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DOSSIER “GUERRA EURO/DOLLARO” |
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IN EVIDENZA
L'Europa potrebbe uscire dall'attuale congiuntura
con danni sensibilmente minori rispetto agli Stati Uniti
Il primato Usa fa i conti con la
più affidabile Europa
Il momento della verità è arrivato il 12 marzo, quando all'asta delle Treasury notes americane gli acquirenti privati stranieri
sono semi-scomparsi. Troppo bassi i rendimenti sul dollaro. Troppo incerti i
tempi della crisi. Troppo forte il rischio che gli Stati Uniti, con davanti due
strade per risanare Wall Street, la nazionalizzazione
delle perdite o l'inflazione cioè lo sgonfiamento del debito (e del dollaro),
scelgano un mix delle due, come sta avvenendo.
Tuttavia le banche centrali, soprattutto alcune banche centrali di Paesi
emergenti già strapiene di dollari, hanno continuato ad acquistare, mantenendo
al dollaro con una quota del 64% il livello di un anno fa come moneta di
riserva globale, con l'euro stabile al 26 per cento. Malgrado
la debolezza del cambio, il dollaro resta il perno delle riserve.
Nonostante la fuga degli acquirenti privati, i due miliardi e passa di dollari
che gli Stati Uniti devono trovare sul mercato mondiale ogni giorno per
finanziare un sistema che da oltre 20 anni spende e si indebita in eccesso
hanno continuato e continuano ad arrivare. Il messaggio tuttavia è chiaro: in
mesi di stretta creditizia anche il Grande debitore americano ha difficoltà a
finanziarsi, come succede ai privati, e trova al momento spazio essenzialmente
fra i creditori sovereign. Questi hanno interesse non
solo a mantenere competitiva la loro moneta su quella degli Stati Uniti,
cruciale mercato di sbocco del l'export. Ma anche ad
evitare perdite sul capitale che deriverebbero da un ulteriore indebolimento
del cambio del dollaro, valuta di cui sono pieni, e che quindi non vendono se
non con cautela (per un caso estremo, si veda il box sul Golfo Persico).
«In questo momento gli Stati Uniti si finanziano solo grazie alle banche
centrali straniere», osserva Brad Setser del Council on Foreign relations di
New York. Partendo dagli ultimi International capital data
rilasciati dal Tesoro americano il 17 marzo, Setser
osserva come a gennaio le banche centrali e i Fondi sovrani abbiano acquistato
75,5 miliardi di dollari, il che fa un ritmo di 900 su base annua. La caduta
degli afflussi privati netti dall'estero è invece netta: dai 466 miliardi del
primo trimestre 2007 ai 238 del terzo trimestre (la crisi è esplosa sui mercati
il 9 agosto) ai 195 miliardi del quarto trimestre, al tonfo di gennaio. Mentre
è continuata decisa la marcia delle banche centrali, che avevano a fine 2007
riserve complessive per 6.400 miliardi di dollari (1.600 miliardi dieci anni
fa, sono quadruplicate) e di questi il 64% cioè oltre
La Cina ad esempio ha sottoscritto a gennaio 15 miliardi di dollari di titoli
del Tesoro, più investimenti a breve, ma a differenza del recente passato
nessuna obbligazione delle Agenzie, come sono chiamate Fannie
Mae e Freddie Mack, le due mega finanziarie
immobiliari semipubbliche cui Washington ha affidato il difficile (sono
sottocapitalizzate e il compito è un'incognita) incarico di salvare il fronte
mutui.
L'accumulo di riserve globale è stato nel mondo equivalente a 1.330 miliardi di
dollari in un anno, e di questi 960 miliardi sono stati dollari, calcolando 75
miliardi di assets sauditi non iscritti come riserve
e 70 miliardi delle banche statali cinesi e della China investment
corporation, il Fondo sovrano di Pechino. Le riserve cinesi sono al primo posto
con circa 1.590 miliardi di dollari complessivi a fine gennaio contro i 1.530 di fine dicembre.
Sui destini del dollaro esistono varie teorie, ma le più accreditate partono
sempre dal principio che la fine del dollaro come moneta internazionale di
riferimento è ed è stata anche in passato ingenuamente troppo anticipata. «Il
ruolo del dollaro come unità di conto e mezzo di scambio è ben tutelato, ha
perso e sta perdendo qualche posizione come riserva di valore, come store of value»,
dice Stephen Jen, capo economista monetario di Morgan
Stanley. Ed è questo indebolimento come riserva di ricchezza che probabilmente
costerà al dollaro qualche posizione come valuta internazionale, a favore
dell'euro, quando l'attuale crisi sarà superata e la Federal
reserve, per bloccare l'inflazione, alzerà
risolutamente i tassi.
Impossibile anticipare quando, forse il tempo è vicino forse relativamente
lontano, dipende dalle mine vaganti che la crisi di subprime, derivati e la
fine del grande indebitamento hanno disseminato. E quindi dalla necessità di
assicurare liquidità anche attraverso i tassi che la Fed, presieduta da Ben Bernanke, ha portato dal 5,25% a luglio all'attuale 2,25%
nominale. Chi ha i forzieri pieni di dollari - non solo banche centrali, anche
fondi pensione e altro - aspetta per ora che tutto questo passi. Un tempo, con
i cambi di Bretton Woods, le banche centrali europee
che di dollari si erano riempite a partire dagli ultimi anni 50 mettevano la
valuta all'incasso e chiedevano oro. Poi nel '68 lo sportello fu chiuso e nel
71 saltò il sistema. Oggi non resta che attendere. Una corsa all'euro sarebbe
per molti masochista, facendo crollare il dollaro. Il
circuito del dollaro, per ora, è forzoso. Un equilibrio monetario della paura.
Mario.Margiocco@ilsole24ore.com