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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


top          ARTICOLI DELL’ 8 e 9 marzo 2008       #TOP


Report "Israele/Palestina"

Il multiculturalismo senza ordine nazionale autorizza il dominio dei violenti (non solo in Olanda) ( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: anni di Israele; e c'è chi ingiuria il presidente Napolitano (un certo "Comitato Nakba", denunciato dal solo Magdi Allam). Insomma, siamo in pieno revival nazista-fascista-stalinista anni Trenta, quando i libri dei critici non venivano contestati ma bruciati e gli autori assassinati (vedi Gobetti, fratelli Rosselli e altri,

Il Pdl è nuovo, l'apparato no e fa muro ( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: istituto di cultura italiana in Israele, Alessandro Ruben della Anti Defamation League dell'Unione delle comunità ebraiche, la presidente delle donne marocchine in Italia Saoud Sbai, la presidente dei giovani imprenditori di Confapi Catia Polidori, il presidente dei giovani di Confcommercio Paolo Galimberti, quello di Confartigianato Maurizio del Tenno,

Una risposta adeguata a Hamas ( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: fa ripiombare Israele nell'incubo dei primi due anni della Intifada II, quando il ripetersi degli attacchi ai civili aveva indotto tante madri a mandare a scuola i figli su bus diversi, perché nel caso di esplosioni almeno uno si salvasse. Non ci sono parole per condannare questo atto, ancora una volta diretto contro teenager,

Israele, il killer della porta accanto ( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract:

Rabbia davanti alle otto bare dei ragazzi uccisi a Gerusalemme ( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Interno israeliano per cambiare la carta di residenza con il passaporto. Arabi-israeliani, il cuore arabo e lo stipendio israeliano. Il tallone d'Achille della sicurezza nazionale, ammette Yonathan Figel, guru dell'International Policy Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, l'Olimpo dell'antiterrorismo israeliano: "E la sfida del futuro,

"Un muro per dividerci e poi la pace" ( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: chiaramente per vendicare la recente incursione israeliana a Gaza che ha provocato molte vittime, è un arabo israeliano, cioè uno che viveva nella sezione araba di Gerusalemme, con carta d'identità israeliana, con libertà di movimento anche se non di voto. E questo è un problema che ci trasciniamo da quando Israele pensò di complicare le cose annettendosi la parte araba di Gerusalemme".

Di LORENZO BIANCHI UN TERRORISTA solitario? Dell'uomo che ha ucciso otto ( da "Giorno, Il (Nazionale)" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: organizzazione di terroristi palestinesi con passaporto israeliano nota dal 2003. Il "gruppo del martire Imad Mugniyeh e dei martiri di Gaza" sembra una cellula recente. Mugniyeh è il capo delle operazioni militari del "Partito di Dio" ucciso in un misterioso attentato a Damasco il 12 febbraio. Questi intrecci oscuri fanno sospettare scenari più ampi.

MO: GERUSALEMME SOTTO SHOCK, OLMERT DISERTA I FUNERALI /ANSA ( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: parte di Israele che non vuole cedere al compromesso, che nega legittimità al negoziato, e accusa Olmert di aver concesso sin troppo ai palestinesi accettando di sedersi al tavolo di colloqui che puntano in qualche modo a portare la pace. "I negoziati proseguiranno, perché il terrorismo non può penalizzare quella parte moderata del popolo palestinese che non sceglie la violenza"

Condanna Onu, stop dalla Libia<Ricordate i morti di Gaza> ( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: palestinese Abu Mazen a tornare al tavolo del dialogo con Israele, e ieri il portavoce della Casa Bianca Tony Fratto ha detto: "La cosa più importante è che il processo di pace continui e che le parti restino impegnate". Alla domanda se la Casa Bianca non sia rimasta delusa per l'impasse all'Onu, Fratto ha risposto che "un attacco di questa natura non merita altro che una condanna"

Israele blindato dopo la strage Giallo su Hamas ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del Israele blindato dopo la strage Giallo su Hamas Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre leggevano il Talmud. Non si sono sentite grida durante il funerale delle vittime dell'attentato di mercoledì, non si sono viste armi. C'è solo stato un silenzio tremendo, pesante come il piombo.

La diplomazia del terrore ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Così come insegna che il sacrosanto diritto alla sicurezza di Israele non può sostanziarsi né trovare scorciatoie nel solo esercizio della forza. È una constatazione oggettiva che nulla concede alla proganda del radicalismo palestinese né vuol concedere alibi a chi sfrutta una tragedia vera - quella della popolazione civile di Gaza - per propagandare, e praticare,

Yehoshua, l'impossibile addio a Israele ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: doppiamente tragica in cui il giovane soldato israeliano Eyal è incappato per mano di un commilitone. E questa morte indigeribile è il motore che, a distanza di anni, proietta i personaggi di qua e di là, due a distanza di molte ore di volo, in Africa, gli altri in strani posti di Israele, sulla tettoia di un palazzo a Gerusalemme o, a Tel Aviv, dentro la tromba di un ascensore.

D'Alema: l'unica strada resta il dialogo con Hamas ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: E a chi spesso lo critica per le sue posizioni dure nei confronti di Israele, D'Alema dice: "Sono critico verso durezze che non aiutano la pace e lo sono perchè sono preoccupato per il futuro di Israele". Il vice premier usa parole durissime per stigmatizzare il "rivoltante" attentato contro la scuola rabbinica e sottolinea che "il conflitto in realtà non si è mai fermato,

Hamas benedice la strage, Cisgiordania sigillata Dolore e rabbia ai funerali delle vittime dell'attentato di Gerusalemme. Olmert diserta per paura di critiche ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: perchè da anni mostra debolezza di fronte al nemico ed addirittura progetta di lacerare la terra di Israele". Una allusione ai negoziati di pace con l'Anp in cui vengono discussi il ritiro dalla Cisgiordania e la spartizione di Gerusalemme. Una Gerusalemme blindata, come tutto Israele. La polizia ha decretato lo stato di massima allerta per timore di nuovi attentati.

Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre studiavano il Talmud nel collegio rabbinico Merkaz ha-Rav ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre studiavano il Talmud nel collegio rabbinico Merkaz ha-Rav.

La diplomazia del terrore ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tanto meno imposto a Israele, ma è il vero aiuto che i veri amici di Israele possono dare a un popolo e a uno Stato che hanno diritto ad una esistenza non più trascorsa in trincea. Si fa l'interesse di Israele se si fa l'interesse della maggioranza dei palestinesi che nulla ha a che spartire con i proclami jihadisti e la pratica del terrore di una minoranza oltranzista.

Il tempo è scaduto ( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano li chiama effetti collaterali. Questi effetti collaterali si contano a migliaia. Fra la popolazione araba del medioriente l'odio per Israele cresce esponenzialmente ad ogni bombardamento con i suoi effetti collaterali. I morti israeliani innocenti sbranati da bombe suicide o dai proiettili omicidi si stingono crudelmente sullo sfondo di quella che sciaguratamente è ritenuta

Rabbia e dolore a Gerusalemme ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: era quella parte di Israele che non vuole cedere al compromesso, che nega legittimità al negoziato, e che accusa Olmert di aver concesso sin troppo ai palestinesi. "I negoziati proseguiranno" hanno detto i portavoce del governo. Una secca condanna all'attentato è giunta anche dal presidente palestinese Abu Mazen che ha respinto con sdegno "

L'attentatore era un "arabo blu" ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: né in Israele senza uno speciale permesso, palestinesi clandestini rientrati a Gaza o in Cisgiordania dopo l'accordo di Oslo del 1994 grazie ad un permesso provvisorio israeliano, e che poi hanno deciso di restare. Palestinesi israeliani sono quelli rimasti dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948.

Impasse all'Onu, vacillano i piani di Bush ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Medio Oriente dopo aver convinto il presidente palestinese Abu Mazen a tornare al tavolo del dialogo con Israele e, all'indomani dell'attentato a Gerusalemme, la Casa Bianca ha ribadito l'importanza che israeliani e Palestinesi continuino lungo la strada della pace disegnata a Annapolis. "La cosa più importante è che il processo di pace continui", ha detto il portavoce Tony Fratto.

Medio Oriente: dibattito a La Collina ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il caso iraniano e la crisi israelo - palestinese" è il tema dell'incontro che mercoledì si terrà nella comunità "La Collina" di Serdiana (località S'Otta). Alle 20,30 inizierà la discussione. Il dibattito coinvolgerà in prima persona Massimo Ragnedda, docente di "Sociologia dei processi culturali" dell'Università di Sassari e visiting research dell'

Dai village people a obama mix di culture in scena - cecilia cirinei ( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che separano la Palestina da Israele, realizzata all'interno dell'Antico Mercato del Pesce degli Ebrei al Circo Massimo in via di San Teodoro. Tanti significati nei significati che offrono diverse chiavi di lettura per questa nuova installazione-performance scritta e diretta da Curi e interpretata, in una serie di quadri viventi,

Quadri rubatisi cercanoi proprietari ( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: giugno al Museo di Israele i dipinti razziati dai nazisti in Francia durante la guerra 08/03/2008 GERUSALEMME. "In cerca dei proprietari"è il titolo di una grande esposizione di opere d arte razziate in Francia dai nazisti, in corso fino al 3 giugno al Museo di Israele accanto a un'altra di "opere orfane", delle quali cioè non si ha assolutamente traccia della loro provenienza.

Gli altri Abu Assad vive in Israele Sì, lavoro per gli occupanti, allora? Il castigo arriva anche per gli ebrei ( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Gli altri Abu Assad vive in Israele "Sì, lavoro per gli occupanti, allora? Il castigo arriva anche per gli ebrei".

[FIRMA]FRANCESCA PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME La biblioteca della yeshiva Merkaz Harav & ( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Interno israeliano per cambiare la carta di residenza con il passaporto. Arabi-israeliani, il cuore arabo e lo stipendio israeliano. Il tallone d'Achille della sicurezza nazionale, ammette Yonathan Figel, guru dell'International Policy Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, l'Olimpo dell'antiterrorismo israeliano: "E la sfida del futuro,

Tra maestri e giovani ecco il festival 2008 - roberto incerti fulvio paloscia ( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Galili Dance dell'israelo-olandese Itzik Galili. All'Alcatraz, va in porto il progetto dei quattro cantieri teatrali, produzioni in prima assoluta di giovani gruppi selezionati tra 150 che hanno risposto a un bando nazionale: Nanou da Ravenna, Habillè d'eau di Roma, Città di Ebla di Forlì, Teatro sotterraneo di Firenze.

Re elvis, il tir e l'uccellino attenta a quei tre, difesa rossoblù - christian giordano ( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Arrivato nel 1999 al Bari dal Palestino di Manuel Pellegrini (ora guru al Villarreal), Valdès approda alla Fiorentina nel 2004. Dopo l'unico gol, al Chievo, a gennaio è a Lecce come contropartita nell'affare Bojinov. Una storia agrodolce con possibile lieto fine. Per tutti.

Israele, la rabbia e il terrore "così divamperà la guerra" - alberto stabile ( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele, la rabbia e il terrore "Così divamperà la guerra" Ai funerali degli studenti il rabbino attacca il governo In migliaia nella strada tappezzata da manifesti per "i santi eroi dal gentile animo" Degli otto uccisi cinque avevano meno di 18 anni, uno appena 15 ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente GERUSALEMME - La porta a vetri blindata della biblioteca è tutta sforacchiata

D'alema: "trattare con haniyeh" fini: "niente negoziati con i terroristi" ( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: non riconosce il diritto di Israele ad esistere e deve essere considerata un'organizzazione terroristica". Per Fini "Israele ha il diritto di difendersi quando individua aree o covi di terroristi e ha il diritto di intervenire. è vero che ciò può comportare anche delle vittime civili, ma è vero, purtroppo, che spesso i terroristi si fanno scudo degli stessi civili"

E sulla casa dell'assassino sventola la bandiera di hamas ( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: possono muoversi su tutto il territorio israeliano. Come ai quasi tutti 253 mila palestinesi della città santa, anche ad Alaa Dhein era stato accordato lo status di "residente permanente" di Gerusalemme che, oltre a comportare la possibilità di godere di quasi tutti i sussidi e le misure di protezione sociale, come per esempio, l'assistenza sanitaria e l'indennità di disoccupazione,

Il futuro oscuro di due popoli ( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano è riuscito a smembrare l'unità della Palestina mentre i palestinesi non hanno una reale strategia politica. La tattica israeliana rivela anche i disastrosi effetti del cancro annessionista e bellicista del governo israeliano: solo la forza è un elemento chiaro, brutale, decisivo e definito di un'élite politica miope che continua a negare la realtà e a costruire un futuro

Israele, la Libia ferma l'Onu ( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: approvazione di risoluzioni contro Israele. L'ingresso in campo di Hamas, nemico accanito di Israele, tuttavia non dirada la nebbia che avvolge la figura dell'attentatore, Alaa Abu Dheim, 25 anni, di Jabal Mukabber, alla periferia sud di Gerusalemme. Nel sobborgo palestinese non sanno spiegarsi il suo atto contro il collegio rabbinico.

Alle radici dell'odio, Città santa e occupata ( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Est è stato dato dai 90 km di muro costruito da Israele - spiega l'economista israeliano Shir Ever - la barriera ha tagliato i rapporti economici e sociali della città con il resto della Cisgiordania e portato all'isolamento dei suoi abitanti. Oggi un palestinese di Gerusalemme, se non è ricco e ha la possibilità di studiare, può trovare un lavoro manuale solo nella zona ebraica.

D'Alema ( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Così il ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha parlato della crisi israelo-palestinese al programma della Rai "TV 7". "Bisogna cercare di fermare questa spirale di violenza ma non è facile", ha aggiunto il vicepremier condannando con forza l'attentato alla scuola rabbinica.

L'ATTENTATO alla scuola rabbinica di Gerusalemme ha in sé un duplice segnale, di uno s ( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: terroristi e non più soltanto di milizie da parte palestinese contro Israele, e di un attacco alla religione che, anche se non da tutti professata, è pur sempre il dato storicamente più significativo dell'identità del popolo ebraico. Quanto questo sia intenzionale nella strategia di Hamas o risponda alla logica dell'azione-reazione, in quel tormentato teatro di conflitto senza fine,

GERUSALEMME Le otto bare dei giovani seminaristi ebrei, avvolte nel loro "talled", il dra ( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: "Tutto il popolo di Israele è a lutto" ha detto il rabbino capo (sefardita) Shlomo Amar nell'elogio funebre degli otto seminaristi "Adesso è necessario che le divisioni passate siano messe da parte e che tutti gli ebrei moltiplichino le energie per dedicarsi allo studio della Bibbia.

Odio e dolore, lacrime e vendetta. Dallo strazio di parenti, amici e fedeli, in migliaia ai fune ( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: terrorismo tra Israele e Libia. Israele, proprio nella giornata del suo lutto, ha confermato la volontà di continuare nelle trattative di pace. E il vicepremier israeliano Haim Ramon, ieri alla Canale 2 della tv, ha detto che la strage di giovedì sera dimostrerebbe la necessità di lasciare Gerusalemme est oltre il muro che Israele sta costruendo lungo il confine con la Cisgiordania.

All'indomani dell'attentato nel seminario ebraico di Gerusalemme, c'è un con ( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Abbas e il premier israeliano Olmert, dovrebbero annunciare subito che il trattato che stanno negoziando avrà effetto soltanto "se ratificato da un referendum, e di specificare che Israele riconoscerà qualunque governo dello stato di Palestina democraticamente eletto se quel governo accetterà il trattato approvato dal referendum come legge internazionale vincolante"

Le voci di ebrei e palestinesi dopo la strage alla scuola rabbinica ( da "Liberazione" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: massacrati perché incarnavano il simbolo di Eretz Israel, e ai morti di Gaza, vendicati col loro sangue. "Morte agli arabi!" gridava giovedì sera l folla rabbiosa accorsa alla Yeshiva di Mercav Harav, imbrattata del sangue degli otto seminaristi uccisi e dei nove rimasti feriti per mano di Ala Abu Dheim, palestinese di 25 anni, arrivato per compiere la strage dell'altra parte della città.

Olmert rifiuta di bloccare il negoziato Ora Israele ha paura e teme la terza Intifada. La rabbia dei religiosi ( da "Liberazione" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: governi di Israele che hanno mostrato debolezza e hanno assistito al nemico che si armava", hanno detto i rabbini di Yesha. E nell'elegia funebre, il rabbino capo dell'antica istituzione, Yàakov Shapira, ha detto che il terrorista ha colpito "tutti coloro che vivono nella Città Santa" e ha denunciato la leggerezza con cui il governo ha ceduto il territorio della Striscia di Gaza.

Quando questa alternanza di buoni e cattivi comportamenti è imputabile a gruppi dirigen ( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Occorrerebbe disinnescare il detonatore della motivazione religiosa, scongiurando il conflitto di civiltà. Restituire al realismo politico le ragioni del contendere dovrebbe essere l'esortazione di ogni consapevole popolo del resto del mondo rivolta con spirito di fraternità ai fratelli di Israele e Palestina.

<Il popolo di Israele è in lutto ( da "Liberazione" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: "Il popolo di Israele è in lutto "Il popolo di Israele è in lutto. Da oggi occorre mettere da parte ogni divisione. Tutti gli ebrei devono dedicarsi allo studio della Bibbia. E la nostra sola speranza". Sono state le parole pronunciate dal rabbino capo sefardita Shlomo Amar durante l'elogio funebre.

Il Golfo di Napoli è un quadro stupendo, ma per il mio gusto, ( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele Gideon Meir, arrivato con la moglie Amira, Bruno Vespa e Anna Fendi. Mara Venier arriva presto, raggiante e bella come sempre: "Poter vedere per primi una mostra di questa importanza lo considero sempre un privilegio, per questo ho accettato subito" e così Mara si è soffermata davanti a molte delle opere nel percorso che poi portava sulla terrazza dove era allestito un gazebo

A sinistra, l'ambasciatore di Israele Gideon Meir con la moglie Amira e, qui accanto l ( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: A sinistra, l'ambasciatore di Israele Gideon Meir con la moglie Amira e, qui accanto l'attrice Benedetta Valanzano (Foto di Rino Barillari).

In piazza San Marco per il cessate il fuoco Giusta pace in Palestina Una fiaccolata in piazza contro l'accordo militare ( da "Liberazione" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: esercito israeliano rase al suolo il campo profughi di Jenin per fermare la seconda intifada in Palestina. Il vice ministro della difesa israeliano, Matan Vilnai, ha parlato chiaramente di shoah a Gaza - dice Jihad, dell'associazione Wael Zuaiter - È una cosa inaccettabile a livello di diritto internazionale, come è inaccettabile che il consiglio dell'

Israele Dopo la strage ( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 5 categoria: BREVI Israele Dopo la strage \\ Bush: Vedere gente che celebra a Gaza e altrove è molto ripugnante Brown: è chiaramente un tentativo di colpire il processo di pace #.

La Libia blocca la condanna della strage a Gerusalemme ( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-08 num: - pag: 1 autore: di GUIDO OLIMPIO categoria: REDAZIONALE Dopo l'attacco terroristico La Libia blocca la condanna della strage a Gerusalemme PAGG. 5e 6 Caretto e Frattini L'ONU E ISRAELE.

<Mi fa orrore la gioia di Gaza Persa la percezione dell'umano> ( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: esercito israeliano non aiuta a essere accettati dalla società o a migliorare le condizioni economiche. Io sono un israeliano temporaneo fino a quando il governo e la gente non deciderà che appartengo veramente a questo posto". Davide Frattini Bandiera La bandiera di Hamas esposta sulla casa dell'attentatore palestinese.

L'ombra di Hamas sui funerali degli studenti ( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Lo Shin Bet israeliano è preoccupato dal colore della carta d'identità che Ala Hisham portava in tasca, quando è stato ucciso nell'assalto. Il blu contraddistingue i documenti dei palestinesi che vivono a Gerusalemme Est e non hanno restrizioni di movimento in Israele.

All'Onu il veto della Libia ( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: L'israeliano Gillerman: "Il Consiglio di sicurezza è infiltrato da terroristi" WASHINGTON - Prima hanno preso per buone le promesse della Libia sulla rinuncia alle armi di distruzione di massa. Poi hanno stabilito che aveva rotto qualsiasi rapporto con il terrorismo.

La scheda ( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: inizio divise Condanna I 15 Paesi membri hanno discusso un testo proposto dagli Stati Uniti che condannava senza riserve come "atto terroristico" l'attentato che ha provocato 8 morti tra gli studenti israeliani Opposizione La Libia, membro non permanente e unico del mondo arabo, si è opposta chiedendo di citare anche l'attacco israeliano a Gaza.

<Gli arabi non sono cambiati Così è fallito il piano Bush> ( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ma non ha cambiato posizione su Israele. Questo è stato uno dei limiti dell'operato di Bush: non ha saputo mettere i Paesi arabi amici o ex nemici con le spalle al muro. Peggio, ha sprecato i successi compiuti dal predecessore Clinton, pur di non riconoscergli meriti". Israele è anche minacciato da Hezbollah in Libano.

Notizie in 2 minuti ( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele, no della Libia All'Onu la Libia avrebbe bloccato un testo di condanna dell'attentato di Gerusalemme, dove sono stati uccisi 8 studenti di una yeshiva. Ieri i funerali delle vittime. Una rivendicazione della strage all'agenzia Reuters fatta da Hamas è stata ritrattata dopo poche ore.

Terza intifada 1 sinistra <sionista> ( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: partito alla ratifica di un trattato di collaborazione con Israele sui sistemi satellitari civili. E tutta la sinistra radicale ha votato contro. Aver rotto con quell'area è la miglior garanzia per gli amici di Israele". Per parte sua, Colombo ha qualche rimpianto: "Se mi si chiede se c'è il rischio di una deriva anti-israeliana nel Pd mi basta pensare a Veltroni per rispondere di no.

Presagi dopo la strage a gerusalemme ( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: facendo scattare in Israele l'allarme sulla possibile apertura di un "secondo fronte". Ma l'obiettivo scelto e il profilo dell'attentatore ci costringono a spostare lo sguardo da Gaza per appuntarlo sulla Cisgiordania. E a considerare l'attacco di giovedì come il possibile preludio di una terza intifada.

Terza intifada 2 il capo della comunità ebraica romana ( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: In Israele, più che altrove, le scuole sono frequentate da allievi assai diversi l'uno dall'altro e non necessariamente destinati a diventare rabbini. Lo studio è quotidiano e costante. Secondo lo schema tradizionale, si costituiscono coppie di studenti, di cui uno con un migliore livello di formazione, che studiano per l'intera giornata seguiti da un tutore.

Un primo colpo per vendicare Imad ( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele. Ma l'attacco doveva essere anche una punizione per i palestinesi moderati che trattano con il "nemico sionista". Non per accusa semplicemente ideologica ma proprio per vendicare la morte del loro capo militare. Infatti il servizio di intelligence Hezbollah, particolarmente efficiente al punto di essere riuscito a infiltrare persino il Mossad così da mettere a segno il successo

È il presidente dell'associazione interparlamentare Amici ( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Forse qualcuno non ha ritenuto che ci fosse il bisogno di uno o più interlocutori in Aula per mantenere i rapporti con Israele". Ma perché lei è stato escluso dalle liste? "Le dico la verità, il conflitto con Massimo D'Alema sul tema Israele è il motivo della mia esclusione". E intanto il Pdl candida Fiamma Nirenstein e Alessandro Ruben della Comunità ebraica.

Fini: Con Hamas non si tratta ( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Se non riconosce il diritto di Israele a esistere deve essere considerata come un'organizzazione terroristica". L'ex ministro degli Esteri replica a Massimo D'Alema, il quale si augurava che la volontà di dialogo non fosse cancellata e il percorso fosse portato avanti anche con Hamas.

Gerusalemme, nove morti ( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: L'attribuzione ad Israele dell'uccisione fatta da Hezbollah è stata negata da Tel Aviv che ha smentito qualsiasi implicazione nell'episodio. Il 14 febbraio il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha dichiarato una "guerra aperta" a Israele.

Arresti e raid aereo: così Gerusalemme reagisce alla strage nella scuola rabbinica ( da "Padania, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Zalmay Khalilzad, ha indicato nella Libia il Paese che ha di fatto bloccato l approvazione di una dichiarazione, e la stessa accusa è stata mossa alla Libia da Israele. L ambasciatore israeliano Dan Gillerman ha dichiarato che il "Consiglio di Sicurezza è infiltrato da terroristi". [Data pubblicazione: 08/03/2008].

Bresciani: <In Lombardia una sanità che crea sviluppo e ricchezza> ( da "Padania, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: alleanza con Israele. In queste Regioni l'industria, collegata con le Università, potrà sviluppare la ricerca e accedere a finanziamenti europei. All'altra area fanno capo invece il Centroamerica, l'Argentina e l'Uruguay, che ci chiedono di trasferire nei loro Paesi le tecnologie e l'organizzazione sanitaria che Regione Lombardia e i suoi alleati sanno mettere in campo.

L'incubo della terza intifada ( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele ", ma ciò avverrebbe solo dopo una ulteriore escalation di lanci di razzi e di tentativi di attentati all'interno del territorio israeliano. Il premier Olmert e il ministro della difesa Barak hanno soluzioni divergenti. Barak da tempo insiste che bisogna invadere Gaza per smantellare Hamas poiché convinto che solo risolvendo alla radice il problema Israele potrà mettere fine

<Un errore aver isolato Hamas. È bene che ora Washington ci ripensi> ( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: obiettivo era forzare Hamas ad accettare le condizioni poste da Israele (rinuncia alla violenza, riconoscimento dello stato israeliano, accettazione dei trattatiu precedenti) oppure allontanarlo dal potere nella striscia di Gaza". Questo piano però non sembra aver funzionato. No, infatti. Anche il vertice di di Annapolis, il cui primo obiettivo era far ripartire i colloqui di pace,

Ahmadinejad visita l'Iraq tra le polemiche ( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: prendendo le difese dei musulmani oppressi in Iraq e in Palestina". "Gli statunitensi hanno cercato in tutti i modi di dimostrare che l'Iran era all'origine delle violenze in Iraq", osserva il conservatore Jam-e-Jam, "ma la calorosa accoglienza riservata dalle autorità di Bagdad ad Ahmadinejad è la prova che hanno fallito nel loro intento".

L'incontro - mario serenellini ( da "Repubblica, La" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Disengagement dell'israeliano Amos Gitai, dov'è un'ebrea cresciuta in Europa che finisce nell'inferno di Gaza. Da settimane, i media francesi, da Télérama a Arte, da Psychologies ai Cahiers du cinéma, da L'Express a Questions de Femmes, fino ai quotidiani gratuiti distribuiti nei metrò, sono una festa di foto e d'interviste.

Libertà vo cercando in quest'era di lumi spenti ( da "Unita, L'" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: confronti della politica di Israele, colpirne i suoi scrittori, interdicendo le loro persone e le loro opere da un luogo deputato come una fiera del libro? Spero di dovermi fermare qua, nell'elenco di queste non trascurabili sopraffazioni, purtroppo mi pare trattate un po ovunque come peccati veniali, o vaporose insorgenze di una società assuefatta a straparlare di sé e di altri,

Hanno voluto colpirci nella nostra identità di ebrei ( da "Unita, L'" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano Olmert. Cosa c'è dietro la strage di Gerusalemme? "C'è la volontà di distruggere ogni tentativo di dialogo tra Israele e la dirigenza moderata dei palestinesi, c'è la determinazione a scatenare una reazione durissima da parte nostra, c'è la stessa criminale irresponsabilità di chi usa la popolazione civile di Gaza come un enorme scudo umano dietro al quale tentano di nascondersi

L'autore ( da "Corriere della Sera" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ha anche realizzato numerosi documentari Giorgio Montefoschi è nato a Roma nel 1946. Ha scritto tredici romanzi, tra i quali "La felicità coniugale" (Rizzoli), "La casa del padre" (Bompiani), con il quale ha vinto il Premio Strega 1994, e, l'ultimo, "L'idea di perderti" (Rizzoli). televisivi in India, Israele e Africa.

SI IMMAGINI che venga pubblicata un'edizione delle opere di Galileo con un'introduzione in ( da "Messaggero, Il" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: sono esempi di moderazione rispetto alla definizione dei cristiani come "cretini" o del Dio d'Israele come un "delinquente psicotico". Avremmo svenduto i principi della democrazia e della libertà di espressione. E non solo: in tal modo verrebbe messo un cappio al collo a centinaia di milioni di persone che cadrebbero ostaggi senza speranza dell'integralismo sotto l'egida dell'Onu.

Deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico per buttarla in politica co ( da "Messaggero, Il" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Di GIORGIO ISRAEL Deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico per buttarla in politica con affermazioni razziste. Se una simile impresa è impensabile, è invece possibile pubblicare un'edizione delle Opere complete di Euclide (Bompiani) preceduta da un'introduzione in cui ripercorrere l'esercizio della ragione nella matematica greca viene definito come "

<Unica via contro i terroristi> Gerusalemme, la "soluzione" del laburista Dani Yatom: un muro divida in due la città ( da "Liberazione" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: E senza permesso rilasciato da Israele, possono partire sono solo i qassam. Il deputato israeliano che propone la separazione di Gerusalemme, forse non si rende conto che l'attività economica della città, soprattutto a Ovest, si regge anche sulla "manovalanza" dei palestinesi.

A Gerusalemme un muro contro gli attentatori ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Al momento dell'attraversamento dei valichi, gli stessi palestinesi vengono poi sottoposti a rigidi controlli per scongiurare l'ingresso di attentatori. Per evitare ingressi al di fuori dei valichi, Israele sta costruendo da alcuni anni una lunga barriera che separa il territorio israeliano da quello palestinese. - -->.

Papa appello: stop alla violenza in Palestina ( da "Voce d'Italia, La" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: alla violenza in Palestina Oggi Benedetto XVI ribadisce il valore della vita anche per l'individuo in stato embrionale o di coma Roma, 9 marzo- Dopo l'Angelus a Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha lanciato un fortissimo appello che è suonato quasi come un'implorazione: rivolgendosi a israeliani e palestinesi il pontefice ha chiesto "In nome di Dio di lasciare le vie tortuose dell'


Articoli

Il multiculturalismo senza ordine nazionale autorizza il dominio dei violenti (non solo in Olanda) (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

FEDERICO ORLANDO Cara Europa, leggo che un parlamentare olandese "populista" o "antislamico", secondo le definizioni di stampa, starebbe per mandare in tv un suo cortometraggio sul Corano, che ha già fatto suonare negli accampamenti islamici, non solo olandesi, il corno di guerra (santa, naturalmente). Avremo il bis di van Gogh, il regista ucciso dai fanatici di Allah? O ci piegheremo facendo il bis, sempre in Olanda, della collaboratrice di van Gogh, l'oriunda somala e deputata del Paesi Bassi, cui è stato tolto il passaporto, che invece le darà la laica Francia della Rivoluzione? E noi con chi stiamo? VINICIO BALDI, AOSTA Caro Baldi, sapere con chi sta l'Italia è stato sempre un punto interrogativo, anche per le diplomazie del ventesimo secolo. Posso ? se s'accontenta ? dirle tutt'al più con chi sto io, visto che questa "risposta al lettore" è una rubrica ad personam, rifugio di tutti i vecchi "anarchici" del giornalismo. Io sto decisamente con la Francia, la Francia bisecolare laica e rivoluzionaria, che ci ha dato la libertà moderna: purtroppo non bene imitata da paesi come l'Olanda che dalla laicità francese hanno assorbito solo l'assoluta libertà per tutti di vivere secondo le proprie preferenze, credenze, costumi; ma hanno ignorato l'altra faccia, che della laicità fa tutt'uno con lo "spirito repubblicano" moderno, e cioè l'ordine nazionale, la cornice della assoluta eguaglianza e dell'assoluta tolleranza per gli altri, entro le quali soltanto ciascuno vive liberamente la propria cultura. A queste condizioni, garantite in ultima istanza dal codice penale, c'è il multiculturalismo. In Olanda non l'hanno capito e, abituati come sono a lavorare felicemente sull'acqua per farne terra fertile, hanno creduto di consentire alle palafitte delle culture immigrate di fissarsi nel tessuto del paese: senza preoccuparsi delle compatibilità con le altre palafitte (apprendo da un articolo di Lorenzo Cremonesi che in olandese si chiamano zuilien, cioè pilastri). Prima o dopo, il pilastro del fanatismo monoteistico e nazionalistico degli islamici si è dimostrato incompatibile con gli altri pilastri: alle altrui manifestazioni di libertà (che consistono anche in libri, film, vignette irridenti) si replica talvolta col pugnale degli sgozzatori, secondo il costume di alcuni islamici, anziché con altri libri, altri film, altre vignette. C'è gente che non va a Torino, non va a Parigi al Salone del libro, perché dedicato ai sessant'anni di Israele; e c'è chi ingiuria il presidente Napolitano (un certo "Comitato Nakba", denunciato dal solo Magdi Allam). Insomma, siamo in pieno revival nazista-fascista-stalinista anni Trenta, quando i libri dei critici non venivano contestati ma bruciati e gli autori assassinati (vedi Gobetti, fratelli Rosselli e altri, per restare in Italia). Il fallimento del multiculturalismo nordico, spintosi fino ad attribuire all'attivista Tariq Ramadan una cattedra all'università di Rotterdam, è irreversibile. A Parigi prima di accedere a una cattedra Ramadan avrebbe dovuto fare l'esame del sangue, per dimostrare che la sua diversità culturale non si ripromette di negare agli altri le libertà che rivendica per se stessi. È l'eterno duello tra laicismo e integralismo. (Senza trascurare il nostro personale fastidio per certa gratuità polemica o satirica, che nelle società evolute muore di ridicolo ma nelle società fanatizzate provoca incendi).

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Il Pdl è nuovo, l'apparato no e fa muro (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

CENTRODESTRA La burocrazia di FI resiste agli "esterni". An invece schiera anche il parà medaglia d'oro Il Pdl è nuovo, l'apparato no e fa muro FRANCESCO LO SARDO Dalla Tosinvest degli Angelucci silenzio stampa: "Non abbiamo nulla da dichiarare". Non un fiato sulle voci di candidatura nel Pdl, dietro spinta di An, di Antonio detto Tonino, capostipite della famiglia romana con interessi nella sanità, nell'immobiliare e nell'editoria (Libero e Riformista). Tra gli azzurri conferme, invece, per Antonio D'Amato, ex presidente di Confindustria e per Daniele Toto, figlio di un fratello di Carlo: il quarantenne nipote del patron di Airone, imprenditore a Chieti, vicino a Forza Italia, sarà in lista in Abruzzo. Poi Barbara Contini, già governatore a Nassirya, lo stilista Santo Versace, il sindacalista di polizia Filippo Saltamartini, forse anche il prefetto antiracket Raffaele Lauro. Sul fronte forzista di "esterno" all'apparato non s'intravede molto altro. Anche perché ieri sera, quando la maratona sulle liste elettorali del Pdl era appena cominciata e Europa andava in tipografia, il misterioso elenco di venti nomi buttato giù personalmente dal Cavaliere che alimenta ogni sorta di stravaganti illazioni era ancora top secret: la più verosimile è quella sull'ex generale delle Fiamme gialle Roberto Speciale, cui Berlusconi avrebbe proposto la candidatura abbinata a un incarico "speciale" al governo, in caso di vittoria elettorale. A ora di pranzo, intanto, Berlusconi ha sistemato la pratica di Gianfranco Rotondi: i quattro parlamentari uscenti della mini-dc saranno ricandidati nelle liste del Pdl. I notabili di Forza Italia chiudono la partita delle liste alla meno peggio: strappando la quota del leone nel braccio di ferro con An, buttando giù qualche amaro boccone come la Brambilla testa di lista a Milano dopo Berlusconi e Fini e, in generale, all'insegna della filosofia "stavolta si vince". Perciò la priorità assoluta è stata inzeppare le liste dei soliti noti: in vista dell'assalto ai posti di governo e dell'indotto, senza troppi esterni e fiori all'occhiello tra i piedi. Raccontano che mai come stavolta, nella stesura delle liste del Pdl, Berlusconi si sia trovato di fronte a una pressione tanto forte e ad una resistenza alle new entries da parte della burocrazia di partito. Qualche operazione s'è fatta: ma poco o nulla in rapporto ai numeri e alla potenza di FI e senza grossa convinzione, ma per ossequio al volere del Capo e con l'atteggiamento di chi deve mandar giù una medicina. Diversa, in questa circostanza, è stata l'impostazione di An. Con una totale inversione dei ruoli, il più tradizionale "partito pesante" di Fini ha scavalcato l'apparentemente più moderno "partito leggero" di Berlusconi. Oggi, per dirne una, dalla sua Caserta arriva a Roma per firmare la candidature nelle liste del Pdl il capitano Gianfranco Paglia. Trentotto anni, paracadutista del 183mo Nembo, medaglia d'oro al valor militare, Paglia fu tra i protagonisti della battaglia del check-point Pasta a Mogadiscio contro i miliziani somali di Aidid il 2 luglio del 1993: gli italiani lasciarono sul terreno tre morti, l'allora sottotenente Paglia fu gravemente ferito ed è rimasto paralizzato. Fini ha contattato anche l'attore Luca Barbareschi, la giornalista Fiamma Nirenstein, già direttore dell'istituto di cultura italiana in Israele, Alessandro Ruben della Anti Defamation League dell'Unione delle comunità ebraiche, la presidente delle donne marocchine in Italia Saoud Sbai, la presidente dei giovani imprenditori di Confapi Catia Polidori, il presidente dei giovani di Confcommercio Paolo Galimberti, quello di Confartigianato Maurizio del Tenno, l'ex direttore generale dell'Inail Maurizio Castro, del centro studi Marco Biagi. Non ci sarà Gustavo Selva: condannato ieri a sei mesi per truffa e interruzione di pubblico servizio: si fece accompagnare da un'ambulanza alla sede della tv La7 per evitare il traffico.

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Una risposta adeguata a Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

JANIKI CINGOLI Ciò che si temeva è accaduto. L'attentato alla Yeshivà, la scuola rabbinica di Kiriat Moshè, nel cuore di Gerusalemme Ovest, fa ripiombare Israele nell'incubo dei primi due anni della Intifada II, quando il ripetersi degli attacchi ai civili aveva indotto tante madri a mandare a scuola i figli su bus diversi, perché nel caso di esplosioni almeno uno si salvasse. Non ci sono parole per condannare questo atto, ancora una volta diretto contro teenager, giovani ragazzi immersi nello studio della Bibbia. L'obiettivo dell'attacco riveste in questo caso un valore altamente simbolico: una scuola biblica è a tutti gli effetti un elem e n t o espressivo dell'identità ebraica, e non solo israeliana, ed è proprio questo che gli attentatori volevano colpire. È evidente che questi attacchi, rivolti contro esseri indifesi, sono intollerabili per il consesso civile, e non dovrebbero avere niente a che spartire con la lotta per la liberazione di un popolo. I mandanti andranno certamente ricercati e puniti, e nessuna solidarietà o tentativi di giustificazione nei loro confronti potranno essere ammessi o accettati. Non si sa se Hamas sia o no implicata nell'attentato, ma certo ne ha gioito, festeggiandolo per le strade di Gaza: l'iniziale rivendicazione ad opera di un suo portavoce è stata successivamente ritrattata. Ma è oramai chiaro che, accanto ai razzi Qassam e ai nuovi Grad di gittata più lunga, ritorna ancora l'altra minaccia, quella dei killer mandati a morire, anche se questa volta non si è trattato di martiri imbottiti di cinture esplosive. Questa è tuttavia la sfida di fronte a cui Israele si ritrova a far fronte, una sfida contro cui la pura forza militare non basta, come già dovette sperimentare Sharon dopo il suo ritorno al potere nel gennaio 2001. Come non basta il muro: i due attentatori provenivano da Gerusalemme Est, e disponevano di carta di identità israeliana. È evidente che l'apparato clandestino palestinese, pur duramente colpito dai servizi israeliani in questi anni dopo lo scoppio della intifada, è ancora vivo e operativo anche in Cisgiordania, e in grado di programmare iniziative sanguinose come questa, la più grave negli ultimi due anni. Le scelte di Olmert non sono certo semplici: certo, una reazione ci sarà, il giro di vite contro le organizzazioni militari palestinesi si farà ancora più ci si era impegnati a fare ad Annapolis, nella rimozione dei blocchi stradali, o dei cosiddetti avamposti illegali, spesso appartenenti proprio a quei nazionalisti religiosi colpiti dall'attacco dell'altro giorno. Eppure, mai come ora pare necessario al governo israeliano mantenere il suo sangue freddo: avvitarsi in una escalation di reazioni a catena rischierebbe di portarlo in un vicolo cieco, senza soluzione. La risposta militare non può prescindere da quella politica, e questa non può non tener conto del fatto che ciò che gli attentatori vogliono colpire è esattamente quel processo di pace che si dibatte sempre più esangue, senza riuscire a affermarsi. D'altronde, lo scenario dello scontro è unico, e ciò che avviene a Gerusalemme, con il sangue innocente che viene sparso, è collegato a ciò che avviene al di qua e al di là della frontiera di Gaza, con i razzi che cadono sulle città israeliane e con gli attacchi mirati israeliani sempre più intensi e sempre più coinvolgenti la popolazione civile. La pace non può essere raggiunta a pezzi. Il negoziato sul Final status non può prescindere dalla concreta situazione sul terreno. Essa va spinta avanti, lungo le direttive che erano già state indicate da Clinton alla fine del 2000 e poi precisate nel modello di accordo di Ginevra, vincendo resistenze e boicottaggi incrociati. Ma accanto e non contro questo processo negoziale va condotta una trattativa per giungere alla tregua con Hamas, e al collegato scambio di prigionieri che includa la liberazione del caporale Shalit, utilizzando in particolare la mediazione egiziana già in campo; e va favorita, anziché osteggiata, la ricomposizione interna palestinese: il ritorno agli accordi della Mecca, se possibile con una più chiara accettazione del Piano arabo di pace anche da parte della organizzazione islamica, e la ricomposizione di un governo di unità nazionale, garantendo già da oggi ad Hamas che in questo quadro non verrebbe rinnovato il boicottaggio nei suoi confronti. Solo questa scelta può garantire che Hamas non si metta di traverso ai negoziati, facendoli saltare come ha già dimostrato di poter fare. La scelta opposta, quella di una escalation a tutto campo che includa anche la rioccupazione di Gaza, sarebbe in prospettiva perdente, e a medio periodo potrebbe portare alla affermazione di Hamas anche in Cisgiordania, dove la autorità di Abu Mazen si rivela sempre più evanescente.

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Israele, il killer della porta accanto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Paci E UN'INTERVISTA DI Galvano AD Avraham Yehoshua ALLE PAG. 12 E 13 La strage nella scuola rabbinica a Gerusalemme spacca ancora più in due una città già divisa.

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Rabbia davanti alle otto bare dei ragazzi uccisi a Gerusalemme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

[FIRMA]FRANCESCA PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME La biblioteca della yeshiva Merkaz Harav è ferma a giovedì notte, il tavolo ingombro di libri e portatili aperti, i pomodori della merenda sparsi in terra, gli zainetti Eastpack degli studenti accanto alle sedie rovesciate. Il sangue è stato lavato dal pavimento ma l'aria ne è pregna. Fuori, nel cortile e sulla strada Ha-Ra Zvi Yehuda, migliaia di persone, ultraortossi e semplici cittadini, si stringono intorno alle famiglie delle 8 vittime. "E' stata la volontà di Dio ma il governo deve punire gli assassini" mormora appena Orli Roti, copricapo lavorato a mano, lunga gonna a fiori sulle comode Crocs, occhiali scuri. Aveva parlato da poco al telefono con il suo Roy, 18 anni appena compiuti, quando il tg ha annunciato l'attentato, rivendicato ieri da Hamas e poi smentito: "Studiava a Markaz Harav da due mesi. Ho capito subito che era morto, non rispondeva più, il cellulare squillava, squillava". Siede accanto al marito Yacov, impiegato della compagnia telefonica Mirs, gli altri 4 figli, il suocero David sopravvissuto ad Auschwitz. Alle loro spalle la folla composta ma rabbiosa prega, piange, recrimina. "Gli arabi devono pagare" dice piano Zaev Dorai, kippà, gilet nero sulla camicia bianca, 16 anni come metà delle vittime. E' arrivato in autobus da Bet El, l'insediamento ebraico alla periferia di Ramallah, il cuore roccioso della Cisgiordania che lui chiama Samaria. Anche Roy Roti era nato in una colonia, El Kana, qualche migliaio di villette affacciate sui minareti di Tulkarem, un chilometro e mezzo oltre la linea del '67, dentro il confine palestinese. "El Kana è nella nostra terra, quando abbiamo provato a barattarla per la pace ci hanno massacrato" sussurra Zeev Zisserman rivolto ai politici che si sono tenuti lontani dai funerali. Appuntata al petto ha la foto del figlio Einav ucciso nel 2001 da un cecchino palestinese: "Assassini". Gli "assassini" abitano a mezz'ora di macchina dal centro di Gerusalemme Ovest, una palazzina a due piani addobbata con le bandiere di Hamas sulla collina di fronte al muro che circonda Betlemme. Per raggiungere Jabal al Mukabir, il villaggio del killer Ala Abu Dehin, bisogna attraversare le mille frontiere invisibili della città Santa, le mura antiche blindate per il venerdì della preghiera musulmana, la promenade Sharover, il quartiere Armon Ha-anatziv con le aiuole svizzere e i balconi verandati su cui sventola la stella di David. Poi il sentiero si stringe, l'asfalto sparisce, l'atmosfera si carica della voce del muezzin che prega per lo "shaid", il martire. "Ala faceva l'autista, doveva sposarsi fra tre mesi", racconta la cugina Suad seduta accanto a mamma Fatima nel salone con i mobili laccati e le plastica sul divano. Suad ha 34 anni, dieci più del cugino, 4 figli, il foulard stretto intorno al viso pallido: "Sopresa? E perchè? Chiunque di noi avrebbe potuto fare la stessa cosa dopo le scene dei bambini sterminati a Gaza". Ala era stato arrestato quattro mesi fa dalle forze israeliane, con l'accusa di avere rapporti con i libanesi Hezbollah. Ed era poi stato rilasciato per insufficienza di prove. Giovedì alle 18 è uscito di casa e non è più tornato. Alle 2 i militari israeliani sono venuti a prendere il padre, due fratelli, la fidanzata. "Quella che gli ebrei chiamano yeshiva non è una scuola, è un centro di formazione per sionisti, nessuno lì è un civile" continua Suad. Può darsi che Ala abbia lasciato una lettera. Lei non ne vuol parlare: "Non ci piace piangere i morti ma siamo fieri del suo coraggio". L'orgoglio sanguinario di una parte coincide con la disperazione dell'altra che nei discorsi funebri dei rabbini più radicali, anima dell'Israele irriducibile al compromesso, diventa sete di vendetta. Due facce d'una medaglia lanciata in aria 60 anni fa e rimasta sospesa. La Gerusalemme araba tace, ammutolita dalle sue stesse contraddizioni. "Lavoro anche con gli occupanti: e allora? Non potevano pensare che Gaza sarebbe rimasta impunita" dice Abu Assad, titolare di una delle pasticcerie di Suk Khan Zed street, la via dei baklava nel quartiere musulmano della città vecchia. Palestinese con carta di residenza israeliana, Abu Assad fluttua tra la soddisfazione inconfessabile di queste ore e la consapevolezza di vivere in quel Paese nemico che, sotto sotto, non abbandonerebbe mai per trasferirsi in Palestina. Quattro mesi fa, alla vigilia del vertice di Annapolis, quando Olmert affrontò per la prima volta il tabù di Gerusalemme lasciando intendere che alla fine sarebbe stata divisa, centinaia di palestinesi si precipitarono al ministero dell'Interno israeliano per cambiare la carta di residenza con il passaporto. Arabi-israeliani, il cuore arabo e lo stipendio israeliano. Il tallone d'Achille della sicurezza nazionale, ammette Yonathan Figel, guru dell'International Policy Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, l'Olimpo dell'antiterrorismo israeliano: "E' la sfida del futuro, la nostra sola chance è l'intelligence. Il muro è fondamentale e andrà completato in fretta ma è inutile contro il terrorista interno, quello che gira con un documento regolare in tutto e per tutto equiparabile a Simon Peres". Gerusalemme si addormenta diffidente, la città idealmente aperta alle fedi è prigioniera della Storia. Come in un dramma di Shakespeare la scena finale è occupata dal corteo delle bare, il funerale dei giovani, dei buoni, dei cattivi, delle illusioni.

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"Un muro per dividerci e poi la pace" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Intervista Avraham Yehoshua FABIO GALVANO "Un muro per dividerci e poi la pace" Non dobbiamo cadere, dopo quest'ultimo gesto di terrorismo, nella psicosi del nemico che vive alla porta accanto. Dopo tutto, non è passato molto tempo da quando anche Gaza era una porta accanto". Cerca di sdrammatizzare, Avraham Yehoshua; ma si sente che l'ultimo attentato lo ha scosso. Proprio quando le cose sembravano sul punto di avvicinarsi alla strada da lui sempre invocata - due stati distinti, palestinesi da una parte e israeliani dall'altra - il riacutizzarsi del problema della sicurezza nel cuore della capitale Gerusalemme potrebbe creare un nuovo motivo di disturbo agli sforzi che entrambe le parti, a suo dire anche i palestinesi di Abu Mazen, stanno facendo. Siamo di fronte all'ennesima escalation della violenza? "Sinceramente non lo so, ma è un fatto che ormai siamo abituati a vivere con questo genere di pericolo. Il ragazzo che ha sparato nella scuola, chiaramente per vendicare la recente incursione israeliana a Gaza che ha provocato molte vittime, è un arabo israeliano, cioè uno che viveva nella sezione araba di Gerusalemme, con carta d'identità israeliana, con libertà di movimento anche se non di voto. E questo è un problema che ci trasciniamo da quando Israele pensò di complicare le cose annettendosi la parte araba di Gerusalemme". C'è un modo per uscire da questa logica di violenza? "Direi che occorrono tre cose. Primo, un efficace e reale cessate il fuoco a Gaza, un armistizio con Hamas. Secondo, la costruzione di più muri per separare le due comunità: dove sono stati eretti, molti problemi sono scomparsi. E' una necessità della quale si sono resi conto persino gli egiziani, che pure condividono con i palestinesi la religione e, in parte, le origini. Terzo, una maggiore cooperazione della polizia palestinese". La politica di Abu Mazen, nella ricerca del dialogo, non è stata sufficientemente incisiva? "Abu Mazen ha fatto molto, ma deve fare di più. Ha fatto del suo meglio, per porre freno al terrorismo. Condannandolo, agendo attraverso i canali privilegiati di cui dispone. Ma anche lui ha bisogno di un maggiore aiuto da parte del governo di Gerusalemme per poter avere veramente la possibilità di controllare più fermamente la situazione". Questo può essere vero per Gaza, ma per l'enclave araba di Gerusalemme? "Fa tutto parte di un problema unico, che occorre risolvere nel suo insieme. La verità è che, nella divisione delle due comunità, non sono ancora stati stabiliti dovunque confini precisi e sicuri. Mi riferisco sempre a quella che è probabilmente la vera soluzione del problema, cioè il ritorno alla linea del 1967. Una linea che non può essere fissata unilateralmente, ma che deve essere negoziata fra il governo d'Israele e Abu Mazen. Voglio ripeterlo: da quando ci sono i muri la situazione è migliorata, per il terrorismo palestinese è molto più difficile agire contro di noi. E sono convinto che, con un'intensificazione di quella politica, il terrorismo possa essere debellato completamente, o quasi". Prima accennava al muro degli egiziani. Un muro che però, come si è visto nelle scorse settimane, non è stato molto solido. "Il Cairo fa bene a essere pragmatico, e questo significa essere elastico quando è necessario. Il ruolo dell'Egitto non va sottovalutato in questo frangente. Il Cairo può certamente aiutare nella ricerca della pace. Può fornire garanzie, con la certezza di essere ascoltato dai palestinesi molto più di quanto possa esserlo il governo di Gerusalemme. Al limite potrebbe anche assumere un ruolo attivo a Gaza, con un nucleo di forze con funzioni di polizia. Se lo facesse, penso che quello potrebbe davvero essere un momento decisivo". Ma intanto il terrorismo continua. E viene, come in questo caso, dalla porta accanto. "Lo ripeto: tutto è una porta accanto. Anche i territori, prima del muro, erano una porta accanto. Conviviamo con il terrorismo da troppi anni perché un fatto come quest'ultimo, per quanto tremendo, possa cambiare l'atteggiamento di chi, come me, crede che la pace sia possibile".

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Di LORENZO BIANCHI UN TERRORISTA solitario? Dell'uomo che ha ucciso otto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giorno, Il (Nazionale)" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di LORENZO BIANCHI UN TERRORISTA solitario? Dell'uomo che ha ucciso otto giovani del collegio rabbinico, la Yeshiva, Merkaz Harav si sanno appena l'età, 25 anni, e le generalità complete, Alaa Hisham Abu Dheim. Abitava nel villaggio arabo di Jabal Mukkaber, cintura periferica meridionale di Gerusalemme. Samir, un suo amico, racconta che era "religioso, ma non fanatico" ed è convinto che sia stato mosso dall'indignazione "per i morti di Gaza". Iyad, un cugino, nega che fosse "un attivista di Hamas". "Lavorava ? protesta ? e pensava al futuro. Fra qualche mese avrebbe dovuto sposarsi". Sulla casa della sua famiglia sventola una grande bandiera verde di Hamas. Iyad minimizza: "L'hanno issata degli sconosciuti. Nessuno di noi ha avuto il coraggio di rimuoverla per il timore di ritorsioni". Quattro mesi fa Abu Dheim era stato arrestato dagli israeliani che lo avevano rilasciato dopo appena sessanta giorni. La detenzione-lampo pare un altro sintomo del fatto che le sue frequentazioni non fossero inquietanti. Su questo scenario già sfumato è calato un altro episodio singolare. Il movimento integralista ha rivendicato e poi si è rimangiato il "merito" della strage nella Yeshiva, sette vittime fra i 15 e i 19 anni, un'ottava di 25. Ibrahim Daher, responsabile di radio Al Aqsa, l'emittente di Hamas, ha ammesso che una prima attribuzione agli integralisti era "basata su un'informazione confusa". Abu Obeida, portavoce dell'ala militare del movimento, è stato insolitamente vago: "Può darsi che ci sia un annuncio successivo. Non rivendichiamo ancora questo onore". Hamas di Gaza ha fatto un passo indietro. L'OBIETTIVO colpito giustificherebbe, caso mai, la tentazione di mettere il cappello sull'incursione esiziale. Il collegio rabbinico Merkaz Harav è la culla del Gush Emunim, il "Blocco dei fedeli", la storica testa d'ariete della colonizzazione ebraica dei territori palestinesi occupati. L'alto profilo della Yeshiva può far gola. La prima sigla che si è attribuita la strage, grazie alla tv degli Hezbollah libanesi, "Le Brigate della Galilea per la libertà", "Ahrar Al Jalil", è un'organizzazione di terroristi palestinesi con passaporto israeliano nota dal 2003. Il "gruppo del martire Imad Mugniyeh e dei martiri di Gaza" sembra una cellula recente. Mugniyeh è il capo delle operazioni militari del "Partito di Dio" ucciso in un misterioso attentato a Damasco il 12 febbraio. Questi intrecci oscuri fanno sospettare scenari più ampi. Dopo la morte di Mugniyeh il grande capo degli Hezbollah Hassan Nasrallah ha "promesso" guerra senza confini a Israele. Maan, un'agenzia di stampa palestinese, sposa una tesi diversa. L'irruzione nella Yeshiva, preparata per dieci giorni, avrebbe avuto l'appoggio "della leadership di Hamas in esilio". SAREBBE in pratica l'ennesimo siluro contro il processo di pace faticosamente avviato ad Annapolis fra Gerusalemme e il presidente palestinese, il moderato Abu Mazen. Le prime reazioni israeliane annunciano un mix, non rassicurante, fatto di chiusura dei varchi con la Cisgiordania, "per pochi giorni", e di aumento dei check point che Abu Mazen e il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice vorrebbero invece ridurre. Così si ottiene un solo risultato. Si indebolisce l'unico interlocutore ragionevole, il presidente Abu Mazen. - -->.

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MO: GERUSALEMME SOTTO SHOCK, OLMERT DISERTA I FUNERALI /ANSA (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

GERUSALEMME. Le otto bare dei giovani seminaristi ebrei, avvolte nel loro drappo sacro sono in fila, una accanto all'altra, nel cortile affollatissimo del collegio rabbinico Merkaz ha-Rav. Migliaia di amici, parenti e fedeli si stringono loro intorno intonando preghiere e lanciando urla di dolore. Nel giorno dei funerali Gerusalemme è sotto choc, sconvolta dall'attentato palestinese che l'altra sera non ha colpito solo uno Stato, ma ha centrato con un dardo rovente i nervi scoperti di quella parte della comunità israeliana che si nutre da decenni di nazionalismo e di fede. Il massacro compiuto a colpi di mitragliatore fra i libri sacri del seminario ebraico ha reso furenti rabbini, coloni, ortodossi e sionisti dal cui giudizio dipende da sempre l'esito di qualunque accordo di pace. Perchéè lì, fra le mura di quel collegio, che come ha ricordato il rabbino Eitan Eisman durante le esequie "si sono educate intere generazioni alla fede, ed è iniziata quella grande rivoluzione spirituale" che ha dato sostegno e ragioni alla inestirpabile ragnatela delle colonie. Questa volta (e forse è anche peggio) è come se la politica non c'entrasse, e infatti per un attimo si è persino fatta da parte. Fra le migliaia di israeliani che hanno rivolto l'ultimo saluto agli otto seminaristi (solo in tre avevano più di 18 anni, due ne avevano appena 15), non c'era nessun esponente del governo: assente, primo fra tutti, il premier Ehud Olmert che ha voluto prudentemente sottrarsi a un'inevitabile contestazione. Qui c'era quella parte di Israele che non vuole cedere al compromesso, che nega legittimità al negoziato, e accusa Olmert di aver concesso sin troppo ai palestinesi accettando di sedersi al tavolo di colloqui che puntano in qualche modo a portare la pace. "I negoziati proseguiranno, perché il terrorismo non può penalizzare quella parte moderata del popolo palestinese che non sceglie la violenza" hanno detto i portavoce del governo. Ma è un governo che oggi sembra ancora più debole, con quella maggioranza che si regge ormai soltanto sui voti di "Shas", il partito ultraortodosso i cui esponenti sono corsi nel collegio, insieme agli altri religiosi, per urlare rabbia e dolore. Una secca condanna all'attentato è giunta anche dal presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas), che ha respinto con sdegno "questa violenza che colpisce i civili, siano essi ebrei o palestinesi". Ma anche la sua voce, al pari della voce di Olmert, sembra fare poco rumore. Sulla strage dei seminaristi ebrei sventolano infatti le bandiere verdi degli integralisti di Hamas: i familiari dell'attentatore, Ala Hisham Abu Dheim, 25 anni (ucciso durante l'attacco) le hanno lasciate sventolare in cima alla tenda funebre allestita davanti alla loro abitazione di Gerusalemme Est, dove si sono raccolti in silenzio, anche loro per ricevere condoglianze. Ala Hisham aveva la carta d'identità israeliana, come molti residenti nei quartiere arabi di Gerusalemme, e questo gli consentiva di muoversi in grande libertà. Quattro mesi fa era stato arrestato dagli israeliani, ma poi era stato rilasciato, segno che sul suo conto non c'erano più sospetti. Faceva l'autista, dicono avesse persino lavorato al servizio del collegio rabbinico. Un attentatore ideale insomma per raggiungere l'obiettivo, con una strategia talmente perfetta da avvalorare l'ipotesi che i mandanti questa volta siano molto in alto. Spunta la pista di Hamas infatti, non della direzione di Gaza bensì della sua leadership in esilio, quella che risiede in Siria e che elabora piani di guerra e di vendetta insieme agli Hezbollah del Libano. Ad avvalorarla ci sono molti elementi, a cominciare dalla prudenza con cui il movimento integralista nella Striscia tratta l'argomento: "Non spetta ancora a noi rivendicare questo onore" dice il portavoce delle milizie, Abu Obeida. E poi la strana rivendicazione giunta l'altra sera alla televisione libanese degli Hezbollah da parte di "Ahrar Al-Jalil" (Brigata degli uomini liberi della Galilea), un gruppo che aveva già colpito nel Nord di Israele nel 2003. In quell'annuncio si faceva riferimento "ai martiri di Gaza", ma anche a Imad Mughniyeh, il leader militare degli Hezbollah assassinato a Damasco il 12 febbraio. Un attentato che il movimento sciita libanese attribuì a un'azione di Israele, giurando vendetta. Che sia stato progettato da Hamas in Siria o dalla sua filiale di Gaza, l'attentato sembra avere comunque raggiunto il suo scopo, che è quello di collegare alla Striscia la graticola dell'odio che già arroventa la Cisgiordania. E mentre i negoziati vacillano, il ministro della Sicurezza israeliana Avi Dichter ha proposto di espellere da Gerusalemme "tutti i palestinesi che minacciano la pace".Carlo Bollino (Ansa) 08/03/2008.

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Condanna Onu, stop dalla Libia<Ricordate i morti di Gaza> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Condanna Onu, stop dalla Libia"Ricordate i morti di Gaza" la polemica NEW YORK. L'orrore per la strage alla scuola talmudica a Gerusalemme Ovest non si è tradotto in una condanna dell'Onu: il Consiglio di Sicurezza riunito in sessione di emergenza al Palazzo di Vetro non è riuscito a trovare parole comuni per esprimere l'indignazione internazionale davanti ai cadaveri degli otto studenti del collegio rabbinico. Il sangue sparso a Gerusalemme e l'impasse delle Nazioni Unite hanno confermato lo scetticismo sul progetto di pace lanciato ad Annapolis: le speranze del presidente George W. Bush di passare alla storia come il pacificatore del Medio Oriente hanno subìto un nuovo durissimo colpo. Il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice aveva lasciato mercoledì il Medio Oriente dopo aver convinto il presidente palestinese Abu Mazen a tornare al tavolo del dialogo con Israele, e ieri il portavoce della Casa Bianca Tony Fratto ha detto: "La cosa più importante è che il processo di pace continui e che le parti restino impegnate". Alla domanda se la Casa Bianca non sia rimasta delusa per l'impasse all'Onu, Fratto ha risposto che "un attacco di questa natura non merita altro che una condanna". Ma la dichiarazione è finita su un binario morto per l'obiezione della Libia, determinata a far uscire dall'aula un "testo equilibrato". Washington aveva fatto circolare una bozza in cui la strage era condannata "nei termini più forti" senza riferimenti ad altri episodi di violenza nella regione. "La delegazione libica, con l'appoggio di uno o due altri Paesi, non ha voluto condannare l'atto in se stesso ma ha chiesto di inserirlo sullo sfondo di altre questioni", ha poi raccontato l'ambasciatore americano Zalmay Khalilzad. I libici avrebbero voluto inserire nel testo un riferimento alle ultime incursioni israeliane a Gaza nel corso delle quali sono morti oltre 120 palestinesi, molti dei quali civili. Washington si era opposta: "L'uccisione di studenti in una scuola è diversa dall'uccisione non intenzionale di civili", aveva argomentato Khalilzad, d'intesa con il collega russo Vitaly Churkin, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza per il mese di marzo: "Vedere qualcuno che entra in una scuola religiosa e spara all'impazzata dovrebbe far pensare. È stato un chiaro atto di terrorismo". La Libia fa parte del Consiglio come membro non permanente da gennaio. In aula tra il suo incaricato d'affari Ibrahim al Dabbashi e l'ambasciatore israeliano Dan Gillerman sono volate parole forti. Gillerman aveva commentato l'impasse sostenendo che "questo è quel che succede quando il Consiglio è infiltrato da terroristi". Replica del diplomatico libico: "Non abbiamo bisogno di un certificato di buona condotta da parte del regime terroristico israeliano". 08/03/2008.

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Israele blindato dopo la strage Giallo su Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Israele blindato dopo la strage Giallo su Hamas Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre leggevano il Talmud. Non si sono sentite grida durante il funerale delle vittime dell'attentato di mercoledì, non si sono viste armi. C'è solo stato un silenzio tremendo, pesante come il piombo. Intanto, è "giallo" sulla rivendicazione: il braccio armato di Hamas si attribuisce l'attentato, ma un dirigente smentisce. a pagina 5 Medio Oriente.

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La diplomazia del terrore (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del La diplomazia del terrore Umberto De Giovannangeli Il commento La strage al collegio rabbinico di Gerusalemme porta in sé una conferma e una novità. Entrambe inquietanti per il futuro della martoriata Terrasanta e di ciò che resta delle speranze di pace fra israeliani e palestinesi. La conferma è che in Medio Oriente il vuoto dell'iniziativa diplomatica è sempre riempito dalla "diplomazia del terrore". Ogni incertezza, ogni ritardo nel perseguire con coerenza e determinazione la via del negoziato, ha come tragico contraltare il rilancio dell'iniziativa jihadista. È il passato che torna a farsi presente che lo insegna. Così come insegna che il sacrosanto diritto alla sicurezza di Israele non può sostanziarsi né trovare scorciatoie nel solo esercizio della forza. È una constatazione oggettiva che nulla concede alla proganda del radicalismo palestinese né vuol concedere alibi a chi sfrutta una tragedia vera - quella della popolazione civile di Gaza - per propagandare, e praticare, l'odio antiebraico. segue a pagina 23.

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Yehoshua, l'impossibile addio a Israele (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Yehoshua, l'impossibile addio a Israele di Maria Serena Palieri "I l fuoco è l'unica cosa sulla faccia della terra che l'uomo può sopprimere o riportare in vita. Il fuoco è un amico che aiuta a vivere, disinfetta, purifica, ma è anche un temibile nemico. Forse, nel dominio sul fuoco, è insita anche la chiave per comprendere la morte". Così un paleontologo tanzaniano, Selohe Abou, nel suo linguaggio evocativo da animista, alla fine di un banchetto, nel nuovo romanzo di Abraham B. Yehoshua (Fuoco amico, trad. Alessandra Shomroni pp. 399, euro 19, Einaudi) brinda all'elemento su cui si basa il titolo. Fuoco amico è un'espressione che allude alla morte doppiamente tragica in cui il giovane soldato israeliano Eyal è incappato per mano di un commilitone. E questa morte indigeribile è il motore che, a distanza di anni, proietta i personaggi di qua e di là, due a distanza di molte ore di volo, in Africa, gli altri in strani posti di Israele, sulla tettoia di un palazzo a Gerusalemme o, a Tel Aviv, dentro la tromba di un ascensore. Ma di fuochi, in questo romanzo di Yehoshua, ne divampano di tutti i generi: anzitutto le candele che, accese una sera dopo l'altra, scandiscono la settimana festiva di Hanukkah durante la quale, divisa in sette capitoli, si svolge la vicenda. L'aritmetica temporale - un giorno, una settimana, un mese, un anno - è uno degli attrezzi stilistici cui Yehoshua ricorre abitualmente nel costruire i suoi edifici narrativi. L'altro, e questo ha più a che fare col luogo tra conscio e inconscio da cui gli scaturiscono le trame, sono delle immagini concrete che, ripetute, acquistano valenza metaforica. Qui, per esempio, i gemiti che, complice il vento, provengono da quell'ascensore e che logorano i nervi dei condomini del grattacielo, ma anche il miagolio quasi affettuoso che accompagna la salita di un vecchio montacarichi, in casa di una vecchia signora, nella vecchia Gerusalemme. O la gamba ferita di una giovane "ascoltatrice di suoni" israeliana, Rorale, e l'arto anch'esso sanguinante su cui ballonzola allegro, nella foresta sub-equatoriale, un ragazzino tanzaniano; ma soprattutto - potentissimo - l'occhio da ciclope azzurro e color deserto, frutto di un difetto genetico, con cui un elefantino, nella foresta, guarda i suoi visitatori, una tonalità d'occhio che in Israele torna in chiave umana in Efrat, giovane donna eccessivamente bella, bella da far incupire suo marito Moran. E poi c'è il sonno, sonni brevi e torpidi, ma per lo più profondi e ristoratori, con cui i personaggi ogni tanto si sottraggono (noi lettori con loro) alla tensione emotiva della vicenda. Fuoco amico insomma è un romanzo che segna il ritorno di Yehoshua ai suoi registri classici e migliori, compreso un ritmo di narrazione, sostenuto dal suo uso peculiare dell'indicativo presente, che rotola di scena in scena. E che cancella il meccanicismo degli ultimi suoi titoli, pur interessanti, La sposa liberata e Il responsabile delle risorse umane. E allora, eccoci alla trama. Amotz e Daniela sono due coniugi di mezza età - legatissimi, premuroso e apprensivo lui, viziata e saggia lei - genitori di Moran e di una femmina, Nofar, e nonni di due bambini. Daniela ha perso la sorella maggiore, Shuli, morta dopo aver perso appunto "per fuoco amico" il figlio Eyal. E, un anno dopo la scomparsa di Shuli, va in Tanzania per vivere a pieno, ebraicamente, il lutto con il cognato Yirmy che si è rintanato nella foresta con una spedizione di paleontologi. Ma il cognato con l'essere ebreo e israeliano ha chiuso. L'esilio in cui si è autoconfinato Yirmy è di certo la leva che ha mosso la creazione di Yehoshua: immagina di non vivere più in un Paese in guerra dalla nascita, deve essersi detto, di non essere più ebreo né israeliano, immagina di vivere in un continente, l'Africa, che è stato la culla dell'umanità ma non ha una Storia a gravarlo... Yirmy dice appunto alla cognata Daniela: "Qui non ci sono antichi sepolcri né pavimenti di sinagoghe in rovina; non ci sono musei con i resti di una parochet bruciata né testimonianze di pogrom o dell'Olocausto; non c'è diaspora né dispersione; non ci sono reminiscenze di un'epoca d'oro né c'è mai stata una comunità ebraica che abbia contribuito ad arricchire la cultura mondiale". Va oltre: tanto è deciso a recidere il cordone che fa questa terribile affermazione, "se mio figlio Eyal tornasse gli direi: cercati un altro padre". Ma nel mentre, nonostante questo desiderio del personaggio (e del suo autore) di essere altrove, in Israele la vita continua. In questa settimana da solo, la prima dopo trentacinque anni di matrimonio, Amotz vive tutt'altro che da scapolo: sta dietro al suo lavoro di ingegnere di ascensori, fa il nonno, fa il genitore, fa il figlio col patriarca Yaari ammalato di Parkinson. Quello in cui si muove è un Paese per certi versi tremendo: un amico cinico gli spiega che lui riconosce i padri che hanno perso in guerra un erede maschio dalla loro aggressiva petulanza. E gli arabi che si stagliano nelle pagine - pochi stavolta - oppongono un definitivo silenzio agli ebrei, anche a quelli che li blandiscono. Però Amotz è così affettivo che la vita, appunto, gli fiorisce sotto le mani. Mentre qui in Israele, come di là, in Africa, scorre esplicito, più che in altri romanzi di Yehoshua, il tema del desiderio sessuale. E, dunque, il romanzo che Abraham Yehoshua ha creato partendo dal più doloroso disincanto - il desiderio di dare un gelato addio a una tragedia chiamata Israele e Palestina - gli si ribella. E, malgrado tutto, dimostra a lui e a noi lettori che invece la vita, con il suo calore, continua. IL ROMANZO Fuoco amico, il suo nuovo libro, nasce da un'immagine: un uomo, per dimenticare il figlio soldato ucciso e la moglie morta, si esilia in Africa. E taglia il legame con un Paese ormai insopportabile.

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D'Alema: l'unica strada resta il dialogo con Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del MEDIO ORIENTE Fini polemico: è sbagliato D'Alema: l'unica strada resta il dialogo con Hamas "Ho visto un sondaggio secondo il quale la grande maggioranza dei cittadini israeliani ritiene che discutere con Hamas sia un fatto necessario. È una posizione saggia. Non so se possa avere successo, ma la tenterei". Una considerazione destinata a far discutere quella che Massimo D'Alema svolge parlando della crisi israelo-palestinese al programma della Rai "Tv 7" di Gianni Riotta. "Bisogna cercare di fermare questa spirale di violenza ma non è facile", aggiunge il ministro degli Esteri che ha condannato con forza l'attentato dell'altro ieri alla scuola rabbinica a Gerusalemme. E a chi spesso lo critica per le sue posizioni dure nei confronti di Israele, D'Alema dice: "Sono critico verso durezze che non aiutano la pace e lo sono perchè sono preoccupato per il futuro di Israele". Il vice premier usa parole durissime per stigmatizzare il "rivoltante" attentato contro la scuola rabbinica e sottolinea che "il conflitto in realtà non si è mai fermato, questo tragico, rivoltante attentato fa seguito agli scontri in cui hanno perso la vita 125 palestinesi. Da una parte c'è l'estremismo palestinese e dall'altra l'estrema durezza della reazione di Israele. Una spirale di violenza che si dovrebbe cercare di fermare anche se non è facile dopo tanti anni". Di parere opposto è l'altro ospite di "Tv 7": il presidente di An ed ex ministro degli Esteri, Gianfranco Fini. Con Hamas non si può trattare - afferma Fini-. "Hamas esprime un'ambiguità intollerabile. Se non riconosce il diritto di Israele a esistere deve essere considerata come un'organizzazione terroristica". Israele, aggiunge il leader di An, "ha il diritto di difendersi quando individua aree o covi di terroristi e ha il diritto di intervenire. È vero - conclude Fini - che ciò può comportare anche delle vittime civili, ma è vero, purtroppo, che spesso i terroristi si fanno scudo degli stessi civili". Il dialogo, o la chiusura, con Hamas infiamma il dibattito politico. "A D'Alema dico che il dialogo con Hamas che lui auspica non è eticamente da percorrere perchè chi festeggia con il cibo in strada le stragi perpetrate ai danni di Israele non può essere un interlocutore, piuttosto va emarginato", così risponde il senatore di Forza Italia, Enrico Pianetta, vicepresidente dell' associazione di amicizia Italia-Israele sulle affermazioni del ministro degli Esteri che auspica "un dialogo con Hamas". Le affermazioni di D'Alema incontrano il consenso di Fausto Bertinotti. "Questa spirale di morte va arrestata": dice il presidente della Camera Fausto Bertinotti invocando una "iniziativa straordinaria della comunità internazionale, e in particolare della Ue che non può delegare a nessuno la risoluzione del conflitto israelo-palestinese". Secondo Bertinotti, "non c'è altra strada che il negoziato: ed è più difficile avviare il negoziato che trovare una soluzione": per questo, conclude, "l'intervento e la pressione della comunità internazionale sono fondamentali ed irrinviabili. Da Ravenna, interviene Walter Veltroni: "Un'altra pagina terribile della terribile storia del Medio Oriente". Cosi il leader del Pd definisce l'attentato dell'altro ieri notte a Gerusalemme. Veltroni esprime solidarietà e amicizia verso Israele. "È terribile - aggiunge - sentire parole di apprezzamento e copertura verso questi atti terroristici inqualificabili". "Sappiamo tutti - conclude il candidato premier del Partito Democratico - qual è la soluzione: sicurezza dello Stato di Israele e riconoscimento dello Stato di Palestina". u.d.g.

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Hamas benedice la strage, Cisgiordania sigillata Dolore e rabbia ai funerali delle vittime dell'attentato di Gerusalemme. Olmert diserta per paura di critiche (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Hamas benedice la strage, Cisgiordania sigillata Dolore e rabbia ai funerali delle vittime dell'attentato di Gerusalemme. Olmert diserta per paura di critiche di Umberto De Giovannangeli YOCHAI Lipschitz, 18 anni. Yonatan Eldar, 16 anni. Yonadav Hirshfeld, 19 anni. Neriah Cohen, 15 anni. Roay Roth, 15 anni. Segev Avihayil, 15 anni. Avraham Moses, 16 anni. Maharata Trunoch, 26 anni. Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre stu- diavano il Talmud. Non sarà vana e sarà vendicata la morte degli otto seminaristi ebrei uccisi l'altro ieri da un terrorista palestinese mentre erano impegnati nei loro studi nel collegio rabbinico Merkaz ha-Rav, a Gerusalemme. Lo ha affermato nel suo elogio funebre l'ex rabbino capo sefardita Mordechai Eliahu che, per evitare malintesi, ha subito precisato: "Spetta al Signore vendicare il sangue. Non abbiamo altra consolazione che non la certezza che tale vendetta si realizzerà al più presto". Non si sono uditi slogan nè grida, nè si sono viste armi, ai funerali delle vittime dell'attentato. Solo un silenzio, pesante come piombo, e i singhiozzi disperati degli imberbi compagni di studi al cospetto delle salme esposte nel cortile dell'istituto avvolte nei loro "talled", il manto indossato durante le preghiere ebraiche. Attorno, migliaia di persone giunte per partecipare all'evento più doloroso in ottanta anni di storia della "yeshiva" Merkaz ha-Rav, fiore all'occhiello del sionismo religioso e nazionalista. "Non per un caso - ha osservato il rabbino Eitan Eisman - hanno scelto questo posto per commettere il loro crimine". Ad ascoltarlo non c'era il primo ministro Ehud Olmert e gli altri più importanti rappresentanti del governo, odiati per il dialogo con i palestinesi specialmente da questa parte più oltranzista del sionismo religioso che l'attentatore ha deciso deliberatamente di colpire. Nel giorno del dolore e della rabbia, Olmert è sul banco degli imputati. "Il suo governo - denuncia il Comitato dei rabbini della Giudea-Samaria - è responsabile della strage, perchè da anni mostra debolezza di fronte al nemico ed addirittura progetta di lacerare la terra di Israele". Una allusione ai negoziati di pace con l'Anp in cui vengono discussi il ritiro dalla Cisgiordania e la spartizione di Gerusalemme. Una Gerusalemme blindata, come tutto Israele. La polizia ha decretato lo stato di massima allerta per timore di nuovi attentati. L'esercito ha isolato la Cisgiordania. Mentre la Gerusalemme ebraica piangeva i suoi ragazzi, nella parte araba della Città Santa la polizia arrestava una decina di persone, tutte in qualche modo collegate all'attentatore, Alaa Hisham Abu Dheim, 25 anni. La sua abitazione si trova nel quartiere di Jabel Mukaber, nella zona orientale di Gerusalemme. I familiari hanno eretto davanti alla casa la tradizionale tenda funebre per ricevere le condoglianze e sulla quale hanno messo a sventolare le bandiere verdi di Hamas. Il giovane aveva lavorato saltuariamente come autista nel seminario e per questo probabilmente è riuscito a introdursi indisturbato nell'edificio. La sorella dell'attentatore, Imam Abu Dheim, racconta che il fratello era rimasto molto scosso dai recenti avvenimenti a Gaza, dove oltre 120 persone sono state uccise in un'operazione militare israeliana: "Mi ha detto che non riusciva a dormire a causa del dolore". "Credo che Alaa l'abbia fatto come reazione ai morti di Gaza - afferma Samir, un amico dell'attentatore - non mi aveva mai parlato di Hamas o di altri gruppi. Era religioso, ma non era un fanatico". Da Gaza, una fonte anonima aveva rivendicato alle Brigate Ezzedin Al-Qassam, il braccio armato di Hamas, la paternità della strage alla scuola rabbinica. Più tardi, però, intervistato da Al-Manar, la Tv del movimento sciita libanese, un dirigente di Hamas nella Striscia, Ismail Radwan, resta nel vago: "Non posso nè confermare nè smentire questa rivendicazione - dice - .Se ne hanno la responsabilità, spetta alle Brigate Ezzedin Al-Qassam rivendicare l'attacco".

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Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre studiavano il Talmud nel collegio rabbinico Merkaz ha-Rav (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre studiavano il Talmud nel collegio rabbinico Merkaz ha-Rav.

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La diplomazia del terrore (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del La "diplomazia" del terrore Umberto De Giovannangeli Segue dalla Prima Nessuna causa, nessun diritto alienato possono minimamente giustificare stragi come quella perpetrata in un collegio rabbinico da chi, a Teheran come a Beirut, in un sotterraneo di Gaza o in una grotta ai confini tra Pakistan e Afghanistan, ha solo un disegno in testa: cacciare gli Ebrei dalla "terra dell'Islam". Il massacro degli studenti racconta molte amare verita: che il Muro edificato in Cisgiordania non basta a fermare il terrorismo e che per quanto Israele possa potenziare la sua intelligence e rafforzare Tsahal, le sue forze armate, non potrà mai garantirsi, su questa strada, una totale impenetrabilità. Per questo, richiamare oggi la necessità di rilanciare il dialogo con l'Autorità nazionale palestinese di Mahmud Abbas (Abu Mazen) è l'esatto opposto del consegnarsi all'impotenza o tentare di legare le mani a Israele: il negoziato resta la via da seguire, per quanto contorta e irta di ostacoli essa sia. Così come ribadire lo stretto, inscindibile legame tra il diritto alla sicurezza di Israele e il diritto dei palestinesi ad uno Stato indipendente, non è un sacrificio chiesto, tanto meno imposto a Israele, ma è il vero aiuto che i veri amici di Israele possono dare a un popolo e a uno Stato che hanno diritto ad una esistenza non più trascorsa in trincea. Si fa l'interesse di Israele se si fa l'interesse della maggioranza dei palestinesi che nulla ha a che spartire con i proclami jihadisti e la pratica del terrore di una minoranza oltranzista. La pace è anche rinuncia. È una sottrazione consapevole, indispensabile per mantenere in vita ciò che è essenziale. E per Israele ciò significa preservare l'identità ebraica dello Stato e il fondamento democratico del suo essere Nazione. Ma la difesa di questi pilastri identitari non può conciliarsi con il mantenimento del controllo dei Territori palestinesi. La novità che prende corpo dalla strage di Gerusalemme è la frammentazione dell'"universo-Hamas", con l'ormai avvenuta marginalizzazione dell'ala "pragmatica" del movimento integralista. A comandare oggi sono i nuovi capi di Ezzedin al-Qassam, il braccio armato che è ormai diventato anche la "mente" politica dell'organizzazione. E quei capi rispondono sempre più a sollecitazioni esterne, a logiche che intendono fare del Medio Oriente - dalla Palestina al Libano, dall'Iraq al Golfo Persico, un unico campo di battaglia. La guerra del terrore si regionalizza e nel farlo arruola le frange estreme dell'Intifada palestinese nell'esercito del Jihad globalizzato. Non è un caso che la prima rivendicazione dell'attacco al collegio rabbinico sia venuta non da un comunicato diffuso a Gaza ma da un annuncio trasmesso dalla tv del libanese Hezbollah. Di fronte a questo terribile, quanto realistico, scenario, la comunità internazionale non può limitarsi a declamare le solite parole di condanna e a ripetere stancamente gli appelli alla moderazione. È tempo di assumersi responsabilità sul campo. Come è avvenuto in Libano. Contro la regionalizzazione del terrore c'è una unica risposta da tentare: l'internazionalizzazione della sicurezza di Israele e dei palestinesi che oggi sono ostaggi dell'esercito jihadista. Il che vuol dire, con il consenso preventivo del governo israeliano e dell'Anp e l'autorizzazione delle Nazioni Unite, dislocare una forza di interposizione tra Gaza e Israele con l'obiettivo dichiarato di impedire ulteriori aggressioni contro Israele e la devastante reazione militare israeliane che finisce, come è avvenuto nei giorni scorsi, per mietere vittime innocenti tra i civili di Gaza. Questo impegno, certo, comporta dei rischi. Gli stessi che i militari dell'Unifil, molti dei quali italiani, sanno di poter correre in Libano. Ma questi rischi vanno affrontati se si vuol davvero dare una chance alla pace.

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Il tempo è scaduto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Il tempo è scaduto Moni Ovadia Israele oggi piange i suoi figli atrocemente trucidati da un nemico mentre erano intenti allo studio della Legge, studio che porta alla conoscenza e la conoscenza dovrebbe portare alla pace. Le nostre televisioni dopo avere riportato secondo schemi consueti e frusti immagini collegate all'eccidio del seminario rabbinico, hanno mostrato manifestazioni di giubilo di gruppi di giovani palestinesi dei campi profughi in Libano e altrove. È il giubilo della vendetta, folle ed insensato. È il rigurgito di quella nefasta ebbrezza che fa credere che versare il sangue di innocenti del campo avverso sani il sangue versato nel proprio campo. Del resto nello scenario della strage degli studenti della Yeshivà si sono sentite risuonare grida di "morte agli arabi!" grido altrettanto folle ed insensato e con l'amaro sapore del tempo imploso nella memoria cortissima delle ragioni dell'odio. Quanto può essere labile quella memoria già dimentica dei cento sei palestinesi massacrati dalla potenza di fuoco delle armi israeliane. Quell'invocazione sinistra si è già inverata. Fra quei morti ci sono innocenti, bambini, vecchi e donne, menomati colpiti in luoghi di cura. L'estabilishment militare israeliano li chiama effetti collaterali. Questi effetti collaterali si contano a migliaia. Fra la popolazione araba del medioriente l'odio per Israele cresce esponenzialmente ad ogni bombardamento con i suoi effetti collaterali. I morti israeliani innocenti sbranati da bombe suicide o dai proiettili omicidi si stingono crudelmente sullo sfondo di quella che sciaguratamente è ritenuta una legittima vendetta. Questo scenario è sconvolgente, ma anche le più sentite parole di esecrazione non ne scalfiscono la realtà. Le agenzie riportano che la reazione del primo ministro israeliano Ehud Olmert è stata, almeno a parole, singolarmente moderata. Olmert ha affermato di volere continuare le trattative facendo sicuramente fede alla condanna dell'eccidio del seminario rabbinico espresso dal presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen. Trattativa dunque, l'unica soluzione possibile se si vuole interrompere la sempre più atroce carneficina destinata a provocare un fiume di sangue impetuoso e alluvionale. Ma quale trattativa? Quella con Abu Mazen? Davvero in uno scenario così incandescente e ramificato l'attuale presidente palestinese è interlocutore dotato di autentica potestà? Nella sua impeccabile analisi dell'attuale assetto della questione mediorientale, ieri, su la Repubblica, Lucio Caracciolo definisce Abu Mazen con queste parole: "... figura patetica, incapace di affermare una parvenza di autorità oltre il perimetro del suo quartier generale (anzi nemmeno in quello)...". Caracciolo osserva ancora acutamente che solo Marwan Barghouti, attualmente detenuto nelle carceri israeliane, ha il carisma sufficiente per unificare il campo palestinese. Sarebbe ora per gli israeliani di prenderlo seriamente in considerazione. Ma a mio parere non basta. Per arrivare ad una vera trattativa che faccia uscire gli israeliani dalla trappola in cui la mediocrità dei propri governanti li ha cacciati, ovvero l'illusione di poter tenere in eterno sotto dominio in una sorta di prigione a cielo aperto una popolazione ostile in impetuosa crescita demografica, è necessario coinvolgere tutti gli attori dell'area in una conferenza internazionale e gettare nel bidone della spazzatura le bufale inacidite modello Annapolis e road map. Ma soprattutto è necessario pagare il vero prezzo che c'è da pagare nel quadro della legalità internazionale. Questo gesto all'inizio non può che essere unilaterale. Chiedere un contestuale impegno ai palestinesi che vivono sotto occupazione da quarant'anni nella miseria e senza potere disporre delle proprie vite è per lo meno ingenuo. Malatempora.

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Rabbia e dolore a Gerusalemme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Pagina 112 Il premier Olmert diserta il funerale. I coloni lo accusano di aver concesso anche troppo ai nemici Rabbia e dolore a Gerusalemme Il premier Olmert diserta il funerale. I coloni lo accusano di aver concesso anche troppo ai nemici La strage ordinata dai vertici di Hamas in esilio --> La strage ordinata dai vertici di Hamas in esilio GERUSALEMME Le otto bare dei giovani seminaristi ebrei, avvolte nel loro drappo sacro sono in fila, una accanto all'altra, nel cortile affollatissimo del collegio rabbinico Merkaz ha-Rav. Migliaia di amici, parenti e fedeli gli si stringono intorno intonando preghiere e lanciando urla di dolore. Nel giorno dei funerali Gerusalemme è sotto shock, l'attentato ha colpito i nervi scoperti di quella parte della comunità israeliana che si nutre di nazionalismo e di fede. Il massacro compiuto a colpi di mitragliatore fra i libri sacri del seminario ebraico ha reso furenti rabbini, coloni, ortodossi e sionisti dal cui giudizio dipende da sempre l'esito di qualunque accordo di pace. Perché è lì, fra le mura di quel collegio, che come ha ricordato il rabbino Eitan Eisman durante le esequie, "si sono educate intere generazioni alla fede, ed è iniziata la grande rivoluzione spirituale" che sostiene la ragnatela delle colonie. Questa volta (e forse è anche peggio) è come se la politica non c'entrasse, e infatti per un attimo si è persino fatta da parte. Fra le migliaia di israeliani che ieri hanno rivolto l'ultimo saluto agli otto seminaristi (solo in tre avevano più di 18 anni, due ne avevano appena 15), non c'era nessun esponente del governo: assente, primo fra tutti, il premier Ehud Olmert che ha voluto prudentemente sottrarsi ad una inevitabile contestazione. C'era quella parte di Israele che non vuole cedere al compromesso, che nega legittimità al negoziato, e che accusa Olmert di aver concesso sin troppo ai palestinesi. "I negoziati proseguiranno" hanno detto i portavoce del governo. Una secca condanna all'attentato è giunta anche dal presidente palestinese Abu Mazen che ha respinto con sdegno "la violenza che colpisce i civili, siano essi ebrei o palestinesi". Sulla strage dei seminaristi ebrei, sventolano infatti le bandiere verdi di Hamas: i familiari dell'attentatore, Ala Hisham Abu Dheim, 25 anni (ucciso durante l'attacco) le hanno lasciate sventolare in cima alla tenda funebre allestita davanti alla loro abitazione di Gerusalemme est. Ala Hisham aveva la carta d'identità israeliana, un attentatore ideale insomma per raggiungere l'obiettivo, con una strategia talmente perfetta da avvalorare l'ipotesi che i mandanti questa volta siano molto in alto. Spunta la pista di Hamas infatti, ma non della direzione di Gaza bensì della sua leadership in esilio, quella che risiede in Siria e che elabora piani di guerra e di vendetta insieme agli Hezbollah del Libano. Lo avvalora la strana rivendicazione giunta alla televisione libanese degli Hezbollah da parte di Ahrar Al-Jalil, un gruppo che aveva già colpito nel nord di Israele nel 2003. In quell'annuncio si faceva riferimento "ai martiri di Gaza", ma anche ad Imad Mughniyeh, il leader militare degli Hezbollah ucciso a Damasco il 12 febbraio.

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L'attentatore era un "arabo blu" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Pagina 112 Mondo palestinese L'attentatore era un "arabo blu" Mondo palestinese --> GERUSALEMME L'attentatore palestinese Ala Hisham Abu Dheim che giovedì sera ha compiuto la strage nel collegio rabbinico, viene indicato anche come "un arabo blu". Il riferimento è al colore del suo documento di identità: essendo residente nel sobborgo di Jabel Mukaber, che rientra nella zona orientale di Gerusalemme, egli infatti era considerato un "residente permanente", e quindi disponeva della carta di identità israeliana, appunto di colore blu, che gli consentiva una totale libertà di movimento. Nel complicato groviglio politico e territoriale dell'area, sono almeno sei le categorie anagrafiche i cui si distinguono i palestinesi. oltre ai Blu ci sono i palestinesi in Cisgiordania con passaporto palestinese o arabi verdi (dal colore del passaporto), i palestinesi a Gaza che non possono entrare né in Cisgiordania, né in Israele senza uno speciale permesso, palestinesi clandestini rientrati a Gaza o in Cisgiordania dopo l'accordo di Oslo del 1994 grazie ad un permesso provvisorio israeliano, e che poi hanno deciso di restare. Palestinesi israeliani sono quelli rimasti dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Infine quelli della diaspora.

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Impasse all'Onu, vacillano i piani di Bush (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Pagina 112 Il Consiglio di sicurezza non trova l'unità per l'opposizione della Libia Impasse all'Onu, vacillano i piani di Bush Il Consiglio di sicurezza non trova l'unità per l'opposizione della Libia --> New York L'orrore per la strage alla scuola talmudica a Gerusalemme Ovest non si è tradotto in una condanna dell'Onu: il Consiglio di Sicurezza riunito giovedì notte in sessione di emergenza al Palazzo di Vetro non è riuscito a trovare parole comuni per esprimere l'indignazione internazionale davanti ai cadaveri degli otto studenti del collegio rabbinico. Il sangue sparso a Gerusalemme e l'impasse delle Nazioni Unite hanno confermato lo scetticismo sul progetto di pace lanciato ad Annapolis: nonostante l'ultima missione del segretario di stato Condoleezza Rice nella regione, le speranze del presidente George W. Bush di passare alla storia come il pacificatore del Medio Oriente hanno subito un nuovo durissimo colpo. La Rice aveva lasciato mercoledì il Medio Oriente dopo aver convinto il presidente palestinese Abu Mazen a tornare al tavolo del dialogo con Israele e, all'indomani dell'attentato a Gerusalemme, la Casa Bianca ha ribadito l'importanza che israeliani e Palestinesi continuino lungo la strada della pace disegnata a Annapolis. "La cosa più importante è che il processo di pace continui", ha detto il portavoce Tony Fratto. Alla domanda se la Casa Bianca non sia rimasta delusa per l'impasse all'Onu, Fratto ha risposto che "l'attacco non merita altro che una condanna" e ha aggiunto che Washington giudica "estremamente demoralizzanti, di fatto ripugnanti" i festeggiamenti di Gaza. Il progetto degli Usa di far approvare una dichiarazione di condanna dell'attentato terroristico era finito su un binario morto per l'obiezione della Libia, determinata a far uscire dall'aula un "testo equilibrato".

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Medio Oriente: dibattito a La Collina (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Provincia di Cagliari Pagina 1047 Serdiana Medio Oriente: dibattito a La Collina Serdiana --> "Il caso iraniano e la crisi israelo - palestinese" è il tema dell'incontro che mercoledì si terrà nella comunità "La Collina" di Serdiana (località S'Otta). Alle 20,30 inizierà la discussione. Il dibattito coinvolgerà in prima persona Massimo Ragnedda, docente di "Sociologia dei processi culturali" dell'Università di Sassari e visiting research dell'Università di Cambridge, assieme a don Ettore Cannavera nel ruolo di mediatore. Un appuntamento con la cultura Medio orientale cui potranno partecipare tutti gli interessati. (c. s. ).

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Dai village people a obama mix di culture in scena - cecilia cirinei (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XIV - Roma Parco dei Principi Auditorium Iuc - La Sapienza Assisi e dintorni Dai Village People a Obama mix di culture in scena Tutte le emozioni del vino al "Bibenda Day 2008" L'Orchestra del Maggio e la sinfonia di Mozart Il duo Telefon Tel Aviv elettronica da Chicago Petite Bande Kuijken per la Messa di Bach Fondazione Alda Fendi Il regista Raffaele Curi porta in via di San Teodoro "D'ambra grigia e canfora" Mr E. è uno degli artisti più interessanti del rock Usa CECILIA CIRINEI Un falco, bello e aggressivo, con il suo falconiere, un agnellino candido e un verso del poeta persiano Qatran che dà il titolo, "D'Ambra Grigia e Canfora", al quarto suggestivo "Esperimento di Quaresima" ideato e curato dall'eclettico Raffaele Curi per la Fondazione Alda Fendi. E ancora: i Village People che cantano dal vivo la loro canzone simbolo "Ymca", che li ha resi nel tempo un'icona del mondo gay internazionale, e uno scontro-incontro, senza esclusione di colpi, fra Occidente e Oriente che si svolge all'ombra della ricostruzione scenografica delle mura di Gaza, che separano la Palestina da Israele, realizzata all'interno dell'Antico Mercato del Pesce degli Ebrei al Circo Massimo in via di San Teodoro. Tanti significati nei significati che offrono diverse chiavi di lettura per questa nuova installazione-performance scritta e diretta da Curi e interpretata, in una serie di quadri viventi, che, come violenti flash illuminano a tratti la grande sala, da Veronica De Laurentiis, attrice e scrittrice figlia di Silvana Mangano e Dino De Laurentiis, nel ruolo centrale della "Mater Dolorosa", il ballerino Alessandro Pintus, gli attori Mohamed Zouaoui, Federica Lorusso, Michelangelo Tommaso, Sami Haven, la top model Simonetta Gianfelici e i mitici Village People al gran completo, sempre molto appariscenti con creste da mohicani fluorescenti e giubbotti di pelle con le borchie, e più in forma che mai nonostante l'età. "Lo spettacolo di quest'anno, dopo la trilologia dedicata all'animo umano "Kaisar", "La lotta" e "Di tre colori e d'una dimensione" - ha raccontato Raffaele Curi ieri mattina nella sede della Fondazione Alda Fendi alla Galleria Foro Traiano 1- è un sogno viaggiante. Io sono per il teatro di suggestione e non di parola. Cerco di portare qualcosa di nuovo e di assolutamente sperimentale. Agisco in maniera astratta: nella performance c'è persino un'immagine di Barak Obama, ma anche quello che si vede la notte da una finestra di Amman con la luce della luna e il profumo delle spezie. E poi le dune del deserto che assomigliano a onde di un oceano pietrificato, l'Arcangelo Gabriele e l'irrompere dell'America con la A maiuscola attraverso i Village People che cantano. Solo loro potevano rappresentare l'America che si rinnova". Accanto a Curi Alda Fendi, con occhiali anni Settanta stile Village People: "Lo spettacolo non ha dialoghi - spiega - sono solo concetti, sensazioni, emozioni. Vuole stimolare le persone a riflettere". Jeff Olson dei Village People, vestito da cow-boy, dice: "Siamo molto orgogliosi di essere in questo gruppo di lavoro. Dopo 31 anni che cantiamo questa canzone, che è una canzone giusta e ne stiamo ancora cercando un'altra che abbia la stessa carica, siamo pronti per lo spettacolo".

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Quadri rubatisi cercanoi proprietari (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Gerusalemme Esposti fino al 3 giugno al Museo di Israele i dipinti razziati dai nazisti in Francia durante la guerra 08/03/2008 GERUSALEMME. "In cerca dei proprietari"è il titolo di una grande esposizione di opere d' arte razziate in Francia dai nazisti, in corso fino al 3 giugno al Museo di Israele accanto a un'altra di "opere orfane", delle quali cioè non si ha assolutamente traccia della loro provenienza. È una pagina del periodo nazista ancora relativamente poco nota al grande pubblico, quella delle opere d'arte di cui il Terzo Reich si era appropriato. Nel caso della prima esposizione, spiega James Snyder, direttore del Museo, si tratta di opere che "contrariamente a quanto si è soliti a credere non appartenevano solo a famiglie ebree: in realtà le opere d'arte in Europa, e in particolare in Francia, furono prese da ogni settore della società". Furono circa centomila gli oggetti d'arte trafugati dai nazisti in Francia, in modi diversi, e portati in Germania. Si tratta di oggetti frutto di razzie, presi con la forza o ottenuti per mezzo di vendite forzate a prezzi irrisori o scambiati con altre opere considerate "arte degenerata", come quelle dei pittori impressionisti, e acquistate da mercanti d'arte senza scrupoli. Sessantamila oggetti tornarono in Francia alla fine della guerra e 45 mila rapidamente restituiti ai proprietari. Altre 13 mila opere di minor valore sono state vendute e i fondi ottenuti versati alla Fondazione per il ricordo della Shoah. Solo duemila oggetti non sono ancora tornati ai legittimi proprietari poiché non è stato possibile risalire a loro con certezza. Le opere sono custodite nei musei francesi mentre una commissione governativa, istituita nel '97 dall'allora premier Alain Juppé, continua la ricerca dei proprietari. L'esposizione al Museo di Israele a Gerusalemme, che comprende 53 opere, è parte di questo sforzo. Tra i quadri esposti figurano opere di Degas, Delacroix, Ingres, Manet, Courbet, Seurat, del dadaista Max Ernst. "Saremo felici se questa esposizione permetterà ad alcune delle opere di ritrovare i loro proprietari", ha detto il ministro della cultura francese Christine Albanel. Dal 24 giugno al 28 settembre la mostra si trasferirà al Museo di arte e storia ebraica a Parigi. R. C. 08/03/2008.

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Gli altri Abu Assad vive in Israele Sì, lavoro per gli occupanti, allora? Il castigo arriva anche per gli ebrei (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Gli altri Abu Assad vive in Israele "Sì, lavoro per gli occupanti, allora? Il castigo arriva anche per gli ebrei".

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[FIRMA]FRANCESCA PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME La biblioteca della yeshiva Merkaz Harav & (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

[FIRMA]FRANCESCA PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME La biblioteca della yeshiva Merkaz Harav è ferma a giovedì notte, il tavolo ingombro di libri e portatili aperti, i pomodori della merenda sparsi in terra, gli zainetti Eastpack degli studenti accanto alle sedie rovesciate. Il sangue è stato lavato dal pavimento ma l'aria ne è pregna. Fuori, nel cortile e sulla strada Ha-Ra Zvi Yehuda, migliaia di persone, ultraortossi e semplici cittadini, si stringono intorno alle famiglie delle 8 vittime. "E' stata la volontà di Dio ma il governo deve punire gli assassini" mormora appena Orli Roti, copricapo lavorato a mano, lunga gonna a fiori sulle comode Crocs, occhiali scuri. Aveva parlato da poco al telefono con il suo Roy, 18 anni appena compiuti, quando il tg ha annunciato l'attentato, rivendicato ieri da Hamas e poi smentito: "Studiava a Markaz Harav da due mesi. Ho capito subito che era morto, non rispondeva più, il cellulare squillava, squillava". Siede accanto al marito Yacov, impiegato della compagnia telefonica Mirs, gli altri 4 figli, il suocero David sopravvissuto ad Auschwitz. Alle loro spalle la folla composta ma rabbiosa prega, piange, recrimina. "Gli arabi devono pagare" dice piano Zaev Dorai, kippà, gilet nero sulla camicia bianca, 16 anni come metà delle vittime. E' arrivato in autobus da Bet El, l'insediamento ebraico alla periferia di Ramallah, il cuore roccioso della Cisgiordania che lui chiama Samaria. Anche Roy Roti era nato in una colonia, El Kana, qualche migliaio di villette affacciate sui minareti di Tulkarem, un chilometro e mezzo oltre la linea del '67, dentro il confine palestinese. "El Kana è nella nostra terra, quando abbiamo provato a barattarla per la pace ci hanno massacrato" sussurra Zeev Zisserman rivolto ai politici che si sono tenuti lontani dai funerali. Appuntata al petto ha la foto del figlio Einav ucciso nel 2001 da un cecchino palestinese: "Assassini". Gli "assassini" abitano a mezz'ora di macchina dal centro di Gerusalemme Ovest, una palazzina a due piani addobbata con le bandiere di Hamas sulla collina di fronte al muro che circonda Betlemme. Per raggiungere Jabal al Mukabir, il villaggio del killer Ala Abu Dehin, bisogna attraversare le mille frontiere invisibili della città Santa, le mura antiche blindate per il venerdì della preghiera musulmana, la promenade Sharover, il quartiere Armon Ha-anatziv con le aiuole svizzere e i balconi verandati su cui sventola la stella di David. Poi il sentiero si stringe, l'asfalto sparisce, l'atmosfera si carica della voce del muezzin che prega per lo "shaid", il martire. "Ala faceva l'autista, doveva sposarsi fra tre mesi", racconta la cugina Suad seduta accanto a mamma Fatima nel salone con i mobili laccati e le plastica sul divano. Suad ha 34 anni, dieci più del cugino, 4 figli, il foulard stretto intorno al viso pallido: "Sopresa? E perchè? Chiunque di noi avrebbe potuto fare la stessa cosa dopo le scene dei bambini sterminati a Gaza". Ala era stato arrestato quattro mesi fa dalle forze israeliane, con l'accusa di avere rapporti con i libanesi Hezbollah. Ed era poi stato rilasciato per insufficienza di prove. Giovedì alle 18 è uscito di casa e non è più tornato. Alle 2 i militari israeliani sono venuti a prendere il padre, due fratelli, la fidanzata. "Quella che gli ebrei chiamano yeshiva non è una scuola, è un centro di formazione per sionisti, nessuno lì è un civile" continua Suad. Può darsi che Ala abbia lasciato una lettera. Lei non ne vuol parlare: "Non ci piace piangere i morti ma siamo fieri del suo coraggio". L'orgoglio sanguinario di una parte coincide con la disperazione dell'altra che nei discorsi funebri dei rabbini più radicali, anima dell'Israele irriducibile al compromesso, diventa sete di vendetta. Due facce d'una medaglia lanciata in aria 60 anni fa e rimasta sospesa. La Gerusalemme araba tace, ammutolita dalle sue stesse contraddizioni. "Lavoro anche con gli occupanti: e allora? Non potevano pensare che Gaza sarebbe rimasta impunita" dice Abu Assad, titolare di una delle pasticcerie di Suk Khan Zed street, la via dei baklava nel quartiere musulmano della città vecchia. Palestinese con carta di residenza israeliana, Abu Assad fluttua tra la soddisfazione inconfessabile di queste ore e la consapevolezza di vivere in quel Paese nemico che, sotto sotto, non abbandonerebbe mai per trasferirsi in Palestina. Quattro mesi fa, alla vigilia del vertice di Annapolis, quando Olmert affrontò per la prima volta il tabù di Gerusalemme lasciando intendere che alla fine sarebbe stata divisa, centinaia di palestinesi si precipitarono al ministero dell'Interno israeliano per cambiare la carta di residenza con il passaporto. Arabi-israeliani, il cuore arabo e lo stipendio israeliano. Il tallone d'Achille della sicurezza nazionale, ammette Yonathan Figel, guru dell'International Policy Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, l'Olimpo dell'antiterrorismo israeliano: "E' la sfida del futuro, la nostra sola chance è l'intelligence. Il muro è fondamentale e andrà completato in fretta ma è inutile contro il terrorista interno, quello che gira con un documento regolare in tutto e per tutto equiparabile a Simon Peres". Gerusalemme si addormenta diffidente, la città idealmente aperta alle fedi è prigioniera della Storia. Come in un dramma di Shakespeare la scena finale è occupata dal corteo delle bare, il funerale dei giovani, dei buoni, dei cattivi, delle illusioni.

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Tra maestri e giovani ecco il festival 2008 - roberto incerti fulvio paloscia (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XV - Firenze Incontro in redazione con i direttori della rassegna Fra teatro, danza e musiche, ecco cosa ci attende alla Leopolda Tra maestri e giovani ecco il festival 2008 50 mila euro sono stati spesi per un concorso di teatro Risultato: quattro prime assolute ROBERTO INCERTI FULVIO PALOSCIA Da 15 anni è il festival della contemporaneità a Firenze. Alla vigilia di Fabbrica Europa, abbiamo intervistato in redazione il presidente della Fondazione Luca Dini, il direttore artistico della sezione teatro Roberto Bacci e Maurizia Settembri, responsabile di danza e multimedia, che ci hanno anticipato il programma del 2008 (dal 3 al 24 maggio) e parlano del futuro di una manifestazione che ogni anno raccoglie alla stazione Leopolda 80 mila persone. Il programma "Fabbrica Europa è un festival per Firenze e allo stesso tempo internazionale, nell'ottica della coproduzione di spettacoli con importanti realtà straniere: vista la carenza di risorse, ci arrangiamo come dei migranti. Sarà ancora un festival che farà incontrare i grandi maestri con i giovani. A cominciare dal Living Theatre con la riedizione del mitico The Brig, agghiacciante ritratto della brutalità delle prigioni militari. Sarà presente anche Judith Malina, fondatrice della compagnia con Julian Beck. Les Nègres di Genet nasce dall'incontro tra il musicista senegalese Badara Seck e il regista Gustavo Frigerio. Grazie alla collaborazione con l'ambasciata olandese, ospiteremo una delle più significative compagnie di danza contemporanea, Galili Dance dell'israelo-olandese Itzik Galili. All'Alcatraz, va in porto il progetto dei quattro cantieri teatrali, produzioni in prima assoluta di giovani gruppi selezionati tra 150 che hanno risposto a un bando nazionale: Nanou da Ravenna, Habillè d'eau di Roma, Città di Ebla di Forlì, Teatro sotterraneo di Firenze. L'operazione è costata circa 50 mila euro. Dal Brasile arriverà L'uomo provvisorio, lo spettacolo di Cacà Carvalho e Francesca Della Monica elaborato nel deserto del Cariri. Per la musica, il progetto di Andrea Mi City Mix indagherà la scena elettronica di Amsterdam, Rotterdam, Colonia e Londra. Mentre il Musicus Concentus porterà i norvegesi Supersilent tra jazz, ambient ed elettronica". Il pubblico "Per i giovani, Fabbrica Europa è un rito al quale si partecipa per portare qualcosa: magari la propria presenza. Il bar all'esterno è stata un'invenzione per non lasciare gli spettatori fuori senza far niente ma ben presto si è rivelata una scommessa vincente. E' parte integrante del progetto tanto quanto la programmazione. I tentativi di realizzare bar nell'esterno della Leopolda aldilà di Fabbrica Europa sono falliti. Questo significa che il festival è un valore aggiunto. Mancano però le risorse". Le risorse "La Fondazione ha un bilancio di circa 500 mila euro. La Regione, che l'anno scorso ha incrementato il budget, stanzia insieme alla Provincia 300 mila euro; il Comune partecipa con 62 mila euro - contributo fermo da 10 anni - più 30 mila che vanno a Pitti Immagine per l'affitto della Leopolda. L'Ente Cassa di Risparmio quest'anno ha incrementato il proprio intervento da 70 a 87 mila euro. Siamo in pareggio grazie anche al fatto che da noi i grandi artisti vengono a condizioni agevolate". Non solo Leopolda "Quest'anno recupereremo un tempio del teatro off: l'Affratellamento. Abbiamo firmato una convenzione (insieme al Laboratorio Nove e alla Centrale dell'Arte) per utilizzarlo due mesi all'anno per laboratori e prove". La prospettiva Cascine Ci piacerebbe che la Leopolda fosse il cuore e il motore di un progetto sullo sviluppo del contemporaneo a Firenze. Fino ad oggi però nessuno ci ha consultati in merito. Noi abbiamo molto pubblico, paradossalmente però non è questa per noi la cosa principale. Quando si parla di grandi spazi, più si va avanti sulla linea della quantità più si perde l'intimità, il senso e la qualità dei progetti. C'è bisogno di luoghi riconoscibili, abitabili ma intimi. Opporsi al consumismo culturale è fare vera cultura".

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Re elvis, il tir e l'uccellino attenta a quei tre, difesa rossoblù - christian giordano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XV - Bologna La storia In prima linea tre incursori che valgono, insieme, 27 reti: muscoli e fantasia per aggredire il big match Re Elvis, il Tir e l'Uccellino attenta a quei tre, difesa rossoblù Un attacco da serie A: così in Salento stanno sognando Il cileno Valdès, insoddisfatto del suo impiego, lascerà a fine stagione. In prima fila c'è ora l'Atalanta, per farne il vice-Doni Tiribocchi ha tutto per la massima serie: pure la moglie, un'ex miss Italia. Abbruscato piaceva a Cazzola, poi andò al Torino e fallì CHRISTIAN GIORDANO "Che sfiga". Poco oxfordiano ma chiaro, Simone Tiribocchi s'è sciacquato la bocca a Valpolicella e rimpianti, nella cena di sabato sera a Verona, quando Chievo-Lecce 3-3 ancora restituiva emozioni, e a condividerle da commensale con lui c'era Pellissier, amico di sempre ed ex compagno d'attacco nel Torino e nel Chievo. I gialloblù, e il rigore sbagliato dal 'gemello' Abbruscato, gli avevano fatto passare l'appetito e suggerito riflessioni su questo pazzo campionato. "Col Lecce ho fatto 56 punti e 13 gol, come lui (senza rigori), e dopo 28 partite il Chievo è secondo e insegue la promozione diretta, noi siamo quarti e non siamo neanche sicuri dei play-off". Nemmeno il Bologna capolista lo è, e oggi in Salento dovrà stare attento a non farsi male, guardandosi allo specchio. Molto più simili di quel che non si racconti, emiliani e pugliesi si scimmiottano a vicenda, sin dai proclami estivi dei tecnici. Arrigoni dalla presentazione, e Papadopulo dal 15 luglio, primo giorno di raduno a Tarvisio, l'hanno detto chiaro: l'obiettivo è la A. E le squadre - i giallorossi subito, i rossoblù col corposo mercato di gennaio - sono state ritagliate sulla sagoma del Napoli promosso l'anno prima: un portierone e tre marcantoni dietro (anche col peso leggero bolognese Terzi, i migliori pacchetti del torneo: 17 gol presi Antonioli, 20 Benussi), una linea mediana spesso a cinque e in attacco una coppia di big. I numeri non mentono: 16+3 reti per Marazzina-Bucchi, 23 per Tiribocchi-Abbruscato. Attenti a quei due, insomma. E c'è pure dell'altro: perché, mentre in Emilia il fantasista (Adailton, Bombardini, Di Gennaro) s'è visto a sprazzi, a Lecce è esploso il cileno Jaime Valdés, un dodicesimo di lusso da 4 gol in 1174 minuti spalmati su 23 presenze. Papadopulo lo impiega ­ da seconda punta, trequartista o esterno sinistro alto - quando gli avversari boccheggiano, ma "el Pajarito", l'uccellino che pare la versione andina di Kurt Hamrin, mito svedese viola-rossonero, per via delle misure, 172 centimetri per 66 chilogrammi, s'è stufato e a giugno se ne andrà. A parametro zero. "Ho varie richieste", ha detto, mandando a monte il gioco di ruolo del ds Angelozzi ("è nostro, e nessuno ce lo ha chiesto"). Invece, "mi seguono Lazio, Genoa, Hertha Berlino", raccontava dieci mesi fa al quotidiano cileno "La Tercera" l'oggi 27 enne gioiellino di Santiago. E ora, per farne il vice-Doni, l'Atalanta è corsa in Lega a depositare il preliminare del contratto da 1,5 milioni di euro fino al 2012. Arrivato nel 1999 al Bari dal Palestino di Manuel Pellegrini (ora guru al Villarreal), Valdès approda alla Fiorentina nel 2004. Dopo l'unico gol, al Chievo, a gennaio è a Lecce come contropartita nell'affare Bojinov. Una storia agrodolce con possibile lieto fine. Per tutti. Forse anche per i gemelli del gol Tiribocchi e Abbruscato. All'andata la loro intesa mise a dura prova la difesa rossoblù: un paio di gol già accarezzati, più che sfiorati, finchè la magia di Bombardini sotto il diluvio universale del Dall'Ara coprì le magagne. I due si trovano a occhi chiusi, e se il trentenne "Tir" ha tutto per la A (compresa la moglie vip, Gloria Zanin, Miss Italia 1992), l'ex flop milionario torinista gli è complementare. Pure Cazzola se ne invaghì ai tempi di Mandorlini-Zaccarelli, ma la comproprietà da 4 milioni lo disarmò. Col senno del poi, re Elvis è tornato, grazie pure a due bravi a dettare i tempi: il sogno sfumato rossoblù Zanchetta e il neoarrivato frugoletto Boudianski.

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Israele, la rabbia e il terrore "così divamperà la guerra" - alberto stabile (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Israele, la rabbia e il terrore "Così divamperà la guerra" Ai funerali degli studenti il rabbino attacca il governo In migliaia nella strada tappezzata da manifesti per "i santi eroi dal gentile animo" Degli otto uccisi cinque avevano meno di 18 anni, uno appena 15 ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente GERUSALEMME - La porta a vetri blindata della biblioteca è tutta sforacchiata di proiettili. Almeno due raffiche sparate con mano ferma e tecnica militare, dall'alto verso il basso, l'hanno resa un colabrodo. Un lumino fiammeggia sul gradino. Dentro la stanza della strage, gli uomini di Zaka, con il giubbotto giallo e la kippà nera, stanno ripulendo il grande tavolo e gli scaffali pieni di testi sacri consumati dall'uso, del sangue versato dalle vittime. E' una procedura lenta e meticolosa, da non disturbare. Così, quelli che accorrono per i funerali, arrivano sulla soglia della biblioteca, sbirciano dentro, si abbracciano, scoppiano in lacrime ma non entrano. Tutto il dolore della Gerusalemme ebraica, devota e militante s'è concentrato qui, nel cortile della Yeshiva presa d'assalto giovedì sera, sulla strada che porta il nome del suo fondatore, via Zvi Yehuda (da Zvi Yehuda Kook), quasi all'entrata ovest della città. Il collegio talmudico consta di un edificio a quattro piani senza pretese, spartano, ma con un balcone in ogni stanza. Evidentemente, i posti dove potersi raccogliere e studiare sono inferiori alle richieste. Ci sono banchi dappertutto, anche sui ballatoi delle scale. Per i corridoi c'è la composta animazione che caratterizza l'atto formale e conclusivo di una grande tragedia. Migliaia di persone affollano la strada tappezzata di manifesti per "i nostri santi eroi dall'animo gentile". I terrazzini della Yeshiva sono gremiti di studenti. Molti sono poco più che bambini. Felpe, tute, t-shirt, jeans, scarpe da ginnastica e kippà colorate. Da sotto le magliette, spuntano i fiocchi (talled) della tradizione esibiti con molta indulgenza. Qualcuno indossa la divisa e porta l'arma, perché i membri di questa Yeshivà, contrariamente ad altri correnti ultra ortodosse, servono nell'esercito, solitamente, come ufficiali delle unità combattenti. Tanto più forte è la pena per l'oltraggio subito, quanto più alta è la consapevolezza del proprio ruolo. "Non a caso i terroristi ha scelto di venire qui - dice il direttore amministrativo della Yeshivà, il rabbino Eitan Eisen - perché noi cresciamo generazioni e generazioni di persone che hanno fede nella Torà, perché siamo il cuore pulsante di Eretz Israel e non rinunciamo a nessuna parte di essa". In queste aule, tra questi banchi è nato, infatti, il sionismo religioso. Qui si è avuto l'incontro tra nazionalismo e fede da cui ha preso le mosse il movimento dei coloni, Gush Emunim, il Blocco dei Fedeli, secondo l'insegnamento di Rav Kook semplificato nella frase: "Chiudete la torà e andate a stabilirvi in Giudea e in Samaria", gli antichi nomi biblici dei territori conquistati nella guerra del '67. Nel cortile abbellito da una grande palma, dove lentamente si raccoglie la folla dei parenti e dei partecipanti al lutto, sfilano alcuni degli uomini che, una volta usciti dalla Yeshivà, hanno animato le fila della destra messianica. I rabbini degli insediamenti. I deputati Benny Elon e Nissan Slomiansky, sempre al fianco dei coloni sia che si tratti del ritiro da Gaza che di sgomberare qualche abitazione illegale in un quartiere di Hebron. L'ex speaker della Knesset Rubi Rivlin. Praticamene assente, il governo, a meno di non considerare il ministro senza portafoglio Meshullam Nehari, del partito ultraortodosso sefardita, Shass, in rappresentanza dell'esecutivo. Quando arrivano le salme, ognuna avvolta nello scialle della preghiera (talleth), bianco bordato di nero, l'aria, il cortile, la strada in cui s'accalcano almeno diecimila persone risuonano di lamenti. I corpi nei loro sudari, senza cassa di legno, secondo l'uso ebraico, vengono adagiati ognuno su due banchi uniti a formare una lettiga, un biglietto azzurro appoggiato sopra con su scritto il nome. Attorno si raccolgono i familiari. Da platea dolente affiora qualche dettaglio. L'ultimo degli otto uccisi doveva essere un giovane falashià, un ebreo etiope di colore. Cinque avevano meno di 18 anni. Uno appena 15. E deve essere quello la cui giovane madre non riesce a darsi pace e ad impedire che le unghia le graffino le guance. Chi, anche in considerazione dell'ideologia che impregna questo luogo simbolo del nazionalismo ebraico, s'aspettava discorsi infuocati, rimarrà probabilmente deluso. Non è la retorica a gonfiare le parole, ma più spesso è il pianto a spezzare la voce degli oratori. Solo in un passaggio della sua elegia, il rabbino capo della Yeshivà, Yakoov Shapira, accenna ad una critica alla dirigenza del paese: "E' giunto il momento per tutti noi di capire che la lotta sta divampando. Tutti noi crediamo che sia ora di un capovolgimento spirituale, di avere una leadership migliore più forte e più credente. Noi tutti abitanti di Gerusalemme siamo gli obiettivi degli assassini". Molti conoscitori del mondo politico nazionalista e religioso hanno previsto una possibile risposta dei coloni all'eccidio degli studenti. Una vendetta. Davanti alla porta chiusa della biblioteca chiedo ad uno dei seminaristi quanto quest'ipotesi sia credibile. Risponde con sicurezza: "E' il governo che deve vendicarci. Nel senso che tutti i responsabili di questa strage devono essere puniti. Se non sarà così, allora è possibile che qualcuno si alzi per fare giustizia". Poco prima, il rabbino capo sefardita Morchia Eliahu aveva ricordato a tutti che la "vendetta del sangue spetta a dio".

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D'alema: "trattare con haniyeh" fini: "niente negoziati con i terroristi" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Dopo la strage Il ministro degli Esteri: "Molti israeliani sono d'accordo ad aprire il dialogo: è difficile ma si può fare". D'Alema: "Trattare con Haniyeh" Fini: "Niente negoziati con i terroristi" La crisi non si era mai spenta, malgrado le speranze di Annapolis Bisogna fermare la spirale di violenza ROMA - Poche ore di attesa, e puntuale arriva in Italia la consueta polemica su Hamas, il movimento integralista palestinese guidato da Ismail Haniyeh, che gli israeliani giudicano semplicemente un gruppo terroristico, e che ha celebrato con gioia il massacro di giovedì sera nella scuola rabbinica di Gerusalemme. Il primo ad avviare la polemica è il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, che invita Israele a cercare un negoziato con il movimento integralista. "Un sondaggio di cittadini israeliani ritiene che discutere con Hamas sia necessario: a me sembra una posizione saggia. Non so se sia la soluzione, ma la tenterei", dice il ministro degli Esteri, sapendo che questo del dialogo con Hamas è un tabù che gli israeliani (e l'amministrazione americana) gli hanno chiesto più volte di non violare in pubblico. D'Alema continua il suo ragionamento, sostenendo che dopo la conferenza di Annapolis "la crisi mediorientale non si era mai spenta, malgrado le speranze di pace dopo il vertice e la ripresa del dialogo: il conflitto non si è mai fermato. Il rivoltante e tragico attentato di Gerusalemme fa seguito agli scontri in cui sono morti 125 palestinesi a Gaza. Da una parte c'è l'estremismo palestinese, dall'altra l'estrema durezza della reazione israeliana. Bisognerebbe fermare questa spirale di violenza". Questa di D'Alema è una posizione che già in passato ha portato il ministro degli Esteri in rotta di collisione con governo di Gerusalemme e con l'amministrazione Bush, che nell'estate del 2007 aveva quasi congelato i rapporti con la Farnesina anche a causa della posizione del ministro su Hamas. E ieri, pochi minuti dopo l'intervento di D'Alema, la polemica italiana è stata immediatamente attivata da Gianfranco Fini. Il leader di An, ex ministro degli Esteri, ha sostenuto che "non si può trattare con Hamas, che ha una posizione di un'ambiguità intollerabile, non riconosce il diritto di Israele ad esistere e deve essere considerata un'organizzazione terroristica". Per Fini "Israele ha il diritto di difendersi quando individua aree o covi di terroristi e ha il diritto di intervenire. è vero che ciò può comportare anche delle vittime civili, ma è vero, purtroppo, che spesso i terroristi si fanno scudo degli stessi civili". In soccorso di D'Alema è intervenuto Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e soprattutto esperto di politica internazionale; per Fassino "si potrebbe anche trattare con Hamas, negoziare una tregua, ma a condizione che Hamas una volta per tutte superi la propria ambiguità e riconosca che Israele ha diritto di esistere. Bisogna ottenere il superamento di questa ambiguità". (v.n.).

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E sulla casa dell'assassino sventola la bandiera di hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esposti anche i vessilli della Jihad e di Hezbollah su una terrazza a un passo dalla sede dell'Onu E sulla casa dell'assassino sventola la bandiera di Hamas Alcuni anni fa l'attentatore aveva lavorato come autista nella scuola religiosa DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Sul terrazzo della casa di Alaa Abu Dheim, nel villaggio di Jabel Mukaber, non lontano dalla rappresentanza delle Nazioni Unite, quasi sulla linea verde che divide Gerusalemme dai territtori, sventola il gran pavese del terrore: le bandiere verdi di Hamas, quelle nere della Jihad e quelle gialle di Hezbollah. Al piano terra, a ridosso della porta d'ingresso i familiari hanno eretto la tenda del lutto, ma molti parenti diretti non possono ricevere gli ospiti venuti per le condoglianze, perché da giovedì sera sono nelle mani della polizia israeliana, che li interroga. Presumibilmente tra i 20 e i 25 anni, Alaa Abu Dheim qualche anno fa aveva lavorato come autista per la stessa Yeshivà Merkaz Harav in cui ha compiuto la strage di studenti. E questo dettaglio spiegherebbe come mai il terrorista sia potuto entrare tranquilamente nel cortile della scuola religiosa ed arrivare fino alla biblioteca. Sulle braccia reggeva un pacco di cartone in cui aveva nascosto il fucile mitragliatore e sette caricatori. Altro particolare emerso dalla scarna biografia del giovane assalitore della Yeshivà è che quattro mesi Alaa era stato arrestato dalla polizia israeliana ed era stato rilasciato da poche settimane. E' in questo lasso di tempo che i palestinesi di Gerusalemme est, considerati dai servizi di sicurezza israeliani come una sorta di cavallo di troia del nazionalismo palestinese, sono tornati in primo piano con una serie di manifestazioni di protesta e di attentati sia pure minori. Di più diranno sicuramente le autorità israeliane. Le quali, però, sono attualmente alle prese con il mistero della rivendicazione. Ce ne sono state due, la cui validità viene tuttora soppesata. La prima, giovedì sera, ad opera del fantomatico "Battaglione degli uomini liberi della Galilea - Martire Imad Mughniyeh e martiri di Gaza", portata a conoscenza della rete televisiva degli Hezbollah, Al Manar, a Beirut e successivamente comunicata anche dall'agenzia palestinese Mann. L'altra, è stata raccolta ieri pomeriggio dalla Reuter che ha ricevuto una telefonata di un anonimo esponente del Movimento islamico, Hamas, a Gaza. Quali che siano i suoi collegamenti con l'organizzazione islamica, la polizia israeliana sembra convinta, o almeno così fa sapere, che Alaa Abu Dhein abbia agito da solo, sfruttando abilmente la carta d'identità blu concessa ai cittadini arabi di Gerusalemme est, grazie alla quale possono muoversi su tutto il territorio israeliano. Come ai quasi tutti 253 mila palestinesi della città santa, anche ad Alaa Dhein era stato accordato lo status di "residente permanente" di Gerusalemme che, oltre a comportare la possibilità di godere di quasi tutti i sussidi e le misure di protezione sociale, come per esempio, l'assistenza sanitaria e l'indennità di disoccupazione, dà diritto a ricevere uno speciale documento d'identità, detto appunto "carta blu". Gli arabi di Gerusalemme est, contrariamente agli arabi israeliani della Galilea, non sono cittadini dello Stato ebraico, non hanno passaporto israeliano e non possono votare. Possono però viaggiare all'interno del paese e di questo privilegio s'è avvalso il terrorista per muoversi indisturbato dal suo villaggio nella parte orientale della città alla Yeshivà situata nella zona Ovest. (a. s.) -.

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Il futuro oscuro di due popoli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Zvi Schuldiner Dopo vari giorni di fuoco nella Striscia di Gaza, il fuoco si estende a Gerusalemme. Un palestinese è entrato in una yeshiva e ha assassinato otto alunni, giovani tra i 14 e i 19 anni di età. Si tratta di una strage dai molteplici significati e probabilmente è il nuovo anello di una catena terribile che porterà solo nuove sofferenze. L'assassinio attribuito a un palestinese di Gerusalemme assume il senso della vendetta per i palestinesi uccisi dall'esercito israeliano nell'ultima settimana, e ha suscitato uno spettacolo ripugnante a Gaza, con spettacoli di giubilo organizzati da Hamas. La vendetta, che molti potrebbero gradire a livello emotivo, non è altro che un nuovo contributo alla catena di sangue che provvederà a seppellire ogni possibilità di costruire un orizzonte politico. Hamas sa come provocare la morte, ma non ha alcuna strategia riguardo la vita. La tattica di Hamas può portare in piazza a festeggiare tutti quelli che godono della morte, il che politicamente equivale a isolare e indebolire ancora di più Abu Mazen e il suo governo. La tattica di Hamas e la debolezza di Abu Mazen sono un cocktail catastrofico che mette in luce due altri aspetti: il governo israeliano è riuscito a smembrare l'unità della Palestina mentre i palestinesi non hanno una reale strategia politica. La tattica israeliana rivela anche i disastrosi effetti del cancro annessionista e bellicista del governo israeliano: solo la forza è un elemento chiaro, brutale, decisivo e definito di un'élite politica miope che continua a negare la realtà e a costruire un futuro che non porta alla pace ma alla perpetuazione della guerra e alla degenerazione progressiva del sistema politico e sociale in Israele. Aprofittando dell'ignoranza, dell'apatia o della stupidità dentro e fuori Israele, il premier Olmert già accusa l'Autorità palestinese di non fare abbastanza per combattere il terrore. Questo è anche vero, ma non prende in considerazione un "piccolo" problema: l'Autorità non è reale come pensano molti. Non ha alcuna forza e si trova sotto una totale occupazione israeliana. Anche se si è già detto, è bene ripeterlo: le forze israeliane si trovano in ogni angolo dei territori occupati in Cisgiordania e mantengono un accerchiamento crudele di quella grande prigione che è Gaza. La strage è da condannare per le sue caratteristiche disumane. I festeggiamenti a Gaza sono ripugnanti. Ma questo è anche il risultato di un programma scritto ed elaborato giorno dopo giorno dai nostri dirigenti in Israele. La violenza e soltanto la violenza è l'unica risposta della miope e debole leadership israeliana. Messi sotto pressione da un'opposizione ancora più estremista, i dirigenti pensano solo alle apparenze. Temono che i negoziati o un compromesso li conducano alla morte politica e per questo preferiscono continuare a seminare morte. Hamas e il governo israeliano si stringono in un abbraccio mortale di cui fanno le spese entrambi i popoli. I palestinesi e gli israeliani continueranno a pagare con la vita questa costante costruzione di un futuro oscuro.

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Israele, la Libia ferma l'Onu (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Hamas rivendica l'attentato. Migliaia a Gerusalemme ai funerali dei seminaristi Israele, la Libia ferma l'Onu Mi. Gio. Gerusalemme Hamas ha rivendicato l'attentato di giovedì sera contro il collegio rabbinico Merkaz ha-Rav di Gerusalemme Ovest, in cui sono rimasti uccisi otto giovani studenti ebrei. Un portavoce delle "Brigate degli uomini liberi di Galilea", il gruppo sino a ieri sconosciuto che aveva in un primo momento rivendicato l'attacco armato, ha ammesso che l'attentatore, Alaa Abu Dheim, era un militante del movimento islamico. "I dirigenti di Hamas a Gaza non sapevano nulla dell'attentato - ha spiegato ad al-Jazeera - A esserne informati erano solo i leader del movimento islamico all'estero con i quali era in contatto". L'attacco armato sarebbe stato pianificato 10 giorni fa. La rivendicazione tuttavia chiarisce solo in parte l'accaduto. Il governo israeliano nel frattempo pianifica la rappresaglia contro Hamas, assicura che il negoziato con l'Anp andrà avanti e protesta, assieme agli Usa, contro la Libia. L'ambasciatore di Tripoli alle Nazioni Unite, ha bloccato giovedì notte una dichiarazione del presidente del Consiglio di Sicurezza di condanna dell'attentato (che richiedeva l'unanimità) perché non faceva riferimento ai sanguinosi raid israeliani che nei giorni scorsi hanno fatto 120 morti a Gaza. Tel Aviv si dice sdegnata ma la Libia si è comportata come spesso fanno gli Stati Uniti all'Onu, quando impediscono con il veto l'approvazione di risoluzioni contro Israele. L'ingresso in campo di Hamas, nemico accanito di Israele, tuttavia non dirada la nebbia che avvolge la figura dell'attentatore, Alaa Abu Dheim, 25 anni, di Jabal Mukabber, alla periferia sud di Gerusalemme. Nel sobborgo palestinese non sanno spiegarsi il suo atto contro il collegio rabbinico. "Alaa non si era mai proclamato attivista di Hamas, non faceva politica attiva, lavorava e pensava al futuro, tra qualche mese si sarebbe dovuto sposare con una ragazza di Abu Dis. L'unica spiegazione del suo gesto è la rabbia che aveva provato per i morti di Gaza", ha raccontato Iyad, un cugino di Abu Dheim, sotto il tendone del lutto allestito dalla famiglia dell'attentatore. La popolazione di Jabal Mukaber ha inoltre smentito che abbia lavorato come autista presso il Merkaz ha-Rav. Alaa Abu Dheim probabilmente si era avvicinato ad Hamas in segreto e ha continuato, sino al giorno fissato per la sua azione, a svolgere normali attività. Quattro mesi fa era stato arrestato ed indagato per sospetti contatti con Hezbollah ma dopo giorni di interrogatorio era stato rilasciato. Ieri mattina migliaia di persone hanno partecipato ai funerali degli otto studenti uccisi. La cerimonia funebre si è svolta nel piazzale davanti all'ingresso dell'istituto religioso, dove sono stati esposti i corpi delle vittime alla presenza dei familiari. Per tutto il tempo è regnato un clima di tensione e non solo di dolore. Il direttore della scuola, il rabbino Yaakov Shapira, ha detto: "questo massacro è la continuazione di quello del 1929" della comunità ebraica di Hebron. Un altro importante rabbino, Mordecahi Eliahu, nel suo elogio funebre, ha detto che non sarà vana e sarà vendicata la morte degli otto seminaristi mentre il Consiglio dei rabbini della Giudea-Samaria (la Cisgiordania), ha addirittura accusato il governo Olmert di essere responsabile della strage, per aver mostrato "debolezza di fronte al nemico e progettato di lacerare la terra di Israele". Un'allusione ai negoziati con l'Anp. Di fronte ad animi così esasperati, ministri e dirigenti politici di Israele hanno preferito non partecipare alle esequie.

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Alle radici dell'odio, Città santa e occupata (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'attentatore era di Gerusalemme est, che i palestinesi vogliono come loro capitale. Immiserita e divisa dal muro, Al Quds è però sempre meno araba Michele Giorgio Gerusalemme Jabal Mukaber, un nome che non dice molto. Eppure, sostengono i palestinesi, fu proprio da questa località, di fronte alle mura di Gerusalemme, che il Saladino lanciò l'attacco che lo portò a riconquistare la Città Santa. Oggi Jabal Mukaber è solo un sobborgo palestinese di Gerusalemme, uguale a tanti altri: sovraffollato, senza possibilità d'espansione, destinato a contenere una popolazione che vive ai margini del benessere economico che brilla nel centro della città. Di tanto in tanto Jabal Mukaber riceve le visite dei funzionari del comune con l'incarico di demolire le costruzioni "abusive", quelle che in gran parte dei casi i palestinesi costruiscono senza permesso dopo aver atteso inutilmente l'autorizzazione delle autorità comunali. Qui viveva anche Alaa Abu Dheim, l'attentatore che giovedì sera ha ucciso otto studenti in un collegio rabbinico a Gerusalemme Ovest. Quanto il suo atto sia frutto di fanatismo religioso o della rabbia per i morti di Gaza o della frustrazione di palestinese con ben pochi diritti, è difficile dirlo. Per amici e parenti ha agito per vendicare le vittime di Gaza, per la polizia israeliana era vicino ad Hamas. Comunque sia, il caso di Alaa Abu Dheim ha riproposto all'attenzione generale la questione della Gerusalemme araba e dei suoi abitanti. La parte della Città Santa che i palestinesi intendono proclamare capitale di un loro futuro Stato indipendente è afflitta da un lento ma costante declino. I continui lavori di costruzione di strade e colonie ebraiche ne stanno modificando profondamente il volto: un territorio che prima era omogeneo, un unico settore, ora è spezzettato con quartieri palestinesi che appaiono divisi tra di loro. La Gerusalemme araba esiste sempre di meno, sostituita da "quartieri", "rioni" arabi, così come li definisce la terminologia politica israeliana. I suoi abitanti, circa 250mila, che in maggioranza rifiutano di diventare cittadini israeliani, godono di uno status, molto precario, di "residenti permanenti", soggetti a regolamenti e disposizioni concepiti per espellerli dalla città. "Il colpo di grazia a Gerusalemme Est è stato dato dai 90 km di muro costruito da Israele - spiega l'economista israeliano Shir Ever - la barriera ha tagliato i rapporti economici e sociali della città con il resto della Cisgiordania e portato all'isolamento dei suoi abitanti. Oggi un palestinese di Gerusalemme, se non è ricco e ha la possibilità di studiare, può trovare un lavoro manuale solo nella zona ebraica. Si tratta di una trasformazione di eccezionale importanza". I palestinesi formano un esercito di cuochi, camerieri, lavapiatti, addetti alle pulizie, commessi, magazzinieri, meccanici, artigiani che ogni mattina si sposta a Gerusalemme ovest, per lavorare nella raffinata Via Emek Refaim, in Via Jaffa o nel German Colony. "Si sono interrotti quasi del tutto i movimenti di persone e merci con Ramallah e Betlemme con la perdita di centinaia di posti di lavori e di attività imprenditoriali - dice Omar Yusef, un architetto - prima del muro tanti palestinesi di Gerusalemme si recavano in Cisgiordania, ora non possono farlo più. I giovani riescono a trovare uno sbocco solo in ristoranti, caffè e negozi di abbigliamento israeliani. I più fortunati diventano tassisti". I ricchi invece partono, lasciano la città, provano a stabilirsi all'estero. La dipendenza dei palestinesi di Gerusalemme dall'occupante è sempre più marcata ma si può scorgere una sua importante manifestazione nei primi giorni del mese. Nell'ufficio postale di Via Giaffa, centinaia di donne palestinesi aspettano pazientemente in fila. Arrivano da Ras Al-Amud, Beit Hanina, Shuffat, Abu Tur, Silwan, Jabal Muqaber, Tur, Jabal Zaitun e attendono di ricevere 800, 1000, anche 1500 shekels (tra 150 e 300 euro) di sussidi statali israeliani a disposizione delle famiglie più povere e numerose. Un'assistenza sociale che crea dipendenza e, allo stesso tempo, placa gli animi e attenua la protesta contro l'occupazione. Oltre agli assegni statali, un palestinese di Gerusalemme ha anche la possibilità di farsi curare negli ambulatori e ospedali israeliani, un lusso che non possono permettersi gli abitanti di Gaza e Cisgiordania. "Israele canta vittoria a Gerusalemme, crede di aver addomesticato i palestinesi e invece le sue politiche si stanno rivelando un boomerang", spiega Omar Yusef che, impegnato periodicamente nell'insegnamento in università americane, ha modo di constatare i cambiamenti nel tessuto sociale palestinese ogni volta che torna a casa. "La delusione per il fallimento dell'Anp, il muro e le difficoltà economiche hanno spinto la popolazione di Gerusalemme Est ad abbracciare la politica di Hamas e le elezioni palestinesi di due anni fa lo hanno dimostrato", aggiunge Yusef. Per l'architetto "non è una adesione ideologica ma automatica per chi non ha più punti di riferimento politici e cose concrete in cui credere. E la disperazione prende sempre di più il sopravvento".

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D'Alema (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Io tenterei la strada del dialogo con Hamas" "Ho visto un sondaggio secondo il quale la grande maggioranza dei cittadini israeliani ritiene che discutere con Hamas sia un fatto necessario. È una posizione saggia. Non so se possa avere successo, ma la tenterei". Così il ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha parlato della crisi israelo-palestinese al programma della Rai "TV 7". "Bisogna cercare di fermare questa spirale di violenza ma non è facile", ha aggiunto il vicepremier condannando con forza l'attentato alla scuola rabbinica.

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L'ATTENTATO alla scuola rabbinica di Gerusalemme ha in sé un duplice segnale, di uno s (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di FRANCESCO PAOLO CASAVOLA L'ATTENTATO alla scuola rabbinica di Gerusalemme ha in sé un duplice segnale, di uno scontro di terroristi e non più soltanto di milizie da parte palestinese contro Israele, e di un attacco alla religione che, anche se non da tutti professata, è pur sempre il dato storicamente più significativo dell'identità del popolo ebraico. Quanto questo sia intenzionale nella strategia di Hamas o risponda alla logica dell'azione-reazione, in quel tormentato teatro di conflitto senza fine, ha minor peso nella considerazione della portata oggettiva della natura simbolica del luogo in cui si è perpetrata la strage. L'importanza che ha la religione nel mondo mussulmano e in quello ebraico è tale che introdurvi atti di guerra e di terrorismo può valere a dichiarare che lo scontro vuole e può essere condotto a tensioni disperate, non frenabili da azioni diplomatiche e da pressioni internazionali. La sottovalutazione della gravità dell'evento può avere spazio nell'opinione pubblica occidentale, che i processi di secolarizzazione hanno allontanato dalla comprensione della forza simbolica delle fedi religiose. La condizione tuttavia in cui si trovano le società occidentali, ogni giorno di più multiculturali per i flussi immigratori provenienti da ogni parte del mondo, non consente di attendere con tranquillità il corso degli avvenimenti. Essi non si svolgono in spazi lontani, non riguardano popoli estranei, ma sono in qualche modo in mezzo a noi, non foss'altro che per le loro ripercussioni emotive. Le guerre politiche hanno confini, quelle ideologiche e religiose no. Già da qualche tempo si provava difficoltà ad esprimere giudizi che distinguessero tra Stato d'Israele ed ebraismo, così come tra Stati mussulmani e islamismo. Sembrava si decampasse subito in antisemitismo nel primo caso o in ateismo anticoranico nel secondo. Se poi le azioni belliche o terroristiche diventano aperta guerra di religioni, sarà impossibile frenare il contagio dovunque siano rappresentanti delle opposte fedi. Tanto maggiore dovrà essere l'impegno a sollecitare una azione di pace in quell'area palestinese dove si fronteggiano implacati non solo interessi di popolazioni e Stati, ma civiltà e religioni. La storia degli ultimi decenni è costellata da negoziati e documenti per giungere ad esiti di pace, puntualmente smentiti da successive fasi di ostilità. Quando questa alternanza di buoni e cattivi comportamenti è imputabile a gruppi dirigenti palestinesi e israeliani, a fazioni alimentate da Stati terzi, a equilibri geopolitici in crisi di potenze mondiali è oggetto di studi di analisti internazionali. Ma forse è venuto il momento di scuotere l'attenzione dell'opinione pubblica in ogni nazione del mondo. La posta in gioco si fa sempre più pericolosa. Occorrerebbe disinnescare il detonatore della motivazione religiosa, scongiurando il conflitto di civiltà. Restituire al realismo politico le ragioni del contendere dovrebbe essere l'esortazione di ogni consapevole popolo del resto del mondo rivolta con spirito di fraternità ai fratelli di Israele e Palestina.

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GERUSALEMME Le otto bare dei giovani seminaristi ebrei, avvolte nel loro "talled", il dra (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Ppo sacro, sono state esposte in fila, una accanto all'altra, nel cortile affollatissimo del collegio rabbinico Merkaz ha-Rav. Migliaia di amici, parenti e fedeli gli si sono stretti intorno intonando preghiere e lanciando urla di dolore. Né slogan, né grida, nè armi in vista tra la gente raccolta nel dolore. Anche se il massacro compiuto a colpi di mitragliatore fra i libri sacri del seminario ebraico ha reso furenti rabbini, coloni, ortodossi e sionisti dal cui giudizio dipende da sempre l'esito di qualunque accordo di pace. Perchè è lì, fra le mura di quel collegio, che come ha ricordato il rabbino Eitan Eisman durante le esequie, "si sono educate intere generazioni alla fede, ed è iniziata quella grande rivoluzione spirituale" che ha dato sostegno e ragioni alla inestirpabile ragnatela delle colonie."Tutto il popolo di Israele è a lutto" ha detto il rabbino capo (sefardita) Shlomo Amar nell'elogio funebre degli otto seminaristi "Adesso è necessario che le divisioni passate siano messe da parte e che tutti gli ebrei moltiplichino le energie per dedicarsi allo studio della Bibbia. Questa è la nostra speranza". Più dure le parole dell'ex rabbino capo sefardita Mordechai Eliahu: "Spetta al Signore vendicare il sangue. Non abbiamo altra consolazione che non la certezza che tale vendetta si realizzerà al più presto". Gli elogi funebri dei responsabili dell'istituto si sono susseguiti in un'atmosfera mesta, ma composta. Al termine della cerimonia, ciascuna famiglia ha preso in consegna la salma del proprio congiunto e a bordo di autobus si è diretta verso i diversi cimiteri di sepoltura. Due dei funerali avranno luogo sul Monte degli Ulivi di Gerusalemme, a breve distanza dalla Spianata delle Moschee.

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Odio e dolore, lacrime e vendetta. Dallo strazio di parenti, amici e fedeli, in migliaia ai fune (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di FABIO MORABITO Odio e dolore, lacrime e vendetta. Dallo strazio di parenti, amici e fedeli, in migliaia ai funerali degli otto giovanissimi seminaristi ebrei (solo tre di loro avevano più di 18 anni), allo sventolare trionfante delle bandiere verdi di Hamas, sulla tenda funebre di Ala Abu Dhein, ventenne o poco più, quasi certamente l'autore dell'attentato di giovedì sera alla scuola rabbinica. Due immagini di Gerusalemme. Non è stata solo una giornata di lutto e di vendetta, ma anche di silenzi, e di assenze: il premier israeliano Ehud Olmert non era presente alla cerimonia funebre, probabilmente per evitare di essere contestato. E se il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) ha condannato "questa violenza che colpisce i civili, siano essi ebrei o palestinesi", da Hamas, il movimento integralista che vinse le elezioni palestinesi, sono giunte parole di trionfo e di minaccia: "E' stato un atto eroico. Questa è la risposta naturale contro l'aggressione sionista compiuta sul popolo palestinese, e non sarà l'ultima". Non proprio una rivendicazione, ma quasi. In un'intervista diffusa da Maan, agenzia di stampa palestinese, un portavoce delle "Brigate degli uomini liberi di Galilea", che si erano già attribuite giovedì notte la responsabilità dell'attentato, ha ammesso che l'assassino era un militante di Hamas, precisando però che ad essere al corrente dell'attentato non erano i dirigenti di Gaza, ma i capi "all'estero". I funerali si sono svolti in una città quasi blindata: migliaia di poliziotti hanno controllato e isolato il corteo funebre, per timore di altri attentati. Ieri mattina, la polizia israeliana ha effettuato dieci arresti, soprattutto di familiari di Ala Abu Dhein, perché considerati coinvolti nell'attentato. Il giovane assassino era residente a Gerusalemme est, e poteva muoversi liberamente; era stato in carcere, ma poi liberato qualche mese fa. Era un "arabo blu", perché così sono chiamati gli arabi con la carta d'identità israeliana che è, appunto, di colore blu. Secondo testimonianze raccolte e diffuse dalle agenzie internazionali, Ala Abu Dhein era stato anche, in passato, l'autista del pullmino della scuola, e questo gli avrebbe permesso di pianificare la strage. Dietro di lui, e con lui, probabilmente si è mossa un'organizzazione potente, che fa pensare proprio alla dirigenza di Hamas in esilio, protetta e finanziata dagli Hezbollah del Libano. A Gaza, giovedì notte e anche ieri, la strage è stata festeggiata con fuochi d'artificio e manifestazioni di piazza. Canti sono stati diffusi dagli altoparlanti di alcune moschee. Dal resto del mondo, parole di condanna e indignazione. "Ripugnanti" sono state definite, da Washington, le manifestazioni di gioia dei palestinesi. Ma il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è rimasto senza parole. Non tanto per l'orrore della strage ma per l'incapacità di mediare posizioni diverse. In questo caso, è stata l'opposizione della Libia a impedire una condanna univoca. Tripoli (membro non permanente del Consiglio da gennaio scorso) avrebbe voluto contestualizzare la strage nell'ambito delle sanguinose incursioni israeliane che, negli ultimi giorni, hanno provocato la morte di circa centoventi palestinesi, molti dei quali civili, alcuni dei quali bambini. Il fallimento di un documento unitario ha portato a tensioni dure, con scambio di accuse di terrorismo tra Israele e Libia. Israele, proprio nella giornata del suo lutto, ha confermato la volontà di continuare nelle trattative di pace. E il vicepremier israeliano Haim Ramon, ieri alla Canale 2 della tv, ha detto che la strage di giovedì sera dimostrerebbe la necessità di lasciare Gerusalemme est oltre il muro che Israele sta costruendo lungo il confine con la Cisgiordania. Le cui frontiere, intanto, sono state chiuse fino a domani.

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All'indomani dell'attentato nel seminario ebraico di Gerusalemme, c'è un con (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di ERIC SALERNO All'indomani dell'attentato nel seminario ebraico di Gerusalemme, c'è un consenso in Israele quanto meno su un punto: è impossibile, nonostante tutte le precauzioni, controlli, la repressione, il Muro, rappresaglie, bloccare al cento per cento il terrorismo. Così come, ammettono tutti, non c'è una soluzione militare al conflitto con i palestinesi. Detto questo, molti si chiedono se i negoziati in corso tra Israele e l'Autorità nazionale palestinese guidata da Mahmoud Abbas hanno qualche possibilità di successo. Un accordo sul contenzioso è forse raggiungibile entro l'anno, come chiede il presidente Bush. La sua attuazione è tutt'altra cosa. A rendere pessimisti, è il rapporto segreto dell'inchiesta palestinese sul perché Abbas e Fatah non sono riusciti a impedire il golpe di Hamas dell'anno scorso a Gaza. A giudizio di Svi Bar'el, analista del quotidiano Haaretz (la sua opinione è condivisa da altri), sia Abbas che Israele hanno sottovalutato da sempre il ruolo del movimento islamista e la sua capacità di generare consensi e sostituire nelle menti del popolo chi storicamente aveva guidato la lotta contro l'occupazione. Il presidente, inoltre, ha fatto ben poco per correggere un mosaico palestinese costellato di fallimenti, di dispute interne, di scontri determinati da lealtà di clan e famiglia, di incapacità organizzativa e abilità ad amministrare sia la politica che l'apparato militare. La lettura della relazione che riassume il risultato di 49 sedute della commissione d'inchiesta, porta alla conclusione, ovvia peraltro, che soltanto con l'unità del popolo palestinese sarà fattibile un accordo di pace. Israele, scrive Bar'el, ha sbagliato due volte. La prima quando ha boicottato il governo formato da Hamas dopo la sua vittoria elettorale, la seconda quando ha respinto il dialogo con il governo palestinese d'unità nazionale nella convinzione (condivisa con gli americani) che sarebbe stato possibile togliere il potere al movimento islamico. Abbas era debole allora e lo è ancora di più oggi. Ed è anche per questo che Jerome M. Segal, direttore del Jerusalem Project al Centro studi sulla sicurezza dell'Università di Maryland, ritiene sia venuto il momento di favorire, non contrastare, il reintegro di Hamas nella vita politica palestinese. Ma come? Secondo Segal, Abbas e il premier israeliano Olmert, dovrebbero annunciare subito che il trattato che stanno negoziando avrà effetto soltanto "se ratificato da un referendum, e di specificare che Israele riconoscerà qualunque governo dello stato di Palestina democraticamente eletto se quel governo accetterà il trattato approvato dal referendum come legge internazionale vincolante". Sarebbe un invito all'ala moderata e pragmatica di Hamas.

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Le voci di ebrei e palestinesi dopo la strage alla scuola rabbinica (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

La Gerusalemme divisa dove i muri dell'odio non possono cadere Francesca Marretta Gerusalemme Il muro invisibile che divide Gerusalemme è oramai una cortina impenetrabile. La pace nella Città Santa, è morta, seppellita insieme a otto studenti massacrati perché incarnavano il simbolo di Eretz Israel, e ai morti di Gaza, vendicati col loro sangue. "Morte agli arabi!" gridava giovedì sera l folla rabbiosa accorsa alla Yeshiva di Mercav Harav, imbrattata del sangue degli otto seminaristi uccisi e dei nove rimasti feriti per mano di Ala Abu Dheim, palestinese di 25 anni, arrivato per compiere la strage dell'altra parte della città. Erano in gran parte ebrei ortodossi e ultraortodossi. La scuola rabbinica teatro della strage è un simbolo del sionismo religioso nazionalista che non concepisce la presenza araba sulla terra degli ebrei. Molti di coloro che la frequentano la Yeshiva teatro dell'attentato, come i ragazzi che sono morti, provengono da insediamenti. "Eravamo nella biblioteca a studiare come ogni sera. Abbiamo sentito gli spari e ci siamo buttati in uno stanzino. Abbiamo spento la luce, ci siamo sdraiati per terra in silenzio. Abbiamo continuato a sentire sparare per cinque minuti, o forse di più. Sentivamo le urla dei feriti e di quelli che venivano ammazzati. Prima di essere a sua volta ucciso il terrorista ha finito a distanza ravvicinata i ragazzi feriti. Quando siamo usciti la scena era orribile. Il sangue era dappertutto, come i segni dei colpi". Ariel della Rosa abbraccia la moglie e la figlia di due anni. "Oggi mia figlia ha avuto per regalo un padre", dice, che come tanti altri seminaristi della Yeshiva indossa pantaloni neri e camicia bianca. Ieri mattina, la voce della folla di migliaia radunata davanti ai cancelli della Yeshiva, si è levata per la preghiera e il per il pianto. "E' un giorno triste. Siamo venuti qui perché quello che è accaduto a questi ragazzi è un attacco a tutti noi". Zeev Salomon e David Dorai hanno sedici anni. Raphael Soussan ne ha quindici. Sono arrivati due anni fa da Parigi e studiano in altra scuola rabbinica. "Siamo sionisti. Siamo venuti qui per quello in cui crediamo. Le nostre famiglie vivono in Francia". Cosa dovrebbe fare ora il governo israeliano? "Bombardare tutti gli arabi". Nel cortile del collegio di Mercav Harav si sistemano le panche su cui saranno adagiate le bare con le salme di Roey Roth e Yochai Lipschitz, di 18 anni, Yonatan Yitzchak Eldar e Avraham David Moses, di 16 anni, Yonadav Chaim Hirschfeld, 19 anni, Neriah Cohen e Segev Pniel Avihayil, di 15 anni e Maharata Trunoch, 26, avvolte nei loro talled. "Roey era un ragazzo speciale. Profondamente religioso, buono e rispettoso verso i genitori e i nonni. Amava lo sport, la sua passione era il Ju-Jitsu. Era venuto a studiare qui per approfondire la conoscenza della legge rabbinica prima di fare il militare. Era qui a studiare, a pregare. L'hanno ammazzato in un luogo sacro. Aveva solo 18 anni. Questo ragazzo l'ho visto crescere insieme ai miei figli". Sara Gramitza è arrivata alla Yeshiva di Mercav Harav dall'insediamento di Elkana. Ricorda con queste parole il figlio dei coniugi Roth, i suoi vicini di casa. Ad attendere Roey per l'ultimo saluto, oltre ai genitori, ci sono il fratello maggiore con la moglie Rachel, sposata appena due mesi fa, la sorella ed i due fratelli minori e tutti e quattro i nonni, arrivati da Ramat Gan e Kfar Saba. Non c'è molto da dire quando a parlare è solo il dolore. Sarah, invece, che come la famiglia del ragazzo ucciso vive in un insediamento perché è convinte della necessità di occupare la terra della grande Israele, ritiene importante spiegare a una straniera "come stanno le cose". "Non c'è soluzione. Gli arabi non vogliono vivere con noi. Il mondo deve capire che i musulmani hanno in testa il dominio dell'Islam. E questo riguarda tutti. Sono loro che se ne devono andare. Noi ebrei non abbiamo un altro posto. Sessanta anni fa, prima che i nazisti prendessero al potere in Europa c'erano le insegne che dicevano ebrei andate in Palestina". Il figlio di Sarah, Roi, di 22 anni, cresciuto insieme a Roey è sopravvissuto alla guerra con Hezbollah e ne porta ancora i segni. Ha cicatrici sulla fronte e sul collo. In quella guerra ha subito ferite in tutto il corpo, con danni irreversibili. Ed il suo principale cruccio oggi, a questa veglia funebre, è che non potrà più combattere con Tzahal. "Viviamo in Israele, dobbiamo sacrificarci per la nostra sopravvivenza. Bisogna combattere. E' ora di svegliarsi da questa illusione di fare la pace con i palestinesi e capire che sono tutti una banda di terroristi". 08/03/2008.

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Olmert rifiuta di bloccare il negoziato Ora Israele ha paura e teme la terza Intifada. La rabbia dei religiosi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stefania Podda Ieri a Gerusalemme è stato il giorno del dolore. In migliaia hanno partecipato ai funerali degli otto studenti del collegio rabbinico Merkaz ha-Rav. Ma è stato anche il giorno della rabbia, contro Hamas che ha rivendicato - poi smentendo - l'attentato, ma anche contro il governo Olmert. Ieri al funerale dei ragazzi uccisi, il premier non c'era e non c'era nessun rappresentante dell'esecutivo. Il Consiglio rabbinico di Yesha - la più alta autorità religiosa fra i coloni che popolano gli insediamenti ebraici nei territori palestinesi - ha addossato la responsabilità alla debolezza della leadership israeliana: "Un governo che arma il nemico e negozia con quanti negano l'Olocausto sulla divisione di Gerusalemme. La responsabilità del massacro appartiene ai governi di Israele che hanno mostrato debolezza e hanno assistito al nemico che si armava", hanno detto i rabbini di Yesha. E nell'elegia funebre, il rabbino capo dell'antica istituzione, Yàakov Shapira, ha detto che il terrorista ha colpito "tutti coloro che vivono nella Città Santa" e ha denunciato la leggerezza con cui il governo ha ceduto il territorio della Striscia di Gaza. Intanto, mentre la comunità internazionale ha unanimemente condannato la strage nel collegio rabbinico, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha trovato l'accordo sulla mozione messa ai voti. E' stata la Libia a mettere il veto su un testo di condanna dell'attentato, perché nel documento non figurava alcun riferimento ai raid israeliani su Gaza. "Non c'è stato accordo perché la delegazione libica non ha voluto condannare l'attacco senza parlare allo stesso tempo degli avvenimenti a Gaza", ha spiegato l'ambasciatore americano al Palazzo di Vetro, Zalmay Khalilzad. La modifica del testo non sarebbe stata però votata dagli Stati Uniti, il che ha portato ad uno stallo in Consiglio. L'ambasciatore russo Vitaly Churkin - che aveva cercato di mediare proponendo un riferimento a tutte le vittime nella regione mediorientale - si è detto desolato per il mancato accordo, aggiungendo che un episodio del genere "avrebbe meritato di essere considerato a parte". Quanto alla firma dell'attentato, ieri il movimento islamico ha in un primo momento rivendicato l'attacco, salvo poco dopo negare. "Il movimento Hamas si assume la piena responsabilità per l'operazione a Gerusalemme. Particolari saranno forniti in un secondo tempo", aveva detto in mattinata un rappresentante di Hamas che aveva chiesto di rimanere anonimo. La veridicità della telefonata resta tutta da verificare. L'agenzia di stampa palestinese Maan ha fatto sapere di aver ricevuto informazioni dirette da un membro del gruppo "Ahrar Al-Jalil" (Brigata degli uomini liberi della Galilea), che già giovedì aveva rivendicato l'attacco a Gerusalemme attraverso un comunicato diffuso dalla rete televisiva di Hezbollah, in Libano. Secondo l'agenzia palestinese l'attacco sarebbe stato effettivamente pianificato e messo in atto, "dopo uno studio durato dieci giorni", dal gruppo che avrebbe potuto contare "sull'appoggio della leadership di Hamas in esilio". Il movimento islamico ha parlato ufficialmente ieri in un'intervista concessa a Sky dal portavoce, Fawzi Barhoum: "L'operazione - ha detto - è stata una normale risposta al massacro". Dichiarazione ambigua, non una rivendicazione vera e propria, ma nemmeno una smentita chiara. Sul piano politico, il premier Ehud Olmert ha escluso la possibilità di interrompere i negoziati con il presidente dell'Anp, Mahmoud Abbas, ma la strage nel collegio rabbinico potrebbe mettere a rischio la già precaria tenuta del suo governo, incalzato dalla destra della coalizione. L'intelligence israeliana è stata colta di sorpresa dall'attentato, il che fa crescere il senso di insicurezza nell'opinione pubblica mentre gli analisti si chiedono se non si sia già di fronte ad una terza intifada. Anche la scelta dell'obiettivo appare mirata a provocare un'escalation perché - come sottolineava ieri il "Jerusalem Post" - "sono stati colpiti non sono solo degli studenti, ma anche e soprattutto il segmento più importante del sionismo religioso, il più facile a infiammarsi". 08/03/2008.

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Quando questa alternanza di buoni e cattivi comportamenti è imputabile a gruppi dirigen (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di FRANCESCO PAOLO CASAVOLA Quando questa alternanza di buoni e cattivi comportamenti è imputabile a gruppi dirigenti palestinesi e israeliani, a fazioni alimentate da Stati terzi, a equilibri geopolitici in crisi di potenze mondiali è oggetto di studi di analisti internazionali. Ma forse è venuto il momento di scuotere l'attenzione dell'opinione pubblica in ogni nazione del mondo. La posta in gioco si fa sempre più pericolosa. Occorrerebbe disinnescare il detonatore della motivazione religiosa, scongiurando il conflitto di civiltà. Restituire al realismo politico le ragioni del contendere dovrebbe essere l'esortazione di ogni consapevole popolo del resto del mondo rivolta con spirito di fraternità ai fratelli di Israele e Palestina.

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<Il popolo di Israele è in lutto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Il popolo di Israele è in lutto "Il popolo di Israele è in lutto. Da oggi occorre mettere da parte ogni divisione. Tutti gli ebrei devono dedicarsi allo studio della Bibbia. E' la nostra sola speranza". Sono state le parole pronunciate dal rabbino capo sefardita Shlomo Amar durante l'elogio funebre. Duro nei confronti del governo israeliano, il rabbino Ya'akov Shapira, direttore della Yeshiva colpita dall'attentato, incapace di difendere la terra d'Israele: "E' arrivato il momento per tutti noi di capire che abbiamo bisogno di una leadership più forte e più credente". L'altoparlante annuncia che finita la cerimonia, partiranno gli autobus per i cimiteri. Gli otto giovani saranno seppelliti prima dell'inizio dello Shabbat. La terra che li ricopre custodirà i libri sacri ricoperti del loro sangue. Alla commemorazione delle giovani vittime dell'attentato, si sono guardati bene dall'intervenire esponenti del governo israeliano. Qui è radunata a piangere i propri morti quella parte di Israele che che nega ogni legittimità al negoziato coi palestinesi e con il resto del mondo arabo. Per la folla riunita in questa Yeshiva e per le migliaia che premono ai cancelli, sentir parlare di processo di pace, oggi, è una bestemmia. Dall'altra parte del muro invisibile c'è la città araba. Nel mezzo, le mura della città vecchia, all'interno delle quali si perpetua la medesima separazione. Oggi nel quartiere arabo della città vecchia, si vedono solo uomini anziani. E' venerdì, giorno di preghiera per i musulmani. Chi ha meno di 45 anni non può recarsi verso la spianata delle moschee. Il divieto vale anche per le donne sotto i 35 anni, mentre per i bambini al seguito, l'accesso è consentito a discrezione degli agenti. I negozianti arabi e i gestori dei caffè fanno pochi affari, non solo perché è venerdì ed è giorno di festa, ma perché col clima che c'è in giro è meglio restare a casa. Siham, 37 anni madre di tre figli, porta il peso di troppe borse della spesa. "Non hanno fatto passare mio marito". Le chiediamo cosa pensa dell'attentato alla Yeshiva. "Non sono mai contenta di vedere tutti questi morti. Ma tutto questo è successo perché sono stati uccisi altri esseri umani". Da Jabel Mukaber si vede il muro che circonda Gerusalemme est. La fidanzata di Ala Abu Dheim, l'attentatore ucciso a sua volta nella Yeshiva, viveva oltre quella barriera di cemento grigio. Gli insediamenti ebraici circondano oggi questo ammasso di case arabe, le cui strade, a differenza delle arterie e dei vialetti che si percorre per raggiungerlo, sono polverose e piene di spazzature. La casa dello "Shahid", "il martire", si riconosce dalle bandiere di Hamas che sventolano dalle finestre e sul tetto. Circondata dalle donne di casa e del villaggio arabo, siede una donna anziana. E' in stato di Shock. Guarda fisso nel vuoto. A tratti piange, portandosi il fazzoletto al volto. E' la madre di Ala Abu Dheim. "Abbiamo sentito alla televisione che chi ha compiuto il gesto coraggioso veniva dal nostro quartiere. Ma non avevamo idea che a compierlo fosse stato Ala", racconta Fatma, cugina dell'attentatore. "Poi sono arrivati i soldati, hanno rovistato per casa e hanno portato via il padre, i fratelli e la fidanzata di mio cugino". La donna racconta che Ala Abu Dheim doveva sposarsi con la fidanzata tra tre mesi. "Perché vi stupite?" Ci chiede. "Non avete visto i bambini morti di Gaza?". "La nostra non è una famiglia di estremisti", aggiunge Fatma. "Mio cugino non ha ucciso donne e bambini. Quelli (gli studenti uccisi, ndr.) sono gli israeliani più estremisti. Non sono ragazzini come li vogliono descrivere. L'unica cosa in cui credono è uccidere tutti gli arabi". Lontano dalle bandiere di ogni colore, nella città ingoiata dall'odio reciproco, c'è un angolo in cui si leva ancora una voce di pace. Nonostante la tensione fortissima che si respira nella città divisa, un gruppo di donne in nero, ha manifestato come ogni venerdì in France Square. Oggi alcune sono accompagnate da figli e mariti. E' pericoloso, c'è chi gli tira le uova. Un uomo tenuto a bada dalla polizia grida dall'altoparlante del marciapiede di fronte: "Siete come Hamas, dovevano gassare tutti vostri padri nei campi di concentramento". E' un ebreo che parla ad altri ebrei. Per fortuna Anna Colombo ha difficoltà di udito. E' originaria di Alessandria del Piemonte, ed ha insegnato per molti anni al Liceo Manzoni di Milano. Un mese fa ha compiuto 99 anni. "Sono qui da 30 anni. Tutta la mia famiglia è morta ad Auschwitz. Per me è un dolore immenso vedere gli ebrei che hanno tanto sofferto, infliggere delle sofferenze ad altri". Il questa città così divisa e così diversa la sola cosa che si ritrova da una parte e dall'altra oltre all'odio, è il dolore. 08/03/2008.

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Il Golfo di Napoli è un quadro stupendo, ma per il mio gusto, (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di MASSIMILIANO LAZZARI "Il Golfo di Napoli è un quadro stupendo, ma per il mio gusto, preferisco i ritratti ecco come la Giovane napoletana messa proprio accanto al quadro del Golfo" commenta con competenza Nancy Brilli all'inaugurazione della mostra su Renoir, ieri pomeriggio al Vittoriano, proprio dove anche Nancy aveva esposto qualche mese fa. Sono almeno cinquecento le persone che hanno fatto la fila per vedere nel primo giorno (solo questo gratuito) le opere del maestro dell'impressionismo francese. All'evento non potevano mancare tanti personaggi famosi, a cominciare dall'ambasciatore di Israele Gideon Meir, arrivato con la moglie Amira, Bruno Vespa e Anna Fendi. Mara Venier arriva presto, raggiante e bella come sempre: "Poter vedere per primi una mostra di questa importanza lo considero sempre un privilegio, per questo ho accettato subito" e così Mara si è soffermata davanti a molte delle opere nel percorso che poi portava sulla terrazza dove era allestito un gazebo per il cocktail. Tra la folla, guidati dalla curiosità, ci sono anche Giulio Scarpati, Giuliano Gemma, Danila Bonito, Luca Calvani, Benedetta Valanzano, tutti accolti da Paola Comin. "Scorpacciata" d'arte e poi di salumi e parmigiano, vini rossi e tartine. Niente di francese nell'aperitivo ma prosecco italiano e ghiottonerie dolci e salate. La rassegna curata da Kathleen Adler ed organizzata da Alessandro Nicosia, resterà aperta fino al 29 giugno.

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A sinistra, l'ambasciatore di Israele Gideon Meir con la moglie Amira e, qui accanto l (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

A sinistra, l'ambasciatore di Israele Gideon Meir con la moglie Amira e, qui accanto l'attrice Benedetta Valanzano (Foto di Rino Barillari).

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In piazza San Marco per il cessate il fuoco Giusta pace in Palestina Una fiaccolata in piazza contro l'accordo militare (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Valeria Morando In piazza San Marco, martedì 4 marzo, la comunità palestinese di Roma e del Lazio, insieme ad alcune associazioni fra cui Wael Zuaiter e Forum Palestina, hanno portato in strada il dramma del proprio popolo. La fiaccolata è stata lo strumento per chiedere un "immediato cessate il fuoco e una pace giusta in Palestina e per ricordare come non solo Gaza, ma anche la Cisgiordania siano vittime di un'occupazione illegittima". In strada campeggiano gli striscioni "no all'accordo militare Italia- Israele. Palestina libera" e "contro la guerra e l'imperialismo ora e sempre resistenza". "Abbiamo deciso questa iniziativa per denunciare i massacri dello stato sionista a Gaza contro la popolazione inerme. Si ritorna indietro nel tempo, al 2002, quando l'esercito israeliano rase al suolo il campo profughi di Jenin per fermare la seconda intifada in Palestina. Il vice ministro della difesa israeliano, Matan Vilnai, ha parlato chiaramente di shoah a Gaza - dice Jihad, dell'associazione Wael Zuaiter - È una cosa inaccettabile a livello di diritto internazionale, come è inaccettabile che il consiglio dell'Onu paragoni e metta sullo stesso livello i palestinesi e gli israeliani. Gli uni subiscono la violenza, le stragi e la ferocia di Israele, gli altri ne sono gli esecutori". Il popolo palestinese soffre quotidianamente a causa del muro, che isola la popolazione, e degli oltre 670 posti di blocco che spezzettano il territorio, distruggendolo e privandolo delle necessarie vie di comunicazione. A tal proposito, da mercoledì 12 marzo, Roma ospiterà una mostra fotografica di studenti palestinesi dell'università Birzeit. 50 foto che raccontano con la potenza dell'immagine l'esistenza negata del popolo palestinese. Il tema della mostra è il diritto all'istruzione e si basa sulla campagna dal titolo "studenti contro l'occupazione". L'inaugurazione è prevista presso la sede di "Carta" (via dello scalo di San Lorenzo 67 Roma) alle ore 17.30 con la proiezione di un documentario e un dibattito in cui interverrà Alì Rashid. 08/03/2008.

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Israele Dopo la strage (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 5 categoria: BREVI Israele Dopo la strage \\ Bush: Vedere gente che celebra a Gaza e altrove è molto ripugnante Brown: è chiaramente un tentativo di colpire il processo di pace #.

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La Libia blocca la condanna della strage a Gerusalemme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-08 num: - pag: 1 autore: di GUIDO OLIMPIO categoria: REDAZIONALE Dopo l'attacco terroristico La Libia blocca la condanna della strage a Gerusalemme PAGG. 5e 6 Caretto e Frattini L'ONU E ISRAELE.

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<Mi fa orrore la gioia di Gaza Persa la percezione dell'umano> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 5 categoria: REDAZIONALE L'intervista Lo scrittore arabo-israeliano Sayed Kashua "Mi fa orrore la gioia di Gaza Persa la percezione dell'umano" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Prima si è fatto la barba. Doveva accompagnare la figlia alla festa di compleanno in un parco di Gerusalemme e Sayed Kashua ha pensato fosse meglio presentarsi rasato. "La bambina frequenta una classe mista, ci sono arabi ed ebrei. è il giorno dopo l'attacco alla scuola religiosa, non volevo allarmare nessuno". Scrittore arabo israeliano, vive nella parte Est della città e su Haaretz tiene una rubrica settimanale per raccontare che cosa significhi trovarsi in mezzo: bollati come "traditori " dai palestinesi, trattati con sospetto dalla maggioranza ebraica. "Ai margini, non in mezzo", precisa. "La gente non capisce che cosa siamo, mi chiede a chi sono leale, a chi mi sento più vicino, come se dentro di me ci fosse più di una parte". Condanna le celebrazioni nella Striscia di Gaza, bandiere e cortei di auto, accompagnati dal fuoco dei Kalashnikov: "è terribile. Fa inorridire. Una popolazione che vive una situazione così difficile dovrebbe provare compassione per le sofferenze degli altri". Abraham B. Yehoshua è rimasto sconvolto, quando Hamas ha distribuito caramelle ai bambini per festeggiare l'attentato suicida a Dimona. Lo scrittore israeliano ha parlato di "codici morali differenti". "A me sconvolge Yehoshua - risponde l'autore arabo -. Definire i codici morali di un altro popolo conferma l'idea che dall'altra parte non esista nessuno per dialogare e rafforza la convinzione della maggior parte degli israeliani che gli arabi abbiano un'attitudine differente verso la morte. I palestinesi fanno lo stesso errore: pensano che gli ebrei capiscano solo la legge del potere, che abbiano codici morali sbagliati e mostruosi. Il dramma è che stiamo perdendo la capacità di vedere il lato umano negli altri e se sono inumani significa che possiamo ucciderli". Yehoshua ha anche spiegato - nella stessa intervista ad Haaretz - di sentirsi più vicino agli ultraortodossi moderati che a un intellettuale laico come il palestinese Mahmoud Darwish. "Mi dispiace per lui. Io non baso i miei rapporti con gli altri sulla loro religione o nazionalità, ma sulle qualità umane personali. A me non spaventa vivere fianco a fianco con gli ebrei". Da laico, teme un'avanzata di Hamas anche in Cisgiordania. "Voglio una società democratica e sono terrorizzato dalla coercizione religiosa". La serie televisiva Lavoro da arabi, che ha sceneggiato, è finita da poche settimane. è stata la prima sit-com dedicata a una famiglia arabo- israeliana, la prima a ironizzare su pregiudizi e stereotipi di tutt'e due le parti. "Gli arabi non hanno apprezzato le mie ironie. Si sono sentiti come se i panni sporchi venissero lavati in televisione e proprio da uno di loro. Non sono abituati alla satira e io non avevo capito quanto si sentano minacciati come minoranza". La comunità araba israeliana si è divisa sull'offerta del governo di far partecipare i giovani a un servizio civile nazionale. "è un'ottima idea ma temo che a questo punto non possa favorire l'integrazione. I problemi sono troppo profondi. L'esempio dei drusi dimostra che fare il militare nell'esercito israeliano non aiuta a essere accettati dalla società o a migliorare le condizioni economiche. Io sono un israeliano temporaneo fino a quando il governo e la gente non deciderà che appartengo veramente a questo posto". Davide Frattini Bandiera La bandiera di Hamas esposta sulla casa dell'attentatore palestinese.

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L'ombra di Hamas sui funerali degli studenti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 5 categoria: REDAZIONALE L'ombra di Hamas sui funerali degli studenti Giallo sulla rivendicazione. D'Alema: "Trattare con gli islamisti". Ed è polemica Il ministro Dichter: via da Gerusalemme tutti gli arabi contrari alla pace. I portavoce di Olmert: avanti con i negoziati DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Le bandiere verdi di Hamas e quella gialla di Hezbollah sventolano sopra la tenda, dove la famiglia Abu Dheim riceve le condoglianze. I servizi segreti israeliani non sanno ancora che colore dare all'assalto contro la scuola religiosa Merkaz HaRav. Ala Hisham, 25 anni, avrebbe agito per rappresaglia contro i raid israeliani a Gaza. "Era sconvolto dalle immagini. Mi ha detto che non poteva dormire la notte", dice la sorella Iman. L'unica rivendicazione è quella rilanciata da Al Manar, la televisione di Hezbollah, che ha parlato del gruppo Brigate degli uomini liberi della Galilea: l'attacco sarebbe dedicato ai "martiri della Striscia e Imad Mughniyeh", il capo delle operazioni speciali del movimento sciita, ucciso in Siria. Una radio di Hamas ha attribuito l'azione al movimento, poche ore dopo un portavoce ha smentito: "Celebriamo l'atto eroico. Non ci prendiamo l'onore, almeno per ora". Lo Shin Bet israeliano è preoccupato dal colore della carta d'identità che Ala Hisham portava in tasca, quando è stato ucciso nell'assalto. Il blu contraddistingue i documenti dei palestinesi che vivono a Gerusalemme Est e non hanno restrizioni di movimento in Israele. L'assalitore lavorava come autista e per un periodo avrebbe trasportato anche gli studenti della scuola rabbinica. Avi Dichter, ministro per la Sicurezza pubblica ed ex capo dei servizi segreti, ha proposto "di espellere da Gerusalemme tutti gli arabi che minacciano la pace". I funerali degli studenti uccisi - avevano tra i 15 e i 19 anni, il più vecchio 26 - sono partiti dal cortile della yeshiva. Merkaz HaRav è il centro più importante per il sionismo religioso, il movimento che ha spinto per la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania. Alcuni ragazzi sono stati seppelliti a Gerusalemme, sul Monte degli ulivi, altri nelle colonie da dove venivano. Yaakov Shapira, il rabbino che dirige il seminario, ha detto in lacrime: "Dio ha chiesto ad Abramo di sacrificare il suo unico figlio. Noi abbiamo dovuto sacrificarne otto ". Shapira ha attaccato, senza nominarlo, il governo di Ehud Olmert: "Abbiamo bisogno di una leadership migliore, più forte, più devota". I portavoce del premier ripetono che i negoziati di pace con il presidente Abu Mazen vanno avanti: "Non possiamo punire i palestinesi moderati per le azioni dei terroristi". Dall'Italia, Massimo D'Alema ha definito l'attentato "tragico e rivoltante": "Da una parte c'è l'estremismo palestinese e dall'altra l'estrema durezza della reazione di Israele - ha continuato il ministro degli Esteri durante Tv7 del Tg1 -. La maggioranza degli israeliani dice che bisogna trattare con Hamas, la considero una posizione saggia. La tenterei ". L'ipotesi dell'apertura ai fondamentalisti è stata respinta da Gianfranco Fini, anche lui ospite della trasmissione: "Il movimento esprime un'ambiguità intollerabile e se non riconosce il diritto dello Stato ebraico a esistere deve essere considerato un'organizzazione terroristica". E da Gideon Meir, ambasciatore israeliano a Roma: "Dopo l'attacco a Gerusalemme, non si può chiedere al nostro governo di dialogare con Hamas". D. F. Il libro delle preghiere Le pagine insanguinate dopo l'attentato.

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All'Onu il veto della Libia (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 6 categoria: REDAZIONALE Consiglio di sicurezza Gheddafi voleva la denuncia dell'attacco a Gaza All'Onu il veto della Libia Tripoli blocca la condanna della strage Critiche dal rappresentante Usa. L'israeliano Gillerman: "Il Consiglio di sicurezza è infiltrato da terroristi" WASHINGTON - Prima hanno preso per buone le promesse della Libia sulla rinuncia alle armi di distruzione di massa. Poi hanno stabilito che aveva rotto qualsiasi rapporto con il terrorismo. Per questo gli americani e gli alleati occidentali, con un occhio ai contratti, non si sono opposti all'ingresso della Libia nel Consiglio di sicurezza dell'Onu. Ma ora sono stati spiazzati. L'ambasciatore libico al Palazzo di Vetro, Ibrahim Al Dabbashi, ha infatti impedito un documento di condanna della strage di Gerusalemme. Insieme alla Libia hanno votato altri membri del Consiglio vanificando l'iniziativa americana. Per giustificare il proprio no, i libici hanno spiegato che volevano che la condanna contenesse anche un riferimento alle vittime dell'incursione israeliana a Gaza. Lo scontro sul voto è stato seguito da una polemica aspra. Il rappresentante americano Zalmay Khalilzad, ha accusato la Libia: "Coloro che hanno bloccato la dichiarazione ne portano la responsabilità. Lamentiamo il fatto che il Consiglio non possa dare un contributo positivo per la regione". Il suo collega israeliano, Dan Gillerman, è stato ancora più severo: "Questo succede quando il Consiglio di sicurezza è infiltrato dai terroristi. Si tratta di un Paese (la Libia, ndr) che ha prodotto Lockerbie ". Un riferimento all'attentato al jumbo Pan Am (200 le vittime). L'inchiesta ha provato la responsabilità degli 007 libici, anche se recenti rivelazioni sembrano contraddire - in parte - questa versione. Al Dabbashi ha risposto senza arretrare: "Non abbiamo bisogno di un certificato di buona condotta da un Paese terroristico". Già martedì era nata una mini- polemica quando in apertura del Consiglio per i diritti umani dell'Onu, a Ginevra, il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki aveva chiesto un minuto di silenzio per i "martiri" di Gaza. La risposta era stato un raccoglimento durato circa 30 secondi e senza che tutti i presenti si alzassero in piedi. Il mancato voto della Libia ha forse colto di sorpresa solo gli americani ed ha comunque confermato che il colonnello sarà imprevedibile ma non fino a spingersi a voltare le spalle agli arabi. Il presidente libico vuole mantenere la libertà di manovra. Difficile pensare di poterlo "comprare" su questi temi. O comunque non in queste circostanze. Gheddafi fa il suo gioco. E dunque è pronto a collaborare con la Cia nella caccia ai terroristi qaedisti, ma in altri quadranti tiene ai suoi interessi. E ciò fornisce munizioni a quanti negli Stati Uniti hanno continuato a nutrire dubbi sulla reale conversione del colonnello. Con una coda misteriosa nelle scorse settimane. Il capo di un clan sunnita iracheno ha accusato uno dei figli di Gheddafi, Seif Al Islam, di aver finanziato una "Brigata libica" responsabile di un grave attentato a Mosul alla fine di gennaio: quasi 30 le vittime. Guido Olimpio GUARDA il video dei funerali su www.corriere.it.

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La scheda (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 6 categoria: BREVI La scheda La risoluzione e il voto Niente unanimità Riunione Il Consiglio di sicurezza dell'Onu è stato convocato d'urgenza, ieri, per discutere l'attacco al seminario ebraico di Gerusalemme Divisioni Le posizioni dei membri del Consiglio erano apparse sin dall'inizio divise Condanna I 15 Paesi membri hanno discusso un testo proposto dagli Stati Uniti che condannava senza riserve come "atto terroristico" l'attentato che ha provocato 8 morti tra gli studenti israeliani Opposizione La Libia, membro non permanente e unico del mondo arabo, si è opposta chiedendo di citare anche l'attacco israeliano a Gaza.

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<Gli arabi non sono cambiati Così è fallito il piano Bush> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 6 categoria: REDAZIONALE L'intervista Walzer: "La politica Usa ha fatto fiasco" "Gli arabi non sono cambiati Così è fallito il piano Bush" WASHINGTON - "Non vedo una via d'uscita da questa crisi, i bagni di sangue continuano e l'ostilità tra gli israeliani e i palestinesi cresce. Il premier Olmert e il presidente Abu Mazen non possono più risolverla da soli, ci vuole una mediazione araba presso Hamas, vera non di facciata". Al telefono dall'università di Princeton, Michael Walzer, uno dei più grandi filosofi politici americani, dichiara di non credere che entro il 2008 si firmerà la pace, come prospettato a novembre alla conferenza di Annapolis. "Possiamo solo sperare che la firmi il prossimo presidente degli Stati Uniti - aggiunge l'autore di "Guerra giusta e ingiusta ", un liberal ma fautore della diplomazia muscolare. Perché è così scettico? "Perché a questo punto tutto dipende da Hamas. Olmert sa che Abu Mazen è molto debole, sospetta che il presidente palestinese cadrebbe dopo pochi mesi se concludesse la pace e ottenesse la restituzione della Cisgiordania. Hamas lo rovescerebbe, la Cisgiordania diverrebbe un'altra rampa di lancio dei suoi missili contro Israele. Temo che scoppierebbe una guerra". Abu Mazen è esautorato? "I fatti dimostrano che non ha il minimo controllo su Gaza e ha un controllo precario sulla Cisgiordania. Penso che sappia anche lui di avere i giorni contati in caso di un accordo. Non li avrebbe se nel frattempo la situazione cambiasse. Ma perché cambi, bisogna che Paesi arabi come l'Egitto e l'Arabia saudita intervengano". In che modo? "Chiudendo le frontiere alle forniture di armi alle formazioni terroristiche in Palestina, impedendone i finanziamenti. E sottoponendo Hamas a pressioni politiche ed economiche perché rinunci alla violenza e dialoghi con Israele allineandosi ad Abu Mazen". Come sta facendo l'Egitto? "L'Egitto prova a mediare, non con il necessario vigore: forse teme una sollevazione interna se si sbilancia troppo. Inoltre, gli servono appoggi da parte degli altri Paesi arabi, ma l'Arabia Saudita, il più influente di tutti, non ci sente. Il fronte arabo rimane antiisraeliano". Nessuna sorpresa che all'Onu la Libia abbia bloccato la condanna dell' attentato. "La Libia può avere rinunciato all' atomica e abbandonato il sostegno al terrorismo, ma non ha cambiato posizione su Israele. Questo è stato uno dei limiti dell'operato di Bush: non ha saputo mettere i Paesi arabi amici o ex nemici con le spalle al muro. Peggio, ha sprecato i successi compiuti dal predecessore Clinton, pur di non riconoscergli meriti". Israele è anche minacciato da Hezbollah in Libano. "Confido che il prossimo presidente Usa negozierà con gli sponsor di Hezbollah, la Siria e l'Iran. Ma per riuscirci, dovrà mobilitare i Paesi arabi amici anche su questo fronte. Se le loro mediazioni presso Hamas e Hezbollah avanzassero di pari passo il clima migliorerebbe. Si aprirebbe uno spiraglio di pace. Tra l'altro, i negoziati faciliterebbero una soluzione anche in Iraq". Che contributo si aspetta dall'Ue e dall' Onu? "L'Ue e l'Onu si sono mostrati inefficienti, non hanno riempito il vuoto lasciato da Bush in Medio Oriente. Grandi potenze che siedono nel Consiglio di Sicurezza come Russia e Cina, e soprattutto l'Ue possono premere sull'Egitto, l'Arabia Saudita, la Siria e l'Iran per ridurre le tensioni. Naturalmente, bisogna che gli Stati Uniti collaborino". Ennio Caretto \\ Non ha spezzato il fronte anti-Israele: convincere sauditi ed egiziani era cruciale per la pace.

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Notizie in 2 minuti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-03-08 num: - pag: 64 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo Piano Spagna, sangue sul voto Violenza nella campagna elettorale spagnola: un ex assessore comunale socialista è stato assassinato a colpi di arma da fuoco a due giorni dalle elezioni politiche a Mondragon, nel paese basco. Il governo accusa l'Eta. Israele, no della Libia All'Onu la Libia avrebbe bloccato un testo di condanna dell'attentato di Gerusalemme, dove sono stati uccisi 8 studenti di una yeshiva. Ieri i funerali delle vittime. Una rivendicazione della strage all'agenzia Reuters fatta da Hamas è stata ritrattata dopo poche ore. Focus Cimiteri affollati Cimiteri italiani sempre più affollati. Il motivo? Solo il 10% di chi muore viene cremato, contro una media europea del 36% circa. Solo la Lombardia (30%) e in particolare Milano (60%) ci tirano verso l'Europa. Perché? Ragioni culturali e pochi impianti di cremazione. Politica Diliberto non si candida Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, ha rinunciato al proprio posto nella lista della Sinistra Arcobaleno in Piemonte per lasciare spazio a Ciro Argentino, operaio della ThyssenKrupp. Nel Pdl, no dell'industriale D'Amato a Berlusconi. Esteri Si dimette la guru di Obama Costretta alle dimissioni Samantha Power, guru di politica estera del candidato democratico alle presidenziali Usa Barack Obama. "Hillary è un mostro", aveva detto in un'intervista. Cronache Auto pirata uccide 13enne Batute Oueslati, una ragazzina di 13 anni di origine tunisina, è stata travolta e uccisa da un'auto (che poi è fuggita) ieri sera ad Ardea, sul litorale a sud di Roma. Arrestata una donna. "Anticoncezionali gratis" La Commissione salute della donna del ministero della Sanità ha proposto la gratuità della pillola anticoncezionale a basso dosaggio. Contrari i medici cattolici. Scienze Superpiante da un batterio Arrivano le superpiante: sequenziando il Dna di un organismo che favorisce la fotosintesi clorofilliana anche in condizione di luce non buona, sono state ottenute piante più resistenti ed ecologiche grazie a un tipo speciale di clorofilla. Economia Telecom bocciata in Borsa La Borsa ha detto no al piano industriale di Telecom Italia: il titolo è arrivate a cedere il 10%. Bernabè: "Mercato irrazionale ". Cultura Puccini alla Scala Con il Trittico di Giacomo Puccini ( Tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi) la Scala ha iniziato l'altra sera i festeggiamenti per i 150 anni della nascita del maestro. Emozione tra il pubblico. Spettacoli Soap in Sicilia In Sicilia si sta girando a ritmi serrati Agrodolce, una soap opera di 240 puntate di 25 minuti che vuole replicare il successo della napoletana Un posto al sole e che andrà in onda sulla Rai da luglio o da settembre. Al finanziamento partecipa la Regione Sicilia, con 12,7 milioni di euro, il 45% dei costi. Sport Blatter contro i falli il presidente della Fifa Sepp Blatter dichiara guerra senza quartiere ai falli da dietro. "L'aggressione - dice - è un atto criminale anche se si verifica su un campo da calcio. E un criminale deve essere trattato come tale. Chi compie interventi pericolosi in maniera intenzionale dovrebbe essere squalificato a vita". Ma non solo: "denunciato ".

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Terza intifada 1 sinistra <sionista> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Terza intifada 1 sinistra "sionista" La pattuglia israeliana del Pd perde pezzi Ma Fassino tiene la linea: "Garantisco io" Colombo voleva Allam, il caso Magiar, D'Alema su Hamas Il "sionista" Piero Fassino non più leader di partito, il kadimista Francesco Rutelli altrimenti affaccendato, parlamentari come Umberto Ranieri e Peppino Caldarola non ricandidati, stesso destino di Khaled Fouad Allam, intellettuale musulmano molto sensibile alla questione mediorientale. Sono molti gli "amici di Israele" che, per motivi estranei alla politica estera, non entreranno nel prossimo Parlamento. Il Pd sarà meno sensibile alle ragioni israeliane? La Terza Intifada può contribuire a sbilanciare verso una delle due parti in causa il baricentro dei prossimi gruppi parlamentari? Il programma democrat è molto stringato sugli esteri. E la preoccupazione di qualcuno è che nel corpaccione del Pd la voce di Israele sia più flebile del passato. Ieri Veltroni ha scritto a Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, per deplorare l'attentato alla scuola ebraica: "Caro Gattegna, esprimo la mia piena solidarietà, personale e a nome del Pd". Ma per Caldarola il problema va oltre la leadership: "Il rischio che si torni allo status quo ante , a un dna filo-palestinese della sinistra, esiste. Anche perché, oltre alle mancate ricandidature, si segnala l'assenza di nuovi ingressi in lista". Uno di questi avrebbe potuto essere quello di Victor Magiar, esponente di punta della comunità ebraica romana, ma la sua candidatura, caldeggiata da più parti e seriamente presa in considerazione da Veltroni, è saltata all'ultimo. Magiar non fa polemica: "La leadership di Veltroni - dice - garantisce che non ci saranno sbandamenti anti-israeliani, ma certo ho notato con disappunto come il drappello dei parlamentari che esprimevano una determinata cultura sul tema della democrazia in Medio Oriente sia stato ridimensionato". Magiar vede piuttosto "chiaroscuri" nell'esperienza di Massimo D'Alema alla Farnesina. "C'è una tendenza a mettere sempre prima Israele sul banco degli imputati. Nessuno condanna i missili palestinesi prima della reazione israeliana, nessuno ha addebitato alla Turchia i morti per le incursioni n territorio iracheno". Ieri il ministro degli Esteri ha commentato la nuova crisi a Tv7 : "Il rivoltante attentato fa seguito a scontri in cui sono morti 125 palestinesi. Da una parte c'è l'estremismo palestinese e dall'altra la durezza della risposta israeliana. È una spirale di violenza che va interrotta". E D'Alema ha definito "saggia" la posizione espressa da un sondaggio israeliano secondo cui la trattativa con Hamas è necessaria: "Non so se sia la soluzione, ma la tenterei". Fassino spiega invece che l'unica via è riprendere al più presto i negoziati con Abu Mazen, "perché - dice al Riformista - ogni giorno perso è un occasione in più per i terroristi". Quanto al rischio di un Pd meno "israeliano", l'ex segretario dei Ds dice: "Se il problema ci fosse davvero, visti i miei rapporti col mondo ebraico italiano, mi sarebbe arrivato qualche segnale. In Parlamento torneranno Furio Colombo, Emanuele Fiano, senza contare lo stesso Veltroni. E si può star tranquilli che, se il minimo problema dovesse sorgere, la mia presenza sarà una garanzia". Fiano e Colombo, chiamati in causa da Fassino, prendono la questione da due punti di vista diversi. Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele, dice che, piuttosto che indietro, il passo è stato fatto in avanti: "Ricordo ancora quando in una delle ultime sedute della Camera Ali Rashid (palestinese eletto nelle file del Prc, ndr ) ha preso la parola per annunciare il voto contrario del suo partito alla ratifica di un trattato di collaborazione con Israele sui sistemi satellitari civili. E tutta la sinistra radicale ha votato contro. Aver rotto con quell'area è la miglior garanzia per gli amici di Israele". Per parte sua, Colombo ha qualche rimpianto: "Se mi si chiede se c'è il rischio di una deriva anti-israeliana nel Pd mi basta pensare a Veltroni per rispondere di no. Se invece mi si domanda se c'è un indebolimento di una certa sensibilità politico-culturale la risposta non può che essere sì. Rimpiangerò di non ritrovare in Parlamento alcune persone e ancora mi chiedo perché non si sia trovato un posto per ricandidare Fouad Allam". 08/03/2008.

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Presagi dopo la strage a gerusalemme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Presagi dopo la strage a gerusalemme Ma quale Striscia, se fosse la terza Intifada? Un attacco per vendicare Gaza. La tesi gridata, e a tratti esaltata, da buona parte della stampa araba all'indomani della strage nella scuola rabbinica Mercaz Harav di Gerusalemme pare analiticamente poco convincente. Certo la vendetta era stata promessa da Hamas, facendo scattare in Israele l'allarme sulla possibile apertura di un "secondo fronte". Ma l'obiettivo scelto e il profilo dell'attentatore ci costringono a spostare lo sguardo da Gaza per appuntarlo sulla Cisgiordania. E a considerare l'attacco di giovedì come il possibile preludio di una terza intifada. Raramente il terrore ha colpito affinando con tanta precisione la mira, sottolineavano ieri gli esperti israeliani di intelligence. L'attacco alla yeshiva, per intenderci, è cosa ben diversa dal kamikaze che con la cintura gonfia si fa esplodere in un centro commerciale di una città israeliana. E neanche regge la tesi dell'irrazionale "odio religioso" che tutto razionalmente dovrebbe spiegare. Perché Mercaz Harav non è semplicemente una scuola rabbinica ma il cuore del sionismo religioso. A Mercaz Harav furono poste le basi per gli insediamenti religiosi in Cisgiordania immediatamente dopo la guerra dei sei giorni. E al movimento dei coloni rimane strutturalmente legato. Logico quindi che dopo l'attentato il comitato dei rabbini della Giudea e Samaria (Cisgiordania) abbia chiesto al governo israeliano, accusato di debolezza di fronte al nemico, di "lanciare una guerra senza quartiere contro il nemico arabo come viene fatto a Gaza". Simmetricamente "cacciare i coloni dalla Cisgiordania come abbiamo fatto da Gaza" sembra essere il sottotesto del massacro di giovedì. Veniva dal Jabal Mukaber, quartiere di Gerusalemme est, il ventenne Ala Hashem Abu Dhaim che giovedì ha imbracciato l'Ak - 47. Una zona dove silenziosamente continua l'espansione degli insediamenti colonici. Come continua in diversi lembi della Cisgiordania. Testimonianza della debolezza politica di Ehud Olmert, incapace di portare avanti la visione sharoniana di un ritiro necessario per salvare lo stato d'Israele. E la facilità con la quale l'attentatore è entrato armato nel quartiere di Kiryat Moishe, lontano dalla parte araba di Gerusalemme, rappresenta un ulteriore conferma dell'attuale vulnerabilità strategica israeliana, già evidenziata dai missili che da Gaza ormai giungono fino a Ashkelon. Ma non costituisce una prova - come sostenuto ieri da alcuni analisti sulla stampa israeliana - che l'operazione sia sta preceduta da una sofisticata raccolta di intelligence. Cosa che farebbe pensare a un coinvolgimento diretto di Hamas, che ieri ha prima rivendicato e poi smentito la paternità dell'attentato. Visto che l'attentatore era stato anni prima autista del seminario non si può escludere, se non la pista del killer solitario, quella di gruppi nuovi, destrutturati, per ora marginali, come il fantomatico "Battaglioni della Galilea libera - Martiri di Mughniyeh" evocato dalla televisione di Hezbollah. Attori veri o presunti che rimandano alla fluida e inesplorata situazione della West Bank . L'ossessione sul fronte di Gaza, e sul conflitto con "l'entità canaglia" guidata da Hamas ha fin qui nascosto (con una cecità che sfocia nell'omertà) quanto sta accadendo in Cisgiordania. Dove i coloni sono stati ripetutamente colpiti nei giorni scorsi. E dove il governo Fayyad riesce solo molto parzialmente (e con un dimostrato ricorso alla tortura come ha scritto pochi giorni fa su queste pagine Paola Caridi) a ottenere una parvenza di stabilità e di credibilità Così la rivolta contro l'occupazione si mescola al risentimento contro la senescente nomenklatura di Fatah. E la debolezza dell'Autorità palestinese con quella del governo Olmert, entrambi sottoposti a una pressione che faticano a controllare. Il massacro di giovedì - come una macabra provocazione - attende una risposta israeliana. E le fin qui spontanee e occasionali esplosioni di violenza tutto sommato a bassa intensità (perlopiù molotov e sassi) rischiano di trasformarsi in qualcosa di ben diverso. Nella migliore delle ipotesi, una rivolta popolare (e più o meno nonviolenta) ispirata alla prima intifada. Magari da lanciare quando a metà maggio gli israeliani celebreranno, e i palestinesi commemoreranno, i 60 anni della fondazione dello stato d'Israele. Ma lo scenario peggiore, e purtroppo più attendibile, rievoca i giorni più foschi della seconda intifada. Armata ed organizzata. Questo almeno lasciano trapelare come un presagio di guerra i 500 colpi scaricati giovedì contro gli incolpevoli seminaristi. 08/03/2008.

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Terza intifada 2 il capo della comunità ebraica romana (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Terza intifada 2 il capo della comunità ebraica romana Il rabbino Di Segni spiega la yeshiva "È il cuore più sacro della sinagoga" Merkaz Harav, il centro di rav Kook e del sionismo Hanno colpito al cuore dell'ebraismo, gli attentatori di Kiryat Moshe, laddove non soltanto si studia, ma nei fatti si pratica la religione: la yeshiva . "Nel modo in cui noi concepiamo la religione, le scuole rabbiniche rappresentano il pilastro vitale dell'ebraismo": Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, si sforza di spiegare, anche se la sua voce tradisce l'angoscia per i morti di giovedì notte. Non vuole e non può dare un significato politico alla scelta del luogo dell'attentato. "Dovrebbe chiederlo a quei terroristi perché sono andati a sparare in una scuola rabbinica", taglia corto. Ma poi, con poche parole, racconta quanto sia profonda questa nuova ferita: "Per noi, la yeshiva è un luogo più sacro della sinagoga". Fatte le debite differenze, le scuole rabbiniche possono essere paragonate ai seminari cattolici. "Sono i luoghi deputati allo studio della cultura tradizionale - continua Di Segni - aperti a chiunque voglia approfondire la propria formazione religiosa e studiare i testi della tradizione". Nel collegio rabbinico romano, come nelle altre scuole disseminate in tutto il pianeta, si tengono dei corsi regolari ma anche altri aperti a frequentatori occasionali. Luoghi silenziosi, in cui si respira un'aria rarefatta, che a Gerusalemme come a New York non danno particolare ostentazione di sé, ma dove invece gli ebrei spendono tempo ed energie, insospettabili per chi li osserva dall'esterno, nella cura e nel rispetto della propria religione. Luoghi dello spirito come della memoria. "Lo studio della Torah è di per sé un dovere fondamentale nell'ebraismo - continua il rabbino capo - Soltanto così si può capire come le yeshiva siano l'anima della trasmissione della nostra religione". In Israele, più che altrove, le scuole sono frequentate da allievi assai diversi l'uno dall'altro e non necessariamente destinati a diventare rabbini. Lo studio è quotidiano e costante. Secondo lo schema tradizionale, si costituiscono coppie di studenti, di cui uno con un migliore livello di formazione, che studiano per l'intera giornata seguiti da un tutore. Ci vogliono costanza, volontà, religiosità per affrontare quelle lunghe giornate inframmezzate dalle lezioni collettive tenute da quelli che Di Segni chiama "grandi insegnanti". È in un luogo così, dove la parola "ortodosso" perde qualsiasi senso dispregiativo e si arricchisce di un significato esclusivamente religioso, che hanno colpito i terroristi di Hamas. Anzi, in un luogo un po' più speciale. Di Segni spiega che l'ortodossia ebraica è estremamente variegata in tutti i suoi aspetti, dalle forme di abbigliamento a quelle più squisitamente culturali e politiche. E ogni filone di ortodossia ha la sua scuola: "Nell'ambito delle scuole rabbiniche, la yeshiva Mercaz Harav è il riferimento storico del sionismo religioso, la cui base ideologica è stata elaborata negli anni Venti del secolo scorso dal rabbino Abraham Yitzhak Kook. Mercaz Harav letteralmente significa proprio "il centro del rav", il rabbino Kook, appunto". L'uomo che nel 1922 fondò la scuola rabbinica così orrendamente insanguinata giovedì scorso, e che teorizzò un sionismo in cui c'era spazio per la religione, in qualche modo anello di congiunzione tra secolarismo e ortodossia per la nascita e la crescita della nazione israeliana. Il rabbino capo romano spiega come sia riduttivo identificare Mercaz Harav unicamente con il movimento dei coloni: "La scuola rabbinica è stato di sicuro un punto di riferimento anche per i coloni, ma ha formato persone e generazioni dalle connotazioni più differenti. Tanta parte della sinistra ebraica è passata di lì". E lì giovedì c'erano un'ottantina di persone, molte delle quali giovani, troppo per morire. "Ogni morto fa soffrire - conclude amaro Di Segni - Che differenza fa se esplode su un autobus, mentre torna a casa o va a fare colazione?". (s.o.) 08/03/2008.

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Un primo colpo per vendicare Imad (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa Strategia Attentato studiato da Hezbollah per sabotare i negoziati Un primo colpo per vendicare Imad Maurizio Piccirilli m.piccirilli@iltempo.it Gli Hezbollah lo avevano giurato: la morte di Imad Mugniyeh sarebbe stata vendicata. Nasrallah, il leader del Partito di Dio libanese aveva deto chiaramente che Isarele era destinata a scomparire. Così i miliziani si sono messi in moto per colpire al cuore di Israele. Ma l'attacco doveva essere anche una punizione per i palestinesi moderati che trattano con il "nemico sionista". Non per accusa semplicemente ideologica ma proprio per vendicare la morte del loro capo militare. Infatti il servizio di intelligence Hezbollah, particolarmente efficiente al punto di essere riuscito a infiltrare persino il Mossad così da mettere a segno il successo nella guerra dell'estate 2006, è arrivato alla conclusione che il loro imprendibile capo militare era caduto a Damasco in una trappola favorita da due esponenti palestinesi. L'attentato alla scuola rabbinica Mercaz Harav doveva colpire Israele e il processo di pace. Così è stato scelto un palestinese militante Hezbollah Ala Abu Dahim che era stato individuato dallo Shin Bet, ma le prove a suo carico erano state insufficienti così era tornato in libertà. E ieri, sulla casa dell'"arabo blu", con documento israeliano e libera circolazione, sventolavano le bandiere di Hamas.

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È il presidente dell'associazione interparlamentare Amici (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa è il presidente dell'associazione interparlamentare Amici ... è il presidente dell'associazione interparlamentare Amici di Israele. Deputato del Partito democratico con un occhio sempre attento al Medioriente. Ma è anche amico dei maggiori esponenti delle Comunità ebraiche italiane. E in più di un'occasione ha difeso la sua opinione, nonostante alcuni colleghi di partito pensassero l'opposto. Ma Giuseppe Caldarola non sarà in Parlamento nella prossima legislatura. Il Pd di Veltroni non lo ha inserito in lista. Caldarola, cosa è successo? "è successo che alla fine chi in questi anni ha combattuto questa battaglia è stato messo fuori. Come me, anche altri". E proprio nell'era-Veltroni, lui non è grande amico degli ebrei romani? "Walter ha un ottimo rapporto con la Comunità ebraica. Forse qualcuno non ha ritenuto che ci fosse il bisogno di uno o più interlocutori in Aula per mantenere i rapporti con Israele". Ma perché lei è stato escluso dalle liste? "Le dico la verità, il conflitto con Massimo D'Alema sul tema Israele è il motivo della mia esclusione". E intanto il Pdl candida Fiamma Nirenstein e Alessandro Ruben della Comunità ebraica. "Infatti ora c'è un divario troppo eclatante con il centrodestra, è evidente. Certo, è chiaro che a me interessa che in Parlamento ci siano comunque degli amici di Israele, al di là degli schieramenti. Però..." Però? "Però uno come Victor Magiar, per esempio, potevano anche candidarlo: invece niente. Hanno fatto fuori anche Fouad Allam, e questa è una grande prova di insensibilità al limite della violenza". Onorevole torniamo un attimo alla sua esclusione. Ma non l'hanno nominata presidente dell'associazione Amici di Israele poco tempo fa? "è un altro motivo per cui sono stupito. Abbiamo programmato un viaggio in Israele in occasione del sessantesimo anniversario della nascita dello Stato ebraico. Hanno già aderito 49 parlamentari e altri si vogliono aggiungere, insomma il viaggio più folto e più importante verso Israele. Poi arriva la mia esclusione". E non è l'unico amico di Israele a rimanere fuori. La Comunità ebraica non sarà contenta, sbaglio? "In Comunità ci sono persone che pensano che questa sinistra si sia un po' persa rispetto a certi valori". Fab. Per.

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Fini: Con Hamas non si tratta (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa L'ex ministro degli Esteri si scontra con D'Alema Fini: "Con Hamas non si tratta" "Con Hamas non si può trattare". Gianfranco Fini mette subito le cose in chiaro. "Hamas esprime un'ambiguità intollerabile. Se non riconosce il diritto di Israele a esistere deve essere considerata come un'organizzazione terroristica". L'ex ministro degli Esteri replica a Massimo D'Alema, il quale si augurava che la volontà di dialogo non fosse cancellata e il percorso fosse portato avanti anche con Hamas. Lo stesso D'Alema ha poi parlato di un "episodio tragico e rivoltante", ma sottolinea che "l'attentato fa seguito a scontri in cui sono morti 125 palestinesi a Gaza. Da una parte c'è un estremismo palestinese che rifiuta il confronto, dall'altra c'è l'estrema durezza della reazione israeliana". D'Alema si dice inoltre "preoccupato per la sicurezza di Israele". Ma per Fini "la reazione alla strage non può limitarsi alle sacrosante parole di condanna e ai doverosi auspici di pace. Occore una duplice consapevolezza. La prima: ci sono Stati che non combattono il terrorismo come dimostra l'attegiamento libico dell'Onu. La seconda: Israele ha il diritto di difendersi colpendo le centrali del terrorismo ovunque esse si trovino".

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Gerusalemme, nove morti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa medio oriente Gerusalemme, nove morti Strage nella scuola rabbinica Un terrorista armato ha fatto irruzione ieri sera in un una scuola rabbinica di Gerusalemme Ovest ed ha aperto il fuoco. Almeno otto persone sono morte e altre 35 sono rimaste ferite, hanno riferito i soccorritori della Maghen David Adom, l'equivalente israeliano della Croce Rossa. Anche l'attentato è stato ucciso portando ad almeno nove il bilancio delle vittime. Il terrorista aveva indosso una cartucciera e non una cintura esplosiva, come era sembrato in un primo momento. Gli studenti sono stati immediatamente fatti evacuare e la polizia ha perquisito l'edificio stanza per stanza. Sul posto sono accorse le ambulanze per soccorrere i feriti. La polizia israeliana ha annunciato che l'attentatore è stato identificato: si tratta di un palestinese residente nella parte orientale di Gerusalemme del quale non è stato ancora diffuso il nome. La polizia sospetta che all'attacco abbia partecipato anche un secondo attentatore, che però sarebbe riuscito a fuggire. Nel corso del 2007 non ci sono stati attentati da parte di terroristi palestinesi a Gerusalemme, anche se la polizia israeliana ha sventato numerosi piani di attacco. Tra il 2001 e il 2004 la Città Santa è stata invece colpita più volte dagli attentatori. Intanto nella Striscia di Gaza i residenti sono scesi in strada a festeggiare dopo aver appreso la notizia dell'attacco di ieri sera. La tv del gruppo libanese Hezbollah ha riferito ieri sera che un gruppo palestinese finora sconosciuto, chiamato "Kataeb Ahrar el-Jalil" (Brigate degli uomini liberi della Galile - Gruppo del martire Imad Mughniyeh e dei martiri di Gaza) ha rivendicato l'attentato al seminario rabbinico di Gerusalemme. La tv di Hezbollah, Al Manar, non ha fornito altri dettagli sul gruppo , il cui nome si ispira al capo militare del movimento sciita libanese ucciso il 12 febbraio nell'esplosione di un'autobomba a Damasco. L'attribuzione ad Israele dell'uccisione fatta da Hezbollah è stata negata da Tel Aviv che ha smentito qualsiasi implicazione nell'episodio. Il 14 febbraio il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha dichiarato una "guerra aperta" a Israele.

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Arresti e raid aereo: così Gerusalemme reagisce alla strage nella scuola rabbinica (sezione: Israele/Palestina)

( da "Padania, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Gerusalemme - Dopo l attentato al più importante collegio rabbinico di Gerusalemme, costato la vita al kamikaze e a otto studenti, mentre altri dieci sono rimasti gravemente feriti, le autorità hanno deciso di vietare a tutti gli arabi con meno di 45 anni di recarsi sul Monte del tempio per le preghiere del venerdì islamico. La rivendicazione è giunta da Hamas. La polizia israeliana ha finora fermato dieci persone e ha identificato l attentatore: era stato autista nella stessa scuola. Proteste spontanee davanti all edificio dopo l attentato, al grido di morte agli arabi . Intanto, a Gaza, dove la notizia dell attentato è stata accolta con fuochi d artificio, si è registrato un raid aereo. Uccisi 4 miliziani. Nel frattempo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito a trovare l accordo su un testo di condanna dell attentato. L ambasciatore americano all Onu, Zalmay Khalilzad, ha indicato nella Libia il Paese che ha di fatto bloccato l approvazione di una dichiarazione, e la stessa accusa è stata mossa alla Libia da Israele. L ambasciatore israeliano Dan Gillerman ha dichiarato che il "Consiglio di Sicurezza è infiltrato da terroristi". [Data pubblicazione: 08/03/2008].

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Bresciani: <In Lombardia una sanità che crea sviluppo e ricchezza> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Padania, La" del 08-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Bresciani: "In Lombardia una sanità che crea sviluppo e ricchezza" "Quella lombarda deve essere, sempre di più, una sanità che crea sviluppo e ricchezza per tutta la comunità, non solo una sanità che cura e che costa". Questo principio, e quindi la sostenibilità economica del nostro sistema sanitario, è stato il filo conduttore dell'intervento che l'assessore alla Sanità Luciano Bresciani ha tenuto ieri mattina alla convention dei dipendenti del suo settore. "La nostra - ha precisato l'assessore - è già una sanità competitiva e destinata a primeggiare nel mondo. Al Forum internazionale della sanità, che si è tenuto lo scorso novembre a Montreal, ad esempio, il sistema sanitario lombardo è stato collocato tra gli otto migliori al mondo". "E' inoltre un sistema - ha proseguito Bresciani - che per competere sa organizzarsi. Ha saputo cooptare le sei Facoltà di Medicina della Lombardia e altre 21 Facoltà tecnologiche perché si costituissero in un Sistema Universitario Regionale e potessero realizzare ricerche, partecipare ai progetti europei e ottenere i relativi finanziamenti. Al sistema sanitario regionale e al sistema universitario è stata invitata ad allearsi anche l'industria affinché presenti progetti relativi allo sviluppo delle ICT (Information & Communication Technology) e della e-health (telecomunicazioni, teletrasmissioni dati clinici, telemedicina, ecc)". "In questa prospettiva - ha concluso l'assessore - si stanno creando due grandi macro aree: una macroarea europea, che ci vede già alleati, in Italia, con il Veneto e in Europa con il Rhone-Alpes. Prossimamente sarà ampliata ad altre Regioni italiane e al Baden-Wuerttemberg, Alsazia, Andalusia, Catalogna, Comunità Valenciana e Paesi Baschi. E' prossima anche l'alleanza con Israele. In queste Regioni l'industria, collegata con le Università, potrà sviluppare la ricerca e accedere a finanziamenti europei. All'altra area fanno capo invece il Centroamerica, l'Argentina e l'Uruguay, che ci chiedono di trasferire nei loro Paesi le tecnologie e l'organizzazione sanitaria che Regione Lombardia e i suoi alleati sanno mettere in campo. Ciò contribuirà ad aprire il mercato alle industrie e a consolidare il sistema sanità, università, industria". [Data pubblicazione: 08/03/2008].

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L'incubo della terza intifada (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

GERUSALEMME Sale la tensione dopo l'attentato di giovedì. Rice avrebbe chiesto all'Egitto di mediare con Hamas L'incubo della terza intifada MAURIZIO DEBANNE L'aria in Medio Oriente torna a essere molto simile a quella che si respirava alcuni anni fa nei momenti più cupi della seconda intifada. Gerusalemme è di nuovo il bersaglio dei kamikaze palestinesi, lo spirito della conferenza di Annapolis è sempre più lontano. Il 2008 è appena iniziato ma il totale degli israeliani uccisi per mano del terrorismo palestinese supera di già quello dell'anno precedente: 15 contro 13. Per non parlare dei palestinesi: il numero dei civili morti e la situazione a Gaza rendono il quadro peggiore rispetto a quello del 1967, è la denuncia di alcune delle principali organizzazioni umanitarie britanniche. L'attacco alla Yeshiva, rivendicato da Hamas, è l'ultimo round dell'escalation dello scontro a Gaza. La spirale di violenza che attanaglia israeliani e palestinesi da più di una settimana rischia ora di precipitare nello scoppio di una "terza intifada". Un pericolo di cui parlano ormai tutti i principali quotidiani dello stato ebraico. Secondo il capo della polizia israeliana, Dudi Cohen, invece, l'attacco al collegio rabbinico Merkaz ha-Rav va classificato come "un episodio isolato" che "non indica l'inizio di una terza intifada". In Israele si comincia però a ripensare alla strategia per mettere fine alle violenze. Il muro di separazione, o barriera difensiva, sta dimostrando di non essere una risposta né militare, né politica. Se negli ultimi anni il numero degli attentati suicidi era effettivamente diminuito, lo si è dovuto più che altro alla precedente tregua tra Israele e Hamas, concordata sotto banco attraverso la mediazione egiziana e del leader palestinese Barghouti. Dopo l'attentato di Gerusalemme il ministro della difesa Barak ha ordinato all'esercito la chiusura dei valichi con la Cisgiordania. La richiesta formulata dalla Rice di ridurre il numero di check point nella West Bank dovrà dunque attendere. Ma l'esito più interessante scaturito dall'ultima missione in Medio Oriente del capo della diplomazia americana, che secondo Vanity Fair nel 2006 avrebbe segretamente tentato di organizzare un complotto contro Hamas, è un altro. La Rice ha chiesto all'Egitto di mediare con Hamas nel tentativo di arrivare a un cessate il fuoco. Si tratta forse del primo segno da parte dell'amministrazione Bush di un cambiamento di strategia nei confronti del movimento islamista. Secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Haaretz, un primo incontro tra esponenti di Hamas e del Jihad islamico con emissari egiziani si è già tenuto ieri. Ayman Taha, portavoce di Hamas a Gaza, ha detto che il movimento di resistenza islamico è pronto a una "tahadiyeh" (periodo di calma) a condizione che sia bilaterale. Per il momento il governo israeliano resta diviso tra la rioccupazione di Gaza, con l'obiettivo di abbattere il potere di Hamas, e la possibilità di raggiungere, attraverso la mediazione egiziana, una tregua con il movimento radicale palestinese. "Il governo ha due possibilità ", scrive su Yediot Ahronot l'analista Ron Ben Yishai. "La prima è accettare la proposta egiziana di un cessate il fuoco con Hamas" con il rischio però che questa opzione verrebbe considerata dagli integralisti "una vittoria prestigiosa". La seconda possibilità, spiega Ben Yishai, "è continuare a tenere sotto una costante pressione militare Hamas per costringerlo ad accettare le condizioni di Israele ", ma ciò avverrebbe solo dopo una ulteriore escalation di lanci di razzi e di tentativi di attentati all'interno del territorio israeliano. Il premier Olmert e il ministro della difesa Barak hanno soluzioni divergenti. Barak da tempo insiste che bisogna invadere Gaza per smantellare Hamas poiché convinto che solo risolvendo alla radice il problema Israele potrà mettere fine alla minaccia dei razzi Qassam e riconsegnare la Striscia al presidente palestinese Abu Mazen. Secondo Herb Keinon, editorialista del Jerusalem Post, questa posizione di estrema fermezza è frutto anche di considerazioni politiche. Il ministro della difesa sa che risolvendo il problema di Gaza conquisterebbe enormi consensi e accrescerebbe le sue possibilità di proporsi come il prossimo primo ministro. Olmert invece esita, non crede che la soluzione stia nel lanciare una ampia operazione militare a Gaza. Scottato dal fallimento della guerra contro Hezbollah nel 2006, il premier teme che la striscia di Gaza si riveli una palude per l'esercito israeliano, nonostante la sua evidente superiorità militare. Un nuovo flop bellico lo condannerebbe inevitabilmente a una ingloriosa uscita di scena. Tra i due c'è Tzipi Livni, ministro degli esteri, che esprime una posizione moderata anche se favorevole a un approccio più incisivo. Ci sono infine gli inquietanti scenari illustrati nei giorni scorsi da Yuval Diskin, direttore dello Shin Bet, servizio segreto israeliano per la sicurezza interna, al governo israeliano. Secondo Diskin, Hamas avrebbe intenzione "di prendere il controllo della Cisgiordania, eliminando i moderati che fanno capo ad Abu Mazen".

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<Un errore aver isolato Hamas. È bene che ora Washington ci ripensi> (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

MEDIO ORIENTE   INTERVISTA A ROSEMAY HOLLIS, DIRETTORE DEI PROGRAMMI DELLA CHATAM HOUSE (ROYAL INSTITUTE OF INTERNATIONAL AFFAIRS) "Un errore aver isolato Hamas. È bene che ora Washington ci ripensi" LAZZARO PIETRAGNOLI LONDRA "La strategia di isolare Hamas, col boicottaggio e poi con la violenza, si è dimostrata prima inefficace e, ora, anche dannosa ". Amareggiata, ma non sorpresa, dall'escalation di violenza in Israele, Rosemary Hollis, direttore dei programmi di ricerca di Chatham House (Royal Institute of International Affairs),analizza per Europa come questa situazione si è venuta a creare e quali sono le possibili prospettive per il processo di pace in Medio Oriente. "Nel 2005 il governo di Sharon decise l'evacuazione di Gaza e la fine degli insediamenti israeliani, ma lo fece in modo unilaterale e senza voler coinvolgere le autorità palestinesi nella sua scelta, anzi decidendo quasi di attivare un processo di separazione. Da quella scelta derivano tutte le difficoltà che stiamo vivendo ora: perché, agendo così, indebolì Fatah e consegnò la vittoria alle elezioni del parlamento palestinese ad Hamas, creando una radicalizzazione delle posizioni e uno stallo nelle trattative di pace. Ma da lì, derivano anche tutte le difficoltà dell'Unione Europea e degli Usa nel poter affrontare la situazione. Usa ed Europa, infatti, sono stati forzati ad accettare la linea dura del governo israeliano contro ogni possibilità di dialogo con Hamas; hanno addirittura forzato Fatah a isolare Hamas, gli Usa hanno perfino finanziato e armato il capo della sicurezza di Fatah nella striscia di Gaza, affinché potesse contrastare Hamas con la forza: il loro obiettivo era forzare Hamas ad accettare le condizioni poste da Israele (rinuncia alla violenza, riconoscimento dello stato israeliano, accettazione dei trattatiu precedenti) oppure allontanarlo dal potere nella striscia di Gaza". Questo piano però non sembra aver funzionato. No, infatti. Anche il vertice di di Annapolis, il cui primo obiettivo era far ripartire i colloqui di pace, aveva come finalità secondaria l'isolamento di Hamas, che infatti non fu né invitato ufficialmente, né coinvolto in via informale. E anche la strategia israeliana dei mesi scorsi, quella di boicottare la striscia di Gaza, di impedire l'afflusso di viveri e rifornimenti energetici, si è rivelata fallimentare, perché ha spinto la situazione a conseguenze impensabili, come la rottura dei confini con l'Egitto. Ora Hamas sta affrontando Israele, perché vuole dimostrare che questa politica della punizione collettiva, dell'isolamento, della rottura non paga: che Hamas è ancora forte, radicato e autorevole nella striscia di Gaza. Ritiene possibile, dopo l'ultimo attentato, un irrigidimento verso Hamas e un ammorbidimento verso Fatah; un accordo di pace per la Cisgiordania, che escluda Gaza? Trattative con la Cisgiordania e guerra a Gaza è stata la parola d'ordine del governo israeliano fino ad ora, ma non ha chiaramente pagato. Io credo più probabile che, dopo una ulteriore fase di attacchi israeliani contro Hamas, prevalga la posizione di chi vuole il dialogo. Secondo un recente sondaggio, il 63 per cento della popolazione israeliana vuole una linea più morbida verso Hamas e, secondo me, alla fine anche il governo sarà costretto ad assumere una posizione più moderata. Purtroppo, però, al momento, all'interno del governo israeliano prevalgono coloro che ritengono possibile questo cambio di posizione solo dopo aver chiaramente dimostrato la superiorità militare su Hamas. Facendo così, Israele rischia di commettere il medesimo errore che commise nel 2006 quando pensò di poter infliggere una sconfitta militare a Hezbollah in Libano: quella guerra portò solo a una escalation di violenza, non ottenne neppure la fine del lancio di missili da parte di Hezbollah. Lo stesso governo israeliano ha dovuto riconoscere che si trattò di un errore strategico e militare: ma ora stanno seguendo la stessa strada. Anche gli Stati Uniti sembrano avviarsi ad un cambio di posizione: Condoleeza Rice nei giorni scorsi ha chiaramente sostenuto il ruolo dell'Egitto nella mediazione con Hamas, per provare a trovare una tregua. È un segnale importante. Da sempre gli osservatori americani hanno provato a spiegare al loro governo che i dialoghi di pace vanno fatti con il nemico e non con chi la pensa allo stesso modo: ma questo concetto basilare non è mai stato accettato dell'amministrazione Bush. Ogni dialogo con Hamas sembrava essere un ammorbidimento nella lotta contro il terrorismo islamico e quindi un atto inaccettabile. Se ora l'amministrazione americana adotta una linea più morbida, non possiamo che essere contenti e sperare nel meglio, anche se io credo che un cambio di politica così forte e radicale non possa essere assunto negli ultimi mesi di presidenza. Vedo in questa mossa solo una manovra tattica, un tentativo di ottenere una breve tregua negli attacchi, ma non la volontà di realmente coinvolgere Hamas nel dialogo di pace. Come crede che sia possibile uscire da questa situazione di impasse? Come condizione preliminare, è necessaria una tregua delle ostilità, una fine alle violenze da entrambe le parti. Va poi attivato un dialogo con tutte le rappresentanze palestinesi (Fatah ed Hamas): è assolutamente improbabile una vittoria militare su Hamas, sia da parte palestinese che da parte internazionale. Sarebbe meglio riconoscere la sua posizione e farlo rientrare nel governo palestinese. È necessario infine coinvolgere tutti i paesi arabi, che hanno una influenza su Hamas maggiore degli Usa e dell'Unione europea, nel processo di pace e nel dialogo con Hamas.

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Ahmadinejad visita l'Iraq tra le polemiche (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

RESTO DEL MONDO Ahmadinejad visita l'Iraq tra le polemiche La stampa mediorientale è unanime nel riconoscere l'importanza della visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a Bagdad, il 2 e 3 marzo. Era la prima volta dalla guerra del 1980-1988 che un leader iraniano visitava l'Iraq. Per molti commentatori la visita, oltre a rappresentare un successo diplomatico per Ahmadinejad, segna l'inizio di un nuovo capitolo nei rapporti tra i due paesi. "L'Iran e l'Iraq possono formare un fronte politico ed economico molto potente nella regione, in grado di contrastare Washington e i suoi alleati", scrive il quotidiano conservatore di Teheran Hamshahri, mentre un altro giornale iraniano, Qods, si augura che "le due nazioni islamiche uniscano le loro forze, prendendo le difese dei musulmani oppressi in Iraq e in Palestina". "Gli statunitensi hanno cercato in tutti i modi di dimostrare che l'Iran era all'origine delle violenze in Iraq", osserva il conservatore Jam-e-Jam, "ma la calorosa accoglienza riservata dalle autorità di Bagdad ad Ahmadinejad è la prova che hanno fallito nel loro intento". Critico invece il riformista E'Temad, che scrive: "Ahmadinejad non poteva scegliere un momento più inopportuno per la sua visita. Tra i due paesi esistono ancora problemi irrisolti: i due governi non hanno mai firmato un trattato di pace dopo la fine della guerra". In Iraq, il quotidiano Al Adalah, di proprietà del Consiglio supremo islamico iracheno, si rallegra della svolta diplomatica: "L'Iran ha dimostrato di non nutrire rancori storici, nonostante l'ingiustificabile conflitto scatenato da Saddam ". Più cauto il movimento di Moqtada al Sadr, convinto di "non voler subire ripercussioni delle tensioni tra Iran e Stati Uniti ". E se in Turchia il quotidiano Sabah prevede "novità nei delicati equilibri della regione", il giordano Al Dustur afferma che "la visita di Ahmadinejad finirà per favorire Washington, perché sarà vista come una provocazione dagli altri paesi arabi".

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L'incontro - mario serenellini (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Spettacoli L'INCONTRO Dive globali Quarantaquattro anni compiuti oggi, un corpo che non ha avuto timore di mostrare su "Playboy", cinque film in uscita in Francia, una vita divisa tra i bagni di folla e i ritiri coi due figli nella quiete campestre della sua casa. Fin dall'infanzia - dice - ha un rapporto con l'invisibile: "Solo davanti alla cinepresa, l'attore è nudo, deve fare appello a un altro da sé. è allora che parlo col mio angelo per riprendere coraggio, illuminare la strada" Chi recita dovrebbe essere trattato sempre come un bambino: gli si dà piena fiducia e lui si libera completamente, improvvisa e diventa il proprio creatore MARIO SERENELLINI paRigi "Essere attori è ogni volta un'altalena di dubbi e di fede. I provini sono spesso umilianti. Chi ti giudica non va oltre la tua pelle e la tua faccia. Anche esser celebri non è di grande aiuto. Dopo un ciac, avrai un bel dire "Stavolta non sono stata un granché, ma non dimenticate che ho vinto un Oscar!". Davanti alla cinepresa, l'attore è nudo. Bisogna annullarsi completamente per far emergere un personaggio. Guardavo dall'auto, mentre venivo qua, gli alberi di Parigi, con appena le prime gemme, ancora avvolti dall'inverno, cui hanno opposto la loro solida struttura. Gli attori sono come gli alberi: di costituzione forte, spavalda, ma in totale nudità". Sospesa tra antiche fragilità e continue riconferme, tra i richiami di Hollywood e i cineasti di casa, tra i set a catena e i due figli, Juliette Binoche, quarantaquattro anni compiuti oggi 9 marzo, vive gli alti e bassi del segno dei Pesci: entusiasmi di fuoco e docce fredde, abbandoni alla folla e solitari ritiri nell'ombra, tra le sicurezze più casalinghe. Sul comodino in camera da letto è posato Dialogue avec l'ange di Gitta Mallasz, suo "livre de chevet": "Siamo noi il nostro angelo. è il nostro io protettivo, che ci sorveglia nell'incombere delle difficoltà. Essere attrice significa fare appello continuo a un altro da sé, al silenzio, alla solitudine: neanche il regista ti può aiutare. è allora che parlo al mio angelo, per riprendere coraggio, illuminare le mie scelte". Fin dall'infanzia, confessa, ha "un rapporto naturale con l'invisibile". La dimensione spirituale l'ha sempre attirata: "I pensieri ispirati sono la mia manna. Penso al taoismo, al sufismo, alla poesia, ai testi biblici. è forse la compensazione d'antiche carenze". In film come Tre colori-Blu di Krzysztof Kieslowski nel 1993 (per il quale aveva rifiutato l'offerta milionaria di Steven Spielberg per Jurassic Park) o Mary di Abel Ferrara nel 2005, l'attrice s'è trovata faccia a faccia con obliqui aldilà: non in dialogo con l'angelo ma con i propri demoni. "In Mary ho avuto l'occasione di mostrare Maria Maddalena in un rapporto con Gesù diverso da quello che finora le hanno assegnato le Chiese. Che sia stato ritrovato sotto la sabbia un Vangelo secondo Maria Maddalena - s'infiamma la Binoche, sorvolando sul fatto che è un apocrifo, redatto probabilmente nel Terzo secolo - è stato per me un terremoto: l'insegnamento di Gesù visto da una donna è qualcosa di favoloso, ma nessuno ne parla. Quando ho letto la sceneggiatura di Mary, mi sono resa conto che la trascrizione del Vangelo secondo Maria Maddalena non era buona: conosco bene, infatti, il suo esegeta francese, Jean-Yves Leloup. Il regista è rimasto impressionato dalla mia "dottrina". Da quel momento la nostra relazione è diventata più viva, più costruttiva". Sagaci incontri con l'altro, - che sia un personaggio o un regista - inattese complicità, affinità da cercare e da scoprire: "Comincio a provare piacere a lavorare con registi stranieri perché sono più naturalmente portati alla collaborazione, alla solidarietà con gli interpreti di lingua diversa". John Boorman (In My Country), Michael Haneke, in Code inconnu e Caché (divenuto in Italia Nulla da nascondere), Anthony Minghella (non solo Il paziente inglese, che le ha fatto vincere l'Oscar undici anni fa, ma anche Per effrazione) sono tutti autori che hanno stabilito con lei ogni volta rapporti forti, appassionanti: "Hanno scoperto che il mio pallino o, se vogliamo nobilitarlo, la mia linea-guida (tutti noi ne abbiamo una, molto precisa e insistente) è il bisogno di condividere, di spartire: una fatica, un'emozione, una ricerca". Non è un proposito un po' bislacco nel mondo dello spettacolo? "Bisogna volerlo, imporlo addirittura. In me è un desiderio appena sussurrato, quasi una preghiera. A ogni nuovo film, desidero subito profondamente entrare in reciproca intimità con il regista. Quando una donna e un uomo fanno l'amore, si svelano e scambiano la loro intimità più segreta. Lo stesso deve avvenire tra regista e attore. Se è così, dopo ogni ciac, ognuno dei due potrà dirsi: era questo che volevamo e l'abbiamo fatto. è uno scambio incredibile, di sensualità assoluta". Anche nella estetica cinematografica, la magia della compenetrazione, il dialogo con l'angelo, un volo che attraversa gli individui: "Il materialismo mi è estraneo: non credo che corpo e emozioni siano entità separate. Siamo esseri incarnati, ma anche esseri del possibile. I nostri sogni ne sono la prova. L'attore è il luogo di tutti i possibili". Corpo e spirito hanno avuto un bel guizzo solidale lo scorso novembre su Playboy, dove la Binoche s'è mostrata a sorpresa senza veli, sia pure in ritratti elegantemente flous, che hanno fatto sognare, su "tutti i possibili", i suoi ammiratori più devoti. "Ne ho abbastanza dei distinguo, delle classifiche, di quel che si può e non si può. è ora che impariamo finalmente a andare là dove nessuno se l'aspetta. Playboy m'aveva invitata a un incontro sul tema del corpo, sapendo della mia passione per gli studi del biologo Philippe Bobola e dell'astrofisico Trinh Xuan Thuan. Noi siamo fatti di protoni, di neutroni, del corpo delle stelle. Il mondo delle cellule rinvia a quello dei pianeti". La rivista s'è concentrata sul corpo di una sola stella: la Binoche. "All'inizio, non era prevista nessuna foto di me nuda. Poi, quei birichini hanno insistito. Per me, è diventata una sfida". Verso chi? "Verso me stessa. Ci si abitua, pian piano, a mettere il desiderio da parte. In un certo senso, rivendicare quel corpo sulle pagine di Playboy è stato per me un atto militante. E poi è stato un marameo alle paure di "quel che diranno gli altri". Insomma, ho voluto avere coraggio: quello di essere l'interprete del mio corpo". Scommessa vinta, perché da mesi la Binoche, su chilometrici manifesti nel metrò di Parigi e nel tam-tam visivo delle riviste, è divenuta l'icona LancÔme. Corpo di moda, corpo alla moda. Una sfida alle sue esigenze di rigore, al suo essere se stessa? "Indosso abiti griffati ai galà d'obbligo, mi faccio bella alle promozioni dei miei film. Ma esco il meno possibile. In questa casa alle soglie di Parigi, dove ancora trovo in qualsiasi momento un contatto con la natura, con le stagioni, passo le mie giornate di non-cinema nella semplicità che ci regala la vita quotidiana. Il grande schermo, la testimonial e, persino, le sfilate (quattro in tutta la mia vita, soprattutto per curiosità) sono l'altra metà di me. Ma ogni volta che mi preparo per una soirée, entra in gioco il piacere di rivisitare lontane visioni d'infanzia, per esempio Pelle d'asino: ho sempre la sensazione di recitare dentro una favola, di svegliare la bella addormentata che è in me. è questo che mi piace". Nella sua mini-oasi domestica, ecologica sfida alla vicina Parigi, la Binoche è una single superaffollata: due assistenti, una domestica, una tata e, naturalmente, i due figli, RaphaËl, avuto quindici anni fa da un campione di tuffi, André Halle, e Hannah, nata otto anni fa dalla relazione con l'attore BenoÎt Magimel. Qui, lei è mamma, attrice, manager, dipendente, adulta, bambina. Fata, forse. Circondata dai boschi che adora. Lei, gli occhi fondi sorridenti di malinconia, la bocca incantata che par disegnata dai Grimm o da Andersen, la bellissima bocca di tutte le nostre infanzie, è la fiaba più dolce che il cinema francese abbia saputo farci amare nell'ultimo quarto di secolo: dagli esordi, nell'85, con Godard (Je vous salue Marie), Doillon (La vie de famille), Téchiné che l'ha lanciata con Rendez-vous, ai tormentati anni-Carax (Mauvais sang e Les amants du Pont-Neuf, due anni e mezzo di riprese e un grande amore che si sgretola) fino a Le chocolat di HallstrÖm, nel 2001, e adesso - unico caso nella storia del cinema dai tempi di Totò - i cinque film, in uscita simultanea in Francia, dei quali è interprete, spesso nel ruolo principale: Le voyage du ballon rouge del taiwanese Hou Hsiao-hsien (Pardo d'onore a Locarno 2007), dove si è finta bionda, marionettista sospesa al filo femminile di madre-lavoratrice; il corale Paris di Cédric Klapisch; L'heure d'été di Olivier Assayas; Dan in Real Life dell'americano Peter Hedges; Disengagement dell'israeliano Amos Gitai, dov'è un'ebrea cresciuta in Europa che finisce nell'inferno di Gaza. Da settimane, i media francesi, da Télérama a Arte, da Psychologies ai Cahiers du cinéma, da L'Express a Questions de Femmes, fino ai quotidiani gratuiti distribuiti nei metrò, sono una festa di foto e d'interviste. Il Cinéma Panthéon s'è riempito a uovo, anche d'attori e registi, all'anteprima del Ballon rouge, dove, sommersa dalle domande, la Binoche s'è abbandonata alle confidenze: "è un film che abbiamo costruito insieme, il regista e io. Nella sceneggiatura non c'erano dialoghi scritti, ma solo qualche paginetta con la descrizione delle scene: ogni ciac è stato un'improvvisazione. Dovrebbe essere sempre così per un attore: venire trattato come un bambino. Gli si dà piena fiducia e lui si libera completamente: improvvisa e diventa il proprio creatore. è quel che auspicava Georges Sand quando immaginava gli attori del futuro". Nella sua gioiosa "rimbambelle" cinematografica, come lei la definisce, rispunta il film annunciato l'anno scorso, che l'attrice verrà a girare in Toscana con Sami Frey, diretta da Abbas Kiarostami: "L'incontro di un uomo e una donna, a San Gimignano: lui è uno scrittore cinquantenne d'origine anglosassone invitato per una conferenza, lei è una gallerista francese - anticipa la Binoche, talmente presa dal progetto che è andata a trovare il regista in Iran, travolgendolo col suo entusiasmo -. In tre mesi ha buttato giù la sceneggiatura. Cento pagine, che lui definisce la nuova storia di Adamo e Eva".

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Libertà vo cercando in quest'era di lumi spenti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Libertà vo cercando in quest'era di lumi spenti di Biancamaria Frabotta "N essuno se ne avvede ma l'architettura del nostro tempo/ diviene l'architettura del tempo a venire". Con questi versi inizia la poesia di Mark Strand, The next time, scelta come prologo ideale di una comune riflessione su alcuni inquietanti eventi del nostro presente. Il tempo a venire non è certo il sole dell'avvenire se, continua il poeta americano: "nessuno può fermare il flusso, ma nessuno può avviarlo./ Il tempo ci scivola accanto". Eppure il presente storico, sfuggente risvolto pubblico della nostra vita, indistricabile miscuglio di inattualità e futuro, ci plasma, "senza che nessuno se ne avveda" appunto, come ignari coadiuvanti di non si sa cosa. La "passione del presente", di cui qualcuno torna a parlare si esprime anche nelle quotidiane difficoltà di questa difficile convivenza di non senso e vero evento, effimero e duraturo, speranza e timore, fra cui esitanti oscilliamo. Il 17 gennaio 2008, giorno dell'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza, il famoso giorno del non Papa, piove che Dio la manda sui pochissimi passanti e sui giovani poliziotti tenuti lì a centinaia a inzupparsi le ossa. Nel Palazzo del Rettorato parlano i poteri costituiti, volano parole grosse sulla democrazia e sulla tolleranza. Tutti sembrano avere assai a cuore il diritto del Papa a intervenire, comunque e dovunque, ex cathedra o a latere, trattando a suo modo l'argomento prescelto, moratoria della pena di morte o dell'aborto, non importa. Il suo monologo è la prova del dialogo. I 67 fisici che hanno espresso, direi civilmente e pacificamente il loro dissenso, sono unanimemente biasimati come "cattivi maestri" in quel blindato deserto e dopo, in un frastornante coro di critiche, insulti, accorate riprovazioni. Anna Akhmatova chiamava l'epoca, la "grande silenziosa". Quando decide di parlare, sono guai grossi per tutta l'umanità, come Anna aveva imparato a sue spese. Non so se siamo di fronte a eventi epocali, ma certo a poco rassicuranti segni dei nuovi climi, in natura imprevedibili, monotoni e ripetitivi spesso nella sequela delle umane vicende. Ecco alcuni fatti che ci inducono a tornare su temi che sembravano indiscutibili e inalienabili, dopo il bagno di sangue e i totalitarismi del XX° secolo: espressione del libero pensiero, con connessa libertà di fede, di ricerca, di critica nei confronti di qualsiasi idea sia immessa, se non addirittura imposta, sulla pubblica piazza. L'immediato corollario di questo atteggiamento mentale che chiamerei condivisa laicità delle coscienze è la ferma e preventiva opposizione a ogni discriminazione che colpisca il sesso, la cultura, la religione di appartenenza. Principi che sembravano ormai acquisiti. E infatti in Europa non s'impiccano i ladri né si lapidano le adultere, alle bambine non si cuce la vagina, gli intellettuali e gli artisti si esprimono in relativa libertà, la piccola o la grande Storia sono trasmesse in diretta tv, tutti chattano ininterrottamente su Internet. Eppure qualcosa si è rotto nel patto sociale che dovrebbe garantire il difficile equilibrio fra ciò che può essere liberamente espresso e le conseguenze che certe parole, una volta pronunciate, provocano sulla vita di tutti noi. È lecito per esempio reiteratamente diffamare come assassine le donne che, per i più vari motivi, hanno scelto di abortire? Bollare gli omosessuali o chi decide di non sposarsi di fronte a un pubblico ufficiale denunciandoli come contravventori di una presunta normalità antropologica della famiglia? Insultare, da una frequenza radio su cui chiunque si può sintonizzare, inappuntabili professori, rei di sana laicità per alcuni o di insano laicismo per altri, definendoli "satanici"? O schiaffarne i nomi nel sito di un ex ministro, passibile di rielezione, che ne ha chiesto il licenziamento? O invocare la destituzione dalla carica, un Presidente del Cnr a causa di una firma in calce a una lettera di docenti al proprio Rettore ? E ancora. È lecito utilizzare la parola "ebreo" in liste di proscrizioni, come quelle che troppo frequentemente imperversano sul web, come un simbolo con cui identificare perseguitati e persecutori? Da decenni, anzi da secoli, credevo che un cognome non rappresentasse più la matrice di una identità. Ed è lecito, per manifestare il dissenso, ovviamente legittimo se civilmente espresso, nei confronti della politica di Israele, colpirne i suoi scrittori, interdicendo le loro persone e le loro opere da un luogo deputato come una fiera del libro? Spero di dovermi fermare qua, nell'elenco di queste non trascurabili sopraffazioni, purtroppo mi pare trattate un po' ovunque come peccati veniali, o vaporose insorgenze di una società assuefatta a straparlare di sé e di altri, in modo narcisistico e gesticolatorio, frettoloso e irresponsabile. Per questo mi sono permessa di anteporre questi argomenti a una "Giornata di studio" che riguarderà altro, ciascuno fra i presenti secondo le proprie specificità e priorità. A partire forse da una ridefinizione della laicità, intesa come vero e non ipocrita dialogo fra modernità e religione, anzi religioni, data la pluralità delle fedi tipiche delle nostre società postsecolari. E in nome di una società civile che ha i titoli, io credo, di esprimersi liberamente sulle cosiddette questioni sensibili. Anche al di là della tenaglia fra le ragioni dello Stato e i dogmi della Chiesa. E ricordando, come ci insegna Buber, che anche il "silenzio comunicativo" fa parte del principio dialogico che tutti vanno invocando. L'UNIVERSITÀ "La Sapienza" dedica domani una giornata di studio e discussione sullo stato attuale di diritti e princìpi che sembravano acquisiti e invece vengono duramente messi in discussione, in primis l'espressione del libero pensiero.

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Hanno voluto colpirci nella nostra identità di ebrei (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del AVI PAZNERIl portavoce di Olmert: l'attacco alla scuola rabbinica di Gerusalemme aveva un obiettivo in più che uccidere civili israeliani "Hanno voluto colpirci nella nostra identità di ebrei" di Umberto De Giovannnangeli "Chi ha armato la mano del terrorista palestinese non intendeva solo compiere una strage di civili israeliani. L'aver seminato la morte nel più importante istituto rabbinico di Gerusalemme èha anche un forte, devastante, valore simbolico: nel mirino sono gli Ebrei, la loro identità, la loro fede". A parlare è Avi Panzer, portavoce del premier israeliano Olmert. Cosa c'è dietro la strage di Gerusalemme? "C'è la volontà di distruggere ogni tentativo di dialogo tra Israele e la dirigenza moderata dei palestinesi, c'è la determinazione a scatenare una reazione durissima da parte nostra, c'è la stessa criminale irresponsabilità di chi usa la popolazione civile di Gaza come un enorme scudo umano dietro al quale tentano di nascondersi i terroristi di Hamas che da anni bersagliano quotidianamente la popolazione di Sderot, di Ashqelon, del sud di Israele e che hanno esaltato il criminale attentato di Gerusalemme". C'è chi al governo israeliano il pugno di ferro contro i palestinesi e la rottura dei rapporti con l'Anp. "La reazione emotiva è comprensibile, legittima, ma chi ha responsabilità politiche e di governo ha il dovere della lucidità. La lotta al terrorismo non si è mai fermata. Lo abbiamo dimostrato anche nei giorni scorsi, con la risposta data al lancio dei missili contro Sderot e Ashqelon. Ma interrompere il negoziato è proprio ciò che si prefiggono i mandanti del massacro di Gerusalemme e coloro che continuano a bersagliare le nostre città con i missili sparati da Gaza. Noi non cadremo nella loro trappola: continueremo a colpire i terroristi e i loro capi, e al tempo stesso porteremo avanti il dialogo con i dirigenti palestinesi moderati. L'errore sarebbe contrapporre queste due opzioni che invece sono tra loro strettamente collegate". Le speranze suscitate da Annapolis sono state spazzate via? "No, tutt'altro. È proprio la determinazione mostrata da Olmert e Abu Mazen nel perseguire la via del negoziato che ha scatenato la reazione dei terroristi e dei loro mandanti che non vanno ricercati solo a Gaza ma a Teheran e, probabilmente, a Damasco. Già prima di Annapolis eravamo consapevoli che il processo di pace non sarebbe stato un pranzo di gala, che i nemici della pace avrebbero fatto di tutto per affossare il dialogo. Semmai è un altro il limite del dopo-Annapolis".. Quale sarebbe questo limite? "La compattezza della comunità internazionale nel far fronte comune contro la minaccia dei terroristi. Il non aver compreso che occhieggiare ad Hamas avrebbe indebolito la leadership di Abu Mazen e rafforzato i gruppi estremisti palestinesi. Per quanto ci riguarda, l'unico interlocutore credibile in campo palestinese era e resta il presidente Abbas (Abu Mazen). E se gli amici europei non vogliono prestare ascolto alle nostre considerazioni, che ascoltino Abu Mazen è le sue denunce sul legame tra Hamas e Al Qaeda, sulla trasformazione di Gaza in un avamposto jihadista e questo con il sostegno attivo, politico e militare, dell'Iran. Aprire ad Hamas è un colpo mortale inferto al processo di pace". Il negoziato va avanti, ma con quali prospettive? "Quelle che sapremo costruire assieme, Israele e l'Anp di Abu Mazen. Non siamo all'anno zero, le due delegazioni stanno portando avanti con serietà un importante lavoro di ricognizione che investe tutte le questioni strategiche aperte. C'è bisogno di tempo, oltre che di volontà, per giungere ad una intesa che possa reggere ad ogni contraccolpo".

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L'autore (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-03-09 num: - pag: 23 categoria: BREVI L'autore Sta per uscire il suo nuovo romanzo, il racconto di una storia d'amore lunga mezzo secolo. Giorgio Montefoschi collabora con il Corriere della Sera. Ha anche realizzato numerosi documentari Giorgio Montefoschi è nato a Roma nel 1946. Ha scritto tredici romanzi, tra i quali "La felicità coniugale" (Rizzoli), "La casa del padre" (Bompiani), con il quale ha vinto il Premio Strega 1994, e, l'ultimo, "L'idea di perderti" (Rizzoli). televisivi in India, Israele e Africa.

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SI IMMAGINI che venga pubblicata un'edizione delle opere di Galileo con un'introduzione in (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cui si spiega che quelle pagine luminose e razionali rappresentano un rifugio mentale dalla cruda realtà delle azioni dei musulmani descritta in termini sferzanti. Nascerebbe uno scandalo enorme pari a quello suscitato dalle vignette danesi su Maometto. In Occidente molti deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico per buttarla in politica con affermazioni razziste. Se una simile impresa è impensabile, è invece possibile pubblicare un'edizione delle Opere complete di Euclide (Bompiani) con un'introduzione che abusa del classico. Nell'introduzione ripercorrere l'esercizio della ragione nella matematica greca viene definito come "un atto di resistenza al non-pensiero, alla brutalità travestita da atti umanitari, alla menzogna eretta a sistema" in un "presente atroce e bruciante" in cui "imperversano i gringos". Di fronte a un simile abuso di un'opera classica per trattare da barbari un intero popolo ("i gringos") non si è visto finora un sopracciglio alzato. Né facilmente se ne vedranno perché questa è solo una piccola ma emblematica manifestazione dell'odio di sé che dilaga in Occidente e soprattutto in Europa. È la sindrome descritta dallo storico François Furet: "uomini che detestano il regime sociale e politico in cui sono nati, odiano l'aria che respirano, mentre ne vivono e non ne hanno conosciuta un'altra". Della civiltà occidentale viene salvato solo ciò che è abbastanza lontano da poter essere sognato come un'età dell'oro in cui ragione e pace regnavano incontrastate. Nei misfatti della storia dell'Occidente vengono affogate anche conquiste ottenute a caro prezzo: libertà, garanzie, diritti delle donne, democrazia, quel bene supremo che per dirla con Natan Sharansky consiste nel poter scendere in piazza e parlare senza che nessuno ti porti via. Pare che ciò valga per noi assai poco se persino un vescovo anglicano propone di regalare spazi di sovranità alla sharia sottraendoli alle regole cui dovremmo tenere quanto all'aria; e se ascoltiamo a mani giunte la lezione di Tariq Ramadan che spiega la legittimità di boicottare una fiera letteraria, ovvero una manifestazione della libertà di espressione. Apprendiamo che il Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu, in nome della lotta contro l'"islamofobia occidentale", propone di decretare che l'offesa ai valori religiosi è razzismo. A Teheran l'alta commissaria ai diritti dell'uomo Louise Arbour ha ascoltato, coperta da un velo islamico, questo proclama d'intenti senza fiatare. Si dirà che di una simile condanna si avvarranno tutte le religioni. Ma avete mai sentito emettere da parte cristiana o ebraica una condanna a morte o soltanto una querela nei confronti di autori violentemente antireligiosi (fino all'insulto) come Richard Dawkins? È evidente chi si avvarrebbe di un simile decreto e quali sarebbero le conseguenze. Non potrebbero più essere protette persone che vivono sotto l'incubo di una condanna a morte, come Ayaan Hirsi Ali o Robert Redeker, autori di critiche nei confronti dell'islam che sono esempi di moderazione rispetto alla definizione dei cristiani come "cretini" o del Dio d'Israele come un "delinquente psicotico". Avremmo svenduto i principi della democrazia e della libertà di espressione. E non solo: in tal modo verrebbe messo un cappio al collo a centinaia di milioni di persone che cadrebbero ostaggi senza speranza dell'integralismo sotto l'egida dell'Onu. Sta alle democrazie decidere se credono ancora in se stesse e sono capaci di rifiutare il ricatto o preferiscono crogiolarsi nell'odio di sé, in una deriva verso l'autodistruzione.

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Deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico per buttarla in politica co (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di GIORGIO ISRAEL Deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico per buttarla in politica con affermazioni razziste. Se una simile impresa è impensabile, è invece possibile pubblicare un'edizione delle Opere complete di Euclide (Bompiani) preceduta da un'introduzione in cui ripercorrere l'esercizio della ragione nella matematica greca viene definito come "un atto di resistenza al non-pensiero, alla brutalità travestita da atti umanitari, alla menzogna eretta a sistema" in un "presente atroce e bruciante" in cui "imperversano i gringos". Di fronte a un simile abuso di un'opera classica per trattare da barbari un intero popolo ("i gringos") non si è visto finora un sopracciglio alzato. Né facilmente se ne vedranno perché questa è solo una piccola ma emblematica manifestazione dell'odio di sé che dilaga in Occidente e soprattutto in Europa. È la sindrome descritta dallo storico François Furet: "uomini che detestano il regime sociale e politico in cui sono nati, odiano l'aria che respirano, mentre ne vivono e non ne hanno conosciuta un'altra". Della civiltà occidentale viene salvato solo ciò che è abbastanza lontano da poter essere sognato come un'età dell'oro in cui ragione e pace regnavano incontrastate. Nei misfatti della storia dell'Occidente vengono affogate anche conquiste ottenute a caro prezzo: libertà, garanzie, diritti delle donne, democrazia, quel bene supremo che per dirla con Natan Sharansky consiste nel poter scendere in piazza e parlare senza che nessuno ti porti via. Pare che ciò valga per noi assai poco se persino un vescovo anglicano propone di regalare spazi di sovranità alla sharia sottraendoli alle regole cui dovremmo tenere quanto all'aria; e se ascoltiamo a mani giunte la lezione di Tariq Ramadan che spiega la legittimità di boicottare una fiera letteraria, ovvero una manifestazione della libertà di espressione. Apprendiamo che il Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu, in nome della lotta contro l'"islamofobia occidentale", propone di decretare che l'offesa ai valori religiosi è razzismo. A Teheran l'alta commissaria ai diritti dell'uomo Louise Arbour ha ascoltato, coperta da un velo islamico, questo proclama d'intenti senza fiatare. Si dirà che di una simile condanna si avvarranno tutte le religioni. Ma avete mai sentito emettere da parte cristiana o ebraica una condanna a morte o soltanto una querela nei confronti di autori violentemente antireligiosi (fino all'insulto) come Richard Dawkins? È evidente chi si avvarrebbe di un simile decreto e quali sarebbero le conseguenze. Non potrebbero più essere protette persone che vivono sotto l'incubo di una condanna a morte, come Ayaan Hirsi Ali o Robert Redeker, autori di critiche nei confronti dell'islam che sono esempi di moderazione rispetto alla definizione dei cristiani come "cretini" o del Dio d'Israele come un "delinquente psicotico". Avremmo svenduto i principi della democrazia e della libertà di espressione. E non solo: in tal modo verrebbe messo un cappio al collo a centinaia di milioni di persone che cadrebbero ostaggi senza speranza dell'integralismo sotto l'egida dell'Onu. Sta alle democrazie decidere se credono ancora in se stesse e sono capaci di rifiutare il ricatto o preferiscono crogiolarsi nell'odio di sé, in una deriva verso l'autodistruzione.

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<Unica via contro i terroristi> Gerusalemme, la "soluzione" del laburista Dani Yatom: un muro divida in due la città (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Unica via contro i terroristi" Gerusalemme, la "soluzione" del laburista Dani Yatom: un muro divida in due la città Francesca Marretta Gerusalemme Una città divisa. Potrebbe non essere più una metafora. Nel clima di profonda insicurezza e tensione suscitato dall'attentato al collegio rabbinico di Gerusalemme Ovest, il deputato laburista israeliano Dani Yatom, ha ieri proposto di creare una vera separazione fra Gerusalemme est e Gerusalemme ovest. Sarebbe questa, a suo avviso, l'unica misura in grado di prevenire nuovi attacchi terroristici da parte degli abitanti palestinesi della Città Santa. "Non possiamo prevenire un attacco in cui l'attentatore palestinese, come accaduto nella strage alla Yeshiva, aveva documenti israeliani che gli consentivano di muoversi liberamente sul nostro territorio" ha dichiarato Yatom, che in passato è stato capo del Mossad. "Da Gerusalemme est i terroristi palestinesi hanno la possibilità di raggiungere, senza controllo, non soltanto Gerusalemme ovest, ma qualsiasi altra città israeliana - ha aggiunto Yatom - e questo noi non dobbiamo più consentirlo". Il deputato laburista non ha spiegato come pensa di realizzare una separazione fisica della Città Santa. Con "barriere" di cemento? Con il filo spinato elettrificato? E la Città Vecchia? Una bella grana, dato che si trova proprio nel mezzo, a fare da spartiacque tra oriente e occidente. Fuori dalle mura costruite da Solimano il Magnifico, s'intende. Perché all'interno, a parte i metal detector per accedere al settore ebraico, Gerusalemme resta la culla delle tre grandi religioni monoteiste. I 250mila arabi di Gerusalemme hanno la carta d'identità blu. I palestinesi, non avendo uno Stato, non hanno passaporto. Il colore dell'Id ha un'influenza diretta su ogni aspetto della vita di un palestinese: dalla scuola o l'università in cui si può studiare, al lavoro che si può svolgere e anche su chi si può o non si può sposare. Un palestinese di Gerusalemme est non potrebbe sposare una donna di Jenin, perché neanche da moglie potrebbe, con i documenti del colore "sbagliato", vivere nella Città Santa. Se, al contrario, per sposare qualcuno a Jenin, un residente di Gerusalemme volesse trasferirsi in West Bank, perderebbe il diritto all'Id della sua città. Dalla sera dell'attentato, la West Bank è sigillata, non si oltrepassano i check-point, nemmeno nei tratti per i quali si possiede un permesso. A Gaza il problema non si pone: è impossibile uscire o entrare. E senza permesso rilasciato da Israele, possono partire sono solo i qassam. Il deputato israeliano che propone la separazione di Gerusalemme, forse non si rende conto che l'attività economica della città, soprattutto a Ovest, si regge anche sulla "manovalanza" dei palestinesi. A Gerusalemme ieri si è levato anche un appello che intende suggerire la costruzione di strade, piuttosto che muri. Dal Patriarcato Latino, che si trova in Città Vecchia tra la Porta Nuova e la Porta di Jaffa, si chiede "ai leader politici e religiosi di Israele", come al presidente palestinese Abbas, di trovare "nuove strade che portino ad una pace giusta e soddisfacente, per la Terra chiamata dall'Onnipotente ad essere Santa per il popolo ebraico e per i palestinesi". Agli israeliani i Patriarchi cristiani chiedono di "trovare una strada" che ponga fine al "circolo infernale di violenza del quale siamo tutti vittime". Ad Abbas, di "riportare all'unità il popolo palestinese", auspicando che "Dio" ispiri il Presidente palestinese a "trovare la giusta soluzione che consenta il raggiungimento di un accordo con l'autorità israeliana che fermi le violenze". 09/03/2008.

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A Gerusalemme un muro contro gli attentatori (sezione: Israele/Palestina)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

PROPOSTA CHOC "A Gerusalemme un muro contro gli attentatori" ? GERUSALEMME ? "NOI NON POSSIAMO prevenire un attentato in cui il terrorista palestinese, come accaduto nella strage al collegio rabbinico, aveva documenti israeliani che gli consentivano di muoversi liberamente". Il generale Dani Yatom, deputato laburista ed ex capo del Mossad (il servizio segreto israeliano) esprime le sue preoccupazioni e lancia una proposta choc: separare la parte est di Gerusalemme, dove vivono palestinesi con carta di identità israeliana, dalla parte occidentale della città, dove invece vivono solo israeliani. "Da Gerusalemme est i terroristi palestinesi hanno la possibilità di raggiungere, senza controllo, non soltanto Gerusalemme ovest ma qualsiasi altra città israeliana - aggiunge - e questo noi non dobbiamo più consentirlo". Nella zona orientale di Gerusalemme vivono circa 250mila palestinesi ai quali è stata concessa una carta di identità israeliana che consente loro assoluta libertà di movimento. Per i palestinesi che invece vivono a Gaza o in Cisgiordania l'accesso alle città israeliane è invece condizionato al rilascio di speciali permessi. Al momento dell'attraversamento dei valichi, gli stessi palestinesi vengono poi sottoposti a rigidi controlli per scongiurare l'ingresso di attentatori. Per evitare ingressi al di fuori dei valichi, Israele sta costruendo da alcuni anni una lunga barriera che separa il territorio israeliano da quello palestinese. - -->.

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Papa appello: stop alla violenza in Palestina (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 09-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cronaca Due forti messaggi di vita lanciati dal pontefici negli ultimi due giorni Papa appello: stop alla violenza in Palestina Oggi Benedetto XVI ribadisce il valore della vita anche per l'individuo in stato embrionale o di coma Roma, 9 marzo- Dopo l'Angelus a Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha lanciato un fortissimo appello che è suonato quasi come un'implorazione: rivolgendosi a israeliani e palestinesi il pontefice ha chiesto "In nome di Dio di lasciare le vie tortuose dell'odio e della vendetta e di percorrere responsabilmente cammini di fiducia e di pace". Il Papa ha ricordato come "la violenza e l'orrore hanno nuovamente insanguinato la Terra Santa nei giorni scorsi, alimentando una spirale di distruzione e di morte che sembra non avere fine". Ha poi spronato "le autorità israeliane e palestinesi nel loro proposito di continuare a costruire, attraverso il negoziato, un futuro pacifico e giusto per i loro popoli". Durante al funzione di stamane tenutasi al "Centro Internazionale S. Lorenzo" nei pressi del Vaticano, il pontefice ci ha tenuto a lanciare un altro forte messaggio di vita; parlando durante l'omelia Benedetto XVI ha spiegato che l'uomo appartiene, come tutto il resto del creato, alla biosfera: "Pur facendo parte del biocosmo- ha tuttavia precisato- l'uomo lo trascende; l'uomo rimane l'uomo e mantiene tutta la sua dignità, anche se è un embrione o in stato di coma". Maria Caspani.

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