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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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Report "Laici e chierici"

Berlusconi si vada a rileggere la storia ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 20-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolico e cristiano con politici che professano la propria religiosità nel rispetto assoluto della laicità dello stato. L'evoluzione, all'interno del Pd, avvenimento straordinario del nostro paese sotto il profilo strategico, dell'universo diessino di provenienza Pci e Pds che si era convinto dell'essere socialista e che si vantava di aver fondato il Pse e di aver vicepresidente

E' patetico parlare o protestare contro l'ingerenza dei vescovi . È tempo ( da "Stampa, La" del 20-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Il dialogo tra laici e cattolici è diventato una finzione. Soprattutto da quando i cattolici si proclamano i "veri laici" e degradano a "laicisti" chi non la pensa come loro. Si dialoga quando si parte dal presupposoto che gli interlocutori hanno reciprocamente "buone ragioni" su cui confrontarsi, e sono disposti magari a cambiare opinione.

Inchiesta a luci rosse delle Iene Censura per il Venerdì Santo ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 20-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: programmazione radicale e laica: "Mandare in onda questi servizi il Venerdì Santo sarebbe stato un modo per smarcarci rispetto alla Via Crucis su Raiuno. Già non possiamo trattare temi politici perché c'è la par condicio". Resta la consapevolezza di "un prodotto che corre sul filo: ci sta che possa essere considerato inadatto al Venerdì della Passione"

I cattolici e le sirene ( da "Unita, L'" del 20-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolici avevano, se lo volevano, il loro partito di riferimento con forti propensioni ad una interpretazione laica della politica, ma capace di rappresentarne efficacemente le preferenze economiche, sociali, politiche. Oggi, pensare che la maggioranza dei cattolici italiani abbia un voto che può essere chiesto e può essere ottenuto con riferimento esclusivo o dominante alla loro

Una via crucis attraverso otto paesi - gian luca favetto ( da "Repubblica, La" del 20-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Laici e credenti si confrontano da stasera a domani pomeriggio sul mistero della morte di Cristo, accompagnati da viandanti curiosi Una via crucis attraverso otto paesi Le parti del corpo sono gli spunti da cui muoversi per riflettere La prima è il cuore Ci si ferma in piazze e chiese teatri e cortili con attori e musicisti giudici e politici GIAN LUCA FAVETTO Diciotto ore di viaggio,

Lettere@ilmanifesto.it ( da "Manifesto, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Se poi i leader politici pensano ai voti cattolico-ecclesiastici, affari loro. Anche Berlinguer parlò con mons. Bettazzi, ma non prono, da laico-laicista (anch'io non so bene perché fanno questa distinzione terminologica..o furbesca). Marzio Campanini.

Il blocco moderato di De Gasperi, che estromise le sinistre dal governo, modello di riferimento nelle prossime elezioni Come nel '48 c'è un'alleanza di centro nelle mani di Chiesa ( da "Liberazione" del 20-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: partito cattolico doveva allearsi con le forze laiche, repubblicane e liberali e con la neonata forza social-democratica di Saragat. L'intuizione vincente di De Gasperi fu naturalmente quella di coinvolgere e anzi in qualche modo accettare che la regia unificante di questa alleanza di centro rimanesse saldamente nelle mani di due entità meta politiche quali la Chiesa Cattolica (

Cent'anni fa moriva de amicis - lucio villari ( da "Repubblica, La" del 20-03-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Sarebbe stato un romanzo verista o naturalista, tra i tanti del fine Ottocento europeo, ma De Amicis aveva una chiara intenzione politica e allegorica intorno all'educazione dei sentimenti e dell'umanità, e ai valori della scuola laica e dell'istruzione generalizzata.


Articoli

Berlusconi si vada a rileggere la storia (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 20-03-2008)

Argomenti: Laicita'

ARNALDO SCIARELLI Qualcuno dei nostri dice che Berlusconi straccia il programma del Pd mentre, obiettivamente, ha detto che la Sinistra straccia i programmi presentati all'elettorato. L'Unità sulla striscia rossa, in sostanza, definisce Fini un razzista per il discorso su Obama ma, obiettivamente, anche in questo caso si tratta soltanto di affermazioni sillogiche che riguardano pensieri americani. Franceschini ripete le stesse cose a Ballarò e Fini replica ironicamente con il consenso di molti. E tutto ciò indipendentemente dal fatto che la Destra è storicamente vicina a movimenti filorazzisti. Berlusconi ancora oggi confonde i Comunisti italiani e i fascisti. E la televisione lo riprende per minuti mentre afferma queste stupidaggini. Senza il sangue e la cultura di molti uomini del vecchio Pci questa Costituzione repubblicana che garantisce a questo tipo di destra di esistere non sarebbe nata. Senza l'intelligenza politica di molti uomini del Pci la democrazia dal 1947 nel nostro paese, unitamente alle lotte per l'emancipazione del mondo del lavoro e contro il terrorismo, non sarebbe stata possibile. E tutto questo è estraneo all'orrore delle dittature comuniste internazionali. I fascisti italiani scelsero il nazismo, prima e dopo l'8 settembre. Il Pci scelse sempre e comunque libertà e democrazia nel nostro paese. Io, mai comunista, ho l'obbligo di ricordarlo. Berlusconi dovrebbe rileggersi la storia, andare a lezione dal presidente emerito Scalfaro e partecipare a qualche manifestazione del 25 aprile. Se a ciò aggiungiamo che Ciarrapico è pluricondannato, secondo le affermazioni televisive di Di Pietro, la situazione è ancor più surreale tenendo conto che, come ha affermato Berlusconi, non conterà nulla essendo uno su mille. Certo che veder comiziare Berlusconi e la Destra per le strade è davvero divertente e pensare di affidarsi a questo tipo di populismo devastante è sinceramente incomprensibile. Alla fine di una nostra manifestazione politica sono rimasto sconvolto dal presunto profilo culturale di molti nostri rappresentanti della base, della dirigenza e di quelli che verranno eletti in parlamento, riflussi non allegri, certamente privi di carisma, non molto belli a vedersi, inutili, inconcludenti e non portatori di voti, anzi. Mentre discutiamo fra amici circa la possibilità che alcuni democristiani ed alcuni diessini eletti nel Pd possano poi trasmigrare nella Rosa Bianca e nella Sinistra Arcobaleno, qualcuno si chiede del perché la Sinistra rivince in Spagna e perché recupera notevolmente in Francia, cosa che Sarkozy aveva intuito scegliendo alcuni collaboratori socialisti. Perché la Sinistra in questi paesi è chiaramente socialista ed è quindi affidabile sotto il profilo europeo, si comporta da libertaria, solidarista, aperta al mercato nel rispetto di regole che tutelano l'interesse generale. È una sinistra o un centrosinistra che ha bandito il conservatorismo della Sinistra antagonista e che ha dentro di sé gran parte del mondo cattolico e cristiano con politici che professano la propria religiosità nel rispetto assoluto della laicità dello stato. L'evoluzione, all'interno del Pd, avvenimento straordinario del nostro paese sotto il profilo strategico, dell'universo diessino di provenienza Pci e Pds che si era convinto dell'essere socialista e che si vantava di aver fondato il Pse e di aver vicepresidente dell'Internazionale socialista, sarà tutta da osservare. L'euforia iniziale del partito nuovo di fronte ad una sconfitta che consenta alle destre di governare per cinque anni potrà raffreddare ex-pdessini ed ex-democristiani margheritini e creare desideri di riposizionamento di immagine. Per non parlare poi delle diatribe tra clericali ad anticlericali, tra etica laica e cattolica. L'intervento della Chiesa, unilateralmente conservatrice sui temi della vita e della ricerca scientifica ed obiettivamente progressista sui temi sociali con un invito esplicito alla politica di occuparsi dei bisogni economici ed assistenziali dell'umanità sofferente, crea evidentemente scompiglio. Lo scompiglio serve ad indicare la strada della mediazione, mediazione che ha consentito a questa repubblica di progredire per cinquant'anni. In questi anni nel nostro paese il muro contro muro, lo schema anglosassone è stato in difficoltà ed ha prodotto una miriade di partiti interessati esclusivamente alle provvidenze pubbliche. La riforma elettorale e quella comportamentale del nostro sistema politico dovranno essere frutto di una riflessione attenta su tutto ciò. Riflessione in grado di produrre nei cittadini la sensazione di sentirsi determinanti nelle scelte da farsi. Dobbiamo augurarci che ciò avvenga con un governo di centrosinistra o che generi, nell'interesse generale, la caduta del governo di destra che molto probabilmente nascerà dopo queste elezioni. Speriamo che le norme che regolano l'elezioni del senato ci aiutino a limitare i danni.

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E' patetico parlare o protestare contro l'ingerenza dei vescovi . È tempo (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 20-03-2008)

Argomenti: Laicita'

E' patetico parlare o protestare contro "l'ingerenza dei vescovi". È tempo di modificare l'analisi e il linguaggio per mettere a fuoco quanto sta accadendo nel nostro paese. Siamo infatti davanti all'intreccio intimo tra i meccanismi democratici e la loro rivendicazione da parte della gerarchia ecclesiastica per la promozione della sua dottrina. Quali sono le conseguenze di questa strategia per la funzionalità della nostra democrazia? Non si sta alterando il rapporto tra il principio della cittadinanza costituzionale e il suo uso strumentale in vista delle richieste di una parte di cittadini che si affidano all'autorevolezza della Conferenza episcopale? Non si tratta infatti più soltanto dell'utilizzo dell'apparato legale dello Stato per favorire o bloccare questa o quella iniziativa di legge, ma ora si contesta esplicitamente il sistema elettorale come tale. L'operazione è legittima eppure insidiosa. In democrazia non solo ogni critica è giustificata e benvenuta, ma nel caso specifico della legge elettorale ci sono state molte, condivise, ampiamente ragionate critiche al sistema elettorale vigente. Tuttavia nel caso dell'intervento Cei, nel contesto della sua rivendicazione della "intrattabilità dei valori", viene il sospetto che la preoccupazione della Chiesa non sia tanto la funzionalità della democrazia quanto i vantaggi/svantaggi che derivano immediatamente per la rappresentanza politica della sua strategia pubblica. La democrazia sta a cuore soltanto quando serve ai "valori"? L'altra faccia di questa realtà è la sicurezza con cui i vertici della Conferenza episcopale italiana enunciano le loro direttive a nome di tutti i cattolici italiani. Senza preoccuparsi della presenza di orientamenti diversi nella stessa comunità ecclesiale. Sappiamo infatti che tra i credenti ci sono linee differenti di strategia (non necessariamente di dottrina), ma sono zittite o mortificate. Soprattutto politicamente disinnescate. L'ultimo argomento usato contro di esse è la tesi che "non si possono separare i valori, scegliendone qualcuno e rinunciando agli altri". Una volta questo si chiamava "integralismo" che rende difficile trovare punti di convergenza con i concittadini che la pensano in modo diverso. Ma non è questa l'essenza della democrazia? Senza bisogno di aggiungere l'aggettivo "laica"? In realtà da mesi ormai il dibattito su democrazia e laicità si è incattivito. Se vogliamo ricominciare a discutere, dobbiamo fare chiarezza su alcuni punti preliminari. Innanzitutto, la gerarchia deve abbandonare il lamento sulla presunta esclusione dei cattolici dalla "sfera pubblica" o dal "discorso pubblico" - affermazione che è contro ogni evidenza. (Quando poi sento lamentare "l'esclusione di Dio" personalmente rimango turbato. Ma questa è una riflessione soggettiva: prendo atto che molti miei concittadini ritengono opportuno mettere in campo Dio). Il dialogo tra laici e cattolici è diventato una finzione. Soprattutto da quando i cattolici si proclamano i "veri laici" e degradano a "laicisti" chi non la pensa come loro. Si dialoga quando si parte dal presupposoto che gli interlocutori hanno reciprocamente "buone ragioni" su cui confrontarsi, e sono disposti magari a cambiare opinione. Dialogare non è elencare i propri convincimenti per dire che sono "intrattabili", o addirittura nella convinzione di possedere "i valori" che la controparte non possiede e che è quindi rappresentata come un pericolo per l'integrità morale della nazione. Con questi presupposti non ha senso dialogare. Nessuno contesta al cattolico e/o credente la piena legittimità di comportarsi come tale pubblicamente e quindi di avanzare ragioni che danno rilevanza politica alle sue esigenze identitarie. Ma quando queste esigenze/pretese assumono pubblicamente la forma enfatica della "non negoziabilità dei propri valori", allora nascono serie difficoltà per la democrazia. In democrazia "non negoziabili" sono soltanto i diritti fondamentali, tra i quali al primo posto c'è la pluralità dei convincimenti, pubblicamente argomentati. A essa deve essere subordinato l'impulso di far valere i propri valori (per quanto soggettivamente legittimi) nei confronti degli altri cittadini. Di questa concezione della democrazia non c'è traccia nelle dichiarazioni della Cei. Ma è soltanto su questi presupposti che ha senso aprire lo spazio al confronto - anche duro - delle ragioni che sono condivise o che dividono, e quindi alle regole del gioco democratico. Ma le regole hanno valore in sé, non possono essere costruite su misura per vincere.

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Inchiesta a luci rosse delle Iene Censura per il Venerdì Santo (sezione: Laici e chierici)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 20-03-2008)

Argomenti: Laicita'

IL PROGRAMMA SARÀ COMUNQUE DOPO LE FESTIVITÀ Inchiesta a luci rosse delle "Iene" Censura per il Venerdì Santo di MARCO MANGIAROTTI ? MILANO ? CENSURATE LE IENE. Ma solo per il Venerdì Santo. Finite Pasqua e Pasquetta, il programma ritornerà regolarmente in onda il 21 marzo. Parola del direttore di Italia 1 Luca Tiraboschi che ha curiosamente informato prima le agenzie del capo progetto Davide Parenti. Sarà stato lo choc della visione dei "servizi della puntata di venerdì ? spiega ?. All'interno ci sono due inchieste, lunghe, scabrose e cariche di dettagli che giudico davvero troppo estreme per essere trasmesse nella serata di Venerdì Santo". Bergamasco, autore e produttore televisivo, scrittore (alcuni romanzi all'attivo), Tiraboschi è cresciuto nella factory di Cologno ed è impegnato da alcune stagioni alla caccia del target giovane e alto, con format originali e sperimentali, serie di culto come "Csi", "Nip / Tuck", il primo "Dr. House". Tutto, quindi, fuorché il prototipo del Grande Censore o del cattolico allineato sulle posizioni di "Avvenire". Infatti argomenta la sua decisione così: "Privare la puntata di queste due inchieste, significherebbe mutilarla. E anche questo sarebbe un errore. Ragioni etiche e di rispetto mi impongono, quindi, di bloccare il programma. I servizi non verranno censurati". Postilla di servizio: "Informerò immediatamente Davide Parenti, capo progetto delle Iene" (nella foto: i conduttori Luca, Paolo e Ilary). PARENTI SERPENTI, avrà pensato Davide, che non l'ha presa proprio benissimo. Ma con ironia: "Vorrà dire che andremo in vacanza con i nostri telespettatori". Il capo progetto delle Iene accetta senza polemica palese la decisione ed entra nel merito dei servizi che sono stati "sospesi" dal direttore di rete: "Due inchieste molto interessanti dedicate al sesso, che ci avrebbero aiutato in un fine settimana particolarmente debole per noi, visto che il nostro target di 20-30enni rientra nella fascia di pubblico che per Pasqua va in vacanza". Una delle inchieste, racconta Parenti "è il diario di una ragazza russa che è venuta in Italia per fare l'attrice. Abbiamo filmato con una candid camera i suoi casting con produttori e registi che durante il provino finiscono con proporle sempre parti più o meno erotiche". DA PRAGA arriva invece la protagonista della seconda inchiesta, "una ragazza che ha lasciato il lavoro di infermiera per fare la prostituta in un locale, il Big Mama, nel quale i clienti, molti italiani, fanno sesso gratis accettando però di essere ripresi: in ogni stanza ci sono tre telecamere e tutto va in onda in diretta su Internet. Abbiamo filmato di tutto, intervistando anche un cliente, ma non ne abbiamo fatto un film hard core: piuttosto è una docu-soap sulla vita reale". Parenti difende comunque la sua contro-programmazione radicale e laica: "Mandare in onda questi servizi il Venerdì Santo sarebbe stato un modo per smarcarci rispetto alla Via Crucis su Raiuno. Già non possiamo trattare temi politici perché c'è la par condicio". Resta la consapevolezza di "un prodotto che corre sul filo: ci sta che possa essere considerato inadatto al Venerdì della Passione". - -->.

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I cattolici e le sirene (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 20-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Stai consultando l'edizione del I cattolici e le sirene Gianfranco Pasquino Segue dalla Prima Il tutto culminava con la riunione solenne del Comitato Centrale nella quale il segretario forniva la sua incontrovertibile interpretazione e dava la linea a futura memoria. Naturalmente, allora i cattolici avevano, se lo volevano, il loro partito di riferimento con forti propensioni ad una interpretazione laica della politica, ma capace di rappresentarne efficacemente le preferenze economiche, sociali, politiche. Oggi, pensare che la maggioranza dei cattolici italiani abbia un voto che può essere chiesto e può essere ottenuto con riferimento esclusivo o dominante alla loro appartenenza o, meglio, pratica religiosa mi pare alquanto, se non parecchio, sbagliato. Certamente, una parte rilevante di cattolici praticanti e organizzati in, peraltro non floridissime associazioni (tranne, ovviamente, Comunione e Liberazione) - comunque, non più del 30 per cento della popolazione, dell'elettorato - valuta al momento del voto le proposte dei diversi partiti e schieramenti anche, ma tutt'altro che esclusivamente, con riferimento ad alcune tematiche sulle quali la Chiesa e i suoi vescovi hanno espresso posizioni nette e, (troppo) spesso, ultimative. Per molti altri cattolici, invece, lo ha rilevato con la consueta affidabilità il sondaggio di Ilvo Diamanti pubblicato su la Repubblica del 17 marzo, il voto non è condizionato né, tanto meno, determinato, esclusivamente da tematiche in senso più o meno lato, religiose. Infatti, la scala delle priorità dei cattolici contempla, in maniera molto simile a quella di larghissima parte dell'elettorato italiano, altri problemi, urgenti, rilevanti, che debbono essere affrontati e risolti dai partiti in parlamento. Dunque, non è opportuno tentare di attrarre il voto cattolico come se fosse un blocco omogeneo, indifferenziato, orientato a esprimere comportamenti compatti. È, invece, corretto tenere conto di alcune esigenze, ad esempio, le politiche a sostegno della famiglia, l'istruzione, il lavoro, che attireranno l'attenzione dei cattolici, ma che sono sostanzialmente presenti, con pesi non dissimili, sull'agenda di quasi tutti gli elettori italiani. Pensare che i cattolici debbano ricevere attenzione particolaristica e mirata, esclusiva e isolata, perché da loro dipenderebbe l'esito complessivo del voto, mi pare costituisca una decisione politica non sufficientemente fondata e, probabilmente, ingiustificabile. I cattolici hanno molte "divisioni" (in senso militare, quelle che Stalin pensava che il Papa non avesse), ma vanno in ordine sparso, alcune attratte sicuramente e soddisfacentemente dall'Udc di Casini. Altre seguono percorsi ispirati dalle loro condizioni di vita e dalle loro aspettative che, insisto, non sono sostanzialmente differenti da quelle dell'elettorato in generale. Quindi, andranno un po' a destra, dentro il Popolo delle Libertà, ma certamente anche verso il Partito Democratico, addirittura più di un terzo, secondo i dati di Diamanti, pochissimi nella Sinistra Arcobaleno perché il voto dei cattolici non è mai estremo/estremista. Apprezzeranno, queste divisioni di cattolici, di essere trattati come elettori effettivamente e concretamente adulti e emancipati, attenti alle qualità dei leader e dei candidati, attratti da proposte programmatici chiare e convincenti, desiderosi di buon (e stabile) governo. Insomma, il loro voto viene conquistato, uno per uno e non in blocco, proprio come quello delle donne, dei giovani, del Mezzogiorno. Una efficace combinazione di proposte credibili raggiunge e convince cattolici e non cattolici. La ricerca del voto cattolico, con ossequio ai pronunciamenti dei vescovi e del Papa (che immagino favorevole al sistema elettorale tedesco), finisce rapidamente per sembrare strumentale, comunque, è un indicatore di subalternità culturale che comporta il rischio del contraccolpo. Un Partito come quello Democratico deve limitarsi a segnalare la rilevanza del suo programma per il governo del Paese e, se del caso, dell'esistenza di candidati cattolici al suo interno. I voti dei cattolici che desiderano cambiamenti moderati, ma credibili, come quelli, molto più abbondanti, dei non-cattolici, vi confluiranno senza particolari difficoltà.

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Una via crucis attraverso otto paesi - gian luca favetto (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XVI - Torino Un lungo racconto si dipana tra Castagnole Monferrato e Chivasso Laici e credenti si confrontano da stasera a domani pomeriggio sul mistero della morte di Cristo, accompagnati da viandanti curiosi Una via crucis attraverso otto paesi Le parti del corpo sono gli spunti da cui muoversi per riflettere La prima è il cuore Ci si ferma in piazze e chiese teatri e cortili con attori e musicisti giudici e politici GIAN LUCA FAVETTO Diciotto ore di viaggio, di scoperta, di spettacoli, immagini e parole. Diciotto ore di passione. Quella di un uomo chiamato Gesù, il figlio. Un lungo racconto, una lunga esperienza rivissuta e rinarrata con azioni teatrali, musica, incontri. Dalle 21 di oggi alle 15 di domani, da giovedì a venerdì santo. Due province visitate, quella di Asti e quella di Torino. Otto paesi raggiunti, Castagnole Monferrato e Cunico, Montiglio Monferrato e Cocconato, Cavagnolo e Monteu da Po, Casalborgone e Chivasso. Otto stazioni per otto avventure. Una originale condivisione. Questa è l'idea messa in campo per il terzo anno consecutivo dal Faber Teater e dalla Casa degli Alfieri. Si intitola "Le diciotto ore della passione". è un cammino, anche se si viene portati su e giù per le colline da alcuni pullman. Si va di paese in paese, di stazione in stazione, e si fa esperienza della cattura, dell'amore e dell'eresia, del tradimento, dell'ultima cena, della sofferenza, della compassione, delle ferite e, infine, del Golgota. Ci si ferma in piazze, chiese, abbazie, saloni teatrali, cortili. S'incontrano attori come Gisella Bein e Eugenio Allegri, gruppi come il Teatro Agricolo di Livorno e il Thetre du Chêne Noir di Avignone, tenori e musicisti come Enrico Iviglia e Daniele Ferretti, oratori come Luciano Violante e Giancarlo Caselli. Chi segue tutto il cammino fa la parte del viandante curioso, del pellegrino della notte, come lo chiamano, e riceve in cambio la compostela, il segno della partecipazione. Fra il prologo di Castagnole Monferrato, con fiaccolata, suoni, azioni, canti, e l'epilogo di Chivasso con l'Introibo del Faber e Il poema della Croce di Alda Merini detto da Michele Di Mauro, quest'anno, proprio nel mezzo del cammino, alle tre di notte, quarta tappa, si consuma un pasto. Un'ultima cena, si potrebbe dire. Accade a Cocconato. Nel salone teatrale, i viandanti, reduci dalle prime tappe, dalle storie del Getsemani, da quelle di Fra Dolcino e dalle scene di Giuda, vengono accolti dal cuciniere Renzo Stocco, dal cantiniere Luigi Dezzani e dalla musica che serve a togliere loro di dosso i chilometri e il freddo. Anche la stanchezza. Ci si siede, si comincia a mangiare e si conversa. Il menu comprende minestra calda di verdure, formaggio e patate, insalata, vini, vermouth e cioccolato. Il pane fresco arriva sfornato da una stazione precedente. Al tavolo si aggiungono dodici commensali, dodici testimoni, se non proprio apostoli. A loro tocca portare la carne, in forma di parole, di racconto. A fine cena, mentre vengono serviti vermouth e cioccolato, con le parole e i racconti si ricompone il corpo di Cristo, il corpo della Comunità. Uno dopo l'altro, con brevi interventi presentano letture e riflessioni, brani scelti per raccontare la passione e la condivisione, i punti di vista differenti e le necessità dell'incontro. Ci sono un costituzionalista, un critico d'arte, il cantante dei Nomadi, un antropologo, una pastora valdese, uno scrittore iraniano, una docente di lingua e cultura ebraica, un monsignore cattolico, un architetto, un amministratore, un teatrante. E poi c'è il sottoscritto, che li ha riuniti insieme. Dalla testa alle gambe, dalle braccia agli occhi, dal naso agli intestini, dai polmoni al cuore: sono le parti prese in considerazione, sono gli spunti da cui partire per riflettere sulla Costituzione e sul cammino, sul lavoro e sulla visione, sulla memoria e sul consumo, sul respiro e sul sentimento. Qui di seguito potete leggere gli assaggi di ciò che si dirà questa notte, ciò che si metterà sotto i denti, una sorta di antipasto che riassume in poche righe il senso degli interventi di ciascun testimone. A cominciare dal cuore e da quella cosa che confusamente chiamiamo sentimento, che tocca a me raccontare. A partire da Rainer Maria Rilke. Questa notte suonerà più o meno così. La letteratura è canto, corpo, comunità. è muscoli e sangue. è uno dei luoghi fisici - fatto di parole, idee, personaggi, paesaggi, storie - in cui accadono le cose del mondo. Non sempre rappresenta la realtà, quasi sempre incarna la verità. La letteratura è fatta di poesia. Poesia viene da poiein, che in greco significa produrre. Non c'entra troppo con il sentire, ma piuttosto con il fare, con l'architettare mondi, con la costruzione di diverse possibilità e differenti immaginari. Come scrive Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge: "Si dovrebbe raccogliere saggezza e dolcezza per una vita intera, per riuscire forse, alla fine, a scrivere dieci righe che siano buone. Perché i versi non sono, come si crede, sentimenti, che si hanno abbastanza presto, sono esperienze".

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Lettere@ilmanifesto.it (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 20-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Lettere@ilmanifesto.it No alla tortura in carcere Entrare nel carcere de L'Aquila è un po' come entrare in un cimitero, nessun rumore, tutto immobile, la sensazione è anche quella di un labirinto. Nei primo e secondo piano le sezioni a 41 bis dove ci sono 140 detenuti, al piano terra le due aree riservate maschili e quella femminile. Lì ci sono i più e le più pericolose, ancora maggiori restrizioni del 41 bis. Nella sezione femminile però c'è una detenuta Nadia Lioce sottoposta oltre che al 41 bis e alle aree riservate anche all'isolamento diurno. Applicato anche in una forma illegale con il blindato della cella chiuso sempre. Un anno fa fu messa da sola dentro questa sezione ora addirittura peggio, chiusa sempre dentro lo spazio ristrettissimo della sua cella, non vede, non sente, non parla con nessuno. La sua quotidianità è fatta di questo. Su di lei si stanno sperimentando le forme detentive più estreme, nessuno è trattato come lei. Questa situazione mi induce a alcune riflessioni cioè che di questo passo si può arrivare come in America a legalizzare la tortura. Denunciamo giustamente Guantanamo, con le gabbie esposte al sole, con i trattamenti disumani e poi non diciamo una parola su forme detentive illegali come quelle nella sezione femminile del carcere de L'Aquila. Il rispetto dei diritti umani, dello stato di diritto, va sviluppato sempre. Scontare la pena non può e non deve mai diventare l'essere sottoposti a gravi livelli di tortura psicologica. Un trattamento prolungato nel tempo nelle forme di isolamento come applicato alla Lioce non può che portare a livelli di forte destabilizzazione. Fermare la tortura è un imperativo di tutti i garantisti e democratici. La civiltà di una nazione non è un optional da esibire sulla carta, ma nei fatti la civiltà si vede dalle condizioni delle carceri e delle forme detentive. Giulio Petrilli del com. naz. per l'abolizione del 41 bis, L'Aquila Il manifesto del lunedì Essenziale, semplice, ben impaginato. Che bello il manifesto del lunedì! E' una gioia. Grazie. Giuseppe Morandi della Lega di Cultura di Piadena Dialogo con la chiesa Brava Rossana Rossanda. Era ora di dire basta al pensiero unico sulla Chiesa Cattolica Romana, come autorità morale indiscussa a destra come al centro, come a sinistra (quella più moderata). Anch'io non sono un mangiapreti, e distinguo fra un Ciotti o Zanotelli e un Ratzinger o un Ruini. L'autorità morale, non sta nella dottrina, quanto nelle singole persone, nella filosofia e nella prassi. Se poi i leader politici pensano ai voti cattolico-ecclesiastici, affari loro. Anche Berlinguer parlò con mons. Bettazzi, ma non prono, da laico-laicista (anch'io non so bene perché fanno questa distinzione terminologica..o furbesca). Marzio Campanini.

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Il blocco moderato di De Gasperi, che estromise le sinistre dal governo, modello di riferimento nelle prossime elezioni Come nel '48 c'è un'alleanza di centro nelle mani di Chiesa (sezione: Laici e chierici)

( da "Liberazione" del 20-03-2008)

Argomenti: Laicita'

E Confindustria Adolfo Pepe* Se le prossime elezioni del 13 -14 Aprile presentano quale elemento di novità la semplificazione degli schieramenti politici, addirittura un confronto frontale tra due principali forze più due eventuali forze minori, sicuramente le elezioni del 18 Aprile 1948 costituiscono, per così dire, il modello di riferimento primario, anzi per essere più chiari il solo modello di riferimento dell'intera storia politica dell'Italia repubblicana. Come è noto in quell'occasione si registrò, su iniziativa prevalente di Alcide De Gasperi, soprattutto a partire dalla estromissione del maggio '47 delle sinistre dal governo, una drastica riduzione delle forze politiche costituenti e antifasciste, con l'aggregazione di un blocco cattolico moderato che di fatto spinse il partito socialista e il partito comunista a coagularsi in un blocco di sinistra. Anche allora la battaglia condotta da De Gasperi fu rivolta essenzialmente ad occupare il centro politico elettorale, pur consapevole che si trattava di un centro plurale dove il partito cattolico doveva allearsi con le forze laiche, repubblicane e liberali e con la neonata forza social-democratica di Saragat. L'intuizione vincente di De Gasperi fu naturalmente quella di coinvolgere e anzi in qualche modo accettare che la regia unificante di questa alleanza di centro rimanesse saldamente nelle mani di due entità meta politiche quali la Chiesa Cattolica (e le sue variegate diramazioni organizzative e associative), che deteneva le chiavi del consenso dell'elettorato cattolico, e la Confindustria di Angelo Costa (il famoso "quarto partito") e le altre associazioni padronali e professionali che detenevano le chiavi della ricchezza nazionale. L'esito della consultazione sembrò confermare non solo la semplificazione auspicata, con un Parlamento che, pur eletto a suffraggio universale e con rigido proporzionalismo, produceva una coalizione maggioritaria di oltre il 62% dei consensi, ma collocava la Democrazia Cristiana, con oltre il 48% dei consensi, al centro dell'intera macchina politico parlamentare e dunque ne faceva, secondo la previsione degasperiana, la leva fondamentale dell'intero edificio istituzionale repubblicano. Da molti anni ormai, storici, politologi e politici hanno concordemente lodato la maturità e la lungimiranza di questa proposta politica assunta, proprio per le sue caratteristiche, a paradigma virtuoso della rappresentanza e della sintesi politica, un modello di riferimento obbligato sia nelle fasi in cui si aspirava a ricostituirlo sia in quelle in cui si censurava l'allontanamento dai suoi elementi costitutivi. La difficoltà, d'altro canto, di trovare adeguate motivazioni per l'insuccesso elettorale del blocco delle sinistre (30,7%) e forse, ancor di più, una qualche reticenza a fare i conti con una marginalizzazione del peso politico parlamentare all'interno dello schema fissato con l'elezioni del 18 Aprile 1948, ha concorso a canonizzare, in maniera sempre più acritica, il percorso politico di De Gasperi, elevandolo a unica formula di governo praticabile per il paese. Se, tuttavia consideriamo questo schema originario del 18 Aprile come paradigma fondante della storia politico parlamentare dell'Italia, non è possibile oggi non svolgere qualche riflessione critica che parta dal dato dell'implosione drammatica della rappresentanza politica dei primi anni '90 del secolo scorso e della successiva e conseguente lunga e non conclusa involuzione istituzionale e costituzionale che è alla base dell'attuale difficilissimo passaggio politico elettorale. E' forse possibile evitare una sia pur cauta riflessione sulla radice profonda di questa crisi, riconducendola proprio a quel modello originario cattolico degasperiano? In primo luogo va ricordato che la politica centrista degasperiano aveva una dichiarata valenza di estraneità non solo allo spirito costituente ma all'impianto valoriale e programmatico della prima parte della Costituzione, mentre interpretava la seconda parte, come dimostra la scelta della legge truffa del '53, nel senso di un aggiramento-superamento dei rapporti fra governo, parlamento e partito di maggioranza a solo vantaggio della formula del "governo di gabinetto". Non credo sia irriverente ricordare che questa discrasia tra impianto parlamentare democratico e trasferimento di fatto di poteri autoritativi all'esecutivo è nel solco della tradizione personalistica dell'esercizio della rappresentanza politica che, da De Pretis a Crispi tocca Giolitti e, per alcuni aspetti, lo stesso Mussolini, formando, il più resistente filo conduttore che porta al corto circuito del modello politico italiano nell'ambito dei principali paesi democratici occidentali. In secondo luogo è assai dubbio che la gestione operativa (governativa) di un impianto della rappresentanza realizzato con un uso improprio del consenso di forze sociali conservatrici e spesso apertamente reazionarie in un quadro di scelte geometricamente presentate come di centro abbia allora, e possa ancora, interpretare e dirigere coerentemente una qualche forma di modernizzazione e di sviluppo del paese; o non sia piuttosto una pericolosa e illusoria formula che separa la politica dalla società, spingendo la prima nell'autoreferenzialità e la seconda nella deresponsabilizzazione e nel rifiuto di regole coesive, soprattutto da parte dei ceti economici e professionali più aggressivi. La prima modernizzazione dell'Italia repubblicana, origine vera dell'attuale impasse del paese, appare proprio esemplificativa di questa dicotomia che potremmo anche esprimere con la formula di una crescita economica e di una democrazia in costante "affanno" perché prive di un necessario patto politico tra partiti e di una coerente connessione tra questi e la rappresentanza sociale saldamente ancorati al patto costituzionale. La soluzione di De Gasperi ha eluso proprio questo raccordo tra il patto politico e quello costituzionale. Ha lasciato l'Italia priva di una direzione politica coerente con la rappresentanza sociale del lavoro in grado dunque di compiere, al di là dei condizionamenti del quadro internazionale, quelle scelte di governo dello sviluppo e delle trasformazioni sociali del paese diffusesi in tutti i principali stati europei. Ciò che appare più grave è che all'interno di quell'impianto non è stato più possibile realizzare questo raccordo, come dimostra la rapidissima implosione riformatrice del centrismo, l'esaurimento penoso e drammatico dei tentativi innovativi del centro sinistra e infine la disastrosa esperienza consociativa. La lezione degasperiana del 1948 appare dunque non priva di forti elementi pericolosi se adottati come bussola politica per orientarsi nell'attuale passaggio della storia nazionale. Anzi, una franca consapevolezza dei suoi limiti costitutivi è senz'altro preliminare, soprattutto per uno schieramento riformatore che intenda tenere fermo il valore prioritario, per lo sviluppo economico e per la democrazia rappresentativa, della rappresentanza e della tutela del mondo del lavoro dipendente, cioè della stragrande maggioranza dei cittadini, a meno che non si voglia scegliere, come lezione degasperiana, l'accettazione della ristrutturazione e della regia della politica ispirata da forze e da istituzioni esterne e in cui l'attività di governo si riduca a tecnica a esecuzione regolamentare e il rapporto con le forze sociali sia imbrigliato nel populismo produttivistico. Il fatto, infine, che il mondo politico, sociale ed economico che a suo tempo costituì il blocco degasperiano e ora è in larga parte collocato nell'area berlusconiana-finiana, non sia neppure in grado di confrontarsi con la sua complessa eredità e intenda condurre la semplificazione sul terreno del personalismo affaristico o nella versione più colta del neo protezionismo nazional liberal corporativo, è un elemento ulteriore per archiviare quel mito e quello schema e insieme per essere fortemente allarmati da un suo malaugurato successo elettorale. *Direttore della Fondazione Di Vittorio 20/03/2008.

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Cent'anni fa moriva de amicis - lucio villari (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-03-2008)

Argomenti: Laicita'

Cultura CENT'ANNI FA MORIVA DE AMICIS Carducci lo chiamava Edmondo de' languori, ma d'Annunzio riconosceva in lui un acuto indagatore di verità nascoste che non sempre viene capito Alcuni critici implacabili ancora oggi lo accusano di sadismo, gusto del macabro e retorica nazionalista L'adesione nel 1892 al neonato partito socialista di Turati fu causa di tormenti inflittigli dalla moglie gelosa Incontrò Jules Verne ormai ottantenne e ne diede una descrizione fisica paragonandolo a Verdi LUCIO VILLARI Gabriele D'Annunzio ed Edmondo De Amicis tornano alla memoria in questi giorni di marzo. Una rispettosa attenzione si avverte per D'Annunzio, scomparso il primo marzo 1938, confinato nella sontuosa diffidenza del regime mussoliniano. Per De Amicis, morto cento anni or sono, l'11 marzo 1908, con il sincero dolore di tutta la nazione, c'è forse da attendersi il consueto sorriso che da tempo accompagna il ricordo di lui narratore e interprete di una Italia lontana. Comunque sia, accomuniamo per un momento i loro nomi, andando oltre la coincidenza degli anniversari. Si conoscevano, si leggevano e addirittura l'esordio come scrittore di D'Annunzio, in terza ginnasiale, si deve a un compito in classe su una visita agli Uffizi "mimato" sulle pagine del libro di viaggio Spagna di De Amicis (1872). Non identificando il plagio il professore di italiano diede dieci al compito e predisse all'allievo un luminoso futuro. D'Annunzio amava la scrittura moderna, spigliata, e l'italiano senza arcaismi e incertezze lessicali di De Amicis. Negli anni del suo soggiorno a Roma, mentre trionfava Cuore e la nuova Italia liberale e laica tentava di rafforzare le proprie radici culturali e nazionali, volle la limpida prosa deamicisiana sulle pagine della sua Cronaca Bizantina. Erano dunque interessati l'uno all'altro e fu il più celebre De Amicis ad essere incuriosito, lui scrittore plurale, viaggiatore e cronista fantasioso del suo tempo, dalle atmosfere magiche del poeta, romanziere e drammaturgo abruzzese. Fino a volerlo rivedere a Torino nel gennaio l902 durante la messa in scena della Francesca da Rimini. Ne venne fuori una intervista-ritratto che De Amicis pubblicò il 10 giugno su La Tribuna. Credo non sia più accaduto che due scrittori italiani, ed esperti giornalisti, al culmine della fama, si confrontassero, senza dissimulate rivalità, in un colloquio leale e aperto come questo. La curiosità di De Amicis era sempre altruista, e non era la prima volta che, uscendo dall'icona solitaria degli scrittori famosi, egli interrogava, da giornalista, alcuni protagonisti della letteratura contemporanea, inventori di storie, figure originali e di confine, per conoscerne le intenzioni, l'officina, i progetti. Si avverte in lui il segno solidale di un "socialismo tra intellettuali", ignoto in Italia (forse qualche complicità c'era stata nella Scapigliatura lombardo-piemontese), fiorito invece nell'Inghilterra di Oscar Wilde, di George Bernard Shaw e dei loro compagni "fabiani", e nella Francia di Emile Zola e dell'affare Dreyfus. Resta singolare la sua visita a Jules Verne (e subito dopo, a Parigi, a Victorien Sardou) nel 1896, mentre esplodeva in Italia la polemica, in verità esagerata, di alcuni critici sui plagi di D'Annunzio (lo si accusava di avere copiato anche Maupassant) cui egli, con distacco, aveva risposto sul Figaro, attirando così su di sé l'interesse internazionale. Verne e De Amicis erano amati da grandi e piccini di tutto il mondo (Cuore era stato tradotto in quasi tutte le lingue e in Italia si stampava ininterrottamente) ed erano lontani dalla mondanità e dalle rumorose conseguenze della loro popolarità. Verne si era defilato da Parigi e faceva il consigliere comunale a Amiens; un impegno politico non dissimile da quello di De Amicis nelle vicende del socialismo italiano di fine secolo. Come nel 1902 farà con un D'Annunzio trentanovenne, così dell'ottantenne Verne De Amicis dà anzitutto la descrizione fisica; anzi, nella fisicità intravede il limpido stato interno dello scrittore di tante avventure meravigliose. è il varco per entrare nel suo pensiero: "Verne ha un po' la travatura di membra di Giuseppe Verdi, un viso grave e buono, nessuna vivacità artistica nello sguardo e nella parola, maniere semplicissime". Un Verne insolito, schivo a parlare di sé e del suo successo. Semplicità e chiarezza che De Amicis ritrova, contro ogni apparenza, nel D'Annunzio del l902; qualità arricchite da una eversiva e sognante tensione espressiva, dall'erotismo malizioso che a sua volta De Amicis aveva sperimentato dieci anni prima in Amore e ginnastica. "Al primo rivederlo - così si apre l'intervista - quasi non lo riconobbi e ne ebbi un senso di meraviglia viva e triste, come d'una persona invecchiata ad un tratto da una malattia terribile. Parla con voce esile, un po' velata, con un leggero accento meridionale e una cadenza leggermente monotona, ma con pronunzia, salvo le aspirazioni, perfettamente toscana. Ma la forza del suo discorso deriva dalla mirabile ricchezza, delicatezza e proprietà del linguaggio, dall'arte finissima di dar valore a ogni parola". Una ouverture impeccabile che nel 1911 D'Annunzio ricordava come "l'unica prosa affettuosa e onesta ch'io abbia inspirata a un letterato italiano", descrivendo De Amicis come l'interlocutore che aveva individuato, attraverso il viso segnato, la giovanile "immagine quasi virginea". Il De Amicis i cui "caldi occhi schietti cercavano di riconoscere i lineamenti primitivi della mia pallida maschera travagliata dagli anni, dalle fatiche e dalle passioni". E con eguale schiettezza D'Annunzio, nonostante da tempo ostentasse il nietzschiano superomismo, vedeva in De Amicis, nell'"Edmondo de' languori" punzecchiato da Carducci, un acuto indagatore di verità nascoste. Dunque, De Amicis era uno scrittore della verità e lo aveva dimostrato anche in questa occasione dannunziana. E la verità può essere una categoria di giudizio dell'invenzione e della costruzione letteraria delle sue opere, dal Cuore del 1886, fino alla Carrozza di tutti e a Primo Maggio, travagliato esperimento di romanzo politico nel quale il socialismo è difficile educazione sentimentale a un nuovo umanesimo. L'adesione nel 1892 al neonato partito socialista di Turati fu, tra l'altro, per De Amicis la causa degli ultimi tormenti inflittigli dalla moglie, gelosa, cattolica, nemica ideologica, alle cui angherie si devono probabilmente il suicidio del giovane figlio Furio e il logoramento esistenziale che lo portò alla morte, a sessantadue anni, nel l908. Sono numerosi i libri di viaggio, i racconti, i romanzi di De Amicis che si leggono con piacere, ma Cuore resta sempre sotto severa osservazione, bersaglio preferito di chi non lo accetta e vuole separarlo dal resto. Per i suoi critici, alcuni ancora oggi implacabili (nel libro, che fino ai primi decenni del Novecento vendette un milione di copie, viene trovato sadismo, gusto del macabro, retorica nazionalista, senso di morte - al terzo giorno di scuola c'è "una disgrazia"-, difesa della immutabilità delle differenze sociali, e così via), che i contenuti rappresentativi di Cuore siano in sostanza la scuola pubblica e la sua funzione civile, l'educativa visione laica del mondo, la costante esaltazione del lavoro e dei lavoratori, il dramma delle morti bianche, la commossa rievocazione dell'epopea risorgimentale, tutto questo non viene riconosciuto come il dato positivo dell'opera. Cerchiamo di capire perché. De Amicis scrisse Cuore per le insistenze dell'editore Treves; raccontare di ragazzi e per i ragazzi non lo ispirava in modo particolare, ma poi, dopo il successo, ne ha difeso l'invenzione, a cominciare dalla finzione manzoniana del manoscritto ritrovato. Il "Libro" - così fu subito sacralizzato - è il traslato dell'Italia contemporanea: un'Italia in formato ridotto ma con più speranza rispetto all'Italia secentesca di Manzoni. Cuore infatti è un romanzo storico, una lucida opera di storia del presente: appassionata e ingenua ma freddamente mirata a identificare e precisare i suoi oggetti. Che sono: la classe "d'una scuola municipale d'Italia" (erano più di quaranta alunni, ma agiscono nel racconto solo pochissimi); una unità di tempo, l'anno scolastico di nove mesi; un protagonista narrante, Enrico (un "alunno di Terza" che non può essere confrontato con il contemporaneo, ribelle, imprevedibile Pinocchio) le cui note scritte sul diario sono poi aggiustate dal padre ("studiandosi di non alterare il pensiero del figliuolo") con il piglio da piccolo borghese conformista, e con il "coro" dei racconti mensili gestiti dietro le quinte dal maestro. De Amicis, nella breve avvertenza del libro, informa il lettore che le note di Enrico sono filtrate dal padre e saranno ancora rimaneggiate da Enrico "quattro anni dopo". Ma senza la spontaneità del diario scolastico in che modo un apparato così artificioso funziona letterariamente? E perché rende attendibile il giudizio sulla società italiana di fine Ottocento? A leggerlo senza prevenzione fa pensare che fatti storici, dissimulazione sociale e finzioni ideologiche stiano pericolosamente (l'Italia di Cuore è il tempo del trasformismo politico di Depretis e del primo nazionalismo colonialista) mescolandosi. Una società intera è vista dall'osservatorio di una scuola municipale; una scuola dove i rapporti di classe, di produzione culturale, il costume e i comportamenti individuali e collettivi sono, nel libro inventato, una verità simmetrica del reale. Letto così Cuore è un documento storico prezioso. Sarebbe stato un romanzo verista o naturalista, tra i tanti del fine Ottocento europeo, ma De Amicis aveva una chiara intenzione politica e allegorica intorno all'educazione dei sentimenti e dell'umanità, e ai valori della scuola laica e dell'istruzione generalizzata. La pedagogia sentimentale ha talvolta prevalso sulla metafora letteraria, ma il cuore dei lettori di tutto il mondo, ignari di storia italiana, è stato toccato dall'autenticità di quella intenzione. Anche se il libro era essenzialmente e consapevolmente un testo politico.

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