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DOSSIER “Credito Fidi Aziende ”

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tARTICOLI DEL  1-4 gennaio 2009#TOP



Report "Revoca fidi"

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Indice delle sezioni

Revoca fidi (13)


Indice degli articoli

Sezione principale: Revoca fidi

RAFFORZIAMO I CONSORZI FIDI ( da "Tribuna di Treviso, La" del 02-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: L'INTERVENTO RAFFORZIAMO I CONSORZI FIDI PIERLUIGI ZAMBON * Un provvedimento a favore dei consorzi fidi del credito artigiano per dare ossigeno alle Pmi e garantire loro i finanziamenti per continuare a lavorare e produrre, causa le difficoltà delle banche ad aprire, in questa fase, i cordoni della borsa.

Ecco la storia (in anteprima) del 2009 ( da "Corriere.it" del 02-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: E noi che ci eravamo fidati di Keynes e Friedman!». LA BOLLA IMMOBILIARE - Alla radice del problema restava la bolla immobiliare americana, che ha continuato a sgonfiarsi nel corso dell'anno. Molti avevano immaginato che entro la fine del 2008 il peggio sarebbe passato.

Il '29 a Brescia: dallo sviluppo elettrizzante al crollo dei consumi ( da "Giornale di Brescia" del 02-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: della Banca Popolare di Desenzano per ragioni di natura economica ma pure politica, unitamente all'immobilizzo di 100 milioni di lire dei fidi e 250 milioni di depositi della fallita Ubn, porteranno al termine della crisi alla razionalizzazione del tessuto creditizio bresciano, operazione condotta - su incarico governativo - dal Credito Agrario Bresciano e dalla Banca San Paolo.

Consumi: Confcommercio, a Natale nessun crollo, ma la domanda resta debole (2) ( da "KataWebFinanza" del 02-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: it | Agi | Teleborsa | Kataweb | Altre testate Consumi: Confcommercio, a Natale nessun crollo, ma la domanda resta debole (2) (Teleborsa) - Roma, 2 gen - La FIDA Federazione Italiana Dettaglianti dell'Alimentazione ha rilevato che nel settore alimentare: " positivi e al di

Purtroppo, non ci resta che uccidere "Babbo Murphy" pag.6 ( da "Trend-online" del 02-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: fidarvi? dell?Analista Tecnica?? E ne trovate forse qualcuno perché, della stessa, possano fidarsi le grandi istituzioni bancarie?? E guardate che fidarsi, nel caso, non significherebbe solo assumer decisioni economicamente rilevanti nel settore degli investimenti, ma anche in quello che s?

Quanta cipria su quei conti ( da "Milano Finanza" del 03-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: Né ci si potrà fidare degli indici di solidità, calcolati secondo criteri mutevoli: si pensi solo che l'introduzione di Basilea 2 consentirà alle banche italiane un guadagno gratuito (stimato) di mezzo punto percentuale a livello di Core Tier 1. Un'informazione incompleta colpirà innanzitutto gli investitori meno accorti,

Ridurre burocrazia e tempi di spesa ( da "Resto del Carlino, Il (Cesena)" del 03-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: costo delle operazioni bancarie e il rientro sul fido di conto corrente utilizzato. Sulle nuove linee di credito dell?ultimo trimestre il 22% ha rilevato un aumento dei costi. Non siamo ancora di fonte a una stretta creditizia vera e propria, ma vari segnali vanno purtroppo in questa direzione, pertanto chiediamo alle banche uno sforzo eccezionale per alleviare le azioni restrittive.

OTTAVIO Righini, il ravennate presidente del Consorzio fidi... ( da "Resto del Carlino, Il (Ravenna)" del 03-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: il ravennate presidente del Consorzio fidi... OTTAVIO Righini, il ravennate presidente del Consorzio fidi terziario dell?Emilia Romagna, rilancia la proposta di attivare un sistema con cui favorire il ricorso al credito da parte di singoli, famiglie e piccolissime imprese che si trovino in particolari situazioni di difficoltà, determinata principalmente dall?

COSENZA: BANCA GARANZIA, CHIAPPETTA (IDV) SCRIVE A PRESIDENTE PROVINCIA. ( da "Asca" del 03-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: vero che i fondi dedicati si esauriscono subito: stiamo parlando dei Consorzi Fidi di primo e di secondo grado. Il loro funzionamento e' regolato dagli articoli 106 e 107 del Testo Unico Bancario l.385/93, nonche' dalla legge n. 326 del 2003, conosciuta anche come legge-quadro sui confidi, oltre che dalla legge n. 296/06 (Finanziaria 2007), art.

Dalle Bcc un impegno nel sociale da sei milioni e mezzo ( da "Gazzettino, Il (Udine)" del 03-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: recenti iniziative concertate con le associazioni di categoria e i Consorzi Fidi per supportare la gestione ordinaria e lo sviluppo aziendale. Tornando al bilancio sociale, sono state sostenute iniziative di 400 istituzioni locali e protezione civile (550 mila euro), 445 di sanità e assistenza (549 mila euro), 346 nel campo della scuola, dell'istruzione e del lavoro (555 mila euro),

Un uomo chiamato truffa Charles Ponzi ( da "Riformista, Il" del 04-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: E nessuno si fida. Qualche piccola truffa però Ponzi riesce ancora a imbastirla e, per liberarsene, il regime gli trova un posto alla sede di Rio de Janeiro della Lati, Linee aeree transcontinentali italiane. Pochi mesi e Ponzi scopre che un lavoro in aeroporto è perfetto per inserirsi nel contrabbando internazionale,

L'IDEA lanciata da Ottavio Righini, presidente del Consorzio fidi terziario regionale, di costi... ( da "Resto del Carlino, Il (Ravenna)" del 04-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: presidente del Consorzio fidi terziario regionale, di costi... L?IDEA lanciata da Ottavio Righini, presidente del Consorzio fidi terziario regionale, di costituire un fondo di garanzia anche per singoli, famiglie e micro imprese, registra l?immediato consenso di Gianfranco Spadoni, consigliere comunale della lista civica.

di GIANCARLO PEDINOTTI* LA CRISI economica è reale e non il pensiero di c... ( da "Resto del Carlino, Il (Pesaro)" del 04-01-2009)
Argomenti: Revoca fidi

Abstract: Comuni dei fondi per aumentare le disponibilità delle Cooperative di Garanzia Fidi per favorire l?accesso al credito da parte dei commercianti. Il ruolo della Camera di Commercio e delle associazioni imprenditoriali è essenziale per la promozione turistica,delle risorse enogastronomiche,per le politiche di internazionalizzazione e per un maggiore uso delle opportunità offerte dall?


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RAFFORZIAMO I CONSORZI FIDI (sezione: Revoca fidi)

( da "Tribuna di Treviso, La" del 02-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

L'INTERVENTO RAFFORZIAMO I CONSORZI FIDI PIERLUIGI ZAMBON * Un provvedimento a favore dei consorzi fidi del credito artigiano per dare ossigeno alle Pmi e garantire loro i finanziamenti per continuare a lavorare e produrre, causa le difficoltà delle banche ad aprire, in questa fase, i cordoni della borsa. Infatti ciò che sta accadendo sui mercati finanziari di tutto il mondo non può non preoccupare gli operatori economici locali, anche le piccole imprese che operano nel nostro territorio. Purtroppo i rischi di un ulteriore allargamento della crisi del credito e le possibili conseguenze sulle economie nazionali pone ogni imprenditore di fronte a problematiche completamente nuove per la loro dimensione e per la loro complessità. Ciò che si manifesta davanti ai nostri occhi è soprattutto il fallimento di un sistema spesso basato sulla cosiddetta economia di «carta», effimera quanto opaca, sulle «alchimie» finanziarie, sulle speculazioni: un sistema sempre più lontano dall'economia concreta e reale, quella che realizzano ogni giorno i nostri imprenditori. La gravità e la dimensione della crisi mette in evidenza, ancora una volta, la necessità di un profondo ripensamento delle regole, dei controlli e della trasparenza dei mercati. Già registriamo segnali preoccupanti di restringimento del credito per investimenti e liquidità e la tendenza degli istituti bancari a contenere gli affidamenti. Però, ribadiamo, la contrazione del credito non è dovuta alle difficoltà dalle imprese ma all'eccessivo sbilanciamento degli impieghi delle banche. Le piccole imprese, tranne rarissimi casi, non sono in sofferenza, sono purtroppo gli istituti erogatori a corto di liquidità. Già altre associazioni hanno espresso in questi giorni il fatto che non deve assolutamente essere'chiusò il rubinetto dei finanziamenti alle Pmi che continuano a produrre e lavorare. Per questo ci sentiamo di formulare proposte precise al governo ed al Parlamento che stanno assumendo provvedimenti contro la crisi: vale a dire il varo urgente di un fondo pubblico che controgarantisca le operazioni dei consorzi fidi del credito artigiano e che goda della garanzia dello Stato: questo in modo da consentire alle banche di ridurre il capitale di vigilanza accantonato a fronte del credito erogato alle piccole e medie imprese e di migliorare il rapporto tra impieghi e capitalizzazione senza penalizzare le Pmi. Ciò che va impedito è che le banche - per salvare la propria liquidità - riducano i prestiti o alzino troppo i tassi d'interesse. I Consorzi fidi, come è noto, sono strumenti di garanzia per le imprese artigiane che si rivolgono alle banche, soggetti al controllo della Banca d'Italia, che svolgono un lavoro quotidiano e meritorio al fianco delle Pmi, garantendone i finanziamenti necessari (a tassi competitivi) per sviluppare la loro presenza economica sul territorio. (* Presidente Cna Oderzo-Motta)

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Ecco la storia (in anteprima) del 2009 (sezione: Revoca fidi)

( da "Corriere.it" del 02-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

retrospettiva immaginaria del 2009 Il nuovo mondo al tempo della crisi Cade Ahmadinejad, Al Qaeda cerca di uccidere Obama mentre in Cina... E' stato l'anno in cui si è smesso finalmente di far previsioni per l'anno a venire. È stato l'anno in cui si è dovuto rivedere ogni pronostico per lo più verso il basso come minimo tre volte. È stato l'anno in cui solo chi teneva gli occhi ben chiusi ha potuto ignorare il paradosso della globalizzazione. Da un lato, la crescente integrazione dei mercati delle materie prime, dell'industria, della manodopera e del capitale ha prodotto notevoli profitti. Come Adam Smith aveva previsto ne «La ricchezza delle nazioni», la liberalizzazione economica ha consentito di impostare a livello globale economie di scala e divisione del lavoro. Dagli anni 1980 fino al 2007, l'economia mondiale aveva goduto di un'espansione sempre più diffusa e capillare, con una minore incidenza di crisi, assai passeggere, tanto che il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, aveva festeggiato con un certo compiacimento la «grande moderazione» del 2004. Dall'altro, quanto più il mondo assomigliava a una rete complessa e multinodale capace di interagire con la massima efficienza inventari al minimo e consegne just-in-time tanto più diventava vulnerabile a un massiccio crac sistemico. LA GRANDE REPRESSIONE - È questo il significato reale della Grande Repressione, iniziata nell'agosto del 2007, che ha toccato il punto più basso nel 2009. Chiaramente, non si è trattato di una Grande Depressione simile per portata a quella degli anni Trenta, quando la produzione industriale negli Stati Uniti declinò di un terzo e la disoccupazione toccò il 250. Né semplicemente di una Grande Recessione. Con il declino della produzione delle nazioni industrializzate per tutto il 2009 nonostante i grandi sforzi delle banche centrali e dei ministeri delle Finanze è apparsa sempre più azzeccata l'etichetta di «Grande Repressione»: pur trattandosi della peggior crisi economica in settant'anni, erano ancora in molti a non volerci credere. «Noi economisti sapevamo bene come combattere questo tipo di crisi», ha confessato un consigliere economico del dream team di Barack Obama, subito dopo il ritorno all'insegnamento universitario nel settembre 2009. «Eravamo sicuri che se la Fed avesse iniettato abbastanza liquidità nel sistema finanziario, avremmo potuto evitare la deflazione. Eravamo sicuri che se il governo avesse accumulato un deficit sostanzioso, avremmo messo fine alla recessione. Ma ci eravamo sbagliati. E noi che ci eravamo fidati di Keynes e Friedman!». LA BOLLA IMMOBILIARE - Alla radice del problema restava la bolla immobiliare americana, che ha continuato a sgonfiarsi nel corso dell'anno. Molti avevano immaginato che entro la fine del 2008 il peggio sarebbe passato. Ma non è stato così. L'indice dei prezzi immobiliari dell'economista Robert Shiller nel 2006 sfiorava quota 206, quasi il doppio del livello toccato appena sei anni prima. Per tornare a livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del 50%. Ma era calato meno della metà verso la fine del 2008. Di conseguenza, i prezzi delle case hanno continuato a scendere negli Stati Uniti e sempre più famiglie si sono ritrovate ad affrontare posizioni negative, con debiti superiori al valore della proprietà. Un aumento dei pignoramenti, d'altro canto, si è tradotto in perdite più consistenti per i titoli garantiti da prestiti ipotecari e i bilanci delle banche sono finiti sempre più spesso in rosso. Con un debito complessivo superiore al 350% del Pil americano, è stato arduo depurare gli eccessi dell'era della leva finanziaria. Le famiglie hanno stretto la cinghia e ridotto i consumi. Le banche hanno tentato di mettere un freno ai nuovi prestiti. La recessione ha fatto la sua comparsa. La disoccupazione è salita al 10%, poi oltre. La spirale economica negativa sembrava inarrestabile. Per quanto risparmiassero, gli americani erano ormai incapaci di stabilizzare il rapporto tra debiti e reddito disponibile. Paradossalmente, un incremento nei risparmi ha portato alla caduta dei consumi, che a sua volta ha innescato l'aggravarsi della disoccupazione, il calo dei redditi e via di seguito, in un vortice discendente. «INVESTIRE IN INNOVAZIONE» - «La necessità saprà stimolare l'inventiva», dichiarava Obama nel discorso inaugurale il 20 gennaio. «Se sapremo investire nell'innovazione, ritroveremo la fiducia nella creatività americana. Occorre costruire nuove scuole, non nuovi centri commerciali, e produrre energia pulita, non derivati tossici». Gli analisti concordavano che il discorso richiamava alla memoria le parole di Franklin Roosevelt, pronunciate al suo insediamento alla Casa Bianca nel 1933. Ma Roosevelt parlava quando il peggio della Depressione era passato, mentre Obama si dibatteva nel cuore della tempesta. Se la retorica spiegava le ali, i mercati sprofondavano sempre di più. Il contagio si era esteso inesorabilmente dai subprime ai mutui non a rischio, fino al settore immobiliare commerciale e alle obbligazioni delle società private, per tornare poi al settore finanziario. Entro la fine di giugno, l'indice Standard & Poor's 500 era sceso a 624, il livello mensile più basso dal gennaio del 1996, e di circa il 60% inferiore al massimo toccato nell'ottobre 2007. L'INSOLVENZA DELLE BANCHE - Il nocciolo del problema era la fondamentale insolvenza delle banche principali, un'altra realtà che il mondo politico aveva tentato di ignorare. Nel 2008 la Banca d'Inghilterra aveva stimato a 2.800 miliardi di dollari le perdite complessive su attivi tossici, ma le perdite bancarie totali entro la fine del 2008 erano poco più di 583 miliardi di dollari, mentre il capitale rastrellato contava 435 miliardi di dollari. Le perdite, in altre parole, venivano o massicciamente sottovalutate, oppure erano state accumulate al di fuori del sistema bancario. Ad ogni modo, il sistema della creazione del credito era ormai fuori uso. Le banche non potevano ricorrere alla contrazione del bilancio, per via di un'infinità di linee di credito predisposte, alle quali i loro clienti si aggrappavano per disperazione, mentre l'unica fonte di nuovo capitale era il Tesoro americano, che doveva vedersela con un Congresso sempre più scettico. Le altre istituzioni del credito specie i mercati per i titoli obbligazionari cartolarizzati erano rimaste quasi per intero paralizzate. Era scoppiato il finimondo quando Timothy Geithner, segretario al Tesoro americano, aveva richiesto altri 300 miliardi di dollari per ricapitalizzare Citigroup, Bank of America e altre sette grandi banche, solo una settimana dopo aver varato una controversa «megafusione» nell'industria automobilistica. A Detroit, i tre grandi produttori si erano contratti in un'unica azienda, la CGF (Chrysler-General Motors-Ford). Le banche, dal canto loro, reclamavano senza sosta nuovo denaro pubblico. Eppure, per nessuna cifra al mondo erano disposte a offrire prestiti a tassi di interesse più bassi. Nelle parole di un politico del Michigan, piuttosto indignato, «nessuno vuole accettare il fatto che le banche sono fallite. Non solo hanno perso tutto il loro capitale, ma se dovessimo mettere sul mercato i loro attivi, si verrebbe a scoprire che l'hanno perso due volte. Le tre grandi industrie automobilistiche non sono mai state tanto mal gestite come queste banche». I TASSI A ZERO - Nel primo trimestre, la Fed ha continuato a fare tutto il possibile per evitare di scivolare nella deflazione. Il tasso effettivo dei fondi federali aveva già toccato zero per la fine del 2008. In pratica, l'allentamento quantitativo era già iniziato nel novembre 2008, con acquisti massicci del debito e dei titoli garantiti da prestiti ipotecari presso istituti appoggiati dal governo (i giganti nazionalizzati Fannie Mae e Freddie Mac) e la promessa di futuri acquisti di titoli di stato. Tuttavia, l'espansione della base monetaria era stata annullata dalla contrazione di misure monetarie più ampie, come M2 (la valutazione della moneta e dei suoi «sostituti più immediati», quali i depositi di risparmio, che rappresenta un indicatore chiave dell'inflazione). Le banche malconce ingoiavano tutta la liquidità prodotta dalla Fed, che sempre di più assomigliava a uno hedge fund del governo, con una leva finanziaria superiore a 75 a 1, e un bilancio ricco di attivi di cui tutti volevano sbarazzarsi. .. IL DEFICIT FEDERALE - Il governo federale americano non se la passava molto meglio: entro la fine del 2008, il valore complessivo di prestiti, investimenti e garanzie offerti dalla Fed e dal Tesoro dall'inizio della crisi finanziaria aveva già toccato i 7.800 miliardi di dollari. Nei dodici mesi precedenti il 30 novembre 2008, il debito totale federale era aumentato di oltre 1.500 miliardi di dollari. Morgan Stanely stimava che il deficit federale complessivo per l'anno fiscale 2009 poteva raggiungere il 12,5% del Pil. La cifra sarebbe stata ancora più alta se il presidente Obama non avesse persuaso il suo principale consigliere economico, Lawrence Summers, a congelare la prevista riforma della sanità e i fondi aggiuntivi destinati a istruzione, ricerca e aiuti umanitari. Obama si era impegnato a formare un governo in cui fossero rappresentati equamente alleati e rivali. Ma i rivali avevano un bel po' di esperienza in più rispetto agli alleati. Risultato: un governo che parlava come Barack Obama ma pensava come Bill Clinton. I veterani dell'era clintoniana, con a capo il segretario di stato Hillary Clinton, ricordavano ancora la volatilità del mercato obbligazionario che li aveva tormentati nel 1993 (tanto che il manager della campagna elettorale, James Carville, aveva affermato che se esisteva la reincarnazione avrebbe voluto rinascere come mercato obbligazionario). Terrorizzati davanti alla mole crescente del deficit, avevano sollecitato Obama a posticipare qualsiasi spesa che non fosse destinata specificatamente a contenere la crisi finanziaria. IL DOLLARO - Ma il mondo era cambiato dai primi anni 1990. Malgrado i timori dell'ex segretario al Tesoro, Robert Rubin, personalità ancora assai influente, gli investitori in tutto il mondo si dimostravano più che contenti di acquistare i nuovi titoli del Tesoro americano, senza badare a spese. Contrariamente alla saggezza popolare, benché quadruplicato il deficit non aveva provocato il crollo dei prezzi dei titoli e un rialzo dei rendimenti. Anzi, la corsa alla qualità e le pressioni deflazionistiche scatenate dalla crisi in tutto il mondo avevano affossato i rendimenti a lungo termine, che sarebbero restati vicino al 3% per tutto l'anno. Né si è assistito alla disfatta del dollaro, come molti avevano temuto. L'appetito estero per la moneta americana ha resistito alle bizzarrie della Fed, nella sua frenesia di stampare denaro, e i tassi di cambio effettivi si sono addirittura rivalutati nel 2009. Era questa l'ironia nel cuore della crisi: per moltissimi versi, la Grande Repressione portava l'etichetta «Made in America», ma le sue conseguenze si sarebbero rivelate più pesanti nel resto del mondo. Gli Stati Uniti sono così riusciti a salvaguardare la fama di «bene rifugio» per la loro moneta. Con il peggiorare della crisi in Europa, in Giappone e nei mercati emergenti, sempre più investitori hanno acquistato titoli del Tesoro in dollari. GIAPPONE ED EUROPA - Per il resto del mondo, il 2009 si sarebbe rivelato un anno orribile. Il Giappone si è visto ripiombare nell'incubo deflazionistico degli anni 1990 con la rivalutazione dello yen e il crollo della fiducia dei consumatori. In Europa, le cose sono andate un tantino meglio. Nel 2008, i leader europei avevano puntato un dito accusatorio contro gli americani. Il presidente francese Nicolas Sarkozy era intervenuto al summit del G20 a Washington come se da solo avesse potuto salvare l'economia mondiale. Il premier britannico, Gordon Brown, aveva tentato di dare la stessa impressione, reclamando la paternità della strategia della ricapitalizzazione bancaria. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, nel frattempo, condannava senza mezzi termini l'immenso deficit americano. Entro il primo trimestre del 2009, tuttavia, lo stato d'animo in Europa si era fatto più cupo. Era chiaro che i problemi delle banche europee erano altrettanto seri di quelli che affliggevano la controparte americana. Anzi, le passività a breve termine delle banche di Belgio, Svizzera, Gran Bretagna e Italia erano ben maggiori, in rapporto alle economie di quei Paesi, mentre le banche di Germania, Francia e Danimarca si erano rivelate più esposte alla leva finanziaria. Per di più, in assenza di un ministero delle Finanze dell'Unione Europea, tutti i bei propositi riguardo un pacchetto europeo di stimolo all'economia sono rimasti quello che erano, cioè parole vuote. In pratica, la politica fiscale è diventata una questione di «si salvi chi può», e ogni Paese europeo ha improvvisato di propria iniziativa salvataggi e incentivi all'economia. Il risultato è stato caotico. Le valute esterne all'eurozona sono state colpite da grave volatilità. All'interno dell'eurozona, la volatilità è rimasta confinata al mercato obbligazionario, con i differenziali degli interessi sui titoli greci e italiani incapaci di tenere il passo con quelli tedeschi. Il quadro si è fatto ancor più preoccupante nella maggior parte dei mercati emergenti. In Europa orientale, i paesi più colpiti sono stati Bulgaria, Romania, Ucraina e Ungheria. Dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina), il Brasile ha avuto l'anno migliore, la Russia il peggiore. CINE E INDIA - È stato un anno pessimo per i paesi esportatori di gas e petrolio, dove il crollo dei prezzi che ha trascinato con sé anche valute come il rublo. Il mercato azionario indiano, nel frattempo, è stato scosso dalle crescenti tensioni tra New Delhi e Islamabad in seguito agli attacchi terroristici di Mumbai. L'instabilità politica ha colpito anche la Cina, dove disordini innescati dai licenziamenti a Shenzhen e altri centri di esportazione hanno provocato la pesante repressione del governo, ma anche il rinnovato sforzo da parte della Banca popolare della Cina di impedire la rivalutazione dello yuan, acquistando altre centinaia di miliardi di dollari del Tesoro americano. La «Chimerica» il rapporto simbiotico tra Cina e America - non solo è sopravvissuta alla crisi, ma ne ha tratto beneficio. Anche se la decisione di Obama di partecipare al primo vertice G2 a Pechino in aprile ha sconcertato alcuni liberali, gran parte degli osservatori ha riconosciuto che il commercio ha fatto passare in secondo piano la questione del Tibet, in un momento di grave crisi economica. LA CREDIBILITÀ AMERICANA - Il carattere asimmetrico della crisi globale il fatto che gli scossoni si sono rivelati più distruttivi in aree periferiche piuttosto che all'epicentro - ha inflitto notevoli svantaggi agli Stati Uniti. Le speranze che l'America potesse sottrarsi, grazie alla svalutazione, al fardello del debito estero sono svanite quando sia il dollaro che i rendimenti a dieci anni hanno resistito al colpo. Ma i produttori americani non hanno ricevuto una boccata d'ossigeno dalla ripresa delle esportazioni, come sarebbe accaduto con la svalutazione. La Fed è riuscita, a malapena, a mantenere l'inflazione in territorio positivo. Coloro che temevano un'inflazione galoppante e la fine del dollaro come valuta di riserva sono rimasti a bocca aperta. I problemi del resto del mondo, tuttavia, indicavano che in termini relativi gli Stati Uniti si sono avvantaggiati politicamente ed economicamente. Molti analisti avevano avvertito nel 2008 che la crisi finanziaria avrebbe conficcato l'ultimo chiodo nella bara della credibilità americana in tutto il mondo. I neoconservatori erano già stati screditati in Iraq, e ora veniva affossata la politica di Washington del libero mercato. LA CADUTA DI AHMADINEJAD - Ma non erano stati presi in considerazione due fattori: il primo, che quasi tutti gli altri sistemi economici avrebbero superato la crisi assai più malconci degli Stati Uniti. I Paesi che più vigorosamente avevano criticato l'America - Russia e Venezuela - ne erano usciti con le ossa rotte. Il secondo, che la presidenza di Barack Obama avrebbe risollevato enormemente la reputazione internazionale americana. ... Se occorrevano prove per dimostrare che la costituzione americana era più che mai attuale, che l'America aveva scontato il suo peccato originale della discriminazione razziale, che gli americani erano pragmatici, non seguaci di ideologie, la dimostrazione era sotto gli occhi di tutti. Non tanto che il nuovo «New Deal» di Obama - annunciato dopo l'allontanamento dei clintoniani a inizio settembre - avesse prodotto un miracolo economico (nessuno se lo aspettava), quanto piuttosto che l'acquisizione federale delle grandi banche e la conversione di tutti i debiti ipotecari delle famiglie in nuovi titoli «Obama » a cinquant'anni segnalavano una stupefacente audacia da parte del nuovo presidente. Lo stesso poteva dirsi della decisione di Obama di volare a Teheran a giugno, una decisione che ha guastato i rapporti con Hillary Clinton, i cui sostenitori non si sono mai ripresi dalla vista dell'ex candidata presidenziale avvolta nel velo islamico. Non che la cosiddetta «apertura all'Iran» abbia prodotto grandi miglioramenti in Medio Oriente (nessuno se lo aspettava). Ma il solo gesto, come la visita di Richard Nixon in Cina nel 1972, simboleggiava la volontà di Obama di riconsiderare le basi stesse della strategia globale americana. E la caduta del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad - seguita subito dopo dalla rinuncia al programma di armamenti nucleari - è stata una ricompensa meritata. Con l'economia a pezzi, i pragmatici di Teheran si sono dichiarati pronti a fare la pace con il «Grande Satana», in cambio di investimenti indispensabili alla ripresa del paese. AL QAEDA E OBAMA - Nel frattempo, il tentativo fallito di Al Qaeda di assassinare Obama - alla vigilia della Festa del Ringraziamento - è servito a screditare l'estremismo islamico e a rafforzare l'immagine pubblica del presidente statunitense. Tra le tante ironie del 2009, il risveglio religioso sollecitato dalla crisi economica è andato a tutto vantaggio dei democratici, anziché dei repubblicani, segnati da profonde divisioni. Entro la fine dell'anno, per la prima volta si è avuta la sensazione - e non solo la speranza che la fine della Grande Repressione fosse imminente. La spirale discendente del mercato immobiliare e del sistema bancario in America era stata finalmente interrotta dalle drastiche misure che il governo inizialmente aveva esitato a varare. Allo stesso tempo, i ben più gravi problemi economici del resto del mondo hanno dato a Obama l'occasione unica di riaffermare la leadership americana, specie in Asia e in Medio Oriente. Quel «momento unipolare» è finito, indubbiamente. Ma il potere è un concetto relativo, come il presidente ha fatto notare nell'ultima conferenza stampa dell'anno: «Avevano detto che l'America era destinata al declino, e certamente quest'anno ci siamo ritrovati tutti più poveri. Ma gli altri sono scesi ancora più in basso, e l'America ha conservato il primo posto. Nel paese dei ciechi, dopo tutto, chi ha un occhio solo è re». E con un sorrisetto ammiccante, il presidente Barack Obama ha augurato al mondo intero un felice anno nuovo. Niall Ferguson © The Financial Times Limited 2008 stampa |

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Il '29 a Brescia: dallo sviluppo elettrizzante al crollo dei consumi (sezione: Revoca fidi)

( da "Giornale di Brescia" del 02-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

Edizione: 02/01/2009 testata: Giornale di Brescia sezione:economia Il '29 a Brescia: dallo sviluppo «elettrizzante» al crollo dei consumi Giusto un secolo fa il referendum che dava il via all'Asm e lasciava presagire uno sviluppo a tappe forzate che autarchia e crisi Usa finirono per gelare BRESCIAL'alba del nuovo anno - esattamente un secolo fa - si apriva per i bresciani in modo «elettrizzante». Un referendum popolare cittadino sanciva (con l'89,6% di voti favorevoli), la municipalizzazione di produzione e distribuzione di energia elettrica, dando definitivamente fiato all'Asm che già da un anno gestiva il trasporto urbano e la fabbrica del ghiaccio. E sempre l'energia era tema dell'anno 1909: l'8 agosto apriva infatti, in Castello, la grande Esposizione internazionale di elettricità, mentre a Cedegolo si costruisce, su disegno dell'eclettico Egidio Dabbeni, una nuova centrale idroelettrica, oggi sede del Museo dell'Energia Idroelettrica. Il dinamismo dell'industria L'industria bresciana conosce una stagione connotata da eguale dinamismo, dopo aver brillantemente superato la crisi del 1907 che, come oggi, scoppiata negli Stati Uniti si era abbattuta sul nostro Paese e superata grazie all'attenzione mostrata dai maggiori istituti di credito ed alle crescenti commesse belliche. Nel 1909, dalla fusione delle storiche imprese «Ceschina & Busi» (nata nel 1863) e «Ing. G. Conti» sorta nel 1902, nasce la Ori, mentre gli americani sbarcano a Brescia nell'aprile dello stesso anno con la American Radiator Company di Pittsburgh per aprire un proprio opificio, inaugurato il 13 aprile 1911: è la nascita della Radiatori, poi divenuta Ideal Standard. Il gigante delle Acciaierie Togni - icona dell'industria pesante bresciana - investe decine di milioni di vecchie lire per realizzare la nuova Officina veicoli ferroviari (l'area occupata è di circa 45.000 mq) che, nel giro di un solo anno, vede raddoppiato l'importo dei lavori eseguiti, grazie ad un'importante commessa di vagoni postali e di vetture tranviarie. Fra le commesse ottenute si segnalano nel biennio 1909-1910 quelle per le centrali in Bolivia, del Grosotto a Milano, per i comuni di Varese, Torino, Roma e per la citata centrale di Cedegolo, accanto alla fornitura di lamiera saldata alla Regia Marina per la costruzione delle motonavi «Quarto», «Marsala» e «Nino Bixio». Un ventennio dopo la crisi del Ventinove inizia a dispiegare i propri effetti anche a Brescia. Lo specchio delle manovre impositive decise dal regime può essere riassunto nel passaggio - avvenuto nel marzo del 1930 - dal dazio all'imposta di consumo, mentre in settembre si procede alla riduzione forzata dei canoni di locazione del 10%, dei salari dei dipendenti pubblici e di parte delle maestranze dell'industria privata del 12%. Si investe sulle infrastrutture: nel 1930 si inaugura la nuova Scuola Moretto, il palazzo dei Sindacati nell'attuale piazza Repubblica, si apre la tratta autostradale Brescia-Bergamo, si lavora alacremente per realizzare i palazzi della nuova piazza Vittoria, inaugurata da Mussolini nel 1932. Il peso della crisi del '29 Pesantissima la ricaduta nel mondo industriale della crisi del '29. Nel corso del 1930 si registra il dissesto dell'impresa cotoniera Schiannini, che cede alla creditrice Unione Bancaria Nazionale le unità produttive di Ghedi e Ponte San Marco; nel giugno 1931 è la volta della chiusura del concordato preventivo per i Cotonifici Ambrosi; le Cartiere Maffizzoli di Toscolano licenziano il 30% delle maestranze e segnano la cessione al gruppo Donzelli; la Whürer passa da una produzione di 30.900 hl nel 1930 a soli 15.800 nel 1932; i bottonifici palazzolesi riducono la produzione da 23.000 migliaia di pezzi del 1927 alle 12.700 del 1932. Infine la crisi colpisce il gruppo Togni: vengono in soccorso altri due colossi dell'industria pesante italiana, la Falk e l'Ilva (quest'ultima già partner di minoranza del gruppo Togni), che il 22 gennaio 1934 danno vita all'Acciaieria e Tubificio di Brescia, Atb. La bufera sul mondo delle banche Per il mondo bancario la crisi si chiama scomparsa della Banca Cooperativa Bresciana e fallimento dell'Unione Bancaria Nazionale (creatura del bresciano «Banco Mazzola & Perlasca»), quest'ultima ammessa al concordato nel febbraio del 1932 con ben 55 milioni di esposizioni fra partecipazioni in imprese e aperture di finanziamenti in c/c. E la simultanea scomparsa della Banca Triumplina Bresciana, della Banca di San Filastrio, della Banca S. Isidoro di Vobarno e della Banca Popolare di Desenzano per ragioni di natura economica ma pure politica, unitamente all'immobilizzo di 100 milioni di lire dei fidi e 250 milioni di depositi della fallita Ubn, porteranno al termine della crisi alla razionalizzazione del tessuto creditizio bresciano, operazione condotta - su incarico governativo - dal Credito Agrario Bresciano e dalla Banca San Paolo. Così, scrivevano in un memoriale congiunto del marzo 1932 i due istituti, vista la crisi di liquidità in atto e in attesa di iniziative governative, è necessario «restringere in ogni modo il fido e negare ogni sovvenzione, sia pure colle più ampie garanzie, proprio nell'ora più critica e non è difficile prevedere di fronte a tale atteggiamento necessario, una lunga e grave serie di dissesti». Disoccupazione e crisi dei consumi Frattanto, già nell'aprile del 1930 inizia ad accentuarsi anche il fenomeno della disoccupazione: dai 22.500 bresciani senza lavoro di quell'anno si passa ai 31.250 dell'anno successivo ed ai 33.600 disoccupati del 1933, ovvero oltre il 10% della popolazione attiva. La crisi si sente: nel solo anno 1931 i cittadini bresciani, rispetto all'anno precedente, consumano il 3,5% in meno di elettricità, un meno 4% di gas, mentre sale sugli autobus il 10% in meno di passeggeri. Come scrisse un direttore di banca nel periodo nero della crisi, il bresciano «sembra ora zona morta: ditte dissestate, fabbriche chiuse, dalla fragorosa attività e del movimento continuo sembra oggi disabitata, tanto e malinconica». m. z.

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Consumi: Confcommercio, a Natale nessun crollo, ma la domanda resta debole (2) (sezione: Revoca fidi)

( da "KataWebFinanza" del 02-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

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Purtroppo, non ci resta che uccidere "Babbo Murphy" pag.6 (sezione: Revoca fidi)

( da "Trend-online" del 02-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

Purtroppo, non ci resta che uccidere ?Babbo Murphy?? PRIMO PIANO, clicca qui per leggere la rassegna di Edoardo Macallè , 02.01.2009 19:57 Scopri le migliori azioni per fare trading questa settimana!! si trovano sempre d?accordo nelle loro interpretazioni. Esiste sempre un elemento di dubbio e di disaccordo proprio perché esistono differenti approcci all?analisi tecnica, che spesso sono discordanti fra loro.? Neanche un analista quantitativo sarebbe riuscito a trovar parole migliori per denigrare l?Analisi Tecnica e, nello stesso tempo, perorar la propria causa di fronte agli occhi di un investitore istituzionale! E così, anziché fondar filosoficamente l?Analisi Tecnica, Murphy è riuscito nell?involontario compito d?affondarla quasi del tutto. E, comunque, non solo filosoficamente: trovate, infatti, nelle sue parole, un buon motivo per cui possiate ?fidarvi? dell?Analista Tecnica?? E ne trovate forse qualcuno perché, della stessa, possano fidarsi le grandi istituzioni bancarie?? E guardate che fidarsi, nel caso, non significherebbe solo assumer decisioni economicamente rilevanti nel settore degli investimenti, ma anche in quello che s?è soliti definire ?ricerca e sviluppo?. Vien quasi da pensare che, se negli ultimi vent?anni l?analisi quantitativa s?è affermata ai danni dell?analisi tecnica, la colpa sia soprattutto di quest?ultima e della sua infelice idea di darsi fondamenta su un terreno, quello logico-sistemico, che non solo non le appartiene, ma sul quale il suo avversario più prossimo avrebbe avuto la meglio. Perché è inutile nasconderselo: focalizzando la propria attenzione sulla ?soggettività? delle possibili interpretazioni di mercato, Murphy ha finito per ?sorvolare? sulla vera obiezione di fondo, mossa dall?analisi quantitativa a lui e a tutti coloro che utilizzano l?Analisi Tecnica nello studio dei diversi mercati: l?impossibilità di quantificarne ?matematicamente? gli strumenti usati (figure, indicatori, ecc.) e, soprattutto, il loro successo. Matematicamente, infatti, l?Analisi Tecnica non è segue pagina >>

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Quanta cipria su quei conti (sezione: Revoca fidi)

( da "Milano Finanza" del 03-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

Milano Finanza Numero 002  pag. 17 del 3/1/2009 | Indietro Quanta cipria su quei conti Di Francesco Ninfole bilanci bancari Nel terzo trimestre 2008 gli istituti hanno beneficiato delle deroghe ai principi Ias. E quest'anno, c'è da scommetterci, il maquillage ai risultati sarà più marcato. Complice la crisi. E in barba alla trasparenza Enrico Cuccia, per quasi 50 anni patron di Mediobanca, non ha mai nascosto che, aldilà del rispetto della legge, molti bilanci siano falsi. E mai come ora questo giudizio è vero, soprattutto per i bilanci bancari, colpiti dalla peggiore crisi finanziaria del Dopoguerra. Naturalmente il riferimento non è al «falso in bilancio» o ad altre manovre contro le normative. Tutto il contrario: ci si riferisce a quelle mosse in bilancio che permettono, proprio grazie alle leggi vigenti, di mascherare perdite o minusvalenze. Il caso più significativo è quello delle deroghe ai principi contabili Ias, varate prima dal regolatore internazionale Iasb e poi approvate dalla Commissione europea lo scorso 15 ottobre. Le modifiche hanno permesso agli istituti di non contabilizzare la perdita di valore degli asset (soprattutto quelli illiquidi, che in molti casi non hanno un prezzo di mercato) a partire dal primo luglio. Un titolo è sceso nel frattempo del 30%? Non importa, in bilancio resterà il valore di fine giugno. La mossa dei regolatori non è un semplice regalo alle banche: tiene conto delle attuali eccezionali condizioni del mercato, che avrebbero potuto punire in misura eccessiva gli istituti e, in via indiretta, tutto il sistema finanziario. Nonostante le buone intenzioni, non si può negare l'impatto decisivo su quella che è la principale fonte di informazioni per gli investitori: il bilancio. Le note societarie si sono allontonate dalla realtà presente. E proprio qui sta l'attualità delle osservazioni di Cuccia. Il 2008 si è chiuso e i report annuali sono in via di compilazione. Ma è ancora possibile credere ai bilanci? Il preludio di quanto avverrà nei prossimi mesi sono state le ultime trimestrali, le prime a includere le nuove regole contabili. La principale novità riguarda il portafoglio titoli, riclassificati dal comparto di trading e attività «disponibili per la vendita» a quello dei crediti, con il conseguente cambiamento del criterio di valutazione dal fair value al costo ammortizzato. Come si può osservare dalla tabella, l'influenza degli Ias è stata determinante. Non si tratta di cifre da poco.Unicredit ha approfittato più di tutti delle riclassifiche, che sono state apportate a prodotti strutturati di credito per 11,9 miliardi, più 7,5 miliardi di altri titoli di debito. L'impatto positivo sull'utile ante imposte del gruppo è stato pari a 856 milioni.Intesa Sanpaolo ha riclassificato titoli di debito per 9,5 miliardi e crediti per 1,16 miliardi: l'impatto positivo è stato di 141 milioni sul conto economico e 212 milioni nel patrimonio netto (al lordo delle imposte). Agli impatti sul conto economico occorre aggiungere l'effetto del calcolo del costo ammortizzato, che ha comportato 9 milioni di maggiori interessi attivi. Grazie agli Ias, Mps ha riclassificato titoli di debito per 769 milioni (con 43 milioni di minori minusvalenze a conto economico), titoli di capitale per 455 milioni (la minusvalenza di 15 milioni sarebbe stata registrata a conto economico, invece che a patrimonio netto) e altri titoli di debito «disponibili per la vendita» per 2,17 miliardi (con effetti per 108 milioni, che sarebbero stati imputati a patrimonio). Il Banco Popolare ha trasferito un portafoglio di titoli di debito di emittenti corporate (in prevalenza di banche e di istituzioni finanziarie) per 400,2 milioni e asset backed securities (abs) per 165 milioni, con minusvalenze non contabilizzate per 46,5 milioni. Mediobanca ha trasferito obbligazioni in carico a 542,5 milioni, principalmente di abs o di obbligazioni sottoscritte attraverso private placement. La valorizzazione ai prezzi di mercato avrebbe comportato svalutazioni per 23,8 milioni, di cui 7 milioni da imputare a conto economico. In questo scenario fanno eccezione Bpm e Ubi Banca, che non hanno apportato alcuna riclassifica al portafoglio trading. Gli effetti delle modifiche agli Ias si sentiranno in tutte le notifiche contabili dei prossimi mesi (a cominciare dai bilanci annuali 2008). Nessuno sa però quanto durerà la sospensione dei principi (legata alle «rare circostanze» dei mercati, come precisato dallo Iasb), né quali saranno le regole alla fine della crisi. Ma le incertezze attorno al fair value degli strumenti finanziari non sono le uniche. Un tema che è destinato a esplodere nel 2009 è quello dell'avviamento. Le banche italiane vengono da una stagione di fusioni e acquisizioni, che ha fatto esplodere il peso della voce nell'attivo. Questo è accaduto soprattutto dopo l'introduzione nel 2005 degli Ias, che prevedono il goodwill a valore di mercato: ma i prezzi di acquisto allora erano calcolati su multipli decisamente più alti. E così oggi le banche hanno nell'attivo di bilancio un avviamento non in linea con lo scenario attuale. La procedura di revisione del goodwill è quella dell'«impairment test»: gli amministratori cioè effettuano la svalutazione sulla base di un'aspettativa di duratura perdita di valore. Ma i manager vorranno svalutare, con la crisi finanziaria che continua a erodere gli utili? Nella compilazione dei bilanci il peso delle valutazioni del management è alto e non è detto che l'interesse della società coincida sempre con la necessità di informazioni al mercato. C'è da credere che dietro il crollo dei titoli bancari ci sia anche il timore da parte degli investitori che non sia stata fatta pulizia nei documenti societari. «La responsabilità delle valutazioni di bilancio è del management», chiarisce Roberto Spiller, partner della società di revisione Kpmg. «I revisori offrono un giudizio professionale a posteriori. Gli amministratori arrivano a conclusioni non arbitrarie, supportate da analisi il più possibile oggettive». Spiller osserva che gli elementi critici dei bilanci possano essere «le valutazioni su avviamento, fair value per gli strumenti finanziari e qualità del credito». Già, perché il problema riguarda tutte le principali classi dell'attivo. Lo si è visto con le perdite legate al fallimento di Lehman Brothers (ogni società si è regolata in modo diverso), oppure con il trattamento delle partecipazioni (non di trading): l'esempio è quello degli azionisti di Telco, che non hanno svalutato la partecipazione nonostante la caduta della quotazione di Telecom. E le normative dovranno prima o poi trattare con maggiore chiarezza l'argomento di tutti quegli asset che in bilancio non hanno neppure uno spazio (i cosiddetti veicoli fuoribilancio: conduit, siv, spe). La crisi, insomma, ha accentuato la componente di discrezionalità dei manager. è lecito pensare che l'obiettivo nel 2009 sarà sfoggiare utili in conto economico (per esempio riducendo gli accantonamenti, spiegano fonti di mercato) e stare alla larga da svalutazioni nello stato patrimoniale. Né ci si potrà fidare degli indici di solidità, calcolati secondo criteri mutevoli: si pensi solo che l'introduzione di Basilea 2 consentirà alle banche italiane un guadagno gratuito (stimato) di mezzo punto percentuale a livello di Core Tier 1. Un'informazione incompleta colpirà innanzitutto gli investitori meno accorti, che già devono destreggiarsi tra operazioni straordinarie, variazioni di perimetro e utili adjusted. «In questa fase le banche sono sotto osservazione da parte delle autorità di vigilanza», spiega Vincenzo Capizzi, docente di economia degli intermediari finanziari allo Sda Bocconi. «Ma qualcosa in più va certamente fatto sul lato della trasparenza. Per esempio, occorre un maggior dettaglio dei risultati per area e tipologia di prodotti finanziari, per evitare di nascondere cattive performance nelle voci aggregate di bilancio». In mancanza di una normativa univoca, gli istituti più trasparenti rischiano di essere penalizzati. Perlomeno nel breve periodo. (riproduzione riservata) bilanci  Mediobanca  Ias  Iasb  crisi  istituti   Alias Prima di lasciare un commento e' necessario scegliere un alias Inserisci Alias* Strumenti Invia il tuo commento  |   Leggi i commenti        Ricevi RSS    |  

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Ridurre burocrazia e tempi di spesa (sezione: Revoca fidi)

( da "Resto del Carlino, Il (Cesena)" del 03-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

CESENA AGENDA pag. 11 Ridurre burocrazia e tempi di spesa SPORTELLO CONFARTIGIANATO CONOSCERE per capire e per poi agire: questo il senso dell?indagine condotta da Confartigianato sul rapporto tra imprese e istituti bancari nell?ultimo trimestre del 2008 (intervistate 205 aziende) dalla quale emergono dati interessanti per poter intervenire cercando di migliorare i rapporti tra banche e imprese. Le principali azioni restrittive sono l?aumento dello spread quello del costo delle operazioni bancarie e il rientro sul fido di conto corrente utilizzato. Sulle nuove linee di credito dell?ultimo trimestre il 22% ha rilevato un aumento dei costi. Non siamo ancora di fonte a una stretta creditizia vera e propria, ma vari segnali vanno purtroppo in questa direzione, pertanto chiediamo alle banche uno sforzo eccezionale per alleviare le azioni restrittive. IN QUESTI tre mesi le azioni congiunte di Provincia, Camera di commercio, Comuni e banche con i plafond a favore del credito agevolato alle imprese sono state positive. Quanto agli istituti di credito, ciò che conta è che non si configurino come operazioni di marketing, ma si traducano in risorse aggiuntive e straordinarie rispetto a quelle ordinarie. D?altro canto banche e imprese sono legate a un filo comune: se va in difficoltà il tessuto produttivo anche gli istituti di credito ne risentono. In questo senso l?appesantimento di costi e l?eccessiva rigidità nell?erogazione del credito rischiano di bloccare lo sviluppo economico. Banche locali e nazionali sono entrambe partner fondamentali per le imprese ma è evidente che dagli istituti di credito espressione del territorio, proprio per il radicamento e la mission che rivestono, ci aspettiamo risposte coerenti nel sostegno alle imprese. FONDAMENTALE è la creazione di rapporti trasparenti. La stragrande maggioranza delle aziende intervistate dice ad esempio di non essere stata informata dalla propria banca circa la classe di merito a cui appartengono. Tutte le imprese hanno inoltre risposto di conoscere le condizioni loro applicate dalle banche, ma il 22% si è detto interessato al servizio Confartigianato di affiancamento per la lettura dell?estratto conto. Una su cinque circa delle imprese chiede anche la collaborazione di Confartigianato per interloquire più proficuamente con il mondo delle banche e trattare le condizioni migliori. Oltreché dagli istituti di credito, le imprese si aspettano segnali dai partner pubblici e istituzionali. Serve sgravare la burocrazia e ridurre i tempi di pagamento: anche nel nostro territorio si rileva infatti un aumento dei tempi da parte di Comuni e Ausl. Stefano Ruffilli e Stefano Bernacci presidente e segretario Confartigianato ForlìCesena

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OTTAVIO Righini, il ravennate presidente del Consorzio fidi... (sezione: Revoca fidi)

( da "Resto del Carlino, Il (Ravenna)" del 03-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

RAVENNA pag. 9 OTTAVIO Righini, il ravennate presidente del Consorzio fidi... OTTAVIO Righini, il ravennate presidente del Consorzio fidi terziario dell?Emilia Romagna, rilancia la proposta di attivare un sistema con cui favorire il ricorso al credito da parte di singoli, famiglie e piccolissime imprese che si trovino in particolari situazioni di difficoltà, determinata principalmente dall?attuale situazione di crisi. «L?idea non è nuova. L?ho elaborata ? spiega Righini ? esattamente dieci anni fa, grazie all?esperienza fatta nel sistema dei Confidi». Quella proposta, caduta allora nel vuoto, viene oggi attuata dal Comune di Milano. «Riprendo l?idea ? afferma il presidente di Cofiter ? e mi rivolgo a chi dovrebbe esservi interessato, soprattutto coi tempi che corrono e le difficoltà di molti. I destinatari della mia proposta? La Provincia, i Comuni, la Camera di commercio, i sindacati dei lavoratori dipendenti, le associazioni delle categorie imprenditoriali, la cooperazioni, le Fondazioni bancarie, le stesse banche». In che modo dovrebbero operare? Mettendo a disposizione somme per costituire un fondo di garanzia, atto a prestare fideiussione al sistema bancario per l?accesso al credito delle fasce più deboli oggi in momentanea difficoltà, ma capaci di riprendersi al ritorno, è sperabile, della normalità economica. «Oggi è più importante la garanzia per l?accesso al credito ? rileva Righini ? piuttosto che la ricerca di un buon prezzo del denaro, che già da sé è abbastanza contenuto, e potrebbe diventarlo ulteriormente. Come esempio si pensi che con 1 milione di euro si potrebbero garantire fino a 20 milioni di mutui garantiti al 50%, come a dire 4000 mutui da 5 mila euro l?uno, e non statici ma rinnovabili man mano che avvengono i pagamenti delle rate». «LANCIO ancora l?idea ? insiste Righini ? e mi auguro possa essere presa in considerazione. I tempi non sono facili, ed i prossimi mesi potrebbero essere peggiori, ma si arriverà ad una ripresa. Se il fondo sarà gestito con attenzione, molta parte dei soldi messi in gioco ritornerebbero a chi li ha messi a disposizione».

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COSENZA: BANCA GARANZIA, CHIAPPETTA (IDV) SCRIVE A PRESIDENTE PROVINCIA. (sezione: Revoca fidi)

( da "Asca" del 03-01-2009)

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COSENZA: BANCA GARANZIA, CHIAPPETTA (IDV) SCRIVE A PRESIDENTE PROVINCIA (ASCA) - Cosenza, 3 gen - ''Apprendiamo dalla stampa che la Camera di Commercio e la Provincia di Cosenza stanno dandosi un gran daffare per costituire una ''Banca di garanzia'', che dovrebbe favorire l'accesso al credito per le imprese della nostra Provincia. E' noto, infatti, che il credito - essenziale motore dello sviluppo - nel Mezzogiorno latita. Nella nostra Provincia, poi, e' realmente merce preziosa. E non solo per i tassi di interesse, in genere piu' alti di due o tre punti (che sono un'enormita') rispetto alla media del Paese, ma proprio perche' e' difficile avere soldi in prestito dalle banche, con qualche luminosa eccezione, si capisce. Le ragioni ufficiali sono sempre le solite: il territorio e' difficile, la rischiosita' e' maggiore, qui la gente paga meno che in altre parti d'Italia, eccetera. Questo non e' meno vero che altrove, e viene abbondantemente scontato dai tassi di interesse molto piu' elevati''. Lo scrive Antonio Chiappetta, responsabile provinciale politico di Idv, al Presidente della Provincia di Cosenza. ''Il problema e' la mancanza di fiducia degli sportelli bancari nei confronto dei nostri operatori e delle nostre imprese; sul credito al consumo, quello concesso alle famiglie a reddito fisso, non c'e' mai stata una vera e propria stretta, anzi. Di qui l'idea di favorire - attraverso una istituzione apposita - la fiducia delle banche verso le aziende locali: la Banca di garanzia che interviene appunto a garantire il credito, con proprie fidejussioni o altri strumenti pensati ad hoc. Sembra geniale. Peccato, pero' - scriv Chiappetta -che sul territorio qualcosa del genere ci sia gia' e funzioni benissimo, tanto e' vero che i fondi dedicati si esauriscono subito: stiamo parlando dei Consorzi Fidi di primo e di secondo grado. Il loro funzionamento e' regolato dagli articoli 106 e 107 del Testo Unico Bancario l.385/93, nonche' dalla legge n. 326 del 2003, conosciuta anche come legge-quadro sui confidi, oltre che dalla legge n. 296/06 (Finanziaria 2007), art. 1, commi 881 e 882''. red/uda/ss (segue) (Asca)

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Dalle Bcc un impegno nel sociale da sei milioni e mezzo (sezione: Revoca fidi)

( da "Gazzettino, Il (Udine)" del 03-01-2009)

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Dalle Bcc un impegno nel sociale da sei milioni e mezzo Sabato 3 Gennaio 2009, Udine Supporto a solidarietà e assistenza, ma anche a cultura, arte, scuola, lavoro e ambiente: il Bilancio sociale delle Banche di Credito Cooperativo del Fvg annovera il sostegno a 3.845 iniziative della comunità regionale, per un importo complessivo che ha superato i 4,7 milioni di euro. Se a questa cifra si aggiunge quella delle sponsorizzazioni, si arriva a 6 milioni 506 mila euro: in pratica, osserva il direttore della federazione Gilberto Noacco, 17 mila 800 euro erogati, in media, ogni giorno dell'anno, per sostenere la preziosa attività delle tante realtà che operano nel sociale in Friuli. Tutti dati che confermano la naturale attenzione delle Bcc verso l'economia reale espressione del territorio, attenzione che, tanto più nella difficile congiuntura attuale, si è concretizzata negli ultimi mesi in iniziative specifiche nel credito alle famiglie, verso cui le Bcc hanno una quota di mercato che supera il 21%, e delle pmi, settore in cui l'incidenza delle Bcc raggiunge il 24% del mercato. Verso queste ultime, si evidenziano le recenti iniziative concertate con le associazioni di categoria e i Consorzi Fidi per supportare la gestione ordinaria e lo sviluppo aziendale. Tornando al bilancio sociale, sono state sostenute iniziative di 400 istituzioni locali e protezione civile (550 mila euro), 445 di sanità e assistenza (549 mila euro), 346 nel campo della scuola, dell'istruzione e del lavoro (555 mila euro), 1.433 di sport e attività ricreative (1 milione 772 mila euro), 632 in campo culturale (852 mila euro) e 338 a favore del culto e della religione (361 mila euro). Da segnalare, il sostegno allo studio, «che le Bcc - aggiunge Noacco - considerano fattore chiave per la crescita del territorio, con borse e percorsi di formazione: il supporto all'Università di Udine per il Master di 1° livello in Operatore bancario, di cui è ora in corso la seconda edizione, e le borse di studio per stage formativi all'Ufficio della Regione a Bruxelles». Il bilancio sociale, dunque, rispecchia ancora una volta lo sviluppo del sistema del Credito Cooperativo. E il risultato si completa con i dati aggregati delle 16 Bcc: 212 sportelli, il 22% dell'intera rete bancaria regionale, prima realtà in Fvg per presenza sul territorio. Ma anche 45.000 soci, 300.000 clienti e 1.364 dipendenti, cifra, quest'ultima, che dà conto della presenza delle Bcc tra le realtà che continuano, anche ora, a garantire nuove assunzioni. La raccolta globale al 30 settembre si attesta sui 7,228 miliardi di euro (+9,23% la raccolta diretta su 12 mesi); 4,217 miliardi sono gli impieghi (+10,18% nei 12 mesi).

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Un uomo chiamato truffa Charles Ponzi (sezione: Revoca fidi)

( da "Riformista, Il" del 04-01-2009)

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Un uomo chiamato truffa Charles Ponzi antesignano. Quando si è autodenunciato alla Sec Bernie Madoff ha detto:«Il mio è uno schema Ponzi». La storia di mister 50 per cento, il figlio di un postino di Parma che all'inizio del Novecento si fece dare soldi da mezza America. di Stefano Feltri Il 10 agosto 1920 al Kiwanis Club c'è tutta la Boston che conta. Finita la cena, mentre comincia a circolare il whisky, sale sul palco l'ospite invitato dal club, l'uomo di cui tutta la città parla da un anno. Charles Ponzi, il mago del 50 per cento, come lo chiama la stampa. Al momento dell'invito da parte del Kiwanis non c'era ancora l'inchiesta della Commissione nazionale bancaria, il Boston Post non aveva ancora iniziato la sua campagna e Ponzi era soltanto l'uomo capace di creare denaro dal nulla, di rendere tutti più ricchi con una velocità che nessun altro, neppure Wall Street, che iniziava a riprendersi dopo il grande panico del 1907, era in grado di offrire. E anche il 10 agosto, nonostante tutto, dopo il discorso c'è la fila di membri del club che vogliono consegnare a Ponzi il proprio denaro. Perché Charles Ponzi, fin da quando si chiamava Carlo e viveva a Parma, è uno che sa parlare: «Un giorno ho scoperto che i buoni di risposta internazionali venivano venduti all'estero per l'equivalente di 6 centesimi e si potevano convertire poi in francobolli americani di valore superiore. Quindi ho solo dovuto iniziare a contare quanti nichelini ci volevano per fare un milione». I buoni di risposta erano un'innovazione recente, del 1906, che in un mondo di grandi migrazioni (soprattutto verso gli Stati Uniti) aveva goduto di un successo immediato: chi scriveva ai parenti lontani, o le aziende che contattavano fornitori e clienti all'estero, allegava alla lettera il pagamento per la risposta. Ma non potendo comprare i francobolli stampati da un altro stato doveva ricorrere a questi buoni (che esistono tuttora, il modello attuale è il Beijing modèle n° 2) che poi venivano cambiati con francobolli locali. Il pubblico del Kiwanis Club ascolta, ma anche quelli che hanno già beneficiato del perfetto schema di Ponzi stentano a seguire il ragionamento, finché il finanziere non fa un esempio con i numeri: «Prendo un dollaro, con il cambio di oggi ottengo 18 lire italiane che mi bastano per comprare in Italia 60 buoni di risposta internazionali che poi converto negli Stati Uniti per 3 dollari». Un rendimento del 200 per cento. Non c'è nulla di illegale, «al massimo poco etico» ammetterà lo stesso Ponzi in un'altra occasione. Sfrutta le rigidità del sistema postale, quelle che gli economisti chiamano possibilità di arbitraggio, e produce denaro con beneficio di tutti. Due giorni dopo, il 12 agosto, Charles Ponzi viene arrestato. Tutti sospettavano che il meccanismo di Ponzi fosse un po' troppo perfetto per essere onesto, ma il primo a intuire dove stava il trucco è Clarence Barron, il caporedattore della finanza del Boston Post, uno dei giornalisti economici più famosi di quegli anni. Bastano pochi conti, scrive in prima pagina l'11 agosto, per capire che l'intera offerta mondiale di buoni di risposta internazionali è inferiore a quello che servirebbe a Ponzi (almeno 200mila dollari di coupon) per ottenere i profitti che promette. Il giorno dopo l'ispettore della Commissione bancaria nazionale che indaga su Ponzi, Edwin Ride, conferma che il mago venuto da Parma ha comprato in tutta la sua carriera solo 30 dollari di coupon. Il resto è una piramide di carta. Ponzi ha fondato la sua società nel 1919, si chiama Securities exchange company, la sigla Sec è la stessa che identificherà poi la Commissione di vigilanza sulla Borsa, per investire in coupon postali. Nel caos monetario di quegli anni, con la Federal reserve che esiste da un lustro e ancora non ha il monopolio sulla valuta, Ponzi si mette a stampare moneta, le Investors notes, o Iou. Chi consegna a Ponzi meno di 100 dollari riceve una Iou verde, arancione chi investe tra 100 e 1.000 dollari, blu per somme superiori. La Securities promette, dopo 90 giorni, 1,50 dollari per ogni dollaro investito. Molti sono scettici, e Ponzi rilancia: stesso rendimento, il 50 per cento, dopo soli 45 giorni. In tre mesi raccoglie 30mila dollari, il successo è tale che può permettersi di assumere agenti che incassano una commissione per ogni Iou che riescono a vendere. Una decisione che è anche una necessità: perché solo continuando a raccogliere investimenti Ponzi può pagare i rendimenti promessi ai primi clienti. Ma il trucco decisivo è un altro: i soldi vengono pagati solo a chi vuole uscire dal gioco, gli altri possono lasciarli nelle mani di Ponzi e vederli crescere del 50 per cento ogni tre mesi. Pochissimi si accontentano, quasi tutti preferiscono confermare l'investimento. Risultato: quando Ponzi finisce in carcere ha 2 milioni di attività e 7 di debiti, per l'epoca una cifra enorme. La storia dei buoni postali era solo un'esca, il vero business erano i debiti. La Commissione bancaria del Massachussets blocca le attività della Securities subito dopo l'arresto di Ponzi e gli investitori perdono tutto. Anche la banca che gestiva la parte tecnica delle operazioni, la Hanover Trust viene chiusa: «Non sapevamo nulla», giurano i vertici. Anche loro si erano lasciati convincere dalle chiacchiere di Ponzi. E dalle commissioni che guadagnavano da ogni transazione. In questo Ponzi è sempre stato bravo: ispirare fiducia, sedurre, rassicurare nei modi e nell'aspetto, con un vestito e un cappello sempre un po' troppo costosi. Anche gli abiti erano per Ponzi un investimento ad alto rendimento. Fin da quando va a studiare giurisprudenza a Roma, lasciando la famiglia a Parma: gioca, scommette, frequenta la meglio borghesia lui che, figlio di un postino, non ne avrebbe le risorse. Un giorno racconta agli amici che è pronto a cercare ricchezza oltreoceano. In realtà i genitori gli hanno detto che da loro avrebbe ottenuto ancora soltanto un biglietto per la traversata dell'Atlantico. Sola andata. L'inizio è pessimo: comincia a lavorare per uno zio d'America che, nel suo caso, è soltanto un commerciante di frutta e verdura. L'attività fallisce in pochi mesi. Forse in Canada andrà meglio. Carlo Ponzi, nel frattempo diventato Charles, arriva a Montreal nel 1907, mentre a Wall Street JP Morgan sta cercando da solo di riportare la calma in un'economia terrorizzata dal ripetersi del grande panico che nel 1873 ha distrutto molti patrimoni. Ponzi viene assunto da Louis Zarossi, da cui imparerà molto: il Banco Zarossi è in difficoltà, per attirare clienti promette un interesse sui depositi del 6 per cento invece di quello di mercato del 2, ma i soldi vengono investiti in buoni del Tesoro che rendono solo il 3 per cento. Zarossi recupera la differenza rubando dalle rimesse che gli immigrati, soprattutto italiani, spediscono a casa tramite la sua banca. Quando viene scoperto scappa in Messico. Nel frattempo Ponzi è riuscito a rubare un assegno bianco da uno dei clienti della banca. Lo riempie (423,58 dollari, somma poco sospetta per un assegno falso), con l'incasso si compra un vestito nuovo e si paga il viaggio di ritorno negli Stati Uniti. Ma prima di passare la frontiera viene arrestato e spedito al penitenziario di Saint Vincent de Paul. La storia uscirà sul Boston Post l'11 agosto 1920, alla vigilia dell'arresto, dando il colpo finale alla sua credibilità. «Mia moglie non ne sapeva nulla, mi dispiace soprattutto per lei», dice Ponzi al New York Times. «Non è vero», lo smentisce Rose Marie Gnucco, stenografa che Ponzi sposa dopo che, nel 1910, è stato scarcerato e si è trasferito a Boston. «Sapevo tutto dall'inizio, non è un problema. Spero anzi che adesso resti senza un soldo così da potergli dimostrare meglio quando profondamente e veramente io lo ami». Finita la stagione della Securities, sparite guardie del corpo e abiti su misura, Ponzi si trova povero: non può pagarsi un avvocato e al processo si difende da solo. Il suo argomento principale è che lui non ha mai voluto imbrogliare nessuno e la dimostrazione, sostiene in un'udienza, è che «anche stamattina ho ricevuto la lettera di un tizio che mi vuole affidare 5.500 dollari da investire». Il giudice non è insensibile all'eloquio dell'italiano, cade l'accusa di frode, ma la pena è comunque di 5 anni. Che diventano 4, per buona condotta. Quando esce di galera, nel 1924 ,Ponzi è un uomo nuovo, cambia nome - Charles Borelli - e si lancia nella speculazione immobiliare in Florida, a Jacksonville. La tecnica non è cambiata: cerca finanziamenti, promette di pagare il 200 per cento del capitale investito entro 60 giorni, perché lui sa quali terreni comprare (nelle paludi, ma questo si scoprirà solo più avanti) a buon prezzo per rivenderli poi in lotti più piccoli con grandi profitti. Ma dopo due anni è di nuovo in carcere, a spaccare pietre a Rainford, perché ha violato la legge della Florida che vieta ai privati di emettere debito e per una serie di altre irregolarità amministrative. Niente di troppo grave, quindi basta una cauzione di 1.500 dollari e Ponzi è fuori in attesa del processo. Solo che adesso si chiama Andrea Luciana, ha la testa rasata e un paio di baffi come quelli che sono tornati di moda. Sulla spiaggia di Jacksonville lascia dei vestiti e un biglietto che spiega il suicidio del fu Charles Borelli. Riesce a salire su una nave diretta in Italia, ma prima di uscire dalle acque territoriali viene di nuovo arrestato: ha confidato la sua identità a un compatriota italiano, che però era parente di alcune vittime della grande truffa dei coupon e quindi lo denuncia al comandante. La storia si fa confusa, ormai Ponzi non è più un finanziere, per i giornali è stato retrocesso alla categoria di piccolo truffatore, dalla prima pagina alle notizie in breve. Quel che si sa, però, è che nel 1934 è di nuovo un uomo libero e con un biglietto, anche questa volta di sola andata, per una traversata transoceanica verso l'Italia. Gli Stati Uniti l'hanno espulso, ma il Governo di Benito Mussolini gli trova un posto al ministero delle Finanze. In patria è arrivata solo un'eco confusa delle sue imprese, Ponzi la sfrutta e annuncia di star scrivendo un'autobiografia esplosiva, sarà un successo editoriale mai visto ma serve un capitale iniziale per le spese: un affare sicuro, solo 1.000 azioni a 20 dollari ciascuna, il rendimento sarà del 100 per cento dopo la pubblicazione. Ma ormai anche chi non conosce Charles conosce quello che è entrato nel gergo della finanza come lo "schema Ponzi". E nessuno si fida. Qualche piccola truffa però Ponzi riesce ancora a imbastirla e, per liberarsene, il regime gli trova un posto alla sede di Rio de Janeiro della Lati, Linee aeree transcontinentali italiane. Pochi mesi e Ponzi scopre che un lavoro in aeroporto è perfetto per inserirsi nel contrabbando internazionale, tentazione a cui cede e che gli costa il licenziamento nel 1942. Sette anni lunghissimi: sussidi di disoccupazione, lezioni di inglese per pochi spiccioli e qualche lavoro occasionale come ispettore delle navi che attraccano al porto, un ictus che lo lascia quasi cieco e semiparalizzato. Charles Ponzi muore in un ospedale di Rio nel 1949. Ma non senza eredi. Sessant'anni dopo un altro mago della finanza che prometteva rendimenti incredibili ma certi comincia a preoccupare gli investitori che già sono stati travolti dalla crisi dei mutui subprime. Quando si autodenuncia alla Sec, questa volta la Securities and exchange commission che vigila sulla Borsa, si presenta così: «Sono Bernie Madoff, il mio fondo di investimento è in realtà uno schema Ponzi». Il buco è di almeno 50 miliardi di dollari. 04/01/2009

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L'IDEA lanciata da Ottavio Righini, presidente del Consorzio fidi terziario regionale, di costi... (sezione: Revoca fidi)

( da "Resto del Carlino, Il (Ravenna)" del 04-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

RAVENNA CRONACA pag. 7 L?IDEA lanciata da Ottavio Righini, presidente del Consorzio fidi terziario regionale, di costi... L?IDEA lanciata da Ottavio Righini, presidente del Consorzio fidi terziario regionale, di costituire un fondo di garanzia anche per singoli, famiglie e micro imprese, registra l?immediato consenso di Gianfranco Spadoni, consigliere comunale della lista civica. «Di fronte a uno screnario che vede sempre più famiglie arrivare con difficoltà a fine mese ? afferma ? l?intervento del Comune non può essere solo di facciata e limitato ad attività utili ma complementari. Servono politiche ed investimenti contro il carovita e le povertà. Aiutare la famiglia in particolari situazioni economiche o in difficoltà, mettendo a disposizione le necessarie risorse per costituire appositi fondi di garanzia e prestare quindi la necessaria fideiussione nei confronti del sistema bancario, può rappresentare lo strumento di base su cui intervenire». Una linea scelta non a caso dal Comune di Milano. Secondo Spadoni, poi, uno sforzo supplementare va fatto anche per le piccole imprese in difficoltà «molte delle quali possono accedere al credito solo attraverso questo canale finanziario: in altri termini, le Cooperative rappresentano l?unica boccata d?ossigeno in grado di fornire agevolazioni e garanzie per sostenere in particolare la piccola azienda. Il Comune ? sottolinea il consigliere di opposizione ? dovrà riguardare le poste di bilancio messe a disposizione per questo capitolo, assicurando sin d?ora l?impegno di rivedere l?importo annuale ormai insufficiente».

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di GIANCARLO PEDINOTTI* LA CRISI economica è reale e non il pensiero di c... (sezione: Revoca fidi)

( da "Resto del Carlino, Il (Pesaro)" del 04-01-2009)

Argomenti: Revoca fidi

PESARO pag. 4 di GIANCARLO PEDINOTTI* LA CRISI economica è reale e non il pensiero di c... di GIANCARLO PEDINOTTI* LA CRISI economica è reale e non il pensiero di catastrofisti di professione. La crisi occupazionale, l?aumento della cassa integrazione, il calo generalizzato dei consumi sono solo alcuni degli aspetti negativi che coinvolgono le imprese, soprattutto quelle piccole e del terziario in particolare che non hanno ammortizzatori sociali e non beneficiano dei tanto decantati interventi pubblici. Ma pur in questo contesto sconfortante abbiamo il dovere di reagire,di ricreare un clima generalizzato di fiducia e guardare oltre la crisi. Intanto è necessario che il sistema bancario aiuti e stia al fianco delle imprese : per sostenere i programmi di investimento ma anche per la necessaria liquidità aziendale. IN MODO particolare le piccole imprese che hanno sempre pagato il denaro più caro, che hanno avuto sempre maggiore difficoltà di accesso al credito ma che , alla fine, hanno sempre onorato i propri impegni non lasciando alle banche ?voragini? di insolvenze. Queste imprese non possono essere abbandonate a se stesse con la scusa dei ?rating? o di ?Basilea?. Vanno aiutate a reggere l?onda d?urto di questa crisi per essere pronte a svolgere la propria missione al termine prossimo della congiuntura negativa. E? poi necessario rivalutare il ruolo del turismo e del commercio se vogliamo che l?attuale crisi, con il solo e ripetuto sostegno alle imprese che ciclicamente sono in difficoltà e stanno in piedi solo grazie agli interventi pubblici ed agli ammortizzatori sociali, ci insegni a valorizzare al meglio le nostre vere risorse ed opportunità economiche. Il TURISMO, con i benefici diretti ed indiretti a tutto il sistema imprenditoriale, è l?attività da sostenere. Ma è necessaria una cabina di regia unica a livello regionale e provinciale per realizzare una efficace e produttiva attività promozionale in grado di far uscire la nostra regione dall?anonimato. La promozione turistica deve essere programmata e gestita dall?Assessorato regionale al Turismo e non dal settore Internazionalizzazione o dalla Svim. A livello provinciale con la recente firma del protocollo d?intesa tra Camera di Commercio e Provincia è stato fatto un passo in avanti sulla semplificazione e unitarietà del sistema turistico. Lo riteniamo un primo passo per una vera governance unitaria del settore al quale non è possibile ridurre le risorse nei bilanci di Provincia e Comuni. Così come è necessaria una completa riorganizzazione dell?assessorato regionale. PER IL COMMERCIO ribadiamo soddisfazione per la decisione dell?assessore regionale Vittoriano Solazzi di bloccare per un anno la grande distribuzione : vanno tutelate le piccole imprese, i centri storici e le zone a maggiore vocazione commerciale. Ma andranno anche riviste le politiche comunali dei parcheggi che oggi, quasi tutti a pagamento, rappresentano un disincentivo per una rivitalizzazione delle nostre città. Andranno poi previsti nei bilanci di Provincia e Comuni dei fondi per aumentare le disponibilità delle Cooperative di Garanzia Fidi per favorire l?accesso al credito da parte dei commercianti. Il ruolo della Camera di Commercio e delle associazioni imprenditoriali è essenziale per la promozione turistica,delle risorse enogastronomiche,per le politiche di internazionalizzazione e per un maggiore uso delle opportunità offerte dall?Unione Europea. Infine la Confcommercio è impegnata per una rapida e profonda revisione degli studi do settore : le imprese non possono essere costrette a pagare le tasse per ricavi che non hanno realizzato a causa di questa pesante crisi. ????? *Presidente Confcommercio di Pesaro e Urbino Image: 20090104/foto/7022.jpg

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