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PRIVILEGIA NE IRROGANTO     di  Mauro Novelli         

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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

 

 

 

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Report "Laici e chierici"   1-2 maggio 2009


Indice degli articoli

Sezione principale: Laici e chierici

A Varazze e Albissola ecco i terzi incomodi: Dagnino e Silvestro ( da "Secolo XIX, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Laici socialisti liberali radicali") per sfidare le altre due liste già annunciate: quella di centrodestra, che fa capo all'attuale vicesindaco Giuseppe Gradella, e quella di centrosinistra, che candida l'ex sindaco di Stella Nicolò Vicenzi. «La lista "Nuova rotta" - spiega - parte dalla consapevolezza che i problemi di Albissola non si risolvono ideologicamente.

Panarello alla sfida del mercato ( da "Secolo XIX, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: altra patriarcale famiglia della Superba impegnata negli affari, definiva un "laico". Un dirigente insomma che non ha legami di sangue con la dinastia fondatrice. Il dado è quindi stato tratto, Alberto Panarello ha lasciato la poltrona di amministratore delegato a Guido Profumo, 47 anni, genovese, che sarà affiancato dal direttore generale Mauro Zappacosta.

L'idea di libertà che divide cattolici e liberali ( da "Secolo XIX, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Per i cattolici personalisti, la libertà non è ridotta dalla quantità delle leggi cui si deve obbedienza ma dalla quantità delle leggi emanate dallo Stato. Non si è liberi quando si dispone di ampie sfere di liceità ma quando si è sottoposti ai decreti di Cesare in misura ridotta e controllata.

ultraricchi al potere - (segue dalla prima pagina) fabrizio bocca ( da "Repubblica, La" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: primo laico a capo dell´associazione dei club del pallone: non ha mai fatto il dirigente di club, non si è mai seduto su una panchina durante una partita, non ha mai insultato un arbitro. Ha detto che il calcio è un´azienda da un miliardo e mezzo, si accorgerà subito di quanto sia anomala: nel calcio italiano due più due fa tre,

quella festa macchiata di sangue - amelia crisantino ( da "Repubblica, La" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ma restò una festa laica dalla forte carica simbolica, tutta sullo sfondo delle trasformazioni generate dalla rivoluzione industriale: una festa giovane, legata alla nascita del proletariato urbano. E l´Italia, come sempre, ha una storia a due velocità. Una volta creato lo Stato nazionale, con qualche fatica le aree settentrionali vedono la crescita di un movimento operaio simile,

Primo maggio senza Nicola ( da "Manifesto, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: è la crema del neofascismo e del tradizionalismo cattolico e che proprio lui, nel dicembre 2007, andò di persona a salutare gli organizzatori di un corteo neonazista, con cui peraltro fu immortalato. Così, mentre quattro dei cinque imputati per omicidio preterintenzionale sono ancora in carcere - Andrea Vesentini, l'unico che ha accettato di farsi interrogare dalla corte,

Ecco il Primo maggio dai possibilisti al sindacato americano ( da "Manifesto, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laica, la festa del lavoro, che ha retto tutti questi anni nei cinque continenti rinnovandosi. Talora costretta alla clandestinità o sostituita, come in Italia, dal Natale di Roma (il 21 aprile) di mussoliniana memoria. Le dittature fasciste hanno cancellato finché sono durate il 1° maggio, il socialismo reale l'ha trasformato in una ritualità di regime cancellandone il senso originario.

GLI ultimi mesi del "Che" fra i monti della Bolivia, alla testa di un manipolo di guerrigl... ( da "Messaggero, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: O nei vani tentativi di avvicinarsi a un popolo che non capiva quei "barbudos" venuti da Cuba a esportare la rivoluzione, anzi li temeva. Circospetto, inesorabile, documentatissimo ma avaro di informazioni (Soderbergh non fa film-inchiesta). Una Passione laica, composta e straziante. In 12 sale (vedi Le Trame), al Nuovo Olimpia v.o. con s.t.

DALLA vittoria alla disfatta. Dalla giungla di Cuba alle montagne della Bolivia. Dalla fama plan... ( da "Messaggero, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: diventa una vera e propria Passione laica. La via crucis di un profeta dei reietti paradossalmente lontano da tutto e da tutti. Già nel prologo che lo vede, truccato in modo da essere irriconoscibile ai suoi stessi figli, lasciare l'Argentina e la sua famiglia senza voltarsi indietro (anche qui né lacrime né recriminazioni, sarebbe troppo facile).

di DANILO MAESTOSI COME riuscire a penetrare e comprendere la mente di un genio poliedrico e sfug... ( da "Messaggero, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Non credo che fosse ateo, piuttosto uno spirito laico che ha a suo modo condensato l'immagine di Dio in quella Della Natura. Era il Creato e non il Creatore il problema su cui si misurava. Quando si trovava di fronte a temi di fede, svicolava: questa questione lasciamola ai frati, annota in uno dei suoi manoscritti.

Tutte le patrie di Arrigo Levi, testimone senza ideologie ( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: testimone senza ideologie A rrigo Levi ebreo e laico, modenese e italiano, giornalista e scrittore, studioso di teologia e non credente. Arrigo Levi argentino e israeliano per scelta ma non sionista, inglese per vocazione e ammiratore di Churchill ma non conservatore, di nuovo italiano ma impermeabile ai vizi nazionali della piaggeria e del quieto vivere.

Un nuovo umanesimo per l'Europa ( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la democrazia e il pensiero laico. L'Europa non sfugge soltanto alla visione semplificatrice che ne farebbe o un'entità cristiana o un'entità non cristiana: sfugge a ogni visione semplice. Non può definirsi attraverso una frontiera con l'Asia: è una «penisola » di quel continente ben più ampio che è l'Eurasia.

ROMA - Berlusconi è ingordo di potere. Ne ha già tanto ma non gli basta mai.... ( da "Messaggero, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ma non facciamo scelte bigotte: restiano sempre un partito laico di ispirazione cristiana. Aperto al mondo delle professioni e ai movimenti sociali. Nelle nostre liste ci sono anche Gianni Rivera, l'imprenditore Roberto Carlino, la campionessa para-olimpica Clara Podda e un giovane di qualità come Emanuele Filiberto».

Libri e fede, la cultura religiosa ha la sua capitale a Brescia ( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: La Scuola ha come direttore e amministratore Giorgio Raccis, è stata fondata nel 1904 da sei sacerdoti e otto laici, tra i quali figuravano Giorgio Montini (padre del futuro Paolo VI) e Luigi Bazoli (nonno di Giovanni Bazoli). È attiva nell'ambito scolastico: produce cd, materiali online, nonché 104 titoli per le primarie e le medie inferiori e superiori;

Pannunzio torna liberale per la libertà d'informazione ( da "EUROPA ON-LINE" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laica, liberalsocialista, insomma tutto fuorché di destra. Fra le associazioni che aderiscono c'è Articolo 21, che non sarà più sola o quasi nell'impegno per l'indipendenza dei media dalla connection politica-economia. È una morsa sempre letale, specie in un paese dove l'opinione pubblica critica è minoritaria e la stampa non è sentita come "

Inside the Vatican da cattolico adulto ( da "EUROPA ON-LINE" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Di pagina in pagina si fa più pressante una domanda: perché i laici cattolici di questa pasta sono così pochi? La risposta sta nel libro stesso, nella storia di un uomo che racconta come si può essere liberi stando nel- la Chiesa, fedeli al pap a senza diventare adulatori, cattolici senza smettere di essere laici.

Corsi estivi all'università Al via la stagione 2009 ( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la Sapienza di Roma organizza tre scuole estive negli Stati Uniti. Marketing, cinema e giornalismo gli indirizzi dei corsi. Sono quindici invece i corsi promossi dall'università Cattolica del Sacro Cuore tra Milano, Ravenna, Cremona, Venezia e altre città d'Italia. Tra i temi analizzati, studi danteschi, cinema internazionale, marketing del no-profit, psicologia,

La strada di Serena, da Varese alla Dow Jones di Francoforte ( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: andando a studiare e lavorare tra gli Stati Uniti e il Belgio. «Sono di Varese e il mio primo passo coraggioso, almeno per una ragazza di 18 anni, è stato quello di trasferirmi a Milano per frequentare Lingue e tecniche della comunicazione all'Università Cattolica». Un indirizzo di laurea oggi considerato, perlomeno nella parte comunicazione,

Il principe (della Chiesa) e la principessa (scrittrice) ( da "Giornale.it, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la principessa romana che alcuni anni fa ha riscoperto la fede cattolica e non si vergogna di raccontarlo. Donna Alessandra, saggista e vaticanista, estimatrice da tempi non sospetti di Joseph Ratzinger e impegnata nel volontariato come barelliera a Lourdes, è stata scelta come interlocutrice da un principe della Chiesa, il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna.

NAPOLI, CITTà DI CULTURA, EVOLUTA E DISPOSTA AI CAMBIAMENTI, MA SPESSO DEPREDATA. È STATO ... ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Associazione Internazionale di Apostolato Cattolico, dal Ministero della Pubblica istruzione e dall'Ufficio Scolastico Regionale. Al centro del dibattito Napoli e l'auspicio che diventi non solo capitale del Sud ma dell'Europa nel Mediterraneo. Per Gennaro Sguro, presidente dell'Aiac «Napoli ha tante virtù e una lunga storia».

Così Tremonti è diventato il ministro più apprezzato da Bazoli ( da "Foglio, Il" del 02-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: per tutto il mondo cattolico-finanziario. Oltre all?ottimo rapporto con Guzzetti e Bazoli, il ministro ha sempre più ammiratori anche in una delle più importanti università italiane: quella Cattolica dove grandi estimatori e sinceri interpreti del tremontismo sono il rettore Lorenzo Ornaghi e i professori Alberto Quadro Curzio e Marco Fortis,

Quella feroce crociata laica contro i credenti ( da "Giornale.it, Il" del 02-05-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: con uno sguardo imbarazzato, precisano: «Guardi che io sono laico». Avendo ben chiara l?etimologia delle parole - pur sembrandomi assolutamente fuori luogo l?osservazione - li rassicuravo. Sono laica anch?io, non ho mai preso nessun voto di un qualche ordine religioso. Poi con il passare dei mesi ho capito che c?


Articoli

A Varazze e Albissola ecco i terzi incomodi: Dagnino e Silvestro (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

A Varazze e Albissola ecco i terzi incomodi: Dagnino e Silvestro le candidature Entrambi consiglieri uscenti. La Dagnino si presenta con il simbolo Arcobaleno: l'ultima giunta ha penalizzato la città 01/05/2009 VARAZZE. «Siamo orgogliosi di appartenere ad una sinistra democratica e ricca di valori e ci presenteremo col nostro simbolo, l'Arcobaleno, alle amministrative del sette giugno". Lo ufficializza il movimento civico "Cittadini per Varazze", che dopo le anticipazioni del Secolo XIX, conferma che il suo candidato sindaco sarà l'avvocato Mariarina Dagnino, consigliere comunale uscente. Il comitato elettorale accusa centrodestra e centrosinistra, definiti "oramai accomunati e senza distinzione". "Cittadini per Varazze" sostiene che: "L'azione amministrativa dell'ultima giunta è stata rivolta quasi esclusivamente a indirizzare risorse ed energie a vantaggio di pochi e a scapito dei bisogni reali dei cittadini. Ciò, ha lasciato irrisolti molti problemi, aggravatone altri. Abbiamo assistito a lotte fratricide che hanno fatto dell'arroganza la loro arma principale, con lo scopo di gestire ciò che ingiustamente viene spacciato per interesse pubblico". Ad Albissola Marina invece è stata ufficializzata la candidatura di Luigi Silvestro, consigliere di opposizione proveniente dalla Margherita ed attualmente capogruppo della lista "La tua Albissola Marina". Il 37enne Silvestro ha fondato la lista civica "Nuova rotta" unendo le forze con il socialista Furio Chiarbonello Lenti (attualmente nel gruppo "Laici socialisti liberali radicali") per sfidare le altre due liste già annunciate: quella di centrodestra, che fa capo all'attuale vicesindaco Giuseppe Gradella, e quella di centrosinistra, che candida l'ex sindaco di Stella Nicolò Vicenzi. «La lista "Nuova rotta" - spiega - parte dalla consapevolezza che i problemi di Albissola non si risolvono ideologicamente. Dare sicurezza, tagliare gli sprechi, riparare le strade e i lampioni, risolvere le carenze della viabilità, sostenere e promuovere l'economia e la cultura non sono problemi né di sinistra né di destra, ma cose concrete che un Comune deve fare». 01/05/2009

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Panarello alla sfida del mercato (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

Panarello alla sfida del mercato rivoluzione ai vertici del gruppo genovese Per la prima volta la guida passa a un manager esterno alla famiglia. Per crescere ancora Genova. Chi non conosce, a Genova, il marchio Panarello? È storia, cultura del gusto, tradizione. Un nome storico. Ma anche la storia cammina, anzi corre e così accade che la famiglia Panarello faccio un passo indietro nella conduzione attiva dell'azienda. E se non si ritira, si defila tra le quinte pur restando attenta e partecipe dei destini della ditta. Per la prima volta dalla fondazione della Casa - anno 1885, il primo forno era in via Porta d'Archi, a un tiro di fucile dal luogo in cui fischiò il sasso di Balilla - sul ponte di comando aziendale siede quello che i Costa, altra patriarcale famiglia della Superba impegnata negli affari, definiva un "laico". Un dirigente insomma che non ha legami di sangue con la dinastia fondatrice. Il dado è quindi stato tratto, Alberto Panarello ha lasciato la poltrona di amministratore delegato a Guido Profumo, 47 anni, genovese, che sarà affiancato dal direttore generale Mauro Zappacosta. Nuove figure professionali, nuova organizzazione produttiva e logistica, investimenti produttivi e di marketing, gli obiettivi strategici dichiarati. Di fronte alle nuove sfide della globalizzazione restare fermi equivale ad arretrare. E dunque, coraggio, si cambi ciò che va cambiato. È comunque un bel segnale, un segnale inedito, quello che dà l'azienda genovese: restando radicata alle proprie tradizioni, la Panarello si getta a viso aperto nella tenzone del mercato. I nuovi vertici, come potete leggere nell'intervista di Profumo pubblicata accanto, vedono il bicchiere decisamente mezzo pieno, a dispetto della congiuntura mondiale che dovrebbe consigliare prudenza. Da cinque, le società del gruppo scenderanno a due, aggregandosi in due poli strategici, uno produttivo e uno distributivo. Ligurdolci Cidag e Rivieradolci confluiscono in una unica realtà sinergica. Viene razionalizzato il settore produzione con l'accorpamento delle lavorazioni nello stabilimento di via Carso, al Righi, che assorbirà anche lo storico laboratorio di via Santa Maria della Sanità. Il miglioramento del lay out e degli impianti produttivi comporterà un investimento superiore al milione di euro e - informa l'azienda - sarà qualificato dalle più significative certificazioni ambientali. Il nuovo sito industriale - già in possesso della certificazione ecoambientale ISO 1400 - agirà nel rispetto delle indicazioni di compatibilità ambientale, coprirà un'area di 3 mila metri quadrati e occuperà 50 addetti. Marketing e ricerca saranno i due pilastri che dovranno reggere lo sforzo strategico operato dall'azienda, nel tentativo di proiettarsi verso nuovi mercati. Un intervento stilistico è già stato realizzato sul marchio e il sito web ha subìto una sorta di rifacimento che dovrebbe renderlo più agile e fresco. Lo sviluppo della rete commerciale prevede l'apertura di nuovi punti vendita in Liguria ma non soltanto in Liguria. Si andrà all'attacco di altre regioni italiane, cominciando dalle più vicine geograficamente. La ricetta del successo? Più o meno sempre la stessa, con i necessari correttivi dettati dai tempi, dal cambiamento delle abitudini alimentari e dalla necessità di mantenere equilibrio sul versante nutritivo. Dai tempi del fondatore, Francesco Panarello, resistono e resisteranno i prodotti tipici ai quali il marchio ha legato le proprie fortune e non esclusivamente a Genova. La Panarello è una società per azioni, impiega oltre dipendenti e nel 2008 ha fatturato 12 milioni di euro. L'aziendasi articola ad oggi in uno stabilimento, tre laboratori e nove negozi, ma la realtà attuale è già in movimento. Renzo Parodi parodi@ilsecoloxix.it 01/05/2009 AZIONARIO 01/05/2009

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L'idea di libertà che divide cattolici e liberali (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

L'idea di libertà che divide cattolici e liberali Dino Cofrancesco Un'area politica e culturale piuttosto estesa del centrodestra da tempo è impegnata nel tentativo non facile di dare un'anima cristiana al popolo di Silvio Berlusconi. Il «liberalismo di massa», che il Cavaliere dice di aver reso possibile per la prima volta nella storia della Repubblica, non può rinunciare a una visione del mondo che ispiri i concreti programmi di governo. E poiché, sul vecchio versante liberale, si troverebbe soltanto una filosofia che pone al centro l'«individuo-consumatore», preoccupato di soddisfare i suoi molteplici bisogni in una società di mercato del tutto insensibile a ogni principio di giustizia e di solidarietà, occorre portarsi su un piano superiore in grado di conciliare le ragioni della libertà individuale col dovere di soccorso e di fraternità nei confronti del prossimo. Nel personalismo cattolico di Jacques Maritain e, prima ancora, del nostro Antonio Rosmini, gli ideologi del Pdl - Gaetano Quagliariello in primis - sembrano trovare un'autentica democrazia cristiana che veda la produzione al servizio dell'uomo e non viceversa e sia in grado di pensare un modello di sviluppo rispettoso dell'ambiente, della tradizione, delle identità profonde (soprattutto religiose) dei gruppi e delle comunità. In genere, nelle encicliche degli ultimi pontefici, e soprattutto in quella recente di Benedetto XVI, "Elogio della coscienza", l'immagine dell'Occidente, della globalizzazione, del capitalismo non sempre si distingue da quella evocata dai partiti antagonisti e dai movimenti che denunciano, da sempre, «lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo» praticato da quanti perseguono bieche logiche di profitto. Ma non è questo il punto e, del resto, la Chiesa non sarebbe quella che è se non si assumesse il ruolo di un'immensa Croce rossa planetaria disposta ad accogliere e a medicare i feriti di tutte le guerre - sia quelle propriamente dette sia quelle economiche - scatenate dal "liberismo selvaggio". Ritengo opportuno, invece, richiamare l'attenzione su un equivoco che, non risolto, rischia di fare incontrare le due tradizioni di pensiero, cattolica e liberale, sul terreno di un accordo illusorio, dove si impiegano le stesse parole e le stesse espressioni ma con un significato del tutto diverso. La tesi che la libertà degli individui (o delle persone) esiga dei solidi argini posti al potere, giacché un potere assoluto genera corruzione, ingiustizia, violenza, è scontata per cattolici e liberali ma, una volta sottoscritta, le strade si dividono. Per i liberali, infatti, la libertàè inversamente proporzionale alla quantità di obblighi e di doveri iscritti nelle leggi alle quali sono soggetti tutti i cittadini. Allo Stato non deve essere data la facoltà di regolamentare tutto giacché più numerosi sono gli affari cui rivolge il suo occhio vigile più si restringono gli ambiti nei quali gli individui possono vivere le loro vite come meglio credono. È la "libertà da", la libertà come non impedimento: sono libero di circolare per le strade se nessuno me ne vieta l'ingresso, sono libero di rimanere scapolo se nessuno m'impone (con appositi disincentivi) di dare figli alla patria. Per i cattolici personalisti, la libertà non è ridotta dalla quantità delle leggi cui si deve obbedienza ma dalla quantità delle leggi emanate dallo Stato. Non si è liberi quando si dispone di ampie sfere di liceità ma quando si è sottoposti ai decreti di Cesare in misura ridotta e controllata. Poiché la dignità della persona consiste nella complessa rete di rapporti sociali che danno senso e significato alla sua esistenza terrena, la proliferazione dei vincoli che nascono dalle cerchie sociali di cui si fa parte - famiglia, chiesa, ordini professionali, comunità - lungi dall'essere avvertita come una diminuzione della libertàè vista come un suo potenziamento. In tal modo, l'«antistatalismo» non significa che l'individuo deve essere lasciato in pace dalla sfera pubblica e libero di governarsi da sé nella sfera privata, ma solo che lo Stato non può essere, nel diritto e nella morale, l'unica fonte delle leggi (comandi e divieti), giacché accanto a lui si trovano i costumi, le consuetudini, i comportamenti resi obbligatori dalla tradizione, comunque intesa. Ne consegue che l'autonomia della morale dalla politica, che per il liberalismo moderno garantisce quella separazione delle dimensioni vitali, che fonda la «libertà dei moderni» e la libera circolazione degli individui in entrata e in uscita dai luoghi di appartenenza, per i personalisti significa che la politica non può imporre la sua volontà alla morale laddove la morale può e deve imporre i suoi valori alla politica. Da qui una diversa accezione di bene comune che per i liberali è il risultato del confronto - sempre mutevole - degli interessi e dei valori in gioco mentre per i personalisti è la luce che preesiste a tale confronto e che ne rende accettabile l'esito solo nella misura in cui essa sia riuscita a orientarlo e a illuminarlo (in caso contrario, si tira in campo la "tirannia della maggioranza": i più prevalgono ma Verità e Ragione stanno dalla parte dei "meno"). Se queste considerazioni sono corrette, in un'ottica liberale, non ha senso accusare di statalismo una sentenza della magistratura che sottragga al potere legislativo la facoltà di regolamentare azioni che la società civile affida alla sovrana coscienza dei singoli individui. Un vincolo è sempre un vincolo: che a porlo sia lo Stato o la Chiesa o altra agenzia spirituale o temporale non rileva molto per la libertà concreta degli individui che non se ne possono sciogliere. E per converso, chi - Stato o altri poteri - a torto o a ragione, toglie il vincolo, incrementa la libertà liberale anche se per la persona aumenta le occasioni offerte al demonio d'indurla in tentazione. Dino Cofrancesco è docente di Storia del pensiero politico all'Università di Genova. 01/05/2009

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ultraricchi al potere - (segue dalla prima pagina) fabrizio bocca (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 50 - Sport ULTRARICCHI AL POTERE (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) FABRIZIO BOCCA La Lega calcio, uno dei massimi poteri del pallone, dopo un lungo tira e molla, alla fine si spacca per davvero: la A da una parte, la B dall´altra. Addio ai 30 anni da padre-padrone di Don Tonino Matarrese, arriva Maurizio Beretta, manager fresco di Confindustria, primo laico a capo dell´associazione dei club del pallone: non ha mai fatto il dirigente di club, non si è mai seduto su una panchina durante una partita, non ha mai insultato un arbitro. Ha detto che il calcio è un´azienda da un miliardo e mezzo, si accorgerà subito di quanto sia anomala: nel calcio italiano due più due fa tre, e il 25% sparisce… La A butta a mare la B e si spartirà dal prossimo anno l´intero malloppo dei diritti tv, 900 milioni a stagione almeno: la questione è tutta qui, inutile girarci intorno. Nessuno vuol chiudere i rubinetti al calcio di provincia, dicono, ma intanto si dividono casa e conto in banca. Con i diritti tv collettivi Inter, Milan, Juve guadagneranno meno, ma riprendendosi in futuro la fetta della B la perdita sarà riequilibrata. Anzi forse si guadagnerà qualcosa. In B, da Trieste a Frosinone, ci si dovrà inventare una maniera ancora più originale di fare calcio: cinghia stretta, vivai, giovanissimi da vendere nel mondo. Basta con gli ultimi lussi e i superstipendi del proletario Lucarelli. Era evitabile? Sì, era evitabile. Federcalcio, Lega e sindacato calciatori, hanno cocciutamente tenuto in piedi un baraccone di 42 squadre strette in due campionati. Un´assurdità che ora si paga. Al Treviso, ultimo in B, un anno di calcio costa 16 milioni. Con la stessa cifra l´Inter, prima in A, non paga nemmeno lo stipendio di Ibrahimovic. Se ci piace così tanto il modello Premier League – un football fondato su gol e spettacolo ma anche su enormi capitali esteri e montagne di debiti – impariamo che la solidarietà va dimenticata. Guardate chi è in testa alla classifica della Premier (Manchester Ut, Liverpool, Chelsea, Arsenal), della Liga (Barcellona e Real) e anche della serie A (Inter, Milan, Juve) e vi arrenderete al fatto che il calcio di oggi non è roba da ricchi, ma da super-ricchi. Con 90 milioni di stipendi annui (e c´è chi ne paga il doppio), per il solo fatto di non essere tra le prime, la Roma sta rischiando il tracollo. Beretta arriva portato da Galliani e dai grandi club, non ci si siede su quella poltrona senza che loro lo vogliano. Ci parlerà da domani di business e stadi all´avanguardia da costruire. Ma poi si accorgerà che quasi nessuno dei suoi presidenti vuol rischiare un euro e aspetta furbamente i terreni gratis del Comune. Oppure lo stadio intero in regalo, succede pure questo. Questo è il calcio all´italiana. Il commissario nominato dalla Federcalcio darà una lucidata a tutta l´operazione. Una sola richiesta, che almeno non sia Franco Carraro: abbiamo già dato.

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quella festa macchiata di sangue - amelia crisantino (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina XVI - Palermo Quella festa macchiata DI sangue Francesco Renda ripercorre in un saggio la ricorrenza dei lavoratori nata nel 1890 e turbata da repressioni e censure: l´attacco ai fasci, poi l´abolizione negli anni del "Ventennio" e la strage di Portella Anche il movimento socialista schierato con il proletariato urbano sottovalutò le lotte che braccianti e contadini conducevano nel sud d´Italia AMELIA CRISANTINO L o fa anche stavolta, suggerendo che la festa del primo maggio possa arricchirsi e rinnovarsi divenendo momento di riflessione aperto alla partecipazione dei lavoratori: ed è un pensiero colmo della positiva volontà di «governare le cose», in questo nostro mondo che ha ridotto il lavoro a elemento residuale da delocalizzare dove i costi sono più bassi. Scrivere la storia del primo maggio «ha richiesto una decisione avventurosa» ammette Renda alla fine del libro. Una decisione presa sulla scorta della scarna bibliografia esistente, portata a compimento mettendo a frutto la tante volte sperimentata capacità di sintesi. Informare e al contempo educare al diritto di cittadinanza: con la Storia del primo maggio Francesco Renda continua a onorare il compito che ha assegnato alla propria operosa vecchiaia, da storico militante che punta a riscattare l´ignavia della sua terra. Nata nel 1890, manifestazione internazionale che chiede ai governi la riduzione della giornata lavorativa a otto ore, il 1° maggio venne adottato nel 1955 da Pio XII che ne fece anche la festa dei lavoratori delle Acli. Ma restò una festa laica dalla forte carica simbolica, tutta sullo sfondo delle trasformazioni generate dalla rivoluzione industriale: una festa giovane, legata alla nascita del proletariato urbano. E l´Italia, come sempre, ha una storia a due velocità. Una volta creato lo Stato nazionale, con qualche fatica le aree settentrionali vedono la crescita di un movimento operaio simile, nelle sue esigenze e nelle sue associazioni, a quanto accadeva nel resto d´Europa. Nel Sud gli eventi prendono un´altra piega, il sottosviluppo si complica invece di risolversi. Miseria e nessuna solidarietà. Ma è in Sicilia, dove l´agricoltura postfeudale dominata dal latifondo lasciava poche speranze di riscatto, che abbiamo l´imprevista impetuosa crescita dei Fasci dei lavoratori. Una cosa mai vista e nemmeno immaginata, improvvisa. Giolitti va al potere nel maggio del 1892 e i fasci erano solo 5, siamo alla vigilia della loro crescita sorprendente. Alla fine dell´anno sono diventati 25, nell´aprile del 1893 sono 60, a dicembre se ne contano 175: tre nuovi fasci alla settimana, fonti ufficiali stimavano che gli iscritti fossero 300 mila. E i contadini erano protagonisti assoluti. Il 1° maggio 1893 cade quindi in pieno «stato nascente» del movimento, ed è giorno di festa da tutti celebrato. Anche da un insolitamente lirico "Giornale di Sicilia", che scriveva: «in questo giorno sacro noi ci sentiamo migliori di noi stessi, purificati dal nuovo dolce amore di fratellanza. Salve o Primo Maggio». I paesi contadini s´erano svegliati, a Corleone, a Piana o a San Giuseppe, ovunque sembrava di scorgere l´alba di un´età nuova. A Corleone la fanfara suonava inni patriottici, Bernardino Verro dimostrò nel suo discorso «la decadenza dell´amore come causa dell´attuale sistema economico» e l´entusiasmo raggiunse il colmo. A Piana il presidente del fascio era Nicola Barbato, che il 30 aprile tenne il suo discorso in un piazzale fuori dall´abitato raccomandando di mantenersi onesti e indipendenti dai proprietari, e soprattutto d´essere ottimisti perché «non lontana è l´epoca della realizzazione dell´ideale socialista». L´indomani gli aderenti al fascio misero al petto una coccarda rossa, arrivarono aderenti anche dai paesi vicini e la fanfara suonò l´inno di Garibaldi assieme a numerosi ballabili. Il Delegato di P. S. potè telegrafare al Prefetto: «nulla ebbe a lamentarsi durante la giornata». Sembrava che una nuova storia potesse avere inizio, ma durò poco. Nell´autunno del 1893 il siciliano Francesco Crispi torna al governo, ed è lui a scatenare la cieca offensiva contro i Fasci. Viene inviato l´esercito, proclamato lo stato d´assedio. I dirigenti sono processati da tribunali militari di guerra, i Fasci sono stravolti da uno Stato illiberale e anche incompresi dal movimento socialista che tutto puntava sul proletariato industriale. Non vi furono più feste a impaurire gli agrari, «della Sicilia fu fatto un deserto». In assenza del Partito socialista e senza Camere del lavoro, non vi furono celebrazioni del 1° maggio nemmeno nei centri minerari di Agrigento, Caltanissetta ed Enna: «l´alba del nuovo secolo la si viveva da lontano». Per trovare un segno di vita di una storia altrimenti soffocata dobbiamo arrivare al 1923, quando il numero unico di "Prima Favilla", pubblicato dalla sezione socialista di Palma di Montechiaro, è dedicato al primo maggio 1923 con ingenua enfasi retorica: «Sei l´erede della civiltà. Chi ti uccide non è tuo nemico ma è nemico del progresso, chi ti uccide sopprime il bene». Quell´anno il 1° maggio diventa l´occasione per condannare il fascismo, che non appena si insedia al potere proibisce la festa dei lavoratori: il 1° maggio si trasforma nel ricordo mitico di un´epoca che sembra lontana, quando i proletari di tutto il mondo orgogliosamente facevano festa assieme. Per ritrovare il 1° maggio bisogna arriva al dopoguerra, all´Italia libera del 1945 che su "Rinascita" celebra la giornata coi versi in dialetto siciliano di Giovanni Formigoni: «O primu di maju beddu e gluriusu / doppu vintidui anni / di duluri, di spasimi e di peni / torni chù russu, chi beddu, chiù granni / nautra vota veni». Tornava la festa, ma nella nostra memoria collettiva il 1° maggio siciliano è quello tragico di Portella, nel 1947. Quel giorno Renda era fra i protagonisti, era lui l´oratore inviato dalla segreteria regionale della Federterra: c´era il clima delle grandi occasioni, di nuovo sventolavano il gonfalone del Fascio e le bandiere rosse nascoste nel 1893. I primi spari dai costoni del Kometa e della Pizzuta sembrarono mortaretti, poi fra la folla inerme si contarono 11 morti e 27 feriti. La Sicilia che voleva essere libera e antifascista viveva la giornata più tragica, legata al suo destino di isola dove la politica internazionale e i retrivi interessi locali si esercitavano a creare trame oscure.

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Primo maggio senza Nicola (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

altra italia Primo maggio senza Nicola Ad un anno dall'aggressione neofascista che uccise Tommasoli, Verona si mobilita con un lungo corteo cittadino. Per ribadire che quella violenza non fu affatto casuale come in molti ancora credono Paola Bonatelli VERONA Ad un anno esatto dall'aggressione che costò la vita a Nicola Tommasoli, Verona torna in piazza. Non solo per ricordare il ragazzo, morto quattro giorni più tardi senza mai essere uscito dal coma, ma anche per ribadire che quella tragica vicenda non è servita a capire e per invitare, finalmente, a farlo. Non ha capito il sindaco Flavio Tosi, che allora disse «è una su un milione» e poi «macché fascismo è solo disagio», salvo poi gridare alla «condanna esemplare» e costituirsi parte civile, come Comune danneggiato dalla «falsa» immagine che i media diedero della città, al processo contro i cinque giovani aggressori, di cui tre in odor di neofascismo. Non ha capito la maggioranza amministratrice, che, due mesi dopo la morte di Nicola, patrocinò un convegno con il fior fiore di razzisti, come Borghezio, neonazisti, come Piero Puschiavo, negazionisti, come don Abrahamovicz, di casa a Verona. Non hanno capito infine, neppure i cittadini meglio pensanti, che continuano a rimuovere le radici della violenza manifestata da molti giovani di questa città, travolti dall'ideologia fascio-calcistica. Non solo, si commuovono vedendo il sindaco sfilare il 25 aprile, dimenticando che tra i suoi alleati c'è la crema del neofascismo e del tradizionalismo cattolico e che proprio lui, nel dicembre 2007, andò di persona a salutare gli organizzatori di un corteo neonazista, con cui peraltro fu immortalato. Così, mentre quattro dei cinque imputati per omicidio preterintenzionale sono ancora in carcere - Andrea Vesentini, l'unico che ha accettato di farsi interrogare dalla corte, è agli arresti domiciliari - e attendono la ripresa del processo prevista per il 29 maggio p.v., oggi un corteo scenderà di nuovo per le strade di Verona a dire che quella violenza, se non fu premeditata, non fu neppure casuale. Per questo la manifestazione, che non si prevede imponente come quella del 17 maggio dell'anno scorso che portò in piazza diecimila persone (ma allora Nicola era morto da poco), procederà lungo un percorso a tappe. Tappe che, dopo la partenza (alle 15) da piazza Santa Toscana - dove c'è la chiesa frequentata dagli integralisti cattolici, in cui si svolgono le messe in rito antico e in cui si rischiò di veder officiare cresime un vescovo argentino colluso con la dittatura (il manifesto, 18-19/10/2008) - serviranno per rinfrescare la memoria. Prima tappa alla galleria dell'Embassy per ricordare i soprusi subiti dai migranti, sgomberati da appartamenti in cui si viveva in condizioni igieniche precarie e con affitti di dubbia legalità. Poi, lungo la strada che porta verso il centro, la questione delle caserme Passalacqua e santa Marta, strappate da un coraggioso comitato nientemeno che alla Nato, promesse al quartiere e all'università (che soffocano) e che, pare, il Comune abbia intenzione di svendere per realizzare palazzi di edilizia privata e zone commerciali. Seconda tappa nei pressi di lungadige Nicola Pasetto, altra eroica impresa di questa amministrazione, l'intitolazione di una strada a un deputato missino, in gioventù noto (e condannato) picchiatore fascista. Terza fermata alla chiesa di san Tomaso, che, quand'era sindaco di centro-centrosinistra il cattolicissimo Paolo Zanotto, divenne per una settimana rifugio di una parte della comunità rom di Boscomantico, a rischio di sgombero (lo sgombero riuscì poi a Flavio Tosi ma fatto con classe, senza tanti bau bau). Quarta e quinta tappa in centro storico, in due piazze adiacenti, piazza del Tribunale, da cui recentemente sono stati cacciati i senzatetto, e piazza Viviani, dove nella notte tra il tre e il quattro gennaio scorso fu aggredita una compagnia di ragazzi da parte di un gruppo di loschi figuri in odor di calcio-fascismo che non avevano gradito le osservazioni fatte sui loro cori razzisti da stadio. Una via crucis - ha detto qualcuno - e in fondo, aggiungendo la coazione a ripetere, è una definizione calzante. Anche perché il corteo finirà in corticella Leoni, dove Nicola e i suoi amici sono stati aggrediti e dove ieri è stato ricordato in silenzio. Oggi il dolore e la memoria si trasformeranno in parole, musica, gesti. In attesa che, a trasformarsi, sia la coscienza di una città ferita e ripiegata sulla sua opulenza, dove anche le domande sono di troppo. Foto: LA GRANDE MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA A VERONA DELLO SCORSO ANNO A POCHI GIORNI DALLA MORTE DI NICOLA TOMMASOLI /FOTO BIAGIANTI

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Ecco il Primo maggio dai possibilisti al sindacato americano (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

IN LIBRERIA Ecco il Primo maggio dai «possibilisti» al sindacato americano Loris Campetti «Vieni o Maggio t'aspettan le genti/ ti salutano i liberi cuori/ dolce Pasqua dei lavoratori/ vieni e splendi alla gloria del sol». Sull'aria del Nabucco di Giuseppe Verdi, i versi scritti dall'anarchico Pietro Gori rimandano alle origini della festa del 1° Maggio, a 123 anni fa e ai «martiri di Chicago» che si battevano per le otto ore di lavoro. Come Albert R. Parson, leader del sindacalismo americano, impiccato un anno e mezzo più tardi, che secono Luciano Lama, ripreso oggi da Guglielmo Epifani nella prefazione alla «Storia del Primo Maggio» di Francesco Renda (Ediesse edizioni, 284 pagine, 15 euro), aveva dato «la definizione più pura e più universale del 1° Maggio»: «Spezza il tuo bisogno e la tua paura di essere schiavo, il pane è libertà, la libertà è il pane». Per un'epigrafe scritta per ricordare i martiri di Chicago, lo stesso Pietro Gori fu arrestato nel 1887 con l'accusa di istigazione alla protesta contro le navi statunitensi alla fonda nel porto di Livorno. Una festa laica, la festa del lavoro, che ha retto tutti questi anni nei cinque continenti rinnovandosi. Talora costretta alla clandestinità o sostituita, come in Italia, dal Natale di Roma (il 21 aprile) di mussoliniana memoria. Le dittature fasciste hanno cancellato finché sono durate il 1° maggio, il socialismo reale l'ha trasformato in una ritualità di regime cancellandone il senso originario. Quest'anno, per la prima volta da decenni, i lavoratori di Istanbul potranno tornare in piazza, sia pure non nella piazza Taksim teatro del massacro di 34 persone il 1° maggio del 1977. Ce ne sarebbero di storie da raccontare, saltando da un angolo all'altro del mondo. Il punto di partenza, per chi avesse scoperto o riscoperto la centralità del lavoro che ben due passaggi di secolo hanno rivoluzionato ma non cancellato, è la lettura della «Storia del Primo Maggio dalle origini ai giorni nostri», l'ultimo nato dello storico del movimento operaio Francesco Renda, autore di molti libri tra cui «Portella della Ginestra e la guerra fredda» o «Il Primo maggio 1890». Proprio nel 1890 questa data viene assunta universalmente come giornata di festa e di lotta dei lavoratori. Non molti ne conoscono le origini, per esempio sono pochi a sapere che la decisione venne presa un anno prima dal Congresso socialista internazionale che si tenne a Parigi. In realtà, ci ricorda Renda, i congressi furono due e si svolsero contemporaneamente nella città che festeggiava il centenario della Rivoluzione francese, con cui la borghesia si era liberata dal giogo della nobiltà. Era arrivata l'ora in cui il proletariato si liberasse del giogo del capitale, pensava «il vero congresso internazionale», quello degli «impossibilisti». Costoro - a differenza dei «possibilisti» che ritenevano possibile «una conciliazione degli interessi e dei diritti operai con gli interessi e con il potere della borghesia dominante» - erano marxisti e portarono al Congresso 391 delegati di 23 paesi, dai due generi di Karl Marx all'italiano Andrea Costa, da Clara Zetkin a quel Karl Liebknecht che insieme a Rosa Luxemburg avrebbe dato vita alla Lega degli spartachisti, repressa nel sangue a Berlino dai socialdemocratici nel gennaio del 1919. Fu il sindacalista americano Mac Gregor con il suo appassionato appello a convincere il Congresso ad assumere il 1° maggio come giornata internazionale dei lavoratori. Lo storico svolge bene il suo lavoro e non offre ricette. Degli stimoli invece sì, delle consederazioni che riguardano il presente e il futuro. Il punto è il rilancio del 1° Maggio, avendo alle spalle il terremoto politico dell'89 ma anche «l'obsolescenza della dottrina sociale cattolica rappresentata dalla Rerum Novarum». Una fase si è chiusa, non lo sfruttamento che ha segnato storicamente i rapporti sociali e di produzione. Oggi in forme nuove che in passato. Oggi, scrive Renda, «in ogni paese industrialmente sviluppato, è nata e cresciuta la nuova classe dell'operaio povero, e non guadagna più abbastanza nemmeno lo stesso operaio specializzato... E' una nuova figura sociale dello sviluppo capitalistico. Naturalmente sono ancora più poveri i lavoratori precari e soprattutto i lavoratori disoccupati». Povero e, aggiungiamo noi, frantumato, isolato, privo di rappresentanza politica e spesso anche sociale. Contrapposto nella crisi per sesso, geografia, età, diritti, ad altri lavoratori. Se tornano di attualità le parole di Parson - «il pane è libertà, la libertà è pane» - ancora lungo è il cammino per tornare al Marx dei «Proletari di tutti i paesi unitevi». Una proposta, alla fine, esce dal lavoro di Renda: rilanciare il primo maggio come simbolo del valore sociale del lavoro, di quel lavoro che oltre sessant'anni fa i costituenti hanno messo a fondamento della Repubblica democratica. Trasformandolo in un momento di bilancio annuale delle conquiste strappate (mai per sempre, come suggerisce la cronaca italiana di oggi) e della strada ancora da percorrere.

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GLI ultimi mesi del "Che" fra i monti della Bolivia, alla testa di un manipolo di guerrigl... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

Venerdì 01 Maggio 2009 Chiudi GLI ultimi mesi del "Che" fra i monti della Bolivia, alla testa di un manipolo di guerriglieri sempre più spettrale, rievocati col passo intimo e quotidiano del diario. Un diario postumo, che cerca la giusta distanza fra l'uomo e la leggenda, il destino e la politica, concedendo il minimo alle nostre attese. Per nascondere l'emozione sottotraccia, nei silenzi, negli sguardi, nelle crisi d'asma. O nei vani tentativi di avvicinarsi a un popolo che non capiva quei "barbudos" venuti da Cuba a esportare la rivoluzione, anzi li temeva. Circospetto, inesorabile, documentatissimo ma avaro di informazioni (Soderbergh non fa film-inchiesta). Una Passione laica, composta e straziante. In 12 sale (vedi Le Trame), al Nuovo Olimpia v.o. con s.t.

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DALLA vittoria alla disfatta. Dalla giungla di Cuba alle montagne della Bolivia. Dalla fama plan... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 01-05-2009)

Argomenti: Laicita'

Venerdì 01 Maggio 2009 Chiudi di FABIO FERZETTI DALLA vittoria alla disfatta. Dalla giungla di Cuba alle montagne della Bolivia. Dalla fama planetaria alla morte, che è sempre anonima e ingloriosa ma mai come stavolta. La seconda parte del dittico di Steven Soderbergh sul Che è ancora più asciutta, più austera, più rarefatta, ma anche più emozionante della prima. A condizione di stare al gioco, e il gioco ormai è scoperto. Soderbergh non evita solo la suspense, il pathos, l'identificazione, tutto il gioco delle emozioni con cui solitamente si rievocano personaggi epici e imprese leggendarie. Ma fornisce col contagocce anche tutte le informazioni grazie alle quali potremmo seguire l'ultima e rovinosa impresa del Che senza smarrirci. Naturalmente non è solo una scelta stilistica ma una precisa strategia di racconto. E una richiesta d'attenzione molto forte rivolta allo spettatore. Che - Guerriglia non è un film-inchiesta, non spiega, non vuole avanzare ipotesi o ricostruire i fatti ma più semplicemente forse più ambiziosamente calarci dentro il corpo e la mente di un uomo pronto ad andare fino in fondo. A qualsiasi costo. «Per sopravvivere qui e trionfare bisogna vivere come se si fosse già morti», dice ai suoi uomini. Non è uno slogan, è quasi un programma. Personale, se non politico. Ma anche qui Soderbergh non giudica. Perché Guevara si mette in un'avventura impossibile come esportare la rivoluzione in Bolivia e di lì nel resto dell'America latina? Perché non vede in anticipo la lunga serie di errori che lo perderanno, l'ostilità del partito comunista boliviano, l'indifferenza dei campesiños, che diffidano di quel gruppo di "stranieri"? E come mai non si chiede cosa resterà della sua missione in caso di disfatta? Il film non risponde, si limita a mostrare Fidel che dispensa la ricetta del mojito nei party a L'Avana, il presidente boliviano Barrientos (Joaquim de Almeida) che "accetta" l'aiuto degli americani, o la bella rivoluzionaria Tanya (Franka Potente) che dovrebbe lavorarsi il presidente e invece mette nei guai il suo capo ancora senza nome. Ma a forza di restare ostinatamente concentrato sul Che e sui suoi silenzi, i suoi errori, la sua asma, le sue furie (straordinario Benicio del Toro nel ruolo più antidivistico che si possa concepire), questo secondo capitolo così "triste, solitario y final", per dirla con un altro famoso argentino, diventa una vera e propria Passione laica. La via crucis di un profeta dei reietti paradossalmente lontano da tutto e da tutti. Già nel prologo che lo vede, truccato in modo da essere irriconoscibile ai suoi stessi figli, lasciare l'Argentina e la sua famiglia senza voltarsi indietro (anche qui né lacrime né recriminazioni, sarebbe troppo facile). Fino alla fine, quando col suo esercito di fantasmi, perso in un paese sempre più spettrale, trova una morte sordida, antieroica, straziante, che è una grande pagina di cinema.

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di DANILO MAESTOSI COME riuscire a penetrare e comprendere la mente di un genio poliedrico e sfug... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 01-05-2009)

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Venerdì 01 Maggio 2009 Chiudi di DANILO MAESTOSI COME riuscire a penetrare e comprendere la mente di un genio poliedrico e sfuggente come Leonardo? «Seguendo per prima cosa le tracce dei suoi stessi lavori- spiega Paolo Galluzzi, direttore dell'Istituto e museo della Scienza di Firenze e curatore di questa mostra. Delle 25 mila pagine vergate con la sua calligrafia e riempite con i suoi disegni che Leonardo lasciò in eredità ai due aiutanti ce ne sono rimaste circa 7000, oltre un terzo. Un lascito davvero straordinario. Il problema è di riuscire a collocare e datare con esattezza queste testimonianze autografe, perchè quei fogli, una sorta di diari, su cui il pittore aveva annotato con tanta cura speculazioni e pensieri sono stati separati dagli album cui appartenevano e ricomposti privilegiando spesso solo la bellezza delle figure e delle illustrazioni. Per questo il grosso dei manoscritti sono oggi conservati in due codici diversi, i testi scientifici nel Codice Atlantico, quelli d'arte, di architettura e d'autonomia con i disegni che li corredano nella raccolta di Windsor in possesso dei reali d'Inghilterra. Una frammentazione che crea grosse difficoltà di comprensione». E' vero che Leonardo cercava di criptare le sue invenzioni perchè nessuno potesse imitarle? «No,questa è solo una delle tante false leggende che circolano su di lui. Alimentate dal fatto che il maestro spesso stendeva in modo sommario, quasi stenografico, idee, intuizioni, ipotesi che intendeva poi sviluppare. E dal fatto che Leonardo scriveva da destra a sinistra, in modo capovolto insomma. Ma anche qui nessun mistero: era solo un mancino naturale, che con l'addestramento si era trasformato in ambidestro». Per calarvi nella sue mente, vi siete serviti di altre fonti?«Certamente quelle dei suoi contemporanei, dei suoi amici, dei suoi committenti, dei tanti importanti personaggi che hanno visitato il suo studio, le sue botteghe. E dei suoi stessi maestri. Come Luca Pacioli, un matematico a cui si affidò per apprendere i segreti del calcolo e della geometria euclidea, come aveva fatto per rimediare alle sue lacune culturali in altri campi, come lo studio del latino che iniziò mentre lavorava ancora a Firenze, quando decise di affinare la sua scrittura per trasformarsi in un vero autore. E' facile dimeticarselo, ma Leonardo era un autodidatta» Un autodidatta che diventa però capace di cimentarsi in tutti i rami del sapere dell'epoca. Senza nessuna eccezione professor Galluzzi? « No, in realtà, nel sapere di Leonardo se lo si raffronta con altri grandi intellettuali della sua epoca c'è un vuoto vistoso, quello della teologia, della religione. Non credo che fosse ateo, piuttosto uno spirito laico che ha a suo modo condensato l'immagine di Dio in quella Della Natura. Era il Creato e non il Creatore il problema su cui si misurava. Quando si trovava di fronte a temi di fede, svicolava: questa questione lasciamola ai frati, annota in uno dei suoi manoscritti. Ma probabilmente era anche un dettato di prudenza. Ai suoi tempi per uno scienziato che si misura con la realtà dell'universo e dei fenomeni naturali era facile farsi nemici, sconfinare nell'eresia e finire nei guai. Come quelli in cui si trovò invischiato a Roma per via delle sue pratiche di disazione anatomica». E degli altri artisti del tempo cosa pensava? « Nei suoi scritti ne nomina soprattutto due, con i quali era in qualche modo in concorrenza. Il primo era Michelangelo, che non amava molto. Non apprezzava quei corpi dipinti o scolpiti con quei muscoli innaturalmente dilatati ed esposti, che cozzavano con le sue conoscenze anatomiche. Gli sembravano- scrisse- come sacchi imbottiti di noci. Il secondo è Botticelli. Nulla da eccepire sulle figure, erano gli sfondi, poco fedeli e realistici a indispettirlo».

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Tutte le patrie di Arrigo Levi, testimone senza ideologie (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)

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Corriere della Sera sezione: Terza Pagina data: 01/05/2009 - pag: 39 Dibattiti Il grande giornalista e saggista ha ripercorso la sua vita in un libro e alla Fondazione Corriere della Sera Tutte le patrie di Arrigo Levi, testimone senza ideologie A rrigo Levi ebreo e laico, modenese e italiano, giornalista e scrittore, studioso di teologia e non credente. Arrigo Levi argentino e israeliano per scelta ma non sionista, inglese per vocazione e ammiratore di Churchill ma non conservatore, di nuovo italiano ma impermeabile ai vizi nazionali della piaggeria e del quieto vivere. Personaggio a tutto tondo, dunque, e incarnazione di identità plurime, l'Arrigo Levi protagonista e autore di Un Paese non basta (edito dal Mulino, pp. 285, e 16), che è stato presentato ieri a Milano, nell'ambito degli incontri «ExLibris» organizzati alla Sala Buzzati dalla Fondazione Corriere della Sera. Al fianco di Levi, nel dibattito moderato da Antonio Carioti, il direttore del «Corriere» Ferruccio de Bortoli, Paolo Mieli e l'agente letterario Marco Vigevani. Le tante patrie evocate anche nel titolo del saggio hanno dato senso e colore alle memorie di Arrigo Levi, pur interrompendosi alla metà degli anni Cinquanta, quando il futuro direttore della «Stampa» scelse definitivamente la carriera di giornalista. Alle sue spalle, a quel punto, c'erano già la storia di una dinastia familiare legata alla Modena ebraica, poi l'emigrazione in Argentina e l'opposizione al peronismo nascente, quindi l'arruolamento nelle file israeliane in occasione della guerra del '48, e ancora il soggiorno in Inghilterra al tempo dell'incoronazione della regina Elisabetta, infine l'orgogliosa riscoperta della propria identità italiana, un filo da riannodare dopo il taglio netto imposto dal fascismo nel '38, con le leggi razziali. Il genere letterario cui appartiene il libro è quello delle memorie, concepite in uno stile molto speciale: «Non all'insegna della vanità ha detto de Bortoli ma piuttosto come personale rendimento di conti al cospetto della società». «Il racconto di una magnifica avventura ha aggiunto Mieli culminata negli anni Cinquanta in Gran Bretagna e ricca di semplicità e humour, tanto da farne uno scrittore sostanzialmente inglese». La vita come avventura e impegno: ecco il timbro originale del racconto, dove come ha ricordato de Bortoli «le difficoltà servirono a cementare i rapporti tra le persone, a ravvivare la determinazione di affrontare il futuro ». Era la speranza sempre rinascente che il meglio dovesse ancora venire, accesa da una tale passione partecipativa ha ricordato Mieli «da far quasi rimpiangere il novecento, benché passi per un secolo tragico». «Arrigo Levi è da considerare testimone della koiné ebraica modenese», ha precisato Marco Vigevani, ma anche il simbolo di quella possibile «convivenza e somma di identità» che possono costituire un modello per l'oggi, tormentato da identità armate fra loro incompatibili. In questi ritratti si è riconosciuto infine l'autore, che ha ripercorso i luoghi della nostalgia milanese, dai ristoranti di Brera alla Galleria alla stanza di comando di via Solferino, la stessa in cui era seduto Missiroli. Tante patrie, perché una sola ancora non gli basta: «Forse ha concluso quella vera è il giornalismo». Dario Fertilio Arrigo Levi (foto Portanome) è nato 83 anni fa a Modena. Giornalista e scrittore, consigliere dei presidenti Ciampi e Napolitano, ha scritto fra l'altro «Le due fedi» e «La vecchiaia può attendere»

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Un nuovo umanesimo per l'Europa (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)

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Corriere della Sera sezione: Terza Pagina data: 01/05/2009 - pag: 39 Prospettive Le sfide del XXI secolo nelle riflessioni di Morin sul saggio di Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi Un nuovo umanesimo per l'Europa Contro l'idea di un'Unione-fortezza e i danni causati dalla sua stessa civiltà di EDGAR MORIN L a costruzione europea subisce oggi una crisi profonda. Alla sua incapacità di darsi una costituzione e un'unità politica si aggiunge la sua incapacità di gestire il suo necessario allargamento e di effettuare il suo necessario approfondimento. Il caso più emblematico è la questione dell'integrazione della Turchia, che ci impone di reinterrogarci sulla natura dell'Europa. È ciò che Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi fanno con grande acutezza e capacità di visione nel loro ultimo saggio, Una e molteplice. Ripensare l'Europa (Marco Tropea Editore). L'umanesimo europeo è nato dalla simbiosi tra il fraternalismo evangelico e l'autonomia del cittadino greco, capace di prendere in mano il proprio destino e quello della sua città. Tale umanesimo ha saputo inoltre concepire l'identità d'Europa secondo l'immagine plurale delle quattro colonne, cioè le tre tradizioni monoteiste e la tradizione del mondo classico greco e latino, in parte peraltro giunta a noi attraverso la traduzione araba. Nella tensione e nell'intreccio delle sue radici plurali, l'Europa moderna emerge da un vortice storico nel quale si sviluppano la scienza, la democrazia e il pensiero laico. L'Europa non sfugge soltanto alla visione semplificatrice che ne farebbe o un'entità cristiana o un'entità non cristiana: sfugge a ogni visione semplice. Non può definirsi attraverso una frontiera con l'Asia: è una «penisola » di quel continente ben più ampio che è l'Eurasia. Il Mediterraneo è stato durante i secoli dell'Impero romano il suo lago interno. L'Atlantico è divenuto il luogo dello sviluppo del suo commercio. L'Europa si è differenziata storicamente dall'Asia, a partire dal vortice storico nato dal suo occidente (Spagna, Portogallo, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna) sviluppando un tipo inedito di civiltà, propagatasi da ovest a est portando in sé il principio di una trasformazione permanente. L'Europa è una realtà storica in metamorfosi ininterrotta e la formazione dell'Unione europea è l'ultima delle sue metamorfosi. Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti mettono mirabilmente in evidenza queste metamorfosi. Dimostrano che per pensare l'Europa non si può dissociare la sua molteplice diversità dalla sua unità, indicando che l'Europa da edificare (se ciò è ancora possibile) deve essere quella dell'unità nella multiculturalità. Essi mostrano che la nazione moderna è un'invenzione dell'Europa, che si è mondializzata con i secoli XIX e XX. Le nazioni dell'Europa occidentale, focolai di grandi civiltà e capaci di integrare in essa etnie molto diverse, hanno vissuto due malattie specifiche: la purificazione unificatrice e la sacralizzazione delle frontiere. La purificazione fu innanzitutto religiosa e si scatenò in Spagna, Portogallo, Inghilterra (contro i cattolici), Francia (abrogazione dell'editto di Nantes), Germania. Ma le nazioni occidentali continuarono l'integrazione multietnica. Fu l'affermarsi dell'idea di nazione negli imperi (ottomano, austroungarico, zarista, divenuto poi Urss), nei quali le diverse etnie erano intrecciate, che nel momento della loro disgregazione, fece comparire le volontà nazionali di natura monoetnica, volte a purgarsi dagli elementi divenuti stranieri sul loro stesso territorio. Ciò ebbe inizio durante le guerre greco-turche dopo la Prima guerra mondiale, e continuò soprattutto con la decomposizione della Jugoslavia, che non ebbe né il tempo né le virtù per rimanere nazione polietnica. Ma il culmine fu la purificazione razzista del nazismo, che si sviluppò con i genocidi contro ebrei e zigani. L'Unione europea, per contro, ha permesso l'integrazione polietnica delle piccole nazioni monoetniche e ha teso dunque a eliminare la malattia della purificazione. Essa ha prodotto inoltre la desacralizzazione delle frontiere. Le due malattie specificamente nazionali sembrano dunque superate. Tuttavia, oggi appare lo spettro di una nuova purificazione, etnica o etnico-religiosa, contro migranti la cui condizione è minacciata, così come contro migranti impietosamente respinti. E Ceruti e Bocchi hanno ragione a levarsi contro l'idea di una «fortezza Europa»: tanto più che l'Europa è nata da migrazioni, dalla preistoria fino ai tempi storici; tanto più che il suo avanzo miserabile di popolazioni è emigrato nelle Americhe; e tanto più che sono le devastazioni dello sviluppo imposto all'Africa a spingere gli africani proletarizzati a venire in Europa. L'ultimo ostacolo all'Unione europea viene dagli Stati europei stessi che hanno accettato di abbandonare le loro sovranità economiche, ma resistono all'abbandono delle loro sovranità politiche assolute, allorché i problemi vitali e fondamentali che devono affrontare richiedono, per la loro stessa natura, la perdita di questo assolutismo. Ricapitoliamo le tesi del libro: l'Europa metanazionale è nata dal disastro suicida della Seconda guerra mondiale e si è fortificata sotto la minaccia dell'Urss staliniana. Oggi sono la piccolezza delle nazioni di fronte ai propri problemi e la piccolezza dell'Europa di fronte alle grandi unità continentali (Usa, Cina, India) a militare a favore del compimento politico del superamento metanazionale. La piccolezza dell'Europa è figlia della sua grandezza storica. Bocchi e Ceruti sostengono a ragione che l'Europa è divenuta «provincia globale»: da essa era partita l'era planetaria, che è stata ad un tempo occidentalizzazione e globalizzazione. La civiltà europea è divenuta mondiale, ma la civiltà che essa ha creato sta asfissiando e uccidendo il pianeta. Infatti, gli sviluppi scatenati dall'occidentalizzazione, sotto l'effetto del quadrimotore scienzatecnica-economia-profitto, congiunti alle crisi delle civiltà tradizionali e ai conflitti ideologico-religiosi, fanno incombere sul pianeta due minacce: la degradazione irreversibile della biosfera e nuovi conflitti nei quali l'uso dell'arma nucleare, sempre più diffusa, è divenuto probabile. Il bel saggio di Bocchi e Ceruti ci pone dinanzi alle domande drammatiche che non possiamo più eludere: l'Europa «subirà» i cataclismi provocati dalla sua stessa civiltà? A partire dal suo umanesimo universalista e dalla sua tradizione problematizzante, aprirà la strada a una politica capace di lottare contro gli effetti negativi della sua stessa civiltà, di svilupparne gli effetti positivi e di votarsi non più principalmente alle crescite quantitative, ma innanzitutto alle qualità umane e alle qualità della vita? Sarà capace di congiungere le acquisizioni della scienza con la cultura umanistica? Sarà capace di elaborare un pensiero che possa legare le conoscenze frammentate, compartimentate e disperse che ci rendono ciechi ai problemi fondamentali e globali? Porre tali questioni è un appello al Rinascimento e a un nuovo Umanesimo planetario. Scenari Due sono le minacce che incombono: la degradazione irreversibile della biosfera e altre guerre con l'uso del nucleare «I QUATTRO CONTINENTI» DI PETER PAUL RUBENS (1615) La pace Nella foto sotto: Verdun, 22 settembre 1984, le mani strette di Mitterrand e Kohl che, a nome di Francia e Germania, in segno di pacificazione, onorano per la prima volta insieme i caduti delle guerre mondiali La dichiarazione Dalla dichiarazione congiunta del presidente francese e del cancelliere tedesco: «Germania Federale e Francia hanno tratto insegnamento dalla storia. Siamo diventati amici. L'Europa è la nostra patria»

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ROMA - Berlusconi è ingordo di potere. Ne ha già tanto ma non gli basta mai.... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 01-05-2009)

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Venerdì 01 Maggio 2009 Chiudi di CLAUDIO SARDO ROMA - «Berlusconi è ingordo di potere. Ne ha già tanto ma non gli basta mai. Ora è tentato di servirsi del referendum per scaricare anche la Lega». «Franceschini invece è autolesionista. A parole attacca ogni giorno il premier, ma nei fatti gli spiana la strada. Il Pd oggi è un'opposizione di comodo». Pier Ferdinando Casini marca le distanze dai due partiti maggiori. La sua Udc correrà da sola alle europee e nella stragrande maggioranza dei Comuni e delle Province chiamate al voto il 6-7 giugno. Da sola alza il vessillo del no al federalismo fiscale. E, di fronte ai sì di Berlusconi e del Pd, è schierata in prima linea per l'astensione al referendum. Reagite così perché l'obiettivo del Cavaliere è il bipartitismo, e dunque il vostro scalpo? «Stavolta il bersaglio di Berlusconi non siamo noi, ma la Lega. Nel suo delirio di onnipotenza è infastidito dall'esistenza stessa degli alleati. Per l'Udc, se anche vincesse il sì al referendum, non cambierebbe nulla. Resteremmo in Parlamento nella medesima posizione di oggi». Perché non accogliete l'invito del Pd: votare sì e poi lavorare insieme ad una diversa legge elettorale? «Perché non è un invito, ma una stupida illusione. Se vince il sì, precipiteremo alle elezioni. E si voterà con la legge ritagliata dal quesito referendario. Lo dice anche Cicchitto. Franceschini ha una sola via d'uscita dignitosa: fare marcia indietro e spostare il Pd sull'astensione». D'Alema però dice: Pd, Udc e Lega, che sono la maggioranza in Parlamento, potrebbero trovare un'intesa sul modello tedesco. «Tanto D'Alema è un uomo intelligente, quanto queste sue affermazioni sono desolanti. Ma come fa a non capire che, se vincesse il sì, Berlusconi passerebbe subito all'incasso? Come si può fare una riforma sul modello tedesco in questa legislatura? Se vincesse il sì, io stesso prenderei la parola a Montecitorio per dire che è giusto andare alle urne ed eleggere il nuovo Parlamento con la legge elettorale voluta dai cittadini». Ma come può stabilizzarsi un Centro autonomo senza una cornice istituzionale adeguata e con la minaccia continua che il sistema politico si riduca a due soli partiti? «Credo che la strada per arrivare ad un sistema simile a quello tedesco sia più lunga di questa legislatura. Mi accontenterei di tornare a votare con la legge attuale, senza danni ulteriori. Intanto penso che il Centro autonomo possa rafforzarsi nella società, di fronte ad una sinistra in stato confusionale e ad una destra incapace di modernizzare il Paese. La domanda sulle riforme istituzionali, piuttosto, la girerei al Pd: quando smaltirà definitivamente questa sbornia bipartitica? Con Berlusconi non ci sarebbero due partiti ma un partito e mezzo, dove il mezzo è inesorabilmente il Pd» Non avete esagerato nel criticare la legge-delega sul federalismo fiscale, visto che si tratta di una scatola ancora vuota e che le originarie istanze leghiste sono state tutte mitigate o capovolte? «La prova della pericolosità del federalismo fiscale sta nell'ordine del giorno approvato mercoledì su proposta del Pd. Si chiede al ministro Tremonti di rendere note le prime cifre entro i prossimi quattro mesi. Ma come si può approvare una legge-delega di questa importanza senza neppure conoscere un cifra? Altro che scatola vuota... Questo è un pericolo per la finanza pubblica: si moltiplicano i centri di spesa in piena crisi economica». Ora il governo vede la risalita dopo la depressione. «Il governo italiano ha fatto poco o nulla per contrastare la crisi economica. Il confronto con le misure adottate dagli altri Paesi europei è impietoso. Berlusconi ha puntato tutto sulla sua indubbia capacità comunicativa e ora spera che la nottata passi presto. Bisognerebbe usare la crisi come opportunità per modernizzare l'Italia. Per riformare la previdenza, per liberalizzare. È l'agenda che Emma Marcegaglia ha proposto e che noi rilanciamo in ogni occasione. Ma Berlusconi non ci sente...» Secondo lei, il Cavaliere sta ancora pensando al momento migliore per tornare alle urne? «Se si impegnerà davvero nella campagna referendaria, arriverà subito al bivio: o vince e passa all'incasso, oppure potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso. Se il sì non prevarrà, vorrà dire che il troppo stroppia e che i cittadini si stanno stufando del suo strapotere». L'Udc si presenta da sola in gran parte dei Comuni e delle Province. Vuol dire che la scelte delle alleanze è rinviata al secondo turno? «La nostra scelta oggi è di rafforzare il Centro. Alle politiche del 2008 abbiamo vinto la battaglia della sopravvivenza. Ora possiamo irrobustirci e conquistare una centralità politica. Sarebbe un bene per il Paese che paga il prezzo salato di un bipolarismo inefficace».La Russa vi dice: state al centro per praticare la politica dei due forni. «Da che pulpito... Hanno archiviato tutti i loro ideali per quote di potere e pretendono anche di fare prediche. La nostra invece è una scelta costosa. Perderemo poltrone. Ma guadagneremo in forza. Ora non siamo più subalterni a nessuno. L'Udc sta anche cambiando pelle, si sta trasformando. Non più il partito degli assessori, ma un partito radicato nel territorio e sensibile all'opinione pubblica, pronto a reagire quando la Lega impone la sua linea sulle ronde o sull'immigrazione». Alle europee candiderete personalità cattoliche come Carlo Casini, come Magdi Allam, come il neurologo Gianluigi Gigli. Non teme che un'impronta confessionale contraddica l'aspirazione ad un Centro più grande? «Candidiamo persone che hanno valori forti. È un motivo di orgoglio. Ma non facciamo scelte bigotte: restiano sempre un partito laico di ispirazione cristiana. Aperto al mondo delle professioni e ai movimenti sociali. Nelle nostre liste ci sono anche Gianni Rivera, l'imprenditore Roberto Carlino, la campionessa para-olimpica Clara Podda e un giovane di qualità come Emanuele Filiberto». Veramente la candidatura di Emanuele Filiberto è apparsa a molti come un cedimento alla moda delle veline e degli uomini di spettacolo... «Io l'ho conosciuto e penso che possa svolgere un servizio utile. In ogni caso, siamo tutti alla prova. Grazie all'Udc i cittadini potranno scegliere chi mandare a Strasburgo come loro rappresentanti. Fosse stato per Berlusconi, le preferenze sarebbero già cancellate». Che impressione le ha fatto la polemica sulle liste del Pdl, infiammata dalla lettera della signora Veronica? «È stato una polemica così fragorosa, ma anche così limpida nella sua brutalità, che non resta nulla da aggiungere». Qual è l'obiettivo minimo dell'Udc alle europee? «Il nostro obiettivo è continuare a crescere. Le elezioni europee non saranno il terreno più agevole di competizione, anche perché il Pdl si presenta nel suo ciclo più positivo. Ma se continueremo a crescere, allora sarà un punto di svolta». Il tema delle alleanze, comunque, presto o tardi si porrà per voi. «Prima delle alleanza dobbiamo porre un'altro tema all'ordine del giorno. La destra non è capace strutturalmente di fare gli interessi dell'Italia. Attende, parla d'altro, prova a distogliere l'attenzione dalla durezza della crisi. Il Paese ha bisogno di riforme ma il governo non è all'altezza. La sinistra però è strutturalmente incapace di proporre un'alternativa credibile. La solo vera alternativa alla colpevole inerzia di oggi è un Centro modernizzatore e al tempo stesso in grado di ridurre i conflitti. L'alternativa siamo noi».

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Libri e fede, la cultura religiosa ha la sua capitale a Brescia (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)

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Corriere della Sera sezione: Lombardia data: 01/05/2009 - pag: 12 Quattro le case editrici: realizzano il 50 per cento del prodotto nazionale Libri e fede, la cultura religiosa ha la sua capitale a Brescia Preferiscono il salone di Francoforte a quello di Torino di ARMANDO TORNO MILANO Brescia è la capitale dell'editoria religiosa e offre un buon 50% di quanto viene prodotto nel nostro Paese in ambito teologico ed esegetico. È un riferimento internazionale, tanto che le quattro case editrici operanti nella città lombarda La Scuola, Morcelliana, Paideia (che ha sede a Flero, 7 chilometri da Brescia) e Queriniana sono tutte presenti alla Fiera di Francoforte (due, Morcelliana e Queriniana, con un apposito stand). Nessuna di esse, invece, lo avrà alla prossima manifestazione di Torino: vi sarà soltanto qualche titolo con la distribuzione delle Dehoniane. La Scuola ha come direttore e amministratore Giorgio Raccis, è stata fondata nel 1904 da sei sacerdoti e otto laici, tra i quali figuravano Giorgio Montini (padre del futuro Paolo VI) e Luigi Bazoli (nonno di Giovanni Bazoli). È attiva nell'ambito scolastico: produce cd, materiali online, nonché 104 titoli per le primarie e le medie inferiori e superiori; pubblica anche una cinquantina di opere all'anno di varia. Edita, tra l'altro, la Storia della filosofia di Reale e Antiseri, una delle più diffuse; collane come i «Classici della filosofia commentati », che hanno formato intere generazioni (tra i curatori: Severino, Bontadini, lo stesso Reale e Sofia Vanni Rovighi). La Scuola organizza convegni e ha una dozzina di riviste rivolte al mondo dell'educazione. Morcelliana è l'editrice entrata nella cultura italiana con passi da gigante, con un'ottantina di titoli l'anno e sei riviste alla quali collaborano, tra l'altro, Massimo Cacciari, Paolo De Benedetti e Giovanni Filoramo. Direttore editoriale è Ilario Bertoletti. Da poco ha avviato una nuova collana di filosofia che ha riproposto come primo titolo gli Atti dell'amore di Kierkegaard nella nuova edizione critica; in essa usciranno cinque, sei novità l'anno, tra le quali figura la prima traduzione dei Paradossi di Sebastian Franck (fine di maggio). Per questa sigla escono le opere complete di Romano Guardini, collane di storia e scienze delle religioni, di patristica. La «Biblioteca Morcelliana » ospita, tra l'altro, la monumentale Storia della direzione spirituale (tradotta in tre lingue) e il «Pellicano rosso» offre titoli per il grande dibattito e autori quali Salvatore Natoli, Giacomo Canobbio (che nel recente Il destino dell'anima polemizza con la teologia giornalistica) e non manca una chicca di Carl Schmitt. Tra i vanti: il giovane Montini tradusse un'opera di Maritain per Morcelliana. Paideia, fondata da Giuseppe Scarpat (1920-2008), è diretta dal figlio Marco. Pubblica una quindicina di titoli l'anno di notevole livello, tanto che si potrebbe considerare la «Ferrari» dell'esegesi biblica. Non a caso nel suo catalogo figura un'opera come il Grande Lessico del Nuovo Testamento fondato da Gerhard Kittel: 16 volumi, 25 mila colonne nelle quali si illustrano tutte le parole presenti negli scritti neotestamentari ricostruendone la storia da Omero ai Padri della Chiesa (Jean Daniélou lo definì: «Il più importante monumento dell'esegesi da molti secoli a questa parte»). Paideia ha fatto conoscere il meglio degli studi in quest'ambito, con opere di Joachim Jeremias, di Alois Grillmeier o di Louis Alonso Schökel; tra gli italiani figurano Alberto Soggin (largamente tradotto) o Giorgio Jossa, Bruno Chiesa o Giovanni Garbini. Inoltre Paideia ha in catalogo i fondamentali studi su San Paolo di Sanders e Dunn; sta ultimando il Grande Lessico dell'Antico Testamento (10 volumi, 8 usciti) e, tra i molti titoli accattivanti, c'è la serie «Testi del Vicino Oriente antico». Chiudiamo con Queriniana, diretta da Rosino Gibellini. È l'editrice che ha progettato la traduzione di tutte le opere di Bonhoeffer e pubblica la «Biblioteca di teologia contemporanea »: 143 titoli della massima importanza, il meglio della produzione internazionale e italiana. Figurano già dal 1969 opere di Ratzinger, non mancano Küng, Metz, Gutiérrez, Kasper, Moltmann, Pannenberg e il nostro Sequeri. Offre una cinquantina di titoli l'anno (e altrettante ristampe), ma anche tre riviste, tra le quali c'è Concilium, edita in sei lingue. Tra gli ultimi volumi nella collana «Giornale di teologia» c'è quello di John F. Haught Dio e il nuovo ateismo. Brescia grazie a queste case editrici aiuta la cultura e sbugiarda il dilettantismo. Poker d'assi La Scuola, Morcelliana, Paideia e Queriniana: quattro marchi che sono diventati una garanzia La scelta Filosofia, riviste, storia delle religioni, testi scolastici: cataloghi e autori di primissimo piano Dal Papa I vertici dell'Editrice La Scuola ricevuti, il 28 giugno 1965, da Papa Paolo VI

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Pannunzio torna liberale per la libertà d'informazione (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 01-05-2009)

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Articolo Sei in Lettere 1 maggio 2009 Pannunzio torna liberale per la libertà d'informazione Cara Europa, leggo nella pagina culturale di mercoledì della Repubblica che è stata costituita la "Società Mario Pannunzio per la libertà d'informazione": per affrontare il problema dei media, manipolati, eterodiretti, conformisti, e per un'informazione indipendente dall'intreccio politica-economia-giornali, a difesa dei lettori. L'obbiettivo della fondazione mi sembra altamente lodevole, specie nel momento in cui i giornali più o meno indipendenti perdono pubblicità e copie e aumenta l'egemonia delle televisioni velinare e berlusconiane. Ne sapete niente? ANGELO ROSSITTO, ROMA Sì, caro Rossitto, ne sappiamo qualcosa. E senza aspettare le dieci righe di mercoledì nella pagina culturale di Repubblica, abbiamo scritto su Europa, nove giorni fa, un intero articolo intitolato "Pannunzio ritorna liberale". Scusi l'autocitazione, che il galateo giornalistico proibirebbe, ma si vede che quel giorno lei non ha comprato Europa. Quanto al titolo, la spiegazione del "ritorna" è questa: il nome di Pannunzio l'ultraliberale ultralaico ultrariformatore che diresse Il Mondo, la più bella rivista del secondo Novecento e costruì o ispirò il programma del primo centrosinistra , è stato strumentalizzato qua e là per politiche culturali di tutt'altro segno, comunque reazionarie e quindi illiberali. La Fondazione costituita ieri nella sede romana dell'Unione europea, in via 4 Novembre a Roma, è iniziativa di uomini e associazioni di cultura liberale, radicale, liberaldemocratica, laica, liberalsocialista, insomma tutto fuorché di destra. Fra le associazioni che aderiscono c'è Articolo 21, che non sarà più sola o quasi nell'impegno per l'indipendenza dei media dalla connection politica-economia. È una morsa sempre letale, specie in un paese dove l'opinione pubblica critica è minoritaria e la stampa non è sentita come "contropotere", qual è invece nelle democrazie antiche e mature. Motore della nuova fondazione è la rivista Critica Liberale, il cui direttore Enzo Marzo ha svolto nell'affollatissima sala dell'Unione europea la relazione introduttiva. Campeggiava un manifesto con un numero, 44, che è il posto assegnato dagli osservatori internazionali all'Italia quanto a indipendenza dei media e libertà di stampa: quarantaquattresimo posto, dopo il Ghana, credo, o qualcosa di simile. È necessario una stabile alleanza di tipo nuovo fra carta stampata e internet, fra televisione italiana e politica europea. L'Europa non può più limitarsi a emettere decisioni che in Italia non hanno seguito. E così internet, che è l'unica fonte di informazione dei giovani sotto i 25 anni, non potrà limitarsi a riprodurre le notizie che la stampa dà, quando le dà e non preferisce invece commentare i commenti, che sono meno impegnativi della notizia ma realizzano un'informazione virtuale, falsa, che tradisce il cittadino e la democrazia. Bisognerà, come proponeva Scalfari qualche tempo fa, che la stampa si specializzi in inchieste sociali economiche culturali politiche di costume, che internet non sa e non può fare; e che fra carta stampata e internet si stabiliscano rapporti leali, per cui i prodotti migliori dei giornali, messi in rete, vengano pagati come ogni altra proprietà intellettuale. Dunque, un'Europa più severa e un mercato più trasparente, per migliorare la condizione del sistema mediatico. In questo, la fondazione Pannunzio avrà un suo ruolo importante, specie se saprà riproporre la cultura degli "Amici del Mondo": che coi loro convegni al Ridotto dell'Eliseo facevano più dei congressi di partito. Erano altrettante flebo di cultura politica alla debole democrazia dei partiti. Federico Orlando

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Inside the Vatican da cattolico adulto (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 01-05-2009)

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Articolo Sei in Cultura 1 maggio 2009 Inside the Vatican da cattolico adulto Giancarlo Zizola racconta in modo appassionante mezzo secolo di storia Un libro di storia che si legge come fosse un romanzo. O il romanzo di una vita che si legge come fosse un libro di storia. È difficile classificare Santità e potere di Giancarlo Zizola (Sperling & Kupfer, 650 pagine, 25 euro). Di certo è un bellissimo libro, che appassiona dalla prima all'ultima riga, grazie anche allo stile tutto particolare dell'autore, quasi un pifferaio magico che incanta con le sue frasi avvolgenti. "Dal Concilio a Benedetto XVI: il Vaticano visto dall'interno", dice così il sottotitolo, ed è vero, perché pochi come Zizola sono stati per più di un quarto di secolo dentro le cose vaticane passando attraverso le esperienze all'Avvenire d'Italia, al Messaggero, al Giorno, fino all'attuale collaborazione con Il Sole 24 Ore. Era un ragazzino quando incominciò a occuparsi di informazione religiosa nel suo Veneto dei primi anni Cinquanta del secolo scorso, e da lì in poi l'autore ci prende per mano raccontando l'avventura di una vita consacrata al giornalismo. Un giornalismo per la Chiesa e nella Chiesa, e che tuttavia, proprio in virtù di questo impegno, diventa anche una battaglia nei confronti della Chiesa o per lo meno con parte di essa. Zizola infatti fin dall'inizio non è solo cronista. È soprattutto un cattolico con una sua visione del cattolicesimo e del ruolo ecclesiale. Oggi lo diremmo un "cattolico adulto", uno che ama sempre pensare con la propria testa e in base alla propria coscienza, si tratti pure di mettersi contro la gerarchia e di muovere critiche al papa stesso. Chiaro che uno così, ieri come oggi, è destinato a farsi molti nemici e a non vivere una vita facile. Ma Zizola sceglie subito questo percorso tutto curve e ostacoli, e lo fa animato da sincera passione per quella Chiesa che, sull'esempio di un Rosmini o di un Mazzolari, sente tanto più sua quanto più lo fa soffrire. Il lettore può anche non trovarsi d'accordo con alcune sue scelte e alcuni giudizi nei confronti di papi, cardinali e monsignori, ma nessuno può contestare a Zizola la sincerità e la trasparenza. Si mette in gioco senza nascondersi. Da Pio XII a papa Ratzinger, Zizola ci introduce in un doppio mondo: quello del Vaticano e quello dei vaticanisti, questi specialisti dell'informazione religiosa che hanno a che fare con una realtà tanto complessa e spesso tanto sfuggente. Le notizie che dà sui due mondi sono tutte gustosissime. I conclavi e i loro retroscena, la personalità dei papi, le loro paure, il ruolo degli aiutanti spesso più papisti del papa, le piccole e grandi trame di palazzo. L'autore ha un archivio sterminato e vi attinge a piene mani tirandone fuori volti e vicende che non lasciano mai indifferenti. In certi casi sfocia un po' nell'autocelebrazione e si può notare un lirismo eccessivo a proposito dell'amato Giovanni XXIII e di quel famoso spirito del Concilio sul quale ancora oggi ci si accapiglia. Inoltre alcune valutazioni trancianti, come nei confronti di qualche movimento ecclesiale, pur contenendo elementi di verità sanno di pregiudizio, ma Zizola va preso così: è uomo schierato, e il suo pregio sta nel dichiararlo con grande onestà. Il mondo nel quale ha lavorato appare sotto certi aspetti lontanissimo da noi: per esempio la sala stampa vaticana prima dell'avvento dell'informatica e del "mondo globale", dove quel che contava era ancora il rapporto diretto con le fonti, lo studio dei testi, la collaborazione con gli specialisti, la ricerca quotidiana. Il senso di nostalgia che ne deriva dà al libro un valore anche sul piano dei sentimenti. Di pagina in pagina si fa più pressante una domanda: perché i laici cattolici di questa pasta sono così pochi? La risposta sta nel libro stesso, nella storia di un uomo che racconta come si può essere liberi stando nel- la Chiesa, fedeli al pap a senza diventare adulatori, cattolici senza smettere di essere laici. È quell'obbedire stando in piedi, come disse Pietro Scoppola, che è così raro perché richiede tanto coraggio, tanto studio e tanto amore. Aldo Maria Valli

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Corsi estivi all'università Al via la stagione 2009 (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)

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Corriere della Sera sezione: Lavoro data: 01/05/2009 - pag: 35 Le iniziative In Italia e all'estero, per imparare le lingue o l'economia Corsi estivi all'università Al via la stagione 2009 Le iscrizioni per partecipare ai programmi Tempo di summer school. Cominciano le selezioni per le scuole estive rivolte a studenti, laureandi e neolaureati in cerca di un'estate «diversa ». Le possibilità (in Italia e all'estero) sono tantissime: si parte dai classici corsi di specializzazione monotematici, fino alle full immersion in lingua che consentono ai ragazzi di imparare la teoria direttamente con la pratica. In Italia - L'università di Bologna, che ogni estate accoglie nelle sue summer school oltre 1.200 studenti, apre anche quest'anno le sue porte ai ragazzi italiani e stranieri. I corsi in programma spaziano da «Lingua e cultura italiana» a «Gestione del rischio ambientale». Per chi volesse invece fare un'esperienza al di là dell'Oceano, la Sapienza di Roma organizza tre scuole estive negli Stati Uniti. Marketing, cinema e giornalismo gli indirizzi dei corsi. Sono quindici invece i corsi promossi dall'università Cattolica del Sacro Cuore tra Milano, Ravenna, Cremona, Venezia e altre città d'Italia. Tra i temi analizzati, studi danteschi, cinema internazionale, marketing del no-profit, psicologia, e impresa e società. E partono anche le summer school del Politecnico di Milano, pensate per gli studenti del quarto anno delle superiori che prima delle vacanze vogliono vivere una settimana full immersion nel mondo dell'ingegneria. Anche la European School of Economics ha in programma diversi «summer corses ». Si va dai classici corsi in lingua inglese, fino ai percorsi di studio in international business e videomaking. All'estero - Offerte per tutti i gusti nelle università estere: dal Regno Unito ai Paesi Bassi, dalla Francia alla Spagna, sono innumerevoli gli atenei e le scuole che propongono agli studenti stranieri diversi percorsi didattici. La Amsterdam-Maastricht Summer University (Paesi Bassi), ad esempio, ha in programma corsi di tedesco, arte, politica e giornalismo. Anche a Pontypridd (Regno Unito) questa estate sarà possibile frequentare una delle summer school dell'university of Glamorgan. Sono 167 invece i corsi che propone l'Universidad Complutense di Madrid tra belle arti, relazioni internazionali, economia e informatica. Corinna De Cesare In aula Le lezioni spaziano dalle questioni ambientali fino alle strategie internazionali di business Sedi A sinistra, l'università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Sopra, l'ateneo La Sapienza a Roma

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La strada di Serena, da Varese alla Dow Jones di Francoforte (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 01-05-2009)

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Corriere della Sera sezione: Lavoro data: 01/05/2009 - pag: 35 Giovani all'estero La storia La strada di Serena, da Varese alla Dow Jones di Francoforte «Essere positivi e tenaci. Io lo sono sempre stata e mi sento di consigliarlo ai miei coetanei, soprattutto in un momento di crisi come quello attuale. Non scegliete sempre la situazione più comoda e a portata di mano. Osate». Serena Speroni (nella foto), 27 anni, oggi lavora a Francoforte alla Dow Jones & Company, dopo aver «osato» andando a studiare e lavorare tra gli Stati Uniti e il Belgio. «Sono di Varese e il mio primo passo coraggioso, almeno per una ragazza di 18 anni, è stato quello di trasferirmi a Milano per frequentare Lingue e tecniche della comunicazione all'Università Cattolica». Un indirizzo di laurea oggi considerato, perlomeno nella parte comunicazione, inflazionato, con troppi giovani che cercano lavoro. Ma Serena, un anno prima della laurea, aveva preso al volo una prima occasione che forse per lei ha fatto poi la differenza: una borsa di studio per un programma di tre mesi di studi linguistici alla Tulane university di New Orleans. Seguito poi, immediatamente dopo la laurea nel 2005, da uno stage di sei mesi a Bruxelles come Assistente marketing ed eventi presso Euroidees, l'associazione europea per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. «Lo stage è stato determinante, perché appena tornata in Italia ho trovato un impiego alla Vorwerk , dove per tre anni ho fatto l'Event planner». Fino all'ottobre scorso quando c'è stata da cogliere l'ultima occasione al volo: un sito di recruiting on line cercava un Conference & marketing specialist per Francoforte. «Ho superato prima una dura selezione telefonica e poi i colloqui in Germania. Ora in Dow Jones mi occupo dello sviluppo del settore conferenze, in Francia e in Italia, del mercato dei metalli». Un approdo, secondo Serena, favorito anche da un plus che spesso i giovani sottovalutano. «La conoscenza delle lingue: parlo fluentemente inglese e francese e sto migliorando il mio attuale buon livello di tedesco». Enzo Riboni Racconta la tua storia a enzribo@tin.it

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Il principe (della Chiesa) e la principessa (scrittrice) (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 01-05-2009)

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n. 104 del 2009-05-01 pagina 14 Il principe (della Chiesa) e la principessa (scrittrice) di Redazione L'uscita del libro è prevista dopo l'estate, il titolo (quasi) definitivo è La verità chiede di essere proclamata, l'autrice è notissima alle cronache ed è spesso invitata nei migliori salotti televisivi; l'intervistato, invece, è un porporato piuttosto schivo che ha scelto per la prima volta di confidarsi parlando della sua vita e della situazione della Chiesa. Sarà Rizzoli a mandare in libreria la nuova fatica di Alessandra Borghese (nella foto), la principessa romana che alcuni anni fa ha riscoperto la fede cattolica e non si vergogna di raccontarlo. Donna Alessandra, saggista e vaticanista, estimatrice da tempi non sospetti di Joseph Ratzinger e impegnata nel volontariato come barelliera a Lourdes, è stata scelta come interlocutrice da un principe della Chiesa, il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna. Il prelato originario di Busseto (come Giuseppe Verdi), esperto di bioetica e morale, ha raccolto l'eredità del cardinal Biffi e ha voluto dialogare con la principessa. Caffarra racconta la sua passione per la musica, la sua infanzia, la sua missione di pastore, i suoi dialoghi con i giovani. E rivela di sentirsi disarmato e quasi incapace di dare una risposta a chi gli dice di non sentire alcun bisogno di Dio. Scritto in modo semplice e diretto, il libro affronta la situazione della Chiesa, della liturgia, della comunicazione della fede, del dialogo con il mondo contemporaneo. In autunno inoltrato si prevede anche l'uscita per Mondadori di un volume del cardinale Camillo Ruini, già presidente della Cei e Vicario del Papa per la diocesi di Roma, protagonista indiscusso della vita della Chiesa italiana dell'ultimo trentennio. Dialogherà con il «laico» Ernesto Galli Della Loggia, politologo ed editorialista del Corriere della Sera. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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NAPOLI, CITTà DI CULTURA, EVOLUTA E DISPOSTA AI CAMBIAMENTI, MA SPESSO DEPREDATA. È STATO ... (sezione: Laici e chierici)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 01-05-2009)

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Napoli, città di cultura, evoluta e disposta ai cambiamenti, ma spesso depredata. È stato questo il tema del convegno-concerto dal titolo: «Il futuro sviluppo di Napoli, Capitale del Sud dell'Europa del Mediterraneo» che si è svolto presso il Conference Center del Tiberio Palace. La manifestazione è stata organizzata dall'Aiac, Associazione Internazionale di Apostolato Cattolico, dal Ministero della Pubblica istruzione e dall'Ufficio Scolastico Regionale. Al centro del dibattito Napoli e l'auspicio che diventi non solo capitale del Sud ma dell'Europa nel Mediterraneo. Per Gennaro Sguro, presidente dell'Aiac «Napoli ha tante virtù e una lunga storia». Relatore al convegno, tra Rocco Buttiglione: «È vero che Napoli è una città piena di virtù, ma purtroppo non basta. È una città ferita anche per i politici del Sud. È importante - ha concluso - ripristinare la pace nel Mediterraneo la politica estera dovrebbe mirare a questo obiettivo. Bisogna intraprendere ogni iniziativa per un cammino lento ma di successo». La serata si è conclusa con il concerto del soprano greco Despina Scarlatou e del maestro Carlo Gargiulo.

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Così Tremonti è diventato il ministro più apprezzato da Bazoli (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 02-05-2009)

Argomenti: Laicita'

2 maggio 2009 Dio, banca e famiglia - Il futuro del gran bresciano / 2 Così Tremonti è diventato il ministro più apprezzato da Bazoli Per capire la solidità di quel filo che in modo sempre più forte lega il mondo di Giulio Tremonti e di Romano Prodi capita che vi sia un nome un po’ particolare che spieghi meglio di ogni altro retroscena politico come siano sempre più esplicite le affinità – non soltanto intellettuali – tra gli universi di riferimento del ministro dell’Economia e dell’ex presidente del Consiglio. Avete presente l’uomo che più degli altri ha costruito negli anni un ottimo rapporto di fiducia con il professore bolognese e che avrebbe potuto persino guidare l’Ulivo alla fine degli anni 90? Avete presente uno dei banchieri più importanti d’Italia? Avete presente il numero uno di Intesa Sanpaolo? Ecco, proprio lui. Proprio Giovanni Bazoli. Negli ambienti finanziari lombardi raccontano che è ormai da qualche mese che Bazoli e Tremonti si studiano, si parlano, si sentono e si confrontano sulle più importanti questioni economiche nazionali. In privato Bazoli fa sapere di condividere sia l’approccio con cui il ministro ha scelto di governare la crisi economica nel nostro paese (i Tremonti bond, secondo Bazoli, sono per esempio uno degli elementi chiave “per ridare fiducia in tempi rapidi”) sia il tentativo di restituire al capitalismo un profilo sempre più vicino al concetto di “etica”. “Al contrario di quanto spesso raccontato dai giornali – spiega al Foglio un importante consigliere di amministrazione di una banca lombarda, che conosce bene sia il ministro sia il banchiere – il rapporto tra il ‘seduttore dell’Economia’ e Bazoli ha iniziato a irrobustirsi già nei mesi in cui il governo ha affidato la gestione del caso Alitalia a Intesa Sanpaolo. Se da un lato Corrado Passera si è legato molto con Berlusconi, dall’altro lato Tremonti ha offerto direttamente a Bazoli la possibilità di dare al suo istituto il profilo sempre più di banca di sistema. Fino a un anno fa, Bazoli era ancora abituato a considerare il tremontismo come un mondo con il quale non c’era nulla da condividere. Poi però Bazoli si è convinto della bontà del disegno di Tremonti, ha capito che il ministro non era affatto ‘un mero commercialista al servizio di Berlusconi’ e lo ha sempre più legittimato come interlocutore serio e autonomo”. Il rapporto tra il presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo e il ministro nasce anche grazie all’importante ruolo di cerniera svolto dal presidente della Cariplo, Giuseppe Guzzetti. Per due ragioni. La prima riguarda il buon rapporto tra Tremonti e le fondazioni, la seconda quella progressiva e significativa intesa raggiunta dal ministro con il mondo cattolico ambrosiano. Rispetto a sei anni fa – quando i vertici dell’associazione a cui fanno capo le fondazioni bancarie (Acri) non perdevano occasione per criticare la vecchia riforma delle fondazioni bancarie voluta dallo stesso ministro – Tremonti ha modificato in modo radicale la sua opinione sul ruolo pubblico che in economia devono avere le stesse fondazioni. Guzzetti – che di Bazoli è amico e che oggi è numero uno dell’Acri – apprezza sia la politica dei Tremonti bond sia il ruolo decisivo che secondo Tremonti dovrà avere la Cassa depositi e prestiti per uscire dalla crisi economica (le fondazioni, tra l’altro, sono azioniste importanti della Cassa depositi e prestiti ed entro la fine dell’anno dovranno decidere se convertire le proprie azioni privilegiate in titoli ordinari o no. E il governo, naturalmente, ha interesse che le fondazioni continuino a dare il loro contributo alla Cdp). Se fino al 2003 Guzzetti era costretto a ripetere che per carità con Tremonti non c’è alcun problema, oggi i rapporti tra i due sono così buoni che il 10 giugno – quando a Siena l’Acri organizzerà il congresso triennale delle fondazioni – uno degli ospiti d’onore sarà lo stesso ministro. Nel mondo finanziario milanese, infine, non è certo sfuggito come Tremonti sia ormai riuscito a diventare un punto di riferimento un po’ per tutto il mondo cattolico-finanziario. Oltre all’ottimo rapporto con Guzzetti e Bazoli, il ministro ha sempre più ammiratori anche in una delle più importanti università italiane: quella Cattolica dove grandi estimatori e sinceri interpreti del tremontismo sono il rettore Lorenzo Ornaghi e i professori Alberto Quadro Curzio e Marco Fortis, e dove sei mesi fa il ministro dell’Economia salì in cattedra per pronunciare un’apprezzatissima lectio magistralis, in cui Tremonti citò Platone, in cui si ispirò a Ratzinger, in cui profetizzò la fine di questo mondo economico e con cui diede definitivamente l’impressione di essere diventato oltre che un gran seduttore persino un gran bel teologo. Cosa che – fanno sapere – non è naturalmente passata inosservata né dalle parti di Giuseppe Guzzetti né soprattutto dalle parti di Giovanni Bazoli. di Claudio Cerasa

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Quella feroce crociata laica contro i credenti (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 02-05-2009)

Argomenti: Laicita'

n. 105 del 2009-05-02 pagina 0 Quella feroce crociata laica contro i credenti di Susanna Tamaro Da un paio d’anni a questa parte, quando incontro giornalisti o conosco persone nuove, mi capita una cosa strana. Dopo i primi convenevoli, tutti improvvisamente si irrigidiscono e, con uno sguardo imbarazzato, precisano: «Guardi che io sono laico». Avendo ben chiara l’etimologia delle parole - pur sembrandomi assolutamente fuori luogo l’osservazione - li rassicuravo. Sono laica anch’io, non ho mai preso nessun voto di un qualche ordine religioso. Poi con il passare dei mesi ho capito che c’era una grande battaglia in corso, una battaglia feroce e senza esclusione di colpi. Il mondo sembrava diviso esattamente in due. Da una parte appunto i laici, difensori del progresso e della civiltà, e dall’altra i credenti, oscurantisti, alfieri del regresso, sessuofobici e nemici della libertà dell’uomo. E naturalmente io, in quanto credente, agli occhi di tutte le persone che mi incontravano, rientravo nella seconda categoria. Non ero preparata a trovarmi sul banco dei retrogradi, degli ottusi e quindi a dover rispondere a domande di imbarazzante limitatezza. Come tutte le persone solitarie, sono abituata a fare delle riflessioni piuttosto profonde e articolate sulle cose e davanti alla marea di questi pregiudizi e luoghi comuni mi sento completamente spiazzata. Che cosa vuol dire credere? Obbedire ciecamente a una persona? Osservare dei rituali rassicuranti? Vivere nella paura dello scandalo, del peccato? Ho una natura anarchica e ribelle e difficilmente avrei potuto adattarmi a una qualsiasi di queste opzioni. Non sono cresciuta in un ambiente cattolico e dunque non ho assorbito - per fortuna - i nefasti condizionamenti di una fede trasformata in usanza, nella ripetizione vuota di formulette dal sapore dolciastro. Sono inoltre voracemente curiosa. Le cose che non comprendo, le voglio capire, come voglio costantemente riuscire a superare i limiti e gli ostacoli. Non ho mai avuto una folgorazione sulla via Damasco come San Paolo né quella più moderna di André Frossard. Piuttosto ho sempre sentito in me il forte desiderio di ricercare un senso e altrettanto forte la voce della coscienza. Sono stati proprio questi due fattori a spingermi verso un cammino di conoscenza e di studio che dura tutt’ora. La maggior parte dei miei amici non è credente, eppure non ho mai sentito la necessità di criticarli, di cambiare la loro visione del mondo o, tanto più, di giudicarli. La diversità di idee mi è sempre sembrata una delle ricchezze della vita e non un nemico da combattere. Mi colpisce molto, dunque, lo spirito di feroce crociata che pervade l’universo dei laici. Perché tanto livore, tanto impiego di energia, tanta intolleranza verso persone che hanno una diversa visione del mondo? Perché tanto impellente è il bisogno di convincere le persone credenti che hanno imboccato una via sbagliata? Forse perché da noi si leva una voce in difesa della vita e contro altre barbarie che, astutamente e subdolamente, si vogliono far passare come progressi per la libertà dell’uomo? Non c’è forse dietro questa crociata delle certezze - perché queste persone, beate loro, vivono confortate da straordinarie certezze - la volontà di rimuovere la parte più profonda dell’uomo, la più oscura, quella che lo lega al mistero del male e alla finitezza e che ne fa una creatura perennemente alla ricerca di senso? è proprio da questa ricerca che nascono le inquietudini, i dubbi e le domande. E le domande, inseguendosi l’un l’altra, a un certo punto si scontrano con qualcosa che non è più fonte di ragionamento, ma di meraviglia, perché, a un tratto, ci si rende conto che la realtà dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo sfugge alla percezione della nostra mente. La consapevolezza del divino non nasce dunque dalla paura né dal conformismo, ma piuttosto dalla meraviglia, dal saper vivere con emozione e stupore la ricchezza - anche tragica - che la realtà di ogni giorno ci propone. Vivere con la fede non vuol dire chiudere delle porte perché si teme quel che c’è dietro, ma aprirle tutte perché non c’è niente dietro che ci possa far paura. Né la morte - questo grande mistero che tutti ci attanaglia - né la malattia, né l’imprevedibilità della vita. L’accettazione del mistero ci permette di far scivolare in secondo piano quella cosa così noiosa e ingombrante che si chiama «io» e che ci ossessiona con le sue monotone cantilene dalla nascita alla tomba, questo tronfio nanerottolo che ci vuol far credere che la realtà sia solo quella che lui è in grado di proiettare sullo schermo della nostra mente, che sa domare e manipolare secondo i suoi desideri, e che nulla - al di fuori del suo raggio d’azione - possa esistere. Io penso in realtà che la vita non sia stare in una gabbia, seppur confortevole, e difendere con alti strilli il suo perimetro - come vuole quel nanerottolo - ma fuggire da tutte le gabbie, da tutto ciò che rimpicciolisce e umilia la misteriosa grandezza e dignità dell’uomo. La fede nella mia vita non ha portato alcuna chiusura, alcuna paura. Anzi, quelle che c’erano, le ha spazzate via, spazzando via anche molte certezze. Per questo resto strabiliata davanti all’immagine spauracchio del credente che viene agitata in questa battaglia, diventata ormai guerra aperta. E questa guerra, alla fine, non è la guerra tra le ottuse truppe del Papa e i paladini del progresso autodeterminato, ma tra chi è in grado di ascoltare ancora la voce della propria coscienza - che sia credente, agnostico, buddista, ebreo o musulmano - e ha a cuore la delicata complessità dell’uomo e chi ascolta invece unicamente la rumorosa grancassa dei media. Susanna Tamaro © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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