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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


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Report "Israele/Palestina"

DISFATTA MORALE ( da "Stampa, La" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ovunque e soprattutto in Palestina. A ciò si sono aggiunte condotte statunitensi accettate da parecchi governi dell'Unione Europea: le torture a Abu Ghraib, il trasferimento di prigionieri in centri di tortura europei oltre che arabi. Come dice l'ammiraglio William Fallon, appena dimesso dal Comando centrale Usa, ha prevalso la peggiore delle strategie:

I vecchi cavalli di razza nel Pd sono tutti zoppi ( da "Giornale.it, Il" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che stava tenendo una saccente lezioncina su cosa doveva o non doveva fare Israele per assicurare la pace in Medio Oriente, venne interrotto dalla sua omologa Tzipi Livni. La quale, battendo l'indice sull'orologio che aveva al polso, così si espresse: "Mi scusi, ma io ho soltanto un quarto d'ora da dedicarle. Mi dica perciò cosa pensa e lo dica in modo conciso.

Yehoshua, Oz e Grossman: ecco quell'Israele che sa guardarsi con gli occhi del nemico ( da "Unita, L'" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele che sa guardarsi con gli occhi del nemico di Giovanna Trento Nel primo giorno di apertura pubblica del Salon du Livre di Parigi, il Padiglione d'onore, quest'anno attribuito a Israele, ha proposto un'affollatissima tavola rotonda, tenuta dai tre grandi scrittori israeliani contemporanei di lingua ebraica: David Grossman,

Con Al Qaeda no. Ma con Hamas si può trattare e dialogare. Lo dice il Guardian ( da "Unita, L'" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: arabica e non possiamo aiutarli a smantellare lo stato di Israele. Non c'è niente di cui discutere". Questione diversa è invece un eventuale negoziato con il gruppo palestinese di Hamas e quello libanese Hezbollah: "Sono figure razionali che lottano per qualcosa di negoziabile e nei negoziati si può iniziare avanzando il massimo delle richieste, da limare nel corso dei colloqui,

Libano, berlusconi boccia martino "i soldati italiani devono restare" - giovanna casadio ( da "Repubblica, La" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e tra Israele e Libano". Rincara Franco Marini, presidente del Senato: "è inaccettabile mettere in discussione gli impegni internazionali assunti dall'attuale governo". Anche tra i centristi di Pier Ferdinando Casini la reazione è un secco altolà a Martino e l'occasione per attaccare il Pdl: "Sulla politica estera il Popolo della libertà sembrano dilettanti allo sbaraglio.

"un danno alla credibilità del paese le missioni di pace non sono un risiko" - vincenzo nigro ( da "Repubblica, La" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: sicurezza di Israele, non certo per candidarsi a sostituirci a una delle parti, e diventare una delle parti in causa. Se proprio vogliamo parlare di come rafforzare la nostra Difesa, sarebbe meglio chiedere a Tremonti - che vedo annunciato come nuovo ministro del Tesoro - se ha intenzione di portare a compimento la distruzione della Difesa a suo tempo avviata con tanta efficacia.

Una priorità dimenticata - paolo garimberti ( da "Repubblica, La" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: di aggiungere che Hamas deve prima rinunciare al terrorismo, non porsi come obiettivo la distruzione dello Stato di Israele, riconoscere il diritto di Israele alla sicurezza, oltre che all'esistenza, accettare un governo di unità nazionale con Fatah. Questo è un esempio di una linea programmatica di politica estera. Altrimenti si resta a livello di battute.

Miti, libri e guerre nella società le verità di uno scrittore scomodo - raffaele niri ( da "Repubblica, La" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: del napoletano Antonio Franchini e "Tredici soldati" dell'israeliano Ron Leshem, sulla guerra del Libano, pubblicato da Rizzoli alla fine dello scorso anno". Cos'hanno in comune, questi quattro titoli? "Beh, io ci vedo un taglio nettamente maschile che mi incuriosisce moltissimo. E un mondo cruento, di guerra, di scontro.

Musica dal mondo contro la violenza ai bambini ( da "Secolo XIX, Il" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: è questo il titolo che raccoglie e unisce artisti provenienti da Israele, America, Uruguay, Venezuela, Giappone, Germania, Francia, Romania, Russia, che esprimeranno, nel linguaggio comune dell'arte, il loro sostegno ai bambini e donne che subiscono violenze domestiche, forma di maltrattamento più radicata e purtroppo non affrontata adeguatamente, a volte sottovalutata.

Israele Storia dello Stato dal sogno alla realta' -1881-2007- ( da "Voce d'Italia, La" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Cultura Israele ha 60 anni Israele Storia dello Stato dal sogno alla realta (1881-2007) Dialogo con l'autore Claudio Vercelli In questo singolare libro, edito da La Giuntina, Claudio Vercelli ci accompagna, da storico e da narratore, lungo gli intricati eventi sociali, culturali e politici che hanno portato alla nascita dello Stato di Israele,

Il network di <supporto globale> in azione dal Canada all'Africa ( da "Corriere della Sera" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Esistono gruppi pro Tibet in Usa, Canada, Sudamerica, Europa, Asia, persino in Kenya e Israele. Nel 2000, 153 di questi gruppi si sono riuniti in una sorta di federazione, l'International Tibet Support Network. Da Katmandu a Sydney, da New York a Roma, stanno lanciando proteste di solidarietà, sit-in davanti alle ambasciate cinesi.

Formigoni rassicura Israele <No a chi vuole distruggervi> ( da "Corriere della Sera" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: chi vuole distruggere Israele è anche nemico nostro. Chi vuole distruggere Israele, infatti, vuole distruggere anche una parte di noi". Per rafforzare questa sua immagine rassicurante il governatore lombardo avrebbe voluto farsi accompagnare da un "garante" d'eccezione: Umberto Bossi, il quale con Israele ha rapporti eccellenti.

<E' ora di trattare anche con Al Qaeda> ( da "Corriere della Sera" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: è che gruppi come Hamas in Palestina e i talebani in Afghanistan hanno un legame con un territorio. Al Qaeda ha solo sogni politici da "terroristi irriducibili". Oggi Tony Blair è in Medio Oriente. Secondo la storia che circola a Londra Jonathan Powell non lo ha seguito nella nuova missione perché sua moglie Sarah, giornalista,

ROMA - Sulle missioni militari all'estero il Pdl ha messo in campo una grande dose di pro ( da "Messaggero, Il" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: parlato della necessità del ritiro del nostro contingente dal territorio di confine tra Israele e Libano. Quindi il candidato premier dell'Unione di centro ricorda, "noi abbiamo sempre sostenuto i nostri militari e lo abbiamo dimostrato anche in passato quando abbiamo deciso che non potevamo abbandonarli solo per far cadere il governo Prodi, evitando così un atto irresponsabile".

Morire alla frontiera di una 'nuova vita' ( da "Voce d'Italia, La" del 16-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: fuggiaschi per impedire loro di entrare in Israele. Secondo i funzionari delle Nazioni Unite in Israele, sarebbero più di settemila i migranti entrati illegalmente in Israele lungo il confine con la penisola del Sinai, divenuta ormai punto focale e infuocato di tale migrazione. Coloro che tentano la fuga sono soprattutto di origine eritrea, sudanesi provenienti dal martoriato Darfur,


Articoli

DISFATTA MORALE (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Barbara Spinelli DISFATTA MORALE Cinque anni di guerra in Iraq e una guerra afghana che nessuno osa riesaminare hanno cambiato il mondo radicalmente, danneggiando in misura non ancora calcolabile la sicurezza, la forza d'attrazione, la robustezza economica, infine la potenza morale dell'Occidente. Non siamo solo alle prese con la "fine della magia americana", descritta dal ministro francese Kouchner in una conferenza parigina dell'11 marzo. La magia che aveva sedotto lui e molti europei - a cominciare da Berlusconi nel 2001-2006 - ha avuto e continua ad avere effetti durevoli, che non scompaiono con l'evaporare dell'incanto e sui quali gli ex ammaliati tacciono, come ignorassero che questo tacere è un ennesimo, scandaloso peccato di omissione. Ovunque sulla Terra, la politica neo-conservatrice ha alimentato un sospetto deleterio: che qualsiasi nazione toccata dall'Occidente diventi fatalmente uno Stato fallimentare. Che la democrazia sia qualcosa di malato, di temibile. Che libertà, laicità, pluralismo siano da posporre, sempre, ai ben più essenziali imperativi di sicurezza. Quel che accade in Tibet negli ultimi giorni non è disgiunto dalla magia infranta: ne è il lascito, catastrofico. La carneficina di monaci buddisti a Lhasa (i tibetani in esilio parlano di 100 uccisi) è responsabilità cinese ma è stata facilitata da America ed Europa, che non a caso reagiscono con voce pallida, e sguardo cieco. Quel che essi non hanno visto è la lezione che gran parte degli Stati ha tratto dalla politica di Bush. Una lezione che possiamo riassumere così: per meglio difendersi dalle insipienze Usa, gli Stati hanno tutto l'interesse a presentarsi come Leviatani aggressivi, chiusi in sovranità assolute. Sovranità generalmente ingannevoli (tutti siamo immersi nell'economia-mondo), ma anche l'inganno è effetto delle guerre antiterroriste: dalle menzogne non si esce che con altre menzogne. I grandi profittatori dei conflitti odierni non sono solo i produttori petroliferi e le compagnie fornitrici di soldati che hanno contribuito a privatizzare le guerre. Tutti gli Stati che scelgono la forza - Cina, autocrati arabi o asiatici - sanno che la strategia Usa, al momento, non produce che failed states, incapaci di monopolizzare violenza e territori. Che l'America esca spezzata da tale esperienza è tragicamente confermato dalle stragi cinesi, dalla forza con cui i conservatori islamisti si presentano al voto iraniano. Basta guardare alla stupefacente coincidenza dei giorni. L'insurrezione tibetana comincia lunedì 10 marzo: da tempo ardeva nell'ombra. Nonostante questo il Dipartimento di Stato esce poche ore dopo, l'11 marzo, con un rapporto sui diritti umani che denuncia le lentezze della Cina ma la cancella dalla lista dei trasgressori. Le timide reazioni americane ed europee alle stragi tibetane testimoniano molto più di un'incongruenza: testimoniamo una rotta morale dell'Occidente. Una potenza imperiale che pretende fondarsi sulla democrazia non può ignorare gli effetti morali di quel che fa: è suo tratto distintivo, e proprio questo tratto è andato svanendo. La guerra in Iraq fu iniziata per mostrare la superiorità delle istituzioni libere - la democrazia avrebbe generato Stati stabili, plurali - ed è avvenuto il contrario. Dopo l'aumento di truppe deciso da Bush, i soldati Usa sono più sicuri ma la violenza resta. Non ce ne accorgiamo più, perché non apparendo in video sembra inesistente. Il premio Nobel Joseph Stiglitz ricorda nel suo ultimo libro che le tv accendono i riflettori solo quando gli attentati fanno più di 25 morti (The Three Trillion Dollar War, Norton 2008). Né sembra accorgersene il candidato repubblicano alla successione di Bush: pur di persuadere i neo-conservatori, McCain annuncia: "Se riusciamo a ridurre i nostri morti possiamo restare anche cento anni in Iraq. A me va benissimo". Né l'Iraq è divenuto più vivibile, con poche ore di elettricità al giorno e quasi 5 milioni di sfollati (2,5 dentro e 2 fuori, in Siria e Giordania) Ecco il cataclisma occultato per anni dalle bende della magia: l'America voleva esportare democrazia, e ha esportato invece insicurezza, violenza, immoralità. La sua posizione è talmente indebolita che non può reagire agli eventi cinesi. Anche per questo fanno tanta impressione i dibattiti elettorali italiani: un ex ministro del campo berlusconiano consiglia addirittura di tornare in Iraq, quasi non sapesse com'è diventato il paese nel quinto anniversario della guerra. Il cataclisma morale non viene fabbricato solo col cinismo, con la spudorata violenza di politiche avventate. Lo si fabbrica anche con questo non-sapere, quest'ignoranza singolarmente militante. È incompetenza tecnica, politica, militare. È l'ignoranza che nel vecchio dizionario Tommaseo viene distinta dall'inscienza: quest'ultima è di uomini che non sanno quello che fanno, mentre la prima è ignoranza colpevole, ignora quello che saremmo tenuti a sapere, è "crassa, rozza, indolente, superba". Fu ignoranza superba lanciare guerre senza conoscere i paesi occupati. È ignoranza superba la politica verso la Cina. Nell'amministrazione Usa, un gruppetto di finti esperti ha giocato col mappamondo alla maniera di Chaplin-Hitler nel Grande dittatore. Sarebbe bastato uno sguardo in terra per vedere che la violenza cinese si sarebbe abbattuta sul Tibet, incoraggiata dal rapporto pronto al Dipartimento di Stato da mesi. L'idea di Bush era semplice, dopo gli attentati del 2001: si trattava d'inventare una politica assolutamente nuova. Interessi e valori avrebbero coinciso, come nei sogni o nelle magie. Clinton stesso in fondo aveva provato, in Kosovo: con un certo successo, anche se contaminato dal veleno dei nazionalismi etnici. Ma l'Iraq non era il Kosovo, la Freedom Agenda dei neo-conservatori concerneva il pianeta e non una minuscola provincia. L'ultimo rapporto della Fondazione Carnegie (Nuovo Medio Oriente, 2008) sostiene che la Freedom Agenda è stata un totale fallimento: ha rafforzato l'Iran, regalandogli un Iraq turbolento ma ideologicamente fedele. Ha incoronato Ahmadinejad. Raccomandando infine una democrazia numerica (conta chi raccoglie maggioranze e non l'imperio della legge né l'equilibrio tra poteri, ambedue anteriori alla democrazia), ha aiutato non i pochi laici ma gli islamisti, ovunque e soprattutto in Palestina. A ciò si sono aggiunte condotte statunitensi accettate da parecchi governi dell'Unione Europea: le torture a Abu Ghraib, il trasferimento di prigionieri in centri di tortura europei oltre che arabi. Come dice l'ammiraglio William Fallon, appena dimesso dal Comando centrale Usa, ha prevalso la peggiore delle strategie: "l'imprevedibilità con gli alleati, la prevedibilità con gli avversari". Uscire da simili disfatte è difficile. McCain e Hillary Clinton quasi sembrano non scorgerne la natura. La scorge meglio Obama, forse perché conosce le diversità del mondo: soprattutto quando critica una politica filo-israeliana "schiacciata sul Likud". O lamenta il deteriorarsi mondiale dell'immagine Usa: "Per colpire pochi fondamentalisti (al massimo 50.000)", ha detto in un incontro con le comunità ebraiche a Cleveland, il 24 febbraio, "abbiamo provocato un disastro, trascurando 1,3 miliardi di musulmani". La questione morale è al centro. Accanto al disastro economico-strategico della guerra irachena (Stiglitz indica un costo di 3000 miliardi di dollari, pagato solo col deficit), c'è questo disastro etico: non meno esiziale. Un'etica che fallisce così miseramente è terribilmente simile al comunismo - e non sorprende che fra i neo-con ci siano tanti eredi del '68 marxista-cinese. Alla fonte l'ideale comunista è buono, ma i risultati sono tali che etica e ideale ne escono lordati irrimediabilmente. Lo stesso accade per le guerre etiche, così come son state imposte dagli esorcisti neo-con d'America ed Europa.

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I vecchi cavalli di razza nel Pd sono tutti zoppi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 65 del 2008-03-16 pagina 38 I vecchi cavalli di razza nel Pd sono tutti zoppi di Redazione Carissimo Granzotto, ritengo che ormai si possa affermare che Walter Veltroni abbia in mano il timone del Pd e che lo regga con molta fermezza. Senza dubbio questa si sta rivelando la sua personale campagna elettorale, dal momento che tutti gli altri più che protagonisti appaiono semplici comparse. Mi chiedo e le chiedo, che ne sarà di Prodi, Fassino, D'Alema e Rutelli, per nominare i "cavalli di razza", evitando di chiedersi lo stesso sulla Bindi, sul suo beniamino Castagnetti o su Letta Minor? Franco Novelli e-mail Tutta gente che mastica amaro, caro Novelli, tutta gente precipitata dalle stelle alle stalle, si fa per dire. Certo che quel Veltroni lì è uno di quelli che non fa prigionieri, almeno così sembra. Il povero Fassino spedito a 9mila chilometri di distanza, in Cambogia, a farsi divorare dalle zanzare. D'Alema comandato a presentarsi - oltre che nel suo placido feudo della Puglia - in Campania, per far dimenticare, esibendo la sua, la faccia di Bassolino. Impresa che potrà aver successo solo se a metterci una mano sarà San Gennaro, con uno dei suoi strepitosi miracoli. Anche perché D'Alema un gran da fare non se lo dà certamente. Ha ben altro per la testa. Politico, come direbbe Sarkozy, de brousse et de rivière, egli sa d'aver poco spazio di movimento dentro e fuori il loft. Sì, magari un dicasterello ci scappa, ma da gestire all'ombra e agli ordini del compagno Walter, di pasta ben diversa da quella frolla di Prodi. Col quale D'Alema è in concorrenza, almeno così si bisbiglia nei corridoi del Palazzo. Entrambi corrono infatti per un incarico internazionale di prestigio che li tenga (e li mantenga, occorre dirlo?) per qualche anno fuori dal giro domestico. Così è, caro Novelli, Prodi e D'Alema sono in lizza per la carica di Alto (noti l'alto) rappresentante per la politica estera, una specie di comunitario superministro degli Esteri con molte pompe e nulli poteri, se non quello di rappresentare, nei consessi internazionali, l'Ue. Di figurare nelle così dette foto di famiglia. Però di gran prestigio, che è quello che piace a due personaggi, la cui padronanza della materia è inversamente proporzionale alla loro boria. (Parentesi: Carlo Panella racconta di un accidente capitato a D'Alema qualche settimana fa. Nel corso di un incontro fra le delegazioni italiana e israeliana, il nostro ministro degli Esteri, che stava tenendo una saccente lezioncina su cosa doveva o non doveva fare Israele per assicurare la pace in Medio Oriente, venne interrotto dalla sua omologa Tzipi Livni. La quale, battendo l'indice sull'orologio che aveva al polso, così si espresse: "Mi scusi, ma io ho soltanto un quarto d'ora da dedicarle. Mi dica perciò cosa pensa e lo dica in modo conciso. Per favore". Mi spiace per Prodi, ma a uno così il posto di rappresentante - alto, mi raccomando - della sbrindellata Europa spetta, oserei dire, di diritto. Chiusa parentesi). Chi resta, dei cavalli di razza? Ah, sì, Rutelli. Be', come ho più volte ripetuto, Rutelli mi è simpatico. Mi piace il suo modo un po' scanzonato di intendere la politica e il fatto che non provenga dalle parrocchie democristiana o comunista. Anch'egli la vede grigia, con un Veltroni ben deciso a far dimostrare chi è che comanda, per cui preferisce togliersi di mezzo (ri)candidandosi a sindaco di Roma. Per Rutelli potrei anche, forse, chissà, fare un corno (un cornettino amministrativo, locale: robetta da niente) al Cavaliere, ma il problema non si pone perché non sono più iscritto alle liste elettorali della capitale. E con questo lo spazio è finito, caro Novelli. Di quella castagnetta della Bindi e di quel bindo di Castagnetti parleremo un'altra volta. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Yehoshua, Oz e Grossman: ecco quell'Israele che sa guardarsi con gli occhi del nemico (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del SALON DU LIVRE A 19 mesi dalla morte del figlio, lo scrittore di "Vedi alla voce amore" pubblica un nuovo romanzo. E a Parigi, dopo il via con Peres, l'incontro con i tre Yehoshua, Oz e Grossman: ecco quell'Israele che sa guardarsi con gli occhi del nemico di Giovanna Trento Nel primo giorno di apertura pubblica del Salon du Livre di Parigi, il Padiglione d'onore, quest'anno attribuito a Israele, ha proposto un'affollatissima tavola rotonda, tenuta dai tre grandi scrittori israeliani contemporanei di lingua ebraica: David Grossman, Amos Oz e Avraham B. Yehoshua. Una volta superato lo scoglio dell'inaugurazione ufficiale del Salon, avvenuta giovedì sera alla discussa presenza del capo di stato israeliano Shimon Peres, i toni dell'incontro sono stati piuttosto distesi. La tavola rotonda era organizzata dall'ambasciata d'Israele e dal mensile Philosophie Magazine, il quale dedica eccezionalmente il suo numero di marzo al conflitto israelo-palestinese. Il moderatore Martin Legros ha proposto come fil rouge di discussione due temi fra loro complementari: quello del letterato impegnato nella società (che si pone, fra l'altro, come "artigiano della pace") e quello dell'indipendenza della letteratura e dell'autonomia creativa nel romanzo. Yehoshua ha esordito in francese reclamando il ruolo responsabile di juif total. Facendo appello alla centralità della "questione morale" e alla necessità di riconsiderare la globalizzazione (soprattutto quella economica), ha fatto ricorso ai concetti di nazionalità e responsabilità al fine di gestire al meglio i rapporti fra "noi" e gli arabi. Letteratura e politica sono quindi per Yehoshua interconnesse: "come in Dostoevskij o Tolstoj, le questioni politiche sono al centro della letteratura". Oz ha identificato nell'uso della lingua ebraica l'elemento precipuo che unisce per lui letteratura e politica: "prima di essere israeliano, mediorientale, ebreo o abitante del mondo, sono uno scrittore di lingua ebraica". Tuttavia, nel momento fattuale della scrittura l'aspetto politico e quello poetico si separano perché, come ha sostenuto di sé stesso Oz con toni scherzosi, se egli concepisce i propri articoli giornalistici per prendere aperte posizioni politiche, viceversa i suoi romanzi non sono pensati per veicolare messaggi espliciti. Per Oz, il narratore è colui che entra in empatia con l'Altro e cerca di mettersi nelle scarpe degli altri. Yehoshua ha replicato con cordialità che quella di Oz non è, però, una letteratura da cui sia stata "spazzata via" la politica; Oz, dal canto suo, ha esortato a che "la nostra letteratura non sia mai un manifesto politico", ricordando che proprio Yehoshua è squisitamente narratore. Con toni pacati, Grossman (di una quindicina di anni più giovane dei suoi colleghi) ha ricordato di essere prima di tutto uno scrittore, a prescindere dalla nazionalità. Ha però sostenuto di non voler tracciare una linea di separazione netta fra poesia e impegno, ma di voler sottolineare che, necessariamente, la creazione letteraria parte da un primo momento di intimità e di desiderio, dalla conoscenza di sé stessi, o anche da un senso di claustrofobia rispetto alle forme letterarie che ci hanno preceduto. Solo l'approfondimento di questi aspetti personali può condurre, in un secondo momento, a percepirsi membro di un gruppo o di un popolo, per riuscire infine ad avvicinare l'Altro. A quel punto scrivere diventa "la gioia di uscire dalla prigione di sé stessi". Grossman ha poi evocato il tema dell'indicibilità dell'Olocausto: "Ogni volta che ci confrontiamo con la Shoah e con il racconto di essa siamo un po' come dei bambini" ha osservato. Grossman ha quindi concluso col dire che, nonostante nel 2008 ricorrano i 60 anni della costituzione dello Stato di Israele, in realtà si tratta di un Paese che non possiede affatto frontiere e che non conosce l'auspicato equilibrio della "normalità". Viceversa, di questo Israele ha bisogno: non solo, suggerisce Grossman, per garantire l'indipendenza e la pace dei proprio vicini, ma anche per non permettere che al suo interno la violenza travolga ogni fondamenta e ogni valore. Un approfondimento dei temi è disponibile con la raccolta di cinque saggi di Grossman, appena pubblicata in Francia col titolo Dans la peau de Gisela. Politique et création littéraire, che ricalca in parte quella uscita in Italia sotto il titolo Con gli occhi del nemico - raccontare la pace in un paese di guerra. Si tratta di brevi saggi scritti fra il 2002 e il 2007: ovvero sia prima che dopo la morte del figlio minore Uri, avvenuta nell'agosto del 2006 durante la guerra contro il Libano. Saggi dove torna il nodo dell'impoverimento del linguaggio dei cittadini che vivono costantemente in uno stato di guerra. Sullo sfondo c'è un Paese violento, dove la "memoria è iperbolica", dove l'angoscia serpeggia distruggendo la possibilità di esprimersi e comunicare con gli altri, dove la lingua mediatica si riduce a slogan e a poveri cliché, dove gli stereotipi sono bombe tirate sui nemici e su se stessi. Ma è il rapporto intimo con il linguaggio ad essere, per Grossman, terapeutico a più livelli. Ed è proprio la creazione letteraria che gli ha dato la forza per continuare a respirare dopo la morte di Uri, portando a termine un lungo romanzo, la cui stesura era già cominciata cinque anni fa. Lo scrittore ne ha consegnato in gennaio il manoscritto al suo editore e se ne attende la prossima uscita in Israele.

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Con Al Qaeda no. Ma con Hamas si può trattare e dialogare. Lo dice il Guardian (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del IL CASOJonathan Powell, collaboratore di Blair: vanno isolati i terroristi incorreggibili. Non le figure razionali che lottano per qualcosa di negoziabile, come Hamas e Hezbollah Con Al Qaeda no. Ma con Hamas si può trattare e dialogare. Lo dice il Guardian Con Hamas e Hezbollah va aperta una trattativa. No, non è il ministro degli Esteri italiano Massimo D'Alema a farsi interprete di questa linea contro cui Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini hanno tuonato al grido: eccolo, l'amico di Hamas, colui che va a braccetto con quelli di Hezbollah. Ai falchi nostrani consigliamo di prestare attenzione a quanto segue. I terroristi di Al Qaeda sono "incorreggibili, avanzano richieste politiche che non possiamo e non dovremmo soddisfare", ma Hamas ed Hezbollah sono "figure razionali che lottano per qualcosa di negoziabile" con cui si può dialogare. È questo il giudizio espresso da analisti politici britannici, interpellati dal "Guardian" sulla proposta di un dialogo con Al Qaeda e altri gruppi estremisti, avanzata da Jonathan Powell, per più di 10 anni principale collaboratore dell'ex premier Tony Blair. Una "provocazione" che nasce dall'esperienza di Powell nei negoziati per la pace nell'Irlanda del Nord che lo avrebbero convinto dell'importanza di tenere aperta una linea di comunicazione anche con il proprio peggior nemico. Convinzione che Powell proietta anche sullo scenario mediorientale. "Al Qaeda è formata da quelli che noi chiamiamo terroristi incorreggibili - dice al Guardian Peter Lehr, della St. Andrews University di Edimburgo - avanzano richieste politiche che non possiamo e non dovremmo soddisfare. Abbiamo bisogno del petrolio, non possiamo andarcene dalla penisola arabica e non possiamo aiutarli a smantellare lo stato di Israele. Non c'è niente di cui discutere". Questione diversa è invece un eventuale negoziato con il gruppo palestinese di Hamas e quello libanese Hezbollah: "Sono figure razionali che lottano per qualcosa di negoziabile e nei negoziati si può iniziare avanzando il massimo delle richieste, da limare nel corso dei colloqui, fino ad arrivare ad un accordo". Alastair Crooke è un agente dei servizi di intelligence britannici MI5 che ha già tastato il terreno con Hamas, per conto dell'Unione europea, su un possibile accordo di tregua con Israele. "Quando si tratta per gli ostaggi, anche quando si ha a che fare con gente violenta che ti minaccia, la politica dei governi occidentali è quella di aprire il prima possibile un canale di comunicazione - racconta Crooke - e si fa anche quando le loro richieste sono completamente folli. Avviando un dialogo si può gestire quello che è realisticamente possibile. Questo non vuol dire riconoscere legittimità al gruppo. Se non si avvia un dialogo, non saprai mai se ci sono le basi per una soluzione. È la stessa cosa con gli estremisti islamici". Crooke ha smesso di trattare con Hamas per le pressioni esercitate da Israele sull'Ue, ma ha avviato un Forum sui conflitti dedicato al dialogo con i gruppi islamici. Un docente di strategie di guerra del King's College di Londra, Yezid Sayigh, sottolinea l'importanza di riconoscere gli "attori non statali". "Fino quando ci si rifiuta di parlare con le persone, queste reagiranno nella maniera che ogni psicologo indica come probabile, ossiala violenza", afferma Sayigh. Che evidenzia la differenza basilare tra dialogare e negoziare, e aggiunge: "Quel che veramente colpisce riguardo al mantra di non parlare con i terroristi è che non viene rispettato". I tre esperti non escludono che l'Occidente abbia già avviato negoziati con Al Qaeda. "Non è impossibile sia stato aperto un canale di comunicazione tra la centrale di Al Qaeda in Waziristan e il quartier generale della Cia a Langley, in Virginia" tramite l'intelligence pachistana, dice Lehr. Crooke ribadisce che i governi debbano parlare con i loro nemici più implacabili: "Gli attacchi suicidi, che colpiscono civili e bambini, fanno inorridire tanta gente. Ma la storia ci insegna che non abbiamo alternative. L'Occidente finirà per parlare con quelli che hanno legittimità e credibilità all'interno delle loro comunità in Medio Oriente, a prescindere che ci piacciano o meno e, a essere sinceri, che colpiscano i civili o meno". Cosi gli esperti britannici, la cui autorevolezza è unanimemente riconosciuta. Domanda: sono tutti al servizio di Hamas e di Hezbollah? u.d.g.

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Libano, berlusconi boccia martino "i soldati italiani devono restare" - giovanna casadio (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Libano, Berlusconi boccia Martino "I soldati italiani devono restare" Casini: Pdl sulla politica estera come dilettanti allo sbaraglio Marini: rimettere in discussione i nostri impegni internazionali è inaccettabile GIOVANNA CASADIO ROMA - "In politica estera serve continuità, non ritireremo i soldati italiani dal Libano". Silvio Berlusconi vuole chiudere il "caso missioni" sollevato dalle dichiarazioni di Antonio Martino. L'ex ministro della Difesa, disfacendo d'un botto la tela di relazioni internazionali tessuta nei 20 mesi di governo Prodi, aveva annunciato il ritiro da Beirut ("Lì la nostra presenza è scarsamente giustificata") e un nuovo impegno in Iraq, se il Pdl vincerà le elezioni. Sconfessato subito da Gianfranco Fini. Messo a tacere ieri anche dall'ex premier, di cui Martino è stato "ufficiale di collegamento" con gli Usa di Bush. Una bufera di polemiche. Berlusconi vuole porvi rimedio e assicura: "Non abbiamo nessuna intenzione di riaprire il caso Iraq, né tantomeno di ritirare le truppe dal Libano. La politica estera del Pdl sarà la continuazione di quella già fatta nei cinque anni di governo dal centrodestra". Far piombare, e "in modo così strumentale", la politica estera nella campagna elettorale, è semplicemente "un errore". Così, Massimo D'Alema, il ministro degli Esteri uscente, commenta l'offensiva di Martino. Ci vuole continuità, esorta D'Alema, "spero che le affermazioni incaute e propagandistiche dei giorni scorsi finiscano, perché si mette davvero a rischio la credibilità dell'Italia. Un grande paese non può dare la sensazione di cambiare politica estera ad ogni campagna elettorale, se ci sono degli impegni che l'Italia ha assunto, devono essere rispettati da ogni governo. Come per esempio, l'impegno con le Nazioni Unite per garantire la nostra presenza per la pace in Libano e per la pace e la sicurezza in Israele e tra Israele e Libano". Rincara Franco Marini, presidente del Senato: "è inaccettabile mettere in discussione gli impegni internazionali assunti dall'attuale governo". Anche tra i centristi di Pier Ferdinando Casini la reazione è un secco altolà a Martino e l'occasione per attaccare il Pdl: "Sulla politica estera il Popolo della libertà sembrano dilettanti allo sbaraglio. Se il buongiorno si vede dal mattino, le loro contraddizioni sono talmente gravi da compromettere qualsiasi politica credibile". Contraddizioni che il Pd non manca di rimarcare. Sia Walter Veltroni che il vice Dario Franceschini elencano i contrasti, a cominciare da quelli tra Berlusconi e Fini sulla politica estera. Denuncia Fausto Bertinotti, candidato premier della Sinistra arcobaleno, la gravità di quell'affermazione: "L'Italia ha avuto una politica di pace. Neppure negli Usa c'è più qualcuno che voglia tornare nei binari terribili di una guerra fallimentare". "Berlusconi è un guerrafondaio, servo di Bush", attacca "senza se e senza ma" Oliviero Diliberto. E "sciagurate" ritiene le prese di posizione di Martino, il Cocer dell'Esercito: "Berlusconi, tranquillizzi i nostri soldati, assicurandoci che Martino non diventerà mai più ministro della Difesa", afferma Pasquale Fico, delegato del Cocer. A riaprire invece il capitolo "regole d'ingaggio" è Claudio Scajola per il quale "i nostri soldati devono avere la possibilità di difendersi". E Fiamma Nirenstein propone di "aumentare il nostro contingente in Afghanistan".

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"un danno alla credibilità del paese le missioni di pace non sono un risiko" - vincenzo nigro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Confusione La Difesa Il ministro della Difesa Parisi: Berlusconi doveva parlare prima, dal Pdl comportamento irresponsabile "Un danno alla credibilità del Paese le missioni di pace non sono un risiko" Non mi sembra che Berlusconi, Fini e Martino parlino la stessa lingua. C'è molta confusione Tremonti futuro ministro del Tesoro? Spero che non porti a termine la distruzione della Difesa VINCENZO NIGRO ROMA - Arturo Parisi, ministro della Difesa: alla fine Silvio Berlusconi conferma che se governerà non ritirerà i soldati italiani dal Libano. "Alla fine Berlusconi, sia pure dopo due giorni di dichiarazioni contrastanti dei suoi ex ministri, ha confermato la presenza in Libano. Sì, è vero, se lo avesse fatto subito ci saremmo evitati un danno sicuro alla credibilità del Paese. Speriamo ci serva da ammonimento per il futuro". Se non altro però con le sue "proposte" su Iraq e Libano Antonio Martino ha portato la politica di sicurezza in campagna elettorale. "Certo. Ma sarebbe stato meglio che il tema fosse tornato visibile in modo meno scomposto. La sicurezza ci richiama a un comportamento responsabile, preoccupato di assicurare la massima unità del Paese e la continuità della nostra azione e dei rapporti con i nostri alleati. Non contesto la legittimità di nessuna proposta. Se l'intenzione fosse stata quella di proporre un cambiamento radicale della linea delle missioni militari all'estero, il confronto sarebbe stato necessario e la polemica inevitabile. I temi della Difesa e della sicurezza, certo più di altri, ci chiedono misura ed esattezza. Non possiamo bisticciare solo per differenziarci a tutti i costi". Proprio il centrosinistra usò massicciamente il tema del ritiro dall'Iraq durante la campagna elettorale del 2006. "Quello era per noi un preciso, anche se circoscritto, elemento di discontinuità politica su un versante internazionale che sapevamo delicato. E tuttavia ci preoccupammo prima nella proposta e poi nell'attuazione che esso fosse guidato dalla consapevolezza della continuità istituzionale. Per questo modalità, tempi e condizioni con cui abbiamo dato seguito a quella scelta sono state concertate nel dettaglio con gli alleati. Il rientro del contingente italiano dall'Iraq ha mantenuto intatto il capitale di fiducia che abbiamo coltivato con gli Stati Uniti e con il governo iracheno. L'operazione è stata condotta con onore e nella concordia". La questione più delicata è il futuro della missione in Libano, anche perché su questo il centrodestra sembra più unito nel criticare l'assenza di iniziativa di Unifil per bloccare i traffici di armi di Hezbollah. "L'unica cosa che nella posizione della Pdl vedo con chiarezza è la confusione. Non mi sembra infatti che Berlusconi, Fini e Martino parlino la stessa lingua. Comunque, mi faccia cogliere nella discussione un aspetto positivo. Il riconoscimento che lo strumento militare italiano attuale sta dando il suo massimo. Vedo che nessuno pensa di incrementare una missione senza ridimensionarne un'altra. Se si considera che l'architettura delle tre principali missioni a cui partecipiamo (Kosovo, Afghanistan e Libano) si tiene in piedi anche grazie al decisivo contributo italiano, questo significa che l'annullamento o un significativo ridimensionamento del nostro impegno imporrebbe non una presa d'atto, ma una profonda rielaborazione dei fondamenti delle missioni. Questo deve essere ben chiaro a tutti prima di pensare di spostare un soldato da qui a lì, come fosse una partita di Risiko". Il tema del disarmo di Hezbollah: Berlusconi comunque vorrebbe modificare le "regole di ingaggio". "Penso che sia meglio per tutti cambiare argomento. La mia impressione è infatti che anche questo tema sia un diversivo per sganciarsi da una discussione che sarebbe stato meglio non aprire. Non solo perché le regole di ingaggio sono definite dall'Onu, ma perché chi deve regolare i suoi rapporti con Hezbollah è lo Stato libanese, e Unifil è lì per sostenere il rafforzamento della statualità libanese così come a salvaguardia della sicurezza di Israele, non certo per candidarsi a sostituirci a una delle parti, e diventare una delle parti in causa. Se proprio vogliamo parlare di come rafforzare la nostra Difesa, sarebbe meglio chiedere a Tremonti - che vedo annunciato come nuovo ministro del Tesoro - se ha intenzione di portare a compimento la distruzione della Difesa a suo tempo avviata con tanta efficacia. Se questo dovesse capitare altro che ridurre una missione a favore di un altra! Altro che lasciare il Libano per l'Afghanistan e l'Iraq! Quello che saremmo costretti a rimettere in causa è tutta la nostra politica di presenza all'estero".

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Una priorità dimenticata - paolo garimberti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

UNA PRIORITà DIMENTICATA PAOLO GARIMBERTI La politica estera non è nella top list dei temi elettorali. Niente di nuovo sotto il sole. I politici italiani preferiscono da sempre il giardino di casa alle praterie internazionali. In fondo Franco Frattini che si dimette da commissario europeo per un posto nel Parlamento italiano ha rinnovato dopo molti anni le gesta di Franco Maria Malfatti, che lasciò addirittura la presidenza della Commissione. Dunque non ci si deve sorprendere se di politica internazionale si parla a fiammate, in campagna elettorale. E quasi sempre strumentalmente: per attaccare gli avversari o per farsi notare all'interno del proprio schieramento. Così è stato per l'ex ministro della Difesa Antonio Martino, uscito dall'oblio con una sparata ad effetto: ritiriamo i nostri soldati dal Libano e mandiamoli di nuovo in Iraq. Mettendo in imbarazzo i suoi stessi referenti del Pdl. Ieri Berlusconi ha chiuso il piccolo incendio, in realtà poco più che una cartaccia bruciata, affermando di non avere alcuna "intenzione di ritirare gli uomini dal Libano e di riaprire il caso Iraq". Invece sarebbe opportuno che un po' di politica estera si parlasse. Ma seriamente, da una parte e dall'altra, enunciando una linea programmatica di governo. Anche perché siamo uno dei Paesi fondatori della Comunità europea e restiamo uno dei più importanti dell'Unione, facciamo parte del G8, aspiriamo, a folate, a un posto nel Consiglio di sicurezza dell'Onu (o comunque non vogliamo che altri se lo prendano). Allora i nostri partner hanno anche il diritto, oltre che la legittima curiosità, di sapere che cosa farà l'Italia in quelle sedi: se viene eletto l'uno o l'altro degli aspiranti premier. Sennò si rischia soltanto di creare imbarazzi o irritazioni. Come è accaduto all'ambasciatore israeliano per la frase di Massimo D'Alema sull'opportunità di coinvolgere Hamas in un negoziato di pace per il Medio Oriente. Il ministro degli Esteri non ha detto una cosa inaudita. E' in sintonia con il suo collega francese Bernard Kouchner. O con Jonathan Powell, capo di gabinetto di Blair dal 1995 al 2007, che ieri ha detto: "Se fossi al governo ora vorrei poter avere colloqui con Hamas, vorrei poter comunicare con i Taliban, e vorrei trovare un canale per Al Qaeda". Far entrare Hamas nel negoziato non è una bestemmia. Il 6 marzo, dopo l'ultima crisi di Gaza, un giornale non sospettabile di essere filo-palestinese, il "Financial Times", ha scritto in un editoriale non firmato: "La politica di isolare Hamas deve finire: se si vuole arrivare a una soluzione di questo conflitto, Hamas (come riconoscono nei sondaggi due terzi degli israeliani) non può non esserne parte". Quella di D'Alema non è dunque una bestemmia, anzi, secondo i sondaggi citati dal FT, una posizione condivisa da molti israeliani. A condizione, però, di aggiungere che Hamas deve prima rinunciare al terrorismo, non porsi come obiettivo la distruzione dello Stato di Israele, riconoscere il diritto di Israele alla sicurezza, oltre che all'esistenza, accettare un governo di unità nazionale con Fatah. Questo è un esempio di una linea programmatica di politica estera. Altrimenti si resta a livello di battute. Allora è meglio tacere.

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Miti, libri e guerre nella società le verità di uno scrittore scomodo - raffaele niri (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XVII - Genova Miti, libri e guerre nella società le verità di uno scrittore scomodo Il romanziere napoletano domani sera sul palco del teatro Modena RAFFAELE NIRI Nell'aula bunker di Poggioreale, venerdì mattina, il suo nome è risuonato ancora una volta, forte e chiaro: "Il noto romanziere Roberto Saviano, con l'aiuto di qualche magistrato in cerca di pubblicità, cerca successo professionale sulle ceneri della Camorra - hanno scandito gli avvocati che difendono i camorristi finiti sotto accusa nel processo denominato "Spartacus" - Questo processo va spostato, i giudici non possono lavorare con serenità". Ieri mattina gli agenti della Digos genovese hanno verificato nuovamente i percorsi attorno al Teatro Modena e altrettanto faranno, naturalmente, domani sera, quando alle 21 Roberto Saviano, autore del premiatissimo "Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra", sarà sul palco del Modena per dialogare sui libri da lui più amati. E' il terzo incontro della rassegna, curata e condotta dalla giornalista Giovanna Zucconi, per conto della Fondazione Edoardo Garrone: l'attesa è fortissima, l'ingresso è libero, la Fondazione ha già fatto sapere che "in caso di teatro completo sarà possibile seguire l'incontro su maxischermo nell'adiacente Sala Mercato". Ma Corrado Augias, Michele Serra, Nick Hornby e Dacia Maraini (che sono gli autori intervistati nel primo ciclo di conferenze), Marco Travaglio e Lella Costa (intervistati quest'anno: il prossimo incontro sarà il 31 marzo con Vincenzo Cerami) pur coinvolgendo centinaia di persone, non avevano scatenato attese analoghe. Di cosa parlerà, domani, Saviano? La giornalista Giovanna Zucconi, che lo intervisterà domani, racconta il format della serata: "Non si tratta di parlare dei libri di Saviano, intero come autore, ma dei libri amati dallo scrittore. Mi ha fatto quattro proposte, tutte in qualche modo affascinanti: "Un mondo a parte" di Gustaw Herling, "Il combattimento" di Norman Mailer dedicato all'incontro di boxe di Mohammed Alì a Kinshasa, "L'abusivo" del napoletano Antonio Franchini e "Tredici soldati" dell'israeliano Ron Leshem, sulla guerra del Libano, pubblicato da Rizzoli alla fine dello scorso anno". Cos'hanno in comune, questi quattro titoli? "Beh, io ci vedo un taglio nettamente maschile che mi incuriosisce moltissimo. E' un mondo cruento, di guerra, di scontro. Senza dubbio qualcosa di molto diverso dai precedenti incontri organizzati dalla Fondazione Garrone". Non si parlerà, invece di "Gomorra", tradotto in trenta lingue e vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Viareggio Repaci-Opera Prima 2006. Si tratterà, spiegano alla Fondazione di "una conversazione sul palcoscenico teatrale, senza ammiccamenti salottieri ma con un'amichevole immediatezza nel ripercorrere insieme, e insieme al pubblico in sala, i libri dell'infanzia, gli autori amati oppure detestati, le tappe di un percorso artistico e biografico, le abitudini, i tic, le passioni". La seconda edizione de "Le parole tra noi" fa sempre parte del più ampio progetto "Lunedì FEG" inaugurato nel 2006 con il ciclo "Le Virtù Repubblicane": la Fondazione Edoardo Garrone è una fondazione culturale di tipo operativo, ha il compito di promuovere eventi culturali e sociali, realizzare studi e ricerche, organizzare seminari e convegni.

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Musica dal mondo contro la violenza ai bambini (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Domani al teatro della gioventu' La pianista Irene Castellini, ambasciatrice dell'Unicef, e artisti di varie nazioni insieme per uno show contro gli abusi ai minori 16/03/2008 UNO SPETTACOLO internazionale, per dire no alla violenza sui minori. Canti e musiche popolari, classiche e liriche dal mondo: sarà uno show senza confini quello che si svolgerà domani sera, alle 21, al teatro della Gioventù. Dedicato all'Unicef e organizzato da Irene Castellini, pianista genovese e ambasciatore dell'organizzazione internazionale per l'infanzia. Per una serata imperdibile, artisti di diverse nazioni si esibiranno facendo conoscere la loro musica o comunque la loro arte. "I Bambini del Mondo sorrideranno", è questo il titolo che raccoglie e unisce artisti provenienti da Israele, America, Uruguay, Venezuela, Giappone, Germania, Francia, Romania, Russia, che esprimeranno, nel linguaggio comune dell'arte, il loro sostegno ai bambini e donne che subiscono violenze domestiche, forma di maltrattamento più radicata e purtroppo non affrontata adeguatamente, a volte sottovalutata. Problema serio di salute pubblica, in quanto incide gravemente sul benessere psico-fisico delle donne mentre i bambini e le bambine che assistono a scene di violenza domestica o che ne sono stati/e vittime in prima persona, hanno problemi di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, di alimentazione o del sonno. Lo spettacolo si suddivide in due parti: la prima vede protagonisti gli artisti emergenti e adolescenti dai tredici ai diciotto anni, che presentano un programma composto dalle esecuzioni al pianoforte, violino e chitarra e che accompagneranno canti lirici e composizioni. Nella seconda parte si esibiranno musicisti etnici. Il 17 marzo inizia ufficialmente anche un progetto biennale anti-violenza, ideato e sostenuto da Irene Castellini. E. M. 16/03/2008 emergenze Guardia medica ASL3 notturno, prefestivi e festivi 010 354022 ospedali Istituto pediatrico Giannina Gaslini ......................................................................010 56361 Ospedale San Martino010 5551 Ospedale Galliera010 56321 Ospedale Evangelico Internaz.010 55221 Ospedale Villa Scassi Sampierdarena...010 41021 Ospedale San Carlo Voltri010 64481 trasporti Amt - informazioni linee e orari 010 5582414 Orario treni 892021 Aeroporto C. Colombo010 60151 Vigili urbani pr. int.010 5570 Soccorso stradale Aci ..............................803116 Viabilità str. Viaggiare informati ................1518 Europe Assistance ..................................803803 Radiotaxi 010 5966 16/03/2008.

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Israele Storia dello Stato dal sogno alla realta' -1881-2007- (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura Israele ha 60 anni Israele Storia dello Stato dal sogno alla realta' (1881-2007) Dialogo con l'autore Claudio Vercelli In questo singolare libro, edito da La Giuntina, Claudio Vercelli ci accompagna, da storico e da narratore, lungo gli intricati eventi sociali, culturali e politici che hanno portato alla nascita dello Stato di Israele, dal consolidamento del pensiero sionista fino ad oggi. L'opera, afferma l'autore, nasce dalla necessità, riscontrata durante la sua attività di ricercatore storico, di ovviare all'incorretta informazione diffusa in Italia riguardo ad Israele, focalizzata sugli aspetti militari e bellici dello Stato all'interno di un conflitto arabo/israeliano non ritratto con imparzialità. Una disinformazione non calcolata ma generata da un “eccesso di notizie”, dal continuo ripetersi di una storia che acquista un carattere epico ma di cui mancano dettagli precisi, sostituiti dai pregiudizi radicati in coloro che raccontano non la realtà ma la visione che hanno di essa. Una visione dove le azioni difensive vengono interpretate come aggressioni, dimenticando come, in un paese dove persista una situazione di conflitto aperto, gli episodi negativi sono inevitabili. Occorre invece, afferma lo scrittore, porre in evidenza che, l'identità palestinese attualmente esaltata non è mai effettivamente esistita: la sua ipotetica presenza si manifesta dopo la fondazione dello Stato di Israle, tentando di consolidarsi solo verso gli anni 60/70 con la nascita dell'OLP. In realtà la definizione dei confini israeliani non ha comportato sottrazione di territorio ad alcuno: il vero problema non è la terra che gli arabi della Palestina mandataria avrebbero “persa”, ma la terra che essi non sono mai stati in grado di trovare, incapaci di condividere le decisioni dell'ONU. Infatti, considerando che il flusso dei profughi arabi è parallelo a quello di profughi ebrei espulsi dai paesi del Medio Oriente, è vero che i primi non hanno avuto a loro disposizione una nazione dove stabilirsi. Ne consegue che, se il desiderio di emancipazione e di realizzazione individuale e collettiva dell'ebraismo europeo si è tradotto nell'ideale sionista dando vita, malgrado le difficoltà, allo Stato di Israele, nel 1947 gli arabi non si dimostrano altrettanto emancipati, e la loro realtà, costituita da grandi famiglie prive di organizzazioni politiche e culturali, è incapace di ammettere la presenza, orientata al progresso, delle comunità ebraiche. Da qui, giungere ai diffusi luoghi comuni secondo i quali Israele costituirebbe il “lieto fine” di un Olocausto spesso negato (ed esaltato dagli stessi negazionisti), una sorta di “risarcimento” avvenuto ai danni di un popolo al quale in realtà nulla è stato sottratto, non è stato difficile. Dimenticando che la Shoah non si lega affatto ad uno Stato che sarebbe comunque sorto, e di una terra che addirittura nel momento della necessità, intorno agli anni 40, diviene quasi irraggiungibile a causa dei limiti migratori e dell'avanzata tedesca. Israele non è la conseguenza dell'Olocausto, ma il risultato di un processo culturale e di un'identità politica che, fin dal primo 900, trova nella propria ebraicità una possibilità di indipendenza e di rinnovamento. La sua costruzione non è semplice: il sionismo, erede del Risorgimento e del socialismo prebolscevico, viene dapprima considerato un'utopia, e spesso guardato con ostilità dalle comunità ebraiche dell'europa occidentale, perfettamente integrate o orientate se mai verso l'America, a differenza dell'Est Europeo, dove la popolazione ebraica è costretta a vivere in stato di emarginazione. Anche lo sviluppo della nazione stessa ha incontrato svariati ostacoli, dovuti soprattutto al continuo confronto con le molteplici culture importate dagli immigrati. Ma, in qualche modo, la sfida è stata vinta e, anche in merito alla multiculturalità acquisita con la diaspora che costituisce l'essenza stessa dell'ebraismo, la realtà israeliana è divenuta una democrazia policroma e sfaccettata, capace di fare di questa eterogeneità il proprio punto di forza. Attualmente, afferma Claudio Vercelli, i progetti di pace di cui si parla oggi non offrono in sè prospettive ottimistiche, ma è necessario proseguire a negoziare, soprattutto trattandosi di interlocutori arabi. Più facilmente, sarà probabile che in futuro sia l'evoluzione a produrre, se non un processo di pace, almeno un compromesso. Considerando problematiche complesse come l'incremento demografico, notevole nei Territori, e le risorse legate al Metiderraneo, è utile confidare in una leadership politica araba che comprenderà l'impossibilità di progredire mantenendo un'immagine militante e guerrigliera destinata a perdere il proprio fascino. Per finire, occorre tener presente come gran parte delle contestazioni rivolte ad Israele, che sia da parte dell'Iran o della popolazione palestinese, o le critiche rivolte ad una sua presunta egemonia militare e politica, nascono in realtà dai disagi e dai problemi interni agli stessi paesi accusatori, che scelgono di addossare ogni colpa all'unica nazione democratica e orientata allo sviluppo presente nell'area mediorientale, senza pensare come invece potrebbe rivelarsi una fonte di reciproci vantaggi. Vercelli, Claudio, Israele – Storia dello Stato dal sogno alla realtà (1881-2007), Editore La Giuntina, euro 18,00, www.giuntina.it Elisa Mino.

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Il network di <supporto globale> in azione dal Canada all'Africa (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-16 num: - pag: 3 categoria: REDAZIONALE I sostenitori della causa tibetana Il network di "supporto globale" in azione dal Canada all'Africa Il Tibet ha un esercito. Un esercito pacifico, ma rumoroso. Un esercito globalizzato, con basi in 50 Paesi del mondo, formato da persone di nazionalità diverse, unite dal desiderio di "salvare" il Tibet. Esistono gruppi pro Tibet in Usa, Canada, Sudamerica, Europa, Asia, persino in Kenya e Israele. Nel 2000, 153 di questi gruppi si sono riuniti in una sorta di federazione, l'International Tibet Support Network. Da Katmandu a Sydney, da New York a Roma, stanno lanciando proteste di solidarietà, sit-in davanti alle ambasciate cinesi. Stanno inviando lettere ai politici e all'Onu e diffondendo informazioni sulle proteste a Lhasa attraverso comunicati o strumenti come World Tibet News, un'agenzia di stampa (gestita dal gruppo di supporto canadese) che ogni giorno traduce in inglese notizie sul Tibet. "Coordiniamo insieme tutte le attività", spiega al telefono da Londra Matt Whitticase, il portavoce di Free Tibet Campaign, uno dei gruppi principali del network, che ha convinto il principe Carlo a boicottare le Olimpiadi. "Non c'è rapporto tra noi e il governo tibetano in esilio, abbiamo solo contatti informali. Le nostre posizioni possono essere più radicali", spiega. Non sempre i gruppi della "federazione" sono d'accordo tra loro: alcuni vogliono che i propri politici non vadano alle Olimpiadi di Pechino, altri come il Dalai Lama non credono nel boicottaggio. "C'è chi chiede l'indipendenza e chi vuole una maggiore autonomia all'interno della Cina. Ma l'importante è che la questione del Tibet sia nota", spiega Whitticase. Molti gruppi sono composti per la maggior parte da non tibetani. Da cosa nasce questo interesse globale per il Tibet? Da diverse motivazioni. "Io sono cresciuto a Hong Kong. Non sono anticinese ma non voglio che questa cultura così preziosa scompaia", dice Whitticase. Razvan Diaconescu, 44 anni, ricercatore di Informatica e fondatore del più piccolo gruppo di supporto (4 membri, in Romania) invece è buddhista: "E apprezzo i valori tibetani di non violenza e onestà". C'è una tradizione di occidentali che combattono al fianco dei tibetani: da Richard Gere ai Beastie Boys già dagli anni '90. In questi giorni, sono tutti in piazza, insieme alle organizzazioni tibetane, anch'esse impegnate a protestare in tutto il mondo. Viviana Mazza Per il Tibet Richard Gere, Yauch (Beastie Boys), Bjork, Smashing Pumpkins, Red Hot Chili Peppers.

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Formigoni rassicura Israele <No a chi vuole distruggervi> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-16 num: - pag: 10 categoria: REDAZIONALE Missione "diplomatica" Formigoni rassicura Israele "No a chi vuole distruggervi" DAL NOSTRO INVIATO GERUSALEMME - Come biglietto da visita ha presentato un attacco al ministro degli Esteri, D'Alema, colpevole di aver sostenuto che se si vuole la pace bisogna trattare anche con Hamas. "Di fronte a questa presa di posizione - dice Roberto Formigoni, presidente della Lombardia e da sempre aspirante proprio al ministero degli Esteri - provo tristezza e malinconia. E' un'idea che non condivido e che credo debba essere corretta molto presto". Traduzione: state tranquilli, se sarò io a guidare la Farnesina, la mia linea politica sarà ben diversa. Un messaggio a Israele, ma anche agli Stati Uniti. L'uno e gli altri non gli perdonano gli incontri con Saddam Hussein, l'amicizia con Tareq Aziz, la dichiarata contrarietà alle due guerre contro l'Iraq, il coinvolgimento dei suoi "soci di vacanza" (con i quali ha in comproprietà una barca) nell'inchiesta "Oil for food". In una Gerusalemme paralizzata dallo Shabbat, Formigoni si è presentato dichiarando che "chi vuole distruggere Israele è anche nemico nostro. Chi vuole distruggere Israele, infatti, vuole distruggere anche una parte di noi". Per rafforzare questa sua immagine rassicurante il governatore lombardo avrebbe voluto farsi accompagnare da un "garante" d'eccezione: Umberto Bossi, il quale con Israele ha rapporti eccellenti. Ma il leader della Lega ha preferito restare a far campagna in Italia. Con Formigoni ci sono invece il medico personale e amico fraterno di Bossi, Luciano Bresciani, voluto dalla Lega alla guida dell'importantissimo assessorato alla Sanità, e tre sottosegretari alla presidenza: Robi Ronza, Adriano De Maio e Claudio Morpurgo, ex presidente delle Comunità ebraiche in Italia, da poco chiamato in Regione dal governatore. Una missione "su misura", dunque? No, perché era stata decisa e annunciata nel novembre scorso, cioè ben prima della crisi di governo, ma di sicuro una fortunatissima coincidenza che Formigoni ha deciso di cavalcare con decisione. Per di più gli argomenti non gli mancano: in dicembre, all'indomani dei colloqui di Annapolis, la Lombardia aveva ospitato l'incontro fra i ministri della Sanità israeliano e palestinese. Insomma, Formigoni dice no ad Hamas e sì ad Abu Mazen perché, spiega, "credo nei diritti del popolo palestinese e nella necessaria nascita di uno Stato palestinese. Merita sostegno il governo moderato di Ramallah anche nel suo sforzo di creare uno Stato che dovrà essere democratico, dovrà riconoscere gli altri Stati, dovrà tutelare le identità e in particolare l'identità cristiana". Claudio Schirinzi Formigoni con padre Pizzaballa.

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<E' ora di trattare anche con Al Qaeda> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-16 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE Il caso Jonathan Powell si rifà all'esperienza dei negoziati segreti con l'Ira. E suscita polemiche "E' ora di trattare anche con Al Qaeda" L'ex capo di gabinetto di Blair: occorre una soluzione politica DAL NOSTRO CORRISPONDENTE LONDRA - Si può parlare con il diavolo? Secondo Jonathan Powell, capo dello staff di Tony Blair dal 1995 al 2007, sì. Anche se la forza diabolica è Al Qaeda. "è molto difficile per un governo democratico aprire un dialogo con un movimento terrorista che fa strage dei suoi cittadini, ma se fossi a Downing Street adesso, vorrei parlare con Hamas, vorrei comunicare con i talebani e vorrei trovare un canale anche con Al Qaeda", ha detto ieri al Guardian l'ex consigliere, che ora fa il banchiere per Morgan Stanley. Powell ragiona da esperto sul campo: è stato il regista degli accordi di pace in Irlanda del Nord, conclusi il Venerdì Santo del 1998, dopo trent'anni di guerra civile, migliaia di morti e centinaia di attentati. Lo chiamavano "gli occhi, le orecchie e la voce di Blair a Belfast". E oggi sostiene che se negli anni Settanta, i più duri dello scontro con l'Ira, non fosse stato creato un canale segreto tra i terroristi nordirlandesi e Londra il risultato del 1998 non sarebbe stato ottenuto. "Certo, al momento non c'è niente da dire ad Al Qaeda e loro non hanno niente di cui parlare con noi, ma prima o poi si dovrà trovare una soluzione politica oltre a una di sicurezza. E questo significa che serve la capacità di discutere". Powell ha fatto le sue confidenze ora in primo luogo perché non ha più responsabilità pubbliche e poi anche perché sta uscendo il suo libro di memorie sul negoziato a Belfast (quindi un po' di polemica e di pubblicità non gli dispiacciono). Un portavoce del Foreign Office ha affermato che "è inconcepibile per il governo cercare di raggiungere un accomodamento con Al Qaeda". Ma il sottosegretario agli Esteri Mark Malloch-Brown aveva fatto scandalo alcuni mesi fa suggerendo che la Gran Bretagna dovrebbe discutere con Hamas e Hezbollah. Ed è vero che in Parlamento il primo ministro Gordon Brown ha escluso negoziati con i talebani, ma ha anche detto che avrebbe appoggiato i tentativi di riconciliazione del presidente afghano Karzai. Oltretutto, un conto è quello che si dice in pubblico, un altro quello che si ordina di fare ai servizi segreti: nella provincia di Helmand, mentre le forze britanniche combattono, gli agenti dell'MI6 tessono contatti, tanto che il governatore installato nella città di Musa Qala è un ex comandante talebano. In questa riedizione del Grande Gioco imperiale a dicembre Karzai ha ordinato l'espulsione di due alti funzionari di Onu e Unione Europea accusati di dialogare con i talebani: uno dei due era britannico, l'altro irlandese. In passato ha perso il posto di consigliere europeo anche Alastair Crooke, ex ufficiale del-l'MI6 che aveva trattato con Hamas nei territori occupati. Ora sull'idea di Powell dice: "Si cerca di tenere un canale aperto con i terroristi anche se le loro pretese sono inaccettabili, perché altrimenti non saprai mai se ci sono le basi per una soluzione ". Il problema di fondo, però, sostengono diversi analisti, è che gruppi come Hamas in Palestina e i talebani in Afghanistan hanno un legame con un territorio. Al Qaeda ha solo sogni politici da "terroristi irriducibili". Oggi Tony Blair è in Medio Oriente. Secondo la storia che circola a Londra Jonathan Powell non lo ha seguito nella nuova missione perché sua moglie Sarah, giornalista, gli ha intimato: "Non andrai a lavorare per quel criminale di guerra". Guido Santevecchi Insieme Tony Blair con il suo ex capo di gabinetto Jonathan Powell.

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ROMA - Sulle missioni militari all'estero il Pdl ha messo in campo una grande dose di pro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di PAOLA OREFICE ROMA - "Sulle missioni militari all'estero il Pdl ha messo in campo una grande dose di provincialismo e sprovvedutezza. C'è da preoccuparsi. Sono dei dilettanti allo sbaraglio". Picchia duro Pier Ferdinando Casini rilevando le contraddizioni in seno al Popolo delle Libertà soprattutto sulla missione in Libano dopo che l'ex ministro della Difesa del governo di Silvio Berlusconi, Antonio Martino, aveva parlato della necessità del ritiro del nostro contingente dal territorio di confine tra Israele e Libano. Quindi il candidato premier dell'Unione di centro ricorda, "noi abbiamo sempre sostenuto i nostri militari e lo abbiamo dimostrato anche in passato quando abbiamo deciso che non potevamo abbandonarli solo per far cadere il governo Prodi, evitando così un atto irresponsabile". Insomma, rileva Casini, "Berlusconi, Fini e Martino in poche ore hanno espresso tre posizioni diverse". Tanto è vero che se Berlusconi assicura che non c'è "nessuna intenzione di ritirare gli uomini dal Libano e di riaprire il caso Iraq. Le regole di ingaggio saranno da cambiare con il buonsenso, l'attenzione e l'umiltà". Martino insiste "la nostra presenza in Libano è scarsamente giustificata". E' preoccupato il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema: "La politica estera rischia di entrare in campagna elettorale in un modo sbagliato". E, dice, "spero che le affermazioni incaute e propagandistiche dei giorni scorsi finiscano perchè si mette a rischio, davvero, la credibilità dell'Italia". Nota il vicepremier che "un grande Paese non può dare la sensazione di cambiare politica estera ad ogni campagna elettorale. Se ci sono degli impegni che il nostro Paese ha assunto devono essere rispettati da ogni governo". Incalza il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini: "Sulla politica estera il centrodestra si presenta con le stesse contraddizioni e le stesse litigiosità". Sostiene Nello Formisano dell'Italia dei valori: "Nei rapporti internazionali le missioni su mandato Nato e Onu rappresentano un valore per il nostro Paese". Spiega Cesare Salvi della Sinistra Arcobaleno: "Mantenere la nostra missione in Libano è importante perchè divide un confine delicatissimo". Intanto Casini che sta ad Agrigento parla anche del Mezzogiorno, una delle priorità della politica dell'Unione di centro. Ed è forte il timore che la Lega possa orientare la politica del Pdl. "Il destino del nostro Paese non possiamo lasciarlo in mano alla Lega - dice il leader dell'Udc -. Se vince il Pdl la "golden share" della vittoria sarà proprio del partito di Bossi".

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Morire alla frontiera di una 'nuova vita' (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 16-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Rapporto di Fortress Europe sulle uccisioni ai confini con Europa e Israele Morire alla frontiera di una "nuova vita" Dall'Egitto alla Turchia, dalla Grecia alla Libia: 182 le vittime delle polizie di frontiera Lo scorso 25 febbraio una donna eritrea è stata uccisa dalla polizia di frontiera egiziana mentre, con altri dieci connazionali tentava di entrare illegalmente in Israele, scavalcando una rete di filo spinato. Purtroppo, però, questo non è un episodio accidentale e isolato, come viene evidenziato dal rapporto di febbraio della Fortress Europe. La giovane donna uccisa è la sesta persona a morire dall'inizio dell'anno, tra cui un ragazzo di 22 anni e una ragazza di 18. La polizia, dopo aver sparato in aria, ha puntato direttamente sui fuggiaschi per impedire loro di entrare in Israele. Secondo i funzionari delle Nazioni Unite in Israele, sarebbero più di settemila i migranti entrati illegalmente in Israele lungo il confine con la penisola del Sinai, divenuta ormai punto focale e infuocato di tale migrazione. Coloro che tentano la fuga sono soprattutto di origine eritrea, sudanesi provenienti dal martoriato Darfur, e ivoriani. Ed è proprio nel Sinai che i Beduini organizzano traffici di droga, armi, tabacco e persone attraverso il confine con Israele o la Striscia di Gaza. L'episodio più grave risale al dicembre del 2005, quando 4000 agenti in tenuta antisommossa cercarono di far sgombrare 3.500 sudanesi disarmati che da tre mesi erano accampati nel parco “Mustafa Mahmoud” del quartiere residenziale di Mohandessin, al Cairo a poche centinaia di metri dagli uffici dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiedendo di poter essere trasferiti in Paese sicuro. La reazione della polizia, che sparò sulla folla, costò la vita a 25 persone, tra cui donne e due bambini. Ora, Israele, vorrebbe paradossalmente deportare un gran numero di persone in Egitto, in quanto i campi di detenzione nel Sud del Paese sono ormai sovraffollati. L'organizzazione umanitaria Amnesty International ha accusato l'Egitto di usare “eccessiva forza” contro i migranti illegali che cercano di entrare in Israele, chiedendo alle autorità l'apertura di un'indagine per l'uccisione delle sei persone nel 2008. Tuttavia la pratica si ritrova anche altrove. Diversa frontiera e diverse forze armate, ma spesso un unico tragico destino per chi tenta di raggiungere quel disperato sogno di una vita migliore, di un lavoro o di un posto tranquillo dove poter vivere senza subire il dramma della guerra, della pulizia etnica o dei pregiudizi. Secondo i dati del rapporto, le vittime della polizia di frontiera sono almeno 182, in Turchia, Grecia, Francia, Germania, Belgio, Cipro, Spagna, Slovacchia, Slovenia, Austria, Svizzera, Marocco, Libia, Egitto ed Ex Jugoslavia. Solo a Ceuta e Melilla, enclave spagnole in Marocco, sono state uccise 35 persone dalla Guardia Civil e dalla polizia marocchina, o ferite scavalcando le recinzioni filo spinato del confine. Sempre secondo le informazioni contenute nel rapporto, nel 2005 in Gambia, cinquanta emigranti furono arrestati mentre tentavano di imbarcarsi per le Canarie e in seguito fucilati con l'accusa infondata di aver tentato un colpo di stato contro il presidente Yahaya Jammeh. A Parigi tra il 2002 e il 2003 la polizia francese ha ucciso due uomini che si rifiutavano di imbarcarsi sull'aereo per la loro espulsione. Lo stesso è successo in altre 6 occasioni in Germania, Belgio, Svizzera, Spagna e Austria. Le forze armate turche hanno invece ucciso 28 persone al confine con Iraq e Iran. Duecento perone eritree sono stati rimpatriate a metà febbraio verso l'Eritrea dal sud della Libia, mentre da ormai due anni, 600 esuli eritrei sono detenuti, in attesa di espulsione. Oltre ai molti i morti uccisi dalla polizia di frontiera, ma non bisogna dimenticare, come emerge dal rapporto, che vi sono altre centinaia di vittime indirette delle politiche della “Fortezza Europa”: “suicidi nei centri di detenzione, morti accidentali durante fughe dalla polizia per evitare l'arresto e il rimpatrio, decessi per mancato soccorso durante la reclusione”. Il tutto per difendere dei confini arbitrariamente designati senza preoccuparsi di prevenire e affrontare, come comunità internazionale, quelle drammatiche problematiche che sono alla base di tali ondate migratorie. O senza sviluppare politiche efficaci atte all'inserimento e all'integrazione serena e produttiva dei migranti nel paese di destinazione. Viviana Carlessi.

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