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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


top          ARTICOLI DEL  16 e 17 febbraio 2008      #TOP


Report "Israele/Palestina"

Sugli arsenali chimici un appello al disarmo ( da "Stampa, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele, Libano e Iraq. E' quindi un chiaro messaggio di pace quello lanciato nell'ambito del seminario sulla "Convenzione per il disarmo chimico" organizzato dall'Istituto di Diritto internazionale Umanitario e in corso a Villa Nobel. L'obiettivo, in pratica, è quello di arrivare alla seconda conferenza di riesame della Convenzione,

<Le missioni all'estero presto riconfermate> ( da "Secolo XIX, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Finora la presenza di Unifil 2 ha tenuto sotto controllo la situazione tra il fiume Litani al confine con la linea blu di confine con Israele. La presenza militare italiana (2500 uomini, l'Italia ha il comando generale e il comando del settore ovest) ha evitato il lancio di razzi e missili contro il territorio israeliano, grazie anche all'intervento dell'esercito libanese".

Difenderemo il Libano sovrano dalle mire di Damasco ( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: o alle mire del regime siriano che pretende di negoziare con Israele sui nostri cadaveri. Non permetteremo che il nostro futuro dipenda dagli interessi nucleari iraniani. Il Libano prima di tutto. Il popolo libanese, prima di tutto. È questo il messaggio che abbiamo lanciato da Piazza dei Martiri nel terzo anniversario del martirio di Rafik Hariri".

Proposte per la Giustizia ( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: in Israele quattro indagini sono state avviate contro il primo ministro Olmert per fatti di corruzione, mentre il presidente della Repubblica Katsav e il ministro della giustizia Ramon han dovuto dimettersi perché accusati di molestie sessuali. L'espansione della giurisdizione è dunque un fenomeno che ha dimensioni oggettive,

(segue dalla copertina) dal nostro inviato ( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Esaltano successi guerriglieri in Afghanistan, in Iraq, nel Waziristan pachistano, in Palestina. Mostrano con compiacimento l' "interrogatorio"' e l'esecuzione di "spie". E sulle immagini di bombardamenti sovietici e americani in Afghanistan, costruiscono l'idea di una sempiterna guerra ateo-cristiano-giudaica contro la Vera fede.

Anche i grandi sbagliano ( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: quotidiano francese mi cita come capofila del boicottaggio alla Fiera del libro di Torino ("rea" d'aver invitato come ospite d'onore lo stato d'Israele), quando è da un bel po' di tempo che rompo le scatole ai lettori del manifesto scrivendo contro il boicottaggio. Come contro il boicottaggio si è dichiarato Dario Fo e credo anche Edoardo Sanguineti, Margherita Hack e Franco Cardini.

Attacco a Gaza ( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: lanciano quotidianamente razzi Qassam all'interno d'Israele, in particolare verso la cittadina di Sderot. Dal momento che - in oltre due anni senza militari al suo interno - i miliziani di Gaza hanno potuto organizzare la reazione a un'eventuale invasione, molti prevedono che se Israele attaccherà, ci sarà un bagno di sangue.

L'oppressione ora è in appalto ( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: intelligence militare di Israele. Proprio questa settimana, un gruppo di ex generali ha scritto al ministro della difesa Ehud Barak invitandolo alla rimozione dei posti di blocco che, hanno spiegato, non fanno altro che aumentare l'odio nei confronti di Israele. Una conclusione alla quale sono giunti riservisti di grado elevato che conoscono bene la Cisgiordania e l'

Meir il cacciatore, l'<ingegnere> la preda Vent'anni di sfide e intrighi. Poi la trappola ( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: spinge Israele nella palude libanese, muove i kamikaze diventando un pezzo insostituibile per l'Hezbollah. Dagan si prende la sua rivincita nel 2002. L'allora premier Sharon, preoccupato dall'intifada e dalla sfida iraniana, chiede una svolta. Richiama in servizio Dagan, con il quale ha "lavorato" a Gaza, e gli affida il Mossad.

<Uno Stato binazionale? La fine di Israele> ( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: La fine di Israele" Yehoshua: "Non vorrei un vicino musulmano" Intervista ad Haaretz dell'autore che in passato era stato un sostenitore della convivenza tra i due popoli DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Abraham Yehoshua vive ad Haifa, la città dove arabi ed ebrei provano a convivere.

DANDINI, FAZIO, MARCORÈ: PIÙ CORAGGIO SU ISRAELE ( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: FAZIO, MARCORè: PIù CORAGGIO SU ISRAELE Sabato sera, quando ho visto Serena Dandini intervistare Enrico Mentana ero così sicuro del buon esito del mio appello che già avevo immaginato l'attacco del pezzo: "Brava Serena, faccio ammenda: non sono certo il più dandiniano tra gli spettatori di Raitre eppure.

Marek Halter, rabbia e speranza <La rivoluzione arriva dagli Usa> ( da "Liberazione" del 16-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: gli inglesi hanno lasciato la Palestina perché venivano uccisi dagli ebrei, i 75 morti dell'attentato al King David erano tutti ufficiali dell'esercito britannico. La maggior parte dei popoli che hanno lottato per l'indipendenza si sono serviti del terrore. Tutti i mezzi sono buoni se il fine è giusto?

L'Unifil denuncia i sorvoli israeliani ( da "Stampa, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: fino a 50 mila militanti di Hezbollah si stanno radunando al confine con Israele per fronteggiare un ipotetico invasione dello Stato Ebraico, il giornale libanese Daily Star riferisce che il comandante delle forze Unifil, Claudio Graziano, avrebbe scritto una lettera all'Onu per "denunciare la violazione israeliana del territorio libanese".

ELENA LOEWENTHAL ( da "Stampa, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il cognato di Daniela ha lasciato Israele per rivendicare il proprio "diritto ad andare lontano" dopo la morte del figlio, avvenuta per "fuoco amico" in un'azione di guerra, se non altro per avere una visuale diversa. Israele oggi, così come l'ebraismo da sempre, sa che occorre rimettere continuamente a fuoco l'obiettivo sulla realtà,

Eyal viene ucciso per errore da un compagno, il padre scappa in Africa per fuggire dall'ebraismo ( da "Stampa, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Allora un elefante con un difetto genetico ti interessa di più del primo ministro israeliano... -Perché? Anche lui ha un difetto genetico? - ride Yirmy, spostando lo sguardo verso le colline all'orizzonte. Di ritorno al torrentello camminano tra mucche e pecore mentre gli alti pastori, appoggiati ai loro bastoni, li osservano seri.

Esodi, fughe, grandi ritorni ovadia dialoga con tawfik ( da "Repubblica, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: un racconto cassidico di Israel Baal Shem Tov, una pagina di Primo Levi (Se questo è un uomo), ancora una poesia di Yisra'el Nadjara (I prediletti di Dio) e un brano di Rina Frank (Ogni casa ha bisogno di un balcone); mentre Vittorio Franceschi darà voce a un frammento del Corano e alla fuga di Maometto a Medina (Egira), oltre che ai versi poetici di Ibn Hamdis (

Mughnyeh, sospetti di tradimento damasco arresta "agenti arabi" ( da "Repubblica, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stati Uniti e Israele davano la caccia per una lunga serie di attentati terroristici, aveva in sostanza fatto perdere le sue tracce. Qualcuno fra i pochissimi che erano a conoscenza dei suoi movimenti deve averlo tradito. Il giallo sulla sua morte si concentra su questa ipotesi, se è vero che per vent'anni l'esponente del Partito di Dio cui Stati Uniti e Israele davano la caccia,

Hezbollah schiera 50.000 uomini ( da "Giornale.it, Il" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: avrebbe dispiegato al confine con Israele 50mila "attivisti", dichiarando lo stato di allerta nel sud del Libano. Lo rivela il giornale libanese A-Safir, mentre Al-Akhbar, vicino al "Partito di Dio", sostiene che gli investigatori siriani impegnati nelle indagini sull'attentato contro Imad Mugniyeh sospettano un coinvolgimento di "organizzazioni di sicurezza che operano in Paesi arabi"

Primo corso di formazione per imam. Ma senza autocritica ( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: al radicamento del pregiudizio nei confronti del diritto di Israele all'esistenza che ha finito per provocare l'annullamento della visita dell'imam della Grande Moschea di Roma alla Sinagoga; alla proliferazione di scuole coraniche clandestine dove si istigano i ragazzi a non integrarsi in seno alla società italiana;

Avvisi ai naviganti Sostieni la proposta di legge di iniziativa popolare Italia libera da armi nucleari sul sito www ( da "Liberazione" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Palestina occupazione/oppressione/apartheid-boicottaggio/disinvestimenti/sanzioni: lunedì alle 18 alla Casa delle Culture, via San Crisogono 45, Wasim Dahmash presenta il libro Palestina Quale futuro? La fine della soluzione dei due stati ; intervengono Corinna Vicenzi, Sergio Cararo, Alfredo Tradardi,

Gaza Kouchner: <Togliere il blocco alla Striscia>. Hamas accusa Israele per l'uccisione di un leader e dei figli ( da "Liberazione" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Hamas accusa Israele per l'uccisione di un leader e dei figli Israele nega ogni responsabilità nella strage della famiglia di un militante palestinese nel campo profughi di Burej, nei pressi di Città di Gaza. Ma Hamas e Jihad islamica insistono nel dire che un'aereo dell'aeronautica israeliana ha sparato un missile contro l'abitazione di Ayman al-

Le "Madri" di Barbara Cupisti per una sera da Artintown ( da "Stampa, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Girato tra Israele e Palestina, è basato sulle testimonianze delle madri che vivono in questa terra dilaniata da una guerra infinita e che hanno vissuto la tragica e dolorosa esperienza di non vedere rientrare a casa i figli. Il film racconta conflitti e drammi privati che sono anch'essi storia: di dolore, di morte,

STA' A VEDERE CHE STAVOLTA IL BEL PAESE RIESCE AD AFFACCIARSI SUL FUTURO E A FARE FINALMENTE UN SALT ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 17-02-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ventures che fa capo al finanziere israelo-americano David Gilo; l'emergente gruppo Toto costruzioni, proprietario anche di AirOne; la rampante Aft, milanese, che vede tra i suoi soci la Sopaf dei Magnoni e Marco De Benedetti, ex amministratore delegato di Tim; l'ambizioso Raimondo Lagostena, patron di Odeon Tv e già impegnato nel business del digitale terrestre con la sua Profit.


Articoli

Sugli arsenali chimici un appello al disarmo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

PROPOSTA DALL'ISTITUTO DI DIRITTO UMANITARIO Sugli arsenali chimici un appello al disarmo Da Sanremo parte un appello perchè diventi universale l'operazione destinata a distruggere gli arsenali di armi chimiche del pianeta. Al termine fissato per il 2012 hanno aderito attualmente 182 Paesi e ne mancano all'appello una dozzina tra cui Siria, Egitto, Israele, Libano e Iraq. E' quindi un chiaro messaggio di pace quello lanciato nell'ambito del seminario sulla "Convenzione per il disarmo chimico" organizzato dall'Istituto di Diritto internazionale Umanitario e in corso a Villa Nobel. L'obiettivo, in pratica, è quello di arrivare alla seconda conferenza di riesame della Convenzione, in programma all'Aja, nell'aprile prossimo, con proposte concrete e nuove adesioni. "Un altro problema di stretta attualità - ha osservato il professore di Diritto Internazionale all'università Luiss di Roma, Natalino Ronzitti - riguarda l'uso dei cosiddetti "agenti non letali" da parte delle compagnie militari private che aiutano gli eserciti sotto il regime di occupazione. Si tratta di stabilire se l'uso di questi deterrenti sia consentito, o meno, e in quali termini". I lavori sono stati aperti dal Direttore Generale dell'OPCW (l'Organizzazione Internazionale per la Proibizione delle Armi Chimiche) e dal presidente dell'Istituto, l'ambasciatore Fausto Moreno. \.

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<Le missioni all'estero presto riconfermate> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Le missioni all'estero presto riconfermate" il sottosegretario forcieri Le forze italiane sono in Afghanistan, Kosovo e Libano: i provvedimenti sono stati presentati in via d'urgenza in Parlamento 16/02/2008 Genova. La morte del maresciallo Giovanni Pezzulo in Afghanistan. Il leader di Hezbollah in Libano, Imad Mughniyeh, ucciso da un'autobomba a Damasco. L'imminente dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Tre motivi di preoccupazione per l'Italia che schiera 8500 soldati nelle missioni di pace. Ce ne parla il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri. Come sono distribuiti i nostri soldati in missione? "I teatri principali sono i Balcani (Kosovo, Bosnia, pochi in Albania), l'Afghanistan e il Libano. Altre missioni sono a Hebron, in Cisgiordania, al varco con Israele nella Striscia di Gaza, in Sinai e al confine del Maghreb. In Afghanistan siamo schierati a Herat, nella regione ovest e nella capitale, Kabul, ed esercitiamo il comando sulle forze armate di 34 Paesi, in maggioranza della Nato, che hanno inviato complessivamente 35 mila soldati. Siamo presenti con le nostre navi, sotto l'egida della Nato nell'operazione "Active Endeavour", nella zona sud del Mediterraneo, e in "Euromarfor" che da marzo, sotto comando italiano, subentrerà alla Germania nel controllo delle acque antistanti il Libano". Lo scioglimento delle Camere ostacolerà l'approvazione del rifinanziamento delle missioni? "I provvedimenti sono presentati con decreto d'urgenza e saranno convertiti in legge dall'attuale Parlamento. In Commissione, giovedì scorso, sono stati votati gli emendamenti e il mandato ai relatori di riferire favorevolmente in aula. Martedì e mercoledì ci sarà il voto alla Camera e quindi al Senato. C'è un ampio consenso trasversale. Da parte della Sinistra Arcobaleno era venuta la richiesta di scorporare l'Afghanistan dal provvedimento. Cosa politicamente inopportuna - le missioni hanno gli stessi fini - e irrealizzabile a Parlamento sciolto". Il viceministro per la cooperazione e lo sviluppo, Patrizia Sentinelli (Rifondazione) dice che gli aiuti umanitari non si portano con le armi. "Vada lei disarmata in Afghanistan. Questa è demagogia spicciola. L'intervento riguarda un ampio arco di iniziative: dalla cooperazione istituzionale a quella economica, agli interventi sociali e umanitari. Tutto ciòè possibile se esiste una cornice di sicurezza che le forze afghane da sole non possono garantire". Quale dei tre scenari è più preoccupante? "Sono tre scenari complessi sotto diversi profili. Il caso afghano è più complicato sul piano militare, Kosovo e Libano presentano implicazioni politiche molto delicate. In Kosovo abbiamo rafforzato la nostra presenza con l'invio dei battaglioni di Riserva Operativa, come ha fatto la Germania. La situazione si farà ancora più delicata dopo l'imminente dichiarazione unilaterale di indipendenza, che porrà il problema del riconoscimento internazionale. (l'Italia è fra i cinque Paesi dell'Ue favorevoli, ndr). Si aprirà una fase di notevole tensione, è un problema degli Esteri... Militarmente siamo abbastanza tranquilli, abbiamo forze sufficienti per scongiurare eventuali iniziative violente che peraltro sono state escluse da tutti, Serbia compresa". In Libano Hezbollah ha dichiarato guerra a Israele. "Il problema è lo stallo politico, che impedisce l'elezione del presidente della Repubblica. Si è creata una situazione di paralisi istituzionale che si riflette sul governo dimissionario e sul Parlamento, virtualmente paralizzato (i parlamentari sono costretti a vivere in rifugi segreti per il timore di attentati). L'uccisione del numero 2 di Hezbollah ha alzato le possibilità di una ritorsione. Finora la presenza di Unifil 2 ha tenuto sotto controllo la situazione tra il fiume Litani al confine con la linea blu di confine con Israele. La presenza militare italiana (2500 uomini, l'Italia ha il comando generale e il comando del settore ovest) ha evitato il lancio di razzi e missili contro il territorio israeliano, grazie anche all'intervento dell'esercito libanese". Renzo Parodi 16/02/2008 ' 16/02/2008 gli aiutiumanitariRifondazione dice che gli aiuti non si portano con le armi? Vadano loro disarmati lorenzo forcierisottosegretario alla Difesa 16/02/2008.

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Difenderemo il Libano sovrano dalle mire di Damasco (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del NAYLA MOAWADLa ministra libanese degli Affari sociali: libertà e indipendenza sono alla base della rivoluzione dei Cedri, vogliamo rafforzare democrazia e stabilità "Difenderemo il Libano sovrano dalle mire di Damasco" di Umberto De Giovannangeli "Non permetteremo che il nostro amato Paese sia considerato un terreno di guerra dagli altri, che il destino del Libano sia legato a quello di Hamas in Palestina o a quello dell'Armata del Mahdi in Iraq, o alle mire del regime siriano che pretende di negoziare con Israele sui nostri cadaveri. Non permetteremo che il nostro futuro dipenda dagli interessi nucleari iraniani. Il Libano prima di tutto. Il popolo libanese, prima di tutto. È questo il messaggio che abbiamo lanciato da Piazza dei Martiri nel terzo anniversario del martirio di Rafik Hariri". È stata l'unica donna a prendere la parola davanti a oltre un milione di libanesi che hanno dato vita al grande raduno popolare dell'altro ieri a Beirut. Il suo è stato l'intervento più applaudito. Il Libano della speranza si riconosce nella determinazione di Nayla Moawad, cristiana maronita, ministra degli Affari sociali nel governo Fuad Sinora. Suo marito, René Moawad, fu eletto nel 1989 presidente del Libano per 17 giorni prima di essere assassinato con 250 chili di tritolo in circostanze che restano ancora oggi avvolte nel mistero. Oltre un milione di libanesi hanno ricordato Rafik Hariri, l'ex premier assassinato tre anni fa. Qual è stato il segno politico di questa imponente manifestazione? "Un segno di unità. E di determinazione nel voler difendere la nostra sovranità nazionale. Il popolo libanese è legato alle istituzioni che garantiscono la nostra libertà, in primo luogo alla Chiesa e al patriarcato maronita, in particolare al patriarca Sfeir, il padre dell'indipendenza nazionale. Noi non permetteremo che la Chiesa sia attaccata da chiunque e per conto del regime siriano". Cosa ha unito la moltitudine pacifica di Piazza dei Martiri? "La memoria e una scommessa sul futuro. La memoria di quanti, a cominciare da Rafik Hariri, hanno perso la vita per difendere la sovranità del Libano, la nostra dignità nazionale. E una scommessa su un futuro che sia fondato su quegli ideali di verità, giustizia, indipendenza che sono stati alla base della Rivoluzione dei Cedri, il grande e pacifico movimento di popolo che ha posto fine al protettorato siriano. In quella Piazza abbiamo rinnovato un patto di libertà, convinti che con la forza del diritto, pacificamente, democraticamente, noi vinceremo. Una cosa è certa: non permetteremo che il nostro destino sia legato al regime siriano". Cosa significa per lei "vincere"? "Significa rafforzare il Libano, non una sua componente etnica, politica, religiosa. Significa garantire la stabilità dello Stato, delle sue istituzioni. Significa lavorare per potenziare il nostro sistema democratico pluralista e libero. Sono queste le condizioni fondamentali, i pilastri per mantenere in vita, rafforzandolo, quell'equilibrio istituzionale delineato dagli accordi di Taif (l'intesa che portò alla fine della sanguinosa guerra civile libanese che segnò gli anni dal 1975 al 1990, ndr.). Vincere significa far prevalere le ragioni del diritto su quelle della forza, significa permettere al tribunale internazionale di fare piena luce e assicurare alla giustizia esecutori e mandanti dell'assassinio di Rafik Hariri come di tutti gli atti terroristici costati la vita a parlamentari, giornalisti, uomini dell'esercito e dei servizi di sicurezza, la cui "colpa" era di voler difendere l'indipendenza e l'integrità nazionale del Libano. Sono morti perché servitori fedeli dello Stato. E dietro questa interminabili sequela di attentati che hanno marchiato gli ulti tre anni cioè una sola mano, una sola regia: quella che si muove sull'asse Damasco-Teheran". I leader dell'opposizione contestano alla maggioranza antisiriana di voler monopolizzare il potere. "Sbaglia chi, anche in Europa, legge ciò che sta avvenendo in Libano come una contrapposizione tra maggioranza e opposizione, una cosa normale, fisiologica, in qualsiasi democrazia. Ma le cose, purtroppo, non stanno così.". Qual è allora l'anomalia libanese? "Qui siamo di fronte a una lotta tra due progetti agli antipodi: quello di chi propugna un Libano sovrano e indipendente, e chi intende fare del Paese un protettorato siro-iraniano". Nell'immediato cosa significa "vincere" sul piano politico per il Libano di Piazza dei Martiri? "Significa eleggere finalmente il nuovo presidente della Repubblica. Il che vuol dire eleggere immediatamente, senza ulteriori rinvii, il generale Michel Suleiman a capo dello Stato, sulla base dell'iniziativa della Lega Araba".

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Proposte per la Giustizia (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Proposte per la Giustizia Gian Carlo Caselli Segue dalla Prima C con la conseguenza che imputati eccellenti e meno eccellenti trovano preferibile (anzichè esercitare i loro sacrosanti diritti di difesa nel processo) cercare di ritardarne la celebrazione tempestiva. 4) In tutti i Paesi europei le impugnazioni sono nettamente inferiori (sia per numero sia per durata) rispetto all'Italia e ciò ovviamente si ripercuote - in modo assai pesante - sulla durata complessiva dei processi. La giustizia non funziona, ma i problemi che essa deve affrontare sono sempre più estesi e complessi: la corruzione; il crimine organizzato e le complicità di cui gode; la mala-sanità, la mala-amministrazione e la mala-politica quando l'uso del potere si fa pessimo fino a configurare reati; gli infortuni sul lavoro; la sicurezza e via elencando... Se non si vuole che la Repubblica italiana si fondi sempre più sull'illegalità, è assolutamente necessario e urgente portare a livelli che siano almeno decenti il funzionamento del sistema giustizia. Ancora una volta potrebbe invece affiorare la tendenza (anche trasversalmente, come testimoniano gli applausi bipartisan al dimissionario ministro Mastella) a programmare la riforma non della giustizia ma dei giudici. Il vizio di accusare i magistrati di politicizzazione o peggio, di giustizialismo, di invadenza, di eversione, di costituire un'emergenza democratica è un vizio duro a morire. Ora, è noto che a forza di ripeterle anche le balle più colossali finiscono per sembrare vere, e tuttavia non si può abdicare al dovere di ragionare. Ragionando, si vedrà che l'intervento giudiziario è in espansione in tutti i sistemi democratici. Ovunque esso occupa le prime pagine e i suoi effetti creano frizioni con il potere politico od economico, fino a turbare destini di governi. Gli esempi che si possono fare sono infiniti: sono stati i giudici a smembrare l'impero informatico di Microsoft; il presidente Clinton è stato più volte processato per certe tracce lasciate su di un abito; la prima elezione del presidente Bush è stata decisa da un giudice della Florida; vari esponenti dell'attuale amministrazione Bush sono coinvolti in una delicata inchiesta che riguarda l'innesco della guerra in Irak; a Chirac si chiede conto di certe assunzioni fatte come sindaco di Parigi; l'ex primo ministro de Villepin è coinvolto in un'inchiesta collegata ad un affare di tangenti per alcune fregate vendute a Taiwan; Bertie Ahern, primo ministro irlandese, è accusato per finanziamenti illeciti della sua campagna elettorale; in Israele quattro indagini sono state avviate contro il primo ministro Olmert per fatti di corruzione, mentre il presidente della Repubblica Katsav e il ministro della giustizia Ramon han dovuto dimettersi perché accusati di molestie sessuali. L'espansione della giurisdizione è dunque un fenomeno che ha dimensioni oggettive, e ciò sembra escludere che vi siano, quantomeno in misura prevalente, forzature soggettive. Il caso italiano non fa eccezione a questo "trend", ma presenta due particolarità. Mentre ovunque nel mondo i "potenti" coinvolti in vicende giudiziarie non si sognano neanche un po' di prendersela coi loro giudici, ma accettano "naturalmente" che la giurisdizione possa esercitarsi anche nei loro confronti, in Italia - e soltanto in Italia - il magistrato che sfiora certi interessi deve mettere in conto che potrà essere aggredito con insulti d'ogni tipo (ovviamente cosa ben diversa dalle critiche motivate, sempre legittime); - e l'aggressione si risolve in un sostanziale rifiuto della giurisdizione, con la nota tattica del difendersi non tanto "nel" quanto piuttosto "dal" processo. Altra peculiarità del nostro Paese è che i processi di Tangentopoli, mafia, mala-politica, mala-sanità e mala-amministrazione pongono un problema drammatico: se la situazione che ne risulta costituisca un dato esteso ma pur sempre marginale della nostra democrazia, ovvero ne sia diventata elemento strutturale. Una positiva risposta a questi interrogativi si avrebbe se la politica esercitasse il suo indiscutibile primato anche utilizzando gli elementi di conoscenza che scaturiscono dalle inchieste giudiziarie, intervenendo con nuove leggi o controlli più adeguati. E invece di tutto questo abbiamo avuto ben poco dal '90 ad oggi. Per contro emerge una certa tendenza (trasversale) a mal concepire il primato della politica, a farne la base per pretendere una sorta di sottrazione ai controlli di legalità. Ecco allora che la giustizia nel nostro Paese non funziona, ma invece di chiedere "più" giustizia si chiede "meno" giustizia, tutte le volte che si incrociano determinati interessi. Ecco allora che alla magistratura si chiede di fare un passo indietro, invece di potenziarne gli strumenti, mentre si scatenano - oggi come ieri - martellanti campagne secondo cui la giustizia è ridotta a campo di battaglia dove consumare vendette e scontri politici. Senza comprendere che l'autoreferenzialità della politica e la sua pretesa di autoassolversi in perpetuo sono nocive prima di tutto alla credibilità della politica stessa e finiscono anzi per alimentare quell'antipolitica che non basta esorcizzarla perchè non si manifesti o non si estenda. Soltanto la cattiva politica può fingere di non sapere che l'indipendenza della magistratura e l'obbligatorietà dell'azione penale servono al consolidamento della democrazia. La buona politica lo sa, ma spesso rimane afona, non si fa sentire. Dunque, riforma della giustizia certamente sì, ma partendo dal rispetto della giurisdizione (come garante dei diritti dei cittadini e delle regole di convivenza, nonché fattore di equilibrio del sistema istituzionale) e quindi dal rispetto che in qualunque paese civile è dovuto ai magistrati. Solo così, oltretutto, si potranno concretamente avviare credibili percorsi di responsabilità dei giudici e serie valutazioni della loro professionalità e produttività. C'è un grande bisogno anche di questo, non di "normalizzazione" della magistratura. Obiettivo sempre presente in certe agende: che se fosse realizzato qualcuno brinderebbe, ma non sarebbe un bel giorno per il nostro Paese.

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(segue dalla copertina) dal nostro inviato (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Negozi in fiamme, attentati e minacce, tutto intorno a Peshawar, l'antica capitale dei guerriglieri legati a Bin Laden. Una spina nel cuore dei pachistani che lunedì vanno alle urne dopo il rinvio imposto dall'omicidio di Benazir Bhutto Dvd e web per la propaganda, cellulari sempre accesi: è il nuovo volto degli studenti Hanno scatenato la guerra nelle zone tribali e ora Islamabad teme il loro nuovo potere (SEGUE DALLA COPERTINA) DAL NOSTRO INVIATO guido rampoldi In quel ruolo ha chiesto aiuto ai mullah della moschea centrale, racconta, ma quelli grossomodo gli hanno detto: pentiti! Rinuncia a Satana! Obbedisci ai Taliban! Tornato tra i suoi diavolacci, due pareti di cinematografia americana e indiana, adesso il commerciante non sa bene cosa fare. Resistere: ma fino a quando? I molto ottimisti possono sperare che dalle elezioni di lunedì prossimo, le prime elezioni libere dal 1997, nasca un governo determinato a ricacciare indietro i Taliban. Ma le probabilità non sono alte, e se applichiamo il secondo criterio dobbiamo convenire che in questa parte del Pakistan i Taliban hanno il vento in poppa. Da Peshawar partono cinque strade statali: quante ne può percorrere in auto un occidentale visibilmente occidentale senza rischiare d'essere sequestrato o decapitato? Una soltanto, valuta Husain, autista fidato: la strada per la capitale. Le altre attraversano villaggi o territori in cui i Taliban hanno rapito, sparato, attaccato all'improvviso soldati, almeno una volta negli ultimi tre mesi. Ogni tanto, dalle montagne di roccia che incombono su Peshawar, tirano con i mortai sulla caserma azzurra e ocra dei Frontier Corps pachistani, solitaria sentinella dell'estrema periferia. E tutto questo sembra giustificare il singolare spettacolo offerto dalla fortezza di Bala Hissar, costruita da Sikh nell'Ottocento: dai bastioni le canne sottili dell'artiglieria leggera si sporgono sul traffico sottostante, come se da un momento all'altro un'orda di Taliban potesse lanciarsi all'assalto, ululando tra le automobili. In realtà quell'attacco non è un evento probabile, comunque non imminente. Nell'agenda dei Taliban c'è innanzitutto l'Afghanistan: la riconquista, l'espulsione della Nato. Peshawar può attendere. Più importante, adesso, è acquisire una certa libertà di manovra sull'intera fascia di confine. Già ora i Taliban controllano settori strategici prossimi alla frontiera, lì dove il loro movimento nacque (all'inizio degli anni Novanta) e resuscitò (alla fine del 2002), sempre sotto gli occhi benevoli dei servizi segreti pachistani. Quelle regioni riarse svolgono un ruolo fondamentale nella guerra contro la Nato. Ospitano il comando politico e la cassaforte dei Taliban. Garantiscono la turnazione al fronte, essendo in grado di rovesciare in Afghanistan fino a 40mila uomini, grossomodo quanti sono i soldati occidentali e più del doppio degli afgani che sono Taliban a tempo pieno. Fabbricano, ad un ritmo senza eguali, kamikaze per uso locale e per esportazione (innanzitutto l'Afghanistan, ma ora anche l'Europa: provenivano dal Pakistan talibanizzato la maggioranza dei terroristi arrestati di recente a Barcellona e in Germania). Se ora riuscissero a precipitare nel caos l'intera zona di frontiera, da Chitral a Quetta, sarebbero in grado di minacciare i rifornimenti della Nato, che per il 70% arrivano dal Pakistan. Questo potrebbe accelerare la progressione verso la battaglia finale per l'Afghanistan, che i Taliban sui due lati della frontiera sentono ormai vicina. Enigmatica e poco lineare, l'espansione dei Taliban pachistani ha avuto un'accelerazione negli ultimi mesi, in parallelo alla crisi del regime di Musharraf. Al contrario dei loro precursori afgani, questi "nuovi" Taliban si considerano militanti di un movimento rivoluzionario mondiale, anzi la sua punta di lancia, essendo effettivamente l'unico jihadismo di massa, e l'unico in grado di sconfiggere in battaglia l'Occidente. Il loro biglietto di visita sono i dvd di propaganda binladista prodotti in Pakistan da imprese regolarmente registrate (Manbaul-Jihad, Abdullah-videos). Esaltano successi guerriglieri in Afghanistan, in Iraq, nel Waziristan pachistano, in Palestina. Mostrano con compiacimento l' "interrogatorio"' e l'esecuzione di "spie". E sulle immagini di bombardamenti sovietici e americani in Afghanistan, costruiscono l'idea di una sempiterna guerra ateo-cristiano-giudaica contro la Vera fede. Il ricorso ad uno strumento di propaganda come i filmati in dvd conferma che i Taliban si mostrano "nuovi" soprattutto nella capacità di usare i media. Dal 6 dicembre scorso si presentano alla stampa locale come "movimento Taliban del Pakistan", Tarik-i-Taliban-Pakistan, e si premurano di segnalare le loro vittorie sui due lati del confine. In genere mandano sms, ma talvolta conversano al telefono, amichevoli e vanitosi, con i giornalisti di Peshawar. Uno dei loro interlocutori abituali, Mushtaq Yusufzai, mi racconta il codice di questi dialoghi. Per "feddayn", non a caso termine arabo importato dall'Iraq, si intendono i poveri disgraziati, spesso adolescenti, che i Taliban convincono a farsi saltare in aria, per la gloria dell'islam e del comandante che dispone delle loro vite. "Sheck", lo sceicco, è Osama bin Laden. Ma più spesso è "Obiel", l'acronimo delle sue iniziali in inglese, perché quel suono liquido non sarebbe riconosciuto dal Grande Orecchio americano che spia dai satelliti le telefonate in quest'area. Mushtaq è rimasto molto sorpreso quando il Talib al telefono gli ha rimproverato presunte inesattezze in un articolo che aveva scritto per la tv statunitense Nbc, di cui il giornalista è collaboratore. "Possibile che questa gente controlli perfino i siti di televisioni quasi sconosciute in Pakistan? Evidentemente qualcuno li aiuta". Ma ancor più Mushtaq si è stupito per la sorprendente ascesa di "Mullah Radio", un Talib che usando un'emittente privata è riuscito a scatenare l'inferno nella valle dello Swat. "Quando tutto è cominciato sarebbero bastati dieci poliziotti per neutralizzarlo. Invece lo si è lasciato fare". Con la sua predicazione forsennata "Mullah Radio" ha formato una grossa banda di Taliban e l'ha scagliata contro i villaggi degli sciiti, che i Taliban considerano ripugnanti eretici nonchè quinte colonne dell'India e dell'Iran. L'esercito è intervenuto solo quando i morti ormai si contavano a centinaia. Ha scelto l'inazione anche alla fine del 2007, quando i Taliban si sono lanciati contro gli sciiti del Khurram. Seicento morti, calcola Javeed, che dal Khurram è fuggito. "Per tre mesi l'esercito è stato a guardare. Appena si è mosso, i Taliban si sono ritirati in montagna e tutto è finito". Per capire la misteriosa "neutralità" dell'esercito pachistano conviene ricordare la storia recente della frontiera occidentale, soprattutto delle Tribal Areas. Poverissime e turbolente, le "Aree tribali" sono la riserva indiana del Pakistan. Islamabad le governa con uno strumento coloniale ereditato dall'impero britannico, il Criminal code del 1901, che prevede punizioni collettive tuttora applicate (due giorni fa l'esercito ha punito il rapimento dell'ambasciatore pakistano a Kabul, sparito nel nulla a pochi chilometri da Peshawar, arrestando 13 dignitari della tribù nel cui territorio è avvenuto il misfatto: se all'ambasciatore accadrà qualcosa ne risponderanno anche loro). Disponendo di questo strumento di dominio, i servizi segreti pachistani hanno sempre fatto quel che volevano nelle Tribal areas, dove hanno una presenza massiccia sin da quando vi organizzarono la guerriglia contro i sovietici. Ma la loro influenza sui "nuovi" Taliban afgano-pachistani è stata, malgrado il sostegno elargito, fin dall'inizio problematica. Forzato dagli americani, nel 2006 Musharraf ha mandato 80mila soldati nelle Tribal Areas per tentare di riprenderne il controllo, ma l'impopolarità di quel conflitto feroce e inconcludente l'ha costretto a firmare una capitolazione disastrosa. Di fatto i Taliban sono rimasti padroni di interi distretti, dove hanno instaurato un regime di terrore. Secondo Safiullah Gul, un giornalista cresciuto nell'area tribale più ribollente, il Waziristan, "neppure quando sono a Karachi la paura abbandona i pachistani fuggiti a migliaia da quella terra: perfino lì temono che i Taliban li spiino". L'aggressività dei Taliban ha provocato anche un effetto positivo: stando ad un sondaggio recente, nel Paese la loro popolarità si è dimezzata (dal 38 al 19%), così come la popolarità di Bin Laden (dal 46 al 24%). Ma l'ostilità verso gli Stati Uniti resta talmente diffusa che la maggioranza giudica un cedimento a Washington l'intervento dell'esercito contro i Taliban (sarebbe favorevole solo il 33%). Questa percezione probabilmente spiega la riluttanza a sparare confermata negli ultimi mesi dalle Forze armate, e comunque si è saldata perfettamente con i giochi dei servizi segreti, le simpatie fondamentaliste di molti quadri militari, e il timore che, se attaccati, i Taliban avrebbero insanguinato queste elezioni con un terrorismo sistematico. Lo stesso presidente Musharraf ha la necessità, per ragioni elettorali, di scrollarsi di dosso l'immagine che lo vuole "strumento degli americani". Così il capo del suo partito due giorni fa era a colloquio con il mullah che aveva trasformato la Moschea Rossa di Islamabad in una santabarbara dei Taliban: la sua scarcerazione non dovrebbe tardare. Quanto agli altri partiti, tutti promettono che fermeranno il "terrorismo", però evitano di pronunciare quel nome: Taliban. Quale che sarà la coalizione prodotta dalle urne, il nuovo governo avrà la tentazione cui hanno sempre ceduto i governi precedenti, civili o militari: invogliare i Taliban a dedicarsi all'Afghanistan per distoglierli dal Pakistan, dove, questo è indubitabile, possono provocare stragi spaventose e dare filo da torcere all'esercito. Ma sarebbe un calcolo miope: incassato l'Afghanistan, i Taliban e Bin Laden cercherebbero di prendersi un pezzo di Pakistan. Magari il pezzo con la Bomba.

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Anche i grandi sbagliano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Valentino Parlato Mai avrei pensato e sperato di vedere il mio nome sulle pagine del prestigioso Le Monde, ma questa volta mi è andata proprio male. Il prestigioso quotidiano francese mi cita come capofila del boicottaggio alla Fiera del libro di Torino ("rea" d'aver invitato come ospite d'onore lo stato d'Israele), quando è da un bel po' di tempo che rompo le scatole ai lettori del manifesto scrivendo contro il boicottaggio. Come contro il boicottaggio si è dichiarato Dario Fo e credo anche Edoardo Sanguineti, Margherita Hack e Franco Cardini. Francamente questo errore mi ha sorpreso: anche il prestigioso Le Monde può cadere in errori tanto grossolani e, aggiungo, tanto pericolosi per le persone oggetto dell'errore. Spero, ne sono quasi sicuro, che l'edizione di Le Monde di oggi corregga l'errore e spieghi ai suoi lettori che non solo non sono stato a favore del boicottaggio, ma che il manifesto ha speso un po' si sé e io ho speso un po' di me nel contrastare i boicottatori. Ma resta l'interrogativo: perché questi errori? Mi viene da rispondere che il senso comune oggi dominante ritiene che la sinistra possa essere (o addirittura sia) antisemita. Ma se è così siamo messi proprio male.

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Attacco a Gaza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Ok dal governo Scatterà presto" Secondo Ron Ben-Yishai, uno dei massimi esperti militari israeliani, la grande offensiva dell'esercito contro la Striscia di Gaza è già stata decisa. In un articolo apparso ieri sul quotidiano "Yedioth Ahronoth" Ben-Yishai sostiene che tutti i membri del governo di Tel Aviv siano ormai d'accordo. Negli ultimi giorni la stampa aveva invece enfatizzato le divisioni: prudenza da parte del premier Olmert da un lato, pressioni per attaccare del ministro della difesa Barak dall'altro. Secondo un sondaggio apparso sul quotidiano "Ma'ariv", il 67% degli israeliani è favorevole a una vasta operazione delle truppe di terra, contrario il 25%. L'unico motivo per cui l'offensiva non è ancora scattata è, secondo Ben-Yishai, che non sono ancora stati ultimati tutti i preparativi. Dal territorio che i coloni e i militari israeliani hanno lasciato nell'estate 2005 i combattenti palestinesi - spesso in risposta ai raid dell'aviazione israeliana che non risparmiano civili - lanciano quotidianamente razzi Qassam all'interno d'Israele, in particolare verso la cittadina di Sderot. Dal momento che - in oltre due anni senza militari al suo interno - i miliziani di Gaza hanno potuto organizzare la reazione a un'eventuale invasione, molti prevedono che se Israele attaccherà, ci sarà un bagno di sangue. Anche ieri Hamas si è detta disponibile a una tregua nel lancio dei razzi in cambio della fine dei raid israeliani e dell'uccisione di militanti del movimento islamista.

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L'oppressione ora è in appalto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Palestina Compiuti quarant'anni, l'occupazione militare si fa il lifting L'oppressione ora è in appalto I posti di blocco che strangolano Cisgiordania e Gaza trasformati in "terminal" e affidati ai privati. Israele risparmia sulla gestione e impiega meno soldati di leva. Ma i palestinesi, l'ultimo caso ieri, continuano a morire di checkpoint Michele Giorgio Gerusalemme "Fawzia poteva salvarsi". Mahmud Qab ieri lo ripeteva a parenti ed amici: "Fawzia poteva salvarsi". Non riusciva ad accettare che sua moglie, la compagna di una vita, sia morta senza che nessuno abbia potuto aiutarla, davanti ad un posto di blocco delle forze d'occupazione israeliane. "Era una donna anziana, non faceva del male a nessuno, non rappresentava un pericolo", ha aggiunto l'uomo con la voce rotta dal dolore. Fawzia Abdel Fattah, 65 anni, è solo l'ultima dei palestinesi - almeno 97 secondo i centri per diritti umani - spirati a pochi metri dalle centinaia di barriere e dai blocchi allestiti dai soldati israeliani sulle strade e intorno ai centri abitati della Cisgiordania. La donna soffriva di cuore, si era sentita male, un dolore intenso al petto e al braccio aveva messo in allarme il marito che senza perdere tempo aveva chiamato un taxi per portarla all'ospedale di Tulkarem. Ma al pronto soccorso Fawzia non è mai arrivata, perché a un posto di blocco i militari hanno fermato il taxi e hanno preteso che la donna fosse trasportata con un'ambulanza. La coppia è stata costretta a fare ritorno al villaggio, Deir Ghassan, dove Fawzia è morta poco dopo tra lo sgomento e l'impotenza dei suoi familiari. Per il dottor Abdel Fattah Darak, il medico di famiglia, se i soldati avessero fatto passare il taxi, Fawzia sarebbe con ogni probabilità sopravvissuta. L'esercito israeliano invece chiama in causa il traffico di Tulkarem che avrebbe impedito all'ambulanza di arrivare in tempo e ripete che i blocchi sulle strade della Cisgiordania sono essenziali per "impedire i movimenti dei terroristi". Oltre 500 barriere Eppure a condannare la presenza di oltre 500 tra posti di blocco permanenti e "volanti" in Cisgiordania - ai quali vanno aggiunte le strade chiuse al traffico "arabo" e quindi percorribili solo dai coloni ebrei -, non sono soltanto i palestinesi ma anche alti ufficiali dell'esercito e dell'intelligence militare di Israele. Proprio questa settimana, un gruppo di ex generali ha scritto al ministro della difesa Ehud Barak invitandolo alla rimozione dei posti di blocco che, hanno spiegato, non fanno altro che aumentare l'odio nei confronti di Israele. Una conclusione alla quale sono giunti riservisti di grado elevato che conoscono bene la Cisgiordania e l'umore della popolazione sotto il tallone dell'occupazione militare. Ma all'establishment politico-militare queste considerazioni importano poco o nulla e le promesse di rimuovere almeno una parte dei posti di blocco, fatte dal primo ministro Olmert al presidente palestinese Abu Mazen durante i loro frequenti quanto inutili faccia a faccia, sono destinate a rimanere solo parole. Assieme alla chiusura totale dei centri abitati palestinesi, i posti di blocco sono e rimarranno uno degli elementi centrali dell'occupazione. Non solo ma in numerosi punti della Cisgiordania, a nord e a sud di Gerusalemme e lungo il percorso del muro in via di ultimazione, si stanno trasformando in veri e propri terminal di frontiera gestiti, parzialmente o totalmente, da società private spesso fondate allo scopo di mettere le mani su fondi ingenti messi a disposizione dal ministero della difesa. Sempre più separati La "White snow" è l'esempio più compiuto del programma di privatizzazione dei valichi con i Territori occupati varato dalle forze armate. Opera ad Erez, tra Gaza e Israele, e ha trasformato il transito fino a farlo assomigliare all'aeroporto di Tel Aviv, luogo dove notoriamente vengono eseguiti controlli di sicurezza tra i più rigidi al mondo. Con la differenza che se allo scalo di Tel Aviv il passeggero che deve imbarcarsi viene interrogato, controllato e rivoltato come un calzino da agenti della sicurezza in carne e ossa, invece ad Erez è tutto meccanizzato. Gli impiegati della "White snow" - in buon parte ex militari di leva - si limitano ad osservare dall'alto il passaggio, lungo un percorso fatto di tante porticine si aprono con un comando a distanza, dei palestinesi e degli stranieri. Un "viaggio" che può trasformarsi in un incubo se dall'alto decidono di tenere chiuse le porticine per effettuare maggiori controlli di sicurezza. "Oltre ai disagi per i palestinesi, il posto di blocco di Erez è una spesa enorme per lo Stato - spiega l'economista Shir Ever -. Le cifre ufficiali non sono disponibili ma la "White snow" realizza profitti da capogiro svolgendo un lavoro minimo, visto che quel valico ormai passano quotidianamente ben poche persone". Governo e ministero della difesa comunque non cambiano idea e proseguono la privatizzazione dei posti di blocco, in linea con il programma di privatizzazioni in corso da tempo in Israele. L'intento, aveva spiegato già due anni fa un consigliere militare del governo, il generale Baruch Spiegel, è quello di ridurre il più possibile i costi delle forze armate e limitare al minimo l'impiego dei soldati di leva nella gestione dei flussi di popolazione palestinese. "In Israele - continua Ever - un numero crescente di giovani preferisce evitare il servizio di leva. Chi può si finge pazzo, altri presentano certificati di inidoneità fisica. Soprattutto i più poveri cercano di sottrarsi all'obbligo di leva e l'esercito fa poco per impedirlo, proprio per non far lievitare le spese". Nello Stato ebraico, dove la leva dura tre anni per gli uomini e due per le donne, le forze armate sono tenute a garantire il sostentamento di quei soldati che non possono essere aiutati dalle famiglie e non sorprende che in molti casi i comandi militari preferiscano lasciare a casa i più poveri (in aumento nel paese). "È un esercito popolare sono nominalmente, perché in realtà è composto da un numero sempre crescente di membri della classe media e medio-alta, coloro che possono permettersi di spendere fondi personali e tre anni della loro esistenza nelle forze armate", aggiunge Ever. Un numero inferiore di soldati di leva a disposizione impone inevitabilmente un impiego più limitato dei militari ai posti di blocco. Da qui una delle ragioni della privatizzazione, sollecitata dagli economisti del governo. A Qalandia, a nord di Gerusalemme, e a Betlemme, a sud della Città santa, sono già sorti terminal moderni e ordinati, dove i palestinesi, come pecorelle, vengono incanalati in percorsi obbligati e sorvegliati elettronicamente, gestiti in "Ppp", ovvero in "Private-public-partnership". L'esercito svolge la funzione di supervisore e decine di guardie private controllano i palestinesi. Solo temporaneamente però, perché l'obiettivo finale è quello di arrivare alla privatizzazione totale di quasi tutti i posti di blocco permanenti, lasciando all'esercito solo quelli "volanti". Allo stesso tempo il taglio delle spese e le privatizzazioni rientrano in una strategia più ampia di separazione netta tra israeliani e palestinesi. In un briefing per specialisti tenuto nell'aprile dello scorso anno all'Istituto Van Leer, il generale Yair Golan, ha spiegato che la "separazione" e la riduzione dei contatti tra le due popolazioni è un elemento centrale della strategia di sicurezza israeliana. Sordina ai pacifisti La costruzione di posti di blocco moderni e privatizzati, con un impiego minimo di personale, favorisce questa strategia che, peraltro, limita le iniziative dei pacifisti israeliani. "Prima, quando ai transiti di Qalandia e Betlemme c'erano i soldati - racconta Ruth el Raz, dell'associazione di donne Machsom Watch che da anni monitora e registra gli abusi ai checkpoint -, potevamo osservare da vicino le operazioni di controllo e raccogliere immediatamente le denunce dei civili palestinesi. Oggi in molti punti non è più possibile. Le persone si muovono all'interno di terminal dove noi non possiamo avere accesso. Ci stanno tagliando fuori". E se si considera che dalla fine del 2000 agli israeliani è vietato recarsi nei Territori occupati - ad accezione ovviamente dei coloni - il processo di separazione procede senza sosta, con i palestinesi chiusi ed isolati in centri abitati che assomigliano sempre di più a bantustan del terzo millennio.

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Meir il cacciatore, l'<ingegnere> la preda Vent'anni di sfide e intrighi. Poi la trappola (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-02-16 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE La trama Il primo è il capo del Mossad. Il secondo era il "Bin Laden" di Hezbollah Meir il cacciatore, l'"ingegnere" la preda Vent'anni di sfide e intrighi. Poi la trappola WASHINGTON - Il cacciatore ama la pittura, i viaggi in Estremo Oriente, la cucina italiana e "i capi terroristi morti". è la legge di Meir, Meir Dagan il capo del Mossad: per vincere il serpente devi tagliargli "la testa ". La preda amava la cucina libanese, il caffè palestinese, gli attentati e "i sionisti morti". Era la legge di Imad Mughniyeh, il capo dell'apparato clandestino dell'Hezbollah, dilaniato, martedì notte a Damasco, da una bomba. Due vite parallele segnate da intrighi, scontri, trappole mancate. Un cammino di sangue che parte negli anni '80 quando Dagan comanda "Yakal", l'unità di intelligence che opera nella fascia di sicurezza. Vorrebbe fare concorrenza al Mossad, ma l'Istituto - come lo chiamano - resiste. Invece, dall'altra parte, Mughniyeh costruisce il suo poderoso apparato di militanti, spinge Israele nella palude libanese, muove i kamikaze diventando un pezzo insostituibile per l'Hezbollah. Dagan si prende la sua rivincita nel 2002. L'allora premier Sharon, preoccupato dall'intifada e dalla sfida iraniana, chiede una svolta. Richiama in servizio Dagan, con il quale ha "lavorato" a Gaza, e gli affida il Mossad. L'ordine è preciso: azione. Sotto la precedente gestione di Ephraim Halevy - più diplomatico che spia -, il servizio era diventato tutto analisi e tecnologia perdendo, secondo i critici, la capacità di colpire a lungo raggio. La scelta di Dagan non convince i James Bond da scrivania: "Non è un uomo di intelligence, è troppo soldato". Incurante dei giudizi, con in tasca l'approvazione di un uomo pragmatico e duro quale Sharon, il capo del Mossad manda in pensione oltre 200 agenti, intensifica il reclutamento di giovani di origini arabe per poterli meglio infiltrare nei Paesi vicini, crea quattro sotto-divisioni con l'obiettivo di incrementare le "operazioni sporche". Gli omicidi mirati. è così che il Mossad elimina alcuni rappresentanti Hezbollah in Libano e un qaedista coinvolto in un duplice attentato in Kenya. Azioni rese possibili dal lavoro di agenti di nazionalità libanese, diventati subito oggetto di una serrata caccia da parte dell'Hezbollah, che cerca di restituire il colpo. Mughniyeh recluta, con successo, beduini e cittadini arabi-israeliani, intercetta le comunicazioni, raccoglie dati importanti sugli obiettivi in Israele. Un network poi usato durante la guerra nel-l'estate del 2006. Dagan, più attento ai risultati che alle prudenze diplomatiche, amplia il fronte. Se l'apparato segreto di Mughniyeh ha potuto colpire in Argentina (per ben due volte), il Mossad doveva tornare a fare lo stesso. è così che nel settembre 2004 viene "terminato" Khalil, un importante dirigente del braccio armato di Hamas. L'agguato è organizzato a Damasco con modus operandi identico a quello utilizzato per uccidere Imad: la bomba sotto il sedile dell'auto. Sull'omicidio Khalil circolano molte storie. Una vuole che il Mossad abbia agito insieme al Mukhabarat giordano. E anche per l'uccisione di Mughniyeh qualcuno ipotizza piste alternative visto che il leader Hezbollah era "sgradito" a molti regimi arabi. Kuwaitiani e sauditi in testa, per non parlare dei sunniti libanesi. Una ricostruzione sostiene che Imad sia arrivato a Damasco per incontrare Khaled Meshal, figura di spicco di Hamas, e questo abbia permesso di individuarlo. Compito non facile. Mughniyeh usava raramente il telefono, si spostava spesso da solo perché la "scorta " poteva tradirlo. Dicevano anche che neppure gli israeliani sapessero quale fosse il suo vero volto. Però, alla fine, qualcuno lo ha trovato. Magari una "talpa" in Siria o una delle Mata Hari con passaporto marocchino ingaggiate dal Mossad e diventate l'ossessione degli 007. Nabila, Asma, Nour. Metà amanti e metà spie, capaci di carpire segreti e di agganciare le persone giuste. Con gli islamisti - è l'obiezione- la trappola di miele, fatta di sesso e amori proibiti, non funziona. Figuriamoci con un guerriero temprato come Mughniyeh. Ma forse permette di arrivare a qualcuno che conosce un numero, un indirizzo. E in queste ore è possibile che le spie siano di nuovo al lavoro per scoprire chi ha preso il posto di Imad. Avranno promosso Talal Hamya, il maestro delle cellule in sonno? O Ibrahim Akil, il mago di quei missili che nell'ultimo conflitto sono diventati l'incubo di Israele? L'Hezbollah, secondo tradizione, non ne ha rivelato l'identità. Toccherà a lui preparare la vendetta e a Meir Dagan cercare di prevenirla. Guido Olimpio.

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<Uno Stato binazionale? La fine di Israele> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-02-16 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Il caso Lo scrittore: più affine agli ebrei ortodossi che agli arabi laici "Uno Stato binazionale? La fine di Israele" Yehoshua: "Non vorrei un vicino musulmano" Intervista ad Haaretz dell'autore che in passato era stato un sostenitore della convivenza tra i due popoli DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Abraham Yehoshua vive ad Haifa, la città dove arabi ed ebrei provano a convivere. Ritrovarsi con un vicino di casa palestinese, al piano di sotto, in uno Stato da dividere con lui, lo disturberebbe. "Se vivessimo in uno Stato binazionale, a Yom Kippur non potrei obbligarlo a spegnere la radio o a non andare in giro con l'auto", ha risposto lo scrittore a due giornalisti di Haaretz. Quando hanno provato a replicare "lei è laico, che cosa le importa di Yom Kippur", spiega: "è un giorno molto importante per me. Deve mantenere il suo carattere. Io vivo in una comunità con una sua memoria, le sue festività, gli altri hanno le loro celebrazioni e le loro tradizioni". Da qui l'avvertimento: "Uno Stato binazionale porterebbe alla nostra distruzione. Gli ebrei fuggirebbero e i palestinesi arriverebbero. Significherebbe cancellare il desiderio di far parte della nazione, eliminerebbe i simboli e l'identità. Dovremmo cambiare la bandiera, l'inno. Gli arabi non vogliono due Stati". Vicini di casa e vicini a se stesso. Yehoshua, uno degli scrittori simbolo della sinistra israeliana, spiega chi considera simile. "Ho molto in comune con gli ultraortodossi moderati di Bnei Brak. Molto di più che con un poeta arabo e laico come Mahmoud Darwish. Lui vive secondo codici diversi, musulmani. Non sono contro questi codici, li rispetto". Idee che ripete nel nuovo libro, Afferrare la Patria, arrivato in questi giorni nelle librerie israeliane, una raccolta di saggi. Sono 41 anni che non fuma, dalla guerra dei Sei giorni, quando giurò che non avrebbe acceso più una sigaretta fino alla pace. Sa che non succederà presto. "La sensibilità che dimostriamo verso qualcuno che è stato rapito - continua - è molto più profonda di quella nei codici dei palestinesi. Noi abbiamo i nostri codici morali, gli arabi i loro. Mandano la gente a farsi saltare in aria. Non credo che neppure durante l'Olocausto qualcuno avrebbe potuto chiederlo a suo figlio. E non sto parlando di uccidere bambini tedeschi, neppure per ammazzare i soldati. Noi non vogliamo distruggerli. I palestinesi a Gaza invece distribuiscono caramelle dopo un attentato". I giornalisti di Haaretz hanno potuto vedere le bozze di lavoro per il libro. In una pagina l'aggettivo "brutale" è cancellato a mano, accompagnava la parola "occupazione". "Ho tolto "brutale" perché mi sembra che ci sia anche una proporzione. Durante quattro anni della seconda intifada, uno degli eserciti più sofisticati al mondo ha affrontato i miliziani: 4 mila palestinesi sono stati uccisi e un migliaio di israeliani. Questo non è nazismo. I nazisti avrebbero ucciso 4 mila persone in un minuto". Davide Frattini Affinità Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua, 71 anni, ha detto in un'intervista al quotidiano "Haaretz" di sentirsi vicino agli ultraortodossi e di trovare i codici degli arabi molto diversi.

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DANDINI, FAZIO, MARCORÈ: PIÙ CORAGGIO SU ISRAELE (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-02-16 num: - pag: 49 autore: di ALDO GRASSO categoria: REDAZIONALE LE IDEE DEL SABATO DANDINI, FAZIO, MARCORè: PIù CORAGGIO SU ISRAELE Sabato sera, quando ho visto Serena Dandini intervistare Enrico Mentana ero così sicuro del buon esito del mio appello che già avevo immaginato l'attacco del pezzo: "Brava Serena, faccio ammenda: non sono certo il più dandiniano tra gli spettatori di Raitre eppure....". Ero sicuro che la Dandini, ospitando Mentana, dicesse due parole di condanna sul boicottaggio contro gli scrittori israeliani, ospiti d'onore alla Fiera del Libro di Torino, o almeno prendesse le distanze dalla fatwa lanciata da Tariq Ramadan. Niente, dovrò aspettare ancora per la mia autocritica. Speravo in Neri Marcorè, ma ha detto che la sua "mission" è un'altra. Speravo molto in Fabio Fazio, sempre così attento ai grandi problemi del mondo e alle cause mediatiche, così pronto a citare Gianni Minà e Gino Strada. Ha ritenuto invece rivolgersi alle agenzie con una giustificazione tutta ligure: "emu za detu", abbiamo già dato, abbiamo già intervistato Amos Oz, abbiamo già intervistato David Grossman. Ma nessuno metteva in discussione la sua correttezza. Gli si chiedeva soltanto, in questo momento, in una particolare situazione dove nelle università ci sono ancora dei cretini che compilano liste di persone da additare come complottatori, di dire una parola, insomma di fare cultura. Chi si occupa di libri, chi parla di cultura (come lodevolmente fa Raitre di Paolo Ruffini) non può rassegnarsi all'idea di un boicottaggio e, come ha scritto giustamente Luciano Canfora, "scendere al livello mentale di Hamas". Il silenzio non sempre ha favorito la comprensione tra gli uomini. Ci sono momenti in cui ci vorrebbe un po' più di coraggio, come l'ha avuto Valentino Parlato, anche a costo di dire qualcosa di impopolare.

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Marek Halter, rabbia e speranza <La rivoluzione arriva dagli Usa> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 16-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Marek Halter, rabbia e speranza "La rivoluzione arriva dagli Usa" A colloquio con lo scrittore apolide, reduce del ghetto di Varsavia da decenni in prima linea nella difesa dei diritti La deriva religiosa del mondo, la crisi dei "lumi" e le fratture dell'islam. La sfida "straordinaria" tra Obama e Clinton Daniele Zaccaria " Gli esseri umani non possono vivere senza sperare, hanno bisogno di sperare, quando non ci sono più speranze, se ne inventano di nuove, individuali o collettive. E' in questo modo che è nato dio e le religioni, è in questo modo, che due secoli fa, è nato l'illuminismo, la più grande speranza laica della Storia. Oggi però, anche quel modello sembra in crisi e di colpo assistiamo a un ritorno del "religioso". Quando gli uomini si sono resi conto che l'"uomo universale" di Voltaire, l'enciclopedia della rivoluzione francese e americana non hanno trovato risposte alle loro domande primordiali, hanno iniziato a tornare in chiesa, in moschea e in sinagoga". Marek Halter, scrittore apolide, reduce del ghetto di Varsavia, amico personale di capi di Stato israeliani come Golda Meir, Ben Gurion, e leader palestinesi come Abu Ayad e Yasser Arafat, è un intellettuale atipico ed eretico. Vive a Parigi dal 1950, ma non è assimilabile alla nutrita pattuglia di pensatori repubblicani e universalisti, da Bernard Henry-Levy ad André Gluksman ad Alain Finkelkraut. Halter è un comunistarista, difende le prerogative del "pensiero complesso" e un concetto di laicità che non coincide necessariamente con lo spazio, fisico e concettuale della sovranità delle nazioni. E' in Italia per presentare il dialogo filosofico, "La mia ira" ( edizioni Spirali ), un colloquio immaginario sulla nostra epoca tra lo scrittore e un vecchio religioso ebreo. Lei disegna uno scenario inquietante, una post-modernità segnata, da una deriva tribale e religiosa Ma no, in fondo non sono così pessimista, perché anche questa fase non durerà a lungo. Dio non è qui per rispondere ai nostri problemi quotidiani, è un punto di riferimento, non è qualcuno a cui puoi dire: "papà mi fa male la pancia". Sono convinto che le religioni facciano parte del nostro patrimonio culturale ma che allo stesso tempo la migliore garanzia della libertà religiosa è la laicità. Appena una religione acquista potere e supremazia sulle altre, esprime una tendenza a distruggerle. La verità di un dio è incompatibile con quella di un altro dio Perché lo sviluppo delle diverse religioni non è stato uniforme? Quel processo di secolarizzazione che, tra alti e bassi, ha caratterizzato l'evoluzione delle società occidentali, fa molta fatica ad imporsi nel mondo musulmano Credo che l'islam sia indietro di sei secoli, lo dico brutalmente ma senza alcuna forma di disprezzo o di superiorità. La Storia è complicata, l'Occidente ha messo al rogo un grande filosofo come Giordano Bruno ed è successo l'altroieri. Il problema è che nel mondo islamico si appiccano ancora roghi; contro gli infedeli, gli apostati, le donne adultere. Certo noi, i "forti", i colonizzatori non li abbiamo aiutati, anzi li abbiamo frenati nella loro evoluzione. Forse, se li avessimo lasciati soli, le cose sarebbero andate in modo differente. L'Islam, per un un certo periodo è stato governato dalle élites ricche, a Baghdad come a Samarcanda dove nacque Avicenna, mentre la grande massa era costituita da popolazioni nomadi che viaggiavano e commerciavano. Era l'epoca del grande Califfato di Grenada, un periodo molto breve nella storia dell'islam. Sì, ma oggi? Oggi l'islam attraversa una profonda crisi. Durante le crociate vennero uccisi milioni di individui, Istanbul venne completamente distrutta, eppure gli stessi conquistatori hanno imparato molte cose. Sono rientrati a casa con maggiori conoscenze e hanno iniziato a riflettere su un nuovo mondo. Mi chiedo se oggi non stia accadendo un fenomeno analogo, forse il paragone è eccessivo, di sicuro una parte dell'Islam è in piena crociata. Penso a un intellettuale come Tariq Ramadam. Qual'è il suo orizzonte, il suo sogno politico? Il Califfato, come ha dichiarato più volte. Le racconto un aneddoto. Ho incontrato Ramadam in un dibattito organizzato da Le Monde . Quando abbiamo esposto le nostre idee il pubblico è rimasto molto sorpreso. Io sono un sostenitore delle comunità, penso che la democrazia sia costituita da minoranze, culturali, politiche, sessuali, religiose. E che tutte insieme arricchiscono la società. Ramadam, che invece si schiera contro il comunitarismo, ha ricevuto gli applausi del pubblico, un pubblico di sinistra e saldamente repubblicano. Poi però, quando hanno capito che Ramadam rifiuta le comunità perché le vede come una limitazione dell'islam, ossia di un'altra comunità, hanno smesso di applaudire. Lui non vuole la separazione ma conquistare la società francese; i musulmani sono il 10% della popolazione, a Ramadam basta questo dato per concepire la Francia come Dar al islam , la terra dell'islam. E' un progetto di conquista. Perché allora parla di crisi dell'islam? Mi riferisco in particolare all'estremismo, al jihadismo politico: malgrado la propaganda e quel che appare dai media, non ci sono molti musulmani disposti a farsi saltare in aria. Mi ha molto colpito un fatto di cronaca avvenuto in Iraq la scorsa settimana quando due donne handicappate mentali sono state usate dai terroristi come kamikaze. Questo vuol dire che Naturalmente la violenza armata, l'assassinio politico e religioso non è una caratteristica naturale dell'islam, si pensi a Belfast, al sanguinoso conflitto tra cattolici e protestanti. Anche gli ebrei erano terroristi, nel '46, '47, '48, gli inglesi hanno lasciato la Palestina perché venivano uccisi dagli ebrei, i 75 morti dell'attentato al King David erano tutti ufficiali dell'esercito britannico. La maggior parte dei popoli che hanno lottato per l'indipendenza si sono serviti del terrore. Tutti i mezzi sono buoni se il fine è giusto? Ebbene no, chi impiega dei metodi sporchi, sporca anche il suo obbiettivo. Si dice che a volte non la violenza è l'unico metodo, ma non è vero. Voglio ricordare a tutti i miei amici palestinesi che la prima Intifada, la rivolta delle pietre, ha ottenuto molta più solidarietà nel mondo che gli attentati sui bus israeliani della seconda Intifada. Ghandi ha liberato un continente, un miliardo di persone con un altro metodo, milioni di individui per terra davanti carriarmati hanno fermato i carriarmati. Un'immagine straordinaria come quella della piazza Tiennamen, mille volte più potente di qualsiasi rappresentazione della rivolta in armi. Martin Luter King ha aiutato l'emancipazione dei neri d'America molto più di Malcom X. La sfida delle primarie Usa tra Barack Obama e Hillary Clinton fa pensare che i contemporanei a volte riescono a vedere più in del proprio tempo. In che epoca viviamo? La nostra è un'epoca affascinante, non sappiamo dove stiamo andando, e conosciamo solo il mondo che non vogliamo. Il XX secolo è stato il laboratorio di tutti i pericoli e questo l'abbiamo compreso sulla nostra pelle. Quel che sta accadendo negli Stati Uniti dimostra però che i popoli sono più maturi dei loro governanti, ma anche degli scrittori e degli intellettuali. L'America neoconservatrice di Bush che ha portato la guerra in terre lontane e ha dato potere agli integralisti cristiani oggi deve scegliere tra un nero e una donna per la sua presidenza, si tratta di un fatto incredibile che infonde grandi speranze e ci fa capire che dobbiamo sempre sperare in nuove rivoluzioni. Perché, come le dicevo, l'uomo non può vivere senza sperare. 16/02/2008.

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L'Unifil denuncia i sorvoli israeliani (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

IN LIBANO L'Unifil denuncia i sorvoli israeliani BEIRUT Mentre, secondo alcuni media di Beirut, fino a 50 mila militanti di Hezbollah si stanno radunando al confine con Israele per fronteggiare un ipotetico invasione dello Stato Ebraico, il giornale libanese Daily Star riferisce che il comandante delle forze Unifil, Claudio Graziano, avrebbe scritto una lettera all'Onu per "denunciare la violazione israeliana del territorio libanese". Un portavoce del generale ha riferito che si tratta di ordinaria amministrazione, e ogni volta che un aereo israeliano sorvola il territorio libanese la violazione viene segnalata. "La questione va risolta attraverso un processo politico e un incremento della fiducia", ha dichiarato di recente Graziano.\.

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ELENA LOEWENTHAL (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il nodo ELENA LOEWENTHAL AGGIORNARE I CONTI CON GLI IDEALI Se tutti i romanzi di Abraham B. Yehoshua si prestano a diversi piani di lettura, Fuoco amico rappresenta il manifesto di questa limpida complessità. Il sapiente, sempre armonico incrocio di voci, tempi e luoghi è lo strumento stilistico che permette allo scrittore di svelare, con sofferta spietatezza, tutta la realtà che lo (e ci) riguarda. I diversi piani di lettura ammiccano sin dal titolo: il "fuoco amico" è quello familiare dei lumi di Hanukkah, perché la storia si consuma durante questa festa che celebra la luce. Ma il "fuoco amico" è anche mortifero, e la morte accompagna i personaggi in cammino nel romanzo. Yehoshua dice spesso che la sua grande, se non unica fonte d'ispirazione, è la famiglia. In particolare, il mistero di quell'amore coniugale che egli mette in scena anche qui, con le sue ossessioni e i suoi cedimenti - ma anche con l'inestricabile segreto della sua tenacia. Il matrimonio di Daniela e Yaari dura da trent'anni, ma quando lei parte per l'Africa per andare a trovare il vedovo della sorella, tutto sembra sussultare. Anche le certezze apparentemente assodate. E qui entra in gioco un altro piano di lettura. Qualche giorno fa David Grossman rifletteva a voce alta sulla necessità, da un punto di vista ebraico e israeliano, di misurarsi con la realtà in mutazione. Con il tempo trascorso dalla fondazione dello stato ebraico, per fare il punto sugli ideali del sionismo. Fuoco amico è anche un romanzo sull'impulso a rimettersi in gioco, come individui e come società. Il che è la naturale conseguenza di una cultura, quella ebraica, fondata sul rifiuto dell'ultima parola: ogni questione è sempre aperta a una parola nuova. Il cognato di Daniela ha lasciato Israele per rivendicare il proprio "diritto ad andare lontano" dopo la morte del figlio, avvenuta per "fuoco amico" in un'azione di guerra, se non altro per avere una visuale diversa. Israele oggi, così come l'ebraismo da sempre, sa che occorre rimettere continuamente a fuoco l'obiettivo sulla realtà, per fare i conti con gli ideali.

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Eyal viene ucciso per errore da un compagno, il padre scappa in Africa per fuggire dall'ebraismo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

LONTANO DA TUTTO Eyal viene ucciso per errore da un compagno, il padre scappa in Africa per fuggire dall'ebraismo Allora non ti dispiace che ti abbia portata a vedere l'elefante, - domanda Yirmy a Daniela con tenerezza. -No, - risponde lei. Sotto la falda del casco coloniale il suo volto non più giovane assume una dolce espressione infantile. Poi aggiunge con un sorriso: - Allora un elefante con un difetto genetico ti interessa di più del primo ministro israeliano... -Perché? Anche lui ha un difetto genetico? - ride Yirmy, spostando lo sguardo verso le colline all'orizzonte. Di ritorno al torrentello camminano tra mucche e pecore mentre gli alti pastori, appoggiati ai loro bastoni, li osservano seri. A poca distanza, in cima a una collina, un filo di fumo sale da una capanna che Daniela non aveva notato in precedenza. - Di' un po', - domanda al cognato, - sarebbe possibile dare un'occhiata a una capanna come quella? - Perché no? - risponde lui. - Ti renderai conto di quale esistenza conduce la gente qui, di quanta miseria ci sia, in che tanfo vivano -. Deviando dal sentiero, Daniela e Yirmy si arrampicano lungo il pendio. Accanto alla capanna pascola una mucca. Una donna africana robusta, in piedi sul tronco mozzo di un albero, spalma sul tetto del tugurio gli escrementi freschi dell'animale. Yirmiyahu le dice qualcosa, le dà una moneta, e sospinge delicatamente la cognata verso l'ingresso. La capanna è vuota. Qua e là ci sono coperte sulle quali è sparso del vasellame di stagno. In un angolo, circondata da pietre di basalto nere, è imprigionata la fiamma di un fuoco violaceo il cui fumo lambisce i bioccoli di paglia che spuntano dal soffitto. -Non hanno paura che il fuoco arrivi alla paglia e bruci la capanna? -Se anche bruciasse, si potrebbe ricostruirla facilmente. Non lasciano spegnere mai il fuoco, sono abituati a tenerlo sempre acceso, da generazioni, pure nel caldo torrido dell'estate. -Un fuoco amico, - sussurra Daniela meditabonda, con gli occhi pieni di lacrime per il fumo. -Sì, - esclama Yirmy con afflizione, - un fuoco veramente amico... Lo sa il diavolo come questa espressione insopportabile ci sia rimasta appiccicata. Lo sai chi è stato il primo a usarla? -No. -Indovina. -Non lo so... -L'uomo a cui vuoi più bene al mondo... -Moran? No, non dirmi Amotz... -Perché no? Proprio lui, a Gerusalemme, nel mio ufficio al ministero degli Esteri. Amotz era venuto a darmi la notizia della morte di Eyal accompagnato da un medico e da un ufficiale dell'esercito perché quando Eyal si era arruolato aveva annotato su un modulo il suo nome e il tuo nel caso avessero dovuto informare i genitori di una disgrazia. Non potevano nascondermi il fatto che era stato ucciso dal fuoco dei suoi commilitoni perché la notizia sarebbe comunque trapelata alla stampa, e mentre ascoltavo, con una freccia avvelenata infilzata nel cuore, quel messaggero di sventura in uniforme che mi spiegava come i nostri soldati avessero aperto il fuoco contro Eyal e illustrava con mano tremante la scena della battaglia, quasi ci fosse stato un vero e proprio combattimento e non la semplice uccisione di un soldato erroneamente scambiato per un ricercato, il tuo Amotz, il mio Amotz, il nostro Amotz, arrivato da Tel Aviv con quel messo, forse ritenendo che io non capissi le spiegazioni, o al contrario, con l'intenzione di consolarmi e allentare un poco la doppia fune che mi stringeva il collo - perché morire per mano dei nostri soldati è cento volte più crudele che morire per mano del nemico -, mi prese la mano, mi abbracciò forte e disse: "Yirmy, quello che vogliono dire è che Eyal è rimasto ucciso da fuoco amico". -Amotz? - mormora Daniela, profondamente addolorata. -Sì, Amotz, e non una sola volta. Ha ripetuto quella frase disgraziata più volte. Io sulle prime avrei voluto mangiarmelo vivo, poi, all'improvviso, in mezzo allo shock e alla rabbia, capii che quell'espressione assurda, quel "fuoco amico", conteneva anche qualcos'altro: una scintilla che mi avrebbe aiutato a ritrovare la strada nel buio fitto che mi attendeva, a riconoscere meglio i nostri veri mali... e allora mi sono innamorato di questa espressione, ho cominciato a usarla a proposito e a sproposito, a contagiare pure gli altri... ecco, anche tu, sorellina, sei entrata in questa squallida capanna africana e hai detto con totale semplicità: fuoco amico... no?.

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Esodi, fughe, grandi ritorni ovadia dialoga con tawfik (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XXI - Genova IL CONFRONTO Esodi, fughe, grandi ritorni Ovadia dialoga con Tawfik Moni Ovadia, Younis Tawfik e Vittorio Franceschi sono i protagonisti domani (ore 20.30, ingresso libero) sul palcoscenico della Corte della seconda serata del ciclo di "Grandi Parole" intitolato "Ebrei e Arabi: incroci paralleli", inteso a portare in primo piano il dialogo tra il patrimonio letterario e spirituale di due tradizioni culturali, quella ebraica e quella araba, di due popoli che la Storia ha - soprattutto nell'ultimo secolo - drammaticamente diviso. Il tema posto al centro della serata di domani è Esodo ed Egira. Su questo, Moni Ovadia, per la cultura ebraica, e il romanziere e intellettuale iracheno Younis Tawfik, per quella araba, dialogheranno, introducendo e commentando i testi affidati alla lettura dello stesso Ovadia e di Vittorio Franceschi. Nel corso della serata saranno letti brani della Bibbia e del Corano, ma anche poesie e testi letterari che parlano della casa perduta, delle persecuzioni storiche e della shoah, anche della speranza e del ritorno a casa. Moni Ovadia leggerà così la fuga dall'Egitto dalla Genesi, ma anche una poesia dello spagnolo Yehudà ha-Levi (Il mio cuore è in Oriente), un racconto cassidico di Israel Baal Shem Tov, una pagina di Primo Levi (Se questo è un uomo), ancora una poesia di Yisra'el Nadjara (I prediletti di Dio) e un brano di Rina Frank (Ogni casa ha bisogno di un balcone); mentre Vittorio Franceschi darà voce a un frammento del Corano e alla fuga di Maometto a Medina (Egira), oltre che ai versi poetici di Ibn Hamdis (La Sicilia perduta e Ricordo della mia patria) e di Muhammad Lamsumi (Occhi che non dormono e Notti d'esilio) e alle pagine narrative del palestiniano Yusuf al-Khatib (Ritornerà con l'estate) e del sudanese Tayeb Salih.

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Mughnyeh, sospetti di tradimento damasco arresta "agenti arabi" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il giallo sull'assassinio del leader di Hezbollah Mughnyeh, sospetti di tradimento Damasco arresta "agenti arabi" DAL NOSTRO INVIATO BEIRUT - Ma come hanno fatto gli assassini di Imad Mughnyeh a sapere che il capo militare dell'Hezbollah si sarebbe trovato la sera di martedì scorso in uno dei più sicuri e meglio controllati quartieri di Damasco per un impegno che lo avrebbe costretto ad esporsi? Il "giallo" sulla morte di Imad Mughnyeh si concentra tutto su questa domanda legittima, se è vero che per vent'anni l'esponente del Partito di Dio cui Stati Uniti e Israele davano la caccia per una lunga serie di attentati terroristici, aveva in sostanza fatto perdere le sue tracce. Qualcuno fra i pochissimi che erano a conoscenza dei suoi movimenti deve averlo tradito. Il giallo sulla sua morte si concentra su questa ipotesi, se è vero che per vent'anni l'esponente del Partito di Dio cui Stati Uniti e Israele davano la caccia, aveva in sostanza fatto perdere le sue tracce. In questa direzione sembrano andare le indiscrezioni riportate da due giornali libanesi. Secondo Al Akhbar, considerato una specie di organo non ufficiale del Partito di dio, l'intelligence siriana avrebbe fermato alcune persone appartenenti a "servizi di sicurezza che operano nei paesi arabi". In un primo tempo si era parlato di cittadini palestinesi, ora il giornale, citando "fonti ben informate" parla di "membri non civili" di questi apparati, "con cittadinanza araba". Interpellate dallo stesso Al Akhbar, le autorità siriane non hanno però voluto commentare. Se ne riparlerà alla fine delle indagini. Nel silenzio delle autorità di Damasco, che serve a nascondere anche un certo imbarazzo, visti gli stretti legami esistenti tra la Siria e gli Hezbollah, sono le ricostruzioni giornalistiche a tenere il campo. Secondo una di queste rivelazioni, fatta dal quotidiano Al Hayat, considerato vicino all'opposizione, Mughnyeh non sarebbe stato ucciso da una bomba piazzata nella sua stessa macchina, ma da un ordigno sistemato in un'auto vicina, fatto detonare al passaggio della vittima designata. L'ideatore dell'attentato sapeva che avrebbe aperto interrogativi sull'efficienza dei servizi di sicurezza siriani. Ma Hezbollah che accusa Israele (cosa che la Siria non ha ufficialmente fatto) non vuole aprire una polemica con Damasco. Tant'è che Mohammad Hassan Yaghi, vice capo del Consiglio esecutivo del Partito di Dio libanese, ha sottolineato che Hezbollah e la Siria conducono un'inchiesta congiunta sull'attentato. "Nessuno - ha detto Yaghi - può accusare la Siria solo perché l'assassinio è avvenuto in quel Paese. Stiamo investigando come la squadra di sicari sia entrata a Damasco". è al nemico esterno che si preferisce guardare: Stati Uniti e Israele. La minaccia di scatenare una guerra aperta allo Stato ebraico (che tuttavia ha negato un suo coinvolgimento nell'attentato) profferita da Hassan Nasrallah al funerale di Mugnyeh, sembra essersi tradotta per il momento, secondo il giornale vicino all'opposizione libanese Al Safir, in una mobilitazione generale dell'organizzazione. La quale avrebbe schierato 50 mila "attivisti" nel sud del Libano, pronti ad ogni evenienza. (a. s).

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Hezbollah schiera 50.000 uomini (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di Redazione - domenica 17 febbraio 2008, 07:00 Hezbollah avrebbe dispiegato al confine con Israele 50mila "attivisti", dichiarando lo stato di allerta nel sud del Libano. Lo rivela il giornale libanese A-Safir, mentre Al-Akhbar, vicino al "Partito di Dio", sostiene che gli investigatori siriani impegnati nelle indagini sull'attentato contro Imad Mugniyeh sospettano un coinvolgimento di "organizzazioni di sicurezza che operano in Paesi arabi" e che fra gli arrestati ci sarebbero funzionari "non civili". Secondo A-Safir, Hezbollah avrebbe evacuato negli ultimi giorni tutti gli edifici nel sud del Libano che ospitano uffici politici o di attività sociali, in vista di un confronto con Israele dopo l'assassinio del comandante militare del "Partito di Dio". Assassinio attribuito allo Stato ebraico, che ha fatto minacciare al leader di Hezbollah "una guerra aperta" contro gli israeliani. Il giornale Al-Akhbar rivela che la possibilità di un nuovo confronto militare con Israele è stata discussa in incontri tra leader di Hezbollah, funzionari iraniani e siriani.

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Primo corso di formazione per imam. Ma senza autocritica (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-02-17 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Islam Cominciato ieri a Milano, si concluderà nella moschea di Brescia. Tra i relatori i fondatori dell'Ucooi Primo corso di formazione per imam. Ma senza autocritica Mentre lo Stato latita sulla cruciale questione della formazione degli imam per la guida delle moschee d'Italia, i musulmani di professione hanno dato vita a un'altra iniziativa per imporsi come unici referenti dell'islam nel nostro Paese. In un modo quasi asettico, come se si trattasse di un qualsiasi corso di formazione affidato a un'agenzia del settore, ma con il chiaro obiettivo di accreditare e legittimare il potere assoluto dell'Ucoii e dei Fratelli Musulmani. Dalla lettura del programma "Corso di formazione: comunità islamiche e Italia", iniziato ieri a Milano nella sede dell'Agenfor e che si concluderà il 24 febbraio nella moschea di Brescia, sembrerebbe quasi un convegno accademico. Peccato che i relatori sono tra i fondatori dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazione islamiche in Italia), ideologicamente affiliato ai Fratelli Musulmani: da Ali Abu Shwaima, responsabile della moschea di Segrate, a Abdel Qader Mohamed, imam di una moschea di Perugia. In aggiunta alle nuove leve dell'Ucoii tra cui spicca Issam Mujahed, portavoce di una moschea di Brescia. Mentre la presenza dell'ex ambasciatore Mario Scialoja è stata determinata da un malinteso con gli organizzatori, non essendo egli stato informato dell'insieme dei relatori. Solo nel comunicato stampa diffuso dall'Agenfor si parla esplicitamente del "Primo corso di formazione per imam e dirigenti di moschee e centri islamici". E il suo presidente, l'arabista Sergio Bianchi, illustra un progetto che è tutt'altro che asettico: "Il nostro obiettivo è di avviare un dialogo con i leader rappresentativi delle minoranze musulmane in Italia affinché il dibattito sul riformismo musulmano non veda escluse le leadership spirituali nazionali ed europee". Traduco: l'Ucoii e i gestori delle moschee, che in Italia sono perlopiù nelle mani dei radicali, devono essere considerati i principali interlocutori dello Stato. La proposta riformista di Bianchi è rivolta alle moschee: "Le moschee oggi, come le parrocchie ieri, possono essere un grande canale di integrazione sociale e nazionale, se sapremo svilupparne le potenzialità, avendo il coraggio di affrontare anche con i nostri concittadini musulmani quei grandi temi del dibattito culturale che agitano la società politica europea: il rapporto tra fede e politica, fra stato e società, fra etica religiosa e etica laica, di conseguenza l'ermeneutica coranica e l'autorità della sharia nelle società occidentali ". Ebbene si tratta di un discorso teorico del tutto decontestualizzato: non vi è nessun riferimento alla diffusa predicazione d'odio nelle moschee d'Italia che ha portato anche recentemente all'espulsione di un imam di Torino; alla collusione con il terrorismo islamico che sfocia periodicamente nell'arresto persino di reclutatori di kamikaze pronti a farsi esplodere in Iraq; al radicamento del pregiudizio nei confronti del diritto di Israele all'esistenza che ha finito per provocare l'annullamento della visita dell'imam della Grande Moschea di Roma alla Sinagoga; alla proliferazione di scuole coraniche clandestine dove si istigano i ragazzi a non integrarsi in seno alla società italiana; alla prevalenza di un'ideologia che afferma il primato della sharia, la legge islamica, a cui dovrebbero sottomettersi l'insieme dei musulmani per favorire l'avvento di un Califfato mondiale. Così come non vi è alcun riferimento sull'arbitrio assoluto con cui vengono gestite le moschee, da parte di imam auto-designati senza alcuna legittimazione religiosa e democratica, con dei bilanci che sono trasparenti solo quando servono a concorrere per riscuotere i finanziamenti concessi alle Onlus culturali qui in Italia, ma che restano opachi nei rapporti con le organizzazioni estremiste islamiche mondiali. Questi problemi reali e che costituiscono la ragione per la quale le moschee rappresentano un'emergenza nazionale, anche se si fa finta che così non sia, sono stati del tutto ignorati. Vi è traccia di questa minaccia alla nostra sicurezza nazionale nei programmi di Berlusconi e Veltroni? Sembrerebbe di no. Il prossimo governo vorrà assumersi la missione di bonificare le moschee dai predicatori d'odio e di assicurare la nascita di un islam italiano con degli imam del tutto compatibili con le nostre leggi e i nostri valori? Speriamo. Inshallah. A scuola Musulmani al corso per imam e dirigenti di moschea Magdi Allam www.corriere.it/allam www.magdiallam.it.

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Avvisi ai naviganti Sostieni la proposta di legge di iniziativa popolare Italia libera da armi nucleari sul sito www (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Avvisi ai naviganti Sostieni la proposta di legge di iniziativa popolare Italia libera da armi nucleari sul sito www.unfuturosenzatomiche.org. Tuttitalia Dopo un periodo di inattività, Un Ponte per... organizza un viaggio di conoscenza e solidarietà in Giordania dal 22 marzo al 1 aprile con un gruppo di 10 persone. Presto ci saranno maggiori informazioni e costo del viaggio definitivo sul sito dell'associazione. Nel frattempo chi è interessato lo segnali sin da ora a viaggi@unponteper.it. Dagli accessori per la casa all'abbigliamento con la nuova offerta di artigianato Altromercato è già Primavera! Che si preferisca uno stile minimal o si prediligano le tinte forti, la nuova collezione Primavera/Estat e Altromercato è una miniera inesauribile di idee, con suggestioni di costumi e culture dall'Estremo Oriente, dall'India e dall'America Latina... per interpretare la bella stagione secondo il proprio gusto e allo stesso tempo offrire un'opportunità di sviluppo reale alle comunità di produttori del Sud del mondo. www.altromercato.it. Foggia Domenica alle 10 al liceo scientifico "A. Volta", incontro coi ragazzi delle scuole assieme a Giancarlo Caselli. Ceglie Messapica (Br) Domenica alle 18 a Palazzo di Città, L'impegno quotidiano contro la criminalità e per la legalità , con Giancarlo Caselli e Guglielmo Minervini; modera Francesco Roma. Taranto Lunedì alle 9 nel Salone di rappresentanza della Provincia, l'iniziativa Verso un mondo nuovo: attualità di Danilo Dolci nel terzo millennio , con drammatizzazione degli studenti e lettura parte Arringa di Piero Calamandrei a difesa di Danilo Dolci nel parlamento italiano. Con A. Bonifazi, Giuseppe Vinci, Lucio Gimmo, Giancarlo Caselli. Organizzato da Libera Taranto. Adelfia (Ba) Lunedì alle 19 nella sede di Azione Cattolica, proiezione di Italia Cosa Nostra e dibattito con Giuseppe Filannino, Portavoce di Libera Bari. Napoli A difesa della libertà e dell'autodeterminazione delle donne : lunedì alle 18.30 allo Spazio Donna, assemblea per disuctere e organizzare iniziative. Lunedì alle 20.30 al cineforum alla bottega del mondo "'O pappece", vico Monteleone 8, proiezione di The Take , film sulle fabbriche argentine recuperate. Roma A Factory Occupata... via di Riva Ostiense, domenica per la rassegna cinematografica "Profondo Ovest, quasi Tirreno", proiezione del film Django di S. Corbucci; ingresso libero. Al csoa Forte Prenestino, domenica Mercato Terra Terra con i produttori terraterra con banchi di verdura, frutta, formaggi, salumi, vini, pane, cosmetica naturale, commercio equo, artigianato. Tutti i prodotti saranno autocertificati e a prezzo sorgente con la possibilità di conoscere direttamente chi produce il cibo che mangiamo. Alle 18.30 Happyritivo goloso aperitivo vegetariano; alle 21 siate serial , proiezione di imperdibili e serie-tv. Il cibo dell'anima. Sei film-doc di Piero Cannizzaro. Storie Ebraiche, Valdesi, di Clausura, di Sikh, dell'Islam, Buddiste Domenica alle 15.30 alla Casa del Cinema, largo Mastroianni 1, Villa Borghese, incontro con il critico Enrico Magrelli; alle 17.30 tavola rotonda Culture e religioni a confronto , con l'autore e esponenti di diverse fedi. Domenica alle 21.30 al Castro, via Caltagirone 6, lo spettacolo Luogo di niente , diretto dal giovane regista Paolo Civati e prodotto dall'Associazione Culturale Malalingua Teatro: la storia, liberamente ispirata dal romanzo di Johnatan Safran Foer "Molto forte, incredibilmente vicino", è quella di un uomo e una donna vittime di una sofferenza le cui cause profonde restano però fuori dalla narrazione. I segni del loro dolore sono tuttavia evidenti, impressi nei gesti dei loro corpi e nella profondità dei loro occhi bagnati. Sofferenza e dolore, che non diventano mai rassegnazione, ma che anzi cedono il passo all' ostinata speranza del sorriso, dell'ironia e dei baci. Nell'equilibrio precario di questa intimità assoluta, si inserisce Mr. Richter, figura di straordinaria vitalità: il vero cantore di queste due solitudini abbracciate. Ingresso 5 euro. Un chicco d'Africa nel mare di Roma . Domenica alle 18.30 alla libreria Griot, via di S. Cecilia 1/A, incontro con la scrittrice e regista Cristina Comencini che per raccontare la sua esperienza in Rwanda, dove ha da poco realizzato un documentario al seguito di un gruppo di studenti romani e per parlare del suo ultimo film "Bianco e Nero". Due volte mia . Spettacolo teatrale su donne e Resistenza. Domenica alle 19 al Teatro Stanze Segrete, via della Penitenza 3, scritto da Laura Pacelli, con la regia di Francesca Montanino, e con la partecipazione di Laura Pacelli, Francesca Montanino e Valentina Rinaldi. L'intero progetto è patrocinato dal "Centro di sostegno psicologico per le donne e la famiglia di Via della Lungara". Nel nome di Giordano Bruno . Le nostre radici laiche: libertà e giustizia, domenica alle 16.30 a piazza Campo de' Fiori. In memoria di Tanya Reinhart. Palestina occupazione/oppressione/apartheid-boicottaggio/disinvestimenti/sanzioni: lunedì alle 18 alla Casa delle Culture, via San Crisogono 45, Wasim Dahmash presenta il libro Palestina Quale futuro? La fine della soluzione dei due stati ; intervengono Corinna Vicenzi, Sergio Cararo, Alfredo Tradardi, Jamil Hilal. Coordina Franco Ottaviano. Perugia Lunedì alle 17 nella sala Partecipazione del Consiglio Regionale, presentazione del libro 20 anni in attesa di giustizia , di Luigino Scricciolo: la vicenda di Scricciolo che ha fatto due anni di carcere e uno di arresti domiciliari per essere assolto, addirittura in istruttoria e senza processo, 20 anni dopo ci appare per alcune modalità una vicenda molto simile a quella dei ragazzi di Spoleto. L'iniziativa è in collaborazione con il Comitato 23 Ottobre che si batte per la liberazione di Michele Fabiani (ora in carcere a Sulmona) e per la fine degli arresti domiciliari degli altri 4 ragazzi di Spoleto arrestati il 23 ottobre. Firenze Secondo appuntamento del IX Seminario di Geopolitica a cura di Vie Nuove in collaborazione con il Forum per i problemi della Pace e della Guerra. Lunedì alle 21.15 in viale Giannotti 13 India: il quadro internazionale e la rivalità a distanza con la Cina con Sandro Bordone dell'Università di Pavia. Scuola nazionale di scrittura teatrale. Lunedì alle 12 nella Sala Stampa della Provincia, Palazzo Medici Riccardi - via dei Ginori, conferenza stampa per presentare Drammaturgia e violenza alle donne . Un corretto consumo, promuovere la tutela ambientale e il rispetto (anche per non andare incontro a situazioni a dir poco "spiacevoli"). E' l'obiettivo del corso gratuito di micologia aperto a tutt* per conoscere meglio i funghi. Lunedì il primo incontro alle 21 alla Fattoria dei Ragazzi in via dei Bassi 12. Le altre date: 25 febbraio e 5 marzo. Info: 0557331367. Presentazione del libro Di sognie d'amore. Poesie 1960-1964 assieme all'autore Roberto Vecchioni, lunedì alle 18 alla libreria Feltrinelli, via de' Cerretani 30. Per il ciclo di incontri filosofici di Quinto Alto, 4° percorso di lettura di Marino Rosso: L 'avvenire di un'illusione di Sigmund Freud. Lunedì alle 17.15 nella Sala Ferri di Palazzo Strozzi. Ravenna Al via ParolErranti. Scrittura e musica dalle migrazioni , il ciclo di incontri che fino al 7 aprile ci fa scoprire la nuova letteratura italiana ad opera di autori di origine straniera che hanno scelto la lingua di Dante come veicolo di espressione. Alle 17.30 al Mama's Club in via San Mama 75 Tahar Lamri (Algeria) con Mabrouk & Gnawa Rai al liuto e percussioni (Tunisia - Algeria). Bologna Sono passati solo pochi mesi da quando i monaci birmani hanno catalizzato l'interesse dell'opinione pubblica mondiale con la loro rivolta pacifica. Ora, attraverso le immagini di Luca Forno, conosciamoli nella loro quotidianità. Birmania: i monaci e gli inutili sovrappassi è la mostra che ti aspetta fino al 24 febbraio alla Feltrinelli in piazza Ravegnana 1. Domenica alle 18 in piazza Nettuno, venusfest poetica per il libero pensatore eretico Giordano Bruno. La Bottega dell'Elefante. Luca Alessandrini legge i brani del libro Letture da un diario partigiano, da una intervista al suo estensore mezzo secolo dopo e da un successivo commento dello stesso : lunedì alle 21 al Circolo Pavese, viale del Pratello 53. Ferrara Nell'ambito del corso organizzato dall'Università Accesso ai farmaci nei Paesi in via di sviluppo , martedì 19 alle 14.30 nell'Aula E1 interviene Umberto Pizzolato operatore umanitario di Medici senza Frontiere. Coriano (Rn) Da Rimini alla Campania. La difesa dell'ambiente e della dignità umana . Domenica alle 15 presso l'inceneritore di Raibano, presidio? one step! Non aspettare che qualcuno difenda la tua salute e il territorio. Fallo tu! Dopo due anni e mezzo di lotte e iniziative controinformative su tutto il territorio della Provincia, dall'assemblea pubblica del 30 gennaio, è stato lanciato un presidio pubblico davanti all'inceneritore di Raibano. Le strategie alternative all'incenerimento dei rifiuti esistono e le vogliamo! Questo sarà solo l'inizio di una serie di iniziative in difesa dei beni comuni, della nostra salute e del nostro ambiente. Iniziativa organizzata dai Comitati territoriali in difesa dell'Ambiente Verona Quando il vissuto degli stranieri mi obbliga alla narrazione... Te li racconto diversi : momenti di esperienza professionale rivissuti attraverso racconti inediti su tematiche dell'accoglienza, dell'intercultura e dell'integrazione. Lunedì alle 20.45 parrocchia di S. Nicolò all'Arena con l'insegnante Marcella Cecchini e Giampaolo Trevisi vice questore di Verona. A cura di Pax Christi. S. Giovanni L. (Vr) Dopo alcuni anni di silenzio la poesia torna a "cantare" nei pomeriggi di domenica al vecchio rustico del Centro culturale e lo fa oggi con Con gli occhi di una donna la poesia di Marta Vaccari detta da Daniela Serafin e dal pianoforte di Graziano Guendalini. Telefonini spenti! Chiuppano (Vi) Ampliamento dell'inceneritore di Schio "Ca Capretta" e rischi sulla salute : lunedì alle 20.30 a Palazzo Colere con Gianni Tamino docente Università di Padova dipartimento di Biologia, Massimo della Marina del Comitato Genitori Preoccupati degli effetti sulla salute dell'inceneritore e Marco Rampone del Comitato vigilanza e controllo dell'inceneritore. Olgiate M. (Lc) Infopoint Emergency alle 17.30 nella Sala civica per il concerto di Roberto Ciotti tra i più grandi chitarristi blues del vecchio continente. Menaggio (Co) Sostiene il progetto di Pax Christi per la costruzione di una biblioteca giovanile in una comunità rurale in Salvador la vendita di libri e prodotti Cees nella Sala Mostre in piazza Garibaldi. Barlassina (Co) Quarto ciclo di incontri per la promozione di una cultura di pace e legalità : alle 9 nella Sala E. Longoni in corso Milano 49 con Lorenzo Frigerio di Libera. Villa Guardia (Co) Il film di Steven Spielberg Schindler's List alle 20.30 nella Sala consiliare del comune in via Varesina 72. Stradella (Pv) Ultimo appuntamento col teatro di figura al Sociale di Stradella, con Laura Kibel e il teatro "fatto con i piedi". Domenica alle 16.30 si chiude Baracche e burattini, nonni e bambini . Sul palco Laura Kibel e il suo "Va' dove ti porta il piede", show dove i personaggi non sono azionati dalle mani, come nelle tradizionali marionette? ma da i piedi, in un crescendo di situazioni e movimenti al limite del contorsionismo. Ingresso: da 2 a 7 euro. Milano Con Pippo Ranci, professore di Politica economica all'Università Cattolica di Milano e presidente dell'Autorità per l'energia Elettrica e il Gas dal 1996 al 200,3 si parla di Cittadini, mercato consumi lunedì alle 17.15 in via Lanzone 36. Per il seminario permanente Lavoro e Sviluppo "Che cosa succede con la centralità del consumatore" organizzato da Ismo e Fondazione Giulio Pastore. Vista l'aria che tira... Domenica alle 18 al Circolo dei Malfattori, via Torricelli 19, incontro-dibattito su aborto e sessualità . Torino Il diritto alla salute, il volontariato, l'adozione a distanza: Un pomeriggio in Senegal - Informarsi e attivarsi alle 16.30 al Centro Umanista in via Cassini 40. Con anche diaporacconti, la mostra fotografica "Visages" e artigianato tipico, i cui proventi aiutano la campagna di prevenzione della malaria che uccide 2 milioni di persone ogni anno (120mila solo in Senegal). 17/02/2008.

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Gaza Kouchner: <Togliere il blocco alla Striscia>. Hamas accusa Israele per l'uccisione di un leader e dei figli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Gaza Kouchner: "Togliere il blocco alla Striscia". Hamas accusa Israele per l'uccisione di un leader e dei figli Israele nega ogni responsabilità nella strage della famiglia di un militante palestinese nel campo profughi di Burej, nei pressi di Città di Gaza. Ma Hamas e Jihad islamica insistono nel dire che un'aereo dell'aeronautica israeliana ha sparato un missile contro l'abitazione di Ayman al-Fayed, capo di una cellula delle 'Brigate Al Quds', braccio armato di Jihad. Il militante, due suoi figlioletti e altri cinque palestinesi sono morti; altre 45 persone, tra cui 15 bambini, sono rimaste ferite. La casa di Fayad è stata devastata da una potente esplosione che testimoni e fonti mediche hanno attribuito a un missile sparato da un aereo israeliano. La deflagrazione ha danneggiato altre dieci abitazioni, come testimoniato da un corrispondente dell'agenzia Afp. Nella Striscia di Gaza vi sono otto campi profughi e quello di Bureji è il più piccolo e il più popoloso. Almeno 180 persone, in prevalenza militanti di Gaza, sono morte dalla ripresa dei colloqui di pace in novembre ad Annapolis tra Israele e il presidente palestinese, il moderato Abu Mazen, costretto a riparare nella Cisgiordania occupata dopo il colpo di mano di Hamas. Da settimane Israele tiene chiusi i valichi con la Striscia di Gaza in risposta agli attacchi di razzi dei gruppi militanti palestinesi. Il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ha esortato Israele a togliere il blocco alla Striscia e a congelare la politica degli insediamenti nella Cisgiordania occupata. "La situazione economica e umanitaria a Gaza è particolarmente grave. Il blocco colpisce direttamente l'intera economia e le condizioni di vita. Chiediamo che sia revocato il blocco di Gaza per consentire il libero movimento di persone e merci", ha detto il responsabile della diplomazia francese in un'intervista concessa al giornale "Al-Quds" in concomitanza con la sua missione nella regione. 17/02/2008.

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Le "Madri" di Barbara Cupisti per una sera da Artintown (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

PRESENTAZIONE Le "Madri" di Barbara Cupisti per una sera da Artintown Il dolore per la perdita di un figlio, che sia vittima o carnefice, non ha bandiere: è profondo e straziante, ingiusto e incomprensibile, non ci sono differenze legate alla razza o al credo. E' questo il messaggio, forte, che arriva dal film "Madri" di Barbara Cupisti che viene proiettato a Torino martedì 19 alle 21 da Artintown, via Berthollet 25. Girato tra Israele e Palestina, è basato sulle testimonianze delle madri che vivono in questa terra dilaniata da una guerra infinita e che hanno vissuto la tragica e dolorosa esperienza di non vedere rientrare a casa i figli. Il film racconta conflitti e drammi privati che sono anch'essi storia: di dolore, di morte, di speranza, di compassione. C'è la mamma di Malki, 15 anni, vittima di un kamikaze alla pizzeria Sbarro a Gerusalemme nel 2002, e quella Izz, il ventunenne di Jenin autore dell'attentato. Le donne protagoniste del lavoro, distribuito con Ucca e Rai Cinema, hanno idee, estrazioni culturali e sociali diverse ma tutte condividono un desiderio, che non è politico o ideologico ma è un messaggio che viene dal cuore: non ci devono più essere innocenti a pagare per colpe non loro. La serata è organizzata per presentare la quinta edizione di "Giovane e Innocente", concorso per saggi e articoli di critica cinematografica su web organizzato da Effettonotte Online. L'ingresso è libero. Info: www.effettonotteonline.com. \.

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STA' A VEDERE CHE STAVOLTA IL BEL PAESE RIESCE AD AFFACCIARSI SUL FUTURO E A FARE FINALMENTE UN SALT (sezione: Israele/Palestina)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 17-02-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Sta' a vedere che stavolta il Bel Paese riesce ad affacciarsi sul futuro e a fare finalmente un salto di qualità. È infatti in corso l'asta per l'assegnazione delle frequenze Wi-Max destinate a portare internet senza cavo e su banda larga (e quindi veloce) in quella vasta parte d'Italia attualmente non coperta dal servizio: il territorio di quasi metà degli ottomila comuni italiani. Ad asta conclusa i vincitori si divideranno le zone tuttora oscurate e anche noi potremo finalmente correre su autostrade informatiche. Per la buona salute dell'economia è un'occasione d'oro: comunicazione più veloce vuol dire tempi ridotti all'essenziale, burocrazia azzerata ed efficienza moltiplicata per aziende, professionisti, amministrazioni e semplici cittadini. E soprattutto la possibilità di aprirsi a quello che negli Usa è già considerata la nuova frontiera del mercato e del business pubblicitario: le inserzioni via internet, che stanno rapidamente annullando il gap con carta stampata e tv. In ballo ci sono 35 frequenze, 14 delle quali legate a sette aree tra regionali (Sicilia e Sardegna) e macroregionali (Lombardia, Trento e Bolzano; Piemonte, Liguria e Toscana; Veneto, Emilia e Marche; Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise; Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) e altre ventuno richieste da comuni e province. Trentacinque frequenze per le quali stanno combattendo i ventidue pretendenti rimasti in gara. Al nastro di partenza per aggiudicarsi le nuove concessioni si sono presentati tutti i big delle telecomunicazioni: la Telecom di Franco Bernabè, naturalmente, ma anche il gruppo italo-egiziano Wind, gli italo-svizzeri della Fastweb di Silvio Scaglia e pure una società del gruppo Mediaset. La presenza del colosso di Cologno Monzese aveva fatto immaginare un interesse della famiglia Berlusconi non solo per il nuovo affare, ma anche per le molteplici possibilità di sinergia tra internet e la televisione. Forse un desiderio, ma di difficile realizzazione: il bando di gara, infatti, esclude chiaramente che attraverso queste frequenze si possa far correre il segnale della tv digitale terrestre. Vedremo. E accanto ai big, si sono fatti avanti anche un bel po' di outsider. Come il fondo d'investimento Gilo Ventures che fa capo al finanziere israelo-americano David Gilo; l'emergente gruppo Toto costruzioni, proprietario anche di AirOne; la rampante Aft, milanese, che vede tra i suoi soci la Sopaf dei Magnoni e Marco De Benedetti, ex amministratore delegato di Tim; l'ambizioso Raimondo Lagostena, patron di Odeon Tv e già impegnato nel business del digitale terrestre con la sua Profit. Di rilancio in rilancio - altri ne seguiranno nei prossimi giorni - la torta delle frequenze ha già superato il valore di 73 milioni di euro, e alcuni dei contendenti iniziali hanno abbandonato la corsa: anche due big come Toto e Wind. Saremo pure il paese che non riesce a costruire né ponti né autostrade né termovalorizzatori, ma almeno un'infrastruttura che guarda al futuro presto ce l'avremo. Pur se alquanto immateriale.

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