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DOSSIER “I COSTI DELLA POLITICA.”

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- La terza greppia Luigi La Spina (La Stampa 16-7-2008) 1

- Sprechi e scandali in corsia: una torta da cento miliardi Appalti, tangenti e lottizzazioni: oltre tremila amministratori accusati di corruzione Paolo Baroni (La Stampa 16-7-2008) 1

 


La terza greppia Luigi La Spina (La Stampa 16-7-2008)

 

C’è sempre un «mariuolo», come Craxi definì Mario Chiesa all’epoca della prima Tangentopoli, che cerca invano di occultare le banconote del malaffare; c’è sempre la vendetta di qualche corruttore che, messo alla strette, si sente concusso e vuota il sacco. Gli scandali della sanità italiana passano dalle rozze tangenti per i macchinari ai virtuosismi finanziari delle cartolarizzazioni per i crediti, ma la sostanza e, persino, la fisionomia dei personaggi sembrano assomigliarsi con un’impressionante frequenza. Nella storia della nostra Repubblica, la prima greppia dei partiti fu costituita, negli Anni 60, dalle Partecipazioni statali, la seconda, negli Anni 80, dai Lavori pubblici e, ora, la terza cassaforte occulta del finanziamento è costituita dalla voragine insaziabile della spesa sanitaria affidata alle Regioni.

I numeri sono eloquenti: il nostro sistema del Welfare per la salute pubblica divora somme enormi. Nel 2008, si supereranno abbondantemente i cento miliardi di spesa all’anno. Nel bilancio delle Regioni, le erogazioni per questa voce rappresentano, mediamente, circa l’80 per cento del totale. E’ chiaro che una tale massa di soldi cementa quel vincolo tra la politica e la sanità che, attraverso la designazione partitica dei manager per le Asl e per gli ospedali, assicura un flusso costante e crescente di denaro sia per la corruzione personale dei politici sia per il finanziamento di partiti e correnti.

Ecco perché la definizione di «nuova Tangentopoli», al di là del caso singolo per il quale Di Pietro l’ha richiamata, appare appropriata, se allarghiamo lo sguardo a quanto sta avvenendo un po’ in tutte le Regioni italiane e, soprattutto, se si avvertono gli scricchiolii di un sistema che è sul punto di crollare. Da una parte, l’invecchiamento della popolazione e i costi di una medicina sempre più tecnologicamente avanzata richiedono finanziamenti sempre più onerosi. Dall’altra, lo Stato non è più in grado di trasferire alle Regioni i miliardi del disavanzo tra ricavi e spese e costringerà questi enti o a tassare i cittadini con ticket locali sempre più elevati o a ridurre drasticamente il livello del servizio.

Dobbiamo rassegnarci, perciò, alla fine del modello italiano ed europeo di protezione pubblica della salute e adattarci a quello americano, fondato su una pesante discriminazione tra la qualità dell’assistenza fornita, secondo il livello di reddito a disposizione di ciascun cittadino? Una soluzione del genere, non è, evidentemente, né possibile, né augurabile. L’obiettivo, allora, è quello di recidere o, almeno, di indebolire il rapporto strettissimo esistente in Italia tra sanità e politica.

A questo proposito, è bene subito sgombrare il campo da pseudo-ricette che si fondono su una clamorosa ipocrisia: è praticamente inesistente, o è ridottissimo, in Italia, il cosiddetto settore privato della sanità. La finzione si regge sul sistema delle convenzioni con il pubblico che assicurano lauti introiti alle cliniche «private». Poiché i controlli, come si è visto nel recente scandalo milanese della «Santa Rita», sono ridotti a ben poco, il rischio della corruzione, degli sprechi, delle inefficienze è tutt’altro che scongiurato.

Stabilire un corretto rapporto tra qualità delle cure e costi, verificare gli standard dei servizi, limitare i casi di truffe e ruberie non dipende, perciò, dal trasferimento dell’etichetta tra il pubblico e il privato, ma da una riforma complessiva della sanità che parta da una prima esigenza: non devono essere più solamente i partiti a scegliere i direttori generali di Asl e ospedali. I protagonisti della sanità pubblica sono essenzialmente due: i cittadini, da una parte, gli utenti del servizio e, dall’altra, i fornitori del servizio: medici, infermieri, personale addetto. Alla politica spettano solo due controlli fondamentali, quello sulla quantità della spesa che, affidato alle due prime categorie, ovviamente lieviterebbe, per convergenti interessi, fino a livelli insostenibili. E quello sul rispetto degli standard di qualità per le prestazioni assicurate ai cittadini.

Le formule giuridiche che si possono immaginare per un deciso cambio di rotta nella sanità, l’unico che possa scongiurare una catastrofe del sistema di assistenza pubblica, possono essere varie. Studi già pubblicati e ampiamenti noti agli addetti al settore propugnano una trasformazione delle Asl in particolari società per azioni, con l’intento di assicurare una maggiore trasparenza sia nella cosiddetta governance sia nei bilanci. Altri pensano, invece, al modello delle fondazioni che, in molti casi, ha dato buona prova e sarebbe possibile ancora perfezionare. Non è detto che la soluzione sia circoscritta a solo queste due ricette, anche perché è certamente notevole la complessità del rapporto a tre, malati, medici e controllo pubblico attraverso la rappresentanza politica. Ma non è più possibile che all’antico, e forse eccessivamente mitizzato, strapotere dei medici nella sanità si sia sostituito l’arbitrio feudale di vassalli, valvassori e valvassini della politica.


 

Sprechi e scandali in corsia: una torta da cento miliardi Appalti, tangenti e lottizzazioni: oltre tremila amministratori accusati di corruzione Paolo Baroni (La Stampa 16-7-2008)

 

ROMA - Più denaro gira, più potere c’è da spartire e più il crimine impazza. Corruzione, tangenti, scandali politici, infiltrazioni mafiose e camorristiche nella sanità sono all’ordine del giorno. E di pari passo crescono l’inefficienza e gli sprechi, le assunzioni clientelari sono la prassi, i diritti diventano favori mentre tra organizzazioni criminali e mondo politico nascono (o si consolidano) nuovi legami. I magistrati, in più occasioni, questo rapporto di scambio lo chiamano «coabitazione».

Una torta da 100 miliardi
Tra ospedali, esami, cure e terapie varie, il business oggi vale 100 miliardi di euro, quasi il 7% della ricchezza del Paese, in media il 53% della spesa delle regioni con punte del 70-80%. Insomma è il naturale terreno di coltura della corruzione. «Appalti e convenzioni - denuncia Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanza Attiva - scatenano appetiti incredibili». Sarà un caso ma la fotografia delle regioni dove i conti della sanità sono in rosso, con poche eccezioni, è praticamente identica a quella dove si sono registrati gli scandali più vergognosi. Tangenti e sprechi, sprechi e tangenti vanno quasi di pari passo. Il pizzo si sposa alla raccomandazione, e fa un tutt’uno con l’eccesso di posti-letto e gli abusi sulle degenze. La Sicilia di Totò Cuffaro, che ancora l’anno passato perdeva mezzo miliardo di euro, la Campania degli ospedali controllati dalla camorra (-697 milioni), il Lazio di «Lady Asl» (-1,4 miliardi, su un bilancio di 9,3), ovviamente l’Abruzzo dove è appena scoppiato il caso Del Turco (-117 milioni), in prima fila.

Il regno della corruzione
Secondo la relazione presentata a fine 2007 dal Commissario anticorruzione tra il 2006 ed il 2007 su 6.752 persone denunciate per corruzione nella pubblica amministrazione ben 3.219 operavano nel campo della sanità. Il record spetta alla Calabria con 1.491 denunce su 1.759, ed una quota del 22% sul totale delle segnalazioni raccolte dalla guardia di Finanza. La Regione dove ancora si ricorda l’omicidio Francesco Fortugno, che le indagini legano agli interessi della criminalità locale al business sanitario, spende ogni anno circa 3,1 miliardi di euro con un disavanzo di 24 milioni.

Tutt’altra situazione in Lombardia, dove il bilancio della sanità supera quota 16,1 miliardi di euro su un totale di 40 ed i conti sono in attivo (+9 milioni): nonostante questo, però, ben l’83% dei denunciati (622 persone su 745) ha commesso reati in campo sanitario. E anche qui gli scandali continuano a susseguirsi: da quello storico di Poggi Longostrevi, l’ex «re Mida» delle cliniche milanesi, che nel ‘97 coinvolse 300 persone, a quello di poche settimane fa che ha visto protagonista la clinica Santa Rita (14 arresti per 90 operazioni sospette e 5 pazienti morti).

Negli ultimi sei anni i bilanci regionali hanno prodotto almeno 30 miliardi di deficit solamente a causa degli sprechi prodotti negli ospedali e nelle cliniche, in pratica il valore di un’intera finanziaria. L’anno scorso solo otto regioni sono riuscite a chiudere con i conti in attivo: le più virtuose sono state Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. Tutte le altre sono finite in rosso. Tra il 2004 ed il 2007 il Lazio ha accumulato 7,5 miliardi di debito, 4,5 la Campania di Bassolino, 3 la Sicilia di Cuffaro ed oggi di Lombardo. Che non a caso come assessore alla Sanità nelle passate settimane si è scelto un magistrato, l’ex pm Massimo Russo.

Nel 2007 la Regione Sicilia ha speso la bellezza di 8,5 miliardi di euro per la sanità (su un totale di 14,6), un miliardo in più dell’anno prima. In pratica 1.711 euro per ogni abitante, 6.850 euro a famiglia. «E’ imbarazzante osservare che si tratta del 30% in più di quanto spende la Finlandia, uno Stato più grande dell'Italia e con un sistema sanitario pubblico tra i più efficienti al mondo» ha denunciato giorni fa il procuratore generale della Corte dei Conti, Giovanni Coppola. Un bilancio che dovrebbe assicurare un servizio di qualità svizzera, mentre invece i soldi vengono dispersi in mille rivoli: mantengono un esercito di dipendenti (47.970, di cui ben 12.800 dirigenti, e 11 addetti per ognuna delle 269 ambulanze in servizio) e soprattutto alimentano una marea di convenzioni esterne: 1.844, con un costo per le casse pubbliche di 1 miliardo e 100 milioni di euro.

La Mafia e le cliniche
Nell’isola risale ormai agli Anni Ottanta la «decisione strategica» di Cosa Nostra di indirizzare sempre di più le proprie attenzioni al comparto della sanità. Un’infinità di medici sono coinvolti in inchieste di ogni tipo sino ad arrivare al caso limite, quello dell’ex presidente della Giunta Totò Cuffaro condannato a 5 anni per favoreggiamento aggravato nell’inchiesta che ha visto come protagonista Michelangelo Aiello, imprenditore del ramo costruzioni sospettato di essere il prestanome del boss Provenzano, e titolare della clinica Santa Teresa. Il processo contro «le talpe» ha rivelato che Aiello e Cuffaro si incontrarono in un retrobottega di Bagheria per concordare assieme le tabelle dei rimborsi per i diversi tipi di prestazione.

Tra il 2003 ed il 2006 sono stati 15 i consigli comunali e le Asl sciolte in Sicilia per infiltrazione mafiosa, 12 in Calabria e 14 in Campania. Regione che vanta il primato assoluto: visto che è stata la Asl4 di Pomigliano ad essere decapitata per prima a fine 2005. Stessa sorte è toccata alla Asl9 di Locri, in Calabria. Di scandalo in scandalo si arriva alla Puglia, dove l’ex presidente Raffaele Fitto è indagato assieme all’editore di «Libero» e del «Riformista» Gianpaolo Angelucci per una presunta tangente da 500 mila euro versata dal gruppo Tosinvest in cambio di un appalto da 55 milioni di euro e dove un direttore generale dell’Asl, quello di Taranto, è stato da poco condannato in primo grado per uno scandalo legato agli appalti.

La questione ambientale
«E’ una questione di ambiente: il pubblico diventa ad uso dei privati - spiega Petrangolini -. Spesso si dice che lo sforzo più grande un funzionario lo fa per ottenere l’assunzione, dal quel momento in poi non lavora più, si dedica solo a riempirsi le tasche. Il caso di Lady Asl è significativo: con le tangenti si arricchiva il singolo funzionario e poi veniva finanziato un intero sistema di potere». Passano gli anni, cambiano le giunte, ma il malaffare continua: nelle stesse ore in cui in Abruzzo arrestavano Del Turco nella capitale lunedì finivano in manette 5 tra imprenditori e funzionari dalla AslRmC, quella dove nel 2006 aveva colpito proprio Anna Giuseppina Iannuzzi. Allora si trattava di false prestazioni, oggi l’inchiesta riguarda un appalto da 21 milioni per il servizio informatico.

(Ha collabaorato Giulia Baroni)