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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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Report "Laici e chierici"

"La mia comunità libera dalla Chiesa" ( da "Stampa, La" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Pierino Gelmini reagisce alla riduzione allo stato laicale annunciando la costituzione di una propria fraternità di laici e religiosi. Una decisione a sorpresa che contrasta con il provvedimento vaticano che gli toglie l'esercizio del ministero sacerdotale, quindi se Gelmini proseguirà sulla strada annunciata si scontrerà con l'autorità ecclesiastica che ha frontalmente attaccato.

Veltroni: ecco le liste, pronti a vincere Ora tutti a fare la campagna elettorale . D'Alema candidato anche in Campania: Lo ha chiesto Walter ( da "Unita, L'" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Liste dove dove possono coabitare "anime diverse" - dai laici ai teodem, dagli imprenditori alle precarie dei call center - fino ai "moltissimi che non hanno una storia di apparenenza ai Ds o alla Margherita". Cioè alle culture la cui fusione ha dato origine al Pd. Franceschini sottolinea l"innovazione e l'impegno per raddoppiare la presenza femminile.

Ferrara, attacco a Zapatero e Veronesi <Non ho la sindrome di Klinefelter> ( da "Corriere della Sera" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Quanto al premier spagnolo Zapatero, "considero le sue idee come la negazione di un razionalismo laico e moderno, una superstizione democratica capace di promuovere orrori come la riforma del codice civile che ha eliminato il concetto di padre e madre dal diritto di famiglia".

Dalla Lista Beautiful alla Lista Colosseo sono passati quasi 11 anni. Politicamente una v ( da "Messaggero, Il" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Mi mossi in un contesto laico tra quanti avevano il desiderio di scendere in campo, ricordo il professor Lèfebvre ma anche la campionessa del nuoto Novella Calligaris o il pittore Piero Dorazio". Nessuno di questi ovviamente entrò in Consiglio comunale. Gli elettori votarono i "brutti" ma il risultato, strappare consensi al fronte avverso,

IL DIVARIO di sviluppo economico e civile di una parte dell'Italia rispetto all'altra ( da "Messaggero, Il" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: riformismo cattolico, cultura laica e non si elargirono assistenza e prebende, ma si portò l'acqua in Sardegna, si costruirono strade ed opere, si fece lo sviluppo. Il rigore (inascoltato) di Andreatta e la "coerenza meridionalista" di De Gasperi delineano il perimetro dell'azione politica e civile all'interno del quale si può (anzi,

Non perchè non sia favorevole all'iniziativa, ma solo perchè Cassa gl ( da "Messaggero, Il" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: riformismo cattolico, cultura laica e non si elargirono assistenza e prebende, ma si portò l'acqua in Sardegna, si costruirono strade ed opere, si fece lo sviluppo. Il rigore (inascoltato) di Andreatta e la "coerenza meridionalista" di De Gasperi delineano il perimetro dell'azione politica e civile all'interno del quale si può (anzi,

ROMA Non è vero che la lista di Walter somiglia, veltronianamente, all’ ( da "Messaggero, Il" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: lo steccato laici-cattolici... E magari - sarebbe bellissimo! - "oltre" la vecchia e superata distinzione, che tanto faceva arrabbiare Pietro Ingrao, fra "vivente umano e vivente non umano". Ha detto infatti lo scienziato e oncologo Veronesi, super-candidato in Lombardia: "Tra l'uomo e la scimmia non c'è quasi differenza.

Laicità il rapporto tra fede e ragione ( da "Riformista, Il" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: affermazione concreta del processo di laicità l'evoluzione della relazione religione/politica ha pesato in termini più diretti e massicci della evoluzione della relazione scienza/fede. Nel Lungo Illuminismo - rispetto alla laicità - il tratto dominante è stato impresso dal rapporto religione/politica piuttosto che dal rapporto fede/scienza: Machiavelli ha pesato molto di più di Galilei.

Io, cattolico - pietro scoppola ( da "Repubblica, La" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Cultura IO, CATTOLICO Esce in questi giorni l'ultimo libro del grande storico da poco scomparso Il testamento di Scoppola a modo mio La politica ha una sua laicità che non può essere travolta dalla visione totalizzante dei fini Bisogna obbedire in piedi.

È garantita la continuità, il che non so se sia un ( da "Tempo, Il" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Sullo sfondo la contesa fra laici e cattolici, il laicismo e il suo contrario. Il "Papa day". è un quadro ingarbugliato. "è ingarbugliato perché sono ambigui i concetti dai quali si parte. Lo Stato laico è una grande conquista, un ambito di libertà dove tutti, credenti e non, devono potersi esprimere.

Il caso ( da "Repubblica, La" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Mi rendo conto che il momento in cui si va a concludere il confronto sulle candidature alle elezioni non sia quello migliore per le analisi serene e costruttive - dice Genovese - Di una cosa, comunque, sono certo: se i valori e gli interessi di cui parla Latteri sono quelli dei siciliani, cattolici e laici, questi saranno adeguatamente rappresentati dal Pd".

Quel colpo basso di bertone "sono contrario, io chiuderei" ( da "Repubblica, La" del 04-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: lo Stato è laico, non religioso; e che la sua laicità garantisce anche i cattolici". Inoltre, l'assessore aveva invitato l'Arcivescovo a ripensare la sua iniziativa. "Un ospedale pubblico, che si governa con i soldi pubblici, seppure con veste giuridica particolare, essendo della Chiesa, deve comunque garantire le esigenze degli utenti -


Articoli

"La mia comunità libera dalla Chiesa" (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Guerra aperta sulla comunità Incontro. Don Pierino Gelmini reagisce alla riduzione allo stato laicale annunciando la costituzione di una propria fraternità di laici e religiosi. Una decisione a sorpresa che contrasta con il provvedimento vaticano che gli toglie l'esercizio del ministero sacerdotale, quindi se Gelmini proseguirà sulla strada annunciata si scontrerà con l'autorità ecclesiastica che ha frontalmente attaccato. E ciò provocherà un clamoroso allontanamento dalla Chiesa e una deriva settaria della storica associazione cattolica per il recupero dei tossicodipendenti che ha ad Amelia la sede centrale. La competenza territoriale, ribattono Oltretevere, è della diocesi e nessun nuovo soggetto ecclesiale può essere creato senza l'autorizzazione del vescovo di Terni. La Santa Sede, secondo la linea di moralizzazione fissata da Joseph Ratzinger, è intervenuta "tempestivamente e in modo chiaro" con la riduzione allo stato laicale anche per scongiurare "non concordati sviluppi futuri" e l'unilaterale proclamazione di una fraternità da parte di don Gelmini, sotto inchiesta a Terni per molestie sessuali. In base al codice di diritto canonico, per erigere una fraternità (sia di preti sia di laici) serve l'autorizzazione dell'autorità ecclesiastica. I sacerdoti, incardinati nelle rispettive diocesi, che accettassero di far parte della fraternità di don Gelmini verrebbero richiamati dai loro vescovi e il fondatore rischierebbe una procedura canonica che lo porterebbe definitivamente in rotta di collisione con il Vaticano. Ma la comunità Incontro non fa marcia indietro e ribadisce, punto per punto, le intenzioni manifestate da Gelmini appena tornato dal Sudamerica. "Sarà una fraternità laicale dedicata alla diffusione nel mondo della Cristoterapia - puntualizza don Enzo Pichelli, coordinatore e assistente spirituale della comunità - Ci saranno laici e consacrati. Tutto vedrà la luce e procederà nell'alveo di una assoluta fedeltà alla Chiesa". A "prendere le decisioni", precisa don Enzo che dall'inizio della bufera giudiziaria tiene i contatti con la Santa Sede e domenica ha celebrato ad Amelia la prima messa da quando don Gelmini non è più prete, "sarà un gruppo di sacerdoti e religiosi scelti tra quelli che già oggi sono più vicini alla comunità". La fraternità "sarà ispirata ai principi del Vangelo, secondo la regola del servizio al prossimo, della preghiera e della preparazione ai sacramenti". Con la prestesa specificità, però, di "non dover assolutamente rispondere all'autorità ecclesiastica locale perché ciascun prete continuerà a dipendere dal suo vescovo e non da quello locale". Una soluzione che contrasta con le indicazioni arrivate da Roma per stemperare le polemiche. "Io sono incardinato nella diocesi di Roma, lavoro alla comunità Incontro con l'autorizzazione del cardinale Ruini e così fanno i tanti altri sacerdoti che operano nei nostri centri in tutta Italia in piena sintonia con i loro vescovi- sottolinea don Enzo Pichelli-.Celebriamo la messa, partecipiamo alla vita della comunità e facciamo assistenza spirituale agli ospiti ma restiamo sacerdoti delle nostre diocesi. Lo stesso accadrà per la fraternità". Quanto a don Gelmini, assicura Pichelli, "non cambia nulla dopo la riduzione allo stato laicale", anche perché "fa parte della Chiesa cattolica greco-melchita e il patriarca di Antiochia non fa mancare la sua vicinanza". Il provvedimento del Vaticano, garantisce don Pichelli, non muta la situazione: "All'amministrazione dei sacramenti ci pensiamo noi, alla conduzione organizzativa don Gelmini". \.

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Veltroni: ecco le liste, pronti a vincere Ora tutti a fare la campagna elettorale . D'Alema candidato anche in Campania: Lo ha chiesto Walter (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Stai consultando l'edizione del Veltroni: ecco le liste, pronti a vincere "Ora tutti a fare la campagna elettorale". D'Alema candidato anche in Campania: "Lo ha chiesto Walter" di Federica Fantozzi /Roma CENTO PARLAMENTARI DONNE Il Pd chiude le liste e Veltroni guarda oltre i malumori degli esclusi: "Mentre gli altri partiti arrancano, noi abbiamo chiuso le candidature. Ora tutti a fare campagna elettorale, la partita è aperta, aperta", sprona il vertice del partito al termine del coordinamento nazionale. Sarà "una stagione di cambiamento e innovazione". Raddoppio delle quote rosa non solo candidate bensì elette. Giovani e "personalità". Franceschini sfida gli altri partiti: "Noi siamo già pronti, mentre loro faranno le liste andremo in giro per l'Italia a spiegare la novità del Pd". Una lunga e sofferta riunione del coordinamento nazionale ha messo a punto la squadra da portare in Parlamento. Da largo del Nazareno (sede della Margherita, abbastanza grande per ospitare i 150 componenti del coordinamento) escono facce stanche. La partita è stata impegnativa. La riassume Dario Franceschini, numero due del partito e capolista in Toscana alla Camera: "Sono stati coinvolti migliaia di circoli del Pd che hanno presentato candidature di giovani e donne". Poi i segretari locali regionali hanno composto la rosa di nomi in equilibrio tra società civile ed esigenze del territorio. Infine l'ultima limatura. Liste dove dove possono coabitare "anime diverse" - dai laici ai teodem, dagli imprenditori alle precarie dei call center - fino ai "moltissimi che non hanno una storia di apparenenza ai Ds o alla Margherita". Cioè alle culture la cui fusione ha dato origine al Pd. Franceschini sottolinea l'"innovazione e l'impegno per raddoppiare la presenza femminile. Saranno più di cento le parlamentari donne". Numerose le "personalità che arricchiscono le liste". E che hanno comportato "il sacrificio dei parlamentari con più di tre legislature alle spalle, ma anche di alcuni che ne avevano meno". Il numero due di piazza Santa Anastasia lancia una sfida ai "rivali": "Vediamo gli altri partiti cosa fanno". Il punto sono i tempi: "Tradizionalmente le liste si fanno l'ultima notte prima della scadenza dei termini. Noi abbiamo fatto tutto con una settimana di anticipo e senza notte dei lunghi coltelli". Snocciola i capilista: "Sintesi di anime diverse che convivono". Varietà, molteplicità, sfaccettature. Massimo Calearo e Rosy Bindi. Matteo Colaninno e Cesare Damiano. La giovane Marianna Madia e l'oncologo Umberto Veronesi. L'"erede" di De Mita Pina Picierno e il medico cattolico Ignazio Marino. Elogia la scelta "importante e significativa" di Marco Follini numero uno al Senato in Campania, una delle regioni più problematiche segnate dal pensionamento del potente "Don Ciriaco" prima e dal polemico abbandono del coordinatore provinciale di Caserta De Franciscis. Proprio Veltroni poi ha chiesto a Massimo D'Alema, già capolista in Puglia, a scendere in campo in Campania, territorio difficilissimo. E il ministro degli Esteri ha accettato: "Sono una persona che quando c'è da fare qualcosa di difficile lo ritiene doveroso. Sono un uomo di servizio quando è necessario". Piero Fassino, che sarà capolista nella circoscrizione Piemonte 1, apprezza: "Il Pd avrà il 35% di donne parlamentari a fronte dell'attuale 17% del gruppo ulivista. Si conferma l'apertura ai giovani, il forte rinnovamento, l'ampia rappresentanza sociale. Sono liste forti e autorevoli. la conferma che il Pd è la vera novità politica". Ma sull'esclusione del costituzionalista Stefano Ceccanti, in prima linea nella stesura del programma e senza la "zavorra" di mandati parlamentari alle spalle, c'è un velo di imbarazzo. Franceschini osserva che in lista c'è un altro costituzionalista, Salvatore Vassallo. Dall'entourage veltroniano si dispiacciono ma ritengono che, nell'impossibilità di assicurare a Ceccanti un seggio sicuro, "non sarebbe dignitoso offrirgli un posto-civetta".

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Ferrara, attacco a Zapatero e Veronesi <Non ho la sindrome di Klinefelter> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-03-04 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Il direttore del "Foglio" in Spagna Ferrara, attacco a Zapatero e Veronesi "Non ho la sindrome di Klinefelter" MILANO - Una riga sul Foglio di ieri, "Giuliano non ha la sindrome di Klinefelter". Rassicurati i suoi lettori, Ferrara era già a Madrid a raccogliere adesioni ed esportare la sua iniziativa per una "moratoria sull'aborto". In un discorso all'università Ceu San Pablo, ha ricordato il caso di Napoli, "un bimbo di 21 settimane eliminato in condizioni infernali" perché gli era stata diagnosticata la Klinefelter, "un'anomalia cromosomica che si cura conducendo una vita normale", la stessa ragione per la quale due settimane fa aveva annunciato di voler fare gli esami clinici per dimostrare di esserne affetto. Così ha detto che la depenalizzazione dell'aborto "fu una soluzione obbligata e degna che non sarebbe possibile né giusto rovesciare oggi" e insieme parlato di un "sottile ma visibile elemento di continuità" tra "la mentalità abortista e l'idea binladenista per cui si deve amare la morte più della vita". Evocando il Monte Taigeto di Sparta, ha aggiunto che "in Italia si è arrivati alla follia di discutere se si debbano o no accogliere e curare i neonati vivi che sono frutto di aborti terapeutici", attaccando Livia Turco: "Alla nostra ministra della Salute, una cattolica che ha abdicato alla sua cultura e sensibilità per l'ideologia, è parso una crudeltà che questi bimbi ricevano cure mediche senza prima il permesso dei genitori". Ferrara ha parlato anche dei "guru postmoderni che vogliono entrare in Parlamento, come accade oggi in Italia con la candidatura del professor Umberto Veronesi nel Pd" e "predicano il diritto di fabbricare bimbi alla carta secondo desideri e giusti soggettivi, diffondendo una cultura sanitaria che esclude qualunque salvezza e speranza per i deboli, gli anormali e gli indifesi". Quanto al premier spagnolo Zapatero, "considero le sue idee come la negazione di un razionalismo laico e moderno, una superstizione democratica capace di promuovere orrori come la riforma del codice civile che ha eliminato il concetto di padre e madre dal diritto di famiglia".

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Dalla Lista Beautiful alla Lista Colosseo sono passati quasi 11 anni. Politicamente una v (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Ita. Sono cambiati i nomi, scomparsi i Vip, è nato il Partito democratico (per Veltroni) ma l'obiettivo di Rutelli è rimasto lo stesso: gettare un ponte tra gli schieramenti, avvicinare arcipelaghi tra loro lontani, ricostruire alleanze strategiche e trasversali. Di questa specialità l'ancora ministro ai Beni culturali detiene una sorta di brevetto personale, malgrado i continui tentativi di imitazione. Oggi la scelta è caduta su Alberto Gambino, docente di diritto privato, quarentenne da sempre vicino a quell'universo cattolico che ruota intorno all'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Ma anche su Vittorio Pavoncello, esponente della Comunità ebraica. Ieri su professionisti, imprenditori, intellettuali, soci di circoli in cerca di un ruolo politico ma che mai avrebbero accettato una candidatura nei partiti storici della sinistra. Fu così che, quasi per caso, nel 1997 la coalizione che sostenne la ricandidatura dell'ex sindaco in motorino scoprì di essere dalla stessa parte della principessa Alessandra Borghese. Belli, ricchi e famosi si ritrovarono così accanto a "brutti, sporchi e cattivi". Il sangue blu si fuse con quello di rosso. I due animatori di quella Lista Beautiful furono Paolo Cuccia, attuale presidente di Eur Spa e Giovanni Malagò, presidente del Circolo Aniene e alla guida del Comitato per i Mondiali di nuoto 2009. Che oggi ricorda: "Era sfumata da poco la candidatura romana alle Olimpiadi del 2004, mi fu chiesto un aiuto e non mi tirai indietro. Mi mossi in un contesto laico tra quanti avevano il desiderio di scendere in campo, ricordo il professor Lèfebvre ma anche la campionessa del nuoto Novella Calligaris o il pittore Piero Dorazio". Nessuno di questi ovviamente entrò in Consiglio comunale. Gli elettori votarono i "brutti" ma il risultato, strappare consensi al fronte avverso, fu raggiunto. E ora Rutelli ci riprova. C.Mar.

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IL DIVARIO di sviluppo economico e civile di una parte dell'Italia rispetto all'altra (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Di ROBERTO NAPOLETANO IL DIVARIO di sviluppo economico e civile di una parte dell'Italia rispetto all'altra è il problema dei problemi del Paese, e non è più solo tra Nord e Sud. Parola di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, discorso a braccio ad Ancona, monito pressoché solitario a non dimenticare in campagna elettorale. Qualche tempo fa si era espresso con uguale forza e passione, e in quasi altrettanta solitudine, sull'emergenza rifiuti a Napoli. Abbiamo visto quanto è stato ascoltato e oggi vorremmo rimuovere dagli occhi e dal cuore quel "monumento di inciviltà" costruito mattone su mattone dal silenzio assordante di troppi. Vorremmo cacciarlo dagli schermi televisivi di mezzo mondo, strapparlo con le unghie dalle strade e dalle pagine della storia. Vorremmo cancellarlo dalla coscienza nazionale come un incubo che non è mai diventato realtà. Il monito del Capo dello Stato ci fa venire in mente la lezione di due trentini illustri, Alcide De Gasperi e Beniamino Andreatta, che hanno fatto per le aree deboli di questo Paese molto di più di quanto venga loro riconosciuto. Ricostruiamo due episodi illuminanti procedendo a ritroso. Inizio anni Novanta, una stanzetta dell'Arel in piazza Sant'Andrea della Valle. Andreatta è presidente della Commissione Bilancio del Senato, parla da cinquanta minuti masticando la pipa, le gambe allungate sulla scrivania. A un certo punto ha uno scatto, si alza, esce dalla stanza e scandisce a voce alta: "E' molto probabile che si farà prima la Grande Germania e poi l'unificazione economica italiana. Anche perchè la Germania Orientale è stata un Paese industriale e la Germania Occidentale è pronta a investire più risorse nell'Est di quanto lo Stato italiano ha investito e potrà investire nelle regioni meridionali. Un'altra ragione perchè prenda vita un riformismo meridionale contro un bilancio pubblico troppo scassato". Il cronista prende appunti, inseguendolo nei corridoi, e lui prosegue: "I problemi del Sud, come quelli dell'intervento pubblico, sono questi: molto interesse alla progettazione, poco all'esecuzione, nessuno alla manutenzione". Parole profetiche, straordinariamente attuali, per comprendere le ragioni irrisolte del persistente dualismo italiano. Metà febbraio del 1950, ufficio di De Gasperi, al primo piano del Palazzo del Viminale. "Presidente, dia retta a me che conosco i miei polli. Agli enti non ci credono. Ne hanno avuti già troppi e hanno visto come sono finiti. Il nome Cassa è nuovo, eppoi è concreto. E' un oggetto che si vede, che si tocca e che a scuoterlo risuona di denari": così il governatore della Banca d'Italia, Donato Menichella, si rivolge al Capo del Governo, Alcide De Gasperi. Che storce il naso, non perchè non sia favorevole all'iniziativa, ma solo perchè "Cassa" gli sembra riduttivo. "Ha un suono da bottega" sintetizza. "Bisogna chiamarlo Cassa perchè la gente del Sud deve capire subito che si tratta di soldi, di denari veri..." insiste il Governatore. "Vada per la Cassa" taglia corto De Gasperi. A questa scelta è legata la stagione dell'unico, vero miracolo economico italiano, quando si seppero intrecciare intelligenza tecnica, riformismo cattolico, cultura laica e non si elargirono assistenza e prebende, ma si portò l'acqua in Sardegna, si costruirono strade ed opere, si fece lo sviluppo. Il rigore (inascoltato) di Andreatta e la "coerenza meridionalista" di De Gasperi delineano il perimetro dell'azione politica e civile all'interno del quale si può (anzi, si deve) trovare la soluzione al problema irrisolto del dualismo italiano. Che, come ci ha solennemente ricordato il Capo dello Stato, merita di essere annotato nell'agenda elettorale per quello che è. Il problema dei problemi. Non un tema come un altro, per capirci.

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Non perchè non sia favorevole all'iniziativa, ma solo perchè Cassa gl (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Di ROBERTO NAPOLETANO Non perchè non sia favorevole all'iniziativa, ma solo perchè "Cassa" gli sembra riduttivo. "Ha un suono da bottega" sintetizza. "Bisogna chiamarlo Cassa perchè la gente del Sud deve capire subito che si tratta di soldi, di denari veri..." insiste il Governatore. "Vada per la Cassa" taglia corto De Gasperi. A questa scelta è legata la stagione dell'unico, vero miracolo economico italiano, quando si seppero intrecciare intelligenza tecnica, riformismo cattolico, cultura laica e non si elargirono assistenza e prebende, ma si portò l'acqua in Sardegna, si costruirono strade ed opere, si fece lo sviluppo. Il rigore (inascoltato) di Andreatta e la "coerenza meridionalista" di De Gasperi delineano il perimetro dell'azione politica e civile all'interno del quale si può (anzi, si deve) trovare la soluzione al problema irrisolto del dualismo italiano. Che, come ci ha solennemente ricordato il Capo dello Stato, merita di essere annotato nell'agenda elettorale per quello che è. Il problema dei problemi. Non un tema come un altro, per capirci.

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ROMA Non è vero che la lista di Walter somiglia, veltronianamente, all’ (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Di MARIO AJELLO ROMA Non è vero che la lista di Walter somiglia, veltronianamente, all'album delle figurine Panini. Con quelle, si fa il gioco del "Ce l'ho! Mi manca!". Con la scintillante Uolter's List siamo invece al "Ce l'ho, ce l'ho, ce l'ho...". Chi manca? Nessuno. Forse soltanto i siracusani e allora il Pd di quella bella città insorge, diramando una nota durissima: "O entra in lista qualcuno di noi o ci dimettiamo tutti!". Questo, insomma, è il Partito del "ma anche" ma è anche il Partito del "ma oltre". Oltre a quello (l'imprenditore democratico alla Colaninno jr.), c'è quell'altro: l'imprenditore "falco" alla Calearo, che subito però si converte al proletariato e inneggia "agli eroi di Molfetta morti sul lavoro", affiancato nello stesso collegio al super-sinistrese leader della Cgil appena passato da Mussi a Veltroni, Paolo Nerozzi. Oltre a quell'altro (l'operaio superstite della Tyssen-Krupp), c'è quell'altro ancora: il professor Ichino anti-operaista. Oltre a quell'altro ancora (in questo caso una donna: la new entry dell'ultim'ora, la magistrata del Csm Donatella Ferranti, capolista nel Lazio 2), c'è quell'altro ancora ancora: una signora anche stavolta, la super-garantista Emma Bonino. Oltre a quell'altro ancora ancora (l'iper-laico Umberto Veronesi), c'è quell'altro ancora ancora ancora: la rappresentante dei gay e tutti e cinque i teo-dem uscenti bilanciati dal medico Ignazio Marino in Sicilia e in più il generale contrario alla sinistra anti-militarista Del Vecchio e la precaria pacifista del call center. Oltre a quell'altro ancora ancora ancora (a vostra scelta: il super-abortista Silvio Viale, la papista Binetti col suo cilicio che forse si toglierà "ma anche no" dopo il voto?), c'è quell'altro ancora ancora ancora ancora... E' il veltronismo, bellezza: e tu non ci puoi fare niente! Cioè guai a considerare tutto ciò, gli apparentamenti strani, l'ecumenismo più acrobatico, il gioco spiazzante degli opposti, un divertissement di Walter. Perchè non è detto affatto che questa insalatona preparata dallo chef del Pd - "Uno capace di friggere l'acqua", lo definisce l'ex senatore riformista, Antonio Polito - non riesca a rendere competitivo un partito che sembrava alla frutta. Per passare dal "se po' fa'" al "ce la famo", si punta allora sulla misticanza, su questo tutto e il contrario di tutto anzi su questo salamone gonfio di carni miste e di ogni frattaglia scelta secondo il metodo di un Cencelli sociale, in cui ogni ceto e ogni mestiere ha i suoi divi e i suoi testimonial da spedire alle Camere con la spinta di Uolter. Meno vecchi e più giovani? Ebbene, avremo un Parlamento di bambini democrat. Purchè si cambi, nel Partito del "ma oltre", si può anche andare oltre confine. Ovvero: lontani dal proprio territorio. Sei piemontese come Damiano? Finisci in Friuli. Sei friulano come Cuperlo? Finisci in Toscana. Sei toscana come Anna Serafini? Finisci in Sicilia (come il torinese Sircana e il laziale Fioroni). Sei pariolina come la Melandri? Finisci in Liguria. E via così. Chi sta annanz' va a retr, chi sta a poppa va a prora. Era il motto della marina borbonica, ora alla base della rivoluzione geopolitica di Walter che va "oltre" le frontiere della solita politica e della nomenklatura, "oltre" lo schema destra-sinistra, "oltre" il classismo sostituito dal "patto fra produttori", "oltre" lo steccato laici-cattolici... E magari - sarebbe bellissimo! - "oltre" la vecchia e superata distinzione, che tanto faceva arrabbiare Pietro Ingrao, fra "vivente umano e vivente non umano". Ha detto infatti lo scienziato e oncologo Veronesi, super-candidato in Lombardia: "Tra l'uomo e la scimmia non c'è quasi differenza. I geni sono uguali al 99,5 per cento". E se la differenza fra noi e loro è solo dello 0,5 per cento, perchè un partito moderno e onnicomprensivo dovrebbe discriminare gli scimpanzé e non candidarli in una "quota pelosa" che renderebbe ancora più cinematrografica ("Io Tarzan, tu Jane") la lista di Walter?.

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Laicità il rapporto tra fede e ragione (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Laicità il rapporto tra fede e ragione Nel secolo della rivoluzione biogenetica la scienza ha soppiantato la politica Per la Chiesa si apre un'inedita "questione antopologica" "La scienza non redime l'uomo. La scienza può anche distruggere l'uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa". Non c'è nell'Enciclica Spe Salvi una frase che con più coincisione esprima l'idea di Papa Ratzinger circa il rapporto con la scienza. Con il richiamo alla eteronomia della scienza (se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa) Papa Ratzinger propone una visione dell'uomo in cui ragione ed etica sono sia irrimediabilmente separate, sia fortemente gerarchizzate: prima viene l'etica, poi la ragione. Ma dopo Darwin (e Marx, e Freud) è difficile per tutti sottrarsi a una visione storico/evoluzionista dell'uomo: dell'uomo nella sua unitaria capacità sia di elaborare ragionamenti astratti, sia di elaborare giudizi etici. Entrambe le dimensioni coesistono e coevolvono, come ci indica Damasio (Alla ricerca di Spinoza ) e tanti altri neuroscienziati. La laicità incrocia entrambe le dimensioni, nel loro procedere, e, a sua volta, è un prodotto della storia. La laicità è storicamente il prodotto dell'Umanesimo-Rinascimento, ha ovviamente molti precursori, svariati testimoni; il portale d'ingresso del mondo moderno è presidiato però da due opere classiche, anche se di argomento molto diverso: I Dialoghi intorno a due nuove scienze di Galileo Galilei ed Il Principe di Nicolò Machiavelli. "Il mio talento - diceva Galilei - è di proporre una nuovissima scienza che tratta di un antichissimo argomento. Forse non è in natura cosa più antica del moto, intorno al quale i libri scritti dai filosofi non sono né pochi né piccoli: tuttavia ho discoperto, con l'esperimento, alcune proprietà di esso, degne di venir conosciute e che fin qui non sono state osservate, né dimostrate". A proposito dei nuovi Principati, Machiavelli diceva che "gli è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa". Galilei quindi, che sostituisce al detto di Isaia - se non crederete non capirete - e alla agostiniana "intelligenza illuminata dalla fede", la ragione che illumina se stessa, come poi avrebbe detto Spinoza; Machiavelli quindi, che sostituisce al detto di San Paolo - ogni potere viene da Dio (nulla potesta nisi a Deo) - la virtù del Principe e la sua fortuna. Con Machiavelli, la laicità della politica trova per la prima volta la sua fondazione teorica. La laicità, a partire dal Rinascimento, scorre per tutto il Lungo Illuminismo sui due binari: da una parte religione/politica, dall'altro fede/scienza. Storicamente i due binari si sono sovrapposti o distinti o in dialettica fra di loro, pur avendo a riferimento una stesso principio, l'autonomia della ragione; sicuramente sulla affermazione concreta del processo di laicità l'evoluzione della relazione religione/politica ha pesato in termini più diretti e massicci della evoluzione della relazione scienza/fede. Nel Lungo Illuminismo - rispetto alla laicità - il tratto dominante è stato impresso dal rapporto religione/politica piuttosto che dal rapporto fede/scienza: Machiavelli ha pesato molto di più di Galilei. La tesi che vorrei proporre è che il secolo che si apre - il secolo biotech, come chiamato da alcuni, la combinazione cioè tra rivoluzione informatica e rivoluzione biogenetica - cambia l'ordine dei fattori e quindi, l'ordine del discorso: il tema scienza/fede assume e assumerà sempre più un peso dominante rispetto al tema politica/fede, aspetto che, sul versante della Chiesa sembrava aver trovato una sua sistemazione, con il tentativo operato da Maritain e da altri di cristianizzare la modernità. Ma il tema scienza/fede può aprire una nuova Questione Galileiana. Infatti, rispetto al passato, il peso della relazione scienza/fede sarà progressivamente dominante proprio per la pervasività che la rivoluzione scientifica ha di investire non solo tutti gli aspetti della vita quotidiana, ma la stessa vita e le sue scansioni. Il matrimonio tra rivoluzione informatica e rivoluzione genetica costituisce una valanga scientifica, tecnologica, produttiva, di potenza inedita: come alcuni sostengono, se il secolo ventesimo è stato il secolo della fisica e della chimica, il secolo che si apre sarà il secolo della biologia. La rivoluzione genetica corre sulle ali della potenza di calcolo, messa a disposizione dalla rivoluzione informatica, che a sua volta procede a velocità esponenziale. Il cambiamento, dalla scienza come fisica alla scienza come biologia, per usare tale metafora, avviene nell'ultima parte del secolo e niente illustra meglio questo cambiamento che la cancellazione da parte del Congresso Americano (come racconta Lewontin), negli anni 90, del costosissimo progetto del Supercollider destinato a scoprire gli ultimi mattoni costitutivi della materia, e la contemporanea approvazione del costosissimo Progetto Genoma Umano, progetto che nel 2000 porterà a individuare la sequenza completa del Dna. È attraverso il progetto Genoma Umano, come sostengono Lewontin, Gould, Watson etc., che la scienza biologica ha preso il posto delle scienze fisiche classiche, sia per prestigio che per potenza economica, tanto nella comunità scientifica che presso l'opinione pubblica. Il progetto Genoma Umano rappresenta quindi uno spartiacque storico, non solo per la storia della scienza ma per la storia in generale; da qui si origina la vera uscita del Novecento, la grande e inedita questione che riproblematizza i termini storici della stessa laicità. Anche simbolicamente è necessario partire da qui, per reimpostare il discorso della laicità, perché solo così saremo in grado di ricomprendere i termini della nuova complessità e affrontare l'effetto di spiazzamento che tale spartiacque ha determinato sulle varie forze sia religiose che laiche. Sinteticamente, pervasività e velocità costituiscono gli aspetti dominanti della Rivoluzione biogenetica: le nuove conoscenze scientifiche sono il motore evolutivo della società contemporanea, informano la cultura come l'economia e continuamente modificano la percezione che l'uomo ha di sé, del proprio ambiente, della propria vita quotidiana, fino a rendere impervio il processo di metabolizzazione sociale degli stessi esiti scientifici. Siamo infatti la prima generazione che conosce i meccanismi in base ai quali l'umanità si è evoluta e che, forse, ha la possibilità di aprire una porta all'infinito sapere, piuttosto che quella di porre una barriera all'infinita ignoranza. Siamo entrati, come alcuni sostengono, nell'era della riproducibilità tecnica dell'uomo; la decifrazione del genoma rende possibile interventi che gettano una luce, impensabile fino ad oggi, sulla condizione umana; l'ingegneria genetica, mette a nostra disposizione la nostra stessa base biologica. Infine, la biogenetica, sostiene Boncinelli, si avvicina sempre più all'essenza dell'essere umano, alla sua mente. L'attacco della Chiesa al relativismo, alla "cultura basata su una razionalità puramente funzionale" (la sensata experientia Galileiana), apre, a ben vedere, oltre a un conflitto politico più o meno contingente con il mondo laico, un conflitto culturale ancora più profondo con il mondo scientifico: conflitto di enorme portata e con implicazioni generali su tutti i piani e senza confini. Karol Wojtyla aveva cercato di chiudere la ferita aperta di Galilei, riconoscendo l'autonomia della ricerca scientifica, ponendo però allo stesso tempo due limiti: le applicazioni della conoscenza scientifica (vedi ad esempio le politiche di controllo demografico) e soprattutto la ricerca intorno all'uomo. In questi casi, sosteneva Wojtyla, la religione ha il dovere di intervenire per delimitare la sfera di competenza della scienza. "Con la ricerca del codice genetico - sosteneva già il Cardinale Ratzinger - la ragione si impossessa delle radici della vita", e impossessandosi di quelle radici tende sempre più a non vedere nell'uomo un dono del Creatore (o della Natura) e a trasformarlo in un prodotto. Così che, attraverso la genetica, l'uomo viene "fatto" e ciò che si può fare si può anche disfare; la natura e la dignità dell'uomo, concludeva Ratzinger, allora scompare. Dall'avanzare di tale processo, per la Chiesa, emerge una inedita questione, la questione antropologica, con il suo seguito di sacralità della natura umana e di valori non negoziabili. Qui sta il nuovo nocciolo duro del nuovo conflitto tra religione e scienza, tra fede e ragione: torna la concezione agostiniana dell'intelligenza, che è tale solo se illuminata dalla fede; torna l'idea che la conoscenza dell'uomo, nei suoi aspetti più intimi, appartenga solo alla religione e sia - e debba essere - preclusa alla ragione e alla scienza; torna la concezione della Chiesa come "maestra e monopolista del discorso etico". Il significato più profondo di tale posizione, anche se schematicamente, mi sembra così riassumibile: la posizione della Chiesa riconfigura un ritorno della "questione cattolica", nella sua essenza, sotto specie di "questione biotecnologica". Ma se la scienza che si occupa dell'uomo, è a sua volta una delle manifestazioni più grandi della scienza prodotta dall'uomo, ricostruire "una pace autentica tra ragione e fede" non sarà un compito semplice per Papa Ratzinger: sta infatti soprattutto qui - nel secolo biotech - il nodo da sciogliere e la stessa possibilità di traghettare la Chiesa nella società della conoscenza, Chiesa che ha metabolizzato Maritain ma non De Chardin. Ma sta anche qui, per la Sinistra laica, la necessità di reimpostare il proprio compito, all'altezza della propria storia, senza addomesticare i termini del problema, in nome delle esigenze tattiche del momento: dopo la gramsciana "quistione" vaticana, dopo la novecentesca Questione Sociale, questioni che hanno trovato nella storia recente una loro qualche composizione, la nuova sfida che lo sviluppo della rivoluzione scientifica propone, ha al centro la così detta questione antropologica per un verso, o questione galileiana per un altro, con tutte le ricadute, a cascata, su eticità, laicità e politica. Dipanare tale groviglio di questioni - la nuova questione galileiana, per intenderci - sul versante della sinistra laica, non sarà facile, ma Galilei e Machiavelli stanno lì, toujours en vedette. In tale scenario la vicenda della Sapienza è solo un segno dei tempi. 04/03/2008.

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Io, cattolico - pietro scoppola (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Cultura IO, CATTOLICO Esce in questi giorni l'ultimo libro del grande storico da poco scomparso Il testamento di Scoppola a modo mio La politica ha una sua laicità che non può essere travolta dalla visione totalizzante dei fini Bisogna obbedire in piedi. Non essere sudditi, ma cittadini della Chiesa PIETRO SCOPPOLA La politica mi ha appassionato, non strumentalmente come mezzo per un fine diverso dalla politica stessa, ma come politica in sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile e come sofferenza per l'impossibile, come chiamata ideale dei cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a un'uguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto più che per quello che è. Tutto questo ha avuto ed ha nell'esperienza cristiana le sue radici profonde: il cristianesimo è stato il lievito della storia, ma la politica ha una sua laicità che non può essere travolta dalla visione totalizzante dei fini. Inutile dire che questo modo di sentire la politica non ha rappresentato la premessa di una carriera, ma solo di un'esperienza che considero feconda. Attraverso queste ricerche e queste esperienze è maturata la mia identità di cristiano e di cattolico. Vedo due aspetti di questa identità che possono apparire in conflitto e che mi sembrano invece, a un livello più profondo, complementari: il senso forte della soggettività, dell'interiorità dell'esperienza religiosa e per altro verso il senso della comunità per cui non si crede da soli, ma solo e sempre in una comunità credente e orante. [***] Penso che non possa esistere e durare nel tempo una comunità credente senza un minimo di struttura che comporta necessariamente un'autorità; di conseguenza, mi sembra, la partecipazione alla comunità credente, che è il modo più concreto e vitale di credere, non può prescindere da un rapporto con l'autorità della comunità credente. Ma attenzione: tutto è e rimane finalizzato a quel modo di credere, a quella partecipazione alla corrente viva di fede che la comunità interpreta ed esprime. Non è concepibile alcuna forma di sudditanza passiva: la libertà che caratterizza la scelta di fede caratterizzerà in ogni momento anche l'appartenenza alla comunità e il rapporto in essa con l'autorità, rapporto che esige sempre una posizione attiva, non di sudditanza passiva. Non si riceve soltanto dall'autorità l'insegnamento, si partecipa attivamente alla riflessione sulla Bibbia, all'interpretazione della parola, alla lettura dei segni dei tempi. Da quanto abbiamo detto emerge un'esigenza che è conclusiva, ma che è anche premessa di tutto: la fedeltà al Concilio. E aggiungo: la difesa del Concilio. Io credo che dobbiamo farci carico, tutti, non solo della fedeltà al Concilio ma della sua difesa. Perché nella Chiesa riemergono spontaneamente tendenze, idee, modi di pensare che sono contro, che sono fuori, che sono prima del Concilio. Si dice, e lo si dice anche a livello di magistero, che il Concilio non cancella, non ha cancellato il Concilio precedente e il magistero precedente. Si dice: c'è il Concilio, c'è la Dignitatis humanae ma c'è anche il Sillabo, e sono sullo stesso piano nel magistero della Chiesa. No, non si può dire così. Certo che c'è il Sillabo nella storia della Chiesa, ma c'è un pensiero, c'è un magistero che ha interpretato, che ha superato il Sillabo e che è arrivato alla Dignitatis humanae. C'è tutto nella storia della Chiesa ma, appunto, c'è una storia, c'è uno sviluppo. Il Concilio non cancella il passato ma lo interpreta, e non si chiude al futuro. Non è detto che il Concilio sia l'ultima parola perché lo Spirito continua a parlare. Lo leggiamo nel Vangelo di Giovanni nei discorsi dell'addio: "Molte cose ho ancora dirvi ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo spirito di verità egli vi guiderà alla verità tutta intera". Dunque dobbiamo vivere in questa disponibilità a una Chiesa che cresce, che matura: il Concilio vaticano II è stato un momento decisivo di questa maturazione. E bisogna difenderlo con la fedeltà, non con la contestazione. La contestazione, che abbiamo tutti conosciuto negli anni del post-Concilio, non ha aiutato il consolidamento delle novità portate dal Concilio. Dico adesso, ripensando a quegli anni, che la contestazione non aiuta. Occorre vivere una "obbedienza in piedi" secondo la bella immagine di Fonsegrive ripresa tante volte da don Mazzolari: obbedire in piedi. Obbedire in piedi vuol dire obbedire con una partecipazione diretta; Fonsegrive diceva "obbedire in piedi per servire meglio". Non obbedire passivamente, in ginocchio, con senso di sudditanza. Non sudditi, ma cittadini della Chiesa. ***] La laicità è una parola ambigua, ha molti significati e diverse espressioni. Due sono le linee di fondo: quella francese e quella anglosassone. In Francia la laicità tende ad essere un'ideologia di Stato. Nel mondo anglosassone è un principio di incompetenza dello Stato che non esclude il riconoscimento del rilievo sociale del fenomeno religioso. In Italia si delinea oggi una tendenza verso la concezione anglosassone che non esclude legami e momenti di dipendenza dalla concezione francese. Comuni alle diverse concezioni sono le origini: l'ésprit laique di cui ha scritto George Lagarde esprimeva alla fine del Medioevo la volontà dello Stato di rivendicare i suoi diritti dentro un mondo cristiano; George Weill nota che le polemiche tra il clero e lo Stato dell'antico regime erano "beghe di famiglia" e l'italiano Luigi Salvatorelli ha parlato per il Settecento di "laicità religiosa". L'idea di laicità insomma non nasce fuori, o contro, ma dentro il mondo cristiano. Mentre è quasi ignota all'Islam. La tradizione anglosassone trova una formalizzazione giuridica del principio di laicità nel primo emendamento della Costituzione americana del 1791 (quattro anni dopo l'approvazione della Costituzione): l'emendamento stabilisce l'incompetenza del congresso in materia religiosa. Nel corso dell'Ottocento vi è uno sviluppo semantico della parola, che è sostanzialmente parallelo in Francia e Italia, che non a caso non trova riscontro nella lingua inglese. Laico è, ancora all'inizio del secolo XIX, chi nella Chiesa non è sacerdote né monaco. La parola ha un significato interno alla Chiesa. Poi progressivamente, le parole laicità e laicismo perdono il loro significato originario, ma non senza una perdurante ambiguità. (...) La laicità dello Stato è discussa ma sostanzialmente acquisita in ambito nazionale ed ora anche in ambito europeo. E' impossibile immaginare un futuro per le nostre società senza un vigoroso apporto di energie morali ad una democrazia che rischia di chiudersi nella pura logica della rappresentanza degli interessi costituiti. E un vigoroso apporto di energie morali è difficilmente pensabile senza il contributo delle grandi esperienze religiose che possano svolgere un ruolo fecondo di lievito della vita sociale e di animazione della democrazia. Ma la religione per svolgere questo ruolo deve accettare in pieno la dimensione della laicità, che è la condizione per una sua rinnovata presenza nel mondo contemporaneo. A questo fine le religioni tra loro devono collaborare e non combattersi: l'ecumenismo e il dialogo interreligioso sono la condizione essenziale perché le religioni possano svolgere questo ruolo civile. La laicità non riguarda solo gli Stati, le leggi e il modo di essere delle istituzioni; la laicità è prima di tutto un modo di vivere l'esperienza religiosa a livello personale e interiore: se manca questa condizione interiore anche gli aspetti istituzionali della laicità ne risulteranno indeboliti e alla fine compromessi. Essere laici è un aspetto essenziale di quel modo di credere di cui abbiamo parlato; essere laici significa sentirsi partecipi di una comune umanità prima ancora di aderire a un qualsiasi credo religioso; se si crede per libera scelta e per libera scelta si aderisce ad una corrente di fede, che è prima di noi e anche senza di noi, essere laici significa coscienza di questa alterità; essere laici implica un atteggiamento di fronte alle cose e alle persone che ci circondano viste nella propria identità e non rispetto ad un obiettivo a loro esterno; laico è colui per il quale le cose ci sono nella propria identità. L'essere laici nel senso che si è detto, come stile e atteggiamento interiore, ha molti e significativi effetti.

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È garantita la continuità, il che non so se sia un (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Stampa "è garantita la continuità, il che non so se sia un ... "è garantita la continuità, il che non so se sia un vantaggio. Raul Castro l'ho incontrato in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II a Cuba dieci anni fa. Ma chi spiccava su tutti era la personalità di Fidel ". Joaquin Navarro Valls commenta a caldo, senza sbilanciarsi troppo, il passaggio delle consegne nell'isola caraibica. Castro che succede a Castro, una continuità che è diventata un classico nei regimi segnati magari dal "carisma rivoluzionario" di un leader per trasformarsi, volendo perpetuarsi, in una dittatura, impermeabile ai valori della libertà, cominciando da quella religiosa. Navarro ha avuto modo di incontrare tre volte Fidel, spianando la strada allo storico viaggio di papa Wojtyla. Conosce da vicino le liturgie del potere castrista, ovvero pugno di ferro in guanto di velluto. Ed ha seguito con interesse il viaggio del Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Tarcisio Bertone. "La presenza del cardinale Bertone nei giorni scorsi non è passata inosservata, perchè è stata il segno della presenza pubblica della Chiesa cattolica nel momento del passaggio. Certo - aggiunge Navarro - si respira sempre un clima di libertà vigilata, ma ancora una volta il regime ha dovuto lasciare uno spazio sociale alla Chiesa, permettendo al premier del papa di muoversi, di celebrare messa, di inaugurare un monumento a Giovanni Paolo II, di riaffermare il principio intangibile della libertà religiosa". Incontriamo Navarro Valls in un quartiere elegante di Roma. Dalle questioni di politica internazionale alle questioni, per così dire, private, il passo è breve. Cosa mai farà il giornalista più famoso del mondo dopo l'esperienza unica e irripetibile d'aver accompagnato e comunicato per vent'anni anni un papa come Giovanni Paolo II ? "A volte il peso dei ricordi è tale che risulta difficile da sopportare. Essi si insinuano nelle fibre di una persona, non più sotto i riflettori di un palcoscenico internazionale, fino a svuotare di senso il futuro". Non è il caso del dottor Joaquin Navarro-Valls, direttore della Sala Stampa della Santa Sede dal 1984 al 2006, medico e psichiatra e giornalista, numerario dell'Opus Dei, maestro riconosciuto di comunicazione. Ha fatto un passo indietro rispetto alle luci della ribalta, ma la sua è una conversazione avvolgente. è intatto il fascino sapiente dell'hidalgo spagnolo (a chissà quante donne ha fatto girar la testa…) e poi c'è, intatta quella capacità comunicativa che gli ha permesso di trasformare il ferro vecchio della Sala Stampa Vaticana in una perfetta macchina mediatica. Fra privato e pubblico, professionalità e seduzione, energia intellettuale e diplomazia. La matassa aggrovigliata dei ricordi tenaci, portati con un pizzico di dolce melanconia e di leggerezza. Dopo la Sala Stampa della Santa Sede è ritornato alle fonti. "Si è così. Sono tornato alla medicina e sono diventato presidente dell'Advisory Board dell'università Campus Bio Medico di Roma". Un lavoro suggestivo. "L'integrazione di base fra i risultati delle scienze positive e la riflessione antropologica è l'idea che mi ha trascinato in questa nuova attività professionale. Vede, sappiamo tutto sull'essere umano, sui processi biochimici e la biomeccanica del suo organismo, ma non sappiamo ancora "chi" è l'uomo". Non mi dica che il Navarro di oggi è solo medico. "No, sono un medico prestato al giornalismo. L'attività pubblicistica mi è rimasta dentro, quasi come una cicatrice dell'anima. Quindi scrivo per qualche giornale italiano e straniero. Ma è l'attività accademica che mi attrae e mi assorbe maggiormente". Si occupa anche di cinema, della "settima musa". "Sono nel Comitato Strategico della casa cinematografica "Lux Vide" di Ettore Bernabei. è un lavoro per sviluppare temi che poi possono essere tradotti in immagini. Seguiamo due criteri: quello della qualità tecnica e quello dell'offerta valoriale ad una cultura contemporanea che sembra aver perso il gusto della ricerca, che non ha passione per la verità". Torniamo a Giovanni Paolo II. Per lei i ricordi devono essere una lama acuminata. "Lo sono perché non si può rimanere indifferenti di fronte ad una persona come Giovanni Paolo II. Accanto a questo papa sono stato per venti anni". Come comunicava papa Wojtyla? "Si è insistito molto su quella che è stata considerata la grande capacità gestuale di papa Giovanni Paolo II. Sulla sua fisicità. Io non sono del tutto d'accordo. Il fascino che ha esercitato sull'opinione pubblica mondiale, dentro e fuori dall'ambito cristiano, dipendeva da due cose: quello che diceva e come lo diceva. Ecco la ricchezza straordinaria dei valori umani e cristiani che come papa indicava ai suoi contemporanei ed ecco il modo, altrettanto straordinario, con cui comunicava questi valori, i suoi convincimenti". Una comunicazione è vera quando... "Quando si ha qualcosa da dire. Se non hai nulla da comunicare il tuo dire diventa una ripetizione di formule. Aggiungerei che occorre elaborare una semantica per comunicare così da essere capiti secondo il mezzo che di volta in volta viene usato. Un conto è il mezzo televisivo, la stampa scritta, un libro o internet. Da una parte, in papa Wojtyla, c'era la stupefacente ricchezza di concetti, idee, di valori che proponeva, dall'altra la genialità nel proporli". Lei vuole dirmi che il suo compito di comunicatore, con un papa così, è stato tutto in discesa. "Non ho mai dovuto fare l'editing del papa. Semmai il problema del mio ufficio era di non deludere le enormi attese che la parole e la gestualità del papa suscitavano. Questo era già una grande sfida. Era una questione di sintonia". E lei l'aveva. Il momento più critico o drammatico? "Gli ultimi giorni di vita del pontefice. Oppure il papa a Cuba, a Sarajevo, in Libano. Il momento forse più critico dal punto di vista della comunicazione quando il papa, di fronte alla pulizia etnica nei Balcani, inviò una lettera umanissima e dolente, ma così carica di pathos, alle donne di quella regione crocifissa, cristiane ortodosse o cattoliche o musulmane, costrette ad abortire dopo essere state violentate. Il messaggio del pontefice fu totalmente frainteso. Come si poteva aggiungere crudeltà a crudeltà e chiedere a donne ferite e calpestate di sottomettersi ancora ad un'altra violenza?". Già, come si poteva... "Lei ricorderà che il papa non voleva questo. Nelle sue parole c'era esattamente il contrario. Giovanni Paolo II chiedeva che attorno a queste donne si potesse creare un clima diverso perché la loro scelta fosse libera e non condizionata dal veleno della divisione. Era un appello alla libertà, un inno doloroso alla vita, un atto di amore verso quelle donne, non una nuova forma di oppressione". Cosa è cambiato nella sua vita? Anzi: come è cambiato Navarro Valls? "Molto anche se il mio modo di pensare, la mia fede, il relazionarmi agli altri sono rimasti gli stessi. Ora ho riscoperto la dimensione privata della mia esistenza, l'"otium", come dicevano i classici, nel senso dinamico di tempo da vivere con cose ricche di senso. Attività accademica, questioni scientifiche, libri di antropologia culturale e filosofica. La questione fondante della verità sull'uomo mi appassiona". Un papa da vedere, Giovanni Paolo II, e un papa da sentire, Benedetto XVI. Lei si ritrova in queste semplificazioni giornalistiche, in questi clichées? "La pastorale di Benedetto XVI è il prototipo della pastorale dell'intelligenza. Ma papa Ratzinger ha anche compiuto gesti. Quel tremendo silenzio ad Auschwitz è di una eloquenza impressionante. "Un papa tedesco non poteva non venire qui", ha detto. Gesti e immagini. Lei sa bene che il pontificato di Giovanni Paolo II può essere ricomposto interamente in immagini televisive e fotografiche. In entrambi i papi c'è qualcosa di incomprimibile, una sporgenza di assoluto". Forse si scivola su terreni più infidi. Lei è intervenuto sulla polemica che ha accompagnato la decisione del papa di non andare alla Sapienza. Sullo sfondo la contesa fra laici e cattolici, il laicismo e il suo contrario. Il "Papa day". è un quadro ingarbugliato. "è ingarbugliato perché sono ambigui i concetti dai quali si parte. Lo Stato laico è una grande conquista, un ambito di libertà dove tutti, credenti e non, devono potersi esprimere. Ciò che ci deve interessare è il contenuto di verità di una opinione, non lo schieramento della persona che la esprime. Laico, cattolico per me è uguale. Queste classificazioni sono sterili e rendono sterile il pensiero di chi rivendica un'appartenenza. Voglio dire che bisogna imparare a pensare al di fuori delle ideologie. è un esercizio di onestà intellettuale e di rigore morale". A quando un libro firmato da Navarro Valls ? La sua esperienza è incandescente. "In effetti, lo considero quasi un obbligo morale mettere per iscritto questi ventidue anni a servizio di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Raccontare i percorsi decisionali, le illuminazioni, le scelte raramente frutto di improvvisazioni, la gestazione di passi che poi hanno lasciato un'impronta nella storia. è una sfida. Il libro l'ho iniziato, poi mi sono fermato. Mi occorreranno due anni per portarlo a termine". "Navarro racconta Giovanni Paolo II", potrebbe essere un buon titolo. "Toglierei il nome Navarro. Meglio: "I miei anni con due papi". Quello che conta non è il testimone, ma quello di cui si è testimoni. I profeti non sono mai di se stessi, bensì di qualcun altro". Si vive di tv. Oserei dire che tanti vorrebbero vivere "in tv", magari in uno studio televisivo. è il vero status symbol, lo specchio di ogni brama. Lontano dalla tv si cade, spesso, in uno stato di prostrazione. Lei? "Non ho avuto crolli psicologi. Anzi. Il passaggio l'ho vissuto con grande sollievo, quasi come una forma di liberazione. Forse anche perché lo avevo chiesto molte volte. Il problema di ogni comunicatore è di avere qualcosa da dire. Se sei a corto di idee e argomenti è inutile cercare visibilità. Perdi il tuo tempo e lo fai perdere agli altri". Saggio, specie per chi crede. è la sapienza di chi sa guardare lontano. "Si tratta di vivere tutte le fasi della vita in pienezza. Di non rimanere abbagliati dai dati truccati di una cultura che contrabbanda la visibilità con l'essere". Così non si vive più, si muore senza aver vissuto veramente. La sua fama e la sua popolarità sono comunque immense. Lei è un'icona, un modello. Difficile eclissarsi. "L'annullamento della vita privata stanca molto. Una volta Giovanni Paolo II, vedendomi stanchissimo, mi consigliò di staccare per qualche giorno. Sono andato in Abruzzo per riprendermi. Ero solo con me stesso a camminare e quella solitudine era una delizia, una formidabile medicina. Mi perdo con la macchina in una stradina di montagna. Ad un contadino domando: "Guardi, mi può dire se vado bene per il pianoro che sto cercando?". "Sì, continui per due chilometri, poi a destra, la prima a sinistra, due dossi e sta nel pianoro. Senta, ma il papa come sta?". Ho sorriso, nemmeno lì si poteva sfuggire a quello che si è, a come si appare".

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Il caso (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina IV - Palermo Latteri dice addio al Pd l'ex rettore verso gli autonomisti IL CASO L'ex rettore dell'Università di Catania, Ferdinando Latteri, lascia il Partito democratico e sembra ormai vicino il suo approdo al Movimento per l'autonomia. "Il Pd è poco autonomo e troppo laico", ha detto Latteri, che non è stato candidato alle politiche nelle file del partito di Walter Veltroni. Appelli a "un ripensamento" sono arrivati dalla candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione, Anna Finocchiaro, e dal segretario siciliano del Pd, Francantonio Genovese. "Mi rendo conto che il momento in cui si va a concludere il confronto sulle candidature alle elezioni non sia quello migliore per le analisi serene e costruttive - dice Genovese - Di una cosa, comunque, sono certo: se i valori e gli interessi di cui parla Latteri sono quelli dei siciliani, cattolici e laici, questi saranno adeguatamente rappresentati dal Pd".

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Quel colpo basso di bertone "sono contrario, io chiuderei" (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 04-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina V - Genova La battaglia Due anni fa il primo siluro, poi corretto in corsa. Ma la linea ormai era tracciata Quel colpo basso di Bertone "Sono contrario, io chiuderei" Se per l'aborto non possiamo opporci, qui non siamo obbligati ad avere un reparto ad hoc Sono il presidente dell'ospedale e come cattolico e cristiano ho un grande problema di coscienza "Sono contrario alla fecondazione assistita e come presidente dell'ospedale Galliera sto pensando di non farla praticare nei nostri laboratori di genetica perinatale", aveva annunciato ai giornalisti il cardinale Tarcisio Bertone. Era il 4 dicembre del 2005 e lo aveva detto e ripetuto a margine di un'assemblea in cui si era parlato di ben altro. L'allora arcivescovo di Genova aveva aggiunto: "Come cattolico e cristiano ho un grande problema di coscienza: se per la legge 194 sull'aborto, come ospedale non possiamo opporci alle donne che chiedono l'interruzione di gravidanza alle condizioni previste dalla normativa, per quanto riguarda invece la legge 40 non siamo obbligati ad introdurre un reparto sulla procreazione assistita. C'è quindi una differenza di obbligatorietà anche in una struttura pubblica". La dichiarazione del Cardinale, categorica (tornato due volte sulla stessa risposta), era giunta come un siluro sui cinque medici della divisione di Scienze Genetiche, Perinatali e Ginecologiche dell'ospedale cattolico genovese, vecchio lascito della Duchessa di Galliera, proprietà della Curia, ma gestito con 108 milioni di euro l'anno del fondo sanitario regionale. Franca Dagna, all'epoca direttore della divisione (ora in pensione, ma con un incarico di consulenza), aveva preferito glissare, ma aveva ricordato: "L'ospedale non è un convento, deve applicare la legge". Tanto che sull'interruzione della gravidanza il reparto, con i medici tutti obiettori di coscienza, utilizza specialisti esterni, provenienti dall'Ospedale Evangelico. Sulla procreazione assistita il messaggio dell'attuale Segretario di Stato Vaticano era stato preciso, diretto al cuore dei vertici ospedalieri, ma anche a quello della Regione Liguria, governata dal centrosinistra. Anche se 12 ore dopo, al termine di una giornata di polemiche e di reazioni dure, Sua Eminenza Tarcisio Bertone, già segretario particolare dell'allora Segretario di Stato, il cardinale Joseph Ratzinger poi proclamato Papa, aveva aggiustato il tiro: "Non ho detto di chiudere la struttura, ma che la sua presenza mi crea dei problemi di coscienza, nella mia posizione, soprattutto come presidente dell'ospedale. Quando arrivai a Genova, succedendo al cardinale Dionigi Tettamanzi, di fronte a questa profonda contraddizione, pensai anche di dimettermi dalla carica. Per statuto non mi è possibile farlo, ma adesso ho promosso uno studio circa l'applicazione della legge 40; bisogna cercare di mettere in atto, per quanto possibile, le terapie alternative alla procreazione in vitro. In ogni caso, saranno il consiglio di amministrazione e la commissione scientifica a dire l'ultima parola". La risposta dell'assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo, allora diessino, oggi democratico, non si era fatta attendere. La mattina del 5 dicembre del 2005 aveva convocato la stampa, ricordando al cardinale Bertone che "lo Stato è laico, non religioso; e che la sua laicità garantisce anche i cattolici". Inoltre, l'assessore aveva invitato l'Arcivescovo a ripensare la sua iniziativa. "Un ospedale pubblico, che si governa con i soldi pubblici, seppure con veste giuridica particolare, essendo della Chiesa, deve comunque garantire le esigenze degli utenti - aveva precisato Montaldo - In caso contrario, siamo pronti ad affidare il servizio di inseminazione artificiale ad un'altra struttura sanitaria. Ce ne sono tante, pronte a potenziarsi". Pensava già al San Martino. (g.fil.).

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