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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


top          ARTICOLI DEL 22 e 23 marzo 2008       #TOP


Report "Israele/Palestina"

La partita per salvare Annapolis si gioca al Cairo e a Sana'a ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e l'Autorità nazionale palestinese (Anp). Se il presidente egiziano Hosni Mubarak è chiamato infatti a gestire la mediazione tra Hamas e Israele per un cessate il fuoco e la fine del blocco imposto da mesi sulla Striscia, il suo omologo yemenita Ali Abdallah Saleh è impegnato nel delicato compito di sciogliere il ghiaccio nelle relazioni tra i vertici di Hamas e Fatah e ricucire

Smirne. caccia grossa all'ultimo voto - (segue dalla copertina) dal nostro inviato ( da "Repubblica, La" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: il ministro degli esteri israeliano, signora Tzipi Livni, parlando al telefono con il suo collega turco Ali Babacan, lo ha informato della decisione di appoggiare per l'Expo 2015 il paese vicino, "in segno di amicizia verso la Turchia". Una posizione che può risultare decisiva: arabi ed ebrei, tutti a favore di Smirne.

Con Barenboim per unire i diritti israeliani e palestinesi ( da "Unita, L'" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: APPUNTI DI VIAGGIO Ho visitato Israele per la prima volta nel 2003 e da allora ci torno almeno una volta all'anno. Lo trovo un paese bello, vitale, stimolante e invito chi ne parla senza conoscerlo ad andarlo a visitare. La realtà è, come sempre, diversa dalla propaganda e dall'ideologia e per capirla niente vale come l'esperienza diretta.

Il mondo dopo Saddam secondo Barack Obama e il resto dell'umanità ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: terrorizzare i vicini e minacciare Israele. Avrebbero imbrogliato anche Hillary e Bill Clinton, perché l'ex presidente ha bombardato due volte Baghdad, spiegando che il rais finanziava il terrorismo, aveva armi di sterminio e stava mettendo le mani sulla Bomba. Al Senato, quando ha autorizzato Bush a invadere l'Iraq, Hillary ha detto esplicitamente che Saddam aveva armi di sterminio,

Israele l'agenzia per l'immigrazione ha perso la sua centralità ( da "Riformista, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele l'agenzia per l'immigrazione ha perso la sua centralità Anche la Sokhnut messa in crisi dalla concorrenza Per i giovani più che stile Exodus sembra un viaggio Erasmus Anche Israele ha la sua Alitalia. La Sokhnut, o Agenzia ebraica, è un'istituzione che ha fatto la Storia del paese ma che oggi brucia cifre da capogiro.

Rhys Chatham, quel frastuono immenso alle origini del minimalismo americano ( da "Liberazione" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: si avvicina alla repetitive music quando conosce Charlemagne Palestine e Tony Conrad. Collabora con La Monte Young, diventa il curatore della storica galleria di Soho The Kithcen, culla di tanti esperimenti che hanno fatto epoca. Poi viene folgorato dal rock, o meglio dai Ramones: passa alla chitarra elettrica e subito comincia a progettare le cose in grande.

L'obiettivo principale del Pd? Contrastare la precarietà . Il ministro dell
 ( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: non si può trattare con Hamas se non riconosce Israele". Veltrusconi è il neologismo con cui si racconta la vostra sfida. E il simbolo di un accordo tra avversari o anche la metafora di due programmi e due leader che si somigliano? "C'è una civiltà del confronto politico alla quale, una volta per tutte, questo Paese dovrebbe abituarsi e invece stenta a farlo.

Merkel stringe i rapporti tra Berlino e Tel Aviv ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: stringe i rapporti tra Berlino e Tel Aviv Il 16 marzo la cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata in Israele per una visita di tre giorni. La stampa israeliana ha accolto con entusiasmo le sue dichiarazioni a sostegno degli interessi di Tel Aviv. "La Germania è il migliore amico di Israele in Europa", scrive Ha'aretz, "e forse addirittura nel mondo, se si escludono gli Stati Uniti.

Lì si sente forte la voglia di riappropriarsi della vita un bel fervore culturale ( da "Stampa, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: SUL SET IN ISRAELE "Lì si sente forte la voglia di riappropriarsi della vita un bel fervore culturale".

Il Papa e gli ebrei. 500 firme di protesta. Dal mondo cattolico Preghiamo per loro, riconoscano in Gesù il Salvatore... . Gli studiosi: così ostacola il dialogo ebraico-cristiano ( da "Unita, L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Per Israele una fedeltà all'Alleanza con Dio "mai revocata". Non si nasconde la preoccupazione per quell'antica accusa di deicidio rivolta al popolo ebraico messa in relazione al Venerdì Santo, "accusa infondata, ma foriera di abissi di orrore". Ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio Vaticano II,

L'ultimo sprint per l'Expo 2015 e i suoi soldi Un evento che vale trenta milioni di visitatori. Fra una settimana il verdetto: Milano o Smirne? ( da "Unita, L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: La Turchia ha invece incassato il sostegno di Israele assicurato alle autorità di Ankara dal ministro degli Esteri Tzipi Livni. La Cina potrebbe appoggiare la candidatura turca e convincere alcuni paesi africani come il Sudan, ma l'Italia conta su molte capitali del continente, sull'appoggio di gran parte degli europei e di stati dell'Asia e dell'America Latina.

Lettera al Papa di 400 docenti<A rischio il dialogo con gli ebrei> ( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: il passaggio in cui il popolo di Israele viene definito come "bisognoso di illuminazione" 23/03/2008 UN CAMBIAMENTO sostanziale apportato da Papa Ratzinger ai riti della Settimana Santa (nella versione latina che ha trovato piena legittimità nella Chiesa): il popolo ebraico, che prima del concilio era già bollato come "perfido" ma deceni di politica vaticana avevano riavvicinato,

La croce della fede i santini dei mafiosi - nino fasullo ( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: La fede del primo credente dopo la morte di Gesù: un romano, non un figlio di Israele. A Gerusalemme quel venerdì, vigilia della Pasqua ebraica, quella morte segnava un nuovo passaggio, quello definitivo dell'abbattimento della morte in favore dell'umanità. Così la confessione del centurione enunciava l'inizio di una storia nuova, ancora oggi incompiuta.

Oz e Benhabib protagonistidegli incontri sulla multicultura ( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: scrittore israeliano di fama mondiale, sarà a Genova il 29 giugno per ricevere il premio Primo Levi; Seyla Benhabib terrà la sua lezione esattamente un mese prima, il 29 maggio. Il tutto nell'ambito di un programma di "Grandi incontri sulla multi-cultura" che punta direttamente all'integrazione e all'intreccio culturale con i "nuovi cittadini"

Gesù e la lezione etica sui mercanti nel tempio - michele mirabella ( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Cosa poteva capire il governatore della Palestina, di una provincia romana, di regni e imperi che non fossero conquistati con eserciti, leggi, tasse e lingua degli uomini? Il buon ladrone, sì, lui si che si fida e affida. Non si sforza di sguarnire il minimo dialogo. Confida. E per lui il Regno è pronto.

Leader palestinese torturato nelle prigioni egiziane Al Cairo vertice della tensione tra Mubarak e Hamas ( da "Liberazione" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: senza dubbio una possibile tregua con Israele, ma probabilmente anche le accuse di tortura mosse dal movimento islamista palestinese contro il regime di Mubarak. Secondo esponenti di Hamas infatti, alcuni membri di Ezzeddine al Qassam, il braccio amato del movimento, sono stati "oggetto di torture terribili", durante la loro prigionia in Egitto.

<Non credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione> ( da "Liberazione" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: quasi si avesse un senso di colpa nel puntare troppo l'indice contro Israele? Non c'è dubbio. La sinistra radicale risente anch'essa di questa tradizione della sinistra europea che, correttamente se si vuole, si è schierata spesso a fianco di Israele in nome dell'olocausto, questa grande ombra che pesa anche sul mondo islamico.

Morti bianche, perché chiediamo più cautela Diaz: politica, magistratura e "autorità terza" Khaled, a 78 anni in isolamento in carcere ( da "Liberazione" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: è consuetudine in Palestina verso gli amici ed i compagni. In 17 anni passati nelle carceri italiane (fino allo scorso gennaio si trovava nella prigione di Parma, poi senza motivo apparente è stato trasferito nella sezione speciale di Benevento, aperta proprio in quei giorni) Khaled Hussein ha imparato a fare bene il caffè.

Morto Israel <Cachao> Lopez uno dei creatori del mambo ( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: aveva 89 anni Morto Israel "Cachao" Lopez uno dei creatori del mambo MIAMI - è morto ieri in un ospedale nei pressi di Miami il contrabbassista e compositore cubano Israel "Cachao" Lopez, considerato uno dei creatori del mambo. Lo ha annunciato un portavoce della famiglia, Nelson Albareda, precisando che il musicista è deceduto nelle prime ore della mattina all'

La guerra del futuro tra radar, sensori e aerei senza pilota ( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele ha sorprendentemente perso la guerra elettronica. Quando gli Hezbollah hanno lanciato un missile contro la corvetta Hadith, gli israeliani non lo hanno intercettato. La rete dei radar a terra doveva segnalare alla nave l'arrivo del missile e innescare la partenza di un antimissile che avrebbe dovuto distruggerlo prima dell'

Medio oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele ( da "Tempo, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stampa Medio oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele ... Medio oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele IL CAIRO Funzionari egiziani hanno avuto ieri colloqui con esponenti di Hamas e della Jihad islamica provenienti dalla Striscia di Gaza per tentare di facilitare una tregua fra le organizzazioni palestinesi e Israele.

MAGDI ALLAM è NATO AL CAIRO IL 22 APRILE 1952. DA PICCOLO LA MADRE LO FECE STUDIARE IN UN COLLE ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-03-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Allam ha vinto il premio giornalistico Dan David, istituito dall'omonima fondazione israeliana - premio che ha fruttato ad Allam duecentocinquantamila dollari. Tra le sue opere più famose: "Vincere la paura" dove ha portato testimonianze della sua vita sotto scorta, "Io amo l'Italia. Ma gli Italiani la amano?", "Viva Israele".


Articoli

La partita per salvare Annapolis si gioca al Cairo e a Sana'a (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 22-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

MEDIO ORIENTE   MUBARAK È CHIAMATO A MEDIARE TRA HAMAS E ISRAELE, IL SUO OMOLOGO YEMENITA A RICUCIRE TRA HAMAS E FATAH La partita per salvare Annapolis si gioca al Cairo e a Sana'a ALESSIA DE LUCA TUPPUTI La strada per riavviare il processo di pace in Medio Oriente passa dal Cairo e da Sana'a. Un percorso tortuoso per cercare di aggirare gli ostacoli che rischiano di precipitare la striscia di Gaza in un disastro umanitario e far naufragare definitivamente i negoziati scaturiti dalla conferenza di Annapolis tra Israele e l'Autorità nazionale palestinese (Anp). Se il presidente egiziano Hosni Mubarak è chiamato infatti a gestire la mediazione tra Hamas e Israele per un cessate il fuoco e la fine del blocco imposto da mesi sulla Striscia, il suo omologo yemenita Ali Abdallah Saleh è impegnato nel delicato compito di sciogliere il ghiaccio nelle relazioni tra i vertici di Hamas e Fatah e ricucire l'unità del popolo palestinese. Ieri il capo del gabinetto politico del ministero della difesa israeliano, Amos Gilad, è volato al Cairo per incontrare il generale Omar Suleiman, capo dell'intelligence egiziana e responsabile della mediazione con il movimento islamico di Gaza. In cambio della sospensione del lancio di razzi Qassam verso il Negev, Hamas chiede la fine del lungo isolamento a cui è sottoposta la Striscia. Una condizione a cui il governo di Tel Aviv non sembra essere disposto ma che potrebbe "barattare" concedendo la riapertura del valico di Rafah, al confine col Sinai. Suleiman starebbe lavorando con le parti proprio sui controlli di frontiera, su chi sarà chiamato a condurli (egiziani, militari di Fatah o uomini di Hamas) e, in definiva, su quali persone avrebbero diritto di passare. Il terminal, chiuso quasi in permanenza dai soldati dell'esercito di Tsahal dal giugno 2006, è stato oggetto nel gennaio scorso di un'irruzione da parte dei palestinesi che, sfiniti dall'embargo, sono sciamati in centinaia di migliaia sul territorio egiziano per comperare cibo e beni di prima necessità. Da qui l'interesse dell'Egitto ? che in seguito ha iniziato la costruzione di un muro di separazione per evitare il ripetersi di simili episodi ? a garantire una forte presenza militare lungo il confine. Suleiman avrebbe suggerito di inviare sul valico dei soldati anziché dei poliziotti, suscitando la reazione israeliana poiché l'invio di militari nella zona violerebbe gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele. D'altronde lo stesso Mubarak, in un discorso tenuto in occasione dell'anniversario della nascita del profeta Maometto, ha ricordato a Israele che "l'occupazione (dei territori) non può durare per sempre" e che "la resistenza è un diritto legittimo di ogni popolo sotto occupazione, ma dev'essere valutata alla luce di profitti e perdite": un chiaro invito ad Hamas a compiere dei passi in avanti concreti se vuole ottenere un ruolo nella partita in corso. Secondo la stampa israeliana la mediazione egiziana potrà dirsi conclusa con successo solo quando Suleiman restituirà la visita di Gilad recandosi in Israele, un gesto che ha già rimandato di tre settimane a causa "del persistere delle aggressioni israeliane" nei territori, in riferimento a un raid della settimana scorsa in Cisgiordiana nel quale sono rimasti uccisi quattro esponenti della jihad islamica, che ha interrotto una tregua "di fatto" in corso da qualche giorno. Intanto da Sana'a, il numero due dell'ufficio politico di Hamas, Moussa Abu Marzuk, ha lasciato trapelare primi segni di apertura da parte del movimento nei confronti della proposta yemenita, vale a dire, ritorno allo status quo ante il colpo di mano del movimento di resistenza islamico a Gaza ed elezioni anticipate. "Informeremo il presidente Ali Abdullah Saleh della nostra accettazione dell'iniziativa yemenita", ha detto il dirigente, precisando che il ritorno alla situazione di alcuni mesi fa "comprende un ritorno di Ismael Haniyeh a capo di un governo di unità nazionale ". La mediazione di Sana'a prevede anche una ripresa del dialogo in linea con gli accordi che le fazioni palestinesi sottoscrissero alla Mecca nel febbraio del 2007, la creazione di un governo di unità nazionale e la ristrutturazione delle forze di sicurezza palestinesi. Dietro le quinte dei negoziati degli ultimi giorni sono in molti a vedere un diretto coinvolgimento degli Stati Uniti che, pur rifiutando di riconoscere ad Hamas la legittimità di un ruolo sullo scacchiere mediorientale starebbero incoraggiando gli alleati arabi a portare avanti una mediazione che coinvolga tutte le parti in causa. "Le indiscrezioni necessitano sempre di conferme - avverte l'analista Mouin Rabbani ? tuttavia è evidente che si stiano lentamente aprendo alcune delle porte che erano state chiuse in faccia ad Hamas dopo la sua vittoria elettorale nei territori palestinesi, e Abu Mazen presto o tardi dovrà prenderne atto".

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Smirne. caccia grossa all'ultimo voto - (segue dalla copertina) dal nostro inviato (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 22-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cronaca Smirne. Caccia grossa all'ultimo voto (SEGUE DALLA COPERTINA) DAL NOSTRO INVIATO marco ansaldo "E a febbraio c'è stata una nuova visita: la delegazione ha detto che Smirne è stata ancora una volta approvata come la scelta migliore per ospitare l'Expo". Dalla centrale piazza della Repubblica dove torreggia la statua di Ataturk, si vedono ancora le bandiere rosse con la stella e la mezzaluna, rimaste appese dopo le ultime elezioni. Perché a Smirne, città di grande ospitalità e centro turistico tradizionale, si respira di nuovo atmosfera di battaglia. Ieri contro il primo ministro islamico moderato Recep Tayyip Erdogan, che solo qui è rimasto sonoramente sconfitto dal partito socialdemocratico che tuttora amministra la provincia. Oggi contro Milano, in attesa della decisione finale che giungerà da Parigi il 31 marzo prossimo. La terza città più grande della Turchia dopo Istanbul e Ankara, tre milioni e mezzo di abitanti, ritiene di avere la vittoria in tasca. I funzionari del Comitato per l'Expo fanno due conti. "Sessantotto voti certi per noi, contro 51 degli italiani, su 140 paesi elettori". La maggioranza è a 71. In più, la Turchia continua il suo abile corteggiamento alle 15 nazioni islamiche fra i 42 nuovi membri entrati da poco a far parte dell'organismo internazionale. E l'entusiasmo non cala. Anche perché proprio ieri, da Gerusalemme, è arrivata un'ottima notizia: il ministro degli esteri israeliano, signora Tzipi Livni, parlando al telefono con il suo collega turco Ali Babacan, lo ha informato della decisione di appoggiare per l'Expo 2015 il paese vicino, "in segno di amicizia verso la Turchia". Una posizione che può risultare decisiva: arabi ed ebrei, tutti a favore di Smirne. E tutti in attesa dei ricchi appalti per i lavori che la città ha in mente di affrontare a partire da aprile. La caccia, per il momento, si limita a reclutare gli indecisi, che appaiono essere 21. Sul boulevard di una città che ha un traffico molto contenuto, le edicole mostrano con orgoglio grafici e tabelle. Un quotidiano si è divertito a dividere il voto in due campi: i membri storici del Bie e i nuovi arrivati. Nel primo gruppo, Smirne otterrebbe 46 voti, Milano 39, e gli indecisi 13. Fra i 42 paesi entrati da poco, Smirne riceverebbe ancora 22 preferenze, contro le 12 di Milano: 8 i voti incerti. E' un gioco in cui la scheda di ogni singolo paese ha lo stesso valore di un altro, si chiami Russia o Tonga. E chissà perché mai l'Italia, mormora qualche diplomatico turco di lungo corso, fregandosi le mani, non ha assoldato tra i suoi consiglieri l'ambasciatore Francesco Paolo Fulci, uno che in fatto di battaglie vinte all'Onu arruolando paesi come Vanuatu o le Isole Salomone contro i colossi del mondo sapeva il fatto suo dentro il molto articolato Consiglio di sicurezza. Ecco perché anche nella laica Smirne viene a malincuore valutata come "importante" la legge fatta approvare il mese scorso da Erdogan per permettere il velo nelle università di tutto il paese. Un passo che si è guadagnato i consensi di tutti i paesi islamici, che ora guardano con grande favore alla politica del premier turco. Se sarà Smirne la prescelta, sarà la prima volta nella storia che un paese musulmano, sebbene di stretta osservanza laica a livello statale, ospiterà l'Expo. Eppure i lavori compiuti finora in città appaiono ancora scarsi. Due i grandi cantieri in costruzione. Il primo è quello della Fiera. Il secondo la metropolitana che, posta sotto la via principale, collegherà il centro all'aeroporto. Alcuni alberghi sono però nuovi di zecca, come il Moevenpick che si affaccia su piazza della Repubblica. Altri lavori appaiono ancora nascosti. La facciata di molti palazzi è completamente celata alla vista da enormi pannelli pubblicitari. Abitazioni e uffici sono a volte ricoperti da colossali teloni con il logo "Smirne, candidata Expo 2015". "La sensazione - ammettono alcuni - è che non ci siano più fondi, oppure debbano ancora arrivare delle sovvenzioni. Tutto ciò in attesa della decisione finale". Per il bilancio statale non è un momento felicissimo. Altri sostengono addirittura che il governo moderato islamico non sosterrebbe in realtà fino in fondo una città che, alle elezioni di luglio, ha dato l'ennesimo voto contrario al governo islamico moderato, consegnando l'amministrazione cittadina nelle mani dei laici socialdemocratici. Però il capo dello Stato Abdullah Gul, fedelissimo di Erdogan, si è più volte speso. In un viaggio da poco terminato a Dakar, in Senegal, ha ottenuto il sostegno di diversi esponenti dell'Oic, l'Organizzazione per i paesi islamici. E a febbraio ha ospitato i delegati del Bie, stordendoli con una cena principesca. Anche perché a Smirne, che come argomento tematico ha proposto il titolo "Salute per tutti. Nuovi itinerari verso un mondo migliore", si mangia davvero bene fra pesci appena pescati, albicocche succose e bicchieri di raki profumato. Il sindaco Aziz Kocaoglu, avversario di Letizia Moratti, parla di ricostruzione della città. "Se vinciamo - dice - il settore più attivo sarà quello dell'edilizia. Tutti gli edifici giudicati inadatti da un punto di vista abitativo saranno per il 2015 rimossi". Ma finora più attività di lobbying che costruzioni. I testimonial prescelti hanno però lavorato di gran lena: l'ex cancelliere Gerhard Schroeder, il patriarca ortodosso Bartolomeo, l'ex segretario generale Kofi Annan. Per non parlare di Omero, che qui considerano turco, e che nell'immaginario collettivo mondiale un suo peso lo ha. Troia è proprio qui dietro, del resto. E anche un grande scrittore cieco può contribuire a raccogliere voti, quando serve alla causa.

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Con Barenboim per unire i diritti israeliani e palestinesi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 22-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Con Barenboim per unire i diritti israeliani e palestinesi di Luca Lombardi* APPUNTI DI VIAGGIO Ho visitato Israele per la prima volta nel 2003 e da allora ci torno almeno una volta all'anno. Lo trovo un paese bello, vitale, stimolante e invito chi ne parla senza conoscerlo ad andarlo a visitare. La realtà è, come sempre, diversa dalla propaganda e dall'ideologia e per capirla niente vale come l'esperienza diretta. Non ignoro certo il problema dei palestinesi e mi auguro di potere vedere e festeggiare la nascita di un loro Stato. Lo si sarebbe potuto avere già nel 1948, quando un voto delle Nazioni Unite aveva istituito, accanto allo Stato israeliano anche uno Stato palestinese, ma, come ricordava recentemente Furio Colombo su questo giornale, le potenze petrolifere arabe impedirono ai palestinesi di accettare. Come sarebbe bello se proprio quest'anno Tony Blair, incaricato dal "Quartetto" (Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione Europea, Russia), riuscisse nell'impresa in cui hanno finora fallito i politici di tre generazioni, quella di porre fine a una guerra lunga già due volte quella già lunghissima dei trent'anni (terminata anch'essa in un anno '48, quello di quattro secoli fa). Nel frattempo nella società civile molte forze creative - scrittori, musicisti, cineasti - sono al lavoro per creare quella base di conoscenza e di dialogo senza la quale nessuna vera pace è possibile. Tra gli esempi che si potrebbero citare, l'Orchestra del Divano occidentale-orientale, nella quale suonano giovani musicisti israeliani, palestinesi e di altri paesi arabi. Daniel Barenboim la fondò nel 1999 a Weimar e gli diede il nome di una famosa raccolta di poesie di Goethe, cittadino illustre di quella città. Barenboim, grande musicista internazionale, ha da più di un anno (anche se la notizia è trapelata solo recentemente) un passaporto palestinese, che si aggiunge ai passaporti israeliano, argentino ed europeo. Io proporrei di offrirgli anche il passaporto italiano, perché è un amico del nostro paese e collabora con importanti istituzioni musicali italiane (Teatro alla Scala, Accademia di S. Cecilia). Ma, certo, un passaporto italiano avrebbe uno scarso valore simbolico, e poi, a fronte di quanto accade nel nostro paese - dalla legge elettorale chiamata dal suo stesso autore "porcellum" alle porcherie mastelliane e al suo "cosí fa tutti" (che, se non tutti, almeno la metà del paese sembra approvare), all'immondo intreccio di camorra e spazzatura in Campania - non penso che il nostro passaporto sia, almeno in questo momento, molto ambito... Viceversa, un ebreo israeliano che, nonostante le critiche che gli vengono mosse anche da molti ebrei (israeliani e non), si adopera per il dialogo con il "nemico", dà un segnale di speranza. E alimenta la speranza il fatto che con la musica si tenti di superare quelle barriere, reali e psicologiche, che dividono israeliani e palestinesi. Come musicista non mi faccio molte illusioni sulle capacità salvifiche della musica. Non credo che la musica - e la cultura in genere - possano migliorare l'animo umano. Un compositore sommo come Wagner (che Barenboim vuole giustamente proporre anche in Israele) era umanamente mediocre. E i nazisti, che costruirono il campo di concentramento di Buchenwald a Weimar - non già nonostante, ma proprio perché si trattava della cittadella del classicismo tedesco (la città di Schiller oltre che di Goethe, e, per quanto riguarda la musica, di Bach e Liszt) - erano grandi amanti della musica, anche e soprattutto della Nona Sinfonia di Beethoven, quella che auspica la fratellanza universale...). Credo però, nonostante quanto ho appena detto, che la musica possa riuscire a fare accedere i più fortunati tra noi a un livello superiore di consapevolezza, e fare musica insieme, come fanno nell'orchestra di Barenboim israeliani e arabi, come magari a suo tempo facevano o avrebbero potuto fare in Irlanda del Nord protestanti e cattolici, o, prima della fine della seconda guerra mondiale francesi e tedeschi, possa contribuire a preparare il terreno su cui si potrà sviluppare una cultura di pace. Sulla posizione di Barenboim ho letto alcune critiche, anche di persone che stimo e che di Israele e dei problemi mediorentali sanno molto più di me. Non escludo che Barenboim possa peccare di ingenuità - ma, anche se cosí fosse, mi sembra un'ingenuità - e aggiungo: generosità - che può portarci più lontano, e cioè più vicino alla pace, di molti distinguo che non fanno che cementare, che lo vogliano o no, lo status quo. * compositore.

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Il mondo dopo Saddam secondo Barack Obama e il resto dell'umanità (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 22-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Commenti Pagina 319 Il mondo dopo Saddam secondo Barack Obama e il resto dell'umanità --> Cinque anni dopo l'invasione dell'Iraq, se ne può fare una cronaca oppure una storia. La cronaca consiste in una sola parola: disastro. La storia racconta altro. Numerosi errori di esecuzione nei mesi successivi alla destituzione di Saddam Hussein, molti dei quali figli di faide, diverse tendenze e opposte teorie di moda a Washington. Tutti errori che Bush pagherà, innanzi al tribunale della storia. Ciò su cui uscirà vincente è tutto il resto. Si era detto che la guerra è stata unilaterale, figlia di una dottrina imperialista di destra, ma i Paesi alleati erano più di trenta, tra cui la grande maggioranza degli Stati europei, molti dei quali socialisti e di sinistra, come Gran Bretagna e Polonia. Si era detto che la guerra era per il petrolio, ma con il prezzo volato a cento dollari, questa stupidaggine non la ripetute più nessuno. L'altra idiozia, forse ancora più grande, è quella che Bush avrebbe mentito sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Fosse vero, e non lo è, avrebbero mentito anche gli ispettori dell'Onu, i governi di tutto il mondo occidentale, compresi quelli francesi e tedeschi che si sono opposti alla guerra, e lo stesso Saddam, l'unico che in realtà ha davvero mentito, perché pensava fosse più figo far intendere ad amici e nemici di essere pieno di armi con cui terrorizzare i vicini e minacciare Israele. Avrebbero imbrogliato anche Hillary e Bill Clinton, perché l'ex presidente ha bombardato due volte Baghdad, spiegando che il rais finanziava il terrorismo, aveva armi di sterminio e stava mettendo le mani sulla Bomba. Al Senato, quando ha autorizzato Bush a invadere l'Iraq, Hillary ha detto esplicitamente che Saddam aveva armi di sterminio, si stava ricostruendo il programma nucleare e assisteva al Qaeda. Barack Obama, l'altro candidato alla presidenza, nel discorso del 2002 in cui aveva definito "stupido" l'intervento armato, aveva anche detto che Saddam era "brutale e crudele, uno che macella la sua stessa gente per garantirsi il potere, che ha ripetutamente violato le risoluzioni Onu, ostacolato gli ispettori delle Nazioni Unite, sviluppato armi chimiche e biologiche e desiderato dotarsi del nucleare". Obama, in quel discorso anti guerra che oggi è il suo più prezioso tesoro, disse che "il mondo e il popolo iracheno sarebbero stati meglio senza Saddam". E qui c'è l'altro punto: senza Saddam, il mondo e l'Iraq stanno meglio. La storia ricorderà la fine di Saddam come il primo passo di un lungo percorso verso libertà e democrazia, ma soprattutto non dimenticherà che, subito dopo, terrorizzato che toccasse a lui, il dittatore libico Gheddafi ha consegnato il programma nucleare di cui l'Occidente non era a conoscenza e ha aiutato a smantellare il network dello scienziato pakistano A. Q. Khan che forniva assistenza nucleare a Iran e Corea del Nord. Cinque anni fa, l'Iraq era il Paese più bellicoso, espansionista e imperialista del Medio Oriente. Saddam finanziava i kamikaze palestinesi, addestrava terroristi di vario genere, aiutava gli islamisti legati ad al Qaeda, lanciava missili su Israele, invadeva Paesi confinanti come il Kuwait e continuava a tenere alta la tensione con l'Iran, cioè con uno Stato che aveva attaccato e combattuto per dieci anni al costo di oltre un milione di morti. Nel tempo libero massacrava gli sciiti, gasava i curdi, annientava gli arabi delle paludi e sottometteva i sunniti. Tutto questo, cinque anni dopo l'invasione, non c'è più. Chi si attendeva le piazze arabe in subbuglio e poi la caduta dei governi filo occidentali ha assistito a un rafforzamento dei governi amici, alle riforme in Marocco, alla presa di coscienza degli arabi liberali e alla primavera libanese, cioè ha assistito alla gente che è scesa in piazza per avere democrazia, non islamismo. Ci sono stati anche passi falsi, come l'attacco di Hezbollah a Israele, la vittoria di Hamas a Gaza e il flusso di terroristi arabi verso l'Iraq. Nei primi due casi, dove di mezzo c'è anche l'Europa e la sagacia del nostro ministro degli Esteri, la situazione è ancora fuori controllo, mentre in Iraq dove finalmente la Casa Bianca ha cambiato strategia, cioè ha mandato più truppe, al Qaeda è pressoché sconfitta e quegli iracheni che all'inizio simpatizzavano per Bin Laden ora stanno con i liberatori e il nuovo governo democratico di Baghdad. CHRISTIAN ROCCA.

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Israele l'agenzia per l'immigrazione ha perso la sua centralità (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 22-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Israele l'agenzia per l'immigrazione ha perso la sua centralità Anche la Sokhnut messa in crisi dalla concorrenza Per i giovani più che stile Exodus sembra un viaggio Erasmus Anche Israele ha la sua Alitalia. La Sokhnut, o Agenzia ebraica, è un'istituzione che ha fatto la Storia del paese ma che oggi brucia cifre da capogiro. Qualcuno vorrebbe lasciarla fallire, altri privatizzarla, probabilmente se la caverà con qualche doloroso taglio. Non è una compagnia di bandiera in senso stretto, ma per più di 70 anni ha mosso aerei, navi, treni e mezzi di fortuna, per portare da tutto il mondo gli ebrei in Palestina (proprio così, in "Palestina", perché sionisti della prim'ora usavano questo termine con orgoglio). Insomma, se oggi lo Stato di Israele esiste è soprattutto grazie alla Sokhnut. Eppure quando, pochi giorni fa, l'Agenzia ebraica ha annunciato la chiusura di uno dei suoi uffici principali, quasi nessuno a Gerusalemme ne ha fatto un dramma. Nata nel 1923 come organizzazione clandestina sotto il mandato britannico (che allora proibiva l'immigrazione ebraica in Palestina), in Italia l'Agenzia ebraica è conosciuta soprattutto per la pellicola hollywoodiana Exodus , dove Paul Newman interpreta un funzionario della Sokhnut che porta a Haifa un gruppo di sopravvissuti della Shoah a bordo di una nave fantasma. Ma nella realtà ci sono state innumerevoli Exodus, voli e imbarcazioni partite dall'Europa orientale, dai paesi arabi e dall'Africa alla volta della Terra promessa. Durante lo sterminio nazista, l'Agenzia ebraica ha raccolto decine di migliaia profughi ragazzini, orfani oppure affidati alla Sokhnut dai genitori: "l'immigrazione dei bambini" è ben descritta nel romanzo di Elie Wiesel L'Alba . Dopo la nascita di Israele gli episodi più celebri sono state l'operazione Mosè, che negli anni Ottanta salvò dalla pulizia etnica 8 mila ebrei sudanesi, e l'operazione Tappeto Volante, che negli anni Cinquanta portò in Israele 49 mila ebrei yemeniti. Molto più recentemente, la Sokhnut è stata responsabile dell'immigrazione di quasi di un milione di ebrei russi dopo il collasso dell'Unione sovietica. Oggi mantiene uffici in tutto il mondo e prosegue il suo lavoro di reclutamento, sostegno logistico ed economico ai futuri immigrati. Ma i tempi eroici sono finiti: le comunità ebraiche più povere e perseguitate sono state ormai tutte trasferite in Israele. Certo, anche se non più come una volta, molti ebrei continuano ad arrivare a Gerusalemme (nel 2007 ne sono arrivati 20 mila), soprattutto dai paesi anglosassoni e dalla Francia. Ma si tratta di un'immigrazione diversa, dettata più da ragioni affettive che dalla necessità: i nuovi immigrati non hanno più bisogno della Sokhnut. A Parigi e a New York il lavoro di "reclutamento" dei giovani ebrei è svolto soprattutto da organizzazioni sioniste studentesche, o da fondazioni come il Birthright Program, che ogni anno organizza vacanze in Israele per giovani e adolescenti. Tra questi, alcuni decidono di rimanere: ma più che a un viaggio della speranza in stile Exodus , il loro somiglia a un Erasmus seguito da servizio militare. Dunque l'Agenzia ebraica era in crisi d'identità da anni. Ma i suoi seri guai finanziari sono cominciati nel 2007, quando il governo di Ehud Olmert ha varato una legge che liberalizzava la gestione delle agenzie per l'immigrazione ebraica in Israele, sottraendo il monopolio alla Sokhnut. Una sorta di decreto Bersani sul sionismo che ha presto fatto crollare il castello di carta. Nel giro di pochi mesi il Birthright Program e le altre associazioni, più al passo coi tempi, hanno sottratto alla Sokhnut quasi tutti i finanziatori: organizzazioni volontarie e comunità ebraiche della diaspora, ma soprattutto ricchi filantropi ebrei sparsi per il mondo. Tra questi, l'ultimo a voltare le spalle all'Agenzia ebraica è stato il tycoon israeliano di origine russa Arkadi Gaydamak. Ironia della sorte, Gaydamak appartiene a quella generazione di immigrati russi giunti in Israele negli anni Novanta proprio grazie all'aiuto della Sokhnut (anche se probabilmente lui è arrivato con il suo aereo privato). Solo poche settimane fa, l'eccentrico miliardario aveva annunciato un piano da 50 milioni di dollari per salvare l'Agenzia ebraica, ma poi si è ritirato. Forse non ha trovato la cordata giusta. 22/03/2008.

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Rhys Chatham, quel frastuono immenso alle origini del minimalismo americano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 22-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il brano manifesto del '77 influenzò la scena rock fino ai Nirvana. Con "Guitar Trio is My Life" sarà in Italia dal 26 al 29 marzo Rhys Chatham, quel frastuono immenso alle origini del minimalismo americano Valerio Mattioli Rhys Chatham è l'uomo che traghettò il minimalismo delle origini - quello di La Monte Young, Terry Riley, Philip Glass, Steve Reich - nei più lerci scantinati della New York fine 70. "Guitar Trio", il suo brano manifesto, risale al 1977. All'epoca della sua presentazione, le reazioni furono: "La maggior parte dei gruppi punk sa strimpellare al massimo tre accordi: questi ne suonano uno solo!". Il fatto è che "Guitar Trio" non era un pezzo punk. O almeno non soltanto. Era, appunto, il tentativo blasfemo di trasferire i pattern circolari dell'avanguardia "ripetitiva" in quel recinto scalcinato dominio dei vari Ramones, Patti Smith, Richard Hell. E da lì intrufolarsi nella gloriosa stagione no wave di Lydia Lunch, Arto Lindsay, James Chance, lo stesso Glenn Branca che di Chatham fu allievo. In un celebre scritto, Lee Ranaldo dei Sonic Youth ricorda l'impressione suscitata da un'esibizione della stessa "Guitar Trio" al Max's Kansas City, nel giugno del 1979: "Partì la musica. Rhys cominciò a martellare il mi basso. Subito dopo si aggiunsero Glenn Branca e David Rosenbloom, sempre alle chitarre. Intanto Wharton Tiers batteva sul piatto. Lentamente, il suono cominciò a crescere. Presero a suonare le altre corde, una alla volta. Il manico non lo toccavano nemmeno: erano solo accordature aperte e stonate, che producevano un frastuono immenso". Quel "frastuono immenso" è la pietra d'angolo di tanto underground rock che dagli 80 arriva fino ad oggi, come il punto di non ritorno delle vecchie avanguardie nate nei 60. Rivive ora in un cofanetto celebrativo (pubblicato dalla nota avant label Table of the Elements), registrato dal vivo nel trentennale del brano, in un tour programmaticamente intitolato Guitar Trio Is My Life! . Tour che non può nemmeno dirsi concluso, se è vero che approda in Italia proprio in questi giorni: si comincia il 26 marzo a Napoli, e si prosegue nei tre giorni successivi rispettivamente a Ravenna, Milano e Verona. E' un appuntamento da non perdere, se non altro perché Chatham è veramente la memoria storica sia del minimalismo delle origini che dei sommovimenti che ne sono scaturiti. Compositore dalla formazione "viennese", si avvicina alla repetitive music quando conosce Charlemagne Palestine e Tony Conrad. Collabora con La Monte Young, diventa il curatore della storica galleria di Soho The Kithcen, culla di tanti esperimenti che hanno fatto epoca. Poi viene folgorato dal rock, o meglio dai Ramones: passa alla chitarra elettrica e subito comincia a progettare le cose in grande. In "Guitar Trio" le chitarre sono appunto tre, ma presto diventeranno otto, dieci, cento, fino all'apice delle quattrocento chitarre elettriche sulla scalinata del Sacro Cuore a Parigi, durante la Notte Bianca del primo ottobre 2005. Il risultato sarà A Crimson Grail , album dato alle stampe l'anno scorso dalla solita Table of the Elements, ma prima ci sono stati altri capolavori "massimalisti" quali Die Donnergotter e il monumentale An Angel Moves Too Fast to See . La musica di Chatham è sempre magniloquente, enfatica, ridondante, e però al tempo stesso solare, luminosa, carica di una vitalità che è, se vogliamo, la controparte in positivo della scontrosità cara al solito Glenn Branca, visto recentemente all'Auditorium di Roma proprio assieme a un'orchestra per cento chitarre e altrettanti amplificatori. Aizzati dalla critica, i due sono stati protagonisti per anni di un confronto/scontro sulla lunga distanza che, nonostante la primogenitura dell'intuizione massimalista, ha sempre visto Chatham in posizione di retroguardia. O perlomeno così è stato fino a poco tempo fa: perché i recenti tributi all'uomo di "Guitar Trio" sono la dimostrazione che quel frastuono immenso continua imperterrito a produrre la sua eco. 22/03/2008.

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L'obiettivo principale del Pd? Contrastare la precarietà . Il ministro dell
 (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'obiettivo principale del Pd? "Contrastare la precarietà". Il ministro dell'Economia? "Dovrà essere non solo del risanamento ma soprattutto della crescita". Ancora: "Un grande piano per la casa". In politica estera, "non si può trattare con Hamas se non riconosce Israele". Veltrusconi è il neologismo con cui si racconta la vostra sfida. E' il simbolo di un accordo tra avversari o anche la metafora di due programmi e due leader che si somigliano? "C'è una civiltà del confronto politico alla quale, una volta per tutte, questo Paese dovrebbe abituarsi e invece stenta a farlo. Una civiltà accompagnata da una assoluta nettezza dei ruoli e delle responsabilità. Chi vince le elezioni anche per un voto governa. Nessun inciucio, quindi, niente larghe intese, nulla di tutto questo. Penso che queste elezioni ci riserveranno una sorpresa, il Paese è consapevole che non si può continuare come in questi anni". Napolitano boccia il voto "utile" dicendo che nessun voto è inutile. In campagna elettorale avete sostenuto la tesi opposta. Vi sentite chiamati in causa? "Tutti i voti sono utili. Più la gente va a votare e meglio è. Non esiste voto utile e voto inutile. Certo, la legge elettorale è quello che è, non l'ho fatta io, e stabilisce che chi prende un voto in più ottiene il 55 per cento dei seggi alla Camera, una cosa che un suo peso ce l'ha. L'essere andati a votare con questa legge lo considero una manifestazione di irresponsabilità politica e istituzionale, visto fra l'altro che questa legge non piaceva neanche a chi l'ha fatta, l'hanno definita Porcellum e An ha pure raccolto le firme per abolirla con un referendum. Si poteva benissimo andare a votare a giugno e nel frattempo fare quel governo istituzionale per le riforme che avrebbe permesso di cambiare questa legge e assicurare stabilità. Ora invece si paventa la possibilità concreta che al Senato ci sia un pareggio: una situazione che il Paese non si può permettere, non è più tempo di instabilità e di ingovernabilità, non possiamo più ripercorrere i 15 anni che abbiamo alle spalle, anni che piuttosto dobbiamo superare, voltando pagina. Se comunque a un pareggio si dovesse arrivare, in questo caso si aprirebbe una crisi istituzionale di tali dimensioni che bisognerà affidarsi al capo dello Stato per risolverla. In ogni caso, ci sarà per la prima volta un grande partito riformista che l'Italia non ha mai avuto che sta oltre il 30 per cento, può arrivare al 38, al 40, non lo so, l'importante è che ci sarà". La prossima legislatura sarà guidata da uno spirito bipartisan per gli incarichi istituzionali? Riserverete una Camera all'opposizione? "Le regole del gioco si stabiliscono insieme, il clima istituzionale dev'essere più civile. Ma quando sento esponenti come Scajola teorizzare che non si può dare una Camera all'opposizione perché c'è già il Presidente della Repubblica, penso che parliamo due linguaggi diversi. Io non so chi vincerà, ma sono convinto che il Parlamento non debba essere appannaggio della maggioranza, un ramo del Parlamento deve essere affidato alla minoranza, le commissioni di controllo pure, e ci vuole un patto di consultazione tra i leader di maggioranza e opposizione come avviene in tutti i Paesi civili". Un tema chiave della campagna elettorale sono i valori. Perché i cattolici dovrebbero votarvi? "La cultura cattolica è portatrice di grandi valori, importanti per tutti. Tuttavia, identificare la parola valori con la parola cattolici è una riduzione. I valori sono quelli che tengono insieme un Paese, che non vive senza valori, punti di riferimento condivisi. I valori sono quelli che sostituiscono una filosofia di vita cinica, egoista, spregiudicata, mercantile che si è purtroppo fatta strada nella società finendo per creare un sistema di disvalori. Ecco, uno dei compiti che mi sono assunto è la sfida per riunificare questo Paese dove in tanti si adoperano a separarlo, mettendo contro laici e cattolici, nord e sud, lavoratori dipendenti e autonomi. Ho richiamato il dopoguerra italiano e gli anni Sessanta come due momenti alti in cui il Paese si è sentito unito". Gli analisti parlano di recessione internazionale e di una crescita in Italia nel 2008 inchiodata allo 0,6 per cento. Questa grave situazione può suggerire, in presenza di una maggioranza incerta al Senato, un governo di unità nazionale? "No, governa chi ha preso un voto in più. Naturalmente un secondo dopo bisognerà fare quelle riforme che non si è voluto fare prima delle elezioni". Chi sarà il vostro ministro dell'Economia? "Lo diremo al momento giusto. Fin d'ora posso dire che dovrà essere una figura "doppia", dovrà fare due cose: dovrà essere un ministro non solo del risanamento ma un ministro della crescita. L'operazione risanamento, il mettere a posto i conti dello Stato non basta più. L'imperativo, se posso trasformarlo in slogan, è crescere, crescere, crescere. Crescita del prodotto interno lordo, crescita della ricchezza nazionale, investimento su ciò che fa crescere l'Italia, ossia piccola e media impresa, turismo e formazione, innovazione tecnologica. Ci vuole un patto tra produttori per la crescita". Siete in grado di indicare almeno due interventi immediati, ancorché impopolari, che ritenete indispensabili per fronteggiare l'emergenza economica? "Un intervento è la riduzione della spesa pubblica che per me significa cose concrete: riduzione dei costi della politica, abolizione delle province, livelli di efficienza nella pubblica amministrazione. La vera priorità per me, comunque, è il contrasto della precarietà che considero la principale emergenza sociale di questo Paese. Ho qui la lettera di una donna di Asti, ventottenne, che scrive: "Sono anni che vado avanti così, sei mesi in un posto, sei in un altro, tre di qua e uno di là, vivo con la spada di Damocle che oscilla minacciosa sulla mia testa mano a mano che il giorno della scadenza del contratto si avvicina". Ecco, questo vuol dire una persona che lavora e ha paura del futuro, perché per lei futuro significa la scadenza del contratto, non la stabilità, la sicurezza". Avete promesso di ridurre la spesa pubblica, le retribuzioni dei dipendenti pubblici tra il 2000 e il 2006 sono cresciute del 30 per cento e tutti i blocchi del turnover sono stati in gran parte vanificati dalle deroghe. Come pensate allora di intervenire? "Abbiamo preso un impegno quantitativo: mezzo punto di spesa ridotta al primo anno, un punto negli anni successivi. Ci sono tanti uffici della pubblica amministrazione che lavorano correttamente, ma anche tante sacche di improduttività. Più il paese è complicato più c'è corruzione, più è lento. Noi abbiamo bisogno di fare un paese semplice, con una pubblica amministrazione più snella e più efficiente, dall'abolizione di certe simpatiche Comunità Montane sulle spiagge a Prefetture che devono essere portate a livello di efficienza. Naturalmente ci vorrà del tempo. Di cosa ha bisogno l'Italia oggi? Di un governo che prolunghi questo disastroso quindicennio, o dell'apertura di un ciclo politico nuovo? Cos'hanno fatto gli elettori inglesi o spagnoli o tedeschi quando hanno votato? Hanno aperto dei cicli politici: Aznar o Zapatero, la Thatcher o Blair. Dicevano: dateci fiducia, cambiamo il paese. E lo hanno cambiato. Da noi questo non succede". Il patrimonio dello Stato supera in valore il debito pubblico. C'è un sistema per metterlo sul mercato senza rischiare l'accusa di voler vendere il Colosseo? "Sì, bisogna assolutamente mettere in mobilità, diciamo così, il patrimonio pubblico, e fare un grande accordo con le Regioni e con gli enti locali. Noi abbiamo messo nel programma tre mesi per dare la valutazione di impatto ambientale. Servono procedure rapide, che consentano di fare rapidamente l'alienazione del patrimonio pubblico e di trasferire una parte di questo attivo patrimoniale nella riduzione del debito. E serve un grande piano per la casa in Italia. Un piano di edilizia popolare; un piano di housing sociale, che significa aree pubbliche e risorse private; terzo, un piano di campus universitari, noi non possiamo accettare che i nostri ragazzi vivano e studino in condizioni spaventevoli come quelle nelle quali vivono e studiano". Nelle scorse legislature le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali e delle professioni si sono scontrate con il partito di chi non vuole toccare nulla. Che impegni assumete, qui e ora? "Quando viene il principale esponente dello schieramento a noi avverso, chiedetegli come mai hanno candidato il leader dei tassisti romani Bittarelli al Senato. In Francia, il governo di destra al primo giorno di sciopero dei taxi si è liquefatto. In questa città abbiamo tenuto duro e vinto. Abbiamo fatto prima 1500 licenze senza un giorno di sciopero e poi altre cinquecento licenze con un giorno di interruzione. Le liberalizzazioni le può fare un governo autorevole, un governo che abbia una maggioranza coesa. Ma la vera novità di questa campagna elettorale è la decisione che noi abbiamo preso ab initio: andare da soli. Andare da soli significa che nel prossimo Parlamento noi saremo un gruppo parlamentare unico. Nel prossimo Parlamento non ci saranno più 51 gruppi, ma in totale saranno sei. Era del tutto inimmaginabile che uno schieramento che va da Mastella a Dini fino a Caruso potesse fare un'innovazione riformista in Italia. L'ho detto e l'ho fatto. E chi vota per noi sa che non avremo alibi. Non ci saranno più vertici di maggioranza, che in Europa non si sa nemmeno cosa siano". I salari italiani netti sono tra i più bassi d'Europa, anche perché il carico fiscale contributivo è al 46%. E' possibile ridare fiato agli stipendi e allo stesso tempo stimolare la produttività? "Non solo è possibile, è necessario. Noi abbiamo detto quello che sta scritto nella Finanziaria: tutte le risorse devono andare per le detrazioni fiscali su salari e stipendi. E per me devono andare anche sulla contrattazione di secondo livello. Detassare gli straordinari non basta, la produttività non è gli straordinari". I prezzi degli alimentari e dell'energia spingono in alto l'inflazione, che stranamente è più alta al sud. Perché e cosa può fare il Governo? "I dati della crescita del Pil americano sono agghiaccianti. La recessione pesa sulle scelte della destra iperliberista di Bush. Poi, nella globalizzazione, irrompono le nuove economie, Cina, India, Brasile, che aumentano il loro prodotto interno lordo annuo di 8 punti. Hanno bisogno di energia e prodotti alimentari. Il costo dell'energia non potrà che aumentare. Il mondo è cambiato, presto anche il G8 se ne dovrà accorgere. Quella dei dazi è una follia, c'è bisogno invece di regole nel mercato internazionale del lavoro". Come si fa ad abbassare le aliquote Irpef facendo sì che i nostri portafogli se ne accorgano, ma senza pregiudicare i conti pubblici? "Tra riduzioni della spesa pubblica, attivo del patrimonio e intervento sull'evasione fiscale compenseremo le misure delle quali parliamo. Alla fine sarà una riduzione di un punto di Irpef su tutte le aliquote per ogni anno. Sui primi tre scaglioni, che riguardano il 95% degli italiani, la nostra proposta fa risparmiare di più rispetto a quella della destra, secondo uno studio del Sole 24Ore. Bisogna poi consolidare la lotta all'evasione fiscale. E mai più condoni".

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Merkel stringe i rapporti tra Berlino e Tel Aviv (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

RESTO DEL MONDO Merkel stringe i rapporti tra Berlino e Tel Aviv Il 16 marzo la cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata in Israele per una visita di tre giorni. La stampa israeliana ha accolto con entusiasmo le sue dichiarazioni a sostegno degli interessi di Tel Aviv. "La Germania è il migliore amico di Israele in Europa", scrive Ha'aretz, "e forse addirittura nel mondo, se si escludono gli Stati Uniti. Merkel sente di avere una grossa responsabilità nei nostri confronti, sia per la questione dell'Olocausto sia per l'atteggiamento antisemita della Germania Est, dove è cresciuta". Sullo stesso quotidiano, il columnist Tom Segev sottolinea che "neanche gli Stati Uniti erano arrivati a sostenere, come ha fatto Merkel, che una minaccia alla sicurezza di Israele è una minaccia alla sicurezza del proprio paese". Secondo Maariv "durante questa visita Merkel ha visto da vicino la natura del conflitto israelo-palestinese e la sincerità del nostro impegno in favore della pace. Ora dovrebbe trasmettere le sue impressioni ai colleghi europei". Critica, invece, la stampa araba. Il quotidiano siriano Al Thawrah osserva che "stabilire un collegamento tra la sicurezza di Israele e quella della Germania vuol dire cedere all'estorsione di Tel Aviv". Secondo il qatariota Al Watan "d'ora in poi molti arabi e musulmani proveranno irritazione, e forse odio, verso la Germania ", mentre in Giordania Al Arab Al Yawm commenta: "La Germania in questi ultimi anni aveva adottato un atteggiamento equilibrato nei confronti della causa palestinese. La visita di Merkel ha azzerato tutto". Un commento positivo arriva dal palestinese Al Quds: "Apprezziamo il sostegno della Germania all'economia e alle istituzioni palestinesi. Ma il sostegno politico dovrebbe essere pari a quello finanziario. In questo senso, la dichiarazione di Merkel secondo cui l'attività d'insediamento di Israele è un ostacolo sulla via della pace deve essere considerata un segnale positivo".

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Lì si sente forte la voglia di riappropriarsi della vita un bel fervore culturale (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

SUL SET IN ISRAELE "Lì si sente forte la voglia di riappropriarsi della vita un bel fervore culturale".

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Il Papa e gli ebrei. 500 firme di protesta. Dal mondo cattolico Preghiamo per loro, riconoscano in Gesù il Salvatore... . Gli studiosi: così ostacola il dialogo ebraico-cristiano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Il Papa e gli ebrei. 500 firme di protesta. Dal mondo cattolico "Preghiamo per loro, riconoscano in Gesù il Salvatore...". Gli studiosi: così ostacola il dialogo ebraico-cristiano di Roberto Monteforte/ Roma "PREGHIAMO per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini": questa è la formula che si è recitata ieri, giorno del Venerdì santo, nella messa in latino secondo quanto ha stabilito papa Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum che ha modificato il Messale romano di san Pio V. Continua a non convincere la formula sostitutiva di quel preconciliare riferimento al "popolo accecato strappato dalle tenebre". Questa volta, però, a protestare non sono le comunità ebraiche o il collegio rabbinico italiano, ma autorevoli esponenti del mondo cattolico, impegnati da tempo nel dialogo ecumenico ed ebraico-cristiano. In quasi cinquecento hanno sottoscritto il documento contro le novità introdotte da papa Ratzinger promosso dagli studiosi di giudaismo Elena Lea Bartolini e Paolo De Benedetti, dalla teologa Maria Cristina Bartolomei, da Claudia Milani e da Mauro Perani, docente di Ebraico all'università di Bologna e presidente della European Association for Jewish Studies (consultabile sui siti www.ildialogo.org ed www.noisiamachiesa.org). "Quella formulazione rappresenta un passo indietro rispetto al Concilio Vaticano II" spiega la Bartolini. "È la preoccupazione di persone che da molto tempo lavorano al dialogo ebraico-cristiano e che vedono in questa scelta che riguarda - aggiunge - una liturgia che useranno in pochi, quella in latino, ma che porta all'ufficialità una teologia che il Concilio Vaticano II aveva, invece, e non a caso, superato". Il punto è quello della "conversione" cui sarebbero chiamati gli Ebrei, i "fratelli maggiori" per Giovanni Paolo II. "Questo è contrario al Concilio" insiste la studiosa. "Vuol dire non riconoscere quella elezione, mai revocata, ribadita dai padri conciliari, riprendendo un passaggio della lettera ai Romani dell'apostolo Paolo". Non soddisfano le spiegazioni della Santa Sede in attesa che arrivi la dichiarazione "chiarificatrice" del cardinale segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone. "La modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente", si legge nell'appello. È ritenuta in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni. Se ne ricordano i passaggi essenziali. Quel "gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. (.)gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura" (Nostra aetate, 4). La nuova formulazione, invece si afferma, "sembra contraddire palesemente il magistero precedente, poiché si contrappone a quanto affermato negli Orientamenti e suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate del 1975. Nè si ricordano alcuni passi significativi: "Condizione del dialogo è il rispetto dell'altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose". E poi, a proposito del rapporto della Chiesa con gli ebrei, "La Chiesa deve annunciare Gesù Cristo al mondo. Per evitare che questa testimonianza ...appaia agli ebrei come una violenza, i cattolici dovranno aver cura di vivere e di annunciare la loro fede nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa". Nella versione post-conciliare della preghiera del Venerdì Santo "si esprimono suppliche indirizzate alla salvezza di tutti gli uomini: nel caso specifico degli ebrei, questo significa pregare perché il Signore "li aiuti a progredire sempre nell'amore del Suo Nome e nella fedeltà alla Sua Alleanza"". Per Israele una fedeltà all'Alleanza con Dio "mai revocata". Non si nasconde la preoccupazione per quell'antica accusa di deicidio rivolta al popolo ebraico messa in relazione al Venerdì Santo, "accusa infondata, ma foriera di abissi di orrore". Ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio Vaticano II, è la conclusione, "appare un regresso, pericolosamente prossimo alla teologia della sostituzione di Israele e capace di evocare gli antichi tentativi di conversione". Perché qualunque cosa possa far pensare a un tentativo di conversione "è inconciliabile con il riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede dell'altro".

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L'ultimo sprint per l'Expo 2015 e i suoi soldi Un evento che vale trenta milioni di visitatori. Fra una settimana il verdetto: Milano o Smirne? (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del L'ultimo sprint per l'Expo 2015 e i suoi soldi Un evento che "vale" trenta milioni di visitatori. Fra una settimana il verdetto: Milano o Smirne? di Toni Fontana ALLA FARNESINA dove da mesi è attiva la "sala operativa" della campagna per sostenere la candidatura di Milano per l'Expo 2015, l'ambasciatore Claudio Moreno si è guadagnato la fama del "maratoneta". Ha girato in largo e in lungo il pianeta, toccato più di 100 paesi, parlato con migliaia di persone. Ed ora, a pochi giorni dal verdetto, incrocia le dita, ma non si sbilancia. "Posso solo dire - esordisce - che abbiamo lavorato sempre d'intesa con gli Enti locali milanesi e lombardi, che nelle visite siamo stati accompagnati dai rappresentanti del comitato scientifico internazionale che sostiene la candidatura e che abbiamo avanzato proposte che non hanno precedenti nella storia delle esposizioni internazionali". Per dirla con una formula l'Italia punta a "lavorare assieme", a sviluppare progetti di collaborazione con tanti paesi, da quelli più potenti a quelli più remoti. I 120 paesi che, si spera, saranno presenti all'Expo del 2015 (attesi 30 milioni di visitatori tra l'estate e l'autunno), saranno ciascuno un partner dell'Italia, che ha scelto lo slogan "nutrire il pianeta, energia per la vita". Sono stati sottoscritti accordi con la Cepal (commissione economica per l'America latina dell'Onu) per finanziare attività di cooperazione tecnica, di formazione e di ricerca per garantire lo sviluppo sostenibile delle città, a Parigi è stata presentata (da Comune di Milano e Regione Lombardia) l'"alleanza per l'Africa" che il leader del Ghana Kufour ha accettato di presiedere. Basterà questo straordinario lavoro diplomatico per assicurare alla candidatura milanese la maggioranza dei 143 voti dei delegati del Bie? Nessuno si sbilancia, negli ultimi mesi i turchi hanno via via accelerato la campagna promozionale per portare l'Expo (il terzo avvenimento planetario, per importanza, dopo Olimpiadi e Mondiali di calcio) nella città di Smirne. I turchi hanno incassato consensi, ma anche molti no. Il lavoro diplomatico procede freneticamente e non si fermerà fino alle 14 del 31 marzo. Quel giorno, a Parigi, Milano e Smirne presenteranno le candidature, poi si riuniranno i 143 delegati del Bie (Bureau International des Expositions), esprimeranno nel segreto dell'urna la loro scelta e, in serata, sarà letto il verdetto. Il progetto presentato dal capoluogo lombardo, che il presidente Prodi ha più volte definito "di Milano e dell'intera Italia", è certamente competitivo sotto il profilo tecnico. Nell'ottobre dello scorso anno, quando la delegazione del Bie ha visitato Roma e Milano, la presidente del comitato esecutivo Carmen Sylvain (Canada) ha definito "di grande pertinenza internazionale, ben costruito e forte del sostegno sia del governo che della popolazione" la proposta italiana. La candidatura milanese è stata sostenuta, in modo bipartisan e senza alcuna polemica, in tutte le sedi e gli incontri internazionali. Il presidente Napolitano, il premier Prodi, il governo e gli enti locali milanesi e lombardi hanno lavorato assieme sviluppando un'iniziativa diplomatica senza precedenti. La Turchia è partita in ritardo "avviando una campagna ridotta e approssimativa" - dice un fonte governativa, ed ha fallito alcuni obiettivi. Ankara ha cercato la solidarietà dei paesi a maggioranza musulmana, e, a Dakar (13-14 marzo), in occasione del vertice della Conferenza islamica, ha tentato, senza riuscirci, di strappare l'approvazione di un documento unanime di sostegno alla candidatura di Smirne. L'appoggio alla Turchia è stato negato da alcuni paesi arabi e dell'Asia. La Turchia ha invece incassato il sostegno di Israele assicurato alle autorità di Ankara dal ministro degli Esteri Tzipi Livni. La Cina potrebbe appoggiare la candidatura turca e convincere alcuni paesi africani come il Sudan, ma l'Italia conta su molte capitali del continente, sull'appoggio di gran parte degli europei e di stati dell'Asia e dell'America Latina.

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Lettera al Papa di 400 docenti<A rischio il dialogo con gli ebrei> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Lettera al Papa di 400 docenti"A rischio il dialogo con gli ebrei" la nuova preghiera per la via crucis Contestato il passaggio in cui il popolo di Israele viene definito come "bisognoso di illuminazione" 23/03/2008 UN CAMBIAMENTO sostanziale apportato da Papa Ratzinger ai riti della Settimana Santa (nella versione latina che ha trovato piena legittimità nella Chiesa): il popolo ebraico, che prima del concilio era già bollato come "perfido" ma deceni di politica vaticana avevano riavvicinato, torna ad essere indicato come bisognoso di "illuminazione". E, in risposta, una petizione partita da un gruppo di docenti della Statale di Milano che ha già raccolto più di quattrocento firme contro "una scelta che mette a rischio più di quarant'anni di dialogo". C'è anche un docente genovese, il professor Gerardo Cunico, ordinario di Filosofia teoretica e Dialogo interreligioso all'Università, contro le modifiche apportate da Papa Ratzinger alla liturgia pasquale. "Sono cattolico - premette Cunico - ma devo constatare che sono passati 38 anni dal Concilio e invece di andare avanti, torniamo indietro nei rapporti con gli ebrei: questo è certamente un grave colpo per chi vorrebbe continuare il dialogo". È una vicenda che, dal dibattito accademico, deborda nel terreno concreto delle relazioni internazionali. Le tappe principali: con il motu proprio dello scorso luglio, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. Non è un obbligo né implica un ritorno generalizzato alla lingua di Cicerone: semplicemente, i sacerdoti c (in molte realtà parrocchiai sollecitati da rappresentanze locali di fedeli) possono celebrare alcune funzioni in latino secondo il messale approvato dalla Chiesa. Ma è evidente a tutti che la cultura che aveva portato alla stesura del testo preconciliare è ormai lontanissima, soprattutto per quello che riguarda il rapporto tra cattolicesimo e mondo ebraico. In mezzo ci sono stati eventi che non possono essere cancellati: il nazismo e il fascismo, le leggi razziali e la Shoa: a seguito di tale provvedimento quindi, lo scorso 6 febbraio - nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri - il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al "popolo accecato" che deve essere "strappato dalle tenebre" con l'espressione "Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini". La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede. Tutto risolto? Niente affatto, perché la formula addolcisce i termini ma mantiene la sostanza: "Il popolo ebraico, secondo questo testo, deve essere convertito - riprende Cunico - e se deve essere illuminato, evidentemente è perché resta nelle tenebre Il documento, critico nei confronti di Papa Ratzinger, firmato dai quattrocento esponenti del mondo culturale, inoltre, denuncia pericoli concreti che evocano un passato neanche troppo lontano: "Poiché il Venerdì Santo è il giorno in relazione al quale è stata rivolta al popolo ebraico l'accusa di deicidio, infondata ma foriera di abissi di orrore, ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio appare un regresso capace di evocare gli antichi tentativi di conversione". Per concludere con un grido di dolore: "Non possiamo che manifestare il nostro rammarico per una scelta che mette a serio rischio più di quaranta anni di dialogo, in quanto qualunque cosa possa far pensare a un tentativo di conversione è inconciliabile con il riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede dell'altro". Bruno Viani 23/03/2008.

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La croce della fede i santini dei mafiosi - nino fasullo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina III - Palermo LE IDEE La croce della fede i santini dei mafiosi NINO FASULLO Ma veramente Gesù, l'uomo appeso al legno dei maledetti, è il figlio di Dio? Come può il centurione romano dire questo di un uomo che l'autorità religiosa e quella politica, il Sinedrio e Pilato, hanno condannato a morire crocifisso perché privo di timor di Dio e sovversivo? Lui l'aveva visto con i suoi occhi. Gli stava davanti mentre esalava l'ultimo respiro e invocava Dio gridando fortemente. Quel dolore, quella solitudine incommensurabile, quella estrema umiliazione gli erano entrati nell'anima. Aveva compreso, il centurione, che su quella croce si era verificato qualcosa di impensabile: il crocifisso era il figlio di Dio. L'aveva capito col senso nuovo che gli era nato dentro: la fede, il potere cioè di vedere Dio in croce. La fede del primo credente dopo la morte di Gesù: un romano, non un figlio di Israele. A Gerusalemme quel venerdì, vigilia della Pasqua ebraica, quella morte segnava un nuovo passaggio, quello definitivo dell'abbattimento della morte in favore dell'umanità. Così la confessione del centurione enunciava l'inizio di una storia nuova, ancora oggi incompiuta. E "il giorno dopo il sabato" diventava simbolicamente la nuova Pasqua cristiana, ovvero umana, universale. Significativi appaiono, nel contesto, i precedenti e le circostanze in cui quel venerdì il centurione proclamò che il crocifisso era il figlio di Dio. Basti ricordare che da tempo le parole e i gesti di Gesù allarmavano l'establishment di Gerusalemme. In particolare, le sue pretese (secondo il Vangelo di Giovanni) di essere il figlio di Dio. Le non rare violazioni della sacralità del sabato. La cacciata di affaristi e trafficanti dal tempio, del quale pure preannunciava la distruzione. SEGUE A PAGINA VIII.

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Oz e Benhabib protagonistidegli incontri sulla multicultura (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

I grandi aPPUNTAMENTI Il via il 29 maggio. Ospiti nel ciclo anche il filosofo Appiah, il romanziere Kureisishi, l'etnologo Ian Chambers 23/03/2008 AMOS OZ e Seyla Benhabib, questi i due nomi di primissimo piano per i grandi eventi della cultura organizzati dal Comune. Amos Oz, scrittore israeliano di fama mondiale, sarà a Genova il 29 giugno per ricevere il premio Primo Levi; Seyla Benhabib terrà la sua lezione esattamente un mese prima, il 29 maggio. Il tutto nell'ambito di un programma di "Grandi incontri sulla multi-cultura" che punta direttamente all'integrazione e all'intreccio culturale con i "nuovi cittadini". Benhabib, di origine turca, è tra le massime studiose di teoria politica; insegna Scienze politiche e filosofia all'Università di Yale negli Stati Uniti. Tra le sue ultime pubblicazioni, La rivendicazione dell'identità culturale (edito da Il Mulino, 2006). Il 15 giugno tocca a Kwame Anthony Appiah: filosofo anglo-ghaneano e docente all'Università di Princeton. Ha insegnato a Yale e Harvard. È invece previsto per il mese di luglio l'intervento dell'etnologo Ian Chambers, con il centro culturale Medì: è stato gli animatori del Centro Studi Culturali di Birmigham. A seguire, in conclusione del ciclo, l'arrivo a Genova di Hanif Kureisishi, autore di molti romanzi e sceneggiatore di My beatiful Laudrette per cui è stato candidato al Premio Oscar. 23/03/2008.

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Gesù e la lezione etica sui mercanti nel tempio - michele mirabella (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina X - Bari Gesù e la lezione etica sui mercanti nel tempio MICHELE MIRABELLA (segue dalla prima di cronaca) Cristo parlava per mirabili metafore e, per intenderle, occorreva votarsi al candore ed alla povertà dello spirito per essere veri puri di cuore. Così sta scritto, anche se non sempre si riesce a leggere facilmente. Dietro quel velame di metafore si nasconde la bellezza e la verità dell'annuncio, ma, spesso ci disperiamo, noi lettori dei Vangeli: perché, ci diciamo Gesù non si regola sempre come con i mercanti nel Tempio, non dichiara limpidamente il vero di quel miracolo di salvezza, allontanando il calice con la semplicità della spiegazione. Come con Pilato che, poveraccio e spaesato, non riesce proprio a capire né l'allegoria delle risposte di Cristo, né la immane novità davanti alla quale si trova. è vero è disarmato di argomenti, non può intendere da pragmatico ostinato e semplicista, che deve fare un salto logico, deve armonizzarsi sulle metafore, deve tradurre le parole del Galileo. Tradurre Dio? E già. Sembra impossibile, ma, a pensarci, non è stato già egli tradotto, mentre Giuda lo consegna al Sinedrio e non è, di fatto, tradito? E tradurre, oltre che essere trasportato altrove, nell'altrove delle carceri, non significa, anche, trasportato in altra lingua? In questo caso nella lingua semplice e rozza degli uomini renitenti alle metafore sublimi che affermano sublimi verità? A Gesù basterebbe schierare, oltre alle dinastie angeliche, un linguaggio diretto, scevro dalle altissime metafore che, sole, possono parlare di verità immani. Ed ecco sfidare l'empirico lealismo di Pilato con quel "Il mio Regno non è di questo mondo". Cosa poteva capire il governatore della Palestina, di una provincia romana, di regni e imperi che non fossero conquistati con eserciti, leggi, tasse e lingua degli uomini? Il buon ladrone, sì, lui si che si fida e affida. Non si sforza di sguarnire il minimo dialogo. Confida. E per lui il Regno è pronto. Anche prima, in quello scenario che da inizio al precipitare degli eventi, in quel repulisti di ingordi malfattori che hanno dato al Tempio altra destinazione d'uso, il Maestro non scioglie le sue parole, ci chiede di fare lo sforzo di interpretarle, per non tradirle. "I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?". Rispose loro Gesù: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere". Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù". Questo alludere al suo Corpo parlando di Tempio, ancor più esalta il valore di quella cacciata. Piccola considerazione a margine di questo povero tentativo esegetico. In questi giorni di Pasqua, non sarà bene adeguarci all'ammonimento evangelico, non sarà bene che interesse, cupidigia, bramosia di potere stiano lontani dal tempio del corpo? Certo il nostro è un tempio effimero, modesto, a volte ombroso, ma, pur sempre destinato a risorgere. Come raccontano le tante processioni della terra mia nel cui ricordo è così consolante rifugiarmi. Buona Pasqua.

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Leader palestinese torturato nelle prigioni egiziane Al Cairo vertice della tensione tra Mubarak e Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Tiziana Barrucci Una delegazione di Hamas torna in Egitto, assieme alla Jihad islamica per nuovi colloqui. Non si conoscono ufficialmente i temi in agenda, senza dubbio una possibile tregua con Israele, ma probabilmente anche le accuse di tortura mosse dal movimento islamista palestinese contro il regime di Mubarak. Secondo esponenti di Hamas infatti, alcuni membri di Ezzeddine al Qassam, il braccio amato del movimento, sono stati "oggetto di torture terribili", durante la loro prigionia in Egitto. Hamas sostiene che 39 membri del gruppo sono attualmente trattenuti dalle forze di sicurezza egiziane, mentre in 90 sono stati rilasciati nelle ultime settimane. I miliziani del gruppo avrebbero attraversato la frontiera tra la Striscia di Gaza e il paese delle Piramidi nel gennaio scorso, quando Hamas abbatté il muro di confine tra i due territori permettendo a decine di migliaia di cittadini palestinesi di trovare tregua dall'assedio israeliano. Ma gli uomini di Hamas avrebbero subito un trattamento del tutto inaspettato da parte dei vicini egiziani. A detta di Said Siyam, ex ministro dell'Interno del governo di Hamas, le forze di sicurezza egiziane avrebbero usato due misure diverse: ignorando completamente i veri traffici criminali e tutte le illegalità che avvenivano proprio al confine, si sarebbero invece concentrati sui militanti del movimento islamista, che non stavano minacciando la sicurezza del paese. Nel migliore dei casi, spiega l'ex ministro, i miliziani di Hamas venivano sottoposti a interrogatori serrati sulle loro attività nella striscia di Gaza, nei peggiori subivano torture. "Gli egiziani non hanno mai chiesto nulla a proposito di ciò che avveniva sul loro territorio - ha detto Siyam all'agenzia France Press. - Ma volevano informazioni sui leader di Hamas, in primis sul premier Ismail Haniyeh, e sulla località in cui è tenuto il soldato israeliano Gilad Shalit. Si tratta di domande che solo degli israeliani potrebbero fare", ha concluso insinuando un generico accordo tra gli egiziani e Tel Aviv. Mentre il portavoce di Hamas, Fawzi Barthum, ha aggiunto di aver ripetutamente espresso "insoddisfazione per i continui arresti di palestinesi e le denuncie delle torture a loro inflitte in territorio egiziano. Il Cairo ha promesso di liberare i nostri uomini e spero che ciò avvenga il primo possibile". Dopo un lunga mediazione tenuta ad al Arish, villaggio nel nord del Sinai, Il mese scorso l'Egitto si è infatti accordato per la liberazione di 115 prigionieri palestinesi, secondo Fawzi in maggioranza quadri dirigenziali del movimento. Intanto, nella Striscia di Gaza, Hamas ha annunciato di voler ampliare il suo governo per rafforzare il potere del gruppo nel territorio costiero. Fonti interne all'organizzazione hanno fatto sapere che il primo ministro ha già offerto con successo ad alcune personalità palestinesi di entrare nel suo esecutivo. Immediata la reazione di al Fatah, il partito rivale al governo in Cisgiordania che denuncia l'operazione come "illegale", perché "contraria alla legittimità dell'Autorità Palestinese". 23/03/2008.

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<Non credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Non credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione" Vittorio Bonanni "E' illusorio ed ipocrita continuare a parlare di Stato palestinese. Dobbiamo cominciare a pensare ad uno Stato federale, che comprenda entrambi i popoli. Un'ipotesi difficilissima anch'essa da realizzare ma che si comincia a prendere in considerazione anche in Israele." Chi lancia questa "provocazione" è Danilo Zolo, docente di filosofia del diritto internazionale all'università di Firenze. Recentemente ha firmato un appello che chiede alla direzione della Fiera del Libro di Torino di revocare la decisione di avere come ospite d'onore lo Stato d'Israele per l'edizione 2008, dedicando invece la kermesse alla pace, "cioè ad un "paese morale" coniugabile e comprensibile in molte lingue: salaam, shalom, peace, paix, frieden, mir, paz", come si sostiene nell'appello. Lo abbiamo intervistato per fare il punto sui differenti scenari internazionali che si pongono all'attenzione delle forze politiche e su come la sinistra, ingabbiata dalla recente esperienza di governo, possa riprendere l'iniziativa pacifista. Ma il punto di partenza è appunto il Medio oriente, il conflitto per antonomasia dal dopoguerra ad oggi e dunque la discussa fiera del libro di Torino. "Ho sottoscritto quel documento - dice Zolo - perché ritengo sbagliato organizzare una manifestazione culturale in cui si esalta l'autodichiarazione dello Stato israeliano, parzialmente giustificata allora dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma che violava di fatto la sovranità del popolo palestinese. E quindi non si poteva festeggiare quella ricorrenza senza in qualche modo convocare una presenza palestinese". Che pensa dell'ipotesi del boicottaggio? Forse il sabotaggio può essere anche giudicato eccessivo ma è inaccettabile che l'Europa festeggi quella data considerata da tutto il mondo arabo-islamico e da molti altri osservatori come una vicenda tragica, che ha prodotto un'infinità di sofferenze e di ingiustizie e che ancora oggi è l'epicentro incandescente del conflitto mondiale. Occorreva dunque aprire un dibattito con la cultura palestinese, con la presenza di libri e autori palestinesi. Perché secondo lei è diventato ancora più difficile avere un atteggiamento quanto meno equidistante nei confronti dei due popoli? E perché non si riesce a capire che con una forza come Hamas, ci piaccia o no, bisogna dialogare, come propone il ministro D'Alema? Condivido pienamente queste considerazioni. Ritengo sia gravissimo che si ignori la presenza di Hamas e il risultato di elezioni democratiche che hanno dato a questa organizzazione la maggioranza schiacciante e messo in minoranza l'Autorità nazionale palestinese. E' chiaro che Hamas ha avuto collusioni anche gravi con il terrorismo. Su questo punto non c'è nessun dubbio. E tuttavia va detto che non stiamo parlando di un movimento terrorista ma di una forza politica che ha ottenuto la fiducia della maggioranza dei palestinesi perché molto impegnata sul terreno sociale e politico. Questo è un dato che non si può dimenticare. Anche la sinistra, pur discostandosi dal conformismo generale, sembra piuttosto timida, quasi si avesse un senso di colpa nel puntare troppo l'indice contro Israele? Non c'è dubbio. La sinistra radicale risente anch'essa di questa tradizione della sinistra europea che, correttamente se si vuole, si è schierata spesso a fianco di Israele in nome dell'olocausto, questa grande ombra che pesa anche sul mondo islamico. E certamente noi non possiamo non riconoscere le ragioni che ci sono dietro questo atteggiamento. C'è però sempre più un abisso tra la vicenda dell'olocausto, la tragedia del popolo palestinese e la politica sionista. Il peccato originale dello Stato d'Israele è il suo sionismo, l'essere un cuneo atlantico nel cuore del Mediterraneo. Gli ebrei non si sono mai sentiti mediterranei e semiti e il loro rifiuto della presenza del popolo palestinese ha portato ai drammi che sappiamo. La sinistra non ha preso atto fino in fondo di questa tragedia e continua ancora a pensare in termini a dir poco ingenui, della possibilità di creare uno Stato palestinese. Ora chi conosca minimamente la Palestina sa che ormai la prospettiva di uno Stato palestinese è illusione o inganno ipocrita. Chi oggi parla di due stati inganna se stesso e illude gli altri. Secondo me lo Stato palestinese non ci sarà mai. Resta la possibilità, che era, non dimentichiamolo, anche il progetto di Martin Buber e di Edward Said: uno Stato unico e federale in cui palestinesi ed ebrei fossero in qualche modo collegati politicamente e capaci di convivere. Una prospettiva ardua e difficilissima ma in qualche misura possibile visto che ci sono già più di un milione di palestinesi israeliani che vivono nello Stato d'Israele. La Galilea, per esempio, è in qualche modo una Cisgiordania che ha accettato di convivere dentro lo Stato israeliano, seppur nelle condizioni che conosciamo. Cambiamo ora scenario. Il finanziamento delle missioni italiane all'estero, penso in particolare all'Afghanistan, è stato uno dei tanti rospi che la Sinistra l'Arcobaleno ha dovuto ingoiare durante l'esperienza governativa... Io sono molto severo ovviamente con la politica del governo Prodi, sia in Palestina che in Afghanistan. Questo non significa essere rigidi e drastici nei confronti del comportamento della sinistra nel governo. Una cosa è la posizione appunto della sinistra che oggi deve mantenere con forza, altra cosa è una linea moderata dentro il governo. In questo momento è importante mantenere fermo il punto che la Nato non ha nessuna competenza a condurre una guerra di aggressione in Asia centrale, considerando che il Parlamento italiano non è neppure intervenuto sull'articolo 5 dello statuto della Nato e dunque sulla trasformazione di questa organizzazione da alleanza difensiva a braccio secolare delle Nazioni Unite, di fatto degli Stati Uniti, autorizzati ad intervenire nel mondo là dove si tratta di realizzare guerre neocoloniali, come è quella in Afghanistan. L'idea di poter sconfiggere la volontà del popolo pastun di liberarsi dall'occupazione straniera parte da un'ignoranza radicale della situazione di questo paese, dove un popolo fortissimo, orgogliosissimo, e presente ben oltre il territorio dell'Afghanistan, condurrà una lotta spietata contro gli aggressori e quindi anche contro gli italiani, malgrado questi ultimi non accettino di entrare direttamente in guerra. Anche in Kosovo l'Europa e l'Italia scontano una grave subordinazione alla politica di Washington... Nei Balcani si sta creando una situazione estremamente pericolosa. Sicuramente si tratta di un altro epicentro di un possibile conflitto. Ancher se è difficile pensare che la Russia intenda usare la forza, tuttavia sta intervenendo con i grandi mezzi di cui dispone in questo momento, quelli economici. Gazprom ha stipulato un contratto con la Serbia che cerca di sostenere come ha sempre fatto. E fra l'altro è singolare che contro l'indipendenza del Kosovo si siano schierati stati come la Russia, l'India e la Cina, cioè gli stessi che si erano opposti alla guerra di aggressione della Nato contro la Repubblica federale di Jugoslavia. L'Italia si è invece sempre schierata allora con Clinton e ora con Bush, senza considerare che quella guerra, chiamata umanitaria, che D'Alema ha fatto in modo entusiasta ed ipocrita, è stata pensata fin dall'inizio in funzione della possibilità che gli Stati Uniti costruissero nel cuore del Kosovo la base militare di Camp Bondsteel, a due passi da Urosevaz, creata per controllare i Balcani e il Mediterraneo orientale, dove sono situati 5000 soldati, con tanto di armi a testata nucleare. Già negli incontri di Rambouillet l'allora Segretario di Stato Usa Madeleine Albright aveva assicurato il leader dell'Uck Hashim Taqi che ci sarebbe stata una "guerra umanitaria" sostenuta dall'Italia e che si sarebbe arrivati all'indipendenza del Kosovo. Ora l'appoggio immediato e imprudente a questa indipendenza è legata ai gravissimi errori commessi da D'Alema nel '99. A proposito di Stati Uniti, a cinque anni dall'inizio della guerra in Iraq che bilancio si può fare di quell'avventura? Aggredendo l'Iraq nel 2003 gli Stati Uniti hanno tentato di mettere a punto una strategia globale che sfrutti i "vantaggi asimmetrici" di cui essi godono in termini nucleari, di intelligence e di controllo informatico del pianeta. L'obiettivo era quello di consolidare la propria egemonia planetaria, garantendosi una stabile presenza militare nel cuore dell'Asia centrale. Il progetto era, non solo di occupare il territorio mesopotamico, ma di controllare le immense risorse energetiche racchiuse nei territori delle Repubbliche ex-sovietiche e, soprattutto, di completare il duplice accerchiamento missilistico e nucleare della Russia ad Ovest e della Cina ad Est avviato con l'occupazione dell'Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno tentato di rafforzare il loro sistema planetario di basi militari e aumentarne il numero nelle "aree critiche", così da prevenire tempestivamente il rischio che al loro interno possano affermarsi potenze solidali con il terrorismo e ostili agli Stati Uniti. A questa logica "preventiva" ha corrisposto la campagna ideologica lanciata dall'amministrazione Bush che ha presentato l'occupazione militare dell'Iraq come l'inizio di una global democratic revolution , destinata a investire il Medio oriente e il mondo islamico all'insegna della strategia del Broader Middle East. L'obbiettivo principale di questa strategia, fatta propria dalla Nato, è quello di controllare con l'uso di strumenti politici, economici e informatici l'intera area che va dal Marocco e dalla Mauritania all'Afghanistan e al Pakistan, una regione ricchissima di risorse energetiche e al tempo stesso altamente instabile e crogiolo del global terrorism . A cinque anni dall'aggressione dell'Iraq si può dire che questo progetto strategico se non è fallito del tutto è comunque in gravissima difficoltà. L'Europa, incapace di parlare con una voce unica, appare sempre più subordinata alla politica di Washington. Che cosa deve fare oggi per uscire da una subalternità ancora tutta legata agli esiti della Seconda guerra mondiale? E come può riprendere fiato un movimento pacifista in grande affanno? In un volume che ho curato insieme a Franco Cassano dal titolo L'alternativa mediterranea si sostiene la necessità di rilanciare il processo di Barcellona ed avviare un dialogo con il mondo arabo-islamico che rimetta al centro la questione palestinese. Un modo per ritrovare quelle radici culturali e politiche dell'Europa utili per raggiungere finalmente un'autonomia dagli Stati Uniti. Se questo avviene si apre uno scenario in cui è possibile un'alleanza di fatto tra il vecchio continente e le grandi potenze economiche che stanno emergendo. E penso alla Russia, all'India e alla Cina senza dimenticare il Brasile. In questo caso forse possiamo sperare in un mondo nel quale le relazioni internazionali siano meno spietate e sanguinarie. Rispetto al movimento pacifista, credo che solo la sinistra possa rilanciarlo: in questo momento il pacifismo cattolico, con un pontefice poco stimolante, non sembra molto vigoroso. Ci troviamo in realtà di fronte ad una sorta di normalizzazione della guerra: i grandi mezzi di comunicazione di massa e il centro-sinistra con Veltroni non fanno certo discorsi pacifisti. Insomma non vedo grandi prospettive per l'immediato e anche Emergency, che era una mia grande speranza guidata da un uomo come Gino Strada, mi sembra si sia un po' fermata dopo le vicende afghane, e si sta impegnando in Sudan più sul piano strettamente sanitario che su quello del pacifismo politico. Un'eventuale vittoria democratica negli Usa potrà cambiare questo scenario? Non ho molta fiducia nella possibilità che i democratici, se vincono, impostino una politica estera statunitense diversa da quella repubblicana. La storia ci insegna che spesso i democratici si sono comportati sul piano della politica estera in modo più aggressivo ed espansionista dei repubblicani. 23/03/2008.

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Morti bianche, perché chiediamo più cautela Diaz: politica, magistratura e "autorità terza" Khaled, a 78 anni in isolamento in carcere (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Omicidi bianchi, ma c'è l'"inversione di tendenza"? Cara "Liberazione", oggi (venerdì 21, ndr) sono stati forniti i primi dati Inail sugli infortuni mortali per l'anno 2007: 1.260 morti con una calo del 6%, e subito è arrivata la dichiarazione del ministro del Lavoro Damiano: "Anche un solo morto sul lavoro è una tragedia. Ma di certo oggi registriamo un'inversione di tendenza che, per quanto modesta, è comunque una buona cosa. Ogni vita salvata è un grande risultato, ma non dobbiamo fermarci né abbassare la guardia". Caro ministro, tanto per cominciare questi sono dati provvisori, ripeto provvisori, quindi la inviterei alla cautela prima di fare dichiarazioni ottimistiche ("oggi registriamo un'inversione di tendenza"), anche in virtù del fatto che per l'anno 2006 I'Inail aveva fornito dei dati sugli infortuni mortali (1.250), che inizialmente sembravano in calo rispetto al 2005 (meno 2,4%), tanto che successivamente si era dovuta correggere 2 volte, arrivando a 1.302, per poi attestarci a dati definitivi del 2006 con 1341 morti sul lavoro, quindi un aumento del 4,8% rispetto al 2005, quando c'erano stati 1.280 morti sul lavoro. Anche il presidente dell'Anmil, Mercandelli, dice che sono dati provvisori, e inoltre che non c'è stata l'inversione di tendenza di cui lei parla. Le stime Inail sugli incidenti sul lavoro nel 2007, "pur nella loro provvisorietà, confermano la gravità del fenomeno e testimoniano la necessità di mantenere alta la soglia di attenzione e le iniziative di contrasto" - queste le parole del presidente Anmil, che prosegue: "Dopo che il 2006 aveva fatto segnare un netto peggioramento, il numero di incidenti mortali ad oggi stimato per il 2007, se si escludono gli incidenti "in itinere", si posiziona comunque sui livelli consolidati del 2005, senza una significativa inversione che era legittimo attendersi a fronte della forte attenzione istituzionale e dei provvedimenti varati dal governo". Caro ministro Damiano, concludo questa mia lettera con una domanda: se come è molto probabile l'Inail aggiornerà i dati degli infortuni mortali per l'anno 2007, che quasi sicuramente saranno al rialzo, e si attesteranno (se non supereranno) quelli del 2006, lei parlerà ancora di inversione di tendenza? Attendo una sua risposta. Marco Bazzoni operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza Amato, Veltroni e la "macelleria messicana" Cara "Liberazione", non sottovaluto le parole di Veltroni su Bolzaneto, e neppure gli articoli di D'Avanzo su "la Repubblica"; pure la sua intervista al ministro Amato contiene elementi utili. Tutto ciò che serve ad alimentare speranze su Genova è benvenuto, anche con i limiti e i ritardi che altri hanno sottolineato. Mi sembrano però almeno due i punti mancanti al dibattito, così importanti da farmi essere pessimista non solo su Genova, ma in generale sulla corretta percezione dello Stato dei diritti in Italia. Il primo: Genova è trattata ancora come un'eccezione, un ingiustificabile quanto irripetibile black out della democrazia... Isolare Genova dal contesto di precarietà dei diritti in cui viviamo non è un buon inizio se, come dice lo stesso Amato, l'obiettivo è evitare che si ripetano fatti analoghi. Il secondo: la politica delega totalmente alla magistratura l'accertamento della verità sul G8 genovese, senza accorgersi che così facendo denuncia la propria inadeguatezza e pure la propria ignavia... Credo che nelle "grandi questioni" esistano episodi marginali che, se letti correttamente, sanno essere significativi più di altri. Genova non sfugge a questa regola, e uno di questi episodi l'ha raccontato Lorenzo Guadagnucci nella nuova prefazione di "Noi della Diaz". Ad un'udienza preliminare per i fatti della Diaz, Francesco Gratteri (nel 2001 direttore del servizio centrale operativo della polizia, dal dicembre 2006 responsabile della direzione anticrimine) fu accolto ossequiosamente dagli addetti all'ingresso del tribunale. In quell'occasione si presentarono anche molte vittime della Diaz, come parti offese. Fra queste Lena, diventata suo malgrado simbolo della notte dei manganelli: una foto la ritrae sanguinante uscire in barella dalla "macelleria messicana". Alcune lesioni risultarono permanenti, specie per la sua capacità respiratoria. Ebbene, i controlli all'ingresso interessarono le vittime, tra cui Lena (colpevole d'avere una cintura con una grossa fibbia metallica). Guadagnucci descrive la sensazione di chi si sente fuori posto, ospite indesiderato proprio laddove dovrebbe essere ristabilita la giustizia per quanto successo sette anni fa... E' in questa ottica che appare stridente la frase di Amato sull'inutilità della commissione. Amato non conferisce solo una delega in bianco alla magistratura, ma attesta il rifiuto della politica a farsi organo terzo rispetto al controllo delle forze dell'ordine. Le parole del ministro attestano l'inquietante separazione dagli altri poteri statali delle forze di polizia, soggette solo al controllo dei giudici, peraltro episodico e relativo solo alle responsabilità personali. Anch'io non credo più molto nella commissione, ma proprio perché per la sua utilità servirebbe prima uno scatto d'orgoglio da parte della politica nel farsi carico del ruolo di verifica dell'operato delle forze dell'ordine. Accantonando le considerazioni sulla prescrizione incombente per i reati commessi alla Diaz o a Bolzaneto, la magistratura potrà anche contribuire all'accertamento della verità, ma quel che servirebbe davvero è l'istituzione di un'autorità indipendente di vigilanza sulle forze di polizia, che eviti la singolare situazione per cui chi ritiene di aver subito un abuso deve relazionarsi con le stesse forze da cui dipende il denunciato. E' triste constatare che, se la commissione su Genova è stata finora affossata, il dibattito su questa autorità "terza" non è mai neppure cominciato, e pure quello sull'istituzione del reato di tortura procede a stento: la politica, distratta dal dito, dimentica di osservare la luna. Francesco "baro" Barilli via e-mail I poliziotti e quella partita a Genova Caro direttore, voglio portare la mia piccola testimonianza indiretta sui pestaggi del G8 di Genova. Più precisamente sulla eversione di destra di alcune frange delle forze dell'ordine. Due anni fa sono andato a Genova a vedere la mia squadra che giocava con la Sampdoria. Mentre stavo entrando allo stadio con un amico e due ragazze, in modo tranquillo ed in un clima pacifico, siamo stati letteralmente aggrediti verbalmente da esponenti delle forze dell'ordine che minacciavano, senza alcun motivo, di "spaccarci le ossa", così come avevano fatto con i ragazzi che avevano partecipato al corteo contro il G8 di Genova? Ovviamente non siamo caduti nelle provocazioni e abbiamo tirato dritto per la nostra strada. Secondo me il fenomeno dell'eversione fascista dentro le forze dell'ordine è più esteso di quanto pensiamo, per questo la Sinistra l'Arcobaleno deve prevedere nel suo programma una riforma delle forze dell'ordine che le avvicini di più allo spirito democratico della nostra Costituzione. Gianni Belli via e-mail Khaled Hussein, che non ha potuto difendersi Caro direttore, sabato 15 marzo siamo andati con Francesco Caruso al carcere di Benevento Eiv (elevato indice di sorveglianza) per incontrare Khaled Hussein, all'ergastolo in Italia per l'Achille Lauro. Le pareti verdi e bianche potrebbero essere quelle di un qualsiasi ospedale, ben pulito. Ma a ricordare l'aria che si respira in quei corridoi ci sono le sbarre, quelle delle celle. Quelle dei cancelli che separano le diverse sezioni e, fuori, quelle del cancello della prigione che si è aperto all'arrivo del piccolo gruppo che andava a trovare Khaled Hussein, 78 anni, detenuto dal 1991, condannato all'ergastolo in contumacia. Palestinese. Ad attenderci c'era la direttrice e alcuni graduati degli agenti penitenziari. La sezione dove è detenuto Khaled è ordinata, imbiancata di recente, ma silenziosa, troppo silenziosa. Ci ha accolto con grandi sorrisi e una serena ospitalità, com'è consuetudine in Palestina verso gli amici ed i compagni. In 17 anni passati nelle carceri italiane (fino allo scorso gennaio si trovava nella prigione di Parma, poi senza motivo apparente è stato trasferito nella sezione speciale di Benevento, aperta proprio in quei giorni) Khaled Hussein ha imparato a fare bene il caffè. Ha organizzato la sua dispensa nel mobiletto della piccola cella, dove non entrano né aria né luce, impedite dal pesante foglio di plexiglas che copre la finestra sbarrata. Nei racconti e nel ricordo di Kahled tornano i giorni dell'Achille Lauro, la vicenda i cui sviluppi hanno fatto sfiorare la crisi diplomatica fra Italia e Stati Uniti, la vicenda per cui Khaled Hussein è stato accusato di essere il responsabile operativo del commando (aveva accompagnato il gruppo sulla nave da Genova fino ad Alessandria, dove era sceso) appartenente al Fronte di Liberazione della Palestina, che tra il 7 e il 9 ottobre del 1985, organizzò un'azione che doveva portare alla liberazione di 52 prigionieri palestinesi, e invece diventò un tentativo di dirottamento che, dice Khaled, non era previsto. Khaled Hussein ha sempre rigettato un'accusa da cui non ha mai avuto la reale possibilità di difendersi e di essere difeso, motivo per cui sta nascendo in Italia un comitato che si occuperà della riapertura del processo. Hussein è condannato all'isolamento totale, anche dai suoi compagni di sezione (che può vedere solo nell'ora d'aria), senza la possibilità di leggere libri scritti in arabo, senza poter ricevere la posta scritta nella sua lingua. Sta scrivendo un libro sull'Achille Lauro, "scrive sempre", ci dice la direttrice. "A volte aspetto prima di mettere le date", aggiunge Khaled, "perché voglio essere sicuro della cronologia dei ricordi". Con noi parla della sua vita di palestinese della diaspora, a partire dal '48, quando è cominciata la sua condizione di profugo, vissuta nei campi del Libano (a Nar El Bared, a Beddawi) e dello Yemen. Risale a quegli anni, forse, il suo tatuaggio sul polso - "Inch'Allah", se Dio vuole... Hussein ricorda "come fosse ieri" i giorni dell'Achille Lauro: "Volevo fare qualcosa per i prigionieri politici palestinesi", dice, "senza violenza". In questo carcere ad elevata vigilanza, dove lui e gli altri 9 detenuti della sezione araba vivono un "quasi 41 bis", il settantottenne Khaled Hussein ci dice con un sorriso che la sua mente è fuori, in Palestina, che vorrebbe tornare in Cisgiordania, dove nel '48, prima della Nakba, di cui quest'anno ricorre il 60° anniversario, c'era la sua casa. Intanto potrebbe avere almeno il diritto a dei permessi. E alla riapertura del processo. Inch'Allah, se Dio vuole... Francesco Giordano e Mila Pernice via e-mail Nel cuore di quel parroco non c'è dio Caro direttore, ti invio questa piccola storia di Natale raccontata a Pasqua. "Io in quella chiesa non ci entro più. Nel cuore del parroco non c'è nessun dio". Si è alzata dal divano la ragazza e ancora ricorda con rabbia. "Mancavano pochi giorni al Natale, ero in automobile con mia sorella e suo marito, lungo il raccordo anulare. Correvamo, 120 all'ora forse 130, eravamo in ritardo. Un lampo. Una porsche che andava molto più forte ci ha stretto nel sorpasso. Mi sono vista morire. Sono tornata a casa che tremavo, piangevo, ridevo e non riuscivo a calmarmi. Il giorno dopo mia madre ha comperato 3 rose, una per ognuno di noi, le ho prese e le ho portate in chiesa. Volevo ringraziare la Madonna per averci lasciato vivere. Mi ero inginocchiata da poco quando una suora mi ha toccato le spalle e mi ha chiesto perché ero li. Meravigliata le ho detto che stavo pregando, lei non ha detto niente, se ne è andata e dopo un po' è arrivato il parroco. Era arrabbiato, ha detto che la mia gente rubava in chiesa, mi ha detto di andare via. Io non volevo crederci sono uscita fra gli sguardi cattivi di tante donne che pregavano". La ragazza ora parla con fierezza: "A me hanno insegnato a perdonare e io non porto rancore ma quell'uomo cosa c'entra con il Cristo? Non dovrebbe fare il prete. So che altre donne del nostro campo sono andate a chiedergli di venire a benedirci casa, ma ha trovato scuse e non è mai passato". Questa storia mi è stata raccontata prendendo un buon caffè in una casetta piena di persone e tappeti, di bambini che giocavano. Una mattinata conviviale in uno dei campi in cui sono rinchiusi rom e sinti a Roma e non solo. Da ateo e comunista non dovrebbe toccarmi, eppure qualcosa mi dice che nel negare anche l'accesso al luogo che dovrebbe rappresentare l'emblema dell'accoglienza, una chiesa, c'è chi si arroga due poteri: quello di infliggere un dolore profondo e quello ancora più squallido di annientare con un gesto l'universalità sbandierata del messaggio cristiano. Un gesto che fa male anche a chi non crede. Stefano Galieni via e-mail 23/03/2008.

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Morto Israel <Cachao> Lopez uno dei creatori del mambo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Spettacoli - data: 2008-03-23 num: - pag: 43 categoria: REDAZIONALE Cubano, aveva 89 anni Morto Israel "Cachao" Lopez uno dei creatori del mambo MIAMI - è morto ieri in un ospedale nei pressi di Miami il contrabbassista e compositore cubano Israel "Cachao" Lopez, considerato uno dei creatori del mambo. Lo ha annunciato un portavoce della famiglia, Nelson Albareda, precisando che il musicista è deceduto nelle prime ore della mattina all'età di 89 anni dopo una breve malattia. Noto semplicemente come "Cachao", era originario dell'Avana e aveva vinto diversi "Grammy" per la musica latina.

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La guerra del futuro tra radar, sensori e aerei senza pilota (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Focus - data: 2008-03-23 num: - pag: 11 categoria: REDAZIONALE Nuove tecnologie La guerra del futuro tra radar, sensori e aerei senza pilota ROMA - La scelta di combattere il terrorismo con le guerre è stata un grosso errore, secondo il generale Fabio Mini, che comandò la missione Kfor in Kosovo. "Bisognava affidarsi alle operazioni di spionaggio. Le guerre hanno avuto la conseguenza di innescare una furibonda corsa agli armamenti". I teorici della guerra hanno elaborato modelli innovativi di combattimento che comportano una gamma impressionante di mezzi tecnologici collegati fra loro. Tanto che non ha più senso parlare di armi, intese come singoli oggetti, ma bisogna riferirsi a sistemi d'arma. Ad esempio, il satellite individua l'obiettivo, ne invia i dati ai radar, scatta un impulso che innesca il missile destinato a colpire, mentre tutti i militari coinvolti, quelli che sono in volo sugli aerei, i marinai e i singoli marine a terra riescono a capire dai terminali personali cosa sta avvenendo. Un'integrazione perfetta denominata Net-centric warfare. E' la guerra elettronica, che si basa soprattutto sulla possibilità di neutralizzare un attacco del nemico, far scattare contromisure adeguate di fronte a una minaccia. Nel recente scontro con Hezbollah in Libano, Israele ha sorprendentemente perso la guerra elettronica. Quando gli Hezbollah hanno lanciato un missile contro la corvetta Hadith, gli israeliani non lo hanno intercettato. La rete dei radar a terra doveva segnalare alla nave l'arrivo del missile e innescare la partenza di un antimissile che avrebbe dovuto distruggerlo prima dell'impatto. Azioni di pochi secondi svolte dai computer. Ma gli Hezbollah, a loro volta, disponevano di radar installati sulla costa libanese attraverso i quali sono riusciti a bloccare i computer della nave che non hanno visto il missile arrivare e, quindi, non hanno ordinato al sistema di lancio di spedirgli contro un antimissile. Entro il 2014 la Boeing completerà un programma denominato Future combat systems che permetterà una sincronizzazione perfetta delle operazioni. Il singolo soldato sarà collegato a sensori a terra, a uomini dell'intelligence, a velivoli senza pilota, a robot dotati di armi, a veicoli che si muovono senza guidatore in grado di sparare e captare eventuali minacce. In definitiva verrà realizzato il concetto di "soldato come un sistema". Difesa Una postazione di controllo radar antimissili M.Ne.

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Medio oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stampa Medio oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele ... Medio oriente Vertice Egitto-Hamas per tregua con Israele IL CAIRO Funzionari egiziani hanno avuto ieri colloqui con esponenti di Hamas e della Jihad islamica provenienti dalla Striscia di Gaza per tentare di facilitare una tregua fra le organizzazioni palestinesi e Israele. Lo hanno riferito fonti egiziane e di Hamas. L'incontro si è svolto in un ufficio governativo sul lato egiziano del valico di Rafah, fra Egitto e la Striscia di Gaza. Una fonte egiziana vicina ai negoziati ha detto che la delegazione palestinese ha chiesto il rilascio di 36 attivisti di Hamas arrestati in Egitto dopo aver sfondato la barriera di protezione al confine e alcuni dei quali, secondo il movimento integralista islamico, sarebbero stati torturati dalla polizia egiziana. Intanto a Sanàa, la capitale dello Yemen, il ministro degli esteri Abu Bakr al-Qirbi ha incontrato esponenti di Hamas e di Fatah nell'ambito degli sforzi del governo yemenita per superare le lacerazioni politiche palestinesi.

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MAGDI ALLAM è NATO AL CAIRO IL 22 APRILE 1952. DA PICCOLO LA MADRE LO FECE STUDIARE IN UN COLLE (sezione: Israele/Palestina)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-03-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Magdi Allam è nato al Cairo il 22 aprile 1952. Da piccolo la madre lo fece studiare in un collegio cattolico italiano, dove acquistò familiarità con la cultura italiana e occidentale e la religione cattolica. Una volta cresciuto decise di emigrare in Italia per fuggire dall'Egitto. È laureato in sociologia all'Università La Sapienza di Roma e si occupa di tematiche legate al Vicino Oriente e ai rapporti tra questo e l'Occidente. Dopo avere collaborato con il Mattino, con Il Manifesto e La Repubblica, è attualmente editorialista e vicedirettore del Corriere della Sera. Le sue posizioni, spesso molto vicine a quelle dei critici più severi del mondo islamico (dura condanna di numerose associazioni islamiche da lui ritenute estremiste, proposta del divieto di costruire nuove moschee) hanno trasformato numerosi suoi ammiratori iniziali in suoi detrattori. Nel 2006, Allam ha vinto il premio giornalistico Dan David, istituito dall'omonima fondazione israeliana - premio che ha fruttato ad Allam duecentocinquantamila dollari. Tra le sue opere più famose: "Vincere la paura" dove ha portato testimonianze della sua vita sotto scorta, "Io amo l'Italia. Ma gli Italiani la amano?", "Viva Israele".

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