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2008 #TOP
La
partita per salvare Annapolis si gioca al Cairo e a Sana'a
( da "EUROPAQUOTIDIANO.it"
del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele e
l'Autorità nazionale palestinese (Anp). Se il presidente egiziano Hosni Mubarak
è chiamato infatti a gestire la mediazione tra Hamas e Israele per un cessate
il fuoco e la fine del blocco imposto da mesi sulla Striscia, il suo omologo
yemenita Ali Abdallah Saleh è impegnato nel delicato compito di sciogliere il
ghiaccio nelle relazioni tra i vertici di Hamas e Fatah e ricucire
Smirne.
caccia grossa all'ultimo voto - (segue dalla copertina) dal nostro inviato
( da "Repubblica,
La" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
il ministro
degli esteri israeliano, signora Tzipi Livni, parlando al telefono con il suo
collega turco Ali Babacan, lo ha informato della decisione di appoggiare per
l'Expo 2015 il paese vicino, "in segno di amicizia verso la Turchia".
Una posizione che può risultare decisiva: arabi ed ebrei, tutti a favore di
Smirne.
Con
Barenboim per unire i diritti israeliani e palestinesi
( da "Unita,
L'" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
APPUNTI DI
VIAGGIO Ho visitato Israele per la prima volta nel 2003 e da allora ci torno
almeno una volta all'anno. Lo trovo un paese bello, vitale, stimolante e invito
chi ne parla senza conoscerlo ad andarlo a visitare. La realtà è, come sempre,
diversa dalla propaganda e dall'ideologia e per capirla niente vale come
l'esperienza diretta.
Il
mondo dopo Saddam secondo Barack Obama e il resto dell'umanità
( da "Unione
Sarda, L' (Nazionale)" del
22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
terrorizzare
i vicini e minacciare Israele. Avrebbero imbrogliato anche Hillary e Bill
Clinton, perché l'ex presidente ha bombardato due volte Baghdad, spiegando che
il rais finanziava il terrorismo, aveva armi di sterminio e stava mettendo le
mani sulla Bomba. Al Senato, quando ha autorizzato Bush a invadere l'Iraq,
Hillary ha detto esplicitamente che Saddam aveva armi di sterminio,
Israele
l'agenzia per l'immigrazione ha perso la sua centralità
( da "Riformista,
Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele
l'agenzia per l'immigrazione ha perso la sua centralità Anche la Sokhnut messa
in crisi dalla concorrenza Per i giovani più che stile Exodus sembra un viaggio
Erasmus Anche Israele ha la sua Alitalia. La Sokhnut, o Agenzia ebraica, è
un'istituzione che ha fatto la Storia del paese ma che oggi brucia cifre da
capogiro.
Rhys
Chatham, quel frastuono immenso alle origini del minimalismo americano
( da "Liberazione"
del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
si avvicina
alla repetitive music quando conosce Charlemagne Palestine e Tony Conrad.
Collabora con La Monte Young, diventa il curatore della storica galleria di
Soho The Kithcen, culla di tanti esperimenti che hanno fatto epoca. Poi viene
folgorato dal rock, o meglio dai Ramones: passa alla chitarra elettrica e
subito comincia a progettare le cose in grande.
L'obiettivo
principale del Pd? Contrastare la precarietà . Il ministro dell
(
da "Messaggero,
Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
non si può
trattare con Hamas se non riconosce Israele". Veltrusconi è il neologismo
con cui si racconta la vostra sfida. E il simbolo di un accordo tra avversari o
anche la metafora di due programmi e due leader che si somigliano? "C'è
una civiltà del confronto politico alla quale, una volta per tutte, questo
Paese dovrebbe abituarsi e invece stenta a farlo.
Merkel
stringe i rapporti tra Berlino e Tel Aviv
( da "EUROPAQUOTIDIANO.it"
del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
stringe i
rapporti tra Berlino e Tel Aviv Il 16 marzo la cancelliera tedesca Angela
Merkel è arrivata in Israele per una visita di tre giorni. La stampa israeliana
ha accolto con entusiasmo le sue dichiarazioni a sostegno degli interessi di
Tel Aviv. "La Germania è il migliore amico di Israele in Europa", scrive
Ha'aretz, "e forse addirittura nel mondo, se si escludono gli Stati Uniti.
Lì
si sente forte la voglia di riappropriarsi della vita un bel fervore culturale
( da "Stampa,
La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
SUL SET IN
ISRAELE "Lì si sente forte la voglia di riappropriarsi della vita un bel
fervore culturale".
Il
Papa e gli ebrei. 500 firme di protesta. Dal mondo cattolico Preghiamo per
loro, riconoscano in Gesù il Salvatore... . Gli studiosi: così ostacola il
dialogo ebraico-cristiano ( da "Unita, L'"
del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Per Israele
una fedeltà all'Alleanza con Dio "mai revocata". Non si nasconde la
preoccupazione per quell'antica accusa di deicidio rivolta al popolo ebraico
messa in relazione al Venerdì Santo, "accusa infondata, ma foriera di
abissi di orrore". Ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio
Vaticano II,
L'ultimo
sprint per l'Expo 2015 e i suoi soldi Un evento che vale trenta milioni di
visitatori. Fra una settimana il verdetto: Milano o Smirne?
( da "Unita,
L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
La Turchia ha
invece incassato il sostegno di Israele assicurato alle autorità di Ankara dal
ministro degli Esteri Tzipi Livni. La Cina potrebbe appoggiare la candidatura
turca e convincere alcuni paesi africani come il Sudan, ma l'Italia conta su
molte capitali del continente, sull'appoggio di gran parte degli europei e di
stati dell'Asia e dell'America Latina.
Lettera
al Papa di 400 docenti<A rischio il dialogo con gli ebrei>
( da "Secolo
XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
il passaggio
in cui il popolo di Israele viene definito come "bisognoso di
illuminazione" 23/03/2008 UN CAMBIAMENTO sostanziale apportato da Papa
Ratzinger ai riti della Settimana Santa (nella versione latina che ha trovato
piena legittimità nella Chiesa): il popolo ebraico, che prima del concilio era
già bollato come "perfido" ma deceni di politica vaticana avevano
riavvicinato,
La
croce della fede i santini dei mafiosi - nino fasullo
( da "Repubblica,
La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
La fede del
primo credente dopo la morte di Gesù: un romano, non un figlio di Israele. A
Gerusalemme quel venerdì, vigilia della Pasqua ebraica, quella morte segnava un
nuovo passaggio, quello definitivo dell'abbattimento della morte in favore
dell'umanità. Così la confessione del centurione enunciava l'inizio di una
storia nuova, ancora oggi incompiuta.
Oz
e Benhabib protagonistidegli incontri sulla multicultura
( da "Secolo
XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
scrittore
israeliano di fama mondiale, sarà a Genova il 29 giugno per ricevere il premio
Primo Levi; Seyla Benhabib terrà la sua lezione esattamente un mese prima, il
29 maggio. Il tutto nell'ambito di un programma di "Grandi incontri sulla
multi-cultura" che punta direttamente all'integrazione e all'intreccio
culturale con i "nuovi cittadini"
Gesù
e la lezione etica sui mercanti nel tempio - michele mirabella
( da "Repubblica,
La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Cosa poteva
capire il governatore della Palestina, di una provincia romana, di regni e
imperi che non fossero conquistati con eserciti, leggi, tasse e lingua degli
uomini? Il buon ladrone, sì, lui si che si fida e affida. Non si sforza di
sguarnire il minimo dialogo. Confida. E per lui il Regno è pronto.
Leader
palestinese torturato nelle prigioni egiziane Al Cairo vertice della tensione
tra Mubarak e Hamas ( da "Liberazione"
del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
senza dubbio
una possibile tregua con Israele, ma probabilmente anche le accuse di tortura
mosse dal movimento islamista palestinese contro il regime di Mubarak. Secondo
esponenti di Hamas infatti, alcuni membri di Ezzeddine al Qassam, il braccio
amato del movimento, sono stati "oggetto di torture terribili",
durante la loro prigionia in Egitto.
<Non
credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione>
( da "Liberazione"
del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
quasi si
avesse un senso di colpa nel puntare troppo l'indice contro Israele? Non c'è
dubbio. La sinistra radicale risente anch'essa di questa tradizione della
sinistra europea che, correttamente se si vuole, si è schierata spesso a fianco
di Israele in nome dell'olocausto, questa grande ombra che pesa anche sul mondo
islamico.
Morti
bianche, perché chiediamo più cautela Diaz: politica, magistratura e
"autorità terza" Khaled, a 78 anni in isolamento in carcere
( da "Liberazione"
del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
è
consuetudine in Palestina verso gli amici ed i compagni. In 17 anni passati
nelle carceri italiane (fino allo scorso gennaio si trovava nella prigione di
Parma, poi senza motivo apparente è stato trasferito nella sezione speciale di
Benevento, aperta proprio in quei giorni) Khaled Hussein ha imparato a fare
bene il caffè.
Morto
Israel <Cachao> Lopez uno dei creatori del mambo
( da "Corriere
della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
aveva 89 anni
Morto Israel "Cachao" Lopez uno dei creatori del mambo MIAMI - è morto
ieri in un ospedale nei pressi di Miami il contrabbassista e compositore cubano
Israel "Cachao" Lopez, considerato uno dei creatori del mambo. Lo ha
annunciato un portavoce della famiglia, Nelson Albareda, precisando che il
musicista è deceduto nelle prime ore della mattina all'
La
guerra del futuro tra radar, sensori e aerei senza pilota
( da "Corriere
della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Israele ha
sorprendentemente perso la guerra elettronica. Quando gli Hezbollah hanno
lanciato un missile contro la corvetta Hadith, gli israeliani non lo hanno
intercettato. La rete dei radar a terra doveva segnalare alla nave l'arrivo del
missile e innescare la partenza di un antimissile che avrebbe dovuto
distruggerlo prima dell'
Medio
oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele
( da "Tempo,
Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Stampa Medio
oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele ... Medio oriente Vertice
Egitto-Hamas per tregua con Israele IL CAIRO Funzionari egiziani hanno avuto
ieri colloqui con esponenti di Hamas e della Jihad islamica provenienti dalla
Striscia di Gaza per tentare di facilitare una tregua fra le organizzazioni
palestinesi e Israele.
MAGDI
ALLAM è NATO AL CAIRO IL 22 APRILE 1952. DA PICCOLO LA MADRE LO FECE STUDIARE
IN UN COLLE ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Allam ha
vinto il premio giornalistico Dan David, istituito dall'omonima fondazione
israeliana - premio che ha fruttato ad Allam duecentocinquantamila dollari. Tra
le sue opere più famose: "Vincere la paura" dove ha portato
testimonianze della sua vita sotto scorta, "Io amo l'Italia. Ma gli
Italiani la amano?", "Viva Israele".
( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
MEDIO ORIENTE
MUBARAK È CHIAMATO A MEDIARE TRA HAMAS E ISRAELE, IL SUO OMOLOGO YEMENITA A
RICUCIRE TRA HAMAS E FATAH La partita per salvare Annapolis si gioca al Cairo e
a Sana'a ALESSIA DE LUCA TUPPUTI La strada per riavviare il processo di pace in
Medio Oriente passa dal Cairo e da Sana'a. Un percorso tortuoso per cercare di
aggirare gli ostacoli che rischiano di precipitare la striscia di Gaza in un
disastro umanitario e far naufragare definitivamente i negoziati scaturiti
dalla conferenza di Annapolis tra Israele e l'Autorità nazionale
palestinese (Anp). Se il presidente egiziano Hosni Mubarak è chiamato infatti a
gestire la mediazione tra Hamas e Israele per un
cessate il fuoco e la fine del blocco imposto da mesi sulla Striscia, il suo
omologo yemenita Ali Abdallah Saleh è impegnato nel delicato compito di
sciogliere il ghiaccio nelle relazioni tra i vertici di Hamas e Fatah e
ricucire l'unità del popolo palestinese. Ieri il capo del gabinetto
politico del ministero della difesa israeliano, Amos Gilad, è volato al Cairo
per incontrare il generale Omar Suleiman, capo dell'intelligence egiziana e
responsabile della mediazione con il movimento islamico di Gaza. In cambio
della sospensione del lancio di razzi Qassam verso il Negev, Hamas chiede la
fine del lungo isolamento a cui è sottoposta la Striscia. Una condizione a cui
il governo di Tel Aviv non sembra essere disposto ma che potrebbe
"barattare" concedendo la riapertura del valico di Rafah, al confine
col Sinai. Suleiman starebbe lavorando con le parti proprio sui controlli di
frontiera, su chi sarà chiamato a condurli (egiziani, militari di Fatah o
uomini di Hamas) e, in definiva, su quali persone avrebbero diritto di passare.
Il terminal, chiuso quasi in permanenza dai soldati dell'esercito di Tsahal dal
giugno 2006, è stato oggetto nel gennaio scorso di un'irruzione da parte dei
palestinesi che, sfiniti dall'embargo, sono sciamati in centinaia di migliaia
sul territorio egiziano per comperare cibo e beni di prima necessità. Da qui
l'interesse dell'Egitto ? che in seguito ha iniziato la costruzione di un muro
di separazione per evitare il ripetersi di simili episodi ? a garantire una
forte presenza militare lungo il confine. Suleiman avrebbe suggerito di inviare
sul valico dei soldati anziché dei poliziotti, suscitando la reazione
israeliana poiché l'invio di militari nella zona violerebbe gli accordi di pace
di Camp David tra Egitto e Israele. D'altronde lo
stesso Mubarak, in un discorso tenuto in occasione dell'anniversario della nascita
del profeta Maometto, ha ricordato a Israele che
"l'occupazione (dei territori) non può durare per sempre" e che
"la resistenza è un diritto legittimo di ogni popolo sotto occupazione, ma
dev'essere valutata alla luce di profitti e perdite": un chiaro invito ad
Hamas a compiere dei passi in avanti concreti se vuole ottenere un ruolo nella
partita in corso. Secondo la stampa israeliana la mediazione egiziana potrà
dirsi conclusa con successo solo quando Suleiman restituirà la visita di Gilad
recandosi in Israele, un gesto che ha già rimandato di
tre settimane a causa "del persistere delle aggressioni israeliane"
nei territori, in riferimento a un raid della settimana scorsa in Cisgiordiana
nel quale sono rimasti uccisi quattro esponenti della jihad islamica, che ha
interrotto una tregua "di fatto" in corso da qualche giorno. Intanto
da Sana'a, il numero due dell'ufficio politico di Hamas, Moussa Abu Marzuk, ha
lasciato trapelare primi segni di apertura da parte del movimento nei confronti
della proposta yemenita, vale a dire, ritorno allo status quo ante il colpo di
mano del movimento di resistenza islamico a Gaza ed elezioni anticipate.
"Informeremo il presidente Ali Abdullah Saleh della nostra accettazione
dell'iniziativa yemenita", ha detto il dirigente, precisando che il
ritorno alla situazione di alcuni mesi fa "comprende un ritorno di Ismael
Haniyeh a capo di un governo di unità nazionale ". La mediazione di Sana'a
prevede anche una ripresa del dialogo in linea con gli accordi che le fazioni
palestinesi sottoscrissero alla Mecca nel febbraio del 2007, la creazione di un
governo di unità nazionale e la ristrutturazione delle forze di sicurezza
palestinesi. Dietro le quinte dei negoziati degli ultimi giorni sono in molti a
vedere un diretto coinvolgimento degli Stati Uniti che, pur rifiutando di
riconoscere ad Hamas la legittimità di un ruolo sullo scacchiere mediorientale
starebbero incoraggiando gli alleati arabi a portare avanti una mediazione che
coinvolga tutte le parti in causa. "Le indiscrezioni necessitano sempre di
conferme - avverte l'analista Mouin Rabbani ? tuttavia è evidente che si stiano
lentamente aprendo alcune delle porte che erano state chiuse in faccia ad Hamas
dopo la sua vittoria elettorale nei territori palestinesi, e Abu Mazen presto o
tardi dovrà prenderne atto".
( da "Repubblica, La" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cronaca Smirne.
Caccia grossa all'ultimo voto (SEGUE DALLA COPERTINA) DAL NOSTRO INVIATO marco
ansaldo "E a febbraio c'è stata una nuova visita: la delegazione ha detto
che Smirne è stata ancora una volta approvata come la scelta migliore per
ospitare l'Expo". Dalla centrale piazza della Repubblica dove torreggia la
statua di Ataturk, si vedono ancora le bandiere rosse con la stella e la
mezzaluna, rimaste appese dopo le ultime elezioni. Perché a Smirne, città di
grande ospitalità e centro turistico tradizionale, si respira di nuovo
atmosfera di battaglia. Ieri contro il primo ministro islamico moderato Recep
Tayyip Erdogan, che solo qui è rimasto sonoramente sconfitto dal partito
socialdemocratico che tuttora amministra la provincia. Oggi contro Milano, in
attesa della decisione finale che giungerà da Parigi il 31 marzo prossimo. La
terza città più grande della Turchia dopo Istanbul e Ankara, tre milioni e
mezzo di abitanti, ritiene di avere la vittoria in tasca. I funzionari del
Comitato per l'Expo fanno due conti. "Sessantotto voti certi per noi,
contro 51 degli italiani, su 140 paesi elettori". La maggioranza è a
( da "Unita, L'" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Con Barenboim per unire i diritti israeliani e palestinesi di
Luca Lombardi* APPUNTI DI VIAGGIO Ho visitato Israele per la prima volta nel 2003 e da allora ci torno almeno una
volta all'anno. Lo trovo un paese bello, vitale, stimolante e invito chi ne
parla senza conoscerlo ad andarlo a visitare. La realtà è, come sempre, diversa
dalla propaganda e dall'ideologia e per capirla niente vale come l'esperienza
diretta. Non ignoro certo il problema dei palestinesi e mi auguro di
potere vedere e festeggiare la nascita di un loro Stato. Lo si sarebbe potuto
avere già nel 1948, quando un voto delle Nazioni Unite aveva istituito, accanto
allo Stato israeliano anche uno Stato palestinese, ma, come ricordava
recentemente Furio Colombo su questo giornale, le potenze petrolifere arabe
impedirono ai palestinesi di accettare. Come sarebbe bello se proprio
quest'anno Tony Blair, incaricato dal "Quartetto" (Stati Uniti,
Nazioni Unite, Unione Europea, Russia), riuscisse nell'impresa in cui hanno
finora fallito i politici di tre generazioni, quella di porre fine a una guerra
lunga già due volte quella già lunghissima dei trent'anni (terminata anch'essa
in un anno '48, quello di quattro secoli fa). Nel frattempo nella società
civile molte forze creative - scrittori, musicisti, cineasti - sono al lavoro
per creare quella base di conoscenza e di dialogo senza la quale nessuna vera
pace è possibile. Tra gli esempi che si potrebbero citare, l'Orchestra del
Divano occidentale-orientale, nella quale suonano giovani musicisti israeliani,
palestinesi e di altri paesi arabi. Daniel Barenboim la fondò nel
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Commenti Pagina 319
Il mondo dopo Saddam secondo Barack Obama e il resto dell'umanità --> Cinque
anni dopo l'invasione dell'Iraq, se ne può fare una cronaca oppure una storia.
La cronaca consiste in una sola parola: disastro. La storia racconta altro.
Numerosi errori di esecuzione nei mesi successivi alla destituzione di Saddam
Hussein, molti dei quali figli di faide, diverse tendenze e opposte teorie di
moda a Washington. Tutti errori che Bush pagherà, innanzi al tribunale della
storia. Ciò su cui uscirà vincente è tutto il resto. Si era detto che la guerra
è stata unilaterale, figlia di una dottrina imperialista di destra, ma i Paesi
alleati erano più di trenta, tra cui la grande maggioranza degli Stati europei,
molti dei quali socialisti e di sinistra, come Gran Bretagna e Polonia. Si era
detto che la guerra era per il petrolio, ma con il prezzo volato a cento
dollari, questa stupidaggine non la ripetute più nessuno. L'altra idiozia, forse
ancora più grande, è quella che Bush avrebbe mentito sulle armi di distruzione
di massa di Saddam. Fosse vero, e non lo è, avrebbero mentito anche gli
ispettori dell'Onu, i governi di tutto il mondo occidentale, compresi quelli
francesi e tedeschi che si sono opposti alla guerra, e lo stesso Saddam,
l'unico che in realtà ha davvero mentito, perché pensava fosse più figo far
intendere ad amici e nemici di essere pieno di armi con cui terrorizzare i vicini e minacciare Israele. Avrebbero
imbrogliato anche Hillary e Bill Clinton, perché l'ex presidente ha bombardato
due volte Baghdad, spiegando che il rais finanziava il terrorismo, aveva armi
di sterminio e stava mettendo le mani sulla Bomba. Al Senato, quando ha
autorizzato Bush a invadere l'Iraq, Hillary ha detto esplicitamente che Saddam
aveva armi di sterminio, si stava ricostruendo il programma nucleare e
assisteva al Qaeda. Barack Obama, l'altro candidato alla presidenza, nel
discorso del
( da "Riformista, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Israele l'agenzia per l'immigrazione ha perso
la sua centralità Anche la Sokhnut messa in crisi dalla concorrenza Per i
giovani più che stile Exodus sembra un viaggio Erasmus Anche Israele ha la sua
Alitalia. La Sokhnut, o Agenzia ebraica, è un'istituzione che ha fatto la
Storia del paese ma che oggi brucia cifre da capogiro. Qualcuno vorrebbe lasciarla
fallire, altri privatizzarla, probabilmente se la caverà con qualche doloroso
taglio. Non è una compagnia di bandiera in senso stretto, ma per più di 70 anni
ha mosso aerei, navi, treni e mezzi di fortuna, per portare da tutto il mondo
gli ebrei in Palestina (proprio così, in "Palestina", perché sionisti della prim'ora usavano
questo termine con orgoglio). Insomma, se oggi lo Stato di Israele
esiste è soprattutto grazie alla Sokhnut. Eppure quando, pochi giorni fa,
l'Agenzia ebraica ha annunciato la chiusura di uno dei suoi uffici principali,
quasi nessuno a Gerusalemme ne ha fatto un dramma. Nata nel 1923 come
organizzazione clandestina sotto il mandato britannico (che allora proibiva
l'immigrazione ebraica in Palestina), in Italia
l'Agenzia ebraica è conosciuta soprattutto per la pellicola hollywoodiana
Exodus , dove Paul Newman interpreta un funzionario della Sokhnut che porta a Haifa
un gruppo di sopravvissuti della Shoah a bordo di una nave fantasma. Ma nella
realtà ci sono state innumerevoli Exodus, voli e imbarcazioni partite
dall'Europa orientale, dai paesi arabi e dall'Africa alla volta della Terra
promessa. Durante lo sterminio nazista, l'Agenzia ebraica ha raccolto decine di
migliaia profughi ragazzini, orfani oppure affidati alla Sokhnut dai genitori:
"l'immigrazione dei bambini" è ben descritta nel romanzo di Elie
Wiesel L'Alba . Dopo la nascita di Israele gli episodi
più celebri sono state l'operazione Mosè, che negli anni Ottanta salvò dalla
pulizia etnica 8 mila ebrei sudanesi, e l'operazione Tappeto Volante, che negli
anni Cinquanta portò in Israele 49 mila ebrei
yemeniti. Molto più recentemente, la Sokhnut è stata responsabile
dell'immigrazione di quasi di un milione di ebrei russi dopo il collasso
dell'Unione sovietica. Oggi mantiene uffici in tutto il mondo e prosegue il suo
lavoro di reclutamento, sostegno logistico ed economico ai futuri immigrati. Ma
i tempi eroici sono finiti: le comunità ebraiche più povere e perseguitate sono
state ormai tutte trasferite in Israele. Certo, anche
se non più come una volta, molti ebrei continuano ad arrivare a Gerusalemme
(nel 2007 ne sono arrivati 20 mila), soprattutto dai paesi anglosassoni e dalla
Francia. Ma si tratta di un'immigrazione diversa, dettata più da ragioni
affettive che dalla necessità: i nuovi immigrati non hanno più bisogno della
Sokhnut. A Parigi e a New York il lavoro di "reclutamento" dei
giovani ebrei è svolto soprattutto da organizzazioni sioniste studentesche, o
da fondazioni come il Birthright Program, che ogni anno organizza vacanze in Israele per giovani e adolescenti. Tra questi, alcuni
decidono di rimanere: ma più che a un viaggio della speranza in stile Exodus ,
il loro somiglia a un Erasmus seguito da servizio militare. Dunque l'Agenzia
ebraica era in crisi d'identità da anni. Ma i suoi seri guai finanziari sono
cominciati nel 2007, quando il governo di Ehud Olmert ha varato una legge che
liberalizzava la gestione delle agenzie per l'immigrazione ebraica in Israele, sottraendo il monopolio alla Sokhnut. Una sorta di
decreto Bersani sul sionismo che ha presto fatto crollare il castello di carta.
Nel giro di pochi mesi il Birthright Program e le altre associazioni, più al
passo coi tempi, hanno sottratto alla Sokhnut quasi tutti i finanziatori:
organizzazioni volontarie e comunità ebraiche della diaspora, ma soprattutto
ricchi filantropi ebrei sparsi per il mondo. Tra questi, l'ultimo a voltare le
spalle all'Agenzia ebraica è stato il tycoon israeliano di origine russa Arkadi
Gaydamak. Ironia della sorte, Gaydamak appartiene a quella generazione di
immigrati russi giunti in Israele negli anni Novanta
proprio grazie all'aiuto della Sokhnut (anche se probabilmente lui è arrivato
con il suo aereo privato). Solo poche settimane fa, l'eccentrico miliardario
aveva annunciato un piano da 50 milioni di dollari per salvare l'Agenzia
ebraica, ma poi si è ritirato. Forse non ha trovato la cordata giusta.
22/03/2008.
( da "Liberazione" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il brano manifesto
del '77 influenzò la scena rock fino ai Nirvana. Con "Guitar Trio is My
Life" sarà in Italia dal 26 al 29 marzo Rhys Chatham, quel frastuono
immenso alle origini del minimalismo americano Valerio Mattioli Rhys Chatham è
l'uomo che traghettò il minimalismo delle origini - quello di La Monte Young,
Terry Riley, Philip Glass, Steve Reich - nei più lerci scantinati della New
York fine 70. "Guitar Trio", il suo brano manifesto, risale al 1977.
All'epoca della sua presentazione, le reazioni furono: "La maggior parte
dei gruppi punk sa strimpellare al massimo tre accordi: questi ne suonano uno
solo!". Il fatto è che "Guitar Trio" non era un pezzo punk. O
almeno non soltanto. Era, appunto, il tentativo blasfemo di trasferire i
pattern circolari dell'avanguardia "ripetitiva" in quel recinto
scalcinato dominio dei vari Ramones, Patti Smith, Richard Hell. E da lì
intrufolarsi nella gloriosa stagione no wave di Lydia Lunch, Arto Lindsay,
James Chance, lo stesso Glenn Branca che di Chatham fu allievo. In un celebre
scritto, Lee Ranaldo dei Sonic Youth ricorda l'impressione suscitata da
un'esibizione della stessa "Guitar Trio" al Max's Kansas City, nel
giugno del 1979: "Partì la musica. Rhys cominciò a martellare il mi basso.
Subito dopo si aggiunsero Glenn Branca e David Rosenbloom, sempre alle
chitarre. Intanto Wharton Tiers batteva sul piatto. Lentamente, il suono
cominciò a crescere. Presero a suonare le altre corde, una alla volta. Il
manico non lo toccavano nemmeno: erano solo accordature aperte e stonate, che
producevano un frastuono immenso". Quel "frastuono immenso" è la
pietra d'angolo di tanto underground rock che dagli 80 arriva fino ad oggi,
come il punto di non ritorno delle vecchie avanguardie nate nei 60. Rivive ora
in un cofanetto celebrativo (pubblicato dalla nota avant label Table of the
Elements), registrato dal vivo nel trentennale del brano, in un tour
programmaticamente intitolato Guitar Trio Is My Life! . Tour che non può
nemmeno dirsi concluso, se è vero che approda in Italia proprio in questi
giorni: si comincia il 26 marzo a Napoli, e si prosegue nei tre giorni
successivi rispettivamente a Ravenna, Milano e Verona. E' un appuntamento da
non perdere, se non altro perché Chatham è veramente la memoria storica sia del
minimalismo delle origini che dei sommovimenti che ne sono scaturiti.
Compositore dalla formazione "viennese", si
avvicina alla repetitive music quando conosce Charlemagne Palestine e Tony
Conrad. Collabora con La Monte Young, diventa il curatore della storica
galleria di Soho The Kithcen, culla di tanti esperimenti che hanno fatto epoca.
Poi viene folgorato dal rock, o meglio dai Ramones: passa alla chitarra
elettrica e subito comincia a progettare le cose in grande. In
"Guitar Trio" le chitarre sono appunto tre, ma presto diventeranno
otto, dieci, cento, fino all'apice delle quattrocento chitarre elettriche sulla
scalinata del Sacro Cuore a Parigi, durante la Notte Bianca del primo ottobre
2005. Il risultato sarà A Crimson Grail , album dato alle stampe l'anno scorso
dalla solita Table of the Elements, ma prima ci sono stati altri capolavori
"massimalisti" quali Die Donnergotter e il monumentale An Angel Moves
Too Fast to See . La musica di Chatham è sempre magniloquente, enfatica,
ridondante, e però al tempo stesso solare, luminosa, carica di una vitalità che
è, se vogliamo, la controparte in positivo della scontrosità cara al solito
Glenn Branca, visto recentemente all'Auditorium di Roma proprio assieme a
un'orchestra per cento chitarre e altrettanti amplificatori. Aizzati dalla
critica, i due sono stati protagonisti per anni di un confronto/scontro sulla
lunga distanza che, nonostante la primogenitura dell'intuizione massimalista,
ha sempre visto Chatham in posizione di retroguardia. O perlomeno così è stato
fino a poco tempo fa: perché i recenti tributi all'uomo di "Guitar
Trio" sono la dimostrazione che quel frastuono immenso continua
imperterrito a produrre la sua eco. 22/03/2008.
( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'obiettivo
principale del Pd? "Contrastare la precarietà". Il ministro
dell'Economia? "Dovrà essere non solo del risanamento ma soprattutto della
crescita". Ancora: "Un grande piano per la casa". In politica
estera, "non si può trattare con Hamas se non riconosce Israele".
Veltrusconi è il neologismo con cui si racconta la vostra sfida. E' il simbolo
di un accordo tra avversari o anche la metafora di due programmi e due leader
che si somigliano? "C'è una civiltà del confronto politico alla quale, una
volta per tutte, questo Paese dovrebbe abituarsi e invece stenta a farlo. Una
civiltà accompagnata da una assoluta nettezza dei ruoli e delle responsabilità.
Chi vince le elezioni anche per un voto governa. Nessun inciucio, quindi,
niente larghe intese, nulla di tutto questo. Penso che queste elezioni ci
riserveranno una sorpresa, il Paese è consapevole che non si può continuare
come in questi anni". Napolitano boccia il voto "utile" dicendo
che nessun voto è inutile. In campagna elettorale avete sostenuto la tesi
opposta. Vi sentite chiamati in causa? "Tutti i voti sono utili. Più la
gente va a votare e meglio è. Non esiste voto utile e voto inutile. Certo, la
legge elettorale è quello che è, non l'ho fatta io, e stabilisce che chi prende
un voto in più ottiene il 55 per cento dei seggi alla Camera, una cosa che un
suo peso ce l'ha. L'essere andati a votare con questa legge lo considero una
manifestazione di irresponsabilità politica e istituzionale, visto fra l'altro
che questa legge non piaceva neanche a chi l'ha fatta, l'hanno definita
Porcellum e An ha pure raccolto le firme per abolirla con un referendum. Si
poteva benissimo andare a votare a giugno e nel frattempo fare quel governo
istituzionale per le riforme che avrebbe permesso di cambiare questa legge e
assicurare stabilità. Ora invece si paventa la possibilità concreta che al
Senato ci sia un pareggio: una situazione che il Paese non si può permettere,
non è più tempo di instabilità e di ingovernabilità, non possiamo più
ripercorrere i 15 anni che abbiamo alle spalle, anni che piuttosto dobbiamo
superare, voltando pagina. Se comunque a un pareggio si dovesse arrivare, in
questo caso si aprirebbe una crisi istituzionale di tali dimensioni che
bisognerà affidarsi al capo dello Stato per risolverla. In ogni caso, ci sarà
per la prima volta un grande partito riformista che l'Italia non ha mai avuto che
sta oltre il 30 per cento, può arrivare al 38, al 40, non lo so, l'importante è
che ci sarà". La prossima legislatura sarà guidata da uno spirito
bipartisan per gli incarichi istituzionali? Riserverete una Camera
all'opposizione? "Le regole del gioco si stabiliscono insieme, il clima
istituzionale dev'essere più civile. Ma quando sento esponenti come Scajola
teorizzare che non si può dare una Camera all'opposizione perché c'è già il
Presidente della Repubblica, penso che parliamo due linguaggi diversi. Io non
so chi vincerà, ma sono convinto che il Parlamento non debba essere appannaggio
della maggioranza, un ramo del Parlamento deve essere affidato alla minoranza,
le commissioni di controllo pure, e ci vuole un patto di consultazione tra i
leader di maggioranza e opposizione come avviene in tutti i Paesi civili".
Un tema chiave della campagna elettorale sono i valori. Perché i cattolici
dovrebbero votarvi? "La cultura cattolica è portatrice di grandi valori,
importanti per tutti. Tuttavia, identificare la parola valori con la parola
cattolici è una riduzione. I valori sono quelli che tengono insieme un Paese,
che non vive senza valori, punti di riferimento condivisi. I valori sono quelli
che sostituiscono una filosofia di vita cinica, egoista, spregiudicata,
mercantile che si è purtroppo fatta strada nella società finendo per creare un
sistema di disvalori. Ecco, uno dei compiti che mi sono assunto è la sfida per
riunificare questo Paese dove in tanti si adoperano a separarlo, mettendo
contro laici e cattolici, nord e sud, lavoratori dipendenti e autonomi. Ho
richiamato il dopoguerra italiano e gli anni Sessanta come due momenti alti in
cui il Paese si è sentito unito". Gli analisti parlano di recessione
internazionale e di una crescita in Italia nel 2008 inchiodata allo 0,6 per
cento. Questa grave situazione può suggerire, in presenza di una maggioranza
incerta al Senato, un governo di unità nazionale? "No, governa chi ha
preso un voto in più. Naturalmente un secondo dopo bisognerà fare quelle
riforme che non si è voluto fare prima delle elezioni". Chi sarà il vostro
ministro dell'Economia? "Lo diremo al momento giusto. Fin d'ora posso dire
che dovrà essere una figura "doppia", dovrà fare due cose: dovrà
essere un ministro non solo del risanamento ma un ministro della crescita.
L'operazione risanamento, il mettere a posto i conti dello Stato non basta più.
L'imperativo, se posso trasformarlo in slogan, è crescere, crescere, crescere.
Crescita del prodotto interno lordo, crescita della ricchezza nazionale, investimento
su ciò che fa crescere l'Italia, ossia piccola e media impresa, turismo e
formazione, innovazione tecnologica. Ci vuole un patto tra produttori per la
crescita". Siete in grado di indicare almeno due interventi immediati,
ancorché impopolari, che ritenete indispensabili per fronteggiare l'emergenza
economica? "Un intervento è la riduzione della spesa pubblica che per me
significa cose concrete: riduzione dei costi della politica, abolizione delle
province, livelli di efficienza nella pubblica amministrazione. La vera
priorità per me, comunque, è il contrasto della precarietà che considero la
principale emergenza sociale di questo Paese. Ho qui la lettera di una donna di
Asti, ventottenne, che scrive: "Sono anni che vado avanti così, sei mesi in
un posto, sei in un altro, tre di qua e uno di là, vivo con la spada di Damocle
che oscilla minacciosa sulla mia testa mano a mano che il giorno della scadenza
del contratto si avvicina". Ecco, questo vuol dire una persona che lavora
e ha paura del futuro, perché per lei futuro significa la scadenza del
contratto, non la stabilità, la sicurezza". Avete promesso di ridurre la
spesa pubblica, le retribuzioni dei dipendenti pubblici tra il 2000 e il 2006
sono cresciute del 30 per cento e tutti i blocchi del turnover sono stati in
gran parte vanificati dalle deroghe. Come pensate allora di intervenire?
"Abbiamo preso un impegno quantitativo: mezzo punto di spesa ridotta al
primo anno, un punto negli anni successivi. Ci sono tanti uffici della pubblica
amministrazione che lavorano correttamente, ma anche tante sacche di
improduttività. Più il paese è complicato più c'è corruzione, più è lento. Noi
abbiamo bisogno di fare un paese semplice, con una pubblica amministrazione più
snella e più efficiente, dall'abolizione di certe simpatiche Comunità Montane
sulle spiagge a Prefetture che devono essere portate a livello di efficienza.
Naturalmente ci vorrà del tempo. Di cosa ha bisogno l'Italia oggi? Di un
governo che prolunghi questo disastroso quindicennio, o dell'apertura di un
ciclo politico nuovo? Cos'hanno fatto gli elettori inglesi o spagnoli o
tedeschi quando hanno votato? Hanno aperto dei cicli politici: Aznar o
Zapatero, la Thatcher o Blair. Dicevano: dateci fiducia, cambiamo il paese. E
lo hanno cambiato. Da noi questo non succede". Il patrimonio dello Stato
supera in valore il debito pubblico. C'è un sistema per metterlo sul mercato
senza rischiare l'accusa di voler vendere il Colosseo? "Sì, bisogna
assolutamente mettere in mobilità, diciamo così, il patrimonio pubblico, e fare
un grande accordo con le Regioni e con gli enti locali. Noi abbiamo messo nel
programma tre mesi per dare la valutazione di impatto ambientale. Servono
procedure rapide, che consentano di fare rapidamente l'alienazione del
patrimonio pubblico e di trasferire una parte di questo attivo patrimoniale
nella riduzione del debito. E serve un grande piano per la casa in Italia. Un
piano di edilizia popolare; un piano di housing sociale, che significa aree
pubbliche e risorse private; terzo, un piano di campus universitari, noi non
possiamo accettare che i nostri ragazzi vivano e studino in condizioni
spaventevoli come quelle nelle quali vivono e studiano". Nelle scorse
legislature le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali e delle professioni
si sono scontrate con il partito di chi non vuole toccare nulla. Che impegni
assumete, qui e ora? "Quando viene il principale esponente dello
schieramento a noi avverso, chiedetegli come mai hanno candidato il leader dei
tassisti romani Bittarelli al Senato. In Francia, il governo di destra al primo
giorno di sciopero dei taxi si è liquefatto. In questa città abbiamo tenuto
duro e vinto. Abbiamo fatto prima 1500 licenze senza un giorno di sciopero e
poi altre cinquecento licenze con un giorno di interruzione. Le
liberalizzazioni le può fare un governo autorevole, un governo che abbia una
maggioranza coesa. Ma la vera novità di questa campagna elettorale è la
decisione che noi abbiamo preso ab initio: andare da soli. Andare da soli
significa che nel prossimo Parlamento noi saremo un gruppo parlamentare unico.
Nel prossimo Parlamento non ci saranno più 51 gruppi, ma in totale saranno sei.
Era del tutto inimmaginabile che uno schieramento che va da Mastella a Dini
fino a Caruso potesse fare un'innovazione riformista in Italia. L'ho detto e
l'ho fatto. E chi vota per noi sa che non avremo alibi. Non ci saranno più
vertici di maggioranza, che in Europa non si sa nemmeno cosa siano". I
salari italiani netti sono tra i più bassi d'Europa, anche perché il carico fiscale
contributivo è al 46%. E' possibile ridare fiato agli stipendi e allo stesso
tempo stimolare la produttività? "Non solo è possibile, è necessario. Noi
abbiamo detto quello che sta scritto nella Finanziaria: tutte le risorse devono
andare per le detrazioni fiscali su salari e stipendi. E per me devono andare
anche sulla contrattazione di secondo livello. Detassare gli straordinari non
basta, la produttività non è gli straordinari". I prezzi degli alimentari
e dell'energia spingono in alto l'inflazione, che stranamente è più alta al
sud. Perché e cosa può fare il Governo? "I dati della crescita del Pil
americano sono agghiaccianti. La recessione pesa sulle scelte della destra
iperliberista di Bush. Poi, nella globalizzazione, irrompono le nuove economie,
Cina, India, Brasile, che aumentano il loro prodotto interno lordo annuo di 8
punti. Hanno bisogno di energia e prodotti alimentari. Il costo dell'energia
non potrà che aumentare. Il mondo è cambiato, presto anche il G8 se ne dovrà
accorgere. Quella dei dazi è una follia, c'è bisogno invece di regole nel
mercato internazionale del lavoro". Come si fa ad abbassare le aliquote
Irpef facendo sì che i nostri portafogli se ne accorgano, ma senza pregiudicare
i conti pubblici? "Tra riduzioni della spesa pubblica, attivo del
patrimonio e intervento sull'evasione fiscale compenseremo le misure delle
quali parliamo. Alla fine sarà una riduzione di un punto di Irpef su tutte le
aliquote per ogni anno. Sui primi tre scaglioni, che riguardano il 95% degli
italiani, la nostra proposta fa risparmiare di più rispetto a quella della
destra, secondo uno studio del Sole 24Ore. Bisogna poi consolidare la lotta
all'evasione fiscale. E mai più condoni".
( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
RESTO DEL MONDO
Merkel stringe i rapporti tra Berlino e Tel Aviv Il 16
marzo la cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata in Israele per una visita di tre giorni. La stampa israeliana ha accolto
con entusiasmo le sue dichiarazioni a sostegno degli interessi di Tel Aviv.
"La Germania è il migliore amico di Israele in
Europa", scrive Ha'aretz, "e forse addirittura nel mondo, se si
escludono gli Stati Uniti. Merkel sente di avere una grossa
responsabilità nei nostri confronti, sia per la questione dell'Olocausto sia
per l'atteggiamento antisemita della Germania Est, dove è cresciuta".
Sullo stesso quotidiano, il columnist Tom Segev sottolinea che "neanche
gli Stati Uniti erano arrivati a sostenere, come ha fatto Merkel, che una
minaccia alla sicurezza di Israele è una minaccia alla
sicurezza del proprio paese". Secondo Maariv "durante questa visita
Merkel ha visto da vicino la natura del conflitto israelo-palestinese e la
sincerità del nostro impegno in favore della pace. Ora dovrebbe trasmettere le
sue impressioni ai colleghi europei". Critica, invece, la stampa araba. Il
quotidiano siriano Al Thawrah osserva che "stabilire un collegamento tra
la sicurezza di Israele e quella della Germania vuol
dire cedere all'estorsione di Tel Aviv". Secondo il qatariota Al Watan
"d'ora in poi molti arabi e musulmani proveranno irritazione, e forse
odio, verso la Germania ", mentre in Giordania Al Arab Al Yawm commenta:
"La Germania in questi ultimi anni aveva adottato un atteggiamento
equilibrato nei confronti della causa palestinese. La visita di Merkel ha
azzerato tutto". Un commento positivo arriva dal palestinese Al Quds:
"Apprezziamo il sostegno della Germania all'economia e alle istituzioni
palestinesi. Ma il sostegno politico dovrebbe essere pari a quello finanziario.
In questo senso, la dichiarazione di Merkel secondo cui l'attività
d'insediamento di Israele è un ostacolo sulla via
della pace deve essere considerata un segnale positivo".
( da "Stampa, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
SUL
SET IN ISRAELE "Lì si sente forte la voglia di riappropriarsi della vita
un bel fervore culturale".
( da "Unita, L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Il Papa e gli ebrei. 500 firme di protesta. Dal mondo cattolico
"Preghiamo per loro, riconoscano in Gesù il Salvatore...". Gli
studiosi: così ostacola il dialogo ebraico-cristiano di Roberto Monteforte/
Roma "PREGHIAMO per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori
perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini": questa è la
formula che si è recitata ieri, giorno del Venerdì santo, nella messa in latino
secondo quanto ha stabilito papa Benedetto XVI con il motu proprio Summorum
Pontificum che ha modificato il Messale romano di san Pio V. Continua a non
convincere la formula sostitutiva di quel preconciliare riferimento al
"popolo accecato strappato dalle tenebre". Questa volta, però, a
protestare non sono le comunità ebraiche o il collegio rabbinico italiano, ma
autorevoli esponenti del mondo cattolico, impegnati da tempo nel dialogo
ecumenico ed ebraico-cristiano. In quasi cinquecento hanno sottoscritto il
documento contro le novità introdotte da papa Ratzinger promosso dagli studiosi
di giudaismo Elena Lea Bartolini e Paolo De Benedetti, dalla teologa Maria
Cristina Bartolomei, da Claudia Milani e da Mauro Perani, docente di Ebraico
all'università di Bologna e presidente della European Association for Jewish
Studies (consultabile sui siti www.ildialogo.org ed www.noisiamachiesa.org).
"Quella formulazione rappresenta un passo indietro rispetto al Concilio
Vaticano II" spiega la Bartolini. "È la preoccupazione di persone che
da molto tempo lavorano al dialogo ebraico-cristiano e che vedono in questa
scelta che riguarda - aggiunge - una liturgia che useranno in pochi, quella in
latino, ma che porta all'ufficialità una teologia che il Concilio Vaticano II
aveva, invece, e non a caso, superato". Il punto è quello della
"conversione" cui sarebbero chiamati gli Ebrei, i "fratelli
maggiori" per Giovanni Paolo II. "Questo è contrario al
Concilio" insiste la studiosa. "Vuol dire non riconoscere quella
elezione, mai revocata, ribadita dai padri conciliari, riprendendo un passaggio
della lettera ai Romani dell'apostolo Paolo". Non soddisfano le
spiegazioni della Santa Sede in attesa che arrivi la dichiarazione
"chiarificatrice" del cardinale segretario di Stato, cardinale
Tarcisio Bertone. "La modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica
alternativa e contrapposta a quella vigente", si legge nell'appello. È
ritenuta in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà
religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre
religioni. Se ne ricordano i passaggi essenziali. Quel "gli ebrei, in
grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui
vocazione sono senza pentimento. (.)gli ebrei non devono essere presentati come
rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra
Scrittura" (Nostra aetate, 4). La nuova formulazione, invece si afferma,
"sembra contraddire palesemente il magistero precedente, poiché si
contrappone a quanto affermato negli Orientamenti e suggerimenti per
l'applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate del 1975. Nè si
ricordano alcuni passi significativi: "Condizione del dialogo è il
rispetto dell'altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede
e delle sue convinzioni religiose". E poi, a proposito del rapporto della
Chiesa con gli ebrei, "La Chiesa deve annunciare Gesù Cristo al mondo. Per
evitare che questa testimonianza ...appaia agli ebrei come una violenza, i
cattolici dovranno aver cura di vivere e di annunciare la loro fede nel più
rigoroso rispetto della libertà religiosa". Nella versione post-conciliare
della preghiera del Venerdì Santo "si esprimono suppliche indirizzate alla
salvezza di tutti gli uomini: nel caso specifico degli ebrei, questo significa
pregare perché il Signore "li aiuti a progredire sempre nell'amore del Suo
Nome e nella fedeltà alla Sua Alleanza"". Per Israele una fedeltà all'Alleanza con Dio "mai revocata". Non
si nasconde la preoccupazione per quell'antica accusa di deicidio rivolta al
popolo ebraico messa in relazione al Venerdì Santo, "accusa infondata, ma
foriera di abissi di orrore". Ritoccare il cambiamento introdotto dal
Concilio Vaticano II, è la conclusione, "appare un regresso,
pericolosamente prossimo alla teologia della sostituzione di Israele
e capace di evocare gli antichi tentativi di conversione". Perché
qualunque cosa possa far pensare a un tentativo di conversione "è
inconciliabile con il riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede
dell'altro".
( da "Unita, L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del L'ultimo sprint per l'Expo 2015 e i suoi soldi Un evento che
"vale" trenta milioni di visitatori. Fra una settimana il verdetto:
Milano o Smirne? di Toni Fontana ALLA FARNESINA dove da mesi è attiva la
"sala operativa" della campagna per sostenere la candidatura di
Milano per l'Expo
( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Lettera al Papa di
400 docenti"A rischio il dialogo con gli ebrei" la nuova preghiera
per la via crucis Contestato il passaggio in cui il popolo
di Israele viene definito come "bisognoso di illuminazione"
23/03/2008 UN CAMBIAMENTO sostanziale apportato da Papa Ratzinger ai riti della
Settimana Santa (nella versione latina che ha trovato piena legittimità nella
Chiesa): il popolo ebraico, che prima del concilio era già bollato come
"perfido" ma deceni di politica vaticana avevano riavvicinato,
torna ad essere indicato come bisognoso di "illuminazione". E, in
risposta, una petizione partita da un gruppo di docenti della Statale di Milano
che ha già raccolto più di quattrocento firme contro "una scelta che mette
a rischio più di quarant'anni di dialogo". C'è anche un docente genovese,
il professor Gerardo Cunico, ordinario di Filosofia teoretica e Dialogo
interreligioso all'Università, contro le modifiche apportate da Papa Ratzinger
alla liturgia pasquale. "Sono cattolico - premette Cunico - ma devo
constatare che sono passati 38 anni dal Concilio e invece di andare avanti,
torniamo indietro nei rapporti con gli ebrei: questo è certamente un grave
colpo per chi vorrebbe continuare il dialogo". È una vicenda che, dal
dibattito accademico, deborda nel terreno concreto delle relazioni
internazionali. Le tappe principali: con il motu proprio dello scorso luglio,
Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula
liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica.
Non è un obbligo né implica un ritorno generalizzato alla lingua di Cicerone:
semplicemente, i sacerdoti c (in molte realtà parrocchiai sollecitati da
rappresentanze locali di fedeli) possono celebrare alcune funzioni in latino
secondo il messale approvato dalla Chiesa. Ma è evidente a tutti che la cultura
che aveva portato alla stesura del testo preconciliare è ormai lontanissima,
soprattutto per quello che riguarda il rapporto tra cattolicesimo e mondo
ebraico. In mezzo ci sono stati eventi che non possono essere cancellati: il
nazismo e il fascismo, le leggi razziali e la Shoa: a seguito di tale
provvedimento quindi, lo scorso 6 febbraio - nella ricorrenza del mercoledì
delle ceneri - il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì
Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II,
sostituendo il riferimento al "popolo accecato" che deve essere
"strappato dalle tenebre" con l'espressione "Preghiamo per gli
Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù
Cristo Salvatore di tutti gli uomini". La disposizione del Papa è
contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede. Tutto
risolto? Niente affatto, perché la formula addolcisce i termini ma mantiene la
sostanza: "Il popolo ebraico, secondo questo testo, deve essere convertito
- riprende Cunico - e se deve essere illuminato, evidentemente è perché resta
nelle tenebre Il documento, critico nei confronti di Papa Ratzinger, firmato
dai quattrocento esponenti del mondo culturale, inoltre, denuncia pericoli
concreti che evocano un passato neanche troppo lontano: "Poiché il Venerdì
Santo è il giorno in relazione al quale è stata rivolta al popolo ebraico
l'accusa di deicidio, infondata ma foriera di abissi di orrore, ritoccare il cambiamento
introdotto dal Concilio appare un regresso capace di evocare gli antichi
tentativi di conversione". Per concludere con un grido di dolore:
"Non possiamo che manifestare il nostro rammarico per una scelta che mette
a serio rischio più di quaranta anni di dialogo, in quanto qualunque cosa possa
far pensare a un tentativo di conversione è inconciliabile con il
riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede dell'altro". Bruno
Viani 23/03/2008.
( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina III - Palermo
LE IDEE La croce della fede i santini dei mafiosi NINO FASULLO Ma veramente
Gesù, l'uomo appeso al legno dei maledetti, è il figlio di Dio? Come può il
centurione romano dire questo di un uomo che l'autorità religiosa e quella
politica, il Sinedrio e Pilato, hanno condannato a morire crocifisso perché
privo di timor di Dio e sovversivo? Lui l'aveva visto con i suoi occhi. Gli
stava davanti mentre esalava l'ultimo respiro e invocava Dio gridando
fortemente. Quel dolore, quella solitudine incommensurabile, quella estrema
umiliazione gli erano entrati nell'anima. Aveva compreso, il centurione, che su
quella croce si era verificato qualcosa di impensabile: il crocifisso era il
figlio di Dio. L'aveva capito col senso nuovo che gli era nato dentro: la fede,
il potere cioè di vedere Dio in croce. La fede del primo
credente dopo la morte di Gesù: un romano, non un figlio di Israele. A Gerusalemme quel venerdì, vigilia della Pasqua ebraica,
quella morte segnava un nuovo passaggio, quello definitivo dell'abbattimento
della morte in favore dell'umanità. Così la confessione del centurione
enunciava l'inizio di una storia nuova, ancora oggi incompiuta. E
"il giorno dopo il sabato" diventava simbolicamente la nuova Pasqua
cristiana, ovvero umana, universale. Significativi appaiono, nel contesto, i
precedenti e le circostanze in cui quel venerdì il centurione proclamò che il
crocifisso era il figlio di Dio. Basti ricordare che da tempo le parole e i
gesti di Gesù allarmavano l'establishment di Gerusalemme. In particolare, le
sue pretese (secondo il Vangelo di Giovanni) di essere il figlio di Dio. Le non
rare violazioni della sacralità del sabato. La cacciata di affaristi e
trafficanti dal tempio, del quale pure preannunciava la distruzione. SEGUE A
PAGINA VIII.
( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
I grandi
aPPUNTAMENTI Il via il 29 maggio. Ospiti nel ciclo anche il filosofo Appiah, il
romanziere Kureisishi, l'etnologo Ian Chambers 23/03/2008 AMOS OZ e Seyla
Benhabib, questi i due nomi di primissimo piano per i grandi eventi della
cultura organizzati dal Comune. Amos Oz, scrittore
israeliano di fama mondiale, sarà a Genova il 29 giugno per ricevere il premio
Primo Levi; Seyla Benhabib terrà la sua lezione esattamente un mese prima, il
29 maggio. Il tutto nell'ambito di un programma di "Grandi incontri sulla
multi-cultura" che punta direttamente all'integrazione e all'intreccio
culturale con i "nuovi cittadini". Benhabib, di origine turca,
è tra le massime studiose di teoria politica; insegna Scienze politiche e
filosofia all'Università di Yale negli Stati Uniti. Tra le sue ultime
pubblicazioni, La rivendicazione dell'identità culturale (edito da Il Mulino,
2006). Il 15 giugno tocca a Kwame Anthony Appiah: filosofo anglo-ghaneano e
docente all'Università di Princeton. Ha insegnato a Yale e Harvard. È invece
previsto per il mese di luglio l'intervento dell'etnologo Ian Chambers, con il
centro culturale Medì: è stato gli animatori del Centro Studi Culturali di
Birmigham. A seguire, in conclusione del ciclo, l'arrivo a Genova di Hanif
Kureisishi, autore di molti romanzi e sceneggiatore di My beatiful Laudrette
per cui è stato candidato al Premio Oscar. 23/03/2008.
( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina X - Bari Gesù
e la lezione etica sui mercanti nel tempio MICHELE MIRABELLA (segue dalla prima
di cronaca) Cristo parlava per mirabili metafore e, per intenderle, occorreva
votarsi al candore ed alla povertà dello spirito per essere veri puri di cuore.
Così sta scritto, anche se non sempre si riesce a leggere facilmente. Dietro
quel velame di metafore si nasconde la bellezza e la verità dell'annuncio, ma,
spesso ci disperiamo, noi lettori dei Vangeli: perché, ci diciamo Gesù non si
regola sempre come con i mercanti nel Tempio, non dichiara limpidamente il vero
di quel miracolo di salvezza, allontanando il calice con la semplicità della
spiegazione. Come con Pilato che, poveraccio e spaesato, non riesce proprio a
capire né l'allegoria delle risposte di Cristo, né la immane novità davanti
alla quale si trova. è vero è disarmato di argomenti, non può intendere da
pragmatico ostinato e semplicista, che deve fare un salto logico, deve
armonizzarsi sulle metafore, deve tradurre le parole del Galileo. Tradurre Dio?
E già. Sembra impossibile, ma, a pensarci, non è stato già egli tradotto,
mentre Giuda lo consegna al Sinedrio e non è, di fatto, tradito? E tradurre,
oltre che essere trasportato altrove, nell'altrove delle carceri, non
significa, anche, trasportato in altra lingua? In questo caso nella lingua
semplice e rozza degli uomini renitenti alle metafore sublimi che affermano
sublimi verità? A Gesù basterebbe schierare, oltre alle dinastie angeliche, un
linguaggio diretto, scevro dalle altissime metafore che, sole, possono parlare
di verità immani. Ed ecco sfidare l'empirico lealismo di Pilato con quel
"Il mio Regno non è di questo mondo". Cosa poteva
capire il governatore della Palestina, di una provincia romana,
di regni e imperi che non fossero conquistati con eserciti, leggi, tasse e
lingua degli uomini? Il buon ladrone, sì, lui si che si fida e affida. Non si
sforza di sguarnire il minimo dialogo. Confida. E per lui il Regno è pronto.
Anche prima, in quello scenario che da inizio al precipitare degli eventi, in
quel repulisti di ingordi malfattori che hanno dato al Tempio altra
destinazione d'uso, il Maestro non scioglie le sue parole, ci chiede di fare lo
sforzo di interpretarle, per non tradirle. "I discepoli si ricordarono che
sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la
parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?".
Rispose loro Gesù: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò
risorgere". Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio è stato
costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". Ma
egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi
discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e
alla parola detta da Gesù". Questo alludere al suo Corpo parlando di
Tempio, ancor più esalta il valore di quella cacciata. Piccola considerazione a
margine di questo povero tentativo esegetico. In questi giorni di Pasqua, non
sarà bene adeguarci all'ammonimento evangelico, non sarà bene che interesse,
cupidigia, bramosia di potere stiano lontani dal tempio del corpo? Certo il
nostro è un tempio effimero, modesto, a volte ombroso, ma, pur sempre destinato
a risorgere. Come raccontano le tante processioni della terra mia nel cui
ricordo è così consolante rifugiarmi. Buona Pasqua.
( da "Liberazione" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Tiziana Barrucci Una
delegazione di Hamas torna in Egitto, assieme alla Jihad islamica per nuovi
colloqui. Non si conoscono ufficialmente i temi in agenda, senza
dubbio una possibile tregua con Israele, ma
probabilmente anche le accuse di tortura mosse dal movimento islamista palestinese
contro il regime di Mubarak. Secondo esponenti di Hamas infatti, alcuni membri
di Ezzeddine al Qassam, il braccio amato del movimento, sono stati
"oggetto di torture terribili", durante la loro prigionia in Egitto.
Hamas sostiene che 39 membri del gruppo sono attualmente trattenuti dalle forze
di sicurezza egiziane, mentre in 90 sono stati rilasciati nelle ultime
settimane. I miliziani del gruppo avrebbero attraversato la frontiera tra la
Striscia di Gaza e il paese delle Piramidi nel gennaio scorso, quando Hamas
abbatté il muro di confine tra i due territori permettendo a decine di migliaia
di cittadini palestinesi di trovare tregua dall'assedio israeliano. Ma gli
uomini di Hamas avrebbero subito un trattamento del tutto inaspettato da parte
dei vicini egiziani. A detta di Said Siyam, ex ministro dell'Interno del
governo di Hamas, le forze di sicurezza egiziane avrebbero usato due misure
diverse: ignorando completamente i veri traffici criminali e tutte le
illegalità che avvenivano proprio al confine, si sarebbero invece concentrati
sui militanti del movimento islamista, che non stavano minacciando la sicurezza
del paese. Nel migliore dei casi, spiega l'ex ministro, i miliziani di Hamas
venivano sottoposti a interrogatori serrati sulle loro attività nella striscia
di Gaza, nei peggiori subivano torture. "Gli egiziani non hanno mai
chiesto nulla a proposito di ciò che avveniva sul loro territorio - ha detto
Siyam all'agenzia France Press. - Ma volevano informazioni sui leader di Hamas,
in primis sul premier Ismail Haniyeh, e sulla località in cui è tenuto il
soldato israeliano Gilad Shalit. Si tratta di domande che solo degli israeliani
potrebbero fare", ha concluso insinuando un generico accordo tra gli
egiziani e Tel Aviv. Mentre il portavoce di Hamas, Fawzi Barthum, ha aggiunto
di aver ripetutamente espresso "insoddisfazione per i continui arresti di
palestinesi e le denuncie delle torture a loro inflitte in territorio egiziano.
Il Cairo ha promesso di liberare i nostri uomini e spero che ciò avvenga il primo
possibile". Dopo un lunga mediazione tenuta ad al Arish, villaggio nel
nord del Sinai, Il mese scorso l'Egitto si è infatti accordato per la
liberazione di 115 prigionieri palestinesi, secondo Fawzi in maggioranza quadri
dirigenziali del movimento. Intanto, nella Striscia di Gaza, Hamas ha
annunciato di voler ampliare il suo governo per rafforzare il potere del gruppo
nel territorio costiero. Fonti interne all'organizzazione hanno fatto sapere
che il primo ministro ha già offerto con successo ad alcune personalità
palestinesi di entrare nel suo esecutivo. Immediata la reazione di al Fatah, il
partito rivale al governo in Cisgiordania che denuncia l'operazione come
"illegale", perché "contraria alla legittimità dell'Autorità
Palestinese". 23/03/2008.
( da "Liberazione" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Non credo più
a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione" Vittorio
Bonanni "E' illusorio ed ipocrita continuare a parlare di Stato
palestinese. Dobbiamo cominciare a pensare ad uno Stato federale, che comprenda
entrambi i popoli. Un'ipotesi difficilissima anch'essa da realizzare ma che si
comincia a prendere in considerazione anche in Israele."
Chi lancia questa "provocazione" è Danilo Zolo, docente di filosofia
del diritto internazionale all'università di Firenze. Recentemente ha firmato
un appello che chiede alla direzione della Fiera del Libro di Torino di
revocare la decisione di avere come ospite d'onore lo Stato d'Israele per l'edizione 2008, dedicando invece la kermesse
alla pace, "cioè ad un "paese morale" coniugabile e
comprensibile in molte lingue: salaam, shalom, peace, paix, frieden, mir,
paz", come si sostiene nell'appello. Lo abbiamo intervistato per fare il
punto sui differenti scenari internazionali che si pongono all'attenzione delle
forze politiche e su come la sinistra, ingabbiata dalla recente esperienza di
governo, possa riprendere l'iniziativa pacifista. Ma il punto di partenza è
appunto il Medio oriente, il conflitto per antonomasia dal dopoguerra ad oggi e
dunque la discussa fiera del libro di Torino. "Ho sottoscritto quel
documento - dice Zolo - perché ritengo sbagliato organizzare una manifestazione
culturale in cui si esalta l'autodichiarazione dello Stato israeliano,
parzialmente giustificata allora dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite,
ma che violava di fatto la sovranità del popolo palestinese. E quindi non si
poteva festeggiare quella ricorrenza senza in qualche modo convocare una
presenza palestinese". Che pensa dell'ipotesi del boicottaggio? Forse il
sabotaggio può essere anche giudicato eccessivo ma è inaccettabile che l'Europa
festeggi quella data considerata da tutto il mondo arabo-islamico e da molti
altri osservatori come una vicenda tragica, che ha prodotto un'infinità di
sofferenze e di ingiustizie e che ancora oggi è l'epicentro incandescente del
conflitto mondiale. Occorreva dunque aprire un dibattito con la cultura
palestinese, con la presenza di libri e autori palestinesi. Perché secondo lei
è diventato ancora più difficile avere un atteggiamento quanto meno equidistante
nei confronti dei due popoli? E perché non si riesce a capire che con una forza
come Hamas, ci piaccia o no, bisogna dialogare, come propone il ministro
D'Alema? Condivido pienamente queste considerazioni. Ritengo sia gravissimo che
si ignori la presenza di Hamas e il risultato di elezioni democratiche che
hanno dato a questa organizzazione la maggioranza schiacciante e messo in
minoranza l'Autorità nazionale palestinese. E' chiaro che Hamas ha avuto
collusioni anche gravi con il terrorismo. Su questo punto non c'è nessun
dubbio. E tuttavia va detto che non stiamo parlando di un movimento terrorista
ma di una forza politica che ha ottenuto la fiducia della maggioranza dei
palestinesi perché molto impegnata sul terreno sociale e politico. Questo è un
dato che non si può dimenticare. Anche la sinistra, pur discostandosi dal
conformismo generale, sembra piuttosto timida, quasi si
avesse un senso di colpa nel puntare troppo l'indice contro Israele? Non c'è dubbio. La sinistra radicale risente anch'essa di
questa tradizione della sinistra europea che, correttamente se si vuole, si è
schierata spesso a fianco di Israele in nome dell'olocausto,
questa grande ombra che pesa anche sul mondo islamico. E certamente noi
non possiamo non riconoscere le ragioni che ci sono dietro questo
atteggiamento. C'è però sempre più un abisso tra la vicenda dell'olocausto, la
tragedia del popolo palestinese e la politica sionista. Il peccato originale
dello Stato d'Israele è il suo sionismo, l'essere un
cuneo atlantico nel cuore del Mediterraneo. Gli ebrei non si sono mai sentiti
mediterranei e semiti e il loro rifiuto della presenza del popolo palestinese
ha portato ai drammi che sappiamo. La sinistra non ha preso atto fino in fondo
di questa tragedia e continua ancora a pensare in termini a dir poco ingenui,
della possibilità di creare uno Stato palestinese. Ora chi conosca minimamente
la Palestina sa che ormai la prospettiva di uno Stato
palestinese è illusione o inganno ipocrita. Chi oggi parla di due stati inganna
se stesso e illude gli altri. Secondo me lo Stato palestinese non ci sarà mai.
Resta la possibilità, che era, non dimentichiamolo, anche il progetto di Martin
Buber e di Edward Said: uno Stato unico e federale in cui palestinesi ed ebrei
fossero in qualche modo collegati politicamente e capaci di convivere. Una
prospettiva ardua e difficilissima ma in qualche misura possibile visto che ci
sono già più di un milione di palestinesi israeliani che vivono nello Stato d'Israele. La Galilea, per esempio, è in qualche modo una
Cisgiordania che ha accettato di convivere dentro lo Stato israeliano, seppur
nelle condizioni che conosciamo. Cambiamo ora scenario. Il finanziamento delle
missioni italiane all'estero, penso in particolare all'Afghanistan, è stato uno
dei tanti rospi che la Sinistra l'Arcobaleno ha dovuto ingoiare durante
l'esperienza governativa... Io sono molto severo ovviamente con la politica del
governo Prodi, sia in Palestina che in Afghanistan.
Questo non significa essere rigidi e drastici nei confronti del comportamento
della sinistra nel governo. Una cosa è la posizione appunto della sinistra che
oggi deve mantenere con forza, altra cosa è una linea moderata dentro il
governo. In questo momento è importante mantenere fermo il punto che la Nato
non ha nessuna competenza a condurre una guerra di aggressione in Asia
centrale, considerando che il Parlamento italiano non è neppure intervenuto
sull'articolo 5 dello statuto della Nato e dunque sulla trasformazione di
questa organizzazione da alleanza difensiva a braccio secolare delle Nazioni
Unite, di fatto degli Stati Uniti, autorizzati ad intervenire nel mondo là dove
si tratta di realizzare guerre neocoloniali, come è quella in Afghanistan.
L'idea di poter sconfiggere la volontà del popolo pastun di liberarsi dall'occupazione
straniera parte da un'ignoranza radicale della situazione di questo paese, dove
un popolo fortissimo, orgogliosissimo, e presente ben oltre il territorio
dell'Afghanistan, condurrà una lotta spietata contro gli aggressori e quindi
anche contro gli italiani, malgrado questi ultimi non accettino di entrare
direttamente in guerra. Anche in Kosovo l'Europa e l'Italia scontano una grave
subordinazione alla politica di Washington... Nei Balcani si sta creando una
situazione estremamente pericolosa. Sicuramente si tratta di un altro epicentro
di un possibile conflitto. Ancher se è difficile pensare che la Russia intenda
usare la forza, tuttavia sta intervenendo con i grandi mezzi di cui dispone in
questo momento, quelli economici. Gazprom ha stipulato un contratto con la
Serbia che cerca di sostenere come ha sempre fatto. E fra l'altro è singolare
che contro l'indipendenza del Kosovo si siano schierati stati come la Russia,
l'India e la Cina, cioè gli stessi che si erano opposti alla guerra di aggressione
della Nato contro la Repubblica federale di Jugoslavia. L'Italia si è invece
sempre schierata allora con Clinton e ora con Bush, senza considerare che
quella guerra, chiamata umanitaria, che D'Alema ha fatto in modo entusiasta ed
ipocrita, è stata pensata fin dall'inizio in funzione della possibilità che gli
Stati Uniti costruissero nel cuore del Kosovo la base militare di Camp
Bondsteel, a due passi da Urosevaz, creata per controllare i Balcani e il
Mediterraneo orientale, dove sono situati 5000 soldati, con tanto di armi a
testata nucleare. Già negli incontri di Rambouillet l'allora Segretario di
Stato Usa Madeleine Albright aveva assicurato il leader dell'Uck Hashim Taqi
che ci sarebbe stata una "guerra umanitaria" sostenuta dall'Italia e che
si sarebbe arrivati all'indipendenza del Kosovo. Ora l'appoggio immediato e
imprudente a questa indipendenza è legata ai gravissimi errori commessi da
D'Alema nel '
( da "Liberazione" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Omicidi bianchi, ma
c'è l'"inversione di tendenza"? Cara "Liberazione", oggi
(venerdì 21, ndr) sono stati forniti i primi dati Inail sugli infortuni mortali
per l'anno 2007: 1.260 morti con una calo del 6%, e subito è arrivata la
dichiarazione del ministro del Lavoro Damiano: "Anche un solo morto sul
lavoro è una tragedia. Ma di certo oggi registriamo un'inversione di tendenza
che, per quanto modesta, è comunque una buona cosa. Ogni vita salvata è un
grande risultato, ma non dobbiamo fermarci né abbassare la guardia". Caro
ministro, tanto per cominciare questi sono dati provvisori, ripeto provvisori,
quindi la inviterei alla cautela prima di fare dichiarazioni ottimistiche
("oggi registriamo un'inversione di tendenza"), anche in virtù del
fatto che per l'anno 2006 I'Inail aveva fornito dei dati sugli infortuni
mortali (1.250), che inizialmente sembravano in calo rispetto al 2005 (meno
2,4%), tanto che successivamente si era dovuta correggere 2 volte, arrivando a
1.302, per poi attestarci a dati definitivi del 2006 con 1341 morti sul lavoro,
quindi un aumento del 4,8% rispetto al 2005, quando c'erano stati 1.280 morti
sul lavoro. Anche il presidente dell'Anmil, Mercandelli, dice che sono dati
provvisori, e inoltre che non c'è stata l'inversione di tendenza di cui lei
parla. Le stime Inail sugli incidenti sul lavoro nel 2007, "pur nella loro
provvisorietà, confermano la gravità del fenomeno e testimoniano la necessità
di mantenere alta la soglia di attenzione e le iniziative di contrasto" -
queste le parole del presidente Anmil, che prosegue: "Dopo che il 2006
aveva fatto segnare un netto peggioramento, il numero di incidenti mortali ad
oggi stimato per il 2007, se si escludono gli incidenti "in itinere",
si posiziona comunque sui livelli consolidati del 2005, senza una significativa
inversione che era legittimo attendersi a fronte della forte attenzione
istituzionale e dei provvedimenti varati dal governo". Caro ministro
Damiano, concludo questa mia lettera con una domanda: se come è molto probabile
l'Inail aggiornerà i dati degli infortuni mortali per l'anno 2007, che quasi
sicuramente saranno al rialzo, e si attesteranno (se non supereranno) quelli
del 2006, lei parlerà ancora di inversione di tendenza? Attendo una sua
risposta. Marco Bazzoni operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori
per la sicurezza Amato, Veltroni e la "macelleria messicana" Cara
"Liberazione", non sottovaluto le parole di Veltroni su Bolzaneto, e
neppure gli articoli di D'Avanzo su "la Repubblica"; pure la sua
intervista al ministro Amato contiene elementi utili. Tutto ciò che serve ad
alimentare speranze su Genova è benvenuto, anche con i limiti e i ritardi che
altri hanno sottolineato. Mi sembrano però almeno due i punti mancanti al
dibattito, così importanti da farmi essere pessimista non solo su Genova, ma in
generale sulla corretta percezione dello Stato dei diritti in Italia. Il primo:
Genova è trattata ancora come un'eccezione, un ingiustificabile quanto
irripetibile black out della democrazia... Isolare Genova dal contesto di
precarietà dei diritti in cui viviamo non è un buon inizio se, come dice lo
stesso Amato, l'obiettivo è evitare che si ripetano fatti analoghi. Il secondo:
la politica delega totalmente alla magistratura l'accertamento della verità sul
G8 genovese, senza accorgersi che così facendo denuncia la propria
inadeguatezza e pure la propria ignavia... Credo che nelle "grandi
questioni" esistano episodi marginali che, se letti correttamente, sanno
essere significativi più di altri. Genova non sfugge a questa regola, e uno di
questi episodi l'ha raccontato Lorenzo Guadagnucci nella nuova prefazione di
"Noi della Diaz". Ad un'udienza preliminare per i fatti della Diaz,
Francesco Gratteri (nel 2001 direttore del servizio centrale operativo della
polizia, dal dicembre 2006 responsabile della direzione anticrimine) fu accolto
ossequiosamente dagli addetti all'ingresso del tribunale. In quell'occasione si
presentarono anche molte vittime della Diaz, come parti offese. Fra queste
Lena, diventata suo malgrado simbolo della notte dei manganelli: una foto la
ritrae sanguinante uscire in barella dalla "macelleria messicana".
Alcune lesioni risultarono permanenti, specie per la sua capacità respiratoria.
Ebbene, i controlli all'ingresso interessarono le vittime, tra cui Lena
(colpevole d'avere una cintura con una grossa fibbia metallica). Guadagnucci
descrive la sensazione di chi si sente fuori posto, ospite indesiderato proprio
laddove dovrebbe essere ristabilita la giustizia per quanto successo sette anni
fa... E' in questa ottica che appare stridente la frase di Amato sull'inutilità
della commissione. Amato non conferisce solo una delega in bianco alla
magistratura, ma attesta il rifiuto della politica a farsi organo terzo
rispetto al controllo delle forze dell'ordine. Le parole del ministro attestano
l'inquietante separazione dagli altri poteri statali delle forze di polizia,
soggette solo al controllo dei giudici, peraltro episodico e relativo solo alle
responsabilità personali. Anch'io non credo più molto nella commissione, ma
proprio perché per la sua utilità servirebbe prima uno scatto d'orgoglio da
parte della politica nel farsi carico del ruolo di verifica dell'operato delle
forze dell'ordine. Accantonando le considerazioni sulla prescrizione incombente
per i reati commessi alla Diaz o a Bolzaneto, la magistratura potrà anche
contribuire all'accertamento della verità, ma quel che servirebbe davvero è
l'istituzione di un'autorità indipendente di vigilanza sulle forze di polizia,
che eviti la singolare situazione per cui chi ritiene di aver subito un abuso
deve relazionarsi con le stesse forze da cui dipende il denunciato. E' triste
constatare che, se la commissione su Genova è stata finora affossata, il
dibattito su questa autorità "terza" non è mai neppure cominciato, e
pure quello sull'istituzione del reato di tortura procede a stento: la politica,
distratta dal dito, dimentica di osservare la luna. Francesco "baro"
Barilli via e-mail I poliziotti e quella partita a Genova Caro direttore,
voglio portare la mia piccola testimonianza indiretta sui pestaggi del G8 di
Genova. Più precisamente sulla eversione di destra di alcune frange delle forze
dell'ordine. Due anni fa sono andato a Genova a vedere la mia squadra che
giocava con la Sampdoria. Mentre stavo entrando allo stadio con un amico e due
ragazze, in modo tranquillo ed in un clima pacifico, siamo stati letteralmente
aggrediti verbalmente da esponenti delle forze dell'ordine che minacciavano,
senza alcun motivo, di "spaccarci le ossa", così come avevano fatto
con i ragazzi che avevano partecipato al corteo contro il G8 di Genova?
Ovviamente non siamo caduti nelle provocazioni e abbiamo tirato dritto per la
nostra strada. Secondo me il fenomeno dell'eversione fascista dentro le forze
dell'ordine è più esteso di quanto pensiamo, per questo la Sinistra
l'Arcobaleno deve prevedere nel suo programma una riforma delle forze
dell'ordine che le avvicini di più allo spirito democratico della nostra
Costituzione. Gianni Belli via e-mail Khaled Hussein, che non ha potuto
difendersi Caro direttore, sabato 15 marzo siamo andati con Francesco Caruso al
carcere di Benevento Eiv (elevato indice di sorveglianza) per incontrare Khaled
Hussein, all'ergastolo in Italia per l'Achille Lauro. Le pareti verdi e bianche
potrebbero essere quelle di un qualsiasi ospedale, ben pulito. Ma a ricordare
l'aria che si respira in quei corridoi ci sono le sbarre, quelle delle celle.
Quelle dei cancelli che separano le diverse sezioni e, fuori, quelle del
cancello della prigione che si è aperto all'arrivo del piccolo gruppo che
andava a trovare Khaled Hussein, 78 anni, detenuto dal 1991, condannato
all'ergastolo in contumacia. Palestinese. Ad attenderci c'era la direttrice e
alcuni graduati degli agenti penitenziari. La sezione dove è detenuto Khaled è
ordinata, imbiancata di recente, ma silenziosa, troppo silenziosa. Ci ha
accolto con grandi sorrisi e una serena ospitalità, com'è
consuetudine in Palestina verso gli amici ed i compagni. In 17 anni passati nelle carceri
italiane (fino allo scorso gennaio si trovava nella prigione di Parma, poi
senza motivo apparente è stato trasferito nella sezione speciale di Benevento,
aperta proprio in quei giorni) Khaled Hussein ha imparato a fare bene il caffè.
Ha organizzato la sua dispensa nel mobiletto della piccola cella, dove non
entrano né aria né luce, impedite dal pesante foglio di plexiglas che copre la
finestra sbarrata. Nei racconti e nel ricordo di Kahled tornano i giorni
dell'Achille Lauro, la vicenda i cui sviluppi hanno fatto sfiorare la crisi
diplomatica fra Italia e Stati Uniti, la vicenda per cui Khaled Hussein è stato
accusato di essere il responsabile operativo del commando (aveva accompagnato
il gruppo sulla nave da Genova fino ad Alessandria, dove era sceso)
appartenente al Fronte di Liberazione della Palestina,
che tra il 7 e il 9 ottobre del 1985, organizzò un'azione che doveva portare
alla liberazione di 52 prigionieri palestinesi, e invece diventò un tentativo
di dirottamento che, dice Khaled, non era previsto. Khaled Hussein ha sempre
rigettato un'accusa da cui non ha mai avuto la reale possibilità di difendersi
e di essere difeso, motivo per cui sta nascendo in Italia un comitato che si
occuperà della riapertura del processo. Hussein è condannato all'isolamento
totale, anche dai suoi compagni di sezione (che può vedere solo nell'ora
d'aria), senza la possibilità di leggere libri scritti in arabo, senza poter
ricevere la posta scritta nella sua lingua. Sta scrivendo un libro sull'Achille
Lauro, "scrive sempre", ci dice la direttrice. "A volte aspetto
prima di mettere le date", aggiunge Khaled, "perché voglio essere sicuro
della cronologia dei ricordi". Con noi parla della sua vita di palestinese
della diaspora, a partire dal '48, quando è cominciata la sua condizione di
profugo, vissuta nei campi del Libano (a Nar El Bared, a Beddawi) e dello
Yemen. Risale a quegli anni, forse, il suo tatuaggio sul polso -
"Inch'Allah", se Dio vuole... Hussein ricorda "come fosse
ieri" i giorni dell'Achille Lauro: "Volevo fare qualcosa per i
prigionieri politici palestinesi", dice, "senza violenza". In
questo carcere ad elevata vigilanza, dove lui e gli altri 9 detenuti della
sezione araba vivono un "quasi 41 bis", il settantottenne Khaled
Hussein ci dice con un sorriso che la sua mente è fuori, in Palestina,
che vorrebbe tornare in Cisgiordania, dove nel '48, prima della Nakba, di cui
quest'anno ricorre il 60° anniversario, c'era la sua casa. Intanto potrebbe
avere almeno il diritto a dei permessi. E alla riapertura del processo.
Inch'Allah, se Dio vuole... Francesco Giordano e Mila Pernice via e-mail Nel
cuore di quel parroco non c'è dio Caro direttore, ti invio questa piccola
storia di Natale raccontata a Pasqua. "Io in quella chiesa non ci entro
più. Nel cuore del parroco non c'è nessun dio". Si è alzata dal divano la
ragazza e ancora ricorda con rabbia. "Mancavano pochi giorni al Natale,
ero in automobile con mia sorella e suo marito, lungo il raccordo anulare.
Correvamo, 120 all'ora forse 130, eravamo in ritardo. Un lampo. Una porsche che
andava molto più forte ci ha stretto nel sorpasso. Mi sono vista morire. Sono
tornata a casa che tremavo, piangevo, ridevo e non riuscivo a calmarmi. Il
giorno dopo mia madre ha comperato 3 rose, una per ognuno di noi, le ho prese e
le ho portate in chiesa. Volevo ringraziare la Madonna per averci lasciato
vivere. Mi ero inginocchiata da poco quando una suora mi ha toccato le spalle e
mi ha chiesto perché ero li. Meravigliata le ho detto che stavo pregando, lei
non ha detto niente, se ne è andata e dopo un po' è arrivato il parroco. Era
arrabbiato, ha detto che la mia gente rubava in chiesa, mi ha detto di andare
via. Io non volevo crederci sono uscita fra gli sguardi cattivi di tante donne
che pregavano". La ragazza ora parla con fierezza: "A me hanno
insegnato a perdonare e io non porto rancore ma quell'uomo cosa c'entra con il
Cristo? Non dovrebbe fare il prete. So che altre donne del nostro campo sono
andate a chiedergli di venire a benedirci casa, ma ha trovato scuse e non è mai
passato". Questa storia mi è stata raccontata prendendo un buon caffè in
una casetta piena di persone e tappeti, di bambini che giocavano. Una mattinata
conviviale in uno dei campi in cui sono rinchiusi rom e sinti a Roma e non
solo. Da ateo e comunista non dovrebbe toccarmi, eppure qualcosa mi dice che
nel negare anche l'accesso al luogo che dovrebbe rappresentare l'emblema
dell'accoglienza, una chiesa, c'è chi si arroga due poteri: quello di
infliggere un dolore profondo e quello ancora più squallido di annientare con
un gesto l'universalità sbandierata del messaggio cristiano. Un gesto che fa
male anche a chi non crede. Stefano Galieni via e-mail 23/03/2008.
( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Spettacoli - data: 2008-03-23 num: - pag: 43 categoria:
REDAZIONALE Cubano, aveva 89 anni Morto Israel
"Cachao" Lopez uno dei creatori del mambo MIAMI - è morto ieri in un
ospedale nei pressi di Miami il contrabbassista e compositore cubano Israel
"Cachao" Lopez, considerato uno dei creatori del mambo. Lo ha
annunciato un portavoce della famiglia, Nelson Albareda, precisando che il
musicista è deceduto nelle prime ore della mattina all'età di 89 anni
dopo una breve malattia. Noto semplicemente come "Cachao", era
originario dell'Avana e aveva vinto diversi "Grammy" per la musica
latina.
( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Focus - data: 2008-03-23 num: - pag: 11 categoria:
REDAZIONALE Nuove tecnologie La guerra del futuro tra radar, sensori e aerei
senza pilota ROMA - La scelta di combattere il terrorismo con le guerre è stata
un grosso errore, secondo il generale Fabio Mini, che comandò la missione Kfor
in Kosovo. "Bisognava affidarsi alle operazioni di spionaggio. Le guerre
hanno avuto la conseguenza di innescare una furibonda corsa agli
armamenti". I teorici della guerra hanno elaborato modelli innovativi di
combattimento che comportano una gamma impressionante di mezzi tecnologici
collegati fra loro. Tanto che non ha più senso parlare di armi, intese come
singoli oggetti, ma bisogna riferirsi a sistemi d'arma. Ad esempio, il
satellite individua l'obiettivo, ne invia i dati ai radar, scatta un impulso
che innesca il missile destinato a colpire, mentre tutti i militari coinvolti,
quelli che sono in volo sugli aerei, i marinai e i singoli marine a terra
riescono a capire dai terminali personali cosa sta avvenendo. Un'integrazione
perfetta denominata Net-centric warfare. E' la guerra elettronica, che si basa
soprattutto sulla possibilità di neutralizzare un attacco del nemico, far
scattare contromisure adeguate di fronte a una minaccia. Nel recente scontro
con Hezbollah in Libano, Israele ha sorprendentemente perso la guerra elettronica. Quando gli
Hezbollah hanno lanciato un missile contro la corvetta Hadith, gli israeliani
non lo hanno intercettato. La rete dei radar a terra doveva segnalare alla nave
l'arrivo del missile e innescare la partenza di un antimissile che avrebbe
dovuto distruggerlo prima dell'impatto. Azioni di pochi secondi svolte
dai computer. Ma gli Hezbollah, a loro volta, disponevano di radar installati
sulla costa libanese attraverso i quali sono riusciti a bloccare i computer
della nave che non hanno visto il missile arrivare e, quindi, non hanno ordinato
al sistema di lancio di spedirgli contro un antimissile. Entro il 2014 la
Boeing completerà un programma denominato Future combat systems che permetterà
una sincronizzazione perfetta delle operazioni. Il singolo soldato sarà
collegato a sensori a terra, a uomini dell'intelligence, a velivoli senza
pilota, a robot dotati di armi, a veicoli che si muovono senza guidatore in
grado di sparare e captare eventuali minacce. In definitiva verrà realizzato il
concetto di "soldato come un sistema". Difesa Una postazione di
controllo radar antimissili M.Ne.
( da "Tempo, Il" del 23-03-2008)
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Medio oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele ... Medio
oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele IL CAIRO
Funzionari egiziani hanno avuto ieri colloqui con esponenti di Hamas e della
Jihad islamica provenienti dalla Striscia di Gaza per tentare di facilitare una
tregua fra le organizzazioni palestinesi e Israele. Lo hanno riferito fonti egiziane e
di Hamas. L'incontro si è svolto in un ufficio governativo sul lato egiziano
del valico di Rafah, fra Egitto e la Striscia di Gaza. Una fonte egiziana
vicina ai negoziati ha detto che la delegazione palestinese ha chiesto il
rilascio di 36 attivisti di Hamas arrestati in Egitto dopo aver sfondato la
barriera di protezione al confine e alcuni dei quali, secondo il movimento
integralista islamico, sarebbero stati torturati dalla polizia egiziana.
Intanto a Sanàa, la capitale dello Yemen, il ministro degli esteri Abu Bakr
al-Qirbi ha incontrato esponenti di Hamas e di Fatah nell'ambito degli sforzi
del governo yemenita per superare le lacerazioni politiche palestinesi.
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Magdi Allam è nato
al Cairo il 22 aprile 1952. Da piccolo la madre lo fece studiare in un collegio
cattolico italiano, dove acquistò familiarità con la cultura italiana e
occidentale e la religione cattolica. Una volta cresciuto decise di emigrare in
Italia per fuggire dall'Egitto. È laureato in sociologia all'Università La
Sapienza di Roma e si occupa di tematiche legate al Vicino Oriente e ai
rapporti tra questo e l'Occidente. Dopo avere collaborato con il Mattino, con
Il Manifesto e La Repubblica, è attualmente editorialista e vicedirettore del
Corriere della Sera. Le sue posizioni, spesso molto vicine a quelle dei critici
più severi del mondo islamico (dura condanna di numerose associazioni islamiche
da lui ritenute estremiste, proposta del divieto di costruire nuove moschee)
hanno trasformato numerosi suoi ammiratori iniziali in suoi detrattori. Nel
2006, Allam ha vinto il premio giornalistico Dan David,
istituito dall'omonima fondazione israeliana - premio che ha fruttato ad Allam
duecentocinquantamila dollari. Tra le sue opere più famose: "Vincere la
paura" dove ha portato testimonianze della sua vita sotto scorta, "Io
amo l'Italia. Ma gli Italiani la amano?", "Viva Israele".