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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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TARTICOLI DEL 21-27 dicembre 2008       #TOP



Report "Laici e chierici"

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·                     Articoli

Indice delle sezioni

Laici e chierici (37)


Indice degli articoli

Sezione principale: Laici e chierici

Non ci sono più i vizi di una volta ( da "EUROPA ON-LINE" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Questo aspetto duplice si conserva anche nel passaggio dal regno religioso a quello laico, e infine in tutte le odierne manifestazioni dell?accidia. La malinconia di Amleto, lo spleen di Baudelaire o la depressione dell?intellettuale sono tutti percepiti come segni di profondità, di sensibilità o intelligenza. Tutta colpa di quello che Gianni Vattimo chiama ?

Chiesa e società un dialogo senza profeti di sventura ( da "Stampa, La" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: alla democrazia in uno Stato laico... In questo senso il magistero offerto da Giovanni Paolo II attraverso la liturgia di richiesta di perdono per le infedeltà al Vangelo rimane un monito ancora attualissimo oggi e dovrebbe impedire l'incapacità a riconoscere anche le colpe dei cristiani e la loro mancanza di profezia, di netta parresia in certe situazioni.

Roncalli, il pontefice... ( da "Giornale.it, Il" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Tutta la vicenda è stata ricostruita a suo tempo dal gesuita padre Giovanni Caprile su La Civiltà Cattolica (il 18 giugno 1983), sulla base delle carte conservate negli archivi della «Fondazione Giovanni XXIII» di Bergamo. Si scopre così che a divulgare per primo l'apocrifo, senza peraltro indicare fonti o testimonianze di autenticità,

Cappellania cattolica nipponica Natale tra Oriente e Occidente ( da "Giornale.it, Il" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: 21 pagina 8 Cappellania cattolica nipponica Natale tra Oriente e Occidente di Redazione Oggi (ore 16) alla chiesa di Santa Maria Annunciata in Camposanto di piazza Duomo 18(cancellata dietro il Duomo) si terrà il concerto organizzato dalla Cappellania cattolica giapponese di Milano: musiche di Verdi, Schubert e canti tradizionali nipponici per festeggiare il Natale e l'

Quando le suore cucinano da chef ( da "Giornale.it, Il" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: negozi e pubblici esercizi che è stata costituita da suor Sara Arpini, presidente, suor Mafalda Canevello, amministratore delegato, e da tre laiche: Anna Maria Ameri, responsabile amministrativo, Laura Barbasio e Stefania Spallanzani, giornaliste e formatrici in materia d'impresa, che hanno fornito la loro esperienza nella creazione della società di catering.

Scrivo col mio corpo per la libertà delle arabe ( da "Riformista, Il" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Cattolica, famiglia tradizionalista, sette lingue parlate fluentemente, tra cui un impeccabile italiano. Separata dal primo marito, due figli di 9 e 16 anni, da qualche tempo ha un nuovo compagno ma ha deciso di non viverci insieme non per timore di sfidare i pregiudizi musulmani, ma perché, dice, la convivenza è nemica di qualsiasi coppia.

Il Natale, il tempo la nascita e il dono ( da "Riformista, Il" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma è anche un'occasione utile, laica e non confessionale per riflettere sul valore temporale del nascere, oltre che sulla qualità storica e materiale dei grandi cambiamenti epocali. Ernst Bloch ha parlato in questo senso della nascita nei termini di un vero e proprio farsi largo del futuro nella storia.

tre preti irlandesi nel paradiso della hit parade - enrico franceschini ( da "Repubblica, La" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: riabilitare la chiesa cattolica irlandese, colpita da scandali di ogni tipo in anni recenti, e dare una spinta alle vocazioni, che si stanno esaurendo anche nel paese (un tempo) più cattolico d´Europa. La recessione internazionale potrebbe dare loro una mano: in tempi di crisi, la gente cerca conforto, e anche acquistare un cd di canti religiosi per Natale può servire allo scopo.

etlemme salvata dall'islam - alberto stabile ( da "Repubblica, La" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: proposti dai francescani per paura che in seguito la chiesa cattolica potesse rivendicare un diritto di proprietà. Così, visto che sono loro, gli ortodossi, a ritenersi proprietari della Basilica, mentre il chiostro e la chiesa adiacente di Santa Caterina sono di pertinenza dei cattolici, alcuni anni fa hanno deciso di far coprire con larghi teli di plastica i buchi formatisi nel tetto.

giammattei, la segretaria sconfitta: così fui fatta fuori dai boss del partito - antonello caporale napoli ( da "Repubblica, La" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Sono laica e il dubbio mi deve sempre tenere compagnia. Però si arrivava ad aspetti grotteschi di questo gioco di società. Massimo D´Alema venne a Napoli in campagna elettorale per dare una mano a Bassolino. Qualcuno ritenne però che la mia presenza a quelle manifestazioni fosse controproducente al punto da consegnarmi errati i luoghi e l´

Il suo grande accusatore: silurato dalla giunta Iervolino ( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: A buoi ampiamente scappati dalla stalla. Troppo comodo». Marco Imarisio Ex assessore Mario Di Costanzo, 62 anni, è stato assessore con delega al Patrimonio nella seconda giunta comunale di Antonio Bassolino. Già consigliere nazionale di Azione cattolica

E gli under 30 diventano il <partito del segretario> ( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: studente di Economia alla Cattolica. Poi, certo, c'è anche chi tiene, chi non molla per principio. Come Giordano Sgrignuoli, 22 anni, da Marino (Roma): «Sempre meglio noi, del Pdl, sul fronte della moralità...». Ma poi si volta e c'è lo sguardo tenero ma fermo di Rosa Ferrero, che ha 17 anni, viene da un liceo, viene da Cosenza,

Anche il laicismo erede del cristianesimo ( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: E va oltre Anche il laicismo erede del cristianesimo Rodney Stark: fede basata su ragione e diritti umani di MARIA ANTONIETTA CALABRò A mericano, Rodney Stark è considerato il più importante studioso mondiale di sociologia della religione. Ha insegnato all'Università di Washington, ora è docente alla Baylor University in Texas.

Castri e la visione di Pasolini ( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: una specie di santo laico, è in special modo mondato di tutte le colpe, vere o presunte (era lui a ritenere se stesso colpevole della propria diversità). Ma colpevole, o comunque in errore, è anche il recensore del 1999. A causa dell'allestimento di Nordey, aveva preso sul serio l'idea di una critica del miracolo economico tedesco,

RAFFAELE DE CESARE CRONISTA DELLA ROMA PAPALE ( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: attualità e di altre circostanze la sua lettera e la mia risposta non siano state pubblicate il 29 novembre, nel novantesimo anniversario della morte di Raffaele de Cesare. Ma lo ricordiamo insieme, comunque, prima della fine dell'anno. Il patrono laico della sua scuola non fu soltanto storico e giornalista. Fu anche deputato della Destra per due legislature, dal 1897 al 1904,

Caro D'Alema, solo tu puoi vitalizzare il Pd ( da "Tempo, Il" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: di repubblicano e di cattolico-liberale, ma mai - e me ne diede atto un grande leader del tuo partito (intendo riferirmi al P. C.I.) in un discorso tenuto un paio d'anni fa al Senato - anticomunista fazioso. Tu sai che io sono stato iscritto dall'età di sedici anni nel partito della Democrazia Cristiana di Alcide De Gaperi,

La rivoluzione della chiesa cattolica molisana ( da "Tempo, Il" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: della chiesa cattolica molisana Onorato Bucci Bucci@unimol.it La terza che attesta nel 325 il primo vescovo che partecipa al Concilio di Nicea (J. GAY, L'Italie meridionale et l'Empire bizantine) fino al Vescovo D'Ambrosio (1986-1999). E quindi le Diocesi tuttora operanti, di Isernia, dal Vescovo Poltino, precedente al vescovo Lorenzo del 410 (

La falsa preghiera del Papa buono ( da "Giornale.it, Il" del 21-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Tutta la vicenda è stata ricostruita a suo tempo dal gesuita padre Giovanni Caprile su La Civiltà Cattolica (il 18 giugno 1983), sulla base delle carte conservate negli archivi della «Fondazione Giovanni XXIII» di Bergamo. Si scopre così che a divulgare per primo l?

chiesa e "stato cristiano" - (segue dalla prima pagina) carlo galli ( da "Repubblica, La" del 22-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Come la distinzione fra laicità e laicismo, così il ricorso al termine "statolatria" è quindi più che una scelta linguistica: è un chiaro segno, fra molti altri, di un preciso indirizzo di politica ecclesiastica di cui farebbero bene a essere consapevoli tutti quei laici che del ruolo dello Stato hanno ancora un concetto adeguato.

Conoscere il cielo (e conquistarlo) ( da "Corriere della Sera" del 22-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la Bibbia indica come andarci anche quelle per cui il Libro della Natura potrebbe non avere autore, e non narri affatto una qualche «gloria», ma solo una trama cieca di disastro e di sofferenza — come riteneva per esempio Charles Darwin, che amava paragonarsi a Galilei, ma si compiaceva della sicurezza che gli offriva la sua laica Inghilterra (vescovi anglicani permettendo).

L'esempio di Fiorenzo e un grazie a tutti voi. ( da "Giornale.it, Il" del 22-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: In questi giorni ho incontrati diversi cooperanti sia cattolici sia laici, molti dei quali italiani, e la differenza rispetto al gigantismo dell'Unicef è evidente: chi fa davvero il bene riduce allo stretto indispensabile le spese fisse, compra jeep usate e in numero limitatissimo. E fa un grande affidamento sui volontari che vengono a trascorrere qui qualche settimana o un mese.

Toh, il governo italiano finanziava Bill Clinton ( da "Giornale.it, Il" del 22-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: In questi giorni ho incontrati diversi cooperanti sia cattolici sia laici, molti dei quali italiani, e la differenza rispetto al gigantismo dell'Unicef è evidente: chi fa davvero il bene riduce allo stretto indispensabile le spese fisse, compra jeep usate e in numero limitatissimo. E fa un grande affidamento sui volontari che vengono a trascorrere qui qualche settimana o un mese.

"e ora sacconi deve ritirare il suo diktat" ( da "Repubblica, La" del 23-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Con i miei colleghi insisto, l´agenda dello Stato italiano non può essere dettata dalla Chiesa. In Italia i risultati migliori li abbiamo avuti dai cattolici che si comportavano da laici, come Alcide De Gasperi». I politici cattolici in questo caso come si comportano? «Usano due pesi e due misure, a seconda delle circostanze.

la chiesa perseguitata anche in italia? - corrado augias ( da "Repubblica, La" del 23-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: siamo forse a un tentativo di riconquista del nostro paese e della Spagna da parte dello Stato vaticano? Certamente c'? il tentativo di inserire nel sistema giuridico di Stati so?vrani laici, le prescrizioni religiose del Cattolicesimo. Mi preoccupano le parole di monsignor Amato sulle 'persecuzioni' che la Chiesa patirebbe anche in Italia.

Eluana, scontro tra Corte Europea e Vaticano ( da "Secolo XIX, Il" del 23-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: e i distinguo dei laici) difende l'atto di indirizzo con cui il ministro del Welfare proibisce a tutte le strutture sanitarie, pubbliche e private, di staccare il sondino alla donna di Lecco. Un provvedimento richiamato ieri sera dal Vaticano che si è espresso per bocca del cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del pontificio Consiglio per gli operatori sanitari,

Le Giornate della Gioventù non sono concerti pop ( da "Tempo, Il" del 23-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Le Giornate Mondiali della Gioventù, se interpretate esclusivamente in questo senso ludico e laico, per il Papa possono addirittura diventare il palcoscenico in cui si mette in mostra una fede leggera, svuotata degli irrinunciabili riferimenti al Signore.

GAETANO PECORA LIBERALISMO E CRISTIANESIMO SONO CONGENERI. TOGLIETE AL PRIMO LA FEDE NEL SE... ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: è tutta qua la differenza che passa tra la libertà di coscienza del laico-liberale e la libertà di coscienza del cristiano-cattolico. Per il laico-liberale, la libertà di coscienza è il diritto di professare una verità qualunque - una qualunque, intendiamo? - e dunque anche di non professarne alcuna, se così gli turbina dentro;

ROSANNA BORZILLO PER IL QUINTO ANNO CONSECUTIVO BABBO NATALE IERI è ARRIVATO AL CARCERE DI P... ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Egidio destinati al servizio ai tavoli, affiancati, per la prima volta, da laici dell'Azione cattolica. Antipasto di tarallini e olive, cannelloni, polpettone con melanzane e patate, panettone, torroncini, con a fianco gli «idoli» di sempre: sempre applaudita Valentina Stella che intona le sue canzoni, seguita dai cento in sala.

Ultimo saluto all'ex bancaria vicepresidente della biblioteca ( da "Stampa, La" del 24-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: che del laicismo aveva fatto una bandiera, di conformismo, convenzioni e ipocrisia non voleva sentir parlare. Non sopportava la cattiveria e diceva le cose in faccia, a costo di rendersi impopolare. I giovani erano una delle sue preoccupazioni. Diceva sempre: «Ai miei tempi avere un lavoro era una sicurezza.

Paolo VI e la pace dei giovani ( da "Stampa, La" del 24-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: tutti e tre assai laici, e io anche ebreo). Quando chiesi l'intervista, don Macchi mi disse che erano giacenti due o trecento richieste; ma mi incoraggiò a essere audace. Il 30 dicembre 1968 ebbi il colloquio, che fu lungo e affettuoso, e si concluse con una benedizione a tutti coloro che lavoravano per La Stampa, e con uno scambio di calorosissimi shalom.

la chiesa non insegua le bugie del governo - vittorio coletti ( da "Repubblica, La" del 24-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: suoi valori ideali è parola laica, utilizzata anche in campo cattolico. Qui il "solidarismo" ha offerto un modello di rapporti sociali e politici che, andando oltre la misurata carità al bisognoso, tendono non solo al sostegno occasionale di chi è in difficoltà, ma anche a ridurre preliminarmente e definitivamente le differenze economiche e sociali tra i membri di una collettività.

Il Buon Natale nel mondo ( da "Secolo XIX, Il" del 24-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Sono squarci su una realtà missionaria che unisce forze religiose e laiche, realtà religiose e l'opera preziosa di Medici senza frontiere. «Il nostro territorio è diviso in due parrocchie grandi come la città di Genova, Nostra Signora dei Dolori e Nostra Signora della Carità - racconta don Franco Buono - e le forze sono poche: in tutta l'isola, per un accordo con il governo,

la donna "pastora" che celebra alla noce - augusto cavadi ( da "Repubblica, La" del 24-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma è un laico che - per un periodo più o meno lungo della sua vita - è chiamato dalla comunità a svolgere un servizio di predicazione e di assistenza spirituale. In cambio della mia sobrietà espressiva, però, le chiedo qualche indiscrezione privata. Per molti cattolici è bene mantenere obbligatorio per i preti la castità perché -

<Fermate gli sciacalli pure a suon di fucilate> incitava Bissolati ( da "Riformista, Il" del 24-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Apocalisse del 28 dicembre si sta consumando una feroce battaglia tra cattolici e laici. In città è arrivato anche don Luigi Orione, il fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Don Orione ha molti nemici. Il clero locale lo ostacola. E coi massoni lotta sulla sorte degli orfani. I militari vorrebbero farli adottare dall'esercito come mascotte.

LA CHIESA IN ITALIA E IL MESTIERE DI CESARE ( da "Corriere della Sera" del 24-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laici e anticlericali. E oggi siamo un Paese multiculturale e multireligioso in cui tutti, non soltanto i cattolici, debbono godere del diritto di praticare la loro confessione o obbedire alla propria coscienza. Quando è in gioco il bene comune, lo Stato ha il dovere di legiferare per l'intera comunità nazionale.

"Non ho mai sostenuto l'esistenza di un diritto a morire" ( da "Foglio, Il" del 27-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: bioetica cattolica mentre quello della disponibilità della vita in quella laica, con gli annessi della dignità e qualità della vita: non è il tema della dignità al centro anche della bioetica cattolica? La marcia verso l?astrazione dei paradigmi può essere di maniera, poiché dinanzi ai casi concreti non sappiamo a quale pagina del Bignami dei paradigmi si trovi una risposta fondata.

Possenti: "Non ho mai sostenuto un diritto di morire" ( da "Foglio, Il" del 27-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: bioetica cattolica mentre quello della disponibilità della vita in quella laica, con gli annessi della dignità e qualità della vita: non è il tema della dignità al centro anche della bioetica cattolica? La marcia verso l?astrazione dei paradigmi può essere di maniera, poiché dinanzi ai casi concreti non sappiamo a quale pagina del Bignami dei paradigmi si trovi una risposta fondata.


Articoli

Non ci sono più i vizi di una volta (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 21-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Non ci sono più i vizi di una volta Un?interessante iniziativa del Mulino fa il punto sui sette peccati capitali DANIELE CASTELLANI PERELLI Da Sant?Agostino a Brad Pitt, i sette vizi capitali non hanno mai smesso di affascinare la cultura occidentale. Se infatti il vescovo di Ippona fu uno dei primi a codificarli, dobbiamo al volto del divo di Hollywood una delle ultime e più note rappresentazioni artistiche dei sette vizi (nel bel film Seven, del 1995, in cui un serial killer con manie di onnipotenza decide di punire un uomo per ognuno dei vizi, con contrappassi macabri degni della Divina Commedia). Ma che ne è di loro oggi, cosa sono diventati nei secoli dei secoli? Un?interessante e piacev o l i s s i m a iniziativa de Il Mulino fa il punto attraverso sette libretti, ognuno scritto da un autorevole studioso italiano. In attesa di Avarizia, Lussuria, Ira e Invidia (che sono stati affidati a Stefano Zamagni, Giulio Giorello, Remo Bodei e Elena Pulcini), sono già nelle librerie Superbia, Accidia e Gola. Libretti con impostazioni e stili diversi, ma tutti contraddistinti da una scrittura brillante e da una benvenuta brevitas. Tutti e tre accompagnano il lettore in un lungo viaggio nella storia della cultura, dai padri della Chiesa alla cultura pop contemporanea, e tutti e tre sottolineano come i vizi abbiano clamorosamente mutato nel tempo il proprio significato sociale, al punto che, in qualche caso, venga il dubbio che non di vizi si tratti, ma di virtù capitali. Prendiamo la Superbia (pp. 140, 11 euro). Laura Bazzicalupo, docente di filosofia politica all?università di Salerno, parte da Lucifero e arriva fino all?Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, passando per la torre di Babele e Adolf Eichmann. Il suo è un compito che mette i brividi, perché la superbia è ? per Agostino e Tommaso ? regina e radice di tutti i peccati. È il primo vizio, quello da cui discendono poi tutti gli altri. Ma è sempre stato sempre e solo un vizio? Pare proprio di no. Nel mondo greco la hybris è la colpa specifica dell?eroe, è la percezione accecata della verità, per cui ci si crede superiori a quello che si è. Eppure quegli eroi, nella loro eccessiva stima di sé, conservano ai nostri occhi una grandezza unica, esemplare, che si riverbera nel significato positivo del nostro aggettivo ?superbo?. È l?eroe nobile a rischiare la superbia, fa notare Bazzicalupo, così introducendo un?importante distinzione con un oggi in cui non si vedono in giro tanti eroi greci coraggiosi e ambiziosi, ma tanti grigi superbi, che fanno dire malinconicamente all?autrice: «Nei nostri tempi opachi, ci troviamo di solito di fronte a piccoli anche se irritanti gesti di presunzione, sicumera, indifferenza, sociopatia, vanità, disprezzo per gli altri, arroganza, piuttosto che di superbia vera e propria». I piccoli affaristi, i politici da mazzetta e i piccoli burocrati arroganti prendono il posto sia degli antichi eroi, sia di quegli uomini borghesi e capitalisti che hanno fatto dell?orgoglio uno strumento per migliorare le proprie vite e quelle dell?umanità. A Edipo succede il fatuo Narciso, mediocre e cieco dispregiatore dell?altro. Non c?è la superbia di una volta, insomma, mentre l?Accidia (pp. 130, 10 euro) conserva ancora un paio di tratti suoi tipici. La descrive Sergio Benvenuto, psicanalista e filosofo. Nel medioevo era «un attacco di menefreghismo », ma già allora conteneva in sé, chiaramente, un segno positivo. L?accidia, infatti, è «l?altra faccia, preoccupata e sconsolata, di un bisogno di essere spensierati come i più, la voglia di mangiar bene, bere, scherzare, divertirsi, copulare?» (l?altalena tra lutto e festa, tra depressione e euforia, la ritroviamo anche nei malati di Freud). E siccome «la tentazione è il segno inequivocabile della santità», va da sé che questo vizio è anche un po? una virtù. Questo aspetto duplice si conserva anche nel passaggio dal regno religioso a quello laico, e infine in tutte le odierne manifestazioni dell?accidia. La malinconia di Amleto, lo spleen di Baudelaire o la depressione dell?intellettuale sono tutti percepiti come segni di profondità, di sensibilità o intelligenza. Tutta colpa di quello che Gianni Vattimo chiama ?dolorismo?: una concezione cristiana e occidentale secondo cui «il dolore ci nobilita, la sofferenza è un accesso privilegiato alla Verità e alla Salvezza». Infine il vizio che si intensifica con le vacanze natalizie. La Gola (pp. 120, 10 euro). Ne parla Francesca Rigotti, che insegna all?università di Lugano e di Zurigo. Sarebbe quello meno grave, ma è quello che forse oggi, nella società televisiva dell?apparenza, è il più condannato, perché peraltro è «il vizio che si vede». La panoramica di Rigotti va dal Satyricon a La grande abbuffata, da Platone a Dante, da Rabelais a McDonald?s. Da vizio dei ricchi è diventato peccato dei poveri (che non possono permettersi cibi e cure costose), e si è anche trasformato in malattia. Non è vizio se è moderato piacere della vita, magari su istruzione di qualche cuoco televisivo. Diventa biasimevole se è segno di esagerazione, e se lo si associa alla lussuria. Ma non siate troppo cattivi con i golosi. In fondo lo siamo tutti, e comunque fanno male solo a se stessi. Non è facile poi essere golosi oggi ?spiega Rigotti ?, in una società che ci chiede di mangiare bene e allo stesso tempo di essere snelli. La gola, tra l?altro, è anche «un potente motore economico ». E allora che facciamo? Vogliamo vederli chiedere l?elemosina per le strade, quei poveri pasticcieri?

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Chiesa e società un dialogo senza profeti di sventura (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 21-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Chiesa e società un dialogo senza profeti di sventura [FIRMA]ENZO BIANCHI Se ci si attiene alle diatribe ormai quotidiane riportate dai mezzi di comunicazione, dovremmo concludere che stiamo vivendo, per lo meno in Occidente, in una situazione di conflittualità irrisolvibile tra Chiesa e società o, quanto meno, di irriducibile incomprensione reciproca. Il dialogo sembra una parola vuota, soffocata da monologhi tra sordi che si sovrappongono, sinonimo di resa all'avversario, di smarrimento d'identità, di minaccia alla verità. Nonostante la negatività di alcuni segnali, ritengo che questa sia una visione distorta del tempo che ci è dato di vivere, un tempo che invece può essere ed è momento favorevole per narrare nell'oggi della storia il Dio dei cristiani. La Chiesa, per la sua natura di «cattolicità» - cioè di configurazione «secondo il tutto» - dovrebbe sempre saper guardare e pensare le cose in grande, il che non significa megalomania ma, al contrario, saper cogliere il qui e ora di una situazione per collocarlo in una vicenda storica bimillenaria e in un'estensione geografica universale. Così, per esempio, noi cristiani d'occidente ci accorgeremmo che il ricorso alla terminologia della persecuzione per descrivere le difficoltà cui andiamo incontro risulta francamente sproporzionato se non offensivo per i nostri fratelli e sorelle dell'India o dell'Iraq o della Cina. Ci renderemmo conto anche che il «nemico», vero o presunto, può impedire ai cristiani molte cose, ma mai di vivere e testimoniare pubblicamente il Vangelo con la propria condotta personale e comunitaria, dal momento che al cuore di questa buona notizia troviamo proprio l'amore per il prossimo, persino quando questi assume i tratti del nemico. La storia ci insegna che quando la testimonianza della fede incontra difficoltà nella società, la tentazione per i credenti è quella di assumere nella comunicazione toni e modalità di giudizio e di accusa, di ripiegare su rigide posizioni difensive, di smarrire il sentimento di «solidarietà» umana. Scriveva l'apostolo Pietro ai cristiani: «perché siete stupiti dell'ostilità che patite come fosse una cosa strana?» e li esortava ad avere «un comportamento bello, cordiale e ospitale verso tutti». Questo atteggiamento di difesa ostile finisce per far apparire inevitabile ciò che inevitabile non è: che la ferma decisione di non transigere sulle esigenze del Vangelo comporti un esilio dei cristiani dalla compagnia degli uomini, dalla «complicità» con i propri simili che non condividono la stessa fede. Si finisce così per pensare che la soluzione sia il rendersi oltremodo visibili, apparire numerosi, imporre la propria presenza. Invece la consapevolezza di essere fragili depositari di una speranza per tutti dovrebbe condurre i cristiani non a farsi profeti di sventura o annunciatori di apocalissi imminenti, ma pazienti ricercatori di tempi e spazi di incontro e di confronto. Posizioni meramente difensive, nostalgiche della «cristianità» o di controsocietà hanno condotto in passato i cristiani a gravi ritardi nei confronti di appuntamenti cruciali della storia: si pensi ai diritti umani, alla libertà religiosa, alla tolleranza positiva del diverso, alla democrazia in uno Stato laico... In questo senso il magistero offerto da Giovanni Paolo II attraverso la liturgia di richiesta di perdono per le infedeltà al Vangelo rimane un monito ancora attualissimo oggi e dovrebbe impedire l'incapacità a riconoscere anche le colpe dei cristiani e la loro mancanza di profezia, di netta parresia in certe situazioni. Certo, oggi il cammino del dialogo tra Chiesa e società non ci appare facile: necessita di una profonda conoscenza e di un amore appassionato per la propria identità, una disponibilità ad ascoltare e comprendere, cioè accogliere, quanto l'altro è e ha, una capacità di narrare la dimensione anche antropologica delle proprie convinzioni di fede, una rinuncia a toni autoritari o apodittici, una fermezza nei principi unite alla «com-passione», al saper «patire con» l'altro e a volte fare silenzio insieme. E' normale, persino salutare, che permanga una certa frizione tra politica e religione, perché il cristianesimo ispirato dal Vangelo ha una concezione della politica che non permette di essere idolatrata né accetta di diventare la «religione civile» che sostiene la res publica ottenendone anche favori. Questa tensione può dare frutti positivi, evitando allo Stato di ridursi a mero ruolo di gestione tecnocratica degli eventi e alla Chiesa di rinchiudersi in una roccaforte, incapace di una parola cordiale di speranza per chi la attende, magari senza averne piena consapevolezza. Sì, oggi come all'apertura del Concilio, come sempre, i profeti di sventura non giovano né al Vangelo né alla società e quindi, meno che mai, all'incontro tra la buona notizia portata da Gesù e il mondo contemporaneo. Davvero nell'occidente che si vuole scristianizzato così come nell'oriente familiare alla dimensione religiosa, non di angosciati apocalittici c'è bisogno, ma di «visionari» che operino giorno dopo giorno l'insperabile, di uomini e donne capaci di vincere la tentazione della miopia spirituale e di guardare oltre, verso l'invisibile.

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Roncalli, il pontefice... (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 21-12-2008)

Argomenti: Laicita'

n. 305 del 2008-12-21 pagina 21 Roncalli, il pontefice «massimo» anche per i media di Andrea Tornielli Dal celebre «date una carezza ai vostri bambini» al linguaggio schietto ed efficace: la sua rivoluzione vaticana Una pagina intera su La Repubblica di ieri rivelava un eccezionale «inedito» di Giovanni XXIII, una «preghiera per gli ebrei» che il "Papa buono" - ormai in punto di morte - avrebbe scritto riconoscendo le colpe dei cristiani che sulla fronte hanno, così recita il testo, «il marchio di Caino». Cosa c'è di meglio da rilanciare nei giorni in cui tiene banco la polemica sulle leggi razziali con chiamate in correità della Chiesa cattolica? Un documento significativo e importante, che sarà declamato questa sera al monastero di Santa Cecilia a Roma dall'attore Guido Roncalli (il quale, diciamolo subito, non è legato da alcun legame di parentela con il beato Pontefice) nello spettacolo dal titolo suggestivo ma fuorviante «Roncalli legge Roncalli». Peccato però che la «preghiera» sia un falso, smentito ripetutamente e per di più ben conosciuto da moltissimi anni. Un apocrifo, dunque, del quale non esiste alcun autografo né si conosce in dettaglio l'origine, reso noto per la prima volta dall'ex gesuita Malachy Martin sotto pseudonimo nel 1965, e dichiarato assolutamente non vero da tutti i collaboratori di Giovanni XXIII, in primis dal suo segretario, monsignor Loris Capovilla, che delle carte del Pontefice bergamasco è stato attento e fedele custode. Repubblica scrive che giunto ormai al termine della sua vita, Papa Roncalli, nel maggio 1963, «nel chiuso della sua stanza nel Palazzo apostolico, in Vaticano», dedicò «le sue ultime energie al popolo ebraico sotto forma di preghiera composta quasi di getto su un foglio bianco, davanti al Crocifisso». Lasciando così ai posteri «una chiara e appassionata richiesta di perdono per le "colpe" commesse dai cristiani nel corso dei secoli con i loro atteggiamenti antisemiti». L'eccezionale documento, scrive il quotidiano, «finora sostanzialmente inedito in Italia», era stato pubblicato «solo in parte nel 1965 su un giornale olandese e brevemente accennato nello stesso anno su un periodico italiano, sembra per iniziativa di un giovane monsignore statunitense che aveva preso parte al Concilio come esperto ed era molto amico dell'allora Pontefice». Testo importante e scomodo, caduto inspiegabilmente «nell'oblio per 45 anni», prima che l'attore omonimo ma non parente, e il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, lo scoprissero e lo rilanciassero. In realtà, un motivo per l'oblio c'è, ed è ben fondato. «Si tratta di un falso, Giovanni XXIII non c'entra nulla con quella preghiera - spiega al Giornale monsignor Capovilla - e quando venne resa nota per la prima volta fu prontamente smentita». Tutta la vicenda è stata ricostruita a suo tempo dal gesuita padre Giovanni Caprile su La Civiltà Cattolica (il 18 giugno 1983), sulla base delle carte conservate negli archivi della «Fondazione Giovanni XXIII» di Bergamo. Si scopre così che a divulgare per primo l'apocrifo, senza peraltro indicare fonti o testimonianze di autenticità, è la rivista dell'«American Jewish Committee», in un articolo firmato da un certo «Cartus», pseudonimo dell'ex gesuita Malachy Martin. Proprio su quest'ultimo si appuntano, da decenni, i maggiori sospetti circa la fabbricazione dell'apocrifo. Capovilla, che all'epoca aveva già smentito, oggi rincara la dose: «È una pura invenzione, e spiace che si sia potuto credere autentica una preghiera che non corrisponde allo stile e allo spirito di Papa Giovanni, il quale non si sarebbe mai permesso di dire che i cristiani portano impresso "il marchio di Caino" sulla fronte. I testi roncalliani sono stati studiatissimi e pubblicati, di questa preghiera non esiste traccia tra le carte del Pontefice e tutti coloro che la citano non hanno mai potuto produrre riscontri sulla sua autenticità, un'autenticità che è smentita dal testo stesso». Guido Roncalli, l'attore che stasera la reciterà, ha presentato recentemente il suo spettacolo anche in Vaticano, presso il Governatorato, ma in quella occasione la clamorosa preghiera «inedita» pare non sia stata declamata. Non c'era bisogno di questo testo per sapere che Giovanni XXIII ha sempre mostrato attenzione nei confronti degli ebrei, prendendo decisioni importanti che hanno contribuito a cambiare il clima dopo secoli di antigiudaismo cristiano. Non soltanto da delegato apostolico a Istanbul - durante la guerra e, va ricordato, sempre in accordo con la Segreteria di Stato di Pio XII - quando salvò molti ebrei dalla deportazione; ma anche da Papa, quando decise di abolire l'ottava supplica del Venerdì Santo, che definiva gli israeliti «perfidis». E poi nel disporre che il Concilio Vaticano II, da lui convocato, si occupasse della questione ebraica. Nella dichiarazione «Nostra aetate» i padri conciliari aboliranno l'accusa di «deicidio» che era stata indistintamente rivolta al popolo ebraico. Segnalare questo ennesimo scivolone storico, non significa dunque misconoscere l'esistenza di una svolta roncalliana nei rapporti con gli ebrei, anche se forse vale la pena ricordare che una precisazione sul fatto che quel «perfidis» doveva intendersi solo nel suo significato di «privi di fede» in Gesù, era già stata fatta pubblicamente, a suo tempo, da Pio XII. La complessità della storia poco si dovrebbe prestare a battaglie giornalistiche che ripropongono la «vulgata» dei Papi buoni e dei Papi cattivi, come accade in continuazione con la leggenda nera di Pio XII «antisemita» e «filonazista». Sempre più spesso si assiste a una confusione dei ruoli: archivisti di istituzioni anche illustri che si attribuiscono da soli la patente di storici, docenti di storia che scrivono sui giornali e accusano i giornalisti di non essere accurati e di non avere titoli per occuparsi di questa materia, ma che non sono affatto esenti da abbagli anche notevoli, dai quali i titoli accademici non mettono al riparo: basta ricordare la polemica sul «documento agghiacciante» - ma incompleto e presentato senza il necessario contesto - che accusava Pio XII di non voler restituire i bambini ebrei ai loro parenti dopo la Shoah, messo in pagina dal Corriere della Sera nel dicembre 2004, la più recente montatura di Sergio Luzzatto contro Padre Pio che si sarebbe procurato le stimmate con l'acido e, un paio di mesi fa, le «rivelazioni» di Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino, rilanciate dall'Ansa e prontamente riprese da Repubblica, sui documenti relativi ai colloqui di Papa Pacelli con i diplomatici angloamericani nei giorni successivi alla razzia del ghetto ebraico di Roma: gli studiosi li avevano ritrovati in un archivio americano e hanno pensato che fossero inediti, senza sapere che erano notissimi e pubblicati in decine di libri, nonché ampiamente commentati da Civiltà Cattolica. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Cappellania cattolica nipponica Natale tra Oriente e Occidente (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 21-12-2008)

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n. 305 del 2008-12-21 pagina 8 Cappellania cattolica nipponica Natale tra Oriente e Occidente di Redazione Oggi (ore 16) alla chiesa di Santa Maria Annunciata in Camposanto di piazza Duomo 18(cancellata dietro il Duomo) si terrà il concerto organizzato dalla Cappellania cattolica giapponese di Milano: musiche di Verdi, Schubert e canti tradizionali nipponici per festeggiare il Natale e l'unione delle due culture. Padre Luciano Mazzocchi, che ha trascorso 19 anni in Giappone, introdurrà l'evento. Ingresso libero. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Quando le suore cucinano da chef (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 21-12-2008)

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n. 305 del 2008-12-21 pagina 8 Quando le suore cucinano da chef di Redazione (...) Sembra un sogno irrealizzabile, scorrendo i prezzi dei ristoranti, ma è assolutamente alla portata di tutti, grazie alla società Catering Più srl, impresa sociale che non ha fini di lucro e che utilizza gli utili per creare posti di lavoro e sostenere le attività missionarie e di aiuto ai poveri. Partendo dalla razionalizzazione del servizio mense delle scuole gestite dalle suore Gianelline, nel marzo 2006 è nata una vera impresa di ristorazione di alta qualità per mense aziendali, clienti privati, negozi e pubblici esercizi che è stata costituita da suor Sara Arpini, presidente, suor Mafalda Canevello, amministratore delegato, e da tre laiche: Anna Maria Ameri, responsabile amministrativo, Laura Barbasio e Stefania Spallanzani, giornaliste e formatrici in materia d'impresa, che hanno fornito la loro esperienza nella creazione della società di catering. La sede legale e operativa è in Salita Nuova Ns. Signora del Monte 3 a San Fruttuoso, ma è operativa una seconda struttura in Salita Gianelli 6 a Chiavari. Entrambe si occupano della preparazione di piatti su ordinazione (molti sono fatti rigorosamente a mano ndr) in cucine attrezzate nel rispetto delle norme igienico-sanitarie. Si spazia dai menù dietetici e dedicati a chi soffre di intolleranze alimentari alle specialità regionali. Non mancano i menù dedicati a bambini, anziani e comunità religiose e l'offerta è stata estesa anche alle occasioni speciali: Battesimi, Comunioni e Cresime, pranzi natalizi e pasquali, cenoni di fine anno, matrimoni, «baby menu» per compleanni e persino pranzi di lavoro e buffet per convegni, organizzati al domicilio del cliente o presso la villa Borsotto-Ayroli di San Fruttuoso. La preparazione avviene entro 48 ore dall'ordine e i tempi di pagamento sono concordati con il cliente. L'impresa sociale dispone di mezzi e autisti per le consegne, di cuochi qualificati e fornitori locali selezionati, vagliando con cura i prodotti tipici e di stagione, dal pesto genovese di prima qualità, alle verdure migliori. Inoltre, l'attenzione alla salute del cliente è garantita dall'uso esclusivo di olio extravergine di oliva nella preparazione dei piatti. E, grazie al livello di servizio offerto, Catering Più ha ottenuto a luglio 2008 la Certificazione di qualità internazionale UN EN ISO 9001: 2000. «In questo periodo, abbiamo predisposto numerosi menu natalizi e stiamo evadendo molti ordini - spiega Stefania Spallanzani - a grande richiesta, abbiamo inserito ulteriori specialità come il cappon magro. Noi serviamo anche molti anziani soli, attualmente una trentina, che hanno problemi a cucinare e che ricevono tutto l'anno a domicilio pranzi completi costituiti da primo, secondo e contorno, al costo di 8 euro. Il nostro obiettivo consiste nel coniugare sempre la qualità del servizio con la salvaguardia del portafoglio, in particolare in questo periodo di crisi mondiale». Le suore impegnate in quest'attività, appartengono alla congregazione della «Figlie di Maria Santissima dell'Orto» ma sono meglio conosciute come «Gianelline», dal nome del fondatore Sant'Antonio Maria Gianelli, nato nel 1789 a Cerreta, in provincia di La Spezia, sacerdote e poi Vescovo, che dedicò tutta la sua vita a sostegno dei bisognosi, sia a Chiavari, sia a Bobbio, vicino a Piacenza. Morì nel 1846 in totale povertà, senza lasciare neppure i soldi per la sepoltura e Papa Pio XII, che lo ha canonizzato nel 1951, lo considerava: «Un Vescovo che lo zelo pastorale divora». Quello stesso zelo che ha ispirato le Gianelline a istituire un'impresa con due obiettivi principali: realizzare utili da devolvere interamente alle Missioni Gianelliane presenti in Africa, India e America Latina, impegnate nell'assistenza ai poveri e nell'aiuto alle donne e bambini, e creare posti di lavoro per giovani e donne. Attualmente, Catering Più impiega una dozzina di dipendenti regolarmente stipendiati tra cuochi, aiutanti e autisti. Per informazioni, si può telefonare ai numeri 010/512654 - 010/8601285, inviare un fax allo 010/8601286 oppure un'e-mail all'indirizzo cateringpiu@libero.it. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Scrivo col mio corpo per la libertà delle arabe (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 21-12-2008)

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Scrivo col mio corpo per la libertà delle arabe JOUMANA HADDAD. Poetessa e giornalista, ha ideato una rivista, Jasad, definita il Playboy del Libano. Sul primo numero c'è una donna nuda. di Andreana Saint Amour Scrivere per me non è solo un atto cerebrale. Io scrivo con la testa ma anche con le unghie. La scrittura è un atto fisico concreto. Quando lascio la penna provo una soddisfazione che è simile al piacere sessuale». Joumana Haddad, poetessa, giornalista, ideatrice e direttrice del trimestrale Jasad, (corpo), scrive con il corpo. Body Talk è il titolo dell'editoriale che presenterà al pubblico la più chiacchierata e attesa rivista in lingua araba, vietata ai minori di 18 anni, che da domani sarà nelle edicole e nelle librerie di Beirut . Siamo oltre la body art perché la vera sfida per il mondo arabo e per il mondo occidentale non è rappresentare, ma parlare del corpo. Perché Jasad? «Perché il corpo è la verità di tutti noi», si legge nell'editoriale, «è la nostra verità individuale, e la nostra verità collettiva. Ed è la nostra identità, e il nostro tratto distintivo, e il nostro linguaggio. E certamente perché questo corpo è stato sottratto alla nostra vita, alla nostra cultura e alla nostra lingua araba». In copertina sul primo numero di Jasad c'è un corpo nudo femminile perfettamente leggibile sotto un drappo rosso, la J è disegnata come una manetta aperta perché «è necessario rompere i tabù». La stampa, e non solo quella locale, ha presentato Jasad come la versione araba di Playboy partendo da un equivoco di fondo: «Nel mondo arabo quando si pronuncia la parola corpo si pensa subito alle sue implicazioni erotiche e non si va oltre» spiega Haddad, «ma è sconcertante accorgersi che anche nel mondo occidentale quando una donna araba parla di corpo si arrivi alle stesse banali conclusioni. Finora chi ha giudicato questo mio progetto lo ha fatto partendo da un pregiudizio senza aver visto o letto il prodotto finito. Intellettuali, artisti e scrittori arabi, uomini e donne, parleranno del corpo in tutte le sue declinazioni: erotiche, sociali ed etiche/anti-estetiche» con l'imperativo di liberare il corpo arabo. In pratica, almeno da noi in Occidente, si può dire che si è aperta una polemica immaginando un prodotto che non è mai esistito. Una virtualità che la dice lunga sulla capacità di analisi della «nostra» cultura rispetto alla complessa realtà di un mondo arabo difficilmente riconducibile a un unico modulo. Ma c'è un dato che va messo a fuoco. Jasad esce in Libano, una nazione in terra mediorientale ma di forte cultura (inclusa la lingua dominante) francese in cui convivono costumi rigorosamente tradizionali accanto a quelli occidentali senza che i due universi entrino in collisione. Sicuramente l'effetto più dirompente si registrerà nel resto del Medio Oriente, quello più marcatamente musulmano, e nel Maghreb dove la rivista sarà distribuita per abbonamento. Le critiche sono molte, le aspettative anche, «ognuno troverà quello che sta cercando». Quindi, a ben guardare, non si tratta di infrangere un tabù perché Joumana Haddad a 38 anni i tabù li ha già abbattuti tutti. Molto tempo fa. Cattolica, famiglia tradizionalista, sette lingue parlate fluentemente, tra cui un impeccabile italiano. Separata dal primo marito, due figli di 9 e 16 anni, da qualche tempo ha un nuovo compagno ma ha deciso di non viverci insieme non per timore di sfidare i pregiudizi musulmani, ma perché, dice, la convivenza è nemica di qualsiasi coppia. Joumana, sia come donna che come letterata, incarna la doppia identità del Libano: non rinnega le sue radici ma adotta un costume di vita fortemente occidentalizzato. L'ideale per creare un ponte tra due realtà che dialogano con difficoltà. Scrive poesie erotiche molto esplicite e crude che ruotano attorno all'onnipresente tema del corpo con cui ha cominciato a fare i conti a dodici anni leggendo di nascosto il Marchese de Sade. Aspettava che i genitori uscissero di casa, prendeva una sedia, si arrampicava verso l'ultimo scaffale della biblioteca paterna, quello dei libri proibiti che le hanno insegnato cosa significasse libertà mentale. «In Libano la libertà mentale non la puoi usare, ma la puoi raccontare». Però sul suo sito, tradotto in sette lingue,che si apre con un "benvenuti nella notte di Joumana Haddad" sulle note di un motivo arabeggiante, sono disponibili solo le poesie più castigate dove non c'è traccia di erotismo. E se avesse avuto due figlie femmine avrebbe spostato de Sade in basso, su scaffali più raggiungibili? «Glielo avrei fatto leggere a 12 anni. Così come i miei figli sanno tutto quello che c'è da sapere sulle donne. Le donne arabe si lamentano della loro condizione, ma sono le prime a non scardinarla. Hanno la grave responsabilità di crescere i figli maschi con gli stessi valori dei loro padri. La vera nemica della donna è la donna stessa». Per chiudere il cerchio, questa è la stessa tesi che, a qualche migliaio di chilometri di distanza, enuncia un campione delle libertà civili in Iran come l'avvocatessa premio Nobel Shirin Ebadi, che da anni punta il dito contro l'educazione che le donne riservano ai figli maschi. Cioè contro l'incapacità di rompere una catena maschilista, che produce e perpetua delitti e disperazione. Delicata, discreta e incerta nell'esibire la sua bellezza, Joumana Haddad non porta traccia nei modi e nelle parole della sua personale rivoluzione. La sua attitudine si scontra con la sua letteratura. Non ama molto farsi fotografare e anzi teme, di fronte all'obiettivo, che il suo aspetto risulti alterato. Ma ha idee chiare sul proprio patrimonio intellettuale: «Devo nutrire la testa. Ho avuto un tesoro tra le mani, una libertà mentale che spesso non era possibile usare in Libano. La scrittura è stata per me il modo per trovare una zona franca dove parlare di tutto, senza tabù. Un esercizio quotidiano per convincere gli altri che quello che stavo facendo era importante». Naturalmente giorno per giorno, senza clamori perché, dice, «i grandi cambiamenti si fanno nel microscopico». Proprio perché scrittura e mutamento dei costumi per Joumana procedono di pari passo. Insieme alla sua rivista dove «ognuno troverà quello che sta cercando». Soprattutto le donne, finalmente padrone del loro corpo. 21/12/2008

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Il Natale, il tempo la nascita e il dono (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 21-12-2008)

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Il Natale, il tempo la nascita e il dono Eredità culturale. L'occidente è debitore al 25 dicembre cristiano della concezione lineare del tempo, della valorizzazione (anche consumistica) del dono, dell'idea della nascita come rivoluzione e della rivalutazione del valore della materia e del corpo attraverso lo scandalo dell'Incarnazione. di Benedetto Ippolito Tra pochi giorni ci avvieremo, come ogni anno, a vivere la festa del Natale. Non si tratta di una ricorrenza come le altre, se non altro per il fatto che il 25 dicembre è solennizzato senza sosta da tutti e quasi in ogni parte del mondo, sebbene ovviamente non sempre dappertutto allo stesso modo. Ciò è vero, benché il Natale indubbiamente sia l'onomastico occidentale per eccellenza, anche solo in riferimento alle comuni origini cristiane della vecchia Europa. Sia che assuma i caratteri un tantino nordici e celatamente estranei dei paesi scandinavi, con Babbo Natale e l'albero decorato di palline e lustrini, e sia che assuma i contorni nostrani del presepe francescano, il Natale scandisce un periodo dell'anno molto particolare, pieno di fermento e colori. Forse addirittura snervante per la continua mancanza di tempo che il fare i regali e il finire i propri impegni professionali genera prima del gran giorno di festa. Come per tutte le civiltà di lunga memoria, molte usanze occidentali relative al Natale sono il risultato di modi molto moderni e poco tradizionali di vivere la solennità. Durante tutto il medioevo fino alle soglie della modernità non esisteva per nulla la prassi dello scambio dei regali. Al massimo i bambini potevano assistere alle feste di contrada o spiare i cavalieri passare per le vie gelate delle città. Il piacevole rito dello scambio dei doni è stato un effetto non diretto del Natale ma derivato dal modo secolare e consumistico che definisce la nostra contemporaneità, non sempre adattata perfettamente ai costumi del passato. Nel farsi i regali, tuttavia, non è vero che vi sia qualcosa di totalmente diverso a quanto più suntuosamente è celebrato con il ricordo della nascita di Gesù. In fondo, come il filosofo francese Jacques Derrida ha impareggiabilmente descritto, nel dono c'è comunque un'attesa e una scoperta imprevista che sono tipiche di ogni autentica nascita. Tanto è vero che la cosa più grande che si può donare è sempre il proprio tempo. E l'evento inatteso è il più indicato per esprimere il significato autentico che il Natale originariamente possiede, e che continua instancabilmente a suscitare e sollecitare in tutti noi. A guardar bene le cose, si vede subito quanto poco sia cambiato oggi il Natale, malgrado tutto sia diverso da ieri. La celebrazione della nascita di Gesù in una mangiatoia di Betlemme, che già le prime comunità cristiane hanno cominciato a ricordare ogni anno, è apparsa subito alla cultura pagana greca e latina come una vera e propria incomprensibile singolarità. Tale esplicita reazione non è avvenuta in nome di antichi pregiudizi, ma perché l'evento natalizio nascondeva una concezione della vita e del tempo assolutamente inedita fino a quel momento. Giacomo Marramao ha spiegato, in un suo splendido libro recentemente ripubblicato, Minima temporalia, che la vera grande rottura del cristianesimo rispetto alla visione del mondo antico è stata proprio la nuova idea lineare del tempo futuro rispetto a quella precedente chiusa in cicli necessari e determinati. Questo strappo si rendeva visibile esattamente nel modo in cui i cristiani vivevano l'Avvento, cioè l'attesa della nascita di Gesù: un periodo dell'anno anomalo e sconvolgente che esemplificava molto bene il cambiamento rivoluzionario di prospettiva che la fede cristiana stava introducendo nel mondo. Capire il Natale significa, quindi, cogliere l'aspetto nuovo che ha contraddistinto la nostra cultura e la nostra civiltà, attraverso il senso di quel farsi vicino all'uomo in carne e ossa di Dio nel presente della storia. Se si leggono le reazioni che nelle scuole filosofiche greche aveva suscitato questa "novità" del cristianesimo, si rimane colpiti dal fatto che per la cultura spiritualista pagana era scandaloso pensare che Dio non soltanto assumesse forma umana, ma avesse preso dell'uomo stesso tutta l'essenza, compresa la parte ritenuta più disprezzabile e inadatta: il corpo. Il cristianesimo, in definitiva, non era comprensibile senza il farsi carne di Dio nell'uomo, e, allo stesso tempo, non era comprensibile senza cogliere il senso vero della natività, cioè il regalo silenzioso nascosto di Dio "impacchettato" nella nascita corporea del Redentore. Certo, l'idea della nascita non era estranea del tutto alla considerazione naturalista precedente. Anche i primi filosofi pre-socratici avevano pensato la nascita come qualcosa di nuovo, riferendola esclusivamente alla dimensione corporea. Empedocle di Agrigento, ad esempio, utilizzava semplicemente la parola "natura" per indicare il nascere fisico di una forma. Tutta la riflessione greca relegava, però, al solo ambito materiale questo tipo di generazione della vita. Le cose eterne, gli dei, non nascevano né morivano, semplicemente perché erano senza materia. La novità rivoluzionaria del cristianesimo è stata, invece, pensare la nascita come il risultato di un dono gratuito e spirituale di Dio, concretamente espresso in un vero e proprio incremento materiale nella realtà del mondo. Il Natale, poi, non è soltanto il momento chiave per intendere l'Incarnazione di Dio, ma è anche un'occasione utile, laica e non confessionale per riflettere sul valore temporale del nascere, oltre che sulla qualità storica e materiale dei grandi cambiamenti epocali. Ernst Bloch ha parlato in questo senso della nascita nei termini di un vero e proprio farsi largo del futuro nella storia. Un processo in cui, grazie all'imponderabilità di quanto irrompe subitaneo, il mondo si rinnova e si riforma continuamente, divenendo, al contempo, sempre giovane e sempre in evoluzione. D'altra parte, anche riflettendo soltanto sul significato che assumono per noi le novità tecnologiche, sotto forma di nuovi modelli di oggetti, è facile rendersi conto di quanto forte sia la spinta della materia a innovarsi continuamente nelle sue molteplici forme. In questo processo, però, la nascita di una persona ha un valore unico, realmente inestimabile e imparagonabile col resto. E ciò non soltanto perché vi è una nuova forma materiale che vive sulla terra, ma perché esiste una nuova soggettività spirituale incarnata nella materia e presente davanti ai nostri sguardi stupiti che inizia la sua avventura esistenziale. Ciò che colpisce sempre, in definitiva, quando pensiamo alla nascita di un bambino, è il fatto che una persona umana in più è un punto di vista inatteso, imprevedibile e incontrollabile che si affaccia sulla Terra, un'interpretazione complessiva che ha la possibilità di crescere e di rinnovarsi, e anche d'invecchiare, proprio in quanto espressione piena di una libertà trascendente e imponderabile. In questa direzione, Hegel ha spiegato con parole straordinarie quanta forza abbia avuto il Natale - esemplificazione della Rivelazione - per far scoprire all'occidente la sua idea di libertà. Come evento improvviso e come causa di rottura della routine, vivere il Natale è fare esperienza di nuovo, nel concreto della nostra caotica esistenza moderna, del volto autentico della libertà umana, potendo cogliere non soltanto il suo apparire materiale ed economico, ma anche il suo essere reale nella società, talvolta anche con emancipazioni violente. La modernità, alla fine, non è altro che una specie di nuovo Natale del cristianesimo. D'altronde, un filosofo cristiano come Gustavo Bontadini parlava nel secolo scorso della rivoluzione come di un fatto potenzialmente cristiano, e sant'Agostino, da par suo, davanti al vagito di un bambino, ha confessato di aver avuto la dimostrazione, al contempo più lampante e più drammatica, di quale contraddizione radicale sia il nascere di una nuova persona tra le altre già esistenti. Nascere è, dunque, un evento quasi eversivo per il nostro equilibrio, ma di cui per natura non possiamo fare a meno di celebrare la grandezza miracolosa. Chi, d'altra parte, non è in attesa di qualcuno che arrivi almeno a Natale? Soffermandosi un momento a guardare il presepe, si rimane colpiti dal fatto che la maggior parte del tempo la grotta rimanga senza il bambino. Quando il nascituro entra in scena, il Natale è finito, e si aspettano semmai i Re Magi, attendendo ormai il nuovo anno che verrà. Ciò mostra, in conclusione, che l'attesa ancor più che l'arrivo chiarisce il senso profondo del Natale. Tutto quel microcosmo cittadino costruito attorno alla mangiatoia implicitamente esiste nell'attesa di coloro che gli stanno intorno. E la nascita è l'evento finale che sancisce l'entrata in scena materiale e spirituale di una nuova persona attesa da tempo. Tanto che questa impossibile mancanza dell'attesa spiega perché il nascere è tanto importante, e perché l'attualità del nostro presente non può concretamente sopravvivere senza l'idea di un futuro anteriore. Un avvenire, cioè, capace di guidare costantemente il percorso del presente più del presente stesso, alimentandolo nell'attesa un nuovo Natale che tra qualche giorno sarà qui, sotto forma di festa, a rivelare a tutti la gioia dell'eternità. 21/12/2008

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tre preti irlandesi nel paradiso della hit parade - enrico franceschini (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 21-12-2008)

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Pagina 43 - Spettacoli Tre preti irlandesi nel paradiso della hit parade ENRICO FRANCESCHINI LONDRA T re. Il numero perfetto. Come la Santissima Trinità. Come i tre moschettieri. Come i tre tenori. E, ora, come i tre preti. Padre Eugene O´Hagan, suo fratello padre Martin O´Hagan e il loro amico d´infanzia padre David Delargy, sono l´insolito terzetto che ha messo sotto l´albero di questo 25 dicembre il best seller canoro del Natale 2008. Un album intitolato The Priests (I preti), interpretato da tre sconosciuti sacerdoti nord-irlandesi che fino ad ora avevano cantato soltanto in chiesa, è balzato in testa alla hit parade della Gran Bretagna e sta facendo altrettanto nelle classifiche di una trentina di paesi di religione cristiana in mezzo mondo, Italia compresa. Sulla carta, nessuno avrebbe dovuto scommetterci, per non parlare di spenderci, neanche un soldo. Cantano brani più da messa domenicale che da discoteca o da party natalizio: passi per l´Ave Maria e Holy Night, che almeno tutti abbiamo orecchiato, ma gli altri hanno titoli come Panis Angelicus, Benedictus, Pie Jesus, Domine Fili Unigeniti, Ecce Sacerdos Magnus, non proprio il genere più adatto, sarebbe lecito pensare, a fare concorrenza a motivetti pop, ballate rock o anche classici di Natale alla Jingle Bells. Ma i critici dicono che «cantano come angeli». E forse sulle loro ugole è davvero scesa la benedizione del Signore, o perlomeno del suo più alto rappresentante sulla Terra, considerato che parecchi anni fa, quando erano giovani seminaristi all´Università Gregoriana di Roma, una volta cantarono una liturgia davanti a papa Giovanni Paolo II, che a quanto pare ne rimase estasiato. Insomma, se ogni Natale che si rispetti, da A Christmas Carol di Dickens in poi, ha la sua magica fiaba, qui siamo indubbiamente di fronte alla favola globale del Natale di quest´anno. Qualcuno, nel campo della fede, in effetti parla di miracolo. Qualcun altro, nel campo dei discografici, preferisce chiamarlo marketing geniale. Che abbiano una bella voce, è innegabile. Che l´iniziativa sia curiosa, al limite della stravaganza, perciò perfetta per un sorprendente successo, pure. Ma abile marketing e potenti acuti non bastano a spiegare del tutto un´affermazione musicale di simili dimensioni. Il primo giorno in cui l´album è entrato in commercio nel Regno Unito, il mese scorso, il loro cd ha venduto ventinovemila copie. La prima settimana ha registrato il fatturato più alto di tutti i tempi per una "band", dopotutto di questo si tratta, di esordienti. Da allora è stata una marcia trionfale su entrambe le sponde dell´Atlantico. La storia che si nasconde dietro l´album è ancora più fiabesca, quasi troppo bella per essere vera: potrebbe essere un film, e magari presto lo diventerà. Padre Eugene, quarantanove anni, e suo fratello minore padre Martin, quarantacinque, sono cresciuti in Irlanda del Nord, in un villaggio di poche case appena fuori da Londonderry, una delle cittadine rese tristemente celebri dai "Troubles", i trent´anni di guerra civile inter-religiosa tra cattolici e protestanti nella provincia britannica che lottava per ottenere la riunificazione con l´Irlanda (e non vi ha ancora rinunciato, nonostante la pace, la raggiunta autonomia e il compromesso che ha portato insieme al governo i leader delle due opposte fazioni). Appartenevano a una grande famiglia, com´era e com´è tipico dei cattolici irlandesi, per la quale la musica e il canto erano il passatempo preferito. «Quando eravamo bambini, la mamma si metteva a suonare al pianoforte e ci chiamava sempre ad accompagnarla», ricordano. Eugene, il fratello maggiore, decise di avviarsi al sacerdozio quando aveva appena diciotto anni: «Non fu una specie di conversione sulla via di Damasco», dice, «era curiosità, più che ogni altra cosa, e comunque non presi i voti fino a ventidue anni. è un po´ come il matrimonio: prima di attraversare quella soglia, non senti il legame profondo. Dopo, la sfida è mantenere l´impegno». Suo fratello Martin fece la stessa scelta qualche anno più tardi: «Non per seguire la mia stessa strada, ma probabilmente, sentito il richiamo della vocazione, fu facilitato dall´avere qualcuno con cui parlarne, ossia me». Nel frattempo il loro ex compagno di giochi David, oggi quarantaquattrenne, aveva fatto la medesima scelta: anche lui cresciuto in un ambiente analogo, una famiglia devotamente cattolica con sei figli, che si riuniva spesso e volentieri a cantare intorno a un pianoforte. Ritrovatisi tutti e tre a fare il parroco nella stessa diocesi, i tre sacerdoti, rodata l´armonia musicale nel periodo trascorso in comune all´Università Gregoriana a Roma, non perdevano occasione di cantare insieme nelle feste comandate più solenni. I fedeli registravano le loro interpretazioni su dvd artigianali, uno dei quali la scorsa primavera è finito in mano a un dirigente della Sony Records. Il discografico ha avuto, lui sì, una specie di visione sulla via di Damasco, in cui il cielo era oscurato da una scritta a caratteri cubitali che diceva più o meno così: «Potenziale Best-Seller Mondiale». La profezia si sta avverando. I tre preti sono impegnati in un tour pubblicitario su due continenti. Il contratto chiarisce, tuttavia, che i loro doveri di sacerdozio hanno la precedenza su qualunque appuntamento promozionale: se la parrocchia chiama, il paradiso (commerciale) può attendere. La maggior parte dei loro diritti d´autore saranno destinati in beneficenza; e anche la casa discografica si è impegnata a versare una percentuale dei suoi profitti ad associazioni di carità (sebbene non riveli quanto). «Il nostro obiettivo è vendere più album possibile», chiarisce un portavoce, traguardo tutto sommato legittimo considerato che la Sony ha speso oltre un milione e mezzo di dollari solo per il lancio pubblicitario. L´obiettivo dei tre preti, secondo la stampa anglosassone, sarebbe un altro: riabilitare la chiesa cattolica irlandese, colpita da scandali di ogni tipo in anni recenti, e dare una spinta alle vocazioni, che si stanno esaurendo anche nel paese (un tempo) più cattolico d´Europa. La recessione internazionale potrebbe dare loro una mano: in tempi di crisi, la gente cerca conforto, e anche acquistare un cd di canti religiosi per Natale può servire allo scopo. Come ben sanno padre Eugene, padre Martin e padre David, le vie del Signore sono infinite.

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etlemme salvata dall'islam - alberto stabile (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 21-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 38 - Cultura etlemme salvata dall´Islam Zone di confine il reportage In Palestina l´Autorità nazionale finanzierà il restauro della Basilica della Natività, da troppo tempo senza adeguata manutenzione per le infinite liti tra cattolici, armeni, ortodossi In Georgia, dopo il ritiro russo, un antico villaggio si trasforma in una Cortina del Caucaso. Due storie a lieto fine che raccontano le contraddizioni di due paesi martoriati da vecchi e nuovi conflitti Le tre confessioni cristiane non hanno trovato un accordo Temono che qualcuno possa poi vantare diritti di proprietà sulla chiesa ALBERTO STABILE BETLEMME Dopo otto anni di tremenda carestia, una gran messe di turisti, pellegrini e visitatori è attesa per i giorni di Natale. Chi non è mai stato a Betlemme rimarrà folgorato dalla ruvida, essenziale poesia del luogo. Chi vi ritornerà non farà fatica a ritrovarsi e ritrovare le tracce di una forte emozione. Ma tutti non potranno fare a meno di constatare, con amarezza, lo stato deplorevole in cui si ritrova la culla del cristianesimo, la Basilica della Natività. Una delle chiese più antiche del mondo, costruita per ordine dell´imperatore Costantino su suggerimento della madre, l´augusta Elena, nel 326, intorno alla grotta in cui il Vangelo colloca la nascita di Gesù, è oggi un monumento da salvare. Minacciata dalle infiltrazioni della pioggia, corrosa dall´umidità, sorretta da strutture vetuste, l´antica basilica bizantina, secondo il giudizio meditato espresso dal World Monument Fund, un´istituzione britannica, richiede un intervento immediato. Ma le tre confessioni cristiane che ne condividono la gestione, greco-ortodossi, armeni e cattolici, non hanno finora trovato un accordo su come procedere nelle riparazioni. Come le interminabili diatribe fra le tre comunità cristiane rischiano di pregiudicare l´esistenza futura del Santo Sepolcro a Gerusalemme, anche il restauro della Natività è un esempio dell´equilibrio paralizzante, fondato su un accordo di status quo risalente al 1852, che avvolge la gestione del luoghi santi: garanzia sicura d´inazione, contrasti e burocratici rinvii. Nel caso di Betlemme, la questione ruota attorno all´indispensabile restauro del tetto, attraverso cui l´acqua piovana filtra da anni per poi colare lungo le pareti interne della basilica. A rivoli verticali, ormai diventati parte del design interno, l´acqua rischia di cancellare i dipinti crociati che ornano muri e colonne, e di far saltare le tessere dei preziosi mosaici bizantini. Seguendo percorsi misteriosi, attraversando le pareti annerite dall´umidità e il prezioso pavimento di marmo (parte del quale venne estirpato dal conquistatore Saladino e utilizzato per abbellire la moschea Al Aqsa, a Gerusalemme, dove è tuttora visibile) l´acqua ha raggiunto la Grotta. E qui, date le dimensioni del luogo, il danno inflitto dall´umidità supera l´immaginazione. Già scendendo le ripide scale che dal coro dell´altare maggiore conducono al luogo della natività s´avverte un forte odore di muffa. Come nelle antiche descrizioni dei primi pellegrini, lunghi drappeggi di tessuto broccato ricoprono le pareti della grotta. L´effetto nella penombra delle candele è confortante, ma basta scostare un lembo di tessuto e appoggiare la mano alla parete per sentire una gelida sensazione di bagnato. L´intonaco non esiste più. Resta, intriso, il miscuglio di malta, terra e pietre. Il tetto a botte della cappella è annerito dal fumo delle candele ma qua e là larghe chiazze di umido rivelano gli strati sottostanti. Nell´insieme sembra che una lebbra si sia attaccata alla volta. Il piccolo altare dove la tradizione vuole sia nato Gesù, il luogo è indicato sul pavimento da una stella d´argento sulla quale si sono inginocchiati i potenti della Terra, è ormai aggredito. Quasi metà del mosaico è scomparso. Della parola "Dominus" restano solo tre lettere. La scena della natività è perduta. Un elettricista con addosso una casacca francescana, non un vero saio, sta cambiando un lampadario caduto dal tetto. S´accorge del nostro interesse. «Vedete in che stato è ridotta la cappella - dice -. Io sono solo l´elettricista, ma vi assicuro che i lavori si potrebbero fare subito, se gli armeni non si opponessero». Il contrasto non è nel merito del restauro. Su questo sono tutti d´accordo. Il punto è sulle procedure da seguire, per evitare di creare un precedente che finisca con il turbare l´equilibro dei diritti sanciti dallo status quo e delle rispettive quote condominiali. Per esempio: anni fa i greco-ortodossi si sono opposti a certi lavori urgenti proposti dai francescani per paura che in seguito la chiesa cattolica potesse rivendicare un diritto di proprietà. Così, visto che sono loro, gli ortodossi, a ritenersi proprietari della Basilica, mentre il chiostro e la chiesa adiacente di Santa Caterina sono di pertinenza dei cattolici, alcuni anni fa hanno deciso di far coprire con larghi teli di plastica i buchi formatisi nel tetto. Ma il rimedio s´è rivelato peggiore del male, perché alla pioggia, d´inverno, s´è aggiunta la condensa, d´estate. «Qui non si può toccare neanche un chiodo», dice nel suo ufficio il parroco di Santa Caterina, il francescano padre Samuele. «Io non posso neanche entrare da una porta di servizio. Cioè posso farlo se indosso soltanto il saio, ma se ho i paramenti debbo seguire un certo percorso». Così, anche per la gestione della Basilica, nulla si può fare che non sia codificato. Tuttavia un paio di settimane fa è successo qualcosa suscettibile, in teoria, di sbloccare l´impasse. Betlemme ricade, infatti, entro i confini giurisdizionali dell´Autorità palestinese. Basta ammirare il muro di separazione costruito da Israele, che ne sbarra l´ingresso, per rendersene conto. Di più, negli ultimi anni, Betlemme è diventata, anche per motivi di sicurezza, la città palestinese in cui i leader stranieri in visita vanno più volentieri per incontrare il presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen). Insomma, visto l´interesse a conservare un gioiello architettonico raro il cui status ricade, oggettivamente, sotto la propria responsabilità, l´Autorità palestinese ha deciso d´intervenire. Abu Mazen ha convocato i vertici locali delle tre confessioni alla Muqata e ha proposto d´istituire un fondo per il restauro della Natività cui l´autorità palestinese parteciperà cospicuamente, nonostante le gravi difficoltà economiche che l´affliggono. L´Unesco, che segue con preoccupazione tutta la faccenda, ha chiesto un incontro ad Abu Mazen. Una commissione governativa è stata insediata sotto la responsabilità del ministro palestinese per i Rapporti con le minoranze religiose e del suo collega il ministro per il Turismo. E a questo punto una domanda s´impone. Così come accadde un secolo e mezzo fa, quando le chiavi del Santo Sepolcro furono affidate a due famiglie musulmane di Gerusalemme, perché i cristiani non riuscivano a mettersi d´accordo neanche su quando chiudere e aprire la chiesa, sarà il musulmano Abu Mazen a garantire la sopravvivenza della Natività?

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giammattei, la segretaria sconfitta: così fui fatta fuori dai boss del partito - antonello caporale napoli (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 21-12-2008)

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Pagina 6 - Interni L´atto d´accusa: la colpa di Bassolino è stata quella di non aver imposto la disciplina Giammattei, la segretaria sconfitta: così fui fatta fuori dai boss del partito La minaccia del consigliere Conte: "Ricordati che io sono un capobastone" ANTONELLO CAPORALE NAPOLI Era un capobastone, lo ricorda perfettamente. «Ricordo il suo modo aggressivo, ricordo il vestito e tutto quell´oro. Ricordo di aver avuto paura. Ma soprattutto ricordo quella frase che mi recitò con piglio teatrale: "Io sono un capobastone"». Emma Giammattei è stata la prima segretaria del Partito democratico di Napoli. Sei mesi è durata l´avventura, dal dicembre dello scorso anno agli inizi di giugno di quest´altro. «Sono tornata al Suor Orsola Benincasa, dove insegno letteratura italiana. Mi occupo di retorica. E può darsi che sia vero quello che mi dicevano gli amici al partito: "la politica non è roba per te"». Lei ha cinquantanove anni, un marito, un figlio e un´esperienza di soli due anni come assessore a Castellammare di Stabia, nella giunta guidata dall´ex senatrice, Ersilia Salvato. Nella confusione seguita al primo vagito del Pd, fu chiamata a guidarlo. Conosceva benissimo, per averne letto e scritto, Benedetto Croce. Ma nulla, proprio nulla di Roberto Conte, del gruppo dei "riformisti coraggiosi", consigliere regionale della sponda Margherita, inquisito e poi arrestato per corruzione. «Ero terrorizzata quando entrava nella stanza, e mi colpì quella parola che un giorno pronunciò con una chiarezza intimidatoria: sono un capobastone. Volle dirmelo per darmi il senso della sua influenza, offrirmi la paura come segno della sua presenza». La professoressa Giammattei non riusciva a raccapezzarsi in quei corridoi napoletani: «La cosa che mi impressionava erano i corpi separati. La slealtà dell´uno con l´altro. Il principio vigente era l´assoluta assenza di regole, di qualunque regola. Valeva solo la fedeltà o l´opposizione ad Antonio Bassolino. Proposi un codice etico. Mi fecero capire che la politica era un´altra cosa. Clan combattenti in una deriva libanese, in un corpo a corpo che mi rendeva incredula ma mi trovava inutile, superflua, evanescente. La più grande colpa di Bassolino, e forse troppe gliene abbiamo date in uno scaricabarile che diviene utile a molti ma non dignitoso per tutti, è di non aver mai controllato e messo in riga, mai invitato alla sobrietà dei comportamenti, imposto un po´ di disciplina e il senso del limite». La signora non si raccapezzava e anche il suo linguaggio, troppo accademico, produceva straniamento: «Mi dicevano: ma come parli? E forse sì, non trovavo sintonia lessicale, le mie parole suonavano male, bizzarre. Ma il problema vero e che vedevo smarrita l´amicizia, l´unità d´intenti, un minimo comun denominatore». La slealtà. «Slealtà umana, sì. Giochetti e trabochetti, riunioni coperte, intese nascoste. Volevo fare una iniziativa per le donne e subito protestava il gruppo che si sentiva escluso. E immediatamente complottava, irrideva, svuotava, denigrava». A Napoli la vita scorre feroce e anche la politica prende passioni sanguinolente: «Mi ritenevano un pericolo, certo qualcosa più di un problema. Condurre un partito non è impresa facile e può essere che ciascuno stimi così grandemente se stesso da smarrire la misura e la consapevolezza degli errori che commette. Sono laica e il dubbio mi deve sempre tenere compagnia. Però si arrivava ad aspetti grotteschi di questo gioco di società. Massimo D´Alema venne a Napoli in campagna elettorale per dare una mano a Bassolino. Qualcuno ritenne però che la mia presenza a quelle manifestazioni fosse controproducente al punto da consegnarmi errati i luoghi e l´ora dei comizi. Non mi volevano e me lo facevano capire. Mi accorsi subito, nel dicembre scorso, che l´emergenza rifiuti avrebbe travolto tutti. Bassolino mi lapidò con questa frase: "C´è chi ha fretta di vincere e chi ha fretta di perdere". Ho perso infatti». Antropologia politica. Per una docente sarebbe un bel tema di indagine. «Effettivamente il cambiamento antropologico abbisognerebbe di maggiore riflessione. Perché la modernità ci ha così cambiati, perfino nelle posture, e così rovinati? Credo che il Pd sia stato inguaiato dalle elezioni. Troppo presto sono venute, e troppi erano gli appetiti che quella competizione sollecitava. Troppe, tante, le adesioni utilitaristiche, la corsa a fare le cordate, il trust di voti senza che ci fosse un rastrello a separare le amicizie buone da quelle cattive, i voti puliti da quelli fetidi». Giammattei ha il diario aperto dei suoi mesi, «passati a correre da una città all´altra della provincia di Napoli. E mi impressionava assistere alla guerra di fazioni. Andavo ad Acerra e c´era un Pd in maggioranza e un altro che si opponeva in consiglio comunale. E così a Castellammare di Stabia e in tanti, troppi posti. Due partiti che si odiavano. Non ho avuto nessuna possibilità di incidere, non avevo poteri né la forza, forse l´autorevolezza che serve in questi casi. Ma Roma ha sempre saputo. Ecco, se mi è permesso, vorrei consigliare a Walter Veltroni di essere fermo e tempestivo negli interventi. Roma non deve apparire cieca. Sia finalmente presente. Sono tante le persone che non stanno al posto giusto. Tutte facce vecchie erano accanto a me e oggi sono accanto a chi mi ha succeduto. Un partito nuovo apre ai giovani, ma non a quelli nati in cattività, immessi nel circuito assessorile, educati già all´idea che la politica è potere senza passione. I giovani, quelli che sognano davvero».

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Il suo grande accusatore: silurato dalla giunta Iervolino (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-12-21 num: - pag: 6 categoria: REDAZIONALE Mario Di Costanzo L'ex assessore al Patrimonio: denunciai i lavori inesistenti Il suo grande accusatore: silurato dalla giunta Iervolino DA UNO DEI NOSTRI INVIATI NAPOLI — «Nel giugno 1999 andai dal sindaco. Antò, gli dissi, guarda che questo Romeo è un problema serio. La mia carriera politica finì in quel momento». Mario Di Costanzo era l'uomo sbagliato. Fu indicato come «tecnico» dal Partito popolare. Divenne assessore con delega al Patrimonio nella seconda giunta comunale di Antonio Bassolino, incarico operativo dal novembre 1997. Lo conoscevano in pochi. Un oggetto misterioso, identificato come una persona mite, impegnata nel sociale, non particolarmente determinata. Errore. Il funzionario di banca che nei momenti liberi faceva il presidente diocesano dell'Azione cattolica napoletana si dimostrò subito meno flessibile di una lastra di acciaio temprato. Cominciò a studiare ogni delibera, vecchia e nuova. «Rimasi colpito da quella, siglata pochi mesi prima del mio arrivo, che assegnava a Romeo la gestione del nostro patrimonio immobiliare». In 5 anni di consiglio comunale, era l'unico atto siglato praticamente all'unanimità, 59 su 60. Il giapponese nella giungla era tale Rosario Concordia, di An. Di Costanzo comincia a guardare da vicino. E vede cose curiose. «Romeo usava i vigili, pagati da noi, per fare il censimento dei vani che era uno dei compiti a lui affidati». Ordina che ogni fattura emessa dalla Romeo passi obbligatoriamente dalla sua scrivania. Ne rispedisce al mittente parecchie, come la richiesta di rimborsi per la manutenzione di 21 videoterminali, installati due anni prima e mai entrati in funzione. Contesta un conto da 40 milioni di vecchie lire giustificato alla voce «fotocopie». Cerca di bloccare l'impianto di 462 caldaie nelle case popolari dei quartieri di Piscinola e Pianura, 15,5 milioni per ogni intervento, di fronte ad un prezzo di mercato che si aggira sui 3-4 milioni. Non ci riesce. L'azienda va avanti a sventrare muri, come se nulla fosse. L'assessore si accorge che almeno 80 dei 400 interventi eseguiti dalla Romeo nell'ultimo anno presentano difformità tra quanto dichiarato dall'azienda e quel che risulta ai tecnici del Comune. La differenza è di 260 milioni di lire. «Qualcosa non andava. Un ex assessore molto noto mi chiama per chiedermi il numero di telefono di "Alfredo". C'era un rapporto sbagliato tra l'amministrazione della cosa pubblica e la società affidataria». Di Costanzo va in Procura e denuncia. Ci tornerà spesso. «Era tutto scritto, documentato. In questi anni, chi doveva intervenire non lo ha fatto. Ha lasciato che la metastasi progredisse indisturbata ». I giornali cominciano a definirlo come il «nemico» di Romeo. Il telefono suona sempre di meno. «Un giorno invece mi chiama lui. Cominciamo a discutere. Un uomo molto determinato, ma posseduto da un delirio di onnipotenza. Mi accusa di essere troppo rigido. Gli rispondo che specialmente in una città come Napoli se un amministratore deflette di un millimetro è perduto». Ognuno per la sua strada. Di Costanzo convince Bassolino a rivedere il contratto con l'immobiliarista, chiedendo il ribasso del 35 per cento sulla manutenzione. «Romeo subappaltava i lavori ad altre ditte, che praticavano nei suoi confronti tale ribasso. Perché il Comune doveva pagare più del dovuto a causa dell'esclusiva che gli aveva garantito?». Si finisce in tribunale. Dopo un primo round favorevole al soggetto privato, nel 2001 la giunta Iervolino alza bandiera bianca e non fa appello, anche se la cifra che avrebbe potuto «risparmiare» sui contratti di Romeo si aggirava sui 60 miliardi. «Decisione incomprensibile, motivata con il fatto che Romeo avrebbe così rinunciato a chiedere i danni. Ma quali danni?». Quell'anno, ultimo del suo mandato, comincia il fuoco amico. Con la campagna elettorale alle porte, Di Costanzo viene accusato di «far perdere voti» alla coalizione. Si era messo in testa di liberare le case occupate dagli abusivi, faccenda che toccava da vicino Romeo, che secondo l'assessore non applicava la legge regionale sulle morosità. Il suo ultimo atto è l'introduzione di un regolamento che fissa criteri oggettivi di necessità per la cronologia negli interventi di manutenzione degli immobili. Quasi una sfida. Persa, ovviamente. «Non fui confermato. Questioni di equilibri po-litici, fu la spiegazione ufficiale. La vera ragione era il mio rapporto conflittuale con un imprenditore che riscuoteva molte simpatie in Comune. Avvisai il sindaco Iervolino: attenzione a Romeo. In molti mi hanno chiamato per dirmi che avevo ragione. Adesso. A buoi ampiamente scappati dalla stalla. Troppo comodo». Marco Imarisio Ex assessore Mario Di Costanzo, 62 anni, è stato assessore con delega al Patrimonio nella seconda giunta comunale di Antonio Bassolino. Già consigliere nazionale di Azione cattolica

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E gli under 30 diventano il <partito del segretario> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-12-21 num: - pag: 8 categoria: REDAZIONALE La platea giovane Uno striscione: «Walter, tira fuori i corrotti e i corruttori». E lui si scatena: «Mi batterò per avere gente perbene» E gli under 30 diventano il «partito del segretario» ROMA — Sugli appunti, finora, ci sarebbe questo: bella mattina, il cinema Capranica che s'è riempito come nelle occasioni importanti, bell'atmosfera, grande entusiasmo e curiosità tra i mille che compongono l'assemblea dei giovani del Partito democratico, riunita per la prima volta e con tutti i disagi etici, morali, con la rabbia, il rancore, le perplessità, insomma con la profonda dose di delusione provocata dalle vicende di queste ultime settimane, così dense di accuse e smentite, di polemiche, con i sindaci del Pd che finiscono in ceppi, o che si incatenano per protesta, o che resistono, non mollano, mentre i loro assessori napoletani finiscono agli arresti domiciliari e il loro amichetto imprenditore, Alfredo Romeo, a Poggioreale. Ci sarebbe da aggiungere anche l'arrivo in ritardo — studiato, e quindi banale, di vecchio rito, una roba che funzionava forse trent'anni fa, ma che ora indispone, appare inspiegabile — del nuovo piccolo gran capo, il segretario Fausto Raciti, 24 anni, da Acireale, che nonostante certe sue imbarazzate smentite era e resta di stretta osservanza dalemiana, anche se di D'Alema, anche del talentuoso D'Alema segretario della Fgci, ha poco: la sua relazione è piatta, senza guizzi, e infatti suscita poche, rarefatte salve di applausi; e poi, se è possibile aggiungere qualche nota di colore, sale sul palco abbigliato come il fantasmino di un qualsiasi ex giovane funzionario dei giovani comunisti. La giacca di velluto, i jeans, un paio di polacchine (ex Clarks) ai piedi. Triste, antico persino nel look. Sugli appunti c'è questo. Ma ora, sul palco, sale il segretario, Walter Veltroni. E lasciamo stare che (anche nei sogni più scontati) sembra essere di cent'anni più giovane del suo piccolo leader Raciti; ciò che scuote i giovani militanti è lo striscione che la delegazione di Bari appende alla balaustra della galleria. Sembra uno striscione da stadio. Lenzuolo, pennello nero. «Walter tira fuori i corrotti e i corruttori ». Messaggio secco, esplicito. Veltroni, vecchia volpe sensibile, alza lo sguardo e va: «Sia chiaro, quindi, che io i capibastone li voglio fuori dal Pd. Io mi batterò per un partito sano, composto da gente perbene!...». Boato di applausi, grida di evviva. In fondo, era la promessa che voleva ascoltare Martina Castigliani, 21 anni, studentessa di Scienze politiche, venuta da Bologna, «anche se a Bologna, una città di sinistra, un pezzo di storia della sinistra italiana, non è più facile essere del Pd...». No? «No. La gente, gli amici, mi dicevano: ma dove vai? Ma lascia stare...». E invece lei è partita. «Volevo, voglio capire: questo giovane partito è in grado di cambiare modo di fare politica? Possiamo vedere all'opera qualche faccia un poco più giovane dei soliti Fassino, Finocchiaro...?». Sono stupendi da sentir parlare. Spontanei, puliti. Senza ombre. Sentite Francesco Murra, anni 24, che viene da Napoli. «Vuol sapere cosa penso debba fare il sindaco Iervolino?». Esatto: dovrebbe dimettersi, o no? «Guardi, premesso che la Iervolino è una persona perbene, io penso che dovrebbe anche avere l'onestà politica di capire se è il caso di andare avanti, se ci sono le condizioni, oppure no...». Li vedi, e vedi certe facce critiche, dure, indignate: Giuseppe Bufalino, 20 anni, che viene da Sondrio, o anche Alberto Bassi, 22 anni, da Milano, studente di Economia alla Cattolica. Poi, certo, c'è anche chi tiene, chi non molla per principio. Come Giordano Sgrignuoli, 22 anni, da Marino (Roma): «Sempre meglio noi, del Pdl, sul fronte della moralità...». Ma poi si volta e c'è lo sguardo tenero ma fermo di Rosa Ferrero, che ha 17 anni, viene da un liceo, viene da Cosenza, e dice: «Provo sdegno per quanto accade. E poi, dalle mie parti, sempre le stesse facce rugose: vecchi democristiani, passati nella Margherita, che ora fanno i leader del Pd... Forse è il momento di rinnovare davvero, o no?». Passa Ermete Realacci, ministro ombra dell'Ambiente, 53 anni, con un ghigno eloquente: «Tutti i giovani vogliono farsi strada... ma prima bisogna vedere che idee hanno... eh! eh!...». Fabrizio Roncone L'appello Lo striscione di protesta esposto durante l'intervento di Veltroni ( Benvegnù / Lannutti)

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Anche il laicismo erede del cristianesimo (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-12-21 num: - pag: 33 categoria: REDAZIONALE Interviste Il maggiore sociologo delle religioni, che si definisce «né credente né ateo», si schiera con Benedetto XVI. E va oltre Anche il laicismo erede del cristianesimo Rodney Stark: fede basata su ragione e diritti umani di MARIA ANTONIETTA CALABRò A mericano, Rodney Stark è considerato il più importante studioso mondiale di sociologia della religione. Ha insegnato all'Università di Washington, ora è docente alla Baylor University in Texas. è noto nel mondo accademico per l'applicazione della Teoria della scelta razionale nella sociologia della religione. Ha scritto 28 libri e 144 articoli scientifici tra i quali nel 2004, Facts, Fable and Darwin, una critica del fatto che la Teoria dell'Evoluzione venga insegnata nelle scuole «come una verità eterna». Tra i suoi libri più recenti, La vittoria della Ragione (Random House), Le città di Dio (Harper) e La scoperta di Dio (Harper) pubblicati in Italia da Lindau. Nonostante la reticenza a discutere le sue idee religiose ha affermato in un'intervista di «non essere un uomo di fede, ma nemmeno un ateo» o ancora ha dichiarato di essere «un cristiano indipendente». Stark è «d'accordo» con quanto sostiene il Papa nella lettera pubblicata dal Corriere della Sera che fa da prefazione al libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori). E cioè che senza il ritorno al tronco da cui è nato (il cristianesimo) il liberalismo e i diritti umani universali, che esso porta con sé, si disseccano. «Ha ragione Benedetto XVI — afferma il professore — quando sostiene che l'impegno per i diritti umani richiede radici cristiane». Per un motivo basilare. «L'attenzione deve sempre essere concentrata sull'individuo, la dignità e la libertà di coscienza della persona, e non sullo Stato. Quando l'attenzione si sposta sullo Stato, sottolineando quanto il rispetto dei diritti umani sia fondamentale per l'interesse comune, le libertà sembrano erodersi velocemente, poiché interferendo con "altre" libertà, interferiscono con il bene dello Stato». Questo è tanto più vero in questo momento storico, in cui la stessa idea di progresso viene messa in questione a livello planetario a motivo del crollo generalizzato dei mercati e dello sviluppo. E si torna a discutere di radici cristiane e di laicità. Luciano Canfora ha affrontato proprio ieri sul Corriere due saggi sulle relazioni tra fede, democrazia e uguaglianza. Mentre sempre ieri è stato André Glucksmann a denunciare gli errori dell'Occidente (secolarizzato) in tema di diritti umani. «Il ruolo che il Cristianesimo deve assumere nelle crisi globali odierne — commenta Stark — deve essere un ritorno alle virtù: onestà, generosità, modestia e soprattutto un ritorno alla fede nella sacralità della vita umana». La religione cristiana può dare inoltre un sostanziale contributo alla ripresa della forza della ragione e della razionalità. «Fin dai primi tempi, il Cristianesimo ha proposto la ragione come essenziale per la fede. Dio è visto come estremamente razionale. Di conseguenza le regole e le verità date da Dio devono essere razionali. Perciò, il modo per estendere la nostra conoscenza di Dio è ragionando, non in primo luogo attraverso la meditazione ed il misticismo. Questa è una tradizione cominciata nell'Ebraismo — spiega Stark — ma i teologi cristiani hanno posto assai minore enfasi nell'interpretazione della Legge e molte più attenzioni sull'esistenza e le intenzioni di Dio. Quando questa concezione razionale si estese alla Creazione di Dio, nacque la scienza». C'è una straordinaria assonanza tra questi ragionamenti e il discorso di Benedetto XVI all'Università di Ratisbona nel settembre 2006, quando il Papa ha invitato l'Islam a tenere in conto la ragione evitando il ricorso alla violenza. L'Islam contemporaneo può recepire questo invito? «Tragicamente, non vedo come oggi l'Islam possa scegliere la ragione invece che la violenza», commenta il professore. «C'è una adeguata base teologica nella religione islamica per sostenere la coesistenza pacifica tra le diverse religioni, ma al momento non c'è abbastanza volontà perché questo accada». Eppure l'analisi sociologica del caso americano porta a concludere che «la coesistenza pacifica di più culti religiosi può certamente essere possibile, dal momento che sembra esistere negli Stati Uniti». Cosa diversa è il cosiddetto concetto del «dialogo interreligioso» che, afferma Ratzinger, in quanto tale «non è possibile senza mettere tra parentesi la propria fede». Cosa ne pensa Stark? La risposta è fulminante: «Se i partecipanti al "dialogo interreligioso" non hanno un fermo impegno con la loro fede, non c'è nulla di cui discutere, dal momento che non si possono accordare su alcunché, e sovente non si accordano su nulla». Stark è realista e non si nasconde che quella indicata da Benedetto XVI (un autentico liberalismo, la dignità della persona) non è una prospettiva facile. Innanzitutto per un motivo politico: «La libertà è difficile da gestire e i capi di Stato non hanno la capacità di tollerare alcun tipo di disordine». Cosa accadrà? Il laicismo «perderà» la nostra civiltà? Stark non dice «sì» o «no», ma sottolinea un clamoroso paradosso riscontrabile della storia del cristianesimo. «La grande ironia è che gli occidentali, confidando solo su se stessi, propongono il secolarismo laicista, ma dipendono in realtà interamente da una forte e radicata cultura cristiana. Anche la loro fede nel progresso è cristiana nelle sue origini e nelle sue basi». Infine, il professore indica una «cura» inaspettata e sorprendente «contro il dilagare del relativismo»: «Il maggior numero possibile di cristiani dovrebbe scegliere di lavorare nel mondo dei mass media. Allo stesso tempo i cristiani più abbienti dovrebbero comprare o fondare nuove tv e giornali». Ma intanto nuovi mondi si aprono e sono come fecondati dalla «scoperta di Dio» e dalla «vittoria della ragione», propria della cristianità. Stark vede tutti i segnali di una nuova «ascesa del cristianesimo» in Oriente. «Se si vuole incontrare gruppi di persone le cui vite sono state trasformate dalla fede cristiana e che dimostrano una seria motivazione alla libertà e alla dignità umana — conclude Stark — è necessario visitare una chiesa "domestica" in Cina. Non solo il Cristianesimo si sta espandendo rapidamente in questa nazione, ma attrae in particolar modo la parte più erudita e sofisticata della società cinese ». (Ha collaborato Laura Nasso) L'Europa «La natura dell'Occidente non può non essere fondata sui principi della religione. Lo stesso impegno per le libertà richiama quelle radici» Papa Ratzinger e André Glucksmann. A destra «Adamo e Eva», mosaico della cattedrale di Otranto

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Castri e la visione di Pasolini (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Spettacoli - data: 2008-12-21 num: - pag: 42 categoria: REDAZIONALE Porcile Bello spettacolo, ma ormai suona datato quel sarcasmo così puritano Castri e la visione di Pasolini di FRANCO CORDELLI R ecensendo Porcile di Stanislas Nordey nel 1999, un'edizione di straordinaria asciuttezza della tragedia di Pasolini, scrivevo che la questione del testo era il «problema tedesco». In Porcile si rappresenta il conflitto tra padre e figlio nel contesto del miracolo economico: un industriale fabbricante di cannoni si allea con un industriale ex nazista che produce beni di consumo e che, non bastasse (poiché Pasolini voleva mettere sempre tutto, tutto insieme), colleziona crani di bolscevichi russi ebrei. Con la consueta acutezza critica Massimo Castri osserva come Pasolini tendesse a spostare i problemi, anzi a mitizzarli. Non voleva affrontare il suo vero e personale problema. Così lo ingigantiva, non era lui l'unico colpevole, macchiati d'una qualche colpa lo erano tutti. Da questa ambiguità, o meglio oscurità, discendono le altre; di qui discende la clamorosa, irrimediabile bruttezza della tragedia. Di solito questa parola, bruttezza, non si usa. Si è più delicati. Si allestiscono eufemismi. Pasolini, essendo Pasolini, una specie di santo laico, è in special modo mondato di tutte le colpe, vere o presunte (era lui a ritenere se stesso colpevole della propria diversità). Ma colpevole, o comunque in errore, è anche il recensore del 1999. A causa dell'allestimento di Nordey, aveva preso sul serio l'idea di una critica del miracolo economico tedesco, che i porci siano i capitalisti. Ma ora che questo bubbone non c'è più, e che il bersaglio di Castri è, come sempre, la critica del testo, si vedono bene due cose. Primo, il vero tema è appunto la vergogna del figlio, e il suo tragico destino. Egli ama i maiali, cioè non le donne ma gli uomini, un tipo di amore che ritiene lurido, maialesco. Secondo, questa vicenda è rappresentata con un linguaggio che più volte sfiora il ridicolo. Come non me ne accorsi nel 1999? Mi piaceva quell'idea che il figlio sia «né ubbidiente né disubbidiente»; e mi piaceva che Pasolini, mettendo l'osservazione in bocca al padre, rendendola cioè sarcastica, criticasse l'idea che durezza e tenerezza, cannoni e beni di consumo, convivessero. Ma perché la tenerezza (del figlio) non potrebbe convivere con la durezza (del padre)? Oggi, il puritanesimo di quel sarcasmo mi sembra particolarmente fastidioso. Ma ancor più repulsivi sono il didascalismo e il lirismo di Pasolini. Dice il protagonista Julian: «Non vengo a Berlino / a fare il buffone con dei cartelli / che oppongono terrorismo di giovani borghesi / a terrorismo di vecchi borghesi». Ida, da lui respinta, confessa a Julian di amare un bel ragazzo: «il suo riformismo è pulito / come i suoi occhi». Si può scrivere una frase così ridicola? Ma al colmo di tutto c'è lo spettacolo. Perché Castri lo ha fatto? Mettere a nudo la fasullaggine di Porcile era per lui un affare di vitale importanza? Pasolini — non ne abbiamo abbastanza per accantonarlo, per lasciarlo riposare? Il suo teatro non è diverso da quello di Ugo Betti o Diego Fabbri, e qualunque esercizio critico sembra superfluo. Anzi, più lo spettacolo è bello, peggio vanno le cose. Sì, lo spettacolo di Castri è ben confezionato; quel bel prato verde-luccicante con quei fiori grandi e colorati è suggestivo, e gli attori sono bravi. Ma con ciò? Non è un'aggravante? Poi, esso non è solo lodevole. è anche atrocemente statico. Ed è atrocemente ambiguo. Il sarcasmo corre lungo le quasi due ore. Ma quel finale triste e quasi patetico, cui il regista non ha saputo rinunciare, non rappresenta, in una lettura che si vuole critica, una complicità con il drammaturgo? Porcile di Pasolini / Castri Teatro Argentina di Roma In scena Una scena di «Porcile» diretto da Massimo Castri

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RAFFAELE DE CESARE CRONISTA DELLA ROMA PAPALE (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 21-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-12-21 num: - pag: 31 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano RAFFAELE DE CESARE CRONISTA DELLA ROMA PAPALE Sono una professoressa di lettere presso la scuola media «Raffaele de Cesare» di Spinazzola (Ba). Lo scorso anno scolastico, insieme a una collega, ho coinvolto due classi del nostro Istituto nella redazione di un giornalino a cui abbiamo dato il nome di «De Cesare news». Volendo pubblicarlo su un sito mi è stato consigliato di cambiargli il nome, ma mi sono scontrata con lo sguardo un po' severo di un signore baffuto che mi osservava da una foto sbiadita appesa al muro: era Raffaele de Cesare. Nessun collega sapeva chi fosse. Faccio una rapida ricerca e scopro che oltre a essere l'autore di un volume fondamentale per lo studio degli anni precedenti l'unità d'Italia nel Regno borbonico («La fine di un regno»), egli è stato anche un giornalista per diverse testate (oltre che deputato e senatore del giovane Regno d'Italia) tra cui il Corriere della Sera (di cui risulta essere addirittura uno dei soci fondatori). Quest'anno (il 29 novembre) ricorre il 90Ë?anniversario della morte del nostro benemerito concittadino (nato a Spinazzola ma morto a Napoli tra l'altro dimenticato da tutti!) e vorrei preparare una piccola celebrazione illustrando la vita e le opere di Raffaele de Cesare. Vera M. Di Giulio s.media@alice.it Cara Signora, M i spiace che per colpa dell'attualità e di altre circostanze la sua lettera e la mia risposta non siano state pubblicate il 29 novembre, nel novantesimo anniversario della morte di Raffaele de Cesare. Ma lo ricordiamo insieme, comunque, prima della fine dell'anno. Il patrono laico della sua scuola non fu soltanto storico e giornalista. Fu anche deputato della Destra per due legislature, dal 1897 al 1904, e tornò in Parlamento come senatore nel 1910. Negli anni in cui sedette a Montecitorio difese gli interessi della sua regione, si batté per la costruzione dell'acquedotto pugliese e fu «meridionalista» nello spirito di quei liberali del sud (come Luigi Spaventa di cui fu amico e ammiratore) che avevano creduto nell'unità nazionale, e nella necessità che il Mezzogiorno avesse nel Regno un ruolo conforme alle sue ambizioni e alla sua storia. Fu contrario alla politica di Giolitti, ma condivise il suo neutralismo alla vigilia della Grande guerra. Non volle l'intervento del-l'Italia, ma adottò, come Benedetto Croce dopo lo scoppio delle ostilità, una linea patriottica. Fu cattolico, ma comprese che la fine del potere temporale avrebbe giovato alla Chiesa. Vale la pena di commemorare de Cesare, cara Signora, soprattutto perché è nell'Italia d'oggi, scettica, sfiduciata e disunita, un personaggio ammirevolmente anacronistico. Lei ha giustamente menzionato, tra le sue molte opere, il grande volume sulla fine del regno borbonico. Ma è giusto ricordare che de Cesare raccontò anche gli ultimi anni della Roma papale. Il libro («Roma e lo Stato del Papa») tornò in libreria nel 1970, in una bella edizione della casa editrice Longanesi, ed è un affascinante affresco della città pontificia e del potere temporale. Come un altro vaticanista del Corriere della Sera (Silvio Negro), de Cesare non faceva erudite distinzioni fra la grande politica e la vita quotidiana, tra gli intrighi dell'aristocrazia e gli umori della piccola gente. Non fu economista, politologo e sociologo, nel senso che queste parole hanno assunto nel nostro linguaggio. Ma il suo libro, con alcune imprecisioni e qualche pettegolezzo, rende vivo e credibile ciò che gli studiosi accademici seppelliscono sotto la polvere della loro erudizione. Il lettore vi trova notizie sulla illuminazione della città, sulla banche straniere a Roma, sulla prima ferrovia pontificia, sul brigantaggio, sul contrabbando, sulle deliberazioni ecclesiastiche contro il colera, sulla manifattura dei tabacchi, sulle maggiori personalità dell'aristocrazia romana, sul cardinale de Merode e il rinnovamento urbanistico della città. Il suo libro termina con una nota forse troppo ottimistica che merita tuttavia di essere citata: «Ogni altra città del mondo sarebbe stata disadatta al grande esperimento di vedere, nelle stesse mura, il Papa spodestato e il Re eletto; la sovranità religiosa e la civile; il papato che comincia a riconoscere alcune necessità dei nuovi tempi, e la monarchia, necessaria all'unità nazionale (...). La storia dirà l'ultima parola, ma indietro non si torna».

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Caro D'Alema, solo tu puoi vitalizzare il Pd (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 21-12-2008)

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stampa «Caro D'Alema, solo tu puoi vitalizzare il Pd» Caro D'Alema, ben tu sai come chi ti scrive non sia stato mai comunista, e cioè marxista-leninista membro del Partito Comunista Italiano (l'unico modo invero per potersi dire «comunisti»!), come del tuo partito sia stata fermo avversario, dalla mia posizione però di democratico, di antifascista, di repubblicano e di cattolico-liberale, ma mai - e me ne diede atto un grande leader del tuo partito (intendo riferirmi al P. C.I.) in un discorso tenuto un paio d'anni fa al Senato - anticomunista fazioso. Tu sai che io sono stato iscritto dall'età di sedici anni nel partito della Democrazia Cristiana di Alcide De Gaperi, il politico che considero uno dei due grandi uomini di Stato dell'Italia del XX Secolo insieme a Palmiro Togliatti, quasi mio conterraneo e la cui famiglia era a Sassari amica della mia; che militai nella sinistra del mio partito: la Sinistra di Base. Tu sai anche che io mi schierai subito a favore del compromesso storico e della formazione dei governi di così detta «solidarietà nazionale», facendo parte come ministro di tre di essi. Dopo che io fui poi eletto presidente del Senato e quindi anche presidente della Repubblica con i voti del P.C.I., ci fu la caduta del «muro di Berlino», la dissoluzione dell'Unione Sovietica e del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, cui tutti i partiti comunisti guardavano giustamente come a soggetti egemoni di riferimento (per questo io certo non approvai, ma compresi la repressione sovietica della Rivoluzione Ungherese e l'invasione e la successiva occupazione della Cecoslovacchia, mentre mai compresi il così detto «euro-comunismo» di Enrico Berlinguer, frutto del suo spirito nazionale ed europeo, ma anche della sua anima aristocratica, genitrice di utopie). Il Partito Comunista, certo mi mise sotto accusa per ben due volte, accusandomi appunto prima di essere stato favoreggiatore del «terrorismo rosso», e poi di formazione di banda armata e di tentativo di insurrezione contro i poteri dello Stato! La prima accusa, dalla quale nella segreteria del vostro partito fui difeso da Natta, da Pajetta, da Napolitano e da Ingrao, fu quasi un...dissidio familiare, la seconda fu una scomposta risposta ai timori che una parte di voi aveva a cagione degli epocali fatti di cui ho detto, per timori inconfessati di cose che io non ho mai compreso! Ebbene, tutto ciò mai mi impedì di cercare di superare la famosa «conventio ad excludendum», e di operare perché prima con il compromesso storico e la solidarietà nazionale e poi con il piccolo partito da me fondato con altri amici provenienti dalla Democrazia Cristiana, dall'UDC, dal partito liberale e dal partito repubblicano - l'Unione Democratica per la Repubblica -, i comunisti entrassero nel circuito del governo centrale del Paese. E così prese forma il governo di centro-sinistra da te presieduto, che fu sempre insidiato e poi rovesciato dalla corrente «veltroniana» del tuo partito. Dopo la dissoluzione della Democrazia Cristiana, frutto di un disegno ancora oscuro di cui fu strumento una parte della magistratura italiana, io votai prima per il Partito Popolare e poi anche per i Democratici di Sinistra, per L'Ulivo, per L'Unione e nelle ultime elezioni per il Partito Democratico. Non ho mai votato (finora!) per le formazioni formate e guidate da Silvio Berlusconi, pur essendo suo amico ininterrottamente da più di trent'anni, anche se più volte suo onesto ma anche critico, e da me sempre difeso da quella che ho considerato e considero una autentica «persecuzione giudiziaria». è noto altresì che io ti considero un vero uomo di governo: il «miglior fico del bigoncio», e non solo del «bigoncio democratico», ma del «bigoncio nazionale»! Ho fatto questa lunghissima premessa per dire che, forse, ho le credenziali per scrivere quel che sto per scrivere. La conduzione del Partito democratico è stata nell'ultimo anno non insufficiente, ma penosa ed anche un po' ridicola, con gli appelli e paragoni del suo segretario alla politica degli Stati Uniti d'America e a Barack Obama!, ed anche pericolosa, con la sua deriva giustizialista e con l'alleanza organica con un partito delle cui esistenza noi italiani dobbiamo vergognarci, un partito populista, o come nel '900 si sarebbe detto «fascista» nel senso qualunquista del termine. Ho seguito i lavori della direzione del vostro partito: l'ho vista turbata dall'offensiva giudiziaria che improvvisamente si è abbattuta contro di voi (cosa prevedibile, dopo la disponibilità da voi dimostrata a sedervi attorno ad un tavolo per confrontarvi con il Popolo delle Libertà sul tema della riforma della giustizia: vi hanno voluto dare...un segnale!), con un segretario in preda alla «sindrome di Stoccolma», quasi pronto a dichiarare che la colpa di detta offensiva era da ascriversi a Silvio Berlusconi (*), e ad un punto dal rivolgere a tutti i presenti, un fermo invito. «Viva ora e sempre la magistratura militante! Viva il magistrato De Magistris! Viva l'Associazione Nazionale Magistrati! Viva Barack Obama!» Il Paese ed il suo sistema democratico hanno bisogno di un forte partito democratico di sinistra, alleato con i sindacati e collegato con le masse, anche dei movimenti alternativi; di un partito che abbia una sua cultura, anche riferendosi alla cultura marxista, che è diventata di nuovo attuale nel pensiero politico-economico anche dei «liberal» americani obamiani e perfino nella Chiesa Cattolica, con la rivalutazione che ne ha fatto un grande teologo, attuale Arcivescovo di Monaco-Frisinga; un partito che si collochi sul piano internazionale nell'Internazionale Socialista e su quello europeo nel Partito Socialista Europeo: un partito laico, nel senso europeo e spagnolo del termine, quindi collegato con i movimenti per i così detti «nuovi diritti di libertà». Gli ex-democristiani del partito democratico? Io non credo che abbandonerebbero un partito che si schierasse con il socialismo europeo ed internazionale e che anche si attestasse anche su posizioni «zapateriane»: non dimenticare che fu una cattolica militante che firmò il disegno di legge sui Di.Co, che ben sessanta parlamentari cattolici firmarono una lettera contro la presa di posizione della Conferenza Episcopale Italiana, e che due senatori cattolici del Partito democratico hanno presentato un disegno di legge a favore della «dolce morte», che non ha trovato sfavorevoli né il Cardinale Bagnasco, presidente della C.E.I., né il Presidente del Consiglio Pontificio per la Famiglia e la Vita Monsignor Fisichella. E credo che solo tu, il «migliore fico del bigoncio», potresti vitalizzare il Partito democratico portandolo su posizioni socialiste e «liberal», anche facendo rivivere nella vostra cultura un po' di marxismo e, perché no, anche di marxismo-leninismo, lasciando da parte gli Stati Uniti e il «barackobamismo». Con i migliori auguri per il Nuovo Anno e con amicizia F. C. (*) Ma forse Veltroni ha ragione: se Silvio Berlusconi e il Popolo delle Libertà non avessero dichiarato di voler realizzare una riforma della giustizia in senso liberale, all'inglese, all'americana o alla tedesca, la magistratura militante non avrebbe ripreso a menare fendenti contro la classe politica.

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La rivoluzione della chiesa cattolica molisana (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 21-12-2008)

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stampa Storia Come cambia la struttura ecclesiastica nei secoli: dall'autonomia delle abbazie alla nascita della Metropolia La «rivoluzione» della chiesa cattolica molisana Onorato Bucci Bucci@unimol.it La terza che attesta nel 325 il primo vescovo che partecipa al Concilio di Nicea (J. GAY, L'Italie meridionale et l'Empire bizantine) fino al Vescovo D'Ambrosio (1986-1999). E quindi le Diocesi tuttora operanti, di Isernia, dal Vescovo Poltino, precedente al vescovo Lorenzo del 410 (o da un Vescovo Benedetto secondo l'Ughelli) fino all'oggi, di Termoli, dal secolo X (Vescovi Benedetto e Scio) all'oggi, che con decreto della Congregazione per i Vescovi n. 946/86 ha stabilito la "piena unione delle diocesi di Termoli Larino con sede nella città di Termoli"; Trivento che secondo LANZONI, I, pp. 378-379 succede ad Aufidena ricordata da Papa Gelasio, a partire da Casto (secolo IV, fino all'oggi; Campobasso, dal 1927 ad oggi. Con la riforma di Paolo VI del 1977 che ha modificato la giurisdizione e i compiti delle Abbazie cosiddette "nullius" (cioè nullius dioceseos) che non dipendono cioè da altri Vescovi (e che hanno autorità, diritti ed obblighi pari a quelli dei Vescovi) e che in Italia sono Montecassino, Cava dei Tirreni, S. Barbara di Mantova, MonteVergine (presso Avellino), Monte Oliveto Maggiore (presso Siena), S. Lucia del Malo (in Sicilia), Nonantola (Modena), Subiaco, S. Paolo fuori le Mura, S. Martino sul Monte Cimino, si è modificata la struttura territoriale ecclesiastica del nostro Molise, con la conseguente "riduzione" delle metropolie di Benevento e di Capua, e con l'elevazione della diocesi di Campobasso a Metropolia tanto che sono attribuiti al Metropolita di Campobasso-Bojano tutti i diritti e gli obblighi che facevano prima capo al Metropolita di Capua (per Isernia e Venafro) e di Benevento (per Bojano-Campobasso), (Larino- Termoli e Triveneto). La vera, grande rivoluzione della Chiesa Cattolica molisana sta dunque nell'averla elevata a territorio autonomo creando una Metropolia che si identifica con la regione della società civile, fatto raro nella storia della Penisola, pur facendo parte il territorio della unica conferenza episcopale abruzzese-molisana. Il che sta a significare identificare la metropolia ecclesiastica con la regione amministrativa della sovietà civile (il che non accade in Abruzzo dove le metropolie sono due, quella di Chieti-Vasto, una delle più antiche della Chiesa non solo italiana ma di tutta l'Europa e dell'intero Occidente e quella, più giovane, di Pescara) con conseguenze di vasta portata perché l'interlocutore del Presidente della Giunta Regionale sul piano ecclesiastico diventa il Metropolita che agisce e opera in nome degli altri Vescovi della Metropolia. Questo sulla base delle prerogative previste dal Codice di diritto canonico che il Metropolita ha all'interno della Metroplia e sui Vescovi suffraganei (cfr. O. BUCCI, Un Papa, una Chiesa. La chiesa del Molise, la sua gente, la sua storia e le sue istituzioni, Campobasso, 2000, ed. IRESMO, pp. 157-158). continua

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La falsa preghiera del Papa buono (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 21-12-2008)

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n. 305 del 2008-12-21 pagina 21 La falsa preghiera del Papa buono di Andrea Tornielli "La Repubblica" spaccia per inedito un testo in cui Giovanni XXIII chiede scusa agli ebrei per le colpe della Chiesa. Ma è una clamorosa bufala (e già smentita più volte): la scrisse un ex gesuita nel 1965 Una pagina intera su La Repubblica di ieri rivelava un eccezionale «inedito» di Giovanni XXIII, una «preghiera per gli ebrei» che il “Papa buono” - ormai in punto di morte - avrebbe scritto riconoscendo le colpe dei cristiani che sulla fronte hanno, così recita il testo, «il marchio di Caino». Cosa c?è di meglio da rilanciare nei giorni in cui tiene banco la polemica sulle leggi razziali con chiamate in correità della Chiesa cattolica? Un documento significativo e importante, che sarà declamato questa sera al monastero di Santa Cecilia a Roma dall?attore Guido Roncalli (il quale, diciamolo subito, non è legato da alcun legame di parentela con il beato Pontefice) nello spettacolo dal titolo suggestivo ma fuorviante «Roncalli legge Roncalli». Peccato però che la «preghiera» sia un falso, smentito ripetutamente e per di più ben conosciuto da moltissimi anni. Un apocrifo, dunque, del quale non esiste alcun autografo né si conosce in dettaglio l?origine, reso noto per la prima volta dall?ex gesuita Malachy Martin sotto pseudonimo nel 1965, e dichiarato assolutamente non vero da tutti i collaboratori di Giovanni XXIII, in primis dal suo segretario, monsignor Loris Capovilla, che delle carte del Pontefice bergamasco è stato attento e fedele custode. Repubblica scrive che giunto ormai al termine della sua vita, Papa Roncalli, nel maggio 1963, «nel chiuso della sua stanza nel Palazzo apostolico, in Vaticano», dedicò «le sue ultime energie al popolo ebraico sotto forma di preghiera composta quasi di getto su un foglio bianco, davanti al Crocifisso». Lasciando così ai posteri «una chiara e appassionata richiesta di perdono per le “colpe” commesse dai cristiani nel corso dei secoli con i loro atteggiamenti antisemiti». L?eccezionale documento, scrive il quotidiano, «finora sostanzialmente inedito in Italia», era stato pubblicato «solo in parte nel 1965 su un giornale olandese e brevemente accennato nello stesso anno su un periodico italiano, sembra per iniziativa di un giovane monsignore statunitense che aveva preso parte al Concilio come esperto ed era molto amico dell?allora Pontefice». Testo importante e scomodo, caduto inspiegabilmente «nell?oblio per 45 anni», prima che l?attore omonimo ma non parente, e il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, lo scoprissero e lo rilanciassero. In realtà, un motivo per l?oblio c?è, ed è ben fondato. «Si tratta di un falso, Giovanni XXIII non c?entra nulla con quella preghiera – spiega al Giornale monsignor Capovilla – e quando venne resa nota per la prima volta fu prontamente smentita». Tutta la vicenda è stata ricostruita a suo tempo dal gesuita padre Giovanni Caprile su La Civiltà Cattolica (il 18 giugno 1983), sulla base delle carte conservate negli archivi della «Fondazione Giovanni XXIII» di Bergamo. Si scopre così che a divulgare per primo l?apocrifo, senza peraltro indicare fonti o testimonianze di autenticità, è la rivista dell?«American Jewish Committee», in un articolo firmato da un certo «Cartus», pseudonimo dell?ex gesuita Malachy Martin. Proprio su quest?ultimo si appuntano, da decenni, i maggiori sospetti circa la fabbricazione dell?apocrifo. Capovilla, che all?epoca aveva già smentito, oggi rincara la dose: «è una pura invenzione, e spiace che si sia potuto credere autentica una preghiera che non corrisponde allo stile e allo spirito di Papa Giovanni, il quale non si sarebbe mai permesso di dire che i cristiani portano impresso “il marchio di Caino” sulla fronte. I testi roncalliani sono stati studiatissimi e pubblicati, di questa preghiera non esiste traccia tra le carte del Pontefice e tutti coloro che la citano non hanno mai potuto produrre riscontri sulla sua autenticità, un?autenticità che è smentita dal testo stesso». Guido Roncalli, l?attore che stasera la reciterà, ha presentato recentemente il suo spettacolo anche in Vaticano, presso il Governatorato, ma in quella occasione la clamorosa preghiera «inedita» pare non sia stata declamata. Non c?era bisogno di questo testo per sapere che Giovanni XXIII ha sempre mostrato attenzione nei confronti degli ebrei, prendendo decisioni importanti che hanno contribuito a cambiare il clima dopo secoli di antigiudaismo cristiano. Non soltanto da delegato apostolico a Istanbul – durante la guerra e, va ricordato, sempre in accordo con la Segreteria di Stato di Pio XII – quando salvò molti ebrei dalla deportazione; ma anche da Papa, quando decise di abolire l?ottava supplica del Venerdì Santo, che definiva gli israeliti «perfidis». E poi nel disporre che il Concilio Vaticano II, da lui convocato, si occupasse della questione ebraica. Nella dichiarazione «Nostra aetate» i padri conciliari aboliranno l?accusa di «deicidio» che era stata indistintamente rivolta al popolo ebraico. Segnalare questo ennesimo scivolone storico, non significa dunque misconoscere l?esistenza di una svolta roncalliana nei rapporti con gli ebrei, anche se forse vale la pena ricordare che una precisazione sul fatto che quel «perfidis» doveva intendersi solo nel suo significato di «privi di fede» in Gesù, era già stata fatta pubblicamente, a suo tempo, da Pio XII. La complessità della storia poco si dovrebbe prestare a battaglie giornalistiche che ripropongono la «vulgata» dei Papi buoni e dei Papi cattivi, come accade in continuazione con la leggenda nera di Pio XII «antisemita» e «filonazista». Sempre più spesso si assiste a una confusione dei ruoli: archivisti di istituzioni anche illustri che si attribuiscono da soli la patente di storici, docenti di storia che scrivono sui giornali e accusano i giornalisti di non essere accurati e di non avere titoli per occuparsi di questa materia, ma che non sono affatto esenti da abbagli anche notevoli, dai quali i titoli accademici non mettono al riparo: basta ricordare la polemica sul «documento agghiacciante» - ma incompleto e presentato senza il necessario contesto - che accusava Pio XII di non voler restituire i bambini ebrei ai loro parenti dopo la Shoah, messo in pagina dal Corriere della Sera nel dicembre 2004, la più recente montatura di Sergio Luzzatto contro Padre Pio che si sarebbe procurato le stimmate con l?acido e, un paio di mesi fa, le «rivelazioni» di Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino, rilanciate dall?Ansa e prontamente riprese da Repubblica, sui documenti relativi ai colloqui di Papa Pacelli con i diplomatici angloamericani nei giorni successivi alla razzia del ghetto ebraico di Roma: gli studiosi li avevano ritrovati in un archivio americano e hanno pensato che fossero inediti, senza sapere che erano notissimi e pubblicati in decine di libri, nonché ampiamente commentati da Civiltà Cattolica. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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chiesa e "stato cristiano" - (segue dalla prima pagina) carlo galli (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 22-12-2008)

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Pagina 15 - Cronaca CHIESA E "STATO CRISTIANO" (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) CARLO GALLI Espressione estrema della lotta moderna contro il principio d´autorità ecclesiastico, lo Stato etico viene prima del singolo e dei suoi diritti soggettivi, e, con la sua prassi educativa, porta l´arbitrio dei privati ad aderire pienamente e consapevolmente (e qui starebbe la vera libertà) a quella vita collettiva (la "nazione") di cui lo Stato è l´espressione storica più piena e razionale. Contro questo culto dello Stato si muovevano i socialisti, che nello Stato vedevano soprattutto l´aspetto giuridico del dominio di classe, i liberali (non tutti) ostili al superamento della centralità etica, giuridica e politica del singolo soggetto, e appunto anche il cattolicesimo che al potere autoreferenziale di uno Stato così inteso opponeva l´autonomia della Chiesa e della persona, entrambe di origine divina. Ma che cosa significa il ricorso polemico al termine "statolatria" nel dibattito di oggi, quando lo Stato, con ogni evidenza, non ha più quelle pretese? Quando lo Stato etico è un´esperienza sconfitta dalla storia, e tutta la riflessione politica e morale, si orienta altrove per individuare le coordinate della libertà individuale e collettiva? Qual è la ragione di questo anacronismo lessicale? Siamo davanti, di fatto, all´equiparazione dello Stato laico contemporaneo allo Stato etico, all´assimilazione dell´educazione dei giovani alla cittadinanza democratica con la trasmissione autoritaria di specifici contenuti dottrinari, al timore che quando lo Stato educa al rispetto dei diritti realizzi una limitazione della libertà personale e collettiva, che il potere sia ormai (secondo le parole dell´arcivescovo) "biopolitico", che cioè si intrometta nella vita intima delle persone. Ora, in questa argomentazione sono evidenti alcuni limiti: il primo è che tutto ciò sembra ricalcare le polemiche ecclesiastiche ottocentesche contro l´istruzione pubblica promossa dallo Stato, vista come una violazione dei diritti delle famiglie. Il secondo è che la Chiesa definisce "biopolitica" la legge di uno Stato, ma non la propria impressionante serie di divieti, che vincolano gravemente i diritti dei singoli credenti a determinare in modo autonomo come vivere, amare, procreare, morire. Il terzo limite è infine che qui si interpreta polemicamente come un contenuto ideologico particolare (e pericoloso) proprio quel principio di laicità dello Stato che è al contrario la condizione universale formale che fonda e garantisce la coesistenza dei singoli soggetti e dei gruppi sociali. Lo Stato laico (quale cerca di essere la Spagna) non può non insegnare ai giovani il pluralismo e la tolleranza. E non può non spiegare, a tutti i cittadini, che la legittimità del legame politico democratico e dei doveri che ne derivano sta nel fatto che le leggi dello Stato rispettano e valorizzano i diritti umani, civili, sociali e politici, e non servono ad affermare un´identità religiosa o culturale (né, ovviamente, etnica), neppure se è quella della maggioranza. Questo non è l´insegnamento di un´ideologia che fa dello Stato un idolatrico concorrente di Dio, ma della libertà dei moderni, e dei contemporanei. E se non si vuole comprendere che la laicità dello Stato non è un opinabile valore fra gli altri ma è la decisione fondamentale della civiltà moderna che realizza la tutela politica della libera espressione sociale di ogni possibile fede e cultura, dell´uguale dignità dei più vari progetti di vita purché non implichino violenza e dominio su altri; se si critica e si combatte come statolatria, come culto dello Stato, l´esistenza e l´azione di uno Stato che rende possibili tutti i culti (e anche il rifiuto dei culti) e tutte le culture; allora in realtà non si vuole, al di là delle espressioni verbali, uno Stato laico ma uno Stato cristiano, o almeno uno Stato che di fatto privilegia il cristianesimo. Come la distinzione fra laicità e laicismo, così il ricorso al termine "statolatria" è quindi più che una scelta linguistica: è un chiaro segno, fra molti altri, di un preciso indirizzo di politica ecclesiastica di cui farebbero bene a essere consapevoli tutti quei laici che del ruolo dello Stato hanno ancora un concetto adeguato.

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Conoscere il cielo (e conquistarlo) (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 22-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-12-22 num: - pag: 20 categoria: REDAZIONALE Il commento Conoscere il cielo (e conquistarlo) di GIULIO GIORELLO I cieli narrano la gloria di Dio, ci ricorda Benedetto XVI. Quale miglior augurio per il 2009, che sarà l'anno internazionale dell'astronomia? L'aspetto più affascinante è che quella narrazione — dagli antichi Caldei a Copernico, da Newton a Einstein — non cessa di sorprendere gli scienziati che sfogliano le pagine del grande Libro della Natura. Fu Galileo Galilei a sostenere che quel Libro ci insegna come è fatto il cielo, mentre la Bibbia ci dice come noi possiamo conquistare quel cielo, cioè andare in Paradiso. Galilei, che di suo si dichiarava «cattolico, anzi cattolicissimo», si trovò sotto processo — come commentò il poeta John Milton — «per aver osato pensare in astronomia diversamente da quel che pretendevano i suoi censori francescani o domenicani ». E lo stesso scienziato pisano doveva commentare che le misure prese contro di lui erano «novità» che finivano per guastare il funzionamento degli Stati! Oggi le insidie alla libera indagine scientifica sembrano venire da altre parti: da tutte quelle strutture che con le più diverse motivazioni non esitano a prevaricare sugli individui in nome delle proprie verità non negoziabili. Invece, la ricerca va avanti grazie all'impegno tenace di donne e uomini che sanno di poter sempre cadere in errore e sono disposti a «negoziare» anche a proposito delle loro convinzioni più radicate. Qualunque siano le loro credenze di fondo, magari Il libro della Natura Galilei ci insegna come è fatto il cielo, la Bibbia indica come andarci anche quelle per cui il Libro della Natura potrebbe non avere autore, e non narri affatto una qualche «gloria», ma solo una trama cieca di disastro e di sofferenza — come riteneva per esempio Charles Darwin, che amava paragonarsi a Galilei, ma si compiaceva della sicurezza che gli offriva la sua laica Inghilterra (vescovi anglicani permettendo).

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L'esempio di Fiorenzo e un grazie a tutti voi. (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 22-12-2008)

Argomenti: Laicita'

In uno dei miei post dal Benin avevo annunciato un articolo su Fiorenzo, il frate chirurgo che fa miracoli in una delle zone più povere dell'Africa. L'articolo è uscito ieri sul Giornale: Fiorenzo Priuli mi ha molto colpito per il suo entusiasmo, per la sua grazia innata, per il suo ottimismo. Ha creato da zero un ospedale efficientissimo ed è venerato da tutti: autorità civili, musulmani, animisti, oltre ovviamente dai cristiani. Sapere che nel mondo esistono italiani di questa caratura fa bene all'anima e alla reputazione del nostro Paese. Con l'avvicinarsi delle Festività. colgo l'occasione per ringraziarvi per i mesi trascorsi insieme su questo blog, che è sempre più letto. "Il Cuore del mondo" si sta trasformando in una piccola comunità dove è possibile confrontarsi liberamente, con civiltà, arguzia, senza barriere politiche. Al blog partecipano lettori di destra, di sinistra, di centro, dall'Italia e dall'estero: che splendida esperienza! Dimenticavo: alcuni di voi mi hanno chiesto di segnalare qualche Onlus meritevole di attenzione. Chi volesse aiutare Fiorenzo può farlo tramite l'U.T.A (Uniti per Tanguieta e Afagnan) o gli amici di Tanguieta . Altre Onlus attive in Africa sono il GSA (Gruppo Solidarietà Africa), il LTM (gruppo Laici Terzo Mondo), il BND (Bambini nel deserto). Ce ne sono ovviamente tante altre meritevoli di stima e riconoscenza, ma di quelle che ho citato ho potuto verificare l'attendibilità. Ribadisco il mio suggerimento: se volete far del bene o beneficenza preferite Onlus o Ong che conoscete o dove operano amici o parenti: il piccolo gruppo, se le sue motivazioni sono autentiche, difficilmente sprecherà finanziamenti (vedi il post sull'Unicef) e certo non userà la fondazione per altri scopi (vedi i sospetti su quella di Clinton). Infine, ecco una foto di Fiorenzo nel suo ospedale a Tanguieta. L'ha scattata Emilio Zuccoli, l'amico che mi ha permesso di scoprire Fiorenzo e la sua magnifica realtà. Buon Natale a tutti voi! Scritto in società, notizie nascoste, Italia, giornalismo Commenti ( 2 ) » (Nessun voto) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Dec 08 Toh, il governo italiano finanziava Bill Clinton. Per assicurare a sua moglie Hillary la nomina a segretario di Stato, Bill Clinton ha dovuto pubblicare la lista dei finanziatori della sua Fondazione. Saltano fuori molti nomi noti, come Bill Gates, Michael Schumacher, Elton John e per cifre davvero imponenti (e dunque imbarazzanti) Paesi come l'Arabia Saudita (tra i dieci e i venticinque milioni) e il Kuwait. A sorpresa ci sono anche gli italiani. Chi? Secondo il Sole 24 Ore il Monte dei Paschi, Autogrill, De Agostini, Enel, Lottomatica, Pirelli. Sono società private e/o quotate in Borsa: ne risponderanno ai loro azionisti. Ma nell'elenco appare anche il ministro italiano dell'Ambiente per una cifra compresa tra i 50 e i 100 mila dollari. Il Sole 24 Ore non specifica la data del versamento (verosimilmente però risale agli anni scorsi), nè le modalità. La fondazione ha scopi caritatevoli, ma dall'analisi dei nomi dei finanziatori, sembra che agisse anche come una gigantesca lobby mondiale per fare o ricevere favori di diverso tipo; da quelli politici a quelli economici. Nella lista appare l'appaltatore militare Blackwater, tristemente famoso in Iraq, il finanziere canadese Frank Giustra che grazie all'ex presidente americano ha ottenuto un appalto minerario in Kazakhstan. Ci sono molti uomini d'affari ucraini, arabi, indiani. Domanda: perchè l'Italia si è unita al consesso? Per far del bene avevamo davvero bisogno di quel maneggione di Bill Clinton? Scritto in economia, globalizzazione, democrazia, Italia, gli usa e il mondo Commenti ( 46 ) » (2 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 18Dec 08 Attenti ai prezzi delle case (anche in Italia) In America, come sappiamo, i prezzi delle case sono crollati, in Gran Bretagna anche. Colpa dei mutui subprime dicevano gli esperti, che negli altri Paesi europei non esistevano o quasi. Vero. E infatti i prezzi delle case in Paesi come Francia e Italia hanno tenuto, ma ora il vento potrebbe girare. Anzi, in Francia è già girato: l'altro giorno Le Monde rivelava che i prezzi sono scesi persino a Parigi per la prima volta da molti anni. Nulla di drammatico, il calo è compreso tra il 2 il 5%, ma si tratterebbe solo dell'inizio di una fase discendente. La ragione? Le banche, nonostante i tassi bassissimi, tendono a non concedere più i mutui. E in Italia? Finora, secondo i dati dell'Agenzia del Territorio, le compravendite sono diminuite del 14% ma i prezzi hanno tenuto. Già, ma fino a quando? La domanda non è retorica, perchè sempre secondo l'Agenzia (citata da Italia Oggi) il 49% delle compravendite è "assistita dal mutuo", con punte del 54,9% al nord. Ed è noto che negli ultimi anni la parte coperta da un prestito bancario ha continuato ad aumentare con punte dell'80 percento. I prezzi salivano soprattutto perché le banche erano alquanto generose nell'elargire i mutui, nella speranza (come in America) che il mercato potesse crescere per sempre. Da qui certe quotazioni straosferiche e l'aumento dell'indebitamento delle famiglie. Oggi anche le banche italiane hanno reso molto più severe le regole per accedere un mutuo e in genere sono molto guardinghe nel prestare fondi ai privati. Viene a mancare la benzina che ha alimentato il mercato immobiliare e i risparmi in circolazione non aumentano certo. Anzi. E allora la logica suggerisce che anche in Italia i prezzi siano destinati a scendere. Sbaglio? Scritto in economia, globalizzazione, Italia Commenti ( 21 ) » (6 voti, il voto medio è: 3 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Dec 08 Ma il Pd di chi è figlio? E quanto può durare? La sconfitta del Pd in Abruzzo e il coinvolgimento di alcuni suoi esponenti nelle inchieste di corruzione mi induce a due considerazioni. La prima: la sinistra rivendica da sempre una presunta superiorità morale, persino ai tempi di Tangentopoli. Da tempo ritengo ingiustificata questa pretesa, ora ne abbiamo la definitiva conferma. La corruzione del sistema politico è endemica, soprattutto a livello locale. E nemmeno Di Pietro può vantare una verginità assoluta perlomeno riguardo la costituzione e la gestione del partito, come ha rivelato qualche qualche tempo fa il suo ex amico Elio Veltri. La seconda: il problema del Pd mi sembra innanzitutto di identità. Voleva proporsi come partito di sinistra moderno e aveva nell'antiberlusconismo il suo elemento aggregante, che però oggi non è più centrale per la maggior parte degli italiani. Il suo ridimensionamento ha fatto esplodere l'incoerenza più forte, che riguarda l'anima e le radici. Il Pd è un partito di origine democristiana o socialista? E' possibile una sintesi tra la corrente che si rifà alla Margherita e quella diessina post comunista? Con il passare dei giorni ho l'impressione che la frattura anziché ricomporsi tenda ad allargarsi. E' mancata una risposta credibile alla crisi economica-finanziaria, continua a mancare un progetto ideologico coerente: è impossibile voler essere come Blair e al contempo tenersi in casa la Bindi, avendo una dirigenza che si è formata alla scuola del Pcus. Se continua così rischia di finire male, non solo per Veltroni. Il Partito democratico è destinato a morire? Scritto in democrazia, Italia Commenti ( 20 ) » (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 14Dec 08 Ma questa America non è migliore dell'Europa Quante volte abbiamo sentito la frase. "In America questo non potrebbe succedere" oppure "In America chi paga sbaglia davvero" o ancora "in America i controlli sono rigorosi", soprattutto riguardo gli scandali economici e finanziari. Credo che il complesso di inferiorità degli europei e di noi italiani non sia più giustificato. Se ripercorriamo gli ultimi dieci anni ci accorgiamo che: - la folle deregolamentazione del mercato dei derivati e l'abolizione di alcuni sani vincoli nella gestione delle banche americane è stata varata alla fine degli anni Novanta dai ministri economici di Clinton - Rubin e Summers - sotto pressione delle lobbies, in particolare di Citigroup - negli anni otto anni successivi l'amministrazione Bush non ha fatto nulla per correggere il tiro, anzi ha allentato ulteriormente i vincoli. - per decenni una società come la Enron era considerata un gioiello dell'economia americana, in realtà era un a scatola vuota. Quando fallì si disse che le autorità avevano capito la lezione e imposto nuove regole più stringenti; in realtà non è cambiato nulla. - la casta dei finanzieri di Wall Street era così forte da imporre alla guida del Tesoro, il numero uno di Golman Sachs, Henri Paulson che è ancora in carica. - Le banche per anni sono riuscite a mascherare, sempre grazie alle alchimie dei derivati, la reale entità delle loro esposizioni, mettendo in pericolo la sopravvivenza di Aeg, la prima compagnia di assicurazione al mondo. Cosa facevano le autorità di controllo? Erando davvero indipendenti o, com'è probabile, erano conniventi? - ora apprendiamo dell"ultima frode, quella del fondo hedge di Bernard Madoff, che si è inghiottito 50 miliardi di dollari, senza che nessuno si accorgesse di nulla. E Madoff era considerato un finanziere rispettabile, non a caso è stato a lungo presidente del Nasdaq. Sono stati fatti dei controlli, delle verifiche contabili? Dov'erano le autorità di vigilanza? - infine: il grande rinnovatore Barack Obama chi ha nominato al ministero del Tesoro e come primo consulente economico? Geithner e Summers, due uomini di Rubin, che tra l'altro oggi è alla guida di Citigroup e durante la campagna elettorale era uno dei consulenti proprio di Obama. La mia impressione è che gli Usa oggi abbiano problemi di credibilità molto più seri di noi europei e che il sistema sia viziato, distorto; che la casta dei finanzieri non abbia perso potere nonostante i guai colossali che ha combinato. E allora smettiamo di citare gli Usa come esempio, almeno fino a quando l'America non sarà tornata ad essere l'America per rigore morale e senso civico. o sbaglio? Scritto in europa, economia, globalizzazione, democrazia, Italia, gli usa e il mondo Commenti ( 52 ) » (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 11Dec 08 Un dubbio: il supermercato conviene ancora? Non so voi, ma il mio conto al supermercato continua a salire a dispetto del fatto che i beni acquistati sono più o meno gli stessi. Ho provato a fare qualche aqcuisto in un altro supermercato ma ho visto che più o meno la spesa corrisponde. Nel frattempo è capitato di comprare carne dal macellaio o in uno dei pochi negozi di alimentari rimasti e, sorpresa, a casa ci siamo accorti che non c'è più molta differenza con le grandi catene; anzi, talvolta il piccolo dettagliante è più conveniente. Da qui la mia riflessione: la grande distribuzione si è affermata nel corso del tempo perché potendo permettersi grandi acquisti e dunque economia di scala, riusciva a garantire prezzi più bassi rispetto al piccolo dettagliante, ora però ci troviamo in una situazione di quasi oligopolio: ci sono tre-quattro grandi marchi che dominano il mercato. Non penso che ci siano accordi diretti, certo non, ad esempio, tra le Coop e l'Esselunga, però la mia impressione è che esistano tacite convenienze comuni ovvero che su un'ampia gamma di prodotti la fascia di prezzo non oscilli più di tanto, con il risultato che i prezzi mediamente sono più alti di quanto dovrebbero essere in una situazione di vera concorrenza, al punto che la differenza con il piccolo negozio tende a ridursi. Ma non essendoci quasi più negozietti siamo tutti costretti a fare la spesa al supermercato. Condividete la mia esperienza? Insomma, il supermercato conviene ancora? Scritto in economia, Italia Commenti ( 28 ) » (2 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 08Dec 08 Abbiamo imparato la lezione della crisi? Sto per rientrare in Italia dopo aver vissuto una settimana praticamente fuori dal mondo. Quella africana e' stata un'esperienza molto bella e umanamente ricca. Visti dal Benin i nostri problemi di occidentali sull'orlo della recessione appaiono ovviamente molto relativi ma mi inducono a una riflessione che in realtà é un rammarico: ho l'impressione che abbiamo sprecato la nostra ricchezza o meglio la nostra capacità di creare ricchezza. Il benessere avrebbe potuto permetterci di creare una società migliore, più equilibrata, saggia e invece le società occidentali si sono lasciate sopraffare e manipolare da una casta finanziaria mossa unicamente dall'avidità e da un arricchimento personale sproporzionato e ingiustificato. Quella casta e' composta dai manager che per vent'anni hanno dettato le regole a tutti, travisando i concetti di una sana economia di mercato. Noi occidentali potevamo essere felici e invece scopriamo di essere stati ingannati, travisati, siamo molto più poveri e molti di noi disperati. Si è avverata una legge descritta con dovizia dagli antichi saggi cinesi, a cominciare da Sun Tzu: le società crollano se chi comanda davvero è mosso unicamente dall'egoismo e dalla bramosia. Mi chiedo: la lezione è stata imparata o il trionfante mondo occidentale, a cominciare da quello americano, finirà come le antiche e ricche dinastrie cinesi? Scritto in economia, globalizzazione, Italia, gli usa e il mondo Commenti ( 38 ) » (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 05Dec 08 Chi fa davvero del bene. E un dubbio: quanto serve l'Unicef? Ho sempre nutrito un'istintiva diffidenza per le grandi organizzazioni umanitarie internazionali, con la sola eccezione della Crose rossa internazionale. Quando ricevi a casa voluminose lettere su carta patinata con richieste di aiuti, lettere spedite a pioggia, ti chiedi: ma questi soldi non potevano essere spesi in maniera più intelligente? C'è chi sostiene che il 75% del budget di organizzazioni come l'Unicef finisca in stipendi, ufficii, strutture amminstrative; dunque solo il 25% verrebbe usato per aiutare le popolazioni bisognose. L'Unicef nega e sostiene che le spese fisse sono di gran lunga inferiori. Quale sia la verità non lo so, ma qui nel Benin ho provato una sensazione sgradevole. L'altro giorno sono passato di fronte alla sede Unicef di Cotonou e ho visto schierate diversi Fuoristrada modernissimi, enormi, con una grande antenna sul cofano. Ferme naturalmente. La sede è protetta d un grande cancello e dal filo spinato. Mi sono chiesto: perchè un'associazione che fa del bene deve trincerarsi come se fosse un'ambasciata? Scrivendo mi è venuto in mente lo scandalo scoppiato l'anno scorso in Germania, che ha rivelato compensi stratosferici e ingiustificati proprio all'Unicef.. In questi giorni ho incontrati diversi cooperanti sia cattolici sia laici, molti dei quali italiani, e la differenza rispetto al gigantismo dell'Unicef è evidente: chi fa davvero il bene riduce allo stretto indispensabile le spese fisse, compra jeep usate e in numero limitatissimo. E fa un grande affidamento sui volontari che vengono a trascorrere qui qualche settimana o un mese. Ho conosciuto degli italiani meravigliosi, cattolici e laici, di destra e di sinistra; e in particolare fra Fiorenzo Priuli, il fondatore dell'ospedale di Tanguiéta, l'emblema vivente del Bene e dell'Altruismo; uno dei personaggi più straordinari che ho incontrato nella mia vita. In questi giorni sto maturando una convinzione: se si vuole aiutare i Paesi più poveri è meglio privilegiare le organizzazioni più piccole, di cui potete verificare l'autenticità. Serve di più. E riscalda l'anima. Scritto in globalizzazione, Italia, Varie Commenti ( 28 ) » (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 02Dec 08 Quel problema dell'Africa (e del nostro Meridione.) Mi trovo in Benin a Cotonou, invitato da Justitia et Pax a partecipare a un convegno su immigrazione e comunicazione. Sono rimasto molto colpito dall'intervento di padre Raymond Goudjo secondo il quale uno dei maggiori problemi della società africana è la tendenza a scaricare su altri la responsabilità dei guai attuali: la colpa è del colonialismo, di Reagan, di Sarkozy. Un atteggiamento che finisce per incoraggiare una mentalità assistenzialista e l'aspettativa che i problemi debbano essere risolti da altri, quasi sempre staccando generosi assegni. Da qui l'immobilismo sociale, che spinge la maggior parte dei talenti africani, i giovani laureati o con un buon livello scolastico ad emigrare, nella consapevolezza che solo fuori dal proprio Paese possano tentare di trovare una gratificazione professionale e un migliore tenore di vita. Il fenomeno talvolta è spontaneo, talaltra è indotto dal mito, spesso illusorio, dell'Occidente. Il risultato però è innegabile: l'Africa viene privata delle sue élites migliori e la società nel suo insieme anziché svilupparsi finisce per restare prigioniera delle proprie ragnatele sociali. L'intervento mi ha sorpreso anche per le similitudini con alcuni noti aspetti dell'italica questione meridionale. Molti ragazzi di talento del nostro sud devono trasferirisi al nord o emigrare, per vedere riconosciute le proprie capacità e una volta partiti brillano. E non tornano più. Chi resta animato da una reale volontà di cambiamento quasi sempre deve arrendersi all'inerzia dei propri cittadini e di una mentalità ripiegata su se stessa, impregnata di fatalismo. In genere anche il Sud pretende che siano altri a risolvere i propri guai, segnatamente lo Stato centrale. Secondo padre Raymond l'Africa migliorerà davvero solo quando sarà capace di sviluppare, dal proprio interno, una nuova cultura civile, una nuova identità e quando saprà dotarsi di nuovi leader carismatici. Vale anche per il nostro Meridione? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 25 ) » (2 voti, il voto medio è: 3 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 29Nov 08 Gli Usa hanno creato un mostro: il Pakistan Della tragica vicenda di Mombai ritengo due elementi: 1) Tra gli errori commessi dagli Usa, quello più evidente e potenzialmente pericoloso riguarda il Pakistan, a cui Washington ha dato persino le bombe atomiche. Il problema è che si tratta di un regime instabile, inaffidabile, sempre più condizionato dal ricatto e dall'invadenza di gruppi legati all'Islam radicale. Quando gli Usa invasero l'Afghanistan, permisero a molti agenti pakistani di scappare in aereo, ma tra loro c'erano anche terroristi, protetti da Islamabad. Al Qaida agisce indisturbata in un'ampia zona al confine tra Afghanistan e Pakistan e fino ad oggi i tentativi di dare la caccia ai terroristi sono alquanto blandi e riluttanti da parte delle forze armate pakistane. Se Bin Laden è vivo è molto probabile che abbia trovato rifiugio proprio qui. I terroristi che hanno colpito in India sono pakistani e, a quanto pare, hanno potuto programmare, proprio dal Pakistan, la strage. Indisturbati, naturalmente. 2) E' ora di chiarire l'equivoco: il Pakistan è amico o no dell'Occidente? E se non lo fosse più, come penso, come ci regoliamo con le bombe atomiche? Che gran pasticcio. complimenti vivissimi agli strateghi di Washington. Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 44 ) » (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. 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Di storie... renzo: finchè al governo abbiamo personaggi partoriti da una coltura mafiosa non avremo nessuna speranza solo... marina: Ieri alla Camera dei deputati c'erano i cori degli alpini e hanno cantato pure questa: Il Piave... marina: A tutti quei politici e italiani maneggioni senza onore e dignità consiglierei di studiare per benino la... 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Ai politici non interessa più - 18 Votes Quando i Tg "aiutano" la camorra... - 18 Votes Ma Beppe Grillo è il modello della nuova Italia? - 17 Votes Quanti immigrati può sostenere l'Italia che arranca? - 16 Votes Primarie Usa, truccata la vittoria di Hillary? - 15 Votes Immigrazione: e se avesse ragione Maroni? - 15 Votes Recent Posts L'esempio di Fiorenzo e un grazie a tutti voi Toh, il governo italiano finanziava Bill Clinton. Attenti ai prezzi delle case (anche in Italia) Ma il Pd di chi è figlio? E quanto può durare? Ma questa America non è migliore dell'Europa Un dubbio: il supermercato conviene ancora? Abbiamo imparato la lezione della crisi? Chi fa davvero del bene. E un dubbio: quanto serve l'Unicef? Quel problema dell'Africa (e del nostro Meridione.) Gli Usa hanno creato un mostro: il Pakistan Pagine Biografia Pannello di controllo Login Entries RSS Comments RSS WordPress.com Photos Feed RSS di questo blog Feed RSS dei commenti al blog Il Blog di Marcello Foa © 2008 disclaimer Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti

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Toh, il governo italiano finanziava Bill Clinton (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 22-12-2008)

Argomenti: Laicita'

In uno dei miei post dal Benin avevo annunciato un articolo su Fiorenzo, il frate chirurgo che fa miracoli in una delle zone più povere dell'Africa. L'articolo è uscito ieri sul Giornale: Fiorenzo Priuli mi ha molto colpito per il suo entusiasmo, per la sua grazia innata, per il suo ottimismo. Ha creato da zero un ospedale efficientissimo ed è venerato da tutti: autorità civili, musulmani, animisti, oltre ovviamente dai cristiani. Sapere che nel mondo esistono italiani di questa caratura fa bene all'anima e alla reputazione del nostro Paese. Con l'avvicinarsi delle Festività. colgo l'occasione per ringraziarvi per i mesi trascorsi insieme su questo blog, che è sempre più letto. "Il Cuore del mondo" si sta trasformando in una piccola comunità dove è possibile confrontarsi liberamente, con civiltà, arguzia, senza barriere politiche. Al blog partecipano lettori di destra, di sinistra, di centro, dall'Italia e dall'estero: che splendida esperienza! Dimenticavo: alcuni di voi mi hanno chiesto di segnalare qualche Onlus meritevole di attenzione. Chi volesse aiutare Fiorenzo può farlo tramite l'U.T.A (Uniti per Tanguieta e Afagnan) o gli amici di Tanguieta . Altre Onlus attive in Africa sono il GSA (Gruppo Solidarietà Africa), il LTM (gruppo Laici Terzo Mondo), il BND (Bambini nel deserto). Ce ne sono ovviamente tante altre meritevoli di stima e riconoscenza, ma di quelle che ho citato ho potuto verificare l'attendibilità. Ribadisco il mio suggerimento: se volete far del bene o beneficenza preferite Onlus o Ong che conoscete o dove operano amici o parenti: il piccolo gruppo, se le sue motivazioni sono autentiche, difficilmente sprecherà finanziamenti (vedi il post sull'Unicef) e certo non userà la fondazione per altri scopi (vedi i sospetti su quella di Clinton). Infine, ecco una foto di Fiorenzo nel suo ospedale a Tanguieta. L'ha scattata Emilio Zuccoli, l'amico che mi ha permesso di scoprire Fiorenzo e la sua magnifica realtà. Buon Natale a tutti voi! Scritto in società, notizie nascoste, Italia, giornalismo Commenti ( 5 ) » (Nessun voto) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Dec 08 Toh, il governo italiano finanziava Bill Clinton. Per assicurare a sua moglie Hillary la nomina a segretario di Stato, Bill Clinton ha dovuto pubblicare la lista dei finanziatori della sua Fondazione. Saltano fuori molti nomi noti, come Bill Gates, Michael Schumacher, Elton John e per cifre davvero imponenti (e dunque imbarazzanti) Paesi come l'Arabia Saudita (tra i dieci e i venticinque milioni) e il Kuwait. A sorpresa ci sono anche gli italiani. Chi? Secondo il Sole 24 Ore il Monte dei Paschi, Autogrill, De Agostini, Enel, Lottomatica, Pirelli. Sono società private e/o quotate in Borsa: ne risponderanno ai loro azionisti. Ma nell'elenco appare anche il ministro italiano dell'Ambiente per una cifra compresa tra i 50 e i 100 mila dollari. Il Sole 24 Ore non specifica la data del versamento (verosimilmente però risale agli anni scorsi), nè le modalità. La fondazione ha scopi caritatevoli, ma dall'analisi dei nomi dei finanziatori, sembra che agisse anche come una gigantesca lobby mondiale per fare o ricevere favori di diverso tipo; da quelli politici a quelli economici. Nella lista appare l'appaltatore militare Blackwater, tristemente famoso in Iraq, il finanziere canadese Frank Giustra che grazie all'ex presidente americano ha ottenuto un appalto minerario in Kazakhstan. Ci sono molti uomini d'affari ucraini, arabi, indiani. Domanda: perchè l'Italia si è unita al consesso? Per far del bene avevamo davvero bisogno di quel maneggione di Bill Clinton? Scritto in economia, globalizzazione, democrazia, Italia, gli usa e il mondo Commenti ( 46 ) » (2 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 18Dec 08 Attenti ai prezzi delle case (anche in Italia) In America, come sappiamo, i prezzi delle case sono crollati, in Gran Bretagna anche. Colpa dei mutui subprime dicevano gli esperti, che negli altri Paesi europei non esistevano o quasi. Vero. E infatti i prezzi delle case in Paesi come Francia e Italia hanno tenuto, ma ora il vento potrebbe girare. Anzi, in Francia è già girato: l'altro giorno Le Monde rivelava che i prezzi sono scesi persino a Parigi per la prima volta da molti anni. Nulla di drammatico, il calo è compreso tra il 2 il 5%, ma si tratterebbe solo dell'inizio di una fase discendente. La ragione? Le banche, nonostante i tassi bassissimi, tendono a non concedere più i mutui. E in Italia? Finora, secondo i dati dell'Agenzia del Territorio, le compravendite sono diminuite del 14% ma i prezzi hanno tenuto. Già, ma fino a quando? La domanda non è retorica, perchè sempre secondo l'Agenzia (citata da Italia Oggi) il 49% delle compravendite è "assistita dal mutuo", con punte del 54,9% al nord. Ed è noto che negli ultimi anni la parte coperta da un prestito bancario ha continuato ad aumentare con punte dell'80 percento. I prezzi salivano soprattutto perché le banche erano alquanto generose nell'elargire i mutui, nella speranza (come in America) che il mercato potesse crescere per sempre. Da qui certe quotazioni straosferiche e l'aumento dell'indebitamento delle famiglie. Oggi anche le banche italiane hanno reso molto più severe le regole per accedere un mutuo e in genere sono molto guardinghe nel prestare fondi ai privati. Viene a mancare la benzina che ha alimentato il mercato immobiliare e i risparmi in circolazione non aumentano certo. Anzi. E allora la logica suggerisce che anche in Italia i prezzi siano destinati a scendere. Sbaglio? Scritto in economia, globalizzazione, Italia Commenti ( 21 ) » (6 voti, il voto medio è: 3 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Dec 08 Ma il Pd di chi è figlio? E quanto può durare? La sconfitta del Pd in Abruzzo e il coinvolgimento di alcuni suoi esponenti nelle inchieste di corruzione mi induce a due considerazioni. La prima: la sinistra rivendica da sempre una presunta superiorità morale, persino ai tempi di Tangentopoli. Da tempo ritengo ingiustificata questa pretesa, ora ne abbiamo la definitiva conferma. La corruzione del sistema politico è endemica, soprattutto a livello locale. E nemmeno Di Pietro può vantare una verginità assoluta perlomeno riguardo la costituzione e la gestione del partito, come ha rivelato qualche qualche tempo fa il suo ex amico Elio Veltri. La seconda: il problema del Pd mi sembra innanzitutto di identità. Voleva proporsi come partito di sinistra moderno e aveva nell'antiberlusconismo il suo elemento aggregante, che però oggi non è più centrale per la maggior parte degli italiani. Il suo ridimensionamento ha fatto esplodere l'incoerenza più forte, che riguarda l'anima e le radici. Il Pd è un partito di origine democristiana o socialista? E' possibile una sintesi tra la corrente che si rifà alla Margherita e quella diessina post comunista? Con il passare dei giorni ho l'impressione che la frattura anziché ricomporsi tenda ad allargarsi. E' mancata una risposta credibile alla crisi economica-finanziaria, continua a mancare un progetto ideologico coerente: è impossibile voler essere come Blair e al contempo tenersi in casa la Bindi, avendo una dirigenza che si è formata alla scuola del Pcus. Se continua così rischia di finire male, non solo per Veltroni. Il Partito democratico è destinato a morire? Scritto in democrazia, Italia Commenti ( 20 ) » (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 14Dec 08 Ma questa America non è migliore dell'Europa Quante volte abbiamo sentito la frase. "In America questo non potrebbe succedere" oppure "In America chi paga sbaglia davvero" o ancora "in America i controlli sono rigorosi", soprattutto riguardo gli scandali economici e finanziari. Credo che il complesso di inferiorità degli europei e di noi italiani non sia più giustificato. Se ripercorriamo gli ultimi dieci anni ci accorgiamo che: - la folle deregolamentazione del mercato dei derivati e l'abolizione di alcuni sani vincoli nella gestione delle banche americane è stata varata alla fine degli anni Novanta dai ministri economici di Clinton - Rubin e Summers - sotto pressione delle lobbies, in particolare di Citigroup - negli anni otto anni successivi l'amministrazione Bush non ha fatto nulla per correggere il tiro, anzi ha allentato ulteriormente i vincoli. - per decenni una società come la Enron era considerata un gioiello dell'economia americana, in realtà era un a scatola vuota. Quando fallì si disse che le autorità avevano capito la lezione e imposto nuove regole più stringenti; in realtà non è cambiato nulla. - la casta dei finanzieri di Wall Street era così forte da imporre alla guida del Tesoro, il numero uno di Golman Sachs, Henri Paulson che è ancora in carica. - Le banche per anni sono riuscite a mascherare, sempre grazie alle alchimie dei derivati, la reale entità delle loro esposizioni, mettendo in pericolo la sopravvivenza di Aeg, la prima compagnia di assicurazione al mondo. Cosa facevano le autorità di controllo? Erando davvero indipendenti o, com'è probabile, erano conniventi? - ora apprendiamo dell"ultima frode, quella del fondo hedge di Bernard Madoff, che si è inghiottito 50 miliardi di dollari, senza che nessuno si accorgesse di nulla. E Madoff era considerato un finanziere rispettabile, non a caso è stato a lungo presidente del Nasdaq. Sono stati fatti dei controlli, delle verifiche contabili? Dov'erano le autorità di vigilanza? - infine: il grande rinnovatore Barack Obama chi ha nominato al ministero del Tesoro e come primo consulente economico? Geithner e Summers, due uomini di Rubin, che tra l'altro oggi è alla guida di Citigroup e durante la campagna elettorale era uno dei consulenti proprio di Obama. La mia impressione è che gli Usa oggi abbiano problemi di credibilità molto più seri di noi europei e che il sistema sia viziato, distorto; che la casta dei finanzieri non abbia perso potere nonostante i guai colossali che ha combinato. E allora smettiamo di citare gli Usa come esempio, almeno fino a quando l'America non sarà tornata ad essere l'America per rigore morale e senso civico. o sbaglio? Scritto in europa, economia, globalizzazione, democrazia, Italia, gli usa e il mondo Commenti ( 52 ) » (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 11Dec 08 Un dubbio: il supermercato conviene ancora? Non so voi, ma il mio conto al supermercato continua a salire a dispetto del fatto che i beni acquistati sono più o meno gli stessi. Ho provato a fare qualche aqcuisto in un altro supermercato ma ho visto che più o meno la spesa corrisponde. Nel frattempo è capitato di comprare carne dal macellaio o in uno dei pochi negozi di alimentari rimasti e, sorpresa, a casa ci siamo accorti che non c'è più molta differenza con le grandi catene; anzi, talvolta il piccolo dettagliante è più conveniente. Da qui la mia riflessione: la grande distribuzione si è affermata nel corso del tempo perché potendo permettersi grandi acquisti e dunque economia di scala, riusciva a garantire prezzi più bassi rispetto al piccolo dettagliante, ora però ci troviamo in una situazione di quasi oligopolio: ci sono tre-quattro grandi marchi che dominano il mercato. Non penso che ci siano accordi diretti, certo non, ad esempio, tra le Coop e l'Esselunga, però la mia impressione è che esistano tacite convenienze comuni ovvero che su un'ampia gamma di prodotti la fascia di prezzo non oscilli più di tanto, con il risultato che i prezzi mediamente sono più alti di quanto dovrebbero essere in una situazione di vera concorrenza, al punto che la differenza con il piccolo negozio tende a ridursi. Ma non essendoci quasi più negozietti siamo tutti costretti a fare la spesa al supermercato. Condividete la mia esperienza? Insomma, il supermercato conviene ancora? Scritto in economia, Italia Commenti ( 28 ) » (2 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 08Dec 08 Abbiamo imparato la lezione della crisi? Sto per rientrare in Italia dopo aver vissuto una settimana praticamente fuori dal mondo. Quella africana e' stata un'esperienza molto bella e umanamente ricca. Visti dal Benin i nostri problemi di occidentali sull'orlo della recessione appaiono ovviamente molto relativi ma mi inducono a una riflessione che in realtà é un rammarico: ho l'impressione che abbiamo sprecato la nostra ricchezza o meglio la nostra capacità di creare ricchezza. Il benessere avrebbe potuto permetterci di creare una società migliore, più equilibrata, saggia e invece le società occidentali si sono lasciate sopraffare e manipolare da una casta finanziaria mossa unicamente dall'avidità e da un arricchimento personale sproporzionato e ingiustificato. Quella casta e' composta dai manager che per vent'anni hanno dettato le regole a tutti, travisando i concetti di una sana economia di mercato. Noi occidentali potevamo essere felici e invece scopriamo di essere stati ingannati, travisati, siamo molto più poveri e molti di noi disperati. Si è avverata una legge descritta con dovizia dagli antichi saggi cinesi, a cominciare da Sun Tzu: le società crollano se chi comanda davvero è mosso unicamente dall'egoismo e dalla bramosia. Mi chiedo: la lezione è stata imparata o il trionfante mondo occidentale, a cominciare da quello americano, finirà come le antiche e ricche dinastrie cinesi? Scritto in economia, globalizzazione, Italia, gli usa e il mondo Commenti ( 38 ) » (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 05Dec 08 Chi fa davvero del bene. E un dubbio: quanto serve l'Unicef? Ho sempre nutrito un'istintiva diffidenza per le grandi organizzazioni umanitarie internazionali, con la sola eccezione della Crose rossa internazionale. Quando ricevi a casa voluminose lettere su carta patinata con richieste di aiuti, lettere spedite a pioggia, ti chiedi: ma questi soldi non potevano essere spesi in maniera più intelligente? C'è chi sostiene che il 75% del budget di organizzazioni come l'Unicef finisca in stipendi, ufficii, strutture amminstrative; dunque solo il 25% verrebbe usato per aiutare le popolazioni bisognose. L'Unicef nega e sostiene che le spese fisse sono di gran lunga inferiori. Quale sia la verità non lo so, ma qui nel Benin ho provato una sensazione sgradevole. L'altro giorno sono passato di fronte alla sede Unicef di Cotonou e ho visto schierate diversi Fuoristrada modernissimi, enormi, con una grande antenna sul cofano. Ferme naturalmente. La sede è protetta d un grande cancello e dal filo spinato. Mi sono chiesto: perchè un'associazione che fa del bene deve trincerarsi come se fosse un'ambasciata? Scrivendo mi è venuto in mente lo scandalo scoppiato l'anno scorso in Germania, che ha rivelato compensi stratosferici e ingiustificati proprio all'Unicef.. In questi giorni ho incontrati diversi cooperanti sia cattolici sia laici, molti dei quali italiani, e la differenza rispetto al gigantismo dell'Unicef è evidente: chi fa davvero il bene riduce allo stretto indispensabile le spese fisse, compra jeep usate e in numero limitatissimo. E fa un grande affidamento sui volontari che vengono a trascorrere qui qualche settimana o un mese. Ho conosciuto degli italiani meravigliosi, cattolici e laici, di destra e di sinistra; e in particolare fra Fiorenzo Priuli, il fondatore dell'ospedale di Tanguiéta, l'emblema vivente del Bene e dell'Altruismo; uno dei personaggi più straordinari che ho incontrato nella mia vita. In questi giorni sto maturando una convinzione: se si vuole aiutare i Paesi più poveri è meglio privilegiare le organizzazioni più piccole, di cui potete verificare l'autenticità. Serve di più. E riscalda l'anima. Scritto in globalizzazione, Italia, Varie Commenti ( 28 ) » (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 02Dec 08 Quel problema dell'Africa (e del nostro Meridione.) Mi trovo in Benin a Cotonou, invitato da Justitia et Pax a partecipare a un convegno su immigrazione e comunicazione. Sono rimasto molto colpito dall'intervento di padre Raymond Goudjo secondo il quale uno dei maggiori problemi della società africana è la tendenza a scaricare su altri la responsabilità dei guai attuali: la colpa è del colonialismo, di Reagan, di Sarkozy. Un atteggiamento che finisce per incoraggiare una mentalità assistenzialista e l'aspettativa che i problemi debbano essere risolti da altri, quasi sempre staccando generosi assegni. Da qui l'immobilismo sociale, che spinge la maggior parte dei talenti africani, i giovani laureati o con un buon livello scolastico ad emigrare, nella consapevolezza che solo fuori dal proprio Paese possano tentare di trovare una gratificazione professionale e un migliore tenore di vita. Il fenomeno talvolta è spontaneo, talaltra è indotto dal mito, spesso illusorio, dell'Occidente. Il risultato però è innegabile: l'Africa viene privata delle sue élites migliori e la società nel suo insieme anziché svilupparsi finisce per restare prigioniera delle proprie ragnatele sociali. L'intervento mi ha sorpreso anche per le similitudini con alcuni noti aspetti dell'italica questione meridionale. Molti ragazzi di talento del nostro sud devono trasferirisi al nord o emigrare, per vedere riconosciute le proprie capacità e una volta partiti brillano. E non tornano più. Chi resta animato da una reale volontà di cambiamento quasi sempre deve arrendersi all'inerzia dei propri cittadini e di una mentalità ripiegata su se stessa, impregnata di fatalismo. In genere anche il Sud pretende che siano altri a risolvere i propri guai, segnatamente lo Stato centrale. Secondo padre Raymond l'Africa migliorerà davvero solo quando sarà capace di sviluppare, dal proprio interno, una nuova cultura civile, una nuova identità e quando saprà dotarsi di nuovi leader carismatici. Vale anche per il nostro Meridione? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 25 ) » (2 voti, il voto medio è: 3 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 29Nov 08 Gli Usa hanno creato un mostro: il Pakistan Della tragica vicenda di Mombai ritengo due elementi: 1) Tra gli errori commessi dagli Usa, quello più evidente e potenzialmente pericoloso riguarda il Pakistan, a cui Washington ha dato persino le bombe atomiche. Il problema è che si tratta di un regime instabile, inaffidabile, sempre più condizionato dal ricatto e dall'invadenza di gruppi legati all'Islam radicale. Quando gli Usa invasero l'Afghanistan, permisero a molti agenti pakistani di scappare in aereo, ma tra loro c'erano anche terroristi, protetti da Islamabad. Al Qaida agisce indisturbata in un'ampia zona al confine tra Afghanistan e Pakistan e fino ad oggi i tentativi di dare la caccia ai terroristi sono alquanto blandi e riluttanti da parte delle forze armate pakistane. Se Bin Laden è vivo è molto probabile che abbia trovato rifiugio proprio qui. I terroristi che hanno colpito in India sono pakistani e, a quanto pare, hanno potuto programmare, proprio dal Pakistan, la strage. Indisturbati, naturalmente. 2) E' ora di chiarire l'equivoco: il Pakistan è amico o no dell'Occidente? E se non lo fosse più, come penso, come ci regoliamo con le bombe atomiche? Che gran pasticcio. complimenti vivissimi agli strateghi di Washington. Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 44 ) » (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. 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A guardarle, la faccia e le braccia di padre Lorenzo... alberto: Grazie Marcello per avere finalmente dato spazio a buone notizie e non alle solite nefandezze. Di storie... 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"e ora sacconi deve ritirare il suo diktat" (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 23-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 14 - Cronaca Francesco Nucara, segretario del Pri "E ora Sacconi deve ritirare il suo diktat" MILANO - «Bisogna uscire dalle ideologie, che portano guai, per entrare nella libertà», è questa la reazione del segretario del Pri e deputato Francesco Nucara (gruppo misto) alla sentenza di Straburgo sul caso Englaro. E aggiunge subito: «Il ministro Sacconi deve ritirare la sua circolare. Un governo non può arrogarsi il diritto di non rispettare le sentenze della Cassazione. A meno che il ministro voglia rappresentare il pensiero del Vaticano». Lei parlava di libertà: quale? «La libertà dell´individuo, che vale quanto quella dello Stato nel suo complesso. Questo è il pensiero liberale al quale dovremmo attenerci tutti. Personalmente non credo che si pone fine alla vita di questa povera ragazza, la vita non è questa. Ma se pure ho dei dubbi su che cosa sia o non sia la vita, non ho dubbi su che cosa sia la libertà, come quella di rifiutare le cure a oltranza. Se ho una sentenza favorevole, vuol dire che ho ragione io». Ma esiste un dialogo almeno sotterraneo tra deputati su questi temi? «Con i miei colleghi insisto, l´agenda dello Stato italiano non può essere dettata dalla Chiesa. In Italia i risultati migliori li abbiamo avuti dai cattolici che si comportavano da laici, come Alcide De Gasperi». I politici cattolici in questo caso come si comportano? «Usano due pesi e due misure, a seconda delle circostanze. Non posso non notare che alcuni sono molto rigidi per impedire che Eluana sia lasciata morire, mentre mi sembrano molto elastici su altri temi, come il divorzio, che pure per loro è un peccato grave». Silvio Berlusconi non sembra molto interessato alla vicenda. «Prima ha detto che non ne sapeva niente, poi ha detto che Sacconi è bravo. Vorrei fargli sapere che un governo che ostacola le sentenze della Cassazione rischia quanto meno di sembrare in stato confusionale». (p.col.)

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la chiesa perseguitata anche in italia? - corrado augias (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 23-12-2008)

Argomenti: Laicita'

G entilissimo Augias, siamo forse a un tentativo di riconquista del nostro paese e della Spagna da parte dello Stato vaticano? Certamente c'? il tentativo di inserire nel sistema giuridico di Stati so?vrani laici, le prescrizioni religiose del Cattolicesimo. Mi preoccupano le parole di monsignor Amato sulle 'persecuzioni' che la Chiesa patirebbe anche in Italia. Il Papa fa il suo mestiere, ma se la sua azione avesse successo per l'accettazione da parte dei politici pi? o meno credenti, ci troveremmo in?dietro di secoli, in pieno Medioevo. Sono nato durante la dittatura fascista, e mi dispiacerebbe molto morire (dato il mio laicismo) in uno Stato tornato pontificio. Arturo Martinoli arturo.martinoli@alice.it E gregio dr. Augias, monsignor Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, riferen?dosi alla situazione spagnola ha rivolto un durissimo attacco a quella che definisce "statolatria", "indottrinamento laico" "ingerenza dello Stato nella vita personale di ognuno". Nei miei anni gio?vanili sono stato educato ad amare la Chiesa con spirito libero e critico. Ho atteso condanne altrettan?to esplicite verso le dittature di tiranni come Augusto Pinochet in Cile e Franco in Spagna. Invano. Stefano Dommi Scandicci (Firenze) stedommi@libero.it M onsignor Angelo Amato, amico persona?le del Papa, pare sia noto in Vaticano per la sua discrezione. Dicono di lui, salesia?no, che si muove come un gesuita, il che in quel?l'ambiente pu? essere visto come un complimen?to. La domanda ? allora perch? si sia lanciato in una cos? chiassosa dichiarazione dicendo che esi?sterebbe anche in Italia una persecuzione anti-cristiana: ?Accade, ha detto, attraverso norme di legge, sentenze della magistratura, comporta?menti irridenti il Vangelo, il Santo Padre, la Chie?sa, la dottrina cattolica?. Se si legge con attenzio?ne l'elenco delle cause elencate dall'autorevole prelato si vedono in trasparenza, ad esempio, la legge sull'aborto, la sentenza della Cassazione sulla sventurata Eluana, qualche libro non cano?nico sulla storia del cristianesimo, qualche spet?tacolo satirico. Basta questo a far parlare di 'per?secuzione'? La parola persecuzione ? forte anche perch? ci sono oggi al mondo paesi dove i cristia?ni sono effettivamente perseguitati e vengono tal?volta perfino uccisi. Come si possono paragonare queste situazioni con quelle esistenti fortunata?mente nel nostro paese? Come pu? un uomo av?veduto e di grande esperienza scambiare per 'per?secuzione' l'esercizio di elementari espressioni di una societ? libera e laica? La risposta credo (temo) stia nel fatto che quelle imprudenti parole monsi?gnore le affidava a una rivista destinata a una ri?dottissima distribuzione interna. Proprio per questo si tratta di parole inquietanti: rivelano quali sono le preoccupazioni segrete e quali i pos?sibili obiettivi se le circostanze politiche li con?sentissero.

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Eluana, scontro tra Corte Europea e Vaticano (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 23-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Eluana, scontro tra Corte Europea e Vaticano il caso englaro Per i giudici di Strasburgo è irricevibile il ricorso contro la sentenza di "fine vita". La Chiesa: «Si ammazza un'innocente» 23/12/2008 Roma. Un secco no, che irrita il governo e il Vaticano, concordi nel ribadire l'appoggio al ministro del Welfare Sacconi. "Sconfitto", anche se indirettamente, dalla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che ieri ha respinto il ricorso di diversi gruppi cattolici italiani contro la sentenza con cui nel giugno scorso la Corte d'Appello di Milano ha autorizzato la sospensione dell'alimentazione artificiale per Eluana Englaro. Un'istanza presentata un mese fa, «irricevibile» secondo i giudici europei. Che motivano così la bocciatura: «Perché venga abolita, non è sufficiente che una sentenza o una legge violi di per sé la Convenzione dei diritti dell'uomo, ma è necessario che sia stata applicata a detrimento della Convenzione stessa». Non solo. La Corte sottolinea anche che i ricorrenti «non hanno nessun legame diretto con Eluana, quindi non possono essere considerati vittime dirette della sentenza, atto che per sua natura riguarda solo le parti direttamente coinvolte e i fatti in oggetto». Porta chiusa, quindi, al ricorso delle associazioni cattoliche, che replicano: «Prendiamo atto che la Corte non è entrata nel merito, ma va sottolineato che nelle motivazioni si dice chiaramente che quanto disposto dai giudici di Milano non obbliga nessuno alla sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale». Serafico invece Beppino Englaro: «Nessuna sorpresa, sapevo che il ricorso era irricevibile già quando è stato presentato». Mentre il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ribadisce: «La posizione del governo italiano sul caso di Eluana è quella corretta. La direttiva di Sacconi? Quello che ha detto lo ha detto non per piacere, ma perché ne è profondamente convinto». L'esecutivo quindi, pur tra qualche imbarazzo (e i distinguo dei laici) difende l'atto di indirizzo con cui il ministro del Welfare proibisce a tutte le strutture sanitarie, pubbliche e private, di staccare il sondino alla donna di Lecco. Un provvedimento richiamato ieri sera dal Vaticano che si è espresso per bocca del cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, (una sorta di ministro della Salute d'Oltrevere): «Ammazzare un innocente è qualcosa di totalmente negativo. La settimana scorsa il ministro Sacconi ha emesso una circolare dicendo che non si deve staccare la spina: la bontà o la malignità di un'azione non dipende da quello che decidono un uomo o una collettività, ma da una realtà oggettiva. E la realtà oggettiva è la vita». La linea del Vaticano, insomma, è chiara: appoggiare Sacconi e la sua direttiva, a cui la Santa Sede si aggrappa come ultimo baluardo contro la sentenza della Corte d'Appello di Milano, poi confermata dalla Cassazione. Il professore Antonio Spagnolo, membro dell'Accademia pontificia per la vita, precisa: «I medici sono tenuti a non fare atti che possano anticipare la morte di una persona e possono esercitare il legittimo diritto all'obiezione di coscienza . Nella vicenda di Eluana ci si trova di fronte al paradosso di voler dare corso a un'azione prima ancora che vi sia una legge in materia». Il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, ha annunciato il testo sul testamento biologico per la prossima primavera. Nell'attesa, il caso Englaro continua a combattersi nelle aule di giustizia. Gran parte del centrodestra protesta per la decisione di Strasburgo. «Per la Corte Ue contano i cavilli e non la vita delle persone» si lamenta il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano. Durissimo Luca Volontè (Udc): «Quella di Strasburgo è una sentenza nazista». Esultano invece il centrosinistra e i Radicali, che chiedono a Sacconi di ritirare la direttiva. Guido Viale, dell'associazione Luca Coscioni, sostiene: «Bocciando il ricorso la Corte europea ha bocciato i suggeritori occulti delle intimidazioni di Sacconi. Mi auguro che ora il ministro faccia un passo indietro, ritirando l'atto di indirizzo». Mentre Anna Finocchiaro (Pd) precisa: «Commentare la sentenza mi sembra davvero fuori luogo. Ora bisogna smetterla con le polemiche e arrivare a una legge sul testamento biologico». Si continua a discutere anche in Friuli Venezia Giulia, dove una clinica di Udine dovrebbe ospitare le ultime ore di Eluana. «L'intervento del governo sul caso è sbagliato, perché si tratta di un fatto privato» sostiene il presidente del Consiglio regionale friulano, Eduardo Ballaman (Lega Nord), secondo cui «Roccella non doveva dire alla Regione di seguire l'atto di indirizzo di Sacconi». Stasera a Udine si terrà una proiezione promossa dall'associazione cattolica Scienza e Vita, a cui parteciperà l'arcivescovo, «per riflettere sulla condizione di massima fragilità di Eluana». Luca De Carolis 23/12/2008

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Le Giornate della Gioventù non sono concerti pop (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 23-12-2008)

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stampa Il Papa richiama il mondo cattolico al reale significato degli incontri internazionali «Le Giornate della Gioventù non sono concerti pop» Rodolfo Lorenzoni Il Papa non è una rock star. E le Giornate Mondiali della Gioventù non sono concerti pop, bensì importanti eventi di carattere marcatamente cattolico che devono mantenere Dio al proprio centro. Benedetto XVI, in occasione del tradizionale appuntamento per gli auguri natalizi alla Curia romana, riflette sul significato delle Gmg, gli incontri di massa con i ragazzi di tutto il mondo. Il rischio di questi eventi, secondo Benedetto, è che in essi si perda di vista il connotato eminentemente spirituale, fino ad assimilarli a una sorta di concerto rock. « «Analisi in voga tendono a considerare queste giornate - ha osservato il Papa - come una variante della moderna cultura giovanile, come una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale, con il Papa quale star». Niente di più sbagliato, ammonisce Benedetto: considerare il Papa al pari di una stella del pop e trasformare le Gmg in semplici feste giovanili significa rimuovere il loro tema fondamentale, il senso stesso della loro esistenza, ossia la questione di Dio. Persino molte «voci cattoliche» cadono in questo errore, perché valutano tutto ciò «come un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato per la questione sulla fede». Le Giornate Mondiali della Gioventù, se interpretate esclusivamente in questo senso ludico e laico, per il Papa possono addirittura diventare il palcoscenico in cui si mette in mostra una fede leggera, svuotata degli irrinunciabili riferimenti al Signore.

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GAETANO PECORA LIBERALISMO E CRISTIANESIMO SONO CONGENERI. TOGLIETE AL PRIMO LA FEDE NEL SE... (sezione: Laici e chierici)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Gaetano Pecora «Liberalismo e cristianesimo sono congeneri. Togliete al primo la fede nel secondo, e anch'esso scomparirà». Così Marcello Pera nel saggio dove spiega Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori, pagg. 196, euro 18)) e che Papa Benedetto XVI carezza di lodi vivissime nella sua lettera di presentazione, specie quando ne ascrive gli argomenti al rigore di una logica «cogente» e «inconfutabile». «Inconfutabile»? «Cogente»? Con tutto il rispetto per così alti favori, pure sull'onda dell'ammirazione si solleva l'increspatura di qualche dubbio. Che, combinazione, tocca proprio la tessitura logica del ragionamento di Pera, dove almeno in due punti sono allineati concetti che o non si richiamano tra loro (non necessariamente, almeno) o semplicemente si contraddicono. E cominciamo da lì, dalle idee che non si tengono dietro l'un l'altra. Quando, ad avviso di Pera, «è necessario che la ricchezza dell'esperienza umana non sia amputata della presenza nella nostra vita del senso del divino, del sacro, del mistero, dell'infinito», quando dunque il divino viene collegato al mistero e il sacro all'infinito, quando Pera ragiona così è facile replicare che molti vi sono i quali restano chiusi agli inviti della trascendenza pur stimandosi inquilini di un mondo perduto in un infinito senza senso e senza perché. Schierare come in ordine di parata il divino e il sacro insieme col mistero e l'infinito è allacciare concetti che non sempre e non dappertutto procedono di conserva. Ma c'è dell'altro. C'è che per Pera solo in virtù della «scelta cristiana, di darsi a Dio . non confonderemo l'autonomia morale con la libera scelta individuale». O che vuol dire? Forse che l'autonomia morale non postula la libertà della scelta individuale? Che niente niente io rimango padrone del bene e del giusto anche quando altri me lo impongono con la forza delle armi? Come si può sciogliere l'autonomia dalla libertà senza poi fare esplodere l'una e l'altra cosa sotto l'urto della più fragorosa contraddizione? C'è modo, dunque, di non contaminarle (Pera direbbe «non confonderle») tra loro? Sì, un modo c'è. Che è poi il modo diletto al magistero del Pontefice, quando, sin da tempi più risalenti, ha precisato che nella tradizione cristiana «la coscienza è la capacità di aprirsi all'appello della verità obiettiva, universale ed eguale per tutti (.) Invece nella concezione innovativa, di chiara ascendenza kantiana, la coscienza è sganciata dal suo rapporto costitutivo con un contenuto di verità». Il punto è importante perché, come raffigurata in scorcio, è tutta qua la differenza che passa tra la libertà di coscienza del laico-liberale e la libertà di coscienza del cristiano-cattolico. Per il laico-liberale, la libertà di coscienza è il diritto di professare una verità qualunque - una qualunque, intendiamo? - e dunque anche di non professarne alcuna, se così gli turbina dentro; mentre per il cristiano-cattolico del dopo Concilio la libertà di coscienza è il diritto di non essere distolti con la forza dalla ricerca dell'unica verità, che però è già precostituita e solo attende di essere scoperta. Trattandosi di verità precostituita, tutto, tutto è già stabilito in anticipo: al più gli uomini potranno precisarla meglio quella verità e meglio adattarla ai tempi, ma certo non dovranno inventare nulla e nulla potranno concedere ai conati della loro autonomia. In questo senso, - che è il senso cattolico, si capisce, e non laico-liberale - veramente l'autonomia morale né presuppone né coincide con la libera scelta individuale. Nell'universo cattolico, dunque, gli uomini devono tenersi stretti a un ordine etico che esiste prima della loro volontà; negli orizzonti laico-liberali, invece, l'ordine emergerà - se emergerà - solo dopo che le volontà dei singoli avranno procurato di realizzarlo sotto la guida della loro intelligenza e alla luce della loro coscienza. Sarà buono? Sarà cattivo quell'ordine? Non sappiamo. Sappiamo che sarà il loro ordine. E tanto basta al liberalismo. Che sul punto è ancora restìo alla sapienza cattolica e dunque meno docile agli auspici di Pera.

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ROSANNA BORZILLO PER IL QUINTO ANNO CONSECUTIVO BABBO NATALE IERI è ARRIVATO AL CARCERE DI P... (sezione: Laici e chierici)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-12-2008)

Argomenti: Laicita'

ROSANNA BORZILLO Per il quinto anno consecutivo Babbo Natale ieri è arrivato al carcere di Poggioreale. Nel suo sacco porta in regalo per 100 detenuti felpa, sigarette, pocket coffee, busta e carta da lettere. È merito della Comunità di Sant'Egidio se, «ancora una volta - come dice il Vescovo ausiliare di Napoli, Antonio Di Donna - i detenuti sono reclusi ma non esclusi». Venti soltanto i detenuti ammessi il primo anno alla tavola, quintuplicati quest'anno, 40 i volontari della Comunità di Sant'Egidio destinati al servizio ai tavoli, affiancati, per la prima volta, da laici dell'Azione cattolica. Antipasto di tarallini e olive, cannelloni, polpettone con melanzane e patate, panettone, torroncini, con a fianco gli «idoli» di sempre: sempre applaudita Valentina Stella che intona le sue canzoni, seguita dai cento in sala. «Natale significa accogliere l'altro e condividere le sue necessità», aggiunge Di Donna. È così anche per i detenuti di Poggioreale che con i loro risparmi comprano i panettoni per la tavola dei poveri che viene imbandita il 25 dicembre nella chiesa dei SS. Severino e Sossio. E quest'anno, tra i detenuti, anche egiziani, tunisini, slavi, rumeni: alla loro tavola - ospite d'eccezione - Alberta Levi Temin, l'ebrea italiana risparmiata dai campi di concentramento nazista, la testimonianza di un dialogo che la Comunità di Sant'Egidio persegue come impegno prioritario. «Accanto al tentativo di rendere il carcere un luogo meno buio - dice il neo-direttore Cosimo Giordano - soprattutto in questi giorni in cui siete lontani dai vostri affetti». Accanto a lui la vicedirettrice AnnaLaura De Fusco, don Gino Battaglia di S. Egidio, il primario di infettivologia del Cotugno Raffaele Pempinello, il cappellano don Franco Esposito. Intanto i detenuti aspettano il cardinale Sepe: il 30 dicembre, alle 10, la messa. Poi l'arcivescovo visiterà gli altri reparti.

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Ultimo saluto all'ex bancaria vicepresidente della biblioteca (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 24-12-2008)

Argomenti: Laicita'

CARRU'. LUTTO Ultimo saluto all'ex bancaria vicepresidente della biblioteca [FIRMA]MICHELA CASALE ALLOA CARRU' Aveva combattuto due battaglie contro il cancro. La prima, molto tempo fa, l'aveva vinta. Nella seconda, iniziata l'anno scorso, il male se l'è portata via. Marilena Boccia è morta l'altro giorno all'ospedale «Santa Croce» di Cuneo, dov'era ricoverata. Aveva compiuto 62 anni il primo dicembre, ma nello spirito era più anticonformista di molti giovani. Anzi lei, che del laicismo aveva fatto una bandiera, di conformismo, convenzioni e ipocrisia non voleva sentir parlare. Non sopportava la cattiveria e diceva le cose in faccia, a costo di rendersi impopolare. I giovani erano una delle sue preoccupazioni. Diceva sempre: «Ai miei tempi avere un lavoro era una sicurezza. Oggi c'è solo incertezza e precariato». Marilena amava non prendersi troppo sul serio e amava la vita con le piccole gioie, come un aperitivo con il marito o i tanti amici - perchè era un'amica sincera e buona -, e il caffè d'orzo in tazza grande con tanto miele. Chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerla sapeva che, senza retorica, il suo obiettivo era contribuire a rendere il mondo un posto migliore dandosi da fare su più fronti. Dopo la pensione preceduta da una carriera in banca a Torino, dov'era stata per anni alla guida del sindacato bancari, alcuni anni fa si era trasferita a Carrù con il marito Francesco Sovran. In paese si è fatta conoscere per il suo instancabile impegno: ha rilanciato la biblioteca, di cui era vicepresidente, era componente del gruppo Volontari del soccorso e aveva fatto parte dell'associazione culturale «Amici di Carrù» e dello Spi-Cgil (sindacato pensionati). Il progetto della biblioteca era uno di quelli in cui credeva di più. Una ventina di giorni fa aveva ancora stilato l'elenco dei libri da ordinare e ieri la celebrazione laica del funerale si è compiuta davanti all'edificio, come aveva chiesto, prima della cremazione a Bra. Piangevano in tanti, ma ha detto bene il fratello Giancarlo: «Marilena non va ricordata con le lacrime. Bisogna ridere. Lei avrebbe voluto così».

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Paolo VI e la pace dei giovani (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 24-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Arrigo Levi Paolo VI e la pace dei giovani Vorrei ricordare, a distanza di 40 anni giusti, alcuni pensieri di Paolo VI sulla pace. In un secolo insolitamente ricco di grandi figure papali e di travagli per la Chiesa, impegnata in un'opera di difficile «aggiornamento», come allora si disse, per confrontare la sua fede antica e i suoi riti col mondo del Novecento, papa Montini fu l'anello indissolubile fra l'istinto innovatore di Giovanni XXIII e il profetismo di Giovanni Paolo II. Fu il Papa che rese nell'essenza immodificabile la svolta conciliare. Figlio di un deputato popolare, fortemente antifascista, padre spirituale di quella prima generazione di deputati democristiani che guidò l'Italia negli anni della ricostruzione e della scelta costituzionale insieme col Pci, Paolo VI fu anche figura chiave nella storia d'Italia: fino al suo definitivo, sofferto rifiuto, per la sopravvivenza della democrazia, di ogni compromesso con le Br, anche se questo costò la vita al suo discepolo più amato, Aldo Moro. Era un uomo sincero, ricco di umana gentilezza e perspicacia, sereno nonostante le tante prove che la sua fede dovette affrontare. Così mi apparve quando, dovendo iniziare la collaborazione alla Stampa dell'amico Ronchey, e volendo offrire al mio nuovo giornale qualcosa di straordinario, ebbi l'insolito privilegio di una intervista col Papa. Era la terza della storia (dopo quelle concesse a Montanelli e Cavallari: tutti e tre assai laici, e io anche ebreo). Quando chiesi l'intervista, don Macchi mi disse che erano giacenti due o trecento richieste; ma mi incoraggiò a essere audace. Il 30 dicembre 1968 ebbi il colloquio, che fu lungo e affettuoso, e si concluse con una benedizione a tutti coloro che lavoravano per La Stampa, e con uno scambio di calorosissimi shalom. Il primo gennaio '69 si celebrava nel mondo, per iniziativa del Papa, la seconda Giornata della pace, e la pace fu il tema che il Papa aveva prescelto per l'incontro: facilitato dalla sua antica amicizia con Arturo Carlo Jemolo, autorevolissima firma della Stampa, da lui protetto in Vaticano, insieme con tanti altri, nel tremendo inverno romano del 1943. La pace: una speranza, ma anche un cruccio immenso. L'estate del '68 - il fatidico Sessantotto - aveva visto l'invasione della Cecoslovacchia, la fine del «comunismo col volto umano», il ritorno al gelo profondo della Guerra Fredda. Il suo primo pensiero andava ai giovani, che occorreva «educare al senso umano, alla forza del carattere, al rifiuto dell'uso di armi (salvo la necessità di legittima difesa); educare all'ideale dell'umanità pacifica, laboriosa e solidale». Sapeva bene che passavano allora tra i giovani «correnti di agitazione radicale, un'onda di inquietudine, di ribellione, di contestazione». Ma invitava a «guardare più a fondo nella psicologia della gioventù, oggi ribelle ed esasperata: essa cela in fondo un'ansia di sincerità, di giustizia, di rinnovamento che non va disconosciuta ma piuttosto interpretata come evoluzione, per certi aspetti legittima, verso forme più mature di convivenza sociale». Invitava perciò «la saggezza dei dirigenti e l'antiveggenza dei giovani» a incontrarsi «per dare alla società nuovi ordinamenti, i quali non potranno non essere conformi alle insopprimibili esigenze della pace, sia sociale, che internazionale». Metteva in risalto i grandi slanci di generosità dei giovani, ogni volta che essi venivano «a contatto con disgrazie altrui»: e ricordava «la presenza spontanea, seria, efficace» dei giovani nelle calamità nazionali: il Vajont, le inondazioni di Firenze, i terremoti in Sicilia e Piemonte. Aveva fiducia. Gli chiesi che cosa pensasse della «corsa allo spazio». Rispose: «Ci sentiamo certo più copernicani nella visione della Terra come un astro fra i tanti: ma anche più tolemaici sul piano spirituale, perché ci sembra che proprio qui sia sceso il raggio divino che ha illuminato la coscienza umana». E ricordò i concetti famosi di Pascal, cari alla sua mente sottile come alla sua fede, sull'uomo «schiacciato dal silenzio eterno di questo spazio infinito», e tuttavia «più grande di ogni cosa, perché capace di conoscere col pensiero tutte le cose». Il discorso si volse ai temi che allora mi appassionavano: la Russia autoritaria («Una grande forza? O una debolezza?»); e il confronto fra chi è dotato soltanto di «armi spirituali» nella sua opera per la pace e chi di vere armi dispone. Non mi apparve dominato dallo sconforto, come taluni asserivano. «Guardiamo avanti, non indietro. La costruzione della pace è un'opera lenta e lunga. Conosciamo la fragilità degli uomini, ma anche la loro innata propensione alla pace: una necessità storica la impone». E poi, «noi uomini religiosi rimaniamo persuasi che una segreta, buona e paterna provvidenza giuoca nei destini dell'umanità, e perciò speriamo sempre». Il fatto che i rapporti tra la Chiesa cattolica e le altre confessioni si stessero «polarizzando verso amichevoli intese, ieri impensabili, oggi probabili» confortava la sua speranza: la «Giornata della pace è iniziativa che sta diventando comune». Su questa via occorreva procedere, sostenendo «le grandi istituzioni internazionali sorte appunto per promuovere le intese fra i popoli e la pace nel mondo». Primo, tra i fini da raggiungere, «un vero disarmo mondiale, specie nelle armi micidiali di cui oggi l'umanità terrorizzata dispone». Troppe speranze, troppo in anticipo sui tempi? Forse sì, oggi come allora. Ma fa bene ricordare la fede forte, limpida, riflessiva, di un vero credente religioso, saldo nei principi come nelle aperture al mondo, quale fu Paolo VI. Oggi come allora, è di conforto e incitamento anche per un credente laico qual io sono.

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la chiesa non insegua le bugie del governo - vittorio coletti (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 24-12-2008)

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Pagina XIV - Genova La chiesa non insegua le bugie del governo VITTORIO COLETTI N on c´è pulpito da cui non si annunci e auspichi in questi giorni la gioia del Natale. Come fa allora la Chiesa ad andare tanto d´accordo con Silvio Berlusconi, che ha invitato gli italiani alla più sciocca, cupa e distruttiva delle allegrie, quella di chi (si) consuma ed esaurisce nel consumo tutte le proprie attese di felicità? Che il riaffermato finanziamento alle scuole cattoliche sia sufficiente a indurre Bagnasco a sorvolare sull´irreligiosità di massa invocata dal Primo ministro? Proviamo a verificare l´ipotesi prendendo l´altra parola del Cardinale, quella usata nell´incontro con la stampa, quando ha auspicato un "Natale più solidale". Questo significato di "solidale" (cioè partecipe e premuroso) nasce dall´economia, dove indica il rapporto "in solido" tra debitori, in cui uno risponde per tutti. "Solidarietà", che ne deriva, nei suoi valori ideali è parola laica, utilizzata anche in campo cattolico. Qui il "solidarismo" ha offerto un modello di rapporti sociali e politici che, andando oltre la misurata carità al bisognoso, tendono non solo al sostegno occasionale di chi è in difficoltà, ma anche a ridurre preliminarmente e definitivamente le differenze economiche e sociali tra i membri di una collettività. Per Bagnasco, insomma, la solidarietà dovrebbe essere una variante aggiornata, laica e istituzionale della compassione cristiana, e prevedere più la somiglianza che la disparità di condizioni tra chi dà e chi riceve, con un sapore più moderno e democratico, più orizzontale, di quello, molto verticale e aristocratico, tipico dell´antica pietà pubblica. Tanto per capirci, qualcosa di assai diverso dalla "social card", variante anglofila e statalistica della vecchia elemosina, che non solo non attenua, ma sottolinea le distanze tra ricchi e poveri. Glielo dirà Bagnasco all´ilare Berlusconi che l´elemosina è un bel gesto a livello privato e individuale, ma vergognoso a livello sociale e pubblico, per chi la fa e per chi la riceve, perché lo stato non dovrebbe fare l´elemosina, ma mettere la gente in condizione di non doverla chiedere? Oppure, avendo ottenuto la solidarietà che conta, quella tra potenti, all´arcivescovo va bene anche la mortificante elemosina della social card, un obolo appena sufficiente per un salto al supermercato, che esaurisce tutta la politica sociale del governo, senza che nemmeno siano accennate misure perché la povera gente non debba più essere costretta a burocratiche e umilianti code per tendere la mano? Per concludere con le parole natalizie: il Natale promette, com´è noto, pace in terra agli uomini di buona volontà (quindi non agli altri). A scanso di equivoci, perché Qualcuno non si lamenti di essere "senza pace", sarà il caso di ricordare che la "buona volontà" non è la qualità di "chi ce la mette tutta", ma quella di chi indirizza il proprio operato verso i l bene di tutti...

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Il Buon Natale nel mondo (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 24-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Il Buon Natale nel mondo i genovesi in missione Sono tanti i genovesi che trascorreranno le festività aiutando chi ha bisogno IL BAMBINO di Betlemme che nasce in una capanna africana dello Zambia dove, per il cenone, ci sarà anche pasta al pesto, i pandolci genovesi sfornati nella Ciudad de los niños di Lima. E le celebrazioni tradizionali "spalmate" nello spazio di una settimana a Cuba, dove due sacerdoti liguri, il genovese don Franco Buono e il chiavarese don Federico Tavella, finiranno di celebrare le messe natalizie alla vigilia del'Epifania. Sono squarci su una realtà missionaria che unisce forze religiose e laiche, realtà religiose e l'opera preziosa di Medici senza frontiere. «Il nostro territorio è diviso in due parrocchie grandi come la città di Genova, Nostra Signora dei Dolori e Nostra Signora della Carità - racconta don Franco Buono - e le forze sono poche: in tutta l'isola, per un accordo con il governo, la presenza dei sacerdoti è a numero chiuso: non più di 400 preti per undici milioni di abitanti. Così dobbiamo farci letteralmente in quattro, cercando di raggiungere ogni angolo del territorio che ci è affidato. Iniziando a partire dalla vigilia e proseguendo poi con i riti del Natale per tutta la settimana successiva». La religione cattolica è la prima a Cuba, dove circa il cinquanta per cento dei residenti sono battezzati, poco meno sono gli aderenti a una religione sincretistica (detta «de los Pinos») che unisce elementi del cristianesimo e delle chiese avventiste e valdesi, contaminate da elementi di un'infinità di sette. La messa di Natale? Una festa. «Il cristianesimo ora può nuovamente avere visibilità, dopo una lunga parentesi - racconta don Buono - anche se dobbiamo evitare ogni forma di proselitismo e non possiamo fare pubblicità alle nostre iniziative. Qui la gente partecipa, quando c'è un canto lo intonano davvero tutti, si battono anche le mani per segnare il tempo. Prima della funzione si fa la "cantada", un piccolo spettacolo di canti e coreografie organizzato dai bambini, poi al termine c'è spazio anche per un brindisi tutti insieme. E le prove sono in corso un po' ovunque, affrontate con la massima serietà». Altra nazione, altre realtà. A Lima, i cappuccini genovesi hanno dato vita a una realtà missionaria che oggi è capace di andare avanti in maniera quasi autonoma. Padre Gerolamo Laura, classe 1922, nativo di Baiardo, paesino a due passi da Sanremo, è entrato nel convento del Padre Santo alla vigilia della guerra come novizio, ne è uscito dopo gli studi di teologia e, nel 1950, è partito per il Perù. Tempi diversi, quando le vocazioni religiose e missionarie non mancavano: il convento dove aveva sede la scuola teologica del suo ordine, oggi, è diventato l'infermeria per i frati anziani. «La messa sarà alle 22 e non a mezzanotte, perché la gente di qui preferisce passare la serata in famiglia. Chi se lo può permettere farà una cena un po' più ricca, per quanto è possibile vista la miseria che regna tra la gente. E molti mangeranno i panettoni sfornati dai nostri ragazzi della Ciudad de los niños, un po' genovesi e un po' milanesi, venduti in tutti i supermercati di Lima». Non ci sarà la neve, ovviamente: sulle Ande splende il sole dell'estate e, sulla costa, la gente va al mare. In Centrafrica la realtà dei carmelitani è molto conosciuta dai genovesi, e (con il contributo di molti) le attività scolastiche e caritative sono in pieno svolgimento. Un filo di solidarietà lega Genova anche con lo Zambia, attraverso il gruppo francescano missionario "Zambia 2000", associazione laica che si ispira alla spiritualità del santo di Assisi e ha come riferimento le parrocchie di Boccadasse e San Francesco di Albaro. Il segno visibile di questo legame è un presepe africano itinerante, fatto con le statuine incise nel legno "mukua" dagli artigiani zambesi: quest'anno è stato allestito nella chiesa di Nostra Signora del Rosario alla Foce (tra via Zara e via Rosselli) e, visto che anche i simboli sono importanti, la terra rossa usata nella scenografia viene dall'Africa: terra di Zambia. Guardata con sospetto al momento dello sbarco alla dogana del Cristoforo Colombo, dove (in un primo momento) era stata scambiata per un carico di droga. «Cerchiamo di aiutare le suore francescane missionarie di Assisi - racconta Simonetta Mazzetti, una volontaria - e, visto il calore con cui ci accolgono ogni volta che le raggiungiamo, cerchiamo di ricambiare con qualcosa di veramente nostro, fatto col cuore». Cosa regalare? Nel 1989, nel corso di uno dei primi viaggi del gruppo francescano verso l'Africa, qualcuno ha avuto l'idea di mettere in valigia una ventina di barattoli di pesto fatto in casa. Ed è stato un successo. «La loro dieta è fatat soprattutto di polenta bianca , che nutre molto poco ma gonfia lo stomaco e dà un senso di sazietà. Però le suore toscane hanno portato anche l'abitudine di mangiare gli spaghetti. E il nostro pesto è stato apprezzato tantissimo». Pesto di Pra' in terra d'Africa, usato per condire gli spaghetti, perché le trenette, nel lontano villaggio di Luanshia, ancora non arrivano. Eppure, poco importa: anche una pietanza, tinta col verde del basilico (e della speranza) può dare calore al Natale. Bruno Viani viani@ilsecoloxix.it 24/12/2008 Ringraziamento Anna Rettagliata Tortarolo ringrazia per la grande professionalità il dottor Luigi Borgia Istituto Oftalmico Is. Pre, la dottoressa Gemma Romeo Nasciuti, il dottor Bruno Murgia oculista; il dottor Renzo Poggio dipartimento medicina ospedali Galliera. 24/12/2008

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la donna "pastora" che celebra alla noce - augusto cavadi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 24-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XIX - Palermo Intervista a Elisabetta Ribet: la scelta, Palermo e la castità LA DONNA "PASTORA" CHE CELEBRA ALLA NOCE "Qui ho trovato grande discrezione: nessuno dà peso al fatto che io abbia una relazione con un uomo senza essere sposata" AUGUSTO CAVADI P erché una ragazza "normale" decide di diventare pastora? L´esordio dell´intervista con Elisabetta Ribet viene disturbato dalla voce del suo collega catanese Francesco che sta preparando il caffè nella cucina dove avviene l´incontro: «Dovresti chiedere ad una ragazza "normale"...». Sorridiamo divertiti e la guida spirituale della chiesa valdese-metodista della Noce prova a rispondere, non senza imbarazzo: «Intanto c´è da considerare che la scelta iniziale è stata per la teologia: volevo indagare l´ambito umanistico, più precisamente storico-sociale, e la teologia per me è anche studio di come l´uomo vive il rapporto con il Trascendente. In particolare - quando ho lasciato il liceo e dovevo optare per una facoltà universitaria era l´anno della Pantera - mi avvertivo fortemente motivata a capire come mai l´Occidente abbia potuto creare tanti disastri planetari nel nome di Gesù Cristo. Poi, quando ho accettato la proposta di essere "pastorizzata" (sorride nuovamente divertita) avrà certamente pesato l´ambiente di provenienza: nella mia famiglia c´è stato da secoli un pastore almeno ogni due generazioni». Ma perché pastora a Palermo una piemontese che ha completato gli studi a Parigi? «Sembrerà strano, ma a Parigi ho trovato un ambiente internazionale vivace sul piano culturale come Palermo lo è sul piano delle presenze sociali. Là conoscevo teologi polinesiani, africani, asiatici che sfidavano le mie conoscenze dottrinarie: qui ho conosciuto immigrati, sbarcati clandestinamente, che vengono da quelle stesse terre in cerca di pane e dignità. Poche settimane fa, colloquiando con alcuni ragazzi a cui il nostro centro di accoglienza ha prestato i primi soccorsi, sono stata spiazzata dalla risposta di uno di loro alla domanda se nel suo lungo viaggio dall´Africa centrale, attraverso il deserto e poi il canale di Sicilia, fosse stato sostenuto da un brano biblico: il salmo dove si legge che, anche se il padre e la madre dovessero dimenticarsi del figlio, Dio non si dimenticherebbe di lui. Ho sperimentato come Dio può ammaestrare i teologi attraverso le vie più impensate». A Palermo un forestiero trova qualcosa di particolarmente bello o di particolarmente brutto? «Direi entrambe le sorprese. Intanto il calore con cui la città - o, per lo meno, quel pezzo di città che costituisce la mia piccola chiesa protestante - sa accogliere. E non soltanto i bianchi, istruiti, che come me vengono a svolgere un ruolo di responsabilità sociale, ma anche i neri, che non sanno una parola di italiano e che hanno bisogno di tutto per sopravvivere. Ho vissuto in altre zone d´Italia, per esempio in Val d´Aosta, e ho potuto misurare la differenza abissale a favore di Palermo. Di negativo, invece, ho trovato una certa acquiescenza ad un sistema relazionale di tipo mafioso che mi sembra venga accettato quasi come inevitabile: troppo pochi i cittadini con la schiena dritta, troppi i "clienti". Da cinque anni ad oggi mi pare che, addirittura, la città su questo fronte si stia addormentando». Per i protestanti il "pastore" non appartiene ad un ordine speciale di cristiani né gli viene impresso un carattere ontologico indelebile, ma è un laico che - per un periodo più o meno lungo della sua vita - è chiamato dalla comunità a svolgere un servizio di predicazione e di assistenza spirituale. In cambio della mia sobrietà espressiva, però, le chiedo qualche indiscrezione privata. Per molti cattolici è bene mantenere obbligatorio per i preti la castità perché - si dice - la gente si scandalizzerebbe se sapesse che il parroco è sposato o, peggio ancora, convivente: come vedono i fedeli di questa chiesa, qui a Palermo, il fatto che la pastora viva con un ragazzo senza essergli unita da un vincolo matrimoniale? «Non so in altre chiese siciliane che cosa sarebbe successo. Qui ho trovato una grande discrezione: non ho ricevuto domande riguardanti la mia sfera privata né io ho fatto niente per sbandierare il mio legame sentimentale con una persona di origine africana che, tra l´altro, non appartiene alla mia chiesa e lavora in tutt´altro ambito. Quanti, poi, vengono ad apprendere più o meno casualmente del mio legame - e magari poi ci invitano a cena o ad una festa in quanto coppia - non sembrano dare alcun peso a questo elemento. Che io sia single o in coppia li tocca quanto a me può importare che il dentista a cui mi rivolgo sia single o in coppia. L´essenziale è che sia un dentista professionalmente valido». Che Elisabetta sappia fare la pastora con sobria efficacia lo testimonia l´affetto con cui donne e uomini, adulti e giovani, la circondano e la sostengono. Chi ha curiosità lo potrebbe verificare partecipando una domenica al culto che lei presiede alle 11 nella sala di via Noce. Una liturgia in cui la pastora Ribet trova quasi sempre parole stimolanti di commento alla Bibbia, per nulla soporifere. E una liturgia vivacizzata dalla presenza di fedeli non certo freddi, ingessati: in misura ormai preponderante immigrati da tutto il mondo che suonano e cantano e ballano e battono ritmicamente le mani come si usa nei loro Paesi di provenienza. Prima di lasciarci le chiedo un´opinione sul rapporto con i cattolici, ma ecco che il volto le diventa più serio: «A Palermo, ma non solo, il dialogo ecumenico a livello di istituzioni è bloccato da anni. Per grazia di Dio, qui come altrove, ci sono però persone meravigliose, anche cattoliche, che non si arrendono ad un cristianesimo provinciale, confessionale. La più grande speranza di un cristianesimo dagli orizzonti vasti come il pianeta sono gli immigrati e i giovani».

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<Fermate gli sciacalli pure a suon di fucilate> incitava Bissolati (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 24-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Il centenario del terremoto di Messina/2 Distruzione e morte come in una guerra che continua «Fermate gli sciacalli pure a suon di fucilate» incitava Bissolati LEGGE MARZIALE. La si invoca per fermare l'assalto alle macerie e ai cadaveri anche durante la visita di Vittorio Emanuele, arrivato con la regina Elena. I soccorsi portati da don Orione. L'angoscia di Salvemini. di Fabrizio d'Esposito Messina, 30 dicembre 1908. Il fetore dei cadaveri forma una cappa asfissiante su tutta la città. È una puzza che sa di zolfo e sale. Da palude mefitica. Irrespirabile. Chi non resiste alla nausea, sviene. L'arcivescovo ha benedetto le macerie che ancora intrappolano corpi flaccidi e gonfi, senza vita. Ha intonato il Requiem Aeternam. Stamattina alle nove è arrivato il re. È arrivato da mare con la regina. Ma Elena di Montenegro non è sbarcata. Troppo pericolose le rovine del terremoto di lunedì scorso. Ha visitato le altre navi dei profughi. Quello che resta di Messina vive sull'acqua. Una città galleggiante. Vittorio Emanuele ha fatto un sopralluogo col ministro della Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando. Ha girato per i rioni della Marina. È salito su alcuni cumuli di detriti. Ripeteva, ogni volta: «È terribile, è terribile». Al premier Giolitti ha telegrafato un messaggio secco: «Il disastro è immenso e molto più grande di quanto si può immaginare». Sul Corso Primo Settembre il re ha visto un bambino piangere. Gli si è avvicinato. Il bimbo voleva baciargli la mano. Vittorio Emanuele l'ha preso in braccio e gli ha accarezzato la fronte. Un orfano. La visita del re non ha impedito le scosse di assestamento. Né i saccheggi degli sciacalli. I carabinieri ne hanno ucciso un altro, che tentava di scappare. Persino i socialisti sono a favore dell'esecuzione istantanea. Scrive stamattina il direttore dell'Avanti Leonida Bissolati: «Profittando del disastro, tutti gli elementi sociali perversi o pervertiti, si danno a correre le rovine, invadono le case deserte per sfogare i loro istinti di selvaggia rapina. Si dice che il Governo abbia telegrafato concedendo pieni poteri alle autorità militari per salvare le sventurate popolazioni dall'assalto di quei feroci. Noi non esitiamo ad approvare il provvedimento. Noi diciamo che in casi come questi la difesa sociale può farsi legittimamente anche a suono di fucilate. Uomini che si lanciano al saccheggio in quest'ora, non sono uomini ma lupi. E van trattati come lupi». Si invoca la legge marziale, dunque. E si parla anche di proclamare lo stato d'assedio. Sembra una guerra. Ma è un terremoto. I militari vorrebbero evacuare la città. E distruggerla per sempre. I sopravvissuti vengono ricattati: cibo a bordo dei piroscafi e solo se si accetta di essere deportati altrove. Da superstiti a profughi. I soldati italiani vengono descritti come oziosi dai loro colleghi russi e inglesi. Sono arrivati dopo, con un giorno di ritardo. Eppure la Marina italiana divora milioni di lire dal bilancio del governo. Da Roma si provano a difendere: «Il disastro ci ha colpiti in pieno periodo di ferie, quando gli equipaggi sono ridotti alla metà, e in pieno inverno, nell'epoca in cui s'iniziano i lavori di riparazione delle unità e di riordinamento delle squadre. La nostra flotta era nelle peggiori condizioni e non si possono far confronti con navi e squadre ancorate in prossimità delle regioni colpite». Quando un popolo piange cerca anche eroi e capri espiatori. I messinesi inveiscono contro gli speculatori, gli sciacalli e lo Stato. Ma invocano la regina Elena e il deputato Peppino Micheli. A bordo delle navi che ospitano i superstiti la sovrana d'Italia ha assistito i malati come una vera infermiera. E il Quirinale, dicono, sarebbe pronto a trasformarsi in una sartoria per cucire abiti da mandare quaggiù. Il cuore italiano. Dalle altre città arrivano notizie sulle passeggiate di beneficenza: sono carri che sfilano per le strade raccogliendo viveri e vestiti. Giuseppe Micheli è un deputato di Parma. Ha trentaquattro anni ed è un omone coi mustacchi all'insù. Le sue baracche vengono già chiamate Michelopoli. Per lui, il generale Mazza, una sorta di pro-dittatore del sisma, ha derogato all'ordine che vieta il soccorso a chi non si imbarca. La baracca numero uno di Micheli è il quartier generale della rinascita. Quelli che sono rimasti si rivolgono a lui per ogni evenienza. Micheli smista e stampa pure un bollettino quotidiano. Nella baracca numero due si presentano le domande per continuare a scavare e per entrare liberamente nella città. Nella tre, infine, si fanno gli accertamenti informativi prima di rilasciare i permessi. Micheli è un politico cattolico e Messina ha una grande tradizione massonica e anticlericale. Fino a cinque anni fa, sindaco della città è stato il repubblicano Antonio Martino. Messina, primi di gennaio del nuovo anno. Sull'Apocalisse del 28 dicembre si sta consumando una feroce battaglia tra cattolici e laici. In città è arrivato anche don Luigi Orione, il fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Don Orione ha molti nemici. Il clero locale lo ostacola. E coi massoni lotta sulla sorte degli orfani. I militari vorrebbero farli adottare dall'esercito come mascotte. Uno per ogni reggimento. Ma resterebbe comunque il problema delle orfane. Don Orione è instancabile nel raccogliere i bimbi rimasti senza il papà e la mamma. Ed è implacabile contro massoni, democratici, socialisti e repubblicani. Ha fatto stampare un volantino in migliaia di copie per far conoscere alla popolazione superstite una poesia anticlericale pubblicata da un giornalino umoristico sette giorni prima del terremoto: «O bambinello mio/ vero uomo e vero Dio/ per amore della tua croce/ fa sentire la nostra voce/ Tu che sai, che non sei ignoto/ manda a tutti un terremoto». Ma non è l'unica profezia di sventura. Si racconta che il 26 dicembre, due giorni prima della catastrofe avvenuta all'alba di lunedì, un ebanista di nome Girolamo Bruno è stato condannato a due anni di carcere per furto. In tribunale c'era anche la madre dell'uomo, Carmela, che quando ha ascoltato la sentenza è andata via con gli occhi dilatati e urlando contro i giudici: «Mala nova! Avi a véniri u tirrimotu cu ll'occhi e v'avi a 'mmazzari a vui birbanti e a tutta Missina». «Maledizione! Ha da venire un terremoto con gli occhi e ha da ammazzare voi birbanti e tutta Messina». L'educazione futura degli orfani sta dividendo in maniera cruenta laici e cattolici. Questi ultimi vedono come il fumo negli occhi, fumo di Satana, per la precisione, il Patronato intitolato alla regina Elena e istituito dal Comitato centrale di soccorso del governo. Eclatante il caso dei sessanta orfani cattolici aiutati dai valdesi di Firenze. Denuncia Giuseppe Toniolo, presidente dell'Unione popolare fra i cattolici d'Italia: «Bisogna opporsi con tutte le forze e tutti i mezzi a chi nelle sue losche vedute avesse scorto nella catastrofe calabrese e siciliana un'occasione propizia per reclutare a buone condizioni la merce umana per la tratta delle bianche o per le vetrerie di Francia, ma allora perché non è da considerare con lo stesso orrore il tentativo di prostituzione morale che insidia gli innocenti bambini che oggi sono avviati a Firenze per apprendere l'eresia valdese, e che domani, forse, ingrosseranno il numero ancora troppo ristretto degli alunni di qualche convitto neutro che prepara i futuri apostati dell'Italia laica e anticlericale?». Chi si batte affinché gli orfani restino a Messina è Gaetano Salvemini. Il Corriere della Sera nei giorni scorsi gli aveva già dedicato un commosso ricordo. Ma il giovane professore socialista si è salvato. Dice che i bambini «non devono essere scardinati dalla terra che li vide nascere; non devono diventare settentrionali». Il terremoto ha sterminato la moglie e quattro figli di Salvemini. Lui va alla ricerca del quinto, non si rassegna e a Giovanni Gentile scrive: «Voglio tornare a Messina per ricercare sotto le macerie quello dei miei bambini, Ugo, tre anni, che non trovai nei giorni passati. Può darsi il caso che sia stato salvato, mentre io non ero presente, e che vada orfano per il mondo. Appena troverò il cadavere mi metterò l'anima in pace. Se non troverò il cadavere lo cercherò vivo per il mondo» (2. continua) 24/12/2008

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LA CHIESA IN ITALIA E IL MESTIERE DI CESARE (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 24-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-12-24 num: - pag: 41 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano LA CHIESA IN ITALIA E IL MESTIERE DI CESARE A me sembra che la Chiesa faccia parecchia politica nonostante le smentite. Quando il Papa o il cardinale Tettamanzi esternano pubblicamente senza fare distinzioni fra fedeli e non fedeli, vuol dire fare politica visto il ruolo che occupano. Diverso sarebbe se si rivolgessero solo ai fedeli invitandoli a seguire le loro indicazioni e lasciando liberi gli altri di agire diversamente. Lei che cosa ne dice? Fabrizio Logli fabrizio.logli@alice.it Caro Logli, V edo che le parole di Gesù ai Farisei nel Vangelo di Matteo (a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio) continuano a fare parte del bagaglio retorico italiano e riappaiono regolarmente in discorsi, dichiarazioni, omelie. Preferirei che venissero lasciate agli storici e agli esegeti. Come tutte le affermazioni succinte e oracolari si prestano a diverse interpretazioni e finiscono per creare più confusione che chiarezza. Quando la Chiesa Romana le usa nel contesto italiano, il senso mi sembra essere questo: «Il governo dello Stato non appartiene alla Chiesa. Non tocca a noi fare le leggi, percepire le imposte, amministrare la giustizia penale e civile, stipulare trattati, garantire l'ordine pubblico e fare quadrare il bilancio. A noi spetta soltanto il compito di custodire i principi morali, diffondere la parola di Cristo, assistere i fedeli nel loro cammino verso la salvezza». Nulla da eccepire se la Chiesa esercitasse questo magistero con il suo popolo e rinunciasse a pretenderne l'osservanza da parte dell'intera società nazionale. Ma quando parla del-l'Italia, la Chiesa si esprime sostanzialmente come un leader africano, Robert Mugabe, che ha detto recentemente del suo Paese: «Zimbabwe is mine, lo Zimbabwe mi appartiene ». Non ne sono sorpreso. Il rapporto che lega la Chiesa all'Italia è storicamente diverso da quello della Santa Sede con qualsiasi altro Paese. L'unità nazionale ha segnato la fine del potere temporale, ma non ha intaccato il sentimento di proprietà che caratterizza il suo atteggiamento verso la penisola. Può tollerare, pur manifestando la sua disapprovazione, il divorzio, l'aborto, il suicidio assistito e la ricerca sulle cellule staminali quando divengono leggi dello Stato in altri Paesi. Ma non riesce ad ammettere che questo possa accadere nella «sua» Italia. Uno Stato laico e liberale non può piegarsi a queste pretese. Siamo sempre stati, a dispetto del nostro cattolicesimo formale, un pot-pourri di devoti praticanti, agnostici, miscredenti, anarchici, laici e anticlericali. E oggi siamo un Paese multiculturale e multireligioso in cui tutti, non soltanto i cattolici, debbono godere del diritto di praticare la loro confessione o obbedire alla propria coscienza. Quando è in gioco il bene comune, lo Stato ha il dovere di legiferare per l'intera comunità nazionale. Ma vi sono scelte che rientrano nella sfera privata dei singoli cittadini e che meritano di essere tutelate. La Chiesa ha il diritto di diffondere il proprio messaggio; e tutti gli italiani, anche quando non sono credenti, debbono riconoscere la parte determinante che ha avuto nella storia culturale e spirituale del Paese. Ma non ha il diritto di pretendere che le sue regole vengano osservate anche da chi ha altri principi e convinzioni. è in gioco, oltre a tutto, la possibilità di una convivenza armoniosa fra persone di diversa estrazione culturale e religiosa. E questo appartiene a Cesare, non a Dio.

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"Non ho mai sostenuto l'esistenza di un diritto a morire" (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 27-12-2008)

Argomenti: Laicita'

26 dicembre 2008 Anticipazione dal foglio del 27 dicembre 2008 "Non ho mai sostenuto l'esistenza di un diritto a morire" Il dibattito bioetico fa bene alla vita. Possenti replica alle critiche Nelle questioni bioetiche l?approfondimento è utile per far penetrare il rispetto della vita nel paese, per costruire una cultura di amore alla vita, contrastando il degrado del costume e l?influenza delle tecnologie che cancellano le differenze morali dell?azione e rendono tutto facile e lecito. Sui fondamentali rapporti – genitori-figli, sposo-sposa, medico-malato – occorre edificare pedagogicamente una visione antropologica e morale comune, senza di cui il compito in questione diventa insostenibile. Ma oggi tale visione comune è rara. Non direi tutta la verità se non aggiungessi che mi sembra meno rara di dieci o quindici anni fa. La mentalità abortista ed eutanasica è ben presente in Italia, sebbene le convinzioni intellettuali e morali a suo favore siano forse meno diffuse, o comunque trovino più aperta e decisa opposizione. Può darsi che la vague abortista, abbattutasi sul mondo con la sentenza Roe v. Wade (1973), abbia toccato l?acme e che si possa sperare in un qualche miglioramento. Nulla è mai acquisito per sempre, neanche le regressioni morali, e le battaglie per invertire la rotta sono benedette, come quella in corso contro la Ru486. Nel senso che operano per costruire relazioni buone, senza di cui nessuno respira. Lo scopo non è solo quello di riaffermare un principio morale e/o antropologico, che pur rimane lo sfondo necessario, ma quello di creare vita buona. Per questo un dibattito sui fondamenti, non è mai inopportuno. Un tale dibattito si è svolto nelle ultime due settimane sul Foglio, e ringrazio il direttore per aver accolto il mio intervento. Il dibattito è però partito male, per il modo erroneo con cui le mie posizioni sono state presentate. Prima il titolo attribuito all?intervento: “Vita, disporne liberamente”, che non corrispondeva affatto al contenuto. Sotto l?elefantino titolava: “Questo articolo è una svolta radicale”, fatto giustamente negato da numerosi interventi che si sono succeduti. Titolo ed elefantino hanno indirizzato la percezione dell?articolo lungo una strada deviata. Lo snaturamento è proseguito martedì 16 quando si è detto che Possenti argomentava il “suo sonante sì all?idea che una norma pubblica deve incardinare nelle nostre vite un principio di libertà moderna: la vita è mia e la gestisco io, anche delegando ad altri il compito di sopprimerla quando non è degna di essere vissuta” (si noti che nel mio pezzo del 14 dicembre sostenevo che la dignità di Eluana è pari a quella di ogni altro essere umano sano, che l?eutanasia non aveva alcuna legittimità, e che altrove mi sono pronunciato contro la sospensione dei sostegni vitali). Il lettore faticava molto a intendere che nel mio articolo si trattava dell?eventuale disponibilità a certe condizioni della propria vita. Sono andati fuori strada coloro che hanno trovato nel mio pezzo “il solito modello di mediazione politica, che trascura le questioni etiche fondamentali” (A. Pessina), che viceversa erano al centro, insieme a quelle antropologiche. Non trovo persuasivo il ricorso dicotomico ai paradigmi della sacralità e della qualità della vita, cui ricorre nel suo intervento Giovanni Fornero per il quale il paradigma della indisponibilità e sacralità della vita è tipico della bioetica cattolica mentre quello della disponibilità della vita in quella laica, con gli annessi della dignità e qualità della vita: non è il tema della dignità al centro anche della bioetica cattolica? La marcia verso l?astrazione dei paradigmi può essere di maniera, poiché dinanzi ai casi concreti non sappiamo a quale pagina del Bignami dei paradigmi si trovi una risposta fondata. L?amico Fornero, muovendosi “come storiografo e analista di paradigmi”, paventa Porte Pie per la bioetica cattolica se non sta compatta dentro il paradigma dell?assoluta indisponibilità della vita (compresa la propria?). Nutro dubbi in merito. La bioetica è una disciplina pratica, finalizzata all?agire e al decidere. Abbandonando per un momento i paradigmi con annessi e connessi, gli chiederei senza iattanza di informarci su quello che lui, come cittadino italiano, ritiene opportuno decidere sulla pillola Ru486, sulla legittimità di una legge sulla fine della vita, sul congelamento dell?embrione. In sostanza, non avverto che sia in atto in Italia e tra i cattolici italiani una “ritirata non strategica” sulla questione della vita (inizio e fine), aggiungendo che qualunque sia la posta in gioco, non è bene affermare di più di quanto risulti. L?autodeterminazione del paziente sui trattamenti sanitari non è un invito ad esercitare un inesistente diritto di morire, ma una giusta difesa verso una volontà prevaricatrice di intervento tecnologico illimitato nella sfera della persona. Confermo essere moralmente legittimo che il paziente rinunci/rifiuti le terapie quando le ritenga insopportabili, inutili, gravose. Non vi è in questo atteggiamento alcun disprezzo della vita che rimane qualcosa di grande, anche quando riteniamo che la sua prosecuzione sia per noi causa di dolori non più accettabili. Ribadisco che non pochi problemi sono creati dalle tecnologie mediche, che riescono a trattenere a ogni costo in vita, senza curare, aprendo il terreno a infiniti dilemmi morali. In breve, il suicidio non è un diritto ma una possibilità extragiuridica, l?eutanasia come diritto di morire non sussiste, il rifiuto consapevole dei trattamenti sanitari è un autentico diritto, in quanto ha per scopo un bene: rifiutare accanimento, invasività, ipertecnologizzazione. Ogni vero diritto è fondato su qualche bene: il soggetto non sceglie la morte, sceglie l?interruzione del trattamento anche se è prevedibile l?effetto letale. Se la mia vita mi è totalmente sottratta, sarà posta completamente nelle mani di altri, il che è controintuitivo e ingiusto. Intatta rimane perciò la domanda se l?indisponibilità assoluta della propria vita sia criterio fondato. Se guardiamo verso lo stato è ovvio che questo deve considerare indisponibile la vita dei cittadini e dire un chiaro no a eutanasia e affini. Operare un ricorso assolutistico al criterio dell?indisponibilità della propria vita è un modo per guardare da un?altra parte, ignorando il problema e le sofferenze che lo accompagnano. So bene che non sono le uniche forme di sofferenza che la biopolitica contemporanea ci infligge, e che vanno ricordate l?eugenetica montante, la follia della clonazione, il congelamento degli embrioni considerati res nullius. Sull?embrione oso sperare che la posizione della chiesa giunga a considerarlo persona sin dal concepimento, poiché gli elementi scientifici e filosofici a favore mi sembrano probanti. Allo stato la “Dignitas personae” sostiene che il concepito possiede la dignità di persona. Sorprende che nessun intervento si sia soffermato sulla questione della Tecnica: il suo nesso con la Persona era un punto nodale del mio intervento, rimasto disatteso. La carenza di riflessione è aggravata dal fatto che la Tecnica mena la danza, costringendoci ad un perenne affanno. In un recente discorso alla Società Italiana di Chirurgia, dopo aver segnalato esistenza e limiti dell?autodeterminazione del malato, Benedetto XVI aggiunge: “Nei contesti altamente tecnologizzati dell?odierna società, il paziente rischia di essere in qualche misura ?cosificato?. Egli si ritrova infatti dominato da regole e pratiche che sono spesso completamente estranee al suo modo di essere. In nome delle esigenze della scienza, della tecnica e dell?organizzazione dell?assistenza sanitaria, il suo abituale stile di vita risulta stravolto”. Fa riflettere che la quasi totalità degli interventi sul Foglio e delle lettere sul mio pezzo provengano da firme cattoliche: niente di male, tranne il fatto che la fine della vita non è un evento solo per cattolici. Perché questi non cercano di mettersi anche un po? nei panni dei non credenti? E perché questi ultimi non entrano in dialogo coi credenti, almeno su punti come l?impatto delle tecnologie? Sulla stampa laica si leggono talvolta cose interessanti in merito. La legge italiana sulla fine della vita non potrà essere che una: non mi sono mai sognato di ipotizzare la ridicola soluzione di una legge sulla fine della vita per i cattolici e un?altra per gli altri, come sembra insinuare A. Livi. Sulla sua opportunità vi sono state esitazioni e incertezze nell?area cattolica. Per un certo tempo si è detto che di tale legge e del testamento biologico (termine improvvido) era molto meglio non parlare affatto, e poi si è mutata opinione sotto la spinta di recenti necessità, emergenti dalle sentenze della Cassazione. Non mi meraviglio più di tanto della svolta. Piuttosto continuo a chiedermi se il Parlamento è in grado di onorare un impegno così delicato e difficile: nutro tuttora dei dubbi perché non mi pare che ci sia chiarezza sulla misura di autodeterminazione che è giusto consentire e sul modo con cui limitare l?invasività della tecnica. di Vittorio Possenti Leggi: "La tentazione dei cattolici di ciurlare nel manico è forte" di Pietro De Marco e: "Vita, disporne liberamente" di Vittorio Possenti

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Possenti: "Non ho mai sostenuto un diritto di morire" (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 27-12-2008)

Argomenti: Laicita'

26 dicembre 2008 Possenti: "Non ho mai sostenuto un diritto di morire" Il dibattito bioetico fa bene alla vita. Replica a critiche e interpretazioni Nelle questioni bioetiche l?approfondimento è utile per far penetrare il rispetto della vita nel paese, per costruire una cultura di amore alla vita, contrastando il degrado del costume e l?influenza delle tecnologie che cancellano le differenze morali dell?azione e rendono tutto facile e lecito. Sui fondamentali rapporti – genitori-figli, sposo-sposa, medico-malato – occorre edificare pedagogicamente una visione antropologica e morale comune, senza di cui il compito in questione diventa insostenibile. Ma oggi tale visione comune è rara. Non direi tutta la verità se non aggiungessi che mi sembra meno rara di dieci o quindici anni fa. La mentalità abortista ed eutanasica è ben presente in Italia, sebbene le convinzioni intellettuali e morali a suo favore siano forse meno diffuse, o comunque trovino più aperta e decisa opposizione. Può darsi che la vague abortista, abbattutasi sul mondo con la sentenza Roe v. Wade (1973), abbia toccato l?acme e che si possa sperare in un qualche miglioramento. Nulla è mai acquisito per sempre, neanche le regressioni morali, e le battaglie per invertire la rotta sono benedette, come quella in corso contro la Ru486. Nel senso che operano per costruire relazioni buone, senza di cui nessuno respira. Lo scopo non è solo quello di riaffermare un principio morale e/o antropologico, che pur rimane lo sfondo necessario, ma quello di creare vita buona. Per questo un dibattito sui fondamenti, non è mai inopportuno. Un tale dibattito si è svolto nelle ultime due settimane sul Foglio, e ringrazio il direttore per aver accolto il mio intervento. Il dibattito è però partito male, per il modo erroneo con cui le mie posizioni sono state presentate. Prima il titolo attribuito all?intervento: “Vita, disporne liberamente”, che non corrispondeva affatto al contenuto. Sotto l?elefantino titolava: “Questo articolo è una svolta radicale”, fatto giustamente negato da numerosi interventi che si sono succeduti. Titolo ed elefantino hanno indirizzato la percezione dell?articolo lungo una strada deviata. Lo snaturamento è proseguito martedì 16 quando si è detto che Possenti argomentava il “suo sonante sì all?idea che una norma pubblica deve incardinare nelle nostre vite un principio di libertà moderna: la vita è mia e la gestisco io, anche delegando ad altri il compito di sopprimerla quando non è degna di essere vissuta” (si noti che nel mio pezzo del 14 dicembre sostenevo che la dignità di Eluana è pari a quella di ogni altro essere umano sano, che l?eutanasia non aveva alcuna legittimità, e che altrove mi sono pronunciato contro la sospensione dei sostegni vitali). Il lettore faticava molto a intendere che nel mio articolo si trattava dell?eventuale disponibilità a certe condizioni della propria vita. Sono andati fuori strada coloro che hanno trovato nel mio pezzo “il solito modello di mediazione politica, che trascura le questioni etiche fondamentali” (A. Pessina), che viceversa erano al centro, insieme a quelle antropologiche. Non trovo persuasivo il ricorso dicotomico ai paradigmi della sacralità e della qualità della vita, cui ricorre nel suo intervento Giovanni Fornero per il quale il paradigma della indisponibilità e sacralità della vita è tipico della bioetica cattolica mentre quello della disponibilità della vita in quella laica, con gli annessi della dignità e qualità della vita: non è il tema della dignità al centro anche della bioetica cattolica? La marcia verso l?astrazione dei paradigmi può essere di maniera, poiché dinanzi ai casi concreti non sappiamo a quale pagina del Bignami dei paradigmi si trovi una risposta fondata. L?amico Fornero, muovendosi “come storiografo e analista di paradigmi”, paventa Porte Pie per la bioetica cattolica se non sta compatta dentro il paradigma dell?assoluta indisponibilità della vita (compresa la propria?). Nutro dubbi in merito. La bioetica è una disciplina pratica, finalizzata all?agire e al decidere. Abbandonando per un momento i paradigmi con annessi e connessi, gli chiederei senza iattanza di informarci su quello che lui, come cittadino italiano, ritiene opportuno decidere sulla pillola Ru486, sulla legittimità di una legge sulla fine della vita, sul congelamento dell?embrione. In sostanza, non avverto che sia in atto in Italia e tra i cattolici italiani una “ritirata non strategica” sulla questione della vita (inizio e fine), aggiungendo che qualunque sia la posta in gioco, non è bene affermare di più di quanto risulti. L?autodeterminazione del paziente sui trattamenti sanitari non è un invito ad esercitare un inesistente diritto di morire, ma una giusta difesa verso una volontà prevaricatrice di intervento tecnologico illimitato nella sfera della persona. Confermo essere moralmente legittimo che il paziente rinunci/rifiuti le terapie quando le ritenga insopportabili, inutili, gravose. Non vi è in questo atteggiamento alcun disprezzo della vita che rimane qualcosa di grande, anche quando riteniamo che la sua prosecuzione sia per noi causa di dolori non più accettabili. Ribadisco che non pochi problemi sono creati dalle tecnologie mediche, che riescono a trattenere a ogni costo in vita, senza curare, aprendo il terreno a infiniti dilemmi morali. In breve, il suicidio non è un diritto ma una possibilità extragiuridica, l?eutanasia come diritto di morire non sussiste, il rifiuto consapevole dei trattamenti sanitari è un autentico diritto, in quanto ha per scopo un bene: rifiutare accanimento, invasività, ipertecnologizzazione. Ogni vero diritto è fondato su qualche bene: il soggetto non sceglie la morte, sceglie l?interruzione del trattamento anche se è prevedibile l?effetto letale. Se la mia vita mi è totalmente sottratta, sarà posta completamente nelle mani di altri, il che è controintuitivo e ingiusto. Intatta rimane perciò la domanda se l?indisponibilità assoluta della propria vita sia criterio fondato. Se guardiamo verso lo stato è ovvio che questo deve considerare indisponibile la vita dei cittadini e dire un chiaro no a eutanasia e affini. Operare un ricorso assolutistico al criterio dell?indisponibilità della propria vita è un modo per guardare da un?altra parte, ignorando il problema e le sofferenze che lo accompagnano. So bene che non sono le uniche forme di sofferenza che la biopolitica contemporanea ci infligge, e che vanno ricordate l?eugenetica montante, la follia della clonazione, il congelamento degli embrioni considerati res nullius. Sull?embrione oso sperare che la posizione della chiesa giunga a considerarlo persona sin dal concepimento, poiché gli elementi scientifici e filosofici a favore mi sembrano probanti. Allo stato la “Dignitas personae” sostiene che il concepito possiede la dignità di persona. Sorprende che nessun intervento si sia soffermato sulla questione della Tecnica: il suo nesso con la Persona era un punto nodale del mio intervento, rimasto disatteso. La carenza di riflessione è aggravata dal fatto che la Tecnica mena la danza, costringendoci ad un perenne affanno. In un recente discorso alla Società Italiana di Chirurgia, dopo aver segnalato esistenza e limiti dell?autodeterminazione del malato, Benedetto XVI aggiunge: “Nei contesti altamente tecnologizzati dell?odierna società, il paziente rischia di essere in qualche misura ?cosificato?. Egli si ritrova infatti dominato da regole e pratiche che sono spesso completamente estranee al suo modo di essere. In nome delle esigenze della scienza, della tecnica e dell?organizzazione dell?assistenza sanitaria, il suo abituale stile di vita risulta stravolto”. Fa riflettere che la quasi totalità degli interventi sul Foglio e delle lettere sul mio pezzo provengano da firme cattoliche: niente di male, tranne il fatto che la fine della vita non è un evento solo per cattolici. Perché questi non cercano di mettersi anche un po? nei panni dei non credenti? E perché questi ultimi non entrano in dialogo coi credenti, almeno su punti come l?impatto delle tecnologie? Sulla stampa laica si leggono talvolta cose interessanti in merito. La legge italiana sulla fine della vita non potrà essere che una: non mi sono mai sognato di ipotizzare la ridicola soluzione di una legge sulla fine della vita per i cattolici e un?altra per gli altri, come sembra insinuare A. Livi. Sulla sua opportunità vi sono state esitazioni e incertezze nell?area cattolica. Per un certo tempo si è detto che di tale legge e del testamento biologico (termine improvvido) era molto meglio non parlare affatto, e poi si è mutata opinione sotto la spinta di recenti necessità, emergenti dalle sentenze della Cassazione. Non mi meraviglio più di tanto della svolta. Piuttosto continuo a chiedermi se il Parlamento è in grado di onorare un impegno così delicato e difficile: nutro tuttora dei dubbi perché non mi pare che ci sia chiarezza sulla misura di autodeterminazione che è giusto consentire e sul modo con cui limitare l?invasività della tecnica. Vittorio Possenti Leggi: "La tentazione dei cattolici di ciurlare nel manico è forte" di Pietro De Marco e: "Vita, disporne liberamente" di Vittorio Possenti

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