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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza” |
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top ARTICOLI DEL 18 e 19 marzo
2008 #TOP
Gli
adolescenti di "Spighe" conquistano Corto in Bra
( da "Stampa,
La" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Cinema corto
internazionale" è andato al regista israeliano Amikam Kovner, autore di
"Hahufsha", una storia classica, con un linguaggio filmico molto
crudo e realistico, che racconta un padre nel tentativo di riconciliarsi con il
figlio. Due le menzioni speciali della giuria a "Acasa" di Paul
Negoescu e "True Colours" di Barney Elliot.
Lombardia
e israele, gli ospedali della pace - franco capitano
( da "Repubblica,
La" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
siglato un
patto per la telemedicina e le malattie croniche Lombardia e Israele, gli
ospedali della pace FRANCO CAPITANO Un accordo di collaborazione nei settori
della sanità e della medicina tra il ministero della Sanità del governo
israeliano e la Lombardia. è questo il primo risultato della missione in corso
del governatore Roberto Formigoni in Israele.
Lombardia,
Israele e Palestina Una pace in nome della sanità
( da "Giornale.it,
Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
che ha
incontrato il presidente dello Stato d'Israele e premio Nobel per la pace,
Shimon Peres, e il primo ministro dell'Autorità palestinese, Salam al-Fayyad,
da sempre favorevole al negoziato con gli israeliani. Il sogno è un accordo di
collaborazione tra Lombardia, Israele e Autorità palestinese, sottoscritto nel
nome della sanità.
Pace
fra Israele e Palestina in nome della sanità
( da "Giornale.it,
Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
che ha incontrato
il presidente dello Stato d'Israele e premio Nobel per la pace, Shimon Peres, e
il primo ministro dell'Autorità palestinese, Salam al-Fayyad, da sempre
favorevole al negoziato con gli israeliani. Il sogno è un accordo di
collaborazione tra Lombardia, Israele e Autorità palestinese, sottoscritto nel
nome della sanità.
Nelle
mie storie l'anima di due popoli ( da "Unita, L'"
del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
i lavori sono
proseguiti e oggi Sayed Kashua tiene un incontro pubblico presso il Padiglione
israeliano. Sayed Kashua (classe 1975) è autore di due romanzi, Arabi danzanti
e E fu mattina, usciti in Italia nel 2005 e 2007, tradotti da Elena Loewenthal
per Guanda. Kashua è l'unico scrittore arabo-israeliano fra i 39 scrittori
israeliani invitati quest'anno a Parigi.
Israele,
la cancelliera merkel al museo dell'olocausto
( da "Repubblica,
La" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele, la
cancelliera Merkel al museo dell'Olocausto GERUSALEMME - La cancelliera tedesca
Angela Merkel in Israele ha visitato ieri il memoriale dello Yad Vashem,
dedicato alle vittime della Shoah. Ad accompagnarla c'era il premier israeliano
Ehud Olmert.
<Wiesel
non accenda la fiaccola d'Israele>
( da "Corriere
della Sera" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
2008-03-18
num: - pag: 1 autore: di ALESSANDRA FARKAS categoria: REDAZIONALE La polemica
PER I 60 ANNI "Wiesel non accenda la fiaccola d'Israele" NEW YORK - E
polemica per la richiesta del primo ministro Olmert a Elie Wiesel perché
accenda la fiaccola di Israele. Kaniuk: "La deve accendere un israeliano".
A PAGINA 15.
Ceronetti
apocalittico ( da "Corriere della Sera"
del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Ceronetti
carica il conflitto arabo-israeliano sulla "Nave dei pazzi della
storia". Dove da un lato c'è una nazione laica, Israele, che reagisce
"a un pugno, avendone la forza, con due"; dall'altro un popolo con
una "ferita insanabile" giunto a farsi contaminare dalla
"psicopatia antisemita" del terrorismo.
Confessioni
religiose e diritti garantiti ( da "Corriere della Sera"
del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
compreso
Israele (di cui Allam è grande ammiratore, e che tutti conosciamo come uno
Stato democratico) addirittura il diritto matrimoniale non è disciplinato dalla
legge dello Stato, ma è rimesso al diritto delle rispettive confessioni
religiose e alla giurisdizione dei rispettivi tribunali (ebraici per gli ebrei,
La
vicenda ( da "Corriere della Sera"
del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
ad accendere
la fiaccola per i 60 anni di Israele. Wiesel ha rifiutato per impegni già presi
L'attacco Lo scrittore Yoram Kaniuk ha criticato l'invito in un editoriale:
"La fiaccola dovrebbe essere accesa da un israeliano" Lo scrittore
israeliano Yoram Kaniuk e l'ebreo americano, Nobel per la pace Elie Wiesel
(accanto).
Israele
parlerà in tedesco, nonostante le proteste
( da "Riformista,
Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
di presentare
la Germania come "il migliore amico europeo" dello Stato d'Israele.
Ma è un rilancio significativo, al punto che varie testate tedesche non hanno
esitato in questi giorni a parlarne come dell'inizio di una "nuova fase",
da leggersi anche all'insegna dell'entrata d'Israele nell'Unione per il
Mediterraneo.
<Noi,
responsabili della Shoah> ( da "Corriere della Sera"
del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
il governo tedesco
sottolinea col primo incontro tedesco-israeliano la propria determinazione a
dar vita a un futuro condiviso ". A 60 anni dalla nascita dello Stato
ebraico, che ai campi di concentramento e a quello sterminio dei nazisti è
legato, Angela Merkel propone a Israele di ribaltare la storia.
Wiesel
e la fiaccola di Israele, è polemica
( da "Corriere
della Sera" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Noi ebrei
siamo tutti uguali" Wiesel e la fiaccola di Israele, è polemica DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE NEW YORK - Il duro editoriale dello scrittore israeliano Yoram
Kaniuk pubblicato la scorsa settimana su Yedioth sotto al titolo "La
scelta sbagliata. Elie Wiesel è un brav uomo ma la fiaccola dovrebbe essere
accesa da un israeliano " non c'entra.
Cultura
il comune annuncia la nuova struttura, la provincia protesta
( da "Riformista,
Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
in viaggio in
Israele, e il presidente della Provincia, Filippo Penati. Dopo la bocciatura
delle proposte precedenti, il nuovo museo progettato da Daniel Libeskind
sorgerà nella zona della ex Fiera, sull'area CityLife, già oggetto di
riqualificazione con star dell'architettura come Zaha Hadid, Arata Isozaki e
Pier Paolo Maggiora,
E
Fiamma si ribellò: "Io fascista proprio no"
( da "Opinione,
L'" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
una vita in
difesa di Israele e dei diritti umani, una fedeltà all'ebraismo trascorsa gran
parte guardando negli occhi il terrorismo, scrivendo una grande quantità di
articoli e libri di testimonianza per risvegliare tutti quanti alla verità
della vita di Israele e degli ebrei, quando una scrive e testimonia contro
l'antisemitismo alla mia maniera,
LA
FORZA DELLA VERGOGNA ( da "Stampa, La"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
è stata la
premessa necessaria di un "discorso" ebraico (israeliano)-tedesco che
non sarà mai una "normalizzazione" di rapporti, dato il peso di quel
passato. Ma ha lentamente determinato l'avvio di un dialogo, attraverso la
distanza incommensurabile che la Shoah ha disegnato fra le due esperienze
storiche.
"La
Germania non lascerà mai solo Israele"
( da "Stampa,
La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Le parole
della Merkel sono il coronamento di un rapporto ventennale con i tedeschi, da
tempo i migliori amici europei di Israele" osserva Avi Primor, ex
ambasciatore israeliano in Germania. "Disertare il parlamento contro la
lingua di Hitler è demagogico, oggi come durante la visita del presidente
Koehler. Anche Theodor Herzel, il padre del sionismo, si esprimeva in
tedesco".
Napolitano
sugli scudi nel torneo di Tel Aviv
( da "Stampa,
La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
il giovane
tennista biellese è uscito nei quarti sconfitto dall'israeliano Mushaev per
6-3, 6-
Angela
Merkel: Provo vergogna per la Shoah
( da "Unita,
L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
poi Angela
Merkel di fronte al Parlamento israeliano ha chiesto scusa per lo sterminio
degli ebrei fatto dai nazisti: "La Shoah copre noi tedeschi di vergogna -
ha detto il Cancelliere tedesco - e io mi inchino davanti ai sei milioni di
ebrei uccisi, e mi inchino davanti ai sopravvissuti e davanti a coloro che li
aiutarono a salvarsi".
La
Merkel alla Knesset: La Shoah copre di vergogna noi tedeschi
( da "Giorno,
Il (Nazionale)" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
il parlamento
israeliano, che celebra quest'anno i 60 anni dalla nascita dello Stato ebraico,
per venti minuti è risuonato l'idioma tedesco. La cancelleria Angela Merkel,
consapevole della straordinarietà dell'evento, prima ha voluto però salutare i
deputati in ebraico: "Parlare in questa prestigiosa assemblea per me è un
grande onore"
I
corrispondenti esteri: campagna noiosa e mancanza di volti nuovi
( da "Unita,
L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Itar-Tass
(Russia) e Menachem Gantz di Yedioth Ahronoth (Israele). È molto diffusa tra
gli osservatori stranieri la percezione che, chiunque sia il vincitore
(Berlusconi è in cima ai pronostici), l'intesa con l'avversario sarà
inevitabile. Ma è l'aspetto critico ad emergere nettamente dalle analisi dei
giornalisti esteri.
Merkel
alla Knesset Vergogna per la Shoah
( da "Unita,
L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
edizione del
ISRAELE Merkel alla Knesset "Vergogna per la Shoah" GERUSALEMME
Ringrazia in ebraico la Knesset che le ha concesso di parlare in tedesco,
ramoscello d'ulivo per smorzare le polemiche che l'hanno preceduta: cinque
deputati diserteranno comunque l'aula, per non sentire tra le sue mura l'eco
della lingua che fu dei carnefici del popolo ebraico,
L'ITALIA
E LA POLITICA ESTERA SERVONO SCELTE CONDIVISE
( da "Resto
del Carlino, Il (Nazionale)" del
19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
intenzione di
distruggere Israele. L'Italia ha tutto il dovere e l'interesse di cercare
soluzioni politiche per le aree in crisi, ma proprio per questo la sua politica
estera deve essere autorevole e al suo impegno internazionale credibile e
affidabile. In questo senso bisognerebbe realizzare per le scelte di fondo di
politica estera un ampio consenso interno.
Merkel:
<La Shoah copre i tedeschi di vergogna>
( da "Unione
Sarda, L' (Nazionale)" del
19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Esteri Pagina
112 Israele. Parla nella sua lingua alla Knesset: cinque deputati la contestano
Merkel: "La Shoah copre i tedeschi di vergogna" Israele.. Parla nella
sua lingua alla Knesset: cinque deputati la contestano --> GERUSALEMME
Nell'atmosfera solenne della Knesset, il parlamento israeliano, che celebra
quest'anno i 60 anni dalla nascita dello Stato ebraico,
Il
coraggio di reagire - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
quella
israelo-palestinese, viene sempre più confidata dal lato arabo alla demografia,
dunque al tempo ?nemmeno molto lungo. L'ascesa mondiale della Cina (e, in
subordine, dell'India) restituisce alla popolosità i suoi diritti, perduti un
paio di secoli fa, quando la potenza tecnologica e militare dell'Inghilterra
seppe farne a meno.
Gli
ebrei etiopi di <Vai e vivrai>
( da "Corriere
della Sera" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
4,10 più
tessera € 2,60) con proiezione alle 20 di "Vai e vivrai" (2005) di
Radu Mihaileanu, sugli ebrei etiopi rifugiati in Israele. Segue dibattito con
Giorgio Sacerdoti, docente alla Bocconi, e l'editorialista David Bidussa.
(g.gros.).
Il
mondo scorso, cinque anni fa ( da "Manifesto, Il"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Hotel
Palestine i reporter cominciarono a strillare nei microfoni. Quella notte un
missile più grosso degli altri sventrò il palazzo che una spiata aveva indicato
come il covo di Saddam, non era vero e la guerra continuò per un altro pugno di
settimane, i figli del dittatore cacciati come bestie, macellati ed esposti
come trofeo di caccia,
PER
FORTUNA quella tra Islam e Cristianesimo non è solo una vicenda di odio,
intolleranza e ( da "Messaggero, Il"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
in Palestina,
oltre che in Iraq, in Iran, in Pakistan, in Tunisia, Algeria, Marocco e in
altri Paesi. Certo, in Arabia Saudita è vietata ogni manifestazione religiosa
che non sia quella islamica. Ma quella saudita è una situazione particolare.
Siamo di fronte a una monarchia, con basi religiose wahhabite,
Applausi
alla Knesset per la cancelliera La Merkel convince Israele. In tedesco
( da "Corriere
della Sera" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Il resto è il
messaggio che è venuta a portare in Israele: "Ogni governo tedesco e ogni
cancelliere prima di me è investito da questa speciale responsabilità che la
Germania ha nei confronti di Israele". Una "responsabilità
storica" che, sostiene, fa parte della politica fondamentale del suo
Paese.
Sopravvissuto
( da "Corriere
della Sera" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-19 num: - pag: 19
categoria: BREVI Sopravvissuto Nato in Romania, sopravvissuto alla Shoah,
emigrato nella Palestina sotto mandato britannico, è diventato uno dei più
importanti scrittori in lingua ebraica. L'ultimo libro tradotto in Italia:
Badenheim 1939 (Guanda).
SCUOLA
RABBINICA ( da "Corriere della Sera"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
avrebbero
causato non la sconfitta militare di Israele ma il suo totale annientamento.
Consideri tutto ciò con la massima serenità e imparzialità possibile. Franco
Cohen novafodera@libero.it I pareri diversi e contrari non sono scomodi e
appartengono allo stile di questa rubrica. Ma se rileggerà la mia risposta lei
constaterà che non ho eluso il quesito.
Primo
storico discorso di un capo di governo straniero al parlamento israeliano. Un
rapporto privilegiato ( da "Messaggero, Il"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Primo storico
discorso di un capo di governo straniero al parlamento israeliano. "Un
rapporto privilegiato".
La
Shoah riempie di vergogna il popolo tedesco . Non pochi israeliani e probabilm
( da "Messaggero,
Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
cancelliera è
stata il primo capo di governo a rivolgersi al parlamento israeliano. Un fatto
storico. Un omaggio a un rapporto privilegiato tra i due Paesi. Ma anche se le
sue parole erano di totale, incondizionato sostegno allo Stato d'Israele che
compie quest'anno sessanta anni, la lingua pesava come un macigno su chi, e
sono tanti, porta nel cuore e nella mente le ferite dell'Olocausto.
TEL
AVIV - Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha ordinato ieri la
chiusura, fino a domen ( da "Messaggero, Il"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Doveva
portare pace e democrazia, battere bin Laden e assicurare sicurezza agli Usa.
Non è andata proprio così Cinque anni fa la guerra in Iraq Tutti i protagonisti
del disastro ( da "Liberazione"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
militare
contro Israele nel 2000, poi sepolta dall'onda dell'11 settembre e
dall'aggressività della coppia Sharon-Bush, la leadership dell'Autorità
nazionale palestinese (Anp) ha pagato anche i propri errori. Israele ha
rilanciato l'occupazione della terra palestinese, coniando al contempo
l'assurda formula secondo la quale sarebbero dovuti essere proprio i
palestinesi,
<Come
può la Cei tifare a destra?> ( da "Liberazione"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Lei ha
vissuto molto a Gerusalemme ed è un esperto del conflitto israelo-palestinese.
Si arriverà ad una soluzione? Non si può giungere alla pace senza la giustizia,
ovvero il riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Quando questo accadrà
bisognerà costruire delle scuole lungo il confine dei due stati. Luoghi in cui
i bambini potranno incontrarsi e conoscersi.
Dalle
"bombe umanitarie" di Clinton alle crociate di Bush, come Washington
ha sfruttato le sue guerre per controllare il pianeta Cosa c'entra
l'indipendenza del Kosovo con il petro
( da "Liberazione"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
entrambi in
Georgia ed entrambi vicini alla Russia), oltre alla Palestina e al Kurdistan.
Il Kossovo settentrionale stesso - ormai popolato solo da serbi - e la
Macedonia occidentale non sembrano qualificati per diventare indipendenti.
Allora perché il Kossovo? Ed ecco che entrano in gioco l'oleodotto Ambo e Camp
Bondsteel.
"la
shoah, vergogna della germania" - alberto stabile
( da "Repubblica,
La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele alla
Germania. Nel suo discorso, Angela Merkel ha voluto dare alle relazioni con
Israele la profondità e la prospettiva di una solida alleanza basata su valori
condivisi e scelte comuni. Così, in piena sintonia con i suoi ospiti, la
cancelliera ha sottolineato che il programma nucleare iraniano rappresenta un
pericolo non solo per Israele ma per la pace e la sicurezza del
Cultura
Per molti anni sui passaporti israeliani si leggeva la frase: "Valido per
tutti i paesi tran... ( da "Repubblica, La"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stato di
Israele solo poco prima del suo tracollo. Ci sono voluti 40 anni perché
l'intera Germania si facesse carico della propria responsabilità storica,
riconoscendo come Germania riunificata lo Stato di Israele. Sono profondamente
convinta che solo assumendo la sua perenne responsabilità per la catastrofe
morale della storia tedesca la Germania potrà andare verso un futuro umano.
La
catastrofe morale di cui portiamo il peso - angela merkel
( da "Repubblica,
La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Cultura La
catastrofe morale di cui portiamo il peso ANGELA MERKEL a Germania e Israele
sono e resteranno sempre legate in maniera speciale dal ricordo della Shoah. Il
genocidio di sei milioni di ebrei perpetrato nel nome della Germania ha causato
inenarrabili sofferenze al popolo ebraico, all'Europa e al mondo. La Shoah ci
riempie di vergogna.
E
la Siria aspetta il prossimo attacco
( da "Manifesto,
Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
normalizzazione
dei rapporti tra Stati arabi e Israele solo in cambio di un ritiro completo
dello Stato ebraico dai territori siriani (Golan) e palestinesi che occupa dal
Palestina
cancellata, Facebook sott'accusa ( da "Manifesto, Il"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele. Ma
un tribunale svela: così avviene il furto di terra Mi. Co. Facebook più filo
israeliano di George W. Bush. Se nei vertici mediorientali il presidente
statunitense ha sostenuto che "alla luce delle nuove realtà sul terreno,
inclusi i maggiori centri di popolazione israeliani già esistenti, è
irrealistico aspettarsi che il risultato di negoziati sullo status finale sia
Massimo
D'Alema anti-israeliano per ragioni di poltrona
( da "Opinione,
L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele:
Cipro, Malta, Norvegia, Lettonia, Finlandia, Grecia. Per ottenere la seconda
occorre anche l'assenso dei paesi arabi, dell'Iran, della Cina e della Russia.
Ergo? Israele dovrà farsene una ragione: ogni qual volta sarà ucciso un civile
israeliano da un razzo Qassam sparato da Gaza o dal sud del Libano tenga ben
presente che se verranno uccisi per rappresaglia terroristi senza
LA
SHOAH COPRE DI VERGOGNA NOI TEDESCHI
( da "Mattino,
Il (Nazionale)" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
che la
Germania non lascerà mai più da solo Israele e lo aiuterà soprattutto a
difendersi: "Ogni governo tedesco - ha detto - e ogni cancelliere prima di
me ha sempre sentito di avere una speciale responsabilità per la sicurezza di
Israele. Questa responsabilità storica è parte dei principi fondamentali del
mio Paese e questo vuol dire che per me,
STORICO
DISCORSO IN TEDESCO DELLA MERKEL ALLA KNESSET: SAREMO SEMPRE VICINI ALLE RAGIONI
DI ISRAELE ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Storico
discorso in tedesco della Merkel alla Knesset: "Saremo sempre vicini alle
ragioni di Israele".
IL
PRIMO A PARLARE FU RAU OTTO ANNI FA
( da "Mattino,
Il (Nazionale)" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Il primo a
parlare fu Rau otto anni fa I rapporti di Israele con la Germania sono stati
inesistenti per tutti gli anni '50, e solo dal 1965 furono scambiati gli
ambasciatori. Il primo cancelliere tedesco in carica in visita fu Willy Brandt
(Spd), il primo capo dello Stato tedesco a parlare alla Knesset fu Johannes Rau
nel 2000.
A
ALPIGNANO Martedì 18, ore 15,30, al salone Primo Levi, piazza Vittorio Veneto,
( da "Stampa,
La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
laboratorio
"Sapori e saperi dal mondo", parole e assaggi dalla Palestina.
Iscrizioni 10 euro, telefonando allo 011/80.28.349. Fino al 20 marzo, presso La
Giardiniera di via Italia 90 bis, mostra "Progettare ai margini".
Orario apertura: dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19, sabato e domenica
dalle 15 alle 19.
( da "Stampa, La" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
[FIRMA]VALTER
MANZONE BRA Il premio più originale (e consistente) di questa settima edizione
del "Cinema corto in Bra, international short film festival" è stato
certamente un uovo di pasqua, realizzato dalla pasticceria della Posta, che
riproduceva fedelmente il logo della manifestazione braidese, con i capelli di
cioccolata al posto di quelli di celluloide. Lo hanno ritirato Francesca Tassini
e Michele Vigorita, milanesi, che si sono anche aggiudicati i 7000 euro
destinati a chi vinceva il "Premio Città di Bra 2008" per la miglior
sceneggiatura. Il regista Giuseppe Piccioni - presidente della giuria, della
quale faceva anche parte Olivia Magnani, nipote della celebre attrice Anna - ha
commentato: "Questa bella esperienza braidese mi ha piacevolmente colpito
non solo per l'ottima cucina e l'ottimo bere, ma anche perché le sceneggiature
che abbiamo dovuto giudicare, erano veramente interessanti e al di sopra delle
mie aspettative". "Spighe" (questo il titolo dell'opera)
racconta con verità e sensibilità la desolazione di un pomeriggio estivo dove
si concentrano le tensioni, le aspettative, le lacerazioni, le pulsioni vitali
e le paure di un gruppo di adolescenti. Ha concluso Piccioni: "La giuria,
proprio per l'originalità, le indubbie qualità ma anche per le difficoltà del
progetto, si rende disponibile per accompagnarne la realizzazione con
suggerimenti, momenti di discussione, confronti". Una menzione speciale è
andata a "Green" di Roberto Zibetti, per il modo originale in cui
racconta una storia in cui si ribaltano i ruoli tra adulti e bambini. Luca
Busso, che ha curato la direzione artistica del Festival Corto a Bra, ha
presentato il corto vincitore della sezione "Shorts & music" che
rappresentava la novità di quest'anno: "Un Riff Para Lazaro" di Rémi
Borgeaud, girato a Cuba. Anche in questa sezione una menzione speciale al
regista coreano Un Cho, autore di "The Bayer piano lesson for children
Vol. 1" per la capacità di raccontare la musica come veicolo di
sensualità. Il premio "Cinema corto
internazionale" è andato al regista israeliano Amikam Kovner, autore di
"Hahufsha", una storia classica, con un linguaggio filmico molto
crudo e realistico, che racconta un padre nel tentativo di riconciliarsi con il
figlio. Due le menzioni speciali della giuria a "Acasa" di Paul
Negoescu e "True Colours" di Barney Elliot. Infine la sezione
"Corto in Italia". La giuria, presieduta da Silvio Soldini e composta
da ragazzi delle scuole piemontesi, ha assegnato il Premio La Zizzola a
"Il Supplente" di Andrea Jublin, per l'efficacia della struttura del
racconto, solida e dinamica, e per l'attenzione alla costruzione dei personaggi
e alla recitazione in una storia che suggerisce di non perdere il coraggio e la
vitalità. La menzione speciale è andata a "Buyo" di Andrea Fasciani,
per la grande originalità nel raccontare il suo mondo visionario e folle in un
film dal budget ridottissimo. Questa edizione, che ha fatto registrare oltre
1500 spettatori in sala, 1000 studenti e 80 ospiti, si è chiusa - come ha detto
il trio Busso-Grosso-Sardo - evidenziando la qualità di corti degni della
metropoli e quella dell'accoglienza tipica del paese.
( da "Repubblica, La" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XII - Milano
Formigoni da Shimon Peres, siglato un patto per la
telemedicina e le malattie croniche Lombardia e Israele, gli ospedali della pace FRANCO CAPITANO Un accordo di
collaborazione nei settori della sanità e della medicina tra il ministero della
Sanità del governo israeliano e la Lombardia. è questo il primo risultato della
missione in corso del governatore Roberto Formigoni in Israele. Ieri, il numero uno del
Pirellone ha incontrato, tra gli altri, anche il presidente israeliano Shimon
Peres. L'intesa si colloca nel quadro degli accordi italo-israeliani del 2002 e
fa esplicito riferimento alle competenze della Regione in base all'articolo 117
della Costituzione, insomma al Titolo V che è improntato al federalismo. Gli
ambiti della collaborazione sono l'emergenza-urgenza, la telemedicina, l'e-Health
(cioè le tecnologie dell'informazione e della comunicazione nella sanità,
compresa la carta sanitaria elettronica già in uso in Lombardia), e infine
l'introduzione di sistemi innovativi nella cura delle malattie croniche.
L'assessore lombardo alla Sanità Luciano Bresciani ha definito l'accordo
"un ponte di pace", che verrà costruito attraverso lo scambio di
esperti dei settori medici e paramedici e clinici per la messa in comune delle
moderne tecniche diagnostiche e terapeutiche, le collaborazioni dirette tra
ospedali e istituti dei rispettivi territori. Le due ambasciate verranno
costantemente aggiornate sullo sviluppo dei progetti.
( da "Giornale.it, Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
N. 66 del 2008-03-18
pagina 1 Lombardia, Israele e Palestina
Una pace in nome della sanità di Sabrina Cottone nostro inviato a Gerusalemme Il
pellegrinaggio di Roberto Formigoni nella Città Santa è ecumenico come più non
si può. Il candidato ministro del governo Berlusconi si toglie le scarpe per
entrare nella moschea Al-Aqsa, cammina fino al Muro del Pianto e nella Chiesa
delle chiese si inginocchia davanti al sepolcro di Gesù. "L'impostazione
di questa missione è nettamente bilaterale" spiega il governatore della
Lombardia, che ha incontrato il presidente dello Stato d'Israele e premio Nobel per la pace,
Shimon Peres, e il primo ministro dell'Autorità palestinese, Salam al-Fayyad,
da sempre favorevole al negoziato con gli israeliani. Il sogno è un accordo di
collaborazione tra Lombardia, Israele e Autorità palestinese, sottoscritto nel nome della sanità.
La realtà della politica consente qualcosa di meno che in questa Terra è già
moltissimo: da un lato un'intesa di collaborazione socio-sanitaria con Israele (siglata con il ministro della Sanità, Yaacov
Ben-Yizri, in pompa magna e in diretta tv); dall'altro un gemellaggio con i
palestinesi e con il loro Stato in attesa di nascere. Formigoni è soddisfatto
della benedizione che sente di aver avuto da Peres. Mattoncini di dialogo. A
Ramallah, nei territori dell'Autonomia, il primo ministro Salam Fayyad ha
consegnato a Formigoni una lettera appello in cui chiede ulteriore assistenza
per la popolazione locale e aiuti per costruire ambulatori e avere a
disposizione personale infermieristico. "Intendiamo continuare a dare il
nostro sostegno economico" promette il governatore. Insomma, i contratti
oggi si siglano solo con Tel Aviv. Ma domani, chissà. E Formigoni è ottimista:
"Sono convinto che l'interesse a una maggiore integrazione e allo sviluppo
delle sinergie in campo medico e socio-sanitario siano utili anche per affrontare
e risolvere altri problemi di drammatica importanza: in questo modo si possono
avvicinare non solo i vertici politici dei Paesi, ma anche sviluppare il
dialogo tra le popolazioni". L'assessore alla Sanità, il leghista Luciano
Bresciani, non dissente: "È un accordo che crea un'area mediterranea di
pace". Il sottosegretario Robi Ronza, di ritorno da un incontro con il
governatore di Betlemme, rilancia l'appello a partecipare al Forum economico di
maggio organizzato dai palestinesi: "È vero, ci vuole coraggio a investire
nei Territori, ma ci chiedono di avere questo coraggio". L'emergenza
urgenza (su cui la Lombardia è febbrilmente al lavoro) è uno dei principali
contenuti dell'accordo sanitario tra Lombardia e Israele.
In questo settore, per ragioni spesso drammatiche, Tel Aviv è all'avanguardia.
Gli ambiti di collaborazione riguardano sia l'impostazione della prevenzione,
diagnosi e cura sia la ricerca scientifica applicata, in particolare su
nanotecnologie e biotecnologie. La Regione ha portato qui le università e
invita le imprese, assicurando assistenza anche per ottenere i fondi
dell'Unione europea. "Vogliamo fare della Lombardia uno dei poli mondiali
della salute, intensificare fortemente i rapporti con Israele
e allargare gli ambiti di collaborazione a altri Paesi del Mediterraneo"
sintetizza Formigoni. La pace cerca di camminare sulle gambe dello sviluppo. ©
SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Giornale.it, Il" del 18-03-2008)
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N. 66 del 2008-03-18
pagina 6 Pace fra Israele e Palestina
in nome della sanità di Sabrina Cottone nostro inviato a Gerusalemme Il
pellegrinaggio di Roberto Formigoni nella Città Santa è ecumenico come più non
si può. Il candidato ministro del governo Berlusconi si toglie le scarpe per
entrare nella moschea Al-Aqsa, cammina fino al Muro del Pianto e nella Chiesa
delle chiese si inginocchia davanti al sepolcro di Gesù. "L'impostazione
di questa missione è nettamente bilaterale" spiega il governatore della
Lombardia, che ha incontrato il presidente dello Stato d'Israele e premio Nobel per la pace,
Shimon Peres, e il primo ministro dell'Autorità palestinese, Salam al-Fayyad,
da sempre favorevole al negoziato con gli israeliani. Il sogno è un accordo di
collaborazione tra Lombardia, Israele e Autorità palestinese, sottoscritto nel nome della sanità.
La realtà della politica consente qualcosa di meno che in questa Terra è già
moltissimo: da un lato un'intesa di collaborazione socio-sanitaria con Israele (siglata con il ministro della Sanità, Yaacov
Ben-Yizri, in pompa magna e in diretta tv); dall'altro un gemellaggio con i
palestinesi e con il loro Stato in attesa di nascere. Formigoni è soddisfatto
della benedizione che sente di aver avuto da Peres. Mattoncini di dialogo. A
Ramallah, nei territori dell'Autonomia, il primo ministro Salam Fayyad ha
consegnato a Formigoni una lettera appello in cui chiede ulteriore assistenza
per la popolazione locale e aiuti per costruire ambulatori e avere a
disposizione personale infermieristico. "Intendiamo continuare a dare il
nostro sostegno economico" promette il governatore. Insomma, i contratti
oggi si siglano solo con Tel Aviv. Ma domani, chissà. E Formigoni è ottimista:
"Sono convinto che l'interesse a una maggiore integrazione e allo sviluppo
delle sinergie in campo medico e socio-sanitario siano utili anche per
affrontare e risolvere altri problemi di drammatica importanza: in questo modo
si possono avvicinare non solo i vertici politici dei Paesi, ma anche
sviluppare il dialogo tra le popolazioni". L'assessore alla Sanità, il leghista
Luciano Bresciani, non dissente: "È un accordo che crea un'area
mediterranea di pace". Il sottosegretario Robi Ronza, di ritorno da un
incontro con il governatore di Betlemme, rilancia l'appello a partecipare al
Forum economico di maggio organizzato dai palestinesi: "È vero, ci vuole
coraggio a investire nei Territori, ma ci chiedono di avere questo
coraggio". L'emergenza urgenza (su cui la Lombardia è febbrilmente al
lavoro) è uno dei principali contenuti dell'accordo sanitario tra Lombardia e Israele. In questo settore, per ragioni spesso drammatiche,
Tel Aviv è all'avanguardia. Gli ambiti di collaborazione riguardano sia
l'impostazione della prevenzione, diagnosi e cura sia la ricerca scientifica
applicata, in particolare su nanotecnologie e biotecnologie. La Regione ha
portato qui le università e invita le imprese, assicurando assistenza anche per
ottenere i fondi dell'Unione europea. "Vogliamo fare della Lombardia uno
dei poli mondiali della salute, intensificare fortemente i rapporti con Israele e allargare gli ambiti di collaborazione a altri
Paesi del Mediterraneo" sintetizza Formigoni. La pace cerca di camminare
sulle gambe dello sviluppo. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4
- 20123 Milano.
( da "Unita, L'" del 18-03-2008)
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l'edizione del "Nelle mie storie l'anima di due popoli" di Giovanna
Trento I l Salon du livre, che quest'anno celebra la letteratura israeliana e
assegna il premio "Grand Public" a Benny Barbash (Il mio primo Sony,
2005), è stato scosso domenica da un brivido, quando ne è stata ordinata
l'evacuazione per motivi di sicurezza. Tornati presto alla normalità, malgrado
il trambusto, i lavori sono proseguiti e oggi Sayed Kashua
tiene un incontro pubblico presso il Padiglione israeliano. Sayed Kashua
(classe 1975) è autore di due romanzi, Arabi danzanti e E fu mattina, usciti in
Italia nel 2005 e 2007, tradotti da Elena Loewenthal per Guanda. Kashua è
l'unico scrittore arabo-israeliano fra i 39 scrittori israeliani invitati
quest'anno a Parigi. La sua narrazione è peculiare, e ci accompagna fra
una popolazione che discende da quei palestinesi che nel 1948, all'atto della
fondazione dello stato di Israle, rimasero in Israele
e ne divennero perciò cittadini. Gli arabo-israeliani sono un gruppo
minoritario numericamente in crescita (di religione musulmana o talvolta
cristiana), che secondo studi recenti conta un milione di persone arabofone,
circa il 20% della popolazione israeliana (Israele
dispone di precise statistiche a base "etnico-religiosa"). Pur dando
voce agli arabo-israeliani, la sua gente, Kashua non esita, senza alcuna
retorica, a descriverne anche miserie e piccinerie. Mi permetta subito una
domanda banale; lei, arabo-israeliano che scrive in ebraico, quando parla
l'ebraico ha un qualche accento? "Sì, ho un leggero accento arabo".
Eppure lei, per come scrive e si esprime, è da taluni considerato il "più
ebreo" degli scrittori israeliani contemporanei... "Me lo sono
sentito dire spesso, ma in realtà non capisco bene cosa significhi. Più che di
un aspetto linguistico tipicamente ebraico, credo si tratti di un modo di
scrivere che caratterizza in generale i gruppi minoritari. Ad esempio, uso un
certo tipo di umorismo che gli ebrei-israeliani non usano più, e che invece gli
ebrei usavano quando erano un gruppo minoritario fuori dallo Stato di Israele (oppure usano ancora oggi all'estero)". Verrà
alla Fiera del libro di Torino? "No, sono stato invitato tardi; mentre qui
a Parigi è stato tutto organizzato da almeno un anno. E poi le tante polemiche
attorno al boicottaggio. Ma c'è un'altra ragione importante. L'omaggio che il
Salon du livre fa quest'anno alla letteratura israeliana non è, almeno
ufficialmente, legato ai 60 anni della fondazione dello Stato di Israele (sebbene il Salon parigino sia stato inaugurato alla
presenza di Shimon Peres, ndr). Mi risulta invece che l'invito rivolto a Israele dalla Fiera del libro di Torino sia esplicitamente
collegato al sessantennale della nascita dello Stato. Spero che un giorno potrò
festeggiare l'anniversario di tutti gli Stati del pianeta, ma a tutt'oggi mi è
impossibile rendere omaggio alla fondazione dello Stato di Israele".
E la sua presenza al Salon du livre? "Cerco di rappresentare me stesso e
la mia scrittura, più che sentirmi membro di una delegazione. Ma questo mio
modo di essere, apparentemente risolto, è in definitiva il frutto di costanti
aggiustamenti; ci sono così tanti aspetti in me da dover tenere uniti, che non
è sempre facile". Ma fino a che punto i suoi due romanzi sono
autobiografici? "Non so bene fino a che punto lo siano, tuttavia so di
scrivere in modo realistico, ispirandomi alla mia vita, senza pretendere di
dire grandi verità. Non concepisco un singolo romanzo come un'opera conclusa,
ed il secondo, seppure autonomo dal primo, ne è in qualche modo la
prosecuzione. È un cammino nel quale mi sento ancora un principiante, in cui
vado cercando il meglio, come colui che aspetta il Messia". Lei fa spesso
ricorso all'humour. "È un modo per farmi ascoltare ed accettare. Dico a
tutti, in particolare agli ebrei-israeliani: leggetemi innanzitutto come
persona e come scrittore. Ma è anche un modo per dire: bisogna essere
"stupidi" e guardare le cose in modo semplice e diretto, per quello
che sono. Ecco, in Israele gli ebrei rappresentano la
parte più ricca e gli arabi quella meno ricca. È umano che, tendenzialmente,
chi è più ricco non voglia condividere ciò che ha con chi è più povero, ma è
dovere di chi è più forte far sì che le cose cambino. È un po' come quando i
miei bambini si litigano qualcosa e io dico loro: basta litigare, fate un po'
per uno! Tutti sappiamo che ebrei e arabi devono vivere insieme, è un dato di
fatto, tanto più che si tratta di due popolazioni molto simili fra loro". Venerdì
al Salone si è tenuto un incontro con Grossman, Oz e Yehoshua; quest'ultimo si
è autodefinito "Juif total" ed è ricorso al concetto di
"nazionalità", a differenza di Grossman. Lei era presente al
dibattito? "Non posso commentare l'incontro, perché non conosco il
francese. Ad ogni modo, Yehoshua, in quanto ebreo, tende a rivendicare la sua
"nazionalità", e lo fa anche dalle pagine di Haaretz, giornale su cui
scrivo anch'io. Sebbene con Yehoshua siamo in buoni rapporti, il suo modo di
usare il termine "nazionalità" mi spaventa, perché trovo che
rispecchi una forma mentis ghettizzante, che in Israele
sta crescendo. I miei figli frequentano una scuola bilingue di Gerusalemme
(l'arabo è la seconda lingua nazionale del Paese, ndr); sebbene sia un piccolo
esperimento educativo, isolato e innovativo, questo progetto è già molto
contestato: alcuni pensano che iniziative del genere segnino l'inizio della
fine!" Il fatto che lei intrattenga legami di lavoro stretti con gli
ebrei-israeliani infastidisce gli arabo-israeliani? "Non direi. Sono un
cittadino israeliano e, come tutti gli arabo-israeliani, vivo e lavoro con gli
altri israeliani nel Paese. Inoltre, a differenza di quanto si creda in Europa,
la maggior parte degli scrittori israeliani di lingua ebraica sono tradotti
anche nel mondo arabo". In Israele si avverte una
sensazione duplice, che ritrovo nei suoi libri; da un lato un luogo grande di
storia e di eventi, dall'altro il senso claustrofobico di un paese piccolo e
angusto. "Io definirei invece Israele come un posto
piccolo che fa solo un grande rumore!". SAYED KASHUA Parla l'autore arabo
israeliano, unico invitato della sua gente al Salone del Libro di Parigi.
"Il mio umorismo? Somiglia a quello degli ebrei, prima che loro avessero
uno stato...".
( da "Repubblica, La" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Israele, la
cancelliera Merkel al museo dell'Olocausto GERUSALEMME - La cancelliera tedesca
Angela Merkel in Israele ha visitato ieri il memoriale
dello Yad Vashem, dedicato alle vittime della Shoah. Ad accompagnarla c'era il
premier israeliano Ehud Olmert. Oggi la Merkel pronuncerà un discorso davanti al
parlamento israeliano.
( da "Corriere della Sera" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-18 num: - pag: 1 autore: di
ALESSANDRA FARKAS categoria: REDAZIONALE La polemica PER I 60 ANNI "Wiesel
non accenda la fiaccola d'Israele" NEW YORK - E'
polemica per la richiesta del primo ministro Olmert a Elie Wiesel perché
accenda la fiaccola di Israele. Kaniuk: "La deve
accendere un israeliano". A PAGINA 15.
( da "Corriere della Sera" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-03-18 num: - pag: 45 categoria:
REDAZIONALE CALENDARIO di DINO MESSINA Ceronetti apocalittico Utopia buonista,
"impostura da oratorio". Questo e nient'altro secondo Guido Ceronetti
è il sogno coltivato da scrittori e politici di una convivenza pacifica tra Israele e Palestina, Stati
indipendenti e sovrani. Lo scrittore torinese ci ha offerto ieri sulla
"Stampa" un saggio di prosa apocalittica, tanto convincente sul piano
stilistico quanto desolante su quello storico. Sposando le tesi di Daniel
Sibony, psicoanalista ebreo e arabofono, Ceronetti carica
il conflitto arabo-israeliano sulla "Nave dei pazzi della storia".
Dove da un lato c'è una nazione laica, Israele, che reagisce "a un pugno, avendone la forza, con
due"; dall'altro un popolo con una "ferita insanabile" giunto a
farsi contaminare dalla "psicopatia antisemita" del terrorismo.
Un quadro cupo in cui l'unica possibilità data è la vittoria di devastanti
forze irrazionali. è come se gli uomini che combatterono il nazismo fossero
stati paralizzati dalle analisi di Sigmund Freud sulle pulsioni di morte,
inibendosi ogni azione. E ogni speranza.
( da "Corriere della Sera" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-18 num: - pag: 40 autore: di
VALERIO ONIDA categoria: REDAZIONALE ISLAM E OCCIDENTE Confessioni religiose e
diritti garantiti C aro direttore Il 25 e il 26 febbraio scorsi il Corriere ha
pubblicato due articoli di Magdi Allam, polemici contro il riconoscimento del
matrimonio islamico in Gran Bretagna, che sfociano nella singolare proposta,
per l'Italia, di "vietare il matrimonio islamico in quanto incompatibile
con il nostro diritto e la nostra Costituzione ". Allam dovrebbe conoscere
la distinzione fra istituti giuridici del diritto civile degli Stati e istituti
giuridici del diritto "interno" di alcune confessioni religiose.
Dovrebbe sapere che varie confessioni religiose considerano i rapporti
matrimoniali materia di diretto interesse del proprio ordinamento giuridico e
li regolano. Che in molti Stati mediorientali, compreso Israele (di cui Allam è grande
ammiratore, e che tutti conosciamo come uno Stato democratico) addirittura il
diritto matrimoniale non è disciplinato dalla legge dello Stato, ma è rimesso
al diritto delle rispettive confessioni religiose e alla giurisdizione dei
rispettivi tribunali (ebraici per gli ebrei, cristiani per i cristiani,
islamici per i musulmani), così che non c'è matrimonio "civile" per
chi non appartenga ad alcuna confessione. Da noi non è così, per fortuna, e il
codice civile regola l'istituto matrimoniale per tutti i cittadini: tuttavia,
come si sa, lo Stato, con il Concordato lateranense, ha riconosciuto "effetti
civili" al matrimonio religioso cattolico, e con le intese ha riconosciuto
gli stessi effetti ai matrimoni celebrati secondo il rito di altre confessioni
cristiane e non cristiane; le sentenze che i Tribunali ecclesiastici della
Chiesa cattolica pronunciano in tema di nullità dei matrimoni canonici sono a
loro volta riconosciute; e ci sono volute una decisione della Corte
costituzionale e la revisione del Concordato per introdurre un controllo dei
giudici italiani su queste sentenze sotto il profilo del rispetto dei principi
supremi del nostro ordinamento costituzionale (come il diritto di difesa delle
parti). Quanto alla poligamia, essa contrasta con i principi del nostro diritto
matrimoniale, e quindi non può trovare riconoscimento: tuttavia, secondo le
regole nazionali e internazionali del cosiddetto diritto internazionale
privato, il matrimonio e i rapporti di famiglia sono regolati dalla legge
nazionale dei coniugi (indipendentemente dall'appartenenza religiosa), e dunque
è del tutto corretta l'affermazione del giudice di Bologna citato e criticato
da Allam, secondo cui non può essere imputato di bigamia il cittadino straniero
cui la sua legge nazionale riconosce la possibilità di contrarre più matrimoni,
e nessun principio di ordine pubblico è leso là dove i matrimoni contratti
all'estero siano privi di effetti civili per l'ordinamento italiano. Più in
generale, occorre essere molto attenti nel mantenere fermi i pilastri della
libertà religiosa, da una parte, e della garanzia dei diritti umani universali,
dall'altra. Le confessioni religiose devono essere libere di "organizzarsi
secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico
italiano" (articolo 8 della Costituzione), e gli individui devono essere
liberi di professare liberamente la loro religione "in qualsiasi forma,
individuale o associata " e di esercitare liberamente il loro culto
"purché non si tratti di riti contrari al buon costume" (articolo 19
della Costituzione). Lo Stato, se riconosce dei benefici (ad esempio per la
costruzione di edifici di culto) deve farlo in condizioni di eguaglianza fra le
diverse confessioni, anche indipendentemente dalle intese che abbia stipulato
con alcune di esse (come ha riconosciuto la Corte costituzionale fin dal 1993).
Enti, religiosi come non religiosi, hanno diritto di istituire scuole, alle
sole condizioni generali poste alla legge dello Stato, in base all' articolo 33
della Costituzione. Su tutto domina il grande principio della distinzione degli
ordini (l'ordine civile e quello religioso), espresso dall' articolo 7 della
Costituzione con riguardo alla Chiesa cattolica ma valido anche per le altre
confessioni. Lo Stato non può identificarsi in nessuna religione e in nessuna
filosofia antireligiosa, deve rispettare la libertà di tutti, individui e
gruppi, deve trattare tutti, individui e gruppi, in conformità al principio di
eguaglianza, e insieme assicurare il rispetto da parte di tutti delle regole
comuni inderogabili. In tutto questo il tema del rischio di complotti terroristici,
magari all'ombra di luoghi di culto, non c'entra. Se la collettività è esposta
a pericoli concreti, non dalla diffusione di idee, ma da attività di
organizzazione o di istigazione alla violenza, lo Stato ha il diritto e il
dovere di intervenire a difendere la sicurezza pubblica, nei modi e con le
garanzie della legge, anche se si tratta di intervenire su organizzazioni di
culto. Se sono violati diritti fondamentali, lo Stato ha il dovere di tutelarli
indipendentemente dal fatto che tali violazioni siano compiute in nome di vere
o presunte esigenze religiose. L'Occidente ha compiuto un lungo e tormentato
cammino per superare le antiche contrapposizioni relative alle religioni e
affermare la laicità dello Stato. Sarebbe paradossale che ora facesse passi
indietro finendo risucchiato da posizioni culturali o ideologiche che non hanno
(ancora) compiuto lo stesso cammino. Il resto è affidato al libero confronto
delle idee.
( da "Corriere della Sera" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-18 num: - pag: 15 categoria:
BREVI La vicenda L'invito Ehud Olmert ha invitato Elie Wiesel, cittadino Usa
dal 1963, ad accendere la fiaccola per i 60 anni di Israele. Wiesel ha rifiutato per impegni
già presi L'attacco Lo scrittore Yoram Kaniuk ha criticato l'invito in un
editoriale: "La fiaccola dovrebbe essere accesa da un israeliano" Lo
scrittore israeliano Yoram Kaniuk e l'ebreo americano, Nobel per la pace Elie
Wiesel (accanto).
( da "Riformista, Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Israele parlerà in tedesco, nonostante le
proteste La Merkel alla Knesset, ora la Germania è amica Sul tavolo la
questione palestinese e il dossier Iran Probabilmente si dovrebbe risalire al
1966, cioè all'incontro fra l'allora cancelliere tedesco Konrad Adenauer e il
capo e fondatore dello Stato ebraico Davide Ben Gurion in un kibbutz del
deserto del Negev, per trovare nella storia delle relazioni fra Germania e Israele un evento paragonabile all'attuale visita della
cancelliera Angela Merkel. Diversissimo è naturalmente il contesto: se allora
si trattava di costruire i rapporti diplomatici - aperti ufficialmente solo
l'anno prima - nonostante la tragedia dell'Olocausto, oggi in gioco c'è solo un
rilancio, un approfondimento di relazioni già tanto buone da consentire tre
anni fa a Joschka Fischer, ancora nei panni di ministro degli Esteri, di presentare la Germania come "il migliore amico
europeo" dello Stato d'Israele. Ma è un rilancio significativo, al punto che varie testate
tedesche non hanno esitato in questi giorni a parlarne come dell'inizio di una
"nuova fase", da leggersi anche all'insegna dell'entrata d'Israele nell'Unione per il Mediterraneo.
Giunta in Israele per festeggiare il sessantesimo
anniversario della fondazione dello Stato d'Israele,
Angela Merkel ha portato con sé una delegazione composta da ben sette ministri,
oltre che da vari esponenti del mondo economico e culturale tedesco. Tra un
Bundesregierung così ampiamente rappresentato e il governo di Tel Aviv si sono
svolte le prime consultazioni bilaterali, nel corso delle quali sono stati
firmati accordi che prevedono una complessiva intensificazione dei rapporti:
politici, economici, culturali e soprattutto militari. "Questa è la prima
volta che il governo israeliano si siede di fronte al cancelliere tedesco e a
una parte considerevole del suo governo", ha detto il premier ospite Ehud
Olmert. Ma quel che più conta è che sarà la prima volta di una serie: al pari
di quanto avviene fra i membri dell'Unione europea, queste consultazioni si
ripeteranno infatti d'ora in poi a cadenza annuale. Per la prima volta inoltre
un cancelliere tedesco parlerà (accade oggi) davanti alla Knesset: un discorso
di venti minuti che nonostante le proteste di alcuni deputati verrà pronunciato
in tedesco, che per molti israeliani, non solo per i sopravvissuti
dell'Olocausto, suona ancora come la lingua dei campi di concentramento. Il
regolamento interno del Parlamento israeliano prevede solo gli interventi di
capi di Stato stranieri: ma pur di rendere possibile il discorso della Merkel,
a conferma dell'eccezionalità dei rapporti fra i due Paesi, si è proceduto a
una modifica dello statuto. "Che si tratti di una visita di Stato di grande
importanza è fuor di dubbio - ha commentato al Riformista Michael Stuermer,
politologo ed editorialista del quotidiano Die Welt - Il problema è però vedere
quanto la Germania sarà in effetti disposta ad impegnarsi a favore d'Israele". La condotta della guerra in Libano ha infatti
indebolito la fiducia della popolazione nei confronti del ceto politico e
militare e sono in molti ora a dubitare che il governo Olmert sia in grado di
portare avanti il processo di pace con i palestinesi nonché di affrontare la minaccia
proveniente dall'Iran. "È soprattutto rispetto al dossier iraniano -
prosegue Stuermer - che Tel Aviv si aspetta un aiuto da Berlino. La speranza è
che il Bundesregierung sia pronto ad approvare un programma di sanzioni più
duro verso la Repubblica islamica di Ahmadinejad. E sarà questo, con ogni
probabilità, il primo banco di prova delle nuove relazioni fra i due
Paesi". Altro obiettivo del viaggio della Merkel, è poi la preparazione
della conferenza internazionale per il Medio Oriente prevista per il prossimo
giugno a Berlino ma a riguardo, sottolinea Stuermer, è "difficile fare
promesse, se prima non si sentono i palestinesi". Palestinesi che il
cancelliere ha preferito non incontrare nel corso di questo viaggio, dedicato
esclusivamente allo Stato d'Israele. "Prima di
partire ho avuto però una telefonata molto positiva con il presidente Abbas -
ha spiegato ieri la Merkel, in una intervista da Tel Aviv - che ha detto di
comprendere pienamente le ragioni della mia scelta. Andrò comunque presto in Palestina, e il presidente Abbas sa che può venire a Berlino
quando vuole". 18/03/2008.
( da "Corriere della Sera" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-18 num: - pag: 15 categoria:
REDAZIONALE Visita a Gerusalemme "Ogni minaccia allo Stato ebraico è una
minaccia alla Germania" "Noi, responsabili della Shoah" La
cancelliera tedesca Merkel: "Massima pressione sull'Iran" Con la
leader, gran parte del governo di Berlino. Grande intesa con Olmert. Critiche
dai palestinesi: è sbilanciata DAL NOSTRO INVIATO GERUSALEMME - Pone una corona
di fiori sulla pietra grigia, liscia le fasce col tricolore tedesco.
Buchenwald, Treblinka, Sobibor, Dachau, tutt'intorno è un tappeto di scritte
bianche di marmo, mentre Angela Merkel ravviva la fiamma eterna della Memoria.
"Ricordiamo qui i sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti tedeschi e dai
loro collaboratori". E non dev'essere facile per lei, capo del governo
della Germania che ha voluto portare con sé in Israele
e al memoriale dell'Olocausto quasi al completo, rivivere il ricordo di un
genocidio compiuto dal proprio popolo. Non si inginocchia come Willy Brandt nel
ghetto di Varsavia. Abito blu, come i maschi nelle serissime occasioni, niente
lacrime gradite alle telecamere. Un messaggio sobrio lasciato in un libro al
Memoriale dei bambini, che non lascia spazio ad alibi e appelli: "Nella
consapevolezza della responsabilità tedesca della Shoah, il
governo tedesco sottolinea col primo incontro tedesco-israeliano la propria
determinazione a dar vita a un futuro condiviso ". A 60 anni dalla nascita
dello Stato ebraico, che ai campi di concentramento e a quello sterminio dei
nazisti è legato, Angela Merkel propone a Israele di ribaltare la storia. A Gerusalemme va in scena la più massiccia
prova d'amicizia mai offerta da un Paese europeo. Visita con tutto il
gabinetto, riunioni tra i due governi (rinnovabili ogni anno), un pacchetto di
accordi. E la promessa: "Ogni minaccia contro Israele
è una minaccia contro la Germania", Berlino garante e super-alleata di Israele. Tanto amica, da infastidire più d'un dirigente
palestinese: Berlino sbilanciata, mugugnano a Ramallah, timida e sottomessa
alle bizze di Olmert. Quando il premier israeliano di fronte all'ospite
annuncia che le colonie continueranno a espandersi, "nessuna chance che Israele rinunci a Har Homa ", lei replica solo: le
colonie sono un ostacolo alla pace. Certo, Berlino non vuol finire in un
angolo, e allora prima di partire la Merkel ha chiamato Abu Mazen e annunciato
una conferenza per i palestinesi. Ma questa visita è tutta un'altra storia. La
"minaccia" di cui la Merkel parla è l'Iran, e il vero messaggio che
Angela è venuta a portare è questo: non vi lasceremo soli. Se Olmert dice
"guardiamo con preoccupazione ai passi iraniani per sviluppare le armi
nucleari", "occorrono misure per fermarli", la Merkel chiede
"tutta la pressione possibile" sul regime, attraverso l'Onu e
l'Unione europea. "Contiamo su una soluzione diplomatica". La nuova
Germania vuol giocare un ruolo nella diplomazia e mira a farsi interprete di
questa linea rigida in Europa. Oggi la Merkel parlerà, primo cancelliere, alla
Knesset: hanno cambiato il regolamento del Parlamento per permetterle di usare
il tedesco. In visita Angela Merkel depone una corona di fiori al memoriale
dell'Olocausto di Gerusalemme (Peer Grimm/Dpa/LaPresse) Mara Gergolet.
( da "Corriere della Sera" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-18 num: - pag: 15 categoria:
REDAZIONALE Ebraicità Il premio Nobel replica allo scrittore Kaniuk: "Noi
ebrei siamo tutti uguali" Wiesel e la fiaccola di Israele,
è polemica DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - Il duro editoriale dello
scrittore israeliano Yoram Kaniuk pubblicato la scorsa settimana su Yedioth
sotto al titolo "La scelta sbagliata. Elie Wiesel è un brav' uomo ma la
fiaccola dovrebbe essere accesa da un israeliano " non c'entra. "Non
l'ho letto, ma la mia decisione precede di parecchio quell'articolo",
assicura lo scrittore e premio Nobel. Tre settimane fa, quando il primo
ministro Olmert lo chiamò, Wiesel declinò subito l'invito. Il motivo: una serie
di conferenze negli Stati Uniti, fissate come al solito anni prima, che non
poteva in alcun modo annullare. "Quando Israele
mi chiama, io corro sempre", precisa, "e l'avrei fatto anche questa
volta - nel 2008 sono già stato nel Paese ben cinque volte. Ma non potevo
deludere migliaia di persone iscritte per sentirmi parlare". "La
fiaccola per i 60 anni di Israele non viene accesa per
onorare gli ebrei o l'Olocausto ma la rinascita che ne è seguita ", scrive
Kaniuk, secondo cui illuminarla "è un onore che spetta a chi paga le tasse
e spedisce i propri figli nell' esercito di questa difficile nazione, ma non a
chi viene qui, si innamora del Paese e poi se ne va". "Non mi va di
polemizzare con Kaniuk", ribatte l'autore di "La notte".
"Però se un ebreo è invitato dal primo ministro israeliano, in nome dello
stato ebraico, perché mai dovrebbe dire di no? Non vedo alcun problema in quel
gesto simbolico". Ma per il 78enne scrittore di "Adamo Risorto",
il problema esiste, eccome. "Israele è la patria
dei cittadini israeliani", insiste. "Gli ebrei americani ci mandano i
soldi, ma se domani scoppiasse una guerra tra noi e l'America, loro
combatterebbero nell'esercito statunitense ". Wiesel non raccoglie la
sfida. "E' un dibattito obsoleto ", spiega, "quando lo stato
ebraico nacque si creò una spaccatura tra ebrei 'dentro' e ebrei 'fuori'. Ma
anche in Israele la gente oggi ha capito che siamo un
solo popolo, unico e indivisibile". Ma l'affondo di Kaniuk ("un
tailandese non ebreo figlio di emigranti ed entrato nell'esercito da una sola
settimana ha più diritto ad accendere la fiaccola di un ebreo non
israeliano") non lo lascia indifferente. Questo anniversario, secondo lui
non è solo degli israeliani. "Tutti gli ebrei del mondo sentono di essere
in un modo o nell'altro parte di Israele, della sua
storia, dolore, aspirazioni. Quella terra è di tutti noi". "La storia
degli ebrei della diaspora e quella degli israeliani è la stessa",
incalza, "anche se non possiamo votare in Israele,
ce ne sentiamo parte e accendere la torcia è un gesto simbolico per
sottolineare la nostra appartenenza ". E comunque secondo la legge del
ritorno qualsiasi ebreo ha diritto alla cittadinanza israeliana. "Quando
nel 2006 Olmert mi chiese se volevo diventare presidente di Israele
gli risposi che non avevo il passaporto. "Se è per quello puoi averlo in
cinque minuti", mi rispose. Dopo settimane sotto una pressione terribile,
alla fine rifiutai perché sentii che non faceva per me. Ma solo perché non ho
la stoffa del politico". Alessandra Farkas.
( da "Riformista, Il" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura il comune
annuncia la nuova struttura, la provincia protesta Milano avrà un Museo d'arte
contemporanea. Anzi due Sorgerà nella zona della ex Fiera sull'area CityLife Il
nuovo Museo d'Arte contemporanea di Milano - quello di cui si è lamentata
l'assenza per decenni - nascerà nel 2011. Lo hanno annunciato ieri alla
Triennale il sindaco Letizia Moratti, l'assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi
e il presidente della Triennale, Davide Rampello. Attesi ma assenti il
presidente della Regione, Roberto Formigoni, in viaggio in Israele, e il presidente della
Provincia, Filippo Penati. Dopo la bocciatura delle proposte precedenti, il
nuovo museo progettato da Daniel Libeskind sorgerà nella zona della ex Fiera,
sull'area CityLife, già oggetto di riqualificazione con star dell'architettura
come Zaha Hadid, Arata Isozaki e Pier Paolo Maggiora, e conterrà il
segmento degli ultimi quarant'anni: "dagli anni '
( da "Opinione, L'" del 18-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Mar, 18 Mar
2008 Edizione 54 del 18-03-2008 Le reazioni di Nirenstein e Pacifici alla
vignetta di Vauro E Fiamma si ribellò: "Io fascista proprio no" di
Dimitri Buffa "Quella vignetta è miserabile". Senza se e senza ma.
Fiamma Nirenstein, corrispondente del "Giornale" e di
"Panorama" dal Medio Oriente e candidata a un posto alla Camera nel
Pdl, è abituata alle denigrazioni. Una volta il rappresentante dell'Olp in
Italia ai tempi di Arafat, Nemer Hammad, la chiamò "colona" in tv da
Vespa. La Nirenstein inoltre non ama neanche scagliarsi contro vignette e
vignettisti. E già in questa campagna elettorale ha dovuto sorbirsi le ironie
di chi ritiene inappropriata la candidatura di "un'ebrea" nel partito
di Berlusconi. Ma giovedì scorso sul "manifesto" il signor Vauro
Senesi ha superato ogni limite raffigurandola come una sorta di mostro
elettorale, Fiamma Frankenstein, a causa della sua candidatura nel Popolo della
Libertà insieme a gente come Giuseppe Ciarrapico. E le ha messo sulla maglietta
tanto la stella di Davide quanto il fascio littorio, seguendo il solito clichè
secondo cui i sionisti e gli israeliani si comporterebbero oggi in Medio
Oriente come i nazi fascisti si sono comportati con gli ebrei negli anni Trenta
e Quaranta del secolo scorso. Un gesto miserabile, molto di moda anche
nell'immaginario dei degli estremisti islamici, dall'Ucoii ad Al Qaeda. Nonché
in quello della cosiddetta sinistra antagonista, quella che fa riferimento
proprio al "manifesto", e che ama bruciare in piazza nelle manifestazioni
proprio le bandiere dello stato ebraico oltre a quelle degli Stati Uniti.
"Peraltro io stessa - ha ricordato la Nirenstein ? mi ero dichiarata
incompatibile con quella candidatura che di certo non ho apprezzato affatto, ma
raffigurarmi con la stella di Davide e il fascio littorio è un fatto che non
posso proprio mandare giù..." Non si tratta ovviamente di demonizzare i
vignettisti - dicono nella comunità ebraica romana - mica siamo fanatici
islamici in Danimarca. Però il "manifesto" la deve finire con l'equazione
Ss uguale soldati israeliani, troppe volte vista nelle vignette o letta negli
articoli del fra poco unico quotidiano comunista rimasto in Europa. Scrive la
Nirenstein nel proprio blog riportando una risposta a una lettera giunta
all"Unità" giorni prima: "Caro Lello, quando dici che non basta
dire "sono antifascista" hai ragione. Ma quando lo dico io, una vita in difesa di Israele e dei diritti umani, una fedeltà all'ebraismo trascorsa gran
parte guardando negli occhi il terrorismo, scrivendo una grande quantità di
articoli e libri di testimonianza per risvegliare tutti quanti alla verità
della vita di Israele e
degli ebrei, quando una scrive e testimonia contro l'antisemitismo alla mia
maniera, difende i dissidenti nel mondo islamico e se ne va in giro,
minacciata dai terroristi fascisti e islamisti, con una scorta dagli anni della
seconda Intifada, forse non merita un pò di rispetto? E' vergogna che mi si
attacchi così nonostante la verità delle cose. Se in una lista di migliaia di
persone c'è un nostalgico (che però ha anche ritrattato), ciò è grave: ma
questo fa di me una fascista? Questo fa della lista intera una lista fascista?
Mi risulta che quella parte sia l'unica che ha difeso Israele
e l'alleanza italiana con gli Stati Uniti di fronte a un'ondata pazzesca di
antisemitismo e antiamericanismo di sinistra. Forse non è vero che la sinistra,
in barba alla verità, incurante del diritto alla vita e all'esistenza dello
Stato degli ebrei, ha giustificato i suoi nemici fino ai più estremi, compreso
Hamas e gli Hezbollah? Non ha accusato Israele di
crimini di guerra mentre gli Hezbollah e Hamas prendevano di mira la
popolazione civile usando il proprio popolo come scudo umano?" Le fa eco
Riccardo Pacifici che della comunità ebraica romana è il portavoce: "Prima
di tutto solidarietà all'amica Fiamma Nirenstein che da anni conduce a rischio
della propria vita una battaglia per l'informazione corretta in Medio Oriente;
per quanto riguarda il "manifesto" purtroppo non è nuovo a questi
accostamenti... di solito lo fa assimilando i soldati di Tsahal alle Ss,
stavolta ha disegnato la Nirenstein con un fascio littorio e una stella di
Davide, volendo fare sarcasmo sul caso Ciarrapico, ma io qui dico che anche
attaccarsi a quell'errore nelle candidature del Pdl mostra ormai la corda...
che cosa dovremmo dire allora delle continue aperture di D'Alema ad Hamas o del
fatto che nelle liste del Pd sono stati cancellati tutti i deputati amici di Israele come Caldarola e Ranieri? Io spero che sia anche
possibile querelare Vauro e devolvere i soldi della sua eventuale condanna
pecuniaria a favore dei bambini che soffrono in tutto il Medio Oriente".
( da "Stampa, La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Elena Loewenthal LA
FORZA DELLA VERGOGNA In ebraico è una parola carica di una forza fulminea.
"Vergogna" si dice con due sillabe corte e potenti: busha. "La
Shoah riempie noi, i tedeschi, di vergogna". Così ha detto di fronte alla
Knesset il cancelliere tedesco Angela Merkel. Il suo discorso al parlamento di
Gerusalemme è un concentrato di significati, vicini e lontani nel tempo.
Innanzitutto, è la prima volta che un capo di governo, e non il presidente di
un paese, parla in questa sede. Angela Merkel ha avviato in ebraico il suo
discorso, e non è difficile immaginare il tumulto di emozioni contraddittorie
che ciò ha destato nel paese: la voce della Germania, dentro la propria lingua.
Quella dei sopravvissuti e quella di chi non c'è più. La confessione della
vergogna, che anche in tedesco, così come in ebraico, è una parola breve e
potente, Schande, rappresenta una svolta. Si situa nel contesto dell'etica,
certo, ma ha una carica storica di rilevanza sconcertante. La Germania ha fatto
tardi i conti con il proprio passato: prima di riconoscerlo sono passati
decenni di rimozione, di silenzi fra le generazioni. A poco a poco è venuto il
ricordo, il riconoscimento traumatico di un passato quasi incredibile, eppure
vero. Questa consapevolezza ha destato una partecipazione di ordine emotivo, è stata la premessa necessaria di un "discorso" ebraico
(israeliano)-tedesco che non sarà mai una "normalizzazione" di
rapporti, dato il peso di quel passato. Ma ha lentamente determinato l'avvio di
un dialogo, attraverso la distanza incommensurabile che la Shoah ha disegnato
fra le due esperienze storiche. La menzione della vergogna come
sentimento che "riempie" i tedeschi situa in un contesto nuovo, non
solo emotivo ma anche morale, la consapevolezza storica della Germania.
L'imperativo etico che Merkel ha enunciato desta un'emozione profonda, quasi
inesprimibile. È un assunto che si deve con tutta probabilità anche al calibro
personale del cancelliere, all'esperienza che si è trovata ad attraversare.
Figlia di un pastore evangelico, Angela Merkel ha visto lo strappo della
Germania divisa, la coscienza storica sfasata da una parte all'altra del muro di
Berlino, le rimozioni reciproche, la riunificazione tramite il crollo - del
muro ma non solo. Forte di questo vissuto, ha saputo trovare le parole per
guardare in faccia la storia e arrivare alle insondabili profondità di una
memoria che, dopo sessant'anni, si impara con fatica e dolore a condividere.
Elena.loewenthal@mailbox.lastampa.it.
( da "Stampa, La" del 19-03-2008)
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LA CANCELLIERA
TEDESCA SALUTA IN EBRAICO I PARLAMENTARI DELLA KNESSET "La Germania non
lascerà mai solo Israele" [FIRMA]FRANCESCA PACI
CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME "Ani moda lachem she nitan li ledaber
aleihem kan babait mehubad ze". "Vi ringrazio per avermi permesso di
parlare in questo luogo onorevole". Giacca scura, filo di perle, braccia
lungo i fianchi come una matricola al vaglio dei superiori, il cancelliere
tedesco Angela Merkel saluta in ebraico la Knesset, il parlamento israeliano
riunito in seduta speciale nella maestosa sala Chagall. Qualcuno reprime un
colpo di tosse. La Merkel, gli occhi celesti fissi sull'assemblea silente,
prende fiato e passa al tedesco ignorando i deputati della destra che
abbandonano l'aula: "L'Olocausto riempie di vergogna la Germania e io mi
inchino di fronte alle vittime del genocidio". Prima di lei nessun primo
ministro si era rivolto direttamente alla Knesset, un privilegio riservato ai
capi di Stato. Milioni di israeliani ascoltano in tv il discorso che segue di
ventiquattr'ore la visita allo Yad Vashem, il Museo della Shoah. Il benvenuto
del presidente del parlamento, Dalia Itzik, condensa l'umore nazionale:
"Non era scontato, signora, che le aprissimo il nostro cuore. Fiumi di
sangue ci dividono e noi non vogliamo dimenticare". Frau Merkel ricorda.
Aveva 11 anni nel '65, all'epoca dei primi rapporti diplomatici tra la Germania
e lo Stato ebraico. Una Germania lacerata da rimozione e senso di colpa ma
ignota a lei, cresciuta nella Ddr. Nell'aula della Knesset, dove l'hanno
preceduta l'ex presidente tedesco Rau e il suo successore Koehler, si assume il
peso del passato: "La Germania non abbandonerà mai Israele".
Un regalo speciale per il sessantesimo compleanno del Paese, cui Berlino ha
versato in mezzo secolo oltre cento miliardi di euro. La dichiarazione della
Merkel va oltre la promessa d'amicizia: è la garanzia del sostegno contro
l'Iran, partner commerciale di cinquemila aziende tedesche. Il cancelliere
ribadisce la preoccupazione per il programma nucleare di Teheran e conferma
l'appoggio a nuove sanzioni, se gli sforzi diplomatici fallissero: "Non è
la comunità internazionale a dover dimostrare che l'Iran vuole la bomba
atomica, ma l'Iran a dover dimostrare che non la vuole". Il premier Olmert
annuisce: è la rassicurazione che voleva. Molto più importante del rinnovato
impegno per la soluzione del conflitto palestinese. "Le
parole della Merkel sono il coronamento di un rapporto ventennale con i
tedeschi, da tempo i migliori amici europei di Israele" osserva Avi Primor, ex ambasciatore israeliano in
Germania. "Disertare il parlamento contro la lingua di Hitler è
demagogico, oggi come durante la visita del presidente Koehler. Anche Theodor
Herzel, il padre del sionismo, si esprimeva in tedesco". La Knesset
quasi al completo ascolta attenta e congeda con una standing ovation l'ospite,
che prima di partire abbraccia i genitori di Eldad Regev and Ehud Goldwasser, i
due militari sequestrati in Libano due anni fa.
( da "Stampa, La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
TENNIS.
INTERNAZIONALI UNDER 14 Napolitano sugli scudi nel torneo di Tel Aviv Stefano
Napolitano continua ad incamerare esperienza nei tornei internazionali Eta
Under 14. Così a Tel Aviv (green set, veloce) il giovane
tennista biellese è uscito nei quarti sconfitto dall'israeliano Mushaev per
6-3, 6-
( da "Unita, L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Angela Merkel: "Provo vergogna per la Shoah" Prima ha
ringraziato in ebraico la Knesset perché le ha concesso di parlare in tedesco, poi Angela Merkel di fronte al Parlamento israeliano ha chiesto
scusa per lo sterminio degli ebrei fatto dai nazisti: "La Shoah copre noi
tedeschi di vergogna - ha detto il Cancelliere tedesco - e io mi inchino
davanti ai sei milioni di ebrei uccisi, e mi inchino davanti ai sopravvissuti e
davanti a coloro che li aiutarono a salvarsi". Un discorso dal
valore storico, non a caso tenuto nel sessantesimo anniversario della nascita
dello Stato di Israele. a pagina 13 Discorso alla
Knesset.
( da "Giorno, Il (Nazionale)" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
La Merkel alla
Knesset: "La Shoah copre di vergogna noi tedeschi" ? GERUSALEMME ?
NELL'ATMOSFERA solenne della Knesset, il parlamento
israeliano, che celebra quest'anno i 60 anni dalla nascita dello Stato ebraico,
per venti minuti è risuonato l'idioma tedesco. La cancelleria Angela Merkel,
consapevole della straordinarietà dell'evento, prima ha voluto però salutare i
deputati in ebraico: "Parlare in questa prestigiosa assemblea per me è un
grande onore", ha detto i ebraico, la lingua di Israele.
Prima di passare al discorso ufficiale, che, pur tra qualche polemica, era
stata invece autorizzata a tenere nella sua lingua madre. SOLO CINQUE deputati
su 120 hanno contestato questa scelta rifiutando di presenziare alla seduta
"perché ? hanno spiegato ? non possiamo sentire pronunciare in questa aula
l'idioma con cui vennero sterminati i nostri avi". Ma Angela Merkel ha
voluto rivolgersi proprio alle vittime dell'Olocausto, prima di toccare i temi
politici: "La Shoah copre noi tedeschi di vergogna ? ha detto ? e io mi
inchino davanti ai sei milioni di ebrei uccisi, e mi inchino davanti ai
sopravvissuti e davanti a coloro che li aiutarono a salvarsi". E' in
considerazione di questo tragico passato, ha assicurato Merkel, che la Germania
non lascerà mai più da solo Israele e lo aiuterà
soprattutto a difendersi. - -->.
( da "Unita, L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del I corrispondenti esteri: campagna noiosa e mancanza di volti nuovi
/ Roma DIBATTITO noioso, programmi molto simili tra loro, troppa distanza tra
classe politica e gente comune, sistema gerontocratico, mancanza di volti
nuovi: a un mese dal voto del 13 e 14 aprile, è il quadro della campagna
elettorale italiana tracciato dai corrispondenti della stampa estera convinti
della vittoria di Berlusconi ma anche dell'inevitabile intesa con il Partito
Democratico. Tra gli analisti scelti da Sherpa Tv per commentare l'attualità
politica del nostro Paese figurano gli inviati di alcune tra le più autorevoli
testate giornalistiche estere: Ian Fisher del New York Times (Usa), Antonio
Pelayo di Antena Tres (Spagna), Philippe Visseyrias di France2 (Francia), Heinz
Fischer della Frankfurter Allgemeine Zeitung (Germania), Jennifer Grego del
Financial Times (Regno Unito), Alexej Bukalov dell'Itar-Tass
(Russia) e Menachem Gantz di Yedioth Ahronoth (Israele). È molto diffusa tra gli osservatori stranieri la percezione
che, chiunque sia il vincitore (Berlusconi è in cima ai pronostici), l'intesa
con l'avversario sarà inevitabile. Ma è l'aspetto critico ad emergere
nettamente dalle analisi dei giornalisti esteri. "Siete un Paese
gerontocratico", sostiene il corrispondente di Antena Tres Pelayo, mentre
per il collega Usa del New York Times Ian Fisher il sistema politico italiano
soffre di scarso dinamismo nei processi di affermazione di una nuova classe
politica. La "mancanza di valori morali" colpisce invece la
corrispondente del Financial Times Grego, che rileva la forte presenza di
candidati al Parlamento con cause pendenti. "Incomprensibile", per i
francesi la presenza di liste "monotematiche come quella di Giuliano
Ferrara".
( da "Unita, L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando l'edizione del ISRAELE Merkel alla Knesset "Vergogna per la
Shoah" GERUSALEMME Ringrazia in ebraico la Knesset che le ha concesso di
parlare in tedesco, ramoscello d'ulivo per smorzare le polemiche che l'hanno
preceduta: cinque deputati diserteranno comunque l'aula, per non sentire tra le
sue mura l'eco della lingua che fu dei carnefici del popolo ebraico,
Primo Cancelliere di Germania invitato a parlare davanti al parlamento - onore
solitamente riservato ai capi di Stato - Angela Merkel ha ricorda lo sterminio
di sei milioni di ebrei nei lager nazisti. L'Olocausto, ha detto, "riempie
di vergogna il popolo tedesco. Mi inchino davanti alle vittime. Mi inchino
davanti ai sopravvissuti e davanti a tutti coloro che li hanno aiutati a poter
sopravvivere. La spaccatura della civiltà a causa della Shoah non ha
paragoni". Dal riconoscimento degli atroci errori del passato la Cancelliera
tedesca è poi passata al presente. La Germania, ha detto, sarà sempre al fianco
di Israele, considera la sua sicurezza "non
negoziabile", anche a fronte della minaccia iraniana, e vigilerà contro
qualsiasi ritorno dell'antisemitismo in Europa. È questo l'impegno della
Merkel, che ha duramente criticato il lancio dei missili Qassam sul territorio
israeliano ("Gli attacchi terroristici sono un crimine e non risolvono le
controversie politiche") e le "conseguenze disastrose" che
potrebbe produrre un'atomica iraniana. "Non spetta al mondo dimostrare che
l'Iran vuole dotarsi del'atomica, ma è piuttosto l'Iran che deve dimostrare il
contrario", ha detto la Cancelliera. "Se l'Iran non accetta questo la
Germania chiederà ulteriori sanzioni". Merkel ha però esortato Israele ad accettare "dolorosi compromessi"
necessari per ottenere la pace nella regione. Un invito che la Cancelliera
tedesca a Gerusalemme ha rivolto anche alla leadership palestinese, ribadendo
l'appoggio per la soluzione dei due Stati, "uno per il popolo ebraico in Israele e uno per i palestinesi in Palestina".
( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del
19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'ANALISI L'ITALIA E
LA POLITICA ESTERA SERVONO SCELTE CONDIVISE LA POLITICA estera non si addice
alle campagne elettorali e le piccole polemiche di questi giorni sono poco più che
esercizi retorici. Eppure, la politica estera presenta questioni che hanno già
oggi e potranno avere anche domani, per esempio dopo le elezioni americane, un
impatto concreto sugli interessi nazionali. Per questo occorrerebbe che sulle
decisioni di politica estera più importanti i due partiti maggiori che oggi si
contendono il consenso degli italiani evitassero polemiche di piccolo profilo
per ricercare, invece, un consenso ragionevole. Del resto, i programmi del Pd e
del Pdl si presentano abbastanza vicini per mettere in campo scelte condivise,
che potrebbero migliorare non solo l'immagine, ma la serietà del nostro paese
che ha soldati esposti su molti fronti, uno più delicato e rischioso
dell'altro. Certo, la politica estera deve tenere conto degli scenari e degli
interessi di un gran numero di fattori, così come deve reagire ad eventi che
possono mutare il quadro ed imporre di prendere decisioni anche rapide e gravi.
Tuttavia alcune tematiche importanti sono già sotto i nostri occhi. In primo
luogo quelle inerenti la politica europea dell'Italia in una fase cruciale che
ha visto su molte questioni gravi, come ad esempio l'indipendenza del Kosovo, i
paesi dell'Unione irriducibilmente divisi. Bisognerebbe capire che l'Unione
dovrebbe essere messa in grado di affrontare in maniera unitaria le sfide
economiche di un mondo globalizzato così come le sfide politiche di un sistema
internazionale ormai decisamente multipolare. Basti pensare alla Cina e alla
nuova Russia di Putin. Decisivo sarà, dopo la ratifica del Trattato di Lisbona,
vedere se l'Unione sarà guidata dal direttorio anglo-franco-tedesco oppure da
un direttorio più largo comprendente anche l'Italia, la Spagna e la Polonia.
Per consolidare l'unità politica del continente ci vorrebbe il consenso politico
che un'Europa comprendente ventisette paesi non sembra in grado di garantire.
Chiunque andrà alla Casa Bianca per l'Europa sarà indispensabile affrontare il
problema di un rafforzamento dell'impegno militare e politico in Afganistan,
visti i rischi crescenti che corre la Nato in quell'area cruciale per la lotta
al terrorismo islamico. Probabilmente una esposizione ulteriore, dato i rischi
e i costi che comporta, per l'Italia sarebbe particolarmente onerosa. Infine
bisognerebbe essere meno imprudenti sulla questione di Hamas e in generale su
tutti i problemi dello scacchiere mediorientale, visto che Hamas, come altre
organizzazioni terroristiche islamiche e come gli attuali governanti di
Teheran, predicano e praticano l'intenzione di distruggere Israele. L'Italia ha tutto il dovere e
l'interesse di cercare soluzioni politiche per le aree in crisi, ma proprio per
questo la sua politica estera deve essere autorevole e al suo impegno
internazionale credibile e affidabile. In questo senso bisognerebbe realizzare
per le scelte di fondo di politica estera un ampio consenso interno. -
-->.
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
19-03-2008)
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Esteri Pagina 112 Israele. Parla nella sua lingua alla Knesset: cinque
deputati la contestano Merkel: "La Shoah copre i tedeschi di
vergogna" Israele.. Parla nella sua lingua alla
Knesset: cinque deputati la contestano --> GERUSALEMME Nell'atmosfera
solenne della Knesset, il parlamento israeliano, che celebra quest'anno i 60
anni dalla nascita dello Stato ebraico, ieri per venti minuti è risuonato l'idioma
tedesco. La cancelleria Angela Merkel, consapevole della straordinarietà
dell'evento, prima ha voluto però salutare i deputati in ebraico: "Parlare
in questa prestigiosa assemblea per me è un grande onore", ha detto in
ebraico, la lingua di Israele. Prima di passare al
discorso ufficiale, che, pur tra qualche polemica, era stata invece autorizzata
a tenere nella sua lingua madre. Solo cinque deputati su 120, hanno contestato
questa scelta rifiutando di presenziare alla seduta "perché - hanno spiegato
- non possiamo sentire pronunciare in questa aula l'idioma con cui vennero
sterminati i nostri avi". Ma Angela Merkel ha voluto rivolgersi proprio
alle vittime dell'Olocausto, prima di toccare i temi politici: "La Shoah
copre noi tedeschi di vergogna - ha detto - e io mi inchino davanti ai sei
milioni di ebrei uccisi, e mi inchino davanti ai sopravvissuti e davanti a
coloro che li aiutarono a salvarsi". È in considerazione di questo tragico
passato, ha assicurato Merkel, che la Germania non lascerà mai più da solo Israele e lo aiuterà soprattutto a difendersi: "Ogni
governo tedesco - ha detto - e ogni cancelliere prima di me ha sempre sentito
di avere una speciale responsabilità per la sicurezza di Israele.
Questa responsabilità storica è parte dei principi fondamentali del mio Paese e
questo vuol dire che per me, come cancelliere tedesco, la sicurezza di Israele non è negoziabile".
( da "Repubblica, La" del 19-03-2008)
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Commenti IL CORAGGIO
DI REAGIRE (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Ricalcando le parole del Dalai Lama,
padre Cervellera ha evocato il "genocidio culturale e religioso" in
Tibet. Pechino conta di designare, alla morte del Dalai Lama, che ha 72 anni,
un successore sulla propria misura: ne potrebbe risultare una doppia autorità
lamaista, com'è stato per la cattolica. Ma l'affinità fra le fedi perseguitate
non basta ad allearle di fronte alla persecuzione. Il mancato incontro del
Dalai Lama col Papa a dicembre fece meno scalpore solo perché coincise con una
incresciosa sequela di mancati incontri. Non so se la disputa terminologica
sulla violenza cinese contro il Tibet (o, con le debite differenze, contro i
musulmani uiguri dello Xinjiang), per la quale non si può che attenersi alla
definizione di Antonio Cassese, sia fruttuosa. E' vero che
"genocidio", neologismo del 1944, è diventata più o meno una
paroletta magica, da usare per omettere il soccorso più che per portarlo, così
in Ruanda o in Darfur ? salvo piangerci su lacrime di coccodrillo. Comunque la
si chiami, la repressione della tradizione tibetana e la sua programmata
cancellazione attraverso l'immigrazione di etnia Han, che ha già dato alla
capitale Lhasa una maggioranza cinese, basta e avanza a motivare la sanzione
internazionale. Se questo non avviene, non è per un rispetto legalitario della
sovranità nazionale cinese, ma per la reverenza intima e travolgente che si prova
per il più forte. Si può discutere se la Cina sia già oggi il più forte: è un
fatto che lo sarà di qui a poco. Dunque la scelta di oggi della comunità
internazionale è destinata a ipotecare quelle future. La globalizzazione ha
ripristinato il legame fra numerosità della popolazione e vastità del
territorio da una parte, e potenza dall'altra. Questo è immediatamente evidente
quanto al peso della demografia. Già per l'Islam, misurato, più che per le sue
divisioni statali, teologiche, etniche, per il numero totale: un miliardo e
trecento milioni (l'equivalente della popolazione cinese) e l'impetuoso
incremento demografico. La più annosa e delicata delle crisi, nonostante la sua
infima piccolezza, quella israelo-palestinese, viene sempre
più confidata dal lato arabo alla demografia, dunque al tempo ?nemmeno molto
lungo. L'ascesa mondiale della Cina (e, in subordine, dell'India) restituisce
alla popolosità i suoi diritti, perduti un paio di secoli fa, quando la potenza
tecnologica e militare dell'Inghilterra seppe farne a meno. Che cosa
dobbiamo aspettarci dall'ascesa cinese? E' evidente che, sia pure non nella
trista forma del "pericolo giallo", la paura della Cina, che non ha
mai abbandonato l'Europa e l'Occidente, ha ripreso vigore, e il successo del
pamphlet di Giulio Tremonti le deve molto. E' la prima volta nel mondo moderno
che vuol prendere la testa chi ha la popolazione più numerosa; di qui la
peculiarità dell'allarme ? il formicaio umano. In questi stessi giorni Carlo
Feltrinelli ha mandato in libreria un voluminoso studio di Giovanni Arrighi:
"Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo". Arrighi
tratta del successo cinese e dei suoi effetti a lungo termine. Alcuni dei suoi
argomenti mi hanno colpito, e mi paiono pertinenti, magari per contrasto, con
la vicenda urgente della repressione del Tibet e in genere delle minoranze in
Cina. A cominciare dal titolo e dal sottotitolo. Arrighi muove dalla
constatazione dell'inadeguatezza dei modelli storici (compreso quello marxiano)
per interpretare l'avvento cinese, e gli cerca una genealogia sostitutiva in
Adam Smith, e in una sua idea di un mercato mondiale non-capitalistico. Io, che
sono lontano dalle conoscenze necessarie ad affrontare un simile tema, ho la
stessa impressione dell'inadeguatezza dei canoni di interpretazione storica
finora disponibili: ma di tutti. E mi pare che il tentativo di trovarle una
genealogia teorica supplente, anche quando, come in Arrighi, è ricco di
suggestioni, sia piuttosto rivelatore del bisogno psicologico di aggrapparsi,
scivolando giù, a qualche radice. L'Adam Smith di Arrighi è un ciuffo d'erba.
Quello che confusamente penso del mondo nuovo ha a che fare con l'espressione
pressoché inavvertita che accompagna tutto ciò che si riferisce alla Cina:
"senza precedenti". La crescita dell'economia cinese: senza
precedenti. (Stiglitz attenua appena con un superfluo
"probabilmente": "Probabilmente la più notevole di tutta la
storia"). La combinazione fra autocrazia partitica e concorrenza
economica: senza precedenti. Gli effetti di una demografia forzata: senza
precedenti. E così via. Ora, a prenderla sul serio, l'espressione "senza
precedenti" vi leva il terreno sotto i piedi. E' una dichiarazione di
inservibilità del passato. Noi possiamo scherzare sull'illusione che la storia
sia maestra di vita, ma se smarriamo davvero l'uso del passato siamo allo
sbaraglio. La Cina ci sfida a questo sbaraglio? Con la sua unprecedented
economic growth? Scriverlo in inglese serve, perché prende un significato più
pregnante che non nel nostro generico senza precedenti. Noi siamo gente di
diritto romano e di legge scritta, mentre il common law anglosassone si fonda
sui precedenti giudiziari. Un caso senza precedenti vi è pressoché
ingiudicabile, e comunque esposto a un estremo arbitrio, o una estrema
fantasia. Usciamo dal diritto e prendiamo sul serio la Cina come un caso
unprecedented. Dovremo ammettere di camminare sulla terra avendo perso la
bussola. Proveremo qualche esame di riparazione. Ci ricorderemo che siamo
svantaggiati dal fatto che non parliamo cinese, e conosciamo malissimo quella
storia. Lo stesso Arrighi non si limita alla sua lettura di Smith, ma cerca nel
passato cinese e nella stessa tradizione recente del maoismo (e perfino della
Rivoluzione culturale) la chiave di riconoscimento dell'esplosione della Cina.
Tuttavia il dubbio che il mondo ci sia sfuggito di mano e di mente, che non
abbiamo più antenati giganteschi e nemmeno di media statura sulle cui spalle
salire per guardare lontano, resta. Ed è stuzzicante come una nuova sfida
(senza precedenti...) ma prima ancora angoscioso. Arrighi è persuaso del
superamento, se non del capovolgimento, di canoni ereditati. Sulla scorta di
una studiosa che invita a rivedere "le nostre assunzioni teleologiche
sull' 'accumulazione primitiva' " , conclude che "la separazione dei
contadini dai loro mezzi di produzione è stata più un effetto della distruzione
creativa del capitalismo che una precondizione della sua nascita". Sul
futuro "cinese" è decisamente ottimista. Respinge l'opinione che l'ascesa
della Cina vada attribuita "a una presunta conversione al credo
neoliberale". Pensa che il successo cinese (e indiano) non dipenda tanto
dalle riforme che hanno introdotto, quanto dai regolamenti che non hanno
abolito: cioè da un resto decisivo di "socialismo" e di orientamento
pubblico. Sono le "riforme con caratteristiche cinesi": formula però
troppo somigliante alla "democrazia con caratteristiche cinesi", poca
democrazia e molte caratteristiche cinesi. Il credo neoliberale è altrettanto
estraneo, per Arrighi, ai riformatori cinesi che ad Adam Smith. La Cina, dice,
è emersa come il vero vincitore della guerra al terrorismo lanciata dagli Stati
Uniti nel tentativo di creare lo stato mondiale. Il suo è un modello rivale
sulla scala internazionale. A dirlo benevolmente, il modello della
"preservazione del proprio modo di vivere". A dirlo più
realisticamente, il modello dell'esportazione dell'autocrazia. Oggi, reagire
francamente alla violazione cinese dei diritti umani, e disporsi a pagarne un
prezzo, chiede coraggio. Già domani, il coraggio non basterà più.
( da "Corriere della Sera" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-03-19 num: - pag: 20 categoria:
REDAZIONALE GNOMO Gli ebrei etiopi di "Vai e vivrai" Chiude il ciclo
"Diritti cinematografici" allo Gnomo (via Lanzone 30/A, tel. ingr. € 4,10 più tessera € 2,60) con proiezione alle 20 di "Vai e
vivrai" (2005) di Radu Mihaileanu, sugli ebrei etiopi rifugiati in Israele. Segue dibattito con Giorgio
Sacerdoti, docente alla Bocconi, e l'editorialista David Bidussa. (g.gros.).
( da "Manifesto, Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Roberto Zanini
Domani sono cinque anni. Era il 20 marzo del 2003 e i primi missili salparono
dalle navi al largo del Golfo Persico diretti su Baghdad. Avvertiti per tempo,
pochi direttori di giornali statunitensi si piazzarono davanti alla tv per non
perdersi i primi lampi verdi nella notte di Baghdad e all'Hotel
Palestine i reporter cominciarono a strillare nei microfoni. Quella notte un
missile più grosso degli altri sventrò il palazzo che una spiata aveva indicato
come il covo di Saddam, non era vero e la guerra continuò per un altro pugno di
settimane, i figli del dittatore cacciati come bestie, macellati ed esposti
come trofeo di caccia, il dittatore stesso stanato dal suo buco, rasato
ed impiccato davanti a un telefonino con telecamera. "Major combat is
over", Bush lo annunciò in maggio su una portaerei con più cineprese che
cannoni. Non era vero nemmeno quello ma a chi importava? L'Iraq era stato vinto
in un attimo, senza alcun onore - se mai ve n'è in una guerra - i bombardieri
americani spianavano la strada alla fanteria americana che spianava la strada
alle salmerie della ricostruzione, la stampa occidentale scherniva i fantaccini
iracheni che si arrendevano in massa mentre Halliburton e soci firmavano
contratti che avrebbero arricchito alcuni e mandato altri in galera per truffa.
Lo stato canaglia moriva sepolto di missili e bugie. Intanto il mondo cambiava.
Il primo a sparire fu il principio che gli stati si riconoscono tra loro e tra
loro si possono difendere ma non aggredire. Era il trattato di Westfalia,
datava tre secoli e mezzo, bruciò come carta vecchia. Morì anche l'Onu ma non
se ne accorse e oggi si ostina ad esistere in un palazzo di vetro a New York ma
non più nelle coscienze di un pianeta mutato. A che serve una legge
sovranazionale se funziona benissimo la legge del più forte? Dotata delle
moderne protesi tecnologiche, la superpotenza mondiale rimasta ha sancito
l'eversione dalla struttura legale che governava il mondo e ha fatto della
soggezione dell'altro la leva e il motore di una nuova storia. La seconda
superpotenza mondiale, come il New York Times battezzò l'opinione pubblica in
quelle giornate di cinque anni fa, non tardò a liquefarsi come l'illusione
generosa che era. I dettagli rimasti, come il divieto di torturare i nemici,
vennero sepolti ad Abu Ghraib. In Italia la sinistra di governo ha avuto in una
guerra, quella per il Kosovo, uno dei suoi atti fondativi: sradicata nei punti
cardinali, disseccata nei molti vegetali a cui la sua toponomastica si è
riferita negli anni, ha continuato per quella strada. La sinistra cosiddetta
radicale ha avuto nella guerra la prima forca caudina davanti alla quale
piegarsi per fedeltà di coalizione, avviando la crisi in cui oggi si dibatte.
Messi insieme i partiti arcobaleno valgono il 13% ma pregano per l'8% e
qualcosa vorrà dire. Sì, il governo Prodi si è ritirato dall'Iraq, ma quando
ormai lo prometteva anche Berlusconi. E in questa campagna elettorale della
guerra non si fa minuziosamente parola, è cosa remota. Molto remota. Domani
sono cinque anni.
( da "Messaggero, Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di MARCO GUIDI PER
FORTUNA quella tra Islam e Cristianesimo non è solo una vicenda di odio,
intolleranza e sangue. Se in Iraq i cristiani sono perseguitati e uccisi (come
capita in misura minore, ma non troppo, ad altre minoranze). Se il caso
dell'arcivescovo caldeo ucciso attanaglia le coscienze e pone seri
interrogativi sul futuro delle comunità cristiane. Se in Turchia, davanti a una
uguaglianza ufficiale tra i credi e le fedi, si continuano a verificare atti
criminali contro i cristiani, visti come agenti di non meglio identificati
nemici stranieri. Qualcosa d'altro si sta muovendo in senso opposto. Verso
un'accettazione reciproca, verso la tolleranza. Una tolleranza che, peraltro, è
proclamata anche dal testo sacro islamico, il Corano, che riconosce a ebrei e
cristiani la qualifica di "religioni del Libro". Cioè rivelate da Dio
e portatrici di salvezza e di verità. L'ultimo esempio di quello che diciamo ha
un nome. Si chiama "Nostra Signora del Rosario" ed è stata inaugurata
ieri nel Qatar, l'emirato del Golfo Persico che confina con l'Arabia Saudita. È
la prima chiesa cattolica che sorge in Qatar e farà parte di una struttura
religiosa, che comprende anche un tempio anglicano e uno ortodosso. Il
complesso religioso sorge su un terreno di 21 mila metri quadrati, alla
periferia della capitale Doha. Un terreno donato dall'emiro Hamad bin Khalifa
al Thani, l'uomo che, dal 2002, sta portando avanti una politica di dialogo
interreligioso e che ha instaurato rapporti diplomatici con la Santa Sede. Il
parroco della nuova chiesa sarà un francescano cappuccino, il filippino Tom
Veneracion. Una scelta giusta, visto che i cattolici presenti in Qatar sono in
maggioranza lavoratori filippini, seguiti da indiani. Certo, si tratta di una
chiesa particolare, priva di campanile e di croce all'esterno. Oltretutto essa
sarà aperta non a tutti ma riservata solo al culto dei fedeli. Comunque si
tratta di un grande passo avanti. Il secondo, dopo che ad Abu Dhabi, negli
Emirati Arabi Uniti, è stata costruita un'altra chiesa che, dal marzo 2005,
ospita il vescovo Paul Hinder, vicario apostolico per la Penisola araba, una
terra che, fino a pochissimo tempo fa, era chiusa nei confronti di tutte le
religioni che non fossero l'Islam. Un passo avanti che riconosce come le
migliaia di lavoratori, cattolici in particolare, e cristiani in generale,
abbiano la necessità di possedere un loro luogo di culto. E questo dovrebbe far
riflettere in particolare coloro che invocano sempre problemi di reciprocità,
quando si tratta di costruire una moschea in qualche parte d'Italia. Gente che
probabilmente non sa come in moltissimi Paesi arabi e islamici esistano
comunità, chiese e monasteri cristiani. Come in Egitto, dove i copti sono oltre
7 milioni, in Giordania, in Siria, in Palestina, oltre che in Iraq, in Iran,
in Pakistan, in Tunisia, Algeria, Marocco e in altri Paesi. Certo, in Arabia
Saudita è vietata ogni manifestazione religiosa che non sia quella islamica. Ma
quella saudita è una situazione particolare. Siamo di fronte a una monarchia,
con basi religiose wahhabite, intollerante non solo verso le altre
religioni ma verso le altre stesse confessioni islamiche. La globalizzazione,
tra i tanti difetti, ha anche qualche pregio, quello, per esempio, di aprire a
culti diversi posti che parevano loro preclusi per sempre. E constatare che, a
fianco di un Islam sempre più fondamentalista, ne esistono altri, più aperti,
più fedeli a una lettura più autentica e vera del Corano, non può che portare
una luce di speranza anche in un momento così tragico. Anche perché dovrebbe
ormai essere chiaro che certe prese di posizione oltranziste non dipendono
tanto dalla religione ma piuttosto dalla politica e dalla lotta per quel demone
che è il potere. Concludendo, il Qatar dell'emiro al Thani non è solo il Paese
che ha inventato e ospita la prima tv satellitare araba, "al Jazira",
ma anche una nazione che si apre alla comprensione e alla tolleranza verso le
altre religioni. È questo lo scenario che vorremmo per tutto il Pianeta,
qualsiasi sia la religione che seguono i popoli.
( da "Corriere della Sera" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-19 num: - pag: 19 categoria:
REDAZIONALE Il discorso Solo tre deputati si alzano per protesta: "E' la
lingua dello sterminio" Applausi alla Knesset per la cancelliera La Merkel
convince Israele. In tedesco DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME - "La Shoah riempie noi tedeschi di vergogna. Mi inchino di
fronte alle vittime. Mi inchino di fronte ai sopravvissuti e di fronte a tutti
quelli che li hanno aiutati a sopravvivere ". Le scuse per i 6 milioni di
ebrei uccisi Angela Merkel le porge al Parlamento israeliano. E lo fa nella sua
lingua madre, primo cancelliere ad avere questo onore, la lingua che alcuni dei
deputati assolutamente non volevano sentire, perché - come ha detto Arieh
Eldad, deputato ultraortodosso - era la lingua nella quale sono stati
sterminati i suoi nonni. Ci sono una dozzina di seggi vuoti, tre deputati che
si alzano, la protestataria dell'ultim'ora, la laburista Shelly Yachimovich non
si fa vedere. Ma la comparsa della Merkel è un successo annunciato, fila liscia
fin dalle prime parole in ebraico, quando ringrazia per aver avuto
l'opportunità di parlare. Il resto è il messaggio che è
venuta a portare in Israele:
"Ogni governo tedesco e ogni cancelliere prima di me è investito da questa
speciale responsabilità che la Germania ha nei confronti di Israele". Una "responsabilità
storica" che, sostiene, fa parte della politica fondamentale del suo
Paese. "Significa che per me, come cancelliere tedesco, la
sicurezza di Israele non è negoziabile".
Sicurezza, per Merkel, vuol dire stop ai Qassam lanciati da Gaza. "Lo dico
chiaramente: devono cessare". Ma soprattutto la Merkel promette l'impegno
dei tedeschi sull'altro fronte, più ampio e potenzialmente ben più distruttivo,
quello iraniano: "Se dovessero ottenere la bomba atomica, le conseguenze
sarebbero disastrose". Non sta al mondo, sostiene, provare che l'Iran
vuole ottenere le armi nucleari, sta agli iraniani dimostrare di non cercarle.
"Se l'Iran non lo accetta, la Germania chiederà altre sanzioni ". Il
finale è un crescendo: "Complimenti allo Stato d'Israele
per i suoi 60 anni. Shalom ". Standing ovation. Se c'è qualche ombra, in
questo viaggio compiuto con tutto il gabinetto non è sul versante israeliano.
Ma su quello palestinese: può un simile sostegno allo Stato ebraico non
attirare sospetti di parzialità? Qualche critica c'è stata, anche se la Merkel
- che ripete "per la pace servono concessioni dolorose" da entrambe
le parti - si è impegnata per una conferenza pro-palestinese a giugno. Le
premeva un'altra cosa: ripetere il viaggio di Konrad Adenauer nel 1965, dopo
che si stabilirono le relazioni tra Israele e la
Germania, andare nel kibbutz e sulla tomba di Ben Gurion, che domina sul
deserto del Negev e - lei, prima leader tedesca nata dopo la guerra - misurare
la distanza da quel dopoguerra. La minaccia iraniana "Non sta al mondo
provare che l'Iran vuole armi nucleari, sta agli iraniani dimostrare di non
cercarle" Shalom La Merkel ha iniziato e concluso il discorso in ebraico.
Per il resto ha parlato tedesco Ma. G.
( da "Corriere della Sera" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-19 num: - pag: 19
categoria: BREVI Sopravvissuto Nato in Romania, sopravvissuto alla Shoah,
emigrato nella Palestina sotto mandato britannico, è
diventato uno dei più importanti scrittori in lingua ebraica. L'ultimo libro
tradotto in Italia: Badenheim 1939 (Guanda).
( da "Corriere della Sera" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-03-19 num: - pag: 37
categoria: BREVI SCUOLA RABBINICA L'attentato Caro Romano, mi ha colpito il
fatto che lei non abbia risposto alla precisa domanda che esprimeva una forte
preoccupazione circa l'atteggiamento assunto dalla fazione di Abu Mazen, che ha
elogiato l'autore dell'uccisione di 8 giovani studenti della scuola rabbinica.
Non era legittimo attendersi che si esprimesse su questo episodio e sulla
pubblica esultanza della popolazione palestinese nelle strade di Gaza per
questo crimine? Da "equidistante" osserverà che anche i raid
israeliani causano vittime: è vero purtroppo, ma innanzitutto questi raid,
contrariamente ai kamikaze, non hanno i civili come obiettivo e, cosa
significativa non causano, l'esultanza di una società civile come quella
israeliana. Sono curioso di verificare se pubblicherà questa
"scomoda" lettera scritta da un esponente di una minoranza fortemente
preoccupata per la grave parzialità con la quale la maggioranza dei media
affronta il problema derivante dalla serissima minaccia esercitata da centinaia
di milioni di musulmani governati ancora da regimi tirannici e antidemocratici,
nei confronti di pochi milioni di ebrei. Questi ultimi, costituitisi dopo
immani tragedie, in uno Stato democratico e legittimato dall'Onu, sono
bersaglio, fin dal primo giorno della sua costituzione, di continui attacchi da
parte dei Paesi arabi confinanti che, se avessero prevalso, avrebbero causato non la sconfitta militare di Israele ma il suo totale annientamento.
Consideri tutto ciò con la massima serenità e imparzialità possibile. Franco
Cohen novafodera@libero.it I pareri diversi e contrari non sono scomodi e
appartengono allo stile di questa rubrica. Ma se rileggerà la mia risposta lei
constaterà che non ho eluso il quesito. Ho spiegato l'anomalia
ricordando che nessun leader arabo potrebbe, anche se lo desiderasse, dare la
sensazione di essere insensibile ai sentimenti e alle percezioni della sua
pubblica opinione.
( da "Messaggero, Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Primo
storico discorso di un capo di governo straniero al parlamento israeliano.
"Un rapporto privilegiato".
( da "Messaggero, Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di ERIC SALERNO
"La Shoah riempie di vergogna il popolo tedesco". Non pochi
israeliani e probabilmente molti ebrei nella diaspora hanno rabbrividito
ascoltando Angela Merkel parlare in tedesco dal podio della knesset. La cancelliera è stata il primo capo di governo a rivolgersi al
parlamento israeliano. Un fatto storico. Un omaggio a un rapporto privilegiato
tra i due Paesi. Ma anche se le sue parole erano di totale, incondizionato
sostegno allo Stato d'Israele che compie quest'anno sessanta anni, la lingua pesava come un
macigno su chi, e sono tanti, porta nel cuore e nella mente le ferite
dell'Olocausto. Prima di lei, soltanto il presidente della Germania,
Horst Koehler, e il presidente del Parlamento europeo, Hans-Gert Poettering,
avevano parlato in tedesco davanti alla knesset e cinque parlamentari hanno
preferito boicottare l'evento per non "sentire pronunciare in quest'aula
l'idioma con cui furono sterminati i nostri avi". La maggioranza ha
sorvolato sul passato mettendo l'accento sul futuro. E sulle paure di chi vede
nel progetto nucleare iraniano e nelle parole del presidente Ahmadinejad le
premesse per una nuova tragedia. Ehud Olmert ha ricordato la tempesta che ha
travolto la knesset nel 1952, appena sette anni dopo la fine della guerra e la
liberazione dei campi di sterminio nazisti, quando la questione di contatti
diplomatici tra Israele e la Germania venne portata
davanti alla knesset, per dire che oggi le relazioni tra i due Paesi hanno
raggiunto un livello altissimo. Poi ha chiesto alla Germania di impegnarsi per
impedire all'Iran di ottenere armi nucleari. Non ce n'era bisogno. Il tema
stava a cuore alla cancelliera. "Il mondo non deve provare all'Iran che
sta costruendo una bomba atomica, è l'Iran che deve convincere il mondo di non
volerla", ha dichiarato, condannando "i ripetuti attacchi
verbali" del presidente iraniano contro Israele.
Se Teheran ottenesse la bomba nucleare, ha proseguito, ciò avrebbe
"conseguenze di larga portata, in primo luogo per la sicurezza e
l'esistenza d'Israele", ma anche per la regione,
l'Europa e il mondo intero. Dalla questione iraniana e passata al nodo della Palestina. La Germania, ha ricordato, appoggia la
"visione di due Stati con frontiere pacifiche - la nazione ebraica in Israele e la Nazione palestinese in Palestina".
Saranno necessarie "concessioni dolorose" ha ammesso, ricordando agli
israeliani come "la stabilità nella regione non è soltanto nel vostro
interesse; la stabilità riguarda anche la Germania e l'Europa". Merkel è
arrivata a Gerusalemme con tutti i suoi ministri e con loro ha visitato, com'è
consuetudine, Yad Vashem, il memoriale dell'Olocausto. Ogni parola pronunciata
legava passato e presente. In ebraico, la cancelliera ha ringraziato il
parlamento per l'invito, prima di passare al tedesco, per dire: "Ogni
governo tedesco e ogni cancelliere tedesco prima di me si è impegnato nella
speciale responsabilità storica che la Germania ha verso la sicurezza di Israele". "L'omicidio di massa" di sei
milioni d'ebrei "nel nome della Germania" ha causato
"indescrivibili sofferenze". Applausi e momenti carichi d'emotività
quando ha aggiunto: "M'inchino davanti alle vittime. M'inchino davanti ai
sopravvissuti e chi li ha aiutati a sopravvivere". E ancora: "La
Germania deve impedire ogni tentativo di sottovalutare le atrocità
naziste" e "antisemitismo, razzismo e xenofobia non devono più poter
metter piede in Germania e in Europa". La soddisfazione per le parole
d'impegno di Merkel è evidente nei media israeliani ma in Germania c'è chi
guarda con preoccupazione a una politica "così schierata". A
novembre, venticinque influenti docenti in alcune delle più prestigiosi atenei
del Paese hanno firmato una petizione sollecitando un cambiamento
dell'atteggiamento nel rapporto tra i due Paesi "per favorire un'amicizia
libera dai pesi del passato" e per "lasciare spazio ad eventuali
critiche a Israele". Secondo i firmatari del
documento, l'Olocausto impegna la Germania a sostenere Israele
ma anche a sostenere i palestinesi in "quanto le ramificazioni
dell'Olocausto portarono alle sofferenze dei palestinesi negli ultimi sessanta
anni". A spronare gli accademici a sollecitare un dibattito è stata la
realizzazione che "ogni nuovo attacco contro cittadini israeliani e ogni
azione sproporzionata da parte dell'esercito e del governo israeliani
rafforzano l'estrema polarizzazione in Germania tra i sostenitori d'Israele da una parte e quelli contro di essa". Con il
rischio, fanno capire, di una pericolosa ripresa dell'antisemitismo.
( da "Messaggero, Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ica, dei valichi di
transito con la Cisgiordania. A renderlo noto, fonti militari secondo cui il
provvedimento è legato al moltiplicarsi delle informazioni di intelligence
relative alla imminenza di attentati palestinesi. Ieri a Jenin sette ordigni
sono stati trovati all'interno di un'automobile fermata a un posto di blocco.
Artificieri hanno provveduto a disinnescarli. Secondo le fonti le ragioni
immediate della chiusura della Cisgiordania sono legate alla ricorrenza ebraica
del Purim (Carnevale) che in passato è stata più volte funestata da attentatori
palestinesi, che hanno sfruttato il clima di confusione nelle strade Secondo l'intelligence
è possibile che cellule palestinesi nei Territori abbiano ricevuto dagli
Hezbollah l'ordine di compiere attentati in questa occasione. E' stata invece
un'azione solitaria quella che ieri ha portato al pugnalamento di un rabbino a
Gerusalemme nei pressi della Porta di Damasco nella Città Vecchia. Il gesto è
stato rivendicato con un comunicato dal gruppo "Ahrar al-Jalil"
(Liberi della Galilea), lo stesso che aveva rivendicato l'attentato
terroristico al collegio rabbinico Merkaz ha-Rav di Gerusalemme, dove un
palestinese di Gerusalemme est uccise otto seminaristi ebrei prima di essere
ucciso a sua volta. Il rabbino, Yehezkel Grinwald, 49 anni, è ben noto negli
ambienti della destra nazionalista. Fonti dei coloni precisano che è residente
nella colonia cisgiordana di Beit El (Ramallah) e insegnante nel collegio
rabbinico Ateret Cohanim: una istituzione, questa, che è in prima linea nel
favorire l'insediamento di ebrei nella Città Vecchia e nelle sue immediate
vicinanze. Le condizioni di Grinwald non sono gravi, il suo assalitore è
riuscito a fuggire.
( da "Liberazione" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ivan Bonfanti A
cinque anni dal 20 marzo 2003, data di avvio dell'invasione americana
dell'Iraq, i risultati dell'operazione militare che doveva portare pace e
democrazia nell'intera regione mediorientrale, come assicuravano i neocon
americani e loro accoliti di casa nostra, sono sotto gli occhi di tutti. E'
presto per giudicare un processo e storicizzarlo, ma una rapida occhiata allo
stato di salute dei protagonisti di allora aiuta a capire se dal pantano
iracheno siano uscite rafforzate la pace, la democrazia e la sicurezza nel
mondo, piuttosto che il fanatismo, l'odio e le tasche dei petrolieri. George W.
Bush Il presidente degli Stati Uniti ci ha messo la faccia. Ha garantito di
fronte al mondo che dietro al Qaida e l'attacco dell'11 settembre 2001 contro
le torri gemelle di New York c'era la regia di Saddam Hussein. Ha assicurato
che il dittatore iracheno e vecchio rivale di Bush senior era una minaccia e
stava sviluppando un programma di armamenti chimici e batteriologici, di cui
l'intelligence Usa aveva "prove certe". Ha poi predetto che
l'occupazione dell'Iraq avrebbe portato democrazia e pace a Baghdad, innescando
addirittura un virtuoso e visionario "democratic domino" che avrebbe
cambiato per sempre la bilancia geostrategica del Medio Oriente. Infine ha
incartato il pacco spiegando ai cittadini americani che le bombe cadevano per
difendere la loro sicurezza nazionale. Le bugie sulle armi chimiche e le
frottole sul coinvolgimento dell'ex satrapo di Baghdad nell'11 settembre sono
durate il tempo di una stagione; la stessa intelligence (Usa e britannica) che
Bush aveva umiliato e ridicolizzato per i suoi scopi politici ed economci ha
provveduto a far sapere al mondo che le "prove certe" dicono l'esatto
contrario. I canali economici e logistici che danno linfa a bin Laden e al
terrorismo islamico sono decisamente asimmetrici, ma ai tempi dell'attacco
all'Iraq l'asse passava a Riyad, Karachi, Khartum e Kuala Lampur, piuttosto che
a Bassora o Fallujah. Dopo cinque anni di guerra, al contrario, al Qaida conta
più di un santuario nell'Iraq sunnita. Per giudicare la visione strategica e
gli effetti regionali è presto, il Medio Oriente è ancora in fermento. Ma a
breve termine il disastro è evidente. In Iran c'era un ayatollah moderato e
civile di nome Mohammad Khatami; oggi c'è Mahmoud Ahmadinejad, un fanatico
antisemita e millenarista che giura di voler radere al suolo Israele
e non vede l'ora di farla pagare all'Occidente, chiudendo nell'attesa i suoi
cittadini in una morsa di ferro conservatrice guardata a vista dalle milizie
islamiche. In tutta l'area le forze anti-secolari e le milizie fondamentaliste
sono più forti che mai. Vale per l'Egitto e per la Palestina,
ma anche per il più decisivo Pakistan e soprattutto per il martoriato Iraq. Tra
pochi mesi andrà a casa, ma rischia di passare alla storia come il peggiore
presidente nella storia degli Stati Uniti. Saddam Hussein Il dittatore iracheno
l'aveva già fatta franca nel '91, quando l'avanzata in Kuwait delle truppe
della coalizione messa in piedi da Bush padre decise all'improvviso di non
puntare più a Bassora, dove nel frattempo si erano ribellati gli sciiti che
veennero massacrati dalla vendetta della Guardia Repubblicana. Vaticinava,
anche prima di questa guerra in Iraq, sull'imminente disfatta del "grande Satana
Usa" di fronte alle sue invicibili divisioni dai nomi altisonanti - al
Quds, Medina, Tigri. Mandò invece al fronte i soldatini dell'esercito regolare,
massacrati a migliaia mentre nei bunker aspettavano gli ordini di uno Stato
maggiore che si era già sciolto come i ghiacciai del Polo. Il nome di Saddam
Hussein gronda sangue: uccise prima migliaia di oppositori, poi massacrò i
curdi, infine se la prese con gli sciiti. Più che un leader un macellaio, che
paradossalmente riuscì a brillare di una qualche luce umana solo negli ultimi
istanti. Quando venne esposto come un trofeo, umilitato e in catene, sembrava
un vecchio signore con tanta paura di morire. Osama bin Laden Che sia nascosto
in una spelonca a Kandahar, albergato in una villa del Waziristan, oppure se
sia stato maciullato dalle bombe Usa a Tora Bora, ormai non importa quasi più.
Lo sceicco del terrore, è il grande vincitore di questi primi cinque anni di
guerra in Iraq. Al Qaida era decisamente un network insidioso quando poteva
contare, oltre che sui miliardi di bin Laden, sull'appoggio dei regimi di
Khartum o del semi-Stato Taleban, ma oggi è un logo planetario che non
appartiene più neppure al suo leader e grande ispiratore. Bin Laden non aveva
una entrée in Iraq, ma ci ha pensato Bush a spalancargli le porte. Centinaia di
migliaia di iracheni uccisi hanno quindi completato il ciclo alimentare di al
Qaida, fornendo ai terroristi un meraviglioso pretesto per presentarsi agli
occhi di un mondo islamico in cerca di riscatto come una valida alternativa
contro i regimi corrotti e dispotici del mondo arabo e musulmano. Dick Cheney
L'unico dei falchi di Washington che ha conservato il posto nonostante il
disastro in Iraq, Dick Cheney è insieme a Rumsfeld il regista della guerra e
dell'occupazione. Ispirato neocon, estremista della prima ora, iniziò la
carriera politica addirittura con Ford, nel '74, per poi passare sempre più a
destra prima con Bush padre e poi con il più maneggevole figliolo. E' vero che
sarà ricordato come il burattinaio di un fallimento politico e strategico, ma è
altresì un fatto che potrà godersi la vecchiaia grazie ai lucrosi affari fatti
in Iraq dalla Halliburton, la compagnia di cui Cheney era vicepresidente e che
l'amministrazione ha coperto d'oro e di commesse legate all'operazione
irachena. Tutto a spese dei contribuenti Usa, naturalmente. Donald Rumsfeld A
differenza del comparetto ed ex protégé , Cheney, Donald Rumsfeld è stato fatto
fuori dalle cariche pubbliche dopo che i democratici sono diventati maggioranza
al Congresso, nel novembre 2006. Come segretario alla Difesa è stato uno
sponsor decisivo della nozione di "guerra preventiva", sostenendo
peraltro la versione per cui in Iraq sarebbe stata sufficente una "forza
ridotta, ma high tech" per una guerra a basso costo. Scommise nella
sollevazione anti-Saddam e nell'effetto domino della democrazia verso l'Iran,
fallendo miseramente - a meno che non intendesse una contaminazione in ordine
speculare. Arrogante, vendicativo e onestamente malvagio, come segretario alla
Difesa si è accollerà anche la responsabilità nell'allucinante vicenda di Abu
Graib. Mahmoud Ahmadinejad Figlio di un fabbro di Aradan, vicino Garmsar,
divenuto professore al Dipartimento di Ingegneria Civile e infine capo
ingegnere della VI armata dei Guardiani della Rivoluzione, il corpo speciale
creato da Komeini per difendere i valori (e i gerarchi di regime) della
teocrazia islamica, Ahmadinejad era il sindaco di Teheran quando Bush approdò
alla Casa Bianca. Ai moderati che sostenevano a fatica l'utilità di un dialogo
con gli Stati Uniti l'amministrazione Bush rispose inserendo l'Iran nella lista
dei rogue states. Risultato, alle successive politiche in Iran stravinsero i
conservatori, che nel barbuto ex pasdaran hanno trovato un campione anche al di
là delle aspettative. Ossessionato da Israele,
paranoico e antisemita, ha fatto virare l'Iran a destra e si è fatto tanti
nemici interni, ma al momento resta uno dei grandi vincitori di questi anni.
Grazie al clamore e alle passioni del "clash of civilisation" Ahmadinejad
è poi riuscito a nascondere e sottodimensionare la portata della grave crisi
economica che ha investito dal suo avvento l'Iran. José Maria Aznar Grande
sponsor della partecipazione della Spagna alla guerra in Iraq, l'ex premier
spagnolo si avviava verso una sicura riconferma quando, l'11 marzo 2004, una
serie di bombe piazzate da terroristi islamici fecero strage nelle stazioni
madrilene di Atocha, El Pozo del Tío Raimundo, Santa Eugenia e in un quarto
treno che si trovava nei pressi di via Téllez. La strage colpì soprattutto i
pendolari che si recavano al lavoro, ma Aznar, pur sapendo della matrice
islamico-integralista della strage, bensò bene di imputare ai baschi dell'Eta
l'attentato; sperando di non rivelare la connessione tra la guerra in Iraq e le
bombe almeno nei due giorni che separavano gli attentati dal momento del voto.
L'emergere di prove e il grossolano tentativo di disinformazione vennero però
immediatamente alla luce, travolgendo politicamente il premier che perse le
elezioni a favore del socialista Zapatero. Tony Blair Scelse di appoggiare Bush
spiegando al mondo che la partecipazione britannica al conflitto avrebbe avuto
l'effetto di "moderare gli eccessi" degli Stati Uniti. E' accaduto il
contrario. Prima popolarissimo e un attimo dopo descritto dalla stampa del suo
Paese come il cagnolino di Bush, non volle o non riuscì mai ad incidere,
incamerando invece scandali e umiliazioni come nello scontro con Bbc o nella
vicenda dei "ritocchi" fatti ad arte al dossier dell'intelligence
inglese sulle presunte Armi di distruzione di massa, su cui dovette subire
anche l'inchiesta del mellifluo Campbell. E' stato spodestato dal suo stesso
partito che ne ha preteso le dimissioni. Oggi è l'inconsistente inviato per il
Medio Oriente dell'Unione Europea. Alì al Sistani Capo spirituale della
maggioranza sciita in Iraq, per anni esiliato in Iran, l'ayatollah Alì al
Sistani ha rifiutato di incontrare i rappresentanti americani, ma ha provato
più volte di non essere un burattino nelle mani di Teheran e non ha lesinato la
sua cooperazione con gli occupanti in alcuni momenti decisivi, lasciando invece
al giovane e più passionale al Sadr l'organizzazione militare delle milizie
sciite, che ad arte hanno scelto in questi anni quando combattere e quando
cooperare. Enigmatico, calcolatore, prudente e potentissimo, è il leader de
facto delle regioni sciite dell'Iraq meridionale. I palestinesi Se il
"democratic domino" doveva avere degli effetti nei territori
palestinesi non si sono visti. Travolta dalla disastrosa decisione di lanciare
una "intifada" militare contro Israele nel 2000, poi sepolta dall'onda
dell'11 settembre e dall'aggressività della coppia Sharon-Bush, la leadership
dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha pagato anche i propri errori. Israele ha rilanciato l'occupazione
della terra palestinese, coniando al contempo l'assurda formula secondo la
quale sarebbero dovuti essere proprio i palestinesi, a garantire la
sicurezza all'occupante e non viceversa. Spazzato via dall'operazione Defensive
Shield, l'Anp è riuscito anche a superare la morte di Arafat, trovando in
Mahmoud Abbas un uomo di dialogo nel momento dell'odio. Abbas, accolto
dall'Occidente come l'uomo del negoziato, ha invece incassato una serie di
porte in faccia proprio da parte di chi lo sosteneva, Usa e Israele
in testa. Bush, lanciando l'ormai ridicola Road Map, aveva giurato che entro il
2005 i palestinesi avrebbero avuto uno Stato. La guerra in Iraq ha esautorato
le speranze di pace. Il Kurdistan Gli unici iracheni entusiasti dell'arrivo dei
marines sono i curdi. Massacrati da Saddam col gas e altre diavolerie,
brutalmente repressi in qualunque velleità di identità nazionale nei Paesi che
occupano le regioni che i curdi considerano Kurdistan (Turchia, Iran, Siria e
Iraq) hanno trovato finalmente uno spazio di libertà. Comandano nel Kurdistan
iracheno, un curdo è stato eletto alla presidenza del Paese, dalle regioni
amministrate dagli ex peshmerga si sta spargendo un seme che difficilmente
potrà essere spento. La Turchia non sarà d'accordo, ma il Kurdistan è iniziato
in Iraq. 19/03/2008.
( da "Liberazione" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Come può la
Cei tifare a destra?" Caro Paolo, Sono la Madonna, la mamma di Gesù e
rispondo alla lettera aperta che esprimeva disillusione e disorientamento di
fronte alle elezioni politiche dell'aprile 2008. Moltissimi cittadine e
cittadini non riescono a capire le posizioni della gerarchia cattolica,
nonostante la politica di formale "non coinvolgimento" che il
Presidente della Cei ha annunciato con grande enfasi il 10 marzo 2008 nella sua
prolusione al consiglio permanente dell'organismo che raggruppa i vescovi
italiani. "Non coinvolgimento" apparente, perché poi tutto,
l'atteggiamento, il clima, il respiro, il contesto, lo sguardo, tutto converge
verso alleanze implicite in nome di valori o singoli temi, perdendo di vista la
visione complessiva del "bene comune" che è il criterio di fondo che
la stessa gerarchia cattolica scrive nei suoi documenti ufficiali. Nello stesso
tempo c'è il rifiuto di fronte alle liste così come sono fatte. Molti si
chiedono se sia giusto votare, se sia utile, se sia doveroso. Maurizio
Pagliassotti Don Paolo Farinella è un biblista, un linguista, un giornalista ed
uno scrittore, ma sopra ogni altra cosa è un prete. Ha vissuto otto anni a
Gerusalemme dove ha condotto studi teologici. Sessantanni (circa), pacato e
riflessivo, amante del confronto dialettico. Lo scorso 4 febbraio ha preso
carta e penna ed ha scritto una lettera aperta alla Madonna che inizia così:
"Genova 04 febbraio 2008. Non ci resta che la Madonna di Lourdes, nella
speranza che almeno lei possa fare qualcosa per l'Italia dove Padre Pio
protegge il clan Mastella, Santa Rosalia piange il cattolicissimo Cuffaro
condannato a cinque anni per complicità in "mafia personalizzata" e
Santa Agata di Catania si affida alla mafia per la sua onorata processione. Madonna
di Lourdes, confidiamo in te! In queste ore si sta consumando l'assassinio
della democrazia, ma più ancora della decenza e della dignità di una Nazione.
Si va a votare, dopo appena due anni dalle elezioni...". Non contento ha
rincarato la dose scrivendo una lettera di risposta da parte della vergine
stessa, il cui attacco è quello di cui sopra. Chi avrà voglia di andare a
leggere tutto sul sito www.paolomoiola.it farà non già un salto sulla sedia ma
un vero balzo carpiato. Don Paolo oggi vive a Genova. Don Paolo lei è molto
orgoglioso del suo essere prete. Come si vuole presentare ai lettori di un
quotidiano di sinistra? Io amo dire che sono un prete cattolico ed un ateo per
grazia di Dio. Cosa vuol dire? Ho fatto la scelta di essere un prete cattolico
nella vita ma mi trovo benissimo anche come laico credente. Questo significa
che non appartengo a quella categoria anti statale a prescindere, che ancora
rimugina sulla "breccia di Porta Pia", che vorrebbe fare piazza
pulita degli insegnamenti del Concilio vaticano II. Il regno di Dio si realizza
in tutte le situazioni che noi conosciamo non solo in quelle che piacciono alle
gerarchie ecclesiastiche attuali. Questo perché Dio ha una visione universale e
non globale della vita, e nella prima non vi è un'omologazione al ribasso come
nella seconda. Una visione che rispetta e valorizza le differenze, viste come
una ricchezza. Da laico invece allo Stato chiedo solo di potermi esprimere in
libertà. La Chiesa deve pretendere la libertà di parola, di aggregazione, di
culto, di insegnamento, senza oneri per lo Stato, vedi Concordato. Padre lei ha
scritto una lettera aperta alla Madonna... ed anche la di Lei risposta! Sto
ricevendo molte mail che approvano il mio operato e anche qualche critica tra
cui una che dice così: "Meglio terroristi rossi al governo che divorziati
ed evasori fiscali?." L'ha scritta un cattolico. Le lettere che ho scritto
rispecchiano la tragica situazione attuale. Un sistema in cui l'informazione è
diventata formazione e necessita di forti provocazioni per veicolari messaggi
diversi dal solito coro. Viviamo in una democrazia accorciata a causa dei
media. Cosa significa? La televisione non informa più, bensì fa corsi di
formazione full time su come vivere e soprattutto come votare. Si veda ad
esempio le reti Mediaset e capirà di cosa sto parlando... Secondo lei la Chiesa
sta facendo campagna elettorale? Per rispondere questa domanda bisogna fare una
precisazione. La chiesa non è la sua gerarchia che ne è solo una componente e
non la padrona. Il cuore della gerarchia batte a destra, ed in particolar modo
per Silvio Berlusconi ed il suo cosiddetto "programma di ispirazione
cattolica", ovvero quanto di più lontano dalla dottrina sociale della
Chiesa e mera espressione di interessi di classe e di lobby. Un programma
basato sui soldi in poche parole. Mi domando come un cattolico possa votare
Berlusconi. Perché non basta una croce, una frase ad effetto o un simbolo
cattolico per definirsi tali. Anzi, la chiesa dovrebbe impedire l'uso, e la
relativa strumentalizzazione, dei simboli cattolici. Ad esempio quel Casini che
ogni giorno si fa i gargarismi con l'acqua benedetta e che ripete solo quello
che Ruini gli suggerisce non penso proprio che rispecchi i valori cattolici. Ci
vuole un minimo di coerenza. Stesso discorso vale per Mastella e il suo
Campanile... un personaggio che gestisce in maniera mafiosa un partito. Vorrei
sapere dai vescovi come fanno a sostenere questi personaggi. Più in generale mi
domando come tutti possiamo votare con questo sistema elettorale voluto da
Berlusconi. Cosa vuol dire? Che si svolgeranno elezioni non democratiche in cui
un gruppetto di persone ha già deciso chi andrà in parlamento. C'è lo stesso
trattamento da parte della gerarchia cattolica tra preti di destra e di
sinistra? Ovviamente no. I primi sono funzionali al sistema che la chiesa vuole
realizzare insieme alla destra i secondi vengono tartassati. Si dice però che
la chiesa nella prossima enciclica sociale avrà delle posizioni molto avanzate
rispetti temi come la globalizzazione... Anche le pozzanghere rispecchiamo il
sole... Da quanto ho capito sarà un'enciclica reazionaria che tenterà di fare
piazza pulita del Concilio Vaticano II. Benedetto XVI è un papa restauratore
che vorrebbe tornare indietro al congresso di Vienna successivo alla
rivoluzione francese. E' una visione della chiesa chiusa, non universale come
dovrebbe essere. Lei ha vissuto molto a Gerusalemme ed è un
esperto del conflitto israelo-palestinese. Si arriverà ad una soluzione? Non si
può giungere alla pace senza la giustizia, ovvero il riconoscimento dei diritti
dei palestinesi. Quando questo accadrà bisognerà costruire delle scuole lungo
il confine dei due stati. Luoghi in cui i bambini potranno incontrarsi e
conoscersi. Dopo cinquanta anni forse si arriverà ad una vera
integrazione e pace. In realtà non credo nella pace, penso che non ci sia una
soluzione. I due popoli sono governati da sessanta anni da èlites che educano
all'odio senza alcun interesse per i bisogni della gente. Ci vorrebbero
statisti come Ben Gurion per risolvere la situazione... sarà molto difficile.
19/03/2008.
( da "Liberazione" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Lio del Kurdistan
iracheno? Sabina Morandi Non bisogna essere esperti di geopolitica per capire
che l'indipendenza unilaterale del Kosovo ha ben poco a che fare con la
democrazia o con i diritti delle minoranze oppresse. Non è chiaro però per
quale motivo la Nato abbia compiuto questo passo sapendo perfettamente che
avrebbe potuto creare un pericoloso precedente per tutte le minoranze oppresse
del pianeta e che sarebbe stata una grave provocazione nei confronti di Mosca,
storica alleata dei serbi. In realtà, come spiega Pepe Escobar dalle pagine on
line di Asia times , la saga del Kossovo ha a che fare con due cose molto
importanti: la rete degli oleodotti e le 737 basi Usa dislocate nel pianeta.
Per farla breve si può dire che, fin dal 1999, la politica balcanica di
Washington ruoti tutta intorno all'oleodotto trans-balcanico (Ambo) e a Camp
Bondsteel, la più grande e lussuosa base statunitense in Europa. Insomma,
dall'imperialismo umanitario di Clinton alla guerra al terrore di Bush, la
musica è sempre la stessa: Washington decide in base ai propri interessi e al
resto del mondo non resta che raccogliere i cocci. Non piacerà agli amici dei
Clinton ma, in realtà, Belgrado e Baghdad hanno parecchio in comune. I 78
giorni di bombardamento massiccio della Jugoslavia che, nel '99, avrebbero
dovuto sloggiare il "nuovo Hitler" (Slobodan Milosevic) sono stati il
modello del bombardamento "colpisci e terrorizza" con cui, nel 2003,
si sarebbe dovuto cacciare un altro "nuovo Hitler" (Saddam). Clinton
ha demonizzato i serbi e utilizzato la Nato per aggirare la mancanza del
mandato dell'Onu esattamente come ha fatto Bush nel 2003. Clinton ha attaccato
l'ex Jugoslavia per espandere la Nato ai confini dell'ex Unione Sovietica, Bush
ha attaccato l'Iraq per conquistare l'accesso agli ultimi grandi giacimenti. In
entrambi i casi la militarizzazione e il controllo egemonico sono l'obiettivo
delle operazioni e, in entrambi i casi, i risultati sono stati simili: la
Jugoslavia è stata devastata, frammentata, balcanizzata e riordinata
etnicamente in tanti mini-stati facilmente controllabili; l'Iraq è stato
devastato, frammentato e spinto verso la pulizia etnica su base settaria e
religiosa. Secondo Hillary Clinton l'indipendenza del Kosovo è un trionfo della
democrazia e "un successo della politica estera americana". Questo
nuovo Stato "modello" riconosciuto solo da Usa, Germania, Francia,
Gran Bretagna e Italia, secondo Vladimir Ovtchinky, criminologo ed ex capo
degli uffici russi dell'Interpol durante gli anni '90, è "uno Stato
mafioso nel cuore dell'Europa". Lo governa Hashim Thaci, ex-comunista che,
dopo aver abbracciato il socialismo nazionalista, divenne uno dei capi più
giovani dell'Uck (l'esercito di liberazione del Kossovo) guadagnandosi il
soprannome di "Serpente". Fu Madeleine Albright, allora Segretaria di
Stato, a sdoganare il Serpente attribuendogli "il più radioso futuro"
fra i kossovari che "lottano per la democrazia". Albright, oggi
consulente per la politica estera di Hillary, non si fece problemi a finanziare
un gruppo considerato una sorta di al-Qaeda balcanica specializzata in
narcotraffico. Con il sostegno dell'intelligence statunitense e britannica,
l'Uck venne addestrato dalle forze speciali di Londra mentre istruttori turchi
e afgani (pagati dalla Cia) fornivano rudimenti sulle tecniche di guerriglia.
Nel 1994 arrivò in Albania perfino bin Laden, e pare che al-Qaeda abbia ancora
solide connessioni in loco. Sul quotidiano russo Ogoniok , Ovtchinky racconta
come i clan kosovari abbiano guadagnato il controllo del traffico di oppio e di
eroina dall'Afghanistan e il Pakistan attraverso i Balcani fino all'Europa occidentale.
Dalla fine degli anni Novanta parte dei proventi del narcotraffico (circa 750
milioni euro) sono stati utilizzati per comprare armi mentre il business del
contrabbando si andava diversificando. Secondo l'Interpol e l'Europol,
allargando i propri "interessi" anche al traffico di migranti e alla
prostituzione su larga scala, le mafie kosovare hanno incassato non meno di 7,5
miliardi di euro solo fra il 1999 e il 2000. Pare che la mafia kosovara sia
ormai così potente da indurre Come scrive Escobar: "Il coro autodefinitosi
"comunità internazionale" però è improvvisamente ammutolito di fronte
alla possibilità dell'indipendenza delle Fiandre dal Belgio, del nord di Cipro,
della Repubblica serba di Bosnia e dei baschi di Spagna, per non parlare di
Gibilterra o del Kashmir indiano (il Jammu Kashmir Liberation Front, sta già
prendendo alcune iniziative)". Ma ci sono anche il Tibet, Taiwan,
l'Abkahzia e il South Ossetia (entrambi in Georgia ed
entrambi vicini alla Russia), oltre alla Palestina e al Kurdistan. Il Kossovo settentrionale stesso - ormai
popolato solo da serbi - e la Macedonia occidentale non sembrano qualificati
per diventare indipendenti. Allora perché il Kossovo? Ed ecco che entrano in
gioco l'oleodotto Ambo e Camp Bondsteel. Ambo sta per Albanian
Macedonian Bulgarian Oil, entità registrata negli States per costruire un
oleodotto da 1,1 miliardi di dollari (noto anche come Trans-balcanico) che
dovrebbe essere ultimato entro il 2011 e portare il petrolio dal Mar Caspio a
un terminal in Georgia. Da lì verrebbe trasportato via nave attraverso il Mar
Nero fino al porto bulgaro di Burgas per poi attraversare la Macedonia fino al
porto albanese di Vlora. La guerra della Nato voluta da Clinton contro la
Jugoslavia era cruciale per l'accesso strategico a Vlora, dove il greggio verrà
imbarcato sulle petroliere dirette alle raffinerie statunitensi sulla West
Coast. Va detto che lo studio originale di fattibilità dell'Ambo, che risale al
1995, è stato condotto dalla Kellogg, Brown and Root, una sussidiaria dell'Halliburton,
compagnia notoriamente vicina al vice-presidente Dick Cheney. L'Ambo si accorda
infatti con la griglia energetica perseguita dal vice presidente (e, prima di
lui, dal ministro per l'Energia di Clinton Bill Richardson) che dovrebbe
assicurare agli Stati Uniti anche il petrolio delle ex-repubbliche sovietiche.
Naturalmente la cosa può funzionare solo militarizzando massicciamente il
"corridoio energetico" che parte dal Caspio e attraversa i Balcani, e
isolando le potenze confinanti, ovvero Russia e Iran. Ecco il perché di Camp
Bondsteel, la più grande base statunitense oltreoceano dai tempi del Vietnam,
costruita dalla stessa compagnia che ha progettato l'oleodotto (Kellogg, Brown
and Root) su
( da "Repubblica, La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"La Shoah,
vergogna della Germania" La Merkel parla in tedesco alla Knesset: "Mi
inchino alle vittime" Sei deputati hanno protestato per il discorso tenuto
nella "lingua degli ex carnefici" ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente
GERUSALEMME - "L'uccisione in massa di sei milioni di ebrei, compiuta in
nome della Germania, ha portato indescrivibili sofferenze al popolo ebraico,
all'Europa, al mondo intero. La Shoah riempie noi tedeschi di vergogna.
M'inchino davanti alle vittime e davanti ai sopravvissuti". Nessuno poteva
dubitare che Angela Merkel, durante la sua visita ufficiale in occasione del
sessantesimo anniversario della fondazione d'Israele,
ribadisse ciò che lei stessa e i cancellieri che l'hanno preceduta hanno già
fatto in alte circostanze. E cioè, una chiara e diretta assunzione di
responsabilità della Germania nello sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti.
Eppure c'è un clima d'attesa dentro l'emiciclo della Knesset quando la
cancelliera, stretta in un tailleur-pantalone nero e spartano, sale alla
tribuna. Davanti a lei non c'è solo il mondo politico israeliano. C'è, in
sintesi, l'intero paese con le sue glorie e i suoi drammi. A parte i
rappresentanti ufficiali dello Stato, con in testa il Presidente Shimon Peres,
ecco il sindaco di Sderot, Eli Moyal, instancabile nel chiedere protezione per
la città vittima dei Qassam. Ecco i familiari dei due soldati rapiti in Libano
nel luglio del 2006, Eldad Regev ed Ehud Goldwasser, presi dagli Hezbollah e
poi come spariti nel nulla. E' già successo in passato che la Germania sia
riuscita a mediare uno scambio di prigionieri tra Israele
e la milizia sciita. Potrebbe succedere anche in questo caso, ma non c'è alcun
indizio. Le famiglie sperano. Ed ecco, naturalmente, sempre più ristretta col
passar del tempo, la delegazione dei sopravvissuti all'Olocausto, una delle
ragioni fondanti, se non la principale, dello stato ebraico, come loro stessi
hanno ricordato fra le polemiche della vigilia. Perché, anche se nessuno, se
non qualche frangia sparuta, si sognerebbe oggi di mettere in discussione la
lealtà, la vicinanza, la disponibilità e, su certi temi, persino la piena
identificazione della Germania con le ragioni d'Israele,
"la Shoah - come ha detto la speaker della Knesset, Dalya Itzik - è
presente nella nostra vita ogni giorno e per tutto il giorno". E tuttavia
Angela Merkel non poteva sperare che la sua visita un po' pellegrinaggio
ricevesse un'accoglienza più calorosa. Persino la contestazione trasversale di
sei deputati, tra i quali un laburista, due del Likud, due nazionalisti e un
ultraortodosso ashkenazita, s'è fondamentalmente ridotta al tema della lingua.
Se cioè era il caso di permettere alla cancelliera di rivolgersi alla Knesset
in tedesco. Cioè, per dirla con il deputato Arieh Eldad (Unione Nazionale),
"in quella lingua nella quale sono stati uccisi i miei nonni". I
contestatori avevano minacciato un'uscita plateale dall'aula, ma poi hanno
deciso d'evitare ogni teatralità rimanendo fuori dall'emiciclo. Non è, infatti,
soltanto nella necessità di mantenere viva la memoria la radice del rapporto
speciale che lega oggi Israele
alla Germania. Nel suo discorso, Angela Merkel ha voluto dare alle relazioni
con Israele la profondità e
la prospettiva di una solida alleanza basata su valori condivisi e scelte comuni.
Così, in piena sintonia con i suoi ospiti, la cancelliera ha sottolineato che
il programma nucleare iraniano rappresenta un pericolo non solo per Israele ma per la pace e la sicurezza
del mondo. Ma forse, ciò che del discorso è piaciuto di più al paese è
quell'accenno al "miracolo" rappresentato dalla nascita dello Stato
d'Israele, sessant'anni fa. Un accenno completato da
una citazione del più laico dei padri fondatori, David Ben Gurion: "Chi
non crede nei miracoli non è realista".
( da "Repubblica, La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura Per molti
anni sui passaporti israeliani si leggeva la frase: "Valido per tutti i
paesi tranne la Germania". Ho trascorso i primi 35 anni della mia vita
nella Rdt, dove il nazionalsocialismo era considerato come un problema che
riguardava solo la Germania Ovest. La Rdt d'altra parte ha riconosciuto lo Stato di Israele solo poco prima del suo tracollo. Ci sono voluti 40 anni perché
l'intera Germania si facesse carico della propria responsabilità storica,
riconoscendo come Germania riunificata lo Stato di Israele. Sono profondamente convinta che solo assumendo la sua perenne
responsabilità per la catastrofe morale della storia tedesca la Germania potrà
andare verso un futuro umano. In altri termini, la nostra umanità vive e
si sviluppa grazie all'assunzione delle responsabilità del passato. Diciamo
spesso che tra la Germania e Israele esiste un
rapporto particolare, unico. Ma cosa intendiamo esattamente quando parliamo
dell'unicità di questo rapporto? Mi chiedo fino a che punto il mio Paese sia consapevole
del significato di queste parole, non solo nei discorsi e nelle occasioni
celebrative, ma alla prova dei fatti. Ad esempio, come ci comportiamo in
concreto di fronte a chi cerca di relativizzare gli orrori del
nazionalsocialismo? La risposta può essere una sola: ogni tentativo in questo
senso va contrastato sul nascere. Non si dovrà mai più lasciare che
l'antisemitismo, il razzismo e la xenofobia prendano piede in Germania o in
Europa. Permetterlo sarebbe un pericolo per tutti - per la società tedesca, per
l'Europa, per il fondamentale ordinamento democratico dei nostri Paesi. Oggi
spetta a noi - alla mia generazione e a quella dei più giovani - il compito di
dar vita a una cultura della memoria che possa sussistere anche domani, quando
i superstiti della Shoah non saranno più tra noi. Per questo, ovviamente, non
esiste una ricetta buona per tutti. Ma il primo passo, quello decisivo,
consiste nel riconoscere questa sfida e raccoglierla, per poter trovare
insieme, con i giovani israeliani e tedeschi, le vie creative per sviluppare
nel futuro una cultura della memoria. In questo ci potrà aiutare la forza che
ci ha sostenuti nei decenni passati: quella della fiducia. Una forza che ha la
sua origine nei valori condivisi dai nostri due Paesi: i valori della libertà,
della democrazia, del rispetto della dignità umana. E' questo il bene più
prezioso che possediamo: la dignità inalienabile, indivisibile di ogni singolo
individuo, indipendentemente dal genere, dall'origine, dalla lingua, dal credo
e dalla provenienza. Mentre noi discutevamo Israele
era minacciato. Mentre discutiamo in questa sala, migliaia di persone vivono
nel terrore degli attacchi missilistici e del terrore di Hamas. Lo dico nel
modo più chiaro e inequivocabile: gli attacchi di Hamas devono cessare. Gli
attacchi terroristici sono crimini, e non portano alcuna soluzione al conflitto
che incombe sulla regione e sulla vita quotidiana della gente. L'ho detto più
volte e lo ripeto qui: la Germania si schiera decisamente in favore della
prospettiva di due Stati, entro frontiere sicure e nella pace - Israele per il popolo israeliano, la Palestina
per il popolo palestinese. Per questo sosteniamo con forza, dopo la Conferenza
di Annapolis, tutti gli sforzi - e in particolare anche quelli del governo
americano - suscettibili di contribuire a tradurre in realtà questa visione, a
portare la pace nella regione. Una preoccupazione particolare nasce
indubbiamente anche dalle minacce del presidente iraniano contro Israele e il popolo ebraico. Le frasi ingiuriose più volte
ripetute, così come il programma nucleare iraniano, costituiscono un pericolo
per la pace e per la sicurezza. Se l'Iran entrasse in possesso della bomba
atomica, le conseguenze sarebbero devastanti. Innanzitutto sarebbe minacciata
la sicurezza e l'esistenza stessa di Israele, ma il
pericolo si estenderebbe all'intera regione, all'Europa e a ogni parte del
mondo ove valori quali la libertà, la democrazia e la dignità umana hanno un
significato. Questa minaccia va evitata. Una cosa dev'essere chiara: come ho
già detto davanti alle Nazioni Unite nel settembre scorso, l'onere della prova
non spetta al mondo, ma all'Iran, che deve dimostrare al mondo di non volere
l'arma atomica. Vorrei dire espressamente, a questo punto, che tutti i governi,
tutti i cancellieri federali prima di me sono stati pienamente consapevoli
della particolare responsabilità storica della Germania per la sicurezza di Israele. Questa responsabilità storica è parte della ragion
di stato del mio Paese. Per me, nella mia veste di cancelliera tedesca, la
sicurezza di Israele non può mai essere negoziabile. E
queste, all'atto pratico, non devono rimanere parole vuole. La Germania,
insieme con i suo partner, punta a una soluzione diplomatica. E se l'Iran non
si mostrerà disponibile, il governo della Repubblica federale tedesca
continuerà fermamente a chiedere sanzioni. La nuova risoluzione del Consiglio
di Sicurezza, approvata pochi giorni fa, mette nuovamente alla prova la
fermezza e l'unità della comunità internazionale, che continuerà a procedere in
questa direzione. Anche in sede di Unione Europea insisterò per una posizione
chiara in questo senso. Per me è importante intensificare sempre più i legami
tra Israele e l'Unione Europea, grazie alla
cooperazione mediterranea e alla politica europea di vicinato. Perciò sono
esplicitamente favorevole all'avvicinamento all'Unione Europea auspicato da Israele, che sarebbe vantaggioso per entrambe le parti e
offrirebbe tutta una gamma di nuove opportunità. Gli europei hanno appreso
dalla loro storia che la pace è possibile, anche dopo secoli di scontri
tremendi. Noi tedeschi, in particolare, abbiamo vissuto il miracolo della
caduta del muro e della riunificazione. Anche a distanza di decenni, quando
molti hanno ormai rinunciato a ogni speranza, possono avvenire mutamenti
politici profondi. Io, cresciuta nella Rdt, non potrei oggi trovarmi qui di
fronte a voi nella veste di cancelliera della Repubblica federale tedesca, se
dopo la Seconda guerra mondiale non vi fossero stati Konrad Adenauer, Willy
Brandt o Helmut Kohl, che hanno creduto nella forza della libertà, della
democrazia e della dignità umana, e sono riusciti a tradurre in realtà ciò che
sembrava impossibile: la riunificazione della Germania nella pace e nella
libertà, e la riconciliazione del continente europeo. Partendo da
quest'esperienza - sapendo che anche l'impossibile può trasformarsi in realtà -
possiamo trovare la risolutezza e la fiducia per credere che vale la pena
compiere ogni sforzo per fare in Medio Oriente un grande passo avanti verso una
pacifica convivenza. O in altri termini, per citare le parole di David Ben
Gurion: "Chi non crede nei miracoli non è realista". Traduzione di
Elisabetta Horvat.
( da "Repubblica, La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura
La catastrofe morale di cui portiamo il peso ANGELA MERKEL a Germania e Israele sono e
resteranno sempre legate in maniera speciale dal ricordo della Shoah. Il
genocidio di sei milioni di ebrei perpetrato nel nome della Germania ha causato
inenarrabili sofferenze al popolo ebraico, all'Europa e al mondo. La Shoah ci
riempie di vergogna. Io mi inchino davanti alle vittime, ai superstiti e a tutti coloro
che li hanno aiutati a sopravvivere. La Shoah ha costituito un atto inaudito di
rottura di ogni principio di civiltà, aprendo ferite mai sanate - tanto che per
lungo tempo sembrava che ogni rapporto tra Israele e
la Germania fosse impossibile.
( da "Manifesto, Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Michele Giorgio
Inviato a Damasco Damasco ha già pagato tanto le conseguenze del conflitto in
Mesopotamia. Il regime di Assad ora però teme che Bush voglia far fallire il
vertice arabo - previsto a giorni nella capitale isolarlo in Libano e colpirlo
assieme all'alleato iraniano È grigio e cupo il cielo in questi giorni su
Damasco. Lo scirocco accentua la cappa di smog che di solito avvolge la
capitale siriana in assenza di vento e fa da sfondo a questo nuovo periodo di
forte tensione. Un'atmosfera pesante che non riescono a spezzare neppure i
cinque giorni consecutivi di festa per l'anniversario della nascita di
Maometto, i riti della Pasqua e altre ricorrenze religiose che tengono a casa
milioni di studenti e lavoratori. Il Consiglio dei ministri siriano di ieri ha
toccato i punti principali di un quadro politico regionale, ma anche economico
nazionale, che non lascia spazio all'ottimismo. A fine settimana cominciano le
fasi preliminari del Vertice arabo e a Damasco affluiranno le delegazioni dei vari
paesi. Con orgoglio Qadhi Amin, un assistente del ministero dell'informazione
Muhsen Bilal, ha annunciato che tutto è già pronto per il summit. Un
interrogativo però, di eccezionale importanza, resta senza risposta: al vertice
ci saranno anche Arabia saudita ed Egitto? Riyadh e il Cairo non hanno ancora
confermato la presenza all'incontro di re Abdallah e del presidente Mubarak, e
alla fine questi due paesi potrebbero inviare a solo delegazioni di basso
livello. "Non saranno solo la questione libanese e le accuse che la Siria
riceve di interferire nelle vicende interne di Beirut a determinare il livello
della partecipazione saudita ed egiziana, ma anche di altri paesi del Golfo.
Molto dipenderà anche dalle pressioni americane che si sono fatte pesanti in
queste ultime settimane", avverte l'analista Mouin Rabbani, ricordando che
il portavoce del Dipartimento di stato, Sean McCormack, qualche giorno fa ha
"suggerito" agli alleati arabi "di tener presente il ruolo
svolto sino ad oggi dalla Siria per impedire al processo elettorale libanese di
andare avanti e nominare il presidente". Tra Damasco e Riyadh i rapporti
si sono ulteriormente deteriorati e una mancata partecipazione di Re Abdallah
avrebbe un effetto immediato sul summit, decretandone in anticipo il
fallimento. Una possibilità che inquieta non poco il regime di Damasco che
dalla riunione del 29 e 30 marzo si aspetta un irrigidimento dell'iniziativa
diplomatica partorita nel 2002 proprio dai sauditi che prevede la normalizzazione dei rapporti tra Stati arabi e Israele solo in cambio di un ritiro
completo dello Stato ebraico dai territori siriani (Golan) e palestinesi che
occupa dal
( da "Manifesto, Il" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Internet cede alle
pressioni dei coloni e "regala" gli insediamenti a Israele. Ma un tribunale svela: così avviene il furto di terra Mi. Co.
Facebook più filo israeliano di George W. Bush. Se nei vertici mediorientali il
presidente statunitense ha sostenuto che "alla luce delle nuove realtà sul
terreno, inclusi i maggiori centri di popolazione israeliani già esistenti, è
irrealistico aspettarsi che il risultato di negoziati sullo status finale sia
un pieno e completo ritorno alle linee armistiziali del 1949", il popolare
sito internet di networking (incontri e discussioni in rete) ha già
"regalato" le colonie ebraiche in Palestina
ai settler che le occupano illegalmente dal 1967. Fino a poche settimane su
Facebook i coloni erano classificati come residenti in Palestina.
L'area su cui sorgono i 120 insediamenti fa parte dei Territori occupati nel
1967, da cui Israele - in base alla risoluzione 242
del Consiglio di sicurezza dell'Onu - deve ritirarsi. Si tratta delle terre
sulle quali i palestinesi hanno il diritto di creare il loro futuro stato. Ma i
coloni hanno protestato contro Facebook. "Sono rimasto sorpreso e deluso
nell'apprendere che la mia città di Ariel è segnalata in Facebook come
appartenente a un paese chiamato "Palestina""
ha scritto Ari Zimmerman, un utente, in un messaggio online. "Sono un
cittadino d'Israele, come tutti gli altri residenti di
Ariel. Noi non viviamo in "Palestina"".
Immediata la retromarcia dei gestori del sito: in una email inviata all'agenzia
Reuters il direttore delle comunicazioni, Brandee Baker, ha fatto sapere che
"gli utenti di Facebook negli insediamenti israeliani in Cisgiordania di
Ma'aleh Adumim, Beitar Illit e Ariel ora possono scegliere tra Israele e Palestina. Non c'è dubbio
che i coloni, fautori del "Grande Israele"
sceglieranno il primo. Una recente inchiesta del giornalista Tom Hodgkinson sul
britannico The Guardian ha svelato che i finanziatori di Facebook - che ha
circa 60 milioni di utenti - sono vicini alla Cia e, soprattutto, il
consigliere d'amministrazione e ideatore del sito, Peter Thiel, è un
neoconservatore, un esponente di quella corrente politica Usa che fa
dell'appoggio a Israele uno dei suoi punti
qualificanti. Intanto le modalità con cui avviene il furto di proprietà privata
palestinese è stato reso pubblico in Israele per la
prima volta qualche giorno fa in un ricorso da parte di un residente nella
colonia di Kedumim. I documenti dell'udienza, scrive Ha'aretz ,
"dimostrano che la terra appartiene a palestinesi di Kafr Qaddum". Le
testimonianze emerse nel corso dell'udienza hanno permesso di mettere nero su
bianco le modalità con le quali avviene il furto: funzionari della colonia
mappano i "terreni abbandonati", anche quelli all'esterno della
giurisdizione dell'insediamento, per prenderli e distribuirli ai settler. Una
volta che i coloni s'impadroniscono della terra, fanno richiesta al comandante
militare affinché sia dichiarata dello Stato, perché - in base alla legge che
governa la Cisgiordania occupata - se non la si coltiva per tre anni si perde
la proprietà.
( da "Opinione, L'" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Mer, 19 Mar
2008 Edizione 55 del 19-03-2008 Politica Estera Massimo D'Alema anti-israeliano
per ragioni di poltrona di Dimitri Buffa Più delle convinzioni contano le
poltrone che si ambisce ottenere. Per questo Massimo D'Alema insiste nelle
proprie posizioni anti-americane e soprattutto anti-israeliane anche da
ministro degli Esteri in carica a tempo scaduto. Baffino infatti punta a
occupare il posto che è attualmente di Xavier Solana e, dicono, a diventare in
seguito (come Craxi prima di lui) vicesegretario dell'Onu. Così il cerchio
della nemesi si chiuderà. Per ottenere la prima carica servono i voti di tanti
paesi la cui classe politica e i governi sono tradizionalmente anti-Israele: Cipro, Malta, Norvegia,
Lettonia, Finlandia, Grecia. Per ottenere la seconda occorre anche l'assenso
dei paesi arabi, dell'Iran, della Cina e della Russia. Ergo? Israele dovrà farsene una ragione: ogni
qual volta sarà ucciso un civile israeliano da un razzo Qassam sparato da Gaza
o dal sud del Libano tenga ben presente che se verranno uccisi per rappresaglia
terroristi senza divisa costoro si trasformeranno immediatamente in
"poveri palestinesi innocenti". Il tutto a maggior gloria della
futura carriera del leader Maximo del Pd. E la reazione sarà giudicata
"sproporzionata". Di default. Recentemente D'Alema ha creato un incidente
diplomatico con il pur compassatissimo ambasciatore israeliano a Roma Gideon
Meir. Il quale, a proposito di trattative con Hamas, ha fatto il seguente
paragone: "Chi ci invita a negoziare con Hamas ci invita semplicemente a
negoziare sulla misura della bara e sul numero dei fiori da mettere sulla
corona...". Aggiungendo che "Hamas vuole soltanto la distruzione di Israele". Fin qui è tutto noto. Quasi scontato. Pochi
sanno però che la gaffe di D'Alema è stata ben più grande e nelle sedi
internazionali: infatti autorevoli fonti dicono che sia stato pressoché zittito
dalla sua collega agli Esteri nello stato ebraico, Tzipi Livni, che, durante un
incontro a Lisbona, lo ha interrotto bruscamente mentre si avventurava nelle
sue solite, avventurose, analisi geopolitiche, e scoprendo il polso nonché
indicando l'orologio con voce gelida gli avrebbe sibilato in faccia: "Ho
solo 15 minuti per lei, ne tenga conto". Giorni addietro era scoppiato un
altro caso soffocato sul nascere: Nabih Berri, lo sciita ex leader di Amal, che
appoggia Hezbollah dallo scranno che occupa come presidente del parlamento
libanese, avrebbe immediatamente cercato al telefono il titolare della
Farnesina dopo le dichiarazioni dell'ex ministro della difesa Antonio Martino,
possibiliste su una riduzione del contingente italiano per Unifil 2, visti gli
scarsi successi e l'evidente riarmo di Hezbollah grazie a armi che vengono
dall'Iran tramite la Siria. Immediatamente D'Alema ha fatto una dichiarazione
allarmata secondo cui "simili affermazioni danneggiano il Paese",
cioè l'Italia. In realtà anche quella imprudente affermazione va letta
nell'ottica della scalata al posto attualmente di Xavier Solana: oramai è
chiaro a tutti, infatti, che Unifil 2 più che proteggere Israele
dagli Hezbollah ha fatto esattamente viceversa. Evitando incursioni aeree e
terrestri di Tzahal a caccia di quelle armi ai terroristi di Nasrallah che
Unifil 2 si è guardata bene dall'intercettare. Quindi D'Alema garantisce gli
Hezbollah, non Israele. E vedrete che presto la tanto
ambita poltrona di prestigio internazionale la otterrà. Sulla pelle degli
israeliani che cadono per via dei missili o degli attentati terroristici di
Hamas e di Hezbollah. Attacchi che partono, rispettivamente, da Gaza o dal sud
del Libano.
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"La Shoah copre
di vergogna noi tedeschi" CARLO BOLLINO Gerusalemme. Nell'atmosfera
solenne della Knesset, il parlamento israeliano, che celebra quest'anno i 60
anni dalla nascita dello Stato ebraico, per venti minuti è risuonato l'idioma
tedesco. La cancelleria Angela Merkel, consapevole della straordinarietà
dell'evento, prima ha voluto però salutare i deputati in ebraico: "Parlare
in questa prestigiosa assemblea per me è un grande onore", ha detto nella
lingua di Israele. Prima di passare al discorso ufficiale,
che, pur tra qualche polemica, era stata invece autorizzata a tenere nella sua
lingua madre. Solo cinque deputati su 120, hanno contestato questa scelta
rifiutando di presenziare alla seduta "perchè - hanno spiegato - non
possiamo sentire pronunciare in questa aula l'idioma con cui vennero sterminati
i nostri avi". Ma Angela Merkel ha voluto rivolgersi proprio alle vittime
dell'Olocausto, prima di toccare i temi politici: "La Shoah copre noi
tedeschi di vergogna - ha detto - e io mi inchino davanti ai sei milioni di
ebrei uccisi, e mi inchino davanti ai sopravvissuti e davanti a coloro che li
aiutarono a salvarsi". È in considerazione di questo tragico passato, ha
assicurato Merkel, che la Germania non lascerà mai più da
solo Israele e lo aiuterà
soprattutto a difendersi: "Ogni governo tedesco - ha detto - e ogni
cancelliere prima di me ha sempre sentito di avere una speciale responsabilità
per la sicurezza di Israele.
Questa responsabilità storica è parte dei principi fondamentali del mio Paese e
questo vuol dire che per me, come cancelliere tedesco, la sicurezza di Israele non è negoziabile". Merkel ha condannato con
forza il lancio di razzi Qassam da parte delle milizie palestinesi di Gaza,
che, ha detto, "devono finire". Ma ha anche riconosciuto le
"conseguenze devastanti" per Israele e per
la pace dell'intera regione se la bomba atomica dovesse finire nelle mani
dell'Iran: "Non è la comunità internazionale che deve dimostrare che
l'Iran vuole costruire la bomba atomica, ma l'Iran che deve dimostrare di non
volerla", ha detto, sottolineando che Berlino è fermamente convinta
dell'esigenza di continuare sulla strada delle sanzioni. Finora mai nessun
cancelliere aveva tenuto un discorso alla Knesset. Quella chiusa ieri è stata
la seconda visita in Israele di Angela Merkel che
anche questa volta, così come accadde nel gennaio del
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Storico
discorso in tedesco della Merkel alla Knesset: "Saremo sempre vicini alle
ragioni di Israele".
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il
primo a parlare fu Rau otto anni fa I rapporti di Israele con la
Germania sono stati inesistenti per tutti gli anni '50, e solo dal 1965 furono
scambiati gli ambasciatori. Il primo cancelliere tedesco in carica in visita fu
Willy Brandt (Spd), il primo capo dello Stato tedesco a parlare alla Knesset fu
Johannes Rau nel
( da "Stampa, La" del 19-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Sotto la sede della
Banca San Paolo, l'università della Terza Età presenta uno spaccato della Valle
Soana. B BANCHETTE Domenica 16 alle 21,15, nella sala polifunzionale di via
Roma, il gruppo eporediese di Amnesty International, con la collaborazione di
Academia Cantus offre un concerto di musica sacra e profana, a ingresso libero,
per presentare la campagna "Mai più violenza sulle donne". Nel corso
della serata viene distribuito materiale informativo e si possono sottoscrivere
gli appelli di Amnesty International in difesa dei diritti delle donne in
Burundi. BARDONECCHIA Sabato 15, alle ore 18, appuntamento con la storia alla
biblioteca civica di viale Bramafam