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DOSSIER “GUERRA EURO/DOLLARO””

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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Report "Euro-Dollaro"

Euro/dollaro a 1,4820 in apertura di settimana ( da "Bluinvest.com" del 04-02-2008)
Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Abstract: 41 Euro/dollaro a 1,4820 in apertura di settimana In calo rispetto alle ultime rilevazioni della Banca Centrale Europea Dopo qualche ora dall'apertura delle contrattazioni nelle piazze finanziarie del Vecchio Continente la moneta unica viene scambiata a 1,4820 rispetto al biglietto verde, in calo rispetto alle ultime rilevazioni della Banca Centrale Europea (

Euro dollaro al ribasso,ecco i probabili motivi ( da "Trend-online" del 07-02-2008)
Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Abstract: I cambi di euro contro yen e franco sono fortemente scesi per poi rimbalzare intraday. Lo stesso cambio euro dollaro australiano ha ritestato i minimi di ieri dopo il recupero della moneta oceanica: il supporto in area 1,6215-1,6220 risulta determinante per valutare rialzista la struttura.

Euro/dollaro a 1,4630 in attesa della BCE ( da "Trend-online" del 07-02-2008)
Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Abstract: il rapporto di cambio tra dollaro/yen quota, infatti, in area 106,35 da 106,45 degli ultimi valori segnati alla chiusura di Wall Street. Il cambio euro/dollaro non evidenzia variazioni significative rispetto ai livelli di ieri. Gli investitori sembrano intenzionati ad attendere le decisioni della BCE in politica monetaria.

Bancor 2 proposte per un nuovo ordine monetario globale ( da "Riformista, Il" del 08-02-2008)
Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Abstract: E gli effetti si vedono nel cambio euro/dollaro. E quando si guarda all'oro, nell'aumento incredibile del suo prezzo. Da questo punto di vista la corsa all'oro non indica un desiderio di ritornare al vecchio sistema monetario internazionale, ma semmai indicando che la gestione della crisi attuale non è efficace e non dà ai mercati fiducia sufficiente su ciò che accadrà,

Bancor 3 perché contavamo di più negli anni Settanta, quando non c'era l'euro ( da "Riformista, Il" del 08-02-2008)
Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Abstract: i dollari erano la moneta del paese che aveva vinto la guerra e supportato la ricostruzione. Bretton Woods, se la si rilegge da questo punto di vista, è una sorta di rampa di lancio che prepara il decollo del mercato globale contemporaneo. La compiuta realizzazione del quale ha comunque dovuto scontare la stagione della guerra fredda e la implosione dell'

Euro dollaro consolida. G7 nel week end ( da "Trend-online" del 08-02-2008)
Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Abstract: mentre la sterlina inglese ha guadagnato contro euro. Il cambio euro sterlina si è riportato nei pressi del supporto 0,7420,il cui break ribassista avrebbe come probabile conseguenza acquisti di moneta britannica,con obiettivo grafico a 0,7350 e supporto intermedio a 0,7390. Il dollaro canadese,invece,è stata l'unica valuta che ha mosso il mercato: contro euro sta recuperando da 1,

Lo Tsunami Finanziario parte 3 il colpo del dollaro del 1971 ( da "Voce d'Italia, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Abstract: il ruolo del dollaro come unica moneta di riserva al mondo – la base, assieme alla superiorità militare americana, dell'impero postbellico del Secolo Americano – sarebbe finito immediatamente. Per evitare tale pericolo, nell'agosto del 1971 il Presidente Nixon si riunì con i suoi consiglieri più fedeli,

Lo Tsunami Finanziario parte 4 la crisi di fiducia del dollaro di Carter ( da "Voce d'Italia, La" del 18-02-2008)
Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Abstract: salvare il dollaro dalla caduta libera che minacciava il suo ruolo come moneta di riserva globale. Il ruolo del dollaro come valuta di riserva era la chiave nascosta del potere finanziario americano. Lasciando salire alle stelle i tassi d'interessi americani, gli investitori stranieri si ammassarono nel mietere guadagni comprando i bond USA.


Articoli

Euro/dollaro a 1,4820 in apertura di settimana (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Bluinvest.com" del 04-02-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

14.41 Euro/dollaro a 1,4820 in apertura di settimana In calo rispetto alle ultime rilevazioni della Banca Centrale Europea Dopo qualche ora dall'apertura delle contrattazioni nelle piazze finanziarie del Vecchio Continente la moneta unica viene scambiata a 1,4820 rispetto al biglietto verde, in calo rispetto alle ultime rilevazioni della Banca Centrale Europea (1,4890) ma in leggero rialzo rispetto ai valori registrati in tarda serata di venerdi' a New York (1,48). Stabile la divisa europea rispetto alla moneta giapponese, l'euro vale 158,55 yen dai 158,50 yen delle indicative della BCE della settimana scorsa. Il biglietto verde guadagna terreno rispetto alla valuta nipponica, il rapporto di cambio tra dollaro/yen quota, infatti, in area 106,95 da 106,60 dell'ultima chiusura di Wall Street. Il cambio euro/dollaro si mantiene sopra 1,48 dopo la pubblicazione delle cifre macro sull'inflazione in Europa. Nella zona Euro l'indice dei prezzi alla produzione nel mese di dicembre ha evidenziato un incremento dello 0,1% su base mensile a fronte dell'aumento dello 0,8% registrato a novembre. Su base annuale il rialzo e' stato del 4,3 % rispetto al +4,1% del mese precedente. I dati sono risultati in linea con le stime. Venerdi' scorso il rapporto tra moneta unica e biglietto verde aveva evidenziato dei grossi movimenti sulla scia dell'annuncio di molti dati macro USA. Il Dipartimento del Lavoro statunitense ha reso noto che nel mese di gennaio i nuovi posti di lavoro sono diminuiti di 17 mila unita', ben inferiori alle attese degli analisti che si aspettavano una crescita di 80 mila impieghi. Il tasso di disoccupazione e' sceso al 4,9% (consensus 5%). I salari orari hanno evidenziato un incremento dello 0,2% (aspettative degli economisti erano fissate su un +0,3%). Bene invece il settore manifatturiero. L'Institute for Supply Management ha comunicato che l'indice ISM manifatturiero e' salito, nel mese di gennaio, a 50,7 punti, sorprendendo gli operatori che prevedevano una discesa a 47,3 punti. Altri due dati macro sono stati annunciati. L'Universita' del Michigan ha mostrato che l'indice sulla fiducia dei consumatori si e' attestato nel mese di gennaio a 78,4 punti, inferiore alle stime degli addetti ai lavori (79 punti). La spesa in costruzioni ha registrato nel mese di dicembre una flessione dell'1,1% (consensus -0,5%). La giornata odierna si presenta, invece, molto povera d'appuntamenti macroeconomici di particolare rilevanza. Gli addetti ai lavori attendono alle 16,00 italiane gli ordini all'industria di dicembre.

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Euro dollaro al ribasso,ecco i probabili motivi (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Trend-online" del 07-02-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

FOREX, clicca qui per leggere la rassegna di Euroforex www.euroforex.com, 07.02.2008 16:59 Scopri le migliori azioni per fare trading questa settimana!! La giornata delle banche centrali non ha riservato sorprese con tassi in calo in Gran Bretagna e fermi in area euro. Nemmeno i commenti di Trichet hanno stupito,mentre il cambio euro dollaro scendeva impulsivamente. Resta da capire perché la reazione a tassi fermi e parole ancora focalizzate sui prezzi ed inflazione è stata una chiara prosecuzione del recupero della moneta americana. Il nostro sospetto è che il mercato,o meglio i grossi players,siano coalizzati nel forzare le autorità monetarie di Francoforte a seguire l'esempio del collega americano e quindi tagliare almeno di 25 punti base al prossimo meeting. A conferma di ciò abbiamo avuto piazze azionarie in forte calo;la forzatura è evidente: serve un taglio per scongiurare il peggio. Non diamo giudizi su questa analisi,ma rileviamo che sembra verosimile. Venendo al mercato e ai livelli di prezzo,il più volte citato supporto in area 1,45 e precisamente 1,4520 è stato raggiunto e,mentre scriviamo,il cross principale del forex staziona poco sopra. Il minimo odierno a 1,4480 probabilmente attrarrà il cambio con target 1,4375 anche se potremmo assistere ad un pull back grafico a testare le medie mobili. Gli altri cross dell'euro hanno avuto ugual sorte,tutti hanno visto penalizzata la moneta unica. Il cambio euro sterlina,dopo una iniziale reazione positiva al taglio di Londra,ha ritracciato riportandosi in area 0,7465. I supporti sono 0,7440 e soprattutto 0,7420. I cambi di euro contro yen e franco sono fortemente scesi per poi rimbalzare intraday. Lo stesso cambio euro dollaro australiano ha ritestato i minimi di ieri dopo il recupero della moneta oceanica: il supporto in area 1,6215-1,6220 risulta determinante per valutare rialzista la struttura. Prosegue il laterale per il cambio dollaro americano contro yen giapponese;il box ha resistenza a segue pagina >>.

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Euro/dollaro a 1,4630 in attesa della BCE (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Trend-online" del 07-02-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

FOREX, clicca qui per leggere la rassegna di Fta , 07.02.2008 12:17 Scopri le migliori azioni per fare trading questa settimana!! Dopo qualche ora dall'apertura delle contrattazioni nelle piazze finanziarie del Vecchio Continente la moneta unica viene scambiata a 1,4630 rispetto al biglietto verde, in linea sia rispetto con le ultime rilevazioni della Banca Centrale Europea (1,4620) sia con i valori registrati in tarda serata di ieri a New York (1,4630). Sale leggermente la divisa europea rispetto alla moneta giapponese, l'euro vale 155,80 yen dai 155,60 yen delle indicative della BCE della giornata scorsa. Il biglietto verde è stabile rispetto alla valuta nipponica, il rapporto di cambio tra dollaro/yen quota, infatti, in area 106,35 da 106,45 degli ultimi valori segnati alla chiusura di Wall Street. Il cambio euro/dollaro non evidenzia variazioni significative rispetto ai livelli di ieri. Gli investitori sembrano intenzionati ad attendere le decisioni della BCE in politica monetaria. Fra poche ore si riunirà infatti il Consiglio Direttivo dell'istituto di Francoforte per decidere in materia di tassi d'interesse. Secondo le aspettative degli analisti, i banchieri europei dovrebbero mantenere il costo del denaro nel Vecchio Continente al 4%. Nella conferenza stampa successiva alla scelta, il suo presidente, Jean Claude Trichet, dovrebbe, pero', sottolineare la possibilità di un intervento della BCE nei prossimi mesi per aiutare la ripresa economica europea, seguendo, cosi', le strategie monetarie della Federal Reserve. La giornata odierna si presenta quindi abbastanza ricca d'appuntamenti macroeconomici di particolare rilevanza. Gli addetti ai lavori attendono in Europa alle 13,00 la decisione della Bank of England sui tassi, alle 13,45 la scelta della BCE sul costo del denaro, alle 14,30 la conferenza stampa di Trichet; dagli Stati Uniti alle 14,30 le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, alle 16,00 l'indice sulle vendite segue pagina >>.

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Bancor 2 proposte per un nuovo ordine monetario globale (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Riformista, Il" del 08-02-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Bancor 2 proposte per un nuovo ordine monetario globale L'età dell'oro è tramontata per sempre Non ha senso tornare al gold standard , ma occorre rafforzare il coordinamento tra banche centrali. Che devono guardare anche ai prezzi delle attività finanziarie Uno dei fenomeni ricorrenti nella economia internazionale è l'aumento del prezzo dell'oro ogni qualvolta entrano per qualche ragione in crisi i mercati finanziari. In queste prime settimane del 2008 il valore del metallo da sempre considerato prezioso è cresciuto fino a superare la soglia dei 930 $ per oncia in data 29 gennaio 2008. In data 29 dicembre 2007 stava a 830 euro. Un aumento di 100 dollari in un mese, pari a quasi il 12%, che fa capire lo stress dei mercati finanziari e la gravità della crisi attuale. Quando la fiducia degli investitori cade, la liquidità si indirizza verso i beni rifugio, primo fra tutti l'oro. Nei sistemi in cui circola la moneta cartacea, che è del tutto fiduciaria, l'oro rappresenta infatti l'alternativa per eccellenza. Chi lo acquista sa di non poter ricevere un reddito dal suo possesso, differentemente dai titoli, ma ha il vantaggio di capitalizzare interamente il suo aumento di valore, che può rendere liquido nel momento desiderato. In passato i sistemi monetari erano basati sull'oro, e l'emissione di banconote cartacee dipendeva dalla quantità che ne tenevano a riserva le banche centrali. Oggi nelle economie più evolute questo legame non è più così stretto. La politica monetaria intesa come gestione della quantità di moneta viene decisa sulla base dell'andamento della economia, e le riserve delle banche centrali non sono costituite solo dall'oro ma sempre più da banconote emesse da banche centrali di alcuni importanti paesi. In un tale scenario, quando il ciclo di borsa si orienta significativamente e persistentemente verso il basso, suona l'allarme e gli investitori vengono spinti verso impieghi alternativi ai titoli, tra cui gli immobili e l'oro. Consideriamo ciò che sta accadendo da qualche mese a questa parte. Dopo le crisi di borsa alimentate dallo scandalo Enron, dagli attacchi terroristici e dalle guerre in Medio Oriente, i prezzi delle case sono andati aumentando dappertutto, negli Usa, favoriti dalla diminuzione dei tassi di interesse. A partire soprattutto dal 2006 si è verificata l'inversione di tendenza, alimentata ultimamente dai mutui ad alto rischio cartolarizzati, che hanno aumentato la circolazione di titoli obbligazionari e loro derivati, ed hanno gonfiato il mercato rendendo precari i bilanci delle banche, garanti di ultima istanza. Quando dalla metà del 2007 si è capito che questa ondata di titoli non aveva sufficiente copertura, la liquidità ha cercato altri sbocchi, tra cui l'oro. Detto questo, non è pensabile che l'oro, nonostante il suo aumento di valore, ritorni ad essere, come nel passato, l'ancora della circolazione monetaria cartacea. La vera ancora non può che continuare ad essere la fiducia nel potere d'acquisto delle banconote emesse dalle banche centrali, dipendente dai prezzi dei beni e non solo, ma anche dai prezzi dei titoli. La differenza rispetto al passato è che il potere d'acquisto della moneta va cioè salvaguardato regolandone l'aumento con la crescita della produzione, in modo che i prezzi dei beni rimangano stabili, ma anche regolandone la quantità in funzione dei cicli dei mercati finanziari. Si tratta di una novità ancora in discussione negli ambiti istituzionali ed accademici. Ma qualora una soluzione di questo tipo venisse accolta, per esempio la Bce per gestire la politica monetaria dovrebbe basarsi non solo sull'indice dei prezzi al consumo, ma anche su un indice dei prezzi delle attività finanziarie. Il che renderebbe la gestione più complessa, ma forse più efficace. Nei periodi di boom quando aumentano entrambi gli indici, la politica monetaria tende a controllare tale aumento contenendo il tasso di crescita della massa monetaria. In presenza invece di andamenti recessivi i prezzi dei beni tendono a crescere molto poco, mentre gli indici di borsa tendono a cadere. In tali condizioni se la politica monetaria diviene espansiva tende a incidere meno sulla inflazione, ma contemporaneamente tende a sostenere la borsa e la fiducia degli investitori sul futuro della economia. La evoluzione del sistema monetario internazionale va quindi cercata adattando, in sintonia con i cambiamenti della economia aperta e globale, le istituzioni che hanno a cuore la salvaguardia della fiducia sul potere d'acquisto delle principali monete. Va infatti inaugurato un sistema di cooperazione tra banche centrali, in linea con la globalizzazione dei mercati. Le banche centrali di Usa, Ue, Cina, Giappone India e Brasile sono tra quelle più esposte per via della importanza delle loro economie, e sono quelle a cui si richiede maggiore coordinamento per fare fronte alle turbolenze finanziarie. Non si può infatti lasciare del tutto libero un sistema finanziario che da un lato è omogeneo nella libertà di movimento dei capitali e dall'altro è disomogeneo nella articolazione delle regole di funzionamento. E quando il sistema finanziario va in tilt, come accade ora, l'economia reale e l'inflazione ne risentono inevitabilmente. Aumentare i tassi di interesse in tali condizioni può portare al crollo degli stessi mercati e alla distruzione della fiducia. Ecco perché sarebbe auspicabile che le banche centrali adottino indicatori che tengano conto degli andamenti dei mercati finanziari, e che, come detto, insieme all'indice dei prezzi al consumo ne indirizzino l'azione. Inoltre sarebbe auspicabile che detta azione fosse in qualche modo concordata per una azione congiunta quando la gravità della crisi lo richiede. Da azioni isolate e unilaterali delle banche centrali, specie se ispirate da motivazioni contrastanti, possono discendere incertezze e timori che non fanno bene alle monete e alimentano le variazioni dei tassi di cambio. Lo statuto della Fed indica non solo la inflazione, ma anche la crescita del Pil come obiettivi da perseguire, a differenza della Bce il cui statuto ne limita l'azione al contenimento della inflazione al 2%. E gli effetti si vedono nel cambio euro/dollaro. E quando si guarda all'oro, nell'aumento incredibile del suo prezzo. Da questo punto di vista la corsa all'oro non indica un desiderio di ritornare al vecchio sistema monetario internazionale, ma semmai indicando che la gestione della crisi attuale non è efficace e non dà ai mercati fiducia sufficiente su ciò che accadrà, spinge al cambiamento. Se le banche centrali convergessero su obiettivi comuni, raggiungessero un accordo per cooperare nella gestione della politica monetaria, e scegliessero nuovi indicatori per rappresentarli anche quantitativamente, è presumibile che diminuirebbe la volatilità delle borse, dei tassi di interesse, e dei tassi di cambio. In un simile scenario il prezzo dell'oro recupererebbe la sua funzione di rispecchiare scelte produttive ed industriali da un lato, e scelte di portafoglio dall'altro, queste però non influenzate pesantemente come lo sono ora dalla paura e dalle tensioni della crisi finanziaria in corso. 08/02/2008.

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Bancor 3 perché contavamo di più negli anni Settanta, quando non c'era l'euro (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Riformista, Il" del 08-02-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Bancor 3 perché contavamo di più negli anni Settanta, quando non c'era l'euro Le ragioni (europee) per una nuova Bretton Woods La debolezza del Vecchio continente ha radici antiche. Dimenticando il Piano Marshall di Carli e facendo scelte "introverse", ha perso sempre più peso In un passato non troppo lontano gli Stati e le banche centrali europee avevano voce in capitolo nel governo della crescita mondiale. Esse concorrevano nella formazione e negli impieghi della base monetaria internazionale. La valuta in cui si esprimeva quella base monetaria era il dollaro americano che, dalla scarsezza che ne aveva accompagnato la nascita, negli anni immediatamente successivi agli accordi di Bretton Woods (1944), era diventato progressivamente abbondante e, forse, anche ridondante. Dal dollar gap al dollar glut , come si diceva in gergo. Erano gli anni del progressivo trapasso dal regime di dollar standard - il dollaro che cambia convenzionalmente ad uno standard fisso con l'oro e le monete mondiali che fissano il proprio cambio contro il dollaro - ad un regime nel quale gli Stati Uniti rivendicano, nel 1971, la disdetta di quegli accordi e la possibilità di far fluttuare il cambio della propria valuta. Una stagione che si conclude con gli anni Ottanta, dopo aver attraversato un paio di crisi petrolifere. Erano gli anni degli eurodollari, che diventano poi petrodollari e xenodollari. Vari modi per dire la medesima cosa: l'esistenza, nella circolazione bancaria internazionale, di una grande quantità di dollari che, al di fuori dei confini degli Stati Uniti, transitano nei conti delle banche internazionali: diventano depositi denominati in dollari che possono essere trasferiti da quelle banche, per importi assolutamente equivalenti, non dovendo esse accantonare riserve su quegli impieghi, a finanziamenti in dollari. Determinando la nascita di una base monetaria internazionale che è fatta di moneta fiduciaria, depositi che diventano impieghi, ma che alimenta il ciclo degli investimenti e della produzione internazionale. Alcuni banchieri centrali, tra tutti, e tra i più lungimiranti, Guido Carli, propongono che quella liquidità venga indirizzata verso i paesi in via di sviluppo, e, così facendo, alimenti la crescita dei redditi e dei consumi privati. Questa nuova domanda internazionale avrebbe rappresentato la forza trainante per le esportazioni europee ed americane. Avviando una seconda grande stagione espansiva, dopo quella della ricostruzione, che aveva fatto seguito alla seconda guerra mondiale nel quadro degli accordi siglati a Bretton Woods. Non a caso Carli parlava di un piano Marshall per i paesi in via di sviluppo. Un piano finanziato dai petrodollari, che gli sceicchi depositavano sui conti bancari internazionali, avendo incassato prezzi crescenti del petrolio, dopo le crisi dei primi anni settanta. È uno scenario inedito ed imprevisto. Banche centrali che indicano come, attraverso canali bancari, la liquidità internazionale possa alimentare un ciclo di crescita reale e non solo aggiustamenti speculativi di breve respiro nelle transazioni tra stock di moneta e stock di titoli. Si intravede un potenziale ruolo attivo delle autorità europee nel governo della crescita mondiale. E Carli diceva, infatti, che gli europei potevano concorrere nel governo del pianeta producendo, ed imponendo alla comunità internazionale, idee efficaci. Eppure, in quegli anni, paradossalmente, dell'euro, della banca centrale europea, dell'Unione europea e del suo repentino e tumultuoso allargamento, non c'era traccia alcuna. Gli anni che separano quella stagione dalle dinamiche del ventunesimo secolo, sono quelli del serpente monetario, prima, e della progressiva convergenza delle monete europee. Per battere la instabilità dei cambi - indotto strumentale delle guerre commerciali tra paesi europei - e la mancata occasione del secondo piano Marshall, mai realizzato compiutamente. Da quelle esperienze nascono l'euro e l'idea di chiudere in una sorta di noce, unificata al suo interno dalla moneta e dalla speranza che l'unificazione politica ne fosse la inevitabile conseguenza. Implodeva l'impero sovietico ed esplodeva la stagione della information and communication technology negli Stati Uniti. L'Unione Europea nasceva come un mercato unico, ed introverso rispetto al mondo che la circondava, mentre si formava il mercato globale. Ed i paesi dell'ex impero sovietico si mettevano in marcia verso il mercato e la democrazia. Il club monetario europeo, indicato come l'orizzonte internazionale nel quale approdavano i paesi che avevano adottato l'euro, doveva precipitosamente allargarsi, generando una corona commerciale intorno al suo nocciolo monetario. Fuori dell'euro restava la nazione europea che, per prima, aveva scelto la privatizzazione della sua economia, il ritorno al mercato, e si era specializzata nell'international banking e non nella produzione di manufatti: il Regno Unito. Il nuovo mercato globale, infine, trasformava, grazie alla crescita che rendeva possibile, in paesi creditori del sistema i nuovi protagonisti che, dal Sud dell'Asia e delle Americhe, decollavano con straordinaria velocità. Questa nuova domanda aggregata generava squilibri ambientali e squilibri nei prezzi, nei cambi e nella bilancia dei pagamenti: per ogni paese del mondo. Ma questa è cronaca. Quali sono le differenze, nella struttura monetaria e finanziaria del mercato mondiale, tra gli anni dei petrodollari e quelli che stiamo vivendo? Allora, i dollari erano la moneta del paese che aveva vinto la guerra e supportato la ricostruzione. Bretton Woods, se la si rilegge da questo punto di vista, è una sorta di rampa di lancio che prepara il decollo del mercato globale contemporaneo. La compiuta realizzazione del quale ha comunque dovuto scontare la stagione della guerra fredda e la implosione dell'impero sovietico. C'è un filo rosso tra quella conferenza monetaria internazionale, la nascita di Banca Mondiale e Fondo Monetario, la caduta del muro a Berlino. I dollari, emessi dal Tesoro americano a fronte delle proprie riserve auree, alimentavano la moneta fiduciaria, gestita dalle grandi banche, e rappresentavano una potenziale base monetaria, l'utilizzo della quale poteva essere condiviso dai governi europei e da quello americano. La scena contemporanea è molto diversa. Le grandi banche hanno ridotto sia la dimensione patrimoniale che il proprio ruolo nella gestione della intermediazione creditizia. Produce risk to distribute it , il nuovo standard di comportamento, comprime la dimensione di crediti e depositi ed aumenta quelle dei titoli emessi e dei portafogli delle famiglie, in cui essi vengono collocati. I mercati dei titoli rappresentano volumi crescenti mentre il ruolo dei bilanci bancari, come pilastri del trasferimento tra risparmi ed investimenti, attraverso il credito, si riduce. Le banche sono brokers sui mercati finanziari; non sono più dealer della crescita. L'euro viene emesso da un consorzio di banche centrali e non è, in senso stretto, una banconota. Ad esso si contrappongono le riserve auree, e valutarie, delle banche centrali che aderiscono al sistema, al culmine del quale si colloca la Bce. Nelle banche centrali di tutto il mondo alle riserve auree si affiancano quelle valutarie; come contropartita delle passività rilasciate dalle medesime banche centrali. L'euro non rappresenta né il debito di uno Stato, come il dollaro, né quello di una banca centrale, come la sterlina. Le "carte", nel senso delle monete legali in circolazione, non sono più nelle mani delle banche ma in quelle delle banche centrali. I mercati finanziari, in cui la liquidità ed i titoli si scambiano, quando i flussi della crescita ristagnano, sono il luogo economico in cui si formano le condizioni per la crescita, dell'economia privata come del debito degli Stati. Per questo una politica monetaria efficace, come dice Michele Bagella nella pagina adiacente, dovrebbe tenere conto non solo dell'indice dei prezzi, dei beni e dei servizi, ma anche di quello del corso dei titoli. E, per tutte queste ragioni, la capacità di governare la crescita mondiale si ripartisce oggi tra Stati Uniti e paesi emergenti mentre l'Europa, che non è uno stato sovrano, conta meno, su questo terreno, di quanto contassero negli anni settanta gli Stati Europei. Per superare questo stallo servirebbe davvero una seconda Bretton Woods. 08/02/2008.

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Euro dollaro consolida. G7 nel week end (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Trend-online" del 08-02-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

FOREX, clicca qui per leggere la rassegna di Euroforex www.euroforex.com, 08.02.2008 15:40 Scopri le migliori azioni per fare trading questa settimana!! La giornata di oggi ha visto prezzi in sostanziale equilibrio nel mercato valutario, con un cross euro dollaro che tiene area 1,4450,riavvicinandosi a 1,45 figura. A Tokyo nel week end si riunirà il G7 che pone all'ordine del giorno i problemi finanziari attuali;i commenti degli analisti sui tassi in area euro cominciano focalizzarsi su un doppio taglio di 25 punti base. Questa view pare allargarsi agli investitori penalizzando la moneta unica. Venendo ai livelli tecnici,segnaliamo brevemente la zona sopra 1,43 figura,come possibile target di breve. La prima resistenza invece è collocata a 1,4520,la cui rottura porterebbe probabilmente al test delle medie mobili rotte al ribasso. Quest'ultime sul grafico giornaliero stazionano ora in area 1,4650. Un euro dollaro al close daily sopra le medie mobili citate vanificherebbe il recupero del dollaro americano,mettendo in dubbio le aspettative per un euro debole. Nessun segnale interessante è arrivato oggi da yen e franco svizzero,mentre la sterlina inglese ha guadagnato contro euro. Il cambio euro sterlina si è riportato nei pressi del supporto 0,7420,il cui break ribassista avrebbe come probabile conseguenza acquisti di moneta britannica,con obiettivo grafico a 0,7350 e supporto intermedio a 0,7390. Il dollaro canadese,invece,è stata l'unica valuta che ha mosso il mercato: contro euro sta recuperando da 1,52 portandosi sotto 1,45,con target a 1,44 e poi 1,4170;contro il cugino americano,invece,sembra diretto a 0,98 figura. Restiamo in attesa di segnali operativi più interessanti,magari a seguito del meeting G7. Fabio Caldato Euroforex direct,Milano.

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Lo Tsunami Finanziario parte 3 il colpo del dollaro del 1971 (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Voce d'Italia, La" del 17-02-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Economia Impariamo dalla storia Lo Tsunami Finanziario ? parte 3: il colpo del dollaro del 1971 Traduzione integrale di un articolo di F. William Engdahl (Global Research) a cura di Stimiato tratto dal sito www.comedonchisciotte.org Milano, 17 feb. - Nonostante tutte le manipolazioni, nel 1971 tutte le riserve auree monetarie americane avevano toccato pericolosamente il fondo poiché gli Stati esteri, guidati dalla Francia, avevano richiesto alla Federal Reserve Americana il pagamento in oro massiccio per i loro surplus di dollari. La realtà non poteva essere manipolata così facilmente come le statistiche di governo. Quelle europee erano emerse, assieme a quella giapponese, come potenti economie moderne ed in espansione. Gli USA stavano diventando una vasta zona di manifattura degradata ed obsoleta. Gli spin-doctors di Wall Street ed i gruppi di ricerca come quelli delle fondazioni Ford e Rockefeller inventarono un eufemismo linguistico detto la “società post-industriale”, ma questo non cambiava i fatti. Alla fine degli anni '60, i centri industriali più produttivi americani, da Detroit a Pittsburg a Chicago, erano diventati degli estesi bassifondi caratterizzati da decadimento, criminalità e disoccupazione crescente. Se gli USA avessero perso le loro ultime risorse auree, il ruolo del dollaro come unica moneta di riserva al mondo – la base, assieme alla superiorità militare americana, dell'impero postbellico del Secolo Americano – sarebbe finito immediatamente. Per evitare tale pericolo, nell'agosto del 1971 il Presidente Nixon si riunì con i suoi consiglieri più fedeli, fra cui un ufficiale del Tesoro americano chiamato Paul Volcker, allora sotto-segretario del Tesoro degli Affari Monetari Internazionali, ed associato di lunga data di David Rockefeller e della famiglia Rockefeller. Il loro compito fu quello di trovare una soluzione. La “soluzione” di Volcker alla incredibile richiesta di compensare il dollaro americano con oro si sarebbe dimostrata tanto semplice quanto distruttiva per il bene dell'economia mondiale. Il 15 agosto 1971 Nixon annunciò ad un mondo allarmato che, da quel giorno, gli Stati Uniti non avrebbe più rispettato i suoi obblighi del trattato internazionale dettato dal Patto Bretton Woods. Nixon aveva sospeso la convertibilità del dollaro in oro. La Fed's Gold Discount Window di New York venne chiusa a chiave. Le valute del mondo entrarono in una libera circolazione contro un dollaro incerto, una cosiddetta valuta piatta. Ora il dollaro non era appoggiato né dall'oro né dall'argento ma “dalla totale fiducia e credito” del governo americano, una comodità di cui si stava cominciando a dubitare il valore commerciabile. Il debito diventa il veicolo Presto, con la minaccia implicita di ritirare il loro scudo nucleare come persuasione principale, le successive Amministrazioni americane capirono che piuttosto che dipendere sul suo ruolo di creditore mondiale come aveva fatto fino al 1971, il Secolo Americano avrebbe teoricamente tratto profitto dall'essere il più grande debitore del mondo, fin tanto che la finanza americana ed il dollaro avessero dominato l'economia mondiale. Fino a che le maggiori satrapie postbelliche USA (1) come il Giappone, la Corea del Sud o la Germania, erano obbligate a stare sotto l'ala protettiva degli USA, era relativamente semplice spingere le loro Tesorerie ad usare il loro surplus di dollari americani commerciali per comprare il debito del governo americano. Nel processo, i mercati azionari americani diventarono di gran lunga i più grandi al mondo. I principali azionisti di Wall Street stavano rimpiazzando l'industria dell'acciaio di Pittsburg e quella automobilistica di Detroit come il “business americano”. Per parafrasare l'arguta battuta dell'ex Presidente della GM Charles Wilson degli anni '50, il nuovo motto era, “Ciò che è buono per Wall Street è buono per l'America.” Non era così. Il nome “industria” finanziaria divenne anche di uso comune, come se volesse indicare il denaro come il legittimo successore alla produzione del bene fisico reale nell'economia. Il debito – il debito del dollaro – sarebbe diventato il veicolo per un nuovo ruolo delle banche di New York, guidate dalla Chase Manhattan di David Rockefeller e dalla Citibank di Walter Wriston. La loro idea era quella di estendere centinaia di miliardi di dollari nell'OPEC appena acquistato ed altri petrodollari, “persuadendo” il governo saudita ed altri governi dell'OPEC a depositare il loro nuovi surplus petroliferi nelle banche di Londra o New York. Poi quei depositi di dollari dall'OPEC, a quel tempo definiti “petrodollari” da Henry Kissinger ed altri, mutarono in prestiti riciclati per economie importatrici di petrolio e affamate di dollari (2). (continua domani 18.02.2008) NOTE (1) Il termine "satrapia" per descrivere le relazioni USA con Giappone, Germania e altri alleati del dopoguerra è usato da Zbigniew Brzezinski nel suo libro The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives, New York, Basic Books, 1997. (2) La migliore descrizione di questo nuovo ruolo di creazione senza fine del debito, appoggiata dalla potenza militare USA, come fondamento della dominazione americana vede un eccellente personale racconto nel significativo lavoro di Michael Hudson, Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire, London, Pluto Press, 2nd Ed.2003, www.michael-hudson.com. p.289 ff. (fonte: www.comedonchisciotte.org) F. William Engdahl è l'autore di A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order,Pluto Press. Il suo libro più recente pubblicato da Global Research è Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation, www.GlobalResearch.ca.

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Lo Tsunami Finanziario parte 4 la crisi di fiducia del dollaro di Carter (sezione: Euro-Dollaro)

( da "Voce d'Italia, La" del 18-02-2008)

Argomenti: Guerra Euro Dollaro

Economia Impariamo dalla storia Lo Tsunami Finanziario ? parte 4: la crisi di fiducia del dollaro di Carter Traduzione integrale di un articolo di F. William Engdahl (Global Research) a cura di Stimiato tratto dal sito www.comedonchisciotte.org Milano, 18 feb. - Questa seconda fase, successiva al periodo d'oro, spinta dallo shock del petrolio manipolato del 1973 e dalla pressione degli USA sull'Arabia Saudita e sull'OPEC a far pagare il petrolio esclusivamente in dollari (il “riciclaggio di petrodollari” di Kissinger [1] ), andò avanti senza troppi problemi fino all'inizio del 1979, quando il dollaro dovette affrontare una forte svalutazione estera durante la fine della presidenza di Jimmy Carter. Il Secolo Americano affrontò una delle sue sfide più grandi in questo periodo. Le banche centrali tedesche, giapponesi e persino quelle arabe iniziarono ad abbandonare le holding del Tesoro americano in ciò che venne definita una perdita di “fiducia” nel ruolo di capo del mondo di Carter. Nell'agosto 1979, per ristabilire nel mondo la “fiducia” nel dollaro, il Presidente Jimmy Carter, esso stesso un pupillo scelto personalmente dalla Commissione Trilaterale di David Rockefeller, fu obbligato dalle grandi banche newyorkesi, guidate dalla Chase Manhattan di David Rockefeller, ad accettare Paul Volker, uno degli uomini di Rockefeller dalla Chase Manhattan Bank, come Ministro della Riserva Federale con un mandato aperto per fare ciò che era necessario per salvare il dollaro come valuta di riserva. Nel prendere l'incarico, Volker annunciò senza mezzi termini, “Lo standard di vita dell'americano medio è in declino.” Era stato scelto direttamente da Rockefeller per salvare i mercati finanziari di New York ed il dollaro a discapito del benessere della nazione. La 'terapia shock' di Volker La terapia shock di Volker, iniziata nell'ottobre 1979, durò fino all'agosto 1982. I tassi di interesse andarono in doppia cifra, volando alle stelle. Le economie mondiali e quella americana vennero lanciate in una recessione mostruosa, la peggiore dalla Seconda Guerra Mondiale. In un anno, il tasso primario era volato ad un livello mai visto prima del 21.5%, paragonato ad una media del 7.6% nei 14 anni precedenti, una crescita quasi triplice nel giro di settimane. Il tasso ufficiale americano di disoccupazione salì all'11% mentre, ufficiosamente, quando venne contato chi semplicemente aveva smesso di cercare lavoro, era di gran lunga più alto. La Terapia Shock di Volker raddoppiò la disoccupazione ufficiale americana La crisi di debiti latino americana, un oscuro presagio della crisi subprime USA di oggi, scoppiò come diretto risultato dello shock Volker. Nell'agosto 1982, il Messico annunciò di non poter più pagare in dollari il servizio di tassi d'interesse sui suoi enormi debiti. Esso, come la maggior parte del Terzo Mondo dall'Argentina al Brasile, dalla Nigeria al Congo, dalla Polonia alla Jugoslavia, era caduto nella trappola delle banche newyorkesi. La trappola consisteva nel prestare l'ammontare dei petrodollari riciclati dall'OPEC e investiti nelle principali banche di New York e Londra, le banche Eurodollaro, che inizialmente prestavano i dollari a Paesi del Terzo Mondo disperati a “tassi fluttuanti” legati ai tassi LIBOR di Londra. Quando il LIBOR aumentò del 300% nel giro di mesi come conseguenza della terapia shock di Volker, quei paesi debitori non furono più in grado di continuare. Venne coinvolto il FMI e la più grande rapina nella storia del mondo, definita erronamente la Crisi di Debito del Terzo Mondo, iniziò. Come da previsione, la politica shock di Volker diede il via alla crisi. Dopo sette anni di tassi di interesse incessantemente alti da parte della FED di Volker, fatta passare al pubblico credulone come “spremere l'inflazione fuori dall'economia americana”, nel 1986 lo stato interno dell'economia USA era disastroso. La maggior parte dell'America iniziò ad assomigliare ad un Paese del Terzo Mondo, con quartieri malfamati in espansione, disoccupazione a doppia cifra e problemi crescenti di criminalità e tossicodipendenza. Uno studio della Federal Reserve mostrò che il 55% delle famiglie americane erano debitrici. I deficit del budget Federale erano a livelli inauditi di più di 200 miliardi di dollari all'anno. In realtà, Volker era stato mandato a Washington per fare una cosa sola – salvare il dollaro dalla caduta libera che minacciava il suo ruolo come moneta di riserva globale. Il ruolo del dollaro come valuta di riserva era la chiave nascosta del potere finanziario americano. Lasciando salire alle stelle i tassi d'interessi americani, gli investitori stranieri si ammassarono nel mietere guadagni comprando i bond USA. I bond erano e sono il cuore del sistema finanziario. La terapia shock di Volcker per l'economia significò crescenti profitti per la comunità finanziaria newyorkese. Volcker ebbe anche fin troppo successo nella sua missione. Il dollaro salì ai più alti livelli di sempre contro le valute di Germania, Giappone, Canada ed altri paesi dal 1979 fino alla fine del 1985. Il super-valutato dollaro USA rese proibitivi i costi delle esportazioni manifatturiere americane sui mercati mondiali e questo portò ad un drammatico declino nelle esportazioni industriali americane. Già gli alti tassi di interesse della FED di Volcker dall'ottobre 1979 avevano portato ad un forte declino nell'edilizia domestica, la rovina finale dell'industria automobilistica americana, e con essa quella dell'acciaio, dato che i produttori americani spostarono la produzione all'estero, dove i vantaggi sui costi erano maggiori. Riferendosi a Paul Volcker ed ai suoi sostenitori del libero mercato all'interno della Casa Bianca di Reagan, il Repubblicano Robert O. Andersen, l'allora presidente della Atlantic Richfield Oil Company, si lamentò che “hanno fatto di più loro per smantellare l'industria americana che ogni altro gruppo nella storia. Nonostante ciò, vanno in giro a dire che va tutto a gonfie vele. è come il Mago di Oz” (2). All'inizio del 1987, le tradizionali banche ipotecarie nazionali, le banche Savings & Loan, erano in una crisi di liquidità che alla fine sarebbe costata al contribuente americano centinaia di miliardi in interventi governativi. L'organo di controllo del Congresso, il GAO, dichiarò che la Federal Savings & Loan Insurance Corporation, che garantiva per la banca S&L, era insolvente. Già sotto la pressione delle S&L, fu permesso di realizzare enormi perdite bancarie dato che alle istituzioni insolventi era consentito rimanere aperte e crescere, rendendo possibile l'accumulazione di perdite sempre maggiori. Il costo finale della debacle delle S&L negli anni 80 arrivò a oltre 160 miliardi di dollari. Alcuni calcolarono che i costi reali per l'economia arrivarono fino a 900 miliardi. Tra il 1986 e il 1991, il numero di nuove abitazioni edificate crollò da 1,8 a un milione, il tasso più basso dalla Seconda Guerra Mondiale. (la quinta e ultima parte domani 19.02.2008) NOTE (1) Vedi Engdahl, op.cit., pp.130-141 per un insolito racconto del ruolo dell'allora segretario di Stato Kissinger negli eventi che portarono ad una crescita dei prezzi OPEC del petrolio del 400% nel 1974. (2) Anderson, Robert O., cited in Greider, William, Secrets of the Temple: How the Federal Reserve runs the country, Simon & Schuster, New York, 1987, p. 648. (fonte: www.comedonchisciotte.org) F. William Engdahl è l'autore di A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order,Pluto Press. Il suo libro più recente pubblicato da Global Research è Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation, www.GlobalResearch.ca.

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