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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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TARTICOLI DEL  6-20 dicembre 2008       #TOP



Report "Laici e chierici"

·                     Indice delle sezioni

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Indice delle sezioni

Laici e chierici (166)


Indice degli articoli

Sezione principale: Laici e chierici

Sono venticinque le Natività create dalle scuole in S. Paolo ( da "Stampa, La" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: l'attuale Bèla Majin (Sabrina) e tante ex (Linda e Simona con le già citate Betty ed Isa). Bello l'allestimento floreale della Viaro di Lignana. Il parroco di San Paolo, don Osvaldo Carlino, ha invitato a «contemplare» i presepi, monsignor Bodo si è detto felice perché l'iniziativa è partita dal mondo laico.

seimila istituti e quarantamila prof la galassia dell'istruzione cattolica - salvo intravaia ( da "Repubblica, La" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: E le scuole cattoliche? Secondo una statistica dello stesso ministero, oltre metà delle 13 mila scuole paritarie che operano nel nostro territorio sono gestite da enti religiosi. La quota gestita da laici è pari ad un terzo del totale. Ma è nel settore dell´ex scuola materna (ora dell´infanzia) che la Chiesa può fare la voce grossa.

<Scelta da bocciare ma il vento è questo> ( da "Corriere della Sera" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: nel Paese in cui Ataturk volle un ordinamento laico, ha vinto le elezioni un partito islamico e soffia un vento religioso che, secondo il leader repubblicano, non è poi «molto diverso da quello che spira in tutto il mondo. Compresa l'Italia». In Finanziaria erano stati tagliati 130 milioni di euro di finanziamenti alle scuole paritarie.

Chiesa e laici confusi sui gay ( da "Corriere della Sera" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: sotto il cielo del laicismo, la confusione è altrettanta. C'è chi non si accontenta del lascito «storico» della straordinaria rivoluzione cristiana — la Persona come fine e non come mezzo; la sua intangibilità — a fondamento del liberalismo e delle libertà dell'Individuo garantite dalla Legge.

Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Legionari di Cristo ( da "Foglio, Il" del 06-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: legame tra liturgia e serena e gioiosa mondanità – chiesa e osteria – è sempre stato considerato tipicamente cattolico e lo è per davvero”. Oggi non mi sembra ci sia nulla di più felicemente cattolico romano dei Legionari di Cristo. (7. continua) di Camillo Langone

Le beatitudini kantiane del professor Camillo Ruini ( da "Foglio, Il" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: o almeno di comportarsi da cristiani, rimane una scelta libera, ma proprio per questo è necessaria e urgente quella sincera e crescente collaborazione tra cattolici e laici che Benedetto XVI ha più volte auspicato e di cui questo libro, insieme alla lettera del Papa, è un ottimo esempio. di Camillo Ruini

In mostra foto e ricordi della vita parrocchiale ( da "Stampa, La" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: CON L'AZIONE CATTOLICA In mostra foto e ricordi della vita parrocchiale E' particolare la mostra che si inaugura alle 15,30 nei locali della parrocchia S. Giovanni Evangelista, al Cristo, sul laicato organizzato per leggere insieme pagine di storia e cronaca di avvenimenti e feste.

sinagoghe, templi e monasteri una realtà la città delle mille fedi - zita dazzi ( da "Repubblica, La" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Chiese cattoliche a parte, la rete del centinaio circa di luoghi di culto delle grandi religioni disegna una trama sottile che interseca le traiettorie della Milano laica. è una città poco nota, quella delle moschee e delle sinagoghe, dei monasteri buddisti e dei tempi protestanti, delle chiese dove il cristianesimo viene declinato secondo mille diverse sfumature,

- siegmund ginzberg ( da "Repubblica, La" del 07-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: mentre i Vermeer veri che si conoscono sono quasi tutti di argomento profano, "laico", borghese. è vero che Vermeer dipinse anche una Allegoria della fede, e che c´è chi lo ha portato a testimonianza di una sua segreta conversione dal protestantesimo al cattolicesimo (nell´Olanda di allora non c´erano destra e sinistra, c´erano solo protestanti e cattolici in guerra).

"la mia castità umiliata dai pm" ( da "Repubblica, La" del 08-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: contestato sabato al Csm dal consigliere laico del Pdl Michele Saponara al procuratore di Salerno, Luigi Apicella - è contenuto in un interrogatorio come persona informata sui fatti dello stesso Luerti reso al pm di Salerno, Gabriella Nuzzi. Il magistrato milanese era interrogato dal pm per i suoi contatti con il principale indagato di why not,

il declino dei laici dal dopoguerra in poi - nello ajello ( da "Repubblica, La" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Cultura Un saggio di Massimo Teodori e un´antologia curata da Michele Ciliberto IL DECLINO DEI LAICI DAL DOPOGUERRA IN POI Sugli integralismi confessionali è uscito anche "Contro l´aldilà" di Franco Crespi NELLO AJELLO Dove sono, nella politica e nella società italiana, i liberali, quelli veri, cioè in pari tempo antifascisti e anticomunisti?

Cinque divorzi al giorno. Crollano i matrimoni ( da "Corriere della Sera" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: 400) sono ormai quasi il doppio di quelli cattolici (1.559). Il confronto con il 2000, quando in Chiesa convolavano 2.781 coppie e in municipio solo 2.349, qui si fa impressionante. Milano città laica, edonista, individualista? «Ma no, Milano in questa cosa dei matrimoni non fa caso a sé.

Quei governi ombra di Damasco e Islamabad ( da "Corriere della Sera" del 10-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: il «laicismo » ufficiale è una maschera (come lo era per il partito Baath in Iraq) per l'appoggio concesso dallo Stato a gruppi criminali teocratici e transfrontalieri come Lashkar e Hezbollah. In entrambi i casi, una quantità sconosciuta di armi nucleari è a disposizione della repubblica ufficiale (delle banane),

la sfida di pannunzio - pietro soldi ( da "Repubblica, La" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: tra moderatismo cattolico incline alle pratiche clientelari e di sottogoverno e opposizione comunista del "tanto peggio tanto meglio", tatticismo esiziale per lo Stato democratico. Appoggiano Ugo La Malfa nello sforzo dispiegato per affermare nuovi equilibri politici con il governo di centrosinistra e promuovono, si può dire con metodo salveminiano,

CHIESA CATTOLICA E MOSCHEE LA POSIZIONE DELLA LEGA ( da "Corriere della Sera" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ma non è liberale se pretende professioni di fede laica o, peggio, se chiede agli stranieri ciò che non chiede ai suoi cittadini e a se stesso. L'onorevole Cota crede davvero che l'Italia concordataria sia un Paese laico e che il finanziamento delle scuole cattoliche risponda ai principi della Costituzione italiana?

Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Opus Dei ( da "Foglio, Il" del 11-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: i Legionari laici). Le differenze comunque ci sono, l?Opus appare più maschile e con una minore propensione alla goliardia. Gente molto seria, abbastanza di destra, parecchio papista, piuttosto colta, che non si limita a leggere il “Cammino” del fondatore Escrivà ma studia la Bibbia, le vite dei santi e perfino il cardinale Siri (

Forum sulle terza età con il ministro Brunetta ( da "Stampa, La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: con Michele Colasanto della Cattolica di Milano e di «Qualità del lavoro dei senior e dinamiche salariali» con Guglielmo Weber dell'Università di Padova. Alle 16,45 dibattito su «Sistemi di welfare e politiche del lavoro» con Enrico Letta. Domani contributi dei senatori Francesco Casoli, Nicola Rossi e Tiziano Treu e del deputato Bruno Tabacci.

il pd si spacca sullo sciopero il dibattito corre su facebook - paolo griseri ( da "Repubblica, La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Certo, un partito laico non si formalizza se metà dei suoi iscritti scende in piazza e l´altra metà se ne rimane a casa. Ma, ecco, non è un bel vedere. Il segretario regionale del Pd, Gianfranco Morgando, premette: «Io sono un pensionato e sono iscritto alla Cisl.

la madonna laica di erri de luca alla galleria toledo - giulio baffi a pagina xvi ( da "Repubblica, La" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Pagina III - Napoli Spettacoli La madonna laica di Erri De Luca alla Galleria Toledo GIULIO BAFFI A PAGINA XVI SEGUE A PAGINA XVI

FOGLIETTONE ( da "Unita, L'" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Alcuni nostri iscritti sono cattolici e vivono un doppio rifiuto: lo Stato non li riconosce e la Chiesa non li capisce». L'idea della veglia non è partita da don Nildo, che però ha deciso di ospitarla, ma dal movimento «Noi siamo Chiesa». Gruppo cattolico a tutti gli effetti, ma di rottura con la linea intransigente delle gerarchie,

Marcello Pera e il Cristianesimo ( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: REDAZIONALE LIBRO Marcello Pera e il Cristianesimo Tra tante guerre di religione, ha senso esibire conversioni al cristianesimo o rivolgersi ad esso per giustificare i diritti? Marcello Pera rivendica la sua posizione laica e liberale nel libro «Perché dobbiamo dirci cristiani» che presenta alla Cattolica. Largo Gemelli 2, Aula Magna, h. 16.30

La Chiesa e i tradimenti da perdonare ( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: REDAZIONALE Il caso La lettera pastorale di Bagnasco fa discutere cattolici e laici La Chiesa e i tradimenti da perdonare MILANO — Siete stati traditi? Perdonate. Lo sostiene il cardinale di Genova e presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che in nome dell'unità familiare rispolvera la collaudata virtù della pazienza.

Il <re di Teheran> cresciuto all'ombra di Ahmadinejad ( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma dei laici: alla presidenza del Parlamento, al ministero della Cultura e della Guida Islamica, al ministero della Giustizia. Dopo che un ministro di Ahmadinejad aveva parlato di amicizia con il «popolo israeliano» ed era stato rimproverato dagli ayatollah, un consigliere del presidente ne ha preso le difese.

Relativismo, una maschera del nulla ( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: inteso a sfatare da posizioni laiche la fallace identificazione del relativismo col pluralismo e con la libertà, è costituito dal volume Verità relativismo relatività (ed. Quodlibet), curato da Tito Perlini, autore dell'affascinante saggio che lo apre. Interprete e seguace del marxismo critico della Scuola di Francoforte, sulla quale ha scritto pagine fondamentali,

La nuova Curia potrà accogliere cinquemila persone ( da "Tempo, Il" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Qui troveranno sede infatti tutti gli organismi e le associazioni che ruotano attorno alla Chiesa Pontina: Azione Cattolica, scout, Focolari, Neocatecumenali, Rinnovamento dello Spirito, Comunione e Liberazione, Cursillos di cristianità, Unitalsi. Resterà in funzione la vecchia Curia con la Scuola di teologia Paolo VI, gli uffici amministrativi e la residenza del Vescovo.

Se la Chiesa perdona il tradimento ( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: firma del quotidiano cattolico Avvenire. E su questo concorda da sponda laica la grecista Eva Cantarella: «Non mi fa impressione, non mi pare neppure un'apertura vera, mi pare piuttosto che la Chiesa cerchi di salvare il salvabile». Anche se non si tratta di una rivoluzione, è certo però che la tradizionale politica dell'indulgenza cattolica veniva perlopiù esercitata a posteriori,

Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Rinnovamento nello Spirito Santo ( da "Foglio, Il" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: 12 dicembre 2008 Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Rinnovamento nello Spirito Santo Rinnovamento nello spirito santo. Faggioli nella “Breve storia dei movimenti cattolici” se la prende con i protagonisti del suo lavoro perché li considera tutti quanti di destra. Ma con chi parlato?

Un ulivista cattolico di rango ai capi del Pd in lotta: ma andate un po' a farvi fottere! ( da "Foglio, Il" del 12-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: 12 dicembre 2008 Un ulivista cattolico di rango ai capi del Pd in lotta: ma andate un po' a farvi fottere! Al direttore - Ha ragione Francesco Cundari: nel Pd, primarie indietro tutta. Ricordate la disputa teorica e il braccio di ferro pratico, in sede di elaborazione dello statuto Pd, tra partito leggero e partito strutturato, tra primarie e congressi,

Bologna sceglie il dopo Cofferati Quattro in lizza alle primarie Pd ( da "Unita, L'" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: officiante laico di oltre diecimila matrimoni in Comune. Il candidato, quest'ultimo, con più fair play. Il suo slogan è «Vota chi vuoi ma vota». E da tifoso del Bologna, molto popolare in città, dice di voler portare alle urne gente distante dalla politica: «C'è tutto un mondo che esiste fuori dalle nostre sezioni.

A Fossano Fiat sceglie i Salesiani ( da "Stampa, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: il salesiano don Graziano Ceschia (che dirige la casa salesiana) e il laico Lucio Reghellin alle redini del centro professionale. [FIRMA]WALTER LAMBERTI FOSSANO Formare non solo tecnici preparati che sappiano lavorare in un mondo dove la tecnologia è in continua evoluzione, ma anche persone, uomini e donne, maturi e responsabili.

L'effetto Shanghai ( da "Stampa, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: effetto Shanghai Massimo Gramellini Mi accingevo a benedire laicamente la lettera pastorale con cui il cardinal Bagnasco invita i fedeli a perdonare i tradimenti occasionali del coniuge, mere emozioni che nulla hanno a che spartire con il respiro lungo dell'amore, quando mi è tornato alla mente il romanzo in cui Carlo Fruttero parla dell'effetto Shanghai.

"Rendiamo più felici gli anziani con lavoro e formazione continua" ( da "Stampa, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: docente di sociologia dell'Università Cattolica di Milano - e solo il 33% ha più di 55 anni. Si formano i lavoratori che hanno un titolo di studio più alto, mentre si escludono quelli con livelli d'istruzione più bassi». Non è per mancanza di fondi: «I soldi ci sono - prosegue Colasanto -, ma vengono usati per la previdenza.

L'INTIFADA delle colone ( da "Manifesto, Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: che non riconosce le istituzioni dello stato laico di Israele) diede vita al Sionismo religioso. Incarnare ma anche aggiornare il pensiero del «maestro» alla luce degli sviluppi di questi ultimi anni. Kook vide nel sionismo laico del laburista David Ben Gurion il tassello di un processo metafisico superiore, volto a garantire la «salvazione» del popolo ebraico e l'

River to River , il sogno indiano finisce a Mumbay ( da "Manifesto, Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: rito laico inframmezzato da pause per il tè. Il sogno indiano metropolitano non termina all'alba e seduce imperterrito un esercito di diseredati. Che il cinema (r)accoglie e sfrutta. Bombay significa Bollywood, ipermondo di celluloide, sfiorato pure dalla crisi (produzione scesa sotto gli abituali 600 titoli l'anno) ma sempre perno delle regole del gioco.

Il Vaticano e gli embrioni: hanno dignità di persone ( da "Corriere della Sera" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: L'embrione umano non è una muffa, come pure è stato sostenuto, ma «ha fin dall'inizio la dignità propria della persona». è la prima volta che lo afferma un documento dottrinario della Chiesa Cattolica, l'Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede «Dignitas personae», pubblicata ieri.

Gesù e Pilato, la ragione inutile baluardo ( da "Corriere della Sera" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ed è un racconto laico che punta sulla ragione come arma e come (inutile) baluardo cui aggrapparsi, scritto in forma di romanzo da Eric-Emmanuel Schmitt, autore di un altro bel testo di una certa religiosità, «Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano». Nella prima parte è Gesù (un Mauri vero, con emozione e gioia nella voce,

Il Vaticano sull'embrione Ha dignità di persona ( da "Tempo, Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: pone interrogativi anche ai laici e i tempi potrebbero essere maturi per uno «sforzo comune» di credenti e non credenti sulla bioetica. Così è nata la Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede «Dignitas personae», pubblicata ieri. «L'embrione umano ha fin dall'inizio la dignità propria della persona», afferma dunque l'Istruzione,

Le adozioni sono meglio delle provette ( da "Tempo, Il" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: docente di bioetica alla Cattolica, rispetto al no alla fecondazione assistita omologa hanno invece ribadito la liceità per la morale cattolica di una tecnica di prelievo dello sperma praticata dalla seconda metà degli anni Ottanta in strutture cattoliche: una specie di preservativo bucato, «non un profilattico, perchè è di diverso materiale - ha specificato Di Pietro -

"vi regalerò il concerto che il g8 ha cancellato" - donatella alfonso ( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: E´ un po´ dura, ma in un certo senso lui è sempre sul palco quando si suona, è quasi una divinità laica». Non è un caso che proprio quella sera, a cavallo tra due anni, si apra la grande mostra su Faber. In questa Genova che, dice Lorenzo Cherubini, è sicuramente una repubblica musicale.

zen insieme compie vent'anni "abbiamo vinto una scommessa" - claudia brunetto ( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: associazione iniziavano il loro apostolato laico «entrando fisicamente - ricorda la Salatiello - in un luogo inaccessibile, considerato una città dentro la città con le sue regole inviolabili». I locali furono ristrutturati nel giro di poco tempo da alcuni giovani del quartiere. Così ieri, giorno dell´anniversario dedicato alla memoria di Candida Di Vita,

"l'embrione ha dignità di uomo" bioetica, ecco tutti i no del vaticano - marco politi ( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: dell´Università cattolica, che questo è il sistema in uso al Gemelli. Chiudono il documento i divieti delle ricerche scientifiche nel campo della clonazione, degli ibridi, delle cellule staminali embrionali. Gli scienziati cattolici sono invitati a non utilizzare «materiale illecito», ottenuto magari dall´estero.

preti, anticlericali e prostitute uniti in piazza contro la carfagna - (segue dalla prima pagina) filippo ceccarelli ( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: I laici dell´Arci e i cattolici del Coordinamento nazionale Comunità d´accoglienza (Cnca), il Circolo Mario Mieli e il Gruppo Abele, le allegre prostitute dei gruppi dell´«incontrismo» digitale e la rivista di sinistra no global Carta, le strutture del volontariato con le loro unità di strada motorizzate e alcune fantasmagoriche comunità d´

balzac - marc fumaroli ( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: dove il mecenatismo regale e laico si sostituisce a quello del clero, prima di cedere il posto al mercato borghese, l´arte pittorica, disancorata fin dal Rinascimento dalla funzione devozionale e liturgica in cui l´aveva tenuta la Chiesa romana, non è ormai più che una versione virile e cerebrale della prostituzione delle donne e di quella mercantile.

le memorie dc e i sogni svaniti - salvatore falzone ( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Il cattolico si trova tra Scilla e Cariddi: tra il rischio di una fraintesa laicità che si esaspera in laicismo e il pericolo del clericalismo. Che non è meno negativo del laicismo. Non si deve politicizzare la fede». Di qui la dialettica tra fede, clericalismo e laicità: «la politica non è tutto, cioè non è l´altare su cui immolare ogni altro valore,

"Il ministero lavora in silenzio ma le due suore stanno bene" ( da "Stampa, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: religiosi e laici, che hanno lasciato la loro vita per portare nel mondo i valori dello sviluppo, della mansuetudine, della fratellanza». E ancora: «Conosco la comunità di don Gasparino, a cui appartengono le due suore, perchè come studente dei Salesiani di Bra ho partecipato ai tradizionali raduni di preghiera del primo sabato del mese alla Città dei ragazzi.

I cattolici dell'Albania festeggiano il Natale ( da "Stampa, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: OGGI I cattolici dell'Albania festeggiano il Natale Oggi, alle 15, al santuario della Consolata a Saluzzo, è in programma il Natale della comunità cattolica dell'Albania. La messa sarà celebrata in albanese da don Pasquale. Seguirà un momento di festa nel salone del Seminario Sant'Agostino.

Shoah, anche in Italia un grande museo ( da "Corriere della Sera" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: straordinaria preghiera ebraica entrata nella tradizione cattolica), ma anche dalle contrapposizioni ideologiche, sino alla discussione su Pio XII. Ci trasciniamo dietro una serie di errori che vanno corretti. Si dice: gli ebrei sono sempre stati perseguitati. Un luogo comune che cela una grande insidia: come a dire, qualcosa di male avranno fatto per meritarlo.

C'è anche la moschea nell'ospedale targato Lega ( da "Corriere della Sera" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: accanto alla cappella cattolica ci sarà anche una sala di meditazione dove i fedeli di qualsiasi religione, a partire dagli islamici, potranno accedere per la preghiera e le celebrazioni dei riti sacri. Il progetto è già stato approvato dal direttore generale dell'azienda ospedaliera, Andrea Mentasti, manager in quota alla Lega Nord.

Giusto, il gentil sesso vive più degli uomini ( da "Tempo, Il" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: università Cattolica di Roma anche se il suo, ovviamente, non è un punto di vista politico. «è letteralmente un non senso biologico quello di far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65 - spiega -. I dati scientifici danno ragione a Brunetta». Basando le sue tesi su pure ragioni mediche, Barnabei ricorda che fino a 70 anni gli italiani godono di buona salute:

Simonelli racconta il cinema sotto l'albero ( da "Stampa, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la segnalazione verrà inserita col nome di chi ne è stato l'artefice. La serata, che accompagnerà nell'universo natalizio con la proiezione di spezzoni tratti dai film che il libro analizza, oltre a Simonelli vedrà la presenza di GianCarlo Andenna, dell'Università La Cattolica, Roberto Cicala, responsabile per le edizioni Interlinea, Enrico DeMaria, giornalista de La Stampa,

dominioni: "è ora di rivedere le regole ma vanno ascoltati tutti i protagonisti" - giuseppe d'avanzo ( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ingresso di consiglieri laici nel Csm proprio per evitare che la magistratura si facesse corpo separato». Perché la presenza dei consiglieri laici le appare oggi insufficiente? «Nessuno poteva prevedere che la maggioranza togata si cristallizzasse in una formazione di potere attraverso "correnti", che controllano oggi il Consiglio».

cattolica, sesso e test d'ammissione nessuna accusa per il funzionario ( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: università Cattolica. Nei giorni scorsi, è stata attribuita erroneamente la notizia che presunti favori sessuali sarebbero stati richiesti dal funzionario della Cattolica, Antonio Pongetti. «La semplice lettura dell´ordinanza - precisa ancora l´avvocato Gaetano Scalise - dimostra come nessun addebito viene infatti mosso al mio assistito in relazione a presunti "

la chiesa e il degrado - girolamo imbruglia ( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la scoperta della laicità. Le religioni che non distinguono queste sfere si condannano alla superstizione nella vita religiosa, e alla violenza nella vita sociale. La Chiesa cattolica, che ha nei secoli combattuto la tolleranza e la libertà di pensiero, ora si vuole ergere a giudice di una condizione civile in larga parte frutto di questo magistero.

ecco "per palermo" nuova associazione per scrivere il futuro - mimma lo martire ( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: proveniente da ogni parte della città e che svolge attività diverse: dall´avvocato, al noto cabarettista (come Gianni Nanfa), all´insegnante. In poco tempo ha raccolto le adesioni di decine di cittadini palermitani, scontenti di come vanno le cose. Il movimento non ha una connotazione politica, e si descrive come «non fortemente cattolico» ma «non solamente laico».

la rivista dei ribelli che accusò la mafia - tano gullo ( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: si chiedono soldi allo Stato per le scuole cattoliche. Una chiesa lontana da quella del mite don Pino Puglisi che rifiutava ogni sovvenzione. "Chi ha la bocca piena non può parlare", diceva. L´aspetto desolante di questo nuovo corso è costituito dai laici che fanno a gara per compiacere il Vaticano».

l'incontro - silvana mazzocchi ( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: disincantata introduzione per una chiusa laica e intelligente: «Nessuno lo sa, francamente. Dovremo aspettare il cimitero, virgola, temo». Ma come mai l´ex direttore di Urania, l´uomo divenuto scrittore grazie a un´adolescenza passata a leggere e a una giovinezza immolata a tradurre, l´autore con Lucentini di una ventina di libri dalle molte e fortunate edizioni,

Il concepimento dei diritti umani ( da "Foglio, Il" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ad andare meno bene del previsto, è stata la traduzione nella realtà delle enunciazioni del 1948, in particolare nel garantire i diritti umani fondamentali. Da tante parti si sostiene che la miglior realizzazione di una società politica laica è la realizzazione più ampia possibile dei diritti umani.

Un taccuino, una Vespa e un Vangelo. La conversione di un libertino ( da "Foglio, Il" del 14-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: gli studi con Bobbio nel tempio laico dell?Università di Torino. Ma soprattutto la sua conversione. Lui che era votato a dar la caccia alle gonnelle, voleva fare il giornalista e al solo sentir parlare di sacrestia o Dc pensava all?alito cattivo e ai calzini corti. La svolta avvenne quando trovò una vecchia copia del Vangelo e lo divorò assetato di risposte.

Sex worker contro Carfagna ( da "Manifesto, Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: iniziativa da numerose associazioni gay e trans, ma anche dal volontariato laico e cattolico. «Quella della Carfagna è una legge criminogena, perché anziché diminuire i processi di criminalizzazione rischia di crearne di nuovi», spiega Pia Covre, storica fondatrice, insieme a Carla Corso, del Comitato per i diritti delle prostitute.

Pd, tutti pazzi per il centro ( da "Manifesto, Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: interminabile mediazione interna su questioni che sono fondative della loro laicità. Parte della paralisi operativa di questo partito nasce anche da qui. Ma non è tutto. L'unità organica con i cattolici costringe gli ex Democratici di sinistra, anche per le ragioni dette, a uno spostamento al «centro», cioè verso posizioni moderate dell'asse programmatico del Partito democratico.

Troppo indipendenti i gruppi fai da te ( da "Manifesto, Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: addirittura ai musulmani di partecipare agli spazi cattolici, mentre altri li vorrebbero relegati in spazi circoscritti e ben delimitati. Un dibattito destinato a crescere e allargarsi, sia per l'aumento dei musulmani immigrati nel nostro paese, con tutti i rischi - e i vantaggi - legati all'immigrazione, sia per la coscienza sempre più diffusa della globalità e multiculturalità.

Dio e Cesare, separati ma non troppo ( da "Stampa, La" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: mondo laico, ma anche dare adito a critiche e riserve per il modo in cui trovano applicazione nella società. Molti riconoscono la grande funzione sociale e spirituale svolta dalla Chiesa cattolica in Italia e il suo impegno per il bene comune; ma in parallelo si chiedono se davvero in Italia vi sia quella situazione di piena distinzione tra Dio e Cesare evocata dal pensiero del Papa.

L'ONDA NERO-PORPORA ( da "Unita, L'" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Stato e per la Chiesa ­ della separazione Stato-Chiesa? Cioè della laicità delle nostre istituzioni? Non si tratta di tornare al vetero-anticlericalismo ottocentesco. Basta ricordare quel che scrisse nel 1952 a Pio XII un cattolico doc come Alcide De Gasperi, quando il Papa gli revocò l'udienza privata nel trentesimo anniversario del suo matrimonio per essersi opposto al diktat vaticano

La Lucianina furiosa ( da "Corriere della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: L'Italia laica aspetta con ansia il suo «sermone » della domenica sera a «Che tempo che fa». «Da Fazio ho trovato un ambiente ideale, Fabio è un amico e mi lascia fare. Non ha mai idea di cosa dirò in trasmissione, lui si fida e io preferisco sorprenderlo».

<Vita disponibile>: cattolici divisi ( da "Corriere della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: interruzione delle cure nei casi Welby ed Englaro da parte di un esponente dell'«establishment del sapere cattolico». Sulla questione vi era stato un confronto aspro lo scorso ottobre tra l'arcivescovo Giuseppe Betori: «La vita non è nella disponibilità del soggetto», e la filosofa cattolica Roberta de Monticelli che negava la validità di quell'affermazione.

Severino: non posso dirmi cristiano ( da "Corriere della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: giacché non si contano più gli incontri con esponenti della gerarchia cattolica: Rino Fisichella, Piero Coda, Gianfranco Ravasi, inviti alla Gregoriana e alla Lateranense. è in programma a marzo, tra l'altro, un dibattito con il cardinal Angelo Scola: si terrà a Padova per iniziativa del rettore dell'Università.

Nadeem Aslam: il mio Afghanistan è senza aquiloni ( da "Corriere della Sera" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laico, nato in Pakistan e cresciuto nel Nord dell'Inghilterra, del quale sappiamo che ha molto viaggiato in questa discarica della modernità che è anche la tomba di una cultura antichissima. Il suo romanzo ruota intorno a una grande casa ai piedi delle montagne di Tora Bora dove antichi affreschi persiani sono stati coperti col fango e una fabbrica di profumo giace abbandonata in

Il parere del geriatra ( da "Tempo, Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: università Cattolica di Roma anche se il suo, ovviamente, non è un punto di vista politico. «è letteralmente un non senso biologico quello di far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65 - spiega -. I dati scientifici danno ragione a Brunetta». Basando le sue tesi su pure ragioni mediche, Barnabei ricorda che fino a 70 anni gli italiani godono di buona salute:

ma la chiesa non è una città sotto assedio - pietro citati ( da "Repubblica, La" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: o vorrei essere o lo sono per alcune ore del giorno) un cristiano e un cattolico, ne parlo poco volentieri. Nel mondo, esiste una cosa indicibile che si chiama la grazia: l´unica cosa che importa in una religione, assai più della fede e delle opere. La grazia è una luce, un barlume, che talvolta ci visita (non sappiamo perché né quando), e dà un tocco alla nostra vita.

ma la chiesa non è sotto assedio - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: i laici cattivi; e dunque bisogna alzare muri, muretti, scavare fossati, puntare cannoni o piccoli fucili, alzare il dito, proclamare principi ed assiomi. Non voglio negare che i cosiddetti laici ? specie quelli che scrivono libri e articoli ? dicano stolidità religiose, che avrebbero fatto impallidire il più umile fedele del tredicesimo secolo.

Questo articolo è una svolta radicale ( da "Foglio, Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolici “martiniani” da una parte e cattolici o laici “ratzingeriani” dall?altra. Da oggi diventa un conflitto culturale interno all?establishment del sapere cattolico al quale il professor Possenti appartiene. Una prima avvisaglia era arrivata con la decisione dei vescovi italiani di stimolare il legislatore italiano a produrre norme di legge sulla fase

Vita, disporne liberamente ( da "Foglio, Il" del 15-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: in genere diffusa tra la cultura laica e liberale, l?altra sembra oggi prevalente nella cultura cattolica e cerca ultimamente di imporsi come indiscutibile attraverso una martellante ripetitività. Su questi temi rifiuto il termine ?testamento biologico?, infelice tanto dal lato del sostantivo poiché la vita non è un bene patrimoniale cui solo si applica il concetto di testamento,

La ritirata non strategica sulla vita finirà male. Molto male ( da "Foglio, Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Dove nasce la zona grigia della ritirata cattolica sui temi della vita Ormai la ritirata è dispiegata. E non ha nulla di strategico. Un anno fa, tirando le conseguenze di una robusta stagione di battaglie culturali in cui laici e cattolici si erano uniti, abbiamo detto: se la vita è sacra, e solennemente si decreta una moratoria per la pena di morte,

Dio e la scienza astrofisici a confronto ( da "Stampa, La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: necessità di avviare un confronto civile che superi i risorgenti steccati tra laici e credenti e le tentazioni fondamentaliste di segno opposto intorno a questioni cruciali come le origini dell'universo e l'evoluzione della vita sulla terra. Scrive l'autore: «Può uno scienziato credere nell'Assoluto, in qualche forma di trascendenza o di verità rivelata senza abdicare alla sua funzione?

Dio ci scampi dal sacro Musicarello ( da "Unita, L'" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: musicale e in vari scritti si era scagliato contro la commercializzazione della musica con un furore degno della cacciata dei mercanti dal tempio. Ma di fronte all'anteprima di questo musicarello mariano di dubbia qualità nella sala delle udienze papali, sorge il dubbio che giunto il momento di "governare" anche sua santità abbia scelto la linea assai laica del "Panem et circenses".

TEMI ETICI: LIBERA SCELTA IN LIBERA FEDE ( da "Unita, L'" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: viene messa in discussione la fallace contrapposizione non solo tra laici e cattolici, ma anche quella tra cattolici progressisti e cattolici conservatori e tra cristiani "adulti" e cristiani "ubbidienti". La pluralità delle opzioni è assai più ampia e mobile di queste ripartizioni tradizionali. E ciò, in ultima istanza, ha una implicazione anche sul piano più strettamente politico.

Parole ILLUSTRATE ( da "Manifesto, Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: con spirito impavidamente laico. I bambini si meritano libri così, peccato che siano pochi gli adulti capaci di rendersene conto. Tra questi ultimi c'è, per fortuna, anche Stefano Benni, autore di un racconto intitolato Miss Galassia (Orecchio Acerbo, euro 13,50) che la giovane catalana Luci Gutierrez ha illustrato nel migliore dei modi possibili.

<Corpo>: la rivista araba che spezza gli ultimi tabù ( da "Corriere della Sera" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: giornalista libanese cattolica «Era una giornata di primavera che improvvisamente divenne molto più calda. Lei indossava dei collant di nylon con scarpe basse leggere e, all'aumentare della temperatura, mi annunciò che non li sopportava più. Ci allontanammo dagli sguardi curiosi, rapidamente si tolse i collant e ricordo ancora il momento esatto in cui i suoi piedi furono denudati,

è un affare targato cl il bilancio può attendere - giuseppina piano ( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: i vari clan laici e liberal mal sopportano il movimento del partito-nel-partito, ovvero Cl, sullo scacchiere cruciale dell´urbanistica. E davanti all´attivismo dell´assessore Masseroli, che a tappe forzate ha portato a casa la settimana scorsa le nuove regole che aumentano l´edificabilità, a questo punto ci vanno con i piedi di piombo.

quella scommessa sull'italia delle cento patrie - mario lenzi ( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: si sentivano impegnati nella costruzione di una società più laica ed efficiente, l´economia italiana era segnata da una rapida evoluzione verso il settore terziario. Si andava così imponendo un tipo di società che privilegiava nuovi consumi, nuovi bisogni, e anche nuovi egoismi. Per superare la barriera della diffusione - ancora ristretta in Italia ai ceti più colti e impegnati -

"muntazar l'aveva giurato da anni voleva colpire il capo degli invasori" ( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: identità e aveva sposato più laicamente falce e martello. «Con l´invasione americana diventò un nazionalista convinto» racconta un collega che preferisce non rivelare il suo nome. «E ricordo che circa sette mesi fa, di fronte a un gruppo di colleghi, si scaldò e giurò che avrebbe preso Bush a scarpate, se gli fosse capitata l´occasione di averlo davanti.

mestiere crudele - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: lui laico pur avendo avuto parecchi cardinali in famiglia e un paio di beati. Invece no, la sua indifferenza al titolo nobiliare era piuttosto una maniera ma non corrispondeva alla sostanza: si sentiva principe e lo era, il suo distacco faceva parte del costume familiare come la sua innata eleganza nei modi e nei pensieri.

mister praxi e la congiuntura difficile "formidabile chance per rinnovarsi" - vera schiavazzi ( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Reale Mutua e Università Cattolica. Da anni, inoltre - con 250 dipendenti e 9 sedi - Praxi si occupa di miglioramento e sviluppo nella pubblica amministrazione e in sanità. Crosetto, che idea si è fatto sulla capacità del ?sistema Piemonte´ di far fronte alla crisi? «Ci sono molte aziende in questa regione che non si sono mai avventurate nella finanza creativa,

segnali di fumo per i cittadini - enrica morlicchio ( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: è stato circondato di gelo, a volte di sprezzante ironia. Poi i fatti hanno drammaticamente smentito certezze autoreferenziali. Perciò, partendo dai nostri svariati luoghi di lavoro, dalla esperienze di volontariato laico e cattolico, senza preclusioni ideologiche (cercando soltanto di distinguere le persone realmente motivate da quelle in cerca di celebrità)

Parole ILLUSTRATE - NUOVE FIABE A COLORI PER BAMBINI SMALIZIATI ( da "Manifesto, Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: con spirito impavidamente laico. I bambini si meritano libri così, peccato che siano pochi gli adulti capaci di rendersene conto. Tra questi ultimi c'è, per fortuna, anche Stefano Benni, autore di un racconto intitolato Miss Galassia (Orecchio Acerbo, euro 13,50) che la giovane catalana Luci Gutierrez ha illustrato nel migliore dei modi possibili.

Insensibilità etica ( da "Foglio, Il" del 16-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: impossibile per un cattolico ma minacciosa anche per i laici. Ma una legge sul fine vita è diventata necessaria dopo le sentenze sul caso Englaro, che hanno costruito un monstrum giuriudico”. Il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, già portavoce del Family day e autrice con Assuntina Morresi di un pamphlet contro la Ru486 (&

C'è un ministro, qualcosa si può fare ( da "Foglio, Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: di cultura socialista e radici laiche, che ha avuto il coraggio di stabilire con un atto esecutivo che in nessuna struttura ospedaliera italiana, pubblica o privata, è autorizzata la eliminazione per fame e sete di persone in stato vegetativo persistente, e questo tanto in nome di orientamenti del Comitato nazionale di bioetica quanto,

l'ultima battaglia di sarkò "lavorate anche la domenica" - francesco merlo ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: aspersorio contro il presidente laico. La nomenklatura del sempre più vecchio partito socialista francese si è alleata con le gerarchie cattoliche e protestanti e ha dichiarato guerra a Nicolas Sarkozy che vuole liberare la domenica, ridare una vita alle città spettrali del fine settimana, permettere anche ai commercianti francesi di lavorare di più e,

leggi razziali, fini denuncia il silenzio della chiesa - miriam mafai ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Pagina 1 - Prima Pagina La polemica Leggi razziali, Fini denuncia il silenzio della Chiesa MIRIAM MAFAI "Padre Santo! Come figlia del popolo ebraico, che per grazia di Dio è da 11 anni figlia della Chiesa Cattolica, ardisco esprimere al Padre della cristianità ciò che preoccupa milioni di tedeschi...". SEGUE A PAGINA 30

l'ultima battaglia di sarkò - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Il cardinale non ha probabilmente conquistato tutti i francesi cattolici e laici, ma ha invece affascinato e convinto i vertici socialisti, guidati da quella Martine Aubry che è anche sindaco di Lilla, una delle quattro città con Parigi, Marsiglia e Lione che Sarkozy fortissimamente vuole «belle e felici anche la domenica».

accendi il cellulare, sei in linea con le due torri - francesca parisini ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: equivalente laico di campanilismo» a «torrido», cioè «l´abisso che si scorge dalla sommità di una torre», oppure «torrione», leggasi «quartiere all´ombra delle torri». Intanto sulla Garisenda e sull´Asinelli si sta lavorando per fissare un sistema di monitoraggio esaustivo (l´ultimo rilevamento a piombo della loro pendenza è del 1912)

Noi braccianti senza terra orfani del compagno Lula ( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: sono stati mandati in pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa cattolica brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati. Nella Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la terra,

La pace ai tempi di Ratzinger ( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: secoli la Chiesa cattolica, lungi dall'esprimere un rifiuto assoluto dell'uso delle armi, aveva utilizzato la dottrina della «guerra giusta» per selezionare gli eventi bellici leciti, legittimi, doverosi, quando non addirittura santi, da quelli al contrario e genericamente non ammissibili, la pubblicazione della Pacem in terris aveva prodotto una frattura netta con la tradizione,

Fini attacca il Vaticano sulle leggi razziali: un'infamia, ma non disse nulla ( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: proprio perché pronunciate da chi oggi ricopre la terza carica dello Stato. E infatti la reazione della Chiesa non si fa attendere. Anziché intervenire direttamente, la Santa sede preferisce però affidare la sua difesa a storici e politici cattolici, che definiscono «falso» il giudizio espresso da Fini. Il quale, se da una parte incassa la solidarietà e l'apprezzamento di Veltroni,

da stendhal a belli e de sade i "passaggi segreti" dei papi - rodolfo di giammarco ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: e in continuo andirivieni testimonierà la decadenza di uno stato pontificio troppo occupato a curare interessi politici e molto poco incline a salvaguardare il benessere delle anime. Aleggeranno i venti libertari, lo spirito laico e rivoluzionario, e la funzione delle magnificenze del Rinascimento e del Barocco sarà quella di esaltare le frenesie sociali, le veemenze individuali,

caccia al podio atenei e ranking - laura bellomi ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: economia e della gestione aziendale alla Cattolica, il problema è che i ranking premiano l´iper specializzazione oppure le grandi dimensioni. La cattolica invece sta in mezzo: «Quattordici facoltà che vanno dalla Papirologia alla Fisica sperimentale, ma allo stesso tempo numeri relativamente piccoli, pur essendo il più grande ateneo privato europeo».

La Moroni si smarca: la sentenza va applicata ( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ma restano pur sempre laici e socialisti. E si dividono di fronte all'«atto di indirizzo » di Maurizio Sacconi, anche lui del resto di chiare origini socialiste. Ha fatto bene il ministro del Welfare a vietare lo stop all'alimentazione e all'idratazione in tutte le strutture del sistema sanitario nazionale?

la chiesa cattolica ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Pagina 9 - Interni La chiesa cattolica Sull´infamia delle leggi razziali c´è da chiedersi perchè non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica.

"silenzio della chiesa sulle leggi razziali" - marco politi ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza». E qui cade il j´accuse del presidente della Camera. Non ci fu particolare resistenza, soggiunge, «nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica». «Una verità storica, palmare, un giudizio storico condiviso anche dagli storici della Chiesa»,

"pio xi prese posizione contro l'antisemitismo" - paola coppola ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: illusione che il fascismo potesse essere un regime cattolico: l´antisemitismo era inaccettabile per il mondo cattolico. Allora cominciò un processo di disaffezione. Pio XI prese posizione pubblicamente, le masse cattoliche maturarono una presa di distanza dal fascismo. Bisogna valutare le condizioni di allora: la reazione da parte della Chiesa ci fu.

"in quel periodo non ci fu la condanna aperta del nazismo" ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: C´è stata un´opera di salvataggio degli ebrei da parte di singoli cattolici e le iniziative di alcune istituzioni, ma quello che non è mai stato pubblicato finora è un´esplicita e ufficiale condanna del nazismo e del genocidio da parte della Chiesa di allora».

l'era dell'intelligenza siamo tutti più colti - alessandra retico ( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: leggendo i fenomeni più laicamente, che questa sia una vera età dell´oro della conoscenza. Tutti i paesi ricchi sembrano accomunati dalla tendenza a frantumare la distinzione classica tra cultura alta e bassa e i cittadini a preferire un ruolo di consumatori attivi piuttosto che di spettatori mentalmente imbolsiti.

Fini: <Leggi razziali, un'infamia Anche la Chiesa si adeguò> ( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica ». Un concetto che ha subito suscitato forti polemiche, specie sul ruolo della Chiesa, ma confermato poi da Fini. Critiche forti da esponenti politici cattolici di entrambi gli schieramenti.

Intellettuali, senatori e antifascisti illustri: tacquero (quasi) tutti ( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: appartenenza alla religione cattolica ab immemorabile», a Ugo Ojetti, che fu puntuale fino alla pignoleria: «Cattolico romano, dai dieci ai sedici anni ho servito tutte le domeniche». Solitaria eccezione, appunto, quella di Benedetto Croce, che rispedì al mittente i moduli della vergogna con impareggiabile sarcasmo: «L'unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire,

La Gelmini: vengo da una famiglia allargata ( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Figlia di una maestra elementare e di un agricoltore cattolico eletto sindaco di Milzano con la Dc, la ragazza che si aspettava di diventare ministro cresce in una cascina della campagna lombarda e in una famiglia allargata: «Mio padre ha avuto 4 figli: tre da un primo matrimonio, me dal secondo.

I SISTEMI ELETTORALI E L'EFFICIENZA DEI GOVERNI ( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: convinto della assoluta necessità di licenziare i dipendenti statali che non lavorano), cattolico ma certo della necessità assoluta della laicità dello Stato, europeista e federalista, per quale partito dovrebbe votare? Roberto Di Felice studiordf@alice.it Cari lettori, L e vostre lettere trattano temi diversi, ma si prestano a una risposta congiunta.

I lumi di Napoli ( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: figura quasi eroica di editore puro di stampo laico-illuminato, che ieri sono apparsi sui giornali. Il cordoglio non è stato privo di una sua forza allusiva di carattere generale, nel senso che ha mostrato, talvolta suo malgrado, quanto sia sempre più nudo in Italia l'albero dell'antifascismo inteso come vocazione personale ma anche eredità familiare,

<Noi braccianti senza terra orfani del compagno Lula> ( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: sono stati mandati in pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa cattolica brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati. Nella Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la terra,

Sacconi, il socialista voltagabbana Da laico a integralista Da sindacalista a falco Dal caso Englaro alla pillola abortiva il ministro del Welfare si muove come un crociato e tenta ( da "Unita, L'" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Sacconi, il socialista voltagabbana Da laico a integralista Da sindacalista a falco Dal caso Englaro alla pillola abortiva il ministro del Welfare si muove come un crociato e tenta di intimidire le strutture sanitarie che rispettano la legge e le sentenze

L'addio a Caracciolo nella chiesa al centro del Tevere in piena ( da "Unita, L'" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: È un mondo laico, trattenuto e composto, quello che ha reso omaggio a Caracciolo. L'intellighentia di sinistra nella piena della crisi, l'alta borghesia illuminata e l'aristocrazia, che dovranno passare ai giovani l'eredità del «principe», quella culturale.

LO STATO? È FINITO PER DECRETO ( da "Unita, L'" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: L'unico vero potere è quello della Chiesa cattolica romana che, come già in passato, teme che lo Stato di diritto democratico avvalli l'etica laica e secolare che rifiuta la sacralità della vita. Gli uomini della provvidenza cambiano, ma la "provvidenza" colpisce ancora.

Una carriera di successo con missioni all'estero ( da "Stampa, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: originario di Cattolica (Rimini), è comandante provinciale dei carabinieri di Palermo dal 10 settembre 2007. Ha frequentato l'Accademia Militare di Modena negli anni 1978/1980 e, a seguire, la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma fino al 1982. E' stato nominato sottotenente nel 1980, tenente nel 1982, capitano nel 1985,

Ileghisti l'avranno presa male, anche se al momento non c'è traccia di reazioni uffic... ( da "Stampa, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Prima di consegnarci prigionieri, c'è però un Dio laico cui possiamo chiedere soccorso. È un giudice, e magari qualche volta può sbagliare. Ma giudica con la stessa toga ministri e cittadini. E nessuno ministro, così come nessun cittadino, ha il potere di rovesciarne le sentenze. michele.ainis@uniroma3.

L'asilo parrocchiale ha i giorni contati ( da "Stampa, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: seguiti da due suore e da due insegnanti laiche. Chiudere la struttura - la previsione è entro la fine dell'anno - sarebbe un vero problema anche per le famiglie, oltre a significare la perdita di un pezzo di storia del paese, visto che l'asilo parrocchiale è attivo da oltre50 anni ed ancor prima aveva compiti di scuola materna».

DECISAMENTE i rapporti fra Vaticano e mondo della ricerca scientifica non sono tra i migliori. I... ( da "Messaggero, Il" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: che preoccupa è la pretesa di voler obbligare tutti a seguire regole che non sono condivise da una visione laica e neppure da altre religioni comprese quelle cristiane, più vicine al cattolicesimo. È anche preoccupante che i "divieti" ricadano soprattutto sull'Italia dove i nostri politici tendono a seguire supinamente tali direttive che si riflettono poi sulla nostra legislazione.

<Più forti della crisi> ( da "Corriere della Sera" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laici'' nel valutarlo, privilegiando l'affidabilità quando si tratterà di stabilire se montarlo o meno»), all'avvento del marchio Tata sulle monoposto (primo partner indiano della storia a figurare su una Ferrari di F1), a ritocchi dell'organigramma: dalla Toro Rosso arriva Massimo Rivola (aiuterà Luca Baldisserri nelle attività in pista)

Vaticano contro Fini: opportunismo meschino ( da "Corriere della Sera" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: manifestazioni particolari di resistenza» anche da parte della Chiesa cattolica. «Opportunismo sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani», ribatte la presidenza della Camera, in un inedito botta-risposta che non ha precedenti dai tempi dei Patti Lateranensi.

L'amarezza di Gianfranco: nessun attacco, lo dice la storia ( da "Corriere della Sera" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolica, salvo talune luminose eccezioni» fece abbastanza per contrastare le leggi razziali —, altro non è stata che «un'analisi storica », nemmeno così nuova o contestata, e in qualche modo affrontata dalla Chiesa stessa, se è vero che il documento che ha ispirato il presidente della Camera è un testo della Commissione teologica internazionale del 2000 intitolato proprio

L'Osservatore romano contro Fini: salva il fascismo ( da "Manifesto, Il" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: chiami ora in causa la Chiesa cattolica». La risposta dell'entourage della terza carica dello stato non si fa attendere, ed è piuttosto stizzita: «Sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani». Ma l'Osservatore romano non è il solo a lanciare critiche, prima di lui l'Avvenire,

"adesso occorre una legge" ma i laici del centrodestra bocciano l'atto del governo ( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma i laici del centrodestra bocciano l´atto del governo Schifani: "Sembra ormai maturo il tempo per discussione parlamentare" ROMA - La decisione di Sacconi apre il dibattito nel centro-destra. Fa discutere, solleva dubbi, registra alcune prese di distanza e, da più parti, la richiesta di arrivare presto a una legge sul testamento biologico.

i no della chiesa alla procreazione assistita - corrado augias ( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: L'argomento è stato studiato ed esposto dal professor Adriano Prosperi nel suo "Dare l'anima / Storia di un infanticidio" (Einaudi 2005). Ancora alla fine dell'Ottocento si dubitava, da parte cattolica, che il feto (non l'embrione, il feto) avesse personalità autonoma da quella della madre.

la messa nelle scuole non fa bene ai cattolici - augusto cavadi ( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: scuole non fa bene ai cattolici AUGUSTO CAVADI Tra i paradossi del periodo natalizio si registra la moltiplicazione - in clima di ciaramelle e presepi - di motivi di litigi fra fidanzati, coniugi, colleghi di lavoro. Ogni spunto può risultare deflagrante: la scelta del locale in cui aspettare la mezzanotte o dei suoceri con cui consumare il cenone della vigilia o dei giorni di ferie.

la messa nelle scuole - augusto cavadi ( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: trattasse di darsi appuntamento in una chiesa cattolica per pregare insieme, in una delle tante giornate di vacanza previste dal 24 dicembre al 7 gennaio, non ci sarebbe che da rallegrarsi: che cosa di più bello, per chi convive quasi tutto l´anno in uno stesso ambiente di ricerca intellettuale, di condividere fra credenti la stessa gioia per la memoria della nascita del Salvatore?

ru486, è polemica nei partiti e formigoni dice no alla pillola - andrea montanari ( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: La deputata Pdl Viviana Beccalossi invece ha firmato: «Non sono d´accordo quando il Papa critica l´uso del preservativo, ma in questo caso ho paura che questa pillola possa rappresentare per le donne una scappatoia troppo pericolosa per chi non ha usato l´anticoncezionale. Mi ritengo laica, ma su temi come questi sono conservatrice».

rose bianche e bandiera partigiana per l'addio a carlo caracciolo ( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: orazione laica di Scalfari sul «lascito, l´eredità di Caracciolo» che è «l´appartenenza, nel senso di iniziativa, di intrapresa. Appartenenza che è stata uno degli elementi fondamentali di questo gruppo», ha chiarito il fondatore: «Sentire che tutti partecipavamo a un progetto che non era semplicemente editoriale o economico,

il vaticano "scomunica" fini "opportunista su leggi razziali" - orazio la rocca ( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico». Non tutti, però, tra i cattolici condividono l´attacco dell´Osservatore. Come il deputato del Pd Giovanni Bachelet che si dichiara «commosso e grato, come italiano, come democratico e come cristiano, al presidente della Camera per il convegno sulle leggi razziali»

L'ex abortista diventata pasdaran ( da "Stampa, La" del 18-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: contrario di Garibaldi che fece costruire gli argini al Tevere ha piuttosto avvicinato a Oltretevere l'altra sponda, quella della politica laica per cui si batté De Gasperi. Perchè dopo anni e anni di femminismo, di radicalismo, di aborti e di piazza, «nella mia vita privata è successo qualcosa, ho capito di essere stata credente in modo profondo e inconfessato», racconta Roccella.

Le crudeltà gratuite ( da "Foglio, Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ho pronunciata orgogliosamente davanti al pubblico cattolico di mille assemblee, in questi anni). La dimostrazione non riguarda Eluana né suo padre, riguarda la cultura della nostra comunità occidentale, diffusamente eutanasica in molti paesi, e il diritto nella sua versione statolatrica, positivista, utilitaristica, e antagonista dei principi di diritto naturale.

l'offensiva neodogmatica - gad lerner ( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Pagina 1 - Prima Pagina L´OFFENSIVA NEODOGMATICA GAD LERNER Ogni giorno di più la Chiesa di Benedetto XVI mostra un volto arcigno alle donne e agli uomini del suo tempo. Accusa di «statolatria» il governo spagnolo, colpevole di «indottrinamento laico». SEGUE A PAGINA 32

"adesso la chiesa non esageri da noi ha già troppi privilegi" - alessandro oppes ( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Le festività cattoliche invadono il paese. Quando il presidente del Tribunale supremo assume l´incarico, lo fa giurando davanti al crocifisso. La posizione economica della Chiesa è incompatibile con i princìpi di uno Stato laico». Mai un governo aveva messo in discussione la sua posizione nella società come sta facendo Zapatero.

il vaticano: "in spagna c'è statolatria" - marco politi ( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: In Spagna c´è statolatria" Attacco al governo Zapatero: basta indottrinamento laico A parlare è monsignor Amato, presto cardinale e molto vicino a papa Ratzinger MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - In Spagna avanza la «statolatria», si fa strada l´indottrinamento laico, cresce l´ingerenza dello Stato nella vita personale di ognuno.

nasce la fronda dei preti di frontiera "difendiamo la scelta della ragazza" - marco politi ( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Sono il piccolo segnale di un mondo cattolico, assai vasto, che non ha condiviso la durezza con cui la gerarchia ecclesiastica giudicò Piergiorgio Welby e oggi domanda rispetto per la scelta di lasciar concludere una vita sorretta solo dalla tecnica. Non si può pensare, è scritto nell´appello dei preti toscani, che la Chiesa abbia una «posizione uniforme e monolitica»

"In Italia solo l'ignoranza regna sovrana" ( da "Stampa, La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Io però non capisco perché un laico come lui dice le cose che ha detto». Favorevole o contrario all'eutanasia? «Prima di arrivare a porsi il problema bisogna chiedersi se al malato sono state garantite tutte le terapie sperimentali possibili». Sperimentali? «Do per scontato che quelle riconosciute siano sempre già state provate tutte.

l'offensiva neodogmatica - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Benedetto XVI punta sul rafforzamento di un fronte laico conservatore che assuma la dottrina cattolica come ideologia dell´"ordine naturale"; per influenzare così le scelte inedite che le democrazie sono chiamate a compiere di fronte ai progressi tecnico-scientifici e all´evoluzione dei comportamenti familiari.

cenone gratis con i più poveri all'ex palestra gil - antonio di giacomo ( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: iniziativa i rapporti con il mondo del volontariato laico e religioso, ha incontrato ieri a palazzo di città gli esponenti delle associazioni che si preoccupano di offrire accoglienza ai senzatetto. «Abbiamo accantonato l´idea di trovare dei ristoranti che potessero ospitarli e - spiega Paolini - ci siamo convinti della necessità che la cena dovesse avvenire in città.

Il Vaticano attacca Zapatero In Spagna avanza un regime di statolatria ( da "Unita, L'" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Indottrinamento laico. Ingerenza dello Stato nella vita personale di ciascuno. Questa è l'accusa lanciata alla Spagna di Zapatero da monsignor Angelo Amato, il prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Usa parole forti l'uomo di curia che è stato segretario della Dottrina della Fede in un'intervista alla rivista «Consulente Re»

SL'outing di Fini ( da "Manifesto, Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ci sono le polemiche politiche sui rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi. Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così torpida, inerte, connivente nei confronti dell'

Autogolpe del premier Maliki ( da "Manifesto, Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: impegnato a promuovere il suo Partito costituzionale iracheno, laico. Dunque il ministro sarebbe estraneo a una operazione che assume un carattere strettamente politico, infatti, secondo testimoni che non hanno voluto rivelare il loro nome, gli arrestati sarebbero esponenti dell'ex partito Baath di basso rango e peraltro senza stretti legami tra di loro.

Quelli che... il Corrierino ( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: perché è stata la prima rivista per ragazzi a dedicare una prima pagina a un fumetto», dice Matteo Stefanelli, ricercatore alla Cattolica, autore del volume con Fabio Gadducci, professore associato a Pisa. «Fu un calderone di creatività e di brio». Brio che Andrea Pinketts, scrittore, attinse a piene mani dal suo papà.

Miracolo ad Amsterdam Avenue Gheddafi <finanzia> una scuola ( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: gli studenti Miracolo ad Amsterdam Avenue Gheddafi «finanzia» una scuola A un istituto cattolico i risarcimenti per Lockerbie La De La Salle Academy, scuola media che aiuta i bambini meritevoli, ha ricevuto 2,5 milioni di dollari dalla Libia WASHINGTON — E' il «miracolo » di Amsterdam Avenue, nell'Upper West Side di New York.

Il Vaticano contro Zapatero: <Statolatria> ( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la Chiesa, la dottrina cattolica». «Sono parole gravi, molto gravi, che prendono a nemico la laicità» è stato il commento del tesoriere dei Radicali italiani Michele De Lucia. Per il segretario del Prc Paolo Ferrero quella dell'arcivescovo è «una visione integralistica della fede di tipo premoderno ».

Quel duello (verbale) tra Pio XI e Mussolini ( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: stava «nel confondere» uno «Stato ideale» fortemente laico, «oggetto caratteristico della speculazione dei filosofi del diritto», con uno «Stato-amministrazione pubblica» troppo burocratizzato: il che con Zapatero non ha proprio nulla a che vedere. Concordato Il segretario di Stato Gasparri e Mussolini Giorgio De Rienzo

La clinica di Udine e lo stop per Eluana: intimiditi dal ministro ( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Siamo stati paragonati ai nazisti e ai loro metodi di sterminio», oltre a subire «gli anatemi delle sfere cattoliche ». Claudio Riccobon legge tutto d'un fiato. Poi si sofferma sul documento: «Chiederemo alla Regione, in particolare agli organismi tecnici come l'agenzia regionale della sanità, una risposta scritta su come verrà applicata la direttiva del ministero»

MARIO PANNUNZIO LIBERALE COERENTE ( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cioè tutta la cultura laica che contava. Pannunzio e gli intellettuali del Mondo furono politicamente sconfitti. L'idea di una terza forza non si realizzò mai e il centrosinistra, in cui tante speranze erano state riposte, non assolse il suo compito. Il Mondo cessò le pubblicazioni nel 1966, sia per difficoltà economiche, sia perché sembrava,

Rifiuti, è scontro aperto fra Comune e Regione ( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: sempre posizioni laiche». Poi il microfono passa al sindaco: «Credo non ci siano alternative alla proroga della discarica di Malagrotta, a meno che non si voglia portare Roma alla situazione in cui era Napoli qualche mese fa». «L'inferno della Campania è stato lastricato di percentuali di differenziata altissime, di discariche che si dovevano chiudere senza creare altri impianti -

NEL CUORE DELLA NOTTE E CHE HA LA CAPACITA' DI ILLUMINARLA PER SEMPRE ( da "Stampa, La" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: UN ANNUNCIO DATO NEL CUORE DELLA NOTTE E CHE HA LA CAPACITA' DI ILLUMINARLA PER SEMPRE

STORIA ( da "Manifesto, Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: della Camera ha recentemente denucniato il silenzio degli intellettuali e della Chiesa cattolica sulle leggi razziali varate da Mussolini nel 1938: «Non fecero tutto quello che si sarebbe dovuto fare di fronte a quella vergogna». Poi, Fini, di fronte alla reazione vaticana ha precisato che non voleva decretare alcuna condanna, ma che aveva parlato per «senso della verità storica».

"Caro Fini, la Chiesa dovrebbe scusarsi" ( da "Tempo, Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Quale cattolico, ma cittadino di uno Stato laico, nel senso di una "laicità", come oggi giustamente si indica quale "positiva", mi indigna l'articolo scritto contro il presidente di un ramo del Parlamento della Repubblica Italiana, di cui sono cittadino, dal prof.

L'outing di Fini ( da "Manifesto, Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ci sono le polemiche politiche sui rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi. Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così torpida, inerte, connivente nei confronti dell'

Onu, il Vaticano rimprovera la Francia: "Il documento cancella le diversità uomo-donna" ( da "Tempo, Il" del 19-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: non vi sarebbe stata alcuna opposizione da parte dell'Osservatore permanente del Vaticano presso l'Onu, mons. Celestino Migliore. “La Chiesa Cattolica, del resto - afferma la nota non firmata dell'Osservatore - basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire&

niente diretta per la messa di natale la tv francese preferisce il varietà - anais ginori ( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Aveva promesso una "laicità positiva", più rispettosa della dottrina cattolica. Ma negli ultimi tempi, Nicolas Sarkozy è riuscito soltanto a moltiplicare gli screzi con la Chiesa. La dichiarazione Onu per depenalizzare l´omosessualità, partita dalla Francia, è soltanto l´ultimo di una serie di segnali: tutti negativi per il Vaticano.

onu, sui gay il vaticano contro parigi - marco politi ( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: frutto di una direttiva europea la cui applicazione è stata corretta proprio quest´anno dal parlamento nazionale». Fa specie, comunque, leggere sull´Osservatore la disinvolta affermazione che «la Chiesa cattolica, basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire».

il silenzio della chiesa sulle leggi razziali - corrado augias ( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: so papa Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 chiese perdono per l'antisemitismo cattoli?co protrattosi nei secoli. Casi individuali, anche eroici, non smentiscono una realt? storica accer?tata. Quello che si pu? fare, e che qualcuno fortu?natamente ha fatto, ? capire e spiegare perch? ci? avvenne, quale atmosfera generale, quali diffi?

test universitari alla cattolica il gip scarcera funzionario ( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: avvocato Scalise Test universitari alla Cattolica il gip scarcera funzionario «Mancanza di gravi indizi di colpevolezza». Questa la motivazione della scarcerazione di Antonio Pongetti, il funzionario della Cattolica, arrestato due settimane fa su richiesta della procura di Cosenza che indaga sulla presunta compravendita di test di ammissione e di diplomi falsi per infermieri.

un nuovo giardino per papa wojtyla ( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: «Giovanni Paolo II, nel suo lungo pontificato - continua - ha dato al mondo un segnale dell´amore della Chiesa, soprattutto sui temi della giustizia, della pace e dell´integrazione tra i popoli. E questo anche la comunità laica non può non riconoscerlo».

nell'officina delle meraviglie lavora l'ultimo zampognaro - giovanni chianelli ( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ma oggi la zampogna è solo un affare natalizio GIOVANNI CHIANELLI Al laico Guido Dorso non piaceva il Natale. Tuttavia, confessava che non avrebbe sopportato un dicembre senza «il suono delle rustiche zampogne, inconfondibile e caldo, già dalle prime ore dell´alba, portato a braccia da energumeni villani dalle mani grosse e i polmoni enormi».

"un negozio su cinque trucca gli sconti" - alessandra retico ( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Lo shopping di questi tempi si vuole laico. In attesa di una liberalizzazione che ormai da anni da più parti viene chiesta, bisogna ricordare le regole della trasparenza dell´offerta: prezzo pieno, percentuale di sconto, prezzo finale. Occhio al cartellino, confrontare le cifre vecchie con quelle ribassate;

"Le due province alleate dei missionari ma meno vocazioni" ( da "Stampa, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: che ha studiato Teologia a Montevideo e da Novara coordina e accompagna missionari e laici - ricorda quanti sono stati o sono tutt'oggi in prima fila per aiutare il prossimo sfidando guerre, povertà e nuove schiavitù: «Ci sono circa 150 nostri missionari nel mondo. In Uruguay don Giancarlo Moneta manda avanti una piccola eroica San Patrignano.

Nel libro di Ricca domande e memoria per la democrazia ( da "Stampa, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: domande e memoria per la democrazia Una strenna laica, per riflettere anche a Natale. «Alza la testa!», con l'eloquente sottotitolo «i potenti italiani contestati da un gruppo di cittadini informati» raccoglie in un libro e in un dvd le «incursioni democratiche» di Piero Ricca, il verbanese che il 5 maggio 2003 in un corridoio del palazzo di Giustizia di Milano urlò a Berlusconi l'

- pietro citati ( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: si distinguono dai laici che abitano le città e le campagne, salvo per l´obbedienza ai voti di castità e di celibato. Sono - quasi - come tutti gli altri: senza quella lieve, talora impercettibile parete che allontana il sacerdote dagli altri esseri umani. Della comunità fanno parte un protestante e due preti ortodossi: il patriarca di Costantinopoli è di casa;

NON HANNO IDEA ( da "Stampa, La" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: per inasprire e non risolvere il contrasto tra l'ispirazione laica e quella cattolica, in una continua costrizione o al compromesso o all'afasia. Perché non riesce a rassicurare la grande area moderata degli elettori italiani, diffidente per le troppe ambiguità di un riformismo che non vuole pagare il prezzo di scelte coraggiose.

I diritti spaventano il Vaticano ( da "Manifesto, Il" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: a differenza di quanto accade spesso nella cultura laica. Ma come nelle puntate precedenti, dalla nota dell'Osservatore si evince chiaramente che ciò che assilla la Santa sede non sono tanto i presupposti ontologici della questione quanto gli esiti normativi e disciplinari. O meglio, gli esiti di destabilizzazione dei confini normativi e disciplinari a fondamento naturale.

<A rischio gli accordi col Vaticano> ( da "Corriere della Sera" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: intervista al magazine cattolico Il Consulente Re, era stato l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, già segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Santo Uffizio). Uomo «potente », sottolineano anche gli spagnoli, cardinale al prossimo concistoro, molto vicino a papa Ratzinger.

Cattolici lontani dal Papa, veri laici ( da "Corriere della Sera" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Stato. Un arco di tempo che va dall'antica Roma a Gramsci Cattolici lontani dal Papa, veri laici Da Machiavelli a Cavour: la fede senza gerarchie sorregge la democrazia e l'uguaglianza di LUCIANO CANFORA C he il rapporto tra la religione e la politica (o, se si vuole, la vita sociale) sia uno dei temi di più lunga durata che possano impegnare lo studioso di storia è quasi una ovvietà.

Sull'argomento ( da "Corriere della Sera" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: argomento Il saggio curato da Michele Ciliberto per l'editrice Laterza si intitola «La biblioteca laica, il pensiero libero dell'Italia moderna», pagine 596, e 28; quello di Paolo Ercolani per le edizioni Dedalo si intitola «Tocqueville, Un ateo liberale» (pagine 352, e 20), e comprende alcuni capitoli dalla «Démocratie en Amérique»

Deficit sanitario, decide Berlusconi ( da "Tempo, Il" del 20-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: aggiunga il problema della Cattolica. Un ruolo che va definito come vanno riiscritti la funzione e quindi il posizionamento dell'assistenza e della medicina privata. Il tavolo tecnico dei due Ministeri ha evidenziato la mancanza e quindi la previsione del costo per le sue prestazioni per il Molise e per fuori della struttura di Tappino e su cui ancora non si raggiunge un accordo.


Articoli

Sono venticinque le Natività create dalle scuole in S. Paolo (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 06-12-2008)

Argomenti: Laicita'

PRESEPE NEL MONDO. APERTA LA MOSTRA DE «LA STAMPA» Sono venticinque le Natività create dalle scuole in S. Paolo I lavori resteranno esposti in chiesa fino al 6 gennaio Il 18 la premiazione [FIRMA]ENRICO DE MARIA VERCELLI Sono 27, un record, i Presepi in mostra da ieri in San Paolo: 25 creati da altrettante scuole (materne, elementari e medie) di tutta la provincia più una Natività allestita (per il secondo anno consecutivo) dalle detenute del carcere di Billiemme e la bella creazione, fuori concorso, di un privato, Santino Fusetti, che, quest'anno, ha preso il posto dell'assessore Giovanni Mazzeri, straordinario inventore di Natività. Come sempre, i Presepi sono in mostra in San Paolo e lo resteranno fino al 6 gennaio. Da martedì 16 dicembre, sul nostro giornale apparirà un coupon per votare il preferito: il tagliando verrà pubblicato ogni settimana, sempre di martedì e di mercoledì, fino al 14 gennaio. Domenica 18, ma attenzione, in Seminario (e questa è una novità) ci sarà la premiazione. A proposito di novità, quest'anno l'Agesc (l'Associazione genitori scuole cattoliche) si affianca a Comitato manifestazioni vercellesi e Stampa nel lanciare un concorso anche in tutte le famiglie che fanno in casa il presepe: gli interessati possono iscriversi rivolgendo agli istituti Sacro Cuore di corso Italia, Santa Giovanni Antida di via San Cristoforo e Scuole Cristiane di via Frova nonché alla nostra redazione. Il presidente Agesc Gianfranco Sacchi e il suo vice Marco Sampietro hanno scelto di consegnare i loro premi con noi lo stesso giorno, domenica 18 gennaio. Ma torniamo all'inaugurazione della mostra di ieri. Era presente uno stuolo di autorità: il vicario generale della diocesi monsignor Cristiano Bodo, il sindaco Corsaro, gli assessori comunali Cannata, Piccioni e Politi, l'assessore provinciale Zanotti, il vice presidente del Consiglio comunale Marino, il provveditore Catania, il presidente dell'Ascom Bisceglia ed il presidente del Comitato manifestazioni vercellesi, Losa, con lo stuolo degli allestitori della mostra (Isa Ristagno, Betty Galante, Patrizio Borgato, Alberto Le Rose, Levis Carena) e con il Bicciolano, Ermanno Corona, l'attuale Bèla Majin (Sabrina) e tante ex (Linda e Simona con le già citate Betty ed Isa). Bello l'allestimento floreale della Viaro di Lignana. Il parroco di San Paolo, don Osvaldo Carlino, ha invitato a «contemplare» i presepi, monsignor Bodo si è detto felice perché l'iniziativa è partita dal mondo laico.

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seimila istituti e quarantamila prof la galassia dell'istruzione cattolica - salvo intravaia (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 06-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 9 - Cronaca Metà delle tredicimila scuole paritarie gestite da enti religiosi: che lo Stato aiuta con 280 milioni l´anno Seimila istituti e quarantamila prof la galassia dell´istruzione cattolica Un giro d´affari che supera ogni anno il miliardo. Mezzo milione di iscritti: solo alle materne quasi 300mila SALVO INTRAVAIA ROMA - Oltre 6 mila istituti, quasi mezzo milione di alunni, 40 mila insegnanti e 18 mila tra bidelli e personale di segreteria. Ecco i numeri della scuola cattolica italiana, attorno alla quale ruota ogni anno un giro d´affari superiore a un miliardo di euro. In Italia, quello delle scuole non statali è un mondo piuttosto complesso. Per comprenderlo basta dare uno sguardo a "La scuola italiana in cifre: anno 2007". La galassia delle scuole non statali è dapprima suddiviso in due grossi blocchi: quelle pubbliche e quelle private. Che a loro volta sono suddivise in altre due categorie: le paritarie e le non paritarie. Le prime partecipano alla spartizione di circa 537 milioni di euro che lo Stato assegna in base ad una legge del 2000. Le seconde devono cavarsela con mezzi propri. Una scuola può essere pubblica ma non statale? Sì, basta che sia gestita da un ente locale o pubblico: Comune, Provincia o Regione. è il caso di molte scuole materne: su 10.709 non statali 1.690 sono gestite direttamente dai Comuni, 246 dalle Regioni (come in Sicilia), 3 dalle Province e 405 da altri enti pubblici. Per ottenere lo status di scuola paritaria il gestore (ente pubblico o soggetto privato) deve avanzare richiesta all´ufficio scolastico regionale di competenza e, soprattutto, rispettare i requisiti stabiliti dalla legge 62 del 2000. Su un totale di 14 mila e 600 istituti privati sparsi in tutte le regioni italiane quasi 13 mila (l´88 per cento) sono paritari: facenti, cioè, parte del "sistema nazionale di istruzione" ed equiparati alle scuole statali. E le scuole cattoliche? Secondo una statistica dello stesso ministero, oltre metà delle 13 mila scuole paritarie che operano nel nostro territorio sono gestite da enti religiosi. La quota gestita da laici è pari ad un terzo del totale. Ma è nel settore dell´ex scuola materna (ora dell´infanzia) che la Chiesa può fare la voce grossa. Su 628 mila bambini italiani che ogni anno frequentano le scuole paritarie (il 38 per cento del totale), 280 mila sono iscritti in scuole religiose. Se queste ultime dovessero "fallire" sarebbe un dramma per migliaia di famiglie perché lo Stato non sarebbe in grado di provvedere: mancano locali e arredi. Anche nella scuola elementare e media non statale gli istituti confessionali prevalgono, con più del 70 per cento di iscritti. In totale, 280 milioni di contributo statale annualmente vanno diritto nelle casse delle scuole paritarie cattoliche. Ecco perché il taglio di 134 milioni previsto dal ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, ha fatto storcere il naso ai vescovi e indotto il governo a fare marcia indietro.

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<Scelta da bocciare ma il vento è questo> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 06-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-12-06 num: - pag: 8 categoria: REDAZIONALE La Malfa «I soldi meglio darli all'edilizia scolastica» «Scelta da bocciare ma il vento è questo» ROMA — «Di fronte alla Cei anche Tremonti ha dovuto fare un passo indietro? Perché, qualcuno forse ne dubitava? Io no, conoscendo i rapporti di questo governo con le gerarchie ecclesiastiche, non mi sorprende che anche Tremonti alla fine abbia dovuto capitolare». Sta in Turchia Giorgio La Malfa, ad Ankara, per conto della commissione Affari Esteri di cui fa parte alla Camera dei deputati. Lì, nel Paese in cui Ataturk volle un ordinamento laico, ha vinto le elezioni un partito islamico e soffia un vento religioso che, secondo il leader repubblicano, non è poi «molto diverso da quello che spira in tutto il mondo. Compresa l'Italia». In Finanziaria erano stati tagliati 130 milioni di euro di finanziamenti alle scuole paritarie. Adesso un emendamento ne ripristinerà 120 milioni. Quasi tutti restituiti. «Mi dispiace, non condivido questa scelta. Se i soldi sono pochi, se occorre tagliare, si taglia. Ma se poi si decide di trovarli questi soldi, allora sarebbe meglio destinarli alla scuola pubblica. All'edilizia scolastica, per esempio. Con tutto quello che è accaduto, l'allarme del capo della Protezione civile Bertolaso sulla sicurezza degli edifici scolastici. Non c'è dubbio che di fronte alla condizione della scuola pubblica italiana, non si può preferire di dare il contributo alle scuole cattoliche». Il sottosegretario all'Economia, Giuseppe Vegas, ha detto che «i vescovi possono dormire su quattro cuscini» . «Certo, e non ne sono affatto sorpreso. Mi può dispiacere ma sorprendermi no. Ormai lo dico con una sorta di malinconica rassegnazione. Per me, per noi repubblicani, la priorità sarebbe la scuola pubblica. Ma le gerarchie ecclesiastiche influenzano i nostri governi, influenzano il centrodestra così come hanno influenzato il centrosinistra. I fondi alle paritarie li ha voluti anche un governo di centrosinistra, vorrei ricordare. C'è qualche voce critica oggi? Se invece di stare da questa parte, fossimo dall'altra parte della barricata, oggi saremmo comunque soli a pensarla così». è una questione di perdita del senso laico dello Stato, di cambiamento dei valori o dietro c'è soltanto la volontà di assecondare le richieste delle gerarchie ecclesiastiche per puro calcolo di potere? «Entrambe le cose. Certo, assisto con malinconia a questa ventata religiosa che attraversa il mondo, che influisce sui governi. E che non è un segno di progresso dell'umanità». Mariolina Iossa Gerarchie e governi «Le gerarchie ecclesiastiche influenzano i nostri governi come quelli di centrosinistra»

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Chiesa e laici confusi sui gay (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 06-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-12-06 num: - pag: 44 categoria: REDAZIONALE Il dubbio di Piero Ostellino Chiesa e laici confusi sui gay L' opposizione della Santa Sede alla depenalizzazione dell'omosessualità — proposta dall'Europa all'approvazione delle Nazioni Unite, e che tante polemiche sta suscitando di parte laica — sembra la conseguenza dell'assimilazione della morale al diritto, del peccato al reato, cara allo Stato etico. Ma il Catechismo della Chiesa dice che si deve evitare ogni forma di discriminazione nei confronti degli omosessuali. La Chiesa difende la sacralità della vita. Ma, poi, si oppone a chi vuole evitare la condanna (anche a morte) degli omosessuali; difende gli embrioni, ma non milioni di uomini e donne perseguitati. Pare — per dirla con Mao — ci sia una grande confusione sotto il cielo di Roma (lato Vaticano). La situazione non è eccellente. Se non si corresse il rischio di voler insegnare al Papa come fare il Papa, si potrebbe aggiungere che la Chiesa sembra travolta dalla rivoluzione sessuale e incapace di comprenderne non solo gli effetti civili, ma anche quelli morali; incapace di formulare una qualche dottrina coerente con i propri antichi principi e con la nuova realtà. Così, essa si rifiuta, giustamente, di considerare razionale — il matrimonio fra gay — ciò che è soltanto reale, la fine dell'ostracismo sociale nei confronti dell'omosessualità. Condanna il matrimonio fra persone dello stesso sesso, ma non in nome dell'universalità di quello fra uomo e donna; bensì — incorrendo in un'altra contraddizione di fronte agli esiti della rivoluzione sessuale: il rifiuto dei contraccettivi che sono lotta alle malattie e razionale limitazione delle nascite — in nome del matrimonio come veicolo di procreazione. A questo punto, il non credente potrebbe concludere che, dopo tutto, non sono affari suoi e chiuderla qui. Se non fosse che, sotto il cielo del laicismo, la confusione è altrettanta. C'è chi non si accontenta del lascito «storico» della straordinaria rivoluzione cristiana — la Persona come fine e non come mezzo; la sua intangibilità — a fondamento del liberalismo e delle libertà dell'Individuo garantite dalla Legge. Ma pretende di conferire, oltre che alla «tradizione» giudaico-cristiana — che, per valere come precettistica morale, non ne avrebbe bisogno essa stessa — una connotazione metafisica anche al liberalismo come sottoprodotto della Fede; trascinando Dio nel dibattito filosofico e politico: «come se Dio esistesse ». C'è chi vorrebbe riorganizzare il sistema di diritti civili attraverso la protezione di scelte personali trasformate in diritti. Ma non si accorge che la «moltiplicazione dei diritti» di qualcuno comporta sempre una moltiplicazione dei doveri di qualcun altro, col risultato di ridurre gli spazi di libertà per tutti, invece di accrescerli. Trasforma il «liberalismo delle libertà» in «liberalismo dei diritti». Che è, poi, la riproposizione del conflitto fra la «libertà da» (liberale), come non impedimento (e che non costa) e la «libertà di» (democratica), che è un prodotto della politica (e che la politica fa pagare). Dal momento che non lo si può dire al Papa, cerchiamo, allora, almeno noi, liberali, di chiarirci le idee. postellino@corriere.it \\ Sugli omosessuali le condanne vaticane e le contraddizioni dei liberali

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Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Legionari di Cristo (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 06-12-2008)

Argomenti: Laicita'

6 dicembre 2008 Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Legionari di Cristo La sorpresa più bella del mio viaggio tra i movimenti nella rete. Ignoranza e disinformazione avevano edificato nella mia mente un gruppo molto maschile, via di mezzo tra Alleanza cattolica e Opus Dei e quindi cipiglio e cilicio. Conoscevo già un legionario, Luca Francesconi, artista in crescita di quotazioni (sogno che diventi il Damien Hirst di Dio), buontempone e buongustaio implicato in meravigliose trattorie mantovane, ma pensavo fosse una scheggia impazzita. Errore: grazie a FB ho capito che è un legionario tipico. Passeggiando tra i profili dei laici di Regnum Christi (Legionari di Cristo, a essere pignoli, bisognerebbe chiamare solo i sacerdoti) ho collezionato meravigliose endiadi: “Burraco passion” e “Stop agli abusi liturgici!”; “I vostri etilometri non spegneranno la nostra sete!!!!” e “Ricordare i caduti di Nassiryah”; “Amanti della Figassa” (ovviamente una torta) e “I bet I can find 1.000.000 people against abortion”. Le legionarie, piacevolmente più numerose dei maschi, sono giovani, curate, di una bellezza anche eccessiva, e leggono Allam, Eliot, Fallaci, Pascal, Flannery O?Connor… Una ragazza veneta manifesta nella stessa pagina il suo amore per lo spritz e Benedetto XVI. Proprio questo Papa, un dono dello Spirito Santo, ci ha ricordato che il “legame tra liturgia e serena e gioiosa mondanità – chiesa e osteria – è sempre stato considerato tipicamente cattolico e lo è per davvero”. Oggi non mi sembra ci sia nulla di più felicemente cattolico romano dei Legionari di Cristo. (7. continua) di Camillo Langone

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Le beatitudini kantiane del professor Camillo Ruini (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 07-12-2008)

Argomenti: Laicita'

6 dicembre 2008 Le beatitudini kantiane del professor Camillo Ruini Lettura magistrale del libro di Pera sul perché ci si debba dire cristiani. Con una aggiunta cardinalizia che spiega come il Papa, su questi temi, abbia arricchito il pensiero della chiesa Pubblichiamo l?intervento del cardinale Camillo Ruini alla presentazione del libro del senatore Marcello Pera, “Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l?Europa, l?etica”. (Roma, 4 dicembre 2008) Il libro di Marcello Pera, “Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l?Europa, l?etica” è decisamente importante in sé ed è ancora più importante per la lettera inconsueta che Benedetto XVI ha scritto al suo Autore. Si può dire che è un libro a tesi, in senso positivo, in quanto sostiene una posizione dichiarata con chiarezza fin dall?inizio e poi argomentata attraverso tutte le pagine. Già nell?introduzione Marcello Pera scrive: “La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza”. La conclusione di tutto il percorso, e anche di ciascuno dei tre capitoli in cui il libro si articola, è quindi che “dobbiamo dirci cristiani”: una conclusione forte e in buona misura contro corrente, cosa di cui l?Autore è ben consapevole. Il libro si colloca pertanto dentro al grande dibattito riguardo al cristianesimo che attraversa da alcuni anni, con nuovo vigore, tutto l?occidente. Un dibattito che si muove tra due poli: quello di coloro che vorrebbero espungere il cristianesimo dalla nostra cultura pubblica, o almeno ridimensionare la sua presenza, e quello di coloro che cercano invece di mantenere e rimotivare questa presenza, ritenendola oggi particolarmente necessaria e benefica. In questo contesto è estremamente significativa la lettera di Benedetto XVI. Una lettera inconsueta, come dicevo, ma per nulla isolata. Essa rientra infatti nella nutrita serie dei rapporti e delle convergenze tra Marcello Pera e il cardinale Ratzinger, e poi il Papa Benedetto XVI. Il primo atto di questa serie sono le due conferenze che il presidente Pera e il cardinale Ratzinger hanno tenuto rispettivamente il 12 e il 13 maggio 2004 all?Università Lateranense e nella Sala del Capitolo del Senato. A queste due conferenze fece seguito lo scambio di due lettere di approfondimento e il tutto è stato pubblicato ancora nel 2004 da Mondadori in un libro dal titolo “Senza radici”. Europa, relativismo, cristianesimo, islam: come si vede, sono almeno in buona parte i temi del libro che presentiamo questa sera e della lettera del Papa. Poi Benedetto XVI affidò a Marcello Pera l?introduzione al suo libro “L?Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, uscito nel maggio 2005 presso l?editore Cantagalli, che raccoglieva alcuni suoi interventi da cardinale, tra cui l?ultimo pronunciato a Subiaco il 1° aprile 2005, il giorno precedente alla morte di Giovanni Paolo II, nel quale era contenuto l?invito, rivolto agli amici non credenti, a cercare comunque di vivere e indirizzare la propria vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. E il presidente Pera intitolava la sua introduzione “Una proposta da accettare”. Ancora, il 15 ottobre 2005, in occasione di un convegno della fondazione Magna Carta su libertà e laicità, Benedetto XVI inviò al presidente Pera una lettera assai significativa nella quale proponeva una laicità “sana” e “positiva”. Nella lettera pubblicata nel libro che presentiamo questa sera il Papa non solo manifesta grande apprezzamento e consenso per il libro stesso, ma prende a sua volta posizione, con affermazioni brevi ma puntuali e pregnanti, sulle principali questioni che esso affronta. Ritornerò dunque sulle parole del Pontefice esaminando ciascuna delle questioni stesse. Per ora osservo soltanto che queste parole esprimono non solo una simpatia personale ma una sintonia profonda sui contenuti e gli orientamenti. Prima di entrare nel merito degli argomenti aggiungo una parola sull?indole di questo libro: è il lavoro di uno studioso che maneggia con grande padronanza gli strumenti analitici con i quali si è formato negli anni della ricerca e dell?insegnamento, soprattutto nel campo della filosofia delle scienze. E? pertanto un testo rigoroso e organico. Ma è anche un libro – come dice l?Autore stesso – scritto per farsi capire dal pubblico più ampio possibile, che in alcune pagine può richiedere un piccolo sforzo filosofico, ma comunque entro limiti accettabili per il normale lettore. Un libro dunque che congiunge il rigore argomentativo con la passione personale e l?immediatezza del linguaggio. Questo libro è denso di riferimenti e ricco di approfondimenti, ma la sua struttura è sostanzialmente semplice e si ripete nei tre capitoli, dedicati rispettivamente al liberalismo, all?Europa e all?etica. Perciò è possibile presentare questi capitoli unitariamente, mettendo in luce lo schema argomentativo che hanno in comune. Si parte dalla situazione attuale e in concreto dalla sua problematicità, dalle aporie e dalle debolezze che si riscontrano sia nella teoria e prassi del liberalismo sia nel processo di unificazione dell?Europa sia nell?etica pubblica. Poi si individuano le ragioni di queste difficoltà, che vengono ricondotte in ciascuno dei capitoli al divorzio dal cristianesimo. Anche qui l?Autore procede non in maniera astratta ma tratteggiando con cura la parabola storica di questo allontanamento: all?inizio del percorso si riscontra in ciascuno dei casi un rapporto forte e profondo con il cristianesimo, che poi si allenta progressivamente, con la tendenza ad estinguersi o anche a rivolgersi nel suo contrario, trasformandosi in ostilità e insofferenza. Una terza tappa dell?argomentazione consiste nel mostrare che quella parabola non era motivata da ragioni necessarie, perché intrinseche al suo punto di partenza, ma al contrario rappresenta piuttosto una deviazione rispetto alle premesse. Da ultimo vengono addotte le motivazioni per le quali conviene, anzi è doveroso – secondo la formula “dobbiamo dirci cristiani” – riconoscere e ristabilire concretamente il legame del liberalismo, dell?Europa e della sua unità e dell?etica, compresa in particolare l?etica pubblica, con il cristianesimo. Queste motivazioni sono di ordine sia pratico sia anche teoretico e il legame che intendono giustificare non è accidentale ma intrinseco. L?Autore dedica giustamente molta attenzione a precisare più concretamente la natura di tale legame e quindi il senso nel quale dobbiamo dirci cristiani se intendiamo essere autenticamente liberali, se vogliamo che giunga a compimento il processo dell?unificazione europea, se desideriamo invertire la tendenza alla deriva dell?etica. Centrale è qui la distinzione tra “cristiani per fede” e “cristiani per cultura”. Ai fini predetti, occorre essere cristiani per cultura, mentre non è e non può essere necessario essere cristiani per fede: quest?ultima è una scelta che appartiene alla vita personale di ciascuno di noi, al mistero del nostro rapporto con Dio. Non basta tuttavia, secondo Marcello Pera, trincerarsi nel solo “cristiani per cultura”: è necessario superare un razionalismo chiuso e aprirsi all?ampiezza dell?esperienza umana, non amputandola della presenza nella nostra vita del senso del divino, del mistero, del sacro e dell?infinito. E? necessario dunque essere aperti al “salto” della fede, senza per questo esigere in alcun modo che esso sia effettivamente compiuto. L?Autore si riferisce a questo riguardo non solo a Pascal ma anche al Kant della “Critica della ragion pratica”, per il quale “è moralmente necessario ammettere l?esistenza di Dio” e vivere veluti si Deus daretur. Infatti, sempre secondo Kant, “la speranza comincia soltanto con la religione”, e Marcello Pera aggiunge che ciò vale non solo per la speranza ma anche per la nostra vita politica: le leggi non bastano, occorrono virtù adeguate e a tal fine la religione cristiana deve essere anche un sentimento, che si traduce in un costume civile. Così l?Autore ripropone, con proprie motivazioni e dal proprio punto di vista, il veluti si Deus daretur di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. All?interno di questo quadro generale il percorso di ciascuno dei tre capitoli è naturalmente differenziato in rapporto ai temi trattati. Non essendo possibile qui seguire la trama dei singoli sviluppi mi limiterò ad alcuni punti nodali che mi sembrano più rilevanti. Il primo, che l?Autore affronta espressamente solo nel terzo capitolo ma che gioca un ruolo essenziale in tutto l?impianto del libro, riguarda il rapporto tra liberalismo e relativismo. La posizione di Pera è netta: “Se il relativismo è corretto, il liberalismo sbaglia con la sua pretesa di validità universale, con i suoi diritti di tutta l?umanità, con la sua idea di produrre un regime migliore degli altri”. Perciò il relativismo è incompatibile con il liberalismo, e a maggior ragione con il cristianesimo il cui Fondatore ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Viene rovesciata così la tesi diffusa che un atteggiamento relativistico sia invece indispensabile per la realizzazione di una società libera. Un po? ovunque nel libro si mette in evidenza come il liberalismo autentico ed originario – quello dei “Padri”, individuati principalmente in John Locke, Thomas Jefferson ed Immanuel Kant – sia la dottrina dei diritti fondamentali dell?uomo in quanto uomo – i diritti oggi riconosciuti dalle carte internazionali – che precedono come tali ogni decisione positiva degli stati e si fondano su una concezione etica dell?uomo ritenuta vera e trans-culturale. Sempre in riferimento ai “Padri”, l?Autore sottolinea la matrice teista e cristiana di tali diritti, iscritti nella nostra natura dal Creatore: per questo, come afferma la Dichiarazione di indipendenza americana, “tutti gli uomini sono creati uguali,… dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili”. Così, mentre da una parte si conferma l?incompatibilità del liberalismo con il relativismo, dall?altra emerge il suo “nesso non estrinseco”, storico e concettuale, con il cristianesimo. Un pregio del libro è l?aver sottoposto ad un esame approfondito le posizioni e le motivazioni di alcuni principali teorici del liberalismo che non condividono questa tesi, tra i quali anzitutto John Rawls e JÜrgen Habermas (quest?ultimo non un liberale in senso stretto). Essi sostengono l?autosufficienza del liberalismo politico, nel senso che esso non si basa su alcuna lettura “pre-politica” – etica, metafisica o religiosa che sia – e anche che esso distingue e separa la sfera pubblica, non religiosa, dalle sfere private, religiose o di altro tipo: anche se poi questa separazione dagli stessi autori – soprattutto da Habermas – è in buona misura attenuata e corretta, con il risultato però di rendere le loro posizioni alquanto incerte e anche non troppo coerenti. Marcello Pera mostra come questa autosufficienza del liberalismo sia soltanto apparente, mentre in realtà esso presuppone il riconoscimento dell?altro come persona e come fine in se stesso. Assai diversa è la posizione di Benedetto Croce: specialmente nel celebre saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani”, egli fa un grandissimo e commosso elogio del cristianesimo, come la più grande, e tuttora decisiva, rivoluzione che l?umanità abbia compiuto. Il suo liberalismo però non è una dottrina giuridico-politica, ma “una concezione totale del mondo e della realtà”: in concreto la libertà è lo Spirito nella storia, mentre “lo svolgimento dello Spirito” è il cammino stesso della libertà. In questa concezione immanentista la rivoluzione cristiana può essere solo un momento dello svolgimento dello Spirito, destinato a riassorbirsi nell?immanenza dello Spirito stesso. Perciò, mentre il filosofo idealista vede nell?uomo religioso il suo “fratello minore, il suo se stesso di un momento prima”, quest?ultimo non può non vedere nel filosofo “il suo avversario, anzi il suo nemico mortale”. Pera conclude che in questo modo Benedetto Croce – sia pure controvoglia – finisce con il dare una giustificazione filosofica, e non solo contingente come è ad esempio l?anticlericalismo, alla “equazione laica” che vuole identificare l?autentico liberalismo con il superamento della religione e con il laicismo. Alla luce di tutto questo suonano molto precise e impegnative le parole della lettera di Benedetto XVI: “Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l?essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all?essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell?immagine cristiana di Dio… Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento”. A questo punto è possibile dar conto più rapidamente di altre tesi qualificanti di questo libro. In particolare di quella riguardante il multiculturalismo, che l?Autore esamina giustamente subito dopo aver parlato del relativismo, con il quale il multiculturalismo ha un legame profondo. Non si tratta semplicemente del dato di fatto che le società moderne sono complesse e contengono al loro interno minoranze, comunità, gruppi di varie etnie e culture. Specifica e decisiva dell?approccio multiculturale è la convinzione che non possano esistere criteri per valutare se una cultura sia migliore o peggiore di un?altra: ogni forma di cultura avrebbe infatti caratteristiche proprie e irriducibili e meriterebbe il medesimo rispetto delle altre. Marcello Pera riconosce senz?altro il contributo delle culture alla formazione dell?identità delle persone e alla stessa vita di una società libera, a condizione però che siano rispettati, e prevalgano su ogni differenza culturale, i diritti fondamentali e naturali delle persone. Proprio qui il multiculturalismo mostra il proprio limite, perché la sua logica interna lo conduce a misconoscere il carattere universale e inalienabile di tali diritti. Le sue conseguenze pratiche sono a loro volta spesso incresciose: esso rende la più ampia società insicura di sé e può condurla a ripudiare la propria identità sia culturale sia religiosa, e d?altro canto non facilita ma ostacola una effettiva integrazione degli immigrati. Anche a questo riguardo la lettera di Benedetto XVI contiene parole inequivocabili: “Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi… della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale”. Con le grandi domande sul liberalismo, sul relativismo e sul multiculturalismo si connette la questione dell?Europa e della sua identità e unità, in rapporto al ruolo che ha avuto ed ha in Europa il cristianesimo. A questa questione è dedicato tutto il secondo capitolo del libro, ma qui possiamo limitarci al punto centrale: Marcello Pera individua la ragione chiave delle persistenti difficoltà del processo di unificazione dell?Europa, e in particolare dei fallimenti registrati a proposito della “Carta europea”, nel rifiuto di riconoscere adeguatamente il ruolo svolto dal cristianesimo per la formazione dell?Europa e della sua identità e anche per la costruzione dello stato liberale: è vero infatti che le tradizioni dell?Europa sono composite e che nell?arco dei secoli è avvenuta un?ampia mescolanza di culture, ma l?anima dell?Europa è il cristianesimo, che ha articolato, fuso e portato ad unità queste diverse culture e tradizioni, componendole in un quadro che ha fatto dell?Europa il “continente cristiano”. E tuttora il cristianesimo, come ha riconosciuto Habermas, è la sorgente a cui si alimenta quella che lo stesso Habermas definisce “l?autocomprensione normativa della modernità”, senza che siano disponibili a tutt?oggi opzioni alternative. Non riconoscere questo dato decisivo, e voler fondare invece l?unità europea soltanto su di un astratto “patriottismo costituzionale”, come sembra proporre Habermas, lascia l?Europa senza una precisa identità e senza un principio realmente unificante, oltre a dividere l?occidente allontanando l?Europa dall?America. Per questi motivi l?Autore conclude senza esitazioni: “L?Europa deve dirsi cristiana”, incontrando di nuovo il forte consenso di Benedetto XVI che gli scrive: “Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l?Europa e una Costituzione europea in cui l?Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità”. In rapporto al problema del fondamentalismo religioso, e in particolare del fondamentalismo islamico, il libro entra anche nella tematica del dialogo interreligioso, al quale la chiesa ha invitato i cattolici fin dalla Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II. Marcello Pera afferma nettamente che un tale dialogo, “in senso tecnico e stretto” non può esistere, perché presuppone che gli interlocutori siano disponibili alla revisione e anche al rifiuto delle verità con cui iniziano lo scambio dialettico, mentre le religioni, e specialmente le religioni monoteiste e rivelate, hanno ciascuna la propria verità e i propri criteri per accertarla. Perciò, richiamandosi all?invito al “dialogo delle culture” con cui Benedetto XVI concludeva la sua celebre lezione di Regensburg, propone che tra le religioni si instauri questa seconda forma di dialogo, che riguarda non il nucleo dogmatico ma le conseguenze culturali – in particolare di tipo etico – delle diverse religioni, ossia i diritti attribuiti o negati all?uomo, i costumi sociali consentiti o proibiti, le forme di relazioni interpersonali ammesse o censurate, gli istituti politici raccomandati o vietati. Questo dialogo interculturale tra le religioni può essere dialogo in senso stretto e può condurre gli interlocutori a rivedere le proprie posizioni iniziali, correggerle, integrarle e anche rifiutarle, senza che ciò implichi necessariamente una messa in discussione del proprio nucleo dogmatico. Il patrimonio morale dell?umanità, inalienabile e non negoziabile, rappresenta secondo Pera il grande terreno comune di questo dialogo. Su questa problematica indubbiamente delicata Benedetto XVI, nella sua lettera, si sofferma un poco più a lungo, prendendo ancora una volta una posizione netta e consonante. Egli scrive: “Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale. Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile… senza mettere tra parentesi la propria fede”. Urge invece “tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo”. Occorre pertanto affrontare tali conseguenze “nel confronto pubblico… Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari”. Il portavoce della Sala stampa vaticana, Padre Federico Lombardi, ha osservato a giustissimo titolo che Benedetto XVI è personalmente assai impegnato nel dialogo tra le religioni, come mostrano tra l?altro le sue visite alle sinagoghe e ad una moschea. Rimane vero al tempo stesso che le parole da lui scritte al presidente Pera rappresentano un chiarimento importante, e a mio avviso prezioso, circa la natura e le finalità di questo dialogo, nella linea che il cardinale Ratzinger e poi Benedetto XVI aveva già più volte indicato e che ha un suo fondamentale aggancio nella Dichiarazione Dominus Iesus pubblicata nel 2000 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Ugualmente indispensabile, anche al fine di una corretta interpretazione dei vari documenti ecclesiastici, è tener conto del senso più preciso e più stretto, o invece più ampio e comprensivo, che assume via via la parola “dialogo”. Un ultimo punto a cui vorrei accennare è quello della “parabola dell?etica liberale”, di cui si parla verso la fine del libro. Prendendo come riferimento dapprima Kant, poi John Stuart Mill e infine le interpretazioni del liberalismo attualmente prevalenti, Marcello Pera traccia la parabola seguente: con Kant la legge morale è la legge (cristiana) dell?imperativo categorico, con cui la ragione universale comanda, in modo altrettanto universale, la volontà. Questa legge impone il rispetto della persona. Con Stuart Mill la legge morale è la legge (utilitaristica) che comanda come buone l?azione o la regola a cui segue il massimo di utilità per tutti. Tale legge impone il rispetto della libertà. Per le correnti oggi prevalenti non esiste alcuna legge morale universale, né religiosa né laica, e – limitatamente al mondo liberale, in concreto occidentale – vale il rispetto delle libere scelte di valore degli individui. Siamo dunque passati dall?universalità alla relatività e dalla persona al soggetto che è unica norma a se stesso. L?Autore ne trae la conseguenza che anche qui ci troviamo di fronte a quel bivio del liberalismo, tra cristianesimo e laicismo, che egli aveva già indicato all?inizio del suo libro. A questo punto il bivio si può articolare così: o il liberalismo si sposa con una concreta dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, e allora esso ha qualcosa da offrire alla crisi morale contemporanea, o invece il liberalismo si professa autosufficiente, “neutrale” o “laico”, e allora diventa un moltiplicatore della crisi stessa. Anche qui Benedetto XVI mostra il suo interesse e il suo accordo, scrivendo: “Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi”. A chi mi chiedesse un giudizio personale su questo libro potrei rispondere semplicemente rimandando alla lettera di Benedetto XVI, dato che ne condivido i contenuti, non solo perché è scritta dal Papa, ma perché questi sono anche i convincimenti che ho maturato con crescente chiarezza. Preferisco però aggiungere brevemente qualcosa di mio, anzitutto riguardo alla lettera del Papa. Delle cinque prese di posizione in cui essa si articola, soltanto quella riguardante il rapporto tra Europa e cristianesimo può considerarsi la riaffermazione di una linea ben nota della chiesa e dei Pontefici, sebbene anche qui suoni nuovo il parlare, da parte di un Pontefice, del fondamento cristiano-liberale dell?Europa. Le altre quattro prese di posizione, sul radicamento del liberalismo nell?immagine cristiana di Dio, sulla multiculturalità, sul dialogo interculturale piuttosto che interreligioso e infine sul rapporto tra il liberalismo e la dottrina cristiana del bene, si collocano certamente ben dentro alla linea di pensiero che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI ha espresso e approfondito in tante occasioni, ma costituiscono pur sempre, sia per i loro contenuti sia per il vigore e la nettezza con cui sono formulate, degli sviluppi o chiarimenti assai significativi che contribuiranno non poco al dibattito in corso sui rapporti tra il cristianesimo e il mondo contemporaneo. Quanto all?Autore di questo libro, oltre ad esprimergli personale gratitudine per la forte e fortemente argomentata affermazione dell?importanza di dirsi cristiani oggi, vorrei pormi in dialogo con gli interrogativi che egli solleva nelle ultime pagine, per dire che l?invito di Benedetto XVI ad “allargare i confini della ragione” è certamente – come egli osserva – un appello, piuttosto che una soluzione già teoreticamente disponibile, e che in ogni caso quella di essere cristiani, o almeno di comportarsi da cristiani, rimane una scelta libera, ma proprio per questo è necessaria e urgente quella sincera e crescente collaborazione tra cattolici e laici che Benedetto XVI ha più volte auspicato e di cui questo libro, insieme alla lettera del Papa, è un ottimo esempio. di Camillo Ruini

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In mostra foto e ricordi della vita parrocchiale (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 07-12-2008)

Argomenti: Laicita'

AL CRISTO.CON L'AZIONE CATTOLICA In mostra foto e ricordi della vita parrocchiale E' particolare la mostra che si inaugura alle 15,30 nei locali della parrocchia S. Giovanni Evangelista, al Cristo, sul laicato organizzato per leggere insieme pagine di storia e cronaca di avvenimenti e feste. Dicono il parroco don Claudio Moschini e il presidente dell'Azione cattolica Gianfranco Martino: «Si ricordano i 140 anni dell'Ac parrocchiale in particolare e della diocesi in generale, gli oltre 50 della Polisportiva Fulgor e delle ex allieve. Ma non è un percorso di nostalgie bensì l'aspirazione di un rinnovato impegno per annunciare oggi il Vangelo». La mostra è aperta oggi fino alle 18,30, domani e domenica 14 mattino e pomeriggio, dalle 16 alle 18 negli altri giorni feriali. Ci sono foto, scritti, ricordi, manifesti e quant'altro sulla vita della parrocchia che si arricchisce di sempre nuovi spazi per svolgere attività educative, sportive, ricreative e dove tante persone sono al servizio dei nuclei familiari, sempre in via di espansione, specie se bisognosi.

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sinagoghe, templi e monasteri una realtà la città delle mille fedi - zita dazzi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 07-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina V - Milano La curia concede le chiese alla sedici confessioni cristiane federate, ma anche gli altri culti convivono liberamente Sinagoghe, templi e monasteri una realtà la città delle mille fedi Sotto le volte barocche di Santo Stefano canti africani, peruviani e coreani I 100mila islamici hanno dieci luoghi di preghiera, i buddisti tre centri di studi tibetani ZITA DAZZI La città delle mille fedi esiste già. Chiese cattoliche a parte, la rete del centinaio circa di luoghi di culto delle grandi religioni disegna una trama sottile che interseca le traiettorie della Milano laica. è una città poco nota, quella delle moschee e delle sinagoghe, dei monasteri buddisti e dei tempi protestanti, delle chiese dove il cristianesimo viene declinato secondo mille diverse sfumature, con riti e lingue diverse. Una città nascosta, che «vive la religione in un modo fervente, spontaneo, con canti, danze, musiche», spiega don Gianfranco Quadri, cappellano dei migranti. Modi che i cattolici milanesi hanno dimenticato o non hanno mai avuto, lasciando spesso le chiese vuote. è per questo che la chiesa ambrosiana, fin dai tempi di Carlo Maria Martini, ha messo a disposizione delle comunità etniche parrocchie abbandonate. La chiesa cattolica ha fatto generosamente la sua parte, il cardinale Tettamanzi invita l´amministrazione a farsi avanti. Don Quadri, 64 anni, da 13 responsabile in curia dell´ufficio per la pastorale dei migranti, guida con l´abilità di un direttore d´orchestra la rete sempre più fitta di comunità cattoliche straniere, con «almeno 10mila fedeli e 15 cappellani stranieri». Ogni domenica oltre 35 chiese mettono a disposizione altari e cappelle per la messa di cinesi, africani, coreani, etiopi, peruviani, polacchi. Chiese affollatissime, brulicanti di bambini, piene di calore e di misticismo, come la barocca Santo Stefano, vicino alla Statale, sede della cappellania migranti, che ospita a rotazione filippini, latino americani e cingalesi, con messe celebrate in spagnolo, tagallo e singalese. I cattolicissimi 25mila filippini di Milano vengono ospitati in alcune delle più belle chiese cittadine, il Carmine, San Lorenzo e San Tommaso in Brolo, e in un´altra di decina di parrocchie. «Noi cattolici dialoghiamo con i cristiani e con le altre religioni», spiega don Gianfranco Bottoni, responsabile dell´ufficio Ecumenismo e dialogo, grande tessitore della rete dei rapporti con le 16 chiese cristiane federate ormai da anni in un Consiglio, dove siedono fianco a fianco ortodossi romeni, russi, serbi, etiopi, eritrei, copti e armeni, protestanti, evangelici valdesi, battisti e metodisti, anglicani, luterani, in un vivace dialogo fra "fratelli" che mantengono la propria specificità. Don Bottoni ricorda con orgoglio che, nel 2004 a Milano, è nato anche il Forum delle religioni, che ha sede a San Lorenzo alle Colonne ed è luogo di incontro fra cristiani, musulmani, ebrei e buddisti. Per i centomila musulmani ci sono circa dieci moschee. Don Giampiero Alberti, responsabile dei rapporti con l´Islam della curia, visita con regolarità la Casa della cultura islamica di via Padova 144, guidata dallo studioso Mohamed Danova. Il venerdì, giorno sacro dell´Islam, le più frequentate sono il Centro islamico in via Cassanese, tra Lambrate e Milano 2, guidata dal medico giordano Ali Abu Shwaima, e il centro di via Quaranta 54, dove fino a qualche anno fa c´era anche una grande scuola. I fedeli italiani di Maometto invece si trovano anche alla Coreis di via Meda 7, mentre gli iraniani vanno in via Tolstoj 9 e i sufi in via Piceno 23. Gli ottomila ebrei milanesi fanno riferimento al grande tempio di via Guastalla 19, guidato dal rabbino Alfonso Arbib, ma pregano anche in altre 15 sinagoghe, luoghi di ritrovo per sefarditi, ashkenaziti, chassidim, cabalisti, ultraortodossi o riformati. Non mancano i monasteri buddisti: il Kumpen Lama Gangchen, il centro di studi tibetani Mandala, l´associazione zen Higan, il monastero zen Il Cerchio.

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- siegmund ginzberg (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 07-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 32 - Cultura Adesso la National Gallery di Washington nasconde nei depositi alcune sue opere donate dal miliardario Andrew Mellon Diversamente dai quadri attribuibili all´artista, che sono trentasei, quelli falsi raffigurano temi religiosi Nella prima metà del Novecento, Johannes Van Meegeren ingannò collezionisti e storici dell´arte ideando e dipingendo con le sue stesse mani alcuni "capolavori ritrovati" del maestro del Seicento olandese Tra i truffati ci fu anche Hermann Goering: il vice di Hitler pagò una somma colossale per "Cristo e l´adultera" SIEGMUND GINZBERG per un Vermeer si può perdere la ragione. Ne sapeva qualcosa Marcel Proust, che nel 1921 era andato a vedere al Jeu de Paume una mostra in cui era esposta anche la Veduta di Delft. Davanti al quadro gli venne un infarto. Sopravvisse ancora un anno, e fece in tempo a trasferire l´esperienza sconvolgente a un personaggio della Recherche du temps perdu. Nella parte su "La prigioniera", lo scrittore Bergotte muore, delirando, proprio sui dettagli di quel quadro. E dire che meno di un secolo prima il pittore olandese era ancora praticamente sconosciuto. «Questo Vermeer ci ha fatto impazzire, ma l´abbiamo risuscitato?», si vantò il grande collezionista e mercante d´arte parigino dell´Ottocento W. BÜrger (il suo vero nome era Théophile Thoré, ma aveva dovuto inventarsi uno pseudonimo per far dimenticare i trascorsi rivoluzionari del ?48). Aveva proposto per quattromila franchi all´allora curatore della National Gallery, Charles Eastlake, La ragazza con l´orecchino, ma quello l´aveva giudicato non all´altezza di figurare nel museo londinese. Sir Eastlake era già passato a miglior vita quando, due anni dopo, BÜrger pubblicò il primo catalogo dei dipinti di Vermeer allora conosciuti. Se c´è un aldilà possiamo immaginarlo che si morde le mani. Da allora la fama del maestro capace di suscitare coi suoi dipinti emozioni profonde, anzi violente, si è estesa a dismisura. Oggi tutti impazziamo per Vermeer. Anzi, succede persino che si impazzisca per i falsi Vermeer. La storia del falsario che nella prima metà del Novecento abbindolò quasi tutti inventando di suo pugno, e di sana pianta, dei capolavori ritrovati di Vermeer, sta scatenando un interesse quasi maniacale. In breve successione sono appena usciti due intensi libri sullo stesso argomento: The Forger´s Spell The Man Who Made Vermeers: Unvarnishing the Legend of Master Forger Han Van Meegeren, di Jonathan Lopez (Harcourt) e The Forger´s Spell: A true Story of Vermeer, Nazis, and the Greatest Hoax of the Twentieth Century di Edward Dolnick (HarperCollins). Il terreno è molto battuto. Versioni più romanzate della vicenda erano uscite anche in italiano (Io e Vermeer di Frank Wynne, Vermeeer e il codice segreto di Balliett Blue, La doppia vita di Vermeer di Luigi Guarnieri). Senza contare le fiction vere e proprie tipo La ragazza con l´orecchino di perla di Tracy Chevalier o La lezione di musica di Katharine Weber. Se invece si vuole stare sulla saggistica, direi che Anthony Bailey dice già tutto nel suo Il maestro di Delft. Storia di Johannes Vermeer, genio della pittura, pubblicato da Rizzoli nel 2003. Vermeer è diventato quasi un genere letterario tutto a sé, mi verrebbe da dire. La storia dei falsi Vermeer di Johannes (Han) Van Meegeren avrebbe tutti gli ingredienti del romanzo se non fosse vera. Non fu il primo e forse non sarà nemmeno l´ultimo falsario degli olandesi del Seicento, ma al momento li supera tutti. Alla trentina circa di Vermeer di cui si aveva conoscenza ai suoi tempi, ne aggiunse di sua mano almeno altri nove: non copie di dipinti conosciuti ma "originali", l´uno più bello dell´altro. Aggiunti quelli scoperti da allora, tolti i falsi riconosciuti come tali, oggi di Vermeer ne vengono censiti trentasei in tutto, pochissimi. Di uno, Il concerto, che era a Boston sin da quando Isabella Gardner lo comprò da Thoré nel 1892, si sono perse le tracce dal 1990. Con la sua abilità Van Meegeren riuscì a ingannare quasi tutti i maggiori esperti d´arte dei suoi tempi. Ci cascò lo storico dell´arte Valentiner, Willem Martin del Mauritishuis, Wilhelm von Bode del Museo di Berlino. Abraham Bredius, che aveva passato tutta la sua vita a studiare Vermeer (lo avevano soprannominato "il Papa", tanta era la fama di infallibile), giunse a definire la «nuovissima scoperta» della Cena di Emmaus dipinta da Van Meegeren come «il più bello di tutti i dipinti di Vermeer» (ora è appeso come "curiosità" al Boijmans di Rotterdam). A sua discolpa va però detto che era ormai ultraottantenne e quasi cieco. Il celebre collezionista di Rotterdam Daniel George Van Beuningen comprò l´Interno con bevitori e, tutto contento, fece il bis con una piccola Testa di Cristo. Il miliardario americano Andrew Mellon, che era stato segretario di Stato con Harding e Coolidge, e aveva qualche responsabilità per il crac del 1929, di falsi Vermeer se n´era fatti affibbiare ben due, per donarli alla National Gallery di Washington, che ora li nasconde per la vergogna nei depositi dopo averli riattribuiti ad «artista anonimo del Ventesimo secolo» (ma Mellon si rifece comprandone anche uno vero, la Ragazza dal cappello rosso). Prima di lui, si erano fatti rifilare falsi Vermeer finanzieri ed imprenditori accorti come Jules Bache, Heinrich Thyssen e Fritz Mannheimer. L´avidità cieca del collezionista aveva sopraffatto l´avidità prudente dell´uomo d´affari. Insomma, nei falsi di Van Meegeren cascarono fior di furbetti e furboni, e nel 1943 persino il governo olandese, comprando il suo Lavaggio dei piedi di Cristo. E ci cascarono il fior fiore degli studiosi. Capita anche ai migliori. C´erano cascati Bernard Berenson, Roger Fry, Max FriedlÄnder, Wilhelm von Bode, lo stesso Cornelis Hofstede de Groot, l´autore del più autorevole catalogue raisonnè sull´artista. Flavio Caroli ha testimoniato che ci cascò anche il suo maestro Roberto Longhi. Ma la più bella delle sue truffe fu quella ai danni del vice di Hitler, Hermann Goering. Gli rifilò per una somma colossale il Cristo e l´adultera, ottenendo per giunta in cambio ben 137 dipinti autentici, di quelli arraffati in tutta l´Europa occupata dal gerarca nazista. Non l´avrebbero forse nemmeno mai scoperto, se non fosse stato lui stesso a confessare. A guerra finita era stato arrestato come collaborazionista, "traditore" per aver venduto i tesori dell´arte nazionale ai nazisti. Si difese sostenendo che quei quadri li aveva dipinti lui, e semmai si era preso beffa degli occupanti. A prova di quanto affermato, nel corso del processo dipinse seduta stante un nuovo falso Vermeer. Se la cavò con una modesta condanna da falsario, il "tradimento" poteva comportare la fucilazione. Da farabutto, riuscì a farsi passare come eroe e conquistarsi le simpatie del pubblico. C´è sempre qualcosa di attraente nel rubare ai ladri, nel ripagare i malfattori con la loro stessa moneta, nel beffare i potenti. Mi sarebbe simpatico, ci cascherei anch´io, non fosse che anche questa confessione puzza di falso geniale. Dei due autori da cui abbiamo preso spunto, Dolnick è quello che tutto sommato gliela lascia passare. Lopez è un po´ più severo. Non trascura le sue simpatie dichiarate per il nazismo (nella biblioteca personale di Hitler gli alleati ritrovarono un volume di poesie di un poeta olandese con tanto di dedica autografa: «Al mio amato FÜhrer, con gratitudine, H. Van Meegeren, 1942»; lui si difese ammettendo che la firma era sua, ma sostenendo che la dedica era stata aggiunta da un zelante ufficiale delle Ss). Ricorda che ce l´aveva con l´arte di avanguardia, denunciandola come «bolscevica», e opera di «un branco viscido di odiatori delle donne e amanti dei negri». Pare ce l´avesse in modo particolare con Van Gogh. Ma anche con Mondrian e altri. Insomma, aveva le sue idee. Come pittore, prima di passare alla ben più remunerativa attività di falsario, si era fatta una discreta fama dipingendo soggetti religiosi. Aveva fondato un settimanale d´arte, il De Kemphaan (Il gallo da combattimento) nominandone direttore Jan Ubink, uno sciovinista cattolico, un guerriero di Cristo ultrà diremmo oggi. Uno degli argomenti ricorrenti era che lo spirito dell´Olanda non era rappresentato dai mercanti protestanti, dal calvinismo e dal suo contributo alle "origini del capitalismo", e dallo spirito di tolleranza, bensì dalle più "pure" tradizioni cristiane medievali. Non c´è da meravigliarsi che fossero predisposti alla lealtà verso gli invasori tedeschi più che alla resistenza. Quasi tutti i suoi falsi Vermeer sono di argomento biblico o religioso, mentre i Vermeer veri che si conoscono sono quasi tutti di argomento profano, "laico", borghese. è vero che Vermeer dipinse anche una Allegoria della fede, e che c´è chi lo ha portato a testimonianza di una sua segreta conversione dal protestantesimo al cattolicesimo (nell´Olanda di allora non c´erano destra e sinistra, c´erano solo protestanti e cattolici in guerra). Ma la si potrebbe leggere anche come una "Allegoria della propaganda della fede". Era un lavoro su commissione del cappellano cattolico dell´Aja. E comunque il soggetto viene trattato in modo che ha poco di mistico, come una sorta di rappresentazione da palcoscenico, con tanto di quadro con crocifisso dipinto sullo sfondo. è vero che dipinse un Cristo nella casa di Marta e Maria, ma in fin dei conti si tratta di una scena di vita famigliare, di una conversazione con al centro una tavola imbandita. Così come ritratto della quotidianità della carne più che dello spirito, ritratto della voglia di "vivere bene", è tutta la pittura olandese del Seicento, che dipinge interni di case di benestanti e osterie, cambiavalute, signori che ostentano «l´imbarazzo della ricchezza», ma anche poveracci e pescivendoli, non Cristi e Madonne o Martiri sotto atroci torture come nella contemporanea Italia e Spagna della Controriforma e poi dell´Inquisizione. Per credere, andare a vedere la suggestiva mostra Da Rembrandt a Vermeer. Valori civili nella pittura fiamminga e olandese del ?600, al Museo del Corso a Roma. Non vi deluderà, anche quando scoprirete che, malgrado il titolo, di Vermeer qui ce n´è solo uno, La ragazza col filo di perle, col suo giubbotto di seta bordato di pelliccia giallo, che la fa sembrare così cinese. A ciascun paese secondo le risorse che investe nelle cultura, verrebbe da parafrasare, anche se per essere giusti bisogna aggiungere che tutti i Vermeer non riuscirebbe probabilmente a metterli insieme nessuno. Forse una delle ragioni del successo strepitoso che ebbero i falsi di Van Meegeren sta nel fatto che colmavano quella che una parte dell´Olanda dei suoi tempi poteva considerare una "lacuna" ideologica. Non mi sorprenderebbe che di questi tempi lo facessero ministro della cultura. L´unica vera sorpresa sarebbe se i suoi falsi ridiventassero veri.

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"la mia castità umiliata dai pm" (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 08-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 6 - Interni Scelta di fede Polemica con gli inquirenti di Salerno che negli atti hanno inserito un capitolo molto privato "La mia castità umiliata dai pm" Il gip Luerti: sono di Cl, cosa c´entra con le indagini? Io e Saladino siamo entrambi di Cl. Abbiamo regole da seguire, tra queste c´è l´astinenza sessuale. Ma sono fatti personali ROMA - «Nel decreto di perquisizione della procura di Salerno è stata violata gratuitamente la mia privacy senza alcun motivo». è amareggiato Simone Luerti, ex presidente dell´Anm, ora gip a Milano. Notizie sulla sua vita privata sono presenti nelle carte salernitane diventate di dominio pubblico su Internet. L´episodio - contestato sabato al Csm dal consigliere laico del Pdl Michele Saponara al procuratore di Salerno, Luigi Apicella - è contenuto in un interrogatorio come persona informata sui fatti dello stesso Luerti reso al pm di Salerno, Gabriella Nuzzi. Il magistrato milanese era interrogato dal pm per i suoi contatti con il principale indagato di why not, Antonio Saladino, alla fine degli anni Novanta, quando l´indagine non era ancora iniziata. Questa conoscenza, peraltro, non è stata mai messa in discussione dallo stesso Luerti che conosceva Saladino perché entrambi di Comunione e Liberazione. è il pm Nuzzi che chiede ad un certo punto dell´interrogatorio al suo collega-teste Luerti se facesse parte di memores domini, un´associazione laicale cattolica (sotto l´egida di Cl), i cui membri vivono i dettami evangelici, fra cui la castità. Ecco la domanda che il pm Nuzzi rivolge a Luerti e che poi finisce nel decreto di perquisizione di Catanzaro: «Voi avete delle regole da seguire tra cui la castità?». Luerti: «Diciamo che è una castità laica, come status, non matrimonio». Che cosa c´entri questa domanda con l´indagine why not, con i rapporti fra Saladino e Luerti, con il codice penale, non è dato sapere. Quel che è certo è che ora quell´interrogatorio contenente notizie sensibili sulla sfera privata dell´ex presidente dell´Anm è diventato pubblico. «Avevo deciso di rispondere al pm Nuzzi - dice Luerti - perché volevo chiarire una volta per tutte ogni dubbio. La mia frequentazione con Saladino è ufficiale e mai nascosta». Il risultato, però, è stato un altro, diverso dalle sue attese. «Mi sono trovato sulle prime pagine dei giornali - ha aggiunto l´ex presidente dell´Anm - perché è stato inserito nel decreto di perquisizione il mio interrogatorio che conteneva notizie totalmente irrilevanti sulla mia vita privata, fatti, ripeto, non pertinenti alle indagini». «Non capisco - è lo sfogo amaro di Luerti - per quale motivo la mia vita privata sia finita in mezzo a una bega nazionale fra magistrati che si scambiano reciprocamente accuse. Da questo punto di vista il metodo stesso della pubblicazione degli atti d´indagine va stigmatizzato». «è vero che ho conosciuto Saladino - ammette il gip milanese - ma il punto è che non ho mai avuto con lui alcuna convergenza. Questa mia vicenda mette a fuoco un vizio nel metodo dell´indagine fatta tutta di collegamenti, vicinanze e incontri completamenti privi di riscontri probatori». Simone Luerti conclude con una considerazione di carattere generale. «Questo scontro fra Catanzaro e Salerno che mi vede mio malgrado in qualche modo coinvolto - spiega - è la dimostrazione che una riforma della Giustizia che separi le carriere non avrebbe impedito un caso del genere perché i pubblici ministeri hanno esercitato un potere che gli è proprio». (a.cus.)

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il declino dei laici dal dopoguerra in poi - nello ajello (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 10-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 44 - Cultura Un saggio di Massimo Teodori e un´antologia curata da Michele Ciliberto IL DECLINO DEI LAICI DAL DOPOGUERRA IN POI Sugli integralismi confessionali è uscito anche "Contro l´aldilà" di Franco Crespi NELLO AJELLO Dove sono, nella politica e nella società italiana, i liberali, quelli veri, cioè in pari tempo antifascisti e anticomunisti? Che ne è di loro? Chi ha congiurato per ridurli al silenzio? Ecco le domande che circolano nel volume di Massimo Teodori, Storia dei laici (Marsilio, pagg. 364, euro 19,50). Il lettore vi troverà il racconto di un´assenza, la diagnosi d´un disinganno. La parabola attraversata da quella corrente di pensiero che animò tante figure di alto rilievo, è nota per sommi capi a chiunque abbia in mente i capitoli salienti della recente vicenda italiana. Ora Teodori li percorre, quei capitoli, in pagine così ricche di eventi, date e personaggi da offrire sul tema un promemoria ragionato. Le avventure che ha incontrato la cultura laica nel nostro Paese coinvolgono, a volerle storicamente inseguire, tutto un mondo che risale indietro nei secoli offrendo insegnamenti sempre attuali. In un gioco di progeniture e di rimandi ideali verranno così alla luce i più disparati saperi e valori, volta per volta difesi o contestati: dalla religione al diritto, dalla vita associata alla tutela dell´individuo. E´ appena apparso, per fare un esempio, in edizione Laterza e a cura di Michele Ciliberto, un volume intitolato Biblioteca laica, con un sottotitolo esplicativo, Il pensiero libero dell´Italia moderna. Vi si raccolgono, in una stimolante antologia tematica, testi che vanno dal Rinascimento agli albori dell´Unità: da Leon Battista Alberti (per citare solo alcuni degli autori), attraverso Machiavelli e Guicciardini, fino a Manzoni, Cavour e Cattaneo. Una lettura prelibata e, a tratti, di sorprendente freschezza. In un teso dissenso dai nuovi e vecchi integralismi confessionali appare schierato un altro saggio anch´esso recentissimo, Contro l´aldilà, di Franco Crespi (Il Mulino.) Diversa, per tono e intenzione, è ovviamente la ricerca di Teodori, avendo egli scelto come suo sfondo iniziale i decenni politici che vanno dal primo Novecento alla caduta del fascismo. Già con l´introduzione, nel 1919, del sistema proporzionale, che impone sulla scena i movimenti cattolico e socialista, appare incrinata la supremazia di quella classe dirigente elitaria che, fatta l´Italia, sembrava indefinitamente destinata a governarla. Poi il regime littorio, con la sua demagogia intollerante, sposterà la società italiana in una dimensione di massa impraticabile dagli esponenti dell´universo liberale. Molte personalità istituzionali sono costrette al ritiro. Altre, da Matteotti ad Amendola, da Gobetti a Carlo Rosselli, pagheranno con la vita la fedeltà agli ideali. L´antifascismo non totalitario ha così perso i propri leader più ispirati, e già si prepara ad essere incluso in quella categoria dell´«Italia di minoranza» che gli procurerà i mesti elogi di Giovanni Spadolini. Mascherato, sotto il regime fascista, dalla supremazia culturale del crocianesimo fra le menti libere e poi dall´interesse rivolto dal filosofo al formarsi dei nuclei antifascisti nati, spesso in suo nome, sulla propria sinistra, il declino liberale diventerà esplicito fin dai primi confronti elettorali del dopoguerra, aggravandosi ancora negli anni della Guerra Fredda. Nato appunto da una costola di Croce, il partito d´Azione se ne differenzia ora su un punto decisivo: la continuità del nuovo assetto politico con l´Italia prefascista. Questo disconoscimento di paternità, da una parte, e dall´altra le critiche mosse dal pensatore abruzzese alla fumosità ideologica di quel nobile partito di intellettuali che s´è forgiato nella lotta armata, creano una delle tante dicotomie destinate a sfoltire le file liberaldemocratiche. Fra i notabili «vecchio stile» e i borghesi rivoluzionari del nuovo partito si leva una barriera. E´ solo la scarsa rispondenza popolare il dato che accomuna le due parti. Al suicidio del partito d´Azione fa riscontro il tenue richiamo esercitato da quello liberale in un mondo dominato da un drastico manicheismo: i comunisti all´assalto e i democristiani al contrattacco, con il supporto di una borghesia più interessata alla conservazione che ai destini della Fede. Quando, alle elezioni del 1946, i liberali si presentano sotto l´insegna di un´Unione democratica nazionale, è facile appiopparle la sigla «ONB», in ricordo dell´Opera nazionale balilla, utilizzando le iniziali di Orlando, Nitti e Bonomi con un derisorio richiamo alla loro grave età. Al polo opposto dello schieramento c´è quel «partito nuovo», al quale Togliatti imprime una strategia di movimento. Il frontismo, che il Pci capeggia nel 1948 - «annus horribilis», lo definisce l´autore - indossa «una rassicurante maschera semiborghese» e cerca di «confondersi tra la folla», come denunzia già da tempo, sul Risorgimento liberale quel Mario Pannunzio che nessuno potrà accusare di maccartismo. Con l´avanzare della prima Repubblica, le tecniche del Pci nel fare incetta di intellettuali diventano più raffinate, sulle ali di uno slogan capzioso ed efficace: «i veri liberali siamo noi». Sono proprio i laici, o ciò che ne resta, le vittime principali di una simile tattica. «Siamo certamente in una penosa situazione», chioserà Croce. «Da una parte i preti, "ingorda e crudele canaglia", come li chiama Ariosto, e dall´altra i comunisti che, oltre ad essere comunisti e russi, sono sempre pronti a negoziare e accordarsi con i loro avversari ai danni della libertà d´Italia». Ma anche le masse cattoliche subiscono, da sinistra, una vivace offensiva concorrenziale, alla quale tuttavia essi trovano nel proprio integralismo la forza per reagire; mentre le avance del Pci nella sfera religiosa si racchiudono in una quartina a firma di Mino Maccari: «L´articolo sette - Togliatti ce lo dette, - disse al marito la moglie, - e guai a chi ce lo toglie». I liberali passano intanto da una scissione all´altra, e il campo anticomunista è sempre più lacerato: l´anticomunismo fascistoide, o confessionale - strumentalizzato e insieme arginato da De Gasperi al vertice della Dc vittoriosa - finisce per avere la meglio su quello, assai meno orecchiabile, praticato dalla sinistra liberaldemocratica, lamalfiana e terzaforzista, della quale nel libro si sottolinea la nobiltà nella sconfitta. La parte celebrativa del volume si nutre di medaglioni biografici più o meno corposi, intestati a Mario Pannunzio e Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e Vittorio De Caprariis, Adriano Olivetti, Nicola Matteucci, Altiero Spinelli; fino ai radicali di varia specie e perciò a Marco Pannella i cui rilevanti meriti storici in materia laica sembrano talvolta appannarsi di fronte a quella religione di sé che al laicismo poco somiglia. Con il dovuto rispetto ci si sofferma su una casistica politico-culturale che va dal Mondo all´Espresso, da Nord e Sud al Mulino e a Comunità, dall´Associazione per la Libertà della Cultura di Ignazio Silone a Tempo presente di Nicola Chiaromonte. Istituzioni, queste ultime, a proposito delle quali l´autore s´impegna a contestare quei supposti legami con l´Intelligence americana che, anche se provati, non scandalizzerebbero ormai nessuno o quasi. Ciò che conta è, comunque, l´assunto centrale di quest´opera, eloquente elegia su un mondo scomparso o frantumato.

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Cinque divorzi al giorno. Crollano i matrimoni (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 10-12-2008)

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Corriere della Sera - MILANO - sezione: Cronaca di Milano - data: 2008-12-10 num: - pag: 3 categoria: REDAZIONALE Cinque divorzi al giorno. Crollano i matrimoni A Milano sempre meno nozze e più separazioni. Il primo «sì» a 35 anni. Il rito civile doppia quello religioso Il rapporto dell'Anagrafe: triplicati i matrimoni tra stranieri. L'assessore Pillitteri: «I dati riflettono i cambiamenti sociali» Due che si dicono di sì e almeno una che si dice addio. Coppie che vanno a nozze e coppie che divorziano. Milano, 2007: 3.959 matrimoni celebrati e 2.074 divorzi registrati. Un rapporto di due a uno (e qualcosa). Mai in passato i due dati erano stati così vicini. E la successione storica porta a pensare che non sia poi così azzardato tra qualche anno immaginare il sorpasso. Tanto per dire, nel 2000, mica nell'Ottocento, la statistica parlava di 5.130 nozze e di «soli» 1.733 divorzi. Tre a uno. Oggi, nonostante immigrati e coppie miste, il matrimonio a Milano è quasi una bizzarria, una scelta controcorrente. E' il caso di pensarci bene, comunque. Riflettere, soppesare, valutare. Anche perché, i dati insegnano, il divorzio è poi lì in agguato. E intanto il tempo passa. L'età media per dire sì è ormai vicina ai trentotto anni per lui e ai trentacinque per lei. Un dato, anche questo, da prendere ormai come consolidato. Solo sette anni fa gli uffici dell'anagrafe raccontavano che l'età per fiori d'arancio e riso in testa oscillava tra i 34 (lui) e i 31 (lei). Certo, a far media ci sono le tante seconde (quelle sì, in crescita) e triple nozze che i milanesi sempre più si concedono. Ma il dato rimane alto anche per chi arriva al sì per la prima volta: trentacinque anni e passa per gli uomini, trentatré e rotti per le donne. Single felici o conviventi, eterni Peter Pan o bamboccioni. Fatto sta che a Milano ci si sposa poco, tardi e soprattutto in Comune. I riti civili (2.400) sono ormai quasi il doppio di quelli cattolici (1.559). Il confronto con il 2000, quando in Chiesa convolavano 2.781 coppie e in municipio solo 2.349, qui si fa impressionante. Milano città laica, edonista, individualista? «Ma no, Milano in questa cosa dei matrimoni non fa caso a sé. E' l'Italia che è cambiata, è la nostra società. E' una mutazione antropologica, si vive più a lungo e si invecchia dopo. E così, di riflesso, ci si sposa più tardi » sostiene Stefano Pillitteri, l'assessore all'Anagrafe del Comune. Gli immigrati, poi. Quasi triplicate negli ultimi anni le nozze tra stranieri. Nel 2000 erano 171, l'anno scorso sono schizzate a quota 428. Rimane pressoché stabile invece il dato sulle coppie miste (806 contro 785) che pure sono ormai un quinto del totale. E però, interpretando colonne e tabelle, si scopre che un tempo la maggior parte di questi matrimoni era sì misto, ma solo nel senso che uno dei due partner era cittadino di un altro Paese europeo. Ora, a dirsi sì sono invece un italiano (italiana) e una sudamericana (sudamericano), un italiano (italiana) e un'africana (africano). Immigrati veri, insomma. E qualche volta matrimoni finti. L'assessore all'anagrafe Stefano Pillitteri giura però che il fenomeno delle nozze di comodo, quelle buone solo per ottenere la cittadinanza, è ormai in fase calante. «Il tam tam della varie comunità ha fatto passare il concetto che qui i controlli si fanno veramente. E così dopo la serie degli scorsi mesi, ora di casi di matrimoni finti io non ho più notizia». Andrea Senesi

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Quei governi ombra di Damasco e Islamabad (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 10-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-12-10 num: - pag: 36 autore: di CHRISTOPHER HITCHENS categoria: REDAZIONALE POTERI PARALLELI Quei governi ombra di Damasco e Islamabad T alvolta le cose più ovvie sono le più difficili da capire, ed è divertente constatare fino a che punto i media si sforzino di mantenere un atteggiamento di «apertura» verso ciò che è palese, per creare poi misteri quando il vero compito del giornalismo è quello di svelarli. Il primo premio della categoria va a Fernanda Santos del New York Times, la quale scrive da Mumbai il 27 novembre che il centro ebraico Chabad in quella città era «l' obiettivo improbabile dei terroristi che hanno lanciato una serie di sanguinosi attacchi simultanei in diversi punti nel cuore commerciale di Mumbai». Con la fronte sempre corrugata e tormentata dal dubbio e dall'incertezza, la Santos prosegue affermando che «non si è ancora appurato se il centro ebraico sia stato tra i bersagli strategici dei terroristi, oppure un luogo scelto a caso per la cattura degli ostaggi». La stessa espressione sconcertata si ritrova sul viso di tutti coloro che si chiedono se il Pakistan sia coinvolto nei «sanguinosi attacchi simultanei» nel cuore di Mumbai. Per trovare una prospettiva aggiuntiva, benché indiretta, su questo enigma che appare sempre di più come un enigma avvolto in un mistero, diamo un' occhiata all'ottimo saggio di Joshua Hammer sull'ultimo numero di Atlantic. La domanda cruciale — «C'è la Siria nella regia occulta della strage?» — ha il pregio di apparire almeno nel titolo dell'articolo, e non alla fine. Ecco i fatti: se siete un politico, un giornalista o una figura pubblica libanese e criticate il ruolo svolto dal governo siriano negli affari interni del vostro Paese, state pur certi che la vostra auto salterà in aria non appena girerete la chiave, oppure verrete aggredito e massacrato di colpi o dilaniato da una bomba o da una mina antiuomo mentre percorrete le vie di Beirut o avete imboccato la strada delle montagne. Gli esplosivi, le armi e le raffinate tattiche impiegate fanno pensare a risorse solitamente a disposizione della polizia segreta e dell'esercito di un'organizzazione statale. Mi sento in dovere di ribadire, tuttavia, nel rispetto della massima obiettività, che non si può affermare altro. Se invece vi ostinate ad accusare il dittatore Assad, ecco che la vostra macchina esplode o qualcuno vi spara alla testa. Nel corso degli anni, questo è accaduto a diversi personaggi, dal politico sunnita Rafik Hariri al leader druso Kamal Jumblatt, fino al portavoce comunista George Hawi. Certo, nessuno vuol passare per un «teorico della congiura » e insinuare che vi siano collegamenti inequivocabili tra le accuse al regime siriano e la triste fine di questi poveracci. L'articolo di Hammer fa sorridere perché rivela fino a che punto la comunità internazionale è disposta ad argomentare proprio per non coinvolgere la dittatura di Assad in questa infinita serie di drammatici eventi. Dopo tutto, non è forse Damasco che detiene le chiavi della pace nella regione? E non potrebbe il giovane Bashar Assad, che è riuscito a farsi eleggere presidente dopo la morte del padre, per cause naturali, infastidirsi e addirittura imbufalirsi se viene a scoprire di aver ordinato attentati e omicidi? Non rischia di risentirne il celebre «processo di pace», se un dito accusatorio venisse puntato contro di lui? Negli uffici delle Nazioni Unite, dove languisce la vecchia inchiesta sull'assassinio di Hariri, considerazioni come queste contribuiscono ad allungare i tempi e Hammer descrive con efficacia l'atmosfera che vi si respira. Allo stesso modo, la comunità internazionale sembra aver deciso di non prendere posizione riguardo il coinvolgimento del Pakistan negli attentati in India. Tutto, dai cellulari all'addestramento, sembra puntare nella direzione di un gruppo militante già messo al bando, chiamato Lashkar-e-Taiba, che pratica ciò che predica e predica la guerra santa contro gli indù, oltre che contro ebrei, cristiani, atei e altri elementi impuri. Tutti sanno che Lashkar è il figlio bastardo — e nemmeno disconosciuto — dei servizi di sicurezza pachistani. Ma quanto sarebbe scomodo affrontare una verità tanto ovvia e palese? Scomodissimo, tanto per cominciare, per il governo del presidente pachistano Asif Ali Zardari, un politico nuovo e inesperto che potrebbe anche non essere realmente a capo del suo Paese o delle sue forze armate, ma che comunque sa anche lui come far tintinnare quelle famose chiavi del processo di pace. Scomodo anche per tutti coloro che si ostinano a credere che la guerra in Afghanistan sia «giusta», quando vedono che il Pakistan ritira i battaglioni dalla frontiera afghana per spiegarli contro il Paese vicino, la democratica India (da sempre il «vero» nemico del Pakistan). La situazione in Siria e in Pakistan è molto più simile di quanto si abbia interesse a denunciare. In entrambi i casi, esiste uno Stato dentro lo Stato che esercita il vero potere parallelo e dispone delle forze di riserva. In entrambi i casi, il «laicismo » ufficiale è una maschera (come lo era per il partito Baath in Iraq) per l'appoggio concesso dallo Stato a gruppi criminali teocratici e transfrontalieri come Lashkar e Hezbollah. In entrambi i casi, una quantità sconosciuta di armi nucleari è a disposizione della repubblica ufficiale (delle banane), come pure — con ogni probabilità — nelle mani di vari elementi all'interno dello stato ufficioso, criminale e terrorista. (La Siria non ha recriminato davanti alle Nazioni Unite per il recente raid israeliano che ha distrutto i suoi impianti nucleari segreti, né ha sollevato clamore: un fatto cruciale, questo, sfuggito all'attenzione dei media). Nelle attuali circostanze, assai drammatiche e in via di peggioramento, forse si capisce perché preferiamo rifugiarci nel dubbio e consolarci con le illusioni, come l'ingenuo interrogativo sollevato dalla giornalista se gli ebrei fossero stati l'obiettivo dell'attacco o se si fossero trovati casualmente, e per il massimo della sfortuna, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tutto ciò potrebbe apparire anche vagamente comico, se il pericolo non puntasse dritto contro le nostre strade e le nostre città. \\ In Siria e Pakistan c'è uno Stato dentro lo Stato che esercita il vero potere parallelo. In entrambi i Paesi, il «laicismo» ufficiale è una maschera per l'appoggio concesso dallo Stato a gruppi criminali teocratici traduzione di Rita Baldassarre

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la sfida di pannunzio - pietro soldi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 11-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XI - Napoli LA SFIDA DI PANNUNZIO PIETRO SOLDI Q uest´anno ha segnato il quarantesimo anniversario della scomparsa di Mario Pannunzio, il celebre fondatore e direttore de "Il Mondo", il settimanale politico, economico e letterario in edicola dal 1949 al 1966, intorno a cui si riuniva un gruppo di intellettuali e uomini politici, tra i quali Ugo La Malfa, strenuamente impegnati nella battaglia politica e ideale per mantenere l´Italia repubblicana saldamente unita alla civiltà liberale euro-atlantica. Quello straordinario capitolo della storia italiana del Novecento sarà ricordato domani alle 17 con una tavola rotonda all´Istituto italiano per gli studi filosofici (via Monte di Dio 14), interlocutori Adolfo Battaglia, Biagio de Giovanni e Massimo Teodori, lo storico che ha rivolto molta attenzione all´opera pannunziana nel suo ultimo libro "Storia dei laici nell´Italia clericale e comunista" (Marsilio, 2008). Vi sarà un dibattito aperto all´uditorio, nel quale i promotori (oltre all´istituto di Gerardo Marotta, la fondazione Istituto Banco di Napoli e il comitato che si è costituito per celebrare il centenario della nascita di Pannunzio) si augurano di poter contare un nutrito numero di giovani. Nell´indirizzo politico-editoriale del "Mondo" confluiscono le lezioni più moderne della cultura italiana ed europea, dallo storicismo dialettico di Croce al liberalismo democratico di Tocqueville, dal "concretismo" cattaneano di Salvemini alla cultura liberale dei grandi economisti anglosassoni che hanno aperto nuovi orizzonti alla politica economica. Da tale posizione politico-culturale Pannunzio e quelli che si chiamarono "Amici del Mondo" conducono nel primo ventennio dell´Italia repubblicana una tenace azione per far uscire il Paese dalla morsa che lo attanaglia nel clima della "guerra fredda", tra moderatismo cattolico incline alle pratiche clientelari e di sottogoverno e opposizione comunista del "tanto peggio tanto meglio", tatticismo esiziale per lo Stato democratico. Appoggiano Ugo La Malfa nello sforzo dispiegato per affermare nuovi equilibri politici con il governo di centrosinistra e promuovono, si può dire con metodo salveminiano, una poderosa attività culturale con i convegni romani dedicati ai grandi temi della modernizzazione e dello sviluppo del Paese. Da Napoli, capitale del Mezzogiorno, bisogna ricordare che "Il Mondo" è stato un organo di stampa nettamente orientato in senso meridionalista, che ha fatto, tra l´altro, conoscere al Paese i giovani liberali democratici meridionali che poi daranno vita a "Nord e Sud": Francesco Compagna, Vittorio De Caprariis, Rosario Romeo, Renato Giordano. Lo stesso titolo nittiano della rivista fu suggerito a Compagna da Mario Pannunzio, al quale il meridionalista napoletano resterà sempre legato da un sentimento di commossa riconoscenza. E si deve a Francesco Compagna uno dei saggi più densi sulla personalità intellettuale e morale di Pannunzio, nel quale si sottolinea che «"Il Mondo" offriva di inserire il meridionalismo in una tradizione di intelligente giornalismo politico, alla cui altezza ci si doveva portare e mantenere per dare adeguato risalto alla revisione che si voleva promuovere, nella continuità liberale, del meridionalismo liberista».

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CHIESA CATTOLICA E MOSCHEE LA POSIZIONE DELLA LEGA (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 11-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-12-11 num: - pag: 39 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano CHIESA CATTOLICA E MOSCHEE LA POSIZIONE DELLA LEGA La costruzione di nuove moschee in Italia e l'intromissione del Vaticano: lei che cosa pensa di questa ingerenza e delle reazioni dei cittadini? In ultimo: dobbiamo proprio costruire? Si può pregare anche a casa. Emanuela Bruschi emanuela.bruschi@ gmail.com Cara Signora, S uppongo che lei si riferisca ad alcune dichiarazioni di rappresentanti della Santa Sede e del clero italiano, fra cui l'arcivescovo di Milano cardinale Tettamanzi, dopo il «no a nuove moschee» proclamato da Umberto Bossi negli scorsi giorni. Mi sono sembrate interessanti a questo proposito le parole di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura. Ravasi ha detto che vanno costruite, ma a condizione «che ci sia un controllo dello Stato sulle effettive finalità religiose e che le moschee non si trasformino in luoghi destinati ad altri fini». Non mi è sembrata una «intromissione». Se avesse taciuto, la Chiesa avrebbe dato l'impressione di sottoscrivere la posizione della Lega. Se avesse sostenuto che si può pregare anche a casa, avrebbe dimenticato che la libertà di culto è un diritto garantito dalla Costituzione e che il suo rispetto interessa anche la Chiesa cattolica. Mi è sembrato giusto anche il cenno di Ravasi ai controlli. Parecchie volte, in passato, ho avuto occasione di sostenere che lo Stato, soprattutto quando si adopera per facilitare la costruzione di una moschea, ha il diritto di pretendere che un rappresentante del prefetto o del sindaco sieda nel consiglio di amministrazione dell'ente che dovrà gestirla. Dirò di più. Per evitare l'inquinamento dei centri islamici e il loro uso politico o, peggio, terroristico, una moschea è molto meglio dei numerosi luoghi di culto, precariamente alloggiati in garage e scantinati, che sono spuntati come funghi nelle città italiane. La moschea è un luogo pubblico, ha una maggiore visibilità, deve rendere conto del modo in cui è amministrata. Proibirne la costruzione spinge gli immigrati musulmani a praticare la loro fede in condizioni incivili e complica il problema della loro integrazione nella società italiana. La posizione della Lega in proposito mi è sembrata inutilmente restrittiva. In una lettera a La Stampa del 6 dicembre, il presidente dei suoi deputati Roberto Cota dà la sensazione di comprendere che i «centri culturali», come si sono sviluppati in questi ultimi anni, rappresentino un problema e che la costruzione di un edificio appositamente destinato al culto sia preferibile. Ma elenca una serie di condizioni che sono in parte ragionevoli, in parte irragionevoli. è certamente ragionevole la richiesta di un piano economico- finanziario in cui siano indicate le risorse che verranno utilizzate per la realizzazione dell'opera. Non è ragionevole invece pretendere che la costruzione della moschea sia approvata con un referendum della popolazione del comune in cui dovrà sorgere. Non è né utile né opportuno invitare i cittadini a esprimersi su un diritto garantito dalla Costituzione. Ed è poliziesco infine pretendere che le associazioni promotrici depositino uno statuto «che riconosca, tra l'altro, la democraticità e la laicità dello Stato e che impegni al rispetto della dignità dell'uomo, della famiglia e all'eguaglianza uomo donna». Lo Stato ha il diritto di intervenire per tutelare i diritti garantiti dalla legge e punire i reati. Ma non è liberale se pretende professioni di fede laica o, peggio, se chiede agli stranieri ciò che non chiede ai suoi cittadini e a se stesso. L'onorevole Cota crede davvero che l'Italia concordataria sia un Paese laico e che il finanziamento delle scuole cattoliche risponda ai principi della Costituzione italiana? Crede davvero che il principio della parità fra l'uomo e la donna sia egualmente tutelato in tutti i settori della vita economica e in tutte le regioni del Paese?

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Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Opus Dei (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 11-12-2008)

Argomenti: Laicita'

11 dicembre 2008 Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Opus Dei Opus Dei. Pensavo fosse più difficile pescarli, gli opusdeisti nella rete, e invece molti si dichiarano senza problemi, non c?è bisogno di usare chissà quali esche. E sì che avrebbero motivi per starsene acquattati, i gruppi contro l?Opus sono quasi altrettanto numerosi di quelli contro l?Inter: “Odio al Opus Dei”, “No al Opus Dei!!!”, “Denunciemos a los sectarios del Opus Dei y a los Legionarios de Cristo”… Dall?esterno i succitati movimenti si possono confondere: entrambi ispanofoni, latinofili, temprati nelle persecuzioni anticristiane novecentesche… Anche all?interno sono percepiti come parzialmente sovrapponibili. Se trovassi qualcuno che simpatizzasse contemporaneamente per Azione cattolica e Cl penserei a un caso di schizofrenia grave, e non riesco neppure a immaginarmelo uno stranissimo cristiano apprezzante in egual misura Enzo Bianchi e Kiko Arguello. Invece nessun stupore quando mi sono imbattuto in casi di doppio clic Opus Dei-Regnum Christi (i Legionari laici). Le differenze comunque ci sono, l?Opus appare più maschile e con una minore propensione alla goliardia. Gente molto seria, abbastanza di destra, parecchio papista, piuttosto colta, che non si limita a leggere il “Cammino” del fondatore Escrivà ma studia la Bibbia, le vite dei santi e perfino il cardinale Siri (che Dio l?abbia in gloria). Una Isabella Dei firma appelli sia per Eluana che per Saviano e mi fa venire un?idea: Perché l?autore di “Gomorra” non prende una posizione pubblica a favore di chi sta rischiando come lui una brutta fine ma a differenza di lui non può parlare? Sarebbe una cosa enorme. di Camillo Langone

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Forum sulle terza età con il ministro Brunetta (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 12-12-2008)

Argomenti: Laicita'

STRESA.OGGI E DOMANI Forum sulle terza età con il ministro Brunetta Torna oggi e domani a Stresa per il terzo anno consecutivo il confronto sul progetto «Terza Economia - Sempre più valore dalla terza età». L'iniziativa è della Fondazione onlus Scienza e Ricerche il cui Comitato scientifico è presieduto dal geriatra Marco Trabucchi dell'Università di Roma Tor Vergata. I lavori inizieranno alle 11,30, al Grand Hotel des Iles Borromèes, aperti da Trabucchi. Seguirenno gli interventi del ministro finlandese Matti Sihto e dello studioso giapponese Satoshi Shimizutani. Alle 14,30 i saluti di Carlo Ferri presidente della Fondazione Socialità e Ricerche. A seguire si parlerà di «Terza Economia» con Trabucchi; di «Salute» con Roberto Bernabei, dell'Università di Roma; di «Formazione continua» con Michele Colasanto della Cattolica di Milano e di «Qualità del lavoro dei senior e dinamiche salariali» con Guglielmo Weber dell'Università di Padova. Alle 16,45 dibattito su «Sistemi di welfare e politiche del lavoro» con Enrico Letta. Domani contributi dei senatori Francesco Casoli, Nicola Rossi e Tiziano Treu e del deputato Bruno Tabacci. Conclusioni di Mercedes Bresso, presidente del Piemonte e del ministro Renato Brunetta.

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il pd si spacca sullo sciopero il dibattito corre su facebook - paolo griseri (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 12-12-2008)

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Pagina V - Torino Susta Esposito Morgando La linea di demarcazione non è solo tra ex Ds a favore ed ex Dl contrari Il Pd si spacca sullo sciopero il dibattito corre su Facebook La parola d´ordine è aspettare che passi: chi si schiera e chi preferisce di no Approda in rete il botta e risposta nel partito che non trova una linea comune Apprezzo Bongiovanni che è contro la protesta A sinistra ci sono troppi conservatori Io ci sto, ma vorrei che di queste cose un partito come il nostro parlasse di più Io sono un pensionato e sono iscritto alla Cisl Piattaforma condivisibile ma la forma è sbagliata PAOLO GRISERI La regola è: far passare la nottata. Certo, un partito laico non si formalizza se metà dei suoi iscritti scende in piazza e l´altra metà se ne rimane a casa. Ma, ecco, non è un bel vedere. Il segretario regionale del Pd, Gianfranco Morgando, premette: «Io sono un pensionato e sono iscritto alla Cisl. Per questo, in coerenza con le indicazioni del mio sindacato, non aderirò allo sciopero proclamato dalla sola Cgil». Uno sciopero sbagliato? «Non credo sia sbagliato nei contenuti. Anzi penso che la piattaforma sulla base della quale la Cgil ha indetto la protesta sia molto condivisibile». E dunque come mai, di fronte a una piattaforma condivisibile, il segretario del Pd non aderisce alla protesta? «Perché credo che in questi casi non conti solo il merito dei problemi ma anche la forma della lotta. Uno sciopero che divide le organizzazioni dei lavoratori, anche se indetto su una piattaforma condivisibile, non è condivisibile». Scendendo dai gradoni della piramide del Pd si incontrano punti di vista anche opposti. E, a sorpresa, non sempre la linea di demarcazione è tra ex Ds favorevoli allo sciopero ed ex esponenti della Margherita contrari. Rispetta lo schema tradizionale un parlamentare come Stefano Esposito: «Certo che aderisco, perché penso che sia giusta la piattaforma. Vorrei però che di queste cose un partito come il nostro parlasse di più. è evidente che lo sciopero indetto dalla sola Cgil rischia di dividerci. Ma non è con il silenzio imbarazzato che si costruisce il partito nuovo. Quel silenzio dimostra in realtà che i partiti continuano a essere due se non tre». La questione sollevata da Esposito va anche oltre il problema dello sciopero generale della Cgil. Anche se la vicenda dell´astensione dal lavoro separata rischia di diventare una cartina di tornasole del grado di unità raggiunto dal partito. Che il vicesindaco Tom Dealessandri, ex segretario della Cisl di Torino, non aderisca è abbastanza logico: «Non credo che sia utile scioperare contro la crisi in modo separato». Ma se lei fosse un dipendente, aderirebbe o andrebbe a lavorare?: «Mi spiace non essere un dipendente e non poter rispondere di conseguenza alla domanda». Non meno imbarazzata la risposta di Andrea Giorgis, capogruppo del Pd in Sala Rossa, costretto dal ruolo a tenere insieme le diverse sensibilità presenti nel partito. Giorgis, lei è un lavoratore dipendente? «Sì, sono dipendente statale». Lei domani (oggi n.d.r.) sciopererà? «Certo, aderisco allo sciopero indetto dalla Cgil». Come giudica i suoi compagni di partito che invece non aderiranno? «Scusi? Non sento bene, non ho sentito la domanda». Per comprendere gli stati d´animo reali di una parte del Pd bisogna abbandonare le dichiarazioni ufficiali e avventurarsi nel mondo più o meno intimo di Facebook. è qui che si possono mettere agevolmente nell´angolo gli imbarazzi e i tatticismi diplomatici. Carlo Bongiovanni, uno dei principali collaboratori del sindaco, diessino doc, si confida: «Sono convinto che la Cgil stia involontariamente commettendo un errore politico. Lo sciopero è contro la manovra di un governo che non ho votato e non mi piace. Per questo è giusto parlare di politica. Astenendoci dal lavoro non aiuteremo né il centro-sinistra, né la Cgil, né il Pd. Lo sciopero è uno strumento che deve essere utilizzato con prudenza e parsimonia (a meno che non si voglia prolungare il week-end). In questo caso la battaglia politica non è da fare in piazza ma in parlamento. Sbaglia la Cgil... peccato perché sono iscritto anch´io». Uno sfogo che trova adesioni eccellenti. Un´ora e venti minuti dopo l´intervento di Bongiovanni fa conoscere il suo pensiero Gianluca Susta con una frase sintetica ed esplicita: «Bravo Carlo. Sei un vero riformista. Ma quanti conservatori di sinistra ci sono. Ciao, Gianluca».

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la madonna laica di erri de luca alla galleria toledo - giulio baffi a pagina xvi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 12-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina III - Napoli Spettacoli La madonna laica di Erri De Luca alla Galleria Toledo GIULIO BAFFI A PAGINA XVI SEGUE A PAGINA XVI

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FOGLIETTONE (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 12-12-2008)

Argomenti: Laicita'

FOGLIETTONE D on Nildo Pirani ha 71 anni. È sacerdote dal 1961 e in tutto questo tempo, dice, «ogni volta che mi hanno chiesto di pregare per chi soffre l'ho fatto». Domani la sua parrocchia, San Bartolomeo della Beverara, settemila anime nella periferia bolognese, ospiterà una veglia di preghiera per le vittime dell'omofobia. Ci sarà anche il presidente di Arcigay Bologna Emiliano Zaino: «Alcuni nostri iscritti sono cattolici e vivono un doppio rifiuto: lo Stato non li riconosce e la Chiesa non li capisce». L'idea della veglia non è partita da don Nildo, che però ha deciso di ospitarla, ma dal movimento «Noi siamo Chiesa». Gruppo cattolico a tutti gli effetti, ma di rottura con la linea intransigente delle gerarchie, nato nel '96 per rilanciare le conquiste del Concilio Vaticano II. La Chiesa che vorrebbero include omosessuali, divorziati «e anche i conviventi, che si vogliono bene e che non vogliono o non possono sposarsi», dice il portavoce nazionale Vittorio Bellavite. Posizioni che sono valse al movimento la diffidenza, se non aperta ostilità, della Cei. «Abbiamo deciso di organizzare la veglia dopo che il Vaticano si è schierato contro l'iniziativa dell'Onu per depenalizzare l'omosessualità nei Paesi dove è reato. Una scelta che ha creato scandalo anche tra i fedeli». È un piccolo movimento, qualche centinaio di persone. «Ma rappresentiamo un'area di opinione molto più estesa. Ci sono vescovi che la pensano come noi e che non si espongono perchè il controllo della Cei è strettissimo». Non è la prima volta che «Noi siamo Chiesa» organizza iniziative del genere. Ma è la prima volta che una parrocchia decide di ospitarle. A Milano, una preghiera analoga si terrà il 20 dicembre: in una chiesa valdese. Don Nildo invece non si è scomposto: «Sono stato ordinato prete dal cardinale Lercaro, uno dei protagonisti del Concilio. Lui mi ha abituato a guardare avanti, a non accettare le posizioni prefabbricate». Don Nildo gli spazi li avrebbe concessi comunque, «anche se non ci fosse stato quel pronunciamento infelice del Vaticano. Perchè per un cristiano, la condivisione della sofferenza sta al primo posto». Monsignor Ernesto Vecchi, vicario tradizionalista del cardinale di Bologna Carlo Caffarra, non l'ha presa troppo bene. In passato si è scontrato tante volte con l'Arcigay. Quando, l'anno scorso, un corteo di gay, lesbiche, bisex e trans contestò la processione della Madonna di San Luca, in segno di protesta contro il presidente della Cei Bagnasco, ci volle una messa riparatrice. Vecchi poi definì il Gay Pride «una manifestazione vergognosa». Stavolta dice: «La veglia è un azzardo del parroco. Potremmo proibirla ma non lo facciamo per non prestarci all'equivoco secondo cui il Vaticano sarebbe favorevole alla pena di morte per i gay». Non è vero, aggiunge: «Semplicemente la Chiesa non potrà mai riconoscere ciò che non è riconoscibile». È questo lo scoglio che bisogna superare, ribatte Sergio Lo Giudice, presidente onorario di Arcigay: «Di solito si pensa che da una parte ci siano i cattolici e dall'altra i gay: non è così. Il problema è che la Chiesa prospetta agli omosessuali una sola strada: quella della rinuncia all'amore e alla sessualità».

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Marcello Pera e il Cristianesimo (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)

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Corriere della Sera - MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-12-12 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE LIBRO Marcello Pera e il Cristianesimo Tra tante guerre di religione, ha senso esibire conversioni al cristianesimo o rivolgersi ad esso per giustificare i diritti? Marcello Pera rivendica la sua posizione laica e liberale nel libro «Perché dobbiamo dirci cristiani» che presenta alla Cattolica. Largo Gemelli 2, Aula Magna, h. 16.30

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La Chiesa e i tradimenti da perdonare (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-12-12 num: - pag: 1 autore: di MARIA LUISA AGNESE categoria: REDAZIONALE Il caso La lettera pastorale di Bagnasco fa discutere cattolici e laici La Chiesa e i tradimenti da perdonare MILANO — Siete stati traditi? Perdonate. Lo sostiene il cardinale di Genova e presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che in nome dell'unità familiare rispolvera la collaudata virtù della pazienza. Ma la lettera pastorale 2008-2009 fa discutere laici e cattolici i quali sono i meno sorpresi dalle parole del cardinale. A PAGINA 29

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Il <re di Teheran> cresciuto all'ombra di Ahmadinejad (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-12-12 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Il nuovo potere Emarginati i chierici, vincono gli ex militari Il «re di Teheran» cresciuto all'ombra di Ahmadinejad L'ascesa del magnate Mahsouli, odiato dai blogger Il nuovo titolare degli Interni è un imprenditore che si è arricchito passando dal mattone al petrolio. Gli avversari: «Dietro a improvvise fortune c'è una strategia politica, il presidente iraniano sta creando una nuova classe sociale per mantenere il potere» DAL NOSTRO INVIATO TEHERAN — Niente cravatta, nessun lusso, anche la rivoluzione ha i suoi vezzi. Il presidente Mahmud Ahmadinejad ne è un testimonial perfetto, il giubbino floscio che indossa fin sul palco dell'assemblea plenaria dell'Onu è diventato un'icona del laico devoto. Vuol dire: «Sono un politico onesto al servizio del popolo nel nome del-l'Islam ». Eppure a Teheran dicono che la villa del suo nuovo ministro degli Interni, Sadegh Mahsouli, sia proprio questa meraviglia al nord della capitale iraniana. Niente foto, gesticola la guardia. Per sentire l'odore dei dollari, però, basta annusare l'aria di montagna. La recinzione è fatta di lance con le punte d'ottone. In quest'area, un metro quadro in condominio costerebbe 5-6mila dollari, la villa del ministro vale milioni e non è una residenza di Stato. è la sfarzosa casa privata del primo ministro. I blogger iraniani sono scatenati contro di lui. Si rimbalzano l'un con l'altro la stessa favola, mai smentita dall'interessato. Eccola. Sadegh Mahsouli ha combattuto la guerra contro l'Iraq, non nell'esercito regolare, ma nelle milizie infiammate dalla fede, i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Una decina di anni fa, Mahsouli lascia la divisa proprio come ha fatto il presidente. Le loro strade sembrano dividersi, uno entra in politica, l'altro in affari. Uno fa il sindaco di Teheran. L'altro compra case a 3 piani e ottiene il permesso di abbatterle per costruire torri da 25 piani. Quattro anni fa il nuovo incontro. Mahsouli coordina la campagna elettorale di Ahmadinejad. è il trionfo, ma Mahsouli va ancora per la sua strada. I suoi affari decollano. Dal mattone passa al petrolio. Apre sedi a Dubai, in Turchia, in Turkmenistan. Poi si butta nell'import. Il patrimonio dell'antico pasdaran è oggi stimato in 20 miliardi di dollari, un quinto del budget annuale dell'Iran. Ufficialmente è «solo» di 163 milioni di dollari. «Il saccheggio dei beni pubblici è evidente — denuncia a Teheran, Saied Leilaz, celebre analista economico d'opposizione —. Il presidente ha in mano il credito: nel 2005, in una notte, cambiò i direttori delle sette più importanti banche pubbliche. Ha in mano gli appalti statali. C'è una base pasdaran fuori città, la Khatamolanbia. Era una base logistica che, finita la guerra, si è messa a lavorare per lo Stato. Solo che da 4 miliardi l'anno di contratti, con Ahmadinejad è passata a 20. Quando un'impresa controllata dai Basiji — altra milizia d'ispirazione religiosa— ambisce a una commessa, l'asta pubblica è sospesa. L'ha stabilito Ahmadinejad per legge. Per consuetudine, l'Iran fissava a ogni inizio anno le tariffe doganali. Ahmadinejad, invece, le cambia quando vuole. I cellulari, ad esempio sono passati dal 5 al 65% per poi scendere al 15. Chiaro che chi ha importato 5 milioni di apparecchi proprio prima dell'aumento ha fatto l'affare. Il nome dell'indovino? Lo dicono i blogger: il ministro dell'Interno Mahsouli. «Ahmadinejad sta creando una nuova classe sociale su cui poggiarsi per mantenere il potere » dice Mustafa Tajzadeh, il «ragioniere dei flussi elettorali » del Mosharikat, il principale partito riformista. Per lui dietro «alcune improvvise fortune» c'è una strategia politica. «Ahmadinejad è contro il sistema partitico — dice —, non ha un suo partito e indebolisce quelli esistenti. La sua base sono i mi-litari, organizzati, capillari ed efficienti per ordine di servizio. Noi lo chiamiamo il "partito delle caserme"». Il Mannheimer persiano comincia a elencare dal dito mignolo: «Ahmadinejad ha cercato di azzoppare la banca privata Parsian — vicina all'ex presidente Khatami, ndr —. Poi — ed è l'anulare — di mettere sotto controllo l'università Azad — vicina all'altro ex presidente Rafsanjani, ndr —. Quindi ha chiuso i giornali riformisti, da Sharq — il dito medio, di area Rafsanjani — all'Amihan - dito indice, sempre in orbita riformista —. Sono troppi i casi per citarli tutti. Il progetto è lasciare campo aperto solo al "partito delle caserme": unico in grado di mobilitare e organizzare la società" ». Per la prima volta da trent'anni, sulle poltrone chiave dell'esecutivo non siedono più dei clerici, i «turbanti », ma dei laici: alla presidenza del Parlamento, al ministero della Cultura e della Guida Islamica, al ministero della Giustizia. Dopo che un ministro di Ahmadinejad aveva parlato di amicizia con il «popolo israeliano» ed era stato rimproverato dagli ayatollah, un consigliere del presidente ne ha preso le difese. «è meglio che i clerici si occupino di religione e lascino il governo ai ministri». Una bestemmia nel Paese del Velayat- e Faqih, la guida del saggio religioso. «In questi tre anni i gruppi moderati di destra e di sinistra si sono avvicinati cacciando gli estremisti ai margini. Il futuro sarà del centro» sostiene Khosh Chehreh, professore di economia politica ed ex deputato conservatore. Nelle definizioni del professore gli estremisti di sinistra sono i giovani che chiedevano democrazia ai tempi delle riforme di Khatami, gli estremisti di destra sono i «militari ». La resa dei conti tra i due gruppi arriverà in giugno, alle elezioni presidenziali. Il volto della metamorfosi del potere iraniano è una bizzarra contraddizione: i possibili candidati «conservatori» sono ex militari di mezza età laici. I candidati «riformisti» hanno in testa il turbante del religioso e hanno superato ampiamente i sessant'anni. La sfida è diventata tra la vecchia guardia della rivoluzione islamica e i «giovani» leoni sopravvissuti alla guerra con l'Iraq. A difendere con il voto e la politica l'idea di una riforma democratica non è rimasto nessuno. Iran Il ministro degli Interni Sadegh Mahsouli (a destra). Sotto, Ahmadinejad. Nel tondo, Teheran Andrea Nicastro anicastro@corriere.it

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Relativismo, una maschera del nulla (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-12-12 num: - pag: 53 categoria: REDAZIONALE Il dibattito Filosofia e religione non possono rinunciare alla ricerca della verità: ma in democrazia nessuno può vantarsi di possederla Relativismo, una maschera del nulla Oggi l'«incultura dell'optional» mette tutto sullo stesso piano, dalla pornografia alla fede di CLAUDIO MAGRIS I n una delle sue ultime interviste, Horkheimer — fondatore, con Adorno, di quella Scuola di Francoforte che, col suo marxismo critico e autocritico, è tuttora fondamentale per capire la nostra realtà — dice che il mondo finito e contingente in cui viviamo è l'unico di cui possiamo parlare, ma non è necessariamente l'unico esistente e comunque non basta. Esso è l'unico oggetto di una onesta conoscenza razionale, ma la sua finitezza evoca quell'inattingibile altrove, quell'irriducibile Altro che danno senso al nostro confronto con esso, con le sue mancanze che chiedono di essere colmate, con le sue ferite che domandano di essere sanate, con le sue esigenze di giustizia e di felicità sempre deluse eppur mai cancellate. Per la tradizione ebraica, che nutre il pensiero di Horkheimer, il Messia non è ancora venuto, ma anche chi ritiene che non verrà non può comprendere veramente la realtà umana senza fare i conti con il senso e con l'esigenza di quell'attesa, di quella promessa di redenzione. Ogni filosofia che rinuncia a essere ricerca della verità e del significato si riduce a un mero protocollo di un bilancio societario; d'altronde un pensiero che pretenda di essersi impossessato della verità come ci si impossessa di un oggetto o della formula di un esperimento è una retorica menzognera. Di Dio, dicono tutti i grandi mistici, non si può dire nulla, perché lo si degraderebbe a misura umana, bestemmiando la sua assolutezza; si può solo sentirsi avvolti dalla sua oscurità, mentre ci si occupa onestamente delle singole cose che si possono vedere. Quelle parole di Horkheimer, alieno da qualsiasi fede positiva, indicano come la fede, contrariamente a ciò che spesso si dice, non sia un ombrello che ripara da dubbi e incertezze, bensì un violento squarcio del consueto sipario quotidiano che ci protegge con tutte le convinzioni e le convenzioni passivamente acquisite, uno squarcio che ci espone a venti ignoti. Gesù o Buddha non sono venuti a fondare una religione, perché già allora ce n'erano troppe, bensì a cambiare la vita, con tutto il rischio e lo smarrimento che ciò comporta e che Gesù ha provato nel Getsemani; secondo le sue parole, solo chi è disposto a perdere la propria vita la salverà e perdere la vita — ossia tutto il suo corredo di convinzioni, abitudini, valori, legami, buoni sentimenti e comportamenti assennati — significa non sapere a cosa si va incontro. Nel suo dialogo con Giulio Giorello — Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti — Dario Antiseri ha sottolineato come la fede, proprio perché afferma di credere in una verità e non di sapere cosa sia la verità, si offre al dialogo senza la pretesa di possedere la chiave dell'assoluto. Inoltre la fede, a differenza di tante ideologie, impedisce di innalzare falsamente ad assoluto qualsiasi realtà umana, storica, sociale, politica, morale, religiosa, ecclesiastica; essa è una difesa contro ogni idolatria e dunque contro ogni totalitarismo, che si presenta sempre come un (falso) assoluto, un idolo che esige cieca obbedienza e magari sacrifici di sangue. Come Giorello, ammiro più la preghiera a schiena diritta che quella in ginocchio, ma inginocchiarsi solo dinanzi all'assolutamente Altro aiuta a non inginocchiarsi davanti a ogni potere che pretende di essere Dio o il suo unico autorizzato rappresentante e di parlare a suo nome. I fondamentalismi di ogni genere — anche e soprattutto quelli religiosi, di ogni religione e di ogni Chiesa, nessuna esclusa — sono spesso i primi a commettere questo peccato di blasfema e violenta idolatria. Il dialogo fra Giorello e Antiseri è nato anche dalle ripetute condanne del relativismo pronunciate da Benedetto XVI e dalle polemiche da esse provocate. Un intenso approfondimento di questa tematica, inteso a sfatare da posizioni laiche la fallace identificazione del relativismo col pluralismo e con la libertà, è costituito dal volume Verità relativismo relatività (ed. Quodlibet), curato da Tito Perlini, autore dell'affascinante saggio che lo apre. Interprete e seguace del marxismo critico della Scuola di Francoforte, sulla quale ha scritto pagine fondamentali, figura intellettuale di rilievo nella sinistra minoritaria italiana e aperto a quell'«assolutamente Altro» di cui parlava Horkheimer, Perlini è una delle intelligenze che hanno capito più a fondo le trasformazioni epocali degli ultimi decenni. Pago di capire, pronto a prendere atto con tranquillo disincanto del fallimento di molte sue aspettative politiche, riluttante ad apparire (non per sdegnosa o schiva riservatezza, bensì piuttosto per sana ancorché esagerata pigrizia), Perlini è stato sempre restio a ridurre i suoi acutissimi e torrenziali saggi, sin dalla sua voluminosa tesi di laurea sul Doktor Faustus, che ben più di mezzo secolo fa sfondò lo zaino in cui l'aveva messa il suo maestro Guido Devescovi, l'amico e compagno di classe di Scipio Slataper, per portarsela a leggere in montagna. Nel suo saggio, Perlini combatte il rifiuto dell'idea di verità e della sua ricerca, che da Nietzsche in poi domina il pensiero occidentale. Benedetto XVI, condannando il relativismo sul piano etico e teoretico, ne riconosce la validità sul piano politico quale fondamento della democrazia, basata sul presupposto che nessuno possa pretendere di conoscere e tanto meno di imporre la strada giusta. Certamente più democratico di Benedetto XVI, Perlini è tuttavia ben più radicale nella critica non della democrazia, in cui crede, bensì della sua attuale degenerazione: una politica che ha abdicato a ogni visione del mondo e si è ridotta a mera gestione — talora a indebita appropriazione — dell'esistente, declassando la democrazia a «dittatura dell'opinione pubblica manipolata che legittima ogni forma di demagogia posta al servizio degli interessi dominanti sul piano economico e finanziario». è un ritratto perfetto dell'Italia di oggi. Alle classi tradizionali è subentrato un gelatinoso «ceto medio» che non ha nulla della classica borghesia e che produce e consuma — scrive Perlini riprendendo un'osservazione di Goffredo Fofi — una colloidale «cultura media» che avviluppa come un chewing gum i giornali, l'università, la televisione, l'editoria, il dibattito intellettuale, livellando ed equiparando tutti i valori in una melassa sostanzialmente uniforme e facilmente digeribile, che smussa ogni reale contraddizione e scarta o disarma ogni elemento capace di mettere realmente in discussione l'ordine imperante — ogni scandalo e follia della croce, per citare il Vangelo. Questa medietà non è la modesta e onesta tappa in cui quasi tutti noi mediocri siamo ovviamente costretti a fermarci nel cammino verso l'alto, ma è la totalitaria eliminazione di ogni tensione fra l'alto e il basso, l'ordine e il caos, la vita e la morte, il senso e il nulla. Il relativismo è il presupposto di questa (in) cultura dell'optional, che ammannisce un po' di tutto mettendo tutto insieme sullo stesso piano e sullo stesso piatto, pornografia e prediche sui valori familiari, fumisterie esoteriche e pacchiane superstizioni, un etto di cristianesimo e un assaggio di buddhismo, volgarità plebea e volgarità pseudoaristocratica di spregiatori delle masse graditi a quest'ultime, Madonne di gesso che piangono e veline che discutono con filosofi, abbronzature di famosi su belle isole e pii cadaveri dissotterrati e messi impudicamente in mostra. Questo relativismo, in cui tutto è interscambiabile, non ha niente a che vedere col rispetto laico dei diversi valori altrui accompagnato dal fermo proposito di contestarli rispettosamente ma duramente in nome dei propri; è il trionfo dell'indifferenza, collante di una solidale e inscalfibile egemonia. Così il relativista, scrive Perlini, è intollerante verso ogni ricerca di verità, in cui vede un pericolo per la propria piatta sicurezza, che egli si convince sia l'esercizio della ragione. L'autentico illuminismo, fondamento della nostra civiltà inviso ai fondamentalisti clericali e anticlericali, è quello espresso da Lessing nella sua famosa parabola dei tre anelli: nessuno sa quale sia quello vero, perché l'occhio umano non può distinguerlo, ma si sa che uno è vero, che c'è la verità e che vivere significa cercarla pur sapendo di non poter mai esser certi di averla raggiunta. Il relativismo — scrive Perlini — è uno stimolo salutare all'interno della ricerca della verità, per impedire che essa si snaturi, come è avvenuto e avviene spesso, nell'intollerante dogmatismo. Altrimenti il relativismo è l'altra faccia del fondamentalismo sicuro di sé, poca importa se trionfalmente ateistico o trionfalmente bigotto, muro di supponenza che un io debole e timoroso della vita si costruisce per tenerla lontana. Finché c'è il muro, il timore dei fantasmi è forte. Ma come dice la vecchia storia? «La paura bussa alla porta. La fede va ad aprire. Fuori non c'è nessuno».

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La nuova Curia potrà accogliere cinquemila persone (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 12-12-2008)

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stampa Attualità La nuova Curia potrà accogliere cinquemila persone Rita Calicchia Una anteprima in piena regola, con tanto di visita guidata in un via vai di scatoloni ricolmi che denunciano traslochi ancora in corso. Il clima è da vigilia di grande evento. E il Vescovo diocesano, mons. Giuseppe Petrocchi non nasconde emozione ed anche preoccupazione: sarà il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ad inaugurare domenica 14 alle ore 15. 00 la nuova Curia di Latina: 6 anni di lavori per il ìCentro Pastorale Diocesano" considerato fra i più grandi ed imponenti d'Italia. Due seminterrati (uno dei quali comprendente un anfiteatro all'aperto), 4 piani (compreso il pianoterra con la reception), un roof garden attrezzato per l'accoglienza di centinaia di persone (il terzo livello è dedicato alla convegnistica con tre megasaloni collegati fra di loro attraverso un sofisticato sistema di videoconferenza: un'opera imponente, realizzata con i contributi della Cei, delle parrocchie, della Provincia, e con somme provenienti dall'8 per mille. «Sarà il cuore pulsante della Chiesa pontina» - ha detto il Vescovo diocesano, confermando coi numeri le enormi potenzialità di una struttura destinata ad accogliere, a regime, una piccola comunità pari ad almeno 5mila persone. Qui troveranno sede infatti tutti gli organismi e le associazioni che ruotano attorno alla Chiesa Pontina: Azione Cattolica, scout, Focolari, Neocatecumenali, Rinnovamento dello Spirito, Comunione e Liberazione, Cursillos di cristianità, Unitalsi. Resterà in funzione la vecchia Curia con la Scuola di teologia Paolo VI, gli uffici amministrativi e la residenza del Vescovo.

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Se la Chiesa perdona il tradimento (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 12-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-12-12 num: - pag: 29 categoria: REDAZIONALE La lettera di Bagnasco Il cardinale di Genova ai fedeli: occasioni di emozioni nuove, siate tolleranti Le reazioni Corradi (Avvenire): nessuna meraviglia. La laica Cantarella: cercano di salvare il salvabile Se la Chiesa perdona il tradimento Secondo il direttore di Famiglia Cristiana vengono riecheggiati tratti della prima enciclica di Benedetto XVI MILANO — Siete stati traditi? Perdonate, perdonate, perdonate: che cosa sarà mai una scappatella? Non lo suggerisce la saggezza antica e neppure l'amico/amica ultrarealista, ma il cardinale di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco, che in nome dell'unità familiare rispolvera la collaudata virtù della pazienza e nella sua lettera pastorale 2008-2009 invita in sostanza mariti e mogli traditi a chiudere un occhio sulle corna. E così la Chiesa è ancora una volta capace di fare scandalo anche quando dice cose in fondo ovvie, d'altra parte Bagnasco stesso proviene da quella scuola ecclesiastica genovese che si è dimostrata all'avanguardia sul fronte della rottura comunicativa: in un incontro informale di qualche tempo fa proprio il suo predecessore Tarcisio Bertone, oggi Segretario di Stato, lo aveva anticipato dicendo con un sorriso che bisogna saper perdonare, anche se non proprio settanta volte sette, come ha sempre voluto il Vangelo. Nella lettera alle pecorelle della sua diocesi, di cui ha dato notizia Il Secolo XIX, Bagnasco riconosce ora che «le occasioni di altre sponde disponibili che promettono emozioni nuove sono presenti ovunque», e che bisogna saper esercitare tolleranza prima di risolvere tutto con una separazione. La famiglia prima di tutto, dunque, anche prima della fedeltà nel matrimonio. E infatti il testo di Bagnasco, nel quale secondo il direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino riecheggiano tratti della prima enciclica di papa Benedetto XVI ( Deus Charitas est), non si rivolge solo ai credenti. Sciortino lo vede anzi quasi come un appello più generale, «di fronte ai tanti legami familiari che oggi si spezzano con leggerezza, a tornare a un amore più solido che non ceda alle tentazioni che ormai ci arrivano da ogni parte». E proprio questo è stimolo di riflessione per credenti e non, «in una società che ha banalizzato e mercificato l'amore e lo stesso legame familiare, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Insomma ci dà anche qualche dritta per imparare ad amare». Non aiuta in definitiva a salvare solo il matrimonio, ma anche a salvare l'amore: e su questo Camillo Langone, brillante corsivista del Foglio (e prossimo autore di una Guida alle Messe) costruisce la teoria della differenza fra emozioni (in sostanza la scappatella) «che sono effimere e che oggi maciniamo a ritmi ossessivi, e amore, che implica durata, scommessa, costruzione». Accoglienza con poca meraviglia, quindi, nel fronte cattolico, della lettera pastorale: «Mi meraviglio semmai della meraviglia, vuol dire che, per quanto Paese cattolico, conosciamo ben poco del Cristianesimo, che ha sempre predicato il perdono come legge fondante» dice Marina Corradi, firma del quotidiano cattolico Avvenire. E su questo concorda da sponda laica la grecista Eva Cantarella: «Non mi fa impressione, non mi pare neppure un'apertura vera, mi pare piuttosto che la Chiesa cerchi di salvare il salvabile». Anche se non si tratta di una rivoluzione, è certo però che la tradizionale politica dell'indulgenza cattolica veniva perlopiù esercitata a posteriori, nei confessionali, e non predicata in anticipo, e perdipiù con autorevole pronunciamento ex cathedra: non c'è rischio che scoppi la sindrome del liberi tutti, sicuri — peccatori e peccatrici — di poter contare sul perdono preventivo? «No, nessun pericolo, e soprattutto nessuna novità dal punto di vista della dottrina, perché per la Chiesa il tradimento resta peccato grave» risponde Marina Corradi. La novità non sta quindi sul piano della dottrina, ma è tutta sul piano comunicativo, sta, come sostiene il politologo don Gianni Baget Bozzo, «nel linguaggio con cui la Chiesa si adegua ai tempi, e si confronta con la concretezza della realtà, l'irrompere del sesso, dell'ostensione dei corpi e della loro bellezza: ovunque c'è prevalenza dell'estetica sull'etica, quasi una nuova forma di paganesimo ». E su questo tentativo di colpevolizzare l'antico non concorda Eva Cantarella: «Il corpo greco era tutt'altro, era quasi divino, idealizzato, non aveva nulla della volgarità contemporanea ». Maria Luisa Agnese

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Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Rinnovamento nello Spirito Santo (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 12-12-2008)

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12 dicembre 2008 Langone alla scoperta dell'altra facebook dei movimenti cattolici - Rinnovamento nello Spirito Santo Rinnovamento nello spirito santo. Faggioli nella “Breve storia dei movimenti cattolici” se la prende con i protagonisti del suo lavoro perché li considera tutti quanti di destra. Ma con chi parlato? Chi ha conosciuto? Compattamente credenti nel peccato originale, nella realtà, nell?educazione, dalla presente inchiestina risultano solo Cl, Opus Dei e Legionari. Sui neocatecumenali il discorso è complicato dal bisticcio tra fedeltà a Ratzinger Papa e infedeltà a Ratzinger liturgo. Gli altri movimenti sono, chi più chi meno, buonselvaggisti quindi sinistreggianti, compreso l?affascinante fenomeno carismatico che si suole definire Rinnovamento nello Spirito Santo. Davvero non me l?aspettavo, avevo appena sfogliato “Politicamente scorretto” di Vincenzo Merlo, autore loro che dipinge Che Guevara come miserabile assassino (sua frase storica: “Prendete il fucile e sparate alla testa di ogni imperialista che abbia più di 15 anni”). Invece nei profili di Rinnovamento presenti su FB dilaga una correttezza politica senza un grano di giudizio, testimoniata dall?adesione ai gruppi “Non esistono cani cattivi… solo padroni coglioni!”, “Teniamo i parlamentari leghisti in aule separate”, “Aboliamo le corride”, “Sabotiamo i test d?ingresso per i bambini extracomunitari”, e a mille altre montessorate e animalisterie. Succede che la stessa persona, spesso una donna, sostenga al contempo il seminario di Torino e Vladimir Luxuria, la Bibbia e Baricco, Sant?Agostino e Daria Bignardi… Prego lo Spirito Santo che il campione da me analizzato non sia significativo. di Camillo Langone

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Un ulivista cattolico di rango ai capi del Pd in lotta: ma andate un po' a farvi fottere! (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 12-12-2008)

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12 dicembre 2008 Un ulivista cattolico di rango ai capi del Pd in lotta: ma andate un po' a farvi fottere! Al direttore - Ha ragione Francesco Cundari: nel Pd, primarie indietro tutta. Ricordate la disputa teorica e il braccio di ferro pratico, in sede di elaborazione dello statuto Pd, tra partito leggero e partito strutturato, tra primarie e congressi, tra elettori e aderenti? Non ne resta nulla. Ora apprendiamo che la parola d?ordine del vertice Pd, che sulle primarie (ancorché non competitive) fonda la sua legittimazione, è: diffidare delle primarie, scoraggiarne l?attuazione. Esse disturbano il manovratore al vertice, ora che grazie alle primarie si è insediato. Un tempo i loquacissimi consiglieri giuridici del segretario ci ammannivano dotte lezioni sulle primarie. Ora essi si sono consegnati al silenzio. Così come, del resto, su maggioritario e modello francese, sui quali non si azzardano a incrociare le armi con il tedesco D?Alema. Non si tratta di questioni ai margini, ma al contrario di nodi che decidono identità, missione e forma politico-organizzativa del Pd a loro volta inscritte in una visione piuttosto che in un?altra dell?evoluzione del sistema politico italiano e dei suoi attori. Del resto, tutti, ma proprio tutti, i capisaldi della cosiddetta “nuova stagione” del Pd sono stati abbandonati o contraddetti, naturalmente senza riconoscerlo: autosufficienza, rapporto esclusivo con l?Idv, partnership con Berlusconi sulle regole, modello francese e ora appunto partito dei cittadini che fa delle primarie il suo mito e il suo atto fondativo. Si aggiunga, come sfondo sistemico, la teorizzata discontinuità rispetto all?Ulivo (quindici anni da buttare, si disse), teoria anch?essa rimangiata di recente, al punto da sostenere che il Pd avrebbe dovuto nascere nel 1999, al tempo del primo governo Prodi. Quando, sia detto per inciso, Veltroni mollò Prodi per passare, in ventiquattr?ore, a segretario dei Ds e sostenere il governo D?Alema insediatosi grazie al rinnegamento dell?Ulivo preteso da Cossiga in nome di un centro-sinistra con ostentato trattino. Di lì a poco, al congresso Ds di Torino del 2000, il segretario Ds Veltroni urlò dalla tribuna il suo sonoro “no” alla proposta di Parisi che proponeva esattamente di fare insieme, allora, il partito nuovo e unitario dell?Ulivo ovvero il Pd. Ma lasciamo stare il passato remoto. Limitiamoci all?anno del Pd. Ciò che più sconcerta è la circostanza che la sconfessione totale della linea adottata, buona o cattiva che fosse, sia stata operata senza alcuna discussione e senza alcun passaggio democratico. Eppure in mezzo è pur successo qualcosa: una disfatta elettorale e, a seguire, una catena infinita di scontri di potere in orizzontale e in verticale, tra veltroniani e dalemiani, tra centro e periferia. Non so se sia appropriato parlare di questione morale (espressione oscura e suscettibile di fraintendimento). So che è immorale che sia stato impedito un aperto confronto politico opponendovi due invincibili ostacoli: il patto oligarchico al vertice foriero di finte paci e finte guerre mai connotate politicamente; la negazione di luoghi democratici di confronto a cominciare dalla liquidazione dell?unico organo eletto, e cioè l?assemblea nazionale dei delegati espressi appunto dalle primarie. Salutati e spediti a casa senza tanti complimenti. Evidentemente le primarie sono state buone una sola volta e per un solo giorno. Se la radice del problema sta, come sta, nel blocco oligarchico, essa è semmai rimarcata dalla singolarità di un comunicato ufficiale che informa di un colloquio telefonico tra Veltroni e D?Alema. In quel “vertice telefonico” e in quei rituali diplomatici non è adombrata la soluzione ma, all?opposto, è enfatizzato il problema. Al più essi suggeriscono l?idea che l?oligarchia inclina verso la diarchia. Evocano il vecchio spartito dei “compagni di scuola” e la “guerra dei trent?anni”. Perché i due non dovrebbero diramare comunicati alla stregua di due capi di stato maggiore alla testa delle rispettive truppe, né siglare patti o tregue più o meno sincere, ma discutere di politica a viso aperto e con gli altri nelle sedi di partito a ciò deputate. Già, quali? Franco Monaco Mi piace questa invettiva di un ulivista cattolico, sebbene venata di spiriti animali e parziali tipici di tutte le lotte interne di partito. Non sono contento dello sprofondamento nell?incredibile della identità del Pd. Questo autoaffondamento peggiora tutti, anche la destra e il suo Cav. o Rais.

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Bologna sceglie il dopo Cofferati Quattro in lizza alle primarie Pd (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 13-12-2008)

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Bologna sceglie il dopo Cofferati Quattro in lizza alle primarie Pd Il Pd di Bologna chiama oggi e domani iscritti ed elettori alle urne. Si vota in 49 seggi per scegliere, tra 4 aspiranti, il candidato sindaco. Gara aperta ma il pronostico è per il prodiano Flavio Delbono, vice di Errani in Regione. A Bologna è il giorno delle primarie. Si vota oggi e domani. Quattro sfidanti in lizza per scegliere il candidato sindaco del Pd nel 2009. Una gara divenuta col passare dei giorni sempre più turbolenta. A far precipitare la situazione, il rifiuto di Sergio Cofferati di accettare un secondo mandato. «Mi dedico a mio figlio che ha un anno: vado a Genova», dice il sindaco a ottobre. Prima dell'annuncio choc, l'unico che si era fatto avanti era Andrea Forlani, presidente del Quartiere Santo Stefano, da sempre critico con l'ex sindacalista e per questo disposto a sfidarlo. Sfilatosi Cofferati, circolano subito i nomi dei coniugi Prodi e di Pierluigi Bersani, ma nessuno dei big accetta. Forlani invece rimane in campo. Più o meno timidamente si aggiungono Virginio Merola, assessore cofferatiano che flirta - ricambiato - con i vendoliani del Prc. Il vicepresidente della Regione Flavio Delbono, amministratore di lungo corso che invece boccia l'ipotesi di un'alleanza con Rifondazione: «L'esperienza del governo Prodi insegna». E il presidente del Consiglio provinciale Maurizio Cevenini, officiante laico di oltre diecimila matrimoni in Comune. Il candidato, quest'ultimo, con più fair play. Il suo slogan è «Vota chi vuoi ma vota». E da tifoso del Bologna, molto popolare in città, dice di voler portare alle urne gente distante dalla politica: «C'è tutto un mondo che esiste fuori dalle nostre sezioni. Basta con la divisione tra chi va allo stadio e chi va a teatro». Dei quattro, tutti di provenienza Ds tranne Delbono (ex Margherita, docente di Economia), la patente di primarista più «scomodo» spetta a Forlani. Anche ieri non ha rinunciato a tenere tutti con il fiato sospeso, ventilando un ritiro in extremis in segno di protesta contro Delbono: «Ha sforato il budget di 15mila euro che ogni candidato doveva spendere nella campagna. E i vertici l'hanno scagionato senza approfondire». Un tema ricorrente, in questa campagna: le accuse a Delbono di essere «un raccomandato» (così l'ha definito Merola) dai vertici del partito. Tra i sostenitori dell'economista si contano, tra i tanti, Prodi, Bersani ed Enrico Letta. Il quale, arrivato in città proprio per incontrare Delbono, annusato il clima, ha cercato di fare da paciere: «Qualche gomitata ci sta, ma ricordatevi che poi tutto si deve ricomporre». Ma la vera prova del nove, la più dura per i quattro aspiranti sindaco, è stata doversi confrontare con un personaggio - ancora saldamente insediato a Palazzo D'Accursio - del calibro di Cofferati. Un'ombra sempre presente, quella del ex leader della Cgil, con la conseguente ridda di polemiche che criticarlo, a Bologna, comporta. Per fare un esempio, quando Delbono ha condannato le ordinanze cofferatiane che imponevano la chiusura anticipata a 5 bar rumorosi di via del Pratello (tradizionale strada della movida), il giorno dopo, ha fatto ancora più rumore la smentita: «Sono stato frainteso». Il segretario provinciale del Pd Andrea De Maria vuole però che questa due giorni sia d'esempio per tutti: «Mettiamo a disposizione della città un'occasione di partecipazione. È un segnale per il Pd nazionale». PIERPAOLO VELONÀ BOLOGNA pvelona@unita.it

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A Fossano Fiat sceglie i Salesiani (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 13-12-2008)

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INDAGINE. AI FORNITORI Settecento iscritti Le aziende del Cuneese puntuali nei pagamenti Un istituto professionale d'eccellenza A Fossano Fiat sceglie i Salesiani Le aziende della «Granda» sono puntuali nel pagamento dei fornitori. Lo dice un'indagine della «Dun&Bradstreet», prima società al mondo nella business information, che ha monitorato 158.433 aziende piemontesi. Dal rilevamento risulta che il 75,2 per cento delle imprese salda i conti nel tempo prestabilito (solitamente 30 giorni). Meglio di Cuneo soltanto il Verbano Cusio Ossola con una percentuale di ditte che onora i propri debiti entro i termini concordati del 77%. A Cuneo seguono Novara con il 74,4% di buoni pagatori, Biella (73,6%), Asti (71,5%), Vercelli (71,1%) e Alessandria (70,1%). Fanalino di coda, non solo del Piemonte, ma di tutto il Nord Italia, è Torino (66,1%). La provincia di Cuneo ha un bacino di 20.940 aziende, corrispondenti al 13,2% delle imprese piemontesi (il 54,2% è nella provincia di Torino). Secondo l'indagine l'85,1% delle aziende piemontesi ha meno di 5 dipendenti e il 36,2% fattura tra i 100 mila e i 499 mila euro annui. Il 24% delle imprese si occupa di commercio al dettaglio, il 18% di servizi vari, il 17% di servizi finanziari, il 16% è nell'industria e nella produzione, l'11% nell'edilizia, l'8% si dedica al commercio all'ingrosso, il 4% a trasporti e distribuzione, il 2% all'agricoltura. In tutte le province piemontesi il termine di pagamento più utilizzato è quello dei 30 giorni. Fa eccezione il Verbano Cusio Ossola, in cui il pronto cassa è utilizzato dal 34,4% delle imprese. A Cuneo il 78,1% delle aziende salda a trenta giorni (la media regionale è del 74,3%). Solo nel 9,2% dei casi vengono preferiti i 60 giorni. Il pronto cassa viene utilizzato dal 4,4% degli imprenditori cuneesi, mentre solo l'1% paga per contratto dopo 4 mesi (formula scelta nella provincia di Vercelli quasi da un'azienda su dieci). \L'istituto salesiano negli ultimi 25 anni si è trasformato, diventando scuola professionale d'eccellenza. Conta quasi 700 alunni, ed è frequentato da centinaia di apprendisti e adulti già inseriti nel mondo del lavoro che frequentano corsi di formazione. Da qualche mese la guida dell'istituto è passata da don Gian Paolo Del Santo, «anima» della scuola fossanese, ai due nuovi direttori, il salesiano don Graziano Ceschia (che dirige la casa salesiana) e il laico Lucio Reghellin alle redini del centro professionale. [FIRMA]WALTER LAMBERTI FOSSANO Formare non solo tecnici preparati che sappiano lavorare in un mondo dove la tecnologia è in continua evoluzione, ma anche persone, uomini e donne, maturi e responsabili. Preparazione tecnica e promozione umana sono due caratteristiche che stanno alla base dell'attività formativa dei Salesiani, fin dai tempi di don Bosco. E questi sono i valori e le caratteristiche per i quali il gruppo Fiat ha scelto i Centri di formazione professionale «Cnos Fap» (letteralmente Centro nazionale opere salesiane, Formazione aggiornamento professionale) per far nascere TechPro², Technical professional program, progetto rivolto alla formazione di tecnici riparatori dell'automobile. Nove per il momento i centri in Italia che hanno avviato e avvieranno i corsi. In Piemonte oltre a Torino, capitale dell'auto, è stato scelto l'istituto fossanese di via Verdi. Ieri la presentazione ufficiale all'interno delle officine-laboratorio dove si svolgono le lezioni per riparatore con oltre 80 giovani iscritti, tra i quali anche alcune ragazze. In tanti sono intervenuti per il «taglio del nastro», sia dal mondo salesiano (il direttore dell'istituto fossanese don Graziano Ceschia e il direttore della scuola Lucio Reghellin, ma anche il direttore nazionale Cnos Fap don Gennaro Comite) e da casa Fiat (il responsabile del progetto Vito Matera e il referente della rete dei Centri assistenza Roberto Mossino). Oltre a loro anche l'assessore fossanese alle politiche giovanili Maurizio Bergia e l'assessore provinciale alla Formazione professionale Angelo Rosso. «Di recente la stampa straniera riferendosi alla crisi del mercato del lavoro ha detto che l'Italia non è un paese per giovani - ha sottolineato Vito Matera, di Fiat group automobiles -; non possiamo arrenderci a questo. Fiat vuole puntare sui giovani, vuole dare loro un'opportunità. E lo vuole fare fianco a fianco con i Salesiani che da sempre sono impegnati nella formazione dei giovani. La Fiat è cambiata molto negli ultimi anni e questo progetto rispecchia il nuovo volto dell'azienda. Al centro deve esserci la qualità del prodotto, ma anche la capacità di guardare alle necessità dei clienti. Ecco perché l'assistenza è così importante ed ecco perché dobbiamo formare i giovani che domani saranno impegnati in questo settore». Formazione che significa anche la possibilità di fare esperienza attraverso gli stages (presente all'incontro di ieri anche il fossanese Franco Canavesio, responsabile del settore autocarrozzerie di Confartigianato), esperienze sul campo che diventano un trampolino per il mondo del lavoro in un settore che ogni anno richiede centinaia di nuovi tecnici capaci di utilizzare i moderni strumenti per la diagnostica delle auto. L'inaugurazione di ieri a Fossano segue quella dell'istituto Teresa Gerini di Roma, quelle di San Donà di Piave e di Foligno e farà da apripista ad altre aperture in altre regioni italiane. Nel prossimo futuro l'esperienza arriverà anche fuori dei confini italiani dove è presente il gruppo Fiat. In ogni centro TechPro² viene allestita una vera officina dove i giovani possono fare pratica con strumentazione all'avanguardia da utilizzare su due auto di nuova generazione, una Fiat 500 e un'Alfa 156 JTD.

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L'effetto Shanghai (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Buongiorno L'effetto Shanghai Massimo Gramellini Mi accingevo a benedire laicamente la lettera pastorale con cui il cardinal Bagnasco invita i fedeli a perdonare i tradimenti occasionali del coniuge, mere emozioni che nulla hanno a che spartire con il respiro lungo dell'amore, quando mi è tornato alla mente il romanzo in cui Carlo Fruttero parla dell'effetto Shanghai. C'è una moglie cornuta che chiede consigli di alta strategia matrimoniale a un'amica. E costei, assai più prosaica del cardinale e di me, si schiera contro il partito del perdono, ricordando come anni prima, in un ristorante di Shanghai, le fosse successo di mangiare delle crocchette di pollo deliziose, salvo poi scoprire che non era pollo ma cane. A parte la nausea immediata, dice, una cosa così ti distrugge anche all'indietro: ma allora cosa ho mangiato ieri, l'altro ieri eccetera? Sempre cane? E mi piaceva pure! Insomma, secondo Fruttero non è possibile ripartire come se niente fosse: l'ombra di Shanghai non ti lascia più «anche se lui un giorno dovesse tornare da te vuotandosi il portacenere sulla testa». Temo abbia il grave torto di avere ragione. Il tradimento scoperto ammazza la fiducia nell'altro e raramente il perdono compie il miracolo di resuscitarla. Spesso si rimane insieme egualmente, per il bene dei figli e di se stessi, perché ricominciare daccapo è dura per tutti. Ma nulla è più come prima: l'equilibrio magico, magari ipocrita, è spezzato per sempre. La Chiesa fa il suo mestiere quando suggerisce il perdono. Ma qui l'unico che non perdona è l'effetto Shanghai.

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"Rendiamo più felici gli anziani con lavoro e formazione continua" (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 13-12-2008)

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STRESA.FORUM "Rendiamo più felici gli anziani con lavoro e formazione continua" [FIRMA]MARIA ELISA GUALANDRIS STRESA Anziani più felici e realizzati, attivi e produttivi per una società più giusta e che spende meno per l'assistenza. E' il modello presentato al Forum per la Terza economia, che da tre anni si riunisce all'hotel Des Iles Borromées di Stresa, organizzato dalla Fondazione Socialità e Ricerche e da Ambrosetti, con la partecipazione di scienziati, medici, sociologici, economisti e personaggi del mondo politico internazionale, come il ministro finlandese Matti Sihto. «Assistiamo a un miglioramento delle capacità delle persone dai 65 anni in su a livelli impensabili fino a 40 anni fa - spiega Marco Trabucchi, presidente della Fondazione -. Perciò si può mantenere l'anziano nel mondo del lavoro, per migliorare la sua vita e al tempo stesso produrre ricchezza per la società». Si tratta di una rivoluzione delle prospettive: «Lo Stato potrebbe così spendere meno in assistenzialismo e investire di più per il lavoro dei giovani. Bisogna superare la retorica del "vecchio che va fatto riposare"» conclude Trabucchi. La formazione continua è un aspetto fondamentale: «In Italia solo il 6% dei lavoratori viene costantemente formato e aggiornato - dice Michele Colasanto, docente di sociologia dell'Università Cattolica di Milano - e solo il 33% ha più di 55 anni. Si formano i lavoratori che hanno un titolo di studio più alto, mentre si escludono quelli con livelli d'istruzione più bassi». Non è per mancanza di fondi: «I soldi ci sono - prosegue Colasanto -, ma vengono usati per la previdenza. Non si spende per giovani e famiglie. Non bisogna più parlare di "welfare state", in cui i cittadini dipendono dalle istituzioni, ma di "welfare society", dove lo stato sociale punta sul lavoro di tutti, anziani, donne e immigrati sempre più qualificati». Un altro mito da sfatare è che gli anziani che continuano a lavorare rubino i posti ai giovani: «Gli anziani possono condividere la loro esperienza, anche lavorando con orari ridotti» conclude Guglielmo Weber, docente di Econometria all'Università di Padova. Ha chiuso i lavori di ieri il ministro «ombra» del Welfare Enrico Letta. «Dobbiamo culturalmente e a livello normativo fare passi avanti sul tema della Terza età - ha detto -, contro l'idea che quando si va in pensione la vita finisca. Dobbiamo investire sulla formazione continua». Questa mattina sono attesi il ministro Renato Brunetta, Bruno Tabacci, Tiziano Treu, la presidente della Regione Mercedes Bresso e il sottosegretario al Ministero del Lavoro Paolo Viespoli.

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L'INTIFADA delle colone (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Si chiamano Daniela, Nadia, Ayala: sono le leader del movimento religioso che da Hebron ha lanciato una sua sfida all'esercito, allo Stato e ai palestinesi. Il loro messaggio? «Non lasceremo mai Giudea e Samaria». E con le elezioni del 10 febbraio sperano di portare al potere un governo nazionalista e fedele alla Torah L'INTIFADA delle colone SCATENARE IL CAOS, IMPEDIRE OGNI RITIRO Michele Giorgio GERUSALEMME «Gli arabi sono solo un filtro: non ci impediranno di raggiungere la nostra terra...I nostri ragazzi stanno facendo un ottimo lavoro: non sarò certo io a fermali». Con queste parole Daniela Weiss, la pasionaria del movimento dei coloni, qualche giorno fa aveva escluso categoricamente di ordinare lo stop all'invasione di Hebron da parte di centinaia di ragazzi nati e cresciuti nelle colonie ebraiche erette nei Territori palestinesi occupati da Israele. Come avrebbe potuto fermarli proprio colei che ha indottrinato quei giovani coloni, spingendoli negli ultimi anni ad occupare i punti più alti della Cisgiordania palestinese? «I ragazzi delle colline», così sono stati battezzati quei giovani che hanno messo su oltre cento avamposti colonici, nel nome della «redenzione finale di Eretz Israel», la biblica Terra di Israele promessa da Dio agli ebrei. Per questa nonna 63enne che ha dedicato buona parte della sua esistenza a rendere impossibile la restituzione ai palestinesi dei Territori occupati, le parole della Torah sono sentenze inappellabili, ordini divini da rispettare ad ogni costo. Non conta il tempo trascorso, migliaia di anni: Eretz Israel era e rimane del popolo ebraico. I palestinesi - ripete da sempre - possono volontariamente trasferirsi in un paese arabo o scegliere di rimanere nelle loro città, ma senza diritti e in silenzio. Anche i governi, l'esercito e lo Stato d'Israele possono diventare dei nemici, se non prendono parte alla redenzione di Eretz Israel. Giovedì della scorsa settimana, i settler che a Hebron hanno sparato sui palestinesi e incendiato alcune case arabe rispettavano fino in fondo i «princìpi» di Daniela Weiss, sempre più leader riconosciuta dell'ala dura del movimento dei coloni. Una donna che, per carisma e passione, ha superato esponenti storici dell'estremismo nazional-religioso come Itamar Ben Gvir, Naom Federman e Baruch Marzel. Partita da Hebron come risposta all'evacuazione della «casa della discordia» occupata dai settler, l'«intifada» dei coloni ebrei più fanatici è una dimostrazione di forza che mira a impedire che in Cisgiordania si verifichino evacuazioni di insediamenti come quelle avvenute a Gaza nel 2005. Ma ha anche una nuova, importante caratteristica: parla con la voce delle donne più che degli uomini. Accanto a Daniela Weiss si muove, con altrettanto protagonismo, Nadia Matar, una 42enne di origine belga. Madre di sei figli, fondatrice delle «Donne in verde», Matar negli anni '90 si oppose con tutte le sue forze agli accordi di Oslo e, oggi come allora, insieme alla suocera partecipa alle «battaglie in difesa di Eretz Israel» mobilitando centinaia, talvolta migliaia, di coloni. Nella «casa della discordia» (chiamata dai coloni «casa della pace») la Matar era presente assieme alle sue fedelissime compagne. «Quei poliziotti con le uniformi nere mi hanno picchiato ma il mio spirito combattivo è sempre vivo - ha tranquillizzato i suoi sostenitori -. Voglio salutare le centinaia di giovani venuti alla "casa della pace" in devozione alla Terra di Israele...Dobbiamo far pagare al governo un prezzo alto per l'espulsione degli ebrei (da quell'edificio)...ma la nostra vendetta finale verrà il 10 febbraio, il giorno delle elezioni, quando il popolo di Israele farà in modo da espellere gli antisionisti e gli ebrei bolscevichi e porterà al potere un governo nazionalista realmente fedele ad Eretz Israel, al popolo ebraico e alla Torah di Israele». In campo, accanto alla Weiss e alla Matar, sono scese da qualche giorno anche Ayala Ben-Gvir ed Elisheva Federman, mogli rispettivamente di Itamar Ben Gvir e Naom Federman. Ayala è stata fermata perché, assieme ad altre quattro donne, aveva bloccato l'ingresso dell'abitazione del generale Gadi Shamni, comandante militare della regione centrale; Elisheva Federman invece è andata a Tel Aviv a protestare davanti alla casa del generale Noam Tibon, a capo della divisione Giudea e Samaria. Entrambe hanno voluto dimostrare che nessuno resterà immune di fronte alla «espulsione degli ebrei dalla Terra Promessa». Per le signore Federman e Ben Gvir non ha alcuna importanza che in base alle risoluzioni delle Nazioni Unite quella terra appartenga ai palestinesi. Ma è Daniela Weiss la vera «star», colei che ha deciso di incarnare il messaggio del rabbino Avraham Kook, colui che cento anni fa, in polemica con l'ebraismo ortodosso (che non riconosce le istituzioni dello stato laico di Israele) diede vita al Sionismo religioso. Incarnare ma anche aggiornare il pensiero del «maestro» alla luce degli sviluppi di questi ultimi anni. Kook vide nel sionismo laico del laburista David Ben Gurion il tassello di un processo metafisico superiore, volto a garantire la «salvazione» del popolo ebraico e l'avvento del Messia. I sionisti laburisti non mettevano piede in sinagoga, eppure - Kook ne era convinto - facevano parte anche loro di un «piano cosmico». La guerra del 1967, con l'occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, mandò in visibilio i nazionalisti-religiosi che vi videro una conferma evidente e tangibile delle teorie di Kook, fino a convincerli a fondare nel 1974 il Gush Emunim (Blocco dei fedeli), un movimento sostenuto dal Partito nazional-religioso che si sarebbe impegnato negli anni successivi a «redimere» Eretz Israel, con la creazione di colonie nei territori palestinesi e arabi, grazie alla complicità prima dei laburisti di Yitzhak Rabin e Shimon Peres e poi, dopo il 1977, a quella esplicita del Likud. Weiss di fatto vede nel Gush Emunim - di cui è stata leader diversi anni fa - qualcosa che fa parte del passato. Guarda in avanti, perché - si è convinta - i maggiori partiti «laici», Kadima, Likud e Labour, che pure ai palestinesi non restituiranno più di qualche briciola del loro territorio storico, sono diventati avversari della «redenzione». Perciò ha deciso di prendere l'iniziativa. «Tutto è consentito in nome di Eretz Israel, tranne uccidere», ha ripetuto in queste settimane sostenendo che i palestinesi vadano colpiti perché «la terra in cui vivono appartiene solo al popolo ebraico». D'altronde il suo background è ricco di violenza e abusi contro gli «arabi». Il 6 maggio 1987 finì sulle prima pagine dei giornali per aver guidato un raid nelle strade di Qalqiliya dopo che i palestinesi avevano preso a sassate un'auto di coloni. Durante la prima Intifada palestinese (1987-'93) fu sostenitrice del pugno di ferro contro gli «arabi» e, in seguito, da sindaco della colonia di Kedumin, ha chiesto punizioni collettive durissime per metter fine alla seconda Intifada (nel 2005 è stata promotrice di un progetto, rivelato dal quotidiano Ha'aretz, per scaricare mensilmente in Cisgiordania 10mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Israele). «Sionismo significa innalzare la nostra bandiera, mai ammainarla. Certamente non davanti ai palestinesi», proclamò nel 2002 per incitare i coloni a reagire al possibile sgombero dell'avamposto di Hawat Ghilad, nella Cisgiordania settentrionale. Con il 2009 alle porte Daniela Weiss si proclama ancora più intransigente verso i palestinesi, responsabili, ricorda ad ogni occasione, dell'uccisione di alcuni suoi familiari durante la seconda Intifada. «Ci batteremo affinché la mappa politica tra il Mediterraneo e la Giordania non cambi - ha avvertito -. Se la destra non avesse smarrito la sua ideologia, non sarei qui a lottare. Ora c'è bisogno di uno spirito nuovo, quello che tanti giovani coloni stanno portando alla nostra battaglia. Gli arabi non mi interessano: se non accetteranno la nostra sovranità totale allora andranno via. M'importa solo il comportamento degli ebrei ora che Eretz Israel è in pericolo». Foto: HEBRON, LA POLIZIA ISRAELIANA EVACUA UNA COLONA DALLA «CASA DELLA DISCORDIA /FOTO AP

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River to River , il sogno indiano finisce a Mumbay (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 13-12-2008)

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FESTIVAL «River to River», il sogno indiano finisce a Mumbay Gabriele Rizza FIRENZE Tutte le strade del cinema indiano portano a Bombay, circuito mediatico e laboratorio massimo di contraddizioni. Slums senza fine e futuribili centri residenziali. Lusso estremo e estrema miseria. E sullo sfondo, sempre inquadrati con un occhio di rispetto e ammirata grandeur, i simboli di un paese che da non allineato si scopre atomico e schierato, la stazione ferroviaria e il leggendario Taj Mahal Hotel, eredità di un passato coloniale che ancora abbraccia mazze piatte e palline di pelle di cervo su levigati prati all'inglese per interminabili partite di cricket, rito laico inframmezzato da pause per il tè. Il sogno indiano metropolitano non termina all'alba e seduce imperterrito un esercito di diseredati. Che il cinema (r)accoglie e sfrutta. Bombay significa Bollywood, ipermondo di celluloide, sfiorato pure dalla crisi (produzione scesa sotto gli abituali 600 titoli l'anno) ma sempre perno delle regole del gioco. E su Mumbay, come ora si chiama, confluiscono molte traiettorie di River to River, il festival diretto da Selvaggia Velo che per l'ottavo anno sbarca a Firenze (anteprime, ospiti, corti, documentari, classici) dentro il contenitore istruito da Mediateca toscana film commission. Partendo da Raj Kapoor (1924-1988), produttore regista attore, il Chaplin di Bollywood, il vagabondo che alla fine finisce comunque a Bombay a chiudere il cerchio del tipico romanzo di formazione. Il suo e quello di un paese «giovane», uscito dal righello coloniale del giurista britannico Cyril Radcliffe, bisognoso di eroi. E sani principi. Che i ricchi restino ricchi e infelici e i poveri poveri ma felici. Potrebbe essere il miglior cinema educativo, bello e avvolgente, e magnificamente girato, nel solco di un neorealismo appassionato, musical mélo old romantic. A Firenze sono passati (in pellicola) Awara del 1951 e Shree 420 di tre anni dopo, interminabili operette morali dove Kapoor affiancato dalla sua attrice feticcio Nargis, «documenta» come si raggiunge il bene (non la fortuna) partendo dal basso. Il trionfo della verità, la bellezza, l'amore. E l'onestà. Il conto torna. Anche a Dehli, cornice di Amal di Richie Mehta, altro «messaggio» chapliniano, il riccone deluso da una vita sentimentalmente arida che si riflette nel poveraccio apparentemente appagato guidatore di rickshow, cambia il testamento, stravolge gli appetiti parentali ma i soldi a chi non sa leggere non servono. Di nuovo a vincere sono i sentimenti di una vita di stenti ma quanto sana e pulita. A Mumbay ci arrivano anche dall'aldilà, il cowboy di Quick Gun Murugan, opera due di Shashank Ghosh, pasticciato spaghetti western in salsa curry, e il sipario si chiude sugli attentati che l'11 luglio 2006 squassarono la città, Mumbai meri jaan di Nishkant Kamat. Autore che ama Oliver Stone e non conosce la nouvelle vague, curioso di vedere Gomorra e Il divo (acquistati a Firenze), un indiano confuso come tanti altri che non ama ricordare quei giorni e ancora meno quelli di ora. «Nel 2006 ero in Germania, l'Italia vinceva i Mondiali. Fu un momento traumatico. Ho speso in telefonate tutti i soldi che mi erano rimasti. Pensai subito di farci un film, non un film di denuncia. Non raccontare gli attentati ma alcune storie private che si intrecciano in quelle ore sullo sfondo di una società, vista da varie angolazioni, politiche, ambientali, culturali, che combatte il terrorismo». Costato 2 milioni e mezzo di dollari, con discreti esiti al botteghino, Mumbai meri jaan non si può certo dire un film indipendente ma del cinema indipendente conserva la filosofia «politica» e l'originalità dell'impianto narrativo.

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Il Vaticano e gli embrioni: hanno dignità di persone (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 13-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-12-13 num: - pag: 20 categoria: REDAZIONALE Nuovo documento La Santa Sede aggiorna la «Donum Vitae» del 1987 Il Vaticano e gli embrioni: hanno dignità di persone «No al congelamento, i figli non sono prodotti da provetta» Condannati i metodi contraccettivi come la pillola del giorno dopo per la quale si commette «peccato di aborto» ROMA — L'embrione umano non è una muffa, come pure è stato sostenuto, ma «ha fin dall'inizio la dignità propria della persona». è la prima volta che lo afferma un documento dottrinario della Chiesa Cattolica, l'Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede «Dignitas personae», pubblicata ieri. Il documento, approvato dal Papa lo scorso giugno, in una quarantina di pagine aggiorna la «Donum vitae» del 1987 nel cui testo la questione se l'embrione fosse o no una persona era rimasta sospesa per «non impegnarsi espressamente su un'affermazione di indole filosofica ». Passati vent'anni e a causa degli stessi progressi della scienza, l'ex Sant'Uffizio, ha osservato il segretario della Congregazione, Luis Ladaria, è giunto a un passo dal «dire che l'embrione è persona». Ma, ha aggiunto monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la vita «il dibattito filosofico è ancora complesso e ha conseguenze anche nell'ambito giuridico» nei vari ordinamenti in tutto il mondo. «Dato il carattere dottrinale di questo documento — ha detto — non si può entrare nel dibattito, ma viene ribadito che l'embrione ha una dignità tipica della persona umana». Da questo riconoscimento, il documento fa discendere una serie di restrizioni: si afferma che «il desiderio di un figlio non può giustificarne la produzione, così come il desiderio di non avere un figlio già concepito non può giustificarne l'abbandono o la distruzione », con riferimento al congelamento degli embrioni e ai metodi contraccettivi come la pillola del giorno dopo, per la quale si commette «peccato di aborto». Quella degli embrioni viene definita «una situazione di ingiustizia di fatto irreparabile». Per essi «non si intravede una via d'uscita moralmente lecita». No anche all'«adozione degli embrioni» voluta dal Movimento per la vita. M.A.C.

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Gesù e Pilato, la ragione inutile baluardo (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 13-12-2008)

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Corriere della Sera - ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-12-13 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Teatro Gesù e Pilato, la ragione inutile baluardo Uno spettacolo d'attori, due attori come Glauco Mauri e Roberto Sturno, che si misurano con la narrazione, in due assolo più di racconto che veri e propri monologhi, per presentarci due momenti di indagine su un qualcosa di misterioso, il manifestarsi di prodigi apparentemente inspiegabili e la sparizione di un cadavere. Solo che il cadavere è quello di Gesù. è «Il Vangelo secondo Pilato» - che si replica sino a domenica al Valle nella riduzione e con la regia dello stesso Mauri - ed è un racconto laico che punta sulla ragione come arma e come (inutile) baluardo cui aggrapparsi, scritto in forma di romanzo da Eric-Emmanuel Schmitt, autore di un altro bel testo di una certa religiosità, «Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano». Nella prima parte è Gesù (un Mauri vero, con emozione e gioia nella voce, con l'incertezza e lo stupore nel corpo e i gesti) che si interroga incredulo su quel che gli sta accadendo e cerca spiegazioni realistiche per i suoi miracoli, che attribuisce a interventi dei suoi discepoli in buona fede, per convincere i più scettici e ignoranti. Sino alla resurrezione di Lazzaro, davanti alla quale non può più avere dubbi: «Non l'ha fatto per Lazzaro, lo so, l'ha fatto per me, per farmi capire», e da allora riesce a accettare il suo destino. Nella seconda è Pilato (uno Sturno, inquieto, agitato, umano sino alla rivelazione finale, con al fianco lo scrivano di Marco Blanchi) alle prese con un sepolcro vuoto, che indaga, parla di coincidenze e sosia, finché non ammette di essere davanti a «un mistero, ovvero qualcosa che non si fa comprendere; non un enigma di cui si cerca la soluzione». Alla fine, nel confronto con la moglie Claudia, si sente replicare: «dubitare e credere è la stessa cosa, solo l'indifferenza è atea», che è un po' la morale di questo testo e di questo spettacolo con una sua dignità e senso, ma che non riesce a crescere per mancanza di una vera drammaturgia. Paolo Petroni

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Il Vaticano sull'embrione Ha dignità di persona (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 13-12-2008)

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stampa Il Vaticano sull'embrione «Ha dignità di persona» L'embrione umano ha «dignità di persona», la «sperimentazione selvaggia» pone interrogativi anche ai laici e i tempi potrebbero essere maturi per uno «sforzo comune» di credenti e non credenti sulla bioetica. Così è nata la Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede «Dignitas personae», pubblicata ieri. «L'embrione umano ha fin dall'inizio la dignità propria della persona», afferma dunque l'Istruzione, ed è la prima volta in un documento dottrinario della chiesa cattolica. E da questo riconoscimento di dignità fa discendere una serie di restrizioni alla ricerca e alla prassi dei credenti, dalla contraccezione alla procreazione assistita, fino all'uso per la ricerca delle staminali embrionali e ad alcune tecniche genetiche. Presentando il testo alla stampa, monsignor Rino Fisichella ha spiegato che i tempi sono «favorevoli» per uno sforzo comune di «credenti e non credenti» sui temi della vita, visto che viviamo «un momento di passaggio culturale caratterizzato dalla mutazione dei concetti fondamentali che abbiamo usato fino ad oggi», e questo a causa della «sperimentazione selvaggia». Il documento, annunciato da tempo, approvato dal Papa lo scorso giugno, in una quarantina di pagine si propone di aggiornare la «Donum vitae» del 1987 che, ricorda il testo attuale, «non ha definito che l'embrione è persona, per non impegnarsi espressamente su un'affermazione di indole filosofica». «La realtà dell'essere umano, infatti, per tutto il corso della sua vita, prima e dopo la nascita - afferma la "Dignitas personae" - non consente di affermare nè un cambiamento di natura nè una gradualità di valore morale, poichè possiede una piena qualificazione antropologica ed etica. L'embrione umano, quindi - prosegue il testo - ha fin dall'inizio la dignità propria della persona». Questa definizione era stata già in certa misura prefigurata nel discorso che Benedetto XVI ha fatto alla Congregazione per la dottrina della fede il 31 gennaio 2008. A partire dalla Istruzione, ha osservato il segretario della Congregazione per la dottrina della fede Luis Ladaria, «ci vuole molto poco a dire che l'embrione è persona». Ma, ha aggiunto monsignor Fisichella, «il dibattito filosofico è ancora molto complesso, ha conseguenze anche nell'ambito giuridico e il problema non è solo lo spazio filosofico ma anche lo spazio giuridico: in alcuni sistemi parlamentari - ha sottolineato - la persona viene definita come soggetto di diritti umani a un determinato momento, in altri sistemi è diverso». «Dato il carattere dottrinale di questo documento - ha aggiunto - non si può entrare nel dibattito, ma certo viene ribadito che l'embrione ha una dignità che è tipica della persona umana». Il passo ulteriore della «Dignitas personae» rispetto alla «Donum vitae», ha rilevato Fisichella «non è un escamotage, ma è un modo per esprimere l'identità dell'embrione, per dire che non è "muffa" come pure qualcuno ha sostenuto ma una vita a cui va riconosciuta dignità» e questa definizione «non entra nel dibattito ma certamente riconosce la realtà dell'embrione». Il Vaticano non ha per il momento intenzione di affrontare un aggiornamento delle tematiche sul fine vita. «Sul fine vita la Pontificia accademia per la vita - ha informato monsignor Fisichella, che ne è presidente - non sta finora studiando nulla». Monsignor Ladaria ha aggiunto che ci sono già testi dottrinali sul fine vita, sia della sua Congregazione che la enciclica di papa Wojtyla Evangelium vitae. «Non c'è a questo momento urgenza - ha sottolineato - di riproporre questioni già proposte». Tra le reazioni, fortemente critica quella di Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, secondo il quale è «inaccettabile che il Vaticano dia indicazioni a tutti i ricercatori, che invece devono compiere il loro lavoro secondo coscienza».

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Le adozioni sono meglio delle provette (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

stampa La proposta «Le adozioni sono meglio delle provette» «Il desiderio di un figlio non può giustificarne la "produzione", così come il desiderio di non avere un figlio già concepito non può giustificarne l'abbandono o la distruzione». Lo afferma la Istruzione vaticana «Dignitas personae». Il documento della Congregazione per la dottrina della Fede ribadisce l'invito ad adottare bambini orfani anzichè accanirsi su tecniche riproduttive moralmente illecite e dà una risposta negativa anche alla adozione degli embrioni congelati ricavati dalla fecondazione in vitro, e che nessuno reclama. Tale parere negativo va contro tra l'altro alla prassi di alcuni movimenti cattolici che, come il Movimento per la vita, hanno sollecitato i propri aderenti a adottare gli embrioni congelati per impiantarli e farli nascere. Nel presentare il testo nella sala stampa vaticana i relatori, e in particolare Maria Luisa di Pietro, docente di bioetica alla Cattolica, rispetto al no alla fecondazione assistita omologa hanno invece ribadito la liceità per la morale cattolica di una tecnica di prelievo dello sperma praticata dalla seconda metà degli anni Ottanta in strutture cattoliche: una specie di preservativo bucato, «non un profilattico, perchè è di diverso materiale - ha specificato Di Pietro - che permette il recupero del seme subito dopo l'atto coniugale» e viene a suo avviso incontro sia alle norme ecclesiastiche, che non vogliono la produzione di sperma disgiunta dalla procreazione, sia «alle esigenze psicologiche del coniuge maschio». «Circa gli embrioni congelati, l'Istruzione li considera «una situazione di ingiustizia di fatto irreparabile» per i quali «non si intravede una via d'uscita moralmente lecita». E in conferenza stampa monsignor Sgreccia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita, ha ribadito che «il congelamento non va fatto, è un misfatto che non ha rimedio e una volta compiuto non si può correggere con un altro errore». «Quella degli embrioni congelati - ha aggiunto il direttore della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi - è una via senza uscita, la Chiesa l'ha condannata fin dall'inizio, non ne ha la responsabilità e non ha una via moralmente lecita da indicare per uscirne».

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"vi regalerò il concerto che il g8 ha cancellato" - donatella alfonso (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XVIII - Genova "Vi regalerò il concerto che il G8 ha cancellato" Jovanotti il 21 luglio 2001 non cantò dopo la morte di Carlo Giuliani Per S. Silvestro ribadirà il suo impegno "verde" DONATELLA ALFONSO èun concerto di Capodanno, certo, e quindi, spiega Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, soprattutto una festa. Ma è anche il "suo" concerto del G8, mai tenuto perché il camion trasformato in palco su cui doveva cantare durante la manifestazione di sabato 21 luglio, restò fermo e silenzioso dopo la morte di Carlo Giuliani, tra le violenze dei black bloc e le cariche della polizia. E quel mancato concerto, «in una città che sembrava in stato di guerra, così diversa da oggi» diventa il grande appuntamento della notte di capodanno, sempre con il filo conduttore dei diritti: in questo caso quelli dell´impegno ecologista, dello sviluppo sostenibile. Un Lorenzo in versione "istituzionale", con giacca e gilé grigio, accanto ad una Marta Vincenzi squillante in verde chiaro, lancia il Capodanno versione sostenibile di Genova: grande concerto gratuito al Porto Antico, oltre la conclusione del Safari tour, in linea con l´impegno "verde" sia della città che suo personale. Perché il 2008 che abbiamo dedicato ai diritti umani si chiude e si riapre verso l´anno nuovo pensando ad un domani sostenibile, ad un piano regolatore che limiti quando non azzeri emissioni e mobilità privata, oltre che cementificazione, ricorda la sindaco. E lui parla di un lungo giro italiano e non solo che ha pensato - con Enel come sponsor - a "compensare" l´anidride carbonica prodotta da luci e macchinari oltre che dagli spostamenti dei camion, con alberi piantati un po´ ovunque, 2262 in totale, e che compenseranno circa 1863 tonnellate di Co2; ma certo, spiega ancora, «c´è molto da fare perché l´Italia è indietro, sia con le energie rinnovabili che con la raccolta differenziata, non è che se si fa così si realizza subito un mondo meno inquinato, ma è la mentalità delle persone che cambia e intanto si passano emozioni, se non messaggi, soprattutto ai ragazzi». Non è casuale che quindi tra gli sponsor ci siano molte sigle energetiche o ambientali: in primo luogo Enel e Amiu, insieme ad iride, Landi Renzo spa; poi la Porto Antico, Finmeccanica, Coopsette, Msc, Coop Liguria, Carige, Elsag Datamat, Selex... tra tutti, si assumeranno la maggior parte dei costi della notte di san Silvestro (220 mila euro di organizzazione e 110 mila di logistica, di cui 80 mila sostenuti da Tursi). Un solo appuntamento, quindi? «C´è Jovanotti a Genova per un grande evento gratuito che è forse il principale di quella serata in Italia, puntiamo molto al pubblico non solo genovese - chiarisce Nando Dalla Chiesa, consulente della Vincenzi per i diritti e la promozione della città - Stiamo lavorando per altre proposte, ma è chiaro che non avrebbero senso nomi di medio richiamo in contemporanea, sarebbero cancellati dal concerto del Porto Antico. Ma altre soluzioni le stiamo studiando». Sembra comunque finita l´era dei Capodanni itineranti tra piazza e piazza; una formula che peraltro aveva già cominciato a perdere vigore. E poi, ovvio, mancherebbero i soldi; ma chi sa, non mancano certamente i nomi di band locali pronte a salire sul palco con Jovanotti. Ma lui, chi vorrebbe accanto? Sorride con quegli occhi brillanti, spalanca le braccia: «Fabrizio De André! E´ un po´ dura, ma in un certo senso lui è sempre sul palco quando si suona, è quasi una divinità laica». Non è un caso che proprio quella sera, a cavallo tra due anni, si apra la grande mostra su Faber. In questa Genova che, dice Lorenzo Cherubini, è sicuramente una repubblica musicale.

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zen insieme compie vent'anni "abbiamo vinto una scommessa" - claudia brunetto (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XIX - Palermo Festa per lo storico laboratorio di Bice Salatiello e Pina Grassi. "Ma ancora la strada è lunga" Zen Insieme compie vent´anni "Abbiamo vinto una scommessa" "Siamo entrati in un luogo che era inaccessibile, una città nella città con le sue regole" "Il nostro stimolo sono le persone della zona, è per loro che lavoriamo ogni giorno" CLAUDIA BRUNETTO La considerano una scommessa vinta. Gli operatori dell´associazione Laboratorio Zen Insieme hanno appena festeggiato i venti anni di attività con l´entusiasmo di chi ha dato un senso alla parola "insieme". «Solo adesso - dice Bice Salatiello, presidente dell´associazione - mi rendo conto del patrimonio che abbiamo costruito e che un giorno lasceremo qui. La nostra, nel lontano 1988, è stata un´intuizione coraggiosa che oggi ha dato i suoi frutti nei rapporti con le persone, con i residenti di queste insule e con i bambini diventati adulti». Ed è proprio all´interno di una delle insule dello Zen II, in via Agesia di Siracusa, sede del centro sociale Catalano, che venti anni fa i volontari dell´associazione iniziavano il loro apostolato laico «entrando fisicamente - ricorda la Salatiello - in un luogo inaccessibile, considerato una città dentro la città con le sue regole inviolabili». I locali furono ristrutturati nel giro di poco tempo da alcuni giovani del quartiere. Così ieri, giorno dell´anniversario dedicato alla memoria di Candida Di Vita, fondatrice dell´associazione, si è aperto alle 15 al centro sociale "Catalano" con una grande festa per i bambini e una mostra fotografica che ripercorre i ricordi più significativi di questi anni. Alle 16 poi il corteo in festa è partito da via Agesia di Siracusa in direzione di via Fausto Coppi, sede del centro sociale "Vitale", l´altro spazio operativo dell´associazione. Alla festa è seguito un momento di riflessione sui problemi principali che ancora affliggono il quartiere. Fra tutti: la questione dell´assegnazione delle case e la situazione dei minori e quindi della scuola. A discuterne con gli intervenuti all´incontro-dibattito, c´erano Pina Grassi che è anche vice presidente del Laboratorio Zen Insieme, e padre Benedetto Genualdi, direttore della Caritas. E molti abitanti del quartiere che nel laboratorio vedono un punto di riferimento. «Abbiamo iniziato da subito - continua la Salatiello - a lavorare con le donne dello Zen. Prendevo il caffè con loro e chiacchieravamo. Finché hanno iniziato a fidarsi e a considerarci un punto di riferimento. Oggi ascoltiamo i loro problemi e cerchiamo di intervenire in ogni modo per aiutarle. I momenti difficili ci sono stati e ci sono, a iniziare da quelli economici che vedono tanti e tanti volontari continuare a lavorare guidati soltanto dalla passione, ma andiamo avanti con fiducia». Dopo l´incontro la festa è proseguita con i ragazzi del laboratorio di "Trapezio e stoffa". Gran finale con il gruppo rap "Zen.it.Posse", nato da uno dei laboratori musicali dell´associazione e guidato da Cristian Paterniti. In questi anni sono stati centinaia i ragazzi che si sono avvicinati alle attività dell´associazione. In particolare dal 1994 in poi, quando il laboratorio ha potuto programmare le sue attività grazie ai contributi della legge 216 del 1991 sulla prevenzione delle devianze minorili e ad alcuni progetti dell´Unione europea. Da allora il centro sociale "Catalano" ha proposto iniziative aggregative rivolte ai bambini e alle loro mamme, con gite e passeggiate fuori dal quartiere. E nel 2000 nasceva anche l´asilo nido gestito dalle donne del gruppo "Antigone". «La strada è ancora lunga - conclude la Salatiello - Ed è grazie alla forza dei nostri operatori che il laboratorio funziona. Il nostro stimolo sono le persone della zona, è per loro che ogni giorno ci rimbocchiamo le maniche».

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"l'embrione ha dignità di uomo" bioetica, ecco tutti i no del vaticano - marco politi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 15 - Cronaca "L´embrione ha dignità di uomo" bioetica, ecco tutti i no del Vaticano Nuovo documento con l´ok di Ratzinger. "Più limiti per la fecondazione" L´uso di materiale embrionale viene concesso solo ai genitori per i vaccini dei figli MARCO POLITI CITTA´ DEL VATICANO - Nessun passo avanti per la ricerca con le cellule staminali embrionali, nessuna apertura alla diagnosi prenatale nemmeno per gli embrioni affetti da gravi malattie, nessun adeguamento alle pratiche di fecondazione artificiale in uso in tutto il mondo e nella maggior parte delle cliniche cattoliche del pianeta. Il nuovo documento sulla bioetica, promulgato dalla Congregazione per la Dottrina della fede e approvato personalmente da Benedetto XVI, esce dopo lunghi anni di studi e l´esito è soltanto una sfilza di no con la pretesa di basarsi sulla «legge morale naturale» e sulla «ragione». Il punto di partenza è la convinzione che l´ovulo fecondato, lo zigote, sia già persona umana, secondo la tesi ripetuta ossessivamente da anni dalle gerarchie ecclesiastiche. Ma è esattamente il punto dogmatico su cui gli scienziati hanno forti dubbi: considerare persona il primo gruppo di cellule - la blastocisti - quando ancora non c´è cuore, cervello, spina dorsale e sistema nervoso cozza contro l´osservazione della natura. L´istruzione "Dignitatis personae" non ha tuttavia il coraggio di affermare a chiare lettere che l´embrione è persona. «Ci sono troppi problemi di ordine filosofico e giuridico - spiega monsignor Rino Fisichella, presidente dell´Accademia pontificia per la Vita - ma diciamo che è un´affermazione implicita». La soluzione scelta è di proclamare che l´embrione ha «fin dall´inizio la dignità propria della persona». Dalla premessa scaturisce lo sbarramento di veti. Non è lecita la crioconservazione degli embrioni. «Sono inaccettabili le proposte di usare tali embrioni per la ricerca o destinarli a usi terapeutici» oppure donarli a coppie sterili. Non è lecito il congelamento degli ovociti. «Riprovevole» è la diagnosi pre-impianto, perché porterebbe alla distruzione degli embrioni considerati malati. Alla preoccupazione dei genitori di dare alla luce bimbi affetti da malattie mortali, il documento replica che non si può seguire una «mentalità eugenetica». In nome dell´intangibilità dogmatica dell´embrione viene persino ribadito il divieto della pillola del giorno dopo, che impedisce l´annidarsi nell´utero dell´ovulo fecondato e che dal punto di vista scientifico non può essere considerato ancora embrione. «Il documento incoraggia la ricerca biomedica che rispetta la dignità di ogni essere umano e nel contempo esclude, come eticamente illecite, diverse tecnologie biomediche e sarà probabilmente accusato di contenere troppi divieti», ha ammesso il nuovo segretario della Congregazione per la Dottrina della fede monsignor Ladaria Ferrer. «Il desiderio di un figlio non può giustificarne la "produzione"», afferma l´Istruzione vaticana nella parte riguardante la procreazione assistita. Esclusa ogni liceità della fecondazione in vitro, resta come unico metodo ciò che nella conferenza stampa è stato chiamato pudicamente in inglese semen collection device. Più terra terra, è un profilattico bucato che il coniuge deve mettersi per compiere un «atto coniugale», già sapendo che un minuto dopo i medici si precipiteranno a raschiare il preservativo per utilizzarne lo sperma ai fini della fecondazione vera. Ma il principio (o l´ipocrisia) è salvo. L´amplesso con il profilattico bucato garantisce ipoteticamente una fecondazione naturale e comunque il seme è ottenuto «lecitamente». Assicura la dottoressa Luisa di Pietro, dell´Università cattolica, che questo è il sistema in uso al Gemelli. Chiudono il documento i divieti delle ricerche scientifiche nel campo della clonazione, degli ibridi, delle cellule staminali embrionali. Gli scienziati cattolici sono invitati a non utilizzare «materiale illecito», ottenuto magari dall´estero. Sono giustificati soltanto i genitori che, per forza maggiore, usano per i figli vaccini, basati su materiale embrionale.

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preti, anticlericali e prostitute uniti in piazza contro la carfagna - (segue dalla prima pagina) filippo ceccarelli (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 21 - Interni Preti, anticlericali e prostitute uniti in piazza contro la Carfagna Nel mirino il ddl sul mercato del sesso. "Serve buonsenso, non repressione" (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) FILIPPO CECCARELLI Mai foto di gruppo è apparsa, a memoria di osservatore, meglio capace di raccogliere e contenere intorno a una mobilitazione un tale assortimento di idee, mondi, credenze e stili di vita. I laici dell´Arci e i cattolici del Coordinamento nazionale Comunità d´accoglienza (Cnca), il Circolo Mario Mieli e il Gruppo Abele, le allegre prostitute dei gruppi dell´«incontrismo» digitale e la rivista di sinistra no global Carta, le strutture del volontariato con le loro unità di strada motorizzate e alcune fantasmagoriche comunità d´avanguardia creativa di donne come le "Sexyshock" con i loro gadget erotici, tecnologici e multicolori. Ebbene: più di chiunque altro questa variopinta tribù ha preso sul serio le scelte della Carfagna, che pure non ha ritenuto di doverne consultare alcuna componente prima di far partire il suo «durissimo schiaffo» - così si è berlusconissimamente espressa in conferenza stampa - alla prostituzione. Non solo, ma è chiaro lo sforzo di evitare polemiche, allusioni, ironie e attacchi personali al ministro, al suo antico corredo iconografico, alla sua rapida carriera - con il che dando prova di una civiltà che è raro riscontrare nella vita pubblica. D´altra parte, il moralismo non abita da queste parti. Spiega don Andrea Zappolini, parroco toscano e vicepresidente del Cnca, che l´organizzazione dell´evento è stata molto semplice: «Le bandiere di ciascuno erano in terra, com´è giusto che sia quando si mettono al centro le persone». Conferma Andrea Morniroli, laico dei "Cantieri sociali": «Per costruire delle alleanze servono soluzioni pragmatiche e gente di buonsenso». Di comune accordo si è convenuto di affidare l´ideazione, la regia e l´esecuzione della scaletta al talento naturale e alla spontaneità di Monica Rosellini de "La Strega da bruciare", che parlerà da un palco su cui è stata emblematicamente ricostruita una casa chiusa. Gli ospiti, o meglio i «complici», saranno annunciati da uno scampanellio, dlìn-dlòn, tipo Porta a porta. A un certo punto arriverà Vladimir Luxuria, che con cognizione di causa potrebbe spiegare gli indicibili intrecci che certo esistono tra il mondo della prostituzione e quello della politica. Di sicuro verranno diffuse canzoni in tema, dall´antica "Bocca di rosa" alla recente "Margherita Bellavita" di Principe & SocioM, e proiettati spezzoni di film come "Mamma Roma", "Matrimonio all´italiana", "Un uomo da marciapiede". In turbinosa gloria, si chiuderà con la Traviata: dopo tutto, anche Violetta era una donna di mondo, e alla metà dell´800 il librettista Piave ebbe qualche problema con la censura. Anche allora, come si vede, certe situazioni era meglio nasconderle. Sulla prostituzione in Italia non si legiferava dai tempi della Merlin, mezzo secolo esatto, ma a giudizio del composito fronte che si è mobilitato la scelta offerta dal ministro delle Pari Opportunità appare come la classica risposta troppo semplice a un comparto della società che invece è divenuto sempre più complesso. Una soluzione che non distingue le varie condizioni di chi fa o è costretta a «fare la vita» (dalle schiave a chi, adulto e consenziente, scegli liberamente di vendere il proprio corpo a chi gli pare), quindi una legge inefficace, oltre che assai poco rispettosa delle persone e sostanzialmente ipocrita. La scelta repressiva, fatta di multe e arresti, serve solo a guadagnare un consenso che in realtà appare tanto facile quanto provvisorio. In nome della sicurezza o addirittura del decoro, spiega don Zappolini, «ci sono vite che vengono spedite in una notte dove è più difficile incrociarle». Relegate lontano, nell´estrema periferia, tra i rifiuti, oppure al chiuso, isolate cioè in case e locali, le prostitute diventano più facilmente vittime di clienti che pretendono rapporti non protetti, delinquenti, stupratori e malavita. Una volta costrette a rintanarsi, diventa difficilissimo alle organizzazioni avvicinarle per informazioni, controlli di ordine sanitario, o magari per liberarle e fargli cambiare vita. Ma in linea con l´impostazione del decreto del governo le strade sono finalmente pulite, la gente non vede il supermarket del sesso e per qualche tempo la decenza è salva: «La tipica logica - obietta Morniroli - che porta a spazzare l´immondizia sotto il tappeto». Nel frattempo, anticipando la stretta del decreto Carfagna, da luglio sono partite le ordinanze dei sindaci. E quattro mesi forse bastano a farsi un´idea dell´andazzo: un paio di assessori di giunte a «tolleranza zero», in Veneto e dalle parti di Piacenza, si sono fatti beccare lungo viali bui e sospetti; a Parma, città un tempo civile, un assessore alla sicurezza ha consentito ai fotografi di partecipare a un´operazione di pulizia, ma la foto di una prostituta di colore abbandonata per terra gli ha rovinato la bella figura; a Bari un´altra poveraccia di nigeriana che scappava dalla Polizia è finita sotto una macchina ed è morta; a Roma la speciale commissione per la sicurezza ha messo su You-tube (http://www.youtube.com/watch?v=eV39Er_2TDo) uno spaventoso video di caccia in cui una prostituta rumena scappa, cade, viene immobilizzata, piange, sviene. Tutto in mostra: senza vergogna e senza pietà.

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balzac - marc fumaroli (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 51 - Cultura Balzac Come Un grande scrittore anticipò un tema dei nostri tempi storia di un quadro impossibile e l´arte suicidA Creando il fantastico personaggio di Frenhofer che dà lezioni al giovane Nicolas Poussin l´autore mette in scena la sfida di chi aspira a creare come Dio Nel "Capolavoro sconosciuto" il romanziere penetra nell´interno della stessa invenzione artistica spiando lo studio e l´anima del pittore dell´era borghese Gillette, la bella modella, dice risentita: "Tu non pensi più a me, eppure mi guardi" La tela del Maestro si rivela per una accozzaglia di colori ammassati confusamente MARC FUMAROLI Cos´è che rende oggi così universalmente affascinanti i grandi romantici francesi - Chateaubriand, Tocqueville, Stendhal, Baudelaire, Flaubert, e il più enciclopedico di tutti, Balzac? Come sbarcati, pieni di stupore, da un altro pianeta, hanno visto e mostrato il mondo radicalmente fantastico in cui noi siamo ora immersi fino al collo, senza poterne prendere le distanze. Mentre loro, alieni carichi di una lunga memoria e di un formidabile potere contemplativo, si mostrarono subito lucidissimi: un lusso che a noi è negato, presi e incalzati come siamo nell´attuale maelstrom globale. In questo grande gioco di un´anticipazione inseparabile dalla reminescenza - che nulla ha di fantascientifico - Balzac è imbattibile. Nelle Illusioni perdute e in Splendori e miserie delle cortigiane esplora quel nido che è la Parigi di Turgot e di Restif, deturpata dalla Rivoluzione, stanando tutto intero l´uovo di New York e di Wall Street. E nella frenesia con cui la stampa e la pubblicità proletarizzano le menti, in una Francia da poco derivata da quell´Ancien Régime che adora, rivela il potere mediatico ancora in germe. Noi sguazziamo nella querelle sull´arte contemporanea. C´è chi vuole vedere in essa i vermi che rodono il cadavere delle Belle Arti, mentre altri la celebrano come un Rinascimento alla rovescia, un´inaudita esplosione di creatività scatenata dalla buona novella: «Dio è morto, l´immagine di Dio è infine libera di scoppiare». Ora, al tempo in cui Delacroix, Ingres e Corot sono vivi e celebri, Balzac osa già predire quello che chiama «il suicidio dell´Arte». E in Pierre Grassou lo spiega dall´esterno, in termini sociologici: la proliferazione degli artisti, la scomparsa del mecenatismo esigente della Chiesa e dello Stato, il moltiplicarsi di un pubblico di nuovi ricchi che non vedono la differenza tra un capolavoro originale e la riproduzione di immagini in serie. Ma in Le chef-d´oeuvre inconnu (Il capolavoro sconosciuto) Balzac penetra nell´interno della stessa invenzione artistica, spiando lo studio e l´anima del pittore dell´era borghese; e dà vita al fantastico personaggio di Frenhofer, l´artista folle e geniale in cui si consuma e si brucia il destino occidentale dell´Arte. Con Frenhofer, «demone» della pittura creato di sana pianta da Balzac, il romanziere si rivela, più che storico o sociologo dell´Arte, un suo mitografo, uguagliando in potenza Platone. Il vecchio e glorioso Frenhofer deve la sua immensa ricchezza alla sua arte, di cui le corti europee si disputano le creazioni. Erede critico e possessore geloso dei segreti del mestiere di tutte le scuole di pittura europee fin dal Rinascimento, virtuoso della «linea» fiorentina e dÜreriana come del colore veneziano o correggiano, può permettersi di umiliare crudelmente il fiammingo Porbus, ritrattista del re Enrico IV, che gli mostra il suo ultimo quadro: Maria l´egiziana in atto di offrire le sue grazie a un traghettatore, non potendo pagare altrimenti il passaggio all´altra riva del Nilo, verso il deserto dove vuol fare penitenza per la sua vita da cortigiana. E a maggior ragione, Frenhofer può dare una lezione di disegno al giovanissimo Nicolas Poussin, che sogna di poter entrare nello studio di Porbus, e per ingraziarsi il suo eventuale maestro non esita a chiedere alla bella Gillette, la donna che ama, di posare per Frenhofer. Aveva già ottenuto che posasse per lui, ma la giovane donna, risentita, gli dice: «Tu non pensi più a me, eppure mi guardi». Una battuta degna di Dora Maar, amante e modella di Picasso negli anni 1937-1939, che dopo la loro rottura si consacrò con la fede più ardente alla vita claustrale. Insaziabile Homo eroticus, Frenhofer si era proposto di superare se stesso e i limiti della sua arte; da dieci anni lavorava a creare un´immagine più viva della natura stessa della donna che fin dall´inizio gli aveva fatto da modella: una cortigiana, la «Belle Noiseuse» (la Bella scontrosa). Quando Poussin gli presenta Gillette per proporla come nuova modella, lui la «spoglia con lo sguardo», e «indovina le sue forme più segrete». Balzac ha dunque innestato nell´intimo delle sue tre figure di pittori l´arte di «abbacinare gli occhi» in un isterismo erotico e cinico, senza più traccia di reciprocità, al servizio dell´illusione e della seduzione pittorica. Nel XVII secolo immaginato da Balzac, dove il mecenatismo regale e laico si sostituisce a quello del clero, prima di cedere il posto al mercato borghese, l´arte pittorica, disancorata fin dal Rinascimento dalla funzione devozionale e liturgica in cui l´aveva tenuta la Chiesa romana, non è ormai più che una versione virile e cerebrale della prostituzione delle donne e di quella mercantile. Il verme della corruzione è nel frutto. Ma è nel genio fuori dal comune di Frenhofer, e non in quello dei suoi due epigoni, che questo principio di morte insinuatosi nell´Arte può mostrarsi anzitempo «suicida». Insofferente di tutte le astuzie illusioniste di cui è ormai maestro, Frenhofer vuol far superare alla pittura lo stadio servile del trompe-l´oeil, e portare lo spettatore oltre i confini della percezione naturale; aspira a impossessarsi degli «arcani» del Creato per creare un ritratto di donna nuda non meno reale, vivo e desiderabile del suo modello. Vuol prendere il posto di Dio e dar vita a una seconda Eva. Protofotografo, sogna di creare un duplicato scientifico del suo oggetto erotico; in preda a una hubris malinconica che fa saltare tutti i limiti della sua arte, Frenhofer riesce solo a farsi iconoclasta ai danni della sua propria opera. Una volta esposto davanti a Porbus e a Poussin, il quadro che Frenhofer definisce «vivo come la vita» si rivela per ciò che è diventato: «un´accozzaglia di colori confusamente ammassati, contenuti in una moltitudine di linee bizzarre che formano una muraglia pittorica». Niente, tranne un «delizioso piccolo piede» di donna in un angolo della tela, sola reliquia visibile dell´immagine che il pittore ha stravolto, a forza di volerla rendere visibile nella quarta dimensione, Frenhofer deve arrendersi all´evidenza: gli altri non vedono ciò che lui ha creduto di vedere e di mostrare. La notte stessa si suicida, dopo aver dato fuoco al suo studio. Il Picasso del XVII secolo concepito da Balzac aveva finito per creare un dripping di Jackson Pollock. La cosa più strana, in tutta questa faccenda, è che il mito premonitore di Balzac si è sicuramente aperto un suo proprio varco verso il reale. Cézanne si riconosceva in Frenhofer. Nel 1932, su richiesta di Ambroise Vollard, Picasso incise una serie di splendide illustrazioni per Le Chef-d´oeuvre inconnu. Nel 1937, l´anno in cui ebbe inizio la sua relazione con Dora Maar, il moderno Frenhofer installò il proprio studio in una dimora di rue des Grands Augustins, quella stessa in cui Balzac aveva ambientato Le Chef-d´oeuvre inconnu ! E fu qui che dipinse Guernica. Quanto a Jackson Pollock, nuova incarnazione di Frenhofer, si tolse la vita nel 1956 nel suo studio di Springs, a Long Island. L´altro gigante dell´espressionismo astratto newyorkese, Mark Rothko, si suicidò nel 1970. (Traduzione di Elisabetta Horvat)

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le memorie dc e i sogni svaniti - salvatore falzone (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 13-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XXVII - Palermo Il libro Le Memorie dc e i sogni svaniti Il volume con i documenti degli archivi di tutta Italia presentato oggi a Caltanissetta SALVATORE FALZONE Le «memorie democristiane» in un volume. Che è il risultato di un progetto di censimento e recupero avviato a Roma dall´Istituto Sturzo riguardo agli archivi della Dc sparsi in Italia e abbandonati al rischio di disperdersi, dopo la morte del partito, insieme alle carte e alla memoria che custodiscono. Partner siciliano dell´Istituto Sturzo è il centro Cammarata di San Cataldo, che ospita i documenti di alcune sezioni provinciali e che oggi a Caltanissetta organizza - insieme all´associazione De Gasperi - un incontro di studio (alle 17,30 presso il Consorzio Universitario). Gli studiosi che hanno scritto i capitoli del libro - Guccione, Di Fazio, Romano, Sindoni, Malgeri - illustrano la complessità della vicenda della Dc siciliana e del movimento cattolico isolano nella seconda metà del Novecento. E dimostrano che ogni sintesi storiografica scientifica deve avvalersi di uno spettro di fonti ampio e fruibile. Edito da Sciascia, curato da Maurizio Gentilini e da Massimo Naro, il libro verrà presentato da Calogero Mannino e Bruno Tabacci. Seguirà un dibattito, aperto a tutte le formazioni politiche, sul tema: "Oltre lo stato di necessità: per un nuovo cattolicesimo politico". Che vuol dire? Risponde il direttore del centro Cammarata don Massimo Naro. «Oggi - dice - siamo impastoiati in un frangente di travagliata metamorfosi della mappa politica e partitica italiana. La presentazione di questo libro, che indaga il passato, vuole essere l´occasione per dibattere sul presente e sul futuro del cattolicesimo politico, che in Italia ha avuto rilevanza solo quando si è espresso in forme militanti coese: come movimento con la Democrazia cristiana di Murri, come partito col Partito Popolare di Sturzo, con la nuova Dc guidata da De Gasperi e qui in Sicilia, per ricordare gli esponenti del Nisseno, da uomini come Alessi, Aldisio e Pignatone». Le forze politiche di matrice cattolica sono ridotte «a un pugno di coriandoli: ciascuna di esse tenta di ritagliarsi un posticino a destra o a sinistra. Ma rimanendo frammentate si limitano a dare un po´ di colore "cristiano" agli schieramenti in cui si sono lasciati assorbire da quando la Dc non esiste più. Ma alla fine dei giochi questi coriandoli sono buoni solo per essere spazzati via dai vari signori e "cavalieri" del carnevale che la politica si è ridotta ad essere nel nostro Paese». Secondo Massimo Naro bisognerebbe andare oltre questa impasse che già suo fratello Cataldo (l´arcivescovo di Monreale scomparso) definiva una sorta di «stato di necessità»: erano i tempi in cui Martinazzoli stava per costituire il nuovo Partito popolare e Segni e Orlando avevano già avviato l´esperienza dei Popolari per la riforma e della Rete dichiaratamente post-sturziana, mentre alcuni democristiani stavano transitando addirittura nel partito di Pannella. Stato di necessità sarebbe «la paura della sconfitta elettorale e della perdita di qualche poltrona o di qualche seggiola al governo o nei quadri dirigenziali delle coalizioni: un terrore infantile che inibisce le scelte chiare, scoraggia la voglia di tornare protagonisti, spegne la speranza di chi attende un nuovo cattolicesimo politico». Il direttore del Cammarata cita anche il poeta australiano Murray, che diceva che per centrare il punto bisogna puntare al centro: «Un modo per superare l´attuale immobilismo del cattolicesimo politico potrebbe essere quello di tentare di rifare un centro d´ispirazione cattolica unito. Non importa quanto largo. Potrebbe essere anche solo puntiforme. L´importante è che abbia una sua forza dovuta alla coerenza alla propria originaria ispirazione. La capacità di dialogo si ha solo quando si è consapevoli della propria identità». Di nuovo il partito unico dei cattolici? «Non so se il centro debba essere un nuovo partito unico o un convergente movimento di forze e partiti cattolici. So solo che riuniti al centro tutti questi avrebbero l´effettiva visibilità che oggi non hanno. Non mi convince - continua - chi insiste che bisogna togliere il trattino e fare un centrosinistra o un centrodestra. Toglierei semmai le barriere tra centro e centro: per i cattolici questi due anonimi e insignificanti centri sbilanciati a destra e a sinistra non hanno senso: la preferenza elettorale va infine a chi si fregia, da una parte o dall´altra, della componente cattolica come di una innocua medaglietta di battesimo o uno specchietto per le allodole». Inoltre, spiega Naro, non si correrebbe il rischio di identificare un centro del genere col partito della Chiesa. Perché «per "cattolici", nel nostro dibattito, non si intendono i membri della Chiesa cattolica ma quei cattolici che si impegnano in politica richiamandosi coerentemente, seppur problematicamente, alla propria fede religiosa». Politici che non fanno un´opzione confessionale ma «culturale e alternativa alla scelta di chi interviene in politica per portare a un punto di non ritorno il processo di secolarizzazione della società». Certo, aggiunge, «il rischio di un cortocircuito tra fede e politica c´è. Il cattolico si trova tra Scilla e Cariddi: tra il rischio di una fraintesa laicità che si esaspera in laicismo e il pericolo del clericalismo. Che non è meno negativo del laicismo. Non si deve politicizzare la fede». Di qui la dialettica tra fede, clericalismo e laicità: «la politica non è tutto, cioè non è l´altare su cui immolare ogni altro valore, men che meno una dimensione autonoma come la fede. Ma tutto è politico: ogni personale scelta e comportamento ha una ricaduta sulla polis. Per questo anche la fede conta molto per quel credente che si impegna "laicamente" in politica». Stasera parleranno Mannino e Tabacci: dov´è la novità? «La novità - conclude Naro - è una forma di discontinuità ma come tale non è assoluta: emerge rispetto a un passato, sottoposto al vaglio della critica e valorizzato nei suoi elementi più positivi. Affinché ci sia vera novità bisogna riconoscere un certo valore al passato e rivalutare la continuità».

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"Il ministero lavora in silenzio ma le due suore stanno bene" (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

SEQUESTRO. TRENTAQUATTRESIMO GIORNO "Il ministero lavora in silenzio ma le due suore stanno bene" [FIRMA]PAOLA SCOLA CUNEO «Ho appena sentito il ministro degli Esteri Frattini. Le suore rapite stanno bene. Da parte del governo si osserva il silenzio stampa, come per tutti gli altri casi simili. Lo si fa per evitare interferenze, così che le autorità competenti e chi ha la responsabilità di seguire la vicenda possano lavorare con serenità e nel migliore dei modi, a tutela dell'integrità degli ostaggi e per riportarli presto a casa». Lo ha dichiarato il sottosegretario all'Interno, il braidese Michelino Davico, che ieri sera ha fatto il punto con il responsabile della Farnesina sul caso di suor Maria Teresa Olivero e suor Caterina Giraudo, le missionarie rapite ad El-Wak, in Kenya, la notte del 9 novembre. «Ho avuto modo di contattare tutte le autorità competenti - ha proseguito Davico -. I dialoghi sono aperti a ogni livello e la situazione segue l'evoluzione caratteristica di tutti i casi di questo genere. Mantengo un contatto costante con il ministro Frattini, che segue personalmente la vicenda. E auspico che si possa risolvere tutto nel modo migliore e nel minor tempo possibile». Poi un riferimento personale del sottosegretario: «Il Piemonte e la provincia di Cuneo hanno dato, più di altri territori, uomini e donne impegnati in missioni di solidarietà, sviluppo e pace: religiosi e laici, che hanno lasciato la loro vita per portare nel mondo i valori dello sviluppo, della mansuetudine, della fratellanza». E ancora: «Conosco la comunità di don Gasparino, a cui appartengono le due suore, perchè come studente dei Salesiani di Bra ho partecipato ai tradizionali raduni di preghiera del primo sabato del mese alla Città dei ragazzi. Ho potuto condividere la loro spiritualità, che ha contribuito alla mia formazione umana e cristiana. Per questo, non appena i miei impegni istituzionali me lo consentiranno, vorrei far visita a don Gasparino e alla sua comunità, spero portando, oltre al senso di condivisione e amicizia, anche la buona notizia del rilascio». «La speranza più naturale - dice il parlamentare monregalese Enrico Costa - è che le due suore siano liberate prima di Natale. Anche se, purtroppo, non credo che chi le ha in ostaggio abbia questa sensibilità. Sono vicino alle famiglie di suor Maria Teresa e suor Rinuccia e alla Città dei ragazzi».

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I cattolici dell'Albania festeggiano il Natale (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 14-12-2008)

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SALUZZO E CUNEO. OGGI I cattolici dell'Albania festeggiano il Natale Oggi, alle 15, al santuario della Consolata a Saluzzo, è in programma il Natale della comunità cattolica dell'Albania. La messa sarà celebrata in albanese da don Pasquale. Seguirà un momento di festa nel salone del Seminario Sant'Agostino. «Koncerti i madh per festat e fundvitit», cioè «gran concerto per le feste di fine anno»: l'associazione culturale albanese di Cuneo «Mergimtari» organizza oggi alle 17,30 una festa al «Cubo» di Borgo San Dalmazzo per la comunità (12 mila in provincia). Ilir Malaj, presidente dell'associazione: «Un momento di festa, per gli auguri di fine anno. Partecipano i consoli onorari di Piemonte, Giovanni Firera, Liguria e principato di Monaco, Giuseppe Durazzo».

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Shoah, anche in Italia un grande museo (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 14-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-12-14 num: - pag: 25 categoria: REDAZIONALE Il progetto Pronta una struttura da 13 mila metri quadrati Shoah, anche in Italia un grande museo I promotori: c'è l'ok del governo, si farà a Ferrara Ricostruiremo le storie dei nostri 8 mila deportati Al progetto hanno lavorato destra e sinistra: concepito nel 2001 da Alain Elkann e Vittorio Sgarbi, Francesco Rutelli ne ha nominato il cda SEGUE DALLA PRIMA E poi Gad Lerner, Antonio Paolucci, Cesare De Seta, Bruno De Santis, Saul Meghnagi, Paolo Ravenna, Michele Sacerdoti. Al progetto hanno lavorato destra e sinistra: concepito nel 2001 da Alain Elkann e Vittorio Sgarbi, proseguito da Francesco Rutelli che ha nominato il consiglio d'amministrazione pochi giorni prima della caduta del governo Prodi. «Ne parlo perché ha appena ricevuto da Gianni Letta l'assicurazione che il Museo si farà — spiega Calimani —. Gli ho parlato con sincerità: "Se la crisi non vi consente di andare avanti, vi capisco". Letta mi ha risposto che proprio la crisi ci impone di guardare al futuro. C'è il pieno sostegno da entrambe le parti politiche, dal ministro Bondi come dal sindaco Pd di Ferrara Sateriale. Io stesso sono un uomo al di fuori degli schieramenti. E c'è un punto forse ancora più importante: questo non è un progetto per gli ebrei; è un progetto per il paese». «L'idea di fondo è che gli ebrei italiani sono sempre stati molto pochi, ma molto importanti per la storia d'Italia — racconta Calimani —. Anche quando furono demonizzati ed esclusi dalla vita civile, comprese le vessazioni più assurde come il divieto di andare in spiaggia, erano 40 mila su 40 milioni. Oggi sono 25 mila. Ma gli ebrei erano in Italia secoli prima dei Papi. E mi piacerebbe che il Museo cominciasse proprio dalle catacombe ebraiche di Roma: semidistrutte, piene di immondizia, cancellate dalla memoria comune, e non per caso». Tutto nascerà nell'ex carcere di Ferrara in via Piangipane, uno spazio gigantesco, 13 mila metri quadrati dentro le mura, che dovrebbe diventare una specie di porta della città; con una galleria dove passare senza biglietto d'ingresso, ascoltando musica ebraica, composizioni popolari spagnole, classici di Bloch e Mendelson Bartholdi. «Un antighetto» dice Calimani. Ora si sta lavorando per togliere l'amianto dall'edificio. L'ambizione è inaugurare il Museo nel 2011, per i 150 anni dell'unità d'Italia, che segna anche la piena emancipazione degli ebrei. Ma in qualche modo il Museo è già aperto, grazie alla mostra itinerante di antichi libri ebraici curata dalla nuova istituzione, che il ministero per la Cultura si è impegnato a portare nelle principali città. Il presidente specifica che l'organizzazione del museo è ancora da precisare, e un ruolo decisivo avrà il direttore scientifico Piero Stefani, «uomo impegnato nel mondo cattolico; e anche questo è un segno. Ma alcune linee guida si possono anticipare. «Non sarà solo una raccolta di oggetti. Anche i nazisti a Praga raccolsero argenteria per un “museo della razza estinta”. Sarà un laboratorio culturale. Biblioteca, sala dibattiti. Una parte pedagogica, formativa, e una parte destinata ad alimentare la discussione. La vicenda dell'ebraismo italiano è segnata dalla straordinaria connessione delle radici giudaico- cristiane (penso al sermone della montagna, straordinaria preghiera ebraica entrata nella tradizione cattolica), ma anche dalle contrapposizioni ideologiche, sino alla discussione su Pio XII. Ci trasciniamo dietro una serie di errori che vanno corretti. Si dice: gli ebrei sono sempre stati perseguitati. Un luogo comune che cela una grande insidia: come a dire, qualcosa di male avranno fatto per meritarlo. Invece per secoli agli ebrei italiani non è accaduto nulla. Il segno distintivo da portare sempre addosso è un'imposizione del Concilio del 1215. Il ghetto di Roma è del 1555. Alcuni Papi hanno attaccato gli ebrei, altri li hanno scelti come medici personali: perché grazie ai contatti internazionali erano all'avanguardia nella scienza medica, e perché curavano il corpo e non l'anima. Si parla di antisemitismo eterno, a sottintendere una componente metafisica indistruttibile. Ma l'antisemitismo nasce con connotazione razziale alla fine dell'800, al termine del secolo del positivismo e del romanticismo, e diventa un'arma politica del tutto distinta dall'antigiudaismo. Tutto questo andrà spiegato e documentato». Calimani pensa a sezioni dedicate alle comunità storiche, con le loro differenze: Venezia, «dove gli ebrei furono accettati in quanto utili e non furono mai espulsi sino all'occupazione nazista», Ferrara e Livorno contraddistinte dalla tolleranza di duchi e granduchi, e Roma «dove i Papi si sono attenuti alla dottrina di sant'Agostino, per cui gli ebrei non dovevano essere uccisi ma conculcati: da qui le preghiere forzose dei catecumeni e le altre vessazioni durate secoli». E poi le microcomunità: da Pitigliano, «la piccola Gerusalemme», a Casale Mon-ferrato, luoghi dove vivevano poche decine di ebrei che però custodivano identità profonde, testimoniate pure dai minuscoli cimiteri ebraici di Conegliano e Vittorio Veneto; «ma penso anche al Sud, alla documentazione che potrà arrivare dalla Calabria, da Ostia antica, da Bagheria dove un gruppo di ebrei marrani è giunto sino ai giorni nostri». Altre sale saranno dedicate alla tradizione religiosa e ai riti: nascita, circoncisione, matrimoni, funerali. Ci sarà una sezione antropologica, dall'arte alla cucina. E ci sarà, ovviamente, la sezione della Shoah. Dice Calimani: «Racconteremo le storie di chi è stato perseguitato nel passato, anche per far sì che in futuro non sia perseguitato più nessuno. Ricostruiremo la vicenda degli ottomila ebrei italiani deportati: un numero relativamente piccolo nel complesso della Shoah; ma una grande tragedia per il paese. I migliori specialisti saranno messi nella condizione di lavorare in piena libertà: anche perché nessuno pretende di avere il privilegio del primato della sofferenza. E' giusto testimoniare l'uccisione di centomila handicappati prima ancora dello scoppio della guerra, così come l'infame persecuzione dei rom, che anche dopo la guerra non hanno avuto voce. Si comincia con gli ebrei, in una prospettiva forte che non si ferma al mondo ebraico» conclude Calimani, enunciando un'idea destinata a far discutere. E ricorrendo a una metafora: «Sono rimasto turbato dal silenzio che ha accompagnato nei giorni scorsi una notizia straordinaria, come il salvataggio di 650 naufraghi grazie ai pescatori di Mazara del Vallo. Siamo al punto che non viene più considerata una buona notizia. Io dico: forse è giusto rimpatriarli; ma certo era giusto salvarli, anziché lasciare che fossero sommersi». E la questione di Pio XII, come sarà affrontata? «C'è un dato di fatto inequivocabile: tacque. Ciò non può essere negato da nessuno. Per il resto, ognuno farà i conti con la propria coscienza: non saranno permesse strumentalizzazioni di alcun tipo». 1944 Ebrei deportati dalla «stazione invisibile» di Milano L'ex carcere Nelle foto l'ex carcere nazista di Ferrara in via Piangipane che ospiterà il museo della Shoah Aldo Cazzullo

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C'è anche la moschea nell'ospedale targato Lega (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 14-12-2008)

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Corriere della Sera - MILANO - sezione: Lombardia - data: 2008-12-14 num: - pag: 11 categoria: REDAZIONALE Como C'è anche la moschea nell'ospedale targato Lega COMO — Nel nuovo ospedale Sant'Anna, in costruzione nell'area di Villa Giulini, accanto alla cappella cattolica ci sarà anche una sala di meditazione dove i fedeli di qualsiasi religione, a partire dagli islamici, potranno accedere per la preghiera e le celebrazioni dei riti sacri. Il progetto è già stato approvato dal direttore generale dell'azienda ospedaliera, Andrea Mentasti, manager in quota alla Lega Nord. L'ospedale «targato» Carroccio sarà dunque multireligioso, oltre che multietnico. Per andare incontro alle esigenze dei pazienti stranieri infatti, la segnaletica della struttura sarà realizzata in due lingue, italiano e inglese, mentre saranno disponibili anche opuscoli informativi nelle altre lingue più diffuse, arabo compreso. «Vogliamo semplicemente rispondere in maniera adeguata alle esigenze di tutti i futuri pazienti — commenta Mentasti — la religione cattolica non è più l'unica diffusa, e per questo abbiamo voluto, accanto alla cappella che stiamo progettando con un architetto della Curia, anche un luogo di culto dove i fedeli di qualsiasi credo possano pregare o celebrare una funzione». Il nuovo ospedale Sant'Anna (costo complessivo 240 milioni di euro per 589 posti letto) dovrebbe essere pronto entro la fine di luglio dell'anno prossimo. L'ingresso dei primi malati però avverrà solo un anno dopo, al termine della fase di collaudo e allestimento. Direttore generale Andrea Mentasti, in quota alla Lega Anna Campaniello

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Giusto, il gentil sesso vive più degli uomini (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

stampa Il parere del geriatra «Giusto, il gentil sesso vive più degli uomini» Non avrà il sostegno dei sindacati ma, per ora, il ministro Renato Brunetta trova quello della scienza. La sua proposta di alzare l'età pensionabile delle donne equiparandola a quella degli uomini trova assolutamente d'accordo il professor Roberto Bernabei, geriatra dell'università Cattolica di Roma anche se il suo, ovviamente, non è un punto di vista politico. «è letteralmente un non senso biologico quello di far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65 - spiega -. I dati scientifici danno ragione a Brunetta». Basando le sue tesi su pure ragioni mediche, Barnabei ricorda che fino a 70 anni gli italiani godono di buona salute: «La disabilità è del 7% ma per queste persone ci sono già le tutele». Le donne, intanto, sono più longeve, ricorda il medico, «soffrono di qualche acciacco in più ma è solo dopo i 75 anni che la salute peggiora concretamente». Allora, aggiunge, meglio restare sul posto di lavoro. «L'attività - dice - fa bene al cervello, fa da prevenzione alle malattie degenerative cone l'Alzheimer. E poi - conclude - un settantenne di oggi, uomo o donna, è come un cinquantenne di 30 anni fa. Insomma i dati scientifici danno ragione a Brunetta». Meno entusiasta Alessandra Servidori componente del Comitato Consultivo di Parità Uomo-Donna della Ue che invita alla cautela: «Sull'età pensionabile delle donne è bene ragionare con calma e obiettività. In ogni caso il ministro Brunetta pone dei problemi seri e reali sui quali si possono discutere i tempi e i modi».

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Simonelli racconta il cinema sotto l'albero (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Simonelli racconta il cinema sotto l'albero Ogni anno è tradizione che le case di produzione cinematografica immettano sul mercato l'ennesimo film dei Vanzina, o qualche pellicola americana sui generis. Per quanto il cinema a tema natalizio sia spesso snobbato da chi rivolge lo sguardo al grande schermo con altre pretese, è un fatto che siano queste produzioni a tutt'oggi le uniche a sbancare il botteghino. Com'è altrettanto un fatto che, negli anni, soltanto questi film si sono resi testimoni di un «certo modo» di affrontare l'argomento. Lo studioso vercellese Giorgio Simonelli ne ha individuati parecchi e ne parla mercoledì alle 21 al multisala MoviePlanet di Borgo Vercelli in un incontro pubblico dedicato per l'appunto al suo nuovo libro. E mai luogo fu più consono di una sala di proiezione quando il titolo del volume è «Cinema a Natale - Da Renoir ai Vanzina» (Interlinea, pp. 122, ? 12). File rouge del saggio è proprio il Natale visto attraverso il cinema, con un simpatico invito: data l'eccezionale vastità della cinematografia natalizia, si può incorrere in qualche dimenticanza, perciò l'autore esorta i lettori a suggerirgli quali pellicole avesse eventualmente tralasciato ad un indirizzo di posta elettronica (cinema@interlinea.com). Nelle ristampe del volume, la segnalazione verrà inserita col nome di chi ne è stato l'artefice. La serata, che accompagnerà nell'universo natalizio con la proiezione di spezzoni tratti dai film che il libro analizza, oltre a Simonelli vedrà la presenza di GianCarlo Andenna, dell'Università La Cattolica, Roberto Cicala, responsabile per le edizioni Interlinea, Enrico DeMaria, giornalista de La Stampa, e Roberto Fiori di AlbaFilmFestival. L'ingresso è libero.

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dominioni: "è ora di rivedere le regole ma vanno ascoltati tutti i protagonisti" - giuseppe d'avanzo (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)

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Pagina 6 - Interni Il dialogo Il presidente delle Camere penali: "La riforma della giustizia, tanto più se costituzionale, richiede la più ampia discussione" Dominioni: "è ora di rivedere le regole ma vanno ascoltati tutti i protagonisti" Un Csm modificato non diminuirebbe l´autonomia della magistratura, darebbe efficienza ed equità Va riscritto un codice penale figlio di una cultura giuridica con un alto tasso di autoritarismo GIUSEPPE D´AVANZO ROMA - Nel discorso pubblico sulla giustizia (riformarla? come? lungo quale percorso: ordinario o costituzionale?) la voce degli avvocati è flebile, la loro presenza in ombra. Se ne lamentano. Rivendicano la loro funzione nella giurisdizione. Reclamano l´urgenza di una riflessione comune con giuristi e magistrati per continuare a parlare, nel frastuono della politica, la stessa lingua. Può essere allora utile dare la parola a Oreste Dominioni, professore di procedura penale alla Statale di Milano, presidente dell´Unione delle Camere Penali Italiane in giorni mossi dalle minacce di Berlusconi di fare tutto da solo, riforma costituzionale per manipolare il Csm, riforma dell´ordinamento, del processo, del codice con il pericolo,segnalato qui da Gustavo Zagrebelsky, che la nostra costituzione da garanzia contro gli abusi del potere diventi strumento di potere e di governo. Dunque, sul metodo di Berlusconi, professore. Qual è la sua opinione? «La riforma della giustizia, e tanto più una riforma costituzionale, richiede la più ampia discussione, consiglia che le ragioni di tutti gli attori possano essere illustrate e valutate. Sono convinto che questo metodo consente anche di smussare gli angoli, di accorciare la distanza delle posizioni». E, se le voci continuassero a essere in disaccordo, approverebbe un governo che va alla riforma costituzionale a maggioranza semplice? «Lo prevede la Costituzione che impone poi un referendum popolare. E´ una decisione del tutto legittima». Berlusconi vuole spezzare in due l´unità dell´ordine giudiziario: da una parte, i pubblici ministeri; dall´altra, i giudici. Qual è l´opinione dei penalisti? «Noi pensiamo che sia necessario riformare il Csm per dare efficienza ed equità alla giustizia penale. Le faccio un esempio. Oggi il giudice delle indagini preliminari decide dei tempi e della proroga di un´istruttoria su richiesta del pm: 6 mesi, 12, 18, 24 per i reati più gravi. Gli avvocati oggi non fanno più nemmeno opposizione perché sanno che il giudice si fa carico sempre dell´esigenza dell´accusa rinunciando al controllo sull´operato del pubblico ministero». Non crede che la fine dell´unicità dell´ordine giudiziario possa consegnare il pubblico ministero nelle mani dell´esecutivo? «Sulla collocazione del pubblico ministero, i costituenti hanno lasciato la loro opera incompiuta. Si sono interrogati, naturalmente. E si sono risolti a sospendere ogni giudizio rimettendo il problema al legislatore del nuovo Stato. Bisogna riprendere quel lavoro». Ma immaginate un pm funzionario dell´esecutivo? «No. Anche separato in un altro ordine, il pubblico ministero deve avere sempre lo statuto di magistrato, quindi essere autonomo e indipendente da ogni altro potere e soggetto solo alla legge». Non la spaventa la nascita di una piccola corporazione di accusatori che si autogovernano? «No, se muterà la composizione del Consiglio. In questo, siamo d´accordo con Luciano Violante che chiede un Csm composto per un terzo da componenti eletti dalla magistratura, un terzo dal parlamento, un terzo indicati dal capo dello Stato tra personalità che hanno rivestito ruoli istituzionali di particolare rilievo». Non crede che questa diversa composizione del Csm possa attenuare o travolgere l´autogoverno della magistratura? «La Costituzione non parla di autogoverno. Anzi i costituenti avvertirono l´esigenza dell´ingresso di consiglieri laici nel Csm proprio per evitare che la magistratura si facesse corpo separato». Perché la presenza dei consiglieri laici le appare oggi insufficiente? «Nessuno poteva prevedere che la maggioranza togata si cristallizzasse in una formazione di potere attraverso "correnti", che controllano oggi il Consiglio». Lei dà per scontato che questa «formazione di potere», come la definisce, riesca a condizionare anche il lavoro di magistrati. «Lo penso. Il Csm ha ampliato i suoi poteri e attraverso provvedimenti interni influenza la funzione giudiziaria. E´ la ragione per cui riteniamo che una riforma del Csm non diminuisca l´autonomia della magistratura, ma al contrario, la protegga liberando la funzione giudiziaria dai condizionamenti del potere dell´associazione magistrati e delle correnti». Mi sembra di capire che, per voi, il nucleo della riforma debba riguardare i magistrati e il loro ordinamento e poteri e meno la qualità del servizio giustizia. Non le sembra proprio questa l´intenzione storta del governo? «Si sbaglia. Siamo in prima fila a chiedere una riforma organica della giustizia. La giustizia ha bisogno di essere trasformata con una visione d´insieme che sappia riscrivere le regole del processo penale, oggi afflitto da interventi e provvedimenti singoli ? spesso bipartisan ? che ne danneggiano la qualità e l´efficienza creando soltanto nuovi farraginosi impicci. Una riforma che sappia riscrivere un codice penale, figlio di una cultura giuridica con un alto tasso di autoritarismo. D´altronde, al contrario di Spagna, Portogallo, Germania, siamo l´unico paese liberato da una dittatura che non ha ancora riscritto il codice di quel periodo. Non c´è dubbio che il legislatore ha le sue responsabilità: preferisce innovare per leggi speciali (sia veda, ad esempio, la legge sugli stupefacenti). La legislazione speciale extra codice non fa che aumentare la disorganicità della nostra giustizia penale». Pensate che vada attenuata o del tutto sciolta la direzione della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero? «Noi pensiamo che non si debba consentire al pubblico ministero di indagare alla ricerca della notizia di reato». Per reati come la corruzione dove è forte il vincolo tra corrotto e corruttore, la notizia di reato non salterà mai fuori da sola. «Le rispondo con un ricordo di Anna Finocchiaro riferito in un recente incontro al Senato. Giovane pretore in un certo ufficio giudiziario, la presidente del senatori del Pd si vide recapitare sul tavolo tutte le delibere comunali. Ne chiese ragione al sindaco. Quello le rispose che così pretendeva il giudice che aveva lasciato. Anna Finocchiaro interruppe quella routine. Disse: il controllo del comune non è tra i miei compiti. Sono della stessa opinione. La magistratura non può diventare polizia amministrativa». In linea con una pressione sul potere del pm, il governo vuole rivedere anche l´obbligatorietà dell´azione penale. Lei condivide? «No. L´obbligatorietà dell´azione penale va mantenuta, ma disciplinata. Oggi ogni procura ha i suoi criteri di selezione delle notizie di reato, espliciti o meno: Torino per esempio mi ha messi nero su bianco. Noi pensiamo che vada eliminato questo regime di arbitrarietà. Che sia una legge a stabilire i criteri di selezione in linea con le risorse a disposizione che non potranno mai essere adeguate al fabbisogno». Quanto pesano in parlamento i partiti degli avvocati e dei magistrati? «Molto, troppo. A nostro giudizio, gli avvocati e i magistrati che decidono di diventare parlamentari devono lasciare l´avvocatura e la magistratura. Giuliano Vassalli quando entrò in Parlamento si sospese dall´albo degli avvocati». Niccolò Ghedini, avvocato di Berlusconi e suo consigliere, gliene vorrà. «Pazienza. Me ne vorranno anche quei quasi 400 magistrati fuori ruolo al lavoro nei ministeri o negli staff dei ministri. Noi crediamo che questi salti dalla funzione giudiziaria alla politica debbano essere interdetti perché creano una contiguità, una commistione pericolosa e, questa sì, rende il magistrato meno indipendente e autonomo dal potere politico». Quanto pesa sulle sue opinioni l´essere stato difensore di Paolo Berlusconi e di alcuni dirigenti Fininvest? «E´ avvenuto molto tempo fa».

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cattolica, sesso e test d'ammissione nessuna accusa per il funzionario (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XVII - Roma "Le richieste di incontri hard mai imputate ad Antonio Pongetti" Cattolica, sesso e test d´ammissione Nessuna accusa per il funzionario «NON ha mai chiesto incontri sessuali alle studentesse e mai è stato mosso alcun addebito al mio assistito». Lo precisa l´avvocato Gaetano Scalise, difensore del dottor Antonio Pongetti in riferimento agli articoli riguardanti l´inchiesta della procura di Cosenza sulla presunta compravendita di test di ammissione e di diplomi falsi per infermieri all´università Cattolica. Nei giorni scorsi, è stata attribuita erroneamente la notizia che presunti favori sessuali sarebbero stati richiesti dal funzionario della Cattolica, Antonio Pongetti. «La semplice lettura dell´ordinanza - precisa ancora l´avvocato Gaetano Scalise - dimostra come nessun addebito viene infatti mosso al mio assistito in relazione a presunti "favori sessuali" richiesti a chicchessia». E ancora il difensore parla di «serio danno d´immagine» e aggiunge: «Il dottor Pongetti è estraneo ai fatti citati nell´articolo che sono del tutto svincolati dalle contestazioni mosse dal pm».

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la chiesa e il degrado - girolamo imbruglia (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XII - Napoli LA CHIESA E IL DEGRADO GIROLAMO IMBRUGLIA a luce sinistra che ha gettato il suicidio dell´assessore, e quella delle dimissioni dell´altro assessore Cardillo, illuminano la scena napoletana come una realtà drammatica, nella quale si sta giocando un trapasso di poteri, che avviene fuori da qualsiasi regola; un "finale di partita" che, per essere fuori dal controllo dell´opinione pubblica, è ancora più minaccioso e violento. In tale situazione, è intervenuto il cardinale. Io sono rimasto stupito dal fatto che nessuno abbia commentato le sue parole. E c´è voluta tutta l´esperienza democristiana del sindaco per ricordare, ma appena ricordare, all´erede in città più che di San Pietro, del predecessore suo, cardinale Giordano, di sempre viva memoria per i suoi trascorsi e il suo stile, quali siano i rapporti tra Stato e Chiesa. Il cardinale Sepe ha ritenuto di poter parlare delle condizioni morali della città, quasi la Chiesa non sia uno dei fattori storici del suo degrado. La grandezza del cristianesimo è consistita nell´aver raggiunto un´interna autonomia, nell´aver elaborato una dimensione tutta interiore di religiosità. Lutero e la tradizione protestante hanno costruito una religiosità che si basa sul sentimento della morte, e che non sconfina nella dimensione del vivere civile. E infatti, le lotte per l´affermazione del protestantesimo hanno coinciso con la tolleranza, la libertà civile, la scoperta della laicità. Le religioni che non distinguono queste sfere si condannano alla superstizione nella vita religiosa, e alla violenza nella vita sociale. La Chiesa cattolica, che ha nei secoli combattuto la tolleranza e la libertà di pensiero, ora si vuole ergere a giudice di una condizione civile in larga parte frutto di questo magistero. E lo fa appunto celebrando una delle feste, quella del dogma dell´immacolata concezione della vergine Maria, dove maggiormente rifulge la superstizione di tale credenza (superstizione intesa come eccesso di fede). Meglio avrebbe fatto il cardinale Sepe a richiamare preti e credenti a forme sane di religione, piuttosto che intervenire con toni truci e beffardi su sfere che non gli competono; a non esaltare la presunta immobilità del magistero ecclesiastico, a evitare del moralismo facile, e a cercare di capire invece come mutino la storia e la Chiesa che vi vive. Ma forse la sua è stata la risposta che dall´altare si è voluto dare all´importante discorso (vedi: http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=37452), che il presidente Napolitano ha tenuto a Napoli il primo dicembre al convegno "Mezzogiorno, innovazione e sviluppo", e che ha meritato varia attenzione. Napolitano ha insistito sulle debolezze interne delle forze meridionali. Più che il discorso di un marxista, mi è parso quello di un weberiano: che nella cultura, nella mentalità ravvisa le prime cause del declino o del fiorire di una civiltà. Con toni fermi, il presidente Napolitano ha esortato la società napoletana a ritrovare le proprie energie interne, che non hanno radici cattoliche, ma di altra vitalità. Inoltre ha richiamato opportunamente la dimensione nazionale della questione napoletana. è evidente che nella vita politica di Napolitano la questione meridionale ha avuto un peso decisivo: e su questa questione c´è stato aspro dissenso, proprio a Napoli, negli anni Cinquanta, nell´intellettualità di sinistra. Ma occorre ora ripensare il legame profondo tra vita nazionale e questione meridionale, che è l´argine senza il quale e il mondo del Sud e quello nazionale finirebbero per crollare. Un discorso, infine da apprezzare per il tono serenamente laico: una componente della nostra cultura che si va perdendo di pari passo con cui avanzano il degrado civile e morale. è la ripresa del valore politico della Costituzione, quale norma dei conflitti sociali e politici. Non erano soltanto parole. Le scelte di intervento del presidente Napolitano hanno confermato tale fiducia nelle forze culturali laiche, intese in senso ampio. Ne richiamo solo una. La sua presenza all´Istituto Croce il giorno dell´inaugurazione dell´anno accademico conferma la coerenza del richiamo all´importanza di tali forze e, al tempo stesso, proprio per il luogo in cui si trovava, dà rilievo serio alla questione morale. Occorre che questa non divenga moralismo, ma sappia ritrovare la vitale connessione con il linguaggio politico: sola via per non abbandonare alle forze dell´irrazionalità e dell´ignavia il governo della città.

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ecco "per palermo" nuova associazione per scrivere il futuro - mimma lo martire (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XIX - Palermo Ecco "Per Palermo" nuova associazione per scrivere il futuro Questa mattina al cinema Imperia il primo incontro sui problemi della città MIMMA LO MARTIRE Dare voce ai cittadini, mirare al buon governo, cercare di risolvere tutti insieme i tanti mali che affliggono la nostra città. è l´obiettivo che si è proposto di raggiungere una nuova associazione - "Per Palermo" - nata quattro mesi fa ma che oggi alle 10 terrà il primo incontro cittadino al cinema Imperia, in via Emerico Amari. "Il cittadino nel Comune" è il tema di questo primo incontro. «Se ami la tua città e vuoi partecipare - si legge nei volantini distribuiti dall´associazione - sei invitato». I vari relatori che si succederanno nella mattinata affronteranno ciascuno un argomento, dal ruolo del cittadino nella formazione sociale di Salvatore Costantino, alla legalità di Paolo Calabrese, al fenomeno della povertà in crescita, trattato dal missionario laico Biagio Conte, sino ai problemi dei cittadini svantaggiati dagli handicap, di cui parlerà Salvatore Crispi. Si discuterà anche del funzionamento della macchina comunale, spiegata da Antonio Atria e di diritti civili, di cui parlerà Massimo Merighi. Il presidente del movimento, Giuseppe Valenti, avrà il compito, invece, di illustrare la nascita e gli obiettivi del movimento. «Vogliamo coinvolgere quanta più gente motivata possibile - dice - per non fermarsi a lamentele sterili o alle semplici parole di denuncia, ma affrontare uniti, volta per volta, singoli problemi e cercare di trovare delle valide soluzioni per risolverli. Le nostre proposte verranno sottoposte ai nostri amministratori, e se loro saranno sordi - assicura Valenti - arriveremo anche a formare una nostra lista civica con il proposito di agire in prima persona». Estremamente ricco e articolato il documento programmatico dell´associazione, riunite sotto il motto «Le cose si fanno insieme. Da soli non si cambia». Perché la frase da dimenticare è quella fatidica: «è praticamente impossibile cambiare le cose». I temi individuati dall´associazione su cui lavorare sono Palermo città europea, Terzo settore e volontariato, Poveri, Ecologia, ambiente e territorio, Casa, Centro storico e senza tetto, Bilancio partecipato, Spazi dedicati ai bambini, Smog e polveri sottili, Riqualificazione di zone abbandonate, Cartelloni pubblicitari, Lavori pubblici, Biblioteca centrale per stranieri, Economia, Banca del tempo, Disabili, Finanza etica, Lotta a sprechi ed inefficienza pubblica, Anziani, Cultura, Comunicazione, Spazi pubblici e Palazzo dei congressi, Trasporti pubblici, Taxi, Biciclette, Decentramento di attività e uffici, Mercati, Mediatori culturali, Verde provvisorio, Rete di bed sharing, Educazione e scuola, Ambiente, Turismo, Scambi internazionali, Cittadinanza attiva, Ville e giardini, Università della terza età, Sport, Asili, creazione di un assessorato all´orientamento al lavoro, Deregolamentazione licenze, Rifiuti e Raccolta differenziata, Indirizzo economico e imprese sociali, Sanità. Coordinatrice dei vari gruppi di lavoro è Sabina D´Antonio, mentre Emilio Galbo sarà il moderatore dell´incontro di domenica, a cui prenderà parte anche l´attrice Stefania Blandeburgo. L´associazione nata da una idea di Valenti, medico ginecologo, ha fra i suoi soci fondatori gente eterogenea, proveniente da ogni parte della città e che svolge attività diverse: dall´avvocato, al noto cabarettista (come Gianni Nanfa), all´insegnante. In poco tempo ha raccolto le adesioni di decine di cittadini palermitani, scontenti di come vanno le cose. Il movimento non ha una connotazione politica, e si descrive come «non fortemente cattolico» ma «non solamente laico».

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la rivista dei ribelli che accusò la mafia - tano gullo (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XXIV - Palermo LA RIVISTA DEI RIBELLI CHE ACCUSò LA MAFIA Giuliana Saladino sottolineò l´impegno verso i deboli "siano essi gli handicappati di Sicilia o gli infelici cittadini del Salvador" Il mensile celebra il suo nuovo numero tappa di un percorso iniziato nel ´75 sulla scia del rinnovamento del Concilio L´allarme di Nino Fasullo sui segnali che allontanano dalla lezione di padre Puglisi TANO GULLO (segue dalla prima di cronaca) opo aver marcato la trecentesima uscita con una serie di riflessioni sull´Apocalisse, "Segno" si avvia a festeggiare il trentacinquesimo anno della sua esistenza. Ieri come oggi, ma è facile profetizzare come domani, sempre dalla parte del Vangelo, dei poveri cristi, della legalità, dell´umanità, della fede depurata da ogni fastoso orpello. E in ogni circostanza contro il groviglio di mafie che intossica la Sicilia. La rivista è nata nell´estate del 1975 sulle ceneri de "Il Cristiano d´Oggi", inciampato nei tranelli curiali. Il gruppo di giovani capitanato da padre Nino - Luigi Tinè, Nino Alongi, Marta Cimino, Totino Licata, Renato Scalia, Giovanni Marchese, Manuele Villa, Giacomo Vaiarelli, Vincenzo Guarrasi e altri - manifesta subito i suoi proponimenti: percorrere la strada del rinnovamento indicata dal Concilio voluto da papa Giovanni, denunciare il fenomeno mafioso come anticristiano, rivendicare il diritto dei cattolici di votare per i partiti della sinistra e la libertà di essere contemporaneamente praticanti e laici («Cristo non era un prete, era laicissimo»). Quando i redattori portano i primi numeri di "Segno" al cardinale Pappalardo - ancora lontano dagli slanci di Sagunto - si sentono gelare da un secco «Non ho chiesto di leggerlo». L´accoglienza la dice lunga sulla chiesa di quegli anni. Una chiesa ancora barcollante alla ricerca di una strada che l´allontanasse dalle sabbie mobili del passato. Timorosa di contagiarsi con i "virus" comunisti e operaisti. Ci sarebbero voluti anni - e un rosario di stragi - per allungare le corte vedute nel grande orizzonte. Per addivenire a visioni meno politiche e più aderenti alla realtà, territorio di contesa tra il bene e il male. I primi tre anni scorrono nel "segno" dell´incertezza. Molte velleità, tantissima buona volontà, ma pochissimo spessore e una strutturale difficoltà a mettere a fuoco una linea conducente, definitiva. Un rodaggio comunque di crescita, come scrive Giuliana Saladino scorrendo l´indice dei primi dieci anni della rivista. Poi gli sforzi si concentrano su tre temi portanti: i travagli della chiesa, la mafia e la pace, «con un occhio generoso - aggiunge la Saladino - e non pietistico ai deboli, siano essi gli handicappati di Sicilia o gli infelici cittadini di El Salvador, e con un supporto imponente di documenti rari». Sono propri i dossier a dare spessore alla rivista: relazioni, trattati, accordi, teologie, storie, attinti in tutti i paesi. Ricordiamo un bellissimo volume monografico del dicembre 1999 dedicato al decennale della morte di Leonardo Sciascia. Così "Segno", rimasto in qualche maniera underground nella grande Palermo, fa il giro del mondo (tramite abbonamenti e invii mirati) e diventa punto di riferimento di intellettuali e giornalisti di ogni parte. è alla porta del convento dell´Uditore che va a bussare chi vuole indagare nelle viscere della società isolana. Sia esso il giornalista del "Washington Post" o lo studioso inglese o tedesco che sta scrivendo un libro sulla mafia. Un punto di riferimento che si consolida giorno dopo giorno per chiunque voglia capire, scorticare le apparenze per addentarsi nelle profondità della città irredimibile. Per dare visibilità a questo terzo di secolo di fatica redazionale - con le stimmate del travaglio e della ricerca - padre Fasullo e compagni hanno pubblicato un agile libro che è nel contempo il bilancio del passato e il programma per il poi: "Segno trecento - mafia chiesa politica", il titolo. Nelle 160 pagine, sette editoriali, "pescati" nel poderoso mucchio per scandire i momenti salienti del mensile, cinque interviste (profetica quella di Giovanni Falcone, registrata e poi rivista e corretta dal giudice ucciso dalla mafia), e alcuni articoli che rimarcano l´impegno antimafia, per la pace e per la retta via conciliare. è impietosa, perché profondamente vera, l´analisi sulla chiesa in questi anni. Una chiesa colta sovente nel suo sconfinamento pastorale, una chiesa talora a braccetto con il potere, con troppi preti compiacenti con boss e affaristi, una chiesa richiamata da "Segno" alla sua precipua missione apostolica. è travagliata assai la storia degli ultimi cento anni della chiesa palermitana. Nino Fasullo in un suo agile saggio, pubblicato in appendice al volume celebrativo, distingue tre fasi. La prima, iniziata con l´epopea garibaldina, vede l´universo ecclesiastico sulle barricate contro lo Stato unitario, ai suoi occhi colpevole di avere spogliato le diocesi di ogni bene terreno, feudi e palazzi requisiti senza appello. «In queste condizioni, a chi la chiesa poteva volgersi, con chi poteva allearsi, se non con i "conservatori", che la difendevano e si dicevano custodi dei "valori" della religione? Tra i "conservatori" - nella loro area - si trovavano i mafiosi: tutti religiosi, tutti devoti... I mafiosi garantivano alla chiesa difesa e protezione, la chiesa ricambiava col silenzio. Ragion per cui - questo è il punto - non potevano essere attaccati dalla chiesa». La seconda fase inizia con la strage di Ciaculli, che apre uno squarcio nelle coscienze dei fedeli più consapevoli. In quel 30 giugno del 1963 dopo il boato al tritolo il padre valdese Valdo Panascia fa affiggere nei muri della città un manifesto di esplicita condanna alla mafia. Paolo VI chiede all´arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini di prendere posizione. Il presule (quello che sosteneva che la mafia era un´invenzione dei giornali) risponde al papa di non ravvisarne la necessità, perché la chiesa fa già il suo dovere e ha ben altri pensieri che quello di correre dietro ai valdesi. Seguono anni di ambiguità e titubanze. Intanto il Concilio alimenta i fermenti con il suo invito ai cristiani di vivere la città e di adoperarsi per il suo cambiamento nella direzione della giustizia e della solidarietà. Solo nel 1973 la conferenza episcopale siciliana sembra aprire gli occhi davanti all´escalation della criminalità terrorista. Arriva il tempo di Pappalardo e dei suoi strali contro i boss e i politici collusi. Ancora dieci anni di funerali di Stato di omelie, di fiaccolate, di incertezze (come la frenata di Pappalardo, timoroso di passare alla storia solo come vescovo antimafia; da qui la sua critica al maxiprocesso) e poi la ferma condanna di Giovanni Paolo secondo tra i templi di Agrigento. La seconda fase si chiude il 15 settembre 1993, aprendo la terza, con l´assassinio di padre Pino Puglisi a Brancaccio. La chiesa rompe gli indugi, chiude le sacrestie a boss e gregari, esce dal silenzio e urla il suo dolore. "Segno" segue tutti questi passaggi e incalza affinché il distacco sia definitivo, affinché i barcollamenti del passato non abbiano più a ripetersi. Diradato il nuvolone mafia, altri cirri, però, si addensano sul corpo dei fedeli. «La chiesa dopo l´illusione di una nuova primavera con papa Ratzinger sta tornando sui suoi passi - dice padre Fasullo - Si rispolverano il latino, gli ori e gli antichi paramenti, ci si attiva per bloccare la ricerca scientifica, si chiedono soldi allo Stato per le scuole cattoliche. Una chiesa lontana da quella del mite don Pino Puglisi che rifiutava ogni sovvenzione. "Chi ha la bocca piena non può parlare", diceva. L´aspetto desolante di questo nuovo corso è costituito dai laici che fanno a gara per compiacere il Vaticano». «L´ultimo numero di "Segno" - conclude Fasullo - l´abbiamo dedicato all´Apocalisse, che per noi non è la fine, ma l´inizio di una vita vera dopo la distruzione di tutto il male, l´avvio di una nuova umanità. Una speranza che passa dall´abbattimento di tutto il ciarpame che ci circonda». Capito perché è stridula l´altra campana? La rivista "Segno" festeggia il suo trecentesimo numero, dedicato al tema dell´Apocalisse, e il suo trentacinquesimo anno di attività. Da domani, per tre giorni, nella sede dei padri redentoristi di via Badia, un ciclo di dibattiti, introdotti dal direttore e fondatore padre Nino Fasullo, celebrerà l´anniversario della rivista e il suo rapporto con la città, chiamando a raccolta collaboratori, intellettuali, magistrati e operatori culturali. Si comincia domani alle 17 con "La città, la mafia e l´antimafia", coordina Giacomo Vaiarelli, intervengono Giuseppe Di Lello, Alessandra Dino, Vincenzo Guarrasi e Simona Mafai. Martedì, sempre alle 17, tocca a "La città, la chiesa e la politica": modera Luigi Tinè, relazioni di Ludovico Corrao, Fernanda Di Monte, Salvatore Lupo e Fausto Raciti. Mercoledì si chiude con "La città, la cultura e l´etica": coordina Marcello Benfante, interventi di Matteo Di Gesù, Maurizio Padovano, Evelina Santangelo e Piero Violante

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l'incontro - silvana mazzocchi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 40 - Cultura L´INCONTRO Nuove sfide Dopo una vita passata a leggere, tradurre e poi scrivere romanzi in coppia con Lucentini, ora conosce una nuova stagione di creatività Ha appena pubblicato una lunga filastrocca per spiegare la "Genesi" ai bambini e sta preparando un´autobiografia intitolata "Mutandine di chiffon" . Ma ci scherza: "Non è una vera autobiografia. Per farla bisogna avere un´idea statuaria di se stessi, o l´ambizione di lasciare una traccia, il che suona ridicolo" "La donna della domenica" ebbe molto successo perché era scritta in modo popolare Fu una scelta di umiltà, avevamo il senso delle proporzioni SILVANA MAZZOCCHI castiglion della pescaia c ustodisce un amabile vezzo infantile con l´umiltà dei grandi Carlo Fruttero, ottantadue anni. Sorride leggermente indicando il registratore digitale, «cosa è, un sottomarino?», scherza con l´abituale vena ironica. Finora il celebre scrittore, legato per cinquant´anni a Franco Lucentini in un indissolubile sodalizio letterario, non aveva mai scritto libri per ragazzi. Ma, nell´età che ad alcuni regala ancora il sapore della sfida, forte del suo passato di costante narratore di fiabe per figlie e nipoti, ha affrontato nientemeno che la Genesi con una filastrocca, La Creazione (Gallucci, illustrazioni di Cristina Lastrégo & Testa, 13 euro): «L´unica forma possibile, secondo me». Una sarabanda dove accade di tutto e dove il mondo prima si forma e poi si perfeziona. Per finire il settimo giorno con il comprensibile dubbio del «cosa mai voglia dire il pur nobile guazzabuglio», disincantata introduzione per una chiusa laica e intelligente: «Nessuno lo sa, francamente. Dovremo aspettare il cimitero, virgola, temo». Ma come mai l´ex direttore di Urania, l´uomo divenuto scrittore grazie a un´adolescenza passata a leggere e a una giovinezza immolata a tradurre, l´autore con Lucentini di una ventina di libri dalle molte e fortunate edizioni, a partire dall´indimenticabile La donna della domenica, ha cambiato pelle per dedicarsi a una filastrocca sulla creazione dell´universo, seguendo la versione ufficiale della Bibbia e «sotto l´alto patrocinio dell´Onnipotente?». «L´idea l´ha avuta l´editore, ne ha parlato con Furio Scarpelli che gli ha suggerito di provare con me. Lì per lì mi sembrò un´assurdità. Come si fa, mi sono detto, a scrivere un libro sulla Genesi? Che puoi fare con il linguaggio della Bibbia? La parodia goliardica? Il dislivello tra il racconto epico e una lettura più o meno infantile è immenso. Non vedevo via d´uscita. Poi, dopo una decina di giorni, di colpo mi è venuta in mente la filastrocca. Un genere complicato, non so se poetico, ma certo difficile. Ci ho messo un mese a scriverla, lavorando al mattino». «Meno di un mese», lo corregge Carlotta, la figlia con cui abita vicino al mare in Toscana. «Papà detta a me tutto quello che scrive, poi rilegge e cambia al massimo qualche aggettivo». Riprende lui: «Dopo un po´ mi sono lasciato affascinare dalle rime; prima d´ora non mi ero mai cimentato con le filastrocche. Mentre con le poesie sì, quando pubblicai con Lucentini L´idraulico non verrà (1970), per Il Melangolo. Un ricordo del passato per annunciare il libro futuro. «Si tratta di un´autobiografia dal titolo un po´ truffaldino, Mutandine di chiffon», azzarda con malizia fanciullesca. «Uscirà forse in primavera. Intendiamoci, non è una vera autobiografia, almeno non in senso classico; per farlo bisognerebbe avere un´idea statuaria di se stessi o l´ambizione di lasciare una traccia, il che oggi suona ridicolo... Le mie sono piuttosto memorie occasionali. Qualcuno mi aveva fatto notare che avevo scritto vari pezzi sulla mia vita, uno su Parigi, uno sulla guerra, uno sul Monferrato, uno sul castello di Passerano dove si può dire che sono nato. Tutti articoli casuali, come quello che una volta mi chiese Tv Sorrisi e Canzoni, sulla vendemmia. E io raccontai di come andavo a farla, da bambino, a Passerano. O un´altra volta che, mentre mi stavo occupando di Simenon, mi venne di scrivere del paesaggio francese e dei luoghi bellissimi dove avevo girato in macchina. Anche Mutandine di chiffon è un pezzetto di memoria. Di quando, durante la guerra, abitavo coi miei in affitto sulle precolline torinesi e andavo a portare i soldi ogni mese al padrone di casa. Un tipo grasso, che se ne stava sempre con il suo sigaro in bocca? Accadde che, dopo la guerra, un mio amico mi portò in un teatro all´aperto lungo il fiume a sentire un famoso cantante degli anni Venti, quello che cantava Balocchi e profumi... E lo fece anche quella sera, aveva le lacrime agli occhi. Poi, però, passò a brani più spigliati. E tra questi c´era Mutandine di chiffon. L´indomani, a casa, quel motivetto mi tornò in mente e mi misi a canticchiarlo. Finiva in modo pazzesco (ammicca divertito): "?quando vi affacciate, quante cose sollevate". A un certo punto mia madre mi fa: "Cosa fai, canti le canzoni di Bel Ami?". E mi rivela che Bel Ami era nientemeno il nostro padrone di casa, l´autore di successo di Mutandine di Chiffon». Stralci di memoria «per di più occasionali, perché mancano molti pezzi della mia di vita. Per esempio il periodo in cui ho vissuto a Londra o a Parigi. Fu tra il ´47 e il ´53. Me ne ero andato dall´Italia, che in quel momento trovavo terribile, per non stare a Torino. Ed ero pronto: durante la guerra ero stato in campagna, in casa di mia nonna. E poiché, per mia fortuna, in cima alla montagna c´era un enorme castello con un´immensa biblioteca, in mancanza d´altro avevo passato intere giornate a leggere. E avevo imparato l´inglese, da un prete. Ci andavo in bicicletta. Quel periodo condizionò la mia vita per sempre. Presi a scrivere raccontini su tutto quello che avevo visto: partigiani, rastrellamenti? li pubblicai anche, due o tre uscirono su Il Ponte. Intanto nel ´52, tramite amici che erano in Giustizia e Libertà, ero entrato in contatto con Einaudi. E cominciai a tradurre. Mi portavo il lavoro a Parigi, a Londra. In seguito mi chiesero di entrare nella casa editrice. Io ero contrario, mi sembrava di rinunciare alla libertà, ma alla fine accettai. Il mio primo lavoro fu correggere il testo italiano del Diario di Anna Frank; l´aveva fatto un olandese, perché allora traducevano spesso gli stranieri, in quanto nel nostro paese certe lingue non le conosceva nessuno». «Nel ´53 incontrai Franco Lucentini, a Parigi. Lui aveva scritto un bellissimo racconto per Nuovi argomenti, molto metafisico? diventammo subito amicissimi. Avevamo in comune, come dicevamo allora, molti disinteressi, ed eravamo ambedue un po´ diversi da tutti gli altri. A un certo punto curammo insieme una grossa antologia di fantascienza: Le meraviglie del possibile, che per Einaudi fu un grandissimo successo. Leggemmo trecento racconti per sceglierne trenta. E verificammo che andavamo davvero molto d´accordo. Allora ci siamo detti: adesso che abbiamo letto tutto il possibile, perché non proviamo a scrivere qualcosa insieme? Così un´estate, a Forte dei Marmi, c´era già la mia prima figlia, cominciammo a lavorare a una tragedia elisabettiana. Era una parodia, si chiamava La battaglia di Vercelli. Scrivemmo solo un atto e mezzo... poi abbiamo lasciato perdere, volevamo tentare con un romanzo, con un poliziesco. Era La donna della domenica, ci lavorammo dal ´66 al ´72. Un tempo lungo, perché nel frattempo dovevamo fare Urania». Fu quando Alberto Mondatori, trovandosi senza direttore, vi offrì quel posto vacante? «Noi accettammo, con grandissima indignazione di Einaudi e di Calvino. Per loro un conto era curare una raccolta chic di racconti di fantascienza, altra cosa era andare a dirigere un quindicinale per tutti. Il nostro era considerato un tradimento, qualcosa di incomprensibile, un abbandono della serietà. Non capivano che noi di quel loro club c´eravamo un po´ stufati. Quella svolta cambiò la nostra vita: scegliere quel genere così poco da club ci aiutò a scrivere La donna della domenica in un modo popolare, il che portò il libro al successo. Ma fu anche una scelta di umiltà. Di gente che, come noi, aveva il senso delle proporzioni. Perché, dopo Proust, dopo Kafka, dopo Flaubert, dopo Tolstoi, cosa vai a parlare dell´animo umano? Sarebbe insensato. Il nostro fu un modo per marginalizzarsi, per trovare un sentierino e per girargli attorno. Non ci aspettavamo quel successo, pensavamo fosse un buon romanzo, ma niente di più. Tra l´altro era il ´72, c´erano le occupazioni, cominciava il fenomeno delle Brigate rosse, il momento era difficile e quello era solo un poliziesco? da quel momento il mio sodalizio con Lucentini si consolidò definitivamente: la nostra fu una specie di carriera comune, portata avanti tra difficoltà enormi, perché tutto era difficile. Io andavo spesso da lui, nella sua casetta vicino Fontainbleau o lui veniva da me. Quando eravamo insieme, con Lucentini, nessuno di noi ha pensato di scrivere qualcosa da solo, ci veniva bene in due e basta. Per i romanzi ci siamo sempre divisi i capitoli, perché scrivere insieme è impossibile. Solo la rilettura può essere comune. L´avventura di Urania, durò più di vent´anni, fino al 1986. Io vivevo dei miei libri e dei miei scritti; pubblicavo sulla Stampa, su L´Espresso, su Panorama. A un certo punto, nel ´92, mettendo insieme tutti gli articoli, venne fuori Il ritorno del Cretino, un altro successo». Nel 2002 Lucentini morì e lei decise di scrivere un romanzo da solo. «Non ho deciso niente. Sono stato lì rannicchiato per un po´. Poi, con il tempo, quasi per caso, è riaffiorata un´idea che mi ronzava in testa da una quindicina d´anni. Andando da Parigi in Germania, in stazione, mi era capitato di comprare Jacques le fataliste di Diderot: non un gran libro ma con, incastrata nel contesto, una storia che mi colpì molto. Di una marchesa che rompe la relazione con l´amante marchese. Ma, poiché lui si dice d´accordo, lei ci resta male e si vuole vendicare. Va in un bordello, trova una prostituta bellissima e sua madre: con una borsa d´oro le convince a fingersi una famiglia impoverita e irreprensibile che prega e fa opere di bene. La marchesa fa conoscere al marchese le due donne e lui s´innamora della ragazza. La corteggia, le offre regali, la vuole per sé. Ma lei si nega, sempre, finché lui la sposa. E solo dopo si rivela per quello che era. Allora lui va su tutte le furie, la vuole cacciare, alla fine però ci ripensa e l´amore trionfa. La storia mi piacque immensamente, ne parlai con Franco, ma insieme convenimmo che trasferire la storia a Torino non aveva senso. In seguito, dopo la sua morte, cominciai a sentire tante storie di badanti, di accompagnatrici ucraine, rumene, anche ex prostitute, giovani e belle. Allora capii che Torino poteva ormai reggere una storia così, perché c´era questa novità sociologica dell´arrivo delle donne dell´est». Così nel 2006 nacque Donne informate sui fatti. Un successo personale. Ne è stato felice? «Non più alla mia età. Solo un piacere, niente di più. Mentre con Ti trovo un po´ pallida, ho voluto fare un ritratto di Pietro Citati. Era il rifacimento di un libro scritto con Franco anni prima. Pietro è un mio grande amico. è sferzante, ma molto affettuoso con me e viene spesso a trovarmi. Gli ho mandato una copia della Creazione. Era fuori di sé dalla gioia. Mi ha detto: "Come hai fatto, vecchio come sei?"».

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Il concepimento dei diritti umani (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

14 dicembre 2008 Il concepimento dei diritti umani Possenti dice che la Dichiarazione universale (che fa 60 anni) resta il più grande atto etico-politico della modernità A sessant?anni dalla sua proclamazione, “la Dichiarazione universale dei diritti dell?uomo resta uno dei massimi atti etico-politici della modernità, una svolta della storia mondiale che promette di conservare, anche per il futuro, una fondamentale vitalità” (nella foto, alcuni figli dello staff delle Nazioni Unite con la stesura finale della Dichiarazione nel 1948). E? l?opinione di Vittorio Possenti, docente di Filosofia politica e direttore del Centro interdipartimentale di ricerca sui diritti umani all?Università Ca? Foscari di Venezia, che in questi giorni promuove un convegno sui temi dei diritti umani e della libertà religiosa (tre giornate di studio, dal 4 al 6 dicembre). Possenti dice al Foglio di non condividere l?accusa di eccesso di occidentalità, vizio di nascita e ipoteca indelebile, che alcune correnti di pensiero rimproverano alla Dichiarazione universale (vedi l?intervista a Danilo Zolo, sul Foglio del 3 dicembre): “Non è così – spiega il professore – La Dichiarazione fu preparata da una commissione che aveva al proprio interno personalità occidentali e orientali, socialisti e liberali, buddisti, induisti, atei, credenti. E tra i personaggi che più influirono nella preparazione della Dichiarazione ci fu il filosofo P. C. Chang, capo della delegazione cinese”. Semmai, “ad andare meno bene del previsto, è stata la traduzione nella realtà delle enunciazioni del 1948, in particolare nel garantire i diritti umani fondamentali. Da tante parti si sostiene che la miglior realizzazione di una società politica laica è la realizzazione più ampia possibile dei diritti umani. Vero, a patto che i modi con cui questi ultimi vengono interpretati non prendano strade troppo differenti. In prima battuta sembra che il loro linguaggio costituisca un esperanto compreso da tutti e gradito a tante orecchie. Ma un?attenzione più esercitata indica che parole come dignità, persona, libertà, diritti, veicolano significati diversi e magari divergenti”. Diversità che si traducono sempre più frequentemente in discrepanze tra occidente e resto del mondo: “In occidente puntiamo molto sui diritti di libertà, in rapporto a una tradizione liberale che fu presente nella stesura della Dichiarazione. Ma non dimentichiamo che un diritto fondamentale come il diritto alla vita non è un diritto di libertà”. Esistono da almeno trent?anni due prospettive che si confrontano, “quella che dà una lettura libertaria dei diritti umani e quella che privilegia l?interpretazione dignitaria e personalistica. Nell?attività concreta delle agenzie dell?Onu, sono impostazioni che portano a conseguenze ben diverse. Pensiamo, per esempio, al modo di intendere la ?salute riproduttiva? della donna”. Il fatto è, dice Possenti, che “la Dichiarazione non va trattata come una lista da cui scegliere i diritti che meglio fanno al caso nostro, vale a dire i diritti di libertà. Certo, l?appellarsi ai diritti di libertà civili e politici è qualcosa di immediatamente percepibile, e nell?epoca del confronto fra blocco americano e blocco sovietico era particolarmente sentito il tema dei totalitarismi e della libertà politica. Ma l?esito che ne è seguito è sconcertante. Non poche agenzie culturali, mediatiche e politiche hanno creato un insieme di frammenti iperlibertari strappati a forza dal tessuto unitario della Dichiarazione universale, e li hanno proiettati in contesti extraoccidentali dove fanno molta fatica ad attecchire. Nel frattempo, in occidente, queste avanguardie ?libertarie? hanno assolutizzato alcuni diritti a scapito di altri e propongono una visione che definisco ?oltranzista? dei diritti umani, la quale fa leva sulla nozione di uguaglianza e del rifiuto di ogni discriminazione. Suona bene, ma in concreto può significare riconoscimento di un?uguaglianza aritmetica e astratta, a prescindere dalla reale situazione in cui il soggetto si trova. Ora, se è vero che un?uguaglianza fondamentale deve essere riconosciuta alle persone per quanto concerne un notevole numero di diritti – alla vita, alla libertà religiosa, al lavoro, alla liberazione della miseria – non possiamo impiegare in maniera illimitata il criterio di uguaglianza e quello di non discriminazione, così frequentemente impiegati in questi anni come una clava per far passare ogni genere di presunti diritti, senza lederne altri, fondamentali, della persona. I criteri di uguaglianza e non discriminazione – esemplifica Possenti – risultano gravemente violati oggi in ambito bioetico quando si ricorre alla diagnosi preimpianto degli embrioni, con alcuni scelti e altri soppressi. Voglio dire che la Dichiarazione non può essere vista come una lista di garanzie assolutamente separate l?una dall?altra, da cui ciascuno estrae quella che al momento gli torna più utile. E? invece un quadro di diritti inalienabili e interconnessi, nessuno dei quali può essere assolutizzato a spese degli altri, specialmente dei diritti fondamentali”. Al filosofo cattolico Vittorio Possenti sta molto a cuore il tema del diritto alla libertà religiosa, “cioè il più antico diritto umano moderno: l?articolo 18 della Dichiarazione che lo riconosce è ispirato a una prassi che comincia in Europa alla fine del Cinquecento. Oggi il mancato rispetto di quella libertà è un fenomeno in crescita. Si parla di più di sessanta paesi in cui essa è negata o fortemente limitata. Pensiamo alla Cina, alla Corea del Nord, a Cuba, al Turkmenistan, a Myanmar, a molti paesi islamici, tra cui Arabia Saudita, Sudan, Eritrea. Ed è inutile nascondersi che oggi il problema del diritto a una effettiva libertà religiosa si pone in modo molto forte in relazione al mondo islamico. Nella Dichiarazione dei diritti dell?uomo islamico, prodotta al Cairo nel 1990, la libertà di cambiare credo religioso, riconosciuta nell?articolo 18, è negata”. Scompare del resto anche nella “Dichiarazione sull?eliminazione di tutte le forme d?intolleranza e di discriminazione fondate sulla religione o il credo”, approvata dall?Onu nel 1981: è uno dei motivi di attrito tra Vaticano e Nazioni Unite. Accanto alla libertà religiosa, Possenti indica, tra i diritti fondamentali da rendere pienamente operanti, “il diritto alla vita e il diritto alla famiglia e, sul piano economico, la destinazione universale dei beni a tutti gli uomini. Riemergiamo a fatica da un?epoca individualistica che ha pensato male questa destinazione universale, tenuta ben ferma dall?etica religiosa, in particolare cristiana. Non c?è enciclica moderna della dottrina sociale della chiesa, dalla Rerum novarum in avanti, che non lo ricordi”. Per quanto riguarda il diritto alla vita, Possenti rammenta che nel 1947, durante i lavori preparatori per la Dichiarazione, ci fu il tentativo della delegazione libanese, “guidata dal grande diplomatico arabo cristiano Charles H. Malik, di formulare così l?articolo 3: ?Ogni individuo ha diritto alla vita sin dal concepimento e alla integrità corporea, alla libertà e alla sicurezza della propria persona?. La proposta allora non passò, e personalmente auspico che si arrivi ad accoglierla”. Molto si può fare, spiega ancora Possenti, “anche sul tema del monitoraggio delle violazioni dei diritti umani. Esiste una Corte penale internazionale per il genocidio e i crimini di guerra, non riconosciuta da paesi come Stati Uniti, Cina, Russia, India. Riemerge il dogma della sovranità degli stati, che al dunque rifiutano di sottostare a una corte che vorrebbe sindacare a casa loro. Un rifiuto che vedo come fattore di disordine internazionale”. In conclusione, il professore dice che “oggi come ieri abbiamo bisogno di una cultura realistica dei diritti umani. I quali sono fondati al meglio in una filosofia a base obiettiva e realistica (parlo del realismo filosofico come quello di Tommaso d?Aquino e, in tempi più recenti, di Maritain), che non cede alle sirene del relativismo e del contestualismo, secondo cui i diritti umani sarebbero una mutevole invenzione occidentale. Ritengo che i diritti umani siano un?esplicitazione della dignità della persona, che siano fondati nella legge morale naturale e che l?uomo li possieda in virtù di essa: proprio per questo spettano a ognuno e non dipendono dal benvolere o dal capriccio del potere politico in vigore in una certa società”. di Nicoletta Tiliacos

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Un taccuino, una Vespa e un Vangelo. La conversione di un libertino (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 14-12-2008)

Argomenti: Laicita'

14 dicembre 2008 Vittorio Messori racconta l'estate che gli cambiò la vita Un taccuino, una Vespa e un Vangelo. La conversione di un libertino C?è chi, come Giampaolo Pansa, incontra la fede quando vede avvicinarsi la fine. E c?è chi invece, come Vittorio Messori, nato e cresciuto da agnostico, lo “scontro” con Dio l?ha avuto in una calda estate torinese, quella del 1964, nel pieno della forza e della carnalità. E non si scandalizza dell?ondata di illuminazioni che da qualche tempo ha investito parte dell?intellighenzia italiana. “Penso alla parabola ?degli operai dell?ultim?ora?”, commenta al Foglio. Quella in cui i lavoratori che arrivano a fine giornata sono pagati come chi ha iniziato a faticare dalla mattina. “Se qualcuno si converte, anche fosse in punto di morte – dice –, non posso che esserne contento. Quelli di cui diffido sono invece gli ?ex? che sputano veleno sul loro passato. Come Odifreddi, matematico ed ex seminarista”. Messori rifugge gli schematismi. E? un volto noto, ma frequenta malvolentieri i salotti televisivi. Ha scritto due libri con gli ultimi due Papi (“Sulla soglia della speranza” con Giovanni Paolo II e “Rapporto sulla fede” con l?allora cardinale Ratzinger), difende il Vaticano come “struttura necessaria” ma non vuole essere definito “vaticanista”. Papista, invece, e difensore dei dogmi. Quello che gli interessa è far circolare certe idee, e fuggire dall?ipocrisia del politicamente corretto che costituisce l?ideologia egemone: “Il pensiero aperto in realtà è il più chiuso. Il vero libero pensatore è il credente”. Del cattolicesimo ama che racchiuda tutto in sé. “Jean Guinnot disse: ?Sono cattolico perché voglio tutto?. E? l?et et, la legge segreta del mondo, il contrario dell?aut aut dei protestanti. Non è una facile accozzaglia o un sincretismo, ma al contrario una scelta difficile perché esige che si proceda all?unione dei contrari. La figura retorica del cristiano è l?ossimoro. Il primo et et è la Trinità, che si contrappone al feroce monoteismo dell?ebraismo e dell?islamismo: Cristo è uomo e Dio. Il mio ideale pastorale è il vecchio parroco, che unisce l?inflessibilità e il realismo della misericordia, che tuona dal pulpito contro i peccati ma che nel confessionale è realista e comprensivo”. Nel suo ultimo libro, “Perché credo – una vita per rendere ragione della fede” (Piemme) Messori risponde alle domande di Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa. E racconta tutto se stesso, le sue profonde convinzioni, il rapporto con l?adorata moglie Rosanna, gli anni dell?infanzia, la famiglia anticlericale, gli studi con Bobbio nel tempio laico dell?Università di Torino. Ma soprattutto la sua conversione. Lui che era votato a dar la caccia alle gonnelle, voleva fare il giornalista e al solo sentir parlare di sacrestia o Dc pensava all?alito cattivo e ai calzini corti. La svolta avvenne quando trovò una vecchia copia del Vangelo e lo divorò assetato di risposte. Quando gli rubarono la Vespa di quarta mano, suo unico mezzo per fuggire a una quotidianità frenetica, ma quasi non reagì, rapito com?era dall?amore appena scoperto. Anche se, come dice lui, più che di un innamoramento si trattò “di una malattia irreversibile, la malattia chiamata Gesù dalla quale non si guarisce”. “Ogni cosa cattolica mi sembrò di colpo congeniale – racconta – perché sono un naturaliter catholicus”. Quella stessa estate gettò un taccuino compilato in anni di lavoro notturno alla centrale telefonica, zeppo di numeri di donne in cerca di compagnia. “Ero un libertino – racconta –. Ho praticato il sesso mosso dalla sensualità, ma sempre consapevole dell?enigma che rappresenta. La conversione più difficile è quella del cuore”. di Valentina Fizzotti

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Sex worker contro Carfagna (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 15-12-2008)

Argomenti: Laicita'

ROMA · Pia Covre: «Una doppia morale, via dalle strade ma in mano al racket. Dobbiamo resistere» Sex worker contro Carfagna Prostitute, gay, trans e associazioni contro il disegno di legge del ministro C. L. ROMA Se ci si fermasse ai soli numeri sarebbe davvero difficile parlare di successo. Al sit-in che si è tenuto ieri pomeriggio a Roma in piazza Farnese contro il disegno di legge sulla prostituzione del ministro Mara Carfagna avranno partecipato infatti al massimo duecento persone, resposabile anche una pioggia che neanche ieri ha concesso tregue alla capitale. Ma il problema non è questo. Dal punto di vista politico, e sociale, l'iniziativa di ieri rappresenta sicuramente un importante punto di inizio, non fosse altro perché è la prima volta che in Italia le prostitute si organizzano e danno vita a una manifestazione nazionale. Sex worker in difesa del proprio futuro. Tutte in piazza. Anzi tutte e tutti, visto che quello della prostituzione non è più da tempo un problema che riguarda solo le donne, come dimostra anche l'adesione massiccia data all'iniziativa da numerose associazioni gay e trans, ma anche dal volontariato laico e cattolico. «Quella della Carfagna è una legge criminogena, perché anziché diminuire i processi di criminalizzazione rischia di crearne di nuovi», spiega Pia Covre, storica fondatrice, insieme a Carla Corso, del Comitato per i diritti delle prostitute. Il pericolo - denunciato da tutti - è che dietro la volontà di «liberare» le strade dalle lucciole, si finisca con lo spingere chi si prostitusce in una situazione di sempre maggiore clandestinità e, ovviamente, di pericolo dovuta a una maggiore dipendenza dal racket. Prostitute via dalle strade, ma chiuse nelle case e nei nigth club dove può accadere di tutto e dove sarebbe più difficle, per gli operatori, raggiungerle. Proprio per questo ieri al centro della piazza, su un camion che serve anche da palco, è stato allestito un finto appartamento. «Per far vedere a tutti cosa accadrebbe nei condomini se la legge passasse» spiegano gli organizzatori. La manifestazione, intitolata provocatoriamente «Adeschiamo i diritti», è nata dal tavolo al quale da tempo prostitute e associaioni (dall'Arci al Gruppo Abele, dal Cnca all'Unione pastorale migranti Piemonte all'Arcigay e Circolo Mario Mieli) lavorano per suggerire proposte legislative al governo. Tutte fino a oggi totalmente ignorate, come ricorda, non senza rabbia, il vicedirettore del Cnca don Antonio Zappolini. «Nessuno di noi è stato ascoltato dal governo, che ha dimostrato una supponenza ignorante e colpevole che produce sofferenza, calpesta i diritti e produce una collusione tutta particolare con la delinquenza». Appuntate sulle giacche, molti manifestanti portano una spilletta che dichiara «Io sono una puttana», oppure un adesivo con la scritta «Difendi la lucciola di quartiere». Una piccola folla che si protegge dall'acqua sotto ombrellini rossi con la scritta «Sex worker». «La distanza dell'Italia dall'Europa è abissale», dice l'eurodeputato di Rifondazione comunista Vittorio Agnoletto. «A Strasburgo le prostutite sono state ricevute e ascoltate nell'aula del parlamento, qui vengono criminalizzate, che differenza». In Italia ci sono 70 mila prostitute, alle quali si rivolgono circa nove milioni di clienti. Tutte persone che adesso, stando al ddl del governo, potrebbero rischiare di finire in carcere. Lo sa bene Pia Covre. E forse è per questo che a un certo punto del pomeriggio arriva a citare Francesco Saverio Borrelli, l'ex capo del poll Mani pulite. «Sarà durissima, sappiatelo - dice parlando alla folla -, ma dobbiamo fare uno sforzo perché questa legge non passi. Dobbiamo resistere, resistere, resistere». «Una legge che nasconde i problemi e li rende invisibili favorendo l'emarginazione e lo stigma sociale verso i più deboli», spiega invece la deputata del Pd Paola Concia -anche presente a piazza Farnese - per la quale Mara Carfagna «è il peggior ministro per le Pari opportunità del mondo». mentre per l'ex parlamentare e direttore di Gaynei Franco Grullini, «questo governo si sta intromettendo troppo nella vita degli italiani. Ora - la conclusione amara - vuole addirittura mettergli le mani nelle mutande».

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Pd, tutti pazzi per il centro (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 15-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pd, tutti pazzi per il centro Piero Bevilacqua La premessa ovvia è che il cattolicesimo democratico costituisce una componente fondamentale della cultura politica italiana. Essa ha svolto un ruolo importante sia nelle grandi lotte sociali del dopoguerra che nella costruzione dell'Italia repubblicana e nei processi di allargamento della democrazia nel corso degli anni '60 e '70. Dunque il dialogo e talora l'alleanza della sinistra comunista e socialista con le varie anime di questa componente è stata prova fruttuosa di intelligenza e di lungimiranza politica. La scelta politica che vale anche oggi, benché i protagonisti di un tempo appaiono così radicalmente mutati. Ma quanto è saggio e lungimirante oggi trasformare dialogo e alleanze su singoli temi e lotte in un rapporto di unità organica di partito? Vediamo in quale insormontabile difficoltà si è posta la dirigenza dei Democratici di sinistra nel puntare a realizzare un nuovo partito, il Partito democratico, con i cattolici della ex Margherita. Un partito, rammentiamo, nato anche per realizzare un organismo unitario, capace di decisione, in grado di superare le divisioni paralizzanti che segnano l'azione della sinistra radicale e popolare. Su questo punto l'insuccesso è evidente. E qui tralascio i fatti di cronaca recente per annotare alcuni dati di valore generale. I dirigenti ex comunisti non hanno compreso la portata storica della nuova politica della Chiesa di Roma, che condiziona profondamente il comportamento dei cattolici oggi. La linea di Benedetto XVI non rappresenta soltanto l'involuzione di un papa conservatore. In questa fase storica la Chiesa, di fronte agli esiti estremi di una modernizzazione che si esprime in termini di accresciuto dominio tecnico sulla natura e sulle persone, di mercificazione compulsiva di ogni angolo della vita, reagisce con un riflesso autoritario. Se la libertà dell'individuo, conquista del pensiero illuminista, diventa l'individualismo anomico, che sgretola la rete dei rapporti sociali, la Chiesa non si schiera contro i poteri che orchestrano questo modello di società. Non cerca soluzioni progressive, che ricompongano le relazioni umane con un incremento di potere democratico. Risponde alle sfide difendendo il vecchio ordine con decisioni spesso confliggenti con il senso comune dei diritti della persona. Ora, non dubito del fatto che i cattolici del Partito democratico siano in buona parte autonomi dalla Chiesa. Ma fino a che punto possono esserlo? Qui occorre rammentarsi di ciò che è accaduto ai partiti negli ultimi 20 anni, trasformati in agenzie di marketing elettorale. La Chiesa di Roma non rappresenta più soltanto il magistero spirituale del mondo cattolico. Oggi si presenta come una delle pedine in gioco nel mercato elettorale italiano. E' oggetto della competizione di gran parte delle forze politiche che guardano a essa come a un bacino potenziale di voti. Per quale superiorità culturale e morale i cattolici del Partito democratico dovrebbero rinunciare a questa sponda strumentale? E' evidente, dunque, la difficoltà in cui si sono messi gli ex Democratici di sinistra costretti a logorarsi in una interminabile mediazione interna su questioni che sono fondative della loro laicità. Parte della paralisi operativa di questo partito nasce anche da qui. Ma non è tutto. L'unità organica con i cattolici costringe gli ex Democratici di sinistra, anche per le ragioni dette, a uno spostamento al «centro», cioè verso posizioni moderate dell'asse programmatico del Partito democratico. Uno spostamento strategico, in atto per la verità da tempo, che ora viene perseguito in maniera organica e istituzionale Allora la domanda: è questa una scelta vincente, possibile, realistica? Tutto, ma proprio tutto, lascia pensare che non sia così. Il cosiddetto centro è il luogo più affollato della vita politica italiana. Tutti i partiti italiani sono ormai di centro. La maggioranza che oggi sostiene il governo non è di destra, ma di centro-destra. Essa cioè copre e rappresenta uno spettro straordinariamente ampio di ceti sociali. Sono «partiti pigliatutto», per l'appunto. Il caso della Lega è esemplare. Da quando esiste ha messo in campo tutti gli strumenti più abietti della retorica populistica, quelli destinati a creare il nemico: dal Sud infetto a Roma ladrona, per passare ai rom, ai rumeni, agli zingari, a clandestini. Eppure è noto che tale formazione ha oggi in tante regioni un insediamento da vecchia Democrazia cristiana. Dunque, che cosa ci sta a fare al centro il Partito democratico? C'è bisogno addirittura di un nuovo partito per realizzare un programma di governo un po' meno moderato di quello dell'esecutivo attuale? Perfino l' Economist si è accorto di questa imbarazzante omologazione, quando ha preso visione del programma dei due poli nell'ultima campagna elettorale. Ma l'errore strategico acquista un'evidenza drammatica di fronte al fatto che un vasto universo sociale, un intero continente di culture, soggettività, movimenti, associazioni, rimane oggi sempre più privo di rappresentanza politica. Nessuno lo dice, ma la crisi mondiale dipende anche dal fatto che i ceti popolari e soprattutto la classe operaia hanno progressivamente perduto le loro rappresentanze storiche, da decenni impegnate a «spostarsi al centro». Sempre più al riparo da conflitti oppositivi, il capitalismo è così potuto diventare unleashed , scatenato - come ha ricordato l'economista inglese Andrew Glyn - privo di controlli, di contrappesi, di regole, Oggi, che la disoccupazione di massa avanza a grandi passi chi rappresenterà politicamente la marea montante dei poveri? Chi darà voce e progetto a conflitti che saranno necessariamente radicali? Il centro? Rammentiamo sommessamente che la Grande Crisi degli anni Trenta ha avuto due esiti divergenti: il New Deal e il nazismo. Non è indifferente per gli esiti della crisi attuale chi, con quali idee, si porrà alla testa dei movimenti popolari. Foto: DISEGNO DI G. SPAGNUL

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Troppo indipendenti i gruppi fai da te (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 15-12-2008)

Argomenti: Laicita'

DIVINO Troppo indipendenti i gruppi «fai da te» Filippo Gentiloni Si discute sugli spazi da concedere ai musulmani nel nostro paese. Spazi soprattutto di preghiera. Una forte oscillazione: alcuni concederebbero addirittura ai musulmani di partecipare agli spazi cattolici, mentre altri li vorrebbero relegati in spazi circoscritti e ben delimitati. Un dibattito destinato a crescere e allargarsi, sia per l'aumento dei musulmani immigrati nel nostro paese, con tutti i rischi - e i vantaggi - legati all'immigrazione, sia per la coscienza sempre più diffusa della globalità e multiculturalità. La questione del rapporto fra cristianesimo e islam è destinata a diventare sempre più importante anche nel nostro paese. Non basta festeggiare - o scandalizzarsi per il battesimo di Magdi Cristiano Allam. Sarà sempre più necessario prendere posizione. Una posizione che deve collegare le periferie delle nostre città piene di musulmani con le grandi città dell'Africa, dell'Asia e anche dell'America. In che senso parlare - ancora - di conversioni e di salvezza? Insistere ancora - come un tempo - sulle distinzioni e sui privilegi o camminare verso le possibili forme di eguaglianza e di equiparazione? In concreto: «La sfida che sta oggi di fronte al dialogo fra le fedi è quella di contribuire a salvaguardare uno spazio pubblico che non privilegi né favorisca alcuna opinione religiosa, o ideologia, ma rivendichi, per tutti, la stessa libertà»: così ha dichiarato in un recente incontro Daniele Garrone, esponente di spicco del protestantesimo italiano. Il grande tema, dunque, della democrazia e della libertà anche religiosa. Un tema che oggi nel mondo è reso più tragico e più difficile dalla situazione politica e economica. Il mondo musulmano appare - a ragione o a torto - come il mondo dei poveri. E il cristianesimo rischia di apparire come la religione del mondo ricco. Forse a torto, se si vogliono sottolineare i musulmani ricchi, ricchissimi di alcune regioni del mondo e i cristiani poveri di Asia e Africa. Ma tant'è. L'idea si diffonde e il dialogo religioso si complica e si intorbida. Si diffonde l'idea di un papa di Roma cappellano della Casa bianca. Un vero pericolo. Roma non sembra particolarmente impegnata a scongiurarlo. Più efficienti e efficaci i molti gruppi «fai da te» che sorgono nell'area cattolica specialmente sudamericana: Roma, però, ne teme la diffusione, proprio perché troppo indipendenti e carismatici. Così l'idea di un cristianesimo adatto ai ricchi più che ai poveri non viene sufficientemente smentita. La stessa immagine del Vaticano, efficiente e centralizzatore, sembra confermarla. Per Roma un problema non da poco nei confronti dell'islam e non solo.

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Dio e Cesare, separati ma non troppo (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 15-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Franco Garelli Dio e Cesare, separati ma non troppo Colpa del grande gelo dell'economia mondiale e del maltempo che imperversa sulla penisola, la visita di sabato di Benedetto XVI all'ambasciata italiana presso la Santa Sede è stata derubricata da tutti i mass media a un incontro di routine, a un flash di agenzia ripreso solo nelle pagine interne dai più importanti quotidiani. Eppure, in tempi normali, l'evento sarebbe emerso in tutta la sua importanza, non tanto perché negli ultimi 60 anni solo tre Papi prima dell'attuale hanno con questa visita sottolineato le relazioni speciali che legano la Chiesa al popolo italiano; ma soprattutto per l'impegnativo, seppur breve, discorso pronunciato da papa Ratzinger nella circostanza sul ruolo della religione nella sfera pubblica. L'intento immediato del Pontefice era di confermare il clima positivo oggi esistente tra le due sponde del Tevere, al punto da auspicare che tale modello possa essere di esempio per altre nazioni e per le relazioni internazionali. Ma oltre a questo riconoscimento, egli ha richiamato la distinzione di fondo che dovrebbe governare i rapporti tra Stato e Chiesa e favorire le migliori condizioni per una presenza feconda della religione nella società. In fin dei conti, ha ricordato il Papa, si tratta di riproporre l'icona evangelica del «dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Come a dire che è nella fine della commistione tra potere temporale e potere spirituale, nello scioglimento dei legami fra «trono» e «altare», che entrambe le sfere (Stato e Chiesa, politica e religione) possono meglio operare per il bene comune. Ciò vale non soltanto per il nostro Paese o per l'Occidente; ma per tutte le aree del mondo in cui la confusione tra potere politico e sfera religiosa ancora oggi produce esiti nefasti. L'idea di una libera Chiesa in un libero Stato viene dunque riproposta con forza da papa Ratzinger, come una netta presa di distanza da un passato controverso che deve essere archiviato. Al di là dei compromessi e dei legami ambigui tra politica e religione che hanno caratterizzato la storia dell'Occidente, la Chiesa ammette che la struttura fondamentale del cristianesimo prevede la distinzione tra Stato e Chiesa, l'autonomia delle sfere temporali e spirituali, e che è in questa condizione che la religione ritrova le energie migliori per assolvere alla sua funzione specifica nel mondo. A detta del Papa, la Chiesa non solo riconosce e rispetta la distinzione tra Dio e Cesare, «ma la considera come un grande progresso per l'umanità». La formula «Dio e Cesare separati» evocata da Ratzinger non si presta comunque a letture semplicistiche. Il brano evangelico richiamato dal Papa è da sempre un passo ostico per l'esegesi cristiana. Nell'interpretazione oggi più accreditata ciò non significa che le due sfere (temporale e spirituale) siano del tutto indipendenti o senza gerarchie. Dietro l'indicazione di Gesù di «dare a Cesare ciò che è di Cesare» vi è non solo il rifiuto del cristianesimo di pretendere una giurisdizione sulla società secolare, da cui deriva l'accettazione delle leggi della città terrena; ma anche l'idea che la Chiesa non è l'insieme della società, quanto una comunità distinta e volontaria, preoccupata soprattutto di testimoniare e diffondere il messaggio cristiano nel mondo. Di qui il richiamo a «dare a Dio ciò che è di Dio», riconoscendo che questo è il compito prioritario per i credenti, chiamati ad accettare le «giuste» leggi della terra in cui vivono ma con uno sguardo rivolto al cielo. I cristiani, dunque, sono sospesi fra terra e cielo, ma il rispetto delle leggi di Cesare avviene solo a condizione di riconoscere il primato di Dio nel mondo. Da questi accenni è evidente quanto il pensiero di Benedetto XVI sia affascinato dal modello degli Stati Uniti, da una terra di grande libertà religiosa, dove le religioni - come già aveva notato Tocqueville - hanno larga cittadinanza nella sfera pubblica e alimentano l'ethos della nazione. Diversamente da quanto accade in Europa, in quel contesto non si pretende di vivere «come se Dio non ci fosse»; ma l'accettazione della presenza delle Chiese e dei gruppi religiosi - pur separati dal potere politico - è un elemento fondante la vitalità della nazione. Tornando a noi, è fin troppo ovvio che i principi esposti dal Papa possano ottenere largo consenso pure nel mondo laico, ma anche dare adito a critiche e riserve per il modo in cui trovano applicazione nella società. Molti riconoscono la grande funzione sociale e spirituale svolta dalla Chiesa cattolica in Italia e il suo impegno per il bene comune; ma in parallelo si chiedono se davvero in Italia vi sia quella situazione di piena distinzione tra Dio e Cesare evocata dal pensiero del Papa. Perché una Chiesa libera in un libero Stato dovrebbe aver bisogno di un'attenzione privilegiata da parte del potere politico? Non c'è il rischio che - al di là dei principi affermati - si produca un legame strisciante tra Stato e Chiesa che può condizionare quest'ultima nella sua missione?

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L'ONDA NERO-PORPORA (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 15-12-2008)

Argomenti: Laicita'

L'ONDA NERO-PORPORA È vero, ogni giorno inghiottiamo una tal quantità di bocconi amari che ormai digeriamo anche i sassi. Ma quel che è accaduto una settimana fa, prontamente sparito dalle pagine dei giornali (in tv non ci è nemmeno arrivato) e dunque dal dibattito politico, meriterebbe una riflessione. Almeno nel centrosinistra, visto che nel centrodestra non si riflette: si obbedisce al padrone unico, o prevalente, comunque non facoltativo. Il governo Manidiforbice, sempre a caccia di soldi, aveva tagliato di un terzo (133 milioni su 540) i contributi alle scuole private "paritarie", quasi tutte cattoliche. Poi i vescovi han protestato, minacciando di "scendere in piazza" con un'Onda nero-porpora. E in cinque minuti l'inflessibile Tremonti s'è piegato, restituendo quasi tutto il malloppo (120 milioni su 133). Inutile discutere qui sulla costituzionalità della legge 62/2000 che regala mezzo miliardo di euro l'anno alle scuole private, in barba alla Costituzione che riconosce ai privati il diritto di creare proprie scuole, ma "senza oneri per lo Stato". Qui c'è un Paese allo stremo, dove ­ a causa della crisi finanziaria e dei folli sperperi su Alitalia e sull'Ici - si taglia su tutto, a partire da scuola pubblica, università pubblica, ricerca pubblica. È troppo chiedere anche ai genitori che mandano i figli in istituti privati, dunque non proprio spiantati, di contribuire una tantum ai sacrifici per il bene di tutti? Quel che è accaduto in Parlamento dimostra che sì, è troppo. Anzi, non se ne può nemmeno discutere. Non solo il Pdl ha obbedito senza fiatare al "non possumus" vescovile. Non solo il Pd non ha detto una parola contro la sacra retromarcia tremontiana. Ma il ministro-ombra dell'istruzione Mariapia Garavaglia ha addirittura presentato al Senato una mozione per "l'immediato ripristino dei 133 milioni al fondo scuole paritarie", e financo per l'aumento dello stanziamento in base alle promesse "del precedente governo". Mozione firmata anche dai senatori Pd Rusconi, Bastico, Ceruti, Serafini, Soliani, Pertoldi e Vita, in nome di un imprecisato "diritto costituzionale". Le finalità dichiarate sono nobili: evitare danni agli asili, che specie nei piccoli comuni sono esclusivamente privati. Ma forse tanto allarmismo sarebbe stato più serio se accompagnato da qualche proposta per recuperare altrove le risorse necessarie: per esempio dando una ritoccatina al regime fiscale degl'immobili del clero che, anche quando dichiaratamente a scopo commerciale, in Italia sono esentasse. Certo, la cosa avrebbe suscitato non una, ma cento "onde" vaticane di protesta. Ma perché non prendere in parola il fondamentale discorso del Papa, l'altroieri, sul valore decisivo ­ per lo Stato e per la Chiesa ­ della separazione Stato-Chiesa? Cioè della laicità delle nostre istituzioni? Non si tratta di tornare al vetero-anticlericalismo ottocentesco. Basta ricordare quel che scrisse nel 1952 a Pio XII un cattolico doc come Alcide De Gasperi, quando il Papa gli revocò l'udienza privata nel trentesimo anniversario del suo matrimonio per essersi opposto al diktat vaticano di allearsi con i fascisti alle elezioni comunali di Roma: "Come cristiano accetto l'umiliazione, benchè non sappia come giustificarla. Come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, la dignità che rappresento e della quale non possono spogliarmi neppure nei rapporti privati, m'impongono di esprimere lo stupore per un gesto così eccessivo". Parole sante, e durissime. C'è qualche politico italiano, a destra o a sinistra, che oggi saprebbe ripeterle?

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La Lucianina furiosa (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 15-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-12-15 num: - pag: 12 categoria: REDAZIONALE Personaggi L'attrice torinese presenta il suo nuovo libro alla Mondadori di piazza Duomo La Lucianina furiosa Littizzetto: «Il Cialis? Ci toccherà inventare dei mal di testa eterni» La comica più disinibita d'Italia spara a zero un po' su tutto, dalla cordata per l'Alitalia all'Ici abolita, alla vita coniugale... «C ome la chiamiamo? La chiamiamo come un partito? La cosa rossa? La Domitilla? La Calimera e Calispera? La Tartallegra, la Scaldasonno? La Bella Gigogin? L'Incredibile Hulka... Stargate... Ecco chiamiamola Jolanda». Luciana Littizzetto è famosa per il suo linguaggio irriverente («per chi fa il mio mestiere le parolacce sono come il pepe quando si cucina, non si può usare sempre ma in alcuni casi è indispensabile») stavolta però si accontenta di una metafora ardita. E torna alla carica con un nuovo libro: dopo il successo della trilogia della verdura e di «Rivergination», ecco «La Jolanda furiosa» (Mondadori). In un'ottantina di brevi capitoli la comica torinese riassume la sua weltanschaung a partire dall'«origine del mondo». Come sempre il sesso è tra gli argomenti più gettonati. «Il punto G? Finalmente l'hanno fotografato. Si situa a circa sette otto centimetri sulla rotta della Jolanda, è l'intérieur. Questo rassicura anche chi ha un walter mignon, piccolo come il tappo del moscato». I maschi afflitti da ansia di prestazione troveranno parole di consolazione (si fa per dire): «Quella nuova prodigiosa pillolina che a posto di essere blu e chiamarsi Viagra è gialla e di nome fa Cialis è una vera sciagura. Il suo effetto dura 48 ore, due giorni pieni, pieni! Ci toccherà farci venire dei mal di testa eterni, perché, francamente io donna cosa me ne faccio di 48 ore di chupa-dance?». Ma Lucianina spara a zero un po' su tutto, dall'Alitalia al-l'Ici, al matrimonio. «Mi sposerei solo per dare il permesso di soggiorno a uno straniero» sostiene lei, eterna fidanzata di Davide Graziano. L'Italia laica aspetta con ansia il suo «sermone » della domenica sera a «Che tempo che fa». «Da Fazio ho trovato un ambiente ideale, Fabio è un amico e mi lascia fare. Non ha mai idea di cosa dirò in trasmissione, lui si fida e io preferisco sorprenderlo». Livia Grossi Mondadori Multicenter, piazza Duomo, ore 18.30, ingr. libero Miss Giamburrasca Luciana Littizzetto, 44 anni, su Rai3

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<Vita disponibile>: cattolici divisi (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 15-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-12-15 num: - pag: 21 categoria: REDAZIONALE Il caso Englaro Il filosofo Possenti: libertà di decidere. Per Ferrara è la svolta «Vita disponibile»: cattolici divisi ROMA — «Sul piano razionale il criterio di un'assoluta indisponibilità della propria vita non è fondato. Diverso appare il discorso della fede che non possiamo dare per valido in modo cogente per tutti»: lo afferma — in controtendenza rispetto all'ufficialità ecclesiastica — il filosofo cattolico Vittorio Possenti in un intervento pubblicato ieri dal «Foglio» con il titolo «Vita, disporne liberamente». A quell'affermazione lo studioso lega un atteggiamento di favore per «l'autodeterminazione in vicende di fine vita e di cure salvavita ». Giuliano Ferrara presenta l'opinione di Possenti come «una svolta radicale» e vi legge una legittimazione per l'interruzione delle cure nei casi Welby ed Englaro da parte di un esponente dell'«establishment del sapere cattolico». Sulla questione vi era stato un confronto aspro lo scorso ottobre tra l'arcivescovo Giuseppe Betori: «La vita non è nella disponibilità del soggetto», e la filosofa cattolica Roberta de Monticelli che negava la validità di quell'affermazione. L'uscita di Possenti rilancia il dibattito: restando nell'ambito cattolico, abbiamo raccolto due opinioni favorevoli a Possenti e due che si differenziano. Chi si dissocia di più è Lucetta Scaraffia, storica e collaboratrice dell'«Osservatore romano »: «Di certo la vita non è disponibile per i cattolici, ma penso che sia sbagliato e pericoloso ammetterne la disponibilità anche a lume di ragione. A mio parere Possenti non tiene conto delle conseguenze sociali della posizione che afferma». La Scaraffia — che è nel Comitato nazionale di bioetica come Possenti — dice poi di ritrovarsi su altre due affermazioni del filosofo: «quando invita alla prudenza in questioni nuove che vengono poste dal progresso scientifico e quando rivendica il diritto di rifiuto delle cure». Simile a quella della Scaraffia è la critica a Possenti di Francesco d'Agostino filosofo del diritto, già presidente del Comitato di bioetica: «Nella sostanza sono d'accordo. Non trovo che Possenti affermi qualcosa di diverso da quanto il Comitato ebbe a sostenere in un apposito documento sulla volontà del paziente e il ruolo del medico. Ma non vedo di buon'occhio che in bioetica ci si inoltri nella discussione filosofica sulla disponibilità della vita e vorrei non venisse intaccato l'argomento di ragione a favore dell'intangibilità della vita, compresa la propria ». D'Agostino polemizza poi con Ferrara sulla questione della «svolta»: «L'opinione di Possenti può costituire una svolta solo per chi intenda la posizione cattolica come fatta da una serie di no». A favore di Possenti si dicono invece il filosofo Giovanni Reale e il teologo Vito Mancuso. Per Reale «va riconosciuta preminenza assoluta alla libera volontà del soggetto» e va condiviso l'invito di Possenti a non confondere la rinuncia alle cure con l'eutanasia: cessando da cure invasive o non più efficaci facciamo spazio alla natura e questo è profondamente cristiano ». Vito Mancuso trova nel testo di Possenti «una nuova affermazione della concezione umanistica del cristianesimo — già prevalente tra i filosofi cattolici italiani — che permette al credente di dare un apporto al confronto più ampio su queste materie nuovissime senza rigide chiusure e senza dimenticanza del proprio attaccamento alla vita». Luigi Accattoli L'intervento In alto, Il Foglio di ieri con l'articolo del filosofo Vittorio Possenti (qui sopra)

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Severino: non posso dirmi cristiano (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 15-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-12-15 num: - pag: 31 categoria: REDAZIONALE A colloquio Il filosofo smentisce un ritorno alla fede e confuta gli argomenti degli «atei devoti» che conciliano liberalismo e religione Severino: non posso dirmi cristiano «Una società ispirata al Vangelo è preferibile, ma non basta a risolvere i problemi» di ARMANDO TORNO I ncontriamo Emanuele Severino nella sua casa di Brescia, tra i libri, il pianoforte e le sculture del figlio Federico, artista a suo tempo osteggiato (e apprezzato) da Giovanni Testori. Gli chiediamo se stia andando verso il cristianesimo o se la Chiesa cerchi di riprenderlo tra le sue braccia, giacché non si contano più gli incontri con esponenti della gerarchia cattolica: Rino Fisichella, Piero Coda, Gianfranco Ravasi, inviti alla Gregoriana e alla Lateranense. è in programma a marzo, tra l'altro, un dibattito con il cardinal Angelo Scola: si terrà a Padova per iniziativa del rettore dell'Università. Sembrano passati i tempi del processo a Roma, quando Severino — ordinario alla Cattolica di Milano — affrontò le procedure dell'ex Sant'Uffizio e accettò la discussione delle sue idee. Il definitore dell'istituzione e suo critico era Cornelio Fabro. Lasciò di comune accordo la cattedra, dopo — ricorda — «aver conosciuto da vicino le procedure che caratterizzarono la storia della Controriforma». Severino, dopo questa divagazione dal sapore galileiano, replica alla domanda di partenza: «Da un po' ci si impegna per mostrarsi vicini alla Chiesa cattolica: "atei devoti" (Ferrara), "Dio, Patria e Famiglia" (Tremonti), "Perché dobbiamo dirci cristiani" (Pera), Gramsci lo si fa morire con i Sacramenti. Con quel che circola, una società che adotti valori cristiani è per noi preferibile, ma le preferenze non risolvono i problemi dell'uomo. Da vent'anni indico la possibilità di un'islamizzazione dell'Europa e da altrettanto tempo anche l'opportunità di più stretti rapporti tra Europa e Russia (ora è una tesi di Berlusconi), giacché nelle radici cristiane dell'Occidente c'è anche il mondo ortodosso. La Chiesa cattolica non lo sottovaluti». Chiediamo allora a Severino come si sta muovendo il suo discorso rispetto al cristianesimo. «I miei scritti — risponde — hanno via via mostrato le implicazioni di ciò che in essi è chiamato "destino della verità", ovvero l'assolutamente innegabile che appare in ogni uomo anche quando è lontanissimo dal rendersene conto. Ma in quello che andavo scrivendo si è presto fatto avanti questo ulteriore tratto: il "destino" è la negazione più radicale di tutto ciò di cui l'uomo si è reso conto, anche del cristianesimo, e di ogni critica rivoltagli». Ricordiamo a Severino, dopo queste precisazioni, che fu proprio con il cristianesimo che si sviluppò la sua polemica. Sottolinea: «Da quando la Chiesa ed io ci siamo trovati d'accordo nel riconoscere l'essenziale inconciliabilità delle nostre due posizioni, tale accordo non è venuto più meno. Rimane tuttavia la possibilità che, sottratto all'alienazione da cui è avvolta la storia dell'uomo, qualche tratto del cristianesimo si costituisca, nello sguardo del "destino", come un problema autentico ». D'altra parte, «l'uomo è "destinato" a una gioia infinitamente più profonda di quella promessa dal cristianesimo». Inevitabile ricordare a Severino che quanto egli chiama «accordo» lo si discute molto e una serie di scritti si sta chiedendo quale sia l'effettivo rapporto tra questo filosofo e il cristianesimo. «Sì, è vero», ammette. E precisa: «Ci sono ora gli ampi saggi di Leonardo Messinese, Ines Testoni, Umberto Soncini e Massimo Donà, di grande valore. Ma non è finita perché accanto a queste ricerche sono nate le considerazioni di Carlo Arata e dell'indimenticabile Italo Valent. E di Franco Volpi, Sergio Givone, Umberto Galimberti, Luigi Tarca, Andrea Tagliapietra, Romano Gasparotti, Giorgio Brianese, Eugenio Mazzarella, Romano Madera, Davide Spanio, Francesco Totaro, Pietro Barcellona, Natalino Irti... ». Una pausa e Severino aggiunge: «Inoltre Giulio Goggi — taccio i numerosi altri che la tirannia dello spazio mi impedisce di citare — sta discutendo il ventennale dialogo che ebbi con Gustavo Bontadini, mio maestro ed eminente figura della filosofia cattolica». Non può sfuggire il fatto che Messinese sia sacerdote e professore alla Pontificia Università Lateranense. Severino aggiunge: «Egli intende tener fermo il modo in cui nei miei primi scritti viene affermata l'eternità dell'essere, e mi segue nella tesi che il processo dell'uscire dal nulla, e il ritornarvi, da parte delle cose, non è un contenuto immediato dell'esperienza, un "dato" evidente, ma una teoria, ed essenzialmente falsa. Tuttavia l'"accordo" finisce qui, perché quello di Messinese è un tentativo, originale, di reintrodurre il concetto metafisico e cristiano di "creazione"». Una pausa e un affondo: «Un tentativo di altissimo livello, anche se creazione e annientamento degli enti rimangono qualcosa di impossibile: intendendo l'atto creativo come eterno — in modo che le cose stesse, in esso, sono eterne — tale atto in Dio è libero e quindi sarebbe potuto rimanere un nulla, lasciando quindi nel nulla anche le cose creabili». E ancora: «Il clima di Messinese converge con quanto scrivono Piero Coda, Giuseppe Barzaghi e Pierangelo Sequeri, teologi e sacerdoti; oppure Carlo Scilironi. Ravvisano in quanto dico qualcosa da cui la fede cristiana non può prescindere». La tradizione occidentale include anche il neoplatonismo, «centrale — sottolinea Severino — per la cultura cristiana». E precisa: «Su di esso si fonda pure il poderoso volume di Massimo Donà, che è un implicito invito — da tempo mi giunge anche da Massimo Cacciari e Vincenzo Vitiello — ad andare oltre le categorie del "destino della verità", verso l'Altro, ma che da queste categorie è inevitabilmente avvolto e sorretto ». Certo, ci viene da aggiungere che il recente libro di Marcello Pera, lodato dal Pontefice, afferma la creazione divina del mondo... «E mette insieme — continua la frase Severino — il modo in cui la creazione è affermata dall'antimetafisico Kant e dal metafisico Locke, e il modo in cui Kant e Locke condannano il suicidio, e tante altre cose che insieme non possono stare». Una pausa e il nostro interlocutore precisa: «Pera sostiene la solidarietà tra cristianesimo e liberalismo. Quest'ultima ideologia è per lui una "fede" nell'esistenza di Dio, creatore, della "legge naturale", dei "diritti naturali", della "verità" e della "moralità" universali. Ma poi ritiene che la "fede" liberale sia quella parte della ragione umana che è autonoma rispetto alla ragione scientifica: riduce a semplice fede quei contenuti che la filosofia della tradizione ha invece pensato con grande potenza concettuale e con l'intento di mostrarne l'assoluta incontrovertibilità. Confonde la fede nell'esistenza della verità universale con la verità universale, la fede nella ragione con la ragione. è interessante che di queste confusioni Benedetto XVI lodi la "logica inconfutabile", la "sobria razionalità", l'"ampia informazione filosofica" eccetera eccetera». A questo punto non possiamo esimerci dal chiedere se per Severino il nemico autentico del cristianesimo, all'interno della storia dell'Occidente, sia l'essenza del pensiero del nostro tempo. «è molto originale — risponde— a proposito di questo nemico il saggio di Ines Testoni, direttrice del Master "Studi sulla morte e il morire" dell'Università di Padova. In esso è posto in rilevo che l'apparire di quella forma emergente di linguaggio, che è la testimonianza del "destino della verità", è di per se stesso una rivoluzione politica, per la quale la storia non può procedere secondo le previsioni dell'Occidente. E ciò avviene anche se tale testimonianza è contrastata dalle forze interessate a tenere in vita il pessimismo (e l'alienazione) essenziale della nostra civiltà: la convinzione che le cose e l'uomo, in quanto tali, siano nulla e che occorrano delle forze (divine, naturali, umane) per farli essere». C'è un'ultima questione nata dal nostro incontro che sottoponiamo a Severino: a partire da Abbagnano si sottolinea spesso la relazione tra il pensiero di Hegel e il suo. «Sì — risponde — il rapporto tra "destino" e cristianesimo è a tema anche nel recente e penetrante volume di Umberto Soncini che, appunto, lo accosta attraverso un serrato confronto tra la concezione hegeliana del fondamento e la mia». Soncini, del resto, mette in luce l'incapacità di Hegel di rimanere fedele a se stesso, evidenziando peraltro l'inconsistenza dell'interpretazione che vede nel pensiero hegeliano la negazione del «principio di non contraddizione». Comunque per Severino la filosofia è l'anima e insieme l'alienazione delle opere stesse dell'Occidente, «e il destino della verità è l'aver già da sempre oltrepassato quest'anima...». L'autore Nato a Brescia nel 1929, Emanuele Severino è uno dei più noti filosofi italiani. Nel 1970 lasciò l'Università Cattolica per via dei suoi contrasti con la dottrina della Chiesa. Tra le sue opere: «La struttura originaria», «Oltrepassare »,«Téchne»

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Nadeem Aslam: il mio Afghanistan è senza aquiloni (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 15-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Libri - data: 2008-12-15 num: - pag: 32 categoria: REDAZIONALE Destini Nel nuovo romanzo dello scrittore pakistano un inferno di violenza e paura alle pendici di Tora Bora Nadeem Aslam: il mio Afghanistan è senza aquiloni di LIVIA MANERA O gni americano che muore in Afghanistan, dice Casa, uno dei protagonisti del nuovo romanzo di Nadeem Aslam La veglia inutile (Feltrinelli), muore con un'espressione di stupore sulla faccia, «come se non riuscisse a capacitarsi che un paese così lontano e insignificante abbia potuto allevare un popolo capace di determinare il destino di un essere umano nato nella più potente nazione della terra ». Eppure è esattamente ciò che accade da quando l'America e i suoi alleati si sono impantanati nell'Afghanistan della guerra ai sovietici, della guerra civile e della guerra ideologica all'Occidente: e in particolare da quando, come ha scritto Don DeLillo poco dopo l'11 settembre, «il nostro mondo, una parte del nostro mondo, è collassato dentro il loro, portandoci in un luogo dominato dal pericolo e dalla rabbia». Comparata all'odio, alla violenza e alla crudeltà che Aslam descrive alla sua maniera cruda e poetica, quella rabbia è un briciola in questo romanzo che sarà ricordato come il più disincantato e disperato tentativo di dar voce a un'inferno creato dall'uomo ai margini della Guerra Fredda: un luogo luciferino in cui gli afgani seppellivano vivi i soldati sovietici per risparmiare le pallottole, i talebani lapidavano anche donne sposate non riconoscendo la legalità del loro matrimonio; i signori della guerra giocavano a polo con i corpi straziati dei disertori russi; e la Cia trama e tortura, mentre l'aviazione americana continua a bombardare le montagne di Tora Bora. Qui non siamo nel Cacciatore di aquiloni e nemmeno in un romanzo di Dostoevskij: non c'è speranza né possibilità di redenzione. Qui ogni singolo personaggio si porta dietro una storia di morte e va incontro a rivelazioni peggiori della morte. Difficile, davanti a un romanzo come La veglia inutile, capire se l'autore abbia esagerato nel dar voce all'atrocità, o se abbia invece avuto il coraggio di guardare in faccia il lato più sinistro del mondo. Nadeem Aslam, che si era rivelato come uno scrittore di rango e immaginifico nel precedente Mappe per amanti smarriti, è un quarantenne colto e laico, nato in Pakistan e cresciuto nel Nord dell'Inghilterra, del quale sappiamo che ha molto viaggiato in questa discarica della modernità che è anche la tomba di una cultura antichissima. Il suo romanzo ruota intorno a una grande casa ai piedi delle montagne di Tora Bora dove antichi affreschi persiani sono stati coperti col fango e una fabbrica di profumo giace abbandonata in fondo al giardino. Qui s'incontrano un inglese, una russa, un americano e un afgano, ognuno dei quali rappresenta una parte di storia del proprio luogo d'origine. L'inglese è Marcus Caldwell, è il padrone di casa, è anziano, ha perduto una mano per colpa dei talebani, una moglie che è stata lapidata e una figlia, Zameen, che è stata rapita; la russa è Lara, sorella dell'adolescente disertore sovietico che si è portato via la giovanissima Zameen e l'ha violentata e messa incinta; l'agfano è Casa, un orfano rimasto troppi anni senza nome per avere ancora un'anima; e l'americano è David, un agente della Cia che incontrando Zameen in fuga, se n'è innamorato e ha fatto da padre al suo bambino, prima che quest'ultimo sparisse e che Zameen fosse assassinata da un signore della guerra, con la complicità della stessa Cia. Aslam non si preoccupa di disegnare intorno a questi personaggi uno sfondo. è come se dicesse: in una società spappolata come quella afgana, dove russi e americani hanno giocato a dadi con le sorti del mondo, ognuno è alla mercé di forze invisibili. Le macchinazioni della Cia, certo. Gli interessi dei russi. E un Islam moralmente corrotto che usa la violenza sulle donne per dare un senso di potere a dei poveracci che non hanno nulla. Il merito maggiore di Nadeem Aslam, oltre al coraggio di essersi avventurato nelle sabbie mobili che l'Afghanistan odierno rappresenta per qualunque scrittore serio, è quello di mostrare la realtà da molteplici punti di vista. Se un altro scrittore pakistano come Mohsin Hamid ci ha reso comprensibili le motivazioni dei fanatici musulmani ne Il fondamentalista riluttante, Aslam nel La veglia inutile ci apre bene gli occhi sul fatto che «la Guerra Fredda è stata fredda solo per i luoghi ricchi e privilegiati del pianeta ». E che fu la Cia a suggerire agli afgani, scioccandoli, il metodo degli attentati suicidi per scacciare l'invasore sovietico. «Qualcuno che ricorda cosa accadde a bordo del volo United 93?» scrive. «Alcuni americani scoprirono che le loro vite, il loro paese, le loro città, le loro tradizioni, i loro costumi, la loro religione, le loro famiglie, i loro amici, i loro compatrioti, il loro passato, il loro presente, il loro futuro, erano sotto attacco, e decisero di rischiare le proprie vite — e alla fine di sacrificare le proprie vite — per impedire ai loro oppositori di riuscire». E forse non ha torto a ricordarci che non è molto diverso da ciò che pensano di fare i giovani terroristi che ogni giorno muoiono per l'Islam. Una donna con bambini su una strada di Herat, Afghanistan (foto Ap)

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Il parere del geriatra (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 15-12-2008)

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stampa Il parere del geriatra Il parere del geriatra Non avrà il sostegno dei sindacati ma, per ora, il ministro Renato Brunetta trova quello della scienza. La sua proposta di alzare l'età pensionabile delle donne equiparandola a quella degli uomini trova assolutamente d'accordo il professor Roberto Bernabei, geriatra dell'università Cattolica di Roma anche se il suo, ovviamente, non è un punto di vista politico. «è letteralmente un non senso biologico quello di far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65 - spiega -. I dati scientifici danno ragione a Brunetta». Basando le sue tesi su pure ragioni mediche, Barnabei ricorda che fino a 70 anni gli italiani godono di buona salute: «La disabilità è del 7% ma per queste persone ci sono già le tutele». Le donne, intanto, sono più longeve, ricorda il medico, «soffrono di qualche acciacco in più ma è solo dopo i 75 anni che la salute peggiora concretamente». Allora, aggiunge, meglio restare sul posto di lavoro. «L'attività - dice - fa bene al cervello, fa da prevenzione alle malattie degenerative cone l'Alzheimer. E poi - conclude - un settantenne di oggi, uomo o donna, è come un cinquantenne di 30 anni fa. Insomma i dati scientifici danno ragione a Brunetta». Meno entusiasta Alessandra Servidori componente del Comitato Consultivo di Parità Uomo-Donna della Ue che invita alla cautela: «Sull'età pensionabile delle donne è bene ragionare con calma e obiettività. In ogni caso il ministro Brunetta pone dei problemi seri e reali sui quali si possono discutere i tempi e i modi».

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ma la chiesa non è una città sotto assedio - pietro citati (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 15-12-2008)

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Pagina 1 - Prima Pagina Le idee Ma la Chiesa non è una città sotto assedio PIETRO CITATI In questi tempi si parla spesso, sui giornali, delle autorità ecclesiastiche: papa, cardinali, vescovi; e delle loro opinioni ed iniziative. Siccome mi considero (o vorrei essere o lo sono per alcune ore del giorno) un cristiano e un cattolico, ne parlo poco volentieri. Nel mondo, esiste una cosa indicibile che si chiama la grazia: l´unica cosa che importa in una religione, assai più della fede e delle opere. La grazia è una luce, un barlume, che talvolta ci visita (non sappiamo perché né quando), e dà un tocco alla nostra vita. Non ci viene data per nostro merito: nessun uomo ha meriti di nessuna specie. Ci viene data; e noi dobbiamo tenerla carissima. La ritroviamo nei Vangeli, in molti libri religiosi; e in quasi tutti i grandi scrittori. Sono le uniche testimonianze nelle quali ho fiducia. La grazia può scendere su tutti, e forse specialmente su coloro che hanno consacrato la loro vita a Dio ? l´ignoto mittente della luce. Ora, sono esistiti papi, cardinali, vescovi sciocchi e incolti: ma la grazia non ha molto a che fare né coll´intelligenza né con la cultura. Così ascolto le parole dei sacerdoti con una specie di secondo orecchio, cercando di capire se qualcosa palpita e si muove dietro le parole apparenti. Non posso dimenticare un fatto straordinario. Circa un secolo fa, molti famosi e brillanti studiosi affermavano che il primo cristianesimo era legato alle cosiddette "religioni dei misteri". Avevano torto. Avevano ragione modesti professori cattolici (certo ispirati da una oscura grazia), i quali sostenevano che il primo cristianesimo si era nutrito soprattutto di ebraismo. SEGUE A PAGINA 22

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ma la chiesa non è sotto assedio - (segue dalla prima pagina) (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 15-12-2008)

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Pagina 22 - Commenti Ma la chiesa non è sotto assedio (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Ho avuto e ho molta ammirazione per papa Giovanni Paolo II. Non era un papa come gli altri: un papa rappresenta in primo luogo la tradizione della chiesa, e la parla. Certo, Giovanni Paolo II venerava moltissimo la tradizione cristiana. Ma era anche un uomo: come un papa non è. Mangiava, sciava, parlava, pregava, abbracciava, sorrideva, recitava, piangeva, come nessun papa ha mai fatto. Al tempo stesso, era o pensava di essere una reincarnazione di Cristo: come testimonia tutta la sua esistenza, l´attentato, le pallottole inviate nella corona della madonna di Fatima, l´intuizione dei segni e dei miracoli, e la sua morte ? imitazione degli eventi del Golgotha. Per queste due ragioni, i fedeli erano così affascinati dalla sua figura. Papa Giovanni Paolo II ebbe l´intuizione grandiosa che la Chiesa fosse il mondo: che tutto l´universo creato ? i fiori, le piante, gli uomini, le case, le chiese, il mare, i pesci, gli uccelli, i sacerdoti, i bambini e persino gli infedeli e i nemici ? fossero il corpo della Chiesa vivente. Così immaginava la Chiesa cattolica del Rinascimento e del Seicento ? quella che ha prodotto San Pietro e i presepi napoletani. Di qui avevano origine i suoi incontri oceanici, nei quali due milioni di ragazzi sudati lasciavano cadere al suolo due milioni di lattine di birra, gridando trionfalmente la loro fede. Come disse Gesù nel Discorso della Montagna: «Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo in segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà...Il Padre vostro sa già di che avete bisogno, prima ancora che lo chiediate. Voi, dunque, pregate così: "Padre nostro che se nei cieli"». La religione è in primo luogo questo: un luogo dietro la porta chiusa, nel segreto, una preghiera silenziosa che solo Dio ascolta e accontenta. Papa Giovanni Paolo II aveva un grande bisogno di presenza: doveva pronunciare quello che portava nell´anima, dirlo a tutti, tutti insieme e uno per uno, abbracciando ogni persona e cosa nel suo immenso cuore. Niente doveva sfuggire. Non rifiutò nessuno strumento: le grandi prediche, i viaggi, i perdoni pubblici, l´abbraccio dell´assassino, l´edizione delle sue opere giovanili, l´abolizione del segreto (almeno in parte), il racconto televisivo della sua vita. Un papa ha mille modi per essere presente: le encicliche, le parole dalla finestra di San Pietro, i gesti simbolici, il tocco delle mani, la preghiera silenziosa (che certo egli praticava). Purtroppo Giovanni Paolo II diede interviste: a pessimi giornalisti. Sebbene io sia un mediocre cristiano, gli errori di fatto nelle sue interviste (un papa non deve sbagliare) mi danno un grande dolore. *** Oggi, quasi tutto sembra cambiato. La gerarchia ecclesiastica pensa che la Chiesa sia una cittadella assediata: fuori ci sono gli empi, gli infedeli, i laici cattivi; e dunque bisogna alzare muri, muretti, scavare fossati, puntare cannoni o piccoli fucili, alzare il dito, proclamare principi ed assiomi. Non voglio negare che i cosiddetti laici ? specie quelli che scrivono libri e articoli ? dicano stolidità religiose, che avrebbero fatto impallidire il più umile fedele del tredicesimo secolo. Né che sia tollerabile vedere i cristiani perseguitati e uccisi (come gli ebrei) in molti paesi. Oggi la Chiesa non è una cittadella assediata. Cinquant´anni o sessant´anni fa, le chiese erano piene, ma quasi nessuno leggeva i Vangeli o san Paolo o Origene o sant´Agostino o Giovanni Scoto o Ildegarda di Bingen o san Bernardo, senza i quali non è facile dirsi cristiani. Almeno in Italia, il mondo cattolico possiede una straordinaria vivacità e ricchezza: case editrici, letture appassionate, movimenti di ogni specie, missionari, molteplici e ammirevoli opere di assistenza. Oso dire che mai, negli ultimi due secoli, l´Italia ha conosciuto una vita cattolica così intensa. In questi giorni è uscito un libro di Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori p. 200, 18 euro). Sostiene che il "dialogo interreligioso" (con l´Islam e qualsiasi altra professione di fede) è oggi impossibile. Vorrei capire meglio. è sempre stato impossibile? Le religioni sono cattedrali essiccate, abitate da morti e da spettri, dove nessuno mette il naso alla finestra, perché teme di esser violato nella sua fede? Nel XII e XIII secolo, la mistica bizantina e quella islamica si influenzarono profondamente, generando un tesoro supremo. Ma Marcello Pera, che ignora tutto sull´Islam classico e ignora persino cosa sia una religione, non sa assolutamente niente di questo. Molti secoli prima, ebraismo, cristianesimo, manicheismo, buddismo, Islam, taoismo ebbero rapporti fruttuosi, fecondandosi a vicenda, persino in Cina. Ancora prima, nel quarto secolo dopo Cristo, Fausto di Milevi (appartenente alla feroce eresia manichea, che i cristiani massacrarono per secoli, bruciandone i libri e le vesti rituali), disse a sant´Agostino: «Io ho lasciato il padre e la madre, la moglie, i figli e tutto ciò che il Vangelo chiede di lasciare, e mi chiedi se io accetto il vangelo?... Ho rifiutato l´argento e l´oro e ho smesso di tenere il danaro nella borsa, contento del cibo di ogni giorno, senza curarmi di quello dell´indomani. E tu richiedi se accetto il vangelo?... Tu vedi in me il povero, vedi il pacifico, il puro di cuore, l´uomo che piange, che ha fame, che ha sete, che soffre persecuzioni e odi per la giustizia; e dubiti che accetto il vangelo?». Ancora prima, verso la fine del terzo secolo, sempre gli stessi eretici manichei lessero, in Egitto, questo Salmo: «Gesù, mio vero guardiano, possa tutti proteggere. Tu, figlio primogenito del Padre delle Luci, possa tu proteggermi. Tu sei il vino della vita, il figlio della vera vigna, fa´ in modo che noi beviamo del vino vivente della tua vigna. Nel mezzo del mare, Gesù guidami, non abbandonarci, le onde non ci afferrino. Quando io pronuncio il tuo nome sul mare, esso calma le onde... Questo nome, Gesù, una grazia lo circonda. Il tuo fardello è leggero per chi lo porta su di sé...Quanto grande è il tuo amore verso l´uomo, o Gesù, prima rosa del Padre! Fino a che punto giunge la tua dolcezza? Possa io trovare la dolcezza degli dèi». Tutte le frasi che ho ricordato appartengono, o non appartengono, a quello che Marcello Pera chiama con disprezzo "dialogo interreligioso"? Forse mi sbaglio. Come sostiene Marcello Pera, oggi "ogni dialogo interreligioso" è impossibile. Viviamo in tempi mediocri, dove esistono uomini di fede, ma nemmeno un pensatore cattolico (tanto meno islamico). Così può accadere che, in questi tempi, vengano casualmente pubblicati i libri di Marcello Pera.

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Questo articolo è una svolta radicale (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 15-12-2008)

Argomenti: Laicita'

15 dicembre 2008 Giuliano Ferrara risponde a Vittorio Possenti Questo articolo è una svolta radicale Intellettualmente onesto, il filosofo politico cattolico in questo articolo afferma a sorpresa tre cose. La prima è che, sotto il profilo razionale, diverso e in questo caso opposto a quello della fede, la vita non è un bene indisponibile, a patto naturalmente che sia la propria vita e non quella degli altri. La seconda è che la Tecnica, che pretende di offrirci immortalità corporea e saggezza, che si comporta come la nostra guida totale, vince sulla Persona quando appronta per l?essere umano una vita artificiale, compresi quel nutrimento e quell?idratazione che negli hospice vengono sospesi ai malati terminali per evitare un inutile accanimento. La terza è che non esiste il diritto di morire, se inteso come suicidio assistito o eutanasia, ma deve essere riconosciuto il diritto di accettare la morte secondo la propria idea della dignità del vivere e del limite naturale della vita. Con questo articolo di Vittorio Possenti, voce autorevole ospitata anche dal quotidiano dei vescovi Avvenire, accademico pontificio nel settore delle scienze sociali e membro del comitato nazionale di bioetica, la discussione innescata dai casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro cambia di segno. Fino a ieri si trattava di un conflitto di teoria morale tra agnostici o cattolici “martiniani” da una parte e cattolici o laici “ratzingeriani” dall?altra. Da oggi diventa un conflitto culturale interno all?establishment del sapere cattolico al quale il professor Possenti appartiene. Una prima avvisaglia era arrivata con la decisione dei vescovi italiani di stimolare il legislatore italiano a produrre norme di legge sulla fase finale della vita, nel segno dell?incalzante offensiva in atto per il testamento biologico ma con l?intento di limitare i danni delle sentenze che autorizzano a rendere disponibile la vita di una persona in ragione di una sua decisione attuale o anticipata nel tempo. Ora con questo scritto c?è una base di libero pensiero e di argomenti rilevanti, articolati e impostati con serietà, che cambia il quadro della discussione. La continueremo nei prossimi giorni con commenti alle tesi di Possenti, la cui potenziale conseguenza culturale, civile e di diritto sarà ben chiara al lettore: nei casi Welby ed Englaro hanno ragione i sostenitori dell?autodeterminazione e torto coloro che si battono per l?indisponibilità della vita umana.

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Vita, disporne liberamente (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 15-12-2008)

Argomenti: Laicita'

15 dicembre 2008 Vita, disporne liberamente Vittorio Possenti, filosofo cattolico, esprime il suo libero pensiero In questo intervento affronto tre problemi: 1) quale fondamento possiede l?assunto che la propria vita è assolutamente indisponibile? 2) nel rapporto tra Persona e Tecnica (medica e biologica) non stiamo entrando in una zona di rischio e confusione? 3) esiste un obbligo assoluto di curare e di curarsi a qualsiasi costo? Basta aver articolato le domande per coglierne l?onnipresenza nei dilemmi biopolitici dell?ora, concernenti la futura legge sulla fine della vita, la portata delle indicazioni anticipate di trattamento, il rapporto medico-paziente, il dettato della nostra Costituzione in merito. 1) Nell?eccitata discussione in corso da anni, e ultimamente infiammatasi, in ordine ad una legge che stabilisca alcuni (pochi) criteri per la fase finale della vita, decisiva è la questione se la propria vita sia entro certi limiti disponibile o viceversa totalmente indisponibile. Quale che sia la risposta, essa deve essere sostenuta da argomenti riconoscibili e sottoposti ad esame. Vale la pena di sottolineare che si tratta della propria vita, non di quella altrui che in linea di principio è e rimane indisponibile: anche questo supremo criterio non è senza eccezioni, potendo lo stato domandare per motivi di difesa e di solidarietà sociale il sacrificio della vita dei cittadini in vista del bene comune, come accade nelle guerre presumibilmente giuste. In Italia vi sono culture che sostengono che la propria vita è sotto certe condizioni disponibile per il soggetto, ed altre che viceversa ritengono che la propria vita sia un bene del tutto indisponibile e che addirittura la nostra Carta costituzionale abbia stabilito una volta per tutte tale indisponibilità. I sostenitori della prima posizione dicono ?la vita è mia e la gestisco io?, un?affermazione diversa da quella che dice ?l?utero è mio e lo gestisco io?, poiché nell?utero ci può essere un altro che non sono io. Al contrario la seconda posizione ritiene che il soggetto non abbia diritto a decidere sulla propria vita: non spetterebbe alla persona stabilire alcunché sulla fine della propria vita, né sussisterebbe un diritto ad essere ascoltato in merito. La prima tesi è in genere diffusa tra la cultura laica e liberale, l?altra sembra oggi prevalente nella cultura cattolica e cerca ultimamente di imporsi come indiscutibile attraverso una martellante ripetitività. Su questi temi rifiuto il termine ?testamento biologico?, infelice tanto dal lato del sostantivo poiché la vita non è un bene patrimoniale cui solo si applica il concetto di testamento, quanto dal lato dell?aggettivo in quanto la vita umana eccede l?elemento biologico. La disponibilità/indisponibilità della propria vita non va commisurata con lo status di un bene patrimoniale, ma di quel supremo ?bene vita? che rimane misterioso nonostante le invasioni della tecnologia e in cui è legittimo ascoltare la volontà del singolo, poiché non si tratta di un bene esclusivamente biologico ma spirituale e personalistico. Naturalmente in questa determinazione entra in maniera forte il rapporto della persona con la trascendenza: una prospettiva religiosa valorizza di primo acchito il rapporto dialogico con Dio entro cui viene considerata la propria vita. Viceversa una prospettiva religiosamente agnostica non possiede un?alterità trascendente con cui entrare in rapporto: la partita si gioca nella volontà del soggetto all?interno di un rapporto ?orizzontale? con se stessi e i simili. La questione dell?autodeterminazione va impostata in modo coerente con l?idea di persona e l?antropologia del personalismo. Noi non siamo né il nostro genoma (tesi biologistica e materialistica) e neppure siamo solo la nostra libertà (tesi libertaria): siamo esseri dotati di anima intellettuale che include in sé quella sensitiva e vegetativa, e l?anima è più che la libertà. La vita umana e la persona umana hanno valore non soltanto in quanto vita di un essere libero (di modo che sospesa la sua libertà la persona non sarebbe più tale), né in quanto vita biologica, ma appunto in quanto vita di un essere dotato di anima spirituale che è compos sui. In tal senso spetta alla persona decidere, e non perché – ripeto – l?affermazione dell?autodeterminazione dia fiato ad un?antropologia libertaria (o la sua negazione ad un?antropologia biologistica). Lo specifico personale sta nel sinolo individuale e irripetibile tra anima e corpo, per cui la persona è anima incorporata o corpo vivificato dall?anima. Posizioni teologiche accreditate presentano la vita come un dono di Dio che a lui appartiene, di cui il soggetto non ha alcuna disponibilità. Deve allora trattarsi di un dono sui generis poiché ogni dono appartiene al donatario e non più al donante, per cui meglio sarebbe parlare della vita come bene dato in impiego responsabile al soggetto. Di fatto poi le considerazioni religiose a favore dell?assoluta indisponibilità della propria vita si muovono su un terreno etico-giuridico. Numerosi giuristi (cattolici) osservano che autodeterminarsi ha un valore, poiché la persona è dotata di libero arbitrio e padrona dei suoi propri atti, e che esiste un diritto costituzionale all?autodeterminazione – ad es. quello al rifiuto/rinuncia di trattamenti sanitari – ma che tale diritto ha dei limiti che conviene fissare. Naturalmente tutto si gioca sul modo con cui vengono fissati tali limiti. Non si può che concordare quando si chiede che nell?autodeterminarsi il soggetto non rechi danno agli altri, e quando si sostiene che ogni vita umana è sempre dotata di dignità. Per esemplificare, tale dignità è pari in Eluana in condizione di grave disabilità ed in me passabilmente sano: conseguentemente occorre prendersi cura di chi è fragile, non abbandonarlo. Ma il riconoscere la dignità della vita ferita da salvaguardare non contraddice la liceità di autodeterminarsi in vicende di fine vita e di cure salvavita, che appunto possono essere accolte o rifiutate. Ancor meno rilevante è l?argomento secondo cui l?autodeterminazione, nel caso in cui decida a favore del rifiuto/rinuncia a trattamenti salvavita, opera per indebolire socialmente il diritto alla cura. Questo atteggiamento non lede il diritto del malato che intenda essere curato sino all?estremo limite del possibile e ricorrendo a tutte le risorse del sistema sanitario e della tecnologia medica. In realtà il dovere di cura dello stato rimane intatto e parimenti il diritto del malato di non essere lasciato solo e di venire consolato. Ripetere che la propria vita è totalmente indisponibile non fa avanzare il problema ma blocca una saggia ricerca di soluzione. Il blocco dipende dal fatto che sul piano razionale il criterio di un?assoluta indisponibilità della propria vita non è fondato. Diverso appare il discorso della fede che non possiamo dare per valido in modo cogente per tutti. Notevole per la sua implausibilità appare poi l?assunto che l?indisponibilità della propria vita sarebbe un chiaro dettato della nostra Carta. E? lecito nutrire molti dubbi sull?assunto. Forse si può ricordare per affinità che la nostra Carta lascia il suicidio in un?area non rilevante costituzionalmente. Pertinente è invece il dettato dell?art. 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. In tal senso la legge non potrà rendere legale l?eutanasia, che contraddice la dignità della persona, ma potrà rispettare chiare indicazioni di trattamento. Rimane comunque aperto l?interrogativo sull?accertamento della reale volontà del paziente. Problema difficile che sposta la questione da una controversia sul criterio della disponibilità/indisponibilità della vita alla questione di come effettivamente verificare quale reale volontà di cura o non cura sia stata emessa dal soggetto. La difficoltà è multipla: non solo quella di accertare che cosa ha veramente chiesto in modo documentato e obiettivo il soggetto in passato, ma quale sarebbe attualmente la sua volontà se potesse esprimersi ora, e quale valore si dovrebbe dare alla volontà espressa nella situazione presente, dato che la volontà in situazione può essere alterata da paura, angoscia, sofferenza, ritorno del desiderio di vivere. 2) Il secondo interrogativo riguarda il delicatissimo rapporto tra Persona e Tecnica. Reputo necessario integrare l?art. 3 della Dichiarazione universale sul diritto alla vita con l?aggiunta: “dal concepimento alla morte naturale”. Poi mi interrogo: che cosa significa oggi morte naturale? Non sta la Tecnica mutando la morte naturale in morte artificiale? Un tema urgente da pensare e poco approfondito anche da parte di vedette di vario genere. Ci troviamo spiazzati perché esiste una sottovalutazione della sfida posta dalla Tecnica alla Persona. La Tecnica rischia di diventare la nostra signora e padrona, quella che ci detta che cosa dobbiamo pensare e operare, quello che dobbiamo osare, quello che è obbligatorio fare o non fare; insomma la Tecnica come la nostra guida più vera e sicura, quella che ci offrirà salute, immortalità corporea e saggezza. Essa ci offrirà la Vera Vita quaggiù, al posto dell?aldilà celeste sperato e atteso. Sotto la sua guida nulla ci è risparmiato, neppure l?idea che occorra dilazionare senza fine il morire in attesa che la scienza inventi nuove tecniche di rivitalizzazione. Sembra che il vivere indefinitamente quaggiù sia diventato il bene supremo. Una fiducia così larga è mal riposta, perché la tecnica è aperta sui contrari, può essere usata per il bene e per il male (lo insegnava già Aristotele). Non è di per sé né solo benefica né solo malefica. Essa cura ed essa uccide; mantiene la vita e la toglie. Sulla questione della tecnica l?attuale posizione della chiesa, o forse meglio di uomini di chiesa, non è esente da distonie. Si nutre una più che giustificata perplessità sulla tecnologizzazione delle fasi dell?inizio della vita, esprimendosi con ottimi motivi contro la manipolazione dell?embrione, la sua clonazione per qualsiasi scopo, il prelievo di cellule staminali embrionali, ma poi ci si affida troppo alla tecnica e alla macchina nelle fasi terminali, interferendo profondamente col processo naturale del morire. La macchina non può sostituirsi al Creatore né nella fase iniziale né in quella terminale della vita. Che senso ha una Peg inflitta ad un malato terminale in agonia per nutrirlo a forza? Negli hospice ai malati terminali di cancro nutrizione e idratazione possono essere sospese onde evitare un inutile prolungamento di un?agonia dall?esito comunque segnato. Per rappresentarci la situazione dobbiamo tener presente che non pochi casi di coma vegetativo persistente sono l?effetto – inintenzionale ma realissimo – delle metodologie sempre più perfezionate e accanite di rianimazione e di terapie intensive, che non riescono a guarire ma solo a mantenere in vita. Questo elemento è ignorato da posizioni tese a riaffermare con toni vibranti l?assoluta indisponibilità della propria vita. In tal modo ci si pone in uno spazio di falsa sicurezza, che solleva dalla fatica di considerare le inedite possibilità di vita e di morte cui le nuove tecniche ci conducono. Neppure si considera che l?equipe medica che tenta il tutto per tutto per trattenere a qualunque costo, può operare un atto di maleficenza invece che di beneficenza verso il malato. 3) Anche il terzo punto è connesso al problema Tecnica. Non sussiste alcun dovere/obbligo assoluto di curare e di curarsi a qualsiasi costo, in particolare quando l?invasività crescente delle tecnologie mediche nella sfera corporea della persona travalica ogni forma di rispetto dovutole, e si fonde con una concezione accanitamente tecnologizzata della vita e della morte che viola i limiti imposti dalla dignità della persona umana. La disattenzione in merito proviene dal timore che ogni minima apertura sul rifiuto/rinuncia ai trattamenti sanitari aprirebbe la strada a prassi eutanasiche, indubbiamente da scongiurare. La depenalizzazione dell?eutanasia costituirebbe una tragedia non inferiore alla depenalizzazione e legalizzazione dell?aborto. Tuttavia chiarezza vuole che “diritto di morire” e “diritto al rifiuto/rinuncia a trattamenti sanitari” siano cose diversissime. Il “diritto di morire” è un falso diritto o un diritto che non sussiste, non perché sia contraddittorio ma in quanto è qualcosa che non è dovuto alla persona. Anche per questo non fa parte dell?elenco comunemente riconosciuto dei diritti umani. Ogni autentico diritto dà voce a quanto è dovuto al soggetto umano, esprime il suum che gli altri sono tenuti a riconoscergli. Alla base di ogni diritto non vi è la mera vita biologica, ma la natura umana e la persona umana. Se non esiste un diritto di morire, è ragionevole invece riconoscere al soggetto una sfera di autonomia nel modo di affrontare la morte in maniera naturale e non come un combattimento all?ultimo sangue. Se la morte è il massimo limite umano che va riconosciuto, l?interruzione del trattamento non vale come rifiuto della vita ma come accettazione del limite naturale ad essa inerente. Non si rinuncia alla vita, non si rifiuta la vita, ma si accetta di non potere impedire la morte o di non doverla ulteriormente procrastinare. Naturalmente occorre prendere le distanze dall?abbandono terapeutico con tutte le sue tristi occorrenze, che tuttavia forse sono meno frequenti dei casi di accanimento terapeutico, cui spinge la medicina tecnologizzata. Più negativo dell?abbandono terapeutico è l?abbandono dell?accompagnamento, ossia la presenza di troppe macchine e di poche persone nell?itinerario di cura del malato che può sentirsi terribilmente solo. Concludo. Non sussiste un diritto di morire, ma un diritto di rifiutare cure e terapie invasive, avvertite come particolarmente onerose, degradanti, anche se dall?esercizio di tale diritto scaturisse la morte. E? sempre stato difficile, e particolarmente oggi, stabilire quando c?è o non c?è accanimento terapeutico, che purtroppo è come l?araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, che cosa sia nessun lo sa. Da tale obiettiva difficoltà dovrebbero trarsi ulteriori argomenti a favore dell?espressione della volontà del paziente. E? lui che deve dire quando la misura è colma. Dall?insieme di queste considerazioni si ricava che il Parlamento ha dinanzi un compito immane e onorabile con estrema difficoltà nel preparare una legge sulla fine della vita. Una legge che non potrà che essere molto succinta e lasciare adeguato spazio all?interpretazione saggia e alla casistica concreta, affidata in ultima analisi al rapporto medico-paziente ed alle indicazioni anticipate di trattamento. Dell?estrema delicatezza del problema è segno il fatto che esso si trascina senza soluzione da diverse legislature. Vittorio Possenti Leggi la risposta di Giuliano Ferrara: "Questo articolo è una svolta radicale"

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La ritirata non strategica sulla vita finirà male. Molto male (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

16 dicembre 2008 Anticipazione dal Foglio del 16 dicembre La ritirata non strategica sulla vita finirà male. Molto male Dignitas Personae. Dove nasce la zona grigia della ritirata cattolica sui temi della vita Ormai la ritirata è dispiegata. E non ha nulla di strategico. Un anno fa, tirando le conseguenze di una robusta stagione di battaglie culturali in cui laici e cattolici si erano uniti, abbiamo detto: se la vita è sacra, e solennemente si decreta una moratoria per la pena di morte, si decreti una moratoria anche per l?aborto. Altro che scarpe ci hanno tirato. Ma noi non volevamo rendere l?aborto illegale, punire penalmente le donne a trent?anni dalla legge 194. Era chiarissimo, ed è stato fatto di tutto per oscurarlo. Noi volevamo solo dire la verità, e spingere tutti a comportarsi secondo verità, sapendo che la verità è la vera modalità dell?abusato concetto di “amore”, l?unica possibile carità. Il maltrattamento manipolatorio della vita umana, per così dire “in entrata e in uscita”, è infatti la frontiera culturale, civile e giuridica della nostra epoca. Niente di più rilevante, di più triste, di più diabolico accade nel nostro tempo. Un miliardo di aborti in trent?anni. Cinquanta milioni di aborti l?anno. Aborti forzati e programmati in Asia, con esclusione dalla vita delle inutili bambine. Aborti selettivi che dilagano in occidente come scelta eugenetica. Aborti per cause materiali, per debolezze sociali di vario ordine e genere. Il cuore della protesta, che a elezioni convocate si trasformò in una iniziativa elettorale gratuita, la lista pazza, e sboccò in un clamoroso e significativo insuccesso, con pochissimi benedettissimi voti raccolti, non era nemmeno l?aborto, che a certe condizioni non si può scongiurare, e che non si può eliminare con la persecuzione penale delle donne che abortiscono. Il cuore della protesta era la trasformazione dell?aborto in un avvenimento ordinario, moralmente indifferente, seriale, ormai classificato e gestito come una occorrenza qualunque, come un omicidio legittimato dall?uso sociale e dalla cultura soggettivista e utilitarista del tempo, anche tradendo l?impostazione originale della legge di compromesso “per la tutela sociale della maternità” voluta in Italia dai cattolici e dai comunisti al culmine di quel decennio dei Settanta, maledetto, che deformò con violenza le nostre vite e la vita della Repubblica. Il programma di quella battaglia che continua e che non è italiana ma globale, di cui il capitolo politico-elettorale fu solo la conseguenza dovuta, era semplice e immenso: emendare l?articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell?uomo di sessant?anni fa, e definire dunque il diritto alla vita come diritto alla vita “dal concepimento alla morte naturale”. L?idea di fondo era: promuovere ovunque politiche pubbliche antiaborto, nell?interesse della vita non nata e delle donne, con risorse adeguate e certezze culturali e buonumore sociale. Ma sale adesso prepotente un riflusso di marea che sta travolgendo piano piano le basi di quella generosa e alla fine isolata protesta fondata sui diritti umani costruiti dalla ragione liberale e illuminista, in alleanza con il fervore e la luce della fede cristiana non ottenebrata dalla violenta secolarizzazione in corso. Domenica abbiamo pubblicato lo scritto di uno stimabile filosofo cattolico, Vittorio Possenti, che argomentava dall?interno di un establishment intellettuale solitamente disciplinato, e non con le libertà tipiche del pensiero di un Mancuso o di una De Monticelli, il suo sonante “sì” all?idea che una norma pubblica deve incardinare nelle nostre vite un principio di libertà moderna: la vita è mia e la gestisco io, anche delegando ad altri il compito di sopprimerla quando non è degna di essere vissuta. Nello stesso giorno Eugenia Roccella, sottosegretario del governo Berlusconi per le questioni etiche, ha alzato bandiera bianca: habemus la Ru486, un nuovo veleno per le donne che uccide la vita nascente nel loro seno con una procedura solitaria e casalinga che deresponsabilizza definitivamente la società e la medicina, e si fa beffe delle attenzioni e della cura previste dalla legge per la “tutela sociale della maternità”. Restano in vigore, a molti mesi dall?insediamento del governo “eticamente anarchico”, il “governo senza cattolici” che va d?accordo con il Papa ma non con le sue idee, le linee guida di applicazione della legge sulla fecondazione artificiale approntate dal ministro Livia Turco, nemica della legge 40 nella lettera e nello spirito, combattente referendaria, fiancheggiatrice delle sentenze dei giudici avverse al legislatore e al suo testo di legge confermato dalla volontà popolare. Il premier, in un momento di grave debolezza che avrà avuto modo in seguito di rimproverarsi, disse che era favorevole alla moratoria e che si sarebbe impegnato all?Onu perché si iniziasse l?iter procedurale dell?emendamento all?articolo 3 della Dichiarazione: nulla, naturalmente, è avvenuto. Intanto il prestigioso cardinal Martini intensifica la sua alta predicazione in favore di un?idea di libertà di coscienza e di relativismo cristiano che stupisce per la sua volatilità etica, in particolare sui temi del maltrattamento della vita umana. L?offensiva contro la chiesa arcigna dei divieti continua martellante nei giornali del mainstream ultrasecolarista, che adesso rivalutano Pio XII (buona notizia) per dare addosso a Benedetto XVI. I vescovi italiani, nel frattempo, hanno pensato che per scongiurare la cultura eutanasica che si affaccia nelle sentenze della Cassazione, le quali almeno sono sentenze su casi singoli e non norma generale, è meglio fare una legge sulla fase finale della vita. Tremenda illusione carica di cattivi presagi. Finirà come è finita con la legge sulla fase iniziale della vita. Cioè, male. Molto male. Leggi: Vita, disporne liberamente; Avanza una nuova stagione eticamente (molto) insensibile; Questo articolo è una svolta radicale

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Dio e la scienza astrofisici a confronto (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

La storia Chiaberge ai Martedì letterari Dio e la scienza astrofisici a confronto GIAN PIERO MORETTI SANREMO La variabile di Dio. In cosa credono gli scienziati?» è il libro di Riccardo Chiaberge che verrà presentato dall'autore ai Martedì letterari del casinò, anche oggi in «trasferta» al Cinema centrale. L'appuntamento è per le 16,30. Chiaberge, ex giornalista de La Stampa e attuale direttore del supplemento domenicale de «Il Sole 24 Ore», ha messo a confronto, in forma narrativa, i pensieri di due autorevoli astrofisici americani: il gesuita padre George Coyne e Arno Penzias, ebreo e tendenzialmente agnostico. I due, incalzati e stimolati dalle domande di Chiaberge, discutono anche in chiave storica, i rapporti spesso conflittuali fra scienza e fede, partendo dal caso Galileo per arrivare fino ai nostri giorni, passando per la Teoria dell'Evoluzione della specie di Charles Darwin: la discendenza di tutti i primati (uomo compreso) da un antenato comune. Pur nella differenza delle rispettive visioni del mondo, Coyne e Penzias concordano sulla necessità di avviare un confronto civile che superi i risorgenti steccati tra laici e credenti e le tentazioni fondamentaliste di segno opposto intorno a questioni cruciali come le origini dell'universo e l'evoluzione della vita sulla terra. Scrive l'autore: «Può uno scienziato credere nell'Assoluto, in qualche forma di trascendenza o di verità rivelata senza abdicare alla sua funzione? Il cattolico Coyne risponde che scienza e fede sono radicalmente intrecciate: «La mia ricerca scientifica è anche preghiera. Faccio ricerca come qualsiasi altro scienziato; la mia religiosità non mi rende migliore o peggiore degli altri. Sto cercando di capire un universo creato da Dio e ciò non cambia i risultati scientifici ma cambia quello che la scienza significa per me». Diverso il concetto espresso da Penzias che non prega mentre fa ricerca: «Io vedo scienza e fede complementari piuttosto che opposte e incompatibili». Per Penzias non esiste un'anima immortale ma solo «geni preposti all'amore per il prossimo». Agnostico, ma continua a frequentare la sinagoga e ammette: «Voglio mettere in chiaro che comunque la religione influenza il mio comportamento anche se sono convinto che l'essere umano è un prodotto esclusivo della natura». Chiaberge, 61 anni, di Torino, dirige attualmente l'inserto domenicale del «Sole 24 Ore». Dopo aver lavorato al Centro Einaudi di Torino e alla rivista «Biblioteca della libertà», ha iniziato la carriera giornalistica alla Stampa nel 1976, per poi passare al «Mondo» e nel 1981 al Sole - 24 ore come responsabile della terza pagina e del supplemento «Domenica» fondato nel dicembre 1983. Dal 1984 al 2000 ha lavorato al Corriere della Sera, prima come caporedattore alla cultura e poi come inviato ed editorialista su temi culturali e scientifici. Nel libro «La variabile di Dio», Chiaberge cita anche un passaggio de «I fratelli Karamazov» di Dostoevskij: «Lo strano, lo stupefacente non sarebbe tanto che Dio esistesse davvero: lo stupefacente è che un tale pensiero - il pensiero della necessità di Dio - sia potuto nascere nel cervello d'un selvaggio, d'un malvagio animale com'è l'uomo».

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Dio ci scampi dal sacro Musicarello (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Dio ci scampi dal sacro Musicarello In scena dall'8 dicembre con repliche fino a maggio in un Teatrotenda appositamente allestito dietro Cinecittà, Maria di Nazareth è uno spettacolo di tale modestia nella drammaturgia, nello sviluppo scenico, e per lo scarso apporto della musica, pure se firmata da una vecchia lenza della colonna sonora come Stelvio Cipriani, che se ne potrebbe consigliare la visione come exemplum di ridicolo, se non durasse circa tre ore, trasformandosi in un vero supplizio. Tuttavia va ad arricchire una lunga serie di musicarelli, tecnicamente infatti è ardito definirli musical, per dir così a soggetto sacro, che vengono presentati come una gran novità. I precedenti su Padre Pio, Don Bosco, Madre Teresa, quello annunciato su San Francesco, e questo su Maria potrebbero far pensare a un filone che affonderebbe le sue radici nella devozione popolare dei semplici e di comunità che, magari cambiandolo, fanno proprio il messaggio sacro. Ma l'autrice del testo nonché regista Maria Pia Liotta trasforma l'episodio del matrimonio di Maria, con le sue ascendenze e simbolismi magici con il ramoscello secco che getta nuove gemme, in una triviale disfida dove il falegname Giuseppe salva la fanciulla da un nerboruto fabbro sciupafemmine, che sarebbe Barabba: allora appare chiaro che il travisamento avviene attraverso format televisivi globalizzati e ridotti un po' biecamente ai minimi termini. Anche l'idea di un "sermo piscatorius" in omaggio a una tradizione di evangelica semplicità linguistica a uso popolare regge poco. Desta dunque perplessità il patrocinio che Maria di Nazareth ha ottenuto dal Segreterio di Stato vaticano Tarcisio Bertone, dal Pontificio Consiglio della Cultura, dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, del Vicariato di Roma. Joseph Ratzinger, attualmente pontefice con il nome di Benedetto XVI, ha una notevole cultura musicale e in vari scritti si era scagliato contro la commercializzazione della musica con un furore degno della cacciata dei mercanti dal tempio. Ma di fronte all'anteprima di questo musicarello mariano di dubbia qualità nella sala delle udienze papali, sorge il dubbio che giunto il momento di "governare" anche sua santità abbia scelto la linea assai laica del "Panem et circenses".

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TEMI ETICI: LIBERA SCELTA IN LIBERA FEDE (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

TEMI ETICI: LIBERA SCELTA IN LIBERA FEDE Vittorio Possenti, membro della Pontificia accademia per le scienze sociali e del Comitato nazionale di bioetica, è personalità assai ascoltata all'interno delle istituzioni del cattolicesimo italiano e non solo. In un articolo (il Foglio di domenica scorsa), Possenti fa alcune affermazioni assai significative, che rappresentano una vera e propria novità nel dibattito intorno alle scelte di fine vita. In particolare, questa: «Sul piano razionale il criterio di un'assoluta indisponibilità della propria vita non è fondato. Diverso appare il discorso della fede che non possiamo dare per valido in modo cogente per tutti». Nonostante quanto dichiarato da un "custode dell'ortodossia" come Francesco D'Agostino («non trovo che affermi qualcosa di diverso...») l'approccio di Possenti è decisamente innovativo. Al punto da indurre Giuliano Ferrara, che da tempo esprime posizioni intransigentiste (fino a paventare cedimenti e «timidezze» da parte delle gerarchie ecclesiastiche), a definirlo «una svolta radicale». L'articolo di Possenti è la conferma più limpida del fatto che non è l'ispirazione religiosa e la professione di fede a dettare automaticamente, come una conseguenza ineludibile, le posizioni ostili all'autodeterminazione individuale e, più direttamente, l'atteggiamento critico verso le scelte assunte da Piero Welby e da Eluana Englaro (attraverso il proprio tutore). In gioco non c'è un dogma di fede, ma le possibili traduzioni di quella stessa ispirazione religiosa in differenti letture antropologiche: e infine, sul piano pubblico, in norme. Di più: con l'intervento di Possenti, viene messa in discussione la fallace contrapposizione non solo tra laici e cattolici, ma anche quella tra cattolici progressisti e cattolici conservatori e tra cristiani "adulti" e cristiani "ubbidienti". La pluralità delle opzioni è assai più ampia e mobile di queste ripartizioni tradizionali. E ciò, in ultima istanza, ha una implicazione anche sul piano più strettamente politico. La trascrizione in legge di questa o di quell'opzione sulle scelte di fine vita, non può essere misurata con il criterio della appartenenza alla confessione cattolica o con quello dell'estraneità ad essa. E anche quello dell'identificazione con la pastorale della Chiesa risulta, e sempre più risulterà, un indicatore approssimativo: dal momento che è ipotizzabile che le stesse gerarchie ecclesiastiche assumeranno posizioni progressivamente (magari tacitamente) differenziate. Come pensabile, dunque, che sia il Partito democratico a mostrarsi subordinato a quello che ritiene (sbagliando, si scopre via via) la dottrina della chiesa, quasi essa fosse monolitica e quasi essa corrispondesse ad un dogma di fede?

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Parole ILLUSTRATE (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Parole ILLUSTRATE NUOVE FIABE A COLORI PER BAMBINI SMALIZIATI Tra i timori per gli effetti della crisi e le previsioni ottimiste di chi è convinto che la letteratura per l'infanzia «terrà», le novità natalizie destinate ai bambini comprendono tanti titoli che si rivolgono con umorismo e serietà ai giovanissimi lettori Francesca Lazzarato Anche se nel suo catalogo ci sono l'intero ciclo di Harry Potter e del nuovo e già stravenduto Le fiabe di Beda il Bardo di J.K.Rowling (Salani, pp. 128, euro 10), Scholastic è stato il primo editore americano per ragazzi a prendere delle misure anti crisi, prepensionando centodieci dei suoi quasi diecimila dipendenti e annunciando che il «carico salariale» dovrà essere ulteriormente alleggerito. E non basteranno certo le vendite natalizie, si dice, a rendere meno pesante la situazione. Gli editori europei per l'infanzia, invece, sembrano per ora soddisfatti dell'andamento di un Natale che per quanto li riguarda ancora non registra flessioni significative. La previsione generale (forse un tantino troppo ottimista, a dire di un esperto come Roberto Denti della Libreria dei Ragazzi di Milano) è che i libri per bambini siano destinati a «tenere», e c'è chi si avventura a ipotizzare possibili cambiamenti di scenario. Per esempio una maggiore attenzione per il catalogo, da gestire con saggezza invece di mandarlo al macero ogni due anni. Oppure un ritorno dell'economico per eccellenza, il tascabile, ormai quasi completamente soppiantato da altri più redditizi e visibili, imposti anche dall'accorciarsi delle distanze tra editoria per «grandi» e per «giovani adulti», nuovo target un po' inventato, ibrido e oscillante, che attira l'attenzione tanto degli editori specializzati in juvenile quanto di quelli tradizionalmente estranei al settore, che oggi, che tra i vampiri della Meyer e le terrificanti «mocciate» annuali, raccolgono i frutti più succosi del mercato adolescenziale. Fulminee associazioni A dirsi fiduciosi nel futuro sono in primo luogo gli editori francesi che, confortati dalle buone vendite fatte in novembre al Salone del libro per l'infanzia di Montreuil, dubitano addirittura della necessità di privilegiare i libri a basso costo: una misura che finirebbe per penalizzare la creatività, dicono, perché la produzione più innovativa e meno «corrente» ne potrebbe soffrire. Ma il modo di non superare prezzi che comporterebbero la rinuncia all'acquisto lo si trova sempre, e il più semplice è quello di ricorrere alle coedizioni, come nel caso dello spettacoloso Immaginario di Blexbolex, noto fumettista francese che si cimenta spesso nell'illustrazione per l'infanzia. Pubblicato in Francia da Albin Michel e in Italia da Orecchio Acerbo, Immaginario (euro 15,90) è un librone con la copertina cartonata che propone grandi immagini a colori e mette a confronto figure, gesti, silhouette: la sarta e il fachiro (entrambi consumatori di spilli e spilloni), la dea e la schiava, il taglialegna e il boia. Utile per imparare a collegare immagini e parole, ma soprattutto a «vedere» il mondo e a interpretarlo attraverso fulminee e imprevedibili associazioni, è uno dei libri più belli di questo Natale. Un altro esempio di provvidenziale coedizione è ABC3D di Marion Bataille Sempre di Albin Michel, editore italiano Corraini, euro 15), un abbecedario pop up in bianco, rosso e nero di una tale originalità e perfezione che in Francia è diventato un successo da ventimila copie. Fabbricato a mano dall'autrice in trecento esemplari venduti a 845 euro ciascuno (la New York Public Library ne ha comprato uno), è stato poi affidato agli artigiani cinesi che hanno confezionato duecentomila pezzi per gli otto paesi in cui è in vendita (negli Stati Uniti è ai primi posti della classifica del «NY Times»). Clamorosamente bello è anche Garuda e la ruota del destino di Raja Mohanty e Sirish Rao, con illustrazioni di Radhashyam Raut serigrafate a mano dall'ormai celebre Tara Press, che vicino a Madras confeziona libri hand made (euro 18). È l'Ippocampo, editore genovese specializzato in libri illustrati per grandi e piccoli, a pubblicare questa fiaba mitologica (Garuda è l'aquila del dio Vishnu, che vuole salvare dalla morte un uccellino) raccontato da un testo semplicissimo adatto a bambini dai sei anni in su, e da immagini abbaglianti nello stile tradizionale Patachitra, tipico dell'India orientale, Con stoffa e ricami Franco-cinese è Io e Mao di Chen Jian Hong, (Babalibri, pp. 80, euro 22, l'editore francese è l'Ecole des loisirs) nato nel nord della Cina nel 1963 e da anni residente a Parigi, che in questo libro dalle splendide e minuziose illustrazioni racconta la sua infanzia durante la Rivoluzione Culturale, tra guardie rosse e immensi ritratti di Mao: un decennio durissimo visto con gli occhi di un bambino, ma raccontato con l'inchiostro e con i colori di un artista fuori del comune, capace di mettere tecniche tradizionali al servizio del presente. Autore, editore e illustratrice italiani, invece, per La creazione (Gallucci, euro 13), albo illustrato in cui i collage creati con stoffa e ricami da Cristina Lastrego fanno da contrappunto raffinato alla lunga filastrocca di Carlo Fruttero su come sono nati il cosmo e il nostro mondo. Solo che è davvero riduttivo chiamare filastrocca questa fiaba filosofica in forma di poesia, scritta da qualcuno che prende sul serio i propri lettori e si rifiuta di bamboleggiare e indulgere a semplificazioni, evocando immagini suggestive in una forma perfetta e sapiente, con raro umorismo e, una volta tanto, con spirito impavidamente laico. I bambini si meritano libri così, peccato che siano pochi gli adulti capaci di rendersene conto. Tra questi ultimi c'è, per fortuna, anche Stefano Benni, autore di un racconto intitolato Miss Galassia (Orecchio Acerbo, euro 13,50) che la giovane catalana Luci Gutierrez ha illustrato nel migliore dei modi possibili. Testo e immagini raccontano di un concorso di bellezza su un pianeta dove tutti sono in preda all'ossessione di restare giovani in eterno. E dunque via con chirurgia estetica, trapianti di capelli, ceroni e abbronzature... apparire vecchi è un delitto, e chi lo commette rischia di essere rinchiuso in un apposito penitenziario per nonni. Una volta l'anno, poi, sul pianeta Vanesium si elegge Miss Galassia, e la sfilata dei concorrenti disegna una serie di tipi non così improbabili come potrebbero sembrare (per lo meno agli occhi di chi guarda abitualmente i reality show). Ma a vincere sarà una bellezza invisibile, che si può soltanto immaginare... Una fiaba sull'intangibile forza dell'immaginazione, umoristica e poetica al tempo stesso. Lupi ammaliatori Proprio come umoristico e poetico è Il mio mondo a testa in giù (il Castoro, pp. 102, euro 12,50, illustrazioni di Silvia Bonann), un piccolo libro di brevissimi racconti per lettori di almeno otto anni che sovvertono la prospettiva con cui guardiamo ai gesti e ai sentimenti quotidiani, fornendoci il punto di vista di bambini e bambine tremendamente smaliziati e comunque vicini a una realtà diversa da quella che vedono gli adulti: ridicola, o tenebrosa, o inquietante, o buffa, ma comunque «altra». Perché i bambini sanno che le cose, in realtà, non stanno quasi mai come dicono gli adulti, e ogni tanto si prendono la briga di ricordarcelo, per bocca di qualcuno che come Friot non ha perso la memoria. Anche Kveta Pakovska, grandissima illustratrice ceca (forse una delle più importanti e illustri dei nostri giorni) deve avere un'ottima memoria: il suo Cappuccetto Rosso (Nord Sud, euro 14,90) porta infatti le tracce della vivida impressione che questa storia crudele e sempre amata lascia nei bambini che la ascoltano per la prima volta. Un albo illustrato prezioso, a colori violenti, basato su forti contrasti e attraversato da un lupo ammaliatore, che conferma la potenza della fiaba antica, rinnovandola in maniera prodigiosa. Un prezioso recupero E infine un libro legato anch'esso alla memoria, perché rappresenta un prezioso recupero e ci fa presente quanto sia opportuno, a volte, guardarsi indietro in cerca di soluzioni originali: Il libro esplosivo di Peter Newell (Orecchio Acerbo, euro 14), uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel lontano 1912, viene proposto ai bambini di oggi nella deliziosa traduzione italiana di Marco Graziosi. Un minuscolo foro al centro della pagina ci guida attraverso i ventuno piani di un edificio perforato dal volo implacabile di un razzo che parte dalla cantina e si lascia dietro stupore, incredulità e piccoli incidenti domestici. Dopo il successo del Libro sbilenco, dello stesso autore, questo nuovo tuffo nel passato ci fa sperare che un giorno possa venir pubblicata anche in Italia l'edizione di Alice in Wonderland illustrata da Newell (1901) che per noi resta ancora un capolavoro sconosciuto.

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<Corpo>: la rivista araba che spezza gli ultimi tabù (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-12-16 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Il caso Attesa e insulti per un nuovo trimestrale edito in Libano «Corpo»: la rivista araba che spezza gli ultimi tabù Feticismo e sesso orale tra i temi del primo numero Ideatrice e direttrice Joumana Haddad, 38 anni, poetessa e giornalista libanese cattolica «Era una giornata di primavera che improvvisamente divenne molto più calda. Lei indossava dei collant di nylon con scarpe basse leggere e, all'aumentare della temperatura, mi annunciò che non li sopportava più. Ci allontanammo dagli sguardi curiosi, rapidamente si tolse i collant e ricordo ancora il momento esatto in cui i suoi piedi furono denudati, liberi dal loro involucro nero trasparente...». Così Ibrahim Farghali, scrittore egiziano, si confessa feticista del piede in un articolo che apparirà questa settimana sul primo numero di una rivista in lingua araba edita in Libano. Sulla copertina nera spicca un corpo di donna avvolto in un drappo rosso. In alto, la scritta Jasad, corpo. La «J» è disegnata come una manetta aperta. Non è un invito al sado-maso, ma «si riferisce alla necessità di spezzare i tabù», spiega l'ideatrice e direttrice, Joumana Haddad, 38 anni, poetessa e giornalista libanese cattolica. Nonostante la copertina ricca di metafore, Jasad è un tentativo di chiamare le «cose del corpo» col loro nome, in arabo. Oggi nella lingua araba, non appena si parla di corpi, «si annega in un mare di metafore », spiega Haddad, che parla 7 lingue, tra cui la nostra, ed è in Italia per curare il suo primo libro di poesie in italiano, Adrenalina (Edizioni del Leone; uscirà in primavera). «Per il pene usano la parola colonna. Clitoride non si può dire. Per l'organo femminile ci sono più di 100 parole, tutte di letteratura, di grande bellezza. Ma non siamo abituati a pronunciarle, solo nella nostra testa o a voce bassa. Un'amica mi ha detto: preferisco leggerti in inglese, quando ti leggo in arabo ho paura del peso delle parole». Sesso orale, omosessualità, cannibalismo sono tra i temi trattati nei 50 articoli del primo numero, firmati da scrittori arabi, la maggior parte musulmani. Jasad è un trimestrale, vietato ai minori. L'attesa è grande. «O Signore, fa che sia in vendita in Giordania», scrive un lettore sul sito di Al Arabiya. Sarà venduto in edicola e libreria a Beirut, inviato per corriere in Medio Oriente e Maghreb. Gli abbonati sono centinaia. Ma ci sono anche giudizi negativi (e insulti per Haddad). Alla fiera del libro di Beirut, membri del partito sciita Hezbollah hanno tentato di chiudere lo stand di Jasad. L'Arabia Saudita ha bloccato il sito web della rivista. «Ma è il paese con il più alto numero di abbonati ». Haddad va avanti. « Jasad è una rivista di cultura in cui si tratta del corpo, non solo nella dimensione erotica, ma anche in quella sociale, etica e linguistica », spiega. A quella erotica è dato molto spazio anche perché «è stata rubata agli arabi». A chi la accusa di copiare gli occidentali, consiglia di leggere Il giardino profumato di Nafzawi e i testi non censurati de Le mille e una notte. «E ho trovato dei testi in arabo del secolo X e IX che farebbero arrossire lo scrittore occidentale più osceno. La scrittura araba parlava del corpo con una bellezza e una facilità che si è persa». Perché? «Una ragione è il potere gradualmente più grande della religione sulla nostra vita». Non si riferisce solo all'Islam. «Sono cresciuta in una famiglia molto tradizionalista, con un padre che se avesse immaginato quello che avrei fatto si sarebbe buttato dal terzo piano». Ma oggi papà è al suo fianco. Haddad Nel 2009 esce anche un suo libro in Italia Viviana Mazza

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è un affare targato cl il bilancio può attendere - giuseppina piano (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina III - Milano è un affare targato Cl il bilancio può attendere Subito al voto il piano per via Inganni Il progetto è firmato dalla Urbam presieduta da Intiglietta, leader della Compagnia delle Opere Un palazzo nel cortile della scuola, ma va approvato entro fine anno GIUSEPPINA PIANO (segue dalla prima di Milano) è scesa in campo anche il sindaco Moratti, a spiegare che quel «piano integrato d´intervento» di via Inganni va approvato oggi insieme ad altri due (uno dell´Aler) altrettanto in scadenza. Un progetto presentato da una scuola di Cl e ideato da una società che si chiama Urbam e che è presieduta da Antonio Intiglietta, leader storico della Compagnia delle opere. Nell´attivismo urbanistico del momento a Palazzo Marino, firmato dall´assessore all´Urbanistica (e ciellino doc) Carlo Masseroli, sono solo 10.568 metri quadrati in via Inganni 12. Un quasi niente nel gigantismo cementizio promesso a Milano. Che però fermerà la maratona del Consiglio sul bilancio. Si racconta che il ciellino Maurizio Lupi, già assessore all´Urbanistica con Albertini e oggi vicepresidente della Camera, sia il primo a credere nell´istituto Tommaso Moro di via Inganni, scuola paritaria privata dall´asilo alle medie, gestita da una cooperativa e nata - parole loro - «per iniziativa di alcuni genitori appartenenti all´esperienza scolastica di Comunione e liberazione con l´obiettivo primario di favorire, attraverso l´esperienza scolastica, l´educazione dei propri figli e dei giovani». Nell´operazione immobiliare resa possibile dalla variante al Piano regolatore la scuola resterà. Ma accanto, nel giardino dove finora si svagavano gli studenti, ecco il palazzo residenziale di nove piani. Tutto, in quei 10mila metri quadrati del Piano integrato d´intervento che oggi dovrà licenziare il Consiglio, parlano di Cl e di Cdo: la scuola, i progettisti di Intiglietta, gli sponsor politici. Ed è proprio per questo che la faccenda va di traverso a una bella fetta dei consiglieri comunali. Più di tutti è indigesta all´ala non ciellina di Forza Italia. E diventa paradigmatica dell´ultima guerra intestina che attraversa il partito degli azzurri: i vari clan laici e liberal mal sopportano il movimento del partito-nel-partito, ovvero Cl, sullo scacchiere cruciale dell´urbanistica. E davanti all´attivismo dell´assessore Masseroli, che a tappe forzate ha portato a casa la settimana scorsa le nuove regole che aumentano l´edificabilità, a questo punto ci vanno con i piedi di piombo. Dietro al blocco del progetto-Ippodromo caro a Masseroli c´è anche quella guerra. E c´è un argine che i laici di Forza Italia vogliono contrattare prima di dare cambiali in bianco. è cronaca del resto che la Cdo si sia ormai lanciata nel mattone, con le sue cooperative, con i progetti di housing sociale, con la società di progettazione Urbam presieduta da Intiglietta come braccio armato nelle partite che contano (l´ultima realizzazione è la torre del World Jewellery Center al Portello). Con il primo Albertini il ciellino Maurizio Lupi conquistò l´assessorato all´Urbanistica. Il regno si è interrotto nella seconda giunta Albertini, quando il posto toccò all´Udc Gianni Verga. Ma con Letizia Moratti ecco che un altro ciellino, allievo del primo, è tornato saldamente e attivamente sulla poltrona. è in questo quadro che il «Piano integrato d´intervento» di via Inganni, che variando il Piano regolatore permetterà di costruire dove oggi non si può, deve a tutti i costi essere «adottato» dall´aula entro il 31 dicembre. Altrimenti, non finirebbe il suo iter e si dovrebbe ricominciare daccapo, mettendoci un altro anno. Uno s´è già perso. Il 22 dicembre del 2007, anche allora all´ultimo minuto, arrivò in aula ma cadde il numero legale. Nessun voto e nessun palazzo accanto alla scuola. L´assessore Masseroli non la prese affatto bene: «Una vigliaccata, una mazzata mica da ridere, una dimostrazione di irresponsabilità del Pd», disse. Parlando delle assenze dell´opposizione. Ma anche, c´è da scommetterci, sentendo puzza di fuoco amico. Oggi ci riprova. Ha ottenuto che fosse all´ordine del giorno. E si è scomodata il sindaco Letizia Moratti ad avvertire tutti che di inciampi, questa volta, non se dovranno vedere.

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quella scommessa sull'italia delle cento patrie - mario lenzi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)

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Pagina 42 - Cultura Una catena di giornali radicati nel territorio. Ma uniti da una redazione nazionale Fu sua l´intuizione che diede inizio alla straordinaria avventura del gruppo Finegil e che portò al successo nel nostro paese la formula della stampa popolare Quella scommessa sull´Italia delle cento patrie I quotidiani locali MARIO LENZI Alla fine degli anni Settanta mentre "La Repubblica" si era ormai affermata, come voce dei ceti produttivi emergenti e di quanti si sentivano impegnati nella costruzione di una società più laica ed efficiente, l´economia italiana era segnata da una rapida evoluzione verso il settore terziario. Si andava così imponendo un tipo di società che privilegiava nuovi consumi, nuovi bisogni, e anche nuovi egoismi. Per superare la barriera della diffusione - ancora ristretta in Italia ai ceti più colti e impegnati - alcuni editori sentirono allora il bisogno di un altro modello di giornale, non di opinione come quelli esistenti, ma di pubblico servizio, neutro e asettico come il telefono, il treno o le poste, un giornale che, se voleva superare la barriera della diffusione doveva essere inevitabilmente, come si disse allora, "popolare". E tutti dettero a quella parola "popolare" una accezione deteriore. Chi tentò quella avventura andò incontro a un disastro editoriale. L´unico che ebbe il coraggio di seguire un´altra strada fu Carlo Caracciolo. Egli fu l´unico a capire che non poteva esserci, allora, in Italia un giornale popolare su base nazionale. Non poteva esserci, perché l´Italia degli anni Settanta era (e sotto certi aspetti è ancora) un paese che non aveva realizzato l´unità nazionale. L´Italia non ha una capitale egemone, come è Londra per l´Inghilterra o Parigi per la Francia. è composta da aree molto diverse, per sviluppo economico ma anche per radici culturali. Storia e geografia hanno infatti determinato convinzioni e codici di informazione assai differenti da città a città, che negli anni Settanta erano molto più impermeabili di quanto siano adesso. In Italia ci sono tante piccole patrie. Fare un giornale popolare nazionale era dunque (e lo è ancora, anche se molte condizioni sono cambiate) una contraddizione in termini. Il vero giornale popolare nazionale, ci insegnò Carlo Caracciolo, non è un giornale unico, ma, date le caratteristiche del nostro Paese, un giornale fatto di molti giornali, e dunque una catena di quotidiani locali, ciascuno con la sua individualità, corrispondente al suo territorio, alla sua piccola patria. E dal 1978 ci muovemmo in questa direzione. Prima di allora non era possibile realizzare questo nuovo tipo di giornale, fatto di tante testate collegate, perché non c´erano ancora calcolatori che colloquiavano in tempi reali. Alla fine degli anni ?70, finalmente, l´informatica permetteva a grappoli di calcolatori di colloquiare tra le varie testate in tempi reali - fra loro e con una centrale unica - in modo tale da dare un´informazione generale che potesse stare dignitosamente accanto a quella dei giornali nazionali e insieme fornisse una informazione specifica insostituibile, come quella locale. Queste furono le intuizioni che determinarono un grande successo. Ma questo ci fu anche perché Carlo Caracciolo non esitò a rischiare. Capì che gli utili di bilancio sarebbero venuti soltanto se avessimo svolto una funzione di grande rilievo culturale e politico, come quella di dare una voce a tante comunità che non l´avevano. Soprattutto, se avessimo fatto giornali larghi in politica e stretti in morale. La nostra «marcia in più» fu l´indipendenza, la capacità di esprimere gli interessi locali senza interferenze di alcun genere. Cominciammo col "Tirreno" (1977) e col "Mattino di Padova" (1978), seguirono "La Tribuna di Treviso" (1978), "La Provincia Pavese" (1979), con il bisettimanale collegato "La sentinella del Canavese", "La Nuova Sardegna" (1980), "La Nuova Venezia" (1984), "Il Centro" di Pescara (1985), "Le gazzette di Mantova, di Modena, di Reggio Emilia" (1988), "Il Lavoro" di Genova (1989)) che poi fu assorbito da «La Repubblica», l´"Alto Adige" (1989), con la testate collegate "Il Trentino" e "Il Corriere delle Alpi", "La Nuova Ferrara" (1989), "La Città» di Salerno" (1998), "Il Messaggero Veneto" (1998) e il "Piccolo" di Trieste (1998).

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"muntazar l'aveva giurato da anni voleva colpire il capo degli invasori" (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)

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Pagina 14 - Esteri "Muntazar l´aveva giurato da anni voleva colpire il capo degli invasori" Nel 2007 fu rapito da un gruppo di miliziani sciiti, lo rilasciarono una settimana dopo "Aveva deciso di non sposarsi fino a quando l´occupazione non fosse finita" «Muntazar ha sempre espresso il desiderio di lanciare una scarpa a Bush. Ora finalmente ha esaudito il suo sogno» racconta la zia Umm Zaman tra l´orgoglioso e il preoccupato. «Dal vostro inviato dalla Bagdad occupata» era d´altronde la frase con cui Muntazar al-Zaidy chiudeva sempre i suoi servizi. Assunto tre anni fa da al-Bagdadia, la tv che era appena stata fondata al Cairo con capitali iracheni e chiari intenti anti-americani, il 29enne giornalista con il poster di Che Guevara nella stanza si era fin da subito trovato benissimo nella parte dell´oppositore degli "occupanti" statunitensi. E anche ora, dopo il suo gesto plateale, il direttore di al Bagdadia Muzhir al Khafaji ne parla come fosse un figlio: «è un uomo corretto e di ampie vedute, molto orgoglioso del suo essere arabo». Ai tempi dell´università (facoltà di giornalismo) Muntazar aveva militato nei gruppi di estrema sinistra tollerati dal dittatore Saddam Hussein. Si era spogliato della fede sciita che le sue origini sud-irachene gli avevano stampato sulla carta d´identità e aveva sposato più laicamente falce e martello. «Con l´invasione americana diventò un nazionalista convinto» racconta un collega che preferisce non rivelare il suo nome. «E ricordo che circa sette mesi fa, di fronte a un gruppo di colleghi, si scaldò e giurò che avrebbe preso Bush a scarpate, se gli fosse capitata l´occasione di averlo davanti. Allora la prendemmo come una battuta». Wad al-Tai, il collega di al-Bagdadia che domenica sera era alla conferenza stampa con Muntazar, esclude però che il gesto fosse premeditato. «Lo conosco bene, per me lui è più di un collega. Era un nazionalista convinto, certo, ma la sua rabbia ha lasciato stupiti tutti, anche i suoi fratelli con cui ho parlato oggi. Hanno visto l´episodio in tv e sono rimasti di ghiaccio. Ora siamo estremamente preoccupati per la sua sorte, non sappiamo neanche dove sia detenuto». Non è la prima volta che il giovane giornalista lascia col fiato sospeso i suoi nove fra fratelli e sorelle. A novembre del 2007, mentre usciva dalla sua casa di via Rashid, nel cuore di Bagdad, per andare al lavoro, Muntazar fu rapito da un gruppo di miliziani sciiti che lo ributtarono una settimana dopo, legato mani e piedi, ai bordi di una strada di periferia. Raccontò di essere stato picchiato tanto da perdere conoscenza. I rapitori usarono la sua cravatta per tappargli gli occhi e le stringhe delle scarpe per legargli i polsi. «Ci ha fatto prendere un bello spavento. Ma non posso dire che il suo comportamento sia cambiato da allora. Agli amici offriva sempre il volto di una persona calma e in pieno controllo di sé» prosegue Wad. «Non era sposato, ma aveva una fidanzata. Aveva abbandonato ogni affiliazione politica e dovunque andassimo a girare i nostri servizi eravamo accolti con calore dalla gente». Più tesi invece erano i rapporti fra Muntazar e i soldati americani, che a gennaio arrestarono il giornalista tenendolo in cella per un giorno. Secondo il fratello maggiore Durgham «non avevano accuse specifiche contro di lui e si scusarono anche al momento della liberazione». Ma se due giorni fa Zaidy ha deciso di abbandonare il suo volto placido e il proverbiale autocontrollo, una spiegazione esiste, secondo la sorella Umm Hanaa che ha parlato all´agenzia di notizie irachena "Aswat al-Iraq": «A spingerlo sono state le brutalità dei soldati americani». E prosegue Durgham: «Come tutti, nella nostra famiglia, Muntazar detestava l´occupazione. Era convinto che Bush avesse distrutto l´Iraq e gli iracheni. Odiava così tanto gli invasori che aveva deciso di non sposarsi fin quando l´occupazione non fosse finita». (e. d.)

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mestiere crudele - (segue dalla prima pagina) (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)

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Pagina 34 - Cultura Progetti Passioni Mestiere crudele Fratelli A lui mi legano cinquantasei anni di vita comune: successi e insuccess amicizie e interessi Davanti ad ogni nuovo progetto o difficoltà, veniva spontaneo cercarlo: sapeva sempre cosa pensare La politica e la sinistra erano l´altra passione Aveva un modo lontano e insieme partecipe di seguirle Eravamo diversi per carattere e radici Carlo era un principe ma non ha mai ostentato il suo rango (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) eUGENIO sCALFARI Vita professionale e vita privata, successi e insuccessi, amicizie e inimicizie, convinzioni politiche, esperienze, interessi. Un mestiere crudele che mi obbliga a scriverne mentre Carlo è ancora vivo e riverso senza più conoscenza su un letto d´ospedale. Era malato da molto tempo e aveva attraversato le avversità della malattia con una forza come raramente accade di vedere, quasi indifferente a quanto accadeva nel suo corpo. Quattro o cinque volte, dopo aver superato momenti di crisi che avrebbero potuto essergli fatali, me ne raccontava gli aspetti che gli sembravano comici e ci ridevamo insieme come ragazzi. Poco più che ragazzi eravamo quando ci conoscemmo. Fu a Milano, autunno del 1952, nella sua abitazione in via San Damiano sul naviglio di corso Monforte. Lui già faceva l´editore di riviste tecniche, io ero stato da poco licenziato dalla Banca Nazionale del Lavoro a causa di irriverenti articoli pubblicati dal Mondo contro la Federconsorzi. Carlo cercava un direttore per la sua rivista Rivoluzione industriale, pensava che io fossi adatto a quel compito ma io rifiutai. Aveva 27 anni, io ero più vecchio d´un anno e qualche mese. Di solito, quando debbo ricordare una persona scomparsa, cerco di raccontare quello che so di lei evitando il vezzo diffuso e intollerabile di raccontare se stessi, ma questa volta mi è impossibile seguire la regola che mi sono data: le nostre due esistenze sono state così intrecciate che ricordare uno dei due implica di ricordare anche l´altro sicché in questo caso diventa vero il luogo comune che un pezzo della mia vita se ne va con lui sotto la terra che ricoprirà il suo corpo o le sue ceneri. [***] Nell´ottobre del 1955 L´espresso iniziò le sue pubblicazioni. Proprietario ed editore Adriano Olivetti. Carlo era suo socio con il 10% delle azioni. Arrigo Benedetti lo dirigeva, io ne ero il direttore amministrativo. Ma dopo poco più d´un anno Adriano decise di ritirarsi da quell´impresa che aveva messo in orbita ma non gli corrispondeva. Lasciò il grosso delle sue azioni a Caracciolo e in piccola parte a Benedetti e a me. Fu a quel punto che la nostra amicizia diventò fratellanza. Eppure eravamo molto diversi per carattere e per estrazione sociale. Io venivo da una famiglia di piccola borghesia, lui era principe, anche se non ha mai ostentato il rango di nobiltà. A tal punto che per molti anni ho pensato che l´avesse cancellato e non gliene fosse mai importato niente, lui giovanissimo partigiano in Val d´Ossola, lui repubblicano, lui laico pur avendo avuto parecchi cardinali in famiglia e un paio di beati. Invece no, la sua indifferenza al titolo nobiliare era piuttosto una maniera ma non corrispondeva alla sostanza: si sentiva principe e lo era, il suo distacco faceva parte del costume familiare come la sua innata eleganza nei modi e nei pensieri. La sua ironia su se stesso e sugli altri. Il suo cinismo. La fermezza delle convinzioni. Il suo impegno civile. Fu una curiosa figura di principe, Carlo Caracciolo di Castagneto, conte di Mileto e altri predicati che non ricordo. Ricordo però una visita che facemmo insieme molti anni fa al Comune di Napoli. C´erano ai lati del portone di quell´edificio due lapidi di marmo sulle quali erano incisi i nomi dei patrioti trucidati nel 1799, quando le bande contadine da un lato e la flotta inglese dall´altro rioccuparono la città ribelle e giustiziarono i "giacobini" che avevano governato la breve esistenza della repubblica partenopea. In quell´elenco c´era il nome dell´ammiraglio Caracciolo, impiccato da Nelson sull´albero di maestra della sua nave, e quello di Marcello Eusebio Scotti, mio antico parente materno. Quella compresenza politica di due avi ci sembrò un segno di destino; la mettemmo sullo scherzo come era nostra abitudine, ma ci toccò profondamente come poi ci confessammo qualche anno dopo. [***] Nel 1976 fondammo la Repubblica. Da tempo avere un quotidiano nazionale che raggiungesse e magari superasse Il Corriere della Sera era il nostro sogno. Sia Carlo che io abbiamo separatamente raccontato come cominciò quell´avventura, come si sviluppò e come raggiunse l´obiettivo che ci eravamo prefissato, sicché non sto a ripercorrerlo. Debbo dire però che, pur nella diversità dei compiti e delle responsabilità che ciascuno di noi due assunse in tutta la vicenda editoriale e giornalistica di quello che ora è il "Gruppo Espresso-Repubblica", io non avrei potuto intraprendere nulla senza di lui e reciprocamente lui senza di me. Ho già detto che eravamo diversi ma interamente complementari. In certe questioni e in certi momenti lui spingeva e io frenavo, in altre situazioni accadeva il contrario. Ma non è mai avvenuto in mezzo secolo di sodalizio che ci fossero tra noi sentimenti di rivalità, gelosie, invidie. Il progetto era comune e comuni gli sforzi e le responsabilità per realizzarlo. Abbiamo rievocato pochi giorni fa la giornata in cui firmammo l´atto costitutivo della società editrice di Repubblica con Giorgio Mondadori e Mario Formenton nostri compagni di viaggio imprenditoriale nella bella villa di Giorgio a Sommacampagna. Quando scegliemmo la linea della fermezza durante i 56 giorni della prigionia di Moro nelle mani delle BR. Quando scoppiò lo scandalo di Tangentopoli affondando la Prima repubblica e con essa la DC, il partito socialista e gli altri minori. Quando Silvio Berlusconi affrontò l´agone politico e cominciò un lungo conflitto tra noi e lui, che dura tuttora: sempre ci trovammo d´accordo e sempre ci prendemmo la comune responsabilità delle scelte. In questa lunghissima vicenda abbiamo avuto compagni che non furono soltanto preziose presenze professionali ma amici veri e leali. Siamo stati fortunati nei nostri incontri. Voglio dirli i nomi di questi amici, sono sicuro che Carlo vorrebbe che siano ricordati anche se alcuni di loro non ci sono più: Franco Alessandrini, Lio Rubini, Bruno Corbi, Gianni Corbi, Cesare Garboli, Livio Zanetti, Carlo De Benedetti, Marco Benedetto, Gigi Melega, Bernardo Valli, Luigi Zanda, Corrado Passera, Milvia Fiorani, Luigi Bianchi, Ezio Mauro, Daniela Hamaui. I redattori dei nostri giornali, delle radio, dei siti "on-line". Le segretarie dell´azienda. Carlo ne conosceva molti, ma conosceva soprattutto lo spirito d´appartenenza del corpo redazionale e sapeva che era quella la principale risorsa d´un gruppo che dalle quattro stanze di via Po 12, dove la nostra piccola storia è cominciata, conta ormai migliaia di persone e di famiglie in tutta Italia. [***] Carlo ha avuto molti amori e qualche figlio qua e là per il mondo. Infedele in questi suoi privati rapporti, quanto fu invece fedele nei rapporti professionali e fermo nelle convinzioni politiche. Legato tuttavia da profondi affetti familiari. Per la sorella Marella e il fratello Nicola e per Ettore. Per la figlia Jacaranda. Per il nipote Filippo. Per Violante Visconti, sua compagna per trent´anni e sua moglie fino alla morte avvenuta qualche anno fa. Ebbe anche molti amici al di fuori dell´azienda: Carlo di Robilant, Piero Saint Just, Nicolò Pignatelli, Emanuele De Seta. Ma il racconto della sua vita sarebbe incompleto se omettesse il rapporto che ha avuto con Gianni Agnelli e con i figli e nipoti di Gianni e Marella ai quali è stato legato non solo da vincoli di sangue ma da profonda e quasi paterna amicizia. Con Gianni c´è stata amicizia di avventure, comune passione per il rischio e una sottile competizione e rivalità. Per molti aspetti si somigliavano: l´eleganza, l´amore per la gara, l´amore per le donne, gli affetti familiari, l´azienda come luogo di appartenenza e progetto di futuro. Infine la bellezza fisica che ambedue avevano. Gianni però è stato perseguitato da una sorta di noia esistenziale che Carlo non ha invece mai conosciuto. La vita l´ha sempre divertito e in questo fu assai diverso dal cognato. Ci fu tra i due un´altra intima assonanza: Carlo si sentiva principe, Gianni si sentiva re. Tutti e due ebbero una loro piccola corte di scioperati, di bizzarri, di buffoni, che è stata per loro una protesi della nobiltà di sangue. [***] Negli ultimi anni i nostri incontri si erano diradati, le nostre telefonate da pluri-quotidiane avvenivano ormai con cadenza settimanale e alle volte anche più lunga. Ma quando un fatto privato o aziendale o pubblico di rilievo accadeva, ci trovavamo simultaneamente con il telefono in mano per mettere in comune pensieri, giudizi e sentimenti. Così è sempre stato, ma ora per me non sarà più e questo è il mio lamento. Perché tu - come canta il poeta nel lamento su Ignacio SÁnchez - sei morto per sempre. Questa canzone gli piaceva e più volte l´abbiamo citata tra noi, forse abbiamo pensato, ma senza confessarcelo, che uno di noi due avrebbe dovuto scrivere il suo lamento sull´altro, ma non sapevamo a chi sarebbe toccato. "Canto la sua eleganza con parole che gemono/ e ricordo una brezza triste negli ulivi".

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mister praxi e la congiuntura difficile "formidabile chance per rinnovarsi" - vera schiavazzi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XI - Torino Il vantaggio Motorola Molte imprese non si sono mai avventurate nella finanza creativa: una solidità utile in questo momento Con tutto il rispetto per i dipendenti, non è un segnale così brutto: un esperimento non andato a buon fine Vito Crosetto: flessibilità e creatività, Torino non può fermarsi o altrimenti è perduta Mister Praxi e la congiuntura difficile "Formidabile chance per rinnovarsi" VERA SCHIAVAZZI Vista dalla Praxi, storica società con cuore e cervello a Torino da quarant´anni e sedi in tutta Italia, a Monaco e a Londra, la crisi industriale che colpisce il Piemonte potrebbe rivelarsi una formidabile occasione di rinnovamento. Sarà perché le attività di una grande società di consulenza come questa - che soccorre grandi e medi clienti, pubblici e privati, aiutandoli a ridisegnare le proprie strategie di sviluppo, di amministrazione e di controllo, di produzione e di marketing - hanno il cambiamento e l´innovazione nel proprio Dna. O soltanto perché, come spiega Vito Crosetto, 40 anni, seconda generazione dopo quella dei fondatori, responsabile dei rapporti internazionali di Praxi e consigliere di amministrazione, «il 2008 si sta concludendo positivamente per noi, e in generale le società di consulenza vengono toccate dalle crisi con almeno sei mesi di ritardo rispetto alle altre». Tra i clienti, l´azienda torinese elenca Bennet, Rcs, San Paolo Imi, ma anche Telecom, Reale Mutua e Università Cattolica. Da anni, inoltre - con 250 dipendenti e 9 sedi - Praxi si occupa di miglioramento e sviluppo nella pubblica amministrazione e in sanità. Crosetto, che idea si è fatto sulla capacità del ?sistema Piemonte´ di far fronte alla crisi? «Ci sono molte aziende in questa regione che non si sono mai avventurate nella finanza creativa, e che dunque possono affrontare questo momento con una buona solidità. Tuttavia, si tratta di una crisi che non è paragonabile a nessun altra e che va affrontata giorno dopo giorno con l´atteggiamento imprenditoriale tipico dell´Italia, spingendo su flessibilità e creatività. Torino deve continuare a rinnovarsi, se si ferma è perduta». Ma i segnali che arrivano dai settori più innovativi non sono così incoraggianti. Come giudica il caso Motorola? «Non così negativamente. Pur col massimo rispetto per chi rischia di perdere il lavoro, si trattava di un´iniziativa sperimentale che non è andata come si sperava. Guai a trarre da casi come questo la conclusione che bisogna smettere di sperimentare. Sono stato da poco a Hong Kong, Singapore e in altre metropoli in Estremo Oriente. Lì la crisi viene definita ?tecnica´, ma nessuno si sogna di smettere di costruire o di progettare, si viaggia a una velocità diversa dalla nostra. In Europa invece, soprattutto nei paesi tradizionalmente più forti e strutturati come la Germania, basta un titolo sul giornale per bloccare tutto: questi sono effetti psicologici, e possono essere deleteri». Quali sono le aziende più a rischio? «In primo luogo quelle più grandi, dove è più difficile coinvolgere tutti i dipendenti nel processo di innovazione. E naturalmente quelle legate a settori più tradizionali, come l´automotive. Ma queste stesse aziende avevano già mostrato agli inizi del decennio ottime capacità di guardare altrove, di rinnovare il prodotto e di trovare nuovi mercati, diversificando sempre di più il loro portafoglio clienti. Non possono che continuare a farlo». In una fase come l´attuale, investire sulle risorse umane, cercare i manager giusti, formare il personale, è ancora possibile? «Il mercato del lavoro italiano è ancora troppo rigido, quindi rallenta qualunque processo di selezione. Molti clienti ci chiedono di ricercare nuove figure che sarebbero utili, poi si fermano, c´è una sorta di schizofrenia collegata alla crisi. Ma se un imprenditore vuole traghettare la sua azienda al di là di questo momento non può far altro che qualificare al massimo anche le risorse che ha già. In questo senso, il momento può essere molto interessante per chi si occupa di formazione». Il vostro risultato del 2008 cambierà le strategie future? «No. Il fatturato di quest´anno, circa 30 milioni, ha un trend di crescita in linea con gli anni precedenti. Per noi è importante restare una società di consulenza indipendente: solo chi lavora all´interno di Praxi può essere nostro azionista, si tratta di una garanzia molto importante per i clienti che si rivolgono a noi quando devono affrontare fusioni o valorizzare marchi e patrimonio immobiliare. Continueremo, anche noi, ad aprirci a nuovi mercati e a lavorare sempre di più con i mercati più veloci e effervescenti».

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segnali di fumo per i cittadini - enrica morlicchio (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina X - Napoli SEGNALI DI FUMO PER I CITTADINI ENRICA MORLICCHIO A ll´aggravamento delle forme più tradizionali di povertà familiare si aggiunge un aumento preoccupante del numero di persone che vivono per strada andando incontro, come è accaduto soltanto una settimana fa, alla morte per denutrizione e assideramento. Quest´ultima area ? l´area della marginalità e della povertà estrema ? si è arricchita di recente di nuovi soggetti, come donne immigrate arrivate a Napoli come "badanti" che, in seguito alla morte della persona anziana, si trovano di colpo senza lavoro e senza possibilità di soggiorno regolare, donne anziane sole che, ciabatte ai piedi, si vedono di frequente frugare nell´immondizia in cerca di qualche avanzo di cibo, e giovani provenienti dai paesi dell´ex blocco sovietico occupati in lavori ultra-precari (come il lavaggio dei vetri o dei fanali delle auto) con problemi di alcolismo. Le esperienze di intervento per contrastare la povertà a Napoli sono state del tutto insufficienti rispetto alle dimensioni del fenomeno e alla sua composizione. Sia per difficoltà oggettive sia per la scarsa volontà, gli interventi hanno avuto una portata limitata nel tempo e nella entità dei benefici. Rispetto a ciò a poco serve la solidarietà familiare. Essa è stata fino ad oggi senza dubbio un importante freno alle derive individuali, ma con il venire meno delle condizioni che hanno reso possibile in passato l´esercizio della solidarietà (come la presenza di almeno un reddito stabile in famiglia o l´apporto di spezzoni di redditi da lavoro irregolare) si assiste oggi ad un sovraccarico di richieste che la famiglia non è più in grado di sostenere. E purtroppo, sempre più di frequente, registro nella mia esperienza di ricerca presso l´università Federico II il ruolo del "welfare della camorra": le famiglie povere che, trovandosi con le spalle al muro, accettano questa forma di aiuto imboccano un percorso senza possibilità di ritorno. è tutta qui la questione morale a Napoli. Nella sproporzione tra obiettivi che un governo di sinistra dovrebbe porsi e realtà concreta. E tale sproporzione è tanto più grave quando si tratta di garantire risorse minime per la sopravvivenza. Certo non è una soluzione il reddito di cittadinanza (in realtà, altro che cittadinanza!) attribuito solo a poco più del 10% degli aventi diritto (e che non si vorrebbe neppure rifinanziare). Ma, nelle scelte di bilancio, questi temi non sono prioritari. E il dibattito politico si immiserisce nelle previsioni della capacità di resistere nell´occupazione dei posti di potere. Quando, in occasione delle ultime elezioni, qualcuno ha tentato di cambiare registro, è stato circondato di gelo, a volte di sprezzante ironia. Poi i fatti hanno drammaticamente smentito certezze autoreferenziali. Perciò, partendo dai nostri svariati luoghi di lavoro, dalla esperienze di volontariato laico e cattolico, senza preclusioni ideologiche (cercando soltanto di distinguere le persone realmente motivate da quelle in cerca di celebrità) abbiamo cercato di proporre un percorso nuovo. Abbiamo pensato che stavamo diventando una sorta di riserva indiana cittadina e abbiamo cominciato a lanciare segnali di fumo. Qualcuno asserragliato in altre riserve ci ha risposto. Contiamo di non subire la sorte dei nativi americani. Per questo, ci incontreremo nell´assemblea pubblica che si tiene oggi, nella Galleria Toledo, alle 16.30. Sul tema: "Segnali di fumo per una cittadinanza attiva e responsabile".

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Parole ILLUSTRATE - NUOVE FIABE A COLORI PER BAMBINI SMALIZIATI (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Parole ILLUSTRATE - NUOVE FIABE A COLORI PER BAMBINI SMALIZIATI Tra i timori per gli effetti della crisi e le previsioni ottimiste di chi è convinto che la letteratura per l'infanzia «terrà», le novità natalizie destinate ai bambini comprendono tanti titoli che si rivolgono con umorismo e serietà ai giovanissimi lettori Francesca Lazzarato Anche se nel suo catalogo ci sono l'intero ciclo di Harry Potter e del nuovo e già stravenduto Le fiabe di Beda il Bardo di J.K.Rowling (Salani, pp. 128, euro 10), Scholastic è stato il primo editore americano per ragazzi a prendere delle misure anti crisi, prepensionando centodieci dei suoi quasi diecimila dipendenti e annunciando che il «carico salariale» dovrà essere ulteriormente alleggerito. E non basteranno certo le vendite natalizie, si dice, a rendere meno pesante la situazione. Gli editori europei per l'infanzia, invece, sembrano per ora soddisfatti dell'andamento di un Natale che per quanto li riguarda ancora non registra flessioni significative. La previsione generale (forse un tantino troppo ottimista, a dire di un esperto come Roberto Denti della Libreria dei Ragazzi di Milano) è che i libri per bambini siano destinati a «tenere», e c'è chi si avventura a ipotizzare possibili cambiamenti di scenario. Per esempio una maggiore attenzione per il catalogo, da gestire con saggezza invece di mandarlo al macero ogni due anni. Oppure un ritorno dell'economico per eccellenza, il tascabile, ormai quasi completamente soppiantato da altri più redditizi e visibili, imposti anche dall'accorciarsi delle distanze tra editoria per «grandi» e per «giovani adulti», nuovo target un po' inventato, ibrido e oscillante, che attira l'attenzione tanto degli editori specializzati in juvenile quanto di quelli tradizionalmente estranei al settore, che oggi, che tra i vampiri della Meyer e le terrificanti «mocciate» annuali, raccolgono i frutti più succosi del mercato adolescenziale. Fulminee associazioni A dirsi fiduciosi nel futuro sono in primo luogo gli editori francesi che, confortati dalle buone vendite fatte in novembre al Salone del libro per l'infanzia di Montreuil, dubitano addirittura della necessità di privilegiare i libri a basso costo: una misura che finirebbe per penalizzare la creatività, dicono, perché la produzione più innovativa e meno «corrente» ne potrebbe soffrire. Ma il modo di non superare prezzi che comporterebbero la rinuncia all'acquisto lo si trova sempre, e il più semplice è quello di ricorrere alle coedizioni, come nel caso dello spettacoloso Immaginario di Blexbolex, noto fumettista francese che si cimenta spesso nell'illustrazione per l'infanzia. Pubblicato in Francia da Albin Michel e in Italia da Orecchio Acerbo, Immaginario (euro 15,90) è un librone con la copertina cartonata che propone grandi immagini a colori e mette a confronto figure, gesti, silhouette: la sarta e il fachiro (entrambi consumatori di spilli e spilloni), la dea e la schiava, il taglialegna e il boia. Utile per imparare a collegare immagini e parole, ma soprattutto a «vedere» il mondo e a interpretarlo attraverso fulminee e imprevedibili associazioni, è uno dei libri più belli di questo Natale. Un altro esempio di provvidenziale coedizione è ABC3D di Marion Bataille Sempre di Albin Michel, editore italiano Corraini, euro 15), un abbecedario pop up in bianco, rosso e nero di una tale originalità e perfezione che in Francia è diventato un successo da ventimila copie. Fabbricato a mano dall'autrice in trecento esemplari venduti a 845 euro ciascuno (la New York Public Library ne ha comprato uno), è stato poi affidato agli artigiani cinesi che hanno confezionato duecentomila pezzi per gli otto paesi in cui è in vendita (negli Stati Uniti è ai primi posti della classifica del «NY Times»). Clamorosamente bello è anche Garuda e la ruota del destino di Raja Mohanty e Sirish Rao, con illustrazioni di Radhashyam Raut serigrafate a mano dall'ormai celebre Tara Press, che vicino a Madras confeziona libri hand made (euro 18). È l'Ippocampo, editore genovese specializzato in libri illustrati per grandi e piccoli, a pubblicare questa fiaba mitologica (Garuda è l'aquila del dio Vishnu, che vuole salvare dalla morte un uccellino) raccontato da un testo semplicissimo adatto a bambini dai sei anni in su, e da immagini abbaglianti nello stile tradizionale Patachitra, tipico dell'India orientale, Con stoffa e ricami Franco-cinese è Io e Mao di Chen Jian Hong, (Babalibri, pp. 80, euro 22, l'editore francese è l'Ecole des loisirs) nato nel nord della Cina nel 1963 e da anni residente a Parigi, che in questo libro dalle splendide e minuziose illustrazioni racconta la sua infanzia durante la Rivoluzione Culturale, tra guardie rosse e immensi ritratti di Mao: un decennio durissimo visto con gli occhi di un bambino, ma raccontato con l'inchiostro e con i colori di un artista fuori del comune, capace di mettere tecniche tradizionali al servizio del presente. Autore, editore e illustratrice italiani, invece, per La creazione (Gallucci, euro 13), albo illustrato in cui i collage creati con stoffa e ricami da Cristina Lastrego fanno da contrappunto raffinato alla lunga filastrocca di Carlo Fruttero su come sono nati il cosmo e il nostro mondo. Solo che è davvero riduttivo chiamare filastrocca questa fiaba filosofica in forma di poesia, scritta da qualcuno che prende sul serio i propri lettori e si rifiuta di bamboleggiare e indulgere a semplificazioni, evocando immagini suggestive in una forma perfetta e sapiente, con raro umorismo e, una volta tanto, con spirito impavidamente laico. I bambini si meritano libri così, peccato che siano pochi gli adulti capaci di rendersene conto. Tra questi ultimi c'è, per fortuna, anche Stefano Benni, autore di un racconto intitolato Miss Galassia (Orecchio Acerbo, euro 13,50) che la giovane catalana Luci Gutierrez ha illustrato nel migliore dei modi possibili. Testo e immagini raccontano di un concorso di bellezza su un pianeta dove tutti sono in preda all'ossessione di restare giovani in eterno. E dunque via con chirurgia estetica, trapianti di capelli, ceroni e abbronzature... apparire vecchi è un delitto, e chi lo commette rischia di essere rinchiuso in un apposito penitenziario per nonni. Una volta l'anno, poi, sul pianeta Vanesium si elegge Miss Galassia, e la sfilata dei concorrenti disegna una serie di tipi non così improbabili come potrebbero sembrare (per lo meno agli occhi di chi guarda abitualmente i reality show). Ma a vincere sarà una bellezza invisibile, che si può soltanto immaginare... Una fiaba sull'intangibile forza dell'immaginazione, umoristica e poetica al tempo stesso. Lupi ammaliatori Proprio come umoristico e poetico è Il mio mondo a testa in giù (il Castoro, pp. 102, euro 12,50, illustrazioni di Silvia Bonann), un piccolo libro di brevissimi racconti per lettori di almeno otto anni che sovvertono la prospettiva con cui guardiamo ai gesti e ai sentimenti quotidiani, fornendoci il punto di vista di bambini e bambine tremendamente smaliziati e comunque vicini a una realtà diversa da quella che vedono gli adulti: ridicola, o tenebrosa, o inquietante, o buffa, ma comunque «altra». Perché i bambini sanno che le cose, in realtà, non stanno quasi mai come dicono gli adulti, e ogni tanto si prendono la briga di ricordarcelo, per bocca di qualcuno che come Friot non ha perso la memoria. Anche Kveta Pakovska, grandissima illustratrice ceca (forse una delle più importanti e illustri dei nostri giorni) deve avere un'ottima memoria: il suo Cappuccetto Rosso (Nord Sud, euro 14,90) porta infatti le tracce della vivida impressione che questa storia crudele e sempre amata lascia nei bambini che la ascoltano per la prima volta. Un albo illustrato prezioso, a colori violenti, basato su forti contrasti e attraversato da un lupo ammaliatore, che conferma la potenza della fiaba antica, rinnovandola in maniera prodigiosa. Un prezioso recupero E infine un libro legato anch'esso alla memoria, perché rappresenta un prezioso recupero e ci fa presente quanto sia opportuno, a volte, guardarsi indietro in cerca di soluzioni originali: Il libro esplosivo di Peter Newell (Orecchio Acerbo, euro 14), uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel lontano 1912, viene proposto ai bambini di oggi nella deliziosa traduzione italiana di Marco Graziosi. Un minuscolo foro al centro della pagina ci guida attraverso i ventuno piani di un edificio perforato dal volo implacabile di un razzo che parte dalla cantina e si lascia dietro stupore, incredulità e piccoli incidenti domestici. Dopo il successo del Libro sbilenco, dello stesso autore, questo nuovo tuffo nel passato ci fa sperare che un giorno possa venir pubblicata anche in Italia l'edizione di Alice in Wonderland illustrata da Newell (1901) che per noi resta ancora un capolavoro sconosciuto.

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Insensibilità etica (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 16-12-2008)

Argomenti: Laicita'

16 dicembre 2008 Insensibilità etica Le ragioni di Possenti lette e criticate da Baget Bozzo, Ippolito, Pessina, D'Agostino e Antonio Livi E? davvero finito l?eccezionalismo italiano sui temi bioetici? Davvero si è aperta una fase nuova nel modo di affrontare e governare quei temi da parte della chiesa cattolica? Una fase più timida e cacofonica, rispetto alla stagione che portò alla vittoriosa difesa della legge 40 e poi al Family day? E? soprattutto l?apertura del fronte sulla legge di fine vita, che fa contare molte dissonanze dove prima c?era (apparente?) uniformità, e anche l?intervento del filosofo Vittorio Possenti, sul Foglio di domenica, rientra in questo cambio di stagione. La storica Lucetta Scaraffia, dalle colonne dell?Osservatore romano, a metà novembre, aveva scritto che, sul caso Englaro, aveva l?impressione che “la voce del pensiero cattolico” fosse stata “poco ascoltata, come se le ragioni che portava a favore della vita di Eluana non fossero abbastanza convincenti”. Al Foglio, ribadisce che “non è stato calato abbastanza nel caso specifico e negli interrogativi specifici che quella vicenda pone, il principio della difesa della vita alla quale, giustamente, la chiesa non rinuncia”. Ma Scaraffia vede le diversità in casa cattolica sui temi bioetici “come un fatto molto positivo. Significa che i cattolici pensano e discutono, che non accettano soluzioni dogmaticamente calate dall?alto. Detto questo, sono d?accordo con Possenti quando mette in guardia dallo strapotere della scienza e quando insiste sulla possibilità di rifiutare le cure. Non lo seguo, invece, quando parla della disponibilità della propria vita . E? un?idea socialmente pericolosa, impossibile per un cattolico ma minacciosa anche per i laici. Ma una legge sul fine vita è diventata necessaria dopo le sentenze sul caso Englaro, che hanno costruito un monstrum giuriudico”. Il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, già portavoce del Family day e autrice con Assuntina Morresi di un pamphlet contro la Ru486 (&ldquo;La favola dell?aborto facile”), non vede, ora, divisioni tra cattolici più marcate di quelle che “per esempio, già abbiamo sperimentato all?epoca della battaglia sulla legge 40. I cattolici di sinistra sono andati a votare contro quella legge. Oggi è cambiato il dibattito, ma il dibattito, nel mondo cattolico, c?è sempre stato. E non vedo cedimenti nei confronti della postmodernità, solo un dibattito su come fronteggiarla”. Roccella ricorda che “della necessità di una legge sul fine vita parlavano Francesco D?Agostino e monsignor Sgreccia nel 2005. La stessa legge 40 è una legge di compromesso, non cattolica”. E a chi vede nel prossimo arrivo della Ru486 una delle prove di un fronte allo sbando, Roccella replica che “la prima fase dell?iter di adozione, vale a dire la valutazione-scientifica, si è conclusa all?epoca del governo Prodi: è impossibile ritornare indietro. Ma interverrò su quello che resta: le modalità di somministrazione e la compatibilità con la 194. E non rinuncio né a dire che la Ru486 ha enormi lati oscuri dal punto di vista scientifico, né che l?aborto privatizzato non mi piace”. Forse siamo all?insensibilità etica. Finita l?epoca in cui gli italiani boicottarono il referendum sulla fecondazione assistita, approvando la scelta del Parlamento, la “svolta radicale” di Vittorio Possenti, il filosofo membro del Comitato nazionale di bioetica che distingue in fatto di indisponibilità della vita, lascia molti perplessi. “Mi meraviglia che un cattolico come lui sostenga che l?indisponibilità della vita valga solo per i credenti” dice don Gianni Baget Bozzo. “Evidentemente ha abbandonato la logica tomista”. E pure Benedetto Ippolito, studioso della scolastica, è perplesso: “Possenti riconosce i presupposti comuni all?orizzonte cattolica, ma davanti alla paura del dolore o all?incedere della morte pare dire non valgono più. Prevale l?autodeterminazione personale”. Meno severo l?ex presidente del Comitato nazionale di bioetica, Francesco D?Agostino, che distingue tra teoria e bioetica, mentre il teologo Antonio Livi biasima “la scarsità di convinzione dei politici cattolici che rinunciano al diritto naturale” e Adriano Pessina, che insegna Filosofia morale e dirige il Centro di Ateneo di Bioetica alla Cattolica di Milano conclude: “Niente di rivoluzionario nelle affermazioni di Vittorio Possenti: è il solito modello di mediazione politica, che trascura le questioni etiche fondamentali”. “Possenti mette insieme questioni eterogenee e ci fa la solita lezioncina retorica sulla tecnica”, continua severo Pessina, che non è nuovo alle riserve verso l?ingegnere studioso di Maritain, promosso filosofo da Adriano Bausola. “Come al solito dimostra di essere approssimativo sulle questioni bioetiche (con le solite frasi insensate sulla morte artificiale, che sembra l?eco della morte sociale). Altre tesi sono assolutamente condivisibili come il rifiuto dell?accanimento terapeutico e la centralità del paziente. Sull?indisponibilità, però, c?è un equivoco di fondo; la vita non è un attributo dell?uomo, è un modo di essere: un conto è dire che una persona possa decidere di se stessa, un altro stabilire quando questa decisione è moralmente legittima”. Il decano della facoltà di Filosofia alla Lateranense, don Antonio Livi, distingue tra il magistero ecclesiastico, “che fornisce un criterio morale, ispirato al 90 per cento al diritto naturale, senza distinzioni tra chi crede in Cristo e chi non crede”, e la funzione polica della chiesa, “soggetta alla politica, dunque all?arte del possibile, e quindi ispirata a un giudizio prudenziale, non garantito dall?infallibilità che riguarda il ministero”. Ma sulla “svolta radicale” don Livi è severo: “Possenti distingue ciò che la legge dovrebbe fare per quanto riguarda la coscienza dei cattolici e per quanto riguarda la coscienza degli altri. La legge però non riguarda la coscienza, ma ciò che lo stato può o non può autorizzare. E lo stato non può emanare una legge che vada contro il diritto naturale, che ne vìoli i principi, e non tuteli il bene comune. Quella di Possenti, dunque, è una distinzione assurda. Non si può dire la vita è indisponibile per i credenti, ma non lo è per gli atei: è come ragionare in nome di una confessione religiosa, e ledere la dignità della persona, tant?è vero che un islamico qui in Italia non può ammazzare la figlia perché si mette la minigonna. I cristiani distinguono tra politica e religione: il Vangelo non abroga la legge naturale, ma l?illumina; e in politica vale solo ciò che la ragione umana capisce come una soluzione giusta”. Pure Aristotele e Plotino per l?indisponibilità Anche Baget Bozzo è sensibile su questo punto: “Il cristiano è legato a un?etica, non a una legge. La fede cristiana ritiene di praticare la legge morale come morale universale; pensa che sia eguale per tutti gli uomini, non pensa che la fede abbia un obbligo particolare circa la vita e la morte. Non ha un rapporto diverso con la morte”. E anche l?altro argomento di Possenti, che critica il principio dell?indisponibilità della vita citando la condanna a morte comminata ai criminali o il potere dello stato di mandare a morire i cittadini in guerra, non lo convince: “Si tratta di una fattispecie ben diversa rispetto alla tutela di una vita innocente, o al rischio di morire per difendere il bene comune. Nei due casi c?è un fatto che determina la possibilità: la colpa grave, la difesa della patria, della società, della famiglia. Nel caso di Possenti, invece non ci sarebbe alcun fatto, ma una semplice possibilità”. Pure Francesco D?Agostino, che è un giurista, respinge la distinzione tra atei e credenti, citando l?avversione al suicidio che accomuna il precristiano Aristotele e l?anticristiano Plotino. “La vita è considerata un dono di Dio e disprezzarla equivale a disprezzare Dio: le religioni che proclamano l?indisponibilità della vita vedono in esso una manifestazione della volontà creatrice di Dio che va rispettata”. Eppure atei e agnostici oggi pensano in termine di autodeterminazione del soggetto. Difficile contare sulla volontà di Dio e la creazione. “Certo, risponde D?Agostino, e per questo il problema urgente non è la metafisica, ma la bioetica, la gestione pubblica della fine della vita che non va appiattita col dilemma filosofico della libertà del suicidio. Rendere disponibile la vita apre lacerazioni insanabili, come la soppressione di bambini malformati e l?eutanasia geriatrica. L?enorme complessità delle terapie giustifica solo la possibilità che il paziente le rifiuti in modo consapevole con dichiarazioni anticipate, lasciando al medico la facoltà di valutare se applicarle o no”. Leggi "La ritirata non strategica sulla vita finirà male. Molto male" di Giuliano Ferrara di Marina Valensise

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C'è un ministro, qualcosa si può fare (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

17 dicembre 2008 C'è un ministro, qualcosa si può fare Sacconi impugna l'eutanasia ospedaliera, la Lombardia resiste alla Ru486 Qualcosa dunque si può fare contro l?imbarbarimento manipolatorio e il disprezzo della vita umana. La mobilitazione dell?opinione serve. Non è detto che si debba inseguire la cultura mortifera delle norme eutanasiche dette “testamento biologico”. Un ministro coraggioso lo si è finalmente trovato. Avevamo avvertito che la vita umana, in entrata e in uscita, è sottoposta a tensioni manipolatorie fortissime. Ci risiamo infatti, a un anno dalla proposta di moratoria per l?aborto. E? in atto da ieri il tentativo di linciaggio del ministro Maurizio Sacconi, un politico responsabile ed esperto, di cultura socialista e radici laiche, che ha avuto il coraggio di stabilire con un atto esecutivo che in nessuna struttura ospedaliera italiana, pubblica o privata, è autorizzata la eliminazione per fame e sete di persone in stato vegetativo persistente, e questo tanto in nome di orientamenti del Comitato nazionale di bioetica quanto, e ancora di più, in ragione della Convenzione internazionale in difesa dei disabili. Il potere esecutivo deve tutelare la vita minacciata e dichiarare illegale ogni pratica eutanasica. Non basta la sentenza ad personam di una Corte civile d?appello per togliere la vita a un disabile. Hanno il coraggio di dichiarare crudele questo atto di governo emanato in nome della legge e della pietà pubblica gli stessi che applaudono all?introduzione in Italia della pillola Ru486 per l?aborto domestico. La pillola Ru486 è, quella sì, veramente un abominio. E le conseguenze della sua introduzione anche in Italia saranno abominevoli. Non si trovano altre parole, ed è ragione di soddisfazione civile che la mobilitazione della Regione Lombardia e di altri operatori interni al processo abbia intanto rinviato la dichiarazione di resa che sembrava l?unica strada percorribile per il governo Berlusconi. Sapete bene di che si tratta. Emile-Etienne Beaulieu, un elegante medico e ricercatore francese che ha anche promesso alle donne di commercializzare un mirabile ormone della giovinezza, quasi trent?anni fa ha messo a punto una pillola di mifepristone (tecnicamente uno steroide sintetico). Questo ormone agisce come un veleno, uccide il nucleo di bambino concepito nel seno di una donna e poi, con l?aiuto di prostaglandine, ne provoca l?espulsione emorragica. La pillola Ru486 è un metodo abortivo doloroso, contrario alla legge 194/1978 che prescrive la possibilità di abortire solo in strutture sanitarie pubbliche, e ha un impatto culturale e simbolico, psichico e fisico, devastante. E? lo strumento che assolve ulteriormente il maschio da ogni imbarazzante coinvolgimento, deresponsabilizza il sistema medico e svuota di senso il filtro sociale che la legge prescrive prima della decisione abortiva (per scongiurarla), e riduce di nuovo la donna ad espellere il frutto del concepimento tra le pareti domestiche, in solitudine, in una sostanziale clandestinità. Il fatto che faccia risparmiare soldi allo stato e arricchisca chi la produce e la commercializza sarebbe una buona notizia, se non fosse contraddetto dalla funesta serie di cattive notizie che quella pillola porta con sé.

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l'ultima battaglia di sarkò "lavorate anche la domenica" - francesco merlo (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 1 - Prima Pagina La storia Scontro in Francia, all´Eliseo si oppongono vescovi e socialisti L´ultima battaglia di Sarkò "Lavorate anche la domenica" FRANCESCO MERLO La falce e l´aspersorio contro il presidente laico. La nomenklatura del sempre più vecchio partito socialista francese si è alleata con le gerarchie cattoliche e protestanti e ha dichiarato guerra a Nicolas Sarkozy che vuole liberare la domenica, ridare una vita alle città spettrali del fine settimana, permettere anche ai commercianti francesi di lavorare di più e, come aveva promesso in campagna elettorale, di guadagnare di più. SEGUE A PAGINA 31

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leggi razziali, fini denuncia il silenzio della chiesa - miriam mafai (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 1 - Prima Pagina La polemica Leggi razziali, Fini denuncia il silenzio della Chiesa MIRIAM MAFAI "Padre Santo! Come figlia del popolo ebraico, che per grazia di Dio è da 11 anni figlia della Chiesa Cattolica, ardisco esprimere al Padre della cristianità ciò che preoccupa milioni di tedeschi...". SEGUE A PAGINA 30

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l'ultima battaglia di sarkò - (segue dalla prima pagina) (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 35 - Commenti L´ULTIMA BATTAGLIA DI SARKò (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Il presidente ha dunque ordinato alla Camera dei deputati di iniziare oggi la discussione di un progetto di legge sull´apertura dei negozi di domenica che in sostanza è molto simile a quello in vigore nella cattolicissima Italia. Ma, come capita spesso, e in Francia più che altrove, il pretesto della legge ha liberato e scatenato dilemmi filosofici impensabili, roba da far impallidire il bizantinismo italiano. E tuttavia qui non si tratta di chiacchiera organizzata, alla Bruno Vespa. Qui davvero si moltiplicano gli appassionati blog di resistenza al consumismo e, dall´altro lato, gli appelli alla laboriosità ma anche all´arrichez-vous. E già ci sono in libreria una ventina di instant book perché in Francia c´è ancora il libro davanti e dietro ad ogni polemica. Insomma tutti corrono al dibattito e le tifoserie si accendono. Se infatti la struttura psico-caratteriale degli italiani è quella di un popolo che canta e che celebra i festival della canzone e l´eroismo dei cantanti, quella dei francesi è invece una smania collettiva da filosofi, tutti Voltaire e Montesquieu, tutti pronti al pensiero spettinato e alla conversazione peripatetica. Tutti discussants. Sembrano loro i veri intellettuali della Magna Grecia. C´è dunque una grande e apparentemente spropositata attesa per la sessione parlamentare di oggi. La domenica con i negozi aperti è insomma diventata sui giornali e nelle prediche, per radio e nei bar, una faccenda essenziale come una questione settecentesca o una disputa medievale, come quelle tra Erasmo e Calvino, come quelle tra Marx e Bakunin. E cominciamo dall´arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois, cardinale e abilissimo presidente dei vescovi di Francia, che non ha la faccia grifagna e il naso a cacciavite che qualche volta hanno certi biliosi esponenti dell´attuale clero romano, ma si è presentato in televisione, tollerante e colto come sono per esempio i preti della provincia italiana, e ha fatto appello non ai credenti, non ai soldati di Dio che difendono già la santificazione del giorno della Messa, ma proprio alla sinistra e alle persone che ? ha detto ? hanno dei valori: «Il presidente Sarkozy ha lanciato lo slogan "travailler plus pour gagner plus", ma io vi chiedo: gagner plus deve davvero diventare lo scopo principale dell´esistenza?». Il cardinale non ha probabilmente conquistato tutti i francesi cattolici e laici, ma ha invece affascinato e convinto i vertici socialisti, guidati da quella Martine Aubry che è anche sindaco di Lilla, una delle quattro città con Parigi, Marsiglia e Lione che Sarkozy fortissimamente vuole «belle e felici anche la domenica». Dunque vescovi e dirigenti socialisti, con una parte dei verdi e degli ambientalisti e con qualche letterato engagé, da circa un mese non perdono occasione per scagliarsi, anche loro in forma dottrinaria e speculativa, contro l´idea dell´arricchimento. E sia l´associazione delle famiglie cattoliche con le sue trecento sezioni sia le parrocchie delle grandi città predicano l´austerità, «l´austerità solitaria dell´orchidea» dice un bizzarro slogan di un sito dall´aria no global mentre il settimanale cattolico "La vie" ha invitato ciascun lettore a mandare una lettera al deputato del proprio territorio per impegnarlo nella difesa del giorno del Signore. E dunque immaginano la domenica di Sarkozy come il giorno delle cattive azioni, commesse, per gli uni, contro Dio e, per gli altri, contro i diritti dei lavoratori. Insieme pensano infatti che vendere e consumare siano atti delittuosi e riprovevoli. E Sarkozy ha dovuto persino affrontare e domare una fronda interna al suo partito facendo qualche concessione al gradualismo. Ma la sostanza della proposta di legge non cambia anche se la discussione con i frondisti della sua maggioranza è stata aspra. Il presidente, che li ha incontrati domenica (sarà un caso?) ha detto loro che non si aspettava di trovare anche in casa propria tanti piccoli teorici del pensiero negativo e della scuola di Francoforte, e ha poi ricordato ai cristiani che anch´egli è credente ma che, per lui, «la miglior forma di celebrare Dio è lavorare». Lo avevano scoperto i monaci che dicevano "ora et labora", e lo capirono i cristiani quando, contrapponendosi alla civiltà classica, cominciarono a sostituire all´otium come valore, la sua negazione, il negotium (ma "apertum" e non "clausum"). Per la verità anche tra i cristiani c´è chi crede che Dio abbia nella domenica il suo giorno speciale e chi invece pensa che siano giorni del Dominus tutti i giorni e tutte le notti, vale a dire l´eternità. Allo stesso modo c´è un´antica sinistra che pensa che lavorare sia una dannazione, la reificazione di Marx, una terribile disgrazia. Ma una sinistra più moderna (e più laica) crede invece che la sola disgrazia sia la disoccupazione e che il lavoro sia una fortuna da difendere e da incrementare; che l´uomo sia la sua capacità di lavoro e che lavorare significhi mettersi al servizio degli altri. E tutti, anche i cristiani più accesi, sanno che si lavora anche per rendere gradevole il dono della vita, e dunque per conquistare agi, per guadagnare e per consumare, che significa accedere alla bellezza, ai quadri, alla cura di sé e del proprio abito? E le città ? ha fatto notare Sarkozy ai deputati dell´Ump ? sarebbero migliori «se non fossero collassate nei primi cinque giorni della settimana, e negli ultimi due abitate dai fantasmi e dai matti». Si trasferisce dunque oggi nel Parlamento di Francia uno straordinario dibattito non sul giorno del Signore ma sull´arricchimento e sembra di rivedere, in dolce parodia, lo scontro tra Bucharin che invitava i contadini sovietici ad arricchirsi e Stalin che fece uccidere lui tutti gli arricchiti. Ecco: con metodi molto meno spicci, Sarkozy, che vuole aprire i negozi la domenica, è trattato come il capo dei kulaki francesi.

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accendi il cellulare, sei in linea con le due torri - francesca parisini (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XII - Bologna Accendi il cellulare, sei in linea con le Due Torri "Bologna la selva turrita" è un´idea promossa dalla Fondazione del Monte Chiunque passi in piazza Ravegnana attivando il bluetooth può sentirne la storia FRANCESCA PARISINI antiche di nove secoli eppure così tecnologiche. Le Due Torri da oggi si raccontano via bluetooth a chiunque passi nella loro ombra: basta avere un telefonino cellulare, accendere la funzione di comunicazione tramite blootooth, accettare la richiesta che arriverà sul vostro apparecchio se passeggiate nei dintorni di piazza Ravegnana ed accedere così a una serie di informazioni sul restauro delle due torri più famose della città. Il progetto, che prende il nome di «Bologna la selva turrita» ed è stato ideato dal laboratorio «Articolture», è stato presentato ieri in Comune dal sindaco Cofferati e da Marco Cammelli, presidente della Fondazione del Monte che, grazie a un finanziamento di 1,8 milioni di euro, ha permesso il lavoro di monitoraggio e restauro della Garisenda e della Asinelli. Al momento i contenuti si limitano al logo dell´iniziativa, ma - assicurano gli organizzatori - con il passare delle settimane non mancheranno di arricchirsi. Le attitudini tecnologiche dei due simboli della città («A proposito - si chiede il sindaco - ma qual è il loro fronte principale, da via Rizzoli o da San Vitale?») non finiscono qui. Collegandosi al sito www.bolognalaselvaturrita.it è possibile scaricare un file mp3 da caricare sul proprio lettore portatile o sul telefonino. Il podcast è costituito da una «visita guidata» alle Due Torri, raccontate dalla voce di Luigi Lepri, scrittore e studioso del dialetto bolognese, il cui sguardo si allarga man mano all´orizzonte delle altre torri superstiti tra le tante che scandivano in passato lo skyline cittadino. è prevista anche una traduzione in inglese, magari con un accento vagamente petroniano. E se la parola scritta continua a mantenere il suo fascino nonostante le insidie della tecnologia, il terzo intervento del progetto «Bologna la selva turrita» è stato affidato a Stefano Bartezzaghi, enigmista, scrittore ludolinguista che sui pannelli di legno che attualmente ricoprono il cantiere delle Due Torri ha tracciato un fraseggio che dalla parola «torre» giunge al suo plurale «torri» passando attraverso un intreccio di giochi linguistici ed assonanze. Si va da «torrefazione», ovvero «organizzazione settaria raccolta attorno a una torre comunale; equivalente laico di campanilismo» a «torrido», cioè «l´abisso che si scorge dalla sommità di una torre», oppure «torrione», leggasi «quartiere all´ombra delle torri». Intanto sulla Garisenda e sull´Asinelli si sta lavorando per fissare un sistema di monitoraggio esaustivo (l´ultimo rilevamento a piombo della loro pendenza è del 1912) e per il restauro e consolidamento dell´Asinelli che verrà terminato entro la fine del 2009. «Nell´immaginario collettivo le torri sono il simbolo della città, oltre che un monumento bellissimo», ha detto il sindaco Cofferati. A parte il cantiere ai loro piedi, i due edifici non saranno mai impacchettati per tutta la durata dei lavori. Da gennaio a febbraio si potrà infatti ammirare un gruppo di scalatori al lavoro sulle loro pareti; oltre ad essere alpinisti professionisti, sono infatti specializzati nel piazzare le catene d´acciaio (resistenti alle variazioni termiche) che aiuteranno le torri a non subire ulteriori torsioni ed inclinazioni.

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Noi braccianti senza terra orfani del compagno Lula (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)

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BRASILE Il più grande movimento sociale brasiliano non si riconosce più nel primo presidente di sinistra e nel Pt, suo partito di riferimento. Ma non parla di «tradimento»: rapporti «tesi però fraterni» «Noi braccianti senza terra orfani del compagno Lula» Intervista a Neuri Rossetto, della segreteria nazionale dell'Mst. Che reclama per gli impegni non mantenuti sulla riforma agraria Maurizio Matteuzzi Lula, il primo presidente di sinistra nella storia del Brasile? Non ha tenuto fede agli impegni sulla riforma agraria e neanche sulla protezione ambientale dell'Amazzonia, non è più «il nostro presidente», con lui i rapporti dei Senza terra sono «tesi però fraterni». Dilma Rousseff, la super-ministra che Lula ha incoronato come la sua candidata a succedergli nel 2010? Con l'ex-guerrigliera sarà/sarebbe «anche peggio» perché ormai «è l'equivalente di José Serra», il governatore di San Paolo (formalmente social-democratico, sostanzialmente di destra) che nel 2003 contese la presidenza a Lula e la contenderà a Dilma fra un paio d'anni. Il Partido dos trabalhadores, il partito della sinistra non-dogmatica nato dal movimento cattolico-progressista e dal movimento sindacale nell'80? Noi, comed Movimento dei Senza terra «siamo orfani di uno strumento politico». La chiesa cattolica brasiliana un tempo famosa per il suo progressismo politico, sociale e anche teologico? Non c'è più, i vecchi pastori sono morti o andati in pensione e i nuovi non sono più la stessa cosa, la politica conservatrice di Wojtyla e Ratzinger «ha avuto successo». I «bio-combustibili» - l'etanolo - che i Sem terra chiamano più propriamente «agro-combustibili» e altri più crudamente «necro-combustibili»? E' una questione di modello, ossia di visione della vita, ancor prima che di benzina (ancorché «verde») contro alimenti: «il modello dell'agro-business contrapposto al modello agro-familiare». I giudizi di Neuri Rossetto, uno dei leader dell'Mst, il Movimento dos trabalhadores rurais sem terra, il più grande, organizzato, radicale e cosciente dei movimenti sociali dell'America latina, sono netti e senza concessioni al politically correct (politichese), ma altrettanto articolati. E' vero che le speranze poste in Lula da Silva dai milioni e milioni di braccianti senza terra molti dei quali in quell'indimenticabile primo gennaio del 2003 erano fra le centinaia di migliaia di popolo che si riversarono sulla Esplanada dos ministerios di Brasilia per presenziare - e partecipare - all'insediamento nel palazzo di Planalto dell'ex-migrante nordestino-ex-metalmeccanico-ex-sindacalista, sono andate in buona (o grande) misura deluse. Nonostante che Lula sia sia dimostrato complessivamente un eccellente (o un grande) presidente. Contro gufi e corvi delle élite vecchie e nuove che preconizzavano l'inevitabile fallimento del «brutto rospo barbuto» chiamato a un compito troppo impegnativo per uno senza uno straccio di laurea, senza un dito lasciato sotto la pressa di una fabbrica paulista (ciò che nei party e nei summit non fa una buona impressione) e senza una parola d'inglese nel suo bagaglio culturale. Però. Però, detto quello che c'è da dire, Rossetto e i suoi compagni, nonostante le delusioni sanno benissimo che Lula è diverso da tutti gli altri 34 presidenti della repubblica federativa do Brasil venuti prima di lui dal 1889. Diverso e migliore. In sostanziale continuità con la politica economica monetarista-liberista di prima ma con un afflato sociale nuovo. Basta pensare al programma «borsa-famiglia» per i settori più poveri ed emarginati della popolazione che in Brasile sono decine di milioni. Come il più noto fra i leader dell'Mst, João Pedro Stédile, Neuri Rossetto, in Italia per partecipare a una serie di incontri in vista dei 25 anni dell'Mst (celebrati nel gennaio 2009 nel Rio Grande do Sul alla vigilia del Foro social mondiale di Belem, nello stato amazzonico del Pará), racchiude nella sua traiettoria personale e politica la storia del Movimento dei Senza terra per la riforma agraria, per un modello di sviluppo alternativo, per «un altro mondo possibile». Quarantasette anni, nato nel Santa Catarina, lo stato meridionale del Brasile confinante con il Rio Grande del Sud dove nel 1984 tutto cominciò, una famiglia partita tre o quattro generazioni fa dal Veneto per andare a tentare la sorte nel meridione brasiliano, contadini in origine poi divenuti piccoli commercianti nella città di Quilombo, Neuri ha potuto studiare grazie alla chiesa cattolica. Andò a scuola nel seminario di Chapecó. Erano gli ultimi anni della lunghissima dittatura militare e la diocesi della città catarinense era in prima linea nelle lotte per i diritti dei camponeses e degli indios. Lui non si fece prete - «per poco», racconta - e dal seminario passò all'occupazione delle terre a fianco dei preti d'assalto, dei contadini e degli indigeni. Era il maggio 1985 e l'Mst era nato solo un anno prima nell'alveo del movimento pastorale della Cnbb, la Conferenza episcopale brasiliana. Quella fu la sua vera università, anche se prima nel Santa Catarina poi a San Paolo, dove si trasferì nell'87 dopo essere entrato nella segreteria nazionale, frequentò corsi di pedagogia e scienze sociali alla Puc, la Pontifícia Universidade Católica della capitale paulista. L'Mst si appresta a celebrare i suoi primi 25 anni di attività. Tempo di bilanci. Quali? Per dirla sinteticamente e per punti: 1) abbiamo insediato sulla terra 350 mila famiglie, ossia quasi due milioni di braccianti senza terra se si calcola una famiglia composta in media da 5 persone; 2) siamo riusciti a inserire la riforma agraria nell'agenda politica nazionale e, soprattutto, fra i debiti pendenti a livello sociale; abbiamo proposto un modello alternativo a quello dell'agro-business neo-liberista, centrandolo su alcuni nodi precisi: quello dell'alimentazione per tutti in un paese in cui c'erano e ci sono fame e denutrizione di massa, quello di uno sviluppo rispettoso della preservazione della natura e quello di una struttura economica fondata anziché sull'esportazione, sull'agricoltura familiare e sulla piccola agro-industria; 4) avere impostato il problema della riforma agraria non tanto come un progetto a sé stante ma come un progetto di sviluppo sociale complessivo, l'unico capace di fermare l'esodo dalle campagne verso le favelas delle città; 5) aver lavorato e puntato molto sulla crescita politica, culturale e umana delle masse contadine, E qual è il bilancio dei rapporti fra il presidente Lula e il Movimento dei Senza terra? I rapporti fra l'Mst e il presidente Lula sono tesi ma fraterni. Noi non siamo contenti della politica economica portata avanti da Lula, e neanche della sua linea sulla riforma agraria. Ma non siamo fra quelli, come molti settori dell'estrema sinistra dentro e fuori il Pt, che accusano Lula di essere un traditore o un nemico di classe. Lula ci ha deluso: lui pensa che l'agro-business sia una strada praticabile e buona per lo sviluppo economico del paese, ha liberalizzato l'uso degli ogm nelle colture di soja, non ha ridotto l'allarmante ritmo di disboscamento dell'Amazzonia. Anzi: in Congresso c'è un progetto di legge che amplia le aree disboscabili... Rispetto alla riforma agraria è innegabile che Lula qualcosa abbia fatto, come rivendica, ma si è trattato più di un appoggio a quanto era già stato fatto prima e non invece di nuovi insediamenti di contadini senza terra. Secondo le stesse cifre ufficiali, fra il 2003 e il 2007 sono state insediate 450 mila famiglie di cui però 307 mila riguardano l'Amazzonia. Ciò significa in sostanza una regolarizzazione fondiaria e una colonizzazione agricola, non una riforma agraria. La riforma agraria, per noi, vuol dire muoversi contro il latifondo improduttivo. E Lula non vuole scontrarsi con il latifondo. Nel caso nel 2010 a Lula succedesse Dilma Rousseff, le cose migliorerebbero nei rapporti fra Mst e il secondo presidente di sinistra? Dilma sarebbe anche peggio di Lula. Nonostante il suo passato nella guerriglia contro la dittatura militare non ha la connotazione popolare di Lula, che è sincera. Dilma rappresenta l'ala tecnocratica, è l'equivalente di José Serra, che con ogni probabilità sarà il candidato presidenziale del Pdsb, i tucanos come si chiamano in Brasile i social-democratici, che sono però la vera destra. L'Mst ha sempre avuto rapporti simbiotici con la chiesa cattolica, che l'ha tenuto a battesimo nell'84 e sotto la sua ala protettrice in questi 25 anni. Ma esponenti della Teologia della liberazione come dom Evaristo Arns, arcivescovo di San Paolo, o dom Helder Camara, arcivescovo di Recife, sono stati mandati in pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa cattolica brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati. Nella Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la terra, dom Pedro Casaldiga, il vescovo emerito di São Félix de Araguaia, nel Mato Grosso... Purtroppo si deve dire che l'opera di papi come Wojtyla e Ratzinger ha avuto successo. Con i media l'Mst ha sempre avuto un rapporto conflittuale. I principali giornali e network radio-televisivi non parlano mai della sua funzione di coscientizzazione e democratizzazione di masse popolari sempre emarginate e abbandonate a se stesse, ma hanno cercato in tutti i modi di criminalizzare il Movimento presentandolo come violento ed eversivo. E' ancora così? E' sempre peggio. I grandi media hanno preso il posto dei partiti, che anche in Brasile sono in profonda crisi, a cominciare dal Pt. Sono i giornali e le tv a dare la linea contro i movimenti sociali come il nostro e contro la riforma agraria. Gli agro-combustibili: un altro punto di dissenso forte fra l'Mst e Lula. Che dice che le colture della canna da zucchero da cui si ricava l'etanolo e il bio-fuel non costituiscono più dell'1% delle terre coltivabili del Brasile e quindi non c'è alcuna contraddizione fra le terre usate per la produzione alimentare e le terre usate per i prodotti d'esportazione o per l'etanolo... Sono due modelli antitetici a confronto. Il modello dell'agro-business da esportazione dominato dalle transnazionali contro il modello agro-familiare e per la sovranità alimentare. Incompatibili. Adesso ci dicono che non ci sono più terre improduttive per cui, non volendo toccare il latifondo che è il vero nodo, non si può più fare la riforma agraria. Ma poi dicono anche che, di fronte ai 7 milioni di ettari coltivati a canna da zucchero di adesso, ci sono 90 milioni di ettari buoni per la canna e senza contare l'Amazzonia. Allora questa terra c'è o non c'è? E a cosa deve servire? Il Movimento dei Senza terra ha avuto fin dal principio il Pt come suo referente politico privilegiato, anche se non l'unico. E' ancora così dopo sei anni di un presidente della repubblica «petista» e altrettanti o più di sindaci e governatori statali del Pt? Non solo Lula, neanche il Pt è più il ricettore-canalizzatore delle energie dirette verso la riforma agraria. Noi Senza terra siamo ormai orfani di uno strumento politico.

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La pace ai tempi di Ratzinger (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

La pace ai tempi di Ratzinger Nicola Fiorita * Da qualche anno, da quando la guerra è tornata a occupare violentemente il centro della storia, i messaggi pontifici per la giornata mondiale della pace vengono accolti con enorme interesse da parte dell'opinione pubblica. Dopo la «Pacem in terris» Anche in questa ultima circostanza la grande stampa non ha mancato di cimentarsi con le parole di Benedetto Sedicesimo, riproponendo però una lettura isolata dei singoli messaggi che non permette di cogliere completamente la portata dell'opera del Pontefice, il cui pensiero non brilla forse per originalità ma si impone grazie alla sua insistita ripetitività e a un'indubbia capacità di sistematizzazione. E infatti, da quando è iniziato il regno di Papa Ratzinger, questi messaggi sono divenuti l'occasione propizia per prendere le distanze dal pacifismo radicale e per ricomporre le ambiguità che avevano segnato gli ultimi anni del pontificato di Karol Wojtyla. Se per molti secoli la Chiesa cattolica, lungi dall'esprimere un rifiuto assoluto dell'uso delle armi, aveva utilizzato la dottrina della «guerra giusta» per selezionare gli eventi bellici leciti, legittimi, doverosi, quando non addirittura santi, da quelli al contrario e genericamente non ammissibili, la pubblicazione della Pacem in terris aveva prodotto una frattura netta con la tradizione, facendo presagire un processo irreversibile del pensiero cattolico in favore della pace. Questi due valori contrapposti e inconciliabili - accettazione a determinate condizioni della guerra e rifiuto assoluto della stessa - hanno coesistito, con le immaginabili conseguenze, lungo tutto l'arco dei pontificati di Paolo Sesto e Giovanni Paolo Secondo, disseminando a piene mani nel loro magistero contraddizioni e ambiguità. E' proprio questo scenario che spiega come la Chiesa cattolica abbia potuto esprimere una condanna della guerra «senza se e senza ma» nel caso del primo conflitto iracheno e quasi contemporaneamente impegnarsi nella puntigliosa delimitazione dei requisiti necessari per considerare legittimo l'intervento umanitario nella ex Jugoslavia. Papa Ratzinger sembra deciso a sciogliere queste incertezze e a ricondurre a unità il pensiero della Chiesa, riesumando la nozione di guerra giusta e sbarazzandosi definitivamente dell'intralcio rappresentato dalla Pacem in terris. Il primo messaggio (quello del dicembre 2005) inviato da Benedetto Sedicesimo in occasione della giornata mondiale della Pace appare, in questo senso, particolarmente significativo. Papa Ratzinger richiama l'altissimo insegnamento di Paolo Sesto e Giovanni Paolo Secondo ma non quello di Giovanni Ventitreesimo, cita a piene mani la Gaudium et spes ma ignora la Pacem in terris, condanna la violenza inutile e le sofferenze evitabili ma non la guerra in sé. Una linea riduttiva, un tono prudente, che divengono ancora più marcati nel messaggio inviato da Benedetto Sedicesimo nel dicembre 2006, laddove il giudizio negativo nei confronti della guerra si accompagna alla disincantata presa d'atto della sua salda e persistente presenza nella storia dell'umanità, tanto che la preoccupazione del Pontefice tedesco è tutta rivolta verso l'osservanza del diritto internazionale umanitario (ovvero al rispetto di alcune regole di condotta durante lo svolgimento dei conflitti) e verso la riduzione dei danni prodotti dagli scontri bellici più che verso la condanna assoluta della guerra. Una prudenza che stride con il rinnovarsi, in quel medesimo testo, del rigido giudizio nei confronti dell'aborto e della procreazione, crimini assoluti che non conoscono eccezioni o comprensione. La famiglia e la pace Il messaggio del dicembre 2007 non fa che consolidare la linea di tendenza appena descritta. L'attenzione del Pontefice è principalmente rivolta alla famiglia «prima e insostituibile educatrice alla pace» e il dramma delle guerre in atto genera solo un invito a contenere le spese militari e a procedere «verso lo smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti». E allo stesso modo, il testo fatto circolare nei giorni scorsi si limita a indicazioni generiche quando si affronta il tema del disarmo e diventa più stringente solo quando si passa a analizzare i pericoli della globalizzazione e l'aumento delle disuguaglianze. Anche sotto questo profilo, però, la condivisibile preoccupazione per i disequilibri economici che caratterizzano la nostra epoca e il riconoscimento del nesso che lega la pace allo sviluppo economico non produce niente più che un generico invito alla fratellanza e un semplice richiamo alla correttezza rivolto a tutti gli attori del mercato. Quello che viene fuori dall'insieme dei messaggi fin qui rivolti da Benedetto Sedicesimo in occasione delle giornate della pace è un magistero complessivamente inadeguato rispetto alla tragicità dei tempi e all'evoluzione dello scenario geopolitico, un pensiero che legge nei conflitti armati motivi di grande preoccupazione per il futuro ma sollecita il mondo a unirsi nella difesa della famiglia o della solidarietà in salsa cattolica più che nella proscrizione della guerra. Nel messaggio del dicembre del 2006, Papa Ratzinger scriveva che «la pace ha bisogno che si stabilisca un chiaro confine tra ciò è disponibile e ciò che non lo è». Con l'intervento dell'8 dicembre si consolida l'amara impressione che tra ciò che rientra nella categoria del disponibile vi sia proprio, e paradossalmente, la stessa pace. * Università di Firenze

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Fini attacca il Vaticano sulle leggi razziali: un'infamia, ma non disse nulla (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

FASCISMO Dal presidente della Camera un giudizio durissimo sull'operato della Santa Sede. Che fa parlare storici e politici cattolici: «È un falso» Fini attacca il Vaticano sulle leggi razziali: un'infamia, ma non disse nulla C. L. ROMA «Le leggi razziali furono «un'infamia» del fascismo resa però possibile anche dal silenzio della società civile e della Chiesa. Non sono certo una novità le critiche di Gianfranco Fini al ventennio e alle leggi razziali, ma per la prima volta il presidente della Camera affronta un capitolo spinoso come le responsabilità avute e dal Vaticano nel rendersi spettatore passivo di quanto accadde in Italia a partire dal 1938. Parole che Fini pronuncia durante la cerimonia organizzata a Montecitorio in occasione del 70esimo anniversario delle leggi antiebraiche, ma che risultano particolarmente pesanti proprio perché pronunciate da chi oggi ricopre la terza carica dello Stato. E infatti la reazione della Chiesa non si fa attendere. Anziché intervenire direttamente, la Santa sede preferisce però affidare la sua difesa a storici e politici cattolici, che definiscono «falso» il giudizio espresso da Fini. Il quale, se da una parte incassa la solidarietà e l'apprezzamento di Veltroni, dell'Italia dei valori e della comunità ebraica di Roma, dall'altra non sembra farsi impressionare più di tanto dalla critiche. «Sono solo polemiche inutili», dice infatti il presidente della camera. «Se dovessi se dovessi riscrivere l'intervento che ho letto oggi a Montecitorio lo riscriverei così come l'ho pronunciato». Nessuna marcia indietro dunque. E del resto sembra difficile pensare che Fini non avesse messo in contro il rischio di suscitare la suscettibilità ecclesiastica richiamando le responsabilità del Vaticano. La frase incriminata fa parte di un discorso ben più ampio in cui il presidente della Camera definisce la promulgazione delle leggi razziali come «una pagina vergognosa» della storia italiana «uno dei periodi più bui nelle vicende del nostro popolo». Concetti che in passato Fini ha espresso più volte, a partire dal 1994 quando in un'intervista al giornale israeliano Yediot Ahronot, definì «un'atrocità» le leggi contro gli ebrei. La novità è proprio nel richiamare il silenzio avuto dalla Chiesa. «L'ideologia fascista non spiega da sola l'infamia delle leggi razziali», dice infatti il presidente della camera. «C'è da chiedersi perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa». La levata di scudi cattolica è immediata e, attraverso Radio Vaticana, coinvolge sia politici che storici. Padre Giovanni Sale, storico dell Civiltà cattolica, ricorda come nell'enciclica «Mit brennender Sorge» del 1937 Pio XI condannò «il nazionalismo esasperato e il culto della razza, nonché le aberrazioni del nazismo e le dottrine anticristiane da esso sostenute». Tesi condivisa anche da padre Francesco Malgeri, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, per il quale le reazioni del Vaticano «ci furono e furono immediate», anche con un denuncia dell'Osservatore romano e «una serie di prese di posizione che certamente non condividevano il provvedimento».

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da stendhal a belli e de sade i "passaggi segreti" dei papi - rodolfo di giammarco (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XIX - Roma Palazzo Braschi Da Stendhal a Belli e De Sade i "Passaggi segreti" dei papi L´evento rievoca la decadenza dello Stato pontificio e gli ardori civili per l´indipendenza RODOLFO DI GIAMMARCO A volte i palazzi sono come personaggi, le architetture diventano storie, i capolavori che campeggiano in antiche sale assurgono a ruolo di scenografie, i misteri di certi museali interni alludono a imponderabili linguaggi di uno spettacolo senza tempo, e la città fa sentire una regia segreta, e il pubblico è un drappello di visitatori, e all´evento-mostra concorrono testo, costumi, luci, musiche, e frammenti di memoria, e meccanismi itineranti. è così che s´alza il sipario sulla manifestazione "Passaggi segreti", è così che da stasera al Museo di Roma-Palazzo Braschi s´annuncia Una visita molto privata con fonti letterarie da Stendhal ("Cronache italiane - Vanina Vanini"), da Goethe ("Viaggio in Italia"), da Belli ("Sonetti", "Pasquinate"), da De Sade ("Histoire de Juliette") in un´impresa ideata e diretta da Roberto Marafante, rievocatrice di un periodo piuttosto turbolento della storia di Roma, con sguardo sul passaggio dallo strapotere dei papi agli slanci di indipendenza tradotti in moti carbonari. Ora, proprio un palazzo come Palazzo Braschi suggerirà l´impianto, il dedalo, la struttura-base per storie appassionate d´amore, per colpi di scena, per feste di famiglia. Finché un increscioso incidente interromperà in modo brusco i riti mondani. L´ingresso di una polizia in fermento e in continuo andirivieni testimonierà la decadenza di uno stato pontificio troppo occupato a curare interessi politici e molto poco incline a salvaguardare il benessere delle anime. Aleggeranno i venti libertari, lo spirito laico e rivoluzionario, e la funzione delle magnificenze del Rinascimento e del Barocco sarà quella di esaltare le frenesie sociali, le veemenze individuali, gli ardori civili. E il percorso nei siti nobili e vissuti del Palazzo farà il resto.

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caccia al podio atenei e ranking - laura bellomi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XVIII - Milano caccia al podio Atenei e ranking LAURA BELLOMI La controprova è che nelle classifiche tra Business school, l´ateneo di via Sarfatti occupa posizioni fra il 30esimo e il 48esimo posto mondiale per i master Nba: «Siamo premiati per serietà e rigorore: i nostri studenti hanno un´ottima preparazione accademica, innegabilmente supportata anche dai dati del placement», dice ancora Ortu. Oltre che dai parametri, secondo la Bocconi gli atenei milanesi sono penalizzati dal contesto nazionale: «Non è colpa nostra, per esempio, se il profilo di crescita salariale italiano rispetto a quello degli altri paesi è inadeguato», prosegue il prorettore Soru. «è chiaro che in una classifica dove Nobel e medaglie Fields per giovani matematici contano il 20 per cento è indispensabile avere alle spalle uno stato che supporti economicamente la ricerca», dice dalla Statale il preside di Scienze politiche Daniele Checchi. «Per ogni studente il Politecnico di Zurigo riceve finanziamenti dieci volte superiori ai nostri - gli fa eco Giovanni Azzone, prorettore al Politecnico - e se la legge ci permette di assumere nuovi professori, anche sotto l´aspetto del rapporto docenti-allievi siamo destinati ad andare sempre peggio». Per Alberto Banfi, docente del dipartimento di Scienze dell´economia e della gestione aziendale alla Cattolica, il problema è che i ranking premiano l´iper specializzazione oppure le grandi dimensioni. La cattolica invece sta in mezzo: «Quattordici facoltà che vanno dalla Papirologia alla Fisica sperimentale, ma allo stesso tempo numeri relativamente piccoli, pur essendo il più grande ateneo privato europeo». Per superare questo handicap, un´idea innovativa la Bocconi ce l´avrebbe: «Perché non raggruppare in una sola voce tre atenei come Bocconi, San Raffaele e Politecnico? In questo modo la Milano delle università settoriali competerebbe ad armi pari».

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La Moroni si smarca: la sentenza va applicata (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-12-17 num: - pag: 3 categoria: REDAZIONALE Nel Pdl La parlamentare: libertà di scelta su vita e morte La Moroni si smarca: la sentenza va applicata ROMA — Hanno scelto di stare, con convinzione, nel centrodestra. E, più precisamente, nel Pdl. Ma restano pur sempre laici e socialisti. E si dividono di fronte all'«atto di indirizzo » di Maurizio Sacconi, anche lui del resto di chiare origini socialiste. Ha fatto bene il ministro del Welfare a vietare lo stop all'alimentazione e all'idratazione in tutte le strutture del sistema sanitario nazionale? Oppure il provvedimento, che riguarda anche Eluana Englaro ed è in contrasto con la sentenza della Cassazione, non doveva essere presentato? Chiara Moroni non ha dubbi: «Di fronte ad una sentenza espressa dalla Corte più alta occorre creare le condizioni perché si realizzi. Nonostante l'atto del ministro. E comunque credo fermamente che finalmente anche nel nostro Paese debba essere valorizzata la libertà di scelta perché ognuno deve poter decidere come vivere e come morire. Ovviamente con alcuni criteri che devono essere fissati per legge». Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, condivide invece la decisione di Sacconi: «In assenza di un intervento legislativo sulla materia, di una codificazione di questo delicatissimo argomento, è meglio fissare delle barriere. E poi, provocare la sete e la fame in una persona, anche se non cosciente, può determinare un'ingiusta sofferenza. Lo dico non per ispirazione religiosa, ma per motivi umanitari». Margherita Boniver, oggi a capo del comitato di controllo Schengen, arriva a lodare il ministro: «Si tratta di un atto di indirizzo assolutamente ineccepibile. Perché, è vero che c'è stata una sentenza della Cassazione, ma non esiste un quadro legislativo che governi la materia. Di conseguenza un ministro della Repubblica non poteva che comportarsi in quel modo. Spero che a questo punto i partiti abbiano un motivo in più per non perdere ulteriore tempo e legiferare sulla materia il più presto possibile. Per quanto mi riguarda io sono contro l'eutanasia di Stato, da una parte, e la terapia forzata dall'altra. Ma occorre comunque ricordare che il caso Englaro è diverso da altri casi-simbolo come quello di Welby ». Deputata pdl Chiara Moroni contesta l'intervento del ministro R. Zuc.

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la chiesa cattolica (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 9 - Interni La chiesa cattolica Sull´infamia delle leggi razziali c´è da chiedersi perchè non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica.

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"silenzio della chiesa sulle leggi razziali" - marco politi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 9 - Interni "Silenzio della Chiesa sulle leggi razziali" Fini: "Non si oppose all´infamia". Insorge il mondo cattolico: non conosce la storia Lupi: "Fini si è adeguato ai luoghi comuni che si sono imposti in questi anni" Nucara: "Anche papa Wojtyla volle scusarsi. Fini ha detto parole giuste e coraggiose" MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - Gianfranco Fini evoca la vergogna delle legge razziali e smonta la favola degli italiani eternamente «brava gente». Poi si chiede anche perché la Chiesa non si sia mobilitata di più contro l´infame discriminazione. E scoppia, inevitabile, la buriana delle polemiche. A Montecitorio - presente Renzo Gattegna dell´Unione delle comunità ebraiche italiane - il presidente della Camera, nel settantesimo anniversario della legislazione antiebraica, non tiene un discorso di circostanza. Esorta a frugare negli angoli bui del passato per contrastare l´antisemitismo di oggi. «L´ideologia fascista non spiega da sola l´infamia delle leggi razziali», dichiara. Resta la domanda del perché la società italiana si sia adeguata nel suo insieme e «perchè, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza». E qui cade il j´accuse del presidente della Camera. Non ci fu particolare resistenza, soggiunge, «nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica». «Una verità storica, palmare, un giudizio storico condiviso anche dagli storici della Chiesa», dirà qualche ora dopo Walter Veltroni, rammentando che l´orrore delle leggi razziali «avrebbe meritato una rivolta, che in realtà non ci fu». Il leader Pd è netto: «Il mio pensiero coincide con ciò che ha detto Fini». Ma intanto non si è fatta attendere la levata di scudi dei parlamentari cattolici. Maurizio Lupi, ciellino Pdl, vicepresidente della Camera, accusa Fini di essersi «adeguato a luoghi comuni, che si sono imposti in questi anni». La Chiesa, ribadisce, «ha sempre con forza le leggi razziali, cercando di aiutare gli ebrei perseguitati anche a rischio della vita di numerosi sacerdoti, suore e laici». Si scatena Luca Volontè Udc: «Dare credito a un falso storico è una scelta ideologica e opportunistica». Mario Baccini, dei Cristiani popolari, incalza: se Fini volesse accusare la Chiesa di aver contribuito alla barbarie del razzismo, «mistificherebbe la storia». La Chiesa, sottolinea, ha sempre difeso gli innocenti. Categorico il teodem Enzo Carra, del Pd: «Gli storici, in maggioranza, non la pensano come Fini. Le responsabilità di singoli non possono coinvolgere i milioni di cattolici, che in Italia e anche in Germania, si opposero a quelle leggi». Milioni, in realtà, in quella vicenda non si mobilitarono. Né fra i credenti né fra i tiepidi. Il repubblicano Nucara ricorda che papa Wojtyla volle scusarsi con il popolo ebraico per l´antigiudaismo cristiano e perché troppo pochi si levarono contro l´antisemitismo: «Fini ha detto parole coraggiose e veritiere». Fabio Evangelisti, dell´ Idv, va più in là: «Fini non sbaglia quando dice che da parte di Pio XI, non ci fu nessun atto politico formale volto a condannare apertamente lo scempio delle leggi razziali». E questo, senza disconoscere ciò che la Chiesa fece per salvare tanti ebrei. Schiva il dibattito Pierferdinando Casini, leader dell´Udc: «Non polemizzo con i miei successori». Secco il commento di padre Sale, lo storico della rivista Civiltà Cattolica: «Fini è sconcertante, non conosce la storia della contrapposizione tra Pio XI e Mussolini». Ecumenica e prudente la presa di distanza del presidente del Senato Renato Schifani. Vi furono errori all´epoca, ma anche «luminose testimonianze» di solidarietà. In serata Fini ribadisce: «Ridirei ciò che ho detto, mi sono documentato sui testi della Chiesa nel 2000».

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"pio xi prese posizione contro l'antisemitismo" - paola coppola (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 9 - Interni La Chiesa e il regime Riccardi, docente universitario e fondatore della Comunità di Sant´Egidio "Pio XI prese posizione contro l´antisemitismo" "Durante il fascismo la Chiesa non era una forza di opposizione, ma una realtà che operava all´interno di un regime" PAOLA COPPOLA ROMA - «Quando si considera il ruolo della Chiesa durante il fascismo si deve tenere conto che non era una forza di opposizione ma una realtà che operava all´interno di un regime». Lo afferma Andrea Riccardi, ordinario di "Storia contemporanea" all´Università di Roma Tre e fondatore della Comunità di Sant´Egidio che sottolinea però che il discorso che Gianfranco Fini ha fatto a Montecitorio è importante perché è una chiara condanna delle leggi razziali «che, in questo momento di crisi e di spaesamento, serve anche a scongiurare il rischio che risorgano l´antisemitismo e l´antigitanismo in Europa». C´è da chiedersi - ha detto il presidente della Camera «perché non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza» alla legislazione antiebraica nemmeno da parte della Chiesa: che ne pensa? «Ci fu la reazione all´antisemitismo ci fu, un processo in parte sotterraneo come poteva essere nel contesto di una dittatura, venne dalla pancia del mondo cattolico che prese le distanze dai provvedimenti antisemiti. La Chiesa può essere considerata una "luminosa eccezione" in quegli anni. La reazione dei vertici e delle masse cattoliche è un processo che inizia nel 1938 e finisce con la guerra. Quell´anno può essere considerato uno spartiacque». Perché? «Perché segnò la fine dell´illusione che il fascismo potesse essere un regime cattolico: l´antisemitismo era inaccettabile per il mondo cattolico. Allora cominciò un processo di disaffezione. Pio XI prese posizione pubblicamente, le masse cattoliche maturarono una presa di distanza dal fascismo. Bisogna valutare le condizioni di allora: la reazione da parte della Chiesa ci fu. Il discorso di Fini resta comunque un testo valido».

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"in quel periodo non ci fu la condanna aperta del nazismo" (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 9 - Interni Approfondimento storico Gattegna, presidente delle Comunità ebraiche italiane "In quel periodo non ci fu la condanna aperta del nazismo" La polemica non serve, è necessario invece un approfondimento di carattere storico sul ruolo avuto dalla Chiesa ROMA - «In quel periodo non ci fu una presa di posizione della Chiesa di aperta condanna del nazismo, di opposizione al genocidio degli ebrei. L´intervento di Gianfranco Fini conteneva una frase di constatazione che è difficile contestare». Renzo Gattegna, presidente dell´Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, si dice d´accordo con le parole usate dal presidente della Camera nel suo intervento. Fini ha criticato la società italiana dell´epoca che non ebbe la forza di reagire e ha tirato in ballo anche la Chiesa cattolica. Perché le sue parole sollevano polemiche e fanno discutere? «Credo che queste polemiche siano inutili, siano il frutto di posizioni aprioristiche. Queste posizioni che non servono. Quello che serve piuttosto è un approfondimento di carattere storico sul ruolo avuto dalla Chiesa. Devono ancora essere aperti degli archivi da cui possono emergere ulteriori elementi di verità: se si riuscisse a portare avanti gli studi sugli archivi si potrebbe forse arrivare ad avere una memoria condivisa. La ricerca storica deve essere approfondita, senza preconcetti e senza tesi precostituite». Chi critica le parole del presidente della Camera sostiene che invece ci fu una condanna da parte della Chiesa e una reazione alla promulgazione delle leggi razziali. Quale è la sua opinione? «La reazione all´antisemitismo avvenne a livello individuale. C´è stata un´opera di salvataggio degli ebrei da parte di singoli cattolici e le iniziative di alcune istituzioni, ma quello che non è mai stato pubblicato finora è un´esplicita e ufficiale condanna del nazismo e del genocidio da parte della Chiesa di allora». (p.co.)

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l'era dell'intelligenza siamo tutti più colti - alessandra retico (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 43 - Cronaca Provocazione dell´Economist: la nostra è l´epoca della cultura E i numeri confermano: più musei, più libri, più arte di massa L´era dell´intelligenza siamo tutti più colti Persino questo non è un paese per sciocchi, né un´età così mediocre come sembra ALESSANDRA RETICO Altro che cultura spazzatura e starlet, questa è l´epoca dell´intelligenza di massa. La gente guarda e guarderà pure la tv trash, ma poi va al museo, al concerto, usa il web. Non è un´incongruenza, è la ricca eterogeneità della nostra era. Discute del tema More Intelligent Life, sofisticato trimestrale dell´Economist, elencando studi e osservazioni empiriche come: le mostre d´arte fanno il pieno di visitatori, i programmi di musica classica alla radio non hanno mai avuto tanti ascoltatori, i festival letterari si moltiplicano ovunque, i lettori di tabloid sono anche quelli che si accapigliano appassionatamente per guadagnarsi un posto alla Royal Opera House. Nonostante la tesi dominante di un declino e di una barbarie intellettuale generale e anche nostrana, si allungano le file al botteghino per pagare il biglietto di ingresso a uno dei 1300 festival che ogni anno si organizzano in Italia: della letteratura, della scienza, della mente, dell´economia. Persino questo non è un paese per sciocchi, né un´età così mediocre come a volte sembra. Internet, le nuove tecnologie, i musei meno mausolei, l´articolazione dell´offerta, la fame nuova e curiosa della domanda ci stanno portando verso una nuova articolazione dell´intelligenza: più diffusa e complessa, meno rigida e classista. Gossip e volgarità da intrattenimento televisivo aumentano, ma con il crescere parallelo di altre forme di appetito intellettuale. Persino il reality show oggi ha ambizioni alte, quasi di formazione dell´opinione: il caso dell´Isola dei Famosi 2008, punte di oltre 9 milioni di spettatori per l´ultima puntata che ha incoronato la vincitrice Vladimir Luxuria, dimostrerebbe che il pubblico sono in realtà molti pubblici diversi, che dal divano mandano un sms che non equivale certo a un voto politico, ma a un gusto sì. L´antropologia del consumo culturale è più mista. Piena di contraddizioni ma proprio per questo più variegata e dinamica. Contro la tesi dominante che sms, sitcom, videogiochi e web ci rendono una delle generazioni più stupide della storia umana, è possibile, leggendo i fenomeni più laicamente, che questa sia una vera età dell´oro della conoscenza. Tutti i paesi ricchi sembrano accomunati dalla tendenza a frantumare la distinzione classica tra cultura alta e bassa e i cittadini a preferire un ruolo di consumatori attivi piuttosto che di spettatori mentalmente imbolsiti. A Parigi la gente va più al Louvre che alla Torre Eiffel, a Londra alla Tate Modern, al British Museum e alla National Gallery anziché al circo techno del London Eye (la ruota panoramica sul Tamigi). In Italia anche, come il Censis ha registrato nel Rapporto 2008, «si devono evidenziare nuovi percorsi di fruizione culturale: che si agglutinano intorno a eventi e festival che fanno riferimento a fenomeni e linguaggi del pensiero complesso». Nell´ultimo decennio, aggiunge l´Istat, sono aumentati tutti i consumi culturali, dal teatro, ai concerti, al cinema. E se la tv resta il principale mezzo d´informazione con l´85,6 per cento che la vede almeno tre volte alla settimana, l´informatizzazione è cresciuta vertiginosamente specie tra i giovani (14-29 anni): l´utenza complessiva del web è salita dal 61 per cento all´83. I lettori forti rimangono tali e certo l´istruzione e le possibilità economiche contano: ma non sempre. La fame di cose buone cresce, è sempre più democratica, il menù lo si vuole assortito: si va a Bergamo in 75mila per seguire la scienza e in 100mila a Trento per ascoltare di economia, in 170mila a Mantova per la letteratura. L´intelligenza è anche pop.

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Fini: <Leggi razziali, un'infamia Anche la Chiesa si adeguò> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-12-17 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Il caso Il discorso durante una cerimonia commemorativa, poi la polemica. E lui: confermo tutto Fini: «Leggi razziali, un'infamia Anche la Chiesa si adeguò» Critiche da Avvenire e Civiltà cattolica: sconcertante. Veltroni: verità storica Il discorso del presidente della Camera durante una cerimonia per i 70 anni dall'emanazione delle norme razziste ROMA — «L'ideologia fascista non spiega da sola l'infamia delle leggi razziali». Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha definito le leggi razziali «un'infamia storica. C'è da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica ». Un concetto che ha subito suscitato forti polemiche, specie sul ruolo della Chiesa, ma confermato poi da Fini. Critiche forti da esponenti politici cattolici di entrambi gli schieramenti. E forti reazioni dei media cattolici (da Civiltà cattolica all'Avvenire). «Riscriverei pari pari questo concetto», ha ribadito Fini in serata. D'accordo con lui il leader del Pd Walter Veltroni: «Sono una verità storica, una verità palmare». La posizione di Fini, che è la terza carica dello Stato, ha creato «stupore e turbamento» negli ambienti vaticani. Il presidente della Camera sottolinea «il carattere autoritario del regime» ma parla anche degli «angoli bui dell'anima italiana» in «un Paese profondamente cattolico». Fini ha parlato in una occasione ufficiale, la cerimonia di scopertura di una lapide alla Camera in ricordo dei 70 anni dall'emanazione delle leggi razziali. Leggeva un testo scritto, davanti a molti esponenti della comunità ebraica, dal presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche, Renzo Gattegna («ha detto una verità storica »), al direttore del Centro di documentazione ebraica di Milano, Michele Sarfatti, al presidente della Comunità romana, Riccardo Pacifici, a Nedo Fiano, sopravvissuto ad Auschwitz (che ha reso una toccante testimonianza). I parlamentari cattolici del Pd e del Pdl (Lupi, Farinone, Binetti, Farina, Carra) hanno in sostanza accusato Fini di alimentare la «leggenda nera» della Chiesa alleata di fascismo e nazismo. L'udc Volontè ha chiesto spiegazioni in aula. Ma Fini ha ribattuto di non essere tenuto a illustrare il suo pensiero all'Assemblea. Dalla Santa Sede nessuna presa di posizione ufficiale: il portavoce della Sala Stampa, padre Lombardi, ha declinato qualsiasi commento, e anche il cardinale Bertone. La reazione vaticana è stata affidata a padre Giovanni Sale, storico della Civiltà Cattolica che ha definito «sconcertanti» le parole di Fini, che «non conosce una pagina di storia nazionale ». E ha messo in evidenza che con le accuse alla Chiesa, restano in ombra le primarie responsabilità del regime fascista. Forse le sue dichiarazioni sono frutto di una «svista, di un cercare un correo a delle responsabilità che il presidente Fini vuole in parte coprire che fanno parte della sua storia, anche se non di quella recente». Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza, secondo il resoconto dell'agenzia parlamentare Il Velino (vicina al Pdl) ha ricevuto una telefonata in cui gli sono state espresse le preoccupazioni di Oltretevere. In ogni caso, un paio di ore dopo a margine di un altro convegno, Fini ha avuto un colloquio a Montecitorio con lo stesso Letta (che in serata ha aperto una mostra al Vittoriano sulle leggi razziali «come atto di scusa nei confronti degli ebrei»). Nel pomeriggio era intervenuto il presidente del Senato Renato Schifani sottolineando «la concretezza di un'azione quotidiana costante, determinata e talora silenziosa» resa da tanti a favore degli ebrei. «Fini scivola su leggi razziali e Chiesa» ha titolato il sito web di Avvenire. La Radio vaticana a dimostrazione che «non è vero che la Chiesa italiana non si oppose » ha ricordato, con l'intervista a due storici, Riccardi e Malgeri, che Pio XI nel settembre 1938 pronunciò in Vaticano un memorabile discorso: «L'antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti». M.Antonietta Calabrò

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Intellettuali, senatori e antifascisti illustri: tacquero (quasi) tutti (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-12-17 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Come reagimmo Nel '38 e negli anni seguenti un fragoroso silenzio Intellettuali, senatori e antifascisti illustri: tacquero (quasi) tutti SEGUE DALLA PRIMA Nel '38 il personaggio di Bassani vide improvvisamente la sua famiglia messa ai margini della società, dal partito, dalle biblioteche, dal circolo del tennis, senza che nessuno, ma proprio nessuno spendesse una parola contro la discriminazione. Vittorio Foa, che mai recriminò contro i coetanei che facevano carriera mentre lui languiva nelle prigioni fasciste, verso la fine della sua vita ruppe il suo riserbo («non so bene perché diavolo lo faccio ») e scrisse: «Non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un'immonda violenza». Dieci anni fa Giulio Andreotti si chiese perché non si fossero avviate indagini critiche «sul comportamento di senatori come Croce, De Nicola, Albertini, Frassati, che disertarono la seduta del 20 dicembre 1938 facendo passare senza opposizione la legislazione antisemita ». Vero. Ma non risultano commenti altrettanto indignati di Andreotti sulle accuse che padre Agostino Gemelli, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, mosse nel '39 all'indirizzo degli ebrei, «popolo deicida» che «va ramingo per il mondo » a scontare le conseguenze di quell'«orribile delitto ». E a proposito di Croce fa molta impressione leggere, nel libro L'espulsione degli ebrei dalle accademie italiane di Annalisa Capristo, l'elenco degli intellettuali che risposero con zelo ed entusiasmo al censimento per identificare «i membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti che cesseranno di far parte di dette istituzioni». Bastava una compilazione burocratica e svogliata dei moduli, per chi non avesse avuto il coraggio di sottrarsi a quel compito infame. E invece i Giorgio Morandi e i Gianfranco Contini, i Roberto Longhi e i Natalino Sapegno, i Nicola Abbagnano e gli Antonio Banfi, gli Alessandro Passerin d'Entrèves e i Giuseppe Siri (e centinaia con loro, illustri come loro) vollero sfoggiare «l'aggiunta di esplicite dichiarazioni antisemite sotto forma di precisazioni ai vari quesiti tenuti nella scheda». Da Luigi Einaudi, che sottolineò orgoglioso «l'appartenenza alla religione cattolica ab immemorabile», a Ugo Ojetti, che fu puntuale fino alla pignoleria: «Cattolico romano, dai dieci ai sedici anni ho servito tutte le domeniche». Solitaria eccezione, appunto, quella di Benedetto Croce, che rispedì al mittente i moduli della vergogna con impareggiabile sarcasmo: «L'unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome CROCE, all'atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata». Era già una «persecuzione »: ci voleva poco a capirlo, malgrado i risibili rosari autoassolutori del «non sapemmo » e del «non capimmo». Mentre Alberto Moravia implorava le autorità fasciste perché gli venisse data la possibilità di continuare a scrivere sulle riviste («sono cattolico fin dalla nascita, mio padre è israelita, ma mia madre è di sangue puro »), Guido Piovene recensiva rapito Contra Judeos di Telesio Interlandi. Il giovane cattolico Gabriele De Rosa (in un «libercolo » che lo storico decenni dopo avrebbe definito «goffo e scriteriato ») inveiva contro «il focolare ebraico» in Palestina, alimentato dal popolo responsabile della crocifissione di Gesù Cristo. Il giovane Giorgio Bocca discettava sui pericoli del piano ebraico di conquista del mondo rivelata dai (falsi) Protocolli dei savi Anziani di Sion. Giulio Carlo Argan, colto collaboratore del regime per la difesa dei beni culturali e artistici, in una corrispondenza del 1939 dagli Stati Uniti dissertava sull'influenza del «potentissimo elemento ebraico» in America. Una fornitissima appendice documentaria apparsa nella seconda edizione del «lungo viaggio» di Ruggero Zangrandi «attraverso il fascismo» descrisse nel 1962 l'ampiezza del consenso servile degli intellettuali alla politica antisemita del regime, ricostruito per la prima volta in quegli stessi anni da Renzo De Felice nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Rosetta Loy, nel suo libro La parola ebreo, ha definito la «Difesa della Razza» una «rivista dalla grafica aggressiva e anticonvenzionale che aveva tra i suoi finanziatori la Banca Commerciale ». Sandro Gerbi ha confermato che sul quindicinale fossero comparsi «talvolta avvisi pubblicitari della Comit, del credito Italiano, della Ras, dell'Ina e via dicendo», precisando però che quelle inserzioni erano il frutto di «chiare direttive "superiori" del Minculpop e non di scelte autonome e di dirigenti delle singole aziende». Non furono scelte «autonome». Ma furono o no, anch'esse, l'esito di una tacita «non reazione»? «Non reagirono» gli scrittori che, come è documentato dall'Elenco di Giorgio Fabre, non si rifiutarono di firmare i manuali e le antologie scolastiche al posto degli autori ebrei il cui nome era ostracizzato e dannato. Non reagirono i docenti universitari che ereditarono le cattedre lasciate vacanti dai colleghi estromessi a causa della legislazione antisemita. Roberto Finzi ha rivelato che per Ernesto Rossi, in carcere, la cacciata dei docenti ebrei avrebbe rappresentato «una manna per tutti i candidati che si affolleranno ora ai concorsi». Rossi non si sbagliava: l'«affollamento » fu macroscopico, corale, macchiato solo da qualche residuale caso di coscienza. Un capitolo controverso di viltà collettiva che faticherà a chiudersi anche nell'Italia democratica. Alberto Cavaglion ha ricordato che la cattedra di letteratura italiana sottratta ad Attilio Momigliano sotto l'effetto delle leggi razziali «dopo la fine della guerra sarà sdoppiata perché fosse restituita a chi era stato illegittimamente cacciato, ma anche per non scomodare chi al suo posto era tranquillamente subentrato». Chi, in altre parole, non aveva «reagito» nel '38 e negli anni successivi non perderà la cattedra. E del resto le leggi razziali saranno completamente e radicalmente soppresse solo nel 1947, con una lentezza che forse tradì il turbamento per non aver saputo contrastare, coralmente e individualmente, l'abiezione della legislazione antiebraica. La vergogna per non aver «reagito»: con poche, ammirevoli, sporadiche eccezioni. Gli scrittori Non protestarono quegli autori che firmarono libri e antologie scolastiche al posto dei loro colleghi epurati «Negozio ariano» Una ragazza segnala la «purezza» del suo negozio. Gli ebrei dovevano esporre cartelli sulle loro vetrine Pierluigi Battista

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La Gelmini: vengo da una famiglia allargata (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-12-17 num: - pag: 11 categoria: REDAZIONALE Su «Vanity Fair» Il ministro: mio padre, sindaco dc, lasciò la prima moglie. Il divorzio fece scalpore La Gelmini: vengo da una famiglia allargata MILANO — Minigonna mai. Consapevole che «i sex symbol sono un'altra cosa», la signora vota con slancio a favore della longuette: «Mi sta meglio». Un po' miope e altrettanto astigmatica nonostante l'intervento correttivo, continua «per comodità» a inforcare occhiali colorati (adesso è nel suo periodo viola). Tirando le somme, in definitiva, «non mi ritengo una bellezza, ma nel complesso gradevole». Per mesi Mariastella Gelmini ha schivato con bresciana fermezza studenti in piazza, giornalisti di corridoio e poltrone nei salotti tv. Se infrange la naturale ritrosia è solo per comunicare cosa e quando vuole lei su YouTube, in maniera assolutamente istituzionale e lasciando ogni libera interpretazione a 270 mila contatti e 10 mila commenti registrati in 10 giorni. Paparazzate estive a parte — e trascurando Panorama che a settembre l'ha voluta diva e adagiata sulle scale del dicastero in copertina ma a pagina 40 si è attenuto a domande su maestro unico, precari e grembiuli — lo strappo alla ferrea regola della riservatezza arriva questo Natale insieme alla tradizionale sconfitta dei buoni propositi: il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca ha appena scelto Vanity Fair per raccontare alla giornalista Sara Faillaci e al resto del mondo chi è davvero Marystar (copyright Luciana Littizzetto). Carriera, ricordi e vita sentimentale. Nel 2005, all'incontro ad Arcore con il Cavaliere — che lì stringe la mano alla prima degli eletti di Brescia e qualche mese dopo la nomina coordinatore regionale di Forza Italia a soli 32 anni («Una delle decisioni più controcorrente che Berlusconi abbia mai preso») — era arrivata emozionata ma non troppo, senza sforzarsi di fare colpo e preparata: «La vita di partito non è tenera. Mio padre mi ha insegnato a non curarmi delle critiche, ad andare avanti per la mia strada, a lasciar parlare i risultati». Figlia di una maestra elementare e di un agricoltore cattolico eletto sindaco di Milzano con la Dc, la ragazza che si aspettava di diventare ministro cresce in una cascina della campagna lombarda e in una famiglia allargata: «Mio padre ha avuto 4 figli: tre da un primo matrimonio, me dal secondo. Il suo divorzio fece scalpore, ma con la prima moglie avevano caratteri troppo diversi. E con mia madre, più giovane di 15 anni, era nato un grande amore ». L'armonia non è mai mancata, a dispetto di momenti molto dolorosi: «Siamo sempre stati uniti, anche se, essendo i miei fratelli molto più grandi, giocavamo poco insieme. I due maschi vivevano a casa con noi, mentre mia sorella Cinzia studiava a Brescia. Nel '90, purtroppo, il più giovane dei miei fratelli è morto a 32 anni in un incidente stradale. Per mia madre è stato come perdere un figlio. Ma la mia famiglia ha saputo reagire e questa cosa ci ha reso ancora più uniti. Ci siamo come riscoperti». Pensando alla sua adolescenza le vengono in mente il ginnasio nella scuola pubblica e il liceo in un istituto privato e cattolico («Non ero la prima della classe, ma non ho mai avuto problemi»), il coprifuoco in casa e il divieto di uscire la sera fino ai tempi dell'Università («Mia madre era severa, rigida sugli orari» anche se a volte «capitava di andare in discoteca: mi è sempre piaciuto ballare») e infine l'immancabile primo bacio «a 14 o 15 anni» con Stefano, compagno di classe. Su Pacs, fecondazione assistita e legge 194 preferisce non pronunciarsi «ma ho un'impostazione cattolica e le mie posizioni non possono essere che conseguenziali ». Però il suo fidanzato imprenditore — già colpo di fulmine che ora la prende in giro quando mandano in onda una sua imitazione — per adesso non lo sposa: «Queste non sono cose che uno può decidere a tavolino. Se accadrà, ne sarò felice». Elsa Muschella

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I SISTEMI ELETTORALI E L'EFFICIENZA DEI GOVERNI (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 17-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-12-17 num: - pag: 39 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano I SISTEMI ELETTORALI E L'EFFICIENZA DEI GOVERNI Da elettore di centro destra, le scrivo per conoscere il suo parere su una questione politica a me cara. Sono stanco della Lega come alleato per il suo programma politico come il veto all'abolizione delle province, per il sentimento antipatriottico del quale si fa portatore, per i toni da circo che usa. A mio parere, il nostro Paese cambierà davvero soltanto quando i leader dei due maggiori partiti comprenderanno che urge andare da soli, senza alleanze, a costo di contare su una maggioranza più ristretta, ma capace di governare veramente e bene. Per fare questo, occorre ripensare l'idea di partito centralizzato; piuttosto sarebbe bene delocalizzarlo lasciando ai dirigenti locali maggiore libertà di agire sul territorio, liberi dal decisionismo nazionale. Gianluca Palma palma.luca2@virgilio.it Un consiglio da parte sua: un anticomunista e antiberlusconiano, ma garantista, assertore della meritocrazia (e quindi, ad esempio, convinto della assoluta necessità di licenziare i dipendenti statali che non lavorano), cattolico ma certo della necessità assoluta della laicità dello Stato, europeista e federalista, per quale partito dovrebbe votare? Roberto Di Felice studiordf@alice.it Cari lettori, L e vostre lettere trattano temi diversi, ma si prestano a una risposta congiunta. A quella di Gianluca Palma rispondo che i due maggiori partiti italiani potrebbero permettersi di affrontare da soli, in concorrenza, una scadenza elettorale, soltanto se la legge prevedesse un'alta soglia di sbarramento. Finché la soglia sarà insufficiente e non sbarrerà la strada ai partiti più piccoli, i due maggiori contendenti non resisteranno alla tentazione di stringere prima delle elezioni qualche patto di alleanza. Berlusconi è riuscito a unire Forza Italia e Alleanza Nazionale sotto una etichetta comune, ma ha fatto l'ennesimo accordo con la Lega di Umberto Bossi e ne sta pagando il prezzo, in questi giorni, rinunciando ad alcuni punti importanti del suo programma iniziale. Veltroni non voleva essere paralizzato da quel codazzo di partiti che ha affogato il governo Prodi, ma ha finito per stipulare un'intesa con l'Italia dei Valori ed è succube della politica tribunizia di Antonio Di Pietro. In altre parole, la geometria dei partiti e, di conseguenza, il sistema politico, dipendono in buona parte dalla legge elettorale. Nei Paesi dove esistono numerose famiglie politiche, soltanto il maggioritario a due turni o un'alta soglia di sbarramento hanno l'effetto di semplificare considerevolmente il quadro politico. Noi, purtroppo, non abbiamo né l'uno né l'altra. Alla sua domanda, caro Di Felice, rispondo che il partito a cui lei fa implicito riferimento esisterebbe soltanto se l'Italia avesse la proporzionale pura, come all'epoca della prima Repubblica. Ciascuno di noi, in quegli anni, poteva togliersi la soddisfazione di dare il proprio voto a un partito «identitario » che rispecchiava abbastanza fedelmente le sue convinzioni. Potevamo essere comunisti, social-democratici, repubblicani storici, cattolici, libertari, monarchici, neo-fascisti. Potevamo essere per un momento (quello in cui la nostra scheda cadeva nell'urna) felici della nostra coerenza. Ma nelle settimane seguenti il nostro «partito del cuore» sarebbe rimasto all'opposizione o si sarebbe accordato con altri partiti per un governo di coalizione in cui il suo programma avrebbe perduto quasi tutte le sue caratteristiche originarie. è questa la ragione per cui un sistema distinto da due grandi partiti mi sembra preferibile a quello in cui la tavolozza è piena di colori, ma l'effetto finale è quasi sempre una diversa tonalità di grigio. Attenzione, tuttavia, a non riporre troppe speranze sui sistemi politici in cui la scena è dominata da due partiti. Durante le campagne elettorali cercano per quanto possibile di sottolineare ed esaltare le loro differenze. Ma quando vanno al potere debbono conciliare interessi contrastanti, navigare a vista tra le crisi del momento, rispettare i parametri di Bruxelles, pagare gli interessi sulle cartelle del debito pubblico, combattere l'evasione fiscale senza perdere il voto degli evasori e tenere d'occhio i sondaggi. Debbono in altre parole governare «al centro», là dove il denominatore comune è sempre quello minimo. E il centro italiano, in questo momento, non è né europeista, né laico, né meritocratico; o, piuttosto, è tale soltanto quando ciascuna di queste posizioni coincide momentaneamente con i suoi interessi individuali, familiari o corporativi. è questa la ragione per cui invito spesso i lettori a non prestare troppa attenzione ai programmi elettorali. Quanto maggiori sono le promesse tanto maggiori saranno le delusioni.

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I lumi di Napoli (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)

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RICORDO I lumi di Napoli Ermanno Rea Non si contano i commenti sulla morte di Carlo Caracciolo, figura quasi eroica di editore puro di stampo laico-illuminato, che ieri sono apparsi sui giornali. Il cordoglio non è stato privo di una sua forza allusiva di carattere generale, nel senso che ha mostrato, talvolta suo malgrado, quanto sia sempre più nudo in Italia l'albero dell'antifascismo inteso come vocazione personale ma anche eredità familiare, tradizione ambientale. A Napoli (ma dovremmo dire in Italia) c'era una volta una borghesia liberale di idee avanzate e audaci: la scomparsa di Carlo Caracciolo ha acceso improvvisamente una moltitudine di lampadine sulle sue macerie o, se non vogliamo essere così pessimisti, sul poco o niente che resta di quel capitale umano e sociale. L'editore scomparso portava un cognome pesante, la cui «qualità» (politica e intellettuale) si può far risalire indietro nel tempo sino alla Repubblica giacobina del 1799, nel cui nome cadde per esempio la testa di un ammiraglio Caracciolo, impiccato al pennone di una nave inglese. La biografia di Carlo Caracciolo ieri ci è stata raccontata da più fonti in maniera dettagliata: abbiamo appreso così che l'aristocratico di origine napoletana, appena diciannovenne, costeggiando il lago Maggiore a bordo di una barca, trasportò dalla Svizzera a Cannobbio un piccolo carico di armi che consegnò ai partigiani dell'Ossola, entrando egli stesso a far parte della Resistenza. Un principe davvero fuori norma, quasi un personaggio da romanzo, si sarebbe tentati di dire, tanto più tenendo conto del fatto che egli, nonostante lo stile di vita semplice fino alla sobrietà, era intimamente orgoglioso della propria origine privilegiata, che non rinnegava affatto. Un demerito? Esattamente il contrario. Non so dire se in maniera lucida o soltanto indiretta, credo che egli abbia voluto dimostrare a se stesso e al mondo che si può nascere con un cognome ricco di quarti di nobiltà e nello stesso tempo portarlo con disinvoltura, dignità e senso del bene comune. Del resto non stava forse proprio in questa predisposizione etica e intellettuale il lato rispettabile della cosiddetta borghesia illuminata di una volta? Napoli, città «storicamente» degradata e subalterna, agli inizi del primissimo dopoguerra era ancora in grado di vantare «scampoli» di classe dirigente lungimirante. Filippo Caracciolo, padre di Carlo, benché emigrato giovanissimo a Firenze, poi diplomatico in varie sedi, infine Sottosegretario agli Interni nel secondo governo Badoglio, ne faceva in qualche modo parte, sia pure in maniera saltuaria a causa della sua inquieta e mobilissima biografia. Una fulminea rappresentazione di vita politica stile «borghesia illuminata» mi è stata raccontata di recente da Ivan Palermo, figlio di una delle più splendide figure dell'antifascismo napoletano degli anni '40 e '50, quel senatore Mario Palermo che fu a sua volta Sottosegretario alla Guerra nel medesimo governo Badoglio. Un giorno (del 1949? del 1950? del 1951?) arrivarono a casa Palermo Filippo Caracciolo assieme ad alcune altre persone (Ivan elenca dei nomi: Enrico De Nicola, Alberto Bergamini, fondatore e direttore del Giornale d'Italia, il senatore liberale Della Torretta). Erano stati invitati a colazione per discutere intorno a un delicato problema politico. All'epoca i Palermo abitavano in uno splendido appartamento a Largo Ferrandina a Chiaia, dove addirittura si era insediato Giacchino Murat al suo primo arrivo a Napoli. Gli ospiti furono fatti accomodare inizialmente in un grande soggiorno arredato con poltrone, seggiole e divani della fine del '700, bianco e oro, di disegno molto delicato. Filippo Caracciolo optò incautamente per una sedia che evidentemente non era delicata soltanto nel disegno ma anche nella struttura. Fatto sta che il principe, pur essendo di corporatura normale, si trovò improvvisamente seduto per terra tra le esclamazioni di rammarico e i tentativi di soccorso da parte di tutti i presenti. In questi casi, si sa, i ragazzi non riescono a impedirsi di ridere, e Ivan ricorda ancora, dopo tanto tempo, i suoi mal trattenuti singulti di ilarità. La storiella è molto esile, per carità. Ma a me questo antifascismo bianco e oro, blasonato ma fermo, tramandato di padre in figlio come un bene di famiglia, suscita un rimpianto senza fine e mi dà la misura di un degrado quasi senza possibilità di riparo. Nelle cronache di ieri sulla scomparsa di Carlo Caracciolo difficile, credo, non cogliere questo secondo «coccodrillo» dedicato alla nostra «borghesia illuminata». Che Dio l'abbia in gloria.

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<Noi braccianti senza terra orfani del compagno Lula> (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 17-12-2008)

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BRASILE «Noi braccianti senza terra orfani del compagno Lula» Il più grande movimento sociale brasiliano non si riconosce più nel primo presidente di sinistra e nel Pt, suo partito di riferimento. Ma non parla di «tradimento»: rapporti «tesi però fraterni» Intervista a Neuri Rossetto, della segreteria nazionale dell'Mst. Che reclama per gli impegni non mantenuti sulla riforma agraria Maurizio Matteuzzi Lula, il primo presidente di sinistra nella storia del Brasile? Non ha tenuto fede agli impegni sulla riforma agraria e neanche sulla protezione ambientale dell'Amazzonia, non è più «il nostro presidente», con lui i rapporti dei Senza terra sono «tesi però fraterni». Dilma Rousseff, la super-ministra che Lula ha incoronato come la sua candidata a succedergli nel 2010? Con l'ex-guerrigliera sarà/sarebbe «anche peggio» perché ormai «è l'equivalente di José Serra», il governatore di San Paolo (formalmente social-democratico, sostanzialmente di destra) che nel 2003 contese la presidenza a Lula e la contenderà a Dilma fra un paio d'anni. Il Partido dos trabalhadores, il partito della sinistra non-dogmatica nato dal movimento cattolico-progressista e dal movimento sindacale nell'80? Noi, comed Movimento dei Senza terra «siamo orfani di uno strumento politico». La chiesa cattolica brasiliana un tempo famosa per il suo progressismo politico, sociale e anche teologico? Non c'è più, i vecchi pastori sono morti o andati in pensione e i nuovi non sono più la stessa cosa, la politica conservatrice di Wojtyla e Ratzinger «ha avuto successo». I «bio-combustibili» - l'etanolo - che i Sem terra chiamano più propriamente «agro-combustibili» e altri più crudamente «necro-combustibili»? E' una questione di modello, ossia di visione della vita, ancor prima che di benzina (ancorché «verde») contro alimenti: «il modello dell'agro-business contrapposto al modello agro-familiare». I giudizi di Neuri Rossetto, uno dei leader dell'Mst, il Movimento dos trabalhadores rurais sem terra, il più grande, organizzato, radicale e cosciente dei movimenti sociali dell'America latina, sono netti e senza concessioni al politically correct (politichese), ma altrettanto articolati. E' vero che le speranze poste in Lula da Silva dai milioni e milioni di braccianti senza terra molti dei quali in quell'indimenticabile primo gennaio del 2003 erano fra le centinaia di migliaia di popolo che si riversarono sulla Esplanada dos ministerios di Brasilia per presenziare - e partecipare - all'insediamento nel palazzo di Planalto dell'ex-migrante nordestino-ex-metalmeccanico-ex-sindacalista, sono andate in buona (o grande) misura deluse. Nonostante che Lula sia sia dimostrato complessivamente un eccellente (o un grande) presidente. Contro gufi e corvi delle élite vecchie e nuove che preconizzavano l'inevitabile fallimento del «brutto rospo barbuto» chiamato a un compito troppo impegnativo per uno senza uno straccio di laurea, senza un dito lasciato sotto la pressa di una fabbrica paulista (ciò che nei party e nei summit non fa una buona impressione) e senza una parola d'inglese nel suo bagaglio culturale. Però. Però, detto quello che c'è da dire, Rossetto e i suoi compagni, nonostante le delusioni sanno benissimo che Lula è diverso da tutti gli altri 34 presidenti della repubblica federativa do Brasil venuti prima di lui dal 1889. Diverso e migliore. In sostanziale continuità con la politica economica monetarista-liberista di prima ma con un afflato sociale nuovo. Basta pensare al programma «borsa-famiglia» per i settori più poveri ed emarginati della popolazione che in Brasile sono decine di milioni. Come il più noto fra i leader dell'Mst, João Pedro Stédile, Neuri Rossetto, in Italia per partecipare a una serie di incontri in vista dei 25 anni dell'Mst (celebrati nel gennaio 2009 nel Rio Grande do Sul alla vigilia del Foro social mondiale di Belem, nello stato amazzonico del Pará), racchiude nella sua traiettoria personale e politica la storia del Movimento dei Senza terra per la riforma agraria, per un modello di sviluppo alternativo, per «un altro mondo possibile». Quarantasette anni, nato nel Santa Catarina, lo stato meridionale del Brasile confinante con il Rio Grande del Sud dove nel 1984 tutto cominciò, una famiglia partita tre o quattro generazioni fa dal Veneto per andare a tentare la sorte nel meridione brasiliano, contadini in origine poi divenuti piccoli commercianti nella città di Quilombo, Neuri ha potuto studiare grazie alla chiesa cattolica. Andò a scuola nel seminario di Chapecó. Erano gli ultimi anni della lunghissima dittatura militare e la diocesi della città catarinense era in prima linea nelle lotte per i diritti dei camponeses e degli indios. Lui non si fece prete - «per poco», racconta - e dal seminario passò all'occupazione delle terre a fianco dei preti d'assalto, dei contadini e degli indigeni. Era il maggio 1985 e l'Mst era nato solo un anno prima nell'alveo del movimento pastorale della Cnbb, la Conferenza episcopale brasiliana. Quella fu la sua vera università, anche se prima nel Santa Catarina poi a San Paolo, dove si trasferì nell'87 dopo essere entrato nella segreteria nazionale, frequentò corsi di pedagogia e scienze sociali alla Puc, la Pontifícia Universidade Católica della capitale paulista. L'Mst si appresta a celebrare i suoi primi 25 anni di attività. Tempo di bilanci. Quali? Per dirla sinteticamente e per punti: 1) abbiamo insediato sulla terra 350 mila famiglie, ossia quasi due milioni di braccianti senza terra se si calcola una famiglia composta in media da 5 persone; 2) siamo riusciti a inserire la riforma agraria nell'agenda politica nazionale e, soprattutto, fra i debiti pendenti a livello sociale; abbiamo proposto un modello alternativo a quello dell'agro-business neo-liberista, centrandolo su alcuni nodi precisi: quello dell'alimentazione per tutti in un paese in cui c'erano e ci sono fame e denutrizione di massa, quello di uno sviluppo rispettoso della preservazione della natura e quello di una struttura economica fondata anziché sull'esportazione, sull'agricoltura familiare e sulla piccola agro-industria; 4) avere impostato il problema della riforma agraria non tanto come un progetto a sé stante ma come un progetto di sviluppo sociale complessivo, l'unico capace di fermare l'esodo dalle campagne verso le favelas delle città; 5) aver lavorato e puntato molto sulla crescita politica, culturale e umana delle masse contadine, E qual è il bilancio dei rapporti fra il presidente Lula e il Movimento dei Senza terra? I rapporti fra l'Mst e il presidente Lula sono tesi ma fraterni. Noi non siamo contenti della politica economica portata avanti da Lula, e neanche della sua linea sulla riforma agraria. Ma non siamo fra quelli, come molti settori dell'estrema sinistra dentro e fuori il Pt, che accusano Lula di essere un traditore o un nemico di classe. Lula ci ha deluso: lui pensa che l'agro-business sia una strada praticabile e buona per lo sviluppo economico del paese, ha liberalizzato l'uso degli ogm nelle colture di soja, non ha ridotto l'allarmante ritmo di disboscamento dell'Amazzonia. Anzi: in Congresso c'è un progetto di legge che amplia le aree disboscabili... Rispetto alla riforma agraria è innegabile che Lula qualcosa abbia fatto, come rivendica, ma si è trattato più di un appoggio a quanto era già stato fatto prima e non invece di nuovi insediamenti di contadini senza terra. Secondo le stesse cifre ufficiali, fra il 2003 e il 2007 sono state insediate 450 mila famiglie di cui però 307 mila riguardano l'Amazzonia. Ciò significa in sostanza una regolarizzazione fondiaria e una colonizzazione agricola, non una riforma agraria. La riforma agraria, per noi, vuol dire muoversi contro il latifondo improduttivo. E Lula non vuole scontrarsi con il latifondo. Nel caso nel 2010 a Lula succedesse Dilma Rousseff, le cose migliorerebbero nei rapporti fra Mst e il secondo presidente di sinistra? Dilma sarebbe anche peggio di Lula. Nonostante il suo passato nella guerriglia contro la dittatura militare non ha la connotazione popolare di Lula, che è sincera. Dilma rappresenta l'ala tecnocratica, è l'equivalente di José Serra, che con ogni probabilità sarà il candidato presidenziale del Pdsb, i tucanos come si chiamano in Brasile i social-democratici, che sono però la vera destra. L'Mst ha sempre avuto rapporti simbiotici con la chiesa cattolica, che l'ha tenuto a battesimo nell'84 e sotto la sua ala protettrice in questi 25 anni. Ma esponenti della Teologia della liberazione come dom Evaristo Arns, arcivescovo di San Paolo, o dom Helder Camara, arcivescovo di Recife, sono stati mandati in pensione per limiti di età o sono morti. E' cambiata la chiesa cattolica brasiliana e sono cambiati i rapporti con l'Mst? Molto cambiati. Nella Conferenza episcopale non c'è stato un rinnovamento in linea con il passato. Le eccezioni ormai sono poche, dom Tomás Balduino, l'ex-responsabile della Commissione pastorale per la terra, dom Pedro Casaldiga, il vescovo emerito di São Félix de Araguaia, nel Mato Grosso... Purtroppo si deve dire che l'opera di papi come Wojtyla e Ratzinger ha avuto successo. Con i media l'Mst ha sempre avuto un rapporto conflittuale. I principali giornali e network radio-televisivi non parlano mai della sua funzione di coscientizzazione e democratizzazione di masse popolari sempre emarginate e abbandonate a se stesse, ma hanno cercato in tutti i modi di criminalizzare il Movimento presentandolo come violento ed eversivo. E' ancora così? E' sempre peggio. I grandi media hanno preso il posto dei partiti, che anche in Brasile sono in profonda crisi, a cominciare dal Pt. Sono i giornali e le tv a dare la linea contro i movimenti sociali come il nostro e contro la riforma agraria. Gli agro-combustibili: un altro punto di dissenso forte fra l'Mst e Lula. Che dice che le colture della canna da zucchero da cui si ricava l'etanolo e il bio-fuel non costituiscono più dell'1% delle terre coltivabili del Brasile e quindi non c'è alcuna contraddizione fra le terre usate per la produzione alimentare e le terre usate per i prodotti d'esportazione o per l'etanolo... Sono due modelli antitetici a confronto. Il modello dell'agro-business da esportazione dominato dalle transnazionali contro il modello agro-familiare e per la sovranità alimentare. Incompatibili. Adesso ci dicono che non ci sono più terre improduttive per cui, non volendo toccare il latifondo che è il vero nodo, non si può più fare la riforma agraria. Ma poi dicono anche che, di fronte ai 7 milioni di ettari coltivati a canna da zucchero di adesso, ci sono 90 milioni di ettari buoni per la canna e senza contare l'Amazzonia. Allora questa terra c'è o non c'è? E a cosa deve servire? Il Movimento dei Senza terra ha avuto fin dal principio il Pt come suo referente politico privilegiato, anche se non l'unico. E' ancora così dopo sei anni di un presidente della repubblica «petista» e altrettanti o più di sindaci e governatori statali del Pt? Non solo Lula, neanche il Pt è più il ricettore-canalizzatore delle energie dirette verso la riforma agraria. Noi Senza terra siamo ormai orfani di uno strumento politico.

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Sacconi, il socialista voltagabbana Da laico a integralista Da sindacalista a falco Dal caso Englaro alla pillola abortiva il ministro del Welfare si muove come un crociato e tenta (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Sacconi, il socialista voltagabbana Da laico a integralista Da sindacalista a falco Dal caso Englaro alla pillola abortiva il ministro del Welfare si muove come un crociato e tenta di intimidire le strutture sanitarie che rispettano la legge e le sentenze

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L'addio a Caracciolo nella chiesa al centro del Tevere in piena (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

L'addio a Caracciolo nella chiesa al centro del Tevere in piena Come «il signore che dorme nella barca nonostante la tempesta» nel passo del Vangelo secondo Marco, la bara del «principe rosso», Carlo Caracciolo, è posta a terra nell'uso nobilare, ma elevata sopra l'altare della Basilica di San Bartolomeo, a un ponte dalla sua casa, ad un altro dalla Sinagoga. Una zattera nell'isola Tiberina immersa nella piena del Tevere appena in remissione. «L'amico» editore, racconta Monsignor Vincenzo Paglia, «negli ultimi tempi era amareggiato di come l'acqua della crisi si fosse alzata oltre il limite di guardia». Coperto di rose bianche il feretro è sull'altare perché «aveva un alto senso della vita» e della «libertà di stampa» spiega il sacerdote che ne ricorda l'impegno nella Resistenza. È un mondo laico, trattenuto e composto, quello che ha reso omaggio a Caracciolo. L'intellighentia di sinistra nella piena della crisi, l'alta borghesia illuminata e l'aristocrazia, che dovranno passare ai giovani l'eredità del «principe», quella culturale. Dal fratello Nicola alla figlia Jacaranda, riuniti i ceppi della famiglia Agnelli fino ai rami allungati delle nipoti, figure alla Giacometti, le più commosse. Non c'è Marella Agnelli, la sorella di Carlo, ma c'è la nipote Marellina; è uscita dal riserbo Margherita Agnelli con Susanna, ci sono Lapo e John Elkan con la moglie Lavinia Borromeo. In piedi, segue la funzione Luca Cordero di Montezemolo. Più vistoso lo chef Vissani. Riunito il gruppo de l'Espresso. in prima fila Ezio Mauro, direttore di Repubblica e, dietro di lui, Carlo De Benedetti vicino a Eugenio Scalfari in lacrime sul sagrato. L'ex ad Marco Benedetto, poi la galassia dei quotidiani locali, tanti direttori e giornalisti, da Valentino Parlato a Giuliano Ferrara. Un mondo ampio, dai «padri» della sinistra Tortorella e Reichlin agli uomini di banche e imprese: Passera, Malagò e Ciarrapico, amici per curiosità. All'ultimo arriva il sindaco Alemanno (reduce da un funerale della destra, il padre di Di Nella). Era amico di Caracciolo, nonostante gli opposti. Parecchi i politici: Veltroni, Zanda e Gentiloni, Casini, Rutelli ( fa la comunione) e Gianni Letta. L'ultimo «ciao editore» dall'Isola lo danno gli autisti di Repubblica, i segretari e i tipografi.

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LO STATO? È FINITO PER DECRETO (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

LO STATO? È FINITO PER DECRETO Il decreto di indirizzo annunciato dal ministro Sacconi che impone alle strutture pubbliche e private convenzionate l'alimentazione e l'idratazione artificiale agli stati vegetativi permanenti è stato pensato per impedire l'attuazione della sentenza che autorizza la famiglia Englaro a sospendere la terapia nutrizionale a Eluana. La data non è casuale dal momento che la notizia è stata diffusa quando già era partita l'ambulanza che doveva prelevare Eluana dalla clinica di Lecco in cui attualmente si trova per portarla in altra struttura sanitaria. Ovviamente il decreto di indirizzo è un atto intimidatorio che si configura come un ricatto attuato sulla struttura sanitaria disposta ad accogliere Eluana, atto che ha raggiunto l'effetto voluto ossia intimidire chi era disponibile a liberare Eluana dalla situazione di non-vita in cui si trova. L'atto del ministro segna la fine dello stato liberale e democratico caratterizzato dalla separazione dei poteri frutto della tradizione illuminista e democratica. Dobbiamo prendere atto che oggi, dopo il decreto Sacconi, in Italia il potere esecutivo è l'unico potere forte che regola la vita sociale italiana. Gli italiani hanno perso la possibilità di rivolgersi a un giudice ed avere un giudizio indipendente ed imparziale, dal momento che anche dopo averlo ottenuto si trovano di fronte a un potere esecutivo che, con un colpo di mano, impedisce l'attuazione di quanto stabilito dal giudice (nel caso specifico la suprema corte di Cassazione!). È difficile sapere che tipo di regime si stia instaurando, ma sicuramente segna l'inizio di un "catto-berluschismo" attuato con la complicità di una sinistra tiepida. Non abbiamo sentito i leader dell'opposizione protestare al riguardo, silenzio assordante che fa pensare alla sudditanza alla posizione dei teodem (Binetti e co.). Ma non solo questo: qualche giorno fa abbiamo preso atto dell'esplicito rifiuto opposto dall'assessore della Sanità della Toscana Enrico Rossi di accogliere Eluana in quella regione. A prescindere dai discorsi etici, sono atti gravi sul piano istituzionale perché assistiamo a una svolta totalitaria nel senso che i poteri fondamentali regolatori della vita sociale (legislativo, giudiziario ed esecutivo, secondo Montesquieu) sono accentrati in un unico "tutto": il potere esecutivo che ha emanato il decreto Sacconi. È cambiata la forma di Stato che ci è stata consegnata dai padri fondatori della Repubblica. L'altro giorno Berlusconi ha dichiarato di volere cambiare la Costituzione da solo, e oggi il decreto Sacconi annulla la sentenza della Cassazione. L'unico vero potere è quello della Chiesa cattolica romana che, come già in passato, teme che lo Stato di diritto democratico avvalli l'etica laica e secolare che rifiuta la sacralità della vita. Gli uomini della provvidenza cambiano, ma la "provvidenza" colpisce ancora.

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Una carriera di successo con missioni all'estero (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 18-12-2008)

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Una carriera di successo con missioni all'estero SAVONA Teo Luzi, 49 anni, sposato e una figlia, originario di Cattolica (Rimini), è comandante provinciale dei carabinieri di Palermo dal 10 settembre 2007. Ha frequentato l'Accademia Militare di Modena negli anni 1978/1980 e, a seguire, la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma fino al 1982. E' stato nominato sottotenente nel 1980, tenente nel 1982, capitano nel 1985, maggiore nel 1994, tenente colonnello nel 1998 e colonnello nel 2003. Ha retto incarichi in Italia tra cui quello comandante del nucleo operativo della Compagnia di Roma Piazza Venezia (dal 1982 al 1984) e di comandante della Compagnia Roma-Centro (dal 1984 al 1992). Comandante del Nucleo Informativo di Roma (anno 1993), in cui è stato responsabile tra l'altro delle attività connesse con la sicurezza dello Stato ed il contrasto ai fenomeni di macro criminalità. E ancora capo «Ufficio bilancio» e Capo ufficio armamento e equipaggiamenti Speciali» presso il Comando Generale (2003-2005). E comandante provinciale dei carabinieri di Savona (dal 2001 al 2003). Ha assolto vari incarichi in campo internazionale, in particolare presso reparti che operano per il mantenimento della pace e la sicurezza nei Balcani, tra cui quello di Capo di Stato Maggiore presso la «Multinational Specialized Unit» in Bosnia & Erzegovina (giugno 1998-maggio 1999); responsabile del nucleo organizzativo della "Multinational Specialized Unit" in Kosovo (giugno-luglio 1999). Per ultimo ha assolto l'incarico di capo del VI Reparto «Pianificazione e Programmazione finanziaria e Controllo» del Comando Generale dell'Arma, quale responsabile finanziario nazionale dell'Arma (2006-2007). Si è laureato in Scienze Politiche (nel 1986) e in Giurisprudenza (nel 1989) all'Università «La Sapienza» di Roma.

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Ileghisti l'avranno presa male, anche se al momento non c'è traccia di reazioni uffic... (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Ileghisti l'avranno presa male, anche se al momento non c'è traccia di reazioni ufficiali. E così i federalisti, di cui trabocca la nostra scena pubblica. Perché l'editto di Sacconi, l'atto con cui il ministro pretende di chiudere a Eluana le porte d'ogni clinica pubblica o privata, è innanzitutto questo: un diktat per le Regioni, nonché per le Province di Trento e di Bolzano. È insomma la mascella volitiva dello Stato, che detta legge agli enti decentrati. Ma come, non siamo già immersi mani e piedi in uno Stato federale? Non c'è alle viste il federalismo fiscale, che renderà totale l'immersione? Evidentemente no. In Italia funziona così, c'è spazio solo per un federalismo dei giorni dispari, nei giorni pari ciascuno torna al suo vecchio mestiere. Ma la questione si misura essenzialmente in punta di diritto. Come d'altronde fin qui è sempre accaduto, in questa guerra di carte bollate e di sentenze combattuta su un corpo senza coscienza, senza volontà. Tuttavia l'ultimo episodio registra un miracolo giuridico: la resurrezione del defunto. Il provvedimento di Sacconi riesuma difatti la funzione d'indirizzo e coordinamento, con cui lo Stato ha regolato per trent'anni l'attività delle Regioni. Lo faceva in nome dell'interesse nazionale, una formula magica ospitata nel vecchio testo della Costituzione. Ma a condizione che l'atto d'indirizzo venisse espressamente previsto in una legge, che fosse adottato dall'intero Consiglio dei ministri, che la Conferenza Stato-Regioni avesse manifestato il proprio assenso. Come stabiliva l'art. 8 della legge Bassanini (n. 59 del 1997), che entrò in vigore quando la funzione d'indirizzo e coordinamento era ormai agonizzante, incolpata non a torto d'aver affossato l'esperienza regionale. Nessuna di queste tre condizioni ricorre nel provvedimento solitario di Sacconi, che dunque suona illegittimo perfino rispetto al vecchio ordine giuridico. Ma nel 2001 la riforma del Titolo V ha soppresso ogni riferimento all'interesse nazionale e ha soppresso perciò le basi su cui poggiava il potere d'ingerenza del governo. Non solo: l'art. 8 della legge La Loggia (n. 131 del 2003) ha poi ulteriormente precisato, a scanso d'equivoci, che gli atti d'indirizzo e coordinamento sono vietati nel campo della sanità. Sicché l'atto firmato da Sacconi è due volte incostituzionale: sia per il passato remoto che per il futuro prossimo. Anzi tre volte: perché oltre a offendere le competenze regionali calpesta la sovranità del Parlamento (soltanto una legge statale di principio può intervenire in materia sanitaria), e perché viola le attribuzioni del corpo giudiziario (sul caso Eluana c'è ormai una sentenza definitiva della Cassazione). Insomma questo provvedimento non vale nulla, è come una legge promulgata dal direttore delle Poste. E allora a cosa serve? Semplice: serve a intimidire gli ospedali, a ricattarli minacciando di togliergli i quattrini, se non addirittura la licenza. E perché Sacconi, che è persona seria, ci ha messo in calce la sua firma? Ri-semplice: perché ha agito sotto dettatura. Non è il primo caso, non sarà purtroppo l'ultimo. È appena successo con i fondi per le scuole private, dopo la protesta a squarciagola della Cei: 120 milioni spariti e subito riapparsi con un emendamento in Finanziaria. Succede con la pillola del giorno dopo, la cui vendita al pubblico viene rinviata di anno in anno, con gran soddisfazione del Vaticano. Diciamolo: c'è un Antistato dentro il nostro Stato. Le sue sentinelle, i suoi stessi generali, sono ormai i generali dello Stato italiano. Da qui l'impotenza della cittadella burocratica, da qui la complicità della politica: l'una e l'altra ormai espugnate dall'interno, e senza neanche la fatica di fabbricare un cavallo di Troia. Da qui la strage della nostra civiltà giuridica, pur sempre figlia del secolo dei Lumi, quando l'Antistato ha in odio le carte settecentesche dei diritti, l'etica del dubbio, la separazione dei poteri. Prima di consegnarci prigionieri, c'è però un Dio laico cui possiamo chiedere soccorso. È un giudice, e magari qualche volta può sbagliare. Ma giudica con la stessa toga ministri e cittadini. E nessuno ministro, così come nessun cittadino, ha il potere di rovesciarne le sentenze. michele.ainis@uniroma3.it

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L'asilo parrocchiale ha i giorni contati (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 18-12-2008)

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il caso Il sindaco cerca una soluzione contro la chiusura MAURO C AMOIRANO L'asilo parrocchiale ha i giorni contati MILLESIMO Sta probabilmente per chiudere l'asilo parrocchiale. L'ordine delle Suore della Misericordia, di Savona, che gestisce l'asilo frequentato da una trentina di bambini, pare abbia deciso la dismissione della struttura. Il sindaco, Mauro Righello, si è subito attivato per ottenere una proroga. Il problema è reale, come ammette lo stesso presidente del comitato di gestione dell'asilo, ingegner Claudio Bruno: «La più giovane delle cinque suore che si occupano dei bambini ha 70 anni e quindi la casa madre dell'ordine religioso ha deciso di richiamare in sede le consorelle, anche, immagino, in un programma di taglio dei costi. Attualmente l'asilo, intitolato a don Pregliasco, frequentato da 30 bambini, seguiti da due suore e da due insegnanti laiche. Chiudere la struttura - la previsione è entro la fine dell'anno - sarebbe un vero problema anche per le famiglie, oltre a significare la perdita di un pezzo di storia del paese, visto che l'asilo parrocchiale è attivo da oltre50 anni ed ancor prima aveva compiti di scuola materna». La proposta avanzata è stata quindi «di valutare la possibilità di rimandare la chiusura di due anni, in modo da chiudere il ciclo di frequenza per i trenta bambini bambini (l'asilo ne ospita dai 3 ai 6 anni) e, contestualmente, consentirci di trovare soluzioni alternative». Una richiesta condivisa dal sindaco, Mauro Righello, che spiega: «Appena venuto a conoscenza del problema mi sono attivato, incontrando i genitori, e poi ottenendo un incontro con la madre superiora, suor Francesca, avanzando la richiesta che almeno un nucleo di suore rimanga per qualche tempo. Ho preso poi contatti con il Provveditorato per valutare la possibilità di trasformare l'asilo da privato a pubblico, ma non è un iter facile. Per questa seconda ipotesi mi piace sottolineare la disponibilità dell'Ordine religioso, che è anche proprietario dell'immobile, per una formula che ne consenta l'utilizzo come scuola pubblica». Prosegue, Righello: «Suor Francesca, di fronte alle nostre richieste, premesso che il Consiglio generale dell'Ordine aveva già deliberato la chiusura dell'istituto, comprendendo la nostra situazione, e dimostrando molta disponibilità, ha riconvocato per gennaio il Consiglio per rivalutare il caso di Millesimo». Il sindaco pone poi l'accento anche sul fattore economico: «Pur essendo una scuola parrocchiale, e quindi privata, il Comune negli ultimi 4 anni ha triplicato i contributi. Certo se la Finanziaria dovesse davvero prevedere nuovi tagli il Comune si troverebbe in difficoltà». A Millesimo esiste un'altra struttura, di grande qualità, seppur «asilo nido», e quindi destinato ai più piccoli: «L'Albero Rosso», che, tra l'altro, ha recentemente ottenuto la certificazione ISO 9001:2000. Per l'asilo, gestito dalla Cooperarci, e messo a disposizione dalla Demont (che si fa anche carico delle utenze e dei servizi di pulizia e della mensa) al piano terra della palazzina costruita dal gruppo guidato dall'imprenditore Aldo Delle Piane, il Comune ha stanziato, nel bilancio del 2009, 43 mila euro per contenere le rette a carico delle famiglie.

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DECISAMENTE i rapporti fra Vaticano e mondo della ricerca scientifica non sono tra i migliori. I... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 18-12-2008)

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Giovedì 18 Dicembre 2008 Chiudi di SILVIO GARATTINI DECISAMENTE i rapporti fra Vaticano e mondo della ricerca scientifica non sono tra i migliori. In modo sistematico e continuo alti prelati e perfino Benedetto XVI lanciano divieti ed anatemi ai ricercatori scientifici. Gli argomenti riguardano soprattutto le problematiche (non solo di ricerca), che hanno a che fare con la vita. Cellule staminali embrionali, utilizzo di embrioni, riproduzione in vitro, contraccezione sono i temi su cui la discussione è più accesa. Nessuno ovviamente nega alla Chiesa cattolica il diritto di indirizzare i suoi credenti verso i principi che devono essere osservati per rimanere nell'alveo della dottrina cattolica. Ciò che preoccupa è la pretesa di voler obbligare tutti a seguire regole che non sono condivise da una visione laica e neppure da altre religioni comprese quelle cristiane, più vicine al cattolicesimo. È anche preoccupante che i "divieti" ricadano soprattutto sull'Italia dove i nostri politici tendono a seguire supinamente tali direttive che si riflettono poi sulla nostra legislazione. Diverso è l'atteggiamento dei politici di altri Paesi, come nella cattolica Spagna, dove la legislazione è molto più favorevole alla possibilità di sperimentare nuove vie, incluso l'utilizzo e la produzione di cellule staminali embrionali, condizione comune a molti Paesi europei. È preoccupante anche l'atteggiamento rigido della Chiesa che sembra non voler accettare alcuna discussione, non riconoscendo che anche i principi etici cambiano nel tempo e soprattutto alla luce di nuove conoscenze promosse da tecnologie che fino a pochi decenni fa non erano né disponibili, né pensabili. Lo sviluppo della conoscenza è una tendenza inarrestabile dell'uomo, soprattutto quando ci si inoltra ad esplorare le frontiere del sapere biologico, quelle che hanno a che fare con l'origine della vita. La scienza non può progredire solo attraverso ipotesi, deve verificarle attraverso la sperimentazione. Fa errori perché l'errore è frutto delle attività umane, ma ha in sé una continua capacità di miglioramento e di correzione. Non va trascurato il fatto che la ricerca biomedica non è fine a se stessa, ma è la base per poter alla fine curare le sofferenze e le malattie dell'uomo. Per fare un solo esempio: perché i ricercatori sono così interessati a portare avanti le ricerche che riguardano le cellule staminali embrionali umane? Non sarebbe sufficiente studiare le cellule staminali adulte presenti in tutti gli organi o le cellule staminali ombelicali ricavabili dal cordone ombelicale dopo la nascita? Purtroppo no, perché si devono cercare tutte le possibilità e le cellule embrionali offrono probabilmente una maggiore duttilità e un maggiore spettro di applicazione. D'altra parte non si tratta di "fabbricare" nuovi embrioni, ma almeno di utilizzare quelli provenienti ad esempio da aborti che, in ogni caso, vengono eliminati. I ricercatori sperano di poter usare le cellule embrionali per riparare gli organi danneggiati. Dopo un infarto il cuore perde molte cellule e perciò è indebolito. Tuttavia se si trapiantassero cellule staminali si potrebbero sostituire le cellule mancanti in modo da ripristinare una normale funzione cardiaca. La stessa prospettiva può essere estesa al cervello. Molte malattie debilitanti, dal Parkinson all'Alzheimer, sono dovute alla perdita di cellule neuronali. Se queste ultime potessero essere sostituite con cellule staminali in grado di diventare cellule nervose, molte malattie neurodegenerative potrebbero migliorare. I ricercatori mirano anche a progetti più ambiziosi: riuscire attraverso le cellule staminali - soprattutto embrionali - a ricostruire "in vitro" interi organi. Il progetto in questione è molto importante data la carenza di donatori e quindi organi da trapiantare rispetto alle reali necessità. Nessuno può essere sicuro di ottenere risultati importanti per la salute, attraverso l'utilizzo delle cellule staminali, ma è certo che se non si sperimenta, i progressi non possono arrivare. Occorre anche ricordare che i ricercatori operano in un sistema con molti controlli sociali, in primis ad opera dei comitati etici, e nell'ambito di leggi e di circolari ministeriali.Si ha l'impressione che la discussione in atto fra la Chiesa ed il mondo della ricerca scientifica rischi di essere sterile. Forse sarebbe bene cercare di impostare una possibilità di dialogo per ascoltare e per capire le ragioni delle parti. Si opera molto oggi attraverso i "tavoli" di discussione. Dialogare è sempre utile, serve a rimuovere pregiudizi e a cercare vie comuni, fatto importante considerando che si parla di uno dei beni più importanti per l'uomo, la salute.

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<Più forti della crisi> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 18-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Sport - data: 2008-12-18 num: - pag: 56 categoria: REDAZIONALE «Più forti della crisi» Montezemolo: «Hamilton? Preferisco Massa è stato protagonista ed è una bella persona» Il presidente della Ferrari guarda avanti: «Il 2009 è indecifrabile La concorrenza non mancherà, ma saremo all'altezza» -DA UNO DEI NOSTRI INVIATI MARANELLO — L'orticaria che sostiene venirgli quando arriva secondo, guarirà con la pomata che gli è stata donata. Quanto al televisore che ha sfasciato dopo la beffa di Massa ad Interlagos, gli invitati alla cena di Natale della Ferrari non potevano fare più di tanto: sono tempi grami e di economie per tutti. Però grazie a un guscio protettivo per il telecomando, anche questo consegnatogli a mo' di cadeau, Luca di Montezemolo se non altro nel futuro limiterà i danni. Sempre che le Rosse di F1 perdano di nuovo, ipotesi non da escludere («Ci aspetta un 2009 indecifrabile, nel quale tanti saranno competitivi») ma da scacciare con il lavoro e con la voglia di riscatto, almeno in relazione al Mondiale piloti, perché lo scalpo dei costruttori — ottavo in dieci anni — c'è ed è più che mai motivo d'orgoglio. Più forti della crisi, sia nel settore commerciale, sia in quello che sta attanagliando, ormai ad ogni livello, il motorismo sportivo: è il messaggio lanciato da Maranello per l'anno che verrà ed è la sintesi di una serata in cui lo «swing» del presidente ci ha portato attraverso l'aneddoto di Enzo Ferrari e la Lollobrigida, ragionamenti seri, divagazioni di politica sportiva, scampoli di cabaret e una frecciata al Lewis Hamilton che non ha progetti «rossi» per la carriera: «è bravo e ha vinto con merito, ma io non cambierei mai Massa con lui. Intanto gli abbiamo evitato una seconda sconfitta sul filo di lana e un giro dallo psichiatra...». Simpatia Già, l'epilogo, stavolta bruciante, del Gp del Brasile. Un kappaò pazzesco («Una delusione in quindici secondi»), ma che lascia contropartite positive. «La Ferrari ha acquistato in simpatia e Massa si è reso protagonista come uomo di sport, come una bella persona che ha saputo perdere con stile. Sia chiaro: non è stato sconfitto in Brasile, ha perso per i nostri errori, anche se la F2008 si è rivelata la macchina migliore e la squadra è stata forte e compatta». Però poi Montezemolo ha dedicato un brindisi a Stefano Domenicali «per la cavolata dell'anno, il famoso rifornimento di Singapore sulla monoposto di Felipe». è stata solo una battuta, non una delegittimazione dell'erede di Todt. Che ha anzi acquisito nuovi meriti per il paradiso («A Stefano bisogna fare i complimenti per i risultati ottenuti »), evidenti pure nella forma: il suo predecessore, per la prima volta, non era presente. Un gesto elegante dello stesso Todt, ma, nel contempo, un messaggio che consolida una svolta. 2009 e oltre Ci sono già delle novità per il 2009, dalla volontà di vincere la sfida del vituperato Kers, alias dispositivo per il recupero dell'energia cinetica («è costoso, è pensato in maniera sbagliata ed è un'incognita: ma saremo ??laici'' nel valutarlo, privilegiando l'affidabilità quando si tratterà di stabilire se montarlo o meno»), all'avvento del marchio Tata sulle monoposto (primo partner indiano della storia a figurare su una Ferrari di F1), a ritocchi dell'organigramma: dalla Toro Rosso arriva Massimo Rivola (aiuterà Luca Baldisserri nelle attività in pista), mentre Andrea Stella diventa il nuovo ingegnere di macchina di Kimi Raikkonen e Chris Dyer è promosso a ruoli di coordinamento. Totale: «Saremo forti, ma sarà dura: la concorrenza non starà a guardare, a cominciare dalla Bmw». A proposito di Raikkonen. La sua stagione in calando vale un buffetto («Fino al Gp di Magny-Cours è stato straordinario; poi si è stancato e ha chiesto a un amico di guidare per lui...») e un atto di fiducia: «Nel 2009 sarà di nuovo al vertice. Non è un grande comunicatore; però se Kimi vince, per me va bene». Qui, allora, insorgeranno coloro che si battono per Alonso alla Ferrari. Per loro non ci sono clamorose notizie ma frasi già udite («Non esiste alcun tormentone, con i piloti siamo a posto per due anni ») e il consueto dire e non dire: «Il futuro lo vedremo: Alonso è giovane e la Ferrari è giovanissima». Insistiamo: sono negazioni tanto simili a conferme. Bernie & Max Comunque, il domani non sarà certo Valentino Rossi. Il grande sogno accarezzato e rimasto irrealizzabile è comparso più che altro nei quadretti da cabaret: «Allora, chi altro si ritira oltre alla Honda? Ah sì, l'indiano... (Vijay Mallya, che ha appena mollato la fornitura dei motori Ferrari per far diventare la Force India il team B della McLaren, ndr): quindi Fisichella si libera e farà il collaudatore insieme a Bado

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Vaticano contro Fini: opportunismo meschino (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 18-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-12-18 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Vaticano contro Fini: opportunismo meschino L'Osservatore dopo le accuse sulle leggi razziali: sorprendono le parole di un erede politico del fascismo Per il quotidiano della Santa Sede il presidente della Camera è colpevole di «approssimazione storica» ROMA — «Approssimazione storica e meschino opportunismo politico». è arrivata, attraverso l'Osservatore Romano, durissima e senza appello, la reazione del Vaticano alle parole del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, che martedì ha sostenuto che l'«infamia » delle leggi razziali del 1938 non può essere spiegata solo con «l'ideologia fascista». E ha sottolineato la mancanza di «manifestazioni particolari di resistenza» anche da parte della Chiesa cattolica. «Opportunismo sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani», ribatte la presidenza della Camera, in un inedito botta-risposta che non ha precedenti dai tempi dei Patti Lateranensi. Poi in serata un incontro tra Fini e monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cappellano di Montecitorio, prima della celebrazione della messa natalizia per i deputati e della benedizione del Bambinello del presepe allestito alla Camera. Il colloquio, già preventivato e durato circa mezz'ora, è stata l'occasione per un confronto ed un chiarimento. L'Osservatore è intervenuto con un commento di trentatrè righe, verosimilmente frutto del giudizio sulla vicenda della Segreteria di Stato. Trentatrè righe soppesate parola per parola dopo che il direttore, Gian Maria Vian, ha valutato il testo scritto del discorso di Fini, la registrazione video dell'evento sul sito della Camera, e l'aggiunta di quelle due parole a braccio, «duole ammetterlo», che forse nell'intenzione di Fini doveva servire a mitigare l'affermazione, ma che ha probabilmente dato l'ulteriore impressione di un superiore giudizio morale esercitato dalla terza carica dello Stato rispetto alla Chiesa. Per cui la replica dell'Osservatore ha puntato dritto sulla primaria responsabilità del regime fascista nell'elaborazione e promulgazione delle leggi razziali. «Di certo — afferma il commento anonimo e quindi attribuibile al direttore — sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo — che dell'infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze — chiami ora in causa la Chiesa cattolica». Così «dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico». Il breve intervento del giornale vaticano ricorda «le polemiche » suscitate dalle parole di Fini e gli interventi di «politici, storici e media». Tra questi viene citato il titolo in prima pagina del Corriere della sera di ieri («I silenzi di un Paese intero») che sintetizza «un dettagliato articolo del vicedirettore Pierluigi Battista». Infine l'Osservatore mette in evidenza che il quotidiano dei vescovi Avvenire sul suo sito internet ha criticato «anche il leader del Partito democratico, il quale nel pomeriggio di ieri aveva definito l'analisi di Fini "di una verità palmare"». La controreplica della presidenza della Camera — preceduta di poco da una dichiarazione in cui Enzo Raisi dell'esecutivo di An aveva definito «attacco sconclusionato» l'articolo del giornale vaticano — è giunta quando l'Osservatore era in edicola già da qualche ora. La direzione del quotidiano vaticano non ha commentato. Nei prossimi giorni i diversi media vaticani, a cominciare dall'Osservatore, torneranno sull'argomento dal punto di vista storiografico. L'immediato consenso che è arrivato a Fini da parte delle comunitÁ ebraiche e di alcuni autorevoli storici — come Giovanni Sabbatucci — deve aver preoccupato la Santa Sede. Nei mesi scorsi al centro della «querelle» si era trovata la figura di Pio XII. Ma Fini è uscito dal confine temporale dell'inizio della Seconda guerra mondiale, per allargare il discorso del giudizio storico e soprattutto morale indietro fino a Pio XI. M.Antonietta Calabrò

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L'amarezza di Gianfranco: nessun attacco, lo dice la storia (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 18-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-12-18 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Dietro le quinte Il chiarimento con monsignor Fisichella L'amarezza di Gianfranco: nessun attacco, lo dice la storia ROMA — Alla fine c'è stato anche il chiarimento, o comunque l'illustrazione dei rispettivi punti di vista. Perché ieri sera, alla Camera, Gianfranco Fini ha incontrato Monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Academia per la vita. E gli ha spiegato quello che in queste tormentate ore sta assicurando a tutti i suoi interlocutori: non c'era nessun «disegno» politico, nessuna voglia di aprire «una polemica gratuita» contro il Vaticano nelle sue parole di due giorni fa, che hanno provocato la vibrante protesta dei vertici ecclesiastici e non solo. Quell'uscita — quel suo «nemmeno la Chiesa cattolica, salvo talune luminose eccezioni» fece abbastanza per contrastare le leggi razziali —, altro non è stata che «un'analisi storica », nemmeno così nuova o contestata, e in qualche modo affrontata dalla Chiesa stessa, se è vero che il documento che ha ispirato il presidente della Camera è un testo della Commissione teologica internazionale del 2000 intitolato proprio «Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato». Non solo: tra i documenti che hanno ispirato la riflessione, c'è anche un numero proprio dell'Osservatore Romano del 15 gennaio del 1939 in cui, per la prima volta dal varo delle leggi razziali (dicembre 1938), si affronta indirettamente il tema. Come? Con la pubblicazione dell'omelia dell'Epifania dell'allora Vescovo di Cremona Giovanni Cazzani che tutto era tranne una presa di distanza dall'antisemitismo: «Un vero cattolico — è uno dei passaggi— non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei» e ancora «la Chiesa ha fatto fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici». Dunque, sono i fatti a parlare, è l'opinione di Fini, non altro. «Perché avrei dovuto a freddo sfidare i vertici vaticani, quale tornaconto politico ne avrei dovuto avere?», è la domanda retorica di Fini. Un Fini che, anche dopo l'incontro con l'alto prelato (programmato da tempo, visto che Monsignor Fisichella ha visitato Montecitorio per benedire il presepe), non cambia dunque idea sulla liceità, per un presidente della Camera, di intervenire anche su temi delicati che riguardano la storia nazionale. E non chiede scusa. Piuttosto Fini, esasperato da quello che ritiene «un inutile esercizio di interpretazione delle mie parole» sui temi più svariati — dal rischio liderismo nei partiti moderni alla necessità del dialogo istituzionale —, si chiede come mai se a fare certe analisi basate comunque su filoni storiografici consolidati è lui, scoppia il pandemonio. E non accetta quello che tra le righe gli rimprovera l'Osservatore Romano, e cioè che un post-fascista non dovrebbe accusare gli altri di aver fatto poco contro il fascismo. Non ci sta perché, è la riflessione del numero uno di An, proprio a lui che «più di qualunque altro leader della destra» ha fatto gesti e pronunciato parole di condanna durissime su fascismo e antisemitismo, non si può chiedere di tacere e non esprimersi anche sugli errori degli altri. «Io i miei passi, i miei strappi li ho fatti. Io...». E però, non sembra che i suoi uomini abbiano capito, o comunque accettato, la mossa del leader. In An è calato un gelido silenzio sulla vicenda, che non cela il disorientamento, lo sconcerto, anche la rabbia per una uscita che «non si capisce a cosa serva », che «ci mette contro il Vaticano » e nessuno minimamente si aspettava. Si limita a un sorriso Alemanno, non parlano gli altri big del partito, che già si sentirono traditi da Fini quando scelse, irritando molto le gerarchie ecclesiastiche, di sostenere il referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita. Allora come ora, non sembra che il leader se ne preoccupi più di tanto. Paola Di Caro Il caso Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha incontrato ieri sera monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cappellano di Montecitorio

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L'Osservatore romano contro Fini: salva il fascismo (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 18-12-2008)

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LEGGI RAZZIALI L'Osservatore romano contro Fini: salva il fascismo Stefano Milani ROMA La Chiesa va all'attacco. Dopo la presa di posizione di Gianfranco Fini, martedì scorso, che definì le leggi razziali «un'infamia, a cui la Chiesa non si oppose», il Vaticano si mobilita e schiera le "penne" amiche per ribattere colpo su colpo alle accuse del presidente della Camera. Ci pensa così l'Osservatore romano, organo di stampa della Santa Sede, a rimettere i puntini sulle "i". Perché le parole pronunciate dal leader di An «sorprendono e amareggiano» e dimostrano «approssimazione storica e meschino opportunismo politico», scrive il quotidiano papale. Il giudizio di Oltretevere è dunque severo e senza appello, e sta tutto in un breve articolo dal titolo didascalico: «A proposito delle dichiarazioni di Gianfranco Fini». «Di certo - si legge - sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo, che dell'infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze, chiami ora in causa la Chiesa cattolica». La risposta dell'entourage della terza carica dello stato non si fa attendere, ed è piuttosto stizzita: «Sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani». Ma l'Osservatore romano non è il solo a lanciare critiche, prima di lui l'Avvenire, giornale della conferenza episcopale italiana, a metterci il carico e aprendo il proprio sito con il titolo «Fini "scivola" su leggi razziali e Chiesa». E a ruota si accodano quasi tutti i politici cattolici, a cominciare da Luca Volontè (Udc) secondo il quale «il presidente della Camera si è dimenticato del proprio ruolo istituzionale».

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"adesso occorre una legge" ma i laici del centrodestra bocciano l'atto del governo (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 15 - Cronaca Interviene Schifani. E nel Pdl l´iniziativa del Welfare fa discutere "Adesso occorre una legge" ma i laici del centrodestra bocciano l´atto del governo Schifani: "Sembra ormai maturo il tempo per discussione parlamentare" ROMA - La decisione di Sacconi apre il dibattito nel centro-destra. Fa discutere, solleva dubbi, registra alcune prese di distanza e, da più parti, la richiesta di arrivare presto a una legge sul testamento biologico. Sulla questione interviene anche la seconda carica dello Stato: nel suo intervento al Quirinale, il presidente del Senato, Renato Schifani sottolinea: «Sembra ormai maturo il tempo per una compiuta discussione in sede parlamentare, dove il dibattito sulle disposizioni anticipate di volontà si è arricchito dell´impegno fattivo e costruttivo di tutte le componenti politiche». Secondo Schifani «rispettare la persona significa anche riconoscerle quella autonomia e libertà che le sono proprie, ma certamente resta problematico imporre ad un terzo un obbligo diverso dall´esercizio dei doveri di solidarietà». E se, sulla necessità di arrivare a una legge si schiera anche il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, nel centrodestra c´è chi storce il naso di fronte all´iniziativa del ministro Sacconi. Il governatore del Friuli, Renzo Tondo, Forza Italia liquida l´atto del governo come «ininfluente» e dello stesso avviso è anche il senatore Ferruccio Saro, amico di Beppino Englaro, che pone il problema del possibile conflitto di competenze. Saro chiede a Sacconi «una diversa considerazione del caso di Eluana» e ricorda che il «Friuli Venezia Giulia è fuori dal servizio sanitario nazionale e ha competenza primaria in materia». Presa di distanza dall´atto di indirizzo del ministro del Welfare anche dal consigliere regionale di FI in Veneto, Regina Bertipaglia: «Solo una legge del Parlamento potrà normare una questione così delicata come gli stati vegetativi irreversibili». Più che perplesso l´ex radicale oggi Pdl Benedetto Della Vedova che paventa una deriva confessionale della coalizione. «Sui temi della biopolitica ? spiega - prevale un riflesso automatico di adeguamento alle posizioni più intransigenti delle gerarchie ecclesiastiche». (p.co.)

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i no della chiesa alla procreazione assistita - corrado augias (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

C aro Augias, l'articolo di Navarro-Valls su "Repubblica" mescola elementi scientifici di comprensione universale, quali il congelamento degli ovociti, con altri quali "trascendenza" e "metafisica". Che "Dio conferisca l'anima alla persona umana non appena essa si forma, al momento del concepimento" implica, a parte credere in Dio, chiedersi la differenza tra "conferimento" ed "infusione" nonché il significato di "anima". Se si vuole che un appello dottrinale arrivi in modo comprensibile a tutti, senza la mediazione interessata e talvolta deformante di interpreti, non si può adoperare un linguaggio magico. L'unione dei corpi non è esclusiva della specie umana, riguarda anche qualche altra specie, anime un po' più selvatiche. Spiace poi che argomenti che riguardano decisioni spesso dolorose di coppie desiderose di generare e crescere figli normali siano analizzati da persone prive di esperienza diretta in merito. I cattolici dichiarano di essere fedeli ai pronunciamenti del Papa. Che egli dica, apertamente, quali sono i divieti, decretando magari la scomunica per chi non obbedisca. Se l'Italia è davvero per oltre il 90 per cento cattolica, il problema si risolve da solo. Perché voler coinvolgere anche i non credenti? Franco Ajmar, Genova franco.ajmar@yahoo.it I l dottor Navarro-Valls ha commentato su "Repubblica" del 13 dicembre l'ultima istruzione della Congregazione per la Dottrina della fede, "Dignitas personae", che riguarda la procreazione. Quella diciamo di tipo tradizionale e quella assistita con i nuovi strumenti della scienza. Il suo punto di vista coincide ovviamente con quello pontificio. È un collaboratore di questo giornale e su temi di tale delicatezza la ricognizione delle opinioni deve avere la massima estensione possibile. Tanto più che l'istruzione voluta da papa Ratzinger ha suscitato non poche perplessità. Sul numero di domenica scorsa Marco Politi ha commentato scrivendo «Un lungo rosario di "no" caratterizza le ultime prese di posizione vaticane. Come se per Benedetto XVI la dottrina contasse più del rapporto con i fedeli». Io mi limito a ricordare che la teoria secondo la quale l'anima entra nell'embrione fin dal concepimento risale solo al 1620 quando Thomas Fyens (medico filosofo della cattolicissima Lovanio, oppositore delle tesi copernicane) formulò questa tesi sulle cui basi si continuarono a costruire imposizioni e divieti. L'argomento è stato studiato ed esposto dal professor Adriano Prosperi nel suo "Dare l'anima / Storia di un infanticidio" (Einaudi 2005). Ancora alla fine dell'Ottocento si dubitava, da parte cattolica, che il feto (non l'embrione, il feto) avesse personalità autonoma da quella della madre. San Tommaso, ai suoi giorni, riteneva che gli embrioni avessero solo un'anima sensitiva, come gli animali, e pertanto non partecipassero alla resurrezione della carne. Tutte teorie degne di considerazione, tutte ugualmente opinabili (e infatti mutevoli) dal momento che l'arrivo dell'anima nessuno lo potrà mai registrare.

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la messa nelle scuole non fa bene ai cattolici - augusto cavadi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina I - Palermo La polemica Imposta per motivi discutibili, vissuta in un clima di goliardia La messa nelle scuole non fa bene ai cattolici AUGUSTO CAVADI Tra i paradossi del periodo natalizio si registra la moltiplicazione - in clima di ciaramelle e presepi - di motivi di litigi fra fidanzati, coniugi, colleghi di lavoro. Ogni spunto può risultare deflagrante: la scelta del locale in cui aspettare la mezzanotte o dei suoceri con cui consumare il cenone della vigilia o dei giorni di ferie. Le scuole elementari siciliane non fanno eccezione. SEGUE APAGINA XVII SEGUE A PAGINA XVII

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la messa nelle scuole - augusto cavadi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XVII - Palermo LA MESSA NELLE SCUOLE AUGUSTO CAVADI E per colmo dei colmi, il casus belli è la santa messa. Dove sta, con precisione, la questione? Se - come avviene nel resto del mondo civile - si trattasse di darsi appuntamento in una chiesa cattolica per pregare insieme, in una delle tante giornate di vacanza previste dal 24 dicembre al 7 gennaio, non ci sarebbe che da rallegrarsi: che cosa di più bello, per chi convive quasi tutto l´anno in uno stesso ambiente di ricerca intellettuale, di condividere fra credenti la stessa gioia per la memoria della nascita del Salvatore? Purtroppo, però, si ha il fondato sospetto che gli alunni non avvertano questa esigenza spirituale: si teme che - nonostante i catechismi in preparazione della prima comunione e della cresima, nonostante le montagne di ore di lezioni di religione cattolica, nonostante gli sceneggiati televisivi su tutti i santi del calendario - preferiscano trascorrere il tempo libero in palestra o tra i videogiochi. Da qui l´idea geniale (a quanto pare sinora condivisa dalla maggior parte dei dirigenti scolastici, dei docenti e dei genitori): organizzare la celebrazione eucaristica in orari scolastici, al posto delle lezioni curriculari, conferendole la veste di un´attività parascolastica semi-obbligatoria. Le intenzioni dei consigli di istituto che deliberano in questo senso sono fuori discussione: nella crisi dei «valori» generalizzata ricorrere alla vecchia funzione della religione come antidoto al degrado dei costumi e al disorientamento etico. Ma, se prescindiamo dalla analisi delle intenzioni, non si possono chiudere gli occhi sugli effetti discutibili di tali decisioni e sulle obiezioni consistenti da queste sollevate. Un primo ordine di obiezioni viene da chi è convinto che la scuola statale debba essere rigorosamente aconfessionale: proprio perché vuole essere la casa di tutti, non può essere - anzi neppure apparire - appannaggio di una parte politica o filosofica o religiosa. Se si tratta di studiare il cattolicesimo, la scuola è perfettamente nei suoi diritti, anzi nei suoi doveri. Specialmente se non dimentica di studiare anche il cristianesimo protestante, l´islamismo o l´ebraismo. Si possono anche visitare i rispettivi luoghi di culto, proprio come lo studio dell´arte può implicare la visita a un museo o lo studio della botanica la gita in un parco naturalistico. Tutt´altra cosa, invece, convocare gli alunni in una chiesa per un momento non di informazione culturale, ma di coinvolgimento esistenziale: esattamente come sarebbe scorretto convocarli non per un dibattito con un imam o con un rabbino o con uno sciamano, ma per coinvolgerli in una celebrazione islamica, ebraica o sciamanica. Né vale osservare che un genitore, in quanto ateo o fedele di altre confessioni religiose, può autorizzare il figlio ad assentarsi in quelle ore: la scuola non ha certo il compito di proporre iniziative che dividono, quando addirittura non emarginano psicologicamente. D´altronde questo uso strumentale della religione cristiana si presta alle obiezioni anche di parecchi credenti: essi pensano, infatti, che il vangelo abbia senso come proposta libera e liberante; che utilizzarlo per tener buoni i bambini sia un modo sottile ma deleterio di banalizzarlo; e che, per giunta, sia controproducente perché queste celebrazioni «ufficiali» (e quasi imposte) vengono vissute in un clima di disattenzione, di superficialità e di goliardia. Diciamolo pure: di disprezzo della spiritualità religiosa. Si è già constatato da decenni che i gioielli della cultura cristiana (dalla Divina Commedia a I promessi sposi) sono stati maciullati dal tritacarne del sistema scolastico: si ama così poco il momento del convito eucaristico da volerlo sfigurare agli occhi dei giovani, riducendolo a ingrediente del gran polpettone delle offerte formative parascolastiche in cui si amalgamano momenti impegnativi di educazione alla legalità con momenti molto meno significativi (dalle interviste a giocatori di football alle chiacchierate con attrici di sceneggiati televisivi)?

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ru486, è polemica nei partiti e formigoni dice no alla pillola - andrea montanari (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina IV - Milano Ru486, è polemica nei partiti e Formigoni dice no alla pillola Critiche al governatore per la firma all´appello di Ferrara Divisioni interne nel Pd e nel Pdl E "Usciamo dal silenzio" si mobilita in difesa della 194 Binetti: "Contro l´aborto sempre" Salvini, Lega: "Noi siamo per la libertà di coscienza" ANDREA MONTANARI La firma di Roberto Formigoni, assieme a quella del direttore del Foglio Giuliano Ferrara, in calce all´appello contro l´introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486 spacca il mondo politico. «Non è una medicina, non cura alcuna malattia - sostiene, tra l´altro, l´appello - non aiuta la vita, la stronca sul nascere. Non è amichevole verso le donne. Per queste ragioni etiche siamo contrari alla sua introduzione in Italia». Le reazioni si dividono tra chi accusa il governatore di aver compiuto un´invasione di campo e chi, a seconda dei punti di vista, si dichiara a favore o contrario al nuovo farmaco. Se l´assessore regionale alla Sanità Luciano Bresciani prende tempo in attesa del parere dell´Aifa, l´agenzia italiana del farmaco, non usa mezzi termini l´ex assessore lombardo alla Famiglia Giancarlo Abelli, ora vice coordinatore nazionale di Forza Italia: «è un aborto chimico, che dove è stato praticato ha comportato conseguenze fisiche e psicologiche devastanti sulle donne. Ecco perché questa pillola non deve essere introdotta. Senza contare che si continua a parlare solo di cultura della morte come nella vicenda di Eluana Englaro. Mentre noi siamo favorevoli alla cultura della vita». Di parere diverso il Partito democratico, che però si divide. «Formigoni sta esagerando - attacca la consigliere regionale Ardemia Oriani - oggi interviene pesantemente su un argomento delicato come quello dell´interruzione volontaria della gravidanza. Sarebbe opportuno che facesse un passo indietro. Finalmente le donne potranno usare una pillola già in uso in molti paesi e riconosciuta dal mondo scientifico. è evidente che si tratta di una mossa tesa a rimandare indietro di anni le donne». Una posizione, questa, non condivisa nello stesso Pd dalla senatrice Paola Binetti: «Non so se firmerei quell´appello, ma sono contraria all´aborto e quindi anche all´introduzione della Ru486. Bisogna uscire dalla mistificazione di chi dice che l´aborto chimico sarà meno doloroso. Inoltre la pillola in alcuni casi si è rivelata mortale. E in questo modo qualcuno potrà perfino convincersi che l´aborto potrà essere praticato a domicilio. Di sicuro dovrà essere somministrata attraverso una rigorosa applicazione della legge 194». Le donne di "Usciamo dal silenzio" non ci stanno. «La Ru486 rappresenta solo una nuova tappa che garantisce una ulteriore possibilità di scelta delle donne - spiega Assunta Sarlo - Mi sembra invece che le si voglia continuare a considerare come dei soggetti minori che non possono scegliere. Questa pillola non ha nulla di salvifico, ma è un metodo che dà semplicemente alle donne un´ulteriore possibilità». Anche la segreteria regionale della Cgil esprime preoccupazione: «Pensiamo che le donne debbano essere messe nelle condizioni di scegliere se accedere o meno a questa possibilità, garantendo loro l´informazione corretta, l´assistenza e la sicurezza necessarie, anche nel rispetto della legge 194». Nei giorni scorsi alcuni parlamentari del centrodestra hanno firmato una mozione che chiedeva di bloccare la Ru486. Iniziativa criticata dal capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto: «Il Parlamento non è abilitato a sostituirsi agli organismi tecnici, giudicando con criteri politici sull´adozione o meno di un farmaco». E il deputato della Lega Matteo Salvini non l´ha firmata: «Su temi etici e delicati come questo - precisa - il mio partito è per la libertà di coscienza. L´aborto rappresenta sempre una sconfitta, ma non ritengo si possa parlare di "pillola assassina"». La deputata Pdl Viviana Beccalossi invece ha firmato: «Non sono d´accordo quando il Papa critica l´uso del preservativo, ma in questo caso ho paura che questa pillola possa rappresentare per le donne una scappatoia troppo pericolosa per chi non ha usato l´anticoncezionale. Mi ritengo laica, ma su temi come questi sono conservatrice».

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rose bianche e bandiera partigiana per l'addio a carlo caracciolo (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 18 - Cronaca Rose bianche e bandiera partigiana per l´addio a Carlo Caracciolo ROMA - Un cuscino di rose bianche; il feretro adagiato per terra, sul presbiterio; accanto, il gonfalone dei partigiani. Nella basilica di San Bartolomeo, una folla commossa e silenziosa ha accompagnato ieri l´ultimo viaggio di Carlo Caracciolo. Stretta attorno ai familiari, prima fra tutti la figlia Jacaranda, che non riesce a trattenere le lacrime quando la bara esce sulla piazzetta dell´Isola Tiberina inondata dal sole, sullo sfondo l´abitazione del grande editore scomparso lunedì. Una cerimonia religiosa semplice, celebrata da monsignor Vincenzo Paglia. Prima dell´inizio, Eugenio Scalfari, che con Caracciolo fondò Repubblica e l´ha diretta per oltre vent´anni, abbraccia forte l´ingegner De Benedetti; la moglie Silvia e i figli Rodolfo e Marco appena dietro. Ai primi banchi le due famiglie del principe: a sinistra quella di sangue, il fratello Nicola, i nipoti John e Lapo Elkann, Susanna e Margherita Agnelli. A destra, la famiglia "di carta": il direttore di Repubblica Ezio Mauro e dell´Espresso Daniela Hamaui, Marco Benedetto e Monica Mondardini, tanti dirigenti, cronisti, tipografi e vigilanti che per anni lo hanno visto entrare e uscire dal suo ufficio in via Po, prima, e sulla Colombo, poi. Gli stessi che nel pomeriggio, nella sede del giornale, ascolteranno l´orazione laica di Scalfari sul «lascito, l´eredità di Caracciolo» che è «l´appartenenza, nel senso di iniziativa, di intrapresa. Appartenenza che è stata uno degli elementi fondamentali di questo gruppo», ha chiarito il fondatore: «Sentire che tutti partecipavamo a un progetto che non era semplicemente editoriale o economico, ma un progetto di convinzioni, un progetto Paese, ed è perciò che si è chiamata Repubblica. Appartenenza che si è accoppiata, vivificandola, con l´indipendenza»: entrambi garantiti - «ed è stata una fortuna» - quando «la proprietà è passata a Carlo De Benedetti». Parole subito fatte proprie dall´Ingegnere. E ribadite nell´impegno solenne a «continuare lo spirito con cui è nato e proseguito il Gruppo Espresso, cui corrisponderà sempre la libertà dei giornalisti. In cambio una sola cosa vi chiedo», scandisce il presidente: «Sappiatela utilizzare bene». Un amore, quello del principe «che non sapeva vivere senza i suoi giornali», evocato anche durante l´omelia funebre. La bara, proprio davanti all´altare, posta in alto «per due ragioni», spiega monsignor Paglia: «Perché Carlo aveva un senso alto della vita e perché così è più vicino a Dio in questo passaggio». Era stato «lui stesso a chiedermi di celebrare qui i suoi funerali», rivela il monsignore, «nella chiesa in cui otto anni fa si tennero i funerali di sua moglie Violante». Una basilica che «Carlo vedeva ogni giorno dalle sue finestre e sentiva come una sorta di sponda dalla quale iniziare il suo viaggio verso il mistero». Piange il presidente della Fiat Luca di Montezemolo, accanto l´ad di Intesa Corrado Passera. In piedi, confusi tra la folla, i politici: Veltroni e Casini con la moglie Azzurra, Gentiloni, Angius, D´Urso; Gianni Letta è in fondo; Rutelli fa la comunione; Alemanno arriva alla fine e si accomoda davanti. I giornalisti sono ovunque: Colombo, Gawronsky, Man, Pirani, Parlato, i vertici Fnsi Natale e Siddi; i direttori De Gregorio, Anselmi, Ferrara, Riotta. Poi il presidente dell´Ansa Biancheri, gli editori Ciarrapico e Ciancio Sanfilippo, il presidente del Sole24Ore Cerutti, l´ad della Stampa Auci, il presidente Fieg Malinconico. «Siamo molto tristi, oggi, consapevoli di perdere un amico che ha attraversato la vicenda italiana degli ultimi 60 anni portando un contributo unico e irripetibile» scandisce il monsignore. «Oggi lo perdiamo noi, i suoi familiari, ma anche il Paese, che è stato segnato in maniera robusta dalla sua azione. Carlo non ci lascia solo un´opera straordinaria, ci lascia anche uno stile, che non era mai faziosità, travisamento, discriminazione nei confronti di chi non la pensava come lui. Questa è la sua eredità, spetta a noi il compito di continuarla con la stessa tenacia e passione». In serata Carlo Caracciolo è approdato nella sua ultima dimora: l´amatissima tenuta di Garavicchio, a Capalbio, dove sarà seppellito nella cappella di famiglia. (gio.vi.)

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il vaticano "scomunica" fini "opportunista su leggi razziali" - orazio la rocca (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 13 - Cronaca Il Vaticano "scomunica" Fini "Opportunista su leggi razziali" La replica: non si poteva ignorare il ruolo della Chiesa "Bacchettato" anche Veltroni. Bachelet (Pd): grato al presidente della Camera ORAZIO LA ROCCA CITTA´ DEL VATICANO - «Scomunica» vaticana per Gianfranco Fini. Non sono piaciute Oltretevere le accuse fatte martedì scorso dal presidente della Camera alla Chiesa cattolica per non essersi opposta adeguatamente alle leggi razziali del 1938. Contro questa tesi - già abbondantemente criticata da Gesuiti, Radio Vaticana e dal quotidiano della Cei, Avvenire, subito dopo l´intervento di Fini - scende in campo l´Osservatore Romano, il quotidiano pontificio oggi in edicola. Con un anonimo commento (ispirato direttamente quindi dal direttore Giovanni Maria Vian) dal titolo «A proposito delle dichiarazioni di Gianfranco Fini», il giornale del Papa accusa, tra l´altro, il presidente di Montecitorio di «approssimazione storica e opportunismo politico». Ma non risparmia nemmeno, nello stesso articolo, un altro importante leader politico, il segretario del Pd Walter Veltroni perché, è il rimprovero dell´Osservatore, «aveva definito l´analisi di Fini di una verità palmare». Richiami subito rispediti al mittente dallo stesso Fini che, secondo voci filtrate dalla presidenza della Camera dei deputati, controbatte dicendo che «opportunismo sarebbe stato far finta di nulla di fronte ad una questione storica più volte discussa in ambienti vaticani». Puntualizzazione che, forse, Fini in serata avrà spiegato di persona al vescovo Rino Fisichella, cappellano di Montecitorio, incontrato alla cerimonia degli scambi degli auguri di Natale. «Non è vero che la Chiesa non si oppose alle leggi razziali del ´38», come dimostrano gli studi - scrive l´anonimo corsivista pontificio - di due autorevoli studiosi di storia contemporanea, Francesco Malgeri e Andrea Riccardi». Di certo, sorprende e amareggia il fatto, lamenta l´Osservatore, «che uno degli eredi politici del fascismo, che dell´infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze, chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico». Non tutti, però, tra i cattolici condividono l´attacco dell´Osservatore. Come il deputato del Pd Giovanni Bachelet che si dichiara «commosso e grato, come italiano, come democratico e come cristiano, al presidente della Camera per il convegno sulle leggi razziali» e trova «sorprendente che, in proposito, le uniche rimostranze siano arrivate non da gruppi neonazisti bensì da qualche amico e collega più papista del Papa. Questi amici non ricordano Giovanni Paolo II, la sua richiesta di perdono per l´antisemitismo cattolico nel grande Giubileo del 2000, il suo bigliettino infilato quello stesso anno nel Muro del Pianto a Gerusalemme e l´ebrea Edith Stein, beatificata da Wojtyla, che in una lettera invocò Pio XI di intervenire contro le leggi razziali promulgate in Germania». Di parere opposto, lo storico ex presidente dell´Azione cattolica ed ex parlamentare dell´Ulivo, Alberto Monticone, secondo il quale Fini «dimentica che l´Italia del ´38 viveva da molti anni sotto il bombardamento della propaganda del regime. La libertà di pensiero era soppressa. Additare genericamente una Chiesa silente è contrario alla verità e Fini ha dimostrato di avere memoria corta o di non conoscere la storia». Il deputato Luca Volontè (Udc) si dice «amareggiato e stupito per le dichiarazioni» di Fini, il quale «ieri si è dimenticato del proprio ruolo istituzionale, oscurando la propria serietà per coltivare solo pregiudizi». Il repubblicano Giorgio La Malfa, da parte sua, trova «sconcertante la violenza delle polemiche contro il presidente della Camera», il quale «andrebbe apprezzato» per «il coraggio e per il cammino che ha compiuto, senza cercare di trasformare questioni di questa importanza in occasione di polemiche pretestuose».

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L'ex abortista diventata pasdaran (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 18-12-2008)

Argomenti: Laicita'

GLI AVVERSARI POLITICI Personaggio Il sottosegretario con delega alla bioetica GLI ANNI GIOVANILI L'ex abortista diventata pasdaran Paola Concia (Pd): «Sembra timida, ma è la più temibile» ANTONELLA RAMPINO Ha lottato per l'aborto sul quale con Adele Faccio scrisse un libro ROMA Non sempre le colpe dei padri ricadono sui figli innocenti, come diceva Giovannino Guareschi. Qualche volta, possono essere le inclinazioni delle figlie a riflettersi oscure sull'immagine dei padri. Inutile chiedersi come avrebbe reagito Franco, il Roccella più famoso, fondatore e parlamentare del Partito radicale, poi socialista demartiniano, polemista apprezzato nei fogli dell'Eni e rimpianto anche da Ciriaco De Mita, di fronte a Eugenia, la figlia laureata in lettere che nell'odierno ministero della salute (il Welfare), retto dal laico socialista Maurizio Sacconi, è hegeliano "sottosegretario all'etica". Eugenia è una donna minuta di 55 anni, di ferrea volontà ed eloquio fluente, «sembra timida, ma è uno degli avversari più temibili, proprio perché si dice laica e viene dalla sinistra» secondo la deputata gay del Pd Paola Concia. Ed è Eugenia che ha suggerito a Sacconi la circolare ministeriale che blocca la possibilità di metter fine alla indicibile non-vita, secondo i suoi genitori, di Eluana Englaro. «Lei non voleva morire, lo so, ho letto le carte. Lo sa anche Sacconi, che è un socialista, ma anche un credente», dice Roccella al telefono. E a parte il doloroso caso all'oggetto delle cronache, doloroso ormai per tutti, ministri e genitori, soggetto e spettatori, il vero caso è proprio lei, Eugenia Roccella. Anche lei emblematica dell'Italia che in trent'anni non ha prodotto trasformismo, ma cambiato direttamente coscienza. E' infatti inutile chiedersi cosa ne penserebbe Franco di Eugenia che nel 1975 non solo propagandava l'aborto con Adele Faccio, ma scrisse anche un manuale, «Aborto: facciamolo da noi» (edizioni Napoleone, Roma, pag.128), e oggi grida «l'embrione è una persona!». E' inutile chiderselo perché l'Eugenia che oggi crede di battersi contro l'eugenetica anche disputando l'aborto in casi di stupro su undicenni in zone tribali, era in realtà una delle leader del Movimento di Liberazione della Donna romano, dunque nella piena battaglia genere "il corpo siamo noi", non certo l'Udi di Nilde Jotti. Ed è inutile, soprattutto, perché lei queste cose ampiamente le rivendica. «Quello radicale è un metodo che non si dimentica». E secondo quel metodo, ecco che il corpo, la sua vita e la sua morte, sono oggetti contundenti da impugnare sulla scena politica, nella migliore o peggiore, a scelta del lettore, tradizione pannelliana. Giuliano Ferrara, che l'ha lanciata davvero sul «Foglio» prima, molto prima della candidatura nella fila berlusconiane con tendenza-Ruini, prima molto prima che lei scendesse in piazza come co-portavoce con Savino Pezzotta del Family-day, Giuliano Ferrara la chiama l'«Eugenia dei due mondi», forse perchè lei al contrario di Garibaldi che fece costruire gli argini al Tevere ha piuttosto avvicinato a Oltretevere l'altra sponda, quella della politica laica per cui si batté De Gasperi. Perchè dopo anni e anni di femminismo, di radicalismo, di aborti e di piazza, «nella mia vita privata è successo qualcosa, ho capito di essere stata credente in modo profondo e inconfessato», racconta Roccella. Quel che è accaduto non è stato solo il matrimonio assai saldo col professor Cavallari, non solo la nascita di due figli oggi di 16 e 26 anni. No, è stata la morte della madre, spentasi dopo un coma vegetativo proprio nei giorni in cui negli Stati Uniti c'era il casso Terry Schiavo, e lei che sul «Foglio» pubblicamente racconta - oltre a quello che semplificatoriamente e freudianamente si potrebbe definire "rifiuto del padre" - di non averla voluta staccare, quella spina. E di non averla voluta staccare per pietà. Sentimento che per lei «significa riconoscere nell'altro qualcosa di me, le persone in stato vegetativo sono affidate all'altro», sostiene. Affidate all'altro «anche se avessero testimoniato volontà diverse, anche se l'avessero lasciato scritto», dunque anche in caso di testamento biologico, fino al limite del libero arbitrio. «La libertà non è e non può essere autodeterminazione», sostiene Roccella. Ed è proprio questo lo strano caso di Eugenia. Lo strano caso dell'Italia, che su se stessa non ha più nemmeno la possibilità di scelta, quel libero arbitrio che i padri invece hanno avuto.

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Le crudeltà gratuite (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

18 dicembre 2008 Anticipazione dal Foglio del 19 dicembre Le crudeltà gratuite La morte di Eluana e la Ru486: astratte manipolazioni ideologiche La morte imminente di Eluana Englaro a Udine è agghiacciante perché gratuita. Non c?è niente che spinga in quella direzione, tranne l?astratta volontà della legge. Per Terri Schiavo c?era almeno una iraconda contesa familiare, la colpa di ammazzare una persona si condensava in una specie di scommessa maritale sulla proprietà di quella donna. Aveva ragione Dostojevskij, che ora può essere facilmente parafrasato: se la proprietà della vita non è più di Dio o del mistero, tutti possono considerarsi suoi proprietari. Nel nostro caso, il comportamento del padre della ragazza è al di sopra di ogni giudizio possibile. Ma non quello di chi lo consiglia, lo asseconda o, peggio, si difende ignobilmente dietro lo scudo del suo cuore. Inscenando una operazione ideologica spericolata, che con la denuncia radicale ai danni del ministro Maurizio Sacconi comincia a profilarsi per quello che è ed è sempre stata: una campagna per l?eutanasia ben dissimulata, come fu per Piergiorgio Welby (e questo della dissimulazione è un peccato contro lo spirito che i moribondi e vitalissimi radicali pagheranno con l?inferno). Cerco di spiegare bene questa idea tremenda di gratuità di una morte imminente. La ragazza vive. Vive come in uno stato di leggera sedazione. Vive ed è curata con amore, dunque attinge il meglio della vita sebbene in una condizione non vigile, che le offre il peggio della vita, la disabilità più grave immaginabile. L?amore delle suore misericordine, quello della sua famiglia e dei medici curanti sono assicurati. Richiesi di portare acqua per lei, simbolica, una quantità di italiani la portarono. Se deve morire, e morire in esecuzione di una sentenza giudiziaria, è solo per dimostrare al mondo che l?uomo è padrone della propria vita. Non nel senso gentile, ovvio, tradizionale secondo cui tutti dobbiamo e possiamo accettare il limite naturale della nostra vita, e anche abbandonarci ad esso quando siamo stanchi (“vivere è imparare a morire”, la frase di Montaigne l?ho pronunciata orgogliosamente davanti al pubblico cattolico di mille assemblee, in questi anni). La dimostrazione non riguarda Eluana né suo padre, riguarda la cultura della nostra comunità occidentale, diffusamente eutanasica in molti paesi, e il diritto nella sua versione statolatrica, positivista, utilitaristica, e antagonista dei principi di diritto naturale. Non è la prima volta nella storia che un quid apparentemente solo filosofico diventa oggetto di passioni civili e politiche sfrenate. Non è la prima volta che una stagione della storia umana si definisce sulla base di premesse filosofiche e religiose, di ragione e di fede insieme. Siamo padroni della nostra vita, ma non possiamo ordinare a nessuno, tantomeno per legge, di togliercela o di assisterci mentre ce la togliamo (la vita degli altri è infatti indisponibile in senso assoluto). Siamo padroni della nostra vita, ma se non siamo in grado di dare direttive, c?è una sola direttiva che un altro possa dare a proposito della nostra vita: la cura amorevole (la vita degli altri è infatti indisponibile in senso assoluto). Una morte imminente gratuita, per niente. Lo stesso vale in entrata. Lo stesso vale per la gratuità della pillola Ru486, la kill pill. Per eliminare i bambini dal grembo delle loro madri esistevano fino a venticinque anni fa metodi “sicuri” (la parola tra virgolette va pronunciata con appassionato disgusto). Poi un medico di mondo, che vorrebbe anche regalare alle donne l?eterna giovinezza, come certi maghi e maghetti dei nostri incubi, ha inventato la cosa più inutilmente crudele del mondo. Una pillola avvelenata, un ormone sintetico, che fa fuori il nucleo di un bambino ma comporta più dolore di qualsiasi aspirazione o raschiamento, comporta il compimento dell?aborto in stato di veglia, in solitudine, in un abisso di tristezza e di rischio. Perché dunque? E? tutto molto chiaro. Perché abortire in stato di veglia, in ambito domestico, vuol dire banalizzare l?aborto oltre ogni limite; vuol dire vincere la battaglia per l?aborto come diritto privato e come privacy femminile; vuol dire deresponsabilizzare ulteriormente il maschio e il medico; vuol dire stabilire il punto finale, abortivo, dichiaratamente abortivo, della catena anticoncezionale. Dalla pillola di ieri, quella contro cui si batté Paolo VI in solitudine, anche nella chiesa, a quella di oggi, contro cui si battono i soliti solitari. E? uno scontro di culture, uno scontro intorno alla ragione e alla natura dell?uomo nell?epoca post moderna. C?è solo da sperare che a queste battaglie non venga a mancare, cosa che certi segnali purtroppo suggeriscono, il contributo decisivo, compatto, significativo e univoco dei cristiani e della chiesa cattolica. Lo so anch?io che seguire Cristo è più importante, più decisivo, che qualsiasi battaglia etica. Ma le battaglie etiche sono il terreno di incontro tra i seguaci di Gesù e quei cani perduti senza collare che non vogliono accettare gli effetti devastanti della secolarizzazione scristianizzante. E poi, seguire Cristo vorrà ben dire dare da bere agli assetati.

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l'offensiva neodogmatica - gad lerner (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 1 - Prima Pagina L´OFFENSIVA NEODOGMATICA GAD LERNER Ogni giorno di più la Chiesa di Benedetto XVI mostra un volto arcigno alle donne e agli uomini del suo tempo. Accusa di «statolatria» il governo spagnolo, colpevole di «indottrinamento laico». SEGUE A PAGINA 32

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"adesso la chiesa non esageri da noi ha già troppi privilegi" - alessandro oppes (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 17 - Esteri "Adesso la Chiesa non esageri da noi ha già troppi privilegi" Lo scrittore Cercas: "Madrid resista alle pressioni" La replica del Ministero: "Quella materia è legge, chi parla conosce poco la realtà spagnola" ALESSANDRO OPPES MADRID - Di fronte all´ultima offensiva del Vaticano, il governo Zapatero, per il momento, tace. Nessun comunicato ufficiale dalla Moncloa, sede del premier, nessuna dichiarazione dal ministro degli Esteri Moratinos. Le accuse di monsignor Amato sono solo l´ultimo di una lunga serie di attacchi ai quali, fino ad ora, l´esecutivo socialista ha quasi sempre risposto, in qualche caso persino convocando il nunzio apostolico per consegnargli una nota ufficiale di protesta. Solo in serata il Ministero dell´Istruzione ha brevemente replicato con una nota affermando che «l´Educazione per la cittadinanza è una materia approvata dal Parlamento, attraverso una legge: evidentemente questo rappresentante del Vaticano, attraverso le sue dichiarazioni, mostra di conoscere poco la realtà spagnola». Chi non rinuncia a un commento, invece, è lo scrittore Javier Cercas. «Se devo essere sincero, sono ormai stufo di questo tema», sbotta. «Non capisco proprio perché la Chiesa, che ha ancora oggi una posizione di privilegio enorme, continui a lamentarsi». Quando parla del conflitto permanente tra lo Stato laico e la gerarchia ecclesiastica, l´autore di Soldati di Salamina non può evitare di fare riferimento agli anni tragici della Guerra Civile spagnola. «La posizione della Chiesa è ipocrita. Tutti siamo d´accordo nel condannare gli assassinii di preti e suore avvenuti in quei tempi e alle cerimonie di beatificazione in Vaticano il governo ha sempre inviato un suo rappresentante. Poi, quando si tratta di riconoscere le responsabilità della Chiesa durante il franchismo i vertici della gerarchia ci invitano a dimenticare, a non riaprire vecchie ferite». Forse il timore della Chiesa è proprio quello di cominciare a perdere una parte dei privilegi conquistati nel passato. «Certamente è così, ma prima o poi dovranno capire che è un processo inevitabile. Si tratta di privilegi totalmente sproporzionati. Le festività cattoliche invadono il paese. Quando il presidente del Tribunale supremo assume l´incarico, lo fa giurando davanti al crocifisso. La posizione economica della Chiesa è incompatibile con i princìpi di uno Stato laico». Mai un governo aveva messo in discussione la sua posizione nella società come sta facendo Zapatero... «Prima o poi questo momento doveva arrivare. Il governo deve fare di tutto per mantenersi fermo e inflessibile resistendo alle pressioni, che ci sono e continueranno a esserci. Ammetto che la Chiesa possa avere in Spagna una presenza superiore rispetto a quella delle altre religioni, anche per motivi semplicemente numerici, nel senso che continua a essere la confessione maggioritaria. Ma questo non significa che possa avere alcun diritto d´ingerenza nella vita pubblica di uno Stato che è assolutamente aconfessionale». Nella passata legislatura la gerarchia ecclesiastica ha avuto un alleato importante nella destra politica, nel Partito popolare. «Un entusiasmo che sembra essersi attenuato parecchio. Ora nella destra sembrano aver preso il sopravvento le posizioni più moderate». Però, di fronte all´imminente varo della nuova legge sulla libertà religiosa, voluta da Zapatero, sono proprio i popolari a denunciare che in Spagna si vuole «distruggere la religione». «Che assurdità. La religione è qualcosa di personale, che riguarda ciascuno nel privato. Capire questo semplice principio è un enorme progresso che ha fatto l´umanità. Nei paesi arabi non ci sono ancora riusciti: e le conseguenze sono evidenti».

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il vaticano: "in spagna c'è statolatria" - marco politi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 16 - Esteri Il Vaticano: "In Spagna c´è statolatria" Attacco al governo Zapatero: basta indottrinamento laico A parlare è monsignor Amato, presto cardinale e molto vicino a papa Ratzinger MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - In Spagna avanza la «statolatria», si fa strada l´indottrinamento laico, cresce l´ingerenza dello Stato nella vita personale di ognuno. Monsignor Angelo Amato, ex segretario del Sant´Uffizio e che ora presiede la Congregazione per le Cause dei Santi, è durissimo nel suo attacco allo Stato spagnolo: il più violento che si ricordi da parte di un esponente della Curia. E´ vero che in un´intervista al magazine Consulente Re il prelato accomuna la Spagna ai fenomeni in corso nel continente europeo, ma l´aspro attacco rimane in ultima analisi focalizzato su Madrid e sulla decisione di Zapatero di introdurre a scuola l´insegnamento di «educazione alla cittadinanza». «Ovviamente qui a Roma noi sappiamo bene di questo grave problema - commenta Amato, che al prossimo concistoro diventerà cardinale ed è considerato molto vicino a papa Ratzinger - e fortunatamente possiamo contare su una Chiesa spagnola che ha approfondito seriamente il problema e ha dato una risposta pubblica e chiara: in base al principio cattolico della difesa della libertà religiosa e dei principi della dignità della vita e di ogni persona». La questione, ha soggiunto, è che in tutta Europa si sta introducendo la categoria della biopolitica. Lo Stato entra sempre più nella vita personale di ognuno e «obbliga le famiglie a scegliere determinate scuole con determinate materie, non d´istruzione ma di indottrinamento». Sta avanzando la statolatria, ha sottolineato il prelato, tornando a concentrarsi sulla situazione spagnola e dando praticamente un avallo alle dimostrazioni di piazza organizzate dalla gerarchia spagnola. «Certo la Chiesa in Spagna è molto reattiva - ha insistito Amato - e sta reagendo molto bene con grande dignità e grande fermezza a un´intrusione statale assolutamente illegittima sul tema dell´educazione dei propri giovani». Il capo della Congregazione per le Cause dei Santi ha poi evocato anche in Italia una persecuzione anti-cristiana, che si manifesterebbe attraverso «norme di legge, sentenze della magistratura, comportamenti irridenti il Vangelo, il Santo Padre, la Chiesa, la dottrina cattolica». Nell´Unione europea il prelato registra una grande confusione, di cui sarebbe segno il fatto che il pensiero forte del cristiano viene percepito «come un´anticaglia». In realtà il cristianesimo sarebbe oggi l´«unico asse che può sostenere la vita umana nel rispetto della libertà e della dignità della persona». La violenta requisitoria anti-Spagna di monsignor Amato - che va ben al di là degli allarmi espressi in altre occasioni da Benedetto XVI nei confronti del pericolo laicista - ha suscitato qualche sorpresa in Curia. Ma probabilmente il prelato esprime ad alta voce concetti, che sa pienamente condivisi da papa Ratzinger. D´altra parte, poche settimane fa il cardinale primate di Spagna Antonio Canizares - all´annuncio che un giudice di Valladolid aveva decretato la rimozione dei crocifissi da una scuola pubblica della città - aveva denunciato una «cristofobia». Lanciando un monito: «Sono tempi duri e difficili quelli che viviamo e nessuno può prevedere cosa ci riserva il futuro». Quasi contemporaneamente è venuto l´annuncio che Benedetto XVI lo aveva nominato prefetto della Congregazione per il Culto, chiamandolo alla Curia romana. Tuttavia il Vaticano dovrà scegliere prima o poi se guardare alla situazione europea sotto il segno del catastrofismo o dei mutamenti socio-religiosi in atto. Proprio ieri il cardinale Jean-Pierre Ricard, vicepresidente del Consiglio degli episcopati cattolici europei, reduce da un´udienza dal Papa ha dichiarato che è giusto costruire nuove moschee in Europa, purché rispettose dell´ambiente sociale e culturale.

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nasce la fronda dei preti di frontiera "difendiamo la scelta della ragazza" - marco politi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 15 - Cronaca In due documenti i sacerdoti di Friuli e Toscana si schierano contro il Vaticano Nasce la fronda dei preti di frontiera "Difendiamo la scelta della ragazza" "Davvero ci si può sostituire a Dio, affermando di conoscere la sua volontà?" "Non condivisibile la posizione di chi definisce omicidio una scelta drammatica" MARCO POLITI ROMA - Semplici parroci e preti di frontiera si ribellano al pensiero unico vaticano, che vorrebbe negare a Eluana il diritto di spegnersi serenamente. Cinque preti toscani e dieci preti del Friuli in due distinti documenti chiedono il rispetto della libertà di coscienza. Sono il piccolo segnale di un mondo cattolico, assai vasto, che non ha condiviso la durezza con cui la gerarchia ecclesiastica giudicò Piergiorgio Welby e oggi domanda rispetto per la scelta di lasciar concludere una vita sorretta solo dalla tecnica. Non si può pensare, è scritto nell´appello dei preti toscani, che la Chiesa abbia una «posizione uniforme e monolitica», identificabile solo con gli interventi del papa e dei vescovi. No: «il popolo cristiano è una realtà composita e diversa». E a questa realtà del cattolicesimo quotidiano si rivolge la Lettera di Natale dei dieci sacerdoti friulani, proprio mentre a Udine divampano le polemiche sui ricatti che il ministro Sacconi pone alle cliniche disposte a ottemperare a una sentenza della Cassazione. «Come è vero che nessuno dovrebbe sollecitare, tantomeno obbligare qualcuno ad anticipare la propria morte biologica, ci chiediamo se altrettanto è possibile che nessuno sia obbligato a vivere anche in quelle condizioni estreme, che inducono a desiderare la morte come una liberazione da una vita considerata impossibile», scrive il parroco di Zugliano don Pierluigi Di Piazza insieme ai suoi nove confratelli del Friuli Venezia Giulia. Si può immaginare - continuano i preti friulani - che esistano questioni morali «che non sono di competenza della libertà di coscienza di ciascuna persona?». E da qui parte un interrogativo a quanti nella Chiesa presumono di interpretare con sicurezza il volere divino: «Davvero ci si può sostituire a Dio, affermando di conoscere la sua volontà riguardo alla sofferenza e alla morte delle persone?». Pacato e quasi addolorato è il commento a quelle dichiarazioni di esponenti del centro-destra, da Maurizio Gasparri a Roberto Formigoni, che irresponsabilmente parlano di «sentenze omicide» tese a «mandare a morte» Eluana Englaro. «Ci pare di non condividere - sottolineano Di Piazza e gli altri sacerdoti - né l´esultanza nei confronti di sentenze che sostituiscono di fatto il ritardo legislativo riguardo al testamento biologico né la posizione di chi definisce omicidio una scelta drammatica vissuta nell´ambito di una relazione d´amore». Per il Vaticano il caso Englaro come quello Welby sono pura e semplice eutanasia. Esattamente quello che molti fedeli contestano. Don Mazzi e i suoi quattro confratelli toscani, rivendicando la legittima pluralità di opinioni, citano nel loro appello il cardinale Carlo Maria Martini: «Le nuove tecnologie, che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona». E dunque, rileva il cardinale, è importantissimo «distinguere tra eutanasia e astensione dall´accanimento terapeutico, due termini spesso confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte. La seconda - come afferma il Catechismo della Chiesa cattolica - consiste nella «rinuncia all´utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo». Non può mai essere trascurata, insistono i preti toscani, la volontà del malato cui compete giudicare se le cure proposte sono effettivamente proporzionate. Non è un caso che il loro appello si chiuda con l´affermazione di sentirsi in sintonia con «le nostre parrocchie», le comunità di base, le associazioni e le molte persone che condividono queste riflessioni come a suo tempo «condivisero la critica verso il rifiuto del funerale in chiesa di Welby».

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"In Italia solo l'ignoranza regna sovrana" (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

"In Italia solo l'ignoranza regna sovrana" La Scienza si traduce sempre in applicazioni pratiche, ma viviamo in un Paese nel quale la gente crede ancora alla Madonnina che piange». Il dottor Sergio Canavero è uno dei due neurochirurghi che ha operato Greta Vannucci. Ha 44 anni, «non cattolico», lavora alle Molinette, autore di pubblicazioni e libri editi all'estero, l'ultimo dei quali conterrà un capitolo dedicato all'Eluana di Gassino. Nel giorno dell'annuncio della nuova tecnica in sala operatoria è euforico. Ma anche sfiduciato. Polemico, addirittura. Perché dottore? «In questo Paese dove non esiste un sistema laico che decide qual è il meglio da fare, abbiamo bisogno di sperimentare: se non si prova non si va da nessuna parte. Invece l'ignoranza regna sovrana». Motivo per cui molti ricercatori hanno lasciato l'Italia. «Motivo per cui, finché fai le cose in silenzio vai avanti. Ma quando porti le questioni nodali in superficie, quando promuovi un referendum sull'utilizzo delle cellule staminali, soltanto un italiano su quattro va a votare». Vuol dire che la colpa non è dei pochi o nulli finanziamenti pubblici, come si ripete spesso. Ma degli italiani? Del «popolo» più che del governo? «Siamo una popolazione poco sensibile ai problemi etici». Anche per questo molti suoi colleghi fuggono dall'Italia? «Se tutti scappano, l'Italia va a rotoli. Io resto, ma dico che i governi fanno quello che la gente chiede. Se la gente non chiede, se non va a votare per le staminali...». L'annuncio del risveglio di Greta proprio nel giorno in cui Eluana doveva essere portata a Udine per iniziare a morire... «Guardi, è casuale. Lei non crede alle combinazioni? Ecco l'e-mail dal Journal of Neurology che proprio ieri sera mi ha annunciato la pubblicazione del nostro lavoro». Volevo dire: l'annuncio del risveglio di Greta proprio nel giorno in cui Eluana doveva essere portata a Udine la spinge a lanciare un appello a Peppino Englaro? «Al padre di Eluana non dico nulla. Dico che la tecnica che abbiamo utilizzato è destinata ai pazienti in stato vegetativo permanente, ed Eluana è in stato vegetativo permanente: quindi potrebbe essere candidata a questo intervento». E che cosa pensa dell'intervento del ministro Sacconi dopo il verdetto della Cassazione? «Il ministro fa quello che vuole. Io però non capisco perché un laico come lui dice le cose che ha detto». Favorevole o contrario all'eutanasia? «Prima di arrivare a porsi il problema bisogna chiedersi se al malato sono state garantite tutte le terapie sperimentali possibili». Sperimentali? «Do per scontato che quelle riconosciute siano sempre già state provate tutte. Ma questo pone un'altra domanda: in Italia è stato consentito alla sperimentazione clinica di andare sempre avanti senza burocrazia e ostacoli?». Risposta? «Le cito un mio caso. Hanno impiegato un anno e mezzo per autorizzare una procedura sperimentale per abbattere il dolore centrale. Un anno e mezzo». Alla fine? «Alla fine hanno detto sì, ma il nostro centro, nel frattempo, aveva abbandonato il progetto. Non se ne è più fatto nulla». Altri esempi? «La verità è che in Italia l'Università è marcia. Lo scriva pure, me ne assumo la responsabilità. Non a caso la nostra migliore università è al centoottantesimo posto della classifica internazionale. Non a caso i nostri laureati sono il dieci per cento della popolazione».

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l'offensiva neodogmatica - (segue dalla prima pagina) (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 32 - Commenti L´OFFENSIVA NEODOGMATICA (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Scomunica le sentenze della magistratura italiana sul caso Englaro, paragonandole a una condanna a morte. Proclama l´impossibilità del dialogo interreligioso, raccomandando di «mettere tra parentesi la propria fede» quando ci si confronta con le altrui confessioni. Il papa stesso si erge a maestro di dottrine politiche affermando ? nell´insolita, entusiastica, lettera a Marcello Pera ? che l´unica cultura liberale possibile sarebbe quella radicata nell´immagine cristiana di Dio. Sposando così la forzatura identitaria del "dobbiamo dirci cristiani" e vincolando le scelte etiche della collettività al principio unilaterale dell´agire "come se Dio ci fosse". Il Dio trinitario cristiano, naturalmente, per l´ennesima volta nominato invano. L´attacco diretto alla Spagna segnala il disorientamento con cui la Chiesa reagisce alla perdita del ruolo di guida esclusiva della morale pubblica, nell´epoca della biopolitica. Sfiduciato nella sua capacità di esercitare una testimonianza evangelica, Benedetto XVI punta sul rafforzamento di un fronte laico conservatore che assuma la dottrina cattolica come ideologia dell´"ordine naturale"; per influenzare così le scelte inedite che le democrazie sono chiamate a compiere di fronte ai progressi tecnico-scientifici e all´evoluzione dei comportamenti familiari. Ma il tono virulento che ormai contraddistingue l´attuale pontificato ? più politico che teologico ? rivela tutta la sua debolezza proprio quando deve fare i conti con le vicissitudini storiche da cui tale debolezza scaturisce. Non a caso il predecessore Giovanni Paolo II aveva impostato il Giubileo del bimillenario cristiano su un tema controverso come la "purificazione della memoria", vincendo le perplessità della Congregazione per la Dottrina della fede. Se la gerarchia cattolica oggi soffre un deficit di credibilità in Spagna, ciò non deriva anche dalla sua infausta alleanza col franchismo? E non a caso, nell´Italia clericale ma scristianizzata di oggi, abbiamo dovuto assistere a una reazione tanto stizzita dopo le parole di Gianfranco Fini sulla vergogna del 1938. Un´offensiva autoassolutoria che sarebbe stata impensabile solo qualche anno fa. Ho provato disagio di fronte alla raffica di dichiarazioni lanciate all´unisono da storici cattolici che pure avevano scritto pagine tutt´altro che reticenti quando il clima era diverso. A sentirli ora, irriconoscibili, è parso quasi che la vicenda delle leggi razziali non riguardasse la Chiesa, e anzi la Chiesa potesse andare orgogliosa del modo in cui si comportarono allora i suoi principali esponenti. Tale superba rappresentazione di sé medesima, aggravata dall´uso di parole sprezzanti nei confronti di chi osa metterla in dubbio, si scontra con una mole di documenti incontrovertibili e noti da tempo. Basterebbe rileggere la corrispondenza tra il gesuita Pietro Tacchi Venturi e il segretario di Stato della Santa Sede, Luigi Maglione, nelle settimane successive alla caduta del fascismo. Quando gli alti prelati si adoperarono per evitare che Badoglio cancellasse in toto la normativa sugli ebrei, «la quale secondo i nostri principii e le tradizioni della Chiesa cattolica ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma». Di fatto nel 1943 il Vaticano chiedeva solo la "riabilitazione" degli ebrei convertiti. Che gli altri restassero pure discriminati: le leggi razziali andavano corrette ma non soppresse. Del resto sette anni prima, il 14 e il 19 agosto 1938, l´Osservatore romano aveva pubblicato due articoli in cui ? dopo aver vantato le benemerenze accumulate dai papi in difesa degli ebrei nel corso della storia ? rivendicava le proibizioni cui essi venivano assoggettati, motivate non da "ostracismo di razza", bensì dalla «difesa della religione e dell´ordine sociale, che si vedeva minacciato dall´ebraismo». Questo era il modo in cui la Chiesa pensò di reagire alla svolta razzista del regime. Perché stupirsene, visto che negli stessi giorni il governo Mussolini rassicurava per iscritto padre Tacchi Venturi con le seguenti, beffarde parole: "Gli ebrei non saranno sottoposti a trattamenti peggiori di quello usato loro per secoli e secoli dai papi». Erano trascorsi meno di settant´anni dalla definitiva chiusura del ghetto di Roma. Oggi che il dialogo ebraico-cristiano è di nuovo ostacolato dalla pretesa teologica di conversione del popolo di Gesù, sarebbe bene che, invece di sbandierare una dura opposizione alle leggi razziali che purtroppo non c´è mai stata, gli uomini di Chiesa ricordassero la dottrina antigiudaica vigente nel 1938 (e sconfessata solo nel 1965): cioè l´accusa di "deicidio" con cui venivano spiegati diciannove secoli di discriminazioni. Tanto è vero che il Vaticano denunciava come perniciose le posizioni di leadership culturale assunte dagli ebrei nelle democrazie occidentali. Come stupirsi se poi la società italiana tollerò l´infamia delle leggi razziali? Tutto ciò è stato materia dolorosa di riflessione nella Chiesa cattolica, da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II. Ma ora di nuovo scatta l´anatema. Contro Gianfranco Fini, inchiodato alle sue origini fasciste. E contro Walter Veltroni, colpevole di avergli dato ragione. Colpisce il richiamo all´ordine rivolto ieri da Avvenire ai dirigenti cattolici del Partito democratico: perché non criticate il vostro segretario, lasciando tale incombenza solo alla pattuglia dei "teodem"? L´offensiva neodogmatica della Chiesa arcigna non può fare a meno di questi richiami caricaturali all´infallibilità. Il dubbio è bandito, fede e ragione coincidono così come dottrina e natura. Che si tratti di bioetica, di ordinamento familiare, di finanziamento delle scuole cattoliche, o di interpretazioni storiche. Stranamente tale severità viene meno solo allorquando i politici amici contraddicono i precetti evangelici dell´accoglienza e sparano accuse di "catto-comunismo" sui vescovi che li richiamano. Perché la Chiesa arcigna s´illude di lucrare vantaggi dal conservatorismo laico, e lo supporta a costo di trasmettere disagio in chi vive il cristianesimo come testimonianza di vita. In diversi incontri pubblici cui ho partecipato nelle settimane scorse dentro sedi parrocchiali e istituzionali, mi è capitato per la prima volta di sentire applausi rivolti a sacerdoti e fedeli che criticavano apertamente il papa.

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cenone gratis con i più poveri all'ex palestra gil - antonio di giacomo (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina I - Bari L´iniziativa Cenone gratis con i più poveri all´ex palestra Gil ANTONIO DI GIACOMO Né superstar con cachet astronomici né sfavillanti effetti speciali. Il Comune di Bari rinuncia all´evanescenza degli sperperi per gli eventi di una notte sola e sceglie di investire, senza retorica, su un Capodanno sotto il segno della solidarietà. L´appuntamento, la sera del 31 dicembre, sarà alla palestra ex Gil, in via Napoli, già palcoscenico poco più di un mese fa delle performance del regista Peter Greenaway e dell´artista Laurie Anderson. Ma stavolta niente spettacoli in programma. Lì si ritroveranno circa trecento homeless, a tavola su invito dell´amministrazione comunale per un cenone di San Silvestro sui generis. Ad annunciarlo è il consigliere comunale Carlo Paolini che, incaricato dal sindaco Michele Emiliano di coordinare per l´iniziativa i rapporti con il mondo del volontariato laico e religioso, ha incontrato ieri a palazzo di città gli esponenti delle associazioni che si preoccupano di offrire accoglienza ai senzatetto. «Abbiamo accantonato l´idea di trovare dei ristoranti che potessero ospitarli e - spiega Paolini - ci siamo convinti della necessità che la cena dovesse avvenire in città. Perché andare fuori, in spazi magari periferici come la Fiera, avrebbe tradito il senso d´integrazione che vorremmo realizzare con l´iniziativa». Da qui l´individuazione di uno spazio di proprietà comunale. «Anche per salvaguardare la laicità di questa operazione» sottolinea Paolini. SEGUE A PAGINA II

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Il Vaticano attacca Zapatero In Spagna avanza un regime di statolatria (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Il Vaticano attacca Zapatero «In Spagna avanza un regime di statolatria» Monsignor Amato accusa il governo di Madrid di voler indottrinare i giovani. Il Papa all'ambasciatore del Lussemburgo: quella sull'eutanasia è una legge moralmente malvagia e non può essere considerata lecita. «Statolatria». Indottrinamento laico. Ingerenza dello Stato nella vita personale di ciascuno. Questa è l'accusa lanciata alla Spagna di Zapatero da monsignor Angelo Amato, il prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Usa parole forti l'uomo di curia che è stato segretario della Dottrina della Fede in un'intervista alla rivista «Consulente Re». Tesse le lodi della Chiesa di Spagna che si contrappone con vigore al governo di Madrid, dando «una risposta pubblica e chiara, in base al principio cattolico della difesa della libertà religiosa e dei principi della dignità della vita e di ogni persona». Bolla come «assolutamente illegittima» l'«intrusione statale sul tema dell'educazione dei propri giovani» criticando l'introduzione nelle scuole dell'«Educazione alla cittadinanza» e di altre leggi «etiche» volute dal governo Zapatero. A breve giro di posta arriva la reazione del ministero dell'educazione spagnolo: «L'Educazione alla Cittadinanza è inclusa in una legge approvata dal parlamento spagnolo sovrano. Un fatto che monsignor Amato sembra disconoscere». Questa non è stata questa la sola e più autorevole presa di posizione vaticana. «Una legge malvagia dal punto di vista morale non può mai essere considerata lecita». Lo afferma Benedetto XVI a proposito della legge sull'eutanasia in discussione in Lussemburgo. Il richiamo è stato pronunciato durante l'udienza agli undici nuovi ambasciatori di Malawi, Svezia, Sierra Leone, Islanda, Lussemburgo, Madagascar, Belize, Tunisia, Kazakhstan, Bahrein e Isole Fiji. Benedetto XVI parla anche di libertà e convinzioni religiose da difendere, sottolinea «in pratica», da ogni discriminazione, citando l'«istituzione del matrimonio, inteso come un'unione a vita tra un uomo e una donna, aperta alla trasmissione della vita» e il «diritto alla vita» che «nel caso del nascituro è spesso negata l'incondizionata tutela giuridica che merita». «Mantenere un equilibrio tra libertà concorrenti - ha aggiunto - rappresenta una delle più delicate sfide morali cui deve fare fronte uno Stato moderno». Le nazioni «non devono solo vivere in pace con gli altri paesi - ha concluso - ma anche secondo la giustizia espressa dall'equità e dalla solidarietà nei rapporti internazionali e tra i concittadini», perché «la pace autentica non è possibile se non là dove regna la giustizia». ROBERTO MONTEFORTE CITTÀ DEL VATICANO rmonteforte@unita.it

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SL'outing di Fini (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

STORIA SL'outing di Fini Lo scontro con la Chiesa sulle leggi razziali: il fascismo fu un'autobiografia nazionale Giovanni De Luna Ci sono le polemiche politiche sui rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi. Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così torpida, inerte, connivente nei confronti dell'infamia delle leggi razziali, Fini ha evocato (non so quanto consapevolmente) non solo il valore della testimonianza degli antifascisti, di quella minoranza eroica che riuscì a mantenere acceso un barlume di opposizione a prezzo di enormi sacrifici, ma anche l'ignavia della maggioranza degli italiani, di quelle folle straripanti che inneggiavano al Duce e che nel regime si riconoscevano, in un gioco di rispecchiamento che faceva del fascismo il «luogo storico» in cui affioravano tutti i nostri vizi tradizionali, una religiosità bigotta, un familismo autoritario, il disprezzo per la cultura, un concetto servile della legittimazione del potere, il culto della «roba», «un misto - come scrisse Mariuccia Salvati - di azzeccagarbugli e ragion politica, di nazionalismo e statalismo, di protervia e di garantismo». Le parole di Gobetti C'era il razzismo in quell'Italia che si rispecchiava nelle piazze fasciste, quello degli scienziati e dei colti e quello degli stereotipi e dei luoghi comuni popolari sulle «faccette nere», e c'era anche l'antisemitismo della tradizione cattolica. A dar conto in maniera più compiuta di questa realtà, a inserire il fascismo nel lungo periodo della storia italiana legandolo ai mali endemici di una democrazia zoppa, inquinata dal trasformismo e dalle pulsioni autoritarie che serpeggiavano nell'esecutivo e negli ambienti di corte, fu proprio quel filone politico-culturale che si riconosceva nella celebre affermazione di Piero Gobetti, «il fascismo è l'autobiografia di un popolo che rinunzia alla lotta politica, che ha il culto dell'unanimità, che fugge l'eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo», successivamente ripresa da Carlo Rosselli («Il fascismo sprofonda le sue radici nel sottosuolo italico; esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie di tutta la nazione»). Rivelazione nazionale Allora, in seno all'antifascismo, a questa interpretazione del fascismo come «rivelazione» delle tare genetiche che avevano dall'inizio appesantito il progetto di «fare gli italiani», si affiancavano quella che insisteva sul fascismo «reazione di classe» (il Pci e in genere il movimento operaio) e quella del fascismo «parentesi» del liberalismo crociano. Delle tre, la più vitale e la meno caduca si sarebbe rivelata proprio la prima, con conseguenze significative soprattutto per quanto riguarda il significato dell'antifascismo. Se Fini è coerente con le cose che dice, le conseguenze da trarre dalle sue parole portano infatti a riconoscere nell'antifascismo un valore permanente dell'Italia repubblicana, una risorsa a cui un paese come quello che ha partorito uno dei più significativi totalitarismi novecenteschi non può fare a meno di attingere; non più un semplice «patto sulle procedure», una coalizione di partiti, uno schieramento politico legato solo alle condizioni estreme della lotta contro la dittatura e l'invasione tedesca, ma un «eccesso» di democrazia, una necessità etica, culturale e politica per un paese attraversato da una sinistra coazione a ripetere che ogni volta rende affascinanti soluzioni politiche al cui interno coniugare il sovversivismo e l'illegalità endemica delle nostre classi dirigenti con una irrefrenabile voglia di autorità e di ordine che proviene dai recessi più oscuri della nostra esistenza collettiva. Dimenticanze e rimozioni Un'ultima considerazione. Anche il consenso espresso da Veltroni alle parole di Fini andrebbe misurato su questo terreno. Al momento della sua fondazione il Pd si era dimenticato dell'antifascismo. Allora sembrò un lapsus, oggi appare come la spia dell'incapacità di avere un progetto di lungo periodo («il coraggio di non contare ad anni, ma a generazioni», come scriveva Carlo Rosselli) e della scelta sciagurata di azzerare una delle eredità più significative di quel tipo di antifascismo, una teoria della classe politica, della sua formazione e selezione, radicalmente democratica e insieme frutto di un processo faticoso, impegnativo, costoso in termini di responsabilità personale e di consapevolezza della non negoziabilità di alcuni fondamenti ultimi . L'EX LEADER DI AN Il presidente della Camera ha recentemente denucniato il silenzio degli intellettuali e della Chiesa cattolica sulle leggi razziali varate da Mussolini nel 1938: «Non fecero tutto quello che si sarebbe dovuto fare di fronte a quella vergogna». Poi, Fini, di fronte alla reazione vaticana ha precisato che non voleva decretare alcuna condanna, ma che aveva parlato per «senso della verità storica». LA REAZIONE DEL VATICANO Sull'altra sponda del Tevere le parole dell'ex segretario di Alleanza nazionale non sono piaciute affatto. «Approssimazione storica» e «meschino opportunismo politico»: questo è stato il lapidario e durissimo il giudizio che dell'Osservatore Romano. «Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo - ha scritto l'organo della Santa Sede - (che dell'infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze) chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico».

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Autogolpe del premier Maliki (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 19-12-2008)

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IRAQ Arrestati 35 funzionari e ufficiali sunniti del ministero degli esteri Autogolpe del premier Maliki L'accusa: ricostruzione del partito Baath e complotto contro il governo Giuliana Sgrena Trentacinque funzionari e ufficiali del ministero degli interni iracheno sono stati arrestati negli ultimi tre giorni a Baghdad. Tra gli arrestati vi sarebbe anche il generale Ahmed Abu Raqeef. L'accusa contro gli arrestati, secondo il portavoce del ministero degli interni generale Abdul Karim Khalaf, è quella di far parte del partito al Awda (il ritorno), considerato la reincarnazione del vecchio partito Baath, l'ex-partito unico di Saddam Hussein sciolto dal proconsole americano Paul Bremer subito dopo il suo arrivo a Baghdad nel 2003. Una misura, insieme a quella che aveva disciolto l'esercito di Saddam, miope perché aveva privato lo stato e la sua amministrazione di tutti i quadri che fino ad allora l'avevano fatto funzionare. In un primo tempo, secondo il New York times, gli arrestati erano stati accusati anche di un complotto per rovesciare il governo ma poi l'accusa è stata ridimensionata a un tentativo di dare fuoco al ministero. L'operazione condotta da un nucleo di élite delle forze antiterrorismo alle dirette dipendenze del premier Nouri al Maliki, è avvenuta mentre il ministro degli interni, Jawad Kadem al-Bolani, si trovava all'estero, impegnato a promuovere il suo Partito costituzionale iracheno, laico. Dunque il ministro sarebbe estraneo a una operazione che assume un carattere strettamente politico, infatti, secondo testimoni che non hanno voluto rivelare il loro nome, gli arrestati sarebbero esponenti dell'ex partito Baath di basso rango e peraltro senza stretti legami tra di loro. Una legge dello scorso febbraio peraltro aveva permesso agli ex membri del partito unico di basso rango di poter reclamare un impiego governativo, una misura di cui avrebbero usufruito 38.000 ex militanti del partito Baath. Mentre per quelli in età da pensionamento era stato riconosciuto il diritto di ricevere una pensione. Ma al Maliki, che si sente evidentemente molto debole, soprattutto in vista delle elezioni amministrative del 31 gennaio prossimo, continua ad agitare lo spettro del complotto e del partito Baath. Forse anche perché in settembre un quotidiano iracheno, al Bayyna al Jadidah, aveva parlato di un possibile colpo di stato incruento organizzato da ex membri del partito Baath e sostenitori del dittatore Saddam Hussein contro l'attuale governo orchestrato con l'appoggio degli Stati uniti. Ed effettivamente è difficile in questo momento immaginare in Iraq una qualsiasi operazione politica o militare senza l'appoggio degli americani che controllano in paese. Che invece, in un quadro politico quasi completamente dominato dai partiti confessionali (con l'eccezione del Kurdistan dove prevale l'appartenenza tribale), esista uno spazio per un partito laico è certo e anche governato dagli ex sostenitori del rais. La fine di Saddam Hussein, proprio per il modo in cui è avvenuta, ha lasciato molti «orfani». Molti di loro sono andati ad ingrossare le fila dei gruppi armati, alcuni dei quali sono stati recuperati dal generale Usa Petraeus per combattere al Qaeda con la promessa di reintegrazione nell'esercito iracheno di cui avevano già fatto parte. Il premier al Maliki teme i militari dell'esercito di Saddam e aveva cercato di impedire il loro reintegro anche emettendo mandati di cattura contro coloro che avevano guidato la lotta contro l'occupazione. Poi ha cercato di sostituire il reintegro nell'esercito con un impiego governativo civile, ora evidentemente anche questo è diventato un pericolo. Il premier al Maliki non sembra abbastanza forte per far fronte alla complessa realtà del suo paese e si scontra su tre fronti: quello kurdo per la questione del petrolio, quello sunnita per la forza militare degli ex saddamisti, quello sciita per l'opposizione radicale di Muqtada al Sadr. Infatti tra gli arrestati degli ultimi tempi vi sono anche sciiti sadristi. E Nouri al Maliki non sembra più godere nemmeno dell'appoggio incondizionato degli Stati uniti. Le accuse di complotto forse mirano anche a recuperare l'appoggio degli occupanti, ma gli stessi occupanti potrebbero approfittare di queste accuse per mantenere il loro controllo su un paese che rischia la deflagrazione. Quel che è certo è che in questo gioco al massacro gli unici a perdere saranno gli iracheni.

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Quelli che... il Corrierino (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)

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Corriere della Sera - MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-12-19 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Anniversari Il 27 dicembre del 1908 nasceva il Corriere dei Piccoli, sempre vivo nei ricordi di chi è cresciuto con il giornale Quelli che... il Corrierino «Jacovitti e Pratt, Tofano e Altan... Da loro attingemmo brio e creatività» C' era una volta una scrittric e, Paola Carraro Lombroso (figlia di Cesare) con un' idea: far leggere i piccoli con lo stesso impegno con cui i papà «accendevano la lampada migliore e leggevano il Corriere della Sera ». Alla scrittrice Luigi Albertini, direttore del «Corriere», volle dare fiducia. E dal Corrierone nacque il Corrierino, ovvero il «Corriere dei Piccoli». Senza nuvole, con le nuvole. Fascista e antifascista. Per piccini e adolescenti, educando senza annoiare. Tutto questo è stato il Corrierino e lo ricordano — a cento anni esatti dalla nascita — un libro antologico e una mostra, che si terrà dal 22 gennaio alla Rotonda di via Besana a cura della Fondazione Corriere della Sera. Il libro è «Il secolo del Corriere dei piccoli» (Rizzoli). «Una storia importante, perché è stata la prima rivista per ragazzi a dedicare una prima pagina a un fumetto», dice Matteo Stefanelli, ricercatore alla Cattolica, autore del volume con Fabio Gadducci, professore associato a Pisa. «Fu un calderone di creatività e di brio». Brio che Andrea Pinketts, scrittore, attinse a piene mani dal suo papà. «Mio padre era un ingegnere, distrattissimo dal suo lavoro. Ogni giorno mi portava il Corrierino pensando di darmi una novità. Così, essendo un settimanale, mi ritrovavo con sei corrierini in casa, tutti uguali». Correvano gli anni 60. «Quelli di Jacovitti e Zorry Kid, una miniera del grottesco che ho trasfuso nei miei libri», aggiunge Pinketts. Miniera come quella che si spalanca dal libro commemorativo. Davanti agli occhi scorrono Felix il Gatto, Bibì e Bibò, Arcibaldo e Petronilla. Via le nuvolette, venivano tutti riadattati con i versi in rima. E poi Bilbolbul, Sor Pampurio, Marmittone, e il signor Bonaventura, che ogni volta in fondo alla pagina, senza mai capire come, stringe in mano il suo... milione. Lo disegnò, dal 1917, Sergio Tofano, che si firmava «Sto». «Qui comincia l'avventura del signor Bonaventura — ricorda il filosofo Giulio Giorello —, un anno i miei genitori mi regalarono dei burattini di legno di Bibì e Bibò per Natale. La mamma mi leggeva le poesiole sotto le vignette e andava a comprarmelo al di là del ponte di via Argonne, all'edicola del quartiere dell'Ortica». Il Corrierino è un po' come l'albo delle foto. «Me lo ricordo bene — dice Franca Rame — mi piaceva l'impaginazione, era un giornale a mia misura. Che risate con Arcibaldo e Petronilla». Fumetti comici, fino a un certo punto. «Uno dei miei preferiti— continua la Rame — era Marmittone, il soldato sfortunato, costretto a punizioni assurde per le sue sbadataggini che finivano per mettere in ridicolo i suoi stessi ufficiali. Era un esempio di satira antimilitarista in piena epoca fascista. A ripensarci per quel tempo fu un miracolo». E dal Corrierino sono passati i più grandi. «C'erano Antonio Rubino, Attilio Mussino — dice ancora Stefanelli —, i migliori illustratori italiani. E i maestri del Dopoguerra: Grazia Nidasio, con la sua Stefi, e Pratt, Jacovitti, Altan con la Pimpa, Toppi, Battaglia, Tacconi. E dispiace per chi resta fuori». Uno che non resta fuori è il regista Maurizio Nichetti. «Io ci ho pure scritto sul Corrierino, era un racconto di Ferragosto, dove c'era un papà che regalava al bambino la città deserta. Non ero un lettore abituale ma era il giornalino di noi bambini, assolutamente». Gianni Rivera da piccino pensava già (e molto) al pallone, «ma chi se lo dimentica il signor Bonaventura?» dice. E però ammette un'altra preferenza: «Io leggevo Capitan Miki, lo prendevo ogni settimana. Il Corrierino era una cosa più saltuaria». Perdonato. Alessandro Trevisani

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Miracolo ad Amsterdam Avenue Gheddafi <finanzia> una scuola (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-12-19 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE New York Il fondatore morì nell'attentato al volo Pan Am. «Ereditano» gli studenti Miracolo ad Amsterdam Avenue Gheddafi «finanzia» una scuola A un istituto cattolico i risarcimenti per Lockerbie La De La Salle Academy, scuola media che aiuta i bambini meritevoli, ha ricevuto 2,5 milioni di dollari dalla Libia WASHINGTON — E' il «miracolo » di Amsterdam Avenue, nell'Upper West Side di New York. Un miracolo che ha portato nelle casse di una piccola scuola media, la De La Salle Academy, 2.470.000 dollari. Un miracolo che lega la storia di una mamma ed un figlio che non ci sono più alla la strage di Lockerbie, compiuta vent'anni fa nei cieli di Scozia da 007 libici. Quei dollari sono, infatti, una parte dei risarcimenti pagati dal leader Muammar Gheddafi alle vittime dell'attentato. Quella che sembra una favola moderna — raccontata alcuni giorni fa dal New York Times — ha per protagonista Andre Nikolai Guevorguian e inizia nel 1967. Andre, che all'epoca ha 11 anni, vive con la mamma, Tatiana, nell'Upper West Side. Sono periodi difficili. Il padre, d'origine armena, è morto anni prima e tutto ricade sulle spalle della madre — un'immigrata dall'Urss — che lavora come segretaria. Tatiana ha due obiettivi. Dare un'educazione al figlio e tenerlo lontano dai guai. Nel quartiere, allora, era facile finire in brutti giri e la donna lo affida ad una scuola cattolica. Una buona istruzione e i consigli preziosi di Fratel Brian aiutano il ragazzo a crescere. Tenace, con grande voglia di fare, Andre imbocca un cammino che lo conduce fino alla prestigiosa Harvard Business School. Successi che si ripetono quando il giovane entra nel mondo del lavoro. Commercia in auto, si occupa di import/ export, organizza ricevimenti grazie ai contatti con la comunità russa di Brighton Beach. Attività che gli permettono buoni guadagni ed una vita tranquilla. Ma Andre ha anche il cuore grande. E' generoso, vuole aiutare chi gli ha dato un mano. Nell'84 con altri ex alunni è al fianco del suo vecchio preside, Fratel Carty, che apre la scuola De La Salle, all'ultimo piano della parrocchia in Amsterdam Avenue. Andre sostiene l'impegno. Un modo per ricambiare quanto gli avevano dato i suoi insegnanti. Quattro anni dopo, la sera del 21 dicembre 1988, Andre Guevorguian, è seduto su una poltrona della business class del jumbo Pan Am decollato da Londra e diretto a New York. Il jet, con 270 persone a bordo, sta sorvolando il piccolo villaggio scozzese di Lockerbie quando un'esplosione nella stiva disintegra l'aereo americano. E' un attentato. L'ordigno era nascosto all'interno di una radio e aveva un sofisticato timer. Le indagini accertano — anche se ancora oggi esistono molti dubbi — che il massacro è stato organizzato da due agenti libici. Si apre uno snervante contenzioso legale con Tripoli al quale partecipa, contro voglia, anche Tatiana. La donna è distrutta, non vuol sentire più parlare di Lockerbie e redige un testamento con il quale lascia tutto a tre scuole, compresa la De La Salle. Tatiana non potrà assistere alla fine della battaglia perché muore nel 1999. Tre anni dopo il colonnello Muammar Gheddafi, dopo lunghi negoziati, accetta di versare 10 milioni di dollari ad ogni famiglia delle 270 vittime di Lockerbie. Un gesto interessato che, da un lato, chiude quella che per il raìs libico è una vicenda fastidiosa e, dall'altro, gli permette di rientrare nella comunità internazionale. Pragmatismo e furbizie incoraggiati dagli occidentali che non vedono l'ora di ampliare i rapporti economici. Ma la decisione del colonnello finisce anche per aiutare la scuola in Amsterdam Avenue dove sono spediti, a scadenze regolari, gli assegni del risarcimento. L'ultimo, quello che chiude la favola, è arrivato pochi giorni fa. Il dono postumo di Tatiana e Andre. Vent'anni dopo A sinistra alunni delle elementari a New York. In alto i resti dell'aereo caduto nell'88 su Lockerbie Guido Olimpio

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Il Vaticano contro Zapatero: <Statolatria> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-12-19 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE L'attacco «Sempre più, in tutta Europa, lo Stato entra nella vita personale». Madrid: leggi approvate dal Parlamento sovrano Il Vaticano contro Zapatero: «Statolatria» L'arcivescovo Amato: in Spagna indottrinamento laicista dei giovani Il prefetto della Congregazione dei Santi: «Anche in Italia comportamenti irridenti il Vangelo e la Chiesa» CITTà DEL VATICANO — In Spagna «avanza la statolatria » che mira all'«indottrinamento laicista» dei giovani attraverso la scuola pubblica e in particolare con la nuova materia di «Educazione alla cittadinanza». Ma una forma di «persecuzione anticristiana » che si avvale di molte vie — comprese «sentenze della magistratura» — è in atto anche in Italia. Per non parlare dei paesi arabi dove i cristiani sono costretti a «vivere come fantasmi» e dell'India dove in alcuni stati la «decantata tolleranza » orientale si sta facendo «intollerante». Questo panorama allarmato della situazione cristiana nel mondo è stato tracciato in un'intervista alla rivista «Il Consulente Re» (la sigla sta per «Religiosi ecclesiastici ») dall'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi: un curiale in ascesa, stimato da papa Ratzinger e salesiano come il cardinale Bertone. Le parole dell'arcivescovo sulla Spagna hanno provocato una reazione del Governo Zapatero: «L'Educazione alla cittadinanza è inclusa in una legge approvata dal Parlamento spagnolo sovrano. Un fatto che monsignor Amato sembra disconoscere», così hanno reagito fonti del ministero dell'Educazione. «Ovviamente qui a Roma — aveva detto l'arcivescovo — noi sappiamo bene di questo grave problema. Fortunatamente possiamo contare su una Chiesa spagnola che ha dato una risposta pubblica e chiara, in base al principio cattolico della difesa della libertà religiosa e dei principi della dignità della vita e di ogni persona ». «La questione — aveva detto ancora — è che in tutta Europa si sta introducendo la categoria della cosiddetta biopolitica. Lo Stato cioè entra sempre più nella vita personale di ognuno: obbliga le famiglie a scegliere determinate scuole con determinate materie, non d'istruzione ma d'indottrinamento ». «Avanza — aveva aggiunto — la statolatria che, apparentemente eliminata, rientra dalla finestra. Certo la Chiesa in Spagna sta reagendo bene con dignità e fermezza a un'intrusione statale assolutamente illegittima sul tema dell'educazione dei propri giovani ». Del nostro paese Amato parla così: «Tale persecuzione anticristiana non avviene solo fuori d'Italia: anche in Italia accade, attraverso norme di legge, sentenze della magistratura, comportamenti irridenti il Vangelo, il Santo Padre, la Chiesa, la dottrina cattolica». «Sono parole gravi, molto gravi, che prendono a nemico la laicità» è stato il commento del tesoriere dei Radicali italiani Michele De Lucia. Per il segretario del Prc Paolo Ferrero quella dell'arcivescovo è «una visione integralistica della fede di tipo premoderno ». I protagonisti A sinistra il premier spagnolo José Luis Zapatero. Nel tondo, l'arcivescovo Angelo Amato. Il religioso ha accusato la Spagna di «indottrinamento laicista» dei giovani attraverso la scuola pubblica e, in particolare, la nuova materia dell'«Educazione alla cittadinanza» Luigi Accattoli

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Quel duello (verbale) tra Pio XI e Mussolini (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-12-19 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE La parola nella Storia Quel duello (verbale) tra Pio XI e Mussolini SEGUE DALLA PRIMA La voce invece è registrata nel 1873 sul vocabolario di Tommaseo e Bellini con una definizione leggermente più neutra: «Culto assoluto ed esclusivo dell'autorità dello Stato». Più tardi Alfredo Panzini, nel proprio «Dizionario Moderno» del 1927, con la sua interpretazione sa essere ancora più obiettivo. Anche se sbaglia a definire «statolatria» come «neologismo», parla di termine «d'uso nel linguaggio politico» per indicare una dottrina che «nutre somma opinione e fede nell'azione diretta» dello Stato; mentre — precisa con spirito bipartisan — «statolatra può essere tanto il conservatore come il socialista». Verrà in Italia il regime e inserirà la parola nella «Dottrina del fascismo» del 1931, scritta da Gentile ma firmata da Mussolini. Di lì a poco, in un'enciclica, Pio XI bolla la statolatria come «un'ideologia pagana dello Stato», il cui «proposito» è quello «di monopolizzare interamente la gioventù, dalla primissima fanciullezza fino all'età adulta a tutto vantaggio di un partito, di un regime, sulla base di un'ideologia», appunto, «che dichiaratamente» si risolve «in una vera e propria statolatria pagana». Linguisticamente non era un'interpretazione corretta, ma ben più faziosa può apparire quella di Monsignor Angelo Amato nei confronti del presupposto indottrinamento laico e nell'ingerenza nella vita personale dei cittadini esercitato dal governo di Zapatero. Piero Gobetti, negli anni Venti, era stato ben più preciso nell'avvertire che «l'equivoco dei socialisti riformisti e di tutti gli ammiratori della statolatria» stava «nel confondere» uno «Stato ideale» fortemente laico, «oggetto caratteristico della speculazione dei filosofi del diritto», con uno «Stato-amministrazione pubblica» troppo burocratizzato: il che con Zapatero non ha proprio nulla a che vedere. Concordato Il segretario di Stato Gasparri e Mussolini Giorgio De Rienzo

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La clinica di Udine e lo stop per Eluana: intimiditi dal ministro (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-12-19 num: - pag: 22 categoria: REDAZIONALE Il caso Englaro I Radicali denunciano Sacconi La clinica di Udine e lo stop per Eluana: intimiditi dal ministro Il pg della Cassazione: applicare il verdetto Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo (Pdl): quello con Englaro è un rapporto tra privati DAL NOSTRO INVIATO UDINE - Le camere ancora prenotate, le transenne pronte all'ingresso, i cartelli di divieto sempre affissi alle porte. Ma Eluana non arriverà così presto alla «Città di Udine», la clinica che dovrebbe ospitarla negli ultimi giorni di vita. Ieri, poche ore dopo l'intervento di Marcello Matera, pg della Cassazione, a conferma che la direttiva Sacconi non ha effetto sulla sentenza Englaro, l'amministratore delegato della struttura, Claudio Riccobon, ha comunicato un nuovo stop al ricovero della ragazza: «La casa di cura ribadisce la propria disponibilità nei confronti della famiglia Englaro a patto però che la Regione Friuli si prenda la responsabilità di condividere questo percorso ». Un altro cambiamento di rotta, dopo la frenata di mercoledì alla luce dell'atto di indirizzo del ministro Sacconi. Ma se l'altra mattina la struttura ha sospeso l'accoglienza di Eluana rimandando ai legali della famiglia un chiarimento sulla direttiva del ministero, questa volta la decisione viene subordinata all'emanazione da parte della Regione di «un provvedimento inequivocabile - che valga sia per le strutture pubbliche che per le private - , in cui si ammetta esplicitamente la possibilità che l'alimentazione forzata possa essere sospesa qualora le persone in stato vegetativo permanente, o i loro familiari in caso di assenza di volontà anticipata del malato, ne facciano richiesta». Di fatto un via libera all'applicazione della sentenza, senza restare penalizzati dall'atto di indirizzo del ministro Sacconi. Questa la necessità emersa ieri pomeriggio, al termine di un lungo consiglio di amministrazione della Casa di Cura, e riportata, senza mezzi termini, in una nota ufficiale della struttura, in pratica un atto di accusa nei confronti di Maurizio Sacconi: «L'Italia è un Paese strano o alla deriva. Noi ci rendiamo disponibili, su base volontaria e in forma gratuita, a dare applicazione a un decreto della Corte d'appello e un ministro della Repubblica lancia intimidazioni cercando di colpire l'azienda nel suo interesse vitale, arrivando a minacciare la sospensione dell'attività in accreditamento con il servizio nazionale». Parole pesanti che descrivono anche insulti e minacce ricevute: «Siamo stati paragonati ai nazisti e ai loro metodi di sterminio», oltre a subire «gli anatemi delle sfere cattoliche ». Claudio Riccobon legge tutto d'un fiato. Poi si sofferma sul documento: «Chiederemo alla Regione, in particolare agli organismi tecnici come l'agenzia regionale della sanità, una risposta scritta su come verrà applicata la direttiva del ministero». Basterà a riportare Eluana nella terra di papà Beppino? Riccobon è certo: «Così saremo al riparo da eventuali ripercussioni». La notizia arriva a Englaro, sempre a Lecco in attesa di notizie, e all'avvocato Angiolini che subito ridimensiona: «E' normale che la struttura voglia tutelarsi, credo che non ci saranno problemi per la Regione ». Resta in silenzio il presidente del Friuli, Renzo Tondo (Pdl), che nel primo pomeriggio aveva definito il caso Englaro un «rapporto tra privati », ribadendo l'autonomia del sistema sanitario friulano. Poche parole da parte dell'assessore regionale alla Sanità, Vladimir Kosic: «La nostra istituzione è fatta di uomini di grande coerenza come il presidente Tondo, con il quale c'è assoluta concordanza». E mentre a Roma i radicali annunciano una denuncia («per violenza privata aggravata») contro il ministro Sacconi per accertare in che termini abbia impedito l'applicazione della sentenza Englaro (stessa iniziativa per l'associazione dei consumatori Aduc), sul fronte opposto in Friuli si muovono l'Udc (che è pure in giunta) e le organizzazioni cattoliche di Udine, guidate da Comunione e liberazione, pronte a scendere in piazza quando arriverà Eluana. Sulla data, per adesso, nessuna conferma. Con la mamma Eluana Englaro con la madre Saturna. La ragazza oggi ha 38 anni e dal 1994 si trova nella clinica Beato Luigi Talamoni gestita dalle suore Misericordine di Lecco Grazia Maria Mottola gmottola@corriere.it

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MARIO PANNUNZIO LIBERALE COERENTE (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-12-19 num: - pag: 47 categoria: REDAZIONALE Elzeviro Colma un vuoto il saggio di Mirella Serri MARIO PANNUNZIO LIBERALE COERENTE di GIOVANNI RUSSO N el 2010 ricorre il centenario della nascita di Mario Pannunzio e già ora si stanno organizzando iniziative in occasione della ricorrenza. Mentre si è molto parlato del settimanale Il Mondo da lui fondato, finora non era stato studiato Risorgimento liberale, che Pannunzio aveva diretto durante il periodo clandestino e fino al novembre 1948. Con il libro I profeti disarmati (Corbaccio), Mirella Serri colma un vuoto. Pur ammettendo che la continuità con Risorgimento liberale «si riconosceva perfino nel-l'identità delle rubriche», sostiene che, nel Mondo, Pannunzio «destinerà agli scantinati della memoria quegli argomenti-tabù per la sinistra italiana che il quotidiano aveva invece affrontato nella sua breve vita: dalla vera storia degli omicidi del triangolo rosso» ai «campi di concentramento in Jugoslavia, alle foibe, alla ricostruzione della "guerra guerreggiata" che aveva terremotato i mesi appena passati». Chi ha vissuto la nascita del Mondo sa però che con il settimanale Pannunzio non fece altro che proseguire la battaglia che aveva svolto nel quotidiano. A differenza dei liberali conservatori, non propendeva a destra. Come riconosce la Serri, anche su Risorgimento liberale tentò di aprire un colloquio costruttivo con la sinistra. Per far questo, occorreva però denunciare la connivenza del Pci con gli illegalismi, le violenze e i delitti delle squadre volanti rosse, rintracciarne la radice nelle vicende della guerra civile spagnola e le responsabilità di Togliatti nella guerra intestina che aveva condotto alle esecuzioni degli anarchici. Su queste tematiche, come dimostrano proprio gli scritti sul Mondo di Ernesto Rossi e di Gaetano Salvemini, non vi fu nessun ripensamento. Quando, nel febbraio del 1949, Il Mondo iniziò le pubblicazioni, Pannunzio aveva capito che esse erano diventate appannaggio delle forze neofasciste e di destra, che odiavano i comunisti, ma anche gli antifascisti democratici: «i profeti disarmati». Il suo obiettivo principale era raccogliere gli intellettuali e la parte sensibile della classe dirigente attorno a una prospettiva capace di porsi come alternativa sia al comunismo sia alla Dc, che il 18 aprile 1948 aveva conquistato la maggioranza assoluta. Se dal punto di vista politico il progetto non riuscì, in campo culturale Il Mondo raggiunse i suoi obiettivi: unì e mantenne uniti i rappresentanti di una cultura laica, che quando il settimanale nacque era debole e divisa, ed esercitò una profonda influenza intellettuale, e quindi indirettamente politica, fino alla nascita del centrosinistra. Ciò avvenne non solo per gli interventi dei due «dioscuri», Salvemini e Rossi, ma anche tramite i convegni del Mondo, che furono in grado di indicare i problemi principali del Paese riguardanti l'economia, la scuola, la sanità, il rapporto con la Chiesa. Giustamente Mirella Serri ricorda che fu Salvemini a coniare lo slogan, poi ripreso da Montanelli, di «turarsi il naso e votare per De Gasperi, Scelba, Villabruna », quando aderì alla cosiddetta legge truffa nel '53, la legge maggioritaria che lo storico Pietro Scoppola considerò un tentativo di rimedio alla debolezza dei governi. Il Mondo fece sempre una distinzione netta tra il ruolo dei comunisti nella Resistenza al fascismo e al nazismo, che non poteva essere né sottovalutato né misconosciuto, e quello che era invece il progetto di una rivoluzione guidata o protetta dall'Unione Sovietica, avversato e apertamente denunciato. Si deve alla personalità e alle capacità organizzative di Pannunzio, se si incontrarono sulle stesse pagine figure così diverse di idee e temperamento come Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi e Giuseppe Saragat, Ernesto Rossi e Ignazio Silone, Ugo La Malfa e Riccardo Lombardi (per fare solo qualche nome), in una fusione (che non era mai confusione) di liberali, crociani, salveminiani, ex azionisti e rappresentanti della migliore tradizione socialista, cioè tutta la cultura laica che contava. Pannunzio e gli intellettuali del Mondo furono politicamente sconfitti. L'idea di una terza forza non si realizzò mai e il centrosinistra, in cui tante speranze erano state riposte, non assolse il suo compito. Il Mondo cessò le pubblicazioni nel 1966, sia per difficoltà economiche, sia perché sembrava, nel cambiamento dei tempi, che non ci fosse alcuna possibilità di opposizione. Nel febbraio 1968, due anni dopo la chiusura del Mondo, Mario Pannunzio morì. Oggi, benché sia trascorso tanto tempo, ancora si sente il vuoto che ha lasciato. Ma ci resta il suo insegnamento. \\ Con «Il Mondo» diede una voce forte e autorevole ai più diversi filoni del pensiero laico

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Rifiuti, è scontro aperto fra Comune e Regione (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 19-12-2008)

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Corriere della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-12-19 num: - pag: 3 categoria: REDAZIONALE Rifiuti, è scontro aperto fra Comune e Regione Alemanno: «Senza proroga finiremo come Napoli» Marrazzo: «Dica dove realizzare la nuova discarica» L'unica certezza è che la discarica, la più grande pattumiera d'Europa, non chiuderà il 31 dicembre. La giunta regionale ha deciso di stanziare altri 20 milioni di euro per la raccolta differenziata a Roma «anche se Alemanno dirà che non bastano» Un dialogo tra sordi. Reciproci scambi di accuse e di battute. Con una certezza: la discarica di Malagrotta, la più grande pattumiera d'Europa, non chiuderà il 31 dicembre. Nel frattempo si allargano i consensi per realizzare un quinto impianto per bruciare rifiuti. E resta un mistero sempre più fitto la scelta del luogo che ospiterà la nuova discarica della capitale. Il braccio di ferro tra Piero Marrazzo e Gianni Alemanno, tra Regione e Campidoglio, si è arricchito ieri di un nuovo capitolo: il governatore, arrivando al consiglio generale di Federlazio, annuncia: «Ho deciso di aumentare i fondi nel bilancio della Regione per la racconta differenziata di 20 milioni di euro per il Comune di Roma». Pochi minuti dopo il sindaco dall'auditorium all'Eur che riunisce i vertici di Federlazio, risponde: «Non vogliamo tirarci indietro dalla raccolta differenziata, ma vogliamo dare cifre realistiche». Mercoledì Alemanno aveva definito «un'utopia arrivare al 50% di raccolta differenziata entro il 2011 (adesso siamo al 19%)», come invece prevede il piano regionale rifiuti. Marrazzo non ha digerito le parole del sindaco. E con il volto teso rilancia mettendo sul piatto altri 20 milioni di euro per la raccolta differenziata a Roma «anche se Alemanno dirà che non bastano». Immediata la replica: «Piero, se me ne dai 40, chiudiamo sul posto». Applausi e sorrisi della platea. E controreplica: «Te lo ha suggerito Augello...», taglia corto Marrazzo indicando il senatore del Pdl seduto tra le prime file. Le posizioni degli enti locali appaiono molto lontane sui costi della raccolta differenziata: secondo i calcoli del Comune, per arrivare al 45% nel 2013 servirebbero addirittura 344 milioni di euro. Una cifra enorme, fanno notare ambienti della maggioranza alla Pisana, fuori dalla disponibilità della Regione. Alfredo Pallone (FI) rilancia: «A questo punto chiediamo a Marrazzo di fare uno sforzo ulteriore per arrivare alla cifra complessiva di almeno 30 milioni per Roma e di 20 milioni per le altre province del Lazio». Rincara la dose pure l'assessore provinciale alla tutela dell'ambiente, Michele Civita, che chiede alla Regione «ulteriori contributi per aiutare la raccolta differenziata porta a porta nei 120 comuni della Provincia». Poi Marrazzo torna sul problema della nuova discarica: «Sono pronto ad accettare la proroga per Malagrotta (chiesta dal Campidoglio ndr), però gli abitanti della zona hanno ragione - ricorda - . Nel momento in cui si firma la proroga ci dobbiamo sedere a un tavolo con il sindaco e lui mi deve poter dare una soluzione per la nuova discarica. E sul quinto impianto per bruciare rifiuti io ho sempre posizioni laiche». Poi il microfono passa al sindaco: «Credo non ci siano alternative alla proroga della discarica di Malagrotta, a meno che non si voglia portare Roma alla situazione in cui era Napoli qualche mese fa». «L'inferno della Campania è stato lastricato di percentuali di differenziata altissime, di discariche che si dovevano chiudere senza creare altri impianti - ricorda Alemanno - . Dobbiamo essere realisti: voglio alzare il più possibile la percentuale di differenziata e terminare il più rapidamente possibile il conferimento in discarica. Questi sono i nostri due obiettivi, per i quali abbiamo bisogno di una collaborazione vera con la Regione sui fatti concreti. Altrimenti, se non troviamo un accordo, chiederò al ministero dell'Ambiente di fare da garante, da mediatore». Al vertice Il sindaco Gianni Alemanno e il presidente Piero Marrazzo Francesco Di Frischia

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NEL CUORE DELLA NOTTE E CHE HA LA CAPACITA' DI ILLUMINARLA PER SEMPRE (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 19-12-2008)

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UN ANNUNCIO DATO NEL CUORE DELLA NOTTE E CHE HA LA CAPACITA' DI ILLUMINARLA PER SEMPRE

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STORIA (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 19-12-2008)

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STORIA L'EX LEADER DI AN Il presidente della Camera ha recentemente denucniato il silenzio degli intellettuali e della Chiesa cattolica sulle leggi razziali varate da Mussolini nel 1938: «Non fecero tutto quello che si sarebbe dovuto fare di fronte a quella vergogna». Poi, Fini, di fronte alla reazione vaticana ha precisato che non voleva decretare alcuna condanna, ma che aveva parlato per «senso della verità storica». LA REAZIONE  DEL VATICANO Sull'altra sponda del Tevere le parole dell'ex segretario di Alleanza nazionale non sono piaciute affatto. «Approssimazione storica» e «meschino opportunismo politico»: questo è stato il lapidario e durissimo il giudizio che dell'Osservatore Romano. «Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo - ha scritto l'organo della Santa Sede - (che dell'infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze) chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico».

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"Caro Fini, la Chiesa dovrebbe scusarsi" (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 19-12-2008)

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stampa Lettera del senatore a vita al Presidente della Camera "Caro Fini, la Chiesa dovrebbe scusarsi" L'ex presidente della Repubblica scrive al Presidente della Camera Fini sulla questione della chiesa e l'antisemitismo. Caro Presidente, pur chiamandoti correntemente Gianfranco, mi rivolto a te con questa lettera aperta indirizzandotela come al Presidente della Camera, per sottolineare che si tratta di una lettera scritta da me, quale membro del Parlamento Nazionale nella sua qualità di senatore a vita in quanto ex-presidente della Repubblica, al presidente di un ramo di esso: la Camera dei Deputati del quale ho fatto parte dal 1958 al 1983, per essere poi eletto senatore in quello stesso anno, per rientrare poi al Senato quale membro di diritto, dopo la parentesi dei sette anni al Quirinale. Quale cattolico, ma cittadino di uno Stato laico, nel senso di una "laicità", come oggi giustamente si indica quale "positiva", mi indigna l'articolo scritto contro il presidente di un ramo del Parlamento della Repubblica Italiana, di cui sono cittadino, dal prof. Vian, per disgrazia di Dio e ignota volontà curiale, oggi direttore de L'Osservatore Romano, e quindi, mio Dio, successore certo indegno, lo dico sul piano della professionalità, tra gli altri di Giuseppe Della Torre. Sono stato educato nella Chiesa Cattolica e in una famiglia cattolica, mi sono sempre dichiarato "cattolico", cattolico peccatore, ma cattolico, e da cattolico ho sempre cercato di comportarmi anche nell'esercizio degli uffici pubblici che mi sono stati affidati, ma anche in esso, da governante di uno Stato laico. Ho sempre rivendicato il diritto di comportarmi secondo gli insegnamenti della Chiesa anche quale legislatore; così pure ho sempre affermato il diritto della Chiesa di pronunziarsi su materie che interessano principi morali e di diritto naturale, non essendo proprio ogni richiamo al Trattato e al Concordato oggi vigenti tra la Santa Sede e lo Stato italiano. Proprio ieri ho firmato, nella mia piena autonomia, una mozione che è stata presentata al Senato della Repubblica contro la libera commercializzazione della pillola abortiva Ru 204. Sono stato quindi sempre considerato una specie di "teocon", pur essendomi stato sempre riconosciuto che ideologicamente io sono un cattolico liberale. Mi appello invece al rispetto del Trattato e del Concordato contro le inopportune e ingiuriose espressioni usate dal prof. Vian. Sono nato e sono stato allevato, durante il fascismo, in una famiglia antifascista e repubblicana, cattolica ma non propriamente "clericale". So bene come un non esiguo numero di cattolici, anche sacerdoti, religiosi, vescovi e cardinali, siano stati fascisti o almeno simpatizzanti del fascismo, di quello della "Crociata di Civiltà" della guerra di aggressione imperialista contro il più antico paese cristiano, copto o cattolico non importa, del continente africano: l'Etiopia e della "Cruizada" franchista che, finita la guerra civile, "pareggiò" i conti con la Repubblica spagnola - con i suoi socialisti e con i suoi anarchici anticattolici rei di crimini che diedero alla Chiesa molti martiri - fucilando oltre centocinquantamila repubblicani spagnoli, tra cui anche sacerdoti cattolici della Catalogna e dei Paesi Baschi, rei solo di appartenere a due Nazionalità della Spagna che si erano schierate con la Repubblica ed in cui ancora oggi militano due partiti di ispirazione cristiano-democratica: il Partito Nazionalista Basco e l'Unione Democratica di Catalogna. Quindi, il direttore de L'Osservatore Romano dovrebbe guardarsi dal bandire tardive crociate antifasciste: caso mai lo potrebbe fare qualche organo della stampa cattolica tedesca, perché nessun sacerdote o vescovo tedesco consta sia stato mai nazista o simpatizzante del nazismo! Ma l'essere antifascista, come l'essere stato avversario del partito comunista italiano, non mi ha certo mai impedito, nell'ottica di un ampliamento degli spazi democratici, di cercare di rompere il cerchio dell'"arco costituzionale" e della "conventio ad excludendum". Ché non vi sia stata in Italia, a differenza che in Germania, nessuna seria opposizione alle leggi razziste del Fascismo, è noto, per usare una lingua che dovrebbe essere cara al Vian, "lipis et tonsori bus". Vi fu certo qualche obiezione, ad esempio per il divieto di matrimoni derivante da queste leggi, ma molte parti di esse furono anzi considerate "utili alla vita della Chiesa Cattolica": e lo si comprende bene! Da Gregorio, padre della Chiesa, fino all'antica liturgia del Venerdì Santo (che mia madre m'impediva di recitare!), e al Beato Pio IX, l'antisemitismo era regola comune; e perché le cose cambiassero: si dovette aspettare sul piano teorico il Concilio Vaticano II e sul piano pratico Papa Giovanni Paolo II, con la sua visita alla Sinagoga di Roma e con la beatificazione e poi santificazione di Edith Stein, e poi con la visita di Papa Benedetto XVI alla ricostruita Sinagoga di Colonia, distrutta dai nazisti nella "notte dei cristalli". E d'altronde è ben noto che Papa Giovanni Paolo II chiese perdono per le sofferenze inflitte dai cattolici e dalla stessa Chiesa ai non cristiani, compresi gli ebrei. In Italia non abbiamo avuto nessun Vescovo von Galen e nessun Vescovo von Preysing! Il direttore de L'Osservatore Romano non si può permettere di offendere dalle colonne ufficiose del quotidiano della Santa Sede, rivolgendo accuse al Presidente della Camera dei Deputati, contraddicendo una storia, ahimè! molto dolorosa per i cattolici italiani, e dando lui, dell'opportunista allo stesso, senza violare lo spirito dei Trattati Lateranensi. Se io fossi presidente della Repubblica o presidente del consiglio dei ministri (ma fortunatamente per il Paese e per me, non lo sono), farei presentare - come feci io stesso e come prima di me fece Alcide De Gasperi: ma solo due cattolici potevano fare queste cose - una nota di protesta alla Segreteria di Stato del Vaticano. Io non lo sono, e quindi non posso fare altro che esprimerti la mia solidarietà. Con amicizia

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L'outing di Fini (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

STORIA L'outing di Fini Lo scontro con la Chiesa sulle leggi razziali: il fascismo fu un'autobiografia nazionale Giovanni De Luna Ci sono le polemiche politiche sui rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi. Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così torpida, inerte, connivente nei confronti dell'infamia delle leggi razziali, Fini ha evocato (non so quanto consapevolmente) non solo il valore della testimonianza degli antifascisti, di quella minoranza eroica che riuscì a mantenere acceso un barlume di opposizione a prezzo di enormi sacrifici, ma anche l'ignavia della maggioranza degli italiani, di quelle folle straripanti che inneggiavano al Duce e che nel regime si riconoscevano, in un gioco di rispecchiamento che faceva del fascismo il «luogo storico» in cui affioravano tutti i nostri vizi tradizionali, una religiosità bigotta, un familismo autoritario, il disprezzo per la cultura, un concetto servile della legittimazione del potere, il culto della «roba», «un misto - come scrisse Mariuccia Salvati - di azzeccagarbugli e ragion politica, di nazionalismo e statalismo, di protervia e di garantismo». Le parole di Gobetti C'era il razzismo in quell'Italia che si rispecchiava nelle piazze fasciste, quello degli scienziati e dei colti e quello degli stereotipi e dei luoghi comuni popolari sulle «faccette nere», e c'era anche l'antisemitismo della tradizione cattolica. A dar conto in maniera più compiuta di questa realtà, a inserire il fascismo nel lungo periodo della storia italiana legandolo ai mali endemici di una democrazia zoppa, inquinata dal trasformismo e dalle pulsioni autoritarie che serpeggiavano nell'esecutivo e negli ambienti di corte, fu proprio quel filone politico-culturale che si riconosceva nella celebre affermazione di Piero Gobetti, «il fascismo è l'autobiografia di un popolo che rinunzia alla lotta politica, che ha il culto dell'unanimità, che fugge l'eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo», successivamente ripresa da Carlo Rosselli («Il fascismo sprofonda le sue radici nel sottosuolo italico; esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie di tutta la nazione»). Rivelazione nazionale Allora, in seno all'antifascismo, a questa interpretazione del fascismo come «rivelazione» delle tare genetiche che avevano dall'inizio appesantito il progetto di «fare gli italiani», si affiancavano quella che insisteva sul fascismo «reazione di classe» (il Pci e in genere il movimento operaio) e quella del fascismo «parentesi» del liberalismo crociano. Delle tre, la più vitale e la meno caduca si sarebbe rivelata proprio la prima, con conseguenze significative soprattutto per quanto riguarda il significato dell'antifascismo. Se Fini è coerente con le cose che dice, le conseguenze da trarre dalle sue parole portano infatti a riconoscere nell'antifascismo un valore permanente dell'Italia repubblicana, una risorsa a cui un paese come quello che ha partorito uno dei più significativi totalitarismi novecenteschi non può fare a meno di attingere; non più un semplice «patto sulle procedure», una coalizione di partiti, uno schieramento politico legato solo alle condizioni estreme della lotta contro la dittatura e l'invasione tedesca, ma un «eccesso» di democrazia, una necessità etica, culturale e politica per un paese attraversato da una sinistra coazione a ripetere che ogni volta rende affascinanti soluzioni politiche al cui interno coniugare il sovversivismo e l'illegalità endemica delle nostre classi dirigenti con una irrefrenabile voglia di autorità e di ordine che proviene dai recessi più oscuri della nostra esistenza collettiva. Dimenticanze e rimozioni Un'ultima considerazione. Anche il consenso espresso da Veltroni alle parole di Fini andrebbe misurato su questo terreno. Al momento della sua fondazione il Pd si era dimenticato dell'antifascismo. Allora sembrò un lapsus, oggi appare come la spia dell'incapacità di avere un progetto di lungo periodo («il coraggio di non contare ad anni, ma a generazioni», come scriveva Carlo Rosselli) e della scelta sciagurata di azzerare una delle eredità più significative di quel tipo di antifascismo, una teoria della classe politica, della sua formazione e selezione, radicalmente democratica e insieme frutto di un processo faticoso, impegnativo, costoso in termini di responsabilità personale e di consapevolezza della non negoziabilità di alcuni fondamenti ultimi .

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Onu, il Vaticano rimprovera la Francia: "Il documento cancella le diversità uomo-donna" (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 19-12-2008)

Argomenti: Laicita'

stampa Il monito ne "L'Osservatore romano" Onu, il Vaticano rimprovera la Francia: "Il documento cancella le diversità uomo-donna" Non smette di suscitare le critiche e le proteste vaticane la mozione che la Francia ha presentato alle Nazioni Unite contro il perseguimento penale dell'omosessualità in vigore in diversi Paesi del mondo. In realtà, afferma l'Osservatore romano di oggi, che torna con una nota severa sull'argomento, l'obiettivo non è quello di tutelare diritti fondamentali ma affermare l'identità di genere che supera la differenza biologica uomo-donna e stabilisce che gli orientamenti sessuali sono frutto della cultura. Da qui la strada è aperta, per il quotidiano della Santa Sede, al matrimonio fra persone dello stesso sesso e all'adozione dei bambini da parte delle coppie gay così come alla procreazione assistita, tutto o in base a un concetto astratto di individuo. “Il documento francese proposto alle Nazioni Unite non è un documento finalizzato, in primis, alla depenalizzazione dell'omosessualità nei Paesi in cui è ancora perseguita, come i media, semplificando, hanno raccontato”, scrive il quotidiano della Santa Sede. In tal caso, infatti, non vi sarebbe stata alcuna opposizione da parte dell'Osservatore permanente del Vaticano presso l'Onu, mons. Celestino Migliore. “La Chiesa Cattolica, del resto - afferma la nota non firmata dell'Osservatore - basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire&rdquo;. “Ma questo documento -prosegue l'Osservatore romano - in realtà, parla d'altro, e cioè promuove una ideologia, quella dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale. Le categorie di orientamento sessuale e di identità di genere, che nel diritto internazionale non trovano alcuna chiara definizione, vengono introdotte come nuove categorie di discriminazione e si cerca di applicarle all'esercizio dei diritti umani”. E invece, secondo il giornale vaticano, “si tratta di concetti controversi su base internazionale, e non solo dalla Chiesa, in quanto implicano l'idea che l'identità sessuale sia definita solo dalla cultura, e quindi suscettibile di essere trasformata a piacere, secondo il desiderio individuale o le influenze storiche e sociali. In tal modo, introducendo tali categorie, si dà impulso al falso convincimento che l'identità sessuale sia il prodotto di scelte individuali, insindacabili e, soprattutto, meritevoli in ogni circostanza di riconoscimento pubblico”. “Non si tratta purtroppo di teorie marginali - afferma ancora l'Osservatore romano- se si pensa che le proposte di riconoscimento di diritti di famiglia alle coppie omosessuali - incluse quelle relative all'adozione e alla procreazione assistita- si basano sull'idea che la polarità eterosessuale non sia un elemento fondante della società, ma un arbitrio da cancellare”. “Quindi - prosegue la nota dell'Osservatore intitolata Difesa dei diritti e ideologia - il tentativo di introdurre le citate categorie di discriminazione si salda con quello di ottenere l'equiparazione delle unioni dello stesso sesso al matrimonio e, per le coppie omosessuali, la possibilità di adottare o procreare bambini. Bambini che rischierebbero, tra l'altro, di non conoscere mai uno dei due genitori e di non poter vivere con lui o lei”. Il Vaticano aveva già diffuso una nota dell'Osservatore permanente della Santa Sede all'Onu, mons. Celestino Migliore, nella quale si precisava ulteriormente la posizione della Chiesa sulla mozione francese: “La Santa Sede - si legge nel testo di mons. Migliore - apprezza gli sforzi fatti nella Declaration on human rights, sexual orientation and gender identità - presentata all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 18 Dicembre 2008 - per condannare ogni forma di violenza nei confronti di persone omosessuali, come pure per spingere gli Stati a prendere tutte le misure necessarie per metter fine a tutte le pene criminali contro di esse. Allo stesso tempo la Santa Sede osserva che la formulazione di questa Dichiarazione va ben aldilà dell'intento sopra indicato e da essa condiviso. Le categorie orientamento sessuale e identità di genere, usate nel testo, non trovano riconoscimento o chiara e condivisa definizione nella legislazione internazionale. Se esse dovessero essere prese in considerazione nella proclamazione e nella traduzione in pratica di diritti fondamentali, sarebbero causa di una seria incertezza giuridica, come pure verrebbero a minare la capacità degli Stati alla partecipazione a e alla messa in atto di nuove o già esistenti convenzioni e standard sui diritti umani”.

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niente diretta per la messa di natale la tv francese preferisce il varietà - anais ginori (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 17 - Esteri L´emittente "TF1" ha cambiato il palinsesto per il giorno 24. Irritazione della Chiesa Niente diretta per la messa di Natale la tv francese preferisce il varietà ANAIS GINORI DAL NOSTRO INVIATO PARIGI - Aveva promesso una "laicità positiva", più rispettosa della dottrina cattolica. Ma negli ultimi tempi, Nicolas Sarkozy è riuscito soltanto a moltiplicare gli screzi con la Chiesa. La dichiarazione Onu per depenalizzare l´omosessualità, partita dalla Francia, è soltanto l´ultimo di una serie di segnali: tutti negativi per il Vaticano. Ieri è arrivata la notizia che l´emittente privata Tf1, proprietà dell´amico del presidente, Martin Bouygues, quest´anno non trasmetterà la messa di Natale in diretta. Al posto dell´omelia da San Pietro andrà in onda un varietà e poi un concerto vecchio di tre anni del cantante francese Michel Sardou. «E´ un segno di superficialità e una mancanza di attenzione alla sensibilità, alla cultura e alla tradizione religiosa di una vasta parte del paese» ha protestato il portavoce vaticano, Federico Lombardi. Il governo francese aveva già messo in agitazione le gerarchie ecclesiastiche per l´annunciata liberalizzazione del lavoro domenicale. Qualche giorno fa, l´arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese, Andrè Vingt-Trois, era intervenuto per ricordare che «lavorare la domenica non è bene». E poi aveva aggiunto: «Guadagnare di più non deve diventare il principale obiettivo dell´esistenza». Una chiara allusione a uno degli slogan preferiti da Sarkozy, «lavorare di più, per guadagnare di più». La legge adesso è stata sospesa: l´alleanza tra socialisti e una parte della destra cattolica rendono quasi impossibile approvare la misura. Il presidente francese, divenuto canonico onorario della Basilica Lateranense poco dopo la sua elezione, dovrà faticare per trovare la via della riappacificazione. Certo, si tratta di soltanto di incidenti. La visita del Papa a Parigi lo scorso settembre è stato un successo. E Sarkozy continua ad essere convinto che la religione cattolica sia una "risorsa" sociale e che la République non debba calpestare i diritti dei credenti. Dietro le quinte, la diplomazia ha ricevuto l´ordine di ricucire gli strappi con Roma. I consiglieri dell´Eliseo sottolineano che la dichiarazione Onu ha una "paternità" ormai molto ampia: è stata firmata da 66 paesi (tra cui tutti gli europei, Italia compresa). E che la proposta in favore dei gay è stata avanzata «autonomamente» da Rama Yade, sottosegretario ai diritti umani, ex pupilla di Sarkozy oggi peraltro in disgrazia. La giovane Yade difende invece l´iniziativa. Parlando all´Onu ha risposto indirettamente al Vaticano: «Non ci faremo fermare dalle ostilità né dall´intolleranza».

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onu, sui gay il vaticano contro parigi - marco politi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 17 - Esteri Onu, sui gay il Vaticano contro Parigi Per la Santa Sede la risoluzione spiana la strada alle nozze omosessuali Grillini: "In Italia c´è già una legge che recepisce le direttive europee in materia" MARCO POLITI CITTA´ DEL VATICANO - L´Osservatore Romano attacca frontalmente l´iniziativa del presidente francese Sarkozy all´Onu per l´abolizione delle legislazioni repressive verso i gay. «Il documento francese proposto alle Nazioni Unite - scrive il giornale della Santa Sede - non è finalizzato, in primis, alla depenalizzazione dell´omosessualità nei paesi in cui è ancora perseguita». Invece «promuove una ideologia, quella dell´identità di genere e dell´orientamento sessuale». A cascata, secondo l´Osservatore, si presenterebbero una serie di pericoli. «A rischio» sarebbero la «libertà di espressione oppure a quella di pensiero, di coscienza e di religione». In conseguenza passerebbe il tentativo di ottenere l´equiparazione delle unioni dello stesso sesso al matrimonio e poi, per le coppie omosessuali, la possibilità di adottare o procreare bambini. Bambini, sottolinea il giornale vaticano, che «rischierebbero, tra l´altro, di non conoscere mai uno dei due genitori e di non poter vivere con lui o lei». Infine, le religioni potrebbero vedere conculcato il diritto di trasmettere il loro insegnamento rispetto ai rapporti uomo-donna. Intanto la Santa Sede è già stata costretta a una precisazione importante. Il nunzio presso l´Onu, mons. Celestino Migliore, ha steso una nota sulla mozione, presentata dalla Francia a nome dei 27 paesi dell´Unione europea (Italia compresa): «La Santa Sede apprezza gli sforzi fatti nella Declaration on human rights, sexual orientation and gender identity, presentata all´assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 Dicembre 2008, per condannare ogni forma di violenza nei confronti di persone omosessuali, come pure per spingere gli Stati a prendere le misure necessarie per metter fine a tutte le pene criminali contro di esse». A parere del nunzio, però, le «categorie orientamento sessuale e identità di genere, usate nel testo, non trovano riconoscimento o chiara e condivisa definizione nella legislazione internazionale. Se esse dovessero essere prese in considerazione nella proclamazione e nella traduzione in pratica di diritti fondamentali, sarebbero causa di una seria incertezza giuridica». E´ questo punto, che viene vivacemente contraddetto dalle organizzazioni omosessuali. Franco Grillini, già presidente dell´Arcigay, ricorda che le definizioni «orientamento sessuale» e «identità di genere» sono già presenti all´art 21 della Dichiarazione dei diritti umani, associata alla carta europea votata solennemente nel dicembre 2007 al Parlamento europeo di Strasburgo. E´ un documento, incalza Grillini, ratificato da tempo dall´Italia a grande maggioranza: «Inoltre in Italia esiste addirittura una legge, quella contro le discriminazioni per "orientamento sessuale", frutto di una direttiva europea la cui applicazione è stata corretta proprio quest´anno dal parlamento nazionale». Fa specie, comunque, leggere sull´Osservatore la disinvolta affermazione che «la Chiesa cattolica, basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire». Non si capisce allora l´accanimento dimostrato in Italia negli anni scorsi per negare tutela legislativa ad un patto di solidarietà (non un matrimonio) fra due adulti etero oppure omosessuali. L´atteggiamento vaticano all´Onu suscita proteste anche fra molti fedeli. In una lettera pubblicata sull´Avvenire una «cattolica praticante» denuncia la Chiesa «che fa ombra al suo Cristo».

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il silenzio della chiesa sulle leggi razziali - corrado augias (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)

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C aro Augias, l'attacco alle frasi di Fini, fa capire come si sia toccato un punctum dolens che la Chie?sa non gradisce, quella Chiesa che fu, salvo poche lodevoli eccezioni, sostenitrice del fascismo, a partire da padre Agostino Gemelli allo stesso Roncalli, fino al cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, il quale, nel decennale della Marcia su Roma fece un tale panegirico che il medesimo Osserva?tore Romano si sent? in dovere di prenderne le distanze. Speriamo che la sinistra, se tale ?, sia solidale con Fini, non con lo Stato pontificio. Riccardo Di Camillo riccardodicamillo@libero. it G entile Augias, ho letto le dichiarazioni del presidente Fini sulle leggi razziali e la mancata de?nuncia delle medesime da parte dei vertici della Chiesa. Ci furono nobili eccezioni come quella ad esempio descritta da Paolo Mirti nel libro ?La societ? delle mandorle? che racconta come Assisi salv? i suoi ebrei. Quello che a mio avviso ancora manca per una condanna definitiva del regime da parte del presidente Fini ma non solo sono gli aspetti liberticidi del fascismo, le condanne dei tri?bunali speciali, gli anni di carcere e di confino, le condanne a morte che pure ci furono. Mi ha meravi?gliato che, durante una conferenza stampa in Tv, il capo dell'opposizione, a fianco del presidente del?la Camera, non abbia colto lui l'occasione per far estendere a Fini una condanna del regime a tutto tondo. Roberto Nistri roberto. nistri@alice. it L e frasi di Fini sul silenzio della Chiesa deli?neano una verit? storica che nessuna "sde?gnata protesta" pu? modificare. N? alcuni ripensamenti tardivi n? l'ospitalit? data a ebrei e resistenti da parte di istituti religiosi potr? atte?nuarla. Mescolare l'ospitalit? dal basso, con si?lenzio e connivenza dall'alto, non ? intellettual?mente onesto. Si dimentica tra l'altro che lo stes?so papa Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 chiese perdono per l'antisemitismo cattoli?co protrattosi nei secoli. Casi individuali, anche eroici, non smentiscono una realt? storica accer?tata. Quello che si pu? fare, e che qualcuno fortu?natamente ha fatto, ? capire e spiegare perch? ci? avvenne, quale atmosfera generale, quali diffi?colt? e prudenze, quali esigenze politiche, moti?varono un tale atteggiamento che non pu? essere spiegato oggi con la tragica situazione di ieri. Quello che, per contro, non si dovrebbe in alcun caso fare ? ritirare fuori vecchie storie. Per esem?pio il Movimento cattolico "Azione e tradizione" ha di nuovo proposto la storia del rabbino Israel Zolli il quale nel febbraio 1945 si convert? al catto?licesimo battezzandosi col nome di Eugenio in omaggio a Pio XII. Una vicenda dolorosa nata da un contrasto sorto nel seno della comunit? roma?na sulla quale ha fatto luce il saggio di Gabriele Ri?gano "Il caso Zolli" (Guerini Studio, 2006) e che non ? lecito strumentalizzare in modo cos? gros?solano.

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test universitari alla cattolica il gip scarcera funzionario (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)

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Pagina VIII - Roma Accolta l´istanza dell´avvocato Scalise Test universitari alla Cattolica il gip scarcera funzionario «Mancanza di gravi indizi di colpevolezza». Questa la motivazione della scarcerazione di Antonio Pongetti, il funzionario della Cattolica, arrestato due settimane fa su richiesta della procura di Cosenza che indaga sulla presunta compravendita di test di ammissione e di diplomi falsi per infermieri. Il gip Claudio Mattioli ha respinto la richiesta d´arresto e ha accolto l´istanza dell´avvocato Gaetano Scalise che ha contestato la fondatezza delle accuse. Nei giorni scorsi, inoltre, era stato chiarito che a Pongetti non era stata mai attribuita l´accusa di aver richiesto prestazioni sessuali a studentesse.

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un nuovo giardino per papa wojtyla (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)

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Pagina XI - Genova La cerimonia Un nuovo giardino per papa Wojtyla Inaugurati ieri i nuovi giardini, a lato di Via XII Ottobre, intitolati a papa Giovanni Paolo II. «Uno spazio recuperato alla città» sottolinea l´assessore comunale Paolo Veardo. «Giovanni Paolo II, nel suo lungo pontificato - continua - ha dato al mondo un segnale dell´amore della Chiesa, soprattutto sui temi della giustizia, della pace e dell´integrazione tra i popoli. E questo anche la comunità laica non può non riconoscerlo».

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nell'officina delle meraviglie lavora l'ultimo zampognaro - giovanni chianelli (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)

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Pagina XXI - Napoli La storia Nessuno strumento come l´amico tornio Da decenni Vito Leo costruisce con i vecchi metodi la "cugina mediterranea" della cornamusa a San Gregorio Magno Nell´officina delle meraviglie lavora l´ultimo zampognaro Per me non sarà costruito mai niente come il tornio: è il mio sfizio, ci posso fare quello che voglio. Ma oggi la zampogna è solo un affare natalizio GIOVANNI CHIANELLI Al laico Guido Dorso non piaceva il Natale. Tuttavia, confessava che non avrebbe sopportato un dicembre senza «il suono delle rustiche zampogne, inconfondibile e caldo, già dalle prime ore dell´alba, portato a braccia da energumeni villani dalle mani grosse e i polmoni enormi». Ma chi costruisce questi curiosi strumenti metà legno metà pelle di animale, precipitati da un passato agreste? Ormai quasi tutte le zampogne vengono prodotte in laboratori specializzati, pressoché industriali, più o meno asettici. Servono a un mercato del folklore in crescita: non c´è parrocchia, fiera paesana e festival etnico che a Natale rinunci alle note della cugina mediterranea della cornamusa. Solo pochi seguono la tradizione. Nel suo capanno perso tra le montagne della Valle del Tanagro, Vito Leo è in Campania l´ultimo a costruire zampogne con il metodo - e i tempi, gli intenti, il gusto - di una volta. Contadino e allevatore, da settant´anni abita a San Gregorio Magno, unanimemente considerata la "capitale" regionale della zampogna. «Una volta qui in paese c´erano duecento paranze su mille abitanti. Oggi invece non si fa più musica», dice in dialetto serrato con un po´ di tristezza. Come se quella che esce da questi strumenti fosse la Musica per eccellenza. Forse lo è davvero, le zampogne e le ciaramelle che lui costruisce sono note in tutto il mondo; pochi mesi fa ne ha venduta una anche negli Stati Uniti, ad un amatore contattato dal nipote su E-Bay. «Su Internètto», spiega. Perciò, fiero della sua opera di resistenza che va avanti da mezzo secolo, è felice di mostrare l´ambiente di lavoro. Un´officina delle meraviglie: centinaia di arnesi, apparentemente accatastati a casaccio, rispondono ad un ordine in realtà rigoroso dove ogni posizione è funzionale alla realizzazione del manufatto. Scalpelli, punte, pialle, sacche di capre appese al soffitto, di ogni misura e uso. Tutti costruiti da Vito nel corso degli anni. Tutti, tranne il tornio, il «re» dell´officina. Vito lo ama con passione, ricorda quando non esisteva, quando i fusi che fanno da trombe acustiche venivano lavorati sfruttando l´oscillazione di pertiche. Nel ?73 l´elettricità raggiunse anche questa contrada antica: «Per me non sarà mai costruito niente come il tornio. è il mio sfizio, puoi fare ciò che desideri. Anche se poi ci vuole la mano adatta...». Il legno è stagionato a lungo, anche quindici anni; normalmente d´olivo, ma sono buoni anche l´acero, lo zibibbo e il noce. Viene stretto sul tornio tra un "mandrino", un morsetto di ferro, e una guida-base; poi traforato, con rotazione ad elevata velocità, dai punteruoli lunghi a seconda della misura delle zampogne, fra tre ed otto palmi, con particolare riguardo alla centratura del buco; le fessure foniche si ottengono con piccoli trapani a vite; infine il pezzo viene decorato a piacimento con scalpelli vari che incidono la superficie producendo disegni e fantasie; gli «scherzetti», li chiama Vito. Stessa sorte subisce il fusto, a cui poi vengono applicate le trombe dotate di ancia in canna; l´inserimento è calcolato al millimetro con un rudimentale compasso di metallo. Giusto una verniciata d´olio per lustrare e la sezione tonale è pronta per essere insaccata in una pelle di capra, conciata per sei giorni nel sale o nel verderame. Non ci vuole molto, sembra dimostrare Vito. Un paio di giorni. Ma è necessaria l´esperienza, le sue mani ferme e sapienti, lo sguardo sereno di chi fabbrica la musica per la gioia della comunità: «Ora lo si fa soprattutto per soldi. è diventato un affare natalizio; ma la zampogna vera non si suona solo a Natale, noi la usiamo ad ogni festa», chiarisce smentendo il cliché. La sua abilità è stata recentemente celebrata nel documentario "La zampogna in Campania" a firma di Giuseppe Mauro, studioso e musicologo, una vera autorità nel settore. «Sei finito sui libri e in televisione», scherza Maria, la moglie. Per tutta risposta Vito inforca una monumentale «7 palmi e mezzo»: il suono basso commuove appena si percepisce il soffio che anticipa la melodia. Vito è dunque anche uno straordinario interprete. E che note si eseguono? La domanda, ingenua, merita una divertita risposta: «Non me lo chiedere: alle note non ci vado tanto appresso». Info www. zampognari.org

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"un negozio su cinque trucca gli sconti" - alessandra retico (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 21 - Cronaca "Un negozio su cinque trucca gli sconti" Indagine Altroconsumo in 5 città. "Attenti ai saldi con truffa" La ricognizione in 178 locali nelle più prestigiose vie dello shopping. Spulciate le promozioni di 2813 capi d´abbigliamento ALESSANDRA RETICO ROMA - Gratti ma non vinci niente, sotto il cartellino inganni e falsità. Prezzi gonfiati, sconti inesistenti, percentuali bizzarre, ribassi dopati. Un negozio su cinque rifila il pacco: special price c´è scritto, così speciale che è immaginario. La recessione ha irrobustito la fantasia di alcuni (troppi) commercianti che di fronte alla crisi dei consumi e all´inappetenza degli acquisti persino nei dintorni del Natale, tentano di dribblare la legge anticipando con forme originali i saldi. Mega svendite e tutto a meno, ma alla fine il risparmio è truccato. Altroconsumo ha fatto il giro di 178 negozi nelle più prestigiose vie dello shopping in cinque città: Milano, Torino, Roma, Napoli e Bari. Ha spulciato nelle promozioni di 2.813 capi d´abbigliamento in vendita prima e durante i saldi della scorsa stagione, ed ecco il bilancio: ben il 20 per cento dei negozi ha mentito sugli sconti. Una sull´altra tre etichette occultano la vera cifra di partenza, a scollarli tutti viene fuori che il ribasso è di pochi euro. Eppure l´etichetta annuncia che siamo molto fortunati: nel 44 per cento degli esercizi indagati dall´associazione i cartellini mancano di trasparenza, anzi sono proprio appannati da adesivi sovrapposti, cancellazioni, nel 35 per cento dei casi manca l´indicazione del prezzo pieno di partenza e in un altro 35 non c´è la percentuale di ribasso. Il massimo è quando (è accaduto a Milano) una canottiera a 25 euro a prezzo pieno, è stata messa in vetrina con lo sconto del 10 per cento: cioè 30 euro. Un affarone. Ma ce ne sono di trovate così: il saldo è più basso del pieno ma il risparmio è pompato (24%), i prezzi prima e dopo sono identici (16%) e addirittura si paga un capo più in promozione che non il costo intero (3%). Cifre fittizie, trasformiste, bastarde. Se ne sono accorti quelli di Altroconsumo facendo la rilevazione su ciascun articolo, prima della data d´inizio ufficiale dei saldi stabiliti in quella città, a fine giugno scorso. A saldi iniziati, è stato rintracciato il capo selezionato. E sono iniziati i confronti. Tutto questo per dire, l´associazione lo fa, che «è meglio abolirli i due periodi chiusi dedicati ai saldi e far incontrare domanda e offerta 365 giorni all´anno, perché già il 13% dei negozi, con le promozioni, di fatto li anticipa». Lo shopping di questi tempi si vuole laico. In attesa di una liberalizzazione che ormai da anni da più parti viene chiesta, bisogna ricordare le regole della trasparenza dell´offerta: prezzo pieno, percentuale di sconto, prezzo finale. Occhio al cartellino, confrontare le cifre vecchie con quelle ribassate; attenzione ai difetti nascosti (possono portare alla risoluzione del contratto: merce restituita, soldi pure); provarli i capi che si comprano; niente distrazioni alla cassa perché se c´è scritto un prezzo il commerciante è vincolato a rispettarlo; sì alle carte di credito visto che il negoziante convenzionato è tenuto ad accettarla sempre; no alle carte revolving perché i tassi applicati possono superare anche il 20 per cento; ricordare i due anni di garanzia ma conservare lo scontrino, fotocopiandolo se è di carta chimica. Giochi di prestigio da una parte e cautele dall´altra non è detto che porteranno alla salvezza della merce: per Adusbef e Federconsumatori «solo 10,8 milioni di famiglie saranno interessate dai saldi, pari al 45 per cento». Secondo le due sigle, «malgrado molte famiglie abbiano rinviato gli acquisti al periodo dei saldi, questi subiranno un vero e proprio collasso», con un calo della spesa complessiva del 30 per cento rispetto allo scorso anno. Sobrietà, lo strappo si rammenda, il cadeau si ricicla: stavolta è anche molto chic.

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"Le due province alleate dei missionari ma meno vocazioni" (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 20-12-2008)

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DIOCESI.PARLA DON BANDERA "Le due province alleate dei missionari ma meno vocazioni" [FIRMA]MARIA PAOLA ARBEIA NOVARA Andamane, Ciad, Sierra Leone, Brasile, Burundi, Uruguay: giro del mondo con sacerdoti, suore e volontari da Novara e Vco. Don Mario Bandera, responsabile del Centro Missionario Diocesano, racconta gli ultimi eventi, risultati di decenni e una preoccupazione: la carenza di vocazioni e volontari specializzati. Don Mario ha accompagnato di recente il giovane novarese Andrea Zatti in Uruguay dov'è da molti anni Lorenzo Spinatonda. «Dalle nostre due province in tanti ci aiutano - dice don Mario -: il denaro va direttamente nelle opere. Controlliamo e lavoriamo noi. Le adozioni a distanza, oltre un migliaio, sono una voce importante». Don Mario - che ha studiato Teologia a Montevideo e da Novara coordina e accompagna missionari e laici - ricorda quanti sono stati o sono tutt'oggi in prima fila per aiutare il prossimo sfidando guerre, povertà e nuove schiavitù: «Ci sono circa 150 nostri missionari nel mondo. In Uruguay don Giancarlo Moneta manda avanti una piccola eroica San Patrignano. In Sierra Leone suor Rita Brustia con le suore della Consolata riscatta i bambini soldato. In Senegal tra i lebbrosi lavora Celestina Fortina. A Manaus le consorelle di suor Giustina fanno grandi cose. Siamo stati in Brasile nel decennale della morte di dom Mario Zanetta con una ventina tra parenti e fedeli: esperienza intensa, abbiamo pregato con tantissime persone nel ricordo di un grande uomo e sacerdote». Lungo (e incompleto per spazio) l'elenco di esempi di ieri e di oggi: Salesiani, Cappuccini, suore della Consolata, Giuseppine; il camerese Felice Ferrari; don Tori, Bonzani e Piumarta dall'Ossola; don Brusati da Bellinzago, don Ciocca Vasino dalla Valsesia, l'indimenticabile don Sacco di Bogogno, don Ciampanelli di Novara. Don Bandera invita a stare vicini ai missionari e (shopping o veglioni permettendo) a riflettere: «Missione non vuol dire "far cambiare religione" ma, per esempio, diffondere il perdono, l'amore e la rinuncia alla vendetta. Si porta il messaggio evangelico di Gesù e lo si offre a tutti. Proviamo a immaginare che cosa significhi fare questo con persone affamate alle quali è stata sterminata la famiglia». Il centro missionario è in vicolo Canonica 3, interno B, primo piano, seconda scala.

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Nel libro di Ricca domande e memoria per la democrazia (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 20-12-2008)

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Nel libro di Ricca domande e memoria per la democrazia Una strenna laica, per riflettere anche a Natale. «Alza la testa!», con l'eloquente sottotitolo «i potenti italiani contestati da un gruppo di cittadini informati» raccoglie in un libro e in un dvd le «incursioni democratiche» di Piero Ricca, il verbanese che il 5 maggio 2003 in un corridoio del palazzo di Giustizia di Milano urlò a Berlusconi l'ormai celebre frase: «Fatti processare, buffone! Rispetta la legge, rispetta la Costituzione». Libro (edito da chiarelettere, con prefazione di Marco Travaglio) e dvd non potevano che iniziare così, dal giorno in cui il premier ordinò ai carabinieri di identificare quel «sovversivo». Ma Ricca, aiutato nei blitz e nel lavoro editoriale dai «complici» Franz Baraggino, Diego Fabricio ed Elia Mariano, si proclama semplicemente un «cittadino informato» che rivendica il diritto di fare domande e il dovere della memoria. Senza guardare in faccia a nessuno e tanto meno al colore politico. I suoi «siparietti» sono lo specchio del Paese reale. Ci sono Clemente Mastella e Bruno Vespa, le interviste sul G8 di Genova con Scajola, Fini e l'allora capo della polizia Gianni De Gennaro. E poi Fassino, D'Alema, Cossiga, Enrico Letta, Lunardi e Veltroni. I destini incrociati delle tv Europa 7 e Rete4 sono affrontati con Confalonieri, Violante e Gentiloni. Con Renato Farina, nome in codice Betulla, non poteva mancare un incontro ravvicinato su fedeltà e servizi segreti. Botta e risposta anche con i direttori Mieli e De Bortoli. Alla voce «Mafiopoli» dedica gli incontri con Dell'Utri, Andreotti, Tabacci e Cesa. Ma nell'intrecciare memoria e domande («Mangano è un eroe?») c'è ancora spazio per Berlusconi, Pannella e Bossi. Le pagine del libro si chiudono con la sentenza sul caso-buffone. Ricca, difeso da Umberto Ambrosoli (figlio dell'avvocato ucciso nel '79 da un sicario di Sindona che ora riposa a Ghiffa), è stato assolto. Scrive il giudice: «Si ritengono non valicati, nel caso di specie, i limiti della continenza. Contrariamente si rischierebbe di imbavagliare il diritto di critica politica a scapito della democrazia». La speranza, a Natale, è anche nelle pagine di un libro d'assalto.

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- pietro citati (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-12-2008)

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Pagina 48 - Cultura I monaci continuano quello che per secoli hanno fatto i conventi cristiani La vita contadina di sessant´anni fa era gremita di simboli legati alla religione PIETRO CITATI ell´alto Piemonte, tra Biella e Ivrea, sorge la comunità monastica di Bose. Siamo in collina: ci sono prati, fitti boschi; ma la vicinanza delle alte montagne - il Monte Rosa è prossimo - dà all´aria collinare quella freddezza, nitidezza e insieme quelle trasparenze e velature, che si avvertono nelle pitture lombarde di Bernardo Bellotto. Nella comunità, ci sono due sacerdoti. Tutti gli altri - cinquanta monaci e cinquanta monache - hanno conosciuto un lungo noviziato: otto anni di paziente attesa sulla soglia; ma non hanno preso gli ordini sacerdotali. Non dicono messa. Preferiscono restare «semplici cristiani», come sant´Antonio e san Francesco: in nulla, apparentemente, si distinguono dai laici che abitano le città e le campagne, salvo per l´obbedienza ai voti di castità e di celibato. Sono - quasi - come tutti gli altri: senza quella lieve, talora impercettibile parete che allontana il sacerdote dagli altri esseri umani. Della comunità fanno parte un protestante e due preti ortodossi: il patriarca di Costantinopoli è di casa; segno non di una impossibile fusione delle religioni, ma di quel fitto intreccio di esperienze religiose, che rende così confidenziale la nostra vita nel nuovo millennio. Oggi il monastero fiorisce: ha case, chiese, refettori, sale per le conferenze, laboratori, dipendenze, missioni, come un monastero del Medio Evo. Il monastero è nato a poco a poco, casa dopo casa, stanza dopo stanza, chiesa dopo chiesa. L´ha creato padre Enzo Bianchi, il priore, un uomo di sessantacinque anni, che giunge dal Monferrato: sembra uno di quei contadini che, nelle chiese romaniche, venivano scolpiti negli archi per illustrare le fatiche dei mesi invernali; piccolo, tozzo, con una folta barba medioevale, porta nelle membra il peso, la forza e l´energia della vecchia civiltà contadina. Sa fare di tutto. Cucina, prepara marmellate, mette le melanzane sott´olio, ascolta anime, cura corpi, predica, studia la Bibbia, scrive libri, prende aerei, sale sul Monte Athos; e prega nel silenzio della sua stanza appartata, come un monaco del dodicesimo secolo. Attorno a lui, tutti lavorano. Qualcuno coltiva i campi, educando primizie: qualcuno polisce ceramiche: qualcuno medica nella città vicina: o studia l´Antico e il Nuovo Testamento nella grande biblioteca: o prepara una bellissima collezione di Padri della Chiesa: o stampa i libri: o costruisce mobili; o edifica le nuove ali del monastero; o lavora in cucina. Come nella civiltà moderna, ciascuno ha il suo ruolo: l´attività è precisa, ordinata, scrupolosa; ma ad un tratto, con una completa inversione delle parti, chi studia il siriaco sbuccia patate in cucina, e il ceramista pulisce il pavimento del refettorio. I monaci di Bose sono cristiani: anzi cattolici; e quindi non disprezzano e non tengono lontano il mondo, il regno dei corpi e la natura. Hanno copiato nei loro libri una frase di Paolo VI: «Anche se il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo, la Chiesa non può sentirsi estranea al mondo, qualunque sia l´atteggiamento del mondo verso la Chiesa». E come potrebbero rifiutarlo, se al centro dei loro pensieri c´è, come dice un piccolo, bellissimo libro di Enzo Bianchi, il Mistero e lo scandalo dell´incarnazione? Gesù si è umiliato e piegato: si è reso vile e abbietto: è disceso nel peccato, rinunciando al «tesoro geloso» della incontaminata vita divina, proprio per salvare ogni molecola, granello, briciola della realtà quotidiana. Così i monaci di Bose continuano quello che, per secoli, hanno fatto i conventi cristiani. Salvano la natura, e la trasformano in cibo. Cuociono le marmellate, conservano le melanzane sott´olio e i «ficuzzi», preparano i vini di queste vigne quasi montane, lasciano stillare le gocce del miele, come se lasciassero colare le gocce di un´essenza celestiale. [* * *] Se fossi capace, vorrei raccontare la vita di Enzo Bianchi, che considero il mio priore personale, e che ora pubblica presso Einaudi Il pane di ieri (pagg. 116, euro 16,50). Discendeva da una famiglia poverissima: aveva conosciuto quello che noi chiamiamo, senza renderci conto della parola, la miseria. Al tempo del Concilio Vaticano secondo, aveva circa ventiquattro anni; e insieme a due amici decise di rifondare il monachesimo - il glorioso monachesimo dei tempi cristiani, quello di sant´Antonio, san Benedetto, san Francesco -: impresa immensa. I tre partirono per Bose: dopo poco tempo, i due amici abbandonarono Enzo Bianchi; ridiventare monaci era troppo arduo e difficile. Egli rimase solo: non aveva un soldo: viveva nelle case dei contadini, quasi mendicando; e, nel tempo libero, che era moltissimo, restaurava una piccola chiesa romanica tra i prati, in fondo alla valle. Enzo Bianchi attese: con l´immensa pazienza e testardaggine che soltanto uno del Monferrato può possedere; attese come attendono gli uomini di fede. E ora, dopo meno di cinquant´anni, ecco il Monastero di Bose: una realtà straordinaria, forse unica al mondo. Senza alzare la voce, esso intrattiene rapporti con il cristianesimo ortodosso russo e con quello greco, pubblicando convegni, di cui l´ultimo è appena uscito. Enzo Bianchi sa benissimo che, nella sostanza, nulla o quasi nulla divide il cattolicesimo di oggi dall´ortodossia greca e russa. Non c´è nessun bisogno di creare una specie di superreligione: ma il cattolico del 2008 pensa attorno al Cristo, a Maria e alla divinizzazione dell´uomo quasi quello che pensa un ortodosso greco e russo. Questo mi consola. Nel suo recente libro, che sta ottenendo un grande successo, Enzo Bianchi narra con perfetta verità cosa è stata la vita nelle campagne del Monferrato fino a cinquant´anni or sono. Racconta i rapporti tra Dio e il tempo atmosferico, quando Dio fermava la grandine: racconta le ore della giornata, ritmate dal canto del gallo e dal suono della campana: racconta come nelle case venissero invitate le lingere, ossia i mendicanti, che sedevano a tavola insieme ai padroni: racconta come il pane di ieri diventasse il pane dell´indomani; racconta le veglie nelle stalle e nel caldo della cucina, dove gli uomini giocavano a carte. Tutti vivevano molto soli. Non esisteva l´amicizia. Intorno, le vigne del Monferrato: le foglie gialle paglierino del moscato, quelle rosse paonazzo del brachetto, le foglie viola del dolcetto e quelle verde antico del barbera; e le piante odorose, il prezzemolo, l´erba cipollina, il timo, la maggiorana, il rosmarino, che padre Bianchi ha ripiantato nel suo orto di Bose, «insaporendo l´anima». Poi ci sono le ricette del cibo: quella meravigliosa del sugo della pasta; vorrei ricordarla per intero ai cuochi e alle cuoche di oggi (la ritroveranno a pagina 31). Era un cibo sacro, che apparteneva a un tempo ancora sacro. Con discrezione, padre Enzo Bianchi tocca un punto gravissimo. La vita contadina di sessant´anni fa era gremita di simboli che venivano adattati all´esistenza cristiana: pensiamo al pane, al vino, agli uccelli, all´acqua, alla gramigna, al viandante e al pescatore nei Vangeli. Le parole di Gesù raccoglievano i nomi della vita agreste elevandoli a segni. Oggi, il nostro linguaggio non ha niente di sacro: né un computer, né un´automobile, né un frigorifero, né un telefonino né un aeroplano rivelano nemmeno un´ombra o un barlume di apparenza religiosa. Sono oggetti silenziosi, atoni, indifferenti, senza eco, che tengono lontana la parola. La foresta dei simboli è morta. Il linguaggio quotidiano respinge i Vangeli. Capisco come sia terribile il compito di padre Enzo Bianchi, e di tutti i monaci e gli uomini di chiesa che devono parlare agli uomini di oggi, senza più pane né vino, né gramigna né acqua né uccelli.

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NON HANNO IDEA (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Luigi La Spina NON HANNO IDEA C'era molta attesa nel popolo della sinistra per l'esito della direzione Pd. Certo l'impressionante susseguirsi di inchieste contro gli amministratori locali del partito democratico aveva acuito l'interesse per la cosiddetta «questione morale». Ma anche sulla validità della linea politica del segretario, dalla strategia delle alleanze al rinnovamento di programmi e uomini, si aspettava una convinta conferma o una chiara bocciatura. Insomma, si attendeva un segnale di svolta, nella consapevolezza della necessità di decisioni tali da riannodare quel rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e suoi elettori che sembra si stia sfaldando. Il discorso di Veltroni ha ripreso con efficacia molti dei temi innovativi che avevano favorevolmente colpito nell'esordio della campagna elettorale, al Lingotto di Torino. Il dibattito che ne è seguito è stato non rituale e gli interventi, fra gli altri, di D'Alema e Bersani, da una parte, e di Chiamparino, dall'altra, hanno esposto con franchezza dubbi e anche critiche non ipocrite. Ma è difficile pensare che il documento finale, votato con un solo voto contrario, costituisca davvero quell'avviso di cambiamento di rotta capace di rassicurare sia i militanti sia i potenziali elettori del Pd. La delusione per il risultato della lunga giornata di dibattito nel Partito democratico, in sostanza, è costituita dallo scarto tra la drammaticità della situazione del Pd e le scelte concrete varate dal «vertice» dei suoi dirigenti per cercare di ribaltare la crisi in cui si trova. Se i contrasti emersi nella discussione si sono risolti con una sconcertante votazione plebiscitaria, vuol dire che tutti i problemi, in realtà, sono stati rinviati. Da quello della leadership di Veltroni, rafforzata apparentemente nei numeri, ma indebolita dalla severità e, persino, dall'asprezza di alcune pesanti critiche che gli sono arrivate. A quello della concezione del partito cosiddetto «leggero», processata proprio per l'allentamento di quei forti legami con il territorio e la società che lo contraddistinguevano e gli consentivano di superare anche le bufere più insidiose. Non basta rivendicare giustamente l'onestà di tanti amministratori locali del Pd per convincere che il partito possegga davvero gli anticorpi per sconfiggere l'omologazione morale di certi suoi dirigenti al costume di servilismo della politica rispetto al mondo degli affari. Su questo argomento, senza decisioni, urgenti e straordinarie, nei confronti dei responsabili, almeno di mancata vigilanza, non si può pretendere di essere creduti sulla parola e sulle buone volontà. Ma ha ragione D'Alema quando sostiene che la questione morale nel Pd ha tanto peso soprattutto perché è finora fallito l'amalgama tra i due tronconi che hanno dato origine al nuovo partito. Se dobbiamo riconoscere che è questo il punto di partenza per la diagnosi del male oscuro nel Pd, non si capisce perché, poi, si pretenda di curarlo senza cambiare né il medico né la medicina. La contraddizione è troppo evidente perché non si sospetti che le vecchie liturgie del rinvio e della dissimulazione dei contrasti perdurino ostinatamente anche nelle pretese novità di una forza politica appena nata. Le alternative sono due e, anche in questo caso, le famigerate «terze vie» non esistono. O Veltroni ha ragione e le difficoltà derivano dalle resistenze che i suoi oppositori interni pongono al rinnovamento del partito e dei suoi quadri dirigenti. Con il risultato che le lotte di corrente paralizzano il partito, incapace di scelte riformiste non ambigue e comprensibili al suo elettorato. E, allora, bisogna riconoscere al segretario il potere di imporre tutti quei cambiamenti che lui giudica necessari, senza veti da parte dei «cacicchi» nazionali e locali. Oppure bisogna prendere atto che la pretesa di un partito democratico «all'americana», già l'aggettivazione è significativa del problema, nell'Italia d'oggi, non corrisponde alla realtà storica e politica del nostro Paese. Perché impedisce un coerente allineamento con le grandi forze presenti in Europa. Perché finisce, paradossalmente, per inasprire e non risolvere il contrasto tra l'ispirazione laica e quella cattolica, in una continua costrizione o al compromesso o all'afasia. Perché non riesce a rassicurare la grande area moderata degli elettori italiani, diffidente per le troppe ambiguità di un riformismo che non vuole pagare il prezzo di scelte coraggiose. Né conforta quel settore di sinistra della società italiana, cospicuo anche se minoritario, che si sente privo di una rappresentanza politica, magari non sufficiente per governare, ma utile per costituire un'opposizione efficace rispetto a Berlusconi. In questo caso, è illusorio attendere, dopo il voto dell'Abruzzo, quelle altre conferme negative, nelle prossime elezioni europee, che costringano Veltroni a gettare la spugna. Il problema non è la sorte di un segretario, ma la sopravvivenza del centrosinistra in Italia.

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I diritti spaventano il Vaticano (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

DEPENALIZZAZZIONE DELL'OMOSESSUALITA' I diritti spaventano il Vaticano Dopo la Spagna la Francia. La «guerra culturale» del Vaticano contro tutti non dà requie. La Spagna era stata accusata l'altro ieri da mons. Amato di «statolatria» e di cedimento al vento «biopolitico» che tira in Europa. La Francia è stata accusata ieri dall'Osservatore Romano di aver ceduto, nel documento sulla depenalizazzione dell'omosessualità presentato all'Onu, all' «ideologia dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale», rea di affermare che l'identità sessuale e le scelte etero e omosessuali non sono dati naturali ma prodotti culturali, e come tali possono essere trasformate secondo il desiderio individuale. Da questa ideologia, continua la nota, consegue il programma politico-giuridico di equiparare le unioni omosessuali al matrimonio eterosessuale e di consentire la genitorialità omosessuale. Per questa ideologia, e non per la richiesta di depenalizzare l'omosessualità, la Chiesa avrebbe bocciato il documento. Non è la prima volta che il Vaticano entra con l'accetta un complesso dibattito, che prima dell'Onu, attraversa la galassia internazionale del femminismo e dei movimenti glbqt, e che riguarda appunto il confine fra biologia e cultura nella definizione ontologica e sociologica della differenza, del genere e degli orientamenti sessuali. E va perfino dato merito al Vaticano di prendere la materia molto sul serio, a differenza di quanto accade spesso nella cultura laica. Ma come nelle puntate precedenti, dalla nota dell'Osservatore si evince chiaramente che ciò che assilla la Santa sede non sono tanto i presupposti ontologici della questione quanto gli esiti normativi e disciplinari. O meglio, gli esiti di destabilizzazione dei confini normativi e disciplinari a fondamento naturale. La Chiesa è preoccupata infatti che l'Onu ceda a «categorie (quali sarebbero appunto « orientamento sessuale» e «identità di genere») che nel diritto internazionale non trovano alcuna chiara definizione», come se il diritto fosse dato una volta per tutte e non fosse sottoposto ai cambiamenti storici. E quel che paventa ancor di più è che con l'estensione dei diritti diventi impraticabile la già strettissima definizione dell'omosessualità che la Chiesa concede: «non penalizzabile, e tuttavia non moralmente accettabile». (i.d.)

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<A rischio gli accordi col Vaticano> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-12-20 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Fede e politica Alvaro Cuesta, esponente del Psoe: «L'accusa di statolatria? Mancanza di rispetto» «A rischio gli accordi col Vaticano» La risposta dei socialisti spagnoli alle critiche di monsignor Amato L'arcivescovo, molto vicino a papa Ratzinger, aveva attaccato l'«indottrinamento laicista dei giovani» Arriva con calma e per vie laterali la risposta dei socialisti spagnoli agli attacchi della Chiesa. Un giorno dopo, attraverso un funzionario del Psoe, il segretario alle Libertà pubbliche Alvaro Cuesta, che per conto del governo Zapatero avverte: è una «mancanza di rispetto », rischia di «mettere in questione » gli accordi bilaterali. Un breve comunicato, non un dibattito acceso. Ieri lo scontro non era tra i titoli dei principali siti di informazione; El PaÍs ha relegato la notizia in un trafiletto a pagina 39 della sezione Sociedad: «Il Vaticano crede che la Spagna avanzi verso la "statolatria"». A formulare le critiche, in un'intervista al magazine cattolico Il Consulente Re, era stato l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, già segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Santo Uffizio). Uomo «potente », sottolineano anche gli spagnoli, cardinale al prossimo concistoro, molto vicino a papa Ratzinger. «Sembra che Amato voglia convertire lo Stato spagnolo in un gendarme e guardiano della fede al servizio di una confessione religiosa», scrive Cuesta, sottolineando il contrasto con l'articolo 16 della Costituzione, secondo cui nessuna fede in Spagna ha carattere statale. Queste «ingerenze» del Vaticano, continua l'esponente socialista, mettono «in questione » gli accordi fra lo Stato spagnolo e la Santa Sede: il loro modello di relazione «esige lo stesso rispetto per la Spagna che il Vaticano ha per altri Stati occidentali». «L'intransigenza e il dogmatismo » di alcuni settori della Chiesa, conclude, non favoriscono un clima inclusivo, tollerante e di convivenza che è ciò che vuole la maggioranza della popolazione. Nell'analisi di Amato, a cui fa riferimento Cuesta, in Spagna «lo Stato entra sempre più nella vita personale di ognuno: obbliga le famiglie a scegliere determinate scuole con determinate materie, non d'istruzione ma d'indottrinamento. Avanza la statolatria, che, apparentemente eliminata, rientra dalla finestra». Obiettivo dell'arcivescovo è in particolare l'introduzione nella scuola pubblica della nuova materia: «Educazione alla cittadinanza ». Giovedì sera una prima reazione dal ministero dell'Istruzione di Madrid: «L'Educazione alla cittadinanza è inclusa in una legge approvata dal Parlamento spagnolo sovrano. Un fatto che monsignor Amato sembra disconoscere». Ieri l'intervento duro del Psoe. E un nuovo sermone dei vescovi spagnoli, che questa volta se la prendono col Natale, quello laico. Così da Palencia, monsignor José Ignacio Munil-la: «C'è tutto uno sforzo estetico di una cultura secolarizzata per vestire il nulla con colori brillanti, e proporre un Natale senza Natale». A. Cop.

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Cattolici lontani dal Papa, veri laici (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-12-20 num: - pag: 51 categoria: REDAZIONALE Ieri e oggi Due saggi ripercorrono il rapporto storico fra le chiese e lo Stato. Un arco di tempo che va dall'antica Roma a Gramsci Cattolici lontani dal Papa, veri laici Da Machiavelli a Cavour: la fede senza gerarchie sorregge la democrazia e l'uguaglianza di LUCIANO CANFORA C he il rapporto tra la religione e la politica (o, se si vuole, la vita sociale) sia uno dei temi di più lunga durata che possano impegnare lo studioso di storia è quasi una ovvietà. Meno ovvio è in quanti modi, anche tra loro assai lontani, sia percepito, e si svolga, tale rapporto. La questione si è posta per ogni genere di società, e si presenta in modi diversi per le diverse confessioni religiose, dal «cesaropapismo » dell'impero bizantino, e poi zarista, alla «separazione» realizzata dalla Terza Repubblica francese, quando finalmente si consolidò e fu al riparo dai traumi che per decenni dopo il 1871 l'avevano resa fragile. Che, in materia, l'Italia sia stata un luogo nevralgico e sommamente indicativo è ben noto, ed è stato un bene che l'editore Laterza abbia mandato da poco in libreria una corposa silloge, curata da Michele Ciliberto, intitolata La biblioteca laica, il pensiero libero dell'Italia moderna. Al centro ideale dell'intera silloge figura la pagina di Machiavelli (dai Discorsi I, 1: «Della religione dei Romani») sulla religione come «fondamento» del vivere civile. Alla conclusione, in posizione giustamente enfatica, vi è il discorso parlamentare di Cavour culminante nella impegnativa formula «Libera chiesa in libero Stato». Sono ben note le riflessioni che il Machiavelli svolge in quel capitolo a sostegno della funzione di freno che la religione deve esercitare soprattutto nei confronti di masse incolte (gli uomini «grossi », come egli si esprime). Riflessione che, da un lato, si spinge ad indicare in Numa Pompilio, piuttosto che in Romolo, il vero fondatore della compagine romana, e dall'altro rivela netto distacco dal fatto religioso come tale, là dove al Savonarola viene destinato un elogio, che però tradisce ironia, per aver egli — con la religione — tenuto a freno addirittura un popolo tutt'altro che rozzo quale quello di Firenze. «Al popolo di Firenze — così scrive Machiavelli in un sapiente dosaggio di realismo e di ironia che non risparmia certo i suoi concittadini — non pare essere né ignorante né rozzo; nondimeno da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non voglio giudicare s'egli era vero o no, perché d'uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza, ma etc.». Nel capitolo seguente Machiavelli traduce in modo originale, e quasi imprevisto, tali premesse e osserva che in Italia l'assenza di religione (e quindi dell'efficacia politicamente positiva che la religione può produrre) è da addebitarsi proprio alla chiesa di Roma («quelli populi — scrive — che sono più propinqui alla chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione»). Questa considerazione è, per certi versi, vicina a quella cavouriana, posta a fondamento del celebre discorso con cui la silloge laterziana si conclude: che, cioè, proprio il potere temporale della chiesa cattolica ha nociuto e nuoce alla religione, e che dunque tale potere «fu ostacolo non solo alla riorganizzazione dell'Italia ma eziandio allo svolgimento del cattolicismo». Ovviamente le concrete situazioni storiche in cui si trovano Machiavelli e Cavour sono incomparabilmente diverse. Ma vi è anche, in Machiavelli, un rifarsi assiduo all'esperienza antica, soprattutto romana, che lo porta ad accentuare quell'elemento «strumentale» ( instrumentum regni), che viene da alcuni pensatori antichi e che invece in Cavour non c'è. In Machiavelli operano la lettura e l'assimilazione profonda dell'esperienza romana — come sostanza stessa del suo pensiero — vista attraverso Livio, ma anche attraverso quel libro sesto di Polibio che Machiavelli certamente conobbe e nel quale la formulazione apertamente strumentale dell'uso politico della religione come forte ed efficace regolatore sociale è netta e convinta. Modello ideale lo stesso Cesare, impegnatissimo a farsi eleggere pontefice massimo — dunque supremo esponente della religione — ma intimamente impregnato di convincimenti epicurei. Convincimenti che non gli impedirono affatto di attribuire a quella carica religiosa un ruolo centrale in tutta la sua carriera politica. Né era necessario, per un colto romano, simpatizzare per Epicuro, teorico dell'estraneità degli dei rispetto alle cose del mondo. Anche Cicerone, soprattutto nel De divinatione (bellissimo il commento che ne fece Sebastiano Timpanaro) ma anche nel De natura deorum ci appare scettico, ironico sul mestiere truffaldino degli aruspici, e quasi volterriano, laddove quando parla in pubblico non fa che apostrofare gli «dei immortali» quasi protagonisti remoti, e guida, e giudici, della politica. Questa «doppiezza» fu propria dei ceti dirigenti del mondo classico, e passò recta via nella moderna cultura umanistica, giacché gli uomini della «Rinascita» proprio della parola di quegli antichi largamente si erano nutriti. Su una tale base, in condizioni storiche certo del tutto diverse, poté purtroppo anche germogliare l'elogio — che non suscita certo molta simpatia — della «dissimulazione onesta». Elogio che nell'Italia dominata dal fascismo fu letto con sensibilità attualizzante, e che certo a buon diritto trova posto in questa silloge laterziana. In Cavour operano altre premesse. Vi è in lui schietta considerazione per il fenomeno religioso come tale. E quando perciò egli scrive che il recedere della chiesa dal suo potere temporale gioverebbe al cattolicesimo stesso non dà vita ad un sofisma capzioso, ma al contrario esprime il suo autentico pensiero. In questo egli è molto vicino ad un altro pensatore liberale che in profondità ha lavorato su questo problema: Alexis de Tocqueville. è uscita da poco, per le edizioni Dedalo, un'eccellente antologia tocquevilliana a cura di Paolo Ercolani ( Tocqueville, Un ateo liberale) che comprende tra l'altro, dalla Démocratie en Amérique, i capitoli sulla «religione come istituzione politica», beninteso negli Usa. Ed è ammirevole osservare la serietà con cui Tocqueville, aconfessionale, si pone dinanzi al fenomeno originalissimo della lealtà repubblicana dei cattolici americani. Egli approda ad una considerazione non ovvia: «Se da una parte il cattolicesimo dispone i fedeli all'obbedienza, dall'altra non li prepara certo alla disuguaglianza» (p. 224). Onde, osserva, in un Paese lontano dalle impalcature statali del cattolicesimo (la monarchia retta dal Papa), quei fedeli sono i più predisposti ad accogliere il principio democratico dell'uguaglianza ed a viverlo come fondamento stesso del consorzio civile. Insomma, non solo riflessione fondata sugli antichi e valutazione distaccata del fenomeno storico della religione ma, appunto, comprensione storica. In Italia chi ebbe tale sensibilità fu, in rottura con il generico anticlericalismo della sinistra letteraria e tradizionale, Antonio Gramsci. La cui grandezza nella storia intellettuale del nostro Paese si manifesta anche in questo. Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) Niccolò Machiavelli (1469-1527)

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Sull'argomento (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-12-20 num: - pag: 51 categoria: BREVI Sull'argomento Il saggio curato da Michele Ciliberto per l'editrice Laterza si intitola «La biblioteca laica, il pensiero libero dell'Italia moderna», pagine 596, e 28; quello di Paolo Ercolani per le edizioni Dedalo si intitola «Tocqueville, Un ateo liberale» (pagine 352, e 20), e comprende alcuni capitoli dalla «Démocratie en Amérique»

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Deficit sanitario, decide Berlusconi (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 20-12-2008)

Argomenti: Laicita'

stampa Deficit sanitario, decide Berlusconi Aldo Ciaramella CAMPOBASSO Deciderà il presidente Berlusconi sulle sorti della sanità molisana. Se nominare un commissario per portare avanti la sua gestione e quindi il Piano di rientro o attestarla sulle posizioni e quindi sul percorso che ha intrapreso attraverso l'azione legislativa del Governo regionale. Non si sono pronunciati, infatti, ieri mattina, su questo aspetto i tecnici del Ministero dell'Economia e della salute lasciando al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi la facoltà di decisione nell'uno o nell'altro verso. Per il momento, questo è quanto hanno affermato i vertici dei due Ministeri, il Molise e quindi la Giunta regionale, pur essendosi sforzati a riavviare la ristrutturazione sanitaria locale con alcuni importanti atti amministrativi, non hanno raggiunto con quest'ultimi un impatto finanziario forte e quindi una sensibile riduzione dei costi ravvisando un effettuo residuale rispetto alle aspettative e agli obblighi impressi a luglio quando fu detto quello che bisognava fare per rimodellarte il sistema ed arrivare a una spesa che deve recuperare nella sua completa riconfigurazione parecchie decine di milioni di euro. Il tavolo tecnico, infatti, ha riconosciuto l'azione riformatrice della Regione e quindi l'approvazione del Piano sanitario con legge così come aveva suggerito, l'eliminazione delle zone e quindi la convalida dell'atto aziendale dell'Asrem e perciò aggiungendo ampi poteri al suo diretore generale, la riconfigurazione dei distretti portando quest'ultimi da 13 a 7 e un timido inizio di accorpamenti negli ospedali, ma ha puntato il dito su quello che sempre ha sottolineato e perciò sul ridisegno strutturale della rete sanitaria e quindi sulla rivisitazione dell'offerta ospedaliera e perciò dei posti letto. A questo si aggiunga il problema della Cattolica. Un ruolo che va definito come vanno riiscritti la funzione e quindi il posizionamento dell'assistenza e della medicina privata. Il tavolo tecnico dei due Ministeri ha evidenziato la mancanza e quindi la previsione del costo per le sue prestazioni per il Molise e per fuori della struttura di Tappino e su cui ancora non si raggiunge un accordo. Il centro biomedico di Campobasso punta a un contratto da 60 milioni di euro l'anno, la Regione che al momento ne sborsa 33 per prestazioni e ricoveri, non sembra troppo disponibile ad aumentare il budget perchè così facendo nella situazione in cui si strova dovrebbe ricorrere al taglio di posti letto in altri ospedali o addirittura ad un ridemensionamanto radicale di qualcuno tra quest'ultimi. Ovviamente il fatto che hanno rimesso tutto nelle mani di Berlusconi è positivo per i tecnici e dirigenti della Regione che hanno seguito e curato l'incontro romano (il direttore generale della sanità avv. Roberto Fagnano), un segnale a non voler commissariare il Molise che comunque avrebbero potuto adottare da subito dopo la verifica di ieri.

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