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La triplice minaccia sul futuro dell'economia
americana - crisi nel settore del credito, tassi di crescita stagnanti e una
ripresa dell'inflazione - è stata confermata ieri da una serie di dati
economici deludenti, dalle massicce perdite nel settore dei mutui subprime del
colosso assicurativo Aig e da un altro slittamento
del dollaro. Un cocktail di cattive notizie che ha mandato al tappeto Wall Street: l'indice Dow Jones
ha chiuso in calo del 2,51%, il Nasdaq ha peso il 2,58% e lo Standard % Poor's il 2,71 per cento.
Per il terzo giorno consecutivo, la valuta americana ha toccato un minimo
storico (1,5239) contro l'euro prima di recuperare parte delle perdite e
risalire a 1,5192; il dollaro è piombato però al livello più basso degli ultimi
tre anni contro lo yen (103,93). Il biglietto verde ha
ormai perso l'84% del proprio valore contro l'euro tra il 2000 (quando aveva
raggiunto il massimo di 82,30 centesimi di euro) e oggi. L'indice che riflette
il valore della moneta americana nei confronti di sei maggiori valute estere, è
invece sceso al livello più basso dal 1973.
Il deprezzamento del dollaro, abbinato agli alti prezzi del petrolio e
dell'alimentare, sta innescando una spirale inflazionistica. Ieri l'indice dei
prezzi relativo al consumo personale, esclusi energia e alimentare, è salito
del 2,2% in gennaio rispetto all'anno precedente, restando al di sopra della
soglia di tolleranza del 2% della Fed. L'aumento dei prezzi ha quindi quasi
azzerato l'aumento del consumo personale in termini reali: la spesa dei
consumatori è salita dello 0,4% rispetto al mese precedente.
L'indebolimento dell'economia è stato confermato da un paio di altri dati.
L'indice della fiducia dei consumatori misurato dall'Università del Michigan è sceso da
Nel corso della prossima riunione del comitato esecutivo della Fed il 18 marzo,
la Banca centrale dovrebbe abbassare il tasso sui fondi federali (interbancari)
al 2,5 per cento. Il timore di una forte ripresa dell'inflazione è comunque
sentito, ed è stato espresso ieri - seppur in modo obliquo - dal presidente
della sezione regionale della Fed di Chicago Charles Evans. «La Banca centrale
deve tener conto dei suoi obbiettivi di medio periodo quando è costretta a
riportare ordine sui mercati finanziari», ha detto Evans.
Alcuni "guru" della finanza americana fanno previsioni catastrofiche
sull'evoluzione della crisi scatenata dai "subprime" immobiliari;
altri, in America e in Europa, usano toni meno drammatici e prevedono che al
massimo entro un anno la tempesta si placherà e rivedremo il sereno.
Nessuno può giurare sull'una o sull'altra tesi, le scommesse fanno parte del
gioco e del funzionamento del mercato, ma bisogna esser ben consapevoli che si
gioca a testa o croce, o al rosso e nero: cinquanta per cento di probabilità di
vincere o di perdere.
Ciò premesso, ribadirò quanto scrissi nel giugno dell'anno scorso di fronte ai
primi segnali dell'uragano: questa non è una crisi come le altre, non si limita
ad un settore geografico del pianeta ma lo coinvolge tutto, non ha soltanto
carattere finanziario ma dilaga nell'economia reale e intacca inevitabilmente i
cosiddetti "fondamentali", cioè gli elementi di fondo che sorreggono
l'economia. Merita quindi d'esser chiamata "grande crisi",
definizione fin qui riservata a designare quella che cominciò a Wall Street nel 1929, si diffuse in Europa nel 1931 e non
cessò di incombere sull'intero pianeta fino allo scoppio della guerra del 1939,
nonostante che nel frattempo ci fosse stato il "New Deal" rooseveltiano e i fascismi europei.
Siamo dunque di fronte ad una grande crisi. Forse sbollirà tra un anno, forse
si aggraverà ancora di più e si prolungherà. Forse intaccherà le strutture
portanti del capitalismo e della democrazia oppure - a tempesta passata - tutto
tornerà come prima. Ma a quest'ultima ipotesi, francamente non credo.
Mario Deaglio in un bell'articolo sulla
"Stampa" di qualche giorno fa, ha spiegato quali sono i mutamenti più
che mai reali che stanno fin d'ora modificando le strutture del sistema
economico mondiale. Concordo completamente con la sua analisi che segnala i tre
fattori della mutazione in corso.
Primo: una massa sterminata di nuovi consumatori si sta affacciando sul mercato
delle derrate alimentari di base, soprattutto i cereali e il grano in
particolare. Quantitativamente si tratta di almeno un miliardo di persone e nei
prossimi anni questa cifra è destinata a raddoppiare a parità di abitanti del
pianeta; ma sappiamo già che il tasso demografico è destinato ad aumentare di
molto la popolazione mondiale con gli effetti nutrizionali che ne deriveranno.
Secondo: le nazioni emergenti (Cina, India, America Latina) hanno fame di
energia e premono sulle risorse esistenti, in particolare sul petrolio. La
ricerca di nuovi giacimenti e di nuove fonti sarà certamente stimolata, ma non
abbastanza da ridurre l'effetto della domanda sui prezzi.
Terzo: il dollaro sta perdendo una parte del suo ruolo di moneta esclusiva sia
per quanto riguarda le transazioni commerciali sia come unica moneta di riserva
del valore.
La grande crisi non è responsabile di queste mutazioni, ma funziona come
acceleratore. Spinge avanti i tre fenomeni in atto e li diffonde ovunque
rendendo più difficile il contenimento e la gradualità.
* * *
Nouriel Roubini, il maggior
catastrofista tra gli economisti che disegnano gli scenari del prossimo futuro,
valuta a mille miliardi di dollari le perdite causate dai "subprime"
immobiliari, dai debiti dei proprietari di case, dai debiti "in
sofferenza" causati dagli strumenti finanziari "derivati", dai
debiti dei titolari di carte di credito, dai debiti delle imprese fallite o
minacciate da fallimento, dalle perdite che le banche e le compagnie d'assicurazione
non hanno ancora iscritto nei loro bilanci e, infine, dall'andamento negativo
delle Borse mondiali e dall'andamento altrettanto negativo dei margini di
copertura degli operatori finanziari.
Mille miliardi di perdite sono una cifra enorme. Anche se non tutti i ragionamenti
di Roubini sono condivisibili, la sua valutazione
delle perdite complessive sembra abbastanza ragionevole. Essa incide
soprattutto sul terzo degli elementi di mutazione del sistema e cioè sul ruolo
del dollaro e sulla tenuta del "dollar
standard" in vigore fin dai primi anni Settanta.
Le istituzioni monetarie internazionali e cioè il Fondo monetario, le Banche
centrali (comprese quelle di Pechino, di New Delhi, di Brasilia, di Buenos
Aires e di Città del Messico) e i rispettivi governi dovrebbero prendere
l'iniziativa di una riforma del sistema monetario mondiale.
Capisco che una proposta del genere ha il sapore di un'ipotesi priva di
fattibilità politica, ma in mancanza di un tentativo convinto in quella
direzione tra pochi anni saranno i governi e le Banche centrali asiatiche a
dettare la legge. Il grosso del finanziamento del Tesoro americano e delle
attività finanziarie denominate in dollari è da tempo nelle mani di Cina, India
e Giappone. Per cifre minori ma altrettanto cospicue, a quelle attività
finanziarie monetarie dei tre grandi paesi asiatici vanno aggiunti i
petrodollari in mano ai paesi arabi e alla Russia.
Una situazione del genere è estremamente squilibrata, può creare oscillazioni
dei cambi molto gravi, delle quali l'attuale apprezzamento dell'euro
rappresenta soltanto una pallida anticipazione. Una riforma del sistema non può
che andare verso meccanismi di ridistribuzione dei valori monetari e dei tassi
di cambio che ne sono l'espressione, connessa con il reddito reale delle varie
aree economiche del pianeta, con le rispettive quote di commercio
internazionale e con la stabilità dei bilanci dei singoli paesi.
Nel 1945 problemi analoghi furono esaminati da esperti e governi dei paesi
vincitori, soprattutto da Stati Uniti e Gran Bretagna. Sulla visione più
equilibrata suggerita da Keynes prevalse il "dollar exchange standard"
sostenuto dal governo americano. Mi azzardo a dire che una rilettura aggiornata
e politica del piano Keynes potrebbe fornire idee di
attuale interesse. Non varrebbe la pena di promuovere un'iniziativa di questa
natura?
* * *
Su scala infinitamente minore ma per noi molto più vicina alla nostra vita
quotidiana, si pone il tema della politica economica italiana nell'ambito della
campagna elettorale in corso, delle proposte avanzate dalle forze politiche e
di ciò che potrà avvenire quando dalle urne uscirà una nuova maggioranza e
nuove opposizioni.
In proposito non ho che da ribadire quanto già scritto nelle scorse settimane:
credo necessario mirare - nei limiti del possibile - ad una strategia
anticiclica che sostenga una crescita purtroppo appiattita e in progressivo
rallentamento. I margini per una linea di questa natura esistono. Si tratta a
mio avviso di mobilitare risorse pari ad un punto di Pil (1.500 miliardi in
cifra tonda) concentrando l'azione sul rifinanziamento della domanda interna di
consumi e di investimenti, capace di contenere il rallentamento del Pil creando
nuove risorse cui attingere negli esercizi 2009-2010.
Per non girare intorno e chiamare invece le cose con il loro nome, credo sia
possibile attuare una calcolata politica di "deficit spending"
senza oltrepassare la soglia europea del 3 per cento e coordinando
quest'operazione con alienazioni di patrimonio da destinare interamente ad un abbassamento
del debito pubblico e quindi degli oneri che ne derivano al bilancio dello
Stato.
L'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, mi ha cortesemente inviato il
testo della sua "deposizione" dinanzi alle competenti commissioni
parlamentari. Lo ringrazio di quest'attenzione anche se
conoscevo già quel documento. Esso rappresenta una ricostruzione difensiva
della politica attuata dal ministro dell'Economia durante il quinquennio del
governo Berlusconi.
Non interessa in questa sede discutere il merito di quella difesa, convincente
su alcuni aspetti e non convincente affatto su altri non marginali. Salvo un
punto che merita risposta. Tremonti ritiene (con ragione) che il cambio di
moneta dalle valute nazionali all'euro, effettuato nel 2000, abbia prodotto
consistenti mutamenti nella distribuzione della ricchezza e della povertà tra
le varie classi sociali, alimentando un malcontento largamente maggioritario
nella popolazione europea e in quella italiana in particolare nei confronti
dell'euro e dell'Europa.
L'ex ministro dell'Economia ritiene che l'errore dei governi dell'Eurozona sia
stato quello di effettuare in un colpo solo il cambio della moneta. Le cose
sarebbero andate diversamente se per tre-quattro anni
ci fosse stata nei paesi di Eurolandia una doppia
circolazione, quella dell'euro affiancata dalle monete nazionali.
Tremonti pensa che la doppia circolazione avrebbe evitato i massicci
spostamenti di ricchezza e di povertà e le massicce speculazioni che li hanno
prodotti. Penso che abbia ragione in teoria, ma torto
politicamente: la doppia circolazione era impossibile; il passaggio dalle
monete nazionali all'euro avvenne dopo una durissima battaglia soprattutto tra
tedeschi e francesi, che fu vinta dal cancelliere Kohl quando riuscì a convincere
Mitterrand, pur in contrasto con il parere delle rispettive Banche centrali.
Una tergiversazione era a quel punto impossibile; la doppia circolazione, per
di più, non avrebbe reso irreversibile il cambio di moneta e avrebbe alimentato
innumerevoli speculazioni contro le monete più deboli, a cominciare dalla
nostra, polverizzando l'operazione e agitando quotidianamente il mercato dei
cambi.
Tremonti è un buon avvocato difensore di se stesso "ex post", ma
sostituisce in questo caso la sua soggettiva visione alla dura realtà. Sta di
fatto che il "money exchange"
non fu seguito dal governo con gli opportuni controlli e
infatti gli effetti sulla società italiana furono decisamente peggiori
di quanto avvenne contemporaneamente negli altri maggiori paesi di Eurolandia.
Su un punto mi dichiaro del tutto d'accordo con l'ex ministro dell'Economia:
egli ricorda d'esser stato favorevole al piano Delors di finanziare un grande
programma di opere pubbliche europee con l'emissione di Eurobond
sul mercato finanziario internazionale. Aveva ragione. Posso dire che il suo
appoggio a quella proposta non fu così energico come avrebbe potuto e dovuto?
Il governo Berlusconi-Tremonti pose le sue priorità
su altri obiettivi politici ed economici.
L'appoggio al piano Delors fu puramente accademico e non sortì infatti alcun effetto.
Domando a mia volta: qual è l'opinione di Tremonti su una politica anticiclica
da adottare subito dopo il 14 aprile, quale che sia la maggioranza che uscirà
dalle urne? Questo sì, sarebbe interessante saperlo. Grazie se vorrà dircelo.
(2 marzo 2008)