HOME   PRIVILEGIA NE IRROGANTO   di  Mauro Novelli   

DOSSIER “GUERRA EURO/DOLLARO””

Torna all’indice di Febbraio 2008

ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


top          ARTICOLI DEL 29-2-2008       #TOP


IN EVIDENZA          

                                   1)       2)

 

1) Il fantasma del dirigismo E l’America impaurita inizia a dubitare del «re mercato» Di Massimo gaggi (Il Corriere della sera 29-2-2008)

Piani di salvataggio per aiutare banche e debitori, regole severe per la finanza, stop ai nuovi accordi di libero scambio e revisione del Nafta, il patto con Messico e Canada: negli Usa si affacciano gli spettri del dirigismo e del protezionismo. Col dollaro che continua a indebolirsi, il capo della Fed Bernanke che nel secondo giorno di audizioni davanti al Congresso è costretto ad ammettere che alcuni istituti di credito rischiano grosso e i candidati alla Casa Bianca che si danno battaglia in Ohio (si vota martedì prossimo), uno Stato che negli ultimi otto anni ha perso oltre 200 mila posti di lavoro nell'industria, l'America si riscopre vulnerabile a logiche assistenziali e a un'estensione del ruolo dello Stato in economia: temi che erano addirittura scomparsi dal dibattito nell' ultimo quarto di secolo dominato dal liberismo di stampo reaganiano (anni della presidenza Clinton compresi).

In parte è proprio la vigilia del voto in Ohio ad alimentare le polemiche: Barack Obama, che cerca il colpo del KO contro Hillary Clinton, appena vede un capannone abbandonato se la prende col Nafta e ricorda che l'accordo fu ratificato e attuato dal marito della sua avversaria. L'ex first lady potrebbe replicare che il Nafta è un falso bersaglio, che il libero scambio ha reso complessivamente più prospera l'America, ma l'Ohio devastato dalla crisi probabilmente non capirebbe. Del resto alle elezioni di "mid term" del 2006 i democratici recuperarono il seggio senatoriale dello Stato proprio grazie alla piattaforma apertamente protezionista del loro candidato, Sherrod Brown. Meglio, allora, rinfacciare a Obama di aver cambiato linea: ancora nel 2004, infatti, il senatore dell'Illinois lodava gli accordi di libero scambio.

Tocca così al presidente Bush, che pure ha pesanti responsabilità per la crisi finanziaria, ricordare che grazie al Nafta gli Usa esportano centinaia di miliardi di dollari di merci e prodotti alimentari in Messico e Canada. E che, a differenza di quanto avveniva in passato, quando tanto il Messico quanto il confinante Texas erano territori abbastanza poveri, oggi il benessere è diffuso da tutti e due i lati della frontiera del Rio Grande. Il presidente ha certamente ragione quando sostiene che gli Usa non possono ritirarsi da un trattato che hanno negoziato e liberamente sottoscritto e che un Messico florido è anche nell'interesse degli Stati Uniti, se si vuole davvero arginare il fenomeno dell'immigrazione clandestina.

Ma gli americani sono esasperati dal susseguirsi dei colpi che si sono abbattuti sull'economia. Anche a livello accademico, del resto, le voci "mercatiste" che in passato si sono sempre alzate all'emergere di tentazioni "no global" — due anni fa toccò al grande economista indiano della Columbia University, Jagdish Bhagwati, scendere in campo col suo libro «In difesa della globalizzazione»—stavolta sono molto flebili. A far discutere è il libro di un altro economista asiatico, ma di segno ben diverso. In «Cattivi samaritani» il coreano di Cambridge Ha-Joon Chang sostiene che tutti i Paesi che oggi prosperano hanno basato all'inizio i loro processi di industrializzazione non sul libero mercato ma su un arcigno protezionismo: è stato così per l'Inghilterra che abbassò i dazi solo a metà del XIX secolo, per gli Usa a cavallo tra Ottocento e Novecento, per la Cina di oggi e anche per la Corea del miracolo economico degli anni 70.

Un'analisi che gli accademici non contestano anche perché l'autore riconosce che, una volta creato il nocciolo di una struttura produttiva, il libero scambio funziona da straordinario motore di crescita, ma che si presta a strumentalizzazioni, nell'attuale clima surriscaldato. E, intanto, in Congresso cresce l'onda democratica che chiede un piano di salvataggio per il mercato dei mutui: il ministro del Tesoro Paulson e, ieri, lo stesso Bush, hanno detto chiaramente che non andranno oltre il pacchetto di sostegni dall'economia da 152 miliardi che è già stato varato. Ma un altro grande economista, Alan Blinder, docente di Princeton ed ex vicepresidente della Fed, una delle voci più ascoltate in campo democratico, sostiene che — recessione o no—il vero pericolo per l'America è che la crisi immobiliare impedisca per diversi anni una ripresa dell'economia.

L'unica soluzione efficace, secondo Blinder, è quello di intervenire a favore delle famiglie in difficoltà con un'agenzia che sostituisca i mutui più onerosi con prestiti più sostenibili. Un intervento simile a quello attuato nel 1933, nell'era del New Deal, con la Holc, un'agenzia federale che concesse circa un milione di mutui. Cessò la sua attività, (registrando anche un profitto) nel 1951, dopo il rimborso dei mutui.

Massimo Gaggi


2) L'euro si consolida sopra quota 1,52 sul dollaro (Il Sole 24 Ore del 29-2-2008)

Non si ferma la corsa dell'euro nei confronti del dollaro. La moneta unica continua ad aggiornare il suo massimo storico nei confronti del biglietto verde e in mattinata ha fatto segnare il nuovo record a 1,5239 dollari per attestarsi poi, in avvio dei mercati europei, a 1,5227 dollari (1,5191 in chiusura ieri). Il dollaro, inoltre, è ai minimi degli ultimi tre anni sullo yen. La divisa Usa passa di mano a 104,33 yen (105,51).

L'euro questa mattina vale anche 158,91 yen (160,20 alla vigilia), 1,5962 franchi svizzeri (1,5968), e 0,7650 sterline (0,7635). Il biglietto verde è scambiato a 1,9901 per una sterlina (1,9911), e a 1,0479 franchi (1,0512). La divisa Usa è ai minimi storici anche nei confronti del franco svizzero, considerata una valuta difensiva e che quindi trae beneficio da questa fase di debolezza del biglietto verde. La moneta statunitense ha iniziato a perdere fortemente terreno nei confronti delle altre principali valute dopo l'intervento di due giorni fa sullo stato dell'economia Usa da parte del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, che ha lasciato la porta aperta a un nuovo taglio dei tassi di interesse. La situazione per il dollaro è peggiorata ulteriormente quando ieri, Bernanke ha nuovamente parlato di fronte al Congresso Usa e ha detto che le spinte inflazionistiche attuali sono superiori a quelle del 2001, quando c'è stato l'ultimo periodo di recessione per gli Stati Uniti.