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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza” |
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Ciarrapico,
schiaffo del Ppe Ma il Cavaliere minimizza
( da "Giorno,
Il (Nazionale)" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
In serata, il
Cavaliere è stato ospite dell'ambasciatore americano a Roma Spogli insieme con
la comunità ebraica della Capitale. Nessun accenno al 'caso fascismo ma una
chiara presa di posizione a favore Israele: "Le aperture di D'Alema ad
Hamas sono un lavoro contro gli ebrei". m. c. - -->.
"la
nostra gente ha paura e molti sono già fuggiti" - marco politi
( da "Repubblica,
La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
La grande
comunità caldea irachena è ormai in maggioranza emigrata, mentre in Palestina
gli arabi cristiani calano vertiginosamente. Monsignor Sleiman, perché temevate
il peggio? "In tutti questi giorni i rapitori non si era fatti vivi. Dopo
il sequestro non hanno avanzato pretese di riscatto. Non si sono fatti proprio
sentire.
"dall'autorità
palestinese segni di distensione" - massimo novelli
( da "Repubblica,
La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
con Israele e
il presidente Shimon Peres ospiti d'onore, a Torino, dove dall'8 al 12 maggio
sarà di scena nuovamente il mondo culturale dello Stato ebraico, si manifesta
"qualche segnale di distensione, anche se la vigilanza non viene
meno" Ad affermarlo è Rolando Picchioni, presidente della Fondazione per
il libro,
Quattro
bambini narrano il dolore - parigi
( da "Repubblica,
La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
da Israele a
New York, la vicenda familiare si snoda lungo sessant'anni ed è raccontata a
ritroso da quattro narratori bambini, ognuno di una diversa generazione, i
quali guardano con occhi spietati e innocenti gli adulti alle prese con la
difficoltà della vita quotidiana e con il peso di una verità ingombrante e
minacciosa.
Israele,
lo stato dello Stato ( da "Unita, L'"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stai
consultando l'edizione del Israele, lo stato dello Stato Furio Colombo Commenti
A proposito di Hamas Ho letto e riletto l'intervista con Ismail Haniyeh,
premier di Hamas, ovvero leader della parte dei territori palestinesi (Gaza) in
rivolta contro l'altra parte, Ramallah, che riconosce come presidente Abu
Mazen.
Vi
spiego perché non siamo più Sud ( da "Unita, L'"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
istruzione
intensiva di Israele, basterebbe quello francese che inculca la propria parola
per poi esigerla. Perciò ha ricevuto in premio uomini come l'irlandese Beckett
e il rumeno Ionesco che hanno scritto in quella lingua. Il piú grande scrittore
francese del secolo, per me, Albert Camus, è nato in Algeria e ci ha vissuto
fino ai suoi vent'anni.
Chi
vuole esportare democrazia, deve poi rispettare l'esito del libero voto in
Palestina ( da "Unita, L'"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stai consultando
l'edizione del Jimmy Carter "Chi vuole esportare democrazia, deve poi
rispettare l'esito del libero voto in Palestina".
D'Alema:
sulla trattativa non sono isolato Ancora polemica su Hamas. Fassino: devono
sciogliere l'ambiguità su Israele
( da "Unita,
L'" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
ambiguità su
Israele "Non credo di aver detto nulla di scandaloso. L'ambasciatore
israeliano naturalmente può avere una diversa opinione del tutto legittima...Io
ho ricordato che questa necessità di negoziare (con Hamas, ndr.) una tregua è
condivisa dalla grande maggioranza dei cittadini israeliani ed è sostenuta
anche da tanti commentatori"
Caso
Hamas, tutti i big a favore del dialogo con i padroni di Gaza Da Annan a
Carter, dall'ex ministro israeliano Ben Ami a Brzezinski le ragioni di chi
difende la trattativa ( da "Unita, L'"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele,
Carter e Annan si sono detti disponibili a favorire un negoziato tra le parti
belligeranti, e cioè Israele e Hamas, per giungere ad una tregua. Una necessità
avvertita da altre personalità della politica statunitense. "Crediamo che
un dialogo schietto con l'organizzazione sia di gran lunga preferibile al suo
isolamento:
Lo
stato dello Stato di Israele ( da "Unita, L'"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
persino
sapendo che chi rappresenta Israele ci darà torto, anche per ragioni di
legittimo patriottismo - che Israele non è più così forte a confronto con
l'assedio che sta subendo. Lo abbiamo visto nella breve e tremenda guerra
dell'estate del 2006. Una tecnologia costosissima e raffinata ha colpito
Israele dal versante del Libano e a cura del potentissimo e ricchissimo "
A
ALPIGNANO Martedì 18, ore 15,30, al salone Primo Levi, piazza Vittorio Veneto,
( da "Stampa,
La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
laboratorio
"Sapori e saperi dal mondo", parole e assaggi dalla Palestina.
Iscrizioni 10 euro, telefonando allo 011/80.28.349. Fino al 20 marzo, presso La
Giardiniera di via Italia 90 bis, mostra "Progettare ai margini".
Orario apertura: dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19, sabato e domenica
dalle 15 alle 19.
Scajola
apre la strada all'arrivo di Berlusconi
( da "Stampa,
La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
giornalista
tra le maggiori esperte di Medio Oriente ed Israele, e la cui candidatura (come
indipendente di An) ha suscitato alcune polemiche. A livello nazionale perché
lei, appartenente alla comunità ebraica italiana, si è schierata con i post
fascisti e, a livello locale, perché da "paracadutata" ha fatto
retrocedere di qualche posizione gli esponenti liguri di Alleanza nazionale.
Berlusconi
boccia il Pd e si schiera con Israele
( da "Tempo,
Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
amicizia con
Israele. Berlusconi boccia le aperture di Massimo D'Alema ad Hamas ("un
lavoro contro gli ebrei") quindi assicura che il prossimo ministro degli
Esteri del suo governo sarà "un amico di Israele che sa intrattenere
ottimi rapporti". Ma quella sul "fascista" Ciarrapico non è
l'unica polemica che il Cavaliere si trova ad affrontare.
<Cristiani
in Iraq, vittime innocenti di una guerra infinita>
( da "Corriere
della Sera" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
che oggi sia
più difficile di ieri essere cristiano in Iraq e in Palestina, ma anche in
Turchia e in Libano... "Questo è forse l'aspetto del problema che più mi
addolora. In passato nelle guerre del mondo arabo c'era quasi una consegna non
scritta di rispettare gli uomini delle religioni, ma purtroppo ora quel
rispetto non c'è più e si rapiscono religiosi e si violano sinagoghe,
G
li ( da "Corriere della Sera"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
e le parole
dette ieri da Berlusconi a favore di Israele e contro il dialogo con Hamas
confermano una sterzata in politica estera, se il centrodestra vince. Ma
sull'altro fronte c'è anche un Pd che chiede al Pse di cambiare nome per
permettergli di non spaccarsi. Più che una doppia anomalìa, rischia di
diventare un doppio handicap.
<Non
ci saranno danni> Ma il <fattore Ciarra> raffredda i sondaggi
( da "Corriere
della Sera" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
riaffermare
le forti relazioni con Israele e rinsaldare i rapporti con gli ebrei italiani
dopo il "caso Ciarrapico ". Da giorni sono in molti a prodigarsi. Il
segretario del Pri Nucara, a un incontro pubblico con la comunità ebraica, ha
parlato del suo viaggio a Sderot, "martoriata dai razzi di Hamas":
"Ha fatto bene Veltroni a portare i ragazzi delle scuole romane ad
Auschwitz.
<Trattare
con Hamas? Chi dice queste cose lavora contro gli ebrei>
( da "Corriere
della Sera" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Gianfranco
Fini aveva proposto invece uno "spostamento" di risorse e truppe dal
confine Israelo-libanese all'Afghanistan. L'occasione per puntualizzare e per
ribadire che "l'Italia è comunque pronta a fare il proprio dovere con la
comunità internazionale e gli Stati Uniti" è un ricevimento all'ambasciata
americana in onore della comunità ebraica italiana.
La
politica estera nel dimenticatoio
( da "Corriere
della Sera" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Il confronto
israelo-palestinese è tanto complesso da sfidare ogni previsione e ogni
politica, ma il ministro francese Kouchner, secondo l'International Herald
Tribune di ieri, è parso "diplomaticamente" favorevole a un qualche
contatto con Hamas. Tutto tranquillo.
Dal
nostro corrispondente NEW YORK - Nel marzo del 2003, quando l'Amministrazion
( da "Messaggero,
Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Uniti e
Israele. L'unico suo interesse era di rafforzare il proprio potere, e questi contatti
gli servivano solo per colpire gli esuli iracheni all'estero. Ironia della
sorte: l'addestramento terroristico che Saddam fece impartire ai suoi soldati
ha permesso a questi uomini di gettare la divisa e trasformarsi in spietate
macchine della morte contro le truppe di invasione alleate.
Segue
dalla prima mamet ( da "Riformista, Il"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Tony Kushner,
ha criticato le posizioni di Mamet su Israele e lo ha accusato di essersi
spinto su una linea troppo filoisraeliana". Un dettaglio sfuggito a molti,
ma che Mamet ha espresso chiaramente in un libro pubblicato nel 2006,
ferocemente critico nei confronti dell'ultra-sinistra ebraica di Noam Chomsky.
A
pochi chilometri dalla Striscia di Gaza, la località isrealiana è il bersaglio
preferito dei missili qassam: 6mila lanci dal 2001 Vivere nella paura a Sderot,
città-dormitorio do ( da "Liberazione"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Situata a sud
di Israele, Sderot, 20mila anime, si trova a un passo dal confine a nord-est
con la Striscia di Gaza. Pur essendo confezionato in laboratori caserecci, il
razzo qassam home-made in Gaza, è in via di miglioramento. Lo dimostra il fatto
che in passato questi ordigni cadevano soprattutto in campi aperti e talvolta
all'interno dello stesso territorio di Gaza,
<Londra
vuole influenzarci> La Siria contro la Bbc in arabo
( da "Liberazione"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
emittente
televisiva non sarà imparziale sulle questioni dei diritti umani e troppo
sbilanciata in favore di Israele. "L'obiettivo della Bbc in arabo è di
raggiungere 25 milioni di spettatori arabi entro il 2010, questo significa che
la Gran Bretagna pagherà una sterlina per ogni arabo e convincerlo delle
proprie bugie" si legge ancora sull'editoriale.
Lettera
dall'inferno di Rafah ( da "Manifesto, Il"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
discendenti
di persone dislocate qui dalle loro case della Palestina storica - ora Israele.
(...) Al momento l'esercito israeliano sta costruendo un muro alto
Oratorio
per Rachel ( da "Manifesto, Il"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
il cosiddetto
ritiro israeliano, l'atto unilaterale che ha consentito a Israele di
controllare la Striscia da terra, mare, cielo e di estendere con il Muro e gli
infiniti insediamenti l'occupazione in Cisgiordania. Ora che il cuore dei
palestinesi, dopo la morte di Arafat, è spezzato in due anime per ora
irriconciliabili ,
I
miei due buoni motivi per votare ( da "Manifesto, Il"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Samir Al
Qaryouti che dopo aver denunciato le manifeste intenzioni del governo
israeliano di procedere allo sterminio e alla pulizia etnica nei confronti dei
palestinesi, ha esaltato la sconfitta dell'esercito israeliano che supponeva di
incontrare la collaborazione degli uomini di Fatah che invece hanno combattuto,
fianco a fianco, con i fratelli di Hamas.
Notizie
( da "Manifesto,
Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele Ban
Ki-moon condanna l'uso "sproporzionato" della forza Il segretario
generale dell'Onu Ban Ki-moon ha condannato ieri l'uso "inappropriato e
sproporzionato della forza" da parte di Israele contro i palestinesi e ha
sollecitato un cessate il fuoco immediato.
Che
cosa c'è davvero dietro la strage alla yeshiva Mercaz
( da "Unione
Sarda, L' (Nazionale)" del
14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
contro la
Striscia di Gaza per mettere fine al lancio di razzi Qassam sul territorio
israeliano, ha cantato vittoria nonostante gli oltre cento morti palestinesi.
Il presidente Abu Mazen annunciava infatti in quelle ore, in conseguenza alle
violenze di Gaza, il congelamento dei colloqui con gli israeliani (ripresi dopo
il viaggio del segretario di Stato americano Condoleezza Rice).
Francia
e Israele, il dialogo è ricominciato
( da "Secolo
XIX, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Ma il
presidente francese Sarkozy è stato comunque chiaro con Peres: "Come amico
di Israele, le devo il linguaggio della verità: la sicurezza d Israele passa
per la cessazione degli insediamenti". Sarkozy, che si recherà a giugno in
Israele e visiterà i territori occupati, ha sollecitato la costituzione di uno
Stato palestinese "moderno e democratico" entro la fine del 2008.
A
Roma la "Via Crucis" di Sergio Bertinotti
( da "Stampa,
La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
fecero
erigere per custodire e onorare parte delle sacre relique ritrovate in
Palestina: un frammento della croce, il "titulus crucis" e un chiodo.
Proprio nel tempio di piazza Santa Croce, alla presenza del cardinale Angelo
Comastri, questo pomeriggio alle 17 s'inaugurerà la mostra delle opere che
compongono la "Via Crucis" dipinta da Bertinotti: quattordici
stazioni "tradizionali",
Vive
la France mentre Pahor incombe sullo Strega
( da "Stampa,
La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
non solo la
Foire du Livre che s'inaugura con Israele Paese ospite, proprio come la Fiera
di Torino, e con boicottatori furibondi, quasi come Torino. Nelle classifiche
dei libri più venduti è un trionfo di francofonia: Daniel Pennac al primo
posto, Muriel Barbery al terzo, Amélie Nothomb all'ottavo.
Craxi
'I socialisti stanno con i socialisti'
( da "Voce
d'Italia, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
i socialisti
stanno con i socialisti, egli infatti non lo è più da tempo. Quanto alla
politica estera, i socialisti sono leali all'alleanza ed incoraggiano il
progetto di pace in Medio Oriente per una Palestina riconosciuta ed uno stato
di Israele che possa vivere in sicurezza". politica@voceditalia.it.
Berlusconi
boccia il Pd e si schiera con Israele
( da "Tempo,
Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
amicizia con
Israele. Berlusconi boccia le aperture di Massimo D'Alema ad Hamas ("un
lavoro contro gli ebrei") quindi assicura che il prossimo ministro degli
Esteri del suo governo sarà "un amico di Israele che sa intrattenere
ottimi rapporti". Ma quella sul "fascista" Ciarrapico non è
l'unica polemica che il Cavaliere si trova ad affrontare.
Intervista
a Orly Benny Davis / Vaticano e Israele: la lite sul fisco non rovina il
dialogo ( da "Opinione, L'"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
2008
Intervista a Orly Benny Davis / Vaticano e Israele: la lite sul fisco non
rovina il dialogo di Lorenzo Montanari Sono state settimane di grande crisi in
Terra Santa. Il ritorno dei venti di guerra tra Israele e Hamas hanno fatto
dimenticare velocemente lo spirito della Conferenza di Annapolis, dello scorso
novembre.
Persino
Gideon Meir si ribella a D'Alema ( da "Opinione, L'"
del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
ambasciatore
di Israele Persino Gideon Meir si ribella a D'Alema di Dimitri Buffa Per
riuscire a fare infuriare l'attuale ambasciatore di Israele in Italia Gideon
Meir, al punto da fargli dire "Ci chiedete di trattare sulla misura della
nostra bara", il ministro degli Esteri ancora in carica Massimo D'Alema
deve avere fatto uno studio lungo e accurato.
Frattini:
"Casini non fa onore a se stesso"
( da "Tempo,
Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele. A
Torino contestata la partecipazione di Israele alla Fiera del libro. Stessa
situazione al salone di Parigi con la rinuncia di molti Paesi arabi cosiddetti
moderati. "Sono molto preoccupato rispetto a questo. Anche i Paesi arabi
moderati pro-occidentali hanno grandi problemi rispetto a questa tematica.
Missione
in Libano, è scontro tra Martino e Prodi
( da "Giornale.it,
Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
questa
missione anche per la sicurezza di Israele". Il Professore ha concluso
rimarcando come le dichiarazioni di Martino non facciano altro che ribadire
"le differenze profonde" sulla politica estera tra il Centrodestra e
il Pd L'affondo della Farnesina Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha
accusato il Partito delle libertà di danneggiare l'immagine internazionale
dell'
( da "Giorno, Il (Nazionale)" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
JUNCKER RIAPRE LA
POLEMICA: "NON ACCETTIAMO FASCISTI" Ciarrapico, schiaffo del Ppe Ma
il Cavaliere minimizza ? ROMA ? IL PARTITO popolare europeo, a cui il programma
di Berlusconi si richiama, avverte il Popolo della libertà su Ciarrapico.
"Non c'è posto per i fascisti nel Ppe", commenta il presidente
dell'Eurogruppo Jean Claude Juncker. E, se il vicepresidente del Ppe, l'azzurro
Antonio Tajani, contestualizza l'affondo spiegando che "nel vertice dei
popolari il nome Ciarrapico non è stato fatto", la frase di Junker ha
comunque riacceso una polemica ? quella sulla candidatura voluta da Silvio
Berlusconi dell'imprenditore proclamatosi fascista ? che i vertici del Pdl
speravano chiusa. Invece il Pd e la Cosa bianca hanno soffiato sul fuoco. E il
partito del Cavaliere ha risposto per le rime, con Alessandra Mussolini che ha
ironizzato sul cognome di Juncker e lo stesso Berlusconi a sentenziare:
"Juncker deve parlare con Casini, visto che Ciarrapico andava sempre a
braccetto con lui". Il polverone è nato quando, a margine di un Consiglio
europeo, Juncker ha risposto alle domande dei giornalisti su Giuseppe
Ciarrapico (a fianco, visto da Spezi): "Non lo conosco, ma posso dire che
non c'è posto per i fascisti nel Ppe". Più cauti il presidente del
Parlamento Ue, Pottering, e il numero uno del gruppo Ppe, Daul: "La
questione non è ora all'ordine del giorno". Ma per chi non milita nel Pdl,
la questione non è, come sostiene il forzista Marcello Pera, "solo una
montatura propagandistica". Il leader moderato Pier Ferdinando Casini ha
sottolineato che "la disavventura sulla candidatura di Ciarrapico e la
presenza della Mussolini sono il segno di un progetto di Berlusconi che si è
spostato a destra". Tagliente il ministro degli Esteri Massimo D'Alema:
"Berlusconi ha candidato più fascisti di Storace...". Non meno
provocatorio il ministro cattolico Giuseppe Fioroni: "Meglio tardi che
mai, il Ppe si accorge di Ciarrapico. Speriamo che questo gli consenta di accorgersi
che anche la destra di Fini poco ha a che vedere con i Popolari". BATTUTA
che non deve essere piaciuta a Gianfranco Fini: nel novembre 2006, infatti,
sull'ingresso degli eurodeputati di An, il presidente del Ppe Wilfried Martens
si era dimostrato contrario. E già si capisce che, dietro le polemiche su
Ciarrapico, si profila il problema più consistente dell'ingresso del Pdl tra le
file dei popolari europei. Anche ieri Martens ha ribadito: "Respingiamo
tutti gli estremismi di destra e sinistra". Netta la rassicurazione di
Berlusconi: "Caso Ciarrapico? Ma quali ripercussioni, andiamo... quelli
del Ppe non sono mica questi della nostra sinistra". Meno diplomatica è
stata la Mussolini: "Juncker? Ha un cognome che sembra uno yogurt". In
serata, il Cavaliere è stato ospite dell'ambasciatore americano a Roma Spogli
insieme con la comunità ebraica della Capitale. Nessun accenno al 'caso
fascismo' ma una chiara presa di posizione a favore Israele:
"Le aperture di D'Alema ad Hamas sono un lavoro contro gli ebrei". m.
c. - -->.
( da "Repubblica, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Un uomo di pace Era
in pericolo Chiese senza fedeli "La nostra gente ha paura e molti sono già
fuggiti" Il capo della diocesi di Bagdad: "Temevo finisse così"
Monsignor Rahho era stato minacciato più volte, ma lui voleva stare vicino alla
sua gente I rapitori erano spariti, la sua auto era crivellata di proiettili:
possibile che fosse rimasto illeso? Le chiese sono sempre più vuote, alle
cerimonie religiose ci accorgiamo delle assenze "Sappiamo di essere tutti
quanti sotto tiro, ma andremo avanti comunque" MARCO POLITI ROMA -
"Viviamo nell'angoscia". Mons. Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo
latino di Bagdad, è rimasto folgorato dalla notizia. Solo poco prima stava
ancora discutendo con il nunzio vaticano delle prospettive per ritrovare il suo
confratello Rahho. Eppure il prelato è sincero: "Temevamo che finisse
così, di ora in ora eravamo sempre più in ansia". In Vaticano sono
sconvolti non solo per l'episodio, ma perché è il segnale dell'inesorabile
logoramento cui sono sottoposte le comunità cristiane non solo in Iraq ma in
tutto il Medio Oriente. La grande comunità caldea irachena
è ormai in maggioranza emigrata, mentre in Palestina gli
arabi cristiani calano vertiginosamente. Monsignor Sleiman, perché temevate il
peggio? "In tutti questi giorni i rapitori non si era fatti vivi. Dopo il
sequestro non hanno avanzato pretese di riscatto. Non si sono fatti proprio
sentire. E poi c'era quell'auto di mons. Rahho crivellata di proiettili,
i suoi tre accompagnatori morti, possibile che solo lui fosse incolume?".
Sono stati terroristi o delinquenti comuni? "Non oso pronunciarmi. Ma
spesso i fanatici si confondono con i criminali comuni. Non sappiamo dove
finisce il delitto politico e comincia l'azione della delinquenza". Che
persona era mons. Rahho? "Un sant'uomo, buono, fedele, coraggioso. Magari
non laureato, ma veramente vicino alla gente. A Mosul tre anni fa un gruppo di
fanatici era arrivato a distruggergli dimostrativamente l'episcopio. Avevano
fatto uscire tutte le persone e ne avevano fatto macerie. Ma lui era tornato
per stare con i suoi fedeli, per seguire un gruppo di handicappati cui andavano
tutte le sue cure". Per i cristiani dell'Iraq come sarà ora? "Non c'è
fiducia nell'avvenire, la gente non ha speranza. Tutti vivono in una situazione
di angoscia. Tanti sono partiti, non sappiamo nemmeno quanti. Alle cerimonie
religiose ci accorgiamo che manca tanta gente. Forse sono andati all'estero,
forse si sono spostati in un'altra parte del Paese, forse si nascondono a casa.
D'altra parte gli stati confinanti non accolgono più i profughi facilmente come
prima. Le domeniche ci sono pochi fedeli nelle chiese, poi magari alle grandi
feste si vedono numerosi". Quanti sono rimasti? Sono ancora molti quelli che
vogliono fuggire? "Non ho cifre. Non sappiamo nulla. Vediamo una persona e
forse in cuor suo ha già deciso di partire, ma non possiamo nemmeno fare
domande, perché la gente si spaventa. è una realtà veramente triste". è
rimasto sorpreso dall'esito che ha avuto la vicenda del sequestro?
"Sinceramente è da giorni che pensavo a questo". Come pensate di
andare avanti? Ha paura per sé e gli altri vescovi? "Prima che arrivasse
la notizia, stavo parlando con il nunzio. Sentivamo che la nostra angoscia
diventava certezza. L'uccisione di mons. Rahho ci ricorda che ognuno di noi
corre lo stesso pericolo. Eppure dobbiamo continuare, dobbiamo andare avanti
perché altrimenti moriremo lo stesso moralmente". Qui mons. Sleiman fa una
pausa e poi spiega, soppesando le parole: "Non si può morire soltanto
perché non si ha il coraggio di vivere".
( da "Repubblica, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XIII - Torino
Ottimista Il presidente Picchioni ha incontrato in via riservata i
rappresentanti a Roma. "Adesso vedremo cosa succederà a Parigi"
"Dall'Autorità palestinese segni di distensione" "Verso di noi
c'è comprensione: non è esclusa la partecipazione di alcuni scrittori"
MASSIMO NOVELLI Mentre a Parigi si è aperto tra le polemiche le Salon du Livre,
con Israele e il presidente Shimon Peres ospiti d'onore, a Torino, dove
dall'8 al 12 maggio sarà di scena nuovamente il mondo culturale dello Stato
ebraico, si manifesta "qualche segnale di distensione, anche se la
vigilanza non viene meno" Ad affermarlo è Rolando Picchioni, presidente
della Fondazione per il libro, la musica e le attività culturali, che
ieri ha partecipato all'incontro tenutosi in Prefettura con lo scopo di fare il
punto sulle misure di sicurezza da adottare in vista del salone torinese. Quali
sono i segnali positivi che lei intravede, Picchioni? "Nei giorni scorsi
io ed Ernesto Ferrero, direttore della fiera, abbiamo incontrato a Roma gli
esponenti dell'Autorità nazionale palestinese in Italia. Hanno mostrato
comprensione e disponibilità verso la nostra Fiera internazionale del libro,
non escludendo la partecipazione già quest'anno di alcuni scrittori e
intellettuali della Palestina. Inoltre ci hanno
assicurato che le vicende delle scorse settimane, che avevano investito il
salone di Torino, non compromettono la presenza dei palestinesi, insieme agli
altri romanzieri, poeti, uomini e donne di cultura di altri paesi arabi,
all'edizione del prossimo anno, che avrà al centro l'Egitto". Si tratta di
un incontro importante, certamente. Però ora i cosiddetti riflettori sono
puntati su Parigi. Voi guardate al Salon du Livre per capire come andranno poi
davvero le cose al Lingotto? "Diciamo che Parigi può essere un po' la
cartina di tornasole. Se lì tutto filerà liscio, se non si verificheranno
incidenti, allora possiamo trarne un buon auspicio per la nostra fiera.
L'augurio è che a Torino il salone possa tenersi tranquillamente, o almeno
svolgersi lungo i binari di una agitata tranquillità. Voglio tuttavia
specificare che, contrariamente a quanto ha scritto qualcuno sui giornali, la
presenza degli israeliani a Torino è diversa da quella di Parigi. Noi abbiamo
invitato gli intellettuali, non le autorità dello Stato di Tel Aviv. E
tantomeno vogliamo una "cultura israeliana blindata"" In ogni
caso, le preoccupazioni per un boicottaggio di Librolandia, minacciato più volte
da associazioni di scrittori arabi e pure da intellettuali di casa nostra,
restano. Oppure, rispetto a qualche giorno fa, adesso i timori più forti sono
stati fugati? "Lo stato di allerta è sempre alto, pur senza fare eccessivi
allarmismi. Del resto, bisogna prendere in considerazione tutte le possibilità,
anche quelle su un piano negativo. Nell'incontro in Prefettura, comunque, si è
parlato principalmente delle misure e del cerimoniale da adottare in occasione
della visita che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, farà a Torino per
l'apertura della Fiera del libro".
( da "Repubblica, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura Intervista/
Esce "Un difetto impercettibile" di Nancy Huston QUATTRO BAMBINI
NARRANO IL DOLORE "All'origine del romanzo c'è il dramma dei piccoli
strappati alle loro famiglie e adottati dai tedeschi. Le tragedie della storia
sono viste con occhi infantili" PARIGI n romanziere non scrive mai
partendo dalle idee. I romanzi non sono opere teoriche, ma storie di personaggi
fatti di carne, emozioni e passioni". Autrice di una dozzina di romanzi,
Nancy Huston torna nelle librerie italiane con Un difetto impercettibile
(Rizzoli, pagg. 310, euro 18,50), un bel romanzo denso di vicende e sentimenti
che l'anno scorso in Francia ha vinto il prestigioso Prix Femina. Ricostruendo
lungo quattro generazioni la storia di una famiglia di ebrei americani,
l'autrice vi racconta la vicenda intensa e dolorosa di un gruppo di personaggi
alle prese con un segreto terribile, quello di Erra-Kristina, le cui origini
affondano nella tragedia della Seconda guerra mondiale. Dalla Germania alla
California, da Israele a New
York, la vicenda familiare si snoda lungo sessant'anni ed è raccontata a
ritroso da quattro narratori bambini, ognuno di una diversa generazione, i
quali guardano con occhi spietati e innocenti gli adulti alle prese con la
difficoltà della vita quotidiana e con il peso di una verità ingombrante e
minacciosa. Dal concatenarsi dei loro racconti emerge l'esile filo che
collega una bambina tedesca negli anni del nazismo a un bambino californiano
dei XXI secolo. "Per uno scrittore, i drammi e le contraddizioni della
storia collettiva hanno senso solo se s'incarnano in vicende umane
singolari", spiega la scrittrice d'origine canadese ma da moltissimi anni
residente a Parigi, dove è sposata con lo studioso Tzvetan Todorov. "Il
romanzo, alla cui origine c'è il dramma dei bambini strappati dai nazisti alle
loro famiglie e adottati da famiglie tedesche, è nato come reazione al mio
libro precedente, il saggio intitolato Professeurs de désespoir. Vi analizzavo
gli scritti di diversi autori - da Beckett a Kundera, da Bernhard a Houellebecq
- per i quali, in nome di una dimensione tragica e disperata dell'esistenza, la
maternità, l'infanzia e la famiglia hanno molto spesso una connotazione
negativa. Io al contrario ho voluto sottolineare l'importanza capitale dell'infanzia,
un periodo in cui l'individuo si costruisce attraverso l'interazione con gli
altri e la scoperta del mondo esterno". E' per questo che al centro del
romanzo c'è il passaggio da una generazione all'altra? "La vita fa sì che,
in una stessa famiglia, nel giro di una cinquantina d'anni, si trovino bambini
radicati in lingue, religioni e realtà geografiche diverse. Tenendo presente
questa realtà, ho affrontato il problema della trasmissione dell'eredità
familiare da una generazione all'altra. Di solito, gli uomini sono sempre molto
fieri di essere ciò che sono, dimenticando però che nel loro divenire vi è
sempre una componente casuale. Se siamo ciò che siamo, è anche il frutto del
caso. Il romanzo prova quindi a riflettere su come gli individui acquisiscono
opinioni e certezze sulla loro identità. Soprattutto quando sono bambini, prima
del processo di omologazione della scuola". Lei adotta il punto di vista
dei bambini, una scelta narrativa che accentua la dimensione emotiva della
narrazione... "I bambini, quando attraversano vicende terribili,
reagiscono innanzitutto sul piano emotivo, non certo su quello della
ricostruzione razionale e storica degli avvenimenti. I bambini vivono
attraverso i sentimenti dei loro genitori. Il romanzo ruota attorno al tema
dell'identità, alla cui costruzione contribuiscono molto le emozioni e le
passioni. Ma attenzione, non bisogna separare arbitrariamente i sentimenti dal
resto della nostra realtà. Gli individui sono fatti al contempo di corpo e
razionalità, componenti tra le quali non esistono frontiere precise". Le
sembra che oggi in ambito letterario ci sia più spazio per l'espressione di
emozioni e sentimenti? "Penso di sì. La dimensione soggettiva si manifesta
più facilmente. Anche perché abbiamo definitivamente superato il trionfo
dell'oggettività proposto in passato dagli scrittori del nouveau roman e dai
loro epigoni. La loro era un'ipotesi interessante dal punto di vista della
teoria letteraria, ma assolutamente senza senso sul piano delle letteratura,
vale a dire di quella attività umana che aiuta le persone a vivere e a
comprendere la loro vita".
( da "Unita, L'" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del Israele, lo stato
dello Stato Furio Colombo Commenti A proposito di Hamas Ho letto e riletto
l'intervista con Ismail Haniyeh, premier di Hamas, ovvero leader della parte
dei territori palestinesi (Gaza) in rivolta contro l'altra parte, Ramallah, che
riconosce come presidente Abu Mazen. L'intervista di Umberto De Giovannangeli è stata
pubblicata il 13 marzo da l'Unità e viene citata per dare ragione al ministro
degli Esteri italiano Massimo D'Alema quando dice che "ovviamente si deve
dialogare con Hamas, se no con chi?" e fa seguire un elenco di personalità
del mondo che sono dello stesso avviso: parlare con Hamas come condizione per
avviare una soluzione del conflitto. segue a pagina 25.
( da "Unita, L'" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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l'edizione del Vi spiego perché non siamo più Sud di Erri De Luca N el mondo
c'è piú sud che nord. Detto cosí è come se uno affermasse che i numeri dispari
sono di piú dei numeri pari. Però è un fatto che l'equatore, il largo parallelo
equidistante dai poli, non è mai stato discrimine efficace. Il Sud del mondo lo
ha scavalcato di slancio, si è spinto oltre il tropico del cancro fino a
risalire tutta l'Africa. Per ora si è assestato sulla sponda meridionale del
Mediterraneo. Un tempo anche noi nati sotto il Volturno ci dicevamo del Sud. Le
baracche di Gibellina, i sassi di Matera, i vicoli di Forcella ci davano questo
buon diritto. Fornivamo braccia a buon mercato alle Americhe, alle miniere,
alle acciaierie. Vendevamo sale, lavoravamo da bambini e sul lungomare tiravamo
reti lontane con corde grosse come braccia. Non avevamo petrolio, ma non ce lo
facemmo mancare. Vennero navi lunghe e pesanti a raffinarlo sulle nostre
spiagge. Era sporco, puzzava, specie nei giorni di scirocco. La fiamma perpetua
che smaltiva le scorie era il nostro cero acceso al santo del progresso. Sui
golfi piú belli del Tirreno e dello Ionio spuntarono torri, ma non per
avvistare Saraceni. Avevano altra forma, piú stretta, assai piú elevata e
fumavano in cima. Erano gli altiforni della colata continua, le metallurgie
urgenti dell'industria pesante. Non dovevamo piú partire verso l'affumicato
estero, ora ce l'avevamo in casa. Eravamo ancora del Sud e ci piaceva dirlo,
scrivercelo addosso quando con quel nome di fabbrica passavamo nelle piazze
d'Italia intorno a un palco. Eravamo la Questione Meridionale, ma i toni della
classe dirigente locale erano quelli di una supplica quaresimale. A mensa ci
venne servita la Cassa di Mezzogiorno, confezione di dolciumi purgativi che
sfamavano per cinque minuti e subito dopo procuravano la dissenteria della
disoccupazione. Sorsero baracche buone per il giorno dell'inaugurazione, poi
tutti a casa perché l'impresario aveva intanto intascato il gruzzolo del
finanziamento. Furono i terremoti a insegnarci un modello di sviluppo. Il
soccorso finì in molte mani, ci fu un'ansia di arricchirsi, nacquero molte
società per azioni e sopraffazioni, sparsero in giro molto sangue e molte
piccole industrie. Fu il tempo dell'accumulazione di fortune fresche, maledette
e subito. Fa cosí il capitalismo quando è in buona salute. Oggi molti ricchi di
quell'arrembaggio vogliono regolarizzare la loro posizione, perché sono la
nuova borghesia e non vogliono aspettare la seconda generazione per godersi la
rispettabilità del denaro. È la nuova questione meridionale. Intanto le nostre
città si popolano di un sud mobile. Le stazioni, le prigioni, i ponti, i
sottopassaggi e i semafori ci mostrano a domicilio il sud. Noi non lo siamo
piú. Nominarci tali oggi è abuso di latitudine altrui e appropriamento di
geografia indebito. Un tempo ho visto il Sud del mondo. In un periodo della mia
vita ho parlato una lingua che si chiama swahili, ho preso parte a un po' di
lavoro gratuito laggiú. Ho aderito a quel luogo sotto l'equatore, ho aderito
alla lettera fino a tremare delle sue febbri malariche, fino a svuotarmi le
viscere, commosse da un protozoo locale detto ameba. Era miseria diversa,
natura snaturata, siccità e acque torrenziali, fame e fiori, stagioni che non
lasciano seme nella terra. La vecchiaia era un privilegio, le nascite erano
agguati. La morte era infantile e capricciosa come il cielo al tempo dei
monsoni. È ancora cosí, perché quello è il sud. Noi dobbiamo dare le dimissioni
da quel nome onorato. Ci resta il sud dell'anima, per chi ancora la conserva
esposta a mezzogiorno, come un balcone. Siamo diventati una sfumatura del nord.
Le noir A differenza delle persone i popoli si guadagnano nel mondo un credito
indipendente dal loro conto in banca. Paesi come il Canada e il nostro possono
pure sedersi a qualche tavolata prestigiosa in virtú del loro grado di
ricchezza, ma poi contano decimi di niente al tempo delle grandi scelte.
Nemmeno le armi fanno grande un popolo, il primato militare invecchia in
fretta. Un popolo vale quanto la sua lingua e ha prestigio per quanto essa è
diffusa lontano dai suoi confini. La Francia gode di questo valore aggiunto, la
Germania potrà acquistarlo se l'Europa orientale parlerà tedesco. L'Italia
perse l'occasione dell'emigrazione. La nostra lingua nelle Americhe si perse in
una generazione e l'assimilazione dei nostri fu completa. Non uno scrittore,
poeta, commediografo ci fu restituito da quel viaggio di sola andata. Oriundi
di ritorno furono solo i calciatori, tenaci come pochi nel rifiutare di
imparare la lingua dei vecchi nonni e delle lire nuove. Poi con un piú cruento
dissanguamento l'Italia consumò la vanità coloniale di imporre la sua lingua a
popoli lontani. Resta un'altra occasione: dar voce italiana all'umanità che
emigra da noi per suo bisogno. Non tutti possono trovare un riparo e un impiego,
ma una lingua sí. Possiamo metterli in grado di parlare e scrivere bene in
italiano, la grande maggioranza di loro ha un grado di istruzione perfino
elevato. Invece succede spesso di ascoltare uno straniero che vive da molti
anni presso di noi e che non sa ancora formulare una frase corretta nella
nostra lingua. È umiliante, ma per noi, non per lui. Non costerebbe molto
trasmettere ai nostri nuovi vicini questa rarità neolatina. La glaciazione
delle nostre nascite lascia aule vuote e insegnanti a spasso, risorse che la
comunità paga comunque. Non occorrerebbe scegliere il modello d'istruzione intensiva di Israele,
basterebbe quello francese che inculca la propria parola per poi esigerla.
Perciò ha ricevuto in premio uomini come l'irlandese Beckett e il rumeno
Ionesco che hanno scritto in quella lingua. Il piú grande scrittore francese
del secolo, per me, Albert Camus, è nato in Algeria e ci ha vissuto fino ai
suoi vent'anni. Nessuno mette in dubbio che sia stato uno scrittore
francese, togliendo in buona fede all'Algeria il suo diritto di maternità. Tale
è il peso di una lingua, il suo campo magnetico irradiato lontano. Esso è il
frutto di un investimento di orgoglio prima che di mezzi, convinzione di avere
un rango nel mondo per la civiltà della propria parola. Se è vero che si può
abitare una lingua, allora noi non aiutiamo lo straniero ad abitare la nostra.
Lasciamo a lui il compito di arrangiarsi anche in questo, forse ci conforta un
altro vantaggio che abbiamo sul suo bisogno, che stenti anche con le parole. E
invece potrebbe amare le nostre, farle rimbalzare indietro lontano, inzuppare
di colori nuovi le pagine sbiadite dei nostri libri, le strofe insipide delle
nostre canzoni. È una bella lingua la nostra, dovremmo offrirla a piene mani,
regalarla agli altri: ce la vedremmo restituire piú grande, piú ricca. Non
sempre tra le persone accade, ma tra i popoli sí: la generosità paga alti
dividendi. Non avranno trovato molto da noi, i nostri nuovi vicini, ma quel po'
di tesoro gratuito che sta in una lingua non gliel'avremo lesinato. Lavoravo in
Francia in un cantiere edile insieme a operai di molte nazioni diverse. Un
giorno il capomastro si rivolse a uno di noi chiamandolo "le noir",
il nero. L'uomo si fermò e ad alta voce rispose che lui era un operaio, aveva
un nome e un salario come tutti e che non permetteva a nessuno di prenderlo per
la pelle. Fece un discorso veloce, tenuto in perfetto francese e provai
orgoglio di essergli amico. Tale è il peso di una lingua tra uomini che si
guadagnano il giorno lontano dalla loro terra. ERRI DE LUCA Nel suo nuovo
libro, Pianoterra, lo scrittore utilizza il punto di vista del vagabondo che
sbircia il mondo dal marciapiede... La Napoli d'un tempo e il nuovo Meridione
che arriva oggi nelle nostre città dall'Africa. Ecco un'anticipazione.
( da "Unita, L'" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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consultando l'edizione del Jimmy Carter "Chi vuole esportare democrazia,
deve poi rispettare l'esito del libero voto in Palestina".
( da "Unita, L'" del 14-03-2008)
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l'edizione del D'Alema: sulla trattativa non sono isolato Ancora polemica su
Hamas. Fassino: devono sciogliere l'ambiguità su Israele "Non credo di aver detto nulla di scandaloso.
L'ambasciatore israeliano naturalmente può avere una diversa opinione del tutto
legittima...Io ho ricordato che questa necessità di negoziare (con Hamas, ndr.)
una tregua è condivisa dalla grande maggioranza dei cittadini israeliani ed è
sostenuta anche da tanti commentatori". Così il ministro degli
Esteri Massimo D'Alema ha risposto, ieri pomeriggio a Bruxelles, a una
richiesta di commento sulla posizione espressa ieri dall'ambasciatore
israeliano in Italia Gideon Meir che aveva duramente criticato le parole del
titolare della Farnesina sull'opportunità di un dialogo con Hamas. La polemica
resta però alta. A sostegno di una trattativa con il movimento islamico si
schiera il presidente della Camera e candidato premier per la Sinistra
Arcobaleno, Fausto Bertinotti: in Medio Oriente "bisogna trattare con
tutti i protagonisti, compresa Hamas", afferma Bertinotti, "Critico
la comunità internazionale - aggiunge il presidente della Camera - per non aver
avuto il coraggio di imporre la trattativa. E siccome la trattativa si fa tra
avversari, escludere un avversario significa escludere la trattativa".
Contro l'apertura a Hamas si dichiara invece Pierferdinando Casini: "Non
apprezzo l'apertura di Massimo D'Alema ad Hamas: una presa di posizione che
indebolisce il negoziato europeo e degli Stati Uniti, ma anche il lavoro di Abu
Mazen Fatah e dell'autorità nazionale palestinese", dichiara il leader
dell'Udc. "Il coinvolgimento di Hamas nel processo di pace non può che
avvenire entro due fondamentali passaggi: per la comunità internazionale è
prioritario verificare che ci sia un'intesa tra Fatah e Hamas che, a sua volta,
deve sciogliere l'ambiguità sul riconoscimento di Israele",
puntualizza Piero Fassino provando a gettare acqua sul fuoco delle polemiche.
Uno sforzo che non trova alleati nel centrodestra. "In politica
internazionale la linea del Pdl è la continuazione di ciò che abbiamo fatto nei
cinque anni di governo, una linea diversa da quella del governo Prodi e D'Alema
anche per quanto riguarda la questione mediorientale", promette il leader
di An, Gianfranco Fini. "È particolarmente grave che Haniyeh si spinga
fino congratularsi con il nostro ministro degli Esteri per le sue aperture al
dialogo con Hamas. L'apertura politica ad Hamas è "un lavoro contro gli
ebrei". Ne è convinto Silvio Berlusconi, che partecipando a un ricevimento
offerto dall'ambasciata americana alle comunità ebraiche e statunitensi ha
stigmatizzato l'invito di Massimo D'Alema a far partecipare Hamas al negoziato
di pace. "Dovrebbe preoccuparci il fatto di avere un ministro degli Esteri
che parla a favore di un'organizzazione terroristica", ha aggiunto
Berlusconi. u.d.g.
( da "Unita, L'" del 14-03-2008)
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l'edizione del Caso Hamas, tutti i big a favore del dialogo con i padroni di
Gaza Da Annan a Carter, dall'ex ministro israeliano Ben Ami a Brzezinski le
ragioni di chi difende la trattativa di Umberto De Giovannangeli "CHI CI
INVITA ad aprire trattative con Hamas in effetti ci invita a negoziare sulle
misure delle nostre bare e sul numero dei fiori da mettere nella corona".
È, un j'accuse durissimo quello lanciato dall'ambasciatore israeliano a Roma
Gideon Meir in risposta alle considerazioni del titolare della Farnesina,
Massimo D'Alema. La domanda che viene spontanea è la seguente: la necessità di
avviare una qualche forma di negoziato con Hamas, è una fisima del ministro
degli Esteri italiano o, come cercheremo di documentare, è invece una necessità
avvertita da un arco ampio e variegato di personalità; un campo che annovera al
proprio interno ex presidenti Usa, ex segretari generali delle Nazioni Unite,
premi Nobel, e che include personalità che hanno rivestito incarichi di grande
responsabilità nei governi e nei vertici militari e di intelligence israeliani.
Hamas, rileva D'Alema, controlla un pezzo importantissimo del territorio
palestinese (Gaza, ndr.) e se si vuole la pace bisogna coinvolgere chi
rappresenta una parte importante del popolo palestinese". Una
constatazione che ha spinto l'ex presidente Usa Jimmy Carter e l'ex segretario
generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan: nei giorni scorsi, nel pieno dei
combattimenti che hanno insanguinato Gaza e il Sud d'Israele, Carter e
Annan si sono detti disponibili a favorire un negoziato tra le parti
belligeranti, e cioè Israele e Hamas, per giungere ad una tregua. Una necessità avvertita da
altre personalità della politica statunitense. "Crediamo che un dialogo
schietto con l'organizzazione sia di gran lunga preferibile al suo isolamento:
potrebbe essere condotto, per esempio, dagli inviati dell'Onu e del Quartetto
(Usa, Ue, Russia, Onu, ndr.). Promuovere un cessate il fuoco tra Israele e Gaza potrebbe essere un buon punto di
partenza": considerazioni che non sono un parto dalemiano, ma un
passaggio, cruciale, di una lettera a George W.Bush e Condoleezza Rice
pubblicata l'8 novembre dal New York Times. Tra i firmatari c'erano gli ex
consiglieri per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski e Brent Scowcroft.
."Senza dimenticare mai - avverte D'Alema - che Hamas vinse le
elezioni...". Cosa che non ha dimenticato Jimmy Carter. "Se uno
sponsorizza elezioni o intende promuovere la democrazia e la libertà in tutto
il mondo, poi, come è accaduto in Palestina, quando un
popolo sceglie liberamente i propri leader, credo che tutti dovrebbero
riconoscere il risultato e incalzare, senza demonizzarlo, il governo legittimo
che scaturisce dal voto", riflette l'ex presidente Usa. In Inghilterra,
personalità di primissimo piano del mondo della cultura, tra cui il Premio
Nobel Harold Pinter e lo storico Eric Hobsbawm, hanno pubblicato, a pagamento,
sul The Times un appello ad Israele perché ponga
termine all'assedio di Gaza. "La punizione collettiva della popolazione di
Gaza - c'è scritto nell'appello - è illegale ai sensi del diritto
internazionale. Condanniamo tutti gli attacchi contro i civili e
conseguentemente i lanci di razzi contro gli abitanti del Sud d'Israele. Chiediamo la fine dell'assedio di Gaza, l'immediato
cessate il fuoco, il negoziato con Hamas". Una richiesta fatta propria da
responsabili Onu, come il rappresentante delle Nazioni Unite per i diritti
umani, John Dugard, e Karen Abu Zayd, direttrice dell'Unrwa, l'Agenzia dell'Onu
per l'assistenza ai rifugiati palestinesi. "C'è un solo modo di evitare
nuove stragi di innocenti a Gaza e per porre fine al lancio di missili da Gaza
contro il Sud d'Israele. Favorire un negoziato tra il
governo israeliano, Hamas e l'Anp", afferma Dugard. "Il blocco di Gaza
punisce una intera popolazione per ritorsione contro l'azione di pochi. Non è
solo profondamente ingiusto, è estremamente pericoloso perché in questo modo si
spinge tutto il mondo nelle mani dell'estremismo", rileva a sua volta
Karen Abu Zayd. Argomenti che trovano autorevoli sostenitori anche nello Stato
ebraico. "Israele non ha il coraggio di fare il
primo passo verso Hamas, ma continuo a non capire perché l'Europa non ci aiuti,
perché abbia isolato Hamas, seguendo in modo acritico l'iniziativa dell'amministrazione
Bush", sostiene Shlomo Ben Ami, ministro degli Esteri del governo Barak
durante le trattative di Camp David. "Demonizzare Hamas non è una buona
politica e ancora peggio è avere un atteggiamento ostile, punitivo nei
confronti della popolazione palestinese, perché ha votato in massa Hamas",
sottolineatura importante, tanto più significativa perché a farla è un uomo che
ha trascorso larga parte della sua vita a combattere i peggiori nemici di Israele: si tratta di Amy Ayalon, ex capo della marina militare
dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno di Israele),
oggi parlamentare laburista. Trattare con Hamas per evitare pericoli peggiori,
quale la penetrazione di Al Qaeda nei Territori. È la tesi sostenuta da Yossi
Beilin, più volte ministro nei governi a guida laburista, leader storico del
Meretz, la sinistra pacifista israeliana: "Mettere sullo stesso piano
Hamas e Al Qaeda - dice Beilin - è un errore di analisi che porta ad adottare
una strategia di contenimento fallimentare. Ricordiamoci il passato: Israele ha eliminato il fondatore di Hamas (sheikh Ahmed
Yassin, ndr.) e lo stesso ha fatto con il suo successore (Abdelaziz Rantisi,
ndr.). Il risultato è stato opposto alle aspettative: Hamas è cresciuto nei
consensi della popolazione palestinese". "Per quanto riguarda
l'equiparazione di Hamas con Al Qaeda - prosegue Beilin - il mio pensiero
coincide pienamente con quanto affermato da Efraim Halevy (l'ex capo del
Mossad, il servizio segreto israeliano, ndr.), uno che di lotta al terrorismo
se ne intende come pochi al mondo: Halevy sostiene che cercare di aprire un
canale negoziale con Hamas serve anche a fermare una ideologia più radicale,
quella di Al Qaeda, che va conquistando sempre più proseliti nei
Territori". D'altro canto, e fuori dalle polemiche forzate, tra Israele e Hamas canali di contatto già esistono. Con la
mediazione egiziana che punta a un accordo tra le parti ampio, non soltanto a
una tregua. A spiegarlo è il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abdul Gheit,
un moderato apprezzato nelle cancellerie occidentali: alla fine delle violenze,
ha ripetuto nei giorni scorsi Gheit, deve accompagnarsi un allentamento delle
restrizioni per gli abitanti di Gaza e possibilmente uno scambio di
prigionieri, perché, avverte il ministro egiziano, "se non saremo in grado
di far sì che questa situazione finisca, le cose peggioreranno ancora a
detrimento sia della popolazione israeliana che palestinese".
( da "Unita, L'" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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l'edizione del Lo stato dello Stato di Israele Furio
Colombo Segue dalla Prima P rima di affrontare la domanda drammatica e
centrale: "si può, si deve dialogare con Hamas?", occorre fare sosta
intorno alla situazione. Ed è bene ricordare se e quali precedenti ci aiutano
nella difficile e sanguinosa storia contemporanea. Lo stato dello Stato di Israele (non è un gioco di parole, è la condizione di quel
Paese in questo momento) è uno stato di assedio. Di solito subito prima o
subito dopo questa affermazione si fa precipitoso riferimento alla potenza
israeliana e al "poderoso sostegno" americano. È vero che Israele ha una struttura militare molto forte (altrimenti
non esisterebbe più da tempo). Ed è vero che ha avuto la costante garanzia di
sopravvivenza offerta dagli Stati Uniti. Sul primo aspetto diremo - persino sapendo che chi rappresenta Israele ci darà
torto, anche per ragioni di legittimo patriottismo - che Israele non è più così forte a confronto con l'assedio che sta subendo.
Lo abbiamo visto nella breve e tremenda guerra dell'estate del 2006. Una
tecnologia costosissima e raffinata ha colpito Israele dal
versante del Libano e a cura del potentissimo e ricchissimo "esercito
di Dio" o Hezbollah. La difesa accanita e anche precipitosa e affannata di
Israele ha indignato molta opinione pubblica del mondo
perché troppi civili, troppi bambini erano tra le vittime della risposta di
guerra alla violentissima guerra. Questo aspetto terribile faceva parte del
piano di Hezbollah, la cui strumentazione elettronica era accuratamente
dispersa tra popolosi villaggi e condomini suburbani, in cui tutti gli abitanti
erano ostaggi da esibire come cadaveri dopo ogni tentativo israeliano di
fermare la pioggia di missili. In quella guerra perfettamente organizzata da
Hezbollah i bambini morti sono stati esibiti uno per uno di fronte alle
televisioni internazionali come mai era accaduto nelle pur tristi vicende dei sanguinosi
scontri dei nostri giorni nel mondo. Lo scopo di rendere odiosa, dunque
impossibile, la difesa di Israele è stato raggiunto. E
infatti l'unica soluzione è stata, si ricorderà, la realistica proposta di
inviare un importante corpo di spedizione delle Nazioni Unite alla frontiera
fra Israele e Libano. Va ricordato che è stata una
proposta italiana Prodi-D'Alema, e che si deve all'Italia se i contingenti
inviati, specialmente dall'Europa, non sono stati irrilevanti come altri, in
Europa, avrebbero voluto. Nella stessa circostanza, si ricorderà, le famiglie
israeliane di tre soldati rapiti e tenuti come ostaggio hanno chiesto
disperatamente aiuto all'Italia per avere almeno una notizia dei ragazzi
scomparsi. Ma ogni tentativo è risultato vano benché condotto senza pregiudizi
od ostilità verso Hamas. Quanto all'aiuto americano (e dirò un'altra cosa che a
volte dispiace all'attuale governo israeliano) esso, con la presidenza Bush è
impossibile. La guerra in Iraq, basata sulla falsa credenza dello scontro di
civiltà, ha mobilitato il mondo arabo e islamico al completo contro l'Occidente
(e il contrario). E dunque ha messo lo Stato di Israele
in pericolo. In queste condizioni può fare più guerra (mentre la guerra in Iraq
è in un profondo pantano) ma non può fare la pace, perché è circondato da una
ostilità altissima, una morsa che stringe e condanna allo scontro sia
israeliani che palestinesi. Ai media, non solo in Italia, continua a sfuggire
l'immagine del vero e immenso rischio di cancellazione che Israele
corre in questi anni, in questi mesi: la mobilitazione della ricchezza
petrolifera del mondo (proprio mentre il prezzo del petrolio continua a salire)
la stessa che, dal finto alleato che è l'Arabia Saudita al dichiarato nemico
Iran, e persino al lontano Venezuela di Chavez, finanziano senza limiti l'ormai
poderosa armata Hezbollah, e la parte violenta di Gaza. Queste dunque le
circostanze, sempre trascurate, quando si esorta a "dialogare" con
Hamas. È la stessa formazione che con i palestinesi non dialoga ma uccide in
caso di dissenso (la carneficina interna avvenuta a Gaza ha ormai da tempo
superato l'immagine del democratico vincitore di normali elezioni politiche).
Dalla utilissima intervista di Umberto De Giovannangeli con Haniyeh si ricavano
tre parole chiave. La prima è "tregua", unico modo di definire una
sospensione del conflitto, la seconda è "nemico" parola
sistematicamente usata dall'intervistato per non dire mai (mai) Israele, affinché non si sfiori il riconoscimento neppure
con il nome. La terza è "resistenza", una parola che fatalmente evoca
l'illegittimità di tutto ciò che è Israele, perché
niente - si dichiara - può cominciare se la situazione così come è continua.
Ovvero se rimane uno Stato di Israele vivo e in grado
di difendersi. Per dare un senso alla prima parola, "tregua", che
sembra così naturale e umana nel corso di un conflitto infinito, occorre
ricordare i giorni dello sfondamento del confine con l'Egitto. In quella
occasione, molto più che derrate alimentari, sono entrate armi, anche di classe
nuova, adatte a completare l'assedio già avviato da Hezbollah. Il modello tende
a ripetersi. Hezbollah usa come "martiri" involontari i libanesi di
confine, e più ne muoiono, nel caso di un nuovo divampare del conflitto, più è
probabile che il mondo si innervosisca contro Israele.
Hamas usa come "martiri" involontari tutti i palestinesi, condannati
a combattere sempre o a prepararsi per una quarta, quinta, sesta Intifada.
Strano che nessuno, nel giudicare continuamente e con severità gli errori veri
e presunti dei governi israeliani, non sosti a domandarsi quale deve essere il
grado di allarme, tensione, paura, panico, nelle strade, nella vita, nelle
famiglie di Israele. Proviamo a confrontare tutto ciò con
i sentimenti degli italiani. Un delitto, una aggressione, il gesto balordo di
alcuni immigrati balordi provoca da un lato la paura, l'indignazione, la
richiesta di difese di interi quartieri, di intere città e alla fine di tutto
un Paese che ha i suoi guai, ma non è affatto minacciato. Dall'altro lato,
però, sul versante politico più progressista delle decisioni di governo, non si
ritiene eccessivo mettere al bando (come si è fatto per un momento) l'intera
immigrazione rumena, né alzare muri in mezzo a una città (Padova)o promettere
poliziotti dovunque. Se è giusto e legittimo pensare alle sofferenze dei
palestinesi usati come ostaggi dai loro stessi leader, non dovrebbe essere
fuori posto pensare a come vive un ebreo sopravvissuto di Gerusalemme nel giorno
in cui constata che si può facilmente compiere una strage di adolescenti in una
Yeshiva. Per prima cosa vado a fare un dialogo? Ma la vera domanda è: potete,
ministri e lettori, sostenitori veri e appassionati di chi soffre e reclama un
diritto, potete indicare un solo Paese al mondo, fra i più civili, ragionevoli
e democratici, che aprirebbe una trattativa o anche solo "un
contatto" con chi non riconosce uno Stato, ne proclama e invoca la
distruzione e ha alle spalle potenze militari e economiche che apertamente
proclamano che quello Stato deve essere cancellato dal mondo? Sono le ragioni
per cui l'Italia non ha trattato con le Brigate rosse, Zapatero non può avviare
conversazioni con i separatisti baschi, e l'Inghilterra ci ha messo più di 70
anni - e ha preteso la rinuncia di ogni azione o intenzione militare - prima di
avviare lo smantellamento della guerra contro l'Ira. Eppure l'Ira era una
minaccia minima rispetto alla grande coalizione del mondo islamico che tiene
sotto assedio Israele. Il problema alla fine è questo.
Se, nel bene e nel male, nei momenti illuminati da politici come Rabin e da
scrittori come come Grossman e Yehoshua, e nei momenti difficili o sbagliati o
criticabili, Israele sia o no un Paese normale, come
l'Irlanda o la Spagna, che per prima cosa ha diritto alla sicurezza e a non
vivere in uno stato di assedio. Subito dopo - non in una tregua utile
soprattutto ai rifornimenti di nuove armi ma in uno spazio che riconosce la
Storia - inizia il confronto. Come segnale, un minuto prima, basterà restituire
gli ostaggi, di cui è negata alle famiglie ogni notizia nel più antico e
barbaro rituale di guerra perenne. furiocolombo@unita.it.
( da "Stampa, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Sotto la sede della
Banca San Paolo, l'università della Terza Età presenta uno spaccato della Valle
Soana. B BANCHETTE Domenica 16 alle 21,15, nella sala polifunzionale di via
Roma, il gruppo eporediese di Amnesty International, con la collaborazione di
Academia Cantus offre un concerto di musica sacra e profana, a ingresso libero,
per presentare la campagna "Mai più violenza sulle donne". Nel corso
della serata viene distribuito materiale informativo e si possono sottoscrivere
gli appelli di Amnesty International in difesa dei diritti delle donne in
Burundi. BARDONECCHIA Sabato 15, alle ore 18, appuntamento con la storia alla
biblioteca civica di viale Bramafam
( da "Stampa, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
VERSO LE
ELEZIONIDOMANI A GENOVA IL PDL PRESENTA I SUOI CANDIDATI Scajola apre la strada
all'arrivo di Berlusconi [FIRMA]MIRIANA REBAUDO GENOVA Si scalda la campagna
elettorale in Liguria, con Lazio e Puglia una delle tre regioni chiave che
potrebbero garantire alla coalizione vincente la maggioranza al Senato. Se
Walter Veltroni ha già bruciato i tempi, con il comizio in piazza Matteotti a
Genova lo scorso 4 marzo, ora a scaldare i motori è il Pdl che ha organizzato
per domani pomeriggio, ai Magazzini del Cotone, la presentazione dei suoi
candidati. Silvio Berlusconi non ci sarà e il ruolo di padrone di casa toccherà
perciò a Claudio Scajola che della lista ligure del Popolo della Libertà è il
principale artefice. La grande novità sarà però Fiamma Nirenstein, giornalista tra le maggiori esperte di Medio Oriente ed Israele, e la cui candidatura (come indipendente di An) ha suscitato
alcune polemiche. A livello nazionale perché lei, appartenente alla comunità
ebraica italiana, si è schierata con i post fascisti e, a livello locale, perché
da "paracadutata" ha fatto retrocedere di qualche posizione gli
esponenti liguri di Alleanza nazionale. Sarà l'occasione, per la
Nirenstein, di presentarsi all'elettorato e conoscere il territorio. La
convention di domani sarà anticipata, questa sera, da un incontro a Genova con
Elisabetta Gardini, l'ex tele conduttrice in corsa per la terza legislatura in
Parlamento. L'arrivo dei due leader è atteso per dopo Pasqua, quando,
avvicinandosi la scadenza elettorale, i toni inevitabilmente si alzeranno. Gianfranco
Fini, al secondo posto per il Pdl anche in Liguria, è atteso per lunedì 31
marzo. Il presidente di An molto probabilmente non si fermerà solo a Genova, ma
dovrebbe raggiungere altri centri della regione. Il clou, però, coinciderà con
l'arrivo di Silvio Berlusconi, che ha fissato la sua tappa ligure per la prima
decade di aprile. Se il Popolo della Libertà ha deciso di sparare le sue
principali cartucce negli ultimi giorni, il Pd segue invece un'altra tattica:
detto di Veltroni (ma non è escluso un suo ritorno ad aprile), in campo restano
le due capolista (caso unico in Italia): il ministro per le Politiche giovanili
Giovanna Melandri, in corsa per Montecitorio e che fino al 13 aprile farà la
pendolare tra Roma e la Liguria, e Roberta Pinotti, la "ragazza di
Sampierdarena" oggi ai vertici nazionali del Pd, destinata al Senato. In
movimento anche i "piccoli": oggi per la Sinistra Arcobaleno, Franco
Giordano, segretario nazionale di Rifondazione sarà a Sestri Ponente, la
"Stalingrado" di Genova.
( da "Tempo, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa Scelta di
campoIl Ppe attacca la candidatura del "fascista" Ciarrapico
Berlusconi boccia il Pd e si schiera con Israele
Silvio Berlusconi arriva a villa Taverna, residenza dell'ambasciatore americano
Ronald Spogli, poco dopo le 19. Con lui ci sono Gianni Letta, Marcello Pera e
Alessandro Ruben (presidente dell'Anti defamation league e candidato nelle
liste del Pdl in Piemonte). Gli va incontro l'ambasciatore israeliano in Italia
Gideon Meier che ha appena incontrato Spogli assieme all'Italian Jewish Committee.
Sembra un incontro come altri, ma non lo è. Dopo le polemiche italiane dei
giorni scorsi il "caso Ciarrapico" è esploso in Europa. Ed è esploso
all'interno di quel Partito popolare europeo a cui il Pdl si richiama
continuamente. Tutto si consuma al vertice del Ppe in corso a Bruxelles nel
fiabesco castello di Meise. Il presidente dell'Eurogruppo Jean Claude Juncker è
categorico: "Ciarrapico? Non lo conosco, ma di sicuro i fascisti non hanno
spazio nel Ppe". Parole dure che riaprono il "conflitto"
italiano. Il Pd attacca e anche Pier Ferdinando Casini, che si trova proprio a
Bruxelles, non si lascia sfuggire l'occasione per denunciare lo
"spostamento a destra" del Cavaliere. Berlusconi tace poi, in serata,
poco prima di recarsi a villa Taverna, sbotta: "Juncker? Bisogna allora
che parli con il suo amico Casini, visto che Ciarrapico ha offerto cene a
Fiuggi al partito di Casini e andava sempre a braccetto con Casini e
company...". Immediata la replica: "La differenza tra pranzare con
Ciarrapico assieme a decine di persone e candidarlo tra coloro che guideranno
il paese dai banchi del Parlamento è fin troppo chiara a tutti. Bisognerà però
che qualcuno la spieghi anche a Berlusconi". Ma, al di là della polemica,
nel Pdl c'è preoccupazione per quella che, un po' da tutti, viene considerata
una candidatura autogol. Non la pensa così Berlusconi che, anzi, fa sapere di
una sua lunga telefonata con Wilfred Martens e degli auguri del presidente del
Ppe per "la vittoria alle elezioni di aprile di un leader che si richiama
ai valori dei popolari". E chi gli parla di conseguenze in Europa replica:
"Ripercussioni? Ma quali ripercussioni, ma andiamo...Quelli del Ppe non
sono mica questi qui della nostra sinistra, sono persone intelligenti...".
In ogni caso, da villa Taverna, l'ex premier ribadisce quello che è un
caposaldo della sua politica estera: l'amicizia con Israele. Berlusconi boccia le aperture di Massimo D'Alema ad Hamas
("un lavoro contro gli ebrei") quindi assicura che il prossimo
ministro degli Esteri del suo governo sarà "un amico di Israele che sa intrattenere ottimi rapporti". Ma quella sul
"fascista" Ciarrapico non è l'unica polemica che il Cavaliere si
trova ad affrontare. A tenere banco c'è anche una battuta pronunciata
mercoledì sera nel corso di Punto di vista del Tg2 quando, parlando con una
giovane precaria dei problemi derivanti dalla mancanza di un posto fisso, il
leader del Pdl le ha consigliato di sposare suo figlio o qualche altro erede di
un milionario. Battuta che ha scatenato le critiche di Veltroni ("è
distante dai giovani") e della Sinistra l'Arcobaleno. Netto il giudizio
del Cavaliere ("Di questa sinistra io non so più cosa pensare, si
attaccano a qualunque pretesto visto che non hanno argomenti") che poi
ricorda come quella lasciata da Prodi è "un'eredità pesantissima".
Dopo essersi lamentato del lavoro fatto per stilare le liste ("è quanto di
più straziante possa esserci perché si finisce per deludere le aspettative di
chi viene escluso, un calvario") e aver ricordato che ad oggi non esiste
una soluzione per l'emergenza rifiuti ("studio tutta la notte, ma non
c'è"), un'ultima punzecchiatura a Veltroni: "è un buon comunicatore.
è bravissimo perché non ha argomenti e li sa argomentare. Ieri sera (mercoledì
ndr), dopo tanto tempo, l'ho guardato alla televisione e quasi, quasi, mi ha
convinto".
( da "Corriere della Sera" del 14-03-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-14 num: - pag: 3 categoria:
REDAZIONALE Il cardinale Martino "Arabi senza più rispetto per i
religiosi" "Cristiani in Iraq, vittime innocenti di una guerra
infinita" "Il dialogo è più che mai necessario" Il presidente
del Consiglio Giustizia e pace: "Se non ci fosse stato il conflitto, non
piangeremmo tutti questi morti" CITTà DEL VATICANO - "Se non ci fosse
stata la guerra a Saddam Hussein non staremmo a piangere tutti questi morti.
Con la guerra si voleva rimediare all'aggressività antioccidentale di quel
dittatore ed ecco che si è ottenuta un'aggressività ancora maggiore che travolge
i cristiani, benché iracheni, in quanto individuati come quinta colonna
dell'invasore": è il commento del cardinale Renato Martino, presidente del
Consiglio Giustizia e pace, alla morte del vescovo caldeo di Mosul. Eminenza,
la guerra non è ormai lontana? "Nient'affatto. A parte che i combattimenti
non sono mai cessati, per la mentalità araba la guerra sarà presente finché
saranno presenti le truppe americane. Io non posso che ripetere ancora una
volta: se si fosse ascoltato Giovanni Paolo II che scongiurava tutti di non
fare quella guerra!" Saddam Hussein non lasciava alternative all'uso della
forza... "Non è vero! La Santa Sede disponeva di informazioni sicure sul
fatto che Saddam era pronto ad accettare le condizioni dell'Onu. Le ispezioni
stavano funzionando e sarebbe stato sufficiente attendere un mese ma non si
volle questa attesa". Si direbbe che oggi sia più
difficile di ieri essere cristiano in Iraq e in Palestina, ma
anche in Turchia e in Libano... "Questo è forse l'aspetto del problema che
più mi addolora. In passato nelle guerre del mondo arabo c'era quasi una
consegna non scritta di rispettare gli uomini delle religioni, ma purtroppo ora
quel rispetto non c'è più e si rapiscono religiosi e si violano sinagoghe,
chiese e moschee". Le cose vanno dunque peggiorando? "Si direbbe che
peggiorino rispetto a ogni secolo precedente. Questo fratello vescovo colpito
ora era un caldeo: badi che i caldei sono in Iraq da sempre, da prima della
conquista musulmana, discendono dai primissimi cristiani e sono sopravvissuti
in ogni epoca. Solo oggi rischiano la scomparsa. E che dire del Libano, dove
quarant'anni addietro, al tempo della mia prima esperienza diplomatica a
Beirut, i cristiani erano il triplo di oggi?". Perché si va al peggio
invece che al meglio? "Perché la logica dello scontro si è radicalizzata e
ha finito per essere l'unica che si prende in esame. E' per questo che la Santa
Sede riafferma, nonostante ogni fatica, la necessità vitale del dialogo, in
Medio Oriente e dappertutto". Martiri cristiani ci sono anche al centro
dell'Africa, in Asia e in America Latina... "Oltre a quelli che sono
vittime di ogni tipo di fondamentalismo - c'è anche un fondamentalismo
cristiano e uno indù e uno ebraico, non c'è solo quello musulmano- ci sono le
vittime della predicazione della giustizia. Sappiamo bene quante volte i nostri
fratelli missionari, ma anche vescovi e cardinali del posto, sono stati uccisi
per aver denunciato la rapina dei latifondisti o la violenza dei dominatori
politici o gli affari dei signori della guerra". Luigi Accattoli.
( da "Corriere della Sera" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-14 num: - pag: 6 categoria:
REDAZIONALE La Nota di Massimo Franco L'Europa di fronte all'anomalia parallela
del sistema italiano G li echi della riunione del Partito popolare europeo a Bruxelles
erano abbastanza scontati. Il "no a tutti gli estremismi" confermato
dal presidente del Ppe, Wilfred Martens; e il "non c'è posto per i
fascisti" pronunciato dal premier del Lussemburgo, Jean Claude Juncker,
candidato-principe della Germania alla presidenza della Commissione Ue. In
fondo, era prevedibile anche la polemica fra Pier Ferdinando Casini, contro un
Pdl scivolato a destra, e accusato di mettere a rischio "la metà dei
seggi" del Ppe con candidature come quella dell'editore Giuseppe Ciarrapico;
e un Silvio Berlusconi pronto a rinfacciargli le frequentazioni del passato
proprio con Ciarrapico. Non è da escludersi che il Cavaliere possa incontrare
qualche difficoltà a fare accettare agli alleati europei tutto il suo cartello
elettorale. Ma l'impressione è che una vittoria olierà le eventuali resistenze
del Ppe. Le candidature di esponenti che non rinnegano il fascismo sottolineano
più l'eterna anomalia italiana che una mutazione del centrodestra. Il Ppe non è
affatto un monolite. Ieri l'ex capo dello Stato, Francesco Cossiga, ha
ricordato che la metamorfosi si è già compiuta con l'ingresso del Pp spagnolo e
postfranchista dell'allora capo del governo José Maria Aznar. E quando
Berlusconi fa notare che il Pdl non è ancora un partito, che lo diventerà dopo
le elezioni, in qualche misura ammette un esperimento in corso; e non esclude
qualche aggiustamento postelettorale: se non altro per presentarsi al Ppe con
le carte in regola. Ma la polemica mette in ombra che a livello europeo viene
attribuita all'Italia una doppia anomalia. Una riguarda il Pdl berlusconiano;
l'altra il Partito democratico di Walter Veltroni, seppure per motivi molto
diversi. Il Pd rischia di trovarsi ad affrontare problemi di identità non
irrilevanti, in prospettiva. E non per la questione del fascismo o del
comunismo, ma per il suo profilo continentale tuttora indefinito. Se si dovesse
eleggere adesso il Parlamento di Strasburgo, il Pd avrebbe parlamentari
iscritti a gruppi separati: in uno, quello dell'Alda (Alleanza liberali e
democratici europei), gli ex della Margherita; nel Pse, gli ex diessini. Fra un
anno si voterà davvero in Europa, e non è detto che allora la questione sarà
stata risolta. L'ha ricordato candidamente Massimo D'Alema, ministro degli
Esteri uscente e vicepresidente dell'Internazionale socialista. I socialisti
europei debbono trovare "un modo e una denominazione che consenta di stare
tutti insieme", ha dichiarato ieri D'Alema. Si trovava a Bruxelles, reduce
da un incontro con i leader laburisti inglese e spagnolo, Gordon Brown e José
Rodriguez Zapatero. E raccontava la simpatia e l'interesse che gli alleati
europei mostrano nei confronti del Pd. Ma anche il movimento veltroniano è un
esperimento: e rischia tensioni interne forti, in caso di sconfitta alle elezioni
del 13 aprile. Rispetto a un D'Alema che già considera il partito "nella
famiglia riformista e socialista", la componente ex popolare non sembra
disposta all'arruolamento nelle file socialiste. Il risultato è un'Italia che
si presenta con un Pdl destinato a rimanere un sorvegliato speciale in Europa; e le parole dette ieri da Berlusconi a favore di Israele e contro il dialogo con Hamas confermano una sterzata in
politica estera, se il centrodestra vince. Ma sull'altro fronte c'è anche un Pd
che chiede al Pse di cambiare nome per permettergli di non spaccarsi. Più che
una doppia anomalìa, rischia di diventare un doppio handicap. \\
Polemica sulle candidature del Pdl. Ma anche il Pd ha problemi di identità.
( da "Corriere della Sera" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-14 num: - pag: 6 categoria:
REDAZIONALE "Non ci saranno danni" Ma il "fattore Ciarra"
raffredda i sondaggi I report di Silvio: l'editore troppo prima Repubblica Il
leader del Pdl costretto in difesa rinuncia ad attaccare Veltroni su politica
estera ed eredità del governo Prodi ROMA - In questi giorni Berlusconi avrebbe
potuto mettere all'angolo Veltroni puntando sul malessere sociale,
"pesante eredità lasciata dal governo Prodi e dai ministri del Pd che sono
tutti in lista ". In questi giorni avrebbe potuto parlare della crescita
dimezzata, dei mercati diffidenti verso i bot, del picco raggiunto dalla
pressione fiscale, dell'inflazione molto alta sui beni di maggior consumo.
Insomma, il Cavaliere sui temi economici avrebbe potuto sfruttare i ragionamenti
elaborati da Tremonti. Invece è rimasto incastrato nella battuta sui precari e
soprattutto nel "caso Ciarrapico". Il "caso" - ormai
archiviato da Fini - è stato riaperto immediatamente da Casini e alimentato da
Veltroni, che hanno spostato la querelle in Europa. Il leader centrista aveva
tutto l'interesse a delegittimare Berlusconi dinnanzi al Ppe, anche se le
critiche espresse dai maggiorenti del Partito popolare europeo per la
candidatura di Ciarrapico "non avranno alcuna conseguenza concreta".
Parola di Bodrato, che è stato esponente di spicco della sinistra dc, e che non
può essere certo accusato di rapporti con il leader del Pdl: "Al Ppe
basteranno le garanzie di Berlusconi, perché il loro unico obiettivo sono i
numeri. Mi ricordo quando noi del Ppi ci battemmo contro l'ingresso di Forza
Italia nel Ppe. Rammento ancora cosa ci disse il rappresentante della Csu
tedesca: "Volete essere la testa di un topolino o la coda di un
leone?"". è vero dunque - come spiega il Cavaliere - che la
candidatura di Ciarrapico "non avrà riflessi" in Europa, sebbene
dalla cancelleria tedesca sarebbe filtrato un certo "stupore" per la
vicenda. Ma il punto è un altro: ancora ieri l'intero stato maggiore forzista è
dovuto intervenire per rintuzzare gli attacchi dell'Udc e del Pd, e non è un
buon segno quando in una competizione elettorale le energie vengono profuse per
difendersi e non per attaccare. Il fatto poi che Berlusconi abbia definito
Veltroni "un ottimo comunicatore senza argomenti", testimonia al momento
la difficoltà di dispiegare una valida strategia comunicativa. Solo in serata,
per esempio, l'ex premier ha trovato il tempo per criticare la linea di D'Alema
sul processo di pace in Medio Oriente. Eppure proprio la politica estera del
governo Prodi - insieme alla politica economica - rappresenta il tallone
d'Achille di Veltroni. Il Cavaliere è uscito allo scoperto per riaffermare le forti relazioni con Israele e
rinsaldare i rapporti con gli ebrei italiani dopo il "caso Ciarrapico
". Da giorni sono in molti a prodigarsi. Il segretario del Pri Nucara, a
un incontro pubblico con la comunità ebraica, ha parlato del suo viaggio a
Sderot, "martoriata dai razzi di Hamas": "Ha fatto bene Veltroni
a portare i ragazzi delle scuole romane ad Auschwitz. Purtroppo per
ragioni di sicurezza non è possibile portare i ragazzi italiani a Sderot,
altrimenti potrebbero vedere come vivono oggi i loro coetanei in quella città
che i terroristi hanno trasformato in un lager ". Per quanto i sondaggi
continuino ad essere molto più che rassicuranti per Berlusconi, la querelle
sulla candidatura dell'editore ha prodotto qualche effetto. Nei report
riservati si mette in risalto come il Pd abbia ottenuto un beneficio dal passo
indietro di Prodi, mentre il Pdl sconta la presenza del "Ciarra", che
tra gli elettori richiama - più che al fascismo - ad Andreotti e alla prima
Repubblica. Malgrado il vantaggio su Veltroni sia nettissimo, resta
indecifrabile la sfida del Senato, perché i test continuano a dare una vittoria
risicata al Pd, e perché nei rilevamenti resta l'incognita dei "seggi
esteri". Ecco il motivo per cui ieri Berlusconi ha più volte chiesto ai
candidati di "far conoscere il nostro simbolo agli elettori". è
un'ansia che si unisce all'ossessione per il "pericolo di brogli". Ma
ciò che davvero lo preoccupa è il "dopo ", "il giorno dopo la
nostra vittoria, quando i cittadini di Napoli si aspetteranno di veder risolta
in pochi giorni l'emergenza rifiuti". E di emergenze ce ne sono tante. Il
paradosso è che Berlusconi ne parlava maggiormente quando c'era il governo
Prodi, non ora che è in campagna elettorale. Insieme Berlusconi e Fini ieri
alla presentazione dei candidati. In alto, Giuseppe Ciarrapico Francesco
Verderami.
( da "Corriere della Sera" del 14-03-2008)
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- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-14 num: - pag: 15 categoria:
REDAZIONALE Berlusconi attacca D'Alema "Trattare con Hamas? Chi dice
queste cose lavora contro gli ebrei" ROMA - "La politica estera si fa
soprattutto a Palazzo Chigi. Non ci sono novità sulle missioni italiane, non
abbiamo ancora affrontato questo dossier". Con due frasi Silvio Berlusconi
cancella le dichiarazioni di Gianfranco Fini e dell'ex ministro della Difesa
Antonio Martino che avevano annunciato in caso di vittoria del centrodestra la
volontà di un disimpegno (parziale o totale) dell'Italia nella missione Unifil
in Libano per rafforzare la missione in Afghanistan e per tornare (magari) in
Iraq. "Ridurrei drasticamente la presenza in Libano, o addirittura la
cancellerei per mandare truppe in Afghanistan e anche in Iraq dove
servono", ha spiegato alla Reuters ieri mattina Martino, rilanciando anche
un nuovo impegno dell'Italia a Bagdad, dopo il ritiro di due anni fa. Gianfranco Fini aveva proposto invece uno "spostamento"
di risorse e truppe dal confine Israelo-libanese all'Afghanistan. L'occasione
per puntualizzare e per ribadire che "l'Italia è comunque pronta a fare il
proprio dovere con la comunità internazionale e gli Stati Uniti" è un
ricevimento all'ambasciata americana in onore della comunità ebraica italiana.
Ronald Spogli ha invitato tutto il mondo politico, da Prodi a D'Alema, da Fini
a Berlusconi e Casini. Ma, complice anche la campagna elettorale, tra i leader
è solo il Cavaliere a presentarsi insieme ad Alessandro Ruben, presidente
dell'Antidefamation league e candidato di spicco del Pdl. Il governo è
rappresentato da Giovanna Melandri e Gianni Vernetti, poi arrivano anche
Francesco Rutelli e Piero Fassino. L'ambasciatore ha appena finito di elogiare
il ruolo della missione italiana in Libano, Berlusconi è in prima fila ad
ascoltare. Finita la parte ufficiale, arrivano tutti a salutarlo e a protestare
per le parole del ministro degli Esteri Massimo D'Alema sulla necessità di
coinvolgere Hamas nelle trattative di pace in Medio Oriente che avevano causato
l'indignazione dell'ambasciatore Gideon Meir. "Dire queste cose significa
lavorare contro gli ebrei, dovrebbe preoccuparci il fatto di avere un ministro
che parla a favore di un'organizzazione terroristica - replica Berlusconi -.
Io, insieme a Tony Blair, ho fatto mettere Hamas nella lista delle
organizzazioni terroristiche stilata dall'Unione europea". Poi annuncia
che gli piacerebbe, in caso di vittoria, fare il primo viaggio all'estero
proprio nello Stato ebraico: "Olmert mi ha invitato per celebrare i sessant'anni
di Israele, gli ho risposto che ci andrò volentieri da
premier". Si avvicinano un paio di signore americane a dirgli: "
Thanks from America ", Berlusconi stringe mani. Poi racconta un aneddoto
della Thatcher, riduce Ciarrapico a una "macchietta", bacchetta
Veltroni e ribadisce: "La politica estera la farà Palazzo Chigi, non c'è
niente da preoccuparsi, sarà in continuità con il mio precedente governo".
Se ne preoccupa il ministro dimissionario della Difesa Arturo Parisi che teme
per il mantenimento delle missioni attuali: "Ai tempi di Berlusconi il
ministro del Tesoro Tremonti ha colpito drasticamente il bilancio della Difesa
riducendo le risorse disponibili, con un suo ritorno, saremmo costretti a
rimettere in causa tutta la nostra politica di presenza all'estero. Sicuramente
Bertinotti non riuscirebbe a fare meglio". Missioni italiane Al
ricevimento dell'ambasciatore Usa il Cavaliere cancella le dichiarazioni di
Fini e Martino su eventuali riposizionamenti in Libano Gianna Fregonara.
( da "Corriere della Sera" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-14 num: - pag: 50 categoria:
REDAZIONALE ELEZIONI IN ITALIA, UE E MEDIO ORIENTE La politica estera nel
dimenticatoio di FRANCO VENTURINI SEGUE DALLA PRIMA Il progetto, per molti
aspetti ancora controverso, ha portato al calor bianco nelle scorse settimane i
dissidi sempre più frequenti tra Parigi e Berlino. Complici il troppo rapido
allargamento dell'Unione e l'arrivo all'Eliseo dell'iperattivo e poco
collegiale Sarko, quello che un tempo era l'"asse" motore dell'Europa
è diventato lo specchio di un solido reciproco sospetto. Certo, l'Unione è
cambiata ed è oggi più vicina al modello britannico che a quello carolingio. Da
est a ovest e da nord a sud assistiamo alla divaricazione degli interessi e
delle politiche nazionali, proprio quando gli europei dovrebbero invece
prepararsi ad affrontare insieme le sfide di un mondo globalizzato e nel
contempo multipolare. Ma piaccia o non piaccia è con questa realtà che l'Italia
deve fare i conti. Dal 2009, da quando cioè il Trattato di Lisbona sarà stato
ratificato, dovremo puntare a un nocciolo duro a sei (con Spagna, Polonia e
Italia) per scongiurare un "direttorio " a tre
anglo-francese-tedesco. Con quali alleanze? Il governo Prodi ha scelto la
Germania come partner d'elezione. Farebbe lo stesso, un governo Berlusconi? E
soprattutto, saremo in grado di avere quella voce stabile e credibile che è
funzione degli equilibri politici e istituzionali interni, magari a cominciare
dalle schermaglie già in atto per rinnovare i tre più alti incarichi della Ue
nuova versione? La politica europea dell'Italia sarà cruciale, ma non sarà
l'unica a richiedere scelte difficili. I rischi crescenti che la Nato corre in
Afghanistan si sono tradotti, e si tradurranno anche dopo il cambio della
guardia alla Casa Bianca, in richieste di maggior impegno militare. Siamo sotto
pressione come la Germania, che promette di pensarci su dopo la scadenza in
ottobre dell'attuale mandato parlamentare. E come la Francia, che al vertice di
Bucarest dei primi di aprile annuncerà l'invio di un migliaio di soldati in
più. Inoltre, chiunque vinca le elezioni, non ci sarà più da noi il veto
condizionante dell'estrema sinistra. Gianfranco Fini si è mostrato in questi
giorni possibilista, e ha ragione per due motivi: perché un rafforzamento a
Herat è comunque previsto dopo la scadenza in agosto del nostro turno di
comando a Kabul, e perché una attenuazione dei caveat sulla dislocazione dei
nostri reparti appare possibile (come per la Germania, la Francia e la Spagna)
nell'ambito di una più precisa intesa politico-militare tra alleati atlantici.
Ma la questione-chiave rimane: andranno o non andranno i nostri soldati a
presidiare quel fronte sud dove le perdite sono altissime? E ancora. Ridurre le
forze italiane nel sud del Libano (anche a questo ha accennato Fini) può
lanciare un segnale sbagliato e comportare problemi con gli altri Paesi che
contribuiscono a Unifil II, a cominciare dalla Francia. Lo farebbe egualmente,
un governo Berlusconi? Il confronto israelo-palestinese è
tanto complesso da sfidare ogni previsione e ogni politica, ma il ministro
francese Kouchner, secondo l'International Herald Tribune di ieri, è parso
"diplomaticamente" favorevole a un qualche contatto con Hamas. Tutto
tranquillo. In Italia invece D'Alema si spinge oltre e solleva una
tempesta: questione di strategia o di imprudenza dialettica, e quale sarà
l'orientamento di domani? Tutto l'Occidente segue con il fiato sospeso le
vicende balcaniche, e dopo l'indipendenza del Kosovo teme che l'11 maggio siano
i nazional-nostalgici a vincere le elezioni serbe: l'Italia, con i suoi
particolari interessi geostrategici, dovrà provare a esercitare una influenza
costruttiva tanto sulla mano semi-tesa della Ue quanto sugli umori di Belgrado.
L'Iran che vota oggi non ha intenzione di rinunciare ai suoi programmi
nucleari: l'Italia sosterrà con maggior impegno le sanzioni anti-Teheran, e
come reagirebbe all'ipotesi di un intervento militare tuttora sul tavolo a
Washington e a Gerusalemme? L'elenco delle scelte da compiere potrebbe
continuare, e per ognuna delle priorità indicate si potrebbe efficacemente
spiegare fino a che punto le decisioni assunte dal futuro governo italiano
peseranno sulla nostra sicurezza e su quel "rango" internazionale che
non è più scindibile dalla nostra vita socio-economica. Se ne accorgerà
qualcuno, in questa campagna elettorale dove quasi tutti guardano al proprio
ombelico? Vogliamo ancora sperare, senza illusioni.
( da "Messaggero, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
ANNA GUAITA dal
nostro corrispondente NEW YORK - Nel marzo del 2003, quando l'Amministrazione
Bush si preparava a invadere l'Iraq, il 70 per cento degli americani era
convinto che Saddam Hussein avesse partecipato alla preparazione e al
finanziamento degli attentati dell'11 Settembre 2001. La Commissione indipendente
nominata dal Congresso per indagare sugli attentati riferì poi nel 2004 che non
erano state trovate tracce di "rapporti di collaborazione" fra il
dittatore iracheno e i terroristi di al Qaeda. Ma nella mente di almeno il 30
per cento degli americani, quelle prime convinzioni sono comunque rimaste,
indelebili. Adesso arriva un nuovo rapporto, questa volta dedicato interamente
a chiarire una volta per tutte se Saddam Hussein avesse avuto o no legami con
il terrorismo. Il rapporto, realizzato dal Pentagono dopo aver studiato 600
mila documenti requisiti durante l'invasione, conferma che il dittatore fece
uso del terrorismo, e reclutò anche gruppi islamici e palestinesi. Ma non allo
scopo di colpire gli Stati Uniti e Israele. L'unico suo interesse era di rafforzare il proprio potere, e
questi contatti gli servivano solo per colpire gli esuli iracheni all'estero.
Ironia della sorte: l'addestramento terroristico che Saddam fece impartire ai
suoi soldati ha permesso a questi uomini di gettare la divisa e trasformarsi in
spietate macchine della morte contro le truppe di invasione alleate. Il
rapporto doveva essere reso pubblico ieri, ma all'ultimo minuto il Pentagono ha
fatto marcia indietro. I giornalisti che lo vorranno, lo riceveranno per posta.
E la scelta di tenerlo nel cassetto ha naturalmente generato non poche
critiche. L'Amministrazione Bush è stata accusata più volte di aver manipolato
l'intelligence contro Saddam per portare il Paese in una guerra che non c'era
bisogno di fare. E questo rapporto sembra confermarlo. Purtroppo per
l'Amministrazione, il rapporto arriva in un momento estremamente delicato,
mentre Bush cominciava a sperare di risollevarsi nella popolarità e di
convincere un numero crescente di americani a mantenere alto l'impegno militare
in Iraq. Nonostante ci avviciniamo al quinto anniversario della guerra,
infatti, il fronte iracheno è sempre meno presente sulle pagine dei giornali -
solo il 3 per cento delle storie pubblicate tratta dell'Iraq oggi - e il numero
dei caduti fra le forze militari Usa è molto diminuito. Anche se Bagdad non ha
ancora trovato la stabilità politica, la controffensiva militare lanciata da
Bush un anno fa sembra aver ottenuto una relativa pacificazione. E i sondaggi
dimostrano che l'opinione pubblica si sente meno preoccupata circa l'esito
della guerra, e che un buon 53 per cento pensa che essa possa essere ancora
vinta e che l'Iraq possa diventare un Paese stabile e affidabile. Questo
cambiamento di prospettiva dovrebbe rafforzare la posizione dei repubblicani, e
soprattutto del loro candidato alla presidenza, il senatore John McCain. E
dovrebbe invece indebolire i due candidati democratici, Hillary Clinton e
Barack Obama, che sul pronto ritiro dall'Iraq basano buona parte della loro
campagna. Ma l'arrivo del rapporto rischia di riaprire il mai risolto dibattito
sulle origini della guerra. E' un argomento sempre caldo, soprattutto alla luce
del fatto che i caduti americani stanno per superare quota 4 mila. Il doppio di
quanti ne furono uccisi dai terroristi di Osama bin Laden nelle Torri Gemelle e
al Pentagono a Washington. Il 60 per cento degli americani pensa che entrare in
guerra sia stato sbagliato. Rileggere che Saddam Hussein non aveva mai
complottato con Osama per uccidere americani o israeliani potrebbe cancellare
in un sol colpo le impressioni positive sul successo della controffensiva e far
riprecipitare la popolarità di Bush.
( da "Riformista, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Segue dalla prima
mamet di Gianna Pontecorboli Adesso, David Mamet ha cambiato idea. "Ho
seguito le idee liberali per molti decenni - scrive il commediografo nel suo
saggio sul Village Voice , che ha il sottotitolo: "Un saggio per la
stagione elettorale" - ma ora penso di aver cambiato idea". La
realizzazione è arrivata improvvisamente, confessa, durante la scrittura di
Novembre , un lavoro che contrappone un presidente corrotto (ma convinto che la
gente debba fare la sua vita e che il governo deve facilitarla rimanendo fuori
dai piedi) e il suo giovane collaboratore e assertore delle idee
dell'ortodossia liberal. "Mi sono accorto - spiega Mailer - di non aver
fiducia nell'attuale governo, ma che gli errori di questo presidente, che da
buon liberal consideravo un mostro, sono poco diversi da quelli di un
presidente che adoravo. Bush ci ha portato in Iraq, Kennedy in Vietnam; Bush ha
rubato le elezioni in Florida, Kennedy lo ha fatto a Chicago; Bush è stato a
letto con i Sauditi, Kennedy con la mafia". Insieme con Bush, anche i
militari e le grandi corporations hanno cominciato ad apparirgli meno
"mostri", e l'intervento del governo nella vita dei cittadini più una
fonte di guai che di aiuto. La lettura dei grandi classici del conservatorismo,
da Thomas Sowell a Milton Friedman, lo ha trovato in gran parte d'accordo. In
realtà, vista da vicino, la svolta di Mamet è meno imprevedibile di quanto
appaia. Nel mondo americano, il commediografo ha certo illustri precedenti, a
cominciare da Norman Podhoretz, passato da essere l'anima del periodico
progressista Commentary a sostenitore convinto e articolato della corrente
neo-con negli anni Ottanta. "Qualche avvisaglia del cambiamento - racconta
Robert Faires - l'avevo avuta quando un altro commediografo ebreo, Tony Kushner, ha criticato le posizioni di Mamet su Israele e lo ha accusato di essersi spinto su una linea troppo
filoisraeliana". Un dettaglio sfuggito a molti, ma che Mamet ha espresso
chiaramente in un libro pubblicato nel 2006, ferocemente critico nei confronti
dell'ultra-sinistra ebraica di Noam Chomsky. Alla vigilia di un'elezione
difficile e contestata, però, il "tradimento" di Mamet appare
coerente con il personaggio. Provocatorio, ma destinato a fare pensare.
"La destra blatera sulla fede, la sinistra sul cambiamento - scrive - e
tanti sono irritati con i folli dall'altra parte. Ma alla fine della giornata
ci ritroviamo tutti allo stesso rubinetto". 14/03/2008.
( da "Liberazione" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ve dal cielo piovono
i razzi di Hamas Francesca Marretta Sderot Centocinquantamila dollari per una
villa con giardino a due piani a due passi dal centro cittadino. Per di più distante
solo un'ora di auto da Tel Aviv. Mica male. Eppure è ancora sfitta. Non solo
perché Sderot è un posto tutt'altro che attraente. Questa città dormitorio,
dove non c'è niente, ma proprio niente da vedere, a parte gli edifici moderni e
pacchiani del centro, costruiti per la maggior parte negli anni '60, è il
bersaglio più facile per i razzi provenienti da Gaza. Situata
a sud di Israele, Sderot, 20mila anime, si trova a un passo dal confine a
nord-est con la Striscia di Gaza. Pur essendo confezionato in laboratori
caserecci, il razzo qassam home-made in Gaza, è in via di miglioramento. Lo
dimostra il fatto che in passato questi ordigni cadevano soprattutto in campi
aperti e talvolta all'interno dello stesso territorio di Gaza, mentre
ora centrano meglio il bersaglio, colpendo case e scuole nel centro cittadino.
Il traffico pedonale, come quello automobilistico, a Sderot, è direttamente
proporzionale al numero di razzi lanciati da Gaza. La differenza la fa la
rivendicazione dell'attacco da parte delle milizie palestinesi. Quando si sente
parlare di "pioggia di qassam sul Negev", come durante l'ultima
massiccia operazione militare israeliana su Gaza, vuol dire che a lanciare i
razzi è Hamas. Forse è per questo che negli ultimi tempi si vedono più gatti
che persone attraversare la strada. Sderot non è un posto da ricchi. Ma anche
senza un conto in banca cospicuo, chi può spende i risparmi per fare le valige
e cercare casa altrove. Almeno quattromila persone si sono trasferite negli
ultimi mesi. Nel mercato cittadino, si vedono molte saracinesche abbassate. Il
negozio in cui lavorano Ela, 30 anni, bionda con gli occhi azzurri e graziosa
come una miniatura di porcellana, originaria della Bielorussia e Jenia, 63 anni
ben portati, capelli tinti neri e trucco pesante, arrivata diciassette anni fa
dal Kazakistan, è un luogo che appaga vista e olfatto. I colori e il profumo di
rose, garofani, fiori di campo e i gigli, fanno dimenticare per un attimo la
desolazione estetica che ci circonda. "Se potessi permettermelo mi
trasferirei in un'altra città. Ma con 1200 shekel al mese non rimane molto da
mettere da parte per pensare di ricominciare altrove", dice Ela. "I
miei bambini, come tutti gli altri qui, sono traumatizzati. Hanno bisogno dello
psicologo. Questa non è una vita normale. Non è vita". Chiediamo alle due
donne se, come la maggior parte degli israeliani, secondo un sondaggio
pubblicato dal quotidiano progressista Ha'aretz , sono d'accordo al dialogo con
Hamas per fermare i razzi da Gaza. "Cosa? Ma quale dialogo. Il problema è
che quelli che stanno al governo sono troppo deboli. Devono colpire, colpire
più duro. L'esercito è pronto e preparato. Olmert no", afferma aggressiva
la minuscola Ela. Jenia, annuisce col capo in segno di approvazione e aggiunge:
"Barak (ministro della difesa, ndr.) parla in un modo, promette, ma pensa
in un altro. Per noi di Sderot non ha fatto un bel niente". Il nervosismo
delle due donne trova ragione nell'accumulo di stress generato quotidianamente
dall'allarme rosso, che avvisa semplicemente che potrebbe accaderti qualcosa di
brutto. "Quando suona l'allarme ci mettiamo accovacciate alla parete, in
mezzo ai fiori, con la testa tra le mani. Non abbiamo un posto sicuro dove
scappare". I rifugi a Sderot scarseggiano. La maggior parte degli edifici
non dispone della "safe room". Così l'allarme diventa una sorta di
roulette russa. Per trovare riparo si hanno a disposizione dagli 8 al 20
secondi. Roni Yihy a 47 anni ha avuto la sfortuna di trovarsi in macchina nel
parcheggio dello Shapir College, dove studiava per assicurare un futuro
migliore ai suoi quattro figli, quando è suonato l'allarme per l'ennesima volta
il 27 febbraio scorso. La scheggia del missile fatto in casa l'ha colpito al
petto. Così si è concluso il suo viaggio. La soluzione trovata finora da parte
del governo israeliano per far fronte alla mancanza di rifugi a Sderot è
l'allestimento di pensiline fortificate in cemento armato alle fermate degli
autobus. La maggior parte dei feriti di Sderot sono colpiti da schegge, da cui
la fermata-rifugio sarebbe in grado di riparare chi si trova in strada o in
auto in diversi punti della città. Chi è al volante a Sderot viaggia col
finestrino abbassato. La radio si ascolta a proprio rischio e pericolo, la
scelta è tra musica o l'allarme. Almeno un vantaggio rispetto agli altri per
gli automobilisti di Sderot, è la certezza di non beccarsi una multe andando in
giro senza cintura di sicurezza. Qui è consentito per poter saltar fuori dal
veicolo il più presto possibile. Se il qassam sfonda il tetto di casa, è
un'altra storia. Sta per cominciare lo Shabbat. Mentre le poche botteghe aperte
del mercato si apprestano a concludere un'altra giornata di incassi all'osso, i
tavoli del bar-pizzeria Tnuvale, sono quasi tutti occupati. C'è addirittura una
tavolata di una quindicina di persone. Il mistero della "movida"
dell'ora di pranzo a Sderot, è subito chiarito. "Siamo qui in segno di
solidarietà con gli oltre 50 nostri dipendenti che vivono qui e per aiutare
l'economia della città" dice Avi Antebi, managaer della Compagnia
elettrica nazionale israeliana, arrivato a Sderot insieme ad altri colleghi
provenienti da Tel Aviv, Haifa e dal resto del paese. A un altro tavolo
incontriamo la famiglia Shtamer, proveniente da Netanya, per "spendere un
po' di denaro qui, in segno di solidarietà", spiega il Signor Shtamer, che
di professione fa l'avvocato, seduto di fronte alla moglie, insegnante. Bar,
Gal e Don, i loro figli di 12, 10 e 7 anni, non hanno un'aria allegra. Non
siete contenti di essere qui? "No", risponde Bar sottovoce. Perché?
"Perché ci sono i qassam". Ne hai mai visto uno? "Si, in
televisione. Fa paura". A differenza di molti bambini di Sderot, a Bar,
Gal e Don, non sarà mai somministrato il ritalin, uno degli articoli più
venduto in farmacia a Sderot. Negli Stati Uniti questo psicofarmaco è
somministrato ai bambini iperattivi. Qui a Sderot si usa come antidepressivo.
Se è un fatto che i circa 6imila razzi caduti su Sderot dal 2001, non hanno
provocato un numero di morti paragonabile a quelli palestinesi uccisi dai raid
israeliani, è una realtà, che, anche con la disparità di potenza dei mezzi a
disposizione, gli attacchi da Gaza siano riusciti nell'intento di traumatizzare
nel profondo questa città. 14/03/2008.
( da "Liberazione" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Londra vuole
influenzarci" La Siria contro la Bbc in arabo "La Gran Bretagna
inteferisce nell'opinione pubblica araba per ragioni puramente politiche".
È l'accusa contro il nuovo canale in arabo della Bbc sulle colonne del giornale
governativo siriano "al Thawra", in cui si afferma che l'emittente televisiva non sarà imparziale sulle questioni dei
diritti umani e troppo sbilanciata in favore di Israele.
"L'obiettivo della Bbc in arabo è di raggiungere 25 milioni di spettatori
arabi entro il 2010, questo significa che la Gran Bretagna pagherà una sterlina
per ogni arabo e convincerlo delle proprie bugie" si legge ancora
sull'editoriale. 14/03/2008.
( da "Manifesto, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Sono in Palestina da due settimane e un giorno e ho ancora poche
parole per descrivere ciò che vedo. È più difficile per me pensare a ciò che
sta succedendo qui quando mi siedo a scrivere negli Stati uniti, qualcosa come
il portale virtuale del lusso. Io non so se molti dei bambini qui abbiano mai
vissuto senza i buchi dei carri armati alle pareti e senza le torri di un
esercito di occupazione che li sorveglia costantemente da un orizzonte vicino.
Io penso, sebbene non sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi
bambini capisce che la vita non è così ovunque. Un bambino di otto anni è stato
ucciso da un tank israeliano due giorni prima del mio arrivo e molti bimbi mi
sussurrano il suo nome, Alì, oppure mi indicano i suoi poster sui muri. Ai
bambini piace farmi usare l'arabo che conosco chiedendomi "Kaif
Sharon?", "Kaif Bush?" e ridono quando io dico "Bush
Majnoon", "Sharon Majnoon" rispondendo nel mio arabo limitato
(Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo, Sharon è pazzo). Non è proprio
ciò che credo, e qualche adulto che conosce l'inglese mi corregge: Bush mish
Majnoon... Bush è un uomo d'affari. (...) Ad ogni modo ci sono qui più bambini
di otto anni consapevoli della struttura del potere globale, di quanto lo fossi
io qualche anno fa, almeno riguardo a Israele.
Nonostante ciò, penso che nessun libro, conferenza, documentario, parola mi
avrebbe potuto preparare alla realtà di qui. Non si può immaginare se non si
vede, e anche allora sei ben consapevole che la tua esperienza non è tutta la
realtà: cosa dire della difficoltà che l'esercito israeliano dovrebbe
affrontare se sparasse ad un cittadino statunitense disarmato, del fatto che io
ho il denaro per comprare l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi, e,
ovviamente, che io ho la possibilità di partire. (...) Apparentemente è
piuttosto difficile per me essere trattenuta in prigione per mesi o anni senza
processo (questo perché sono una cittadina americana bianca...). Quando vado a
scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato
armato pesantemente ad aspettare a mezza strada tra Mud Bay ed il centro di
Olimpya a un posto di blocco; un soldato con il potere di decidere se posso
andare per la mia strada e se posso tornare a casa quando ho fatto. Così, se
percepisco violenza arrivando ed entrando brevemente ed in modo incompleto nel
mondo in cui esistono questi bambini, per contro mi chiedo cosa succederebbe a
loro arrivando nel mio mondo. Essi sanno che i bambini negli Stati Uniti, di
solito, non hanno i genitori uccisi e che qualche volta vanno a vedere
l'oceano. Ma quando tu hai visto l'oceano, vissuto in un posto tranquillo dove
l'acqua è un bene scontato e non rubata di notte dai bulldozer, e quando hai
passato una notte in cui non ti sei meravigliato che le pareti della tua casa
non siano crollate svegliandoti dal sonno, e quando hai incontrato gente che
non ha perso nessuno, quando hai sperimentato la realtà di un mondo che non è
circondato da torri di morte, carri armati, insediamenti armati e ora da una
gigantesca parete metallica, mi chiedo se puoi perdonare il mondo per tutti gli
anni della tua infanzia spesa esistendo - solo esistendo - in resistenza al
costante strangolamento della quarta più grande potenza mondiale, sostenuta
dall'unica superpotenza mondiale, nel suo sforzo di cancellarti dalla tua casa.
Come retropensiero a tutto questo vagabondaggio, mi trovo a Rafah, di circa
140.000 persone di cui circa il 60% sono rifugiati, molti dei quali per la
seconda o la terza volta. Rafah esisteva prima del 1948, ma molte delle persone
qui sono essi stessi o discendenti di persone dislocate qui
dalle loro case della Palestina storica - ora Israele. (...) Al momento l'esercito
israeliano sta costruendo un muro alto
( da "Manifesto, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Nell'anniversario
della sua uccisione ad opera dell'esercito israeliano, un libro in Italia dal
testo teatrale tratto dai suoi diari, lettere e poesie Tommaso Di Francesco
Come mantener memoria per quello che, nella sequenza del sangue versato, sembra
scorrere eguale? Come raccontare gli umani testimoni di guerra e dannazione
fuori dalle agende ufficiali? Cinque anni fa, il 16 marzo del 2003, la
pacifista americana dell'Internationl Solidarity Movement che sostiene la
resistenza non violenta dal popolo palestinese all'occupazione militare
israeliana, veniva uccisa all'età di 23 anni da un Caterpillar 139 mentre
cercava d'impedire una demolizione di case. Tre decenni prima, racconterà il
padre "anch' io guidavo bulldozer in Vietnam". Come tenerla viva,
allora, nel quotidiano confronto con la scena della Palestina.
Immutata nonostante - anzi, grazie - il cosiddetto ritiro
israeliano, l'atto unilaterale che ha consentito a Israele di
controllare la Striscia da terra, mare, cielo e di estendere con il Muro e gli
infiniti insediamenti l'occupazione in Cisgiordania. Ora che il cuore dei
palestinesi, dopo la morte di Arafat, è spezzato in due anime per ora
irriconciliabili , di Hamas e di Fatah. C'era un solo modo. Un oratorio
teatrale composto dai suoi scritti, un recitativo che rappresentasse la meglio
gioventù che vive per "sconfiggere i suoi mostri interni" - diceva
Rachel Corrie - e quelli della storia. Così i suoi diari, le sue poesie e
lettere sono state lette e curate dalla giornalista Katharine Viner, del
Weekend Magazine del Guardian, e dall'attore Alan Richman - il colonnello
Brandon nell'adattamento del romanzo di Jane Austen Ragione e sentimento per la
regia di Ang Lee, e il professor Piton nella serie Harry Potter. Fino a
diventare una rappresentazione teatrale vera e propria per la regia dello
stesso Alan Rickman. Protagonista la giovane attrice Megan Dodds nella parte di
Rachel, con debutto al Royal Court Theatre di Londra nell'aprile 2005, e nove
settimane di repliche al Playhous Theatre nel West End. Fino al tentativo,
fallito - l'avevano posposto a tempo indeterminato - di cancellare il debutto
negli Usa dove è arrivato con grande successo a New York al Minetta Lane
Theatre, un teatro off-Broadway. Tutto questo lavoro ora è diventato un libro
agile e appassionato, Mi chiamo Rachel Corrie (Elliot Edizioni -
patriziarenzi@elliotedizioni.it - pp. 90, 13 euro) tradotto da Monica Capuani e
Marta Gilmore. La prefazione di Naomi Klein tra l'altro ricorda come nei
Territori occupati ovunque ci siano bambine chiamate Rachel in suo onore, e
propone il provocatorio legame con l'altra ragazza americana allo sbaraglio
nella guerra: la soldatessa "eroica" Jessica Lynch. Il libro è chiuso
da una lettera-accusa di Vanessa Redgrave contro il tentativo di censura, una
"seconda uccisione". Qual è l'essenza della solidarietà di Rachel
Corrie? "Avvertire la consistenza della storia vivente del popolo
palestinese - scrive nel libro Edward Said con un intervento del giugno 2003 -
come comunità nazionale e non semplicemente come un gruppo di poveri
rifugiati".
( da "Manifesto, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'opinione I miei
due buoni motivi per votare Giovanni Franzoni Si muove, nell'ambito della
sinistra militante, l'ipotesi dell'astensione politica alle prossime elezioni.
Nessuno può giudicare e condannare questa posizione, come nessuno può
disprezzare chi la pensa diversamente. Il 13 aprile io voterò per due motivi,
il secondo dei quali è quello determinante. Anzitutto non sono affatto persuaso
che l'astensione politica di coloro che sono delusi sia dalla politica
dell'attuale governo di centro-sinistra dimissionario, sia dai programmi e
dalle prospettive delle forze politiche di sinistra in vista delle prossime
elezioni, possa formare un'area politica solida e coesa, impegnata con fermezza
a cambiare le cose nel nostro paese, in Europa e nel mondo. Difficilmente, nel
pantano delle interpretazioni post-elettorali, ci sarà qualche organo di
comunicazione o qualche "luogo" di controinformazione che possa
riuscire a far valere la distinzione fra astensione politica e astensione
qualunquista. Su tutto verrà versato la salsetta: la sinistra non c'è più, i
"compagni delle salamelle alla festa dell'Unità" sono dei vecchietti
nostalgici, gli intellettuali marxisti sono uno sparuto gruppo di accademici,
gli operai non sono più "classe" ma massa di produttori/consumatori,
mischiati ai tanti raggruppamenti corporativi e intenti a assicurarsi un
posticino "sicuro" nella società. Se devi accaldarti è meglio farlo
per la tua squadra di calcio. Il secondo motivo per cui andrò a votare, e
questo è quello determinante, trae origine dal fatto che la mia patria politica
è il mondo e in particolare quella regione del mondo, il Medioriente, per il
quale mi è parso dover spendere le ultime risorse della vita. Dalle
frequentazioni con compagni palestinesi o iracheni mi sono convinto che il loro
giudizio sulla sinistra italiana sia più pragmatico del nostro. Non avrebbero
mai messo sullo stesso piano la missione italiana in Libano, che ha fermato
un'invasione catastrofica e ha dato a Hezbollah l'opportunità di aprire un
difficile ma importante fronte politico nel Libano stesso, con quella in
Afghanistan. Per questo considerano accettabile che la sinistra metta in
programma di partecipare esclusivamente a operazioni Onu, escludendo quindi di
partecipare a operazioni Nato. Per questo hanno considerato positivamente la
proposta di D'Alema di fare per Gaza quello che si era fatto per il Libano. Per
loro la nonviolenza non è una fede religiosa, né un'ideologia politica ma un
metodo di lotta da privilegiare quando è possibile. La sera del 4 marzo, a
Roma, alla conclusione della fiaccolata contro l'assedio di Gaza e contro lo
sterminio della popolazione in corso, dopo mons. Capucci e Myriam Marino
dell'Associazione ebrei contro l'occupazione, ha parlato il presidente della
Comunità palestinese di Roma e del Lazio, Samir Al Qaryouti
che dopo aver denunciato le manifeste intenzioni del governo israeliano di
procedere allo sterminio e alla pulizia etnica nei confronti dei palestinesi,
ha esaltato la sconfitta dell'esercito israeliano che supponeva di incontrare
la collaborazione degli uomini di Fatah che invece hanno combattuto, fianco a
fianco, con i fratelli di Hamas. Infine ha concluso, con sorpresa di non
pochi, ringraziando il governo italiano per la solidarietà, nonostante tutto,
dimostrata e augurandosi che nella situazione attuale si potesse ancora contare
sull'appoggio dell'Italia. Secondo la mia opinione, i palestinesi si attendono
dalla sinistra, di lasciare aperti i varchi di speranza per una vittoria della
causa palestinese. A questo è indispensabile una forza parlamentare, al governo
o all'opposizione che sia.
( da "Manifesto, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Notizie Kenya
Mombasa, villaggio avvelenato da rifiuti tossici abbandonati Secondo la Bbc
centinaia di persone che vivono nel villaggio di Kipevu, presso il porto di
Mombasa, hanno denunciato una situazione di crescente malessero fisico dopo
che, un mese fa, due container pieni di rifiuti chimici altamente tossici sono
stati misteriosamente abbandonati nella discarica del villaggio e hanno
cominciato a perdere. Difficoltà di respirazione, mal di stomaco e al petto,
persino aborti improvvisi i sintomi dell'avvelenamento. Cuba Raul Castro
rimuove restrizioni sui dvd e i computer Via libera alla vendita di computer e
dvd. Lo ha deciso il presidente cubano, Raul Castro, che ha così fatto un primo
passo verso la rimozione di alcune restrizioni nella vita quotidiana dei
cubani. "Vista la disponibilità di elettricità il governo ha approvato la
vendita di alcune apparecchiature finora proibite" si legge in un memo
interno del governo che stila anche una lista dei prodotti ora liberamente
acquistabili dai cubani. Oltre a computer e dvd, bici elettriche, televisori
fra i 19 e i
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Commenti Pagina 317
Che cosa c'è davvero dietro la strage alla yeshiva Mercaz --> Estata
accurata la scelta dell'obiettivo da parte dell'attentatore che la settimana
scorsa ha fatto irruzione a Gerusalemme in una yeshiva, una scuola religiosa,
uccidendo a colpi di kalashnikov otto ragazzini seduti a studiare in
biblioteca. La drammaticità dell'azione è amplificata da quattro anni di
relativa calma nella Città Santa. L'ultimo attentato a Gerusalemme risale
infatti al 2004. La yeshiva Mercaz Harav è stata definita più di una volta in
questi giorni sui quotidiani israeliani e internazionali la
"bandiera" del sionismo religioso. Fu aperta nel 1924, durante il
mandato britannico sulla Palestina, da Abraham Isaac
Kook, primo rabbino capo ashkenazita della città. Tra i suoi studenti ci sono
stati i fondatori del Gush Emmunim, letteralmente "il blocco dei
fedeli", il movimento religioso e politico che dal 1967, dopo la guerra
dei Sei giorni, incoraggia l'insediamento nei Territori palestinesi, a Gaza e
in Cisgiordania. Sono arrivati in migliaia ai funerali delle vittime davanti
alla yeshiva il giorno dopo il sanguinoso attacco. C'erano moltissimi ragazzi
giovani, in jeans, la kippah fatta all'uncinetto appoggiata sul capo. Erano gli
stessi che tre anni fa arrivavano a centinaia nella Striscia di Gaza per
cercare di impedire con la propria presenza l'evacuazione degli insediamenti
del blocco di Gush Katif, ordinato dal governo dell'allora primo ministro Ariel
Sharon. Erano loro la spina dorsale del "movimento degli arancioni",
dal colore della protesta, sorto nell'estate del 2005 contro il ritiro da Gaza.
L'attentatore, un giovane arabo di Gerusalemme est ucciso dai colpi di pistola
di un agente a riposo che ha fermato la strage, non ha dunque scelto a caso la
yeshiva, cuore di un movimento che cova dai giorni dell'evacuazione di Gush
Katif risentimento nei confronti del governo che era di Sharon e che è oggi è
del suo successore Ehud Olmert. Dell'ex leader oggi in coma, il premier ha
raccolto l'eredità. La sua visione di un secondo disimpegno parziale dalla
Cisgiordania è stata bloccata dall'elezione nel 2006 nei Territori palestinesi
del gruppo islamista Hamas, che oggi controlla la Striscia di Gaza. Ora, il
governo Olmert è impegnato, attraverso la mediazione americana, in un tentativo
di processo di pace con il rais Abu Mazen - avviato alla conferenza di
Annapolis a novembre - che il movimento degli insediamenti non appoggia. Nessun
membro del governo o del Parlamento si è presentato alle esequie delle otto
vittime, consapevole della reazione rabbiosa che avrebbe potuto innescare una
visita politica. Il movimento accusa l'esecutivo di scendere a compromessi con
i palestinesi, di concedere terra, di non fare abbastanza per fermare il
terrorismo. La ministra dell'Educazione, Yuli Tamir, della sinistra laburista
vicina ai pacifisti e a favore di ritiri territoriali, è stata aggredita
verbalmente e fisicamente quando ha deciso pochi giorni dopo l'attentato di
recarsi alla yeshiva per rendere omaggio alla vittime. Colpire il movimento di
Gush Emmunim e il popolo degli insediamenti della Cisgiordania significa
amplificare una frattura già esistente nella politica israeliana, tentando così
di destabilizzare dall'interno il processo di pace tra Ramallah, sede del
governo del premier palestinese Salam Fayyad, e l'esecutivo di Olmert. Soltanto
pochi giorni prima dell'attacco Hamas, in seguito all'operazione militare contro la Striscia di Gaza per mettere fine al lancio di razzi
Qassam sul territorio israeliano, ha cantato vittoria nonostante gli oltre
cento morti palestinesi. Il presidente Abu Mazen annunciava infatti in quelle
ore, in conseguenza alle violenze di Gaza, il congelamento dei colloqui con gli
israeliani (ripresi dopo il viaggio del segretario di Stato americano
Condoleezza Rice). Il movimento islamista che controlla la Striscia dopo
aver preso il potere con le armi a giungo si oppone non soltanto agli attuali
negoziati, ma soprattutto al riconoscimento d'Israele.
Manca ancora una rivendicazione precisa, ma è certo che il processo di pace
resta l'obiettivo principale dietro all'attentato contro la yeshiva di
Gerusalemme. ROLLA SCOLARI.
( da "Secolo XIX, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
La svolta Segnali di
riavvicinamento tra i due Paesi attraverso l'istituzione di un premio
letterario per favorire la conoscenza reciproca 14/03/2008 PARIGI. Un Salone
del libro di Parigi "preso in ostaggio", scrive Le Monde, ancor prima
dell'inaugurazione di ieri alla presenza del presidente israeliano Shimon Peres
e del ministro della cultura francese Christine Albanel. "Ostaggio"
di Paesi, scrittori ed editori arabi, ma anche di scrittori israeliani che
hanno incitato al "boicottaggio" della manifestazione. È scaturita
così, secondo il quotidiano francese, una presa "in ostaggio della
letteratura, da parte della politica, assurda e scioccante". "Non è
degno della Francia, Paese della rivoluzione e dei diritti dell'uomo,
accogliere nella sua Fiera del libro un paese d'occupazione e razzista",
aveva detto Al-Moutawakel Taha, presidente dell'Unione degli scrittori
palestinesi. Chiamate in causa, le autorità francesi hanno replicato. Il
ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, si è augurato che non si voglia
boicottare, assieme al Salone, "anche la pace" in Medio Oriente. Ed è
sceso in campo direttamente l' Eliseo per ricordare che "è davvero una
cattiva pratica quella di boicottare un luogo di cultura, d'incontro
internazionale. I libri non si devono temere". La verità, secondo Le
Monde, è che "la distinzione tra scrittori e letteratura di un Paese, che
sono i veri ospiti del Salone del libro, e il Paese stesso è troppo tenue per
evitare l' amalgama". Come segnale della ritrovata vicinanza fra Francia e
Israele, il presidente Nicolas Sarkozy e il suo
collega Shimon Peres hanno battezzato l'istituzione di un nuovo premio
letterario organizzato dalla Fondazione Francia-Israele,
in ricordo di Raymond Wallier, sostenitore del riavvicinamento bilaterale. Ogni
due anni, alternativamente al Salone del libro di Parigi e alla Fiera
internazionale del libro di Gerusalemme, sarà scelta un'opera di lingua
francese o ebraica tradotta in francese che contribuisca a una migliore
conoscenza reciproca fra i due Paesi. Il premio di 10 mila euro è stato
assegnato quest'anno allo scrittore israeliano Eshkol Nevo per il suo primo
romanzo "Quatre maisons et un exil" (Quattro case e un esilio), edito
da Gallimard. La commissione scientifica della Fondazione Francia-Israele ha deciso di lanciare anche un premio riservato a
quattro giovani ricercatori, due francesi e due israeliani, che abbiano
lavorato in campi simili: quest'anno la scelta è caduta sulla ricerca sul
cancro. In Francia appaiono lontani i tempi di Jacques Chirac, accusato da Tel
Aviv di politica "filo-araba". Ma il presidente francese Sarkozy è
stato comunque chiaro con Peres: "Come amico di Israele,
le devo il linguaggio della verità: la sicurezza d' Israele
passa per la cessazione degli insediamenti". Sarkozy, che si recherà a
giugno in Israele e visiterà i territori occupati, ha
sollecitato la costituzione di uno Stato palestinese "moderno e
democratico" entro la fine del 2008. giuliano galletta
galletta@ilsecoloxix.it 14/03/2008.
( da "Stampa, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
MOSTRA. OGGI
L'INAUGURAZIONE A Roma la "Via Crucis" di Sergio Bertinotti Da San
Francesco d'Assisi alla Passione di Cristo. Sergio Bertinotti, pittore di
Mergozzo, oggi torna a Roma per presentare un nuovo ciclo di dipinti che dopo
le "Storie di San Francesco" affrontano il mistero della morte e
della resurrezione di Gesù: la "Via Crucis". E lo fa in uno dei
luoghi-simbolo del Cristianesimo, la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme,
"cuore" della Hierusalem romana che l'imperatore Costantino e sua
madre Elena si volle fecero erigere per custodire e onorare
parte delle sacre relique ritrovate in Palestina: un
frammento della croce, il "titulus crucis" e un chiodo. Proprio nel
tempio di piazza Santa Croce, alla presenza del cardinale Angelo Comastri,
questo pomeriggio alle 17 s'inaugurerà la mostra delle opere che compongono la
"Via Crucis" dipinta da Bertinotti: quattordici stazioni
"tradizionali", due che le precedono ed un quadro di chiusura
dove il Redentore e tutti i personaggi appaiono senza le fattezze del viso e in
ambienti di struggente poesia, dove anche la natura condivide le scene. La
cerimonia sarà preceduta alle 16,15 dalla presentazione del libro "Via
Crucis. Figure Risonanze Meditazioni", pubblicato dall'editrice Ancora di
Milano, che contiene la riproduzione a colori delle opere e testi di monsignor
Giovanni Battista Gandolfo, del filosofo Luigi Codemo e del critico Giuseppe
Possa, ispiratore dell'iniziativa assieme al parroco di Villadossola don Ettore
Maddalena. Con Sergio Bertinotti e gli autori, interverranno l'abate Simone
Fioraso, la presidente nazionale dell'Unione cattolica artisti italiani,
Fiorella Capriati e il direttore della rivista "Arte e fede", Dante
Fascicolo. La "Via Crucis" di Bertinotti rimarrà esposta fino al 30
marzo.
( da "Stampa, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cartesio Vive la
France mentre Pahor incombe sullo Strega Mario Baudino Non solo Carlà L'ultima
moda di Parigi: non solo Carlà e Sarkò, non solo Monicà Belluccì, non solo la Foire du Livre che s'inaugura con Israele Paese ospite, proprio come la Fiera di Torino, e con
boicottatori furibondi, quasi come Torino. Nelle classifiche dei libri più
venduti è un trionfo di francofonia: Daniel Pennac al primo posto, Muriel
Barbery al terzo, Amélie Nothomb all'ottavo. Per non parlare degli
autori che hanno avuto a Parigi il bollino di garanzia e di lì sono rimbalzati
in Italia: non solo Milena Agus col suo sempiterno Mal di pietre, ma
soprattutto Boris Pahor, il nuovo caso letterario: cittadino italiano nato e
vissuto a Trieste, scrittore in sloveno, il suo Necropoli è diventato uno
straordinario successo solo dopo che i francesi lo hanno assurto tra i grandi
libri, hanno conferito la Legion d'onore all'autore, insomma lo hanno inserito
nel canone dei capolavori. Nonostante l'entusiasmo di Claudio Magris la prima
traduzione italiana, uscita per un piccolo editore, non se l'era filata
nessuno. Poi è esploso a Parigi, e ora eccolo lì. Che la Francia abbia
ritrovato il suo tocco magico, dopo lunghi anni in cui, salvo il solito Pennac
e per un breve periodo Houellebecq, vista dalle nostre librerie pareva un
deserto? C'è chi ne dubita, e chi sta rinfrescando celermente il suo francese.
Male non può fare. Eccezione al Ninfeo Non sarà una diretta conseguenza dell'"ultima
moda", ma anche allo Strega si parlerà di Pahor. Gira la voce che Fazi
voglia candidarlo, anche se non scrive in italiano. Una soluzione salomonica
sarebbe un premio speciale alla carriera. Culicchia Giuseppe Culicchia intanto,
con Les pays des merveilles (Il paese delle meraviglie, Albin Michel), si
aggiudica il Prix Grinzane France. Parigi o cara.
( da "Voce d'Italia, La" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Politica Craxi:
"I socialisti stanno con i socialisti" Cicchitto: "I socialisti
riformatori condividono il pensiero di Berlusconi" Milano 14 mar. -
Sferzante replica di Bobo Craxi alle parole di Fabrizio Cicchitto "I
socialisti riformatori stanno nel Popolo della Libertà e conseguentemente nel
Partito popolare europeo". In una nota diffusa dalla sua segreteria Craxi
afferma che "In questa campagna elettorale, con buona pace dell'onorevole
Cicchitto, i socialisti stanno con i socialisti, egli
infatti non lo è più da tempo. Quanto alla politica estera, i socialisti sono
leali all'alleanza ed incoraggiano il progetto di pace in Medio Oriente per una
Palestina riconosciuta ed uno stato di Israele che possa
vivere in sicurezza". politica@voceditalia.it.
( da "Tempo, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa Scelta di
campo Berlusconi boccia il Pd e si schiera con Israele
Silvio Berlusconi arriva a villa Taverna, residenza dell'ambasciatore americano
Ronald Spogli, poco dopo le 19. Con lui ci sono Gianni Letta, Marcello Pera e
Alessandro Ruben (presidente dell'Anti defamation league e candidato nelle
liste del Pdl in Piemonte). Gli va incontro l'ambasciatore israeliano in Italia
Gideon Meier che ha appena incontrato Spogli assieme all'Italian Jewish
Committee. Sembra un incontro come altri, ma non lo è. Dopo le polemiche
italiane dei giorni scorsi il "caso Ciarrapico" è esploso in Europa.
Ed è esploso all'interno di quel Partito popolare europeo a cui il Pdl si
richiama continuamente. Tutto si consuma al vertice del Ppe in corso a
Bruxelles nel fiabesco castello di Meise. Il presidente dell'Eurogruppo Jean
Claude Juncker è categorico: "Ciarrapico? Non lo conosco, ma di sicuro i
fascisti non hanno spazio nel Ppe". Parole dure che riaprono il
"conflitto" italiano. Il Pd attacca e anche Pier Ferdinando Casini,
che si trova proprio a Bruxelles, non si lascia sfuggire l'occasione per
denunciare lo "spostamento a destra" del Cavaliere. Berlusconi tace
poi, in serata, poco prima di recarsi a villa Taverna, sbotta: "Juncker?
Bisogna allora che parli con il suo amico Casini, visto che Ciarrapico ha
offerto cene a Fiuggi al partito di Casini e andava sempre a braccetto con
Casini e company...". Immediata la replica: "La differenza tra
pranzare con Ciarrapico assieme a decine di persone e candidarlo tra coloro che
guideranno il paese dai banchi del Parlamento è fin troppo chiara a tutti.
Bisognerà però che qualcuno la spieghi anche a Berlusconi". Ma, al di là
della polemica, nel Pdl c'è preoccupazione per quella che, un po' da tutti,
viene considerata una candidatura autogol. Non la pensa così Berlusconi che,
anzi, fa sapere di una sua lunga telefonata con Wilfred Martens e degli auguri
del presidente del Ppe per "la vittoria alle elezioni di aprile di un
leader che si richiama ai valori dei popolari". E chi gli parla di
conseguenze in Europa replica: "Ripercussioni? Ma quali ripercussioni, ma
andiamo...Quelli del Ppe non sono mica questi qui della nostra sinistra, sono
persone intelligenti...". In ogni caso, da villa Taverna, l'ex premier
ribadisce quello che è un caposaldo della sua politica estera: l'amicizia con Israele. Berlusconi boccia le
aperture di Massimo D'Alema ad Hamas ("un lavoro contro gli ebrei")
quindi assicura che il prossimo ministro degli Esteri del suo governo sarà
"un amico di Israele che sa intrattenere ottimi rapporti". Ma quella sul
"fascista" Ciarrapico non è l'unica polemica che il Cavaliere si
trova ad affrontare. A tenere banco c'è anche una battuta pronunciata
mercoledì sera nel corso di Punto di vista del Tg2 quando, parlando con una
giovane precaria dei problemi derivanti dalla mancanza di un posto fisso, il
leader del Pdl le ha consigliato di sposare suo figlio o qualche altro erede di
un milionario. Battuta che ha scatenato le critiche di Veltroni ("è
distante dai giovani") e della Sinistra l'Arcobaleno. Netto il giudizio
del Cavaliere ("Di questa sinistra io non so più cosa pensare, si
attaccano a qualunque pretesto visto che non hanno argomenti") che poi
ricorda come quella lasciata da Prodi è "un'eredità pesantissima".
Dopo essersi lamentato del lavoro fatto per stilare le liste ("è quanto di
più straziante possa esserci perché si finisce per deludere le aspettative di
chi viene escluso, un calvario") e aver ricordato che ad oggi non esiste
una soluzione per l'emergenza rifiuti ("studio tutta la notte, ma non
c'è"), un'ultima punzecchiatura a Veltroni: "è un buon comunicatore.
è bravissimo perché non ha argomenti e li sa argomentare. Ieri sera (mercoledì
ndr), dopo tanto tempo, l'ho guardato alla televisione e quasi, quasi, mi ha
convinto".
( da "Opinione, L'" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Ven, 14 Mar
2008 Edizione 52 del 14-03-2008 Intervista a Orly Benny
Davis / Vaticano e Israele: la lite sul fisco non rovina il dialogo di Lorenzo Montanari
Sono state settimane di grande crisi in Terra Santa. Il ritorno dei venti di
guerra tra Israele e Hamas hanno fatto dimenticare velocemente lo spirito della
Conferenza di Annapolis, dello scorso novembre. Ma nel mezzo di questa
crisi medio orientale, se ne è consumata una più piccola, quella tra le
autorità israeliane e vaticane. Oggetto: la mancata firma sull'accordo
economico, tra Israele e la Chiesa Cattolica per
l'esenzione fiscale sui beni in uso religioso e no-profit della Chiesa
Cattolica in Terra Santa. Un contenzioso che si protrae da anni, e che se
raggiunto faciliterebbe l'organizzazione del viaggio del Papa in Israele: come ha recentemente dichiarato il Monsignor
Antonio Franco, Nunzio Apostolico in Terra Santa. A tal proposito abbiamo
sentito il parere della Professoressa Orly Benny Davis, ebrea americana vicino
la mondo conservatore repubblicano e Presidente della prestigiosa consulting di
marketing politico, Pomegranate Inc. (www.pomegranateonline.com). La
Professoressa Benny Davis è stata nominata per ben due volte (2003 e 2005)
Business Woman dell'anno dal National Republican Congressional Committee. Prof.
Benny Davis in questi ultime settimane le relazioni diplomatiche tra Vaticano e
Stato d'Israele hanno registrato alcune criticità, a
causa del mancato accordo economico sull'esenzione fiscale per i beni in uso
religioso e no-profit, della Chiesa Cattolica, in Israele.
Quale è la sua opinione in merito ad una vicenda così spinosa, che si trascina
da decenni? Posso considerarmi una testimone diretta del miglioramento delle
relazioni diplomatiche tra la Chiesa Cattolica e lo Stato d'Israele.
Dopo 2000 anni, la pace ritrovata non potrà essere interrotta per un mancato
accordo in materia fiscale. La visita di Papa Giovanni Paolo II alla Sinagoga
di Roma e nel
( da "Opinione, L'" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Ven, 14 Mar
2008 Edizione 52 del 14-03-2008 La gaffe della farnesina su hamas preoccupa l'ambasciatore di Israele Persino Gideon Meir si
ribella a D'Alema di Dimitri Buffa Per riuscire a fare infuriare l'attuale
ambasciatore di Israele in Italia Gideon Meir, al punto da fargli dire "Ci chiedete
di trattare sulla misura della nostra bara", il ministro degli Esteri ancora
in carica Massimo D'Alema deve avere fatto uno studio lungo e accurato.
Meir, infatti è un uomo di Olmert e di Barak. Non di Sharon come il suo
predecessore Ehud Gol, sempre pugnace e con la battuta pronta. Da quando è in
Italia Meir, un po' meno di due anni, avrà rilasciato tre o quattro interviste
in tutto, di cui due al "Corriere della Sera". Inoltre ancora non
parla l'italiano bene come Gol e quindi si astiene volentieri. Ma D'Alema
farebbe perdere la pazienza a Giobbe e Meir non ha ancora la pazienza del noto
profeta. Così quando mercoledì in una sola botta l'interessato ha prima sentito
l'ennesimo appello di "baffino" a trattare con Hamas per la pace in
Medio Oriente e poi il plauso di Ismail Haniyeh, leader della formazione
terroristica in questione, alla dichiarazione di cui sopra, non ce l'ha fatta
più ed è sbottato platealmente: "chi ci invita ad aprire trattative con
Hamas in effetti ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul
numero dei fiori da mettere nella corona". Meir ha poi anche detto che in
questa maniera le prospettive di pace si allontanano e non si avvicinano
facendo capire che con Hamas non si può fare lo stesso ragionamento, comunque
sbagliato, che si è fatto dopo la fine della guerra del Libano dell'estate
2006. Oggi non c'è spazio né per Unifil, né per passeggiate a braccetto con
qualche ministro terrorista a Gaza. Qui è esattamente una questione di vita o
di morte. Cosicché, quando "l'Unità" mercoledì sera ha mandato una
giornalista a stuzzicare il portavoce della comunità ebraica romana Riccardo
Pacifici, sull'ormai troppo gonfiato caso di Ciarrapico, candidato del PdL, la
suddetta si è sentita rispondere che "Ciarrapico candidato è stato
certamente un errore, ma per noi ebrei in questo momento la priorità è il rapporto
con Israele e quindi D'Alema che vuole trattare con
Hamas ci preoccupa anche di più, per non parlare della scomparsa dei deputati
amici di Israele dalle liste del Pd": da Peppino
Caldarola passando per Umberto Ranieri per arrivare a Furio Colombo. Come a
dire "chissenefrega di Ciarrapico se l'alternativa è D'Alema".
Conscia del significato delle dichiarazioni di Pacifici "l'Unità" ci
ha messo una pezza tagliando del tutto, a detta dello stesso portavoce della
Comunità Ebraica romana, la domanda e la risposta sugli amici di Israele non candidati nel Pd e sfumando moltissimo quella in
cui si da a Ciarrapico ciò che è di Ciarrapico e a D'Alema ciò che è di
D'Alema. In fondo anche il glorioso quotidiano fondato da Gramsci, specie sotto
elezioni, non si vergogna di comportarsi come un tg Rai o Mediaset qualsiasi.
Rimane la sostanza dell'arrabbiatura di Meir e della preoccupazione di Pacifici
e degli altri rappresentanti delle comunità ebraiche in Italia: ieri il Neghev,
Sderot e Ashkelon sono state di nuovo sommerse con una pioggia di Kassam.
"Spiegateci voi ? dicono a Portico d'Ottavia - come diavolo si può
trattare con chi ogni giorno cerca di uccidere altri inermi cittadini
israeliani". E non state a guardare la pagliuzza Ciarrapico negli occhi di
Berlusconi quando c'è la trave D'Alema in quelli di Walter.
( da "Tempo, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa l'intervista
Frattini: "Casini non fa onore a se stesso" Tre anni e mezzo a
Bruxelles. Un impegno come Commissario europeo per la giustizia, la libertà e
la sicurezza. Ora Franco Frattini torna in campo in Italia come candidato nel
Pdl alle politiche 2008. "Un bilancio molto al di sopra di quello che
potevo immaginare all'inizio. Sono partito svantaggiato dalla perfomance di
Buttiglione (nominato dall'Italia e poi ricusato dagli altri membri europei per
le sue posizioni sull'omosessualità ndr). Era un momento complesso per
l'Italia: un Paese in difficoltà. E non solo, i dossier sul tappeto erano
quanto mai complessi. Ogni paese andava per proprio conto nelle politiche
sull'immigrazione. Il terrorismo aveva da poco colpito Madrid e il traffico di
droga era al primo posto delle emergenze. Oggi posso dire che l'Europa può
contare su una politica comune rispetto all'immigrazione, alle strategie
anti-terrorismo: ben 52 attacchi sventati in questi anni. Risultati che parlano
da soli". Ma Casini ha bollato come provinciale la sua scelta di lasciare
l'Europa per candidarsi al parlamento italiano. "L'onorevole Casini è
stato Presidente della Camera e presidente dell'Internazionale Parlamentare. è
sorprendente quindi questa sua affermazione e non fa onore agli incarichi da
lui ricoperti. Il momento più alto della democrazia è la partecipazione
all'impegno politico nell'Assemblea eletta dal popolo. In questi 15 anni
numerosi colleghi hanno fatto la mia stessa scelta. La battuta fatta da Casini
mortifica il suo stesso ruolo di ex presidente della Camera". Torniamo ai
temi affrontati da commissario europeo. Non è una vittoria dei terroristi la
formula "meno liberi più sicuri" per arginare i rischi di attacchi?
"Sicurezza e libertà è la grande sfida del nostro tempo. Secondo
un'indagine di Eurobarometro la stragrande maggioranza dei cittadini europei,
si sfiora l'80%, è disposta a fornire i propri dati alle Autorità per
scongiurare che un terrorista salga a bordo di un aereo. I cittadini sono
pronti". Ora però si pensa di applicare le stesse misure a treni e navi...
"Dobbiamo gestire la proporzionalità delle iniziative in questo settore.
Se la gente ha paura di prendere un treno o la metro non si può pensare che la
paura scompaia se li si fa spogliare e controllare come avviene per gli aerei.
La sicurezza in questo caso passa per telecamere a circuito chiuso collegate
alle forze di polizia e all'applicazione di altri strumenti tecnologici. La
vulnerabilità resta ma se abbiamo sventato tanti attacchi in Europa e se i
terroristi degli attentati a Londra sono stati identificati e arrestati lo si
deve proprio a un rinnovato coordinamento tra le forze di sicurezza europee.
Evidente è l'esempio del somalo fuggito da Londra, tracciato attraverso il suo
telefonino sul treno in viaggio lungo la Francia e la cattura in Italia da
parte della nostra polizia. L'Europa fa la differenza. E in questo senso va
anche l'accelerazione al mandato di cattura europeo che da 12 mesi è passato ad
appena 30 giorni". Però, e la vicenda Liechtenstein ne è un esempio così
come i fatti di Duisburg l'estate scorsa, le attività illecite e criminali non
hanno confini e trovano facile rifugio nel cuore d'Europa... "Sul
riclicaggio ho fatto una proposta precisa: rendere immediato il congelamento
dei patrimoni mafiosi indipendentemente da dove si è investito. La normativa
antimafia non si applica in Estonia come in altre parti d'Europa. Ecco dobbiamo
far sì che un provvedimento emesso da un qualsiasi giudice debba valere in
tutti i Paesi europei". Un bilancio da commissario che la soddisfa e
galvanizzato da questo come affronterà da lunedì la campagna elettorale?
"Anzitutto spiegando ai cittadini l'importanza dell'Europa e assicurando
più Europa nelle azioni del governo. In questi anni l'esecutivo Prodi ha
brillato per il mancato recepimento della normativa europea. Eppure da Prodi e
Bonino, già commissari a Bruxelles ci si aspettava di più. Ecco voglio spiegare
agli italiani l'importanza di scelte condivise con il resto dei nostri
partners. La sicurezza alle frontiere rispetto all'immigrazione clandestina è
un problema che va condiviso con la Svezia, a migliaia di chilometri da
Lampedusa dove finiscono parte di quei clandestini. Solo questo garantisce noi
italiani dall'invasione di clandestini. La stessa cosa per il traffico di
droga. L'Italia è al primo posto per i consumi. è assolutamente prioritario
scoraggiare il consumo personale e dissuadere il consumo in tutta Europa vuol
dire non dare cattivi esempi. Il mio impegno sarà nell'impegno nelle politiche
di peacekeeping che l'Ue svolge in varie parti del Mondo. Così in Kosovo è in
atto una sfida europea ma dove soldati, poliziotti e magistrati italiani sono
in prima linea". E rispetto all'immigrazione islamica? "I rapporti
con l'Islam vanno gestiti unitariamente nel rispetto dei diritti umani. Così
dobbiamo opporci alla poligamia e a quelle richieste di reversibilità delle
pensioni che le seconde mogli hanno presentato. Un problema emerso in varie
parti d'Europa e ora anche in Italia. Ci sono violazioni gravissime della
condizione della donna che fanno affrontate con provvedimenti
continentali". Islam, Israele. A Torino contestata la partecipazione di Israele alla Fiera del libro. Stessa situazione al salone di Parigi con
la rinuncia di molti Paesi arabi cosiddetti moderati. "Sono molto
preoccupato rispetto a questo. Anche i Paesi arabi moderati pro-occidentali
hanno grandi problemi rispetto a questa tematica. Ma l'Europa deve avere
una posizione di grande fermezza contro l'antisemitismo e le posizioni contro Israele. In tutti i paesi europei sono aumentati i fenomeni
di antisemitismo. Israele ha il diritto di esistere e
non si può mettere in dubbio. Il governo Prodi con D'Alema che va a braccetto
con gli Hezbollah non ha certo favorito un clima di distensione in Medio
Oriente. Sono tutti punti che dovremmo affrontare con il massimo impegno. In
Italia e in Europa". Frattini scende in campo. Dopo c'è un futuro da
ministro? "Sono molto scaramantico. Prima vinciamo le elezioni, poi si
vedrà. Ora ho il dovere di dare il mio contributo al dibattito democratico. Il
15 aprile poi si vedrà. In base al risultato mi farò venire delle idee".
Le priorità del governo che verrà.. "In primo luogo rasserenare i
cittadini aiutandoli a uscire dalla difficoltà economica che si è fatta
intollerabile. Questa è l'urgenza delle urgenze. Arrivare a fine mese non deve
essere più una scommessa. Mettere in campo le soluzioni proposte dal programma
presentato da Berlusconi deve essere il nostro primo impegno. Garantendo però
sicurezza e giustizia".
( da "Giornale.it, Il" del 14-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
N. 63 del 2008-03-14
pagina 0 Missione in Libano, è scontro tra Martino e Prodi di Redazione L'ex
ministro alla Difesa: "Occorre ridurre drasticamente o cancellare la
nostra presenza in Libano". Il premier: "Affermazioni di enorme
gravità". Preoccupate le autorità di Beirut convocano l'ambasciatore
italiano Roma - "Occorre ridurre drasticamente o cancellare la nostra
presenza in Libano". Guarda avanti il Pdl Antonio Martino: nel caso in cui
dovesse essere eletto e poi nominato ministro della Difesa, è certo in una
risoluzione immediata nel Libano. "Affermazioni di gravità enorme",
sbotta immediatamente il premier Romano Prodi, il titolare della Farnesina
invece le bolla come "ridicole e sconcertanti". Fatto sta che le
autorità di Beirut convocano immediatamente l'ambasciatore italiano e il
centrosinistra va all'attacco. Martino: "Ritiraro dal Libano"
Occorrerebbe ridurre drasticamente o cancellare la nostra presenza militare in
Libano, aumentare significativamente il numero dei nostri uomini in Afghanistan
e inviare istruttori militari in Iraq e Kosovo". Ecco cosa farebbe, se
venisse eletto e nominato ministro della Difesa, il parlamentare del Pdl
Antonio Martino che in un'intervista al Quotidiano nazionale contesta la
strategia adottata dal governo dell'Unione. Via dal Libano, afferma, perché
"dobbiamo utilizzare le nostre truppe laddove sono utili". "La
missione fu voluta da D'Alema per farsi perdonare la chiusura precipitosa della
nostra missione in Iraq". Con le mansioni attribuite alla forza di pace
italiana, "i nostri uomini in Libano - continua l'ex ministro della Difesa
- sono perfettamente inutili". Quindi in Afghanistan, "dove la
situazione è nettamente peggiorata", occorrerebbe inviare più truppe
"con meno restrizioni, un migliore equipaggiamento e con la disponibilità
ad impegnarle anche in altre aree". In sostanza il parlamentare del Pdl
chiede una rimozione dei caveat attuali e "se la Nato ce lo chiederà, noi
dovremo dare il nostro assenso a un ridispiegamento delle truppe e a un loro utilizzo
anche in azioni di combattimento contro i talebani". Lasciare
completamente l'Iraq, conclude Martino, è stata una decisione affrettata.
"Credo sia stato un errore e se l'Iraq ce lo chiedesse, dovremmo mandare
una missione di addestratori civili e militari". Preoccupazione a Beirut
Il Libano ha convocato l'ambasciatore italiano dopo le dichiarazioni di Martino
circa il possibile ritiro delle truppe italiane in caso di vittoria del Pdl
alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile. Il Libano ha attualmente circa 2.400
militari in Libano nell'ambito della missione Unifil. "Oggi c'è già una
reazione da parte delle autorità libanesi. Il presidente del Parlamento ha
convocato il nostro ambasciatore per avere spiegazioni", ha confermato
anche il Professore attaccando duramente le esternazioni dell'ex ministro.
"Sono gravissime le affermazioni dell'ex ministro della Difesa Antonio
Martino circa un prossimo disimpegno dell'Italia dal Libano ed un suo ritorno
in Iraq. Sono affermazioni incomprensibili e drammatiche come messaggio
politico", ha spiegato Prodi definendo Martino "irresponsabile"
e poco indicato in una futura carica di ministro. "Credo che non lo sarà
dopo queste affermazioni, almeno la logica così vorrebbe", ha detto Prodi.
"Tutti conoscono i motivi per cui siamo usciti dall'Iraq, una missione che
non era condivisa e che anche la maggioranza della popolazione Usa non
condivideva", ha ancora detto il presidente del Consiglio sottolineando
come i militari italiani siano entrati in Libano "per una missione di pace
di cui tutti riconoscono l'importanza degli equilibri in Medio Oriente".
"Lo stesso ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli - ha ancora detto
- ha sottolineato l'importanza di questa missione anche per
la sicurezza di Israele". Il Professore ha concluso rimarcando come le
dichiarazioni di Martino non facciano altro che ribadire "le differenze
profonde" sulla politica estera tra il Centrodestra e il Pd L'affondo
della Farnesina Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha accusato il
Partito delle libertà di danneggiare l'immagine internazionale dell'Italia
con "affermazioni sconcertanti" sulla politica estera. D'Alema ha
citato in particolare le "reazioni del tutto sconnesse e strumentali"
al suo auspicio che Israele dialoghi con Hamas e le
affermazioni di Antonio Martino sulla necessità di ritirare le truppe italiane
dal Libano e di riportarle in Iraq. "è ridicolo che Martino voglia tornare
in guerra quando persino gli americani si vogliono ritirare", ha affermato
il titolare della Farnesina. Fini: "Sbagliato andarsene"
"Andarsene dal Libano sarebbe sbagliato", commenta il presidente di
Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, avvertendo però che "porre il
problema della quantità di militari impegnati in Libano è un'altra cosa". "Abbiamo
obblighi internazionali che devono essere assolti, ma dobbiamo anche essere
consapevoli che le nostre forze armate hanno uomini e risorse limitate - spiega
- individuare le aree strategiche in cui è apprezzabile una presenza nazionale
nell'ambito delle missioni militari internazionali è certamente logico".
Quanto invece ad un ritorno dei militari italiani in Iraq "non è chiesto
nemmeno dai nostri alleati". "C'è il problema delle regole di
ingaggio delle nostre truppe nell'ambito della missione afghana - conclude - è
tutt'altra questione rispetto all'ipotesi di impiegare nuovamente militari
italiani in Iraq, anche perchè, ripeto, non mi risulta che sia richiesto da
alcuno e non credo che sarebbe utile". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA -
Via G. Negri 4 - 20123 Milano.