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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “LAICI & CHIERICI” |
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ARCHIVIO GEN.
DEL DOSSIER |
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A
Varazze e Albissola ecco i terzi incomodi: Dagnino e Silvestro
( da "Secolo
XIX, Il" del
01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Laici socialisti liberali
radicali") per sfidare le altre due liste già annunciate: quella di
centrodestra, che fa capo all'attuale vicesindaco Giuseppe Gradella,
e quella di centrosinistra, che candida l'ex sindaco di Stella Nicolò Vicenzi. «La lista "Nuova
rotta" - spiega - parte dalla consapevolezza che i problemi di Albissola non si risolvono ideologicamente.
Panarello
alla sfida del mercato ( da "Secolo XIX, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: altra patriarcale famiglia della
Superba impegnata negli affari, definiva un "laico". Un dirigente
insomma che non ha legami di sangue con la dinastia fondatrice. Il dado è
quindi stato tratto, Alberto Panarello ha lasciato la
poltrona di amministratore delegato a Guido Profumo, 47 anni, genovese, che
sarà affiancato dal direttore generale Mauro Zappacosta.
L'idea
di libertà che divide cattolici e liberali
( da "Secolo
XIX, Il" del
01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Per i cattolici personalisti, la
libertà non è ridotta dalla quantità delle leggi cui si deve obbedienza ma
dalla quantità delle leggi emanate dallo Stato. Non si è liberi quando si
dispone di ampie sfere di liceità ma quando si è sottoposti ai decreti di
Cesare in misura ridotta e controllata.
ultraricchi
al potere - (segue dalla prima pagina) fabrizio bocca
( da "Repubblica,
La" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: primo laico a capo
dell´associazione dei club del pallone: non ha mai fatto il dirigente di club,
non si è mai seduto su una panchina durante una partita, non ha mai insultato
un arbitro. Ha
detto che il calcio è un´azienda da un miliardo e mezzo, si accorgerà subito di
quanto sia anomala: nel calcio italiano due più due fa
tre,
quella
festa macchiata di sangue - amelia crisantino ( da "Repubblica, La"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Ma restò una festa laica dalla
forte carica simbolica, tutta sullo sfondo delle trasformazioni generate dalla
rivoluzione industriale: una festa giovane, legata alla nascita del
proletariato urbano. E l´Italia, come sempre, ha una storia a due velocità. Una volta
creato lo Stato nazionale, con qualche fatica le aree settentrionali vedono la
crescita di un movimento operaio simile,
Primo
maggio senza Nicola ( da "Manifesto, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: è la crema del neofascismo e del
tradizionalismo cattolico e che proprio lui, nel dicembre 2007, andò di persona
a salutare gli organizzatori di un corteo neonazista, con cui peraltro fu
immortalato. Così, mentre quattro dei cinque imputati per omicidio preterintenzionale
sono ancora in carcere - Andrea Vesentini, l'unico
che ha accettato di farsi interrogare dalla corte,
Ecco
il Primo maggio dai possibilisti al sindacato americano
( da "Manifesto,
Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: laica, la festa del lavoro, che ha
retto tutti questi anni nei cinque continenti rinnovandosi. Talora costretta
alla clandestinità o sostituita, come in Italia, dal Natale di Roma (il 21
aprile) di mussoliniana memoria. Le dittature fasciste hanno cancellato finché
sono durate il 1° maggio, il socialismo reale l'ha trasformato in una ritualità
di regime cancellandone il senso originario.
GLI
ultimi mesi del "Che" fra i monti della Bolivia, alla testa di un
manipolo di guerrigl...
( da "Messaggero,
Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: O nei vani tentativi di avvicinarsi
a un popolo che non capiva quei "barbudos"
venuti da Cuba a esportare la rivoluzione, anzi li temeva. Circospetto,
inesorabile, documentatissimo ma avaro di
informazioni (Soderbergh non fa film-inchiesta). Una
Passione laica, composta e straziante. In 12 sale
(vedi Le Trame), al Nuovo Olimpia v.o. con s.t.
DALLA
vittoria alla disfatta. Dalla giungla di Cuba alle montagne della Bolivia.
Dalla fama plan...
( da "Messaggero,
Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: diventa una vera e propria Passione
laica. La via crucis di un profeta dei reietti paradossalmente lontano da tutto
e da tutti. Già nel prologo che lo vede, truccato in modo da essere
irriconoscibile ai suoi stessi figli, lasciare l'Argentina e la sua famiglia
senza voltarsi indietro (anche qui né lacrime né recriminazioni, sarebbe troppo
facile).
di
DANILO MAESTOSI COME riuscire a penetrare e comprendere la mente di un genio
poliedrico e sfug...
( da "Messaggero,
Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Non credo che fosse ateo, piuttosto
uno spirito laico che ha a suo modo condensato l'immagine di Dio in quella
Della Natura. Era il Creato e non il Creatore il problema su cui si misurava.
Quando si trovava di fronte a temi di fede, svicolava: questa questione
lasciamola ai frati, annota in uno dei suoi manoscritti.
Tutte
le patrie di Arrigo Levi, testimone senza ideologie
( da "Corriere
della Sera" del
01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: testimone senza ideologie A rrigo Levi ebreo e laico, modenese e italiano, giornalista
e scrittore, studioso di teologia e non credente. Arrigo Levi argentino e
israeliano per scelta ma non sionista, inglese per vocazione e ammiratore di
Churchill ma non conservatore, di nuovo italiano ma
impermeabile ai vizi nazionali della piaggeria e del quieto vivere.
Un
nuovo umanesimo per l'Europa ( da "Corriere della Sera"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: la democrazia e il pensiero laico.
L'Europa non sfugge soltanto alla visione semplificatrice che ne farebbe o
un'entità cristiana o un'entità non cristiana: sfugge a ogni visione semplice.
Non può definirsi attraverso una frontiera con l'Asia: è una «penisola » di
quel continente ben più ampio che è l'Eurasia.
ROMA
- Berlusconi è ingordo di potere. Ne ha già tanto ma non gli basta mai.... ( da "Messaggero, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Ma non facciamo scelte bigotte: restiano sempre un partito laico di ispirazione cristiana. Aperto al mondo delle professioni
e ai movimenti sociali. Nelle nostre liste ci sono anche Gianni Rivera,
l'imprenditore Roberto Carlino, la campionessa para-olimpica Clara Podda e un giovane di qualità come Emanuele Filiberto».
Libri
e fede, la cultura religiosa ha la sua capitale a Brescia
( da "Corriere
della Sera" del
01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: La Scuola ha come direttore e
amministratore Giorgio Raccis, è stata fondata nel
1904 da sei sacerdoti e otto laici, tra i quali figuravano Giorgio Montini
(padre del futuro Paolo VI)
e Luigi Bazoli (nonno di Giovanni Bazoli).
È attiva nell'ambito scolastico: produce cd, materiali online,
nonché 104 titoli per le primarie e le medie inferiori e superiori;
Pannunzio
torna liberale per la libertà d'informazione
( da "EUROPA
ON-LINE" del
01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: laica, liberalsocialista, insomma
tutto fuorché di destra. Fra le associazioni che aderiscono c'è Articolo 21,
che non sarà più sola o quasi nell'impegno per l'indipendenza dei media dalla
connection politica-economia. È una morsa sempre letale, specie in un paese dove
l'opinione pubblica critica è minoritaria e la stampa non è sentita come "
Inside
the Vatican da cattolico adulto
( da "EUROPA
ON-LINE" del
01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Di pagina in pagina si fa più
pressante una domanda: perché i laici cattolici di
questa pasta sono così pochi? La risposta sta nel libro stesso, nella storia di
un uomo che racconta come si può essere liberi stando nel- la
Chiesa, fedeli al pap a senza diventare
adulatori, cattolici senza smettere di essere laici.
Corsi
estivi all'università Al via la stagione 2009
( da "Corriere
della Sera" del
01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: la Sapienza di Roma organizza tre scuole
estive negli Stati Uniti. Marketing, cinema e giornalismo gli indirizzi dei
corsi. Sono quindici invece i corsi promossi dall'università Cattolica del
Sacro Cuore tra Milano, Ravenna, Cremona, Venezia e altre città d'Italia. Tra i
temi analizzati, studi danteschi, cinema internazionale, marketing del
no-profit, psicologia,
La
strada di Serena, da Varese alla Dow Jones di
Francoforte ( da "Corriere della Sera"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: andando a studiare e lavorare tra
gli Stati Uniti e il Belgio. «Sono di Varese e il mio primo passo coraggioso,
almeno per una ragazza di 18 anni, è stato quello di trasferirmi a Milano per
frequentare Lingue e tecniche della comunicazione all'Università Cattolica». Un
indirizzo di laurea oggi considerato, perlomeno nella parte comunicazione,
Il
principe (della Chiesa) e la principessa (scrittrice)
( da "Giornale.it, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: la principessa romana che alcuni
anni fa ha riscoperto la fede cattolica e non si vergogna di raccontarlo. Donna
Alessandra, saggista e vaticanista, estimatrice da tempi non sospetti di Joseph
Ratzinger e impegnata nel volontariato come barelliera a Lourdes, è stata
scelta come interlocutrice da un principe della Chiesa, il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna.
NAPOLI,
CITTà DI CULTURA, EVOLUTA E
DISPOSTA AI CAMBIAMENTI, MA SPESSO DEPREDATA. È STATO ...
( da "Mattino,
Il (Nazionale)" del
01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Associazione Internazionale di
Apostolato Cattolico, dal Ministero della Pubblica istruzione e dall'Ufficio
Scolastico Regionale. Al centro del dibattito Napoli e l'auspicio che diventi
non solo capitale del Sud ma dell'Europa nel Mediterraneo. Per Gennaro Sguro, presidente dell'Aiac
«Napoli ha tante virtù e una lunga storia».
Così
Tremonti è diventato il ministro più apprezzato da Bazoli
( da "Foglio,
Il" del 02-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: per tutto il mondo
cattolico-finanziario. Oltre all?ottimo rapporto con Guzzetti e Bazoli, il ministro ha
sempre più ammiratori anche in una delle più importanti università italiane:
quella Cattolica dove grandi estimatori e sinceri interpreti del tremontismo sono il rettore Lorenzo Ornaghi
e i professori Alberto Quadro Curzio e Marco Fortis,
Quella
feroce crociata laica contro i credenti
( da "Giornale.it, Il"
del 02-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract: con uno sguardo imbarazzato,
precisano: «Guardi che io sono laico». Avendo ben chiara l?etimologia delle
parole - pur sembrandomi assolutamente fuori luogo l?osservazione - li
rassicuravo. Sono laica anch?io, non ho mai preso
nessun voto di un qualche ordine religioso. Poi con il passare dei mesi ho
capito che c?
( da "Secolo XIX, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
A Varazze e Albissola ecco i terzi incomodi: Dagnino
e Silvestro le candidature Entrambi consiglieri uscenti. La Dagnino
si presenta con il simbolo Arcobaleno: l'ultima giunta ha penalizzato la città
01/05/2009 VARAZZE. «Siamo orgogliosi di appartenere ad una
sinistra democratica e ricca di valori e ci presenteremo col nostro simbolo,
l'Arcobaleno, alle amministrative del sette giugno". Lo
ufficializza il movimento civico "Cittadini per
Varazze", che dopo le anticipazioni del Secolo XIX, conferma che il suo
candidato sindaco sarà l'avvocato Mariarina Dagnino, consigliere comunale uscente. Il comitato
elettorale accusa centrodestra e centrosinistra, definiti "oramai
accomunati e senza distinzione". "Cittadini per
Varazze" sostiene che: "L'azione amministrativa dell'ultima giunta è
stata rivolta quasi esclusivamente a indirizzare risorse ed energie a vantaggio
di pochi e a scapito dei bisogni reali dei cittadini. Ciò, ha lasciato
irrisolti molti problemi, aggravatone altri. Abbiamo
assistito a lotte fratricide che hanno fatto dell'arroganza la loro arma
principale, con lo scopo di gestire ciò che ingiustamente viene spacciato per
interesse pubblico". Ad Albissola Marina
invece è stata ufficializzata la candidatura di Luigi Silvestro, consigliere di
opposizione proveniente dalla Margherita ed attualmente capogruppo della lista
"La tua Albissola Marina". Il 37enne
Silvestro ha fondato la lista civica "Nuova rotta" unendo le forze
con il socialista Furio Chiarbonello Lenti
(attualmente nel gruppo "Laici socialisti liberali
radicali") per sfidare le altre due liste già annunciate: quella di
centrodestra, che fa capo all'attuale vicesindaco Giuseppe Gradella,
e quella di centrosinistra, che candida l'ex sindaco di Stella Nicolò Vicenzi. «La lista "Nuova
rotta" - spiega - parte dalla consapevolezza che i problemi di Albissola non si risolvono ideologicamente. Dare
sicurezza, tagliare gli sprechi, riparare le strade e i lampioni, risolvere le
carenze della viabilità, sostenere e promuovere l'economia e la cultura non sono
problemi né di sinistra né di destra, ma cose concrete
che un Comune deve fare». 01/05/2009
( da "Secolo XIX, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Panarello alla sfida del mercato rivoluzione
ai vertici del gruppo genovese Per la prima volta la guida passa a un manager
esterno alla famiglia. Per crescere ancora Genova. Chi non conosce, a Genova,
il marchio Panarello? È storia, cultura del gusto,
tradizione. Un nome storico. Ma anche la storia cammina, anzi corre e così
accade che la famiglia Panarello faccio
un passo indietro nella conduzione attiva dell'azienda. E se non si
ritira, si defila tra le quinte pur restando attenta e partecipe dei destini della
ditta. Per la prima volta dalla fondazione della Casa - anno 1885, il primo
forno era in via Porta d'Archi, a un tiro di fucile dal luogo in cui fischiò il
sasso di Balilla - sul ponte di comando aziendale siede quello che i Costa, altra patriarcale famiglia della Superba impegnata negli affari,
definiva un "laico". Un dirigente insomma che non ha legami di sangue
con la dinastia fondatrice. Il dado è quindi stato tratto,
Alberto Panarello ha lasciato la poltrona di
amministratore delegato a Guido Profumo, 47 anni, genovese, che sarà affiancato
dal direttore generale Mauro Zappacosta. Nuove
figure professionali, nuova organizzazione produttiva e logistica, investimenti
produttivi e di marketing, gli obiettivi strategici dichiarati. Di fronte alle
nuove sfide della globalizzazione restare fermi equivale ad arretrare. E
dunque, coraggio, si cambi ciò che va cambiato. È comunque un bel segnale, un
segnale inedito, quello che dà l'azienda genovese: restando radicata alle
proprie tradizioni, la Panarello si getta a viso
aperto nella tenzone del mercato. I nuovi vertici, come potete leggere
nell'intervista di Profumo pubblicata accanto, vedono il bicchiere decisamente
mezzo pieno, a dispetto della congiuntura mondiale che dovrebbe consigliare
prudenza. Da cinque, le società del gruppo scenderanno a due, aggregandosi in
due poli strategici, uno produttivo e uno distributivo. Ligurdolci
Cidag e Rivieradolci
confluiscono in una unica realtà sinergica. Viene
razionalizzato il settore produzione con l'accorpamento delle lavorazioni nello
stabilimento di via Carso, al Righi, che assorbirà anche lo storico laboratorio
di via Santa Maria della Sanità. Il miglioramento del lay
out e degli impianti produttivi comporterà un investimento superiore al milione
di euro e - informa l'azienda - sarà qualificato dalle più significative
certificazioni ambientali. Il nuovo sito industriale - già in possesso della
certificazione ecoambientale ISO 1400 - agirà nel
rispetto delle indicazioni di compatibilità ambientale, coprirà un'area di 3
mila metri quadrati e occuperà 50 addetti. Marketing e ricerca saranno i due
pilastri che dovranno reggere lo sforzo strategico operato dall'azienda, nel
tentativo di proiettarsi verso nuovi mercati. Un intervento stilistico è già stato realizzato sul marchio e il sito web ha subìto una
sorta di rifacimento che dovrebbe renderlo più agile e fresco. Lo sviluppo
della rete commerciale prevede l'apertura di nuovi punti vendita in Liguria ma
non soltanto in Liguria. Si andrà all'attacco di altre regioni italiane,
cominciando dalle più vicine geograficamente. La ricetta del successo? Più o
meno sempre la stessa, con i necessari correttivi dettati dai tempi, dal
cambiamento delle abitudini alimentari e dalla necessità di mantenere
equilibrio sul versante nutritivo. Dai tempi del fondatore, Francesco Panarello, resistono e resisteranno i prodotti tipici ai
quali il marchio ha legato le proprie fortune e non esclusivamente a Genova. La
Panarello è una società per azioni, impiega oltre
dipendenti e nel
( da "Secolo XIX, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
L'idea di libertà
che divide cattolici e liberali Dino
Cofrancesco Un'area politica e culturale
piuttosto estesa del centrodestra da tempo è impegnata nel tentativo non facile
di dare un'anima cristiana al popolo di Silvio Berlusconi. Il «liberalismo di
massa», che il Cavaliere dice di aver reso possibile per la prima volta nella
storia della Repubblica, non può rinunciare a una visione del mondo che ispiri
i concreti programmi di governo. E poiché, sul vecchio versante liberale, si
troverebbe soltanto una filosofia che pone al centro l'«individuo-consumatore»,
preoccupato di soddisfare i suoi molteplici bisogni in una società di mercato
del tutto insensibile a ogni principio di giustizia e di solidarietà, occorre
portarsi su un piano superiore in grado di conciliare le ragioni della libertà
individuale col dovere di soccorso e di fraternità nei confronti del prossimo.
Nel personalismo cattolico di Jacques Maritain e,
prima ancora, del nostro Antonio Rosmini, gli
ideologi del Pdl - Gaetano Quagliariello
in primis - sembrano trovare un'autentica democrazia cristiana che veda la
produzione al servizio dell'uomo e non viceversa e sia in grado di pensare un
modello di sviluppo rispettoso dell'ambiente, della tradizione, delle identità
profonde (soprattutto religiose) dei gruppi e delle comunità. In genere, nelle
encicliche degli ultimi pontefici, e soprattutto in quella recente di Benedetto
XVI, "Elogio della coscienza", l'immagine dell'Occidente, della
globalizzazione, del capitalismo non sempre si distingue da quella evocata dai
partiti antagonisti e dai movimenti che denunciano, da sempre, «lo sfruttamento
dell'uomo sull'uomo» praticato da quanti perseguono bieche logiche di profitto.
Ma non è questo il punto e, del resto, la Chiesa non sarebbe quella che è se
non si assumesse il ruolo di un'immensa Croce rossa planetaria disposta ad
accogliere e a medicare i feriti di tutte le guerre - sia quelle propriamente
dette sia quelle economiche - scatenate dal "liberismo selvaggio".
Ritengo opportuno, invece, richiamare l'attenzione su un equivoco che, non
risolto, rischia di fare incontrare le due tradizioni di pensiero, cattolica e
liberale, sul terreno di un accordo illusorio, dove si impiegano le stesse
parole e le stesse espressioni ma con un significato del tutto diverso. La tesi
che la libertà degli individui (o delle persone) esiga dei solidi argini posti
al potere, giacché un potere assoluto genera corruzione, ingiustizia, violenza,
è scontata per cattolici e liberali ma, una volta
sottoscritta, le strade si dividono. Per i liberali, infatti, la libertàè inversamente proporzionale alla quantità di
obblighi e di doveri iscritti nelle leggi alle quali sono soggetti tutti i
cittadini. Allo Stato non deve essere data la facoltà di regolamentare tutto
giacché più numerosi sono gli affari cui rivolge il suo occhio vigile più si
restringono gli ambiti nei quali gli individui possono vivere le loro vite come
meglio credono. È la "libertà da", la libertà come non impedimento:
sono libero di circolare per le strade se nessuno me ne vieta l'ingresso, sono
libero di rimanere scapolo se nessuno m'impone (con appositi disincentivi) di
dare figli alla patria. Per i cattolici personalisti,
la libertà non è ridotta dalla quantità delle leggi cui si deve obbedienza ma
dalla quantità delle leggi emanate dallo Stato. Non si è liberi quando si
dispone di ampie sfere di liceità ma quando si è sottoposti ai decreti di
Cesare in misura ridotta e controllata. Poiché la dignità della persona
consiste nella complessa rete di rapporti sociali che danno senso e significato
alla sua esistenza terrena, la proliferazione dei vincoli che nascono dalle
cerchie sociali di cui si fa parte - famiglia, chiesa, ordini professionali,
comunità - lungi dall'essere avvertita come una
diminuzione della libertàè vista come un suo
potenziamento. In tal modo, l'«antistatalismo» non significa che l'individuo
deve essere lasciato in pace dalla sfera pubblica e libero
di governarsi da sé nella sfera privata, ma solo che lo Stato non può essere,
nel diritto e nella morale, l'unica fonte delle leggi (comandi e divieti),
giacché accanto a lui si trovano i costumi, le consuetudini, i comportamenti
resi obbligatori dalla tradizione, comunque intesa. Ne consegue che l'autonomia
della morale dalla politica, che per il liberalismo moderno garantisce quella
separazione delle dimensioni vitali, che fonda la «libertà dei moderni» e la
libera circolazione degli individui in entrata e in uscita dai luoghi di
appartenenza, per i personalisti significa che la politica non può imporre la
sua volontà alla morale laddove la morale può e deve imporre i suoi valori alla
politica. Da qui una diversa accezione di bene comune che per i liberali è il
risultato del confronto - sempre mutevole - degli interessi e dei valori in
gioco mentre per i personalisti è la luce che preesiste a tale confronto e che
ne rende accettabile l'esito solo nella misura in cui essa sia riuscita a
orientarlo e a illuminarlo (in caso contrario, si tira in campo la
"tirannia della maggioranza": i più prevalgono ma Verità e Ragione
stanno dalla parte dei "meno"). Se queste considerazioni sono
corrette, in un'ottica liberale, non ha senso accusare di statalismo una sentenza
della magistratura che sottragga al potere legislativo la facoltà di regolamentare azioni che la società civile affida alla
sovrana coscienza dei singoli individui. Un vincolo è sempre un vincolo: che a
porlo sia lo Stato o la Chiesa o altra agenzia spirituale o temporale non
rileva molto per la libertà concreta degli individui che non se ne possono
sciogliere. E per converso, chi - Stato o altri poteri - a torto o a ragione,
toglie il vincolo, incrementa la libertà liberale anche se
per la persona aumenta le occasioni offerte al demonio d'indurla in tentazione.
Dino Cofrancesco è docente di Storia del pensiero
politico all'Università di Genova. 01/05/2009
( da "Repubblica, La"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 50 - Sport
ULTRARICCHI AL POTERE (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) FABRIZIO BOCCA La Lega calcio,
uno dei massimi poteri del pallone, dopo un lungo tira e molla, alla fine si
spacca per davvero: la A da una parte, la B
dall´altra. Addio ai 30 anni da padre-padrone di Don Tonino Matarrese, arriva
Maurizio Beretta, manager fresco di Confindustria, primo
laico a capo dell´associazione dei club del pallone: non ha mai fatto il
dirigente di club, non si è mai seduto su una panchina durante una partita, non
ha mai insultato un arbitro. Ha detto che il calcio è un´azienda da un miliardo
e mezzo, si accorgerà subito di quanto sia anomala: nel
calcio italiano due più due fa tre, e il 25% sparisce
La A butta a mare la B e si spartirà dal prossimo anno l´intero malloppo dei diritti tv, 900 milioni a
stagione almeno: la questione è tutta qui, inutile girarci intorno. Nessuno
vuol chiudere i rubinetti al calcio di provincia, dicono, ma intanto si
dividono casa e conto in banca. Con i diritti tv collettivi Inter, Milan, Juve
guadagneranno meno, ma riprendendosi in futuro la fetta della B la perdita sarà
riequilibrata. Anzi forse si guadagnerà qualcosa. In B, da Trieste a Frosinone,
ci si dovrà inventare una maniera ancora più originale di fare calcio: cinghia
stretta, vivai, giovanissimi da vendere nel mondo. Basta con gli ultimi lussi e
i superstipendi del proletario Lucarelli. Era evitabile? Sì, era evitabile.
Federcalcio, Lega e sindacato calciatori, hanno
cocciutamente tenuto in piedi un baraccone di 42 squadre strette in due
campionati. Un´assurdità che ora si paga. Al Treviso,
ultimo in B, un anno di calcio costa 16 milioni. Con la stessa cifra l´Inter,
prima in A, non paga nemmeno lo stipendio di Ibrahimovic.
Se ci piace così tanto il modello Premier League un football fondato su gol e spettacolo ma
anche su enormi capitali esteri e montagne di debiti
impariamo che la solidarietà va dimenticata. Guardate chi è in testa alla
classifica della Premier (Manchester Ut, Liverpool, Chelsea, Arsenal), della Liga (Barcellona e Real)
e anche della serie A (Inter, Milan, Juve) e vi arrenderete al fatto che il
calcio di oggi non è roba da ricchi, ma da super-ricchi. Con 90 milioni di
stipendi annui (e c´è chi ne paga il doppio), per il solo fatto di non essere
tra le prime, la Roma sta rischiando il tracollo. Beretta arriva portato da
Galliani e dai grandi club, non ci si siede su quella poltrona senza che loro
lo vogliano. Ci parlerà da domani di business e stadi all´avanguardia da
costruire. Ma poi si accorgerà che quasi nessuno dei suoi presidenti vuol
rischiare un euro e aspetta furbamente i terreni gratis del Comune. Oppure lo
stadio intero in regalo, succede pure questo. Questo è il calcio all´italiana.
Il commissario nominato dalla Federcalcio darà una lucidata a tutta l´operazione.
Una sola richiesta, che almeno non sia Franco Carraro: abbiamo già dato.
( da "Repubblica, La"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
XVI - Palermo Quella festa macchiata DI sangue
Francesco Renda ripercorre in un saggio la ricorrenza dei lavoratori nata nel
1890 e turbata da repressioni e censure: l´attacco ai fasci, poi l´abolizione
negli anni del "Ventennio" e la strage di Portella Anche il movimento
socialista schierato con il proletariato urbano sottovalutò le lotte che
braccianti e contadini conducevano nel sud d´Italia AMELIA CRISANTINO L o fa
anche stavolta, suggerendo che la festa del primo maggio possa arricchirsi e
rinnovarsi divenendo momento di riflessione aperto alla partecipazione dei
lavoratori: ed è un pensiero colmo della positiva volontà di «governare le
cose», in questo nostro mondo che ha ridotto il lavoro a elemento residuale da delocalizzare dove i costi sono più bassi. Scrivere la storia del primo
maggio «ha richiesto una decisione avventurosa» ammette Renda alla fine del
libro. Una decisione presa sulla scorta della scarna bibliografia esistente,
portata a compimento mettendo a frutto la tante volte
sperimentata capacità di sintesi. Informare e al contempo educare al diritto di
cittadinanza: con la Storia del primo maggio Francesco Renda continua a onorare
il compito che ha assegnato alla propria operosa vecchiaia, da storico militante che punta a riscattare l´ignavia della sua
terra. Nata nel 1890, manifestazione internazionale che chiede ai governi la
riduzione della giornata lavorativa a otto ore, il 1° maggio venne adottato nel
1955 da Pio XII che ne fece anche la festa dei lavoratori delle Acli. Ma restò una festa laica dalla forte carica simbolica, tutta
sullo sfondo delle trasformazioni generate dalla rivoluzione industriale: una
festa giovane, legata alla nascita del proletariato urbano. E l´Italia, come
sempre, ha una storia a due velocità. Una volta creato lo Stato nazionale, con
qualche fatica le aree settentrionali vedono la crescita di un movimento
operaio simile, nelle sue esigenze e nelle sue associazioni, a quanto
accadeva nel resto d´Europa. Nel Sud gli eventi prendono un´altra piega, il
sottosviluppo si complica invece di risolversi. Miseria e nessuna solidarietà.
Ma è in Sicilia, dove l´agricoltura postfeudale
dominata dal latifondo lasciava poche speranze di riscatto, che abbiamo
l´imprevista impetuosa crescita dei Fasci dei lavoratori. Una cosa mai vista e
nemmeno immaginata, improvvisa. Giolitti va al potere nel maggio del 1892 e i
fasci erano solo 5, siamo alla vigilia della loro crescita sorprendente. Alla
fine dell´anno sono diventati 25, nell´aprile del 1893 sono
( da "Manifesto, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
altra italia
Primo maggio senza Nicola Ad un anno dall'aggressione neofascista che uccise Tommasoli, Verona si mobilita con un lungo corteo
cittadino. Per ribadire che quella violenza non fu affatto casuale come in
molti ancora credono Paola Bonatelli VERONA Ad un anno esatto dall'aggressione che costò la vita a Nicola Tommasoli, Verona torna in piazza. Non solo per ricordare
il ragazzo, morto quattro giorni più tardi senza mai essere uscito dal coma, ma
anche per ribadire che quella tragica vicenda non è servita a capire e per
invitare, finalmente, a farlo. Non ha capito il sindaco Flavio Tosi, che allora
disse «è una su un milione» e poi «macché fascismo è solo disagio», salvo poi
gridare alla «condanna esemplare» e costituirsi parte civile, come Comune
danneggiato dalla «falsa» immagine che i media diedero della città, al processo
contro i cinque giovani aggressori, di cui tre in odor di neofascismo. Non ha
capito la maggioranza amministratrice, che, due mesi dopo la morte di Nicola,
patrocinò un convegno con il fior fiore di razzisti, come Borghezio,
neonazisti, come Piero Puschiavo, negazionisti, come
don Abrahamovicz, di casa a Verona. Non hanno capito
infine, neppure i cittadini meglio pensanti, che continuano a rimuovere le
radici della violenza manifestata da molti giovani di questa città, travolti
dall'ideologia fascio-calcistica. Non solo, si commuovono vedendo il sindaco
sfilare il 25 aprile, dimenticando che tra i suoi alleati c'è la crema del neofascismo e del tradizionalismo cattolico e che
proprio lui, nel dicembre 2007, andò di persona a salutare gli organizzatori di
un corteo neonazista, con cui peraltro fu immortalato. Così, mentre quattro dei
cinque imputati per omicidio preterintenzionale sono ancora in carcere - Andrea
Vesentini, l'unico che ha accettato di farsi
interrogare dalla corte, è agli arresti domiciliari - e attendono la
ripresa del processo prevista per il 29 maggio p.v., oggi un corteo scenderà di
nuovo per le strade di Verona a dire che quella violenza, se non fu
premeditata, non fu neppure casuale. Per questo la manifestazione, che non si
prevede imponente come quella del 17 maggio dell'anno scorso che portò in
piazza diecimila persone (ma allora Nicola era morto da poco), procederà lungo
un percorso a tappe. Tappe che, dopo la partenza (alle 15) da piazza Santa Toscana
- dove c'è la chiesa frequentata dagli integralisti cattolici,
in cui si svolgono le messe in rito antico e in cui si rischiò di veder
officiare cresime un vescovo argentino colluso con la dittatura (il manifesto,
18-19/10/2008) - serviranno per rinfrescare la memoria. Prima tappa alla
galleria dell'Embassy per ricordare i soprusi subiti
dai migranti, sgomberati da appartamenti in cui si viveva in condizioni
igieniche precarie e con affitti di dubbia legalità. Poi, lungo la strada che
porta verso il centro, la questione delle caserme Passalacqua
e santa Marta, strappate da un coraggioso comitato nientemeno che alla Nato,
promesse al quartiere e all'università (che soffocano) e che, pare, il Comune
abbia intenzione di svendere per realizzare palazzi di edilizia privata e zone
commerciali. Seconda tappa nei pressi di lungadige Nicola Pasetto,
altra eroica impresa di questa amministrazione, l'intitolazione di una strada a
un deputato missino, in gioventù noto (e condannato) picchiatore fascista.
Terza fermata alla chiesa di san Tomaso, che, quand'era sindaco di
centro-centrosinistra il cattolicissimo Paolo Zanotto, divenne per una settimana rifugio di una parte
della comunità rom di Boscomantico, a rischio di
sgombero (lo sgombero riuscì poi a Flavio Tosi ma fatto con classe, senza tanti
bau bau). Quarta e quinta
tappa in centro storico, in due piazze adiacenti, piazza del Tribunale, da cui
recentemente sono stati cacciati i senzatetto, e piazza Viviani, dove nella
notte tra il tre e il quattro gennaio scorso fu aggredita una compagnia di
ragazzi da parte di un gruppo di loschi figuri in odor di calcio-fascismo che
non avevano gradito le osservazioni fatte sui loro cori razzisti da stadio. Una
via crucis - ha detto qualcuno - e in fondo, aggiungendo la coazione a
ripetere, è una definizione calzante. Anche perché il corteo finirà in corticella Leoni, dove Nicola e i suoi amici sono stati
aggrediti e dove ieri è stato ricordato in silenzio.
Oggi il dolore e la memoria si trasformeranno in parole, musica, gesti. In
attesa che, a trasformarsi, sia la coscienza di una
città ferita e ripiegata sulla sua opulenza, dove anche le domande sono di
troppo. Foto: LA GRANDE MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA A VERONA DELLO SCORSO ANNO
A POCHI GIORNI DALLA MORTE DI NICOLA TOMMASOLI /FOTO
BIAGIANTI
( da "Manifesto, Il" del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
IN LIBRERIA Ecco il
Primo maggio dai «possibilisti» al sindacato americano Loris Campetti «Vieni o
Maggio t'aspettan le genti/ ti salutano i liberi
cuori/ dolce Pasqua dei lavoratori/ vieni e splendi alla gloria del sol».
Sull'aria del Nabucco di Giuseppe Verdi, i versi scritti dall'anarchico Pietro Gori rimandano alle origini della festa del 1° Maggio, a
123 anni fa e ai «martiri di Chicago» che si battevano per le otto ore di
lavoro. Come Albert R. Parson, leader del
sindacalismo americano, impiccato un anno e mezzo più tardi, che secono Luciano
Lama, ripreso oggi da Guglielmo Epifani nella prefazione alla «Storia del Primo
Maggio» di Francesco Renda (Ediesse edizioni, 284
pagine, 15 euro), aveva dato «la definizione più pura e più universale del 1°
Maggio»: «Spezza il tuo bisogno e la tua paura di essere schiavo, il pane è
libertà, la libertà è il pane». Per un'epigrafe scritta per ricordare i martiri
di Chicago, lo stesso Pietro Gori fu arrestato nel 1887 con l'accusa di istigazione alla protesta
contro le navi statunitensi alla fonda nel porto di Livorno. Una festa laica, la festa del lavoro, che ha retto tutti questi anni nei
cinque continenti rinnovandosi. Talora costretta alla clandestinità o
sostituita, come in Italia, dal Natale di Roma (il 21 aprile) di mussoliniana
memoria. Le dittature fasciste hanno cancellato finché sono durate il 1°
maggio, il socialismo reale l'ha trasformato in una ritualità di regime
cancellandone il senso originario. Quest'anno, per la prima volta da
decenni, i lavoratori di Istanbul potranno tornare in piazza, sia pure non
nella piazza Taksim teatro del massacro di 34 persone
il 1° maggio del 1977. Ce ne sarebbero di storie da raccontare, saltando da un
angolo all'altro del mondo. Il punto di partenza, per chi avesse scoperto o
riscoperto la centralità del lavoro che ben due passaggi di secolo hanno
rivoluzionato ma non cancellato, è la lettura della «Storia del Primo Maggio
dalle origini ai giorni nostri», l'ultimo nato dello storico del movimento
operaio Francesco Renda, autore di molti libri tra cui «Portella della Ginestra
e la guerra fredda» o «Il Primo maggio 1890». Proprio nel 1890 questa data
viene assunta universalmente come giornata di festa e di lotta dei lavoratori.
Non molti ne conoscono le origini, per esempio sono pochi a sapere che la
decisione venne presa un anno prima dal Congresso socialista internazionale che
si tenne a Parigi. In realtà, ci ricorda Renda, i congressi furono due e si
svolsero contemporaneamente nella città che festeggiava il centenario della
Rivoluzione francese, con cui la borghesia si era liberata dal giogo della
nobiltà. Era arrivata l'ora in cui il proletariato si liberasse del giogo del
capitale, pensava «il vero congresso internazionale», quello degli «impossibilisti». Costoro - a differenza dei «possibilisti»
che ritenevano possibile «una conciliazione degli interessi e dei diritti
operai con gli interessi e con il potere della borghesia dominante» - erano
marxisti e portarono al Congresso 391 delegati di 23 paesi, dai due generi di Karl
Marx all'italiano Andrea Costa, da Clara Zetkin a quel Karl Liebknecht che
insieme a Rosa Luxemburg avrebbe dato vita alla Lega
degli spartachisti, repressa nel sangue a Berlino dai socialdemocratici nel
gennaio del 1919. Fu il sindacalista americano Mac
Gregor con il suo appassionato appello a convincere il Congresso ad assumere il
1° maggio come giornata internazionale dei lavoratori. Lo storico svolge bene
il suo lavoro e non offre ricette. Degli stimoli invece sì, delle consederazioni che riguardano il presente e il futuro. Il
punto è il rilancio del 1° Maggio, avendo alle spalle il terremoto politico
dell'89 ma anche «l'obsolescenza della dottrina sociale cattolica rappresentata
dalla Rerum Novarum». Una fase si è chiusa, non lo
sfruttamento che ha segnato storicamente i rapporti sociali e di produzione.
Oggi in forme nuove che in passato. Oggi, scrive Renda, «in
ogni paese industrialmente sviluppato, è nata e cresciuta la nuova classe
dell'operaio povero, e non guadagna più abbastanza nemmeno lo stesso operaio
specializzato... E' una nuova figura sociale dello sviluppo capitalistico.
Naturalmente sono ancora più poveri i lavoratori precari e soprattutto i
lavoratori disoccupati». Povero e, aggiungiamo noi, frantumato, isolato, privo
di rappresentanza politica e spesso anche sociale. Contrapposto nella crisi per
sesso, geografia, età, diritti, ad altri lavoratori. Se tornano di attualità le
parole di Parson - «il pane è libertà, la libertà è
pane» - ancora lungo è il cammino per tornare al Marx
dei «Proletari di tutti i paesi unitevi». Una proposta, alla fine, esce dal
lavoro di Renda: rilanciare il primo maggio come simbolo del valore sociale del
lavoro, di quel lavoro che oltre sessant'anni fa i costituenti hanno messo a
fondamento della Repubblica democratica. Trasformandolo in un momento di
bilancio annuale delle conquiste strappate (mai per sempre, come suggerisce la
cronaca italiana di oggi) e della strada ancora da percorrere.
( da "Messaggero, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Venerdì 01 Maggio 2009 Chiudi GLI ultimi mesi del "Che" fra i
monti della Bolivia, alla testa di un manipolo di guerriglieri sempre più
spettrale, rievocati col passo intimo e quotidiano del diario. Un diario
postumo, che cerca la giusta distanza fra l'uomo e la leggenda, il destino e la
politica, concedendo il minimo alle nostre attese. Per nascondere l'emozione
sottotraccia, nei silenzi, negli sguardi, nelle crisi d'asma. O nei vani tentativi di avvicinarsi a un popolo che non capiva
quei "barbudos" venuti da Cuba a esportare
la rivoluzione, anzi li temeva. Circospetto, inesorabile, documentatissimo
ma avaro di informazioni (Soderbergh non fa
film-inchiesta). Una Passione laica, composta e
straziante. In 12 sale (vedi Le Trame), al Nuovo Olimpia v.o.
con s.t.
( da "Messaggero, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Venerdì 01 Maggio 2009 Chiudi di FABIO FERZETTI DALLA vittoria alla
disfatta. Dalla giungla di Cuba alle montagne della Bolivia. Dalla fama
planetaria alla morte, che è sempre anonima e ingloriosa ma mai come stavolta.
La seconda parte del dittico di Steven Soderbergh sul
Che è ancora più asciutta, più austera, più rarefatta, ma anche più emozionante
della prima. A condizione di stare al gioco, e il gioco ormai è scoperto. Soderbergh non evita solo la suspense, il pathos,
l'identificazione, tutto il gioco delle emozioni con cui solitamente si
rievocano personaggi epici e imprese leggendarie. Ma fornisce col contagocce
anche tutte le informazioni grazie alle quali potremmo seguire l'ultima e
rovinosa impresa del Che senza smarrirci. Naturalmente non è solo una scelta
stilistica ma una precisa strategia di racconto. E una richiesta d'attenzione
molto forte rivolta allo spettatore. Che - Guerriglia non è un film-inchiesta,
non spiega, non vuole avanzare ipotesi o ricostruire i fatti ma più
semplicemente forse più ambiziosamente calarci dentro il corpo e la mente di un
uomo pronto ad andare fino in fondo. A qualsiasi costo. «Per sopravvivere qui e
trionfare bisogna vivere come se si fosse già morti», dice ai suoi uomini. Non
è uno slogan, è quasi un programma. Personale, se non politico. Ma anche qui Soderbergh non giudica. Perché Guevara si mette in
un'avventura impossibile come esportare la rivoluzione in Bolivia e di lì nel
resto dell'America latina? Perché non vede in anticipo la lunga serie di errori
che lo perderanno, l'ostilità del partito comunista boliviano, l'indifferenza
dei campesiños, che diffidano di quel gruppo di
"stranieri"? E come mai non si chiede cosa resterà della sua missione
in caso di disfatta? Il film non risponde, si limita a mostrare Fidel che
dispensa la ricetta del mojito nei party a L'Avana,
il presidente boliviano Barrientos (Joaquim de Almeida) che
"accetta" l'aiuto degli americani, o la bella rivoluzionaria Tanya (Franka Potente) che
dovrebbe lavorarsi il presidente e invece mette nei guai il suo capo ancora
senza nome. Ma a forza di restare ostinatamente concentrato sul Che e sui suoi
silenzi, i suoi errori, la sua asma, le sue furie (straordinario Benicio del Toro nel ruolo più antidivistico che si possa
concepire), questo secondo capitolo così "triste, solitario y final", per dirla con un altro famoso argentino, diventa una vera e propria Passione laica. La via crucis di un
profeta dei reietti paradossalmente lontano da tutto e da tutti. Già nel
prologo che lo vede, truccato in modo da essere irriconoscibile ai suoi stessi
figli, lasciare l'Argentina e la sua famiglia senza voltarsi indietro (anche
qui né lacrime né recriminazioni, sarebbe troppo facile). Fino alla
fine, quando col suo esercito di fantasmi, perso in un paese sempre più
spettrale, trova una morte sordida, antieroica, straziante, che è una grande
pagina di cinema.
( da "Messaggero, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Venerdì 01 Maggio 2009 Chiudi di DANILO MAESTOSI COME riuscire a
penetrare e comprendere la mente di un genio poliedrico e sfuggente come
Leonardo? «Seguendo per prima cosa le tracce dei suoi
stessi lavori- spiega Paolo Galluzzi, direttore
dell'Istituto e museo della Scienza di Firenze e curatore di questa mostra.
Delle 25 mila pagine vergate con la sua calligrafia e riempite con i suoi
disegni che Leonardo lasciò in eredità ai due aiutanti ce ne sono rimaste circa
7000, oltre un terzo. Un lascito davvero straordinario. Il problema è di
riuscire a collocare e datare con esattezza queste testimonianze autografe, perchè quei fogli, una sorta di diari, su cui il pittore
aveva annotato con tanta cura speculazioni e pensieri sono stati separati dagli
album cui appartenevano e ricomposti privilegiando spesso solo la bellezza
delle figure e delle illustrazioni. Per questo il grosso dei manoscritti sono
oggi conservati in due codici diversi, i testi scientifici nel Codice
Atlantico, quelli d'arte, di architettura e d'autonomia con i disegni che li
corredano nella raccolta di Windsor in possesso dei reali d'Inghilterra. Una
frammentazione che crea grosse difficoltà di comprensione». E' vero che
Leonardo cercava di criptare le sue invenzioni perchè
nessuno potesse imitarle? «No,questa è solo una delle
tante false leggende che circolano su di lui. Alimentate dal fatto che il
maestro spesso stendeva in modo sommario, quasi stenografico, idee, intuizioni,
ipotesi che intendeva poi sviluppare. E dal fatto che Leonardo scriveva da
destra a sinistra, in modo capovolto insomma. Ma anche qui nessun mistero: era
solo un mancino naturale, che con l'addestramento si era trasformato in
ambidestro». Per calarvi nella sue mente, vi siete
serviti di altre fonti?«Certamente quelle dei suoi contemporanei, dei suoi
amici, dei suoi committenti, dei tanti importanti personaggi che hanno visitato
il suo studio, le sue botteghe. E dei suoi stessi maestri. Come Luca Pacioli, un matematico a cui si affidò per apprendere i
segreti del calcolo e della geometria euclidea, come aveva fatto per rimediare
alle sue lacune culturali in altri campi, come lo studio del latino che iniziò
mentre lavorava ancora a Firenze, quando decise di affinare la sua scrittura
per trasformarsi in un vero autore. E' facile dimeticarselo, ma Leonardo
era un autodidatta» Un autodidatta che diventa però capace di cimentarsi in
tutti i rami del sapere dell'epoca. Senza nessuna eccezione professor Galluzzi? « No, in realtà, nel
sapere di Leonardo se lo si raffronta con altri grandi intellettuali della sua
epoca c'è un vuoto vistoso, quello della teologia, della religione. Non credo che fosse ateo, piuttosto uno spirito laico che ha a
suo modo condensato l'immagine di Dio in quella Della Natura. Era il Creato e
non il Creatore il problema su cui si misurava. Quando si trovava di fronte a
temi di fede, svicolava: questa questione lasciamola ai frati, annota in uno
dei suoi manoscritti. Ma probabilmente era anche un dettato di prudenza.
Ai suoi tempi per uno scienziato che si misura con la realtà dell'universo e
dei fenomeni naturali era facile farsi nemici, sconfinare nell'eresia e finire
nei guai. Come quelli in cui si trovò invischiato a Roma per via delle sue
pratiche di disazione anatomica». E degli altri
artisti del tempo cosa pensava? « Nei suoi scritti ne
nomina soprattutto due, con i quali era in qualche modo in concorrenza. Il
primo era Michelangelo, che non amava molto. Non apprezzava quei corpi dipinti
o scolpiti con quei muscoli innaturalmente dilatati ed esposti, che cozzavano
con le sue conoscenze anatomiche. Gli sembravano- scrisse- come sacchi
imbottiti di noci. Il secondo è Botticelli. Nulla da eccepire sulle figure,
erano gli sfondi, poco fedeli e realistici a indispettirlo».
( da "Corriere della Sera"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Terza Pagina data: 01/05/2009 - pag: 39 Dibattiti Il grande
giornalista e saggista ha ripercorso la sua vita in un libro e alla Fondazione
Corriere della Sera Tutte le patrie di Arrigo Levi, testimone
senza ideologie A rrigo Levi ebreo e laico, modenese
e italiano, giornalista e scrittore, studioso di teologia e non credente. Arrigo Levi
argentino e israeliano per scelta ma non sionista, inglese per vocazione e
ammiratore di Churchill ma non conservatore, di nuovo
italiano ma impermeabile ai vizi nazionali della piaggeria e del quieto vivere. Personaggio a tutto tondo, dunque,
e incarnazione di identità plurime, l'Arrigo Levi protagonista e autore di Un
Paese non basta (edito dal Mulino, pp. 285, e 16), che è stato
presentato ieri a Milano, nell'ambito degli incontri «ExLibris»
organizzati alla Sala Buzzati dalla Fondazione Corriere della Sera. Al fianco
di Levi, nel dibattito moderato da Antonio Carioti,
il direttore del «Corriere» Ferruccio de Bortoli,
Paolo Mieli e l'agente letterario Marco Vigevani. Le
tante patrie evocate anche nel titolo del saggio hanno dato senso e colore alle
memorie di Arrigo Levi, pur interrompendosi alla metà degli anni Cinquanta,
quando il futuro direttore della «Stampa» scelse definitivamente la carriera di
giornalista. Alle sue spalle, a quel punto, c'erano già la storia di una
dinastia familiare legata alla Modena ebraica, poi l'emigrazione in Argentina e
l'opposizione al peronismo nascente, quindi l'arruolamento nelle file
israeliane in occasione della guerra del '48, e ancora il soggiorno in
Inghilterra al tempo dell'incoronazione della regina Elisabetta, infine
l'orgogliosa riscoperta della propria identità italiana, un filo da riannodare
dopo il taglio netto imposto dal fascismo nel '38, con le leggi razziali. Il
genere letterario cui appartiene il libro è quello delle memorie, concepite in
uno stile molto speciale: «Non all'insegna della vanità ha detto de Bortoli ma piuttosto come personale rendimento di conti al
cospetto della società». «Il racconto di una magnifica avventura ha aggiunto
Mieli culminata negli anni Cinquanta in Gran Bretagna e ricca di semplicità e
humour, tanto da farne uno scrittore sostanzialmente inglese». La vita come avventura e impegno: ecco il timbro originale del racconto,
dove come ha ricordato de Bortoli «le difficoltà
servirono a cementare i rapporti tra le persone, a ravvivare la determinazione
di affrontare il futuro ». Era la speranza sempre rinascente che il meglio
dovesse ancora venire, accesa da una tale passione partecipativa ha ricordato
Mieli «da far quasi rimpiangere il novecento, benché passi per un secolo
tragico». «Arrigo Levi è da considerare testimone della koiné
ebraica modenese», ha precisato Marco Vigevani, ma
anche il simbolo di quella possibile «convivenza e somma di identità» che
possono costituire un modello per l'oggi, tormentato da identità armate fra
loro incompatibili. In questi ritratti si è riconosciuto infine l'autore, che
ha ripercorso i luoghi della nostalgia milanese, dai ristoranti di Brera alla
Galleria alla stanza di comando di via Solferino, la stessa in cui era seduto Missiroli. Tante patrie, perché una sola ancora non gli
basta: «Forse ha concluso quella vera è il giornalismo». Dario Fertilio Arrigo Levi (foto Portanome)
è nato 83 anni fa a Modena. Giornalista e scrittore, consigliere dei presidenti
Ciampi e Napolitano, ha scritto fra l'altro «Le due fedi» e «La vecchiaia può
attendere»
( da "Corriere della Sera"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Terza Pagina data: 01/05/2009 - pag: 39 Prospettive Le
sfide del XXI secolo nelle riflessioni di Morin sul
saggio di Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi
Un nuovo umanesimo per l'Europa Contro l'idea di un'Unione-fortezza
e i danni causati dalla sua stessa civiltà di EDGAR MORIN L a costruzione
europea subisce oggi una crisi profonda. Alla sua incapacità di darsi una costituzione e
un'unità politica si aggiunge la sua incapacità di gestire il suo necessario
allargamento e di effettuare il suo necessario approfondimento. Il caso più
emblematico è la questione dell'integrazione della Turchia, che ci impone di
reinterrogarci sulla natura dell'Europa. È ciò che Mauro Ceruti
e Gianluca Bocchi fanno con grande acutezza e
capacità di visione nel loro ultimo saggio, Una e molteplice. Ripensare
l'Europa (Marco Tropea Editore). L'umanesimo europeo è nato dalla simbiosi tra
il fraternalismo evangelico e l'autonomia del
cittadino greco, capace di prendere in mano il proprio destino e quello della sua
città. Tale umanesimo ha saputo inoltre concepire l'identità d'Europa secondo
l'immagine plurale delle quattro colonne, cioè le tre tradizioni monoteiste e
la tradizione del mondo classico greco e latino, in parte peraltro giunta a noi
attraverso la traduzione araba. Nella tensione e nell'intreccio delle sue
radici plurali, l'Europa moderna emerge da un vortice storico nel quale si
sviluppano la scienza, la democrazia e il pensiero laico.
L'Europa non sfugge soltanto alla visione semplificatrice che ne farebbe o
un'entità cristiana o un'entità non cristiana: sfugge a ogni visione semplice.
Non può definirsi attraverso una frontiera con l'Asia: è una «penisola » di
quel continente ben più ampio che è l'Eurasia. Il Mediterraneo è stato durante i secoli dell'Impero romano il suo lago
interno. L'Atlantico è divenuto il luogo dello sviluppo del suo commercio.
L'Europa si è differenziata storicamente dall'Asia, a partire dal vortice
storico nato dal suo occidente (Spagna, Portogallo, Francia, Paesi Bassi, Gran
Bretagna) sviluppando un tipo inedito di civiltà, propagatasi da ovest a est
portando in sé il principio di una trasformazione permanente. L'Europa è una
realtà storica in metamorfosi ininterrotta e la formazione dell'Unione europea
è l'ultima delle sue metamorfosi. Gianluca Bocchi e
Mauro Ceruti mettono mirabilmente in evidenza queste
metamorfosi. Dimostrano che per pensare l'Europa non si può dissociare la sua
molteplice diversità dalla sua unità, indicando che l'Europa da edificare (se
ciò è ancora possibile) deve essere quella dell'unità nella multiculturalità.
Essi mostrano che la nazione moderna è un'invenzione dell'Europa, che si è
mondializzata con i secoli XIX e XX. Le nazioni dell'Europa
occidentale, focolai di grandi civiltà e capaci di integrare in essa
etnie molto diverse, hanno vissuto due malattie specifiche: la purificazione
unificatrice e la sacralizzazione delle frontiere. La purificazione fu
innanzitutto religiosa e si scatenò in Spagna, Portogallo, Inghilterra (contro
i cattolici), Francia (abrogazione dell'editto di
Nantes), Germania. Ma le nazioni occidentali continuarono l'integrazione
multietnica. Fu l'affermarsi dell'idea di nazione negli imperi (ottomano,
austroungarico, zarista, divenuto poi Urss), nei quali le diverse etnie erano intrecciate,
che nel momento della loro disgregazione, fece comparire le volontà nazionali
di natura monoetnica, volte a purgarsi dagli elementi
divenuti stranieri sul loro stesso territorio. Ciò ebbe inizio durante le
guerre greco-turche dopo la Prima guerra mondiale, e
continuò soprattutto con la decomposizione della Jugoslavia, che non ebbe né il
tempo né le virtù per rimanere nazione polietnica. Ma
il culmine fu la purificazione razzista del nazismo, che si sviluppò con i
genocidi contro ebrei e zigani. L'Unione europea, per contro, ha permesso
l'integrazione polietnica delle piccole nazioni monoetniche e ha teso dunque a eliminare la malattia della
purificazione. Essa ha prodotto inoltre la desacralizzazione delle frontiere.
Le due malattie specificamente nazionali sembrano dunque superate. Tuttavia,
oggi appare lo spettro di una nuova purificazione, etnica o etnico-religiosa,
contro migranti la cui condizione è minacciata, così come contro migranti
impietosamente respinti. E Ceruti e Bocchi hanno ragione a levarsi contro l'idea di una
«fortezza Europa»: tanto più che l'Europa è nata da migrazioni, dalla
preistoria fino ai tempi storici; tanto più che il suo avanzo miserabile di
popolazioni è emigrato nelle Americhe; e tanto più
che sono le devastazioni dello sviluppo imposto all'Africa a spingere gli
africani proletarizzati a venire in Europa. L'ultimo ostacolo all'Unione
europea viene dagli Stati europei stessi che hanno accettato di abbandonare le
loro sovranità economiche, ma resistono all'abbandono delle loro sovranità
politiche assolute, allorché i problemi vitali e fondamentali che devono
affrontare richiedono, per la loro stessa natura, la perdita di questo
assolutismo. Ricapitoliamo le tesi del libro: l'Europa metanazionale
è nata dal disastro suicida della Seconda guerra mondiale e si è fortificata
sotto la minaccia dell'Urss staliniana. Oggi sono la piccolezza delle nazioni
di fronte ai propri problemi e la piccolezza dell'Europa di fronte alle grandi
unità continentali (Usa, Cina, India) a militare a favore del compimento
politico del superamento metanazionale. La piccolezza
dell'Europa è figlia della sua grandezza storica. Bocchi
e Ceruti sostengono a ragione che l'Europa è divenuta
«provincia globale»: da essa era partita l'era planetaria, che è stata ad un
tempo occidentalizzazione e globalizzazione. La civiltà europea è divenuta
mondiale, ma la civiltà che essa ha creato sta asfissiando e uccidendo il
pianeta. Infatti, gli sviluppi scatenati dall'occidentalizzazione, sotto
l'effetto del quadrimotore scienzatecnica-economia-profitto,
congiunti alle crisi delle civiltà tradizionali e ai conflitti ideologico-religiosi, fanno incombere sul pianeta due
minacce: la degradazione irreversibile della biosfera e nuovi conflitti nei
quali l'uso dell'arma nucleare, sempre più diffusa, è divenuto probabile. Il
bel saggio di Bocchi e Ceruti
ci pone dinanzi alle domande drammatiche che non possiamo più eludere: l'Europa
«subirà» i cataclismi provocati dalla sua stessa civiltà? A partire dal suo
umanesimo universalista e dalla sua tradizione problematizzante, aprirà la
strada a una politica capace di lottare contro gli effetti negativi della sua
stessa civiltà, di svilupparne gli effetti positivi e di votarsi non più
principalmente alle crescite quantitative, ma innanzitutto alle qualità umane e
alle qualità della vita? Sarà capace di congiungere le acquisizioni della
scienza con la cultura umanistica? Sarà capace di elaborare un pensiero che
possa legare le conoscenze frammentate, compartimentate
e disperse che ci rendono ciechi ai problemi fondamentali e globali? Porre tali
questioni è un appello al Rinascimento e a un nuovo Umanesimo
planetario. Scenari Due sono le minacce che incombono: la degradazione
irreversibile della biosfera e altre guerre con l'uso del nucleare «I QUATTRO
CONTINENTI» DI PETER PAUL RUBENS (1615) La pace Nella
foto sotto: Verdun, 22 settembre 1984, le mani
strette di Mitterrand e Kohl che, a nome di Francia e
Germania, in segno di pacificazione, onorano per la prima volta insieme i
caduti delle guerre mondiali La dichiarazione Dalla dichiarazione congiunta del
presidente francese e del cancelliere tedesco: «Germania Federale e Francia
hanno tratto insegnamento dalla storia. Siamo diventati amici. L'Europa è la
nostra patria»
( da "Messaggero, Il"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Venerdì 01 Maggio 2009 Chiudi di CLAUDIO SARDO ROMA - «Berlusconi è
ingordo di potere. Ne ha già tanto ma non gli basta mai. Ora è tentato di
servirsi del referendum per scaricare anche la Lega». «Franceschini invece è autolesionista. A parole attacca ogni
giorno il premier, ma nei fatti gli spiana la strada. Il Pd oggi è
un'opposizione di comodo». Pier Ferdinando Casini
marca le distanze dai due partiti maggiori. La sua Udc correrà da sola alle
europee e nella stragrande maggioranza dei Comuni e delle Province chiamate al
voto il 6-7 giugno. Da sola alza il vessillo del no al federalismo fiscale. E,
di fronte ai sì di Berlusconi e del Pd, è schierata in prima linea per
l'astensione al referendum. Reagite così perché l'obiettivo del Cavaliere è il
bipartitismo, e dunque il vostro scalpo? «Stavolta il
bersaglio di Berlusconi non siamo noi, ma la Lega. Nel suo delirio di
onnipotenza è infastidito dall'esistenza stessa degli alleati. Per l'Udc, se
anche vincesse il sì al referendum, non cambierebbe nulla. Resteremmo in
Parlamento nella medesima posizione di oggi». Perché non accogliete l'invito
del Pd: votare sì e poi lavorare insieme ad una diversa legge elettorale? «Perché non è un invito, ma una stupida illusione. Se vince
il sì, precipiteremo alle elezioni. E si voterà con la legge ritagliata dal
quesito referendario. Lo dice anche Cicchitto. Franceschini ha una sola via d'uscita dignitosa: fare
marcia indietro e spostare il Pd sull'astensione». D'Alema però dice: Pd, Udc e
Lega, che sono la maggioranza in Parlamento, potrebbero trovare un'intesa sul
modello tedesco. «Tanto D'Alema è un uomo
intelligente, quanto queste sue affermazioni sono desolanti. Ma come fa a non
capire che, se vincesse il sì, Berlusconi passerebbe subito all'incasso? Come
si può fare una riforma sul modello tedesco in questa legislatura? Se vincesse
il sì, io stesso prenderei la parola a Montecitorio per dire che è giusto
andare alle urne ed eleggere il nuovo Parlamento con la legge elettorale voluta
dai cittadini». Ma come può stabilizzarsi un Centro autonomo senza una cornice
istituzionale adeguata e con la minaccia continua che il sistema politico si
riduca a due soli partiti? «Credo che la strada per arrivare ad un sistema
simile a quello tedesco sia più lunga di questa
legislatura. Mi accontenterei di tornare a votare con la legge attuale, senza
danni ulteriori. Intanto penso che il Centro autonomo possa rafforzarsi nella
società, di fronte ad una sinistra in stato
confusionale e ad una destra incapace di modernizzare il Paese. La domanda
sulle riforme istituzionali, piuttosto, la girerei al Pd: quando smaltirà
definitivamente questa sbornia bipartitica? Con Berlusconi non ci sarebbero due
partiti ma un partito e mezzo, dove il mezzo è inesorabilmente il Pd» Non avete esagerato nel criticare la legge-delega sul
federalismo fiscale, visto che si tratta di una scatola ancora vuota e che le
originarie istanze leghiste sono state tutte mitigate o capovolte? «La prova della pericolosità del federalismo fiscale sta
nell'ordine del giorno approvato mercoledì su proposta del Pd. Si chiede al
ministro Tremonti di rendere note le prime cifre entro i prossimi quattro mesi.
Ma come si può approvare una legge-delega di questa importanza senza neppure
conoscere un cifra? Altro che scatola vuota... Questo
è un pericolo per la finanza pubblica: si moltiplicano i centri di spesa in
piena crisi economica». Ora il governo vede la risalita dopo la depressione. «Il governo italiano ha fatto poco o nulla per contrastare
la crisi economica. Il confronto con le misure adottate dagli altri Paesi
europei è impietoso. Berlusconi ha puntato tutto sulla sua indubbia capacità
comunicativa e ora spera che la nottata passi presto. Bisognerebbe usare la
crisi come opportunità per modernizzare l'Italia. Per riformare la previdenza,
per liberalizzare. È l'agenda che Emma Marcegaglia ha proposto e che noi
rilanciamo in ogni occasione. Ma Berlusconi non ci sente...»
Secondo lei, il Cavaliere sta ancora pensando al momento migliore per tornare
alle urne? «Se si impegnerà davvero nella campagna referendaria,
arriverà subito al bivio: o vince e passa all'incasso, oppure potrebbe essere
la classica goccia che fa traboccare il vaso. Se il sì non prevarrà, vorrà dire
che il troppo stroppia e che i cittadini si stanno stufando del suo
strapotere». L'Udc si presenta da sola in gran parte dei Comuni e delle
Province. Vuol dire che la scelte delle alleanze è
rinviata al secondo turno? «La nostra scelta oggi è di
rafforzare il Centro. Alle politiche del 2008 abbiamo vinto la battaglia della
sopravvivenza. Ora possiamo irrobustirci e conquistare una centralità politica.
Sarebbe un bene per il Paese che paga il prezzo salato di un bipolarismo
inefficace».La Russa vi dice: state al centro per praticare la politica dei due
forni. «Da che pulpito... Hanno archiviato tutti i
loro ideali per quote di potere e pretendono anche di fare prediche. La nostra
invece è una scelta costosa. Perderemo poltrone. Ma guadagneremo in forza. Ora
non siamo più subalterni a nessuno. L'Udc sta anche cambiando pelle, si sta
trasformando. Non più il partito degli assessori, ma un partito radicato nel
territorio e sensibile all'opinione pubblica, pronto a reagire quando la Lega
impone la sua linea sulle ronde o sull'immigrazione». Alle europee candiderete
personalità cattoliche come Carlo Casini, come Magdi Allam, come il neurologo Gianluigi Gigli. Non teme che
un'impronta confessionale contraddica l'aspirazione ad un Centro più grande? «Candidiamo persone che hanno valori forti. È un motivo di
orgoglio. Ma non facciamo scelte bigotte: restiano sempre un partito laico di ispirazione cristiana.
Aperto al mondo delle professioni e ai movimenti sociali. Nelle nostre liste ci
sono anche Gianni Rivera, l'imprenditore Roberto Carlino, la campionessa
para-olimpica Clara Podda e un giovane di qualità
come Emanuele Filiberto». Veramente la candidatura di Emanuele Filiberto
è apparsa a molti come un cedimento alla moda delle
veline e degli uomini di spettacolo... «Io l'ho conosciuto e penso che possa
svolgere un servizio utile. In ogni caso, siamo tutti alla prova. Grazie
all'Udc i cittadini potranno scegliere chi mandare a Strasburgo come loro
rappresentanti. Fosse stato per Berlusconi, le
preferenze sarebbero già cancellate». Che impressione le ha fatto la polemica
sulle liste del Pdl, infiammata dalla lettera della
signora Veronica? «È stato una polemica così
fragorosa, ma anche così limpida nella sua brutalità, che non resta nulla da
aggiungere». Qual è l'obiettivo minimo dell'Udc alle europee? «Il nostro obiettivo è continuare a crescere. Le elezioni
europee non saranno il terreno più agevole di competizione, anche perché il Pdl si presenta nel suo ciclo più positivo. Ma se
continueremo a crescere, allora sarà un punto di svolta». Il tema delle
alleanze, comunque, presto o tardi si porrà per voi. «Prima delle
alleanza dobbiamo porre un'altro tema all'ordine del giorno. La destra
non è capace strutturalmente di fare gli interessi dell'Italia. Attende, parla
d'altro, prova a distogliere l'attenzione dalla durezza della crisi. Il Paese
ha bisogno di riforme ma il governo non è all'altezza. La sinistra però è
strutturalmente incapace di proporre un'alternativa credibile. La solo vera alternativa alla colpevole inerzia di oggi è un
Centro modernizzatore e al tempo stesso in grado di ridurre i conflitti. L'alternativa
siamo noi».
( da "Corriere della Sera"
del 01-05-2009)
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Corriere
della Sera sezione: Lombardia data: 01/05/2009 - pag: 12 Quattro le case
editrici: realizzano il 50 per cento del prodotto nazionale Libri e fede, la
cultura religiosa ha la sua capitale a Brescia Preferiscono il salone di
Francoforte a quello di Torino di ARMANDO TORNO MILANO Brescia è la capitale
dell'editoria religiosa e offre un buon 50% di quanto viene prodotto nel nostro
Paese in ambito teologico ed esegetico. È un riferimento internazionale, tanto che le
quattro case editrici operanti nella città lombarda La Scuola, Morcelliana, Paideia (che ha sede
a Flero,
( da "EUROPA ON-LINE"
del 01-05-2009)
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Articolo Sei in
Lettere 1 maggio 2009 Pannunzio torna liberale per la
libertà d'informazione Cara Europa, leggo nella pagina culturale di mercoledì
della Repubblica che è stata costituita la "Società Mario Pannunzio per la libertà d'informazione": per
affrontare il problema dei media, manipolati, eterodiretti,
conformisti, e per un'informazione indipendente dall'intreccio politica-economia-giornali, a
difesa dei lettori. L'obbiettivo della fondazione mi sembra altamente lodevole,
specie nel momento in cui i giornali più o meno indipendenti
perdono pubblicità e copie e aumenta l'egemonia delle televisioni velinare e berlusconiane. Ne sapete niente? ANGELO
ROSSITTO, ROMA Sì, caro Rossitto, ne sappiamo qualcosa. E senza aspettare le
dieci righe di mercoledì nella pagina culturale di Repubblica, abbiamo scritto
su Europa, nove giorni fa, un intero articolo intitolato "Pannunzio ritorna liberale". Scusi l'autocitazione,
che il galateo giornalistico proibirebbe, ma si vede che quel giorno lei non ha
comprato Europa. Quanto al titolo, la spiegazione del "ritorna" è
questa: il nome di Pannunzio l'ultraliberale
ultralaico ultrariformatore che diresse Il Mondo, la più bella rivista del
secondo Novecento e costruì o ispirò il programma del primo centrosinistra , è stato strumentalizzato qua e
là per politiche culturali di tutt'altro segno, comunque reazionarie e quindi
illiberali. La Fondazione costituita ieri nella sede romana dell'Unione
europea, in via 4 Novembre a Roma, è iniziativa di uomini e associazioni di
cultura liberale, radicale, liberaldemocratica, laica,
liberalsocialista, insomma tutto fuorché di destra. Fra le associazioni che
aderiscono c'è Articolo 21, che non sarà più sola o quasi nell'impegno per
l'indipendenza dei media dalla connection politica-economia. È una morsa sempre
letale, specie in un paese dove l'opinione pubblica critica è minoritaria e la
stampa non è sentita come "contropotere", qual è invece nelle
democrazie antiche e mature. Motore della nuova fondazione è la rivista Critica
Liberale, il cui direttore Enzo Marzo ha svolto nell'affollatissima sala
dell'Unione europea la relazione introduttiva. Campeggiava un manifesto con un
numero, 44, che è il posto assegnato dagli osservatori internazionali
all'Italia quanto a indipendenza dei media e libertà di stampa: quarantaquattresimo
posto, dopo il Ghana, credo, o qualcosa di simile. È necessario una stabile
alleanza di tipo nuovo fra carta stampata e internet, fra televisione italiana
e politica europea. L'Europa non può più limitarsi a emettere decisioni che in
Italia non hanno seguito. E così internet, che è l'unica fonte di informazione
dei giovani sotto i 25 anni, non potrà limitarsi a riprodurre le notizie che la
stampa dà, quando le dà e non preferisce invece commentare i commenti, che sono
meno impegnativi della notizia ma realizzano un'informazione virtuale, falsa,
che tradisce il cittadino e la democrazia. Bisognerà, come proponeva Scalfari
qualche tempo fa, che la stampa si specializzi in inchieste sociali economiche
culturali politiche di costume, che internet non sa e non può fare; e che fra
carta stampata e internet si stabiliscano rapporti leali, per cui i prodotti
migliori dei giornali, messi in rete, vengano pagati come ogni altra proprietà
intellettuale. Dunque, un'Europa più severa e un mercato più trasparente, per
migliorare la condizione del sistema mediatico. In questo, la fondazione Pannunzio avrà un suo ruolo importante, specie se saprà
riproporre la cultura degli "Amici del Mondo": che coi loro convegni
al Ridotto dell'Eliseo facevano più dei congressi di partito. Erano altrettante flebo di cultura politica alla debole democrazia
dei partiti. Federico Orlando
( da "EUROPA ON-LINE"
del 01-05-2009)
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Articolo Sei in
Cultura 1 maggio 2009 Inside the Vatican da cattolico
adulto Giancarlo Zizola racconta in modo
appassionante mezzo secolo di storia Un libro di storia che si legge come fosse
un romanzo. O il romanzo di una vita che si legge come fosse un libro di
storia. È difficile classificare Santità e potere di Giancarlo Zizola (Sperling & Kupfer,
650 pagine, 25 euro). Di certo è un bellissimo libro, che appassiona dalla
prima all'ultima riga, grazie anche allo stile tutto particolare dell'autore,
quasi un pifferaio magico che incanta con le sue frasi avvolgenti. "Dal
Concilio a Benedetto XVI: il Vaticano visto dall'interno", dice così il
sottotitolo, ed è vero, perché pochi come Zizola sono
stati per più di un quarto di secolo dentro le cose vaticane passando
attraverso le esperienze all'Avvenire d'Italia, al Messaggero, al Giorno, fino
all'attuale collaborazione con Il Sole 24 Ore. Era un ragazzino quando
incominciò a occuparsi di informazione religiosa nel suo Veneto dei primi anni
Cinquanta del secolo scorso, e da lì in poi l'autore ci prende per mano
raccontando l'avventura di una vita consacrata al giornalismo. Un giornalismo
per la Chiesa e nella Chiesa, e che tuttavia, proprio in virtù di questo
impegno, diventa anche una battaglia nei confronti della Chiesa o per lo meno
con parte di essa. Zizola infatti
fin dall'inizio non è solo cronista. È soprattutto un cattolico con una sua
visione del cattolicesimo e del ruolo ecclesiale. Oggi lo diremmo un
"cattolico adulto", uno che ama sempre pensare con la propria testa e
in base alla propria coscienza, si tratti pure di mettersi contro la gerarchia
e di muovere critiche al papa stesso. Chiaro che uno così, ieri come oggi, è
destinato a farsi molti nemici e a non vivere una vita facile. Ma Zizola sceglie subito questo percorso tutto curve e
ostacoli, e lo fa animato da sincera passione per quella Chiesa che,
sull'esempio di un Rosmini o di un Mazzolari, sente tanto più sua quanto più lo fa soffrire.
Il lettore può anche non trovarsi d'accordo con alcune sue scelte e alcuni
giudizi nei confronti di papi, cardinali e monsignori, ma nessuno può
contestare a Zizola la sincerità e la trasparenza. Si
mette in gioco senza nascondersi. Da Pio XII a papa Ratzinger, Zizola ci introduce in un doppio mondo: quello del Vaticano
e quello dei vaticanisti, questi specialisti dell'informazione religiosa che
hanno a che fare con una realtà tanto complessa e spesso
tanto sfuggente. Le notizie che dà sui due mondi sono tutte gustosissime.
I conclavi e i loro retroscena, la personalità dei papi, le loro paure, il
ruolo degli aiutanti spesso più papisti del papa, le piccole e grandi trame di
palazzo. L'autore ha un archivio sterminato e vi attinge a piene mani tirandone
fuori volti e vicende che non lasciano mai indifferenti. In certi casi sfocia
un po' nell'autocelebrazione e si può notare un lirismo eccessivo a proposito
dell'amato Giovanni XXIII e di quel famoso spirito del Concilio sul quale
ancora oggi ci si accapiglia. Inoltre alcune valutazioni trancianti, come nei
confronti di qualche movimento ecclesiale, pur contenendo elementi di verità
sanno di pregiudizio, ma Zizola
va preso così: è uomo schierato, e il suo pregio sta nel dichiararlo con grande
onestà. Il mondo nel quale ha lavorato appare sotto certi
aspetti lontanissimo da noi: per esempio la sala stampa vaticana prima
dell'avvento dell'informatica e del "mondo globale", dove quel che
contava era ancora il rapporto diretto con le fonti, lo studio dei testi, la
collaborazione con gli specialisti, la ricerca quotidiana. Il senso di
nostalgia che ne deriva dà al libro un valore anche sul piano dei sentimenti. Di pagina in pagina si fa più pressante una domanda: perché i
laici cattolici di questa pasta sono così pochi? La
risposta sta nel libro stesso, nella storia di un uomo che racconta come si può
essere liberi stando nel- la Chiesa, fedeli al pap a senza diventare adulatori, cattolici senza
smettere di essere laici. È quell'obbedire stando in piedi, come disse
Pietro Scoppola, che è così raro perché richiede tanto coraggio, tanto studio e
tanto amore. Aldo Maria Valli
( da "Corriere della Sera"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Lavoro data: 01/05/2009 - pag: 35 Le iniziative In Italia e
all'estero, per imparare le lingue o l'economia Corsi estivi all'università Al
via la stagione 2009 Le iscrizioni per partecipare ai programmi Tempo di summer school. Cominciano le selezioni per le
scuole estive rivolte a studenti, laureandi e neolaureati in cerca di un'estate
«diversa ». Le possibilità (in Italia e all'estero) sono tantissime: si parte
dai classici corsi di specializzazione monotematici, fino alle
full immersion in lingua che consentono ai ragazzi di imparare la teoria
direttamente con la pratica. In Italia - L'università di Bologna, che ogni
estate accoglie nelle sue summer school
oltre 1.200 studenti, apre anche quest'anno le sue porte ai ragazzi italiani e
stranieri. I corsi in programma spaziano da «Lingua e cultura italiana» a
«Gestione del rischio ambientale». Per chi volesse invece fare un'esperienza al
di là dell'Oceano, la Sapienza di
Roma organizza tre scuole estive negli Stati Uniti. Marketing, cinema e
giornalismo gli indirizzi dei corsi. Sono quindici invece i corsi promossi
dall'università Cattolica del Sacro Cuore tra Milano, Ravenna, Cremona, Venezia
e altre città d'Italia. Tra i temi analizzati, studi danteschi, cinema
internazionale, marketing del no-profit, psicologia, e impresa e
società. E partono anche le summer school del Politecnico di Milano, pensate per gli studenti
del quarto anno delle superiori che prima delle vacanze vogliono vivere una
settimana full immersion nel mondo dell'ingegneria. Anche la European School of Economics ha in programma
diversi «summer corses ».
Si va dai classici corsi in lingua inglese, fino ai percorsi di studio in international business e videomaking.
All'estero - Offerte per tutti i gusti nelle università estere: dal Regno Unito
ai Paesi Bassi, dalla Francia alla Spagna, sono innumerevoli gli atenei e le
scuole che propongono agli studenti stranieri diversi percorsi didattici. La Amsterdam-Maastricht Summer University (Paesi Bassi),
ad esempio, ha in programma corsi di tedesco, arte, politica e giornalismo.
Anche a Pontypridd (Regno Unito) questa estate sarà
possibile frequentare una delle summer school dell'university of Glamorgan. Sono 167 invece i
corsi che propone l'Universidad Complutense
di Madrid tra belle arti, relazioni internazionali, economia e informatica.
Corinna De Cesare In aula Le lezioni spaziano dalle questioni ambientali fino
alle strategie internazionali di business Sedi A sinistra,
l'università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Sopra, l'ateneo La Sapienza a
Roma
( da "Corriere della Sera"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Lavoro data: 01/05/2009 - pag: 35 Giovani all'estero La
storia La strada di Serena, da Varese alla Dow Jones
di Francoforte «Essere positivi e tenaci. Io lo sono sempre stata e mi sento di consigliarlo
ai miei coetanei, soprattutto in un momento di crisi come quello attuale. Non
scegliete sempre la situazione più comoda e a portata di mano. Osate». Serena Speroni (nella foto), 27 anni, oggi lavora a
Francoforte alla Dow Jones & Company, dopo aver
«osato» andando a studiare e lavorare tra gli Stati Uniti e
il Belgio. «Sono di Varese e il mio primo passo coraggioso, almeno per una
ragazza di 18 anni, è stato quello di trasferirmi a Milano per frequentare Lingue e tecniche
della comunicazione all'Università Cattolica». Un indirizzo di laurea oggi
considerato, perlomeno nella parte comunicazione, inflazionato, con
troppi giovani che cercano lavoro. Ma Serena, un anno prima della laurea, aveva
preso al volo una prima occasione che forse per lei ha fatto poi la differenza:
una borsa di studio per un programma di tre mesi di studi linguistici alla Tulane university di New Orleans.
Seguito poi, immediatamente dopo la laurea nel 2005,
da uno stage di sei mesi a Bruxelles come Assistente marketing ed eventi presso
Euroidees, l'associazione europea per lo sviluppo
delle piccole e medie imprese. «Lo stage è stato
determinante, perché appena tornata in Italia ho trovato un impiego alla Vorwerk , dove per tre anni ho
fatto l'Event planner».
Fino all'ottobre scorso quando c'è stata da cogliere l'ultima occasione al
volo: un sito di recruiting on line cercava un Conference & marketing specialist
per Francoforte. «Ho superato prima una dura selezione
telefonica e poi i colloqui in Germania. Ora in Dow
Jones mi occupo dello sviluppo del settore conferenze, in Francia e in Italia,
del mercato dei metalli». Un approdo, secondo Serena, favorito anche da un plus
che spesso i giovani sottovalutano. «La conoscenza delle lingue: parlo
fluentemente inglese e francese e sto migliorando il mio attuale buon livello
di tedesco». Enzo Riboni Racconta la tua storia a
enzribo@tin.it
( da "Giornale.it, Il" del 01-05-2009)
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n. 104 del 2009-05-01 pagina 14 Il
principe (della Chiesa) e la principessa (scrittrice) di Redazione L'uscita del
libro è prevista dopo l'estate, il titolo (quasi) definitivo è La verità chiede
di essere proclamata, l'autrice è notissima alle cronache ed è spesso invitata
nei migliori salotti televisivi; l'intervistato,
invece, è un porporato piuttosto schivo che ha scelto per la prima volta di
confidarsi parlando della sua vita e della situazione della Chiesa. Sarà Rizzoli
a mandare in libreria la nuova fatica di Alessandra Borghese (nella foto), la principessa romana che alcuni anni fa ha riscoperto la fede
cattolica e non si vergogna di raccontarlo. Donna Alessandra, saggista e
vaticanista, estimatrice da tempi non sospetti di Joseph Ratzinger e impegnata
nel volontariato come barelliera a Lourdes, è stata scelta come interlocutrice
da un principe della Chiesa, il cardinale Carlo Caffarra,
arcivescovo di Bologna. Il prelato originario di Busseto
(come Giuseppe Verdi), esperto di bioetica e morale, ha raccolto l'eredità del
cardinal Biffi e ha voluto dialogare con la principessa. Caffarra
racconta la sua passione per la musica, la sua infanzia, la sua missione di
pastore, i suoi dialoghi con i giovani. E rivela di sentirsi disarmato e quasi
incapace di dare una risposta a chi gli dice di non sentire alcun bisogno di
Dio. Scritto in modo semplice e diretto, il libro affronta la situazione della
Chiesa, della liturgia, della comunicazione della fede, del dialogo con il mondo
contemporaneo. In autunno inoltrato si prevede anche l'uscita per Mondadori di
un volume del cardinale Camillo Ruini, già presidente della Cei e Vicario del
Papa per la diocesi di Roma, protagonista indiscusso della vita della Chiesa
italiana dell'ultimo trentennio. Dialogherà con il «laico» Ernesto Galli Della
Loggia, politologo ed editorialista del Corriere della Sera. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA -
Via G. Negri 4 - 20123 Milano
( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 01-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Napoli, città di
cultura, evoluta e disposta ai cambiamenti, ma spesso depredata. È stato questo il tema del convegno-concerto dal titolo: «Il
futuro sviluppo di Napoli, Capitale del Sud dell'Europa del Mediterraneo» che
si è svolto presso il Conference Center del Tiberio
Palace. La manifestazione è stata organizzata dall'Aiac,
Associazione Internazionale di Apostolato Cattolico, dal
Ministero della Pubblica istruzione e dall'Ufficio Scolastico Regionale. Al
centro del dibattito Napoli e l'auspicio che diventi non solo capitale del Sud
ma dell'Europa nel Mediterraneo. Per Gennaro Sguro,
presidente dell'Aiac «Napoli ha tante virtù e una
lunga storia». Relatore al convegno, tra Rocco Buttiglione: «È vero che Napoli è una città piena di virtù, ma purtroppo
non basta. È una città ferita anche per i politici del Sud. È importante - ha
concluso - ripristinare la pace nel Mediterraneo la politica estera dovrebbe
mirare a questo obiettivo. Bisogna intraprendere ogni iniziativa per un cammino
lento ma di successo». La serata si è conclusa con il concerto del soprano
greco Despina Scarlatou e
del maestro Carlo Gargiulo.
( da "Foglio, Il" del 02-05-2009)
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2 maggio 2009 Dio,
banca e famiglia - Il futuro del gran bresciano / 2 Così Tremonti è diventato
il ministro più apprezzato da Bazoli Per capire la
solidità di quel filo che in modo sempre più forte lega il mondo di Giulio
Tremonti e di Romano Prodi capita che vi sia un nome un po
particolare che spieghi meglio di ogni altro retroscena politico come siano
sempre più esplicite le affinità – non soltanto intellettuali – tra gli universi di riferimento del ministro dellEconomia e dellex
presidente del Consiglio. Avete presente luomo che più degli altri ha
costruito negli anni un ottimo rapporto di fiducia con il professore bolognese
e che avrebbe potuto persino guidare lUlivo alla fine degli anni 90? Avete presente
uno dei banchieri più importanti dItalia? Avete presente
il numero uno di Intesa Sanpaolo? Ecco, proprio lui.
Proprio Giovanni Bazoli. Negli ambienti finanziari
lombardi raccontano che è ormai da qualche mese che Bazoli
e Tremonti si
studiano, si parlano, si sentono e si confrontano sulle più importanti
questioni economiche nazionali. In privato Bazoli fa
sapere di condividere sia lapproccio con cui il ministro ha
scelto di governare la crisi economica nel nostro paese (i Tremonti bond, secondo Bazoli, sono per esempio uno degli elementi chiave “per
ridare fiducia in tempi rapidi”) sia il tentativo di restituire al capitalismo
un profilo sempre più vicino al concetto di “etica”. “Al contrario di quanto
spesso raccontato dai giornali – spiega al Foglio un importante consigliere di
amministrazione di una banca lombarda, che conosce bene sia il ministro sia il
banchiere – il rapporto tra il seduttore dellEconomia
e Bazoli ha iniziato a irrobustirsi già nei mesi in
cui il governo ha
affidato la gestione del caso Alitalia a Intesa Sanpaolo.
Se da un lato Corrado Passera si è legato molto con Berlusconi, dallaltro lato Tremonti ha offerto direttamente
a Bazoli la possibilità di dare al suo istituto il
profilo sempre più di banca
di sistema. Fino a un anno fa, Bazoli era ancora
abituato a considerare il tremontismo come un mondo
con il quale non cera nulla da condividere. Poi però Bazoli si è convinto della bontà del disegno di Tremonti,
ha capito che il ministro non era affatto un mero commercialista al servizio di
Berlusconi e lo ha sempre più legittimato come interlocutore serio e
autonomo”. Il rapporto tra il presidente del Consiglio di sorveglianza di
Intesa Sanpaolo e il ministro nasce anche grazie allimportante ruolo di cerniera svolto dal presidente della Cariplo,
Giuseppe Guzzetti. Per due ragioni. La prima riguarda
il buon rapporto tra Tremonti e le fondazioni, la seconda quella progressiva e
significativa intesa raggiunta dal ministro con il mondo cattolico ambrosiano.
Rispetto a sei anni fa – quando i vertici dellassociazione
a cui fanno capo le fondazioni bancarie (Acri) non perdevano occasione per
criticare la vecchia riforma delle fondazioni bancarie voluta dallo stesso
ministro – Tremonti ha modificato in modo radicale la sua opinione sul ruolo pubblico che in
economia devono avere le stesse fondazioni. Guzzetti
– che di Bazoli è amico e che oggi è numero uno dellAcri
– apprezza sia la politica dei Tremonti bond sia il ruolo decisivo che secondo
Tremonti dovrà avere
la Cassa depositi e prestiti per uscire dalla crisi economica (le fondazioni,
tra laltro, sono azioniste importanti della Cassa depositi e prestiti
ed entro la fine dellanno dovranno decidere se
convertire le proprie azioni privilegiate in titoli ordinari o no. E il governo,
naturalmente, ha interesse che le fondazioni continuino a dare il loro
contributo alla Cdp). Se
fino al 2003 Guzzetti era costretto a ripetere che
per carità con Tremonti non cè alcun problema, oggi i rapporti
tra i due sono così
buoni che il 10 giugno – quando a Siena lAcri organizzerà il
congresso triennale delle fondazioni – uno degli ospiti donore sarà lo
stesso ministro. Nel mondo finanziario milanese, infine, non è certo sfuggito
come Tremonti sia ormai riuscito a diventare un punto di riferimento un po
per tutto il mondo cattolico-finanziario. Oltre allottimo
rapporto con Guzzetti e Bazoli,
il ministro ha sempre più ammiratori anche in una delle più importanti
università italiane: quella Cattolica dove grandi estimatori e sinceri interpreti del tremontismo sono il rettore Lorenzo Ornaghi
e i professori Alberto Quadro Curzio e Marco Fortis,
e dove sei mesi fa il ministro dellEconomia
salì in cattedra per pronunciare unapprezzatissima
lectio magistralis, in cui Tremonti citò Platone, in cui si ispirò a
Ratzinger, in cui profetizzò la fine di questo mondo economico e con cui diede
definitivamente limpressione di essere diventato oltre che
un gran seduttore persino un gran bel teologo. Cosa che – fanno sapere – non è
naturalmente passata
inosservata né dalle parti di Giuseppe Guzzetti né
soprattutto dalle parti di Giovanni Bazoli. di Claudio Cerasa
( da "Giornale.it, Il" del 02-05-2009)
Argomenti: Laicita'
n. 105 del 2009-05-02 pagina 0 Quella
feroce crociata laica contro i credenti di Susanna Tamaro Da un paio danni
a questa parte, quando incontro giornalisti o conosco persone nuove, mi capita
una cosa strana. Dopo i primi convenevoli, tutti improvvisamente si irrigidiscono e, con uno
sguardo imbarazzato, precisano: «Guardi che io sono laico». Avendo ben chiara letimologia
delle parole - pur sembrandomi assolutamente fuori luogo losservazione -
li rassicuravo. Sono laica anchio, non ho mai
preso nessun voto di
un qualche ordine religioso. Poi con il passare dei mesi ho capito che cera
una grande battaglia in corso, una battaglia feroce e senza esclusione di
colpi. Il mondo sembrava diviso esattamente in due. Da una parte appunto i
laici, difensori del progresso
e della civiltà, e dallaltra i credenti,
oscurantisti, alfieri del regresso, sessuofobici e nemici
della libertà delluomo. E naturalmente
io, in quanto credente, agli occhi di tutte le persone che mi incontravano,
rientravo nella seconda categoria. Non ero preparata a trovarmi sul banco dei retrogradi, degli ottusi
e quindi a dover rispondere a domande di imbarazzante limitatezza. Come tutte
le persone solitarie, sono abituata a fare delle riflessioni piuttosto profonde
e articolate sulle cose e davanti alla marea di questi pregiudizi e luoghi
comuni mi sento completamente spiazzata. Che cosa vuol dire credere? Obbedire
ciecamente a una persona? Osservare dei rituali rassicuranti? Vivere nella
paura dello scandalo, del peccato? Ho una natura anarchica e ribelle e
difficilmente avrei potuto adattarmi a una qualsiasi di queste opzioni. Non
sono cresciuta in un ambiente cattolico e dunque non ho assorbito - per fortuna
- i nefasti condizionamenti di una fede trasformata in usanza, nella
ripetizione vuota di formulette dal sapore
dolciastro. Sono inoltre voracemente curiosa. Le cose che non comprendo, le
voglio capire, come voglio costantemente riuscire a superare i limiti e gli
ostacoli. Non ho mai avuto una folgorazione sulla via Damasco come San Paolo né
quella più moderna di André Frossard. Piuttosto ho
sempre sentito in me il forte desiderio di ricercare un senso e altrettanto
forte la voce della coscienza. Sono stati proprio questi due fattori a
spingermi verso un cammino di conoscenza e di studio che dura tuttora. La maggior parte dei miei amici non è
credente, eppure non ho mai sentito la necessità di criticarli, di cambiare la
loro visione del mondo o, tanto più, di giudicarli. La diversità di idee mi è
sempre sembrata una delle ricchezze della vita e non un nemico da combattere. Mi colpisce molto,
dunque, lo spirito di feroce crociata che pervade luniverso
dei laici. Perché tanto livore, tanto impiego di energia, tanta intolleranza
verso persone che hanno una diversa visione del mondo? Perché tanto impellente è il bisogno di
convincere le persone credenti che hanno imboccato una via sbagliata? Forse
perché da noi si leva una voce in difesa della vita e contro altre barbarie
che, astutamente e subdolamente, si vogliono far passare come progressi per la
libertà delluomo? Non cè
forse dietro questa crociata delle certezze - perché
queste persone, beate loro, vivono confortate da straordinarie certezze - la
volontà di rimuovere la parte più profonda delluomo,
la più oscura, quella che lo lega al mistero del male e alla finitezza e che ne fa una creatura
perennemente alla ricerca di senso? è proprio da
questa ricerca che nascono le inquietudini, i dubbi e le domande. E le domande,
inseguendosi lun laltra, a un certo punto si
scontrano con qualcosa che
non è più fonte di ragionamento, ma di meraviglia, perché, a un tratto, ci si
rende conto che la realtà dellinfinitamente
grande e dellinfinitamente piccolo sfugge alla
percezione della nostra mente. La consapevolezza del divino non nasce dunque
dalla paura né dal
conformismo, ma piuttosto dalla meraviglia, dal saper vivere con emozione e
stupore la ricchezza - anche tragica - che la realtà di ogni giorno ci propone.
Vivere con la fede non vuol dire chiudere delle porte perché si teme quel che cè
dietro, ma aprirle
tutte perché non cè niente dietro che ci possa far paura. Né
la morte - questo grande mistero che tutti ci attanaglia - né la malattia, né
limprevedibilità della vita. Laccettazione del mistero ci permette
di far scivolare in secondo piano quella cosa così noiosa e ingombrante che si chiama «io» e che ci
ossessiona con le sue monotone cantilene dalla nascita alla tomba, questo
tronfio nanerottolo che ci vuol far credere che la realtà sia solo quella che
lui è in grado di proiettare sullo schermo della nostra mente, che sa domare e
manipolare secondo i suoi desideri, e che nulla - al di fuori del suo raggio dazione
- possa esistere. Io penso in realtà che la vita non sia stare in una gabbia,
seppur confortevole, e difendere con alti strilli il suo perimetro - come vuole quel nanerottolo -
ma fuggire da tutte le gabbie, da tutto ciò che rimpicciolisce e umilia la
misteriosa grandezza e dignità delluomo.
La fede nella mia vita non ha portato alcuna chiusura, alcuna paura. Anzi,
quelle che cerano,
le ha spazzate via, spazzando via anche molte certezze. Per questo resto
strabiliata davanti allimmagine
spauracchio del credente che viene agitata in questa battaglia, diventata ormai
guerra aperta. E questa guerra, alla fine, non è la guerra tra le ottuse truppe del Papa e i
paladini del progresso autodeterminato, ma tra chi è in grado di ascoltare
ancora la voce della propria coscienza - che sia credente, agnostico, buddista,
ebreo o musulmano - e ha a cuore la delicata complessità delluomo
e chi ascolta invece
unicamente la rumorosa grancassa dei media. Susanna Tamaro © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA -
Via G. Negri 4 - 20123 Milano