HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di
|
DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza” |
|
top ARTICOLI DELL’ 8 e 9 marzo
2008 #TOP
Il
multiculturalismo senza ordine nazionale autorizza il dominio dei violenti (non
solo in Olanda) ( da "EUROPA.it"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
anni di
Israele; e c'è chi ingiuria il presidente Napolitano (un certo "Comitato
Nakba", denunciato dal solo Magdi Allam). Insomma, siamo in pieno revival
nazista-fascista-stalinista anni Trenta, quando i libri dei critici non venivano
contestati ma bruciati e gli autori assassinati (vedi Gobetti, fratelli
Rosselli e altri,
Il
Pdl è nuovo, l'apparato no e fa muro
( da "EUROPA.it"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
istituto di
cultura italiana in Israele, Alessandro Ruben della Anti Defamation League
dell'Unione delle comunità ebraiche, la presidente delle donne marocchine in
Italia Saoud Sbai, la presidente dei giovani imprenditori di Confapi Catia
Polidori, il presidente dei giovani di Confcommercio Paolo Galimberti, quello
di Confartigianato Maurizio del Tenno,
Una
risposta adeguata a Hamas ( da "EUROPA.it"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
fa ripiombare
Israele nell'incubo dei primi due anni della Intifada II, quando il ripetersi
degli attacchi ai civili aveva indotto tante madri a mandare a scuola i figli
su bus diversi, perché nel caso di esplosioni almeno uno si salvasse. Non ci
sono parole per condannare questo atto, ancora una volta diretto contro
teenager,
Israele,
il killer della porta accanto ( da "Stampa, La"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Rabbia
davanti alle otto bare dei ragazzi uccisi a Gerusalemme
( da "Stampa,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Interno
israeliano per cambiare la carta di residenza con il passaporto.
Arabi-israeliani, il cuore arabo e lo stipendio israeliano. Il tallone
d'Achille della sicurezza nazionale, ammette Yonathan Figel, guru
dell'International Policy Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, l'Olimpo
dell'antiterrorismo israeliano: "E la sfida del futuro,
"Un
muro per dividerci e poi la pace"
( da "Stampa,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
chiaramente
per vendicare la recente incursione israeliana a Gaza che ha provocato molte
vittime, è un arabo israeliano, cioè uno che viveva nella sezione araba di
Gerusalemme, con carta d'identità israeliana, con libertà di movimento anche se
non di voto. E questo è un problema che ci trasciniamo da quando Israele pensò
di complicare le cose annettendosi la parte araba di Gerusalemme".
Di
LORENZO BIANCHI UN TERRORISTA solitario? Dell'uomo che ha ucciso otto
( da "Giorno,
Il (Nazionale)" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
organizzazione
di terroristi palestinesi con passaporto israeliano nota dal 2003. Il
"gruppo del martire Imad Mugniyeh e dei martiri di Gaza" sembra una
cellula recente. Mugniyeh è il capo delle operazioni militari del "Partito
di Dio" ucciso in un misterioso attentato a Damasco il 12 febbraio. Questi
intrecci oscuri fanno sospettare scenari più ampi.
MO:
GERUSALEMME SOTTO SHOCK, OLMERT DISERTA I FUNERALI /ANSA
( da "Secolo
XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
parte di
Israele che non vuole cedere al compromesso, che nega legittimità al negoziato,
e accusa Olmert di aver concesso sin troppo ai palestinesi accettando di
sedersi al tavolo di colloqui che puntano in qualche modo a portare la pace. "I
negoziati proseguiranno, perché il terrorismo non può penalizzare quella parte
moderata del popolo palestinese che non sceglie la violenza"
Condanna
Onu, stop dalla Libia<Ricordate i morti di Gaza>
( da "Secolo
XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
palestinese
Abu Mazen a tornare al tavolo del dialogo con Israele, e ieri il portavoce
della Casa Bianca Tony Fratto ha detto: "La cosa più importante è che il
processo di pace continui e che le parti restino impegnate". Alla domanda
se la Casa Bianca non sia rimasta delusa per l'impasse all'Onu, Fratto ha
risposto che "un attacco di questa natura non merita altro che una
condanna"
Israele
blindato dopo la strage Giallo su Hamas
( da "Unita,
L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stai
consultando l'edizione del Israele blindato dopo la strage Giallo su Hamas
Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre leggevano il Talmud. Non si
sono sentite grida durante il funerale delle vittime dell'attentato di
mercoledì, non si sono viste armi. C'è solo stato un silenzio tremendo, pesante
come il piombo.
La
diplomazia del terrore ( da "Unita, L'"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Così come
insegna che il sacrosanto diritto alla sicurezza di Israele non può
sostanziarsi né trovare scorciatoie nel solo esercizio della forza. È una
constatazione oggettiva che nulla concede alla proganda del radicalismo
palestinese né vuol concedere alibi a chi sfrutta una tragedia vera - quella
della popolazione civile di Gaza - per propagandare, e praticare,
Yehoshua,
l'impossibile addio a Israele ( da "Unita, L'"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
doppiamente
tragica in cui il giovane soldato israeliano Eyal è incappato per mano di un
commilitone. E questa morte indigeribile è il motore che, a distanza di anni,
proietta i personaggi di qua e di là, due a distanza di molte ore di volo, in
Africa, gli altri in strani posti di Israele, sulla tettoia di un palazzo a
Gerusalemme o, a Tel Aviv, dentro la tromba di un ascensore.
D'Alema:
l'unica strada resta il dialogo con Hamas
( da "Unita,
L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
E a chi
spesso lo critica per le sue posizioni dure nei confronti di Israele, D'Alema
dice: "Sono critico verso durezze che non aiutano la pace e lo sono perchè
sono preoccupato per il futuro di Israele". Il vice premier usa parole
durissime per stigmatizzare il "rivoltante" attentato contro la
scuola rabbinica e sottolinea che "il conflitto in realtà non si è mai
fermato,
Hamas
benedice la strage, Cisgiordania sigillata Dolore e rabbia ai funerali delle
vittime dell'attentato di Gerusalemme. Olmert diserta per paura di critiche
( da "Unita,
L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
perchè da
anni mostra debolezza di fronte al nemico ed addirittura progetta di lacerare
la terra di Israele". Una allusione ai negoziati di pace con l'Anp in cui
vengono discussi il ritiro dalla Cisgiordania e la spartizione di Gerusalemme.
Una Gerusalemme blindata, come tutto Israele. La polizia ha decretato lo stato
di massima allerta per timore di nuovi attentati.
Israele
piange i suoi ragazzi massacrati mentre studiavano il Talmud nel collegio
rabbinico Merkaz ha-Rav ( da "Unita, L'"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stai
consultando l'edizione del Israele piange i suoi ragazzi massacrati mentre
studiavano il Talmud nel collegio rabbinico Merkaz ha-Rav.
La
diplomazia del terrore ( da "Unita, L'"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
tanto meno
imposto a Israele, ma è il vero aiuto che i veri amici di Israele possono dare
a un popolo e a uno Stato che hanno diritto ad una esistenza non più trascorsa
in trincea. Si fa l'interesse di Israele se si fa l'interesse della maggioranza
dei palestinesi che nulla ha a che spartire con i proclami jihadisti e la
pratica del terrore di una minoranza oltranzista.
Il
tempo è scaduto ( da "Unita, L'"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
israeliano li
chiama effetti collaterali. Questi effetti collaterali si contano a migliaia.
Fra la popolazione araba del medioriente l'odio per Israele cresce
esponenzialmente ad ogni bombardamento con i suoi effetti collaterali. I morti
israeliani innocenti sbranati da bombe suicide o dai proiettili omicidi si
stingono crudelmente sullo sfondo di quella che sciaguratamente è ritenuta
Rabbia
e dolore a Gerusalemme ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
era quella
parte di Israele che non vuole cedere al compromesso, che nega legittimità al
negoziato, e che accusa Olmert di aver concesso sin troppo ai palestinesi.
"I negoziati proseguiranno" hanno detto i portavoce del governo. Una
secca condanna all'attentato è giunta anche dal presidente palestinese Abu
Mazen che ha respinto con sdegno "
L'attentatore
era un "arabo blu" ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
né in Israele
senza uno speciale permesso, palestinesi clandestini rientrati a Gaza o in
Cisgiordania dopo l'accordo di Oslo del 1994 grazie ad un permesso provvisorio
israeliano, e che poi hanno deciso di restare. Palestinesi israeliani sono
quelli rimasti dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948.
Impasse
all'Onu, vacillano i piani di Bush
( da "Unione
Sarda, L' (Nazionale)" del
08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Medio Oriente
dopo aver convinto il presidente palestinese Abu Mazen a tornare al tavolo del
dialogo con Israele e, all'indomani dell'attentato a Gerusalemme, la Casa
Bianca ha ribadito l'importanza che israeliani e Palestinesi continuino lungo
la strada della pace disegnata a Annapolis. "La cosa più importante è che
il processo di pace continui", ha detto il portavoce Tony Fratto.
Medio
Oriente: dibattito a La Collina ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Il caso
iraniano e la crisi israelo - palestinese" è il tema dell'incontro che
mercoledì si terrà nella comunità "La Collina" di Serdiana (località
S'Otta). Alle 20,30 inizierà la discussione. Il dibattito coinvolgerà in prima
persona Massimo Ragnedda, docente di "Sociologia dei processi
culturali" dell'Università di Sassari e visiting research dell'
Dai
village people a obama mix di culture in scena - cecilia cirinei
( da "Repubblica,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
che separano
la Palestina da Israele, realizzata all'interno dell'Antico Mercato del Pesce
degli Ebrei al Circo Massimo in via di San Teodoro. Tanti significati nei
significati che offrono diverse chiavi di lettura per questa nuova
installazione-performance scritta e diretta da Curi e interpretata, in una
serie di quadri viventi,
Quadri
rubatisi cercanoi proprietari ( da "Secolo XIX, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
giugno al
Museo di Israele i dipinti razziati dai nazisti in Francia durante la guerra
08/03/2008 GERUSALEMME. "In cerca dei proprietari"è il titolo di una
grande esposizione di opere d arte razziate in Francia dai nazisti, in corso
fino al 3 giugno al Museo di Israele accanto a un'altra di "opere
orfane", delle quali cioè non si ha assolutamente traccia della loro
provenienza.
Gli
altri Abu Assad vive in Israele Sì, lavoro per gli occupanti, allora? Il
castigo arriva anche per gli ebrei
( da "Stampa,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Gli altri Abu
Assad vive in Israele "Sì, lavoro per gli occupanti, allora? Il castigo
arriva anche per gli ebrei".
[FIRMA]FRANCESCA
PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME La biblioteca della yeshiva Merkaz Harav
& ( da "Stampa, La"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Interno
israeliano per cambiare la carta di residenza con il passaporto.
Arabi-israeliani, il cuore arabo e lo stipendio israeliano. Il tallone
d'Achille della sicurezza nazionale, ammette Yonathan Figel, guru
dell'International Policy Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, l'Olimpo
dell'antiterrorismo israeliano: "E la sfida del futuro,
Tra
maestri e giovani ecco il festival 2008 - roberto incerti fulvio paloscia
( da "Repubblica,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Galili Dance
dell'israelo-olandese Itzik Galili. All'Alcatraz, va in porto il progetto dei
quattro cantieri teatrali, produzioni in prima assoluta di giovani gruppi
selezionati tra 150 che hanno risposto a un bando nazionale: Nanou da Ravenna,
Habillè d'eau di Roma, Città di Ebla di Forlì, Teatro sotterraneo di Firenze.
Re
elvis, il tir e l'uccellino attenta a quei tre, difesa rossoblù - christian
giordano ( da "Repubblica, La"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Arrivato nel
1999 al Bari dal Palestino di Manuel Pellegrini (ora guru al Villarreal),
Valdès approda alla Fiorentina nel 2004. Dopo l'unico gol, al Chievo, a gennaio
è a Lecce come contropartita nell'affare Bojinov. Una storia agrodolce con
possibile lieto fine. Per tutti.
Israele,
la rabbia e il terrore "così divamperà la guerra" - alberto stabile
( da "Repubblica,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele, la
rabbia e il terrore "Così divamperà la guerra" Ai funerali degli
studenti il rabbino attacca il governo In migliaia nella strada tappezzata da
manifesti per "i santi eroi dal gentile animo" Degli otto uccisi
cinque avevano meno di 18 anni, uno appena 15 ALBERTO STABILE dal nostro
corrispondente GERUSALEMME - La porta a vetri blindata della biblioteca è tutta
sforacchiata
D'alema:
"trattare con haniyeh" fini: "niente negoziati con i
terroristi" ( da "Repubblica, La"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
non riconosce
il diritto di Israele ad esistere e deve essere considerata un'organizzazione
terroristica". Per Fini "Israele ha il diritto di difendersi quando
individua aree o covi di terroristi e ha il diritto di intervenire. è vero che
ciò può comportare anche delle vittime civili, ma è vero, purtroppo, che spesso
i terroristi si fanno scudo degli stessi civili"
E
sulla casa dell'assassino sventola la bandiera di hamas
( da "Repubblica,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
possono
muoversi su tutto il territorio israeliano. Come ai quasi tutti 253 mila
palestinesi della città santa, anche ad Alaa Dhein era stato accordato lo
status di "residente permanente" di Gerusalemme che, oltre a
comportare la possibilità di godere di quasi tutti i sussidi e le misure di
protezione sociale, come per esempio, l'assistenza sanitaria e l'indennità di
disoccupazione,
Il
futuro oscuro di due popoli ( da "Manifesto, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
israeliano è
riuscito a smembrare l'unità della Palestina mentre i palestinesi non hanno una
reale strategia politica. La tattica israeliana rivela anche i disastrosi
effetti del cancro annessionista e bellicista del governo israeliano: solo la
forza è un elemento chiaro, brutale, decisivo e definito di un'élite politica
miope che continua a negare la realtà e a costruire un futuro
Israele,
la Libia ferma l'Onu ( da "Manifesto, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
approvazione
di risoluzioni contro Israele. L'ingresso in campo di Hamas, nemico accanito di
Israele, tuttavia non dirada la nebbia che avvolge la figura dell'attentatore,
Alaa Abu Dheim, 25 anni, di Jabal Mukabber, alla periferia sud di Gerusalemme.
Nel sobborgo palestinese non sanno spiegarsi il suo atto contro il collegio rabbinico.
Alle
radici dell'odio, Città santa e occupata
( da "Manifesto,
Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Est è stato
dato dai
D'Alema
( da "Manifesto,
Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Così il
ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha parlato della crisi
israelo-palestinese al programma della Rai "TV 7". "Bisogna
cercare di fermare questa spirale di violenza ma non è facile", ha
aggiunto il vicepremier condannando con forza l'attentato alla scuola
rabbinica.
L'ATTENTATO
alla scuola rabbinica di Gerusalemme ha in sé un duplice segnale, di uno s
( da "Messaggero,
Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
terroristi e
non più soltanto di milizie da parte palestinese contro Israele, e di un
attacco alla religione che, anche se non da tutti professata, è pur sempre il
dato storicamente più significativo dell'identità del popolo ebraico. Quanto
questo sia intenzionale nella strategia di Hamas o risponda alla logica
dell'azione-reazione, in quel tormentato teatro di conflitto senza fine,
GERUSALEMME
Le otto bare dei giovani seminaristi ebrei, avvolte nel loro
"talled", il dra ( da "Messaggero, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
"Tutto
il popolo di Israele è a lutto" ha detto il rabbino capo (sefardita)
Shlomo Amar nell'elogio funebre degli otto seminaristi "Adesso è
necessario che le divisioni passate siano messe da parte e che tutti gli ebrei
moltiplichino le energie per dedicarsi allo studio della Bibbia.
Odio
e dolore, lacrime e vendetta. Dallo strazio di parenti, amici e fedeli, in
migliaia ai fune ( da "Messaggero, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
terrorismo
tra Israele e Libia. Israele, proprio nella giornata del suo lutto, ha
confermato la volontà di continuare nelle trattative di pace. E il vicepremier
israeliano Haim Ramon, ieri alla Canale 2 della tv, ha detto che la strage di
giovedì sera dimostrerebbe la necessità di lasciare Gerusalemme est oltre il
muro che Israele sta costruendo lungo il confine con la Cisgiordania.
All'indomani
dell'attentato nel seminario ebraico di Gerusalemme, c'è un con
( da "Messaggero,
Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Abbas e il
premier israeliano Olmert, dovrebbero annunciare subito che il trattato che
stanno negoziando avrà effetto soltanto "se ratificato da un referendum, e
di specificare che Israele riconoscerà qualunque governo dello stato di
Palestina democraticamente eletto se quel governo accetterà il trattato
approvato dal referendum come legge internazionale vincolante"
Le
voci di ebrei e palestinesi dopo la strage alla scuola rabbinica
( da "Liberazione"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
massacrati
perché incarnavano il simbolo di Eretz Israel, e ai morti di Gaza, vendicati
col loro sangue. "Morte agli arabi!" gridava giovedì sera l folla
rabbiosa accorsa alla Yeshiva di Mercav Harav, imbrattata del sangue degli otto
seminaristi uccisi e dei nove rimasti feriti per mano di Ala Abu Dheim,
palestinese di 25 anni, arrivato per compiere la strage dell'altra parte della
città.
Olmert
rifiuta di bloccare il negoziato Ora Israele ha paura e teme la terza Intifada.
La rabbia dei religiosi ( da "Liberazione"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
governi di
Israele che hanno mostrato debolezza e hanno assistito al nemico che si
armava", hanno detto i rabbini di Yesha. E nell'elegia funebre, il rabbino
capo dell'antica istituzione, Yàakov Shapira, ha detto che il terrorista ha
colpito "tutti coloro che vivono nella Città Santa" e ha denunciato
la leggerezza con cui il governo ha ceduto il territorio della Striscia di
Gaza.
Quando
questa alternanza di buoni e cattivi comportamenti è imputabile a gruppi
dirigen ( da "Messaggero, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Occorrerebbe
disinnescare il detonatore della motivazione religiosa, scongiurando il
conflitto di civiltà. Restituire al realismo politico le ragioni del contendere
dovrebbe essere l'esortazione di ogni consapevole popolo del resto del mondo
rivolta con spirito di fraternità ai fratelli di Israele e Palestina.
<Il
popolo di Israele è in lutto ( da "Liberazione"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
"Il
popolo di Israele è in lutto "Il popolo di Israele è in lutto. Da oggi
occorre mettere da parte ogni divisione. Tutti gli ebrei devono dedicarsi allo
studio della Bibbia. E la nostra sola speranza". Sono state le parole
pronunciate dal rabbino capo sefardita Shlomo Amar durante l'elogio funebre.
Il
Golfo di Napoli è un quadro stupendo, ma per il mio gusto,
( da "Messaggero,
Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele
Gideon Meir, arrivato con la moglie Amira, Bruno Vespa e Anna Fendi. Mara
Venier arriva presto, raggiante e bella come sempre: "Poter vedere per
primi una mostra di questa importanza lo considero sempre un privilegio, per
questo ho accettato subito" e così Mara si è soffermata davanti a molte
delle opere nel percorso che poi portava sulla terrazza dove era allestito un
gazebo
A
sinistra, l'ambasciatore di Israele Gideon Meir con la moglie Amira e, qui
accanto l ( da "Messaggero, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
A sinistra,
l'ambasciatore di Israele Gideon Meir con la moglie Amira e, qui accanto
l'attrice Benedetta Valanzano (Foto di Rino Barillari).
In
piazza San Marco per il cessate il fuoco Giusta pace in Palestina Una
fiaccolata in piazza contro l'accordo militare
( da "Liberazione"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
esercito
israeliano rase al suolo il campo profughi di Jenin per fermare la seconda
intifada in Palestina. Il vice ministro della difesa israeliano, Matan Vilnai,
ha parlato chiaramente di shoah a Gaza - dice Jihad, dell'associazione Wael
Zuaiter - È una cosa inaccettabile a livello di diritto internazionale, come è inaccettabile
che il consiglio dell'
Israele
Dopo la strage ( da "Corriere della Sera"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 5
categoria: BREVI Israele Dopo la strage \\ Bush: Vedere gente che celebra a
Gaza e altrove è molto ripugnante Brown: è chiaramente un tentativo di colpire
il processo di pace #.
La
Libia blocca la condanna della strage a Gerusalemme
( da "Corriere
della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-08 num: - pag: 1
autore: di GUIDO OLIMPIO categoria: REDAZIONALE Dopo l'attacco terroristico La
Libia blocca la condanna della strage a Gerusalemme PAGG. 5e 6 Caretto e
Frattini L'ONU E ISRAELE.
<Mi
fa orrore la gioia di Gaza Persa la percezione dell'umano>
( da "Corriere
della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
esercito
israeliano non aiuta a essere accettati dalla società o a migliorare le
condizioni economiche. Io sono un israeliano temporaneo fino a quando il
governo e la gente non deciderà che appartengo veramente a questo posto".
Davide Frattini Bandiera La bandiera di Hamas esposta sulla casa
dell'attentatore palestinese.
L'ombra
di Hamas sui funerali degli studenti
( da "Corriere
della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Lo Shin Bet
israeliano è preoccupato dal colore della carta d'identità che Ala Hisham
portava in tasca, quando è stato ucciso nell'assalto. Il blu contraddistingue i
documenti dei palestinesi che vivono a Gerusalemme Est e non hanno restrizioni
di movimento in Israele.
All'Onu
il veto della Libia ( da "Corriere della Sera"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
L'israeliano
Gillerman: "Il Consiglio di sicurezza è infiltrato da terroristi"
WASHINGTON - Prima hanno preso per buone le promesse della Libia sulla rinuncia
alle armi di distruzione di massa. Poi hanno stabilito che aveva rotto
qualsiasi rapporto con il terrorismo.
La
scheda ( da "Corriere della Sera"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
inizio divise
Condanna I 15 Paesi membri hanno discusso un testo proposto dagli Stati Uniti
che condannava senza riserve come "atto terroristico" l'attentato che
ha provocato 8 morti tra gli studenti israeliani Opposizione La Libia, membro
non permanente e unico del mondo arabo, si è opposta chiedendo di citare anche
l'attacco israeliano a Gaza.
<Gli
arabi non sono cambiati Così è fallito il piano Bush>
( da "Corriere
della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
ma non ha
cambiato posizione su Israele. Questo è stato uno dei limiti dell'operato di
Bush: non ha saputo mettere i Paesi arabi amici o ex nemici con le spalle al
muro. Peggio, ha sprecato i successi compiuti dal predecessore Clinton, pur di
non riconoscergli meriti". Israele è anche minacciato da Hezbollah in
Libano.
Notizie
in 2 minuti ( da "Corriere della Sera"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele, no
della Libia All'Onu la Libia avrebbe bloccato un testo di condanna
dell'attentato di Gerusalemme, dove sono stati uccisi 8 studenti di una
yeshiva. Ieri i funerali delle vittime. Una rivendicazione della strage
all'agenzia Reuters fatta da Hamas è stata ritrattata dopo poche ore.
Terza
intifada 1 sinistra <sionista>
( da "Riformista,
Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
partito alla
ratifica di un trattato di collaborazione con Israele sui sistemi satellitari
civili. E tutta la sinistra radicale ha votato contro. Aver rotto con
quell'area è la miglior garanzia per gli amici di Israele". Per parte sua,
Colombo ha qualche rimpianto: "Se mi si chiede se c'è il rischio di una
deriva anti-israeliana nel Pd mi basta pensare a Veltroni per rispondere di no.
Presagi
dopo la strage a gerusalemme ( da "Riformista, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
facendo
scattare in Israele l'allarme sulla possibile apertura di un "secondo
fronte". Ma l'obiettivo scelto e il profilo dell'attentatore ci
costringono a spostare lo sguardo da Gaza per appuntarlo sulla Cisgiordania. E
a considerare l'attacco di giovedì come il possibile preludio di una terza
intifada.
Terza
intifada 2 il capo della comunità ebraica romana
( da "Riformista,
Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
In Israele,
più che altrove, le scuole sono frequentate da allievi assai diversi l'uno
dall'altro e non necessariamente destinati a diventare rabbini. Lo studio è
quotidiano e costante. Secondo lo schema tradizionale, si costituiscono coppie
di studenti, di cui uno con un migliore livello di formazione, che studiano per
l'intera giornata seguiti da un tutore.
Un
primo colpo per vendicare Imad ( da "Tempo, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele. Ma
l'attacco doveva essere anche una punizione per i palestinesi moderati che
trattano con il "nemico sionista". Non per accusa semplicemente
ideologica ma proprio per vendicare la morte del loro capo militare. Infatti il
servizio di intelligence Hezbollah, particolarmente efficiente al punto di
essere riuscito a infiltrare persino il Mossad così da mettere a segno il
successo
È
il presidente dell'associazione interparlamentare Amici
( da "Tempo,
Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Forse
qualcuno non ha ritenuto che ci fosse il bisogno di uno o più interlocutori in
Aula per mantenere i rapporti con Israele". Ma perché lei è stato escluso
dalle liste? "Le dico la verità, il conflitto con Massimo D'Alema sul tema
Israele è il motivo della mia esclusione". E intanto il Pdl candida Fiamma
Nirenstein e Alessandro Ruben della Comunità ebraica.
Fini:
Con Hamas non si tratta ( da "Tempo, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Se non riconosce
il diritto di Israele a esistere deve essere considerata come un'organizzazione
terroristica". L'ex ministro degli Esteri replica a Massimo D'Alema, il
quale si augurava che la volontà di dialogo non fosse cancellata e il percorso
fosse portato avanti anche con Hamas.
Gerusalemme,
nove morti ( da "Tempo, Il"
del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
L'attribuzione
ad Israele dell'uccisione fatta da Hezbollah è stata negata da Tel Aviv che ha
smentito qualsiasi implicazione nell'episodio. Il 14 febbraio il segretario
generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha dichiarato una "guerra
aperta" a Israele.
Arresti
e raid aereo: così Gerusalemme reagisce alla strage nella scuola rabbinica
( da "Padania,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Zalmay
Khalilzad, ha indicato nella Libia il Paese che ha di fatto bloccato l
approvazione di una dichiarazione, e la stessa accusa è stata mossa alla Libia
da Israele. L ambasciatore israeliano Dan Gillerman ha dichiarato che il
"Consiglio di Sicurezza è infiltrato da terroristi". [Data
pubblicazione: 08/03/2008].
Bresciani:
<In Lombardia una sanità che crea sviluppo e ricchezza>
( da "Padania,
La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
alleanza con
Israele. In queste Regioni l'industria, collegata con le Università, potrà
sviluppare la ricerca e accedere a finanziamenti europei. All'altra area fanno
capo invece il Centroamerica, l'Argentina e l'Uruguay, che ci chiedono di
trasferire nei loro Paesi le tecnologie e l'organizzazione sanitaria che
Regione Lombardia e i suoi alleati sanno mettere in campo.
L'incubo
della terza intifada ( da "EUROPA.it"
del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele
", ma ciò avverrebbe solo dopo una ulteriore escalation di lanci di razzi
e di tentativi di attentati all'interno del territorio israeliano. Il premier
Olmert e il ministro della difesa Barak hanno soluzioni divergenti. Barak da
tempo insiste che bisogna invadere Gaza per smantellare Hamas poiché convinto
che solo risolvendo alla radice il problema Israele potrà mettere fine
<Un
errore aver isolato Hamas. È bene che ora Washington ci ripensi>
( da "EUROPA.it"
del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
obiettivo era
forzare Hamas ad accettare le condizioni poste da Israele (rinuncia alla
violenza, riconoscimento dello stato israeliano, accettazione dei trattatiu
precedenti) oppure allontanarlo dal potere nella striscia di Gaza". Questo
piano però non sembra aver funzionato. No, infatti. Anche il vertice di di
Annapolis, il cui primo obiettivo era far ripartire i colloqui di pace,
Ahmadinejad
visita l'Iraq tra le polemiche ( da "EUROPA.it"
del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
prendendo le
difese dei musulmani oppressi in Iraq e in Palestina". "Gli
statunitensi hanno cercato in tutti i modi di dimostrare che l'Iran era
all'origine delle violenze in Iraq", osserva il conservatore Jam-e-Jam,
"ma la calorosa accoglienza riservata dalle autorità di Bagdad ad
Ahmadinejad è la prova che hanno fallito nel loro intento".
L'incontro
- mario serenellini ( da "Repubblica, La"
del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Disengagement
dell'israeliano Amos Gitai, dov'è un'ebrea cresciuta in Europa che finisce
nell'inferno di Gaza. Da settimane, i media francesi, da Télérama a Arte, da
Psychologies ai Cahiers du cinéma, da L'Express a Questions de Femmes, fino ai
quotidiani gratuiti distribuiti nei metrò, sono una festa di foto e
d'interviste.
Libertà
vo cercando in quest'era di lumi spenti
( da "Unita,
L'" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
confronti
della politica di Israele, colpirne i suoi scrittori, interdicendo le loro
persone e le loro opere da un luogo deputato come una fiera del libro? Spero di
dovermi fermare qua, nell'elenco di queste non trascurabili sopraffazioni,
purtroppo mi pare trattate un po ovunque come peccati veniali, o vaporose
insorgenze di una società assuefatta a straparlare di sé e di altri,
Hanno
voluto colpirci nella nostra identità di ebrei
( da "Unita,
L'" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
israeliano
Olmert. Cosa c'è dietro la strage di Gerusalemme? "C'è la volontà di
distruggere ogni tentativo di dialogo tra Israele e la dirigenza moderata dei
palestinesi, c'è la determinazione a scatenare una reazione durissima da parte
nostra, c'è la stessa criminale irresponsabilità di chi usa la popolazione
civile di Gaza come un enorme scudo umano dietro al quale tentano di
nascondersi
L'autore
( da "Corriere
della Sera" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Ha anche
realizzato numerosi documentari Giorgio Montefoschi è nato a Roma nel
SI
IMMAGINI che venga pubblicata un'edizione delle opere di Galileo con
un'introduzione in ( da "Messaggero, Il"
del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
sono esempi
di moderazione rispetto alla definizione dei cristiani come "cretini"
o del Dio d'Israele come un "delinquente psicotico". Avremmo svenduto
i principi della democrazia e della libertà di espressione. E non solo: in tal
modo verrebbe messo un cappio al collo a centinaia di milioni di persone che
cadrebbero ostaggi senza speranza dell'integralismo sotto l'egida dell'Onu.
Deplorerebbero
giustamente la strumentalizzazione di un classico per buttarla in politica co
( da "Messaggero,
Il" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Di GIORGIO
ISRAEL Deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico per
buttarla in politica con affermazioni razziste. Se una simile impresa è
impensabile, è invece possibile pubblicare un'edizione delle Opere complete di
Euclide (Bompiani) preceduta da un'introduzione in cui ripercorrere l'esercizio
della ragione nella matematica greca viene definito come "
<Unica
via contro i terroristi> Gerusalemme, la "soluzione" del laburista
Dani Yatom: un muro divida in due la città
( da "Liberazione"
del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
E senza
permesso rilasciato da Israele, possono partire sono solo i qassam. Il deputato
israeliano che propone la separazione di Gerusalemme, forse non si rende conto
che l'attività economica della città, soprattutto a Ovest, si regge anche sulla
"manovalanza" dei palestinesi.
A
Gerusalemme un muro contro gli attentatori
( da "Resto
del Carlino, Il (Nazionale)" del
09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Al momento
dell'attraversamento dei valichi, gli stessi palestinesi vengono poi sottoposti
a rigidi controlli per scongiurare l'ingresso di attentatori. Per evitare
ingressi al di fuori dei valichi, Israele sta costruendo da alcuni anni una
lunga barriera che separa il territorio israeliano da quello palestinese. -
-->.
Papa
appello: stop alla violenza in Palestina
( da "Voce
d'Italia, La" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
alla violenza
in Palestina Oggi Benedetto XVI ribadisce il valore della vita anche per
l'individuo in stato embrionale o di coma Roma, 9 marzo- Dopo l'Angelus a
Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha lanciato un fortissimo appello che è
suonato quasi come un'implorazione: rivolgendosi a israeliani e palestinesi il
pontefice ha chiesto "In nome di Dio di lasciare le vie tortuose dell'
( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
FEDERICO ORLANDO
Cara Europa, leggo che un parlamentare olandese "populista" o
"antislamico", secondo le definizioni di stampa, starebbe per mandare
in tv un suo cortometraggio sul Corano, che ha già fatto suonare negli
accampamenti islamici, non solo olandesi, il corno di guerra (santa,
naturalmente). Avremo il bis di van Gogh, il regista ucciso dai fanatici di
Allah? O ci piegheremo facendo il bis, sempre in Olanda, della collaboratrice
di van Gogh, l'oriunda somala e deputata del Paesi Bassi, cui è stato tolto il
passaporto, che invece le darà la laica Francia della Rivoluzione? E noi con
chi stiamo? VINICIO BALDI, AOSTA Caro Baldi, sapere con chi sta l'Italia è
stato sempre un punto interrogativo, anche per le diplomazie del ventesimo
secolo. Posso ? se s'accontenta ? dirle tutt'al più con chi sto io, visto che
questa "risposta al lettore" è una rubrica ad personam, rifugio di
tutti i vecchi "anarchici" del giornalismo. Io sto decisamente con la
Francia, la Francia bisecolare laica e rivoluzionaria, che ci ha dato la
libertà moderna: purtroppo non bene imitata da paesi come l'Olanda che dalla
laicità francese hanno assorbito solo l'assoluta libertà per tutti di vivere
secondo le proprie preferenze, credenze, costumi; ma hanno ignorato l'altra
faccia, che della laicità fa tutt'uno con lo "spirito repubblicano"
moderno, e cioè l'ordine nazionale, la cornice della assoluta eguaglianza e
dell'assoluta tolleranza per gli altri, entro le quali soltanto ciascuno vive
liberamente la propria cultura. A queste condizioni, garantite in ultima
istanza dal codice penale, c'è il multiculturalismo. In Olanda non l'hanno
capito e, abituati come sono a lavorare felicemente sull'acqua per farne terra
fertile, hanno creduto di consentire alle palafitte delle culture immigrate di
fissarsi nel tessuto del paese: senza preoccuparsi delle compatibilità con le
altre palafitte (apprendo da un articolo di Lorenzo Cremonesi che in olandese
si chiamano zuilien, cioè pilastri). Prima o dopo, il pilastro del fanatismo
monoteistico e nazionalistico degli islamici si è dimostrato incompatibile con
gli altri pilastri: alle altrui manifestazioni di libertà (che consistono anche
in libri, film, vignette irridenti) si replica talvolta col pugnale degli
sgozzatori, secondo il costume di alcuni islamici, anziché con altri libri,
altri film, altre vignette. C'è gente che non va a Torino, non va a Parigi al
Salone del libro, perché dedicato ai sessant'anni di Israele; e c'è chi ingiuria il
presidente Napolitano (un certo "Comitato Nakba", denunciato dal solo
Magdi Allam). Insomma, siamo in pieno revival nazista-fascista-stalinista anni
Trenta, quando i libri dei critici non venivano contestati ma bruciati e gli
autori assassinati (vedi Gobetti, fratelli Rosselli e altri, per restare
in Italia). Il fallimento del multiculturalismo nordico, spintosi fino ad
attribuire all'attivista Tariq Ramadan una cattedra all'università di
Rotterdam, è irreversibile. A Parigi prima di accedere a una cattedra Ramadan
avrebbe dovuto fare l'esame del sangue, per dimostrare che la sua diversità
culturale non si ripromette di negare agli altri le libertà che rivendica per
se stessi. È l'eterno duello tra laicismo e integralismo. (Senza trascurare il
nostro personale fastidio per certa gratuità polemica o satirica, che nelle
società evolute muore di ridicolo ma nelle società fanatizzate provoca
incendi).
( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
CENTRODESTRA La
burocrazia di FI resiste agli "esterni". An invece schiera anche il
parà medaglia d'oro Il Pdl è nuovo, l'apparato no e fa muro FRANCESCO LO SARDO
Dalla Tosinvest degli Angelucci silenzio stampa: "Non abbiamo nulla da
dichiarare". Non un fiato sulle voci di candidatura nel Pdl, dietro spinta
di An, di Antonio detto Tonino, capostipite della famiglia romana con interessi
nella sanità, nell'immobiliare e nell'editoria (Libero e Riformista). Tra gli
azzurri conferme, invece, per Antonio D'Amato, ex presidente di Confindustria e
per Daniele Toto, figlio di un fratello di Carlo: il quarantenne nipote del patron
di Airone, imprenditore a Chieti, vicino a Forza Italia, sarà in lista in
Abruzzo. Poi Barbara Contini, già governatore a Nassirya, lo stilista Santo
Versace, il sindacalista di polizia Filippo Saltamartini, forse anche il
prefetto antiracket Raffaele Lauro. Sul fronte forzista di "esterno"
all'apparato non s'intravede molto altro. Anche perché ieri sera, quando la
maratona sulle liste elettorali del Pdl era appena cominciata e Europa andava
in tipografia, il misterioso elenco di venti nomi buttato giù personalmente dal
Cavaliere che alimenta ogni sorta di stravaganti illazioni era ancora top
secret: la più verosimile è quella sull'ex generale delle Fiamme gialle Roberto
Speciale, cui Berlusconi avrebbe proposto la candidatura abbinata a un incarico
"speciale" al governo, in caso di vittoria elettorale. A ora di
pranzo, intanto, Berlusconi ha sistemato la pratica di Gianfranco Rotondi: i
quattro parlamentari uscenti della mini-dc saranno ricandidati nelle liste del
Pdl. I notabili di Forza Italia chiudono la partita delle liste alla meno
peggio: strappando la quota del leone nel braccio di ferro con An, buttando giù
qualche amaro boccone come la Brambilla testa di lista a Milano dopo Berlusconi
e Fini e, in generale, all'insegna della filosofia "stavolta si
vince". Perciò la priorità assoluta è stata inzeppare le liste dei soliti
noti: in vista dell'assalto ai posti di governo e dell'indotto, senza troppi
esterni e fiori all'occhiello tra i piedi. Raccontano che mai come stavolta,
nella stesura delle liste del Pdl, Berlusconi si sia trovato di fronte a una
pressione tanto forte e ad una resistenza alle new entries da parte della
burocrazia di partito. Qualche operazione s'è fatta: ma poco o nulla in
rapporto ai numeri e alla potenza di FI e senza grossa convinzione, ma per
ossequio al volere del Capo e con l'atteggiamento di chi deve mandar giù una
medicina. Diversa, in questa circostanza, è stata l'impostazione di An. Con una
totale inversione dei ruoli, il più tradizionale "partito pesante" di
Fini ha scavalcato l'apparentemente più moderno "partito leggero" di
Berlusconi. Oggi, per dirne una, dalla sua Caserta arriva a Roma per firmare la
candidature nelle liste del Pdl il capitano Gianfranco Paglia. Trentotto anni,
paracadutista del 183mo Nembo, medaglia d'oro al valor militare, Paglia fu tra
i protagonisti della battaglia del check-point Pasta a Mogadiscio contro i
miliziani somali di Aidid il 2 luglio del 1993: gli italiani lasciarono sul
terreno tre morti, l'allora sottotenente Paglia fu gravemente ferito ed è
rimasto paralizzato. Fini ha contattato anche l'attore Luca Barbareschi, la
giornalista Fiamma Nirenstein, già direttore dell'istituto
di cultura italiana in Israele, Alessandro Ruben della Anti Defamation League dell'Unione delle
comunità ebraiche, la presidente delle donne marocchine in Italia Saoud Sbai,
la presidente dei giovani imprenditori di Confapi Catia Polidori, il presidente
dei giovani di Confcommercio Paolo Galimberti, quello di Confartigianato
Maurizio del Tenno, l'ex direttore generale dell'Inail Maurizio Castro,
del centro studi Marco Biagi. Non ci sarà Gustavo Selva: condannato ieri a sei
mesi per truffa e interruzione di pubblico servizio: si fece accompagnare da
un'ambulanza alla sede della tv La7 per evitare il traffico.
( da "EUROPA.it" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
JANIKI CINGOLI Ciò
che si temeva è accaduto. L'attentato alla Yeshivà, la scuola rabbinica di
Kiriat Moshè, nel cuore di Gerusalemme Ovest, fa ripiombare
Israele nell'incubo dei
primi due anni della Intifada II, quando il ripetersi degli attacchi ai civili
aveva indotto tante madri a mandare a scuola i figli su bus diversi, perché nel
caso di esplosioni almeno uno si salvasse. Non ci sono parole per condannare
questo atto, ancora una volta diretto contro teenager, giovani ragazzi
immersi nello studio della Bibbia. L'obiettivo dell'attacco riveste in questo
caso un valore altamente simbolico: una scuola biblica è a tutti gli effetti un
elem e n t o espressivo dell'identità ebraica, e non solo israeliana, ed è
proprio questo che gli attentatori volevano colpire. È evidente che questi
attacchi, rivolti contro esseri indifesi, sono intollerabili per il consesso
civile, e non dovrebbero avere niente a che spartire con la lotta per la
liberazione di un popolo. I mandanti andranno certamente ricercati e puniti, e
nessuna solidarietà o tentativi di giustificazione nei loro confronti potranno
essere ammessi o accettati. Non si sa se Hamas sia o no implicata
nell'attentato, ma certo ne ha gioito, festeggiandolo per le strade di Gaza:
l'iniziale rivendicazione ad opera di un suo portavoce è stata successivamente
ritrattata. Ma è oramai chiaro che, accanto ai razzi Qassam e ai nuovi Grad di
gittata più lunga, ritorna ancora l'altra minaccia, quella dei killer mandati a
morire, anche se questa volta non si è trattato di martiri imbottiti di cinture
esplosive. Questa è tuttavia la sfida di fronte a cui Israele
si ritrova a far fronte, una sfida contro cui la pura forza militare non basta,
come già dovette sperimentare Sharon dopo il suo ritorno al potere nel gennaio
2001. Come non basta il muro: i due attentatori provenivano da Gerusalemme Est,
e disponevano di carta di identità israeliana. È evidente che l'apparato
clandestino palestinese, pur duramente colpito dai servizi israeliani in questi
anni dopo lo scoppio della intifada, è ancora vivo e operativo anche in
Cisgiordania, e in grado di programmare iniziative sanguinose come questa, la
più grave negli ultimi due anni. Le scelte di Olmert non sono certo semplici:
certo, una reazione ci sarà, il giro di vite contro le organizzazioni militari
palestinesi si farà ancora più ci si era impegnati a fare ad Annapolis, nella
rimozione dei blocchi stradali, o dei cosiddetti avamposti illegali, spesso appartenenti
proprio a quei nazionalisti religiosi colpiti dall'attacco dell'altro giorno.
Eppure, mai come ora pare necessario al governo israeliano mantenere il suo
sangue freddo: avvitarsi in una escalation di reazioni a catena rischierebbe di
portarlo in un vicolo cieco, senza soluzione. La risposta militare non può
prescindere da quella politica, e questa non può non tener conto del fatto che
ciò che gli attentatori vogliono colpire è esattamente quel processo di pace
che si dibatte sempre più esangue, senza riuscire a affermarsi. D'altronde, lo
scenario dello scontro è unico, e ciò che avviene a Gerusalemme, con il sangue
innocente che viene sparso, è collegato a ciò che avviene al di qua e al di là
della frontiera di Gaza, con i razzi che cadono sulle città israeliane e con
gli attacchi mirati israeliani sempre più intensi e sempre più coinvolgenti la
popolazione civile. La pace non può essere raggiunta a pezzi. Il negoziato sul
Final status non può prescindere dalla concreta situazione sul terreno. Essa va
spinta avanti, lungo le direttive che erano già state indicate da Clinton alla
fine del 2000 e poi precisate nel modello di accordo di Ginevra, vincendo
resistenze e boicottaggi incrociati. Ma accanto e non contro questo processo
negoziale va condotta una trattativa per giungere alla tregua con Hamas, e al
collegato scambio di prigionieri che includa la liberazione del caporale
Shalit, utilizzando in particolare la mediazione egiziana già in campo; e va
favorita, anziché osteggiata, la ricomposizione interna palestinese: il ritorno
agli accordi della Mecca, se possibile con una più chiara accettazione del
Piano arabo di pace anche da parte della organizzazione islamica, e la
ricomposizione di un governo di unità nazionale, garantendo già da oggi ad
Hamas che in questo quadro non verrebbe rinnovato il boicottaggio nei suoi
confronti. Solo questa scelta può garantire che Hamas non si metta di traverso
ai negoziati, facendoli saltare come ha già dimostrato di poter fare. La scelta
opposta, quella di una escalation a tutto campo che includa anche la
rioccupazione di Gaza, sarebbe in prospettiva perdente, e a medio periodo
potrebbe portare alla affermazione di Hamas anche in Cisgiordania, dove la
autorità di Abu Mazen si rivela sempre più evanescente.
( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Paci E UN'INTERVISTA
DI Galvano AD Avraham Yehoshua ALLE PAG. 12 E 13 La strage nella scuola
rabbinica a Gerusalemme spacca ancora più in due una città già divisa.
( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
[FIRMA]FRANCESCA
PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME La biblioteca della yeshiva Merkaz Harav è
ferma a giovedì notte, il tavolo ingombro di libri e portatili aperti, i
pomodori della merenda sparsi in terra, gli zainetti Eastpack degli studenti
accanto alle sedie rovesciate. Il sangue è stato lavato dal pavimento ma l'aria
ne è pregna. Fuori, nel cortile e sulla strada Ha-Ra Zvi Yehuda, migliaia di
persone, ultraortossi e semplici cittadini, si stringono intorno alle famiglie
delle 8 vittime. "E' stata la volontà di Dio ma il governo deve punire gli
assassini" mormora appena Orli Roti, copricapo lavorato a mano, lunga
gonna a fiori sulle comode Crocs, occhiali scuri. Aveva parlato da poco al
telefono con il suo Roy, 18 anni appena compiuti, quando il tg ha annunciato
l'attentato, rivendicato ieri da Hamas e poi smentito: "Studiava a Markaz
Harav da due mesi. Ho capito subito che era morto, non rispondeva più, il
cellulare squillava, squillava". Siede accanto al marito Yacov, impiegato
della compagnia telefonica Mirs, gli altri 4 figli, il suocero David
sopravvissuto ad Auschwitz. Alle loro spalle la folla composta ma rabbiosa
prega, piange, recrimina. "Gli arabi devono pagare" dice piano Zaev
Dorai, kippà, gilet nero sulla camicia bianca, 16 anni come metà delle vittime.
E' arrivato in autobus da Bet El, l'insediamento ebraico alla periferia di
Ramallah, il cuore roccioso della Cisgiordania che lui chiama Samaria. Anche
Roy Roti era nato in una colonia, El Kana, qualche migliaio di villette
affacciate sui minareti di Tulkarem, un chilometro e mezzo oltre la linea del
'67, dentro il confine palestinese. "El Kana è nella nostra terra, quando
abbiamo provato a barattarla per la pace ci hanno massacrato" sussurra
Zeev Zisserman rivolto ai politici che si sono tenuti lontani dai funerali.
Appuntata al petto ha la foto del figlio Einav ucciso nel 2001 da un cecchino
palestinese: "Assassini". Gli "assassini" abitano a
mezz'ora di macchina dal centro di Gerusalemme Ovest, una palazzina a due piani
addobbata con le bandiere di Hamas sulla collina di fronte al muro che circonda
Betlemme. Per raggiungere Jabal al Mukabir, il villaggio del killer Ala Abu
Dehin, bisogna attraversare le mille frontiere invisibili della città Santa, le
mura antiche blindate per il venerdì della preghiera musulmana, la promenade
Sharover, il quartiere Armon Ha-anatziv con le aiuole svizzere e i balconi
verandati su cui sventola la stella di David. Poi il sentiero si stringe,
l'asfalto sparisce, l'atmosfera si carica della voce del muezzin che prega per
lo "shaid", il martire. "Ala faceva l'autista, doveva sposarsi
fra tre mesi", racconta la cugina Suad seduta accanto a mamma Fatima nel
salone con i mobili laccati e le plastica sul divano. Suad ha 34 anni, dieci
più del cugino, 4 figli, il foulard stretto intorno al viso pallido:
"Sopresa? E perchè? Chiunque di noi avrebbe potuto fare la stessa cosa
dopo le scene dei bambini sterminati a Gaza". Ala era stato arrestato
quattro mesi fa dalle forze israeliane, con l'accusa di avere rapporti con i
libanesi Hezbollah. Ed era poi stato rilasciato per insufficienza di prove.
Giovedì alle 18 è uscito di casa e non è più tornato. Alle 2 i militari
israeliani sono venuti a prendere il padre, due fratelli, la fidanzata.
"Quella che gli ebrei chiamano yeshiva non è una scuola, è un centro di
formazione per sionisti, nessuno lì è un civile" continua Suad. Può darsi
che Ala abbia lasciato una lettera. Lei non ne vuol parlare: "Non ci piace
piangere i morti ma siamo fieri del suo coraggio". L'orgoglio sanguinario
di una parte coincide con la disperazione dell'altra che nei discorsi funebri
dei rabbini più radicali, anima dell'Israele
irriducibile al compromesso, diventa sete di vendetta. Due facce d'una medaglia
lanciata in aria 60 anni fa e rimasta sospesa. La Gerusalemme araba tace,
ammutolita dalle sue stesse contraddizioni. "Lavoro anche con gli
occupanti: e allora? Non potevano pensare che Gaza sarebbe rimasta
impunita" dice Abu Assad, titolare di una delle pasticcerie di Suk Khan
Zed street, la via dei baklava nel quartiere musulmano della città vecchia.
Palestinese con carta di residenza israeliana, Abu Assad fluttua tra la soddisfazione
inconfessabile di queste ore e la consapevolezza di vivere in quel Paese nemico
che, sotto sotto, non abbandonerebbe mai per trasferirsi in Palestina.
Quattro mesi fa, alla vigilia del vertice di Annapolis, quando Olmert affrontò per
la prima volta il tabù di Gerusalemme lasciando intendere che alla fine sarebbe
stata divisa, centinaia di palestinesi si precipitarono al ministero
dell'Interno israeliano per cambiare la carta di residenza con il passaporto.
Arabi-israeliani, il cuore arabo e lo stipendio israeliano. Il tallone
d'Achille della sicurezza nazionale, ammette Yonathan Figel, guru
dell'International Policy Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, l'Olimpo
dell'antiterrorismo israeliano: "E' la sfida del futuro, la nostra sola
chance è l'intelligence. Il muro è fondamentale e andrà completato in fretta ma
è inutile contro il terrorista interno, quello che gira con un documento
regolare in tutto e per tutto equiparabile a Simon Peres". Gerusalemme si
addormenta diffidente, la città idealmente aperta alle fedi è prigioniera della
Storia. Come in un dramma di Shakespeare la scena finale è occupata dal corteo
delle bare, il funerale dei giovani, dei buoni, dei cattivi, delle illusioni.
( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Intervista Avraham
Yehoshua FABIO GALVANO "Un muro per dividerci e poi la pace" Non
dobbiamo cadere, dopo quest'ultimo gesto di terrorismo, nella psicosi del
nemico che vive alla porta accanto. Dopo tutto, non è passato molto tempo da
quando anche Gaza era una porta accanto". Cerca di sdrammatizzare, Avraham
Yehoshua; ma si sente che l'ultimo attentato lo ha scosso. Proprio quando le
cose sembravano sul punto di avvicinarsi alla strada da lui sempre invocata -
due stati distinti, palestinesi da una parte e israeliani dall'altra - il
riacutizzarsi del problema della sicurezza nel cuore della capitale Gerusalemme
potrebbe creare un nuovo motivo di disturbo agli sforzi che entrambe le parti,
a suo dire anche i palestinesi di Abu Mazen, stanno facendo. Siamo di fronte
all'ennesima escalation della violenza? "Sinceramente non lo so, ma è un
fatto che ormai siamo abituati a vivere con questo genere di pericolo. Il
ragazzo che ha sparato nella scuola, chiaramente per
vendicare la recente incursione israeliana a Gaza che ha provocato molte
vittime, è un arabo israeliano, cioè uno che viveva nella sezione araba di
Gerusalemme, con carta d'identità israeliana, con libertà di movimento anche se
non di voto. E questo è un problema che ci trasciniamo da quando Israele pensò di complicare le cose
annettendosi la parte araba di Gerusalemme". C'è un modo per uscire
da questa logica di violenza? "Direi che occorrono tre cose. Primo, un
efficace e reale cessate il fuoco a Gaza, un armistizio con Hamas. Secondo, la
costruzione di più muri per separare le due comunità: dove sono stati eretti,
molti problemi sono scomparsi. E' una necessità della quale si sono resi conto
persino gli egiziani, che pure condividono con i palestinesi la religione e, in
parte, le origini. Terzo, una maggiore cooperazione della polizia
palestinese". La politica di Abu Mazen, nella ricerca del dialogo, non è
stata sufficientemente incisiva? "Abu Mazen ha fatto molto, ma deve fare
di più. Ha fatto del suo meglio, per porre freno al terrorismo. Condannandolo,
agendo attraverso i canali privilegiati di cui dispone. Ma anche lui ha bisogno
di un maggiore aiuto da parte del governo di Gerusalemme per poter avere
veramente la possibilità di controllare più fermamente la situazione".
Questo può essere vero per Gaza, ma per l'enclave araba di Gerusalemme?
"Fa tutto parte di un problema unico, che occorre risolvere nel suo
insieme. La verità è che, nella divisione delle due comunità, non sono ancora
stati stabiliti dovunque confini precisi e sicuri. Mi riferisco sempre a quella
che è probabilmente la vera soluzione del problema, cioè il ritorno alla linea
del 1967. Una linea che non può essere fissata unilateralmente, ma che deve
essere negoziata fra il governo d'Israele e Abu Mazen.
Voglio ripeterlo: da quando ci sono i muri la situazione è migliorata, per il
terrorismo palestinese è molto più difficile agire contro di noi. E sono
convinto che, con un'intensificazione di quella politica, il terrorismo possa
essere debellato completamente, o quasi". Prima accennava al muro degli
egiziani. Un muro che però, come si è visto nelle scorse settimane, non è stato
molto solido. "Il Cairo fa bene a essere pragmatico, e questo significa
essere elastico quando è necessario. Il ruolo dell'Egitto non va sottovalutato
in questo frangente. Il Cairo può certamente aiutare nella ricerca della pace.
Può fornire garanzie, con la certezza di essere ascoltato dai palestinesi molto
più di quanto possa esserlo il governo di Gerusalemme. Al limite potrebbe anche
assumere un ruolo attivo a Gaza, con un nucleo di forze con funzioni di
polizia. Se lo facesse, penso che quello potrebbe davvero essere un momento
decisivo". Ma intanto il terrorismo continua. E viene, come in questo
caso, dalla porta accanto. "Lo ripeto: tutto è una porta accanto. Anche i
territori, prima del muro, erano una porta accanto. Conviviamo con il terrorismo
da troppi anni perché un fatto come quest'ultimo, per quanto tremendo, possa
cambiare l'atteggiamento di chi, come me, crede che la pace sia
possibile".
( da "Giorno, Il (Nazionale)" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di LORENZO BIANCHI
UN TERRORISTA solitario? Dell'uomo che ha ucciso otto giovani del collegio
rabbinico, la Yeshiva, Merkaz Harav si sanno appena l'età, 25 anni, e le
generalità complete, Alaa Hisham Abu Dheim. Abitava nel villaggio arabo di
Jabal Mukkaber, cintura periferica meridionale di Gerusalemme. Samir, un suo
amico, racconta che era "religioso, ma non fanatico" ed è convinto
che sia stato mosso dall'indignazione "per i morti di Gaza". Iyad, un
cugino, nega che fosse "un attivista di Hamas". "Lavorava ?
protesta ? e pensava al futuro. Fra qualche mese avrebbe dovuto sposarsi".
Sulla casa della sua famiglia sventola una grande bandiera verde di Hamas. Iyad
minimizza: "L'hanno issata degli sconosciuti. Nessuno di noi ha avuto il
coraggio di rimuoverla per il timore di ritorsioni". Quattro mesi fa Abu Dheim
era stato arrestato dagli israeliani che lo avevano rilasciato dopo appena
sessanta giorni. La detenzione-lampo pare un altro sintomo del fatto che le sue
frequentazioni non fossero inquietanti. Su questo scenario già sfumato è calato
un altro episodio singolare. Il movimento integralista ha rivendicato e poi si
è rimangiato il "merito" della strage nella Yeshiva, sette vittime
fra i 15 e i 19 anni, un'ottava di 25. Ibrahim Daher, responsabile di radio Al
Aqsa, l'emittente di Hamas, ha ammesso che una prima attribuzione agli
integralisti era "basata su un'informazione confusa". Abu Obeida,
portavoce dell'ala militare del movimento, è stato insolitamente vago:
"Può darsi che ci sia un annuncio successivo. Non rivendichiamo ancora
questo onore". Hamas di Gaza ha fatto un passo indietro. L'OBIETTIVO
colpito giustificherebbe, caso mai, la tentazione di mettere il cappello
sull'incursione esiziale. Il collegio rabbinico Merkaz Harav è la culla del
Gush Emunim, il "Blocco dei fedeli", la storica testa d'ariete della
colonizzazione ebraica dei territori palestinesi occupati. L'alto profilo della
Yeshiva può far gola. La prima sigla che si è attribuita la strage, grazie alla
tv degli Hezbollah libanesi, "Le Brigate della Galilea per la
libertà", "Ahrar Al Jalil", è un'organizzazione
di terroristi palestinesi con passaporto israeliano nota dal 2003. Il
"gruppo del martire Imad Mugniyeh e dei martiri di Gaza" sembra una
cellula recente. Mugniyeh è il capo delle operazioni militari del "Partito
di Dio" ucciso in un misterioso attentato a Damasco il 12 febbraio. Questi
intrecci oscuri fanno sospettare scenari più ampi. Dopo la morte di
Mugniyeh il grande capo degli Hezbollah Hassan Nasrallah ha
"promesso" guerra senza confini a Israele.
Maan, un'agenzia di stampa palestinese, sposa una tesi diversa. L'irruzione
nella Yeshiva, preparata per dieci giorni, avrebbe avuto l'appoggio "della
leadership di Hamas in esilio". SAREBBE in pratica l'ennesimo siluro
contro il processo di pace faticosamente avviato ad Annapolis fra Gerusalemme e
il presidente palestinese, il moderato Abu Mazen. Le prime reazioni israeliane
annunciano un mix, non rassicurante, fatto di chiusura dei varchi con la
Cisgiordania, "per pochi giorni", e di aumento dei check point che
Abu Mazen e il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice vorrebbero
invece ridurre. Così si ottiene un solo risultato. Si indebolisce l'unico
interlocutore ragionevole, il presidente Abu Mazen. - -->.
( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
GERUSALEMME. Le otto
bare dei giovani seminaristi ebrei, avvolte nel loro drappo sacro sono in fila,
una accanto all'altra, nel cortile affollatissimo del collegio rabbinico Merkaz
ha-Rav. Migliaia di amici, parenti e fedeli si stringono loro intorno intonando
preghiere e lanciando urla di dolore. Nel giorno dei funerali Gerusalemme è
sotto choc, sconvolta dall'attentato palestinese che l'altra sera non ha
colpito solo uno Stato, ma ha centrato con un dardo rovente i nervi scoperti di
quella parte della comunità israeliana che si nutre da decenni di nazionalismo
e di fede. Il massacro compiuto a colpi di mitragliatore fra i libri sacri del
seminario ebraico ha reso furenti rabbini, coloni, ortodossi e sionisti dal cui
giudizio dipende da sempre l'esito di qualunque accordo di pace. Perchéè lì,
fra le mura di quel collegio, che come ha ricordato il rabbino Eitan Eisman
durante le esequie "si sono educate intere generazioni alla fede, ed è
iniziata quella grande rivoluzione spirituale" che ha dato sostegno e ragioni
alla inestirpabile ragnatela delle colonie. Questa volta (e forse è anche
peggio) è come se la politica non c'entrasse, e infatti per un attimo si è
persino fatta da parte. Fra le migliaia di israeliani che hanno rivolto
l'ultimo saluto agli otto seminaristi (solo in tre avevano più di 18 anni, due
ne avevano appena 15), non c'era nessun esponente del governo: assente, primo
fra tutti, il premier Ehud Olmert che ha voluto prudentemente sottrarsi a
un'inevitabile contestazione. Qui c'era quella parte di Israele che non vuole cedere al
compromesso, che nega legittimità al negoziato, e accusa Olmert di aver
concesso sin troppo ai palestinesi accettando di sedersi al tavolo di colloqui
che puntano in qualche modo a portare la pace. "I negoziati proseguiranno,
perché il terrorismo non può penalizzare quella parte moderata del popolo
palestinese che non sceglie la violenza" hanno detto i portavoce
del governo. Ma è un governo che oggi sembra ancora più debole, con quella
maggioranza che si regge ormai soltanto sui voti di "Shas", il
partito ultraortodosso i cui esponenti sono corsi nel collegio, insieme agli
altri religiosi, per urlare rabbia e dolore. Una secca condanna all'attentato è
giunta anche dal presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas), che ha respinto
con sdegno "questa violenza che colpisce i civili, siano essi ebrei o
palestinesi". Ma anche la sua voce, al pari della voce di Olmert, sembra
fare poco rumore. Sulla strage dei seminaristi ebrei sventolano infatti le
bandiere verdi degli integralisti di Hamas: i familiari dell'attentatore, Ala
Hisham Abu Dheim, 25 anni (ucciso durante l'attacco) le hanno lasciate
sventolare in cima alla tenda funebre allestita davanti alla loro abitazione di
Gerusalemme Est, dove si sono raccolti in silenzio, anche loro per ricevere
condoglianze. Ala Hisham aveva la carta d'identità israeliana, come molti
residenti nei quartiere arabi di Gerusalemme, e questo gli consentiva di
muoversi in grande libertà. Quattro mesi fa era stato arrestato dagli
israeliani, ma poi era stato rilasciato, segno che sul suo conto non c'erano
più sospetti. Faceva l'autista, dicono avesse persino lavorato al servizio del
collegio rabbinico. Un attentatore ideale insomma per raggiungere l'obiettivo,
con una strategia talmente perfetta da avvalorare l'ipotesi che i mandanti
questa volta siano molto in alto. Spunta la pista di Hamas infatti, non della
direzione di Gaza bensì della sua leadership in esilio, quella che risiede in
Siria e che elabora piani di guerra e di vendetta insieme agli Hezbollah del
Libano. Ad avvalorarla ci sono molti elementi, a cominciare dalla prudenza con
cui il movimento integralista nella Striscia tratta l'argomento: "Non
spetta ancora a noi rivendicare questo onore" dice il portavoce delle
milizie, Abu Obeida. E poi la strana rivendicazione giunta l'altra sera alla
televisione libanese degli Hezbollah da parte di "Ahrar Al-Jalil"
(Brigata degli uomini liberi della Galilea), un gruppo che aveva già colpito
nel Nord di Israele nel
( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Condanna Onu, stop
dalla Libia"Ricordate i morti di Gaza" la polemica NEW YORK. L'orrore
per la strage alla scuola talmudica a Gerusalemme Ovest non si è tradotto in
una condanna dell'Onu: il Consiglio di Sicurezza riunito in sessione di emergenza
al Palazzo di Vetro non è riuscito a trovare parole comuni per esprimere
l'indignazione internazionale davanti ai cadaveri degli otto studenti del
collegio rabbinico. Il sangue sparso a Gerusalemme e l'impasse delle Nazioni
Unite hanno confermato lo scetticismo sul progetto di pace lanciato ad
Annapolis: le speranze del presidente George W. Bush di passare alla storia
come il pacificatore del Medio Oriente hanno subìto un nuovo durissimo colpo.
Il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice aveva lasciato mercoledì il Medio
Oriente dopo aver convinto il presidente palestinese Abu
Mazen a tornare al tavolo del dialogo con Israele, e ieri il portavoce della Casa Bianca Tony Fratto ha detto:
"La cosa più importante è che il processo di pace continui e che le parti
restino impegnate". Alla domanda se la Casa Bianca non sia rimasta delusa
per l'impasse all'Onu, Fratto ha risposto che "un attacco di questa natura
non merita altro che una condanna". Ma la dichiarazione è finita su
un binario morto per l'obiezione della Libia, determinata a far uscire
dall'aula un "testo equilibrato". Washington aveva fatto circolare
una bozza in cui la strage era condannata "nei termini più forti"
senza riferimenti ad altri episodi di violenza nella regione. "La delegazione
libica, con l'appoggio di uno o due altri Paesi, non ha voluto condannare
l'atto in se stesso ma ha chiesto di inserirlo sullo sfondo di altre
questioni", ha poi raccontato l'ambasciatore americano Zalmay Khalilzad. I
libici avrebbero voluto inserire nel testo un riferimento alle ultime
incursioni israeliane a Gaza nel corso delle quali sono morti oltre 120
palestinesi, molti dei quali civili. Washington si era opposta:
"L'uccisione di studenti in una scuola è diversa dall'uccisione non
intenzionale di civili", aveva argomentato Khalilzad, d'intesa con il
collega russo Vitaly Churkin, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza
per il mese di marzo: "Vedere qualcuno che entra in una scuola religiosa e
spara all'impazzata dovrebbe far pensare. È stato un chiaro atto di terrorismo".
La Libia fa parte del Consiglio come membro non permanente da gennaio. In aula
tra il suo incaricato d'affari Ibrahim al Dabbashi e l'ambasciatore israeliano
Dan Gillerman sono volate parole forti. Gillerman aveva commentato l'impasse
sostenendo che "questo è quel che succede quando il Consiglio è infiltrato
da terroristi". Replica del diplomatico libico: "Non abbiamo bisogno
di un certificato di buona condotta da parte del regime terroristico
israeliano". 08/03/2008.
( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del Israele blindato dopo
la strage Giallo su Hamas Israele piange i suoi
ragazzi massacrati mentre leggevano il Talmud. Non si sono sentite grida
durante il funerale delle vittime dell'attentato di mercoledì, non si sono
viste armi. C'è solo stato un silenzio tremendo, pesante come il piombo. Intanto, è "giallo"
sulla rivendicazione: il braccio armato di Hamas si attribuisce l'attentato, ma
un dirigente smentisce. a pagina 5 Medio Oriente.
( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del La diplomazia del terrore Umberto De Giovannangeli Il commento
La strage al collegio rabbinico di Gerusalemme porta in sé una conferma e una
novità. Entrambe inquietanti per il futuro della martoriata Terrasanta e di ciò
che resta delle speranze di pace fra israeliani e palestinesi. La conferma è
che in Medio Oriente il vuoto dell'iniziativa diplomatica è sempre riempito
dalla "diplomazia del terrore". Ogni incertezza, ogni ritardo nel
perseguire con coerenza e determinazione la via del negoziato, ha come tragico
contraltare il rilancio dell'iniziativa jihadista. È il passato che torna a
farsi presente che lo insegna. Così come insegna che il
sacrosanto diritto alla sicurezza di Israele non può sostanziarsi né trovare scorciatoie nel solo esercizio
della forza. È una constatazione oggettiva che nulla concede alla proganda del
radicalismo palestinese né vuol concedere alibi a chi sfrutta una tragedia vera
- quella della popolazione civile di Gaza - per propagandare, e praticare,
l'odio antiebraico. segue a pagina 23.
( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Yehoshua, l'impossibile addio a Israele
di Maria Serena Palieri "I l fuoco è l'unica cosa sulla faccia della terra
che l'uomo può sopprimere o riportare in vita. Il fuoco è un amico che aiuta a
vivere, disinfetta, purifica, ma è anche un temibile nemico. Forse, nel dominio
sul fuoco, è insita anche la chiave per comprendere la morte". Così un
paleontologo tanzaniano, Selohe Abou, nel suo linguaggio evocativo da animista,
alla fine di un banchetto, nel nuovo romanzo di Abraham B. Yehoshua (Fuoco
amico, trad. Alessandra Shomroni pp. 399, euro 19, Einaudi) brinda all'elemento
su cui si basa il titolo. Fuoco amico è un'espressione che allude alla morte doppiamente tragica in cui il giovane soldato israeliano Eyal è
incappato per mano di un commilitone. E questa morte indigeribile è il motore
che, a distanza di anni, proietta i personaggi di qua e di là, due a distanza
di molte ore di volo, in Africa, gli altri in strani posti di Israele, sulla tettoia di un palazzo a
Gerusalemme o, a Tel Aviv, dentro la tromba di un ascensore. Ma di
fuochi, in questo romanzo di Yehoshua, ne divampano di tutti i generi:
anzitutto le candele che, accese una sera dopo l'altra, scandiscono la
settimana festiva di Hanukkah durante la quale, divisa in sette capitoli, si
svolge la vicenda. L'aritmetica temporale - un giorno, una settimana, un mese,
un anno - è uno degli attrezzi stilistici cui Yehoshua ricorre abitualmente nel
costruire i suoi edifici narrativi. L'altro, e questo ha più a che fare col
luogo tra conscio e inconscio da cui gli scaturiscono le trame, sono delle
immagini concrete che, ripetute, acquistano valenza metaforica. Qui, per
esempio, i gemiti che, complice il vento, provengono da quell'ascensore e che
logorano i nervi dei condomini del grattacielo, ma anche il miagolio quasi
affettuoso che accompagna la salita di un vecchio montacarichi, in casa di una
vecchia signora, nella vecchia Gerusalemme. O la gamba ferita di una giovane
"ascoltatrice di suoni" israeliana, Rorale, e l'arto anch'esso
sanguinante su cui ballonzola allegro, nella foresta sub-equatoriale, un
ragazzino tanzaniano; ma soprattutto - potentissimo - l'occhio da ciclope azzurro
e color deserto, frutto di un difetto genetico, con cui un elefantino, nella
foresta, guarda i suoi visitatori, una tonalità d'occhio che in Israele torna in chiave umana in Efrat, giovane donna
eccessivamente bella, bella da far incupire suo marito Moran. E poi c'è il
sonno, sonni brevi e torpidi, ma per lo più profondi e ristoratori, con cui i
personaggi ogni tanto si sottraggono (noi lettori con loro) alla tensione
emotiva della vicenda. Fuoco amico insomma è un romanzo che segna il ritorno di
Yehoshua ai suoi registri classici e migliori, compreso un ritmo di narrazione,
sostenuto dal suo uso peculiare dell'indicativo presente, che rotola di scena
in scena. E che cancella il meccanicismo degli ultimi suoi titoli, pur
interessanti, La sposa liberata e Il responsabile delle risorse umane. E
allora, eccoci alla trama. Amotz e Daniela sono due coniugi di mezza età -
legatissimi, premuroso e apprensivo lui, viziata e saggia lei - genitori di
Moran e di una femmina, Nofar, e nonni di due bambini. Daniela ha perso la
sorella maggiore, Shuli, morta dopo aver perso appunto "per fuoco
amico" il figlio Eyal. E, un anno dopo la scomparsa di Shuli, va in
Tanzania per vivere a pieno, ebraicamente, il lutto con il cognato Yirmy che si
è rintanato nella foresta con una spedizione di paleontologi. Ma il cognato con
l'essere ebreo e israeliano ha chiuso. L'esilio in cui si è autoconfinato Yirmy
è di certo la leva che ha mosso la creazione di Yehoshua: immagina di non
vivere più in un Paese in guerra dalla nascita, deve essersi detto, di non
essere più ebreo né israeliano, immagina di vivere in un continente, l'Africa,
che è stato la culla dell'umanità ma non ha una Storia a gravarlo... Yirmy dice
appunto alla cognata Daniela: "Qui non ci sono antichi sepolcri né
pavimenti di sinagoghe in rovina; non ci sono musei con i resti di una parochet
bruciata né testimonianze di pogrom o dell'Olocausto; non c'è diaspora né
dispersione; non ci sono reminiscenze di un'epoca d'oro né c'è mai stata una
comunità ebraica che abbia contribuito ad arricchire la cultura mondiale".
Va oltre: tanto è deciso a recidere il cordone che fa questa terribile
affermazione, "se mio figlio Eyal tornasse gli direi: cercati un altro
padre". Ma nel mentre, nonostante questo desiderio del personaggio (e del
suo autore) di essere altrove, in Israele la vita
continua. In questa settimana da solo, la prima dopo trentacinque anni di
matrimonio, Amotz vive tutt'altro che da scapolo: sta dietro al suo lavoro di
ingegnere di ascensori, fa il nonno, fa il genitore, fa il figlio col patriarca
Yaari ammalato di Parkinson. Quello in cui si muove è un Paese per certi versi
tremendo: un amico cinico gli spiega che lui riconosce i padri che hanno perso
in guerra un erede maschio dalla loro aggressiva petulanza. E gli arabi che si stagliano
nelle pagine - pochi stavolta - oppongono un definitivo silenzio agli ebrei,
anche a quelli che li blandiscono. Però Amotz è così affettivo che la vita,
appunto, gli fiorisce sotto le mani. Mentre qui in Israele,
come di là, in Africa, scorre esplicito, più che in altri romanzi di Yehoshua,
il tema del desiderio sessuale. E, dunque, il romanzo che Abraham Yehoshua ha
creato partendo dal più doloroso disincanto - il desiderio di dare un gelato
addio a una tragedia chiamata Israele e Palestina - gli si ribella. E, malgrado tutto, dimostra a
lui e a noi lettori che invece la vita, con il suo calore, continua. IL ROMANZO
Fuoco amico, il suo nuovo libro, nasce da un'immagine: un uomo, per dimenticare
il figlio soldato ucciso e la moglie morta, si esilia in Africa. E taglia il
legame con un Paese ormai insopportabile.
( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del MEDIO ORIENTE Fini polemico: è sbagliato D'Alema: l'unica strada
resta il dialogo con Hamas "Ho visto un sondaggio secondo il quale la
grande maggioranza dei cittadini israeliani ritiene che discutere con Hamas sia
un fatto necessario. È una posizione saggia. Non so se possa avere successo, ma
la tenterei". Una considerazione destinata a far discutere quella che
Massimo D'Alema svolge parlando della crisi israelo-palestinese al programma della
Rai "Tv 7" di Gianni Riotta. "Bisogna cercare di fermare questa
spirale di violenza ma non è facile", aggiunge il ministro degli Esteri
che ha condannato con forza l'attentato dell'altro ieri alla scuola rabbinica a
Gerusalemme. E a chi spesso lo critica per le sue posizioni
dure nei confronti di Israele, D'Alema dice: "Sono critico verso durezze che non aiutano
la pace e lo sono perchè sono preoccupato per il futuro di Israele". Il vice premier usa
parole durissime per stigmatizzare il "rivoltante" attentato contro
la scuola rabbinica e sottolinea che "il conflitto in realtà non si è mai
fermato, questo tragico, rivoltante attentato fa seguito agli scontri in
cui hanno perso la vita 125 palestinesi. Da una parte c'è l'estremismo
palestinese e dall'altra l'estrema durezza della reazione di Israele.
Una spirale di violenza che si dovrebbe cercare di fermare anche se non è
facile dopo tanti anni". Di parere opposto è l'altro ospite di "Tv
7": il presidente di An ed ex ministro degli Esteri, Gianfranco Fini. Con
Hamas non si può trattare - afferma Fini-. "Hamas esprime un'ambiguità
intollerabile. Se non riconosce il diritto di Israele
a esistere deve essere considerata come un'organizzazione terroristica". Israele, aggiunge il leader di An, "ha il diritto di
difendersi quando individua aree o covi di terroristi e ha il diritto di
intervenire. È vero - conclude Fini - che ciò può comportare anche delle
vittime civili, ma è vero, purtroppo, che spesso i terroristi si fanno scudo
degli stessi civili". Il dialogo, o la chiusura, con Hamas infiamma il
dibattito politico. "A D'Alema dico che il dialogo con Hamas che lui
auspica non è eticamente da percorrere perchè chi festeggia con il cibo in
strada le stragi perpetrate ai danni di Israele non
può essere un interlocutore, piuttosto va emarginato", così risponde il
senatore di Forza Italia, Enrico Pianetta, vicepresidente dell' associazione di
amicizia Italia-Israele sulle affermazioni del
ministro degli Esteri che auspica "un dialogo con Hamas". Le
affermazioni di D'Alema incontrano il consenso di Fausto Bertinotti.
"Questa spirale di morte va arrestata": dice il presidente della
Camera Fausto Bertinotti invocando una "iniziativa straordinaria della
comunità internazionale, e in particolare della Ue che non può delegare a nessuno
la risoluzione del conflitto israelo-palestinese". Secondo Bertinotti,
"non c'è altra strada che il negoziato: ed è più difficile avviare il
negoziato che trovare una soluzione": per questo, conclude,
"l'intervento e la pressione della comunità internazionale sono
fondamentali ed irrinviabili. Da Ravenna, interviene Walter Veltroni:
"Un'altra pagina terribile della terribile storia del Medio Oriente".
Cosi il leader del Pd definisce l'attentato dell'altro ieri notte a
Gerusalemme. Veltroni esprime solidarietà e amicizia verso Israele.
"È terribile - aggiunge - sentire parole di apprezzamento e copertura
verso questi atti terroristici inqualificabili". "Sappiamo tutti -
conclude il candidato premier del Partito Democratico - qual è la soluzione:
sicurezza dello Stato di Israele e riconoscimento
dello Stato di Palestina". u.d.g.
( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Hamas benedice la strage, Cisgiordania sigillata Dolore e rabbia
ai funerali delle vittime dell'attentato di Gerusalemme. Olmert diserta per
paura di critiche di Umberto De Giovannangeli YOCHAI Lipschitz, 18 anni.
Yonatan Eldar, 16 anni. Yonadav Hirshfeld, 19 anni. Neriah Cohen, 15 anni. Roay
Roth, 15 anni. Segev Avihayil, 15 anni. Avraham Moses, 16 anni. Maharata
Trunoch, 26 anni. Israele piange i suoi ragazzi
massacrati mentre stu- diavano il Talmud. Non sarà vana e sarà vendicata la
morte degli otto seminaristi ebrei uccisi l'altro ieri da un terrorista
palestinese mentre erano impegnati nei loro studi nel collegio rabbinico Merkaz
ha-Rav, a Gerusalemme. Lo ha affermato nel suo elogio funebre l'ex rabbino capo
sefardita Mordechai Eliahu che, per evitare malintesi, ha subito precisato:
"Spetta al Signore vendicare il sangue. Non abbiamo altra consolazione che
non la certezza che tale vendetta si realizzerà al più presto". Non si
sono uditi slogan nè grida, nè si sono viste armi, ai funerali delle vittime
dell'attentato. Solo un silenzio, pesante come piombo, e i singhiozzi disperati
degli imberbi compagni di studi al cospetto delle salme esposte nel cortile
dell'istituto avvolte nei loro "talled", il manto indossato durante
le preghiere ebraiche. Attorno, migliaia di persone giunte per partecipare
all'evento più doloroso in ottanta anni di storia della "yeshiva"
Merkaz ha-Rav, fiore all'occhiello del sionismo religioso e nazionalista.
"Non per un caso - ha osservato il rabbino Eitan Eisman - hanno scelto
questo posto per commettere il loro crimine". Ad ascoltarlo non c'era il
primo ministro Ehud Olmert e gli altri più importanti rappresentanti del
governo, odiati per il dialogo con i palestinesi specialmente da questa parte
più oltranzista del sionismo religioso che l'attentatore ha deciso
deliberatamente di colpire. Nel giorno del dolore e della rabbia, Olmert è sul
banco degli imputati. "Il suo governo - denuncia il Comitato dei rabbini
della Giudea-Samaria - è responsabile della strage, perchè
da anni mostra debolezza di fronte al nemico ed addirittura progetta di
lacerare la terra di Israele". Una allusione ai negoziati di pace con l'Anp in cui
vengono discussi il ritiro dalla Cisgiordania e la spartizione di Gerusalemme.
Una Gerusalemme blindata, come tutto Israele. La polizia ha decretato lo stato di massima allerta per timore
di nuovi attentati. L'esercito ha isolato la Cisgiordania. Mentre la
Gerusalemme ebraica piangeva i suoi ragazzi, nella parte araba della Città
Santa la polizia arrestava una decina di persone, tutte in qualche modo
collegate all'attentatore, Alaa Hisham Abu Dheim, 25 anni. La sua abitazione si
trova nel quartiere di Jabel Mukaber, nella zona orientale di Gerusalemme. I
familiari hanno eretto davanti alla casa la tradizionale tenda funebre per
ricevere le condoglianze e sulla quale hanno messo a sventolare le bandiere
verdi di Hamas. Il giovane aveva lavorato saltuariamente come autista nel
seminario e per questo probabilmente è riuscito a introdursi indisturbato
nell'edificio. La sorella dell'attentatore, Imam Abu Dheim, racconta che il
fratello era rimasto molto scosso dai recenti avvenimenti a Gaza, dove oltre
120 persone sono state uccise in un'operazione militare israeliana: "Mi ha
detto che non riusciva a dormire a causa del dolore". "Credo che Alaa
l'abbia fatto come reazione ai morti di Gaza - afferma Samir, un amico
dell'attentatore - non mi aveva mai parlato di Hamas o di altri gruppi. Era
religioso, ma non era un fanatico". Da Gaza, una fonte anonima aveva
rivendicato alle Brigate Ezzedin Al-Qassam, il braccio armato di Hamas, la
paternità della strage alla scuola rabbinica. Più tardi, però, intervistato da
Al-Manar, la Tv del movimento sciita libanese, un dirigente di Hamas nella
Striscia, Ismail Radwan, resta nel vago: "Non posso nè confermare nè
smentire questa rivendicazione - dice - .Se ne hanno la responsabilità, spetta
alle Brigate Ezzedin Al-Qassam rivendicare l'attacco".
( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del Israele piange i suoi
ragazzi massacrati mentre studiavano il Talmud nel collegio rabbinico Merkaz
ha-Rav.
( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del La "diplomazia" del terrore Umberto De Giovannangeli
Segue dalla Prima Nessuna causa, nessun diritto alienato possono minimamente
giustificare stragi come quella perpetrata in un collegio rabbinico da chi, a
Teheran come a Beirut, in un sotterraneo di Gaza o in una grotta ai confini tra
Pakistan e Afghanistan, ha solo un disegno in testa: cacciare gli Ebrei dalla
"terra dell'Islam". Il massacro degli studenti racconta molte amare
verita: che il Muro edificato in Cisgiordania non basta a fermare il terrorismo
e che per quanto Israele possa potenziare la sua
intelligence e rafforzare Tsahal, le sue forze armate, non potrà mai
garantirsi, su questa strada, una totale impenetrabilità. Per questo,
richiamare oggi la necessità di rilanciare il dialogo con l'Autorità nazionale
palestinese di Mahmud Abbas (Abu Mazen) è l'esatto opposto del consegnarsi
all'impotenza o tentare di legare le mani a Israele:
il negoziato resta la via da seguire, per quanto contorta e irta di ostacoli
essa sia. Così come ribadire lo stretto, inscindibile legame tra il diritto
alla sicurezza di Israele e il diritto dei palestinesi
ad uno Stato indipendente, non è un sacrificio chiesto, tanto
meno imposto a Israele, ma
è il vero aiuto che i veri amici di Israele possono dare a un popolo e a uno Stato che hanno diritto ad una
esistenza non più trascorsa in trincea. Si fa l'interesse di Israele se si fa l'interesse della
maggioranza dei palestinesi che nulla ha a che spartire con i proclami
jihadisti e la pratica del terrore di una minoranza oltranzista. La pace
è anche rinuncia. È una sottrazione consapevole, indispensabile per mantenere
in vita ciò che è essenziale. E per Israele ciò
significa preservare l'identità ebraica dello Stato e il fondamento democratico
del suo essere Nazione. Ma la difesa di questi pilastri identitari non può
conciliarsi con il mantenimento del controllo dei Territori palestinesi. La
novità che prende corpo dalla strage di Gerusalemme è la frammentazione
dell'"universo-Hamas", con l'ormai avvenuta marginalizzazione
dell'ala "pragmatica" del movimento integralista. A comandare oggi
sono i nuovi capi di Ezzedin al-Qassam, il braccio armato che è ormai diventato
anche la "mente" politica dell'organizzazione. E quei capi rispondono
sempre più a sollecitazioni esterne, a logiche che intendono fare del Medio
Oriente - dalla Palestina al Libano, dall'Iraq al
Golfo Persico, un unico campo di battaglia. La guerra del terrore si
regionalizza e nel farlo arruola le frange estreme dell'Intifada palestinese
nell'esercito del Jihad globalizzato. Non è un caso che la prima rivendicazione
dell'attacco al collegio rabbinico sia venuta non da un comunicato diffuso a
Gaza ma da un annuncio trasmesso dalla tv del libanese Hezbollah. Di fronte a
questo terribile, quanto realistico, scenario, la comunità internazionale non
può limitarsi a declamare le solite parole di condanna e a ripetere stancamente
gli appelli alla moderazione. È tempo di assumersi responsabilità sul campo.
Come è avvenuto in Libano. Contro la regionalizzazione del terrore c'è una
unica risposta da tentare: l'internazionalizzazione della sicurezza di Israele e dei palestinesi che oggi sono ostaggi
dell'esercito jihadista. Il che vuol dire, con il consenso preventivo del
governo israeliano e dell'Anp e l'autorizzazione delle Nazioni Unite, dislocare
una forza di interposizione tra Gaza e Israele con
l'obiettivo dichiarato di impedire ulteriori aggressioni contro Israele e la devastante reazione militare israeliane che
finisce, come è avvenuto nei giorni scorsi, per mietere vittime innocenti tra i
civili di Gaza. Questo impegno, certo, comporta dei rischi. Gli stessi che i
militari dell'Unifil, molti dei quali italiani, sanno di poter correre in
Libano. Ma questi rischi vanno affrontati se si vuol davvero dare una chance
alla pace.
( da "Unita, L'" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Il tempo è scaduto Moni Ovadia Israele
oggi piange i suoi figli atrocemente trucidati da un nemico mentre erano
intenti allo studio della Legge, studio che porta alla conoscenza e la
conoscenza dovrebbe portare alla pace. Le nostre televisioni dopo avere
riportato secondo schemi consueti e frusti immagini collegate all'eccidio del
seminario rabbinico, hanno mostrato manifestazioni di giubilo di gruppi di
giovani palestinesi dei campi profughi in Libano e altrove. È il giubilo della
vendetta, folle ed insensato. È il rigurgito di quella nefasta ebbrezza che fa
credere che versare il sangue di innocenti del campo avverso sani il sangue
versato nel proprio campo. Del resto nello scenario della strage degli studenti
della Yeshivà si sono sentite risuonare grida di "morte agli arabi!"
grido altrettanto folle ed insensato e con l'amaro sapore del tempo imploso
nella memoria cortissima delle ragioni dell'odio. Quanto può essere labile
quella memoria già dimentica dei cento sei palestinesi massacrati dalla potenza
di fuoco delle armi israeliane. Quell'invocazione sinistra si è già inverata.
Fra quei morti ci sono innocenti, bambini, vecchi e donne, menomati colpiti in
luoghi di cura. L'estabilishment militare israeliano li
chiama effetti collaterali. Questi effetti collaterali si contano a migliaia.
Fra la popolazione araba del medioriente l'odio per Israele cresce esponenzialmente ad ogni bombardamento con i suoi effetti
collaterali. I morti israeliani innocenti sbranati da bombe suicide o dai
proiettili omicidi si stingono crudelmente sullo sfondo di quella che
sciaguratamente è ritenuta una legittima vendetta. Questo scenario è
sconvolgente, ma anche le più sentite parole di esecrazione non ne scalfiscono
la realtà. Le agenzie riportano che la reazione del primo ministro israeliano
Ehud Olmert è stata, almeno a parole, singolarmente moderata. Olmert ha
affermato di volere continuare le trattative facendo sicuramente fede alla
condanna dell'eccidio del seminario rabbinico espresso dal presidente
dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen. Trattativa dunque, l'unica
soluzione possibile se si vuole interrompere la sempre più atroce carneficina
destinata a provocare un fiume di sangue impetuoso e alluvionale. Ma quale
trattativa? Quella con Abu Mazen? Davvero in uno scenario così incandescente e
ramificato l'attuale presidente palestinese è interlocutore dotato di autentica
potestà? Nella sua impeccabile analisi dell'attuale assetto della questione
mediorientale, ieri, su la Repubblica, Lucio Caracciolo definisce Abu Mazen con
queste parole: "... figura patetica, incapace di affermare una parvenza di
autorità oltre il perimetro del suo quartier generale (anzi nemmeno in
quello)...". Caracciolo osserva ancora acutamente che solo Marwan Barghouti,
attualmente detenuto nelle carceri israeliane, ha il carisma sufficiente per
unificare il campo palestinese. Sarebbe ora per gli israeliani di prenderlo
seriamente in considerazione. Ma a mio parere non basta. Per arrivare ad una
vera trattativa che faccia uscire gli israeliani dalla trappola in cui la
mediocrità dei propri governanti li ha cacciati, ovvero l'illusione di poter
tenere in eterno sotto dominio in una sorta di prigione a cielo aperto una
popolazione ostile in impetuosa crescita demografica, è necessario coinvolgere
tutti gli attori dell'area in una conferenza internazionale e gettare nel
bidone della spazzatura le bufale inacidite modello Annapolis e road map. Ma
soprattutto è necessario pagare il vero prezzo che c'è da pagare nel quadro
della legalità internazionale. Questo gesto all'inizio non può che essere
unilaterale. Chiedere un contestuale impegno ai palestinesi che vivono sotto
occupazione da quarant'anni nella miseria e senza potere disporre delle proprie
vite è per lo meno ingenuo. Malatempora.
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri Pagina 112 Il
premier Olmert diserta il funerale. I coloni lo accusano di aver concesso anche
troppo ai nemici Rabbia e dolore a Gerusalemme Il premier Olmert diserta il
funerale. I coloni lo accusano di aver concesso anche troppo ai nemici La strage
ordinata dai vertici di Hamas in esilio --> La strage ordinata dai vertici
di Hamas in esilio GERUSALEMME Le otto bare dei giovani seminaristi ebrei,
avvolte nel loro drappo sacro sono in fila, una accanto all'altra, nel cortile
affollatissimo del collegio rabbinico Merkaz ha-Rav. Migliaia di amici, parenti
e fedeli gli si stringono intorno intonando preghiere e lanciando urla di
dolore. Nel giorno dei funerali Gerusalemme è sotto shock, l'attentato ha
colpito i nervi scoperti di quella parte della comunità israeliana che si nutre
di nazionalismo e di fede. Il massacro compiuto a colpi di mitragliatore fra i
libri sacri del seminario ebraico ha reso furenti rabbini, coloni, ortodossi e
sionisti dal cui giudizio dipende da sempre l'esito di qualunque accordo di
pace. Perché è lì, fra le mura di quel collegio, che come ha ricordato il
rabbino Eitan Eisman durante le esequie, "si sono educate intere
generazioni alla fede, ed è iniziata la grande rivoluzione spirituale" che
sostiene la ragnatela delle colonie. Questa volta (e forse è anche peggio) è
come se la politica non c'entrasse, e infatti per un attimo si è persino fatta
da parte. Fra le migliaia di israeliani che ieri hanno rivolto l'ultimo saluto
agli otto seminaristi (solo in tre avevano più di 18 anni, due ne avevano
appena 15), non c'era nessun esponente del governo: assente, primo fra tutti,
il premier Ehud Olmert che ha voluto prudentemente sottrarsi ad una inevitabile
contestazione. C'era quella parte di Israele che non vuole cedere al
compromesso, che nega legittimità al negoziato, e che accusa Olmert di aver
concesso sin troppo ai palestinesi. "I negoziati proseguiranno" hanno
detto i portavoce del governo. Una secca condanna all'attentato è giunta anche
dal presidente palestinese Abu Mazen che ha respinto con sdegno "la
violenza che colpisce i civili, siano essi ebrei o palestinesi". Sulla
strage dei seminaristi ebrei, sventolano infatti le bandiere verdi di Hamas: i
familiari dell'attentatore, Ala Hisham Abu Dheim, 25 anni (ucciso durante
l'attacco) le hanno lasciate sventolare in cima alla tenda funebre allestita
davanti alla loro abitazione di Gerusalemme est. Ala Hisham aveva la carta
d'identità israeliana, un attentatore ideale insomma per raggiungere
l'obiettivo, con una strategia talmente perfetta da avvalorare l'ipotesi che i
mandanti questa volta siano molto in alto. Spunta la pista di Hamas infatti, ma
non della direzione di Gaza bensì della sua leadership in esilio, quella che
risiede in Siria e che elabora piani di guerra e di vendetta insieme agli
Hezbollah del Libano. Lo avvalora la strana rivendicazione giunta alla
televisione libanese degli Hezbollah da parte di Ahrar Al-Jalil, un gruppo che
aveva già colpito nel nord di Israele nel
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri Pagina 112
Mondo palestinese L'attentatore era un "arabo blu" Mondo palestinese
--> GERUSALEMME L'attentatore palestinese Ala Hisham Abu Dheim che giovedì
sera ha compiuto la strage nel collegio rabbinico, viene indicato anche come
"un arabo blu". Il riferimento è al colore del suo documento di
identità: essendo residente nel sobborgo di Jabel Mukaber, che rientra nella
zona orientale di Gerusalemme, egli infatti era considerato un "residente
permanente", e quindi disponeva della carta di identità israeliana,
appunto di colore blu, che gli consentiva una totale libertà di movimento. Nel
complicato groviglio politico e territoriale dell'area, sono almeno sei le categorie
anagrafiche i cui si distinguono i palestinesi. oltre ai Blu ci sono i
palestinesi in Cisgiordania con passaporto palestinese o arabi verdi (dal
colore del passaporto), i palestinesi a Gaza che non possono entrare né in
Cisgiordania, né in Israele senza uno speciale permesso, palestinesi clandestini rientrati a
Gaza o in Cisgiordania dopo l'accordo di Oslo del 1994 grazie ad un permesso
provvisorio israeliano, e che poi hanno deciso di restare. Palestinesi
israeliani sono quelli rimasti dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Infine quelli
della diaspora.
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri Pagina 112 Il
Consiglio di sicurezza non trova l'unità per l'opposizione della Libia Impasse
all'Onu, vacillano i piani di Bush Il Consiglio di sicurezza non trova l'unità
per l'opposizione della Libia --> New York L'orrore per la strage alla
scuola talmudica a Gerusalemme Ovest non si è tradotto in una condanna
dell'Onu: il Consiglio di Sicurezza riunito giovedì notte in sessione di
emergenza al Palazzo di Vetro non è riuscito a trovare parole comuni per
esprimere l'indignazione internazionale davanti ai cadaveri degli otto studenti
del collegio rabbinico. Il sangue sparso a Gerusalemme e l'impasse delle
Nazioni Unite hanno confermato lo scetticismo sul progetto di pace lanciato ad
Annapolis: nonostante l'ultima missione del segretario di stato Condoleezza
Rice nella regione, le speranze del presidente George W. Bush di passare alla
storia come il pacificatore del Medio Oriente hanno subito un nuovo durissimo
colpo. La Rice aveva lasciato mercoledì il Medio Oriente
dopo aver convinto il presidente palestinese Abu Mazen a tornare al tavolo del
dialogo con Israele e,
all'indomani dell'attentato a Gerusalemme, la Casa Bianca ha ribadito
l'importanza che israeliani e Palestinesi continuino lungo la strada della pace
disegnata a Annapolis. "La cosa più importante è che il processo di pace
continui", ha detto il portavoce Tony Fratto. Alla domanda se la
Casa Bianca non sia rimasta delusa per l'impasse all'Onu, Fratto ha risposto
che "l'attacco non merita altro che una condanna" e ha aggiunto che
Washington giudica "estremamente demoralizzanti, di fatto ripugnanti"
i festeggiamenti di Gaza. Il progetto degli Usa di far approvare una
dichiarazione di condanna dell'attentato terroristico era finito su un binario
morto per l'obiezione della Libia, determinata a far uscire dall'aula un
"testo equilibrato".
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Provincia di
Cagliari Pagina 1047 Serdiana Medio Oriente: dibattito a La Collina Serdiana
--> "Il caso iraniano e la crisi israelo -
palestinese" è il tema dell'incontro che mercoledì si terrà nella comunità
"La Collina" di Serdiana (località S'Otta). Alle 20,30 inizierà la
discussione. Il dibattito coinvolgerà in prima persona Massimo Ragnedda,
docente di "Sociologia dei processi culturali" dell'Università di
Sassari e visiting research dell'Università di Cambridge, assieme a don
Ettore Cannavera nel ruolo di mediatore. Un appuntamento con la cultura Medio
orientale cui potranno partecipare tutti gli interessati. (c. s. ).
( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XIV - Roma
Parco dei Principi Auditorium Iuc - La Sapienza Assisi e dintorni Dai Village
People a Obama mix di culture in scena Tutte le emozioni del vino al
"Bibenda Day 2008" L'Orchestra del Maggio e la sinfonia di Mozart Il
duo Telefon Tel Aviv elettronica da Chicago Petite Bande Kuijken per la Messa
di Bach Fondazione Alda Fendi Il regista Raffaele Curi porta in via di San
Teodoro "D'ambra grigia e canfora" Mr E. è uno degli artisti più
interessanti del rock Usa CECILIA CIRINEI Un falco, bello e aggressivo, con il
suo falconiere, un agnellino candido e un verso del poeta persiano Qatran che
dà il titolo, "D'Ambra Grigia e Canfora", al quarto suggestivo
"Esperimento di Quaresima" ideato e curato dall'eclettico Raffaele
Curi per la Fondazione Alda Fendi. E ancora: i Village People che cantano dal
vivo la loro canzone simbolo "Ymca", che li ha resi nel tempo
un'icona del mondo gay internazionale, e uno scontro-incontro, senza esclusione
di colpi, fra Occidente e Oriente che si svolge all'ombra della ricostruzione
scenografica delle mura di Gaza, che separano la Palestina da Israele, realizzata all'interno dell'Antico Mercato del Pesce degli
Ebrei al Circo Massimo in via di San Teodoro. Tanti significati nei significati
che offrono diverse chiavi di lettura per questa nuova
installazione-performance scritta e diretta da Curi e interpretata, in una
serie di quadri viventi, che, come violenti flash illuminano a tratti la
grande sala, da Veronica De Laurentiis, attrice e scrittrice figlia di Silvana
Mangano e Dino De Laurentiis, nel ruolo centrale della "Mater Dolorosa",
il ballerino Alessandro Pintus, gli attori Mohamed Zouaoui, Federica Lorusso,
Michelangelo Tommaso, Sami Haven, la top model Simonetta Gianfelici e i mitici
Village People al gran completo, sempre molto appariscenti con creste da
mohicani fluorescenti e giubbotti di pelle con le borchie, e più in forma che
mai nonostante l'età. "Lo spettacolo di quest'anno, dopo la trilologia
dedicata all'animo umano "Kaisar", "La lotta" e "Di
tre colori e d'una dimensione" - ha raccontato Raffaele Curi ieri mattina
nella sede della Fondazione Alda Fendi alla Galleria Foro Traiano 1- è un sogno
viaggiante. Io sono per il teatro di suggestione e non di parola. Cerco di
portare qualcosa di nuovo e di assolutamente sperimentale. Agisco in maniera
astratta: nella performance c'è persino un'immagine di Barak Obama, ma anche
quello che si vede la notte da una finestra di Amman con la luce della luna e
il profumo delle spezie. E poi le dune del deserto che assomigliano a onde di
un oceano pietrificato, l'Arcangelo Gabriele e l'irrompere dell'America con la
A maiuscola attraverso i Village People che cantano. Solo loro potevano
rappresentare l'America che si rinnova". Accanto a Curi Alda Fendi, con
occhiali anni Settanta stile Village People: "Lo spettacolo non ha dialoghi
- spiega - sono solo concetti, sensazioni, emozioni. Vuole stimolare le persone
a riflettere". Jeff Olson dei Village People, vestito da cow-boy, dice:
"Siamo molto orgogliosi di essere in questo gruppo di lavoro. Dopo 31 anni
che cantiamo questa canzone, che è una canzone giusta e ne stiamo ancora
cercando un'altra che abbia la stessa carica, siamo pronti per lo
spettacolo".
( da "Secolo XIX, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Gerusalemme Esposti
fino al 3 giugno al Museo di Israele i dipinti
razziati dai nazisti in Francia durante la guerra 08/03/2008 GERUSALEMME.
"In cerca dei proprietari"è il titolo di una grande esposizione di
opere d' arte razziate in Francia dai nazisti, in corso fino al 3 giugno al
Museo di Israele accanto a un'altra di "opere
orfane", delle quali cioè non si ha assolutamente traccia della loro
provenienza. È una pagina del periodo nazista ancora relativamente poco nota al
grande pubblico, quella delle opere d'arte di cui il Terzo Reich si era
appropriato. Nel caso della prima esposizione, spiega James Snyder, direttore
del Museo, si tratta di opere che "contrariamente a quanto si è soliti a
credere non appartenevano solo a famiglie ebree: in realtà le opere d'arte in
Europa, e in particolare in Francia, furono prese da ogni settore della
società". Furono circa centomila gli oggetti d'arte trafugati dai nazisti
in Francia, in modi diversi, e portati in Germania. Si tratta di oggetti frutto
di razzie, presi con la forza o ottenuti per mezzo di vendite forzate a prezzi
irrisori o scambiati con altre opere considerate "arte degenerata",
come quelle dei pittori impressionisti, e acquistate da mercanti d'arte senza
scrupoli. Sessantamila oggetti tornarono in Francia alla fine della guerra e 45
mila rapidamente restituiti ai proprietari. Altre 13 mila opere di minor valore
sono state vendute e i fondi ottenuti versati alla Fondazione per il ricordo della
Shoah. Solo duemila oggetti non sono ancora tornati ai legittimi proprietari
poiché non è stato possibile risalire a loro con certezza. Le opere sono
custodite nei musei francesi mentre una commissione governativa, istituita nel
'97 dall'allora premier Alain Juppé, continua la ricerca dei proprietari.
L'esposizione al Museo di Israele a Gerusalemme, che
comprende 53 opere, è parte di questo sforzo. Tra i quadri esposti figurano
opere di Degas, Delacroix, Ingres, Manet, Courbet, Seurat, del dadaista Max
Ernst. "Saremo felici se questa esposizione permetterà ad alcune delle
opere di ritrovare i loro proprietari", ha detto il ministro della cultura
francese Christine Albanel. Dal 24 giugno al 28 settembre la mostra si
trasferirà al Museo di arte e storia ebraica a Parigi. R. C. 08/03/2008.
( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Gli
altri Abu Assad vive in Israele "Sì, lavoro per gli
occupanti, allora? Il castigo arriva anche per gli ebrei".
( da "Stampa, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
[FIRMA]FRANCESCA
PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME La biblioteca della yeshiva Merkaz Harav è
ferma a giovedì notte, il tavolo ingombro di libri e portatili aperti, i
pomodori della merenda sparsi in terra, gli zainetti Eastpack degli studenti
accanto alle sedie rovesciate. Il sangue è stato lavato dal pavimento ma l'aria
ne è pregna. Fuori, nel cortile e sulla strada Ha-Ra Zvi Yehuda, migliaia di
persone, ultraortossi e semplici cittadini, si stringono intorno alle famiglie
delle 8 vittime. "E' stata la volontà di Dio ma il governo deve punire gli
assassini" mormora appena Orli Roti, copricapo lavorato a mano, lunga
gonna a fiori sulle comode Crocs, occhiali scuri. Aveva parlato da poco al
telefono con il suo Roy, 18 anni appena compiuti, quando il tg ha annunciato
l'attentato, rivendicato ieri da Hamas e poi smentito: "Studiava a Markaz
Harav da due mesi. Ho capito subito che era morto, non rispondeva più, il
cellulare squillava, squillava". Siede accanto al marito Yacov, impiegato
della compagnia telefonica Mirs, gli altri 4 figli, il suocero David
sopravvissuto ad Auschwitz. Alle loro spalle la folla composta ma rabbiosa
prega, piange, recrimina. "Gli arabi devono pagare" dice piano Zaev
Dorai, kippà, gilet nero sulla camicia bianca, 16 anni come metà delle vittime.
E' arrivato in autobus da Bet El, l'insediamento ebraico alla periferia di
Ramallah, il cuore roccioso della Cisgiordania che lui chiama Samaria. Anche
Roy Roti era nato in una colonia, El Kana, qualche migliaio di villette
affacciate sui minareti di Tulkarem, un chilometro e mezzo oltre la linea del
'67, dentro il confine palestinese. "El Kana è nella nostra terra, quando
abbiamo provato a barattarla per la pace ci hanno massacrato" sussurra
Zeev Zisserman rivolto ai politici che si sono tenuti lontani dai funerali.
Appuntata al petto ha la foto del figlio Einav ucciso nel 2001 da un cecchino
palestinese: "Assassini". Gli "assassini" abitano a
mezz'ora di macchina dal centro di Gerusalemme Ovest, una palazzina a due piani
addobbata con le bandiere di Hamas sulla collina di fronte al muro che circonda
Betlemme. Per raggiungere Jabal al Mukabir, il villaggio del killer Ala Abu
Dehin, bisogna attraversare le mille frontiere invisibili della città Santa, le
mura antiche blindate per il venerdì della preghiera musulmana, la promenade
Sharover, il quartiere Armon Ha-anatziv con le aiuole svizzere e i balconi
verandati su cui sventola la stella di David. Poi il sentiero si stringe,
l'asfalto sparisce, l'atmosfera si carica della voce del muezzin che prega per
lo "shaid", il martire. "Ala faceva l'autista, doveva sposarsi
fra tre mesi", racconta la cugina Suad seduta accanto a mamma Fatima nel
salone con i mobili laccati e le plastica sul divano. Suad ha 34 anni, dieci
più del cugino, 4 figli, il foulard stretto intorno al viso pallido: "Sopresa?
E perchè? Chiunque di noi avrebbe potuto fare la stessa cosa dopo le scene dei
bambini sterminati a Gaza". Ala era stato arrestato quattro mesi fa dalle
forze israeliane, con l'accusa di avere rapporti con i libanesi Hezbollah. Ed
era poi stato rilasciato per insufficienza di prove. Giovedì alle 18 è uscito
di casa e non è più tornato. Alle 2 i militari israeliani sono venuti a
prendere il padre, due fratelli, la fidanzata. "Quella che gli ebrei
chiamano yeshiva non è una scuola, è un centro di formazione per sionisti,
nessuno lì è un civile" continua Suad. Può darsi che Ala abbia lasciato
una lettera. Lei non ne vuol parlare: "Non ci piace piangere i morti ma
siamo fieri del suo coraggio". L'orgoglio sanguinario di una parte
coincide con la disperazione dell'altra che nei discorsi funebri dei rabbini
più radicali, anima dell'Israele irriducibile al
compromesso, diventa sete di vendetta. Due facce d'una medaglia lanciata in
aria 60 anni fa e rimasta sospesa. La Gerusalemme araba tace, ammutolita dalle
sue stesse contraddizioni. "Lavoro anche con gli occupanti: e allora? Non
potevano pensare che Gaza sarebbe rimasta impunita" dice Abu Assad,
titolare di una delle pasticcerie di Suk Khan Zed street, la via dei baklava
nel quartiere musulmano della città vecchia. Palestinese con carta di residenza
israeliana, Abu Assad fluttua tra la soddisfazione inconfessabile di queste ore
e la consapevolezza di vivere in quel Paese nemico che, sotto sotto, non
abbandonerebbe mai per trasferirsi in Palestina.
Quattro mesi fa, alla vigilia del vertice di Annapolis, quando Olmert affrontò
per la prima volta il tabù di Gerusalemme lasciando intendere che alla fine
sarebbe stata divisa, centinaia di palestinesi si precipitarono al ministero
dell'Interno israeliano per cambiare la carta di residenza con il passaporto.
Arabi-israeliani, il cuore arabo e lo stipendio israeliano. Il tallone
d'Achille della sicurezza nazionale, ammette Yonathan Figel, guru
dell'International Policy Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, l'Olimpo
dell'antiterrorismo israeliano: "E' la sfida del futuro, la nostra sola
chance è l'intelligence. Il muro è fondamentale e andrà completato in fretta ma
è inutile contro il terrorista interno, quello che gira con un documento
regolare in tutto e per tutto equiparabile a Simon Peres". Gerusalemme si
addormenta diffidente, la città idealmente aperta alle fedi è prigioniera della
Storia. Come in un dramma di Shakespeare la scena finale è occupata dal corteo
delle bare, il funerale dei giovani, dei buoni, dei cattivi, delle illusioni.
( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XV - Firenze
Incontro in redazione con i direttori della rassegna Fra teatro, danza e
musiche, ecco cosa ci attende alla Leopolda Tra maestri e giovani ecco il
festival 2008 50 mila euro sono stati spesi per un concorso di teatro Risultato:
quattro prime assolute ROBERTO INCERTI FULVIO PALOSCIA Da 15 anni è il festival
della contemporaneità a Firenze. Alla vigilia di Fabbrica Europa, abbiamo
intervistato in redazione il presidente della Fondazione Luca Dini, il
direttore artistico della sezione teatro Roberto Bacci e Maurizia Settembri,
responsabile di danza e multimedia, che ci hanno anticipato il programma del
2008 (dal 3 al 24 maggio) e parlano del futuro di una manifestazione che ogni
anno raccoglie alla stazione Leopolda 80 mila persone. Il programma
"Fabbrica Europa è un festival per Firenze e allo stesso tempo
internazionale, nell'ottica della coproduzione di spettacoli con importanti
realtà straniere: vista la carenza di risorse, ci arrangiamo come dei migranti.
Sarà ancora un festival che farà incontrare i grandi maestri con i giovani. A
cominciare dal Living Theatre con la riedizione del mitico The Brig,
agghiacciante ritratto della brutalità delle prigioni militari. Sarà presente
anche Judith Malina, fondatrice della compagnia con Julian Beck. Les Nègres di
Genet nasce dall'incontro tra il musicista senegalese Badara Seck e il regista
Gustavo Frigerio. Grazie alla collaborazione con l'ambasciata olandese,
ospiteremo una delle più significative compagnie di danza contemporanea, Galili Dance dell'israelo-olandese Itzik Galili. All'Alcatraz, va
in porto il progetto dei quattro cantieri teatrali, produzioni in prima
assoluta di giovani gruppi selezionati tra 150 che hanno risposto a un bando
nazionale: Nanou da Ravenna, Habillè d'eau di Roma, Città di Ebla di Forlì,
Teatro sotterraneo di Firenze. L'operazione è costata circa 50 mila
euro. Dal Brasile arriverà L'uomo provvisorio, lo spettacolo di Cacà Carvalho e
Francesca Della Monica elaborato nel deserto del Cariri. Per la musica, il
progetto di Andrea Mi City Mix indagherà la scena elettronica di Amsterdam,
Rotterdam, Colonia e Londra. Mentre il Musicus Concentus porterà i norvegesi
Supersilent tra jazz, ambient ed elettronica". Il pubblico "Per i
giovani, Fabbrica Europa è un rito al quale si partecipa per portare qualcosa:
magari la propria presenza. Il bar all'esterno è stata un'invenzione per non
lasciare gli spettatori fuori senza far niente ma ben presto si è rivelata una
scommessa vincente. E' parte integrante del progetto tanto quanto la
programmazione. I tentativi di realizzare bar nell'esterno della Leopolda
aldilà di Fabbrica Europa sono falliti. Questo significa che il festival è un
valore aggiunto. Mancano però le risorse". Le risorse "La Fondazione
ha un bilancio di circa 500 mila euro. La Regione, che l'anno scorso ha
incrementato il budget, stanzia insieme alla Provincia 300 mila euro; il Comune
partecipa con 62 mila euro - contributo fermo da 10 anni - più 30 mila che
vanno a Pitti Immagine per l'affitto della Leopolda. L'Ente Cassa di Risparmio
quest'anno ha incrementato il proprio intervento da
( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XV - Bologna
La storia In prima linea tre incursori che valgono, insieme, 27 reti: muscoli e
fantasia per aggredire il big match Re Elvis, il Tir e l'Uccellino attenta a
quei tre, difesa rossoblù Un attacco da serie A: così in Salento stanno
sognando Il cileno Valdès, insoddisfatto del suo impiego, lascerà a fine
stagione. In prima fila c'è ora l'Atalanta, per farne il vice-Doni Tiribocchi
ha tutto per la massima serie: pure la moglie, un'ex miss Italia. Abbruscato
piaceva a Cazzola, poi andò al Torino e fallì CHRISTIAN GIORDANO "Che
sfiga". Poco oxfordiano ma chiaro, Simone Tiribocchi s'è sciacquato la
bocca a Valpolicella e rimpianti, nella cena di sabato sera a Verona, quando
Chievo-Lecce 3-3 ancora restituiva emozioni, e a condividerle da commensale con
lui c'era Pellissier, amico di sempre ed ex compagno d'attacco nel Torino e nel
Chievo. I gialloblù, e il rigore sbagliato dal 'gemello' Abbruscato, gli
avevano fatto passare l'appetito e suggerito riflessioni su questo pazzo
campionato. "Col Lecce ho fatto 56 punti e 13 gol, come lui (senza rigori),
e dopo 28 partite il Chievo è secondo e insegue la promozione diretta, noi
siamo quarti e non siamo neanche sicuri dei play-off". Nemmeno il Bologna
capolista lo è, e oggi in Salento dovrà stare attento a non farsi male,
guardandosi allo specchio. Molto più simili di quel che non si racconti,
emiliani e pugliesi si scimmiottano a vicenda, sin dai proclami estivi dei
tecnici. Arrigoni dalla presentazione, e Papadopulo dal 15 luglio, primo giorno
di raduno a Tarvisio, l'hanno detto chiaro: l'obiettivo è la A. E le squadre -
i giallorossi subito, i rossoblù col corposo mercato di gennaio - sono state
ritagliate sulla sagoma del Napoli promosso l'anno prima: un portierone e tre
marcantoni dietro (anche col peso leggero bolognese Terzi, i migliori pacchetti
del torneo: 17 gol presi Antonioli, 20 Benussi), una linea mediana spesso a
cinque e in attacco una coppia di big. I numeri non mentono: 16+3 reti per
Marazzina-Bucchi, 23 per Tiribocchi-Abbruscato. Attenti a quei due, insomma. E
c'è pure dell'altro: perché, mentre in Emilia il fantasista (Adailton,
Bombardini, Di Gennaro) s'è visto a sprazzi, a Lecce è esploso il cileno Jaime
Valdés, un dodicesimo di lusso da 4 gol in 1174 minuti spalmati su 23 presenze.
Papadopulo lo impiega da seconda punta, trequartista o esterno sinistro alto
- quando gli avversari boccheggiano, ma "el Pajarito", l'uccellino
che pare la versione andina di Kurt Hamrin, mito svedese viola-rossonero, per
via delle misure,
( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Israele, la rabbia e
il terrore "Così divamperà la guerra" Ai funerali degli studenti il
rabbino attacca il governo In migliaia nella strada tappezzata da manifesti per
"i santi eroi dal gentile animo" Degli otto uccisi cinque avevano
meno di 18 anni, uno appena 15 ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente
GERUSALEMME - La porta a vetri blindata della biblioteca è tutta sforacchiata di proiettili. Almeno due raffiche
sparate con mano ferma e tecnica militare, dall'alto verso il basso, l'hanno
resa un colabrodo. Un lumino fiammeggia sul gradino. Dentro la stanza della
strage, gli uomini di Zaka, con il giubbotto giallo e la kippà nera, stanno
ripulendo il grande tavolo e gli scaffali pieni di testi sacri consumati
dall'uso, del sangue versato dalle vittime. E' una procedura lenta e
meticolosa, da non disturbare. Così, quelli che accorrono per i funerali,
arrivano sulla soglia della biblioteca, sbirciano dentro, si abbracciano,
scoppiano in lacrime ma non entrano. Tutto il dolore della Gerusalemme ebraica,
devota e militante s'è concentrato qui, nel cortile della Yeshiva presa
d'assalto giovedì sera, sulla strada che porta il nome del suo fondatore, via
Zvi Yehuda (da Zvi Yehuda Kook), quasi all'entrata ovest della città. Il
collegio talmudico consta di un edificio a quattro piani senza pretese,
spartano, ma con un balcone in ogni stanza. Evidentemente, i posti dove potersi
raccogliere e studiare sono inferiori alle richieste. Ci sono banchi
dappertutto, anche sui ballatoi delle scale. Per i corridoi c'è la composta
animazione che caratterizza l'atto formale e conclusivo di una grande tragedia.
Migliaia di persone affollano la strada tappezzata di manifesti per "i
nostri santi eroi dall'animo gentile". I terrazzini della Yeshiva sono
gremiti di studenti. Molti sono poco più che bambini. Felpe, tute, t-shirt,
jeans, scarpe da ginnastica e kippà colorate. Da sotto le magliette, spuntano i
fiocchi (talled) della tradizione esibiti con molta indulgenza. Qualcuno
indossa la divisa e porta l'arma, perché i membri di questa Yeshivà,
contrariamente ad altri correnti ultra ortodosse, servono nell'esercito,
solitamente, come ufficiali delle unità combattenti. Tanto più forte è la pena
per l'oltraggio subito, quanto più alta è la consapevolezza del proprio ruolo.
"Non a caso i terroristi ha scelto di venire qui - dice il direttore
amministrativo della Yeshivà, il rabbino Eitan Eisen - perché noi cresciamo
generazioni e generazioni di persone che hanno fede nella Torà, perché siamo il
cuore pulsante di Eretz Israel e non rinunciamo a nessuna parte di essa".
In queste aule, tra questi banchi è nato, infatti, il sionismo religioso. Qui
si è avuto l'incontro tra nazionalismo e fede da cui ha preso le mosse il
movimento dei coloni, Gush Emunim, il Blocco dei Fedeli, secondo l'insegnamento
di Rav Kook semplificato nella frase: "Chiudete la torà e andate a
stabilirvi in Giudea e in Samaria", gli antichi nomi biblici dei territori
conquistati nella guerra del '67. Nel cortile abbellito da una grande palma,
dove lentamente si raccoglie la folla dei parenti e dei partecipanti al lutto,
sfilano alcuni degli uomini che, una volta usciti dalla Yeshivà, hanno animato
le fila della destra messianica. I rabbini degli insediamenti. I deputati Benny
Elon e Nissan Slomiansky, sempre al fianco dei coloni sia che si tratti del
ritiro da Gaza che di sgomberare qualche abitazione illegale in un quartiere di
Hebron. L'ex speaker della Knesset Rubi Rivlin. Praticamene assente, il
governo, a meno di non considerare il ministro senza portafoglio Meshullam
Nehari, del partito ultraortodosso sefardita, Shass, in rappresentanza
dell'esecutivo. Quando arrivano le salme, ognuna avvolta nello scialle della
preghiera (talleth), bianco bordato di nero, l'aria, il cortile, la strada in
cui s'accalcano almeno diecimila persone risuonano di lamenti. I corpi nei loro
sudari, senza cassa di legno, secondo l'uso ebraico, vengono adagiati ognuno su
due banchi uniti a formare una lettiga, un biglietto azzurro appoggiato sopra
con su scritto il nome. Attorno si raccolgono i familiari. Da platea dolente
affiora qualche dettaglio. L'ultimo degli otto uccisi doveva essere un giovane
falashià, un ebreo etiope di colore. Cinque avevano meno di 18 anni. Uno appena
15. E deve essere quello la cui giovane madre non riesce a darsi pace e ad
impedire che le unghia le graffino le guance. Chi, anche in considerazione
dell'ideologia che impregna questo luogo simbolo del nazionalismo ebraico,
s'aspettava discorsi infuocati, rimarrà probabilmente deluso. Non è la retorica
a gonfiare le parole, ma più spesso è il pianto a spezzare la voce degli
oratori. Solo in un passaggio della sua elegia, il rabbino capo della Yeshivà,
Yakoov Shapira, accenna ad una critica alla dirigenza del paese: "E'
giunto il momento per tutti noi di capire che la lotta sta divampando. Tutti
noi crediamo che sia ora di un capovolgimento spirituale, di avere una
leadership migliore più forte e più credente. Noi tutti abitanti di Gerusalemme
siamo gli obiettivi degli assassini". Molti conoscitori del mondo politico
nazionalista e religioso hanno previsto una possibile risposta dei coloni
all'eccidio degli studenti. Una vendetta. Davanti alla porta chiusa della
biblioteca chiedo ad uno dei seminaristi quanto quest'ipotesi sia credibile.
Risponde con sicurezza: "E' il governo che deve vendicarci. Nel senso che
tutti i responsabili di questa strage devono essere puniti. Se non sarà così, allora
è possibile che qualcuno si alzi per fare giustizia". Poco prima, il
rabbino capo sefardita Morchia Eliahu aveva ricordato a tutti che la
"vendetta del sangue spetta a dio".
( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Dopo la strage Il
ministro degli Esteri: "Molti israeliani sono d'accordo ad aprire il
dialogo: è difficile ma si può fare". D'Alema: "Trattare con
Haniyeh" Fini: "Niente negoziati con i terroristi" La crisi non
si era mai spenta, malgrado le speranze di Annapolis Bisogna fermare la spirale
di violenza ROMA - Poche ore di attesa, e puntuale arriva in Italia la consueta
polemica su Hamas, il movimento integralista palestinese guidato da Ismail
Haniyeh, che gli israeliani giudicano semplicemente un gruppo terroristico, e
che ha celebrato con gioia il massacro di giovedì sera nella scuola rabbinica
di Gerusalemme. Il primo ad avviare la polemica è il ministro degli Esteri
Massimo D'Alema, che invita Israele a cercare un
negoziato con il movimento integralista. "Un sondaggio di cittadini
israeliani ritiene che discutere con Hamas sia necessario: a me sembra una
posizione saggia. Non so se sia la soluzione, ma la tenterei", dice il
ministro degli Esteri, sapendo che questo del dialogo con Hamas è un tabù che
gli israeliani (e l'amministrazione americana) gli hanno chiesto più volte di
non violare in pubblico. D'Alema continua il suo ragionamento, sostenendo che
dopo la conferenza di Annapolis "la crisi mediorientale non si era mai
spenta, malgrado le speranze di pace dopo il vertice e la ripresa del dialogo:
il conflitto non si è mai fermato. Il rivoltante e tragico attentato di
Gerusalemme fa seguito agli scontri in cui sono morti 125 palestinesi a Gaza.
Da una parte c'è l'estremismo palestinese, dall'altra l'estrema durezza della
reazione israeliana. Bisognerebbe fermare questa spirale di violenza".
Questa di D'Alema è una posizione che già in passato ha portato il ministro
degli Esteri in rotta di collisione con governo di Gerusalemme e con
l'amministrazione Bush, che nell'estate del 2007 aveva quasi congelato i
rapporti con la Farnesina anche a causa della posizione del ministro su Hamas.
E ieri, pochi minuti dopo l'intervento di D'Alema, la polemica italiana è stata
immediatamente attivata da Gianfranco Fini. Il leader di An, ex ministro degli
Esteri, ha sostenuto che "non si può trattare con Hamas, che ha una
posizione di un'ambiguità intollerabile, non riconosce il
diritto di Israele ad
esistere e deve essere considerata un'organizzazione terroristica". Per
Fini "Israele ha il
diritto di difendersi quando individua aree o covi di terroristi e ha il
diritto di intervenire. è vero che ciò può comportare anche delle vittime
civili, ma è vero, purtroppo, che spesso i terroristi si fanno scudo degli
stessi civili". In soccorso di D'Alema è intervenuto Piero Fassino,
ultimo segretario dei Ds e soprattutto esperto di politica internazionale; per
Fassino "si potrebbe anche trattare con Hamas, negoziare una tregua, ma a
condizione che Hamas una volta per tutte superi la propria ambiguità e
riconosca che Israele ha diritto di esistere. Bisogna
ottenere il superamento di questa ambiguità". (v.n.).
( da "Repubblica, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esposti anche i
vessilli della Jihad e di Hezbollah su una terrazza a un passo dalla sede
dell'Onu E sulla casa dell'assassino sventola la bandiera di Hamas Alcuni anni
fa l'attentatore aveva lavorato come autista nella scuola religiosa DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Sul terrazzo della casa di Alaa Abu Dheim, nel
villaggio di Jabel Mukaber, non lontano dalla rappresentanza delle Nazioni
Unite, quasi sulla linea verde che divide Gerusalemme dai territtori, sventola
il gran pavese del terrore: le bandiere verdi di Hamas, quelle nere della Jihad
e quelle gialle di Hezbollah. Al piano terra, a ridosso della porta d'ingresso
i familiari hanno eretto la tenda del lutto, ma molti parenti diretti non
possono ricevere gli ospiti venuti per le condoglianze, perché da giovedì sera
sono nelle mani della polizia israeliana, che li interroga. Presumibilmente tra
i 20 e i 25 anni, Alaa Abu Dheim qualche anno fa aveva lavorato come autista
per la stessa Yeshivà Merkaz Harav in cui ha compiuto la strage di studenti. E
questo dettaglio spiegherebbe come mai il terrorista sia potuto entrare
tranquilamente nel cortile della scuola religiosa ed arrivare fino alla
biblioteca. Sulle braccia reggeva un pacco di cartone in cui aveva nascosto il
fucile mitragliatore e sette caricatori. Altro particolare emerso dalla scarna
biografia del giovane assalitore della Yeshivà è che quattro mesi Alaa era
stato arrestato dalla polizia israeliana ed era stato rilasciato da poche
settimane. E' in questo lasso di tempo che i palestinesi di Gerusalemme est,
considerati dai servizi di sicurezza israeliani come una sorta di cavallo di
troia del nazionalismo palestinese, sono tornati in primo piano con una serie
di manifestazioni di protesta e di attentati sia pure minori. Di più diranno
sicuramente le autorità israeliane. Le quali, però, sono attualmente alle prese
con il mistero della rivendicazione. Ce ne sono state due, la cui validità
viene tuttora soppesata. La prima, giovedì sera, ad opera del fantomatico
"Battaglione degli uomini liberi della Galilea - Martire Imad Mughniyeh e
martiri di Gaza", portata a conoscenza della rete televisiva degli
Hezbollah, Al Manar, a Beirut e successivamente comunicata anche dall'agenzia
palestinese Mann. L'altra, è stata raccolta ieri pomeriggio dalla Reuter che ha
ricevuto una telefonata di un anonimo esponente del Movimento islamico, Hamas,
a Gaza. Quali che siano i suoi collegamenti con l'organizzazione islamica, la
polizia israeliana sembra convinta, o almeno così fa sapere, che Alaa Abu Dhein
abbia agito da solo, sfruttando abilmente la carta d'identità blu concessa ai
cittadini arabi di Gerusalemme est, grazie alla quale possono
muoversi su tutto il territorio israeliano. Come ai quasi tutti 253 mila
palestinesi della città santa, anche ad Alaa Dhein era stato accordato lo
status di "residente permanente" di Gerusalemme che, oltre a
comportare la possibilità di godere di quasi tutti i sussidi e le misure di
protezione sociale, come per esempio, l'assistenza sanitaria e l'indennità di
disoccupazione, dà diritto a ricevere uno speciale documento d'identità,
detto appunto "carta blu". Gli arabi di Gerusalemme est,
contrariamente agli arabi israeliani della Galilea, non sono cittadini dello
Stato ebraico, non hanno passaporto israeliano e non possono votare. Possono
però viaggiare all'interno del paese e di questo privilegio s'è avvalso il
terrorista per muoversi indisturbato dal suo villaggio nella parte orientale
della città alla Yeshivà situata nella zona Ovest. (a. s.) -.
( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Zvi Schuldiner Dopo
vari giorni di fuoco nella Striscia di Gaza, il fuoco si estende a Gerusalemme.
Un palestinese è entrato in una yeshiva e ha assassinato otto alunni, giovani
tra i 14 e i 19 anni di età. Si tratta di una strage dai molteplici significati
e probabilmente è il nuovo anello di una catena terribile che porterà solo
nuove sofferenze. L'assassinio attribuito a un palestinese di Gerusalemme
assume il senso della vendetta per i palestinesi uccisi dall'esercito
israeliano nell'ultima settimana, e ha suscitato uno spettacolo ripugnante a
Gaza, con spettacoli di giubilo organizzati da Hamas. La vendetta, che molti
potrebbero gradire a livello emotivo, non è altro che un nuovo contributo alla
catena di sangue che provvederà a seppellire ogni possibilità di costruire un
orizzonte politico. Hamas sa come provocare la morte, ma non ha alcuna
strategia riguardo la vita. La tattica di Hamas può portare in piazza a
festeggiare tutti quelli che godono della morte, il che politicamente equivale
a isolare e indebolire ancora di più Abu Mazen e il suo governo. La tattica di
Hamas e la debolezza di Abu Mazen sono un cocktail catastrofico che mette in
luce due altri aspetti: il governo israeliano è riuscito a
smembrare l'unità della Palestina mentre i palestinesi non hanno una reale strategia politica. La
tattica israeliana rivela anche i disastrosi effetti del cancro annessionista e
bellicista del governo israeliano: solo la forza è un elemento chiaro, brutale,
decisivo e definito di un'élite politica miope che continua a negare la realtà
e a costruire un futuro che non porta alla pace ma alla perpetuazione
della guerra e alla degenerazione progressiva del sistema politico e sociale in
Israele. Aprofittando dell'ignoranza, dell'apatia o
della stupidità dentro e fuori Israele, il premier
Olmert già accusa l'Autorità palestinese di non fare abbastanza per combattere
il terrore. Questo è anche vero, ma non prende in considerazione un
"piccolo" problema: l'Autorità non è reale come pensano molti. Non ha
alcuna forza e si trova sotto una totale occupazione israeliana. Anche se si è
già detto, è bene ripeterlo: le forze israeliane si trovano in ogni angolo dei
territori occupati in Cisgiordania e mantengono un accerchiamento crudele di
quella grande prigione che è Gaza. La strage è da condannare per le sue
caratteristiche disumane. I festeggiamenti a Gaza sono ripugnanti. Ma questo è
anche il risultato di un programma scritto ed elaborato giorno dopo giorno dai
nostri dirigenti in Israele. La violenza e soltanto la
violenza è l'unica risposta della miope e debole leadership israeliana. Messi
sotto pressione da un'opposizione ancora più estremista, i dirigenti pensano
solo alle apparenze. Temono che i negoziati o un compromesso li conducano alla
morte politica e per questo preferiscono continuare a seminare morte. Hamas e
il governo israeliano si stringono in un abbraccio mortale di cui fanno le
spese entrambi i popoli. I palestinesi e gli israeliani continueranno a pagare
con la vita questa costante costruzione di un futuro oscuro.
( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Hamas rivendica
l'attentato. Migliaia a Gerusalemme ai funerali dei seminaristi Israele, la Libia ferma l'Onu Mi. Gio. Gerusalemme Hamas ha
rivendicato l'attentato di giovedì sera contro il collegio rabbinico Merkaz
ha-Rav di Gerusalemme Ovest, in cui sono rimasti uccisi otto giovani studenti
ebrei. Un portavoce delle "Brigate degli uomini liberi di Galilea",
il gruppo sino a ieri sconosciuto che aveva in un primo momento rivendicato
l'attacco armato, ha ammesso che l'attentatore, Alaa Abu Dheim, era un
militante del movimento islamico. "I dirigenti di Hamas a Gaza non
sapevano nulla dell'attentato - ha spiegato ad al-Jazeera - A esserne informati
erano solo i leader del movimento islamico all'estero con i quali era in
contatto". L'attacco armato sarebbe stato pianificato 10 giorni fa. La
rivendicazione tuttavia chiarisce solo in parte l'accaduto. Il governo
israeliano nel frattempo pianifica la rappresaglia contro Hamas, assicura che
il negoziato con l'Anp andrà avanti e protesta, assieme agli Usa, contro la
Libia. L'ambasciatore di Tripoli alle Nazioni Unite, ha bloccato giovedì notte
una dichiarazione del presidente del Consiglio di Sicurezza di condanna
dell'attentato (che richiedeva l'unanimità) perché non faceva riferimento ai
sanguinosi raid israeliani che nei giorni scorsi hanno fatto 120 morti a Gaza.
Tel Aviv si dice sdegnata ma la Libia si è comportata come spesso fanno gli
Stati Uniti all'Onu, quando impediscono con il veto l'approvazione
di risoluzioni contro Israele. L'ingresso in campo di Hamas, nemico accanito di Israele, tuttavia non dirada la nebbia
che avvolge la figura dell'attentatore, Alaa Abu Dheim, 25 anni, di Jabal
Mukabber, alla periferia sud di Gerusalemme. Nel sobborgo palestinese non sanno
spiegarsi il suo atto contro il collegio rabbinico. "Alaa non si
era mai proclamato attivista di Hamas, non faceva politica attiva, lavorava e
pensava al futuro, tra qualche mese si sarebbe dovuto sposare con una ragazza
di Abu Dis. L'unica spiegazione del suo gesto è la rabbia che aveva provato per
i morti di Gaza", ha raccontato Iyad, un cugino di Abu Dheim, sotto il
tendone del lutto allestito dalla famiglia dell'attentatore. La popolazione di
Jabal Mukaber ha inoltre smentito che abbia lavorato come autista presso il
Merkaz ha-Rav. Alaa Abu Dheim probabilmente si era avvicinato ad Hamas in
segreto e ha continuato, sino al giorno fissato per la sua azione, a svolgere
normali attività. Quattro mesi fa era stato arrestato ed indagato per sospetti
contatti con Hezbollah ma dopo giorni di interrogatorio era stato rilasciato. Ieri
mattina migliaia di persone hanno partecipato ai funerali degli otto studenti
uccisi. La cerimonia funebre si è svolta nel piazzale davanti all'ingresso
dell'istituto religioso, dove sono stati esposti i corpi delle vittime alla
presenza dei familiari. Per tutto il tempo è regnato un clima di tensione e non
solo di dolore. Il direttore della scuola, il rabbino Yaakov Shapira, ha detto:
"questo massacro è la continuazione di quello del 1929" della
comunità ebraica di Hebron. Un altro importante rabbino, Mordecahi Eliahu, nel
suo elogio funebre, ha detto che non sarà vana e sarà vendicata la morte degli
otto seminaristi mentre il Consiglio dei rabbini della Giudea-Samaria (la
Cisgiordania), ha addirittura accusato il governo Olmert di essere responsabile
della strage, per aver mostrato "debolezza di fronte al nemico e
progettato di lacerare la terra di Israele".
Un'allusione ai negoziati con l'Anp. Di fronte ad animi così esasperati,
ministri e dirigenti politici di Israele hanno
preferito non partecipare alle esequie.
( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'attentatore era di
Gerusalemme est, che i palestinesi vogliono come loro capitale. Immiserita e
divisa dal muro, Al Quds è però sempre meno araba Michele Giorgio Gerusalemme
Jabal Mukaber, un nome che non dice molto. Eppure, sostengono i palestinesi, fu
proprio da questa località, di fronte alle mura di Gerusalemme, che il Saladino
lanciò l'attacco che lo portò a riconquistare la Città Santa. Oggi Jabal
Mukaber è solo un sobborgo palestinese di Gerusalemme, uguale a tanti altri:
sovraffollato, senza possibilità d'espansione, destinato a contenere una
popolazione che vive ai margini del benessere economico che brilla nel centro
della città. Di tanto in tanto Jabal Mukaber riceve le visite dei funzionari
del comune con l'incarico di demolire le costruzioni "abusive",
quelle che in gran parte dei casi i palestinesi costruiscono senza permesso
dopo aver atteso inutilmente l'autorizzazione delle autorità comunali. Qui
viveva anche Alaa Abu Dheim, l'attentatore che giovedì sera ha ucciso otto
studenti in un collegio rabbinico a Gerusalemme Ovest. Quanto il suo atto sia
frutto di fanatismo religioso o della rabbia per i morti di Gaza o della
frustrazione di palestinese con ben pochi diritti, è difficile dirlo. Per amici
e parenti ha agito per vendicare le vittime di Gaza, per la polizia israeliana
era vicino ad Hamas. Comunque sia, il caso di Alaa Abu Dheim ha riproposto
all'attenzione generale la questione della Gerusalemme araba e dei suoi
abitanti. La parte della Città Santa che i palestinesi intendono proclamare
capitale di un loro futuro Stato indipendente è afflitta da un lento ma
costante declino. I continui lavori di costruzione di strade e colonie ebraiche
ne stanno modificando profondamente il volto: un territorio che prima era
omogeneo, un unico settore, ora è spezzettato con quartieri palestinesi che
appaiono divisi tra di loro. La Gerusalemme araba esiste sempre di meno,
sostituita da "quartieri", "rioni" arabi, così come li
definisce la terminologia politica israeliana. I suoi abitanti, circa 250mila,
che in maggioranza rifiutano di diventare cittadini israeliani, godono di uno
status, molto precario, di "residenti permanenti", soggetti a
regolamenti e disposizioni concepiti per espellerli dalla città. "Il colpo
di grazia a Gerusalemme Est è stato dato dai
( da "Manifesto, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Io tenterei la
strada del dialogo con Hamas" "Ho visto un sondaggio secondo il quale
la grande maggioranza dei cittadini israeliani ritiene che discutere con Hamas
sia un fatto necessario. È una posizione saggia. Non so se possa avere
successo, ma la tenterei". Così il ministro degli
Esteri Massimo D'Alema ha parlato della crisi israelo-palestinese al programma
della Rai "TV 7". "Bisogna cercare di fermare questa spirale di
violenza ma non è facile", ha aggiunto il vicepremier condannando con
forza l'attentato alla scuola rabbinica.
( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di FRANCESCO PAOLO
CASAVOLA L'ATTENTATO alla scuola rabbinica di Gerusalemme ha in sé un duplice
segnale, di uno scontro di terroristi e non più soltanto di
milizie da parte palestinese contro Israele, e di un attacco alla religione che, anche se non da tutti
professata, è pur sempre il dato storicamente più significativo dell'identità
del popolo ebraico. Quanto questo sia intenzionale nella strategia di Hamas o
risponda alla logica dell'azione-reazione, in quel tormentato teatro di
conflitto senza fine, ha minor peso nella considerazione della portata
oggettiva della natura simbolica del luogo in cui si è perpetrata la strage.
L'importanza che ha la religione nel mondo mussulmano e in quello ebraico è
tale che introdurvi atti di guerra e di terrorismo può valere a dichiarare che
lo scontro vuole e può essere condotto a tensioni disperate, non frenabili da
azioni diplomatiche e da pressioni internazionali. La sottovalutazione della
gravità dell'evento può avere spazio nell'opinione pubblica occidentale, che i
processi di secolarizzazione hanno allontanato dalla comprensione della forza
simbolica delle fedi religiose. La condizione tuttavia in cui si trovano le
società occidentali, ogni giorno di più multiculturali per i flussi immigratori
provenienti da ogni parte del mondo, non consente di attendere con tranquillità
il corso degli avvenimenti. Essi non si svolgono in spazi lontani, non
riguardano popoli estranei, ma sono in qualche modo in mezzo a noi, non
foss'altro che per le loro ripercussioni emotive. Le guerre politiche hanno
confini, quelle ideologiche e religiose no. Già da qualche tempo si provava
difficoltà ad esprimere giudizi che distinguessero tra Stato d'Israele ed ebraismo, così come tra Stati mussulmani e
islamismo. Sembrava si decampasse subito in antisemitismo nel primo caso o in
ateismo anticoranico nel secondo. Se poi le azioni belliche o terroristiche
diventano aperta guerra di religioni, sarà impossibile frenare il contagio
dovunque siano rappresentanti delle opposte fedi. Tanto maggiore dovrà essere
l'impegno a sollecitare una azione di pace in quell'area palestinese dove si
fronteggiano implacati non solo interessi di popolazioni e Stati, ma civiltà e
religioni. La storia degli ultimi decenni è costellata da negoziati e documenti
per giungere ad esiti di pace, puntualmente smentiti da successive fasi di
ostilità. Quando questa alternanza di buoni e cattivi comportamenti è
imputabile a gruppi dirigenti palestinesi e israeliani, a fazioni alimentate da
Stati terzi, a equilibri geopolitici in crisi di potenze mondiali è oggetto di
studi di analisti internazionali. Ma forse è venuto il momento di scuotere
l'attenzione dell'opinione pubblica in ogni nazione del mondo. La posta in
gioco si fa sempre più pericolosa. Occorrerebbe disinnescare il detonatore
della motivazione religiosa, scongiurando il conflitto di civiltà. Restituire
al realismo politico le ragioni del contendere dovrebbe essere l'esortazione di
ogni consapevole popolo del resto del mondo rivolta con spirito di fraternità
ai fratelli di Israele e Palestina.
( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ppo sacro, sono
state esposte in fila, una accanto all'altra, nel cortile affollatissimo del
collegio rabbinico Merkaz ha-Rav. Migliaia di amici, parenti e fedeli gli si
sono stretti intorno intonando preghiere e lanciando urla di dolore. Né slogan,
né grida, nè armi in vista tra la gente raccolta nel dolore. Anche se il
massacro compiuto a colpi di mitragliatore fra i libri sacri del seminario
ebraico ha reso furenti rabbini, coloni, ortodossi e sionisti dal cui giudizio
dipende da sempre l'esito di qualunque accordo di pace. Perchè è lì, fra le
mura di quel collegio, che come ha ricordato il rabbino Eitan Eisman durante le
esequie, "si sono educate intere generazioni alla fede, ed è iniziata
quella grande rivoluzione spirituale" che ha dato sostegno e ragioni alla
inestirpabile ragnatela delle colonie."Tutto il popolo
di Israele è a lutto"
ha detto il rabbino capo (sefardita) Shlomo Amar nell'elogio funebre degli otto
seminaristi "Adesso è necessario che le divisioni passate siano messe da
parte e che tutti gli ebrei moltiplichino le energie per dedicarsi allo studio
della Bibbia. Questa è la nostra speranza". Più dure le parole
dell'ex rabbino capo sefardita Mordechai Eliahu: "Spetta al Signore
vendicare il sangue. Non abbiamo altra consolazione che non la certezza che
tale vendetta si realizzerà al più presto". Gli elogi funebri dei
responsabili dell'istituto si sono susseguiti in un'atmosfera mesta, ma
composta. Al termine della cerimonia, ciascuna famiglia ha preso in consegna la
salma del proprio congiunto e a bordo di autobus si è diretta verso i diversi
cimiteri di sepoltura. Due dei funerali avranno luogo sul Monte degli Ulivi di
Gerusalemme, a breve distanza dalla Spianata delle Moschee.
( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di FABIO MORABITO
Odio e dolore, lacrime e vendetta. Dallo strazio di parenti, amici e fedeli, in
migliaia ai funerali degli otto giovanissimi seminaristi ebrei (solo tre di
loro avevano più di 18 anni), allo sventolare trionfante delle bandiere verdi
di Hamas, sulla tenda funebre di Ala Abu Dhein, ventenne o poco più, quasi
certamente l'autore dell'attentato di giovedì sera alla scuola rabbinica. Due
immagini di Gerusalemme. Non è stata solo una giornata di lutto e di vendetta,
ma anche di silenzi, e di assenze: il premier israeliano Ehud Olmert non era
presente alla cerimonia funebre, probabilmente per evitare di essere
contestato. E se il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) ha
condannato "questa violenza che colpisce i civili, siano essi ebrei o
palestinesi", da Hamas, il movimento integralista che vinse le elezioni
palestinesi, sono giunte parole di trionfo e di minaccia: "E' stato un
atto eroico. Questa è la risposta naturale contro l'aggressione sionista
compiuta sul popolo palestinese, e non sarà l'ultima". Non proprio una
rivendicazione, ma quasi. In un'intervista diffusa da Maan, agenzia di stampa
palestinese, un portavoce delle "Brigate degli uomini liberi di
Galilea", che si erano già attribuite giovedì notte la responsabilità
dell'attentato, ha ammesso che l'assassino era un militante di Hamas,
precisando però che ad essere al corrente dell'attentato non erano i dirigenti
di Gaza, ma i capi "all'estero". I funerali si sono svolti in una
città quasi blindata: migliaia di poliziotti hanno controllato e isolato il
corteo funebre, per timore di altri attentati. Ieri mattina, la polizia
israeliana ha effettuato dieci arresti, soprattutto di familiari di Ala Abu
Dhein, perché considerati coinvolti nell'attentato. Il giovane assassino era
residente a Gerusalemme est, e poteva muoversi liberamente; era stato in
carcere, ma poi liberato qualche mese fa. Era un "arabo blu", perché
così sono chiamati gli arabi con la carta d'identità israeliana che è, appunto,
di colore blu. Secondo testimonianze raccolte e diffuse dalle agenzie
internazionali, Ala Abu Dhein era stato anche, in passato, l'autista del
pullmino della scuola, e questo gli avrebbe permesso di pianificare la strage.
Dietro di lui, e con lui, probabilmente si è mossa un'organizzazione potente,
che fa pensare proprio alla dirigenza di Hamas in esilio, protetta e finanziata
dagli Hezbollah del Libano. A Gaza, giovedì notte e anche ieri, la strage è
stata festeggiata con fuochi d'artificio e manifestazioni di piazza. Canti sono
stati diffusi dagli altoparlanti di alcune moschee. Dal resto del mondo, parole
di condanna e indignazione. "Ripugnanti" sono state definite, da
Washington, le manifestazioni di gioia dei palestinesi. Ma il Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite è rimasto senza parole. Non tanto per l'orrore
della strage ma per l'incapacità di mediare posizioni diverse. In questo caso,
è stata l'opposizione della Libia a impedire una condanna univoca. Tripoli
(membro non permanente del Consiglio da gennaio scorso) avrebbe voluto contestualizzare
la strage nell'ambito delle sanguinose incursioni israeliane che, negli ultimi
giorni, hanno provocato la morte di circa centoventi palestinesi, molti dei
quali civili, alcuni dei quali bambini. Il fallimento di un documento unitario
ha portato a tensioni dure, con scambio di accuse di terrorismo
tra Israele e Libia. Israele, proprio nella giornata del suo
lutto, ha confermato la volontà di continuare nelle trattative di pace. E il
vicepremier israeliano Haim Ramon, ieri alla Canale 2 della tv, ha detto che la
strage di giovedì sera dimostrerebbe la necessità di lasciare Gerusalemme est
oltre il muro che Israele
sta costruendo lungo il confine con la Cisgiordania. Le cui frontiere,
intanto, sono state chiuse fino a domani.
( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di ERIC SALERNO
All'indomani dell'attentato nel seminario ebraico di Gerusalemme, c'è un
consenso in Israele quanto meno su un punto: è
impossibile, nonostante tutte le precauzioni, controlli, la repressione, il
Muro, rappresaglie, bloccare al cento per cento il terrorismo. Così come,
ammettono tutti, non c'è una soluzione militare al conflitto con i palestinesi.
Detto questo, molti si chiedono se i negoziati in corso tra Israele
e l'Autorità nazionale palestinese guidata da Mahmoud Abbas hanno qualche possibilità
di successo. Un accordo sul contenzioso è forse raggiungibile entro l'anno,
come chiede il presidente Bush. La sua attuazione è tutt'altra cosa. A rendere
pessimisti, è il rapporto segreto dell'inchiesta palestinese sul perché Abbas e
Fatah non sono riusciti a impedire il golpe di Hamas dell'anno scorso a Gaza. A
giudizio di Svi Bar'el, analista del quotidiano Haaretz (la sua opinione è
condivisa da altri), sia Abbas che Israele hanno
sottovalutato da sempre il ruolo del movimento islamista e la sua capacità di
generare consensi e sostituire nelle menti del popolo chi storicamente aveva
guidato la lotta contro l'occupazione. Il presidente, inoltre, ha fatto ben
poco per correggere un mosaico palestinese costellato di fallimenti, di dispute
interne, di scontri determinati da lealtà di clan e famiglia, di incapacità
organizzativa e abilità ad amministrare sia la politica che l'apparato
militare. La lettura della relazione che riassume il risultato di 49 sedute
della commissione d'inchiesta, porta alla conclusione, ovvia peraltro, che
soltanto con l'unità del popolo palestinese sarà fattibile un accordo di pace. Israele, scrive Bar'el, ha sbagliato due volte. La prima
quando ha boicottato il governo formato da Hamas dopo la sua vittoria
elettorale, la seconda quando ha respinto il dialogo con il governo palestinese
d'unità nazionale nella convinzione (condivisa con gli americani) che sarebbe
stato possibile togliere il potere al movimento islamico. Abbas era debole
allora e lo è ancora di più oggi. Ed è anche per questo che Jerome M. Segal,
direttore del Jerusalem Project al Centro studi sulla sicurezza dell'Università
di Maryland, ritiene sia venuto il momento di favorire, non contrastare, il
reintegro di Hamas nella vita politica palestinese. Ma come? Secondo Segal, Abbas e il premier israeliano Olmert, dovrebbero annunciare
subito che il trattato che stanno negoziando avrà effetto soltanto "se
ratificato da un referendum, e di specificare che Israele riconoscerà qualunque governo dello stato di Palestina democraticamente eletto se
quel governo accetterà il trattato approvato dal referendum come legge
internazionale vincolante". Sarebbe un invito all'ala moderata e
pragmatica di Hamas.
( da "Liberazione" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
La Gerusalemme
divisa dove i muri dell'odio non possono cadere Francesca Marretta Gerusalemme
Il muro invisibile che divide Gerusalemme è oramai una cortina impenetrabile.
La pace nella Città Santa, è morta, seppellita insieme a otto studenti massacrati perché incarnavano il simbolo di Eretz Israel, e ai
morti di Gaza, vendicati col loro sangue. "Morte agli arabi!" gridava
giovedì sera l folla rabbiosa accorsa alla Yeshiva di Mercav Harav, imbrattata
del sangue degli otto seminaristi uccisi e dei nove rimasti feriti per mano di
Ala Abu Dheim, palestinese di 25 anni, arrivato per compiere la strage
dell'altra parte della città. Erano in gran parte ebrei ortodossi e
ultraortodossi. La scuola rabbinica teatro della strage è un simbolo del
sionismo religioso nazionalista che non concepisce la presenza araba sulla
terra degli ebrei. Molti di coloro che la frequentano la Yeshiva teatro
dell'attentato, come i ragazzi che sono morti, provengono da insediamenti.
"Eravamo nella biblioteca a studiare come ogni sera. Abbiamo sentito gli
spari e ci siamo buttati in uno stanzino. Abbiamo spento la luce, ci siamo
sdraiati per terra in silenzio. Abbiamo continuato a sentire sparare per cinque
minuti, o forse di più. Sentivamo le urla dei feriti e di quelli che venivano
ammazzati. Prima di essere a sua volta ucciso il terrorista ha finito a
distanza ravvicinata i ragazzi feriti. Quando siamo usciti la scena era
orribile. Il sangue era dappertutto, come i segni dei colpi". Ariel della
Rosa abbraccia la moglie e la figlia di due anni. "Oggi mia figlia ha
avuto per regalo un padre", dice, che come tanti altri seminaristi della
Yeshiva indossa pantaloni neri e camicia bianca. Ieri mattina, la voce della
folla di migliaia radunata davanti ai cancelli della Yeshiva, si è levata per
la preghiera e il per il pianto. "E' un giorno triste. Siamo venuti qui
perché quello che è accaduto a questi ragazzi è un attacco a tutti noi".
Zeev Salomon e David Dorai hanno sedici anni. Raphael Soussan ne ha quindici.
Sono arrivati due anni fa da Parigi e studiano in altra scuola rabbinica.
"Siamo sionisti. Siamo venuti qui per quello in cui crediamo. Le nostre
famiglie vivono in Francia". Cosa dovrebbe fare ora il governo israeliano?
"Bombardare tutti gli arabi". Nel cortile del collegio di Mercav
Harav si sistemano le panche su cui saranno adagiate le bare con le salme di
Roey Roth e Yochai Lipschitz, di 18 anni, Yonatan Yitzchak Eldar e Avraham
David Moses, di 16 anni, Yonadav Chaim Hirschfeld, 19 anni, Neriah Cohen e
Segev Pniel Avihayil, di 15 anni e Maharata Trunoch, 26, avvolte nei loro
talled. "Roey era un ragazzo speciale. Profondamente religioso, buono e
rispettoso verso i genitori e i nonni. Amava lo sport, la sua passione era il
Ju-Jitsu. Era venuto a studiare qui per approfondire la conoscenza della legge
rabbinica prima di fare il militare. Era qui a studiare, a pregare. L'hanno
ammazzato in un luogo sacro. Aveva solo 18 anni. Questo ragazzo l'ho visto
crescere insieme ai miei figli". Sara Gramitza è arrivata alla Yeshiva di
Mercav Harav dall'insediamento di Elkana. Ricorda con queste parole il figlio
dei coniugi Roth, i suoi vicini di casa. Ad attendere Roey per l'ultimo saluto,
oltre ai genitori, ci sono il fratello maggiore con la moglie Rachel, sposata
appena due mesi fa, la sorella ed i due fratelli minori e tutti e quattro i
nonni, arrivati da Ramat Gan e Kfar Saba. Non c'è molto da dire quando a
parlare è solo il dolore. Sarah, invece, che come la famiglia del ragazzo
ucciso vive in un insediamento perché è convinte della necessità di occupare la
terra della grande Israele, ritiene importante
spiegare a una straniera "come stanno le cose". "Non c'è
soluzione. Gli arabi non vogliono vivere con noi. Il mondo deve capire che i
musulmani hanno in testa il dominio dell'Islam. E questo riguarda tutti. Sono
loro che se ne devono andare. Noi ebrei non abbiamo un altro posto. Sessanta
anni fa, prima che i nazisti prendessero al potere in Europa c'erano le insegne
che dicevano ebrei andate in Palestina". Il
figlio di Sarah, Roi, di 22 anni, cresciuto insieme a Roey è sopravvissuto alla
guerra con Hezbollah e ne porta ancora i segni. Ha cicatrici sulla fronte e sul
collo. In quella guerra ha subito ferite in tutto il corpo, con danni
irreversibili. Ed il suo principale cruccio oggi, a questa veglia funebre, è
che non potrà più combattere con Tzahal. "Viviamo in Israele,
dobbiamo sacrificarci per la nostra sopravvivenza. Bisogna combattere. E' ora
di svegliarsi da questa illusione di fare la pace con i palestinesi e capire
che sono tutti una banda di terroristi". 08/03/2008.
( da "Liberazione" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stefania Podda Ieri
a Gerusalemme è stato il giorno del dolore. In migliaia hanno partecipato ai
funerali degli otto studenti del collegio rabbinico Merkaz ha-Rav. Ma è stato
anche il giorno della rabbia, contro Hamas che ha rivendicato - poi smentendo -
l'attentato, ma anche contro il governo Olmert. Ieri al funerale dei ragazzi
uccisi, il premier non c'era e non c'era nessun rappresentante dell'esecutivo.
Il Consiglio rabbinico di Yesha - la più alta autorità religiosa fra i coloni
che popolano gli insediamenti ebraici nei territori palestinesi - ha addossato
la responsabilità alla debolezza della leadership israeliana: "Un governo
che arma il nemico e negozia con quanti negano l'Olocausto sulla divisione di
Gerusalemme. La responsabilità del massacro appartiene ai governi
di Israele che hanno
mostrato debolezza e hanno assistito al nemico che si armava", hanno detto
i rabbini di Yesha. E nell'elegia funebre, il rabbino capo dell'antica
istituzione, Yàakov Shapira, ha detto che il terrorista ha colpito "tutti
coloro che vivono nella Città Santa" e ha denunciato la leggerezza con cui
il governo ha ceduto il territorio della Striscia di Gaza. Intanto,
mentre la comunità internazionale ha unanimemente condannato la strage nel
collegio rabbinico, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha
trovato l'accordo sulla mozione messa ai voti. E' stata la Libia a mettere il
veto su un testo di condanna dell'attentato, perché nel documento non figurava
alcun riferimento ai raid israeliani su Gaza. "Non c'è stato accordo
perché la delegazione libica non ha voluto condannare l'attacco senza parlare
allo stesso tempo degli avvenimenti a Gaza", ha spiegato l'ambasciatore
americano al Palazzo di Vetro, Zalmay Khalilzad. La modifica del testo non
sarebbe stata però votata dagli Stati Uniti, il che ha portato ad uno stallo in
Consiglio. L'ambasciatore russo Vitaly Churkin - che aveva cercato di mediare
proponendo un riferimento a tutte le vittime nella regione mediorientale - si è
detto desolato per il mancato accordo, aggiungendo che un episodio del genere
"avrebbe meritato di essere considerato a parte". Quanto alla firma
dell'attentato, ieri il movimento islamico ha in un primo momento rivendicato
l'attacco, salvo poco dopo negare. "Il movimento Hamas si assume la piena
responsabilità per l'operazione a Gerusalemme. Particolari saranno forniti in
un secondo tempo", aveva detto in mattinata un rappresentante di Hamas che
aveva chiesto di rimanere anonimo. La veridicità della telefonata resta tutta
da verificare. L'agenzia di stampa palestinese Maan ha fatto sapere di aver
ricevuto informazioni dirette da un membro del gruppo "Ahrar
Al-Jalil" (Brigata degli uomini liberi della Galilea), che già giovedì
aveva rivendicato l'attacco a Gerusalemme attraverso un comunicato diffuso
dalla rete televisiva di Hezbollah, in Libano. Secondo l'agenzia palestinese
l'attacco sarebbe stato effettivamente pianificato e messo in atto, "dopo
uno studio durato dieci giorni", dal gruppo che avrebbe potuto contare
"sull'appoggio della leadership di Hamas in esilio". Il movimento
islamico ha parlato ufficialmente ieri in un'intervista concessa a Sky dal
portavoce, Fawzi Barhoum: "L'operazione - ha detto - è stata una normale
risposta al massacro". Dichiarazione ambigua, non una rivendicazione vera
e propria, ma nemmeno una smentita chiara. Sul piano politico, il premier Ehud
Olmert ha escluso la possibilità di interrompere i negoziati con il presidente
dell'Anp, Mahmoud Abbas, ma la strage nel collegio rabbinico potrebbe mettere a
rischio la già precaria tenuta del suo governo, incalzato dalla destra della
coalizione. L'intelligence israeliana è stata colta di sorpresa dall'attentato,
il che fa crescere il senso di insicurezza nell'opinione pubblica mentre gli
analisti si chiedono se non si sia già di fronte ad una terza intifada. Anche
la scelta dell'obiettivo appare mirata a provocare un'escalation perché - come
sottolineava ieri il "Jerusalem Post" - "sono stati colpiti non
sono solo degli studenti, ma anche e soprattutto il segmento più importante del
sionismo religioso, il più facile a infiammarsi". 08/03/2008.
( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di FRANCESCO PAOLO
CASAVOLA Quando questa alternanza di buoni e cattivi comportamenti è imputabile
a gruppi dirigenti palestinesi e israeliani, a fazioni alimentate da Stati
terzi, a equilibri geopolitici in crisi di potenze mondiali è oggetto di studi
di analisti internazionali. Ma forse è venuto il momento di scuotere
l'attenzione dell'opinione pubblica in ogni nazione del mondo. La posta in
gioco si fa sempre più pericolosa. Occorrerebbe
disinnescare il detonatore della motivazione religiosa, scongiurando il
conflitto di civiltà. Restituire al realismo politico le ragioni del contendere
dovrebbe essere l'esortazione di ogni consapevole popolo del resto del mondo
rivolta con spirito di fraternità ai fratelli di Israele e Palestina.
( da "Liberazione" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Il popolo di Israele è in lutto "Il popolo di Israele
è in lutto. Da oggi occorre mettere da parte ogni divisione. Tutti gli ebrei
devono dedicarsi allo studio della Bibbia. E' la nostra sola speranza".
Sono state le parole pronunciate dal rabbino capo sefardita Shlomo Amar durante
l'elogio funebre. Duro nei confronti del governo israeliano, il rabbino Ya'akov
Shapira, direttore della Yeshiva colpita dall'attentato, incapace di difendere
la terra d'Israele: "E' arrivato il momento per
tutti noi di capire che abbiamo bisogno di una leadership più forte e più
credente". L'altoparlante annuncia che finita la cerimonia, partiranno gli
autobus per i cimiteri. Gli otto giovani saranno seppelliti prima dell'inizio
dello Shabbat. La terra che li ricopre custodirà i libri sacri ricoperti del
loro sangue. Alla commemorazione delle giovani vittime dell'attentato, si sono
guardati bene dall'intervenire esponenti del governo israeliano. Qui è radunata
a piangere i propri morti quella parte di Israele che
che nega ogni legittimità al negoziato coi palestinesi e con il resto del mondo
arabo. Per la folla riunita in questa Yeshiva e per le migliaia che premono ai
cancelli, sentir parlare di processo di pace, oggi, è una bestemmia. Dall'altra
parte del muro invisibile c'è la città araba. Nel mezzo, le mura della città
vecchia, all'interno delle quali si perpetua la medesima separazione. Oggi nel
quartiere arabo della città vecchia, si vedono solo uomini anziani. E' venerdì,
giorno di preghiera per i musulmani. Chi ha meno di 45 anni non può recarsi
verso la spianata delle moschee. Il divieto vale anche per le donne sotto i 35
anni, mentre per i bambini al seguito, l'accesso è consentito a discrezione
degli agenti. I negozianti arabi e i gestori dei caffè fanno pochi affari, non
solo perché è venerdì ed è giorno di festa, ma perché col clima che c'è in giro
è meglio restare a casa. Siham, 37 anni madre di tre figli, porta il peso di
troppe borse della spesa. "Non hanno fatto passare mio marito". Le
chiediamo cosa pensa dell'attentato alla Yeshiva. "Non sono mai contenta
di vedere tutti questi morti. Ma tutto questo è successo perché sono stati
uccisi altri esseri umani". Da Jabel Mukaber si vede il muro che circonda
Gerusalemme est. La fidanzata di Ala Abu Dheim, l'attentatore ucciso a sua
volta nella Yeshiva, viveva oltre quella barriera di cemento grigio. Gli
insediamenti ebraici circondano oggi questo ammasso di case arabe, le cui
strade, a differenza delle arterie e dei vialetti che si percorre per
raggiungerlo, sono polverose e piene di spazzature. La casa dello
"Shahid", "il martire", si riconosce dalle bandiere di
Hamas che sventolano dalle finestre e sul tetto. Circondata dalle donne di casa
e del villaggio arabo, siede una donna anziana. E' in stato di Shock. Guarda
fisso nel vuoto. A tratti piange, portandosi il fazzoletto al volto. E' la
madre di Ala Abu Dheim. "Abbiamo sentito alla televisione che chi ha
compiuto il gesto coraggioso veniva dal nostro quartiere. Ma non avevamo idea
che a compierlo fosse stato Ala", racconta Fatma, cugina dell'attentatore.
"Poi sono arrivati i soldati, hanno rovistato per casa e hanno portato via
il padre, i fratelli e la fidanzata di mio cugino". La donna racconta che
Ala Abu Dheim doveva sposarsi con la fidanzata tra tre mesi. "Perché vi
stupite?" Ci chiede. "Non avete visto i bambini morti di Gaza?".
"La nostra non è una famiglia di estremisti", aggiunge Fatma.
"Mio cugino non ha ucciso donne e bambini. Quelli (gli studenti uccisi,
ndr.) sono gli israeliani più estremisti. Non sono ragazzini come li vogliono
descrivere. L'unica cosa in cui credono è uccidere tutti gli arabi".
Lontano dalle bandiere di ogni colore, nella città ingoiata dall'odio reciproco,
c'è un angolo in cui si leva ancora una voce di pace. Nonostante la tensione
fortissima che si respira nella città divisa, un gruppo di donne in nero, ha
manifestato come ogni venerdì in France Square. Oggi alcune sono accompagnate
da figli e mariti. E' pericoloso, c'è chi gli tira le uova. Un uomo tenuto a
bada dalla polizia grida dall'altoparlante del marciapiede di fronte:
"Siete come Hamas, dovevano gassare tutti vostri padri nei campi di
concentramento". E' un ebreo che parla ad altri ebrei. Per fortuna Anna
Colombo ha difficoltà di udito. E' originaria di Alessandria del Piemonte, ed
ha insegnato per molti anni al Liceo Manzoni di Milano. Un mese fa ha compiuto
99 anni. "Sono qui da 30 anni. Tutta la mia famiglia è morta ad Auschwitz.
Per me è un dolore immenso vedere gli ebrei che hanno tanto sofferto,
infliggere delle sofferenze ad altri". Il questa città così divisa e così
diversa la sola cosa che si ritrova da una parte e dall'altra oltre all'odio, è
il dolore. 08/03/2008.
( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di MASSIMILIANO
LAZZARI "Il Golfo di Napoli è un quadro stupendo, ma per il mio gusto,
preferisco i ritratti ecco come la Giovane napoletana messa proprio accanto al
quadro del Golfo" commenta con competenza Nancy Brilli all'inaugurazione
della mostra su Renoir, ieri pomeriggio al Vittoriano, proprio dove anche Nancy
aveva esposto qualche mese fa. Sono almeno cinquecento le persone che hanno
fatto la fila per vedere nel primo giorno (solo questo gratuito) le opere del
maestro dell'impressionismo francese. All'evento non potevano mancare tanti
personaggi famosi, a cominciare dall'ambasciatore di Israele Gideon Meir, arrivato con la moglie Amira, Bruno Vespa e Anna
Fendi. Mara Venier arriva presto, raggiante e bella come sempre: "Poter
vedere per primi una mostra di questa importanza lo considero sempre un
privilegio, per questo ho accettato subito" e così Mara si è soffermata
davanti a molte delle opere nel percorso che poi portava sulla terrazza dove
era allestito un gazebo per il cocktail. Tra la folla, guidati dalla
curiosità, ci sono anche Giulio Scarpati, Giuliano Gemma, Danila Bonito, Luca
Calvani, Benedetta Valanzano, tutti accolti da Paola Comin.
"Scorpacciata" d'arte e poi di salumi e parmigiano, vini rossi e
tartine. Niente di francese nell'aperitivo ma prosecco italiano e ghiottonerie
dolci e salate. La rassegna curata da Kathleen Adler ed organizzata da
Alessandro Nicosia, resterà aperta fino al 29 giugno.
( da "Messaggero, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
A
sinistra, l'ambasciatore di Israele Gideon Meir
con la moglie Amira e, qui accanto l'attrice Benedetta Valanzano (Foto di Rino
Barillari).
( da "Liberazione" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Valeria Morando In
piazza San Marco, martedì 4 marzo, la comunità palestinese di Roma e del Lazio,
insieme ad alcune associazioni fra cui Wael Zuaiter e Forum Palestina,
hanno portato in strada il dramma del proprio popolo. La fiaccolata è stata lo
strumento per chiedere un "immediato cessate il fuoco e una pace giusta in
Palestina e per ricordare come non solo Gaza, ma anche
la Cisgiordania siano vittime di un'occupazione illegittima". In strada
campeggiano gli striscioni "no all'accordo militare Italia- Israele. Palestina libera" e
"contro la guerra e l'imperialismo ora e sempre resistenza".
"Abbiamo deciso questa iniziativa per denunciare i massacri dello stato
sionista a Gaza contro la popolazione inerme. Si ritorna indietro nel tempo, al
2002, quando l'esercito israeliano rase al suolo il campo
profughi di Jenin per fermare la seconda intifada in Palestina. Il vice ministro della difesa israeliano, Matan Vilnai, ha
parlato chiaramente di shoah a Gaza - dice Jihad, dell'associazione Wael
Zuaiter - È una cosa inaccettabile a livello di diritto internazionale, come è
inaccettabile che il consiglio dell'Onu paragoni e metta sullo stesso
livello i palestinesi e gli israeliani. Gli uni subiscono la violenza, le
stragi e la ferocia di Israele, gli altri ne sono gli
esecutori". Il popolo palestinese soffre quotidianamente a causa del muro,
che isola la popolazione, e degli oltre 670 posti di blocco che spezzettano il
territorio, distruggendolo e privandolo delle necessarie vie di comunicazione.
A tal proposito, da mercoledì 12 marzo, Roma ospiterà una mostra fotografica di
studenti palestinesi dell'università Birzeit. 50 foto che raccontano con la
potenza dell'immagine l'esistenza negata del popolo palestinese. Il tema della
mostra è il diritto all'istruzione e si basa sulla campagna dal titolo
"studenti contro l'occupazione". L'inaugurazione è prevista presso la
sede di "Carta" (via dello scalo di San Lorenzo 67 Roma) alle ore
17.30 con la proiezione di un documentario e un dibattito in cui interverrà Alì
Rashid. 08/03/2008.
( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 5
categoria: BREVI Israele Dopo la strage \\ Bush: Vedere
gente che celebra a Gaza e altrove è molto ripugnante Brown: è chiaramente un
tentativo di colpire il processo di pace #.
( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-08 num: - pag: 1
autore: di GUIDO OLIMPIO categoria: REDAZIONALE Dopo l'attacco terroristico La
Libia blocca la condanna della strage a Gerusalemme PAGG. 5e 6 Caretto e
Frattini L'ONU E ISRAELE.
( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 5 categoria:
REDAZIONALE L'intervista Lo scrittore arabo-israeliano Sayed Kashua "Mi fa
orrore la gioia di Gaza Persa la percezione dell'umano" DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Prima si è fatto la barba. Doveva accompagnare la
figlia alla festa di compleanno in un parco di Gerusalemme e Sayed Kashua ha pensato
fosse meglio presentarsi rasato. "La bambina frequenta una classe mista,
ci sono arabi ed ebrei. è il giorno dopo l'attacco alla scuola religiosa, non
volevo allarmare nessuno". Scrittore arabo israeliano, vive nella parte
Est della città e su Haaretz tiene una rubrica settimanale per raccontare che
cosa significhi trovarsi in mezzo: bollati come "traditori " dai
palestinesi, trattati con sospetto dalla maggioranza ebraica. "Ai margini,
non in mezzo", precisa. "La gente non capisce che cosa siamo, mi
chiede a chi sono leale, a chi mi sento più vicino, come se dentro di me ci
fosse più di una parte". Condanna le celebrazioni nella Striscia di Gaza,
bandiere e cortei di auto, accompagnati dal fuoco dei Kalashnikov: "è
terribile. Fa inorridire. Una popolazione che vive una situazione così
difficile dovrebbe provare compassione per le sofferenze degli altri".
Abraham B. Yehoshua è rimasto sconvolto, quando Hamas ha distribuito caramelle
ai bambini per festeggiare l'attentato suicida a Dimona. Lo scrittore israeliano
ha parlato di "codici morali differenti". "A me sconvolge
Yehoshua - risponde l'autore arabo -. Definire i codici morali di un altro
popolo conferma l'idea che dall'altra parte non esista nessuno per dialogare e
rafforza la convinzione della maggior parte degli israeliani che gli arabi
abbiano un'attitudine differente verso la morte. I palestinesi fanno lo stesso
errore: pensano che gli ebrei capiscano solo la legge del potere, che abbiano
codici morali sbagliati e mostruosi. Il dramma è che stiamo perdendo la
capacità di vedere il lato umano negli altri e se sono inumani significa che
possiamo ucciderli". Yehoshua ha anche spiegato - nella stessa intervista
ad Haaretz - di sentirsi più vicino agli ultraortodossi moderati che a un
intellettuale laico come il palestinese Mahmoud Darwish. "Mi dispiace per
lui. Io non baso i miei rapporti con gli altri sulla loro religione o
nazionalità, ma sulle qualità umane personali. A me non spaventa vivere fianco
a fianco con gli ebrei". Da laico, teme un'avanzata di Hamas anche in
Cisgiordania. "Voglio una società democratica e sono terrorizzato dalla
coercizione religiosa". La serie televisiva Lavoro da arabi, che ha
sceneggiato, è finita da poche settimane. è stata la prima sit-com dedicata a
una famiglia arabo- israeliana, la prima a ironizzare su pregiudizi e
stereotipi di tutt'e due le parti. "Gli arabi non hanno apprezzato le mie
ironie. Si sono sentiti come se i panni sporchi venissero lavati in televisione
e proprio da uno di loro. Non sono abituati alla satira e io non avevo capito
quanto si sentano minacciati come minoranza". La comunità araba israeliana
si è divisa sull'offerta del governo di far partecipare i giovani a un servizio
civile nazionale. "è un'ottima idea ma temo che a questo punto non possa
favorire l'integrazione. I problemi sono troppo profondi. L'esempio dei drusi
dimostra che fare il militare nell'esercito israeliano non
aiuta a essere accettati dalla società o a migliorare le condizioni economiche.
Io sono un israeliano temporaneo fino a quando il governo e la gente non
deciderà che appartengo veramente a questo posto". Davide Frattini
Bandiera La bandiera di Hamas esposta sulla casa dell'attentatore palestinese.
( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 5 categoria:
REDAZIONALE L'ombra di Hamas sui funerali degli studenti Giallo sulla
rivendicazione. D'Alema: "Trattare con gli islamisti". Ed è polemica
Il ministro Dichter: via da Gerusalemme tutti gli arabi contrari alla pace. I
portavoce di Olmert: avanti con i negoziati DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME - Le bandiere verdi di Hamas e quella gialla di Hezbollah
sventolano sopra la tenda, dove la famiglia Abu Dheim riceve le condoglianze. I
servizi segreti israeliani non sanno ancora che colore dare all'assalto contro
la scuola religiosa Merkaz HaRav. Ala Hisham, 25 anni, avrebbe agito per
rappresaglia contro i raid israeliani a Gaza. "Era sconvolto dalle
immagini. Mi ha detto che non poteva dormire la notte", dice la sorella
Iman. L'unica rivendicazione è quella rilanciata da Al Manar, la televisione di
Hezbollah, che ha parlato del gruppo Brigate degli uomini liberi della Galilea:
l'attacco sarebbe dedicato ai "martiri della Striscia e Imad
Mughniyeh", il capo delle operazioni speciali del movimento sciita, ucciso
in Siria. Una radio di Hamas ha attribuito l'azione al movimento, poche ore
dopo un portavoce ha smentito: "Celebriamo l'atto eroico. Non ci prendiamo
l'onore, almeno per ora". Lo Shin Bet israeliano è
preoccupato dal colore della carta d'identità che Ala Hisham portava in tasca,
quando è stato ucciso nell'assalto. Il blu contraddistingue i documenti dei
palestinesi che vivono a Gerusalemme Est e non hanno restrizioni di movimento
in Israele.
L'assalitore lavorava come autista e per un periodo avrebbe trasportato anche
gli studenti della scuola rabbinica. Avi Dichter, ministro per la Sicurezza
pubblica ed ex capo dei servizi segreti, ha proposto "di espellere da
Gerusalemme tutti gli arabi che minacciano la pace". I funerali degli
studenti uccisi - avevano tra i 15 e i 19 anni, il più vecchio 26 - sono
partiti dal cortile della yeshiva. Merkaz HaRav è il centro più importante per
il sionismo religioso, il movimento che ha spinto per la costruzione degli
insediamenti in Cisgiordania. Alcuni ragazzi sono stati seppelliti a
Gerusalemme, sul Monte degli ulivi, altri nelle colonie da dove venivano.
Yaakov Shapira, il rabbino che dirige il seminario, ha detto in lacrime:
"Dio ha chiesto ad Abramo di sacrificare il suo unico figlio. Noi abbiamo
dovuto sacrificarne otto ". Shapira ha attaccato, senza nominarlo, il
governo di Ehud Olmert: "Abbiamo bisogno di una leadership migliore, più
forte, più devota". I portavoce del premier ripetono che i negoziati di
pace con il presidente Abu Mazen vanno avanti: "Non possiamo punire i
palestinesi moderati per le azioni dei terroristi". Dall'Italia, Massimo
D'Alema ha definito l'attentato "tragico e rivoltante": "Da una
parte c'è l'estremismo palestinese e dall'altra l'estrema durezza della
reazione di Israele - ha continuato il ministro degli
Esteri durante Tv7 del Tg1 -. La maggioranza degli israeliani dice che bisogna
trattare con Hamas, la considero una posizione saggia. La tenterei ".
L'ipotesi dell'apertura ai fondamentalisti è stata respinta da Gianfranco Fini,
anche lui ospite della trasmissione: "Il movimento esprime un'ambiguità
intollerabile e se non riconosce il diritto dello Stato ebraico a esistere deve
essere considerato un'organizzazione terroristica". E da Gideon Meir,
ambasciatore israeliano a Roma: "Dopo l'attacco a Gerusalemme, non si può
chiedere al nostro governo di dialogare con Hamas". D. F. Il libro delle
preghiere Le pagine insanguinate dopo l'attentato.
( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 6 categoria:
REDAZIONALE Consiglio di sicurezza Gheddafi voleva la denuncia dell'attacco a
Gaza All'Onu il veto della Libia Tripoli blocca la condanna della strage
Critiche dal rappresentante Usa. L'israeliano Gillerman:
"Il Consiglio di sicurezza è infiltrato da terroristi" WASHINGTON -
Prima hanno preso per buone le promesse della Libia sulla rinuncia alle armi di
distruzione di massa. Poi hanno stabilito che aveva rotto qualsiasi rapporto
con il terrorismo. Per questo gli americani e gli alleati occidentali,
con un occhio ai contratti, non si sono opposti all'ingresso della Libia nel
Consiglio di sicurezza dell'Onu. Ma ora sono stati spiazzati. L'ambasciatore
libico al Palazzo di Vetro, Ibrahim Al Dabbashi, ha infatti impedito un
documento di condanna della strage di Gerusalemme. Insieme alla Libia hanno
votato altri membri del Consiglio vanificando l'iniziativa americana. Per
giustificare il proprio no, i libici hanno spiegato che volevano che la
condanna contenesse anche un riferimento alle vittime dell'incursione
israeliana a Gaza. Lo scontro sul voto è stato seguito da una polemica aspra.
Il rappresentante americano Zalmay Khalilzad, ha accusato la Libia:
"Coloro che hanno bloccato la dichiarazione ne portano la responsabilità.
Lamentiamo il fatto che il Consiglio non possa dare un contributo positivo per
la regione". Il suo collega israeliano, Dan Gillerman, è stato ancora più
severo: "Questo succede quando il Consiglio di sicurezza è infiltrato dai
terroristi. Si tratta di un Paese (la Libia, ndr) che ha prodotto Lockerbie
". Un riferimento all'attentato al jumbo Pan Am (200 le vittime).
L'inchiesta ha provato la responsabilità degli 007 libici, anche se recenti
rivelazioni sembrano contraddire - in parte - questa versione. Al Dabbashi ha
risposto senza arretrare: "Non abbiamo bisogno di un certificato di buona
condotta da un Paese terroristico". Già martedì era nata una mini-
polemica quando in apertura del Consiglio per i diritti umani dell'Onu, a
Ginevra, il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki aveva chiesto un
minuto di silenzio per i "martiri" di Gaza. La risposta era stato un
raccoglimento durato circa 30 secondi e senza che tutti i presenti si alzassero
in piedi. Il mancato voto della Libia ha forse colto di sorpresa solo gli
americani ed ha comunque confermato che il colonnello sarà imprevedibile ma non
fino a spingersi a voltare le spalle agli arabi. Il presidente libico vuole
mantenere la libertà di manovra. Difficile pensare di poterlo
"comprare" su questi temi. O comunque non in queste circostanze.
Gheddafi fa il suo gioco. E dunque è pronto a collaborare con la Cia nella
caccia ai terroristi qaedisti, ma in altri quadranti tiene ai suoi interessi. E
ciò fornisce munizioni a quanti negli Stati Uniti hanno continuato a nutrire
dubbi sulla reale conversione del colonnello. Con una coda misteriosa nelle
scorse settimane. Il capo di un clan sunnita iracheno ha accusato uno dei figli
di Gheddafi, Seif Al Islam, di aver finanziato una "Brigata libica"
responsabile di un grave attentato a Mosul alla fine di gennaio: quasi 30 le
vittime. Guido Olimpio GUARDA il video dei funerali su www.corriere.it.
( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 6 categoria:
BREVI La scheda La risoluzione e il voto Niente unanimità Riunione Il Consiglio
di sicurezza dell'Onu è stato convocato d'urgenza, ieri, per discutere
l'attacco al seminario ebraico di Gerusalemme Divisioni Le posizioni dei membri
del Consiglio erano apparse sin dall'inizio divise Condanna
I 15 Paesi membri hanno discusso un testo proposto dagli Stati Uniti che
condannava senza riserve come "atto terroristico" l'attentato che ha
provocato 8 morti tra gli studenti israeliani Opposizione La Libia, membro non
permanente e unico del mondo arabo, si è opposta chiedendo di citare anche
l'attacco israeliano a Gaza.
( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-08 num: - pag: 6 categoria:
REDAZIONALE L'intervista Walzer: "La politica Usa ha fatto fiasco"
"Gli arabi non sono cambiati Così è fallito il piano Bush" WASHINGTON
- "Non vedo una via d'uscita da questa crisi, i bagni di sangue continuano
e l'ostilità tra gli israeliani e i palestinesi cresce. Il premier Olmert e il
presidente Abu Mazen non possono più risolverla da soli, ci vuole una
mediazione araba presso Hamas, vera non di facciata". Al telefono
dall'università di Princeton, Michael Walzer, uno dei più grandi filosofi
politici americani, dichiara di non credere che entro il 2008 si firmerà la
pace, come prospettato a novembre alla conferenza di Annapolis. "Possiamo
solo sperare che la firmi il prossimo presidente degli Stati Uniti - aggiunge l'autore
di "Guerra giusta e ingiusta ", un liberal ma fautore della
diplomazia muscolare. Perché è così scettico? "Perché a questo punto tutto
dipende da Hamas. Olmert sa che Abu Mazen è molto debole, sospetta che il
presidente palestinese cadrebbe dopo pochi mesi se concludesse la pace e
ottenesse la restituzione della Cisgiordania. Hamas lo rovescerebbe, la
Cisgiordania diverrebbe un'altra rampa di lancio dei suoi missili contro Israele. Temo che scoppierebbe una guerra". Abu Mazen è
esautorato? "I fatti dimostrano che non ha il minimo controllo su Gaza e
ha un controllo precario sulla Cisgiordania. Penso che sappia anche lui di
avere i giorni contati in caso di un accordo. Non li avrebbe se nel frattempo
la situazione cambiasse. Ma perché cambi, bisogna che Paesi arabi come l'Egitto
e l'Arabia saudita intervengano". In che modo? "Chiudendo le
frontiere alle forniture di armi alle formazioni terroristiche in Palestina, impedendone i finanziamenti. E sottoponendo Hamas
a pressioni politiche ed economiche perché rinunci alla violenza e dialoghi con
Israele allineandosi ad Abu Mazen". Come sta
facendo l'Egitto? "L'Egitto prova a mediare, non con il necessario vigore:
forse teme una sollevazione interna se si sbilancia troppo. Inoltre, gli
servono appoggi da parte degli altri Paesi arabi, ma l'Arabia Saudita, il più
influente di tutti, non ci sente. Il fronte arabo rimane antiisraeliano".
Nessuna sorpresa che all'Onu la Libia abbia bloccato la condanna dell'
attentato. "La Libia può avere rinunciato all' atomica e abbandonato il
sostegno al terrorismo, ma non ha cambiato posizione su Israele. Questo è stato uno dei limiti
dell'operato di Bush: non ha saputo mettere i Paesi arabi amici o ex nemici con
le spalle al muro. Peggio, ha sprecato i successi compiuti dal predecessore
Clinton, pur di non riconoscergli meriti". Israele è anche minacciato da Hezbollah in Libano. "Confido
che il prossimo presidente Usa negozierà con gli sponsor di Hezbollah, la Siria
e l'Iran. Ma per riuscirci, dovrà mobilitare i Paesi arabi amici anche su
questo fronte. Se le loro mediazioni presso Hamas e Hezbollah avanzassero di
pari passo il clima migliorerebbe. Si aprirebbe uno spiraglio di pace. Tra
l'altro, i negoziati faciliterebbero una soluzione anche in Iraq". Che
contributo si aspetta dall'Ue e dall' Onu? "L'Ue e l'Onu si sono mostrati
inefficienti, non hanno riempito il vuoto lasciato da Bush in Medio Oriente.
Grandi potenze che siedono nel Consiglio di Sicurezza come Russia e Cina, e
soprattutto l'Ue possono premere sull'Egitto, l'Arabia Saudita, la Siria e
l'Iran per ridurre le tensioni. Naturalmente, bisogna che gli Stati Uniti
collaborino". Ennio Caretto \\ Non ha spezzato il fronte anti-Israele: convincere sauditi ed egiziani era cruciale per la
pace.
( da "Corriere della Sera" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-03-08 num: - pag: 64 categoria:
BREVI Notizie in 2 minuti Primo Piano Spagna, sangue sul voto Violenza nella
campagna elettorale spagnola: un ex assessore comunale socialista è stato
assassinato a colpi di arma da fuoco a due giorni dalle elezioni politiche a
Mondragon, nel paese basco. Il governo accusa l'Eta. Israele, no della Libia All'Onu la Libia avrebbe bloccato un testo di
condanna dell'attentato di Gerusalemme, dove sono stati uccisi 8 studenti di
una yeshiva. Ieri i funerali delle vittime. Una rivendicazione della strage
all'agenzia Reuters fatta da Hamas è stata ritrattata dopo poche ore.
Focus Cimiteri affollati Cimiteri italiani sempre più affollati. Il motivo?
Solo il 10% di chi muore viene cremato, contro una media europea del 36% circa.
Solo la Lombardia (30%) e in particolare Milano (60%) ci tirano verso l'Europa.
Perché? Ragioni culturali e pochi impianti di cremazione. Politica Diliberto
non si candida Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, ha rinunciato al
proprio posto nella lista della Sinistra Arcobaleno in Piemonte per lasciare
spazio a Ciro Argentino, operaio della ThyssenKrupp. Nel Pdl, no
dell'industriale D'Amato a Berlusconi. Esteri Si dimette la guru di Obama
Costretta alle dimissioni Samantha Power, guru di politica estera del candidato
democratico alle presidenziali Usa Barack Obama. "Hillary è un
mostro", aveva detto in un'intervista. Cronache Auto pirata uccide 13enne
Batute Oueslati, una ragazzina di 13 anni di origine tunisina, è stata travolta
e uccisa da un'auto (che poi è fuggita) ieri sera ad Ardea, sul litorale a sud
di Roma. Arrestata una donna. "Anticoncezionali gratis" La
Commissione salute della donna del ministero della Sanità ha proposto la
gratuità della pillola anticoncezionale a basso dosaggio. Contrari i medici
cattolici. Scienze Superpiante da un batterio Arrivano le superpiante:
sequenziando il Dna di un organismo che favorisce la fotosintesi clorofilliana
anche in condizione di luce non buona, sono state ottenute piante più
resistenti ed ecologiche grazie a un tipo speciale di clorofilla. Economia
Telecom bocciata in Borsa La Borsa ha detto no al piano industriale di Telecom
Italia: il titolo è arrivate a cedere il 10%. Bernabè: "Mercato
irrazionale ". Cultura Puccini alla Scala Con il Trittico di Giacomo
Puccini ( Tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi) la Scala ha iniziato l'altra
sera i festeggiamenti per i 150 anni della nascita del maestro. Emozione tra il
pubblico. Spettacoli Soap in Sicilia In Sicilia si sta girando a ritmi serrati
Agrodolce, una soap opera di 240 puntate di 25 minuti che vuole replicare il
successo della napoletana Un posto al sole e che andrà in onda sulla Rai da
luglio o da settembre. Al finanziamento partecipa la Regione Sicilia, con 12,7
milioni di euro, il 45% dei costi. Sport Blatter contro i falli il presidente
della Fifa Sepp Blatter dichiara guerra senza quartiere ai falli da dietro.
"L'aggressione - dice - è un atto criminale anche se si verifica su un
campo da calcio. E un criminale deve essere trattato come tale. Chi compie
interventi pericolosi in maniera intenzionale dovrebbe essere squalificato a
vita". Ma non solo: "denunciato ".
( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Terza intifada 1
sinistra "sionista" La pattuglia israeliana del Pd perde pezzi Ma
Fassino tiene la linea: "Garantisco io" Colombo voleva Allam, il caso
Magiar, D'Alema su Hamas Il "sionista" Piero Fassino non più leader
di partito, il kadimista Francesco Rutelli altrimenti affaccendato,
parlamentari come Umberto Ranieri e Peppino Caldarola non ricandidati, stesso
destino di Khaled Fouad Allam, intellettuale musulmano molto sensibile alla
questione mediorientale. Sono molti gli "amici di Israele"
che, per motivi estranei alla politica estera, non entreranno nel prossimo
Parlamento. Il Pd sarà meno sensibile alle ragioni israeliane? La Terza
Intifada può contribuire a sbilanciare verso una delle due parti in causa il
baricentro dei prossimi gruppi parlamentari? Il programma democrat è molto
stringato sugli esteri. E la preoccupazione di qualcuno è che nel corpaccione
del Pd la voce di Israele sia più flebile del passato.
Ieri Veltroni ha scritto a Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle
comunità ebraiche italiane, per deplorare l'attentato alla scuola ebraica:
"Caro Gattegna, esprimo la mia piena solidarietà, personale e a nome del
Pd". Ma per Caldarola il problema va oltre la leadership: "Il rischio
che si torni allo status quo ante , a un dna filo-palestinese della sinistra,
esiste. Anche perché, oltre alle mancate ricandidature, si segnala l'assenza di
nuovi ingressi in lista". Uno di questi avrebbe potuto essere quello di
Victor Magiar, esponente di punta della comunità ebraica romana, ma la sua
candidatura, caldeggiata da più parti e seriamente presa in considerazione da
Veltroni, è saltata all'ultimo. Magiar non fa polemica: "La leadership di
Veltroni - dice - garantisce che non ci saranno sbandamenti anti-israeliani, ma
certo ho notato con disappunto come il drappello dei parlamentari che
esprimevano una determinata cultura sul tema della democrazia in Medio Oriente
sia stato ridimensionato". Magiar vede piuttosto "chiaroscuri"
nell'esperienza di Massimo D'Alema alla Farnesina. "C'è una tendenza a
mettere sempre prima Israele sul banco degli imputati.
Nessuno condanna i missili palestinesi prima della reazione israeliana, nessuno
ha addebitato alla Turchia i morti per le incursioni n territorio
iracheno". Ieri il ministro degli Esteri ha commentato la nuova crisi a
Tv7 : "Il rivoltante attentato fa seguito a scontri in cui sono morti 125
palestinesi. Da una parte c'è l'estremismo palestinese e dall'altra la durezza
della risposta israeliana. È una spirale di violenza che va interrotta". E
D'Alema ha definito "saggia" la posizione espressa da un sondaggio
israeliano secondo cui la trattativa con Hamas è necessaria: "Non so se
sia la soluzione, ma la tenterei". Fassino spiega invece che l'unica via è
riprendere al più presto i negoziati con Abu Mazen, "perché - dice al
Riformista - ogni giorno perso è un occasione in più per i terroristi".
Quanto al rischio di un Pd meno "israeliano", l'ex segretario dei Ds
dice: "Se il problema ci fosse davvero, visti i miei rapporti col mondo
ebraico italiano, mi sarebbe arrivato qualche segnale. In Parlamento torneranno
Furio Colombo, Emanuele Fiano, senza contare lo stesso Veltroni. E si può star
tranquilli che, se il minimo problema dovesse sorgere, la mia presenza sarà una
garanzia". Fiano e Colombo, chiamati in causa da Fassino, prendono la
questione da due punti di vista diversi. Fiano, segretario nazionale di
Sinistra per Israele, dice che, piuttosto che
indietro, il passo è stato fatto in avanti: "Ricordo ancora quando in una
delle ultime sedute della Camera Ali Rashid (palestinese eletto nelle file del
Prc, ndr ) ha preso la parola per annunciare il voto contrario del suo partito alla ratifica di un trattato di collaborazione con Israele sui sistemi satellitari civili.
E tutta la sinistra radicale ha votato contro. Aver rotto con quell'area è la
miglior garanzia per gli amici di Israele". Per parte sua, Colombo ha qualche rimpianto: "Se mi
si chiede se c'è il rischio di una deriva anti-israeliana nel Pd mi basta
pensare a Veltroni per rispondere di no. Se invece mi si domanda se c'è
un indebolimento di una certa sensibilità politico-culturale la risposta non
può che essere sì. Rimpiangerò di non ritrovare in Parlamento alcune persone e
ancora mi chiedo perché non si sia trovato un posto per ricandidare Fouad
Allam". 08/03/2008.
( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Presagi dopo la
strage a gerusalemme Ma quale Striscia, se fosse la terza Intifada? Un attacco
per vendicare Gaza. La tesi gridata, e a tratti esaltata, da buona parte della
stampa araba all'indomani della strage nella scuola rabbinica Mercaz Harav di
Gerusalemme pare analiticamente poco convincente. Certo la vendetta era stata
promessa da Hamas, facendo scattare in Israele l'allarme sulla possibile
apertura di un "secondo fronte". Ma l'obiettivo scelto e il profilo
dell'attentatore ci costringono a spostare lo sguardo da Gaza per appuntarlo
sulla Cisgiordania. E a considerare l'attacco di giovedì come il possibile
preludio di una terza intifada. Raramente il terrore ha colpito
affinando con tanta precisione la mira, sottolineavano ieri gli esperti
israeliani di intelligence. L'attacco alla yeshiva, per intenderci, è cosa ben
diversa dal kamikaze che con la cintura gonfia si fa esplodere in un centro
commerciale di una città israeliana. E neanche regge la tesi dell'irrazionale
"odio religioso" che tutto razionalmente dovrebbe spiegare. Perché
Mercaz Harav non è semplicemente una scuola rabbinica ma il cuore del sionismo
religioso. A Mercaz Harav furono poste le basi per gli insediamenti religiosi
in Cisgiordania immediatamente dopo la guerra dei sei giorni. E al movimento
dei coloni rimane strutturalmente legato. Logico quindi che dopo l'attentato il
comitato dei rabbini della Giudea e Samaria (Cisgiordania) abbia chiesto al
governo israeliano, accusato di debolezza di fronte al nemico, di "lanciare
una guerra senza quartiere contro il nemico arabo come viene fatto a
Gaza". Simmetricamente "cacciare i coloni dalla Cisgiordania come
abbiamo fatto da Gaza" sembra essere il sottotesto del massacro di
giovedì. Veniva dal Jabal Mukaber, quartiere di Gerusalemme est, il ventenne
Ala Hashem Abu Dhaim che giovedì ha imbracciato l'Ak - 47. Una zona dove
silenziosamente continua l'espansione degli insediamenti colonici. Come
continua in diversi lembi della Cisgiordania. Testimonianza della debolezza politica
di Ehud Olmert, incapace di portare avanti la visione sharoniana di un ritiro
necessario per salvare lo stato d'Israele. E la
facilità con la quale l'attentatore è entrato armato nel quartiere di Kiryat
Moishe, lontano dalla parte araba di Gerusalemme, rappresenta un ulteriore
conferma dell'attuale vulnerabilità strategica israeliana, già evidenziata dai
missili che da Gaza ormai giungono fino a Ashkelon. Ma non costituisce una
prova - come sostenuto ieri da alcuni analisti sulla stampa israeliana - che
l'operazione sia sta preceduta da una sofisticata raccolta di intelligence.
Cosa che farebbe pensare a un coinvolgimento diretto di Hamas, che ieri ha
prima rivendicato e poi smentito la paternità dell'attentato. Visto che
l'attentatore era stato anni prima autista del seminario non si può escludere,
se non la pista del killer solitario, quella di gruppi nuovi, destrutturati,
per ora marginali, come il fantomatico "Battaglioni della Galilea libera -
Martiri di Mughniyeh" evocato dalla televisione di Hezbollah. Attori veri
o presunti che rimandano alla fluida e inesplorata situazione della West Bank .
L'ossessione sul fronte di Gaza, e sul conflitto con "l'entità
canaglia" guidata da Hamas ha fin qui nascosto (con una cecità che sfocia
nell'omertà) quanto sta accadendo in Cisgiordania. Dove i coloni sono stati
ripetutamente colpiti nei giorni scorsi. E dove il governo Fayyad riesce solo
molto parzialmente (e con un dimostrato ricorso alla tortura come ha scritto
pochi giorni fa su queste pagine Paola Caridi) a ottenere una parvenza di
stabilità e di credibilità Così la rivolta contro l'occupazione si mescola al
risentimento contro la senescente nomenklatura di Fatah. E la debolezza
dell'Autorità palestinese con quella del governo Olmert, entrambi sottoposti a una
pressione che faticano a controllare. Il massacro di giovedì - come una macabra
provocazione - attende una risposta israeliana. E le fin qui spontanee e
occasionali esplosioni di violenza tutto sommato a bassa intensità (perlopiù
molotov e sassi) rischiano di trasformarsi in qualcosa di ben diverso. Nella
migliore delle ipotesi, una rivolta popolare (e più o meno nonviolenta)
ispirata alla prima intifada. Magari da lanciare quando a metà maggio gli
israeliani celebreranno, e i palestinesi commemoreranno, i 60 anni della
fondazione dello stato d'Israele. Ma lo scenario
peggiore, e purtroppo più attendibile, rievoca i giorni più foschi della
seconda intifada. Armata ed organizzata. Questo almeno lasciano trapelare come
un presagio di guerra i 500 colpi scaricati giovedì contro gli incolpevoli
seminaristi. 08/03/2008.
( da "Riformista, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Terza intifada 2 il
capo della comunità ebraica romana Il rabbino Di Segni spiega la yeshiva
"È il cuore più sacro della sinagoga" Merkaz Harav, il centro di rav
Kook e del sionismo Hanno colpito al cuore dell'ebraismo, gli attentatori di
Kiryat Moshe, laddove non soltanto si studia, ma nei fatti si pratica la
religione: la yeshiva . "Nel modo in cui noi concepiamo la religione, le
scuole rabbiniche rappresentano il pilastro vitale dell'ebraismo":
Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, si sforza di spiegare, anche se la sua
voce tradisce l'angoscia per i morti di giovedì notte. Non vuole e non può dare
un significato politico alla scelta del luogo dell'attentato. "Dovrebbe
chiederlo a quei terroristi perché sono andati a sparare in una scuola
rabbinica", taglia corto. Ma poi, con poche parole, racconta quanto sia
profonda questa nuova ferita: "Per noi, la yeshiva è un luogo più sacro
della sinagoga". Fatte le debite differenze, le scuole rabbiniche possono
essere paragonate ai seminari cattolici. "Sono i luoghi deputati allo
studio della cultura tradizionale - continua Di Segni - aperti a chiunque
voglia approfondire la propria formazione religiosa e studiare i testi della
tradizione". Nel collegio rabbinico romano, come nelle altre scuole
disseminate in tutto il pianeta, si tengono dei corsi regolari ma anche altri
aperti a frequentatori occasionali. Luoghi silenziosi, in cui si respira
un'aria rarefatta, che a Gerusalemme come a New York non danno particolare
ostentazione di sé, ma dove invece gli ebrei spendono tempo ed energie,
insospettabili per chi li osserva dall'esterno, nella cura e nel rispetto della
propria religione. Luoghi dello spirito come della memoria. "Lo studio
della Torah è di per sé un dovere fondamentale nell'ebraismo - continua il
rabbino capo - Soltanto così si può capire come le yeshiva siano l'anima della
trasmissione della nostra religione". In Israele, più che altrove, le scuole sono
frequentate da allievi assai diversi l'uno dall'altro e non necessariamente
destinati a diventare rabbini. Lo studio è quotidiano e costante. Secondo lo
schema tradizionale, si costituiscono coppie di studenti, di cui uno con un
migliore livello di formazione, che studiano per l'intera giornata seguiti da
un tutore. Ci vogliono costanza, volontà, religiosità per affrontare
quelle lunghe giornate inframmezzate dalle lezioni collettive tenute da quelli
che Di Segni chiama "grandi insegnanti". È in un luogo così, dove la
parola "ortodosso" perde qualsiasi senso dispregiativo e si
arricchisce di un significato esclusivamente religioso, che hanno colpito i
terroristi di Hamas. Anzi, in un luogo un po' più speciale. Di Segni spiega che
l'ortodossia ebraica è estremamente variegata in tutti i suoi aspetti, dalle
forme di abbigliamento a quelle più squisitamente culturali e politiche. E ogni
filone di ortodossia ha la sua scuola: "Nell'ambito delle scuole
rabbiniche, la yeshiva Mercaz Harav è il riferimento storico del sionismo
religioso, la cui base ideologica è stata elaborata negli anni Venti del secolo
scorso dal rabbino Abraham Yitzhak Kook. Mercaz Harav letteralmente significa
proprio "il centro del rav", il rabbino Kook, appunto". L'uomo
che nel 1922 fondò la scuola rabbinica così orrendamente insanguinata giovedì
scorso, e che teorizzò un sionismo in cui c'era spazio per la religione, in
qualche modo anello di congiunzione tra secolarismo e ortodossia per la nascita
e la crescita della nazione israeliana. Il rabbino capo romano spiega come sia
riduttivo identificare Mercaz Harav unicamente con il movimento dei coloni:
"La scuola rabbinica è stato di sicuro un punto di riferimento anche per i
coloni, ma ha formato persone e generazioni dalle connotazioni più differenti.
Tanta parte della sinistra ebraica è passata di lì". E lì giovedì c'erano
un'ottantina di persone, molte delle quali giovani, troppo per morire.
"Ogni morto fa soffrire - conclude amaro Di Segni - Che differenza fa se
esplode su un autobus, mentre torna a casa o va a fare colazione?". (s.o.)
08/03/2008.
( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa Strategia
Attentato studiato da Hezbollah per sabotare i negoziati Un primo colpo per
vendicare Imad Maurizio Piccirilli m.piccirilli@iltempo.it Gli Hezbollah lo
avevano giurato: la morte di Imad Mugniyeh sarebbe stata vendicata. Nasrallah,
il leader del Partito di Dio libanese aveva deto chiaramente che Isarele era
destinata a scomparire. Così i miliziani si sono messi in moto per colpire al
cuore di Israele. Ma l'attacco
doveva essere anche una punizione per i palestinesi moderati che trattano con il
"nemico sionista". Non per accusa semplicemente ideologica ma proprio
per vendicare la morte del loro capo militare. Infatti il servizio di
intelligence Hezbollah, particolarmente efficiente al punto di essere riuscito
a infiltrare persino il Mossad così da mettere a segno il successo nella
guerra dell'estate 2006, è arrivato alla conclusione che il loro imprendibile
capo militare era caduto a Damasco in una trappola favorita da due esponenti
palestinesi. L'attentato alla scuola rabbinica Mercaz Harav doveva colpire Israele e il processo di pace. Così è stato scelto un
palestinese militante Hezbollah Ala Abu Dahim che era stato individuato dallo
Shin Bet, ma le prove a suo carico erano state insufficienti così era tornato
in libertà. E ieri, sulla casa dell'"arabo blu", con documento
israeliano e libera circolazione, sventolavano le bandiere di Hamas.
( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa è il
presidente dell'associazione interparlamentare Amici ... è il presidente
dell'associazione interparlamentare Amici di Israele.
Deputato del Partito democratico con un occhio sempre attento al Medioriente.
Ma è anche amico dei maggiori esponenti delle Comunità ebraiche italiane. E in
più di un'occasione ha difeso la sua opinione, nonostante alcuni colleghi di
partito pensassero l'opposto. Ma Giuseppe Caldarola non sarà in Parlamento
nella prossima legislatura. Il Pd di Veltroni non lo ha inserito in lista.
Caldarola, cosa è successo? "è successo che alla fine chi in questi anni
ha combattuto questa battaglia è stato messo fuori. Come me, anche altri".
E proprio nell'era-Veltroni, lui non è grande amico degli ebrei romani?
"Walter ha un ottimo rapporto con la Comunità ebraica. Forse qualcuno non ha ritenuto che ci fosse il bisogno di uno o
più interlocutori in Aula per mantenere i rapporti con Israele". Ma perché lei è stato
escluso dalle liste? "Le dico la verità, il conflitto con Massimo D'Alema
sul tema Israele è il
motivo della mia esclusione". E intanto il Pdl candida Fiamma Nirenstein e
Alessandro Ruben della Comunità ebraica. "Infatti ora c'è un
divario troppo eclatante con il centrodestra, è evidente. Certo, è chiaro che a
me interessa che in Parlamento ci siano comunque degli amici di Israele, al di là degli schieramenti. Però..." Però? "Però
uno come Victor Magiar, per esempio, potevano anche candidarlo: invece niente.
Hanno fatto fuori anche Fouad Allam, e questa è una grande prova di
insensibilità al limite della violenza". Onorevole torniamo un attimo alla
sua esclusione. Ma non l'hanno nominata presidente dell'associazione Amici di Israele poco tempo fa? "è un altro motivo per cui sono
stupito. Abbiamo programmato un viaggio in Israele in
occasione del sessantesimo anniversario della nascita dello Stato ebraico.
Hanno già aderito 49 parlamentari e altri si vogliono aggiungere, insomma il
viaggio più folto e più importante verso Israele. Poi
arriva la mia esclusione". E non è l'unico amico di Israele
a rimanere fuori. La Comunità ebraica non sarà contenta, sbaglio? "In
Comunità ci sono persone che pensano che questa sinistra si sia un po' persa
rispetto a certi valori". Fab. Per.
( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa L'ex ministro
degli Esteri si scontra con D'Alema Fini: "Con Hamas non si tratta"
"Con Hamas non si può trattare". Gianfranco Fini mette subito le cose
in chiaro. "Hamas esprime un'ambiguità intollerabile. Se
non riconosce il diritto di Israele a esistere deve essere considerata come un'organizzazione
terroristica". L'ex ministro degli Esteri replica a Massimo D'Alema, il
quale si augurava che la volontà di dialogo non fosse cancellata e il percorso
fosse portato avanti anche con Hamas. Lo stesso D'Alema ha poi parlato
di un "episodio tragico e rivoltante", ma sottolinea che
"l'attentato fa seguito a scontri in cui sono morti 125 palestinesi a
Gaza. Da una parte c'è un estremismo palestinese che rifiuta il confronto,
dall'altra c'è l'estrema durezza della reazione israeliana". D'Alema si
dice inoltre "preoccupato per la sicurezza di Israele".
Ma per Fini "la reazione alla strage non può limitarsi alle sacrosante
parole di condanna e ai doverosi auspici di pace. Occore una duplice
consapevolezza. La prima: ci sono Stati che non combattono il terrorismo come
dimostra l'attegiamento libico dell'Onu. La seconda: Israele
ha il diritto di difendersi colpendo le centrali del terrorismo ovunque esse si
trovino".
( da "Tempo, Il" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa medio oriente
Gerusalemme, nove morti Strage nella scuola rabbinica Un terrorista armato ha
fatto irruzione ieri sera in un una scuola rabbinica di Gerusalemme Ovest ed ha
aperto il fuoco. Almeno otto persone sono morte e altre 35 sono rimaste ferite,
hanno riferito i soccorritori della Maghen David Adom, l'equivalente israeliano
della Croce Rossa. Anche l'attentato è stato ucciso portando ad almeno nove il
bilancio delle vittime. Il terrorista aveva indosso una cartucciera e non una
cintura esplosiva, come era sembrato in un primo momento. Gli studenti sono
stati immediatamente fatti evacuare e la polizia ha perquisito l'edificio
stanza per stanza. Sul posto sono accorse le ambulanze per soccorrere i feriti.
La polizia israeliana ha annunciato che l'attentatore è stato identificato: si
tratta di un palestinese residente nella parte orientale di Gerusalemme del
quale non è stato ancora diffuso il nome. La polizia sospetta che all'attacco
abbia partecipato anche un secondo attentatore, che però sarebbe riuscito a
fuggire. Nel corso del 2007 non ci sono stati attentati da parte di terroristi
palestinesi a Gerusalemme, anche se la polizia israeliana ha sventato numerosi
piani di attacco. Tra il 2001 e il 2004 la Città Santa è stata invece colpita
più volte dagli attentatori. Intanto nella Striscia di Gaza i residenti sono
scesi in strada a festeggiare dopo aver appreso la notizia dell'attacco di ieri
sera. La tv del gruppo libanese Hezbollah ha riferito ieri sera che un gruppo
palestinese finora sconosciuto, chiamato "Kataeb Ahrar el-Jalil"
(Brigate degli uomini liberi della Galile - Gruppo del martire Imad Mughniyeh e
dei martiri di Gaza) ha rivendicato l'attentato al seminario rabbinico di
Gerusalemme. La tv di Hezbollah, Al Manar, non ha fornito altri dettagli sul
gruppo , il cui nome si ispira al capo militare del movimento sciita libanese
ucciso il 12 febbraio nell'esplosione di un'autobomba a Damasco. L'attribuzione ad Israele dell'uccisione fatta da Hezbollah è stata negata da Tel Aviv che
ha smentito qualsiasi implicazione nell'episodio. Il 14 febbraio il segretario
generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha dichiarato una "guerra
aperta" a Israele.
( da "Padania, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Gerusalemme - Dopo l
attentato al più importante collegio rabbinico di Gerusalemme, costato la vita
al kamikaze e a otto studenti, mentre altri dieci sono rimasti gravemente
feriti, le autorità hanno deciso di vietare a tutti gli arabi con meno di 45
anni di recarsi sul Monte del tempio per le preghiere del venerdì islamico. La
rivendicazione è giunta da Hamas. La polizia israeliana ha finora fermato dieci
persone e ha identificato l attentatore: era stato autista nella stessa scuola.
Proteste spontanee davanti all edificio dopo l attentato, al grido di morte
agli arabi . Intanto, a Gaza, dove la notizia dell attentato è stata accolta
con fuochi d artificio, si è registrato un raid aereo. Uccisi 4 miliziani. Nel
frattempo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito a
trovare l accordo su un testo di condanna dell attentato. L ambasciatore americano
all Onu, Zalmay Khalilzad, ha indicato nella Libia il Paese
che ha di fatto bloccato l approvazione di una dichiarazione, e la stessa
accusa è stata mossa alla Libia da Israele. L ambasciatore israeliano Dan Gillerman ha dichiarato che il
"Consiglio di Sicurezza è infiltrato da terroristi". [Data
pubblicazione: 08/03/2008].
( da "Padania, La" del 08-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Bresciani: "In
Lombardia una sanità che crea sviluppo e ricchezza" "Quella lombarda
deve essere, sempre di più, una sanità che crea sviluppo e ricchezza per tutta
la comunità, non solo una sanità che cura e che costa". Questo principio,
e quindi la sostenibilità economica del nostro sistema sanitario, è stato il
filo conduttore dell'intervento che l'assessore alla Sanità Luciano Bresciani
ha tenuto ieri mattina alla convention dei dipendenti del suo settore. "La
nostra - ha precisato l'assessore - è già una sanità competitiva e destinata a
primeggiare nel mondo. Al Forum internazionale della sanità, che si è tenuto lo
scorso novembre a Montreal, ad esempio, il sistema sanitario lombardo è stato
collocato tra gli otto migliori al mondo". "E' inoltre un sistema -
ha proseguito Bresciani - che per competere sa organizzarsi. Ha saputo cooptare
le sei Facoltà di Medicina della Lombardia e altre 21 Facoltà tecnologiche
perché si costituissero in un Sistema Universitario Regionale e potessero
realizzare ricerche, partecipare ai progetti europei e ottenere i relativi
finanziamenti. Al sistema sanitario regionale e al sistema universitario è
stata invitata ad allearsi anche l'industria affinché presenti progetti
relativi allo sviluppo delle ICT (Information & Communication Technology) e
della e-health (telecomunicazioni, teletrasmissioni dati clinici, telemedicina,
ecc)". "In questa prospettiva - ha concluso l'assessore - si stanno
creando due grandi macro aree: una macroarea europea, che ci vede già alleati,
in Italia, con il Veneto e in Europa con il Rhone-Alpes. Prossimamente sarà
ampliata ad altre Regioni italiane e al Baden-Wuerttemberg, Alsazia, Andalusia,
Catalogna, Comunità Valenciana e Paesi Baschi. E' prossima anche l'alleanza con Israele. In queste Regioni l'industria, collegata con le Università,
potrà sviluppare la ricerca e accedere a finanziamenti europei. All'altra area
fanno capo invece il Centroamerica, l'Argentina e l'Uruguay, che ci chiedono di
trasferire nei loro Paesi le tecnologie e l'organizzazione sanitaria che
Regione Lombardia e i suoi alleati sanno mettere in campo. Ciò
contribuirà ad aprire il mercato alle industrie e a consolidare il sistema
sanità, università, industria". [Data pubblicazione: 08/03/2008].
( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
GERUSALEMME Sale la
tensione dopo l'attentato di giovedì. Rice avrebbe chiesto all'Egitto di
mediare con Hamas L'incubo della terza intifada MAURIZIO DEBANNE L'aria in
Medio Oriente torna a essere molto simile a quella che si respirava alcuni anni
fa nei momenti più cupi della seconda intifada. Gerusalemme è di nuovo il
bersaglio dei kamikaze palestinesi, lo spirito della conferenza di Annapolis è
sempre più lontano. Il 2008 è appena iniziato ma il totale degli israeliani
uccisi per mano del terrorismo palestinese supera di già quello dell'anno
precedente: 15 contro 13. Per non parlare dei palestinesi: il numero dei civili
morti e la situazione a Gaza rendono il quadro peggiore rispetto a quello del
1967, è la denuncia di alcune delle principali organizzazioni umanitarie
britanniche. L'attacco alla Yeshiva, rivendicato da Hamas, è l'ultimo round
dell'escalation dello scontro a Gaza. La spirale di violenza che attanaglia
israeliani e palestinesi da più di una settimana rischia ora di precipitare
nello scoppio di una "terza intifada". Un pericolo di cui parlano
ormai tutti i principali quotidiani dello stato ebraico. Secondo il capo della
polizia israeliana, Dudi Cohen, invece, l'attacco al collegio rabbinico Merkaz
ha-Rav va classificato come "un episodio isolato" che "non
indica l'inizio di una terza intifada". In Israele
si comincia però a ripensare alla strategia per mettere fine alle violenze. Il
muro di separazione, o barriera difensiva, sta dimostrando di non essere una
risposta né militare, né politica. Se negli ultimi anni il numero degli
attentati suicidi era effettivamente diminuito, lo si è dovuto più che altro
alla precedente tregua tra Israele e Hamas, concordata
sotto banco attraverso la mediazione egiziana e del leader palestinese
Barghouti. Dopo l'attentato di Gerusalemme il ministro della difesa Barak ha
ordinato all'esercito la chiusura dei valichi con la Cisgiordania. La richiesta
formulata dalla Rice di ridurre il numero di check point nella West Bank dovrà
dunque attendere. Ma l'esito più interessante scaturito dall'ultima missione in
Medio Oriente del capo della diplomazia americana, che secondo Vanity Fair nel
2006 avrebbe segretamente tentato di organizzare un complotto contro Hamas, è
un altro. La Rice ha chiesto all'Egitto di mediare con Hamas nel tentativo di
arrivare a un cessate il fuoco. Si tratta forse del primo segno da parte
dell'amministrazione Bush di un cambiamento di strategia nei confronti del
movimento islamista. Secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Haaretz,
un primo incontro tra esponenti di Hamas e del Jihad islamico con emissari
egiziani si è già tenuto ieri. Ayman Taha, portavoce di Hamas a Gaza, ha detto
che il movimento di resistenza islamico è pronto a una "tahadiyeh"
(periodo di calma) a condizione che sia bilaterale. Per il momento il governo
israeliano resta diviso tra la rioccupazione di Gaza, con l'obiettivo di
abbattere il potere di Hamas, e la possibilità di raggiungere, attraverso la
mediazione egiziana, una tregua con il movimento radicale palestinese. "Il
governo ha due possibilità ", scrive su Yediot Ahronot l'analista Ron Ben
Yishai. "La prima è accettare la proposta egiziana di un cessate il fuoco
con Hamas" con il rischio però che questa opzione verrebbe considerata
dagli integralisti "una vittoria prestigiosa". La seconda
possibilità, spiega Ben Yishai, "è continuare a tenere sotto una costante
pressione militare Hamas per costringerlo ad accettare le condizioni di Israele ", ma ciò avverrebbe solo
dopo una ulteriore escalation di lanci di razzi e di tentativi di attentati
all'interno del territorio israeliano. Il premier Olmert e il ministro della
difesa Barak hanno soluzioni divergenti. Barak da tempo insiste che bisogna
invadere Gaza per smantellare Hamas poiché convinto che solo risolvendo alla radice
il problema Israele potrà
mettere fine alla minaccia dei razzi Qassam e riconsegnare la Striscia
al presidente palestinese Abu Mazen. Secondo Herb Keinon, editorialista del
Jerusalem Post, questa posizione di estrema fermezza è frutto anche di considerazioni
politiche. Il ministro della difesa sa che risolvendo il problema di Gaza
conquisterebbe enormi consensi e accrescerebbe le sue possibilità di proporsi
come il prossimo primo ministro. Olmert invece esita, non crede che la
soluzione stia nel lanciare una ampia operazione militare a Gaza. Scottato dal
fallimento della guerra contro Hezbollah nel 2006, il premier teme che la
striscia di Gaza si riveli una palude per l'esercito israeliano, nonostante la
sua evidente superiorità militare. Un nuovo flop bellico lo condannerebbe
inevitabilmente a una ingloriosa uscita di scena. Tra i due c'è Tzipi Livni,
ministro degli esteri, che esprime una posizione moderata anche se favorevole a
un approccio più incisivo. Ci sono infine gli inquietanti scenari illustrati
nei giorni scorsi da Yuval Diskin, direttore dello Shin Bet, servizio segreto
israeliano per la sicurezza interna, al governo israeliano. Secondo Diskin,
Hamas avrebbe intenzione "di prendere il controllo della Cisgiordania,
eliminando i moderati che fanno capo ad Abu Mazen".
( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
MEDIO ORIENTE
INTERVISTA A ROSEMAY HOLLIS, DIRETTORE DEI PROGRAMMI DELLA CHATAM HOUSE (ROYAL
INSTITUTE OF INTERNATIONAL AFFAIRS) "Un errore aver isolato Hamas. È bene
che ora Washington ci ripensi" LAZZARO PIETRAGNOLI LONDRA "La strategia
di isolare Hamas, col boicottaggio e poi con la violenza, si è dimostrata prima
inefficace e, ora, anche dannosa ". Amareggiata, ma non sorpresa,
dall'escalation di violenza in Israele, Rosemary
Hollis, direttore dei programmi di ricerca di Chatham House (Royal Institute of
International Affairs),analizza per Europa come questa situazione si è venuta a
creare e quali sono le possibili prospettive per il processo di pace in Medio
Oriente. "Nel 2005 il governo di Sharon decise l'evacuazione di Gaza e la
fine degli insediamenti israeliani, ma lo fece in modo unilaterale e senza
voler coinvolgere le autorità palestinesi nella sua scelta, anzi decidendo
quasi di attivare un processo di separazione. Da quella scelta derivano tutte
le difficoltà che stiamo vivendo ora: perché, agendo così, indebolì Fatah e
consegnò la vittoria alle elezioni del parlamento palestinese ad Hamas, creando
una radicalizzazione delle posizioni e uno stallo nelle trattative di pace. Ma
da lì, derivano anche tutte le difficoltà dell'Unione Europea e degli Usa nel
poter affrontare la situazione. Usa ed Europa, infatti, sono stati forzati ad
accettare la linea dura del governo israeliano contro ogni possibilità di
dialogo con Hamas; hanno addirittura forzato Fatah a isolare Hamas, gli Usa hanno
perfino finanziato e armato il capo della sicurezza di Fatah nella striscia di
Gaza, affinché potesse contrastare Hamas con la forza: il loro obiettivo era forzare Hamas ad accettare le condizioni poste da Israele (rinuncia alla violenza,
riconoscimento dello stato israeliano, accettazione dei trattatiu precedenti)
oppure allontanarlo dal potere nella striscia di Gaza". Questo piano però
non sembra aver funzionato. No, infatti. Anche il vertice di di Annapolis, il
cui primo obiettivo era far ripartire i colloqui di pace, aveva come
finalità secondaria l'isolamento di Hamas, che infatti non fu né invitato
ufficialmente, né coinvolto in via informale. E anche la strategia israeliana
dei mesi scorsi, quella di boicottare la striscia di Gaza, di impedire l'afflusso
di viveri e rifornimenti energetici, si è rivelata fallimentare, perché ha
spinto la situazione a conseguenze impensabili, come la rottura dei confini con
l'Egitto. Ora Hamas sta affrontando Israele, perché
vuole dimostrare che questa politica della punizione collettiva,
dell'isolamento, della rottura non paga: che Hamas è ancora forte, radicato e
autorevole nella striscia di Gaza. Ritiene possibile, dopo l'ultimo attentato,
un irrigidimento verso Hamas e un ammorbidimento verso Fatah; un accordo di
pace per la Cisgiordania, che escluda Gaza? Trattative con la Cisgiordania e
guerra a Gaza è stata la parola d'ordine del governo israeliano fino ad ora, ma
non ha chiaramente pagato. Io credo più probabile che, dopo una ulteriore fase
di attacchi israeliani contro Hamas, prevalga la posizione di chi vuole il
dialogo. Secondo un recente sondaggio, il 63 per cento della popolazione
israeliana vuole una linea più morbida verso Hamas e, secondo me, alla fine
anche il governo sarà costretto ad assumere una posizione più moderata.
Purtroppo, però, al momento, all'interno del governo israeliano prevalgono
coloro che ritengono possibile questo cambio di posizione solo dopo aver
chiaramente dimostrato la superiorità militare su Hamas. Facendo così, Israele rischia di commettere il medesimo errore che commise
nel 2006 quando pensò di poter infliggere una sconfitta militare a Hezbollah in
Libano: quella guerra portò solo a una escalation di violenza, non ottenne
neppure la fine del lancio di missili da parte di Hezbollah. Lo stesso governo
israeliano ha dovuto riconoscere che si trattò di un errore strategico e
militare: ma ora stanno seguendo la stessa strada. Anche gli Stati Uniti
sembrano avviarsi ad un cambio di posizione: Condoleeza Rice nei giorni scorsi
ha chiaramente sostenuto il ruolo dell'Egitto nella mediazione con Hamas, per
provare a trovare una tregua. È un segnale importante. Da sempre gli
osservatori americani hanno provato a spiegare al loro governo che i dialoghi
di pace vanno fatti con il nemico e non con chi la pensa allo stesso modo: ma
questo concetto basilare non è mai stato accettato dell'amministrazione Bush.
Ogni dialogo con Hamas sembrava essere un ammorbidimento nella lotta contro il
terrorismo islamico e quindi un atto inaccettabile. Se ora l'amministrazione
americana adotta una linea più morbida, non possiamo che essere contenti e
sperare nel meglio, anche se io credo che un cambio di politica così forte e
radicale non possa essere assunto negli ultimi mesi di presidenza. Vedo in
questa mossa solo una manovra tattica, un tentativo di ottenere una breve
tregua negli attacchi, ma non la volontà di realmente coinvolgere Hamas nel
dialogo di pace. Come crede che sia possibile uscire da questa situazione di
impasse? Come condizione preliminare, è necessaria una tregua delle ostilità,
una fine alle violenze da entrambe le parti. Va poi attivato un dialogo con
tutte le rappresentanze palestinesi (Fatah ed Hamas): è assolutamente
improbabile una vittoria militare su Hamas, sia da parte palestinese che da
parte internazionale. Sarebbe meglio riconoscere la sua posizione e farlo
rientrare nel governo palestinese. È necessario infine coinvolgere tutti i
paesi arabi, che hanno una influenza su Hamas maggiore degli Usa e dell'Unione
europea, nel processo di pace e nel dialogo con Hamas.
( da "EUROPA.it" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
RESTO DEL MONDO
Ahmadinejad visita l'Iraq tra le polemiche La stampa mediorientale è unanime
nel riconoscere l'importanza della visita del presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad a Bagdad, il 2 e 3 marzo. Era la prima volta dalla guerra del
1980-1988 che un leader iraniano visitava l'Iraq. Per molti commentatori la
visita, oltre a rappresentare un successo diplomatico per Ahmadinejad, segna
l'inizio di un nuovo capitolo nei rapporti tra i due paesi. "L'Iran e
l'Iraq possono formare un fronte politico ed economico molto potente nella
regione, in grado di contrastare Washington e i suoi alleati", scrive il
quotidiano conservatore di Teheran Hamshahri, mentre un altro giornale
iraniano, Qods, si augura che "le due nazioni islamiche uniscano le loro forze,
prendendo le difese dei musulmani oppressi in Iraq e in Palestina". "Gli statunitensi
hanno cercato in tutti i modi di dimostrare che l'Iran era all'origine delle
violenze in Iraq", osserva il conservatore Jam-e-Jam, "ma la calorosa
accoglienza riservata dalle autorità di Bagdad ad Ahmadinejad è la prova che
hanno fallito nel loro intento". Critico invece il riformista
E'Temad, che scrive: "Ahmadinejad non poteva scegliere un momento più
inopportuno per la sua visita. Tra i due paesi esistono ancora problemi irrisolti:
i due governi non hanno mai firmato un trattato di pace dopo la fine della
guerra". In Iraq, il quotidiano Al Adalah, di proprietà del Consiglio
supremo islamico iracheno, si rallegra della svolta diplomatica: "L'Iran
ha dimostrato di non nutrire rancori storici, nonostante l'ingiustificabile
conflitto scatenato da Saddam ". Più cauto il movimento di Moqtada al
Sadr, convinto di "non voler subire ripercussioni delle tensioni tra Iran
e Stati Uniti ". E se in Turchia il quotidiano Sabah prevede "novità
nei delicati equilibri della regione", il giordano Al Dustur afferma che
"la visita di Ahmadinejad finirà per favorire Washington, perché sarà
vista come una provocazione dagli altri paesi arabi".
( da "Repubblica, La" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Spettacoli
L'INCONTRO Dive globali Quarantaquattro anni compiuti oggi, un corpo che non ha
avuto timore di mostrare su "Playboy", cinque film in uscita in
Francia, una vita divisa tra i bagni di folla e i ritiri coi due figli nella
quiete campestre della sua casa. Fin dall'infanzia - dice - ha un rapporto con
l'invisibile: "Solo davanti alla cinepresa, l'attore è nudo, deve fare
appello a un altro da sé. è allora che parlo col mio angelo per riprendere
coraggio, illuminare la strada" Chi recita dovrebbe essere trattato sempre
come un bambino: gli si dà piena fiducia e lui si libera completamente,
improvvisa e diventa il proprio creatore MARIO SERENELLINI paRigi "Essere
attori è ogni volta un'altalena di dubbi e di fede. I provini sono spesso
umilianti. Chi ti giudica non va oltre la tua pelle e la tua faccia. Anche
esser celebri non è di grande aiuto. Dopo un ciac, avrai un bel dire
"Stavolta non sono stata un granché, ma non dimenticate che ho vinto un
Oscar!". Davanti alla cinepresa, l'attore è nudo. Bisogna annullarsi
completamente per far emergere un personaggio. Guardavo dall'auto, mentre
venivo qua, gli alberi di Parigi, con appena le prime gemme, ancora avvolti
dall'inverno, cui hanno opposto la loro solida struttura. Gli attori sono come
gli alberi: di costituzione forte, spavalda, ma in totale nudità". Sospesa
tra antiche fragilità e continue riconferme, tra i richiami di Hollywood e i
cineasti di casa, tra i set a catena e i due figli, Juliette Binoche,
quarantaquattro anni compiuti oggi 9 marzo, vive gli alti e bassi del segno dei
Pesci: entusiasmi di fuoco e docce fredde, abbandoni alla folla e solitari
ritiri nell'ombra, tra le sicurezze più casalinghe. Sul comodino in camera da
letto è posato Dialogue avec l'ange di Gitta Mallasz, suo "livre de chevet":
"Siamo noi il nostro angelo. è il nostro io protettivo, che ci sorveglia
nell'incombere delle difficoltà. Essere attrice significa fare appello continuo
a un altro da sé, al silenzio, alla solitudine: neanche il regista ti può
aiutare. è allora che parlo al mio angelo, per riprendere coraggio, illuminare
le mie scelte". Fin dall'infanzia, confessa, ha "un rapporto naturale
con l'invisibile". La dimensione spirituale l'ha sempre attirata: "I
pensieri ispirati sono la mia manna. Penso al taoismo, al sufismo, alla poesia,
ai testi biblici. è forse la compensazione d'antiche carenze". In film
come Tre colori-Blu di Krzysztof Kieslowski nel 1993 (per il quale aveva
rifiutato l'offerta milionaria di Steven Spielberg per Jurassic Park) o Mary di
Abel Ferrara nel
( da "Unita, L'" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Libertà vo cercando in quest'era di lumi spenti di Biancamaria
Frabotta "N essuno se ne avvede ma l'architettura del nostro tempo/
diviene l'architettura del tempo a venire". Con questi versi inizia la
poesia di Mark Strand, The next time, scelta come prologo ideale di una comune
riflessione su alcuni inquietanti eventi del nostro presente. Il tempo a venire
non è certo il sole dell'avvenire se, continua il poeta americano:
"nessuno può fermare il flusso, ma nessuno può avviarlo./ Il tempo ci
scivola accanto". Eppure il presente storico, sfuggente risvolto pubblico
della nostra vita, indistricabile miscuglio di inattualità e futuro, ci plasma,
"senza che nessuno se ne avveda" appunto, come ignari coadiuvanti di
non si sa cosa. La "passione del presente", di cui qualcuno torna a
parlare si esprime anche nelle quotidiane difficoltà di questa difficile
convivenza di non senso e vero evento, effimero e duraturo, speranza e timore,
fra cui esitanti oscilliamo. Il 17 gennaio 2008, giorno dell'inaugurazione
dell'anno accademico alla Sapienza, il famoso giorno del non Papa, piove che
Dio la manda sui pochissimi passanti e sui giovani poliziotti tenuti lì a
centinaia a inzupparsi le ossa. Nel Palazzo del Rettorato parlano i poteri
costituiti, volano parole grosse sulla democrazia e sulla tolleranza. Tutti
sembrano avere assai a cuore il diritto del Papa a intervenire, comunque e
dovunque, ex cathedra o a latere, trattando a suo modo l'argomento prescelto,
moratoria della pena di morte o dell'aborto, non importa. Il suo monologo è la
prova del dialogo. I 67 fisici che hanno espresso, direi civilmente e
pacificamente il loro dissenso, sono unanimemente biasimati come "cattivi
maestri" in quel blindato deserto e dopo, in un frastornante coro di
critiche, insulti, accorate riprovazioni. Anna Akhmatova chiamava l'epoca, la
"grande silenziosa". Quando decide di parlare, sono guai grossi per
tutta l'umanità, come Anna aveva imparato a sue spese. Non so se siamo di
fronte a eventi epocali, ma certo a poco rassicuranti segni dei nuovi climi, in
natura imprevedibili, monotoni e ripetitivi spesso nella sequela delle umane
vicende. Ecco alcuni fatti che ci inducono a tornare su temi che sembravano
indiscutibili e inalienabili, dopo il bagno di sangue e i totalitarismi del XX°
secolo: espressione del libero pensiero, con connessa libertà di fede, di
ricerca, di critica nei confronti di qualsiasi idea sia immessa, se non
addirittura imposta, sulla pubblica piazza. L'immediato corollario di questo
atteggiamento mentale che chiamerei condivisa laicità delle coscienze è la
ferma e preventiva opposizione a ogni discriminazione che colpisca il sesso, la
cultura, la religione di appartenenza. Principi che sembravano ormai acquisiti.
E infatti in Europa non s'impiccano i ladri né si lapidano le adultere, alle
bambine non si cuce la vagina, gli intellettuali e gli artisti si esprimono in
relativa libertà, la piccola o la grande Storia sono trasmesse in diretta tv,
tutti chattano ininterrottamente su Internet. Eppure qualcosa si è rotto nel
patto sociale che dovrebbe garantire il difficile equilibrio fra ciò che può
essere liberamente espresso e le conseguenze che certe parole, una volta
pronunciate, provocano sulla vita di tutti noi. È lecito per esempio
reiteratamente diffamare come assassine le donne che, per i più vari motivi,
hanno scelto di abortire? Bollare gli omosessuali o chi decide di non sposarsi
di fronte a un pubblico ufficiale denunciandoli come contravventori di una
presunta normalità antropologica della famiglia? Insultare, da una frequenza
radio su cui chiunque si può sintonizzare, inappuntabili professori, rei di
sana laicità per alcuni o di insano laicismo per altri, definendoli
"satanici"? O schiaffarne i nomi nel sito di un ex ministro,
passibile di rielezione, che ne ha chiesto il licenziamento? O invocare la
destituzione dalla carica, un Presidente del Cnr a causa di una firma in calce
a una lettera di docenti al proprio Rettore ? E ancora. È lecito utilizzare la
parola "ebreo" in liste di proscrizioni, come quelle che troppo
frequentemente imperversano sul web, come un simbolo con cui identificare
perseguitati e persecutori? Da decenni, anzi da secoli, credevo che un cognome
non rappresentasse più la matrice di una identità. Ed è lecito, per manifestare
il dissenso, ovviamente legittimo se civilmente espresso, nei confronti della
politica di Israele, colpirne i suoi scrittori, interdicendo
le loro persone e le loro opere da un luogo deputato come una fiera del libro?
Spero di dovermi fermare qua, nell'elenco di queste non trascurabili
sopraffazioni, purtroppo mi pare trattate un po' ovunque come peccati veniali,
o vaporose insorgenze di una società assuefatta a straparlare di sé e di altri,
in modo narcisistico e gesticolatorio, frettoloso e irresponsabile. Per questo
mi sono permessa di anteporre questi argomenti a una "Giornata di
studio" che riguarderà altro, ciascuno fra i presenti secondo le proprie
specificità e priorità. A partire forse da una ridefinizione della laicità,
intesa come vero e non ipocrita dialogo fra modernità e religione, anzi
religioni, data la pluralità delle fedi tipiche delle nostre società
postsecolari. E in nome di una società civile che ha i titoli, io credo, di
esprimersi liberamente sulle cosiddette questioni sensibili. Anche al di là
della tenaglia fra le ragioni dello Stato e i dogmi della Chiesa. E ricordando,
come ci insegna Buber, che anche il "silenzio comunicativo" fa parte
del principio dialogico che tutti vanno invocando. L'UNIVERSITÀ "La
Sapienza" dedica domani una giornata di studio e discussione sullo stato
attuale di diritti e princìpi che sembravano acquisiti e invece vengono duramente
messi in discussione, in primis l'espressione del libero pensiero.
( da "Unita, L'" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del AVI PAZNERIl portavoce di Olmert: l'attacco alla scuola
rabbinica di Gerusalemme aveva un obiettivo in più che uccidere civili
israeliani "Hanno voluto colpirci nella nostra identità di ebrei" di
Umberto De Giovannnangeli "Chi ha armato la mano del terrorista
palestinese non intendeva solo compiere una strage di civili israeliani. L'aver
seminato la morte nel più importante istituto rabbinico di Gerusalemme èha
anche un forte, devastante, valore simbolico: nel mirino sono gli Ebrei, la
loro identità, la loro fede". A parlare è Avi Panzer, portavoce del
premier israeliano Olmert. Cosa c'è dietro la strage di
Gerusalemme? "C'è la volontà di distruggere ogni tentativo di dialogo tra Israele e la dirigenza moderata dei
palestinesi, c'è la determinazione a scatenare una reazione durissima da parte
nostra, c'è la stessa criminale irresponsabilità di chi usa la popolazione
civile di Gaza come un enorme scudo umano dietro al quale tentano di
nascondersi i terroristi di Hamas che da anni bersagliano
quotidianamente la popolazione di Sderot, di Ashqelon, del sud di Israele e che hanno esaltato il criminale attentato di
Gerusalemme". C'è chi al governo israeliano il pugno di ferro contro i
palestinesi e la rottura dei rapporti con l'Anp. "La reazione emotiva è
comprensibile, legittima, ma chi ha responsabilità politiche e di governo ha il
dovere della lucidità. La lotta al terrorismo non si è mai fermata. Lo abbiamo
dimostrato anche nei giorni scorsi, con la risposta data al lancio dei missili
contro Sderot e Ashqelon. Ma interrompere il negoziato è proprio ciò che si
prefiggono i mandanti del massacro di Gerusalemme e coloro che continuano a
bersagliare le nostre città con i missili sparati da Gaza. Noi non cadremo
nella loro trappola: continueremo a colpire i terroristi e i loro capi, e al
tempo stesso porteremo avanti il dialogo con i dirigenti palestinesi moderati.
L'errore sarebbe contrapporre queste due opzioni che invece sono tra loro
strettamente collegate". Le speranze suscitate da Annapolis sono state
spazzate via? "No, tutt'altro. È proprio la determinazione mostrata da
Olmert e Abu Mazen nel perseguire la via del negoziato che ha scatenato la
reazione dei terroristi e dei loro mandanti che non vanno ricercati solo a Gaza
ma a Teheran e, probabilmente, a Damasco. Già prima di Annapolis eravamo
consapevoli che il processo di pace non sarebbe stato un pranzo di gala, che i
nemici della pace avrebbero fatto di tutto per affossare il dialogo. Semmai è
un altro il limite del dopo-Annapolis".. Quale sarebbe questo limite?
"La compattezza della comunità internazionale nel far fronte comune contro
la minaccia dei terroristi. Il non aver compreso che occhieggiare ad Hamas
avrebbe indebolito la leadership di Abu Mazen e rafforzato i gruppi estremisti
palestinesi. Per quanto ci riguarda, l'unico interlocutore credibile in campo
palestinese era e resta il presidente Abbas (Abu Mazen). E se gli amici europei
non vogliono prestare ascolto alle nostre considerazioni, che ascoltino Abu
Mazen è le sue denunce sul legame tra Hamas e Al Qaeda, sulla trasformazione di
Gaza in un avamposto jihadista e questo con il sostegno attivo, politico e
militare, dell'Iran. Aprire ad Hamas è un colpo mortale inferto al processo di
pace". Il negoziato va avanti, ma con quali prospettive? "Quelle che
sapremo costruire assieme, Israele e l'Anp di Abu
Mazen. Non siamo all'anno zero, le due delegazioni stanno portando avanti con
serietà un importante lavoro di ricognizione che investe tutte le questioni
strategiche aperte. C'è bisogno di tempo, oltre che di volontà, per giungere ad
una intesa che possa reggere ad ogni contraccolpo".
( da "Corriere della Sera" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-03-09 num: - pag: 23 categoria:
BREVI L'autore Sta per uscire il suo nuovo romanzo, il racconto di una storia
d'amore lunga mezzo secolo. Giorgio Montefoschi collabora con il Corriere della
Sera. Ha anche realizzato numerosi documentari Giorgio
Montefoschi è nato a Roma nel
( da "Messaggero, Il" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cui si spiega che
quelle pagine luminose e razionali rappresentano un rifugio mentale dalla cruda
realtà delle azioni dei musulmani descritta in termini sferzanti. Nascerebbe
uno scandalo enorme pari a quello suscitato dalle vignette danesi su Maometto.
In Occidente molti deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un
classico per buttarla in politica con affermazioni razziste. Se una simile
impresa è impensabile, è invece possibile pubblicare un'edizione delle Opere
complete di Euclide (Bompiani) con un'introduzione che abusa del classico.
Nell'introduzione ripercorrere l'esercizio della ragione nella matematica greca
viene definito come "un atto di resistenza al non-pensiero, alla brutalità
travestita da atti umanitari, alla menzogna eretta a sistema" in un
"presente atroce e bruciante" in cui "imperversano i
gringos". Di fronte a un simile abuso di un'opera classica per trattare da
barbari un intero popolo ("i gringos") non si è visto finora un
sopracciglio alzato. Né facilmente se ne vedranno perché questa è solo una
piccola ma emblematica manifestazione dell'odio di sé che dilaga in Occidente e
soprattutto in Europa. È la sindrome descritta dallo storico François Furet:
"uomini che detestano il regime sociale e politico in cui sono nati,
odiano l'aria che respirano, mentre ne vivono e non ne hanno conosciuta
un'altra". Della civiltà occidentale viene salvato solo ciò che è
abbastanza lontano da poter essere sognato come un'età dell'oro in cui ragione
e pace regnavano incontrastate. Nei misfatti della storia dell'Occidente
vengono affogate anche conquiste ottenute a caro prezzo: libertà, garanzie,
diritti delle donne, democrazia, quel bene supremo che per dirla con Natan
Sharansky consiste nel poter scendere in piazza e parlare senza che nessuno ti
porti via. Pare che ciò valga per noi assai poco se persino un vescovo
anglicano propone di regalare spazi di sovranità alla sharia sottraendoli alle
regole cui dovremmo tenere quanto all'aria; e se ascoltiamo a mani giunte la
lezione di Tariq Ramadan che spiega la legittimità di boicottare una fiera
letteraria, ovvero una manifestazione della libertà di espressione. Apprendiamo
che il Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu, in nome della lotta contro
l'"islamofobia occidentale", propone di decretare che l'offesa ai
valori religiosi è razzismo. A Teheran l'alta commissaria ai diritti dell'uomo
Louise Arbour ha ascoltato, coperta da un velo islamico, questo proclama
d'intenti senza fiatare. Si dirà che di una simile condanna si avvarranno tutte
le religioni. Ma avete mai sentito emettere da parte cristiana o ebraica una
condanna a morte o soltanto una querela nei confronti di autori violentemente
antireligiosi (fino all'insulto) come Richard Dawkins? È evidente chi si
avvarrebbe di un simile decreto e quali sarebbero le conseguenze. Non
potrebbero più essere protette persone che vivono sotto l'incubo di una condanna
a morte, come Ayaan Hirsi Ali o Robert Redeker, autori di critiche nei
confronti dell'islam che sono esempi di moderazione
rispetto alla definizione dei cristiani come "cretini" o del Dio d'Israele come un "delinquente
psicotico". Avremmo svenduto i principi della democrazia e della libertà
di espressione. E non solo: in tal modo verrebbe messo un cappio al collo a
centinaia di milioni di persone che cadrebbero ostaggi senza speranza dell'integralismo
sotto l'egida dell'Onu. Sta alle democrazie decidere se credono ancora
in se stesse e sono capaci di rifiutare il ricatto o preferiscono crogiolarsi
nell'odio di sé, in una deriva verso l'autodistruzione.
( da "Messaggero, Il" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di
GIORGIO ISRAEL Deplorerebbero giustamente la strumentalizzazione di un classico
per buttarla in politica con affermazioni razziste. Se una simile impresa è
impensabile, è invece possibile pubblicare un'edizione delle Opere complete di
Euclide (Bompiani) preceduta da un'introduzione in cui ripercorrere l'esercizio
della ragione nella matematica greca viene definito come "un atto di resistenza al
non-pensiero, alla brutalità travestita da atti umanitari, alla menzogna eretta
a sistema" in un "presente atroce e bruciante" in cui
"imperversano i gringos". Di fronte a un simile abuso di un'opera
classica per trattare da barbari un intero popolo ("i gringos") non
si è visto finora un sopracciglio alzato. Né facilmente se ne vedranno perché
questa è solo una piccola ma emblematica manifestazione dell'odio di sé che
dilaga in Occidente e soprattutto in Europa. È la sindrome descritta dallo
storico François Furet: "uomini che detestano il regime sociale e politico
in cui sono nati, odiano l'aria che respirano, mentre ne vivono e non ne hanno
conosciuta un'altra". Della civiltà occidentale viene salvato solo ciò che
è abbastanza lontano da poter essere sognato come un'età dell'oro in cui
ragione e pace regnavano incontrastate. Nei misfatti della storia
dell'Occidente vengono affogate anche conquiste ottenute a caro prezzo:
libertà, garanzie, diritti delle donne, democrazia, quel bene supremo che per
dirla con Natan Sharansky consiste nel poter scendere in piazza e parlare senza
che nessuno ti porti via. Pare che ciò valga per noi assai poco se persino un
vescovo anglicano propone di regalare spazi di sovranità alla sharia
sottraendoli alle regole cui dovremmo tenere quanto all'aria; e se ascoltiamo a
mani giunte la lezione di Tariq Ramadan che spiega la legittimità di boicottare
una fiera letteraria, ovvero una manifestazione della libertà di espressione.
Apprendiamo che il Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu, in nome della
lotta contro l'"islamofobia occidentale", propone di decretare che
l'offesa ai valori religiosi è razzismo. A Teheran l'alta commissaria ai
diritti dell'uomo Louise Arbour ha ascoltato, coperta da un velo islamico,
questo proclama d'intenti senza fiatare. Si dirà che di una simile condanna si
avvarranno tutte le religioni. Ma avete mai sentito emettere da parte cristiana
o ebraica una condanna a morte o soltanto una querela nei confronti di autori
violentemente antireligiosi (fino all'insulto) come Richard Dawkins? È evidente
chi si avvarrebbe di un simile decreto e quali sarebbero le conseguenze. Non
potrebbero più essere protette persone che vivono sotto l'incubo di una
condanna a morte, come Ayaan Hirsi Ali o Robert Redeker, autori di critiche nei
confronti dell'islam che sono esempi di moderazione rispetto alla definizione
dei cristiani come "cretini" o del Dio d'Israele
come un "delinquente psicotico". Avremmo svenduto i principi della
democrazia e della libertà di espressione. E non solo: in tal modo verrebbe
messo un cappio al collo a centinaia di milioni di persone che cadrebbero
ostaggi senza speranza dell'integralismo sotto l'egida dell'Onu. Sta alle
democrazie decidere se credono ancora in se stesse e sono capaci di rifiutare
il ricatto o preferiscono crogiolarsi nell'odio di sé, in una deriva verso
l'autodistruzione.
( da "Liberazione" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Unica via
contro i terroristi" Gerusalemme, la "soluzione" del laburista
Dani Yatom: un muro divida in due la città Francesca Marretta Gerusalemme Una
città divisa. Potrebbe non essere più una metafora. Nel clima di profonda
insicurezza e tensione suscitato dall'attentato al collegio rabbinico di
Gerusalemme Ovest, il deputato laburista israeliano Dani Yatom, ha ieri
proposto di creare una vera separazione fra Gerusalemme est e Gerusalemme
ovest. Sarebbe questa, a suo avviso, l'unica misura in grado di prevenire nuovi
attacchi terroristici da parte degli abitanti palestinesi della Città Santa.
"Non possiamo prevenire un attacco in cui l'attentatore palestinese, come
accaduto nella strage alla Yeshiva, aveva documenti israeliani che gli
consentivano di muoversi liberamente sul nostro territorio" ha dichiarato
Yatom, che in passato è stato capo del Mossad. "Da Gerusalemme est i
terroristi palestinesi hanno la possibilità di raggiungere, senza controllo,
non soltanto Gerusalemme ovest, ma qualsiasi altra città israeliana - ha aggiunto
Yatom - e questo noi non dobbiamo più consentirlo". Il deputato laburista
non ha spiegato come pensa di realizzare una separazione fisica della Città
Santa. Con "barriere" di cemento? Con il filo spinato elettrificato?
E la Città Vecchia? Una bella grana, dato che si trova proprio nel mezzo, a
fare da spartiacque tra oriente e occidente. Fuori dalle mura costruite da
Solimano il Magnifico, s'intende. Perché all'interno, a parte i metal detector
per accedere al settore ebraico, Gerusalemme resta la culla delle tre grandi
religioni monoteiste. I 250mila arabi di Gerusalemme hanno la carta d'identità
blu. I palestinesi, non avendo uno Stato, non hanno passaporto. Il colore
dell'Id ha un'influenza diretta su ogni aspetto della vita di un palestinese: dalla
scuola o l'università in cui si può studiare, al lavoro che si può svolgere e
anche su chi si può o non si può sposare. Un palestinese di Gerusalemme est non
potrebbe sposare una donna di Jenin, perché neanche da moglie potrebbe, con i
documenti del colore "sbagliato", vivere nella Città Santa. Se, al
contrario, per sposare qualcuno a Jenin, un residente di Gerusalemme volesse
trasferirsi in West Bank, perderebbe il diritto all'Id della sua città. Dalla
sera dell'attentato, la West Bank è sigillata, non si oltrepassano i
check-point, nemmeno nei tratti per i quali si possiede un permesso. A Gaza il
problema non si pone: è impossibile uscire o entrare. E
senza permesso rilasciato da Israele, possono partire sono solo i qassam. Il deputato israeliano che
propone la separazione di Gerusalemme, forse non si rende conto che l'attività
economica della città, soprattutto a Ovest, si regge anche sulla
"manovalanza" dei palestinesi. A Gerusalemme ieri si è levato
anche un appello che intende suggerire la costruzione di strade, piuttosto che
muri. Dal Patriarcato Latino, che si trova in Città Vecchia tra la Porta Nuova
e la Porta di Jaffa, si chiede "ai leader politici e religiosi di Israele", come al presidente palestinese Abbas, di
trovare "nuove strade che portino ad una pace giusta e soddisfacente, per
la Terra chiamata dall'Onnipotente ad essere Santa per il popolo ebraico e per
i palestinesi". Agli israeliani i Patriarchi cristiani chiedono di
"trovare una strada" che ponga fine al "circolo infernale di
violenza del quale siamo tutti vittime". Ad Abbas, di "riportare
all'unità il popolo palestinese", auspicando che "Dio" ispiri il
Presidente palestinese a "trovare la giusta soluzione che consenta il
raggiungimento di un accordo con l'autorità israeliana che fermi le
violenze". 09/03/2008.
( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del
09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
PROPOSTA CHOC
"A Gerusalemme un muro contro gli attentatori" ? GERUSALEMME ?
"NOI NON POSSIAMO prevenire un attentato in cui il terrorista palestinese,
come accaduto nella strage al collegio rabbinico, aveva documenti israeliani
che gli consentivano di muoversi liberamente". Il generale Dani Yatom,
deputato laburista ed ex capo del Mossad (il servizio segreto israeliano)
esprime le sue preoccupazioni e lancia una proposta choc: separare la parte est
di Gerusalemme, dove vivono palestinesi con carta di identità israeliana, dalla
parte occidentale della città, dove invece vivono solo israeliani. "Da
Gerusalemme est i terroristi palestinesi hanno la possibilità di raggiungere,
senza controllo, non soltanto Gerusalemme ovest ma qualsiasi altra città
israeliana - aggiunge - e questo noi non dobbiamo più consentirlo". Nella
zona orientale di Gerusalemme vivono circa 250mila palestinesi ai quali è stata
concessa una carta di identità israeliana che consente loro assoluta libertà di
movimento. Per i palestinesi che invece vivono a Gaza o in Cisgiordania
l'accesso alle città israeliane è invece condizionato al rilascio di speciali
permessi. Al momento dell'attraversamento dei valichi, gli stessi palestinesi
vengono poi sottoposti a rigidi controlli per scongiurare l'ingresso di
attentatori. Per evitare ingressi al di fuori dei valichi, Israele
sta costruendo da alcuni anni una lunga barriera che separa il territorio
israeliano da quello palestinese. - -->.
( da "Voce d'Italia, La" del 09-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cronaca Due forti
messaggi di vita lanciati dal pontefici negli ultimi due giorni Papa appello:
stop alla violenza in Palestina Oggi Benedetto XVI ribadisce il valore della vita anche per
l'individuo in stato embrionale o di coma Roma, 9 marzo- Dopo l'Angelus a
Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha lanciato un fortissimo appello che è suonato
quasi come un'implorazione: rivolgendosi a israeliani e palestinesi il
pontefice ha chiesto "In nome di Dio di lasciare le vie tortuose dell'odio
e della vendetta e di percorrere responsabilmente cammini di fiducia e di
pace". Il Papa ha ricordato come "la violenza e l'orrore hanno
nuovamente insanguinato la Terra Santa nei giorni scorsi, alimentando una
spirale di distruzione e di morte che sembra non avere fine". Ha poi
spronato "le autorità israeliane e palestinesi nel loro proposito di
continuare a costruire, attraverso il negoziato, un futuro pacifico e giusto
per i loro popoli". Durante al funzione di stamane tenutasi al
"Centro Internazionale S. Lorenzo" nei pressi del Vaticano, il
pontefice ci ha tenuto a lanciare un altro forte messaggio di vita; parlando
durante l'omelia Benedetto XVI ha spiegato che l'uomo appartiene, come tutto il
resto del creato, alla biosfera: "Pur facendo parte del biocosmo- ha
tuttavia precisato- l'uomo lo trascende; l'uomo rimane l'uomo e mantiene tutta
la sua dignità, anche se è un embrione o in stato di coma". Maria Caspani.