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PRIVILEGIA NE IRROGANTO  di  Mauro Novelli

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DOSSIER “CLASS ACTION”

 

 

 

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Report "Class action"   1-30 aprile 2009


Indice degli articoli

Sezione principale: Class action

E con un bigliettino di Obama a Hu Jintao si sigla l'accordo ( da "Corriere della Sera" del 03-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: che rischia di trascinare il mondo intero in un baratro senza speranza, richiede «azioni collettive ». E se l'accordo «non potrà mai essere facile e i risultati immediati», la comunità internazionale può ora contare su un leader americano, convinto che «l'era della responsabilità » promessa agli Stati Uniti, «non si ferma ai loro confini», ma coinvolge tutti.

Il risibile spettacolo di un populismo connesso a Internet. ( da "Manifesto, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Schwarzegger hanno compreso che l'unica cosa che può connettere la sfera politica al vissuto collettivo è rappresentata «dalla viscosità e dalla densità del simbolo, dell'emozione e dell'affettività condivisa. Essi non trasmettono un messaggio politico ma riproducono parte del sentimento collettivo attraverso e nel proprio corpo simulacrale (.

Regole severe contro Cosa nostra ( da "Sole 24 Ore, Il (Sud)" del 03-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: aiuto dei colletti bianchi «Regole severe contro Cosa nostra» di Nino Amadore L egalità, sviluppo, regole. Ivan Lo Bello, 45 anni, presidente di Confindustria Sicilia, rilancia il ruolo delle imprese in questo momento di difficoltà e rimette al centro gli imprenditori come protagonisti di una classe dirigente che punta tutto sulla rinnovata etica del capitalismo.

Crisi, Draghi: segni di rallentamento Il Colle loda il G20: "Atti importanti" ( da "Corriere.it" del 03-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: aggiunto che le decisioni prese a Londra dal gruppo dei 20 dimostrano che esiste «una diagnosi comune tra i Paesi e anche una indicazione di azione comune: ciò è molto importante». NAPOLITANO - E' positivo anche il giudizio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano sul G20 perchè «per la prima volta ci sono tutte decisioni collettive e non solo impegni di coordinamento».

Draghi: la recessione rallenta ( da "Stampa, La" del 04-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: ira di Juncker Il Tesoro vuol rilanciare un nuovo piano Delors per un'azione collettiva di stimolo Austria e Belgio: accoglieremo le richieste internazionali La Svizzera: criteri sbagliati GUERRA AGLI EVASORI Il ministro «La fine del segreto bancario implica il passaggio a un mondo completamente nuovo» DALL'INVIATO A PRAGA [FIRMA]MARCO ZATTERIN INVIATO A PRAGA In effetti,

in memoria del divo giulio e della sua sfida ( da "Unita, L'" del 04-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: I dannati della terra di Frantz Fanon o Colletti bianchi di Wright Mills, dove per la prima volta si vedeva o si intuiva scritto di «proletarizzazione dei ceti medi», che per noi italiani era già una rivoluzione. Tutte letture, capite qui e là, che stavano alle spalle del miglior Sessantotto, quello libertario e novatore, internazionalista e pacifista,

C'è una lettera di Gianni Rodari che comincia: Muy querido y distinguido hidalgo editorial... ( da "Unita, L'" del 04-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: I dannati della terra di Frantz Fanon o Colletti bianchi di Wright Mills, dove per la prima volta si vedeva o si intuiva scritto di «proletarizzazione dei ceti medi», che per noi italiani era già una rivoluzione. Tutte letture, capite qui e là, che stavano alle spalle del miglior Sessantotto, quello libertario e novatore, internazionalista e pacifista,

Tremonti: governance globale Attuare subito le scelte del G20 ( da "Corriere della Sera" del 04-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: azione degli Stati «dal coordinamento al collettivo ». Ha poi sottolineato «la fine del segreto bancario», decisa a Londra, come «il simbolo del cambiamento» e dell'addio al dominio della finanza stile Usa, impostata solo per «creare valore per gli azionisti», mentre giudica giusto «creare valore per l'impresa e per tutte le sue componenti»

Tremonti: Non sforeremo il deficit ( da "Corriere delle Alpi" del 04-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: come deciso al G20 di Washington a novembre, alle azioni prese collettivamente. Un trilione punto uno di dollari (1100 miliardi ndr) ha un valore se speso in interventi singoli coordinati, ma vale molto di più se speso tutti insieme». Questa azione collettiva è rappresentata dai soldi stanziati per il Fondo monetario internazionale.

dal campus all'università messaggi di rabbia e speranza - anna puricella ( da "Repubblica, La" del 05-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: tra le quali Elisa Scardaccione, membro del collettivo Lilith. «Non credo che le azioni del mio gruppo siano vandaliche - spiega - Non imbrattiamo i muri, piuttosto cerchiamo di comunicare qualcosa». La tolleranza, a esempio. Da un anno, Elisa e le altre lasciano simboli nei dintorni dell´Ateneo, ma si spingono anche al Campus.

indumenti e cibo, la sicilia si mobilita - isabella napoli ( da "Repubblica, La" del 08-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: indetto per domenica 19 aprile in tutte le chiese italiane una colletta nazionale. «Invito tutti i palermitani - dice l´arcivescovo di Palermo monsignor Paolo Romeo ad aderire alla colletta e ad essere generosi». C´è anche chi offre ospitalità agli sfollati. Lo fa la scuola secondaria statale Camillo Benso Conte di Cavour di via Crocifisso Pietratagliata nella zona di Mezzomonreale.

l'onda, cl e la marea nera battaglia per un pugno di voti - simone mosca franco vanni ( da "Repubblica, La" del 08-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: E la campagna elettorale alla Statale vede da settimane ogni uscita pubblica di Azione Giovani (vicina ad Alleanza Nazionale) contestata dai collettivi studenteschi al grido «fuori i fascisti dalle università». Tensione che lo scorso mese si è a volte trasformata in scontro e ha convinto il Senato accademico a irrigidire le sanzioni per i comportamenti violenti.

Il sindacato mondiale all'Italia: Non va ridotto il diritto di sciopero ( da "Manifesto, Il" del 08-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: azione collettiva. Misure in contrasto con le 8 fondamentali convenzioni Ilo, che vanno dal diritto di associazione e contrattazione alla discriminazione di genere, dal divieto di lavoro minorile a quello di lavoro forzato. Riguardo all'Italia, le critiche del sindacato internazionale cominciano con il nuovo disegno di legge delega del governo Berlusconi che vorrebbe restringere

Il sindacato mondiale all'Italia: ( da "Manifesto, Il" del 08-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: azione collettiva. Misure in contrasto con le 8 fondamentali convenzioni Ilo, che vanno dal diritto di associazione e contrattazione alla discriminazione di genere, dal divieto di lavoro minorile a quello di lavoro forzato. Riguardo all'Italia, le critiche del sindacato internazionale cominciano con il nuovo disegno di legge delega del governo Berlusconi che vorrebbe restringere

LA STRANA coppia ( da "Manifesto, Il" del 09-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: impazzito sta correndo a tavoletta contro una storia collettiva, punta dritto contro la Cgil e i suoi cinque milioni di iscritti, pretende di dividere presunti garantiti e precari, lavoratori pubblici e privati, indigeni e migranti, giovani e anziani. Da dove si comincia? C'è l'imbarazzo della scelta, all'inizio della nostra conversazione con quella che ormai in Cgil è diventata «

la nuova russia esalta i piccoli gesti - barbara casavecchia ( da "Repubblica, La" del 11-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Milano In una collettiva le opere di venti giovani artisti che si misurano col passato e con la situazione politica attuale La nuova Russia esalta i piccoli gesti BARBARA CASAVECCHIA Per favore, infilate un sassolino nella scarpa: la collettiva "Azioni molto semplici senza uno scopo preciso" si apre così, con una ciotola di pietruzze e l´

I raduni e i recinti di Milano La battaglia della movida ( da "Corriere della Sera" del 11-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: che minacciano class action, denunce alla Procura e manifestazioni di piazza. Dai giardinetti di viale Montenero trasformati in discarica ai muri di corso di Porta Ticinese marci di piscio, come scrive al Comune Marcello Forti, un cittadino che dorme con il Tavor «perché il quartiere è diventato il mio Vietnam», Milano si ritrova a fare i conti con l'

quando la piazza protesta on line - riccardo staglianò ( da "Repubblica, La" del 14-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: organizza la gente Scoop ma anche falsi allarmi Inchieste collettive e denunce che partono dai social network Nell´era di Internet le persone si mobilitano e cambiano il flusso delle informazioni Due nuovi libri raccontano vizi e virtù dei dilettanti del web L´analisi di Andrew Keen è più severa: "Questa rivoluzione rovinerà la nostra cultura" Clay Shirky, docente di Nuovi Media,

anche parlamento e consob nello schema "blinda-mediaset" - (segue dalla prima pagina) massimo giannini ( da "Repubblica, La" del 15-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: arringa le masse: «Abbiate fiducia, comprate azioni Eni, Enel e Mediaset». Nulla cambia, com´è ovvio, e un mese dopo il premier incurante delle polemiche insiste: «Le azioni di una società non possono mai valere meno di 20 volte gli utili prodotti». Tecnicamente non ha tutti i torti. Politicamente la sua posizione è indifendibile.

Internet e spot, l'Antitrust multa Telecom ( da "Corriere della Sera" del 15-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: parte non è un mistero che i consumatori aspettino ancora la class action in Italia, rimandata a data da destinarsi dal governo Berlusconi. Sempre nel perimetro Telecom, ieri è tornata alla carica la Commissione europea contro la riluttanza dell'Agcom a notificare a Bruxelles il via libera agli impregni presi dal gruppo telefonico per garantire l'accesso dei concorrenti alla rete.

"niente protocollo e terreno a noi" - giuliano foschini ( da "Repubblica, La" del 19-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Paccione e Alessio Carlucci nella loro class action, e cioè sfruttare la clausola del vecchio contratto che ridava il suolo al Comune qualora i proprietari non avessero ricostruito il teatro tre anni dopo la distruzione. Sull´argomento, sul tavolo dell´avvocato Balducci, c´è anche la consulenza chiesta dall´allora sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia al costituzionalista Paolo Barile:

"c'è già un parere favorevole poi accantonato" ( da "Repubblica, La" del 19-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Innanzitutto quello che dicono gli avvocati Paccione e Carlucci nella class action: nel contratto del 1896, con il quale il Comune concedette ai privati il suolo per costruire il teatro, è prevista la risoluzione automatica per l´effetto della mancata ricostruzione del teatro nel giro dei tre anni». Ma il Petruzzelli è stato soltanto in parte distrutto dall´incendio.

Tagli a luce e gas Sabotatori in azione in tutta la Francia ( da "Corriere della Sera" del 19-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: rappresentante della Cgt ha parlato di azioni «controllate a responsabilità collettiva», mentre un delegato della Fo sostiene che «si tratta di atti incontrollati, frutto dell'esasperazione di pochi agenti isolati». Più in generale, riferendosi anche al sequestro di manager, il leader nazionale della Cgt, Bernard Thibault, ha detto che la «Cgt sarà sempre a fianco dei lavoratori,

Tagli a luce e gas, la nuova protesta: sabotatori in azione in tutta la Francia ( da "Corriere.it" del 19-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Un rappresentante della Cgt ha parlato di azioni «controllate a responsabilità collettiva», mentre un delegato della Fo sostiene che «si tratta di atti incontrollati, frutto del­l'esasperazione di pochi agenti isolati». Più in generale, riferen­dosi anche al sequestro di ma­nager, il leader nazionale della Cgt, Bernard Thibault, ha detto che la «Cgt sarà sempre a fian­

il mondo salvato - alain touraine ( da "Repubblica, La" del 22-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: bisogna ritenere che al di sopra dei gruppi sociali reali, dei loro interessi e delle loro forme di azione collettiva è necessario collocare le donne intese come categoria e allo stesso tempo come agenti più di quanto non lo siano gli uomini, perché in grado di mettere in discussione i problemi e gli orientamenti fondamentali della cultura?

Attenti ai protezionisti nascosti ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Tutti questi sono problemi di "azione collettiva" che sono ben noti agli studiosi di politica economica e che originano dalla difesa delle sovranità nazionali in materia fiscale e dal protezionismo politico: cioè dalla conservazione del rapporto esclusivo di rappresentanza del cittadino da parte della politica nazionale.

Primo sì alla , ma dal giugno 2008 ( da "Corriere della Sera" del 22-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: class action», ma dal giugno 2008 MILANO Primo via libera in Parlamento alla class action, con l'approvazione da parte della commissione industria del Senato dell'emendamento presentato dal governo al disegno di legge sullo sviluppo. L'azione risarcitoria collettiva potrà essere retroattiva ma solo per gli illeciti compiuti dopo il 30 giugno 2008 e dunque non potrà essere utilizzata

La terza che hai detto ( da "Unita, L'" del 22-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: le classi dirigenti non rispettano nemmeno le loro leggi. E, quando vengono sorprese a infrangerle, le cambiano. Il governo Al Tappone-3, in un anno, è riuscito a rinviare sine die la class action. A tentare una legge salva-bancarottieri. A proporre un condono preventivo («piano casa») per i futuri abusivisti edilizi.

altri scontri fra studenti in statale la lega: serve un presidio di polizia - franco vanni ( da "Repubblica, La" del 23-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: accademico anche la lista di destra Azione universitaria aveva denunciato «intimidazioni e continue minacce da parte dei collettivi». Ma la cosa era finita lì. Ora il giro di vite, con la richiesta di intervento della polizia. Pierfrancesco Maran, consigliere comunale del Pd, si oppone: «Le forze dell´ordine hanno cose più importanti di cui occuparsi rispetto a due spintoni in università»

Statali, al via la stretta sui premi a pioggia ( da "Sole 24 Ore, Il" del 23-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Nelle versione attuale il provvedimento definisce anche le modalità il raggio di azione della class action "parziale" (al netto del risarcimento del danno) alla quale potranno ricorrere collettivamente gli utenti contro le inefficienze delle amministrazioni e dei concessionari dei servizi pubblici. Prevista pure la riforma della dirigenza pubblica.

La crisi della metamorfosi ( da "Manifesto, Il" del 23-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: un riconoscimento collettivo. È una struttura popolare per la quale, a differenza di Berlusconi, la ricerca del consenso avviene sulla base di una stratificazione di interessi. Se la Lega difende Malpensa, per esempio, lo fa concentrando su Malpensa l'interesse del direttore dello scalo, quello degli impiegati dello scalo,

volo in ritardo, politici a terra indagine enac sulle tratte alitalia ( da "Repubblica, La" del 24-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Faremo una class action" Volo in ritardo, politici a terra indagine Enac sulle tratte Alitalia Richiesta di risarcimento danni e avvio di una class action: la Regione dichiara guerra alla Cai, la nuova Alitalia, rea di aver lasciato a terra ieri sia il governatore Raffaele Lombardo sia l´assessore alla Sanità Massimo Russo.

volontari tecno-comandati per una performance urbana - sara chiappori ( da "Repubblica, La" del 24-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: collettivo newyorkese che ha saputo "paralizzare" la Grand Central Station di Manhattan. Con loro centinaia (a ieri avevano aderito in oltre 150, ma si spera ne arrivino molti di più) di performer volontari che si presenteranno muniti di lettori mp3 su cui avranno scaricato i file con le istruzioni da seguire: azioni semplici come guardare tutti da una stessa parte o fermarsi all´

La giustiza e l'equità ( da "Manifesto, Il" del 24-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: arrivando a sostenere che l'azione collettiva può essere la condizione necessaria di una «buona società». Tesi che viene proposta anche nella raccolta di saggi «Liberalismo politico» (Comunità), dove difende il principio di eguaglianza. La sua difesa del liberalismo politico lo porta a una prospettiva comparatistica del «diritto dei popoli»,

Il caso americano. ( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 27-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: mitico pioniere delle cause collettive a nome degli azionisti di società quotate in Borsa,condannato l'anno scorso a due anni e mezzo di carcere per avere distribuito bustarelle a clienti disposti ad avviare azioni legali collettive. Tutte queste considerazioni hanno persuaso il Parlamento americano ad approvare una legge, il Class action fairness act del 2005,

Sui servizi pubblici i consumatori vanno in pressing ( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 27-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: azione collettiva nei confronti dei concessionari di pubblici servizi (forte è infatti la preoccupazione di questi ultimi per il proliferare di azioni anche strumentali), si sottolinea che il decreto delegato si dovrà preoccupare di individuare le soluzioni idonee a bloccare l'azione (anche quando già proposta) quando«un'

Risarcimenti in bilico sui crack ( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 27-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Risarcimenti in bilico sui crack Niente azioni collettive contro i default avvenuti prima del 30 giugno 2008 Giovanni Negri Class action sì, ma non per tutti. L'approvazione da parte della commissione Industria del Senato della nuova versione dell'azione collettiva voluta dal Governo rilancia la discussione sulla natura degli interessi che si potranno fare valere con il nuovo strumento.

Class action anche individuale ( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 27-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: rinunciano ad eventuali azioni individuali. A questo punto parte la fase processuale vera e propria, che segue le regole canoniche del rito civile. Che può concludersi con il successo dell'azione collettiva. In questo caso, con la sentenza di condanna, il Tribunale liquida le somme dovute (o fissa i criteri per il calcolo delle stesse) ai singoli consumatori o utenti che hanno aderito.

Anomalie urbane per ripensare la città ( da "Manifesto, Il" del 28-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Dai writers di Urban-code ai collettivi di architetti, designers, grafici, artisti della rete Rebiennale. La premessa "Make world before buildings" di Anomalie urbane è diventata pratica, azione e condizione per andare avanti insieme verso altri progetti e condividere esperienze e competenze, per intervenire nell'università e nella città.

Sportello in 11 tribunali ( da "Corriere della Sera" del 28-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: 33 Le proteste delle associazioni Sportello «class action» in 11 tribunali ( g.str.) Saranno solo undici i tribunali italiani in cui si potrà presentare istanza per la class action. Il primo luglio dovrebbe infatti entrare in vigore la class action formato Italia, dopo l'approvazione da parte del Senato di un emendamento al ddl sviluppo, ora in esame,

Biblioteca Google, indaga l'antitrust ( da "Corriere.it" del 29-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: class action Biblioteca Google, indaga l'antitrust Dubbi del Dipartimento di giustizia sull'accordo siglato tra il colosso web e i principali editori Google Ricerca Libri WASHNGTON - Altri quattro mesi di tempo. La giustizia statunitense ha prorogato i termini dell'accordo di transazione stipulato tra Google e i principali editori dopo la class action lanciata contro il colosso web

Pubblico impiego: riforma Brunetta verso Palazzo Chigi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 30-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: Il testo prevede anche l'azione collettiva (class action) per la tutela giudiziale nei confronti delle inefficienze della Pa e dei concessionari di pubblici servizi, che non sarà però vincolata al risarcimento del danno. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Libri e diritti d'autore, sfida Antitrust a Google ( da "Corriere della Sera" del 30-04-2009)
Argomenti: Class Action

Abstract: La proposta di accordo del gigante della rete è frutto di una class action durata quattro anni e intentata dopo il lancio nel 2004 di «Google book search», la raccolta in formato digitale dei libri delle principali biblioteche del pianeta per metterli gratuitamente online, a disposizione dell'umanità. Per sanare il contenzioso la coppia di Mountain View ha messo sul piatto,


Articoli

E con un bigliettino di Obama a Hu Jintao si sigla l'accordo (sezione: Class action)

( da "Corriere della Sera" del 03-04-2009)

Argomenti: Class Action

Corriere della Sera sezione: Primo Piano data: 03/04/2009 - pag: 3 Diplomazie Il presidente Usa e il colloquio con Sarkozy E con un bigliettino di Obama a Hu Jintao si sigla l'accordo DA UNO DEI NOSTRI INVIATI LONDRA Alla fine, la storia del mondo stava per bloccarsi sui paradisi fiscali. In apparenza, una banale questione terminologica, ma sufficiente a intestardire Nicolas Sarkozy e Hu Jintao nel loro no, simmetricamente opposto nelle motivazioni, al comunicato finale. Il vertice del G20 era in stallo, nonostante l'egregio lavoro di Gordon Brown. A quel punto si è consumato il battesimo del fuoco di Barack Obama, la conferma internazionale di un leader che conosce ed esercita l'arte nobile del compromesso. Il presidente americano ha preso da parte il francese, per un breve ma intenso colloquio a tu per tu. Poi è tornato al suo posto, ha scritto qualcosa su un foglio e lo ha mandato al collega cinese. Un attimo dopo, anche quello si è alzato per appartarsi con Obama, insieme a un interprete. Scambio rapidissimo e nuovo movimento obamiano verso Sarkozy. Triangolazione riuscita. Il laureato della Harvard Law School aveva trovato la formula dell'intesa, quella poi apparsa nel testo conclusivo: «Siamo d'accordo ad agire contro le giurisdizioni non-cooperative, inclusi i paradisi fiscali. Siamo pronti ad applicare sanzioni per proteggere le nostre finanze pubbliche e i sistemi finanziari». Perfino il vanitoso presidente francese ha dato pubblicamente atto a Obama di essere stato decisivo. «In un mondo così complesso ha spiegato poi il capo della Casa Bianca in conferenza stampa la leadership americana va esercitata forgiando partnership, invece che dettando soluzioni. Dobbiamo ascoltare, mostrare una certa umiltà, capire che non sempre noi abbiamo la risposta migliore». Qualche rimpianto, forse. Ma solo per lo sfizio di concedersi una battuta irriverente ma efficace: «Tutti parlano di Bretton Woods ha detto Obama tra il serio e la celia , quando venne riscritto il nuovo ordine monetario internazionale. Ma diciamoci la verità: a quei tempi quando erano solo in due, Roosevelt e Churchill, chiusi in una stanza con un bicchiere di brandy, era molto più facile. Il mondo non è più così ed è un bene per tutti: l'Europa e il Giappone si sono rialzati diventando vere potenze, la Cina e l'India sono realtà emergenti, miliardi di persone sono uscite dalla povertà». Qual è stato il segreto della forza di persuasione di Obama? Probabilmente il suo candore. Come ha raccontato nell'ora trascorsa davanti ai media, in pochi durante i vari giri di tavola nella sala dell'ExCel Center, si sono lasciati sfuggire l'occasione per «ricordare che la crisi non fosse iniziata da loro». Lui li ha assecondati, riconoscendo come «sia difficile negare che parte del contagio sia originata da Wall Street», complice l'assunzione di rischi «selvaggi e ingiustificati » da parte di alcuni gruppi e il sonno colpevole «di taluni che nel governo dovevano sorvegliare». Ma Obama ha anche ricordato, che neppure le loro banche fossero immuni al virus. «Abbiamo imparato le lezioni della Storia», ha detto il presidente: l'ampiezza devastante della crisi economica, che rischia di trascinare il mondo intero in un baratro senza speranza, richiede «azioni collettive ». E se l'accordo «non potrà mai essere facile e i risultati immediati», la comunità internazionale può ora contare su un leader americano, convinto che «l'era della responsabilità » promessa agli Stati Uniti, «non si ferma ai loro confini», ma coinvolge tutti. Funzionerà? Nella vita e nell'economia, «non ci sono garanzie». Ma Obama è convinto che la strada intrapresa sia quella necessaria. Non usa, ma alla fine noi giornalisti gli abbiamo fatto un applauso. Hu Jintao, presidente della Cina Gordon Brown (Omega/Baroncini) Paolo Valentino

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Il risibile spettacolo di un populismo connesso a Internet. (sezione: Class action)

( da "Manifesto, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Class Action

ON LINE Il risibile spettacolo di un populismo connesso a Internet Mauro Trotta Crisi della politica, crisi della rappresentanza, rifondazione dell'azione politica sono espressioni e concetti di cui si parla da anni. Acquistano, però, una più tragica e allo stesso tempo grottesca evidenza in un momento di crisi economica come quello attuale. Come può, infatti, la politica pretendere di governare lo tsunami economico se risulta essa stessa spappolata, incapace di rispondere alle esigenze dei governati, priva di credibilità e di fondamento? Occorre allora andare alla radice del problema cercando di comprendere i profondi mutamenti in atto. È quanto si propongono Vincenzo Susca e Derrick De Kerckhove con questo loro Transpolitica (Apogeo, pp. 235, euro 15) in cui, come recita il sottotitolo, intendono indagare i Nuovi rapporti di potere e di sapere della società reale. Il loro è un discorso imperniato fondamentalmente sull'universo della comunicazione e sui profondi cambiamenti che a partire dalla modernità lo hanno caratterizzato. La costellazione intellettuale di partenza è quella in qualche maniera classica all'interno del loro percorso: le analisi di Walter Benjamin sulla perdita dell'aura e sulla merce, le tematiche legate al «mezzo è il messaggio» di Marshall McLuhan - di cui del resto De Kerckhove viene considerato l'erede - le riflessioni di Guy Debord sulla società dello spettacolo. A queste, però, vanno aggiunti argomenti e suggestioni derivati dagli sviluppi più recenti del pensiero critico legati alla biopolitica, all'analisi della moltitudine, all'intelligenza connettiva, alla teoria dell'esodo. Il discorso portato avanti dai due studiosi è ampio e complesso, ricco di sfumature e di approfondimenti. Sintetizzandolo in maniera brutale si può affermare che lo sviluppo e l'utilizzo dei nuovi media ci sta portando a «testare gli effetti dell'avvento nel mondo della "terza vita", sincretismo tra la nostra presenza materiale, la prima vita, e quella immateriale nelle varie Second Life dei mondi virtuali». E il corpo è al centro del processo, quel corpo che, disperdendosi nelle reti, non vive una semplice esperienza di disincarnazione e di astrazione dal reale, ma tende a reincarnarsi in «una soggettività animata dalla tentazione di ricongiungere la passione alla ragione, l'immaginario alla realtà, il giorno alla notte». Così, «il modo in cui l'entità fantasmatica dell'immaginario si salda a una forma tecnosociale concreta irrora un fermento transpolitico, fitto di desideri e di tensioni erotiche eccessive». Tutto ciò mette in crisi l'ordine politico esistente, basato sulla triade stato-nazione, popolo e territorio, eccedendone la cornice e sottraendosi a ogni tentativo di riunire le pulsioni sociali attorno a un progetto, a un'idea astratta, a un luogo, «coagulandosi invece nei flussi in cui si condensa, sotto forma di potenza». Ognuno di tali nugoli di potenza «fonda una comunicrazia, forma di potere debole, transitoria e localizzata tramite la quale si esprime (...) la comunione di una comunità attorno a un gioco comunicativo, in cui ad assumere rilevanza non è tanto il contenuto ma la facoltà del medium di assecondare un'attrazione sociale». Nascono così, negli interstizi e nelle zone di autonomia temporanea della vita quotidiana, delle vere e proprie «sfere pubbliche non statali avvolte in altrettante aure dove a pulsare è un immaginario dotato di una conoscenza tanto più fine quanto più condivisa ed elaborata in comune, di una ragione sensibile che suggella, sotto forma di estetiche, le emozioni e le informazioni che costituiscono il sapere incorporato di un gruppo». La risposta della politica tradizionale alla nuova situazione si esaurisce nella figura del «telepopulista», di colui, cioè, che ha capito l'importanza della seduzione in confronto alla convinzione. CONTINUA|PAGINA14 Così i vari Berlusconi, Sarkozy, Blair, Schwarzegger hanno compreso che l'unica cosa che può connettere la sfera politica al vissuto collettivo è rappresentata «dalla viscosità e dalla densità del simbolo, dell'emozione e dell'affettività condivisa. Essi non trasmettono un messaggio politico ma riproducono parte del sentimento collettivo attraverso e nel proprio corpo simulacrale (...) Tuttavia tali corpi, confusi con quelli delle merci e delle star, perfettamente allineati ai meccanismi commerciali, come quei prodotti vengono consumati nel senso etimologico del termine: distruggere, esaurire, sprecare». Facendosi merce, dunque, condividono quello stesso destino: essere consumati, distrutti, sparire. E non a caso, allora, ai politici viene riservato lo stesso trattamento dissacratorio dei brand commerciali: l'adbusting diviene polbusting. Così come vengono ritoccati i marchi e le campagne pubblicitarie, detournandoli, dissacrandoli e contemporaneamente svelandone la realtà più nascosta, allo stesso modo - e in maniera ancora più massiccia e diffusa - si applica lo stesso processo alle immagini e alla propaganda elettorale dei vari Berlusconi, Blair, Sarkozy. Tale attività costituisce «un rito di passaggio tramite cui a una forma di potere si avvicendano bolle di potenza, altrettante comunicrazie proliferanti attorno alla comunicazione e comunione di un'immagine», promuovendo un nuovo sentimento collettivo a partire dal superamento del politico. A cosa tutto ciò porterà è impossibile dirlo: «Gli esiti e le forme in cui si incarneranno le derive transpolitiche dell'immaginario postmoderno sono tutti ancora da rintracciare». L'unica certezza è che «la realtà è custodita nell'aspetto superficiale e al tempo stesso invisibile delle cose e delle immagini... Non ci resta che esercitarci a vederle per ciò che sono».

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Regole severe contro Cosa nostra (sezione: Class action)

( da "Sole 24 Ore, Il (Sud)" del 03-04-2009)

Argomenti: Class Action

Sud sezione: INTERVISTA data: 2009-04-01 - pag: 5 autore: Ivan Lo Bello. Il presidente di Confindustria Sicilia lancia l'appello a fare muro contro la mafia che condiziona i mercati grazie all'aiuto dei colletti bianchi «Regole severe contro Cosa nostra» di Nino Amadore L egalità, sviluppo, regole. Ivan Lo Bello, 45 anni, presidente di Confindustria Sicilia, rilancia il ruolo delle imprese in questo momento di difficoltà e rimette al centro gli imprenditori come protagonisti di una classe dirigente che punta tutto sulla rinnovata etica del capitalismo.Il leader degli industrialisiciliani ripropone da un lato l'impegno antimafia e per la legalità di tutto il mondo imprenditoriale siciliano e dall'altro il dovere per chi amministra la cosa pubblica di guardare al domani con morige-ratezza, segnando una cesura con la gestione clientelare del bene pubblico soprattutto in un momento in cui le risorse economiche sono veramente poche. Anzi quasi nulle. «Io credo –dice –che oggi la classe politica debba avere un principio di responsabilità collettiva: non si possono più spendere soldi in mille rivo-li, perché rischiamo una crisi della finanzapubblica che avrebbe effetti devastanti sul nostro sistema economico». Che si fa? Ci vuole responsabilità, tagliare i costi improduttivi, non aumentare le forme di precariato ma caso mai integrare le somme nazionali con strumenti di mercato, cassa integrazione o altro, e avviare un piano di risanamento che liberi risorse per sostenere il sistema imprenditoriale siciliano oggi in difficoltà. Il risanamento finanziario è la premessa fondamentale per lo sviluppo. Non c'è in giro aria di rivoluzione. Tutta la classe politica, soprattutto all'Ars, deve capire che non è più tempo di distribuire risorse clientelari e assistenziali a pioggia ma bisogna risanare il bilancio e sostenere gli sforzi del sistema produttivo e di chi rischia o perde il lavoro. L'altro pilastro del nostro ragionamento è la legalità. Pietro Grasso in un'intervista al Sole 24Ore Sud ha rilanciato il tema dei sequestri dei beni ai mafiosi anche se non sono provenienti da attività criminale. Condivido completamente il ragionamento del procuratore. Voglio aggiungere qualcosa: il sequestro dei patrimoni è importantissimo perché il mafioso mette in conto la galera ma il suo scopo vero è l'accumulazione di beni e aziende.Sotto questo profilo va anche detto che con l'ultimo pacchetto sicurezza si è fatto un passo avanti prevedendo il sequestro anche agli eredi. Credo, come dice Grasso, sia importante allargare il sequestro in ogni caso: il bene va tolto a prescindere che la sua provenienza sia illecita. Ma accanto a questa azione e ad altre vanno fatti però anche alcuni interventi. Per esempio? Nel caso di aziende sequestrate bisogna avere il coraggio di dire un paio di cose. La prima: ci sono imprese che non potranno mai stare sul mercato perché sono cresciute grazie alle intimidazioni dei mafiosi e in questo caso vanno studiati piani di reimpiego o di fuoriuscita per i dipendenti mentre l'impresa va chiusa. Per le aziende che stanno sul mercato e che hanno una loro capacità produttiva invece bisogna trovare il modo di venderle perché le imprese devono essere gestite dagli imprenditori. C'è poi il tema del contrasto su cui è necessario intervenire per legge. In quali contesti e perché? è necessario coprire un vuoto normativo che riguarda la turbativa dei mercati che è oggi punita nel settore pubblico e dunque nelle gare ma non punita invece quando avviene nei mercati privati. O meglio non è sanzionato nello stesso modo e ciò crea non pochi problemi. Ignazio Giudice, segretario provinciale della Filea-Cgil di Caltanissetta, propone un patto lavoratoriaziende per far sì che sia stimolata la denuncia e che i lavoratori non rimangano disoccupati come è avvenuto di recente a Gela. è necessario creare un sano conflitto di interessi tra le aziende e la mafia e applicare sanzioni per le imprese che non ritengono di essere in conflitto di interessi con la criminalità organizzata. Lo stesso deve avvenire con i lavoratori i quali devono avere la percezione e la sicurezza che saranno tutelati. Tutto ciò può contribuire in alcuni casi a rompere il vincolo tra imprese e Cosa nostra. A proposito di sanzioni. Qual è lo stato dell'arte all'interno di Confindustria? Sono aumentate le denunce e questo è un fatto importante. Ma dobbiamo dire che la battaglia sul pizzo è solo un pezzo di una strategia complessiva. è più rilevante quella contro l'inquinamento dei mercati. Noi continuiamo con la sensibilizazione sul pizzo ma stiamo affiancando il tema della presenza mafiosa nel mercato. La mafia che si mette il vestito buono della legalità? Una presenza che ha a che fare con quella zona grigia di cui si parla e che rappresenza una sponda ancora forte per le imprese criminali: il ruolo dei colletti bianchi in certi casi è fondamentale. La zona grigia è l'interfaccia per affari con la pubblica amministrazione e per ottenere fondi pubblici... Questo è un altro grande tema. La Pubblica amministrazione deve fare di più: se tutti adottassero criteri rigorosi nella selezione dei fornitori daremmo un colpo alla mafia. Sotto questo profilo devo dire che ci sono poche iniziative. Due mi sembrano importanti: la circolare dell'assessore alla Sanità Massimo Russo che riguarda le forniture in un settore molto delicato come la sanità e l'iniziativa del rettore dell'Universitàdi Palermo Roberto Lagalla che va nella stessa direzione. Intanto aspettiamo che la commissione insediata dall'assessore regionale alla Presidenza Ilarda con il compito di creare un codice etico per la pubblica amministrazione regionale e guidata dall'ex magistrato antimafia Piero Luigi Vigna dia i primi risultati. nino.amadore@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA Il leader Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia dal settembre del 2006 è uno degli artefici della battaglia contro il pizzo dell'associazione siciliana degli industriali. Lo Bello è anche presidente del Banco di Sicilia, oggi controllato da Unicredit, e della Camera di commercio di Siracusa Legalità è uno dei punti cardine del ragionamento di Ivan Lo Bello: lotta contro le imprese che cercano di turbare i mercati con l'aiuto di Cosa nostra Sviluppo Servono risorse per aiutare la Sicilia e la regione deve imparare a risparmiare Etica Il rispetto delle regole dà anche un profilo etico all'azione di tutti La proposta Va trovato un modo per regolamentare la turbativa che avviene nel settore privato OLYCOM

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Crisi, Draghi: segni di rallentamento Il Colle loda il G20: "Atti importanti" (sezione: Class action)

( da "Corriere.it" del 03-04-2009)

Argomenti: Class Action

«È importante politicamente che si faccia luce sui paradisi fiscali» Draghi: la crisi sta rallentando Napolitano: positiva azione dal G20 Il Governatore di Bankitalia: «Ci sono segnali di un rallentamento del deterioramento della crisi» PRAGA (REPUBBLICA CECA) - La crisi sta rallentando. «Ci sono segnali di un rallentamento del deterioramento» della crisi: ha detto infatti da Praga il Governatore della Banca d'Italia e presidente del Fsb (Financial stability board) , Mario Draghi. Secondo Draghi, però, «bisogna stare attenti a non interpretare una rondine per la primavera». E' infatti troppo presto, secondo Draghi, per trarre conclusioni definitive sull'andamento attuale della congiuntura. Il governatore di Bankitalia ha ricordato che «questa crisi è unica perchè combina una velocità di diffusione senza precedenti, dimensioni senza precedenti e una interrelazione tra la finanza e l'economia reale». Secondo Draghi infatti «il deterioramento progressivo dell'economia locale potrebbe rimbalzare sul sistema finanziario». Il governatore ha sottolineato inoltre come la singolarità di questa crisi risieda anche nel fatto che sia stata «sincronizzata globalmente». PARADISI FISCALI - «È importante politicamente che si faccia luce sui paradisi fiscali»: ha aggiunto Draghi, per il quale «serve uno sforzo di trasparenza sui bilanci bancari». Il vertice del G20 di Londra ha dimostrato «un agire e opinioni comuni» fra le maggiori economie internazionali e «sono state enfatizzate eccessivamente le differenze tra Stati Uniti ed Europa» ha aggiunto il numero uno di via Nazionale. Per Draghi: «anche se la crisi non si risolve con un provvedimento, i 20 capi di Stato si sono completamente impegnati per risolvere la crisi». Draghi ha anche aggiunto che le decisioni prese a Londra dal gruppo dei 20 dimostrano che esiste «una diagnosi comune tra i Paesi e anche una indicazione di azione comune: ciò è molto importante». NAPOLITANO - E' positivo anche il giudizio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano sul G20 perchè «per la prima volta ci sono tutte decisioni collettive e non solo impegni di coordinamento». Proprio per questo, spiega il presidente ai giornalisti a margine di un'iniziativa a Castel Porziano, il G20 «è stato un evento rilevante, poi vedremo gli sviluppi successivi». «Quelle prese al G20 - ha detto Napolitano - sono misure importanti. Forse per la prima volta sono state assunte decisioni collettive, non solo impegni di coordinamento, ma decisioni comuni. In particolare quelle relative al finanziamento dell'Fmi». Il presidente della Repubblica sottolinea che «c'è stata una confluenza molto importante tra paesi nuovi ed emergenti, economie che ancora crescono, forse un po' meno di prima, ed economie storicamente consolidate che sono in crisi. Credo che sia stato un evento rilevante. Poi vedremo gli sviluppi successivi». stampa |

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Draghi: la recessione rallenta (sezione: Class action)

( da "Stampa, La" del 04-04-2009)

Argomenti: Class Action

LE CRITICHE ALL'OCSE GLI ALTRI «CATTIVI» LA GRANDE CRISI Retroscena Draghi: la recessione rallenta «Il Paese ha già deciso di adeguarsi alle regole Perché questo sgarbo?» Il Lussemburgo nella lista nera L'ira di Juncker Il Tesoro vuol rilanciare un nuovo piano Delors per un'azione collettiva di stimolo Austria e Belgio: accoglieremo le richieste internazionali La Svizzera: criteri sbagliati GUERRA AGLI EVASORI Il ministro «La fine del segreto bancario implica il passaggio a un mondo completamente nuovo» DALL'INVIATO A PRAGA [FIRMA]MARCO ZATTERIN INVIATO A PRAGA In effetti, rileva Mario Draghi, «ci sono dei segnali». Positivi o non negativi per l'andamento dell'economia e per il pianeta in recessione. Devono essere gli stessi di cui parla il presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker, che li definisce «incoraggianti anche se ancora non numerosi». Non una ripresa, sia chiaro. Quella verrà forse nel 2010 e potrebbe essere «cristallina» nel 2011, suggerisce il numero uno della Bce, Jean-Claude Trichet. Il governatore di Bankitalia parla di «rallentamento del deterioramento» e avverte che «non bisogna fare di una rondine una primavera». Vuol dire che la crisi picchia meno duro, ma non ha smesso di colpire. Dopo Londra, Praga. Dopo il G20 che parla con una voce sola e mette soldi a trilioni per battere la crisi planetaria, i ministri economici europei si sono compiaciuti per l'affiatamento globale trovato nella capitale britannica. Adesso, però, bisogna darsi da fare. «Occorre agire subito e rapidamente per ripristinare la fiducia», chiosa un sobrio Trichet che rilancia l'appello a tenere sotto controllo i conti pubblici. Per l'Italia è un messaggio recepito. Giulio Tremonti assicura che, semmai ve ne fosse bisogno, l'azione «non sarebbe di sfondamento del bilancio bensì di spostamento». A parità di spesa, ha spiegato, «la nostra politica è ricollocare le risorse dando priorità alla coesione sociale. Per ora la nostra azione è sufficiente così. Dobbiamo fare un salto in lungo, non in alto». L'Ecofin ha confermato la volontà europea di affrontare i tempi duri agendo sulle regole più che su altri piani di stimolo. In questa chiave, Tremonti vede nell'esito del vertice londinese «un ritorno della politica che finora ha impedito disastri peggiori» e che prefigura l'idea di una «governance globale». Ne fa una questione di fatti - «è un passaggio enormemente importante» l'aumento dei finanziamenti al Fmi. E di segni, dato che a suo avviso «la fine del segreto bancario implica il passaggio ad un mondo nuovo». Sino a un anno fa, rimarca il ministro, «i governi agivano ognuno per conto proprio; adesso non solo di fare la stessa cosa, ma di farla insieme». Si è insomma «rotto il monopolio tecnocratico e il dominio della finanza». E' una via di uscita. Draghi avverte: la crisi «è partita dalla finanza e si è diffusa all'economia reale; ora il deterioramento progressivo dell'economia reale potrebbe rimbalzare di nuovo sul settore finanziario». tendenza preoccupante sopratutto perché quanto sta avvenendo è «sincronizza globalmente». Tremonti non nega le difficoltà. Per questo ha rilanciato - come corollario alla concordia di Londra - e l'idea di «un nuovo piano Delors» per un'azione collettiva di stimolo attraverso una strategia di investimenti comuni. «Per la prima volta non ho sentito brusii in sala» ha precisato il ministro. Nemmeno da parte dei soliti tedeschi. Torniamo alle regole. Tremonti afferma che l'Europa deve adeguarsi in modo rapido alle nuove norme contabili varate negli Usa giovedì (con maggiore flessibilità nella valutazione degli asset tossici) per alleviare i problemi delle banche. Francia e Germania sono sulla stessa lunghezza d'onda. «E' una riforma a costo zero», assicura il ministro dell'Economia, persuaso che «non dobbiamo fare i templari del mercato quando il tempio della finanza non esiste più». Oggi se ne parlerà ancora a Praga nella seconda giornata dell'Ecofin informale. Obiettivo: decidere per non inseguire l'America che, per forza di cose, dispone le cose sempre più in fretta di tutti...Ho molte ragioni per criticare il modo di agire dell'Ocse, che è una macchina formidabile del pensiero unico». Per una volta Jean-Claude Juncker perde il colore rubizzo e si presenta in sala stampa con un'espressione grigia. Non gli è andata proprio giù che il Lussemburgo, di cui è primo ministro da una vita, sia finito giovedì nella "lista grigia" dei paradisi fiscali non cooperativi stilata dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Ce l'ha con José Ángel Gurría, il segretario dell'istituzione parigina. «Non ci ha contattato - sbotta tanto duro da sembrare minaccioso -. Per lui sarà un problema...». E' una questione di metodo, assicura l'uomo del granducato parlando al termine della riunione informale dei ministri economici dell'Eurozona svoltasi ieri a Praga. Il G20 di Londra ha trovato sul tavolo la lunga lista dei cattivi a metà, elenco che comprende 38 paesi fra cui Svizzera, Austria e Belgio, sistemi che pur essendosi impegnati nel rispetto delle regole Ocse non le hanno applicate nella sostanza. A questa si affianca una "lista nera" con tre paesi: Costa Rica, Malaysia e Filippine. Juncker sostiene che è stato sbagliato prendersela con il club dei quattro guidato dal Lussemburgo visto che si tratta di amministrazioni che hanno deciso di adeguarsi alle regole (è successo alla metà di metà marzo) ma non hanno ancora avuto il tempo di farlo, visto che si tratta di siglare decine di accordi bilaterali sulla doppia imposizione. Non è finita qui. Il premier del piccolo stato ha contestato il fatto che il valore della lista sia limitato dal fatto di comprendere «paesi che non fanno parte dell'Ocse». Curioso oltretutto che manchi Macao. «Deve essere stata la fretta» dice a denti stretti il lussemburghese. E l'elenco continua. Assenti anche alcuni stati degli Usa come Delaware, Wyoming e Nevada dove il Fisco è piuttosto lasco. Gli osservatori leggono in questo una concessione al presidente Obama che ha rinunciato a spingere sui piani di stimolo fiscale e consentito a tutti di puntare sulle riregolamentazione. Però c'è anche la pesante assenza di alcuni accusati di favoreggiamento nei confronti dell'evasione in Oriente. «Qui è la Cina che ha fatto sentire tutto il suo», si diceva a margine della riunione informale Ecofin. Nonostante la furia, Juncker ha trovato il modo per promettere che negozierà degli accordi sulla doppia tassazione per uscire presto dalla «lista grigia». E' comprensibile che si senta sotto tiro, il Lussemburgo vive di movimenti di capitali. A livello globale l'Ocse stima che miliardi di dollari nascosti nel mondo siano 11 mila, somma che basta per spiegare come mai tutti vogliono la fine dei paradisi. Meglio abbozzare. Ieri Austria e Belgio hanno assicurato che raccoglieranno al più presto le richieste internazionali. la Svizzera è irritata e deplora «le procedure» e «i criteri utilizzati per stilare la lista». Anche lei, però abbasserà il capo. L'obiettivo è uscire dalla lista «nei prossimi mesi». Hanno fretta. E hanno ragione. I tedeschi, da sempre i padrini di Juncker come Mister Euro, hanno abbandonato l'amico del Granducato dopo aver visto l'emorragia di imposte a vantaggio dei sistemi dove l'Erario è meno vigilante ed esigente. La Francia, che con la Germania sta guidando la caccia a chi offre privilegi, chiede con forza che si disponga un sistema di sanzioni e multe per chi offre paradisi a buon mercato. Il governatore di Bankitalia e presidente del Fsb (il Financial Stability Board ribattezzato proprio a Londra giovedì), Mario Draghi, invoca «uno sforzo di trasparenza sui bilanci bancari». I grandi sono pronti a farlo. Gli altri sembrano non avere più alcuna scelta. A differenza di quanto avveniva in passato, chi viola i patti rischia davvero di non passarla liscia. \

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in memoria del divo giulio e della sua sfida (sezione: Class action)

( da "Unita, L'" del 04-04-2009)

Argomenti: Class Action

in memoria del divo giulio e della sua sfida ORESTE PIVETTA C'è una lettera di Gianni Rodari che comincia: Muy querido y distinguido hidalgo editorial señor don Julio Einaudi de Turin y Pinerol, marques de via Biancamano... come in un quadro del Moroni, di profilo o di trequarti, il busto stretto nel corpetto ricamato, nobilmente altezzoso, un po' dandy delle lettere e delle stampe e di altro sicuramente, elegante da gran signore di campagna, cui piacciono i colori e i tagli morbidi, seduttore indubbiamente mentre ti parla sussurrando un po' a strascico con le parole, le labbra in una piega tra l'ironia e lo scetticismo sui tempi che verranno. Don Julio è morto nel 1999 e dunque aveva le sue buone ragioni per credere che le cose non sarebbero andate granché bene. Il divo Giulio (lasciamo stare Tremonti), il Principe, dovendogli perdonare qualche debolezza, qualche paura, molte civetterie, piccoli egoismi. Rifare la storia chiederebbe chilometri di pagine. Luisa Mangoni, bravissima storica, ne ha impiegate un migliaio (Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta. Bollati Boringhieri), per fermarsi agli anni sessanta: trent'anni appena e ne mancherebbero altri 30 o 40 o 50, perché anche l'eredità conta. Ho conosciuto Giulio Einaudi. Una volta, tardi negli anni, dopo la grande crisi che avrebbe condotto la sua impresa nell'orbita di Mondadori, lo incontrai nello stand a Francoforte, seduto in disparte e in solitudine: stanco e un po' naufrago... Sempre lo avvicinavo con molti tremori e timori. In fondo era anche da vivo un monumento e noi della generazione sessantottina con aspirazioni intellettualine dovevamo moltissimo a lui e alla sua casa editrice. L'elenco dei nostri debiti sarebbe enorme. Tanto per fare qualche esempio: I persuasori occulti di Vance Packard, L'uomo a una dimensione di Marcuse, L'io diviso di Laing, I dannati della terra di Frantz Fanon o Colletti bianchi di Wright Mills, dove per la prima volta si vedeva o si intuiva scritto di «proletarizzazione dei ceti medi», che per noi italiani era già una rivoluzione. Tutte letture, capite qui e là, che stavano alle spalle del miglior Sessantotto, quello libertario e novatore, internazionalista e pacifista, prima che tutto precipitasse nelle burocrazie dei partitini con i loro capi e capetti, fino alla tragedia del terrorismo. Senza contare ovviamente quanto era avvenuto prima o nei dintorni, quanto Giulio Einaudi aveva appena pubblicato, tra italiani e stranieri, e che a pagine o a frammenti di pagine era entrato nella nostro cultura non solo scolastica: Brecht e Gadda, Lukàcs e i francofortesi, Elsa Morante, Lalla Romano, Nuto Revelli, Basaglia, Fenoglio e Pavese e Levi-Strauss e Frazer e poi, o soprattutto per noi che eravamo anche comunisti e addirittura pici, Antonio Gramsci, tutte le opere di Antonio Gramsci. I Quaderni dal carcere videro la luce editoriale definitivamente (cioè in edizione critica) solo nel 1975 a cura di Valentino Gerratana e con la benedizione di Palmiro Togliatti, benedizione che risaliva a dieci anni prima, al 1964. I RAPPORTI CON IL PCI «Ci vorrà un po' di tempo», preannunciava il segretario del Pci. Come lo stesso Einaudi Giulio racconta nell'unico libro veramente suo della vita, Frammenti di memoria (pubblicato da Rizzoli, però). I rapporti tra Einaudi e il Pci furono lunghi e intensi, non solo per la pubblicazione di Gramsci (con la prima edizione delle Lettere dal carcere nel 1947) e di molte opere gradite al partito e non solo per alcune iniziative commerciali (la biblioteca Einaudi nelle sezioni del Pci), ma anche nel confronto aperto tra le varie anime einaudiane, azionista, filocomunista, liberale. Anime che in un certo senso sono testimonianza del percorso, della vita, degli incontri del fondatore, che alla nascita respirò cultura liberale, ascoltando il padre Luigi, il professore di scienza delle finanze e il presidente della repubblica, che camminava tra i vigneti di Dogliani leggendo l'Economist, che discuteva della differenza tra liberalismo e liberismo con Benedetto Croce... Giulio Einaudi conobbe Gobetti, faceva propaganda durante il fascismo per Giustizia e Libertà, divenne editore insieme con Leone Ginzburg, l'azionista nato cento anni fa e morto nelle carceri fasciste, e sistemò i suoi primi uffici, nel 1933, in un vecchio stabile di via Arcivescovado 7 a Torino, dove, prima, proprio Gramsci aveva diretto l'Ordine Nuovo. Durante la guerra, si rifugiò in Svizzera, ma tornò attraverso i valichi della Val Ferret, per partecipare alla lotta partigiana, accolto oltre confine da Ugo Pecchioli. Poi verrà la liberazione e la ripresa senza le censure e le barriere di un tempo del lavoro, insieme con uomini preziosi come Felice Balbo, «la mente pensante della sinistra cristiana», Pavese, Vittorini, Franco Venturi, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Antonio Giolitti, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, Carlo Muscetta, riprendendo la tradizione di incontri, discussioni, scontri a volte assai duri, nel segno comunque di un'opera collettiva, per quanto combattuta. PENSARE I LIBRI Giaime Pintor (che sarebbe morto nel '43 mentre cercava di organizzare la resistenza antifascista nel Lazio) qualche anno prima aveva così descritto quell'impresa comune: «Einaudi Pavese Ginzburg Muscetta e io seduti intorno a un tavolo abbiamo discusso di libri uno a uno. Un notevole esercizio di intelligenza: raramente ho visto cinque persone così agguerrite su un argomento». Annota Giulio Einaudi: «Era il novembre '41, in piena guerra, si discuteva il programma della collezione Universale...». "Pensare i libri", come dice splendidamente il titolo del libro di Luisa Mangoni, è una fatica collettiva, che ha bisogno di un regista e Giulio Einaudi lo fu, primus inter pares e conduttore determinato, capace di unire tante persone e di suonare la tastiera delle loro voci, «lui il pianista che solo conosce la musica», come scrisse Giulio Bollati, uno degli einaudiani. Einaudi il seduttore ebbe anche il merito di intuire che si poteva raggiungere con la cultura un vasto pubblico «oltre quello solito dei raffinati» e che ci si doveva tenere lontani dalla «piccole chiesuole di marca fiorentina». Insomma pensò subito che si potesse diventare editore d'alta cultura, ma che ci si potesse aprire al presente e che il pubblico potesse apprezzare. Vendere molto,anche se questo significava ovviamente investire, produrre e rischiare molto. Einaudi alla fine si arrese. La casa editrice passò una gravissima crisi finanziaria tra il 1983 e il 1987. Finì con Mondadori. Che cosa resta? L'eterno confronto tra la ricerca più alta e l'aspirazione ai grandi numeri, tra l'egemonia culturale per mezzo secolo fino al nostro Sessantotto e la commercializzazione, tra il rigore della vecchia Einaudi e la contaminazione di Stile Libero (l'ultima onnivora collana), tra i grandi classici e le formiche che nel loro piccolo s'incazzano, il libretto di battute e aforismi redatto da Gino e Michele, voluto da Oreste del Buono, che vendette moltissimo e fece scandalo tra gli einaudiani doc. Era il 1991, Giulio Einaudi era ancora presidente e di fronte ai temporali incombenti continuava il suo cammino. Dieci anni fa moriva Einaudi, il fondatore della casa editrice che pubblicò insostituibili pagine, nella speranza che la cultura potesse diventare patrimonio comune e nel lavoro collettivo delle più belle menti della nostra Italia

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C'è una lettera di Gianni Rodari che comincia: Muy querido y distinguido hidalgo editorial... (sezione: Class action)

( da "Unita, L'" del 04-04-2009)

Argomenti: Class Action

C'è una lettera di Gianni Rodari che comincia: Muy querido y distinguido hidalgo editorial señor don Julio Einaudi de Turin y Pinerol, marques de via Biancamano... come in un quadro del Moroni, di profilo o di trequarti, il busto stretto nel corpetto ricamato, nobilmente altezzoso, un po' dandy delle lettere e delle stampe e di altro sicuramente, elegante da gran signore di campagna, cui piacciono i colori e i tagli morbidi, seduttore indubbiamente mentre ti parla sussurrando un po' a strascico con le parole, le labbra in una piega tra l'ironia e lo scetticismo sui tempi che verranno. Don Julio è morto nel 1999 e dunque aveva le sue buone ragioni per credere che le cose non sarebbero andate granché bene. Il divo Giulio (lasciamo stare Tremonti), il Principe, dovendogli perdonare qualche debolezza, qualche paura, molte civetterie, piccoli egoismi. Rifare la storia chiederebbe chilometri di pagine. Luisa Mangoni, bravissima storica, ne ha impiegate un migliaio (Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta. Bollati Boringhieri), per fermarsi agli anni sessanta: trent'anni appena e ne mancherebbero altri 30 o 40 o 50, perché anche l'eredità conta. Ho conosciuto Giulio Einaudi. Una volta, tardi negli anni, dopo la grande crisi che avrebbe condotto la sua impresa nell'orbita di Mondadori, lo incontrai nello stand a Francoforte, seduto in disparte e in solitudine: stanco e un po' naufrago... Sempre lo avvicinavo con molti tremori e timori. In fondo era anche da vivo un monumento e noi della generazione sessantottina con aspirazioni intellettualine dovevamo moltissimo a lui e alla sua casa editrice. L'elenco dei nostri debiti sarebbe enorme. Tanto per fare qualche esempio: I persuasori occulti di Vance Packard, L'uomo a una dimensione di Marcuse, L'io diviso di Laing, I dannati della terra di Frantz Fanon o Colletti bianchi di Wright Mills, dove per la prima volta si vedeva o si intuiva scritto di «proletarizzazione dei ceti medi», che per noi italiani era già una rivoluzione. Tutte letture, capite qui e là, che stavano alle spalle del miglior Sessantotto, quello libertario e novatore, internazionalista e pacifista, prima che tutto precipitasse nelle burocrazie dei partitini con i loro capi e capetti, fino alla tragedia del terrorismo. Senza contare ovviamente quanto era avvenuto prima o nei dintorni, quanto Giulio Einaudi aveva appena pubblicato, tra italiani e stranieri, e che a pagine o a frammenti di pagine era entrato nella nostro cultura non solo scolastica: Brecht e Gadda, Lukàcs e i francofortesi, Elsa Morante, Lalla Romano, Nuto Revelli, Basaglia, Fenoglio e Pavese e Levi-Strauss e Frazer e poi, o soprattutto per noi che eravamo anche comunisti e addirittura pici, Antonio Gramsci, tutte le opere di Antonio Gramsci. I Quaderni dal carcere videro la luce editoriale definitivamente (cioè in edizione critica) solo nel 1975 a cura di Valentino Gerratana e con la benedizione di Palmiro Togliatti, benedizione che risaliva a dieci anni prima, al 1964. I RAPPORTI CON IL PCI «Ci vorrà un po' di tempo», preannunciava il segretario del Pci. Come lo stesso Einaudi Giulio racconta nell'unico libro veramente suo della vita, Frammenti di memoria (pubblicato da Rizzoli, però). I rapporti tra Einaudi e il Pci furono lunghi e intensi, non solo per la pubblicazione di Gramsci (con la prima edizione delle Lettere dal carcere nel 1947) e di molte opere gradite al partito e non solo per alcune iniziative commerciali (la biblioteca Einaudi nelle sezioni del Pci), ma anche nel confronto aperto tra le varie anime einaudiane, azionista, filocomunista, liberale. Anime che in un certo senso sono testimonianza del percorso, della vita, degli incontri del fondatore, che alla nascita respirò cultura liberale, ascoltando il padre Luigi, il professore di scienza delle finanze e il presidente della repubblica, che camminava tra i vigneti di Dogliani leggendo l'Economist, che discuteva della differenza tra liberalismo e liberismo con Benedetto Croce... Giulio Einaudi conobbe Gobetti, faceva propaganda durante il fascismo per Giustizia e Libertà, divenne editore insieme con Leone Ginzburg, l'azionista nato cento anni fa e morto nelle carceri fasciste, e sistemò i suoi primi uffici, nel 1933, in un vecchio stabile di via Arcivescovado 7 a Torino, dove, prima, proprio Gramsci aveva diretto l'Ordine Nuovo. Durante la guerra, si rifugiò in Svizzera, ma tornò attraverso i valichi della Val Ferret, per partecipare alla lotta partigiana, accolto oltre confine da Ugo Pecchioli. Poi verrà la liberazione e la ripresa senza le censure e le barriere di un tempo del lavoro, insieme con uomini preziosi come Felice Balbo, «la mente pensante della sinistra cristiana», Pavese, Vittorini, Franco Venturi, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Antonio Giolitti, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, Carlo Muscetta, riprendendo la tradizione di incontri, discussioni, scontri a volte assai duri, nel segno comunque di un'opera collettiva, per quanto combattuta. PENSARE I LIBRI Giaime Pintor (che sarebbe morto nel '43 mentre cercava di organizzare la resistenza antifascista nel Lazio) qualche anno prima aveva così descritto quell'impresa comune: «Einaudi Pavese Ginzburg Muscetta e io seduti intorno a un tavolo abbiamo discusso di libri uno a uno. Un notevole esercizio di intelligenza: raramente ho visto cinque persone così agguerrite su un argomento». Annota Giulio Einaudi: «Era il novembre '41, in piena guerra, si discuteva il programma della collezione Universale...». "Pensare i libri", come dice splendidamente il titolo del libro di Luisa Mangoni, è una fatica collettiva, che ha bisogno di un regista e Giulio Einaudi lo fu, primus inter pares e conduttore determinato, capace di unire tante persone e di suonare la tastiera delle loro voci, «lui il pianista che solo conosce la musica», come scrisse Giulio Bollati, uno degli einaudiani. Einaudi il seduttore ebbe anche il merito di intuire che si poteva raggiungere con la cultura un vasto pubblico «oltre quello solito dei raffinati» e che ci si doveva tenere lontani dalla «piccole chiesuole di marca fiorentina». Insomma pensò subito che si potesse diventare editore d'alta cultura, ma che ci si potesse aprire al presente e che il pubblico potesse apprezzare. Vendere molto,anche se questo significava ovviamente investire, produrre e rischiare molto. Einaudi alla fine si arrese. La casa editrice passò una gravissima crisi finanziaria tra il 1983 e il 1987. Finì con Mondadori. Che cosa resta? L'eterno confronto tra la ricerca più alta e l'aspirazione ai grandi numeri, tra l'egemonia culturale per mezzo secolo fino al nostro Sessantotto e la commercializzazione, tra il rigore della vecchia Einaudi e la contaminazione di Stile Libero (l'ultima onnivora collana), tra i grandi classici e le formiche che nel loro piccolo s'incazzano, il libretto di battute e aforismi redatto da Gino e Michele, voluto da Oreste del Buono, che vendette moltissimo e fece scandalo tra gli einaudiani doc. Era il 1991, Giulio Einaudi era ancora presidente e di fronte ai temporali incombenti continuava il suo cammino.

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Tremonti: governance globale Attuare subito le scelte del G20 (sezione: Class action)

( da "Corriere della Sera" del 04-04-2009)

Argomenti: Class Action

Corriere della Sera sezione: Economia data: 04/04/2009 - pag: 30 Ecofin Il ministro: la fine del segreto bancario, simbolo del nuovo mondo Tremonti: governance globale Attuare subito le scelte del G20 Draghi: la crisi rallenta ma una rondine non fa primavera Il responsabile dell'Economia: un altro piano Delors. In Italia misure possibili ma non necessarie DAL NOSTRO INVIATO PRAGA Il consiglio Ecofin informale dei ministri finanziari dell'Ue a Praga ha condiviso di applicare al più presto gli accordi sugli interventi di stimolo dell'economia e di più seria regolamentazione delle attività finanziarie decisi al vertice G20 di Londra. Il presidente della Banca centrale europea, il francese Jean-Claude Trichet, ha esortato a metterli in pratica «al più presto». Anche il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, commentando separatamente con i giornalisti l'esito del G20, l'hanno considerato un importante successo. Tremonti ha definito il summit londinese «principio di una governance mondiale» e di «un nuovo mondo» caratterizzato dal «ritorno della politica ». Tremonti ha indicato il trilione di dollari stanziato dal G20 per soccorrere i Paesi in difficoltà come emblema del passaggio dell'azione degli Stati «dal coordinamento al collettivo ». Ha poi sottolineato «la fine del segreto bancario», decisa a Londra, come «il simbolo del cambiamento» e dell'addio al dominio della finanza stile Usa, impostata solo per «creare valore per gli azionisti», mentre giudica giusto «creare valore per l'impresa e per tutte le sue componenti». Anche Draghi ha considerato «molto importanti » le decisioni del G20 in quanto «dimostrazione di un agire comune» dei governi nell'affrontare la crisi. Il numero uno di Bankitalia ha lanciato un prudente segnale positivo sostenendo di aver individuato nell'economia internazionale «un rallentamento del deterioramento », ma ha ammonito a considerarlo «una rondine che non fa primavera». Il ministri finanziari di Germania e Francia, Peer Steinbrueck e Christine Lagarde, hanno rimarcato l'urgenza di varare le sanzioni contro i paradisi fiscali non collaborativi per far emergere l'enorme massa di capitali nascosti da chi ha evaso le tasse nazionali. Tremonti ha allargato l'azione ai «paradisi legali», dove le legislazioni offshore di fatto non impongono controlli o restrizioni alle attività finanziare. Draghi ha definito «politicamente importante fare luce sui paradisi fiscali» ricordando quanto «la finanza ombra» possa costare cara ai contribuenti nei salvataggi bancari. Il presidente dell'Eurogruppo, il lussemburghese Jean Claude Juncker, ha protestato per l'inserimento del suo Paese nella 'lista grigia' dell'Ocse, dove sono inseriti i paradisi fiscali non collaborativi L'Ecofin ha discusso le pressioni degli Stati Uniti per convincere l'Ue a rendere rapidamente più flessibili le regole di contabilità bancaria a causa della crisi. Tremonti lo ha considerato un argomento politicamente importante perché indica l'adeguamento Usa alle logiche europee, che restano solo più lente nell'adeguamento delle riforme tecniche. Il ministro ha ribadito che i titoli tossici delle banche devono essere trasferiti in bad bank interne «quindi a carico degli azionisti e non dei contribuenti». Non vede la necessità di nuove misure a sostegno dell'economia in Italia, ma resta pronto ad attuarle se necessario «con spostamento delle risorse verso il sociale» e non con "sfondamento" della spesa pubblica. In prospettiva Tremonti crede nel «piano Delors», impostato sulla emissione di obbligazioni europee garantite dai Paesi membri e destinate al finanziamento di grandi infrastrutture pubbliche utili a stimolare la crescita economica. Ivo Caizzi Uscita dal tunnel? Secondo l'Ecofin è troppo presto per parlare di un'uscita dal tunnel

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Tremonti: Non sforeremo il deficit (sezione: Class action)

( da "Corriere delle Alpi" del 04-04-2009)

Argomenti: Class Action

ECOFIN A PRAGA. Conferenza stampa anticipata: l'Europa si adegui alle norme contabili degli Stati Uniti Tremonti: «Non sforeremo il deficit» Secondo il responsabile dell'Economia per ora niente nuovi interventi DALL'INVIATO PRAGA. Nessun intervento in deficit del governo italiano. Ma anche l'idea guida sulle «bad bank», ovvero dove convogliare i titoli tossici, e poi i criteri contabili europei che si devono adeguare a quelli varati, «suddenly, in una notte», dal Congresso Usa. Giulio Tremonti anticipa la conferenza stampa sull'Ecofin perché oggi dovrà partire presto («Arriva Obama, ci chiudono i cieli», spiega), riepiloga i risultati del G20, illustra il dibattito dell'Eurogruppo e del consiglio dei ministri del'Economia e della Finanza sulle decisioni di Londra, dà alcune indicazioni storico-filosofiche su crisi e guerre (nel passato) e crisi e pace (nel presente), «Tutto grazie al ritorno della politica», dice Tremonti. Sugli interventi che il governo avrebbe in animo per scongiurare la chiusura delle aziende non si sbottona. Smentisce però il presidente del consiglio (che si era già autosmentito in precedenza) sulla possibilità di fare interventi in deficit. «Non ci saranno sforamenti, ma riposizionamenti di spesa, nel bilancio dello Stato ci sono moltissime risorse», spiega il ministro dell'Economia. «Per ora, comunque, noi crediamo che non ci sia bisogno di altri interventi, che gli 8 miliardi messi sugli ammortizzatori sociali basteranno», aggiunge. Discussione chiusa, per ora. Si apre quella sui criteri contabili, quelli che indicano il comportamento sulla valutazione dei titoli tossici. Gli Usa ne hanno varati di nuovi, più flessibili. «L'Europa si deve adeguare. Scarichiamo da Google il testo degli Stati Uniti e rielaboriamolo», dice Tremonti. Il problema è che negli Usa le decisioni sono prese in tempo reale (se n'è discusso molto sia durante l'Ecofin che l'Eurogruppo), mentre in Europa questo lo fa lo Iasb, l'organismo che raccoglie i regolatori del mercato, quindi è più complicato. «Ma possiamo fare pressione in 27 perché i vari organismi si adeguino», insiste Tremonti. Titoli tossici, l'argomento richiama quello delle «bad bank», ovvero la loro destinazione. «La discussione non è se farle o no, ma se debbano essere interne o esterne agli istituti di credito. Io sono sempre stato per banche interne, con la costruzione di separazioni nette fra attività buone e attività cattive. Serve che una parte degli utili vengano destinati, mettiamo per 50 anni, all'ammortamento dei titoli cattivi». Perché - spiega Tremonti - «se la bad bank è interna all'istituto di credito pagano gli azionisti della banca, se è esterna pagano i contribuenti. Può non essere semplice dire ai contribuenti "pagate voi"». Si torna al G20. «La novità fondamentale è che siamo passati dalle azioni prese dai singoli governi singolarmente, ma coordinate, come deciso al G20 di Washington a novembre, alle azioni prese collettivamente. Un trilione punto uno di dollari (1100 miliardi ndr) ha un valore se speso in interventi singoli coordinati, ma vale molto di più se speso tutti insieme». Questa azione collettiva è rappresentata dai soldi stanziati per il Fondo monetario internazionale. (a.c.)

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dal campus all'università messaggi di rabbia e speranza - anna puricella (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 05-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina XV - Bari Dal Campus all´Università messaggi di rabbia e speranza ANNA PURICELLA "Fuori i fasci dalla facoltà" è una delle frasi incise quasi a caratteri di fuoco sui muri dell´ateneo barese. Ironia della sorte in un´Università che fino a meno di un anno fa era intitolata a Benito Mussolini. Gli studenti che negli anni vi si sono avvicendati hanno lasciato tracce del loro passaggio nei corridoi. Le scritte, a volte, sono più che banali atti di vandalismo. Raccontano di ricambi generazionali, di gusti e tendenze, del modo di vivere la politica. Fino a sette mesi fa l´Ateneo abbondava di tratti di penna e spray. Poi la pennellessa ha ripulito tutto, restituendo alle pareti il colore originario, un giallo pallido che ha distrutto racconti di vita. La reazione degli studenti non si è fatta attendere: "La storia non si cancella", si legge ora su tanti pianerottoli. Perché proprio di storia parlano quelle espressioni rapide, lasciate lì a sfidare il tempo. Trionfo della creatività da un lato, semplice goliardia dall´altro. Il Collettivo di Lettere e Filosofia si tiene stretta la stanzetta dalla porta rossa al secondo piano dell´Ateneo. Lì è ancora possibile respirare la voglia di stemperare i pensieri tra un esame e l´altro. "Prendetevi tutto tranne il mio brain" (cervello in inglese) è l´evoluzione di uno slogan pubblicitario che si oppone all´omologazione studentesca. Non mancano riferimenti a De Andrè e alla religione con "Dio non è stato eletto democraticamente dagli italiani". Su un´altra parete campeggia un grande murales, realizzato nel 2002 dal centro sociale Coppola rossa e ora simbolo del Collettivo: un uomo tratteggiato con linee futuriste brandisce una lancia che, in realtà, è un pennino, simbolo di libertà di manifestazione del pensiero. Attuale quanto mai è la questione dei generi. Nella zona tra via Crisanzio e via Garruba, fra il corridoio dell´edificio di Giurisprudenza e la facoltà di Lingue è facile imbattersi in strisce viola. è il colore delle nuove femministe baresi, tra le quali Elisa Scardaccione, membro del collettivo Lilith. «Non credo che le azioni del mio gruppo siano vandaliche - spiega - Non imbrattiamo i muri, piuttosto cerchiamo di comunicare qualcosa». La tolleranza, a esempio. Da un anno, Elisa e le altre lasciano simboli nei dintorni dell´Ateneo, ma si spingono anche al Campus. Confondono i segni atavici che distinguono l´uomo dalla donna, il cerchio con la freccia in alto e quello con la croce rivolta verso il basso. «Cerchiamo di "decostruire" stereotipi come quelli che vincolano i generi, per diffondere l´accettazione delle diversità». Le facoltà scientifiche non sono fogli bianchi come quelle del centro, complici le vetrate. «Siamo più razionalisti per natura - commenta Marina Leuzzi, studentessa di Ingegneria impegnata nell´associazionismo - e poi il Politecnico e il Campus sono più giovani, non hanno memoria di lotte politiche. Gli studenti li vivono come luogo di studio più che di aggregazione, al contrario di quanto accade in Ateneo». «Quello che ci manca di più - aggiunge Angelo Lamorgese del Collettivo - è il laboratorio d´arte. Lì era il tripudio, c´era scritto di tutto. Era un punto d´incontro, proprio come il gabbiotto occupato lo era agli inizi degli Anni �90. Erano il centro propulsore delle idee e della contestazione». Tra le frasi da annotare in Ateneo "Vendola gay prai", a metà tra l´insulto fallito e l´inglese mai imparato. All´esterno il botta e risposta tra opposte fazioni. A Scienze politiche le differenze ideologiche esistono ancora. Giovanni De Giglio, dottorando in "Economics and law" ed esponente dell´associazione studentesca Spolex, ritiene che le scritte sui muri siano in declino: «Preferiamo esprimere le nostre idee con i volantini, ma a volte siamo costretti a coprire gli insulti fascisti. Ogni volta che nella zona universitaria si vedono croci celtiche o svastiche cerchiamo di cancellarle». Non è facile rispondere a un simbolo di destra con la storica falce e martello: «Ormai se ne vedono poche, non significano nulla per i più giovani - continua De Giglio - Parlare a un ragazzo di lotta operaia non suscita alcun interesse». Non a caso sulle assi di legno che nascondono il cantiere di piazza Cesare Battisti si legge "Viva la focaccia proletaria": più che un riferimento ironico al pensiero di sinistra, la ricerca di un´identità.

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indumenti e cibo, la sicilia si mobilita - isabella napoli (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 08-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina II - Palermo Indumenti e cibo, la Sicilia si mobilita Circoscrizioni, piazze, sedi di partito: ecco i primi centri di raccolta Il terremoto in Abruzzo ISABELLA NAPOLI DALL´ottava circoscrizione che mette a disposizione i suoi locali in via Filippo Cordova 76 per raccogliere coperte e indumenti da inviare in Abruzzo al centro di raccolta che in via Enna 4 ha allestito la federazione provinciale di Forza Nuova. Si moltiplicano a Palermo le iniziative di solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma e si aprono centri per la raccolta di fondi e di beni di prima necessità. In prima linea sono le associazioni di volontariato, ma anche le circoscrizioni. In via Cordova 76, ieri mattina, il presidente Marcello Vitale ha chiuso la seduta del consiglio di circoscrizione per solidarietà con le vittime e i consiglieri hanno deciso di devolvere il gettone di presenza, 80 euro, alle popolazioni terremotate. Lo faranno anche i 50 consiglieri comunali su invito del presidente del consiglio Alberto Campagna, che ieri mattina ha aperto la seduta d´aula con un minuto di silenzio. Campagna e i consiglieri Davide Faraone e Giovanni Greco, devolveranno alla Caritas una quota della loro indennità giornaliera come deputati all´Ars. Anche la prima e la quinta circoscrizione oggi hanno all´ordine del giorno della seduta di consiglio iniziative a favore dell´Abruzzo. Il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, ha inviato una lettera al sindaco de L´Aquila, Massimo Cialente, e alla presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, per esprimere solidarietà alle popolazioni colpite dal sisma e assicura che «l´amministrazione è pronta a fornire l´aiuto necessario nell´ambito del coordinamento nazionale dei soccorsi». Nei locali dell´ottava circoscrizione, in via Cordova 76, stamattina dalle 8 alle 14 e di pomeriggio dalle 15 alle 18 chi vuole può contribuire alla raccolta, portando coperte e biancheria intima. «Nella prossima seduta del 16 aprile - spiega Vitale - decideremo come coinvolgere anche gli uffici della circoscrizione e gli esercenti della zona». Chi volesse maggiori informazioni, può contattare la sede della circoscrizione allo 091.346809. è stata trasformata in un centro di raccolta anche la sede di Forza Nuova a Palermo. Chiunque volesse contribuire con indumenti per bambini, coperte, latte a lunga conservazione, cibo in scatola può portarlo dalle 15,30 alle 19. In via Enna 4 un traversa di via Catania. In via Paolo Paternostro 43, sede di Azione Giovani Palermo, ogni pomeriggio dalle 17 alle 20, si raccolgono cibo in scatola, acqua, coperte, pannolini e latte in polvere. Per informazioni si può telefonare al 3297328481. «Cerchiamo anche volontari», spiega Mauro La Mantia presidente dell´organizzazione degli studenti di destra. Anche Legambiente Sicilia ha attivato una raccolta fondi. Chi vuole può versare un contributo con un bonifico alla Banca Popolare Etica su conto corrente Legambiente Onlus - Sos via Salaria 403 00199 Roma IBAN IT 79P050 1803 2000 0000 0511 440 con causale «Emergenza terremoto in Abruzzo». Ma la gara di solidarietà coinvolge anche altri comuni palermitani. Oggi pomeriggio, in piazza Cataldo a Capaci, verrà allestito un centro di raccolta dove i cittadini potranno portare pasta, acqua, zucchero, latte, biscotti, olio, scatolame che saranno consegnati direttamente alle popolazioni dell´Abruzzo colpite dal terremoto. L´iniziativa è del comune di Capaci, assieme all´associazione nazionale carabinieri, alla sezione locale dei Vigili del fuoco in congedo, all´Agesci Scout e all´associazione Msp Palermo Sud. A Monreale la Caritas diocesana sta raccogliendo fondi in via Carmine 58. «Già ieri ho ricevuto una coppia di monrealesi che ha rinunciato alla gita di Pasquetta - racconta il direttore don Vincenzo Noto - e devolverà 60 euro agli abruzzesi». Le offerte si possono inviare anche direttamente alla Caritas Italiana tramite il conto corrente postale 347013. La presidenza della Conferenza episcopale italiana ha indetto per domenica 19 aprile in tutte le chiese italiane una colletta nazionale. «Invito tutti i palermitani - dice l´arcivescovo di Palermo monsignor Paolo Romeo ad aderire alla colletta e ad essere generosi». C´è anche chi offre ospitalità agli sfollati. Lo fa la scuola secondaria statale Camillo Benso Conte di Cavour di via Crocifisso Pietratagliata nella zona di Mezzomonreale. «In collaborazione con l´associazione Antras di protezione civile - spiega Filippo Romano, dirigente scolastico - potremmo ospitare presso la nostra scuola e nelle nostre case un gruppo di alunni di una scuola media dell´Aquila, che potrà così concludere serenamente l´anno scolastico». E assieme alle offerte, dalla Sicilia cominciano a partire anche gli specialisti. Ventiquattro architetti del dipartimento di protezione civile dell´ordine di Agrigento collaboreranno al rilievo e alla schedatura dei danni provocati dal sisma mentre l´Ausl 6 di Palermo ha approntato un gruppo di supporto psicologico che opererà nelle zone colpite dal sisma. Da oggi in Abruzzo anche l´assessore alla Presidenza Giovanni Ilarda.

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l'onda, cl e la marea nera battaglia per un pugno di voti - simone mosca franco vanni (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 08-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina XIII - Milano L´Onda, Cl e la marea nera battaglia per un pugno di voti A Largo Gemelli Cl in cerca di conferma, sinistra in cerca di svolta e l´incognita di estrema destra. In Festa del Perdono vigilia tesa e, a sinistra, un incubo: che vada come a Roma SIMONE MOSCA FRANCO VANNI Cinque mesi fa, lo scorso novembre, le elezioni studentesche dell´Università La Sapienza a Roma dissero che la marea dell´Onda, alla prova del voto per gli organismi di governo degli atenei, non era poi tanto alta. Segnarono un´avanzata di Azione Universitaria (Alleanza Nazionale) e Mondo Sapienza (Comunione e Liberazione), evocando agli stessi esponenti dell´Onda l´immagine di «un´Italia in miniatura che premia i partiti di governo». Fra poco più di un mese tocca a Milano. In Statale il 13 e il 14 maggio, solo il 13 in Cattolica gli studenti saranno chiamati a eleggere rappresentanti in Senato accademico, Consigli di facoltà e di corsi di Laurea. E la campagna elettorale alla Statale vede da settimane ogni uscita pubblica di Azione Giovani (vicina ad Alleanza Nazionale) contestata dai collettivi studenteschi al grido «fuori i fascisti dalle università». Tensione che lo scorso mese si è a volte trasformata in scontro e ha convinto il Senato accademico a irrigidire le sanzioni per i comportamenti violenti. La Sinistra Universitaria, lista in cui militano anche ragazzi dell´Onda, in Statale è per tradizione il partito di riferimento. Ma se alla fine degli anni �90 la destra era letteralmente scomparsa dalle liste dei candidati, oggi è presente in ogni facoltà con circa 70 nomi. E come nella politica vera la destra corre unita e vede l´alleanza tra Azione Universitaria e Studenti per la Libertà (Forza Italia). Carlo Armeni, responsabile di Azione Universitaria e senatore accademico uscente, è consapevole della crescita del movimento: «Passare dall´assenza assoluta ad avere candidati dappertutto è il risultato di un grande lavoro». Il problema, adesso, aggiunge, è trovare la via del dialogo con la sinistra: «Non sono abituati al confronto, ci trattano ancora come un elemento di disturbo. Ma in questi anni ci siamo radicati». Marco Bettoni di Sinistra Universitaria e "ondino", più che della capacità di crescita degli avversari in effetti è preoccupato dall´eventualità che i voti si disperdano: «Quest´anno si presentano molte liste nuove, è possibile che molte preferenze finiscano, anche solo per confusione, altrove». Sono infatti ben 31 gli schieramenti chiamati venerdì alle 12 a consegnare le firme (dalle 30 alle 50 per ogni lista) necessarie per presentarsi. Ironia della sorte, Obiettivo Studenti, la lista di Cl che tallona la sinistra con i suoi 3000, scivola sulla scadenza del venerdì Santo. Oggi tre studenti della facoltà di Mediazione Linguistica e Culturale di Sesto San Giovanni presenteranno un esposto accusando Obiettivo Giovani di aver "estorto" le firme, tacendo l´ispirazione ciellina del gruppo e ne chiedono l´invalidazione. L´eventualità (abbastanza remota) è che il rettorato, accolga il ricorso e punisca la scorrettezza. SEGUE A PAGINA XII

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Il sindacato mondiale all'Italia: Non va ridotto il diritto di sciopero (sezione: Class action)

( da "Manifesto, Il" del 08-04-2009)

Argomenti: Class Action

RAPPORTO SUL LAVORO L'Ituc analizza i 27 paesi dell'Unione: tra le emergenze, il gap salariale uomo/donna e le discriminazioni anti-sindacali Il sindacato mondiale all'Italia: «Non va ridotto il diritto di sciopero» Vittorio Longhi Politiche antisindacali, ostacoli al diritto di sciopero, discriminazioni e una sempre maggiore disparità salariale tra donne e uomini. Non si tratta di paesi del sud del mondo, asiatici o africani, ma dei 27 paesi della Ue, sotto la lente d'ingrandimento della Confederazione sindacale internazionale, Ituc-Csi. In occasione delle due giornate in cui l'Organizzazione mondiale del Commercio esamina le politiche commerciali dell'Unione, il sindacato internazionale diffonde il suo rapporto. «Nonostante la piena ratifica delle convenzioni fondamentali dell'Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) da parte dei 27 - premette il rapporto - ci sono ancora molti difetti di applicazione, relativi alla discriminazione antisindacale, al diritto di sciopero, al divario salariale tra donne e uomini nella maggior parte dei paesi». Le preoccupazioni riguardano sia l'Europa Est che occidentale, dove crescono la chiusura e l'ostilità ai sindacati da parte delle imprese, sempre più multinazionali. Mentre negli stati dell'Est si affermano forme di discriminazione sul lavoro, sull'istruzione e sulla casa nei confronti delle minoranze etniche, prime tra tutte quella Rom, nei primi 15 stati membri si stanno adottando misure che scoraggiano l'adesione al sindacato e limitano il diritto di sciopero e l'azione collettiva. Misure in contrasto con le 8 fondamentali convenzioni Ilo, che vanno dal diritto di associazione e contrattazione alla discriminazione di genere, dal divieto di lavoro minorile a quello di lavoro forzato. Riguardo all'Italia, le critiche del sindacato internazionale cominciano con il nuovo disegno di legge delega del governo Berlusconi che vorrebbe restringere il diritto di sciopero nei servizi pubblici e nei trasporti, attraverso lo strumento dello «sciopero virtuale» e con requisiti di rappresentatività penalizzanti per i lavoratori. Un provvedimento che finora solo la Cgil aveva ritenuto incostituzionale e che ora anche la Ituc non esita a definire «una grave violazione dei diritti fondamentali del lavoro». Altro dato sull'Italia che merita attenzione è quello sul pay gap, il divario salariale tra donne e uomini che oggi si attesta a una media del 16%, stando ai dati Istat. La discriminazione di genere avviene soprattutto tra le categorie professionali più elevate e, secondo le osservazioni della Commissione europea citate nel rapporto, «le donne in Italia sono sotto rappresentate a livello manageriale e imprenditoriale». Anche le cifre dell'Ilo indicano una presenza femminile ai vertici dirigenziali ancora bassa, al 23%. Nel capitolo sul lavoro minorile, l'Ituc nota che le norme sull'età minima lavorativa non vengono rispettate nell'economia informale, ancora «estesa» nel nostro paese, agli stessi livelli dei nuovi paesi membri, come Bulgaria e Romania. L'ultimo rapporto sul child labour inviato dal governo italiano all'Ilo contava 1.987 casi di minori impiegati in modo illegale nel 2005, generalmente nelle piccole imprese a conduzione familiare, con orari eccessivi, mancanza di controlli medici, del riposo e delle ferie. Assai più grave è la rilevazione delle cosiddette «forme peggiori di lavoro minorile», che nel caso italiano significa traffico a scopo sessuale (il 10% sul totale), in cui domina la presenza di minori immigrati. Si stima che nel 2007 ci siano state circa 2.800 vittime di traffico, tra adulti e minori, per sfruttamento sessuale, per lavoro domestico, agricolo e nei servizi. La denuncia di condizioni di lavoro forzato, invece, riguarda le campagne del sud, dove - è noto - il 90% dei migranti stagionali lavora in nero e due terzi non hanno il permesso di soggiorno. Si tratta per lo più di irregolari polacchi, romeni, pachistani, ivoriani e albanesi spesso ricattati e ridotti in condizioni di schiavitù.

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Il sindacato mondiale all'Italia: (sezione: Class action)

( da "Manifesto, Il" del 08-04-2009)

Argomenti: Class Action

RAPPORTO SUL LAVORO Il sindacato mondiale all'Italia: «Non va ridotto il diritto di sciopero» L'Ituc analizza i 27 paesi dell'Unione: tra le emergenze, il gap salariale uomo/donna e le discriminazioni anti-sindacali Vittorio Longhi Politiche antisindacali, ostacoli al diritto di sciopero, discriminazioni e una sempre maggiore disparità salariale tra donne e uomini. Non si tratta di paesi del sud del mondo, asiatici o africani, ma dei 27 paesi della Ue, sotto la lente d'ingrandimento della Confederazione sindacale internazionale, Ituc-Csi. In occasione delle due giornate in cui l'Organizzazione mondiale del Commercio esamina le politiche commerciali dell'Unione, il sindacato internazionale diffonde il suo rapporto. «Nonostante la piena ratifica delle convenzioni fondamentali dell'Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) da parte dei 27 - premette il rapporto - ci sono ancora molti difetti di applicazione, relativi alla discriminazione antisindacale, al diritto di sciopero, al divario salariale tra donne e uomini nella maggior parte dei paesi». Le preoccupazioni riguardano sia l'Europa Est che occidentale, dove crescono la chiusura e l'ostilità ai sindacati da parte delle imprese, sempre più multinazionali. Mentre negli stati dell'Est si affermano forme di discriminazione sul lavoro, sull'istruzione e sulla casa nei confronti delle minoranze etniche, prime tra tutte quella Rom, nei primi 15 stati membri si stanno adottando misure che scoraggiano l'adesione al sindacato e limitano il diritto di sciopero e l'azione collettiva. Misure in contrasto con le 8 fondamentali convenzioni Ilo, che vanno dal diritto di associazione e contrattazione alla discriminazione di genere, dal divieto di lavoro minorile a quello di lavoro forzato. Riguardo all'Italia, le critiche del sindacato internazionale cominciano con il nuovo disegno di legge delega del governo Berlusconi che vorrebbe restringere il diritto di sciopero nei servizi pubblici e nei trasporti, attraverso lo strumento dello «sciopero virtuale» e con requisiti di rappresentatività penalizzanti per i lavoratori. Un provvedimento che finora solo la Cgil aveva ritenuto incostituzionale e che ora anche la Ituc non esita a definire «una grave violazione dei diritti fondamentali del lavoro». Altro dato sull'Italia che merita attenzione è quello sul pay gap, il divario salariale tra donne e uomini che oggi si attesta a una media del 16%, stando ai dati Istat. La discriminazione di genere avviene soprattutto tra le categorie professionali più elevate e, secondo le osservazioni della Commissione europea citate nel rapporto, «le donne in Italia sono sotto rappresentate a livello manageriale e imprenditoriale». Anche le cifre dell'Ilo indicano una presenza femminile ai vertici dirigenziali ancora bassa, al 23%. Nel capitolo sul lavoro minorile, l'Ituc nota che le norme sull'età minima lavorativa non vengono rispettate nell'economia informale, ancora «estesa» nel nostro paese, agli stessi livelli dei nuovi paesi membri, come Bulgaria e Romania. L'ultimo rapporto sul child labour inviato dal governo italiano all'Ilo contava 1.987 casi di minori impiegati in modo illegale nel 2005, generalmente nelle piccole imprese a conduzione familiare, con orari eccessivi, mancanza di controlli medici, del riposo e delle ferie. Assai più grave è la rilevazione delle cosiddette «forme peggiori di lavoro minorile», che nel caso italiano significa traffico a scopo sessuale (il 10% sul totale), in cui domina la presenza di minori immigrati. Si stima che nel 2007 ci siano state circa 2.800 vittime di traffico, tra adulti e minori, per sfruttamento sessuale, per lavoro domestico, agricolo e nei servizi. La denuncia di condizioni di lavoro forzato, invece, riguarda le campagne del sud, dove - è noto - il 90% dei migranti stagionali lavora in nero e due terzi non hanno il permesso di soggiorno. Si tratta per lo più di irregolari polacchi, romeni, pachistani, ivoriani e albanesi spesso ricattati e ridotti in condizioni di schiavitù.

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LA STRANA coppia (sezione: Class action)

( da "Manifesto, Il" del 09-04-2009)

Argomenti: Class Action

storie TRAVET E CHIAVE A STELLA METTI UNA SERA A CENA LA STRANA coppia Carlo Podda e Gianni Rinaldini, segretati dei dipendenti pubblici e dei meccanici, si preparano al congresso Cgil. Portano in dote il rapporto prezioso tra le due più forti categorie. Una risposta anticiclica che unisce quel che la crisi, la destra e i padroni cercano di dividere Loris Campetti Un nuovo sistema di regole scritte da una sola mano, certo non amica, e un'idea di sindacato che cancella quella costruita in un secolo di lotte. Un blocco economico, politico e sindacale che coopta chi ci sta ed espelle i riottosi, con la puzza di regime che un simile modello sprigiona. L'attacco ai salari, ai diritti, alla sicurezza sul lavoro, al pluri-riformato sistema pensionistico, fino alla più vistosa rappresaglia contro la democrazia sindacale: la potatura fino alla radice del diritto di sciopero. Un tir impazzito sta correndo a tavoletta contro una storia collettiva, punta dritto contro la Cgil e i suoi cinque milioni di iscritti, pretende di dividere presunti garantiti e precari, lavoratori pubblici e privati, indigeni e migranti, giovani e anziani. Da dove si comincia? C'è l'imbarazzo della scelta, all'inizio della nostra conversazione con quella che ormai in Cgil è diventata «la strana coppia»: Carlo Podda, segretario dei lavoratori pubblici della Fp-Cgil, che chiameremo C.P., e Gianni Rinaldini, segretario generale dei metalmeccanici Fiom-Cgil, G.R. per semplicità. Partiti insieme da Torino meno di un anno fa per un lungo viaggio con tappe a Ferrara, a Bologna, a Firenze e poi in tutt'Italia, hanno messo a discutere insieme infermiere e operai di linea, impiegati del catasto e aggiustatori meccanici, vigili urbani e carrellisti. Insomma, chi sta da una parte dello sportello e chi sta dall'altra, chi fa le multe e chi se le becca, chi garantisce i beni comuni e chi ne usufruisce, l'ammalato e chi lo cura. In base a un principio antico, più facile da declamare che da realizzare: siamo tutti sulla stessa barca, remiamo insieme per non finire in acque infestate da piranha, per portare il legno, e la pelle, in sicurezza. Costruire solidarietà e condivisione dentro la crisi e sotto i colpi inferti da risposte politiche che fanno più male della crisi stessa: è questo l'obiettivo della strana coppia in cento assemblee sindacali, in cui via via sfumano resistenze e antichi pregiudizi tra «quei presuntuosi dei metalmeccanici» e «quegli oziosi dei dipendenti pubblici». Una manovra anticiclica per rimandare al mittente il tentativo di dividere, per ridare verticalità a un conflitto che rischia di diventare orizzontale - la guerra tra poveri, e i ricchi incassano. Dopo la grande manifestazione di sabato, dove va la Cgil, verso quale modello sindacale? Sicuramente la Cgil va verso uno dei più importanti congressi della sua storia, un congresso di scelta a cui C.P. e G.R. vogliono arrivare insieme, senza rinvii e senza vincoli identitari che rendono prigionieri di una presunta appartenenza originaria. Partiamo da sabato 4 aprile al Circo Massimo: «Una straordinaria manifestazione», dicono in coro e siccome è impossibile non fare raffronti con il Circo Massimo di sette anni fa con Cofferati, quali sono le differenze? «Il 23 marzo 2002 - dice C.P. - è stata una manifestazione di popolo, caricata di un grande investimento politico. Un'altra epoca. Sabato scorso abbiamo fatto una grande manifestazione d'organizzazione». «Il 23 marzo 2003 c'erano due sinistre - dice G.R. - e ora dove le vedi?». Sicuramente chi era in piazza sabato, dal gruppo dirigente fino all'ultimo militante, non aveva dubbi sulla necessità «di un contrasto forte alla politica del governo, semmai c'era chi dava un giudizio più possibilista sulla Confindustria». G.R.: «Per un lungo periodo, fino al 22 gennaio (l'accordo separato sui contratti, ndr), c'era in Cgil chi credeva nella possibilità di arrivare a un accordo unitario, ritenendo impossibile che Confindustria potesse firmarne uno separato, addirittura sulle regole. E' evidente che il nostro sciopero Fiom-Fp deciso prima ancora di quello generale della Cgil ha avuto un ruolo importante nella scelta del percorso della confederazione. Si è capito che governo e padroni stavano lavorando alla divisione dei lavoratori». C.P.: «C'è stato in una parte dell'organizzazione il rifiuto della realtà, una rimozione che nasconde un ritardo nell'analisi del governo e della Confindustria». E in coro, i due segretari: «Rivendichiamo il nostro ruolo, ci avevamo preso noi, quando a un dibattito che proprio tu moderasti leggemmo il testo del nuovo sistema contrattuale, che definimmo 'irricevibile'». C.P. analizza i suoi 450 mila iscritti: «100 mila sono nel privato senza tutele, precari, in nero, migranti irregolari, spesso usati per far dumping. Sono working poor, io li rappresento ma quanto riesco a tutelarli, a rinnovare i contratti?». G.R.: «Alla Fincantieri di Venezia i diretti sono 1.200 a cui se ne aggiungono 2.600 sparpagliati in 500 aziende». Il lavoro viaggia su una nave composta da vari ponti sui quali è stratificata verticalmente la classe, sotto gli ultimi e sopra i primi, nel mezzo, a strati, tutti gli altri. «Questa crisi svela il fallimento di un modello di sviluppo che pretende la frantumazione del lavoro», aggiunge G.R.. E voi cosa proponete? «Un diverso modello di sviluppo e relazioni sociali e umane, la battaglia è per la riunificazione del lavoro», è ancora una risposta all'unisono che così prosegue: «Riunificare il lavoro era lo slogan di Lama in non mi ricordo quale congresso. Ma oggi, in Cgil non è condivisa da tutti la consapevolezza che buona parte dell'imprenditoria vuole utilizzare la crisi per peggiorare il lavoro. Se passa nella pratica sindacale il nuovo modello contrattuale fanno filotto: noi non riusciamo a recuperare la parte bassa del lavoro e perdiamo quella alta». C.P.: «La crisi è per noi anche un'opportunità, se pensi che si può finalmente liberare il dibattito da un tabù e parlare di intervento pubblico nell'economia». Però, l'idea della Cisl che in questo contesto difficile bisogna stare dentro il recinto del governo per arginarne le politiche pericolose e ridurre i danni fa breccia anche nella Cgil. Trasformando il sindacato in un ammortizzatore sociale telecomandato. «E' un'idea sbagliata - dice C.P. - e tutta difensiva». «Più precisamente - è l'opinione di G.R. - c'è chi ritiene che si possano affrontare i problemi aperti in questa fase senza ripartire dal lavoro, cercando invece le soluzioni negli enti bilaterali per gestire fette di mercato del lavoro oltre alla cassa integrazione. E' questa l'idea che hanno del nuovo sindacato». Il modello svedese senza il welfare della Svezia, con forme di tutela non collettive ma individuali e Brunetta che dice «faccio tutto io per legge», s'indigna C.P.. Della politica, delle diaspore della sinistra e della faticosa ricerca di una centralità del lavoro nel Pd, oggi non parliamo. Ma l'assenza di una rappresentanza politica, persino di una sponda, per le centinaia di migliaia di lavoratori al Circo Massimo, pesa su qualsiasi ricerca di risposta alla crisi. «Serve una riflessione strategica nella Cgil, serve un congresso vero e senza rinvii. Con i lavoratori conta quel che fai e non quello che dici di essere, io rispetto la coerenza della Fiom e della sua azione coerente, non quella di una generica o presunta sinistra. Per questo dico che dobbiamo andare oltre le logiche d'appartenenza e di schieramento», dice C.P.. G.R. chiede scelte nette alla sua confederazione, «non si può dire che ogni categoria può muoversi liberamente, magari costruendo piattaforme contrattuali con Cisl e Uil coerenti con il modello che la Cgil rifiuta». Un passo indietro: cosa avete sbagliato nel rapporto tra le due categorie e non rifareste? «Io rimpiango l'assenza della mia categoria alla manifestazione 'Stop precarietà' del 4 novembre 2006. Gianni - risponde al volo C.P. - dovrebbe rimpiangere la sua gestione del protocollo welfare. Ma forse non potevamo comportarci diversamente». Aggiungo malignamente che la Funzione pubblica non era a Genova... «E' vero, non abbiamo capito Genova fino alla morte di Carlo Giuliani. Poi abbiamo recuperato i contenuti di quel movimento sposando la battaglia sui beni comuni». La Fiom invece, che a Genova c'era, non votò proprio gli emendamenti sui beni comuni presentati dalla Fp all'ultimo congresso Cgil. «E ci siamo sbagliati», ammette senza esitazione G.R. che aggiunge: «Ho sottovalutato il cambio di segreteria in Cgil. In positivo porto l'esperienza contrattuale della Fiom che ha tenuto insieme la fase dei contratti separati e la riconquista del contratto unitario. Sai come? Mettendo al centro la democrazia nel rapporto con i lavoratori». La riuscita dei nostri scioperi e delle manifestazioni non possono oscurare i gravi problemi che abbiamo, è la riflessione dei due segretari che intendono il prossimo congresso come l'occasione per riprendere un'analisi attenta dei processi in atto, partendo dal fallimento di questo modello sociale, economico e di sviluppo. Una riflessione strategica, dunque, per decidere cosa voglia dire essere e fare sindacato oggi, in cui sono evidenti i disastri distributivi accompagnati dalla distruzione delle tutele e l'attacco ai diritti individuali e collettivi. Per dirla con G.R., «siamo alla frutta». C.P. ricorda che oltre l'80% del Pil viene dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, ai quali vengono erosi servizi, dallo studio alla salute. L'ingiustizia è cresciuta con lo sviluppo, aggiunge, figuriamoci cosa può accadere con la crisi e la decrescita. La Cgil è l'unica organizzazione di massa in Italia, non può non essere coinvolta dai processi in atto e ha bisogno di un massimo di democrazia e di organizzazione (G.R.). Ma sono molti a dire che tra i lavoratori non c'è clima, perché l'insicurezza sul futuro, la precarietà, la cassa integrazione non aiutano la crescita di una lotta di massa. «Tutto è difficile, per la crisi e per il quadro politico. Ma se con i lavoratori parli - dice C.P. - se ci lavori insieme, vedi che la risposta arriva. La mia categoria è stata la prima vittima di Brunetta e Berlusconi, eppure guarda che risposta ha dato con l'adesione allo sciopero con la Fiom. I meccanici sono falcidiati dalla crisi industriale, eppure guarda come anche loro rispondono, sono i più presenti». Morale, «guai avvitarsi sul presunto nesso crisi-moderazione sindacale. Questo insegna il nuovo rapporto costruito tra Fiom e Fp». Questa non so più chi dei due l'ha detta. Forse entrambi. E entrambi saranno oggi ai Frentani a Roma, a un convegno che ha per titolo «Una nuova economia», sottotitolo «verso il congresso». Con loro dirigenti confederali e di categoria, politici ed economisti. Una volta, quando le parole avevano un senso, si sarebbe detto «è una cosa di sinistra». Foto: ROMA, SABATO AL CIRCO MASSIMO /FOTO ALEANDRO BIAGIANTI IN ALTO, GIANNI RINALDINI E CARLO PODDA

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la nuova russia esalta i piccoli gesti - barbara casavecchia (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 11-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina XIV - Milano In una collettiva le opere di venti giovani artisti che si misurano col passato e con la situazione politica attuale La nuova Russia esalta i piccoli gesti BARBARA CASAVECCHIA Per favore, infilate un sassolino nella scarpa: la collettiva "Azioni molto semplici senza uno scopo preciso" si apre così, con una ciotola di pietruzze e l´invito di Yuri Albert a procurarsi un piccolo fastidio fisico, per visitare e "sentire" la mostra in modo diverso. Curata dall´autorevole critico moscovita Viktor Misiano, ben allestita e con 20 artisti presenti, è la terza puntata di una ricognizione sistematica sulla scena post-sovietica che la Galleria Artra ha intrapreso con le precedenti esposizioni "Revolution Reloaded" (2004) e "Ottobre" (2007), a cura di Marco Scotini. Per analizzare le modalità con cui gli artisti delle ultime leve, a vent´anni dal crollo della Cortina di Ferro, si misurano col passato comune e la "stabilizzazione" politica presente, Misiano sceglie il tema della performance: né provocatoria né plateale, bensì svolta in chiave privata, con piccoli gesti di autodeterminazione - un´eredità dell´estetica concettuale della generazione precedente, che qui è rappresentata da foto e video del praghese Jiri Kovanda e del moscovita Nikita Alekseev (alle prese con due loro azioni anni �70), e dalle Danze (2000) dell´ucraino Yuri Leidermann. Sopra l´ingresso volteggiano a colpi di phon le Moving Stars di Vadim Fishkin (Russia, 1965), mentre il "fil rouge" del percorso è la corda che Dominik Lang (Praga, 1980) ha tirato attraverso i muri, invadendo le sale con panni e mollette. Una parete è tappezzata da 648 lettere di Albert (Mosca, 1959), che ha riscritto le missive inviate dai pittori impressionisti a Durand-Ruel, antesignano del gallerista contemporaneo. In un video del �99, Vadim Flyagin (Russia, 1958) si siede, sdraia e rialza senza tregua, incapace - dentro e fuor di metafora - di trovare il proprio posto, mentre Ulan Djaparov (Kyrgyszstan, 1960) inscena un rituale buddista con una barchetta di carta. Meher Azatyan (Armenia, 1972) pone quesiti validi urbi et orbi, come: cosa posso fare per riempire i bambini di gioia?

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I raduni e i recinti di Milano La battaglia della movida (sezione: Class action)

( da "Corriere della Sera" del 11-04-2009)

Argomenti: Class Action

Corriere della Sera sezione: Cronache data: 11/04/2009 - pag: 22 Il caso Commando di ragazzi contro i residenti per le zone delimitate I raduni e i recinti di Milano La battaglia della movida MILANO I raduni alle Colonne, i mercoledì della birra, l'appuntamento all'Arco della Pace, i locali dei Navigli, lo sballo in corso Como: la notte dei giovani a Milano è liquida come la società del sociologo Bauman, con la primavera si scioglie, si scalda e qualche volta s'incendia. Viale Montenero, mercoledì sera: migliaia di ragazzi con la lattina in mano, una collinetta, bonghi, congas e molti venditori di fumo. È il luogo di un rito che adesso chiamano movida, è il posto dove s'incontrano bocconiani e generazione Erasmus, ventenni brianzoli e studenti di ogni tipo, ci sono anche i centri sociali, i contestatori dell'Onda, il melting pot che staziona da anni intorno al Mom Cafè: aggregazione spontanea, niente spot, li porta qui il passaparola. All'improvviso, dietro a una telecamera e a un giovane che urla «non ci metterete in gabbia», spuntano le teste incappucciate di un commando che abbatte il recinto in costruzione del Comune. Parte anche il filmato su YouTube: è fatta. Musica in sottofondo e via con la sigla: a Milano è cominciata la battaglia della cancellata. «Non ci fermeranno quattro pirla», annuncia l'assessore all'Arredo Urbano, Maurizio Cadeo: il recinto sarà pronto alla fine di aprile. È una promessa, una sfida. Ma anche un impegno in difesa dei residenti, di centinaia di cittadini esasperati da rumori e schiamazzi che inondano Palazzo Marino di lettere, appelli, petizioni, class="hilite">che minacciano class="term">class class="term">action, denunce alla Procura e manifestazioni di piazza. Dai giardinetti di viale Montenero trasformati in discarica ai muri di corso di Porta Ticinese marci di piscio, come scrive al Comune Marcello Forti, un cittadino che dorme con il Tavor «perché il quartiere è diventato il mio Vietnam», Milano si ritrova a fare i conti con l'allarme sociale della notte, con il rumore, l'inquinamento acustico, i decibel fuorilegge, l'abuso di alcol, lo spaccio di droga, con un degrado che lascia sull'asfalto e nell'erba un tappeto di vetri rotti, lattine e mozziconi. E coi suoi giovani. Che chiedono spazi. Che non vogliono gabbie, recinti da zoo. Due città. Una che vive, l'altra che vuole dormire. Una che anima i luoghi storici del divertimento. L'altra che chiede il rispetto delle regole, il diritto al riposo. E in mezzo l'irrisolta questione dei controlli, dei limiti agli abusi. «Un conto è la movida e un altro è l'assedio dei guerrieri della notte che ignorano le regole della civile convivenza», dicono i cittadini della zona Sempione. Anche qui è battaglia. C'è un esposto alla magistratura che chiede più forze dell'ordine e un monitoraggio costante del rumore dopo le 22. Ma l'epicentro dei raduni chiassosi è la zona dei Navigli, quella intorno alle colonne di San Lorenzo. Lì c'è già una cancellata entrata nella storia. Recinta il parco di piazza Vetra: negli anni Novanta divise Milano. Ma adesso ci giocano i bambini: gli spacciatori non ci sono più. Si può recintare anche la zona di San Lorenzo? «Quel che accade certe notti è un'inutile tortura per i residenti, un bivacco insensato che fa male a tutti», scrivono i comitati cittadini. Dal giovedì la zona è militarizzata. Polizia, carabinieri, vigili urbani. Il vicesindaco Riccardo De Corato mostra i dati del pattugliamento: 11 mila multe e 200 persone controllate nel 2008. Da mesi vengono puniti i gestori dei locali che contravvengono al divieto di vendere alcolici e bottiglie di birra dopo le 21. Ma non basta: la gente protesta. «Milano si è incattivita, individualismo e paura sembrano diventate le uniche certezze. Coi giovani si deve ragionare, non servono i proclami bellicosi », dice don Gino Rigoldi, il prete che cerca di tenere il filo di un dialogo difficile. «Spostiamoli in blocco, serve una città del divertimento. Si può fare intorno a Rogoredo, dove va trasferita anche la cittadella della giustizia », propone l'assessore alle Attività produttive, Giovanni Terzi. Di giorno i processi, di notte la movida. L'assessore Cadeo marcia dritto: «La movida non può condannare all'insonnia i residenti. Noi li dobbiamo tutelare ». Anche con la cancellata? Raffaele Indolfi, il questore, capisce il disagio dei residenti ma non ama i recinti: «I controlli li facciamo, cerchiamo di tutelare il sonno dei cittadini. Ma come si fa a presidiare un raduno spontaneo di giovani?» In questo frullato di polemiche, il sindaco, Letizia Moratti cerca di mettere ordine e scrive una lettera al Corriere: «Milano deve essere accogliente con chi rivendica il diritto al riposo, con i commercianti che tutelano la propria attività imprenditoriale, con i giovani che vogliono vivere la città anche nelle ore notturne». Niente guerra: è una proposta di dialogo. «Il Comune vuole sperimentare un percorso di regole civili», dice. Ci sarà un'Autority «e insieme cercheremo di rendere Milano più bella e vivibile». Senza cancellate, basterà un po' di buon senso. Giangiacomo Schiavi San Lorenzo Notte insonne davanti alle colonne Viale Monte Nero Le recinzioni anti-movida abbattute I Navigli Da sempre al centro delle notti milanesi

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quando la piazza protesta on line - riccardo staglianò (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 14-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina 43 - Cultura Quando la piazza protesta on line così la rete organizza la gente Scoop ma anche falsi allarmi Inchieste collettive e denunce che partono dai social network Nell´era di Internet le persone si mobilitano e cambiano il flusso delle informazioni Due nuovi libri raccontano vizi e virtù dei dilettanti del web L´analisi di Andrew Keen è più severa: "Questa rivoluzione rovinerà la nostra cultura" Clay Shirky, docente di Nuovi Media, parla di "distruzione creativa" RICCARDO STAGLIANò è la storia di come un cellulare smarrito su un sedile di un taxi di New York finisce con lo scatenare un´inarrestabile gogna pubblica. Ma anche di una frase razzista, sfuggita ai radar dei giornali, che costa il posto a un mammasantissima repubblicano. E di un caso di pedofilia che, tracimando dal web, dilaga in scandalo internazionale e prelude alla cacciata di un alto prelato. è la storia di masse che si coordinano. Di greggi che diventano pastori. Di «dilettanti» irregolari che armati solo della voce di internet riescono a radunare una forza collettiva impressionante. Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione di Clay Shirky (Codice Edizioni, pagg. 242, euro 23) tratta della «distruzione creativa» portata dalla rete sul modo in cui viviamo, collaboriamo, produciamo. Shirky, docente di nuovi media della New York University parte da qui: «Ogni consumatore è oggi un potenziale produttore con l´intero mondo come potenziale pubblico». Siamo tutti «ex audience», come spiegò Dan Gilmor nel suo We, the media. Ci siamo alzati dal divano e siamo andati alla scrivania. Abbiamo posato il telecomando e imbracciato la telecamera. Il terremoto in Abruzzo, con le sue centinaia di video amatoriali, ne è solo l´ultima conferma. Shirky, collaboratore a sua volta del New York Times e Wired, constata la fine del monopolio dei giornalisti nell´informazione. Porta, tra gli altri, l´esempio di Trent Lott, capogruppo repubblicano al senato. Che a una cena aveva lodato Strom Thurmond, noto segregazionista. Molti media non avevano raccolto, i blogger sì. E l´imbarazzante dichiarazione, una volta entrata in loop, l´aveva spinto alle dimissioni. Sottovaluta il lato oscuro della forza, però. Come quando Matt Drudge, alfiere del "prima pubblica poi verifica", dette la notizia (falsa) che Sidney Blumenthal, allora consulente di Clinton, picchiava la moglie. E della causa da 30 milioni di dollari per diffamazione che ne seguì. Il punto è qui: la rete è un mare dove circolano molte notizie. Che possono essere vere o false. Al contrario di quel che accade nei quotidiani non ci sono responsabili a renderne conto. Spesso accertare se ci si trova di fronte ad un fatto o ad una bufala che circola on line è impossibile. Parole come pietre rotolano a valle, diventano valanghe e seppelliscono reputazioni. Per esempio: nel 2002 a Boston la notizia era vera. Preti accusati di abusi sessuali su bambini. Il Boston Globe fa il suo mestiere ma la notizia esplode soprattutto grazie a Voice of the Faithful. Trenta parrocchiani offesi che, dandosi appuntamento sul web, diventano 25 mila in sei mesi. Alla fine il responsabile della diocesi, cardinale Bernard Law, lascia. Shirky parla del suo paese, noi sappiamo del nostro. Del caso di Federico Aldrovandi, diciottenne di Ferrara morto nel 2005 durante un controllo di polizia. Gli agenti chiudono presto il caso, sua madre lo riapre un post alla volta. Il suo blog obbliga i giornali a tornarci su e i poliziotti finiscono in tribunale. Online il confine tra informazione e azione politica si assottiglia. Succede per il testamento biologico, all´indomani della vicenda Englaro. I radicali presentano 2.500 emendamenti alla proposta del governo. Il 20 per cento raccolti via internet. Non era mai successo, succederà sempre più spesso. Si può discutere tutto di Beppe Grillo, non la sapienza con cui ha saputo sfruttare la piattaforma internettiana. La stessa con cui Barack Obama ha concepito parte della sua vittoriosa campagna. A dire solo «no, non mi piace», rimpiangendo gli anni eroici dei comizi nelle piazze, si rischia di fare la figura di Giovanni Tritemio, rievocato nel libro. L´abate di Sponheim nel 1492 scrive un pamphlet in cui difende la superiorità degli scriba, minacciati di estinzione dall´invenzione della stampa di Gutenberg. Affida però De laude scriptorum ai tipografi, perché abbia più vasta e spedita circolazione. Mai autosmentita fu più efficace. Eppure la tentazione sopravvive. Dilettanti.com (DeAgostini, pagg. 269, euro 15) di Andrew Keen spiega «come la rivoluzione del web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia». Ma se certi contenitori (la carta) sono sotto botta ma il contenuto (il giornalismo) non è mai stato così prezioso. La Cultura può dormire sogni tranquilli. Perché le masse organizzate, oltre a prendere a picconate le istituzioni, sanno costruire. Shirky cita Wikipedia, l´enciclopedia editata dall´intelligenza collettiva. Ne dà una definizione originale: «è essenzialmente una burocrazia per litigare». Nel senso che uno scrive una voce, un altro propone modifiche, un terzo obietta e corregge di nuovo, in un affinamento progressivo. Escono anche bufale colossali. Mai come qui è utile la lezione delle scuole di giornalismo americane: "Se vostra madre vi dice che vi ama� verificatelo". Però, onestamente, chi ne farebbe a meno? Il libro di Shirky deluderà i più "digitalizzati". Scrive: «Gli strumenti di comunicazione non sono socialmente interessanti sin quando non diventano tecnologicamente noiosi». Parla di sms, blog, mailing list, pleistocene internettiano solo adesso diventato normale, precipitato dalle élite alle masse. Così quando la giovane Ivanna dimentica il suo telefonino in un taxi e poi scopre che chi l´ha trovato non ha alcuna intenzione di restituirlo, mette in piedi un sito (evanwashere. com/StolenSidekick/) tanto che la polizia è costretta a intervenire. Così va il mondo quando tutti collaborano con tutti. Per i ragazzi è più facile, i post-1980 non ne conoscono un altro. «In un periodo di rivoluzioni l´esperienza diventa zavorra» avverte l´autore, perché se hai una weltanschaung tradizionale, «quando arriva un cambiamento epocale rischi di considerarlo cosa di scarsa importanza».

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anche parlamento e consob nello schema "blinda-mediaset" - (segue dalla prima pagina) massimo giannini (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 15-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina 23 - Economia Anche Parlamento e Consob nello schema "blinda-Mediaset" Perché è stato alzato al 20% il tetto all´acquisto di azioni proprie Il retroscena Berlusconi: "Ho già parlato della difesa delle aziende italiane con Cardia" La norma è passata all´interno del decreto-incentivi approvato prima di Pasqua (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) MASSIMO GIANNINI Nobile intenzione. Il legislatore, in piena crisi finanziaria, si preoccupa dei troppi «avvoltoi» stranieri che svolazzano sulla Borsa italiana. Vuole difendere almeno le spoglie dei pochi, grandi "campioni nazionali" rimasti su piazza: Eni ed Enel, Fiat e Telecom, Intesa e Unicredit. Con tre disposizioni specifiche. La prima prevede l´innalzamento dal 10 al 20% della quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La seconda prevede l´incremento fino al 5% annuo delle partecipazioni consentite a chi già possiede tra il 30 e il 50% di una Spa. La terza introduce la possibilità per la Consob di ridurre dal 2 all´1% la soglia valida ai fini dell´obbligo di comunicare alla Vigilanza l´avvenuto acquisto di un pacchetto azionario. Non c´è male, per un governo che si professa liberale, anche se non più liberista. E nemmeno per un centrodestra che, fregandosene allegramente della cultura dell´Opa e della contendibilità delle aziende, ha già rimesso pesantemente in discussione la passivity rule, cioè quel complesso di regole volte a limitare le iniziative di contrasto consentite a una società su cui pende un´Offerta pubblica d´acquisto. In tempi di ferro, come dice Tremonti, ci si difende con tutti i mezzi. Ma il problema, nel caso di specie, non è solo questo: dietro la nuova crociata per salvare "l´italianità" si nasconde un interesse di bottega, molto più spicciolo: difendere Mediaset. Vediamo perché. I titoli del Biscione, come la maggior parte del listino, soffrono da mesi e mesi un crollo verticale di valore. Al 31 dicembre 2007 un´azione Mediaset valeva 9,3 euro. Un anno dopo, a fine 2008, ne valeva 3,9. Attualmente staziona intorno ai 3,5 euro, con una capitalizzazione di circa 4,2 miliardi. Poco più di un terzo di due anni fa. Già a luglio dell´anno scorso Piersilvio Berlusconi denunciava: «Dall´inizio dell´anno abbiamo subito una perdita di valore del 41%». Anche il Cavaliere, ovviamente, è preoccupato. L´8 ottobre 2008, in un´ormai leggendaria conferenza stampa, arringa le masse: «Abbiate fiducia, comprate azioni Eni, Enel e Mediaset». Nulla cambia, com´è ovvio, e un mese dopo il premier incurante delle polemiche insiste: «Le azioni di una società non possono mai valere meno di 20 volte gli utili prodotti». Tecnicamente non ha tutti i torti. Politicamente la sua posizione è indifendibile. Ma queste, per un «uomo del fare», sono questioni da legulei bizantini. Così, di fronte al progressivo tracollo della Borsa che nessuno riesce a fermare, il presidente del Consiglio e il suo inner circle usano tutte le armi a disposizione. All´inizio del 2009 scattano i primi contatti riservati tra Gianni Letta e Lamberto Cardia, presidente della Consob. Il tema è: cosa si può fare per sostenere i corsi azionari e per evitare che qualche raider si faccia venire idee strane? In meno di un mese scatta una manovra di geometrica potenza. Ai primi di marzo, secondo un´indiscrezione raccolta a Piazza Affari, da Mediaset arriva agli uffici Consob una richiesta di parere sui limiti all´acquisto di azioni proprie. Il 12 marzo, in un´intervista al settimanale di famiglia, Panorama, Cardia fa il primo passo: «Serve una spinta in più per ritrovare la fiducia e ridare fiato alla Borsa - dice il presidente della Consob - il governo ha già fatto molto, però nella situazione attuale si può andare oltre... Si potrebbe, per un periodo prefissato e in tempi di crisi, dare la facoltà alle società quotate di comprare azioni proprie non più fino al 10 ma fino al 20%. Questo potrebbe servire a contrastare la volatilità e a rafforzare la presa sul capitale. Naturalmente tutte queste scelte spettano alla politica, governo e Parlamento. I miei sono solo contributi di pensiero». Ben detto. Ma questo «contributo di pensiero» è esattamente il segnale che aspettano in casa Berlusconi. Nel giro di una settimana succedono due cose, per niente casuali. Il 17 marzo il cda Mediaset approva il bilancio 2008 ed esamina i primi tre mesi del 2009, che riflettono la crisi, tra una caduta del 12% dei ricavi pubblicitari a gennaio e un taglio dei dividendi, per la prima volta dopo sette anni, da 0,43 a 0,38 euro per azione. Nel comunicato finale, il Biscione comincia a mettere fieno in cascina e precisa che alla prossima assemblea sarà proposta la facoltà di «acquisire fino a un massimo di 118.122.756 azioni proprie, pari al 10% dell´attuale capitale sociale, in una o più volte, fino all´approvazione del bilancio 2009». Il 18 marzo due parlamentari del Pdl, Marco Milanese ed Enzo Raisi, presentano un emendamento al decreto incentivi, che prevede esattamente l´innalzamento dal 10 al 20% della quota di azioni proprie acquistabili da una singola azienda, l´incremento dei tetti per la cosiddetta Opa totalitaria e la riduzione dal 2 all´1% della soglia al di sopra della quale scatta l´obbligo di comunicazione. Ecco la norma ad aziendam. Il blitzkrieg è scattato. Ha solo bisogno di una cornice presentabile sul piano etico e sostenibile sul piano politico. Alla prima esigenza provvede ancora Cardia, che il 19 marzo, in una prolusione alla Scuola Ufficiali carabinieri di Roma, chiude il cerchio: «E´ di ieri la notizia della presentazione di un emendamento al decreto incentivi all´esame della Camera, che accoglie alcune proposte formulate dal presidente della Consob a titolo personale per sostenere le società quotate in un momento nel quale la grave depressione delle quotazioni potrebbe facilitare manovre speculative o ostili. Chi lavora in istituzioni pubbliche deve essere orgoglioso di lavorare al servizio della collettività...». Alla seconda esigenza provvede lo stesso Berlusconi: il 31 marzo, in una dichiarazione a Radiocor, afferma pubblicamente che il governo punta ad aumentare il tetto per il possesso delle azioni proprie delle società quotate. E dichiara con assoluto candore di averne «parlato con il presidente della Consob», che si è detto «d´accordo su questa direzione». Nessuno lo nota, neanche i giornali specializzati. Ma è la smoking gun dell´ennesimo caso di conflitto di interessi. Il resto è cronaca di questi ultimi giorni, con il Parlamento che approva definitivamente la norma ad aziendam. Nel silenzio assordante dei benpensanti. Si segnala una sola eccezione. Salvatore Bragantini, ex commissario Consob, in un commento nelle pagine interne del Corriere della Sera del 3 aprile scorso, critica giustamente il «decreto protezionista» corretto dagli emendamenti del Pdl, e si chiede: «Sarebbe interessante capire quale società potrà essere la vittima destinataria delle proposte». Ora lo sappiamo. Come temevamo, è la società del capo del governo. m.gianninirepubblica.it

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Internet e spot, l'Antitrust multa Telecom (sezione: Class action)

( da "Corriere della Sera" del 15-04-2009)

Argomenti: Class Action

Corriere della Sera sezione: Economia data: 15/04/2009 - pag: 33 Authority Il gruppo preannuncia ricorso al Tar. Botta e risposta tra Agcom e Bruxelles sulla rete Internet e spot, l'Antitrust multa Telecom Sanzioni per 735 mila euro. I consumatori: bene, ma va alzato il tetto Sanzione per 165 mila euro a Wind: nel mirino la pubblicità Infostrada e l'offerta di abbonamenti senza canone Telecom MILANO - Sembra un paradosso, ma i primi a «lamentarsi » dell'ennesima maximulta comminata ieri dall'Antitrust a Telecom Italia ancor prima dell'annuncio di un ricorso al Tar da parte dell'operatore telefonico sono state le associazioni dei consumatori. Nel documento firmato dal presidente dell'authority, Antonio Catricalà, che ha anche multato Wind per 165 mila euro, si parla come le altre volte di «pratiche commerciali scorrette »: la principale delle tre sanzioni è quella da 285 mila euro per Internet Alice 7 mega. L'accusa è che la velocità di navigazione non si avvicini nemmeno come valore di punta a quanto promesso con il nome dell'offerta. Sommando anche le due per la promozione di Tim Sogno e Chiara di Tim il conto per il gruppo telefonico sale a 735 mila euro. Non poco se si considera che la multa giunta per le suonerie solo il 23 marzo scorso era stata di 640 mila euro mentre quella per le variazioni unilaterali tramite sms, accesissimo caso della scorsa estate, era stata di mezzo milione. Anzi, se si prendono le principali multe dell'Autorità garante per la concorrenza verso Telecom Italia dal giugno del 2008 il conto non considerando gli appelli e le decisioni del Tar che potrebbero annullare alcune multe sfiora i 3,8 milioni. E dunque? Come mai l'insoddisfazione di Federconsumatori, Adusbef, Codacons e Unione Nazionale dei Consumatori? «È evidente che le multe non sono un deterrente per i comportamenti scorretti dei gestori telefonici hanno fatto sapere Elio Lannutti e Rosario Trefiletti è come multare con 30 euro il proprietario di una Ferrari per eccesso di velocità ». Stesso registro per Carlo Rienzi del Codacons («le sanzioni fanno appena il solletico ai bilanci degli operatori che con le pratiche scorrette incassano milioni e milioni») e Massimiliano Dona dell'Unc («Il tetto delle sanzioni va alzato »). D'altra class="hilite">parte non è un mistero che i consumatori aspettino ancora la class="term">class class="term">action in Italia, rimandata a data da destinarsi dal governo Berlusconi. Sempre nel perimetro Telecom, ieri è tornata alla carica la Commissione europea contro la riluttanza dell'Agcom a notificare a Bruxelles il via libera agli impregni presi dal gruppo telefonico per garantire l'accesso dei concorrenti alla rete. Pronta la replica del garante per le comunicazioni, Corrado Calabrò: «Rapporti improntati a spirito di cooperazione». Ammende a 3,8 milioni Sommando le principali sanzioni a Telecom dal giugno del 2008 si sfiorano i 3,8 milioni Massimo Sideri

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"niente protocollo e terreno a noi" - giuliano foschini (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 19-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina III - Bari "Niente protocollo e terreno a noi" Petruzzelli, l´offensiva del sindaco: il Comune punta all´esproprio GIULIANO FOSCHINI Trovare una maniera per aprire il teatro subito. Ma soprattutto verificare chi è il proprietario del Petruzzelli: la famiglia o lo Stato. Il Comune di Bari sta valutando la possibilità di rescindere il protocollo d´intesa del 2002 siglato dall´ex sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia con la famiglia Messeni Nemagna, andando in autotutela. Nello stesso tempo l´amministrazione vuole verificare la possibilità di acquisire il suolo sul quale è stato costruito il teatro, sfruttando una postilla dell´accordo del 1896 tra il Comune e i proprietari. Per capire come muoversi il sindaco Michele Emiliano ha chiesto un parere legale all´ex direttore generale del Comune, l´avvocato Pierluigi Balducci: l´incarico è stato dato ufficialmente con una lettera protocollata il 24 dicembre scorso. Balducci sta lavorando al parere e lo consegnerà nel giro di un mese. Dopodichè il Comune deciderà come muoversi. L´idea del sindaco è quella di andare dritti sulla strada: «Visto che da Roma ci stanno mettendo i bastoni tra le ruote - è il ragionamento che Emiliano ha fatto ai suoi - e il nostro unico obiettivo è quello di aprire il teatro, vediamo se possiamo fare tutto da soli». «D´altronde - spiega oggi il sindaco - è stato proprio il rappresentante del ministero a suggerirci la strada dell´autotutela». Il riferimento è alle dichiarazioni fatte più volte in consiglio di amministrazione dall´avvocato Mario Carrieri, quando fu lui stesso a suggerire al sindaco di valutando l´ipotesi dell´autotutela, annullando il protocollo e riprendendosi il suolo. Lo strumento è quello indicato dagli avvocati Luigi class="hilite">Paccione e Alessio Carlucci nella loro class="term">class class="term">action, e cioè sfruttare la clausola del vecchio contratto che ridava il suolo al Comune qualora i proprietari non avessero ricostruito il teatro tre anni dopo la distruzione. Sull´argomento, sul tavolo dell´avvocato Balducci, c´è anche la consulenza chiesta dall´allora sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia al costituzionalista Paolo Barile: il professore riteneva assolutamente possibile l´ipotesi.

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"c'è già un parere favorevole poi accantonato" (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 19-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina III - Bari L´intervista Il professor Colaianni spiega la procedura "C´è già un parere favorevole poi accantonato" Professor Nicola Colaianni, ma di chi è il teatro Petruzzelli? «Della famiglia Messeni Nemagna. Ma ci sono degli aspetti da valutare». Quali? «class="hilite">Innanzitutto quello che dicono gli avvocati Paccione e Carlucci nella class="term">class class="term">action: nel contratto del 1896, con il quale il Comune concedette ai privati il suolo per costruire il teatro, è prevista la risoluzione automatica per l´effetto della mancata ricostruzione del teatro nel giro dei tre anni». Ma il Petruzzelli è stato soltanto in parte distrutto dall´incendio. «Questa è stata sempre la tesi della famiglia. Ma forse si dimentica un particolare non indifferente: dieci anni fa l´allora sindaco Di Cagno Abbrescia diede un incarico al professor Paolo Barile, uno dei più grandi costituzionalisti italiani, per avere indicato il procedimento di acquisizione del teatro a seguito dell´inadempimento della famiglia. Barile disse che il Comune doveva rientrare nel possesso del teatro, indicando anche la sequenza procedimentale». Poi che successe? «Quel parere fu messo in un cassetto e fu firmato il protocollo scandaloso del 2002 nel quale si chiudeva il contenzioso passato riconoscendo la proprietà della famiglia. Ma conta poco: non è stato ratificato da tutti gli organismi pubblici e inoltre si parlava di una Fondazione che non è mai stata costituita. Quella attuale è un´altra cosa». Il Comune cosa dovrebbe fare, allora? «Il problema della class="term">class class="term">action sono i tempi: per chiudere l´iter ci vuole tempo. Secondo me la via da seguire è quella dell´esproprio amministrativo, che può fare il governo e anche il comune. Ormai non ci si rende più conto del paradosso che abbiamo sotto gli occhi: nel 1896 il Comune di Bari diede gratis un terreno ai privati perché lo mettesse al servizio della collettività, organizzando spettacoli. E ora sono i privati che lo affittano allo Stato perché organizzi gli spettacoli». (g.fosch.)

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Tagli a luce e gas Sabotatori in azione in tutta la Francia (sezione: Class action)

( da "Corriere della Sera" del 19-04-2009)

Argomenti: Class Action

Corriere della Sera sezione: Esteri data: 19/04/2009 - pag: 19 Tensione Sindacati divisi. Fillon: patto repubblicano a rischio Tagli a luce e gas Sabotatori in azione in tutta la Francia La nuova forma di protesta anti-crisi Dopo i sequestri di manager, i picchetti e le occupazioni. Il ministro del Lavoro: «Atti passibili di sanzioni giudiziarie» DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI «Che differenza c'è fra bloccare i treni e tagliare la luce?». Michel, impiegato di Edf, l'azienda francese dell'elettricità, si dà la risposta sulla legittimità dell'azione: «Così i dirigenti ci staranno a sentire!». Non si sa quanti siano i «sabotatori » come Michel, ma si conoscono le conseguenze (in alcuni casi drammatiche) di queste azioni in tutta la Francia. Sessantamila abitazioni rimaste per qualche ora al buio, «tagli » improvvisi in uffici pubblici e privati, supermercati, quartieri popolari, radar per il controllo della velocità e persino in ospedali e case di riposo. Per molti utenti, si tratta «soltanto » di disagi o danni economici. Ma in alcuni centri sanitari è scattato l'allarme. In una clinica per handicappati si è pensato di trasferire i pazienti, dopo ore d'interruzione d'energia. Al taglio della luce, si aggiungono più pericolose interruzioni del gas: novemila, secondo la direzione del gruppo Gdf Suez. Per la ripresa del servizio è necessario in questi casi un passaggio di un addetto per verificare la pressione dell'impianto. Dopo il sequestro di dirigenti, picchetti e occupazioni di fabbriche, il blocco dei porti organizzato dai pescatori e l'altro ieri il provocatorio «funerale » celebrato dai dipendenti della Sony (un cimitero di croci con la data di assunzione e di licenziamento), il sabotaggio della luce è il nuovo volto della rabbia sociale che sta contagiando la Francia sotto i colpi della crisi economica. «L'immagine del Paese è negativa, è ovvio che i grandi gruppi riflettano prima di investire. Queste notizie fanno il giro del mondo e possono essere contagiose», ammonisce Chris Schena, vicepresidente di Caterpillar-Europa, una delle aziende che hanno subito un sequestro di manager. Il rischio emulazione deriva anche dal fatto che le azioni più clamorose ottengono qualche risultato. Il presidente Sarkozy ha speso parole per salvaguardare posti di lavoro. Proprio la Caterpillar ha ridotto i tagli occupazionali e aumentato le indennità di licenziamento. Nel caso di Edf-Gdf, non si tratta comunque di una discutibile reazione alla perdita del posto di lavoro, bensì di una rivendicazione che, dopo tre settimane di scioperi, non sembra avere sbocco. I quarantacinquemila salariati, in considerazione dei notevoli profitti delle due società, chiedono un aumento di stipendio del 5 per cento e un premio di produzione di 1.500 euro. Nuove manifestazioni sono annunciate nei prossimi giorni, mentre alla protesta si sono aggiunti i dipendenti del settore nucleare che hanno bloccato gli accessi ai cantieri del reattore Epr di Flamanville. Sulla vicenda, è intervenuto il primo ministro, François Fillon, esprimendo inquietudine sullo stato delle relazioni sociali: «La manifestazioni violente sono un pericolo per il futuro del nostro patto repubblicano». Fillon ha annunciato «disposizioni ai prefetti perché si prendano tutte le misure necessarie al mantenimento dell'ordine». Anche il ministro del Lavoro, Brice Hortefeux, ha detto che non si tratta di «esercizio del diritto di sciopero», ma di proteste passibili di sanzioni giudiziarie. La reazione dei sindacati è controversa. Un rappresentante della Cgt ha parlato di azioni «controllate a responsabilità collettiva», mentre un delegato della Fo sostiene che «si tratta di atti incontrollati, frutto dell'esasperazione di pochi agenti isolati». Più in generale, riferendosi anche al sequestro di manager, il leader nazionale della Cgt, Bernard Thibault, ha detto che la «Cgt sarà sempre a fianco dei lavoratori, anche di coloro che decidono forme di lotta originali. Come aspettarsi che restino tranquilli quando sono le prime vittime di una crisi di cui non sono responsabili?». Le interruzioni di energia non sono una novità, ma in passato si trattò di gesti simbolici, come quando, nel 2004, vennero lasciati al buio gli uffici della Confindustria e del primo ministro per protestare contro la privatizzazione dei due gruppi: un'operazione che, per inciso, ha portato importanti benefici finanziari. Nelle scorse settimane, in seguito alle proteste dei dipendenti, i dirigenti di Gdf-Suez avevano rinunciato a bonus e stock-options. In questi giorni, Edf è al centro dell'attenzione anche per una vicenda di altra natura: il sospetto (lanciato dal giornale elettronico Mediapart) di aver ingaggiato spie per sorvegliare e infiltrare l'organizzazione ambientalista Greenpeace. Energia Un operaio del settore energetico partecipa a una dimostrazione di protesta a Parigi (Wojazer/Reuters) Massimo Nava

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Tagli a luce e gas, la nuova protesta: sabotatori in azione in tutta la Francia (sezione: Class action)

( da "Corriere.it" del 19-04-2009)

Argomenti: Class Action

Tagli a luce e gas Sabotatori in azione in tutta la Francia Dopo i sequestri di manager, i picchetti e le occupazioni. Il ministro del Lavoro: «Atti passibili di sanzioni giudiziarie» DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI «Che differenza c'è fra bloccare i treni e tagliare la luce?». Michel, impiegato di Edf, l'azienda francese dell'elet­tricità, si dà la risposta sulla le­gittimità dell'azione: «Così i di­rigenti ci staranno a sentire!». Non si sa quanti siano i «sabota­tori » come Michel, ma si cono­scono le conseguenze (in alcu­ni casi drammatiche) di queste azioni in tutta la Francia. Sessantamila abitazioni rima­ste per qualche ora al buio, «ta­gli » improvvisi in uffici pubbli­ci e privati, supermercati, quar­tieri popolari, radar per il con­trollo della velocità e persino in ospedali e case di riposo. Per molti utenti, si tratta «soltan­to » di disagi o danni economi­ci. Ma in alcuni centri sanitari è scattato l'allarme. In una clinica per handicappati si è pensato di trasferire i pazienti, dopo ore d'interruzione d'energia. Al ta­glio della luce, si aggiungono più pericolose interruzioni del gas: novemila, secondo la dire­zione del gruppo Gdf Suez. Per la ripresa del servizio è necessa­rio in questi casi un passaggio di un addetto per verificare la pressione dell'impianto. Dopo il sequestro di dirigen­ti, picchetti e occupazioni di fabbriche, il blocco dei porti or­ganizzato dai pescatori e l'al­tro ieri il provocatorio «fune­rale » celebrato dai dipendenti della Sony (un cimitero di croci con la data di assunzione e di li­cenziamento), il sabotaggio del­la luce è il nuovo volto della rab­bia sociale che sta contagiando la Francia sotto i colpi della cri­si economica. «L'immagine del Paese è negativa, è ovvio che i grandi gruppi riflettano prima di investire. Queste notizie fan­no il giro del mondo e possono essere contagiose», ammonisce Chris Schena, vicepresidente di Caterpillar-Europa, una delle aziende che hanno subito un se­questro di manager. Il rischio emulazione deriva anche dal fatto che le azioni più clamoro­se ottengono qualche risultato. Il presidente Sarkozy ha speso parole per salvaguardare posti di lavoro. Proprio la Caterpillar ha ridotto i tagli occupazionali e aumentato le indennità di li­cenziamento. Nel caso di Edf-Gdf, non si tratta comunque di una discuti­bile reazione alla perdita del po­sto di lavoro, bensì di una riven­dicazione che, dopo tre settima­ne di scioperi, non sembra ave­re sbocco. I quarantacinquemi­la salariati, in considerazione dei notevoli profitti delle due società, chiedono un aumento di stipendio del 5 per cento e un premio di produzione di 1.500 euro. Nuove manifestazio­ni sono annunciate nei prossi­mi giorni, mentre alla protesta si sono aggiunti i dipendenti del settore nucleare che hanno bloccato gli accessi ai cantieri del reattore Epr di Flamanville. Sulla vicenda, è intervenuto il primo ministro, François Fil­lon, esprimendo inquietudine sullo stato delle relazioni socia­li: «La manifestazioni violente sono un pericolo per il futuro del nostro patto repubblicano». Fillon ha annunciato «disposi­zioni ai prefetti perché si pren­dano tutte le misure necessarie al mantenimento dell'ordine». Anche il ministro del Lavoro, Brice Hortefeux, ha detto che non si tratta di «esercizio del di­ritto di sciopero», ma di prote­ste passibili di sanzioni giudi­ziarie. La reazione dei sindacati è controversa. Un rappresentante della Cgt ha parlato di azioni «controllate a responsabilità collettiva», mentre un delegato della Fo sostiene che «si tratta di atti incontrollati, frutto del­l'esasperazione di pochi agenti isolati». Più in generale, riferen­dosi anche al sequestro di ma­nager, il leader nazionale della Cgt, Bernard Thibault, ha detto che la «Cgt sarà sempre a fian­co dei lavoratori, anche di colo­ro che decidono forme di lotta originali. Come aspettarsi che restino tranquilli quando sono le prime vittime di una crisi di cui non sono responsabili?». Le interruzioni di energia non so­no una novità, ma in passato si trattò di gesti simbolici, come quando, nel 2004, vennero la­sciati al buio gli uffici della Con­findustria e del primo ministro per protestare contro la privatiz­zazione dei due gruppi: un'ope­razione che, per inciso, ha por­tato importanti benefici finan­ziari. Nelle scorse settimane, in seguito alle proteste dei dipen­denti, i dirigenti di Gdf-Suez avevano rinunciato a bonus e stock-options. In questi giorni, Edf è al centro dell'attenzione anche per una vicenda di altra natura: il sospetto (lanciato dal giornale elettronico Media­part) di aver ingaggiato spie per sorvegliare e infiltrare l'or­ganizzazione ambientalista Gre­enpeace. Massimo Nava stampa |

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il mondo salvato - alain touraine (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 22-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina 43 - Cultura IL MONDO SALVATO Anticipiamo un brano del nuovo saggio del sociologo francese Se touraine diventa femminista dalle donne L´opera è frutto di ricerche sul campo fatte in questi anni: la nostra società è indebolita e solo la coscienza femminile può darle forza "Sembra un´epoca in cui le loro lotte hanno perso di visibilità. Invece io penso che siano il motore della storia" "Solo loro sanno superare i vecchi dualismi. Il senso della vita, adesso, è sempre di più nelle loro mani" "Sanno superare i vecchi dualismi e il senso della vita è nelle loro mani" "Penso che le loro lotte siano diventate il motore della storia" ALAIN TOURAINE Nelle nostre società invecchiate, indebolite e allo stesso tempo addolcite, emerge con forza l´esigenza collettiva di combattere gli effetti negativi della modernizzazione, che ha creato forme di dominio estreme e ha distrutto la natura conquistandola. Noi cerchiamo di ricomporre un´esperienza collettiva e individuale che è stata lacerata. Si tratta di ristabilire una relazione tra i termini che le fasi anteriori della modernizzazione avevano contrapposto gli uni agli altri: il corpo e la mente, l´interesse e l´emozione, l´altro e il medesimo. è questo il grande progetto del mondo attuale, il progetto da cui dipende la nostra sopravvivenza, come ripetono i militanti dell´ecologia politica. Ma chi sono gli attori di questa ricostruzione? Chi occupa il posto centrale che nella società industriale fu degli operai, e, in un passato più lontano, dei mercanti che distrussero il sistema feudale? La mia risposta è che sono le donne a occupare questo posto, perché sono state più di altri vittime della polarizzazione di società che hanno accumulato tutte le risorse nelle mani di un´élite dirigente costituita da uomini bianchi, adulti, padroni o proprietari di ogni specie di reddito e i soli a poter prendere le armi. Le donne sono state considerate allora come non-attori, private di soggettività, definite tramite la loro funzione più che la loro coscienza. Per verificare questa ipotesi, ho ascoltato voci di donne, un modo di procedere poco frequente poiché di solito si parla di vittime ridotte al silenzio piuttosto che desiderose di far ascoltare la propria voce. Il metodo seguito, che deve essere valutato sia per i suoi limiti che per la sua originalità, consiste nel mostrare che la nuova affermazione di sé da parte delle donne è direttamente e profondamente legata al rovesciamento culturale. Questo fa delle donne le attrici sociali più importanti, ma ha come contropartita il fatto che la loro azione non presenta le caratteristiche tipiche dell´azione dei movimenti sociali, fra i quali rientrava, in un passato ancora recente, lo stesso movimento femminista. Coscienza femminile e mutazione sociale non sono più separabili: le donne costituiscono un movimento culturale più che un movimento sociale. Mi viene rimproverato di attribuire un´eccessiva importanza alla coscienza femminile proprio nel momento in cui le lotte femministe avrebbero ormai perso la loro radicalità e la loro visibilità. Perché scegliere le donne come figura centrale della nostra società quando le disuguaglianze crescono, la violenza si intensifica a livello internazionale ed eserciti e terrorismo si affrontano? Perché non accordare ai grandi dibattiti politici l´importanza che meritano nella misura in cui cercano di tenere insieme unità e diversità, innovazione e tradizione? In fin dei conti, coloro che, uomini e donne, rifiutano nel modo più completo il mio modello di approccio, sono proprio quelli che credono che la dimensione del genere stia a poco a poco perdendo importanza nella vita sociale. (***) Il rovesciamento che ci conduce da una società di conquistatori del mondo a una incentrata sulla costruzione di sé ha portato alla sostituzione della società degli uomini con una società delle donne. Non c´è ragione di pensare che la precedente riduzione delle donne in uno stato di inferiorità lasci ora il posto all´uguaglianza. Le donne, oggi, hanno, rispetto agli uomini, una capacità maggiore di comportarsi come soggetti. Sia perché sono loro a farsi carico dell´ideale storico della ricomposizione del mondo e del superamento dei vecchi dualismi, sia perché mettono più direttamente al centro il proprio corpo, il proprio ruolo di creatrici di vita e la propria sessualità. Per un lungo periodo sono stati gli uomini a determinare il corso della storia e a manifestare una forte coscienza di sé. Ma da alcuni decenni ormai, e per un tempo indeterminato (forse senza una fine prevedibile), siamo entrati in una società e viviamo vite individuali il cui "senso" è sempre più nelle mani, nella testa e nel sesso delle donne, e sempre meno nelle mani, nella testa e nel sesso degli uomini. Riassumendo: l´importante è scegliere. La categoria delle donne, dato che non si può dare di essa una definizione interamente sociale, deve forse essere considerata più debole di una categoria che ha un significato più specificamente sociale, economico o culturale? O, al contrario, bisogna ritenere che al di sopra dei gruppi sociali reali, dei loro interessi e delle loro forme di azione collettiva è necessario collocare le donne intese come categoria e allo stesso tempo come agenti più di quanto non lo siano gli uomini, perché in grado di mettere in discussione i problemi e gli orientamenti fondamentali della cultura? La prima risposta è stata scelta da molti, in particolare dai marxisti, soprattutto, oggi, dagli uomini e dalle donne che difendono il multiculturalismo. Ovviamente io sono tra quelli che hanno scelto la seconda risposta. L´universalismo, che so essere un attributo centrale della modernità, è sinonimo di difesa dei diritti individuali e dei risultati della scienza. E l´importanza fondamentale del femminismo è che, al di là delle lotte contro la disuguaglianza e l´ingiustizia, ha formulato e difeso i diritti fondamentali di ogni donna, ovvero: il diritto di essere un individuo libero, guidato dai propri stessi orientamenti e dalle proprie capabilities, per usare la formula di Amartya Sen che Paul Ricoeur ha ben tradotto con l´espressione «poter essere». © Librairie Arthème Fayard,2006 © Il Saggiatore, 2009 Traduzione di Monica Fiorini

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Attenti ai protezionisti nascosti (sezione: Class action)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-04-2009)

Argomenti: Class Action

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-22 - pag: 14 autore: PACCHETTI DI STIMOLO EFFETTI SULLE ECONOMIE Dopo la decisione tedesca di aiutare il settore dell'auto si è aperto un dibattito sull'efficacia della scelta, che rischia di favorire soprattutto i Paesi concorrenti Attenti ai protezionisti nascosti di Carlo Bastasin N ei mesi scorsi il Governo tedesco ha stanziato 5 miliardi dal bilancio pubblico per la rottamazione delle automobili. Attraverso tale somma il contribuente ha finanziato un premio di 2.500 euro a ogni acquirente di una nuova vettura. Il mercato tedesco dell'auto ne ha ricavato un formidabile impulso che però, con sorpresa dei politici e dei produttori tedeschi, si è tradotto nell'acquisto soprattutto di vetture straniere. Il successo in particolare di Fiat e Dacia ha suscitato ironie sull'iniziativa: perché i tedeschi dovrebbero tassarsi per sostenere la produzione di italiani o francesi? Ben presto si è scoperto che il filo del ragionamento portava troppo lontano: le macchine italiane erano prodotte in Polonia, quelle francesi in Romania e entrambe montavano componenti tedesche. Inoltre i profitti, teoricamente, avrebbero potuto essere investiti negli Stati Uniti o in Giappone (Chrysler o Nissan) e i dividendi distribuiti tra una miriade di fondi globali nei quali la componente delle banche tedesche non è irrilevante. L'effetto delle politiche fiscali nazionali sul moltiplicatore di economie molto aperte come quelle europee non è più calcolabile come un tempo. Gli effetti della spesa pubblica si disperdono attraverso i confini. La tassazione da cui origina la spesa tuttavia rimane una prerogativa del Governo nazionale. Così tra prelievo locale ed effetti globali si apre una contraddizione politica che può essere sfruttata dal populismo. Dopo la clamorosa protesta in Gran Bretagna sui "posti di lavoro britannici per i cittadini britannici", la politica in Europa sembra aver resistito alle tentazioni protezioniste. Ma si è trattata di una virtù solo apparente. Il protezionismo è infatti uscito dalla retorica pubblica per essere internalizzato e nascosto nelle politiche economiche. Molti Governi per esempio si sono preoccupati di non sostenere la propria economia, temendo di beneficiare gli altri, per approfittare invece degli stimoli altrui, evitando di indebitarsi. Un primo effetto è stato che la dimensione complessiva dei pacchetti di stimolo in Europa è stata inferiore a quella desiderabile. Se si stima in un 1% del Pil Ue il volume delle politiche discrezionali, è possibile che, aggiungendo gli stabilizzatori automatici, nel 2009 il totale dello stimolo fiscale sia ben inferiore all'1,5%, contro un 2% suggerito dal Fondo monetario. Un secondo effetto del "protezionismo nascosto" dei Governi è nel tipo di stimolo esercitato. Per il 50% circa (stima del centro studi Bruegel) si è trattato di riduzioni fiscali limitate ai propri cittadini, in diversi casi rivolte a sostenere il consumo di servizi locali (trasporti o energia). Per il 38% si è trattato d'investimenti pubblici destinati a beneficiare settori produttivi non aperti alla concorrenza estera (soprattutto costruzioni). Il rimanente è diviso tra sostegni all'occupazione locale e aiuti a settori specifici - il caso francese ha fatto scuola - individuati direttamente dai Governi. Queste scelte sono efficienti dal punto di vista della politica nazionale, perché beneficiano con una certa precisione gli elettori e sostengono nel breve termine il consenso ai Governi, ma sono molto inefficienti da un punto di vista economico. I settori sostenuti sono quelli protetti dalla concorrenza estera e che quindi meno patiscono la crisi attuale che si manifesta nel crollo del commercio globale e quindi del fatturato delle imprese esportatrici. Inoltre molti settori protetti, per esempio quello delle infrastrutture, hanno una modesta elasticità: a un aumento della domanda reagiscono cioè con un aumento dei prezzi e non dei volumi e quindi non aiutano la crescita, ma la deprimono. Infine il moltiplicatore dei servizi locali e delle infrastrutture dei trasporti è piuttosto basso. L'atteggiamento non cooperativo dei Governi nazionali – non coordinati a livello europeo – crea un incentivo a dare all'economia un sostegno inferiore a quello che sarebbe necessario. Inoltre spinge i Governi a utilizzare male il denaro pubblico, peggiorando la sostenibilità dell'indebitamento a cui ricorrono e prolungando così negli anni gli effetti della crisi. Un calcolo semplificato dimostra che un'azione ben coordinata a livello europeo comporterebbe un effetto doppio (come si dice un "bang") per lo stesso ammontare di euro di spesa pubblica. Una classifica del "protezionismo nascosto" nelle politiche dei Governi europei vedrebbe l'Italia – benché scusata dall'alto debito – tra i Paesi meno cooperativi e la Germania – senza tener conto dei margini di cui dispone grazie all'attivo commerciale – tra quelli più cooperativi e con una scelta di strumenti meno locale e più strutturale. Il divario di cooperazione ostacola anche la possibilità di impostare una conveniente strategia di rientro del debito che i Paesi stanno accumulando vistosamente nel corso di questa crisi. Non è chiaro oggi infatti quale sarà il destino del Patto di stabilità e di crescita, l'unico strumento di coordinamento e disciplina fiscale nella Ue. Né è possibile sfruttare l'emissione congiunta di titoli di debito europeo a tassi d'interesse inferiori alla media. Forme di coordinamento di cui l'Italia beneficerebbe particolarmente. Tutti questi sono problemi di "azione collettiva" che sono ben noti agli studiosi di politica economica e che originano dalla difesa delle sovranità nazionali in materia fiscale e dal protezionismo politico: cioè dalla conservazione del rapporto esclusivo di rappresentanza del cittadino da parte della politica nazionale. Ma la specificità della crisi che stiamo vivendo offre un ulteriore spunto di riflessione sul ruolo degli Stati nel loro rapporto con il mercato. Legittimando l'intervento pubblico a danno della cultura della concorrenza, la crisi avrà conseguenze negative sull'efficienza dei servizi pubblici. La rinazionalizzazione delle politiche frenerà l'apertura alla concorrenza di quei servizi di interesse o natura pubblici che sono messi sempre più sotto pressione dall'invecchiamento della popolazione europea. Fino a pochi mesi fa era possibile immaginare un'Europa in cui la concorrenza facesse prevalere gli standard più elevati in tutti i Paesi: università britanniche, ospedali tedeschi o fondi pensione olandesi. La crisi dei mercati e della cultura della concorrenza mette a rischio questa ambiziosa visione e ci lascia nuovamente ostaggio delle burocrazie locali. Dimostrando che inefficienza e protezionismo politico si sostengono reciprocamente. Ma ovviamente per farlo devono riuscire a ingannare continuamente i cittadini, i cui reali interessi devono essere obnubilati da una costante retorica nazionalista. carlo.bastasin@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA PIù COORDINAZIONE Se i Governi europei fossero in grado di svolgere azioni comuni il risultato positivo potrebbe addirittura raddoppiare RITORNO AL PASSATO Legittimando l'intervento statale a danno della cultura del libero mercato, la crisi danneggerà l'efficienza dei servizi pubblici

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Primo sì alla , ma dal giugno 2008 (sezione: Class action)

( da "Corriere della Sera" del 22-04-2009)

Argomenti: Class Action

Corriere della Sera sezione: Economia data: 22/04/2009 - pag: 31 Antitrust Il Garante alla Concorrenza ricorre al consiglio di Stato sulla portabilità dei mutui Primo sì alla «class="hilite">class="term">class class="term">action», ma dal giugno 2008 MILANO Primo via libera in Parlamento alla class="term">class class="term">action, con l'approvazione da parte della commissione industria del Senato dell'emendamento presentato dal governo al disegno di legge sullo sviluppo. L'azione risarcitoria collettiva potrà essere retroattiva ma solo per gli illeciti compiuti dopo il 30 giugno 2008 e dunque non potrà essere utilizzata dai risparmiatori coinvolti nei crac finanziari antecedenti al secondo semestre dello scorso anno. Le associazioni dei consumatori non avranno l'esclusiva di intraprendere l'azione legale. Sul fronte bancario, l'Antitrust ha invece deciso di ricorre al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che ha parzialmente annullato le sanzioni per 10 milioni comminate dalla stessa Authority a 23 istituti che non hanno garantito la portabilità gratuita dei mutui. Ad annunciarlo è stato il presidente dell'Autorità per la Concorrenza, Antonio Catricalà, augurandosi che «i nuovi principi espressi dal Codice del consumo possano trovare piena attuazione». L'Antitrust dovrà fare «necessariamente ricorso», ha argomentato Catricalà, poiché «la sentenza si basa su due presupposti. Primo, che la legge non è chiara e invece per noi è chiarissima. Secondo, che le banche non si sono comportate scorrettamente perché non obbligate alla surrogazione: noi abbiamo chiarito che le banche erano libere di dare o meno la surroga, ma una volta accettato il cliente per un passaggio di mutuo non dovevano fargli pagare la spesa». Dunque, ha concluso, «la nostra idea di correttezza professionale non corrisponde alla sentenza». Della stessa opinione le associazioni dei consumatori. Tra queste, Adusbef e Federconsumatori si sono dette pronte «a costituirsi ad adiuvandum al fianco dell'Antitrust e dei 3,2 milioni di famiglie indebitate a tasso variabile, truffate prima dalle banche e poi dai giudici amministrativi». Nelle motivazioni della sentenza è stata riscontrata l'assenza «di elementi univocamente indizianti la presenza di una pratica commerciale scorretta». Pa.Pic.

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La terza che hai detto (sezione: Class action)

( da "Unita, L'" del 22-04-2009)

Argomenti: Class Action

La terza che hai detto Capita di rado che le classi subalterne riescano a imporre una legge a propria tutela. Di solito le leggi le ispirano e le votano le classi dirigenti. Su misura per se stesse. Poi però, nello Stato liberale di diritto, le osservano. Perché sono le «loro leggi». E, se qualcuno le infrange, lo puniscono severamente. Nel regimetto italiota, class="hilite">le classi dirigenti non rispettano nemmeno le loro leggi. E, quando vengono sorprese a infrangerle, le cambiano. Il governo Al Tappone-3, in un anno, è riuscito a rinviare sine die la class="term">class class="term">action. A tentare una legge salva-bancarottieri. A proporre un condono preventivo («piano casa») per i futuri abusivisti edilizi. A depenalizzare la colpa medica. Intanto il premier va in Abruzzo e assolve preventivamente i costruttori che usano sabbia e merda al posto del calcestruzzo perché «un costruttore che in zona sismica risparmi su ferro e cemento è inimmaginabile, dovrebbe essere un pazzo e un delinquente», dunque inutile fare inchieste sulle case crollate perché «penso che possano stabilire che non ci sono responsabilità» e comunque «ritardano la ricostruzione». Poi, con la scusa del terremoto, medita un altro scudo fiscale per sanare evasioni fiscali e capitali sporchi all'estero. E, già che c'è, infila un codicillo che salva gli imprenditori che ammazzano i lavoratori in fabbrica e in cantiere. Il perché lo spiega, sempre dall'Aquila, con disarmante franchezza: «Mio padre mi diceva sempre che, se vuoi fare del male, hai tre scelte: puoi fare il dentista, il pm o il delinquente». Lui infatti ha scelto di non fare né il dentista né il pm.

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altri scontri fra studenti in statale la lega: serve un presidio di polizia - franco vanni (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 23-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina XV - Milano Altri scontri fra studenti in Statale la Lega: serve un presidio di polizia Ceffoni tra collettivi e giovani padani ai banchetti per le elezioni universitarie Il preside: "Subito sospensioni se accerteremo violenze" FRANCO VANNI Le tensioni politiche nelle elezioni studentesche alla Statale arrivano in Parlamento. La Lega Nord, con un´interrogazione alla Camera, chiede al ministro dell´Interno di organizzare una sorta di presidio fisso di polizia in ateneo, dopo che un gruppo di studenti del Movimento universitario padano ha denunciato di avere subito un´aggressione da parte dei giovani di sinistra. Il fatto è accaduto martedì, poco dopo mezzogiorno, nel cortile di Scienze politiche in via Conservatorio. «I collettivi hanno creato un clima insopportabile - dice il deputato leghista Paolo Grimoldi - non è possibile che chi non è d´accordo con loro venga messo a tacere». Il parlamentare chiede lo «sgombero immediato degli spazi occupati da questi crimininali politici». La necessità, sostengono i leghisti, è quella di garantire a tutte le liste il diritto di esprimersi in vista del voto per il rinnovo degli organi accademici del 13 e 14 maggio. Efrem Brambilla, studente leghista candidato al Senato accademico, racconta: «Stavamo facendo il nostro banchetto e vicino a noi c´era quello di Fuori Controllo, lista dei collettivi. Ci hanno provocati e ci hanno rubato i gadget. Noi abbiamo protestato, e uno dei nostri è stato preso a schiaffi». I ragazzi di Fuori Controllo non ci stanno: «è tutta una montatura, non abbiamo fatto nulla». Il preside di Facoltà, Daniele Checchi, invita tutti a non esagerare: «Non c´è stata una vera e propria aggressione - dice - mi hanno raccontato di un paio di spintoni e nulla di più». Ma si dice pronto a intervenire. «Se mi saranno indicati i nomi dei responsabili - continua Checchi - faremo gli accertamenti. E nel caso ci siano gli estremi avvieremo il provvedimento disciplinare». E questo è il punto: un mese fa, dopo una serie di scontri fra studenti di destra e di sinistra, il Senato accademico ha votato un regolamento contro la violenza politica che prevede fino a un anno di sospensione per chi si rende responsabile di scontri in ateneo e non rispetta "le regole di convivenza democratica". Martedì, nell´ultima riunione del Senato accademico anche la lista di destra Azione universitaria aveva denunciato «intimidazioni e continue minacce da parte dei collettivi». Ma la cosa era finita lì. Ora il giro di vite, con la richiesta di intervento della polizia. Pierfrancesco Maran, consigliere comunale del Pd, si oppone: «Le forze dell´ordine hanno cose più importanti di cui occuparsi rispetto a due spintoni in università». Quanto alla possibilità che gli studenti dei collettivi, se individuati, siano puniti con un provvedimento disciplinare, Maran dice: «La Statale ha delle regole severe e devono essere rispettate. Ma si eviti di trasformare la campagna elettorale in un momento di tensione». SEGUE A PAGINA V

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Statali, al via la stretta sui premi a pioggia (sezione: Class action)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 23-04-2009)

Argomenti: Class Action

Il Sole-24 Ore sezione: PRIMO PIANO data: 2009-04-23 - pag: 6 autore: Statali, al via la stretta sui premi «a pioggia» Solo 900mila su 3,6 milioni avranno il bonus integrale Marco Rogari ROMA D'ora in poi su circa 3,6 milioni di statali in servizio non più di 900mila beneficeranno del premio di produttività in versione integrale. Che però diventerà molto più ricco di quello attuale e che, per almeno 180mila dipendenti e dirigenti pubblici, si trasformerà in un bonus annuale delle eccellenze oscillante tra il 10 e il 30% della retribuzione complessiva. Per altri 1,8 milioni di lavoratori della Pa "l'integrazione" sarà dimezzata. E il restante 25% rimarrà senza alcun trattamento accessorio collegato alla performance individuale. A stabilire i vari gradi di merito («fascia alta, fascia intermedia e fascia bassa ») saranno le "pagelle" stilate dai nuovi organismi indipendenti di valutazione che saranno attivati nelle singole strutture burocratiche al posto dei Secin ( Servizi di controllo interno). E che, a loro volta, saranno supervisionati dalla nuova Authority per la valutazione e la trasparenza nella Pa. Almeno secondo quanto prevede la bozza di decreto legislativo di attuazione della riforma Brunetta "anti–fannulloni". Il testo, preparato a palazzo Vidoni, sarà varato a breve dal Consiglio dei ministri. Tre i pilastri su cui poggia l'articolato: la fine della stagione dei premi a pioggia; l'attivazione di nuovi meccanismo di valutazioni e misurazione dell'attività amministrativa; il rafforzamento del criterio di responsabilità dei dipendenti con relative sanzioni (fino al licenziamento per inefficienza). Nelle versione attuale il provvedimento definisce anche le modalità il raggio di azione della class action "parziale" (al netto del risarcimento del danno) alla quale potranno ricorrere collettivamente gli utenti contro le inefficienze delle amministrazioni e dei concessionari dei servizi pubblici. Prevista pure la riforma della dirigenza pubblica. Con la bozza di decreto vengono anche "posati" i binari su cui dovrà scorrere la nuova contrattazione collettiva e integrativa nel pubblico impiego. Il cuore del decreto del ministro Renato Brunetta è rappresentato dal nuovo sistema di valutazione e di attribuzione dei premi. Nel testo si afferma che «è fatto divieto alle amministrazioni di attribuire incentivi in maniera indifferenziata » o ««in assenza delle verifiche e delle attestazioni sui sistemi di misurazione» previsti. A stilare la "pagella" sotto forma di graduatoria saranno i nuovi organismi indipendenti per la valutazione delle singole strutture, sulla base di diversi livelli di performance, che varranno in via di principio anche per il personale dei enti locali e Regioni: il 25% degli statali sarà collocato nella fascia di merito alta che garantirà il 100% del trattamento accessorio collegato alla produttività individuale; il 50% sarà inserito nella fascia intermedia (50% del premio); un altro 25% finirà nella fascia "bassa", che resterà senza alcun incentivo. Sei saranno gli strumenti per premiare merito e professionalità: un nuovo bonus annuale delle eccellenze; un premio annuale per l'innovazione; progressioni economiche; progressioni di carriera; attribuzione di incarichi e responsabilità; accesso a percorsiformativi anche di tipo internazionale. Tra questi, i primi due sono stati fortemente voluti da Palazzo Vidoni. Il bonus delle eccellenze, che potrà essere "conquistato" da non più del 5% del personale (circa 180mila dipendenti), sarà assegnato ogni anno ad aprile. Ricco il capitolo della tutela degli utenti. Anzitutto sarà il premier, su proposta della nuova Au-thority, a fissare con apposite direttive i casi di adozione delle "Carte dei servizi pubblici" e le modalità di indennizzo automatico e forfettario per mancato rispetto degli standard di qualità. E se questi standard non saranno ri-spettati, ogni utente potrà agire in giudizio, anche in forma collettiva ( attraverso associazioni o comitati di tutela), nei confronti di amministrazioni e concessionari di servizi pubblici. La class action sarà comunque parziale: l'azione non potrà essere diretta a ottenere il risarcimento del danno, per il quale «restano fermi i rimedi ordinari». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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La crisi della metamorfosi (sezione: Class action)

( da "Manifesto, Il" del 23-04-2009)

Argomenti: Class Action

«La nostra debolezza, l'arretratezza, è la nostra forza nella crisi». Il presidente del Censis Giuseppe De Rita parte dalla denuncia pasoliniana di imborghesimento per raccontare il paese e i suoi passati cambiamenti. E quelli che forse non farà La crisi della metamorfosi Sara Farolfi Tutti parlano e scrivono della crisi: per Tremonti e Marcegaglia ne stiamo già uscendo. Non la pensano allo stesso modo disoccupati e cassintegrati. Per di più si tratta di una crisi mondiale. Su questo abbiamo ritenuto utile intervistare Giuseppe De Rita, presidente del Censis, il più importante soggetto di ricerca sociale in Italia, secondo il quale il famoso «caso italiano», la crisi la ammorbidisce. Senatus populusque. Lei ha messo in guardia di recente dal rischio di populismo senza senatus. C'è uno stato, c'è un governo, perché il senatus non c'è? Perché non c'è una classe, una confraternita, una cosa qualsiasi che abbia un'idea generale di questa società e di dove la si possa portare, questo è il punto cruciale. L'oligarchia, il senatus, è quello che garantisce l'unità della nazione verso obiettivi, ed è la mancanza del senatus che crea la dimensione del popolo populista, che ha bisogno di un capopopolo. La bravura di Berlusconi è stata quella di offrire al popolo una possibilità di riconoscimento generico, sempre meno legata a corpi intermedi, come partiti, associazionismo o sindacati, e sempre più solitaria e apicale, all'americana. Non corriamo il rischio che questo populismo abbia bisogno di un'espressione più «ducesca»? Dovremo rimpiangere Berlusconi? Non sono così pessimista, e poi ci sono gli anticorpi, che si formano nel momento in cui il pendolo si muove verso il populismo e che in parte esistono già, che si chiamino Fini, Casini o Franceschini, non importa. Anche la Lega sul terreno del populismo può agire... Ma si tratta di un populismo non assimilabile a quello nazionale. La Lega è un corpo, un'identità, un riconoscimento collettivo. È una struttura popolare per la quale, a differenza di Berlusconi, la ricerca del consenso avviene sulla base di una stratificazione di interessi. Se la Lega difende Malpensa, per esempio, lo fa concentrando su Malpensa l'interesse del direttore dello scalo, quello degli impiegati dello scalo, degli albergatori e giù scendendo fino agli interessi di chi fa le pulizie. Berlusconi invece difende emozioni, le utilizza, le cavalca e le produce naturalmente. Non come un duce però, mantenendo la ripetizione del momento emozionale senza escalation. In straordinaria sintonia con una società che vive di emozioni ma ne teme l'escalation. Cosa ci sarà dopo Berlusconi? Secondo me sarà una fiera battaglia tra chi tenterà di mantenere un livello emozionale alto e chi invece proporrà un ritorno alla politica come mediazione, perché questo è un paese che non ha dimenticato di essere stato governato per quarant'anni da una classe dirigente mediatoria. Può essere stato che tra il 1979 e il 1983 si sia innamorato di una logica di uscita dalla mediazione - e penso al Craxi della verticalizzazione del potere - ma resta un paese nostalgico. La bravura politica di Berlusconi è stata quella di avere capito che la carta, anzi le cinque carte, di Craxi potevano vincere ancora. E quali sarebbero queste cinque carte? Decisionismo, verticalizzazione, personalizzazione e mediatizzazione del potere, e naturalmente disponibilità di quattrini. Sono cinque variabili, l'una all'altra conseguenti. Sono passati trent'anni, ma quella cultura è riconoscibile e la sequenza resta valida. Craxi se le è giocate da militare, Berlusconi invece da borghese... Craxi giocava la sua personalizzazione con un distacco spaventoso, quello di Berlusconi invece è un decisionismo di prossimità, nella misura in cui si rende prossimo a tutti. Un piccolo borghese italiano che ha una maggiore rispondenza con questo populus... Negli anni Settanta Pasolini metteva in guardia dal grande imborghesimento, contemporaneamente usciva il saggio di Sylos Labini sulle classi sociali e noi parlavamo di cetomedizzazione. Chi allora aveva capito tutto era Pasolini. Diceva che saremmo diventati tutti piccoli borghesi e aveva ragione. In molti dicono che il cambiamento politico comincia lì, nel grande imborghesimento che ha cambiato antropologicamente il paese e che ha permesso, alla fine degli anni Settanta, che qualcuno come Craxi potesse dire che avrebbe cambiato l'offerta politica. L'85% degli italiani è proprietario di casa... È l'imborghesimento, certo. È per questo che, come paese, non «sbandiamo»? Possiamo contare su tre sicurezze: una famiglia, dei risparmi, e la casa di proprietà. Sono tre sicurezza che un inglese e un americano non hanno e che invece il piccolo borghese italiano ha. C'è una specie di arretratezza storica del paese, una ipomodernità che in un momento di difficoltà diventa utile. «C'è panico, ma non sbandiamo», dicono i «Diari della crisi» che da gennaio il Censis pubblica ogni mese. Ma l'individualismo montante che pervade la nostra società, e di cui diffusamente parla l'ultimo rapporto Censis, non è ancora più rischioso? L'individualismo montante in questo momento di crisi è quello che ci ha difeso dal panico, perché ognuno di noi ha cercato di arrangiarsi come poteva. La molecolarità del sistema, che fa paura a chi come me fa cultura sociale o a chi come voi fa cultura politica, decomprime tutta la crisi in un milione di punti, ciscuno dei quali non entra nel panico. È la «compressione del sistema», o la «redistribuzione dei rischi» di cui parlano i «Diari». Ma fino a quando potrà durare? A essere entrati in crisi non sono solo coloro che si trovano ai piani bassi della scala sociale, i primi sono stati quelli che avevano azioni o obbligazioni, o che avevano fatto investimenti immobiliari negli anni scorsi. Certo, si tratta di una fascia ricca, ma è stato questo l'elemento dirompente, perché si sono trovati non improvvisamente poveri, ma con il valore dei propri beni improvvisamente diminuito. È questa la fascia sociale che si è sentita colpita e ha enfatizzato la crisi. C'è dunque un caso italiano in questa crisi? Penso di sì. Potrebbe replicarsi in Italia quanto sta succedendo in Francia, con i sequestri di manager per esempio? No, ricordiamoci i casseur nelle borgate, quando mezzo paese disse: arriverà anche da noi. E invece no, non è arrivato. Poi può succedere che qualche goliarda sequestri il ricco con il superbonus, ma non si tratterebbe che di un'imitazione e non sarebbe certo la classe operaia. Nell'ultimo rapporto Censis si parla di una seconda metamorfosi per il paese. Come uscirà trasformato il paese dalla crisi? Abbiamo scritto, nel rapporto, che questa era una crisi forte e che non ci avrebbe lasciati uguali a prima. «La segnatura c'è stata, non saremo più quelli di prima, e da questa crisi avremo la spinta a una seconda metamorfosi», l'ho scritta io questa frase citando Agamben. Una seconda metamorfosi giocata sui consumi - che saranno di agiata temperanza, non austeri e neppure smodati - sulle trasformazioni legate all'immigrazione - che cambieranno nei prossimi cinque o sei anni la stessa struttura imprenditoriale del paese - e su nuovi meccanismi di formazione della classe dirigente - che diversamente da quella precedente sarà sempre più fattuale, come Berlusconi insegna. Ma questa seconda metamorfosi rischiamo di non averla, perché la crisi sta lasciando meno segni di quelli da noi previsti. Anche il superamento della crisi potrebbe essere più facile di quanto avessimo previsto. Aspettiamo e vediamo. Sara Farolfi Tutti parlano e scrivono della crisi: per Tremonti e Marcegaglia ne stiamo già uscendo. Non la pensano allo stesso modo disoccupati e cassintegrati. Per di più si tratta di una crisi mondiale. Su questo abbiamo ritenuto utile intervistare Giuseppe De Rita, presidente del Censis, il più importante soggetto di ricerca sociale in Italia, secondo il quale il famoso «caso italiano», la crisi la ammorbidisce. Senatus populusque. Lei ha messo in guardia di recente dal rischio di populismo senza senatus. C'è uno stato, c'è un governo, perché il senatus non c'è? Perché non c'è una classe, una confraternita, una cosa qualsiasi che abbia un'idea generale di questa società e di dove la si possa portare, questo è il punto cruciale. L'oligarchia, il senatus, è quello che garantisce l'unità della nazione verso obiettivi, ed è la mancanza del senatus che crea la dimensione del popolo populista, che ha bisogno di un capopopolo. La bravura di Berlusconi è stata quella di offrire al popolo una possibilità di riconoscimento generico, sempre meno legata a corpi intermedi, come partiti, associazionismo o sindacati, e sempre più solitaria e apicale, all'americana. Non corriamo il rischio che questo populismo abbia bisogno di un'espressione più «ducesca»? Dovremo rimpiangere Berlusconi? Non sono così pessimista, e poi ci sono gli anticorpi, che si formano nel momento in cui il pendolo si muove verso il populismo e che in parte esistono già, che si chiamino Fini, Casini o Franceschini, non importa. Anche la Lega sul terreno del populismo può agire... Ma si tratta di un populismo non assimilabile a quello nazionale. La Lega è un corpo, un'identità, un riconoscimento collettivo. È una struttura popolare per la quale, a differenza di Berlusconi, la ricerca del consenso avviene sulla base di una stratificazione di interessi. Se la Lega difende Malpensa, per esempio, lo fa concentrando su Malpensa l'interesse del direttore dello scalo, quello degli impiegati dello scalo, degli albergatori e giù scendendo fino agli interessi di chi fa le pulizie. Berlusconi invece difende emozioni, le utilizza, le cavalca e le produce naturalmente. Non come un duce però, mantenendo la ripetizione del momento emozionale senza escalation. In straordinaria sintonia con una società che vive di emozioni ma ne teme l'escalation. Cosa ci sarà dopo Berlusconi? Secondo me sarà una fiera battaglia tra chi tenterà di mantenere un livello emozionale alto e chi invece proporrà un ritorno alla politica come mediazione, perché questo è un paese che non ha dimenticato di essere stato governato per quarant'anni da una classe dirigente mediatoria. Può essere stato che tra il 1979 e il 1983 si sia innamorato di una logica di uscita dalla mediazione - e penso al Craxi della verticalizzazione del potere - ma resta un paese nostalgico. La bravura politica di Berlusconi è stata quella di avere capito che la carta, anzi le cinque carte, di Craxi potevano vincere ancora. E quali sarebbero queste cinque carte? Decisionismo, verticalizzazione, personalizzazione e mediatizzazione del potere, e naturalmente disponibilità di quattrini. Sono cinque variabili, l'una all'altra conseguenti. Sono passati trent'anni, ma quella cultura è riconoscibile e la sequenza resta valida. Craxi se le è giocate da militare, Berlusconi invece da borghese... Craxi giocava la sua personalizzazione con un distacco spaventoso, quello di Berlusconi invece è un decisionismo di prossimità, nella misura in cui si rende prossimo a tutti. Un piccolo borghese italiano che ha una maggiore rispondenza con questo populus... Negli anni Settanta Pasolini metteva in guardia dal grande imborghesimento, contemporaneamente usciva il saggio di Sylos Labini sulle classi sociali e noi parlavamo di cetomedizzazione. Chi allora aveva capito tutto era Pasolini. Diceva che saremmo diventati tutti piccoli borghesi e aveva ragione. In molti dicono che il cambiamento politico comincia lì, nel grande imborghesimento che ha cambiato antropologicamente il paese e che ha permesso, alla fine degli anni Settanta, che qualcuno come Craxi potesse dire che avrebbe cambiato l'offerta politica. L'85% degli italiani è proprietario di casa... È l'imborghesimento, certo. È per questo che, come paese, non «sbandiamo»? Possiamo contare su tre sicurezze: una famiglia, dei risparmi, e la casa di proprietà. Sono tre sicurezza che un inglese e un americano non hanno e che invece il piccolo borghese italiano ha. C'è una specie di arretratezza storica del paese, una ipomodernità che in un momento di difficoltà diventa utile. «C'è panico, ma non sbandiamo», dicono i «Diari della crisi» che da gennaio il Censis pubblica ogni mese. Ma l'individualismo montante che pervade la nostra società, e di cui diffusamente parla l'ultimo rapporto Censis, non è ancora più rischioso? L'individualismo montante in questo momento di crisi è quello che ci ha difeso dal panico, perché ognuno di noi ha cercato di arrangiarsi come poteva. La molecolarità del sistema, che fa paura a chi come me fa cultura sociale o a chi come voi fa cultura politica, decomprime tutta la crisi in un milione di punti, ciscuno dei quali non entra nel panico. È la «compressione del sistema», o la «redistribuzione dei rischi» di cui parlano i «Diari». Ma fino a quando potrà durare? A essere entrati in crisi non sono solo coloro che si trovano ai piani bassi della scala sociale, i primi sono stati quelli che avevano azioni o obbligazioni, o che avevano fatto investimenti immobiliari negli anni scorsi. Certo, si tratta di una fascia ricca, ma è stato questo l'elemento dirompente, perché si sono trovati non improvvisamente poveri, ma con il valore dei propri beni improvvisamente diminuito. È questa la fascia sociale che si è sentita colpita e ha enfatizzato la crisi. C'è dunque un caso italiano in questa crisi? Penso di sì. Potrebbe replicarsi in Italia quanto sta succedendo in Francia, con i sequestri di manager per esempio? No, ricordiamoci i casseur nelle borgate, quando mezzo paese disse: arriverà anche da noi. E invece no, non è arrivato. Poi può succedere che qualche goliarda sequestri il ricco con il superbonus, ma non si tratterebbe che di un'imitazione e non sarebbe certo la classe operaia. Nell'ultimo rapporto Censis si parla di una seconda metamorfosi per il paese. Come uscirà trasformato il paese dalla crisi? Abbiamo scritto, nel rapporto, che questa era una crisi forte e che non ci avrebbe lasciati uguali a prima. «La segnatura c'è stata, non saremo più quelli di prima, e da questa crisi avremo la spinta a una seconda metamorfosi», l'ho scritta io questa frase citando Agamben. Una seconda metamorfosi giocata sui consumi - che saranno di agiata temperanza, non austeri e neppure smodati - sulle trasformazioni legate all'immigrazione - che cambieranno nei prossimi cinque o sei anni la stessa struttura imprenditoriale del paese - e su nuovi meccanismi di formazione della classe dirigente - che diversamente da quella precedente sarà sempre più fattuale, come Berlusconi insegna. Ma questa seconda metamorfosi rischiamo di non averla, perché la crisi sta lasciando meno segni di quelli da noi previsti. Anche il superamento della crisi potrebbe essere più facile di quanto avessimo previsto. Aspettiamo e vediamo. PIL ITALIA PER L'FMI La conferma è arrivata ieri da Washington: nel 2009 il Prodotto lordo diminuirà del 4,4%. Brutte previoni anche per il 2010: -0,4% Foto: ILLUSTRAZIONE DI CRAIG FRAZIER /TRATTA DA «AMERICAN ILLUSTRATION» ACCANTO IL PRESIDENTE DEL CENSIS GIUSEPPE DE RITA

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volo in ritardo, politici a terra indagine enac sulle tratte alitalia (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 24-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina II - Palermo Lombardo e Russo restano bloccati a causa dei disservizi. Bufardeci: "class="hilite">Faremo una class="term">class class="term">action" Volo in ritardo, politici a terra indagine Enac sulle tratte Alitalia Richiesta di risarcimento danni e avvio di una class="term">class class="term">action: la Regione dichiara guerra alla Cai, la nuova Alitalia, rea di aver lasciato a terra ieri sia il governatore Raffaele Lombardo sia l´assessore alla Sanità Massimo Russo. La guerra era nell´aria da giorni. Già due settimane fa il presidente della Regione si era lamentato per i ritardi nei voli da e per la Sicilia della nuova Alitalia. Ieri mattina il governatore è stato vittima di un altro ritardo. «Si parla spesso dell´opportunità della realizzazione del ponte sullo Stretto, sarebbe molto interessante un dibattito sui maltrattamenti a cui sono costretti i siciliani che si spostano per lavoro con la Cai», dice Lombardo da Fiumicino «dopo un´ora di rinvii del volo Roma-Catania delle 13». «Ho fatto due volte il giro dell´aeroporto di Roma - aggiunge - e nessuno sa dirmi se e quando sarà possibile tornare in Sicilia. Saltano uno dopo l´altro importantissimi appuntamenti istituzionali e ciò procura un indiscutibile danno, non solo d´immagine, a tutta l´amministrazione regionale. Quindici giorni fa, per un caso analogo, ho presentato una richiesta di risarcimento per i danni subiti dalla Regione. Il segretario generale della Presidenza sta per presentarne una anche oggi (ieri, ndr)». A Lombardo arriva a dare manforte il sottosegretario alle Infrastrutture, Giuseppe Reina, dello stesso partito del governatore: «è intollerabile il comportamento della Cai», dice. Al coro di proteste si aggiunge l´assessore regionale alla Sanità, Russo: «Proprio oggi (ieri, ndr) anche io, come centinaia di altri passeggeri, sono stato costretto a subire un inaccettabile ritardo». Da Palermo il vicepresidente della Regione, Giambattista Bufardeci, annuncia «l´avvio di una class="term">class class="term">action contro Alitalia». In serata Alitalia rende noto che «pur comprendendo il disagio subito dai passeggeri, ribadiamo con fermezza che sono del tutto prive di fondamento le affermazioni di esponenti del governo e della Regione Siciliana secondo cui la compagnia starebbe deliberatamente penalizzando i collegamenti con il Sud». La risposta dell´Alitalia però non ferma la decisione dell´Enac di avviare un´ispezione nella nuova compagna, «per verificare le cause alla base dei continui disservizi da e per la Sicilia». a.fras.

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volontari tecno-comandati per una performance urbana - sara chiappori (sezione: Class action)

( da "Repubblica, La" del 24-04-2009)

Argomenti: Class Action

Pagina XXV - Milano Alle Colonne di San Lorenzo Volontari tecno-comandati per una performance urbana SARA CHIAPPORI Il tam tam passa attraverso la rete: il popolo delle performance urbane è tecnologico e per definizione. Da giorni le istruzioni per partecipare a Cre.P.E ("Creazioni per Esterni") viaggiano su internet e puntano a raggiungere il maggior numero di persone. Perché quel che conta quando si organizza un´incursione metropolitana che dovrebbe mutare la percezione degli spazi pubblici è fare massa critica. Irrompere in un luogo per disturbarne la quotidianità. Niente di aggressivo: una provocazione eccentrica e gentile, che invita a cambiare prospettiva e fruizione della città. E´ quel che faranno oggi alle Colonne di San Lorenzo (dalle 18, davanti all´Exploit, indirizzo cult degli aperitivi milanesi, in questi giorni di Fuori Salone ancor più affollato) Giorgia Maretta e la compagnia Espz, che hanno ideato l´evento per il festival "Danae" ispirandosi a ImprovEverywhere, collettivo newyorkese che ha saputo "paralizzare" la Grand Central Station di Manhattan. Con loro centinaia (a ieri avevano aderito in oltre 150, ma si spera ne arrivino molti di più) di performer volontari che si presenteranno muniti di lettori mp3 su cui avranno scaricato i file con le istruzioni da seguire: azioni semplici come guardare tutti da una stessa parte o fermarsi all´improvviso mantenendo la posizione per il tempo richiesto. L´importante è farlo tutti insieme. A coordinare i passaggi un "angelo" che scandirà i momenti in cui premere il tasto play del lettore e seguire le indicazioni. Il tema è quello della sopravvivenza urbana, qui proposto parodiando il manuale Survival scritto dall´ex marines americano Anthony Greenbank (in Italia pubblicato da Piemme). Il risultato una grande danza collettiva che dovrebbe coinvolgere anche e soprattutto chi si farà cogliere di sorpresa.

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La giustiza e l'equità (sezione: Class action)

( da "Manifesto, Il" del 24-04-2009)

Argomenti: Class Action

SCAFFALI La giustiza e l'equità John Rawls, assieme a Robert Nozick e Michael Walzer è ritenuto uno dei più importanti filosofi politici statunitensi del Novecento. A differenza degli altri due, però, il filosofo statunitense è rimasto sempre un «accademico», cioè uno di quei studiosi restii a prendere la parola sui mass-media. Nato a Baltimora nel 1922, ha cominciato giovanissimo a Harvard dopo aver completato gli studi tra Princeton e Oxford. Per tutti gli anni Sessanta la sua produzione teorica non ha mai varcato la soglie delle pubblicazioni accademica. La solta avviene con «Teorie della giustizia» (Feltrinelli), opera che lo fa conoscere al di fuori degli Usa e che pone le basi del suo contrattualismo. Rawls guarda con simpatia il movimento dei diritti civili, arrivando a sostenere che l'azione collettiva può essere la condizione necessaria di una «buona società». Tesi che viene proposta anche nella raccolta di saggi «Liberalismo politico» (Comunità), dove difende il principio di eguaglianza. La sua difesa del liberalismo politico lo porta a una prospettiva comparatistica del «diritto dei popoli», come recita un'altra raccolta di saggi pubblicata da Comunità. Ma è proprio in questa prospettiva che John Rawls arriva a legittimare la politica imperiale di esportazione della democrazia nel mondo.

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Il caso americano. (sezione: Class action)

( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 27-04-2009)

Argomenti: Class Action

Il Sole-24 Ore del lunedì sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-27 - pag: 2 autore: Il caso americano. Record di 70 milioni di potenziali ricorrenti contro la società telefonica Verizon Amianto, sigarette e protesi: negli Usa condanne miliardarie Daniela Roveda LOS ANGELES. Dal nostro corrispondente Il termine legale «class action » ha un volto nella cultura popolare: quello di Julia Roberts, protagonista del film Erin Brokovich di Steven Soderbergh. Nel film, cinque nomination e un Oscar per migliore attrice nel 2000, la Roberts istiga gli abitanti di un paese della California a fare causa contro la compagnia elettrica Pacific Gas and Electric, responsabile di avere inquinato la falda acquifera con cromo esavalente. Uniti, gli abitanti di Hinckley fanno sentire la loro voce, riescono a pagare un avvocato, a vincere in tribunale e a ottenere risarcimento per le malattie e i decessi causati dalla contaminazione. Grazie al film, la class action contro la Pacific Gas è diventata forse una delle più famose al mondo, ma non è né la più grande né la più importante. Le cause collettive contro i produttori di amianto, sigarette o protesi al silicone hanno coinvolto centinaia di migliaia di individui, si sono protratte per decenni, hanno punito le aziende condannate a pagare centinaia di miliardi di dollari e hanno messo in ginocchio numerose società, spingendole in alcuni casi a dichiarare il fallimento. Solo nel caso dell'amianto, un materiale ampiamente usato negli Stati Uniti fino agli anni '70 come isolante e antincendio nelle costruzioni, nel 2002 il numero di cause collettive aveva raggiunto quota 200mila, e coinvolto 730mila parti lese. Secondo gli analisti, il costo complessivo delle cause collettive nel caso dell'amianto si aggira attorno a 250 miliardi di dollari. L'ondata di cause contro l'amianto negli anni '60 e '70 fu seguita da quella contro i produttori di protesi al silicone dopo la pubblicazione di studi che dimostravano un'elevata incidenza di tumori al seno per le donne con protesi difettose. Le società portate in tribunale da una class action del 1992 (Dow Corning, Briston Myers Squibb, 3M e Baxter) raggiunsero un accordo extragiudiziario e pagarono un risarcimento di 3,4 miliardi di dollari. Una di esse, la Dow Corning, entrò in amministrazione controllata nel 1994. Benché la causa collettiva sia un caposaldo del sistema legale americano, considerata una forma di democrazia giuridica per proteggere il singolo cittadino, l'uso "selvaggio" di questo strumento ha iniziato a screditare la sua legittimità. I tribunali hanno notato, ad esempio, un preoccupante aumento del numero di cause senza fondamento; in alcuni casi i risarcimenti hanno raggiunto livelli ridicolmente esagerati ( nel 2000 una giuria della Florida aveva ordinato alla società di tabacco Philip Morris di pagare 145 miliardi di dollari di dannia un gruppo di individui prima che una corte d'appello annullasse la sentenza); e infine sono saliti i casi di frode perpetrata da spregiudicati avvocati. Esemplare il caso di Melvyn Weiss, mitico pioniere delle cause collettive a nome degli azionisti di società quotate in Borsa,condannato l'anno scorso a due anni e mezzo di carcere per avere distribuito bustarelle a clienti disposti ad avviare azioni legali collettive. Tutte queste considerazioni hanno persuaso il Parlamento americano ad approvare una legge, il Class action fairness act del 2005, che assegna tutte le cause con richieste di risarcimento superiori ai 5 milioni di dollari ai tribunali federali. Tradizionalmente più rigorosi dei tribunali dei singoli stati e che tendono a favorire le società citate in giudizio. La legge del 2005 non ha comunque privato i cittadini della class action, anzi. Mentre il Parlamento attendeva la firma presidenziale per il varo della legge, un milione e seicentomila dipendenti dei grandi magazzini Wal Mart avviava la più grande causa collettiva della storia per discriminazione sessuale, sostenendo che gli stipendi delle donne sono sistematicamente più bassi di quelli degli uomini. La causa ha detenuto il titolo per poco: nel gennaio del 2008 un gruppo di abbonati al servizio telefonico cellulare Verizon ha fatto causa alla società per avere illegalmente fatto pagare 175 dollari a chi cancellava l'abbonamento prima della scadenza del contratto. Il numero di individui con l'opzione di unirsi all'azione collettiva è di 70 milioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA IL FRENO Dal 2005 le richieste sopra i 5 milioni di dollari sono affidate al più rigoroso vaglio delle corti federali

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Sui servizi pubblici i consumatori vanno in pressing (sezione: Class action)

( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 27-04-2009)

Argomenti: Class Action

Il Sole-24 Ore del lunedì sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-27 - pag: 2 autore: Sui servizi pubblici i consumatori vanno in pressing Un'azione collettiva anche nei servizi pubblici. Con caratteristiche però molto diverse da quelle previste nel settore privato. La ammette la legge delega sulla riforma della pubblica amministrazione e il conseguente decreto legislativo ormai in fase avanzata di redazione. L'obiettivo è quello di mettere a disposizione degli utenti di ferrovie, poste, ospedali, uno strumento nuovo per tenere sotto pressione l'amministrazione e costringerla a rispettare e, altrimenti, a ripristinare standard di efficienza soddisfacenti. Perché, e questa è una delle differenze sostanziali, dalla class action nel pubblico, gli utenti non ricaveranno un euro: non si tratta infatti di un'azione a carattere risarcitorio, quanto piuttosto di uno strumento che intende contribuire al rispetto degli standard e dei parametri di funzionalità dei servizi pubblici. L'azione potrà essere proposta da ogni interessato nei confronti sia delle amministrazioni sia dei concessionari dei servizi pubblici, quando dalle inefficienze della pubblica amministrazione ( che vengono sintetizzate nella violazione di standard qualitativi, di obblighi contenuti nelle carte dei servizi, nell'omesso esercizio di poteri sanzionatori e di vigilanza, nella violazione di termini o inerzia quanto ad atti dovuti) è derivato un danno per una pluralità di utenti o consumatori. La possibilità per il singolo di proporre l'azione è poi affiancata dalla chance di intervento anche da parte di associazioni o comitati a tutela dei diritti dei propri associati (sembra quindi che serva una vera e propria affiliazione e non l'affidamento di un "semplice" mandato come nel caso della class action privata). La proposizione dell'azione da parte del singolo, ma in grado di aggregare attorno al suo intervento gli interessi di molti,o dell'associazione non compromette l'intervento preventivo e prioritario da parte dell'Authority competente per materia. Anzi, a cercare di attenuare almeno in parte l'impatto dell'azione collettiva nei confronti dei concessionari di pubblici servizi (forte è infatti la preoccupazione di questi ultimi per il proliferare di azioni anche strumentali), si sottolinea che il decreto delegato si dovrà preoccupare di individuare le soluzioni idonee a bloccare l'azione (anche quando già proposta) quando«un'autorità indipendente o comunque un organismo con funzioni di vigilanza e controllo» abbia avviato un procedimento sui medesimi fatti. Azione bloccata quindi sino almeno all'estinzione del procedimento presso l'Autorità. La competenza è poi affidata al giudice amministrativo e, come condizione di ammis-sibilità, il ricorso deve essere preceduto da una diffida all'amministrazione o al concessionario perché adotti entro un termine rigido, che dovrà essere fissato dal decreto delegato, tutte le iniziative utili per la soddisfazione degli interessati. è in questa fase che la legge delega impone un meccanismo indirizzato a responsabilizzare il dirigente competente e, in rapporto alla tipologia dell'ente, i vari organi interni all'amministrazione (di indirizzo, di vertice o esecutivo). In caso di condanna della pubblica amministrazione, è previsto una sorta di rafforzamento della pronuncia in caso di inerzia nel ripristino delle condizioni di efficienza. Nel caso infatti di inadempimento protratto nel tempo scatterà il commissariamento (anche se non è specificato per quanto e con quali obiettivi), ma la legge delega si preoccupa di precisare che, anche in questo caso, deve essere escluso il risarcimento del danno. La stessa sentenza definitiva di condanna, della quale dovrà anche essere assicurata idonea pubblicità, avrà poi come effetto l'attivazione di procedure di accertamento di responsabilità disciplinari o dirigenziali. Sarà il decreto delegato a dovere definire la procedura di adesione all'azione collettiva, ma è prevedibile che sarà analoga a quanto già definito nel settore privato. Con un meccanismo cioè di opt in (al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti), per il quale cioè serve un'esplicita manifestazione di volontà per l'ingresso nella "classe" dopo che sono state poste in essere adeguate forme di pubblicità dell'avvio dell'azione. G. Ne. © RIPRODUZIONE RISERVATA CON LA LEGGE BRUNETTA Nelle mani degli utenti di ferrovie, ospedali e poste uno strumento per ripristinare standard di efficienza soddisfacenti I PALETTI è sempre necessaria l'esplicita manifestazione della volontà di aderire A decidere sarà il giudice amministrativo

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Risarcimenti in bilico sui crack (sezione: Class action)

( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 27-04-2009)

Argomenti: Class Action

Il Sole-24 Ore del lunedì sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-27 - pag: 2 autore: Risarcimenti in bilico sui crack Niente azioni collettive contro i default avvenuti prima del 30 giugno 2008 Giovanni Negri Class action sì, ma non per tutti. L'approvazione da parte della commissione Industria del Senato della nuova versione dell'azione collettiva voluta dal Governo rilancia la discussione sulla natura degli interessi che si potranno fare valere con il nuovo strumento. Anche perché i cambiamenti da una tipologia all'altra non sono stati pochi, ma non hanno comunque del tutto dissipato le incertezze in vista della scadenza del 1Ú luglio quando il nuovo strumento diventerà operativo. In più la class action "classica" nel settore privato andrà letta in parallelo (si veda anche l'articolo a lato) con l'azione collettiva che a breve verrà introdotta a favore degli utenti dei pubblici servizi nell'ambito della riforma della pubblica amministrazione. L'emendamento individua tre aree di diritti che possono essere tutelate anche attraverso la presentazione di un'azione collettiva. La prima è quella dei diritti contrattuali di una pluralità di consumatori e utenti che si trovano, nei confronti di una stessa impresa, in situazione identica. Rientrano in quest'area anche i contratti conclusi attraverso moduli e formulari e quelli "per adesione" sulla base della definizione data dal Codice civile agli articoli 1341 e 1342. Si tratta di una forma contrattuale molto utilizzate dalle imprese che si rivolgono a una pluralità indeterminata di aderenti, come avviene di solito nell'ambito dei servizi bancari, di quelli assicurativi o telefonici e, più in generale, di fornitura. è in questo contesto che si colloca il possibile profilo di responsabilità, per negligenza naturalmente più che per dolo (perché allora si sconfinerebbe nel penale) dell'intermediario finanziario nel caso non siano stati rispettati i vincoli stringenti di informazione, correttezza e trasparenza imposti soprattutto dal Testo unico della finanza. Più ardua appare invece la chiamata in causa, pensiamo al caso ormai tristemente "classico" del collocamento dei bond, della società emittente. Nel settore finanziario però bisogna tenere conto di un insieme di variabili destinate a influenzare anche la proponibilità della class action: l'esistenza di rimedi specifici per esempio (anche questi fissati dal Testo unico), la necessità per l'autorità giudiziaria possa svolgere un'istruzione probatoria complessiva per tutte le parti coinvolte (mentre nel caso dell'investimento finanziario un peso determinante lo svolge l'accertamento del comportamento del singolo investitore), il paletto cronologico. Su quest'ultimo aspetto, comune a tutta la fase di avvio dell'azione collettiva, va tenuto presente che il limite del 1Ú luglio, dovrebbe impedire di potere proporre class action per i crack finanziari del recente passato, da Cirio a Parmalat.L'azione collettiva dovrebbe infatti essere interpretata come uno strumento per fare valere dei diritti e non come una norma che ne attribuisce di nuovi: prevarrebbe in sostanza l'aspetto procedurale rendendo problematica l'applicazione al passato. La seconda area identificata dalla proposta del Governo tradotta nel collegato alla Finanziaria fa riferimento ai diritti identici che spettano ai consumatori finali di un determinato prodotto. L'azione può essere proposta nei confronti del produttore e non serve, come invece nel caso precedente, l'esistenza di un contratto tra le parti. Rientra così in quest'area l'azione collettiva contro l'impresa che ha messo in circolazione merce difettosa o, peggio, pericolosa. Infine, il terzo settore è rappresentato dai diritti dei consumatori quanto ai danni provocati da pratiche commerciali scorrette o da comportamenti anticoncorrenziali. è tanto più con riferimento a queste fattispecie che si accentua il ruolo chiave che giocherà l'autorità giudiziaria, alle prese con uno strumento inedito per il nostro ordinamento: toccherà infatti alla magistratura verificare, tra l'altro, la coerenza tra mezzo e interesse fatto valere. Ed è in questo senso che va tanto più apprezzato il tentativo di realizzare un primo embrione di giudice specializzato nella materia economica. © RIPRODUZIONE RISERVATA SPAZI LIMITATI L'applicazione nel settore finanziario è influenzata anche dall'esistenza di rimedi interni al sistema

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Class action anche individuale (sezione: Class action)

( da "Sole 24 Ore, Il (Del Lunedi)" del 27-04-2009)

Argomenti: Class Action

Il Sole-24 Ore del lunedì sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-27 - pag: 3 autore: Class action anche individuale Cancellata l'iniziativa esclusiva delle associazioni dei consumatori PAGINA A CURA DI Andrea Maria Candidi L'annuncio di azioni collettive a tutela di intere categorie di cittadini non è più appannaggio esclusivo delle associazioni dei consumatori. Mentre la fase processuale sarà lasciata nelle mani di pochi, e specializzati, Tribunali. Dal 1Úluglio 2009, questa la data fissata per il battesimo della versione italiana della class action, anche un singolo cittadino potrà dare l'avvio alla procedura. Depositando la sua richiesta in uno degli undici Tribunali competenti, scelti tra i principali capoluoghi di regione (si veda la scheda in alto), che, dopo una verifica dei requisiti di ammissibilità, dovranno dare l'opportuna pubblicità affinché anche gli altri consumatori, nelle stesse condizioni del primo, che ritengano cioè di avere subito il medesimo danno, possano ad uno ad uno aggiungere le proprie firme in calce al cahier de doléances. Sono queste alcune delle novità contenute nell'emendamento del Governo approvato martedì scorso dalla commissione Industria del Senato e inserito nel corpo del Ddl Sviluppo, collegato alla Finanziaria. Qualcosa di più di un semplice ritocco della versione originaria, la cui entrata in vigore è stata più volte posticipata (l'ultimorinvio,alprossimo1Úluglio, lo si deve al milleproroghe, decreto legge 207/08). Basta guardare la norma sulla retroattività, nuova di zecca, che limita l'utilizzo della class action agli illeciti compiuti, a danno dei consumatori- utenti, a partire dal 1Ú luglio 2008. Lasciando fuori dalla portata del risarcimento collettivo i risparmiatori vittime di crack finanziari del passato. Altra novità è poi nell'ampliamento dei casi in cui l'azione collettiva può essere proposta. Ora, sotto tutela sono infatti posti tutti i diritti contrattuali, non solo quelli derivanti dalla firma su moduli o formulari prestampati. Mentre nella procedura entra in gioco anche il pubblico ministero. La domanda, con la quale il singolo cittadino o l'associazione di consumatori propongono l'azione collettiva, è infatti sottoposta a un vaglio di ammissibilità da parte del Tribunale che, limitatamente a questa fase, si avvale del pubblico ministero (al quale va notificata una copia della domanda). In pratica si tratta del controllo dei requisiti: saranno ad esempio respinte le richieste che non riguardano identici diritti, oppure quando il proponente non appare in grado di curare adeguatamente l'interesse della "classe" di consumatori rappresentati. Superato questo filtro, il Tribunale deve trovare opportuni spazi per darvi pubblicità, utilizzando anche il sito internet del ministero dello Sviluppo economico. Da questo momento, per 120 giorni, si procede ad aggiornare la lista degli aderenti. I quali, con tale formalità, rinunciano ad eventuali azioni individuali. A questo punto parte la fase processuale vera e propria, che segue le regole canoniche del rito civile. Che può concludersi con il successo dell'azione collettiva. In questo caso, con la sentenza di condanna, il Tribunale liquida le somme dovute (o fissa i criteri per il calcolo delle stesse) ai singoli consumatori o utenti che hanno aderito. O, meglio, a quelli che sono rimasti. è infatti sempre possibile che, nel corso dell'iter,alcuni degli aderenti trovino un accordo individuale con l'altra parte e rinuncino ad andare avanti con l'azione collettiva. Una procedura che mostra quindi anche una certa elasticità e che, di sicuro, è meno onerosa rispetto al ricorso individuale al giudice. Che non deve però creare illusioni o, peggio, essere avvicinata con superficialità. Ad esempio, bisogna stare alla larga da azioni pretestuose e infondate. Perché, facendo un passo indietro nell'iter, se ritiene la domanda inammissibile, il Tribunale può appesantire il conto finale con una condanna al risarcimento anche degli eventuali danni. a.candidi@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA SQUADRA DI CONTROLLO Il pubblico ministero entra in gioco nella fase di verifica dei requisiti per l'ammissibilità della domanda

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Anomalie urbane per ripensare la città (sezione: Class action)

( da "Manifesto, Il" del 28-04-2009)

Argomenti: Class Action

VENEZIA E alla Biennale si prepara il padiglione kurdo. Gran fermento culturale nel capoluogo veneto Anomalie urbane per ripensare la città Una rete e incontri tra writers, architetti, designer, grafici e artisti della Rebiennale Orsola Casagrande VENEZIA C'è un gran fermento a Venezia in questi giorni. E non è soltanto per la Biennale d'arte che si avvicina, il matrimonio di Pinault figlio e Salma Hayek che hanno inaugurato in maniera originale Punta della Dogana acquistata da papà Pinault. Il fermento è tra Castello e Cannaregio, con qualche deviazione verso Santa Marta. Anomalie urbane, in una città che stancamente si trascina verso una fine primavera piovosa e densa di avvenimenti. Anomalie urbane è anche il nome scelto per il ciclo di autoformazione promosso dagli studenti dell'Onda veneziana. Insieme al ciclo di Rebiennale, alla "Macchina per fare il Morion", alla Harvest Map, Anomalie urbane ha coinvolto studenti dello Iuav e dell'università di Ca' Foscari, oltre a numerose altre persone, nella costruzione di un percorso comune. Una rete che va infittendosi di relazioni tra realtà cittadine ed europee. Dai writers di Urban-code ai collettivi di architetti, designers, grafici, artisti della rete Rebiennale. La premessa "Make world before buildings" di Anomalie urbane è diventata pratica, azione e condizione per andare avanti insieme verso altri progetti e condividere esperienze e competenze, per intervenire nell'università e nella città. L'ultima tappa (fin qui perché in pentola stanno già bollendo altre interessanti iniziative) di questo percorso che è passato dai giardini della Biennale architettura per il recupero dei materiali da parte di Rebiennale, dalle aule della facoltà di architettura dove la stessa Rebiennale ha tenuto i suoi seminari coinvolgendo gli studenti in un progetto che ha visto la partecipazione di Stalker, Exyzt, 2012 Architecten, tra gli altri. Tappa quindi al centro sociale Morion per gettare le basi di ReMorion, ovvero come recuperare il centro sociale più vecchio di Venezia per restituirlo alla città "pieno" di tante idee e iniziative nuove. Proprio al centro sociale Morion si sono gettate anche le basi di quello che sarà Planet Kurdistan. Ovvero, il primo (non) padiglione kurdo nella storia della Biennale d'Arte. Planet K è infatti un evento collaterale della prossima Biennale e sarà alloggiato alla chiesa di San Leonardo a Cannaregio. Un progetto in fieri che avrà il suo culmine nel workshop che si svolgerà nella stessa chiesa di San Leonardo a fine maggio. Al Morion, tra un workshop e l'altro si è riusciti anche a costruire il prototipo della scuola elementare che verrà costruita in Sud Africa. E ora gli studenti Iuav che hanno seguito Rebiennale e presentato il lavoro di ricerca sulla "sostenibilità" della Biennale con il ciclo di autoformazione Anomalie urbane si concentreranno sulla fine-produzione del supporto materiale Harvest map e sul conseguente accesso ai crediti. Nei giorni scorsi al Morion è stata presentata la Harvest Map. Si tratta del metodo di catalogazione e mappatura dei materiali (harvestmap) proposto nel workshop Iuav con 2012. Un lavoro sul campo da novembre a marzo, realizzato da alcuni studenti di architettura che hanno partecipato ai laboratori di autoformazione e al progetto Rebiennale. «Abbiamo dato il via alle prime ricognizioni - spiegano gli studenti - durante il periodo di smontaggio della Biennale preparando la documentazione necessaria per la catalogazione: fotografie, video, schizzi e rilievi». Una prima schedatura per lo studio dei materiali (collocazione, tipologia, elementi quantitativi e qualitativi, lavorazione, finiture) ci ha aiutato ad analizzare il ciclo di produzione: la provenienza, i costi, l'impatto ambientale e le trasformazioni che avvengono nel ciclo di vita "materiale" dall'origine allo smaltimento. Un ciclo non solo geografico ma economico in cui l'allestimento del padiglione nazionale è solo un segmento che viene però concepito e pensato da uno o più architetti, in questo senso abbiamo interpellato gli "autori" stessi della creazione. Successivamente - e grazie all'intervento e al lavoro di Marco Zaccara, architetto del collettivo 2012 (Olanda) - gli studenti hanno individuato un metodo di ricerca e siamo partiti da un punto essenziale che è quello di lavorare non solo alla catalogazione dei materiali ma anche al loro "raggio di azione", ossia alle possibilità che di stoccaggio e trasporto in maniera sostenibile (in termini di mezzi, consumi ed economia). Altro "trucco del mestiere", come hanno sottolineato gli studenti nella loro presentazione al Morion, molto utile in fase di progetto, è stato quello di trovare una scala grafica per poter rappresentare le quantità dei materiali a disposizione.

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Sportello in 11 tribunali (sezione: Class action)

( da "Corriere della Sera" del 28-04-2009)

Argomenti: Class Action

Corriere della Sera sezione: Economia data: 28/04/2009 - pag: class="hilite">33 Le proteste delle associazioni Sportello «class="term">class class="term">action» in 11 tribunali ( g.str.) Saranno solo undici i tribunali italiani in cui si potrà presentare istanza per la class="term">class class="term">action. Il primo luglio dovrebbe infatti entrare in vigore la class="term">class class="term">action formato Italia, dopo l'approvazione da parte del Senato di un emendamento al ddl sviluppo, ora in esame, che consentirà ai consumatori di chiedere il risarcimento dei danni subiti presentando istanza in uno degli 11 tribunali abilitati. Un'altra novità, come ha anticipato il Sole 24 Ore, riguarda l'avvio delle procedure, che potrà essere «lanciato» anche dai singoli cittadini. «C'è il però pericolo spiega Carlo Scarpa, docente di Economia industriale a Brescia che venga meno la funzione di di 'filtro' delle associazioni dei consumatori, visto che l'azione individuale può portare a un indebito allargamento delle iniziative 'inutili'». Qualche critica anche da Paolo Landi, alla guida di Adiconsum: c'è un rischio di eccessiva proliferazione delle azioni legali, anche se attenuato dalle verifiche dei tribunali.

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Biblioteca Google, indaga l'antitrust (sezione: Class action)

( da "Corriere.it" del 29-04-2009)

Argomenti: Class Action

prorogati al 4 settembre i termini sulla class="hilite">class="term">class class="term">action Biblioteca Google, indaga l'antitrust Dubbi del Dipartimento di giustizia sull'accordo siglato tra il colosso web e i principali editori Google Ricerca Libri WASHNGTON - Altri quattro mesi di tempo. La giustizia statunitense ha prorogato i termini dell'accordo di transazione stipulato tra Google e i principali editori dopo la class="term">class class="term">action lanciata contro il colosso web per il servizio Book Search (Ricerca Libri). La corte federale di New York ha infatti deciso che entro il 4 settembre - e non più entro il 5 maggio - gli editori e autori (anche italiani) dovranno decidere se entrare a far parte o meno dell'intesa legata alla massiccia attività di digitalizzazione di opere letterarie (oltre 7 milioni di volumi) realizzata da Google in collaborazione con una serie di biblioteche americane. ANTITRUST - Sull'intera vicenda, però, indaga il Dipartimento americano della Giustizia. Lo rivela il New York Times. I dubbi delle autorità riguardano le possibili violazioni delle norme antitrust legate proprio all'accordo siglato da Google e dagli editori. In particolare, si teme che l'intesa possa concedere al motore di ricerca una licenza esclusiva su moltissimi libri di cui gli autori sono sconosciuti o di cui sono sconosciuti i detentori dei diritti. I TERMINI - L'accordo, siglato a conclusione della vertenza giudiziaria nata nel 2004 dopo le accuse lanciate a Google per la violazione del copyright delle opere, è stato presentato alla Corte del Distretto di New York (la prima udienza sarà in programma non più l'11 giugno ma il 7 ottobre) e consente la digitalizzazione delle opere e il loro utilizzo per determinati servizi sviluppati da Google. Come si legge sulle pagine di Book Search, «la causa è stata chiusa e noi lavoreremo a stretto contatto con questi partner del settore per mettere online una quantità persino maggiore dei libri presenti al mondo». L'accordo lascia comunque libertà ad autori ed editori di aderire o meno: online è possibile «rivendicare libri e inserti», per ricevere i pagamenti relativi, oppure si può rinunciare alla transazione, conservando il diritto di intentare una causa legale contro Google. AUTORI ED EDITORI ITALIANI - Tra i libri già digitalizzati da Google perché disponibili nelle biblioteche americane ve ne sono moltissimi italiani. «Agli editori europei è stata lasciata libertà di adesione o meno all'accordo - conferma il presidente dell'Associazione Italiana Editori (AIE) Federico Motta». «Il ruolo di AIE e della Federazione degli Editori Europei (FEP)- aggiunge - è ora quello di fornire più informazioni possibili su cosa comporterà questo e sui possibili rischi di mercato che ne possono d erivare. I termini vengono dilatati. La data del 5 maggio rimane invece fissa come limite temporale per i programmi di digitalizzazione di Google non autorizzati dagli aventi diritto». stampa |

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Pubblico impiego: riforma Brunetta verso Palazzo Chigi (sezione: Class action)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 30-04-2009)

Argomenti: Class Action

Il Sole-24 Ore sezione: NORME E TRIBUTI data: 2009-04-30 - pag: 34 autore: Conclusa la consultazione online Pubblico impiego: riforma Brunetta verso Palazzo Chigi Marco Rogari ROMA La riforma Brunetta è pronta alla fase attuativa. La prossima settimana il Consiglio dei ministri varerà il decreto legislativo con cui vengono esercitate le varie deleghe della legge anti-fannulloni: dai premi di produttività "selettivi" e non più a pioggia ai nuovi meccanismi di valutazione, imperniati sulla "pagella" degli statali, fino alla class action, seppur parziale, per tutelare gli utenti e all'avvio della nuova contrattazione (si veda «Il Sole 24 Ore» del 23 aprile). Ad annunciarlo è stato il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Mentre oggi il Cdm dovrebbe dare il via libera al regolamento per il riordino del Cnipa. Brunetta ha consegnato al Parlamento i risultati della consultazione pubblica che sarà alla base del decreto. «Una consultazione ad ampio raggio» per la quale – ha sottolineato – sono stati sentiti online tremila interlocutori tra sindacati, imprenditori, dipendenti pubblici, esperti e università. Il pilastro del decreto è rappresentato dai nuovi criteri selettivi per l'attribuzione degli incentivi, «in modo – si legge in un nota di palazzo Vidoni – da premiare i capaci e i meritevoli, incoraggiare l'impegno sul lavoro e scoraggiare comportamenti di segno opposto ». Tre i livelli previsti: il 25% degli statali sarà collocato nella fascia di merito alta che garantirà il 100% del trattamento accessorio collegato alla produttività individuale; il 50% sarà inserito nella fascia intermedia (50% del premio); un altro 25% finirà nella fascia "bassa", che resterà senza alcun incentivo. Il tutto avverrà sulla base delle "pagelle" stilate, sotto forma di graduatoria, dai nuovi organismi indipendenti per la valutazione che verranno attivati in ogni struttura burocratica al posto degli attuali Secin (Servizi di controllo interno) e che, a loro volta, saranno super- visionati da una nuova Authority per la valutazione e la trasparenza nella Pa. Sei saranno gli strumenti per premiare merito e professiona-lità: un bonus annuale delle eccellenze ( per non più del 5% del personale); un premio annuale per l'innovazione;progressioni economiche; progressioni di carriera; attribuzione di incarichi; accesso a percorsi formativi anche di tipo internazionale. Dal decreto scatta poi il riordino della dirigenza, con l'accentuazione del criterio di responsabilità: in caso di mancata vigilanza sul rispetto degli standard di qualità il capo ufficio rischierà una decurtazione dello stipendio fino all'80 per cento. Il testo prevede anche l'azione collettiva (class action) per la tutela giudiziale nei confronti delle inefficienze della Pa e dei concessionari di pubblici servizi, che non sarà però vincolata al risarcimento del danno. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Libri e diritti d'autore, sfida Antitrust a Google (sezione: Class action)

( da "Corriere della Sera" del 30-04-2009)

Argomenti: Class Action

Corriere della Sera sezione: Economia data: 30/04/2009 - pag: 33 Mercato digitale Nella biblioteca virtuale già 8 milioni di volumi Libri e diritti d'autore, sfida Antitrust a Google Slitta a settembre il termine per l'intesa con gli editori MILANO Continua l'assedio a Google. Ma questa volta per il suo ruolo di super biblioteca virtuale. La Corte federale di New York sta indagando sull'accordo siglato nell'ottobre scorso dal colosso di Mountain View per sanare il contenzioso che lo opponeva da tre anni all'Associazione americana degli editori e alla temibile Authors Guild, il sindacato degli autori. La giustizia americana dà così altri quattro mesi di tempo a editori e autori per decidere se aderire o meno all'intesa offerta da Sergey Brin e Larry Page per «regolarizzare» i suoi rapporti con il mondo dell'editoria. Il termine slitta dal 5 maggio al 4 settembre. Data che interessa da vicino anche gli editori europei, visto che il 70% circa del mercato dei diritti d'autore si concentra nel Vecchio Continente. Perché i nodi da sciogliere ruotano non solo intorno alla sacralità del diritto d'autore ma anche allo strapotere di Google cha da monopolista del mercato dei motori di ricerca sta rivoluzionando anche il mondo dei libri, trasformandosi in editore: il più grande editore elettronico della storia visto che i volumi della sua library virtuale viaggiano già verso gli otto milioni di titoli. «I servizi sono limitati a utilizzi nell'ambito del territorio statunitense, ma interessano anche gli editori stranieri, compresi gl'italiani, le cui opere siano state digitalizzate da Google» spiega Piero Attanasio dell'Associazione italiana editori (Aie). class="hilite">La proposta di accordo del gigante della rete è frutto di una class="term">class class="term">action durata quattro anni e intentata dopo il lancio nel 2004 di «Google book search», la raccolta in formato digitale dei libri delle principali biblioteche del pianeta per metterli gratuitamente online, a disposizione dell'umanità. Per sanare il contenzioso la coppia di Mountain View ha messo sul piatto, davanti al giudice, 125 milioni di dollari per compensare i diritti d'autore e finanziare un organismo indipendente, il «Book Rights Registry », per la gestione del traffico. «Il clima è di collaborazione dice Attanasio, coordinatore per Aie del gruppo di lavoro nei rapporti tra Google e gli editori europei, che si è riunito per la prima volta due giorni fa a Milano . Una sfida stimolante ma difficile. Anche loro si stanno rendendo conto che non tutti i problemi si risolvono facendo girare un algoritmo». Antonia Jacchia In cravatta Una rara fotografia dei fondatori di Google, Sergey Brin e, a destra, Larry Page in giacca e cravatta

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