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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


top          ARTICOLI DEL 10 e 11 marzo 2008       #TOP



Report "Israele/Palestina"

Olmert approva nuovi insediamenti ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: IL PREMIER israeliano Ehud Olmert ha approvato un piano che prevede la costruzione di 750 nuove case nel quartiere di Agan Ayelot, insediamento di Givat Zeev, in Cisgiordania. Il piano "è conforme con la nostra posizione di sempre per cui le costruzioni all'interno dei grossi blocchi di insediamenti, che rimarranno parte di Israele in qualunque accordo sullo status finale,

Israele sta indebolendo Abu Mazen, Hamas così sarà sempre più forte ( da "Unita, L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: avremmo voluto che la comunità internazionale avesse usato lo stesso metro di misura nel condannare la strage di innocenti compiuta da Israele nei giorni scorsi a Gaza. Ciò purtroppo non è avvenuto e questo doppiopesismo non aiuta il dialogo...". Dopo la strage di Gerusalemme, il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha ribadito la sua volontà di proseguire nei negoziati con l'Anp;

Via a nuovi insediamenti Da Olmert sì a 750 case ( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il premier israeliano Ehud Olmert ha approvato, ieri, un piano che prevede la costruzione di 750 nuove case nel quartiere di Agan Ayelot, insediamento di Givat Zeev, in Cisgiordania. "Le costruzioni all'interno di grossi blocchi di insediamenti - ha commentato il portavoce del primo ministro, Mark Regev -, che rimarranno comunque parte di Israele,

OBAMA E IL VOTO EBRAICO CALUNNIE E INSINUAZIONI ( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Naturalmente Israele ha subito replicato che questa linea politica non è né realistica né accettabile. Le risulta che un presidente americano sia mai stato eletto contro il parere della lobby (in senso buono) ebraica di quel Paese? Sergio Matarasso matarass@unina.

Regge la tregua a Gaza ( da "Tempo, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: parti sta arrivando di fatto a stabilire negoziati indiretti fra Israele e Hamas. Dopo i colloqui fra i responsabili della sicurezza egiziana e delegazioni di Hamas e della Jihad Islamica avvenuti giovedì scorso, oggi è volato al Cairo Amos Gilad, responsabile del dipartimento politica e sicurezza del ministero della Difesa israeliano, per consultazioni con i negoziatori egiziani.

PER comprendere l'abitudine europea di tollerare l'intollerabile si dovrebbero leggere ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: per denunciare che Israele tradisce l'essenza stessa del giudaismo. Sarebbe l'amore per gli ebrei a legittimare la violenza della critica a Israele. Dimenticano che superstiti della Shoah hanno chiesto una sola cosa all'Europa e al mondo: di non far ricadere su Israele la maledizione che si era abbattuta su di loro.

Un monarca, per favore ( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie. Questa sarebbe la democrazia "modernizzata" che hanno in testa anche politici molto diversi,

Dal nostro corrispondente NEW YORK - Chi salverà il partito democrati ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: e infatti ha già in cantiere un viaggio in Israele la settimana prossima. McCain cioè si comporta da contendente per la Casa Bianca, mentre Hillary e Obama sono impegnati in un corpo a corpo per la nomination. Molti, proccupati, propongono soluzioni. Bill Clinton ad esempio suggerisce che si formi la dream team, la "squadra di sogno".

ROMA Un rischio calcolato, quello che la Fondazione Alda Fendi e il regista Raffaele Curi h ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: il muro fra Palestina e Israele, o, indifferentemente, ogni muro che separa e allontana) il Poeta giace accucciato, abbracciando un agnello. L'attore giordano Sami Haven, in questi panni, è figura purissima ed elegante, i lunghi occhi scuri che "parlano" del Buon Pastore e di Mohammed il profeta, della loro verità cumulabile,

CITTA' DEL VATICANO - Di questo passo, con le nuove scoperte scientifiche, la pillola p ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: alla preghiera dell'Angelus, si sono ascoltati due appelli per ciò che sta accadendo in Israele e nella striscia di Gaza e per la liberazione del vescovo iracheno rapito. "A tutti chiedo, in nome di Dio, di lasciare le vie tortuose dell'odio e di percorrere responsabilmente cammini di dialogo e di fiducia".

ROMA - I cristiani devono modificare la preghiera? Lo facessero anche gli ebrei, a cui chied ( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: argomento è intervenuto anche il rabbino capo d'Israele Yona Metzgher: "In merito alla modifica della preghiera - ha detto a margine della celebrazione per l'insediamento del nuovo rabbino capo di Trieste - abbiamo inviato alcune settimane fa una lettera al Papa. Abbiamo spiegato la nostra sorpresa e aspettiamo una sua risposta".

L'allarme della comunità ebraica "pochi di noi in parlamento" - massimo vanni ( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: qualunque sia il governo in Israele". Ma proprio queste considerazioni, ha aggiunto Pacifici, devono chiarire "come non possano più esistere pregiudizi per nessun schieramento, a cominciare dal Pdl". Intanto riaffiora la polemica sulla preghiera del Venerdì Santo, proposta dalla Chiesa cattolica per le comunità che scelgono la messa in latino,

Strage a Gerusalemme l'Onu non la condanna ( da "Opinione, L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ambasciatore israeliano all'Onu, Dan Gillerman, ha esplicitamente condannato l'opposizione della Libia all'approvazione della dichiarazione, dicendo ai giornalisti che il "Consiglio di Sicurezza è infiltrato da terroristi". "Si tratta di un paese che ha prodotto Lockerbie", ha poi spiegato Gillermann, riferendosi all'abbattimento nel 1989 del volo PanAm 103 sui cieli della Scozia,

Unifil, un silenzio colpevole ( da "Opinione, L'" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: consegnato da Israele all'Onu: Hezbollah pronti alla guerra Unifil, un silenzio colpevole di Michael Sfaradi La risoluzione Onu 1701 impose il cessate il fuoco fra Israele ed Hezbollah e mise fine alla guerra che infiammò il Libano lo scorso anno. Israele doveva ritirare tutte le truppe presenti sul territorio libanese ed Hezbollah disarmarsi e restituire i soldati israeliani rapiti.

Gerusalemme, ancora sangue sulla Torah ( da "Avanti!" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: uscita e più Israele si indeboliva. Prima della strage di giovedì scorso a Gerusalemme, il messaggio dominante sui circuiti mediatici era uno solo: Israele uccide i civili palestinesi pur di colpire i suoi nemici. Oggi anche Israele è caduta nell'elenco delle vittime, ma il problema di quest'assenza di strategia diventa la crisi dell'

'I dieci comandamenti? Mosè era sotto l'effetto di droghe' ( da "Quotidiano.net" del 10-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: affermazione è dello studioso israeliano Benny Shanon, professore di psicologica cognitiva dell'università di Gerusalemme. "Non sarebbe un evento sovrannaturale". Alla base delle 'visioni ci sarebbero sostanze narcotizzanti TEATRO SOCIALE Stagione di prosa 2007/2008"Il compleanno" al Teatro Lauro RossiStagione di qualità al Teatro ComunaleLa Belle Epoque.

Tregua Israele-Hamas Trattative segrete, ma le due parti negano ( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Da venerdì i palestinesi hanno sparato "solo" tre razzi Qassam contro Israele. La radio Al Aqsa, la voce degli integralisti di Hamas, trasmette melodie popolari o innocue musiche islamiche. Domenica il fuoco si è ridotto a un missile e a un colpo di mortaio. La media giornaliera dei giorni più "caldi", come il 29 febbraio, era di una cinquantina.

Fascismo, tempesta su ciarrapico fini e bossi: serve un passo indietro - gianluca luzi ( da "Repubblica, La" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 44 una delle più importanti famiglie israelite di Roma". Ma per molte ore, dal momento in cui la Repubblica usciva ieri mattina in edicola con l'intervista di Ciarrapico, fino alla drastica correzione di rotta dell'imprenditore ciociaro, numero undici della lista del Pdl per il Senato nel Lazio, la tempesta si era scatenata violentissima.

Ciarrapico: sono fascista. Bufera nel PdL In pista al Senato, Fini e Bossi furiosi con Berlusconi: non l'abbiamo scelto noi. Poi la retromarcia ( da "Unita, L'" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 44 una delle più importanti famiglie israelite in Roma: questo è ciò che conta". Troppo facile. Sono solo di poche ore prima ben altre sue chiare parole dette in un'intervista a Repubblica. "Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie ma non l'ho mai rinnegato" e la mente non è stata "mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici"".

<Non rinnego. Neppure Silvio ha mai festeggiato il 25 aprile> ( da "Corriere della Sera" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israelite in Roma". Una vera e propria abiura. Ma in cuor suo, assicurano gli amici, sogna ancora di morire in camicia nera, come dichiarava ad aprile dello scorso anno. Il saluto Ai funerali di Edda Ciano, aprile 1995 Anni '80 Ciarrapico con Licio Gelli Centrodestra Con Gianni Letta Famiglia L'editore con la moglie Candidato Giuseppe Ciarrapico è in lista per il Senato Paolo Foschi.

Nirenstein, Roccella e Sbai Il Pdl oltre il relativismo? Tre donne per tre culture. Ma Ciarrapico già le divide. L'antifascismo è superato ( da "Unita, L'" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: E come farà la combattiva giornalista ebrea a concilare la sua strenua difesa di Israele e della politica Usa sul Medio Oriente con l'islamica Souad Sbai, presidente delle donne marocchine in Italia? Ieri sono state presentate come le rose all'occhiello del Pdl le tre donne che certamente non sono "figurine", come ha detto Roccella, né veline o "letteronze".

Se il nemico dell'islam viene zittito in tribunale ( da "Corriere della Sera" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: con riferimento a quanto ho scritto sul suo conto nel mio libro "Viva Israele". 2) Richiesta risarcimento danni da parte dell'avv. Luca Bauccio per conto dell'Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia), con riferimento al mio articolo pubblicato sul Corriere il 4 settembre 2007. 3) Richiesta risarcimento danni da parte dell'avv.

ROMA A rinunciare alla candidatura nel Pdl non ha mai pensato. Neppure dopo l'orgoglios ( da "Messaggero, Il" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: un politico che stimo enormemente per essere andato in Israele, con la chippà in testa, a riconoscere le colpe del fascismo. E ha pagato perdendo un pezzo del suo partito. E poi An ormai non esiste più, c'è solo il Pdl". Ma è stato Berlusconi, non Fini a candidare Ciarrapico. "Appunto, e sarà Berlusconi a risolvere la questione".

AMMAN - Il movimento islamico palestinese Hamas ha avviato negoziati con Israele per raggiungere una ( da "Messaggero, Il" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract:

<Vendere un rene per uccidere il ministro israeliano> ( da "Corriere della Sera" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: elimina il nemico riceve 400 mila dollari raccolti con il commercio di organi "Vendere un rene per uccidere il ministro israeliano" Iniziativa a Teheran di un gruppo di studenti universitari. Nel mirino Ehud Barak DAL NOSTRO INVIATO TEHERAN - Un rene in cambio della testa del ministro della Difesa israeliano. Anzi più di uno fino a raggiungere la discreta cifra di 400mila dollari.

Nuovo stop e salta il vertice ( da "Stampa, La" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Senza avere nulla di concreto in mano, è inutile che i rabbini vengano da Israele". La delegazione da Gerusalemme, assicura il rabbino capo di Roma, "non arriverà". In attesa di "chiarimenti", al momento "è tutto rinviato e sono in corso trattative con il Vaticano". \.

NIRENSTEIN: <LA LIGURIA?IMPARERò A CONOSCERLA> ( da "Secolo XIX, Il" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: è nessuna ragione di parlare per il semplice motivo che non esisterebbe se accettasse di parlare con Israele. Hamas e tutte le forze integraliste islamiche hanno l'obiettivo di distruggere Israele. Non si può parlare col vertice del terrorismo internazionale, che ha la sua testa in Iran con Ahmadinejad che prepara le sue armi non solo contro Israele ma contro tutto l'Occidente.

Hamas-Israele, scoppia la tregua di fatto ( da "Manifesto, Il" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Hamas - ha proseguito Abu Mazen - ha chiesto a Israele di non uccidere i suoi leader e quelli del Jihad islami". Ehud Olmert naturalmente ha smentito. "Non ci sono accordi né negoziati, diretti o indiretti con Hamas", ha affermato il premier israeliano, sostenuto dal ministro della difesa Ehud Barak.

Gaza, voci su tregua Israele-Hamas ( da "Liberazione" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il premier israeliano, Ehud Olmert, ha tuttavia negato che Israele sia impegnato in una trattativa del genere con Hamas, e sottolineato che non vi sarebbe alcuna ragione di colpire Gaza se da lì non partissero salve di razzi. "Non vi è alcun accordo, non vi sono negoziati nè diretti nè indiretti", ha insistito il premier.

Dalla Striscia a Beirut, sono tre i fronti che allarmano gli Usa ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 11-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: al confine tra Israele e il sud del Libano, regno di Hezbollah. Nel 2006, il conflitto tra Tsahal e il partito di Dio scoppiò a pochi giorni dall'azione militare a Gaza dopo il rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit. Sono dunque tre i fronti che preoccupano l'America: quello della Striscia, tra Israele e Hamas;


Articoli

Olmert approva nuovi insediamenti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

? GERUSALEMME ? IL PREMIER israeliano Ehud Olmert ha approvato un piano che prevede la costruzione di 750 nuove case nel quartiere di Agan Ayelot, insediamento di Givat Zeev, in Cisgiordania. Il piano "è conforme con la nostra posizione di sempre per cui le costruzioni all'interno dei grossi blocchi di insediamenti, che rimarranno parte di Israele in qualunque accordo sullo status finale, proseguiranno", ha commentato il portavoce del primo ministro, Mark Regev. La decisione è stata accolta negativamente dal negoziatore capo palestinese Saeb Erekat: "Mi sembra che gli israeliani siano decisi a mettere i bastoni tra le ruote dei negoziati. Questo minerà gli sforzi americani di ravvivare il negoziato". - -->.

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Israele sta indebolendo Abu Mazen, Hamas così sarà sempre più forte (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del YASSER ABED RABBOL'ex ministro dell'Anp: il mondo non ha condannato la strage dei palestinesi a Gaza con la stessa forza usata per quella di Gerusalemme "Israele sta indebolendo Abu Mazen, Hamas così sarà sempre più forte" di Umberto De Giovannangeli "Non basta evocare lo "spirito" di Annapolis. La strada dei fallimenti dei negoziati di pace è costellata di buone intenzioni contraddette dai fatti. Nei Territori cresce rabbia e frustrazione. E in questa situazione hanno gioco facile coloro che si oppongono con ogni mezzo ad una pace equa, duratura, tra pari". A parlare è Yasser Abed Rabbo, segretario del Comitato esecutivo dell'Olp, già ministro dell'Autorità nazionale palestinese. In questa intervista a l'Unità, Rabbo denuncia: "Israele ci impedisce di riportare ordine in Cisgiordania e fa del suo meglio per indebolire l'Anp". Il presidente Abu Mazen ha condannato con forza la strage alla scuola rabbinica di Gerusalemme. "Esecutori e mandanti sono nemici della causa palestinese, ne infangano l'immagine nel mondo ed espongono la popolazione civile palestinese alla rappresaglia israeliana. La nostra condanna dell'attentato di Gerusalemme è netta, totale, ma avremmo voluto che la comunità internazionale avesse usato lo stesso metro di misura nel condannare la strage di innocenti compiuta da Israele nei giorni scorsi a Gaza. Ciò purtroppo non è avvenuto e questo doppiopesismo non aiuta il dialogo...". Dopo la strage di Gerusalemme, il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha ribadito la sua volontà di proseguire nei negoziati con l'Anp; una scelta confermata dal suo portavoce, Avi Pazner in una intervista a l'Unità. "È una presa di posizione importante ma non sufficiente. Importante, perché Olmert ha compreso che Israele non può fondare la sua sicurezza sull'esercizio della forza; ma non sufficiente, perché il negoziato fatica a fare passi in avanti, mentre sul campo la situazione peggiora sempre di più". Israele insiste nell'addossare le responsabilità di questa situazione ad Hamas. "Lei sa bene cosa penso di Hamas, del suo avventurismo, della logica golpista che ha animato i suoi leader, così come penso che Hamas debba essere sconfitto politicamente e non con le armi. Israele non può ripetere con Hamas lo stesso "gioco" operato ai tempi di Arafat.". Vale a dire? "Farne il pretesto per giustificare scelte unilaterali e una politica dei fatti compiuti che vanifica il senso stesso del negoziato: penso agli oltre 500 ceckpoint in Cisgiordania, ad una colonizzazione che non si è mai interrotta, penso alle punizioni collettive inflitte alla popolazione di Gaza: Israele non può giustificare tutto con la lotta al terrorismo, perché la colonizzazione della Cisgiordania, l'esproprio di terre palestinesi, non hanno nulla a che vedere con la sicurezza. Il pugno di ferro non indebolisce il campo estremista ma al contrario lo rafforza. Hamas e Israele stanno contribuendo a peggiorare la situazione allo scopo di separare la Striscia dal resto dei territori occupati e passarla al controllo dell'Egitto". Da dove si dovrebbe ripartire per ridare slancio al processo di pace? "Non c'è da esercitare alcuna fantasia negoziale: i contenuti di un accordo di pace sono già indicati nelle risoluzioni Onu, nell'elaborazione dell'Iniziativa di Ginevra, nella stessa Road Map, così come è indicato lo sbocco: quello di due Stati. Ciò che va verificata e messa alla prova è la volontà politica di giungere in un tempo certo ad una pace globale". C'è chi teme che la strage al collegio rabbinico sia l'inizio della terza Intifada. "Ad Annapolis diversi leader arabi avevano messo in guardia sulle conseguenze disastrose di un fallimento del negoziato di pace. Non è allarmismo, è la verità. Stavolta, però, ad esplodere non sarebbero solo i Territori ma l'intero Medio Oriente". A seguito della strage alla scuola rabbinica, il parlamentare laburista ed ex capo del Mossad, Dani Yatom, ha proposto di realizzare un Muro a Gerusalemme per proteggersi dai palestinesi della parte araba. "Il Muro in Cisgiordania, ora il Muro a Gerusalemme, Gaza isolata dal mondo e trasformata in una gabbia con dentro un milione e mezzo di palestinesi: non è imprigionando un popolo che nascerà la pace in Palestina".

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Via a nuovi insediamenti Da Olmert sì a 750 case (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-10 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Cisgiordania Via a nuovi insediamenti Da Olmert sì a 750 case TEL AVIV - Il premier israeliano Ehud Olmert ha approvato, ieri, un piano che prevede la costruzione di 750 nuove case nel quartiere di Agan Ayelot, insediamento di Givat Zeev, in Cisgiordania. "Le costruzioni all'interno di grossi blocchi di insediamenti - ha commentato il portavoce del primo ministro, Mark Regev -, che rimarranno comunque parte di Israele, proseguiranno". Critico il negoziatore capo palestinese Saeb Erekat: "Questo minerà gli sforzi americani di ravvivare il negoziato".

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OBAMA E IL VOTO EBRAICO CALUNNIE E INSINUAZIONI (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-03-10 num: - pag: 29 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano OBAMA E IL VOTO EBRAICO CALUNNIE E INSINUAZIONI Non sono un esperto di politica americana, ma ritengo ragionevole prevedere che se Barak Obama sarà il candidato democratico alla presidenza, il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà sicuramente il repubblicano McCain. Per un motivo molto semplice. Obama ha tra i progetti del suo programma, preannunciato sul Medio Oriente, iniziative in stretto contrasto con la tradizionale politica americana come, ad esempio, una conferenza dedicata al futuro della Regione con l'intervento determinante del presidente dell'Iran e della Siria, le cui posizioni integraliste, filoterroriste e spesso deliranti sono ben note. Naturalmente Israele ha subito replicato che questa linea politica non è né realistica né accettabile. Le risulta che un presidente americano sia mai stato eletto contro il parere della lobby (in senso buono) ebraica di quel Paese? Sergio Matarasso matarass@unina.it Caro Matarasso, N ella politica americana il voto ebraico (circa il 5% dell'elettorato in alcuni Stati) non è compatto. Esistono elettori "liberal" che scelgono generalmente il partito democratico (forse la maggioranza) ed esistono elettori repubblicani. Sulla questione palestinese la divisione è soprattutto generazionale. I più vecchi sentono il dovere di sostenere Israele anche quando la sua politica è maggiormente contestabile; i più giovani sono spesso critici del governo di Gerusalemme. Le voci più esplicitamente e polemicamente filo- israeliane sono quelle delle grandi istituzioni ebraiche che intervengono spesso, soprattutto alla vigilia delle elezioni, per sottoporre i candidati a una sorta di esame di passaggio sulle questioni (sostegno di Israele, condanna di Hamas e di altri movimenti islamici) che fanno parte della loro costante agenda politica. Accade così che anche candidati più distaccati e neutrali si vedano sollecitati a esprimersi pubblicamente e subiscano talvolta forti pressioni in questo senso. Il problema di Barak Obama ha due nomi. Il primo è quello del Reverendo Jeremiah Wright, ministro della United Church of Christ, la chiesa di Chicago dove Obama avrebbe avuto il suo incontro con la fede. Secondo alcuni organi della stampa ebraica degli Stati Uniti, Wright è antisemita. Il secondo nome, molto più importante, è quello di Louis Farrakham, vecchio seguace di Malcolm X e fondatore di un movimento nero ("The Nation of Islam") che ha fatto dure campagne contro il razzismo della società americana e l'influenza ebraica negli Stati Uniti. Il fatto che Farrakham (un "Hitler nero", secondo i suoi nemici) sia un sostenitore di Obama ha costretto il candidato democratico a prendere le distanze dal suo "patrono". Nel corso di un incontro a Cleveland ha cercato di tranquillizzare un gruppo di influenti rappresentanti della comunità ebraica. Qualche giorno dopo, nel Texas, ha detto: "Nessuno è mai stato in grado di puntare il dito su mie dichiarazioni o prese di posizione contrarie agli interessi israeliani di lungo termine o che possano in qualsiasi modo sminuire i rapporti speciali che noi abbiamo con quel Paese ". I suoi collaboratori, d'altro canto, sostengono che le accuse mosse a Obama sono il frutto di una campagna di disinformazione organizzata dai consiglieri più spregiudicati di Hillary Clinton. Circolano email in cui si afferma che Obama ha frequentato una scuola islamica durante gli anni trascorsi in Indonesia e che il suo giuramento, quando divenne senatore degli Stati Uniti, fu prestato sul Corano. La fotografia, scattata in Kenya qualche anno fa, nella quale Obama indossa un abito indigeno e un turbante, ha fatto il giro della stampa internazionale ed è stata maliziosamente presentata come una prova del suo cripto-islamismo. Come vede, caro Matarasso, anche negli Stati Uniti le campagne elettorali possono essere sporche. Suppongo che molti ebrei americani siano imbarazzati dal modo in cui il loro voto viene disputato a colpi di calunnie, insinuazioni e umilianti autogiustificazioni.

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Regge la tregua a Gaza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa Medio oriente Regge la tregua a Gaza GERUSALEMME La diplomazia egiziana gioca le sue carte sul tavolo della pace, e mediando fra le parti sta arrivando di fatto a stabilire negoziati indiretti fra Israele e Hamas. Dopo i colloqui fra i responsabili della sicurezza egiziana e delegazioni di Hamas e della Jihad Islamica avvenuti giovedì scorso, oggi è volato al Cairo Amos Gilad, responsabile del dipartimento politica e sicurezza del ministero della Difesa israeliano, per consultazioni con i negoziatori egiziani. I colloqui questa volta sembrano alimentare qualche speranza, al punto da aver fatto scattare nella Striscia di Gaza una tregua "di fatto" che dura ormai da oltre 24 ore. Sia ieri che oggi non sono stati registrati lanci di razzi Qassam in direzione di Israele.

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PER comprendere l'abitudine europea di tollerare l'intollerabile si dovrebbero leggere (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di ALAIN FINKIELLKRAUT PER comprendere l'abitudine europea di tollerare l'intollerabile si dovrebbero leggere con attenzione alcuni intellettuali europei. Ne cito due: Gianni Vattimo e Ulrich Bech. In "Dopo la cristianità", Vattimo ricorda la teoria di Gioacchino da Fiore, secondo il quale tre grandi epoche si susseguono nella storia dell'uomo: quella del terribile regime della Legge, quella del regime della Fede e la terza, che Vattimo annuncia, in cui l'uomo vivrà sotto il regime della Caritas. Una carità che in Europa prenderà la forma di una "ospitalità incondizionata", che si realizza soltanto se si accetta di mettersi nelle mani dell'arrivante, di affidargli la propria persona, di accettare che abbia ragione. In base a questo principio della carità, il dialogo interreligioso e interculturale si riduce all'ascolto dell'altro, lasciandogli interamente la parola. Il sociologo tedesco Ulrich Bech, riferendosi ad Auschwitz, definisce invece l'Europa come "vacuità sostanziale, apertura radicale": per accogliere tutti, dobbiamo essere nulla, liberarci di qualsiasi realtà ontologica. In passato, l'ospitalità era diversa: era proporre all'altro qualcosa, ciò che si possiede, una parte di ciò che si è. Adesso, significa farsi da parte perché l'altro possa realizzarsi senza impedimenti. In questa cornice, effettivamente, "l'assimilazione" può diventare "un crimine contro l'umanità". Se il primo ministro turco Erdogan ha potuto pronunciare tale affermazione, in un discorso a Colonia lo scorso 10 febbraio, è perché il terreno è stato preparato dalla decostruzione occidentale. Octavio Paz ha detto che la gloria dell'Occidente è lo spirito critico, aggiungendo che purtroppo questo spirito critico si era trasformato in "masochismo moralizzatore". Il masochismo moralizzatore è oggi al potere, esercita una forte influenza, modella il conformismo ideologico. Se l'Europa non trova la forza di imporre le sue regole, andremo verso il peggio. Se si persiste in questa delirante decostruzione, si provocherà una reazione populista. L'Europa dovrebbe invece difendere nel modo più chiaro e perentorio il regime di "promiscuità" che la caratterizza. Esiste un rapporto tra gli uomini e le donne in Europa che è anteriore alla rivoluzione francese, anteriore alla stessa idea di uguaglianza. Questo principio viene oggi messo in causa da una certa concezione dell'Islam: se non siamo capaci di essere netti su questo punto, non vale più nemmeno la pena di dirci europei. Due cose dobbiamo temere: la radicalizzazione dell'Islam e la radicalizzazione del populismo dell'opinione europea. Sulla stessa falsariga di questo masochismo, l'Occidente ama considerarsi il grande colpevole della violenza nel mondo attuale. La sinistra ha sostituito l'idea di peccato originale con quella di crimine originale: il male sulla Terra non è dovuto alla fallacità dell'uomo, ma ai danni dell'ineguaglianza. Oggi, l'autore principale di questo crimine è considerato la superpotenza americana e dietro l'America, il grande burattinaio, è Israele. A volte ho l'impressione di vivere in un incubo celiniano. Céline diceva che il mondo è una società anonima, "un trust di cui gli ebrei detengono tutte le azioni". Quando vedo reclamare il boicottaggio del salone del Libro di Parigi o della Fiera di Torino, dove Israele è invitato d'onore, mi viene da chiedere: perché no allora le Olimpiadi di Pechino, mentre la Cina sta divorando il Tibet? I boicottatori dichiarano di non odiare gli ebrei. Al contrario, si reclamano alla tradizione ebraica, per denunciare che Israele tradisce l'essenza stessa del giudaismo. Sarebbe l'amore per gli ebrei a legittimare la violenza della critica a Israele. Dimenticano che superstiti della Shoah hanno chiesto una sola cosa all'Europa e al mondo: di non far ricadere su Israele la maledizione che si era abbattuta su di loro. I principali esponenti dell'antisionismo oggi sono intellettuali che hanno reintrodotto la teologia nella filosofia, che rileggono san Paolo, che reintroducono l'opposizione dell'ebreo in spirito e l'ebreo in carne. Deploro infinitamente che l'essenziale dell'energia di Israele negli ultimi decenni del XX secolo sia stata spesa per costruire insediamenti in territori che la stragrande maggioranza della popolazione israeliana non considera propri. Ritengo che sia stata una decisione catastrofica e che sia normale denunciarla. Ma è ignobile boicottare Israele per la sua politica verso i palestinesi, nel momento in cui i negoziati di pace hanno ripreso e dopo che Israele ha pagato i cinque ritiri dai territori con un aumento dell'odio e dell'insicurezza. È legittimo chiedersi cosa resti oggi in Europa del pensiero antitotalitario. Orwell diceva che la sinistra è antifascista ma non antitotalitaria. Con Soljenitsin e la dissidenza, l'antitotalitarismo acquisì diritto di cittadinanza in Europa, ma non è sopravvissuto alla caduta dell'Unione Sovietica. Oggi il progressismo ha ripreso tutte le sue forze e chi si iscrive nella continuità del pensiero antitotalitario viene etichettato senza esitazione come neoconservatore. Viviamo purtroppo la grande regressione del pensiero antitotalitario.

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Un monarca, per favore (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Rossana Rossanda Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione. Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole. Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la "forma partito" e ogni struttura organizzata. Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le responsabilità in nome di una "linea" astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che portavano avanti il cambiamento. SEGUE A PAGINA 2 Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase. Negli anni Settanta non fu "ideologia", fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia, e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta "facevano politica". In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto iniziale. Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi voti in più assicurandosi un consistente "premio di maggioranza", decida senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica è un inconveniente ammesso). A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi, quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei "costi della politica", producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli. Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista, provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova "Cosa". Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme. Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale, il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti d'una figura carismatica dal quale si attende la parola. È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono esplicite. Insomma dal "niente delega" del 1968 e seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello contro di essi per istituire la "pericolosità sociale" come sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione. Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando. È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie. Questa sarebbe la democrazia "modernizzata" che hanno in testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso: semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo riconferma. Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo modo quella che speranzosamente è stata chiamata "la transizione italiana" dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li depotenzia. Messa in causa la loro base di massa nelle figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13 aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po' malconcia, ma la sola a ragionare.

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Dal nostro corrispondente NEW YORK - Chi salverà il partito democrati (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

ANNA GUAITA dal nostro corrispondente NEW YORK - Chi salverà il partito democratico da una lotta fratricida? E' questa la domanda che da qualche giorno tutti si pongono negli Stati Uniti. La gara fra Hillary Clinton e Barack Obama diventa sempre più complicata: sabato il senatore Obama ha vinto nei caucus del Wyoming, e domani è nettamente favorito nelle primarie del Mississippi. Ma Hillary è data come favorita nelle primarie che si terranno nella Pennsylvania il 22 aprile. E al livello nazionale i due sono testa a testa, con Hillary preferita dal 46 per cento dei democratici e Obama dal 45 per cento. E' facile dunque immaginare come le prossime settimane possano trasformarsi in una lunga lotta con effetti catastrofici sull'immagine del partito. Tanto più se si tiene presente che nel frattempo il rivale repubblicano, John McCain, si sta rimboccando le maniche, e infatti ha già in cantiere un viaggio in Israele la settimana prossima. McCain cioè si comporta da contendente per la Casa Bianca, mentre Hillary e Obama sono impegnati in un corpo a corpo per la nomination. Molti, proccupati, propongono soluzioni. Bill Clinton ad esempio suggerisce che si formi la dream team, la "squadra di sogno". "Sarebbero inarrestabili" dice, ma mette ben in chiaro che vorrebbe Hillary alla guida e Obama come vice. Questi, che conduce con 1588 delegati contro i 1465 di Hillary, ha risposto alquanto gelidamente: "Io sto correndo per la carica di presidente, non di vice". Altri suggeriscono che si tengano daccapo le primarie della Florida e del Michigan, che sono avvenute in gennaio ma erano "illegali" in quanto in violazione del calendario ufficialmente stabilito dal partito al livello nazionale. Tutti i candidati democratici avevano accettato di non fare campagna e di non presentarsi in nessuno dei due Stati. Ma Hillary, che alla fine di gennaio cominciava a essere in difficoltà, ha aperto un ufficio in Florida e ha mantenuto il nome in lista anche in Michigan, e così ha "vinto", anche se in realtà non valeva. Adesso la senatrice vorrebbe che i delegati della Florida e del Michigan venissero contati, ben sapendo che andrebbero a lei. Ovvio che Obama resiste, e non solo lui: la maggioranza del partito sente che si tratterebbe di una scelta sbagliata. Ma che fare? Senza quegli Stati ricchi di delegati (e cruciali per una vittoria alle presidenziali di novembre) si rischia che nè Hillary nè Obama raggiungano il quorum di delegati per la nomination. Alcuni opinionisti propongono che si crei una commissione che decida come riproporre le primarie, magari sotto forma di voto per corrispondenza, sia in Florida che in Michigan. Girano vari nomi come possibili giudici super partes. In cima a tutti c'è sempre quello di Al Gore, l'unico vero gigante del partito che si sia tenuto finora totalmente al di fuori della campagna.

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ROMA Un rischio calcolato, quello che la Fondazione Alda Fendi e il regista Raffaele Curi h (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di RITA SALA ROMA Un rischio calcolato, quello che la Fondazione Alda Fendi e il regista Raffaele Curi hanno deciso di correre cooptando i Village People per l'Esperimento di Quaresima 2008 (il quarto della bellissima serie prodotta dalla Fondazione romana, di anno in anno, alla vigilia di Pasqua), gratuitamente a disposizione del pubblico, da stasera e fino al 15, all'antico Mercato del Pesce degli Ebrei, in via di San Teodoro. Rischio perché i leggendari giovanottoni americani, vestiti e travestiti da icone Usa quali il capo indiano, il marine e il cowboy, cantano in scena, dal vivo, Y.M.C.A, brano dedicato alla Young Men's Christian Association che, dai Settanta della disco music ad oggi, si è imposto nel mondo come mito estetico e culturale. Ma D'ambra gigia e Canfora (il titolo è un verso del poeta persiano Qatran) non si lascia sfiorare dai Village se non nel modo e per gli scopi perseguiti da Curi: opporre gli universi febbrili, trasgressivi, apparentemente onnipotenti della civiltà odierna meno problematizzata, all'utopia di una cosmica Serenità che placa la guerra, di religione e di costume, di denaro e d'amore. E nel rappresentarla, questa pace augurabile, raccogliere, fra i mille fili del quotidiano possibile, la cordicella sottile che porta alla Bellezza. Nessuno s'impaurisca. Il regista non chiede agli spettatori fatiche mentali, colte decodificazioni, impegno o tedio. In 45 minuti folgoranti racconta loro, per suoni e immagini, una storia favolosa agganciata alle origini dell'umanità, fra Oriente e Occidente, e lascia parlare i simboli, le anime, i cuori. Il viaggio comincia in un "prima" fatto di luce e vento, là dove tuona il profeta Isaia e i figli di Noè - Sem, Jafet e Cam - si dividono per andare a popolare la terra. L'aria di scena risuona della voce del Falconiere, mentre lontano, dentro una ridda di tamburi e voci, s'indovina il deserto con i suoi misteri. Curi, naturalmente, fa precedere quest'oasi di sensazioni, ancora incorrotta, da un prologo di ossessionati viaggiatori contemporanei, impermeabile bianco e trolley chiocciante, che partono per chissà dove con chissà chi, mossi da chissà quale stupida febbre. L'apologo parte da questa boa. Al centro di una distesa di sabbia che occupa lo spazio scenico, chiusa sul fondo da una lunga, crudele muraglia a pannelli d'argento (il muro fra Palestina e Israele, o, indifferentemente, ogni muro che separa e allontana) il Poeta giace accucciato, abbracciando un agnello. L'attore giordano Sami Haven, in questi panni, è figura purissima ed elegante, i lunghi occhi scuri che "parlano" del Buon Pastore e di Mohammed il profeta, della loro verità cumulabile, del potere insipiente, del petrolio che offusca il color d'arancio dei fiori di buftalmo e inquina l'aroma dell'incenso. Occhi che "chiedono" perché gli aerei, dal Big Ben di Londra alle piramidi del Cairo, sfreccino nei cieli come angeli e viceversa, turistici, offensivi, sospetti. La folla delle suggestioni è un'opera aperta. C'è la processione dei nomadi, struggente: sullo sfondo di un celeberrimo quadro di Goya, La fucilazione del 3 maggio 1808, sfilano i neri di ogni latitudine, uomini seminudi a fronte bassa, donne celate dai burka, bambini, i rendidos y humiliados dei sud della terra, mentre lassù, fra le stelle della bandiera Usa, brilla la faccia moltiplicata di Barack Obama. C'è la figura della mater dolorosa interpretata da Veronica de Laurentiis, custode del telaio e del focolare, che accarezza il tappeto appena annodato e sa trasformarsi, contro lo scempio perpetrato dai tempi, in femmina cuoio e borchie malata di vendetta. C'è la Notte del Destino. E il rabdomante cieco che vaga fra le dune, scosso dai fremiti butho del danzatore-attore Alessandro Pintus, fino a scatenare una cascata d'acqua lustrale. Rivoluzionaria. C'è l'arcangelo Gabriele, protagonista della Bibbia e del Corano che la costumista Santuzza Calì ha pensato sia nello sfarzo bianco e d'argento di un Gabriele controriformista (la cesellata presenza di Simonetta Gianfelici), sia nel lussureggiar di piume a molti colori e nella massiccia spada d'oro del Messaggero orientale di Federica Lo Russo. C'è la alitante presenza animale dell'agnello, e il falco che accompagna gli spettatori fin sulla strada, alla fine dell'evento. C'è, all'epilogo, la presa di coscienza di uno solo dei viaggiatori coatti, capace di uscire dalle tenebre della finta energia contemporanea per sedersi accanto al Poeta e, come lui, guardare lontano. Colonna musicale raffinatissima. Sia va dal Panis angelicus del miglior Carreras al Testarda io della Zanicchi che anche Visconti, a suo tempo, volle usare; da Annie Lennox al vitalismo plastificato ma irresistibile dei Village. Hanno lavorato anche Mohamed Zouaoui e Michelangelo Tommaso.

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CITTA' DEL VATICANO - Di questo passo, con le nuove scoperte scientifiche, la pillola p (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di FRANCA GIANSOLDATI CITTA' DEL VATICANO - Di questo passo, con le nuove scoperte scientifiche, la pillola per l'immortalità in un futuro prossimo potrebbe davvero non essere più il frutto della fantascienza o dei racconti di John Campbell che tanto strabiliavano l'America degli anni Trenta. Lo sa bene Papa Ratzinger che, ancora una volta, ha invitato i giovani a riflettere seriamente sulle conseguenze di una scienza priva di limiti. "L'uomo ha sete di conoscenza dell'infinito, vuole arrivare alla fonte della vita, vuole trovare la vita stessa". "Potremmo dire - ha fatto notare - che tutta la scienza è una grande lotta per la vita, tutta la medicina è una lotta della vita contro la morte, per trovare la medicina dell'immortalità". Ma anche se la medicina, ha ipotizzato, trovasse effettivamente "la pillola dell'immortalità" essa rimarrebbe solo una "pillola della biosfera". In pratica il mondo si trasformerebbe in una gabbia, si "riempirebbe di vecchi, non ci sarebbe più spazio per i giovani". In buona sostanza lo scenario che si aprirebbe sarebbe come minimo spaventoso: "Non possiamo, dunque, sperare nel prolungamento infinito della vita biologica". Tuttavia, ha aggiunto, possiamo aspirare ugualmente all'eternità grazie all'aiuto di Dio, alla sua parola, alla strada che ha tracciato suo Figlio. "Gesù disse io sono la Resurrezione". L'intervento papale, un fuori programma inaspettato, è risuonato grave, ieri mattina, nella navata di San Lorenzo in Piscibus, una piccola chiesa moderna tutta legno e mattoncini rossi nascosta tra i palazzi che circondano San Pietro, dove Benedetto XVI è andato per celebrare la messa per i 25 anni del Centro Giovanile Internazionale. Ad ascoltarlo, data la ristrettezza degli spazi, c'erano solo un centinaio di persone: i giovani volontari che ogni giorno accolgono i loro coetanei pellegrini in Vaticano, alcuni cardinali di curia, un gruppetto di suore, una decina di guardie svizzere, abituali frequentatrici del centro. Le frontiere della vita, il destino di finitezza terrena dell'uomo sono stati i temi al centro della riflessione a braccio del pontefice. Lasciando da parte il discorso che gli avevano preparato i suoi collaboratori ha ribadito, ancora una volta, l'inviolabilità della vita umana dal suo inizio cellulare, fino alla fine naturale. "L'uomo rimane uomo con tutta la sua dignità, anche quando è un embrione o in stato di coma". A fornirgli lo spunto è stato il Vangelo di Giovanni. L'evangelista per indicare le diverse dimensioni della realtà umana, usa le parole bios e zoe; da lì spiega cos'è il biocosmo che "va dalle cellule primitive fino agli organismi più organizzati e sviluppati. Un grande albero della vita cui appartiene, anche se l'uomo trascende il biocosmo in una realtà che Giovanni chiama zoe. In sostanza - ha spiegato Papa Ratzinger- l'uomo è sempre uomo in tutta la sua dignità". Se l'uomo è tutto questo, la scienza non può che essere al suo servizio, senza ricercare quell'immortalità che solo Dio può offrire. "Bere alla fonte della vita significa entrare in comunione con la vera vita che è l'amore infinito. Attraverso Gesù abbiamo già attraversato la soglia della morte. E l'eucarestia è il farmaco dell'eternità". Più tardi, a mezzogiorno in piazza San Pietro, alla preghiera dell'Angelus, si sono ascoltati due appelli per ciò che sta accadendo in Israele e nella striscia di Gaza e per la liberazione del vescovo iracheno rapito. "A tutti chiedo, in nome di Dio, di lasciare le vie tortuose dell'odio e di percorrere responsabilmente cammini di dialogo e di fiducia".

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ROMA - I cristiani devono modificare la preghiera? Lo facessero anche gli ebrei, a cui chied (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di FRANCESCA NUNBERG ROMA - I cristiani devono modificare la preghiera? Lo facessero anche gli ebrei, a cui chiediamo perlomeno la reciprocità. Questo il senso dell'intervento di ieri del segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, a cui ha subito replicato il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni: "I nostri testi non sono anticristiani e noi non vogliamo convertire nessuno". Ci sarebbe da chiedersi come può una preghiera diventare un'arma. Il momento supremo di devozione, intimo o liturgico che sia, trasformarsi in uno strumento politico di offesa e recriminazione. Ma questo ci viene dato da registrare. Dopo le critiche nei confronti della "nuova" preghiera del Venerdì santo inserita nella messa in latino, che a giudizio di gran parte del mondo ebraico continua a sollecitare una conversione al cristianesimo, e che addirittura ha spinto l'Assemblea rabbinica a dire stop al dialogo, ieri l'ennesima puntata. Bertone ha precisato che quella preghiera riguarda solo "una parte ben precisa del mondo cattolico", quella più tradizionalista, e che comunque "preghiere che potrebbero o dovrebbero essere modificate" esistono "da ambo le parti". Il cardinale lo ha detto durante la sua visita in Azerbaigian, nella quale ha sollecitato un atteggiamento di "reciprocità", confermando che "si sta preparando la visita di esponenti del mondo ebraico a Roma". "Se nel nostro formulario ci fosse stata davvero una preghiera anticristiana - ha replicato Di Segni - avrebbero bruciato noi e i nostri libri. E peraltro col Talmud lo hanno fatto. Tutti i nostri testi sono stati sottoposti a censure interne e esterne, un controllo spietato, e sono stati modificati secoli fa, molto prima del concilio. Il dato essenziale è che oggi non esiste alcun riferimento ai cristiani nelle nostre preghiere. Un'altra differenza fondamentale è quella dell'uso che se ne fa: nessun ebreo è mai andato a chiedere a qualcun'altro di convertirsi, mentre invece il principio di fede della preghiera che chiede la conversione agli ebrei è stata sempre accompagnata da una pressione missionaria. È assolutamente necessario superare le asprezze di queste polemiche per cercare di capire come possa essere possibile una feconda comunicazione tra i due mondi, rispettosa dell'identità dell'altro". E sull'argomento è intervenuto anche il rabbino capo d'Israele Yona Metzgher: "In merito alla modifica della preghiera - ha detto a margine della celebrazione per l'insediamento del nuovo rabbino capo di Trieste - abbiamo inviato alcune settimane fa una lettera al Papa. Abbiamo spiegato la nostra sorpresa e aspettiamo una sua risposta".

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L'allarme della comunità ebraica "pochi di noi in parlamento" - massimo vanni (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Le leggi razziali L'allarme della comunità ebraica "Pochi di noi in Parlamento" Riesplode la polemica sulla preghiera del Venerdì santo Gattegna: effetto delle leggi razziali. Pacifici: bene Veltroni, si può votare Pd MASSIMO VANNI FIRENZE -"La politica appare come un campo nel quale le interdizioni e le esclusioni della legge del 1938 hanno protratto più a lungo il loro effetto nefasto". Parole come pietre quelle di Renzo Gattegna, presidente dell'Ucei, l'unione che riunisce le 21 comunità ebraiche italiane. Di fronte alle candidature e agli incarichi assunti da alcuni esponenti ebraici, l'assemblea di Firenze riconferma di slancio l'incompatibilità tra compiti politici e responsabilità ai vertici dell'Unione delle comunità. Ma rileva anche con amarezza la scarsa presenza ebraica nelle aule parlamentari. L'impegno politico "è qualcosa di altamente positivo che dovrebbe essere incoraggiato, perché è giusto che gli ebrei possano far sentire la propria voce in parlamento. Sarebbe un fatto positivo se i candidati ebrei fossero numerosi e se, indipendentemente dai partiti di appartenenza, riportassero un significativo successo", dice il presidente Gattegna nell'assemblea aperta da un minuto di silenzio per gli "otto ragazzi di Gerusalemme uccisi in una vile azione terroristica". Eppure, fa due conti il presidente Ucei scorrendo le pagine della nostra storia, se nel parlamento del 1861 i deputati ebrei erano 6 e in quello del 1920 erano 19 (su 350), nell'Italia repubblicana si sono contati uno o due deputati per legislatura. Anche a numeri ridotti però, la candidatura di Alessandro Ruben per il Pdl in Piemonte e l'incarico di assessore alle relazioni internazionali della Lombardia assunto dall'ex vicepresidente Ucei Claudio Morpurgo, hanno spinto l'assemblea a ribadire la norma non scritta dell'incompatibilità subito dopo aver ascoltato il ministro Giuliano Amato sulla "Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione". Non c'è "niente di male nel votare Veltroni", ha allargato il discorso il vicepresidente della Comunità romana Riccardo Pacifici: "Ha fatto una scelta coraggiosa, tagliando i ponti con quella parte della sinistra radicale sempre ostile e critica, qualunque sia il governo in Israele". Ma proprio queste considerazioni, ha aggiunto Pacifici, devono chiarire "come non possano più esistere pregiudizi per nessun schieramento, a cominciare dal Pdl". Intanto riaffiora la polemica sulla preghiera del Venerdì Santo, proposta dalla Chiesa cattolica per le comunità che scelgono la messa in latino, secondo il Messale ante Concilio Vaticano II. Agli esponenti ebraici che chiedono al Papa di cambiare la preghiera che riaffermerebbe l'identità cristiana (si prega il popolo eletto perché possa "arrivare a riconoscere Gesù Cristo e la sua Chiesa"), da Baku in Azerbaijan il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone risponde che quella preghiera riguarda solo "una parte ben precisa del mondo cattolico". Cioè la parte più tradizionalista. E comunque, aggiunge il cardinal Bertone, "preghiere che potrebbero o dovrebbero essere modificate" esistono "da ambo le parti". Reciprocità dunque, chiede Bertone confermando l'arrivo in Vaticano di una delegazione ebraica. Da Trieste, il rabbino capo d'Israele Yona Metzgher ricorda di aver inviato alcune settimane fa una lettera al Papa: "Abbiamo spiegato la nostra sorpresa e aspettiamo una sua risposta".

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Strage a Gerusalemme l'Onu non la condanna (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Lun, 10 Mar 2008 Edizione 48 del 08-03-2008 La Libia blocca una risoluzione contro l'eccidio degli studenti ebrei Strage a Gerusalemme l'Onu non la condanna di Dimitri Buffa Il Consiglio di sicurezza dell'Onu giovedì sera è riuscito nell'impresa di non trovare un accordo su un testo di condanna dell'attentato terroristico palestinese contro la scuola ebraica Merkaz Harav di Gerusalemme. A bloccare la risoluzione di condanna la Libia, membro a rotazione dell'organismo internazionale dopo lo sdoganamento di Gheddafi voluto dagli Usa come premio per i risarcimenti ottenuti dalle vittime dell'attentato terroristico di Lockerbie e per le prese di distanza del rais libico dal terrorismo islamico dopo l'11 settembre. Il presidente di turno Vitaly Churkin, ambasciatore russo all'Onu, ha reso noto che al termine di due ore di riunione a porte chiuse non è stato possibile raggiungere il consenso su un testo condiviso. "Noi, delegazione russa, lamentiamo il fatto che il Consiglio non sia stato in grado di condannare l'episodio che - ha detto Churkin - è stato un chiaro attacco terroristico". Ma questa dichiarazione sembra solo essere la classica pezza peggiore del buco. Dopo la fine della riunione, l'ambasciatore israeliano all'Onu, Dan Gillerman, ha esplicitamente condannato l'opposizione della Libia all'approvazione della dichiarazione, dicendo ai giornalisti che il "Consiglio di Sicurezza è infiltrato da terroristi". "Si tratta di un paese che ha prodotto Lockerbie", ha poi spiegato Gillermann, riferendosi all'abbattimento nel 1989 del volo PanAm 103 sui cieli della Scozia, che fece oltre 200 morti. Gillerman ha quindi deplorato il fatto che la Libia sia nel Consiglio e l'ha definita "un paese che è stato terrorista per molti anni". Di fatto anche la Libia però definisce Israele "uno stato terrorista" e giovedì sera è riuscita a portare dalla propria parte alcuni altri Stati che fanno parte del consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro a rotazione, cioè il Vietnam, l'Indonesia, il Burkina Faso e anche la Cina. Con il bel risultato che non si è trovato un accordo per condannare un fatto così grave come l'aggressione armata alla scuola ebraica. Intanto da Gerusalemme sono emerse notizie sulla personalità dell'attentatore, Ala Abu Dahim, che faceva l'autista per la scuolabus della Yeshiva. Qualche mese prima era finito dentro con l'accusa di avere avuto rapporti con le milizie libanesi di Hezbollah. In seguito era stato rilasciato per mancanza di prove certe. Prove che purtroppo sono arrivate solo giovedì pomeriggio verso le 17, ora dell'attacco a colpi di kalashnikov alla scuola rabbinica di Gerusalemme Ovest. Il giorno dopo l'agguato, dopo la vergogna delle immagini di esultanza calcistica giunte da Gaza in diretta via satellite a tutto il mondo occidentale, la stampa araba ha in genere dedicato pochissime righe nei propri giornali alla vicenda. Preferendo invece concentrarsi su un rapporto di alcune Ong inglesi che hanno denunciato all'opinione pubblica come Gaza stia soffrendo la sua crisi più grave dal 1967 a causa dei check-point israeliani. Fanno eccezione soprattutto alcuni giornali libanesi e siriani alcuni dei quali hanno avuto accenti apertamente giustificazionisti all'accaduto. Uno per tutti "L'Orient le Soir", quotidiano libanese in lingua francese, stampato a Beirut, che ha letteralmente titolato così: "Risposta palestinese ai crimini d'Israele: otto studenti di un istituto religioso ebraico uccisi a Gerusalemme".

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Unifil, un silenzio colpevole (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Lun, 10 Mar 2008 Edizione 48 del 08-03-2008 Dossier sul Libano consegnato da Israele all'Onu: Hezbollah pronti alla guerra Unifil, un silenzio colpevole di Michael Sfaradi La risoluzione Onu 1701 impose il cessate il fuoco fra Israele ed Hezbollah e mise fine alla guerra che infiammò il Libano lo scorso anno. Israele doveva ritirare tutte le truppe presenti sul territorio libanese ed Hezbollah disarmarsi e restituire i soldati israeliani rapiti. L'azione militare che Israele intraprese in Libano, che poi degenerò in guerra aperta, fu la conseguenza di un attacco che Hezbollah fece in territorio israeliano, azione dove diversi soldati israeliani furono uccisi ed altri rapiti, ancora dispersi in azione. Quando la risoluzione 1701 entrò in vigore Israele ritirò le sue truppe dal terreno e, alcune nazioni fra le quali la Francia e l'Italia, si resero garanti dell'effettivo disarmo delle milizie sciite. A tal fine inviarono in pompa magna ingenti forze militari che si aggregarono alle truppe Unifil già presenti in zona. Qualcuno si ricorderà il gommone con gli otto legionari che entrò, fra gli sguardi incuriositi dei pescatori, nel porto di Beirut con una bandiera francese che per le dimensioni che aveva poteva andar bene issata su di un incrociatore e, sono sicuro, in molti ricorderanno la farsa dello sbarco in grande stile, con dispiego di uomini e mezzi, che fecero i Lagunari ed il San Marco nei pressi di Tiro in diretta Rai. Sembrava di essere sul set di "Salvate il soldato Ryan", mancava solo Spielberg alla regia. Si disse che lo spettacolo era costato parecchi soldi e che, a parte la coreografia, militarmente parlando era stato assolutamente inutile. Troppo ghiotta era però l'occasione, per il Governo Prodi appena insediato, per mettersi in mostra, anche se poi ha fatto la fine che ha fatto. I militari, a telecamere spente, si sono guardati intorno ed hanno capito che aria tirava da quelle parti, e per non correre rischi ai quali non erano né preparati né equipaggiati, hanno applicato regole d'ingaggio non previste nella risoluzione Onu, che di fatto hanno reso inutile la loro presenza in zona. Ogni volta che vedevano qualche cosa che non andava, avvertivano prontamente l'esercito libanese che con i favolosi mezzi a sua disposizione (scarti e residuati bellici delle varie guerre combattute negli ultimi 50 anni, e truppe probabilmente complici o simpatizzanti di Hezbollah) arrivava quando tutto era finito e non c'era più niente da controllare o da reprimere. Israele, intanto, ispezionava dall'alto il confine "tutto buchi" fra Siria e Libano, dove indisturbati transitavano centinaia di camion carichi di ogni tipo di armi che arrivavano dall'Iran. I francesi, invece di fare il lavoro per il quale erano stati inviati, pensarono invece di minacciare gli aerei israeliani che volando sui cieli libanesi, un po' per attirare l'attenzione, e un po' per impedire loro di fotografare il fallimento del teatro dei burattini. Agli israeliani non è servito molto per capire il gioco delle parti che si stava consumando, dove il muto dice al sordo che il cieco li guarda, ed hanno raccolto tutte le informazioni sul "non lavoro" dell'Unifil. Poi, una volta acquisito quanto bastava per denunciare il riarmo di Nasrallah e dei suoi compagni di merende, un rapporto con prove e riscontri, è stato presentato al segretario generale dell'Onu che, improvvisamente, si è trovato per le mani una vera bomba ad orologeria. La situazione era talmente grave che Ban Ki-moon si è preso le sue responsabilità ed ha pensato che la cosa più giusta da fare era di spostare il palcoscenico della sceneggiata dal Paese dei Cedri al Palazzo di Vetro. Prende carta e penna e indirizza il tutto al Consiglio di Sicurezza che, come al solito, con i veti incrociati non riuscirà a togliere le castagne dal fuoco. La morale è che ci troviamo alle soglie di un nuovo attacco ad Israele, in fondo tutto si può dire di Nasrallah e di Ahmedinejad, tranne che parlino a vanvera, purtroppo questi due pessimi soggetti dicono quello che pensano e fanno quello che dicono. Stando agli ultimi conteggi, gli arsenali di Hezbollah anziché essere vuoti, come risoluzione Onu pretendeva, custodiscono oggi circa 10.000 testate a lungo raggio e 20.000 a corto raggio, quanto basta per mettere Israele a ferro e a fuoco. Se a questo aggiungiamo l'arsenale di Hamas, che molto astutamente scopre le sue carte piano piano, possiamo prevedere che Israele sarà attaccata, in un prossimo futuro, sia da Sud che da Nord. La domanda allora non è se ci sarà la guerra, ma quando. Chi ci andrà di mezzo sono i 13.000 caschi blu di cui 2500 italiani, che sono in zona di guerra senza direttive sul come comportarsi in caso di una ripresa dei combattimenti, e il prestigio di chi doveva garantire la pace. Ma la politica filo-araba, miope e pressapochista dell'equivicinanza politicamente corretta, che in Europa ha fatto scuola, ha permesso che venissero gettate le fondamenta di un nuovo conflitto che sarà più cruento di quello che lo ha preceduto e che vedrà coinvolte ancora più pesantemente le popolazioni civili.

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Gerusalemme, ancora sangue sulla Torah (sezione: Israele/Palestina)

( da "Avanti!" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

MA LA STRAGE NELLA YESHIVA è FIGLIA ANCHE DELLA SCARSA LUCIDITà DELLA POLITICA ISRAELIANA Gerusalemme, ancora sangue sulla Torah 10/03/2008 Il massacro di otto giovanissimi studenti di una "yeshiva", scuola per l'insegnamento della Torah, nel settore israeliano di Gerusalemme impasta forti simbolismi e crude realtà. Otto discepoli passati dalla vita alla morte nell'arco di tempo necessario a svuotare il caricatore di un Kalashnikov e di una pistola. Otto masse di energia dispersa per sempre, otto cadaveri circondati dai libri sacri dell'ebraismo. Una guerra tra civili, il conflitto israelo-palestinese si è esacerbato in barbarico mattatoio che uccide civili disarmati e indifesi, senza uniformi e contraddistinti soltanto dall'identità religiosa. L'incredulità di riscoprirsi inghiottiti in una guerra condotta da civili per colpire civili si trasforma in fredda presa di coscienza di fronte ad una spietata applicazione del terrorismo, elevato sia a strumento di morte che ad estrema religione di guerra. Una logica disumana anima il suicidio del terrorista la cui ultima ragione di vita è privare le sue vittime della loro vita. Auto-annullamento. Fine e inizio di una nuova fase che batte i pugni sulle bare delle vittime per rivedere la strategia e gli strumenti fin qui impiegati per trattare la questione palestinese. Il sangue di Gerusalemme offusca la vista della strategia israeliana basata su ritorsioni e incursioni rapide. Il circolo vizioso basato su azioni e reazioni che scatenano altre azioni e reazioni ora si è dischiuso. Il prossimo attacco potrebbe colpire chiunque, e, purtroppo, questa indefinita libertà di morte accomuna entrambe le parti in conflitto. Ma la democrazia di Israele non è l'anarchia della Palestina e qualunque ipotesi al vaglio del governo di Tel Aviv rappresenta il risultato di questa differenza abissale. Avere le spalle al muro non è la posizione più consona per favorire una decisione che non sia un'esca o un pretesto per versare altro sangue. Ma prima di muovere verso al futuro occorre ripercorrere il passato per scoprire che Israele non ha più seguito una traiettoria precisa da quando ha lasciato Gaza sprofondare nel suo caos. Poi le elezioni vinte da Hamas e l'inizio del blocco per tentare di scardinare la Palestina. Poi il fallimentare attacco al Libano. Poi ancora l'intromissione nelle lotte intestine tra palestinesi di Fatah e palestinesi di Hamas e da ultimo la rincorsa febbrile alle trattative di pace solo per lasciarle sul binario morto. Israele oggi è legata dalle contraddizioni che lei stessa ha prodotto con una politica fissata a sfruttare le opportunità del giorno per giorno. Più Israele rinunciava ad una prospettiva globale, più rinunciava a pensarsi all'interno di uno schema generale che spiegasse il perché e indicasse la via d'uscita e più Israele si indeboliva. Prima della strage di giovedì scorso a Gerusalemme, il messaggio dominante sui circuiti mediatici era uno solo: Israele uccide i civili palestinesi pur di colpire i suoi nemici. Oggi anche Israele è caduta nell'elenco delle vittime, ma il problema di quest'assenza di strategia diventa la crisi dell'iniziativa. Oggi la strage di Gerusalemme ha riavvicinato le fazioni palestinesi, invece di isolare Hamas. Adesso è il tempo delle lacrime che bagnano il sangue dei profeti. In questo sabato di riti funebri Israele avrà anche il tempo per riflettere e ritrovare quell'orientamento politico che ha perso.

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'I dieci comandamenti? Mosè era sotto l'effetto di droghe' (sezione: Israele/Palestina)

( da "Quotidiano.net" del 10-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

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Mosè era sotto l'effetto di droghe' L'affermazione è dello studioso israeliano Benny Shanon, professore di psicologica cognitiva dell'università di Gerusalemme. "Non sarebbe un evento sovrannaturale". Alla base delle 'visioni' ci sarebbero sostanze narcotizzanti TEATRO SOCIALE Stagione di prosa 2007/2008"Il compleanno" al Teatro Lauro RossiStagione di qualità al Teatro ComunaleLa Belle Epoque. Arte in Italia 1880-1915BOLOGNA FESTIVAL"Il compleanno" al Teatro Lauro RossiMiserabili. Io e Margaret ThacherTeatrosanziourbino: Giulietta e RomeoIl cartellone 2007/08 del Politeama Pratese'Alma de tango''Time code', l'omaggio al video'La Maria Zannella'Stagione teatrale 2007 / 2008: I due gemelli venezianiBaustelle in concerto"La guerra dei Roses" al Teatro Lauro Rossi Invito alla letturaOndata di maltempo in Gran BretagnaIl Balletto di Sofia sul palco del RossiniRenault Megane Coupè Concept Sportiva con le aliAddio a Franco Paludetti, disegnatore di Diabolik --> Sei Nazioni, Francia-ItaliaMaltempo in Gran BretagnaLe immagini degli esilaiti tibetani in marciaTaranto, medico stermina la famigliaWilliams FW30 2008La Toyota TF108Toro RossoRed Bull RB4Force IndiaLe immagini della partita contro la Juve StabiaFerrara Marathon: la trentesima edizioneSpal - BassanoSmottamento sul ponte della Provinciale 78Modena-MantovaMaxi rissa agli Archi Sheva e Ronaldinho: Berlusconi li vuole al MilanBologna riscopri i tuoi fantasistiL'Inter tenta l'impresa con il LiverpoolE' morto Paludetti, disegnatore storico di DiabolikTempesta in Gran Bretagna, raffiche a 130 km/oraL'Inter in festa con le supertifose vipL'Inter tenta l'impresa con il LiverpoolTorce e zombi per il TibetLa Francia punisce Sarkozy alle elezioni municipaliElezioni Spagna: chiara vittoria di ZapateroNe-Yo -'So Sick'Metallica - 'One'Crozza canta 'Zapatero'Sei Nazioni, gli highlights di Francia-ItaliaDa sky: al processo di Erba le registrazioni delle confessioni Argomenti del 10/03/2008 di Francesco Ghidetti Stecca e la dignità della vita (2) del 10/03/2008 di Massimo Pandolfi Scozia 1998, le pietre del destino del 10/03/2008 di Giuseppe Tassi Viaggiare in Italia? Che fatica del 10/03/2008 di Bruna Bianchi Co2, si muovono Eni ed Enel. del 10/03/2008 di Alessandro Farruggia Sei favorevole ai rally sulle strade della nostra provincia?Vota il gol più bello della 27esima giornataPensi che PdL e Pd faranno un'alleanza dopo il voto?Ritieni che Mastella sia davvero una vittima della giustizia?E' giusto abolire il festival di Sanremo?Festa della donna, tu festeggi l'8 marzo?Ascoli, vota la tua scuola preferitaTi piacerebbe poter dare il voto online ai medici?Sicurezza sul lavoro, giusto inasprire le sanzioni?Cinque giornate a Cassano, sei d'accordo?Qual è la più importante tra le 10 priorità indicate da Sateriale?Cosa ne pensi dell'assenteismo negli uffici pubblici reggiani?Come giudichi i tempi della sanità?Sei favorevole alla scarcerazione del padre dei fratellini di Gravina?Tu voteresti per Luciano Moggi? LA FOTO DEL GIORNO STORIA A FUMETTI I familiari delle vittime delle stragi di Piazza Fontana (1969) e di Piazza della Loggia (1974)chiedono che venga ritirato il libro Storia della Lombardia a Fumetti: per "l'inaccettabile e incoprensibile errore storico che sembra associare i movimenti del Sessantotto ai due atti di terrorismo" LEGGI LA NOTIZIA RICERCA ANNUNCI pubblicità contattaci guadagna con Quotidiano.net fai di Quotidiano.net la tua Homepage aggiungi ai preferiti le news sul tuo pc rss archivio HOME - Copyright © 2008 MONRIF NET S.r.l. P.Iva 12741650159, a company of MONRIF GROUP - Informativa al trattamento dei dati personali - Powered by Softec.

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Tregua Israele-Hamas Trattative segrete, ma le due parti negano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di LORENZO BIANCHI DA 48 ORE a Gaza regna una strana quiete. Da venerdì i palestinesi hanno sparato "solo" tre razzi Qassam contro Israele. La radio Al Aqsa, la voce degli integralisti di Hamas, trasmette melodie popolari o innocue musiche islamiche. Domenica il fuoco si è ridotto a un missile e a un colpo di mortaio. La media giornaliera dei giorni più "caldi", come il 29 febbraio, era di una cinquantina. A metà della settimana scorsa era calata a 10-15 lanci quotidiani. L'esercito ebraico ha ritirato tutti i suoi soldati dalla striscia di Gaza. L'aviazione ha fermato i raid. Una tregua di fatto, hanno scritto i media israeliani. Il presidente dell'Autorità Nazionale palestinese Abu Mazen avalla l'ipotesi. Dopo l'incontro con il re giordano Abdallah II, precisa: "Hamas vuole proteggere i suoi dirigenti e quelli di Jihad islamica dagli israeliani e credo che Israele acconsenta o abbia già acconsentito. a seguito di quanto sta accadendo in Egitto, credo che vi sia un'intesa di massima che nei prossimi giorni potrebbe preludere a un accordo". Gli incontri previsti dal processo di pace cominciato ad Annapolis dovrebbero riprendere giovedì. Il quotidiano "Haaretz" attribuisce a un' "alta fonte governativa" un ordine di "moderazione" nelle operazioni a Gaza impartito dal governo all'esercito. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert naturalmente nega sia l'accordo con i fondamentalisti di Hamas sia "i negoziati diretti o indiretti, nemmeno tramite l'Egitto". Ma aggiunge una postilla sospetta: "Se il terrorismo cessa e se i Qassam smettono di colpire le nostre città e i Grad (ndr. i missili) la città di Ashqelon, Israele non avrà alcun motivo di combattere le organizzazioni terroristiche". Ehud Barak, titolare della difesa, è più secco: "Il conflitto con Hamas non è istantaneo: sbang e abbiamo finito. Non siamo interessati a ricorrere al fuoco tutti i giorni, ma, quando vorremo, ci sarà fuoco e ci saranno altre operazioni". Anche Hamas nega. Il portavoce Ayman Taha attribuisce la rarefazione dei razzi a "tattiche sul campo lontane da ogni accordo politico". Nessuno vuole perdere la faccia. IL PROGETTO di 400 nuove case a Neve Yaakov, di 350 a Givat Zeev e di altre 750 a Pisgatt Zeev, a Gerusalemme est, sta riattizzando le polemiche. E' stato condannato dai palestinesi, dall'Egitto, e "deplorato" dall'Unione Europea. Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha chiesto a Israele di fermarsi. - -->.

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Fascismo, tempesta su ciarrapico fini e bossi: serve un passo indietro - gianluca luzi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Tandem all'attacco Fascismo, tempesta su Ciarrapico Fini e Bossi: serve un passo indietro "Fedele alla democrazia": l'editore si corregge e resta in lista Nirenstein: "Sono incompatibile con chi parla così, se lo incontro gli dirò quel che penso" GIANLUCA LUZI ROMA - Solo una brusca correzione di rotta in extremis ha salvato la candidatura di Ciarrapico che non ha "mai rinnegato il fascismo". Alla fine è stato costretto a una dichiarazione per giurare "fedeltà alla Repubblica e alla democrazia che la regola", per definire "le leggi razziali una ignominia" e il fascismo "qualcosa che attiene alla memoria storica" e per ricordare che "io e la mia famiglia ci siamo sempre onorati di aver assistito nella latitanza nel '44 una delle più importanti famiglie israelite di Roma". Ma per molte ore, dal momento in cui la Repubblica usciva ieri mattina in edicola con l'intervista di Ciarrapico, fino alla drastica correzione di rotta dell'imprenditore ciociaro, numero undici della lista del Pdl per il Senato nel Lazio, la tempesta si era scatenata violentissima. Fini arrabbiatissimo prendeva le distanze dalla candidatura che "se fosse dipeso da noi... non è stata una nostra scelta" e suggeriva a Ciarrapico di ritirarsi. Bossi intimava al "Ciarra" di fare un passo indietro, insomma di rinunciare alla candidatura "se non vuole danneggiare la coalizione". Ma Ciarrapico non aveva nessuna intenzione di togliere il suo nome dalla lista in cui l'aveva messo il Cavaliere e anzi, a chi aveva avuto modo di parlargli ieri mattina, era sembrato rallegrarsi per l'intervista in cui con assoluta schiettezza ricordava che "il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie ma non l'ho mai rinnegato" e di non aver mai "intorpidito la mente da pensieri sconclusionati e antistorici". Del resto, aveva aggiunto più tardi, "di queste polemiche non me ne frega niente. La mia candidatura non è in dubbio, è stata depositata ieri. Io vado avanti". Ma l'attacco del centrosinistra e l'imbarazzo nel Popolo delle libertà per l'intervista avevano costretto il centrodestra sulla difensiva. Già dalla mattina, quando Fini aveva presentato le tre candidate Fiamma Nirenstein, Eugenia Roccella e Souad Sbai, si era capito che nel Pdl le parole di Ciarrapico avevano causato gravi problemi. Durissima Fiamma Nirenstein: "Sono incompatibile con chi rivendica il fascismo. Se incontrerò Ciarrapico gli dirò quello che penso da sempre". Severo Fini: "Se è davvero un fascista convinto si ritiri dala competizione". Perfino Andreotti, un tempo molto vicino all'imprenditore ciociaro, prendeva le distanze: "Non intendo occuparmi di Ciarrapico". Mentre il centrosinistra aveva gioco facile a menare fendenti come quello di Fassino: "Una sconcertante e spudorata apologia del fascismo che toglie ogni alibi e conferma che il Pdl altro non è che un partito di destra, con inquietanti pulsioni reazionarie". E Veltroni da Udine commentava con una certa ironia: "Sono certo che una persona che ha fatto quell'intervista, che non sorprende affatto, non potrà essere nelle liste di una forza conservatrice ma democratica come il Pdl. Quindi mi auguro sia un'intervista di un autocandidato e non di un candidato". La candidatura di Ciarrapico conferma, per Casini, "che il Pdl è un partito di destra, se qualcuno aveva ancora dei dubbi, e che non ha nulla a che fare con il centro moderato". Nel tentativo di rinviare la palla nel campo avversario il centrodestra ricorda che Ciarrapico era presente all'assemblea costituente del Pd del Lazio e Paolo Bonaiuti, portavoce di Berlusconi conclude con toni irritati: "Siamo stufi di loro, di una sinistra che dà giudizi sugli altri. Alla sua presunta superiorità morale non crede più nessuno. E' ora che la smettano".

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Ciarrapico: sono fascista. Bufera nel PdL In pista al Senato, Fini e Bossi furiosi con Berlusconi: non l'abbiamo scelto noi. Poi la retromarcia (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Ciarrapico: sono fascista. Bufera nel PdL In pista al Senato, Fini e Bossi furiosi con Berlusconi: non l'abbiamo scelto noi. Poi la retromarcia di Marcella Ciarnelli/ Roma ALLA FINE Giuseppe Ciarrapico, il nostagico della marcia su Roma, ha dovuto innestare la retromarcia. Alla candidatura nelle liste del Pdl al Senato, anche se solo all'undicesimo posto nel Lazio, non ha voluto assolutamente rinunciare. "Me ne frego delle polemiche". Così, in un primo momento, ha reagito in pieno rispetto dello stile Ventennio, per nulla scalfito dalla tempesta di polemiche che si stava abbattendo su Silvio Berlusconi, l'artefice della candidatura, innanzitutto da parte di Umberto Bossi e Gianfranco Fini, gli alleati più forti e più arrabbiati. Ma poi ha dovuto cedere. La resa "per chiarire" è tutta in una dichiarazione in cui conferma di essere "un cittadino fedele alla Repubblica e quindi della democrazia che la regola" anche se ne auspica modifiche nel solco di quelle cancellate dal referendum. Per quanto riguarda il passato, in un improvviso impeto revisionista, riconosce che "è qualcosa che attiene alla memoria storica come ha detto giustamente Gianfranco Fini. Le leggi razziali furono un'ignominia purtroppo subita, ancora una volta mi sento onorato del fatto che la mia famiglia abbia protetto negli anni bui del '44 una delle più importanti famiglie israelite in Roma: questo è ciò che conta". Troppo facile. Sono solo di poche ore prima ben altre sue chiare parole dette in un'intervista a Repubblica. "Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie ma non l'ho mai rinnegato" e la mente non è stata "mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici"". L'uomo che ha sempre mostrato disagio verso la "destra imbalsamata" proposta da Fini che per lui è "un ometto impettito e deprecabile" ha colto appieno l'occasione per rivendicare le sue origini mai dimenticate nonostante l'approdo successivo alla corte di Giulio Andreotti. Anche se i camerati della Destra lo ricordano in prima fila ad applaudire nel giorno della fondazione del nuovo partito. "Piangeva per l'emozione" ricorda Teodoro Buontempo che dell'arrivo di Ciarrapico nelle fila del Cavaliere fornisce una lettura sintetica: "E' solo per togliere voti a noi". Gianfranco Fini ha immediatamente espresso tutto il suo disappunto. Lui che da anni cerca, pur perdendo pezzi, di far dimenticare il passato rischia di ritrovarsi nello stesso partito con uno che rivendica il suo credo fascista. "Fosse dipeso da noi..." si lascia sfuggire, facendo capire che la scelta non è stata sua anche se il Cavaliere non aveva mancato di avvertirlo dell'accordo raggiunto con l'imprenditore-editore, sostenuta con forza da Gianni Letta in persona. "Se è davvero un fascista convinto, si ritiri" aggiunge. E non gli basta che Ciarrapico, come primo atto, puntualizzi che la responsabilità, come dicono tutti, è del giornalista che ne ha riportato le frasi. Scende in campo Umberto Bossi: "E' opportuno che Ciarrapico faccia un passo indietro per non danneggiare la coalizione" è la richiesta ufficiale avanzata dal Senatur. Si intrecciano telefonate infuocate tra Milano, Arcore e Roma. E' vero che il Cavaliere è il padrone ma questa volta la mossa è sbagliata. La deriva a destra del Popolo della libertà, sempre negata, è più che mai evidente. Lo sottolineano tutti gli esponenti del centrosinistra che intervengono sulle sciagurate affermazioni. "Non ci sono motivi validi per ritirarmi" insiste il neocandidato. Poi diffonde la nota di precisazione. L'ipotesi di vedersi depennato all'ultimo minuto era lì. La penna l'ha presa in mano Berlusconi. Tutto rientrato? Lo strappo resta per le affermazioni gravi che Riccardo Pacifici, portavoce della Comunità ebraica romana ha accolto con la preoccupazione che si deve alla rivendicazione "dell'orgoglio fascista. Ci preoccupa e ci angoscia questo fascismo all'amatriciana lo condanniamo fortemente senza mezzi termini".

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<Non rinnego. Neppure Silvio ha mai festeggiato il 25 aprile> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-03-11 num: - pag: 9 categoria: REDAZIONALE Il personaggio "An? Tanti mi hanno chiamato per farmi i complimenti" "Non rinnego. Neppure Silvio ha mai festeggiato il 25 aprile" ROMA - "Sono fascis ta. Ma in senso culturale e non politico. è una questione di memoria. Di cuore. Di storia personale. Di ideali": è da poco passata l'ora di pranzo. Giuseppe Ciarrapico, al telefono, non si scompone per gli attacchi alla sua candidatura arrivati in mattinata tramite le agenzie di stampa. Anzi, va a sua volta all'attacco. "Fiamma Nirenstein? E chi è? Non la conosco. Dice che siamo incompatibili? Peggio per lei. Non sono antisemita. Non lo sono mai stato. Quando ero presidente della Roma, una domenica andai in curva di persona in mezzo agli ultrà a strappare uno striscione contro gli ebrei. Non sono antisemita, lo ripeto. Ma non rinnego il fascismo e ho grande ammirazione per Mussolini". Casa, studio, ufficio: ovunque ci sono busti e foto del Duce. "Che cosa c'è di male?", si chiede. E poi replica alle "perplessità " di Fini. "Non gli piace la mia presenza nelle liste del Pdl? è un problema suo. Non posso farci nulla. è stato Berlusconi a volere la mia candidatura. Siamo amici da una vita. Ne sono fiero. Ma anche da An mi hanno telefonato in tanti per fare i complimenti". Qualche nome? "Non erano messaggi carbonari, posso dirlo: Alemanno, Matteoli e altri". è un Ciarrapico battagliero. Senza peli sulla lingua, quello che parla nel primo pomeriggio. In mattinata era uscita un'intervista su Repubblica: "Sempre fascista, vado con Silvio", il titolo. E al telefono rilancia. Con giudizi durissimi sul leader di An. "Eravamo amici io e Fini. Veniva ai miei compleanni. Poi ha fatto le scelte che sappiamo. Ha tradito il suo passato. La sua storia. In questo senso è un traditore". Nessun imbarazzo però a correre sotto la stessa bandiera alle elezioni. "Gli schieramenti sono ampi. C'è spazio per le idee di tutti. E poi io sono democratico ". Già. Tanto che esattamente un anno fa era fra le primissime file al teatro Eliseo per il convegno "Partito democratico, una necessità e una speranza", promosso da Goffredo Bettini, grande organizzatore del centrosinistra romano. "Ero lì per l'amicizia e la stima che nutro per Goffredo: però non esageriamo, a sinistra mai". Il caso della candidatura è ormai scoppiato. Ma Ciarrapico è un fiume in piena, come sempre. Quasi spavaldo. Le polemiche non lo spaventano. L'uomo che mediò il lodo Mondadori fra Berlusconi e De Benedetti è passato attraverso alti e bassi nella sua lunghissima carriera imprenditoriale. Dagli anni d'oro delle acque minerali, ai fallimenti. Dai fasti della Casina Valadier, ai guai della Roma calcio. "Fascistissimo", si definiva anche quando era andreottiano. Altri tempi. E "fascistissimo" continuava a definirsi pochi mesi fa. Intanto, dopo qualche anno difficile, ha ormai rimesso in piedi un piccolo impero finanziario: oggi, a 74 anni, è lanciatissimo nel business della sanità privata laziale (grazie anche alle convenzioni stipulate con la vecchia giunta regionale di Francesco Storace, insinuano i maliziosi). E possiede un network editoriale: Latina Oggi, Ciociaria Oggi e altri quotidiani locali nel Lazio e nel Molise. Piccoli giornali che negli ultimi mesi hanno bacchettato vari esponenti del centrodestra: Vincenzo Zaccheo, sindaco di Latina, fedelissimo di Fini; il leader stesso di An; e Claudio Fazzone, senatore forzista. La movimentata vita imprenditoriale è fatta anche di piccole perle: mentre le sue tipografie stampavano volantini al limite dell'apologia del fascismo, le edizioni Ciarrapico negli anni Ottanta pubblicavano fra le varie cose volumi pregevoli sulla storia della destra. Direttore della collana era all'epoca un giovane Marcello Veneziani. Ciarrapico si porta sulle spalle pure una condanna per bancarotta. E qualche altra vicenda giudiziaria. "Roba di poco conto", taglia corto, "piccole cose come l'85% degli italiani. Ma godo di tutti i diritti civili. Che problema c'è a candidarmi?". E ribadisce ancora una volta la passione per il fascismo. "Fa parte della mia storia. rappresenta i miei ideali. La mia cultura. In politica però abbraccio il programma di Berlusconi. Condivido tutto quello che ha fatto dal '94 in poi. E poi, diciamocelo, Berlusconi non è mai stato antifascista. Lo conosco da decenni, non mi ricordo nemmeno che abbia mai festeggiato un 25 aprile... ". Fine della telefonata. Passano le ore. La polemica si accende. Dopo le perplessità di Fini, scatta l'affondo della Lega: "Ciarrapico faccia un passo indietro e rinunci alla candidatura", attacca Umberto Bossi. "è una sua opinione personale - replica l'ex re delle acque minerali - vado avanti". E mentre anche il centrosinistra si scatena, cominciano a circolare le voci sulla possibile retromarcia del Pdl: qualcuno ipotizza l'esclusione del "Ciarra" dalla lista, se la polemica non si placa. Tradotto: il posto sicuro per il Senato rischia di saltare. Ciarrapico capisce, intuisce, riflette. E cambia rotta. "L'intervista pubblicata da Repubblica non rispecchia il mio pensiero", inizia così una nota diffusa tramite le agenzie intorno alle cinque del pomeriggio, che si rivela sorprendente nelle dichiarazioni successive: "Il fascismo appartiene al nostro passato e il giudizio su questo periodo drammatico della nostra storia è bene che sia lasciato agli storici. Per quanto mi riguarda, non ho mai nascosto la mia giovanile adesione ad esso, al pari di tanti illustri italiani, ma al tempo stesso ho sempre espresso la mia netta riprovazione e condanna, qualunque sia stata, per la perdita della democrazia e ancora di più per le discriminazioni razziali. Io e la mia famiglia ci siamo sempre onorati di aver assistito nella latitanza nel 1944 una delle più importanti famiglie israelite in Roma". Una vera e propria abiura. Ma in cuor suo, assicurano gli amici, sogna ancora di morire in camicia nera, come dichiarava ad aprile dello scorso anno. Il saluto Ai funerali di Edda Ciano, aprile 1995 Anni '80 Ciarrapico con Licio Gelli Centrodestra Con Gianni Letta Famiglia L'editore con la moglie Candidato Giuseppe Ciarrapico è in lista per il Senato Paolo Foschi.

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Nirenstein, Roccella e Sbai Il Pdl oltre il relativismo? Tre donne per tre culture. Ma Ciarrapico già le divide. L'antifascismo è superato (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Nirenstein, Roccella e Sbai Il Pdl oltre il relativismo? Tre donne per tre culture. Ma Ciarrapico già le divide. "L'antifascismo è superato..." Natalia Lombardo Non è chiaro come possano convivere nel Pdl la femminista Fiamma Nirenstein che, accanto alla pasionaria del Family Day Eugenia Roccella, ironizza su chi nel Pd "porta il cilicio...". E come farà la combattiva giornalista ebrea a concilare la sua strenua difesa di Israele e della politica Usa sul Medio Oriente con l'islamica Souad Sbai, presidente delle donne marocchine in Italia? Ieri sono state presentate come le rose all'occhiello del Pdl le tre donne che certamente non sono "figurine", come ha detto Roccella, né veline o "letteronze". Ma gli uomini che le hanno messe in lista le hanno fatte diventare un manifesto. Quello "contro il relativismo culturale: una cattolica, un'ebrea e una musulmana". Spiega il forzista Quagliariello presente ieri con Fini, Gasparri e Ronchi per An e Cicchitto e Bonaiuti per Fi. In modo deciso la Fiamma Nirenstein condanna la difesa del fascismo fatta da Ciarrapico: "Non sono compatibile con chi rivendica il fascismo, glielo dirò". Nessun dubbio che tale cultura resista nel Pdl: "Ho visto Fini a Gerusalemme con la kippah in testa chiedere scusa per la Shoah, l'ho visto pagare a suon di scissioni e voti. Ho visto coraggio", afferma la giornalista davanti a Fini, Eugenia Roccella, fa l'ecumenica: "Ma non c'è più bisogno dell'antifascismo militante. Sono cose superate". Evidentemente serve... Scoppiettante Fiamma Nirestein, predicatoria la Roccella, Souad Sbai appare più dimessa. Anche lei, amica di Daniela Santanchè, fece la sua parte nel Familiy Day. Lei e Fiamma difendono senza dubbi la 194, la legge sull'aborto sulla quale comunque la pasdaran cattolica (che dice di venire dal Movimento di liberazione della donna negli anni 70) richiede "un tagliando". Ovvero applicare la parte sulla prevenzione perché, "la libertà delle donne è fare i figli", decide per tutte, lanciata contro la "biopolitica". Cos'è? La battaglia contro la "tecnoscienza, la nascita in laboratorio": "In Francia stanno scomparendo le nascite dei Down, in Svezia crescono perché c'è una cultura di accoglienza", afferma senza tenere conto del diverso stato sociale. Ha scelto il Pdl perché nel Pd la "visione antropologica è un'altra". Souad, invece, ha scelto il centrodestra "perché con loro almeno litigo, a sinistra c'è indifferenza". Si batterà per "l'alfabetizzazione delle immigrate" e per evitare i troppo aborti che queste donne fanno. Fosse per lei, Souad, darebbe "subito gratis la pillola". Fiamma Nirenstein in Parlamento si occuperà di politica internazionale "a fianco degli Usa per la difesa di Israele e dell'Occidente" contro il terrorismo fondamentalista islamico. "Ho visto l'11 settembre prima delle Twin Towers nelle strade di Gerusalemme e Tel Aviv", afferma. È per "due popoli, due stati. Ma i palestinesi non ne hanno mai parlato, neppure ad Annapolis. E la formula "terra in cambio di pace" è obsoleta: se dai a loro un pezzo di terra ne fanno una rampa di lancio per i missili Qassam". Ne ha già per Massimo D'Alema: "Non si parla con Hamas" e, sulla rinuncia dell'Iran al nucleare, "basta coi sogni, è un paese che sostiene il terrorismo internazionale nei confronti del quale serve determinazione".

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Se il nemico dell'islam viene zittito in tribunale (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-11 num: - pag: 42 autore: di MAGDI ALLAM categoria: REDAZIONALE LIBERTA' DI PAROLA Se il nemico dell'islam viene zittito in tribunale N egli Stati Uniti l'hanno ribattezzata "Jihad by Court", ossia "la Guerra santa islamica tramite i Tribunali". Significa assediare e inondare il "nemico dell'islam" di denunce, richieste di rettifica a mezzo stampa, richieste di risarcimento danni, processi penali e civili, fino a costringerlo a capitolare, costringendolo a prendere atto che non gli è più possibile proseguire nell'azione di contrasto dell'estremismo e del terrorismo islamico perché è troppo oneroso il costo in termini di denaro necessario a pagare gli avvocati, di tempo da dedicare alla raccolta del materiale di documentazione, di tensione umana per il protrarsi di una vera e propria guerra legale, materiale e psicologica. Ve lo spiego meglio raccontandovi alcuni particolari del mio ultimo fine settimana. Venerdì ricevo per posta nell'ordine: 1) Richiesta risarcimento danni da parte dell'avv. Luca Bauccio per conto di Rachid Kherigi al-Ghannouchi, con riferimento a quanto ho scritto sul suo conto nel mio libro "Viva Israele". 2) Richiesta risarcimento danni da parte dell'avv. Luca Bauccio per conto dell'Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia), con riferimento al mio articolo pubblicato sul Corriere il 4 settembre 2007. 3) Richiesta risarcimento danni da parte dell'avv. Luca Bauccio per conto dell'Ucoii con riferimento a ben 9 miei articoli pubblicati sul Corriere dal 14 settembre 2007 al 25 febbraio 2008. Nella stessa giornata mi arriva via fax una quarta comunicazione, una richiesta di pubblicazione di rettifica rivolta al Corriere, da parte del presidente dell'Ucoii, Mohamed Nour Dachan, con riferimento al mio articolo del 25 febbraio 2008. Sabato 8 marzo scarico dalla mia e-mail una quinta comunicazione, una richiesta da parte dell'Ufficio Legale del Corriere di una relazione circa la causa civile intentata da al-Ghannouchi per tre miei articoli pubblicati sul giornale. Mentre per posta mi arriva una sesta comunicazione, un "decreto che dispone il giudizio" emesso dall'Ufficio del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, per una causa intentata da Abdellah Labdidi, imam della moschea Er Rahma di Fermo, in riferimento a un mio articolo pubblicato sul Corriere il 30 novembre 2003. Sempre di sabato ho sentito telefonicamente uno dei miei avvocati, Gabriele Gatti, circa un settimo caso giudiziario, una causa intentata contro di me dalla Grande Moschea di Roma per una dichiarazione televisiva resa in una puntata di "Otto e mezzo" su La7. La domenica per fortuna l'ho passata indenne. Ma nella prima mattinata di ieri ho ricevuto un'ottava comunicazione, una telefonata da parte dell'Ordine dei Giornalisti di convocazione per una denuncia inoltrata da Hamza Roberto Piccardo, ex segretario nazionale dell'Ucoii, circa un mio articolo pubblicato sul Corriere il 16 gennaio 2007. E nella tarda mattinata ho ricevuto una seconda telefonata da parte di un avvocato del Corriere, per una nona comunicazione circa la causa intentata da Aldo Bernardini, Luigi Cortesi e Claudio Moffa in riferimento a un mio articolo pubblicato il 23 marzo 2004. E' dura trovarsi ad occuparsi di nove cause in tre giorni. Ed è logorante dover affrontare ininterrottamente decine di cause per anni. Negli Stati Uniti Daniel Pipes ha promosso un ufficio legale che offre consulenza e assistenza gratuita a tutti i cittadini americani che finiscono nel mirino degli estremisti islamici. Sarebbe ora di farlo anche qui in Italia. In ogni caso gli estremisti islamici e i loro complici sappiano che non mi piegherò mai al terrorismo dei taglia-lingua, così come non mi sono lasciato intimidire dal terrorismo dei taglia-gola. Per la mia libertà di parola e di scrittura mi batterò fino all'ultimo.

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ROMA A rinunciare alla candidatura nel Pdl non ha mai pensato. Neppure dopo l'orgoglios (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di CLAUDIA TERRACINA ROMA A rinunciare alla candidatura nel Pdl non ha mai pensato. Neppure dopo l'orgogliosa rivendicazione di adesione al fascismo da parte di Ciarrapico. Anzi, Fiamma Nirenstein, giornalista d'assalto dal Medio Oriente, coglie l'occasione per ribadire di sentirsi "perfettamente a mio agio. Se questo signore si sente fascista è un problema suo e, quando lo incontrerò, da antifascista, quale sono da sempre, gli dirò chiaramente cosa penso". Tutto qui, signora Nirenstein? Non le è venuta voglia di dire, in questa lista o ci sono io, o lui che ammette di aver nei suoi giornali il ritratto di Mussolini? "Assol\utamente no. Mi candido convintamente. Farebbero bene a imbarazzarsi nel Pd, dove c'è D'Alema che ha come obiettivo il dialogo con Hamas e l'Iran. Quella sì è una cosa grave. Così come vorrei vedere come faranno a convivere il radicale Pannella e la Binetti, che porta il cilicio". Lei è di religione ebraica e molti suoi correligionari stanno dicendo che la convivenza politica con Ciarrapico è impossibile per un ebreo. "Parole strumentali. Mi riconosco nel Pdl perchè sulla questione del Medio Oriente non si è fatto influenzare dalla propaganda antiisraeliana. Qui non c'è chi è andato a braccetto con un deputato Hezbollah in Libano. Io sono stata candidata da Fini, un politico che stimo enormemente per essere andato in Israele, con la chippà in testa, a riconoscere le colpe del fascismo. E ha pagato perdendo un pezzo del suo partito. E poi An ormai non esiste più, c'è solo il Pdl". Ma è stato Berlusconi, non Fini a candidare Ciarrapico. "Appunto, e sarà Berlusconi a risolvere la questione".

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AMMAN - Il movimento islamico palestinese Hamas ha avviato negoziati con Israele per raggiungere una (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Tregua dopo le violenze dei giorni scorsi. Lo ha rivelato ieri ad Amman il presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen al termine dei suoi colloqui col re Abdallah. "Sono in corso negoziati a Tel Aviv tra Hamas e israeliani per abbassare la tensione e per evitare nuovi omicidi mirati di esponenti del movimento islamico", ha detto Abu Mazen. Il presidente palestinese, che ha ribadito di esser anch'egli impegnato in colloqui con le autorità israeliane, ha inoltre invitato i leader di Hamas a metter fine al lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro le città meridionali israeliane: "Il lancio di razzi non serve la causa di Hamas", ha aggiunto. Dal canto suo Ismail Haniyeh ha assicurato che Hamas faciliterà gli sforzi del cairo per arrivare a un cessate il fuoco tra l'Egitto e i militanti palestinesi. In una nota, Haniyeh ha poi espresso l'auspicio che il raggiungimento di una tregua possa allentare l'isolamento della Striscia di Gaza.

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<Vendere un rene per uccidere il ministro israeliano> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 11-03-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-11 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Guerra e propaganda "Taglia di Golia": chi elimina il nemico riceve 400 mila dollari raccolti con il commercio di organi "Vendere un rene per uccidere il ministro israeliano" Iniziativa a Teheran di un gruppo di studenti universitari. Nel mirino Ehud Barak DAL NOSTRO INVIATO TEHERAN - Un rene in cambio della testa del ministro della Difesa israeliano. Anzi più di uno fino a raggiungere la discreta cifra di 400mila dollari. Un'associazione di studenti iraniani radicali ha messo l'offerta in tre lingue su Internet. Una taglia ciascuno sui "principali responsabili del genocidio del popolo palestinese a Gaza: il ministro sionista Ehud Barak, il capo del Mossad, Meir Dagan, e quello dei servizi segreti militari, Amos Yadlin". La morte degli ultimi due vale però un po' meno: 300mila dollari. Gli studenti, o presunti tali, ci tengono a far sapere che la "taglia di Golia", come l'hanno chiamata, andrà direttamente al killer o, nel caso l'interessato optasse per un'azione suicida, alla sua famiglia. "Ci impegniamo a punire con la legge del taglione, nominata nei testi sacri di tutte le religioni monoteiste, i responsabili delle stragi di questi giorni a Gaza" hanno declamato gli studenti a Teheran. Con tutti i servizi segreti, i gruppi paramilitari e i fanatici già impegnati da anni nell' impresa, l'iniziativa appare quanto meno velleitaria, ma rientra alla perfezione nell'ormai storico sforzo iraniano di assumere la guida del movimento islamista per la "liberazione di Gerusalemme" ed espandere la propria sfera d'influenza geo-politica. Un obiettivo per altro sempre più realistico, grazie alla popolarità del presidente Mahmud Ahmadinejad nel mondo arabo e, soprattutto, grazie alla crescita dei movimenti vassalli o simpatizzanti di Hezbollah (in Libano), Hamas (in Palestina), Al Sadr, Sciri e Dawa (in Iraq) e alla influenza in Siria, Yemen e Afghanistan. Durante l'offensiva israeliana sul Libano dell'estate 2006, per le strade di Teheran si offrivano biscottini a ogni razzo hezbollah che esplodeva in territorio ebraico. Un paio di dozzine di aspiranti kamikaze salutarono amici e parenti in piazza e cercarono di raggiungere il fronte pagandosi da soli il biglietto dell'autobus. Oggi durante l'offensiva israeliana su Gaza, per le strade di Teheran si raccolgono finanziamenti (anche in natura: in Iran vendere reni umani è legale) per pagare la taglia sui leader israeliani. è il medesimo schema: la Repubblica islamica tiene le mani pulite, non avalla ufficialmente alcun atto aggressivo, ma lascia semplicemente spazio ad esuberanti "ragazzi". Foruz Rajaifar ha tenuto il discorso più applaudito dal centinaio di attivisti che domenica ha formalizzato l'iniziativa delle taglie. Difficile giudicare l'età della signora avvolta fin sotto il naso dal chador nero, ma Rajaifar pare quanto meno una studentessa fuori corso. Avrà 40 o 50 anni e non è nuova a iniziative del genere. Tre anni fa si era presentata in un tripudio di bandiere verdi a incoraggiare e organizzare le "Ragazze dell'ulivo", aspiranti bombe umane per la liberazione della Palestina. Domenica, la matura studentessa ha spiegato che "terrorista è chi fa esplodere un treno in Europa pieno di innocenti, uno shaid ("martire", ndr) è invece chi si fa esplodere davanti al suo nemico per ucciderlo". Farshid Ilaty, lui sì 21enne, spiega al Corriere che "il nostro Movimento studentesco per la Giustizia islamica ha raccolto per ora il 20% del milione di dollari necessari per le tre taglie. Ci hanno aiutato organizzazioni non governative iraniane come "I sostenitori di Gerusalemme" e "I protettori dei palestinesi"". E i reni? Quanti hanno detto d'essere disposti a venderne uno? "Abbiamo venti volontari per ora, ma in un solo giorno sul nostro sito www.qesas.it sono arrivate quasi un centinaio di adesioni. Lo tradurremo anche in ebraico, italiano, francese e tedesco così che pure ebrei e cristiani possano aiutarci a fare giustizia contro il genocidio dei palestinesi". Teheran Poster contro il generale Amos Yadlin, il capo del Mossad Meir Dagan e il ministro Ehud Barak Andrea Nicastro.

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Nuovo stop e salta il vertice (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Ebrei-Vaticano Nuovo stop e salta il vertice "La visita è bloccata", annuncia il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. La settimana scorsa la Santa Sede, attraverso il cardinale Walter Kasper, aveva annunciato l'arrivo in Vaticano di una delegazione del Gran Rabbinato di Gerusalemme per chiarire la nuova, controversa formula della preghiera per gli ebrei. La delegazione di Gerusalemme avrebbe dovuto incontrare i membri della commissione per l'ebraismo e il segretario di Stato Tarcisio Bertone (che, al termine, avrebbe diffuso una dichiarazione eplicativa sulla corretta interpretazione della preghiera del venerdì santo) ma ora l'improvviso stop. "La preghiera viene dal Papa, quindi deve essere lui a rimetterci le mani e pronunciarsi pubblicamente - spiega Di Segni - questa dichiarazione ha senso solo se viene fatta dal Pontefice, altrimenti è una contraddizione e un paradosso. Dipende da quale autorità si attribuirà il pronunciamento. L'incontro è saltato proprio sulla definizione degli obiettivi. Senza avere nulla di concreto in mano, è inutile che i rabbini vengano da Israele". La delegazione da Gerusalemme, assicura il rabbino capo di Roma, "non arriverà". In attesa di "chiarimenti", al momento "è tutto rinviato e sono in corso trattative con il Vaticano". \.

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NIRENSTEIN: <LA LIGURIA?IMPARERò A CONOSCERLA> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

NIRENSTEIN: "LA LIGURIA?IMPARERò A CONOSCERLA" la giornalista CANDIDATA DAL PDL IN LIGURIA vittorio de benedictis NEL GIORNO del suo debutto politico, candidata alla Camera in Liguria per il Popolo della Libertà, è già costretta a precisare. Càpita che mentre lei, Fiamma Nirenstein, brillante scrittrice e giornalista fiorentina, ebrea, "antifascista" e "anti" tutti i totalitarismi, un passato da "ragazzina comunista, come tutti quelli della mia età", si trovi oggi dall'altra parte della barricata e nella stessa lista con l'imprenditore Giuseppe Ciarrapico, il quale proprio ieri su la Repubblica ha detto di "non aver mai rinnegato il fascismo". Inevitabile le polemiche e i distinguo: "Siamo incompatibili. Spero di non incontrare mai questo signore, se non deciderà di emendarsi rispetto alle idee che ha espresso". Ma se c'è incompatibilità, che fa, lascia? "Lasci lui! Ho appena imboccato una strada che mi interessa, per dare il mio piccolo contributo affinché l'Italia partecipi alla costruzione della pace e della libertà. E poi, nel Pd non c'è incompatibilità tra Pannella e quella signora che porta il cilicio? Come si chiama? Sì, Binetti". Nirenstein, editorialista del Giornale Nuovo (per tanti anni è stata alla Stampa corrispondente da Israele), sarà eletta in Parlamento anche se dovesse vincere il Pd: il quarto posto in lista la pone in una botte di ferro. È stato Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore di Forza Italia a chiederle di candidarsi, nello stesso momento in cui lo faceva anche Fini. Una candidatura un po' a sorpresa la sua... "Ho vissuto più di un decennio in una zona di guerra. Ho vissuto l'11 settembre prima degli americani, ho visto negli occhi il terrorismo, quanto diventava più forte e strutturato e creava una strategia internazionale, cambiando la vita delle città, delle persone e dei luoghi a me cari. Gerusalemme era diventata una tomba: la capitale di uno dei paesi più democratici, più vivaci, più culturalmente e socialmente attivi del mondo... Ho studiato le ramificazioni, guardando dove stanno i vertici e coloro che fanno manualmente gli attentati: quando il Pdl mi ha chiesto di diventar parte attiva, ho deciso di provare a contribuire per conservare la nostra democrazia integra". Perché ha scelto il Pdl visto il suo passato da femminista e da "giovane comunista"? "Li ho trovati più coerenti in una politica filo- israeliana e atlantista che difende la libertà e la democrazie. La sinistra invece si è affannata a dare addosso a Israele, a cercare i suoi torti, ma questo Paese, fin dalla sua fondazione nel 1948, è stato circondato da forze che lo volevano distruggere. Non sono contenta di un governo che dialogava con Hamas, con il quale non c'è nessuna ragione di parlare per il semplice motivo che non esisterebbe se accettasse di parlare con Israele. Hamas e tutte le forze integraliste islamiche hanno l'obiettivo di distruggere Israele. Non si può parlare col vertice del terrorismo internazionale, che ha la sua testa in Iran con Ahmadinejad che prepara le sue armi non solo contro Israele ma contro tutto l'Occidente. Non tutti i musulmani la pensano come lui, ma questo asse strategico antidemocratico e imperialista esiste". E allora che politica deve fare l'Italia in Medio Oriente? "A D'Alema dico: basta con i sogni. Credo che l'Italia abbia fatto una politica pavida, che deve essere modificata. Sono per la politica di due Stati per due popoli (Palestina e Israele, ndr), mentre la formula pace in cambio di terra non va più bene. Hamas ha trasformato la terra in rampa di lancio per i missili e lo stesso è accaduto in Libano con Hezbollah". Il Pdl frenerà le sue battaglie? "Il mio percorso femminista e per i diritti umani continua e proprio per questo ho accettato di candidarmi. Sono dalla parte dei dissidenti, di coloro che vengono torturati o incarcerati perché esprimomo la loro idea, Loro sono gli eroi del nostro tempo". Questo sarà il suo impegno anche in Parlamento? "Certo, continuerò su questa strada. Israele è un eroe collettivo: per tutti noi si è opposto a quei paesi, totalitaristi che hanno una delle loro ragioni nell'odio Jihadistico". È stata catapultata in Liguria: si occuperà del territorio? "La conosco poco e spero di conoscerla meglio. Però ho sempre pensato che sia isolata e che il suo sviluppo economico debba essere liberato, aperto: penso alle autostrade del mare e a un turismo da valorizzare ulteriormente. Sull'immigrazione occorre aiutare la regione a far rispettare le regole". 11/03/2008.

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Hamas-Israele, scoppia la tregua di fatto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 11-03-2008)

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Palestina Hamas-Israele, scoppia la tregua "di fatto" Insediamenti Altre 400 case in una colonia vicino a Gerusalemme. L'Ue e l'Onu condannano Michele Giorgio Gerusalemme Abu Mazen ora deve ingoiare anche il negoziato indiretto, favorito dall'Egitto, in corso tra Israele e Hamas. Il presidente palestinese, al quale Tel Aviv e Washington hanno intimato di non riappacificarsi con il movimento islamico vincitore delle elezioni del 2006 e che dallo scorso giugno controlla totalmente Gaza, ieri da Amman ha affermato che tra Hamas e lo Stato ebraico è in atto una tregua di fatto. "Sono in corso negoziati tra Hamas e israeliani per abbassare la tensione ed evitare nuovi omicidi mirati di esponenti islamici. Hamas - ha proseguito Abu Mazen - ha chiesto a Israele di non uccidere i suoi leader e quelli del Jihad islami". Ehud Olmert naturalmente ha smentito. "Non ci sono accordi né negoziati, diretti o indiretti con Hamas", ha affermato il premier israeliano, sostenuto dal ministro della difesa Ehud Barak. "Non c'è alcun accordo" ha ribadito Barak, aggiungendo però "non ci lamentiamo per ogni giorno di calma in più, ma se avremo necessità di agire, lo faremo". Poco dopo una fonte militare israeliana ha chiarito come stanno effettivamente le cose riferendo che Olmert ha ordinato all'esercito di fermare i raid aerei e le incursioni nella Striscia. Perché Israele accetta solo ora una tregua che pure era stata avanzata da Hamas nelle settimane passate e che, solo in questi ultimi giorni, avrebbe potuto salvare circa 130 vite umane (tutte palestinesi tranne un civile e quattro soldati dello Stato ebraico)? Una domanda alla quale Olmert e Barak non rispondono, trincerandosi dietro l'incerta smentita della trattativa con gli islamisti. Abu Mazen da parte sua non può che fare buon viso a cattivo gioco. Da un lato deve mostrarsi compiaciuto per un cessate il fuoco che, se rispettato, potrebbe ridurre in parte le sofferenze della sua gente a Gaza, dall'altro sa di essere stato bypassato e che la tregua rafforza l'immagine di Hamas tra i palestinesi di Gaza. Un altro boccone amaro. Una settimana fa Abu Mazen era stato messo in forte imbarazzo dall'annuncio fatto dal Segretario di stato Condoleezza Rice della ripresa immediata dei negoziati sospesi dopo i sanguinosi raid israeliani a Gaza. Appena un paio d'ore prima il presidente palestinese aveva confermato con tono perentorio l'interruzione dei colloqui. Difficile dare torto al negoziatore palestinese Yasser Abed Rabbo, che sostiene che "Israele fa del suo meglio per indebolire l'Anp", quando giungono notizie di nuove costruzioni di case per coloni nella Gerusalemme araba (Est) e in Cisgiordania. Lo Stato ebraico infatti ha annunciato l'intenzione di costruire 400 nuove case nell'insediamento colonico di Neve Yaakov, alla periferia di Gerusalemme Est, ricevendo le condanne sia del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, sia del rappresentante della politica estera dell'Ue Javier Solana. Domenica era stato il ministro per l'edilizia, Zeev Boim, a comunicare che saranno costruiti centinaia di nuovi appartamenti nelle colonie di Givat Zeev e di Pisgat Zeev.

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Gaza, voci su tregua Israele-Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il presidente palestinese, Abu Mazen, ha assicurato che Israele e Hamas hanno raggiunto "un'intesa di massima" su una tregua che impegna il movimento di resistenza islamico a cessare il lancio di razzi e lo Stato ebraico a revocare l'embargo sulla Striscia di Gaza. "Hamas vuole anche proteggere i suoi dirigenti e quelli di Jihad islamico dagli israeliani e credo che Israele acconsenta o abbia già acconsentito", ha detto il leader palestinese dopo un colloquio ad Amman con re Abdullah II di Giordania. "A seguito di quanto sta accadendo in Egitto credo che vi sia un'intesa di massima, che nei prossimi giorni potrebbe preludere a un accordo", ha detto Abu Mazen riferendosi allo sforzo di mediazione della diplomazia egiziana che avrebbe portato le parti a una tacita tregua all'interno e intorno alla Striscia di Gaza. Il premier israeliano, Ehud Olmert, ha tuttavia negato che Israele sia impegnato in una trattativa del genere con Hamas, e sottolineato che non vi sarebbe alcuna ragione di colpire Gaza se da lì non partissero salve di razzi. "Non vi è alcun accordo, non vi sono negoziati nè diretti nè indiretti", ha insistito il premier. Anche Hamas ha smentito l'esistenza di una tregua informale con Israele. Resta però il fatto che negli ultimi giorni è drasticamente calato il numero dei missili Qassam sparati contro Israele e non vi sono state nuove operazioni israeliane nella Striscia. Ieri mattina i media israeliani hanno riferito di una sorta di tregua in vigore a Gaza. Il Jerusalem post, citando fonti dell'autorità palestinese, ha parlato di "accordi segreti" per bloccare la violenza, raggiunti sotto gli auspici dell'Egitto. Per la radio si è trattata di un'intesa tacita, segreta e indiretta, mentre il quotidiano Haaretz scriveva ieri che il governo aveva ordinato all'esercito di contenere la propria azione a Gaza. La calma di fatto a Gaza giunge dopo la recente escalation che nel corso di cinque giorni ha portato alla morte di oltre 120 palestinesi in raid aerei e operazioni di terra israeliane, mentre militanti palestinesi hanno lanciato 258 missili da contro Israele. Red Es 11/03/2008.

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Dalla Striscia a Beirut, sono tre i fronti che allarmano gli Usa (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 11-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Commenti Pagina 316 Dalla Striscia a Beirut, sono tre i fronti che allarmano gli Usa --> Condoleezza Rice ha da poco lasciato Gerusalemme. Il rais Abu Mazen, sotto enormi pressioni americane, ha annunciato la ripresa dei colloqui tra israeliani e palestinesi, interrotti nei giorni scorsi in seguito all'operazione militare a Gaza per fermare il lancio di razzi Qassam dalla Striscia. Oltre cento palestinesi sono rimasti uccisi, tra cui decine di civili. Due soldati israeliani hanno perso la vita e un abitante della cittadina israeliana di Sderot è morto a causa di un Qassam atterrato vicino alla sua automobile. Per giorni, l'esercito è penetrato nel piccolo territorio palestinese con i carri armati e ha bombardato con gli elicotteri postazioni di lancio razzi. Su città israeliane come Ashkelon, finora poco toccate, sono caduti ordigni con una maggiore gittata rispetto ai Qassam - katiusha e Grad - entrati nella Striscia dopo l'abbattimento del muro di confine con l'Egitto, a gennaio. Ieri, un soldato israeliano è morto quando una jeep in pattuglia lungo il confine è saltata in aria passando su una mina fatta esplodere con un comando a distanza remota dal territorio palestinese. Nelle ore in cui prendeva il via l'operazione a Gaza, il cacciatorpediniere USS Cole americano viaggiava verso le acque territoriali libanesi. Oggi fa rotta verso il Golfo, ma a largo delle coste di Beirut navigano ancora due imbarcazioni da guerra della marina degli Stati Uniti. In Libano e Siria, il fatto ha acceso il dibattito. Non si vedevano navi militari battenti bandiera americana in prossimità delle acque libanesi dai tempi della guerra civile, quando una forza multinazionale composta anche da marine era presente sul suolo del piccolo paese diviso dal conflitto. Nell'ottobre 1983, un grande attentato - che causò 241 morti - colpì una caserma di marine e il quartier generale dei parà francesi. Pochi mesi dopo, gli americani portavano a casa le forze. Dietro quell'attacco c'era Imad Mughnieyeh, leader di Hezbollah saltato in aria poche settimane fa in un'esplosione a Damasco. Le navi da guerra americane, hanno spiegato funzionari del Dipartimento di Stato, sono un segnale in favore della stabilità regionale e un simbolo in sostegno agli amici di Washington nell'area. L'America, assieme ad Arabia Saudita e al Cairo, appoggia la maggioranza del premier libanese Fouad Siniora, mentre Iran e Siria sostengono l'opposizione di Hezbollah e alleati. Le parti non trovano accordo sull'elezione di un presidente, che manca da novembre, e sulla composizione di un nuovo governo. Ma l'instabilità che gli americani vorrebbero arginare con l'invio delle proprie navi non si limita al Libano. Le coste israeliane e quelle di Gaza non sono infatti lontane. Washington teme che la situazione nella Striscia possa determinare l'apertura del fronte nord, al confine tra Israele e il sud del Libano, regno di Hezbollah. Nel 2006, il conflitto tra Tsahal e il partito di Dio scoppiò a pochi giorni dall'azione militare a Gaza dopo il rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit. Sono dunque tre i fronti che preoccupano l'America: quello della Striscia, tra Israele e Hamas; al nord, tra Tsahal e Hezbollah e quello più diplomatico che vede fronteggiarsi sulla questione della presidenza a Beirut maggioranza libanese, Riad, Cairo, Amman, comunità internazionale da una parte, Damasco, Teheran e il Partito di Dio dall'altra. Sauditi ed egiziani hanno minacciato per settimane di boicottare il summit arabo di marzo in Siria a causa della mancata cooperazione del regime di Bashar el Assad all'elezione di un leader libanese. In realtà, maggioranza e opposizione hanno già trovato un candidato di compromesso. Il generale Michel Suleiman, capo dell'esercito. Ma Hezbollah e alleati pretendono anche un terzo dei ministri del nuovo esecutivo. Mentre il cacciatorpediniere USS Cole si allontana dal Libano e le altre due navi da guerra rimangono in prossimità delle sue coste, all'aeroporto del Cairo i rais della regione s'incontrano e si scontrano sul dossier libanese: il ministro degli Esteri iraniano Manoucher Mottaki ha visto il principe saudita Saud al Faisal che poco dopo, nello stesso luogo, ha parlato con il sottosegretario di Stato americano David Welch. ROLLA SCOLARI.

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