe inizio la sua relazione con
Dora Maar, il moderno Frenhofer installò il proprio studio in una dimora di rue
des Grands Augustins, quella stessa in cui Balzac aveva ambientato Le Chef-d´oeuvre
inconnu ! E fu qui che dipinse Guernica. Quanto a Jackson Pollock, nuova
incarnazione di Frenhofer, si tolse la vita nel 1956 nel suo studio di Springs,
a Long Island. L´altro gigante dell´espressionismo astratto newyorkese, Mark
Rothko, si suicidò nel 1970. (Traduzione di Elisabetta Horvat)
( da "Repubblica,
La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XXVII - Palermo Il libro Le
Memorie dc e i sogni svaniti Il volume con i documenti degli archivi di tutta
Italia presentato oggi a Caltanissetta SALVATORE FALZONE Le «memorie
democristiane» in un volume. Che è il risultato di un progetto di censimento e
recupero avviato a Roma dall´Istituto Sturzo riguardo agli archivi della Dc
sparsi in Italia e abbandonati al rischio di disperdersi, dopo la morte del
partito, insieme alle carte e alla memoria che custodiscono. Partner siciliano
dell´Istituto Sturzo è il centro Cammarata di San Cataldo, che ospita i
documenti di alcune sezioni provinciali e che oggi a Caltanissetta organizza -
insieme all´associazione De Gasperi - un incontro di studio (alle 17,30 presso
il Consorzio Universitario). Gli studiosi che hanno scritto i capitoli del
libro - Guccione, Di Fazio, Romano, Sindoni, Malgeri - illustrano la
complessità della vicenda della Dc siciliana e del movimento cattolico isolano
nella seconda metà del Novecento. E dimostrano che ogni sintesi storiografica scientifica
deve avvalersi di uno spettro di fonti ampio e fruibile. Edito da Sciascia,
curato da Maurizio Gentilini e da Massimo Naro, il libro verrà presentato da
Calogero Mannino e Bruno Tabacci. Seguirà un dibattito, aperto a tutte le
formazioni politiche, sul tema: "Oltre lo stato
di necessità: per un nuovo cattolicesimo politico". Che vuol dire?
Risponde il direttore del centro Cammarata don Massimo Naro. «Oggi - dice -
siamo impastoiati in un frangente di travagliata metamorfosi della mappa
politica e partitica italiana. La presentazione di questo libro, che indaga il
passato, vuole essere l´occasione per dibattere sul presente e sul futuro del
cattolicesimo politico, che in Italia ha avuto rilevanza solo quando si è
espresso in forme militanti coese: come movimento con la Democrazia cristiana
di Murri, come partito col Partito Popolare di Sturzo, con la nuova Dc guidata
da De Gasperi e qui in Sicilia, per ricordare gli esponenti del Nisseno, da
uomini come Alessi, Aldisio e Pignatone». Le forze politiche di matrice
cattolica sono ridotte «a un pugno di coriandoli: ciascuna di esse tenta di
ritagliarsi un posticino a destra o a sinistra. Ma rimanendo frammentate si
limitano a dare un po´ di colore "cristiano" agli schieramenti in cui
si sono lasciati assorbire da quando la Dc non esiste più. Ma alla fine dei
giochi questi coriandoli sono buoni solo per essere spazzati via dai vari
signori e "cavalieri" del carnevale che la politica si è ridotta ad
essere nel nostro Paese». Secondo Massimo Naro bisognerebbe andare oltre questa
impasse che già suo fratello Cataldo (l´arcivescovo di Monreale scomparso)
definiva una sorta di «stato di necessità»: erano i
tempi in cui Martinazzoli stava per costituire il nuovo Partito popolare e
Segni e Orlando avevano già avviato l´esperienza dei Popolari per la riforma e
della Rete dichiaratamente post-sturziana, mentre alcuni democristiani stavano
transitando addirittura nel partito di Pannella. Stato di necessità sarebbe «la
paura della sconfitta elettorale e della perdita di qualche poltrona o di
qualche seggiola al governo o nei quadri dirigenziali delle coalizioni: un
terrore infantile che inibisce le scelte chiare, scoraggia la voglia di tornare
protagonisti, spegne la speranza di chi attende un nuovo cattolicesimo politico».
Il direttore del Cammarata cita anche il poeta australiano Murray, che diceva
che per centrare il punto bisogna puntare al centro: «Un modo per superare
l´attuale immobilismo del cattolicesimo politico potrebbe essere quello di
tentare di rifare un centro d´ispirazione cattolica unito. Non importa quanto
largo. Potrebbe essere anche solo puntiforme. L´importante è che abbia una sua
forza dovuta alla coerenza alla propria originaria ispirazione. La capacità di
dialogo si ha solo quando si è consapevoli della propria identità». Di nuovo il
partito unico dei cattolici? «Non so se il centro
debba essere un nuovo partito unico o un convergente movimento di forze e
partiti cattolici. So solo che riuniti al centro tutti
questi avrebbero l´effettiva visibilità che oggi non hanno. Non mi convince -
continua - chi insiste che bisogna togliere il trattino e fare un
centrosinistra o un centrodestra. Toglierei semmai le barriere tra centro e
centro: per i cattolici questi due anonimi e
insignificanti centri sbilanciati a destra e a sinistra non hanno senso: la
preferenza elettorale va infine a chi si fregia, da una parte o dall´altra,
della componente cattolica come di una innocua medaglietta di battesimo o uno
specchietto per le allodole». Inoltre, spiega Naro, non si correrebbe il
rischio di identificare un centro del genere col partito della Chiesa. Perché
«per "cattolici", nel nostro dibattito, non
si intendono i membri della Chiesa cattolica ma quei cattolici
che si impegnano in politica richiamandosi coerentemente, seppur
problematicamente, alla propria fede religiosa». Politici che non fanno
un´opzione confessionale ma «culturale e alternativa alla scelta di chi
interviene in politica per portare a un punto di non ritorno il processo di
secolarizzazione della società». Certo, aggiunge, «il rischio di un
cortocircuito tra fede e politica c´è. Il cattolico si
trova tra Scilla e Cariddi: tra il rischio di una fraintesa laicità che si
esaspera in laicismo e il
pericolo del clericalismo. Che non è meno negativo del laicismo. Non si deve politicizzare la
fede». Di qui la dialettica tra fede, clericalismo e laicità: «la politica non
è tutto, cioè non è l´altare su cui immolare ogni altro valore, men che
meno una dimensione autonoma come la fede. Ma tutto è politico: ogni personale
scelta e comportamento ha una ricaduta sulla polis. Per questo anche la fede
conta molto per quel credente che si impegna "laicamente" in
politica». Stasera parleranno Mannino e Tabacci: dov´è la novità? «La novità -
conclude Naro - è una forma di discontinuità ma come tale non è assoluta:
emerge rispetto a un passato, sottoposto al vaglio della critica e valorizzato
nei suoi elementi più positivi. Affinché ci sia vera novità bisogna riconoscere
un certo valore al passato e rivalutare la continuità».
( da "Stampa,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
SEQUESTRO. TRENTAQUATTRESIMO GIORNO
"Il ministero lavora in silenzio ma le due suore stanno bene"
[FIRMA]PAOLA SCOLA CUNEO «Ho appena sentito il ministro degli Esteri Frattini.
Le suore rapite stanno bene. Da parte del governo si osserva il silenzio
stampa, come per tutti gli altri casi simili. Lo si fa per evitare
interferenze, così che le autorità competenti e chi ha la responsabilità di
seguire la vicenda possano lavorare con serenità e nel migliore dei modi, a
tutela dell'integrità degli ostaggi e per riportarli presto a casa». Lo ha dichiarato
il sottosegretario all'Interno, il braidese Michelino Davico, che ieri sera ha
fatto il punto con il responsabile della Farnesina sul caso di suor Maria
Teresa Olivero e suor Caterina Giraudo, le missionarie rapite ad El-Wak, in
Kenya, la notte del 9 novembre. «Ho avuto modo di contattare tutte le autorità
competenti - ha proseguito Davico -. I dialoghi sono aperti a ogni livello e la
situazione segue l'evoluzione caratteristica di tutti i casi di questo genere.
Mantengo un contatto costante con il ministro Frattini, che segue personalmente
la vicenda. E auspico che si possa risolvere tutto nel modo migliore e nel
minor tempo possibile». Poi un riferimento personale del sottosegretario: «Il
Piemonte e la provincia di Cuneo hanno dato, più di altri territori, uomini e
donne impegnati in missioni di solidarietà, sviluppo e pace: religiosi e laici, che hanno lasciato la loro vita per portare
nel mondo i valori dello sviluppo, della mansuetudine, della fratellanza». E
ancora: «Conosco la comunità di don Gasparino, a cui appartengono le due suore,
perchè come studente dei Salesiani di Bra ho partecipato ai tradizionali raduni
di preghiera del primo sabato del mese alla Città dei ragazzi. Ho potuto
condividere la loro spiritualità, che ha contribuito alla mia formazione umana
e cristiana. Per questo, non appena i miei impegni istituzionali me lo
consentiranno, vorrei far visita a don Gasparino e alla sua comunità, spero
portando, oltre al senso di condivisione e amicizia, anche la buona notizia del
rilascio». «La speranza più naturale - dice il parlamentare monregalese Enrico
Costa - è che le due suore siano liberate prima di Natale. Anche se, purtroppo,
non credo che chi le ha in ostaggio abbia questa sensibilità. Sono vicino alle
famiglie di suor Maria Teresa e suor Rinuccia e alla Città dei ragazzi».
( da "Stampa,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
SALUZZO E CUNEO. OGGI I cattolici dell'Albania festeggiano il Natale Oggi, alle 15, al santuario
della Consolata a Saluzzo, è in programma il Natale della comunità cattolica
dell'Albania. La messa sarà celebrata in albanese da don Pasquale. Seguirà un
momento di festa nel salone del Seminario Sant'Agostino. «Koncerti i
madh per festat e fundvitit», cioè «gran concerto per le feste di fine anno»:
l'associazione culturale albanese di Cuneo «Mergimtari» organizza oggi alle
17,30 una festa al «Cubo» di Borgo San Dalmazzo per la comunità (12 mila in
provincia). Ilir Malaj, presidente dell'associazione: «Un momento di festa, per
gli auguri di fine anno. Partecipano i consoli onorari di Piemonte, Giovanni
Firera, Liguria e principato di Monaco, Giuseppe Durazzo».
( da "Corriere
della Sera" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione:
Cronache - data: 2008-12-14 num: - pag: 25 categoria: REDAZIONALE Il progetto
Pronta una struttura da 13 mila metri quadrati Shoah, anche in Italia un grande
museo I promotori: c'è l'ok del governo, si farà a Ferrara Ricostruiremo le
storie dei nostri 8 mila deportati Al progetto hanno lavorato destra e
sinistra: concepito nel 2001 da Alain Elkann e Vittorio Sgarbi, Francesco
Rutelli ne ha nominato il cda SEGUE DALLA PRIMA E poi Gad Lerner, Antonio
Paolucci, Cesare De Seta, Bruno De Santis, Saul Meghnagi, Paolo Ravenna,
Michele Sacerdoti. Al progetto hanno lavorato destra e sinistra: concepito nel
2001 da Alain Elkann e Vittorio Sgarbi, proseguito da Francesco Rutelli che ha
nominato il consiglio d'amministrazione pochi giorni prima della caduta del
governo Prodi. «Ne parlo perché ha appena ricevuto da Gianni Letta
l'assicurazione che il Museo si farà — spiega Calimani —. Gli ho parlato con
sincerità: "Se la crisi non vi consente di andare avanti, vi
capisco". Letta mi ha risposto che proprio la crisi ci impone di guardare
al futuro. C'è il pieno sostegno da entrambe le parti politiche, dal ministro
Bondi come dal sindaco Pd di Ferrara Sateriale. Io stesso sono un uomo al di
fuori degli schieramenti. E c'è un punto forse ancora più importante: questo non
è un progetto per gli ebrei; è un progetto per il paese». «L'idea di fondo è
che gli ebrei italiani sono sempre stati molto pochi, ma molto importanti per
la storia d'Italia — racconta Calimani —. Anche quando furono demonizzati ed
esclusi dalla vita civile, comprese le vessazioni più assurde come il divieto
di andare in spiaggia, erano 40 mila su 40 milioni. Oggi sono 25 mila. Ma gli
ebrei erano in Italia secoli prima dei Papi. E mi piacerebbe che il Museo
cominciasse proprio dalle catacombe ebraiche di Roma: semidistrutte, piene di
immondizia, cancellate dalla memoria comune, e non per caso». Tutto nascerà
nell'ex carcere di Ferrara in via Piangipane, uno spazio gigantesco, 13 mila
metri quadrati dentro le mura, che dovrebbe diventare una specie di porta della
città; con una galleria dove passare senza biglietto d'ingresso, ascoltando
musica ebraica, composizioni popolari spagnole, classici di Bloch e Mendelson
Bartholdi. «Un antighetto» dice Calimani. Ora si sta lavorando per togliere
l'amianto dall'edificio. L'ambizione è inaugurare il Museo nel 2011, per i 150
anni dell'unità d'Italia, che segna anche la piena emancipazione degli ebrei.
Ma in qualche modo il Museo è già aperto, grazie alla mostra itinerante di
antichi libri ebraici curata dalla nuova istituzione, che il ministero per la
Cultura si è impegnato a portare nelle principali città. Il presidente
specifica che l'organizzazione del museo è ancora da precisare, e un ruolo
decisivo avrà il direttore scientifico Piero Stefani, «uomo impegnato nel mondo
cattolico; e anche questo è un segno. Ma alcune linee guida si possono
anticipare. «Non sarà solo una raccolta di oggetti. Anche i nazisti a Praga
raccolsero argenteria per un “museo della razza estinta”. Sarà un laboratorio
culturale. Biblioteca, sala dibattiti. Una parte pedagogica, formativa, e una
parte destinata ad alimentare la discussione. La vicenda dell'ebraismo italiano
è segnata dalla straordinaria connessione delle radici giudaico- cristiane
(penso al sermone della montagna, straordinaria preghiera
ebraica entrata nella tradizione cattolica), ma anche dalle contrapposizioni
ideologiche, sino alla discussione su Pio XII. Ci trasciniamo dietro una serie
di errori che vanno corretti. Si dice: gli ebrei sono sempre stati
perseguitati. Un luogo comune che cela una grande insidia: come a dire,
qualcosa di male avranno fatto per meritarlo. Invece per secoli agli
ebrei italiani non è accaduto nulla. Il segno distintivo da portare sempre
addosso è un'imposizione del Concilio del 1215. Il ghetto di Roma è del 1555.
Alcuni Papi hanno attaccato gli ebrei, altri li hanno scelti come medici
personali: perché grazie ai contatti internazionali erano all'avanguardia nella
scienza medica, e perché curavano il corpo e non l'anima. Si parla di
antisemitismo eterno, a sottintendere una componente metafisica
indistruttibile. Ma l'antisemitismo nasce con connotazione razziale alla fine
dell'800, al termine del secolo del positivismo e del romanticismo, e diventa
un'arma politica del tutto distinta dall'antigiudaismo. Tutto questo andrà
spiegato e documentato». Calimani pensa a sezioni dedicate alle comunità
storiche, con le loro differenze: Venezia, «dove gli ebrei furono accettati in
quanto utili e non furono mai espulsi sino all'occupazione nazista», Ferrara e
Livorno contraddistinte dalla tolleranza di duchi e granduchi, e Roma «dove i
Papi si sono attenuti alla dottrina di sant'Agostino, per cui gli ebrei non
dovevano essere uccisi ma conculcati: da qui le preghiere forzose dei
catecumeni e le altre vessazioni durate secoli». E poi le microcomunità: da
Pitigliano, «la piccola Gerusalemme», a Casale Mon-ferrato, luoghi dove
vivevano poche decine di ebrei che però custodivano identità profonde,
testimoniate pure dai minuscoli cimiteri ebraici di Conegliano e Vittorio
Veneto; «ma penso anche al Sud, alla documentazione che potrà arrivare dalla
Calabria, da Ostia antica, da Bagheria dove un gruppo di ebrei marrani è giunto
sino ai giorni nostri». Altre sale saranno dedicate alla tradizione religiosa e
ai riti: nascita, circoncisione, matrimoni, funerali. Ci sarà una sezione
antropologica, dall'arte alla cucina. E ci sarà, ovviamente, la sezione della
Shoah. Dice Calimani: «Racconteremo le storie di chi è stato
perseguitato nel passato, anche per far sì che in futuro non sia perseguitato
più nessuno. Ricostruiremo la vicenda degli ottomila ebrei italiani deportati:
un numero relativamente piccolo nel complesso della Shoah; ma una grande
tragedia per il paese. I migliori specialisti saranno messi nella condizione di
lavorare in piena libertà: anche perché nessuno pretende di avere il privilegio
del primato della sofferenza. E' giusto testimoniare l'uccisione di centomila
handicappati prima ancora dello scoppio della guerra, così come l'infame
persecuzione dei rom, che anche dopo la guerra non hanno avuto voce. Si
comincia con gli ebrei, in una prospettiva forte che non si ferma al mondo
ebraico» conclude Calimani, enunciando un'idea destinata a far discutere. E
ricorrendo a una metafora: «Sono rimasto turbato dal silenzio che ha
accompagnato nei giorni scorsi una notizia straordinaria, come il salvataggio
di 650 naufraghi grazie ai pescatori di Mazara del Vallo. Siamo al punto che
non viene più considerata una buona notizia. Io dico: forse è giusto
rimpatriarli; ma certo era giusto salvarli, anziché lasciare che fossero
sommersi». E la questione di Pio XII, come sarà affrontata? «C'è un dato di
fatto inequivocabile: tacque. Ciò non può essere negato da nessuno. Per il
resto, ognuno farà i conti con la propria coscienza: non saranno permesse
strumentalizzazioni di alcun tipo». 1944 Ebrei deportati dalla «stazione
invisibile» di Milano L'ex carcere Nelle foto l'ex carcere nazista di Ferrara
in via Piangipane che ospiterà il museo della Shoah Aldo Cazzullo
( da "Corriere
della Sera" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - MILANO - sezione:
Lombardia - data: 2008-12-14 num: - pag: 11 categoria: REDAZIONALE Como C'è
anche la moschea nell'ospedale targato Lega COMO — Nel nuovo ospedale
Sant'Anna, in costruzione nell'area di Villa Giulini, accanto
alla cappella cattolica ci sarà anche una sala di meditazione dove i fedeli di
qualsiasi religione, a partire dagli islamici, potranno accedere per la
preghiera e le celebrazioni dei riti sacri. Il progetto è già stato approvato dal direttore generale
dell'azienda ospedaliera, Andrea Mentasti, manager in quota alla Lega Nord.
L'ospedale «targato» Carroccio sarà dunque multireligioso, oltre che
multietnico. Per andare incontro alle esigenze dei pazienti stranieri infatti,
la segnaletica della struttura sarà realizzata in due lingue, italiano e inglese,
mentre saranno disponibili anche opuscoli informativi nelle altre lingue più
diffuse, arabo compreso. «Vogliamo semplicemente rispondere in maniera adeguata
alle esigenze di tutti i futuri pazienti — commenta Mentasti — la religione
cattolica non è più l'unica diffusa, e per questo abbiamo voluto, accanto alla
cappella che stiamo progettando con un architetto della Curia, anche un luogo
di culto dove i fedeli di qualsiasi credo possano pregare o celebrare una
funzione». Il nuovo ospedale Sant'Anna (costo complessivo 240 milioni di euro
per 589 posti letto) dovrebbe essere pronto entro la fine di luglio dell'anno
prossimo. L'ingresso dei primi malati però avverrà solo un anno dopo, al
termine della fase di collaudo e allestimento. Direttore generale Andrea
Mentasti, in quota alla Lega Anna Campaniello
( da "Tempo,
Il" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa Il parere del geriatra
«Giusto, il gentil sesso vive più degli uomini» Non avrà il sostegno dei
sindacati ma, per ora, il ministro Renato Brunetta trova quello della scienza.
La sua proposta di alzare l'età pensionabile delle donne equiparandola a quella
degli uomini trova assolutamente d'accordo il professor Roberto Bernabei,
geriatra dell'università Cattolica di Roma anche se il suo,
ovviamente, non è un punto di vista politico. «è letteralmente un non senso
biologico quello di far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65 -
spiega -. I dati scientifici danno ragione a Brunetta». Basando le sue tesi su
pure ragioni mediche, Barnabei ricorda che fino a 70 anni gli italiani godono
di buona salute: «La disabilità è del 7% ma per queste persone ci sono
già le tutele». Le donne, intanto, sono più longeve, ricorda il medico,
«soffrono di qualche acciacco in più ma è solo dopo i 75 anni che la salute
peggiora concretamente». Allora, aggiunge, meglio restare sul posto di lavoro.
«L'attività - dice - fa bene al cervello, fa da prevenzione alle malattie
degenerative cone l'Alzheimer. E poi - conclude - un settantenne di oggi, uomo
o donna, è come un cinquantenne di 30 anni fa. Insomma i dati scientifici danno
ragione a Brunetta». Meno entusiasta Alessandra Servidori componente del
Comitato Consultivo di Parità Uomo-Donna della Ue che invita alla cautela:
«Sull'età pensionabile delle donne è bene ragionare con calma e obiettività. In
ogni caso il ministro Brunetta pone dei problemi seri e reali sui quali si
possono discutere i tempi e i modi».
( da "Stampa,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Simonelli racconta il cinema sotto
l'albero Ogni anno è tradizione che le case di produzione cinematografica
immettano sul mercato l'ennesimo film dei Vanzina, o qualche pellicola
americana sui generis. Per quanto il cinema a tema natalizio sia spesso
snobbato da chi rivolge lo sguardo al grande schermo con altre pretese, è un
fatto che siano queste produzioni a tutt'oggi le uniche a sbancare il
botteghino. Com'è altrettanto un fatto che, negli anni, soltanto questi film si
sono resi testimoni di un «certo modo» di affrontare l'argomento. Lo studioso
vercellese Giorgio Simonelli ne ha individuati parecchi e ne parla mercoledì
alle 21 al multisala MoviePlanet di Borgo Vercelli in un incontro pubblico
dedicato per l'appunto al suo nuovo libro. E mai luogo fu più consono di una sala
di proiezione quando il titolo del volume è «Cinema a Natale - Da Renoir ai
Vanzina» (Interlinea, pp. 122, ? 12). File rouge del saggio è proprio il Natale
visto attraverso il cinema, con un simpatico invito: data l'eccezionale vastità
della cinematografia natalizia, si può incorrere in qualche dimenticanza,
perciò l'autore esorta i lettori a suggerirgli quali pellicole avesse
eventualmente tralasciato ad un indirizzo di posta elettronica
(cinema@interlinea.com). Nelle ristampe del volume, la
segnalazione verrà inserita col nome di chi ne è stato l'artefice. La serata, che accompagnerà nell'universo natalizio
con la proiezione di spezzoni tratti dai film che il libro analizza, oltre a
Simonelli vedrà la presenza di GianCarlo Andenna, dell'Università La Cattolica,
Roberto Cicala, responsabile per le edizioni Interlinea, Enrico DeMaria,
giornalista de La Stampa, e Roberto Fiori di AlbaFilmFestival.
L'ingresso è libero.
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 6 - Interni Il dialogo Il
presidente delle Camere penali: "La riforma della giustizia, tanto più se
costituzionale, richiede la più ampia discussione" Dominioni: "è ora
di rivedere le regole ma vanno ascoltati tutti i protagonisti" Un Csm
modificato non diminuirebbe l´autonomia della magistratura, darebbe efficienza
ed equità Va riscritto un codice penale figlio di una cultura giuridica con un
alto tasso di autoritarismo GIUSEPPE D´AVANZO ROMA - Nel discorso pubblico
sulla giustizia (riformarla? come? lungo quale percorso: ordinario o
costituzionale?) la voce degli avvocati è flebile, la loro presenza in ombra.
Se ne lamentano. Rivendicano la loro funzione nella giurisdizione. Reclamano
l´urgenza di una riflessione comune con giuristi e magistrati per continuare a
parlare, nel frastuono della politica, la stessa lingua. Può essere allora
utile dare la parola a Oreste Dominioni, professore di procedura penale alla
Statale di Milano, presidente dell´Unione delle Camere Penali Italiane in
giorni mossi dalle minacce di Berlusconi di fare tutto da solo, riforma
costituzionale per manipolare il Csm, riforma dell´ordinamento, del processo,
del codice con il pericolo,segnalato qui da Gustavo Zagrebelsky, che la nostra
costituzione da garanzia contro gli abusi del potere diventi strumento di
potere e di governo. Dunque, sul metodo di Berlusconi, professore. Qual è la
sua opinione? «La riforma della giustizia, e tanto più una riforma
costituzionale, richiede la più ampia discussione, consiglia che le ragioni di
tutti gli attori possano essere illustrate e valutate. Sono convinto che questo
metodo consente anche di smussare gli angoli, di accorciare la distanza delle
posizioni». E, se le voci continuassero a essere in disaccordo, approverebbe un
governo che va alla riforma costituzionale a maggioranza semplice? «Lo prevede
la Costituzione che impone poi un referendum popolare. E´ una decisione del
tutto legittima». Berlusconi vuole spezzare in due l´unità dell´ordine
giudiziario: da una parte, i pubblici ministeri; dall´altra, i giudici. Qual è
l´opinione dei penalisti? «Noi pensiamo che sia necessario riformare il Csm per
dare efficienza ed equità alla giustizia penale. Le faccio un esempio. Oggi il
giudice delle indagini preliminari decide dei tempi e della proroga di
un´istruttoria su richiesta del pm: 6 mesi, 12, 18, 24 per i reati più gravi.
Gli avvocati oggi non fanno più nemmeno opposizione perché sanno che il giudice
si fa carico sempre dell´esigenza dell´accusa rinunciando al controllo
sull´operato del pubblico ministero». Non crede che la fine dell´unicità
dell´ordine giudiziario possa consegnare il pubblico ministero nelle mani
dell´esecutivo? «Sulla collocazione del pubblico ministero, i costituenti hanno
lasciato la loro opera incompiuta. Si sono interrogati, naturalmente. E si sono
risolti a sospendere ogni giudizio rimettendo il problema al legislatore del
nuovo Stato. Bisogna riprendere quel lavoro». Ma immaginate un pm funzionario
dell´esecutivo? «No. Anche separato in un altro ordine, il pubblico ministero
deve avere sempre lo statuto di magistrato, quindi essere autonomo e
indipendente da ogni altro potere e soggetto solo alla legge». Non la spaventa
la nascita di una piccola corporazione di accusatori che si autogovernano? «No,
se muterà la composizione del Consiglio. In questo, siamo d´accordo con Luciano
Violante che chiede un Csm composto per un terzo da componenti eletti dalla
magistratura, un terzo dal parlamento, un terzo indicati dal capo dello Stato
tra personalità che hanno rivestito ruoli istituzionali di particolare
rilievo». Non crede che questa diversa composizione del Csm possa attenuare o
travolgere l´autogoverno della magistratura? «La Costituzione non parla di
autogoverno. Anzi i costituenti avvertirono l´esigenza dell´ingresso di consiglieri laici nel Csm proprio per evitare che la
magistratura si facesse corpo separato». Perché la presenza dei consiglieri
laici le appare oggi insufficiente? «Nessuno poteva prevedere che la
maggioranza togata si cristallizzasse in una formazione di potere attraverso
"correnti", che controllano oggi il Consiglio». Lei dà per
scontato che questa «formazione di potere», come la definisce, riesca a
condizionare anche il lavoro di magistrati. «Lo penso. Il Csm ha ampliato i
suoi poteri e attraverso provvedimenti interni influenza la funzione
giudiziaria. E´ la ragione per cui riteniamo che una riforma del Csm non
diminuisca l´autonomia della magistratura, ma al contrario, la protegga
liberando la funzione giudiziaria dai condizionamenti del potere
dell´associazione magistrati e delle correnti». Mi sembra di capire che, per voi,
il nucleo della riforma debba riguardare i magistrati e il loro ordinamento e
poteri e meno la qualità del servizio giustizia. Non le sembra proprio questa
l´intenzione storta del governo? «Si sbaglia. Siamo in prima fila a chiedere
una riforma organica della giustizia. La giustizia ha bisogno di essere
trasformata con una visione d´insieme che sappia riscrivere le regole del
processo penale, oggi afflitto da interventi e provvedimenti singoli ? spesso
bipartisan ? che ne danneggiano la qualità e l´efficienza creando soltanto
nuovi farraginosi impicci. Una riforma che sappia riscrivere un codice penale,
figlio di una cultura giuridica con un alto tasso di autoritarismo. D´altronde,
al contrario di Spagna, Portogallo, Germania, siamo l´unico paese liberato da
una dittatura che non ha ancora riscritto il codice di quel periodo. Non c´è
dubbio che il legislatore ha le sue responsabilità: preferisce innovare per
leggi speciali (sia veda, ad esempio, la legge sugli stupefacenti). La
legislazione speciale extra codice non fa che aumentare la disorganicità della
nostra giustizia penale». Pensate che vada attenuata o del tutto sciolta la
direzione della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero? «Noi
pensiamo che non si debba consentire al pubblico ministero di indagare alla
ricerca della notizia di reato». Per reati come la corruzione dove è forte il
vincolo tra corrotto e corruttore, la notizia di reato non salterà mai fuori da
sola. «Le rispondo con un ricordo di Anna Finocchiaro riferito in un recente incontro
al Senato. Giovane pretore in un certo ufficio giudiziario, la presidente del
senatori del Pd si vide recapitare sul tavolo tutte le delibere comunali. Ne
chiese ragione al sindaco. Quello le rispose che così pretendeva il giudice che
aveva lasciato. Anna Finocchiaro interruppe quella routine. Disse: il controllo
del comune non è tra i miei compiti. Sono della stessa opinione. La
magistratura non può diventare polizia amministrativa». In linea con una
pressione sul potere del pm, il governo vuole rivedere anche l´obbligatorietà
dell´azione penale. Lei condivide? «No. L´obbligatorietà dell´azione penale va
mantenuta, ma disciplinata. Oggi ogni procura ha i suoi criteri di selezione
delle notizie di reato, espliciti o meno: Torino per esempio mi ha messi nero
su bianco. Noi pensiamo che vada eliminato questo regime di arbitrarietà. Che
sia una legge a stabilire i criteri di selezione in linea con le risorse a
disposizione che non potranno mai essere adeguate al fabbisogno». Quanto pesano
in parlamento i partiti degli avvocati e dei magistrati? «Molto, troppo. A
nostro giudizio, gli avvocati e i magistrati che decidono di diventare
parlamentari devono lasciare l´avvocatura e la magistratura. Giuliano Vassalli
quando entrò in Parlamento si sospese dall´albo degli avvocati». Niccolò
Ghedini, avvocato di Berlusconi e suo consigliere, gliene vorrà. «Pazienza. Me
ne vorranno anche quei quasi 400 magistrati fuori ruolo al lavoro nei ministeri
o negli staff dei ministri. Noi crediamo che questi salti dalla funzione
giudiziaria alla politica debbano essere interdetti perché creano una
contiguità, una commistione pericolosa e, questa sì, rende il magistrato meno
indipendente e autonomo dal potere politico». Quanto pesa sulle sue opinioni
l´essere stato difensore di Paolo Berlusconi e di
alcuni dirigenti Fininvest? «E´ avvenuto molto tempo fa».
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XVII - Roma "Le
richieste di incontri hard mai imputate ad Antonio Pongetti" Cattolica,
sesso e test d´ammissione Nessuna accusa per il funzionario «NON ha mai chiesto
incontri sessuali alle studentesse e mai è stato mosso
alcun addebito al mio assistito». Lo precisa l´avvocato Gaetano Scalise,
difensore del dottor Antonio Pongetti in riferimento agli articoli riguardanti
l´inchiesta della procura di Cosenza sulla presunta compravendita di test di
ammissione e di diplomi falsi per infermieri all´università
Cattolica. Nei giorni scorsi, è stata attribuita erroneamente la notizia che
presunti favori sessuali sarebbero stati richiesti dal funzionario della
Cattolica, Antonio Pongetti. «La semplice lettura dell´ordinanza - precisa
ancora l´avvocato Gaetano Scalise - dimostra come nessun addebito viene infatti
mosso al mio assistito in relazione a presunti "favori
sessuali" richiesti a chicchessia». E ancora il difensore parla di «serio
danno d´immagine» e aggiunge: «Il dottor Pongetti è estraneo ai fatti citati
nell´articolo che sono del tutto svincolati dalle contestazioni mosse dal pm».
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XII - Napoli LA CHIESA E IL
DEGRADO GIROLAMO IMBRUGLIA a luce sinistra che ha gettato il suicidio dell´assessore,
e quella delle dimissioni dell´altro assessore Cardillo, illuminano la scena
napoletana come una realtà drammatica, nella quale si sta giocando un trapasso
di poteri, che avviene fuori da qualsiasi regola; un "finale di
partita" che, per essere fuori dal controllo dell´opinione pubblica, è
ancora più minaccioso e violento. In tale situazione, è intervenuto il
cardinale. Io sono rimasto stupito dal fatto che nessuno abbia commentato le
sue parole. E c´è voluta tutta l´esperienza democristiana del sindaco per
ricordare, ma appena ricordare, all´erede in città più che di San Pietro, del
predecessore suo, cardinale Giordano, di sempre viva memoria per i suoi
trascorsi e il suo stile, quali siano i rapporti tra Stato e Chiesa. Il
cardinale Sepe ha ritenuto di poter parlare delle condizioni morali della
città, quasi la Chiesa non sia uno dei fattori storici del suo degrado. La
grandezza del cristianesimo è consistita nell´aver raggiunto un´interna
autonomia, nell´aver elaborato una dimensione tutta interiore di religiosità.
Lutero e la tradizione protestante hanno costruito una religiosità che si basa
sul sentimento della morte, e che non sconfina nella dimensione del vivere
civile. E infatti, le lotte per l´affermazione del protestantesimo hanno coinciso
con la tolleranza, la libertà civile, la scoperta della
laicità. Le religioni che non distinguono queste sfere si condannano alla
superstizione nella vita religiosa, e alla violenza nella vita sociale. La
Chiesa cattolica, che ha nei secoli combattuto la tolleranza e la libertà di
pensiero, ora si vuole ergere a giudice di una condizione civile in larga parte
frutto di questo magistero. E lo fa appunto celebrando una delle feste,
quella del dogma dell´immacolata concezione della vergine Maria, dove maggiormente
rifulge la superstizione di tale credenza (superstizione intesa come eccesso di
fede). Meglio avrebbe fatto il cardinale Sepe a richiamare preti e credenti a
forme sane di religione, piuttosto che intervenire con toni truci e beffardi su
sfere che non gli competono; a non esaltare la presunta immobilità del
magistero ecclesiastico, a evitare del moralismo facile, e a cercare di capire
invece come mutino la storia e la Chiesa che vi vive. Ma forse la sua è stata
la risposta che dall´altare si è voluto dare all´importante discorso (vedi:
http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=37452), che il presidente
Napolitano ha tenuto a Napoli il primo dicembre al convegno "Mezzogiorno,
innovazione e sviluppo", e che ha meritato varia attenzione. Napolitano ha
insistito sulle debolezze interne delle forze meridionali. Più che il discorso
di un marxista, mi è parso quello di un weberiano: che nella cultura, nella
mentalità ravvisa le prime cause del declino o del fiorire di una civiltà. Con
toni fermi, il presidente Napolitano ha esortato la società napoletana a
ritrovare le proprie energie interne, che non hanno radici cattoliche, ma di
altra vitalità. Inoltre ha richiamato opportunamente la dimensione nazionale
della questione napoletana. è evidente che nella vita politica di Napolitano la
questione meridionale ha avuto un peso decisivo: e su questa questione c´è stato aspro dissenso, proprio a Napoli, negli anni
Cinquanta, nell´intellettualità di sinistra. Ma occorre ora ripensare il legame
profondo tra vita nazionale e questione meridionale, che è l´argine senza il
quale e il mondo del Sud e quello nazionale finirebbero per crollare. Un
discorso, infine da apprezzare per il tono serenamente laico: una componente
della nostra cultura che si va perdendo di pari passo con cui avanzano il
degrado civile e morale. è la ripresa del valore politico della Costituzione,
quale norma dei conflitti sociali e politici. Non erano soltanto parole. Le
scelte di intervento del presidente Napolitano hanno confermato tale fiducia
nelle forze culturali laiche, intese in senso ampio. Ne richiamo solo una. La
sua presenza all´Istituto Croce il giorno dell´inaugurazione dell´anno
accademico conferma la coerenza del richiamo all´importanza di tali forze e, al
tempo stesso, proprio per il luogo in cui si trovava, dà rilievo serio alla
questione morale. Occorre che questa non divenga moralismo, ma sappia ritrovare
la vitale connessione con il linguaggio politico: sola via per non abbandonare
alle forze dell´irrazionalità e dell´ignavia il governo della città.
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XIX - Palermo Ecco "Per
Palermo" nuova associazione per scrivere il futuro Questa mattina al
cinema Imperia il primo incontro sui problemi della città MIMMA LO MARTIRE Dare
voce ai cittadini, mirare al buon governo, cercare di risolvere tutti insieme i
tanti mali che affliggono la nostra città. è l´obiettivo che si è proposto di
raggiungere una nuova associazione - "Per Palermo" - nata quattro
mesi fa ma che oggi alle 10 terrà il primo incontro cittadino al cinema
Imperia, in via Emerico Amari. "Il cittadino nel Comune" è il tema di
questo primo incontro. «Se ami la tua città e vuoi partecipare - si legge nei
volantini distribuiti dall´associazione - sei invitato». I vari relatori che si
succederanno nella mattinata affronteranno ciascuno un argomento, dal ruolo del
cittadino nella formazione sociale di Salvatore Costantino, alla legalità di
Paolo Calabrese, al fenomeno della povertà in crescita, trattato dal
missionario laico Biagio Conte, sino ai problemi dei cittadini svantaggiati
dagli handicap, di cui parlerà Salvatore Crispi. Si discuterà anche del
funzionamento della macchina comunale, spiegata da Antonio Atria e di diritti
civili, di cui parlerà Massimo Merighi. Il presidente del movimento, Giuseppe
Valenti, avrà il compito, invece, di illustrare la nascita e gli obiettivi del
movimento. «Vogliamo coinvolgere quanta più gente motivata possibile - dice -
per non fermarsi a lamentele sterili o alle semplici parole di denuncia, ma
affrontare uniti, volta per volta, singoli problemi e cercare di trovare delle
valide soluzioni per risolverli. Le nostre proposte verranno sottoposte ai
nostri amministratori, e se loro saranno sordi - assicura Valenti - arriveremo
anche a formare una nostra lista civica con il proposito di agire in prima persona».
Estremamente ricco e articolato il documento programmatico dell´associazione,
riunite sotto il motto «Le cose si fanno insieme. Da soli non si cambia».
Perché la frase da dimenticare è quella fatidica: «è praticamente impossibile
cambiare le cose». I temi individuati dall´associazione su cui lavorare sono
Palermo città europea, Terzo settore e volontariato, Poveri, Ecologia, ambiente
e territorio, Casa, Centro storico e senza tetto, Bilancio partecipato, Spazi
dedicati ai bambini, Smog e polveri sottili, Riqualificazione di zone
abbandonate, Cartelloni pubblicitari, Lavori pubblici, Biblioteca centrale per
stranieri, Economia, Banca del tempo, Disabili, Finanza etica, Lotta a sprechi
ed inefficienza pubblica, Anziani, Cultura, Comunicazione, Spazi pubblici e
Palazzo dei congressi, Trasporti pubblici, Taxi, Biciclette, Decentramento di
attività e uffici, Mercati, Mediatori culturali, Verde provvisorio, Rete di bed
sharing, Educazione e scuola, Ambiente, Turismo, Scambi internazionali,
Cittadinanza attiva, Ville e giardini, Università della terza età, Sport,
Asili, creazione di un assessorato all´orientamento al lavoro,
Deregolamentazione licenze, Rifiuti e Raccolta differenziata, Indirizzo
economico e imprese sociali, Sanità. Coordinatrice dei vari gruppi di lavoro è
Sabina D´Antonio, mentre Emilio Galbo sarà il moderatore dell´incontro di
domenica, a cui prenderà parte anche l´attrice Stefania Blandeburgo.
L´associazione nata da una idea di Valenti, medico ginecologo, ha fra i suoi
soci fondatori gente eterogenea, proveniente da ogni parte
della città e che svolge attività diverse: dall´avvocato, al noto cabarettista
(come Gianni Nanfa), all´insegnante. In poco tempo ha raccolto le adesioni di
decine di cittadini palermitani, scontenti di come vanno le cose. Il movimento
non ha una connotazione politica, e si descrive come «non fortemente cattolico»
ma «non solamente laico».
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XXIV - Palermo LA RIVISTA
DEI RIBELLI CHE ACCUSò LA MAFIA Giuliana Saladino sottolineò l´impegno verso i
deboli "siano essi gli handicappati di Sicilia o gli infelici cittadini
del Salvador" Il mensile celebra il suo nuovo numero tappa di un percorso
iniziato nel ´75 sulla scia del rinnovamento del Concilio L´allarme di Nino
Fasullo sui segnali che allontanano dalla lezione di padre Puglisi TANO GULLO
(segue dalla prima di cronaca) opo aver marcato la trecentesima uscita con una
serie di riflessioni sull´Apocalisse, "Segno" si avvia a festeggiare
il trentacinquesimo anno della sua esistenza. Ieri come oggi, ma è facile
profetizzare come domani, sempre dalla parte del Vangelo, dei poveri cristi,
della legalità, dell´umanità, della fede depurata da ogni fastoso orpello. E in
ogni circostanza contro il groviglio di mafie che intossica la Sicilia. La
rivista è nata nell´estate del 1975 sulle ceneri de "Il Cristiano
d´Oggi", inciampato nei tranelli curiali. Il gruppo di giovani capitanato
da padre Nino - Luigi Tinè, Nino Alongi, Marta Cimino, Totino Licata, Renato
Scalia, Giovanni Marchese, Manuele Villa, Giacomo Vaiarelli, Vincenzo Guarrasi
e altri - manifesta subito i suoi proponimenti: percorrere la strada del
rinnovamento indicata dal Concilio voluto da papa Giovanni, denunciare il
fenomeno mafioso come anticristiano, rivendicare il diritto dei cattolici di votare per i partiti della sinistra e la
libertà di essere contemporaneamente praticanti e laici («Cristo non era un
prete, era laicissimo»). Quando i redattori portano i primi numeri di
"Segno" al cardinale Pappalardo - ancora lontano dagli slanci di
Sagunto - si sentono gelare da un secco «Non ho chiesto di leggerlo».
L´accoglienza la dice lunga sulla chiesa di quegli anni. Una chiesa ancora
barcollante alla ricerca di una strada che l´allontanasse dalle sabbie mobili
del passato. Timorosa di contagiarsi con i "virus" comunisti e
operaisti. Ci sarebbero voluti anni - e un rosario di stragi - per allungare le
corte vedute nel grande orizzonte. Per addivenire a visioni meno politiche e
più aderenti alla realtà, territorio di contesa tra il bene e il male. I primi
tre anni scorrono nel "segno" dell´incertezza. Molte velleità,
tantissima buona volontà, ma pochissimo spessore e una strutturale difficoltà a
mettere a fuoco una linea conducente, definitiva. Un rodaggio comunque di
crescita, come scrive Giuliana Saladino scorrendo l´indice dei primi dieci anni
della rivista. Poi gli sforzi si concentrano su tre temi portanti: i travagli
della chiesa, la mafia e la pace, «con un occhio generoso - aggiunge la
Saladino - e non pietistico ai deboli, siano essi gli handicappati di Sicilia o
gli infelici cittadini di El Salvador, e con un supporto imponente di documenti
rari». Sono propri i dossier a dare spessore alla rivista: relazioni, trattati,
accordi, teologie, storie, attinti in tutti i paesi. Ricordiamo un bellissimo
volume monografico del dicembre 1999 dedicato al decennale della morte di
Leonardo Sciascia. Così "Segno", rimasto in qualche maniera
underground nella grande Palermo, fa il giro del mondo (tramite abbonamenti e
invii mirati) e diventa punto di riferimento di intellettuali e giornalisti di
ogni parte. è alla porta del convento dell´Uditore che va a bussare chi vuole
indagare nelle viscere della società isolana. Sia esso il giornalista del
"Washington Post" o lo studioso inglese o tedesco che sta scrivendo un
libro sulla mafia. Un punto di riferimento che si consolida giorno dopo giorno
per chiunque voglia capire, scorticare le apparenze per addentarsi nelle
profondità della città irredimibile. Per dare visibilità a questo terzo di
secolo di fatica redazionale - con le stimmate del travaglio e della ricerca -
padre Fasullo e compagni hanno pubblicato un agile libro che è nel contempo il
bilancio del passato e il programma per il poi: "Segno trecento - mafia
chiesa politica", il titolo. Nelle 160 pagine, sette editoriali,
"pescati" nel poderoso mucchio per scandire i momenti salienti del
mensile, cinque interviste (profetica quella di Giovanni Falcone, registrata e
poi rivista e corretta dal giudice ucciso dalla mafia), e alcuni articoli che
rimarcano l´impegno antimafia, per la pace e per la retta via conciliare. è
impietosa, perché profondamente vera, l´analisi sulla chiesa in questi anni.
Una chiesa colta sovente nel suo sconfinamento pastorale, una chiesa talora a
braccetto con il potere, con troppi preti compiacenti con boss e affaristi, una
chiesa richiamata da "Segno" alla sua precipua missione apostolica. è
travagliata assai la storia degli ultimi cento anni della chiesa palermitana.
Nino Fasullo in un suo agile saggio, pubblicato in appendice al volume celebrativo,
distingue tre fasi. La prima, iniziata con l´epopea garibaldina, vede
l´universo ecclesiastico sulle barricate contro lo Stato unitario, ai suoi
occhi colpevole di avere spogliato le diocesi di ogni bene terreno, feudi e
palazzi requisiti senza appello. «In queste condizioni, a chi la chiesa poteva
volgersi, con chi poteva allearsi, se non con i "conservatori", che
la difendevano e si dicevano custodi dei "valori" della religione?
Tra i "conservatori" - nella loro area - si trovavano i mafiosi:
tutti religiosi, tutti devoti... I mafiosi garantivano alla chiesa difesa e
protezione, la chiesa ricambiava col silenzio. Ragion per cui - questo è il
punto - non potevano essere attaccati dalla chiesa». La seconda fase inizia con
la strage di Ciaculli, che apre uno squarcio nelle coscienze dei fedeli più
consapevoli. In quel 30 giugno del 1963 dopo il boato al tritolo il padre
valdese Valdo Panascia fa affiggere nei muri della città un manifesto di
esplicita condanna alla mafia. Paolo VI chiede all´arcivescovo di Palermo
Ernesto Ruffini di prendere posizione. Il presule (quello che sosteneva che la
mafia era un´invenzione dei giornali) risponde al papa di non ravvisarne la
necessità, perché la chiesa fa già il suo dovere e ha ben altri pensieri che
quello di correre dietro ai valdesi. Seguono anni di ambiguità e titubanze.
Intanto il Concilio alimenta i fermenti con il suo invito ai cristiani di
vivere la città e di adoperarsi per il suo cambiamento nella direzione della
giustizia e della solidarietà. Solo nel 1973 la conferenza episcopale siciliana
sembra aprire gli occhi davanti all´escalation della criminalità terrorista.
Arriva il tempo di Pappalardo e dei suoi strali contro i boss e i politici
collusi. Ancora dieci anni di funerali di Stato di omelie, di fiaccolate, di
incertezze (come la frenata di Pappalardo, timoroso di passare alla storia solo
come vescovo antimafia; da qui la sua critica al maxiprocesso) e poi la ferma
condanna di Giovanni Paolo secondo tra i templi di Agrigento. La seconda fase
si chiude il 15 settembre 1993, aprendo la terza, con l´assassinio di padre
Pino Puglisi a Brancaccio. La chiesa rompe gli indugi, chiude le sacrestie a
boss e gregari, esce dal silenzio e urla il suo dolore. "Segno" segue
tutti questi passaggi e incalza affinché il distacco sia definitivo, affinché i
barcollamenti del passato non abbiano più a ripetersi. Diradato il nuvolone
mafia, altri cirri, però, si addensano sul corpo dei fedeli. «La chiesa dopo
l´illusione di una nuova primavera con papa Ratzinger sta tornando sui suoi
passi - dice padre Fasullo - Si rispolverano il latino, gli ori e gli antichi
paramenti, ci si attiva per bloccare la ricerca scientifica, si chiedono soldi allo Stato per le scuole cattoliche. Una chiesa
lontana da quella del mite don Pino Puglisi che rifiutava ogni sovvenzione.
"Chi ha la bocca piena non può parlare", diceva. L´aspetto desolante
di questo nuovo corso è costituito dai laici che fanno a gara per compiacere il
Vaticano». «L´ultimo numero di "Segno" - conclude Fasullo -
l´abbiamo dedicato all´Apocalisse, che per noi non è la fine, ma l´inizio di
una vita vera dopo la distruzione di tutto il male, l´avvio di una nuova
umanità. Una speranza che passa dall´abbattimento di tutto il ciarpame che ci
circonda». Capito perché è stridula l´altra campana? La rivista
"Segno" festeggia il suo trecentesimo numero, dedicato al tema
dell´Apocalisse, e il suo trentacinquesimo anno di attività. Da domani, per tre
giorni, nella sede dei padri redentoristi di via Badia, un ciclo di dibattiti,
introdotti dal direttore e fondatore padre Nino Fasullo, celebrerà
l´anniversario della rivista e il suo rapporto con la città, chiamando a
raccolta collaboratori, intellettuali, magistrati e operatori culturali. Si
comincia domani alle 17 con "La città, la mafia e l´antimafia",
coordina Giacomo Vaiarelli, intervengono Giuseppe Di Lello, Alessandra Dino,
Vincenzo Guarrasi e Simona Mafai. Martedì, sempre alle 17, tocca a "La
città, la chiesa e la politica": modera Luigi Tinè, relazioni di Ludovico
Corrao, Fernanda Di Monte, Salvatore Lupo e Fausto Raciti. Mercoledì si chiude
con "La città, la cultura e l´etica": coordina Marcello Benfante,
interventi di Matteo Di Gesù, Maurizio Padovano, Evelina Santangelo e Piero
Violante
( da "Repubblica,
La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 40 - Cultura L´INCONTRO
Nuove sfide Dopo una vita passata a leggere, tradurre e poi scrivere romanzi in
coppia con Lucentini, ora conosce una nuova stagione di creatività Ha appena
pubblicato una lunga filastrocca per spiegare la "Genesi" ai bambini
e sta preparando un´autobiografia intitolata "Mutandine di chiffon" .
Ma ci scherza: "Non è una vera autobiografia. Per farla bisogna avere
un´idea statuaria di se stessi, o l´ambizione di lasciare una traccia, il che
suona ridicolo" "La donna della domenica" ebbe molto successo
perché era scritta in modo popolare Fu una scelta di umiltà, avevamo il senso
delle proporzioni SILVANA MAZZOCCHI castiglion della pescaia c ustodisce un
amabile vezzo infantile con l´umiltà dei grandi Carlo Fruttero, ottantadue
anni. Sorride leggermente indicando il registratore digitale, «cosa è, un
sottomarino?», scherza con l´abituale vena ironica. Finora il celebre
scrittore, legato per cinquant´anni a Franco Lucentini in un indissolubile
sodalizio letterario, non aveva mai scritto libri per ragazzi. Ma, nell´età che
ad alcuni regala ancora il sapore della sfida, forte del suo passato di
costante narratore di fiabe per figlie e nipoti, ha affrontato nientemeno che
la Genesi con una filastrocca, La Creazione (Gallucci, illustrazioni di
Cristina Lastrégo & Testa, 13 euro): «L´unica forma possibile, secondo me».
Una sarabanda dove accade di tutto e dove il mondo prima si forma e poi si
perfeziona. Per finire il settimo giorno con il comprensibile dubbio del «cosa
mai voglia dire il pur nobile guazzabuglio», disincantata
introduzione per una chiusa laica e intelligente: «Nessuno lo sa, francamente.
Dovremo aspettare il cimitero, virgola, temo». Ma come mai l´ex direttore di
Urania, l´uomo divenuto scrittore grazie a un´adolescenza passata a leggere e a
una giovinezza immolata a tradurre, l´autore con Lucentini di una ventina di
libri dalle molte e fortunate edizioni, a partire dall´indimenticabile
La donna della domenica, ha cambiato pelle per dedicarsi a una filastrocca
sulla creazione dell´universo, seguendo la versione ufficiale della Bibbia e
«sotto l´alto patrocinio dell´Onnipotente?». «L´idea l´ha avuta l´editore, ne
ha parlato con Furio Scarpelli che gli ha suggerito di provare con me. Lì per
lì mi sembrò un´assurdità. Come si fa, mi sono detto, a scrivere un libro sulla
Genesi? Che puoi fare con il linguaggio della Bibbia? La parodia goliardica? Il
dislivello tra il racconto epico e una lettura più o meno infantile è immenso.
Non vedevo via d´uscita. Poi, dopo una decina di giorni, di colpo mi è venuta
in mente la filastrocca. Un genere complicato, non so se poetico, ma certo
difficile. Ci ho messo un mese a scriverla, lavorando al mattino». «Meno di un
mese», lo corregge Carlotta, la figlia con cui abita vicino al mare in Toscana.
«Papà detta a me tutto quello che scrive, poi rilegge e cambia al massimo
qualche aggettivo». Riprende lui: «Dopo un po´ mi sono lasciato affascinare
dalle rime; prima d´ora non mi ero mai cimentato con le filastrocche. Mentre
con le poesie sì, quando pubblicai con Lucentini L´idraulico non verrà (1970),
per Il Melangolo. Un ricordo del passato per annunciare il libro futuro. «Si
tratta di un´autobiografia dal titolo un po´ truffaldino, Mutandine di
chiffon», azzarda con malizia fanciullesca. «Uscirà forse in primavera.
Intendiamoci, non è una vera autobiografia, almeno non in senso classico; per
farlo bisognerebbe avere un´idea statuaria di se stessi o l´ambizione di
lasciare una traccia, il che oggi suona ridicolo... Le mie sono piuttosto
memorie occasionali. Qualcuno mi aveva fatto notare che avevo scritto vari
pezzi sulla mia vita, uno su Parigi, uno sulla guerra, uno sul Monferrato, uno
sul castello di Passerano dove si può dire che sono nato. Tutti articoli
casuali, come quello che una volta mi chiese Tv Sorrisi e Canzoni, sulla
vendemmia. E io raccontai di come andavo a farla, da bambino, a Passerano. O
un´altra volta che, mentre mi stavo occupando di Simenon, mi venne di scrivere
del paesaggio francese e dei luoghi bellissimi dove avevo girato in macchina.
Anche Mutandine di chiffon è un pezzetto di memoria. Di quando, durante la
guerra, abitavo coi miei in affitto sulle precolline torinesi e andavo a
portare i soldi ogni mese al padrone di casa. Un tipo grasso, che se ne stava
sempre con il suo sigaro in bocca? Accadde che, dopo la guerra, un mio amico mi
portò in un teatro all´aperto lungo il fiume a sentire un famoso cantante degli
anni Venti, quello che cantava Balocchi e profumi... E lo fece anche quella
sera, aveva le lacrime agli occhi. Poi, però, passò a brani più spigliati. E
tra questi c´era Mutandine di chiffon. L´indomani, a casa, quel motivetto mi tornò
in mente e mi misi a canticchiarlo. Finiva in modo pazzesco (ammicca
divertito): "?quando vi affacciate, quante cose sollevate". A un
certo punto mia madre mi fa: "Cosa fai, canti le canzoni di Bel
Ami?". E mi rivela che Bel Ami era nientemeno il nostro padrone di casa,
l´autore di successo di Mutandine di Chiffon». Stralci di memoria «per di più
occasionali, perché mancano molti pezzi della mia di vita. Per esempio il
periodo in cui ho vissuto a Londra o a Parigi. Fu tra il ´47 e il ´53. Me ne
ero andato dall´Italia, che in quel momento trovavo terribile, per non stare a
Torino. Ed ero pronto: durante la guerra ero stato in
campagna, in casa di mia nonna. E poiché, per mia fortuna, in cima alla
montagna c´era un enorme castello con un´immensa biblioteca, in mancanza
d´altro avevo passato intere giornate a leggere. E avevo imparato l´inglese, da
un prete. Ci andavo in bicicletta. Quel periodo condizionò la mia vita per
sempre. Presi a scrivere raccontini su tutto quello che avevo visto:
partigiani, rastrellamenti? li pubblicai anche, due o tre uscirono su Il Ponte.
Intanto nel ´52, tramite amici che erano in Giustizia e Libertà, ero entrato in
contatto con Einaudi. E cominciai a tradurre. Mi portavo il lavoro a Parigi, a
Londra. In seguito mi chiesero di entrare nella casa editrice. Io ero
contrario, mi sembrava di rinunciare alla libertà, ma alla fine accettai. Il
mio primo lavoro fu correggere il testo italiano del Diario di Anna Frank;
l´aveva fatto un olandese, perché allora traducevano spesso gli stranieri, in
quanto nel nostro paese certe lingue non le conosceva nessuno». «Nel ´53
incontrai Franco Lucentini, a Parigi. Lui aveva scritto un bellissimo racconto
per Nuovi argomenti, molto metafisico? diventammo subito amicissimi. Avevamo in
comune, come dicevamo allora, molti disinteressi, ed eravamo ambedue un po´
diversi da tutti gli altri. A un certo punto curammo insieme una grossa
antologia di fantascienza: Le meraviglie del possibile, che per Einaudi fu un
grandissimo successo. Leggemmo trecento racconti per sceglierne trenta. E
verificammo che andavamo davvero molto d´accordo. Allora ci siamo detti: adesso
che abbiamo letto tutto il possibile, perché non proviamo a scrivere qualcosa
insieme? Così un´estate, a Forte dei Marmi, c´era già la mia prima figlia,
cominciammo a lavorare a una tragedia elisabettiana. Era una parodia, si
chiamava La battaglia di Vercelli. Scrivemmo solo un atto e mezzo... poi
abbiamo lasciato perdere, volevamo tentare con un romanzo, con un poliziesco.
Era La donna della domenica, ci lavorammo dal ´66 al ´72. Un tempo lungo,
perché nel frattempo dovevamo fare Urania». Fu quando Alberto Mondatori,
trovandosi senza direttore, vi offrì quel posto vacante? «Noi accettammo, con
grandissima indignazione di Einaudi e di Calvino. Per loro un conto era curare
una raccolta chic di racconti di fantascienza, altra cosa era andare a dirigere
un quindicinale per tutti. Il nostro era considerato un tradimento, qualcosa di
incomprensibile, un abbandono della serietà. Non capivano che noi di quel loro
club c´eravamo un po´ stufati. Quella svolta cambiò la nostra vita: scegliere
quel genere così poco da club ci aiutò a scrivere La donna della domenica in un
modo popolare, il che portò il libro al successo. Ma fu anche una scelta di
umiltà. Di gente che, come noi, aveva il senso delle proporzioni. Perché, dopo
Proust, dopo Kafka, dopo Flaubert, dopo Tolstoi, cosa vai a parlare dell´animo
umano? Sarebbe insensato. Il nostro fu un modo per marginalizzarsi, per trovare
un sentierino e per girargli attorno. Non ci aspettavamo quel successo,
pensavamo fosse un buon romanzo, ma niente di più. Tra l´altro era il ´72,
c´erano le occupazioni, cominciava il fenomeno delle Brigate rosse, il momento
era difficile e quello era solo un poliziesco? da quel momento il mio sodalizio
con Lucentini si consolidò definitivamente: la nostra fu una specie di carriera
comune, portata avanti tra difficoltà enormi, perché tutto era difficile. Io
andavo spesso da lui, nella sua casetta vicino Fontainbleau o lui veniva da me.
Quando eravamo insieme, con Lucentini, nessuno di noi ha pensato di scrivere
qualcosa da solo, ci veniva bene in due e basta. Per i romanzi ci siamo sempre
divisi i capitoli, perché scrivere insieme è impossibile. Solo la rilettura può
essere comune. L´avventura di Urania, durò più di vent´anni, fino al 1986. Io
vivevo dei miei libri e dei miei scritti; pubblicavo sulla Stampa, su
L´Espresso, su Panorama. A un certo punto, nel ´92, mettendo insieme tutti gli
articoli, venne fuori Il ritorno del Cretino, un altro successo». Nel 2002
Lucentini morì e lei decise di scrivere un romanzo da solo. «Non ho deciso
niente. Sono stato lì rannicchiato per un po´. Poi,
con il tempo, quasi per caso, è riaffiorata un´idea che mi ronzava in testa da
una quindicina d´anni. Andando da Parigi in Germania, in stazione, mi era
capitato di comprare Jacques le fataliste di Diderot: non un gran libro ma con,
incastrata nel contesto, una storia che mi colpì molto. Di una marchesa che
rompe la relazione con l´amante marchese. Ma, poiché lui si dice d´accordo, lei
ci resta male e si vuole vendicare. Va in un bordello, trova una prostituta
bellissima e sua madre: con una borsa d´oro le convince a fingersi una famiglia
impoverita e irreprensibile che prega e fa opere di bene. La marchesa fa
conoscere al marchese le due donne e lui s´innamora della ragazza. La
corteggia, le offre regali, la vuole per sé. Ma lei si nega, sempre, finché lui
la sposa. E solo dopo si rivela per quello che era. Allora lui va su tutte le
furie, la vuole cacciare, alla fine però ci ripensa e l´amore trionfa. La
storia mi piacque immensamente, ne parlai con Franco, ma insieme convenimmo che
trasferire la storia a Torino non aveva senso. In seguito, dopo la sua morte,
cominciai a sentire tante storie di badanti, di accompagnatrici ucraine,
rumene, anche ex prostitute, giovani e belle. Allora capii che Torino poteva
ormai reggere una storia così, perché c´era questa novità sociologica
dell´arrivo delle donne dell´est». Così nel 2006 nacque Donne informate sui
fatti. Un successo personale. Ne è stato felice? «Non
più alla mia età. Solo un piacere, niente di più. Mentre con Ti trovo un po´
pallida, ho voluto fare un ritratto di Pietro Citati. Era il rifacimento di un
libro scritto con Franco anni prima. Pietro è un mio grande amico. è sferzante,
ma molto affettuoso con me e viene spesso a trovarmi. Gli ho mandato una copia
della Creazione. Era fuori di sé dalla gioia. Mi ha detto: "Come hai
fatto, vecchio come sei?"».
( da "Foglio,
Il" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
14 dicembre 2008 Il concepimento
dei diritti umani Possenti dice che la Dichiarazione universale (che fa 60 anni)
resta il più grande atto etico-politico della modernità A sessant?anni dalla
sua proclamazione, “la Dichiarazione universale dei diritti dell?uomo resta uno
dei massimi atti etico-politici della modernità, una svolta della storia
mondiale che promette di conservare, anche per il futuro, una fondamentale
vitalità” (nella foto, alcuni figli dello staff delle Nazioni Unite con la
stesura finale della Dichiarazione nel 1948). E? l?opinione di Vittorio
Possenti, docente di Filosofia politica e direttore del Centro
interdipartimentale di ricerca sui diritti umani all?Università Ca? Foscari di
Venezia, che in questi giorni promuove un convegno sui temi dei diritti umani e
della libertà religiosa (tre giornate di studio, dal 4 al 6 dicembre). Possenti
dice al Foglio di non condividere l?accusa di eccesso di occidentalità, vizio
di nascita e ipoteca indelebile, che alcune correnti di pensiero rimproverano
alla Dichiarazione universale (vedi l?intervista a Danilo Zolo, sul Foglio del
3 dicembre): “Non è così – spiega il professore – La Dichiarazione fu preparata
da una commissione che aveva al proprio interno personalità occidentali e
orientali, socialisti e liberali, buddisti, induisti, atei, credenti. E tra i
personaggi che più influirono nella preparazione della Dichiarazione ci fu il
filosofo P. C. Chang, capo della delegazione cinese”. Semmai, “ad andare meno bene del previsto, è stata la traduzione nella
realtà delle enunciazioni del
( da "Foglio,
Il" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'
14 dicembre 2008 Vittorio Messori
racconta l'estate che gli cambiò la vita Un taccuino, una Vespa e un Vangelo.
La conversione di un libertino C?è chi, come Giampaolo Pansa, incontra la fede
quando vede avvicinarsi la fine. E c?è chi invece, come Vittorio Messori, nato
e cresciuto da agnostico, lo “scontro” con Dio l?ha avuto in una calda estate
torinese, quella del 1964, nel pieno della forza e della carnalità. E non si
scandalizza dell?ondata di illuminazioni che da qualche tempo ha investito
parte dell?intellighenzia italiana. “Penso alla parabola ?degli operai
dell?ultim?ora?”, commenta al Foglio. Quella in cui i lavoratori che arrivano a
fine giornata sono pagati come chi ha iniziato a faticare dalla mattina. “Se
qualcuno si converte, anche fosse in punto di morte – dice –, non posso che
esserne contento. Quelli di cui diffido sono invece gli ?ex? che sputano veleno
sul loro passato. Come Odifreddi, matematico ed ex seminarista”. Messori
rifugge gli schematismi. E? un volto noto, ma frequenta malvolentieri i salotti
televisivi. Ha scritto due libri con gli ultimi due Papi (“Sulla soglia della
speranza” con Giovanni Paolo II e “Rapporto sulla fede” con l?allora cardinale
Ratzinger), difende il Vaticano come “struttura necessaria” ma non vuole essere
definito “vaticanista”. Papista, invece, e difensore dei dogmi. Quello che gli
interessa è far circolare certe idee, e fuggire dall?ipocrisia del politicamente
corretto che costituisce l?ideologia egemone: “Il pensiero aperto in realtà è
il più chiuso. Il vero libero pensatore è il credente”. Del cattolicesimo ama
che racchiuda tutto in sé. “Jean Guinnot disse: ?Sono cattolico perché voglio
tutto?. E? l?et et, la legge segreta del mondo, il contrario dell?aut aut dei
protestanti. Non è una facile accozzaglia o un sincretismo, ma al contrario una
scelta difficile perché esige che si proceda all?unione dei contrari. La figura
retorica del cristiano è l?ossimoro. Il primo et et è la Trinità, che si
contrappone al feroce monoteismo dell?ebraismo e dell?islamismo: Cristo è uomo
e Dio. Il mio ideale pastorale è il vecchio parroco, che unisce
l?inflessibilità e il realismo della misericordia, che tuona dal pulpito contro
i peccati ma che nel confessionale è realista e comprensivo”. Nel suo ultimo
libro, “Perché credo – una vita per rendere ragione della fede” (Piemme)
Messori risponde alle domande di Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa. E
racconta tutto se stesso, le sue profonde convinzioni, il rapporto con
l?adorata moglie Rosanna, gli anni dell?infanzia, la famiglia anticlericale,
gli studi con Bobbio nel tempio laico dell?Università di Torino. Ma soprattutto
la sua conversione. Lui che era votato a dar la caccia alle gonnelle, voleva
fare il giornalista e al solo sentir parlare di sacrestia o Dc pensava
all?alito cattivo e ai calzini corti. La svolta avvenne quando trovò una
vecchia copia del Vangelo e lo divorò assetato di risposte. Quando gli rubarono
la Vespa di quarta mano, suo unico mezzo per fuggire a una quotidianità
frenetica, ma quasi non reagì, rapito com?era dall?amore appena scoperto. Anche
se, come dice lui, più che di un innamoramento si trattò “di una malattia
irreversibile, la malattia chiamata Gesù dalla quale non si guarisce”. “Ogni
cosa cattolica mi sembrò di colpo congeniale – racconta – perché sono un
naturaliter catholicus”. Quella stessa estate gettò un taccuino compilato in
anni di lavoro notturno alla centrale telefonica, zeppo di numeri di donne in
cerca di compagnia. “Ero un libertino – racconta –. Ho praticato il sesso mosso
dalla sensualità, ma sempre consapevole dell?enigma che rappresenta. La
conversione più difficile è quella del cuore”. di Valentina Fizzotti
( da "Manifesto,
Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
ROMA · Pia Covre: «Una doppia
morale, via dalle strade ma in mano al racket. Dobbiamo resistere» Sex worker
contro Carfagna Prostitute, gay, trans e associazioni contro il disegno di
legge del ministro C. L. ROMA Se ci si fermasse ai soli numeri sarebbe davvero
difficile parlare di successo. Al sit-in che si è tenuto ieri pomeriggio a Roma
in piazza Farnese contro il disegno di legge sulla prostituzione del ministro
Mara Carfagna avranno partecipato infatti al massimo duecento persone,
resposabile anche una pioggia che neanche ieri ha concesso tregue alla
capitale. Ma il problema non è questo. Dal punto di vista politico, e sociale,
l'iniziativa di ieri rappresenta sicuramente un importante punto di inizio, non
fosse altro perché è la prima volta che in Italia le prostitute si organizzano
e danno vita a una manifestazione nazionale. Sex worker in difesa del proprio
futuro. Tutte in piazza. Anzi tutte e tutti, visto che quello della
prostituzione non è più da tempo un problema che riguarda solo le donne, come
dimostra anche l'adesione massiccia data all'iniziativa da
numerose associazioni gay e trans, ma anche dal volontariato laico e cattolico.
«Quella della Carfagna è una legge criminogena, perché anziché diminuire i
processi di criminalizzazione rischia di crearne di nuovi», spiega Pia Covre,
storica fondatrice, insieme a Carla Corso, del Comitato per i diritti delle
prostitute. Il pericolo - denunciato da tutti - è che dietro la volontà
di «liberare» le strade dalle lucciole, si finisca con lo spingere chi si
prostitusce in una situazione di sempre maggiore clandestinità e, ovviamente,
di pericolo dovuta a una maggiore dipendenza dal racket. Prostitute via dalle
strade, ma chiuse nelle case e nei nigth club dove può accadere di tutto e dove
sarebbe più difficle, per gli operatori, raggiungerle. Proprio per questo ieri
al centro della piazza, su un camion che serve anche da palco, è stato allestito un finto appartamento. «Per far vedere a
tutti cosa accadrebbe nei condomini se la legge passasse» spiegano gli
organizzatori. La manifestazione, intitolata provocatoriamente «Adeschiamo i
diritti», è nata dal tavolo al quale da tempo prostitute e associaioni
(dall'Arci al Gruppo Abele, dal Cnca all'Unione pastorale migranti Piemonte
all'Arcigay e Circolo Mario Mieli) lavorano per suggerire proposte legislative
al governo. Tutte fino a oggi totalmente ignorate, come ricorda, non senza
rabbia, il vicedirettore del Cnca don Antonio Zappolini. «Nessuno di noi è stato ascoltato dal governo, che ha dimostrato una
supponenza ignorante e colpevole che produce sofferenza, calpesta i diritti e produce
una collusione tutta particolare con la delinquenza». Appuntate sulle giacche,
molti manifestanti portano una spilletta che dichiara «Io sono una puttana»,
oppure un adesivo con la scritta «Difendi la lucciola di quartiere». Una
piccola folla che si protegge dall'acqua sotto ombrellini rossi con la scritta
«Sex worker». «La distanza dell'Italia dall'Europa è abissale», dice
l'eurodeputato di Rifondazione comunista Vittorio Agnoletto. «A Strasburgo le
prostutite sono state ricevute e ascoltate nell'aula del parlamento, qui
vengono criminalizzate, che differenza». In Italia ci sono 70 mila prostitute,
alle quali si rivolgono circa nove milioni di clienti. Tutte persone che
adesso, stando al ddl del governo, potrebbero rischiare di finire in carcere. Lo
sa bene Pia Covre. E forse è per questo che a un certo punto del pomeriggio
arriva a citare Francesco Saverio Borrelli, l'ex capo del poll Mani pulite.
«Sarà durissima, sappiatelo - dice parlando alla folla -, ma dobbiamo fare uno
sforzo perché questa legge non passi. Dobbiamo resistere, resistere,
resistere». «Una legge che nasconde i problemi e li rende invisibili favorendo
l'emarginazione e lo stigma sociale verso i più deboli», spiega invece la
deputata del Pd Paola Concia -anche presente a piazza Farnese - per la quale
Mara Carfagna «è il peggior ministro per le Pari opportunità del mondo». mentre
per l'ex parlamentare e direttore di Gaynei Franco Grullini, «questo governo si
sta intromettendo troppo nella vita degli italiani. Ora - la conclusione amara
- vuole addirittura mettergli le mani nelle mutande».
( da "Manifesto,
Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pd, tutti pazzi per il centro Piero
Bevilacqua La premessa ovvia è che il cattolicesimo democratico costituisce una
componente fondamentale della cultura politica italiana. Essa ha svolto un
ruolo importante sia nelle grandi lotte sociali del dopoguerra che nella costruzione
dell'Italia repubblicana e nei processi di allargamento della democrazia nel
corso degli anni '60 e '70. Dunque il dialogo e talora l'alleanza della
sinistra comunista e socialista con le varie anime di questa componente è stata
prova fruttuosa di intelligenza e di lungimiranza politica. La scelta politica
che vale anche oggi, benché i protagonisti di un tempo appaiono così
radicalmente mutati. Ma quanto è saggio e lungimirante oggi trasformare dialogo
e alleanze su singoli temi e lotte in un rapporto di unità organica di partito?
Vediamo in quale insormontabile difficoltà si è posta la dirigenza dei
Democratici di sinistra nel puntare a realizzare un nuovo partito, il Partito
democratico, con i cattolici della ex Margherita. Un
partito, rammentiamo, nato anche per realizzare un organismo unitario, capace
di decisione, in grado di superare le divisioni paralizzanti che segnano
l'azione della sinistra radicale e popolare. Su questo punto l'insuccesso è
evidente. E qui tralascio i fatti di cronaca recente per annotare alcuni dati
di valore generale. I dirigenti ex comunisti non hanno compreso la portata
storica della nuova politica della Chiesa di Roma, che condiziona profondamente
il comportamento dei cattolici oggi. La linea di
Benedetto XVI non rappresenta soltanto l'involuzione di un papa conservatore.
In questa fase storica la Chiesa, di fronte agli esiti estremi di una
modernizzazione che si esprime in termini di accresciuto dominio tecnico sulla
natura e sulle persone, di mercificazione compulsiva di ogni angolo della vita,
reagisce con un riflesso autoritario. Se la libertà dell'individuo, conquista
del pensiero illuminista, diventa l'individualismo anomico, che sgretola la
rete dei rapporti sociali, la Chiesa non si schiera contro i poteri che orchestrano
questo modello di società. Non cerca soluzioni progressive, che ricompongano le
relazioni umane con un incremento di potere democratico. Risponde alle sfide
difendendo il vecchio ordine con decisioni spesso confliggenti con il senso
comune dei diritti della persona. Ora, non dubito del fatto che i cattolici del Partito democratico siano in buona parte
autonomi dalla Chiesa. Ma fino a che punto possono esserlo? Qui occorre
rammentarsi di ciò che è accaduto ai partiti negli ultimi 20 anni, trasformati
in agenzie di marketing elettorale. La Chiesa di Roma non rappresenta più
soltanto il magistero spirituale del mondo cattolico. Oggi si presenta come una
delle pedine in gioco nel mercato elettorale italiano. E' oggetto della
competizione di gran parte delle forze politiche che guardano a essa come a un
bacino potenziale di voti. Per quale superiorità culturale e morale i cattolici del Partito democratico dovrebbero rinunciare a
questa sponda strumentale? E' evidente, dunque, la difficoltà in cui si sono messi
gli ex Democratici di sinistra costretti a logorarsi in una interminabile mediazione interna su questioni che sono fondative
della loro laicità. Parte della paralisi operativa di questo partito nasce
anche da qui. Ma non è tutto. L'unità organica con i cattolici costringe gli ex Democratici di sinistra, anche per le ragioni
dette, a uno spostamento al «centro», cioè verso posizioni moderate dell'asse
programmatico del Partito democratico. Uno spostamento strategico, in
atto per la verità da tempo, che ora viene perseguito in maniera organica e
istituzionale Allora la domanda: è questa una scelta vincente, possibile,
realistica? Tutto, ma proprio tutto, lascia pensare che non sia così. Il
cosiddetto centro è il luogo più affollato della vita politica italiana. Tutti
i partiti italiani sono ormai di centro. La maggioranza che oggi sostiene il
governo non è di destra, ma di centro-destra. Essa cioè copre e rappresenta uno
spettro straordinariamente ampio di ceti sociali. Sono «partiti pigliatutto»,
per l'appunto. Il caso della Lega è esemplare. Da quando esiste ha messo in
campo tutti gli strumenti più abietti della retorica populistica, quelli
destinati a creare il nemico: dal Sud infetto a Roma ladrona, per passare ai
rom, ai rumeni, agli zingari, a clandestini. Eppure è noto che tale formazione
ha oggi in tante regioni un insediamento da vecchia Democrazia cristiana.
Dunque, che cosa ci sta a fare al centro il Partito democratico? C'è bisogno
addirittura di un nuovo partito per realizzare un programma di governo un po'
meno moderato di quello dell'esecutivo attuale? Perfino l' Economist si è
accorto di questa imbarazzante omologazione, quando ha preso visione del
programma dei due poli nell'ultima campagna elettorale. Ma l'errore strategico
acquista un'evidenza drammatica di fronte al fatto che un vasto universo
sociale, un intero continente di culture, soggettività, movimenti,
associazioni, rimane oggi sempre più privo di rappresentanza politica. Nessuno
lo dice, ma la crisi mondiale dipende anche dal fatto che i ceti popolari e
soprattutto la classe operaia hanno progressivamente perduto le loro
rappresentanze storiche, da decenni impegnate a «spostarsi al centro». Sempre
più al riparo da conflitti oppositivi, il capitalismo è così potuto diventare
unleashed , scatenato - come ha ricordato l'economista inglese Andrew Glyn -
privo di controlli, di contrappesi, di regole, Oggi, che la disoccupazione di
massa avanza a grandi passi chi rappresenterà politicamente la marea montante
dei poveri? Chi darà voce e progetto a conflitti che saranno necessariamente
radicali? Il centro? Rammentiamo sommessamente che la Grande Crisi degli anni
Trenta ha avuto due esiti divergenti: il New Deal e il nazismo. Non è
indifferente per gli esiti della crisi attuale chi, con quali idee, si porrà
alla testa dei movimenti popolari. Foto: DISEGNO DI G. SPAGNUL
( da "Manifesto,
Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
DIVINO Troppo indipendenti i gruppi
«fai da te» Filippo Gentiloni Si discute sugli spazi da concedere ai musulmani
nel nostro paese. Spazi soprattutto di preghiera. Una forte oscillazione:
alcuni concederebbero addirittura ai musulmani di
partecipare agli spazi cattolici, mentre altri li vorrebbero relegati in spazi circoscritti e ben
delimitati. Un dibattito destinato a crescere e allargarsi, sia per l'aumento
dei musulmani immigrati nel nostro paese, con tutti i rischi - e i vantaggi -
legati all'immigrazione, sia per la coscienza sempre più diffusa della
globalità e multiculturalità. La questione del rapporto fra
cristianesimo e islam è destinata a diventare sempre più importante anche nel
nostro paese. Non basta festeggiare - o scandalizzarsi per il battesimo di
Magdi Cristiano Allam. Sarà sempre più necessario prendere posizione. Una
posizione che deve collegare le periferie delle nostre città piene di musulmani
con le grandi città dell'Africa, dell'Asia e anche dell'America. In che senso
parlare - ancora - di conversioni e di salvezza? Insistere ancora - come un
tempo - sulle distinzioni e sui privilegi o camminare verso le possibili forme
di eguaglianza e di equiparazione? In concreto: «La sfida che sta oggi di
fronte al dialogo fra le fedi è quella di contribuire a salvaguardare uno
spazio pubblico che non privilegi né favorisca alcuna opinione religiosa, o
ideologia, ma rivendichi, per tutti, la stessa libertà»: così ha dichiarato in
un recente incontro Daniele Garrone, esponente di spicco del protestantesimo
italiano. Il grande tema, dunque, della democrazia e della libertà anche
religiosa. Un tema che oggi nel mondo è reso più tragico e più difficile dalla
situazione politica e economica. Il mondo musulmano appare - a ragione o a torto
- come il mondo dei poveri. E il cristianesimo rischia di apparire come la
religione del mondo ricco. Forse a torto, se si vogliono sottolineare i
musulmani ricchi, ricchissimi di alcune regioni del mondo e i cristiani poveri
di Asia e Africa. Ma tant'è. L'idea si diffonde e il dialogo religioso si
complica e si intorbida. Si diffonde l'idea di un papa di Roma cappellano della
Casa bianca. Un vero pericolo. Roma non sembra particolarmente impegnata a
scongiurarlo. Più efficienti e efficaci i molti gruppi «fai da te» che sorgono
nell'area cattolica specialmente sudamericana: Roma, però, ne teme la
diffusione, proprio perché troppo indipendenti e carismatici. Così l'idea di un
cristianesimo adatto ai ricchi più che ai poveri non viene sufficientemente smentita.
La stessa immagine del Vaticano, efficiente e centralizzatore, sembra
confermarla. Per Roma un problema non da poco nei confronti dell'islam e non
solo.
( da "Stampa,
La" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Franco Garelli Dio e Cesare,
separati ma non troppo Colpa del grande gelo dell'economia mondiale e del
maltempo che imperversa sulla penisola, la visita di sabato di Benedetto XVI
all'ambasciata italiana presso la Santa Sede è stata derubricata da tutti i
mass media a un incontro di routine, a un flash di agenzia ripreso solo nelle
pagine interne dai più importanti quotidiani. Eppure, in tempi normali,
l'evento sarebbe emerso in tutta la sua importanza, non tanto perché negli
ultimi 60 anni solo tre Papi prima dell'attuale hanno con questa visita
sottolineato le relazioni speciali che legano la Chiesa al popolo italiano; ma
soprattutto per l'impegnativo, seppur breve, discorso pronunciato da papa
Ratzinger nella circostanza sul ruolo della religione nella sfera pubblica.
L'intento immediato del Pontefice era di confermare il clima positivo oggi
esistente tra le due sponde del Tevere, al punto da auspicare che tale modello
possa essere di esempio per altre nazioni e per le relazioni internazionali. Ma
oltre a questo riconoscimento, egli ha richiamato la distinzione di fondo che
dovrebbe governare i rapporti tra Stato e Chiesa e favorire le migliori
condizioni per una presenza feconda della religione nella società. In fin dei
conti, ha ricordato il Papa, si tratta di riproporre l'icona evangelica del
«dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Come a dire che è
nella fine della commistione tra potere temporale e potere spirituale, nello
scioglimento dei legami fra «trono» e «altare», che entrambe le sfere (Stato e
Chiesa, politica e religione) possono meglio operare per il bene comune. Ciò
vale non soltanto per il nostro Paese o per l'Occidente; ma per tutte le aree
del mondo in cui la confusione tra potere politico e sfera religiosa ancora
oggi produce esiti nefasti. L'idea di una libera Chiesa in un libero Stato
viene dunque riproposta con forza da papa Ratzinger, come una netta presa di
distanza da un passato controverso che deve essere archiviato. Al di là dei
compromessi e dei legami ambigui tra politica e religione che hanno
caratterizzato la storia dell'Occidente, la Chiesa ammette che la struttura
fondamentale del cristianesimo prevede la distinzione tra Stato e Chiesa,
l'autonomia delle sfere temporali e spirituali, e che è in questa condizione
che la religione ritrova le energie migliori per assolvere alla sua funzione
specifica nel mondo. A detta del Papa, la Chiesa non solo riconosce e rispetta
la distinzione tra Dio e Cesare, «ma la considera come un grande progresso per
l'umanità». La formula «Dio e Cesare separati» evocata da Ratzinger non si
presta comunque a letture semplicistiche. Il brano evangelico richiamato dal
Papa è da sempre un passo ostico per l'esegesi cristiana. Nell'interpretazione
oggi più accreditata ciò non significa che le due sfere (temporale e
spirituale) siano del tutto indipendenti o senza gerarchie. Dietro
l'indicazione di Gesù di «dare a Cesare ciò che è di Cesare» vi è non solo il
rifiuto del cristianesimo di pretendere una giurisdizione sulla società
secolare, da cui deriva l'accettazione delle leggi della città terrena; ma
anche l'idea che la Chiesa non è l'insieme della società, quanto una comunità
distinta e volontaria, preoccupata soprattutto di testimoniare e diffondere il
messaggio cristiano nel mondo. Di qui il richiamo a «dare a Dio ciò che è di
Dio», riconoscendo che questo è il compito prioritario per i credenti, chiamati
ad accettare le «giuste» leggi della terra in cui vivono ma con uno sguardo
rivolto al cielo. I cristiani, dunque, sono sospesi fra terra e cielo, ma il
rispetto delle leggi di Cesare avviene solo a condizione di riconoscere il
primato di Dio nel mondo. Da questi accenni è evidente quanto il pensiero di
Benedetto XVI sia affascinato dal modello degli Stati Uniti, da una terra di
grande libertà religiosa, dove le religioni - come già aveva notato Tocqueville
- hanno larga cittadinanza nella sfera pubblica e alimentano l'ethos della
nazione. Diversamente da quanto accade in Europa, in quel contesto non si
pretende di vivere «come se Dio non ci fosse»; ma l'accettazione della presenza
delle Chiese e dei gruppi religiosi - pur separati dal potere politico - è un
elemento fondante la vitalità della nazione. Tornando a noi, è fin troppo ovvio
che i principi esposti dal Papa possano ottenere largo consenso pure nel mondo laico, ma anche dare adito a critiche e riserve per il modo
in cui trovano applicazione nella società. Molti riconoscono la grande funzione
sociale e spirituale svolta dalla Chiesa cattolica in Italia e il suo impegno
per il bene comune; ma in parallelo si chiedono se davvero in Italia vi sia
quella situazione di piena distinzione tra Dio e Cesare evocata dal pensiero
del Papa. Perché una Chiesa libera in un libero Stato dovrebbe aver
bisogno di un'attenzione privilegiata da parte del potere politico? Non c'è il
rischio che - al di là dei principi affermati - si produca un legame
strisciante tra Stato e Chiesa che può condizionare quest'ultima nella sua
missione?
( da "Unita,
L'" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
L'ONDA NERO-PORPORA È vero, ogni
giorno inghiottiamo una tal quantità di bocconi amari che ormai digeriamo anche
i sassi. Ma quel che è accaduto una settimana fa, prontamente sparito dalle
pagine dei giornali (in tv non ci è nemmeno arrivato) e dunque dal dibattito
politico, meriterebbe una riflessione. Almeno nel centrosinistra, visto che nel
centrodestra non si riflette: si obbedisce al padrone unico, o prevalente,
comunque non facoltativo. Il governo Manidiforbice, sempre a caccia di soldi,
aveva tagliato di un terzo (133 milioni su 540) i contributi alle scuole
private "paritarie", quasi tutte cattoliche. Poi i vescovi han protestato, minacciando di "scendere in piazza" con
un'Onda nero-porpora. E in cinque minuti l'inflessibile Tremonti s'è piegato, restituendo
quasi tutto il malloppo (120 milioni su 133). Inutile discutere qui sulla
costituzionalità della legge 62/2000 che regala mezzo miliardo di euro l'anno
alle scuole private, in barba alla Costituzione che riconosce ai privati il
diritto di creare proprie scuole, ma "senza oneri per lo Stato". Qui
c'è un Paese allo stremo, dove a causa della crisi finanziaria e dei folli
sperperi su Alitalia e sull'Ici - si taglia su tutto, a partire da scuola
pubblica, università pubblica, ricerca pubblica. È troppo chiedere anche ai
genitori che mandano i figli in istituti privati, dunque non proprio spiantati,
di contribuire una tantum ai sacrifici per il bene di tutti? Quel che è
accaduto in Parlamento dimostra che sì, è troppo. Anzi, non se ne può nemmeno discutere.
Non solo il Pdl ha obbedito senza fiatare al "non possumus"
vescovile. Non solo il Pd non ha detto una parola contro la sacra retromarcia
tremontiana. Ma il ministro-ombra dell'istruzione Mariapia Garavaglia ha
addirittura presentato al Senato una mozione per "l'immediato ripristino
dei 133 milioni al fondo scuole paritarie", e financo per l'aumento dello
stanziamento in base alle promesse "del precedente governo". Mozione
firmata anche dai senatori Pd Rusconi, Bastico, Ceruti, Serafini, Soliani, Pertoldi
e Vita, in nome di un imprecisato "diritto costituzionale". Le
finalità dichiarate sono nobili: evitare danni agli asili, che specie nei
piccoli comuni sono esclusivamente privati. Ma forse tanto allarmismo sarebbe stato più serio se accompagnato da qualche proposta per
recuperare altrove le risorse necessarie: per esempio dando una ritoccatina al
regime fiscale degl'immobili del clero che, anche quando dichiaratamente a
scopo commerciale, in Italia sono esentasse. Certo, la cosa avrebbe suscitato non
una, ma cento "onde" vaticane di protesta. Ma perché non prendere in
parola il fondamentale discorso del Papa, l'altroieri, sul valore decisivo
per lo Stato e per la Chiesa della separazione
Stato-Chiesa? Cioè della laicità delle nostre istituzioni? Non si tratta di
tornare al vetero-anticlericalismo ottocentesco. Basta ricordare quel che
scrisse nel
( da "Corriere
della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - MILANO -
sezione: Tempo Libero - data: 2008-12-15 num: - pag: 12 categoria: REDAZIONALE
Personaggi L'attrice torinese presenta il suo nuovo libro alla Mondadori di
piazza Duomo La Lucianina furiosa Littizzetto: «Il Cialis? Ci toccherà
inventare dei mal di testa eterni» La comica più disinibita d'Italia spara a
zero un po' su tutto, dalla cordata per l'Alitalia all'Ici abolita, alla vita
coniugale... «C ome la chiamiamo? La chiamiamo come un partito? La cosa rossa?
La Domitilla? La Calimera e Calispera? La Tartallegra, la Scaldasonno? La Bella
Gigogin? L'Incredibile Hulka... Stargate... Ecco chiamiamola Jolanda». Luciana
Littizzetto è famosa per il suo linguaggio irriverente («per chi fa il mio
mestiere le parolacce sono come il pepe quando si cucina, non si può usare
sempre ma in alcuni casi è indispensabile») stavolta però si accontenta di una
metafora ardita. E torna alla carica con un nuovo libro: dopo il successo della
trilogia della verdura e di «Rivergination», ecco «La Jolanda furiosa»
(Mondadori). In un'ottantina di brevi capitoli la comica torinese riassume la
sua weltanschaung a partire dall'«origine del mondo». Come sempre il sesso è
tra gli argomenti più gettonati. «Il punto G? Finalmente l'hanno fotografato.
Si situa a circa sette otto centimetri sulla rotta della Jolanda, è
l'intérieur. Questo rassicura anche chi ha un walter mignon, piccolo come il
tappo del moscato». I maschi afflitti da ansia di prestazione troveranno parole
di consolazione (si fa per dire): «Quella nuova prodigiosa pillolina che a
posto di essere blu e chiamarsi Viagra è gialla e di nome fa Cialis è una vera
sciagura. Il suo effetto dura 48 ore, due giorni pieni, pieni! Ci toccherà
farci venire dei mal di testa eterni, perché, francamente io donna cosa me ne
faccio di 48 ore di chupa-dance?». Ma Lucianina spara a zero un po' su tutto,
dall'Alitalia al-l'Ici, al matrimonio. «Mi sposerei solo per dare il permesso
di soggiorno a uno straniero» sostiene lei, eterna fidanzata di Davide
Graziano. L'Italia laica aspetta con ansia il suo «sermone
» della domenica sera a «Che tempo che fa». «Da Fazio ho trovato un ambiente
ideale, Fabio è un amico e mi lascia fare. Non ha mai idea di cosa dirò in
trasmissione, lui si fida e io preferisco sorprenderlo». Livia Grossi
Mondadori Multicenter, piazza Duomo, ore 18.30, ingr. libero Miss Giamburrasca
Luciana Littizzetto, 44 anni, su Rai3
( da "Corriere
della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Cronache - data: 2008-12-15 num: - pag: 21 categoria: REDAZIONALE Il
caso Englaro Il filosofo Possenti: libertà di decidere. Per Ferrara è la svolta
«Vita disponibile»: cattolici divisi ROMA — «Sul piano
razionale il criterio di un'assoluta indisponibilità della propria vita non è
fondato. Diverso appare il discorso della fede che non possiamo dare per valido
in modo cogente per tutti»: lo afferma — in controtendenza rispetto
all'ufficialità ecclesiastica — il filosofo cattolico Vittorio Possenti in un
intervento pubblicato ieri dal «Foglio» con il titolo «Vita, disporne
liberamente». A quell'affermazione lo studioso lega un atteggiamento di favore
per «l'autodeterminazione in vicende di fine vita e di cure salvavita ».
Giuliano Ferrara presenta l'opinione di Possenti come «una svolta radicale» e
vi legge una legittimazione per l'interruzione delle cure
nei casi Welby ed Englaro da parte di un esponente dell'«establishment del
sapere cattolico». Sulla questione vi era stato un confronto aspro lo scorso ottobre tra l'arcivescovo Giuseppe
Betori: «La vita non è nella disponibilità del soggetto», e la filosofa
cattolica Roberta de Monticelli che negava la validità di quell'affermazione.
L'uscita di Possenti rilancia il dibattito: restando nell'ambito cattolico,
abbiamo raccolto due opinioni favorevoli a Possenti e due che si differenziano.
Chi si dissocia di più è Lucetta Scaraffia, storica e collaboratrice
dell'«Osservatore romano »: «Di certo la vita non è disponibile per i cattolici, ma penso che sia sbagliato e pericoloso
ammetterne la disponibilità anche a lume di ragione. A mio parere Possenti non
tiene conto delle conseguenze sociali della posizione che afferma». La
Scaraffia — che è nel Comitato nazionale di bioetica come Possenti — dice poi
di ritrovarsi su altre due affermazioni del filosofo: «quando invita alla
prudenza in questioni nuove che vengono poste dal progresso scientifico e
quando rivendica il diritto di rifiuto delle cure». Simile a quella della
Scaraffia è la critica a Possenti di Francesco d'Agostino filosofo del diritto,
già presidente del Comitato di bioetica: «Nella sostanza sono d'accordo. Non
trovo che Possenti affermi qualcosa di diverso da quanto il Comitato ebbe a
sostenere in un apposito documento sulla volontà del paziente e il ruolo del
medico. Ma non vedo di buon'occhio che in bioetica ci si inoltri nella
discussione filosofica sulla disponibilità della vita e vorrei non venisse
intaccato l'argomento di ragione a favore dell'intangibilità della vita,
compresa la propria ». D'Agostino polemizza poi con Ferrara sulla questione
della «svolta»: «L'opinione di Possenti può costituire una svolta solo per chi
intenda la posizione cattolica come fatta da una serie di no». A favore di
Possenti si dicono invece il filosofo Giovanni Reale e il teologo Vito Mancuso.
Per Reale «va riconosciuta preminenza assoluta alla libera volontà del
soggetto» e va condiviso l'invito di Possenti a non confondere la rinuncia alle
cure con l'eutanasia: cessando da cure invasive o non più efficaci facciamo
spazio alla natura e questo è profondamente cristiano ». Vito Mancuso trova nel
testo di Possenti «una nuova affermazione della concezione umanistica del
cristianesimo — già prevalente tra i filosofi cattolici
italiani — che permette al credente di dare un apporto al confronto più ampio
su queste materie nuovissime senza rigide chiusure e senza dimenticanza del
proprio attaccamento alla vita». Luigi Accattoli L'intervento In alto, Il Foglio
di ieri con l'articolo del filosofo Vittorio Possenti (qui sopra)
( da "Corriere
della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Cultura - data: 2008-12-15 num: - pag: 31 categoria: REDAZIONALE A
colloquio Il filosofo smentisce un ritorno alla fede e confuta gli argomenti
degli «atei devoti» che conciliano liberalismo e religione Severino: non posso
dirmi cristiano «Una società ispirata al Vangelo è preferibile, ma non basta a
risolvere i problemi» di ARMANDO TORNO I ncontriamo Emanuele Severino nella sua
casa di Brescia, tra i libri, il pianoforte e le sculture del figlio Federico,
artista a suo tempo osteggiato (e apprezzato) da Giovanni Testori. Gli
chiediamo se stia andando verso il cristianesimo o se la Chiesa cerchi di
riprenderlo tra le sue braccia, giacché non si contano più
gli incontri con esponenti della gerarchia cattolica: Rino Fisichella, Piero
Coda, Gianfranco Ravasi, inviti alla Gregoriana e alla Lateranense. è in
programma a marzo, tra l'altro, un dibattito con il cardinal Angelo Scola: si
terrà a Padova per iniziativa del rettore dell'Università. Sembrano
passati i tempi del processo a Roma, quando Severino — ordinario alla Cattolica
di Milano — affrontò le procedure dell'ex Sant'Uffizio e accettò la discussione
delle sue idee. Il definitore dell'istituzione e suo critico era Cornelio
Fabro. Lasciò di comune accordo la cattedra, dopo — ricorda — «aver conosciuto
da vicino le procedure che caratterizzarono la storia della Controriforma».
Severino, dopo questa divagazione dal sapore galileiano, replica alla domanda
di partenza: «Da un po' ci si impegna per mostrarsi vicini alla Chiesa
cattolica: "atei devoti" (Ferrara), "Dio, Patria e
Famiglia" (Tremonti), "Perché dobbiamo dirci cristiani" (Pera),
Gramsci lo si fa morire con i Sacramenti. Con quel che circola, una società che
adotti valori cristiani è per noi preferibile, ma le preferenze non risolvono i
problemi dell'uomo. Da vent'anni indico la possibilità di un'islamizzazione
dell'Europa e da altrettanto tempo anche l'opportunità di più stretti rapporti
tra Europa e Russia (ora è una tesi di Berlusconi), giacché nelle radici
cristiane dell'Occidente c'è anche il mondo ortodosso. La Chiesa cattolica non
lo sottovaluti». Chiediamo allora a Severino come si sta muovendo il suo
discorso rispetto al cristianesimo. «I miei scritti — risponde — hanno via via
mostrato le implicazioni di ciò che in essi è chiamato "destino della
verità", ovvero l'assolutamente innegabile che appare in ogni uomo anche
quando è lontanissimo dal rendersene conto. Ma in quello che andavo scrivendo
si è presto fatto avanti questo ulteriore tratto: il "destino" è la
negazione più radicale di tutto ciò di cui l'uomo si è reso conto, anche del
cristianesimo, e di ogni critica rivoltagli». Ricordiamo a Severino, dopo
queste precisazioni, che fu proprio con il cristianesimo che si sviluppò la sua
polemica. Sottolinea: «Da quando la Chiesa ed io ci siamo trovati d'accordo nel
riconoscere l'essenziale inconciliabilità delle nostre due posizioni, tale
accordo non è venuto più meno. Rimane tuttavia la possibilità che, sottratto
all'alienazione da cui è avvolta la storia dell'uomo, qualche tratto del
cristianesimo si costituisca, nello sguardo del "destino", come un
problema autentico ». D'altra parte, «l'uomo è "destinato" a una
gioia infinitamente più profonda di quella promessa dal cristianesimo».
Inevitabile ricordare a Severino che quanto egli chiama «accordo» lo si discute
molto e una serie di scritti si sta chiedendo quale sia l'effettivo rapporto
tra questo filosofo e il cristianesimo. «Sì, è vero», ammette. E precisa: «Ci
sono ora gli ampi saggi di Leonardo Messinese, Ines Testoni, Umberto Soncini e
Massimo Donà, di grande valore. Ma non è finita perché accanto a queste
ricerche sono nate le considerazioni di Carlo Arata e dell'indimenticabile
Italo Valent. E di Franco Volpi, Sergio Givone, Umberto Galimberti, Luigi
Tarca, Andrea Tagliapietra, Romano Gasparotti, Giorgio Brianese, Eugenio
Mazzarella, Romano Madera, Davide Spanio, Francesco Totaro, Pietro Barcellona,
Natalino Irti... ». Una pausa e Severino aggiunge: «Inoltre Giulio Goggi —
taccio i numerosi altri che la tirannia dello spazio mi impedisce di citare —
sta discutendo il ventennale dialogo che ebbi con Gustavo Bontadini, mio
maestro ed eminente figura della filosofia cattolica». Non può sfuggire il
fatto che Messinese sia sacerdote e professore alla Pontificia Università
Lateranense. Severino aggiunge: «Egli intende tener fermo il modo in cui nei
miei primi scritti viene affermata l'eternità dell'essere, e mi segue nella
tesi che il processo dell'uscire dal nulla, e il ritornarvi, da parte delle cose,
non è un contenuto immediato dell'esperienza, un "dato" evidente, ma
una teoria, ed essenzialmente falsa. Tuttavia l'"accordo" finisce
qui, perché quello di Messinese è un tentativo, originale, di reintrodurre il
concetto metafisico e cristiano di "creazione"». Una pausa e un
affondo: «Un tentativo di altissimo livello, anche se creazione e annientamento
degli enti rimangono qualcosa di impossibile: intendendo l'atto creativo come
eterno — in modo che le cose stesse, in esso, sono eterne — tale atto in Dio è
libero e quindi sarebbe potuto rimanere un nulla, lasciando quindi nel nulla
anche le cose creabili». E ancora: «Il clima di Messinese converge con quanto
scrivono Piero Coda, Giuseppe Barzaghi e Pierangelo Sequeri, teologi e
sacerdoti; oppure Carlo Scilironi. Ravvisano in quanto dico qualcosa da cui la
fede cristiana non può prescindere». La tradizione occidentale include anche il
neoplatonismo, «centrale — sottolinea Severino — per la cultura cristiana». E
precisa: «Su di esso si fonda pure il poderoso volume di Massimo Donà, che è un
implicito invito — da tempo mi giunge anche da Massimo Cacciari e Vincenzo
Vitiello — ad andare oltre le categorie del "destino della verità",
verso l'Altro, ma che da queste categorie è inevitabilmente avvolto e sorretto
». Certo, ci viene da aggiungere che il recente libro di Marcello Pera, lodato
dal Pontefice, afferma la creazione divina del mondo... «E mette insieme —
continua la frase Severino — il modo in cui la creazione è affermata
dall'antimetafisico Kant e dal metafisico Locke, e il modo in cui Kant e Locke
condannano il suicidio, e tante altre cose che insieme non possono stare». Una
pausa e il nostro interlocutore precisa: «Pera sostiene la solidarietà tra
cristianesimo e liberalismo. Quest'ultima ideologia è per lui una
"fede" nell'esistenza di Dio, creatore, della "legge
naturale", dei "diritti naturali", della "verità" e
della "moralità" universali. Ma poi ritiene che la "fede"
liberale sia quella parte della ragione umana che è autonoma rispetto alla ragione
scientifica: riduce a semplice fede quei contenuti che la filosofia della
tradizione ha invece pensato con grande potenza concettuale e con l'intento di
mostrarne l'assoluta incontrovertibilità. Confonde la fede nell'esistenza della
verità universale con la verità universale, la fede nella ragione con la
ragione. è interessante che di queste confusioni Benedetto XVI lodi la
"logica inconfutabile", la "sobria razionalità",
l'"ampia informazione filosofica" eccetera eccetera». A questo punto
non possiamo esimerci dal chiedere se per Severino il nemico autentico del
cristianesimo, all'interno della storia dell'Occidente, sia l'essenza del
pensiero del nostro tempo. «è molto originale — risponde— a proposito di questo
nemico il saggio di Ines Testoni, direttrice del Master "Studi sulla morte
e il morire" dell'Università di Padova. In esso è posto in rilevo che
l'apparire di quella forma emergente di linguaggio, che è la testimonianza del
"destino della verità", è di per se stesso una rivoluzione politica,
per la quale la storia non può procedere secondo le previsioni dell'Occidente.
E ciò avviene anche se tale testimonianza è contrastata dalle forze interessate
a tenere in vita il pessimismo (e l'alienazione) essenziale della nostra
civiltà: la convinzione che le cose e l'uomo, in quanto tali, siano nulla e che
occorrano delle forze (divine, naturali, umane) per farli essere». C'è
un'ultima questione nata dal nostro incontro che sottoponiamo a Severino: a
partire da Abbagnano si sottolinea spesso la relazione tra il pensiero di Hegel
e il suo. «Sì — risponde — il rapporto tra "destino" e cristianesimo
è a tema anche nel recente e penetrante volume di Umberto Soncini che, appunto,
lo accosta attraverso un serrato confronto tra la concezione hegeliana del
fondamento e la mia». Soncini, del resto, mette in luce l'incapacità di Hegel
di rimanere fedele a se stesso, evidenziando peraltro l'inconsistenza
dell'interpretazione che vede nel pensiero hegeliano la negazione del
«principio di non contraddizione». Comunque per Severino la filosofia è l'anima
e insieme l'alienazione delle opere stesse dell'Occidente, «e il destino della
verità è l'aver già da sempre oltrepassato quest'anima...». L'autore Nato a
Brescia nel 1929, Emanuele Severino è uno dei più noti filosofi italiani. Nel
1970 lasciò l'Università Cattolica per via dei suoi contrasti con la dottrina
della Chiesa. Tra le sue opere: «La struttura originaria», «Oltrepassare
»,«Téchne»
( da "Corriere
della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Libri - data: 2008-12-15 num: - pag: 32 categoria: REDAZIONALE Destini
Nel nuovo romanzo dello scrittore pakistano un inferno di violenza e paura alle
pendici di Tora Bora Nadeem Aslam: il mio Afghanistan è senza aquiloni di LIVIA
MANERA O gni americano che muore in Afghanistan, dice Casa, uno dei
protagonisti del nuovo romanzo di Nadeem Aslam La veglia inutile (Feltrinelli),
muore con un'espressione di stupore sulla faccia, «come se non riuscisse a
capacitarsi che un paese così lontano e insignificante abbia potuto allevare un
popolo capace di determinare il destino di un essere umano nato nella più
potente nazione della terra ». Eppure è esattamente ciò che accade da quando
l'America e i suoi alleati si sono impantanati nell'Afghanistan della guerra ai
sovietici, della guerra civile e della guerra ideologica all'Occidente: e in
particolare da quando, come ha scritto Don DeLillo poco dopo l'11 settembre,
«il nostro mondo, una parte del nostro mondo, è collassato dentro il loro,
portandoci in un luogo dominato dal pericolo e dalla rabbia». Comparata
all'odio, alla violenza e alla crudeltà che Aslam descrive alla sua maniera
cruda e poetica, quella rabbia è un briciola in questo romanzo che sarà
ricordato come il più disincantato e disperato tentativo di dar voce a
un'inferno creato dall'uomo ai margini della Guerra Fredda: un luogo luciferino
in cui gli afgani seppellivano vivi i soldati sovietici per risparmiare le
pallottole, i talebani lapidavano anche donne sposate non riconoscendo la
legalità del loro matrimonio; i signori della guerra giocavano a polo con i
corpi straziati dei disertori russi; e la Cia trama e tortura, mentre
l'aviazione americana continua a bombardare le montagne di Tora Bora. Qui non
siamo nel Cacciatore di aquiloni e nemmeno in un romanzo di Dostoevskij: non
c'è speranza né possibilità di redenzione. Qui ogni singolo personaggio si
porta dietro una storia di morte e va incontro a rivelazioni peggiori della
morte. Difficile, davanti a un romanzo come La veglia inutile, capire se
l'autore abbia esagerato nel dar voce all'atrocità, o se abbia invece avuto il
coraggio di guardare in faccia il lato più sinistro del mondo. Nadeem Aslam,
che si era rivelato come uno scrittore di rango e immaginifico nel precedente
Mappe per amanti smarriti, è un quarantenne colto e laico, nato
in Pakistan e cresciuto nel Nord dell'Inghilterra, del quale sappiamo che ha
molto viaggiato in questa discarica della modernità che è anche la tomba di una
cultura antichissima. Il suo romanzo ruota intorno a una grande casa ai piedi
delle montagne di Tora Bora dove antichi affreschi persiani sono stati coperti
col fango e una fabbrica di profumo giace abbandonata in fondo al
giardino. Qui s'incontrano un inglese, una russa, un americano e un afgano,
ognuno dei quali rappresenta una parte di storia del proprio luogo d'origine.
L'inglese è Marcus Caldwell, è il padrone di casa, è anziano, ha perduto una
mano per colpa dei talebani, una moglie che è stata lapidata e una figlia,
Zameen, che è stata rapita; la russa è Lara, sorella dell'adolescente disertore
sovietico che si è portato via la giovanissima Zameen e l'ha violentata e messa
incinta; l'agfano è Casa, un orfano rimasto troppi anni senza nome per avere
ancora un'anima; e l'americano è David, un agente della Cia che incontrando
Zameen in fuga, se n'è innamorato e ha fatto da padre al suo bambino, prima che
quest'ultimo sparisse e che Zameen fosse assassinata da un signore della
guerra, con la complicità della stessa Cia. Aslam non si preoccupa di disegnare
intorno a questi personaggi uno sfondo. è come se dicesse: in una società
spappolata come quella afgana, dove russi e americani hanno giocato a dadi con
le sorti del mondo, ognuno è alla mercé di forze invisibili. Le macchinazioni
della Cia, certo. Gli interessi dei russi. E un Islam moralmente corrotto che
usa la violenza sulle donne per dare un senso di potere a dei poveracci che non
hanno nulla. Il merito maggiore di Nadeem Aslam, oltre al coraggio di essersi
avventurato nelle sabbie mobili che l'Afghanistan odierno rappresenta per
qualunque scrittore serio, è quello di mostrare la realtà da molteplici punti
di vista. Se un altro scrittore pakistano come Mohsin Hamid ci ha reso
comprensibili le motivazioni dei fanatici musulmani ne Il fondamentalista
riluttante, Aslam nel La veglia inutile ci apre bene gli occhi sul fatto che
«la Guerra Fredda è stata fredda solo per i luoghi ricchi e privilegiati del
pianeta ». E che fu la Cia a suggerire agli afgani, scioccandoli, il metodo
degli attentati suicidi per scacciare l'invasore sovietico. «Qualcuno che
ricorda cosa accadde a bordo del volo United 93?» scrive. «Alcuni americani
scoprirono che le loro vite, il loro paese, le loro città, le loro tradizioni,
i loro costumi, la loro religione, le loro famiglie, i loro amici, i loro
compatrioti, il loro passato, il loro presente, il loro futuro, erano sotto
attacco, e decisero di rischiare le proprie vite — e alla fine di sacrificare
le proprie vite — per impedire ai loro oppositori di riuscire». E forse non ha
torto a ricordarci che non è molto diverso da ciò che pensano di fare i giovani
terroristi che ogni giorno muoiono per l'Islam. Una donna con bambini su una
strada di Herat, Afghanistan (foto Ap)
( da "Tempo,
Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa Il parere del geriatra Il
parere del geriatra Non avrà il sostegno dei sindacati ma, per ora, il ministro
Renato Brunetta trova quello della scienza. La sua proposta di alzare l'età
pensionabile delle donne equiparandola a quella degli uomini trova
assolutamente d'accordo il professor Roberto Bernabei, geriatra dell'università Cattolica di Roma anche se il suo, ovviamente, non è
un punto di vista politico. «è letteralmente un non senso biologico quello di
far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65 - spiega -. I dati
scientifici danno ragione a Brunetta». Basando le sue tesi su pure ragioni
mediche, Barnabei ricorda che fino a 70 anni gli italiani godono di buona
salute: «La disabilità è del 7% ma per queste persone ci sono già le
tutele». Le donne, intanto, sono più longeve, ricorda il medico, «soffrono di
qualche acciacco in più ma è solo dopo i 75 anni che la salute peggiora
concretamente». Allora, aggiunge, meglio restare sul posto di lavoro.
«L'attività - dice - fa bene al cervello, fa da prevenzione alle malattie
degenerative cone l'Alzheimer. E poi - conclude - un settantenne di oggi, uomo
o donna, è come un cinquantenne di 30 anni fa. Insomma i dati scientifici danno
ragione a Brunetta». Meno entusiasta Alessandra Servidori componente del
Comitato Consultivo di Parità Uomo-Donna della Ue che invita alla cautela:
«Sull'età pensionabile delle donne è bene ragionare con calma e obiettività. In
ogni caso il ministro Brunetta pone dei problemi seri e reali sui quali si
possono discutere i tempi e i modi».
( da "Repubblica,
La" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 1 - Prima Pagina Le idee Ma
la Chiesa non è una città sotto assedio PIETRO CITATI In questi tempi si parla
spesso, sui giornali, delle autorità ecclesiastiche: papa, cardinali, vescovi;
e delle loro opinioni ed iniziative. Siccome mi considero (o
vorrei essere o lo sono per alcune ore del giorno) un cristiano e un cattolico,
ne parlo poco volentieri. Nel mondo, esiste una cosa indicibile che si chiama
la grazia: l´unica cosa che importa in una religione, assai più della fede e
delle opere. La grazia è una luce, un barlume, che talvolta ci visita (non
sappiamo perché né quando), e dà un tocco alla nostra vita. Non ci viene
data per nostro merito: nessun uomo ha meriti di nessuna specie. Ci viene data;
e noi dobbiamo tenerla carissima. La ritroviamo nei Vangeli, in molti libri
religiosi; e in quasi tutti i grandi scrittori. Sono le uniche testimonianze
nelle quali ho fiducia. La grazia può scendere su tutti, e forse specialmente
su coloro che hanno consacrato la loro vita a Dio ? l´ignoto mittente della
luce. Ora, sono esistiti papi, cardinali, vescovi sciocchi e incolti: ma la
grazia non ha molto a che fare né coll´intelligenza né con la cultura. Così
ascolto le parole dei sacerdoti con una specie di secondo orecchio, cercando di
capire se qualcosa palpita e si muove dietro le parole apparenti. Non posso
dimenticare un fatto straordinario. Circa un secolo fa, molti famosi e
brillanti studiosi affermavano che il primo cristianesimo era legato alle cosiddette
"religioni dei misteri". Avevano torto. Avevano ragione modesti
professori cattolici (certo ispirati da una oscura
grazia), i quali sostenevano che il primo cristianesimo si era nutrito
soprattutto di ebraismo. SEGUE A PAGINA 22
( da "Repubblica,
La" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 22 - Commenti Ma la chiesa non
è sotto assedio (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Ho avuto e ho molta ammirazione per
papa Giovanni Paolo II. Non era un papa come gli altri: un papa rappresenta in
primo luogo la tradizione della chiesa, e la parla. Certo, Giovanni Paolo II
venerava moltissimo la tradizione cristiana. Ma era anche un uomo: come un papa
non è. Mangiava, sciava, parlava, pregava, abbracciava, sorrideva, recitava,
piangeva, come nessun papa ha mai fatto. Al tempo stesso, era o pensava di
essere una reincarnazione di Cristo: come testimonia tutta la sua esistenza,
l´attentato, le pallottole inviate nella corona della madonna di Fatima,
l´intuizione dei segni e dei miracoli, e la sua morte ? imitazione degli eventi
del Golgotha. Per queste due ragioni, i fedeli erano così affascinati dalla sua
figura. Papa Giovanni Paolo II ebbe l´intuizione grandiosa che la Chiesa fosse
il mondo: che tutto l´universo creato ? i fiori, le piante, gli uomini, le
case, le chiese, il mare, i pesci, gli uccelli, i sacerdoti, i bambini e
persino gli infedeli e i nemici ? fossero il corpo della Chiesa vivente. Così
immaginava la Chiesa cattolica del Rinascimento e del Seicento ? quella che ha
prodotto San Pietro e i presepi napoletani. Di qui avevano origine i suoi
incontri oceanici, nei quali due milioni di ragazzi sudati lasciavano cadere al
suolo due milioni di lattine di birra, gridando trionfalmente la loro fede.
Come disse Gesù nel Discorso della Montagna: «Tu, quando preghi, entra nella
tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo in segreto; e il Padre tuo
che vede nel segreto ti ricompenserà...Il Padre vostro sa già di che avete
bisogno, prima ancora che lo chiediate. Voi, dunque, pregate così: "Padre
nostro che se nei cieli"». La religione è in primo luogo questo: un luogo
dietro la porta chiusa, nel segreto, una preghiera silenziosa che solo Dio
ascolta e accontenta. Papa Giovanni Paolo II aveva un grande bisogno di
presenza: doveva pronunciare quello che portava nell´anima, dirlo a tutti,
tutti insieme e uno per uno, abbracciando ogni persona e cosa nel suo immenso
cuore. Niente doveva sfuggire. Non rifiutò nessuno strumento: le grandi
prediche, i viaggi, i perdoni pubblici, l´abbraccio dell´assassino, l´edizione
delle sue opere giovanili, l´abolizione del segreto (almeno in parte), il racconto
televisivo della sua vita. Un papa ha mille modi per essere presente: le
encicliche, le parole dalla finestra di San Pietro, i gesti simbolici, il tocco
delle mani, la preghiera silenziosa (che certo egli praticava). Purtroppo
Giovanni Paolo II diede interviste: a pessimi giornalisti. Sebbene io sia un
mediocre cristiano, gli errori di fatto nelle sue interviste (un papa non deve
sbagliare) mi danno un grande dolore. *** Oggi, quasi tutto sembra cambiato. La
gerarchia ecclesiastica pensa che la Chiesa sia una cittadella assediata: fuori
ci sono gli empi, gli infedeli, i laici cattivi; e dunque
bisogna alzare muri, muretti, scavare fossati, puntare cannoni o piccoli
fucili, alzare il dito, proclamare principi ed assiomi. Non voglio negare che i
cosiddetti laici ? specie quelli che scrivono libri e articoli ? dicano
stolidità religiose, che avrebbero fatto impallidire il più umile fedele del
tredicesimo secolo. Né che sia tollerabile vedere i cristiani
perseguitati e uccisi (come gli ebrei) in molti paesi. Oggi la Chiesa non è una
cittadella assediata. Cinquant´anni o sessant´anni fa, le chiese erano piene,
ma quasi nessuno leggeva i Vangeli o san Paolo o Origene o sant´Agostino o
Giovanni Scoto o Ildegarda di Bingen o san Bernardo, senza i quali non è facile
dirsi cristiani. Almeno in Italia, il mondo cattolico possiede una
straordinaria vivacità e ricchezza: case editrici, letture appassionate,
movimenti di ogni specie, missionari, molteplici e ammirevoli opere di
assistenza. Oso dire che mai, negli ultimi due secoli, l´Italia ha conosciuto
una vita cattolica così intensa. In questi giorni è uscito un libro di Marcello
Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori p. 200, 18 euro). Sostiene che
il "dialogo interreligioso" (con l´Islam e qualsiasi altra professione
di fede) è oggi impossibile. Vorrei capire meglio. è sempre stato
impossibile? Le religioni sono cattedrali essiccate, abitate da morti e da
spettri, dove nessuno mette il naso alla finestra, perché teme di esser violato
nella sua fede? Nel XII e XIII secolo, la mistica bizantina e quella islamica
si influenzarono profondamente, generando un tesoro supremo. Ma Marcello Pera,
che ignora tutto sull´Islam classico e ignora persino cosa sia una religione,
non sa assolutamente niente di questo. Molti secoli prima, ebraismo,
cristianesimo, manicheismo, buddismo, Islam, taoismo ebbero rapporti fruttuosi,
fecondandosi a vicenda, persino in Cina. Ancora prima, nel quarto secolo dopo
Cristo, Fausto di Milevi (appartenente alla feroce eresia manichea, che i cristiani
massacrarono per secoli, bruciandone i libri e le vesti rituali), disse a
sant´Agostino: «Io ho lasciato il padre e la madre, la moglie, i figli e tutto
ciò che il Vangelo chiede di lasciare, e mi chiedi se io accetto il vangelo?...
Ho rifiutato l´argento e l´oro e ho smesso di tenere il danaro nella borsa,
contento del cibo di ogni giorno, senza curarmi di quello dell´indomani. E tu
richiedi se accetto il vangelo?... Tu vedi in me il povero, vedi il pacifico,
il puro di cuore, l´uomo che piange, che ha fame, che ha sete, che soffre
persecuzioni e odi per la giustizia; e dubiti che accetto il vangelo?». Ancora
prima, verso la fine del terzo secolo, sempre gli stessi eretici manichei
lessero, in Egitto, questo Salmo: «Gesù, mio vero guardiano, possa tutti
proteggere. Tu, figlio primogenito del Padre delle Luci, possa tu proteggermi.
Tu sei il vino della vita, il figlio della vera vigna, fa´ in modo che noi
beviamo del vino vivente della tua vigna. Nel mezzo del mare, Gesù guidami, non
abbandonarci, le onde non ci afferrino. Quando io pronuncio il tuo nome sul
mare, esso calma le onde... Questo nome, Gesù, una grazia lo circonda. Il tuo
fardello è leggero per chi lo porta su di sé...Quanto grande è il tuo amore
verso l´uomo, o Gesù, prima rosa del Padre! Fino a che punto giunge la tua
dolcezza? Possa io trovare la dolcezza degli dèi». Tutte le frasi che ho
ricordato appartengono, o non appartengono, a quello che Marcello Pera chiama
con disprezzo "dialogo interreligioso"? Forse mi sbaglio. Come
sostiene Marcello Pera, oggi "ogni dialogo interreligioso" è
impossibile. Viviamo in tempi mediocri, dove esistono uomini di fede, ma
nemmeno un pensatore cattolico (tanto meno islamico). Così può accadere che, in
questi tempi, vengano casualmente pubblicati i libri di Marcello Pera.
( da "Foglio,
Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
15 dicembre 2008 Giuliano Ferrara
risponde a Vittorio Possenti Questo articolo è una svolta radicale
Intellettualmente onesto, il filosofo politico cattolico in questo articolo
afferma a sorpresa tre cose. La prima è che, sotto il profilo razionale,
diverso e in questo caso opposto a quello della fede, la vita non è un bene
indisponibile, a patto naturalmente che sia la propria vita e non quella degli
altri. La seconda è che la Tecnica, che pretende di offrirci immortalità
corporea e saggezza, che si comporta come la nostra guida totale, vince sulla Persona
quando appronta per l?essere umano una vita artificiale, compresi quel
nutrimento e quell?idratazione che negli hospice vengono sospesi ai malati
terminali per evitare un inutile accanimento. La terza è che non esiste il
diritto di morire, se inteso come suicidio assistito o eutanasia, ma deve
essere riconosciuto il diritto di accettare la morte secondo la propria idea
della dignità del vivere e del limite naturale della vita. Con questo articolo
di Vittorio Possenti, voce autorevole ospitata anche dal quotidiano dei vescovi
Avvenire, accademico pontificio nel settore delle scienze sociali e membro del
comitato nazionale di bioetica, la discussione innescata dai casi di
Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro cambia di segno. Fino a ieri si trattava di
un conflitto di teoria morale tra agnostici o cattolici
“martiniani” da una parte e cattolici o laici
“ratzingeriani” dall?altra. Da oggi diventa un conflitto culturale interno
all?establishment del sapere cattolico al quale il professor Possenti
appartiene. Una prima avvisaglia era arrivata con la decisione dei vescovi
italiani di stimolare il legislatore italiano a produrre norme di legge sulla
fase finale della vita, nel segno dell?incalzante offensiva in atto per il
testamento biologico ma con l?intento di limitare i danni delle sentenze che
autorizzano a rendere disponibile la vita di una persona in ragione di una sua
decisione attuale o anticipata nel tempo. Ora con questo scritto c?è una base
di libero pensiero e di argomenti rilevanti, articolati e impostati con
serietà, che cambia il quadro della discussione. La continueremo nei prossimi
giorni con commenti alle tesi di Possenti, la cui potenziale conseguenza
culturale, civile e di diritto sarà ben chiara al lettore: nei casi Welby ed
Englaro hanno ragione i sostenitori dell?autodeterminazione e torto coloro che
si battono per l?indisponibilità della vita umana.
( da "Foglio,
Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'
15 dicembre 2008 Vita, disporne
liberamente Vittorio Possenti, filosofo cattolico, esprime il suo libero
pensiero In questo intervento affronto tre problemi: 1) quale fondamento
possiede l?assunto che la propria vita è assolutamente indisponibile? 2) nel
rapporto tra Persona e Tecnica (medica e biologica) non stiamo entrando in una
zona di rischio e confusione? 3) esiste un obbligo assoluto di curare e di
curarsi a qualsiasi costo? Basta aver articolato le domande per coglierne
l?onnipresenza nei dilemmi biopolitici dell?ora, concernenti la futura legge
sulla fine della vita, la portata delle indicazioni anticipate di trattamento,
il rapporto medico-paziente, il dettato della nostra Costituzione in merito. 1)
Nell?eccitata discussione in corso da anni, e ultimamente infiammatasi, in
ordine ad una legge che stabilisca alcuni (pochi) criteri per la fase finale
della vita, decisiva è la questione se la propria vita sia entro certi limiti
disponibile o viceversa totalmente indisponibile. Quale che sia la risposta,
essa deve essere sostenuta da argomenti riconoscibili e sottoposti ad esame.
Vale la pena di sottolineare che si tratta della propria vita, non di quella
altrui che in linea di principio è e rimane indisponibile: anche questo supremo
criterio non è senza eccezioni, potendo lo stato
domandare per motivi di difesa e di solidarietà sociale il sacrificio della
vita dei cittadini in vista del bene comune, come accade nelle guerre
presumibilmente giuste. In Italia vi sono culture che sostengono che la propria
vita è sotto certe condizioni disponibile per il soggetto, ed altre che
viceversa ritengono che la propria vita sia un bene del tutto indisponibile e
che addirittura la nostra Carta costituzionale abbia stabilito una volta per
tutte tale indisponibilità. I sostenitori della prima posizione dicono ?la vita
è mia e la gestisco io?, un?affermazione diversa da quella che dice ?l?utero è
mio e lo gestisco io?, poiché nell?utero ci può essere un altro che non sono
io. Al contrario la seconda posizione ritiene che il soggetto non abbia diritto
a decidere sulla propria vita: non spetterebbe alla persona stabilire alcunché
sulla fine della propria vita, né sussisterebbe un diritto ad essere ascoltato
in merito. La prima tesi è in genere diffusa tra la cultura laica e liberale,
l?altra sembra oggi prevalente nella cultura cattolica e cerca ultimamente di
imporsi come indiscutibile attraverso una martellante ripetitività. Su questi
temi rifiuto il termine ?testamento biologico?, infelice tanto dal lato del
sostantivo poiché la vita non è un bene patrimoniale cui solo si applica il
concetto di testamento, quanto dal lato dell?aggettivo in quanto la vita umana
eccede l?elemento biologico. La disponibilità/indisponibilità della propria vita
non va commisurata con lo status di un bene patrimoniale, ma di quel supremo
?bene vita? che rimane misterioso nonostante le invasioni della tecnologia e in
cui è legittimo ascoltare la volontà del singolo, poiché non si tratta di un
bene esclusivamente biologico ma spirituale e personalistico. Naturalmente in
questa determinazione entra in maniera forte il rapporto della persona con la
trascendenza: una prospettiva religiosa valorizza di primo acchito il rapporto
dialogico con Dio entro cui viene considerata la propria vita. Viceversa una
prospettiva religiosamente agnostica non possiede un?alterità trascendente con
cui entrare in rapporto: la partita si gioca nella volontà del soggetto
all?interno di un rapporto ?orizzontale? con se stessi e i simili. La questione
dell?autodeterminazione va impostata in modo coerente con l?idea di persona e
l?antropologia del personalismo. Noi non siamo né il nostro genoma (tesi
biologistica e materialistica) e neppure siamo solo la nostra libertà (tesi
libertaria): siamo esseri dotati di anima intellettuale che include in sé
quella sensitiva e vegetativa, e l?anima è più che la libertà. La vita umana e
la persona umana hanno valore non soltanto in quanto vita di un essere libero
(di modo che sospesa la sua libertà la persona non sarebbe più tale), né in
quanto vita biologica, ma appunto in quanto vita di un essere dotato di anima
spirituale che è compos sui. In tal senso spetta alla persona decidere, e non
perché – ripeto – l?affermazione dell?autodeterminazione dia fiato ad
un?antropologia libertaria (o la sua negazione ad un?antropologia
biologistica). Lo specifico personale sta nel sinolo individuale e irripetibile
tra anima e corpo, per cui la persona è anima incorporata o corpo vivificato
dall?anima. Posizioni teologiche accreditate presentano la vita come un dono di
Dio che a lui appartiene, di cui il soggetto non ha alcuna disponibilità. Deve
allora trattarsi di un dono sui generis poiché ogni dono appartiene al
donatario e non più al donante, per cui meglio sarebbe parlare della vita come
bene dato in impiego responsabile al soggetto. Di fatto poi le considerazioni
religiose a favore dell?assoluta indisponibilità della propria vita si muovono
su un terreno etico-giuridico. Numerosi giuristi (cattolici)
osservano che autodeterminarsi ha un valore, poiché la persona è dotata di
libero arbitrio e padrona dei suoi propri atti, e che esiste un diritto
costituzionale all?autodeterminazione – ad es. quello al rifiuto/rinuncia di
trattamenti sanitari – ma che tale diritto ha dei limiti che conviene fissare.
Naturalmente tutto si gioca sul modo con cui vengono fissati tali limiti. Non
si può che concordare quando si chiede che nell?autodeterminarsi il soggetto
non rechi danno agli altri, e quando si sostiene che ogni vita umana è sempre
dotata di dignità. Per esemplificare, tale dignità è pari in Eluana in
condizione di grave disabilità ed in me passabilmente sano: conseguentemente
occorre prendersi cura di chi è fragile, non abbandonarlo. Ma il riconoscere la
dignità della vita ferita da salvaguardare non contraddice la liceità di
autodeterminarsi in vicende di fine vita e di cure salvavita, che appunto
possono essere accolte o rifiutate. Ancor meno rilevante è l?argomento secondo
cui l?autodeterminazione, nel caso in cui decida a favore del rifiuto/rinuncia
a trattamenti salvavita, opera per indebolire socialmente il diritto alla cura.
Questo atteggiamento non lede il diritto del malato che intenda essere curato
sino all?estremo limite del possibile e ricorrendo a tutte le risorse del
sistema sanitario e della tecnologia medica. In realtà il dovere di cura dello stato rimane intatto e parimenti il diritto del malato di
non essere lasciato solo e di venire consolato. Ripetere che la propria vita è
totalmente indisponibile non fa avanzare il problema ma blocca una saggia
ricerca di soluzione. Il blocco dipende dal fatto che sul piano razionale il
criterio di un?assoluta indisponibilità della propria vita non è fondato.
Diverso appare il discorso della fede che non possiamo dare per valido in modo
cogente per tutti. Notevole per la sua implausibilità appare poi l?assunto che
l?indisponibilità della propria vita sarebbe un chiaro dettato della nostra
Carta. E? lecito nutrire molti dubbi sull?assunto. Forse si può ricordare per
affinità che la nostra Carta lascia il suicidio in un?area non rilevante
costituzionalmente. Pertinente è invece il dettato dell?art. 32: “Nessuno può
essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione
di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto
della persona umana”. In tal senso la legge non potrà rendere legale
l?eutanasia, che contraddice la dignità della persona, ma potrà rispettare
chiare indicazioni di trattamento. Rimane comunque aperto l?interrogativo
sull?accertamento della reale volontà del paziente. Problema difficile che
sposta la questione da una controversia sul criterio della
disponibilità/indisponibilità della vita alla questione di come effettivamente
verificare quale reale volontà di cura o non cura sia stata emessa dal
soggetto. La difficoltà è multipla: non solo quella di accertare che cosa ha
veramente chiesto in modo documentato e obiettivo il soggetto in passato, ma
quale sarebbe attualmente la sua volontà se potesse esprimersi ora, e quale
valore si dovrebbe dare alla volontà espressa nella situazione presente, dato
che la volontà in situazione può essere alterata da paura, angoscia,
sofferenza, ritorno del desiderio di vivere. 2) Il secondo interrogativo
riguarda il delicatissimo rapporto tra Persona e Tecnica. Reputo necessario
integrare l?art. 3 della Dichiarazione universale sul diritto alla vita con
l?aggiunta: “dal concepimento alla morte naturale”. Poi mi interrogo: che cosa
significa oggi morte naturale? Non sta la Tecnica mutando la morte naturale in
morte artificiale? Un tema urgente da pensare e poco approfondito anche da
parte di vedette di vario genere. Ci troviamo spiazzati perché esiste una
sottovalutazione della sfida posta dalla Tecnica alla Persona. La Tecnica rischia
di diventare la nostra signora e padrona, quella che ci detta che cosa dobbiamo
pensare e operare, quello che dobbiamo osare, quello che è obbligatorio fare o
non fare; insomma la Tecnica come la nostra guida più vera e sicura, quella che
ci offrirà salute, immortalità corporea e saggezza. Essa ci offrirà la Vera
Vita quaggiù, al posto dell?aldilà celeste sperato e atteso. Sotto la sua guida
nulla ci è risparmiato, neppure l?idea che occorra dilazionare senza fine il
morire in attesa che la scienza inventi nuove tecniche di rivitalizzazione.
Sembra che il vivere indefinitamente quaggiù sia diventato il bene supremo. Una
fiducia così larga è mal riposta, perché la tecnica è aperta sui contrari, può
essere usata per il bene e per il male (lo insegnava già Aristotele). Non è di
per sé né solo benefica né solo malefica. Essa cura ed essa uccide; mantiene la
vita e la toglie. Sulla questione della tecnica l?attuale posizione della
chiesa, o forse meglio di uomini di chiesa, non è esente da distonie. Si nutre
una più che giustificata perplessità sulla tecnologizzazione delle fasi
dell?inizio della vita, esprimendosi con ottimi motivi contro la manipolazione
dell?embrione, la sua clonazione per qualsiasi scopo, il prelievo di cellule
staminali embrionali, ma poi ci si affida troppo alla tecnica e alla macchina
nelle fasi terminali, interferendo profondamente col processo naturale del
morire. La macchina non può sostituirsi al Creatore né nella fase iniziale né
in quella terminale della vita. Che senso ha una Peg inflitta ad un malato
terminale in agonia per nutrirlo a forza? Negli hospice ai malati terminali di
cancro nutrizione e idratazione possono essere sospese onde evitare un inutile
prolungamento di un?agonia dall?esito comunque segnato. Per rappresentarci la
situazione dobbiamo tener presente che non pochi casi di coma vegetativo
persistente sono l?effetto – inintenzionale ma realissimo – delle metodologie
sempre più perfezionate e accanite di rianimazione e di terapie intensive, che
non riescono a guarire ma solo a mantenere in vita. Questo elemento è ignorato
da posizioni tese a riaffermare con toni vibranti l?assoluta indisponibilità
della propria vita. In tal modo ci si pone in uno spazio di falsa sicurezza,
che solleva dalla fatica di considerare le inedite possibilità di vita e di
morte cui le nuove tecniche ci conducono. Neppure si considera che l?equipe
medica che tenta il tutto per tutto per trattenere a qualunque costo, può
operare un atto di maleficenza invece che di beneficenza verso il malato. 3)
Anche il terzo punto è connesso al problema Tecnica. Non sussiste alcun
dovere/obbligo assoluto di curare e di curarsi a qualsiasi costo, in
particolare quando l?invasività crescente delle tecnologie mediche nella sfera
corporea della persona travalica ogni forma di rispetto dovutole, e si fonde
con una concezione accanitamente tecnologizzata della vita e della morte che
viola i limiti imposti dalla dignità della persona umana. La disattenzione in
merito proviene dal timore che ogni minima apertura sul rifiuto/rinuncia ai
trattamenti sanitari aprirebbe la strada a prassi eutanasiche, indubbiamente da
scongiurare. La depenalizzazione dell?eutanasia costituirebbe una tragedia non
inferiore alla depenalizzazione e legalizzazione dell?aborto. Tuttavia chiarezza
vuole che “diritto di morire” e “diritto al rifiuto/rinuncia a trattamenti
sanitari” siano cose diversissime. Il “diritto di morire” è un falso diritto o
un diritto che non sussiste, non perché sia contraddittorio ma in quanto è
qualcosa che non è dovuto alla persona. Anche per questo non fa parte
dell?elenco comunemente riconosciuto dei diritti umani. Ogni autentico diritto
dà voce a quanto è dovuto al soggetto umano, esprime il suum che gli altri sono
tenuti a riconoscergli. Alla base di ogni diritto non vi è la mera vita
biologica, ma la natura umana e la persona umana. Se non esiste un diritto di
morire, è ragionevole invece riconoscere al soggetto una sfera di autonomia nel
modo di affrontare la morte in maniera naturale e non come un combattimento all?ultimo
sangue. Se la morte è il massimo limite umano che va riconosciuto,
l?interruzione del trattamento non vale come rifiuto della vita ma come
accettazione del limite naturale ad essa inerente. Non si rinuncia alla vita,
non si rifiuta la vita, ma si accetta di non potere impedire la morte o di non
doverla ulteriormente procrastinare. Naturalmente occorre prendere le distanze
dall?abbandono terapeutico con tutte le sue tristi occorrenze, che tuttavia
forse sono meno frequenti dei casi di accanimento terapeutico, cui spinge la
medicina tecnologizzata. Più negativo dell?abbandono terapeutico è l?abbandono
dell?accompagnamento, ossia la presenza di troppe macchine e di poche persone
nell?itinerario di cura del malato che può sentirsi terribilmente solo. Concludo.
Non sussiste un diritto di morire, ma un diritto di rifiutare cure e terapie
invasive, avvertite come particolarmente onerose, degradanti, anche se
dall?esercizio di tale diritto scaturisse la morte. E? sempre stato difficile, e particolarmente oggi, stabilire quando
c?è o non c?è accanimento terapeutico, che purtroppo è come l?araba fenice: che
ci sia ciascun lo dice, che cosa sia nessun lo sa. Da tale obiettiva difficoltà
dovrebbero trarsi ulteriori argomenti a favore dell?espressione della volontà
del paziente. E? lui che deve dire quando la misura è colma. Dall?insieme di
queste considerazioni si ricava che il Parlamento ha dinanzi un compito immane
e onorabile con estrema difficoltà nel preparare una legge sulla fine della
vita. Una legge che non potrà che essere molto succinta e lasciare adeguato
spazio all?interpretazione saggia e alla casistica concreta, affidata in ultima
analisi al rapporto medico-paziente ed alle indicazioni anticipate di
trattamento. Dell?estrema delicatezza del problema è segno il fatto che esso si
trascina senza soluzione da diverse legislature. Vittorio Possenti Leggi la
risposta di Giuliano Ferrara: "Questo articolo è una svolta radicale"
( da "Foglio,
Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
16 dicembre 2008 Anticipazione dal
Foglio del 16 dicembre La ritirata non strategica sulla vita finirà male. Molto
male Dignitas Personae. Dove nasce la zona grigia della
ritirata cattolica sui temi della vita Ormai la ritirata è dispiegata. E non ha
nulla di strategico. Un anno fa, tirando le conseguenze di una robusta stagione
di battaglie culturali in cui laici e cattolici si erano uniti, abbiamo detto: se la vita è sacra, e
solennemente si decreta una moratoria per la pena di morte, si decreti
una moratoria anche per l?aborto. Altro che scarpe ci hanno tirato. Ma noi non
volevamo rendere l?aborto illegale, punire penalmente le donne a trent?anni
dalla legge 194. Era chiarissimo, ed è stato fatto di
tutto per oscurarlo. Noi volevamo solo dire la verità, e spingere tutti a
comportarsi secondo verità, sapendo che la verità è la vera modalità
dell?abusato concetto di “amore”, l?unica possibile carità. Il maltrattamento
manipolatorio della vita umana, per così dire “in entrata e in uscita”, è
infatti la frontiera culturale, civile e giuridica della nostra epoca. Niente
di più rilevante, di più triste, di più diabolico accade nel nostro tempo. Un
miliardo di aborti in trent?anni. Cinquanta milioni di aborti l?anno. Aborti
forzati e programmati in Asia, con esclusione dalla vita delle inutili bambine.
Aborti selettivi che dilagano in occidente come scelta eugenetica. Aborti per
cause materiali, per debolezze sociali di vario ordine e genere. Il cuore della
protesta, che a elezioni convocate si trasformò in una iniziativa elettorale
gratuita, la lista pazza, e sboccò in un clamoroso e significativo insuccesso,
con pochissimi benedettissimi voti raccolti, non era nemmeno l?aborto, che a
certe condizioni non si può scongiurare, e che non si può eliminare con la
persecuzione penale delle donne che abortiscono. Il cuore della protesta era la
trasformazione dell?aborto in un avvenimento ordinario, moralmente
indifferente, seriale, ormai classificato e gestito come una occorrenza
qualunque, come un omicidio legittimato dall?uso sociale e dalla cultura
soggettivista e utilitarista del tempo, anche tradendo l?impostazione originale
della legge di compromesso “per la tutela sociale della maternità” voluta in
Italia dai cattolici e dai comunisti al culmine di
quel decennio dei Settanta, maledetto, che deformò con violenza le nostre vite e
la vita della Repubblica. Il programma di quella battaglia che continua e che
non è italiana ma globale, di cui il capitolo politico-elettorale fu solo la
conseguenza dovuta, era semplice e immenso: emendare l?articolo 3 della
Dichiarazione universale dei diritti dell?uomo di sessant?anni fa, e definire
dunque il diritto alla vita come diritto alla vita “dal concepimento alla morte
naturale”. L?idea di fondo era: promuovere ovunque politiche pubbliche
antiaborto, nell?interesse della vita non nata e delle donne, con risorse
adeguate e certezze culturali e buonumore sociale. Ma sale adesso prepotente un
riflusso di marea che sta travolgendo piano piano le basi di quella generosa e
alla fine isolata protesta fondata sui diritti umani costruiti dalla ragione liberale
e illuminista, in alleanza con il fervore e la luce della fede cristiana non
ottenebrata dalla violenta secolarizzazione in corso. Domenica abbiamo
pubblicato lo scritto di uno stimabile filosofo cattolico, Vittorio Possenti,
che argomentava dall?interno di un establishment intellettuale solitamente
disciplinato, e non con le libertà tipiche del pensiero di un Mancuso o di una
De Monticelli, il suo sonante “sì” all?idea che una norma pubblica deve
incardinare nelle nostre vite un principio di libertà moderna: la vita è mia e
la gestisco io, anche delegando ad altri il compito di sopprimerla quando non è
degna di essere vissuta. Nello stesso giorno Eugenia Roccella, sottosegretario
del governo Berlusconi per le questioni etiche, ha alzato bandiera bianca:
habemus la Ru486, un nuovo veleno per le donne che uccide la vita nascente nel
loro seno con una procedura solitaria e casalinga che deresponsabilizza
definitivamente la società e la medicina, e si fa beffe delle attenzioni e
della cura previste dalla legge per la “tutela sociale della maternità”.
Restano in vigore, a molti mesi dall?insediamento del governo “eticamente
anarchico”, il “governo senza cattolici” che va
d?accordo con il Papa ma non con le sue idee, le linee guida di applicazione
della legge sulla fecondazione artificiale approntate dal ministro Livia Turco,
nemica della legge 40 nella lettera e nello spirito, combattente referendaria,
fiancheggiatrice delle sentenze dei giudici avverse al legislatore e al suo
testo di legge confermato dalla volontà popolare. Il premier, in un momento di
grave debolezza che avrà avuto modo in seguito di rimproverarsi, disse che era
favorevole alla moratoria e che si sarebbe impegnato all?Onu perché si
iniziasse l?iter procedurale dell?emendamento all?articolo 3 della
Dichiarazione: nulla, naturalmente, è avvenuto. Intanto il prestigioso cardinal
Martini intensifica la sua alta predicazione in favore di un?idea di libertà di
coscienza e di relativismo cristiano che stupisce per la sua volatilità etica,
in particolare sui temi del maltrattamento della vita umana. L?offensiva contro
la chiesa arcigna dei divieti continua martellante nei giornali del mainstream
ultrasecolarista, che adesso rivalutano Pio XII (buona notizia) per dare
addosso a Benedetto XVI. I vescovi italiani, nel frattempo, hanno pensato che
per scongiurare la cultura eutanasica che si affaccia nelle sentenze della
Cassazione, le quali almeno sono sentenze su casi singoli e non norma generale,
è meglio fare una legge sulla fase finale della vita. Tremenda illusione carica
di cattivi presagi. Finirà come è finita con la legge sulla fase iniziale della
vita. Cioè, male. Molto male. Leggi: Vita, disporne liberamente; Avanza una
nuova stagione eticamente (molto) insensibile; Questo articolo è una svolta
radicale
( da "Stampa,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
La storia Chiaberge ai Martedì
letterari Dio e la scienza astrofisici a confronto GIAN PIERO MORETTI SANREMO
La variabile di Dio. In cosa credono gli scienziati?» è il libro di Riccardo
Chiaberge che verrà presentato dall'autore ai Martedì letterari del casinò,
anche oggi in «trasferta» al Cinema centrale. L'appuntamento è per le 16,30.
Chiaberge, ex giornalista de La Stampa e attuale direttore del supplemento
domenicale de «Il Sole 24 Ore», ha messo a confronto, in forma narrativa, i
pensieri di due autorevoli astrofisici americani: il gesuita padre George Coyne
e Arno Penzias, ebreo e tendenzialmente agnostico. I due, incalzati e stimolati
dalle domande di Chiaberge, discutono anche in chiave storica, i rapporti
spesso conflittuali fra scienza e fede, partendo dal caso Galileo per arrivare
fino ai nostri giorni, passando per la Teoria dell'Evoluzione della specie di
Charles Darwin: la discendenza di tutti i primati (uomo compreso) da un
antenato comune. Pur nella differenza delle rispettive visioni del mondo, Coyne
e Penzias concordano sulla necessità di avviare un
confronto civile che superi i risorgenti steccati tra laici e credenti e le
tentazioni fondamentaliste di segno opposto intorno a questioni cruciali come
le origini dell'universo e l'evoluzione della vita sulla terra. Scrive
l'autore: «Può uno scienziato credere nell'Assoluto, in qualche forma di
trascendenza o di verità rivelata senza abdicare alla sua funzione? Il
cattolico Coyne risponde che scienza e fede sono radicalmente intrecciate: «La
mia ricerca scientifica è anche preghiera. Faccio ricerca come qualsiasi altro
scienziato; la mia religiosità non mi rende migliore o peggiore degli altri.
Sto cercando di capire un universo creato da Dio e ciò non cambia i risultati
scientifici ma cambia quello che la scienza significa per me». Diverso il concetto
espresso da Penzias che non prega mentre fa ricerca: «Io vedo scienza e fede
complementari piuttosto che opposte e incompatibili». Per Penzias non esiste
un'anima immortale ma solo «geni preposti all'amore per il prossimo».
Agnostico, ma continua a frequentare la sinagoga e ammette: «Voglio mettere in
chiaro che comunque la religione influenza il mio comportamento anche se sono
convinto che l'essere umano è un prodotto esclusivo della natura». Chiaberge,
61 anni, di Torino, dirige attualmente l'inserto domenicale del «Sole 24 Ore».
Dopo aver lavorato al Centro Einaudi di Torino e alla rivista «Biblioteca della
libertà», ha iniziato la carriera giornalistica alla Stampa nel 1976, per poi
passare al «Mondo» e nel 1981 al Sole - 24 ore come responsabile della terza
pagina e del supplemento «Domenica» fondato nel dicembre 1983. Dal 1984 al 2000
ha lavorato al Corriere della Sera, prima come caporedattore alla cultura e poi
come inviato ed editorialista su temi culturali e scientifici. Nel libro «La
variabile di Dio», Chiaberge cita anche un passaggio de «I fratelli Karamazov»
di Dostoevskij: «Lo strano, lo stupefacente non sarebbe tanto che Dio esistesse
davvero: lo stupefacente è che un tale pensiero - il pensiero della necessità
di Dio - sia potuto nascere nel cervello d'un selvaggio, d'un malvagio animale
com'è l'uomo».
( da "Unita,
L'" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Dio ci scampi dal sacro Musicarello
In scena dall'8 dicembre con repliche fino a maggio in un Teatrotenda
appositamente allestito dietro Cinecittà, Maria di Nazareth è uno spettacolo di
tale modestia nella drammaturgia, nello sviluppo scenico, e per lo scarso
apporto della musica, pure se firmata da una vecchia lenza della colonna sonora
come Stelvio Cipriani, che se ne potrebbe consigliare la visione come exemplum
di ridicolo, se non durasse circa tre ore, trasformandosi in un vero supplizio.
Tuttavia va ad arricchire una lunga serie di musicarelli, tecnicamente infatti
è ardito definirli musical, per dir così a soggetto sacro, che vengono
presentati come una gran novità. I precedenti su Padre Pio, Don Bosco, Madre
Teresa, quello annunciato su San Francesco, e questo su Maria potrebbero far
pensare a un filone che affonderebbe le sue radici nella devozione popolare dei
semplici e di comunità che, magari cambiandolo, fanno proprio il messaggio
sacro. Ma l'autrice del testo nonché regista Maria Pia Liotta trasforma
l'episodio del matrimonio di Maria, con le sue ascendenze e simbolismi magici
con il ramoscello secco che getta nuove gemme, in una triviale disfida dove il
falegname Giuseppe salva la fanciulla da un nerboruto fabbro sciupafemmine, che
sarebbe Barabba: allora appare chiaro che il travisamento avviene attraverso
format televisivi globalizzati e ridotti un po' biecamente ai minimi termini.
Anche l'idea di un "sermo piscatorius" in omaggio a una tradizione di
evangelica semplicità linguistica a uso popolare regge poco. Desta dunque
perplessità il patrocinio che Maria di Nazareth ha ottenuto dal Segreterio di
Stato vaticano Tarcisio Bertone, dal Pontificio Consiglio della Cultura, dal
Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, del Vicariato di Roma. Joseph
Ratzinger, attualmente pontefice con il nome di Benedetto XVI, ha una notevole
cultura musicale e in vari scritti si era scagliato contro
la commercializzazione della musica con un furore degno della cacciata dei
mercanti dal tempio. Ma di fronte all'anteprima di questo musicarello mariano
di dubbia qualità nella sala delle udienze papali, sorge il dubbio che giunto
il momento di "governare" anche sua santità abbia scelto la linea
assai laica del "Panem et circenses".
( da "Unita,
L'" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
TEMI ETICI: LIBERA SCELTA IN LIBERA
FEDE Vittorio Possenti, membro della Pontificia accademia per le scienze
sociali e del Comitato nazionale di bioetica, è personalità assai ascoltata
all'interno delle istituzioni del cattolicesimo italiano e non solo. In un
articolo (il Foglio di domenica scorsa), Possenti fa alcune affermazioni assai
significative, che rappresentano una vera e propria novità nel dibattito
intorno alle scelte di fine vita. In particolare, questa: «Sul piano razionale
il criterio di un'assoluta indisponibilità della propria vita non è fondato.
Diverso appare il discorso della fede che non possiamo dare per valido in modo
cogente per tutti». Nonostante quanto dichiarato da un "custode
dell'ortodossia" come Francesco D'Agostino («non trovo che affermi
qualcosa di diverso...») l'approccio di Possenti è decisamente innovativo. Al
punto da indurre Giuliano Ferrara, che da tempo esprime posizioni
intransigentiste (fino a paventare cedimenti e «timidezze» da parte delle
gerarchie ecclesiastiche), a definirlo «una svolta radicale». L'articolo di
Possenti è la conferma più limpida del fatto che non è l'ispirazione religiosa
e la professione di fede a dettare automaticamente, come una conseguenza
ineludibile, le posizioni ostili all'autodeterminazione individuale e, più
direttamente, l'atteggiamento critico verso le scelte assunte da Piero Welby e
da Eluana Englaro (attraverso il proprio tutore). In gioco non c'è un dogma di
fede, ma le possibili traduzioni di quella stessa ispirazione religiosa in
differenti letture antropologiche: e infine, sul piano pubblico, in norme. Di
più: con l'intervento di Possenti, viene messa in
discussione la fallace contrapposizione non solo tra laici e cattolici, ma anche quella tra cattolici progressisti e cattolici conservatori e tra cristiani
"adulti" e cristiani "ubbidienti". La pluralità delle
opzioni è assai più ampia e mobile di queste ripartizioni tradizionali. E ciò,
in ultima istanza, ha una implicazione anche sul piano più strettamente
politico. La trascrizione in legge di questa o di quell'opzione sulle
scelte di fine vita, non può essere misurata con il criterio della appartenenza
alla confessione cattolica o con quello dell'estraneità ad essa. E anche quello
dell'identificazione con la pastorale della Chiesa risulta, e sempre più
risulterà, un indicatore approssimativo: dal momento che è ipotizzabile che le
stesse gerarchie ecclesiastiche assumeranno posizioni progressivamente (magari
tacitamente) differenziate. Come pensabile, dunque, che sia il Partito
democratico a mostrarsi subordinato a quello che ritiene (sbagliando, si scopre
via via) la dottrina della chiesa, quasi essa fosse monolitica e quasi essa
corrispondesse ad un dogma di fede?
( da "Manifesto,
Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Parole ILLUSTRATE NUOVE FIABE A
COLORI PER BAMBINI SMALIZIATI Tra i timori per gli effetti della crisi e le
previsioni ottimiste di chi è convinto che la letteratura per l'infanzia
«terrà», le novità natalizie destinate ai bambini comprendono tanti titoli che
si rivolgono con umorismo e serietà ai giovanissimi lettori Francesca Lazzarato
Anche se nel suo catalogo ci sono l'intero ciclo di Harry Potter e del nuovo e
già stravenduto Le fiabe di Beda il Bardo di J.K.Rowling (Salani, pp. 128, euro
10), Scholastic è stato il primo editore americano per
ragazzi a prendere delle misure anti crisi, prepensionando centodieci dei suoi
quasi diecimila dipendenti e annunciando che il «carico salariale» dovrà essere
ulteriormente alleggerito. E non basteranno certo le vendite natalizie, si
dice, a rendere meno pesante la situazione. Gli editori europei per l'infanzia,
invece, sembrano per ora soddisfatti dell'andamento di un Natale che per quanto
li riguarda ancora non registra flessioni significative. La previsione generale
(forse un tantino troppo ottimista, a dire di un esperto come Roberto Denti
della Libreria dei Ragazzi di Milano) è che i libri per bambini siano destinati
a «tenere», e c'è chi si avventura a ipotizzare possibili cambiamenti di scenario.
Per esempio una maggiore attenzione per il catalogo, da gestire con saggezza
invece di mandarlo al macero ogni due anni. Oppure un ritorno dell'economico
per eccellenza, il tascabile, ormai quasi completamente soppiantato da altri
più redditizi e visibili, imposti anche dall'accorciarsi delle distanze tra
editoria per «grandi» e per «giovani adulti», nuovo target un po' inventato,
ibrido e oscillante, che attira l'attenzione tanto degli editori specializzati
in juvenile quanto di quelli tradizionalmente estranei al settore, che oggi,
che tra i vampiri della Meyer e le terrificanti «mocciate» annuali, raccolgono
i frutti più succosi del mercato adolescenziale. Fulminee associazioni A dirsi
fiduciosi nel futuro sono in primo luogo gli editori francesi che, confortati
dalle buone vendite fatte in novembre al Salone del libro per l'infanzia di
Montreuil, dubitano addirittura della necessità di privilegiare i libri a basso
costo: una misura che finirebbe per penalizzare la creatività, dicono, perché
la produzione più innovativa e meno «corrente» ne potrebbe soffrire. Ma il modo
di non superare prezzi che comporterebbero la rinuncia all'acquisto lo si trova
sempre, e il più semplice è quello di ricorrere alle coedizioni, come nel caso
dello spettacoloso Immaginario di Blexbolex, noto fumettista francese che si
cimenta spesso nell'illustrazione per l'infanzia. Pubblicato in Francia da
Albin Michel e in Italia da Orecchio Acerbo, Immaginario (euro 15,90) è un
librone con la copertina cartonata che propone grandi immagini a colori e mette
a confronto figure, gesti, silhouette: la sarta e il fachiro (entrambi
consumatori di spilli e spilloni), la dea e la schiava, il taglialegna e il
boia. Utile per imparare a collegare immagini e parole, ma soprattutto a
«vedere» il mondo e a interpretarlo attraverso fulminee e imprevedibili
associazioni, è uno dei libri più belli di questo Natale. Un altro esempio di
provvidenziale coedizione è ABC3D di Marion Bataille Sempre di Albin Michel,
editore italiano Corraini, euro 15), un abbecedario pop up in bianco, rosso e
nero di una tale originalità e perfezione che in Francia è diventato un
successo da ventimila copie. Fabbricato a mano dall'autrice in trecento
esemplari venduti a 845 euro ciascuno (la New York Public Library ne ha comprato
uno), è stato poi affidato agli artigiani cinesi che
hanno confezionato duecentomila pezzi per gli otto paesi in cui è in vendita
(negli Stati Uniti è ai primi posti della classifica del «NY Times»).
Clamorosamente bello è anche Garuda e la ruota del destino di Raja Mohanty e
Sirish Rao, con illustrazioni di Radhashyam Raut serigrafate a mano dall'ormai
celebre Tara Press, che vicino a Madras confeziona libri hand made (euro 18). È
l'Ippocampo, editore genovese specializzato in libri illustrati per grandi e
piccoli, a pubblicare questa fiaba mitologica (Garuda è l'aquila del dio
Vishnu, che vuole salvare dalla morte un uccellino) raccontato da un testo
semplicissimo adatto a bambini dai sei anni in su, e da immagini abbaglianti
nello stile tradizionale Patachitra, tipico dell'India orientale, Con stoffa e
ricami Franco-cinese è Io e Mao di Chen Jian Hong, (Babalibri, pp. 80, euro 22,
l'editore francese è l'Ecole des loisirs) nato nel nord della Cina nel 1963 e
da anni residente a Parigi, che in questo libro dalle splendide e minuziose
illustrazioni racconta la sua infanzia durante la Rivoluzione Culturale, tra
guardie rosse e immensi ritratti di Mao: un decennio durissimo visto con gli
occhi di un bambino, ma raccontato con l'inchiostro e con i colori di un
artista fuori del comune, capace di mettere tecniche tradizionali al servizio
del presente. Autore, editore e illustratrice italiani, invece, per La
creazione (Gallucci, euro 13), albo illustrato in cui i collage creati con
stoffa e ricami da Cristina Lastrego fanno da contrappunto raffinato alla lunga
filastrocca di Carlo Fruttero su come sono nati il cosmo e il nostro mondo.
Solo che è davvero riduttivo chiamare filastrocca questa fiaba filosofica in
forma di poesia, scritta da qualcuno che prende sul serio i propri lettori e si
rifiuta di bamboleggiare e indulgere a semplificazioni, evocando immagini
suggestive in una forma perfetta e sapiente, con raro umorismo e, una volta
tanto, con spirito impavidamente laico. I bambini si
meritano libri così, peccato che siano pochi gli adulti capaci di rendersene
conto. Tra questi ultimi c'è, per fortuna, anche Stefano Benni, autore di un
racconto intitolato Miss Galassia (Orecchio Acerbo, euro 13,50) che la giovane
catalana Luci Gutierrez ha illustrato nel migliore dei modi possibili.
Testo e immagini raccontano di un concorso di bellezza su un pianeta dove tutti
sono in preda all'ossessione di restare giovani in eterno. E dunque via con
chirurgia estetica, trapianti di capelli, ceroni e abbronzature... apparire
vecchi è un delitto, e chi lo commette rischia di essere rinchiuso in un
apposito penitenziario per nonni. Una volta l'anno, poi, sul pianeta Vanesium
si elegge Miss Galassia, e la sfilata dei concorrenti disegna una serie di tipi
non così improbabili come potrebbero sembrare (per lo meno agli occhi di chi
guarda abitualmente i reality show). Ma a vincere sarà una bellezza invisibile,
che si può soltanto immaginare... Una fiaba sull'intangibile forza dell'immaginazione,
umoristica e poetica al tempo stesso. Lupi ammaliatori Proprio come umoristico
e poetico è Il mio mondo a testa in giù (il Castoro, pp. 102, euro 12,50,
illustrazioni di Silvia Bonann), un piccolo libro di brevissimi racconti per
lettori di almeno otto anni che sovvertono la prospettiva con cui guardiamo ai
gesti e ai sentimenti quotidiani, fornendoci il punto di vista di bambini e
bambine tremendamente smaliziati e comunque vicini a una realtà diversa da
quella che vedono gli adulti: ridicola, o tenebrosa, o inquietante, o buffa, ma
comunque «altra». Perché i bambini sanno che le cose, in realtà, non stanno
quasi mai come dicono gli adulti, e ogni tanto si prendono la briga di
ricordarcelo, per bocca di qualcuno che come Friot non ha perso la memoria.
Anche Kveta Pakovska, grandissima illustratrice ceca (forse una delle più
importanti e illustri dei nostri giorni) deve avere un'ottima memoria: il suo
Cappuccetto Rosso (Nord Sud, euro 14,90) porta infatti le tracce della vivida
impressione che questa storia crudele e sempre amata lascia nei bambini che la
ascoltano per la prima volta. Un albo illustrato prezioso, a colori violenti,
basato su forti contrasti e attraversato da un lupo ammaliatore, che conferma
la potenza della fiaba antica, rinnovandola in maniera prodigiosa. Un prezioso
recupero E infine un libro legato anch'esso alla memoria, perché rappresenta un
prezioso recupero e ci fa presente quanto sia opportuno, a volte, guardarsi
indietro in cerca di soluzioni originali: Il libro esplosivo di Peter Newell
(Orecchio Acerbo, euro 14), uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel
lontano 1912, viene proposto ai bambini di oggi nella deliziosa traduzione
italiana di Marco Graziosi. Un minuscolo foro al centro della pagina ci guida
attraverso i ventuno piani di un edificio perforato dal volo implacabile di un
razzo che parte dalla cantina e si lascia dietro stupore, incredulità e piccoli
incidenti domestici. Dopo il successo del Libro sbilenco, dello stesso autore,
questo nuovo tuffo nel passato ci fa sperare che un giorno possa venir
pubblicata anche in Italia l'edizione di Alice in Wonderland illustrata da
Newell (1901) che per noi resta ancora un capolavoro sconosciuto.
( da "Corriere
della Sera" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Esteri - data: 2008-12-16 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Il
caso Attesa e insulti per un nuovo trimestrale edito in Libano «Corpo»: la
rivista araba che spezza gli ultimi tabù Feticismo e sesso orale tra i temi del
primo numero Ideatrice e direttrice Joumana Haddad, 38 anni, poetessa e giornalista libanese cattolica «Era una giornata di primavera che
improvvisamente divenne molto più calda. Lei indossava dei collant di nylon con
scarpe basse leggere e, all'aumentare della temperatura, mi annunciò che non li
sopportava più. Ci allontanammo dagli sguardi curiosi, rapidamente si tolse i
collant e ricordo ancora il momento esatto in cui i suoi piedi furono denudati,
liberi dal loro involucro nero trasparente...». Così Ibrahim Farghali,
scrittore egiziano, si confessa feticista del piede in un articolo che apparirà
questa settimana sul primo numero di una rivista in lingua araba edita in
Libano. Sulla copertina nera spicca un corpo di donna avvolto in un drappo
rosso. In alto, la scritta Jasad, corpo. La «J» è disegnata come una manetta
aperta. Non è un invito al sado-maso, ma «si riferisce alla necessità di
spezzare i tabù», spiega l'ideatrice e direttrice, Joumana Haddad, 38 anni,
poetessa e giornalista libanese cattolica. Nonostante la copertina ricca di
metafore, Jasad è un tentativo di chiamare le «cose del corpo» col loro nome,
in arabo. Oggi nella lingua araba, non appena si parla di corpi, «si annega in
un mare di metafore », spiega Haddad, che parla 7 lingue, tra cui la nostra, ed
è in Italia per curare il suo primo libro di poesie in italiano, Adrenalina
(Edizioni del Leone; uscirà in primavera). «Per il pene usano la parola
colonna. Clitoride non si può dire. Per l'organo femminile ci sono più di 100
parole, tutte di letteratura, di grande bellezza. Ma non siamo abituati a
pronunciarle, solo nella nostra testa o a voce bassa. Un'amica mi ha detto:
preferisco leggerti in inglese, quando ti leggo in arabo ho paura del peso
delle parole». Sesso orale, omosessualità, cannibalismo sono tra i temi
trattati nei 50 articoli del primo numero, firmati da scrittori arabi, la
maggior parte musulmani. Jasad è un trimestrale, vietato ai minori. L'attesa è
grande. «O Signore, fa che sia in vendita in Giordania», scrive un lettore sul
sito di Al Arabiya. Sarà venduto in edicola e libreria a Beirut, inviato per
corriere in Medio Oriente e Maghreb. Gli abbonati sono centinaia. Ma ci sono
anche giudizi negativi (e insulti per Haddad). Alla fiera del libro di Beirut,
membri del partito sciita Hezbollah hanno tentato di chiudere lo stand di
Jasad. L'Arabia Saudita ha bloccato il sito web della rivista. «Ma è il paese
con il più alto numero di abbonati ». Haddad va avanti. « Jasad è una rivista
di cultura in cui si tratta del corpo, non solo nella dimensione erotica, ma
anche in quella sociale, etica e linguistica », spiega. A quella erotica è dato
molto spazio anche perché «è stata rubata agli arabi». A chi la accusa di
copiare gli occidentali, consiglia di leggere Il giardino profumato di Nafzawi
e i testi non censurati de Le mille e una notte. «E ho trovato dei testi in
arabo del secolo X e IX che farebbero arrossire lo scrittore occidentale più
osceno. La scrittura araba parlava del corpo con una bellezza e una facilità
che si è persa». Perché? «Una ragione è il potere gradualmente più grande della
religione sulla nostra vita». Non si riferisce solo all'Islam. «Sono cresciuta
in una famiglia molto tradizionalista, con un padre che se avesse immaginato
quello che avrei fatto si sarebbe buttato dal terzo piano». Ma oggi papà è al
suo fianco. Haddad Nel 2009 esce anche un suo libro in Italia Viviana Mazza
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina III - Milano è un affare
targato Cl il bilancio può attendere Subito al voto il piano per via Inganni Il
progetto è firmato dalla Urbam presieduta da Intiglietta, leader della
Compagnia delle Opere Un palazzo nel cortile della scuola, ma va approvato
entro fine anno GIUSEPPINA PIANO (segue dalla prima di Milano) è scesa in campo
anche il sindaco Moratti, a spiegare che quel «piano integrato d´intervento» di
via Inganni va approvato oggi insieme ad altri due (uno dell´Aler) altrettanto
in scadenza. Un progetto presentato da una scuola di Cl e ideato da una società
che si chiama Urbam e che è presieduta da Antonio Intiglietta, leader storico
della Compagnia delle opere. Nell´attivismo urbanistico del momento a Palazzo
Marino, firmato dall´assessore all´Urbanistica (e ciellino doc) Carlo
Masseroli, sono solo 10.568 metri quadrati in via Inganni 12. Un quasi niente
nel gigantismo cementizio promesso a Milano. Che però fermerà la maratona del
Consiglio sul bilancio. Si racconta che il ciellino Maurizio Lupi, già
assessore all´Urbanistica con Albertini e oggi vicepresidente della Camera, sia
il primo a credere nell´istituto Tommaso Moro di via Inganni, scuola paritaria
privata dall´asilo alle medie, gestita da una cooperativa e nata - parole loro
- «per iniziativa di alcuni genitori appartenenti all´esperienza scolastica di
Comunione e liberazione con l´obiettivo primario di favorire, attraverso
l´esperienza scolastica, l´educazione dei propri figli e dei giovani».
Nell´operazione immobiliare resa possibile dalla variante al Piano regolatore
la scuola resterà. Ma accanto, nel giardino dove finora si svagavano gli
studenti, ecco il palazzo residenziale di nove piani. Tutto, in quei 10mila
metri quadrati del Piano integrato d´intervento che oggi dovrà licenziare il
Consiglio, parlano di Cl e di Cdo: la scuola, i progettisti di Intiglietta, gli
sponsor politici. Ed è proprio per questo che la faccenda va di traverso a una
bella fetta dei consiglieri comunali. Più di tutti è indigesta all´ala non
ciellina di Forza Italia. E diventa paradigmatica dell´ultima guerra intestina
che attraversa il partito degli azzurri: i vari clan laici
e liberal mal sopportano il movimento del partito-nel-partito, ovvero Cl, sullo
scacchiere cruciale dell´urbanistica. E davanti all´attivismo dell´assessore Masseroli,
che a tappe forzate ha portato a casa la settimana scorsa le nuove regole che
aumentano l´edificabilità, a questo punto ci vanno con i piedi di piombo.
Dietro al blocco del progetto-Ippodromo caro a Masseroli c´è anche quella
guerra. E c´è un argine che i laici di Forza Italia vogliono contrattare prima
di dare cambiali in bianco. è cronaca del resto che la Cdo si sia ormai
lanciata nel mattone, con le sue cooperative, con i progetti di housing
sociale, con la società di progettazione Urbam presieduta da Intiglietta come
braccio armato nelle partite che contano (l´ultima realizzazione è la torre del
World Jewellery Center al Portello). Con il primo Albertini il ciellino
Maurizio Lupi conquistò l´assessorato all´Urbanistica. Il regno si è interrotto
nella seconda giunta Albertini, quando il posto toccò all´Udc Gianni Verga. Ma
con Letizia Moratti ecco che un altro ciellino, allievo del primo, è tornato
saldamente e attivamente sulla poltrona. è in questo quadro che il «Piano
integrato d´intervento» di via Inganni, che variando il Piano regolatore
permetterà di costruire dove oggi non si può, deve a tutti i costi essere
«adottato» dall´aula entro il 31 dicembre. Altrimenti, non finirebbe il suo
iter e si dovrebbe ricominciare daccapo, mettendoci un altro anno. Uno s´è già
perso. Il 22 dicembre del 2007, anche allora all´ultimo minuto, arrivò in aula
ma cadde il numero legale. Nessun voto e nessun palazzo accanto alla scuola.
L´assessore Masseroli non la prese affatto bene: «Una vigliaccata, una mazzata
mica da ridere, una dimostrazione di irresponsabilità del Pd», disse. Parlando
delle assenze dell´opposizione. Ma anche, c´è da scommetterci, sentendo puzza
di fuoco amico. Oggi ci riprova. Ha ottenuto che fosse all´ordine del giorno. E
si è scomodata il sindaco Letizia Moratti ad avvertire tutti che di inciampi,
questa volta, non se dovranno vedere.
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 42 - Cultura Una catena di
giornali radicati nel territorio. Ma uniti da una redazione nazionale Fu sua
l´intuizione che diede inizio alla straordinaria avventura del gruppo Finegil e
che portò al successo nel nostro paese la formula della stampa popolare Quella
scommessa sull´Italia delle cento patrie I quotidiani locali MARIO LENZI Alla
fine degli anni Settanta mentre "La Repubblica" si era ormai
affermata, come voce dei ceti produttivi emergenti e di quanti si sentivano impegnati nella costruzione di una società più laica
ed efficiente, l´economia italiana era segnata da una rapida evoluzione verso
il settore terziario. Si andava così imponendo un tipo di società che
privilegiava nuovi consumi, nuovi bisogni, e anche nuovi egoismi. Per superare
la barriera della diffusione - ancora ristretta in Italia ai ceti più colti e
impegnati - alcuni editori sentirono allora il bisogno di un altro
modello di giornale, non di opinione come quelli esistenti, ma di pubblico
servizio, neutro e asettico come il telefono, il treno o le poste, un giornale
che, se voleva superare la barriera della diffusione doveva essere
inevitabilmente, come si disse allora, "popolare". E tutti dettero a
quella parola "popolare" una accezione deteriore. Chi tentò quella
avventura andò incontro a un disastro editoriale. L´unico che ebbe il coraggio
di seguire un´altra strada fu Carlo Caracciolo. Egli fu l´unico a capire che
non poteva esserci, allora, in Italia un giornale popolare su base nazionale.
Non poteva esserci, perché l´Italia degli anni Settanta era (e sotto certi
aspetti è ancora) un paese che non aveva realizzato l´unità nazionale. L´Italia
non ha una capitale egemone, come è Londra per l´Inghilterra o Parigi per la
Francia. è composta da aree molto diverse, per sviluppo economico ma anche per
radici culturali. Storia e geografia hanno infatti determinato convinzioni e
codici di informazione assai differenti da città a città, che negli anni
Settanta erano molto più impermeabili di quanto siano adesso. In Italia ci sono
tante piccole patrie. Fare un giornale popolare nazionale era dunque (e lo è
ancora, anche se molte condizioni sono cambiate) una contraddizione in termini.
Il vero giornale popolare nazionale, ci insegnò Carlo Caracciolo, non è un
giornale unico, ma, date le caratteristiche del nostro Paese, un giornale fatto
di molti giornali, e dunque una catena di quotidiani locali, ciascuno con la
sua individualità, corrispondente al suo territorio, alla sua piccola patria. E
dal 1978 ci muovemmo in questa direzione. Prima di allora non era possibile
realizzare questo nuovo tipo di giornale, fatto di tante testate collegate,
perché non c´erano ancora calcolatori che colloquiavano in tempi reali. Alla
fine degli anni ?70, finalmente, l´informatica permetteva a grappoli di
calcolatori di colloquiare tra le varie testate in tempi reali - fra loro e con
una centrale unica - in modo tale da dare un´informazione generale che potesse
stare dignitosamente accanto a quella dei giornali nazionali e insieme fornisse
una informazione specifica insostituibile, come quella locale. Queste furono le
intuizioni che determinarono un grande successo. Ma questo ci fu anche perché
Carlo Caracciolo non esitò a rischiare. Capì che gli utili di bilancio
sarebbero venuti soltanto se avessimo svolto una funzione di grande rilievo
culturale e politico, come quella di dare una voce a tante comunità che non
l´avevano. Soprattutto, se avessimo fatto giornali larghi in politica e stretti
in morale. La nostra «marcia in più» fu l´indipendenza, la capacità di
esprimere gli interessi locali senza interferenze di alcun genere. Cominciammo
col "Tirreno" (1977) e col "Mattino di Padova" (1978),
seguirono "La Tribuna di Treviso" (1978), "La Provincia Pavese"
(1979), con il bisettimanale collegato "La sentinella del Canavese",
"La Nuova Sardegna" (1980), "La Nuova Venezia" (1984),
"Il Centro" di Pescara (1985), "Le gazzette di Mantova, di
Modena, di Reggio Emilia" (1988), "Il Lavoro" di Genova (1989))
che poi fu assorbito da «La Repubblica», l´"Alto Adige" (1989), con
la testate collegate "Il Trentino" e "Il Corriere delle
Alpi", "La Nuova Ferrara" (1989), "La Città» di
Salerno" (1998), "Il Messaggero Veneto" (1998) e il
"Piccolo" di Trieste (1998).
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 14 - Esteri "Muntazar l´aveva
giurato da anni voleva colpire il capo degli invasori" Nel 2007 fu rapito
da un gruppo di miliziani sciiti, lo rilasciarono una settimana dopo
"Aveva deciso di non sposarsi fino a quando l´occupazione non fosse
finita" «Muntazar ha sempre espresso il desiderio di lanciare una scarpa a
Bush. Ora finalmente ha esaudito il suo sogno» racconta la zia Umm Zaman tra
l´orgoglioso e il preoccupato. «Dal vostro inviato dalla Bagdad occupata» era
d´altronde la frase con cui Muntazar al-Zaidy chiudeva sempre i suoi servizi.
Assunto tre anni fa da al-Bagdadia, la tv che era appena stata fondata al Cairo
con capitali iracheni e chiari intenti anti-americani, il 29enne giornalista
con il poster di Che Guevara nella stanza si era fin da subito trovato
benissimo nella parte dell´oppositore degli "occupanti" statunitensi.
E anche ora, dopo il suo gesto plateale, il direttore di al Bagdadia Muzhir al
Khafaji ne parla come fosse un figlio: «è un uomo corretto e di ampie vedute,
molto orgoglioso del suo essere arabo». Ai tempi dell´università (facoltà di
giornalismo) Muntazar aveva militato nei gruppi di estrema sinistra tollerati
dal dittatore Saddam Hussein. Si era spogliato della fede sciita che le sue
origini sud-irachene gli avevano stampato sulla carta d´identità
e aveva sposato più laicamente falce e martello. «Con l´invasione americana
diventò un nazionalista convinto» racconta un collega che preferisce non
rivelare il suo nome. «E ricordo che circa sette mesi fa, di fronte a un gruppo
di colleghi, si scaldò e giurò che avrebbe preso Bush a scarpate, se gli fosse
capitata l´occasione di averlo davanti. Allora la prendemmo come una
battuta». Wad al-Tai, il collega di al-Bagdadia che domenica sera era alla
conferenza stampa con Muntazar, esclude però che il gesto fosse premeditato.
«Lo conosco bene, per me lui è più di un collega. Era un nazionalista convinto,
certo, ma la sua rabbia ha lasciato stupiti tutti, anche i suoi fratelli con
cui ho parlato oggi. Hanno visto l´episodio in tv e sono rimasti di ghiaccio.
Ora siamo estremamente preoccupati per la sua sorte, non sappiamo neanche dove
sia detenuto». Non è la prima volta che il giovane giornalista lascia col fiato
sospeso i suoi nove fra fratelli e sorelle. A novembre del 2007, mentre usciva
dalla sua casa di via Rashid, nel cuore di Bagdad, per andare al lavoro,
Muntazar fu rapito da un gruppo di miliziani sciiti che lo ributtarono una
settimana dopo, legato mani e piedi, ai bordi di una strada di periferia.
Raccontò di essere stato picchiato tanto da perdere
conoscenza. I rapitori usarono la sua cravatta per tappargli gli occhi e le
stringhe delle scarpe per legargli i polsi. «Ci ha fatto prendere un bello
spavento. Ma non posso dire che il suo comportamento sia cambiato da allora.
Agli amici offriva sempre il volto di una persona calma e in pieno controllo di
sé» prosegue Wad. «Non era sposato, ma aveva una fidanzata. Aveva abbandonato
ogni affiliazione politica e dovunque andassimo a girare i nostri servizi
eravamo accolti con calore dalla gente». Più tesi invece erano i rapporti fra
Muntazar e i soldati americani, che a gennaio arrestarono il giornalista
tenendolo in cella per un giorno. Secondo il fratello maggiore Durgham «non
avevano accuse specifiche contro di lui e si scusarono anche al momento della
liberazione». Ma se due giorni fa Zaidy ha deciso di abbandonare il suo volto
placido e il proverbiale autocontrollo, una spiegazione esiste, secondo la
sorella Umm Hanaa che ha parlato all´agenzia di notizie irachena "Aswat
al-Iraq": «A spingerlo sono state le brutalità dei soldati americani». E
prosegue Durgham: «Come tutti, nella nostra famiglia, Muntazar detestava
l´occupazione. Era convinto che Bush avesse distrutto l´Iraq e gli iracheni.
Odiava così tanto gli invasori che aveva deciso di non sposarsi fin quando
l´occupazione non fosse finita». (e. d.)
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 34 - Cultura Progetti
Passioni Mestiere crudele Fratelli A lui mi legano cinquantasei anni di vita
comune: successi e insuccess amicizie e interessi Davanti ad ogni nuovo
progetto o difficoltà, veniva spontaneo cercarlo: sapeva sempre cosa pensare La
politica e la sinistra erano l´altra passione Aveva un modo lontano e insieme
partecipe di seguirle Eravamo diversi per carattere e radici Carlo era un
principe ma non ha mai ostentato il suo rango (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
eUGENIO sCALFARI Vita professionale e vita privata, successi e insuccessi,
amicizie e inimicizie, convinzioni politiche, esperienze, interessi. Un
mestiere crudele che mi obbliga a scriverne mentre Carlo è ancora vivo e
riverso senza più conoscenza su un letto d´ospedale. Era malato da molto tempo
e aveva attraversato le avversità della malattia con una forza come raramente
accade di vedere, quasi indifferente a quanto accadeva nel suo corpo. Quattro o
cinque volte, dopo aver superato momenti di crisi che avrebbero potuto essergli
fatali, me ne raccontava gli aspetti che gli sembravano comici e ci ridevamo
insieme come ragazzi. Poco più che ragazzi eravamo quando ci conoscemmo. Fu a
Milano, autunno del 1952, nella sua abitazione in via San Damiano sul naviglio
di corso Monforte. Lui già faceva l´editore di riviste tecniche, io ero stato da poco licenziato dalla Banca Nazionale del Lavoro a
causa di irriverenti articoli pubblicati dal Mondo contro la Federconsorzi.
Carlo cercava un direttore per la sua rivista Rivoluzione industriale, pensava
che io fossi adatto a quel compito ma io rifiutai. Aveva 27 anni, io ero più
vecchio d´un anno e qualche mese. Di solito, quando debbo ricordare una persona
scomparsa, cerco di raccontare quello che so di lei evitando il vezzo diffuso e
intollerabile di raccontare se stessi, ma questa volta mi è impossibile seguire
la regola che mi sono data: le nostre due esistenze sono state così intrecciate
che ricordare uno dei due implica di ricordare anche l´altro sicché in questo
caso diventa vero il luogo comune che un pezzo della mia vita se ne va con lui
sotto la terra che ricoprirà il suo corpo o le sue ceneri. [***] Nell´ottobre
del 1955 L´espresso iniziò le sue pubblicazioni. Proprietario ed editore
Adriano Olivetti. Carlo era suo socio con il 10% delle azioni. Arrigo Benedetti
lo dirigeva, io ne ero il direttore amministrativo. Ma dopo poco più d´un anno
Adriano decise di ritirarsi da quell´impresa che aveva messo in orbita ma non
gli corrispondeva. Lasciò il grosso delle sue azioni a Caracciolo e in piccola
parte a Benedetti e a me. Fu a quel punto che la nostra amicizia diventò
fratellanza. Eppure eravamo molto diversi per carattere e per estrazione
sociale. Io venivo da una famiglia di piccola borghesia, lui era principe,
anche se non ha mai ostentato il rango di nobiltà. A tal punto che per molti
anni ho pensato che l´avesse cancellato e non gliene fosse mai importato
niente, lui giovanissimo partigiano in Val d´Ossola, lui repubblicano, lui laico pur avendo avuto parecchi cardinali in famiglia e un
paio di beati. Invece no, la sua indifferenza al titolo nobiliare era piuttosto
una maniera ma non corrispondeva alla sostanza: si sentiva principe e lo era,
il suo distacco faceva parte del costume familiare come la sua innata eleganza
nei modi e nei pensieri. La sua ironia su se stesso e sugli altri. Il
suo cinismo. La fermezza delle convinzioni. Il suo impegno civile. Fu una
curiosa figura di principe, Carlo Caracciolo di Castagneto, conte di Mileto e
altri predicati che non ricordo. Ricordo però una visita che facemmo insieme
molti anni fa al Comune di Napoli. C´erano ai lati del portone di
quell´edificio due lapidi di marmo sulle quali erano incisi i nomi dei patrioti
trucidati nel 1799, quando le bande contadine da un lato e la flotta inglese
dall´altro rioccuparono la città ribelle e giustiziarono i
"giacobini" che avevano governato la breve esistenza della repubblica
partenopea. In quell´elenco c´era il nome dell´ammiraglio Caracciolo, impiccato
da Nelson sull´albero di maestra della sua nave, e quello di Marcello Eusebio
Scotti, mio antico parente materno. Quella compresenza politica di due avi ci
sembrò un segno di destino; la mettemmo sullo scherzo come era nostra
abitudine, ma ci toccò profondamente come poi ci confessammo qualche anno dopo.
[***] Nel 1976 fondammo la Repubblica. Da tempo avere un quotidiano nazionale
che raggiungesse e magari superasse Il Corriere della Sera era il nostro sogno.
Sia Carlo che io abbiamo separatamente raccontato come cominciò
quell´avventura, come si sviluppò e come raggiunse l´obiettivo che ci eravamo
prefissato, sicché non sto a ripercorrerlo. Debbo dire però che, pur nella
diversità dei compiti e delle responsabilità che ciascuno di noi due assunse in
tutta la vicenda editoriale e giornalistica di quello che ora è il "Gruppo
Espresso-Repubblica", io non avrei potuto intraprendere nulla senza di lui
e reciprocamente lui senza di me. Ho già detto che eravamo diversi ma
interamente complementari. In certe questioni e in certi momenti lui spingeva e
io frenavo, in altre situazioni accadeva il contrario. Ma non è mai avvenuto in
mezzo secolo di sodalizio che ci fossero tra noi sentimenti di rivalità,
gelosie, invidie. Il progetto era comune e comuni gli sforzi e le
responsabilità per realizzarlo. Abbiamo rievocato pochi giorni fa la giornata
in cui firmammo l´atto costitutivo della società editrice di Repubblica con
Giorgio Mondadori e Mario Formenton nostri compagni di viaggio imprenditoriale
nella bella villa di Giorgio a Sommacampagna. Quando scegliemmo la linea della
fermezza durante i 56 giorni della prigionia di Moro nelle mani delle BR.
Quando scoppiò lo scandalo di Tangentopoli affondando la Prima repubblica e con
essa la DC, il partito socialista e gli altri minori. Quando Silvio Berlusconi
affrontò l´agone politico e cominciò un lungo conflitto tra noi e lui, che dura
tuttora: sempre ci trovammo d´accordo e sempre ci prendemmo la comune
responsabilità delle scelte. In questa lunghissima vicenda abbiamo avuto
compagni che non furono soltanto preziose presenze professionali ma amici veri
e leali. Siamo stati fortunati nei nostri incontri. Voglio dirli i nomi di
questi amici, sono sicuro che Carlo vorrebbe che siano ricordati anche se
alcuni di loro non ci sono più: Franco Alessandrini, Lio Rubini, Bruno Corbi,
Gianni Corbi, Cesare Garboli, Livio Zanetti, Carlo De Benedetti, Marco
Benedetto, Gigi Melega, Bernardo Valli, Luigi Zanda, Corrado Passera, Milvia
Fiorani, Luigi Bianchi, Ezio Mauro, Daniela Hamaui. I redattori dei nostri
giornali, delle radio, dei siti "on-line". Le segretarie
dell´azienda. Carlo ne conosceva molti, ma conosceva soprattutto lo spirito
d´appartenenza del corpo redazionale e sapeva che era quella la principale
risorsa d´un gruppo che dalle quattro stanze di via Po 12, dove la nostra
piccola storia è cominciata, conta ormai migliaia di persone e di famiglie in
tutta Italia. [***] Carlo ha avuto molti amori e qualche figlio qua e là per il
mondo. Infedele in questi suoi privati rapporti, quanto fu invece fedele nei
rapporti professionali e fermo nelle convinzioni politiche. Legato tuttavia da
profondi affetti familiari. Per la sorella Marella e il fratello Nicola e per
Ettore. Per la figlia Jacaranda. Per il nipote Filippo. Per Violante Visconti,
sua compagna per trent´anni e sua moglie fino alla morte avvenuta qualche anno
fa. Ebbe anche molti amici al di fuori dell´azienda: Carlo di Robilant, Piero
Saint Just, Nicolò Pignatelli, Emanuele De Seta. Ma il racconto della sua vita
sarebbe incompleto se omettesse il rapporto che ha avuto con Gianni Agnelli e con
i figli e nipoti di Gianni e Marella ai quali è stato
legato non solo da vincoli di sangue ma da profonda e quasi paterna amicizia.
Con Gianni c´è stata amicizia di avventure, comune passione per il rischio e
una sottile competizione e rivalità. Per molti aspetti si somigliavano:
l´eleganza, l´amore per la gara, l´amore per le donne, gli affetti familiari,
l´azienda come luogo di appartenenza e progetto di futuro. Infine la bellezza
fisica che ambedue avevano. Gianni però è stato
perseguitato da una sorta di noia esistenziale che Carlo non ha invece mai
conosciuto. La vita l´ha sempre divertito e in questo fu assai diverso dal
cognato. Ci fu tra i due un´altra intima assonanza: Carlo si sentiva principe,
Gianni si sentiva re. Tutti e due ebbero una loro piccola corte di scioperati,
di bizzarri, di buffoni, che è stata per loro una protesi della nobiltà di
sangue. [***] Negli ultimi anni i nostri incontri si erano diradati, le nostre
telefonate da pluri-quotidiane avvenivano ormai con cadenza settimanale e alle
volte anche più lunga. Ma quando un fatto privato o aziendale o pubblico di
rilievo accadeva, ci trovavamo simultaneamente con il telefono in mano per
mettere in comune pensieri, giudizi e sentimenti. Così è sempre stato, ma ora per me non sarà più e questo è il mio lamento.
Perché tu - come canta il poeta nel lamento su Ignacio SÁnchez - sei morto per
sempre. Questa canzone gli piaceva e più volte l´abbiamo citata tra noi, forse
abbiamo pensato, ma senza confessarcelo, che uno di noi due avrebbe dovuto
scrivere il suo lamento sull´altro, ma non sapevamo a chi sarebbe toccato.
"Canto la sua eleganza con parole che gemono/ e ricordo una brezza triste
negli ulivi".
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XI - Torino Il vantaggio
Motorola Molte imprese non si sono mai avventurate nella finanza creativa: una
solidità utile in questo momento Con tutto il rispetto per i dipendenti, non è
un segnale così brutto: un esperimento non andato a buon fine Vito Crosetto:
flessibilità e creatività, Torino non può fermarsi o altrimenti è perduta
Mister Praxi e la congiuntura difficile "Formidabile chance per
rinnovarsi" VERA SCHIAVAZZI Vista dalla Praxi, storica società con cuore e
cervello a Torino da quarant´anni e sedi in tutta Italia, a Monaco e a Londra,
la crisi industriale che colpisce il Piemonte potrebbe rivelarsi una
formidabile occasione di rinnovamento. Sarà perché le attività di una grande
società di consulenza come questa - che soccorre grandi e medi clienti,
pubblici e privati, aiutandoli a ridisegnare le proprie strategie di sviluppo,
di amministrazione e di controllo, di produzione e di marketing - hanno il
cambiamento e l´innovazione nel proprio Dna. O soltanto perché, come spiega
Vito Crosetto, 40 anni, seconda generazione dopo quella dei fondatori,
responsabile dei rapporti internazionali di Praxi e consigliere di
amministrazione, «il 2008 si sta concludendo positivamente per noi, e in
generale le società di consulenza vengono toccate dalle crisi con almeno sei
mesi di ritardo rispetto alle altre». Tra i clienti, l´azienda torinese elenca Bennet,
Rcs, San Paolo Imi, ma anche Telecom, Reale Mutua e
Università Cattolica. Da anni, inoltre - con 250 dipendenti e 9 sedi - Praxi si
occupa di miglioramento e sviluppo nella pubblica amministrazione e in sanità.
Crosetto, che idea si è fatto sulla capacità del ?sistema Piemonte´ di far
fronte alla crisi? «Ci sono molte aziende in questa regione che non si sono mai
avventurate nella finanza creativa, e che dunque possono affrontare
questo momento con una buona solidità. Tuttavia, si tratta di una crisi che non
è paragonabile a nessun altra e che va affrontata giorno dopo giorno con
l´atteggiamento imprenditoriale tipico dell´Italia, spingendo su flessibilità e
creatività. Torino deve continuare a rinnovarsi, se si ferma è perduta». Ma i
segnali che arrivano dai settori più innovativi non sono così incoraggianti.
Come giudica il caso Motorola? «Non così negativamente. Pur col massimo
rispetto per chi rischia di perdere il lavoro, si trattava di un´iniziativa
sperimentale che non è andata come si sperava. Guai a trarre da casi come
questo la conclusione che bisogna smettere di sperimentare. Sono stato da poco a Hong Kong, Singapore e in altre metropoli in
Estremo Oriente. Lì la crisi viene definita ?tecnica´, ma nessuno si sogna di
smettere di costruire o di progettare, si viaggia a una velocità diversa dalla
nostra. In Europa invece, soprattutto nei paesi tradizionalmente più forti e
strutturati come la Germania, basta un titolo sul giornale per bloccare tutto:
questi sono effetti psicologici, e possono essere deleteri». Quali sono le
aziende più a rischio? «In primo luogo quelle più grandi, dove è più difficile
coinvolgere tutti i dipendenti nel processo di innovazione. E naturalmente
quelle legate a settori più tradizionali, come l´automotive. Ma queste stesse
aziende avevano già mostrato agli inizi del decennio ottime capacità di
guardare altrove, di rinnovare il prodotto e di trovare nuovi mercati,
diversificando sempre di più il loro portafoglio clienti. Non possono che
continuare a farlo». In una fase come l´attuale, investire sulle risorse umane,
cercare i manager giusti, formare il personale, è ancora possibile? «Il mercato
del lavoro italiano è ancora troppo rigido, quindi rallenta qualunque processo
di selezione. Molti clienti ci chiedono di ricercare nuove figure che sarebbero
utili, poi si fermano, c´è una sorta di schizofrenia collegata alla crisi. Ma
se un imprenditore vuole traghettare la sua azienda al di là di questo momento
non può far altro che qualificare al massimo anche le risorse che ha già. In
questo senso, il momento può essere molto interessante per chi si occupa di
formazione». Il vostro risultato del 2008 cambierà le strategie future? «No. Il
fatturato di quest´anno, circa 30 milioni, ha un trend di crescita in linea con
gli anni precedenti. Per noi è importante restare una società di consulenza
indipendente: solo chi lavora all´interno di Praxi può essere nostro azionista,
si tratta di una garanzia molto importante per i clienti che si rivolgono a noi
quando devono affrontare fusioni o valorizzare marchi e patrimonio immobiliare.
Continueremo, anche noi, ad aprirci a nuovi mercati e a lavorare sempre di più
con i mercati più veloci e effervescenti».
( da "Repubblica,
La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina X - Napoli SEGNALI DI FUMO
PER I CITTADINI ENRICA MORLICCHIO A ll´aggravamento delle forme più tradizionali
di povertà familiare si aggiunge un aumento preoccupante del numero di persone
che vivono per strada andando incontro, come è accaduto soltanto una settimana
fa, alla morte per denutrizione e assideramento. Quest´ultima area ? l´area
della marginalità e della povertà estrema ? si è arricchita di recente di nuovi
soggetti, come donne immigrate arrivate a Napoli come "badanti" che,
in seguito alla morte della persona anziana, si trovano di colpo senza lavoro e
senza possibilità di soggiorno regolare, donne anziane sole che, ciabatte ai
piedi, si vedono di frequente frugare nell´immondizia in cerca di qualche
avanzo di cibo, e giovani provenienti dai paesi dell´ex blocco sovietico
occupati in lavori ultra-precari (come il lavaggio dei vetri o dei fanali delle
auto) con problemi di alcolismo. Le esperienze di intervento per contrastare la
povertà a Napoli sono state del tutto insufficienti rispetto alle dimensioni
del fenomeno e alla sua composizione. Sia per difficoltà oggettive sia per la
scarsa volontà, gli interventi hanno avuto una portata limitata nel tempo e
nella entità dei benefici. Rispetto a ciò a poco serve la solidarietà
familiare. Essa è stata fino ad oggi senza dubbio un importante freno alle
derive individuali, ma con il venire meno delle condizioni che hanno reso
possibile in passato l´esercizio della solidarietà (come la presenza di almeno
un reddito stabile in famiglia o l´apporto di spezzoni di redditi da lavoro
irregolare) si assiste oggi ad un sovraccarico di richieste che la famiglia non
è più in grado di sostenere. E purtroppo, sempre più di frequente, registro
nella mia esperienza di ricerca presso l´università Federico II il ruolo del
"welfare della camorra": le famiglie povere che, trovandosi con le
spalle al muro, accettano questa forma di aiuto imboccano un percorso senza
possibilità di ritorno. è tutta qui la questione morale a Napoli. Nella
sproporzione tra obiettivi che un governo di sinistra dovrebbe porsi e realtà
concreta. E tale sproporzione è tanto più grave quando si tratta di garantire
risorse minime per la sopravvivenza. Certo non è una soluzione il reddito di
cittadinanza (in realtà, altro che cittadinanza!) attribuito solo a poco più
del 10% degli aventi diritto (e che non si vorrebbe neppure rifinanziare). Ma, nelle
scelte di bilancio, questi temi non sono prioritari. E il dibattito politico si
immiserisce nelle previsioni della capacità di resistere nell´occupazione dei
posti di potere. Quando, in occasione delle ultime elezioni, qualcuno ha
tentato di cambiare registro, è stato circondato di gelo, a volte di sprezzante ironia. Poi i fatti
hanno drammaticamente smentito certezze autoreferenziali. Perciò, partendo dai
nostri svariati luoghi di lavoro, dalla esperienze di volontariato laico e
cattolico, senza preclusioni ideologiche (cercando soltanto di distinguere le
persone realmente motivate da quelle in cerca di celebrità) abbiamo
cercato di proporre un percorso nuovo. Abbiamo pensato che stavamo diventando
una sorta di riserva indiana cittadina e abbiamo cominciato a lanciare segnali
di fumo. Qualcuno asserragliato in altre riserve ci ha risposto. Contiamo di
non subire la sorte dei nativi americani. Per questo, ci incontreremo
nell´assemblea pubblica che si tiene oggi, nella Galleria Toledo, alle 16.30.
Sul tema: "Segnali di fumo per una cittadinanza attiva e
responsabile".
( da "Manifesto,
Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Parole ILLUSTRATE - NUOVE FIABE A
COLORI PER BAMBINI SMALIZIATI Tra i timori per gli effetti della crisi e le
previsioni ottimiste di chi è convinto che la letteratura per l'infanzia
«terrà», le novità natalizie destinate ai bambini comprendono tanti titoli che
si rivolgono con umorismo e serietà ai giovanissimi lettori Francesca Lazzarato
Anche se nel suo catalogo ci sono l'intero ciclo di Harry Potter e del nuovo e
già stravenduto Le fiabe di Beda il Bardo di J.K.Rowling (Salani, pp. 128, euro
10), Scholastic è stato il primo editore americano per
ragazzi a prendere delle misure anti crisi, prepensionando centodieci dei suoi
quasi diecimila dipendenti e annunciando che il «carico salariale» dovrà essere
ulteriormente alleggerito. E non basteranno certo le vendite natalizie, si
dice, a rendere meno pesante la situazione. Gli editori europei per l'infanzia,
invece, sembrano per ora soddisfatti dell'andamento di un Natale che per quanto
li riguarda ancora non registra flessioni significative. La previsione generale
(forse un tantino troppo ottimista, a dire di un esperto come Roberto Denti
della Libreria dei Ragazzi di Milano) è che i libri per bambini siano destinati
a «tenere», e c'è chi si avventura a ipotizzare possibili cambiamenti di
scenario. Per esempio una maggiore attenzione per il catalogo, da gestire con
saggezza invece di mandarlo al macero ogni due anni. Oppure un ritorno
dell'economico per eccellenza, il tascabile, ormai quasi completamente
soppiantato da altri più redditizi e visibili, imposti anche dall'accorciarsi
delle distanze tra editoria per «grandi» e per «giovani adulti», nuovo target
un po' inventato, ibrido e oscillante, che attira l'attenzione tanto degli
editori specializzati in juvenile quanto di quelli tradizionalmente estranei al
settore, che oggi, che tra i vampiri della Meyer e le terrificanti «mocciate»
annuali, raccolgono i frutti più succosi del mercato adolescenziale. Fulminee
associazioni A dirsi fiduciosi nel futuro sono in primo luogo gli editori
francesi che, confortati dalle buone vendite fatte in novembre al Salone del
libro per l'infanzia di Montreuil, dubitano addirittura della necessità di
privilegiare i libri a basso costo: una misura che finirebbe per penalizzare la
creatività, dicono, perché la produzione più innovativa e meno «corrente» ne
potrebbe soffrire. Ma il modo di non superare prezzi che comporterebbero la
rinuncia all'acquisto lo si trova sempre, e il più semplice è quello di
ricorrere alle coedizioni, come nel caso dello spettacoloso Immaginario di
Blexbolex, noto fumettista francese che si cimenta spesso nell'illustrazione
per l'infanzia. Pubblicato in Francia da Albin Michel e in Italia da Orecchio
Acerbo, Immaginario (euro 15,90) è un librone con la copertina cartonata che propone
grandi immagini a colori e mette a confronto figure, gesti, silhouette: la
sarta e il fachiro (entrambi consumatori di spilli e spilloni), la dea e la
schiava, il taglialegna e il boia. Utile per imparare a collegare immagini e
parole, ma soprattutto a «vedere» il mondo e a interpretarlo attraverso
fulminee e imprevedibili associazioni, è uno dei libri più belli di questo
Natale. Un altro esempio di provvidenziale coedizione è ABC3D di Marion
Bataille Sempre di Albin Michel, editore italiano Corraini, euro 15), un
abbecedario pop up in bianco, rosso e nero di una tale originalità e perfezione
che in Francia è diventato un successo da ventimila copie. Fabbricato a mano
dall'autrice in trecento esemplari venduti a 845 euro ciascuno (la New York
Public Library ne ha comprato uno), è stato poi
affidato agli artigiani cinesi che hanno confezionato duecentomila pezzi per
gli otto paesi in cui è in vendita (negli Stati Uniti è ai primi posti della
classifica del «NY Times»). Clamorosamente bello è anche Garuda e la ruota del
destino di Raja Mohanty e Sirish Rao, con illustrazioni di Radhashyam Raut
serigrafate a mano dall'ormai celebre Tara Press, che vicino a Madras
confeziona libri hand made (euro 18). È l'Ippocampo, editore genovese
specializzato in libri illustrati per grandi e piccoli, a pubblicare questa
fiaba mitologica (Garuda è l'aquila del dio Vishnu, che vuole salvare dalla
morte un uccellino) raccontato da un testo semplicissimo adatto a bambini dai
sei anni in su, e da immagini abbaglianti nello stile tradizionale Patachitra,
tipico dell'India orientale, Con stoffa e ricami Franco-cinese è Io e Mao di
Chen Jian Hong, (Babalibri, pp. 80, euro 22, l'editore francese è l'Ecole des
loisirs) nato nel nord della Cina nel 1963 e da anni residente a Parigi, che in
questo libro dalle splendide e minuziose illustrazioni racconta la sua infanzia
durante la Rivoluzione Culturale, tra guardie rosse e immensi ritratti di Mao:
un decennio durissimo visto con gli occhi di un bambino, ma raccontato con
l'inchiostro e con i colori di un artista fuori del comune, capace di mettere
tecniche tradizionali al servizio del presente. Autore, editore e illustratrice
italiani, invece, per La creazione (Gallucci, euro 13), albo illustrato in cui
i collage creati con stoffa e ricami da Cristina Lastrego fanno da contrappunto
raffinato alla lunga filastrocca di Carlo Fruttero su come sono nati il cosmo e
il nostro mondo. Solo che è davvero riduttivo chiamare filastrocca questa fiaba
filosofica in forma di poesia, scritta da qualcuno che prende sul serio i
propri lettori e si rifiuta di bamboleggiare e indulgere a semplificazioni,
evocando immagini suggestive in una forma perfetta e sapiente, con raro
umorismo e, una volta tanto, con spirito impavidamente
laico. I bambini si meritano libri così, peccato che siano pochi gli adulti
capaci di rendersene conto. Tra questi ultimi c'è, per fortuna, anche Stefano
Benni, autore di un racconto intitolato Miss Galassia (Orecchio Acerbo, euro
13,50) che la giovane catalana Luci Gutierrez ha illustrato nel migliore dei
modi possibili. Testo e immagini raccontano di un concorso di bellezza
su un pianeta dove tutti sono in preda all'ossessione di restare giovani in
eterno. E dunque via con chirurgia estetica, trapianti di capelli, ceroni e
abbronzature... apparire vecchi è un delitto, e chi lo commette rischia di
essere rinchiuso in un apposito penitenziario per nonni. Una volta l'anno, poi,
sul pianeta Vanesium si elegge Miss Galassia, e la sfilata dei concorrenti
disegna una serie di tipi non così improbabili come potrebbero sembrare (per lo
meno agli occhi di chi guarda abitualmente i reality show). Ma a vincere sarà
una bellezza invisibile, che si può soltanto immaginare... Una fiaba
sull'intangibile forza dell'immaginazione, umoristica e poetica al tempo
stesso. Lupi ammaliatori Proprio come umoristico e poetico è Il mio mondo a
testa in giù (il Castoro, pp. 102, euro 12,50, illustrazioni di Silvia Bonann),
un piccolo libro di brevissimi racconti per lettori di almeno otto anni che
sovvertono la prospettiva con cui guardiamo ai gesti e ai sentimenti
quotidiani, fornendoci il punto di vista di bambini e bambine tremendamente
smaliziati e comunque vicini a una realtà diversa da quella che vedono gli
adulti: ridicola, o tenebrosa, o inquietante, o buffa, ma comunque «altra».
Perché i bambini sanno che le cose, in realtà, non stanno quasi mai come dicono
gli adulti, e ogni tanto si prendono la briga di ricordarcelo, per bocca di
qualcuno che come Friot non ha perso la memoria. Anche Kveta Pakovska, grandissima
illustratrice ceca (forse una delle più importanti e illustri dei nostri
giorni) deve avere un'ottima memoria: il suo Cappuccetto Rosso (Nord Sud, euro
14,90) porta infatti le tracce della vivida impressione che questa storia
crudele e sempre amata lascia nei bambini che la ascoltano per la prima volta.
Un albo illustrato prezioso, a colori violenti, basato su forti contrasti e
attraversato da un lupo ammaliatore, che conferma la potenza della fiaba
antica, rinnovandola in maniera prodigiosa. Un prezioso recupero E infine un
libro legato anch'esso alla memoria, perché rappresenta un prezioso recupero e
ci fa presente quanto sia opportuno, a volte, guardarsi indietro in cerca di
soluzioni originali: Il libro esplosivo di Peter Newell (Orecchio Acerbo, euro
14), uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel lontano 1912, viene
proposto ai bambini di oggi nella deliziosa traduzione italiana di Marco
Graziosi. Un minuscolo foro al centro della pagina ci guida attraverso i
ventuno piani di un edificio perforato dal volo implacabile di un razzo che
parte dalla cantina e si lascia dietro stupore, incredulità e piccoli incidenti
domestici. Dopo il successo del Libro sbilenco, dello stesso autore, questo
nuovo tuffo nel passato ci fa sperare che un giorno possa venir pubblicata
anche in Italia l'edizione di Alice in Wonderland illustrata da Newell (1901)
che per noi resta ancora un capolavoro sconosciuto.
( da "Foglio,
Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'
16 dicembre 2008 Insensibilità
etica Le ragioni di Possenti lette e criticate da Baget Bozzo, Ippolito,
Pessina, D'Agostino e Antonio Livi E? davvero finito l?eccezionalismo italiano
sui temi bioetici? Davvero si è aperta una fase nuova nel modo di affrontare e
governare quei temi da parte della chiesa cattolica? Una fase più timida e
cacofonica, rispetto alla stagione che portò alla vittoriosa difesa della legge
40 e poi al Family day? E? soprattutto l?apertura del fronte sulla legge di
fine vita, che fa contare molte dissonanze dove prima c?era (apparente?)
uniformità, e anche l?intervento del filosofo Vittorio Possenti, sul Foglio di
domenica, rientra in questo cambio di stagione. La storica Lucetta Scaraffia,
dalle colonne dell?Osservatore romano, a metà novembre, aveva scritto che, sul
caso Englaro, aveva l?impressione che “la voce del pensiero cattolico” fosse
stata “poco ascoltata, come se le ragioni che portava a favore della vita di
Eluana non fossero abbastanza convincenti”. Al Foglio, ribadisce che “non è stato calato abbastanza nel caso specifico e negli
interrogativi specifici che quella vicenda pone, il principio della difesa
della vita alla quale, giustamente, la chiesa non rinuncia”. Ma Scaraffia vede
le diversità in casa cattolica sui temi bioetici “come un fatto molto positivo.
Significa che i cattolici pensano e discutono, che non
accettano soluzioni dogmaticamente calate dall?alto. Detto questo, sono
d?accordo con Possenti quando mette in guardia dallo strapotere della scienza e
quando insiste sulla possibilità di rifiutare le cure. Non lo seguo, invece,
quando parla della disponibilità della propria vita . E? un?idea socialmente
pericolosa, impossibile per un cattolico ma minacciosa
anche per i laici. Ma una legge sul fine vita è diventata necessaria dopo le
sentenze sul caso Englaro, che hanno costruito un monstrum giuriudico”. Il
sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, già portavoce del Family day e
autrice con Assuntina Morresi di un pamphlet contro la Ru486 (“La
favola dell?aborto facile”), non vede, ora, divisioni tra cattolici
più marcate di quelle che “per esempio, già abbiamo sperimentato all?epoca
della battaglia sulla legge 40. I cattolici di sinistra
sono andati a votare contro quella legge. Oggi è cambiato il dibattito, ma il
dibattito, nel mondo cattolico, c?è sempre stato. E
non vedo cedimenti nei confronti della postmodernità, solo un dibattito su come
fronteggiarla”. Roccella ricorda che “della necessità di una legge sul fine
vita parlavano Francesco D?Agostino e monsignor Sgreccia nel 2005. La stessa
legge 40 è una legge di compromesso, non cattolica”. E a chi vede nel prossimo
arrivo della Ru486 una delle prove di un fronte allo sbando, Roccella replica
che “la prima fase dell?iter di adozione, vale a dire la
valutazione-scientifica, si è conclusa all?epoca del governo Prodi: è
impossibile ritornare indietro. Ma interverrò su quello che resta: le modalità
di somministrazione e la compatibilità con la 194. E non rinuncio né a dire che
la Ru486 ha enormi lati oscuri dal punto di vista scientifico, né che l?aborto
privatizzato non mi piace”. Forse siamo all?insensibilità etica. Finita l?epoca
in cui gli italiani boicottarono il referendum sulla fecondazione assistita,
approvando la scelta del Parlamento, la “svolta radicale” di Vittorio Possenti,
il filosofo membro del Comitato nazionale di bioetica che distingue in fatto di
indisponibilità della vita, lascia molti perplessi. “Mi meraviglia che un cattolico
come lui sostenga che l?indisponibilità della vita valga solo per i credenti”
dice don Gianni Baget Bozzo. “Evidentemente ha abbandonato la logica tomista”.
E pure Benedetto Ippolito, studioso della scolastica, è perplesso: “Possenti
riconosce i presupposti comuni all?orizzonte cattolica, ma davanti alla paura
del dolore o all?incedere della morte pare dire non valgono più. Prevale
l?autodeterminazione personale”. Meno severo l?ex presidente del Comitato
nazionale di bioetica, Francesco D?Agostino, che distingue tra teoria e
bioetica, mentre il teologo Antonio Livi biasima “la scarsità di convinzione
dei politici cattolici che rinunciano al diritto
naturale” e Adriano Pessina, che insegna Filosofia morale e dirige il Centro di
Ateneo di Bioetica alla Cattolica di Milano conclude: “Niente di rivoluzionario
nelle affermazioni di Vittorio Possenti: è il solito modello di mediazione
politica, che trascura le questioni etiche fondamentali”. “Possenti mette
insieme questioni eterogenee e ci fa la solita lezioncina retorica sulla
tecnica”, continua severo Pessina, che non è nuovo alle riserve verso
l?ingegnere studioso di Maritain, promosso filosofo da Adriano Bausola. “Come
al solito dimostra di essere approssimativo sulle questioni bioetiche (con le
solite frasi insensate sulla morte artificiale, che sembra l?eco della morte
sociale). Altre tesi sono assolutamente condivisibili come il rifiuto
dell?accanimento terapeutico e la centralità del paziente.
Sull?indisponibilità, però, c?è un equivoco di fondo; la vita non è un
attributo dell?uomo, è un modo di essere: un conto è dire che una persona possa
decidere di se stessa, un altro stabilire quando questa decisione è moralmente
legittima”. Il decano della facoltà di Filosofia alla Lateranense, don Antonio
Livi, distingue tra il magistero ecclesiastico, “che fornisce un criterio
morale, ispirato al 90 per cento al diritto naturale, senza distinzioni tra chi
crede in Cristo e chi non crede”, e la funzione polica della chiesa, “soggetta
alla politica, dunque all?arte del possibile, e quindi ispirata a un giudizio
prudenziale, non garantito dall?infallibilità che riguarda il ministero”. Ma
sulla “svolta radicale” don Livi è severo: “Possenti distingue ciò che la legge
dovrebbe fare per quanto riguarda la coscienza dei cattolici
e per quanto riguarda la coscienza degli altri. La legge però non riguarda la
coscienza, ma ciò che lo stato può o non può
autorizzare. E lo stato non può emanare una legge che
vada contro il diritto naturale, che ne vìoli i principi, e non tuteli il bene
comune. Quella di Possenti, dunque, è una distinzione assurda. Non si può dire
la vita è indisponibile per i credenti, ma non lo è per gli atei: è come
ragionare in nome di una confessione religiosa, e ledere la dignità della
persona, tant?è vero che un islamico qui in Italia non può ammazzare la figlia
perché si mette la minigonna. I cristiani distinguono tra politica e religione:
il Vangelo non abroga la legge naturale, ma l?illumina; e in politica vale solo
ciò che la ragione umana capisce come una soluzione giusta”. Pure Aristotele e
Plotino per l?indisponibilità Anche Baget Bozzo è sensibile su questo punto:
“Il cristiano è legato a un?etica, non a una legge. La fede cristiana ritiene
di praticare la legge morale come morale universale; pensa che sia eguale per
tutti gli uomini, non pensa che la fede abbia un obbligo particolare circa la
vita e la morte. Non ha un rapporto diverso con la morte”. E anche l?altro
argomento di Possenti, che critica il principio dell?indisponibilità della vita
citando la condanna a morte comminata ai criminali o il potere dello stato di mandare a morire i cittadini in guerra, non lo
convince: “Si tratta di una fattispecie ben diversa rispetto alla tutela di una
vita innocente, o al rischio di morire per difendere il bene comune. Nei due
casi c?è un fatto che determina la possibilità: la colpa grave, la difesa della
patria, della società, della famiglia. Nel caso di Possenti, invece non ci
sarebbe alcun fatto, ma una semplice possibilità”. Pure Francesco D?Agostino,
che è un giurista, respinge la distinzione tra atei e credenti, citando
l?avversione al suicidio che accomuna il precristiano Aristotele e
l?anticristiano Plotino. “La vita è considerata un dono di Dio e disprezzarla
equivale a disprezzare Dio: le religioni che proclamano l?indisponibilità della
vita vedono in esso una manifestazione della volontà creatrice di Dio che va
rispettata”. Eppure atei e agnostici oggi pensano in termine di
autodeterminazione del soggetto. Difficile contare sulla volontà di Dio e la
creazione. “Certo, risponde D?Agostino, e per questo il problema urgente non è
la metafisica, ma la bioetica, la gestione pubblica della fine della vita che
non va appiattita col dilemma filosofico della libertà del suicidio. Rendere
disponibile la vita apre lacerazioni insanabili, come la soppressione di
bambini malformati e l?eutanasia geriatrica. L?enorme complessità delle terapie
giustifica solo la possibilità che il paziente le rifiuti in modo consapevole
con dichiarazioni anticipate, lasciando al medico la facoltà di valutare se
applicarle o no”. Leggi "La ritirata non strategica sulla vita finirà
male. Molto male" di Giuliano Ferrara di Marina Valensise
( da "Foglio,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
17 dicembre 2008 C'è un ministro,
qualcosa si può fare Sacconi impugna l'eutanasia ospedaliera, la Lombardia resiste
alla Ru486 Qualcosa dunque si può fare contro l?imbarbarimento manipolatorio e
il disprezzo della vita umana. La mobilitazione dell?opinione serve. Non è
detto che si debba inseguire la cultura mortifera delle norme eutanasiche dette
“testamento biologico”. Un ministro coraggioso lo si è finalmente trovato.
Avevamo avvertito che la vita umana, in entrata e in uscita, è sottoposta a
tensioni manipolatorie fortissime. Ci risiamo infatti, a un anno dalla proposta
di moratoria per l?aborto. E? in atto da ieri il tentativo di linciaggio del
ministro Maurizio Sacconi, un politico responsabile ed esperto, di cultura socialista e radici laiche, che ha avuto il coraggio
di stabilire con un atto esecutivo che in nessuna struttura ospedaliera
italiana, pubblica o privata, è autorizzata la eliminazione per fame e sete di
persone in stato vegetativo
persistente, e questo tanto in nome di orientamenti del Comitato nazionale di
bioetica quanto, e ancora di più, in ragione della Convenzione
internazionale in difesa dei disabili. Il potere esecutivo deve tutelare la
vita minacciata e dichiarare illegale ogni pratica eutanasica. Non basta la
sentenza ad personam di una Corte civile d?appello per togliere la vita a un
disabile. Hanno il coraggio di dichiarare crudele questo atto di governo
emanato in nome della legge e della pietà pubblica gli stessi che applaudono
all?introduzione in Italia della pillola Ru486 per l?aborto domestico. La
pillola Ru486 è, quella sì, veramente un abominio. E le conseguenze della sua
introduzione anche in Italia saranno abominevoli. Non si trovano altre parole,
ed è ragione di soddisfazione civile che la mobilitazione della Regione
Lombardia e di altri operatori interni al processo abbia intanto rinviato la
dichiarazione di resa che sembrava l?unica strada percorribile per il governo
Berlusconi. Sapete bene di che si tratta. Emile-Etienne Beaulieu, un elegante
medico e ricercatore francese che ha anche promesso alle donne di
commercializzare un mirabile ormone della giovinezza, quasi trent?anni fa ha
messo a punto una pillola di mifepristone (tecnicamente uno steroide
sintetico). Questo ormone agisce come un veleno, uccide il nucleo di bambino
concepito nel seno di una donna e poi, con l?aiuto di prostaglandine, ne
provoca l?espulsione emorragica. La pillola Ru486 è un metodo abortivo
doloroso, contrario alla legge 194/1978 che prescrive la possibilità di
abortire solo in strutture sanitarie pubbliche, e ha un impatto culturale e
simbolico, psichico e fisico, devastante. E? lo strumento che assolve
ulteriormente il maschio da ogni imbarazzante coinvolgimento, deresponsabilizza
il sistema medico e svuota di senso il filtro sociale che la legge prescrive
prima della decisione abortiva (per scongiurarla), e riduce di nuovo la donna
ad espellere il frutto del concepimento tra le pareti domestiche, in
solitudine, in una sostanziale clandestinità. Il fatto che faccia risparmiare
soldi allo stato e arricchisca chi la produce e la
commercializza sarebbe una buona notizia, se non fosse contraddetto dalla funesta
serie di cattive notizie che quella pillola porta con sé.
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 1 - Prima Pagina La storia
Scontro in Francia, all´Eliseo si oppongono vescovi e socialisti L´ultima
battaglia di Sarkò "Lavorate anche la domenica" FRANCESCO MERLO La
falce e l´aspersorio contro il presidente laico. La
nomenklatura del sempre più vecchio partito socialista francese si è alleata
con le gerarchie cattoliche e protestanti e ha dichiarato guerra a Nicolas
Sarkozy che vuole liberare la domenica, ridare una vita alle città spettrali
del fine settimana, permettere anche ai commercianti francesi di lavorare di
più e, come aveva promesso in campagna elettorale, di guadagnare di più.
SEGUE A PAGINA 31
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 1 -
Prima Pagina La polemica Leggi razziali, Fini denuncia il silenzio della Chiesa
MIRIAM MAFAI "Padre Santo! Come figlia del popolo ebraico, che per grazia
di Dio è da 11 anni figlia della Chiesa Cattolica, ardisco esprimere al Padre
della cristianità ciò che preoccupa milioni di tedeschi...". SEGUE A
PAGINA 30
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 35 - Commenti L´ULTIMA BATTAGLIA
DI SARKò (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Il presidente ha dunque ordinato alla
Camera dei deputati di iniziare oggi la discussione di un progetto di legge
sull´apertura dei negozi di domenica che in sostanza è molto simile a quello in
vigore nella cattolicissima Italia. Ma, come capita
spesso, e in Francia più che altrove, il pretesto della legge ha liberato e
scatenato dilemmi filosofici impensabili, roba da far impallidire il
bizantinismo italiano. E tuttavia qui non si tratta di chiacchiera organizzata,
alla Bruno Vespa. Qui davvero si moltiplicano gli appassionati blog di
resistenza al consumismo e, dall´altro lato, gli appelli alla laboriosità ma
anche all´arrichez-vous. E già ci sono in libreria una ventina di instant book
perché in Francia c´è ancora il libro davanti e dietro ad ogni polemica.
Insomma tutti corrono al dibattito e le tifoserie si accendono. Se infatti la
struttura psico-caratteriale degli italiani è quella di un popolo che canta e
che celebra i festival della canzone e l´eroismo dei cantanti, quella dei
francesi è invece una smania collettiva da filosofi, tutti Voltaire e
Montesquieu, tutti pronti al pensiero spettinato e alla conversazione
peripatetica. Tutti discussants. Sembrano loro i veri intellettuali della Magna
Grecia. C´è dunque una grande e apparentemente spropositata attesa per la
sessione parlamentare di oggi. La domenica con i negozi aperti è insomma
diventata sui giornali e nelle prediche, per radio e nei bar, una faccenda
essenziale come una questione settecentesca o una disputa medievale, come
quelle tra Erasmo e Calvino, come quelle tra Marx e Bakunin. E cominciamo
dall´arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois, cardinale e abilissimo presidente
dei vescovi di Francia, che non ha la faccia grifagna e il naso a cacciavite
che qualche volta hanno certi biliosi esponenti dell´attuale clero romano, ma
si è presentato in televisione, tollerante e colto come sono per esempio i
preti della provincia italiana, e ha fatto appello non ai credenti, non ai
soldati di Dio che difendono già la santificazione del giorno della Messa, ma
proprio alla sinistra e alle persone che ? ha detto ? hanno dei valori: «Il
presidente Sarkozy ha lanciato lo slogan "travailler plus pour gagner
plus", ma io vi chiedo: gagner plus deve davvero diventare lo scopo
principale dell´esistenza?». Il cardinale non ha
probabilmente conquistato
tutti i francesi cattolici
e laici, ma ha invece affascinato e convinto i vertici socialisti, guidati da
quella Martine Aubry che è anche sindaco di Lilla, una delle quattro città con
Parigi, Marsiglia e Lione che Sarkozy fortissimamente vuole «belle e felici
anche la domenica». Dunque vescovi e dirigenti socialisti, con una parte
dei verdi e degli ambientalisti e con qualche letterato engagé, da circa un
mese non perdono occasione per scagliarsi, anche loro in forma dottrinaria e
speculativa, contro l´idea dell´arricchimento. E sia l´associazione delle
famiglie cattoliche con le sue trecento sezioni sia le parrocchie delle grandi
città predicano l´austerità, «l´austerità solitaria dell´orchidea» dice un
bizzarro slogan di un sito dall´aria no global mentre il settimanale cattolico
"La vie" ha invitato ciascun lettore a mandare una lettera al
deputato del proprio territorio per impegnarlo nella difesa del giorno del
Signore. E dunque immaginano la domenica di Sarkozy come il giorno delle
cattive azioni, commesse, per gli uni, contro Dio e, per gli altri, contro i
diritti dei lavoratori. Insieme pensano infatti che vendere e consumare siano
atti delittuosi e riprovevoli. E Sarkozy ha dovuto persino affrontare e domare
una fronda interna al suo partito facendo qualche concessione al gradualismo.
Ma la sostanza della proposta di legge non cambia anche se la discussione con i
frondisti della sua maggioranza è stata aspra. Il presidente, che li ha
incontrati domenica (sarà un caso?) ha detto loro che non si aspettava di
trovare anche in casa propria tanti piccoli teorici del pensiero negativo e
della scuola di Francoforte, e ha poi ricordato ai cristiani che anch´egli è
credente ma che, per lui, «la miglior forma di celebrare Dio è lavorare». Lo
avevano scoperto i monaci che dicevano "ora et labora", e lo capirono
i cristiani quando, contrapponendosi alla civiltà classica, cominciarono a
sostituire all´otium come valore, la sua negazione, il negotium (ma
"apertum" e non "clausum"). Per la verità anche tra i
cristiani c´è chi crede che Dio abbia nella domenica il suo giorno speciale e
chi invece pensa che siano giorni del Dominus tutti i giorni e tutte le notti,
vale a dire l´eternità. Allo stesso modo c´è un´antica sinistra che pensa che
lavorare sia una dannazione, la reificazione di Marx, una terribile disgrazia.
Ma una sinistra più moderna (e più laica) crede invece che la sola disgrazia
sia la disoccupazione e che il lavoro sia una fortuna da difendere e da
incrementare; che l´uomo sia la sua capacità di lavoro e che lavorare
significhi mettersi al servizio degli altri. E tutti, anche i cristiani più
accesi, sanno che si lavora anche per rendere gradevole il dono della vita, e
dunque per conquistare agi, per guadagnare e per consumare, che significa
accedere alla bellezza, ai quadri, alla cura di sé e del proprio abito? E le
città ? ha fatto notare Sarkozy ai deputati dell´Ump ? sarebbero migliori «se
non fossero collassate nei primi cinque giorni della settimana, e negli ultimi
due abitate dai fantasmi e dai matti». Si trasferisce dunque oggi nel
Parlamento di Francia uno straordinario dibattito non sul giorno del Signore ma
sull´arricchimento e sembra di rivedere, in dolce parodia, lo scontro tra
Bucharin che invitava i contadini sovietici ad arricchirsi e Stalin che fece
uccidere lui tutti gli arricchiti. Ecco: con metodi molto meno spicci, Sarkozy,
che vuole aprire i negozi la domenica, è trattato come il capo dei kulaki
francesi.
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XII - Bologna Accendi il
cellulare, sei in linea con le Due Torri "Bologna la selva turrita" è
un´idea promossa dalla Fondazione del Monte Chiunque passi in piazza Ravegnana
attivando il bluetooth può sentirne la storia FRANCESCA PARISINI antiche di
nove secoli eppure così tecnologiche. Le Due Torri da oggi si raccontano via
bluetooth a chiunque passi nella loro ombra: basta avere un telefonino
cellulare, accendere la funzione di comunicazione tramite blootooth, accettare
la richiesta che arriverà sul vostro apparecchio se passeggiate nei dintorni di
piazza Ravegnana ed accedere così a una serie di informazioni sul restauro
delle due torri più famose della città. Il progetto, che prende il nome di
«Bologna la selva turrita» ed è stato ideato dal
laboratorio «Articolture», è stato presentato ieri in
Comune dal sindaco Cofferati e da Marco Cammelli, presidente della Fondazione
del Monte che, grazie a un finanziamento di 1,8 milioni di euro, ha permesso il
lavoro di monitoraggio e restauro della Garisenda e della Asinelli. Al momento
i contenuti si limitano al logo dell´iniziativa, ma - assicurano gli
organizzatori - con il passare delle settimane non mancheranno di arricchirsi.
Le attitudini tecnologiche dei due simboli della città («A proposito - si
chiede il sindaco - ma qual è il loro fronte principale, da via Rizzoli o da
San Vitale?») non finiscono qui. Collegandosi al sito
www.bolognalaselvaturrita.it è possibile scaricare un file mp3 da caricare sul
proprio lettore portatile o sul telefonino. Il podcast è costituito da una
«visita guidata» alle Due Torri, raccontate dalla voce di Luigi Lepri,
scrittore e studioso del dialetto bolognese, il cui sguardo si allarga man mano
all´orizzonte delle altre torri superstiti tra le tante che scandivano in
passato lo skyline cittadino. è prevista anche una traduzione in inglese,
magari con un accento vagamente petroniano. E se la parola scritta continua a
mantenere il suo fascino nonostante le insidie della tecnologia, il terzo
intervento del progetto «Bologna la selva turrita» è stato
affidato a Stefano Bartezzaghi, enigmista, scrittore ludolinguista che sui
pannelli di legno che attualmente ricoprono il cantiere delle Due Torri ha
tracciato un fraseggio che dalla parola «torre» giunge al suo plurale «torri»
passando attraverso un intreccio di giochi linguistici ed assonanze. Si va da
«torrefazione», ovvero «organizzazione settaria raccolta attorno a una torre
comunale; equivalente laico di campanilismo» a «torrido»,
cioè «l´abisso che si scorge dalla sommità di una torre», oppure «torrione»,
leggasi «quartiere all´ombra delle torri». Intanto sulla Garisenda e
sull´Asinelli si sta lavorando per fissare un sistema di monitoraggio esaustivo
(l´ultimo rilevamento a piombo della loro pendenza è del 1912) e per il
restauro e consolidamento dell´Asinelli che verrà terminato entro la fine del
2009. «Nell´immaginario collettivo le torri sono il simbolo della città, oltre
che un monumento bellissimo», ha detto il sindaco Cofferati. A parte il
cantiere ai loro piedi, i due edifici non saranno mai impacchettati per tutta
la durata dei lavori. Da gennaio a febbraio si potrà infatti ammirare un gruppo
di scalatori al lavoro sulle loro pareti; oltre ad essere alpinisti
professionisti, sono infatti specializzati nel piazzare le catene d´acciaio
(resistenti alle variazioni termiche) che aiuteranno le torri a non subire
ulteriori torsioni ed inclinazioni.
( da "Manifesto,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
BRASILE Il più grande movimento
sociale brasiliano non si riconosce più nel primo presidente di sinistra e nel
Pt, suo partito di riferimento. Ma non parla di «tradimento»: rapporti «tesi
però fraterni» «Noi braccianti senza terra orfani del compagno Lula» Intervista
a Neuri Rossetto, della segreteria nazionale dell'Mst. Che reclama per gli
impegni non mantenuti sulla riforma agraria Maurizio Matteuzzi Lula, il primo
presidente di sinistra nella storia del Brasile? Non ha tenuto fede agli
impegni sulla riforma agraria e neanche sulla protezione ambientale
dell'Amazzonia, non è più «il nostro presidente», con lui i rapporti dei Senza
terra sono «tesi però fraterni». Dilma Rousseff, la super-ministra che Lula ha
incoronato come la sua candidata a succedergli nel 2010? Con l'ex-guerrigliera
sarà/sarebbe «anche peggio» perché ormai «è l'equivalente di José Serra», il
governatore di San Paolo (formalmente social-democratico, sostanzialmente di
destra) che nel 2003 contese la presidenza a Lula e la contenderà a Dilma fra
un paio d'anni. Il Partido dos trabalhadores, il partito della sinistra
non-dogmatica nato dal movimento cattolico-progressista e dal movimento
sindacale nell'80? Noi, comed Movimento dei Senza terra «siamo orfani di uno
strumento politico». La chiesa cattolica brasiliana un tempo famosa per il suo
progressismo politico, sociale e anche teologico? Non c'è più, i vecchi pastori
sono morti o andati in pensione e i nuovi non sono più la stessa cosa, la
politica conservatrice di Wojtyla e Ratzinger «ha avuto successo». I
«bio-combustibili» - l'etanolo - che i Sem terra chiamano più propriamente
«agro-combustibili» e altri più crudamente «necro-combustibili»? E' una
questione di modello, ossia di visione della vita, ancor prima che di benzina
(ancorché «verde») contro alimenti: «il modello dell'agro-business contrapposto
al modello agro-familiare». I giudizi di Neuri Rossetto, uno dei leader
dell'Mst, il Movimento dos trabalhadores rurais sem terra, il più grande,
organizzato, radicale e cosciente dei movimenti sociali dell'America latina,
sono netti e senza concessioni al politically correct (politichese), ma
altrettanto articolati. E' vero che le speranze poste in Lula da Silva dai
milioni e milioni di braccianti senza terra molti dei quali in
quell'indimenticabile primo gennaio del 2003 erano fra le centinaia di migliaia
di popolo che si riversarono sulla Esplanada dos ministerios di Brasilia per
presenziare - e partecipare - all'insediamento nel palazzo di Planalto
dell'ex-migrante nordestino-ex-metalmeccanico-ex-sindacalista, sono andate in
buona (o grande) misura deluse. Nonostante che Lula sia sia dimostrato
complessivamente un eccellente (o un grande) presidente. Contro gufi e corvi
delle élite vecchie e nuove che preconizzavano l'inevitabile fallimento del
«brutto rospo barbuto» chiamato a un compito troppo impegnativo per uno senza
uno straccio di laurea, senza un dito lasciato sotto la pressa di una fabbrica
paulista (ciò che nei party e nei summit non fa una buona impressione) e senza
una parola d'inglese nel suo bagaglio culturale. Però. Però, detto quello che
c'è da dire, Rossetto e i suoi compagni, nonostante le delusioni sanno
benissimo che Lula è diverso da tutti gli altri 34 presidenti della repubblica
federativa do Brasil venuti prima di lui dal 1889. Diverso e migliore. In
sostanziale continuità con la politica economica monetarista-liberista di prima
ma con un afflato sociale nuovo. Basta pensare al programma «borsa-famiglia»
per i settori più poveri ed emarginati della popolazione che in Brasile sono
decine di milioni. Come il più noto fra i leader dell'Mst, João Pedro Stédile,
Neuri Rossetto, in Italia per partecipare a una serie di incontri in vista dei
25 anni dell'Mst (celebrati nel gennaio 2009 nel Rio Grande do Sul alla vigilia
del Foro social mondiale di Belem, nello stato
amazzonico del Pará), racchiude nella sua traiettoria personale e politica la
storia del Movimento dei Senza terra per la riforma agraria, per un modello di
sviluppo alternativo, per «un altro mondo possibile». Quarantasette anni, nato
nel Santa Catarina, lo stato meridionale del Brasile
confinante con il Rio Grande del Sud dove nel 1984 tutto cominciò, una famiglia
partita tre o quattro generazioni fa dal Veneto per andare a tentare la sorte
nel meridione brasiliano, contadini in origine poi divenuti piccoli
commercianti nella città di Quilombo, Neuri ha potuto studiare grazie alla
chiesa cattolica. Andò a scuola nel seminario di Chapecó. Erano gli ultimi anni
della lunghissima dittatura militare e la diocesi della città catarinense era
in prima linea nelle lotte per i diritti dei camponeses e degli indios. Lui non
si fece prete - «per poco», racconta - e dal seminario passò all'occupazione
delle terre a fianco dei preti d'assalto, dei contadini e degli indigeni. Era
il maggio 1985 e l'Mst era nato solo un anno prima nell'alveo del movimento
pastorale della Cnbb, la Conferenza episcopale brasiliana. Quella fu la sua
vera università, anche se prima nel Santa Catarina poi a San Paolo, dove si
trasferì nell'87 dopo essere entrato nella segreteria nazionale, frequentò
corsi di pedagogia e scienze sociali alla Puc, la Pontifícia Universidade
Católica della capitale paulista. L'Mst si appresta a celebrare i suoi primi 25
anni di attività. Tempo di bilanci. Quali? Per dirla sinteticamente e per
punti: 1) abbiamo insediato sulla terra 350 mila famiglie, ossia quasi due
milioni di braccianti senza terra se si calcola una famiglia composta in media
da 5 persone; 2) siamo riusciti a inserire la riforma agraria nell'agenda
politica nazionale e, soprattutto, fra i debiti pendenti a livello sociale;
abbiamo proposto un modello alternativo a quello dell'agro-business
neo-liberista, centrandolo su alcuni nodi precisi: quello dell'alimentazione
per tutti in un paese in cui c'erano e ci sono fame e denutrizione di massa,
quello di uno sviluppo rispettoso della preservazione della natura e quello di
una struttura economica fondata anziché sull'esportazione, sull'agricoltura
familiare e sulla piccola agro-industria; 4) avere impostato
il problema della riforma agraria non tanto come un progetto a sé stante ma
come un progetto di sviluppo sociale complessivo, l'unico capace di fermare
l'esodo dalle campagne verso le favelas delle città; 5) aver lavorato e puntato
molto sulla crescita politica, culturale e umana delle masse contadine, E qual
è il bilancio dei rapporti fra il presidente Lula e il Movimento dei Senza
terra? I rapporti fra l'Mst e il presidente Lula sono tesi ma fraterni. Noi non
siamo contenti della politica economica portata avanti da Lula, e neanche della
sua linea sulla riforma agraria. Ma non siamo fra quelli, come molti settori
dell'estrema sinistra dentro e fuori il Pt, che accusano Lula di essere un
traditore o un nemico di classe. Lula ci ha deluso: lui pensa che
l'agro-business sia una strada praticabile e buona per lo sviluppo economico
del paese, ha liberalizzato l'uso degli ogm nelle colture di soja, non ha
ridotto l'allarmante ritmo di disboscamento dell'Amazzonia. Anzi: in Congresso
c'è un progetto di legge che amplia le aree disboscabili... Rispetto alla
riforma agraria è innegabile che Lula qualcosa abbia fatto, come rivendica, ma
si è trattato più di un appoggio a quanto era già stato
fatto prima e non invece di nuovi insediamenti di contadini senza terra.
Secondo le stesse cifre ufficiali, fra il 2003 e il 2007 sono state insediate
450 mila famiglie di cui però 307 mila riguardano l'Amazzonia. Ciò significa in
sostanza una regolarizzazione fondiaria e una colonizzazione agricola, non una
riforma agraria. La riforma agraria, per noi, vuol dire muoversi contro il
latifondo improduttivo. E Lula non vuole scontrarsi con il latifondo. Nel caso
nel 2010 a Lula succedesse Dilma Rousseff, le cose migliorerebbero nei rapporti
fra Mst e il secondo presidente di sinistra? Dilma sarebbe anche peggio di
Lula. Nonostante il suo passato nella guerriglia contro la dittatura militare
non ha la connotazione popolare di Lula, che è sincera. Dilma rappresenta l'ala
tecnocratica, è l'equivalente di José Serra, che con ogni probabilità sarà il
candidato presidenziale del Pdsb, i tucanos come si chiamano in Brasile i
social-democratici, che sono però la vera destra. L'Mst ha sempre avuto
rapporti simbiotici con la chiesa cattolica, che l'ha tenuto a battesimo
nell'84 e sotto la sua ala protettrice in questi 25 anni. Ma esponenti della
Teologia della liberazione come dom Evaristo Arns, arcivescovo di San Paolo, o
dom Helder Camara, arcivescovo di Recife, sono stati
mandati in pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa
cattolica brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati.
Nella Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono
poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la
terra, dom Pedro Casaldiga, il vescovo emerito di São Félix de Araguaia,
nel Mato Grosso... Purtroppo si deve dire che l'opera di papi come Wojtyla e
Ratzinger ha avuto successo. Con i media l'Mst ha sempre avuto un rapporto
conflittuale. I principali giornali e network radio-televisivi non parlano mai
della sua funzione di coscientizzazione e democratizzazione di masse popolari
sempre emarginate e abbandonate a se stesse, ma hanno cercato in tutti i modi di
criminalizzare il Movimento presentandolo come violento ed eversivo. E' ancora
così? E' sempre peggio. I grandi media hanno preso il posto dei partiti, che
anche in Brasile sono in profonda crisi, a cominciare dal Pt. Sono i giornali e
le tv a dare la linea contro i movimenti sociali come il nostro e contro la
riforma agraria. Gli agro-combustibili: un altro punto di dissenso forte fra
l'Mst e Lula. Che dice che le colture della canna da zucchero da cui si ricava
l'etanolo e il bio-fuel non costituiscono più dell'1% delle terre coltivabili
del Brasile e quindi non c'è alcuna contraddizione fra le terre usate per la
produzione alimentare e le terre usate per i prodotti d'esportazione o per
l'etanolo... Sono due modelli antitetici a confronto. Il modello dell'agro-business
da esportazione dominato dalle transnazionali contro il modello agro-familiare
e per la sovranità alimentare. Incompatibili. Adesso ci dicono che non ci sono
più terre improduttive per cui, non volendo toccare il latifondo che è il vero
nodo, non si può più fare la riforma agraria. Ma poi dicono anche che, di
fronte ai 7 milioni di ettari coltivati a canna da zucchero di adesso, ci sono
90 milioni di ettari buoni per la canna e senza contare l'Amazzonia. Allora
questa terra c'è o non c'è? E a cosa deve servire? Il Movimento dei Senza terra
ha avuto fin dal principio il Pt come suo referente politico privilegiato,
anche se non l'unico. E' ancora così dopo sei anni di un presidente della
repubblica «petista» e altrettanti o più di sindaci e governatori statali del
Pt? Non solo Lula, neanche il Pt è più il ricettore-canalizzatore delle energie
dirette verso la riforma agraria. Noi Senza terra siamo ormai orfani di uno
strumento politico.
( da "Manifesto,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
La pace ai tempi di Ratzinger
Nicola Fiorita * Da qualche anno, da quando la guerra è tornata a occupare violentemente
il centro della storia, i messaggi pontifici per la giornata mondiale della
pace vengono accolti con enorme interesse da parte dell'opinione pubblica. Dopo
la «Pacem in terris» Anche in questa ultima circostanza la grande stampa non ha
mancato di cimentarsi con le parole di Benedetto Sedicesimo, riproponendo però
una lettura isolata dei singoli messaggi che non permette di cogliere
completamente la portata dell'opera del Pontefice, il cui pensiero non brilla
forse per originalità ma si impone grazie alla sua insistita ripetitività e a
un'indubbia capacità di sistematizzazione. E infatti, da quando è iniziato il
regno di Papa Ratzinger, questi messaggi sono divenuti l'occasione propizia per
prendere le distanze dal pacifismo radicale e per ricomporre le ambiguità che
avevano segnato gli ultimi anni del pontificato di Karol Wojtyla. Se per molti secoli la Chiesa cattolica, lungi dall'esprimere un rifiuto
assoluto dell'uso delle armi, aveva utilizzato la dottrina della «guerra
giusta» per selezionare gli eventi bellici leciti, legittimi, doverosi, quando
non addirittura santi, da quelli al contrario e genericamente non ammissibili,
la pubblicazione della Pacem in terris aveva prodotto una frattura netta con la
tradizione, facendo presagire un processo irreversibile del pensiero
cattolico in favore della pace. Questi due valori contrapposti e inconciliabili
- accettazione a determinate condizioni della guerra e rifiuto assoluto della
stessa - hanno coesistito, con le immaginabili conseguenze, lungo tutto l'arco
dei pontificati di Paolo Sesto e Giovanni Paolo Secondo, disseminando a piene
mani nel loro magistero contraddizioni e ambiguità. E' proprio questo scenario
che spiega come la Chiesa cattolica abbia potuto esprimere una condanna della
guerra «senza se e senza ma» nel caso del primo conflitto iracheno e quasi
contemporaneamente impegnarsi nella puntigliosa delimitazione dei requisiti
necessari per considerare legittimo l'intervento umanitario nella ex
Jugoslavia. Papa Ratzinger sembra deciso a sciogliere queste incertezze e a
ricondurre a unità il pensiero della Chiesa, riesumando la nozione di guerra
giusta e sbarazzandosi definitivamente dell'intralcio rappresentato dalla Pacem
in terris. Il primo messaggio (quello del dicembre 2005) inviato da Benedetto
Sedicesimo in occasione della giornata mondiale della Pace appare, in questo
senso, particolarmente significativo. Papa Ratzinger richiama l'altissimo
insegnamento di Paolo Sesto e Giovanni Paolo Secondo ma non quello di Giovanni
Ventitreesimo, cita a piene mani la Gaudium et spes ma ignora la Pacem in
terris, condanna la violenza inutile e le sofferenze evitabili ma non la guerra
in sé. Una linea riduttiva, un tono prudente, che divengono ancora più marcati
nel messaggio inviato da Benedetto Sedicesimo nel dicembre 2006, laddove il
giudizio negativo nei confronti della guerra si accompagna alla disincantata
presa d'atto della sua salda e persistente presenza nella storia dell'umanità,
tanto che la preoccupazione del Pontefice tedesco è tutta rivolta verso
l'osservanza del diritto internazionale umanitario (ovvero al rispetto di
alcune regole di condotta durante lo svolgimento dei conflitti) e verso la
riduzione dei danni prodotti dagli scontri bellici più che verso la condanna
assoluta della guerra. Una prudenza che stride con il rinnovarsi, in quel
medesimo testo, del rigido giudizio nei confronti dell'aborto e della
procreazione, crimini assoluti che non conoscono eccezioni o comprensione. La
famiglia e la pace Il messaggio del dicembre 2007 non fa che consolidare la
linea di tendenza appena descritta. L'attenzione del Pontefice è principalmente
rivolta alla famiglia «prima e insostituibile educatrice alla pace» e il dramma
delle guerre in atto genera solo un invito a contenere le spese militari e a
procedere «verso lo smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari
esistenti». E allo stesso modo, il testo fatto circolare nei giorni scorsi si
limita a indicazioni generiche quando si affronta il tema del disarmo e diventa
più stringente solo quando si passa a analizzare i pericoli della
globalizzazione e l'aumento delle disuguaglianze. Anche sotto questo profilo,
però, la condivisibile preoccupazione per i disequilibri economici che
caratterizzano la nostra epoca e il riconoscimento del nesso che lega la pace
allo sviluppo economico non produce niente più che un generico invito alla
fratellanza e un semplice richiamo alla correttezza rivolto a tutti gli attori
del mercato. Quello che viene fuori dall'insieme dei messaggi fin qui rivolti
da Benedetto Sedicesimo in occasione delle giornate della pace è un magistero
complessivamente inadeguato rispetto alla tragicità dei tempi e all'evoluzione
dello scenario geopolitico, un pensiero che legge nei conflitti armati motivi
di grande preoccupazione per il futuro ma sollecita il mondo a unirsi nella
difesa della famiglia o della solidarietà in salsa cattolica più che nella
proscrizione della guerra. Nel messaggio del dicembre del 2006, Papa Ratzinger
scriveva che «la pace ha bisogno che si stabilisca un chiaro confine tra ciò è
disponibile e ciò che non lo è». Con l'intervento dell'8 dicembre si consolida
l'amara impressione che tra ciò che rientra nella categoria del disponibile vi
sia proprio, e paradossalmente, la stessa pace. * Università di Firenze
( da "Manifesto,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
FASCISMO Dal presidente della
Camera un giudizio durissimo sull'operato della Santa Sede. Che fa parlare
storici e politici cattolici: «È un falso» Fini
attacca il Vaticano sulle leggi razziali: un'infamia, ma non disse nulla C. L.
ROMA «Le leggi razziali furono «un'infamia» del fascismo resa però possibile
anche dal silenzio della società civile e della Chiesa. Non sono certo una
novità le critiche di Gianfranco Fini al ventennio e alle leggi razziali, ma
per la prima volta il presidente della Camera affronta un capitolo spinoso come
le responsabilità avute e dal Vaticano nel rendersi spettatore passivo di
quanto accadde in Italia a partire dal 1938. Parole che Fini pronuncia durante
la cerimonia organizzata a Montecitorio in occasione del 70esimo anniversario
delle leggi antiebraiche, ma che risultano particolarmente pesanti proprio perché pronunciate da chi oggi ricopre la terza carica
dello Stato. E infatti la reazione della Chiesa non si fa attendere. Anziché
intervenire direttamente, la Santa sede preferisce però affidare la sua difesa
a storici e politici cattolici, che definiscono «falso» il giudizio espresso da Fini. Il quale,
se da una parte incassa la solidarietà e l'apprezzamento di Veltroni,
dell'Italia dei valori e della comunità ebraica di Roma, dall'altra non sembra
farsi impressionare più di tanto dalla critiche. «Sono solo polemiche inutili»,
dice infatti il presidente della camera. «Se dovessi se dovessi riscrivere
l'intervento che ho letto oggi a Montecitorio lo riscriverei così come l'ho pronunciato».
Nessuna marcia indietro dunque. E del resto sembra difficile pensare che Fini
non avesse messo in contro il rischio di suscitare la suscettibilità
ecclesiastica richiamando le responsabilità del Vaticano. La frase incriminata
fa parte di un discorso ben più ampio in cui il presidente della Camera
definisce la promulgazione delle leggi razziali come «una pagina vergognosa»
della storia italiana «uno dei periodi più bui nelle vicende del nostro
popolo». Concetti che in passato Fini ha espresso più volte, a partire dal 1994
quando in un'intervista al giornale israeliano Yediot Ahronot, definì
«un'atrocità» le leggi contro gli ebrei. La novità è proprio nel richiamare il
silenzio avuto dalla Chiesa. «L'ideologia fascista non spiega da sola l'infamia
delle leggi razziali», dice infatti il presidente della camera. «C'è da
chiedersi perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate
manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte
della Chiesa». La levata di scudi cattolica è immediata e, attraverso Radio
Vaticana, coinvolge sia politici che storici. Padre Giovanni Sale, storico dell
Civiltà cattolica, ricorda come nell'enciclica «Mit brennender Sorge» del 1937
Pio XI condannò «il nazionalismo esasperato e il culto della razza, nonché le
aberrazioni del nazismo e le dottrine anticristiane da esso sostenute». Tesi
condivisa anche da padre Francesco Malgeri, docente di Storia contemporanea
alla Sapienza di Roma, per il quale le reazioni del Vaticano «ci furono e furono
immediate», anche con un denuncia dell'Osservatore romano e «una serie di prese
di posizione che certamente non condividevano il provvedimento».
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XIX - Roma Palazzo Braschi
Da Stendhal a Belli e De Sade i "Passaggi segreti" dei papi L´evento rievoca
la decadenza dello Stato pontificio e gli ardori civili per l´indipendenza
RODOLFO DI GIAMMARCO A volte i palazzi sono come personaggi, le architetture
diventano storie, i capolavori che campeggiano in antiche sale assurgono a
ruolo di scenografie, i misteri di certi museali interni alludono a
imponderabili linguaggi di uno spettacolo senza tempo, e la città fa sentire
una regia segreta, e il pubblico è un drappello di visitatori, e
all´evento-mostra concorrono testo, costumi, luci, musiche, e frammenti di
memoria, e meccanismi itineranti. è così che s´alza il sipario sulla
manifestazione "Passaggi segreti", è così che da stasera al Museo di
Roma-Palazzo Braschi s´annuncia Una visita molto privata con fonti letterarie
da Stendhal ("Cronache italiane - Vanina Vanini"), da Goethe
("Viaggio in Italia"), da Belli ("Sonetti",
"Pasquinate"), da De Sade ("Histoire de Juliette") in
un´impresa ideata e diretta da Roberto Marafante, rievocatrice di un periodo
piuttosto turbolento della storia di Roma, con sguardo sul passaggio dallo
strapotere dei papi agli slanci di indipendenza tradotti in moti carbonari.
Ora, proprio un palazzo come Palazzo Braschi suggerirà l´impianto, il dedalo,
la struttura-base per storie appassionate d´amore, per colpi di scena, per feste
di famiglia. Finché un increscioso incidente interromperà in modo brusco i riti
mondani. L´ingresso di una polizia in fermento e in
continuo andirivieni testimonierà la decadenza di uno stato pontificio troppo occupato a curare interessi politici e molto
poco incline a salvaguardare il benessere delle anime. Aleggeranno i venti
libertari, lo spirito laico e rivoluzionario, e la funzione delle magnificenze
del Rinascimento e del Barocco sarà quella di esaltare le frenesie sociali, le
veemenze individuali, gli ardori civili. E il percorso nei siti nobili e
vissuti del Palazzo farà il resto.
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XVIII - Milano caccia al
podio Atenei e ranking LAURA BELLOMI La controprova è che nelle classifiche tra
Business school, l´ateneo di via Sarfatti occupa posizioni fra il 30esimo e il
48esimo posto mondiale per i master Nba: «Siamo premiati per serietà e
rigorore: i nostri studenti hanno un´ottima preparazione accademica,
innegabilmente supportata anche dai dati del placement», dice ancora Ortu.
Oltre che dai parametri, secondo la Bocconi gli atenei milanesi sono
penalizzati dal contesto nazionale: «Non è colpa nostra, per esempio, se il
profilo di crescita salariale italiano rispetto a quello degli altri paesi è
inadeguato», prosegue il prorettore Soru. «è chiaro che in una classifica dove
Nobel e medaglie Fields per giovani matematici contano il 20 per cento è
indispensabile avere alle spalle uno stato che
supporti economicamente la ricerca», dice dalla Statale il preside di Scienze
politiche Daniele Checchi. «Per ogni studente il Politecnico di Zurigo riceve
finanziamenti dieci volte superiori ai nostri - gli fa eco Giovanni Azzone,
prorettore al Politecnico - e se la legge ci permette di assumere nuovi
professori, anche sotto l´aspetto del rapporto docenti-allievi siamo destinati
ad andare sempre peggio». Per Alberto Banfi, docente del dipartimento di
Scienze dell´economia e della gestione aziendale alla
Cattolica, il problema è che i ranking premiano l´iper specializzazione oppure
le grandi dimensioni. La cattolica invece sta in mezzo: «Quattordici facoltà
che vanno dalla Papirologia alla Fisica sperimentale, ma allo stesso tempo
numeri relativamente piccoli, pur essendo il più grande ateneo privato
europeo». Per superare questo handicap, un´idea innovativa la Bocconi ce
l´avrebbe: «Perché non raggruppare in una sola voce tre atenei come Bocconi,
San Raffaele e Politecnico? In questo modo la Milano delle università
settoriali competerebbe ad armi pari».
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Primo Piano - data: 2008-12-17 num: - pag: 3 categoria: REDAZIONALE Nel
Pdl La parlamentare: libertà di scelta su vita e morte La Moroni si smarca: la
sentenza va applicata ROMA — Hanno scelto di stare, con convinzione, nel
centrodestra. E, più precisamente, nel Pdl. Ma restano pur
sempre laici e socialisti. E si dividono di fronte all'«atto di indirizzo » di
Maurizio Sacconi, anche lui del resto di chiare origini socialiste. Ha fatto
bene il ministro del Welfare a vietare lo stop all'alimentazione e
all'idratazione in tutte le strutture del sistema sanitario nazionale?
Oppure il provvedimento, che riguarda anche Eluana Englaro ed è in contrasto
con la sentenza della Cassazione, non doveva essere presentato? Chiara Moroni
non ha dubbi: «Di fronte ad una sentenza espressa dalla Corte più alta occorre
creare le condizioni perché si realizzi. Nonostante l'atto del ministro. E
comunque credo fermamente che finalmente anche nel nostro Paese debba essere
valorizzata la libertà di scelta perché ognuno deve poter decidere come vivere
e come morire. Ovviamente con alcuni criteri che devono essere fissati per
legge». Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, condivide invece la
decisione di Sacconi: «In assenza di un intervento legislativo sulla materia,
di una codificazione di questo delicatissimo argomento, è meglio fissare delle
barriere. E poi, provocare la sete e la fame in una persona, anche se non
cosciente, può determinare un'ingiusta sofferenza. Lo dico non per ispirazione
religiosa, ma per motivi umanitari». Margherita Boniver, oggi a capo del
comitato di controllo Schengen, arriva a lodare il ministro: «Si tratta di un
atto di indirizzo assolutamente ineccepibile. Perché, è vero che c'è stata una
sentenza della Cassazione, ma non esiste un quadro legislativo che governi la
materia. Di conseguenza un ministro della Repubblica non poteva che comportarsi
in quel modo. Spero che a questo punto i partiti abbiano un motivo in più per
non perdere ulteriore tempo e legiferare sulla materia il più presto possibile.
Per quanto mi riguarda io sono contro l'eutanasia di Stato, da una parte, e la
terapia forzata dall'altra. Ma occorre comunque ricordare che il caso Englaro è
diverso da altri casi-simbolo come quello di Welby ». Deputata pdl Chiara
Moroni contesta l'intervento del ministro R. Zuc.
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 9 -
Interni La chiesa cattolica Sull´infamia delle leggi razziali c´è da chiedersi perchè
non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno,
mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica.
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 9 - Interni "Silenzio
della Chiesa sulle leggi razziali" Fini: "Non si oppose
all´infamia". Insorge il mondo cattolico: non conosce la storia Lupi:
"Fini si è adeguato ai luoghi comuni che si sono imposti in questi
anni" Nucara: "Anche papa Wojtyla volle scusarsi. Fini ha detto
parole giuste e coraggiose" MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - Gianfranco
Fini evoca la vergogna delle legge razziali e smonta la favola degli italiani
eternamente «brava gente». Poi si chiede anche perché la Chiesa non si sia
mobilitata di più contro l´infame discriminazione. E scoppia, inevitabile, la
buriana delle polemiche. A Montecitorio - presente Renzo Gattegna dell´Unione delle
comunità ebraiche italiane - il presidente della Camera, nel settantesimo
anniversario della legislazione antiebraica, non tiene un discorso di
circostanza. Esorta a frugare negli angoli bui del passato per contrastare
l´antisemitismo di oggi. «L´ideologia fascista non spiega da sola l´infamia
delle leggi razziali», dichiara. Resta la domanda del perché la società
italiana si sia adeguata nel suo insieme e «perchè, salvo talune luminose
eccezioni, non siano state registrate manifestazioni
particolari di resistenza». E qui cade il j´accuse del presidente della Camera.
Non ci fu particolare resistenza, soggiunge, «nemmeno, mi duole dirlo, da parte
della Chiesa cattolica». «Una verità storica, palmare, un giudizio storico
condiviso anche dagli storici della Chiesa», dirà qualche ora dopo
Walter Veltroni, rammentando che l´orrore delle leggi razziali «avrebbe
meritato una rivolta, che in realtà non ci fu». Il leader Pd è netto: «Il mio
pensiero coincide con ciò che ha detto Fini». Ma intanto non si è fatta attendere
la levata di scudi dei parlamentari cattolici.
Maurizio Lupi, ciellino Pdl, vicepresidente della Camera, accusa Fini di
essersi «adeguato a luoghi comuni, che si sono imposti in questi anni». La
Chiesa, ribadisce, «ha sempre con forza le leggi razziali, cercando di aiutare
gli ebrei perseguitati anche a rischio della vita di numerosi sacerdoti, suore
e laici». Si scatena Luca Volontè Udc: «Dare credito a un falso storico è una scelta
ideologica e opportunistica». Mario Baccini, dei Cristiani popolari, incalza:
se Fini volesse accusare la Chiesa di aver contribuito alla barbarie del
razzismo, «mistificherebbe la storia». La Chiesa, sottolinea, ha sempre difeso
gli innocenti. Categorico il teodem Enzo Carra, del Pd: «Gli storici, in
maggioranza, non la pensano come Fini. Le responsabilità di singoli non possono
coinvolgere i milioni di cattolici, che in Italia e
anche in Germania, si opposero a quelle leggi». Milioni, in realtà, in quella
vicenda non si mobilitarono. Né fra i credenti né fra i tiepidi. Il
repubblicano Nucara ricorda che papa Wojtyla volle scusarsi con il popolo
ebraico per l´antigiudaismo cristiano e perché troppo pochi si levarono contro
l´antisemitismo: «Fini ha detto parole coraggiose e veritiere». Fabio
Evangelisti, dell´ Idv, va più in là: «Fini non sbaglia quando dice che da
parte di Pio XI, non ci fu nessun atto politico formale volto a condannare
apertamente lo scempio delle leggi razziali». E questo, senza disconoscere ciò
che la Chiesa fece per salvare tanti ebrei. Schiva il dibattito Pierferdinando
Casini, leader dell´Udc: «Non polemizzo con i miei successori». Secco il
commento di padre Sale, lo storico della rivista Civiltà Cattolica: «Fini è
sconcertante, non conosce la storia della contrapposizione tra Pio XI e
Mussolini». Ecumenica e prudente la presa di distanza del presidente del Senato
Renato Schifani. Vi furono errori all´epoca, ma anche «luminose testimonianze»
di solidarietà. In serata Fini ribadisce: «Ridirei ciò che ho detto, mi sono
documentato sui testi della Chiesa nel 2000».
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 9 - Interni La Chiesa e il
regime Riccardi, docente universitario e fondatore della Comunità di
Sant´Egidio "Pio XI prese posizione contro l´antisemitismo"
"Durante il fascismo la Chiesa non era una forza di opposizione, ma una
realtà che operava all´interno di un regime" PAOLA COPPOLA ROMA - «Quando
si considera il ruolo della Chiesa durante il fascismo si deve tenere conto che
non era una forza di opposizione ma una realtà che operava all´interno di un
regime». Lo afferma Andrea Riccardi, ordinario di "Storia
contemporanea" all´Università di Roma Tre e fondatore della Comunità di
Sant´Egidio che sottolinea però che il discorso che Gianfranco Fini ha fatto a
Montecitorio è importante perché è una chiara condanna delle leggi razziali
«che, in questo momento di crisi e di spaesamento, serve anche a scongiurare il
rischio che risorgano l´antisemitismo e l´antigitanismo in Europa». C´è da
chiedersi - ha detto il presidente della Camera «perché non siano state
registrate manifestazioni particolari di resistenza» alla legislazione
antiebraica nemmeno da parte della Chiesa: che ne pensa? «Ci fu la reazione
all´antisemitismo ci fu, un processo in parte sotterraneo come poteva essere
nel contesto di una dittatura, venne dalla pancia del mondo cattolico che prese
le distanze dai provvedimenti antisemiti. La Chiesa può essere considerata una
"luminosa eccezione" in quegli anni. La reazione dei vertici e delle
masse cattoliche è un processo che inizia nel 1938 e finisce con la guerra.
Quell´anno può essere considerato uno spartiacque». Perché? «Perché segnò la
fine dell´illusione che il fascismo potesse essere un
regime cattolico: l´antisemitismo era inaccettabile per il mondo cattolico.
Allora cominciò un processo di disaffezione. Pio XI prese posizione
pubblicamente, le masse cattoliche maturarono una presa di distanza dal
fascismo. Bisogna valutare le condizioni di allora: la reazione da parte della
Chiesa ci fu. Il discorso di Fini resta comunque un testo valido».
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 9 - Interni Approfondimento
storico Gattegna, presidente delle Comunità ebraiche italiane "In quel
periodo non ci fu la condanna aperta del nazismo" La polemica non serve, è
necessario invece un approfondimento di carattere storico sul ruolo avuto dalla
Chiesa ROMA - «In quel periodo non ci fu una presa di posizione della Chiesa di
aperta condanna del nazismo, di opposizione al genocidio degli ebrei.
L´intervento di Gianfranco Fini conteneva una frase di constatazione che è
difficile contestare». Renzo Gattegna, presidente dell´Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane, si dice d´accordo con le parole usate dal presidente della
Camera nel suo intervento. Fini ha criticato la società italiana dell´epoca che
non ebbe la forza di reagire e ha tirato in ballo anche la Chiesa cattolica. Perché
le sue parole sollevano polemiche e fanno discutere? «Credo che queste
polemiche siano inutili, siano il frutto di posizioni aprioristiche. Queste
posizioni che non servono. Quello che serve piuttosto è un approfondimento di
carattere storico sul ruolo avuto dalla Chiesa. Devono ancora essere aperti
degli archivi da cui possono emergere ulteriori elementi di verità: se si
riuscisse a portare avanti gli studi sugli archivi si potrebbe forse arrivare
ad avere una memoria condivisa. La ricerca storica deve essere approfondita,
senza preconcetti e senza tesi precostituite». Chi critica le parole del
presidente della Camera sostiene che invece ci fu una condanna da parte della
Chiesa e una reazione alla promulgazione delle leggi razziali. Quale è la sua
opinione? «La reazione all´antisemitismo avvenne a livello individuale. C´è stata un´opera di salvataggio degli ebrei da parte di singoli
cattolici e le iniziative
di alcune istituzioni, ma quello che non è mai stato pubblicato finora è un´esplicita e ufficiale condanna del
nazismo e del genocidio da parte della Chiesa di allora». (p.co.)
( da "Repubblica,
La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 43 - Cronaca Provocazione
dell´Economist: la nostra è l´epoca della cultura E i numeri confermano: più
musei, più libri, più arte di massa L´era dell´intelligenza siamo tutti più colti
Persino questo non è un paese per sciocchi, né un´età così mediocre come sembra
ALESSANDRA RETICO Altro che cultura spazzatura e starlet, questa è l´epoca
dell´intelligenza di massa. La gente guarda e guarderà pure la tv trash, ma poi
va al museo, al concerto, usa il web. Non è un´incongruenza, è la ricca
eterogeneità della nostra era. Discute del tema More Intelligent Life,
sofisticato trimestrale dell´Economist, elencando studi e osservazioni
empiriche come: le mostre d´arte fanno il pieno di visitatori, i programmi di
musica classica alla radio non hanno mai avuto tanti ascoltatori, i festival
letterari si moltiplicano ovunque, i lettori di tabloid sono anche quelli che
si accapigliano appassionatamente per guadagnarsi un posto alla Royal Opera House.
Nonostante la tesi dominante di un declino e di una barbarie intellettuale
generale e anche nostrana, si allungano le file al botteghino per pagare il
biglietto di ingresso a uno dei 1300 festival che ogni anno si organizzano in
Italia: della letteratura, della scienza, della mente, dell´economia. Persino
questo non è un paese per sciocchi, né un´età così mediocre come a volte
sembra. Internet, le nuove tecnologie, i musei meno mausolei, l´articolazione
dell´offerta, la fame nuova e curiosa della domanda ci stanno portando verso
una nuova articolazione dell´intelligenza: più diffusa e complessa, meno rigida
e classista. Gossip e volgarità da intrattenimento televisivo aumentano, ma con
il crescere parallelo di altre forme di appetito intellettuale. Persino il
reality show oggi ha ambizioni alte, quasi di formazione dell´opinione: il caso
dell´Isola dei Famosi 2008, punte di oltre 9 milioni di spettatori per l´ultima
puntata che ha incoronato la vincitrice Vladimir Luxuria, dimostrerebbe che il
pubblico sono in realtà molti pubblici diversi, che dal divano mandano un sms
che non equivale certo a un voto politico, ma a un gusto sì. L´antropologia del
consumo culturale è più mista. Piena di contraddizioni ma proprio per questo
più variegata e dinamica. Contro la tesi dominante che sms, sitcom, videogiochi
e web ci rendono una delle generazioni più stupide della storia umana, è
possibile, leggendo i fenomeni più laicamente, che questa
sia una vera età dell´oro della conoscenza. Tutti i paesi ricchi sembrano accomunati
dalla tendenza a frantumare la distinzione classica tra cultura alta e bassa e
i cittadini a preferire un ruolo di consumatori attivi piuttosto che di
spettatori mentalmente imbolsiti. A Parigi la gente va più al Louvre che
alla Torre Eiffel, a Londra alla Tate Modern, al British Museum e alla National
Gallery anziché al circo techno del London Eye (la ruota panoramica sul
Tamigi). In Italia anche, come il Censis ha registrato nel Rapporto 2008, «si
devono evidenziare nuovi percorsi di fruizione culturale: che si agglutinano
intorno a eventi e festival che fanno riferimento a fenomeni e linguaggi del
pensiero complesso». Nell´ultimo decennio, aggiunge l´Istat, sono aumentati
tutti i consumi culturali, dal teatro, ai concerti, al cinema. E se la tv resta
il principale mezzo d´informazione con l´85,6 per cento che la vede almeno tre
volte alla settimana, l´informatizzazione è cresciuta vertiginosamente specie
tra i giovani (14-29 anni): l´utenza complessiva del web è salita dal 61 per
cento all´83. I lettori forti rimangono tali e certo l´istruzione e le
possibilità economiche contano: ma non sempre. La fame di cose buone cresce, è
sempre più democratica, il menù lo si vuole assortito: si va a Bergamo in
75mila per seguire la scienza e in 100mila a Trento per ascoltare di economia,
in 170mila a Mantova per la letteratura. L´intelligenza è anche pop.
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Politica - data: 2008-12-17 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Il
caso Il discorso durante una cerimonia commemorativa, poi la polemica. E lui: confermo
tutto Fini: «Leggi razziali, un'infamia Anche la Chiesa si adeguò» Critiche da
Avvenire e Civiltà cattolica: sconcertante. Veltroni: verità storica Il
discorso del presidente della Camera durante una cerimonia per i 70 anni
dall'emanazione delle norme razziste ROMA — «L'ideologia fascista non spiega da
sola l'infamia delle leggi razziali». Il presidente della Camera Gianfranco
Fini ha definito le leggi razziali «un'infamia storica. C'è da chiedersi perché
la società italiana si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione
antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non
siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi
duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica ». Un concetto che ha subito
suscitato forti polemiche, specie sul ruolo della Chiesa, ma confermato poi da
Fini. Critiche forti da esponenti politici cattolici di entrambi gli schieramenti. E forti reazioni dei media cattolici (da Civiltà cattolica all'Avvenire). «Riscriverei
pari pari questo concetto», ha ribadito Fini in serata. D'accordo con lui il
leader del Pd Walter Veltroni: «Sono una verità storica, una verità palmare».
La posizione di Fini, che è la terza carica dello Stato, ha creato «stupore e
turbamento» negli ambienti vaticani. Il presidente della Camera sottolinea «il
carattere autoritario del regime» ma parla anche degli «angoli bui dell'anima
italiana» in «un Paese profondamente cattolico». Fini ha parlato in una
occasione ufficiale, la cerimonia di scopertura di una lapide alla Camera in
ricordo dei 70 anni dall'emanazione delle leggi razziali. Leggeva un testo
scritto, davanti a molti esponenti della comunità ebraica, dal presidente
dell'Unione delle Comunità ebraiche, Renzo Gattegna («ha detto una verità
storica »), al direttore del Centro di documentazione ebraica di Milano,
Michele Sarfatti, al presidente della Comunità romana, Riccardo Pacifici, a
Nedo Fiano, sopravvissuto ad Auschwitz (che ha reso una toccante
testimonianza). I parlamentari cattolici del Pd e del
Pdl (Lupi, Farinone, Binetti, Farina, Carra) hanno in sostanza accusato Fini di
alimentare la «leggenda nera» della Chiesa alleata di fascismo e nazismo. L'udc
Volontè ha chiesto spiegazioni in aula. Ma Fini ha ribattuto di non essere
tenuto a illustrare il suo pensiero all'Assemblea. Dalla Santa Sede nessuna
presa di posizione ufficiale: il portavoce della Sala Stampa, padre Lombardi,
ha declinato qualsiasi commento, e anche il cardinale Bertone. La reazione
vaticana è stata affidata a padre Giovanni Sale, storico della Civiltà
Cattolica che ha definito «sconcertanti» le parole di Fini, che «non conosce
una pagina di storia nazionale ». E ha messo in evidenza che con le accuse alla
Chiesa, restano in ombra le primarie responsabilità del regime fascista. Forse
le sue dichiarazioni sono frutto di una «svista, di un cercare un correo a
delle responsabilità che il presidente Fini vuole in parte coprire che fanno
parte della sua storia, anche se non di quella recente». Gianni Letta,
sottosegretario alla Presidenza, secondo il resoconto dell'agenzia parlamentare
Il Velino (vicina al Pdl) ha ricevuto una telefonata in cui gli sono state
espresse le preoccupazioni di Oltretevere. In ogni caso, un paio di ore dopo a
margine di un altro convegno, Fini ha avuto un colloquio a Montecitorio con lo
stesso Letta (che in serata ha aperto una mostra al Vittoriano sulle leggi
razziali «come atto di scusa nei confronti degli ebrei»). Nel pomeriggio era
intervenuto il presidente del Senato Renato Schifani sottolineando «la
concretezza di un'azione quotidiana costante, determinata e talora silenziosa»
resa da tanti a favore degli ebrei. «Fini scivola su leggi razziali e Chiesa»
ha titolato il sito web di Avvenire. La Radio vaticana a dimostrazione che «non
è vero che la Chiesa italiana non si oppose » ha ricordato, con l'intervista a
due storici, Riccardi e Malgeri, che Pio XI nel settembre 1938 pronunciò in
Vaticano un memorabile discorso: «L'antisemitismo è inammissibile.
Spiritualmente siamo tutti semiti». M.Antonietta Calabrò
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Politica - data: 2008-12-17 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Come
reagimmo Nel '38 e negli anni seguenti un fragoroso silenzio Intellettuali,
senatori e antifascisti illustri: tacquero (quasi) tutti SEGUE DALLA PRIMA Nel
'38 il personaggio di Bassani vide improvvisamente la sua famiglia messa ai
margini della società, dal partito, dalle biblioteche, dal circolo del tennis,
senza che nessuno, ma proprio nessuno spendesse una parola contro la
discriminazione. Vittorio Foa, che mai recriminò contro i coetanei che facevano
carriera mentre lui languiva nelle prigioni fasciste, verso la fine della sua
vita ruppe il suo riserbo («non so bene perché diavolo lo faccio ») e scrisse:
«Non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la
cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella
che è stata un'immonda violenza». Dieci anni fa Giulio Andreotti si chiese
perché non si fossero avviate indagini critiche «sul comportamento di senatori
come Croce, De Nicola, Albertini, Frassati, che disertarono la seduta del 20
dicembre 1938 facendo passare senza opposizione la legislazione antisemita ».
Vero. Ma non risultano commenti altrettanto indignati di Andreotti sulle accuse
che padre Agostino Gemelli, Presidente della Pontificia Accademia delle
Scienze, mosse nel '39 all'indirizzo degli ebrei, «popolo deicida» che «va
ramingo per il mondo » a scontare le conseguenze di quell'«orribile delitto ».
E a proposito di Croce fa molta impressione leggere, nel libro L'espulsione
degli ebrei dalle accademie italiane di Annalisa Capristo, l'elenco degli
intellettuali che risposero con zelo ed entusiasmo al censimento per
identificare «i membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle
Associazioni di scienze, lettere ed arti che cesseranno di far parte di dette
istituzioni». Bastava una compilazione burocratica e svogliata dei moduli, per
chi non avesse avuto il coraggio di sottrarsi a quel compito infame. E invece i
Giorgio Morandi e i Gianfranco Contini, i Roberto Longhi e i Natalino Sapegno,
i Nicola Abbagnano e gli Antonio Banfi, gli Alessandro Passerin d'Entrèves e i
Giuseppe Siri (e centinaia con loro, illustri come loro) vollero sfoggiare
«l'aggiunta di esplicite dichiarazioni antisemite sotto forma di precisazioni
ai vari quesiti tenuti nella scheda». Da Luigi Einaudi, che sottolineò
orgoglioso «l'appartenenza alla religione cattolica ab
immemorabile», a Ugo Ojetti, che fu puntuale fino alla pignoleria: «Cattolico
romano, dai dieci ai sedici anni ho servito tutte le domeniche». Solitaria
eccezione, appunto, quella di Benedetto Croce, che rispedì al mittente i moduli
della vergogna con impareggiabile sarcasmo: «L'unico effetto della richiesta
dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per
cognome CROCE, all'atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono
ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata». Era già una «persecuzione
»: ci voleva poco a capirlo, malgrado i risibili rosari autoassolutori del «non
sapemmo » e del «non capimmo». Mentre Alberto Moravia implorava le autorità
fasciste perché gli venisse data la possibilità di continuare a scrivere sulle
riviste («sono cattolico fin dalla nascita, mio padre è israelita, ma mia madre
è di sangue puro »), Guido Piovene recensiva rapito Contra Judeos di Telesio
Interlandi. Il giovane cattolico Gabriele De Rosa (in un «libercolo » che lo
storico decenni dopo avrebbe definito «goffo e scriteriato ») inveiva contro
«il focolare ebraico» in Palestina, alimentato dal popolo responsabile della
crocifissione di Gesù Cristo. Il giovane Giorgio Bocca discettava sui pericoli
del piano ebraico di conquista del mondo rivelata dai (falsi) Protocolli dei
savi Anziani di Sion. Giulio Carlo Argan, colto collaboratore del regime per la
difesa dei beni culturali e artistici, in una corrispondenza del 1939 dagli
Stati Uniti dissertava sull'influenza del «potentissimo elemento ebraico» in
America. Una fornitissima appendice documentaria apparsa nella seconda edizione
del «lungo viaggio» di Ruggero Zangrandi «attraverso il fascismo» descrisse nel
1962 l'ampiezza del consenso servile degli intellettuali alla politica
antisemita del regime, ricostruito per la prima volta in quegli stessi anni da
Renzo De Felice nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Rosetta
Loy, nel suo libro La parola ebreo, ha definito la «Difesa della Razza» una
«rivista dalla grafica aggressiva e anticonvenzionale che aveva tra i suoi
finanziatori la Banca Commerciale ». Sandro Gerbi ha confermato che sul
quindicinale fossero comparsi «talvolta avvisi pubblicitari della Comit, del
credito Italiano, della Ras, dell'Ina e via dicendo», precisando però che
quelle inserzioni erano il frutto di «chiare direttive "superiori"
del Minculpop e non di scelte autonome e di dirigenti delle singole aziende».
Non furono scelte «autonome». Ma furono o no, anch'esse, l'esito di una tacita
«non reazione»? «Non reagirono» gli scrittori che, come è documentato
dall'Elenco di Giorgio Fabre, non si rifiutarono di firmare i manuali e le
antologie scolastiche al posto degli autori ebrei il cui nome era ostracizzato
e dannato. Non reagirono i docenti universitari che ereditarono le cattedre
lasciate vacanti dai colleghi estromessi a causa della legislazione antisemita.
Roberto Finzi ha rivelato che per Ernesto Rossi, in carcere, la cacciata dei
docenti ebrei avrebbe rappresentato «una manna per tutti i candidati che si
affolleranno ora ai concorsi». Rossi non si sbagliava: l'«affollamento » fu
macroscopico, corale, macchiato solo da qualche residuale caso di coscienza. Un
capitolo controverso di viltà collettiva che faticherà a chiudersi anche
nell'Italia democratica. Alberto Cavaglion ha ricordato che la cattedra di
letteratura italiana sottratta ad Attilio Momigliano sotto l'effetto delle
leggi razziali «dopo la fine della guerra sarà sdoppiata perché fosse
restituita a chi era stato illegittimamente cacciato,
ma anche per non scomodare chi al suo posto era tranquillamente subentrato».
Chi, in altre parole, non aveva «reagito» nel '38 e negli anni successivi non
perderà la cattedra. E del resto le leggi razziali saranno completamente e
radicalmente soppresse solo nel 1947, con una lentezza che forse tradì il
turbamento per non aver saputo contrastare, coralmente e individualmente,
l'abiezione della legislazione antiebraica. La vergogna per non aver «reagito»:
con poche, ammirevoli, sporadiche eccezioni. Gli scrittori Non protestarono
quegli autori che firmarono libri e antologie scolastiche al posto dei loro
colleghi epurati «Negozio ariano» Una ragazza segnala la «purezza» del suo
negozio. Gli ebrei dovevano esporre cartelli sulle loro vetrine Pierluigi
Battista
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Primo Piano - data: 2008-12-17 num: - pag: 11 categoria: REDAZIONALE
Su «Vanity Fair» Il ministro: mio padre, sindaco dc, lasciò la prima moglie. Il
divorzio fece scalpore La Gelmini: vengo da una famiglia allargata MILANO —
Minigonna mai. Consapevole che «i sex symbol sono un'altra cosa», la signora
vota con slancio a favore della longuette: «Mi sta meglio». Un po' miope e
altrettanto astigmatica nonostante l'intervento correttivo, continua «per
comodità» a inforcare occhiali colorati (adesso è nel suo periodo viola).
Tirando le somme, in definitiva, «non mi ritengo una bellezza, ma nel complesso
gradevole». Per mesi Mariastella Gelmini ha schivato con bresciana fermezza
studenti in piazza, giornalisti di corridoio e poltrone nei salotti tv. Se
infrange la naturale ritrosia è solo per comunicare cosa e quando vuole lei su
YouTube, in maniera assolutamente istituzionale e lasciando ogni libera
interpretazione a 270 mila contatti e 10 mila commenti registrati in 10 giorni.
Paparazzate estive a parte — e trascurando Panorama che a settembre l'ha voluta
diva e adagiata sulle scale del dicastero in copertina ma a pagina 40 si è
attenuto a domande su maestro unico, precari e grembiuli — lo strappo alla
ferrea regola della riservatezza arriva questo Natale insieme alla tradizionale
sconfitta dei buoni propositi: il ministro dell'Istruzione, dell'Università e
della Ricerca ha appena scelto Vanity Fair per raccontare alla giornalista Sara
Faillaci e al resto del mondo chi è davvero Marystar (copyright Luciana
Littizzetto). Carriera, ricordi e vita sentimentale. Nel 2005, all'incontro ad
Arcore con il Cavaliere — che lì stringe la mano alla prima degli eletti di
Brescia e qualche mese dopo la nomina coordinatore regionale di Forza Italia a
soli 32 anni («Una delle decisioni più controcorrente che Berlusconi abbia mai
preso») — era arrivata emozionata ma non troppo, senza sforzarsi di fare colpo
e preparata: «La vita di partito non è tenera. Mio padre mi ha insegnato a non
curarmi delle critiche, ad andare avanti per la mia strada, a lasciar parlare i
risultati». Figlia di una maestra elementare e di un
agricoltore cattolico eletto sindaco di Milzano con la Dc, la ragazza che si
aspettava di diventare ministro cresce in una cascina della campagna lombarda e
in una famiglia allargata: «Mio padre ha avuto 4 figli: tre da un primo
matrimonio, me dal secondo. Il suo divorzio fece scalpore, ma con la
prima moglie avevano caratteri troppo diversi. E con mia madre, più giovane di
15 anni, era nato un grande amore ». L'armonia non è mai mancata, a dispetto di
momenti molto dolorosi: «Siamo sempre stati uniti, anche se, essendo i miei
fratelli molto più grandi, giocavamo poco insieme. I due maschi vivevano a casa
con noi, mentre mia sorella Cinzia studiava a Brescia. Nel '90, purtroppo, il
più giovane dei miei fratelli è morto a 32 anni in un incidente stradale. Per
mia madre è stato come perdere un figlio. Ma la mia
famiglia ha saputo reagire e questa cosa ci ha reso ancora più uniti. Ci siamo
come riscoperti». Pensando alla sua adolescenza le vengono in mente il ginnasio
nella scuola pubblica e il liceo in un istituto privato e cattolico («Non ero
la prima della classe, ma non ho mai avuto problemi»), il coprifuoco in casa e
il divieto di uscire la sera fino ai tempi dell'Università («Mia madre era
severa, rigida sugli orari» anche se a volte «capitava di andare in discoteca:
mi è sempre piaciuto ballare») e infine l'immancabile primo bacio «a 14 o 15
anni» con Stefano, compagno di classe. Su Pacs, fecondazione assistita e legge
194 preferisce non pronunciarsi «ma ho un'impostazione cattolica e le mie
posizioni non possono essere che conseguenziali ». Però il suo fidanzato
imprenditore — già colpo di fulmine che ora la prende in giro quando mandano in
onda una sua imitazione — per adesso non lo sposa: «Queste non sono cose che
uno può decidere a tavolino. Se accadrà, ne sarò felice». Elsa Muschella
( da "Corriere
della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione:
Lettere al Corriere - data: 2008-12-17 num: - pag: 39 categoria: REDAZIONALE
Risponde Sergio Romano I SISTEMI ELETTORALI E L'EFFICIENZA DEI GOVERNI Da
elettore di centro destra, le scrivo per conoscere il suo parere su una
questione politica a me cara. Sono stanco della Lega come alleato per il suo
programma politico come il veto all'abolizione delle province, per il
sentimento antipatriottico del quale si fa portatore, per i toni da circo che
usa. A mio parere, il nostro Paese cambierà davvero soltanto quando i leader
dei due maggiori partiti comprenderanno che urge andare da soli, senza
alleanze, a costo di contare su una maggioranza più ristretta, ma capace di
governare veramente e bene. Per fare questo, occorre ripensare l'idea di
partito centralizzato; piuttosto sarebbe bene delocalizzarlo lasciando ai
dirigenti locali maggiore libertà di agire sul territorio, liberi dal
decisionismo nazionale. Gianluca Palma palma.luca2@virgilio.it Un consiglio da
parte sua: un anticomunista e antiberlusconiano, ma garantista, assertore della
meritocrazia (e quindi, ad esempio, convinto della assoluta
necessità di licenziare i dipendenti statali che non lavorano), cattolico ma
certo della necessità assoluta della laicità dello Stato, europeista e
federalista, per quale partito dovrebbe votare? Roberto Di Felice
studiordf@alice.it Cari lettori, L e vostre lettere trattano temi diversi, ma
si prestano a una risposta congiunta. A quella di Gianluca Palma
rispondo che i due maggiori partiti italiani potrebbero permettersi di
affrontare da soli, in concorrenza, una scadenza elettorale, soltanto se la
legge prevedesse un'alta soglia di sbarramento. Finché la soglia sarà
insufficiente e non sbarrerà la strada ai partiti più piccoli, i due maggiori
contendenti non resisteranno alla tentazione di stringere prima delle elezioni
qualche patto di alleanza. Berlusconi è riuscito a unire Forza Italia e
Alleanza Nazionale sotto una etichetta comune, ma ha fatto l'ennesimo accordo
con la Lega di Umberto Bossi e ne sta pagando il prezzo, in questi giorni,
rinunciando ad alcuni punti importanti del suo programma iniziale. Veltroni non
voleva essere paralizzato da quel codazzo di partiti che ha affogato il governo
Prodi, ma ha finito per stipulare un'intesa con l'Italia dei Valori ed è
succube della politica tribunizia di Antonio Di Pietro. In altre parole, la
geometria dei partiti e, di conseguenza, il sistema politico, dipendono in
buona parte dalla legge elettorale. Nei Paesi dove esistono numerose famiglie
politiche, soltanto il maggioritario a due turni o un'alta soglia di
sbarramento hanno l'effetto di semplificare considerevolmente il quadro
politico. Noi, purtroppo, non abbiamo né l'uno né l'altra. Alla sua domanda,
caro Di Felice, rispondo che il partito a cui lei fa implicito riferimento
esisterebbe soltanto se l'Italia avesse la proporzionale pura, come all'epoca
della prima Repubblica. Ciascuno di noi, in quegli anni, poteva togliersi la
soddisfazione di dare il proprio voto a un partito «identitario » che
rispecchiava abbastanza fedelmente le sue convinzioni. Potevamo essere
comunisti, social-democratici, repubblicani storici, cattolici,
libertari, monarchici, neo-fascisti. Potevamo essere per un momento (quello in
cui la nostra scheda cadeva nell'urna) felici della nostra coerenza. Ma nelle
settimane seguenti il nostro «partito del cuore» sarebbe rimasto
all'opposizione o si sarebbe accordato con altri partiti per un governo di
coalizione in cui il suo programma avrebbe perduto quasi tutte le sue
caratteristiche originarie. è questa la ragione per cui un sistema distinto da
due grandi partiti mi sembra preferibile a quello in cui la tavolozza è piena
di colori, ma l'effetto finale è quasi sempre una diversa tonalità di grigio.
Attenzione, tuttavia, a non riporre troppe speranze sui sistemi politici in cui
la scena è dominata da due partiti. Durante le campagne elettorali cercano per
quanto possibile di sottolineare ed esaltare le loro differenze. Ma quando
vanno al potere debbono conciliare interessi contrastanti, navigare a vista tra
le crisi del momento, rispettare i parametri di Bruxelles, pagare gli interessi
sulle cartelle del debito pubblico, combattere l'evasione fiscale senza perdere
il voto degli evasori e tenere d'occhio i sondaggi. Debbono in altre parole
governare «al centro», là dove il denominatore comune è sempre quello minimo. E
il centro italiano, in questo momento, non è né europeista, né laico, né
meritocratico; o, piuttosto, è tale soltanto quando ciascuna di queste
posizioni coincide momentaneamente con i suoi interessi individuali, familiari
o corporativi. è questa la ragione per cui invito spesso i lettori a non
prestare troppa attenzione ai programmi elettorali. Quanto maggiori sono le
promesse tanto maggiori saranno le delusioni.
( da "Manifesto,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
RICORDO I lumi di Napoli Ermanno
Rea Non si contano i commenti sulla morte di Carlo Caracciolo, figura quasi eroica di editore puro di stampo laico-illuminato,
che ieri sono apparsi sui giornali. Il cordoglio non è stato privo di una sua forza allusiva di
carattere generale, nel senso che ha mostrato, talvolta suo malgrado, quanto
sia sempre più nudo in Italia l'albero dell'antifascismo inteso come vocazione
personale ma anche eredità familiare, tradizione ambientale. A Napoli
(ma dovremmo dire in Italia) c'era una volta una borghesia liberale di idee
avanzate e audaci: la scomparsa di Carlo Caracciolo ha acceso improvvisamente
una moltitudine di lampadine sulle sue macerie o, se non vogliamo essere così
pessimisti, sul poco o niente che resta di quel capitale umano e sociale.
L'editore scomparso portava un cognome pesante, la cui «qualità» (politica e
intellettuale) si può far risalire indietro nel tempo sino alla Repubblica
giacobina del 1799, nel cui nome cadde per esempio la testa di un ammiraglio
Caracciolo, impiccato al pennone di una nave inglese. La biografia di Carlo
Caracciolo ieri ci è stata raccontata da più fonti in maniera dettagliata:
abbiamo appreso così che l'aristocratico di origine napoletana, appena
diciannovenne, costeggiando il lago Maggiore a bordo di una barca, trasportò
dalla Svizzera a Cannobbio un piccolo carico di armi che consegnò ai partigiani
dell'Ossola, entrando egli stesso a far parte della Resistenza. Un principe
davvero fuori norma, quasi un personaggio da romanzo, si sarebbe tentati di
dire, tanto più tenendo conto del fatto che egli, nonostante lo stile di vita
semplice fino alla sobrietà, era intimamente orgoglioso della propria origine
privilegiata, che non rinnegava affatto. Un demerito? Esattamente il contrario.
Non so dire se in maniera lucida o soltanto indiretta, credo che egli abbia
voluto dimostrare a se stesso e al mondo che si può nascere con un cognome
ricco di quarti di nobiltà e nello stesso tempo portarlo con disinvoltura,
dignità e senso del bene comune. Del resto non stava forse proprio in questa
predisposizione etica e intellettuale il lato rispettabile della cosiddetta
borghesia illuminata di una volta? Napoli, città «storicamente» degradata e
subalterna, agli inizi del primissimo dopoguerra era ancora in grado di vantare
«scampoli» di classe dirigente lungimirante. Filippo Caracciolo, padre di
Carlo, benché emigrato giovanissimo a Firenze, poi diplomatico in varie sedi,
infine Sottosegretario agli Interni nel secondo governo Badoglio, ne faceva in
qualche modo parte, sia pure in maniera saltuaria a causa della sua inquieta e
mobilissima biografia. Una fulminea rappresentazione di vita politica stile
«borghesia illuminata» mi è stata raccontata di recente da Ivan Palermo, figlio
di una delle più splendide figure dell'antifascismo napoletano degli anni '40 e
'50, quel senatore Mario Palermo che fu a sua volta Sottosegretario alla Guerra
nel medesimo governo Badoglio. Un giorno (del 1949? del 1950? del 1951?)
arrivarono a casa Palermo Filippo Caracciolo assieme ad alcune altre persone
(Ivan elenca dei nomi: Enrico De Nicola, Alberto Bergamini, fondatore e
direttore del Giornale d'Italia, il senatore liberale Della Torretta). Erano
stati invitati a colazione per discutere intorno a un delicato problema
politico. All'epoca i Palermo abitavano in uno splendido appartamento a Largo
Ferrandina a Chiaia, dove addirittura si era insediato Giacchino Murat al suo
primo arrivo a Napoli. Gli ospiti furono fatti accomodare inizialmente in un
grande soggiorno arredato con poltrone, seggiole e divani della fine del '700,
bianco e oro, di disegno molto delicato. Filippo Caracciolo optò incautamente
per una sedia che evidentemente non era delicata soltanto nel disegno ma anche
nella struttura. Fatto sta che il principe, pur essendo di corporatura normale,
si trovò improvvisamente seduto per terra tra le esclamazioni di rammarico e i
tentativi di soccorso da parte di tutti i presenti. In questi casi, si sa, i
ragazzi non riescono a impedirsi di ridere, e Ivan ricorda ancora, dopo tanto
tempo, i suoi mal trattenuti singulti di ilarità. La storiella è molto esile,
per carità. Ma a me questo antifascismo bianco e oro, blasonato ma fermo,
tramandato di padre in figlio come un bene di famiglia, suscita un rimpianto
senza fine e mi dà la misura di un degrado quasi senza possibilità di riparo.
Nelle cronache di ieri sulla scomparsa di Carlo Caracciolo difficile, credo,
non cogliere questo secondo «coccodrillo» dedicato alla nostra «borghesia
illuminata». Che Dio l'abbia in gloria.
( da "Manifesto,
Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'
BRASILE «Noi braccianti senza terra
orfani del compagno Lula» Il più grande movimento sociale brasiliano non si
riconosce più nel primo presidente di sinistra e nel Pt, suo partito di
riferimento. Ma non parla di «tradimento»: rapporti «tesi però fraterni»
Intervista a Neuri Rossetto, della segreteria nazionale dell'Mst. Che reclama
per gli impegni non mantenuti sulla riforma agraria Maurizio Matteuzzi Lula, il
primo presidente di sinistra nella storia del Brasile? Non ha tenuto fede agli
impegni sulla riforma agraria e neanche sulla protezione ambientale
dell'Amazzonia, non è più «il nostro presidente», con lui i rapporti dei Senza
terra sono «tesi però fraterni». Dilma Rousseff, la super-ministra che Lula ha
incoronato come la sua candidata a succedergli nel 2010? Con l'ex-guerrigliera
sarà/sarebbe «anche peggio» perché ormai «è l'equivalente di José Serra», il
governatore di San Paolo (formalmente social-democratico, sostanzialmente di
destra) che nel 2003 contese la presidenza a Lula e la contenderà a Dilma fra
un paio d'anni. Il Partido dos trabalhadores, il partito della sinistra
non-dogmatica nato dal movimento cattolico-progressista e dal movimento sindacale
nell'80? Noi, comed Movimento dei Senza terra «siamo orfani di uno strumento
politico». La chiesa cattolica brasiliana un tempo famosa per il suo
progressismo politico, sociale e anche teologico? Non c'è più, i vecchi pastori
sono morti o andati in pensione e i nuovi non sono più la stessa cosa, la
politica conservatrice di Wojtyla e Ratzinger «ha avuto successo». I
«bio-combustibili» - l'etanolo - che i Sem terra chiamano più propriamente
«agro-combustibili» e altri più crudamente «necro-combustibili»? E' una
questione di modello, ossia di visione della vita, ancor prima che di benzina
(ancorché «verde») contro alimenti: «il modello dell'agro-business contrapposto
al modello agro-familiare». I giudizi di Neuri Rossetto, uno dei leader
dell'Mst, il Movimento dos trabalhadores rurais sem terra, il più grande,
organizzato, radicale e cosciente dei movimenti sociali dell'America latina,
sono netti e senza concessioni al politically correct (politichese), ma
altrettanto articolati. E' vero che le speranze poste in Lula da Silva dai
milioni e milioni di braccianti senza terra molti dei quali in
quell'indimenticabile primo gennaio del 2003 erano fra le centinaia di migliaia
di popolo che si riversarono sulla Esplanada dos ministerios di Brasilia per
presenziare - e partecipare - all'insediamento nel palazzo di Planalto
dell'ex-migrante nordestino-ex-metalmeccanico-ex-sindacalista, sono andate in
buona (o grande) misura deluse. Nonostante che Lula sia sia dimostrato
complessivamente un eccellente (o un grande) presidente. Contro gufi e corvi
delle élite vecchie e nuove che preconizzavano l'inevitabile fallimento del
«brutto rospo barbuto» chiamato a un compito troppo impegnativo per uno senza
uno straccio di laurea, senza un dito lasciato sotto la pressa di una fabbrica
paulista (ciò che nei party e nei summit non fa una buona impressione) e senza
una parola d'inglese nel suo bagaglio culturale. Però. Però, detto quello che
c'è da dire, Rossetto e i suoi compagni, nonostante le delusioni sanno
benissimo che Lula è diverso da tutti gli altri 34 presidenti della repubblica
federativa do Brasil venuti prima di lui dal 1889. Diverso e migliore. In
sostanziale continuità con la politica economica monetarista-liberista di prima
ma con un afflato sociale nuovo. Basta pensare al programma «borsa-famiglia»
per i settori più poveri ed emarginati della popolazione che in Brasile sono
decine di milioni. Come il più noto fra i leader dell'Mst, João Pedro Stédile,
Neuri Rossetto, in Italia per partecipare a una serie di incontri in vista dei
25 anni dell'Mst (celebrati nel gennaio 2009 nel Rio Grande do Sul alla vigilia
del Foro social mondiale di Belem, nello stato
amazzonico del Pará), racchiude nella sua traiettoria personale e politica la
storia del Movimento dei Senza terra per la riforma agraria, per un modello di
sviluppo alternativo, per «un altro mondo possibile». Quarantasette anni, nato
nel Santa Catarina, lo stato meridionale del Brasile
confinante con il Rio Grande del Sud dove nel 1984 tutto cominciò, una famiglia
partita tre o quattro generazioni fa dal Veneto per andare a tentare la sorte
nel meridione brasiliano, contadini in origine poi divenuti piccoli
commercianti nella città di Quilombo, Neuri ha potuto studiare grazie alla
chiesa cattolica. Andò a scuola nel seminario di Chapecó. Erano gli ultimi anni
della lunghissima dittatura militare e la diocesi della città catarinense era
in prima linea nelle lotte per i diritti dei camponeses e degli indios. Lui non
si fece prete - «per poco», racconta - e dal seminario passò all'occupazione
delle terre a fianco dei preti d'assalto, dei contadini e degli indigeni. Era
il maggio 1985 e l'Mst era nato solo un anno prima nell'alveo del movimento
pastorale della Cnbb, la Conferenza episcopale brasiliana. Quella fu la sua vera
università, anche se prima nel Santa Catarina poi a San Paolo, dove si trasferì
nell'87 dopo essere entrato nella segreteria nazionale, frequentò corsi di
pedagogia e scienze sociali alla Puc, la Pontifícia Universidade Católica della
capitale paulista. L'Mst si appresta a celebrare i suoi primi 25 anni di
attività. Tempo di bilanci. Quali? Per dirla sinteticamente e per punti: 1)
abbiamo insediato sulla terra 350 mila famiglie, ossia quasi due milioni di
braccianti senza terra se si calcola una famiglia composta in media da 5
persone; 2) siamo riusciti a inserire la riforma agraria nell'agenda politica
nazionale e, soprattutto, fra i debiti pendenti a livello sociale; abbiamo
proposto un modello alternativo a quello dell'agro-business neo-liberista, centrandolo
su alcuni nodi precisi: quello dell'alimentazione per tutti in un paese in cui
c'erano e ci sono fame e denutrizione di massa, quello di uno sviluppo
rispettoso della preservazione della natura e quello di una struttura economica
fondata anziché sull'esportazione, sull'agricoltura familiare e sulla piccola
agro-industria; 4) avere impostato il problema della
riforma agraria non tanto come un progetto a sé stante ma come un progetto di
sviluppo sociale complessivo, l'unico capace di fermare l'esodo dalle campagne
verso le favelas delle città; 5) aver lavorato e puntato molto sulla crescita
politica, culturale e umana delle masse contadine, E qual è il bilancio dei
rapporti fra il presidente Lula e il Movimento dei Senza terra? I rapporti fra
l'Mst e il presidente Lula sono tesi ma fraterni. Noi non siamo contenti della
politica economica portata avanti da Lula, e neanche della sua linea sulla
riforma agraria. Ma non siamo fra quelli, come molti settori dell'estrema
sinistra dentro e fuori il Pt, che accusano Lula di essere un traditore o un
nemico di classe. Lula ci ha deluso: lui pensa che l'agro-business sia una
strada praticabile e buona per lo sviluppo economico del paese, ha
liberalizzato l'uso degli ogm nelle colture di soja, non ha ridotto l'allarmante
ritmo di disboscamento dell'Amazzonia. Anzi: in Congresso c'è un progetto di
legge che amplia le aree disboscabili... Rispetto alla riforma agraria è
innegabile che Lula qualcosa abbia fatto, come rivendica, ma si è trattato più
di un appoggio a quanto era già stato fatto prima e
non invece di nuovi insediamenti di contadini senza terra. Secondo le stesse
cifre ufficiali, fra il 2003 e il 2007 sono state insediate 450 mila famiglie
di cui però 307 mila riguardano l'Amazzonia. Ciò significa in sostanza una
regolarizzazione fondiaria e una colonizzazione agricola, non una riforma
agraria. La riforma agraria, per noi, vuol dire muoversi contro il latifondo
improduttivo. E Lula non vuole scontrarsi con il latifondo. Nel caso nel 2010 a
Lula succedesse Dilma Rousseff, le cose migliorerebbero nei rapporti fra Mst e
il secondo presidente di sinistra? Dilma sarebbe anche peggio di Lula.
Nonostante il suo passato nella guerriglia contro la dittatura militare non ha
la connotazione popolare di Lula, che è sincera. Dilma rappresenta l'ala
tecnocratica, è l'equivalente di José Serra, che con ogni probabilità sarà il
candidato presidenziale del Pdsb, i tucanos come si chiamano in Brasile i
social-democratici, che sono però la vera destra. L'Mst ha sempre avuto rapporti
simbiotici con la chiesa cattolica, che l'ha tenuto a battesimo nell'84 e sotto
la sua ala protettrice in questi 25 anni. Ma esponenti della Teologia della
liberazione come dom Evaristo Arns, arcivescovo di San Paolo, o dom Helder
Camara, arcivescovo di Recife, sono stati mandati in
pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa cattolica
brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati. Nella
Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono
poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la
terra, dom Pedro Casaldiga, il vescovo emerito di São Félix de Araguaia,
nel Mato Grosso... Purtroppo si deve dire che l'opera di papi come Wojtyla e
Ratzinger ha avuto successo. Con i media l'Mst ha sempre avuto un rapporto
conflittuale. I principali giornali e network radio-televisivi non parlano mai
della sua funzione di coscientizzazione e democratizzazione di masse popolari
sempre emarginate e abbandonate a se stesse, ma hanno cercato in tutti i modi
di criminalizzare il Movimento presentandolo come violento ed eversivo. E'
ancora così? E' sempre peggio. I grandi media hanno preso il posto dei partiti,
che anche in Brasile sono in profonda crisi, a cominciare dal Pt. Sono i
giornali e le tv a dare la linea contro i movimenti sociali come il nostro e
contro la riforma agraria. Gli agro-combustibili: un altro punto di dissenso
forte fra l'Mst e Lula. Che dice che le colture della canna da zucchero da cui si
ricava l'etanolo e il bio-fuel non costituiscono più dell'1% delle terre
coltivabili del Brasile e quindi non c'è alcuna contraddizione fra le terre
usate per la produzione alimentare e le terre usate per i prodotti
d'esportazione o per l'etanolo... Sono due modelli antitetici a confronto. Il
modello dell'agro-business da esportazione dominato dalle transnazionali contro
il modello agro-familiare e per la sovranità alimentare. Incompatibili. Adesso
ci dicono che non ci sono più terre improduttive per cui, non volendo toccare
il latifondo che è il vero nodo, non si può più fare la riforma agraria. Ma poi
dicono anche che, di fronte ai 7 milioni di ettari coltivati a canna da
zucchero di adesso, ci sono 90 milioni di ettari buoni per la canna e senza
contare l'Amazzonia. Allora questa terra c'è o non c'è? E a cosa deve servire?
Il Movimento dei Senza terra ha avuto fin dal principio il Pt come suo
referente politico privilegiato, anche se non l'unico. E' ancora così dopo sei
anni di un presidente della repubblica «petista» e altrettanti o più di sindaci
e governatori statali del Pt? Non solo Lula, neanche il Pt è più il
ricettore-canalizzatore delle energie dirette verso la riforma agraria. Noi
Senza terra siamo ormai orfani di uno strumento politico.
( da "Unita,
L'" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Sacconi, il
socialista voltagabbana Da laico a integralista Da sindacalista a falco Dal
caso Englaro alla pillola abortiva il ministro del Welfare si muove come un
crociato e tenta di intimidire le strutture sanitarie che rispettano la legge e
le sentenze
( da "Unita,
L'" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
L'addio a Caracciolo nella chiesa
al centro del Tevere in piena Come «il signore che dorme nella barca nonostante
la tempesta» nel passo del Vangelo secondo Marco, la bara del «principe rosso»,
Carlo Caracciolo, è posta a terra nell'uso nobilare, ma elevata sopra l'altare
della Basilica di San Bartolomeo, a un ponte dalla sua casa, ad un altro dalla
Sinagoga. Una zattera nell'isola Tiberina immersa nella piena del Tevere appena
in remissione. «L'amico» editore, racconta Monsignor Vincenzo Paglia, «negli
ultimi tempi era amareggiato di come l'acqua della crisi si fosse alzata oltre
il limite di guardia». Coperto di rose bianche il feretro è sull'altare perché
«aveva un alto senso della vita» e della «libertà di stampa» spiega il
sacerdote che ne ricorda l'impegno nella Resistenza. È un
mondo laico, trattenuto e composto, quello che ha reso omaggio a Caracciolo.
L'intellighentia di sinistra nella piena della crisi, l'alta borghesia
illuminata e l'aristocrazia, che dovranno passare ai giovani l'eredità del
«principe», quella culturale. Dal fratello Nicola alla figlia Jacaranda,
riuniti i ceppi della famiglia Agnelli fino ai rami allungati delle nipoti,
figure alla Giacometti, le più commosse. Non c'è Marella Agnelli, la sorella di
Carlo, ma c'è la nipote Marellina; è uscita dal riserbo Margherita Agnelli con
Susanna, ci sono Lapo e John Elkan con la moglie Lavinia Borromeo. In piedi,
segue la funzione Luca Cordero di Montezemolo. Più vistoso lo chef Vissani.
Riunito il gruppo de l'Espresso. in prima fila Ezio Mauro, direttore di
Repubblica e, dietro di lui, Carlo De Benedetti vicino a Eugenio Scalfari in
lacrime sul sagrato. L'ex ad Marco Benedetto, poi la galassia dei quotidiani
locali, tanti direttori e giornalisti, da Valentino Parlato a Giuliano Ferrara.
Un mondo ampio, dai «padri» della sinistra Tortorella e Reichlin agli uomini di
banche e imprese: Passera, Malagò e Ciarrapico, amici per curiosità. All'ultimo
arriva il sindaco Alemanno (reduce da un funerale della destra, il padre di Di
Nella). Era amico di Caracciolo, nonostante gli opposti. Parecchi i politici:
Veltroni, Zanda e Gentiloni, Casini, Rutelli ( fa la comunione) e Gianni Letta.
L'ultimo «ciao editore» dall'Isola lo danno gli autisti di Repubblica, i
segretari e i tipografi.
( da "Unita,
L'" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
LO STATO? È FINITO PER DECRETO Il decreto
di indirizzo annunciato dal ministro Sacconi che impone alle strutture
pubbliche e private convenzionate l'alimentazione e l'idratazione artificiale
agli stati vegetativi permanenti è stato pensato per
impedire l'attuazione della sentenza che autorizza la famiglia Englaro a
sospendere la terapia nutrizionale a Eluana. La data non è casuale dal momento
che la notizia è stata diffusa quando già era partita l'ambulanza che doveva
prelevare Eluana dalla clinica di Lecco in cui attualmente si trova per portarla
in altra struttura sanitaria. Ovviamente il decreto di indirizzo è un atto
intimidatorio che si configura come un ricatto attuato sulla struttura
sanitaria disposta ad accogliere Eluana, atto che ha raggiunto l'effetto voluto
ossia intimidire chi era disponibile a liberare Eluana dalla situazione di
non-vita in cui si trova. L'atto del ministro segna la fine dello stato liberale e democratico caratterizzato dalla
separazione dei poteri frutto della tradizione illuminista e democratica.
Dobbiamo prendere atto che oggi, dopo il decreto Sacconi, in Italia il potere
esecutivo è l'unico potere forte che regola la vita sociale italiana. Gli
italiani hanno perso la possibilità di rivolgersi a un giudice ed avere un
giudizio indipendente ed imparziale, dal momento che anche dopo averlo ottenuto
si trovano di fronte a un potere esecutivo che, con un colpo di mano, impedisce
l'attuazione di quanto stabilito dal giudice (nel caso specifico la suprema
corte di Cassazione!). È difficile sapere che tipo di regime si stia
instaurando, ma sicuramente segna l'inizio di un "catto-berluschismo"
attuato con la complicità di una sinistra tiepida. Non abbiamo sentito i leader
dell'opposizione protestare al riguardo, silenzio assordante che fa pensare
alla sudditanza alla posizione dei teodem (Binetti e co.). Ma non solo questo:
qualche giorno fa abbiamo preso atto dell'esplicito rifiuto opposto
dall'assessore della Sanità della Toscana Enrico Rossi di accogliere Eluana in
quella regione. A prescindere dai discorsi etici, sono atti gravi sul piano
istituzionale perché assistiamo a una svolta totalitaria nel senso che i poteri
fondamentali regolatori della vita sociale (legislativo, giudiziario ed
esecutivo, secondo Montesquieu) sono accentrati in un unico "tutto": il
potere esecutivo che ha emanato il decreto Sacconi. È cambiata la forma di
Stato che ci è stata consegnata dai padri fondatori della Repubblica. L'altro
giorno Berlusconi ha dichiarato di volere cambiare la Costituzione da solo, e
oggi il decreto Sacconi annulla la sentenza della Cassazione. L'unico vero potere è quello della Chiesa cattolica romana che,
come già in passato, teme che lo Stato di diritto democratico avvalli l'etica
laica e secolare che rifiuta la sacralità della vita. Gli uomini della
provvidenza cambiano, ma la "provvidenza" colpisce ancora.
( da "Stampa,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Una carriera di successo con
missioni all'estero SAVONA Teo Luzi, 49 anni, sposato e una figlia, originario di Cattolica (Rimini), è comandante provinciale dei
carabinieri di Palermo dal 10 settembre 2007. Ha frequentato l'Accademia
Militare di Modena negli anni 1978/1980 e, a seguire, la Scuola Ufficiali
Carabinieri di Roma fino al 1982. E' stato nominato sottotenente nel 1980, tenente nel 1982, capitano nel
1985, maggiore nel 1994, tenente colonnello nel 1998 e colonnello nel
2003. Ha retto incarichi in Italia tra cui quello comandante del nucleo
operativo della Compagnia di Roma Piazza Venezia (dal 1982 al 1984) e di
comandante della Compagnia Roma-Centro (dal 1984 al 1992). Comandante del
Nucleo Informativo di Roma (anno 1993), in cui è stato
responsabile tra l'altro delle attività connesse con la sicurezza dello Stato
ed il contrasto ai fenomeni di macro criminalità. E ancora capo «Ufficio
bilancio» e Capo ufficio armamento e equipaggiamenti Speciali» presso il
Comando Generale (2003-2005). E comandante provinciale dei carabinieri di
Savona (dal 2001 al 2003). Ha assolto vari incarichi in campo internazionale,
in particolare presso reparti che operano per il mantenimento della pace e la
sicurezza nei Balcani, tra cui quello di Capo di Stato Maggiore presso la
«Multinational Specialized Unit» in Bosnia & Erzegovina (giugno 1998-maggio
1999); responsabile del nucleo organizzativo della "Multinational
Specialized Unit" in Kosovo (giugno-luglio 1999). Per ultimo ha assolto
l'incarico di capo del VI Reparto «Pianificazione e Programmazione finanziaria
e Controllo» del Comando Generale dell'Arma, quale responsabile finanziario
nazionale dell'Arma (2006-2007). Si è laureato in Scienze Politiche (nel 1986)
e in Giurisprudenza (nel 1989) all'Università «La Sapienza» di Roma.
( da "Stampa,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Ileghisti l'avranno presa male,
anche se al momento non c'è traccia di reazioni ufficiali. E così i
federalisti, di cui trabocca la nostra scena pubblica. Perché l'editto di
Sacconi, l'atto con cui il ministro pretende di chiudere a Eluana le porte
d'ogni clinica pubblica o privata, è innanzitutto questo: un diktat per le
Regioni, nonché per le Province di Trento e di Bolzano. È insomma la mascella
volitiva dello Stato, che detta legge agli enti decentrati. Ma come, non siamo
già immersi mani e piedi in uno Stato federale? Non c'è alle viste il
federalismo fiscale, che renderà totale l'immersione? Evidentemente no. In
Italia funziona così, c'è spazio solo per un federalismo dei giorni dispari,
nei giorni pari ciascuno torna al suo vecchio mestiere. Ma la questione si
misura essenzialmente in punta di diritto. Come d'altronde fin qui è sempre
accaduto, in questa guerra di carte bollate e di sentenze combattuta su un
corpo senza coscienza, senza volontà. Tuttavia l'ultimo episodio registra un
miracolo giuridico: la resurrezione del defunto. Il provvedimento di Sacconi
riesuma difatti la funzione d'indirizzo e coordinamento, con cui lo Stato ha
regolato per trent'anni l'attività delle Regioni. Lo faceva in nome
dell'interesse nazionale, una formula magica ospitata nel vecchio testo della
Costituzione. Ma a condizione che l'atto d'indirizzo venisse espressamente
previsto in una legge, che fosse adottato dall'intero Consiglio dei ministri,
che la Conferenza Stato-Regioni avesse manifestato il
proprio assenso. Come stabiliva l'art. 8 della legge Bassanini (n. 59 del
1997), che entrò in vigore quando la funzione d'indirizzo e coordinamento era
ormai agonizzante, incolpata non a torto d'aver affossato l'esperienza
regionale. Nessuna di queste tre condizioni ricorre nel provvedimento solitario
di Sacconi, che dunque suona illegittimo perfino rispetto al vecchio ordine
giuridico. Ma nel 2001 la riforma del Titolo V ha soppresso ogni riferimento
all'interesse nazionale e ha soppresso perciò le basi su cui poggiava il potere
d'ingerenza del governo. Non solo: l'art. 8 della legge La Loggia (n. 131 del
2003) ha poi ulteriormente precisato, a scanso d'equivoci, che gli atti
d'indirizzo e coordinamento sono vietati nel campo della sanità. Sicché l'atto
firmato da Sacconi è due volte incostituzionale: sia per il passato remoto che
per il futuro prossimo. Anzi tre volte: perché oltre a offendere le competenze
regionali calpesta la sovranità del Parlamento (soltanto una legge statale di
principio può intervenire in materia sanitaria), e perché viola le attribuzioni
del corpo giudiziario (sul caso Eluana c'è ormai una sentenza definitiva della
Cassazione). Insomma questo provvedimento non vale nulla, è come una legge
promulgata dal direttore delle Poste. E allora a cosa serve? Semplice: serve a
intimidire gli ospedali, a ricattarli minacciando di togliergli i quattrini, se
non addirittura la licenza. E perché Sacconi, che è persona seria, ci ha messo
in calce la sua firma? Ri-semplice: perché ha agito sotto dettatura. Non è il
primo caso, non sarà purtroppo l'ultimo. È appena successo con i fondi per le
scuole private, dopo la protesta a squarciagola della Cei: 120 milioni spariti
e subito riapparsi con un emendamento in Finanziaria. Succede con la pillola
del giorno dopo, la cui vendita al pubblico viene rinviata di anno in anno, con
gran soddisfazione del Vaticano. Diciamolo: c'è un Antistato
dentro il nostro Stato. Le sue sentinelle, i suoi stessi generali, sono ormai i
generali dello Stato italiano. Da qui l'impotenza della cittadella burocratica,
da qui la complicità della politica: l'una e l'altra ormai espugnate
dall'interno, e senza neanche la fatica di fabbricare un cavallo di Troia. Da
qui la strage della nostra civiltà giuridica, pur sempre figlia del secolo dei
Lumi, quando l'Antistato ha in odio le carte
settecentesche dei diritti, l'etica del dubbio, la separazione dei poteri. Prima di consegnarci prigionieri, c'è però un Dio laico cui
possiamo chiedere soccorso. È un giudice, e magari qualche volta può sbagliare.
Ma giudica con la stessa toga ministri e cittadini. E nessuno ministro, così
come nessun cittadino, ha il potere di rovesciarne le sentenze.
michele.ainis@uniroma3.it
( da "Stampa,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
il caso Il sindaco cerca una
soluzione contro la chiusura MAURO C AMOIRANO L'asilo parrocchiale ha i giorni
contati MILLESIMO Sta probabilmente per chiudere l'asilo parrocchiale. L'ordine
delle Suore della Misericordia, di Savona, che gestisce l'asilo frequentato da
una trentina di bambini, pare abbia deciso la dismissione della struttura. Il
sindaco, Mauro Righello, si è subito attivato per ottenere una proroga. Il
problema è reale, come ammette lo stesso presidente del comitato di gestione
dell'asilo, ingegner Claudio Bruno: «La più giovane delle cinque suore che si
occupano dei bambini ha 70 anni e quindi la casa madre dell'ordine religioso ha
deciso di richiamare in sede le consorelle, anche, immagino, in un programma di
taglio dei costi. Attualmente l'asilo, intitolato a don Pregliasco, frequentato
da 30 bambini, seguiti da due suore e da due insegnanti
laiche. Chiudere la struttura - la previsione è entro la fine dell'anno -
sarebbe un vero problema anche per le famiglie, oltre a significare la perdita
di un pezzo di storia del paese, visto che l'asilo parrocchiale è attivo da
oltre50 anni ed ancor prima aveva compiti di scuola materna». La
proposta avanzata è stata quindi «di valutare la possibilità di rimandare la
chiusura di due anni, in modo da chiudere il ciclo di frequenza per i trenta
bambini bambini (l'asilo ne ospita dai 3 ai 6 anni) e, contestualmente,
consentirci di trovare soluzioni alternative». Una richiesta condivisa dal
sindaco, Mauro Righello, che spiega: «Appena venuto a conoscenza del problema
mi sono attivato, incontrando i genitori, e poi ottenendo un incontro con la
madre superiora, suor Francesca, avanzando la richiesta che almeno un nucleo di
suore rimanga per qualche tempo. Ho preso poi contatti con il Provveditorato
per valutare la possibilità di trasformare l'asilo da privato a pubblico, ma
non è un iter facile. Per questa seconda ipotesi mi piace sottolineare la
disponibilità dell'Ordine religioso, che è anche proprietario dell'immobile,
per una formula che ne consenta l'utilizzo come scuola pubblica». Prosegue,
Righello: «Suor Francesca, di fronte alle nostre richieste, premesso che il
Consiglio generale dell'Ordine aveva già deliberato la chiusura dell'istituto,
comprendendo la nostra situazione, e dimostrando molta disponibilità, ha
riconvocato per gennaio il Consiglio per rivalutare il caso di Millesimo». Il
sindaco pone poi l'accento anche sul fattore economico: «Pur essendo una scuola
parrocchiale, e quindi privata, il Comune negli ultimi 4 anni ha triplicato i
contributi. Certo se la Finanziaria dovesse davvero prevedere nuovi tagli il
Comune si troverebbe in difficoltà». A Millesimo esiste un'altra struttura, di
grande qualità, seppur «asilo nido», e quindi destinato ai più piccoli:
«L'Albero Rosso», che, tra l'altro, ha recentemente ottenuto la certificazione
ISO 9001:2000. Per l'asilo, gestito dalla Cooperarci, e messo a disposizione
dalla Demont (che si fa anche carico delle utenze e dei servizi di pulizia e
della mensa) al piano terra della palazzina costruita dal gruppo guidato
dall'imprenditore Aldo Delle Piane, il Comune ha stanziato, nel bilancio del
2009, 43 mila euro per contenere le rette a carico delle famiglie.
( da "Messaggero,
Il" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Giovedì 18 Dicembre 2008 Chiudi di
SILVIO GARATTINI DECISAMENTE i rapporti fra Vaticano e mondo della ricerca
scientifica non sono tra i migliori. In modo sistematico e continuo alti
prelati e perfino Benedetto XVI lanciano divieti ed anatemi ai ricercatori
scientifici. Gli argomenti riguardano soprattutto le problematiche (non solo di
ricerca), che hanno a che fare con la vita. Cellule staminali embrionali,
utilizzo di embrioni, riproduzione in vitro, contraccezione sono i temi su cui
la discussione è più accesa. Nessuno ovviamente nega alla Chiesa cattolica il
diritto di indirizzare i suoi credenti verso i principi che devono essere
osservati per rimanere nell'alveo della dottrina cattolica. Ciò che preoccupa è la pretesa di voler obbligare tutti a seguire
regole che non sono condivise da una visione laica e neppure da altre religioni
comprese quelle cristiane, più vicine al cattolicesimo. È anche preoccupante
che i "divieti" ricadano soprattutto sull'Italia dove i nostri
politici tendono a seguire supinamente tali direttive che si riflettono poi
sulla nostra legislazione. Diverso è l'atteggiamento dei politici di
altri Paesi, come nella cattolica Spagna, dove la legislazione è molto più
favorevole alla possibilità di sperimentare nuove vie, incluso l'utilizzo e la
produzione di cellule staminali embrionali, condizione comune a molti Paesi
europei. È preoccupante anche l'atteggiamento rigido della Chiesa che sembra
non voler accettare alcuna discussione, non riconoscendo che anche i principi
etici cambiano nel tempo e soprattutto alla luce di nuove conoscenze promosse
da tecnologie che fino a pochi decenni fa non erano né disponibili, né
pensabili. Lo sviluppo della conoscenza è una tendenza inarrestabile dell'uomo,
soprattutto quando ci si inoltra ad esplorare le frontiere del sapere
biologico, quelle che hanno a che fare con l'origine della vita. La scienza non
può progredire solo attraverso ipotesi, deve verificarle attraverso la
sperimentazione. Fa errori perché l'errore è frutto delle attività umane, ma ha
in sé una continua capacità di miglioramento e di correzione. Non va trascurato
il fatto che la ricerca biomedica non è fine a se stessa, ma è la base per
poter alla fine curare le sofferenze e le malattie dell'uomo. Per fare un solo
esempio: perché i ricercatori sono così interessati a portare avanti le
ricerche che riguardano le cellule staminali embrionali umane? Non sarebbe
sufficiente studiare le cellule staminali adulte presenti in tutti gli organi o
le cellule staminali ombelicali ricavabili dal cordone ombelicale dopo la
nascita? Purtroppo no, perché si devono cercare tutte le possibilità e le
cellule embrionali offrono probabilmente una maggiore duttilità e un maggiore
spettro di applicazione. D'altra parte non si tratta di "fabbricare"
nuovi embrioni, ma almeno di utilizzare quelli provenienti ad esempio da aborti
che, in ogni caso, vengono eliminati. I ricercatori sperano di poter usare le
cellule embrionali per riparare gli organi danneggiati. Dopo un infarto il
cuore perde molte cellule e perciò è indebolito. Tuttavia se si trapiantassero
cellule staminali si potrebbero sostituire le cellule mancanti in modo da
ripristinare una normale funzione cardiaca. La stessa prospettiva può essere
estesa al cervello. Molte malattie debilitanti, dal Parkinson all'Alzheimer,
sono dovute alla perdita di cellule neuronali. Se queste ultime potessero
essere sostituite con cellule staminali in grado di diventare cellule nervose,
molte malattie neurodegenerative potrebbero migliorare. I ricercatori mirano anche
a progetti più ambiziosi: riuscire attraverso le cellule staminali -
soprattutto embrionali - a ricostruire "in vitro" interi organi. Il
progetto in questione è molto importante data la carenza di donatori e quindi
organi da trapiantare rispetto alle reali necessità. Nessuno può essere sicuro
di ottenere risultati importanti per la salute, attraverso l'utilizzo delle
cellule staminali, ma è certo che se non si sperimenta, i progressi non possono
arrivare. Occorre anche ricordare che i ricercatori operano in un sistema con
molti controlli sociali, in primis ad opera dei comitati etici, e nell'ambito
di leggi e di circolari ministeriali.Si ha l'impressione che la discussione in
atto fra la Chiesa ed il mondo della ricerca scientifica rischi di essere sterile.
Forse sarebbe bene cercare di impostare una possibilità di dialogo per
ascoltare e per capire le ragioni delle parti. Si opera molto oggi attraverso i
"tavoli" di discussione. Dialogare è sempre utile, serve a rimuovere
pregiudizi e a cercare vie comuni, fatto importante considerando che si parla
di uno dei beni più importanti per l'uomo, la salute.
( da "Corriere
della Sera" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Sport - data: 2008-12-18 num: - pag: 56 categoria: REDAZIONALE «Più
forti della crisi» Montezemolo: «Hamilton? Preferisco Massa è stato protagonista ed è una bella persona» Il presidente
della Ferrari guarda avanti: «Il 2009 è indecifrabile La concorrenza non
mancherà, ma saremo all'altezza» -DA UNO DEI NOSTRI INVIATI MARANELLO —
L'orticaria che sostiene venirgli quando arriva secondo, guarirà con la pomata
che gli è stata donata. Quanto al televisore che ha sfasciato dopo la beffa di
Massa ad Interlagos, gli invitati alla cena di Natale della Ferrari non
potevano fare più di tanto: sono tempi grami e di economie per tutti. Però
grazie a un guscio protettivo per il telecomando, anche questo consegnatogli a
mo' di cadeau, Luca di Montezemolo se non altro nel futuro limiterà i danni.
Sempre che le Rosse di F1 perdano di nuovo, ipotesi non da escludere («Ci
aspetta un 2009 indecifrabile, nel quale tanti saranno competitivi») ma da scacciare
con il lavoro e con la voglia di riscatto, almeno in relazione al Mondiale
piloti, perché lo scalpo dei costruttori — ottavo in dieci anni — c'è ed è più
che mai motivo d'orgoglio. Più forti della crisi, sia nel settore commerciale,
sia in quello che sta attanagliando, ormai ad ogni livello, il motorismo
sportivo: è il messaggio lanciato da Maranello per l'anno che verrà ed è la
sintesi di una serata in cui lo «swing» del presidente ci ha portato attraverso
l'aneddoto di Enzo Ferrari e la Lollobrigida, ragionamenti seri, divagazioni di
politica sportiva, scampoli di cabaret e una frecciata al Lewis Hamilton che
non ha progetti «rossi» per la carriera: «è bravo e ha vinto con merito, ma io
non cambierei mai Massa con lui. Intanto gli abbiamo evitato una seconda
sconfitta sul filo di lana e un giro dallo psichiatra...». Simpatia Già,
l'epilogo, stavolta bruciante, del Gp del Brasile. Un kappaò pazzesco («Una
delusione in quindici secondi»), ma che lascia contropartite positive. «La
Ferrari ha acquistato in simpatia e Massa si è reso
protagonista come uomo di sport, come una bella persona che ha saputo perdere
con stile. Sia chiaro: non è stato sconfitto in
Brasile, ha perso per i nostri errori, anche se la F2008 si è rivelata la
macchina migliore e la squadra è stata forte e compatta». Però poi Montezemolo
ha dedicato un brindisi a Stefano Domenicali «per la cavolata dell'anno, il
famoso rifornimento di Singapore sulla monoposto di Felipe». è stata solo una
battuta, non una delegittimazione dell'erede di Todt. Che ha anzi acquisito
nuovi meriti per il paradiso («A Stefano bisogna fare i complimenti per i
risultati ottenuti »), evidenti pure nella forma: il suo predecessore, per la
prima volta, non era presente. Un gesto elegante dello stesso Todt, ma, nel contempo,
un messaggio che consolida una svolta. 2009 e oltre Ci sono già delle novità
per il 2009, dalla volontà di vincere la sfida del vituperato Kers, alias
dispositivo per il recupero dell'energia cinetica («è costoso, è pensato in
maniera sbagliata ed è un'incognita: ma saremo ??laici''
nel valutarlo, privilegiando l'affidabilità quando si tratterà di stabilire se
montarlo o meno»), all'avvento del marchio Tata sulle monoposto (primo partner
indiano della storia a figurare su una Ferrari di F1), a ritocchi
dell'organigramma: dalla Toro Rosso arriva Massimo Rivola (aiuterà Luca
Baldisserri nelle attività in pista), mentre Andrea Stella diventa il
nuovo ingegnere di macchina di Kimi Raikkonen e Chris Dyer è promosso a ruoli
di coordinamento. Totale: «Saremo forti, ma sarà dura: la concorrenza non starà
a guardare, a cominciare dalla Bmw». A proposito di Raikkonen. La sua stagione
in calando vale un buffetto («Fino al Gp di Magny-Cours è stato
straordinario; poi si è stancato e ha chiesto a un amico di guidare per
lui...») e un atto di fiducia: «Nel 2009 sarà di nuovo al vertice. Non è un
grande comunicatore; però se Kimi vince, per me va bene». Qui, allora,
insorgeranno coloro che si battono per Alonso alla Ferrari. Per loro non ci
sono clamorose notizie ma frasi già udite («Non esiste alcun tormentone, con i
piloti siamo a posto per due anni ») e il consueto dire e non dire: «Il futuro
lo vedremo: Alonso è giovane e la Ferrari è giovanissima». Insistiamo: sono
negazioni tanto simili a conferme. Bernie & Max Comunque, il domani non
sarà certo Valentino Rossi. Il grande sogno accarezzato e rimasto
irrealizzabile è comparso più che altro nei quadretti da cabaret: «Allora, chi
altro si ritira oltre alla Honda? Ah sì, l'indiano... (Vijay Mallya, che ha
appena mollato la fornitura dei motori Ferrari per far diventare la Force India
il team B della McLaren, ndr): quindi Fisichella si libera e farà il
collaudatore insieme a Bado
( da "Corriere
della Sera" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Primo Piano - data: 2008-12-18 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE
Vaticano contro Fini: opportunismo meschino L'Osservatore dopo le accuse sulle
leggi razziali: sorprendono le parole di un erede politico del fascismo Per il
quotidiano della Santa Sede il presidente della Camera è colpevole di
«approssimazione storica» ROMA — «Approssimazione storica e meschino
opportunismo politico». è arrivata, attraverso l'Osservatore Romano, durissima
e senza appello, la reazione del Vaticano alle parole del Presidente della
Camera, Gianfranco Fini, che martedì ha sostenuto che l'«infamia » delle leggi
razziali del 1938 non può essere spiegata solo con «l'ideologia fascista». E ha
sottolineato la mancanza di «manifestazioni particolari di
resistenza» anche da parte della Chiesa cattolica. «Opportunismo sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad
una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani», ribatte la
presidenza della Camera, in un inedito botta-risposta che non ha precedenti dai
tempi dei Patti Lateranensi. Poi in serata un incontro tra Fini e
monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e
cappellano di Montecitorio, prima della celebrazione della messa natalizia per
i deputati e della benedizione del Bambinello del presepe allestito alla
Camera. Il colloquio, già preventivato e durato circa mezz'ora, è stata l'occasione
per un confronto ed un chiarimento. L'Osservatore è intervenuto con un commento
di trentatrè righe, verosimilmente frutto del giudizio sulla vicenda della
Segreteria di Stato. Trentatrè righe soppesate parola per parola dopo che il
direttore, Gian Maria Vian, ha valutato il testo scritto del discorso di Fini,
la registrazione video dell'evento sul sito della Camera, e l'aggiunta di
quelle due parole a braccio, «duole ammetterlo», che forse nell'intenzione di
Fini doveva servire a mitigare l'affermazione, ma che ha probabilmente dato
l'ulteriore impressione di un superiore giudizio morale esercitato dalla terza
carica dello Stato rispetto alla Chiesa. Per cui la replica dell'Osservatore ha
puntato dritto sulla primaria responsabilità del regime fascista
nell'elaborazione e promulgazione delle leggi razziali. «Di certo — afferma il
commento anonimo e quindi attribuibile al direttore — sorprende e amareggia il
fatto che uno degli eredi politici del fascismo — che dell'infamia delle leggi
razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole
lodevolmente prendere le distanze — chiami ora in causa la Chiesa cattolica».
Così «dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico». Il
breve intervento del giornale vaticano ricorda «le polemiche » suscitate dalle
parole di Fini e gli interventi di «politici, storici e media». Tra questi
viene citato il titolo in prima pagina del Corriere della sera di ieri («I
silenzi di un Paese intero») che sintetizza «un dettagliato articolo del
vicedirettore Pierluigi Battista». Infine l'Osservatore mette in evidenza che
il quotidiano dei vescovi Avvenire sul suo sito internet ha criticato «anche il
leader del Partito democratico, il quale nel pomeriggio di ieri aveva definito
l'analisi di Fini "di una verità palmare"». La controreplica della
presidenza della Camera — preceduta di poco da una dichiarazione in cui Enzo
Raisi dell'esecutivo di An aveva definito «attacco sconclusionato» l'articolo
del giornale vaticano — è giunta quando l'Osservatore era in edicola già da
qualche ora. La direzione del quotidiano vaticano non ha commentato. Nei
prossimi giorni i diversi media vaticani, a cominciare dall'Osservatore,
torneranno sull'argomento dal punto di vista storiografico. L'immediato
consenso che è arrivato a Fini da parte delle comunitÁ ebraiche e di alcuni
autorevoli storici — come Giovanni Sabbatucci — deve aver preoccupato la Santa
Sede. Nei mesi scorsi al centro della «querelle» si era trovata la figura di
Pio XII. Ma Fini è uscito dal confine temporale dell'inizio della Seconda
guerra mondiale, per allargare il discorso del giudizio storico e soprattutto
morale indietro fino a Pio XI. M.Antonietta Calabrò
( da "Corriere
della Sera" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Primo Piano - data: 2008-12-18 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE
Dietro le quinte Il chiarimento con monsignor Fisichella L'amarezza di
Gianfranco: nessun attacco, lo dice la storia ROMA — Alla fine c'è stato anche il chiarimento, o comunque l'illustrazione dei
rispettivi punti di vista. Perché ieri sera, alla Camera, Gianfranco Fini ha
incontrato Monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Academia per
la vita. E gli ha spiegato quello che in queste tormentate ore sta assicurando
a tutti i suoi interlocutori: non c'era nessun «disegno» politico, nessuna
voglia di aprire «una polemica gratuita» contro il Vaticano nelle sue parole di
due giorni fa, che hanno provocato la vibrante protesta dei vertici
ecclesiastici e non solo. Quell'uscita — quel suo «nemmeno la Chiesa cattolica, salvo talune luminose eccezioni» fece abbastanza per
contrastare le leggi razziali —, altro non è stata che «un'analisi storica »,
nemmeno così nuova o contestata, e in qualche modo affrontata dalla Chiesa
stessa, se è vero che il documento che ha ispirato il presidente della Camera è
un testo della Commissione teologica internazionale del 2000 intitolato proprio
«Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato». Non solo: tra i
documenti che hanno ispirato la riflessione, c'è anche un numero proprio
dell'Osservatore Romano del 15 gennaio del 1939 in cui, per la prima volta dal
varo delle leggi razziali (dicembre 1938), si affronta indirettamente il tema.
Come? Con la pubblicazione dell'omelia dell'Epifania dell'allora Vescovo di
Cremona Giovanni Cazzani che tutto era tranne una presa di distanza
dall'antisemitismo: «Un vero cattolico — è uno dei passaggi— non ha domestici
ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei» e ancora «la Chiesa ha fatto
fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici».
Dunque, sono i fatti a parlare, è l'opinione di Fini, non altro. «Perché avrei
dovuto a freddo sfidare i vertici vaticani, quale tornaconto politico ne avrei
dovuto avere?», è la domanda retorica di Fini. Un Fini che, anche dopo
l'incontro con l'alto prelato (programmato da tempo, visto che Monsignor
Fisichella ha visitato Montecitorio per benedire il presepe), non cambia dunque
idea sulla liceità, per un presidente della Camera, di intervenire anche su
temi delicati che riguardano la storia nazionale. E non chiede scusa. Piuttosto
Fini, esasperato da quello che ritiene «un inutile esercizio di interpretazione
delle mie parole» sui temi più svariati — dal rischio liderismo nei partiti
moderni alla necessità del dialogo istituzionale —, si chiede come mai se a
fare certe analisi basate comunque su filoni storiografici consolidati è lui,
scoppia il pandemonio. E non accetta quello che tra le righe gli rimprovera
l'Osservatore Romano, e cioè che un post-fascista non dovrebbe accusare gli
altri di aver fatto poco contro il fascismo. Non ci sta perché, è la
riflessione del numero uno di An, proprio a lui che «più di qualunque altro
leader della destra» ha fatto gesti e pronunciato parole di condanna durissime
su fascismo e antisemitismo, non si può chiedere di tacere e non esprimersi
anche sugli errori degli altri. «Io i miei passi, i miei strappi li ho fatti.
Io...». E però, non sembra che i suoi uomini abbiano capito, o comunque
accettato, la mossa del leader. In An è calato un gelido silenzio sulla vicenda,
che non cela il disorientamento, lo sconcerto, anche la rabbia per una uscita
che «non si capisce a cosa serva », che «ci mette contro il Vaticano » e
nessuno minimamente si aspettava. Si limita a un sorriso Alemanno, non parlano
gli altri big del partito, che già si sentirono traditi da Fini quando scelse,
irritando molto le gerarchie ecclesiastiche, di sostenere il referendum
abrogativo della legge sulla fecondazione assistita. Allora come ora, non
sembra che il leader se ne preoccupi più di tanto. Paola Di Caro Il caso Il
presidente della Camera Gianfranco Fini ha incontrato ieri sera monsignor Rino
Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cappellano di
Montecitorio
( da "Manifesto,
Il" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
LEGGI RAZZIALI L'Osservatore romano
contro Fini: salva il fascismo Stefano Milani ROMA La Chiesa va all'attacco.
Dopo la presa di posizione di Gianfranco Fini, martedì scorso, che definì le
leggi razziali «un'infamia, a cui la Chiesa non si oppose», il Vaticano si
mobilita e schiera le "penne" amiche per ribattere colpo su colpo alle
accuse del presidente della Camera. Ci pensa così l'Osservatore romano, organo
di stampa della Santa Sede, a rimettere i puntini sulle "i". Perché
le parole pronunciate dal leader di An «sorprendono e amareggiano» e dimostrano
«approssimazione storica e meschino opportunismo politico», scrive il
quotidiano papale. Il giudizio di Oltretevere è dunque severo e senza appello,
e sta tutto in un breve articolo dal titolo didascalico: «A proposito delle
dichiarazioni di Gianfranco Fini». «Di certo - si legge - sorprende e amareggia
il fatto che uno degli eredi politici del fascismo, che dell'infamia delle
leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole
lodevolmente prendere le distanze, chiami ora in causa la
Chiesa cattolica». La risposta dell'entourage della terza carica dello stato non si fa attendere, ed è
piuttosto stizzita: «Sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte
discussa in ambienti vaticani». Ma l'Osservatore romano non è il solo a
lanciare critiche, prima di lui l'Avvenire, giornale della conferenza
episcopale italiana, a metterci il carico e aprendo il proprio sito con il
titolo «Fini "scivola" su leggi razziali e Chiesa». E a ruota si
accodano quasi tutti i politici cattolici, a
cominciare da Luca Volontè (Udc) secondo il quale «il presidente della Camera
si è dimenticato del proprio ruolo istituzionale».
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 15 - Cronaca Interviene
Schifani. E nel Pdl l´iniziativa del Welfare fa discutere "Adesso occorre
una legge" ma i laici del centrodestra bocciano l´atto
del governo Schifani: "Sembra ormai maturo il tempo per discussione
parlamentare" ROMA - La decisione di Sacconi apre il dibattito nel
centro-destra. Fa discutere, solleva dubbi, registra alcune prese di distanza
e, da più parti, la richiesta di arrivare presto a una legge sul testamento
biologico. Sulla questione interviene anche la seconda carica dello
Stato: nel suo intervento al Quirinale, il presidente del Senato, Renato
Schifani sottolinea: «Sembra ormai maturo il tempo per una compiuta discussione
in sede parlamentare, dove il dibattito sulle disposizioni anticipate di
volontà si è arricchito dell´impegno fattivo e costruttivo di tutte le
componenti politiche». Secondo Schifani «rispettare la persona significa anche
riconoscerle quella autonomia e libertà che le sono proprie, ma certamente
resta problematico imporre ad un terzo un obbligo diverso dall´esercizio dei
doveri di solidarietà». E se, sulla necessità di arrivare a una legge si
schiera anche il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, nel
centrodestra c´è chi storce il naso di fronte all´iniziativa del ministro
Sacconi. Il governatore del Friuli, Renzo Tondo, Forza Italia liquida l´atto
del governo come «ininfluente» e dello stesso avviso è anche il senatore
Ferruccio Saro, amico di Beppino Englaro, che pone il problema del possibile
conflitto di competenze. Saro chiede a Sacconi «una diversa considerazione del
caso di Eluana» e ricorda che il «Friuli Venezia Giulia è fuori dal servizio
sanitario nazionale e ha competenza primaria in materia». Presa di distanza
dall´atto di indirizzo del ministro del Welfare anche dal consigliere regionale
di FI in Veneto, Regina Bertipaglia: «Solo una legge del Parlamento potrà
normare una questione così delicata come gli stati vegetativi irreversibili».
Più che perplesso l´ex radicale oggi Pdl Benedetto Della Vedova che paventa una
deriva confessionale della coalizione. «Sui temi della biopolitica ? spiega -
prevale un riflesso automatico di adeguamento alle posizioni più intransigenti
delle gerarchie ecclesiastiche». (p.co.)
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
C aro Augias, l'articolo di
Navarro-Valls su "Repubblica" mescola elementi scientifici di
comprensione universale, quali il congelamento degli ovociti, con altri quali
"trascendenza" e "metafisica". Che "Dio conferisca l'anima
alla persona umana non appena essa si forma, al momento del concepimento"
implica, a parte credere in Dio, chiedersi la differenza tra
"conferimento" ed "infusione" nonché il significato di
"anima". Se si vuole che un appello dottrinale arrivi in modo
comprensibile a tutti, senza la mediazione interessata e talvolta deformante di
interpreti, non si può adoperare un linguaggio magico. L'unione dei corpi non è
esclusiva della specie umana, riguarda anche qualche altra specie, anime un po'
più selvatiche. Spiace poi che argomenti che riguardano decisioni spesso
dolorose di coppie desiderose di generare e crescere figli normali siano
analizzati da persone prive di esperienza diretta in merito. I cattolici dichiarano di essere fedeli ai pronunciamenti del
Papa. Che egli dica, apertamente, quali sono i divieti, decretando magari la
scomunica per chi non obbedisca. Se l'Italia è davvero per oltre il 90 per
cento cattolica, il problema si risolve da solo. Perché voler coinvolgere anche
i non credenti? Franco Ajmar, Genova franco.ajmar@yahoo.it I l dottor
Navarro-Valls ha commentato su "Repubblica" del 13 dicembre l'ultima
istruzione della Congregazione per la Dottrina della fede, "Dignitas
personae", che riguarda la procreazione. Quella diciamo di tipo
tradizionale e quella assistita con i nuovi strumenti della scienza. Il suo
punto di vista coincide ovviamente con quello pontificio. È un collaboratore di
questo giornale e su temi di tale delicatezza la ricognizione delle opinioni
deve avere la massima estensione possibile. Tanto più che l'istruzione voluta
da papa Ratzinger ha suscitato non poche perplessità. Sul numero di domenica
scorsa Marco Politi ha commentato scrivendo «Un lungo rosario di "no"
caratterizza le ultime prese di posizione vaticane. Come se per Benedetto XVI
la dottrina contasse più del rapporto con i fedeli». Io mi limito a ricordare
che la teoria secondo la quale l'anima entra nell'embrione fin dal concepimento
risale solo al 1620 quando Thomas Fyens (medico filosofo della cattolicissima Lovanio, oppositore delle tesi copernicane)
formulò questa tesi sulle cui basi si continuarono a costruire imposizioni e
divieti. L'argomento è stato studiato ed esposto dal professor Adriano Prosperi nel suo
"Dare l'anima / Storia di un infanticidio" (Einaudi 2005). Ancora
alla fine dell'Ottocento si dubitava, da parte cattolica, che il feto (non
l'embrione, il feto) avesse personalità autonoma da quella della madre.
San Tommaso, ai suoi giorni, riteneva che gli embrioni avessero solo un'anima
sensitiva, come gli animali, e pertanto non partecipassero alla resurrezione
della carne. Tutte teorie degne di considerazione, tutte ugualmente opinabili
(e infatti mutevoli) dal momento che l'arrivo dell'anima nessuno lo potrà mai
registrare.
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina I - Palermo La polemica
Imposta per motivi discutibili, vissuta in un clima di goliardia La messa nelle
scuole non fa bene ai cattolici AUGUSTO CAVADI Tra i paradossi del periodo natalizio si registra
la moltiplicazione - in clima di ciaramelle e presepi - di motivi di litigi fra
fidanzati, coniugi, colleghi di lavoro. Ogni spunto può risultare deflagrante:
la scelta del locale in cui aspettare la mezzanotte o dei suoceri con cui
consumare il cenone della vigilia o dei giorni di ferie. Le scuole
elementari siciliane non fanno eccezione. SEGUE APAGINA XVII SEGUE A PAGINA
XVII
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XVII - Palermo LA MESSA NELLE
SCUOLE AUGUSTO CAVADI E per colmo dei colmi, il casus belli è la santa messa.
Dove sta, con precisione, la questione? Se - come avviene nel resto del mondo
civile - si trattasse di darsi appuntamento in una chiesa
cattolica per pregare insieme, in una delle tante giornate di vacanza previste
dal 24 dicembre al 7 gennaio, non ci sarebbe che da rallegrarsi: che cosa di
più bello, per chi convive quasi tutto l´anno in uno stesso ambiente di ricerca
intellettuale, di condividere fra credenti la stessa gioia per la memoria della
nascita del Salvatore? Purtroppo, però, si ha il fondato sospetto che
gli alunni non avvertano questa esigenza spirituale: si teme che - nonostante i
catechismi in preparazione della prima comunione e della cresima, nonostante le
montagne di ore di lezioni di religione cattolica, nonostante gli sceneggiati
televisivi su tutti i santi del calendario - preferiscano trascorrere il tempo
libero in palestra o tra i videogiochi. Da qui l´idea geniale (a quanto pare
sinora condivisa dalla maggior parte dei dirigenti scolastici, dei docenti e
dei genitori): organizzare la celebrazione eucaristica in orari scolastici, al
posto delle lezioni curriculari, conferendole la veste di un´attività
parascolastica semi-obbligatoria. Le intenzioni dei consigli di istituto che
deliberano in questo senso sono fuori discussione: nella crisi dei «valori»
generalizzata ricorrere alla vecchia funzione della religione come antidoto al
degrado dei costumi e al disorientamento etico. Ma, se prescindiamo dalla analisi
delle intenzioni, non si possono chiudere gli occhi sugli effetti discutibili
di tali decisioni e sulle obiezioni consistenti da queste sollevate. Un primo
ordine di obiezioni viene da chi è convinto che la scuola statale debba essere
rigorosamente aconfessionale: proprio perché vuole essere la casa di tutti, non
può essere - anzi neppure apparire - appannaggio di una parte politica o
filosofica o religiosa. Se si tratta di studiare il cattolicesimo, la scuola è
perfettamente nei suoi diritti, anzi nei suoi doveri. Specialmente se non
dimentica di studiare anche il cristianesimo protestante, l´islamismo o
l´ebraismo. Si possono anche visitare i rispettivi luoghi di culto, proprio
come lo studio dell´arte può implicare la visita a un museo o lo studio della
botanica la gita in un parco naturalistico. Tutt´altra cosa, invece, convocare
gli alunni in una chiesa per un momento non di informazione culturale, ma di
coinvolgimento esistenziale: esattamente come sarebbe scorretto convocarli non
per un dibattito con un imam o con un rabbino o con uno sciamano, ma per
coinvolgerli in una celebrazione islamica, ebraica o sciamanica. Né vale
osservare che un genitore, in quanto ateo o fedele di altre confessioni
religiose, può autorizzare il figlio ad assentarsi in quelle ore: la scuola non
ha certo il compito di proporre iniziative che dividono, quando addirittura non
emarginano psicologicamente. D´altronde questo uso strumentale della religione
cristiana si presta alle obiezioni anche di parecchi credenti: essi pensano,
infatti, che il vangelo abbia senso come proposta libera e liberante; che
utilizzarlo per tener buoni i bambini sia un modo sottile ma deleterio di
banalizzarlo; e che, per giunta, sia controproducente perché queste
celebrazioni «ufficiali» (e quasi imposte) vengono vissute in un clima di
disattenzione, di superficialità e di goliardia. Diciamolo pure: di disprezzo
della spiritualità religiosa. Si è già constatato da decenni che i gioielli
della cultura cristiana (dalla Divina Commedia a I promessi sposi) sono stati
maciullati dal tritacarne del sistema scolastico: si ama così poco il momento
del convito eucaristico da volerlo sfigurare agli occhi dei giovani,
riducendolo a ingrediente del gran polpettone delle offerte formative
parascolastiche in cui si amalgamano momenti impegnativi di educazione alla
legalità con momenti molto meno significativi (dalle interviste a giocatori di
football alle chiacchierate con attrici di sceneggiati televisivi)?
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina IV - Milano Ru486, è
polemica nei partiti e Formigoni dice no alla pillola Critiche al governatore
per la firma all´appello di Ferrara Divisioni interne nel Pd e nel Pdl E
"Usciamo dal silenzio" si mobilita in difesa della 194 Binetti:
"Contro l´aborto sempre" Salvini, Lega: "Noi siamo per la
libertà di coscienza" ANDREA MONTANARI La firma di Roberto Formigoni,
assieme a quella del direttore del Foglio Giuliano Ferrara, in calce
all´appello contro l´introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486 spacca
il mondo politico. «Non è una medicina, non cura alcuna malattia - sostiene,
tra l´altro, l´appello - non aiuta la vita, la stronca sul nascere. Non è
amichevole verso le donne. Per queste ragioni etiche siamo contrari alla sua
introduzione in Italia». Le reazioni si dividono tra chi accusa il governatore di
aver compiuto un´invasione di campo e chi, a seconda dei punti di vista, si
dichiara a favore o contrario al nuovo farmaco. Se l´assessore regionale alla
Sanità Luciano Bresciani prende tempo in attesa del parere dell´Aifa, l´agenzia
italiana del farmaco, non usa mezzi termini l´ex assessore lombardo alla
Famiglia Giancarlo Abelli, ora vice coordinatore nazionale di Forza Italia: «è
un aborto chimico, che dove è stato praticato ha
comportato conseguenze fisiche e psicologiche devastanti sulle donne. Ecco
perché questa pillola non deve essere introdotta. Senza contare che si continua
a parlare solo di cultura della morte come nella vicenda di Eluana Englaro.
Mentre noi siamo favorevoli alla cultura della vita». Di parere diverso il
Partito democratico, che però si divide. «Formigoni sta esagerando - attacca la
consigliere regionale Ardemia Oriani - oggi interviene pesantemente su un
argomento delicato come quello dell´interruzione volontaria della gravidanza.
Sarebbe opportuno che facesse un passo indietro. Finalmente le donne potranno
usare una pillola già in uso in molti paesi e riconosciuta dal mondo
scientifico. è evidente che si tratta di una mossa tesa a rimandare indietro di
anni le donne». Una posizione, questa, non condivisa nello stesso Pd dalla senatrice
Paola Binetti: «Non so se firmerei quell´appello, ma sono contraria all´aborto
e quindi anche all´introduzione della Ru486. Bisogna uscire dalla
mistificazione di chi dice che l´aborto chimico sarà meno doloroso. Inoltre la
pillola in alcuni casi si è rivelata mortale. E in questo modo qualcuno potrà
perfino convincersi che l´aborto potrà essere praticato a domicilio. Di sicuro
dovrà essere somministrata attraverso una rigorosa applicazione della legge
194». Le donne di "Usciamo dal silenzio" non ci stanno. «La Ru486
rappresenta solo una nuova tappa che garantisce una ulteriore possibilità di
scelta delle donne - spiega Assunta Sarlo - Mi sembra invece che le si voglia
continuare a considerare come dei soggetti minori che non possono scegliere.
Questa pillola non ha nulla di salvifico, ma è un metodo che dà semplicemente
alle donne un´ulteriore possibilità». Anche la segreteria regionale della Cgil
esprime preoccupazione: «Pensiamo che le donne debbano essere messe nelle
condizioni di scegliere se accedere o meno a questa possibilità, garantendo
loro l´informazione corretta, l´assistenza e la sicurezza necessarie, anche nel
rispetto della legge 194». Nei giorni scorsi alcuni parlamentari del
centrodestra hanno firmato una mozione che chiedeva di bloccare la Ru486.
Iniziativa criticata dal capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto: «Il
Parlamento non è abilitato a sostituirsi agli organismi tecnici, giudicando con
criteri politici sull´adozione o meno di un farmaco». E il deputato della Lega
Matteo Salvini non l´ha firmata: «Su temi etici e delicati come questo -
precisa - il mio partito è per la libertà di coscienza. L´aborto rappresenta
sempre una sconfitta, ma non ritengo si possa parlare di "pillola
assassina"». La deputata Pdl Viviana Beccalossi invece
ha firmato: «Non sono d´accordo quando il Papa critica l´uso del preservativo,
ma in questo caso ho paura che questa pillola possa rappresentare per le donne
una scappatoia troppo pericolosa per chi non ha usato l´anticoncezionale. Mi
ritengo laica, ma su temi come questi sono conservatrice».
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 18 - Cronaca Rose bianche e
bandiera partigiana per l´addio a Carlo Caracciolo ROMA - Un cuscino di rose
bianche; il feretro adagiato per terra, sul presbiterio; accanto, il gonfalone
dei partigiani. Nella basilica di San Bartolomeo, una folla commossa e
silenziosa ha accompagnato ieri l´ultimo viaggio di Carlo Caracciolo. Stretta
attorno ai familiari, prima fra tutti la figlia Jacaranda, che non riesce a
trattenere le lacrime quando la bara esce sulla piazzetta dell´Isola Tiberina inondata
dal sole, sullo sfondo l´abitazione del grande editore scomparso lunedì. Una
cerimonia religiosa semplice, celebrata da monsignor Vincenzo Paglia. Prima
dell´inizio, Eugenio Scalfari, che con Caracciolo fondò Repubblica e l´ha
diretta per oltre vent´anni, abbraccia forte l´ingegner De Benedetti; la moglie
Silvia e i figli Rodolfo e Marco appena dietro. Ai primi banchi le due famiglie
del principe: a sinistra quella di sangue, il fratello Nicola, i nipoti John e
Lapo Elkann, Susanna e Margherita Agnelli. A destra, la famiglia "di
carta": il direttore di Repubblica Ezio Mauro e dell´Espresso Daniela
Hamaui, Marco Benedetto e Monica Mondardini, tanti dirigenti, cronisti,
tipografi e vigilanti che per anni lo hanno visto entrare e uscire dal suo
ufficio in via Po, prima, e sulla Colombo, poi. Gli stessi che nel pomeriggio,
nella sede del giornale, ascolteranno l´orazione laica di
Scalfari sul «lascito, l´eredità di Caracciolo» che è «l´appartenenza, nel
senso di iniziativa, di intrapresa. Appartenenza che è stata uno degli elementi
fondamentali di questo gruppo», ha chiarito il fondatore: «Sentire che tutti
partecipavamo a un progetto che non era semplicemente editoriale o economico,
ma un progetto di convinzioni, un progetto Paese, ed è perciò che si è chiamata
Repubblica. Appartenenza che si è accoppiata, vivificandola, con
l´indipendenza»: entrambi garantiti - «ed è stata una fortuna» - quando «la
proprietà è passata a Carlo De Benedetti». Parole subito fatte proprie
dall´Ingegnere. E ribadite nell´impegno solenne a «continuare lo spirito con
cui è nato e proseguito il Gruppo Espresso, cui corrisponderà sempre la libertà
dei giornalisti. In cambio una sola cosa vi chiedo», scandisce il presidente:
«Sappiatela utilizzare bene». Un amore, quello del principe «che non sapeva
vivere senza i suoi giornali», evocato anche durante l´omelia funebre. La bara,
proprio davanti all´altare, posta in alto «per due ragioni», spiega monsignor
Paglia: «Perché Carlo aveva un senso alto della vita e perché così è più vicino
a Dio in questo passaggio». Era stato «lui stesso a
chiedermi di celebrare qui i suoi funerali», rivela il monsignore, «nella
chiesa in cui otto anni fa si tennero i funerali di sua moglie Violante». Una
basilica che «Carlo vedeva ogni giorno dalle sue finestre e sentiva come una
sorta di sponda dalla quale iniziare il suo viaggio verso il mistero». Piange
il presidente della Fiat Luca di Montezemolo, accanto l´ad di Intesa Corrado
Passera. In piedi, confusi tra la folla, i politici: Veltroni e Casini con la
moglie Azzurra, Gentiloni, Angius, D´Urso; Gianni Letta è in fondo; Rutelli fa
la comunione; Alemanno arriva alla fine e si accomoda davanti. I giornalisti
sono ovunque: Colombo, Gawronsky, Man, Pirani, Parlato, i vertici Fnsi Natale e
Siddi; i direttori De Gregorio, Anselmi, Ferrara, Riotta. Poi il presidente
dell´Ansa Biancheri, gli editori Ciarrapico e Ciancio Sanfilippo, il presidente
del Sole24Ore Cerutti, l´ad della Stampa Auci, il presidente Fieg Malinconico.
«Siamo molto tristi, oggi, consapevoli di perdere un amico che ha attraversato
la vicenda italiana degli ultimi 60 anni portando un contributo unico e
irripetibile» scandisce il monsignore. «Oggi lo perdiamo noi, i suoi familiari,
ma anche il Paese, che è stato segnato in maniera
robusta dalla sua azione. Carlo non ci lascia solo un´opera straordinaria, ci
lascia anche uno stile, che non era mai faziosità, travisamento,
discriminazione nei confronti di chi non la pensava come lui. Questa è la sua
eredità, spetta a noi il compito di continuarla con la stessa tenacia e
passione». In serata Carlo Caracciolo è approdato nella sua ultima dimora:
l´amatissima tenuta di Garavicchio, a Capalbio, dove sarà seppellito nella
cappella di famiglia. (gio.vi.)
( da "Repubblica,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 13 - Cronaca Il Vaticano
"scomunica" Fini "Opportunista su leggi razziali" La
replica: non si poteva ignorare il ruolo della Chiesa "Bacchettato"
anche Veltroni. Bachelet (Pd): grato al presidente della Camera ORAZIO LA ROCCA
CITTA´ DEL VATICANO - «Scomunica» vaticana per Gianfranco Fini. Non sono
piaciute Oltretevere le accuse fatte martedì scorso dal presidente della Camera
alla Chiesa cattolica per non essersi opposta adeguatamente alle leggi razziali
del 1938. Contro questa tesi - già abbondantemente criticata da Gesuiti, Radio
Vaticana e dal quotidiano della Cei, Avvenire, subito dopo l´intervento di Fini
- scende in campo l´Osservatore Romano, il quotidiano pontificio oggi in
edicola. Con un anonimo commento (ispirato direttamente quindi dal direttore
Giovanni Maria Vian) dal titolo «A proposito delle dichiarazioni di Gianfranco
Fini», il giornale del Papa accusa, tra l´altro, il presidente di Montecitorio
di «approssimazione storica e opportunismo politico». Ma non risparmia nemmeno,
nello stesso articolo, un altro importante leader politico, il segretario del
Pd Walter Veltroni perché, è il rimprovero dell´Osservatore, «aveva definito
l´analisi di Fini di una verità palmare». Richiami subito rispediti al mittente
dallo stesso Fini che, secondo voci filtrate dalla presidenza della Camera dei
deputati, controbatte dicendo che «opportunismo sarebbe stato
far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte discussa in
ambienti vaticani». Puntualizzazione che, forse, Fini in serata avrà spiegato
di persona al vescovo Rino Fisichella, cappellano di Montecitorio, incontrato
alla cerimonia degli scambi degli auguri di Natale. «Non è vero che la Chiesa
non si oppose alle leggi razziali del ´38», come dimostrano gli studi - scrive
l´anonimo corsivista pontificio - di due autorevoli studiosi di storia contemporanea,
Francesco Malgeri e Andrea Riccardi». Di certo, sorprende e amareggia il fatto,
lamenta l´Osservatore, «che uno degli eredi politici del fascismo, che
dell´infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da
tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze, chiami
ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e
meschino opportunismo politico». Non tutti, però, tra i cattolici condividono l´attacco
dell´Osservatore. Come il deputato del Pd Giovanni Bachelet che si dichiara
«commosso e grato, come italiano, come democratico e come cristiano, al
presidente della Camera per il convegno sulle leggi razziali» e trova
«sorprendente che, in proposito, le uniche rimostranze siano arrivate non da
gruppi neonazisti bensì da qualche amico e collega più papista del Papa. Questi
amici non ricordano Giovanni Paolo II, la sua richiesta di perdono per
l´antisemitismo cattolico nel grande Giubileo del 2000, il suo bigliettino
infilato quello stesso anno nel Muro del Pianto a Gerusalemme e l´ebrea Edith
Stein, beatificata da Wojtyla, che in una lettera invocò Pio XI di intervenire
contro le leggi razziali promulgate in Germania». Di parere opposto, lo storico
ex presidente dell´Azione cattolica ed ex parlamentare dell´Ulivo, Alberto
Monticone, secondo il quale Fini «dimentica che l´Italia del ´38 viveva da
molti anni sotto il bombardamento della propaganda del regime. La libertà di
pensiero era soppressa. Additare genericamente una Chiesa silente è contrario
alla verità e Fini ha dimostrato di avere memoria corta o di non conoscere la
storia». Il deputato Luca Volontè (Udc) si dice «amareggiato e stupito per le
dichiarazioni» di Fini, il quale «ieri si è dimenticato del proprio ruolo
istituzionale, oscurando la propria serietà per coltivare solo pregiudizi». Il
repubblicano Giorgio La Malfa, da parte sua, trova «sconcertante la violenza
delle polemiche contro il presidente della Camera», il quale «andrebbe
apprezzato» per «il coraggio e per il cammino che ha compiuto, senza cercare di
trasformare questioni di questa importanza in occasione di polemiche
pretestuose».
( da "Stampa,
La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'
GLI AVVERSARI POLITICI Personaggio
Il sottosegretario con delega alla bioetica GLI ANNI GIOVANILI L'ex abortista
diventata pasdaran Paola Concia (Pd): «Sembra timida, ma è la più temibile» ANTONELLA
RAMPINO Ha lottato per l'aborto sul quale con Adele Faccio scrisse un libro
ROMA Non sempre le colpe dei padri ricadono sui figli innocenti, come diceva
Giovannino Guareschi. Qualche volta, possono essere le inclinazioni delle
figlie a riflettersi oscure sull'immagine dei padri. Inutile chiedersi come
avrebbe reagito Franco, il Roccella più famoso, fondatore e parlamentare del
Partito radicale, poi socialista demartiniano, polemista apprezzato nei fogli
dell'Eni e rimpianto anche da Ciriaco De Mita, di fronte a Eugenia, la figlia
laureata in lettere che nell'odierno ministero della salute (il Welfare), retto
dal laico socialista Maurizio Sacconi, è hegeliano "sottosegretario
all'etica". Eugenia è una donna minuta di 55 anni, di ferrea volontà ed eloquio
fluente, «sembra timida, ma è uno degli avversari più temibili, proprio perché
si dice laica e viene dalla sinistra» secondo la deputata gay del Pd Paola
Concia. Ed è Eugenia che ha suggerito a Sacconi la circolare ministeriale che
blocca la possibilità di metter fine alla indicibile non-vita, secondo i suoi
genitori, di Eluana Englaro. «Lei non voleva morire, lo so, ho letto le carte.
Lo sa anche Sacconi, che è un socialista, ma anche un credente», dice Roccella
al telefono. E a parte il doloroso caso all'oggetto delle cronache, doloroso
ormai per tutti, ministri e genitori, soggetto e spettatori, il vero caso è
proprio lei, Eugenia Roccella. Anche lei emblematica dell'Italia che in
trent'anni non ha prodotto trasformismo, ma cambiato direttamente coscienza. E'
infatti inutile chiedersi cosa ne penserebbe Franco di Eugenia che nel 1975 non
solo propagandava l'aborto con Adele Faccio, ma scrisse anche un manuale,
«Aborto: facciamolo da noi» (edizioni Napoleone, Roma, pag.128), e oggi grida
«l'embrione è una persona!». E' inutile chiderselo perché l'Eugenia che oggi
crede di battersi contro l'eugenetica anche disputando l'aborto in casi di
stupro su undicenni in zone tribali, era in realtà una delle leader del
Movimento di Liberazione della Donna romano, dunque nella piena battaglia
genere "il corpo siamo noi", non certo l'Udi di Nilde Jotti. Ed è
inutile, soprattutto, perché lei queste cose ampiamente le rivendica. «Quello
radicale è un metodo che non si dimentica». E secondo quel metodo, ecco che il
corpo, la sua vita e la sua morte, sono oggetti contundenti da impugnare sulla
scena politica, nella migliore o peggiore, a scelta del lettore, tradizione
pannelliana. Giuliano Ferrara, che l'ha lanciata davvero sul «Foglio» prima,
molto prima della candidatura nella fila berlusconiane con tendenza-Ruini,
prima molto prima che lei scendesse in piazza come co-portavoce con Savino
Pezzotta del Family-day, Giuliano Ferrara la chiama l'«Eugenia dei due mondi»,
forse perchè lei al contrario di Garibaldi che fece costruire
gli argini al Tevere ha piuttosto avvicinato a Oltretevere l'altra sponda,
quella della politica laica per cui si batté De Gasperi. Perchè dopo anni e
anni di femminismo, di radicalismo, di aborti e di piazza, «nella mia vita
privata è successo qualcosa, ho capito di essere stata credente in modo
profondo e inconfessato», racconta Roccella. Quel che è accaduto non è stato solo il matrimonio assai saldo col professor
Cavallari, non solo la nascita di due figli oggi di 16 e 26 anni. No, è stata
la morte della madre, spentasi dopo un coma vegetativo proprio nei giorni in
cui negli Stati Uniti c'era il casso Terry Schiavo, e lei che sul «Foglio»
pubblicamente racconta - oltre a quello che semplificatoriamente e
freudianamente si potrebbe definire "rifiuto del padre" - di non
averla voluta staccare, quella spina. E di non averla voluta staccare per
pietà. Sentimento che per lei «significa riconoscere nell'altro qualcosa di me,
le persone in stato vegetativo sono affidate
all'altro», sostiene. Affidate all'altro «anche se avessero testimoniato
volontà diverse, anche se l'avessero lasciato scritto», dunque anche in caso di
testamento biologico, fino al limite del libero arbitrio. «La libertà non è e
non può essere autodeterminazione», sostiene Roccella. Ed è proprio questo lo
strano caso di Eugenia. Lo strano caso dell'Italia, che su se stessa non ha più
nemmeno la possibilità di scelta, quel libero arbitrio che i padri invece hanno
avuto.
( da "Foglio,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
18 dicembre 2008 Anticipazione dal
Foglio del 19 dicembre Le crudeltà gratuite La morte di Eluana e la Ru486:
astratte manipolazioni ideologiche La morte imminente di Eluana Englaro a Udine
è agghiacciante perché gratuita. Non c?è niente che spinga in quella direzione,
tranne l?astratta volontà della legge. Per Terri Schiavo c?era almeno una
iraconda contesa familiare, la colpa di ammazzare una persona si condensava in
una specie di scommessa maritale sulla proprietà di quella donna. Aveva ragione
Dostojevskij, che ora può essere facilmente parafrasato: se la proprietà della
vita non è più di Dio o del mistero, tutti possono considerarsi suoi proprietari.
Nel nostro caso, il comportamento del padre della ragazza è al di sopra di ogni
giudizio possibile. Ma non quello di chi lo consiglia, lo asseconda o, peggio,
si difende ignobilmente dietro lo scudo del suo cuore. Inscenando una
operazione ideologica spericolata, che con la denuncia radicale ai danni del
ministro Maurizio Sacconi comincia a profilarsi per quello che è ed è sempre
stata: una campagna per l?eutanasia ben dissimulata, come fu per Piergiorgio
Welby (e questo della dissimulazione è un peccato contro lo spirito che i
moribondi e vitalissimi radicali pagheranno con l?inferno). Cerco di spiegare
bene questa idea tremenda di gratuità di una morte imminente. La ragazza vive.
Vive come in uno stato di leggera sedazione. Vive ed è
curata con amore, dunque attinge il meglio della vita sebbene in una condizione
non vigile, che le offre il peggio della vita, la disabilità più grave
immaginabile. L?amore delle suore misericordine, quello della sua famiglia e
dei medici curanti sono assicurati. Richiesi di portare acqua per lei,
simbolica, una quantità di italiani la portarono. Se deve morire, e morire in
esecuzione di una sentenza giudiziaria, è solo per dimostrare al mondo che
l?uomo è padrone della propria vita. Non nel senso gentile, ovvio, tradizionale
secondo cui tutti dobbiamo e possiamo accettare il limite naturale della nostra
vita, e anche abbandonarci ad esso quando siamo stanchi (“vivere è imparare a
morire”, la frase di Montaigne l?ho pronunciata
orgogliosamente davanti al pubblico cattolico di mille assemblee, in questi
anni). La dimostrazione non riguarda Eluana né suo padre, riguarda la cultura
della nostra comunità occidentale, diffusamente eutanasica in molti paesi, e il
diritto nella sua versione statolatrica, positivista, utilitaristica, e antagonista dei principi
di diritto naturale. Non è la prima volta nella storia che un quid
apparentemente solo filosofico diventa oggetto di passioni civili e politiche
sfrenate. Non è la prima volta che una stagione della storia umana si definisce
sulla base di premesse filosofiche e religiose, di ragione e di fede insieme.
Siamo padroni della nostra vita, ma non possiamo ordinare a nessuno, tantomeno
per legge, di togliercela o di assisterci mentre ce la togliamo (la vita degli
altri è infatti indisponibile in senso assoluto). Siamo padroni della nostra
vita, ma se non siamo in grado di dare direttive, c?è una sola direttiva che un
altro possa dare a proposito della nostra vita: la cura amorevole (la vita
degli altri è infatti indisponibile in senso assoluto). Una morte imminente
gratuita, per niente. Lo stesso vale in entrata. Lo stesso vale per la gratuità
della pillola Ru486, la kill pill. Per eliminare i bambini dal grembo delle
loro madri esistevano fino a venticinque anni fa metodi “sicuri” (la parola tra
virgolette va pronunciata con appassionato disgusto). Poi un medico di mondo,
che vorrebbe anche regalare alle donne l?eterna giovinezza, come certi maghi e
maghetti dei nostri incubi, ha inventato la cosa più inutilmente crudele del
mondo. Una pillola avvelenata, un ormone sintetico, che fa fuori il nucleo di
un bambino ma comporta più dolore di qualsiasi aspirazione o raschiamento,
comporta il compimento dell?aborto in stato di veglia,
in solitudine, in un abisso di tristezza e di rischio. Perché dunque? E? tutto
molto chiaro. Perché abortire in stato di veglia, in
ambito domestico, vuol dire banalizzare l?aborto oltre ogni limite; vuol dire
vincere la battaglia per l?aborto come diritto privato e come privacy
femminile; vuol dire deresponsabilizzare ulteriormente il maschio e il medico;
vuol dire stabilire il punto finale, abortivo, dichiaratamente abortivo, della
catena anticoncezionale. Dalla pillola di ieri, quella contro cui si batté
Paolo VI in solitudine, anche nella chiesa, a quella di oggi, contro cui si
battono i soliti solitari. E? uno scontro di culture, uno scontro intorno alla
ragione e alla natura dell?uomo nell?epoca post moderna. C?è solo da sperare
che a queste battaglie non venga a mancare, cosa che certi segnali purtroppo
suggeriscono, il contributo decisivo, compatto, significativo e univoco dei
cristiani e della chiesa cattolica. Lo so anch?io che seguire Cristo è più
importante, più decisivo, che qualsiasi battaglia etica. Ma le battaglie etiche
sono il terreno di incontro tra i seguaci di Gesù e quei cani perduti senza
collare che non vogliono accettare gli effetti devastanti della
secolarizzazione scristianizzante. E poi, seguire Cristo vorrà ben dire dare da
bere agli assetati.
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 1 -
Prima Pagina L´OFFENSIVA NEODOGMATICA GAD LERNER Ogni giorno di più la Chiesa
di Benedetto XVI mostra un volto arcigno alle donne e agli uomini del suo
tempo. Accusa di «statolatria» il governo spagnolo,
colpevole di «indottrinamento laico». SEGUE A PAGINA 32
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 17 - Esteri "Adesso la
Chiesa non esageri da noi ha già troppi privilegi" Lo scrittore Cercas:
"Madrid resista alle pressioni" La replica del Ministero:
"Quella materia è legge, chi parla conosce poco la realtà spagnola"
ALESSANDRO OPPES MADRID - Di fronte all´ultima offensiva del Vaticano, il
governo Zapatero, per il momento, tace. Nessun comunicato ufficiale dalla
Moncloa, sede del premier, nessuna dichiarazione dal ministro degli Esteri
Moratinos. Le accuse di monsignor Amato sono solo l´ultimo di una lunga serie
di attacchi ai quali, fino ad ora, l´esecutivo socialista ha quasi sempre
risposto, in qualche caso persino convocando il nunzio apostolico per
consegnargli una nota ufficiale di protesta. Solo in serata il Ministero
dell´Istruzione ha brevemente replicato con una nota affermando che
«l´Educazione per la cittadinanza è una materia approvata dal Parlamento,
attraverso una legge: evidentemente questo rappresentante del Vaticano,
attraverso le sue dichiarazioni, mostra di conoscere poco la realtà spagnola».
Chi non rinuncia a un commento, invece, è lo scrittore Javier Cercas. «Se devo
essere sincero, sono ormai stufo di questo tema», sbotta. «Non capisco proprio
perché la Chiesa, che ha ancora oggi una posizione di privilegio enorme,
continui a lamentarsi». Quando parla del conflitto permanente tra lo Stato
laico e la gerarchia ecclesiastica, l´autore di Soldati di Salamina non può
evitare di fare riferimento agli anni tragici della Guerra Civile spagnola. «La
posizione della Chiesa è ipocrita. Tutti siamo d´accordo nel condannare gli
assassinii di preti e suore avvenuti in quei tempi e alle cerimonie di
beatificazione in Vaticano il governo ha sempre inviato un suo rappresentante.
Poi, quando si tratta di riconoscere le responsabilità della Chiesa durante il
franchismo i vertici della gerarchia ci invitano a dimenticare, a non riaprire
vecchie ferite». Forse il timore della Chiesa è proprio quello di cominciare a
perdere una parte dei privilegi conquistati nel passato. «Certamente è così, ma
prima o poi dovranno capire che è un processo inevitabile. Si tratta di
privilegi totalmente sproporzionati. Le festività
cattoliche invadono il paese. Quando il presidente del Tribunale supremo assume
l´incarico, lo fa giurando davanti al crocifisso. La posizione economica della
Chiesa è incompatibile con i princìpi di uno Stato laico». Mai un governo aveva
messo in discussione la sua posizione nella società come sta facendo Zapatero...
«Prima o poi questo momento doveva arrivare. Il governo deve fare di tutto per
mantenersi fermo e inflessibile resistendo alle pressioni, che ci sono e
continueranno a esserci. Ammetto che la Chiesa possa avere in Spagna una
presenza superiore rispetto a quella delle altre religioni, anche per motivi
semplicemente numerici, nel senso che continua a essere la confessione
maggioritaria. Ma questo non significa che possa avere alcun diritto
d´ingerenza nella vita pubblica di uno Stato che è assolutamente
aconfessionale». Nella passata legislatura la gerarchia ecclesiastica ha avuto
un alleato importante nella destra politica, nel Partito popolare. «Un
entusiasmo che sembra essersi attenuato parecchio. Ora nella destra sembrano
aver preso il sopravvento le posizioni più moderate». Però, di fronte
all´imminente varo della nuova legge sulla libertà religiosa, voluta da
Zapatero, sono proprio i popolari a denunciare che in Spagna si vuole
«distruggere la religione». «Che assurdità. La religione è qualcosa di
personale, che riguarda ciascuno nel privato. Capire questo semplice principio
è un enorme progresso che ha fatto l´umanità. Nei paesi arabi non ci sono
ancora riusciti: e le conseguenze sono evidenti».
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 16 - Esteri Il Vaticano:
"In Spagna c´è statolatria" Attacco al governo Zapatero: basta indottrinamento
laico A parlare è monsignor Amato, presto cardinale e molto vicino a papa Ratzinger
MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - In Spagna avanza la «statolatria», si fa strada
l´indottrinamento laico, cresce l´ingerenza dello Stato nella vita personale di
ognuno. Monsignor Angelo Amato, ex segretario del Sant´Uffizio e che ora
presiede la Congregazione per le Cause dei Santi, è durissimo nel suo attacco
allo Stato spagnolo: il più violento che si ricordi da parte di un esponente
della Curia. E´ vero che in un´intervista al magazine Consulente Re il prelato
accomuna la Spagna ai fenomeni in corso nel continente europeo, ma l´aspro
attacco rimane in ultima analisi focalizzato su Madrid e sulla decisione di
Zapatero di introdurre a scuola l´insegnamento di «educazione alla
cittadinanza». «Ovviamente qui a Roma noi sappiamo bene di questo grave
problema - commenta Amato, che al prossimo concistoro diventerà cardinale ed è
considerato molto vicino a papa Ratzinger - e fortunatamente possiamo contare
su una Chiesa spagnola che ha approfondito seriamente il problema e ha dato una
risposta pubblica e chiara: in base al principio cattolico della difesa della
libertà religiosa e dei principi della dignità della vita e di ogni persona».
La questione, ha soggiunto, è che in tutta Europa si sta introducendo la
categoria della biopolitica. Lo Stato entra sempre più nella vita personale di
ognuno e «obbliga le famiglie a scegliere determinate scuole con determinate
materie, non d´istruzione ma di indottrinamento». Sta avanzando la statolatria, ha sottolineato il prelato, tornando a
concentrarsi sulla situazione spagnola e dando praticamente un avallo alle
dimostrazioni di piazza organizzate dalla gerarchia spagnola. «Certo la Chiesa
in Spagna è molto reattiva - ha insistito Amato - e sta reagendo molto bene con
grande dignità e grande fermezza a un´intrusione statale assolutamente
illegittima sul tema dell´educazione dei propri giovani». Il capo della
Congregazione per le Cause dei Santi ha poi evocato anche in Italia una
persecuzione anti-cristiana, che si manifesterebbe attraverso «norme di legge,
sentenze della magistratura, comportamenti irridenti il Vangelo, il Santo
Padre, la Chiesa, la dottrina cattolica». Nell´Unione europea il prelato
registra una grande confusione, di cui sarebbe segno il fatto che il pensiero
forte del cristiano viene percepito «come un´anticaglia». In realtà il
cristianesimo sarebbe oggi l´«unico asse che può sostenere la vita umana nel
rispetto della libertà e della dignità della persona». La violenta requisitoria
anti-Spagna di monsignor Amato - che va ben al di là degli allarmi espressi in
altre occasioni da Benedetto XVI nei confronti del pericolo laicista - ha
suscitato qualche sorpresa in Curia. Ma probabilmente il prelato esprime ad
alta voce concetti, che sa pienamente condivisi da papa Ratzinger. D´altra
parte, poche settimane fa il cardinale primate di Spagna Antonio Canizares -
all´annuncio che un giudice di Valladolid aveva decretato la rimozione dei
crocifissi da una scuola pubblica della città - aveva denunciato una
«cristofobia». Lanciando un monito: «Sono tempi duri e difficili quelli che
viviamo e nessuno può prevedere cosa ci riserva il futuro». Quasi
contemporaneamente è venuto l´annuncio che Benedetto XVI lo aveva nominato
prefetto della Congregazione per il Culto, chiamandolo alla Curia romana.
Tuttavia il Vaticano dovrà scegliere prima o poi se guardare alla situazione
europea sotto il segno del catastrofismo o dei mutamenti socio-religiosi in
atto. Proprio ieri il cardinale Jean-Pierre Ricard, vicepresidente del
Consiglio degli episcopati cattolici europei, reduce
da un´udienza dal Papa ha dichiarato che è giusto costruire nuove moschee in
Europa, purché rispettose dell´ambiente sociale e culturale.
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 15 - Cronaca In due
documenti i sacerdoti di Friuli e Toscana si schierano contro il Vaticano Nasce
la fronda dei preti di frontiera "Difendiamo la scelta della ragazza"
"Davvero ci si può sostituire a Dio, affermando di conoscere la sua
volontà?" "Non condivisibile la posizione di chi definisce omicidio
una scelta drammatica" MARCO POLITI ROMA - Semplici parroci e preti di
frontiera si ribellano al pensiero unico vaticano, che vorrebbe negare a Eluana
il diritto di spegnersi serenamente. Cinque preti toscani e dieci preti del
Friuli in due distinti documenti chiedono il rispetto della libertà di coscienza.
Sono il piccolo segnale di un mondo cattolico, assai vasto,
che non ha condiviso la durezza con cui la gerarchia ecclesiastica giudicò
Piergiorgio Welby e oggi domanda rispetto per la scelta di lasciar concludere
una vita sorretta solo dalla tecnica. Non si può pensare, è scritto
nell´appello dei preti toscani, che la Chiesa abbia una «posizione uniforme e
monolitica», identificabile solo con gli interventi del papa e dei
vescovi. No: «il popolo cristiano è una realtà composita e diversa». E a questa
realtà del cattolicesimo quotidiano si rivolge la Lettera di Natale dei dieci
sacerdoti friulani, proprio mentre a Udine divampano le polemiche sui ricatti
che il ministro Sacconi pone alle cliniche disposte a ottemperare a una
sentenza della Cassazione. «Come è vero che nessuno dovrebbe sollecitare,
tantomeno obbligare qualcuno ad anticipare la propria morte biologica, ci
chiediamo se altrettanto è possibile che nessuno sia obbligato a vivere anche
in quelle condizioni estreme, che inducono a desiderare la morte come una
liberazione da una vita considerata impossibile», scrive il parroco di Zugliano
don Pierluigi Di Piazza insieme ai suoi nove confratelli del Friuli Venezia
Giulia. Si può immaginare - continuano i preti friulani - che esistano
questioni morali «che non sono di competenza della libertà di coscienza di
ciascuna persona?». E da qui parte un interrogativo a quanti nella Chiesa
presumono di interpretare con sicurezza il volere divino: «Davvero ci si può
sostituire a Dio, affermando di conoscere la sua volontà riguardo alla
sofferenza e alla morte delle persone?». Pacato e quasi addolorato è il
commento a quelle dichiarazioni di esponenti del centro-destra, da Maurizio
Gasparri a Roberto Formigoni, che irresponsabilmente parlano di «sentenze
omicide» tese a «mandare a morte» Eluana Englaro. «Ci pare di non condividere -
sottolineano Di Piazza e gli altri sacerdoti - né l´esultanza nei confronti di
sentenze che sostituiscono di fatto il ritardo legislativo riguardo al
testamento biologico né la posizione di chi definisce omicidio una scelta
drammatica vissuta nell´ambito di una relazione d´amore». Per il Vaticano il
caso Englaro come quello Welby sono pura e semplice eutanasia. Esattamente
quello che molti fedeli contestano. Don Mazzi e i suoi quattro confratelli
toscani, rivendicando la legittima pluralità di opinioni, citano nel loro
appello il cardinale Carlo Maria Martini: «Le nuove tecnologie, che permettono
interventi sempre più efficaci sul corpo umano, richiedono un supplemento di
saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla
persona». E dunque, rileva il cardinale, è importantissimo «distinguere tra
eutanasia e astensione dall´accanimento terapeutico, due termini spesso
confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita,
causando positivamente la morte. La seconda - come afferma il Catechismo della
Chiesa cattolica - consiste nella «rinuncia all´utilizzo di procedure mediche
sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo». Non può mai
essere trascurata, insistono i preti toscani, la volontà del malato cui compete
giudicare se le cure proposte sono effettivamente proporzionate. Non è un caso
che il loro appello si chiuda con l´affermazione di sentirsi in sintonia con
«le nostre parrocchie», le comunità di base, le associazioni e le molte persone
che condividono queste riflessioni come a suo tempo «condivisero la critica
verso il rifiuto del funerale in chiesa di Welby».
( da "Stampa,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
"In Italia solo l'ignoranza
regna sovrana" La Scienza si traduce sempre in applicazioni pratiche, ma
viviamo in un Paese nel quale la gente crede ancora alla Madonnina che piange».
Il dottor Sergio Canavero è uno dei due neurochirurghi che ha operato Greta
Vannucci. Ha 44 anni, «non cattolico», lavora alle Molinette, autore di
pubblicazioni e libri editi all'estero, l'ultimo dei quali conterrà un capitolo
dedicato all'Eluana di Gassino. Nel giorno dell'annuncio della nuova tecnica in
sala operatoria è euforico. Ma anche sfiduciato. Polemico, addirittura. Perché
dottore? «In questo Paese dove non esiste un sistema laico che decide qual è il
meglio da fare, abbiamo bisogno di sperimentare: se non si prova non si va da
nessuna parte. Invece l'ignoranza regna sovrana». Motivo per cui molti
ricercatori hanno lasciato l'Italia. «Motivo per cui, finché fai le cose in
silenzio vai avanti. Ma quando porti le questioni nodali in superficie, quando
promuovi un referendum sull'utilizzo delle cellule staminali, soltanto un
italiano su quattro va a votare». Vuol dire che la colpa non è dei pochi o
nulli finanziamenti pubblici, come si ripete spesso. Ma degli italiani? Del
«popolo» più che del governo? «Siamo una popolazione poco sensibile ai problemi
etici». Anche per questo molti suoi colleghi fuggono dall'Italia? «Se tutti
scappano, l'Italia va a rotoli. Io resto, ma dico che i governi fanno quello
che la gente chiede. Se la gente non chiede, se non va a votare per le
staminali...». L'annuncio del risveglio di Greta proprio nel giorno in cui
Eluana doveva essere portata a Udine per iniziare a morire... «Guardi, è
casuale. Lei non crede alle combinazioni? Ecco l'e-mail dal Journal of
Neurology che proprio ieri sera mi ha annunciato la pubblicazione del nostro
lavoro». Volevo dire: l'annuncio del risveglio di Greta proprio nel giorno in
cui Eluana doveva essere portata a Udine la spinge a lanciare un appello a
Peppino Englaro? «Al padre di Eluana non dico nulla. Dico che la tecnica che
abbiamo utilizzato è destinata ai pazienti in stato
vegetativo permanente, ed Eluana è in stato vegetativo
permanente: quindi potrebbe essere candidata a questo intervento». E che cosa
pensa dell'intervento del ministro Sacconi dopo il verdetto della Cassazione?
«Il ministro fa quello che vuole. Io però non capisco
perché un laico come lui dice le cose che ha detto». Favorevole o contrario
all'eutanasia? «Prima di arrivare a porsi il problema bisogna chiedersi se al
malato sono state garantite tutte le terapie sperimentali possibili».
Sperimentali? «Do per scontato che quelle riconosciute siano sempre già state
provate tutte. Ma questo pone un'altra domanda: in Italia è stato consentito alla sperimentazione clinica di andare
sempre avanti senza burocrazia e ostacoli?». Risposta? «Le cito un mio caso.
Hanno impiegato un anno e mezzo per autorizzare una procedura sperimentale per abbattere
il dolore centrale. Un anno e mezzo». Alla fine? «Alla fine hanno detto sì, ma
il nostro centro, nel frattempo, aveva abbandonato il progetto. Non se ne è più
fatto nulla». Altri esempi? «La verità è che in Italia l'Università è marcia.
Lo scriva pure, me ne assumo la responsabilità. Non a caso la nostra migliore
università è al centoottantesimo posto della classifica internazionale. Non a
caso i nostri laureati sono il dieci per cento della popolazione».
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 32 - Commenti L´OFFENSIVA
NEODOGMATICA (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Scomunica le sentenze della
magistratura italiana sul caso Englaro, paragonandole a una condanna a morte.
Proclama l´impossibilità del dialogo interreligioso, raccomandando di «mettere
tra parentesi la propria fede» quando ci si confronta con le altrui
confessioni. Il papa stesso si erge a maestro di dottrine politiche affermando
? nell´insolita, entusiastica, lettera a Marcello Pera ? che l´unica cultura
liberale possibile sarebbe quella radicata nell´immagine cristiana di Dio.
Sposando così la forzatura identitaria del "dobbiamo dirci cristiani"
e vincolando le scelte etiche della collettività al principio unilaterale
dell´agire "come se Dio ci fosse". Il Dio trinitario cristiano,
naturalmente, per l´ennesima volta nominato invano. L´attacco diretto alla
Spagna segnala il disorientamento con cui la Chiesa reagisce alla perdita del
ruolo di guida esclusiva della morale pubblica, nell´epoca della biopolitica.
Sfiduciato nella sua capacità di esercitare una testimonianza evangelica, Benedetto XVI punta sul rafforzamento di un fronte laico
conservatore che assuma la dottrina cattolica come ideologia dell´"ordine
naturale"; per influenzare così le scelte inedite che le democrazie sono
chiamate a compiere di fronte ai progressi tecnico-scientifici e all´evoluzione
dei comportamenti familiari. Ma il tono virulento che ormai
contraddistingue l´attuale pontificato ? più politico che teologico ? rivela
tutta la sua debolezza proprio quando deve fare i conti con le vicissitudini
storiche da cui tale debolezza scaturisce. Non a caso il predecessore Giovanni
Paolo II aveva impostato il Giubileo del bimillenario
cristiano su un tema controverso come la "purificazione della
memoria", vincendo le perplessità della Congregazione per la Dottrina
della fede. Se la gerarchia cattolica oggi soffre un deficit di credibilità in
Spagna, ciò non deriva anche dalla sua infausta alleanza col franchismo? E non
a caso, nell´Italia clericale ma scristianizzata di oggi, abbiamo dovuto
assistere a una reazione tanto stizzita dopo le parole di Gianfranco Fini sulla
vergogna del 1938. Un´offensiva autoassolutoria che sarebbe stata impensabile
solo qualche anno fa. Ho provato disagio di fronte alla raffica di
dichiarazioni lanciate all´unisono da storici cattolici
che pure avevano scritto pagine tutt´altro che reticenti quando il clima era
diverso. A sentirli ora, irriconoscibili, è parso quasi che la vicenda delle
leggi razziali non riguardasse la Chiesa, e anzi la Chiesa potesse andare
orgogliosa del modo in cui si comportarono allora i suoi principali esponenti.
Tale superba rappresentazione di sé medesima, aggravata dall´uso di parole
sprezzanti nei confronti di chi osa metterla in dubbio, si scontra con una mole
di documenti incontrovertibili e noti da tempo. Basterebbe rileggere la
corrispondenza tra il gesuita Pietro Tacchi Venturi e il segretario di Stato
della Santa Sede, Luigi Maglione, nelle settimane successive alla caduta del
fascismo. Quando gli alti prelati si adoperarono per evitare che Badoglio
cancellasse in toto la normativa sugli ebrei, «la quale secondo i nostri
principii e le tradizioni della Chiesa cattolica ha bensì disposizioni che
vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma». Di fatto nel
1943 il Vaticano chiedeva solo la "riabilitazione" degli ebrei convertiti.
Che gli altri restassero pure discriminati: le leggi razziali andavano corrette
ma non soppresse. Del resto sette anni prima, il 14 e il 19 agosto 1938,
l´Osservatore romano aveva pubblicato due articoli in cui ? dopo aver vantato
le benemerenze accumulate dai papi in difesa degli ebrei nel corso della storia
? rivendicava le proibizioni cui essi venivano assoggettati, motivate non da
"ostracismo di razza", bensì dalla «difesa della religione e
dell´ordine sociale, che si vedeva minacciato dall´ebraismo». Questo era il
modo in cui la Chiesa pensò di reagire alla svolta razzista del regime. Perché
stupirsene, visto che negli stessi giorni il governo Mussolini rassicurava per
iscritto padre Tacchi Venturi con le seguenti, beffarde parole: "Gli ebrei
non saranno sottoposti a trattamenti peggiori di quello usato loro per secoli e
secoli dai papi». Erano trascorsi meno di settant´anni dalla definitiva
chiusura del ghetto di Roma. Oggi che il dialogo ebraico-cristiano è di nuovo
ostacolato dalla pretesa teologica di conversione del popolo di Gesù, sarebbe
bene che, invece di sbandierare una dura opposizione alle leggi razziali che
purtroppo non c´è mai stata, gli uomini di Chiesa ricordassero la dottrina
antigiudaica vigente nel 1938 (e sconfessata solo nel 1965): cioè l´accusa di
"deicidio" con cui venivano spiegati diciannove secoli di
discriminazioni. Tanto è vero che il Vaticano denunciava come perniciose le
posizioni di leadership culturale assunte dagli ebrei nelle democrazie
occidentali. Come stupirsi se poi la società italiana tollerò l´infamia delle
leggi razziali? Tutto ciò è stato materia dolorosa di
riflessione nella Chiesa cattolica, da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II. Ma
ora di nuovo scatta l´anatema. Contro Gianfranco Fini, inchiodato alle sue
origini fasciste. E contro Walter Veltroni, colpevole di avergli dato ragione.
Colpisce il richiamo all´ordine rivolto ieri da Avvenire ai dirigenti cattolici del Partito democratico: perché non criticate il
vostro segretario, lasciando tale incombenza solo alla pattuglia dei
"teodem"? L´offensiva neodogmatica della Chiesa arcigna non può fare
a meno di questi richiami caricaturali all´infallibilità. Il dubbio è bandito,
fede e ragione coincidono così come dottrina e natura. Che si tratti di
bioetica, di ordinamento familiare, di finanziamento delle scuole cattoliche, o
di interpretazioni storiche. Stranamente tale severità viene meno solo
allorquando i politici amici contraddicono i precetti evangelici
dell´accoglienza e sparano accuse di "catto-comunismo" sui vescovi
che li richiamano. Perché la Chiesa arcigna s´illude di lucrare vantaggi dal
conservatorismo laico, e lo supporta a costo di trasmettere disagio in chi vive
il cristianesimo come testimonianza di vita. In diversi incontri pubblici cui
ho partecipato nelle settimane scorse dentro sedi parrocchiali e istituzionali,
mi è capitato per la prima volta di sentire applausi rivolti a sacerdoti e
fedeli che criticavano apertamente il papa.
( da "Repubblica,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina I - Bari L´iniziativa Cenone
gratis con i più poveri all´ex palestra Gil ANTONIO DI GIACOMO Né superstar con
cachet astronomici né sfavillanti effetti speciali. Il Comune di Bari rinuncia
all´evanescenza degli sperperi per gli eventi di una notte sola e sceglie di
investire, senza retorica, su un Capodanno sotto il segno della solidarietà.
L´appuntamento, la sera del 31 dicembre, sarà alla palestra ex Gil, in via
Napoli, già palcoscenico poco più di un mese fa delle performance del regista
Peter Greenaway e dell´artista Laurie Anderson. Ma stavolta niente spettacoli
in programma. Lì si ritroveranno circa trecento homeless, a tavola su invito
dell´amministrazione comunale per un cenone di San Silvestro sui generis. Ad
annunciarlo è il consigliere comunale Carlo Paolini che, incaricato dal sindaco
Michele Emiliano di coordinare per l´iniziativa i rapporti
con il mondo del volontariato laico e religioso, ha incontrato ieri a palazzo
di città gli esponenti delle associazioni che si preoccupano di offrire
accoglienza ai senzatetto. «Abbiamo accantonato l´idea di trovare dei
ristoranti che potessero ospitarli e - spiega Paolini - ci siamo convinti della
necessità che la cena dovesse avvenire in città. Perché andare fuori, in
spazi magari periferici come la Fiera, avrebbe tradito il senso d´integrazione
che vorremmo realizzare con l´iniziativa». Da qui l´individuazione di uno
spazio di proprietà comunale. «Anche per salvaguardare la laicità di questa
operazione» sottolinea Paolini. SEGUE A PAGINA II
( da "Unita,
L'" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Il Vaticano attacca Zapatero «In
Spagna avanza un regime di statolatria» Monsignor
Amato accusa il governo di Madrid di voler indottrinare i giovani. Il Papa
all'ambasciatore del Lussemburgo: quella sull'eutanasia è una legge moralmente
malvagia e non può essere considerata lecita. «Statolatria». Indottrinamento laico. Ingerenza dello Stato nella vita personale
di ciascuno. Questa è l'accusa lanciata alla Spagna di Zapatero da monsignor
Angelo Amato, il prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Usa
parole forti l'uomo di curia che è stato segretario della Dottrina della Fede in un'intervista alla
rivista «Consulente Re». Tesse le lodi della Chiesa di Spagna che si
contrappone con vigore al governo di Madrid, dando «una risposta pubblica e
chiara, in base al principio cattolico della difesa della libertà religiosa e
dei principi della dignità della vita e di ogni persona». Bolla come
«assolutamente illegittima» l'«intrusione statale sul tema dell'educazione dei
propri giovani» criticando l'introduzione nelle scuole dell'«Educazione alla
cittadinanza» e di altre leggi «etiche» volute dal governo Zapatero. A breve
giro di posta arriva la reazione del ministero dell'educazione spagnolo:
«L'Educazione alla Cittadinanza è inclusa in una legge approvata dal parlamento
spagnolo sovrano. Un fatto che monsignor Amato sembra disconoscere». Questa non
è stata questa la sola e più autorevole presa di posizione vaticana. «Una legge
malvagia dal punto di vista morale non può mai essere considerata lecita». Lo
afferma Benedetto XVI a proposito della legge sull'eutanasia in discussione in
Lussemburgo. Il richiamo è stato pronunciato durante
l'udienza agli undici nuovi ambasciatori di Malawi, Svezia, Sierra Leone,
Islanda, Lussemburgo, Madagascar, Belize, Tunisia, Kazakhstan, Bahrein e Isole
Fiji. Benedetto XVI parla anche di libertà e convinzioni religiose da
difendere, sottolinea «in pratica», da ogni discriminazione, citando
l'«istituzione del matrimonio, inteso come un'unione a vita tra un uomo e una
donna, aperta alla trasmissione della vita» e il «diritto alla vita» che «nel
caso del nascituro è spesso negata l'incondizionata tutela giuridica che
merita». «Mantenere un equilibrio tra libertà concorrenti - ha aggiunto -
rappresenta una delle più delicate sfide morali cui deve fare fronte uno Stato
moderno». Le nazioni «non devono solo vivere in pace con gli altri paesi - ha
concluso - ma anche secondo la giustizia espressa dall'equità e dalla
solidarietà nei rapporti internazionali e tra i concittadini», perché «la pace
autentica non è possibile se non là dove regna la giustizia». ROBERTO MONTEFORTE
CITTÀ DEL VATICANO rmonteforte@unita.it
( da "Manifesto,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
STORIA SL'outing di Fini Lo scontro
con la Chiesa sulle leggi razziali: il fascismo fu un'autobiografia nazionale
Giovanni De Luna Ci sono le polemiche politiche sui
rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico
nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo
come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi.
Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così
torpida, inerte, connivente nei confronti dell'infamia delle leggi
razziali, Fini ha evocato (non so quanto consapevolmente) non solo il valore
della testimonianza degli antifascisti, di quella minoranza eroica che riuscì a
mantenere acceso un barlume di opposizione a prezzo di enormi sacrifici, ma anche
l'ignavia della maggioranza degli italiani, di quelle folle straripanti che
inneggiavano al Duce e che nel regime si riconoscevano, in un gioco di
rispecchiamento che faceva del fascismo il «luogo storico» in cui affioravano
tutti i nostri vizi tradizionali, una religiosità bigotta, un familismo
autoritario, il disprezzo per la cultura, un concetto servile della
legittimazione del potere, il culto della «roba», «un misto - come scrisse
Mariuccia Salvati - di azzeccagarbugli e ragion politica, di nazionalismo e
statalismo, di protervia e di garantismo». Le parole di Gobetti C'era il
razzismo in quell'Italia che si rispecchiava nelle piazze fasciste, quello
degli scienziati e dei colti e quello degli stereotipi e dei luoghi comuni
popolari sulle «faccette nere», e c'era anche l'antisemitismo della tradizione
cattolica. A dar conto in maniera più compiuta di questa realtà, a inserire il
fascismo nel lungo periodo della storia italiana legandolo ai mali endemici di
una democrazia zoppa, inquinata dal trasformismo e dalle pulsioni autoritarie
che serpeggiavano nell'esecutivo e negli ambienti di corte, fu proprio quel
filone politico-culturale che si riconosceva nella celebre affermazione di
Piero Gobetti, «il fascismo è l'autobiografia di un popolo che rinunzia alla
lotta politica, che ha il culto dell'unanimità, che fugge l'eresia, che sogna
il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo», successivamente
ripresa da Carlo Rosselli («Il fascismo sprofonda le sue radici nel sottosuolo
italico; esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie di tutta la
nazione»). Rivelazione nazionale Allora, in seno all'antifascismo, a questa
interpretazione del fascismo come «rivelazione» delle tare genetiche che
avevano dall'inizio appesantito il progetto di «fare gli italiani», si
affiancavano quella che insisteva sul fascismo «reazione di classe» (il Pci e
in genere il movimento operaio) e quella del fascismo «parentesi» del
liberalismo crociano. Delle tre, la più vitale e la meno caduca si sarebbe
rivelata proprio la prima, con conseguenze significative soprattutto per quanto
riguarda il significato dell'antifascismo. Se Fini è coerente con le cose che
dice, le conseguenze da trarre dalle sue parole portano infatti a riconoscere
nell'antifascismo un valore permanente dell'Italia repubblicana, una risorsa a
cui un paese come quello che ha partorito uno dei più significativi
totalitarismi novecenteschi non può fare a meno di attingere; non più un
semplice «patto sulle procedure», una coalizione di partiti, uno schieramento
politico legato solo alle condizioni estreme della lotta contro la dittatura e
l'invasione tedesca, ma un «eccesso» di democrazia, una necessità etica,
culturale e politica per un paese attraversato da una sinistra coazione a
ripetere che ogni volta rende affascinanti soluzioni politiche al cui interno
coniugare il sovversivismo e l'illegalità endemica delle nostre classi
dirigenti con una irrefrenabile voglia di autorità e di ordine che proviene dai
recessi più oscuri della nostra esistenza collettiva. Dimenticanze e rimozioni
Un'ultima considerazione. Anche il consenso espresso da Veltroni alle parole di
Fini andrebbe misurato su questo terreno. Al momento della sua fondazione il Pd
si era dimenticato dell'antifascismo. Allora sembrò un lapsus, oggi appare come
la spia dell'incapacità di avere un progetto di lungo periodo («il coraggio di
non contare ad anni, ma a generazioni», come scriveva Carlo Rosselli) e della
scelta sciagurata di azzerare una delle eredità più significative di quel tipo
di antifascismo, una teoria della classe politica, della sua formazione e
selezione, radicalmente democratica e insieme frutto di un processo faticoso,
impegnativo, costoso in termini di responsabilità personale e di consapevolezza
della non negoziabilità di alcuni fondamenti ultimi . L'EX LEADER DI AN Il
presidente della Camera ha recentemente denucniato il silenzio degli
intellettuali e della Chiesa cattolica sulle leggi razziali varate da Mussolini
nel 1938: «Non fecero tutto quello che si sarebbe dovuto fare di fronte a
quella vergogna». Poi, Fini, di fronte alla reazione vaticana ha precisato che
non voleva decretare alcuna condanna, ma che aveva parlato per «senso della
verità storica». LA REAZIONE DEL VATICANO Sull'altra sponda del Tevere le
parole dell'ex segretario di Alleanza nazionale non sono piaciute affatto.
«Approssimazione storica» e «meschino opportunismo politico»: questo è stato il lapidario e durissimo il giudizio che
dell'Osservatore Romano. «Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno degli
eredi politici del fascismo - ha scritto l'organo della Santa Sede - (che
dell'infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da
tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze) chiami ora in causa la
Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo
politico».
( da "Manifesto,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
IRAQ Arrestati 35 funzionari e
ufficiali sunniti del ministero degli esteri Autogolpe del premier Maliki
L'accusa: ricostruzione del partito Baath e complotto contro il governo
Giuliana Sgrena Trentacinque funzionari e ufficiali del ministero degli interni
iracheno sono stati arrestati negli ultimi tre giorni a Baghdad. Tra gli
arrestati vi sarebbe anche il generale Ahmed Abu Raqeef. L'accusa contro gli
arrestati, secondo il portavoce del ministero degli interni generale Abdul
Karim Khalaf, è quella di far parte del partito al Awda (il ritorno),
considerato la reincarnazione del vecchio partito Baath, l'ex-partito unico di
Saddam Hussein sciolto dal proconsole americano Paul Bremer subito dopo il suo
arrivo a Baghdad nel 2003. Una misura, insieme a quella che aveva disciolto
l'esercito di Saddam, miope perché aveva privato lo stato
e la sua amministrazione di tutti i quadri che fino ad allora l'avevano fatto
funzionare. In un primo tempo, secondo il New York times, gli arrestati erano
stati accusati anche di un complotto per rovesciare il governo ma poi l'accusa
è stata ridimensionata a un tentativo di dare fuoco al ministero. L'operazione
condotta da un nucleo di élite delle forze antiterrorismo alle dirette
dipendenze del premier Nouri al Maliki, è avvenuta mentre il ministro degli
interni, Jawad Kadem al-Bolani, si trovava all'estero, impegnato
a promuovere il suo Partito costituzionale iracheno, laico. Dunque il ministro
sarebbe estraneo a una operazione che assume un carattere strettamente
politico, infatti, secondo testimoni che non hanno voluto rivelare il loro
nome, gli arrestati sarebbero esponenti dell'ex partito Baath di basso rango e
peraltro senza stretti legami tra di loro. Una legge dello scorso
febbraio peraltro aveva permesso agli ex membri del partito unico di basso
rango di poter reclamare un impiego governativo, una misura di cui avrebbero
usufruito 38.000 ex militanti del partito Baath. Mentre per quelli in età da
pensionamento era stato riconosciuto il diritto di
ricevere una pensione. Ma al Maliki, che si sente evidentemente molto debole,
soprattutto in vista delle elezioni amministrative del 31 gennaio prossimo,
continua ad agitare lo spettro del complotto e del partito Baath. Forse anche
perché in settembre un quotidiano iracheno, al Bayyna al Jadidah, aveva parlato
di un possibile colpo di stato incruento organizzato
da ex membri del partito Baath e sostenitori del dittatore Saddam Hussein
contro l'attuale governo orchestrato con l'appoggio degli Stati uniti. Ed
effettivamente è difficile in questo momento immaginare in Iraq una qualsiasi
operazione politica o militare senza l'appoggio degli americani che controllano
in paese. Che invece, in un quadro politico quasi completamente dominato dai
partiti confessionali (con l'eccezione del Kurdistan dove prevale
l'appartenenza tribale), esista uno spazio per un partito laico è certo e anche
governato dagli ex sostenitori del rais. La fine di Saddam Hussein, proprio per
il modo in cui è avvenuta, ha lasciato molti «orfani». Molti di loro sono
andati ad ingrossare le fila dei gruppi armati, alcuni dei quali sono stati
recuperati dal generale Usa Petraeus per combattere al Qaeda con la promessa di
reintegrazione nell'esercito iracheno di cui avevano già fatto parte. Il
premier al Maliki teme i militari dell'esercito di Saddam e aveva cercato di
impedire il loro reintegro anche emettendo mandati di cattura contro coloro che
avevano guidato la lotta contro l'occupazione. Poi ha cercato di sostituire il
reintegro nell'esercito con un impiego governativo civile, ora evidentemente
anche questo è diventato un pericolo. Il premier al Maliki non sembra
abbastanza forte per far fronte alla complessa realtà del suo paese e si
scontra su tre fronti: quello kurdo per la questione del petrolio, quello
sunnita per la forza militare degli ex saddamisti, quello sciita per
l'opposizione radicale di Muqtada al Sadr. Infatti tra gli arrestati degli
ultimi tempi vi sono anche sciiti sadristi. E Nouri al Maliki non sembra più
godere nemmeno dell'appoggio incondizionato degli Stati uniti. Le accuse di
complotto forse mirano anche a recuperare l'appoggio degli occupanti, ma gli
stessi occupanti potrebbero approfittare di queste accuse per mantenere il loro
controllo su un paese che rischia la deflagrazione. Quel che è certo è che in questo
gioco al massacro gli unici a perdere saranno gli iracheni.
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - MILANO -
sezione: Tempo Libero - data: 2008-12-19 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE
Anniversari Il 27 dicembre del 1908 nasceva il Corriere dei Piccoli, sempre
vivo nei ricordi di chi è cresciuto con il giornale Quelli che... il Corrierino
«Jacovitti e Pratt, Tofano e Altan... Da loro attingemmo brio e creatività» C'
era una volta una scrittric e, Paola Carraro Lombroso (figlia di Cesare) con
un' idea: far leggere i piccoli con lo stesso impegno con cui i papà «accendevano
la lampada migliore e leggevano il Corriere della Sera ». Alla scrittrice Luigi
Albertini, direttore del «Corriere», volle dare fiducia. E dal Corrierone
nacque il Corrierino, ovvero il «Corriere dei Piccoli». Senza nuvole, con le
nuvole. Fascista e antifascista. Per piccini e adolescenti, educando senza
annoiare. Tutto questo è stato il Corrierino e lo
ricordano — a cento anni esatti dalla nascita — un libro antologico e una
mostra, che si terrà dal 22 gennaio alla Rotonda di via Besana a cura della
Fondazione Corriere della Sera. Il libro è «Il secolo del Corriere dei piccoli»
(Rizzoli). «Una storia importante, perché è stata la prima
rivista per ragazzi a dedicare una prima pagina a un fumetto», dice Matteo
Stefanelli, ricercatore alla Cattolica, autore del volume con Fabio Gadducci,
professore associato a Pisa. «Fu un calderone di creatività e di brio». Brio
che Andrea Pinketts, scrittore, attinse a piene mani dal suo papà. «Mio
padre era un ingegnere, distrattissimo dal suo lavoro. Ogni giorno mi portava
il Corrierino pensando di darmi una novità. Così, essendo un settimanale, mi
ritrovavo con sei corrierini in casa, tutti uguali». Correvano gli anni 60.
«Quelli di Jacovitti e Zorry Kid, una miniera del grottesco che ho trasfuso nei
miei libri», aggiunge Pinketts. Miniera come quella che si spalanca dal libro
commemorativo. Davanti agli occhi scorrono Felix il Gatto, Bibì e Bibò,
Arcibaldo e Petronilla. Via le nuvolette, venivano tutti riadattati con i versi
in rima. E poi Bilbolbul, Sor Pampurio, Marmittone, e il signor Bonaventura,
che ogni volta in fondo alla pagina, senza mai capire come, stringe in mano il
suo... milione. Lo disegnò, dal 1917, Sergio Tofano, che si firmava «Sto». «Qui
comincia l'avventura del signor Bonaventura — ricorda il filosofo Giulio
Giorello —, un anno i miei genitori mi regalarono dei burattini di legno di
Bibì e Bibò per Natale. La mamma mi leggeva le poesiole sotto le vignette e
andava a comprarmelo al di là del ponte di via Argonne, all'edicola del
quartiere dell'Ortica». Il Corrierino è un po' come l'albo delle foto. «Me lo
ricordo bene — dice Franca Rame — mi piaceva l'impaginazione, era un giornale a
mia misura. Che risate con Arcibaldo e Petronilla». Fumetti comici, fino a un
certo punto. «Uno dei miei preferiti— continua la Rame — era Marmittone, il
soldato sfortunato, costretto a punizioni assurde per le sue sbadataggini che
finivano per mettere in ridicolo i suoi stessi ufficiali. Era un esempio di
satira antimilitarista in piena epoca fascista. A ripensarci per quel tempo fu
un miracolo». E dal Corrierino sono passati i più grandi. «C'erano Antonio
Rubino, Attilio Mussino — dice ancora Stefanelli —, i migliori illustratori
italiani. E i maestri del Dopoguerra: Grazia Nidasio, con la sua Stefi, e
Pratt, Jacovitti, Altan con la Pimpa, Toppi, Battaglia, Tacconi. E dispiace per
chi resta fuori». Uno che non resta fuori è il regista Maurizio Nichetti. «Io
ci ho pure scritto sul Corrierino, era un racconto di Ferragosto, dove c'era un
papà che regalava al bambino la città deserta. Non ero un lettore abituale ma
era il giornalino di noi bambini, assolutamente». Gianni Rivera da piccino
pensava già (e molto) al pallone, «ma chi se lo dimentica il signor
Bonaventura?» dice. E però ammette un'altra preferenza: «Io leggevo Capitan Miki,
lo prendevo ogni settimana. Il Corrierino era una cosa più saltuaria».
Perdonato. Alessandro Trevisani
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Esteri - data: 2008-12-19 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE New
York Il fondatore morì nell'attentato al volo Pan Am. «Ereditano» gli studenti Miracolo ad Amsterdam Avenue Gheddafi «finanzia» una
scuola A un istituto cattolico i risarcimenti per Lockerbie La De La Salle
Academy, scuola media che aiuta i bambini meritevoli, ha ricevuto 2,5 milioni
di dollari dalla Libia WASHINGTON — E' il «miracolo » di Amsterdam Avenue,
nell'Upper West Side di New York. Un miracolo che ha portato nelle casse
di una piccola scuola media, la De La Salle Academy, 2.470.000 dollari. Un
miracolo che lega la storia di una mamma ed un figlio che non ci sono più alla
la strage di Lockerbie, compiuta vent'anni fa nei cieli di Scozia da 007
libici. Quei dollari sono, infatti, una parte dei risarcimenti pagati dal
leader Muammar Gheddafi alle vittime dell'attentato. Quella che sembra una
favola moderna — raccontata alcuni giorni fa dal New York Times — ha per
protagonista Andre Nikolai Guevorguian e inizia nel 1967. Andre, che all'epoca
ha 11 anni, vive con la mamma, Tatiana, nell'Upper West Side. Sono periodi
difficili. Il padre, d'origine armena, è morto anni prima e tutto ricade sulle
spalle della madre — un'immigrata dall'Urss — che lavora come segretaria.
Tatiana ha due obiettivi. Dare un'educazione al figlio e tenerlo lontano dai
guai. Nel quartiere, allora, era facile finire in brutti giri e la donna lo affida
ad una scuola cattolica. Una buona istruzione e i consigli preziosi di Fratel
Brian aiutano il ragazzo a crescere. Tenace, con grande voglia di fare, Andre
imbocca un cammino che lo conduce fino alla prestigiosa Harvard Business
School. Successi che si ripetono quando il giovane entra nel mondo del lavoro.
Commercia in auto, si occupa di import/ export, organizza ricevimenti grazie ai
contatti con la comunità russa di Brighton Beach. Attività che gli permettono
buoni guadagni ed una vita tranquilla. Ma Andre ha anche il cuore grande. E'
generoso, vuole aiutare chi gli ha dato un mano. Nell'84 con altri ex alunni è
al fianco del suo vecchio preside, Fratel Carty, che apre la scuola De La
Salle, all'ultimo piano della parrocchia in Amsterdam Avenue. Andre sostiene
l'impegno. Un modo per ricambiare quanto gli avevano dato i suoi insegnanti.
Quattro anni dopo, la sera del 21 dicembre 1988, Andre Guevorguian, è seduto su
una poltrona della business class del jumbo Pan Am decollato da Londra e
diretto a New York. Il jet, con 270 persone a bordo, sta sorvolando il piccolo
villaggio scozzese di Lockerbie quando un'esplosione nella stiva disintegra
l'aereo americano. E' un attentato. L'ordigno era nascosto all'interno di una
radio e aveva un sofisticato timer. Le indagini accertano — anche se ancora
oggi esistono molti dubbi — che il massacro è stato
organizzato da due agenti libici. Si apre uno snervante contenzioso legale con
Tripoli al quale partecipa, contro voglia, anche Tatiana. La donna è distrutta,
non vuol sentire più parlare di Lockerbie e redige un testamento con il quale
lascia tutto a tre scuole, compresa la De La Salle. Tatiana non potrà assistere
alla fine della battaglia perché muore nel 1999. Tre anni dopo il colonnello
Muammar Gheddafi, dopo lunghi negoziati, accetta di versare 10 milioni di
dollari ad ogni famiglia delle 270 vittime di Lockerbie. Un gesto interessato
che, da un lato, chiude quella che per il raìs libico è una vicenda fastidiosa
e, dall'altro, gli permette di rientrare nella comunità internazionale.
Pragmatismo e furbizie incoraggiati dagli occidentali che non vedono l'ora di
ampliare i rapporti economici. Ma la decisione del colonnello finisce anche per
aiutare la scuola in Amsterdam Avenue dove sono spediti, a scadenze regolari, gli
assegni del risarcimento. L'ultimo, quello che chiude la favola, è arrivato
pochi giorni fa. Il dono postumo di Tatiana e Andre. Vent'anni dopo A sinistra
alunni delle elementari a New York. In alto i resti dell'aereo caduto nell'88
su Lockerbie Guido Olimpio
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione:
Esteri - data: 2008-12-19 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE L'attacco
«Sempre più, in tutta Europa, lo Stato entra nella vita personale». Madrid:
leggi approvate dal Parlamento sovrano Il Vaticano contro Zapatero:
«Statolatria» L'arcivescovo Amato: in Spagna indottrinamento laicista dei
giovani Il prefetto della Congregazione dei Santi: «Anche in Italia
comportamenti irridenti il Vangelo e la Chiesa» CITTà DEL VATICANO — In Spagna
«avanza la statolatria » che mira all'«indottrinamento
laicista» dei giovani attraverso la scuola pubblica e in particolare con la
nuova materia di «Educazione alla cittadinanza». Ma una forma di «persecuzione
anticristiana » che si avvale di molte vie — comprese «sentenze della
magistratura» — è in atto anche in Italia. Per non parlare dei paesi arabi dove
i cristiani sono costretti a «vivere come fantasmi» e dell'India dove in alcuni
stati la «decantata tolleranza » orientale si sta facendo «intollerante».
Questo panorama allarmato della situazione cristiana nel mondo è stato tracciato in un'intervista alla rivista «Il Consulente
Re» (la sigla sta per «Religiosi ecclesiastici ») dall'arcivescovo Angelo
Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi: un curiale in
ascesa, stimato da papa Ratzinger e salesiano come il cardinale Bertone. Le
parole dell'arcivescovo sulla Spagna hanno provocato una reazione del Governo
Zapatero: «L'Educazione alla cittadinanza è inclusa in una legge approvata dal
Parlamento spagnolo sovrano. Un fatto che monsignor Amato sembra disconoscere»,
così hanno reagito fonti del ministero dell'Educazione. «Ovviamente qui a Roma
— aveva detto l'arcivescovo — noi sappiamo bene di questo grave problema.
Fortunatamente possiamo contare su una Chiesa spagnola che ha dato una risposta
pubblica e chiara, in base al principio cattolico della difesa della libertà
religiosa e dei principi della dignità della vita e di ogni persona ». «La
questione — aveva detto ancora — è che in tutta Europa si sta introducendo la
categoria della cosiddetta biopolitica. Lo Stato cioè entra sempre più nella
vita personale di ognuno: obbliga le famiglie a scegliere determinate scuole
con determinate materie, non d'istruzione ma d'indottrinamento ». «Avanza —
aveva aggiunto — la statolatria che, apparentemente
eliminata, rientra dalla finestra. Certo la Chiesa in Spagna sta reagendo bene
con dignità e fermezza a un'intrusione statale assolutamente illegittima sul
tema dell'educazione dei propri giovani ». Del nostro paese Amato parla così:
«Tale persecuzione anticristiana non avviene solo fuori d'Italia: anche in
Italia accade, attraverso norme di legge, sentenze della magistratura,
comportamenti irridenti il Vangelo, il Santo Padre, la
Chiesa, la dottrina cattolica». «Sono parole gravi, molto gravi, che prendono a
nemico la laicità» è stato
il commento del tesoriere dei Radicali italiani Michele De Lucia. Per il
segretario del Prc Paolo Ferrero quella dell'arcivescovo è «una visione
integralistica della fede di tipo premoderno ». I protagonisti A
sinistra il premier spagnolo José Luis Zapatero. Nel tondo, l'arcivescovo
Angelo Amato. Il religioso ha accusato la Spagna di «indottrinamento laicista»
dei giovani attraverso la scuola pubblica e, in particolare, la nuova materia
dell'«Educazione alla cittadinanza» Luigi Accattoli
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Esteri - data: 2008-12-19 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE La
parola nella Storia Quel duello (verbale) tra Pio XI e Mussolini SEGUE DALLA
PRIMA La voce invece è registrata nel 1873 sul vocabolario di Tommaseo e
Bellini con una definizione leggermente più neutra: «Culto assoluto ed
esclusivo dell'autorità dello Stato». Più tardi Alfredo Panzini, nel proprio
«Dizionario Moderno» del 1927, con la sua interpretazione sa essere ancora più
obiettivo. Anche se sbaglia a definire «statolatria»
come «neologismo», parla di termine «d'uso nel linguaggio politico» per
indicare una dottrina che «nutre somma opinione e fede nell'azione diretta»
dello Stato; mentre — precisa con spirito bipartisan — «statolatra
può essere tanto il conservatore come il socialista». Verrà in Italia il regime
e inserirà la parola nella «Dottrina del fascismo» del 1931, scritta da Gentile
ma firmata da Mussolini. Di lì a poco, in un'enciclica, Pio XI bolla la statolatria come «un'ideologia pagana dello Stato», il cui
«proposito» è quello «di monopolizzare interamente la gioventù, dalla
primissima fanciullezza fino all'età adulta a tutto vantaggio di un partito, di
un regime, sulla base di un'ideologia», appunto, «che dichiaratamente» si
risolve «in una vera e propria statolatria pagana».
Linguisticamente non era un'interpretazione corretta, ma ben più faziosa può
apparire quella di Monsignor Angelo Amato nei confronti del presupposto
indottrinamento laico e nell'ingerenza nella vita personale dei cittadini
esercitato dal governo di Zapatero. Piero Gobetti, negli anni Venti, era stato ben più preciso nell'avvertire che «l'equivoco dei
socialisti riformisti e di tutti gli ammiratori della statolatria»
stava «nel confondere» uno «Stato ideale» fortemente laico,
«oggetto caratteristico della speculazione dei filosofi del diritto», con uno
«Stato-amministrazione pubblica» troppo burocratizzato: il che con Zapatero non
ha proprio nulla a che vedere. Concordato Il segretario di Stato Gasparri e
Mussolini Giorgio De Rienzo
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Cronache - data: 2008-12-19 num: - pag: 22 categoria: REDAZIONALE Il
caso Englaro I Radicali denunciano Sacconi La clinica di Udine e lo stop per
Eluana: intimiditi dal ministro Il pg della Cassazione: applicare il verdetto
Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo (Pdl): quello con Englaro
è un rapporto tra privati DAL NOSTRO INVIATO UDINE - Le camere ancora
prenotate, le transenne pronte all'ingresso, i cartelli di divieto sempre
affissi alle porte. Ma Eluana non arriverà così presto alla «Città di Udine»,
la clinica che dovrebbe ospitarla negli ultimi giorni di vita. Ieri, poche ore
dopo l'intervento di Marcello Matera, pg della Cassazione, a conferma che la
direttiva Sacconi non ha effetto sulla sentenza Englaro, l'amministratore
delegato della struttura, Claudio Riccobon, ha comunicato un nuovo stop al
ricovero della ragazza: «La casa di cura ribadisce la propria disponibilità nei
confronti della famiglia Englaro a patto però che la Regione Friuli si prenda
la responsabilità di condividere questo percorso ». Un altro cambiamento di
rotta, dopo la frenata di mercoledì alla luce dell'atto di indirizzo del
ministro Sacconi. Ma se l'altra mattina la struttura ha sospeso l'accoglienza
di Eluana rimandando ai legali della famiglia un chiarimento sulla direttiva
del ministero, questa volta la decisione viene subordinata all'emanazione da
parte della Regione di «un provvedimento inequivocabile - che valga sia per le
strutture pubbliche che per le private - , in cui si ammetta esplicitamente la
possibilità che l'alimentazione forzata possa essere sospesa qualora le persone
in stato vegetativo permanente, o i loro familiari in
caso di assenza di volontà anticipata del malato, ne facciano richiesta». Di
fatto un via libera all'applicazione della sentenza, senza restare penalizzati
dall'atto di indirizzo del ministro Sacconi. Questa la necessità emersa ieri
pomeriggio, al termine di un lungo consiglio di amministrazione della Casa di
Cura, e riportata, senza mezzi termini, in una nota ufficiale della struttura,
in pratica un atto di accusa nei confronti di Maurizio Sacconi: «L'Italia è un
Paese strano o alla deriva. Noi ci rendiamo disponibili, su base volontaria e
in forma gratuita, a dare applicazione a un decreto della Corte d'appello e un
ministro della Repubblica lancia intimidazioni cercando di colpire l'azienda
nel suo interesse vitale, arrivando a minacciare la sospensione dell'attività
in accreditamento con il servizio nazionale». Parole pesanti che descrivono
anche insulti e minacce ricevute: «Siamo stati paragonati
ai nazisti e ai loro metodi di sterminio», oltre a subire «gli anatemi delle
sfere cattoliche ». Claudio Riccobon legge tutto d'un fiato. Poi si sofferma
sul documento: «Chiederemo alla Regione, in particolare agli organismi tecnici
come l'agenzia regionale della sanità, una risposta scritta su come verrà
applicata la direttiva del ministero». Basterà a riportare Eluana nella
terra di papà Beppino? Riccobon è certo: «Così saremo al riparo da eventuali
ripercussioni». La notizia arriva a Englaro, sempre a Lecco in attesa di
notizie, e all'avvocato Angiolini che subito ridimensiona: «E' normale che la
struttura voglia tutelarsi, credo che non ci saranno problemi per la Regione ».
Resta in silenzio il presidente del Friuli, Renzo Tondo (Pdl), che nel primo
pomeriggio aveva definito il caso Englaro un «rapporto tra privati », ribadendo
l'autonomia del sistema sanitario friulano. Poche parole da parte
dell'assessore regionale alla Sanità, Vladimir Kosic: «La nostra istituzione è
fatta di uomini di grande coerenza come il presidente Tondo, con il quale c'è
assoluta concordanza». E mentre a Roma i radicali annunciano una denuncia («per
violenza privata aggravata») contro il ministro Sacconi per accertare in che
termini abbia impedito l'applicazione della sentenza Englaro (stessa iniziativa
per l'associazione dei consumatori Aduc), sul fronte opposto in Friuli si
muovono l'Udc (che è pure in giunta) e le organizzazioni cattoliche di Udine,
guidate da Comunione e liberazione, pronte a scendere in piazza quando arriverà
Eluana. Sulla data, per adesso, nessuna conferma. Con la mamma Eluana Englaro
con la madre Saturna. La ragazza oggi ha 38 anni e dal 1994 si trova nella
clinica Beato Luigi Talamoni gestita dalle suore Misericordine di Lecco Grazia
Maria Mottola gmottola@corriere.it
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione:
Terza Pagina - data: 2008-12-19 num: - pag: 47 categoria: REDAZIONALE Elzeviro
Colma un vuoto il saggio di Mirella Serri MARIO PANNUNZIO LIBERALE COERENTE di
GIOVANNI RUSSO N el 2010 ricorre il centenario della nascita di Mario Pannunzio
e già ora si stanno organizzando iniziative in occasione della ricorrenza.
Mentre si è molto parlato del settimanale Il Mondo da lui fondato, finora non
era stato studiato Risorgimento liberale, che
Pannunzio aveva diretto durante il periodo clandestino e fino al novembre 1948.
Con il libro I profeti disarmati (Corbaccio), Mirella Serri colma un vuoto. Pur
ammettendo che la continuità con Risorgimento liberale «si riconosceva perfino
nel-l'identità delle rubriche», sostiene che, nel Mondo, Pannunzio «destinerà
agli scantinati della memoria quegli argomenti-tabù per la sinistra italiana
che il quotidiano aveva invece affrontato nella sua breve vita: dalla vera
storia degli omicidi del triangolo rosso» ai «campi di concentramento in
Jugoslavia, alle foibe, alla ricostruzione della "guerra
guerreggiata" che aveva terremotato i mesi appena passati». Chi ha vissuto
la nascita del Mondo sa però che con il settimanale Pannunzio non fece altro
che proseguire la battaglia che aveva svolto nel quotidiano. A differenza dei
liberali conservatori, non propendeva a destra. Come riconosce la Serri, anche
su Risorgimento liberale tentò di aprire un colloquio costruttivo con la
sinistra. Per far questo, occorreva però denunciare la connivenza del Pci con
gli illegalismi, le violenze e i delitti delle squadre volanti rosse,
rintracciarne la radice nelle vicende della guerra civile spagnola e le
responsabilità di Togliatti nella guerra intestina che aveva condotto alle
esecuzioni degli anarchici. Su queste tematiche, come dimostrano proprio gli
scritti sul Mondo di Ernesto Rossi e di Gaetano Salvemini, non vi fu nessun
ripensamento. Quando, nel febbraio del 1949, Il Mondo iniziò le pubblicazioni,
Pannunzio aveva capito che esse erano diventate appannaggio delle forze
neofasciste e di destra, che odiavano i comunisti, ma anche gli antifascisti
democratici: «i profeti disarmati». Il suo obiettivo principale era raccogliere
gli intellettuali e la parte sensibile della classe dirigente attorno a una
prospettiva capace di porsi come alternativa sia al comunismo sia alla Dc, che
il 18 aprile 1948 aveva conquistato la maggioranza
assoluta. Se dal punto di vista politico il progetto non riuscì, in campo
culturale Il Mondo raggiunse i suoi obiettivi: unì e mantenne uniti i
rappresentanti di una cultura laica, che quando il settimanale nacque era
debole e divisa, ed esercitò una profonda influenza intellettuale, e quindi
indirettamente politica, fino alla nascita del centrosinistra. Ciò avvenne non
solo per gli interventi dei due «dioscuri», Salvemini e Rossi, ma anche tramite
i convegni del Mondo, che furono in grado di indicare i problemi principali del
Paese riguardanti l'economia, la scuola, la sanità, il rapporto con la Chiesa.
Giustamente Mirella Serri ricorda che fu Salvemini a coniare lo slogan, poi
ripreso da Montanelli, di «turarsi il naso e votare per De Gasperi, Scelba,
Villabruna », quando aderì alla cosiddetta legge truffa nel '53, la legge
maggioritaria che lo storico Pietro Scoppola considerò un tentativo di rimedio
alla debolezza dei governi. Il Mondo fece sempre una distinzione netta tra il
ruolo dei comunisti nella Resistenza al fascismo e al nazismo, che non poteva
essere né sottovalutato né misconosciuto, e quello che era invece il progetto
di una rivoluzione guidata o protetta dall'Unione Sovietica, avversato e
apertamente denunciato. Si deve alla personalità e alle capacità organizzative
di Pannunzio, se si incontrarono sulle stesse pagine figure così diverse di
idee e temperamento come Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi e
Giuseppe Saragat, Ernesto Rossi e Ignazio Silone, Ugo La Malfa e Riccardo
Lombardi (per fare solo qualche nome), in una fusione (che non era mai
confusione) di liberali, crociani, salveminiani, ex azionisti e rappresentanti
della migliore tradizione socialista, cioè tutta la cultura
laica che contava. Pannunzio e gli intellettuali del Mondo furono politicamente
sconfitti. L'idea di una terza forza non si realizzò mai e il centrosinistra,
in cui tante speranze erano state riposte, non assolse il suo compito. Il Mondo
cessò le pubblicazioni nel 1966, sia per difficoltà economiche, sia perché
sembrava, nel cambiamento dei tempi, che non ci fosse alcuna possibilità
di opposizione. Nel febbraio 1968, due anni dopo la chiusura del Mondo, Mario
Pannunzio morì. Oggi, benché sia trascorso tanto tempo, ancora si sente il
vuoto che ha lasciato. Ma ci resta il suo insegnamento. \\ Con «Il Mondo» diede
una voce forte e autorevole ai più diversi filoni del pensiero laico
( da "Corriere
della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - ROMA -
sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-12-19 num: - pag: 3 categoria:
REDAZIONALE Rifiuti, è scontro aperto fra Comune e Regione Alemanno: «Senza
proroga finiremo come Napoli» Marrazzo: «Dica dove realizzare la nuova
discarica» L'unica certezza è che la discarica, la più grande pattumiera
d'Europa, non chiuderà il 31 dicembre. La giunta regionale ha deciso di
stanziare altri 20 milioni di euro per la raccolta differenziata a Roma «anche
se Alemanno dirà che non bastano» Un dialogo tra sordi. Reciproci scambi di
accuse e di battute. Con una certezza: la discarica di Malagrotta, la più
grande pattumiera d'Europa, non chiuderà il 31 dicembre. Nel frattempo si
allargano i consensi per realizzare un quinto impianto per bruciare rifiuti. E
resta un mistero sempre più fitto la scelta del luogo che ospiterà la nuova
discarica della capitale. Il braccio di ferro tra Piero Marrazzo e Gianni
Alemanno, tra Regione e Campidoglio, si è arricchito ieri di un nuovo capitolo:
il governatore, arrivando al consiglio generale di Federlazio, annuncia: «Ho
deciso di aumentare i fondi nel bilancio della Regione per la racconta
differenziata di 20 milioni di euro per il Comune di Roma». Pochi minuti dopo
il sindaco dall'auditorium all'Eur che riunisce i vertici di Federlazio,
risponde: «Non vogliamo tirarci indietro dalla raccolta differenziata, ma
vogliamo dare cifre realistiche». Mercoledì Alemanno aveva definito «un'utopia
arrivare al 50% di raccolta differenziata entro il 2011 (adesso siamo al 19%)»,
come invece prevede il piano regionale rifiuti. Marrazzo non ha digerito le
parole del sindaco. E con il volto teso rilancia mettendo sul piatto altri 20
milioni di euro per la raccolta differenziata a Roma «anche se Alemanno dirà
che non bastano». Immediata la replica: «Piero, se me ne dai 40, chiudiamo sul
posto». Applausi e sorrisi della platea. E controreplica: «Te lo ha suggerito
Augello...», taglia corto Marrazzo indicando il senatore del Pdl seduto tra le
prime file. Le posizioni degli enti locali appaiono molto lontane sui costi
della raccolta differenziata: secondo i calcoli del Comune, per arrivare al 45%
nel 2013 servirebbero addirittura 344 milioni di euro. Una cifra enorme, fanno
notare ambienti della maggioranza alla Pisana, fuori dalla disponibilità della
Regione. Alfredo Pallone (FI) rilancia: «A questo punto chiediamo a Marrazzo di
fare uno sforzo ulteriore per arrivare alla cifra complessiva di almeno 30
milioni per Roma e di 20 milioni per le altre province del Lazio». Rincara la
dose pure l'assessore provinciale alla tutela dell'ambiente, Michele Civita,
che chiede alla Regione «ulteriori contributi per aiutare la raccolta
differenziata porta a porta nei 120 comuni della Provincia». Poi Marrazzo torna
sul problema della nuova discarica: «Sono pronto ad accettare la proroga per
Malagrotta (chiesta dal Campidoglio ndr), però gli abitanti della zona hanno
ragione - ricorda - . Nel momento in cui si firma la proroga ci dobbiamo sedere
a un tavolo con il sindaco e lui mi deve poter dare una soluzione per la nuova
discarica. E sul quinto impianto per bruciare rifiuti io ho sempre posizioni laiche». Poi il microfono passa al sindaco:
«Credo non ci siano alternative alla proroga della discarica di Malagrotta, a
meno che non si voglia portare Roma alla situazione in cui era Napoli qualche
mese fa». «L'inferno della Campania è stato lastricato di percentuali di differenziata altissime, di
discariche che si dovevano chiudere senza creare altri impianti -
ricorda Alemanno - . Dobbiamo essere realisti: voglio alzare il più possibile
la percentuale di differenziata e terminare il più rapidamente possibile il
conferimento in discarica. Questi sono i nostri due obiettivi, per i quali
abbiamo bisogno di una collaborazione vera con la Regione sui fatti concreti.
Altrimenti, se non troviamo un accordo, chiederò al ministero dell'Ambiente di
fare da garante, da mediatore». Al vertice Il sindaco Gianni Alemanno e il
presidente Piero Marrazzo Francesco Di Frischia
( da "Stampa,
La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
UN ANNUNCIO
DATO NEL CUORE DELLA NOTTE E CHE HA LA CAPACITA' DI ILLUMINARLA PER SEMPRE
( da "Manifesto,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
STORIA L'EX LEADER DI AN Il
presidente della Camera ha recentemente denucniato il
silenzio degli intellettuali e della Chiesa cattolica sulle leggi razziali
varate da Mussolini nel 1938: «Non fecero tutto quello che si sarebbe dovuto
fare di fronte a quella vergogna». Poi, Fini, di fronte alla reazione vaticana
ha precisato che non voleva decretare alcuna condanna, ma che aveva parlato per
«senso della verità storica». LA REAZIONE DEL VATICANO Sull'altra
sponda del Tevere le parole dell'ex segretario di Alleanza nazionale non sono
piaciute affatto. «Approssimazione storica» e «meschino opportunismo politico»:
questo è stato il lapidario e durissimo il giudizio
che dell'Osservatore Romano. «Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno
degli eredi politici del fascismo - ha scritto l'organo della Santa Sede - (che
dell'infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da
tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze) chiami ora in causa la
Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo
politico».
( da "Tempo,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa Lettera del senatore a vita
al Presidente della Camera "Caro Fini, la Chiesa dovrebbe scusarsi"
L'ex presidente della Repubblica scrive al Presidente della Camera Fini sulla questione
della chiesa e l'antisemitismo. Caro Presidente, pur chiamandoti correntemente
Gianfranco, mi rivolto a te con questa lettera aperta indirizzandotela come al
Presidente della Camera, per sottolineare che si tratta di una lettera scritta
da me, quale membro del Parlamento Nazionale nella sua qualità di senatore a
vita in quanto ex-presidente della Repubblica, al presidente di un ramo di
esso: la Camera dei Deputati del quale ho fatto parte dal 1958 al 1983, per
essere poi eletto senatore in quello stesso anno, per rientrare poi al Senato
quale membro di diritto, dopo la parentesi dei sette anni al Quirinale. Quale cattolico, ma cittadino di uno Stato laico, nel senso di
una "laicità", come oggi giustamente si indica quale
"positiva", mi indigna l'articolo scritto contro il presidente di un
ramo del Parlamento della Repubblica Italiana, di cui sono cittadino, dal prof.
Vian, per disgrazia di Dio e ignota volontà curiale, oggi direttore de
L'Osservatore Romano, e quindi, mio Dio, successore certo indegno, lo dico sul
piano della professionalità, tra gli altri di Giuseppe Della Torre. Sono stato educato nella Chiesa Cattolica e in una famiglia
cattolica, mi sono sempre dichiarato "cattolico", cattolico
peccatore, ma cattolico, e da cattolico ho sempre cercato di comportarmi anche
nell'esercizio degli uffici pubblici che mi sono stati affidati, ma anche in
esso, da governante di uno Stato laico. Ho sempre rivendicato il diritto di
comportarmi secondo gli insegnamenti della Chiesa anche quale legislatore; così
pure ho sempre affermato il diritto della Chiesa di pronunziarsi su materie che
interessano principi morali e di diritto naturale, non essendo proprio ogni
richiamo al Trattato e al Concordato oggi vigenti tra la Santa Sede e lo Stato
italiano. Proprio ieri ho firmato, nella mia piena autonomia, una mozione che è
stata presentata al Senato della Repubblica contro la libera
commercializzazione della pillola abortiva Ru 204. Sono stato
quindi sempre considerato una specie di "teocon", pur essendomi stato sempre riconosciuto che ideologicamente io sono un
cattolico liberale. Mi appello invece al rispetto del Trattato e del Concordato
contro le inopportune e ingiuriose espressioni usate dal prof. Vian. Sono nato
e sono stato allevato, durante il fascismo, in una
famiglia antifascista e repubblicana, cattolica ma non propriamente
"clericale". So bene come un non esiguo numero di cattolici,
anche sacerdoti, religiosi, vescovi e cardinali, siano stati fascisti o almeno
simpatizzanti del fascismo, di quello della "Crociata di Civiltà"
della guerra di aggressione imperialista contro il più antico paese cristiano,
copto o cattolico non importa, del continente africano: l'Etiopia e della
"Cruizada" franchista che, finita la guerra civile, "pareggiò"
i conti con la Repubblica spagnola - con i suoi socialisti e con i suoi
anarchici anticattolici rei di crimini che diedero
alla Chiesa molti martiri - fucilando oltre centocinquantamila repubblicani
spagnoli, tra cui anche sacerdoti cattolici della
Catalogna e dei Paesi Baschi, rei solo di appartenere a due Nazionalità della
Spagna che si erano schierate con la Repubblica ed in cui ancora oggi militano
due partiti di ispirazione cristiano-democratica: il Partito Nazionalista Basco
e l'Unione Democratica di Catalogna. Quindi, il direttore de L'Osservatore
Romano dovrebbe guardarsi dal bandire tardive crociate antifasciste: caso mai
lo potrebbe fare qualche organo della stampa cattolica tedesca, perché nessun
sacerdote o vescovo tedesco consta sia stato mai
nazista o simpatizzante del nazismo! Ma l'essere antifascista, come l'essere stato avversario del partito comunista italiano, non mi ha
certo mai impedito, nell'ottica di un ampliamento degli spazi democratici, di
cercare di rompere il cerchio dell'"arco costituzionale" e della
"conventio ad excludendum". Ché non vi sia stata in Italia, a
differenza che in Germania, nessuna seria opposizione alle leggi razziste del
Fascismo, è noto, per usare una lingua che dovrebbe essere cara al Vian,
"lipis et tonsori bus". Vi fu certo qualche obiezione, ad esempio per
il divieto di matrimoni derivante da queste leggi, ma molte parti di esse
furono anzi considerate "utili alla vita della Chiesa Cattolica": e
lo si comprende bene! Da Gregorio, padre della Chiesa, fino all'antica liturgia
del Venerdì Santo (che mia madre m'impediva di recitare!), e al Beato Pio IX,
l'antisemitismo era regola comune; e perché le cose cambiassero: si dovette
aspettare sul piano teorico il Concilio Vaticano II e sul piano pratico Papa
Giovanni Paolo II, con la sua visita alla Sinagoga di Roma e con la
beatificazione e poi santificazione di Edith Stein, e poi con la visita di Papa
Benedetto XVI alla ricostruita Sinagoga di Colonia, distrutta dai nazisti nella
"notte dei cristalli". E d'altronde è ben noto che Papa Giovanni
Paolo II chiese perdono per le sofferenze inflitte dai cattolici
e dalla stessa Chiesa ai non cristiani, compresi gli ebrei. In Italia non
abbiamo avuto nessun Vescovo von Galen e nessun Vescovo von Preysing! Il direttore
de L'Osservatore Romano non si può permettere di offendere dalle colonne
ufficiose del quotidiano della Santa Sede, rivolgendo accuse al Presidente
della Camera dei Deputati, contraddicendo una storia, ahimè! molto dolorosa per
i cattolici italiani, e dando lui, dell'opportunista
allo stesso, senza violare lo spirito dei Trattati Lateranensi. Se io fossi
presidente della Repubblica o presidente del consiglio dei ministri (ma
fortunatamente per il Paese e per me, non lo sono), farei presentare - come feci
io stesso e come prima di me fece Alcide De Gasperi: ma solo due cattolici potevano fare queste cose - una nota di protesta
alla Segreteria di Stato del Vaticano. Io non lo sono, e quindi non posso fare
altro che esprimerti la mia solidarietà. Con amicizia
( da "Manifesto,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
STORIA L'outing di Fini Lo scontro
con la Chiesa sulle leggi razziali: il fascismo fu un'autobiografia nazionale
Giovanni De Luna Ci sono le polemiche politiche sui
rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico
nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo
come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi.
Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così
torpida, inerte, connivente nei confronti dell'infamia delle leggi
razziali, Fini ha evocato (non so quanto consapevolmente) non solo il valore
della testimonianza degli antifascisti, di quella minoranza eroica che riuscì a
mantenere acceso un barlume di opposizione a prezzo di enormi sacrifici, ma
anche l'ignavia della maggioranza degli italiani, di quelle folle straripanti che
inneggiavano al Duce e che nel regime si riconoscevano, in un gioco di
rispecchiamento che faceva del fascismo il «luogo storico» in cui affioravano
tutti i nostri vizi tradizionali, una religiosità bigotta, un familismo
autoritario, il disprezzo per la cultura, un concetto servile della
legittimazione del potere, il culto della «roba», «un misto - come scrisse
Mariuccia Salvati - di azzeccagarbugli e ragion politica, di nazionalismo e
statalismo, di protervia e di garantismo». Le parole di Gobetti C'era il
razzismo in quell'Italia che si rispecchiava nelle piazze fasciste, quello
degli scienziati e dei colti e quello degli stereotipi e dei luoghi comuni
popolari sulle «faccette nere», e c'era anche l'antisemitismo della tradizione
cattolica. A dar conto in maniera più compiuta di questa realtà, a inserire il
fascismo nel lungo periodo della storia italiana legandolo ai mali endemici di
una democrazia zoppa, inquinata dal trasformismo e dalle pulsioni autoritarie
che serpeggiavano nell'esecutivo e negli ambienti di corte, fu proprio quel
filone politico-culturale che si riconosceva nella celebre affermazione di
Piero Gobetti, «il fascismo è l'autobiografia di un popolo che rinunzia alla
lotta politica, che ha il culto dell'unanimità, che fugge l'eresia, che sogna
il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo», successivamente
ripresa da Carlo Rosselli («Il fascismo sprofonda le sue radici nel sottosuolo
italico; esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie di tutta la
nazione»). Rivelazione nazionale Allora, in seno all'antifascismo, a questa
interpretazione del fascismo come «rivelazione» delle tare genetiche che
avevano dall'inizio appesantito il progetto di «fare gli italiani», si
affiancavano quella che insisteva sul fascismo «reazione di classe» (il Pci e
in genere il movimento operaio) e quella del fascismo «parentesi» del
liberalismo crociano. Delle tre, la più vitale e la meno caduca si sarebbe
rivelata proprio la prima, con conseguenze significative soprattutto per quanto
riguarda il significato dell'antifascismo. Se Fini è coerente con le cose che
dice, le conseguenze da trarre dalle sue parole portano infatti a riconoscere
nell'antifascismo un valore permanente dell'Italia repubblicana, una risorsa a
cui un paese come quello che ha partorito uno dei più significativi
totalitarismi novecenteschi non può fare a meno di attingere; non più un
semplice «patto sulle procedure», una coalizione di partiti, uno schieramento
politico legato solo alle condizioni estreme della lotta contro la dittatura e
l'invasione tedesca, ma un «eccesso» di democrazia, una necessità etica,
culturale e politica per un paese attraversato da una sinistra coazione a
ripetere che ogni volta rende affascinanti soluzioni politiche al cui interno
coniugare il sovversivismo e l'illegalità endemica delle nostre classi
dirigenti con una irrefrenabile voglia di autorità e di ordine che proviene dai
recessi più oscuri della nostra esistenza collettiva. Dimenticanze e rimozioni
Un'ultima considerazione. Anche il consenso espresso da Veltroni alle parole di
Fini andrebbe misurato su questo terreno. Al momento della sua fondazione il Pd
si era dimenticato dell'antifascismo. Allora sembrò un lapsus, oggi appare come
la spia dell'incapacità di avere un progetto di lungo periodo («il coraggio di
non contare ad anni, ma a generazioni», come scriveva Carlo Rosselli) e della
scelta sciagurata di azzerare una delle eredità più significative di quel tipo
di antifascismo, una teoria della classe politica, della sua formazione e
selezione, radicalmente democratica e insieme frutto di un processo faticoso,
impegnativo, costoso in termini di responsabilità personale e di consapevolezza
della non negoziabilità di alcuni fondamenti ultimi .
( da "Tempo,
Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa Il monito ne
"L'Osservatore romano" Onu, il Vaticano rimprovera la Francia:
"Il documento cancella le diversità uomo-donna" Non smette di
suscitare le critiche e le proteste vaticane la mozione che la Francia ha
presentato alle Nazioni Unite contro il perseguimento penale dell'omosessualità
in vigore in diversi Paesi del mondo. In realtà, afferma l'Osservatore romano
di oggi, che torna con una nota severa sull'argomento, l'obiettivo non è quello
di tutelare diritti fondamentali ma affermare l'identità di genere che supera
la differenza biologica uomo-donna e stabilisce che gli orientamenti sessuali
sono frutto della cultura. Da qui la strada è aperta, per il quotidiano della
Santa Sede, al matrimonio fra persone dello stesso sesso e all'adozione dei
bambini da parte delle coppie gay così come alla procreazione assistita, tutto
o in base a un concetto astratto di individuo. “Il documento francese proposto
alle Nazioni Unite non è un documento finalizzato, in primis, alla
depenalizzazione dell'omosessualità nei Paesi in cui è ancora perseguita, come
i media, semplificando, hanno raccontato”, scrive il quotidiano della Santa
Sede. In tal caso, infatti, non vi sarebbe stata alcuna
opposizione da parte dell'Osservatore permanente del Vaticano presso l'Onu,
mons. Celestino Migliore. “La Chiesa Cattolica, del resto - afferma la nota non
firmata dell'Osservatore - basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene
che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati
come delitti da punire”. “Ma questo documento -prosegue l'Osservatore
romano - in realtà, parla d'altro, e cioè promuove una ideologia, quella
dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale. Le categorie di
orientamento sessuale e di identità di genere, che nel diritto internazionale
non trovano alcuna chiara definizione, vengono introdotte come nuove categorie
di discriminazione e si cerca di applicarle all'esercizio dei diritti umani”. E
invece, secondo il giornale vaticano, “si tratta di concetti controversi su
base internazionale, e non solo dalla Chiesa, in quanto implicano l'idea che
l'identità sessuale sia definita solo dalla cultura, e quindi suscettibile di
essere trasformata a piacere, secondo il desiderio individuale o le influenze
storiche e sociali. In tal modo, introducendo tali categorie, si dà impulso al
falso convincimento che l'identità sessuale sia il prodotto di scelte
individuali, insindacabili e, soprattutto, meritevoli in ogni circostanza di
riconoscimento pubblico”. “Non si tratta purtroppo di teorie marginali -
afferma ancora l'Osservatore romano- se si pensa che le proposte di
riconoscimento di diritti di famiglia alle coppie omosessuali - incluse quelle
relative all'adozione e alla procreazione assistita- si basano sull'idea che la
polarità eterosessuale non sia un elemento fondante della società, ma un
arbitrio da cancellare”. “Quindi - prosegue la nota dell'Osservatore intitolata
Difesa dei diritti e ideologia - il tentativo di introdurre le citate categorie
di discriminazione si salda con quello di ottenere l'equiparazione delle unioni
dello stesso sesso al matrimonio e, per le coppie omosessuali, la possibilità
di adottare o procreare bambini. Bambini che rischierebbero, tra l'altro, di
non conoscere mai uno dei due genitori e di non poter vivere con lui o lei”. Il
Vaticano aveva già diffuso una nota dell'Osservatore permanente della Santa
Sede all'Onu, mons. Celestino Migliore, nella quale si precisava ulteriormente
la posizione della Chiesa sulla mozione francese: “La Santa Sede - si legge nel
testo di mons. Migliore - apprezza gli sforzi fatti nella Declaration on human
rights, sexual orientation and gender identità - presentata all'Assemblea
Generale delle Nazioni Unite il 18 Dicembre 2008 - per condannare ogni forma di
violenza nei confronti di persone omosessuali, come pure per spingere gli Stati
a prendere tutte le misure necessarie per metter fine a tutte le pene criminali
contro di esse. Allo stesso tempo la Santa Sede osserva che la formulazione di
questa Dichiarazione va ben aldilà dell'intento sopra indicato e da essa condiviso.
Le categorie orientamento sessuale e identità di genere, usate nel testo, non
trovano riconoscimento o chiara e condivisa definizione nella legislazione
internazionale. Se esse dovessero essere prese in considerazione nella
proclamazione e nella traduzione in pratica di diritti fondamentali, sarebbero
causa di una seria incertezza giuridica, come pure verrebbero a minare la
capacità degli Stati alla partecipazione a e alla messa in atto di nuove o già
esistenti convenzioni e standard sui diritti umani”.
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 17 - Esteri L´emittente
"TF1" ha cambiato il palinsesto per il giorno 24. Irritazione della
Chiesa Niente diretta per la messa di Natale la tv francese preferisce il
varietà ANAIS GINORI DAL NOSTRO INVIATO PARIGI - Aveva
promesso una "laicità positiva", più rispettosa della dottrina
cattolica. Ma negli ultimi tempi, Nicolas Sarkozy è riuscito soltanto a
moltiplicare gli screzi con la Chiesa. La dichiarazione Onu per depenalizzare
l´omosessualità, partita dalla Francia, è soltanto l´ultimo di una serie di segnali:
tutti negativi per il Vaticano. Ieri è arrivata la notizia che
l´emittente privata Tf1, proprietà dell´amico del presidente, Martin Bouygues,
quest´anno non trasmetterà la messa di Natale in diretta. Al posto dell´omelia
da San Pietro andrà in onda un varietà e poi un concerto vecchio di tre anni
del cantante francese Michel Sardou. «E´ un segno di superficialità e una
mancanza di attenzione alla sensibilità, alla cultura e alla tradizione
religiosa di una vasta parte del paese» ha protestato
il portavoce vaticano, Federico Lombardi. Il governo francese aveva già messo
in agitazione le gerarchie ecclesiastiche per l´annunciata liberalizzazione del
lavoro domenicale. Qualche giorno fa, l´arcivescovo di Parigi e presidente
della Conferenza episcopale francese, Andrè Vingt-Trois, era intervenuto per
ricordare che «lavorare la domenica non è bene». E poi aveva aggiunto:
«Guadagnare di più non deve diventare il principale obiettivo dell´esistenza».
Una chiara allusione a uno degli slogan preferiti da Sarkozy, «lavorare di più,
per guadagnare di più». La legge adesso è stata sospesa: l´alleanza tra
socialisti e una parte della destra cattolica rendono quasi impossibile
approvare la misura. Il presidente francese, divenuto canonico onorario della
Basilica Lateranense poco dopo la sua elezione, dovrà faticare per trovare la
via della riappacificazione. Certo, si tratta di soltanto di incidenti. La
visita del Papa a Parigi lo scorso settembre è stato
un successo. E Sarkozy continua ad essere convinto che la religione cattolica
sia una "risorsa" sociale e che la République non debba calpestare i
diritti dei credenti. Dietro le quinte, la diplomazia ha ricevuto l´ordine di
ricucire gli strappi con Roma. I consiglieri dell´Eliseo sottolineano che la
dichiarazione Onu ha una "paternità" ormai molto ampia: è stata
firmata da 66 paesi (tra cui tutti gli europei, Italia compresa). E che la
proposta in favore dei gay è stata avanzata «autonomamente» da Rama Yade,
sottosegretario ai diritti umani, ex pupilla di Sarkozy oggi peraltro in
disgrazia. La giovane Yade difende invece l´iniziativa. Parlando all´Onu ha
risposto indirettamente al Vaticano: «Non ci faremo fermare dalle ostilità né
dall´intolleranza».
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 17 - Esteri Onu, sui gay il Vaticano
contro Parigi Per la Santa Sede la risoluzione spiana la strada alle nozze
omosessuali Grillini: "In Italia c´è già una legge che recepisce le
direttive europee in materia" MARCO POLITI CITTA´ DEL VATICANO -
L´Osservatore Romano attacca frontalmente l´iniziativa del presidente francese
Sarkozy all´Onu per l´abolizione delle legislazioni repressive verso i gay. «Il
documento francese proposto alle Nazioni Unite - scrive il giornale della Santa
Sede - non è finalizzato, in primis, alla depenalizzazione dell´omosessualità
nei paesi in cui è ancora perseguita». Invece «promuove una ideologia, quella
dell´identità di genere e dell´orientamento sessuale». A cascata, secondo
l´Osservatore, si presenterebbero una serie di pericoli. «A rischio» sarebbero
la «libertà di espressione oppure a quella di pensiero, di coscienza e di
religione». In conseguenza passerebbe il tentativo di ottenere l´equiparazione
delle unioni dello stesso sesso al matrimonio e poi, per le coppie omosessuali,
la possibilità di adottare o procreare bambini. Bambini, sottolinea il giornale
vaticano, che «rischierebbero, tra l´altro, di non conoscere mai uno dei due
genitori e di non poter vivere con lui o lei». Infine, le religioni potrebbero
vedere conculcato il diritto di trasmettere il loro insegnamento rispetto ai
rapporti uomo-donna. Intanto la Santa Sede è già stata costretta a una
precisazione importante. Il nunzio presso l´Onu, mons. Celestino Migliore, ha
steso una nota sulla mozione, presentata dalla Francia a nome dei 27 paesi dell´Unione
europea (Italia compresa): «La Santa Sede apprezza gli sforzi fatti nella
Declaration on human rights, sexual orientation and gender identity, presentata
all´assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 Dicembre 2008, per condannare
ogni forma di violenza nei confronti di persone omosessuali, come pure per
spingere gli Stati a prendere le misure necessarie per metter fine a tutte le
pene criminali contro di esse». A parere del nunzio, però, le «categorie
orientamento sessuale e identità di genere, usate nel testo, non trovano
riconoscimento o chiara e condivisa definizione nella legislazione
internazionale. Se esse dovessero essere prese in considerazione nella
proclamazione e nella traduzione in pratica di diritti fondamentali, sarebbero
causa di una seria incertezza giuridica». E´ questo punto, che viene
vivacemente contraddetto dalle organizzazioni omosessuali. Franco Grillini, già
presidente dell´Arcigay, ricorda che le definizioni «orientamento sessuale» e
«identità di genere» sono già presenti all´art 21 della Dichiarazione dei
diritti umani, associata alla carta europea votata solennemente nel dicembre
2007 al Parlamento europeo di Strasburgo. E´ un documento, incalza Grillini,
ratificato da tempo dall´Italia a grande maggioranza: «Inoltre in Italia esiste
addirittura una legge, quella contro le discriminazioni per "orientamento
sessuale", frutto di una direttiva europea la cui
applicazione è stata corretta proprio quest´anno dal parlamento nazionale». Fa
specie, comunque, leggere sull´Osservatore la disinvolta affermazione che «la
Chiesa cattolica, basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli
atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come
delitti da punire». Non si capisce allora l´accanimento dimostrato in
Italia negli anni scorsi per negare tutela legislativa ad un patto di
solidarietà (non un matrimonio) fra due adulti etero oppure omosessuali.
L´atteggiamento vaticano all´Onu suscita proteste anche fra molti fedeli. In
una lettera pubblicata sull´Avvenire una «cattolica praticante» denuncia la
Chiesa «che fa ombra al suo Cristo».
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
C aro Augias, l'attacco alle frasi
di Fini, fa capire come si sia toccato un punctum dolens che la Chie?sa non
gradisce, quella Chiesa che fu, salvo poche lodevoli eccezioni, sostenitrice
del fascismo, a partire da padre Agostino Gemelli allo stesso Roncalli, fino al
cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, il quale, nel decennale della Marcia
su Roma fece un tale panegirico che il medesimo Osserva?tore Romano si sent? in
dovere di prenderne le distanze. Speriamo che la sinistra, se tale ?, sia
solidale con Fini, non con lo Stato pontificio. Riccardo Di Camillo
riccardodicamillo@libero. it G entile Augias, ho letto le dichiarazioni del
presidente Fini sulle leggi razziali e la mancata de?nuncia delle medesime da
parte dei vertici della Chiesa. Ci furono nobili eccezioni come quella ad
esempio descritta da Paolo Mirti nel libro ?La societ? delle mandorle? che
racconta come Assisi salv? i suoi ebrei. Quello che a mio avviso ancora manca
per una condanna definitiva del regime da parte del presidente Fini ma non solo
sono gli aspetti liberticidi del fascismo, le condanne dei tri?bunali speciali,
gli anni di carcere e di confino, le condanne a morte che pure ci furono. Mi ha
meravi?gliato che, durante una conferenza stampa in Tv, il capo
dell'opposizione, a fianco del presidente del?la Camera, non abbia colto lui
l'occasione per far estendere a Fini una condanna del regime a tutto tondo.
Roberto Nistri roberto. nistri@alice. it L e frasi di Fini sul silenzio della Chiesa
deli?neano una verit? storica che nessuna "sde?gnata protesta" pu?
modificare. N? alcuni ripensamenti tardivi n? l'ospitalit? data a ebrei e
resistenti da parte di istituti religiosi potr? atte?nuarla. Mescolare
l'ospitalit? dal basso, con si?lenzio e connivenza dall'alto, non ?
intellettual?mente onesto. Si dimentica tra l'altro che lo stes?so papa Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 chiese
perdono per l'antisemitismo cattoli?co protrattosi nei secoli. Casi
individuali, anche eroici, non smentiscono una realt? storica accer?tata.
Quello che si pu? fare, e che qualcuno fortu?natamente ha fatto, ? capire e
spiegare perch? ci? avvenne, quale atmosfera generale, quali diffi?colt?
e prudenze, quali esigenze politiche, moti?varono un tale atteggiamento che non
pu? essere spiegato oggi con la tragica situazione di ieri. Quello che, per
contro, non si dovrebbe in alcun caso fare ? ritirare fuori vecchie storie. Per
esem?pio il Movimento cattolico "Azione e tradizione" ha di nuovo
proposto la storia del rabbino Israel Zolli il quale nel febbraio 1945 si
convert? al catto?licesimo battezzandosi col nome di Eugenio in omaggio a Pio
XII. Una vicenda dolorosa nata da un contrasto sorto nel seno della comunit?
roma?na sulla quale ha fatto luce il saggio di Gabriele Ri?gano "Il caso
Zolli" (Guerini Studio, 2006) e che non ? lecito strumentalizzare in modo
cos? gros?solano.
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina VIII - Roma Accolta
l´istanza dell´avvocato Scalise Test universitari alla
Cattolica il gip scarcera funzionario «Mancanza di gravi indizi di
colpevolezza». Questa la motivazione della scarcerazione di Antonio Pongetti,
il funzionario della Cattolica, arrestato due settimane fa su richiesta della procura di Cosenza che
indaga sulla presunta compravendita di test di ammissione e di diplomi falsi
per infermieri. Il gip Claudio Mattioli ha respinto la richiesta
d´arresto e ha accolto l´istanza dell´avvocato Gaetano Scalise che ha contestato la fondatezza delle accuse. Nei giorni scorsi,
inoltre, era stato chiarito che a Pongetti non era
stata mai attribuita l´accusa di aver richiesto prestazioni sessuali a
studentesse.
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XI - Genova La cerimonia Un
nuovo giardino per papa Wojtyla Inaugurati ieri i nuovi giardini, a lato di Via
XII Ottobre, intitolati a papa Giovanni Paolo II. «Uno spazio recuperato alla
città» sottolinea l´assessore comunale Paolo Veardo. «Giovanni
Paolo II, nel suo lungo pontificato - continua - ha dato al mondo un segnale
dell´amore della Chiesa, soprattutto sui temi della giustizia, della pace e
dell´integrazione tra i popoli. E questo anche la comunità laica non può non
riconoscerlo».
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XXI - Napoli La storia Nessuno
strumento come l´amico tornio Da decenni Vito Leo costruisce con i vecchi
metodi la "cugina mediterranea" della cornamusa a San Gregorio Magno
Nell´officina delle meraviglie lavora l´ultimo zampognaro Per me non sarà
costruito mai niente come il tornio: è il mio sfizio, ci posso fare quello che
voglio. Ma oggi la zampogna è solo un affare natalizio
GIOVANNI CHIANELLI Al laico Guido Dorso non piaceva il Natale. Tuttavia,
confessava che non avrebbe sopportato un dicembre senza «il suono delle
rustiche zampogne, inconfondibile e caldo, già dalle prime ore dell´alba,
portato a braccia da energumeni villani dalle mani grosse e i polmoni enormi».
Ma chi costruisce questi curiosi strumenti metà legno metà pelle di animale,
precipitati da un passato agreste? Ormai quasi tutte le zampogne vengono
prodotte in laboratori specializzati, pressoché industriali, più o meno
asettici. Servono a un mercato del folklore in crescita: non c´è parrocchia,
fiera paesana e festival etnico che a Natale rinunci alle note della cugina
mediterranea della cornamusa. Solo pochi seguono la tradizione. Nel suo capanno
perso tra le montagne della Valle del Tanagro, Vito Leo è in Campania l´ultimo
a costruire zampogne con il metodo - e i tempi, gli intenti, il gusto - di una
volta. Contadino e allevatore, da settant´anni abita a San Gregorio Magno,
unanimemente considerata la "capitale" regionale della zampogna. «Una
volta qui in paese c´erano duecento paranze su mille abitanti. Oggi invece non
si fa più musica», dice in dialetto serrato con un po´ di tristezza. Come se
quella che esce da questi strumenti fosse la Musica per eccellenza. Forse lo è
davvero, le zampogne e le ciaramelle che lui costruisce sono note in tutto il
mondo; pochi mesi fa ne ha venduta una anche negli Stati Uniti, ad un amatore
contattato dal nipote su E-Bay. «Su Internètto», spiega. Perciò, fiero della
sua opera di resistenza che va avanti da mezzo secolo, è felice di mostrare
l´ambiente di lavoro. Un´officina delle meraviglie: centinaia di arnesi,
apparentemente accatastati a casaccio, rispondono ad un ordine in realtà
rigoroso dove ogni posizione è funzionale alla realizzazione del manufatto.
Scalpelli, punte, pialle, sacche di capre appese al soffitto, di ogni misura e
uso. Tutti costruiti da Vito nel corso degli anni. Tutti, tranne il tornio, il
«re» dell´officina. Vito lo ama con passione, ricorda quando non esisteva,
quando i fusi che fanno da trombe acustiche venivano lavorati sfruttando
l´oscillazione di pertiche. Nel ?73 l´elettricità raggiunse anche questa contrada
antica: «Per me non sarà mai costruito niente come il tornio. è il mio sfizio,
puoi fare ciò che desideri. Anche se poi ci vuole la mano adatta...». Il legno
è stagionato a lungo, anche quindici anni; normalmente d´olivo, ma sono buoni
anche l´acero, lo zibibbo e il noce. Viene stretto sul tornio tra un
"mandrino", un morsetto di ferro, e una guida-base; poi traforato,
con rotazione ad elevata velocità, dai punteruoli lunghi a seconda della misura
delle zampogne, fra tre ed otto palmi, con particolare riguardo alla centratura
del buco; le fessure foniche si ottengono con piccoli trapani a vite; infine il
pezzo viene decorato a piacimento con scalpelli vari che incidono la superficie
producendo disegni e fantasie; gli «scherzetti», li chiama Vito. Stessa sorte
subisce il fusto, a cui poi vengono applicate le trombe dotate di ancia in
canna; l´inserimento è calcolato al millimetro con un rudimentale compasso di
metallo. Giusto una verniciata d´olio per lustrare e la sezione tonale è pronta
per essere insaccata in una pelle di capra, conciata per sei giorni nel sale o
nel verderame. Non ci vuole molto, sembra dimostrare Vito. Un paio di giorni.
Ma è necessaria l´esperienza, le sue mani ferme e sapienti, lo sguardo sereno
di chi fabbrica la musica per la gioia della comunità: «Ora lo si fa
soprattutto per soldi. è diventato un affare natalizio; ma la zampogna vera non
si suona solo a Natale, noi la usiamo ad ogni festa», chiarisce smentendo il
cliché. La sua abilità è stata recentemente celebrata nel documentario "La
zampogna in Campania" a firma di Giuseppe Mauro, studioso e musicologo,
una vera autorità nel settore. «Sei finito sui libri e in televisione», scherza
Maria, la moglie. Per tutta risposta Vito inforca una monumentale «7 palmi e
mezzo»: il suono basso commuove appena si percepisce il soffio che anticipa la
melodia. Vito è dunque anche uno straordinario interprete. E che note si
eseguono? La domanda, ingenua, merita una divertita risposta: «Non me lo
chiedere: alle note non ci vado tanto appresso». Info www. zampognari.org
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 21 - Cronaca "Un
negozio su cinque trucca gli sconti" Indagine Altroconsumo in 5 città.
"Attenti ai saldi con truffa" La ricognizione in 178 locali nelle più
prestigiose vie dello shopping. Spulciate le promozioni di 2813 capi d´abbigliamento
ALESSANDRA RETICO ROMA - Gratti ma non vinci niente, sotto il cartellino
inganni e falsità. Prezzi gonfiati, sconti inesistenti, percentuali bizzarre,
ribassi dopati. Un negozio su cinque rifila il pacco: special price c´è
scritto, così speciale che è immaginario. La recessione ha irrobustito la
fantasia di alcuni (troppi) commercianti che di fronte alla crisi dei consumi e
all´inappetenza degli acquisti persino nei dintorni del Natale, tentano di
dribblare la legge anticipando con forme originali i saldi. Mega svendite e
tutto a meno, ma alla fine il risparmio è truccato. Altroconsumo ha fatto il
giro di 178 negozi nelle più prestigiose vie dello shopping in cinque città:
Milano, Torino, Roma, Napoli e Bari. Ha spulciato nelle promozioni di 2.813
capi d´abbigliamento in vendita prima e durante i saldi della scorsa stagione,
ed ecco il bilancio: ben il 20 per cento dei negozi ha mentito sugli sconti.
Una sull´altra tre etichette occultano la vera cifra di partenza, a scollarli
tutti viene fuori che il ribasso è di pochi euro. Eppure l´etichetta annuncia
che siamo molto fortunati: nel 44 per cento degli esercizi indagati
dall´associazione i cartellini mancano di trasparenza, anzi sono proprio
appannati da adesivi sovrapposti, cancellazioni, nel 35 per cento dei casi manca
l´indicazione del prezzo pieno di partenza e in un altro 35 non c´è la
percentuale di ribasso. Il massimo è quando (è accaduto a Milano) una
canottiera a 25 euro a prezzo pieno, è stata messa in vetrina con lo sconto del
10 per cento: cioè 30 euro. Un affarone. Ma ce ne sono di trovate così: il
saldo è più basso del pieno ma il risparmio è pompato (24%), i prezzi prima e
dopo sono identici (16%) e addirittura si paga un capo più in promozione che
non il costo intero (3%). Cifre fittizie, trasformiste, bastarde. Se ne sono
accorti quelli di Altroconsumo facendo la rilevazione su ciascun articolo,
prima della data d´inizio ufficiale dei saldi stabiliti in quella città, a fine
giugno scorso. A saldi iniziati, è stato rintracciato
il capo selezionato. E sono iniziati i confronti. Tutto questo per dire,
l´associazione lo fa, che «è meglio abolirli i due periodi chiusi dedicati ai
saldi e far incontrare domanda e offerta 365 giorni all´anno, perché già il 13%
dei negozi, con le promozioni, di fatto li anticipa». Lo
shopping di questi tempi si vuole laico. In attesa di una liberalizzazione che
ormai da anni da più parti viene chiesta, bisogna ricordare le regole della
trasparenza dell´offerta: prezzo pieno, percentuale di sconto, prezzo finale.
Occhio al cartellino, confrontare le cifre vecchie con quelle ribassate;
attenzione ai difetti nascosti (possono portare alla risoluzione del contratto:
merce restituita, soldi pure); provarli i capi che si comprano; niente
distrazioni alla cassa perché se c´è scritto un prezzo il commerciante è
vincolato a rispettarlo; sì alle carte di credito visto che il negoziante
convenzionato è tenuto ad accettarla sempre; no alle carte revolving perché i
tassi applicati possono superare anche il 20 per cento; ricordare i due anni di
garanzia ma conservare lo scontrino, fotocopiandolo se è di carta chimica.
Giochi di prestigio da una parte e cautele dall´altra non è detto che
porteranno alla salvezza della merce: per Adusbef e Federconsumatori «solo 10,8
milioni di famiglie saranno interessate dai saldi, pari al 45 per cento».
Secondo le due sigle, «malgrado molte famiglie abbiano rinviato gli acquisti al
periodo dei saldi, questi subiranno un vero e proprio collasso», con un calo
della spesa complessiva del 30 per cento rispetto allo scorso anno. Sobrietà,
lo strappo si rammenda, il cadeau si ricicla: stavolta è anche molto chic.
( da "Stampa,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
DIOCESI.PARLA DON BANDERA "Le
due province alleate dei missionari ma meno vocazioni" [FIRMA]MARIA PAOLA
ARBEIA NOVARA Andamane, Ciad, Sierra Leone, Brasile, Burundi, Uruguay: giro del
mondo con sacerdoti, suore e volontari da Novara e Vco. Don Mario Bandera,
responsabile del Centro Missionario Diocesano, racconta gli ultimi eventi,
risultati di decenni e una preoccupazione: la carenza di vocazioni e volontari
specializzati. Don Mario ha accompagnato di recente il giovane novarese Andrea
Zatti in Uruguay dov'è da molti anni Lorenzo Spinatonda. «Dalle nostre due
province in tanti ci aiutano - dice don Mario -: il denaro va direttamente
nelle opere. Controlliamo e lavoriamo noi. Le adozioni a distanza, oltre un
migliaio, sono una voce importante». Don Mario - che ha
studiato Teologia a Montevideo e da Novara coordina e accompagna missionari e
laici - ricorda quanti sono stati o sono tutt'oggi in prima fila per aiutare il
prossimo sfidando guerre, povertà e nuove schiavitù: «Ci sono circa 150 nostri
missionari nel mondo. In Uruguay don Giancarlo Moneta manda avanti una piccola
eroica San Patrignano. In Sierra Leone suor Rita Brustia con le suore
della Consolata riscatta i bambini soldato. In Senegal tra i lebbrosi lavora
Celestina Fortina. A Manaus le consorelle di suor Giustina fanno grandi cose.
Siamo stati in Brasile nel decennale della morte di dom Mario Zanetta con una
ventina tra parenti e fedeli: esperienza intensa, abbiamo pregato con
tantissime persone nel ricordo di un grande uomo e sacerdote». Lungo (e
incompleto per spazio) l'elenco di esempi di ieri e di oggi: Salesiani,
Cappuccini, suore della Consolata, Giuseppine; il camerese Felice Ferrari; don
Tori, Bonzani e Piumarta dall'Ossola; don Brusati da Bellinzago, don Ciocca
Vasino dalla Valsesia, l'indimenticabile don Sacco di Bogogno, don Ciampanelli
di Novara. Don Bandera invita a stare vicini ai missionari e (shopping o
veglioni permettendo) a riflettere: «Missione non vuol dire "far cambiare
religione" ma, per esempio, diffondere il perdono, l'amore e la rinuncia
alla vendetta. Si porta il messaggio evangelico di Gesù e lo si offre a tutti.
Proviamo a immaginare che cosa significhi fare questo con persone affamate alle
quali è stata sterminata la famiglia». Il centro missionario è in vicolo
Canonica 3, interno B, primo piano, seconda scala.
( da "Stampa,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Nel libro di Ricca domande e memoria per la democrazia Una strenna laica, per
riflettere anche a Natale. «Alza la testa!», con l'eloquente sottotitolo «i
potenti italiani contestati da un gruppo di cittadini informati» raccoglie in
un libro e in un dvd le «incursioni democratiche» di Piero Ricca, il verbanese
che il 5 maggio 2003 in un corridoio del palazzo di Giustizia di Milano urlò a
Berlusconi l'ormai celebre frase: «Fatti processare, buffone! Rispetta la
legge, rispetta la Costituzione». Libro (edito da chiarelettere, con prefazione
di Marco Travaglio) e dvd non potevano che iniziare così, dal giorno in cui il
premier ordinò ai carabinieri di identificare quel «sovversivo». Ma Ricca,
aiutato nei blitz e nel lavoro editoriale dai «complici» Franz Baraggino, Diego
Fabricio ed Elia Mariano, si proclama semplicemente un «cittadino informato»
che rivendica il diritto di fare domande e il dovere della memoria. Senza
guardare in faccia a nessuno e tanto meno al colore politico. I suoi
«siparietti» sono lo specchio del Paese reale. Ci sono Clemente Mastella e
Bruno Vespa, le interviste sul G8 di Genova con Scajola, Fini e l'allora capo
della polizia Gianni De Gennaro. E poi Fassino, D'Alema, Cossiga, Enrico Letta,
Lunardi e Veltroni. I destini incrociati delle tv Europa 7 e Rete4 sono
affrontati con Confalonieri, Violante e Gentiloni. Con Renato Farina, nome in
codice Betulla, non poteva mancare un incontro ravvicinato su fedeltà e servizi
segreti. Botta e risposta anche con i direttori Mieli e De Bortoli. Alla voce
«Mafiopoli» dedica gli incontri con Dell'Utri, Andreotti, Tabacci e Cesa. Ma
nell'intrecciare memoria e domande («Mangano è un eroe?») c'è ancora spazio per
Berlusconi, Pannella e Bossi. Le pagine del libro si chiudono con la sentenza
sul caso-buffone. Ricca, difeso da Umberto Ambrosoli (figlio dell'avvocato
ucciso nel '79 da un sicario di Sindona che ora riposa a Ghiffa), è stato assolto. Scrive il giudice: «Si ritengono non
valicati, nel caso di specie, i limiti della continenza. Contrariamente si
rischierebbe di imbavagliare il diritto di critica politica a scapito della
democrazia». La speranza, a Natale, è anche nelle pagine di un libro d'assalto.
( da "Repubblica,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 48 - Cultura I monaci
continuano quello che per secoli hanno fatto i conventi cristiani La vita
contadina di sessant´anni fa era gremita di simboli legati alla religione
PIETRO CITATI ell´alto Piemonte, tra Biella e Ivrea, sorge la comunità
monastica di Bose. Siamo in collina: ci sono prati, fitti boschi; ma la
vicinanza delle alte montagne - il Monte Rosa è prossimo - dà all´aria collinare
quella freddezza, nitidezza e insieme quelle trasparenze e velature, che si
avvertono nelle pitture lombarde di Bernardo Bellotto. Nella comunità, ci sono
due sacerdoti. Tutti gli altri - cinquanta monaci e cinquanta monache - hanno
conosciuto un lungo noviziato: otto anni di paziente attesa sulla soglia; ma
non hanno preso gli ordini sacerdotali. Non dicono messa. Preferiscono restare
«semplici cristiani», come sant´Antonio e san Francesco: in nulla,
apparentemente, si distinguono dai laici che abitano le
città e le campagne, salvo per l´obbedienza ai voti di castità e di celibato.
Sono - quasi - come tutti gli altri: senza quella lieve, talora impercettibile
parete che allontana il sacerdote dagli altri esseri umani. Della comunità
fanno parte un protestante e due preti ortodossi: il patriarca di
Costantinopoli è di casa; segno non di una impossibile fusione delle
religioni, ma di quel fitto intreccio di esperienze religiose, che rende così
confidenziale la nostra vita nel nuovo millennio. Oggi il monastero fiorisce:
ha case, chiese, refettori, sale per le conferenze, laboratori, dipendenze,
missioni, come un monastero del Medio Evo. Il monastero è nato a poco a poco,
casa dopo casa, stanza dopo stanza, chiesa dopo chiesa. L´ha creato padre Enzo Bianchi,
il priore, un uomo di sessantacinque anni, che giunge dal Monferrato: sembra
uno di quei contadini che, nelle chiese romaniche, venivano scolpiti negli
archi per illustrare le fatiche dei mesi invernali; piccolo, tozzo, con una
folta barba medioevale, porta nelle membra il peso, la forza e l´energia della
vecchia civiltà contadina. Sa fare di tutto. Cucina, prepara marmellate, mette
le melanzane sott´olio, ascolta anime, cura corpi, predica, studia la Bibbia,
scrive libri, prende aerei, sale sul Monte Athos; e prega nel silenzio della
sua stanza appartata, come un monaco del dodicesimo secolo. Attorno a lui,
tutti lavorano. Qualcuno coltiva i campi, educando primizie: qualcuno polisce
ceramiche: qualcuno medica nella città vicina: o studia l´Antico e il Nuovo
Testamento nella grande biblioteca: o prepara una bellissima collezione di
Padri della Chiesa: o stampa i libri: o costruisce mobili; o edifica le nuove
ali del monastero; o lavora in cucina. Come nella civiltà moderna, ciascuno ha
il suo ruolo: l´attività è precisa, ordinata, scrupolosa; ma ad un tratto, con
una completa inversione delle parti, chi studia il siriaco sbuccia patate in
cucina, e il ceramista pulisce il pavimento del refettorio. I monaci di Bose
sono cristiani: anzi cattolici; e quindi non
disprezzano e non tengono lontano il mondo, il regno dei corpi e la natura.
Hanno copiato nei loro libri una frase di Paolo VI: «Anche se il mondo si
sentisse estraneo al cristianesimo, la Chiesa non può sentirsi estranea al
mondo, qualunque sia l´atteggiamento del mondo verso la Chiesa». E come
potrebbero rifiutarlo, se al centro dei loro pensieri c´è, come dice un
piccolo, bellissimo libro di Enzo Bianchi, il Mistero e lo scandalo
dell´incarnazione? Gesù si è umiliato e piegato: si è reso vile e abbietto: è
disceso nel peccato, rinunciando al «tesoro geloso» della incontaminata vita
divina, proprio per salvare ogni molecola, granello, briciola della realtà
quotidiana. Così i monaci di Bose continuano quello che, per secoli, hanno
fatto i conventi cristiani. Salvano la natura, e la trasformano in cibo.
Cuociono le marmellate, conservano le melanzane sott´olio e i «ficuzzi»,
preparano i vini di queste vigne quasi montane, lasciano stillare le gocce del
miele, come se lasciassero colare le gocce di un´essenza celestiale. [* * *] Se
fossi capace, vorrei raccontare la vita di Enzo Bianchi, che considero il mio
priore personale, e che ora pubblica presso Einaudi Il pane di ieri (pagg. 116,
euro 16,50). Discendeva da una famiglia poverissima: aveva conosciuto quello
che noi chiamiamo, senza renderci conto della parola, la miseria. Al tempo del
Concilio Vaticano secondo, aveva circa ventiquattro anni; e insieme a due amici
decise di rifondare il monachesimo - il glorioso monachesimo dei tempi
cristiani, quello di sant´Antonio, san Benedetto, san Francesco -: impresa
immensa. I tre partirono per Bose: dopo poco tempo, i due amici abbandonarono
Enzo Bianchi; ridiventare monaci era troppo arduo e difficile. Egli rimase
solo: non aveva un soldo: viveva nelle case dei contadini, quasi mendicando; e,
nel tempo libero, che era moltissimo, restaurava una piccola chiesa romanica
tra i prati, in fondo alla valle. Enzo Bianchi attese: con l´immensa pazienza e
testardaggine che soltanto uno del Monferrato può possedere; attese come
attendono gli uomini di fede. E ora, dopo meno di cinquant´anni, ecco il
Monastero di Bose: una realtà straordinaria, forse unica al mondo. Senza alzare
la voce, esso intrattiene rapporti con il cristianesimo ortodosso russo e con
quello greco, pubblicando convegni, di cui l´ultimo è appena uscito. Enzo
Bianchi sa benissimo che, nella sostanza, nulla o quasi nulla divide il
cattolicesimo di oggi dall´ortodossia greca e russa. Non c´è nessun bisogno di
creare una specie di superreligione: ma il cattolico del 2008 pensa attorno al
Cristo, a Maria e alla divinizzazione dell´uomo quasi quello che pensa un
ortodosso greco e russo. Questo mi consola. Nel suo recente libro, che sta
ottenendo un grande successo, Enzo Bianchi narra con perfetta verità cosa è
stata la vita nelle campagne del Monferrato fino a cinquant´anni or sono.
Racconta i rapporti tra Dio e il tempo atmosferico, quando Dio fermava la
grandine: racconta le ore della giornata, ritmate dal canto del gallo e dal
suono della campana: racconta come nelle case venissero invitate le lingere,
ossia i mendicanti, che sedevano a tavola insieme ai padroni: racconta come il
pane di ieri diventasse il pane dell´indomani; racconta le veglie nelle stalle
e nel caldo della cucina, dove gli uomini giocavano a carte. Tutti vivevano
molto soli. Non esisteva l´amicizia. Intorno, le vigne del Monferrato: le
foglie gialle paglierino del moscato, quelle rosse paonazzo del brachetto, le
foglie viola del dolcetto e quelle verde antico del barbera; e le piante odorose,
il prezzemolo, l´erba cipollina, il timo, la maggiorana, il rosmarino, che
padre Bianchi ha ripiantato nel suo orto di Bose, «insaporendo l´anima». Poi ci
sono le ricette del cibo: quella meravigliosa del sugo della pasta; vorrei
ricordarla per intero ai cuochi e alle cuoche di oggi (la ritroveranno a pagina
31). Era un cibo sacro, che apparteneva a un tempo ancora sacro. Con
discrezione, padre Enzo Bianchi tocca un punto gravissimo. La vita contadina di
sessant´anni fa era gremita di simboli che venivano adattati all´esistenza
cristiana: pensiamo al pane, al vino, agli uccelli, all´acqua, alla gramigna,
al viandante e al pescatore nei Vangeli. Le parole di Gesù raccoglievano i nomi
della vita agreste elevandoli a segni. Oggi, il nostro linguaggio non ha niente
di sacro: né un computer, né un´automobile, né un frigorifero, né un telefonino
né un aeroplano rivelano nemmeno un´ombra o un barlume di apparenza religiosa.
Sono oggetti silenziosi, atoni, indifferenti, senza eco, che tengono lontana la
parola. La foresta dei simboli è morta. Il linguaggio quotidiano respinge i
Vangeli. Capisco come sia terribile il compito di padre Enzo Bianchi, e di
tutti i monaci e gli uomini di chiesa che devono parlare agli uomini di oggi,
senza più pane né vino, né gramigna né acqua né uccelli.
( da "Stampa,
La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Luigi La Spina NON HANNO IDEA C'era
molta attesa nel popolo della sinistra per l'esito della direzione Pd. Certo
l'impressionante susseguirsi di inchieste contro gli amministratori locali del
partito democratico aveva acuito l'interesse per la cosiddetta «questione
morale». Ma anche sulla validità della linea politica del segretario, dalla
strategia delle alleanze al rinnovamento di programmi e uomini, si aspettava
una convinta conferma o una chiara bocciatura. Insomma, si attendeva un segnale
di svolta, nella consapevolezza della necessità di decisioni tali da riannodare
quel rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e suoi elettori che
sembra si stia sfaldando. Il discorso di Veltroni ha ripreso con efficacia
molti dei temi innovativi che avevano favorevolmente colpito nell'esordio della
campagna elettorale, al Lingotto di Torino. Il dibattito che ne è seguito è stato non rituale e gli interventi, fra gli altri, di
D'Alema e Bersani, da una parte, e di Chiamparino, dall'altra, hanno esposto
con franchezza dubbi e anche critiche non ipocrite. Ma è difficile pensare che
il documento finale, votato con un solo voto contrario, costituisca davvero
quell'avviso di cambiamento di rotta capace di rassicurare sia i militanti sia
i potenziali elettori del Pd. La delusione per il risultato della lunga
giornata di dibattito nel Partito democratico, in sostanza, è costituita dallo
scarto tra la drammaticità della situazione del Pd e le scelte concrete varate
dal «vertice» dei suoi dirigenti per cercare di ribaltare la crisi in cui si
trova. Se i contrasti emersi nella discussione si sono risolti con una
sconcertante votazione plebiscitaria, vuol dire che tutti i problemi, in
realtà, sono stati rinviati. Da quello della leadership di Veltroni, rafforzata
apparentemente nei numeri, ma indebolita dalla severità e, persino,
dall'asprezza di alcune pesanti critiche che gli sono arrivate. A quello della
concezione del partito cosiddetto «leggero», processata proprio per
l'allentamento di quei forti legami con il territorio e la società che lo
contraddistinguevano e gli consentivano di superare anche le bufere più
insidiose. Non basta rivendicare giustamente l'onestà di tanti amministratori
locali del Pd per convincere che il partito possegga davvero gli anticorpi per
sconfiggere l'omologazione morale di certi suoi dirigenti al costume di
servilismo della politica rispetto al mondo degli affari. Su questo argomento,
senza decisioni, urgenti e straordinarie, nei confronti dei responsabili,
almeno di mancata vigilanza, non si può pretendere di essere creduti sulla
parola e sulle buone volontà. Ma ha ragione D'Alema quando sostiene che la
questione morale nel Pd ha tanto peso soprattutto perché è finora fallito
l'amalgama tra i due tronconi che hanno dato origine al nuovo partito. Se
dobbiamo riconoscere che è questo il punto di partenza per la diagnosi del male
oscuro nel Pd, non si capisce perché, poi, si pretenda di curarlo senza
cambiare né il medico né la medicina. La contraddizione è troppo evidente
perché non si sospetti che le vecchie liturgie del rinvio e della
dissimulazione dei contrasti perdurino ostinatamente anche nelle pretese novità
di una forza politica appena nata. Le alternative sono due e, anche in questo
caso, le famigerate «terze vie» non esistono. O Veltroni ha ragione e le
difficoltà derivano dalle resistenze che i suoi oppositori interni pongono al
rinnovamento del partito e dei suoi quadri dirigenti. Con il risultato che le
lotte di corrente paralizzano il partito, incapace di scelte riformiste non
ambigue e comprensibili al suo elettorato. E, allora, bisogna riconoscere al
segretario il potere di imporre tutti quei cambiamenti che lui giudica
necessari, senza veti da parte dei «cacicchi» nazionali e locali. Oppure
bisogna prendere atto che la pretesa di un partito democratico «all'americana»,
già l'aggettivazione è significativa del problema, nell'Italia d'oggi, non
corrisponde alla realtà storica e politica del nostro Paese. Perché impedisce
un coerente allineamento con le grandi forze presenti in Europa. Perché
finisce, paradossalmente, per inasprire e non risolvere il
contrasto tra l'ispirazione laica e quella cattolica, in una continua
costrizione o al compromesso o all'afasia. Perché non riesce a rassicurare la
grande area moderata degli elettori italiani, diffidente per le troppe ambiguità
di un riformismo che non vuole pagare il prezzo di scelte coraggiose. Né
conforta quel settore di sinistra della società italiana, cospicuo anche se
minoritario, che si sente privo di una rappresentanza politica, magari non
sufficiente per governare, ma utile per costituire un'opposizione efficace
rispetto a Berlusconi. In questo caso, è illusorio attendere, dopo il voto
dell'Abruzzo, quelle altre conferme negative, nelle prossime elezioni europee,
che costringano Veltroni a gettare la spugna. Il problema non è la sorte di un
segretario, ma la sopravvivenza del centrosinistra in Italia.
( da "Manifesto,
Il" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
DEPENALIZZAZZIONE
DELL'OMOSESSUALITA' I diritti spaventano il Vaticano Dopo la Spagna la Francia.
La «guerra culturale» del Vaticano contro tutti non dà requie. La Spagna era
stata accusata l'altro ieri da mons. Amato di «statolatria»
e di cedimento al vento «biopolitico» che tira in Europa. La Francia è stata
accusata ieri dall'Osservatore Romano di aver ceduto, nel documento sulla
depenalizazzione dell'omosessualità presentato all'Onu, all' «ideologia
dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale», rea di affermare che
l'identità sessuale e le scelte etero e omosessuali non sono dati naturali ma
prodotti culturali, e come tali possono essere trasformate secondo il desiderio
individuale. Da questa ideologia, continua la nota, consegue il programma
politico-giuridico di equiparare le unioni omosessuali al matrimonio
eterosessuale e di consentire la genitorialità omosessuale. Per questa
ideologia, e non per la richiesta di depenalizzare l'omosessualità, la Chiesa
avrebbe bocciato il documento. Non è la prima volta che il Vaticano entra con
l'accetta un complesso dibattito, che prima dell'Onu, attraversa la galassia
internazionale del femminismo e dei movimenti glbqt, e che riguarda appunto il
confine fra biologia e cultura nella definizione ontologica e sociologica della
differenza, del genere e degli orientamenti sessuali. E va perfino dato merito
al Vaticano di prendere la materia molto sul serio, a
differenza di quanto accade spesso nella cultura laica. Ma come nelle puntate
precedenti, dalla nota dell'Osservatore si evince chiaramente che ciò che
assilla la Santa sede non sono tanto i presupposti ontologici della questione
quanto gli esiti normativi e disciplinari. O meglio, gli esiti di
destabilizzazione dei confini normativi e disciplinari a fondamento naturale.
La Chiesa è preoccupata infatti che l'Onu ceda a «categorie (quali sarebbero
appunto « orientamento sessuale» e «identità di genere») che nel diritto
internazionale non trovano alcuna chiara definizione», come se il diritto fosse
dato una volta per tutte e non fosse sottoposto ai cambiamenti storici. E quel
che paventa ancor di più è che con l'estensione dei diritti diventi
impraticabile la già strettissima definizione dell'omosessualità che la Chiesa
concede: «non penalizzabile, e tuttavia non moralmente accettabile». (i.d.)
( da "Corriere
della Sera" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Esteri - data: 2008-12-20 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Fede e
politica Alvaro Cuesta, esponente del Psoe: «L'accusa di statolatria?
Mancanza di rispetto» «A rischio gli accordi col Vaticano» La risposta dei
socialisti spagnoli alle critiche di monsignor Amato L'arcivescovo, molto
vicino a papa Ratzinger, aveva attaccato l'«indottrinamento laicista dei
giovani» Arriva con calma e per vie laterali la risposta dei socialisti
spagnoli agli attacchi della Chiesa. Un giorno dopo, attraverso un funzionario
del Psoe, il segretario alle Libertà pubbliche Alvaro Cuesta, che per conto del
governo Zapatero avverte: è una «mancanza di rispetto », rischia di «mettere in
questione » gli accordi bilaterali. Un breve comunicato, non un dibattito
acceso. Ieri lo scontro non era tra i titoli dei principali siti di
informazione; El PaÍs ha relegato la notizia in un trafiletto a pagina 39 della
sezione Sociedad: «Il Vaticano crede che la Spagna avanzi verso la "statolatria"». A formulare le critiche, in un'intervista al magazine cattolico Il Consulente Re, era stato l'arcivescovo Angelo Amato,
prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, già segretario della
Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Santo Uffizio). Uomo «potente »,
sottolineano anche gli spagnoli, cardinale al prossimo concistoro, molto vicino
a papa Ratzinger. «Sembra che Amato voglia convertire lo Stato spagnolo
in un gendarme e guardiano della fede al servizio di una confessione
religiosa», scrive Cuesta, sottolineando il contrasto con l'articolo 16 della
Costituzione, secondo cui nessuna fede in Spagna ha carattere statale. Queste
«ingerenze» del Vaticano, continua l'esponente socialista, mettono «in
questione » gli accordi fra lo Stato spagnolo e la Santa Sede: il loro modello
di relazione «esige lo stesso rispetto per la Spagna che il Vaticano ha per
altri Stati occidentali». «L'intransigenza e il dogmatismo » di alcuni settori
della Chiesa, conclude, non favoriscono un clima inclusivo, tollerante e di
convivenza che è ciò che vuole la maggioranza della popolazione. Nell'analisi
di Amato, a cui fa riferimento Cuesta, in Spagna «lo Stato entra sempre più
nella vita personale di ognuno: obbliga le famiglie a scegliere determinate
scuole con determinate materie, non d'istruzione ma d'indottrinamento. Avanza
la statolatria, che, apparentemente eliminata, rientra
dalla finestra». Obiettivo dell'arcivescovo è in particolare l'introduzione
nella scuola pubblica della nuova materia: «Educazione alla cittadinanza ».
Giovedì sera una prima reazione dal ministero dell'Istruzione di Madrid:
«L'Educazione alla cittadinanza è inclusa in una legge approvata dal Parlamento
spagnolo sovrano. Un fatto che monsignor Amato sembra disconoscere». Ieri
l'intervento duro del Psoe. E un nuovo sermone dei vescovi spagnoli, che questa
volta se la prendono col Natale, quello laico. Così da Palencia, monsignor José
Ignacio Munil-la: «C'è tutto uno sforzo estetico di una cultura secolarizzata
per vestire il nulla con colori brillanti, e proporre un Natale senza Natale».
A. Cop.
( da "Corriere
della Sera" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Cultura - data: 2008-12-20 num: - pag: 51 categoria: REDAZIONALE Ieri
e oggi Due saggi ripercorrono il rapporto storico fra le chiese e lo Stato. Un arco di tempo che va dall'antica Roma a Gramsci
Cattolici lontani dal Papa, veri laici Da Machiavelli a Cavour: la fede senza
gerarchie sorregge la democrazia e l'uguaglianza di LUCIANO CANFORA C he il
rapporto tra la religione e la politica (o, se si vuole, la vita sociale) sia
uno dei temi di più lunga durata che possano impegnare lo studioso di storia è
quasi una ovvietà. Meno ovvio è in quanti modi, anche tra loro assai
lontani, sia percepito, e si svolga, tale rapporto. La questione si è posta per
ogni genere di società, e si presenta in modi diversi per le diverse confessioni
religiose, dal «cesaropapismo » dell'impero bizantino, e poi zarista, alla
«separazione» realizzata dalla Terza Repubblica francese, quando finalmente si
consolidò e fu al riparo dai traumi che per decenni dopo il 1871 l'avevano resa
fragile. Che, in materia, l'Italia sia stata un luogo nevralgico e sommamente
indicativo è ben noto, ed è stato un bene che
l'editore Laterza abbia mandato da poco in libreria una corposa silloge, curata
da Michele Ciliberto, intitolata La biblioteca laica, il pensiero libero
dell'Italia moderna. Al centro ideale dell'intera silloge figura la pagina di
Machiavelli (dai Discorsi I, 1: «Della religione dei Romani») sulla religione
come «fondamento» del vivere civile. Alla conclusione, in posizione giustamente
enfatica, vi è il discorso parlamentare di Cavour culminante nella impegnativa
formula «Libera chiesa in libero Stato». Sono ben note le riflessioni che il
Machiavelli svolge in quel capitolo a sostegno della funzione di freno che la
religione deve esercitare soprattutto nei confronti di masse incolte (gli
uomini «grossi », come egli si esprime). Riflessione che, da un lato, si spinge
ad indicare in Numa Pompilio, piuttosto che in Romolo, il vero fondatore della
compagine romana, e dall'altro rivela netto distacco dal fatto religioso come
tale, là dove al Savonarola viene destinato un elogio, che però tradisce
ironia, per aver egli — con la religione — tenuto a freno addirittura un popolo
tutt'altro che rozzo quale quello di Firenze. «Al popolo di Firenze — così
scrive Machiavelli in un sapiente dosaggio di realismo e di ironia che non
risparmia certo i suoi concittadini — non pare essere né ignorante né rozzo;
nondimeno da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non
voglio giudicare s'egli era vero o no, perché d'uno tanto uomo se ne debbe
parlare con riverenza, ma etc.». Nel capitolo seguente Machiavelli traduce in
modo originale, e quasi imprevisto, tali premesse e osserva che in Italia
l'assenza di religione (e quindi dell'efficacia politicamente positiva che la
religione può produrre) è da addebitarsi proprio alla chiesa di Roma («quelli
populi — scrive — che sono più propinqui alla chiesa romana, capo della
religione nostra, hanno meno religione»). Questa considerazione è, per certi
versi, vicina a quella cavouriana, posta a fondamento del celebre discorso con
cui la silloge laterziana si conclude: che, cioè, proprio il potere temporale
della chiesa cattolica ha nociuto e nuoce alla religione, e che dunque tale
potere «fu ostacolo non solo alla riorganizzazione dell'Italia ma eziandio allo
svolgimento del cattolicismo». Ovviamente le concrete
situazioni storiche in cui si trovano Machiavelli e Cavour sono
incomparabilmente diverse. Ma vi è anche, in Machiavelli, un rifarsi assiduo
all'esperienza antica, soprattutto romana, che lo porta ad accentuare
quell'elemento «strumentale» ( instrumentum regni), che viene da alcuni
pensatori antichi e che invece in Cavour non c'è. In Machiavelli operano la
lettura e l'assimilazione profonda dell'esperienza romana — come sostanza
stessa del suo pensiero — vista attraverso Livio, ma anche attraverso quel
libro sesto di Polibio che Machiavelli certamente conobbe e nel quale la
formulazione apertamente strumentale dell'uso politico della religione come
forte ed efficace regolatore sociale è netta e convinta. Modello ideale lo
stesso Cesare, impegnatissimo a farsi eleggere pontefice massimo — dunque
supremo esponente della religione — ma intimamente impregnato di convincimenti
epicurei. Convincimenti che non gli impedirono affatto di attribuire a quella
carica religiosa un ruolo centrale in tutta la sua carriera politica. Né era
necessario, per un colto romano, simpatizzare per Epicuro, teorico
dell'estraneità degli dei rispetto alle cose del mondo. Anche Cicerone, soprattutto
nel De divinatione (bellissimo il commento che ne fece Sebastiano Timpanaro) ma
anche nel De natura deorum ci appare scettico, ironico sul mestiere truffaldino
degli aruspici, e quasi volterriano, laddove quando parla in pubblico non fa
che apostrofare gli «dei immortali» quasi protagonisti remoti, e guida, e
giudici, della politica. Questa «doppiezza» fu propria dei ceti dirigenti del
mondo classico, e passò recta via nella moderna cultura umanistica, giacché gli
uomini della «Rinascita» proprio della parola di quegli antichi largamente si
erano nutriti. Su una tale base, in condizioni storiche certo del tutto
diverse, poté purtroppo anche germogliare l'elogio — che non suscita certo
molta simpatia — della «dissimulazione onesta». Elogio che nell'Italia dominata
dal fascismo fu letto con sensibilità attualizzante, e che certo a buon diritto
trova posto in questa silloge laterziana. In Cavour operano altre premesse. Vi
è in lui schietta considerazione per il fenomeno religioso come tale. E quando
perciò egli scrive che il recedere della chiesa dal suo potere temporale
gioverebbe al cattolicesimo stesso non dà vita ad un sofisma capzioso, ma al
contrario esprime il suo autentico pensiero. In questo egli è molto vicino ad
un altro pensatore liberale che in profondità ha lavorato su questo problema:
Alexis de Tocqueville. è uscita da poco, per le edizioni Dedalo, un'eccellente
antologia tocquevilliana a cura di Paolo Ercolani ( Tocqueville, Un ateo
liberale) che comprende tra l'altro, dalla Démocratie en Amérique, i capitoli
sulla «religione come istituzione politica», beninteso negli Usa. Ed è
ammirevole osservare la serietà con cui Tocqueville, aconfessionale, si pone
dinanzi al fenomeno originalissimo della lealtà repubblicana dei cattolici americani. Egli approda ad una considerazione non
ovvia: «Se da una parte il cattolicesimo dispone i fedeli all'obbedienza,
dall'altra non li prepara certo alla disuguaglianza» (p. 224). Onde, osserva,
in un Paese lontano dalle impalcature statali del cattolicesimo (la monarchia
retta dal Papa), quei fedeli sono i più predisposti ad accogliere il principio
democratico dell'uguaglianza ed a viverlo come fondamento stesso del consorzio
civile. Insomma, non solo riflessione fondata sugli antichi e valutazione
distaccata del fenomeno storico della religione ma, appunto, comprensione
storica. In Italia chi ebbe tale sensibilità fu, in rottura con il generico
anticlericalismo della sinistra letteraria e tradizionale, Antonio Gramsci. La
cui grandezza nella storia intellettuale del nostro Paese si manifesta anche in
questo. Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) Niccolò Machiavelli
(1469-1527)
( da "Corriere
della Sera" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE -
sezione: Cultura - data: 2008-12-20 num: - pag: 51 categoria: BREVI Sull'argomento Il saggio curato da Michele Ciliberto per l'editrice
Laterza si intitola «La biblioteca laica, il pensiero libero dell'Italia
moderna», pagine 596, e 28; quello di Paolo Ercolani per le edizioni Dedalo si
intitola «Tocqueville, Un ateo liberale» (pagine 352, e 20), e comprende alcuni
capitoli dalla «Démocratie en Amérique»
( da "Tempo,
Il" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa Deficit sanitario, decide
Berlusconi Aldo Ciaramella CAMPOBASSO Deciderà il presidente Berlusconi sulle
sorti della sanità molisana. Se nominare un commissario per portare avanti la
sua gestione e quindi il Piano di rientro o attestarla sulle posizioni e quindi
sul percorso che ha intrapreso attraverso l'azione legislativa del Governo
regionale. Non si sono pronunciati, infatti, ieri mattina, su questo aspetto i
tecnici del Ministero dell'Economia e della salute lasciando al presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi la facoltà di decisione nell'uno o nell'altro
verso. Per il momento, questo è quanto hanno affermato i vertici dei due
Ministeri, il Molise e quindi la Giunta regionale, pur essendosi sforzati a
riavviare la ristrutturazione sanitaria locale con alcuni importanti atti
amministrativi, non hanno raggiunto con quest'ultimi un impatto finanziario
forte e quindi una sensibile riduzione dei costi ravvisando un effettuo
residuale rispetto alle aspettative e agli obblighi impressi a luglio quando fu
detto quello che bisognava fare per rimodellarte il sistema ed arrivare a una
spesa che deve recuperare nella sua completa riconfigurazione parecchie decine
di milioni di euro. Il tavolo tecnico, infatti, ha riconosciuto l'azione
riformatrice della Regione e quindi l'approvazione del Piano sanitario con
legge così come aveva suggerito, l'eliminazione delle zone e quindi la
convalida dell'atto aziendale dell'Asrem e perciò aggiungendo ampi poteri al
suo diretore generale, la riconfigurazione dei distretti portando quest'ultimi
da