HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di
|
DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza” |
|
top ARTICOLI DEL 16 e 17 febbraio 2008 #TOP
Sugli
arsenali chimici un appello al disarmo
( da "Stampa,
La" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele,
Libano e Iraq. E' quindi un chiaro messaggio di pace quello lanciato
nell'ambito del seminario sulla "Convenzione per il disarmo chimico"
organizzato dall'Istituto di Diritto internazionale Umanitario e in corso a
Villa Nobel. L'obiettivo, in pratica, è quello di arrivare alla seconda
conferenza di riesame della Convenzione,
<Le
missioni all'estero presto riconfermate>
( da "Secolo
XIX, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Finora la
presenza di Unifil
Difenderemo
il Libano sovrano dalle mire di Damasco
( da "Unita,
L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
o alle mire
del regime siriano che pretende di negoziare con Israele sui nostri cadaveri.
Non permetteremo che il nostro futuro dipenda dagli interessi nucleari
iraniani. Il Libano prima di tutto. Il popolo libanese, prima di tutto. È
questo il messaggio che abbiamo lanciato da Piazza dei Martiri nel terzo
anniversario del martirio di Rafik Hariri".
Proposte
per la Giustizia ( da "Unita, L'"
del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
in Israele
quattro indagini sono state avviate contro il primo ministro Olmert per fatti
di corruzione, mentre il presidente della Repubblica Katsav e il ministro della
giustizia Ramon han dovuto dimettersi perché accusati di molestie sessuali.
L'espansione della giurisdizione è dunque un fenomeno che ha dimensioni
oggettive,
(segue
dalla copertina) dal nostro inviato
( da "Repubblica,
La" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Esaltano
successi guerriglieri in Afghanistan, in Iraq, nel Waziristan pachistano, in
Palestina. Mostrano con compiacimento l' "interrogatorio"' e
l'esecuzione di "spie". E sulle immagini di bombardamenti sovietici e
americani in Afghanistan, costruiscono l'idea di una sempiterna guerra
ateo-cristiano-giudaica contro la Vera fede.
Anche
i grandi sbagliano ( da "Manifesto, Il"
del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
quotidiano
francese mi cita come capofila del boicottaggio alla Fiera del libro di Torino
("rea" d'aver invitato come ospite d'onore lo stato d'Israele),
quando è da un bel po' di tempo che rompo le scatole ai lettori del manifesto
scrivendo contro il boicottaggio. Come contro il boicottaggio si è dichiarato
Dario Fo e credo anche Edoardo Sanguineti, Margherita Hack e Franco Cardini.
Attacco
a Gaza ( da "Manifesto, Il"
del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
lanciano
quotidianamente razzi Qassam all'interno d'Israele, in particolare verso la
cittadina di Sderot. Dal momento che - in oltre due anni senza militari al suo
interno - i miliziani di Gaza hanno potuto organizzare la reazione a
un'eventuale invasione, molti prevedono che se Israele attaccherà, ci sarà un
bagno di sangue.
L'oppressione
ora è in appalto ( da "Manifesto, Il"
del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
intelligence
militare di Israele. Proprio questa settimana, un gruppo di ex generali ha
scritto al ministro della difesa Ehud Barak invitandolo alla rimozione dei
posti di blocco che, hanno spiegato, non fanno altro che aumentare l'odio nei
confronti di Israele. Una conclusione alla quale sono giunti riservisti di
grado elevato che conoscono bene la Cisgiordania e l'
Meir
il cacciatore, l'<ingegnere> la preda Vent'anni di sfide e intrighi. Poi
la trappola ( da "Corriere della Sera"
del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
spinge
Israele nella palude libanese, muove i kamikaze diventando un pezzo
insostituibile per l'Hezbollah. Dagan si prende la sua rivincita nel
<Uno
Stato binazionale? La fine di Israele>
( da "Corriere
della Sera" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
La fine di
Israele" Yehoshua: "Non vorrei un vicino musulmano" Intervista
ad Haaretz dell'autore che in passato era stato un sostenitore della convivenza
tra i due popoli DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Abraham Yehoshua vive
ad Haifa, la città dove arabi ed ebrei provano a convivere.
DANDINI,
FAZIO, MARCORÈ: PIÙ CORAGGIO SU ISRAELE
( da "Corriere
della Sera" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
FAZIO,
MARCORè: PIù CORAGGIO SU ISRAELE Sabato sera, quando ho visto Serena Dandini
intervistare Enrico Mentana ero così sicuro del buon esito del mio appello che
già avevo immaginato l'attacco del pezzo: "Brava Serena, faccio ammenda:
non sono certo il più dandiniano tra gli spettatori di Raitre eppure.
Marek
Halter, rabbia e speranza <La rivoluzione arriva dagli Usa>
( da "Liberazione"
del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
gli inglesi
hanno lasciato la Palestina perché venivano uccisi dagli ebrei, i 75 morti
dell'attentato al King David erano tutti ufficiali dell'esercito britannico. La
maggior parte dei popoli che hanno lottato per l'indipendenza si sono serviti
del terrore. Tutti i mezzi sono buoni se il fine è giusto?
L'Unifil
denuncia i sorvoli israeliani ( da "Stampa, La"
del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
fino a 50
mila militanti di Hezbollah si stanno radunando al confine con Israele per fronteggiare
un ipotetico invasione dello Stato Ebraico, il giornale libanese Daily Star
riferisce che il comandante delle forze Unifil, Claudio Graziano, avrebbe
scritto una lettera all'Onu per "denunciare la violazione israeliana del
territorio libanese".
ELENA
LOEWENTHAL ( da "Stampa, La"
del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Il cognato di
Daniela ha lasciato Israele per rivendicare il proprio "diritto ad andare
lontano" dopo la morte del figlio, avvenuta per "fuoco amico" in
un'azione di guerra, se non altro per avere una visuale diversa. Israele oggi,
così come l'ebraismo da sempre, sa che occorre rimettere continuamente a fuoco
l'obiettivo sulla realtà,
Eyal
viene ucciso per errore da un compagno, il padre scappa in Africa per fuggire
dall'ebraismo ( da "Stampa, La"
del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Allora un
elefante con un difetto genetico ti interessa di più del primo ministro
israeliano... -Perché? Anche lui ha un difetto genetico? - ride Yirmy,
spostando lo sguardo verso le colline all'orizzonte. Di ritorno al torrentello
camminano tra mucche e pecore mentre gli alti pastori, appoggiati ai loro
bastoni, li osservano seri.
Esodi,
fughe, grandi ritorni ovadia dialoga con tawfik
( da "Repubblica,
La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
un racconto
cassidico di Israel Baal Shem Tov, una pagina di Primo Levi (Se questo è un
uomo), ancora una poesia di Yisra'el Nadjara (I prediletti di Dio) e un brano
di Rina Frank (Ogni casa ha bisogno di un balcone); mentre Vittorio Franceschi
darà voce a un frammento del Corano e alla fuga di Maometto a Medina (Egira),
oltre che ai versi poetici di Ibn Hamdis (
Mughnyeh,
sospetti di tradimento damasco arresta "agenti arabi"
( da "Repubblica,
La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stati Uniti e
Israele davano la caccia per una lunga serie di attentati terroristici, aveva
in sostanza fatto perdere le sue tracce. Qualcuno fra i pochissimi che erano a
conoscenza dei suoi movimenti deve averlo tradito. Il giallo sulla sua morte si
concentra su questa ipotesi, se è vero che per vent'anni l'esponente del
Partito di Dio cui Stati Uniti e Israele davano la caccia,
Hezbollah
schiera 50.000 uomini ( da "Giornale.it, Il"
del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
avrebbe
dispiegato al confine con Israele 50mila "attivisti", dichiarando lo
stato di allerta nel sud del Libano. Lo rivela il giornale libanese A-Safir,
mentre Al-Akhbar, vicino al "Partito di Dio", sostiene che gli
investigatori siriani impegnati nelle indagini sull'attentato contro Imad
Mugniyeh sospettano un coinvolgimento di "organizzazioni di sicurezza che
operano in Paesi arabi"
Primo
corso di formazione per imam. Ma senza autocritica
( da "Corriere
della Sera" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
al
radicamento del pregiudizio nei confronti del diritto di Israele all'esistenza
che ha finito per provocare l'annullamento della visita dell'imam della Grande
Moschea di Roma alla Sinagoga; alla proliferazione di scuole coraniche
clandestine dove si istigano i ragazzi a non integrarsi in seno alla società
italiana;
Avvisi
ai naviganti Sostieni la proposta di legge di iniziativa popolare Italia libera
da armi nucleari sul sito www ( da "Liberazione"
del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Palestina
occupazione/oppressione/apartheid-boicottaggio/disinvestimenti/sanzioni: lunedì
alle 18 alla Casa delle Culture, via San Crisogono 45, Wasim Dahmash presenta
il libro Palestina Quale futuro? La fine della soluzione dei due stati ;
intervengono Corinna Vicenzi, Sergio Cararo, Alfredo Tradardi,
Gaza
Kouchner: <Togliere il blocco alla Striscia>. Hamas accusa Israele per
l'uccisione di un leader e dei figli
( da "Liberazione"
del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Hamas accusa
Israele per l'uccisione di un leader e dei figli Israele nega ogni
responsabilità nella strage della famiglia di un militante palestinese nel
campo profughi di Burej, nei pressi di Città di Gaza. Ma Hamas e Jihad islamica
insistono nel dire che un'aereo dell'aeronautica israeliana ha sparato un
missile contro l'abitazione di Ayman al-
Le
"Madri" di Barbara Cupisti per una sera da Artintown
( da "Stampa,
La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Girato tra
Israele e Palestina, è basato sulle testimonianze delle madri che vivono in
questa terra dilaniata da una guerra infinita e che hanno vissuto la tragica e
dolorosa esperienza di non vedere rientrare a casa i figli. Il film racconta
conflitti e drammi privati che sono anch'essi storia: di dolore, di morte,
STA'
A VEDERE CHE STAVOLTA IL BEL PAESE RIESCE AD AFFACCIARSI SUL FUTURO E A FARE
FINALMENTE UN SALT ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Ventures che
fa capo al finanziere israelo-americano David Gilo; l'emergente gruppo Toto
costruzioni, proprietario anche di AirOne; la rampante Aft, milanese, che vede
tra i suoi soci la Sopaf dei Magnoni e Marco De Benedetti, ex amministratore
delegato di Tim; l'ambizioso Raimondo Lagostena, patron di Odeon Tv e già
impegnato nel business del digitale terrestre con la sua Profit.
( da "Stampa, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
PROPOSTA
DALL'ISTITUTO DI DIRITTO UMANITARIO Sugli arsenali chimici un appello al
disarmo Da Sanremo parte un appello perchè diventi universale l'operazione
destinata a distruggere gli arsenali di armi chimiche del pianeta. Al termine
fissato per il 2012 hanno aderito attualmente 182 Paesi e ne mancano
all'appello una dozzina tra cui Siria, Egitto, Israele, Libano e
Iraq. E' quindi un chiaro messaggio di pace quello lanciato nell'ambito del
seminario sulla "Convenzione per il disarmo chimico" organizzato
dall'Istituto di Diritto internazionale Umanitario e in corso a Villa Nobel.
L'obiettivo, in pratica, è quello di arrivare alla seconda conferenza di
riesame della Convenzione, in programma all'Aja, nell'aprile prossimo,
con proposte concrete e nuove adesioni. "Un altro problema di stretta
attualità - ha osservato il professore di Diritto Internazionale all'università
Luiss di Roma, Natalino Ronzitti - riguarda l'uso dei cosiddetti "agenti
non letali" da parte delle compagnie militari private che aiutano gli
eserciti sotto il regime di occupazione. Si tratta di stabilire se l'uso di
questi deterrenti sia consentito, o meno, e in quali termini". I lavori
sono stati aperti dal Direttore Generale dell'OPCW (l'Organizzazione
Internazionale per la Proibizione delle Armi Chimiche) e dal presidente
dell'Istituto, l'ambasciatore Fausto Moreno. \.
( da "Secolo XIX, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Le missioni
all'estero presto riconfermate" il sottosegretario forcieri Le forze
italiane sono in Afghanistan, Kosovo e Libano: i provvedimenti sono stati
presentati in via d'urgenza in Parlamento 16/02/2008 Genova. La morte del
maresciallo Giovanni Pezzulo in Afghanistan. Il leader di Hezbollah in Libano,
Imad Mughniyeh, ucciso da un'autobomba a Damasco. L'imminente dichiarazione di
indipendenza del Kosovo. Tre motivi di preoccupazione per l'Italia che schiera
8500 soldati nelle missioni di pace. Ce ne parla il sottosegretario alla
Difesa, Lorenzo Forcieri. Come sono distribuiti i nostri soldati in missione?
"I teatri principali sono i Balcani (Kosovo, Bosnia, pochi in Albania),
l'Afghanistan e il Libano. Altre missioni sono a Hebron, in Cisgiordania, al varco
con Israele nella Striscia di Gaza, in Sinai e al
confine del Maghreb. In Afghanistan siamo schierati a Herat, nella regione
ovest e nella capitale, Kabul, ed esercitiamo il comando sulle forze armate di
34 Paesi, in maggioranza della Nato, che hanno inviato complessivamente 35 mila
soldati. Siamo presenti con le nostre navi, sotto l'egida della Nato
nell'operazione "Active Endeavour", nella zona sud del Mediterraneo,
e in "Euromarfor" che da marzo, sotto comando italiano, subentrerà
alla Germania nel controllo delle acque antistanti il Libano". Lo
scioglimento delle Camere ostacolerà l'approvazione del rifinanziamento delle
missioni? "I provvedimenti sono presentati con decreto d'urgenza e saranno
convertiti in legge dall'attuale Parlamento. In Commissione, giovedì scorso,
sono stati votati gli emendamenti e il mandato ai relatori di riferire
favorevolmente in aula. Martedì e mercoledì ci sarà il voto alla Camera e
quindi al Senato. C'è un ampio consenso trasversale. Da parte della Sinistra
Arcobaleno era venuta la richiesta di scorporare l'Afghanistan dal
provvedimento. Cosa politicamente inopportuna - le missioni hanno gli stessi
fini - e irrealizzabile a Parlamento sciolto". Il viceministro per la
cooperazione e lo sviluppo, Patrizia Sentinelli (Rifondazione) dice che gli
aiuti umanitari non si portano con le armi. "Vada lei disarmata in
Afghanistan. Questa è demagogia spicciola. L'intervento riguarda un ampio arco
di iniziative: dalla cooperazione istituzionale a quella economica, agli
interventi sociali e umanitari. Tutto ciòè possibile se esiste una cornice di
sicurezza che le forze afghane da sole non possono garantire". Quale dei
tre scenari è più preoccupante? "Sono tre scenari complessi sotto diversi
profili. Il caso afghano è più complicato sul piano militare, Kosovo e Libano
presentano implicazioni politiche molto delicate. In Kosovo abbiamo rafforzato
la nostra presenza con l'invio dei battaglioni di Riserva Operativa, come ha
fatto la Germania. La situazione si farà ancora più delicata dopo l'imminente
dichiarazione unilaterale di indipendenza, che porrà il problema del
riconoscimento internazionale. (l'Italia è fra i cinque Paesi dell'Ue
favorevoli, ndr). Si aprirà una fase di notevole tensione, è un problema degli
Esteri... Militarmente siamo abbastanza tranquilli, abbiamo forze sufficienti
per scongiurare eventuali iniziative violente che peraltro sono state escluse
da tutti, Serbia compresa". In Libano Hezbollah ha dichiarato guerra a Israele. "Il problema è lo stallo politico, che
impedisce l'elezione del presidente della Repubblica. Si è creata una
situazione di paralisi istituzionale che si riflette sul governo dimissionario
e sul Parlamento, virtualmente paralizzato (i parlamentari sono costretti a
vivere in rifugi segreti per il timore di attentati). L'uccisione del numero 2
di Hezbollah ha alzato le possibilità di una ritorsione. Finora
la presenza di Unifil
( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del NAYLA MOAWADLa ministra libanese degli Affari sociali: libertà e
indipendenza sono alla base della rivoluzione dei Cedri, vogliamo rafforzare
democrazia e stabilità "Difenderemo il Libano sovrano dalle mire di
Damasco" di Umberto De Giovannangeli "Non permetteremo che il nostro
amato Paese sia considerato un terreno di guerra dagli altri, che il destino
del Libano sia legato a quello di Hamas in Palestina o
a quello dell'Armata del Mahdi in Iraq, o alle mire del
regime siriano che pretende di negoziare con Israele sui nostri
cadaveri. Non permetteremo che il nostro futuro dipenda dagli interessi
nucleari iraniani. Il Libano prima di tutto. Il popolo libanese, prima di
tutto. È questo il messaggio che abbiamo lanciato da Piazza dei Martiri nel
terzo anniversario del martirio di Rafik Hariri". È stata l'unica
donna a prendere la parola davanti a oltre un milione di libanesi che hanno
dato vita al grande raduno popolare dell'altro ieri a Beirut. Il suo è stato
l'intervento più applaudito. Il Libano della speranza si riconosce nella
determinazione di Nayla Moawad, cristiana maronita, ministra degli Affari
sociali nel governo Fuad Sinora. Suo marito, René Moawad, fu eletto nel 1989
presidente del Libano per 17 giorni prima di essere assassinato con 250 chili
di tritolo in circostanze che restano ancora oggi avvolte nel mistero. Oltre un
milione di libanesi hanno ricordato Rafik Hariri, l'ex premier assassinato tre
anni fa. Qual è stato il segno politico di questa imponente manifestazione?
"Un segno di unità. E di determinazione nel voler difendere la nostra
sovranità nazionale. Il popolo libanese è legato alle istituzioni che
garantiscono la nostra libertà, in primo luogo alla Chiesa e al patriarcato
maronita, in particolare al patriarca Sfeir, il padre dell'indipendenza
nazionale. Noi non permetteremo che la Chiesa sia attaccata da chiunque e per
conto del regime siriano". Cosa ha unito la moltitudine pacifica di Piazza
dei Martiri? "La memoria e una scommessa sul futuro. La memoria di quanti,
a cominciare da Rafik Hariri, hanno perso la vita per difendere la sovranità
del Libano, la nostra dignità nazionale. E una scommessa su un futuro che sia
fondato su quegli ideali di verità, giustizia, indipendenza che sono stati alla
base della Rivoluzione dei Cedri, il grande e pacifico movimento di popolo che
ha posto fine al protettorato siriano. In quella Piazza abbiamo rinnovato un
patto di libertà, convinti che con la forza del diritto, pacificamente,
democraticamente, noi vinceremo. Una cosa è certa: non permetteremo che il
nostro destino sia legato al regime siriano". Cosa significa per lei
"vincere"? "Significa rafforzare il Libano, non una sua
componente etnica, politica, religiosa. Significa garantire la stabilità dello
Stato, delle sue istituzioni. Significa lavorare per potenziare il nostro
sistema democratico pluralista e libero. Sono queste le condizioni
fondamentali, i pilastri per mantenere in vita, rafforzandolo, quell'equilibrio
istituzionale delineato dagli accordi di Taif (l'intesa che portò alla fine
della sanguinosa guerra civile libanese che segnò gli anni dal 1975 al 1990,
ndr.). Vincere significa far prevalere le ragioni del diritto su quelle della
forza, significa permettere al tribunale internazionale di fare piena luce e
assicurare alla giustizia esecutori e mandanti dell'assassinio di Rafik Hariri
come di tutti gli atti terroristici costati la vita a parlamentari,
giornalisti, uomini dell'esercito e dei servizi di sicurezza, la cui
"colpa" era di voler difendere l'indipendenza e l'integrità nazionale
del Libano. Sono morti perché servitori fedeli dello Stato. E dietro questa
interminabili sequela di attentati che hanno marchiato gli ulti tre anni cioè
una sola mano, una sola regia: quella che si muove sull'asse
Damasco-Teheran". I leader dell'opposizione contestano alla maggioranza
antisiriana di voler monopolizzare il potere. "Sbaglia chi, anche in
Europa, legge ciò che sta avvenendo in Libano come una contrapposizione tra
maggioranza e opposizione, una cosa normale, fisiologica, in qualsiasi
democrazia. Ma le cose, purtroppo, non stanno così.". Qual è allora l'anomalia
libanese? "Qui siamo di fronte a una lotta tra due progetti agli antipodi:
quello di chi propugna un Libano sovrano e indipendente, e chi intende fare del
Paese un protettorato siro-iraniano". Nell'immediato cosa significa
"vincere" sul piano politico per il Libano di Piazza dei Martiri?
"Significa eleggere finalmente il nuovo presidente della Repubblica. Il
che vuol dire eleggere immediatamente, senza ulteriori rinvii, il generale
Michel Suleiman a capo dello Stato, sulla base dell'iniziativa della Lega
Araba".
( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Proposte per la Giustizia Gian Carlo Caselli Segue dalla Prima C
con la conseguenza che imputati eccellenti e meno eccellenti trovano
preferibile (anzichè esercitare i loro sacrosanti diritti di difesa nel
processo) cercare di ritardarne la celebrazione tempestiva. 4) In tutti i Paesi
europei le impugnazioni sono nettamente inferiori (sia per numero sia per
durata) rispetto all'Italia e ciò ovviamente si ripercuote - in modo assai
pesante - sulla durata complessiva dei processi. La giustizia non funziona, ma
i problemi che essa deve affrontare sono sempre più estesi e complessi: la
corruzione; il crimine organizzato e le complicità di cui gode; la mala-sanità,
la mala-amministrazione e la mala-politica quando l'uso del potere si fa
pessimo fino a configurare reati; gli infortuni sul lavoro; la sicurezza e via
elencando... Se non si vuole che la Repubblica italiana si fondi sempre più
sull'illegalità, è assolutamente necessario e urgente portare a livelli che
siano almeno decenti il funzionamento del sistema giustizia. Ancora una volta
potrebbe invece affiorare la tendenza (anche trasversalmente, come testimoniano
gli applausi bipartisan al dimissionario ministro Mastella) a programmare la
riforma non della giustizia ma dei giudici. Il vizio di accusare i magistrati
di politicizzazione o peggio, di giustizialismo, di invadenza, di eversione, di
costituire un'emergenza democratica è un vizio duro a morire. Ora, è noto che a
forza di ripeterle anche le balle più colossali finiscono per sembrare vere, e
tuttavia non si può abdicare al dovere di ragionare. Ragionando, si vedrà che
l'intervento giudiziario è in espansione in tutti i sistemi democratici.
Ovunque esso occupa le prime pagine e i suoi effetti creano frizioni con il
potere politico od economico, fino a turbare destini di governi. Gli esempi che
si possono fare sono infiniti: sono stati i giudici a smembrare l'impero
informatico di Microsoft; il presidente Clinton è stato più volte processato
per certe tracce lasciate su di un abito; la prima elezione del presidente Bush
è stata decisa da un giudice della Florida; vari esponenti dell'attuale
amministrazione Bush sono coinvolti in una delicata inchiesta che riguarda
l'innesco della guerra in Irak; a Chirac si chiede conto di certe assunzioni
fatte come sindaco di Parigi; l'ex primo ministro de Villepin è coinvolto in
un'inchiesta collegata ad un affare di tangenti per alcune fregate vendute a
Taiwan; Bertie Ahern, primo ministro irlandese, è accusato per finanziamenti
illeciti della sua campagna elettorale; in Israele quattro indagini sono state avviate contro il primo ministro
Olmert per fatti di corruzione, mentre il presidente della Repubblica Katsav e
il ministro della giustizia Ramon han dovuto dimettersi perché accusati di molestie
sessuali. L'espansione della giurisdizione è dunque un fenomeno che ha
dimensioni oggettive, e ciò sembra escludere che vi siano, quantomeno in
misura prevalente, forzature soggettive. Il caso italiano non fa eccezione a
questo "trend", ma presenta due particolarità. Mentre ovunque nel
mondo i "potenti" coinvolti in vicende giudiziarie non si sognano
neanche un po' di prendersela coi loro giudici, ma accettano
"naturalmente" che la giurisdizione possa esercitarsi anche nei loro
confronti, in Italia - e soltanto in Italia - il magistrato che sfiora certi
interessi deve mettere in conto che potrà essere aggredito con insulti d'ogni
tipo (ovviamente cosa ben diversa dalle critiche motivate, sempre legittime); -
e l'aggressione si risolve in un sostanziale rifiuto della giurisdizione, con
la nota tattica del difendersi non tanto "nel" quanto piuttosto
"dal" processo. Altra peculiarità del nostro Paese è che i processi
di Tangentopoli, mafia, mala-politica, mala-sanità e mala-amministrazione
pongono un problema drammatico: se la situazione che ne risulta costituisca un
dato esteso ma pur sempre marginale della nostra democrazia, ovvero ne sia
diventata elemento strutturale. Una positiva risposta a questi interrogativi si
avrebbe se la politica esercitasse il suo indiscutibile primato anche
utilizzando gli elementi di conoscenza che scaturiscono dalle inchieste
giudiziarie, intervenendo con nuove leggi o controlli più adeguati. E invece di
tutto questo abbiamo avuto ben poco dal '90 ad oggi. Per contro emerge una
certa tendenza (trasversale) a mal concepire il primato della politica, a farne
la base per pretendere una sorta di sottrazione ai controlli di legalità. Ecco
allora che la giustizia nel nostro Paese non funziona, ma invece di chiedere
"più" giustizia si chiede "meno" giustizia, tutte le volte
che si incrociano determinati interessi. Ecco allora che alla magistratura si
chiede di fare un passo indietro, invece di potenziarne gli strumenti, mentre
si scatenano - oggi come ieri - martellanti campagne secondo cui la giustizia è
ridotta a campo di battaglia dove consumare vendette e scontri politici. Senza
comprendere che l'autoreferenzialità della politica e la sua pretesa di
autoassolversi in perpetuo sono nocive prima di tutto alla credibilità della politica
stessa e finiscono anzi per alimentare quell'antipolitica che non basta
esorcizzarla perchè non si manifesti o non si estenda. Soltanto la cattiva
politica può fingere di non sapere che l'indipendenza della magistratura e
l'obbligatorietà dell'azione penale servono al consolidamento della democrazia.
La buona politica lo sa, ma spesso rimane afona, non si fa sentire. Dunque,
riforma della giustizia certamente sì, ma partendo dal rispetto della
giurisdizione (come garante dei diritti dei cittadini e delle regole di
convivenza, nonché fattore di equilibrio del sistema istituzionale) e quindi
dal rispetto che in qualunque paese civile è dovuto ai magistrati. Solo così,
oltretutto, si potranno concretamente avviare credibili percorsi di
responsabilità dei giudici e serie valutazioni della loro professionalità e
produttività. C'è un grande bisogno anche di questo, non di
"normalizzazione" della magistratura. Obiettivo sempre presente in
certe agende: che se fosse realizzato qualcuno brinderebbe, ma non sarebbe un
bel giorno per il nostro Paese.
( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Negozi in fiamme,
attentati e minacce, tutto intorno a Peshawar, l'antica capitale dei
guerriglieri legati a Bin Laden. Una spina nel cuore dei pachistani che lunedì
vanno alle urne dopo il rinvio imposto dall'omicidio di Benazir Bhutto Dvd e
web per la propaganda, cellulari sempre accesi: è il nuovo volto degli studenti
Hanno scatenato la guerra nelle zone tribali e ora Islamabad teme il loro nuovo
potere (SEGUE DALLA COPERTINA) DAL NOSTRO INVIATO guido rampoldi In quel ruolo
ha chiesto aiuto ai mullah della moschea centrale, racconta, ma quelli
grossomodo gli hanno detto: pentiti! Rinuncia a Satana! Obbedisci ai Taliban!
Tornato tra i suoi diavolacci, due pareti di cinematografia americana e
indiana, adesso il commerciante non sa bene cosa fare. Resistere: ma fino a
quando? I molto ottimisti possono sperare che dalle elezioni di lunedì
prossimo, le prime elezioni libere dal 1997, nasca un governo determinato a
ricacciare indietro i Taliban. Ma le probabilità non sono alte, e se
applichiamo il secondo criterio dobbiamo convenire che in questa parte del
Pakistan i Taliban hanno il vento in poppa. Da Peshawar partono cinque strade
statali: quante ne può percorrere in auto un occidentale visibilmente
occidentale senza rischiare d'essere sequestrato o decapitato? Una soltanto,
valuta Husain, autista fidato: la strada per la capitale. Le altre attraversano
villaggi o territori in cui i Taliban hanno rapito, sparato, attaccato
all'improvviso soldati, almeno una volta negli ultimi tre mesi. Ogni tanto,
dalle montagne di roccia che incombono su Peshawar, tirano con i mortai sulla
caserma azzurra e ocra dei Frontier Corps pachistani, solitaria sentinella
dell'estrema periferia. E tutto questo sembra giustificare il singolare
spettacolo offerto dalla fortezza di Bala Hissar, costruita da Sikh
nell'Ottocento: dai bastioni le canne sottili dell'artiglieria leggera si
sporgono sul traffico sottostante, come se da un momento all'altro un'orda di
Taliban potesse lanciarsi all'assalto, ululando tra le automobili. In realtà
quell'attacco non è un evento probabile, comunque non imminente. Nell'agenda
dei Taliban c'è innanzitutto l'Afghanistan: la riconquista, l'espulsione della
Nato. Peshawar può attendere. Più importante, adesso, è acquisire una certa
libertà di manovra sull'intera fascia di confine. Già ora i Taliban controllano
settori strategici prossimi alla frontiera, lì dove il loro movimento nacque
(all'inizio degli anni Novanta) e resuscitò (alla fine del 2002), sempre sotto
gli occhi benevoli dei servizi segreti pachistani. Quelle regioni riarse
svolgono un ruolo fondamentale nella guerra contro la Nato. Ospitano il comando
politico e la cassaforte dei Taliban. Garantiscono la turnazione al fronte,
essendo in grado di rovesciare in Afghanistan fino a 40mila uomini, grossomodo quanti
sono i soldati occidentali e più del doppio degli afgani che sono Taliban a
tempo pieno. Fabbricano, ad un ritmo senza eguali, kamikaze per uso locale e
per esportazione (innanzitutto l'Afghanistan, ma ora anche l'Europa:
provenivano dal Pakistan talibanizzato la maggioranza dei terroristi arrestati
di recente a Barcellona e in Germania). Se ora riuscissero a precipitare nel
caos l'intera zona di frontiera, da Chitral a Quetta, sarebbero in grado di
minacciare i rifornimenti della Nato, che per il 70% arrivano dal Pakistan.
Questo potrebbe accelerare la progressione verso la battaglia finale per
l'Afghanistan, che i Taliban sui due lati della frontiera sentono ormai vicina.
Enigmatica e poco lineare, l'espansione dei Taliban pachistani ha avuto un'accelerazione
negli ultimi mesi, in parallelo alla crisi del regime di Musharraf. Al
contrario dei loro precursori afgani, questi "nuovi" Taliban si
considerano militanti di un movimento rivoluzionario mondiale, anzi la sua
punta di lancia, essendo effettivamente l'unico jihadismo di massa, e l'unico
in grado di sconfiggere in battaglia l'Occidente. Il loro biglietto di visita
sono i dvd di propaganda binladista prodotti in Pakistan da imprese
regolarmente registrate (Manbaul-Jihad, Abdullah-videos). Esaltano
successi guerriglieri in Afghanistan, in Iraq, nel Waziristan pachistano, in Palestina. Mostrano con compiacimento l' "interrogatorio"' e
l'esecuzione di "spie". E sulle immagini di bombardamenti sovietici e
americani in Afghanistan, costruiscono l'idea di una sempiterna guerra
ateo-cristiano-giudaica contro la Vera fede. Il ricorso ad uno strumento
di propaganda come i filmati in dvd conferma che i Taliban si mostrano
"nuovi" soprattutto nella capacità di usare i media. Dal 6 dicembre
scorso si presentano alla stampa locale come "movimento Taliban del
Pakistan", Tarik-i-Taliban-Pakistan, e si premurano di segnalare le loro
vittorie sui due lati del confine. In genere mandano sms, ma talvolta conversano
al telefono, amichevoli e vanitosi, con i giornalisti di Peshawar. Uno dei loro
interlocutori abituali, Mushtaq Yusufzai, mi racconta il codice di questi
dialoghi. Per "feddayn", non a caso termine arabo importato
dall'Iraq, si intendono i poveri disgraziati, spesso adolescenti, che i Taliban
convincono a farsi saltare in aria, per la gloria dell'islam e del comandante
che dispone delle loro vite. "Sheck", lo sceicco, è Osama bin Laden.
Ma più spesso è "Obiel", l'acronimo delle sue iniziali in inglese,
perché quel suono liquido non sarebbe riconosciuto dal Grande Orecchio
americano che spia dai satelliti le telefonate in quest'area. Mushtaq è rimasto
molto sorpreso quando il Talib al telefono gli ha rimproverato presunte
inesattezze in un articolo che aveva scritto per la tv statunitense Nbc, di cui
il giornalista è collaboratore. "Possibile che questa gente controlli
perfino i siti di televisioni quasi sconosciute in Pakistan? Evidentemente
qualcuno li aiuta". Ma ancor più Mushtaq si è stupito per la sorprendente
ascesa di "Mullah Radio", un Talib che usando un'emittente privata è
riuscito a scatenare l'inferno nella valle dello Swat. "Quando tutto è
cominciato sarebbero bastati dieci poliziotti per neutralizzarlo. Invece lo si
è lasciato fare". Con la sua predicazione forsennata "Mullah
Radio" ha formato una grossa banda di Taliban e l'ha scagliata contro i
villaggi degli sciiti, che i Taliban considerano ripugnanti eretici nonchè
quinte colonne dell'India e dell'Iran. L'esercito è intervenuto solo quando i
morti ormai si contavano a centinaia. Ha scelto l'inazione anche alla fine del
2007, quando i Taliban si sono lanciati contro gli sciiti del Khurram. Seicento
morti, calcola Javeed, che dal Khurram è fuggito. "Per tre mesi l'esercito
è stato a guardare. Appena si è mosso, i Taliban si sono ritirati in montagna e
tutto è finito". Per capire la misteriosa "neutralità"
dell'esercito pachistano conviene ricordare la storia recente della frontiera
occidentale, soprattutto delle Tribal Areas. Poverissime e turbolente, le
"Aree tribali" sono la riserva indiana del Pakistan. Islamabad le
governa con uno strumento coloniale ereditato dall'impero britannico, il
Criminal code del 1901, che prevede punizioni collettive tuttora applicate (due
giorni fa l'esercito ha punito il rapimento dell'ambasciatore pakistano a
Kabul, sparito nel nulla a pochi chilometri da Peshawar, arrestando 13
dignitari della tribù nel cui territorio è avvenuto il misfatto: se
all'ambasciatore accadrà qualcosa ne risponderanno anche loro). Disponendo di
questo strumento di dominio, i servizi segreti pachistani hanno sempre fatto
quel che volevano nelle Tribal areas, dove hanno una presenza massiccia sin da
quando vi organizzarono la guerriglia contro i sovietici. Ma la loro influenza
sui "nuovi" Taliban afgano-pachistani è stata, malgrado il sostegno
elargito, fin dall'inizio problematica. Forzato dagli americani, nel 2006
Musharraf ha mandato 80mila soldati nelle Tribal Areas per tentare di
riprenderne il controllo, ma l'impopolarità di quel conflitto feroce e
inconcludente l'ha costretto a firmare una capitolazione disastrosa. Di fatto i
Taliban sono rimasti padroni di interi distretti, dove hanno instaurato un
regime di terrore. Secondo Safiullah Gul, un giornalista cresciuto nell'area
tribale più ribollente, il Waziristan, "neppure quando sono a Karachi la
paura abbandona i pachistani fuggiti a migliaia da quella terra: perfino lì
temono che i Taliban li spiino". L'aggressività dei Taliban ha provocato
anche un effetto positivo: stando ad un sondaggio recente, nel Paese la loro
popolarità si è dimezzata (dal 38 al 19%), così come la popolarità di Bin Laden
(dal 46 al 24%). Ma l'ostilità verso gli Stati Uniti resta talmente diffusa che
la maggioranza giudica un cedimento a Washington l'intervento dell'esercito
contro i Taliban (sarebbe favorevole solo il 33%). Questa percezione
probabilmente spiega la riluttanza a sparare confermata negli ultimi mesi dalle
Forze armate, e comunque si è saldata perfettamente con i giochi dei servizi
segreti, le simpatie fondamentaliste di molti quadri militari, e il timore che,
se attaccati, i Taliban avrebbero insanguinato queste elezioni con un
terrorismo sistematico. Lo stesso presidente Musharraf ha la necessità, per
ragioni elettorali, di scrollarsi di dosso l'immagine che lo vuole
"strumento degli americani". Così il capo del suo partito due giorni
fa era a colloquio con il mullah che aveva trasformato la Moschea Rossa di
Islamabad in una santabarbara dei Taliban: la sua scarcerazione non dovrebbe
tardare. Quanto agli altri partiti, tutti promettono che fermeranno il
"terrorismo", però evitano di pronunciare quel nome: Taliban. Quale
che sarà la coalizione prodotta dalle urne, il nuovo governo avrà la tentazione
cui hanno sempre ceduto i governi precedenti, civili o militari: invogliare i
Taliban a dedicarsi all'Afghanistan per distoglierli dal Pakistan, dove, questo
è indubitabile, possono provocare stragi spaventose e dare filo da torcere
all'esercito. Ma sarebbe un calcolo miope: incassato l'Afghanistan, i Taliban e
Bin Laden cercherebbero di prendersi un pezzo di Pakistan. Magari il pezzo con
la Bomba.
( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Valentino Parlato
Mai avrei pensato e sperato di vedere il mio nome sulle pagine del prestigioso
Le Monde, ma questa volta mi è andata proprio male. Il prestigioso quotidiano francese mi cita come capofila del boicottaggio alla
Fiera del libro di Torino ("rea" d'aver invitato come ospite d'onore
lo stato d'Israele), quando è da un bel po' di tempo che rompo le scatole ai
lettori del manifesto scrivendo contro il boicottaggio. Come contro il
boicottaggio si è dichiarato Dario Fo e credo anche Edoardo Sanguineti,
Margherita Hack e Franco Cardini. Francamente questo errore mi ha
sorpreso: anche il prestigioso Le Monde può cadere in errori tanto grossolani
e, aggiungo, tanto pericolosi per le persone oggetto dell'errore. Spero, ne sono
quasi sicuro, che l'edizione di Le Monde di oggi corregga l'errore e spieghi ai
suoi lettori che non solo non sono stato a favore del boicottaggio, ma che il
manifesto ha speso un po' si sé e io ho speso un po' di me nel contrastare i
boicottatori. Ma resta l'interrogativo: perché questi errori? Mi viene da
rispondere che il senso comune oggi dominante ritiene che la sinistra possa
essere (o addirittura sia) antisemita. Ma se è così siamo messi proprio male.
( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Ok dal governo
Scatterà presto" Secondo Ron Ben-Yishai, uno dei massimi esperti militari
israeliani, la grande offensiva dell'esercito contro la Striscia di Gaza è già
stata decisa. In un articolo apparso ieri sul quotidiano "Yedioth
Ahronoth" Ben-Yishai sostiene che tutti i membri del governo di Tel Aviv
siano ormai d'accordo. Negli ultimi giorni la stampa aveva invece enfatizzato
le divisioni: prudenza da parte del premier Olmert da un lato, pressioni per
attaccare del ministro della difesa Barak dall'altro. Secondo un sondaggio
apparso sul quotidiano "Ma'ariv", il 67% degli israeliani è
favorevole a una vasta operazione delle truppe di terra, contrario il 25%.
L'unico motivo per cui l'offensiva non è ancora scattata è, secondo Ben-Yishai,
che non sono ancora stati ultimati tutti i preparativi. Dal territorio che i
coloni e i militari israeliani hanno lasciato nell'estate 2005 i combattenti
palestinesi - spesso in risposta ai raid dell'aviazione israeliana che non
risparmiano civili - lanciano quotidianamente razzi Qassam
all'interno d'Israele, in particolare verso la cittadina di Sderot. Dal momento che -
in oltre due anni senza militari al suo interno - i miliziani di Gaza hanno
potuto organizzare la reazione a un'eventuale invasione, molti prevedono che se
Israele attaccherà, ci sarà un bagno di sangue. Anche ieri Hamas
si è detta disponibile a una tregua nel lancio dei razzi in cambio della fine
dei raid israeliani e dell'uccisione di militanti del movimento islamista.
( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Palestina Compiuti quarant'anni,
l'occupazione militare si fa il lifting L'oppressione ora è in appalto I posti
di blocco che strangolano Cisgiordania e Gaza trasformati in
"terminal" e affidati ai privati. Israele
risparmia sulla gestione e impiega meno soldati di leva. Ma i palestinesi,
l'ultimo caso ieri, continuano a morire di checkpoint Michele Giorgio
Gerusalemme "Fawzia poteva salvarsi". Mahmud Qab ieri lo ripeteva a
parenti ed amici: "Fawzia poteva salvarsi". Non riusciva ad accettare
che sua moglie, la compagna di una vita, sia morta senza che nessuno abbia
potuto aiutarla, davanti ad un posto di blocco delle forze d'occupazione
israeliane. "Era una donna anziana, non faceva del male a nessuno, non
rappresentava un pericolo", ha aggiunto l'uomo con la voce rotta dal
dolore. Fawzia Abdel Fattah, 65 anni, è solo l'ultima dei palestinesi - almeno
97 secondo i centri per diritti umani - spirati a pochi metri dalle centinaia
di barriere e dai blocchi allestiti dai soldati israeliani sulle strade e
intorno ai centri abitati della Cisgiordania. La donna soffriva di cuore, si
era sentita male, un dolore intenso al petto e al braccio aveva messo in
allarme il marito che senza perdere tempo aveva chiamato un taxi per portarla
all'ospedale di Tulkarem. Ma al pronto soccorso Fawzia non è mai arrivata,
perché a un posto di blocco i militari hanno fermato il taxi e hanno preteso
che la donna fosse trasportata con un'ambulanza. La coppia è stata costretta a
fare ritorno al villaggio, Deir Ghassan, dove Fawzia è morta poco dopo tra lo
sgomento e l'impotenza dei suoi familiari. Per il dottor Abdel Fattah Darak, il
medico di famiglia, se i soldati avessero fatto passare il taxi, Fawzia sarebbe
con ogni probabilità sopravvissuta. L'esercito israeliano invece chiama in
causa il traffico di Tulkarem che avrebbe impedito all'ambulanza di arrivare in
tempo e ripete che i blocchi sulle strade della Cisgiordania sono essenziali
per "impedire i movimenti dei terroristi". Oltre 500 barriere Eppure
a condannare la presenza di oltre 500 tra posti di blocco permanenti e
"volanti" in Cisgiordania - ai quali vanno aggiunte le strade chiuse
al traffico "arabo" e quindi percorribili solo dai coloni ebrei -,
non sono soltanto i palestinesi ma anche alti ufficiali dell'esercito e dell'intelligence militare di Israele. Proprio
questa settimana, un gruppo di ex generali ha scritto al ministro della difesa
Ehud Barak invitandolo alla rimozione dei posti di blocco che, hanno spiegato,
non fanno altro che aumentare l'odio nei confronti di Israele. Una
conclusione alla quale sono giunti riservisti di grado elevato che conoscono
bene la Cisgiordania e l'umore della popolazione sotto il tallone
dell'occupazione militare. Ma all'establishment politico-militare queste
considerazioni importano poco o nulla e le promesse di rimuovere almeno una
parte dei posti di blocco, fatte dal primo ministro Olmert al presidente
palestinese Abu Mazen durante i loro frequenti quanto inutili faccia a faccia,
sono destinate a rimanere solo parole. Assieme alla chiusura totale dei centri
abitati palestinesi, i posti di blocco sono e rimarranno uno degli elementi centrali
dell'occupazione. Non solo ma in numerosi punti della Cisgiordania, a nord e a
sud di Gerusalemme e lungo il percorso del muro in via di ultimazione, si
stanno trasformando in veri e propri terminal di frontiera gestiti,
parzialmente o totalmente, da società private spesso fondate allo scopo di
mettere le mani su fondi ingenti messi a disposizione dal ministero della
difesa. Sempre più separati La "White snow" è l'esempio più compiuto
del programma di privatizzazione dei valichi con i Territori occupati varato
dalle forze armate. Opera ad Erez, tra Gaza e Israele,
e ha trasformato il transito fino a farlo assomigliare all'aeroporto di Tel
Aviv, luogo dove notoriamente vengono eseguiti controlli di sicurezza tra i più
rigidi al mondo. Con la differenza che se allo scalo di Tel Aviv il passeggero
che deve imbarcarsi viene interrogato, controllato e rivoltato come un calzino
da agenti della sicurezza in carne e ossa, invece ad Erez è tutto meccanizzato.
Gli impiegati della "White snow" - in buon parte ex militari di leva
- si limitano ad osservare dall'alto il passaggio, lungo un percorso fatto di
tante porticine si aprono con un comando a distanza, dei palestinesi e degli
stranieri. Un "viaggio" che può trasformarsi in un incubo se
dall'alto decidono di tenere chiuse le porticine per effettuare maggiori
controlli di sicurezza. "Oltre ai disagi per i palestinesi, il posto di
blocco di Erez è una spesa enorme per lo Stato - spiega l'economista Shir Ever
-. Le cifre ufficiali non sono disponibili ma la "White snow"
realizza profitti da capogiro svolgendo un lavoro minimo, visto che quel valico
ormai passano quotidianamente ben poche persone". Governo e ministero
della difesa comunque non cambiano idea e proseguono la privatizzazione dei
posti di blocco, in linea con il programma di privatizzazioni in corso da tempo
in Israele. L'intento, aveva spiegato già due anni fa
un consigliere militare del governo, il generale Baruch Spiegel, è quello di
ridurre il più possibile i costi delle forze armate e limitare al minimo
l'impiego dei soldati di leva nella gestione dei flussi di popolazione
palestinese. "In Israele - continua Ever - un
numero crescente di giovani preferisce evitare il servizio di leva. Chi può si
finge pazzo, altri presentano certificati di inidoneità fisica. Soprattutto i
più poveri cercano di sottrarsi all'obbligo di leva e l'esercito fa poco per
impedirlo, proprio per non far lievitare le spese". Nello Stato ebraico,
dove la leva dura tre anni per gli uomini e due per le donne, le forze armate
sono tenute a garantire il sostentamento di quei soldati che non possono essere
aiutati dalle famiglie e non sorprende che in molti casi i comandi militari
preferiscano lasciare a casa i più poveri (in aumento nel paese). "È un
esercito popolare sono nominalmente, perché in realtà è composto da un numero
sempre crescente di membri della classe media e medio-alta, coloro che possono
permettersi di spendere fondi personali e tre anni della loro esistenza nelle
forze armate", aggiunge Ever. Un numero inferiore di soldati di leva a
disposizione impone inevitabilmente un impiego più limitato dei militari ai
posti di blocco. Da qui una delle ragioni della privatizzazione, sollecitata
dagli economisti del governo. A Qalandia, a nord di Gerusalemme, e a Betlemme,
a sud della Città santa, sono già sorti terminal moderni e ordinati, dove i
palestinesi, come pecorelle, vengono incanalati in percorsi obbligati e
sorvegliati elettronicamente, gestiti in "Ppp", ovvero in
"Private-public-partnership". L'esercito svolge la funzione di
supervisore e decine di guardie private controllano i palestinesi. Solo
temporaneamente però, perché l'obiettivo finale è quello di arrivare alla
privatizzazione totale di quasi tutti i posti di blocco permanenti, lasciando
all'esercito solo quelli "volanti". Allo stesso tempo il taglio delle
spese e le privatizzazioni rientrano in una strategia più ampia di separazione
netta tra israeliani e palestinesi. In un briefing per specialisti tenuto
nell'aprile dello scorso anno all'Istituto Van Leer, il generale Yair Golan, ha
spiegato che la "separazione" e la riduzione dei contatti tra le due
popolazioni è un elemento centrale della strategia di sicurezza israeliana.
Sordina ai pacifisti La costruzione di posti di blocco moderni e privatizzati,
con un impiego minimo di personale, favorisce questa strategia che, peraltro,
limita le iniziative dei pacifisti israeliani. "Prima, quando ai transiti
di Qalandia e Betlemme c'erano i soldati - racconta Ruth el Raz,
dell'associazione di donne Machsom Watch che da anni monitora e registra gli
abusi ai checkpoint -, potevamo osservare da vicino le operazioni di controllo
e raccogliere immediatamente le denunce dei civili palestinesi. Oggi in molti
punti non è più possibile. Le persone si muovono all'interno di terminal dove
noi non possiamo avere accesso. Ci stanno tagliando fuori". E se si
considera che dalla fine del 2000 agli israeliani è vietato recarsi nei
Territori occupati - ad accezione ovviamente dei coloni - il processo di
separazione procede senza sosta, con i palestinesi chiusi ed isolati in centri
abitati che assomigliano sempre di più a bantustan del terzo millennio.
( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-02-16 num: - pag: 17 categoria:
REDAZIONALE La trama Il primo è il capo del Mossad. Il secondo era il "Bin
Laden" di Hezbollah Meir il cacciatore, l'"ingegnere" la preda
Vent'anni di sfide e intrighi. Poi la trappola WASHINGTON - Il cacciatore ama
la pittura, i viaggi in Estremo Oriente, la cucina italiana e "i capi terroristi
morti". è la legge di Meir, Meir Dagan il capo del Mossad: per vincere il
serpente devi tagliargli "la testa ". La preda amava la cucina
libanese, il caffè palestinese, gli attentati e "i sionisti morti".
Era la legge di Imad Mughniyeh, il capo dell'apparato clandestino
dell'Hezbollah, dilaniato, martedì notte a Damasco, da una bomba. Due vite
parallele segnate da intrighi, scontri, trappole mancate. Un cammino di sangue
che parte negli anni '80 quando Dagan comanda "Yakal", l'unità di intelligence
che opera nella fascia di sicurezza. Vorrebbe fare concorrenza al Mossad, ma
l'Istituto - come lo chiamano - resiste. Invece, dall'altra parte, Mughniyeh
costruisce il suo poderoso apparato di militanti, spinge Israele nella palude libanese, muove i kamikaze diventando un pezzo
insostituibile per l'Hezbollah. Dagan si prende la sua rivincita nel
( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-02-16 num: - pag: 17 categoria:
REDAZIONALE Il caso Lo scrittore: più affine agli ebrei ortodossi che agli
arabi laici "Uno Stato binazionale? La fine di Israele" Yehoshua: "Non vorrei un vicino musulmano"
Intervista ad Haaretz dell'autore che in passato era stato un sostenitore della
convivenza tra i due popoli DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Abraham
Yehoshua vive ad Haifa, la città dove arabi ed ebrei provano a convivere.
Ritrovarsi con un vicino di casa palestinese, al piano di sotto, in uno Stato
da dividere con lui, lo disturberebbe. "Se vivessimo in uno Stato
binazionale, a Yom Kippur non potrei obbligarlo a spegnere la radio o a non
andare in giro con l'auto", ha risposto lo scrittore a due giornalisti di
Haaretz. Quando hanno provato a replicare "lei è laico, che cosa le
importa di Yom Kippur", spiega: "è un giorno molto importante per me.
Deve mantenere il suo carattere. Io vivo in una comunità con una sua memoria,
le sue festività, gli altri hanno le loro celebrazioni e le loro
tradizioni". Da qui l'avvertimento: "Uno Stato binazionale porterebbe
alla nostra distruzione. Gli ebrei fuggirebbero e i palestinesi arriverebbero.
Significherebbe cancellare il desiderio di far parte della nazione,
eliminerebbe i simboli e l'identità. Dovremmo cambiare la bandiera, l'inno. Gli
arabi non vogliono due Stati". Vicini di casa e vicini a se stesso.
Yehoshua, uno degli scrittori simbolo della sinistra israeliana, spiega chi
considera simile. "Ho molto in comune con gli ultraortodossi moderati di
Bnei Brak. Molto di più che con un poeta arabo e laico come Mahmoud Darwish.
Lui vive secondo codici diversi, musulmani. Non sono contro questi codici, li
rispetto". Idee che ripete nel nuovo libro, Afferrare la Patria, arrivato
in questi giorni nelle librerie israeliane, una raccolta di saggi. Sono 41 anni
che non fuma, dalla guerra dei Sei giorni, quando giurò che non avrebbe acceso
più una sigaretta fino alla pace. Sa che non succederà presto. "La sensibilità
che dimostriamo verso qualcuno che è stato rapito - continua - è molto più
profonda di quella nei codici dei palestinesi. Noi abbiamo i nostri codici
morali, gli arabi i loro. Mandano la gente a farsi saltare in aria. Non credo
che neppure durante l'Olocausto qualcuno avrebbe potuto chiederlo a suo figlio.
E non sto parlando di uccidere bambini tedeschi, neppure per ammazzare i
soldati. Noi non vogliamo distruggerli. I palestinesi a Gaza invece
distribuiscono caramelle dopo un attentato". I giornalisti di Haaretz
hanno potuto vedere le bozze di lavoro per il libro. In una pagina l'aggettivo
"brutale" è cancellato a mano, accompagnava la parola
"occupazione". "Ho tolto "brutale" perché mi sembra
che ci sia anche una proporzione. Durante quattro anni della seconda intifada,
uno degli eserciti più sofisticati al mondo ha affrontato i miliziani: 4 mila
palestinesi sono stati uccisi e un migliaio di israeliani. Questo non è
nazismo. I nazisti avrebbero ucciso 4 mila persone in un minuto". Davide
Frattini Affinità Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua, 71 anni, ha detto
in un'intervista al quotidiano "Haaretz" di sentirsi vicino agli
ultraortodossi e di trovare i codici degli arabi molto diversi.
( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-02-16 num: - pag: 49 autore:
di ALDO GRASSO categoria: REDAZIONALE LE IDEE DEL SABATO DANDINI, FAZIO, MARCORè: PIù CORAGGIO SU ISRAELE Sabato sera, quando ho
visto Serena Dandini intervistare Enrico Mentana ero così sicuro del buon esito
del mio appello che già avevo immaginato l'attacco del pezzo: "Brava
Serena, faccio ammenda: non sono certo il più dandiniano tra gli spettatori di
Raitre eppure....". Ero sicuro che la Dandini, ospitando Mentana,
dicesse due parole di condanna sul boicottaggio contro gli scrittori
israeliani, ospiti d'onore alla Fiera del Libro di Torino, o almeno prendesse
le distanze dalla fatwa lanciata da Tariq Ramadan. Niente, dovrò aspettare
ancora per la mia autocritica. Speravo in Neri Marcorè, ma ha detto che la sua
"mission" è un'altra. Speravo molto in Fabio Fazio, sempre così
attento ai grandi problemi del mondo e alle cause mediatiche, così pronto a
citare Gianni Minà e Gino Strada. Ha ritenuto invece rivolgersi alle agenzie
con una giustificazione tutta ligure: "emu za detu", abbiamo già dato,
abbiamo già intervistato Amos Oz, abbiamo già intervistato David Grossman. Ma
nessuno metteva in discussione la sua correttezza. Gli si chiedeva soltanto, in
questo momento, in una particolare situazione dove nelle università ci sono
ancora dei cretini che compilano liste di persone da additare come
complottatori, di dire una parola, insomma di fare cultura. Chi si occupa di
libri, chi parla di cultura (come lodevolmente fa Raitre di Paolo Ruffini) non
può rassegnarsi all'idea di un boicottaggio e, come ha scritto giustamente
Luciano Canfora, "scendere al livello mentale di Hamas". Il silenzio
non sempre ha favorito la comprensione tra gli uomini. Ci sono momenti in cui
ci vorrebbe un po' più di coraggio, come l'ha avuto Valentino Parlato, anche a
costo di dire qualcosa di impopolare.
( da "Liberazione" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Marek Halter, rabbia
e speranza "La rivoluzione arriva dagli Usa" A colloquio con lo
scrittore apolide, reduce del ghetto di Varsavia da decenni in prima linea
nella difesa dei diritti La deriva religiosa del mondo, la crisi dei "lumi"
e le fratture dell'islam. La sfida "straordinaria" tra Obama e
Clinton Daniele Zaccaria " Gli esseri umani non possono vivere senza
sperare, hanno bisogno di sperare, quando non ci sono più speranze, se ne
inventano di nuove, individuali o collettive. E' in questo modo che è nato dio
e le religioni, è in questo modo, che due secoli fa, è nato l'illuminismo, la
più grande speranza laica della Storia. Oggi però, anche quel modello sembra in
crisi e di colpo assistiamo a un ritorno del "religioso". Quando gli
uomini si sono resi conto che l'"uomo universale" di Voltaire,
l'enciclopedia della rivoluzione francese e americana non hanno trovato
risposte alle loro domande primordiali, hanno iniziato a tornare in chiesa, in
moschea e in sinagoga". Marek Halter, scrittore apolide, reduce del ghetto
di Varsavia, amico personale di capi di Stato israeliani come Golda Meir, Ben
Gurion, e leader palestinesi come Abu Ayad e Yasser Arafat, è un intellettuale
atipico ed eretico. Vive a Parigi dal 1950, ma non è assimilabile alla nutrita
pattuglia di pensatori repubblicani e universalisti, da Bernard Henry-Levy ad
André Gluksman ad Alain Finkelkraut. Halter è un comunistarista, difende le
prerogative del "pensiero complesso" e un concetto di laicità che non
coincide necessariamente con lo spazio, fisico e concettuale della sovranità
delle nazioni. E' in Italia per presentare il dialogo filosofico, "La mia
ira" ( edizioni Spirali ), un colloquio immaginario sulla nostra epoca tra
lo scrittore e un vecchio religioso ebreo. Lei disegna uno scenario inquietante,
una post-modernità segnata, da una deriva tribale e religiosa Ma no, in fondo
non sono così pessimista, perché anche questa fase non durerà a lungo. Dio non
è qui per rispondere ai nostri problemi quotidiani, è un punto di riferimento,
non è qualcuno a cui puoi dire: "papà mi fa male la pancia". Sono
convinto che le religioni facciano parte del nostro patrimonio culturale ma che
allo stesso tempo la migliore garanzia della libertà religiosa è la laicità.
Appena una religione acquista potere e supremazia sulle altre, esprime una
tendenza a distruggerle. La verità di un dio è incompatibile con quella di un
altro dio Perché lo sviluppo delle diverse religioni non è stato uniforme? Quel
processo di secolarizzazione che, tra alti e bassi, ha caratterizzato
l'evoluzione delle società occidentali, fa molta fatica ad imporsi nel mondo
musulmano Credo che l'islam sia indietro di sei secoli, lo dico brutalmente ma
senza alcuna forma di disprezzo o di superiorità. La Storia è complicata,
l'Occidente ha messo al rogo un grande filosofo come Giordano Bruno ed è
successo l'altroieri. Il problema è che nel mondo islamico si appiccano ancora
roghi; contro gli infedeli, gli apostati, le donne adultere. Certo noi, i
"forti", i colonizzatori non li abbiamo aiutati, anzi li abbiamo
frenati nella loro evoluzione. Forse, se li avessimo lasciati soli, le cose
sarebbero andate in modo differente. L'Islam, per un un certo periodo è stato
governato dalle élites ricche, a Baghdad come a Samarcanda dove nacque
Avicenna, mentre la grande massa era costituita da popolazioni nomadi che
viaggiavano e commerciavano. Era l'epoca del grande Califfato di Grenada, un
periodo molto breve nella storia dell'islam. Sì, ma oggi? Oggi l'islam
attraversa una profonda crisi. Durante le crociate vennero uccisi milioni di
individui, Istanbul venne completamente distrutta, eppure gli stessi
conquistatori hanno imparato molte cose. Sono rientrati a casa con maggiori
conoscenze e hanno iniziato a riflettere su un nuovo mondo. Mi chiedo se oggi
non stia accadendo un fenomeno analogo, forse il paragone è eccessivo, di
sicuro una parte dell'Islam è in piena crociata. Penso a un intellettuale come
Tariq Ramadam. Qual'è il suo orizzonte, il suo sogno politico? Il Califfato,
come ha dichiarato più volte. Le racconto un aneddoto. Ho incontrato Ramadam in
un dibattito organizzato da Le Monde . Quando abbiamo esposto le nostre idee il
pubblico è rimasto molto sorpreso. Io sono un sostenitore delle comunità, penso
che la democrazia sia costituita da minoranze, culturali, politiche, sessuali,
religiose. E che tutte insieme arricchiscono la società. Ramadam, che invece si
schiera contro il comunitarismo, ha ricevuto gli applausi del pubblico, un
pubblico di sinistra e saldamente repubblicano. Poi però, quando hanno capito
che Ramadam rifiuta le comunità perché le vede come una limitazione dell'islam,
ossia di un'altra comunità, hanno smesso di applaudire. Lui non vuole la
separazione ma conquistare la società francese; i musulmani sono il 10% della
popolazione, a Ramadam basta questo dato per concepire la Francia come Dar al
islam , la terra dell'islam. E' un progetto di conquista. Perché allora parla
di crisi dell'islam? Mi riferisco in particolare all'estremismo, al jihadismo
politico: malgrado la propaganda e quel che appare dai media, non ci sono molti
musulmani disposti a farsi saltare in aria. Mi ha molto colpito un fatto di
cronaca avvenuto in Iraq la scorsa settimana quando due donne handicappate
mentali sono state usate dai terroristi come kamikaze. Questo vuol dire che
Naturalmente la violenza armata, l'assassinio politico e religioso non è una
caratteristica naturale dell'islam, si pensi a Belfast, al sanguinoso conflitto
tra cattolici e protestanti. Anche gli ebrei erano terroristi, nel '46, '47,
'48, gli inglesi hanno lasciato la Palestina perché venivano uccisi dagli ebrei, i 75 morti dell'attentato al
King David erano tutti ufficiali dell'esercito britannico. La maggior parte dei
popoli che hanno lottato per l'indipendenza si sono serviti del terrore. Tutti
i mezzi sono buoni se il fine è giusto? Ebbene no, chi impiega dei
metodi sporchi, sporca anche il suo obbiettivo. Si dice che a volte non la
violenza è l'unico metodo, ma non è vero. Voglio ricordare a tutti i miei amici
palestinesi che la prima Intifada, la rivolta delle pietre, ha ottenuto molta
più solidarietà nel mondo che gli attentati sui bus israeliani della seconda
Intifada. Ghandi ha liberato un continente, un miliardo di persone con un altro
metodo, milioni di individui per terra davanti carriarmati hanno fermato i
carriarmati. Un'immagine straordinaria come quella della piazza Tiennamen,
mille volte più potente di qualsiasi rappresentazione della rivolta in armi.
Martin Luter King ha aiutato l'emancipazione dei neri d'America molto più di Malcom
X. La sfida delle primarie Usa tra Barack Obama e Hillary Clinton fa pensare
che i contemporanei a volte riescono a vedere più in del proprio tempo. In che
epoca viviamo? La nostra è un'epoca affascinante, non sappiamo dove stiamo
andando, e conosciamo solo il mondo che non vogliamo. Il XX secolo è stato il
laboratorio di tutti i pericoli e questo l'abbiamo compreso sulla nostra pelle.
Quel che sta accadendo negli Stati Uniti dimostra però che i popoli sono più
maturi dei loro governanti, ma anche degli scrittori e degli intellettuali.
L'America neoconservatrice di Bush che ha portato la guerra in terre lontane e
ha dato potere agli integralisti cristiani oggi deve scegliere tra un nero e
una donna per la sua presidenza, si tratta di un fatto incredibile che infonde
grandi speranze e ci fa capire che dobbiamo sempre sperare in nuove
rivoluzioni. Perché, come le dicevo, l'uomo non può vivere senza sperare.
16/02/2008.
( da "Stampa, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
IN LIBANO L'Unifil
denuncia i sorvoli israeliani BEIRUT Mentre, secondo alcuni media di Beirut, fino a 50 mila militanti di Hezbollah si stanno radunando al
confine con Israele per fronteggiare un ipotetico invasione dello Stato Ebraico, il
giornale libanese Daily Star riferisce che il comandante delle forze Unifil,
Claudio Graziano, avrebbe scritto una lettera all'Onu per "denunciare la
violazione israeliana del territorio libanese". Un portavoce del
generale ha riferito che si tratta di ordinaria amministrazione, e ogni volta
che un aereo israeliano sorvola il territorio libanese la violazione viene
segnalata. "La questione va risolta attraverso un processo politico e un
incremento della fiducia", ha dichiarato di recente Graziano.\.
( da "Stampa, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il nodo ELENA
LOEWENTHAL AGGIORNARE I CONTI CON GLI IDEALI Se tutti i romanzi di Abraham B.
Yehoshua si prestano a diversi piani di lettura, Fuoco amico rappresenta il
manifesto di questa limpida complessità. Il sapiente, sempre armonico incrocio
di voci, tempi e luoghi è lo strumento stilistico che permette allo scrittore
di svelare, con sofferta spietatezza, tutta la realtà che lo (e ci) riguarda. I
diversi piani di lettura ammiccano sin dal titolo: il "fuoco amico" è
quello familiare dei lumi di Hanukkah, perché la storia si consuma durante
questa festa che celebra la luce. Ma il "fuoco amico" è anche
mortifero, e la morte accompagna i personaggi in cammino nel romanzo. Yehoshua
dice spesso che la sua grande, se non unica fonte d'ispirazione, è la famiglia.
In particolare, il mistero di quell'amore coniugale che egli mette in scena
anche qui, con le sue ossessioni e i suoi cedimenti - ma anche con
l'inestricabile segreto della sua tenacia. Il matrimonio di Daniela e Yaari
dura da trent'anni, ma quando lei parte per l'Africa per andare a trovare il
vedovo della sorella, tutto sembra sussultare. Anche le certezze apparentemente
assodate. E qui entra in gioco un altro piano di lettura. Qualche giorno fa
David Grossman rifletteva a voce alta sulla necessità, da un punto di vista
ebraico e israeliano, di misurarsi con la realtà in mutazione. Con il tempo
trascorso dalla fondazione dello stato ebraico, per fare il punto sugli ideali
del sionismo. Fuoco amico è anche un romanzo sull'impulso a rimettersi in
gioco, come individui e come società. Il che è la naturale conseguenza di una
cultura, quella ebraica, fondata sul rifiuto dell'ultima parola: ogni questione
è sempre aperta a una parola nuova. Il cognato di Daniela
ha lasciato Israele per rivendicare il proprio "diritto ad andare lontano"
dopo la morte del figlio, avvenuta per "fuoco amico" in un'azione di
guerra, se non altro per avere una visuale diversa. Israele oggi, così
come l'ebraismo da sempre, sa che occorre rimettere continuamente a fuoco
l'obiettivo sulla realtà, per fare i conti con gli ideali.
( da "Stampa, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
LONTANO DA TUTTO
Eyal viene ucciso per errore da un compagno, il padre scappa in Africa per
fuggire dall'ebraismo Allora non ti dispiace che ti abbia portata a vedere
l'elefante, - domanda Yirmy a Daniela con tenerezza. -No, - risponde lei. Sotto
la falda del casco coloniale il suo volto non più giovane assume una dolce
espressione infantile. Poi aggiunge con un sorriso: - Allora
un elefante con un difetto genetico ti interessa di più del primo ministro
israeliano... -Perché? Anche lui ha un difetto genetico? - ride Yirmy,
spostando lo sguardo verso le colline all'orizzonte. Di ritorno al torrentello
camminano tra mucche e pecore mentre gli alti pastori, appoggiati ai loro
bastoni, li osservano seri. A poca distanza, in cima a una collina, un
filo di fumo sale da una capanna che Daniela non aveva notato in precedenza. -
Di' un po', - domanda al cognato, - sarebbe possibile dare un'occhiata a una
capanna come quella? - Perché no? - risponde lui. - Ti renderai conto di quale
esistenza conduce la gente qui, di quanta miseria ci sia, in che tanfo vivano
-. Deviando dal sentiero, Daniela e Yirmy si arrampicano lungo il pendio. Accanto
alla capanna pascola una mucca. Una donna africana robusta, in piedi sul tronco
mozzo di un albero, spalma sul tetto del tugurio gli escrementi freschi
dell'animale. Yirmiyahu le dice qualcosa, le dà una moneta, e sospinge
delicatamente la cognata verso l'ingresso. La capanna è vuota. Qua e là ci sono
coperte sulle quali è sparso del vasellame di stagno. In un angolo, circondata
da pietre di basalto nere, è imprigionata la fiamma di un fuoco violaceo il cui
fumo lambisce i bioccoli di paglia che spuntano dal soffitto. -Non hanno paura
che il fuoco arrivi alla paglia e bruci la capanna? -Se anche bruciasse, si
potrebbe ricostruirla facilmente. Non lasciano spegnere mai il fuoco, sono
abituati a tenerlo sempre acceso, da generazioni, pure nel caldo torrido
dell'estate. -Un fuoco amico, - sussurra Daniela meditabonda, con gli occhi
pieni di lacrime per il fumo. -Sì, - esclama Yirmy con afflizione, - un fuoco
veramente amico... Lo sa il diavolo come questa espressione insopportabile ci
sia rimasta appiccicata. Lo sai chi è stato il primo a usarla? -No. -Indovina.
-Non lo so... -L'uomo a cui vuoi più bene al mondo... -Moran? No, non dirmi
Amotz... -Perché no? Proprio lui, a Gerusalemme, nel mio ufficio al ministero
degli Esteri. Amotz era venuto a darmi la notizia della morte di Eyal
accompagnato da un medico e da un ufficiale dell'esercito perché quando Eyal si
era arruolato aveva annotato su un modulo il suo nome e il tuo nel caso
avessero dovuto informare i genitori di una disgrazia. Non potevano nascondermi
il fatto che era stato ucciso dal fuoco dei suoi commilitoni perché la notizia
sarebbe comunque trapelata alla stampa, e mentre ascoltavo, con una freccia
avvelenata infilzata nel cuore, quel messaggero di sventura in uniforme che mi
spiegava come i nostri soldati avessero aperto il fuoco contro Eyal e
illustrava con mano tremante la scena della battaglia, quasi ci fosse stato un
vero e proprio combattimento e non la semplice uccisione di un soldato
erroneamente scambiato per un ricercato, il tuo Amotz, il mio Amotz, il nostro
Amotz, arrivato da Tel Aviv con quel messo, forse ritenendo che io non capissi
le spiegazioni, o al contrario, con l'intenzione di consolarmi e allentare un
poco la doppia fune che mi stringeva il collo - perché morire per mano dei
nostri soldati è cento volte più crudele che morire per mano del nemico -, mi
prese la mano, mi abbracciò forte e disse: "Yirmy, quello che vogliono
dire è che Eyal è rimasto ucciso da fuoco amico". -Amotz? - mormora
Daniela, profondamente addolorata. -Sì, Amotz, e non una sola volta. Ha
ripetuto quella frase disgraziata più volte. Io sulle prime avrei voluto
mangiarmelo vivo, poi, all'improvviso, in mezzo allo shock e alla rabbia, capii
che quell'espressione assurda, quel "fuoco amico", conteneva anche qualcos'altro:
una scintilla che mi avrebbe aiutato a ritrovare la strada nel buio fitto che
mi attendeva, a riconoscere meglio i nostri veri mali... e allora mi sono
innamorato di questa espressione, ho cominciato a usarla a proposito e a
sproposito, a contagiare pure gli altri... ecco, anche tu, sorellina, sei
entrata in questa squallida capanna africana e hai detto con totale semplicità:
fuoco amico... no?.
( da "Repubblica, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XXI - Genova
IL CONFRONTO Esodi, fughe, grandi ritorni Ovadia dialoga con Tawfik Moni
Ovadia, Younis Tawfik e Vittorio Franceschi sono i protagonisti domani (ore
20.30, ingresso libero) sul palcoscenico della Corte della seconda serata del
ciclo di "Grandi Parole" intitolato "Ebrei e Arabi: incroci
paralleli", inteso a portare in primo piano il dialogo tra il patrimonio
letterario e spirituale di due tradizioni culturali, quella ebraica e quella
araba, di due popoli che la Storia ha - soprattutto nell'ultimo secolo -
drammaticamente diviso. Il tema posto al centro della serata di domani è Esodo
ed Egira. Su questo, Moni Ovadia, per la cultura ebraica, e il romanziere e
intellettuale iracheno Younis Tawfik, per quella araba, dialogheranno,
introducendo e commentando i testi affidati alla lettura dello stesso Ovadia e
di Vittorio Franceschi. Nel corso della serata saranno letti brani della Bibbia
e del Corano, ma anche poesie e testi letterari che parlano della casa perduta,
delle persecuzioni storiche e della shoah, anche della speranza e del ritorno a
casa. Moni Ovadia leggerà così la fuga dall'Egitto dalla Genesi, ma anche una
poesia dello spagnolo Yehudà ha-Levi (Il mio cuore è in Oriente), un racconto cassidico di Israel Baal Shem Tov, una pagina di Primo
Levi (Se questo è un uomo), ancora una poesia di Yisra'el Nadjara (I prediletti
di Dio) e un brano di Rina Frank (Ogni casa ha bisogno di un balcone); mentre
Vittorio Franceschi darà voce a un frammento del Corano e alla fuga di Maometto
a Medina (Egira), oltre che ai versi poetici di Ibn Hamdis (La Sicilia
perduta e Ricordo della mia patria) e di Muhammad Lamsumi (Occhi che non
dormono e Notti d'esilio) e alle pagine narrative del palestiniano Yusuf
al-Khatib (Ritornerà con l'estate) e del sudanese Tayeb Salih.
( da "Repubblica, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il giallo sull'assassinio
del leader di Hezbollah Mughnyeh, sospetti di tradimento Damasco arresta
"agenti arabi" DAL NOSTRO INVIATO BEIRUT - Ma come hanno fatto gli
assassini di Imad Mughnyeh a sapere che il capo militare dell'Hezbollah si
sarebbe trovato la sera di martedì scorso in uno dei più sicuri e meglio
controllati quartieri di Damasco per un impegno che lo avrebbe costretto ad
esporsi? Il "giallo" sulla morte di Imad Mughnyeh si concentra tutto
su questa domanda legittima, se è vero che per vent'anni l'esponente del
Partito di Dio cui Stati Uniti e Israele davano la
caccia per una lunga serie di attentati terroristici, aveva in sostanza fatto
perdere le sue tracce. Qualcuno fra i pochissimi che erano a conoscenza dei
suoi movimenti deve averlo tradito. Il giallo sulla sua morte si concentra su
questa ipotesi, se è vero che per vent'anni l'esponente del Partito di Dio cui
Stati Uniti e Israele davano la caccia, aveva in sostanza fatto perdere le sue
tracce. In questa direzione sembrano andare le indiscrezioni riportate da due
giornali libanesi. Secondo Al Akhbar, considerato una specie di organo non
ufficiale del Partito di dio, l'intelligence siriana avrebbe fermato alcune
persone appartenenti a "servizi di sicurezza che operano nei paesi
arabi". In un primo tempo si era parlato di cittadini palestinesi, ora il
giornale, citando "fonti ben informate" parla di "membri non
civili" di questi apparati, "con cittadinanza araba".
Interpellate dallo stesso Al Akhbar, le autorità siriane non hanno però voluto
commentare. Se ne riparlerà alla fine delle indagini. Nel silenzio delle
autorità di Damasco, che serve a nascondere anche un certo imbarazzo, visti gli
stretti legami esistenti tra la Siria e gli Hezbollah, sono le ricostruzioni
giornalistiche a tenere il campo. Secondo una di queste rivelazioni, fatta dal
quotidiano Al Hayat, considerato vicino all'opposizione, Mughnyeh non sarebbe
stato ucciso da una bomba piazzata nella sua stessa macchina, ma da un ordigno
sistemato in un'auto vicina, fatto detonare al passaggio della vittima
designata. L'ideatore dell'attentato sapeva che avrebbe aperto interrogativi
sull'efficienza dei servizi di sicurezza siriani. Ma Hezbollah che accusa Israele (cosa che la Siria non ha ufficialmente fatto) non
vuole aprire una polemica con Damasco. Tant'è che Mohammad Hassan Yaghi, vice
capo del Consiglio esecutivo del Partito di Dio libanese, ha sottolineato che
Hezbollah e la Siria conducono un'inchiesta congiunta sull'attentato.
"Nessuno - ha detto Yaghi - può accusare la Siria solo perché l'assassinio
è avvenuto in quel Paese. Stiamo investigando come la squadra di sicari sia
entrata a Damasco". è al nemico esterno che si preferisce guardare: Stati
Uniti e Israele. La minaccia di scatenare una guerra
aperta allo Stato ebraico (che tuttavia ha negato un suo coinvolgimento
nell'attentato) profferita da Hassan Nasrallah al funerale di Mugnyeh, sembra
essersi tradotta per il momento, secondo il giornale vicino all'opposizione
libanese Al Safir, in una mobilitazione generale dell'organizzazione. La quale
avrebbe schierato 50 mila "attivisti" nel sud del Libano, pronti ad
ogni evenienza. (a. s).
( da "Giornale.it, Il" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di Redazione -
domenica 17 febbraio 2008, 07:00 Hezbollah avrebbe
dispiegato al confine con Israele 50mila
"attivisti", dichiarando lo stato di allerta nel sud del Libano. Lo
rivela il giornale libanese A-Safir, mentre Al-Akhbar, vicino al "Partito
di Dio", sostiene che gli investigatori siriani impegnati nelle indagini
sull'attentato contro Imad Mugniyeh sospettano un coinvolgimento di
"organizzazioni di sicurezza che operano in Paesi arabi" e che
fra gli arrestati ci sarebbero funzionari "non civili". Secondo
A-Safir, Hezbollah avrebbe evacuato negli ultimi giorni tutti gli edifici nel
sud del Libano che ospitano uffici politici o di attività sociali, in vista di
un confronto con Israele dopo l'assassinio del
comandante militare del "Partito di Dio". Assassinio attribuito allo
Stato ebraico, che ha fatto minacciare al leader di Hezbollah "una guerra
aperta" contro gli israeliani. Il giornale Al-Akhbar rivela che la
possibilità di un nuovo confronto militare con Israele
è stata discussa in incontri tra leader di Hezbollah, funzionari iraniani e
siriani.
( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-02-17 num: - pag: 19 categoria:
REDAZIONALE Islam Cominciato ieri a Milano, si concluderà nella moschea di
Brescia. Tra i relatori i fondatori dell'Ucooi Primo corso di formazione per
imam. Ma senza autocritica Mentre lo Stato latita sulla cruciale questione
della formazione degli imam per la guida delle moschee d'Italia, i musulmani di
professione hanno dato vita a un'altra iniziativa per imporsi come unici
referenti dell'islam nel nostro Paese. In un modo quasi asettico, come se si
trattasse di un qualsiasi corso di formazione affidato a un'agenzia del
settore, ma con il chiaro obiettivo di accreditare e legittimare il potere
assoluto dell'Ucoii e dei Fratelli Musulmani. Dalla lettura del programma
"Corso di formazione: comunità islamiche e Italia", iniziato ieri a
Milano nella sede dell'Agenfor e che si concluderà il 24 febbraio nella moschea
di Brescia, sembrerebbe quasi un convegno accademico. Peccato che i relatori
sono tra i fondatori dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazione
islamiche in Italia), ideologicamente affiliato ai Fratelli Musulmani: da Ali
Abu Shwaima, responsabile della moschea di Segrate, a Abdel Qader Mohamed, imam
di una moschea di Perugia. In aggiunta alle nuove leve dell'Ucoii tra cui
spicca Issam Mujahed, portavoce di una moschea di Brescia. Mentre la presenza
dell'ex ambasciatore Mario Scialoja è stata determinata da un malinteso con gli
organizzatori, non essendo egli stato informato dell'insieme dei relatori. Solo
nel comunicato stampa diffuso dall'Agenfor si parla esplicitamente del "Primo
corso di formazione per imam e dirigenti di moschee e centri islamici". E
il suo presidente, l'arabista Sergio Bianchi, illustra un progetto che è
tutt'altro che asettico: "Il nostro obiettivo è di avviare un dialogo con
i leader rappresentativi delle minoranze musulmane in Italia affinché il
dibattito sul riformismo musulmano non veda escluse le leadership spirituali
nazionali ed europee". Traduco: l'Ucoii e i gestori delle moschee, che in
Italia sono perlopiù nelle mani dei radicali, devono essere considerati i
principali interlocutori dello Stato. La proposta riformista di Bianchi è
rivolta alle moschee: "Le moschee oggi, come le parrocchie ieri, possono
essere un grande canale di integrazione sociale e nazionale, se sapremo
svilupparne le potenzialità, avendo il coraggio di affrontare anche con i
nostri concittadini musulmani quei grandi temi del dibattito culturale che
agitano la società politica europea: il rapporto tra fede e politica, fra stato
e società, fra etica religiosa e etica laica, di conseguenza l'ermeneutica
coranica e l'autorità della sharia nelle società occidentali ". Ebbene si
tratta di un discorso teorico del tutto decontestualizzato: non vi è nessun
riferimento alla diffusa predicazione d'odio nelle moschee d'Italia che ha
portato anche recentemente all'espulsione di un imam di Torino; alla collusione
con il terrorismo islamico che sfocia periodicamente nell'arresto persino di
reclutatori di kamikaze pronti a farsi esplodere in Iraq; al
radicamento del pregiudizio nei confronti del diritto di Israele all'esistenza che ha finito per provocare l'annullamento della
visita dell'imam della Grande Moschea di Roma alla Sinagoga; alla
proliferazione di scuole coraniche clandestine dove si istigano i ragazzi a non
integrarsi in seno alla società italiana; alla prevalenza di
un'ideologia che afferma il primato della sharia, la legge islamica, a cui
dovrebbero sottomettersi l'insieme dei musulmani per favorire l'avvento di un
Califfato mondiale. Così come non vi è alcun riferimento sull'arbitrio assoluto
con cui vengono gestite le moschee, da parte di imam auto-designati senza
alcuna legittimazione religiosa e democratica, con dei bilanci che sono
trasparenti solo quando servono a concorrere per riscuotere i finanziamenti
concessi alle Onlus culturali qui in Italia, ma che restano opachi nei rapporti
con le organizzazioni estremiste islamiche mondiali. Questi problemi reali e
che costituiscono la ragione per la quale le moschee rappresentano un'emergenza
nazionale, anche se si fa finta che così non sia, sono stati del tutto
ignorati. Vi è traccia di questa minaccia alla nostra sicurezza nazionale nei
programmi di Berlusconi e Veltroni? Sembrerebbe di no. Il prossimo governo
vorrà assumersi la missione di bonificare le moschee dai predicatori d'odio e
di assicurare la nascita di un islam italiano con degli imam del tutto
compatibili con le nostre leggi e i nostri valori? Speriamo. Inshallah. A
scuola Musulmani al corso per imam e dirigenti di moschea Magdi Allam
www.corriere.it/allam www.magdiallam.it.
( da "Liberazione" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Avvisi ai naviganti
Sostieni la proposta di legge di iniziativa popolare Italia libera da armi
nucleari sul sito www.unfuturosenzatomiche.org. Tuttitalia Dopo un periodo di
inattività, Un Ponte per... organizza un viaggio di conoscenza e solidarietà in
Giordania dal 22 marzo al 1 aprile con un gruppo di 10 persone. Presto ci
saranno maggiori informazioni e costo del viaggio definitivo sul sito
dell'associazione. Nel frattempo chi è interessato lo segnali sin da ora a
viaggi@unponteper.it. Dagli accessori per la casa all'abbigliamento con la
nuova offerta di artigianato Altromercato è già Primavera! Che si preferisca
uno stile minimal o si prediligano le tinte forti, la nuova collezione
Primavera/Estat e Altromercato è una miniera inesauribile di idee, con
suggestioni di costumi e culture dall'Estremo Oriente, dall'India e
dall'America Latina... per interpretare la bella stagione secondo il proprio
gusto e allo stesso tempo offrire un'opportunità di sviluppo reale alle
comunità di produttori del Sud del mondo. www.altromercato.it. Foggia Domenica
alle 10 al liceo scientifico "A. Volta", incontro coi ragazzi delle
scuole assieme a Giancarlo Caselli. Ceglie Messapica (Br) Domenica alle
( da "Liberazione" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Gaza Kouchner:
"Togliere il blocco alla Striscia". Hamas accusa Israele per l'uccisione di un leader e dei figli Israele nega ogni responsabilità nella strage della famiglia di un
militante palestinese nel campo profughi di Burej, nei pressi di Città di Gaza.
Ma Hamas e Jihad islamica insistono nel dire che un'aereo dell'aeronautica
israeliana ha sparato un missile contro l'abitazione di Ayman al-Fayed,
capo di una cellula delle 'Brigate Al Quds', braccio armato di Jihad. Il
militante, due suoi figlioletti e altri cinque palestinesi sono morti; altre 45
persone, tra cui 15 bambini, sono rimaste ferite. La casa di Fayad è stata
devastata da una potente esplosione che testimoni e fonti mediche hanno
attribuito a un missile sparato da un aereo israeliano. La deflagrazione ha
danneggiato altre dieci abitazioni, come testimoniato da un corrispondente
dell'agenzia Afp. Nella Striscia di Gaza vi sono otto campi profughi e quello
di Bureji è il più piccolo e il più popoloso. Almeno 180 persone, in prevalenza
militanti di Gaza, sono morte dalla ripresa dei colloqui di pace in novembre ad
Annapolis tra Israele e il presidente palestinese, il
moderato Abu Mazen, costretto a riparare nella Cisgiordania occupata dopo il
colpo di mano di Hamas. Da settimane Israele tiene
chiusi i valichi con la Striscia di Gaza in risposta agli attacchi di razzi dei
gruppi militanti palestinesi. Il ministro degli Esteri francese, Bernard
Kouchner, ha esortato Israele a togliere il blocco
alla Striscia e a congelare la politica degli insediamenti nella Cisgiordania
occupata. "La situazione economica e umanitaria a Gaza è particolarmente
grave. Il blocco colpisce direttamente l'intera economia e le condizioni di
vita. Chiediamo che sia revocato il blocco di Gaza per consentire il libero
movimento di persone e merci", ha detto il responsabile della diplomazia
francese in un'intervista concessa al giornale "Al-Quds" in
concomitanza con la sua missione nella regione. 17/02/2008.
( da "Stampa, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
PRESENTAZIONE Le
"Madri" di Barbara Cupisti per una sera da Artintown Il dolore per la
perdita di un figlio, che sia vittima o carnefice, non ha bandiere: è profondo
e straziante, ingiusto e incomprensibile, non ci sono differenze legate alla
razza o al credo. E' questo il messaggio, forte, che arriva dal film
"Madri" di Barbara Cupisti che viene proiettato a Torino martedì 19
alle 21 da Artintown, via Berthollet 25. Girato tra Israele e Palestina, è basato sulle testimonianze delle madri che vivono in questa
terra dilaniata da una guerra infinita e che hanno vissuto la tragica e
dolorosa esperienza di non vedere rientrare a casa i figli. Il film racconta
conflitti e drammi privati che sono anch'essi storia: di dolore, di morte,
di speranza, di compassione. C'è la mamma di Malki, 15 anni, vittima di un
kamikaze alla pizzeria Sbarro a Gerusalemme nel 2002, e quella Izz, il
ventunenne di Jenin autore dell'attentato. Le donne protagoniste del lavoro,
distribuito con Ucca e Rai Cinema, hanno idee, estrazioni culturali e sociali
diverse ma tutte condividono un desiderio, che non è politico o ideologico ma è
un messaggio che viene dal cuore: non ci devono più essere innocenti a pagare
per colpe non loro. La serata è organizzata per presentare la quinta edizione
di "Giovane e Innocente", concorso per saggi e articoli di critica
cinematografica su web organizzato da Effettonotte Online. L'ingresso è libero.
Info: www.effettonotteonline.com. \.
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Sta' a vedere che
stavolta il Bel Paese riesce ad affacciarsi sul futuro e a fare finalmente un
salto di qualità. È infatti in corso l'asta per l'assegnazione delle frequenze
Wi-Max destinate a portare internet senza cavo e su banda larga (e quindi
veloce) in quella vasta parte d'Italia attualmente non coperta dal servizio: il
territorio di quasi metà degli ottomila comuni italiani. Ad asta conclusa i
vincitori si divideranno le zone tuttora oscurate e anche noi potremo
finalmente correre su autostrade informatiche. Per la buona salute
dell'economia è un'occasione d'oro: comunicazione più veloce vuol dire tempi
ridotti all'essenziale, burocrazia azzerata ed efficienza moltiplicata per
aziende, professionisti, amministrazioni e semplici cittadini. E soprattutto la
possibilità di aprirsi a quello che negli Usa è già considerata la nuova
frontiera del mercato e del business pubblicitario: le inserzioni via internet,
che stanno rapidamente annullando il gap con carta stampata e tv. In ballo ci
sono 35 frequenze, 14 delle quali legate a sette aree tra regionali (Sicilia e
Sardegna) e macroregionali (Lombardia, Trento e Bolzano; Piemonte, Liguria e
Toscana; Veneto, Emilia e Marche; Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise; Campania,
Puglia, Basilicata e Calabria) e altre ventuno richieste da comuni e province.
Trentacinque frequenze per le quali stanno combattendo i ventidue pretendenti
rimasti in gara. Al nastro di partenza per aggiudicarsi le nuove concessioni si
sono presentati tutti i big delle telecomunicazioni: la Telecom di Franco
Bernabè, naturalmente, ma anche il gruppo italo-egiziano Wind, gli
italo-svizzeri della Fastweb di Silvio Scaglia e pure una società del gruppo
Mediaset. La presenza del colosso di Cologno Monzese aveva fatto immaginare un
interesse della famiglia Berlusconi non solo per il nuovo affare, ma anche per
le molteplici possibilità di sinergia tra internet e la televisione. Forse un
desiderio, ma di difficile realizzazione: il bando di gara, infatti, esclude
chiaramente che attraverso queste frequenze si possa far correre il segnale
della tv digitale terrestre. Vedremo. E accanto ai big, si sono fatti avanti
anche un bel po' di outsider. Come il fondo d'investimento Gilo Ventures che fa capo al finanziere israelo-americano David Gilo;
l'emergente gruppo Toto costruzioni, proprietario anche di AirOne; la rampante
Aft, milanese, che vede tra i suoi soci la Sopaf dei Magnoni e Marco De
Benedetti, ex amministratore delegato di Tim; l'ambizioso Raimondo Lagostena,
patron di Odeon Tv e già impegnato nel business del digitale terrestre con la
sua Profit. Di rilancio in rilancio - altri ne seguiranno nei prossimi
giorni - la torta delle frequenze ha già superato il valore di 73 milioni di
euro, e alcuni dei contendenti iniziali hanno abbandonato la corsa: anche due
big come Toto e Wind. Saremo pure il paese che non riesce a costruire né ponti
né autostrade né termovalorizzatori, ma almeno un'infrastruttura che guarda al
futuro presto ce l'avremo. Pur se alquanto immateriale.