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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


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IN EVIDENZA          1)               2)               3)

 

La colletta per la moschea spacca la Chiesa (Il Trentino)

 

Padre Butterini ha già raccolto 700 euro. Il vescovo al frate: "Si metta in riga" La Cgil contro Bressan: "Dovrebbe opporsi alle iniziative della Lega" TRENTO. I sacerdoti trentini hanno deciso di alzare un muro invalicabile contro la colletta pro moschea lanciata da padre Butterini, che però nel frattempo ha già raccolto oltre 700 euro per l'imam Breigheche. La maggior parte dei preti si dice contraria all'idea di aiutare economicamente i musulmani nel costruirsi il proprio luogo di culto e c'è chi lo fa senza mezze misure. "Gli islamici non hanno bisogno di nessuna colletta, facciamola invece per i nostri poveri" afferma don Pietro Rattin, in piena sintonia con le parole del vescovo Luigi Bressan: "Ogni gruppo religioso provveda a se stesso". Nei giorni scorsi la guida della comunità cristiana di San Francesco Saverio, ha raccolto l'appello di Don Cristelli e si è già messo all'opera. Durante la confessione pre pasquale, la comunità ha raccolto 1.400 euro di cui 700 andranno ad aggiungersi agli altri cento mila della comunità islamica. Una forma di collaborazione non condivisa né dai sacerdoti locali né dal vescovo Bressan che sembra "tirare le orecchie" a padre Butterini e don Cristelli. "Ogni gruppo religioso provvede a se stesso e non si va a mettere in competizione con altre religioni. Penso che quella della colletta sia solo una battuta. Siamo nei giorni di Pasqua, dobbiamo concentrarci sul mondo cattolico" E per chi all'interno della Chiesa la pensa diversamente? "Giudichi lui, io ho già espresso il mio parere contrario" conclude Bressan e gli fanno eco alcuni preti trentini. "Sono favorevole al rispetto delle altre religioni e fedi, ma bisogna lavorare in profondità per una giusta accoglienza e integrazione, non ci si può limitare a gesti simbolici o a singoli episodi (come una colletta), potrebbe creare l'effetto boomerang: una totale respinta degli immigrati" commenta don Beppino Caldera della parrocchia di San Rocco. Più duro don Pietro Rattin che afferma: "Aprirsi agli stranieri non significa accogliere qualsiasi loro richiesta e, infatti, l'integrazione non sta avvenendo. Costruire delle moschee oggi implica dei problemi. Solo se l'Islam cambierà volto, avrà diritto ad un luogo di culto. La carità e il pane sono per l'amor di Dio e non per le moschee, che sono già abbastanza sovvenzionate dall'estero". I cattolici non possono occuparsi anche delle moschee. Questo è il pensiero di don Lino Fronza che aggiunge: "Ogni chiesa deve pensare alle proprie spese, perché l'Islam non dipende da Dio. Don Cristelli e padre Butterini pensano di fare chissà cosa, ma non rappresentano il pensiero di tutta la Chiesa. Questa colletta mi sembra più uno slogan che un vero spunto evangelico". Parole di rimprovero e severe arrivano dunque nei giorni di Pasqua in cui l'attenzione, secondo i sacerdoti trentini, deve essere tutta per la comunità cattolica. Ma padre Butterini non è solo, il sostegno arriva dal mondo laico. "La comunità di San Francesco Saverio a fare quel gesto di solidarietà fra comunità religiose, ha dato sostegno alla costruzione del luogo di culto per i musulmani" specifica Ruggero Purin, segretario della Cgil del Trentino. "Il vescovo Bressan, invece di opporsi alle iniziative anti costituzionali della Lega Nord, preferisce esprimere il suo dissenso nei confronti dell'azione dei padri cappuccini con una motivazione poco ecumenica. Ma il vescovo non dice che la confessione religiosa cattolica, è sostenuta da denaro pubblico e quindi da risorse di persone non appartenenti alla sua religione" conclude Purin. (m.b.).

 


La lettera di Magdi Allam. «Approdo di un lungo cammino Decisivo l’incontro con il Papa» (Il Corriere della Sera 23-3-2008)

 

Caro Direttore, ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino. Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: «Cristiano».

Da ieri dunque mi chiamo «Magdi Cristiano Allam». Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del «diverso», condannato acriticamente quale «nemico», primeggiano sull’amore e il rispetto del «prossimo » che è sempre e comunque «persona»; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.

Il punto d’approdo
La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come «nemico dell’islam», «ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare l’islam», «bugiardo e diffamatore dell’islam », legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un «islam moderato », assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.

Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.

La scelta e le minacce
Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei Paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei Paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei Paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.

Basta con la violenza
Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei «casi» che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava «Le nuove catacombe degli islamici convertiti». Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani che in Italia denunciavano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, nella culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura.

Magdi Allam
23 marzo 2008

 


«Quella di Allam è una libera scelta»  Le reazioni alla conversione del giornalista (Il Corriere della Sera 23-3-2008)

 

L'Ucoii: l'importante è rispettare le altre religioni. Ma c'è chi non capisce chi «rinnega la tradizione»

ROMA - Fa discutere la comunità islamica (e non solo) la conversione al cristianesimo di Magdi Allam, uno dei giornalisti più noti in Italia e vice direttore ad personam del Corriere della Sera che la notte di Pasqua ha rinunciato alla sua fede islamica. «L'importante è che ogni persona viva la sua religiosità in modo pacifico e rispettando le altre religioni» dice l'imam Izzedin El Zir, portavoce dell'Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia. «È un uomo adulto - aggiunge, - libero di fare la sua scelta personale: in Italia ci sono diversi cristiani che abbracciano l'islam con la loro libera scelta, non credo ci sia concorrenza tra cristianesimo e islam a conquistare le persone. C'è dialogo positivo, e speriamo che vada avanti per la convivenza pacifica e la pace nel mondo».


LA COMUNITA' ISLAMICA- Più critico, ma ugualmente rispettoso, l'imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica, per il quale «non c'è nessun bisogno, per dimostrare l'amore per Gesù, di rinnegare l'amore e la fede per il profeta Mohammad, in quanto i musulmani hanno, all'interno della loro dottrina, il riconoscimento più alto della figura di Cristo e della Vergine Maria. Il mio rispetto per queste figure, così come per il mondo cristiano ed ebraico, lo vivo da musulmano». Per questo, spiega, «non capisco il perchè della scelta di aderire ad una religione precedente, rinnegando la tradizione, la cultura e la veridicità del messaggio islamico: qualsiasi apostasia, nel senso di qualsiasi rinnegamento di un messaggio profetico o di una rivelazione divina, è vista - ricorda - con forte perplessità».

NESSUN CONTRASTO - «L'esempio di Gesù e di Maometto sono per noi musulmani insegnamento e monito e ricordo perenne dei valori del credente: la verità, lo spirito di sacrificio, la fedeltà, la pazienza nelle avversità e la perseveranza nel bene». Lo afferma una nota dell'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, che sottolinea che «in questa altissima comunanza valoriale non c'è e non ci può essere alcun contrasto tra le persone che vivono e testimoniano la loro tradizione religiosa con amore e consapevolezza». La nota, diffusa sabato sera, non cita il battesimo conferito dal Papa a Magdi Allam ma condanna il tentativo di «scavare un fosso incolmabile tra le diverse comunità religiose», rilevando che davanti a questo «la stragrande maggioranza dei musulmani e dei cristiani in Italia ha risposto con compostezza opponendo ad un immaginario che si voleva orribile la certezza della conoscenza reciproca, della vicinanza, della colleganza, della condivisione dei valori e dei bisogni di tutti: la pace, la sicurezza, il lavoro e il rispetto».

 

DIRITTO FONDAMENTALE - «La libertà di coscienza è "un diritto fondamentale"». Così il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, commenta la scelta del giornalista egiziano di famiglia musulmana. «Il Papa sceglie senza fare differenze. A chi bussa, la porta della Chiesa è sempre aperta», spiega il porporato francese. «La libertà di coscienza è un diritto fondamentale», tiene ad aggiungere. Tra i politici, il primo a commentare la conversione è il leghista Calderoli: «Salutiamo con gioia l'arrivo di una persona della sensibilità di Magdi Allam nella religione dell'amore che rappresenta la sua casa naturale». «Speriamo - aggiunge - che tutto questo sia prodromico ad altre conversioni e di sostegno a chi, come il popolo tibetano, viene soppresso».

 

VENA POLEMICA - «Sono contento che Magdi Allam abbia raggiunto, si spera dopo autentica, convinta e disinteressata riflessione spirituale, il capolinea del suo travagliato percorso religioso»: così Sherif El Sebaie, collaboratore del manifesto, esponente della comunità islamica torinese e noto blogger commenta il battesimo di Allam. «Ora che Cristiano Allam afferma di essersi finalmente liberato dalla 'radice del male' che è insita in un islam che è 'fisiologicamente violento e storicamente conflittuale' - prosegue El Sebaie in riferimento alla lettera pubblicata dal quotidiano di via Solferino - ci si augura che si comporti secondo i preziosi dettami di Gesù Cristo che ha amato il diverso, il ladro, l’assassino, la prostituta, il corrotto».


23 marzo 2008


Report "Laici e chierici"

Il libro sul pane di Predrag Matvejevic è lievitato per trentacinque anni, adesso è arriva ( da "Stampa, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Un editore cattolico, forse attratto da questa sintesi ecumenica proveniente da un autore laico, cresciuto nel mondo slavo, ha cercato di conquistare commercialmente il manoscritto, di interrompere la lunga collaborazione dello scrittore bosniaco con il suo editore italiano Garzanti.

Matvejevic Il pane che salva dalla barbarie ( da "Stampa, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Un editore cattolico, forse attratto da questa sintesi ecumenica proveniente da un autore laico, cresciuto nel mondo slavo, ha cercato di conquistare commercialmente il manoscritto, di interrompere la lunga collaborazione dello scrittore bosniaco con il suo editore italiano Garzanti.

Di ANTONELLA COPPARI - ROMA - SERVONO scelte forti per rom ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: E vero che vogliamo riaffermare la laicità dello Stato ma noi non siamo antireligiosi: la stragrande maggioranza dei nostri iscritti e dei nostri dirigenti è cattolica. Non mi sembra ci sia contraddizione: Gesù, per essere chiari, con i Dico non c'entra niente". Davvero? Non è la linea del Vaticano.

LA CONVERSIONE IL GIORNALISTA DI ORIGINI EGIZIANE È DIVENTATO CATTOLICO. L'UCOII: UNA SCELTA PERSONALE 0 Magdi Allam battezzato dal Papa nella veglia di Pasqua ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: LA CONVERSIONE IL GIORNALISTA DI ORIGINI EGIZIANE È DIVENTATO CATTOLICO. L'UCOII: "UNA SCELTA PERSONALE" Magdi Allam battezzato dal Papa nella veglia di Pasqua di MATTEO SPICUGLIA ? ROMA ? "SONO un musulmano laico", era solito ripetere il giornalista Magdi Allam, parlando di religione. Adesso, tutto è cambiato perché l'editorialista di origine egiziane è diventato cattolico.

Quando Pasolini incontrò per caso la via Crucis ( da "Unita, L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: della Chiesa cattolica non corrisponde una fede viva e coraggiosa. Non a caso un importante intellettuale cattolico che di quella stagione è stato un protagonista, Raniero La Valle, scrive in un suo libro recente (Se questo è un Dio, edizioni Ponte alle Grazie): "Oggi i laici discutono molto sulla Chiesa, la Chiesa discute molto sull'

<Per curare l'amico a quattro zampec'è anche chi ricorre allo strozzino> ( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ovvero le avanguardie cattoliche nel terreno difficile del disagio. "Mantenere un cane ha un costo - dice il responsabile laico della Fondazione Antiusura della Curia, Alberto Montani, al palco dei relatori accanto al vescovo vicario Luigi Palletti - e ci sono famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese e ritirano regolarmente i pacchi-

È festa per tutti nella città multireligiosa ( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: I simboli laici diventano un ponte tra le religioni. Ma per gli islamici la Pasqua cattolica non è solo questo. "Il vostro Cristo per noi è un profeta - riprende - e il Corano tramanda che Hallah lo abbia salvato miracolosamente dalla morte, al suo posto è stato crocifisso un uomo che gli assomigliava".

<MA A ME QUESTO PAPAFA RIMPIANGERE LA DC> ( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Una freddezza condivisa anche da parti più o meno ampie del mondo laico e cattolico. Proprio da alcuni esponenti del mondo accademico genovese, infatti, arrivano le prime adesioni al documento che contesta la decisione di ripristinare la preghiera latina per la conversione degli ebrei nelle funzioni del Venerdì santo.

Il primo socialista della storia? Gesù Cristo. No, non è ( da "Tempo, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: I valori del cristianesimo - spiega Boselli - non sono esclusiva di nessuno, né della Chiesa cattolica, né di qualche partito o esponente politico. Con il nostro spot - prosegue - noi vogliamo rivendicare quella che è sempre stata la missione dei socialisti da quando sono nati, difendere e aiutare i più deboli, chiedere giustizia per loro.

Una piattaforma comune per i cattolici in politica ( da "Tempo, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: alla precedente situazione italiana in cui esisteva un unico partito di ispirazione cattolica, pur se laico nei presupposti e nella prassi, che potrebbe essere ritenuta discutibile (che non esito a definire a volte discutibile). La Dc era infatti un partito laico dei cattolici e non il partito della Chiesa, con la quale si confrontava di volta in volta pur con spirito collaborativo.


Articoli

Il libro sul pane di Predrag Matvejevic è lievitato per trentacinque anni, adesso è arriva (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

To all'ultima pagina. Le prime righe furono scritte nel 1973, quando ancora esisteva l'Unione sovietica, la cortina di ferro, il muro di Berlino, durante un viaggio tristissimo dell'autore a Odessa. Lo scrittore nato a Mostar cercava nella città sul Mar Nero radici e tracce della sua famiglia paterna. In quella occasione il vecchio Piotr, un uomo semplice che aveva diviso l'esperienza del gulag con il nonno e lo zio dello scrittore - ricordando quei giorni di umiliazione, di gelo a sessanta gradi sottozero, di fame perenne - disse a Matvejevic: "La ringrazio per l'aiuto che vuole lasciarmi, ma piuttosto mi faccia un regalo. Lei è uno scrittore, scriva un testo sul pane. E' la cosa che ho desiderato più di ogni altra mentre ogni giorno sfioravo la morte, sfinito, in quel luogo di deportazione". Attorno a Piotr, lungo gli itinerari indecifrabili dell'arcipelago Gulag, molte persone morivano e tutti sognavano il pane. Tra i suoi compagni di prigionia c'era anche lo scienziato Nikolai Vavilov. Sognava esattamente come gli altri, ma forse per lui era una illusione più amara. Durante le sue ricerche aveva scoperto le prime tracce di grano in Africa orientale, contestando così le teorie del Partito comunista che invece attribuiva quel primato alla terra russa, e per tale disobbedienza scientifica era stato trasferito in campo di concentramento. Dopo la visita a Odessa, prima di lasciare l'Unione Sovietica, Matvejevic scrisse una poesia per Piotr, affidandola a una lettera. "Non ho percorso tanto mondo da saperne abbastanza sul pane, diceva il pellegrino. Il pane è il mondo". Iniziava così un lungo lavoro di documentazione, di scrittura. Iniziava contemporaneamente per l'autore una specie di terapia. Scrivere questo libro per Matvejevic è stato come guarire da una condizione di continua schizofrenia, perché la sua vita e i suoi libri si dividono tra un filone letterario, poetico, fuori dal tempo, e un filone sociale, politico, legato all'attualità. Da una parte c'è "Breviario mediterraneo", il libro su Venezia, dall'altra "Mondo ex", l'Epistolario, e tutta una serie di scritti politici sparsi tra giornali, riviste, università, della ex Jugoslavia e dell'Occidente. L'autore dice che in mezzo tra questi suoi lavori ha penato, ha sentito un vuoto, quasi una frattura fisica. Il pane, come la terra gettata dentro un fossato, ha colmato lentamente la separazione, perché questo cibo contiene una componente poetica, religiosa, eucaristica, e una componente sociale, che richiama le necessità elementari dell'uomo, un'idea primitiva di giustizia, di eguaglianza. "Le religioni lo hanno benedetto ed esaltato, il popolo lo ha invocato, rispettato, e ha giurato sul pane". Così si legge nel manoscritto. Nella struttura e nel disegno elegante della spiga i chicchi indicano ordine, eguaglianza, simmetria, gerarchia, compongono una geometria primaria. Matvejevic per anni ha conosciuto il linguaggio prolisso e ripetitivo della propaganda ideologica, della contesa politica elettorale, e oggi conclude: "Il pane è l'unica parola, l'unico slogan che non ha mai tradito nessuno, trasmette un messaggio autentico, immediato. Pensiamo alla rivoluzione francese, alle parole di Manzoni". Ci sono stati uomini di potere che hanno distribuito il pane per poter conservare la corona, per proteggere il loro palazzo, mentre uomini affamati di pane hanno abbattuto i tiranni. Ancora nel 1997 in Albania, mentre crollava il regime di Berisha, la popolazione infuriata saccheggiava il grande mulino alla periferia di Tirana, caricando sacchi di farina su carri trascinati da cavalli, con gli abiti, il viso e le mani imbiancate da quella polvere sottile, come in una rivolta medioevale. E durante gli anni della guerra afgana infinita, che ancora oggi continua, il fumo che usciva dal grande mulino giallo a Kabul era il primo segnale di normalità, annunciava la tregua delle armi, tra una battaglia e l'altra. In certi momenti Matvejevic ha creduto di camminare all'indietro, di leggere un calendario alla rovescia. Scoprì che anche Karlo Stajner, un ebreo comunista di Vienna al quale lo ha poi legato una profonda amicizia, era passato molti anni prima a fianco di Piotr durante la prigionia. Il Partito lo aveva inviato dall'Austria a Zagabria per organizzare il movimento operaio, per scegliere tra gli iscritti locali i futuri dirigenti. Sarà lui a notare il carattere deciso del giovane Tito, il futuro presidente jugoslavo. Karlo sale nella gerarchia dell'apparato, diventa responsabile della rivista e di tutte le edizioni del Komintern, ma vede le deviazioni del sistema e nel 1936 finisce inghiottito per venti anni dal gulag. Al suo ritorno in Jugoslavia scriverà "Settemila giorni in Siberia", anticipando l'arcipelago di Solzenycin, ma senza cercare un editore per vari anni. Matvejevic a quel tempo non ha ancora compiuto il viaggio a Odessa, ma la sua anima di dissidente si appassiona alla sorte e al lavoro di quell'uomo, combatte perché il libro venga stampato e premiato. Scopre che parallelamente anche un'altra vittima della repressione, Heinrich Eduard Jacob, imprigionato dai nazisti a Dachau, quando ritorna libero scrive "Seimila anni di pane". Protagonista ignaro come altri di un unico, tragico progetto cosmopolita. Il desiderio di Piotr è una aspirazione trasversale, accomuna le vittime del gulag e dei lager. La schizofrenia tra poesia e politica riemerge ancora una volta. Con il passare delle stagioni lo scrittore di Mostar familiarizza con i tipi di farina, con i metodi di cottura, con le forme diverse che i panettieri impongono all'impasto, con l'efficacia dei vari legni usati per la cottura. Un legno stagionato brucia in modo diverso da un legno appena tagliato, il pino sprigiona troppa resina, l'olivo brucia benissimo e diffonde un profumo gradevole. Anche l'acqua condiziona la qualità dell'impasto, se proviene da un ruscello, da una cisterna, da un fiume di montagna o da un lago in una pianura. L'occhio dello scrittore confronta i quadri di soggetto religioso, confronta il pane della tradizione ortodossa, fermentato, lievitato, gonfio, e quello della tradizione cattolica, trasparente come un'ostia, sottile, azzimo, al quale è stato impedito di fermentare. Il pane dipinto da Giotto è sottile, ma poi avviene un'evoluzione. Prima con Leonardo e alla fine con Tintoretto questo stesso pane cambia aspetto, progressivamente cresce di spessore, si gonfia, diventa simile a quello degli ortodossi. Non solo i vescovi e i cardinali, ma anche tanti storici dell'arte, non si rendono conto di questa licenza artistica. Il libro promesso a Piotr prende forma, cresce, e contemporaneamente l'autore alimenta il suo rispetto per quel cibo essenziale alla vita, come l'acqua e l'aria. Scopre che c'è una specie di rituale: in qualsiasi Paese non viene mai adagiato sulla tavola alla rovescia, ma sulla parte inferiore, piatta, la stessa sulla quale è stato appoggiato per essere cotto dentro il forno, mentre la pancia, la parte rigonfia guarda verso l'alto. Il pane insomma è simile in un certo senso al corpo umano, ha una faccia, il suo rovescio, una schiena, un cuore, una scorza che è come una pelle, e mantiene una sua postura corretta. Quando cade a terra in molti Paesi, dopo averlo raccolto, lo baciano. Sembrano osservazioni romantiche, consuetudini obsolete, gesti fuori moda, nell'epoca degli alimenti precotti, delle confezioni surgelate, dei cibi senza grassi e senza sapore, delle cotture fulminanti dentro i forni a micro onde, delle diete forzate. Ma quell'impasto antichissimo di acqua e grano ha un potere di contagio, una vitalità sorprendente. Nell'Italia del Nord, oggi attraversata da sentimenti leghisti, a volte autenticamente razzisti, molti fornai insensibili ai proclami di Pontida hanno cominciato a mettere nei loro scaffali pani bianchi, sottili, piatti, che chiamano semplicemente "arabi", destinati indifferentemente ai nuovi clienti islamici e a quelli locali. Mentre nell'Algeria indipendente ancora adesso i fornai dei quartieri popolari, dove i mullah e gli emiri tengono le loro predicazioni più infuocate, continuano impassibili a impastare e cuocere baguettes lunghe e croccanti, lasciate in eredità dai colonizzatori francesi, ignorando la tradizione locale. Matvejevic scrive che il pane è più antico di qualsiasi alfabeto. Ma nello stesso tempo è come un linguaggio universale. Un editore cattolico, forse attratto da questa sintesi ecumenica proveniente da un autore laico, cresciuto nel mondo slavo, ha cercato di conquistare commercialmente il manoscritto, di interrompere la lunga collaborazione dello scrittore bosniaco con il suo editore italiano Garzanti. Ma non ha avuto successo. Durante gli anni dell'infanzia a Mostar il piccolo Predrag giocava spesso con i suoi coetanei rom, zingari, tuffatori scapestrati dall'alto del celebre ponte nello stretto fiume sottostante, nonostante i rimproveri dei genitori che temevano per lui guai e pericoli di vario tipo. "Ignoro se nella loro vita vagabonda i rom riescano a conoscere la felicità, ma certamente sanno meglio di altri come si può essere meno infelici". Quei compagni di giochi gli hanno lasciato in eredità molti proverbi dedicati al pane, carichi di saggezza. Dicono gli zingari: "Il pane può fare quello che Dio non vuole e l'imperatore non riesce. Se vi fosse pane sufficiente per tutti in questo mondo, le chiese e i tribunali sarebbero deserti. L'affamato sogna il pane, il ricco sogna i propri sogni". Sono frasi attuali, sentenze inesorabili, mentre il mondo contemporaneo si confronta con una crisi economica globale isterica, oscillante come una febbre malarica, mentre il petrolio supera i cento dollari al barile, mentre il grano alla borsa dei cereali di Chicago è triplicato di prezzo in un anno, più veloce dell'oro nero nella corsa alla speculazione. Dopo la caduta di Saddam in Iraq i fornai impastavano farina e sabbia, per compensare gli scarsi rifornimenti e non ridurre i rispettivi guadagni, in quel periodo di anarchia totale. Era l'inizio del terzo millennio. Riprendevano una vecchia ricetta sperimentata già molte volte in passato. Come nel 1788, alla vigilia della Rivoluzione francese, quando arrivò una grande siccità, e di conseguenza una grave carestia. Allora i mugnai furono accusati di mescolare sabbia e segatura con il grano, di speculare assieme ai fornai. La gente in rivolta pretendeva il pane dell'uguaglianza. Con queste e altre aspirazioni i francesi conquistarono la Bastiglia. A distanza di trentacinque anni la promessa a Piotr si conclude, è stata mantenuta. Il sopravvissuto del gulag che aveva conosciuto lo zio di Predrag, lo scienziato Vavilov che sapeva dove era comparsa la prima spiga di grano sulla terra, l'idealista Stajner che aveva immaginato una rivoluzione onesta e giusta, tutti hanno avuto la loro razione tardiva, simbolica, di acqua e farina. Nella casa romana di Matvejevic c'è un quadro dello scrittore Safet Zec dipinto dieci anni fa che raffigura un pezzo di pane. Sarà la copertina del libro. Ma prima di arrivare in tipografia quella immagine verrà staccata definitivamente dal muro, la casa tra qualche mese verrà chiusa. Lo scrittore nato in Bosnia, da padre russo e madre croata, torna a Zagabria. Ha conosciuto il gusto de "lo pane altrui" in America, in Francia, in Italia. Torna nella sua terra, nella Jugoslavia frantumata, che sembra avvicinarsi più alla turbolenza del Caucaso che alla tranquillità dell'Europa. Porta con il suo breviario conclusivo, scritto in serbocroato, nella sua lingua madre, abbandonando il francese. Il titolo recita "Pane nostro: profano e sacro".

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Matvejevic Il pane che salva dalla barbarie (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

LA STORIA L'origine Più antico degli alfabeti è diventato un linguaggio universale Matvejevic Il pane che salva dalla barbarie Nell'ultimo manoscritto dello scrittore bosniaco l'epopea del cibo che ha nutrito il cammino dell'uomo Il libro sul pane di Predrag Matvejevic è lievitato per trentacinque anni, adesso è arrivato all'ultima pagina. Le prime righe furono scritte nel 1973, quando ancora esisteva l'Unione sovietica, la cortina di ferro, il muro di Berlino, durante un viaggio tristissimo dell'autore a Odessa. Lo scrittore nato a Mostar cercava nella città sul Mar Nero radici e tracce della sua famiglia paterna. In quella occasione il vecchio Piotr, un uomo semplice che aveva diviso l'esperienza del gulag con il nonno e lo zio dello scrittore - ricordando quei giorni di umiliazione, di gelo a sessanta gradi sottozero, di fame perenne - disse a Matvejevic: "La ringrazio per l'aiuto che vuole lasciarmi, ma piuttosto mi faccia un regalo. Lei è uno scrittore, scriva un testo sul pane. E' la cosa che ho desiderato più di ogni altra mentre ogni giorno sfioravo la morte, sfinito, in quel luogo di deportazione". Attorno a Piotr, lungo gli itinerari indecifrabili dell'arcipelago Gulag, molte persone morivano e tutti sognavano il pane. Tra i suoi compagni di prigionia c'era anche lo scienziato Nikolai Vavilov. Sognava esattamente come gli altri, ma forse per lui era una illusione più amara. Durante le sue ricerche aveva scoperto le prime tracce di grano in Africa orientale, contestando così le teorie del Partito comunista che invece attribuiva quel primato alla terra russa, e per tale disobbedienza scientifica era stato trasferito in campo di concentramento. Dopo la visita a Odessa, prima di lasciare l'Unione Sovietica, Matvejevic scrisse una poesia per Piotr, affidandola a una lettera. "Non ho percorso tanto mondo da saperne abbastanza sul pane, diceva il pellegrino. Il pane è il mondo". Iniziava così un lungo lavoro di documentazione, di scrittura. Iniziava contemporaneamente per l'autore una specie di terapia. Scrivere questo libro per Matvejevic è stato come guarire da una condizione di continua schizofrenia, perché la sua vita e i suoi libri si dividono tra un filone letterario, poetico, fuori dal tempo, e un filone sociale, politico, legato all'attualità. Da una parte c'è "Breviario mediterraneo", il libro su Venezia, dall'altra "Mondo ex", l'Epistolario, e tutta una serie di scritti politici sparsi tra giornali, riviste, università, della ex Jugoslavia e dell'Occidente. L'autore dice che in mezzo tra questi suoi lavori ha penato, ha sentito un vuoto, quasi una frattura fisica. Il pane, come la terra gettata dentro un fossato, ha colmato lentamente la separazione, perché questo cibo contiene una componente poetica, religiosa, eucaristica, e una componente sociale, che richiama le necessità elementari dell'uomo, un'idea primitiva di giustizia, di eguaglianza. "Le religioni lo hanno benedetto ed esaltato, il popolo lo ha invocato, rispettato, e ha giurato sul pane". Così si legge nel manoscritto. Nella struttura e nel disegno elegante della spiga i chicchi indicano ordine, eguaglianza, simmetria, gerarchia, compongono una geometria primaria. Matvejevic per anni ha conosciuto il linguaggio prolisso e ripetitivo della propaganda ideologica, della contesa politica elettorale, e oggi conclude: "Il pane è l'unica parola, l'unico slogan che non ha mai tradito nessuno, trasmette un messaggio autentico, immediato. Pensiamo alla rivoluzione francese, alle parole di Manzoni". Ci sono stati uomini di potere che hanno distribuito il pane per poter conservare la corona, per proteggere il loro palazzo, mentre uomini affamati di pane hanno abbattuto i tiranni. Ancora nel 1997 in Albania, mentre crollava il regime di Berisha, la popolazione infuriata saccheggiava il grande mulino alla periferia di Tirana, caricando sacchi di farina su carri trascinati da cavalli, con gli abiti, il viso e le mani imbiancate da quella polvere sottile, come in una rivolta medioevale. E durante gli anni della guerra afgana infinita, che ancora oggi continua, il fumo che usciva dal grande mulino giallo a Kabul era il primo segnale di normalità, annunciava la tregua delle armi, tra una battaglia e l'altra. In certi momenti Matvejevic ha creduto di camminare all'indietro, di leggere un calendario alla rovescia. Scoprì che anche Karlo Stajner, un ebreo comunista di Vienna al quale lo ha poi legato una profonda amicizia, era passato molti anni prima a fianco di Piotr durante la prigionia. Il Partito lo aveva inviato dall'Austria a Zagabria per organizzare il movimento operaio, per scegliere tra gli iscritti locali i futuri dirigenti. Sarà lui a notare il carattere deciso del giovane Tito, il futuro presidente jugoslavo. Karlo sale nella gerarchia dell'apparato, diventa responsabile della rivista e di tutte le edizioni del Komintern, ma vede le deviazioni del sistema e nel 1936 finisce inghiottito per venti anni dal gulag. Al suo ritorno in Jugoslavia scriverà "Settemila giorni in Siberia", anticipando l'arcipelago di Solzenycin, ma senza cercare un editore per vari anni. Matvejevic a quel tempo non ha ancora compiuto il viaggio a Odessa, ma la sua anima di dissidente si appassiona alla sorte e al lavoro di quell'uomo, combatte perché il libro venga stampato e premiato. Scopre che parallelamente anche un'altra vittima della repressione, Heinrich Eduard Jacob, imprigionato dai nazisti a Dachau, quando ritorna libero scrive "Seimila anni di pane". Protagonista ignaro come altri di un unico, tragico progetto cosmopolita. Il desiderio di Piotr è una aspirazione trasversale, accomuna le vittime del gulag e dei lager. La schizofrenia tra poesia e politica riemerge ancora una volta. Con il passare delle stagioni lo scrittore di Mostar familiarizza con i tipi di farina, con i metodi di cottura, con le forme diverse che i panettieri impongono all'impasto, con l'efficacia dei vari legni usati per la cottura. Un legno stagionato brucia in modo diverso da un legno appena tagliato, il pino sprigiona troppa resina, l'olivo brucia benissimo e diffonde un profumo gradevole. Anche l'acqua condiziona la qualità dell'impasto, se proviene da un ruscello, da una cisterna, da un fiume di montagna o da un lago in una pianura. L'occhio dello scrittore confronta i quadri di soggetto religioso, confronta il pane della tradizione ortodossa, fermentato, lievitato, gonfio, e quello della tradizione cattolica, trasparente come un'ostia, sottile, azzimo, al quale è stato impedito di fermentare. Il pane dipinto da Giotto è sottile, ma poi avviene un'evoluzione. Prima con Leonardo e alla fine con Tintoretto questo stesso pane cambia aspetto, progressivamente cresce di spessore, si gonfia, diventa simile a quello degli ortodossi. Non solo i vescovi e i cardinali, ma anche tanti storici dell'arte, non si rendono conto di questa licenza artistica. Il libro promesso a Piotr prende forma, cresce, e contemporaneamente l'autore alimenta il suo rispetto per quel cibo essenziale alla vita, come l'acqua e l'aria. Scopre che c'è una specie di rituale: in qualsiasi Paese non viene mai adagiato sulla tavola alla rovescia, ma sulla parte inferiore, piatta, la stessa sulla quale è stato appoggiato per essere cotto dentro il forno, mentre la pancia, la parte rigonfia guarda verso l'alto. Il pane insomma è simile in un certo senso al corpo umano, ha una faccia, il suo rovescio, una schiena, un cuore, una scorza che è come una pelle, e mantiene una sua postura corretta. Quando cade a terra in molti Paesi, dopo averlo raccolto, lo baciano. Sembrano osservazioni romantiche, consuetudini obsolete, gesti fuori moda, nell'epoca degli alimenti precotti, delle confezioni surgelate, dei cibi senza grassi e senza sapore, delle cotture fulminanti dentro i forni a micro onde, delle diete forzate. Ma quell'impasto antichissimo di acqua e grano ha un potere di contagio, una vitalità sorprendente. Nell'Italia del Nord, oggi attraversata da sentimenti leghisti, a volte autenticamente razzisti, molti fornai insensibili ai proclami di Pontida hanno cominciato a mettere nei loro scaffali pani bianchi, sottili, piatti, che chiamano semplicemente "arabi", destinati indifferentemente ai nuovi clienti islamici e a quelli locali. Mentre nell'Algeria indipendente ancora adesso i fornai dei quartieri popolari, dove i mullah e gli emiri tengono le loro predicazioni più infuocate, continuano impassibili a impastare e cuocere baguettes lunghe e croccanti, lasciate in eredità dai colonizzatori francesi, ignorando la tradizione locale. Matvejevic scrive che il pane è più antico di qualsiasi alfabeto. Ma nello stesso tempo è come un linguaggio universale. Un editore cattolico, forse attratto da questa sintesi ecumenica proveniente da un autore laico, cresciuto nel mondo slavo, ha cercato di conquistare commercialmente il manoscritto, di interrompere la lunga collaborazione dello scrittore bosniaco con il suo editore italiano Garzanti. Ma non ha avuto successo. Durante gli anni dell'infanzia a Mostar il piccolo Predrag giocava spesso con i suoi coetanei rom, zingari, tuffatori scapestrati dall'alto del celebre ponte nello stretto fiume sottostante, nonostante i rimproveri dei genitori che temevano per lui guai e pericoli di vario tipo. "Ignoro se nella loro vita vagabonda i rom riescano a conoscere la felicità, ma certamente sanno meglio di altri come si può essere meno infelici". Quei compagni di giochi gli hanno lasciato in eredità molti proverbi dedicati al pane, carichi di saggezza. Dicono gli zingari: "Il pane può fare quello che Dio non vuole e l'imperatore non riesce. Se vi fosse pane sufficiente per tutti in questo mondo, le chiese e i tribunali sarebbero deserti. L'affamato sogna il pane, il ricco sogna i propri sogni". Sono frasi attuali, sentenze inesorabili, mentre il mondo contemporaneo si confronta con una crisi economica globale isterica, oscillante come una febbre malarica, mentre il petrolio supera i cento dollari al barile, mentre il grano alla borsa dei cereali di Chicago è triplicato di prezzo in un anno, più veloce dell'oro nero nella corsa alla speculazione. Dopo la caduta di Saddam in Iraq i fornai impastavano farina e sabbia, per compensare gli scarsi rifornimenti e non ridurre i rispettivi guadagni, in quel periodo di anarchia totale. Era l'inizio del terzo millennio. Riprendevano una vecchia ricetta sperimentata già molte volte in passato. Come nel 1788, alla vigilia della Rivoluzione francese, quando arrivò una grande siccità, e di conseguenza una grave carestia. Allora i mugnai furono accusati di mescolare sabbia e segatura con il grano, di speculare assieme ai fornai. La gente in rivolta pretendeva il pane dell'uguaglianza. Con queste e altre aspirazioni i francesi conquistarono la Bastiglia. A distanza di trentacinque anni la promessa a Piotr si conclude, è stata mantenuta. Il sopravvissuto del gulag che aveva conosciuto lo zio di Predrag, lo scienziato Vavilov che sapeva dove era comparsa la prima spiga di grano sulla terra, l'idealista Stajner che aveva immaginato una rivoluzione onesta e giusta, tutti hanno avuto la loro razione tardiva, simbolica, di acqua e farina. Nella casa romana di Matvejevic c'è un quadro dello scrittore Safet Zec dipinto dieci anni fa che raffigura un pezzo di pane. Sarà la copertina del libro. Ma prima di arrivare in tipografia quella immagine verrà staccata definitivamente dal muro, la casa tra qualche mese verrà chiusa. Lo scrittore nato in Bosnia, da padre russo e madre croata, torna a Zagabria. Ha conosciuto il gusto de "lo pane altrui" in America, in Francia, in Italia. Torna nella sua terra, nella Jugoslavia frantumata, che sembra avvicinarsi più alla turbolenza del Caucaso che alla tranquillità dell'Europa. Porta con il suo breviario conclusivo, scritto in serbocroato, nella sua lingua madre, abbandonando il francese. Il titolo recita "Pane nostro: profano e sacro".

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Di ANTONELLA COPPARI - ROMA - SERVONO scelte forti per rom (sezione: Laici e chierici)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Di ANTONELLA COPPARI ? ROMA ? "SERVONO scelte forti per rompere il duopolio Pd-Pdl in campagna elettorale". Un voto val bene una Messa? Enrico Boselli, leader nonché candidato premier del partito socialista sbuffa: "Piano, piano: si tratta di un messaggio forte, è vero, ma giusto nel quale noi crediamo". Un non credente, un laico che sceglie Gesù come testimonial? Puzza di furbata elettorale. "Prima di tutto, il messaggio cristiano non è esclusiva di nessuno, della Chiesa cattolica di un partito: è un messaggio universale. In secondo luogo, in moltissime occasioni si è detto che il primo socialista è stato Gesù: noi nasciamo per difendere i più deboli e per garantire a tutti pari dignità. Mi sembra che questi siano valori comuni all'insegnamento cristiano". Ma ci sono molti altri valori che non condividete. O nella scorsa legislatura avete litigato con la teodem Paola Binetti solo per sfizio? "Forse la scelta che abbiamo fatto colpisce perché il Partito socialista è considerato da qualche anno una forza antireligiosa. E' vero che vogliamo riaffermare la laicità dello Stato ma noi non siamo antireligiosi: la stragrande maggioranza dei nostri iscritti e dei nostri dirigenti è cattolica. Non mi sembra ci sia contraddizione: Gesù, per essere chiari, con i Dico non c'entra niente". Davvero? Non è la linea del Vaticano. "Ma le gerarchie ecclesiastiche sono una cosa, il messaggio cristiano un'altra. Credo che i cittadini sappiano distinguere. Comunque, per giudicare consiglio a tutti di aspettare il 29, quando presenteremo lo spot a Bologna prima di mandarlo in onda sulle tivù private, in maniera massiccia". A chi è diretto il messaggio? "Agli italiani. A tutti quelli che andranno a votare il 13 e il 14 aprile. E' molto difficile parlare agli italiani in questa campagna elettorale truccata, con Berlusconi e Veltroni che, di fatto, hanno ammazzato e sepolto la par condicio". Pensa che la clip piacerà agli elettori cattolici? "Penso di sì. Non c'è niente di vergognoso nella decisione di utilizzare immagini di Cristo. E' vergognoso, invece, che da giorni Berlusconi e via via tutti gli altri sfruttino il caso Alitalia, la pelle di migliaia di lavoratori, per farci campagna elettorale". Una campagna che lei ha condito di uscite clamorose: dall'offerta di una candidatura a Mastella alla fuga da Porta a porta... "E' clamorosa questa campagna elettorale, perché c'è il dominio televisivo di due partiti, stigmatizzato pure dal garante delle comunicazioni. Io sono candidato premier insieme ad altri e non riuscirò mai ad avere un confronto o un contraddittorio con altri candidati. E' una campagna elettorale che neanche nella Russia di Putin si è mai vista. Di fronte all'oscuramento deciso dai direttori e dai conduttori televisivi abbiamo il dovere di dare messaggi forti". E' l'unico modo per abbattere il duopolio? "E' un ragionamento lungo". Lo riassuma. "Io penso che non possa venire nulla di buono all'Italia dallo scontro fra Pdl e Pd. Prendiamo quest'ultimo partito, che ci dovrebbe essere più vicino: semmai riuscirà ad avere la maggioranza, non riuscirà mai a governare perché è come la vecchia Dc. Un partito con dentro correnti che in realtà sono altri partiti. C'è la Binetti con il cilicio e c'è la Bonino. C'è Nerozzi che era contro la legge Biagi e c'è Ichino che la difende. C'è Visco che ha lottato contro l'evasione fiscale e Calearo che ha inneggiato lo sciopero fiscale. E' facile profetizzare che l'immagine di unità si sgretolerà il 14 aprile. Il duopolio Veltroni-Berlusconi può regalare solo guai". - -->.

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LA CONVERSIONE IL GIORNALISTA DI ORIGINI EGIZIANE È DIVENTATO CATTOLICO. L'UCOII: UNA SCELTA PERSONALE 0 Magdi Allam battezzato dal Papa nella veglia di Pasqua (sezione: Laici e chierici)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

LA CONVERSIONE IL GIORNALISTA DI ORIGINI EGIZIANE È DIVENTATO CATTOLICO. L'UCOII: "UNA SCELTA PERSONALE" Magdi Allam battezzato dal Papa nella veglia di Pasqua di MATTEO SPICUGLIA ? ROMA ? "SONO un musulmano laico", era solito ripetere il giornalista Magdi Allam, parlando di religione. Adesso, tutto è cambiato perché l'editorialista di origine egiziane è diventato cattolico. E nel modo più solenne. Ieri sera, nella veglia pasquale nella basilica di San Pietro, Allam ha ricevuto dal Papa i sacramenti del battesimo, della cresima e dell'eucaristia. Si tratta dell'iniziazione cristiana dei catecumeni, quegli adulti che, dopo un percorso di preparazione, entrano a far parte della Chiesa. Assieme al giornalista, altre sei persone: provenienti da Italia, Camerun, Cina, Stati Uniti e Perù. Magdi Allam ha assunto il nome di Cristiano. La notizia è rimasta segreta fino all'ultimo: bocche cucite in Vaticano, solo alcune indiscrezioni tra gli addetti ai lavori. Poco dopo le 20, la conferma ufficiale del direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, che ha risposto in anticipo alle possibili strumentalizzazioni in campo musulmano. "Per la Chiesa cattolica ? ha detto ? ogni persona che chiede di ricevere il Battesimo dopo una profonda ricerca personale, una scelta pienamente libera e un'adeguata preparazione, ha il diritto di riceverlo". E ancora: il Papa amministra il Battesimo "senza fare differenza di persone", considerando tutti "ugualmente importanti davanti all'amore di Dio e benvenuti nella comunità della Chiesa". Immediate le reazioni da parte islamica, con il portavoce dell'Ucoii, Izzedin El Zir, che parla di "scelta personale". Le critiche di Allam all'Ucoii? "Accettiamo le critiche, non le bugie", dice Zir. E sul fatto che il battesimo del giornalista si configuri come apostasia, aggiunge: "Non ho gli elementi per dirlo". Mentre l'imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica), spiega che per amare Gesù "non c'è bisogno di rinnegare la fede per il profeta Maometto". Sta di fatto che, per Magdi Allam, la conversione è stata anche il punto di arrivo di un confronto con la cultura occidentale e con il cristianesimo. Nato al Cairo nel 1952, per scelta della madre, studiò in un collegio cattolico italiano. Seguirono gli studi a Roma, la laurea in Sociologia all'università La Sapienza, per iniziare poi una brillante carriera giornalistica, prima al Manifesto e Repubblica, poi al Corriere della Sera, dove Allam è vicedirettore ad personam. ESPERTO del mondo arabo e musulmano, si è occupato del rapporto tra Islam e Occidente, nello scenario apertosi dopo l'11 settembre. Terrorismo, rappresentanza istituzionale dei musulmani: il suo giornalismo scava nelle contraddizioni del mondo arabo e della presenza islamica in Europa. Allam ha condannato numerose associazioni islamiche considerate estremiste e ha proposto il divieto di costruire nuove moschee, puntando il dito contro i rapporti occulti con i gruppi terroristici. Idee che hanno infiammato il dibattito e attirato l'attenzione anche dei fondamentalisti: è costretto a vivere ormai da anni sotto scorta. - -->.

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Quando Pasolini incontrò per caso la via Crucis (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Stai consultando l'edizione del Quando Pasolini incontrò per caso la via Crucis Roberto Carnero Venerdì santo 1974: Pier Paolo Pasolini si trova per caso a passare di sera nei pressi del Colosseo e nota un gruppetto di persone, circondato - come scrive in un capitolo degli Scritti corsari - "da un enorme apparato di polizia e vigili urbani che controllavano i passanti e facevano girare al largo le macchine". Lo scrittore inizialmente non capisce cosa stia succedendo: "Ho creduto in un primo momento che si trattasse del gesto di qualche disoccupato arrampicato in cima al Colosseo". Solo dopo un po' comprende di cosa si tratta: la funzione religiosa della via crucis a cui doveva partecipare il papa, Paolo VI. La descrizione di Pasolini è desolante: "C'erano quattro gatti; il traffico avrebbe potuto benissimo continuare regolarmente. Di questi quattro gatti la metà erano turisti e soldati in libera uscita (una dozzina); poi un po' di vecchie, e un gruppo di quelle suore semi-laiche, seguaci di De Faucault, che osservano la regola del silenzio. Credo che non ci fosse nessun romano. Un insuccesso più completo era impossibile immaginarlo". Colpisce, leggendo questa cronaca d'autore, l'abissale distanza da quanto accade oggi. L'abbiamo visto venerdì sera, con la via crucis di papa Benedetto XVI: tantissima gente, nonostante la pioggia, ad assistere al rito trasmesso dalla tv in mondovisione. Insomma, a giudicare da queste immagini e da molte altre analoghe (vedi le adunate oceaniche in piazza San Pietro o i vari raduni mondiali della gioventù) sembra che la Chiesa cattolica abbia decisamente riguadagnato terreno. All'inizio degli anni '70, invece, la sua presenza nella società italiana appariva minoritaria. Non a caso scriveva Pasolini: "La gente non sente non solo più il prestigio ma neanche il valore della Chiesa". E oggi? L'attenzione mediatica e politica a quanto fa il Papa, a quanto dicono i vescovi, ai pronunciamenti delle gerarchie significa che i valori evangelici sono davvero penetrati nella società? Significa che gli ideali cristiani sono parte viva della cultura del nostro popolo? C'è da dubitarne. Sembra piuttosto che la religione sia assurta a componente identitaria, un'identità da contrapporre alle altre (e magari, per alcuni, specialmente in prossimità delle elezioni), un fortino in cui arroccarsi di fronte all'assedio della modernità: proprio quella modernità con cui il Concilio chiedeva di dialogare, e che oggi invece sembra essere il nemico da combattere (basta confrontare il linguaggio, aperto e fiducioso, dei documenti conciliari con quello, severo e preoccupato, di alcune encicliche degli ultimi due Papi per capire di cosa stiamo parlando). Insomma, al successo "di immagine" della Chiesa cattolica non corrisponde una fede viva e coraggiosa. Non a caso un importante intellettuale cattolico che di quella stagione è stato un protagonista, Raniero La Valle, scrive in un suo libro recente (Se questo è un Dio, edizioni Ponte alle Grazie): "Oggi i laici discutono molto sulla Chiesa, la Chiesa discute molto sull'embrione, ma in questo dibattito c'è un assente, ed è Dio".

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<Per curare l'amico a quattro zampec'è anche chi ricorre allo strozzino> (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

"Per curare l'amico a quattro zampec'è anche chi ricorre allo strozzino" allarme della fondazione antiusura Molti anziani soli e con basso reddito sono in difficoltà quando il cane o il gatto hanno bisogno di medicine e terapie 23/03/2008 UN ANIMALE come unica compagnia, per tanti anziani soli. Ma quando la situazione economica precipita, quella ulteriore bocca da sfamare può trasformarsi nella difficoltà in più che fa traboccare il vaso della disperazione, magari nel momento in cui una malattia dell'amico a quattrozampe mette di fronte a una scelta che può essere disperata. Perché un cane può essere amato come un figlio, però la mutua per gli animali non esiste e i veterinari e le medicine hanno un costo. A volte anche molto elevato. E c'è chi - rivelano i responsabili della Fondazione Antiusura della Curia - nel tentativo di aiutare la sua più fedele compagna, una cagnolina di razza meticcia, è caduto nel laccio degli usurai. La denuncia clamorosa di un problema difficile da quantificare che coinvolge molte famiglie a basso redddito e soprattutto tantissime persone sole, è contenuta in una delle relazioni presentate al recente convegno dei Centri di ascolto vicariali e degli enti di solidarietà, ovvero le avanguardie cattoliche nel terreno difficile del disagio. "Mantenere un cane ha un costo - dice il responsabile laico della Fondazione Antiusura della Curia, Alberto Montani, al palco dei relatori accanto al vescovo vicario Luigi Palletti - e ci sono famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese e ritirano regolarmente i pacchi-aiuto in parrocchia, poi mantengono anche più di una bestiola". Non bisogna nemmeno demonizzare gli animali, aggiunge. "La vicinanza di un amico a quattrozampe può essere impagabile. Ma il problema dei costi esiste, per tante persone che vanno avanti solo con la pensione". Quindi, lanciato pubblicamente il sasso, l'uomo dell'Antiusura accetta di raccontare. "All'inizio, nel corso dei colloqui con le persone che bussavano alla nostra porta per avere un aiuto - dice - sono emersi pochi casi. Anziani che si vergognavano ad ammettere la verità: spendevano una percentuale del loro reddito per un cane o un gatto. Poi ci siamo resi conto che anche i volontari dei centri di ascolto si imbattevano, molto spesso, in storie simili". C'è chi è stato sfrattato da un appartamento delle case popolari e - si scopre al momento dello sgombero- tiene con sé ben due cani e tre animali esotici che intercettano una buona fetta del suo modesto reddito. C'è la gattara ottantenne alla quale un direttore di banca coscienzioso consegna la pensione poco alla volta, perché altrimenti lei spende tutto per le sue bestiole. E accade anche (è successo nel corso di una distribuzione nel centro storico) che una nonnina, vedendo le scatolette di carne offerte dalla Caritas, si lamenti: "No, questa marca il mio gatto non la mangia". Altre volte il problema è soprattutto culturale. "All'animale di casa non si danno più gli avanzi - riprende Montani - si comprano invece i bocconcini al supermercato o nel negozio specializzato. E l'anziano sceglie, per il gatto, il latte ad alta qualità che non prenderebbe mai per sé". Eppure, cambiare le cose non è facile: "Ci sono persone non più giovani e sole per le quali il gatto o il cane sono davvero il sostituto dell'affetto dei figli o dei nipoti. Questi nonni hanno certamente diritto ad essere aiutati, come se l'animale fosse un familiare a carico". Pier Luigi Castelli, 57 anni, veterinario e presidente della Lega del cane, conferma: il problema è concreto e tocca da vicino moltissime persone. E non riguarda solo il cibo, ma coinvolge il legame fortissimo tra due esseri viventi, un uomo e un animale, che si ritrovano a invecchiare insieme. "Penso soprattutto alla questione delle medicine, non esiste una mutua degli animali - dice il veterinario - e alcune spese sono inevitabili, si aggiungono a quelle del normale mantenimento". Si inizia con le due vaccinazioni obbligatorie (tra i 20 e i 45 euro ciascuna) da effettuarsi sui cuccioli a una ventina di giorni di distanza l'una dall'altra. "Ma i problemi arrivano con gli animali anziani, quando sopraggiungono patologie come l'artrite e le cardiopatie. Gli esami del sangue costano dai 50 euro in su, le ecografie la stessa cifra. E di fronte a un evento traumatico, ad esempio quando l'animale viene investito da un'auto riportando qualche frattura, bisogna mettere in conto almeno quattro o cinquecento euro per le lastre e le cure". Allora possono nascere davvero tormenti interiori laceranti, per tanti nonni: l'amico a quattrozampe che è invecchiato con loro ha bisogno di aiuto. Anche se questo comporta sacrifici e rinunce. Anche se significa mettersi in coda in parrocchia, per avere un pacco di pasta e scatolette. E ancora una volta, uno spiraglio su un mondo avvolto dal buio del pudore e della vergogna viene dalla Fondazione antiusura: "Abbiamo seguito il caso di un anziano del centro storico, la sua cagnetta stava male e il veterinario aveva diagnosticato una cisti ovarica. Era necessario intervenire in fretta. Quell'uomo, allora, senza esitazioni si era rivolto a un usuraio per i mille euro dell'intervento, senza pensare alle conseguenze...". Bruno Viani 23/03/2008 Anziani e animali, un incontro di solitudini A Genova 190 mila persone hanno oltre 65 anni e 75 mila più di 75. Di queste, il 30% vive solo. Nei prossimi decenni è previsto un ulteriore aumento del numero degli ultrasessantacinquenni". La popolazione dei quattrozampe a Genova conta almeno 30 mila felini e 13 mila cani (stime basate sui dati dell'Unità operativa della sanità animale della Asl 3). L'importo medio di una pensione di vecchiaia è di 650 euro, esattamente la metà dell'importo medio mensile delle pensioni di anzianità (1.300 euro). Nel corso degli ultimi cinque anni gli aumenti retributivi sono stati del 13% per i lavoratori dipendenti, al massimo del 9,8% per i pensionati. Nello stesso periodo l'aumento degli affitti è stato del 50,9% Il costo medio per il mantenimento di un cane è di 85 euro al mese. Per un gatto la spesa è di 75 euro (fonte: Fondazione Antiusura e Comune di Genova) 23/03/2008.

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È festa per tutti nella città multireligiosa (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

FedE e tradizione Cattolici, islamici, ebrei, buddisti: "A Pasqua nessuno vuol rinunciare allo scambio delle uova e degli auguri" È IL GIORNO di Pasqua, la festa più importante della religione cattolica, in una città sempre più aperta alla multiculturalità e alle tradizioni di Paesi lontani. Fedi diverse in un altra divinità, oppure percorsi separati verso una stessa figura di Dio. Oppure ancora, sempre più spesso, una visione laica del mondo. Ma è comunque Pasqua per tutti: giorno di riposo e di incontri, occasione per rinsaldare vecchi e nuovi legami. "Abbiamo il massimo rispetto per questa ricorrenza che per noi non è la vostra festa, ma ha comunque un importante significato - racconta Husein Salah, imam islamico e mediatore culturale per la cooperativa Saba - e per i nostri bambini è una occasione di festa nella quale ricevono in dono le uova di cioccolato: vedono i loro amici, cercano la sorpresa. E anche loro chiedono e ricevono l'uovo". I simboli laici diventano un ponte tra le religioni. Ma per gli islamici la Pasqua cattolica non è solo questo. "Il vostro Cristo per noi è un profeta - riprende - e il Corano tramanda che Hallah lo abbia salvato miracolosamente dalla morte, al suo posto è stato crocifisso un uomo che gli assomigliava". Giuda o Simone di Cirene, secondo diverse versioni dei fatti evangelici nella lettura islamica. "Gesù per l'Islam non è mai morto, quindi non si può parlare di Resurrezione, però dopo la crocifissione del suo sosia è asceso al Cielo". Sono segnali di pace lanciati tra religioni in apparenza molto distanti. "Anche la nascita di Gesùè raccontata nel Corano - riprende Salah - in modo diverso: per noi lanatività nonavviene in una capanna ma sotto una palma, poi l'arcangelo invita Maria a scuotere l'albero per nutrire il bambino con i suoi datteri". Elisabetta Lodoli, 40 anni, esponente dell'Istituto Buddista italiano Soka Gakkai a Genova, passerà la festa in famiglia. "Noi, in quanto buddisti, non abbiamo ricorrenze particolari da celebrare e rispettiamo le tradizioni locali, nel posto dove viviamo. Io sono italiana, i miei genitori e i miei parenti sono cattolici: pranzeremo insieme e ci scambieremo uova e auguri come tutti. La Pasqua, per noi, è comunque una festa familiare". Italo Pons, pastore valdese, premette: "La Resurrezione è un evento che accomuna cattolici, protestanti e ogni culto cristiano. Poi ci sono differenze nella celebrazione del culto. Nelle valli Valdesi, ad esempio, la sera precedente la Pasqua è quella dell'ingresso dei nuovi membri, del battesimo e della cresima. Il giorno di pasqua è quello della Comunione. Ma se non credessimo tutti nella Resurrezione non potremmo dirci cristiani". La Pasqua dei cristiani è uguale per tutte le confessioni, ma la data in cui viene celebrata è diversa. Così Mario Selvini, rappresentante della chiesa greca ortodossa a Genova, parla di un giorno nel quale sono necessari rispetto e attenzione verso chi è in festa. "Però la nostra Pasqua cadrà il 27 aprile, perché seguiamo il calendario più antico. Noi ortodossi siamo una minoranza, divisa in tre parrocchie inbase all'origine: romena, slava e greca. E, a differenza del mondo cattolico organizzato in modo verticistico, con il Papa in testa a tutti, non abbiamo una vera gerarchia alla quale essere chiamati a rispondere". Non una festa, ma tante feste che coinvolgono uominie donne, famiglie di credenti e non credenti. E poi c'è la realtà del mondo ebraico, che avrà la sua vigilia il 19 aprile e celebrerà poi i riti per otto giorni, fino al 27, seguendo il suo rabbino Giuseppe Momigliano, protagonista nel recente passato di clamorosi gesti di riavvicinamento con la Chiesa cattolica e il mondo islamico. La solennità ebraica non è certamente quella della Resurrezione ricordata dai cristiani, ma è quella tradizionale che affonda le sue radici 3400 anni fa, nella Bibbia. Ed è la stessa celebrata da Gesù nell'Ultima cena: percorsi diversi che si incontrano. Bruno Viani 23/03/2008.

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<MA A ME QUESTO PAPAFA RIMPIANGERE LA DC> (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

"MA A ME QUESTO PAPAFA RIMPIANGERE LA DC" IL POETA EDOARDO SANGUINETI DICE LA SUA COME LAICO E NON CREDENTE LA PASQUA del mondo ebraico cadrà tra un mese, il 19 aprile. "Per noi è un afesta stremamente importante, diversa dalle altre - racconta il presidente della comunità ebraica genovese, Maurizio Ortona - e mentre abitualmente le nostre solennità sono pubbliche e corali, la Pasqua viene vissuta in famiglia, lasciando però la porta aperta: quel giorno, ogni persona che bussi all'ingresso ha diritto di entrare e sedersi a tavola con gli altri. La comunità ebraica in città, però, vivrà questa solennita con animo differente, aspettando la visita di Papa Ratzinger senza entusiasmo. Una freddezza condivisa anche da parti più o meno ampie del mondo laico e cattolico. Proprio da alcuni esponenti del mondo accademico genovese, infatti, arrivano le prime adesioni al documento che contesta la decisione di ripristinare la preghiera latina per la conversione degli ebrei nelle funzioni del Venerdì santo. Una versione aggiornata e molto addolcita della vecchia preghiera per la conversione dei "perfidi ebrei". Ma quattrocento intellettuali in massima parte di area cattolica (tra i quali il genovese Roberto Garaventa, docente di Filosofia contemporane all'Università di Chieti, e Gerardo Cunico, docente di Filosofia Teoretica e Filosofia del dialogo interreligioso presso l'ateneo di Genova) hanno firmato un documento critico: pregare perché Dio "illumini i cuori" degli ebrei, scrivono, è un passo indietro sulla strada del dialogo interreligioso. Significa dichiarare che gli ebrei vivono nell'oscurità e hanno bisogno di essere convertiti. Non solo: ilcontestodelVenerdì Santo, giornata che sancisce l'inizio della Passione di Gesù, rischia di rinfocolare l'estremismo legato a scenari da dimenticare. Edoardo Sanguineti, intellettuale e poeta genovese di prestigio internazionale, laico e non credente, interviene ("da esterno") nel dibattito. "Mi sembra che tutta l'azione di questo pontefice, guardata dagli occhi di chi non crede, sia un tentativo organico e non privo di difficoltà di richiudere le aperture del Concilio Vaticano II e tornare a posizioni quanto più possibile vicine alla tradizione preconciliare, segnate semmai dalla nostalgia del Concilio tridentino. La mia critica viene dall'esterno e quindi non sarò certo io a firmare un documento che è proposto da una parte del mondo cattolico, ma comprendo queste posizioni che possono avere una influenza anche nella vita politica. Oggi vedo un intervento diretto delle gerarchie sulla coscienza delle persone che mi preoccupa, senza alcuna mediazione. Un tempo la proposta della dottrina sociale della Chiesa passava attraverso un partito con le sue varie correnti... ". Sanguineti, vuol dire che sente nostalgia della vecchia Dc? "In questo senso - risponde - certamente sì". B. V. 23/03/2008.

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Il primo socialista della storia? Gesù Cristo. No, non è (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Stampa Il primo socialista della storia? Gesù Cristo. No, non è ... Il primo socialista della storia? Gesù Cristo. No, non è uno scherzo, ma lo spot elettorale lanciato dal Partito Socialista di Enrico Boselli. Uno spot che, come era prevedibile, ha subito scatenato le polemiche. I socialisti difendono compatti la scelta. "I valori del cristianesimo - spiega Boselli - non sono esclusiva di nessuno, né della Chiesa cattolica, né di qualche partito o esponente politico. Con il nostro spot - prosegue - noi vogliamo rivendicare quella che è sempre stata la missione dei socialisti da quando sono nati, difendere e aiutare i più deboli, chiedere giustizia per loro. Se essere credenti significa questo, allora tutti i socialisti lo sono. Io chiedo solo a tutti, in nome della tolleranza, di vederlo prima di giudicarlo". Un invito, quello del leader socialista, rimasto inascoltato. "Improprio, sacrilego e di dubbio gusto l'uso dell'immagine di Cristo per pubblicità elettorale. Il partito di Boselli, così come certa sinistra in Italia, è da sempre il portatore di un laicismo esasperato", afferma Mario Baccini, segretario della Rosa Bianca, che parla di "un'ondata di neopaganesimo". Gli fa eco Mauro Cutrufo, capogruppo Dca a Palazzo Madama: "Per guadagnare quattro soldi, qualche promoter sondaggista, suggerisce a politici superficiali e opportunisti, di utilizzare figure sacre, proprio durante i precetti. Umilmente suggerisco di tentare fortuna diversamente, oppure arrendersi con più dignità", sostiene il senatore. "Non so quanta gente possa abboccare con questa polemicuccia, ma sono convinto che gli italiani sapranno prenderne le distanze - dice il regista Franco Zeffirelli, autore, tra le varie opere, del kolossal Gesù di Nazareth - Che c'èntra Gesù con uno spot elettorale? Il socialismo è stato la peste del secolo scorso, inutile camuffarlo. è solo una truffa, ma la devono smettere". A difesa dello spot, invece, si sono schierati socialisti e comunisti. "Vorrei ricordare a Baccini, e a chi si adonta per lo spot, che fu proprio Cristo a cacciare i mercanti dal tempio, e quindi dovrebbe convenire con noi che fu il primo socialista della storia", spiega Franco Grillini, candidato sindaco di Roma per il Partito socialista. "Se Baccini si definisce credente dovrebbe essere molto contento che ci siano partiti definiti "laicisti" che si rifanno ad un personaggio dei vangeli per esprimere i valori dell'uguaglianza e della solidarietà tra gli uomini - aggiunge Grillini - Ma ha ragione nel dire che io rappresento l'alternativa laica in una città dove quasi tutti i candidati sindaco fanno riferimento alle posizioni dell'integralismo radicale a partire da Rutelli che ha atteso il via libera di Ruini per accettare la candidatura". Per Bobo Craxi, infine, "si tratta di un meraviglioso omaggio al senso cristiano della nostra battaglia socialista, che si rivolge a quelle radici laiche che diverse volte nella storia hanno saputo incontrare ispirazioni e movimenti di matrice cristiana".

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Una piattaforma comune per i cattolici in politica (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Stampa Il punto di GIROLAMO GRILLO * Una piattaforma comune per i cattolici in politica La dispersione di voti cattolici tra diversi partiti dei vari schieramenti è fenomeno che può essere considerato come un limite o un'opportunità rispetto alla precedente situazione italiana in cui esisteva un unico partito di ispirazione cattolica, pur se laico nei presupposti e nella prassi, che potrebbe essere ritenuta discutibile (che non esito a definire a volte discutibile). La Dc era infatti un partito laico dei cattolici e non il partito della Chiesa, con la quale si confrontava di volta in volta pur con spirito collaborativo. Tale dispersione è stata paragonata a volte a quella che scelsero i membri del Partito d'Azione, dopo una storica sconfitta che ne sanciva l'incapacità di rapportarsi alle masse popolari; paragone che appare calzante solo in parte, perché gli elettori cattolici erano e sono ancora una quota molto ampia del Paese. La Chiesa non si occupa direttamente di politica, si occupa invece di anime, di valori e di etica, nonché di assistenza sociale. Un cattolico può fare politica con sensibilità differenti e scegliere partiti diversi. Ciò è possibile e infatti accade. Il problema è riuscire a farlo restando buoni cattolici. Perché se ogni partito pone l'accento soltanto su alcuni dei valori cristiani, gli altri valori non si devono dimenticare e meno che mai combattere, adeguandosi, ad esempio, a posizioni laiciste presenti nel partito di appartenenza. I cattolici, da sempre, devono guardare a quello che li unisce più che a quello che li divide. Serve dunque il richiamo ad una piattaforma comune di valori non negoziabili. Tale piattaforma andrebbe sottoscritta da chi vuole il voto degli elettori cattolici. Il suo contenuto è chiaro: si evince dalle posizioni del Santo Padre e dei suoi collaboratori particolarmente attenti alla realtà italiana. Un recente discorso del Presidente della Cei, Bagnasco (foto), merita attenzione. Evidente è la cura dimostrata verso i temi sociali; i veri problemi della gente alle prese con salari bassi, pensioni insufficienti, carovita, precarietà di lavoro e mutui pesanti. Da notare anche l'intuizione della necessità di modernizzare l'Italia e fornirla di infrastrutture, nota che va inserita entro il costante richiamo al "bene comune". Senza dimenticare quei valori assoluti, insindacabili, che restano al centro del messaggio cristiano, ma sono anche condivisibili dalla ragione, come la difesa della vita (contro ogni forma di omicidio, genocidio, l'aborto, l'eutanasia), della dignità della persona umana e della famiglia. è un messaggio che merita di essere letto da tutti senza pregiudizi. Non potrebbe proprio questo diventare punto di partenza per una piattaforma comune ai tanti cattolici che si impegnano in politica nella vita di ogni giorno e nelle prossime elezioni ai livelli nazionali e locali? * Vescovo emerito di Civitavecchia Tarquinia.

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