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In Usa Addio al Parlamento Amato:
"In Italia non possiamo avere ancora la mappa della politica dei tempi di
Porta Pia" "Nel Pd sono caduti gli steccati ideologici laici e
cattolici possono e devono convivere" Nessuno contesta ai repubblicani Usa
di avere dentro evangelici e non credenti Continuerò a fare politica con le
idee, più che col potere personale, fuori dal Parlamento MASSIMO GIANNINI
"Basta
con i vecchi steccati ideologici. Laici
e cattolici possono e devono convivere in un grande partito. Lo
sforzo di Veltroni va nella direzione giusta: l'et-et
non è il frutto di un'incertezza identitaria, ma
l'unico modo per ritrovare una responsabilità condivisa e il bene comune tra
credenti e non credenti". Nel giorno della famiglia in 100 piazze
d'Italia, e nel pieno di una campagna elettorale dominata dalle polemiche sul
rapporto tra religione e politica e tra stato
e chiesa, Giuliano Amato torna a parlare dei temi che gli sono più cari.
Ministro Amato, possibile che il centrosinistra non sia ancora riuscito a
trovare un "patto di convivenza" politica tra laici e cattolici? "Mi colpisce l'incomprensione che continua ad accompagnare lo
sforzo del Pd per ricomporre lo specchio rotto. Sembra che i frammenti
dello specchio vogliano dettare le regole del loro superamento. C'è chi sfotte
Veltroni perché tra laici e cattolici, tra credenti e non credenti, cerca di
passare dall'aut aut all'et-et. E se non è aut aut, allora è il caravanserraglio. Ebbene,
chi la mette così merita che gli si dica che non ha capito i termini del nostro
problema nazionale e ha perso totalmente la nozione di bene comune".
Ma lei non teme che per favorire la ricomposizione si finisca per non sapere
più cosa dire, e ci si arrenda alle gerarchie ecclesiastiche, o ci si rifugi
nella generica libertà di coscienza? "La mera libertà di
coscienza non è un collante e questo, sia chiaro, vale sia per gli uni che per
gli altri. Occorre il coraggio di sapersi affacciare a un territorio
comune. Per i non credenti è il coraggio di ammettere che vivono in un mondo in
buona parte sconosciuto nel quale, come giustamente dice la carta dei valori
del Pd, la stessa condizione umana è oggetto di cambiamenti fatti anche da noi.
Quindi serve quel dialogo tra politica, religione e filosofia che definisca i
limiti non di ciò che possiamo sapere, ma di ciò che possiamo fare. Proprio
Veronesi è uno di quelli che ha sempre auspicato questo dialogo, e non è tra i
testardi della "ubris" non credente
refrattaria ad ogni limite. Quando leggo invece che io, non credente, non posso
stare nel Pd perché riconosce il ruolo delle religioni nello spazio pubblico
resto di sasso. Questo, alcuni secoli dopo Galileo, è Galileo alla rovescia. Le
questioni che fanno parte dello spazio pubblico per milioni di esseri umani
evocano la religione in un mondo ci offre il bene infinito e il male infinito.
Nelle nostre giornate entrano le chirurgie non invasive con le quali si
riescono a fare meraviglie impensabili 100 anni fa ed entrano le nostre bambine
che fanno le cubiste. Allora chiedo a chi è assolutamente
certo di se stesso: su che cosa fondi le tue certezze?". Per un Odifreddi che lascia il Pd per estremismo laicista, però,
ci sono parecchi "devoti" che cercano di imprigionarlo nel neo -
guelfismo. "Anche dall'altra parte ci vuole il coraggio
di capire che il bene comune di una società di diversi non necessariamente
coincide con i propri "credenda".
Specie nelle società in cui abbiamo più religioni con "credenda"
diversi. La settimana scorsa ero in Slovenia a un seminario sul tema 'noi e i
musulmani', e uno studioso non cattolico ha argomentato che etnie e religioni
creano comunità che poi devono convivere in società in cui tutte sono chiamate
a un bene comune. Ebbene questo è esattamente Maritain.
Se lo ricordino anche quei nostri cattolici per i quali questa distinzione non
esiste, e il bene comune coincide sempre con i loro "credenda"". L'accordo con i radicali per il Pd è un
problema o un'opportunità? "Avere dentro un'espressione
storica del laicismo e allo stesso tempo una rappresentanza forte del mondo
cattolico è esattamente quello che serve per ricomporre lo specchio. I
grandi partiti lo fanno: nessuno pone ai repubblicani americani il problema di
avere dentro di sé gli evangelici e i non credenti. Su questo, in Italia, c'è
davvero un'inquietante arretratezza dei paradigmi mentali. Vogliamo avere
ancora la mappa della politica dei tempi di Porta Pia? No,
non ci sto". Ci sono anche battaglie oscurantiste, e spesso
strumentali. Come vogliamo definire la nuova crociata contro la legge 194? "Ferrara lo sa che sulla 194 non c'è molto da aggiungere o da
cambiare. Mentre penso che abbia sacrosanta ragione sugli aborti di stato
e sull'esistenza nel mondo di legislazioni che legittimano o addirittura richiedono
l'aborto. Ma non può fare una campagna nella quale la 194 o
le leggi similari di altri paesi civili come l'Italia cadono nello stesso
calderone". Calderone per calderone: che impressione le fa il
programma elettorale del Pdl? "Mi
chiedo: ma è Tremonti l'autore di quel programma o è un altro? Lui si
preoccupa dei rischi che l'economia italiana corre in questo avvio di
recessione mondiale. Ma ad essi risponde con promesse più protezionistiche che
di sviluppo. Io condivido la sua diagnosi, non la sua terapia. Nel programma
del Pdl però non c'è né la diagnosi né la terapia. C'è invece uno straordinario appello al liberalismo, che non vorrei
fosse richiesto come prassi solo alla Guardia di Finanza". Le
sembra realistica la rimonta elettorale di Veltroni? Ci crede anche lei, o lo
fa solo per "contratto"? "Vivo anch'io la
percezione del recupero. Guardo con attenzione alla situazione del
Senato dove, grazie alle follie della legge elettorale, è più facile che ci si
ritrovi con una situazione simile a quella di due anni fa. Berlusconi allora
fece uno straordinario finale di campagna elettorale e recuperò molto. Vediamo
cosa succederà adesso. Ma non è un caso che molti di noi
facciano il tifo per Obama, uno che è partito molto
indietro e che invece oggi è a un passo dalla vittoria". Lei parla
come un politico ancora pieno di voglia e di passione. Eppure non si
ricandiderà. Cos'è stata la sua: un atto di generosità o una rinuncia forzata? "Senta, prima di tutto non è che me ne vado. Continuerò
a fare quello che faccio, senza sedere in Parlamento. Ci ho pensato bene,
arrivando a 70 anni: concorrere alla politica con le idee più che con il potere
personale, in fondo, è quello che ho sempre fatto. Ho confrontato il programma
di Morando con quello che avevo scritto per le
elezioni europee nel 2005. Ci sono molti punti in comune. Quel programma era il
frutto di un'elaborazione schiettamente riformista e fu accantonato quando fu
fatto il programma dell'Unione, per parte della quale esso era troppo di
"destra". Ora, a distanza di tre anni e senza che nessuno lo abbia
evocato, quel programma è tornato. Questo è il segno che il mio lavoro, nel
centrosinistra, a qualcosa è servito. Ci ho sempre messo
questi semi di programma, e in parte ho contribuito a realizzarli nelle tante
esperienze di governo che ho fatto". Lei sa che c'è anche chi la
critica, per non aver assunto fino in fondo certe responsabilità, o magari in
qualche caso per non aver voluto mai accettare fino in fondo certi rischi. "Certo, c'è chi mi dice che non ho fatto quello che avrei
dovuto, cioè assumere responsabilità di leadership, nell'area socialista dello
schieramento e non solo. Penso che chi mi critica per
questo, in fondo, mi fa un complimento che non merito: cioè il fatto di
avere qualità di leader che non ho utilizzato. Non è vero, perché quelle
qualità io non le avevo. Credo di aver fatto molto per la politica italiana.
Non voglio auto-elogiarmi, ma vedo il rispetto con cui sono accolto all'estero,
l'orgoglio che leggo negli occhi degli italiani quando vengono ad ascoltarmi in
qualunque platea, perché un politico italiano che è un ministro che li
rappresenta parla a braccio senza mai leggere un precotto scritto da altri e
sempre con cognizione di causa su argomenti diversi. Ecco, io
questo sono stato in grado di darlo al mio Paese". Non le
sembra riduttivo? Giuliano Amato, per storia personale e per esperienza
politica, non avrebbe anche potuto avere le sue "divisioni"? "No, perché non sarei stato capace di guidarle.
Ci sono figure così: Antonio Giolitti, per esempio. Ricordo che persino Giorgio
Napolitano, nel Pci, fu criticato per lo stesso motivo, e io lo
difesi per questo quando presentai il suo libro autobiografico. Non è questione
di mancanza di coraggio o di non assunzione di responsabilità. E' questione di
consapevolezza di ciò che si è, e di ciò che si è in grado di fare. Ma sia
chiaro, il mio non è un commiato, un addio alla politica. Io
ci sarò, anche se in un ruolo diverso".
AMELIA - "Sono appena tornato da un viaggio durato due mesi, lo
sapete. Ho visto l'inferno.
Bambini di 5 anni morire di Aids. Ragazzini di 10 anni domandarmi "che ne
sarà di me?" L'inferno non esiste nell'aldilà: esiste qui, su questa
terra, dovrebbero capirlo quelli che stanno nei palazzoni, laggiù, in Vaticano,
dove c'è il migliore paradiso possibile, quello dei ricchi e dei potenti.
Rigetto il concetto del Vaticano come centro religioso: è un centro politico,
qualche volta ambiguo e fuorviante. Altra cosa è la chiesa di Cristo. Altra cosa è la fede", dice Pierino Gelmini.
Poi aggiunge: "Gli intrallazzi non sono fede.
Bisogna tornare a Cristo non al cesaro-papismo. Siamo
arrivati al punto in cui parliamo più del papa che del Cristo". E'
un fiume in piena Gelmini, - ormai ex prete dopo la decisione del Vaticano di
accogliere la sua domanda di riduzione allo stato laicale - quando ieri, nel
pomeriggio, nella Comunità Incontro di Amelia, seduto su un alto scranno in una
sala affrescata con la storia della Comunità in stile murales di Città del
Messico, microfono in mano, incontra i suoi ragazzi.
La giornata era iniziata con la messa tenuta da don Enzo nella cappella. Dopo
quattro chiacchiere in cortile, qualche sigaretta, le corse dei bambini, era
proseguita con il pranzo comunitario nel refettorio: un minuto di silenzio
prima di mangiare e un'animazione da gran giorno. Amici, parenti, ragazzi, non
parlano d'altro: lui, papà Pierino, "un santo", "un
giusto", uno che "non si merita quello che gli hanno buttato
addosso", "uno che ha dato la sua vita per gli altri".
"Io amo don Pierino" racconta Christian, venti anni compiuti l'altro
ieri, romeno, salvato dalle fogne di Bucarest da Mino D'Amato e dalla sua
associazione, portato in Italia che, malato di Aids dall'età di otto anni,
pesava venti chili, e che ora sta qui, impara a fare l'elettricista e vuole
farsi "tutto il programma della comunità - tre anni - anche se non sono
tossicodipendente. Don Pierino? Per me è come un padre. E' un uomo buono. Mi ha
salvato. Io credo solo a questo". Lo ripete anche
Massimo D'Annibale, ex ospite della comunità, "salvato da don
Pierino", e ora medico e padre di due ragazzi con un gran ciuffo di
capelli davanti agli occhi, Patrizio e Matteo. E così è per le madri, i padri,
le sorelle e i fratelli, gli ex ospiti della comunità, qualche nonna con il
bastone, un padre che mostra orgoglioso il figlio che si dà fare per
distribuire i piatti per il pranzo. Nessun dubbio, nessun piccolo dubbio?
"Nessuno" assicurano. "Don Pierino, papà, è vittima di un
imbroglio incomprensibile".
Dopo un giro allo zoo della Comunità Incontro - due poveri leoni, tre struzzi,
due pecore thailandesi, un gruppo di lemuri, dei lama, scimmie, cigni e tanti
altri animali per una pet terapy
un tantino crudele - un'altra sigaretta, un caffè, ecco papà Pierino. Entra
nella sala e parte un applauso. Racconta del suo viaggio in Bolivia e Costa Rica, dei suoi acciacchi - da un occhio non vede, ha un
pace-maker e disturbi all'intestino - della fatica del viaggio. E del Vaticano.
Alla fine dell'incontro, dopo aver baciato tutti i ragazzi
che hanno voluto salutarlo, racconta ancora: "La decisione di ridurmi allo
stato laico è stata solo mia. Io non appartengo alla diocesi di Terni:
il vescovo di Terni, monsignor Paglia, che non ha alcuna giurisdizione su di
me, per me è zero. Io appartengo alla chiesa cattolica melchita. Il mio
superiore è il patriarca Gregorio III. Per me Paglia è solo il portalettere del
Vaticano. Qui Paglia - continua don Pierino - non deve
neanche provare a mettere piede.
Non lo voglio più vedere.
Perché? Perché ho avuto la sensazione - ma anche
l'informazione - che sia stato uno di quelli più solleciti a creare situazioni
per me difficili e che ha avuto una parte negativa forse anche nella vicenda
degli abusi". E' vero che si candiderà per il Senato? "Non so
cosa farò". Da quale parte politica? "Non so ancora" sorride, sornione. "So che se servisse per la mia
comunità, per i miei ragazzi, lo farei". E i ragazzi che l'accusano se non
è vero niente perché lo fanno? "Perché sono tutti fuori di testa, ragazzi
che non sono riusciti a fare niente, con dieci o venti anni di carcere alle
spalle". Tutti? "Tutti. Peggio per loro. Non posso dire altro. Perché
qualcosa, alla fine, dirà loro la vita stessa".
IL
DIVORZIO TRA SILVIO E WALTER ( da "Stampa, La"
del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Il grande medico laico.
L'intellettuale cattolico. Il generale. I prefetti. L'economista teorico della
flessibilità e la precaria vittima del lavoro flessibile. Riletta nella serie
degli annunci, che quotidianamente Veltroni fa delle nuove candidature, la strategia
del leader del Pd ricorda la collezione delle figurine Panini,
Don
Ballettodomanil'addio
( da "Secolo
XIX, Il" del
03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: A san siro
Sarà il cardinale Bagnasco a celebrare le esequie del
prete che ha insegnato a laici e cattolici il valore del dialogo 03/03/2008.
"a
chi abortisce togliamo i punti della patente" - leandro
palestini
( da "Repubblica,
La" del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: "Per il laico è un valore
assoluto. Per noi la vita appartiene a Dio, gliela devi ridare".
L'ingerenza della Chiesa? "Mi fa pensare a ingerire.
L'Ici, l'8 per mille". Satana? "Il
Papa ha detto che esiste. Non in senso metaforico, si chiama Satana, non
si sa se di nome o di cognome.
Le
ragioni - umberto galimberti
( da "Repubblica,
La" del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: magistero di Ratzinger e dei
cattolici che lo seguono e lo fanno proprio non soffra più di questa
inquietudine. E allora come è possibile una convivenza o un dialogo tra i laici
che cercano la verità con la cautela del dubbio e i cattolici che, accolta la
verità enunciata dal magistero ecclesiastico, la assumono come assoluta e non
tollerano di essere sfiorati dal minimo dubbio?
Quelle
lezioni di fede e libertà - (segue dalla prima pagina) vittorio
coletti ( da "Repubblica, La"
del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: eravamo sempre scavalcati da lui in
fatto di distinzione dei territori tra Chiesa e Stato, di differenza tra
libertà dell'uomo e recinti sacri. Se c'era una cosa che lo faceva infuriare
era che qualcuno parlasse di "cultura cattolica", perché la cultura,
come la fede, doveva per lui essere senza aggettivi o al più,
appunto, laica e libera.
Lo
striscione contesta: Tu vuo' fa' l'americano Sorride:
È il bello della democrazia . I radicali? Con loro
andremo oltre il conflitto laici-cattolici
( da "Unita,
L'" del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Stai consultando l'edizione del Lo
striscione contesta: "Tu vuo fa
l'americano" Sorride: "È il bello della democrazia". I radicali? Con loro andremo oltre
il conflitto laici-cattolici.
Vincere
è possibile, sarà una rimonta storica Veltroni in Toscana: nel nostro programma
non solo promesse. Quello della Pdl è senza copertura
( da "Unita,
L'" del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: un grande partito che vuole andare
oltre la contrapposizione laici-cattolici,
nell'interesse del Paese". Aggiunta: "Riuscendo a coinvolgere una forza
radicale nel programma del Pd abbiamo scongiurato il rischio di una lista
laicista, perché francamente non abbiamo bisogno, in Italia, di ulteriori
antistoriche divisioni".
Berlusconi
ormai vede Casini dappertutto Par condicio e tasse, tormentone anti-Udc. Paese in ginocchio .
Dove è stato nei suoi 5 anni di governo?
( da "Unita,
L'" del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: cattolici, liberali e laici,
andassero insieme alle elezioni uniti per vincere". Il sogno, l'ennesimo sogno di
Arcore, non si è realizzato, "per il personalismo spinto e l'eccesso di
egoismo personale di chi ha deciso di non partecipare ed ha ritenuto di andare
da solo al voto per fare un favore alla sinistra".
Corrado:
Ferrara, l'aborto e noi ( da "Unita, L'"
del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: chiedendosi peraltro se per lei sia
stato un bene, tuttavia lo aveva invitato al programma per avere risposte
illuminanti sul "divario storico" tra laici e cattolici, su temi come
donne e aborto e Giuliano Ferrara, e anche se le risposte non sembravano illuminarla
molto e hanno lasciato la conduttrice alquanto perplessa non poteva mandarlo
via quando ormai aveva l'
Liste
Pd, ultimi accordi per Milano Salta la candidatura Del Vecchio
( da "Corriere
della Sera" del
03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: sia perché l'equilibrio tra
componente laica e cattolica è complessa. Oltre a Veronesi, tra le testa di
lista, arriva la segretaria dei Radicali, Rita Bernardini.
Si controbilancia con il filosofo cattolico Mauro Ceruti
e quasi sicuramente con la direttrice della Casa della Carità Maria Grazia
Guida.
Veltroni
cerca consensi anche tra i missionari
( da "Tempo,
Il" del 03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: che vuole andare oltre la
contrapposizione laici-cattolici". Infatti, ha continuato Walter
"con questa alleanza abbiamo scongiurato il rischio della costituzione di
una lista laicista e di divisioni antistoriche". Un "fuori
programma", la visita a padre Paoli, giunto nello stesso giorno in cui il
Forum per le famiglie raccoglieva le firme per le proposte a tutela della
famiglia.
( da "Stampa, La" del
03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Marcello Sorgi IL
DIVORZIO TRA SILVIO E WALTER Pur ventilata da qualche
giorno, la candidatura di Massimo Calearo nelle liste
del Pd segna un punto d'arrivo nella strategia veltroniana.
Calearo infatti non è solo
un imprenditore, e neppure soltanto il presidente di Federmeccanica: è
piuttosto un uomo simbolo di quel Nord-Est che era stato
finora una prateria incontrastata per il centro-destra. E il padrone di quel
convegno di Confindustria, a Vicenza due anni fa, da cui partì, tra le ovazioni
del pubblico, la riscossa berlusconiana che si fermò a poche migliaia di voti
dalla vittoria. Se Veltroni è riuscito a portarlo dalla sua parte, anche a
costo di polemiche che non vengono solo dalla sinistra radicale, ma, a
giudicare dai blog, pure dal popolo degli internauti di centro-sinistra, è
segno che qualcosa si sta veramente muovendo nell'elettorato più incerto, e
strategico per i due principali concorrenti. Qualcosa che i sondaggi magari
faticheranno a misurare nei prossimi giorni, ma che rappresenta lo stesso
un'apertura di credito per i leader del Pd, in un'area geografica fino a ieri
data per persa. L'imprenditore e l'operaio. La ventenne al posto
dell'ottantenne. Il grande medico laico. L'intellettuale
cattolico. Il generale. I prefetti. L'economista teorico della flessibilità e
la precaria vittima del lavoro flessibile. Riletta nella serie degli annunci,
che quotidianamente Veltroni fa delle nuove candidature, la strategia del
leader del Pd ricorda la collezione delle figurine Panini, a lui cara e
presente nella memoria di tante generazioni italiane. Veltroni non si
preoccupa, adesso - e questo è il suo limite - di mettere ordine nello scaffale
del suo supermercato politico. Non trascura cigolii e rumori di fondo che
vengono dalla sua gente, si tratti dei cattolici
irritati per l'accordo con i radicali, o di quelli che vorrebbero le dimissioni
di Bassolino. Ma, semplicemente, ritiene che una certa confusione, in una fase
di cambiamento, aiuti a catturare l'attenzione degli elettori più abulici, che
avendo visto all'opera centro-destra e centro-sinistra, e avendone ricavato una
delusione crescente, non sanno più a che santo votarsi. A loro, è come se
Veltroni dicesse: non importa che siate con noi fino in fondo, basta capire che
stiamo cambiando. Ma a sorpresa, più la nuova strategia del Pd si fa
incalzante, più quella di Berlusconi diventa prudente. L'uomo che (senza mai
realizzarli) ci aveva abituato per 15 anni a sognare i miracoli, il grande
comunicatore, il messia delle campagne anticomuniste, sembra ora votato alla
ragionevolezza. Dai suoi discorsi, arriva a trasudare bontà. Se non per Prodi,
additato (ovviamente, dal suo punto di vista) come simbolo di una stagione
fallimentare di governo, per il diretto avversario Veltroni, favorito
dall'appello del Cavaliere a votare solo per i partiti maggiori. Se i giornali
ricamano sul suo stato di salute, lui risponde a
scongiuri e con il gesto dell'ombrello. E se D'Alema lo addita come
"anziano in cerca di rivincite", Berlusconi non replica, e alla prima
occasione, come ieri a Torino, quasi ci scherza su: "Sarò vecchio ma non
sono rincoglionito". Questo gioco di rimessa, questa rinuncia al tono barricadero di tutte le sue campagne, non sono affatto da
sottovalutare. Anzi, come sempre per il Cavaliere, rispondono a un disegno.
Berlusconi è convinto che la vera campagna elettorale, in favore suo e del centro-destra,
gliel'ha fatta Prodi. Che la gran parte degli elettori
conti ormai i giorni per liberare Palazzo Chigi dagli usurpatori. Che l'incubo
di venti mesi di governo a colpi di tasse, risse e ripensamenti quotidiani lo
abbia messo in condizione, non di candidarsi di nuovo, ma di essere sospinto a
furor di popolo - del suo popolo - alla guida del governo. Di qui la regia del
nuovo spettacolo, che nelle aspirazioni del Cavaliere è la continuazione del
famoso "discorso del predellino" con cui fondò a Milano, a novembre,
in piazza S. Babila, senza preavviso, il suo nuovo
partito. Via, dunque, maxi-palchi, tendoni e teatri, da lasciare a Veltroni per
poi poterlo accusare "di copiare". Via la cravatta à pois, riservata
solo alle apparizioni televisive che il Cavaliere considera come un invito a
cena in casa degli italiani. Via la solennità, la teatralità dei
"contratti", le promesse impossibili, perfino l'autorità. Berlusconi
al suo popolo vuol parlare come un nonno saggio, in piedi su una sedia. Dopo
quel che ha fatto la sinistra al governo, è come se dicesse, vedremo di
aggiustarci alla meglio. La parola chiave, per capire cosa ha in testa il
Cavaliere, è "dovere": allo stato dei fatti,
ripete in tutti i suoi discorsi, noi abbiamo il dovere di tornare a governare.
A un mese e mezzo quasi dalle elezioni, è impossibile prevedere quale delle due
strategie sia destinata a prevalere. Nei sondaggi, Berlusconi rimane il
favorito e Veltroni è in rimonta. L'unica cosa che non si può dire è che i due
si somiglino, che facciano lo stesso gioco. "Veltrusconi"
è uno slogan efficace, ma è fuori dalla realtà.
( da "Secolo XIX, Il" del
03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
A
san siro Sarà il cardinale Bagnasco
a celebrare le esequie del prete che ha insegnato a laici e cattolici il valore del
dialogo 03/03/2008.
( da "Repubblica, La" del
03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Il rientro in tv di
Corrado Guzzanti nei panni di Don Bizzarro: nel mirino Ferrara e i cattolici "A chi abortisce togliamo i punti della
patente" LEANDRO PALESTINI ROMA - Corrado Guzzanti è tornato in tv. E ieri
a "Parla con me" (RaiTre) nei panni di un disinvolto Don Bizzarro, ha
sparato in chiave satirica sul mondo cattolico, la legge 194, Giuliano Ferrara
e il suo partito "Pro-Life". Stimolato da Serena Dandini, il romanesco Don Bizzarro (già visto
nell'"Ottavo nano") ha detto di aver parlato con Ferrara sulla
moratoria dell'aborto: "Noi siamo d'accordo, ma è Ferrara che non si
capisce se è d'accordo con se stesso. Vuoi fare un movimento culturale?
Fai i circoli della vita. Ma in Senato uno ci va è per
cambiare le leggi... Il "Foglio" ha 4 pagine, la nostra prossima
enciclica ne ha 360". Si chiede: "Se una
ragazza vuole abortire gli possiamo sequestrare il corpo? Le mettiamo due guardie svizzere dal momento del
concepimento?". "No, è una battaglia persa. Facciamo
quello che abbiamo sempre fatto, piazziamo gli obiettori di coscienza: a certi
gli facciamo fare carriera, a quegli altri no". Un'idea pratica per
le ragazze che vogliono abortire: "Tagliamogli i punti della
patente". Il nascituro? "è innocente fino alla terza settimana, poi
si carica del peccato originale, col fatto della mela ci stiamo dentro tutti". La pillola del giorno dopo? "No, prendi
quella del giorno prima e vai a dormire". La Dandini
lo incalza sul senso della vita. "Per
il laico è un valore assoluto. Per noi la vita appartiene a Dio, gliela devi ridare".
L'ingerenza della Chiesa? "Mi fa pensare a ingerire.
L'Ici, l'8 per mille". Satana? "Il
Papa ha detto che esiste. Non in senso metaforico, si chiama Satana, non
si sa se di nome o di cognome. A Joseph ho detto:
digli che abita sulla Flaminia, che è quello che mi ha graffiato la
macchina". "Dio? ci può essere o non
essere. Ce ne possono essere 2, 4 o 16... ".
L'Universo? Siamo in mano agli scienziati ("non è più come con Galileo che
lo famo stà
zitto") e in una filastrocca finale sentenzia: "Il senso della vita è
la vita. Il fine della vita è la fine".
( da "Repubblica, La" del
03-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Cultura Le ragioni
il nuovo libro di Gustavo Zagrebelsky per una morale
a misura d'uomo del dubbio S'intitola "Contro l'etica della verità" è
una critica molto netta alle credenze assolute di ogni religione C'è anche una
presa di distanza dallo scetticismo radicale tipico del nostro tempo Solo
l'inquietudine dell'intelletto di fronte alla fede rende possibile il dialogo coi laici UMBERTO GALIMBERTI Contro l'etica della verità,
l'ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky (Laterza, pagg.
172, euro 15) pronuncia finalmente una parola chiara sia contro l'etica che
discende da una verità assoluta come sono solite proclamarla le religioni
compresa la religione cristiana, sia contro lo scetticismo radicale tipico
dell'atmosfera nichilista che caratterizza il nostro tempo. La tesi è che il
dubbio, da cui discende l'etica del dialogo tra posizioni differenti e spesso
contrastanti, non è il contrario della verità, ma un omaggio che le si fa a
partire dal riconoscimento che la conoscenza umana non è mai una conoscenza
perfetta. Come ci ricorda Jaspers
nel suo grande libro Sulla verità (che nessun editore ha avuto ancora il
coraggio di tradurre in italiano): "Noi non viviamo nell'immediatezza
dell'essere, perciò la verità non è un nostro possesso definitivo. Noi viviamo nell'essere temporale, perciò la verità è la nostra
via". Lungo questa via incontriamo anche il dubbio radicale degli
scettici che si astiene dall'affermare di ogni cosa che sia vera o sia falsa.
Il dubbio che propone Zagrebelsky lungo il sentiero
della verità non ha nulla a che fare con il dubbio scettico, perché, a
differenza di quest'ultimo, non si astiene dal giudizio, ma lo promuove
attraverso il dialogo, con l'avvertenza che la verità a cui si giunge è
suscettibile di essere di continuo riesaminata e riscoperta. Quindi
relativismo, contro l'assolutismo delle religioni, e di questi tempi anche
della religione cattolica. Dico di questi tempi perché il pensiero cristiano,
nelle sue più alte espressioni teologiche, ha sempre sostenuto una verità mai
disgiunta dal dubbio. Agostino, ad esempio, nel De praedestinatione sanctorum scrive che "La fede
consiste nella volontà di credere". Secoli dopo Tommaso d'Aquino torna a
sottolineare il carattere volontaristico dell'assenso fideistico in cui
l'intelletto è "terminatus ad unum ex estrinseco
(ex voluntate)" e non "ut
ad proprium terminum"
(ossia dell'evidenza del contenuto). Sempre Tommaso, nel De
fide, commentando san Paolo, osserva che la fede conduce "in captivitatem omnem intellectum" cioè rende l'intelletto prigioniero di un
contenuto che non è evidente, e quindi gli è estraneo (alienus),
sicché l'intelletto è inquieto di fronte alla fede. Sembra che il magistero di Ratzinger e dei cattolici che lo
seguono e lo fanno proprio non soffra più di questa inquietudine. E allora come
è possibile una convivenza o un dialogo tra i laici che cercano la verità con
la cautela del dubbio e i cattolici che, accolta la verità
enunciata dal magistero ecclesiastico, la assumono come assoluta e non
tollerano di essere sfiorati dal minimo dubbio? Non è qui in gioco la
democrazia come libero confronto di opinioni? E che ne è della tolleranza tanto
rivendicata contro il fondamentalismo, quando uno dei dialoganti si arresta
ogni volta che si imbatte in una verità di fede? Ma soprattutto che significa
una "verità di fede"? Non è questa una contraddizione in termini? La
fede, infatti, crede perché non sa. Tra fede e sapere non c'è quindi
compatibilità. Le due cose non possono convivere usurpando l'una le prerogative
dell'altro. La verità, in quegli ambiti molto limitati in cui può essere
raggiunta, è intollerante, perché non tollera posizioni diverse da quanto è stato accertato, come in matematica, in fisica, in biologia
e in generale in ambito scientifico, ma la fede, proprio perché si fonda sulla
volontà di credere e non su prove da chiunque verificabili, non può che essere
tollerante. Dove per "tolleranza" non si intende non imprigionare o
bruciare chi la pensa diversamente come accadeva una volta, ma ipotizzare che
chi la pensa diversamente possa avere un gradiente di verità superiore al
proprio. Solo a queste condizioni può incominciare il dialogo e dar vita a quel
tipo di convivenza che si chiama democrazia. Su questo tema Zagrebelsky
insiste con parole chiare. E da eminente giurista non può evitare di constatare
il conflitto tra l'universalità della legge e la storicità delle situazioni
concrete, che non è qualcosa di sporadico o di accidentale, ma una costante che
ricorre con una frequenza insospettata. Quando ad esempio nella cultura
d'Occidente si proclamano i diritti dell'uomo e insieme il rispetto delle
differenze culturali, siamo sicuri che il contenuto concreto di questi diritti
non siano le consuetudini di noi occidentali, che potrebbero benissimo
sgretolarsi a contatto con le differenze culturali di cui pure proclamiamo il
rispetto? E allora solo una discussione tra le culture, al termine di una
storia ancora a venire, potrà dire quali universali pretesi diventeranno
universali riconosciuti. Un altro esempio di conflitto dei doveri può essere
desunto dall'etica kantiana a proposito della sollecitudine per la persona e
del suo equivalente morale che è il rispetto. Che ne è di quest'etica in ordine
alla donna nei primi mesi di gravidanza e in ordine al morente nelle sofferenze
della sua agonia? Che ne è della rispettiva angoscia e delle regole morali e
giuridiche indifferenti a queste situazioni di angoscia? Che etica deve qui
entrare in azione: il rispetto della persona o il rispetto della regola? Kant ci ricorda che la morale è fatta per l'uomo e non
l'uomo per la morale. Un'espressione questa che ricalca quella di Gesù là dove
dice che il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato. Nei casi
citati solo l'etica del dubbio invocata da Zagrebelsky
si solleva all'altezza della questione, che non consiste nel decidere se
abortire o meno, se praticare o meno l'eutanasia, ma
nel decidere tra doveri che meritano entrambi rispetto e attenzione, perché
ciascuno di essi è confortato da potenti e fondate motivazioni etiche. E
siccome non vi è regola per decidere tra le regole, per questo e non per altro
occorre un dialogo senza pregiudiziali in cui, tra regole che appaiono entrambe
giuste, si cerca di reperire quella equa. Questo oltrepassamento
della legge in nome dell'equità è stato teorizzato e
discusso da Aristotele in quei numerosi passi dell'Etica a Nicomaco
dove si introduce il concetto di saggezza pratica o phrÓnesis,
che è quella forma di saggezza legata all'applicazione della norma in
situazione, là dove la situazione si rivela decisamente più complessa della
semplicità con cui la norma universale è formulata. Scrive
infatti Aristotele: "Tra i discorsi che riguardano le azioni,
quelli universali sono i più vuoti, e quelli che riguardano i casi particolari
sono i più veritieri, e, dato che le azioni riguardano i casi particolari, è
necessario adeguarsi ad essi". Qui l'etica del dubbio, che commisura la
norma universale con le situazioni particolari, fa un servizio alla verità
maggiore di chi, in nome della verità o dei principi, applica la norma
prescindendo dalle situazioni concrete che spesso mal si attagliano
all'universalità della legge, la cui applicazione sarebbe senz'altro corretta e
non soggetta a obiezioni, ma fondamentalmente ingiusta. "E' necessario,
scrive Zagrebelsky, che tutte le convinzioni e le
fedi più radicate, cessino di essere verità e si trasformino in opinioni quando
diventano pubbliche nel rapporto degli uni con gli altri". Senza questa
capacità di trasformazione non si dà il dialogo, così spesso retoricamente
invocato, e tanto meno democrazia. Del resto lo stesso Jacques Maritain, il filosofo cattolico a cui spesso faceva
riferimento Paolo VI, distingueva la fede, campo
della verità dogmatica, dalla politica che è il campo del possibile. E questo
anche in omaggio alla risposta che Gesù rese a Pilato. "Il mio regno non è
di questo mondo". Ma forse proprio qui si incaglia il cristianesimo che
guarda alla "città celeste", e perciò assegna allo Stato che governa
la "città terrena", non la realizzazione del bene, ma la semplice
limitazione delle condizioni che possono ostacolare il destino ultraterreno, dove
l'individuo, e non la comunità, trova la sua autorealizzazione. Ma la dove la realizzazione individuale viene distinta dalla
realizzazione sociale, etica e politica si separano, al punto che Rousseau può
dire: "Il cristiano non può essere un buon cittadino. Se lo è, lo è di fatto, ma non di principio, perché la patria del
cristiano non è di questo mondo". Quando i cristiani e in generale tutti i
detentori di una presunta verità assoluta riusciranno convincersi che la
politica e l'etica civile che ne deriva non sono la semplice applicazione delle
proprie radicate fedi o convinzioni, ma mediazione tra
fedi, convinzioni, opinioni, norme e concrete situazioni? Per accedere a
questa, che è poi la condizione della vita democratica, non c'è altra via se
non quella che Zagrebelsky chiama "etica del
dubbio", l'unica che fa onore alla verità che nessuno possiede, perché, di
epoca in epoca, la verità si trova sempre per via.
( da "Repubblica, La" del
03-03-2008)
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Pagina IV - Genova
IL RICORDO Lo accusavano di essere di sinistra, era solo dalla parte dei deboli
Quelle lezioni di fede e libertà è stato un uomo
ascoltato che sapeva ascoltare gli altri per ore, soprattutto i più sofferenti
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) VITTORIO COLETTI (segue dalla prima di cronaca) Noi,
i suoi amici per principio non allineati, i suoi ex giovani ancora
puntigliosamente ancorati al libertarismo della giovinezza, i suoi invecchiati
professori pedanti, eravamo sempre scavalcati da lui in
fatto di distinzione dei territori tra Chiesa e Stato, di differenza tra
libertà dell'uomo e recinti sacri. Se c'era una cosa che lo faceva infuriare
era che qualcuno parlasse di "cultura cattolica", perché la cultura,
come la fede, doveva per lui essere senza aggettivi o al più,
appunto, laica e libera. Non ho mai incontrato un intellettuale
più liberale di questo studioso di san Tommaso, un
filosofo più colto di questo sacerdote di limpida fede che diceva ogni mattina
Messa alle vecchine di s. Siro e faceva scuola di teologia popolare nella sede
del consiglio di quartiere a s. Fruttuoso. Don Balletto viveva questa polarità
estrema con naturalezza e semplicità. Frequentava le case dei signori e apriva
la sua agli ultimi; riceveva le autorità e pranzava dai tranvieri. Lo hanno
accusato di essere di sinistra, ma si limitava a insegnare ai grandi della sua
città che la politica, più che fare i forti più forti, dovrebbe fare i deboli
meno deboli. E' stato un uomo ascoltato, che ascoltava
gli altri per ore ogni giorno, specie i più sofferenti, l'immigrato che aveva
bisogno di soldi e l'imprenditore indebitato, il medico mortificato dalla
politica, il politico inquieto e il sindacalista deluso, i genitori preoccupati
e i coniugi in crisi. Per ognuno aveva orecchio e parole, spesso anche gesti, a
cominciare da quelli per i bisognosi, che svuotavano rapidamente la sua magra
borsa. Comunque, c'è una giustizia, a quanto pare. Chi tanto dà, poi qualcosa
riceve. Don Balletto non ha neppure avuto bisogno di aspettare il paradiso in
cui sperava per essere ripagato del bene fatto. Ora che è morto, bisognerà pur
dire, anche senza tradire il signorile riserbo degli interessati,
dell'importante broker genovese che ha sostenuto con larghezza le imprese
editoriali e caritative di don Antonio o dell'illustre notaio che gli ha dato,
per anni, un tetto confortevole, un appoggio economico e umano, un sostegno
silenzioso e pronto fino all'ultimo; o delle stupende signore Paola e Maria,
che lo hanno assistito, con la nipote, per mesi e settimane, con devozione e
premura, senza che nessuno glielo chiedesse, capaci e dolci, ferme e commosse.
La malattia di don Balletto è stata lunga e umiliante. Ma se il Dio in cui
credeva gliel'ha imposta (e comunque ha fatto male), è stato
almeno per fargli toccare con mano quanti amici avesse, quanta gente gli
volesse bene, quanto affetto avesse suscitato intorno a sé. Ci mancherà. Non ci
sarà più la visita settimanale, la telefonata quotidiana a Balletto, sempre
accolte con un sorriso, una gioia sincera, un entusiasmo che ti faceva credere
di essere il primo e l'unico. Non avremo più i suoi infallibili consigli di
lettura, i suoi gioiosi prestiti di libri, né la sua pronta e discreta
medicazione al nostro periodico male di vivere. Mancherà a tutti. Alla nostra
città, a questo giornale, a ognuno di noi, a me, ai nostri figli, ai molti che,
senza averlo conosciuto di persona, lo hanno amato attraverso di noi, per
quella forza transitiva che solo i grandi posseggono. Ma ci consolerà sapere
che eravamo davvero in tanti a credere, a buona ragione, di essere i suoi
migliori, i suoi più grandi e intimi amici.
( da "Unita, L'" del
03-03-2008)
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consultando l'edizione del Lo striscione contesta: "Tu vuo'
fa' l'americano" Sorride: "È il bello della democrazia". I radicali? Con loro andremo oltre
il conflitto laici-cattolici.
( da "Unita, L'" del
03-03-2008)
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l'edizione del "Vincere è possibile, sarà una rimonta storica"
Veltroni in Toscana: nel nostro programma non solo promesse. "Quello
della Pdl è senza copertura" di Bruno Miserendino inviato a Pisa "I CITTADINI devono sapere
che il nostro programma ha un costo di cui abbiamo indicato le coperture,
quello degli avversari costa 80 miliardi e le coperture previste sono solo 30.
Lo confermano autorevoli giornali. Non ho bisogno di dire
altro". Applausi da Pisa, mattina bella e tiepida, piazza Carrara è
piena, saranno 7-8mila persone, ed era tempo, dice il candidato sindaco Filippeschi, che in città non si vedeva una manifestazione
così. Spunta da una casa anche uno striscione "Tu voi fa'
l'americano", ma Veltroni la prende bene: "È il bello della
democrazia". E infatti al piano di sopra gli
applausi si sprecano. Sì, Walter Veltroni lavora di fioretto e dice che
continuerà così, senza attacchi e insulti, però, mentre va in giro per la
Toscana, avverte: "Conosco i miei polli, siccome
non hanno argomenti, inizieranno ad attaccarmi". Quasi un presentimento:
Fini dice che serve lo psicanalista perché rimuove Prodi, Berlusconi che sta a fatica nella griglia del bon ton, dice che ormai il Pd non
si dichiara più di sinistra, Bertinotti se la prende per la candidatura di Calearo. Veltroni, galvanizzato dai sondaggi e dal calore
della Toscana, intreccia un dialogo a distanza con tutti i contendenti,
cominciando dall'argomento che più fa innervosire la Destra: "C'è un'aria
nuova in giro, per noi vincere non è più una missione impossibile". Lo
dice a Pisa, lo dice al pranzo elettorale a Montecatini Terme, lo dice anche a
Prato: "Guardate che stiamo per realizzare la rimonta più incredibile
della storia elettorale italiana". Caricare gli elettori fa parte della
missione, però Veltroni ci crede davvero. E infatti
batte sui tasti che stanno accreditando la rimonta. Primo, il Pd sta
raccogliendo consensi in tutte le aree perché è l'unica vera novità: "Noi
- dice rispondendo indirettamente alla sinistra radicale - siamo una grande
forza di centrosinistra riformista, come ce ne sono in tutte le grandi
democrazie europee, che vuole coniugare le culture della crescita economica e
dell'equità sociale". Chiaro riferimento alle polemiche sulla sua intervista
a El Pais. Pd partito
"solo" riformista e non solo di sinistra? "Vogliamo
- insiste - che la ricchezza del Paese cresca, e quando sento che la sinistra
estrema grida allo scandalo non mi meraviglio. Noi vogliamo un patto tra
produttori, puntiamo sulla crescita per assicurare equità, per smuovere
l'ascensore sociale fermo da molti anni; loro parlano di lotta di classe. In tutti i Paesi europei esistono due sinistre, una riformista e
una radicale: sarà così anche in Italia". Lancia la sfida annunciando
la candidatura del presidente di Confindustria vicentina Massimo Calearo, per marcare una differenza di programmi e di
prospettive. Ma è al centrodestra che si rivolge Veltroni quando cita Bossi e
le sue parole "insurrezionali". "Il 90% della
ricchezza prodotta al nord resta al nord? Io questa
cosa non l'ho letta nel loro programma... ". Fischi dalla piazza al
nome di Bossi e del parlamento padano. Ma Veltroni insiste:
"Voglio capire come faranno a interloquire con la Lega Nord. E come
lo spiegheranno a quelli della Lega Sud. Come vedete gli
italiani rischiano di riassistere a un brutto
film". Altra sfida, le liste pulite. Lo
dice sempre Veltroni: "Noi abbiamo lanciato l'idea, e ci fa piacere che
tutti abbiano detto di volerla seguire, però vedremo alla fine chi davvero le
ha fatte". Non lo fa a caso. Ormai il leader del Pd gli applausi più
convinti li prende quando parla della corsa libera del Pd, quando dice no a un
parlamento con 40 partiti, quando dice che l'Italia ha bisogno di aria pulita e
nuova, quando spiega che non è il paese che si deve rialzare, ma la politica,
perché gli italiani la mattina sono già svegli e vanno a faticare. "Noi
parliamo al paese e infatti portiamo il paese in
parlamento". Difende, Veltroni, anche l'accordo
coi radicali che pure qualche malumore ha provocato nel mondo cattolico. Lo fa
in una visita lampo, prima delle manifestazioni elettorali, sulle colline di
San Martino in Vignale, a casa di padre Arturo Paoli,
96 anni, missionario in Brasile, nelle favelas. È vero che secondo i sondaggi i
Radicali non danno un valore aggiunto al Pd? "No, non è così - risponde -
anzi ci incoraggiano, perché si è capito il senso dell'operazione che abbiamo
fatto, un grande partito che vuole andare oltre la
contrapposizione laici-cattolici,
nell'interesse del Paese". Aggiunta: "Riuscendo a coinvolgere una
forza radicale nel programma del Pd abbiamo scongiurato il rischio di una lista
laicista, perché francamente non abbiamo bisogno, in Italia, di ulteriori
antistoriche divisioni". Veltroni cita senza nominarlo Marini:
"Dio ci scampi da un partito su base religiosa", "ben diverso è
essere attenti, come noi siamo alle sensibilità dei cattolici".
È chiaro che la Toscana ha fatto bene a Veltroni. Mancano 40 giorni e lui sente
l'onda.
( da "Unita, L'" del 03-03-2008)
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l'edizione del Berlusconi ormai vede Casini dappertutto Par condicio e tasse,
tormentone anti-Udc. "Paese in ginocchio".
Dove è stato nei suoi 5 anni di governo? di Maria Zegarelli/ Roma GIOVENTÙ
Sente il bisogno di spazzare via il dubbio: "È inutile che suggerisci,
sono vecchio ma non rincoglionito". Silvio Berlusconi, il nonno dai
capelli sempre più neri e folti con il passare degli anni, apostrofa così da
Piazza Castello a Torino, durante il suo co- mizio, un signore che da sotto il palco prova a suggerirgli
uno dei punti del suo programma, quello sulla sicurezza. Rincoglionito no. Ma
venditore sì. Anche un po' Caimano. Nel mirino ancora una volta Pieferdinando Casini, Walter Veltroni, Romano Prodi e Antonio
Bassolino. Casini, perché ha "impedito di abrogare la legge sulla par
condicio liberticida voluta dalla sinistra", non ha permesso la
realizzazione della "terza cosa" (le altre due mandare a casa Prodi e
impedire un governo di transizione invece sono riuscite), la richiesta che
veniva "da chi ama la libertà e vuole restare libero e che ci chiedeva che
moderati, cattolici, liberali e laici, andassero insieme alle elezioni uniti per
vincere". Il sogno, l'ennesimo sogno di Arcore, non si è realizzato,
"per il personalismo spinto e l'eccesso di egoismo personale di chi ha
deciso di non partecipare ed ha ritenuto di andare da solo al voto per fare un
favore alla sinistra". Una sinistra che ha messo
in ginocchio il Paese, dopo aver "vinto in una notte di spogli e di brogli.
Ricordiamocelo sempre". Monta sul solito cavallo
di battaglia, "tasse al di sotto del 40% in cinque anni". Come?
Seguendo la "stella polare": la riduzione "del costo dello Stato
e della pubblica amministrazione, perché il nostro Stato costa, a ciascuno di
noi, 4.500 euro", ben
( da "Unita, L'" del
03-03-2008)
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l'edizione del Corrado: Ferrara, l'aborto e noi di Stefano Miliani
P ur rivestendo l'abito talare, l'"eminente
teologo" padre Pizzarro introdotto ieri sera da
Serena Dandini a Parla con me su Raitre appariva
piuttosto trucido. Nel linguaggio e nella capigliatura. La conduttrice
ricordava vagamente di averlo incontrato molti anni prima, chiedendosi
peraltro se per lei sia stato un bene, tuttavia lo aveva invitato al programma per avere
risposte illuminanti sul "divario storico" tra laici e cattolici, su temi come donne e aborto e Giuliano Ferrara, e anche se le
risposte non sembravano illuminarla molto e hanno lasciato la conduttrice
alquanto perplessa non poteva mandarlo via quando ormai aveva l'uomo
religioso lì sul teleschermo che le spegneva speranze e bisogno di conforto.
Corrado Guzzanti, che ha indossato quell'abito talare e ha espresso concetti di
cui leggete un estratto qui a fianco, prova a rimediare. Padre Pizzarro pare alquanto scafato. È anche un personaggio
d'attualità, no? "È un personaggio abbastanza inedito né
ben identificato. Lo feci anni fa, mi pare all'Ottavo
nano e, sì, è attualissimo". Il "teologo" trova Ferrara
in una vasca: un riferimento allo sketch nel "Decameron" di Daniele
Luttazzi che è stata la causa, almeno ufficiale, del recente licenziamento del
comico da La7? "Sì. È un
omaggio a Luttazzi". Il teologo non pare convinto della battaglia
contro la legge sull'aborto di Ferrara, non gli pare fattibile. In piazza ha
visto solo "quattro scalmanate", per lui si fa "un porverone", comunque propone di togliere punti della
patente alle donne che devono abortire. Tema serio. "Gioca
sul fatto che questa battagla contro l'aborto è
abbastanza ambigua. Su un unico punto tutti si dicono d'accordo: la vita
va difesa, la donna che abortisce per problemi suoi va aiutata. Tante belle
parole ma nella realtà trovo curioso quanto accade. La legge attuale è di
compromesso su una tragedia: si intende modificarla nel punto principale, cioè
che la è donna padrona del proprio corpo, o si intende negarle questo diritto?
Trovo la campagna sulla moratoria - ripeto - ambigua e anche aggressiva: si
sono usate parole come "assassinio", come "omicidio". ". Padre Pizzarro tocca
un'altra polemica: apprende che l'ingerenza non è "roba de magnà", dice che la Chiesa fa il suo lavoro, ma sono i
laici, sono i politici italiani, a venirle dietro. "Infatti
è la politica che cerca di guadagnare il consenso della Chiesa e del mondo che
rappresenta facendo battaglie ideologiche. Il mio personaggio è imbarazzato: ci
troviamo troppo peso addosso, diciamo cose che abbiamo sempre detto - sostiene
padre Pizzarro - siete voi che venite disperateamente sotto il balcone di San Pietro e cercate di
schierarvi dalla nostra parte. È il capovolgimento dell'ingerenza del politico
che cerca elettori di centro seguendo poi un'identificazione perfino obsoleta
perché ormai non è vero che i cattolici stanno al
centro. Questo avviene perché la politica ha perso gran parte
della sua identità: se leggi gli slogan sono così vaghi che non sapresti
riconoscere da che parte vengono". E oggi diritti che parevano
acquisiti sono invece in discussione. Così il teologo propone di far
controllare il corpo delle donne dalle guardie svizzere. "Riporto
un finto dialogo con Ferrara che, ho letto, ora è anche contrario all'uso del
preservativo. Non è più un pensiero solo politico. Non ho niente contro
di lui, cercavo di capire i suoi argomenti. Torniamo lì. Il punto centrale è:
si vuole limitare o anche togliere il diritto di scelta di una donna? Sì o no?
Questo punto non viene affrontato frontalmente. Non c'è stata una proposta
precisa, si dice che non si può costringere una donna a partorire e poi si dice
che l'aborto è omicidio. Contro la 194, che serve a
combattere l'aborto clandestino, è partita una campagna violenta perché giudico
violento dire che le donne che abortiscono sono assassine". Tanto
più ora che la tv è sotto la par condicio, vi aspettate polemiche? "Spero di no. Sono temi che riguardano tutti, si parla
di diritti civili che non possono essere sequestrati perché una lista propone
la moratoria sull'aborto. Sarebbe paradossale".
SATIRA TV Ieri dalla Dandini su Rai3 Corrado Guzzanti
ha rivestito l'abito dell'"eminente teologo" padre Pizzarro su temi come aborto, laici e Chiesa. Per l'attore
questi argomenti "riguardano tutti" e sarebbe paradossale se la par
condicio li bloccasse.
( da "Corriere della Sera" del
03-03-2008)
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Corriere della Sera
- MILANO - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-03-03 num:
- pag: 4 categoria: REDAZIONALE Centrosinistra Scelto
Achille Passoni (Cgil). Malumori sulle decisioni
imposte dall'alto Liste Pd, ultimi accordi per Milano Salta la candidatura Del
Vecchio Il nome del generale era spuntato per il collegio del Senato Il
confronto fino a notte fonda. Confermati Matteo Colaninno per la Camera e
Umberto Veronesi per il Senato Si fa nottata. Ma il parto delle liste del Pd è
vicino. Oggi, la parola definitiva. Per tutta la giornata di ieri il nome che
circolava con più insistenza per il Senato era quello del generale Mauro Del
Vecchio, capo del Coi, il Comando operativo di vertice interforze, ma
soprattutto comandante della missione Nato in Afghanistan. Ma alla fine il
generale non si candiderà a Milano e al suo posto ci sarà invece Achille Passoni, segretario confederale della Cgil, componente
dell'ala riformista del sindacato. Questo alle 11 di sera, ma la situazione
potrebbe ancora cambiare. I giochi sono quasi fatti. Confermati i capolista. Matteo Colaninno per la Camera a Milano,
seguito da Walter Veltroni e al numero 15, la new entry Ivan Scalfarotto. Enrico Letta per
Lombardia
( da "Tempo, Il" del
03-03-2008)
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Stampa Veltroni
cerca consensi anche tra i missionari Il candidato premier del Partito
Democratico Walter Veltroni si appoggia al bastone del novantaseienne
missionario Arturo Paoli per convincere l'area cattolica che
l'"inciucio" con i Radicali è una scelta azzeccata. E ai giornalisti
che gli sventolavano sotto il naso i risultati dei sondaggi secondo i quali
l'alleanza Pd-Radicali non è stata gradita dai cattolici, il segretario del Pd ha risposto seccato
"non è assolutamente vero". Non sarà un caso, però, che l'autobus
verde del PD, travestito per un momento da auto privata, si sia fermato a
Lucca, proprio davanti alla porta di casa di una delle figure più carismatiche
del mondo cattolico, coniusciuto dall'ex sindaco
della Capitale durante un viaggio in Brasile. Un "fuori programma"
grazie al quale Veltroni ha incassato pubblicamente la fiducia dell'anziano
missionario. Poi Veltroni ha rilanciato: "I Radicali sono un valore
aggiunto al Pd, i sondaggi ci incoraggiano", e ha spiegato che "si è
capito il senso di un'operazione fatta per creare un grande partito che vuole andare oltre la contrapposizione laici-cattolici". Infatti, ha continuato Walter
"con questa alleanza abbiamo scongiurato il rischio della costituzione di
una lista laicista e di divisioni antistoriche". Un "fuori
programma", la visita a padre Paoli, giunto nello stesso giorno in cui il
Forum per le famiglie raccoglieva le firme per le proposte a tutela della
famiglia. Veltroni, a proposito, ha rivendicato la
corrispondenza con quelle proposte: "Conoscete le nostre posizioni sui
temi che stanno più a cuore al mondo cattolico: oggi c'è questo Family Day, guardate il programma del centrodestra su questi temi
e vedrete che in larghissima parte coincidono con i nostri". Più tardi, dal palco di Pisa, "il bruco" - così lo
disegnava Forattini - ha voluto però sottolineare le differenze tra il
programma del Pd e del Pdl e lo ha fatto portando ad
esempio le tabelle pubblicate ieri dal quotidiano il Sole 24 Ore, che metteva a
confronto i programmi dei due schieramenti: "La vera differenza intercorre
tra promesse elettorali e realtà. La spesa del
complesso delle manovre che noi proponiamo oscilla tra i 23 e i 21 miliardi, e
ci siamo sforzati di indicare anche le coperture, che corrispondono a circa
18,3 miliardi e che avverranno attraverso la riduzione della spesa pubblica e
la lotta all'evasione fiscale". "Tutt'altro discorso, invece -
ha proseguito Veltroni - per il programma del Pdl. I provvedimenti prevedono una spesa che oscilla tra i 62 e gli 87
miliardi di euro mentre le coperture previste sono di 33 miliardi".
Sul palco di piazza Carrara a Pisa non poteva mancare una battuta sui sondaggi
che darebbero un recupero del Pd nei confronti del Pdl:
"la campagna elettorale del Pd sta sovvertendo i
pronostici". E alla fine una bacchettata all'Udc. Veltroni ha sottolineato
"nessun inciucio con Berlusconi così come sostiene Casini".