HOME   PRIVILEGIA NE IRROGANTO   di  Mauro Novelli   

DOSSIER “GUERRA EURO/DOLLARO””

Torna all’indice mensile 2008

ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


top          ARTICOLI DEL 14-3-2008        #TOP


IN EVIDENZA   1)     2)     3)

Gli esperti: «grave segnale». Giù le borse. Bernanke promette il taglio dei tassi

Crolla Bear Stearns, panico a Wall Street ( Il Corriere della Sera 14-3-2007)

La banca ha ammesso una gravissima crisi di liquidità. L'aiuto di Fed e Jp Morgan potrebbe non bastare

NEW YORK - Panico a Wall Street per il titolo della banca Bear Stearns, che perde il 50%, dimezzando il valore in Borsa. La situazione è precipitata dopo che negli ultimi giorni erano circolate voci di possibili difficoltà per l'istituto. I vertici del gruppo erano intervenuti per fornire rassicurazioni, ma venerdì il presidente e amministratore delegato, Alan Schwartz, ha ammesso che «la situazione finanziaria si è gravemente deteriorata».

IL SALVATAGGIO - Bear Stearns ha chiesto l'aiuto di JpMorgan e della Federal Reserve, che hanno deciso di fornirle finanziamenti «non recourse back-to-back» con scadenza 28 giorni, cioè denaro che il prestatore perde in caso di insolvenza di chi lo riceve. Non vi sono garanzie, ha aggiunto Schwartz, che il salvataggio permetterà all'azienda di continuare a operare regolarmente; per questo motivo, Jp Morgan sta «lavorando a stretto contatto con Bear Stearns per trovare finanziamenti permanenti o altre alternative per il gruppo». Che si tratti di una situazione di portata eccezionale è confermato da un altro dettaglio: e cioè che la stessa Jp Morgan si è affrettata ad assicurare i propri azionisti che il salvagente lanciato non dovrebbe aver alcun impatto significativo sulla propria situazione finanziaria. Anche se, secondo una fonte vicina ai colloqui, i vertici dei due gruppi starebbero pensando alla vendita di Bear Stearns a Jp Morgan.

SOLVIBILITA' - Secondo Carl Lantz di Credit Suisse il finanziamento concesso dimostra come «Bear Stearns non abbia il denaro sufficiente per andare avanti e a livello generale non si tratta di una notizia confortante per l'intero settore bancario». «Con l'operazione odierna Bear Stearns ha di fatto ammesso di non avere mezzi finanziari. Insomma, la banca ha gravi problemi di solvibilità».

RISCATTI DEI CLIENTI - I problemi di Bear Stearns sono esplosi alla metà del 2007 e sono stati scatenati dalla crisi del credito e dei mutui che ha colpito gli Stati Uniti. L’anno scorso, due fondi speculativi del valore di miliardi di dollari gestiti dal colosso sono falliti per aver scommesso sui titoli legati dai mutui subprime. Bear Stearns è stata costretta a cercare finanziamenti d’emergenza dopo che in molti hanno chiesto alla banca il rimborso dei propri soldi, ha spiegato l'ad Alan Schwartz: «Le domande sono arrivate da clienti, creditori e controparti». In pratica, Bear Stearns ha detto di avere «liquidità sufficiente», ma «la crescente richiesta dei riscatti da parte della clientela» ha creato enormi problemi al gruppo.

BERNANKE: TAGLIO DEI TASSI - Il presidente della Fed, Benbernanke, ha intanto aperto a una ulteriore riduzione dei tassi d'interesse per evitare che la crisi finanziaria divenga incontrollabile: «Un abbassamento dei tassi - ha detto - allevierebbe i rischi per chi ha contratto mutui ipotecari», ha detto Bernanke. «E’ necessario adottare strategie per garantire che i cittadini americani non perdano le proprie abitazioni - ha aggiunto - sulla scia della crisi dei mutui esplosa negli Stati Uniti». Anche perché la crisi è generalizzata: «I ritardi sui pagamenti stanno aumentando in tutti i segmenti di mercato - ha sottolineato il numero uno della Fed - e in particolare riguardano quei proprietari di case che hanno sottoscritto mutui sofisticati senza capire appieno le condizioni del contratto». A determinare l'aumento delle insolvenze, secondo la Fed, è il continuo calo dei prezzi delle abitazioni.

IL SEGRETARIO AL TESORO – L'intervento della Fed è stato predisposto di concerto con il Tesoro americano e la Sec, l’equivalente Usa della Consob, l’autorità dei mercati finanziari. Il segretario al Tesoro americano, Henry Paulson (ex ad, tra l’altro di un altro colosso bancario, Goldman Sachs), si è detto fiducioso circa il salvataggio e convinto che le misure intraprese «minimizzeranno» i danni. «Come affermiamo da tempo, ci sono sfide di fronte ai nostri mercati finanziari e continuiamo ad affrontarle», ha detto Paulson.

BUSH: CRESCITA TORNERÀ – Ha espresso fiducia nell’operato dei vertici della Fed e del presidente dell’istituto, Ben Bernanke, anche il presidente americano George W. Bush: «Bernanke sta facendo un ottimo lavoro in circostanze molto difficili - ha detto Bush - Ma Federal Reserve e il dipartimento del Tesoro adotteranno tutte le misure necessarie per fornire ulteriore liquidità ai mercati, a secondo delle necessità. Siamo ovviamente in un momento difficile ma l'economia riprenderà quota – ha aggiunto - perché i fondamentali sono solidi e perché insieme al Congresso abbiamo adottato importanti politiche di stimolo».

I TITOLI FINANZIARI- I problemi di liquidità di Bear Stearns hanno innescato una pioggia di vendite sulle principali banche europee e statunitensi, con l'intero settore in netto ribasso. A New York, come detto, la capitalizzazione di Bear Stearns si è dimezzata sulla scia dell'allarme. Cede invece il 5% Citigroup, piombata sulla soglia dei 20 dollari, ma vanno male anche Jp Morgan (-3,38%), Bank of America (-3,45%), per non parlare delle società di assicurazione bond (Ambac perde oltre il 4%) e delle agenzie semi-governative (Freddie Mac segna -2,77%). Doccia fredda anche sulle banche europee, anche quelle poco esposte ai mutui subprime. A Parigi Bnp Paribas cede il 3,35%, mentre Societe Generale lascia sul terreno oltre il 3%. Deutsche Bank, principale istituto tedesco e banca d'investimento in prima linea sul fronte del reddito fisso, perde il 2,46% a 69,50 euro. A Londra, invece, tiene bene Hsbc (perde solo lo 0,96%) mentre Barclays è in calo del 3,16%. In Svizzera perde oltre il 6% Ubs, mentre in Italia Unicredit, stamani in rialzo, peggiora le perdite di ieri con un ribasso del 2,96% a 4,43 euro, mentre regge bene lo scossone Intesa Sanpaolo (invariata a 4,41 euro).

BORSE IN ROSSO - L'effetto Bearn Stearns si è fatto sentire anche sugli indici di Borsa: a New York, malgrado le rassicurazioni di Bush e Paulson, Dow Jones e Nasdaq lasciano sul terreno circa il 2% a metà giornata. Negativa la chiusura delle Borse anche in Europa: Londra -0,82% , Parigi -0,74% , Francoforte -0,75%, Madrid -0,25%, Milano (Mibtel) -0,91%.

 


 

Euro: i capi di Governo Ue preoccupati per il cambio (Il Sole 24 Ore 14 marzo 2008)

dal corrispondente Antonio Pollio Salimbeni

 

BRUXELLES - I capi di stato e di governo dell'Unione europea sono "preoccupati" per il livello del cambio dell'euro e ritengono che la volatilità nel mercato dei cambi sia "negativa" per l'economia. Il forte apprezzamento della moneta unica europea entra di prepotenza all'ultima ora nel documento finale del vertice Ue in corso a Bruxelles. Secondo fonti concordanti consultate da Il Sole 24 Radiocor i 27 fanno propria la formulazione preparata nell'ultima riunione dell'Eurogruppo di inizio marzo.

Allora il presidente dell'Eurogruppo aveva indicato che "nelle attuali circostanze" i ministri sono "preoccupati" per il livello del cambio e che l'eccessiva "volatilità" nel mercato dei cambi e' un fattore che "danneggia la crescita dell'economia". L'Eurogruppo aveva anche ribadito che le valute devono riflettere i fondamentali e che l'Europa presta "molta attenzione" alle dichiarazioni americane secondo cui un dollaro forte è negli interessi degli Stati Uniti.

La proposta di inserire l'argomento euro nel documento finale è stata avanzata dal presidente
dell'Eurogruppo e premier lussemburghese Jean Claude Juncker. Si sono subito pronunciati a favore il britannico Gordon Brown, il francese Nicholas Sarkozy e il presidente della Commissione Jose' Barroso.

 


 

Paesi emergenti e panieri di valute Le scelte di Cina e Arabia Saudita ( da "Opinione, L'" del 14-03-2008)

Abstract: che è un tasso di interesse reale pari a zero, si avrebbe un rendimento nominale doppio delle attività in dollari, in presenza di un cambio fisso, e di banche centrali ricche di riserve. I capitali si sposterebbero verso l'Arabia e la Cina. Questi due Paesi per evitare un afflusso eccessivo di capitali finiscono per avere dei tassi nominali simili a quelli statunitensi.


Articoli

Paesi emergenti e panieri di valute Le scelte di Cina e Arabia Saudita (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Opinione, L'" del 14-03-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Oggi è Ven, 14 Mar 2008 Edizione 52 del 14-03-2008 IL RASOIO DI OCCAM Paesi emergenti e panieri di valute Le scelte di Cina e Arabia Saudita di Giorgio Arfaras L'ancoraggio della moneta saudita e cinese con il dollaro comincia a creare delle frizioni. Supponiamo che i sauditi ed i cinesi abbiano un'inflazione sistematicamente superiore a quella degli Stati Uniti. A rigore, essi dovrebbero alzare i propri tassi di interesse per fermarla. Se li alzano e se il cambio è sempre fisso, allora il rendimento dei loro depositi e delle loro obbligazioni diventa attraente per chi ha investito in dollari in giro per il mondo. In altre parole, un investitore sa che, grazie al cambio fisso, riceverà gli stessi dollari un domani, mentre lucra un interesse maggiore. Ergo, investirà in Cina o in Arabia Saudita. Arrivano i capitali in questi Paesi e le banche centrali devono cambiare i dollari nella loro moneta. Aumenta l'offerta di moneta locale. Se alzano i tassi, la domanda internazionale della loro moneta aumenta e non riescono a combattere l'inflazione. A meno di vendere obbligazioni ai concittadini in cambio di moneta e a meno di alzare i coefficienti di riserva obbligatoria per frenare la crescita della base monetaria. I sauditi ed i cinesi hanno effettivamente un'inflazione superiore a quella statunitense. Per semplificare, intorno al 7%, contro il 3,5% statunitense. I tassi statunitensi sono oggi circa del 3,5% con un'inflazione del 3,5% (ossia hanno dei tassi reali eguali a zero). Segue che i tassi sia sauditi sia cinesi dovrebbero essere almeno al 7%, visto che hanno un'inflazione del 7% (per avere dei tassi reali eguali a zero). Ma con un tasso del 7%, che è un tasso di interesse reale pari a zero, si avrebbe un rendimento nominale doppio delle attività in dollari, in presenza di un cambio fisso, e di banche centrali ricche di riserve. I capitali si sposterebbero verso l'Arabia e la Cina. Questi due Paesi per evitare un afflusso eccessivo di capitali finiscono per avere dei tassi nominali simili a quelli statunitensi. Ma essi hanno allo stesso tempo un'inflazione doppia. Finisce allora che avranno dei tassi d'interesse reali negativi (3,5%-7%= -3,5%). Questa inflazione tocca il proprio apice nei beni di consumo alimentare. I Paesi poveri, come la Cina, oppure con molti poveri, come l'Arabia, sono sensibili all'inflazione dei beni alimentari, perché consumano una quota maggiore del proprio reddito per nutrirsi. Segue che una politica monetaria espansiva negli Stati Uniti non consente ai Paesi che hanno il cambio ancorato al dollaro di combattere l'inflazione che tocca la parte povera della popolazione. Nessuno obbliga questi Paesi ad avere il cambio fisso col dollaro, evidentemente essi ritengono che i vantaggi siano superiori agli svantaggi. Nel caso saudita le riserve energetiche sono stimate in dollari, il prezzo del petrolio è segnato in dollari, la ricchezza è soprattutto negli Stati Uniti. "Il regno dei cinquemila principi" si sente molto al sicuro sotto la protezione della potenza statunitense. Nel caso cinese il cambio fisso col dollaro ha attratto una enorme quantità di investimenti industriali internazionali, incentivati da una combinazione di un costo del lavoro basso in un sistema di cambi stabile. A parte l'inflazione alimentare, abbiamo in Arabia e Cina anche altre distorsioni. Con i tassi reali negativi si ha il boom immobiliare, come pure una spinta ascendente con caratteristiche da "bolla" dei corsi di borsa (ultimamente traballante). In sintesi, con i tassi d'interesse negativi, abbiamo un "boom" immobiliare e mobiliare e prezzi alti per i beni consumati dai poveri. Il 2007 ed il 2008 sono gli anni in cui la politica monetaria "lasca" negli Stati Uniti ha contribuito alla crescita inflazionistica in Arabia e in Cina. Se la politica monetaria statunitense, risolti i problemi dei mutui ipotecari, tornasse restrittiva nel 2009 e 2010, questi Paesi, che hanno avuto una politica monetaria espansiva quando non avrebbero dovuto averla, ossia nel 2007 e 2008, si potrebbero trovare con una politica monetaria restrittiva quando invece non dovrebbero averla, ossia nel 2009 e 2010. Se, infatti, la crescita eccessiva di oggi finisse fra qualche tempo con una brutta contrazione, potrebbe per i sauditi ed i cinesi essere meglio avere in futuro dei tassi d'interesse non troppo elevati. Proprio quando la banca centrale statunitense li potrebbe rialzare. Conclusione, le cose sono sotto tensione. Le tensioni dovrebbero continuare e, forse, spingere questi due Paesi ad adottare un regime del cambio diverso. Rivalutare le monete e/o tenere poi il cambio ancorato non al solo dollaro, ma ad un paniere di valute, fra cui il dollaro. Ma non sono delle soluzioni semplici. Invitiamo, in conclusione, a non guardare solo a Ponente, ossia il cambio euro dollaro, ma guardare anche a Levante, ossia al cambio del riyal e del yuan col dollaro. www.occamrazor.eu.

Torna all'inizio