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DOSSIER “Credito Fidi Aziende ”

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tARTICOLI DEL  23-27 dicembre 2008 # TOP



Report "Revoca fidi"

·                     Indice delle sezioni

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Indice delle sezioni

Revoca fidi (13)


Indice degli articoli

Sezione principale: Revoca fidi

Carlo Alberto Panigo è soddisfatto: <Positivo il lavoro svolto in questi mesi> ( da "Cittadino, Il" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: la Cooperativa di Garanzia Fidi che opera con l'obiettivo di favorire l'accesso al credito bancario per gli operatori del Commercio, del Turismo e dei Servizi delle province di Milano e Lodi. Il nuovo servizio è allocato presso gli uffici dell'Unione del Commercio, del Turismo e dei Servizi della provincia di Lodi in via Haussmann 1.

Aggiriamo il credit crunch con i fondi di garanzia ( da "Milano Finanza (MF)" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: garanzia utilizzati dai Consorzi di Garanzia Fidi (Confidi) per circa 450 milioni di euro, ma si tratta di una misura tattica, che non potrà avere effetti sistemici. Sarebbe più efficace un incremento di queste risorse fino ad almeno 2 miliardi, unito al sostegno, guidato dallo Stato, degli enti locali e delle camere di commercio nella ripatrimonializzazione degli stessi Confidi.

"care imprese, i tempi sono cambiati" - stefano parola ( da "Repubblica, La" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: La differenza è che facciamo crediti piccoli e medi e non grandi fidi, che spesso finiscono per essere più dei debiti per le banche che per le imprese». La Bcc di Pianfei ha da poco messo a disposizione un fondo per finanziare alle imprese artigiane il pagamento delle tredicesime ai dipendenti. Una mossa audace?

Credito e Pmi: Così la banca mi ha preso in giro ( da "Sole 24 Ore, Il" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: qualche dubbio se siano sufficienti a garantire 50mila euro di fido. Di fronte alle nostra indignazione ci viene erogato un fido di cassa al tasso fisso del 5,5%, prendere o lasciare». Brambilla, con rabbia, riassume così la vicenda: della "capitalizzazione di fatto” non vi sarà traccia nei bilanci della società, e il rating bancario resterà uguale se non peggiorato.

Antiriciclaggio, la verifica ignora l'origine del denaro ( da "Sole 24 Ore, Il" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: aggiornamento del fido, la scadenza di documenti prodotti in precedenza, le eventuali rinegoziazioni contrattuali, modifiche del profilo di rischio del cliente anche per la Mifid, eccetera. In sostanza, approfittando del «primo contatto utile», dato che l'articolo 22 del decreto 231/07 non fissa un termine di prescrizione al riguardo.

L'ATTUALE SITUAZIONE SUGGERISCE UN CONFRONTO COSTANTE TRA I SOGGETTI IMPEGNATI PER LO SVI... ( da "Mattino, Il (Caserta)" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: il consorzio di garanzia fidi del sistema confindustriale casertano, introducendo il consueto incontro annuale con i partner bancari. Un momento, questo, che va ben oltre, ormai, il tradizionale scambio di auguri con i rappresentanti del sistema creditizio territoriale, per assumere sempre più la veste di un vero e proprio meeting di lavoro,

GENERALE BARDI, COSA CARATTERIZZA L'ATTIVITà SVOLTA DALLA GUARDIA DI FINANZA IN CAMPANIA? &#... ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: azienda piuttosto che accedere ad un fido bancario, fino a negoziare un assegno in banca. In quale settore il Corpo ha profuso maggiore impegno? «Sicuramente, oltre al tradizionale comparto del contrasto all'evasione fiscale, molto impegnativa è stata la lotta alla criminalità organizzata, sotto il profilo patrimoniale, con risultati sicuramente considerevoli.

Everel: informazioni finanziarie al 30 novembre 2008 pag.1 ( da "Trend-online" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: Si informa che Banca Antoveneta ha comunicato che i fidi commerciali, pari ad euro 3,5 milioni, in scadenza al 1° gennaio 2009 non verranno rinnovati. Si segnala peraltro che l?ammontare dei fidi concessi dagli altri istituti di credito, al netto di quelli di Banca Antoveneta, sono comunque idonei per le esigenze del Gruppo.

Bilancio 2008, Fida-Confcommercio: Si chiuderà in pareggio ( da "Velino.it, Il" del 23-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: ECO - Bilancio 2008, Fida-Confcommercio: Si chiuderà in pareggio Roma, 23 dic (Velino) - “Avevamo pronosticato un calo di vendite del 10 per cento per il 2008, e invece gli acquisti dell?ultima ora ci stanno salvando in zona Cesarini. Sembrerebbe che si finisca in pareggio rispetto all?

il paravento legale dei lo piccolo - salvo palazzolo ( da "Repubblica, La" del 24-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: fidato dei Lo Piccolo, tanto da finire poi in carcere. La compravendita aveva davvero tutti i crismi della trasparenza apparente: «Così doveva essere - dice ancora il questore - la tabaccheria doveva servire non solo a immettere somme di denaro all´interno del circuito legale, ma anche a guadagnare canali di credito con istituti bancari e finanziari»

Credito e imprese: più sinergie ( da "Gazzetta di Reggio" del 27-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: Confidi Terziario Emilia Romagna società cooperativa) svolge l'attività di garanzia collettiva dei fidi contratti dai soci: è una cooperativa unitaria, in quanto nata per decisione comune delle associazioni imprenditoriali del terziario, ha come principale missione quella di agire a favore delle imprese socie, dei confidi soci e delle imprese loro aderenti.

SI È TENUTA l'assemblea straordinaria di Artigiancredito Toscano Consorzio Fidi delle picc... ( da "Nazione, La (Massa - Carrara)" del 27-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: straordinaria di Artigiancredito Toscano Consorzio Fidi delle picc... SI È TENUTA l?assemblea straordinaria di Artigiancredito Toscano Consorzio Fidi delle piccole e medie imprese, uno dei più rappresentativi consorzi italiani di garanzia per l?accesso al credito, promosso dalle associazioni regionali della piccola e media impresa di Cna e Confartigianato e dalla Regione Toscana.

Sopravvivere alla crisi: Pmi, come finanziare l'operatività ( da "01net" del 27-12-2008)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: Banche molto importanti mi hanno detto non solo di aver revocato i fidi alle aziende nelle due categorie di rating peggiore, ma di averle ?poste al rientro? (che, nel gergo bancario, vuol dire che tali imprese devono immediatamente restituire i fidi utilizzati, senza neanche un piano di ammortamento concordato con la banca).


Articoli

Carlo Alberto Panigo è soddisfatto: <Positivo il lavoro svolto in questi mesi> (sezione: Revoca fidi)

( da "Cittadino, Il" del 23-12-2008)

Argomenti: Revoca fidi

Carlo Alberto Panigo è soddisfatto: «Positivo il lavoro svolto in questi mesi» Carlo Alberto Panigo è ottimista e soddisfatto. Il suo lavoro di commissario, designato da Confcommercio con il compito di traghettare l'Unione del Commercio di Lodi verso una riorganizzazione che ha affidato la gestione finanziaria all'Unione di Milano, restituendo in via esclusiva il nuovo direttivo provinciale alla più strategica funzione politico-sindacale è evidente e mostra chiaramente i suoi frutti. In attesa di assistere nel nuovo anno all'elezione delle cariche sociali, Panigo, 60 anni, presidente del mandamento di Rho (il più grande del Milanese con i suoi 1800 associati), consigliere delegato del presidente Sangalli per tutta la provincia di Milano-Monza, componente della giunta della Camera di commercio di Milano, consigliere della Fondazione Fiera Milano-Rho e consigliere del consorzio Fidicomet, in questa intervista fornisce la sua lettura di questo anno di impegno sul territorio lodigiano. Dr. Panigo, ricapitoliamo in via preliminare la vicenda dell'Unione del Commercio di Lodi. Perché è stata commissariata l'anno scorso?Il commissariamento è stato richiesto dalla giunta dell'Unione lodigiana e costituisce un passaggio tecnico necessario per rafforzarne l'autonomia, sgravandola dalle incombenze amministrative e attribuendo sistematicità ai rapporti con il "sistema" metropolitano. Un percorso che ha richiesto diversi mesi. A commissariamento concluso, verranno indette nuove elezioni che garantiranno al futuro presidente provinciale un posto in seno al consiglio dell'Unione di Milano.Il commissariamento è stata una mossa che porterà benefici all'Unione di Lodi?L'attribuzione dei compiti amministrativi all'Unione di Milano oltre a renderne disponibili i qualificati servizi anche in sede locale, ha permesso sin da ora alle rappresentanze lodigiane di potersi dedicare a tempo pieno ai rapporti con i circa 1.000 commercianti associati, ascoltandone le esigenze e pianificando le strategie di crescita del comparto. Dobbiamo peraltro sottolineare l'alta qualità dei servizi che vengono erogati e l'alta professionalità dei nostri impiegati nella struttura lodigiana, che in questi anni hanno sempre lavorato con impegno, serietà e senso di responsabilità.E il binomio con Codogno?Le due associazioni territoriali, Lodi e Codogno, stanno portando avanti in maniera sinergica ed efficace l'attività sindacale. Tale sforzo deve essere indirizzato verso un rafforzamento delle strutture che dovranno in futuro arrivare a pensare e a ragionare come un unico organismo provinciale.Come sarà l'Unione del commercio che uscirà da questo periodo di commissariamento?Sarà una struttura più vicina ai propri associati, un organismo attento a coglierne tempestivamente i bisogni e assecondarne le necessità. L'alleanza strategica con i grandi cugini della metropoli, sarà capace di portare in dote al Lodigiano l'eccellenza dei servizi e un migliore accesso al credito. Con un sogno, nel cassetto, da trasformare in realtà: rilanciare il commercio nei centri cittadini, in un connubio che assieme agli esercenti finisca per far beneficiare la qualità della vita degli stessi comuniFacciamo un bilancio di quanto realizzato in questi mesi. Cosa si è fatto nel corso di quest'anno?Nel corso dell'anno si è lavorato molto sul fronte degli associati. Abbiamo aperto la nostra struttura a nuovi soci e con ciò abbiamo voluto dare maggior peso all'associazione. Contemporaneamente abbiamo portato avanti l'attività istituzionale, implementando i rapporti con le amministrazioni comunali del territorio, in particolar modo con le città principali Lodi e Sant'Angelo Lodigiano, e ovviamente con l'ente provinciale.Per fronteggiare i venti di crisi, si è consolidata la presenza sul territorio di Fidicomet, la Cooperativa di Garanzia Fidi che opera con l'obiettivo di favorire l'accesso al credito bancario per gli operatori del Commercio, del Turismo e dei Servizi delle province di Milano e Lodi. Il nuovo servizio è allocato presso gli uffici dell'Unione del Commercio, del Turismo e dei Servizi della provincia di Lodi in via Haussmann 1. Attraverso Fidicomet le imprese possono ottenere credito a tasso agevolato, con la possibilità di ulteriori abbattimenti derivanti dalla cooperazione con le principali Istituzioni locali. Cosa propone l'Unione ai commercianti un po' frastornati dalla situazione attuale? L'Unione da sempre porta avanti un discorso di formazione e di aggiornamento. Non possiamo tacere a questo proposito l'impegno e l'attività della Scuola Superiore del Commercio e del Capac, da sempre al servizio delle piccole e grandi imprese commerciali sul fronte dell'aggiornamento tecnico, economico e amministrativo dei titolari e degli addetti.Le categorie come hanno risposto alle sue sollecitazioni?Direi molto bene, tutte hanno lavorato con impegno e professionalità portando a casa risultati significativi. Cito ad esempio il caso della FIMAA, federazione mediatori immobiliari, che hanno predisposto contratti "certificati" con le massime garanzie a coloro che intendono acquistare o vendere immobili di qualsiasi genere. A Lodi e a Sant'Angelo i nostri delegati cittadini hanno operato con impegno e abnegazione. A Sant'Angelo gli operatori commerciali di via Madre Cabrini e di Piazza Caduti hanno recentemente realizzato una festa indimenticabile. A Lodi è stato organizzato un "autunno" degno di nota e predisposte una serie di presenze in occasione del Natale con le luminarie, le casette tirolesi, il mercatino e la pista del ghiaccio. Tutto ciò ha contribuito a creare nel centro di Lodi un'atmosfera di festa e di allegria.Il 2009 sarà un anno importante e impegnativo per Lodi: sono in calendario le elezioni provinciali e quelle della Camera di Commercio di Lodi. Come si porrà l'Unione del Commercio davanti a questi due eventi?Per quanto concerne le elezioni politiche, l'Unione sarà molto attenta ai programmi che verranno presentati da entrambi gli schieramenti politici in lizza, con un occhio di riguardo ai temi del commercio e delle attività produttive. Le elezioni per il rinnovo del Presidente e della Giunta della Camera di Commercio sono molto importanti per la valenza che riveste questo organismo nel panorama produttivo della nostra provincia. E' nostro auspicio riuscire a costruire una squadra composta da persone preparate, di alto livello che sappia fornire un contributo rilevante per la gestione della struttura, che è il punto di riferimento istituzionale di tutte le categorie produttive, commerciali e industriali. Per concludere, come sarà il 2009?Credo che sarà un anno difficile per l'economia lodigiana, ma al tempo stesso mi auguro che gli imprenditori del terziario tornino ad essere protagonisti e riescano a portare a termine, con tutte le altre associazioni territoriali, un rilancio dell'economia del territorio.Daniele Acconci

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Aggiriamo il credit crunch con i fondi di garanzia (sezione: Revoca fidi)

( da "Milano Finanza (MF)" del 23-12-2008)

Argomenti: Revoca fidi

MF Numero 254  pag. 8 del 23/12/2008 | Indietro Aggiriamo il credit crunch con i fondi di garanzia COMMENTI & ANALISI Di Gabor Friedenthal e Paolo Marizza* Al primo manifestarsi della crisi finanziaria ed economica, le politiche di intervento di governi e authority nei confronti delle banche (liquidità a fronte di titoli anche di bassa qualità, prestiti di ultima istanza etc) si sono rivelate inefficaci e potenzialmente generatrici di processi inflattivi. Oggi si tende a privilegiare interventi di ripatrimonializzazione e finanziamento con iniezioni di capitali durevolmente impegnati. Queste politiche si adattano alle banche italiane? Potrebbero davvero facilitare il credito alle imprese? Le banche italiane hanno il miglior equilibrio tra debito e capitale proprio, contano su modelli di business meno rischiosi, il che non significa arretrati, e sono focalizzate sul business creditizio. In confronto a quelle europee, che hanno scelto modelli di business più rischiosi come investment banking e brokeraggio, presentano un minor grado di leva, con una minore rischiosità degli attivi: circa il 70% degli attivi sono concentrati nell'attività creditizia tradizionale contro una media europea del 40%, dove l'utilizzo dell'indebitamento finanziario è da due a quattro volte superiore. Inoltre sotto il profilo della liquidità, le banche italiane sono meno esposte a situazioni di crisi, essendo meno dipendenti dai mercati interbancari e più orientate al retail da cui traggono la maggior parte della raccolta. Anche considerando gli scenari deflattivi previsti dai principali centri di ricerca, le banche italiane, in virtù di quanto detto, certo ne soffrirebbero, ma solo per alcune componenti, in particolare la redditività. Nei prossimi due anni le maggiori perdite attese, che potranno anche raddoppiare di fronte al deteriorarsi del ciclo economico reale e ai maggiori rischi di credito, potrebbero richiedere incrementi del Core Tier 1 ratio nell'ordine dello 0,5-1,5 %, anche riducendo ulteriormente l'attivo ponderato per il rischio che ne costituisce il denominatore, senza però raggiungere i livelli di alcune istituzioni estere potenzialmente più rischiose. Va dato atto anche alle banche italiane che la consapevolezza della natura dei rischi sistemici e la loro prevalente connotazione commerciale ha risparmiato al paese le débacle di altri mercati e quindi presuppone, a nostro avviso, altri tipi di intervento rispetto a una ripatrimonializzazione generalizzata. Per quanto riguarda gli oneri, dovrebbero essere ripartiti tra detentori di debito, azionisti e Stato, ovvero i contribuenti. Il recente provvedimento governativo punta a far assumere direttamente allo Stato questo onere. Si potrebbe però distribuire l'onere anche ai portatori di titoli di debito, per esempio scambiando obbligazioni con azioni, in modo da liberare le poche risorse pubbliche che potrebbero essere meglio impiegate. Un'altra possibilità è la riduzione dell'Ires, assimilabile a una minore «distribuzione del dividendo fiscale» allo Stato, da destinare al rafforzamento patrimoniale delle banche. Questa misura dovrebbe valere per un tempo limitato ed essere correlata al reale andamento della congiuntura e dei relativi aumenti di rischiosità delle banche. Ma se una delle politiche più efficaci per uscire dalla crisi consiste nello stimolo della domanda, si dovrebbe considerare che essa proviene anche dalle imprese nella forma di investimenti, con ricadute virtuose sui cittadini-clienti e dipendenti delle aziende stesse e dell'indotto. Perché allora non stimolare una nuova stagione di investimenti, che oltre a rispondere alle esigenze di breve periodo metta il sistema produttivo in una posizione privilegiata in vista dell'uscita della crisi? A nostro avviso una parte delle risorse risparmiate, non destinate direttamente alle banche, potrebbero aumentare le dotazioni dei fondi a garanzia del credito alle imprese e delle emissioni di debito da parte delle stesse. La destinazione di queste risorse, insieme al sostegno diretto al credito verso il sistema produttivo, mitigherebbe, in questi tempi di recessione, la rischiosità del sistema industriale, riducendo indirettamente il fabbisogno di capitale delle banche. Si tratterebbe quindi di sostenere direttamente le imprese e indirettamente le banche. La destinazione di fondi alla garanzia degli impieghi, organizzati in modo sistemico e non frammentario e temporaneo com'è oggi, rappresenterebbe un potente incentivo a una mobilizzazione del credito a favore delle imprese più efficienti. I provvedimenti finora varati o in corso di perfezionamento prevedono un potenziamento dei fondi centrali di garanzia utilizzati dai Consorzi di Garanzia Fidi (Confidi) per circa 450 milioni di euro, ma si tratta di una misura tattica, che non potrà avere effetti sistemici. Sarebbe più efficace un incremento di queste risorse fino ad almeno 2 miliardi, unito al sostegno, guidato dallo Stato, degli enti locali e delle camere di commercio nella ripatrimonializzazione degli stessi Confidi. Si genererebbe così un effetto leva virtuoso, in quanto ogni euro di patrimonio in più allocato ai Confidi ne mobilita circa 20 di credito alle imprese, e la dotazione di credito garantito, attualmente di circa 22 miliardi di euro, raddoppierebbe. Questa proposta presuppone l'irrobustimento organizzativo e il consolidamento del sistema dei Confidi nella direzione indicata anche dalla normativa. Infatti dal prossimo marzo i Consorzi di maggiori dimensioni, con più di 75 milioni di garanzie erogate, diventeranno veri e propri intermediari finanziari vigilati da Banca d'Italia. In questo modo la loro affidabilità come controparti delle banche aumenterebbe significativamente. All'inizio dell'anno i Confidi erano 356, in rapido consolidamento considerando i 600 del 2003, a supporto di oltre un milione e mezzo di aziende, tra soci e non soci garantiti. è certamente una realtà di grande interesse confermata anche dal fatto che nei primi dieci mesi del 2008 le domande di credito con garanzia dei Confidi accolte dal sistema bancario sono arrivate a 11.200 (il 9% in più che nel 2007) erogando circa 2 miliardi di euro. Gestire quindi in modo coordinato il sistema delle garanzie, destinandovi parte delle risorse pubbliche potrebbe dimostrarsi un sistema molto efficace per dare rapidamente ossigeno al sistema industriale e creare le migliori premesse per affrontare con maggior solidità la ripresa. (riproduzione riservata) *partner di Value Partners fondi  credito  garanzia  Consorzi  Confidi  banche  

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"care imprese, i tempi sono cambiati" - stefano parola (sezione: Revoca fidi)

( da "Repubblica, La" del 23-12-2008)

Argomenti: Revoca fidi

Pagina IX - Torino La costante Il futuro Gli istituti devono avere certezze: il momento è troppo particolare, serve prudenza. Le Bcc non hanno problemi di liquidità, ma per i big potrebbe essere diverso C´è bisogno che anche gli imprenditori corrano il rischio: ultimamente non si facevano neppure più le fidejussioni perché la banca era in imbarazzo "Care imprese, i tempi sono cambiati" Il direttore delle ex casse rurali: non ci si può più indebitare di tutto il capitale STEFANO PAROLA «Il problema fondamentale è che sono finiti i tempi in cui la leva finanziaria era massima. Ora non ci si può più indebitare di tutto il capitale. Per questo è fondamentale che nei confronti delle banche le imprese siano trasparenti sulle proprie strategie». Tempo di crisi, tempo di cambiamenti. Anche nel rapporto tra istituti bancari e industria, come spiega Fulvio Bernabino, direttore generale della Federazione delle Banche di credito cooperativo di Piemonte, Liguria e Valle d´Aosta. A Bernabino va riconosciuto il merito di aver rotto l´assordante silenzio che si era creato attorno al mondo del credito in Piemonte. Direttore Bernabino, cosa cambierà dopo il crac finanziario? «Basilea 2 e i suoi parametri ci chiedono una gestione diversa del credito, ma anche l´industria deve fare il suo. L´imprenditore deve patrimonializzare, anche attraverso crediti agevolati che scadano nel lungo periodo. Li restituirà un po´ alla volta, come se fosse un mutuo, e pagherà uno spread alla banca. Questo perché è giusto così: deve cadere il luogo comune che se la Fiat fa cento milioni di utile è una grande impresa, mentre se a farli sono gli istituti di credito allora sono dei ladri». Quindi meno prestiti a stretto giro, che servono solo a risolvere problemi di liquidità, e più crediti mirati alla crescita. Giusto? «Abbiamo bisogno che anche gli imprenditori corrano il rischio. Ultimamente non si facevano neppure più le fidejussioni perché la banca era in imbarazzo: se la chiedeva era come se dimostrasse di non avere fiducia nell´imprenditore. Questo tipo di atteggiamenti non saranno più possibili, perché ora i rischi che gli istituti dovranno prendere saranno strettamente legati a quelli che correranno le aziende nello svolgere le proprie attività. Ma sono loro prima di tutti a dover credere nei propri progetti». Perché alcuni istituti stanno chiedendo alle imprese il rientro dei crediti? «è una cosa normale: quando l´azienda va male le banche chiedono indietro i soldi perché il rischio è troppo alto. Per fortuna le nostre Bcc non hanno problemi di liquidità, ma lo scenario dei grandi soggetti bancari potrebbe essere diverso». I sindacati denunciano che le richieste di rientro non consentono alle imprese di anticipare la cassa integrazione ai dipendenti, che invece devono aspettare diversi mesi prima che l´Inps effettui i versamenti. Non è un paradosso? «Noi lavoriamo quasi sempre con aziende piccole, con meno di dieci dipendenti, e se sono in difficoltà cerchiamo di intervenire in loro aiuto. Forse per aziende grandi servono pool composti da più istituti. Ma la costante rimane una sola: le banche devono avere certezze. Questo è un momento troppo particolare per gli investimenti delle persone e non possiamo permettere che la gente corra rischi anche sui semplici depositi». In Piemonte esiste un problema di "credit crunch", di restrizione del credito nei confronti delle imprese? «Come banche di credito cooperativo chiudiamo l´anno in crescita, ma in alcune zone il problema c´è. In generale, però, abbiamo liquidità. Nella zona in cui i nostri istituti sono più presenti, nel Cuneese e nell´Albese, non abbiamo particolari ripercussioni negative. Il 2009 sarà difficile non tanto per le piccole e medie imprese, che sono il nostro cliente tipico, quanto per le grandi imprese e per le grandi banche che le supportano». Come vi preparate all´anno venturo? «Siamo banche locali, quindi cercheremo di andare avanti e di aiutare chi deve essere aiutato. La situazione cambierà, ma continueremo a lavorare gomito a gomito con certi imprenditori, come sempre. E lo faremo anche con i tassi bassi. Il 70 per cento degli utili generati da ciascuna Bcc è destinato al rafforzamento del proprio patrimonio, quindi siamo pronti anche a investire. Per esempio acquisendo nuovi software di gestione». Cosa vi distingue dalle grandi banche? «Forse era già così prima, ma sicuramente in questo momento non siamo inferiori alle grandi. La differenza è che facciamo crediti piccoli e medi e non grandi fidi, che spesso finiscono per essere più dei debiti per le banche che per le imprese». La Bcc di Pianfei ha da poco messo a disposizione un fondo per finanziare alle imprese artigiane il pagamento delle tredicesime ai dipendenti. Una mossa audace? «No anzi, è un´operazione che in periodi normali è abbastanza frequente, ma che diventa importante in un momento delicato come questo. è fondamentale far sentire al territorio che ci siamo». Si dice che il crac finanziario sia stato un toccasana per le banche minori, perché tanti piccoli investitori hanno tolto il gruzzolo dai grandi istituti e lo hanno affidato a voi. è andata così? «Se le dicessero di sottoscrivere un´obbligazione non garantita di una grande banca o un´obbligazione di una piccola che ha alle spalle un fondo di garanzia lei cosa sceglierebbe? Le persone vengono da noi perché, oggi come oggi, trasmettiamo maggiore sicurezza».

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Credito e Pmi: Così la banca mi ha preso in giro (sezione: Revoca fidi)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 23-12-2008)

Argomenti: Revoca fidi

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-12-23 - pag: 23 autore: Il caso. La Agisco di Monza Credito e Pmi: «Così la banca mi ha preso in giro» MILANO Rapporti difficili tra banche e piccole imprese. Dopo la lettera-denuncia dell'industriale veneto Paolo Bastianello (si veda Il Sole 24 Ore del 19 dicembre) e le segnalazioni arrivate al sito internet del Sole 24 Ore, un altro caso arriva da Monza, una delle aree industriali più importanti della Lombardia. La storia la racconta direttamente l'interessato, Gian Luca Brambilla, 46 anni e titolare della Agisco Srl, specializzata in consulenza nelle tecnologie di negoziazione, una laurea alla Bocconi conquistata «mentre vendevo macchine usate». Il giro d'affari raggiunge i 400mila euro l'anno. «Chiedo alla banca – racconta Brambilla – di cui siamo clienti da oltre 25 anni e per la quale abbiamo un rating "più che ottimo" un fido di 50mila euro. E questo perché i ritardi dei pagamenti di aziende del calibro di A2A ci hanno creato qualche problema di liquidità ». Per tutta risposta la banca «si dichiara stupita» della richiesta e temporeggia tra settembre e ottobre. «Comprendiamo il momento difficile per il sistema bancario, ma la mancanza totale di risposte non è altrettanto comprensibile», aggiunge l'imprenditore monzese. Alla fine ci si accorda seguendo una specie di vecchio sistema che parecchi anni fa un docente della Sda Bocconi, Claudio Demattè, aveva teorizzato come "Impresa povera e famiglia ricca". Nel senso che Brambilla, pur di chiudere la questione con la banca, raggiunge questo compromesso: «Offriamo noi, spontaneamente, 50mila euro di titoli, Cct con rendimenti al 3,3% a garanzia come collaterale del debito». Nonostante tutto, la banca manifesta «qualche dubbio se siano sufficienti a garantire 50mila euro di fido. Di fronte alle nostra indignazione ci viene erogato un fido di cassa al tasso fisso del 5,5%, prendere o lasciare». Brambilla, con rabbia, riassume così la vicenda: della "capitalizzazione di fatto” non vi sarà traccia nei bilanci della società, e il rating bancario resterà uguale se non peggiorato. Inoltre, se lo «Stato garantisce le banche, tutto bene; se un'azienda si fa garantire dallo Stato, non serve a nulla»; l'azienda pagherà «le tasse sui tassi attivi dei titoli, ma non potrà detrarre parte degli oneri passivi». Ma la questione che fa irritare di più Brambilla è forse un'altra: «Se avessimo fatto un aumento di capitale per 50mila euro, tra notaio, commercialista e Camera di commercio non sarebbero stati sufficienti 5mila euro di spese». Quest'ultima avventura, dice Brambilla, fa capire una cosa: «I numeri formali dimostrano forse che, sulla carta, non ci sarebbe "stretta creditizia" delle banche verso le Pmi. Ma in effetti io insisto che, nella realtà, sono tutte operazioni di rientro, attuate attraverso proposte tecnicamente "strane", ma tutte più care per noi». Esasperato da quest'ultima avventura, Brambilla lancia anche una proposta che dice di aver già fatto inoltrare anche al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Si tratta, detto in parole povere, di una specie di «Bot speciali per gli imprenditori delle Pmi, cioè gli stakeholder (portatori di interessi e non solo azionisti) emessi dal Tesoro, che gli istituti bancari, a loro volta, potrebbero utilizzare come collaterali». F. V. franco.vergnano@ilsole24ore.com IL PROGETTO BOT Il piccolo imprenditore propone categorie speciali di Buoni ordinari del Tesoro per i portatori di interesse legati alle piccole aziende

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Antiriciclaggio, la verifica ignora l'origine del denaro (sezione: Revoca fidi)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 23-12-2008)

Argomenti: Revoca fidi

Il Sole-24 Ore sezione: NORME E TRIBUTI PROFESSIONISTI data: 2008-12-23 - pag: 39 autore: Lotta alla criminalità. I chiarimenti per gli operatori Antiriciclaggio, la verifica ignora l'origine del denaro Ranieri Razzante I controlli antiriciclaggio non si estendono alla verifica della provenienza del denaro. è il messaggio che viene dal ministero dell'Economia nella circolare (concordata con Uif, Gdf e Bankitalia) del 17 dicembre, che interviene su alcuni profili applicativi che avevano alimentato le richieste di chiarimento delle associazioni di categoria. Il ministero ricorda poi che l'adeguata verifica introdotta dal decreto legislativo 231/07 si articola (come prevede l'articolo 18) in "quattro operazioni": identificazione del cliente, del titolare effettivo, acquisizione di informazioni su scopo e natura del rapporto, controllo costante sul rapporto medesimo. E chiarisce che non è coerente con lo spirito della norma (perchè non ne soddisfa la ratio), la mera acquisizione, da parte del cliente, di una dichiarazione, da lui sottoscritta, con la quale «quest'ultimo dichiari la provenienza lecita delle disponibilità oggetto dell'operazione o della prestazione professionale». Una precisazione opportuna perché si stava facendo strada, tra gli operatori, l'opinione che l'adempimento fosse previsto dalla legge o comunque che la dichiarazione avrebbe potuto esaurire l'obbligo di adeguata verifica del cliente. Molti moduli in uso tra gli intermediari finanziari includono richieste circa l'origine dei fondi che – è bene ricordare – possono riguardare solo i «Peps», le persone politicamente esposte. Altro chiarimento atteso dai soggetti obbligati è quello sull'applicazone di nuove norme alla clientela esistente,alla quale l'adeguata verifica andrà comunque richiesta. Il buon senso pratico, oltre che giuridico, pare essere la risposta, nel senso che il dicastero suggerisce siano gli intermediari stessi a stabilire tempi e modalità per acquisire i dati dal "vecchio" cliente, secondo proprie procedure di valutazione del rischio. A ogni modo, si dovrà approfittare dei casi classici di revisione del rapporto, come l'aggiornamento del fido, la scadenza di documenti prodotti in precedenza, le eventuali rinegoziazioni contrattuali, modifiche del profilo di rischio del cliente anche per la Mifid, eccetera. In sostanza, approfittando del «primo contatto utile», dato che l'articolo 22 del decreto 231/07 non fissa un termine di prescrizione al riguardo. La circolare conferma poi che restano escluse dagli obblighi antiriciclaggio le holding di partecipazione (gli intermediari indicati dall'articolo 113 del Testo unico bancario). Il ministero ricorda loro che devono conservare per dieci anni i dati che sono stati registrati nell'Archivio unico informatico fino al 29 dicembre 2007 (data di entrata in vigore del decreto 231). Le precisazioni dell'Economia investono anche la semplificazione degli obblighi di registrazione nell'Aui, che fa seguito all'adeguata verifica "semplificata": quella cioè effettuata nei confronti dei soggetti (come enti della Pa, Poste italiane e istituti di moneta elettronica, Confidi,enti creditizi finanziari comunitari) indicati all'articolo 25 del decreto 231. Per chi li identifica, niente registrazione in Aui, poiché mancano i dati per procedervi. Ma l'intermediario identificante è sempre tenuto a dimostrare di aver raccolto informazioni sufficienti per stabilire che il cliente potesse essere escluso dagli obblighi. Viene anche eliminato l'onere di verificare il codice di corrispondente bancario estero per gli intermediari che hanno sede nei Paesi inseriti nella white list del Dm del 12 agosto. Da ultimo, il rilievo dell'Economia sugli obblighi degli agenti in attività finanziaria, che attuano l'adeguata verifica trasmettendo poi i dati raccolti all'intermediario per cui lavorano. Ciò non solo per i rapporti in-staurati, ma anche per le operazioni occasionali di importo inferiore alla soglia fissata dall'articolo 15 del decreto 231 (15mila euro). Basta trasmetterli (per esempio, attraverso la scheda compilata dal cliente), mentre i documenti probatori dell'adeguata verifica ( come copie di do-cumenti di identità, visure camerali) andranno inviati all'intermediario solo su sua richiesta. www.ilsole24ore.com/norme La circolare dell'Economia

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L'ATTUALE SITUAZIONE SUGGERISCE UN CONFRONTO COSTANTE TRA I SOGGETTI IMPEGNATI PER LO SVI... (sezione: Revoca fidi)

( da "Mattino, Il (Caserta)" del 23-12-2008)

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«L'attuale situazione suggerisce un confronto costante tra i soggetti impegnati per lo sviluppo del territorio e scelte condivise per realizzare la loro missione». Lo ha detto Rosario Caputo, presidente di Gafi Sud, il consorzio di garanzia fidi del sistema confindustriale casertano, introducendo il consueto incontro annuale con i partner bancari. Un momento, questo, che va ben oltre, ormai, il tradizionale scambio di auguri con i rappresentanti del sistema creditizio territoriale, per assumere sempre più la veste di un vero e proprio meeting di lavoro, nel corso del quale il Confidi presenta il consuntivo dell'attività svolta e le linee strategiche per il nuovo anno. Ai partner bancari Caputo in estrema sintesi ha chiesto: una settimana al massimo per l'esame di fattibilità e non più di altre tre settimane per la delibera di concessione creditizia; informazione preventiva sulle eventuali anomalie relative alle pratiche dei soci; un monitoraggio mensile sulle criticità dei rapporti e soluzioni condivise. Di contro il presidente di Gafi Sud ha messo sul piatto della bilancia il peso acquisito dal Confidi nell'ambito del sistema economico-creditizio campano: oltre mille soci (nell'ultimo anno un incremento del 20,1%), con una presenza sempre più significativa in ambito regionale (circa il 25% in provincia di Napoli, il 63% a Caserta la restante quota divisa nelle altre province).

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GENERALE BARDI, COSA CARATTERIZZA L'ATTIVITà SVOLTA DALLA GUARDIA DI FINANZA IN CAMPANIA? &#... (sezione: Revoca fidi)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 23-12-2008)

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Generale Bardi, cosa caratterizza l'attività svolta dalla Guardia di finanza in Campania? «In Campania la nostra missione istituzionale nell'ambito della sicurezza economico-finanziaria è orientata, più che altrove, ad affermare la cultura della legalità e a contrastare l'impatto negativo delle associazioni camorristiche sul sistema produttivo, sulla crescita e sullo sviluppo del paese». Comandante, cosa si intende quando si parla di sicurezza economico-finanziaria? «Si fa riferimento ad un insieme di diritti irrinunciabili per il modello di società occidentale: concorrenza leale, libertà di impresa e tutela del risparmio. Concetti che possono sembrare astratti ma che si traducono nella possibilità per i cittadini di compiere, con "sicurezza e tranquillità", taluni atti della vita di tutti i giorni. È sicurezza economico-finanziaria poter avviare un'azienda piuttosto che accedere ad un fido bancario, fino a negoziare un assegno in banca. In quale settore il Corpo ha profuso maggiore impegno? «Sicuramente, oltre al tradizionale comparto del contrasto all'evasione fiscale, molto impegnativa è stata la lotta alla criminalità organizzata, sotto il profilo patrimoniale, con risultati sicuramente considerevoli. Abbiamo operato sequestri di patrimoni, ai sensi della legislazione antimafia, per un valore di 442 milioni di euro, cui si aggiungono i sequestri di beni costituenti frutto di riciclaggio e usura per 22 milioni di euro. Si tratta di un risultato storico atteso che rappresenta il doppio rispetto alla media degli ultimi due anni. Anche per quanto riguarda l'attività di contrasto all'evasione ed elusione fiscale le cifre sono considerevoli: circa 1.400 milioni di euro di materia imponibile sottratta a tassazione ai fini delle imposte sui redditi, 445 milioni di euro di Iva evasa e 35 milioni di euro di Irap. Al riguardo, però, il maggior risultato è costituito dall'effetto deterrenza dei controlli che scaturisce dalla qualità e fondatezza delle contestazioni nonché dalla maggiore efficacia dei processi di constatazione e di riscossione delle imposte. Ciò grazie alla stretta sinergia con le Agenzie fiscali e alla collaborazione con gli agenti di Equitalia, per la riscossione coattiva dei ruoli di importi più consistenti». E l'economia sommersa? «Il peso del sommerso, sia d'azienda che da lavoro, si può rilevare dal numero degli evasori totali scoperti, oltre 500, che hanno sottratto alla tassazione ben 475 milioni di euro, e da quello dei lavoratori completamente in nero o irregolari, 2.261 per i quali non sono state operate ritenute fiscali per 8 milioni di euro». Come vi siete mossi per la contraffazione? «Vi è un continuo monitoraggio delle merci provenienti dal Sud-est asiatico unitamente ad un'intensa attività di intelligence volta ad individuare opifici abusivi, soprattutto gestiti da soggetti di etnia cinese, per la produzione di capi di abbigliamento in nero o contraffatti, come avviene nel comprensorio dei comuni vesuviani. Abbiamo sequestrato oltre 13 milioni di articoli merceologici con marchi contraffatti, usurpativi del "made in Italy" o, sovente, nocivi per la salute». Ma c'è più spazio, in Campania, per la legalità? «Io credo in Napoli e nei napoletani, nella loro proverbiale attitudine a superare momenti di forte crisi. Serve però un maggiore impegno e una maggiore collaborazione con le Istituzioni. La Guardia di finanza dà il proprio importante contributo, con una forte azione sia di prevenzione che di contrasto». v.l.

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Everel: informazioni finanziarie al 30 novembre 2008 pag.1 (sezione: Revoca fidi)

( da "Trend-online" del 23-12-2008)

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Everel: informazioni finanziarie al 30 novembre 2008 NOTIZIE, clicca qui per leggere la rassegna di Pierpaolo Molinengo , 23.12.2008 16:19 Scopri le migliori azioni per fare trading questa settimana!! Hopa. Con riferimento alla posizione finanziaria verso il sistema bancario, si segnala che: - euro 8,5 milioni rappresentano l?indebitamento netto di conto corrente, determinato dalla differenza tra saldi attivi di conto corrente per euro 2,1 milioni e saldi passivi di conto corrente per euro 10,6 milioni; - euro 5 milioni rappresentano i finanziamenti concessi da istituti bancari di cui euro 3,5 milioni con scadenza oltre l?anno; - gli affidamenti bancari del gruppo al 31 novembre 2008 erano pari ad euro 21,5 milioni ed utilizzati per euro 13,9 milioni, pari a circa il 64,8% (al 31 ottobre 2008 erano pari ad euro 22 milioni ed utilizzati per euro 16,5 milioni, pari a circa il 74,8%). L?utilizzo medio degli affidamenti nel 2008 è stato pari al 72,3%. Si informa che Banca Antoveneta ha comunicato che i fidi commerciali, pari ad euro 3,5 milioni, in scadenza al 1° gennaio 2009 non verranno rinnovati. Si segnala peraltro che l?ammontare dei fidi concessi dagli altri istituti di credito, al netto di quelli di Banca Antoveneta, sono comunque idonei per le esigenze del Gruppo. I debiti verso altri finanziatori, pari a circa euro 1,4 milioni sono relativi: - per euro 0,2 milioni ad un finanziamento erogato dal Ministero dell?Industria alla controllata Signal Lux Italia, oggi fusa in Everel Group, di cui euro 0,1 milioni con scadenza oltre l?esercizio; - per euro 0,2 milioni ad altri debiti di natura finanziaria; - per euro 1 milione a debiti finanziari iscritti nel bilancio consolidato secondo quanto disposto dal principio contabile internazionale IAS 17 relativamente alla contabilizzazione dei contratti di leasing, di cui euro 0,8 milioni con scadenza oltre l?esercizio. Con riferimento ai debiti tributari, previdenziali e verso i dipendenti non si ha evidenza, al 30 novembre 2008, tanto per la Capogruppo segue pagina >>

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Bilancio 2008, Fida-Confcommercio: Si chiuderà in pareggio (sezione: Revoca fidi)

( da "Velino.it, Il" del 23-12-2008)

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Il Velino presenta, in esclusiva per gli abbonati, le notizie via via che vengono inserite. ECO - Bilancio 2008, Fida-Confcommercio: Si chiuderà in pareggio Roma, 23 dic (Velino) - “Avevamo pronosticato un calo di vendite del 10 per cento per il 2008, e invece gli acquisti dell?ultima ora ci stanno salvando in zona Cesarini. Sembrerebbe che si finisca in pareggio rispetto all?anno 2007”. è quanto dichiara al VELINO Dino Abbascià, presidente di Fida-Confcommercio, la federazione che rappresenta i dettaglianti dell?alimentazione con 60 mila aziende per un giro di affari da 36 miliardi di euro annui. “Il rischio – prosegue Abbascià – è che a ridurre gli acquisti sia proprio chi può permettersi di spendere. Sono le piccole e grandi aziende a fare l?economia italiana, le grandi aziende come la Fiat rappresenta solo il dieci per cento del totale. Non si deve pensare che vogliamo affamare i consumatori”. Abbascià è però sicuro di una cosa: le banche devono appoggiare i piccoli imprenditori. “Gli istituti bancari devono capire che non ci sono solo le grandi imprese, ma sono le piccole e medie imprese a costituire il punto di partenza per il rilancio dei consumi in Italia e quindi dell?economia reale. Chiediamo, in questo momento di difficoltà, una maggiore flessibilità da parte delle banche e un più libero accesso al credito”. E per quanto riguarda il 2009? “Siamo ottimisti. Dopo i primi sei mesi del nuovo anno che si presume saranno durissimi, penso si possa sperare in una ripresa dei consumi. Tutto sta nel superare questa prima fase”. (esp) 23 dic 2008 17:00

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il paravento legale dei lo piccolo - salvo palazzolo (sezione: Revoca fidi)

( da "Repubblica, La" del 24-12-2008)

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Pagina IX - Palermo Il paravento legale dei Lo Piccolo Sigilli a una tabaccheria: serviva a riciclare denaro sporco SALVO PALAZZOLO Il clan Lo Piccolo aveva acquistato una tabaccheria in via Tommaso Natale 87 per riciclare i soldi del racket e degli altri affari sporchi: era intestata a Maria Grazia Di Maggio, la moglie di Claudio Lo Piccolo, l´unico dei figli del padrino di Tommaso Natale non coinvolto in indagini giudiziarie. «Era stata architettata un´operazione di compravendita del tutto lecita, con tanto di mutuo da 300 mila euro», spiega il questore Alessandro Marangoni. Ma le indagini dell´ufficio Misure di prevenzione della polizia, diretta da Lisa Iovanna, sono riuscite comunque a svelare il mistero di quella tabaccheria. Così, il tribunale ha fatto scattare il sequestro per l´esercizio, e anche per alcuni conti bancari. Importo totale 600 mila euro, di cui 50 trovati in alcuni depositi. Doveva sembrare un´operazione trasparente fino in fondo. Prima la scelta di una attività commerciale in vendita, poi la stipula di un mutuo da 15 anni al Banco di Sicilia (con tanto di garanzia offerta attraverso tre appartamenti di proprietà di due zii di Claudio, incensurati anche loro). Ma come faceva Lo Piccolo junior a sostenere un impegno economico di quel tipo guadagnando circa 12 mila euro all´anno con il suo lavaggio di via Besta? La moglie, invece, non ha mai presentato alcuna dichiarazione dei redditi. «è emersa presto una grande discrasia - spiega il questore nel corso di una conferenza stampa - ulteriori accertamenti effettuati dai nostri specialisti della sezione misure di prevenzione hanno consentito di dimostrare a cosa serviva davvero quella tabaccheria». Gli investigatori erano già stati messi in allerta da alcun intercettazioni in carcere, fra i fratelli Calogero e Claudio Lo Piccolo. Discutevano proprio di come investire i soldi della famiglia, attraverso un´attività lecita. Scelta la tabaccheria in vendita, tutta l´operazione commerciale fu curata dall´avvocato Marcello Trapani, fidato dei Lo Piccolo, tanto da finire poi in carcere. La compravendita aveva davvero tutti i crismi della trasparenza apparente: «Così doveva essere - dice ancora il questore - la tabaccheria doveva servire non solo a immettere somme di denaro all´interno del circuito legale, ma anche a guadagnare canali di credito con istituti bancari e finanziari». Adesso, la posizione di Claudio Lo Piccolo è al vaglio della magistratura. La conferenza di ieri mattina è stata l´occasione per il bilancio di fine anno della questura. Sono 252 i sequestri scattati nel 2008, per un valore di oltre 160 milioni di euro. Gli arresti per mafia sono stati 73: le indagini della sezione Criminalità organizzata della squadra mobile hanno smantellato l´esercito di Salvatore Lo Piccolo, che attraverso il sistema delle estorsioni terrorizzava i commercianti della città. Le indagini hanno soprattutto individuato le nuove tendenze di Cosa nostra: l´operazione "Old Bridge", del febbraio 2008, è scattata in contemporanea fra Palermo e New York, in collaborazione con l´Fbi. Accanto all´antimafia, nel bilancio della polizia di Palermo, c´è anche l´impegno contro la microcriminalità. «Ho trovato in questa terra una gran voglia di riscatto - dice Alessandro Marangoni, questore a Palermo da quattro mesi - una rinnovata coscienza civile è diventata il valore aggiunto per vincere la battaglia contro la mafia».

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Credito e imprese: più sinergie (sezione: Revoca fidi)

( da "Gazzetta di Reggio" del 27-12-2008)

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«Finanziamenti ancora limitati per lo sviluppo delle ditte commerciali e del turismo» «Credito e imprese: più sinergie» L'analisi di Becchetti (Ascom) sulla Val d'Enza MONTECCHIO. Qual è lo stato di salute di credito e imprese in Val d'Enza? «La competizione economica - ci dice il direttore della Confcommercio di Montecchio, Paolo Becchetti - non è più solo competizione fra imprese, ma è competizione fra sistemi economici, nei quali gli elementi infrastrutturali (sistemi dell'energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, del credito e della finanza) assumono un ruolo determinante. Contestualmente il ciclo di sviluppo che caratterizza molte aree territoriali del nostro Paese, ha valorizzato fattori quali la flessibilità, la creatività e l'adattabilità delle piccole e medie imprese del commercio e del turismo. Ne deriva - sottolinea - che nell'immediato futuro, piccolo sarà bello se integrato in rete». «Ciò impone, anche a livello locale - prosegue Becchetti - un nuovo rapporto fra i vari sistemi: produzione e distribuzione, pubblica amministrazione e sistema bancario. Negli ultimi anni si sono realizzate, con l'intervento di soggetti istituzionali pubblici, diverse iniziative significative a sostegno del rinnovamento e dello sviluppo delle imprese commerciali e del turismo. Esistono però ancora dei limiti che riguardano i tempi di finanziamento e la limitatezza dei fondi che vanno superati nel medio periodo. Per questo riteniamo sia necessario un rafforzamento di Confidi». La Cofiter (Confidi Terziario Emilia Romagna società cooperativa) svolge l'attività di garanzia collettiva dei fidi contratti dai soci: è una cooperativa unitaria, in quanto nata per decisione comune delle associazioni imprenditoriali del terziario, ha come principale missione quella di agire a favore delle imprese socie, dei confidi soci e delle imprese loro aderenti. Cofiter in sostanza, rappresenta, nella nostra regione, l'unico canale di accesso al credito agevolato per gli imprenditori commerciali e turistici, per gli agenti di commercio e, soprattutto, per i giovani che spesso «debuttano» come imprenditori senza aver le garanzie necessarie per ottenere un finanziamento dalle banche. La Cofiter fornisce alle proprie aziende associate una garanzia che va dal 30 al 50 per cento dell'importo del finanziamento richiesto ed interviene ad abbattere il tasso di interesse praticato dalle banche convenzionate per una percentuale che va dallo 0,50 al 2,50. «Il nostro sistema bancario - prosegue Becchetti - è stato caratterizzato, nel recente passato, da significativi processi di concentrazione che hanno in parte svilito il rapporto con il territorio. Conseguenza immediata è il rischio di vedere annullati una serie di legami storici ed economici tra comunità e banche locali e di vanificare quel rapporto di conoscenza e di fiducia che, tradizionalmente, ha caratterizzato le relazioni fra le banche locali ed il mondo della piccola e media impresa commerciale e turistica. In questo contesto - sottolinea - il ruolo tradizionalmente giocato dalla banca locale, non solo non deve essere cancellato, ma valorizzato nell'interesse dell'intera economia del territorio. Una banca è tanto più locale quanto più il suo attivo di bilancio è caratterizzato e contraddistinto dalle vicende proprie del cosiddetto localismo economico, sia nell'ambito degli impieghi, che in quello degli investimenti a medio e lungo termine. Oggi le banche locali sono sempre più impegnate a passare da una logica di intermediazione ad una logica di servizi progettati ed erogati tenendo conto della loro strutturale vicinanza al tessuto delle piccole e medie imprese commerciali e turistiche. Si deve fare di più - conclude - ma la strada giusta è stata imboccata.

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SI È TENUTA l'assemblea straordinaria di Artigiancredito Toscano Consorzio Fidi delle picc... (sezione: Revoca fidi)

( da "Nazione, La (Massa - Carrara)" del 27-12-2008)

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CARRARA pag. 7 SI È TENUTA l?assemblea straordinaria di Artigiancredito Toscano Consorzio Fidi delle picc... SI È TENUTA l?assemblea straordinaria di Artigiancredito Toscano Consorzio Fidi delle piccole e medie imprese, uno dei più rappresentativi consorzi italiani di garanzia per l?accesso al credito, promosso dalle associazioni regionali della piccola e media impresa di Cna e Confartigianato e dalla Regione Toscana. L?assemblea ha provveduto ad eleggere il nuovo consiglio di amministrazione composto da undici rappresentanti del sistema imprenditoriale della Toscana e da due componenti designati dalla Regione toscana. Gianfranco Oligeri, segretario generale della Confartigianato di Massa Carrara, su designazione della Federazione regionale,è stato confermato nell?importante incarico di consigliere di amministrazione. Ad Artigiancredito Toscano aderiscono oltre 55mila imprese, che attraverso le prestazioni di Act beneficiano di facilitazioni sui finanziamenti concessi dal sistema bancario e usufruiscono di altri prodotti e servizi finanziari. ADERIRE ad Act significa partecipare, senza alcuna responsabilità patrimoniale successiva, alla costituzione di un fondo destinato a garanzia dei finanziamenti erogati, riducendo così il rischio creditizio a carico della banca. Questo il nuovo consiglio di amministrazione di Artigiancredito toscano: Roberto Nunziatini, presidente (Arezzo), Fabio Petri, vice presidente (Siena), Stefano Betti (Prato), Simonetta Baldi (Regione Toscana), Federica Buoncristiani (RegioneToscana), Paolo Selvolini (Arezzo), Massimo Donnini (Pistoia), Gianfranco Oligeri (Massa Carrara), Fabrizio Donzelli (Firenze), Costante Martinucci (Lucca), Danilo Marzini (Livorno), Lido Lascialfari (Prato), Paolo Ercolini (Pistoia).

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Sopravvivere alla crisi: Pmi, come finanziare l'operatività (sezione: Revoca fidi)

( da "01net" del 27-12-2008)

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Sopravvivere alla crisi: Pmi, come finanziare l?operatività L'analisi della situazione e qualche consiglio per resistere alla recessione Giampietro Garioni 23 Dicembre 2008 Quali sono i fattori che hanno scatenato la più grave crisi degli ultimi decenni?Quali sono i suoi principali effetti e come difendersi? Ecco, in 10 punti, regole e suggerimenti per le nostre Pmi per "sopravvivere" alla crisi La crisi è arrivata da lontano, partendo dalla tarda primavera del 2007, con le prime avvisaglie delle difficoltà di alcune banche americane e inglesi sui mutui sub prime, ed è diventata una terribile tempesta nell'estate del 2008, con il fallimento di Lehman Brothers in quell'ormai fatidico 15 settembre. Quello che è successo dopo è ancora sotto gli occhi di tutti: i ripetuti tracolli delle Borse, il vacillare di grandi e fino allora insospettabili colossi bancari, i tentativi di molti governi di inventare qualche rimedio, il contagio che sembra inarrestabile all'economia reale e molto altro. Soprattutto, l'incertezza nei confronti del futuro: del resto, come diceva Seneca, il grande filosofo stoico, ?se un uomo non sa verso quale porto è diretto, nessun vento gli è favorevole?. E la preoccupazione, delle famiglie e delle imprese. Tutti gli osservatori economici sono ormai convinti che la recessione, nei paesi industriali avanzati, continuerà per buona parte del 2009, se non per tutto l'anno. La crisi è dunque un fenomeno con il quale dovremo convivere abbastanza a lungo, dunque occorre attrezzarsi per sopravvivere. Cercando innanzitutto di capire qualcosa in più su cause e fenomeni di questa crisi, inizia in questo numero una serie di articoli dal titolo ?Sopravvivere alla crisi? in cui si esamineranno alcuni aspetti particolari che riguardano direttamente l'operare quotidiano di molte nostre aziende: come possono comportarsi le imprese, e in particolare le Pmi, per finanziare la propria operatività in un mercato domestico sempre più asfittico e, soprattutto, nei mercati internazionali; qual è l'evoluzione del rischio di alcuni tra i più importanti paesi esteri di riferimento per le nostre esportazioni e i nostri investimenti, al di là dei paesi europei e occidentali: in particolare i Bric (Brasile, Russia, India e Cina), Romania e Turchia; come orientarsi in un mercato dei rischi finanziari, cioè del rischio relativo a cambi e tassi d'interesse, che sembrano impazziti nell'ultimo anno: fino a metà 2008 sembravano andare in un'unica direzione, in seguito hanno preso la strada diametralmente opposta. Le cause della crisi Analizzare un fenomeno complesso come la crisi in atto, e tentare di individuarne le cause scatenanti, è senz'altro un impegno lungo e difficile, perché è sempre arduo esaminare la storia economica che si sta vivendo in maniera obiettiva. Gli economisti danno ancora risposte diverse sul great crash del 1929, figuriamoci su una crisi ancora in piena evoluzione. Tuttavia qualche spiegazione dobbiamo cercarla, non per un puro esercizio accademico, ma per capire meglio quali sono e saranno i possibili sviluppi sulla finanza e l'economia reale, e per decidere come, in pratica, chi ha la responsabilità di un'impresa si debba muovere sui mercati della moneta e delle merci. Una cosa che è subito emersa chiaramente è che il violento precipitare della situazione, nel settembre scorso, in seguito al fallimento di Lehman Brothers ha fatto piazza pulita delle teorie monetariste e liberistiche, purtroppo fatte proprie dall'amministrazione americana e dalla Federal Reserve, secondo le quali i mercati trovano comunque in sé la risposta alle turbolenze, e quindi c'è limitato bisogno di intervento da parte degli Stati. Dal 15 settembre c'è stato un susseguirsi di interventi attuati o proclamati, a livello di singoli governi, di Ue, di G7, G20 e così via. Il che è un'implicita ammissione che, quando la situazione è così grave, c'è bisogno degli interventi degli Stati e delle organizzazioni multilaterali. Molti continuano a dare in realtà una spiegazione riduttiva della crisi, per convenienza o per incapacità di analisi, dando la colpa a meccanismi finanziari inadeguati e pericolosi, o all'avidità di alcuni banchieri di pochi scrupoli: tuttavia, se non si guarda lontano nel passato, non si riesce a vedere più in là del proprio naso nel futuro. Fra gli infiniti interventi sulle cause della crisi, molti assai interessanti, se ne citano due, che sembrano avere questa capacità di visuale retrospettiva e prospettica. Il problema derivati. Del consiglio del primo di questi due esperti è meglio tener conto perché si tratta non di un economista o di un teorico ma dell'uomo che, grazie alla propria filosofia della finanza e al proprio stile d'investimento, è diventato il più ricco al mondo: si tratta di Warren Buffett. Per inciso, pur essendo ricchissimo (il suo patrimonio personale è stimato essere, nel 2008, di 62 miliardi di dollari), Buffett non ha niente del finanziere spocchioso e avido: basti pensare che nel 2006 ha donato 37 miliardi di dollari in beneficienza, con lo scopo di aiutare le popolazioni del ?terzo mondo? a sconfiggere alcune malattie per le quali ad oggi non ci sono vaccini o cure. L'?oracolo di Omaha? (come viene definito, un po' per stima e un po' per invidia) non ha mai scritto un libro in vita sua, ma esprime con chiarezza i propri concetti base nei rapporti annuali della Berkshire Hathaway, la sua holding d'investimento. Buffett, il cui principio è di investire in attività sicure ed evitare inutili rischi, ha sempre avuto in avversione i derivati. Nel rapporto alla Berkshire Hathaway del 2002 (molto prima quindi della crisi), scriveva: "Considero i derivati delle vere e proprie bombe a orologeria, sia per le controparti che li negoziano, sia per il sistema economico (?) Questi strumenti certamente si moltiplicheranno in varietà e numero finché qualche evento renderà chiara la loro tossicità. Le banche centrali e i governi non hanno finora trovato un modo efficace per controllare, o perfino per monitorare, i rischi posti da questi contratti. Secondo me, i derivati sono armi finanziarie di distruzione di massa, che portano pericoli che, benché ora latenti, sono potenzialmente letali". Parole che, come si vede, si sono dimostrate drammaticamente vere, e forse non abbiamo ancora visto tutti i pericoli e i danni di questi strumenti. Il mercato dei derivati pone tre grandi problemi, che sono emersi in questa crisi: - l'enormità dei suoi volumi, oltretutto valutabili solo parzialmente a livello globale. Nel suo Quarterly Review del giugno scorso, la Banca dei Regolamenti Internazionali sostiene che nel primo trimestre 2008 i volumi di negoziazioni in derivati sono in crescita in tutti i comparti del 30-50% su base annuale. I derivati trattati nel trimestre nelle Borse Valori ammontano a 692 trilioni di dollari (trilione è un neologismo di questa crisi, equivale a 1.000 miliardi); quelli trattati Otc (over the counter, cioè al telefono, fuori dalle Borse) sono stati 596 trilioni; a questi si aggiungono quelli relativi alle commodities, trattati nelle Borse Merci, in aumento del 52% rispetto all'anno precedente. In totale stiamo parlando di quasi due milioni di miliardi di dollari che vengono trattati trimestralmente, e si tratta di cifre approssimate per difetto. Per i soli derivati di Borsa, il valore di mercato lordo a fine 2007 era di 15 trilioni di dollari: il che significa che, se per ipotesi tutti i derivati fossero stati chiusi a quella data, qualcuno avrebbe dovuto dare a qualcun altro ben 15 mila miliardi di dollari, che è molto più dell'intero Pil degli Stati Uniti! È chiaro che nessun governo o autorità sovranazionale può fronteggiare queste cifre; - la sostanziale incapacità, da parte delle autorità monetarie internazionali e nazionali, di valutare le dimensioni e i rischi di tale mercato, e quindi di controllarlo in qualsiasi modo. Addirittura, molte banche fanno fatica a controllare i rischi in derivati presenti nel proprio portafoglio, come hanno dimostrato i casi di Bear Sterns e Société Générale; - l'effetto di trascinamento dei problemi e delle crisi, dalla finanza all'economia reale. Questo avviene perché nel mercato dei derivati, come in ogni mercato finanziario, ci sono (semplificando) tre categorie di protagonisti: i clienti (in genere imprese) che si vogliono coprire dai rischi su tassi d'interesse, cambi, merci, titoli, indici ecc.; i market makers, che hanno posizioni di rischio e fanno i prezzi; e, in mezzo, le banche commerciali, che fanno da intermediari fra gli uni e gli altri. È chiaro che quindi le banche risentono dei problemi e delle difficoltà sia dei clienti (come è avvenuto in Italia negli anni scorsi, quando molte imprese che avevano contrattate derivati strutturati hanno subito forti perdite), sia dei market makers (come è successo nei casi dei mutui sub prime e di Lehman Brothers). Un modello di sviluppo sbagliato. Il secondo intervento che merita di essere menzionato è quello di un grande economista, Jeremy Rifkin, che da anni si interroga sulle deviazioni del modello di sviluppo americano e occidentale in genere. In un recente articolo (?La triplice emergenza?, L'Espresso, 23 ottobre 2008), Rifkin sostiene che: "Stiamo vivendo un periodo storico di enorme precarietà. Incombe infatti su di noi la prospettiva concreta di un tracollo economico globale, della portata di quello verificatosi durante la Grande Depressione negli anni Trenta. La crisi creditizia globale è aggravata dalla crisi energetica globale e dalla crisi del cambiamento del clima globale, e tutte insieme contribuiscono a creare un possibile cataclisma per la civiltà umana, diverso da qualsiasi altra cosa alla quale si sia assistito finora. Le tre crisi globali sono collegate tra loro e si alimentano reciprocamente. Affrontare questa triplice minaccia che incombe sul nostro stile di vita obbliga a dare il via a una nuova programmazione economica che riesca a trasformare in modo efficiente le avversità contingenti in altrettante opportunità. (...) Negli ultimi 17 anni, i consumatori americani hanno sostenuto l'economia globale, in buona parte grazie agli acquisti effettuati con le carte di credito. Lo scotto pagato per mantenere l'economia globale sulle spalle di un debito al consumo sempre più alto negli Stati Uniti, tuttavia, ha comportato il dissolvimento dei risparmi delle famiglie americane. Nel 1991 i risparmi per nucleo familiare erano mediamente intorno all'8%, mentre nel 2006 sono smaccatamente passati nella categoria dei passivi. Oggi una famiglia americana media spende più di ciò che guadagna: tale situazione si definisce 'reddito passivo', un ossimoro che ben rappresenta un approccio errato allo sviluppo economico." La perversa cultura della carta di credito (un'altra bolla speculativa che pende come una minaccia sul futuro del credito, non solo americano) insieme a un uso sconsiderato delle risorse di idrocarburi e al danno sul clima del nostro pianeta, di cui i recenti cataclismi sono una testimonianza fin troppo evidente, costituiscono le basi più profonde della attuale crisi, al di là delle sue manifestazioni finanziarie. Per risolvere la crisi, bisogna quindi rivedere un modello di sviluppo basato sul credito facile, sulla finanza creativa, sull'affidarsi solo a petrolio e gas per risolvere tutti i problemi legati ad una domanda sempre crescente di energia per la produzione, i trasporti, il riscaldamento. Gli effetti della crisi sui mercati Il primo più evidente effetto della crisi è stata la stretta creditizia che si è verificata in quasi tutti i mercati mondiali. L'accesso più difficile al credito è stato causato dall'aumento considerevole dei tassi sui mercati interbancari. A fine settembre, l'Euribor a 3 mesi era 170 basis points (1,70%) più alto del tasso di riferimento della Bce, mentre il tasso dell'eurodollaro è arrivato a quotare oltre il 3% sopra i tassi dei Federal Funds Usa. Non solo, ma le banche che si trovavano in crisi di liquidità non trovavano nessuna altra banca disposta a prestar loro fondi sul mercato interbancario, e quindi a loro volta stringevano ancor di più il credito. Alla crisi di liquidità si è quindi unita una generale crisi di fiducia. A farne le spese, naturalmente, sono state famiglie e imprese, che hanno visto aumentare i costi dei propri debiti con le banche. Soprattutto le imprese, che hanno bisogno di effettuare investimenti e quanto meno di finanziare il proprio working capital (circolante operativo), per di più in un momento in cui i clienti pagano tardi e male. Né sono finora bastati i provvedimenti presi dalle autorità monetarie e di governo (riduzione dei tassi d'interesse in Usa, Ue e Regno Unito, provvedimenti a tutela delle banche e dei risparmiatori, in qualche paese programmi a favore delle imprese). La stretta creditizia e la contrazione dei consumi hanno trasmesso con una velocità incredibile all'economia reale i problemi delle banche. Al di là dei fenomeni più evidenti, che del resto sono sotto gli occhi di tutti, ci sono anche dei piccoli, ma non per questo meno importanti, effetti collaterali. Ad esempio, il ruolo che le agenzie internazionali di rating, che è centrale nell'ordinamento monetario mondiale, è stato messo in discussione: basti pensare che non più tardi del giugno 2008 (tre mesi prima del fallimento) Moody's attribuiva a Lehman Brothers una valutazione di A1, cioè di tutto rispetto, anche se non fra le migliori. Lo stesso governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ai primi di novembre ha criticato l'eccessiva centralità delle valutazioni di queste agenzie nella costruzione dei criteri cui si ispira l'Accordo di Basilea 2, auspicandone un superamento. Proprio questo accordo ha manifestato il suo difetto peggiore in questi ultimi mesi: il suo aspetto prociclico, cioè la sua tendenza, attraverso una serie di meccanismi eccessivamente rigidi, ad ampliare le fasi negative del ciclo economico, rendendo più difficile e costoso l'accesso al credito alle imprese con basso rating proprio nei periodi di difficoltà, cioè quando esse hanno più bisogno di finanziamenti. Anche quello che a prima vista sempre essere un effetto positivo della crisi, cioè la brusca discesa del prezzo del petrolio e dei suoi derivati, ha una sua valenza negativa: innanzitutto i minori ricavi dei paesi produttori rischiano di rallentare questi mercati, che nei mesi passati stavano diventando uno degli sbocchi principali delle nostre esportazioni; inoltre, il minor prezzo del petrolio e del gas rischia di distogliere l'attenzione da un problema la cui risposta è ormai indifferibile, e cioè la variazione del portafoglio di risorse energetiche disponibili per i paesi non produttori, Italia in testa. Allo stesso modo, il brusco calo dell'euro contro dollaro potrebbe avvantaggiare le nostre esportazioni, ma anche in questo caso occorre fare due considerazioni: in primo luogo, la maggior parte delle nostre importazioni ci viene fatturata in dollari, che con un dollaro a 1,20 contro euro costano il 25% in più di questa estate; secondariamente, i nostri esportatori hanno dimostrato negli ultimi anni di saper convivere molto bene con un euro forte, spostando la competizione dai prezzi alla qualità dei prodotti, soprattutto nel settore della meccanica industriale. Il mercato del credito italiano e le Pmi Se nel nostro paese non ci sono state ripercussioni clamorose come fallimenti o gravi difficoltà bancarie, la stretta del credito in Italia s'è fatta sentire forse più che altrove. Chi ha messo in cantiere investimenti di un certo rilievo in questo autunno, ha dovuto fare i conti con condizioni del credito (tassi d'interesse, garanzie da concedere alle banche, altri termini dei finanziamenti) molto peggiori rispetto a quelle di sei mesi fa, o dell'anno scorso. In particolare difficoltà molte delle nostre Pmi, strette da una parte da una domanda interna in continuo calo e da una richiesta di dilazioni di pagamento sempre maggiori da parte dei clienti interni ed esteri (per di più in un quadro di rischio di credito crescente), dall'altra dalla difficoltà di accesso al credito, e dai suoi costi crescenti. Pesano, sull'asse portante della nostra economia, una condizione antica di sottocapitalizzazione che non si riesce a correggere facilmente, particolarmente in momenti difficili come l'attuale; la scarsa propensione ad utilizzare gli strumenti finanziari e assicurativi, che pure ci sono, per diminuire l'esposizione delle piccole e medie imprese al rischio di credito; la mancanza di infrastrutture adeguate e di servizi pubblici efficienti; i costi, in termini di tempo e denaro, di una burocrazia e di un sistema amministrativo incapace di ragionare e agire in termini moderni. La stretta del credito è stata ancora più drammatica per alcuni settori e per le imprese che hanno un rating creditizio peggiore (secondo i criteri di Basilea 2). Banche molto importanti mi hanno detto non solo di aver revocato i fidi alle aziende nelle due categorie di rating peggiore, ma di averle ?poste al rientro? (che, nel gergo bancario, vuol dire che tali imprese devono immediatamente restituire i fidi utilizzati, senza neanche un piano di ammortamento concordato con la banca). La logica conseguenza di queste posizioni è il fallimento, o per lo meno un lungo periodo di estreme difficoltà per queste aziende. Manuale di sopravvivenza per le Pmi Come si diceva all'inizio, se il futuro non si presenta roseo, almeno per il 2009, bisogna attrezzarsi per sopravvivere alla crisi, per cercare in un momento di difficoltà una via di uscita e di miglioramento della nostra struttura aziendale. Quello che segue vuole essere una sorta di ?manuale di sopravvivenza? per le Pmi durante questa crisi che si preannuncia purtroppo ancora piuttosto lunga. Pochi concetti, che derivano dall'esperienza quotidiana, condensati in un catalogo di 10 azioni positive di seguito illustrate. Cercare di sopravvivere. Un mio amico marinaio è solito dirmi che quando il mare è in tempesta, è meglio stare su un rimorchiatore che su uno yatch di lusso. È meglio andare piano ma sicuri, che veloci ma in balìa delle onde. La stessa filosofia si deve applicare alle piccole imprese: non è questo (salvo settori molto particolari) il momento per i grandi programmi di crescita, ma per il mantenimento delle posizioni. Ho sentito di aziende che, alle prese con il calo della domanda, fanno il giro d'Italia per cercare clienti marginali. Niente di più sbagliato che concedere condizioni eccessivamente favorevoli a questo tipo di clienti: primo, si peggiora il rischio di credito dell'azienda, e quindi aumenta la possibilità di ritardi e insoluti; secondo, si aumenta il fabbisogno di credito dell'azienda, proprio in un momento in cui il credito è scarso e costoso; terzo, anche se le cose vanno bene, in futuro sarà difficile ritornare indietro, e concedere condizioni meno favorevoli a questi clienti quando si sarà superata la crisi. Bisogna al contrario restare attestati sulle proprie posizioni, accontentarsi di piccoli incrementi nel business, e prepararsi per la ripresa, che presto o tardi arriverà. Focalizzarsi sul business e sull'innovazione. Un'altra facile tentazione in questi momenti è quella di cercare business alternativi rispetto al tradizionale settore di attività. A parte che, ad esempio, un'impresa che produce piastrelle non può mettersi da oggi a domani a produrre pneumatici, non è proprio questo il periodo di procedere a clamorose riconversioni industriali. In alcuni settori queste saranno necessarie, ma quando le acque si saranno calmate. Bisogna invece cogliere l'occasione per concentrarsi sull'attività che meglio si conosce, cercando di sfruttare le innovazioni di prodotto e di sistema e stimolando la rete commerciale. La storia recente delle nostre imprese è ricca di casi di successo di imprese che sono riuscite, nell'ambito di settori tradizionali (le famose 4 A: agroalimentare, abbigliamento e tessile, arredamento, automazione e meccanica) a trovare una propria specializzazione competitiva, basata sull'innovazione, la ricerca, la differenziazione di stile e design. Rafforzare il patrimonio. Proprio in un momento di crisi, è difficile mettere mano al portafoglio dei soci, così come è difficile trovare altri partner disponibili a condividere il rischio d'impresa. Tuttavia, in questi frangenti, il vero rischio per un'azienda è proprio quello di trovarsi in una situazione di sottocapitalizzazione, perché così essa rischia di essere declassata nel rating delle banche, con le conseguenze che abbiamo visto prima. Quindi soluzioni per il rafforzamento della situazione patrimoniale dell'azienda vanno attentamente ricercate. Contenere l'indebitamento. È l'altra faccia della stessa medaglia descritta al punto precedente. Poiché l'indice in assoluto più guardato da ogni analista finanziario è il debt/equity ratio (indebitamento finanziario netto su patrimonio netto), per migliorare tale indice bisogna agire sia aumentando l'equity sia diminuendo l'indebitamento. Questo ultimo risultato si può ottenere in due modi: ricorrendo il più possibile a tipologie di operazioni che evitano il debito (leasing, anche se le banche non fanno molta differenza con il debito, e soprattutto factoring, forfaiting, sconti pro soluto, crediti documentari per l'export); e riducendo il working capital. Ridurre il working capital. Il circolante operativo netto costituisce la prima fonte di fabbisogno finanziario dell'impresa. Per ridurre il working capital occorre: - contenere il più possibile il magazzino, eliminando semilavorati e prodotti finiti obsoleti, cercando di farlo ruotare il più velocemente possibile, migliorando la logistica, curando la qualità e tempestività degli acquisti di prodotti e scorte; - cercare di ottenere le migliori condizioni dai fornitori, in termini non solo di prezzi, ma anche di strumenti e dilazioni di pagamento; - gestire il portafoglio dei clienti, non solo attraverso il credit risk management (come si dirà in seguito), ma anche attraverso la scelta delle condizioni e modalità di pagamento che possano soddisfare l'obiettivo del punto precendente, e cioè quello di contenere l'indebitamento. Il rischio di andare alla ricerca dei clienti di ?serie B? (domestici ed esteri) in momenti come questo è troppo elevato. Altro rischio è l'eccessiva concentrazione di portafoglio: in un periodo di crisi globale nessun cliente è sicuro al 100% (ogni giorno ci sono tanti ma ce ne sono tutti i giorni sulle pagine dei giornali economici), e a nessun cliente può esser dedicata una percentuale di fatturato che superi un limite ragionevole (non oltre il 15-20%). Lo stesso ragionamento vale per il rischio paese, verso il quale ogni azienda deve stabilire un massimale di fatturato dedicato e un massimale di esposizione non garantita. La pulizia dell'attivo non si deve poi ridurre alle attività di realizzo corrente, ma estendersi anche agli immobilizzi, soprattutto a quelli tecnici (macchine e strumenti obsoleti), finanziari e commerciali (crediti inesigibili): tutte voci che appesantiscono inutilmente il bilancio e aumentano il debito. Tutte queste considerazioni sembrano scontate: evidentemente non lo sono così tanto, se è vero che proprio su questo tema si incagliano molte aziende, specie fra le Pmi. Il problema è che molti imprenditori guardano troppo l'aumento del fatturato, e non abbastanza l'andamento del capitale circolante operativo. Se lo facessero, si accorgerebbero che se non si fa attenzione allo stock di magazzino, ai giorni creditori e debitori, alle condizioni di incasso e pagamento, molto spesso all'aumento del fatturato corrisponde un incremento più che proporzionale del working capital; la naturale conseguenza è un aumento del debito con le banche. Se non si interrompe questa spirale, il passo successivo è una crisi di liquidità e il peggioramento degli indici di redditività dell'azienda, con un risultato finale spesso infausto. La soluzione è fare previsioni accurate, magari con l'aiuto di una consulenza professionale qualificata, sul business plan dell'azienda, sul budget finanziario, sull'andamento degli indici, sulle previsioni di cash flow, e controllare continuamente l'andamento del working capital. Gestire il rischio di credito in modo dinamico. Il credit risk management è un capitolo fondamentale sia del contenimento del working capital, sia della più generale gestione della finanza e del debito d'azienda. Gestire il rischio di credito, soprattutto nel finanziamento delle esportazioni, vuol dire ottenere pagamenti sicuri: crediti documentari, cambiali da smobilizzare con operazioni di forfaiting e sconti pro soluto con voltura di polizza Sace, linee di credito garantite da primarie banche internazionali. Quando non si ottiene una di queste modalità di pagamento, è necessario assicurare i crediti con Sace o le compagnie private di assicurazione (per le operazioni a breve termine) contro rischio paese e rischio commerciale, ogni volta che questi rischi assumano livelli troppo elevati. È una cultura d'impresa che vale per ogni dimensione aziendale: dai grandi gruppi multinazionali alle Pmi. Ci sono piccole imprese con fatturato sotto i 5 milioni di euro che lo fanno sempre, con ottimi risultati: alla fine il loro livello di insoluti è inferiore a quello dei loro concorrenti, e inoltre, essendo coperti assicurativamente, hanno un'arma commerciale in più, perché hanno maggiore facilità a smobilizzare i propri crediti e quindi possono proporre un ventaglio di condizioni più vantaggiose per i clienti. Gestire il rischio di cambio e il rischio finanziario. Questo argomento è stato già affrontato in precedenti articoli di questa rivista e costituirà oggetto dell'ultimo di questa serie di articoli. In questa sede si vuole brevemente ribadire l'importanza di questo tema nella gestione del rischio d'impresa. Del resto basta guardare l'andamento altalenante del cambio euro/dollaro nel corso del 2008, il cui grafico ?assomiglia? alle montagne russe e nessuno oggi giurerebbe sul cambio dell'euro/dollaro a metà o a fine 2009. Attuare una politica di risparmio energetico e diversificazione delle fonti. Il costo dell'energia (per la produzione, i trasporti e la climatizzazione) rappresenta una delle voci più rilevanti fra le spese dell'azienda. Molte grandi aziende (specie nei settori ?energivori? come le acciaierie, la chimica, la meccanica pesante) si sono già dotate di un energy manager, interno o esterno, il cui compito è appunto quello di realizzare gli obiettivi prima detti. Ma il problema è presente per tutte le imprese, Pmi incluse, per due motivi: è ragionevole ritenere che il prezzo del petrolio, dopo questa fase di brusco calo, riprenderà il suo cammino al rialzo; prima o poi è facile che misure di controllo delle emissioni e di limitazione dei consumi vengano attuate, a livello internazionale e nazionale. Per cui è meglio prepararsi, e anche cogliere le opportunità di finanziamento dell'efficienza e del risparmio energetico che sono presenti nelle normative comunitarie, nazionali e regionali. Non bloccare il processo di internazionalizzazione. Una delle tentazioni di molti imprenditori, quando soffiano i venti della crisi mondiale, è quella di rinchiudersi nel proprio guscio. A questa preoccupazione, legittima ma mal riposta, rispondo con la battuta tipica di un grande imprenditore veneto, a capo di un gruppo presente in molti paesi emergenti: a chi gli chiede quanti posti di lavoro si siano persi in Italia con la delocalizzazione produttiva, egli risponde che probabilmente è stata proprio l'internazionalizzazione del gruppo a salvare i posti di lavoro in Italia. L'internazionalizzazione (dalla semplice esportazione, alla costruzione di reti commerciali, agli investimenti produttivi) non è una scelta, né una necessità, ma una visione strategica, nella ricerca di nuovi mercati che solo una presenza stabile può garantire nel tempo. Tutte le stime di questi ultimi mesi danno per scontato un rallentamento del Pil mondiale, ma con il permanere di una crescita, da parte di alcuni paesi emergenti (Cina, India, Brasile e altri), almeno doppia rispetto a quella dei paesi industrialmente avanzati. Probabilmente saranno proprio questi paesi che potranno sostenere il nostro export in un anno terribile come si preannuncia il 2009. Gestire attivamente la politica di rating e il dialogo con le banche. L'attuazione pratica dei criteri fissati dall'Accordo di Basilea 2 non ha avuto un esordio molto felice nel nostro paese. La comunicazione banca-impresa è stata del tutto episodica, e le banche, benché fossero tenute a farlo, non hanno reso noto i criteri da loro seguiti per fissare i sistemi di rating interno, né hanno comunicato ai singoli clienti il loro posizionamento nelle classi di rating, ed eventuali miglioramenti o peggioramenti. Applicato così, Basilea 2 rischia di mostrare i suoi lati peggiori, cioè la rigidità e l'aspetto burocratico, piuttosto che i lati migliori, cioè il più facile accesso al credito per le aziende che migliorano conti e posizione competitiva. Le aziende tuttavia non solo devono far valere i propri diritti, chiedendo alle banche di conoscere la propria valutazione di rating, ma devono anche gestire anche una politica di comunicazione e dialogo con le banche. In banca non si va solo per chiedere finanziamenti, ma anche per far conoscere i progetti, le prospettive e le esigenze dell'impresa. Molti funzionari di banca, pressati dalle esigenze di budget interno e dalle direttive della loro direzione centrale, tendono a vendere alle imprese prodotti finanziari standard, preconfezionati e validi per tutti. Non è questo il tipo di rapporto di cui le imprese hanno bisogno, ma di un dialogo sereno e continuo, con interventi mirati a risolvere le particolare esigenze di finanziamento della singola azienda. (per maggiori approfondimenti vedi Finanziamenti&Credito, Novecento media) L'autore è docente del Master in Commercio internaz. e di Economia e tecnica degli scambi internaz. all'Università di Padova

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