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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


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Report "Israele/Palestina"

La doppia verità su Hamas ( da "EUROPA.it" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: influente ministro israeliano Ami Ayalon, che ha affermato, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz il 4 marzo scorso, durante incontri a porte chiuse con Olmert, Barak e Tzipi Livni, che "se Israele sta parlando con Hamas sul rilascio di Gilad Shalit, allora perché non dovremmo parlare del cessate il fuoco?

Al via l'Unione per il Mediterraneo, tra dubbi e resistenze ( da "EUROPA.it" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: in mezzo i paesi arabi, perché non cooperare su ciò che è possibile?" ha affermato il presidente israeliano, secondo il quale "tutto il governo di Israele è d'accordo". Ma ha precisato: i progetti devono essere concreti e ha ricordato che "l'Europa ha cominciato a costruirsi con il carbone e l'acciaio".

Il sacri cio di Faraj Rahho ( da "EUROPA.it" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: E in Israele, dove nell'avamposto democratico che esso rappresenta è ancora aperta, dopo 14 anni, la discussione della parte applicativa dell'approdo israelo-vaticano sulla presenza e le attività delle comunità cattoliche residente sul territorio dello stato d'Israele.

BERLINO - IL GOVERNO tedesco sta organizzando a Berlino per giugno una conferenza sul ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: IL GOVERNO tedesco sta organizzando a Berlino per giugno una conferenza sul Medio Oriente alla quale dovrebbero partecipare tutti gli stati dell'Ue, numerosi stati arabi, Usa, Russia, oltre a Israele ed i palestinesi. La conferenza è volta a "preparare i palestinesi ad assumersi la responsabilità del proprio Stato". - -->.

Bombe israeliane su Striscia di Gaza ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Un portavoce militare israeliano ha confermato da Tel Aviv che l'aviazione ha "effettuato un raid contro la Striscia di Gaza". La televisione pubblica israeliana ha detto che per la prima volta un elicottero d'assalto israeliano è stato colpito da spari palestinesi mentre era impegnato in una missione di routine sulla Striscia di Gaza.

Il partito del fucile ( da "Unita, L'" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: E già che c'erano hanno annunciato - gli pseudo amici di Israele - che appena torneranno al governo smobiliteranno i nostri soldati in Libano, oggi garanti della sicurezza nel Sud Libano e per gli abitanti israeliani dell'Alta Galilea. .segue a pagina 3.

Beirut preoccupata chiama l'ambasciatore Il presidente del Parlamento Berri: pericolose le parole dell'ex ministro ( da "Unita, L'" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e il movimento sciita libanese Hezbollah". E in questo senso, ha proseguito, la forza Onu in Libano "svolge ogni giorno la sua attività in base a quanto previsto dalla 1701". Ma tra la preoccupazione manifestata da Berri e il "no comment" del portavoce dell'Unifil, le dichiarazioni di Martino sono state accompagnate ieri in Libano anche da un incidente in cui è incorsa l'

La Destra vuole rimettere l'Italia in trincea ( da "Unita, L'" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Gianfranco Fini fa vanto della sua granitica amicizia con Israele. Altrettanto Martino. Chiacchiere. Perché chi è davvero amico di Israele non dimentica ciò che sia il capo dello Stato israeliano, Shimon Peres, il primo ministro di Israele, Ehud Olmert, la ministra degli Esteri, Tzipi Livni, hanno più volte ripetuto in sedi ufficiali, e dunque documentabili: grazie Italia per l'

Il Premier: gravissimo e drammatico annuncio Tutti conoscono le ragioni dell'intervento in Libano indispensabile per quel paese come per Israele ( da "Unita, L'" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del Il Premier: gravissimo e drammatico annuncio Tutti conoscono le ragioni dell'intervento in Libano indispensabile per quel paese come per Israele.

Martino: "via le truppe dal libano" è bufera sulla politica estera del pdl - vincenzo nigro ( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: daremo più libertà di sparare ai soldati italiani schierati tra Israele e gli Hezbollah. Il problema è che le regole d'ingaggio e tutti i dettagli della missione Unifil sono decisi dalle Nazioni Unite e dagli altri paesi che partecipano all'operazione guidata dall'Italia. Da sola l'Italia non può cambiare nulla in Unifil come ha ricordato il ministro della Difesa Arturo Parisi.

Washington vuole gli italiani a beirut "ma non entriamo nella campagna elettorale" - mario calabresi ( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: degli scontri al confine con Israele e permetteva alle forze americane di non doversi dislocare anche in prossimità della Siria. Al Dipartimento di Stato non hanno mai negato che il feeling tra l'Amministrazione Bush e il governo Berlusconi era superiore a quello che c'è stato con Romano Prodi, ma ogni volta che elencano i risultati positivi della politica estera del professore,

Caro Walter, fai chiarezza almeno su tre punti ( da "Tempo, Il" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: da antifascista e da cattolico io sono per lo Stato d'Israele e per gli ebrei. "i nostri fratelli maggiori" . Tu concordi o no con linea sostenuta dall'Unità, secondo la quale Aldo Moro sarebbe stato ucciso da Br, strumento della Cia, per volontà di Kissinger e Schmidt, con la partecipazione dei "servizi segreti deviati" del contro-stato della borghesia italiana,

Berlusconi: resteremo a Beirut ma con nuove regole d'ingaggio ( da "Giornale.it, Il" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Le reazioni del centrodestra al suo auspicio che Israele dialoghi con i fondamentalisti islamici palestinesi sono state "del tutto sconnesse e strumentali". Mentre l'auspicio di Martino sul Libano "è ridicolo". E il riferimento dell'esponente del Pdl a rinunciare ai militari in Libano per mandarli in Irak "Posizioni personali", aveva commentato Berlusconi,

<Ecco perché dico: via i soldati dal Libano> ( da "Giornale.it, Il" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: essere presa dopo contatti con le parti in causa, Israele compresa; e dopo un'attenta valutazione della situazione effettuata dai militari. Eppoi, non dimentichiamo che quella è una missione Onu; e dev'essere il sistema delle Nazioni Unite a decidere". L'Italia, a dir la verità, partecipava anche ad un'altra missione Onu, quella in Irak.

Neopòlis o nablus ma ovunque nel mondo - lucilla fuiano ( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Nablus in Palestina e Kagoshima in Giappone. Baku, con la sua forma a testa di aquila, è città gemellata con Napoli dall'inizio degli anni Settanta. Nablus, occupata dagli Israeliani, si configura come una tipica cittadina araba, molto animata, con un incantevole centro storico, la splendida Moschea An-Nasir e un antico bagno turco ove sorseggiare un ottimo caffè nero.

Merkel e blair insieme per il medio oriente a giugno una conferenza di pace a berlino ( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: oltre a Israele e Palestina, i 27 Paesi dell'Ue, Stati arabi quali Egitto, Giordania, Marocco ed Emirati Arabi, il 'Quartetto formato da Usa, Russia, Onu e Ue. Organizzatore del vertice, con la Cancelliera e l'incaricato dell'Ue per il Medio Oriente, Tony Blair, è il ministero degli Esteri tedesco.

Da oz a grossman le parole d'israele - anais ginori parigi ( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: R2 Il caso Da Oz a Grossman le parole d'Israele ANAIS GINORI PARIGI dal nostro inviato Al salone del libro sono arrivati Yehoshua, Grossman e Oz, i tre grandi della letteratura israeliana. Il Salone del libro di Parigi si è aperto, e dopo le "fatwe" dei governi arabi o i timori per la sicurezza, si può finalmente cominciare a discutere.

Ho camminato al di qua e al di là del Muro ( da "Manifesto, Il" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ma che è al centro del conflitto israelo-palestinese? Devo dire che quando ho visitato Gerusalemme, nei momenti di pausa dal lavoro, non mi hanno colpito tanto la moschea (di al-Aqsa, ndr), il Santo Sepolcro e il Muro del Pianto ma invece il muro (costruito da Israele intorno alla zona araba della città, ndr).

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-15 num: - pag: 9 Il "tecnico"... ( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: L'unico tema finora sollevato dal Pd sono le parole di D'Alema su Hamas? "Escludo che D'Alema consideri possibile e realistica la partecipazione di Hamas a negoziati di pace con Israele di cui il gruppo estremista palestinese predica la distruzione". Gianna Fregonara.

Le due linee dei democratici su Hamas ( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Veltroni ha affidato il delicato compito di chiarire la linea del Pd: Hamas può e deve essere un interlocutore, ma solo se riconosce Israele e rinuncia al terrorismo. Parole condivise da quanti - Rutelli, Vernetti e molti veltroniani - ritengono Israele l'unica democrazia del Medioriente. Ma il Fassino che ha messo i puntini sulle "i" non ha mancato di innervosire D'Alema.

<Abbiamo pochi mesi di tempo Inventiamo nuovi boicottaggi> ( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: La ribellione come in Palestina ha dato solo morte e distruzione". è così pacifista che ritiene che pure boicottare i Giochi sarebbe un atto troppo duro. Ma vorrebbe iniziative più concrete dei politici: "Dovrebbero fare pressione sulla Cina per i diritti civili, non pensare solo al tornaconto economico".

Il caso ( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 51 categoria: BREVI Il caso L'ospite Il Salon du Livre di Parigi, inaugurato giovedì dal presidente israeliano Peres, come la Fiera del libro di Torino dall'8 al 12 maggio, celebra Israele come Paese ospite. La concomitanza con i 60 anni di fondazione dello Stato ebraico ha provocato il boicottaggio di alcuni Paesi arabi.

<Il boicottaggio punisce gli arabi> ( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele. Boicottaggio dichiarato e attuato da parte di scrittori e Paesi arabi; voci di censura (o meglio, appello al politicamente corretto) da parte delle autorità israeliane, secondo quanto riferisce il quotidiano Haaretz. Ma la cultura ha una forza intrinseca, che trapassa muri e diplomazia, e la parola degli scrittori diventa un grido di libertà,

QUESTIONE PALESTINESE: GUERRA DELLE PERCEZIONI ( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: distrattamente che il governo Olmert ha permesso la costruzione di altre 750 abitazioni a Gerusalemme Est e pensiamo che Israele, dopo tutto, abbia diritto alla sua terra. Gli arabi leggono la stessa notizia e constatano che il governo israeliano, nonostante i molti impegni assunti negli scorsi anni, non ha mai rinunciato a estendere la rete dei suoi insediamenti nei territori palestinesi.

Ieri i colloqui a Gerusalemme ( da "Liberazione" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il primo ministro palestinese Salam Fayyad ha esortato Israele ad un vero congelamento degli insediamenti. "Israele sta minando la possibilità di una soluzione con due stati - ha detto Fayyad - un congelamento dell'attività negli insediamenti è cruciale per preservare la possibilità di uno Stato palestinese".

MISSIONE IN LIBANO, è SCONTRO TRA I POLI ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 15-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: importanza di questa missione anche per la sicurezza di Israele". Martino viene bollato dal Professore come un irresponsabile e poco adatto ad una futura carica di ministro: "Credo - spiega il premier al termine del vertice europeo - che dopo queste affermazioni non farà parte dell'esecutivo, almeno la logica vorrebbe così".


Articoli

La doppia verità su Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

JANIKI CINGOLI "Chi ci invita a negoziare con Hamas ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara", tuona l'ambasciatore israeliano Meir in risposta alle affermazioni del nostro ministro degli esteri, D'Alema, che in una intervista a Sky aveva sostenuto: "Hamas controlla un pezzo importantissimo del territorio palestinese. Se si vuole la pace bisogna coinvolgerli ". Forse sarebbe meglio che Meir, e con lui il sottosegretario Vernetti, rivolgessero le loro critiche all'influente ministro israeliano Ami Ayalon, che ha affermato, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz il 4 marzo scorso, durante incontri a porte chiuse con Olmert, Barak e Tzipi Livni, che "se Israele sta parlando con Hamas sul rilascio di Gilad Shalit, allora perché non dovremmo parlare del cessate il fuoco?". Egli ha altresì espresso l'opinione che Israele dovrebbe raggiungere un nuovo accordo riguardo i passaggi alla frontiera di Gaza, insieme all'Egitto e alla comunità internazionale. D'altronde, la stampa israeliana in questi giorni è piena delle indiscrezioni sulla tregua temporanea (lul) negoziata tra Hamas e lo stato ebraico, grazie alla intermediazione del capo della intelligence egiziana, Omar Suleiman. In cambio del blocco dei lanci dei razzi Qassam e dei missili Grad sulle città al confine con Gaza, Israele sospenderebbe le incursioni sulla Striscia e la caccia agli esponenti delle milizie islamiche. Hamas, attraverso i suoi leader più autorevoli, Meshal e Hanyieh, ha ribadito la richiesta che la tregua non si limiti a Gaza, ma si estenda anche alla Cisgiordania, dove i capi dei gruppi islamici sono sottoposti alla crescente pressione, spesso combinata, di Israele e degli uomini dell'Anp, e che essa si accompagni alla fine del blocco israeliano su Gaza. Di fatto, alla fine della scorsa settimana il numero dei razzi lanciati e delle incursioni israeliane si era drasticamente ridotto, fino alla fiammata di questi ultimi giorni, che ha visto una ripresa accentuata, forse provocata dal tentativo di marcare con il sangue degli altri l'ultimo punto a favore, prima del varo della tregua, come era avvenuto alla fine della guerra in Libano. Il negoziato di fatto tra Israele e Hamas si svolge in parallelo a quello ufficiale tra Israele e l'Anp sul Final Status, e in qualche modo lo intralcia. Abu Mazen si sente scavalcato, e una sua recente proposta di farsi mediatore della tregua con la formazione islamica è stata fatta cadere dalle parti in causa, che hanno continuato a rivolgersi al ben più credibile mediatore egiziano, al quale negli ultimi giorni pare essersi aggiunta la stessa Condoleezza Rice, che a Gerusalemme si è fatta latrice delle ultime proposte provenienti dal Cairo. In parallelo, si sviluppa la trattativa sulla riapertura del valico di Rafah, verso l'Egitto, cui partecipano gli uomini di Abu Mazen, quelli di Hamas, gli egiziani e l'Unione Europea, che prima del colpo di Hamas presidiava la frontiera. Gli accordi che si vanno profilando prevedono la presenza alla frontiera di soldati della Anp (che quindi rientrerebbe per la prima volta a Gaza dopo il colpo), mentre gli uomini di Hamas presidierebbero la situazione nelle immediate vicinanze. Lo scambio di prigionieri che potrebbe portare alla liberazione di Shalit coronerebbe tutto questo processo. Anche su questo punto, la discussione è assai avanzata, anche sul numero dei prigionieri palestinesi e sulle modalità della loro liberazione ci sarebbe accordo, come già su una parte dei nomi (tra cui sarebbe incluso il leader palestinese Marwan Barghouti), ora si sta discutendo sui nomi restanti. Se questa è la situazione, non si capiscono tutte queste grida che si levano a comando, e tutte queste vestali che periodicamente si stracciano le vesti. La realtà è che il negoziato tra Israele e l'Anp sul Final Status non si svolge e non si può svolgere in una campana di vetro, senza tener conto delle concrete situazioni sul terreno, da una parte e dall'altra. Nessuno propone di aprire un negoziato ufficiale con Hamas, che peraltro non l'accetterebbe, ma di prendere atto che l'organizzazione islamica costituisce oramai una realtà imprescindibile, da "coinvolgere", come propone D'Alema, nel processo stesso, favorendo una ricomposizione interna palestinese e un ritorno agli Accordi della Mecca e ad un nuovo governo di unità nazionale. Tre stati per due popoli non sembrano una soluzione ragionevole e praticabile.

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Al via l'Unione per il Mediterraneo, tra dubbi e resistenze (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

UE   UN COMPROMESSO TRA BERLINO E PARIGI ALTERA L'IDEA ORIGINARIA DEL PROGETTO CALDEGGIATO DA SARKOZY Al via l'Unione per il Mediterraneo, tra dubbi e resistenze ANNA MARIA POLI Parigi Avrebbe dovuto essere il grande progetto della presidenza francese del Consiglio europeo, nella seconda metà di quest'anno. Ma l'idea di costruire un'Unione mediterranea, non solo da quando è stata evocata da Nicolas Sarkozy in campagna elettorale nel 2007 ha già cambiato nome ? ed è diventata ora Unione per il Mediterraneo ? ma si è via via ridotta a poca cosa. Al punto che molti diplomatici a Bruxelles fanno finta di non capire la differenza tra questa nuova struttura, peraltro ancora molto vaga, e il più tradizionale processo di Barcellona, che vivacchia, più male che bene, dal '96. "Lo slittamento semantico non è neutro" ha precisato, con una certa perfidia, il sotto-segretario francese agli affari europei, Jean- Pierre Jouyet, ex collaboratore di Delors, che non condivide per nulla l'entusiasmo di Sarkozy verso questa idea uscita dalla fertile mente del guru dell'Eliseo Henri Guéno. La vaghezza dei contorni dell'Unione per il Mediterraneo ha permesso così a Sarkozy di fare marcia indietro, in seguito alle forti perplessità della Germania: ora, il presidente francese parla di volere dare "un nuovo slancio" al processo di Barcellona, attraverso l'Unione per il Mediterraneo. Sul tavolo del Consiglio dei ministri che si è aperto ieri a Bruxelles, accanto al "pacchetto clima", alla discussione sui temi economici e la questione del mercato interno di gas e elettricità, ci sono anche due striminzite paginette con la proposta dell'Unione per il Mediterraneo, che la Francia ha inviato ai partner europei. La versione attuale del progetto è il frutto di un compromesso tra Parigi e Berlino. Il 3 marzo scorso, dopo mesi di tensioni su questo tema, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno discusso dell'Unione per il Mediterraneo a Hannover. Poi, ci è voluta ancora una settimana di lavoro delle due diplomazie per arrivare alle due pagine di proposte da sottomettere ai 27. L'Eliseo spera ora di ottenere il via libera dal Consiglio europeo per costituire una "zona di cooperazione privilegata " tra i paesi che s'affacciano sul Mediterraneo. Ma non è più questione di un'intesa limitata solo ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come avrebbe voluto in un primo tempo Sarkozy. A questa iniziativa dovranno partecipare tutti i 27 paesi dell'Unione europea, per stabilire una maggiore cooperazione con i 12 dell'altra sponda del Mediterraneo (Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Autorità palestinese, Giordania, Turchia, Libano e Siria). Anche la cerimonia di lancio dell'iniziativa, prevista per il 13 luglio prossimo a Parigi, è stata rivista al ribasso: Angela Merkel ha fatto planare fino all'ultimo il dubbio sulla sua partecipazione, mentre è ormai fuori questione che vengano invitati alla cerimonia di apertura solo i paesi che si affacciano sul Mediteraneo. Il 13 e il 14 ci saranno, da parte Ue, tutti i 27 o nessuno. La formula di compromesso raggiunta da Francia e Germania prevede una co-presidenza dell'Unione per il Mediterraneo tra uno stato membro della Ue e uno del sud. Sarkozy è riuscito a strappare l'idea che, almeno per un primo tempo, la presidenza da parte della Ue andrà a un paese che si affaccia sul Mediterraneo. Ma la Germania ha imposto un segretariato (di una ventina di persone) fatto a 50-50 tra paesi del sud e del nord, ivi compresi quelli che non si affacciano sul Mediterraneo. Questo segretariato avrà alla testa due co-direttori (l'europeo sarà nominato dalla Commissione). Un vertice dell'Unione per il Mediterraneo verrà organizzato ogni due anni, cioè esattamente come succede per il processo di Barcellona. Secondo il portavoce del governo tedesco, Ulrich Wilhelm, "il punto essenziale è che la politica mediterranea della Ue verrà rilanciata. Per raggiungere questo scopo, il processo di Barcellona verrà perfezionato in seno all'Unione per il Mediterraneo. La totalità dei 27 paesi membri della Ue vi parteciperanno su un piano di uguaglianza". In altri termini, i tedeschi stanno organizzando un funerale di gran classe all'idea di Sarkozy. Molti altri stati dell'Unione europea sono del resto estremamente reticenti. Non si tratta solo dei paesi del nord dell'Europa, che non vogliono aprire altre linee di spesa (la Ue ha stanziato circa 20 miliardi di euro tra il '96 e il 2005 per il processo di Barcellona). La Gran Bretagna, per esempio, favorevole all'entrata della Turchia nella Ue, teme che l'Unione per il Mediteraneo sia una manovra di Sarkozy, contrario all'allargamento ad Ankara, per aggirare questo problema. Ma anche la Spagna e l'Italia, che dovrebbero invece essere tra i paesi maggiormente interessati, hanno mostrato delle reticenze. Italia e Spagna sono ora più dubbiose di quando avevano firmato, assieme alla Francia il cosiddetto "appello di Roma", il 20 dicembre 2007, dove veniva annunciata la riunione di Parigi del 13 luglio, con i soli paesi "mediterranei" a cui si sarebbero aggiunti, il 14, gli altri capi di stato e di governo della Ue. "Questo progetto non esclude nessuno" ha dovuto precisare Sarkozy, dopo l'incontro con Merkel. Alla vigilia del Consiglio europeo, l'Austria ha preso la testa dei reticenti: "Aspetto di ascoltare degli argomenti convincenti da parte del presidente francese per sapere perché abbiamo bisogno di fare qualche cosa di completamente nuovo e differente", ha affermato la ministra degli esteri austriaca, Ursula Plassnik. Per il momento, Sarkozy ha trovato un solo entusiasta: Shimon Peres, in vista ufficiale in Francia fino a venerdì, si è detto "al 100%" a favore del progetto. "I paesi europei al nord, i paesi maghrebini al sud, in mezzo i paesi arabi, perché non cooperare su ciò che è possibile?" ha affermato il presidente israeliano, secondo il quale "tutto il governo di Israele è d'accordo". Ma ha precisato: i progetti devono essere concreti e ha ricordato che "l'Europa ha cominciato a costruirsi con il carbone e l'acciaio".

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Il sacri cio di Faraj Rahho (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA.it" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'uccisione in Iraq del vescovo caldeo Il sacri cio di Faraj Rahho VLADIMIR C'era una volta l'Oriente. Era una terra dove, a lungo, l'intero arcobaleno delle fedi religiose era riuscito, con molte luci e molte ombre, a coltivare anche un sogno di unità politica e sociale. Dagli inizi del secolo scorso, negli anni della decolonizzazione dai turchi e successivamente dagli imperi anglosassoni, gli arabi di ogni fede religiosa avevano tracciato anche le linee di un modello di convivenza sociale che aveva trovato, a partire dagli anni Quaranta nel Libano post indipendenza, anche un paradigma per la coesistenza politica. Musulmani e cristiani hanno partecipato attivamente alla lotta di liberazione dei loro paesi e hanno militato in partiti fondati anche sul pensiero politico di intellettuali cristiani e musulmani. E una traccia di questo ormai lontano sogno lo si è avuto anche in questi giorni. Parlo dei due appelli lanciati da Benedetto XVI a favore della liberazione del presule iracheno a cui si erano uniti numerosi leader musulmani, sunniti e sciiti, in Iraq, Libano e Giordania, tutti concordi nel dichiarare il rapimento del vescovo, e l'uccisione di tre suoi collaboratori, azioni "contrarie all'islam". La morte dell'arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Faraj Rahho, rapito il 29 febbraio scorso dopo la Via Crucis celebrata nella chiesa del Santo Spirito e ritrovato cadavere ieri segna, con molta probabilità, la fine definitiva del panarabismo contemporaneo. Non per nulla, l'undicesimo vertice dell' Organizzazione della Conferenza Islamica, la massima assise mondiale dei paesi musulmani, conclusasi ieri a Dakar, ha raccolto i rappresentanti di soli 37 paesi sui 57 aderenti. Non sono buone notizie: l'ormai traballante sistema mondiale di accesso e di partecipazione alle risorse petrolifere si è a lungo basato proprio sul patto di ferro che il sistema economico anglosassone aveva saputo stipulare con i paesi, e i regimi, nati dal panarabismo del secolo scorso. Cercare le radici del disastro mediorientale attuale, e quindi della lunga scia di sangue che continua ad arrossare l'orizzonte di paesi che avevano tutti i numeri per vivere le loro potenzialità sociali con dinamismo politico che avrebbero liberamente scelto, è un esercizio che rischia di diventare molto lungo. Nel groviglio di errori e di interessi che hanno gettato nel baratro un'intera regione dello scacchiere mondiale, l'errore di coloro che hanno distrutto, e continuano a destabilizzare, il Libano multiconfessionale è pari a quelli commessi da chi aveva convinto il mondo che nell'Iraq si tramava contro il mondo costruendo "armi sporche" (fatto smentito nei mesi scorsi dalla Cia) e che Saddam Hussein era il grande protettore di al Qaida (fatto smentito ieri dal Pentagono). Nella Mosul dove Faraj Rahho svolgeva la sua opera pastorale, la popolazione è stata concorde in questi giorni nel definire, ai media che seguivano le vicende del rapimento del vescovo, le loro condizioni di vita "disumane": ogni settimana hanno diritto a 60-80 attentati più una massiccia dose di quotidiani rapimenti, minacce e uccisioni. In questo scenario, come ha segnalato il Consiglio dei diritti umani dell'Onu riunito per la sua VII sessione a Ginevra fino al 28 marzo, vanno aggiunte le esazioni compiute dai mercenari, sulle quali grava una generale immunità che il Consiglio imputa alla "responsabilità ricade sugli stati d'origine di queste società transnazionali che esportano i loro servizi". Nell'avventura senza ritorno che lo scontro in atto ha innescato in Oriente, le uniche speranze sui diritti umani e la pace interreligiosa vengono, tanto per cambiare, solo da alcune società mediorientali. Negli Emirati Arabi, dove l'attuale dirigenza politica ha ridato alle minoranze cristiane, comprese a quelle immigrate, almeno la possibilità di vivere la propria fede nella pace. E in Israele, dove nell'avamposto democratico che esso rappresenta è ancora aperta, dopo 14 anni, la discussione della parte applicativa dell'approdo israelo-vaticano sulla presenza e le attività delle comunità cattoliche residente sul territorio dello stato d'Israele. Sarà, quando la discussione ? che gli israeliani sembrano volere condurre sempre "al rialzo"? il primo abbozzo di un concordato mediorientale la riscrittura di un nuovo modello di convivenza interreligiosa non più legato "al favore del principe" ma, al contrario, basato esclusivamente su diritti riconosciuti e condivisi. Per questo, c'è solo da sperare che le due parti interessate giungano presto ad un accordo, senza che nessun fedele, di alcuna religione, debba ancora versare il suo sangue per gli errori di sempre.

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BERLINO - IL GOVERNO tedesco sta organizzando a Berlino per giugno una conferenza sul (sezione: Israele/Palestina)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

? BERLINO ? IL GOVERNO tedesco sta organizzando a Berlino per giugno una conferenza sul Medio Oriente alla quale dovrebbero partecipare tutti gli stati dell'Ue, numerosi stati arabi, Usa, Russia, oltre a Israele ed i palestinesi. La conferenza è volta a "preparare i palestinesi ad assumersi la responsabilità del proprio Stato". - -->.

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Bombe israeliane su Striscia di Gaza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Pagina 114 Bombe israeliane su Striscia di Gaza --> Gaza Aerei israeliani hanno bombardato ieri la Striscia di Gaza, senza causare feriti. Lo hanno reso noto fonti dei servizi di sicurezza palestinesi. Il raid ha preso di mira alcune postazioni per il lancio di razzi nell'area di Beit Hanoun, a nord di Gaza City. Un portavoce militare israeliano ha confermato da Tel Aviv che l'aviazione ha "effettuato un raid contro la Striscia di Gaza". La televisione pubblica israeliana ha detto che per la prima volta un elicottero d'assalto israeliano è stato colpito da spari palestinesi mentre era impegnato in una missione di routine sulla Striscia di Gaza. Il velivolo è poi tornato alla base, ha aggiunto l'emittente, citando l'equipaggio. In mattinata, quattro razzi erano stati lanciati dal territorio controllato dal movimento integralista islamico Hamas, due dei quali avevano colpito il sud di Israele senza vittime e danni, secondo l'esercito.

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Il partito del fucile (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Il partito del fucile Umberto De Giovannangeli Gli ultimi falchi Hanno già imbracciato il fucile e calzato l'elmetto. Hanno promesso di tornare a combattere in Iraq. Hanno garantito più soldati in Afghanistan per schierarsi in prima linea nella guerra ai talebani. E già che c'erano hanno annunciato - gli pseudo amici di Israele - che appena torneranno al governo smobiliteranno i nostri soldati in Libano, oggi garanti della sicurezza nel Sud Libano e per gli abitanti israeliani dell'Alta Galilea. .segue a pagina 3.

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Beirut preoccupata chiama l'ambasciatore Il presidente del Parlamento Berri: pericolose le parole dell'ex ministro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Beirut preoccupata chiama l'ambasciatore Il presidente del Parlamento Berri: pericolose le parole dell'ex ministro BEIRUT Le dichiarazioni dell'ex ministro della Difesa Antonio Martino su un eventuale ritiro dei "caschi blu" italiani dall'Unifil, la forza Onu in Libano, hanno suscitato ieri la "preoccupazione" del presidente del Parlamento libanese e leader sciita Nabih Berri. Parlando da Bruxelles Prodi ha fatto sapere, infatti, che c'è stata "una reazione da parte delle autorità libanesi. Il presidente del Parlamento ha convocato il nostro ambasciatore per avere spiegazioni". Poco dopo è arrivata la conferma anche dalla capitale del Paese dei cedri. Berri ha "manifestato" la sua "preoccupazione" in un lungo colloquio telefonico con l'ambasciatore d'Italia a Beirut, Gabriele Checchia, mentre l'Unifil ha invece rifiutato qualsiasi commento sull'intervista rilasciata da Martino ad un'agenzia di stampa straniera. "Ridurrei in maniera draconiana i nostri effettivi in Libano, o porrei addirittura fine alla nostra presenza in questo Paese, al fine di inviare dei soldati in Afghanistan e in Iraq, dove ce ne è bisogno", aveva dichiarato l'ex ministro della Difesa nel passaggio della sua intervista citato dal quotidiano libanese "L'Orient-Le Jour", l'unico giornale libanese ad aver ripreso in un trafiletto le parole di Martino. Secondo l'agenzia ufficiale libanese Nna, che ha ricordato che l'Italia assicura all'Unifil il maggior contingente, "Berri ha chiesto all'ambasciatore italiano se sia possibile confermare tali pericolose dichiarazioni". Nel quartier generale di Naqura, nel sud del Libano, il portavoce della forza Onu, colonnello Enrico Mattina, ha dal canto suo dichiarato che l'Unifil "non ha assolutamente alcun commento in merito". Mattina ha aggiunto che l'Unifil "rimane comunque impegnata nell'attuazione della risoluzione 1701" del Consiglio di sicurezza Onu, che nel 2006 ha posto fine all'ultimo conflitto tra Israele e il movimento sciita libanese Hezbollah". E in questo senso, ha proseguito, la forza Onu in Libano "svolge ogni giorno la sua attività in base a quanto previsto dalla 1701". Ma tra la preoccupazione manifestata da Berri e il "no comment" del portavoce dell'Unifil, le dichiarazioni di Martino sono state accompagnate ieri in Libano anche da un incidente in cui è incorsa l'agenzia ufficiale Nna, che ha erroneamente attribuito le dichiarazioni dell'ex ministro della Difesa italiano all'ex presidente del Consiglio Berlusconi, il quale - ha scritto - "ritirerebbe i caschi blu italiani dal sud del Libano se venisse rieletto" nelle legislative anticipate di aprile. Del ritiro Berlusconi non ha parlato. Ma dagli studi di Primo Piano ha annunciato: "Se vinciamo, cambieremo le regole d'ingaggio in Libano".

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La Destra vuole rimettere l'Italia in trincea (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del POLITICA ESTERA Le dichiarazioni dell'ex ministro, ma anche quelle di Berlusconi ci mettono oggi a destra di Bush La Destra vuole rimettere l'Italia in trincea Umberto De Giovannangeli segue dalla prima L'analisi Perché quella missione "fu voluta da D'Alema per farsi perdonare la chiusura precipitosa della nostra missione in Iraq", salvo poi ventilare soldati combattenti anche nel Paese dei Cedri. Gli ex tornano sul campo di battaglia. E devastano la scena. Gianfranco Fini, ministro degli Esteri del passato governo del Cavaliere. Antonio Martino, titolare della Difesa sempre nel suddetto governo. In 24 ore hanno cannoneggiato l'immagine internazionale dell'Italia prefigurando scenari da brividi: quelli di un Italia in trincea. Non sono falchi. Sono degli irresponsabili, per giunta anacronistici. L'ultimo ultrà bushiano ha il volto compiaciuto del "liberale" Antonio Martino. In America tutti i candidati alla presidenza - sia il repubblicano McCain che i democratici Obama e Hillary Clinton - hanno abbandonato l'unilateralismo tanto caro ai neocon, hanno riflettuto criticamente sulla devastante esperienza irachena e preso atto che la maggioranza degli americani considera quell'avventura una tragedia, una fallimentare tragedia, nazionale. Martino non se n'è accorto. Lui è ancora in trincea. E da ministro della Difesa in pectore annuncia che appena entrerà in funzione sbaraccherà nel Libano, dispiegherà "addestratori" in Iraq mentre l'Afghanistan sarà la destinazione di "soldati combattenti". Se fosse per lui, Antonio Martino, menerebbe le mani anche in Iran, e se non lo si potrà fare bissando quanto fatto con Saddam in Iraq, è solo "perchè non conosciamo l'esatta locazione dei loro siti...". Più diplomatico - questione di stile e di passata collocazione alla Farnesina - è Gianfranco Fini, il quale però non è da meno del "comandante" Martino nel giurare che in politica estera "la linea del Pdl è la continuazione di ciò che abbiamo fatto durante il nostro governo. Una linea diversa dal governo Prodi-D'Alema per quanto riguarda, ad esempio, la questione mediorientale". Il che si traduce anche per il leader di An nel "via dal Libano". Continuità con "ciò che abbiamo fatto durante il nostro governo", si traduce così: tante chiacchiere, molta subalternità (all'"amico George"), esternazioni avventuristiche e pochi impegni. Emblematica è la vicenda libanese. Gianfranco Fini fa vanto della sua granitica amicizia con Israele. Altrettanto Martino. Chiacchiere. Perché chi è davvero amico di Israele non dimentica ciò che sia il capo dello Stato israeliano, Shimon Peres, il primo ministro di Israele, Ehud Olmert, la ministra degli Esteri, Tzipi Livni, hanno più volte ripetuto in sedi ufficiali, e dunque documentabili: grazie Italia per l'impegno assunto sul campo nel garantire la sicurezza alla frontiera nord dello Stato ebraico (e nel Libano meridionale). È l'impegno dei nostri militari ( asse portante, con funzioni di comando, all'interno di una missione Onu), in quell'area nevralgica del Medio Oriente. Un impegno da dismettere, sentenzia Martino, perché è notorio (a chi? certo non a ai governi di Israele e del Libano) che quei soldati stanno lì solo perchè quella missione "fu voluta da D'Alema per farsi perdonare la chiusura precipitosa della nostra missione in Iraq". Parole in libertà. Che hanno già prodotto un effetto preoccupante: la convocazione da parte del presidente del Parlamento libanese del nostro ambasciatore a Beirut per avere spiegazioni di questa improvvida sortita. Ricordando che l'Italia assicura il maggior contingente dell'Unifil, la forza Onu in Libano, l'agenzia ufficiale libanese Nna, ha reso pubblico che il presidente del Parlamento, e leader sciita, Nabih Berri "ha chiesto all'ambasciatore italiano se sia possibile confermare tali pericolose dichiarazioni" rilasciate dall'ex ministro della Difesa Antonio Martino. Dichiarazioni che hanno provocato sconcerto, e un nervoso silenzio dei comandi italiani impegnati in Sud Libano. Parole in libertà. Pericolose. Destabilizzanti. "Le dichiarazioni di Martino mettono a repentaglio la vita dei nostri soldati", avverte il generale Mauro Del Vecchio, comandante delle operazioni Nato in Afghanistan quando Martino era ministro della Difesa. Si dirà: Martino (stra)parla per sé. Non è così. Perché in serata giunge l'imprimatur del "Comandante in capo": il Cavaliere in armi. Silvio Berlusconi annuncia: con noi al governo, nuove regole d'ingaggio in Libano (quali?, decise in che sede? dichiariamo guerra a Hezbollah?" e invio di istruttori militari in Iraq. Dal Libano all'Afghanistan. Il 6 e 7 di giugno a Parigi si svolgerà quella Conferenza internazionale sull'Afghanistan per la quale il governo di centrosinistra si era battuto. Quella conferenza è una vittoria della diplomazia italiana perché è l'acquisizione, euroatlantica, che in quel martoriato Paese la stabilizzazione e il rafforzamento del processo democratico non possono avvenire con il solo strumento militare. Che i Talebani si sconfiggono se si fa il vuoto attorno a loro, conquistando la popolazione civile che non può avere dell'Occidente solo l'immagine dei bombardamenti. Ne Martino-pensiero tutto ciò scompare. Per lasciar posto a un solo imperativo: combattere. Cambiano le regole d'ingaggio, conferma Fini, inviando altre truppe, incalza Martino, "con meno restrizioni, un migliore equipaggiamento e con la disponibilità ad impegnarle anche in altre aree". La politica estera irrompe nella campagna elettorale. Nel modo peggiore.

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Il Premier: gravissimo e drammatico annuncio Tutti conoscono le ragioni dell'intervento in Libano indispensabile per quel paese come per Israele (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

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Martino: "via le truppe dal libano" è bufera sulla politica estera del pdl - vincenzo nigro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Martino: "Via le truppe dal Libano" è bufera sulla politica estera del Pdl Prodi: irresponsabile. Fini lo sconfessa, Berlusconi no Il generale Del Vecchio: si rischia di mettere a repentaglio la sicurezza dei nostri ragazzi VINCENZO NIGRO ROMA - La politica estera entra nella campagna elettorale italiana. Nella maniera peggiore. Con due interviste, l'ex ministro della Difesa di centrodestra Antonio Martino ha provato a proporsi per un nuovo mandato a Palazzo Baracchini. Ma lo ha fatto annunciando un "piano di battaglia" che si è trasformato quasi in un'operazione suicida, proponendo in un colpo solo il rientro dei soldati italiani in Iraq, il ritiro dal Libano e un incremento delle truppe in Afghanistan. Costretto a coprirlo politicamente, pur definendo "opinioni personali" quelle del suo ex ministro, Silvio Berlusconi ha comunque fatto un passo avventato, dichiarando che "se torneremo al governo cambieremo le regole d'ingaggio della missione in Libano". Come dire: daremo più libertà di sparare ai soldati italiani schierati tra Israele e gli Hezbollah. Il problema è che le regole d'ingaggio e tutti i dettagli della missione Unifil sono decisi dalle Nazioni Unite e dagli altri paesi che partecipano all'operazione guidata dall'Italia. Da sola l'Italia non può cambiare nulla in Unifil come ha ricordato il ministro della Difesa Arturo Parisi. Silvio Berlusconi aveva avuto la prima avvisaglia del piano-Martino giovedì sera, durante un ricevimento all'ambasciata americana. Nei saloni della residenza di Ronald Spogli i giornalisti gli avevano chiesto se avesse letto l'intervista del suo ex ministro alla Reuters titolata sulla "Defence U-turn", ovvero l'inversione di marcia a 180° con il possibile ritorno del centrodestra. Il capo del Pdl aveva risposto imbarazzato, "non ne so nulla, non parlo, non ne voglio parlare...". Martino ieri mattina ha insistito: in Italia, con un'intervista al Quotidiano Nazionale. Del Libano Martino dice: "La missione è stata pensata male, è di dubbia utilità e molto pericolosa. Io ridurrei se non cancellerei del tutto la presenza italiana in quel paese". In Iraq invece il candidato ministro dice di voler inviare più soldati in sostegno al governo Al Maliki: "La missione voluta dall'Onu e tradita da D'Alema per fare piacere a Pecoraro Scanio era utile e continua a esserlo. Quello che oggi tutti gli iracheni vogliono è essere aiutati a liberarsi dai terroristi, a ricostruire il Paese, a iniziare il percorso verso la vera democrazia". Altri soldati anche in Afghanistan: "So per certo che la Nato chiede a tutti di aumentare gli sforzi, di rimuovere i "caveat" e di ridislocare le truppe in modo di riuscire a sconfiggere l'offensiva dei talebani e condividere i rischi tra tutti coloro che contribuiscono alla missione Isaf. Sono richieste che devono essere accolte". In serata Berlusconi frena, non parla di ritiro dal Libano, ma solo di "nuove regole d'ingaggio". Non parla di Afghanistan e sorvola sull'Iraq. Chi invece critica seccamente Martino per le sue uscite sul Libano è Gianfranco Fini, "andarsene dal Libano è sbagliato". Le interviste di Martino sono invece miele per il governo. Da Bruxelles interviene il presidente del Consiglio in persona: "Le parole di Martino sono irresponsabili, di una gravità inaudita, a rigore di logica non dovrebbe essere più ministro". Romano Prodi tra l'altro è costretto ad annunciare che il "teatrino" politico italiano ha già fatto danni: "C'è già una reazione da parte delle autorità libanesi, il presidente del Parlamento ha convocato il nostro ambasciatore per avere spiegazioni". Massimo D'Alema, ministro degli Esteri, oltre a criticare l'intervento di Martino, contesta le parole di Berlusconi che parlano apertamente di cambio delle regole di ingaggio: "Sono frasi sconnesse, minacciose, che creano persino un rischio per i nostri militari". E di pericolo per il soldati italiani parla l'unico che ha seguito di persona la missione in Libano, il generale Mauro Del Vecchio, oggi candidato per il Pd: "Le ipotesi di una revisione del nostro impegno in quella zona rischiano di mettere a repentaglio la sicurezza delle nostre forze, di creare difficoltà ai nostri soldati. Mi permetto di rivolgere a tutti un invito pacato alla prudenza".

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Washington vuole gli italiani a beirut "ma non entriamo nella campagna elettorale" - mario calabresi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Gli Stati Uniti hanno sempre dichiarato il loro apprezzamento per la presenza dei nostri militari Washington vuole gli italiani a Beirut "Ma non entriamo nella campagna elettorale" La proposta di aumentare l'impegno a Kabul già avanzata dal vice della Rice MARIO CALABRESI dal nostro corrispondente New York - Nessuna reazione ufficiale, nessun commento. Il Dipartimento di Stato si guarda bene dall'infilarsi nella campagna elettorale italiana e a maggior ragione la Casa Bianca. Antonio Martino oggi non ricopre alcuna carica che meriti una risposta da parte dell'Amministrazione americana e per questo da Washington non si ottengono reazioni alle parole dell'ex ministro della Difesa di Berlusconi. Diverso sarebbe - viene spiegato - se l'idea di ritirarsi dal Libano, di aumentare le truppe in Afghanistan e di mandare istruttori militari in Iraq fosse il programma di un nuovo governo italiano. La diplomazia americana non fa mistero, come hanno spiegato ripetutamente i suoi massimi esponenti, di considerare positivamente la presenza italiana in Libano. La nostra missione è sempre stata letta con favore perché serviva a evitare una ripresa degli scontri al confine con Israele e permetteva alle forze americane di non doversi dislocare anche in prossimità della Siria. Al Dipartimento di Stato non hanno mai negato che il feeling tra l'Amministrazione Bush e il governo Berlusconi era superiore a quello che c'è stato con Romano Prodi, ma ogni volta che elencano i risultati positivi della politica estera del professore, al primo posto mettono il Libano. Certo una delle proposte di Martino trova una reazione positiva da questa parte dell'Atlantico, ed è quella su un aumento delle nostre truppe a Kabul. Daniel Fried, vice di Condoleezza Rice con delega per l'Europa e l'Asia non fa che ripeterlo e così ogni livello dell'Amministrazione: è necessario che gli alleati della Nato facciano uno sforzo militare e civile maggiore. Oggi il fronte caldo per gli americani è tornato ad essere l'Afghanistan, tanto che anche Hillary Clinton promette di chiedere agli europei più soldati se verrà eletta a novembre. Gli americani pensano alle loro elezioni e al loro cambio di presidente, il futuro ministro Martino potrebbe trovarsi davanti un'Amministrazione democratica, ma sul mancato invito a Prodi a Washington si viene rimandati al comunicato di novembre quando la Casa Bianca annunciò di aver invitato Giorgio Napolitano e Romano Prodi. Si sottolinea che non era stato indicata nessuna precedenza, ma che ci si rimetteva all'agenda italiana e che fu a Roma che venne deciso che per primo sarebbe stato ricevuto il presidente della Repubblica e poi il premier. E quest'ultimo non è mai arrivato perché il suo governo nel frattempo è andato in crisi, ma si racconta che motivi di riconoscenza verso il governo uscente l'Amministrazione repubblicana ne aveva più d'uno. Non solo la presenza in Afghanistan, seppur con tutte le critiche alle nostre regole d'ingaggio, o il nostro appoggio alla posizione americana sul Kosovo, ma anche la tormentata decisione di dare il via libera alla nuova base americana di Vicenza e il fatto che non si sia mai dato corso alla richiesta di estradizione degli agenti della Cia coinvolti nel rapimento a Milano dell'imam egiziano Abu Omar.

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Caro Walter, fai chiarezza almeno su tre punti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa La lettera di FRANCESCO COSSIGA Caro Walter, fai chiarezza almeno su tre punti Caro Walter, come ho dichiarato anche di recente in un'intervista reso all'amico Pino Corrias e pubblicata sull'ultimo numero di Vanity Fair - che dato il carattere della campagna elettorale in corso mi sembra a cagione del suo titolo il periodico più adatto a trattare questi argomenti!- sarebbe mia intenzione, nell'attuale situazione degli schieramenti, votare alla prossime elezioni per il Partito Democratico da te guidato; ho detto che sarebbe e non che è mia intenzione, perché fino al momento di entrare nella cabina di voto, non essendo io iscritto ad alcun partito né appartenendo ad alcun schieramento, mi riservo di valutare i fatti che potrebbero accadere fino all'ultimo momento. è anche per questo che desidererei che tu volessi dirmi non quale siano le tue posizioni personali, delle quali io non dubito, ma del partito che tu guidi e del nuovo governo che tu presiederai, su gli argomenti che vado a indicarti. Tra questi argomenti non vi è quello delle materie che il Capo della Chiesa cui appartengo, ha definito "non contrattabili" e che riguardano il rispetto da parte delle istituzioni pubbliche dei principi e dei valori propri dell'etica naturale e del patrimonio dottrinale della Chiesa Cattolica. Anzitutto, dato il tuo orientamento liberal e il carattere pluralista del Pd, anche se esso dovesse prendere posizione a favore dei così detti "nuovi diritti di libertà" di tipo "zapatariano", sono certo che tu come leader garantirai ai cattolici e a quei laici che condividono i valori naturali che saranno eletti nelle liste del tuo partito, il diritto a seguire la propria coscienza. Gli argomenti sui quali io vorrei invece avere una tua risposta sono due. Tu concordi o no con linea sostenuta dal quotidiano del tuo partito L'Unità, di scelta preferenziale per Hamas e gli Hezbollah nei confronti degli Israeliani, e in generale della Jidah islamica, quella dei "martiri" nei confronti degli ebrei in generale? Da democratico, da antifascista e da cattolico io sono per lo Stato d'Israele e per gli ebrei. "i nostri fratelli maggiori" . Tu concordi o no con linea sostenuta dall'Unità, secondo la quale Aldo Moro sarebbe stato ucciso da Br, strumento della Cia, per volontà di Kissinger e Schmidt, con la partecipazione dei "servizi segreti deviati" del contro-stato della borghesia italiana, con la complicità e forse per concorrente volontà degli Andreotti, dei Zaccagnini e dei Cossiga, e con la oggettiva "complicità inconsapevole" del leader del Pci Enrico Berlinguer, "epurato" dal Pantheon del tuo partito anche per questo, oltre che per essere stato marxista-leninista, mentre ne fanno parte Kennedy, Clinton, Obama? So che Walter Veltroni non è sulle posizioni de L'Unità, ma vorrei sapere quali siano quelle del leader del Pd. Per poter votare "ex informata coscientia".

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Berlusconi: resteremo a Beirut ma con nuove regole d'ingaggio (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 64 del 2008-03-15 pagina 4 Berlusconi: resteremo a Beirut ma con nuove regole d'ingaggio di Antonio Signorini Scoppia la polemica tra Pd e Pdl sulle truppe in Medio Oriente. Fini sottolinea: "Sbagliato andare via dal Libano, ma c'è un problema di uomini e risorse". Da Sinistra accuse all'ex ministro Martino da Roma "Noi abbiamo votato la missione in Libano, ma abbiamo detto subito che non eravamo d'accordo con le regole d'ingaggio. Se andremo al governo cambieremo queste regole". In sostanza, servono nuovi compiti per i soldati italiani in Libano, perché quelli assegnati dal governo Prodi non sono chiari al centrodestra. La precisazione di Silvio Berlusconi è arrivata al termine di una giornata di polemiche sulla missione nel Paese dei cedri. Un ritorno - sia negli schieramenti sia nelle cose dette - alle schermaglie di qualche mese fa, quando il ministro degli Esteri Massimo d'Alema, a detta dell'opposizione di centrodestra, assunse una posizione non sufficientemente chiara nei rapporti con il partito islamico di Hezbollah. Il governo uscente e il Partito democratico hanno interpretato le dichiarazioni che Antonio Martino ha rilasciato a un'agenzia di stampa come un annuncio di disimpegno dal Libano. "Oggi c'è già una reazione da parte delle autorità libanesi. Il presidente del Parlamento ha convocato il nostro ambasciatore per avere spiegazioni", ha avvertito il presidente del Consiglio Romano Prodi facendo riferimento al presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, un alleato sciita di Hezbollah. Precisazioni anche da Gianfranco Fini: "Andarsene dal Libano sarebbe sbagliato. Aver posto il problema della quantità di militari impegnati in Libano è un'altra cosa. Anche perché abbiamo obblighi internazionali che debbono essere assolti ma dobbiamo anche essere consapevoli che le nostre forze armate hanno uomini e risorse limitate". Un esordio dei temi di politica estera in campagna elettorale, preannunciato da un'altra polemica, sempre sul Medio Oriente: quella sulle aperture del ministro degli Esteri uscente Massimo D'Alema ad Hamas. Le reazioni del centrodestra al suo auspicio che Israele dialoghi con i fondamentalisti islamici palestinesi sono state "del tutto sconnesse e strumentali". Mentre l'auspicio di Martino sul Libano "è ridicolo". E il riferimento dell'esponente del Pdl a rinunciare ai militari in Libano per mandarli in Irak "Posizioni personali", aveva commentato Berlusconi, precisando che un governo di centrodestra potrebbe al limite pensare di mandare "istruttori militari". Decisamente contrario a inviare nuovamente militari italiani a Bagdad, il candidato premier del Partito democratico Walter Veltroni: "Da lì stanno venendo via anche gli Stati Uniti. Noi abbiamo responsabilità come italiani ed europei e non possiamo sfuggirle". Così, ha aggiunto D'Alema, "in qualche settimana rischiamo di dilapidare il prestigio internazionale dell'Italia". Dichiarazioni che, forse per la prima volta, hanno fatto tornare sulla stessa linea Pd e sinistra antagonista, da sempre a favore della missione in Libano. Lì, ha spiegato il candidato premier dell'Arcobaleno Fausto Bertinotti, "siamo accolti da tutti. Io stesso ne ho fatto esperienza incontrando tutte le forze politiche, dal governo a Hezbollah. L'unica cosa che avevano in comune era l'apprezzamento per la missione italiana. Lì le destre vorrebbero uscire, per andare dove? In Irak, dove il popolo è costretto a una lotta drammatica e dove anche negli Stati Uniti tutti riconoscono ormai il fallimento della propria politica in Irak". Al Pdci, le parole di Martino e anche quelle di Berlusconi sono suonate come la dimostrazione che "alla destra piace la guerra". E le conclusioni le ha tratte Iacopo Venier, responsabile Esteri dei Comunisti italiani: "L'Italia - non potrà darsi una politica estera coerente con l'articolo 11 della nostra Costituzione sino a quando non metterà in discussione la Nato". In disaccordo con entrambi l'Udc Pier Ferdinando Casini che ha definito "irresponsabili" le dichiarazioni di Martino, ma allo stesso tempo considera "assurdo che D'Alema si sia schierato dalla parte di Hamas, che l'Unione europea considera un'unione terroristica". Rimane sullo sfondo della polemica l'Afghanistan, indicata da Martino come una delle possibili missioni da rafforzare. La sinistra antagonista è contraria. E Berlusconi ha ricordato che è l'Onu a chiederci di rafforzare il contingente. Nessun commento dal Pd. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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<Ecco perché dico: via i soldati dal Libano> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 64 del 2008-03-15 pagina 5 "Ecco perché dico: via i soldati dal Libano" di Fabrizio Ravoni L'ex ministro della Difesa Martino spiega la sua posizione controcorrente: "Il nostro contingente è stato reso inutile dal governo Prodi" L'Italia dovrebbe essere pronta a rinforzare la presenza in Afghanistan da Roma Professor Antonio Martino ha sentito? Romano Prodi dice che dopo le sue affermazioni il nostro ambasciatore in Libano è stato convocato dal presidente del Parlamento di Beirut... "È possibile che sia stato convocato. Ma non sarebbe la prima volta che Prodi viene poi smentito dai fatti. Se è per questo ne ho sentita anche un'altra. Sempre Prodi avrebbe detto che non sono degno di fare il ministro. Per me è un onore. Mi sarei vergognato ad aver fatto parte del suo governo". Insomma, pare di capire che non molla... "Mollare su cosa? Adesso i sinistrati scoprono quali sono le mie idee sul Libano?". Sinistrati? "Sì, gli uomini di sinistra, a cui è caduta addosso la Storia. Sono, tecnicamente, dei sinistrati". Prego, prosegua... "Prima di dirle alla Reuters le mie idee le ho esposte in Parlamento davanti alle commissioni Esteri e Difesa riunite in seduta congiunta. Il problema è che i sinistrati vogliono impedire che qualcuno possa avere opinioni personali. Al contrario, credo di avere il diritto di ribadire che la nostra presenza in Libano è scarsamente giustificata". Professore, lei è stato ministro della Difesa. Incarico che lascia supporre come le sue affermazioni possano avere qualche supporto - diciamo così - "tecnico". Insomma, c'è il sospetto che si faccia portavoce delle istanze degli stessi militari... "Hanno ragione i nostri militari a chiedersi cosa stanno a fare in Libano. Sono andati lì con direttive Onu abbastanza chiare. Dovevano disarmare gli hezbollah, ma Prodi gliel'ha vietato. Dovevano bloccare le infiltrazioni di armi dalla Siria, ma sono stati bloccati dagli ordini del governo italiano. Dovevano favorire un sostegno al governo Siniora, ma sull'argomento la Siria si è mossa con la mano pesante. A questo punto che ci stanno a fare i nostri militari in Libano?". Il loro ritiro sarebbe la sua prima mossa se tornasse alla Difesa? "In primo luogo, non so se sarò io il prossimo ministro della Difesa. Ma una decisione di riduzione o ritiro dei nostri militari dal Libano dev'essere presa dopo contatti con le parti in causa, Israele compresa; e dopo un'attenta valutazione della situazione effettuata dai militari. Eppoi, non dimentichiamo che quella è una missione Onu; e dev'essere il sistema delle Nazioni Unite a decidere". L'Italia, a dir la verità, partecipava anche ad un'altra missione Onu, quella in Irak. Eppure, i nostri militari da lì si sono ritirati... "L'affrettata chiusura della missione Onu in Irak è stato un vergognoso tradimento. Era una missione voluta dalle Nazioni Unite e guidata da uomini delle Nazioni Unite. È stata una sciagurata fuga, voluta dal ministro degli Esteri per compiacere i suoi amici Diliberto, Pecoraro Scanio". Secondo lei, dovremmo tornare a Bagdad? "Se l'Irak dovesse chiedere all'Italia e all'Onu nuovi impegni, credo che l'Italia dovrebbe farsene carico. Non ci si può sempre nascondere. Bisogna sapersi assumere gli impegni anche quando è difficile farlo". Quali dovrebbero essere i primi atti del nuovo ministro della Difesa? "Andare a Bruxelles, parlare con la Nato, e se ci venisse chiesto un maggiore impegno per contrastare l'offensiva dei talebani in Afghanistan, o un nuovo dislocamento delle truppe, credo che l'Italia - e non un ministro - avrebbe il dovere di assumersi le responsabilità opportune". Perché fa questa precisazione? "Perché vede, le decisioni non vengono mai assunte da un singolo ministro; ma da un governo nella sua collegialità. Funziona così in tutto il mondo. Solo nel governo Prodi esisteva un caos anarchico, dove ogni ministro decideva e parlava per conto suo". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Neopòlis o nablus ma ovunque nel mondo - lucilla fuiano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XXI - Napoli INTERNET Tante le città che si richiamano a Napoli: un sito ad hoc Neopòlis o Nablus ma ovunque nel mondo Negli Usa sono 16 le aree con lo stesso nome della capitale del Mediterraneo LUCILLA FUIANO Neapolis, Napoli, Naples: quali sono affinità e divergenze tra la "città nuova" campana, quella tunisina e le molteplici omonime americane? Ce le spiega il portale "Associazione Napoli nel Mondo"(www. napolinelmondo. org) che vuole "fare incontrare tutti i napoletani del mondo, ovvero i residenti o simpatizzanti di tutte le Napoli nelle sue espressioni, comunque esse si chiamino ed ovunque si trovino". Attiva dal 2004, ma rinnovata di recente con l'inclusione del video di presentazione del presidente dell'associazione, Napolinelmondo.org si presenta come una piattaforma interattiva che ai post informativi e agli annunci di attualità accompagna forum e discussioni prevalentemente legate al mondo del calcio. Sono tuttavia le schede culturali sulle Neapolis del mondo a risultare preziose per compiere un viaggio virtuale attraverso ciò che di napoletano c'è o può esserci in luoghi così lontani ma forse profondamente vicini. Si va dalle "città nuove" italiane quali Napoli, Siracusa e Terralba a quelle greche, brasiliane, tunisine, americane e gemellate. A Siracusa, ad esempio, la "città nuova" corrisponde al Parco Archeologico della Neapolis che ospita la maggior parte dei monumenti classici della Siracusa greca e romana. Terralba, invece, riallaccia la sua identità storica a Neapolis: una delle più antiche e importanti città della Sardegna, dislocata a circa sette chilometri dal Golfo di Oristano. Le Napoli greche sono invece quattro: Neapoli, Nespoli, Napflion e Kavala. Perfettamente inserite in tutte le complesse contraddizioni della storia: da quella più antica a quella assolutamente contemporanea. Interessante la Nabeul Tunisina: città mediterranea di cultura millenaria il cui nome nasce dall'incontro tra la terminologia greca e quella fenicia. Più recenti la Neòpolis brasiliana e le ben sedici Naples made in Usa. Se la nuova polis del Brasile è celebre per aver cambiato più volte di nome nel corso della storia, le Naples americane si inseriscono perfettamente nella cultura americana tra luoghi di mare adatti per praticare surf a città celebri per aver ospitato stelle del cinema quali Gary Cooper e Greta Garbo (la Napoli della Florida). Tra le città gemellate con Napoli si annoverano infine Baku in Azerbaijan, Nablus in Palestina e Kagoshima in Giappone. Baku, con la sua forma a testa di aquila, è città gemellata con Napoli dall'inizio degli anni Settanta. Nablus, occupata dagli Israeliani, si configura come una tipica cittadina araba, molto animata, con un incantevole centro storico, la splendida Moschea An-Nasir e un antico bagno turco ove sorseggiare un ottimo caffè nero. La giapponese Kagoshima è infine, come la nostra Neapolis, città di mare e di vulcani. Approfondimenti, gallerie d'immagini delle città e sitografie correlate accompagnano le sezioni dedicate alle Napoli nel mondo catalogate nel portale, anche se per alcune sezioni occorre una registrazione da parte dell'utente. E' un modo come un altro anche per riscattare la immagine atroce della città nel mondo in questa stagione buia caratterizzata dai cumuli di rifiuti.

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Merkel e blair insieme per il medio oriente a giugno una conferenza di pace a berlino (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'annuncio Merkel e Blair insieme per il Medio Oriente a giugno una conferenza di pace a Berlino BERLINO - Angela Merkel e Tony Blair vogliono una conferenza di pace sul Medio Oriente a Berlino. Al vertice, che si terrà a giugno, prenderanno parte, oltre a Israele e Palestina, i 27 Paesi dell'Ue, Stati arabi quali Egitto, Giordania, Marocco ed Emirati Arabi, il 'Quartetto' formato da Usa, Russia, Onu e Ue. Organizzatore del vertice, con la Cancelliera e l'incaricato dell'Ue per il Medio Oriente, Tony Blair, è il ministero degli Esteri tedesco.

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Da oz a grossman le parole d'israele - anais ginori parigi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

R2 Il caso Da Oz a Grossman le parole d'Israele ANAIS GINORI PARIGI dal nostro inviato Al salone del libro sono arrivati Yehoshua, Grossman e Oz, i tre grandi della letteratura israeliana. Il Salone del libro di Parigi si è aperto, e dopo le "fatwe" dei governi arabi o i timori per la sicurezza, si può finalmente cominciare a discutere. C'è una strana atmosfera per una kermesse culturale. Alcuni editori se ne lamentano (a bassa voce). Troppi allarmi e cattiva stampa. Ma dopo le polemiche ecco i grandi autori, qui per neutralizzarle. SEGUE A PAGINA 58.

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Ho camminato al di qua e al di là del Muro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Incontro in Israele con Jasmine Trinca. L'attrice è stata protagonista di un film di Alain Tasma, ambientato ai tempi della prima guerra contro l'Iraq, nel 1991 Michele Giorgio Gerusalemme Tra qualche settimana Jasmine Trinca comincerà a girare Il grande sogno, un film sul '68 di Michele Placido, ma in questi giorni ripensa all'importante esperienza umana e di lavoro che ha vissuto negli ultimi due mesi in Israele e nei Territori occupati palestinesi. Giovanissima, ha appena 26 anni, Jasmine Trinca la curiosità per la storia e la realtà che la circonda ha avuto modo di mostrarla non solo sui set dei film che l'hanno fatta conoscere al grande pubblico, come Il Caimano di Nanni Moretti o La meglio gioventù di Giordana, ma anche lavorando in Medio Oriente. In Israele è stata protagonista di un film francese diretto da Alain Tasma ambientato alla vigilia e durante la prima guerra scatenata dagli Usa contro l'Iraq, nel 1991, tratto dal romanzo "En retard pour la guerra", della scrittrice franco-italiana Valerie Zenatti. Interpreta Luisa Levi, una giovane franco-italiana, che alla fine del 1990 decide di andare a studiare storia antica a Gerusalemme nell'imminenza della guerra del Golfo. L'abbiamo intervistata prima del suo rientro a Roma. Torni a casa dopo due mesi di lavoro intenso ma anche di conoscenza dei luoghi, peraltro in un periodo di forte tensione segnato dall'offensiva israeliana che ha fatto oltre 100 morti palestinesi a Gaza e dall'attentato in una scuola rabbinica di Gerusalemme in cui sono rimasti uccisi otto studenti ebrei... Avendo conosciuto meglio questi luoghi e parlando con tante persone, israeliane e palestinesi, ho capito che questo conflitto è ben più complesso rispetto a quanto credevo in passato. Ho capito che il confronto tra i due popoli non nasce da qualcosa di immotivato ma si fonda su fatti concreti. Devo ammettere che vivere a Tel Aviv, come ho fatto per gran parte di questi due mesi, è stato fuorviante. In quella città, che pure è molto piacevole e carina, si vive chiusi in una specie di sfera di cristallo che non riesce a farti conoscere la difficile realtà di questa terra. A Tel Aviv tutti pensano a godersi la vita e badano poco al mondo che c'è intorno. Certo, ci sono anche pacifisti e intellettuali che sono ben consapevoli del conflitto e delle sue conseguenze ma il resto delle persone quasi non prende in considerazione che c'è qualcun altro, i palestinesi, che vivono accanto, a pochi chilometri di distanza. Quando mi è capitato di chiedere ad amici e colleghi perché non vanno là (nei territori palestinesi, ndr) molti mi hanno fatto capire che la questione non li riguarda. E a Gerusalemme che cosa hai registrato, quali sono le tue sensazioni rispetto ad una città affascinante, con una lunga storia, ma che è al centro del conflitto israelo-palestinese? Devo dire che quando ho visitato Gerusalemme, nei momenti di pausa dal lavoro, non mi hanno colpito tanto la moschea (di al-Aqsa, ndr), il Santo Sepolcro e il Muro del Pianto ma invece il muro (costruito da Israele intorno alla zona araba della città, ndr). Quando ho visto il muro ho capito che il conflitto in corso non ha una natura religiosa ma è un conflitto sulla terra. È un conflitto che vede l'impedimento per una delle due parti di poter svolgere la propria vita. Ho visto, per esempio, un punto in cui il muro blocca completamente una strada e le persone che abitano in quella zona un tempo andavano al lavoro o a visitare parenti dall'altra parte, ma ora non possono più farlo. Sei stata nei Territori occupati? Sì, in particolare a Ramallah, una città che mi è parsa piena di attività, e non certo un posto dove avere paura. Mi ha colpito la presenza nelle strade di tanti bambini e a me piace vedere ragazzini che giocano felici a calcio in campetti improvvisati. Durante i miei giri ho capito che i palestinesi, nonostante la loro rabbia e le ingiustizie di cui si lamentano, hanno voglia di vivere e di condurre in futuro una vita normale e serena. Alla scuola di musica (al-Kamandjati) di Ramallah ho trovato insegnanti che hanno il desiderio di trasmettere qualcosa e che nonostante le difficoltà che incontrano ogni giorno per superare i posti di blocco (israeliani), fanno il possibile per raggiungere i campi profughi ed insegnare qualcosa ai loro allievi. Mi sembrano cose molto importanti. Qual è il bilancio di questa tua esperienza umana e di lavoro? Conoscere meglio israeliani e palestinesi è stato davvero importante, però so che non basta e che avrei bisogno di più tempo. Temo che ci vorranno altri cento anni e varie generazioni per arrivare ad una convivenza possibile tra le due parti ma non bisogna lasciarsi andare, il cambiamento è sempre possibile. Ad alcune ragazze israeliane pacifiste, che mi erano apparse un po' stanche e demotivate di fronte alla gravità della situazione, ho detto di continuare a credere nella costruzione di un futuro diverso e di conservare la speranza di poter cambiare.

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-15 num: - pag: 9 Il "tecnico"... (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-15 num: - pag: 9 Il "tecnico" dei democratici "Istruttori militari in Iraq? L'Italia già partecipa all'addestramento" Ranieri: uscite estemporanee, non decide lui ROMA - Bene che i temi "di politica estera non restino marginali", ma "piuttosto delle uscite estemporanee, è meglio il silenzio". Umberto Ranieri (foto), presidente della commissione Esteri della Camera (non ricandidato dal Pd per limiti di mandato), non risparmia il suo giudizio tagliente sulle ultime uscite sulle missioni militari. Il Pd è d'accordo a cambiare le regole di ingaggio in Libano, come propone Berlusconi? "Non mi è chiaro che cosa intenda dire: è una missione decisa sulla base di una risoluzione Onu e le regole di ingaggio si predispongono in quella sede. Queste uscite, non so quanto ponderate, sorprendono sempre: bisognerebbe cercare di dire cose che hanno fondamento". E l'invio di nuove truppe in Afghanistan? "Vorrei dirlo con estrema preoccupazione e timore: in quel Paese la Nato può essere sconfitta. Per evitare che accada, la via non è quella di escalation militare, che sarebbe la stessa illusione che portò alla sconfitta i britannici più di un secolo fa e i sovietici negli anni '80. L'unica via è accompagnare alla presenza militare una più forte strategia politica che punti ad una decisa ed energica lotta al narcotraffico e miglioramento delle condizioni di vita degli afghani per ricreare il consenso. Solo in questo contesto ha senso pensare ad un irrobustimento della presenza italiana". Berlusconi rilancia anche l'impegno in Iraq. E il Pd che cosa risponde? "In quanto agli istruttori militari in Iraq, l'Italia già partecipa nel quadro Nato all'addestramento di forze militari dell'esercito iracheno. Quando c'è stato il rientro del contingente, abbiamo stipulato degli accordi con il governo iracheno per sostenere la ricostruzione civile ed economica di quel Paese e anche per contribuire all'addestramento delle forze armate irachene. Si vuole accrescere? Si discuta in sede Nato, se necessario non è niente di nuovo". Il Pd continuerà a sostenere che la politica estera è bipartisan? "Non ho mai escluso la possibilità di convergenze con il centrodestra sulle scelte di fondo sul ruolo internazionale dell'Italia. Se si può, è opportuno farlo". L'unico tema finora sollevato dal Pd sono le parole di D'Alema su Hamas? "Escludo che D'Alema consideri possibile e realistica la partecipazione di Hamas a negoziati di pace con Israele di cui il gruppo estremista palestinese predica la distruzione". Gianna Fregonara.

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Le due linee dei democratici su Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-15 num: - pag: 8 categoria: REDAZIONALE Retroscena Il rapporto con Israele Le due linee dei democratici su Hamas SEGUE DALLA PRIMA E ancora ieri all'ora di pranzo, da una terrazza con vista mozzafiato sul lago e su Lecco, il segretario del Pd provava a mantenere le distanze dolendosi che "in campagna elettorale si fa fatica a parlare di contenuti". Ma poi il caso Martino si è fatto incandescente, Berlusconi ha scagliato le missioni nell'arena elettorale e costretto lo sfidante a muoversi su un terreno scivoloso dal palco di Lugano, davanti a una massiccia e simbolica presenza di italiani all'estero. Varcato in pullman il confine Italia- Svizzera, il segretario è costretto a chiarire la linea dei democratici. "Qualcuno della destra - prende elegantemente le distanze il leader dopo un acceso confronto telefonico con Massimo D'Alema - ha detto che bisogna ritirare i nostri soldati dal Libano e rimandarli in Iraq, da dove stanno venendo via anche gli Usa". Fuggire, interrompere una missione di pace sotto egida internazionale sarebbe "un colpo al nostro prestigio". E il disimpegno rischierebbe di innescare "una crisi che può avere conseguenze devastanti per tutta l'area". E le contraddizioni, le divergenze di linea? "Le avevamo e le abbiamo risolte". In realtà quando dice che contrasti sulla politica estera non ce ne sono più Veltroni allude al taglio netto con gli alleati dell'Unione, mentre lo stesso non può affermare se dirige lo sguardo in casa propria. L'aspro diverbio a distanza sul dialogo con Hamas tra D'Alema e l'ambasciatore israeliano Gideon Meir, grande estimatore di Veltroni, ha messo in evidente imbarazzo il leader del Pd e portato a galla il conflitto sottotraccia per il prossimo mandato alla Farnesina in caso di vittoria del Pd. D'Alema o Piero Fassino? Il ministro uscente o l'inviato speciale della Ue in Birmania, il quale non fa mistero di ambire all'incarico? "C'è un piccolo problema - rimanda il verdetto Roberta Pinotti, sottosegretaria alla Difesa -, prima bisogna vincere le elezioni". All'ex segretario dei Ds, le cui posizioni sul Medio Oriente sono tradizionalmente distanti da quelle di D'Alema, Veltroni ha affidato il delicato compito di chiarire la linea del Pd: Hamas può e deve essere un interlocutore, ma solo se riconosce Israele e rinuncia al terrorismo. Parole condivise da quanti - Rutelli, Vernetti e molti veltroniani - ritengono Israele l'unica democrazia del Medioriente. Ma il Fassino che ha messo i puntini sulle "i" non ha mancato di innervosire D'Alema. Berlusconi lo ha trattato da nemico degli ebrei e il ministro ora comincia a temere che il dialogo tra gli sfidanti anche sulla politica estera, nonché la somiglianza dei programmi, finiscano per sconfessare la sua politica. "Massimo è nitidamente schierato per la causa araba, aprendo al dialogo con Hamas voleva mettere in difficoltà Walter - è l'analisi di Peppino Caldarola -. Per non finire in soffitta, D'Alema prova a inceppare il confronto bipartisan". Lapo Pistelli, responsabile Esteri del Pd, smentisce tensioni e spiega che se la linea del partito appare un po' "cerchiobottista" è perché "in Medioriente il doppio registro è giusto che ci sia". Un gioco delle parti, insomma, con Veltroni che fa l'amico di Israele e D'Alema che si coccola gli arabi? "Il nostro machiavellismo - conferma Pistelli - una volta tanto è una virtù". E alle nove il pullman arriva a Varese, culla della Lega. Dove la sorpresa non sono i manifestanti pro Carroccio con tanto di striscioni "Walter pensa a Roma ma Mal-pensa" e "Veltroni a Varese = Bin Laden a New York", ma il teatro esaurito e i quattromila democratici che costringono il leader del Pd a traslocare il comizio all'aperto: "è una serata magica... e seppure mi paragonano a Stalin io non rispondo". Monica Guerzoni.

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<Abbiamo pochi mesi di tempo Inventiamo nuovi boicottaggi> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-15 num: - pag: 3 categoria: REDAZIONALE Il fronte dei "tibetani" Buddhisti e no discutono su come reagire: dai governi ai piccoli segnali "Abbiamo pochi mesi di tempo Inventiamo nuovi boicottaggi" La Cina spara su monaci e civili tibetani. I leader europei, riuniti a Bruxelles per il Vertice, condannano la repressione, chiedono il rispetto dei diritti umani, lanciano appelli per la moderazione. E le Olimpiadi di agosto in Cina? "Io ci andrò", dice l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue. Ma diversi intellettuali italiani e stranieri, simpatizzanti della causa tibetana, buddhisti e no, credono che non sia abbastanza, che sia una posizione ambigua se non moralmente inaccettabile. L'attrice Mia Farrow ha già criticato aspramente la scelta del presidente americano George W. Bush e del premier britannico Gordon Brown di presenziare alla cerimonia d'apertura dei Giochi. Al Corriere ha detto ieri via email: "Non posso parlare per i cittadini del vostro Paese, ma se non volete che i vostri politici vi rappresentino ai Giochi Olimpici dovreste dirlo chiaro e tondo. Gli italiani possono unirsi al coro scrivendo all'ambasciatore Marcello Spatafora, rappresentante permanente dell'Italia alle Nazioni Unite". La Farrow insieme a George Clooney da tempo attacca la Cina perché "finanzia il genocidio nel Darfur" e ha suggerito ai cittadini americani di boicottare gli sponsor dei Giochi cambiando canale durante la trasmissione delle pubblicità. Il regista Steven Spielberg, per la stessa ragione, ha rinunciato al ruolo di consulente artistico dei Giochi: "La mia coscienza non me lo consente". Il comportamento dei politici italiani e stranieri di fronte alla repressione di ieri in Tibet? "Ambiguo sì, e un po' contraddittorio. Ci sono molti interessi economici e commerciali", dice al telefono Dacia Maraini. La scrittrice osserva però che "gli interessi contano per la collettività". E perciò "non si può interrompere il rapporto con la Cina. Secondo me ci sono dei modi di boicottare senza rompere con un Paese, senza isolarlo". Ad esempio? "Un boicottaggio parziale da parte di associazioni sportive. E si possono fare delle manifestazioni... Una condanna di tipo simbolico, di tipo morale va fatta, sui nostri giornali la verità sul Tibet va detta". Anche per lo scrittore Alessandro Piperno "l'atteggiamento nei confronti della Cina è estremamente contraddittorio. Qualche tempo fa il Dalai Lama venne a Roma e lo tennero mezzo nascosto per non turbare la sensibilità della Cina". Boicottare le Olimpiadi? Ci sono tanti interessi, riflette anche lui. Ma a titolo personale, "da cittadino, da liberale, probabilmente sarebbe una cosa giusta da fare". Duro il giornalista e scrittore Antonio Socci, che definisce quello dei nostri politici "un comportamento vile, opportunista ". I buddhisti sono persone pacifiche. E Massimo Burchiellaro del "Centro di studi tibetani Mandala Deua Ling" di Merano, pacato, dice: "Sosteniamo la politica del Dalai Lama di una rivolta pacifica, assolutamente non violenta, coerente con gli insegnamenti del Buddha. La ribellione come in Palestina ha dato solo morte e distruzione". è così pacifista che ritiene che pure boicottare i Giochi sarebbe un atto troppo duro. Ma vorrebbe iniziative più concrete dei politici: "Dovrebbero fare pressione sulla Cina per i diritti civili, non pensare solo al tornaconto economico". Anche Richard Gere, ieri, in tv, ha invitato alla calma. Buddhista, amico del Dalai Lama e da anni difensore della causa del Tibet, Gere ha però osservato: "Quando una popolazione è stata repressa per quasi 60 anni, alla fine esplode, anche se si tratta di persone molto pacifiche". E infatti nei giorni scorsi centinaia di tibetani hanno marciato a New York, chiedendo il boicottaggio delle Olimpiadi, viste come un modo "per legittimare l'occupazione illegale del Tibet". Sempre a New York, invece, gli Students for Free Tibet, ritengono che le Olimpiadi siano un'occasione: la volontaria Melanie Raoul, dice che i media potranno avere accesso al Tibet e parlarne. Intanto i governi dovrebbero fare pressioni "per la libertà di espressione e associazione". Alberto Asor Rosa, a ottobre, su Repubblica, aveva suggerito al Comitato olimpico internazionale "di sottoscrivere un documento a favore dei diritti universali di parola e di associazione" e chiedere "al governo cinese di consentirne la pubblicizzazione... Se il governo cinese accetta, ci si va. Se no, no". Gli sembrava "una proposta minimale. Ma è stata ricevuta a parolacce dai grandi santoni dello sport" che lo hanno accusato di "cinismo alle spalle dei poveri atleti". Viviana Mazza.

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Il caso (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-03-15 num: - pag: 51 categoria: BREVI Il caso L'ospite Il Salon du Livre di Parigi, inaugurato giovedì dal presidente israeliano Peres, come la Fiera del libro di Torino dall'8 al 12 maggio, celebra Israele come Paese ospite. La concomitanza con i 60 anni di fondazione dello Stato ebraico ha provocato il boicottaggio di alcuni Paesi arabi.

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<Il boicottaggio punisce gli arabi> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-03-15 num: - pag: 51 categoria: REDAZIONALE Parigi Al Salone del libro i tre scrittori israeliani rilanciano il dialogo e rovesciano il senso della protesta "Il boicottaggio punisce gli arabi" Grossman, Yehoshua, Oz: un boomerang, penalizza chi lo ha promosso dal nostro corrispondente MASSIMO NAVA PARIGI - è un po' grottesco parlare di boicottaggio in uno degli eventi culturali più importanti dell'anno, il Salone del libro di Parigi. Ma questo era il rischio (diventato una realtà, appesantita da psicosi e misure di sicurezza per la visita ufficiale del presidente Shimon Peres) essendo ospite d'onore la letteratura ebraica, in occasione del sessantesimo anniversario dello Stato d'Israele. Boicottaggio dichiarato e attuato da parte di scrittori e Paesi arabi; voci di censura (o meglio, appello al politicamente corretto) da parte delle autorità israeliane, secondo quanto riferisce il quotidiano Haaretz. Ma la cultura ha una forza intrinseca, che trapassa muri e diplomazia, e la parola degli scrittori diventa un grido di libertà, beffardo contro la stupidità di bavagli, imposti o presunti. Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua - i tre "tenori" della letteratura israeliana - ne hanno dato ieri una testimonianza appassionata, raccontando l'esperienza di tante fratture che li accomuna come esseri umani e narratori. La frattura fra il cittadino di una realtà inaccettabile e l'artista che sogna di cambiarla, fra identità ebraica e coraggiose posizioni politiche, fra amore di patria e comprensione degli altri: vicini, avversari, nemici. Nel paradosso di essere oggi boicottati e nello stesso tempo costituire la voce più critica della politica d'Israele. Per David Grossman, la frattura è arrivata all'estremo sacrificio, la perdita del figlio soldato, durante la guerra del Libano di due anni fa. Nel suo ultimo libro, in lavorazione al momento del lutto, lo scrittore rielabora il tema della perdita: dei propri cari, della terra, dell'identità. "I dirigenti attuali hanno fatto così poco per preservare questa rara possibilità che ci ha donato la storia. Hanno sperperato un miracolo. Ad Amos Oz dissi che non sapevo se sarei riuscito a salvare il mio libro e lui mi disse che sarebbe stato il libro a salvarmi ", ricorda. Si parla di libri, poesia e creazione artistica, ma il fantasma del conflitto aleggia nella sala. "Il boicottaggio- dice David Grossman - è inaccettabile contro ogni forma di cultura ed espressione, perché rafforza estremismo e pregiudizio. è un boomerang contro chi lo ha promosso, contro coloro ai quali vorremmo poter parlare ". "Impedire il confronto è un'idiozia", aggiunge Amos Oz, che smentisce di aver ricevuto le raccomandazioni di cui parla Haaretz: "Non saremmo qui se fosse vero". I tre scrittori hanno affrontato il tema della "prigione psicologica" in cui si muovono e della libertà artistica che permette di trapassare i cliché e nonostante tutto sperare. "Quando scrivo - racconta Amos Oz - uso una penna nera e una penna blu. Una per gli articoli di giornale e un'altra per la letteratura". "I media - dice Grossman - utilizzano stereotipi per descrivere una situazione terribile. La lingua degli scrittori è quella delle emozioni, va dritta all'anima del lettore, forse lo spinge a riflettere, talvolta a cambiare idea. Nella vita reale non abbiamo sempre voglia di conoscere l'altro. Anche quando facciamo l'amore, riusciamo a conoscere l'altro fino in fondo? Non ne sono sicuro. Nel romanzo, un personaggio può essere descritto in modo totale, o almeno come l'autore lo vede veramente". "Quando esco la mattina - racconta Amos Oz - osservo la gente cominciando dalle scarpe e poi provo a mettermi dalla parte degli altri, a entrare nella pelle degli altri. Così la letteratura diventa comprensione". Yehoshua spiega: "L'attualità e le vicende politiche possono impregnare i nostri libri, ma non sono manifesti politici e non lo saranno mai. La letteratura è una forma di relazione fra noi e gli arabi, permette di andare, come Proust e Dostoevskij, alla ricerca di se stessi, alla radice delle cose, all'infanzia, al tempo perduto, all'origine della nostra situazione terribile". Il messaggio passa nel pubblico, foltissimo, che ascolta in silenzio questa finta estraniazione dell'artista che diventa arma creativa e ultima risorsa per coltivare la speranza come un dovere, più che come una possibilità. "L'esplosione della cultura ebraica in molti campi non è un buon segno. In molte epoche l'arte fiorisce quando la situazione sociale e politica è pessima. Mi piacerebbe che succedesse il contrario", dice Yehoshua. "Gli artisti sono come fusibili che reagiscono al male che li circonda. è questa nostra paura esistenziale che produce cultura. Oggi la nostra vita non è una vita, ma violenza e paura perpetua", dice Grossman. "Viviamo in un'epoca post moderna e nello stesso tempo il fanatismo ci riporta in un'epoca arcaica. Dopo il XXI secolo, vivremo in un nuovo Medio Evo?", si chiede Amos Oz. Non si avrebbe voglia di annuire, nel salone del dialogo monco, della cultura in ostaggio, di un'altra occasione perduta. Tra gli stand Visitatori al Salone del libro di Parigi. Aperto da giovedì, chiuderà il 19 marzo (Reuters) \\ La letteratura parla al cuore, forse spinge a cambiare idea. Può essere una forma di relazione tra noi e i musulmani \\ Ci troviamo nel paradosso di essere emarginati dai nemici di Israele pur essendo voci critiche della politica.

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QUESTIONE PALESTINESE: GUERRA DELLE PERCEZIONI (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 15-03-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-03-15 num: - pag: 47 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano QUESTIONE PALESTINESE: GUERRA DELLE PERCEZIONI Sul quotidiano Al Hayat Al Jadida, organo ufficiale dell'Autorità palestinese di Abu Mazen, viene fatto un elogio del ragazzo che ha ucciso gli otto studenti della scuola rabbinica di Gerusalemme. Ovviamente non molti leggono il giornale palestinese, pertanto la maggioranza si limita a prendere per buona la condanna fatta dallo stesso Abu Mazen. Che cosa pensa lei del doppio linguaggio che ricalca quello tenuto da Arafat? Ester Picciotto deshmi@hotmail.com Cara signora, L a contraddizione da lei segnalata ne ricorda un'altra, meno vistosa, ma altrettanto recente. L'Egitto è un amico degli Stati Unit i, riceve ogni anno da Washington aiuti per un miliardo di dollari e si esprime generalmente, sulla questione palestinese, in termini molto più soffici di quelli usati dai gruppi militanti del mondo arabo-musulmano. Ma questo non ha impedito che in uno degli ultimi numeri dell'edizione settimanale di Al Ahram in lingua francese e inglese appaia una lungo articolo sulle disastrose condizioni di vita della Striscia di Gaza in cui la responsabilità della catastrofe umanitaria viene attribuita a Israele. Il regime egiziano del generale Mubarak è una democrazia autoritaria e Al Ahram (uno dei migliori quotidiani del mondo arabo) appartiene al governo. Ma esprime giudizi alquanto diversi da quelli del suo editore e padrone. Molti penseranno che questa è semplicemente doppiezza e che il governo del Cairo soddisfa in questo modo un più largo numero di interlocutori: il governo di Washington con la sua linea ufficiale, le masse arabe con gli articoli del suo migliore giornale. Ma la spiegazione, a mio avviso, sta più semplicemente nel fatto che i governi arabi, soprattutto in questo momento, non possono permettersi di contraddire i sentimenti prevalenti dei loro cittadini. Esiste nel mondo arabo-musulmano un sentimento d'indignazione che nessun regime, nemmeno il più autoritario, può ignorare o sottovalutare. Non riusciamo a rendercene conto perché i due mondi (il nostro e quello arabo-musulmano) ricevono dalla zona del conflitto notizie e percezioni completamente diverse. Noi vediamo i missili che cadono ogni giorno sulle città israeliane, leggiamo le rodomontesche dichiarazioni di Ahmadinejad, vediamo le atroci immagini dell'attentato di Gerusalemme. Ma gli arabi e più generalmente i musulmani assistono a uno spettacolo alquanto diverso. Sanno che a Gaza vive una popolazione assediata, affamata, ridotta a vivere di elemosine, tenuta in vita da aiuti alimentari che garantiscono soltanto il 60% delle calorie necessarie alla sopravvivenza. Noi leggiamo distrattamente che il governo Olmert ha permesso la costruzione di altre 750 abitazioni a Gerusalemme Est e pensiamo che Israele, dopo tutto, abbia diritto alla sua terra. Gli arabi leggono la stessa notizia e constatano che il governo israeliano, nonostante i molti impegni assunti negli scorsi anni, non ha mai rinunciato a estendere la rete dei suoi insediamenti nei territori palestinesi. Noi prestiamo poca attenzione alla notizia pubblicata da Vanity Fair secondo cui il governo degli Stati Uniti, dopo le elezioni palestinesi del 2006, progettò la fornitura di armi e denaro alle unità militari di Al Fatah affinché avessero i mezzi per neutralizzare le formazioni di Hamas ( Corriere del 5 marzo). Gli arabi leggono la stessa notizia e ne deducono che gli americani parlano di democrazia, ma non hanno alcuna intenzione di rispettare la volontà popolare. E infine noi apprendiamo che le ultime incursioni israeliane a Gaza hanno provocato un centinaio di morti, fra cui molti civili, e pensiamo, senza dirlo ad alta voce, che, in fondo, è colpa loro. Gli arabi leggono la stessa notizia e ne deducono che 20 israeliani, per l'Occidente, contano più di 100 palestinesi.

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Ieri i colloqui a Gerusalemme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Road Map: Barak non va al negoziato con Usa e Anp Alta tensione su Givat Zèev Con il coordinamento e la mediazione degli Stati Uniti, Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese hanno ripreso ieri a Gerusalemme i colloqui negoziali nell'ambito della "Road Map", il cosiddetto piano di pace per il Medio Oriente messo a punto dall'amministrazione Usa di George W. Bush nel 2003, ma da allora rimasto carta straccia malgrado prevedesse la nascita di uno Stato palestinese indipendente "entro e non oltre il 2005". Quello di ieri è comunque il primo incontro a tre dalla Conferenza Internazionale che lo scorso novembre ad Annapolis, nel Maryland, rilanciò il dialogo tra le parti dopo anni di paralisi. Alla riunione, rigorosamente a porte chiuse, hanno preso parte il primo ministro dell'Anp, il filo-occidentale Salam Fayyad, e il generale americano William Fraser, nominato in gennaio supervisore dei negoziati dal suo segretario di Stato, Condoleezza Rice. Per Israele sarebbe dovuto intervenire di persona il ministro della Difesa, Ehud Barak, che all'ultimo momento ha tuttavia dato forfait, con una decisione improvvisa che ha colto di sorpresa gli interlocutori, suscitando palese imbarazzo nelle delegazioni palestinese e statunitense. All'incontro - peraltro preceduto dalla denuncia del presidente Anp Mahmoud Abbas che ha accusato Israele di voler mettere in atto una "pulizia etnica a Gerusalemme Est" - non si sono registrati importanti progressi ma secondo le parti c'è stato un "ulteriore avvicinamento". Una formula più formale che sostanziale, visto che dalle indiscrezioni trapelate dalla riunione a porte chiuse si parla di un summit "teso e frustrante". Il primo ministro palestinese Salam Fayyad ha esortato Israele ad un vero congelamento degli insediamenti. "Israele sta minando la possibilità di una soluzione con due stati - ha detto Fayyad - un congelamento dell'attività negli insediamenti è cruciale per preservare la possibilità di uno Stato palestinese". "Vengono emessi nuovi bandi di costruzione, vengono annunciati nuovi piani e riproposti dei vecchi. E gran parte di tutto ciò sta avvenendo nel cuore del futuro stato palestinese: Gerusalemme est", ha aggiunto. L'ultimo annuncio di costruzioni israeliane risale a domenica scorsa quando è stato deciso di far ripartire 750 unità abitative nell'insediamento di Givat Zèev. 15/03/2008.

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MISSIONE IN LIBANO, è SCONTRO TRA I POLI (sezione: Israele/Palestina)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 15-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Missione in Libano, è scontro tra i poli ELENA ROMANAZZI Roma. "Occorre ridurre drasticamente o cancellare al nostra presenza militare in Libano, aumentare significativamente il numero dei nostri uomini in Afghanistan e inviare istruttori militari in Iraq e Kosovo". L'ex ministro della Difesa e autorevole esponente del Pdl, Antonio Martino, lancia la sua proposta sugli impegni internazionali del nostro Paese e la politica estera irrompe nella campagna elettorale. Romano Prodi e il ministro degli Esteri, impegnati a Bruxelles per un vertice europeo, sono costretti a fronteggiare una crisi diplomatica di non poco conto, chiarita solo quando il candidato premier Silvio Berlusconi, corregge il tiro e modifica la posizione. Durissimi i commenti di Prodi e Massimo D'Alema: "Sono affermazioni gravissime e incomprensibili come messaggio politico". Parole, quelle dell'ex ministro, che per il titolare della Farnesina mettono a rischio il prestigio internazionale dell'Italia. "La destra - aggiunge - si è scatenata contro le scelte fondamentali della politica estera italiana. Finora questo non era accaduto. La politica estera era rimasta fuori dalla competizione elettorale". La giornata per il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri è difficile. L'ambasciatore italiano a Beirut, Gabriele Checchia, viene subito contattato dal presidente del Parlamento libanese, il leader sciita Nabih Berri, che chiede rassicurazioni sugli impegni assunti dal nostro Paese. I caschi blu della missione Unifil sono preoccupati. Gli 007 vengono allertati. Sono cinquemila gli uomini attualmente impegnati nelle missioni all'estero su cui è intervenuto Martino. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti, Enrico Micheli, invita a tenere fuori le missioni militari dal tritacarne della campagna elettorale. La situazione è delicata, il comando generale dell'Unifil sceglie la strada del silenzio. E Prodi, per calmare le acque, rammenta al centrodestra come lo stesso ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, "abbia sottolineato l'importanza di questa missione anche per la sicurezza di Israele". Martino viene bollato dal Professore come un irresponsabile e poco adatto ad una futura carica di ministro: "Credo - spiega il premier al termine del vertice europeo - che dopo queste affermazioni non farà parte dell'esecutivo, almeno la logica vorrebbe così". A non condividere le dichiarazioni di Martino è peraltro anche Gianfranco Fini. L'ex ministro degli Esteri del governo Berlusconi prende le distanze: "Andarsene dal Libano - spiega - sarebbe sbagliato, porre il problema della quantità di militari impegnati è altra questione, anche perchè abbiamo degli obblighi internazionali che devono essere assolti". Sul capitolo Iraq, Fini non ha dubbi: "Una richiesta come quella di Martino non è giunta neanche dagli alleati". La presa di posizione del leader di Alleanza nazionale rassicura Massimo D'Alema, ma non attenua più di tanto lo scontro tra i due poli sulle linee di politica estera. Veltroni ha idee ben diverse: "La presenza italiana in Libano, che è entro l'egida internazionale, è una missione di pace per evitare il deflagrare di una crisi che può avere conseguenze devastanti per tutta l'area". E il ministro della Difesa, Arturo Parisi, avverte: "Se un eventuale futuro governo di centrodestra dovesse continuare a "colpire drasticamente" il bilancio della Difesa come ha fatto Tremonti, altro che lasciare il Libano per l'Afghanistan e per l'Iraq, in discussione sarebbe tutta la presenza militare italiana all'estero e la stessa capacità di garantire al Paese uno strumento di difesa adeguato". Un pattugliamento dei militari italiani dell'Unifil a Naqura in Libano.

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