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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “LAICI & CHIERICI” |
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ARCHIVIO GEN. DEL
DOSSIER |
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IN EVIDENZA
Caso
Williamson. Ruini: è affiorata ostilità in seno alla Chiesa. Bertone: la Curia è fedele al Papa. «Contro di
lui solo voci stonate» Lettera di solidarietà da 100 vescovi. Il
patriarca Scola: «Da Benedetto testimonianza di umiltà» Il Corriere della Sera
14-3-
ROMA — «Nonostante qualche voce stonata, il Papa non
è solo: tutti i suoi più vicini collaboratori, i capi dicastero della Curia
romana, sono lealmente fedeli al Pontefice e profondamente uniti a lui, a
cominciare naturalmente da me». Il segretario di Stato vaticano, Tarcisio
Bertone, modifica a braccio il discorso già pronto per il pontificio Consiglio
per le comunicazioni sociali e affronta pubblicamente e con determinazione le
questioni che sono state aperte dalla lettera indirizzata da Benedetto XVI a
tutti i vescovi cattolici sul caso dei lefebvriani («Nella Chiesa ci si morde e
divora», ha scritto in modo accorato»). Claudio Maria Celli, che presiede il Consiglio,
ha appena consegnato a Bertone una busta contenente una lettera di solidarietà
al Papa firmata da oltre cento vescovi «che hanno voluto rendere chiara la loro
fedeltà e far sapere al Pontefice che egli è di esempio per loro». Le stonature
(«anche tra i giornalisti»), secondo Bertone sono state «causate dalla mancanza
di fiducia nel Papa e nelle sue decisioni che compie davanti a Dio,
profondamente consapevole della sua missione di essere pastore della Chiesa
universale ». «Il Papa» — ha aggiunto — «è consapevole di quella priorità che
ha posto all'inizio del suo pontificato, cioè la promozione dell'unità
all'interno della Chiesa e con gli altri cristiani». La lettera di Ratzinger in
ogni caso è riuscita a toccare profondamente i vescovi a cominciare proprio
dagli episcopati che più avevano disapprovato la decisione presa nei confronti
i lefebvriani. Dopo essere stato ricevuto da Benedetto XVI, il presidente della
Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, ha dichiarato: «Il Papa si è
sentito attaccato personalmente, il caso ha creato in lui ferite profonde, può
soffrire anche un Papa ». I vescovi austriaci riuniti a Innsbruck hanno
espresso «dolore » per gli equivoci sorti dopo il perdono agli scismatici.
Belgi e inglesi ringraziano. L'arcivescovo di Parigi ha sottolineato lo «stile
veramente personale della lettera». I presuli svizzeri, per bocca del vescovo
di Lugano, sono rimasti commossi «per i toni di umiltà e fraternità e lo stile
di delicatezza». Ma il cardinale Ruini ribadisce che in «molte parole, gesti o
silenzi» indirizzati al Papa è affiorata un'ostilità, in seno alla Chiesa» che
con amarezza e sofferenza il Papa non si nasconde. Sentimenti condivisi dal
cardinale Canizares. Per il patriarca di Venezia, Scola, Ratzinger ha dato «una
testimonianza di umiltà, insegnamento anche per i politici».
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Articoli
Laici e chierici (25)
Tra le divisioni interne la legge passa in Commissione
( da "Stampa,
La" del 13-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Il Pdl
infatti è spaccato tra laici e cattolici, esattamente come il Pd, e non solo
dato che il leghista Rizzi annuncia altri emendamenti per evitare che i medici
debbano andare in corsia con l'avvocato, dato che la legge sposta su loro parte
della responsabilità che la Costituzione, invece, assegnerebbe ai soggetti di
terapie.
la
solitudine di benedetto xvi - (segue dalla prima pagina) vito mancuso
( da "Repubblica,
La" del 13-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
che riguarda
milioni e milioni di laici. Se qualche migliaia di religiosi lefebvriani hanno
tale importanza ai suoi occhi, quanto più ne dovrebbero avere gli innumerevoli
laici cristiani che si sentono lontani da una Chiesa spesso troppo rigida e
fredda (si pensi per fare solo un esempio ai divorziati risposati cui vengono
negati i sacramenti).
biotestamento,
il pd vota in ordine sparso - carmelo lopapa
( da "Repubblica,
La" del 13-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
I tre
senatori cattolici capitanati da Dorina Bianchi si astengono e aprono di fatto
un nuovo caso. E dire che l´indicazione di voto contrario era stata impartita
in mattinata da Anna Finocchiaro, per esprimere comunque una linea di dissenso
rispetto all´impianto del testo che secondo Pd e laici lascerebbe scarsi
margini alla volontà effettiva del paziente.
DUE
TIPI DI PARTITO ( da "Corriere della Sera"
del 13-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
tra cattolici
di sinistra e sinistra «dura» e laica. La legge vigente sul conflitto di
interessi che in sostanza consente a Berlusconi non solo di essere il
monopolista di tutta la tv privata ma anche, quando vince le elezioni, di
controllare a suo piacimento tutta la tv pubblica, è la legge Frattini (oggi
ricompensato con il ministero degli Esteri)
Il
Fini delle regole ( da "Stampa, La"
del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Fini sfoggia
un fermo laicismo, senza paura di turbare le coscienze cattoliche, in
stragrande maggioranza sia nel suo partito sia nel suo elettorato. Ripudia il
tradizionale «machismo» della destra italiana per un femminismo che, anche in
questo caso, lo mette in contrasto con molti suoi antichi sodali, propugnando
persino le «quote rosa».
e
la sua - adriano prosperi ( da "Repubblica, La"
del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
azione umana
e a valori laici e sottolinea invece l´importanza del volontarismo francescano
e di teologi come Pietro di Giovanni Olivi. Non è possibile qui seguire
l´intero disegno dell´opera, scandito dalle metamorfosi del furto da peccato
religioso a colpa morale e a crimine e articolato nelle fasi di una storia dominata
agli inizi dalla teologia e dalla casistica di coscienza,
Usi
non obbedir tacendo se la legge è ingiusta
( da "Secolo
XIX, Il" del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
autorità
della dottrina cattolica: dunque in modo perfettamente laico, come gli veniva
perfettamente naturale essendo figlio di un non credente e di un'ebrea. Ecco,
mettendo insieme tutte queste osservazioni incongrue, mi è capitato di
chiedermi, come si fa nei cambi di stagione, se i tempi di don Milani non
stiano per avventura ritornando;
Il
clerico-fascismo rinnegato anche da An
( da "Riformista,
Il" del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laicismo o
non laicismo, parla ancora di anticomunismo esistenziale alla Guareschi, i
finiani negano e come scrive ancora Filippo Rossi, direttore di Ffwebmagazine,
considerano il loro leader «l'unico politico italiano ad aver attraversato il
guado ed essere approdato sulla sponda della politica non ideologica».
Governi
di sinistra e conflitto di interessi
( da "Corriere
della Sera" del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
di Romano
Prodi (che volle unire «contro natura» laici e cattolici) e di Massimo D'Alema
che avrebbe «regalato a Berlusconi l'impero della Tv». Rinvio ad altra sede un
commento sul difficile rapporto tra laici e cattolici; ma, dopo due sia pur
risicate vittorie elettorali, la tesi di Sartori è ingenerosa e troppo
pessimista.
( da "Stampa, La" del 13-03-2009)
Argomenti: Laicita'
TESTAMENTO BIOLOGICO
Tra le divisioni interne la legge passa in Commissione ROMA Arriverà ad essere
discusso da tutti i senatori il 18, ma intanto la legge sul testamento
biologico ieri ha superato il varco della commissione Sanità. Secondo la linea
che il Pdl ha tenuto ferma, idratazione ed alimentazione forzate non sono
previste come terapie, e dunque non possono essere oggetto di dichiarazione
anticipata sul fine vita, che pure è prevista e si farà non dal notaio ma dal
medico. E' stata questa l'unica «correzione» che è riuscito ad apportare il Pd,
che per il resto giudica quella che è ancora una proposta di legge come
«anticostituzionale» e «contraria a ogni analoga legge in Occidente», come
hanno detto rispettivamente Anna Finocchiaro e Ignazio Marino. Nè, avvisa la
presidente del gruppo Pd, «si potrà fare affidamento sul voto segreto in Aula».
Il Pdl infatti è spaccato tra laici e cattolici, esattamente come il Pd, e non solo dato che il leghista Rizzi
annuncia altri emendamenti per evitare che i medici debbano andare in corsia
con l'avvocato, dato che la legge sposta su loro parte della responsabilità che
la Costituzione, invece, assegnerebbe ai soggetti di terapie. Ma la
maggioranza ha certamente maggior capacità di serrare i ranghi. Ieri il Pdl nel
voto di un suo proprio emendamento ha rischiato di andare sotto, «hanno fatto
rifare la votazione», denuncia la tedo-dem del Pd Dorina Bianchi. Ma poi la
stessa Bianchi, che ha pure il ruolo di capogruppo in commissione Sanità, con
altri due del Pd non ha votato contro il mandato al forzista Calabrò di
illustrare la sua legge in Aula: un fatto tecnico, non di merito, ma proprio
per questo eminentemente politico. Altri tre senatori democratici si sono
astenuti, e solo quattro hanno seguito la linea ufficiale del partito, che era
votare contro. Dunque, ha detto Finocchiaro, prima dell'Aula ci sarà un
incontro con Dario Franceschini. \
( da "Repubblica, La" del 13-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 31 - Cronaca
L´analisi La solitudine di Benedetto XVI (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) VITO
MANCUSO e se si aggiunge citando sempre padre Lombardi che "non vi è
dubbio che la lettera sia sua dalla prima parola all´ultima" il documento
assume un valore su cui davvero vale la pena riflettere. Quale sia stato l´obiettivo del papa nel redigerlo, lo dice egli
stesso: "contribuire alla pace nella chiesa". Preso atto che nella
chiesa la pace è turbata, il papa intende ristabilirla. Nessun dubbio che il
turbamento deve essere molto grande per spingere il papa a un passo così
"inconsueto", e io aggiungerei clamoroso (non ricordo un documento
analogo in tempi recenti). Ma di chi è la colpa del turbamento della pace della
chiesa? Il papa l´attribuisce a tre soggetti, a tre gruppi di
"cattivi": 1) i lefebvriani; 2) i funzionari vaticani che non l´hanno
informato del negazionismo di monsignor Williamson; 3) quei cattolici
che hanno protestato "con un´ostilità pronta
all´attacco". Il primo gruppo di "cattivi" in verità rimane
sullo sfondo: si sapeva già che lo erano, e anzi il senso dell´iniziativa
papale nel togliere la scomunica era precisamente quello di contribuire al loro
ritorno nella grande chiesa facendo loro accettare finalmente il Vaticano II.
Il secondo gruppo di "cattivi" sono quei dirigenti vaticani che hanno
dimenticato di informare il papa su come stavano le cose riguardo a mons.
Williamson: "una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il
caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica". Il papa
riconosce che bastava consultare internet per chiarirsi le idee ("seguire
con attenzione le notizie raggiungibili mediante l´internet avrebbe dato la
possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema") e
aggiunge "ne traggo la lezione che in futuro nella Santa sede dovremo
prestar più attenzione a quella fonte di notizie". Benedetto XVI ammette
inoltre un secondo errore della macchina vaticana scrivendo che "la portata
e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in
modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione". Egli
vede quindi due errori, uno di merito e l´altro di forma, della curia romana.
La conseguenza è che l´organismo che avrebbe dovuto dargli le informazioni
necessarie e che invece non gliele ha date (il cui nome è Ecclesia Dei) viene
declassato e posto in diretta dipendenza dalla Congregazione per la dottrina
della fede. Ma anche per questo secondo gruppo di "cattivi"
all´origine della "evidente sofferenza" papale non sarebbe stato necessario scrivere una mini-enciclica: i panni
sporchi, soprattutto in Vaticano, si usano lavare in casa. Eccoci dunque al
terzo gruppo di "cattivi" all´origine del turbamento della pace della
Chiesa e che, a mio avviso, sono la causa vera e propria della lettera di
Benedetto XVI: quei cattolici che hanno protestato "con un´ostilità pronta all´attacco". Il
vero bersaglio della lettera papale sono quindi i "protestanti" cattolici, cioè quei cattolici che
in tutto il mondo hanno protestato per la revoca della
scomunica a monsignor Williamson. Ma il papa sa bene, e lo scrive con la
consueta chiarezza che contraddistingue da sempre la teologia di Joseph Ratzinger,
che la protesta "rivelava ferite risalenti al di là del momento". La
valanga di proteste di proporzioni mondiali che ha portato Benedetto XVI a una
"evidente sofferenza" (per citare ancora padre Lombardi) è sì partita
a seguito del caso Williamson, ma la neve che la costituiva si era accumulata
da molto tempo prima. Qui non c´è la possibilità di approfondire il discorso ma
in conclusione vorrei sottolineare almeno due cose: 1) Come ricorda lo stesso
papa, la polemica intraecclesiale risale già ai tempi del Nuovo Testamento,
anzi io aggiungo che venne esercitata in prima persona da Gesù: il che
significa che la polemica e la franca discussione non sono un male in sé, se si
svolgono in modo aperto, con argomenti precisi e il più possibile razionali, esponendo
se stessi col proprio nome e cognome, lottando sempre per la verità e
soprattutto senza astio personale. Io penso che occorre tornare alla franchezza
di rapporti e di parola ("parresia") tipica della Chiesa apostolica,
e che solo così la Chiesa tornerà a essere affascinante per gli uomini d´oggi,
i quali possono rinunciare a tutto ma non al pensare con la loro testa. Certo,
come dice il papa vi è il rischio di una "libertà mal interpretata",
ma è un rischio che non si può evitare se si vuole avere a che fare con il
nostro tempo. Ciò che dimostrerà se la libertà sia stata bene o male
interpretata sarà la capacità di generare bene, giustizia e unità. 2) Fa bene
il papa a preoccuparsi di ricucire lo strappo con la comunità lefebvriana, ma
allo stesso modo mi permetto di chiedere se non dovrebbe volgere le sue
attenzioni anche allo "scisma sommerso" che
riguarda milioni e milioni di laici. Se qualche migliaia di religiosi
lefebvriani hanno tale importanza ai suoi occhi, quanto più ne dovrebbero avere
gli innumerevoli laici cristiani che si sentono lontani da una Chiesa spesso
troppo rigida e fredda (si pensi per fare solo un esempio ai divorziati
risposati cui vengono negati i sacramenti). E poi perché tanta
comprensione per i lefebvriani, e insieme tanta durezza e intransigenza per
quei vescovi, quei preti e quei teologi che cercano di conciliare il Vangelo
con le esigenze della postmodernità? Concludo dicendo che la lettera di
Benedetto XVI ha dei punti magnifici, come quando afferma il primato della spiritualità
col dire che per la Chiesa "la priorità al di sopra di tutte è rendere Dio
presente in questo mondo e aprire agli uomini l´accesso a Dio"; oppure
quando loda l´ecumenismo, il dialogo interreligioso, la dimensione sociale
della fede. è questo il papa di cui abbiamo bisogno e lui non deve temere quei cattolici che protestano con franchezza e onestà
intellettuale contro alcune decisioni, perché così dimostrano di amare ancora
la Chiesa. Il giorno in cui non protestassero più, sarebbe solo indifferenza.
( da "Repubblica, La" del 13-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 14 - Interni
Biotestamento, il Pd vota in ordine sparso Primo sì alla legge. Finocchiaro:
sfascia la Costituzione. Bufera sulla Bianchi Il ddl approvato in commissione.
Tra i democratici tre non votano, tre astenuti e due contrari CARMELO LOPAPA ROMA
-Il testamento biologico secondo il centrodestra supera il primo esame, vola
sugli undici voti favorevoli di Pdl e Udc in commissione Sanità e passa in aula
dalla prossima settimana. La battaglia entrerà nel vivo lì, dal 18 marzo. Ma il
gruppo del Pd, ancora una volta, sul "fine vita" va in frantumi. I tre senatori cattolici capitanati da Dorina
Bianchi si astengono e aprono di fatto un nuovo caso. E dire che l´indicazione
di voto contrario era stata impartita in mattinata da Anna Finocchiaro, per
esprimere comunque una linea di dissenso rispetto all´impianto del testo che
secondo Pd e laici lascerebbe scarsi margini alla volontà effettiva del
paziente. Ma alla prova finale, il pallottoliere della commissione registra
appunto tra i democratici tre astensioni, tre senatori che non partecipano al
voto e due contrari. Il passaggio, da un punto di vista formale, è tecnico, si
tratta di conferire il mandato al relatore Raffaele Calabrò (Pdl). Ma nella
sostanza vale come un primo giudizio sulla nuova disciplina. Quando nel
pomeriggio la commissione ha concluso l´esame degli ultimi emendamenti, i
componenti del Pd chiedono una sospensione di mezzora prima di affrontare il
voto conclusivo, per un chiarimento interno. Ma non basta a evitare la
frattura. Votano contro tra i democratici Donatella Poretti (radicale) e
Vincenzo Vita (che sostituisce Ignazio Marino assente). Con la Bianchi si
astengono Daniele Bosone e Claudio Gustavino. Non partecipano al voto, con
l´intento vano di evitare spaccature, Franca Chiaromonte, Fiorenza Bassoli e
Lionello Cosentino. Tra i quattro voti contrari, anche il dipietrista Giuseppe
Astore e, a sorpresa, Laura Bianconi, senatrice Pdl di quel fronte "pro
life" che ha in Alfredo Mantovano uno dei suoi riferimenti (ancora ieri
critico verso il ddl). Dorina Bianchi fuori dalla commissione minimizza: «Era
solo un voto tecnico, il giudizio sulla legge resta negativo e contiamo di
modificarla in aula». Ma contro di lei c´è molto malumore. La Poretti tuona:
«Ma quale voto tecnico. Aveva valenza politica e lei è andata ancora fuori
linea». Non a caso la sottosegretaria al Welfare, Eugenia Roccella, esce
raggiante dalla commissione, «perché abbiamo rispettato l´impegno col Paese
dopo la morte di Eluana e per l´importante astensione di parte del Pd, che
conferma che questo testo rappresenta un punto di equilibrio». La capogruppo
Finocchiaro, col vice Zanda, non perde tempo e convoca subito i suoi senatori.
Venti minuti per una strigliata che lascia il segno. Ricorda loro che
l´indicazione di voto era precisa e dettava il "no". Che a questo
punto è bene stare attenti in vista dell´aula, lascia intendere che se ognuno
si orienta in autonomia, allora anche la posizione «prevalente» del Pd, frutto
di mediazione interna, può saltare. Tutti escono tirati in volto. La Bianchi in
versione contrita, «forse è stato un mio errore, mi
dispiace molto». Sullo sfondo restano i timori non detti, in capo ai vertici
del partito: che lo strappo di ieri sia solo preludio di quel che potrà
accadere in aula. E non è escluso che la Finocchiaro e il leader Franceschini
ne abbiano parlato ieri sera, a margine di una riunione ristretta dei dirigenti
già programmata su altro. La capogruppo non ha dubbi, «il ddl è orrendo,
inutile e sfascia la Costituzione». Ignazio Marino non ha più «alcuna speranza
che il testo migliori in aula» confida già nel referendum, meglio, nei
«cittadini italiani che alla fine restituiranno al malato la libertà».
( da "Corriere della Sera" del 13-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2009-03-13 num: - pag: 1 autore: di
GIOVANNI SARTORI categoria: REDAZIONALE LA SINISTRA IN CRISI DUE TIPI DI
PARTITO C' è il partito elettoralistico che esiste per vincere le elezioni e
catturare il governo, e all'altro estremo esiste il «partito testimone» che si
costituisce per affermare valori etico-politici e, appunto, dare testimonianza
di una buona città politica. Questo secondo tipo di partito sa di non essere
maggioritario, ma non se ne cruccia più di tanto. Se la sua volta verrà, tanto
meglio; ma se non viene non è la fine del mondo. Forse il tempo è galantuomo.
Diamo tempo al tempo. Dopo la recente rovinosa esperienza del governo Prodi la
sinistra torna a scoprire che il nostro Paese non ha mai avuto una maggioranza
di elettorato di sinistra. Certo, non l'hai mai avuta con il Pc. Ma nel 1994 la
sinistra (l'allora Pds di Occhetto) e Forza Italia di Berlusconi fecero quasi
pari (alla Camera). Oggi non più. Oggi il distacco è fortissimo. Perché? Una
bella domanda sulla quale ognuno dirà la sua. La mia è che la sinistra ha
commesso sbagli colossali, con D'Alema che avrebbe regalato a Berlusconi
l'impero della tv (tutta quanta), e con Prodi che si è ossessivamente dedicato
alla creazione di un partito «contro natura» tra cattolici di sinistra e sinistra «dura» e laica. La legge vigente sul
conflitto di interessi che in sostanza consente a Berlusconi non solo di essere
il monopolista di tutta la tv privata ma anche, quando vince le elezioni, di
controllare a suo piacimento tutta la tv pubblica, è la legge Frattini (oggi
ricompensato con il ministero degli Esteri). Ora, la sinistra poteva
benissimo approvare, tra il 1995 e il 1998, una legge che invece bloccava
Berlusconi. Non l'ha fatto. Il testo c'era (steso dal senatore Passigli), era
ben disegnato e fu approvato dal Senato nel 1995. Decadde per lo scioglimento anticipato
della legislatura, ma fu subito ripresentato dal centrosinistra nel 1996.
Dopodiché niente. Niente anche se allora esisteva una sicura maggioranza (ci
stava anche la Lega) per vararlo. Non avevo mai capito, confesso, questa
stupefacente inazione. L'arcano è stato poi
inopinatamente svelato da Violante, che nel 2002 era capogruppo Ds a
Montecitorio, con questa dichiarazione: nel
( da "Stampa, La" del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Il Fini delle regole
Anche in politica, le parole restano sempre molto indietro ai fatti. L'ha
dimostrato pure l'ultimo scambio di accuse tra Berlusconi e Franceschini, a
suon di definizioni vecchie e ormai senza alcun rapporto con la realtà. Perché
sia il clerico-fascismo sia il catto-comunismo sono stati importanti filoni
culturali e politici della nostra vita pubblica, ma appartengono a un passato
senza eredi. Chi non se n'è accorto, o finge di non essersene accorto per
comodità polemica, sottovaluta l'intelligenza dell'opinione pubblica, che
invece è molto più occupata a capire le novità del presente per intuire gli
sviluppi del futuro. Al di là delle tumultuose vicende del Partito democratico
che, almeno, contribuiscono a ridurre il tasso di ripetitività delle nostre
cronache, la parabola politica e personale di Gianfranco Fini suscita, da un
po' di tempo, una crescente curiosità, molta sorpresa e, perfino, un qualche
imbarazzo. Anche in vista dell'unificazione tra An e Fi nel nuovo partito,
colpiscono le trasformazioni del presidente della Camera: da delfino, qualche
volta impaziente di Berlusconi, al ruolo di implacabile suo censore, in nome
del rispetto delle regole e degli equilibri tra poteri dello Stato. Se questo
atteggiamento potrebbe rientrare nelle funzioni e nei doveri di un'alta carica
istituzionale, meno scontate, invece, sono le sue mosse politiche: da quelle
internazionali, sulle responsabilità fasciste e naziste nei confronti degli
ebrei, a quelle su questioni più domestiche. Fini sfoggia
un fermo laicismo, senza paura di turbare le coscienze cattoliche, in stragrande
maggioranza sia nel suo partito sia nel suo elettorato. Ripudia il tradizionale
«machismo» della destra italiana per un femminismo che, anche in questo caso,
lo mette in contrasto con molti suoi antichi sodali, propugnando persino le
«quote rosa». Sfida la paura per gli immigrati, motivo fortemente
aggregante per mobilitare la richiesta di «legge ed ordine», tradizionale
slogan sotto le vecchie bandiere della destra, con una serie di incalzanti
dichiarazioni: a favore del loro voto nelle amministrative, contro la
possibilità che i medici possano denunciare gli immigrati clandestini, contro
il rischio di non registrazione all'anagrafe dei loro figli. Parlare, perciò,
di curiosità di tutta l'opinione pubblica è davvero giustificato, registrare la
sorpresa di quella che ha sempre votato centrodestra è scontato, ma perché e
dove alberga l'imbarazzo? A questo punto, bisogna smettere con le ipocrisie e
formulare ad alta voce le domande che inquietano molti elettori del
centrosinistra: Fini è diventato il garante della democrazia in Italia? Se, al
termine del mandato di Napolitano, fosse lui e non Berlusconi ad ascendere al
Quirinale, saremmo più tranquilli? Insomma, l'erede di quel partito che fu
escluso per tutta la prima Repubblica dal famoso «arco costituzionale» può
essere considerato, oggi, un sincero e rassicurante difensore della suprema
legge del nostro Stato antifascista? Finché qualche salace battutista, come la
nostra «Jena» quotidiana, propone l'attuale presidente della Camera come
segretario del Pd, si può sorridere e passare oltre. Ma quando Fini stesso
trova che «non ci sia nulla di male» a considerare di sinistra certi suoi
atteggiamenti e ricorda che fu Almirante a pronosticargli «l'apprendimento
della democrazia» attraverso la frequentazione delle aule parlamentari, forse è
il caso di riflettere un po' di più su questa intrigante metamorfosi dell'ex
leader neofascista. È possibile che Fini abbia capito che la maggioranza dei
suoi colonnelli guardi, ormai, più a Berlusconi che a lui. È probabile che
giudichi, ormai, la gran parte del suo antico elettorato irrimediabilmente
sedotta dalle sirene del capo del governo. È ragionevole che, ormai, non creda
più alla possibilità di ereditare Palazzo Chigi dall'attuale presidente del Consiglio.
Ma la sincerità delle intenzioni non conta in politica. Contano i fatti e le
apparenze divengono spesso strade obbligate e senza ritorno. Ecco perché,
lasciando perdere le antiche definizioni e distogliendo i pensieri dagli
automatismi mentali del passato, si può anche immaginare che il futuro del
centrodestra italiano si possa giocare tra due ipotesi. La costituzione di un
partito che non è mai esistito nella storia della nostra Repubblica: quello
conservatore e democratico, sul tipo del modello inglese, e un altro, moderato
e plebiscitario, sulla falsariga di quello che in Francia sta prefigurando
Sarkozy. Sulla via del primo, almeno per ora, Fini pare un camminatore
solitario, mentre l'autostrada di Berlusconi sembra molto affollata. Ma è
affollata anche la truppa degli aspiranti eredi al trono del Cavaliere. E il
proverbio ricorda che, qualche volta, è meglio essere soli che male
accompagnati.
( da "Repubblica, La" del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 40 - Cultura
E LA SUA Un saggio dello storico Paolo Prodi storia il furto "Settimo: non
rubare" ribalta l´idea che la Chiesa medievale sia stata avversa al
mercato e indaga le leggi e le predicazioni contro il ladrocinio La necessità
di mettere d´accordo il settimo comandamento col crescente benessere Un modello
di ricerca che punti a capire il presente partendo da distanze lontane ADRIANO
PROSPERI La violenza e il disordine dei mercati finanziari riempiono oggi le
cronache di tutto il mondo di storie di truffe gigantesche, arricchimenti
smisurati di pochi e miseria di molti. è difficile immaginare che tutto questo
abbia un rapporto con lo spirito evangelico e con le virtù cristiane. Eppure da
quando Max Weber propose nel 1905 la sua celebre tesi di un nesso fra l´etica
protestante e lo spirito del capitalismo non c´è questione storica più
dibattuta di questa. Il problema nei suoi termini più semplici è quello di
capire perché proprio in Europa abbia avuto origine la rivoluzionaria
espansione del sistema capitalistico destinata a rompere le catene che avevano
fino ad allora legato le energie prometeiche della specie umana. La proposta di
Weber suscitò uno straordinario interesse perché spostava la questione dal
capitale di cui aveva parlato Marx allo spirito capitalistico, cioè sul terreno
della cultura e della religione. Ma quale religione? E perché proprio il
calvinismo? Nel 1934 un giovane professore dell´Università Cattolica destinato
a un grande futuro politico, Amintore Fanfani, candidò il cattolicesimo a vero
padre del capitalismo. Poi gli studi si sono spostati sull´etica economica
medievale. Oggi l´intera questione è riproposta in termini nuovi nell´ultimo
libro di Paolo Prodi: Settimo: non rubare. Furto e mercato nella storia
dell´Occidente (Il Mulino, pagg. 396, euro 29). Il comandamento biblico dà il
titolo a una ricerca di grande respiro e di robusta costruzione che abbraccia
l´intero Occidente cristiano dall´XI al XIX secolo. La storia che vi si
racconta è quella delle discussioni e delle regole tese a fissare i confini tra
il furto e il guadagno legittimo da quando nelle città dell´Europa si avviò lo
sviluppo delle moderne attività mercantili. Lo sforzo di disciplinare gli
spiriti animali del mercato dominò da allora le riflessioni sui rapporti tra
guadagno privato e bene comune, ricchezza individuale e benessere della città,
frode commerciale e corruzione politica. Dopo le regole fissate dalla Chiesa
vennero quelle della repubblica internazionale del danaro e le leggi degli
stati. Ma quali furono le precondizioni della rivoluzione commerciale avviatasi
nelle città medievali? La tesi di Prodi è che il mercato come realtà
autoregolantesi, dotata di una propria capacità di espansione, vide aprirsi per
la prima volta uno spazio di libertà nel contrasto fra papato e impero. Fu
quella la via che gli permise di sfuggire al controllo di un potere politico
tendente per sua natura a coartare le straordinarie potenzialità di sviluppo
del mercato. Il successo dell´Europa medievale spicca al confronto del mancato
sviluppo del mercato dell´agorà ateniese dove, osservò una volta Karl Polanyi,
era stata proprio quell´antica democrazia a soffocarne l´espansione. Invece,
secondo Prodi, grazie al dualismo istituzionale di papato e impero si installò
nel cuore dell´Europa quella fibrillazione o rivoluzione permanente che doveva
sostentarne l´ascesa come centro propulsore dello sviluppo mondiale. è dunque
dalla «rivoluzione papale» che nasce la rivoluzione commerciale, in sincronia
con altri macroprocessi che ebbero un identico scenario: la piazza, luogo del
giuramento costitutivo del patto politico ma anche luogo simbolico della
giustizia e luogo infine del mercato, terzo e ultimo oggetto di questo volume
che conclude una serrata trilogia. I caratteri originali della storia europea
sono ricondotti alle comuni radici cristiane e agli spazi di libertà aperti
dalla dialettica tra Chiesa e poteri politici. E non c´è solo questo. Viene qui
messo in luce il contributo intellettuale degli uomini di Chiesa e in
particolare dei nuovi ordini francescano e domenicano all´elaborazione delle
regole del mercato con lo sviluppo dei concetti di tempo, prezzo, moneta, con
le nuove definizioni del reato di furto, con l´esercizio della guida delle
coscienze attraverso la predicazione e la confessione: ma anche, infine, con la
creazione di moderne istituzioni bancarie (sotto il segno, ricordiamo, di un
violento attacco a un protagonista di questa storia che qui rimane piuttosto in
ombra, l´ebreo). Quelle ricchezze accumulate che inquietavano le coscienze di
uomini come il celebre mercante di Prato Francesco di Marco Datini imponevano
la necessità di mettere d´accordo il settimo comandamento col flusso di benessere
portato dal commercio. La ricostruzione del lavoro intellettuale e pratico
svolto a tal fine dagli uomini della Chiesa ha impegnato l´autore di queste
pagine in una ricerca di cui affiora qui anche la sensazione di una grande
fatica. L´esito è chiaro. Finora il contributo della Chiesa allo sviluppo del
mercato è apparso in genere negativo, per le condanne del prestito a interesse
come peccato di usura che alimentarono l´antigiudaismo cristiano e che
nascevano dalla considerazione del tempo come qualcosa che apparteneva solo a
Dio. Ma Prodi contesta la tesi formulata da Jacques Le Goff di un´opposizione
fra l´immobile «tempo della Chiesa» e un «tempo del mercante» aperto all´azione umana e a valori laici e sottolinea invece l´importanza
del volontarismo francescano e di teologi come Pietro di Giovanni Olivi. Non è
possibile qui seguire l´intero disegno dell´opera, scandito dalle metamorfosi
del furto da peccato religioso a colpa morale e a crimine e articolato nelle
fasi di una storia dominata agli inizi dalla teologia e dalla casistica di
coscienza, poi dalla autonomia delle leggi di mercato, infine
dall´affermarsi nell´800 del dominio dello Stato sulla vita sociale con
l´alleanza di potere politico e potere economico. Vediamo in prospettiva la
globalizzazione dell´economia, quando la «repubblica internazionale del denaro»
cancellerà i confini degli stati insieme ad ogni ricordo di quelle norme etiche
dell´equità e del bene comune che la tradizione cristiana aveva lungamente
elaborato. Sui temi e sulle tesi di questo libro ci sarà modo di discutere. Qui
si dovrà almeno osservare che ancora una volta Paolo Prodi oppone a un consumo
della storia oggi dominato dai contemporaneisti un modello di ricerca storica
che punta a capire il presente partendo da distanze lontanissime: o meglio,
partendo verso l´esplorazione di quelle terre lontane da una propria intuizione
dei problemi del presente. Di fatto, è il ritorno conclusivo su questi problemi
che è il presupposto e il premio del ricercatore. Ed è ai propri tempi che
l´autore dedica l´ultimo capitolo di «riflessioni attuali» sui rapporti tra
economia e politica, finanza e stato, etica e
giustizia. La crisi economica mondiale in cui siamo immersi è l´esito, a suo
avviso, di una dislocazione tettonica affiorante da profondità secolari, di cui
solo una ricerca storica di adeguata ampiezza può rintracciare le cause
profonde. Ma se i mali sono evidenti, se è vero che i confini tra il furto e il
non furto sono diventati evanescenti e che nell´attuale situazione di dominio
della finanza sulla politica le leggi della democrazia liberale esistono solo
in apparenza, se è indiscutibile che la fragilità istituzionale dell´Italia
rende più visibili qui da noi i disastri della privatizzazione del pubblico e
la gravità del conflitto di interessi, la cura resta incerta e problematica:
come si potrà reintrodurre l´auspicata distinzione fra il sacro, la politica e
l´economia? Dobbiamo forse tornare a leggere la Rerum Novarum e a riflettere
sulla dottrina sociale cristiana, secondo l´auspicio che chiude questo libro?
( da "Secolo XIX, Il" del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Usi non obbedir
tacendo se la legge è ingiusta Mauro Barberis Lo confesso. Non ho mai letto
"Lettera a una professoressa" (1967) di don Lorenzo Milani, un autore
tanto dimenticato che il correttore automatico del mio computer vorrebbe
trasformarlo in Dilani, manco fosse un emulo italiano di Bob Dylan. Se è per
questo, non ho letto neanche Che Guevara, il Libretto rosso del Presidente Mao,
"I dannati della terra" e tutte le opere cult della sinistra della
mia generazione. Già negli anni Settanta preferivo accompagnarmi ad autori
reazionari, talora francamente impresentabili, come il Joseph de Maistre
dell'"Elogio del boia" e il Carl Schmitt compagno di strada del
nazismo, oppure semplicemente destrorsi, come il Friedrich Hayek ispiratore di
quel Ronald Reagan che oggi è ricordato soprattutto per aver concorso a
generare tutta una stirpe di calciatori, da Ronaldo a Ronaldinho sino a
Cristiano Ronaldo. Poi, nei giorni scorsi, mi è capitato di leggere un testo
abbastanza sconvolgente di don Milani, la "Lettera ai cappellani
militari", pubblicata in appendice alla propria tesi di dottorato sulla
disobbedienza civile da un'allieva di Flavio Baroncelli, un altro dei tanti
maestri e amici genovesi che oggi ci manca di più. E mi è capitata di leggerla
nel bel mezzo delle polemiche sulla riammissione nella Chiesa cattolica e
apostolica romana dei vescovi lefebvriani, polemiche che hanno prodotto
l'ennesima dura presa di posizione del pontefice, e sui tanti provvedimenti
anti-immigrazione del governo: fra i quali l'abolizione dei divieto ai medici
di denunciare gli immigrati irregolari, che tutti i sindacati medici leggono
come un invito ai sanitari a fare la spia. La storia della lettera è abbastanza
nota; com'era accaduto a un altro prete di frontiera, padre Ernesto Balducci,
condannato per apologia di reato per aver difeso l'obiezione di coscienza, don
Milani fu denunciato da varie associazioni cattoliche, come quelle che oggi si
accaniscono non terapeuticamente contro Beppino Englaro, fu assolto in primo
grado e poi condannato in appello, quando era ormai morto da pochi mesi. La sua
colpa: aver difeso gli obiettori di coscienza allora in galera dall'accusa di
viltà rivolta loro da un gruppo di cappellani militari su un giornale
fiorentino, ma soprattutto aver sostenuto la disobbedienza civile fuori tempo,
ossia prima che la legge ammettesse l'obiezione di coscienza, introducesse il
servizio civile e poi abolisse la leva obbligatoria. Ma la colpa peggiore fu
forse un'altra: aver fatto tutto questo da prete, con l'onestà intellettuale,
inusuale anche nei preti di frontiera, di non invocare a sostegno l'autorità della dottrina cattolica: dunque in modo perfettamente
laico, come gli veniva perfettamente naturale essendo figlio di un non credente
e di un'ebrea. Ecco, mettendo insieme tutte queste osservazioni incongrue, mi è
capitato di chiedermi, come si fa nei cambi di stagione, se i tempi di don
Milani non stiano per avventura ritornando; e se non ci capiterà ancora,
nei prossimi anni, di dover ricordare ancora una volta - da preti, da medici,
da insegnanti - cose che credevamo risapute. Che l'obbedienza è una virtù solo
se non è cieca; che si dovrebbe obbedire solo alle leggi e alle istituzioni
giuste, o almeno non intollerabilmente ingiuste; che anche le leggi prodotte
democraticamente devono essere giuste, ma non lo sono necessariamente; e che a
volte non si scappa: ci si può solo salvare la pelle o l'anima, ma non entrambe
le cose insieme.Mauro Barberis è professore ordinario di filosofia del diritto
all'Università di Trieste. 14/03/2009 Il caso dei medici costretti a denunciare
i clandestini riporta indietro il diritto all'obiezione di coscienza 14/03/2009
( da "Riformista, Il" del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Il clerico-fascismo
rinnegato anche da An segue dalla prima pagina Ovviamente, la contro-replica di
Quagliariello non si è fatta aspettare: «Dalle parti della fondazione di Fini
devono avere sviluppato una strana ossessione per la laicità. Il richiamo a don
Camillo e Peppone si riferiva solo all'organizzazione del nuovo partito». In
questo senso: «La spontaneità di don Camillo, la sua capacità di infilarsi nelle
contraddizioni dell'avversario e di interpretare un certo anticomunismo
esistenziale è un modello adeguato». Insomma, una diatriba che fotografa lo
stato confusionale di questa destra omnibus alla vigilia del congresso
fondativo del Pdl. Quagliariello, laicismo o non laicismo, parla ancora di anticomunismo esistenziale alla Guareschi, i
finiani negano e come scrive ancora Filippo Rossi, direttore di Ffwebmagazine,
considerano il loro leader «l'unico politico italiano ad aver attraversato il
guado ed essere approdato sulla sponda della politica non ideologica».
Aggiunge Luciano Lanna, altro finiano di rango e direttore responsabile del
Secolo d'Italia: «Se Fini dice una cosa di sinistra chissenefrega». Ribatte
Quagliariello: «Una politica post-ideologica senza principi, non dico valori
perché è una parola fin troppo abusata, rischia di portarci in una terra di
nessuno, di mero empirismo. Cadute le ideologie destra e sinistra cambiano
significato ma restano come distinzione». In questo quadro poco chiaro, Franceschini
ha avuto gioco facile a chiamare «clerico-fascista» il premier. Del resto, per
rimanere a Guareschi, l'inventore di don Camillo e Peppone fu clericale
dichiarato e passò per fascista pur senza esserlo mai stato. Anzi: fu una
figura di spicco della Resistenza bianca e venne rinchiuso nei lager nazisti.
Mai democristiano, coniò però gli slogan vincenti delle memorabili elezioni del
1948: «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no» e «Mamma
votagli contro anche per me», frase questa pronunciata dallo scheletro di uno
dei «100.000 prigionieri non tornati dalla Russia». Quell'anno, il Cavaliere
aveva dodici anni e partecipò alla campagna elettorale, come rivelò in
un'intervista del 2000: «Mi considero un combattente per la libertà. In quei
giorni con altri ragazzi della scuola e dell'oratorio mi mobilitai per
affiggere manifesti. Subimmo anche delle aggressioni da parte di attivisti
comunisti che volevano impedirci di affiggere quei manifesti». Lunedì prossimo,
però, su Guareschi mette il cappello anche la Fiamma Tricolore con un convegno
a Roma: ci saranno i figli dello scrittore Alberto e Carlotta, e Marco
Ferrazzoli, autore di Non solo don Camillo edito da L'Uomo Libero. 14/03/2009
( da "Corriere della Sera" del 14-03-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2009-03-14 num: - pag: 38 categoria: REDAZIONALE
IL FONDO DI SARTORI Governi di sinistra e conflitto di interessi aro direttore,
C Nel fondo di ieri il professor Giovanni Sartori, parlando del conflitto di
interessi, riferisce due verità, ma, per eccesso di malizia, fa l' errore di
collegare l'una all'altra. E' vero che il centrosinistra non è riuscito a fare
una seria legge sul conflitto di interessi. Ed è vero che nel 2002, replicando
a un collega della maggioranza, io dissi che l'on. Silvio Berlusconi era stato informato che non sarebbero state toccate le sue tv;
ma aggiunsi che questo era avvenuto «nel 1994, quando ci fu il cambio del
governo». E' invece falso che la ragione dell'omessa riforma stia in
quell'assicurazione fatta a Berlusconi. Io parlai di una questione sorta nel
1994, dopo la crisi del primo Governo Berlusconi. Il governo Dini, che gli
successe, essendo un governo tecnico, non avrebbe potuto avere in programma una
riforma intensamente politica come quella del conflitto di interessi o
dell'assetto radiotelevisivo. A riprova del fatto che non c'è mai stato alcun accordo segreto tra dirigenti Ds e Silvio
Berlusconi è sufficiente ricordare alcune vicende. 1) I Ds parteciparono
attivamente al referendum contro la legge Mammì che si tenne nel giugno 1995.
2) Nel luglio 1995 il Senato approvò, col voto determinante dei Ds, un rigoroso
progetto sul conflitto di interessi del senatore Passigli (non del governo) che
si fermò alla Camera per lo scioglimento anticipato della legislatura. 3) L'on.
D'Alema, dopo che la Camera aveva approvato un testo «morbido», chiamò nel suo
primo governo (ottobre 1998) il senatore Passigli, perché favorisse
l'approvazione di una legge più rigorosa; il Senato, dopo interminabili
ostruzionismi del centrodestra, approvò il testo, ma anche questa volta lo scioglimento
delle Camere impedì il voto finale. 4) Nella scorsa Legislatura io stesso sono stato relatore di una seria proposta sul conflitto di
interessi che venne approvata dalla Commissione, ma non approdò in Aula anche
questa volta per lo scioglimento anticipato delle Camere. Gli studiosi
accerteranno se gli scioglimenti delle Camere hanno impedito l'approvazione di
una buona legge o se il rischio che una buona legge fosse approvata ha prodotto
gli scioglimenti delle Camere. In ogni caso, caro professore, a pensar male, lo
dico con la stima profonda che ho per lei, a volte non solo si fa peccato, ma
si sbaglia anche. Luciano Violante C aro direttore, nel suo editoriale Giovanni
Sartori attribuisce il declino del Pd agli «sbagli colossali» di Romano Prodi (che volle unire «contro natura» laici e cattolici) e di Massimo D'Alema che avrebbe «regalato a Berlusconi
l'impero della Tv». Rinvio ad altra sede un commento sul difficile rapporto tra
laici e cattolici; ma, dopo due sia pur risicate vittorie elettorali, la tesi di
Sartori è ingenerosa e troppo pessimista. Quanto al conflitto, ho
ricordato nel libro «Democrazia e conflitto di interessi» che le cose non
andarono così. La mia proposta, decaduta per lo scioglimento delle Camere nel
1996, condivise in seguito il destino della Bicamerale il cui fallimento non
può certo essere imputato a D'Alema. Negli anni 1998-2001 il suo cammino fu
ostacolato da altri, specie da quanti nel centro-sinistra ritenevano necessaria
una legge costituzionale. Inoltre, durante i governi D'Alema contrastai con
vari emendamenti e con il suo pieno accordo, quale relatore al Senato e poi
come sottosegretario alla Presidenza, una prima proposta Frattini
inspiegabilmente approvata alla Camera anche dal centro-sinistra. Bloccammo
tale proposta ma non riuscimmo a varare la nostra, soprattutto perché —
contrariamente a quanto afferma Sartori — la Lega andò progressivamente
alleandosi col centro-destra. A fine legislatura, il centro-sinistra tentò un
nuovo rapporto con la Lega varando una modifica del Titolo V piuttosto che la
legge sul conflitto. Ma altri, e non D'Alema, avevano la guida del
centro-sinistra. Dopo il 2001 il centro-destra varò l'attuale legge che,
abbandonando la logica di «prevenire» il conflitto per intervenire solo ex
post, non risolve il problema. Di una legge vi è insomma ancora bisogno, ma
forse più che di una legge generale di improbabile adozione occorre una
revisione della Gasparri: oggi infatti la sfida è rappresentata più che dal
duopolio Rai-Mediaset, ancora di fatto analogico, dalla necessità di affrontare
i problemi dell'intero nostro sistema dell'informazione investito da una crisi
economica e da sviluppi delle tecnologie che, mentre ne diminuiscono i ricavi,
rendono urgenti massicci investimenti. Stefano Passigli C onfesso di non capire
bene a quale titolo il senatore Passigli (semel, semper) si senta tenuto a
rispondermi, visto che di lui ho solo scritto— un rigo — che il suo era un buon
testo. Il bello o il buffo è che è stato proprio lui,
a suo tempo, a ispirare il mio dubbio. Nel suo libro Passigli osserva che la
tattica da seguire, durante e subito dopo il fallimento della Bicamerale nel
settembre 1998, sarebbe stato «di approvare norme
stringenti (sul conflitto di interessi) in un ramo del Parlamento, minacciando poi
di rendere definitiva l'approvazione della legge nell'altro ramo, a meno di un
accordo in Bicamerale» (Democrazia e conflitto di interessi, pagina 103). Cosi
non fu. Torno a chiedere: perché? Non certo per la ragione che adduce oggi: e
cioè che «noi non riuscimmo a varare la nostra legge perché la Lega andò
progressivamente alleandosi con il centro-destra». No, non è così: ci fu una
finestra di almeno cinque mesi nei quali Bossi avrebbe sottoscritto. Passo alle
precisazioni dell'onorevole Violante, che ringrazio. Ho scritto anch'io che la
assicurazione di non toccare Mediaset era del 1994; e confermo tutti gli altri
punti richiamati da Violante, che però non stabiliscono in alcun modo «che non
c'è mai stato alcun accordo segreto tra dirigenti Ds e
Berlusconi». D'Alema è sospettabile perché più volte Confalonieri lo ha
appoggiato e lodato come persona che rispetta la parola data. Eppoi la passione
dell'intrigo D'Alema ce l'ha. Ma può benissimo darsi— congettura per congettura
— che l'intrigante in questione sia stato Veltroni.
Chissà. Vorrei solo che la sinistra sappia a chi deve la propria sconfitta. Non
credo di peccare di «malizia», onorevole Violante. Ma di curiosità, sì.
Giovanni Sartori