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DOSSIER “GUERRA EURO/DOLLARO”

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Dollaro, le banche centrali dettano l'equilibrio della paura. di Mario Margiocco (Il Sole 24 Ore 6-4-2008)

L'Europa potrebbe uscire dall'attuale congiuntura con danni sensibilmente minori rispetto agli Stati Uniti

 

 

Il primato Usa fa i conti con la più affidabile Europa

 

 


Il momento della verità è arrivato il 12 marzo, quando all'asta delle Treasury notes americane gli acquirenti privati stranieri sono semi-scomparsi. Troppo bassi i rendimenti sul dollaro. Troppo incerti i tempi della crisi. Troppo forte il rischio che gli Stati Uniti, con davanti due strade per risanare Wall Street, la nazionalizzazione delle perdite o l'inflazione cioè lo sgonfiamento del debito (e del dollaro), scelgano un mix delle due, come sta avvenendo.
Tuttavia le banche centrali, soprattutto alcune banche centrali di Paesi emergenti già strapiene di dollari, hanno continuato ad acquistare, mantenendo al dollaro con una quota del 64% il livello di un anno fa come moneta di riserva globale, con l'euro stabile al 26 per cento. Malgrado la debolezza del cambio, il dollaro resta il perno delle riserve.

Nonostante la fuga degli acquirenti privati, i due miliardi e passa di dollari che gli Stati Uniti devono trovare sul mercato mondiale ogni giorno per finanziare un sistema che da oltre 20 anni spende e si indebita in eccesso hanno continuato e continuano ad arrivare. Il messaggio tuttavia è chiaro: in mesi di stretta creditizia anche il Grande debitore americano ha difficoltà a finanziarsi, come succede ai privati, e trova al momento spazio essenzialmente fra i creditori sovereign. Questi hanno interesse non solo a mantenere competitiva la loro moneta su quella degli Stati Uniti, cruciale mercato di sbocco del l'export. Ma anche ad evitare perdite sul capitale che deriverebbero da un ulteriore indebolimento del cambio del dollaro, valuta di cui sono pieni, e che quindi non vendono se non con cautela (per un caso estremo, si veda il box sul Golfo Persico).

«In questo momento gli Stati Uniti si finanziano solo grazie alle banche centrali straniere», osserva Brad Setser del Council on Foreign relations di New York. Partendo dagli ultimi International capital data rilasciati dal Tesoro americano il 17 marzo, Setser osserva come a gennaio le banche centrali e i Fondi sovrani abbiano acquistato 75,5 miliardi di dollari, il che fa un ritmo di 900 su base annua. La caduta degli afflussi privati netti dall'estero è invece netta: dai 466 miliardi del primo trimestre 2007 ai 238 del terzo trimestre (la crisi è esplosa sui mercati il 9 agosto) ai 195 miliardi del quarto trimestre, al tonfo di gennaio. Mentre è continuata decisa la marcia delle banche centrali, che avevano a fine 2007 riserve complessive per 6.400 miliardi di dollari (1.600 miliardi dieci anni fa, sono quadruplicate) e di questi il 64% cioè oltre 4000 in dollari, e l'equivalente di circa 1.660 in euro. Gli acquisti del gennaio 2008 hanno visto tuttavia notevoli spostamenti.

La Cina ad esempio ha sottoscritto a gennaio 15 miliardi di dollari di titoli del Tesoro, più investimenti a breve, ma a differenza del recente passato nessuna obbligazione delle Agenzie, come sono chiamate Fannie Mae e Freddie Mack, le due mega finanziarie immobiliari semipubbliche cui Washington ha affidato il difficile (sono sottocapitalizzate e il compito è un'incognita) incarico di salvare il fronte mutui.

L'accumulo di riserve globale è stato nel mondo equivalente a 1.330 miliardi di dollari in un anno, e di questi 960 miliardi sono stati dollari, calcolando 75 miliardi di assets sauditi non iscritti come riserve e 70 miliardi delle banche statali cinesi e della China investment corporation, il Fondo sovrano di Pechino. Le riserve cinesi sono al primo posto con circa 1.590 miliardi di dollari complessivi a fine gennaio contro i 1.530 di fine dicembre.

Sui destini del dollaro esistono varie teorie, ma le più accreditate partono sempre dal principio che la fine del dollaro come moneta internazionale di riferimento è ed è stata anche in passato ingenuamente troppo anticipata. «Il ruolo del dollaro come unità di conto e mezzo di scambio è ben tutelato, ha perso e sta perdendo qualche posizione come riserva di valore, come store of value», dice Stephen Jen, capo economista monetario di Morgan Stanley. Ed è questo indebolimento come riserva di ricchezza che probabilmente costerà al dollaro qualche posizione come valuta internazionale, a favore dell'euro, quando l'attuale crisi sarà superata e la Federal reserve, per bloccare l'inflazione, alzerà risolutamente i tassi.

Impossibile anticipare quando, forse il tempo è vicino forse relativamente lontano, dipende dalle mine vaganti che la crisi di subprime, derivati e la fine del grande indebitamento hanno disseminato. E quindi dalla necessità di assicurare liquidità anche attraverso i tassi che la Fed, presieduta da Ben Bernanke, ha portato dal 5,25% a luglio all'attuale 2,25% nominale. Chi ha i forzieri pieni di dollari - non solo banche centrali, anche fondi pensione e altro - aspetta per ora che tutto questo passi. Un tempo, con i cambi di Bretton Woods, le banche centrali europee che di dollari si erano riempite a partire dagli ultimi anni 50 mettevano la valuta all'incasso e chiedevano oro. Poi nel '68 lo sportello fu chiuso e nel 71 saltò il sistema. Oggi non resta che attendere. Una corsa all'euro sarebbe per molti masochista, facendo crollare il dollaro. Il circuito del dollaro, per ora, è forzoso. Un equilibrio monetario della paura.
Mario.Margiocco@ilsole24ore.com