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DOSSIER “CINA”

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Report "Cina"

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Indice delle sezioni

Cina (9)


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

ma il premier teme il calo di consensi "walter cavalca la crisi e la scuola" - claudio tito ( da "Repubblica, La" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: L´agenda internazionale del prossimo anno che prevede missioni in Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Cina e India nei primi mesi del 2009. «Poi torno qui a Roma - ha allargato le braccia dinanzi a tutti i suoi interlocutori - e devo assistere a questa vecchia politica».

un bel tocco di stile il resto è tecnologia - daniele p. m. pellegrini pilsen ( da "Repubblica, La" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: India e Cina, ndr)». Con questi obiettivi, una Octavia "giusta" è lo strumento migliore per sviluppare il prestigio dove è già conosciuta e promuovere il marchio dove si parte da zero, come per esempio in estremo oriente in concorrenza con i fortissimi giapponesi, puntando su un prodotto di qualità che si è definitivamente scrollato di dosso qualsiasi riferimento al low-

addio al tesoro bianco ora è un pezzo da museo - jenner meletti demonte (cuneo) ( da "Repubblica, La" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: viene lavorata in parte a Prato e poi spedita in Cina per il prodotto finale. E così può capitare che la giacca che indossiamo, prima di arrivare sulle nostre spalle, abbia percorso decine di migliaia di chilometri. Quando si usavano la lana italiana, o altre fibre come la canapa, la filiera tessile nasceva e si chiudeva localmente».

tassi, la fed prepara un maxi-taglio - barbara ardu ( da "Repubblica, La" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: mentre il premier cinese Wen Jiabao ha dichiarato che sarà utilizzato «ogni mezzo» per difendere la Cina, annunciando un intervento consistente del governo nell´economia. In soccorso dell´Ucraina è accorso intanto il Fondo monetario internazionale che ieri ha accordato un prestito di 16,5 miliardi di dollari al Paese in crisi di liquidità. Soccorsi all´economia reale.

Sui banchi della Mazzini a lezione di uguaglianza e di rispetto delle culture Altro che classi differenziate: nella media statale, a due passi dal Colosseo, l'istruzione è intermun ( da "Unita, L'" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: è arrivata dalla Cina direttamente in prima media lo scorso anno. «L'ho conosciuta appena arrivata nella nuova classe. Mai detto nulla, mai spiccicato una parola, non conoscevo neanche la sua voce... Da quel momento e per tutte le quattro settimane a seguire ho tormentato Manu, che continuò a non dire nulla.

Capitale di rischio: Scajola accelera il piano di rilancio ( da "Sole 24 Ore, Il" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: al suo ritorno dal viaggio in Cina, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «si incontrerà con l'Abi e con il mondo dell'impresa per mettere a punto iniziative affinché non ci sia ristrettezza nel credito». Intanto il ministero per lo Sviluppo economico ha stanziato 600 milioni di euro finalizzati a «fondi di garanzia specifici per le piccole imprese,

Decisioni italo-cinesi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: attuale classe dirigente cinese non manca certo una visione equilibrata dei problemi della Cina e del mondo. Se le riforme cinesi non procedono con passo più spedito, non è perché la Cina sia oggi dominata da una banda di cariatidi, ma perché i suoi problemi da risolvere sono enormi. 1 «Due anni in Cina», a cura di Maria Weber, Etas, Milano, pagg.

La vera ripresa? Tra il 2010 e il 2012 ( da "Sole 24 Ore, Il" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina, dopo aver spinto molto sull'acceleratore prima delle Olimpiadi, ora rallenta. Non era così all'epoca delle nostre recessioni del '91 e dell'82, quando l'Europa stava meglio. Ora, nel mondo siamo tutti nella stessa barca. Professor Gordon, quando prevede la ripresa?

Il contagio del grande importatore ( da "Sole 24 Ore, Il" del 27-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina). Ma il decoupling, la teoria secondo cui il resto del mondo e gli emergenti stessi avrebbero potuto svezzarsi dalla dipendenza dall'economia americana non ha avuto, come molti remake cinematografici, lo stesso successo dell'originale. Gli Stati Uniti sono nel pieno di una brusca frenata, i loro mercati finanziari sono implosi e quasi tutti gli altri Paesi li hanno accompagnati


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ma il premier teme il calo di consensi "walter cavalca la crisi e la scuola" - claudio tito (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 27-10-2008)

Argomenti: Cina

Pagina 3 - Interni BREVIARIO Il Cavaliere ne ha parlato con Tremonti chiedendogli uno sforzo per aumentare il potere d´acquisto Ma il premier teme il calo di consensi "Walter cavalca la crisi e la scuola" Il Cavaliere e i sondaggi in flessione: ora agiamo sui redditi CLAUDIO TITO ROMA - «Gliel´hanno detto a Veltroni che nelle banche ci sono i risparmi degli italiani? Gliel´hanno detto che io sto facendo esattamente quello che fanno in tutti gli altri paesi? Gliel´hanno detto che se il governo non difende gli istituti di credito crolla l´intero sistema? Ma si rende conto di dire delle cose assurde?». Quando ha letto la sintesi del comizio del segretario Pd al Circo Massimo, Silvio Berlusconi si trovava ad Astana, la capitale del Kazakhstan. La sosta tecnica di sabato notte al rientro da Pechino si era trasformata in una breve visita ufficiale con tanto di cena formale con il presidente kazako Nazarbayev. Lo scalo allora gli ha consentito di ricevere tutti i fax e le "brutte notizie" da Roma. Le parole del leader Pd gli hanno mandato di traverso la cena. In particolare gli attacchi sulla situazione economica e sulla crisi dei mutui. Allora, con lo staff che lo accompagnava sul velivolo dell´Aeronautica militare, non ha fatto niente per nascondere la rabbia. «Non possiamo lasciare che tutto passi senza una risposta. Domani parlo io». E già, perché l´attenzione di Palazzo Chigi su quel versante è altissima. Il presidente del Consiglio monitorizza gli umori della gente con continui sondaggi ed è convinto che l´"emergenza portafoglio" sia l´unico fronte che può incrinare la cosiddetta "luna di miele". Quella sintonia con gli elettori che gli ha permesso fino ad ora di incassare indici di popolarità piuttosto alti. Eppure, la bufera finanziaria qualcosa ha cambiato nell´umore degli italiani. «I sondaggi che cita Veltroni sono del tutto falsi - ripete ai suoi -. Quel calo del 18% non esiste». Ma anche a Via del Plebiscito temono che il combinato disposto tra la "protesta scolastica" e le difficoltà economiche possano invertire il trend. Qualche preoccupazione, del resto, l´ha provocata anche l´ultimo sondaggio di Mannheimer che segnala una certa flessione. A Via del Plebiscito non è ancora suonato l´allarme rosso, ma è la prima apprensione che si manifesta da maggio. Non è un caso che ieri sera, il premier abbia parlato proprio dei sondaggi con il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti. E non è nemmeno un caso se, pur sbattendo la porta in faccia all´opposizione, l´abbia tenuta ben aperta nei confronti del sindacato. Anche della Cgil. Berlusconi vuole infatti evitare che il Pd diventi il portabandiera delle famiglie in difficoltà, il portavoce di chi non arriva alla quarta settimana. Sta quindi cercando di capire con Tremonti se sia in qualche modo realizzabile la proposta formulata un paio di settimane fa dalla Confcommercio: detassare le tredicesime. Un´ipotesi complicatissima per il Tesoro, ma il presidente del consiglio sta insistendo per una misura che tocchi almeno i redditi più bassi. Anche perché una manovra in questo senso, a suo giudizio, piazzerebbe il Pdl con il vento in poppa nella campagna elettorale per le prossime europee di maggio. O almeno renderebbe stabile la tendenza a non trasferire verso il Pd il voto dei "delusi" dal governo. «Altro che difendere le banche - si è allora sfogato ieri anche sull´aereo in volo da Astana - io difendo i soldi degli italiani. So bene che la situazione è quella che è, ma facciamo tutto il possibile». Così ai ministri che ha sentito per concordare l´affondo di ieri pomeriggio, ha di nuovo ribadito che un dialogo con il centrosinistra allo stato è impossibile. «Quello - si è ancora lamentato di Veltroni - mi accusa di guidare il Paese come un consiglio di amministrazione, ma non sa di cosa parla. Io concordo sempre tutto con ciascun alleato». Ma il suo vero chiodo fisso sembra soprattutto Antonio Di Pietro. «Mi chiedo? Dopo tutto quello che gli ha combinato, come fa Veltroni a manifestare con quello lì? A cosa gli serve tornare insieme all´Italia dei Valori? A cosa gli serve usare quel linguaggio?». A suo giudizio, infatti, l´ex pm resta «il vero problema del riformismo italiano». Senza contare che l´abbraccio tra "Walter e Tonino" può risultare fatale per quanto riguarda la Rai. In questo clima, il premier scommette ben poco sull´accordo per eleggere il nuovo presidente della commissione di Vigilanza. «A meno che il Pd non si decida a ragionare». Della manifestazione del Circo Massimo, poi, ha parlato pure con il ministro dell´Interno, Roberto Maroni. Ha preso atto che tutto si è svolto pacificamente ammettendo che sotto il profilo della partecipazione «a Veltroni non è andata male». Ma fin dalla scorsa settimana il Cavaliere era certo che la piazza sarebbe stata riempita e che non si sarebbe trattato di un flop. Pure il titolare del Viminale, però, gli ha confermato i dati forniti dalla questura: «ad ascoltare il leader democratico non c´erano più di 300 mila persone». Con i "fedelissimi", poi, è tornato a ricordare gli incontri avuti a Pechino. I contatti con i leader di tutto il mondo. I colloqui con il governo del Kazakhstan dove l´Italia ha «interessi enormi» a cominciare dall´Eni e da Unicredit. L´agenda internazionale del prossimo anno che prevede missioni in Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Cina e India nei primi mesi del 2009. «Poi torno qui a Roma - ha allargato le braccia dinanzi a tutti i suoi interlocutori - e devo assistere a questa vecchia politica».

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un bel tocco di stile il resto è tecnologia - daniele p. m. pellegrini pilsen (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 27-10-2008)

Argomenti: Cina

Pagina 41 - Automotori Nuovo 1400 da 122 Cv Un bel tocco di stile il resto è tecnologia DANIELE P. M. PELLEGRINI PILSEN Da queste parti, celebri soprattutto per la produzione di birra, l´Octavia è "la macchina", quella che da oltre 50 anni è un riferimento e che a tutt´oggi dà il senso della continuità dell´industria automobilistica ceca. Tuttavia alla Skoda non si accontentano dei successi presenti e si sforzano di vedere le cose in un altro modo, guardando più lontano: alla maturità di un´immagine di marca tutt´altro che omogenea nella stessa Europa e alle sfide dei mercati emergenti. «L´Octavia è il pane e il burro della nostra azienda», sottolinea Horst Muehl (membro del board e responsabile del prodotto e della logistica) ricordando i 2 milioni di esemplari venduti dall´inizio dell´era Volkswagen e la produzione attuale di 350.000 esemplari l´anno, «il marchio crescerà e questo modello è il testimonial di uno sviluppo che ci ha portato ad essere presenti in 100 mercati, con siti produttivi in 6 nazioni (oltre alla Repubblica Ceca, Slovacchia, Ucraina, Russia, India e Cina, ndr)». Con questi obiettivi, una Octavia "giusta" è lo strumento migliore per sviluppare il prestigio dove è già conosciuta e promuovere il marchio dove si parte da zero, come per esempio in estremo oriente in concorrenza con i fortissimi giapponesi, puntando su un prodotto di qualità che si è definitivamente scrollato di dosso qualsiasi riferimento al low-cost. In questa strategia, Skoda ha una sponda potentissima nell´appartenenza al gruppo Volkswagen e con questo l´accesso a tutte le migliori tecnologie e sinergie. Dato che nel quadro complessivo un tocco di stile non guasta, il restyling della carrozzeria si è preoccupato di migliorare, pur nei canoni tradizionali, il volto e lo sguardo di una berlina e di una station wagon che non brillavano per personalità. Ne è uscito un look più importante nella parte anteriore (con qualche riferimento alla ammiraglia Superb) e una cura dei particolari che migliora la sensazione complessiva di qualità. Il resto è affidato alla innovazione tecnologica espressa dai nuovi equipaggiamenti e dalle innovazioni nei motori, che si allineano alla attuale generazione Volkswagen. La novità più importante riguarda il 1400 TSI, turbo a iniezione diretta, che con i suoi 122 Cv si pone nel cuore della gamma a benzina, fra il "vecchio" 1600 da 105 Cv e il potente 1800 TSI che di cavalli ne ha 160. La gamma diesel invece rimane quella attuale, composta dal 1900 TDI da 105 Cv e dal 2000 TDI da 140. Un ulteriore salto di qualità della Octavia viene anche dalla disponibilità di ben due cambi automatici-sequenziali del tipo DSG a doppia frizione: a sette marce per i motori a benzina e a sei marce per i diesel. Il risultato finale è una gamma articolata che, dopo la commercializzazione a fine gennaio, si amplierà ulteriormente con le versioni 4x4, la crossover Scout e le sportive RS (con il 2000 TSI da 200 Cv o il diesel da 170). Ci sarà anche una versione 1600 a Gpl sviluppata specificamente per il nostro mercato.

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addio al tesoro bianco ora è un pezzo da museo - jenner meletti demonte (cuneo) (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 27-10-2008)

Argomenti: Cina

Pagina 29 - Cronaca La crisi crescente del prodotto italiano si sta perdendo l´intera filiera del mestiere Addio al tesoro bianco ora è un pezzo da museo In val Stura e altre aree del paese i consorzi provano a rianimare il mercato Solo l´ 1 % viene utilizzato nelle produzioni: ha fibre troppo grosse e vale poco JENNER MELETTI DEMONTE (CUNEO) dal nostro inviato La valle Stura è in un altro mondo. Profumo di legna dai camini accesi, belati di pecore sui prati ormai grigi. «In questi giorni d´autunno, fino a trent´anni fa, c´era lana di pecora dappertutto. Mucchi davanti alle case, in attesa della lavatura. Dentro la casa, per la cardatura. E poi si sentiva il rumore dei telai per la tessitura, e andava avanti per tutto l´inverno. Era il nostro tesoro, la lana». Stefano Martini, del consorzio l´Escaroun (per la tutela della pecora sambucana) è un uomo rassegnato. «Adesso, se vuole vedere la lana e i telai, deve venire al nostro museo della pastorizia, su a Pontebernardo. Le pecore ci sono ancora, e abbiamo pure recuperato la razza sambucana che rischiava l´estinzione. Ma la lana non vale più niente, nemmeno il costo della tosatura. E pensare che da noi, fino alla fine degli anni �70, tutti si vestivano di lana: dal berretto alle calze, dalla canottiera al maglione. Si dormiva sul materasso di lana e sotto una coperta di lana. Poi è arrivata la civiltà: tutti in pianura per lavorare alla Michelin, per poter comprare il maglione in terital e il materasso di gommapiuma». I pastori dell´Abruzzo per secoli hanno portato la loro lana a Roma tornando con le bisacce piene d´oro. «Adesso - dice Antonio Brignone, tecnico agrario della comunità montana valle Stura - la tosatura di una pecora costa 2,5 euro e la lana che si raccoglie - un chilo e mezzo per animale - in teoria viene pagata 0,35 euro al chilo. In teoria, perché i commercianti non passano quasi più e allora la lana viene messa da parte o buttata via. Un anziano mi raccontava che, per pagare il tosatore, nel dopoguerra bastava la lana della coda della pecora. Adesso ci vorrebbero quasi cinque pecore per pagare la tosatura di una sola. Tutto questo è assurdo, anche perché gli animali vanno tosati comunque. Il vello si riempie di sporcizia. Se non viene tagliata, la lana cade a chiazze. Si devono pagare i tosatori per poi buttare via la lana o mandarla, pagando, in discarica». Un materasso di lana era il pezzo più prezioso, nella dote di una sposa. Il cappotto di lana era un segnale preciso: chi lo portava, annunciava a tutti di essere benestante. Ora la lana è un rifiuto. «Ed è pure - dice Giampiero Maracchi, direttore dell´istituto di biometeorologia del Cnr - un rifiuto speciale, che andrebbe portato in discarica. Chi lo fa paga un prezzo molto alto, perché la lana viene considerata come un rifiuto ospedaliero o l´amianto. Per questo tanti pastori seppelliscono la lana prodotta o la bruciano». In Italia ci sono ancora otto - nove milioni di pecore, che producono (ultimi dati Istat del 2004) 93 mila quintali di «lana sucida», ancora da lavare. «Il 95% di questa lana - dice il professor Maracchi - finisce in discarica o viene buttata. Il rimanente 5% viene usato in edilizia, come isolante termico, o da qualche artigiano, che la infeltrisce per farne borsette o cappellini. La lana, ancora oggi, potrebbe essere una risorsa importante. Vestendosi con abiti più pesanti, si potrebbe abbassare di 2 gradi il riscaldamento delle abitazioni durante l´inverno: in questo modo avremmo già raggiunto il 20% del risparmio energetico previsto dal trattato di Kyoto». Certo, i vestiti di lana erano davvero più «pesanti». «Un capo di abbigliamento dei nostri nonni pesava in media 550 grammi al metro, mentre oggi il peso è di circa 200 grammi. Ma i tessuti moderni arrivano quasi tutti dall´estero e bisognerebbe calcolare il loro costo anche in termini di inquinamento. Oggi la lana si compra in Australia, viene lavorata in parte a Prato e poi spedita in Cina per il prodotto finale. E così può capitare che la giacca che indossiamo, prima di arrivare sulle nostre spalle, abbia percorso decine di migliaia di chilometri. Quando si usavano la lana italiana, o altre fibre come la canapa, la filiera tessile nasceva e si chiudeva localmente». Anche a Demonte e negli altri paesi della valle Stura la filiera era completa. «Tutte le donne - racconta Stefano Martini - sapevano lavorare la lana. La natura, da noi, ha fatto pure un miracolo. Fra le pecore sambucane, che sono bianche, ci sono anche pecore nere. E allora, per secoli, è bastato filare due peli bianchi assieme a uno nero per ottenere quel color fieno, o colore montanaro, come lo chiamiamo noi, senza bisogno di tingere i tessuti. Da qualche anno, con il consorzio l´Escaroun (in lingua occitana vuol dire: gruppetto di pecore che lascia il gregge per cercare pascoli migliori), abbiamo valorizzato l´agnello sambucano, che è anche presidio Slow Food. Abbiamo rimesso sul mercato sciarpe, maglioni, plaid e guanti fatti con la nostra lana e li andiamo a vendere nei mercati e nelle fiere. Il fatturato è però ancora minimo. I pastori resistono perché vendono il latte e soprattutto gli agnelli. In questi giorni è pronto l´agnellone, che chiamiamo il «tardoun» perché è nato alla fine della primavera ed è stato in alpeggio con la madre». «Purtroppo la conoscenza della cardatura e della tessitura è andata perduta, e riusciamo a produrre i manufatti di pura lana sambucana solo grazie all´industria, la Piacenza Cashemire. Ormai solo i più anziani ricordano quanto fosse utile questo regalo della pecora. L´altro giorno è venuto in consorzio un vecchio che ha chiesto dove trovare un bel mucchio di lana appena tosata. Voleva dormirci in mezzo, per guarire da un forte reumatismo. Ci ha detto che anche i suoi vecchi si erano sempre curati così». Sergio Foglia Taverna, direttore della produzione alla Piacenza Cachemire di Pollone, dice che anche i pastori della valle Stura hanno dovuto rivolgersi alla sua azienda «perché qui esiste l´ultima filiera completa della lana». «Certi mestieri sono proprio scomparsi. Una volta c´erano anche le "scartine", le donne che sapevamo selezionare la lana sporca scartando le parti peggiori. Anche per questo la lana italiana è scomparsa dal mercato. Noi usiamo la sambucana solo per maglie e plaid chiesti da quel consorzio. Prepariamo anche giacconi da caccia e vecchie divise da alpinismo. Ma nel nostro fatturato tutta la lana italiana è meno dell´1%. Ha una fibra troppo grossa, 33 - 35 micron. Un po´ meglio la sambucana, 25 - 26 micron. Ma ormai il cliente si è abituato a lane più morbide, che arrivano dall´Australia e dalla Nuova Zelanda e che ci costano - pagata a Biella - dai 3 ai 5 euro al chilo. La poca lana italiana che viene commercializzata viene pagata 0,30». Ci sono altri tentativi di rianimare il mercato. Ad Ascoli si preparano plaid e berretti, in Sardegna si lavora per resuscitare l´orbace. «La sfida si può vincere - dice Giampaolo Tardella della Coldiretti - se riusciamo a ricostruire una filiera locale, con un marchio di garanzia. La lana italiana non può rimanere solo un ricordo». Ma non ci sono più mani che sappiano fare tutti i mestieri dell´ovile. Per togliere il mantello alle pecore, nei grandi allevamenti, arrivano tosatori dalla Nuova Zelanda e dalla Francia. Due o tre euro a pecora, più vitto e alloggio. E la lana che non va in discarica resta a marcire dietro gli ovili.

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tassi, la fed prepara un maxi-taglio - barbara ardu (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 27-10-2008)

Argomenti: Cina

Pagina 9 - Economia Tassi, la Fed prepara un maxi-taglio Wall Street teme il crollo degli hedge fund. Tokyo salva le banche I mercati BARBARA ARDU BARBARA ARDù ROMA - Tagli, aiuti e crolli. Questi ultimi da scongiurare. Sono le tre parole chiave con cui si apre la settimana dei mercati. Tagli alla produzione di petrolio e ai tassi di interesse Usa. Aiuti alle banche e agli Stati in difficoltà. I primi elargiti dai governi, i secondi dal Fondo monetario internazionale. E crolli, quelli delle Borse che nessuno vorrebbe vedere, ma che fino a venerdì erano lì a testimoniare che il mercato è fuori controllo e che l´economia, quella statunitense in particolare, sta andando dritta verso la recessione. è per questo che l´Opec, dopo aver tagliato venerdì la produzione di greggio di 1,5 milioni di barili al giorno in una riunione straordinaria a Vienna, potrebbe fare altrettanto nelle prossime settimane. Il taglio di venerdì infatti per ora sembra stato inutile: le quotazione dell´oro nero hanno continuato a scendere, a conferma che l´economia è ferma. è stato il rappresentante iraniano all´Opec Mohammad Ali Khatibi, a dichiarare in una intervista tv una possibile nuova stretta alla produzione se la dinamica dei prezzi non cambierà in tempi brevi. è dato per certo invece il taglio dei tassi Usa mercoledì. Taglio in qualche modo "annunciato" perché già l´8 ottobre, quando i tassi furono portati all´1,5 per cento, la Fed aveva fatto intendere che se non fosse bastato, ci sarebbe stato un nuovo intervento. L´unico dubbio che rimane è l´entità della sforbiciata. Si fa strada l´ipotesi di un maxi-taglio nell´ordine di 75 punti base. Ma così facendo la Fed e il governo si giocherebbero tutto in un solo giorno, trovandosi poi con armi spuntate se l´economia non reagisse. Governi e Fondo monetario continuano intanto a puntellare banche e Stati in difficoltà. Dopo aver soccorso Fortis, Dexia ed Ing l´esecutivo belga si appresta a intervenire anche per il salvataggio di Kbc, la più grande società di servizi finanziari del Paese. In ballo c´è l´ipotesi di una ricapitalizzazione del gruppo pari a 3,5 miliardi di euro. La società, ha dichiarato il segretario di Stato alle Finanze, Clerfayt, non sarebbe però sull´orlo della bancarotta, ma solo a corto di liquidità. E non va meglio in Asia: per fronteggiare la crisi il Giappone sta preparando un fondo da 10 trilioni di Yen, circa 80 miliardi di euro, mentre il premier cinese Wen Jiabao ha dichiarato che sarà utilizzato «ogni mezzo» per difendere la Cina, annunciando un intervento consistente del governo nell´economia. In soccorso dell´Ucraina è accorso intanto il Fondo monetario internazionale che ieri ha accordato un prestito di 16,5 miliardi di dollari al Paese in crisi di liquidità. Soccorsi all´economia reale. Sul settore finanziario invece gli Usa iniziano a temere forti perdite anche per gli hedge fund, i fondi speculativi che complessivamente controllano attività per 2.000 miliardi di dollari a livello globale. Le autorità federali stanno avviando indagini su larga scala in un settore non regolamentato e che potrebbe aggravare la crisi finanziaria. Non solo. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la Federal Reserve avrebbe chiesto chiarimenti sulla propria esposizione anche a colossi come Citadel Investment Group e Santaki Advisors, affiliata della Private Equity Bain Capital.

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Sui banchi della Mazzini a lezione di uguaglianza e di rispetto delle culture Altro che classi differenziate: nella media statale, a due passi dal Colosseo, l'istruzione è intermun (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 27-10-2008)

Argomenti: Cina

Sui banchi della «Mazzini» a lezione di uguaglianza e di rispetto delle culture Altro che classi differenziate: nella media statale, a due passi dal Colosseo, l'istruzione è «intermunda». E funziona... Manuela è in biblioteca con tutta la classe. Sta catalogando sul computer tutti i libri della scuola. Legge i titoli ad alta voce senza fare alcun errore grammaticale o fonetico. La prof all'improvviso la interrompe perché è l'ora di Lettere. E solo allora, guardandola in faccia, scopriamo che è una alunna con cittadinanza straniera. «Scuola intermunda, scuola di solidarietà», c'è scritto accanto al portone di via delle Carine a Roma. Non è un'istruzione futuribile, ma una realtà già presente nei territori. E la media statale sperimentale «Giuseppe Mazzini», a due passi dal Colosseo, ne è una testimonianza. Manuela, alias Yao Yao, è arrivata dalla Cina direttamente in prima media lo scorso anno. «L'ho conosciuta appena arrivata nella nuova classe. Mai detto nulla, mai spiccicato una parola, non conoscevo neanche la sua voce... Da quel momento e per tutte le quattro settimane a seguire ho tormentato Manu, che continuò a non dire nulla. Le ho parlato della tv, degli animali, della musica e di tutto quello che mi veniva in mente» racconta Gilda, una sua compagna, nella brochure che raccoglie i pensieri dei bambini della prima classe sul mondo. Poi all'improvviso, dopo settimane di tortura verbale, Manu finalmente le ha risposto per la prima volta: «Vuoi stare zitta?». Le prof di Matematica e Lettere, Rosanna Iuliano e Daniela Laliscia, mostrano con orgoglio questo scritto. Che conclude così: «Ci rimasi di sasso e ancora adesso ci rimango di sasso solo a pensarci. Da quel giorno Manu ha parlato con tutti, con le professoresse, con i compagni, con chiunque volesse ascoltarla. Manu è bravissima in arte e matematica, discipline in cui è avanti rispetto a noi di anni luce. È una delle mie migliori amiche, ed io le voglio bene anche se viene da una cultura diversa dalla mia». La ragazzina cinese è oggi una delle più brave della classe, non ha più bisogno dei corsi di alfabetizzazione e neppure di quelli di comprensione dell'italiano come lingua di studio. «Anzi - sottolinea Laliscia - si prodiga nell'aiutare i compagni che restano indietro». I progetti Altro che classi differenziate per bambini stranieri, come vuole la Lega sostenuta dalla Gelmini. «Non capisco l'utilità di mettere stranieri con altri stranieri», dice Arianna replicando ad Antonio che invece si è appena detto a favore dell'allontanamento degli stranieri dal gruppo-classe se nella scuola non c'è per loro assistenza. La «Mazzini» affronta tutti i temi di attualità con cartelloni didattici, così ieri la riflessione dei ragazzi si è concentrata sulla mozione della Lega approvata dal Parlamento. Per il preside Antonio Giordani «l'italiano s'impara integrandosi nel paese». E la sua scuola di passi in tal senso ne ha fatti molti, fin dal 1983 con la sperimentazione rivolta agli alunni non udenti poi estesa all'immigrazione. L'uguaglianza e il rispetto delle culture diverse sono infatti di «casa» alla «Mazzini», anche oggi che la sperimentazione multiculturale non ha più risorse, fondi tagliati dalla Finanziaria Padoa-Schioppa. Prova ne sono i tanti progetti messi in campo: dai corsi di alfabetizzazione in classe per i 32 ragazzi stranieri ai corsi di italiano come lingua dello studio. E non finisce qui: la scuola stampa anche un giornalino: «Il paiolo ribollente» e cura il telegiornale-mondo, in collaborazione col Cies di Roma, organizzazione finalizzata all'educazione allo sviluppo e all'intercultura. MARISTELLA IERVASI

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Capitale di rischio: Scajola accelera il piano di rilancio (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 27-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-26 - pag: 3 autore: Capitale di rischio: Scajola accelera il piano di rilancio Emilio Bonicelli BOLOGNA «Il governo è all'opera affinché la crisi finanziaria non si tramuti in una grave crisi dell'economia reale». è questa la rassicurazione che viene dal ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, in collegamento con gli imprenditori riuniti a Bologna in occasione del decimo Forum Piccola Industria. Una rassicurazione accompagnata dal racconto di quanto si è fatto e di quello che è in programma nei prossimi giorni. Ci sono stati «interventi immediati per garantire la sopravvivenza delle banche» a tutela sia dei risparmiatori che delle aziende. Ora, entro la prossima settimana, al suo ritorno dal viaggio in Cina, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «si incontrerà con l'Abi e con il mondo dell'impresa per mettere a punto iniziative affinché non ci sia ristrettezza nel credito». Intanto il ministero per lo Sviluppo economico ha stanziato 600 milioni di euro finalizzati a «fondi di garanzia specifici per le piccole imprese, a sostegno del capitale di rischio». Quest'ultima iniziativa è, secondo il ministro, una «risposta importante», in favore di quei settori che «potrebbero risentire di più della ristrettezza del credito e che invece devono essere aiutati, perché la piccola e media impresaè l'ossatura vitale dell'economia italiana». Forte anche l'impegno per sostenere le imprese italiane che vanno all'estero,a iniziare da un dato «molto positivo». Nei primi nove mesi di quest'anno le esportazioni verso i Paesi extra Ue sono aumentate dell'8,3%,segno di un'internazionalizzazione avvenuta «investendo nell'innovazione di prodotto». Il modo in cui si fa promozione dell'export è però del tutto inadeguato. Scajola lo descrive con parole impietose: «Troppe missioni all'estero, tante volte sporadiche, di enti diversi, Regioni, Camere di commercio, Comuni, anche di ministeri diversi », iniziative «non sufficientemente organizzate» e quindi che «non consentono di rientrare dagli alti costi e dalle notevoli risorse impiegate» grazie agli accordi commerciali raggiunti. Per questo è necessaria una «riorganizzazione del sistema ». Su questo fronte, spiega il ministro, «siamo a buon punto nella realizzazione della Cabina di regia per il sistema Italia all'estero».L'obiettivo è un punto di riferimento dove «programmare un percorso ragionato di accompagnamento delle nostre imprese» verso i mercati più interessanti. In vista anche una riforma di Sace ed Ice. Purtroppo, aggiunge Scajola, alle buona performance delle nostre aziende all'estero fa da contrappunto il «fardello enorme » dei 60 miliardi di bolletta energetica. Un costo che deriva da «scelte miopi del passato» il cui effetto è che ora, per la produzione di energia elettrica, dipendiamo per l'85% dall'estero. Il risparmio energetico sarà uno dei criteri a cui guardare per nuovi incentivi. Venerdì Berlusconi aveva escluso nuove rottamazioni per l'auto; anche se ieri, in serata, da Santa Margherita Ligure, Scajola ha spiegato che fra le ipotesi ci sono quelle di «aiutare il settore degli elettrodomestici e la rottamazione delle auto e delle moto, confermando gli incentivi che ci sono anche per il 2009». Il Forum Piccola Industria di Bologna è stato introdotto dall'intervento di Antonella Mansi, presidente di Confindustria Toscana, che ricorda come gli effetti della crisi finanziaria si facciano già sentire sul sistema produttivo perché «le imprese oggi non vendono». Da qui la richiesta formulata da Gaetano Maccaferri, presidente di Unindustria Bologna, perché il Governo metta a punto «un pacchetto di interventi straordinari dedicati specificamente alle piccole imprese» che «non possono essere lasciate sole». Al Forum partecipa anche il ministro per la Pubblica amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, ( si veda altro articolo a pagina 21) accolto con un lunghissimo e caloroso applauso mentre racconta la sua battagliaper alleviare i fardelli caricati dalla Pubblica amministrazione sulle spalle delle imprese. è una lotta contro una creatura mostruosa e opaca «creata dalla cattiva politica e dal cattivo sindacato». La prima arma in mano a Brunetta è la «trasparenza », dando voce ai cittadini, che da gennaio potranno dare subito un giudizio su ogni transazione con la Pa, e obbligando ogni ufficio a indicare «cosa fa, come lo fa, con quante persone e in quanto tempo lo fa». MINISTRO DELLO SVILUPPO «I 600 milioni individuati per supportare le Pmi sono una risposta positiva. Va riformato il sistema-export» INNOVAZIONE NELLA PA Lungo applauso della platea a Brunetta: «La lotta alle inefficienze inizia dalla trasparenza verso i cittadini»

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Decisioni italo-cinesi (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 27-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E SOCIETA data: 2008-10-26 - pag: 39 autore: Rapporti commerciali Decisioni italo-cinesi Dall'esperienza di Maria Weber all'Istituto di cultura di Pechino una serie di consigli utili per aziende e operatori che vogliono fare affari con l'economia più dinamica del mondo di Francesco Daveri ue anni in Cina come osservatrice privilegiata del NuovoMondo di cui tutti parlano con un misto di curiosità e paura. D Due anni di contributi raccolti da «Economia & Management»,la rivista della Scuola di Direzione Aziendale della Bocconi, per spiegare concretamente agli imprenditori italiani come fare affari in Cina. Ecco in poche parole il contributo del libro scritto da tante mani e messo insieme da Maria Weber, la docente della Bocconi che ha svolto per due anni il ruolo di Direttore dell'Istituto Italiano di Cultura a Pechino. Per fare affari in Cina, bisogna prima di tutto capire i cinesi, spiega la Weber, che hanno abitudini e ritualità anche nel modo di fare business differenti dalle nostre. Il decalogo del successo negli affari in Cina comprende come elementi essenziali doti come la pazienza, il rispetto della gerarchia e dei ruoli, la capacità di ascoltare e quella di creareesfruttareleguanxi, cioèlacomplessare-tedirelazioniinterpersonaliintessutadaici-nesinelcorsodeisecolietuttoraindispensa-bileperrealizzareunatrattat vadisuccesso. Questoperchél'arte del negoziato in Cinaè influenzata notevolmente dall'etica confuciana, che attribuisce una grande importanza alla tradizione. Accade invece che le aziende occidentali – per ottenere il massimo risultato con poco sforzo – mandino, almeno alle prime riunioni, giovani manager privi di reale potere decisionale. è una decisione che i cinesi trovano incomprensibile. La lista delle incomprensioni tra popoli differenti che devono imparare a commerciare tra loro è lunga, a cominciare dalla tendenza a gesticolare nel parlare, tutta italiana e poco cinese. In ogni caso, l'assenza dei capi dell'azienda nelle prime fasi del negoziato è vista come un segnale di scarsa educazione, se non di disinteresse. Un'importante conseguenza della pervasività e della potenza della cultura confuciana nel dare luogo a strutture gerarchiche è che né i lavoratori né gli studenti cinesi sono portati a cercare una soluzione autonoma ai problemi. Spesso preferiscono seguire le procedure ed evitano di assumersi responsabilità. Queste abitudini sono state certo rinforzate dai tanti anni di mortificazione dell'iniziativa individuale sotto il regime maoista: un'influenza che il processo di internazionalizzazione non è ancora riuscito a scalfire. Tra le cose da tenere presente quando si pensa all'eredità confuciana c'è però anche che gli studenti cinesi non vanno a casa a piangere dalla mamma (o dal papà ministro), lamentandosi del preteso trattamento iniquo ricevuto dai docenti in sede di esame. è anche per questo che le scuole, le università e le business school cinesi stanno scalando a grandi passi le classifiche mondiali. Poi, per fare business in Cina, come per ogni altro paese lontano, bisogna conoscere aspetti operativi che sono cruciali nel momento in cui si voglia avviare un'attività, dalla localizzazione degli stabilimenti ai trasporti, dal ruolo dell'innovazione al posizionamento dei marchi. Tutti aspetti ai quali lo studio dei processi di internazionalizzazione dedica poca attenzione. Gli operatori economici italiani presenti nel Paese hanno invece imparato sulla loro pelle che le opportunità della Cina non sono certo facili da cogliere. Come esposto nell'articolo di Andrea Paciaroni e Marco Sampietro,l'avviodi uno stabilimento produttivo in Cina è pieno di difficoltà. E nel suo articolo Sara Vettori ricorda che il trasporto può arrivare ad incidere fino al 16%, cioè circail quadruplo dell'incidenza media che si osserva in Europa, anche a causa delle deliberate strategie di Go West policy, cioè lo spostamento degli investimenti esteri verso le province meno sviluppate per colmare il divario con la zona costiera che il governo cinese persegue. Se un'azienda è obbligata dal governo ad insediarsi lontano dal centro del paese, è inevitabile che salgano i suoi costi di trasporto. Ma forse i temi di maggiore interesse per il made in Italy sono quelli affrontati da Stefania Saviolo e Luana Carcano sulle difficoltà dell'attuazione di strategie di posizionamento dei marchi di lusso. Il fatto è che anche i nostri campioni del Made in Italy, quando sono andati in Cina, si sono trovati a dover ricominciare quasi da zero, investendo un notevole ammontare di risorse per acquisire notorietà e immagine di marca: come se stessero lanciando nuovi prodotti. Tra le sfide future, i punti interrogativi più importanti riguardano le nuove linee politiche delineate dal governo cinese. In questo ambito, acquistano particolare rilevanza le politiche di carattere energetico e ambientale e il processo di ringiovanimento della classe dirigente cinese. Le necessità di garantire l'approvvigionamento energetico per lo sviluppo dell'economia sono spesso in contrasto con le esigenze di salvaguardia ambientale sentite con maggiore intensità al crescere del reddito pro-capite. Proprio questo spinge il governo cinese a ricercare fuori (ad esempio, in Africa e in America Latina) fonti energetiche alternative senza andare tanto per il sottile quando si tratta di finanziare regimi come quello sudanese. Dopo tutto, vale sempre il detto di Mao: «Non importa di che colore è il gatto, l'importante è che acchiappi il topo». Come altrove nel mondo, la prospettiva del ringiovanimento della classe dirigente viene salutata come un'occasione per l'accelerazione delle riforme in corso, a cominciare da quelle tendenti ad introdurre maggiori libertà politiche ed "elementi di democrazia" in un sistema che è rimasto autoritario nonostante la liberalizzazione economica. Forse a torto. La recente intervista esclusiva del premier Weng Jiabao a «Newsweek International» evidenzia chiaramente che all'attuale classe dirigente cinese non manca certo una visione equilibrata dei problemi della Cina e del mondo. Se le riforme cinesi non procedono con passo più spedito, non è perché la Cina sia oggi dominata da una banda di cariatidi, ma perché i suoi problemi da risolvere sono enormi. 1 «Due anni in Cina», a cura di Maria Weber, Etas, Milano, pagg. 226, Á 19,00. Il confucianesimo e il senso della gerarchia informano ancora i valori di fondo. Fallisce chi non ne tiene conto

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La vera ripresa? Tra il 2010 e il 2012 (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 27-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: APPROFONDIMENTI data: 2008-10-26 - pag: 17 autore: INTERVISTA Robert J. Gordon Esperto di cicli economici «La vera ripresa? Tra il 2010 e il 2012» di Mario Margiocco «S arà un trionfo per Keynes. Con una bella ondata di spesa pubblica ». Robert J. Gordon ama descriversi come un fotografo che pretende di fare l'economista. Il suo ufficio alla Northwestern University di Evanston, poco a nord di Chicago, più spazioso del solito, indice di seniority e prestigio, è tappezzato con foto scattate ai quattro angoli della Terra. Specialista in analisi della produttività, 68 anni, Gordon è uno degli accademici più interessanti e vivaci per capire una fase così drammatica dell'economia americana e internazionale. Nei suoi scritti ha spesso confrontato Stati Uniti ed Europa. Associato al National bureau of economic research (Nber),l'organismo che "certifica"le recessioni, da esperto di cicli produttivi Gordon insiste su un fatto: è la prima volta da 75 anni che il mondo intero ha un ciclo sincronizzato, tutti nella stessa barca allo stesso tempo, e recessivo. Ma l'America sarà la prima a uscirne. Nel campus di Evanston della Northwestern, pilastro dell'eccellenza accademica a Ovest del Lago Michigan insieme all'università di Chicago e a quella statale dell'Illinois, Gordon tratteggia per il Sole 24 Ore lo scenario economico che la nuova amministrazione dovrà affrontare. Quanto durerà la recessione Usa? Siamo già in recessione, qualche cifra arriverà dal Nber nei prossimi giorni, anche se penso che, per dichiararla ufficialmente, si aspetterà la fine della campagna elettorale. Comunque, poiché l'occupazione scende dal dicembre 2007, entro fine anno al massimo saremo senza dubbio in recessione. Sarà peggio del '91, una crisi a sua volta più pesante di quella del 2001. E il nuovo Governo si insedierà a gennaio proprio quando l'effetto moltiplicatore dello shock si sarà trasmesso chiaramente dalla finanza all'economia reale. Per questo agiranno subito. E in modo massiccio. Per tornare a una crescita robusta appena possibile. Ma non sarà semplice. E che cosa farà la Casa Bianca? Metterà mano alla borsa e spenderà molto. Un presidente democratico, prevedo, con un Congresso fortemente democratico, come sicuro, non avrà in pratica opposizione. Gli Stati Uniti, con un debito pari a circa il 40% del Pil, si possono permettere un balzo del deficit. Non abbiamo Maastricht. Poi Obama e il Congresso vorranno rilanciare bene l'economia, anche per dimostrare le colpe dell'amministrazione Bush e per assicurarsi la vittoria del 2012 e una lunga stagione democratica anche oltre. Ma ce la faranno? Se, come credo, vincerà Obama, assisteremo a un crescendo di dichiarazioni, analisi e ricostruzioni sul New Deal, per dire che allora, alla fine, non fu fatto abbastanza. Ci sarà un vantaggio "storico" in tutto questo, che finalmente la verità verrà chiarita per tutti. Le misure di F.D. Roosevelt non furono sufficienti. Certo, vi furono molte iniziative e riforme, alcune ben vive ancora oggi, ma la spesa non fu mai adeguata a una politica di pieno impiego. Solo dopo l'occupazione nazista in Francia, nel giugno del '40, la spesa venne lanciata. Il tasso trimestrale di crescita più forte, pari al 18,1% su base annua come abbiamo ricostruito (i dati ufficiali partono solo dal 1947), si registrò alla vigilia di Pearl Harbour. C'era un esercito da costruire, il Pentagono da edificare e gli inglesi da rifornire. E solo così, con la spesa pubblica massiccia che prima era mancata, il New Deal mantenne le promesse. Siamo oggi nella Grande Depressione? No, siamo nella Piccola Depressione, ma la spesa sarà subito grande. Una scossa. E gli Stati Uniti usciranno per primi dalla recessione, perché hanno un budget unico. L'Europa è troppo frammentata per poter dare – anche se si allentassero i vincoli di Maastricht – una scossa di tale portata. E l'Asia? Per la prima volta dagli anni 30 i cicli sono sincronizzati. La recessione è globale e colpisce anche l'Asia. La Cina, dopo aver spinto molto sull'acceleratore prima delle Olimpiadi, ora rallenta. Non era così all'epoca delle nostre recessioni del '91 e dell'82, quando l'Europa stava meglio. Ora, nel mondo siamo tutti nella stessa barca. Professor Gordon, quando prevede la ripresa? Ci vorrà tempo. Per ora abbiamo incassato lo scoppio della bolla dell'edilizia residenziale privata. Il contraccolpo per l'edilizia commerciale (uffici, shopping center, hotel, depositi e altro) deve ancora farsi sentire. Siamo in un ciclo di smaltimento di eccessi, dal debito all'edilizia. A Chicago, Donald Trump si ritrova con un grattacielo mezzo vuoto. E il nuovo grattacielo di Calatrava, sul lungolago, dovrà attendere la prossima ripresa economica. Non prevedo grandi progetti privati per dieci anni. Non dimentichiamo che dal '29 al '50 la skyline delle grandi città americane rimase immu-tata, con l'Empire State Building di New York come unica eccezione. Questo dà la misura di quanto la nuova amministrazione spingerà subito molto sull'acceleratore della spesa: per spezzare un clima negativo. Comunque, prendendo come metro la necessità di smaltire l'eccesso edilizio, credo che una vera ripresa ci potrà essere non prima del 2010 e non oltre il 2012. E come verrà utilizzato il deficit? Incentivi,opere pubbliche di vario genere e finalmente l'avvio di un'autentica riforma sanitaria. A quel punto, come reagirà il dollaro? Non importa molto. Se scende, esportiamo di più. E, poi, è evidente che è sempre richiesto sui mercati internazionali. mario.margiocco@ilsole24ore.com I GRATTACIELI DESERTI DI CHICAGO «Quello di Donald Trump è mezzo vuoto e Calatrava è fermo sul lungolago» Accademico. Robert J. Gordon, economista della Northwestern University di Evanston

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Il contagio del grande importatore (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 27-10-2008)

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Il Sole-24 Ore sezione: APPROFONDIMENTI data: 2008-10-26 - pag: 18 autore: Il contagio del grande importatore L'Europa e i Paesi emergenti cercano un segnale Usa - E intanto riparte il dollaro di Alessandro Merli C' era una volta il decoupling. Si fosse trattato di un film, gli strilli delle locandine avrebbero recitato "dagli stessi autori dei Bric", dalla fortunata sigla escogitata dalla banca d'investimento Goldman Sachs per i quattro più grandi Paesi emergenti (Brasile, Russia, India, Cina). Ma il decoupling, la teoria secondo cui il resto del mondo e gli emergenti stessi avrebbero potuto svezzarsi dalla dipendenza dall'economia americana non ha avuto, come molti remake cinematografici, lo stesso successo dell'originale. Gli Stati Uniti sono nel pieno di una brusca frenata, i loro mercati finanziari sono implosi e quasi tutti gli altri Paesi li hanno accompagnati nel precipizio, in qualche caso sopravanzandoli nella caduta. Questa settimana, la Gran Bretagna, le cui difficoltà hanno molte somiglianze con quelle americane, dalla bolla del settore immobiliare all'eccesso di sofisticazione della finanza, è stato il primo dei grandi Paesi industriali ad ammettere ufficialmente di essere entrato in recessione, per bocca del governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King. Secondo le ultime previsioni del Fondo monetario, pubblicate ai primi di ottobre, ma formulate a settembre prima che la crisi finanziaria si aggravasse ulteriormente, a cavallo fra il 2008 e il 2009 si troveranno nella stessa situazione di crescita zero o sotto lo zero tutti gli altri Paesi del G-7, con la possibile eccezione del Canada. Scavando fra le radici più profonde della crisi, del resto, si trovano quegli squilibri globali che da anni venivano definiti insostenibili e che alla fine hanno dimostrato di esserlo. Cioè, i rapporti sbilanciati fra gli Stati Uniti e gli altri Paesi. Nel primo caso il divario fra risparmi e investimenti generava l'enorme deficit delle partite correnti. Viceversa nel resto del mondo, ma in particolare l'Asia, quella sovrabbondanza di risparmio ben individuata dal presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, fin dal 2005, ancora prima di assumere l'incarico, finiva per esser canalizzata verso il finanziamento del debito americano e quindi per contribuire in modo decisivo a comprimere i tassi d'interesse.Aiutando a generare tuttigli eccessi di leva finanziaria e di indebitamento che si stanno correggendo ora in modo violento e che continueremo a pagare per anni. La crisi americana si è diffusa al resto del mondo in cerchi concentrici, partendo da quei sistemi finanziari e quelle economie più strettamente interconnessi agli Stati Uniti. Anzi tuttol'Europa,che per molto tempo,ancora dopo l'ultima estate quando l'orizzonte si stava facendo veramente nero, vedeva i suoi politici sostenere che la crisi era "made in America" e che da noi era diverso. Salvo poi scoprire che c'erano le banche e altre istituzioni finanziarie europee fra i più grossi acquirenti delle "scorie tossiche" generate dalla nuova finanza. E che il sistema finanziario aveva bisogno della stessa terapia d'urto invocata per quello americano. Semmai il merito europeo è stato,sotto l'impulsodel primo ministro britannico Gordon Brown, quello di aver capito prima degli americani che c'era bisogno di una soluzione onnicomprensiva, che "blindasse" il sistema per questa fase di panico, e non di una serie di interventi ad hoc che non servivano ad arginare la prossima falla. è stato nella finanza e nel credito il primo impatto della crisi "made in America"sull'Europa, ma le ripercussioni sull'economia reale non hanno tardato a farsi sentire. Sui Paesi emergenti, la crisi è esplosa a scoppio ritardato: quasi sorpresi dal fatto di non esserne per un volta l'origine o le prime vittime, come di tutte le grandi crisi finanziarie internazionali dell'ultimo quarto di secolo, i Governi dei Paesi emergenti hanno pensato, ancor più a lungo degli europei, che forse stavolta potevano schivarla. L'illusione siè dissolta presto in Russia, costretta a ripetute chiusure della Borse e investita dal collasso del rublo, ma ben presto la stessa amara consapevolezza si è diffusa agli altri. Le ultime due settimane hanno registrato un balzo del rischio-Paese, ben più che raddoppiato, i crolli delle Borse, la picchiata delle valute contro il dollaro, tanto da indurre diverse banche centrali, dal Brasile al Messico, a interventi di sostegno dopo anni in cui, invece, si comprava il dollaro debole. Negli ultimi anni, molti di questi Paesi hanno lavorato duramente per ridurre le vulnerabilità messe a nudo dalle crisi precedenti. E infatti l'onda d'urto della crisi ha investito più pesantemente quelli che continuavano a contare sugli afflussi di capitali esteri, dall'Islanda all'Ungheria ai Baltici. Sono questi i primi a essersi dovuti rivolgere al Fondo monetario, a questo punto non più per evitare la crisi, ma per tamponare il tracollo. Al contagio per via finanziaria si sommano i fattori reali: un modello basato per molti di questi Paesi sull'aumento continuo delle esportazioni, soprattutto verso gli Stati Uniti, «l'importatore di ultima istanza dell'economia mondiale », non può non ritrovarsi in sofferenza quando gli Usa accusano una brusca contrazione dei consumi. Il crollo delle materie prime, a partire dal petrolio, dopo l'impennata degli anni scorsi,ne è il sintomo più evidente e forse il singolo fattore di freno più importante per molti Paesi emergenti. è dubbio che un grande mercato interno, come quello di Cina e Brasile, basti a compensare del tutto le perdite accusate su quelli esteri. Nella direzione opposta, è probabile che l'Europa occidentale subisca l'impatto dei problemi, per esempio, nell'Europa centrale e orientale, che ne erano divenuti mercati d'elezione per l'export. Toccherà tuttavia ai Paesi emergenti fornire quasi tutto quel poco di crescita che l'economia mondiale riuscirà a ottenere l'anno prossimo,visto che il contributo delle grandi economie industriali risulterà pressoché azzerato. In tutto questo, non può stupire la rivalutazione del dollaro, nonostante la crisi sia nata in America e abbia avuto qui le sue manifestazioni più clamorose. La valuta Usa resta un bene rifugio in tempi di netta avversione al rischio, soprattutto quando le altre economie mostrano di non essere in grado di far meglio, o senza, l'economia americana. Come le Borse aspettano spesso l'imbeccata da Wall Street, anche al resto dell'economia mondiale toccherà probabilmente attendere dagli Stati Uniti il primo segno dell'uscita dalla recessione globale. alessandro.merli@ilsole24ore.com IL PARADOSSO VALUTARIO Il biglietto verde mette in difficoltà i Paesi meno strutturati

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