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DOSSIER “CINA”

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T ARTICOLI DEL  25-26 ottobre 2008#TOP



Report "Cina"

·                     Indice delle sezioni

·                     Indice degli articoli

·                     Articoli

Indice delle sezioni

Cina (20)


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

Berlusconi dalla Cina: "Mai detto né pensato che la Polizia debba entrare nelle scuole" ( da "AmericaOggi Online" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: che parla dalla Cina dove è arrivato per il settimo summit euro-asiatico Asem - finiscono anche studenti e rettori delle Università italiane in rivolta. "Protestano? Ma se per l'Università addirittura ancora non è stato fatto niente...", osserva incredulo. "Se qualcuno va in piazza è perché gli piace andare in piazza - aggiunge polemico -

Nuovo tonfo a Wall Street ( da "AmericaOggi Online" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: incertezze attese in Cina sulla scia del rallentamento dell'economia globale. Lo scenario cupo, amplificato dalla stretta generale sul credito, si sta tra l'altro traducendo in un'apprensione crescente per la tenuta delle grandi aziende europee. Crescono a nuovi record, infatti, i credit default swap, gli strumenti cioé a copertura del rischio insolvenza delle grandi emissioni aziendali.

Crisi Mutui. Vertice del G20 il 15 novembre a Washington ( da "AmericaOggi Online" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti - più l'Unione Europea. Saranno inoltre presenti i responsabili di quattro istituzioni: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e il Forum di Stabilità Finanziaria (

Auto, Europa in emergenza ( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: mentre in Cina e nei Paesi dell'Est si è registrata una contrazione rispettivamente del 4 e del 2% (sui nove mesi le vendite di Peugeot CitroËn in Cina sono calate del 6%). Streiff ha inoltre preannunciato una revisione del piano di taglio ai costi. Presentato dal manager l'anno scorso, prevedeva una riduzione del 30% per arrivare entro il 2010 ad un margine operativo del 5,

Abuso di fiducia ( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: che manca di unità e di nerbo politico, né la Cina, che per quanto in crescita strepitosa è pur sempre una potenza povera. Dunque, ci sarà un compromesso, e toccherà al G-20 di metà novembre delinearne la strada. Resta da governare la recessione innescata dal falò finanziario. Sulla medicina, non sono d'accordo con lei.

Tod's rafforza il network Nuove boutique in India ( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: 29 dei quali in Giappone e 9 in Cina, tutti aperti nel corso del 2008) e 37 in franchising. Per il futuro non si escludono altre aperture in Cina e India, anche perché la capacità di spesa pro capite continua a salire. La congiuntura negativa ha costretto i due giganti asiatici ad abbassare leggermente le previsioni di crescita: per il 2008,

L'Asia crea un fondo da 80 miliardi di dollari ( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Salvagente per Cina, Giappone, Corea e Paesi Asean L'Asia crea un fondo da 80 miliardi di dollari Luca Vinciguerra PECHINO. Dal nostro inviato L'Asia tenta una reazione congiunta contro la crisi finanziaria. Ieri, mentre le Borse d'Oriente si sgretolavano nuovamente sotto i colpi della valanga ribassista, i Governi dei Paesi membri del cosiddetto "

Casi d'eccellenza ( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: gran parte dei 3 miliardi di fatturato viene realizzato proprio in Cina, vendendo i divani ai nuovi ricchi cinesi e dei Paesi dell'Est,a partire dalla Russia. Per Hansa-Tmp (9 milioni di fatturato) la strada del successo è stata quella di incrociare produzione e commercializzazione: Wolfgang Fleischfresser e i suoi soci progettano componenti idraulici e producono pompe e motori,

Attenzione al nazionalismo ( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina ha riserve per 1.800 miliardi di euro, l'Europa per 170. Che cosa potremmo mai fare di fronte a una tale potenza di fuoco?". Piacciono, invece, l'attivismo e la leadership mostrati sul fronte europeo e internazionale: "La formula dell'Eurogruppo dei capi di Stato e di Governo, al quale è stata associata la Gran Bretagna,

Le mani sulle foreste: arriva lo stop della Ue ( da "Avvenire" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: con la Cina in testa, il più grande importatore mondiale, insieme alla Russia che, secondo l'ultima indagine del Wwf, solo nel 2006 avrebbe importato 10,4 milioni di metri cubici di materiale 'sospetto'. Sarebbe la Finlandia, però, la porta verso l'Europa: è qui che il legno tagliato fraudolentemente diventerebbe polpa e carta per raggiunge tutti gli angoli del continente.

Diritti umani in Cina la Ue fa la mossa giusta ( da "Avvenire" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: 2008 IL PREMIO SAKHAROV AL DISSIDENTE HU Diritti umani in Cina la Ue fa la mossa giusta BERNARDO CERVELLERA I l Premio Sakharov che il Parlamento europeo ha deciso di consegnare all'attivista cristiano Hu Jia ( attualmente nelle prigioni di Pechino) ha un valore altissimo. Anzitutto, per la stessa personalità del vincitore.

Europa e Asia insieme contro la crisi ( da "Avvenire" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: asiatico segna il riavvicinamento tra Cina e Giappone a 30 anni dal sofferto trattato di pace. I contributi per gli 80 miliardi contributi saranno dati per l' 80% da Cina, Corea e Giappone, per il restante 20% dai paesi Asean. Inoltre, in attesa dell'incontro di metà dicembre a Fukuoka, le banche centrali dei vari paesi asiatici si incontreranno per decidere le misure da prendere.

Aria, acqua e cibo: la Cina avvelenata Dietro il boom un disastro ambientale ( da "Unita, L'" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Così le mille Qingtongxia di Cina continuano a dare il loro contributo alla distruzione ambientale, nel momento stesso in cui il piano quinquennale 2006-2010 fissa l'obiettivo di ridurre del 10% le emissioni di gas nocivi. Cibo contaminato. Aria irrespirabile. Acqua imbevibile.

Parla Carlo Petrini, presidente di Slow Food e promotore della fondazione Terra Madre rete mondiale dei produttori primari ( da "Unita, L'" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: ingresso dei grandi giganti India e Cina nel mondo del consumo, soprattutto del grano, ha portato a una crescita dei prezzi... "Certo la domanda che aumenta provoca degli scossoni. Però io penso che il disastro maggiore l'ha creato la speculazione. Questa finanza canaglia, dopo aver speculato sulle case della povera gente e sul petrolio,

Fabbriche chiuse bufera sul lavoro Gran Bretagna: pil negativo. Renault blocca la produzione Chrysler licenzia un quarto dei suoi "colletti bianchi" Berlusconi esclude la rottamazi ( da "Unita, L'" del 25-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Dopo il sostegno alle banche - dicono gli industriali - serve una forte alimentazione di carattere finanziario alle imprese piccole, medie e grandi". Obiettivo, evitare che si fermi l'economia reale. Come? Dalla Cina è arrivata una prima, indiretta, risposta da Berlusconi che ha negato il ricorso alla rottamazione auto. Smentendo Scajola.

I dieci paesi del sudest asiatico riuniti per un fondo di 80 miliardi di dollari ( da "AmericaOggi Online" del 26-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, Corea del Sud - si sono accordati per creare un fondo di 80 miliardi di dollari che servirà a proteggere il sistema del credito regionale. La misura è la più importante di un pacchetto di impegni presi dai paesi asiatici presenti al settimo vertice Asem, che vede riuniti 45 capi di governo dei due "vecchi continenti"

Il panico ora si chiama recessione. Economia/Il calendario della crisi globale non si è fermato ( da "AmericaOggi Online" del 26-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Il mondo delle grandi potenze asiatiche (Cina, Giappone e Corea del Sud) che, riunite a Pechino per il vertice dell'Asean in un clima da incubo dopo che la piazza di Tokio era precipitata di quasi dieci punti in una sola seduta, hanno deciso l'istituzione di un fondo da 80 miliardi di dollari per cercare di proteggere se stesse dalla crisi.

Borse, la cina attacca: "più controlli" - vittoria puledda ( da "Repubblica, La" del 26-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: la Cina attacca: "Più controlli" Berlusconi: l'Fmi ha fallito. Barroso: confermati gli impegni sul clima Il summit Sarkozy: al vertice del G20 saranno prese "decisioni concrete, non si può solo parlare" E anche Bush ora chiede maggiore cooperazione: la crisi ha assunto dimensioni globali VITTORIA PULEDDA MILANO - Asia ed Europa unite contro la crisi finanziaria,

E i fisici della sapienza scesero in trincea "così la ricerca fa crac" - beppe sebaste ( da "Repubblica, La" del 26-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: L'India e la Cina lo fanno, in futuro la scienza sarà cinese e indiana". Nicola Cabibbo, già presidente dell'Istituto di fisica nucleare, ora alla guida della Pontificia accademia delle scienze, non nasconde i suoi timori: "Siamo molto preoccupati di fronte a questi tagli indiscriminati.

"la camorra è nell'alta moda" cento centrali del falso a napoli - antonio corbo ( da "Repubblica, La" del 26-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Napoli-Cina, che rapporto? "I cinesi comprano come me a Milano. In otto giorni il prodotto è in Cina, dopo 15 giorni in Italia già realizzato. Ma è scadente. Si riconosce. Gli italiani lavorano meglio. Non possiamo fare le confezioni, Fay e scarpe Hogan perché costerebbero troppo qui, sono articoli solo per i cinesi".


Articoli

Berlusconi dalla Cina: "Mai detto né pensato che la Polizia debba entrare nelle scuole" (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

24-10-2008 PECHINO. Mentre in Italia la protesta degli studenti monta come un fiume in piena, da Pechino Silvio Berlusconi prova ad arginare: "Mai detto né pensato che la Polizia debba entrare nelle scuole". Ma non è un dietrofront, quello del premier, che anzi ancora una volta punta il dito contro i mezzi di informazione, rei di descrivere l'inesistente. Nessuna marcia indietro, dunque, perché esiste il "dovere" del governo di tutelare il "diritto essenziale di andare a scuola da parte di chi non vuole protestare". Nel mirino del premier - che parla dalla Cina dove è arrivato per il settimo summit euro-asiatico Asem - finiscono anche studenti e rettori delle Università italiane in rivolta. "Protestano? Ma se per l'Università addirittura ancora non è stato fatto niente...", osserva incredulo. "Se qualcuno va in piazza è perché gli piace andare in piazza - aggiunge polemico - A qualcuno piace la musica, a qualcuno piace manifestare... Noi, in realtà, per ora abbiamo solo detto che ci saranno 5.500 corsi di laurea, qualcuno addirittura con uno studente solo". Ieri il premier ha ammorbidito i toni. "Volete manifestare in piazza? Siete i benvenuti, ma almeno non sparate bufale sul numero dei partecipanti, di solito moltiplicato per 25". Berlusconi poi non dice più che le occupazioni non saranno tollerate. Afferma invece di avere in mente "spiritosi" metodi di "convincimento". "Se ci sarà chi vorrà occupare a prescindere - prova a sorridere - con opportune azioni di convincimento, e ne ho in mente qualcuna molto spiritosa, bisognerà garantire agli altri che vogliono imparare la possibilità di non essere disturbati da costoro". Quali possano essere questi metodi, il premier non vuole svelarlo. "Non lo dico, altrimenti farei i titoli". Ancora all'attacco, invece, dei mezzi di informazione con l'accusa di non essere obiettivi. "Accade di frequente, anzi molto spesso che io non riesca a riconoscermi nelle situazioni che ho vissuto da protagonista. Posso perciò parlare di un divorzio tra la realtà di quanto da me vissuto e la realtà che raccontano i giornali". Così è stato ieri, afferma, di fronte alla lettura dei quotidiani. "I titoli che ho letto venendo qui, che parlano di Polizia nelle scuole, non sono condivisibili, sono un divorzio dalla realtà - segna con la matita blu il premier - Io non ho mai detto né pensato che la polizia debba entrare nelle scuole. Ho detto invece che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare ma non può imporre a chi non è della sua idea di rinunciare ad un suo diritto essenziale". "Ho detto soltanto - precisa ancora Berlusconi - che lo Stato non è più legittimato ad essere Stato, se non garantisce ai cittadini i propri diritti. E io sento questo come un preciso dovere del governo. Con tutta la preoccupazione e la necessaria 'leggerezza' che il caso richiede, non possiamo non intervenire e sottrarci così al nostro dovere". Assolutamente "pretestuose" sono quindi le polemiche da parte della sinistra "che ha preso la scuola a pretesto per fare qualcosa che andasse contro al governo" e "protesta oggi contro il maestro unico nello stesso modo in cui fece una battaglia quando si introdusse la pluralità degli insegnanti". Quanto alle divisioni degli avversari politici, il premier glissa. "Le cose sono lì - afferma - Lasciamo a chi non ha incarichi di dare valutazioni. Noi vediamo quello che succede, quando ci toccano reagiamo, ma non possiamo addossarci il diritto o la responsabilità di tranciare giudizi o fare fotografie della situazione interna alla sinistra. In casa d'altri io non sono mai entrato".

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Nuovo tonfo a Wall Street (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

23-10-2008 MILANO. Nuovo crollo delle Borse di tutto il mondo, euro ai minimi da 20 mesi sul dollaro e petrolio in brusca frenata. Lo spettro della recessione torna ad agitare i mercati, pronti ora a calcolare e ricalcolare l'impatto della difficile congiuntura economica atteso anche sugli utili aziendali, con massicce vendite sull'azionario. Dopo un tonfo del 6,79% a Tokyo nel mattino, i listini europei hanno mandato in fumo altri 270 miliardi di euro di capitalizzazione. E non è andata a Wall Street che spinta al ribasso dai pessimi risultati di colossi come Boeing, At&T, Merck ed Alcoa, ha chiuso in pesante rosso con il Dow Jones che ha ceduto il 5,7%. Situazione in peggiora- mento anche in Sud America, con l'Argentina è travolta da una crisi finanziaria che rievoca lo spettro del default di sette anni fa. A rimarcare la gravità della situazione è intervenuto ieri, tra gli altri, il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, sottolineando che il Paese probabilmente già si trova in recessione. Per l'agenzia di valutazione Standard & Poor's anche Eurolandia si trova in tali condizioni, visto che tutti i segnali parlano di una contrazione economica dei Quindici che dal secondo trimestre si è trascinata anche nel terzo. L'euro é sceso fino a 1,2743 dollari, toccando nuovi minimi dall'aprile 2004, sulle attese che la Banca centrale europea taglierà i tassi per reagire alla frenata dell'economia. Sulla Borsa di Madrid (-8,16%) il contraccolpo è stato poi amplificato dalla crisi della Borsa argentina, dopo che il presidente Cristina Fernandez de Kirchner ha annunciato un progetto di legge per nazionalizzare il sistema dei fondi pensione privati innescando già ieri un crollo della Borsa superiore al 10,99% (attorno alle 19 cede il 16,3%) e apprensioni per un possibile nuovo default del Paese. A livello delle singole aziende quotate, la situazione di incertezza nel Regno Unito ha innescato vendite soprattutto sui bancari, con Royal Bank of Scotland in calo dell'11%, Barclays del 6% e Prudential del 4,7%. Giù del 9% Bhp Billiton, dopo che il colosso minerario ha parlato di persistenti incertezze attese in Cina sulla scia del rallentamento dell'economia globale. Lo scenario cupo, amplificato dalla stretta generale sul credito, si sta tra l'altro traducendo in un'apprensione crescente per la tenuta delle grandi aziende europee. Crescono a nuovi record, infatti, i credit default swap, gli strumenti cioé a copertura del rischio insolvenza delle grandi emissioni aziendali. Secondo i dati rilevati da JpMorgan Chase i contratti sul Markit iTraxx Crossover Index delle 50 società a maggior rischio per i bond ad alto rendimento hanno guadagnato 20 punti base a quota 790, dopo aver aperto ai livelli record i 795. Anche Wall Street ha fatto i conti con la prospettiva di una dura recessione, che sta mandando a picco soprattutto le quotazioni delle materie prime e con il petrolio sceso a 67,5 dollari. Hanno perso così terreno titoli come Exxon Mobil (-3,48 dollari a 68,02) o ConocoPhillips (-7,7% a 49,79 dollari), nonostante un utile trimestrale al di sopra delle attese. Freeport-McMoRan ha ceduto invece il 9,9% anch'essa sul calo delle commodity. Fra i tecnologici, vistoso il ribasso di SanDisk, che rotola, -4,33 dollari a 10,43. Il colosso sudcoreano Samsung ha infatti ritirato l'offerta da 26 dollari per azione sul conto del maggiore produttore di memory card utilizzate nelle camere digitali. Ed è crollato anche l'assicuratore sanitario Coventry Health (-13,04 dollari a 15,46) dopo un utile trimestrale fortemente inferiore alle attese.

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Crisi Mutui. Vertice del G20 il 15 novembre a Washington (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Di Crstiano Del Riccio 23-10-2008 WASHINGTON. Nel giorno che ha visto un'altra caduta a picco di Wall Street (Dow Jones ha perso il 5,69%, assestandosi a 8.519,21), gli Stati Uniti hanno annunciato che il vertice mondiale per discutere la crisi economica si terrà il 15 novembre nell'area di Washington con il formato del G-20 con l'obiettivo di "esaminare i progressi fatti per fronteggiare l'attuale crisi finanziaria" nonché per "approfondire una comprensione comune delle sue cause". Il vertice è stato voluto con forza da alcuni Paesi europei e la Casa Bianca, dopo qualche resistenza, ha accettato l'idea anche se la riunione cadrà quando l'America avrà già un presidente eletto, fatto destinato a condizionare l'operato del presidente George W. Bush che, formalmente, sarà al timone ancora fino al 20 gennaio. La Casa Bianca non ha saputo dire ieri, se al vertice prenderà parte anche il presidente eletto. "Sono cose che ancora non sappiamo, non possiamo prendere decisioni per altre persone - ha detto ieri il portavoce di Bush, Tony Fratto - È certo che ogni input e idea del presidente eletto, in vista del vertice, sarà più che benvenuta". I due candidati alla presidenza - Barack Obama e John McCain - hanno espresso entrambi il loro sostegno alla iniziativa del vertice mondiale. La Casa Bianca ha spiegato ieri il criterio seguito per gli inviti. Alcuni paesi, come la Spagna, hanno già protestato con vigore per un meccanismo che la esclude. "Abbiamo deciso di seguire un modello già esistente, quello del G20, sorto dopo la crisi economica del 1999 - ha spiegato ieri Tony Fratto - È un modello che include anche importanti Paesi emergenti e quindi ci sembra adatto per una crisi che ha implicazioni globali". "Posso pensare almeno una mezza dozzina di Paesi importanti che non figurano nel G20 e che avrebbero sicuramente ogni ragione per partecipare al summit sulla base della importanza della loro economia - ha detto il portavoce della Casa Bianca - ma dovevamo tracciare una linea da qualche parte: un numero troppo alto di paesi avrebbe rischiato di rendere difficile trovare una intesa". L'invito per il summit è stato inviato a 19 paesi - Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti - più l'Unione Europea. Saranno inoltre presenti i responsabili di quattro istituzioni: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e il Forum di Stabilità Finanziaria (che è guidato da Mario Draghi). Il portavoce Fratto, durante un briefing al Foreign Press Center di Washington, ha elogiato il "notevole" lavoro fatto da Draghi alla guida del Forum per individuare "di iniziative volte a migliorare il funzionamento dei mercati" e a rafforzarne la stabilità, sottolineando che avrà un ruolo nelle discussioni previste nei prossimi mesi per trovare le risposte da dare "per evitare che possa ripetersi un'altra crisi finanziaria". Gli Stati Uniti considerano il vertice di metà novembre solo il primo di una serie di incontri internazionali che cercheranno di individuare le iniziative necessarie per restituire fiducia e stabilità ai mercati. Il formato delle riunioni successive sarà deciso in futuro. Gli Stati Uniti sono preoccupati per le "tendenze protezioniste" che sono emerse negli ultimi tempi e intendono usare il vertice del 15 novembre per pigiare a fondo sul pedale della libertà di commercio e di liberalizzazione degli investimenti. La Casa Bianca appare meno entusiasta degli europei sul progetto già annunciato di "riscrivere gli accordi di Bretton Woods" o "il libro delle regole". "Gli accordi di Bretton Woods, nella forma originale, si sono evoluti e modificati da tempo - ha sottolineato Fratto, che ha un passato da economista - Per quanto riguarda l'idea di "riscrivere il libro" delle regole, ma esiste veramente questo manuale? Io non l'ho mai trovato, in tanti anni, e la materia un po'la conosco". Circa l'agenda del vertice, con i francesi desiderosi di discutere temi scomodì per gli Usa come le riforme delle norme sugli hedge funds o sui santuari bancari, la Casa Bianca ha detto che si tratta di una "agenda aperta": "Ognuno potrà portare gli argomenti e le idee che ritiene più importanti".

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Auto, Europa in emergenza (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-25 - pag: 4 autore: Auto, Europa in emergenza Peugeot taglia la produzione, Renault ferma le linee per due settimane Attilio Geroni PARIGI. Dal nostro corrispondente è stata la giornata nera dell'auto francese, come altre coinvolta dai contraccolpi economici della crisi finanziaria. Sospensione della produzione per alleggerire gli stock in presenza di un drastico calo della domanda, revisioni al ribasso degli utili, prospettive fosche. Il gruppo Psa Peugeot CitroËn, secondo in Europa dietro Volkswagen, ha cambiato in corsa praticamente tutti i suoi obiettivi. "Abbiamo reagito rapidamente a questo collasso del mercato - ha detto in un comunicato l'amministratore delegato Christian Streiff - poiché è vitale posizionarsi correttamente per affrontare il 2009". Mentre in Svezia, Volvo (-14,25% in Borsa) ha registrato nel terzo trimestre del 2008 risultati in deciso calo, l'utile netto è sceso del 36,5% a 2 miliardi di corone svedesi (circa 201,2 milioni di euro), ed ha rivisto al ribasso le stime di crescita del mercato europeo dei veicoli pesanti. Tornando a Peugeot, che ieri ha incassato da S&P la revisione dell'outlook a negativo da positivo, con il rating confermato a BBB+ per il lungo periodo, è scivolata dell'1,51%. Il gruppo, peraltro,da qui alla fine dell'anno prevede una produzione del 30% inferiore rispetto alle stime originarie, il che implicherà giorni di cassa integrazione in quasi tutti gli impianti europei del gruppo. Rivista al ribasso anche la previsione del margine operativo: sarà intorno all'1,3% e non più del 3,5%. Correzione in negativo anche per le vendite, per le quali si attende a livello mondiale un calo del 3,5% a fronte di una stima di crescita del 5%. Quanto al 2009, Streiff ha sottolineato che è ancora presto per fornire indicazioni attendibili rinviando tutti all'appuntamento con i risultati annuali, che saranno pubblicati in febbraio. Il gruppo prevede per il mercato automobilistico nel suo complesso un calo compreso tra il 10 e il 12%l'anno prossimo in Europa. Notizie dello stesso tenore sono arrivate anche da Renault, che è scesa del 12,55% sulla scia anche del downgrade di S&P: il giudizio sul merito di credito è sceso a BBB da BBB+. La casa automobilistica ieri ha confermato le indiscrezioni del Figaro sulla chiusura per una o due settimane, a partire dalla prossima, degli impianti in Francia. Come per i colleghi di Peugeot CitroËn comincia per loro la cassa integrazione, definita in Francia secondo il termine di chÔmage tecnique, disoccupazione tecnica o parziale, che permette ad un'azienda di mantenere ilivellioccupazionali riducendo temporaneamente gli orari di tutti o parte dei dipendenti. Il dispositivo è in parte finanziato dallo Stato. Peugeot ha rivelato ieri un altro punto debole dell'industria dell'auto per i prossimi mesi e cioè il forte rallentamento che si sta già registrando nelle economie emergenti. Negli ultimi anni erano state proprio Cina, India, Russia e Brasile a compensare il ristagno delle vendite nei mercati maturi dell'Europa o del Nordamerica. In frenata, nel terzo trimestre, vi sono però proprio Russia, Brasile e Argentina, hanno detto i manager del colosso francese, mentre in Cina e nei Paesi dell'Est si è registrata una contrazione rispettivamente del 4 e del 2% (sui nove mesi le vendite di Peugeot CitroËn in Cina sono calate del 6%). Streiff ha inoltre preannunciato una revisione del piano di taglio ai costi. Presentato dal manager l'anno scorso, prevedeva una riduzione del 30% per arrivare entro il 2010 ad un margine operativo del 5,5%. I sindacati temono che l'annuncio di queste prime sospensioni della produzione possa preludere a riduzioni vere e proprie degli organici. L'impatto sociale sarebbe molto forte. Per numero di occupati,l'industria dell'auto francese è la seconda in Europa dopo quella tedesca. Dà lavoro, direttamente o indirettamente, a circa il 10% della popolazione attiva occupando in tutto due milioni e mezzo di addetti. Per il momento Nicolas Sarkozy non ha annunciato alcuna misura di sostegno ad hoc per il settore, ma non è escluso che nei prossimi giorni possa essere presentato un piano. Al momento le priorità sono trasversali: dopo aver ricapitalizzato gli istituti di credito e impostato uno schema di garanzie per permettere loro di rifinanziarsi sul mercato interbancario, le autorità francesi stanno facendo di tutto affinché la liquidità torni in circolo nel sistema economico (imprese e famiglie). DALLA FRANCIA ALLA SVEZIA Il gruppo Psa ridurrà l'output del 30% e con la concorrente nazionale è nel mirino delle società di rating Crolla l'utile netto Volvo.

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Abuso di fiducia (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2008-10-25 - pag: 16 autore: Abuso di fiducia Questa crisi è stata provocata da un aumento sfrenato del credito (quindi della moneta), e cioè dall'abbattimento dei tassi d'interesse. Ora assistiamo a un copione che si poteva evitare, con il restringimento del credito, la diminuzione degli utili delle imprese e le spinte deflazionistiche. Tutto ciò non deve essere contrastato. Non si deve perpetuare quella folle politica dell'abbondanza di credito, che sarebbe altrimenti pagata a un prezzo ancora maggiore in futuro. Non si devono incoraggiare i consumi, altrimenti si prolungherà la crisi e la si acutizzerà. Solo aumentando il risparmio i tassi d'interesse potranno stabilizzarsi su valori naturalmente "bassi" e permettere la ripresa. Massimo Bassetti I l sugo degli accordi di Bretton Woods fu di stabilire che il dollaro sarebbe stato la pietra angolare di un sistema di liberi scambi. Gli Stati Uniti avrebbero avuto –e hanno avuto – il privilegio di battere moneta e di signoraggio. Fino a un certo punto – agosto 1971 – quella moneta ebbe un rapporto fisso con l'oro. Dopo, il suo valore visse sulla fiducia internazionale. Gli americani ne hanno abusato; e non intendono pagare il conto fino in fondo. Il nocciolo della questione ora è questo: gli Stati Uniti si sono dimostrati infidi. Ma non c'è nessuno che abbia la forza per prenderne il posto. Non l'Europa, che manca di unità e di nerbo politico, né la Cina, che per quanto in crescita strepitosa è pur sempre una potenza povera. Dunque, ci sarà un compromesso, e toccherà al G-20 di metà novembre delinearne la strada. Resta da governare la recessione innescata dal falò finanziario. Sulla medicina, non sono d'accordo con lei. Di risparmio si può anche morire, e la recessione può diventare Depressione, più o meno larga e lunga nel tempo. Bisogna guarire dall'infarto del credito. In fretta: in modo che le imprese seguitino a produrre e le famiglie a consumare. Speriamo. - Morti sul lavoro è un Paese davvero strano il nostro: ogni giorno, mediamente, tre lavoratori non fanno più ritorno a casa, perché muoiono sul posto di lavoro, spesso per la mancanza delle minime norme di sicurezza, ma nessuno fa nulla di concreto per far sì che questa situazione cambi. In compenso, però, si fanno tante parole. Marco Bazzoni email Auto blu e ricercatori Un auto blu con il relativo autista costa sicuramente più di un ricercatore universitario. Ma per semplicità equipariamo i costi. Che osa significherebbe togliere le auto blu e aumentare i ricercatori? Semplice, un futuro per il nostro Paese in un ambiente pulito. Solo l'Italia dello spreco si può permettere migliaia di autisti nelle piazzea fare niente mentre aspettano ministri, sottosegretari, onorevoli, portaborse, persone al soldo della politica con relative auto pagate con le nostre tasse e non soggette a nessun controllo, mentre i laboratori di ricerca necessari per lo sviluppo e il futuro dell'Italia sono vuoti o non esistono nemmeno. Agostino De Zulian Varese Rimborsi di Stato Prima di parlare di aiuti di Stato rivolti ad affrontare la crisi economica che incomincia a farsi sentire, è stato giustamente osservato che lo Stato deve provvedere a pagare i propri fornitori alle scadenze pattuite, rinunciando a rinvii sine die. Ma le inadempienze finanziarie dello Stato sono anche altre. Lo Stato deve rimborsare i crediti fiscali delle aziende scaduti da tempo, e disincagliare quelli che giacciono presso le Commissioni Provinciali delle Finanze in attesa di giudizio. Bruno Mardegan email.

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Tod's rafforza il network Nuove boutique in India (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: FINANZA E MERCATI data: 2008-10-25 - pag: 41 autore: Lusso. Il gruppo rilancia gli investimenti: aperture a Nuova Delhi, Bangalore e Mumbai Tod's rafforza il network Nuove boutique in India Diego Della Valle: "è uno dei Paesi su cui puntiamo per lo sviluppo" Giulia Crivelli MILANO Solo la Cina,per ora,è riuscita a oscurare l'India in fatto di crescita del Pil e rapidità di sviluppo urbano, industriale e tecnologico. Ma è comunque sui due giganti asiatici che le aziende europee – in particolare quelle della moda e del lusso – devono investire, sforzandosi di pensare sempre a medio-lungo termine, senza farsi travolgere dal difficile momento dei mercati finanziari (Borsa indiana compresa). è la strategia scelta dal gruppo Tod's, che giovedì seraha festeggiato all'Emporio Mall di New Delhi la recente apertura di tre boutique in India (oltre a New Delhi, Bangalore e Mumbai), in cui sono in vendita le collezioni complete di scarpe, borse, articoli di piccola pelletteria e altri accessori, da uomo e da donna, del marchio principale del gruppo guidato da Diego Della Valle (in portafoglio ci sono anche Hogan, Fay, e Roger Vivier). "Tra i Paesi emergenti l'India è uno di quelli che si sta sviluppando più velocemente nel settore del lusso – ha spiegato a Mumbai Diego Della Valle, presidente del gruppo Tod's –, per tanto è uno dei Paesi su cui puntare per la nostra strategia di crescita. Crediamo che, visto il gusto raffinato della clientela indiana, i nostri prodotti saranno apprezzati e richiesti". Lo sviluppo retail è strategico per il gruppo Tod's,anche nei mercati più maturi, come quello europeo e italiano. In via Montenapoleone, a Milano, è stato appena riaperto il flagship store Hogan ( con metratura raddoppiata) e martedì 28 ottobre verrà inaugurato a Roma il primo monomarca Fay. Nel 2008 la rete distributiva globale del gruppo ha continuato a crescere: in Europa i Dos (Directly owned stores, negozi di proprietà) sono oggi 36, cui se ne aggiungono 9 in franchising; negli Stati Uniti le boutique sono 14, tutte di proprietà; in Asia, complessivamente, la cifra è la più alta in assoluto, con 58 Dos (29 dei quali in Giappone e 9 in Cina, tutti aperti nel corso del 2008) e 37 in franchising. Per il futuro non si escludono altre aperture in Cina e India, anche perché la capacità di spesa pro capite continua a salire. La congiuntura negativa ha costretto i due giganti asiatici ad abbassare leggermente le previsioni di crescita: per il 2008, il Pil della Cina aumenterà "solo" del 9,5% e quello dell'India dell'8%, ma si tratta comunque di percentuali che in Europa non si vedono dal dopoguerra. L'India peraltro incalza ogni primato cinese: è di tre giorni fa la notizia del lancio della prima missione lunare, segno che ancora nella corsa spaziale New Delhi non vuole essere superata da Pechino. Per il gruppo Tod's,l'appuntamento con la prossima trimestrale è il 12 novembre, ma gli ultimi dati mostrano una crescita di ricavi e redditività: nel primo semestre (risultati annunciati il 30 giugno) il fatturato del gruppo è stato di 354,3 milioni di euro, in crescita del 9,8% rispetto ai 322 del primo semestre 2007. L'ebitda è passato da 70,4 a 77,5 milioni (+10,3%) e il risultato netto di gruppo del primo semestre ha registrato una performance ancora migliore, toccando i 40,7 milioni (+17% rispetto al primo semestre 2007). A Mumbai. Il monomarca Tod's si trova all'interno dell'Emporio Mall.

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L'Asia crea un fondo da 80 miliardi di dollari (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-25 - pag: 7 autore: Salvagente per Cina, Giappone, Corea e Paesi Asean L'Asia crea un fondo da 80 miliardi di dollari Luca Vinciguerra PECHINO. Dal nostro inviato L'Asia tenta una reazione congiunta contro la crisi finanziaria. Ieri, mentre le Borse d'Oriente si sgretolavano nuovamente sotto i colpi della valanga ribassista, i Governi dei Paesi membri del cosiddetto "Asean +3" (l'Associazione che raggruppa le nazioni del Sudest asiatico più Cina, Giappone e Corea) hanno deciso di costituire un fondo da 80 miliardi di dollari per ammortizzare gli eventuali contraccolpi della crisi finanziaria internazionale sulle economie del continente. I membri dell'Asean hanno annunciato la creazione di un paracadute anticrisi al termine di una riunione straordinaria indetta ieri mattina poco prima dell'apertura dei lavori di un altro vertice: l'Asem, il tavolo di confronto tra 27 nazioni dell'Unione Europea e 16 Paesi asiatici, che è cominciato a Pechino. Con la montagna d'insolvenze che rischia di soffocare la finanza mondiale, un fondo da 80 miliardi di dollari forse non è una gran cosa. Ma quello che conta è il segnale:l'Asia,che dopo essere stata solo lambita dal ciclone dei mutui subprime partito da Wall Street ora sta assistendo impotente al tracollo delle Borse, non intende muoversi in ordine sparso, come accadde dieci anni fa, ma vuole opporre un fronte comune alla crisi finanziaria. Con questo spirito, i capi di Stato di Cina, Giappone e Corea del Sud hanno deciso di convocare un vertice a tre che si svolgerà ai primi di dicembre a Fukuoka. Nonostante le difficoltà del momento, che all'improvviso hanno riportato Tigri e Dragoni del Far East ai tempi bui della crisi del 1998, al vertice Asem i leader asiatici hanno lanciato un messaggio incoraggiante alle loro controparti europee. "Nonostante il crollo della Borsa, l'economia giapponese non naviga in cattive acque", ha detto il primo ministro nipponico, Taro Aso. "Sebbene la crisi finanziaria mondiale abbia notevolmente accresciuto le incertezze e i fattori d'instabilità nello sviluppo economico del nostro Paese, i fondamentali dell'economia cinese non sono cambiati", gli ha fatto eco il presidente cinese Hu Jintao. Ma dietro le parole rassicuranti dei leader asiatici si cela una nuova consapevolezza: il tracollo dei mercati internazionali avrà ripercussioni pesanti sull'economia. è solo questione di tempo, e il calo dei consumi negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone e in Sud America si farà sentire sulle esportazioni del Far East. Con tutto ciò che ne consegue: chiusura di fabbriche, bancarotte, disoccupazione. Fu proprio questo circolo vizioso (ma l'origine era diversa) a fare esplodere l'Indonesia dieci anni fa. Ecco perché oggi in Asia non c'è capo di Stato che non sia preoccupato per il potenziale impatto economico e sociale della crisi finanziaria. E l'Europa? Ieri, a Pechino, per i leader del Vecchio Continente è stato il giorno del disincanto. Le parole sì rassicuranti, ma pronunciate senza troppo convinzione dai grandi dell'Asia, proprio mentre le Borse del Continente s'inabissavano, hanno tolto all'Europa una falsa certezza: che le economie dei Paesi emergenti, cresciute in modo forsennato negli ultimi anni, potessero fare da salvagente alla congiuntura mondiale. Una congiuntura che "sta molto male", ha ammesso Nicolas Sarkozy, presente al vertice Asem nel doppio ruolo di presidente di turno dell'Unione Europea e di capo di Stato francese. Per questo motivo, i due continenti devono costituire un "fronte comune di iniziative " in vista della riunione del G-20 in programma a Washington il 15 novembre. "Dobbiamo capire come Europa e Asia possano rispondere a questa sfida. Lavorare insieme non è una scelta, è un dovere", ha aggiunto Sarkozy. Da Pechino il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha promesso che l'Italia proporrà al vertice del G-20 una serie di misure per regolare i mercati azionari. "Ho avuto modo di presentare alcune proposte concrete che dovranno essere esaminate dal ministro dell'Economia, e ho invitato tutti a far lavorare i loro ministri dell'Economia e delle Finanze ", ha detto il premier italiano al termine delle prima giornata del vertice Asem. E ha lanciato una battuta sull'ennesimo crollo delle Borse mondiali: "I mercati scendono perché è tornata la speculazione al ribasso". lucavin@attglobal.net FRONTE COMUNE Il Far East dimostra di aver capito la lezione della bufera del 1998, quando ogni Paese agì in ordine sparso Al vertice. Il premier italiano Silvio Berlusconi e quello indiano Manmohan Singh alla cerimonia di apertura, ieri a Pechino, del settimo summit tra i leader europei e asiatici EPA.

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Casi d'eccellenza (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIE E IMPRESE data: 2008-10-25 - pag: 21 autore: Casi d'eccellenza. Il Maglificio Alessandra, il gruppo Mancini Imas, la Cornelio Cappellini, l'Hansa-Tmp e l'Hotel Royal Terme Aziende leader senza aiuti pubblici BOLOGNA Dal nostro inviato Tutto da soli, senza aiuti pubblici, senza poter contare sull'Ice o sugli altri enti che devonosostenere l'internazionalizzazione. A guardare i loro bilanci, il fatturato all'estero è almeno la metà del giro d'affari.Sono in cinque sul palco: piccoli imprenditori dei settori tipici del made in Italy, che raccontano la loro storia e che alla fine si sono meritati la maglietta della "nazionale export" azzurra (con il numero 10). Casi emblematici del titolo del convegno della Piccola industria di Confindustria, che si è aperto ieri a Bologna: "(Ri)Nati per esportare". è stato l'export la carta vincente di quest'ultimo periodo, in un'Italia dove la domanda interna è ferma da tempo. A rompere il ghiaccio è Alessandra Pegorer, fondatrice del Maglificio Alessandra di Treviso. Tutto prodotto in Italia e venduto per il 40% all'estero (4 milioni di fatturato). "Credevo di essere un esempio virtuoso, ora mi sto ricredendo ", dice la Pegorer. L'Irap, osserva, penalizza chi ha più occupati, la Ue non ha sufficientemente tutelato le imprese dalla contraffazione, l'Ice organizza le missioni all'estero durante le campagne vendita o mentre ci sono le sfilate delle collezioni. La Pegorer ha partecipato a una missione, anni fa: "Ho visitato una fabbrica di cioccolatini e una di mattoni di vetro". Nonostante ciò, esporta in Giappone, Taiwan, Russia, Paesi Arabi, mercati che hanno sostituito gli Usa, dopo la crisi del 2001. Ma ora si prospetta un altro rischio: "Non trovo modelliste". E forse dovrà delocalizzare la produzione, "stravolgendo il prodotto". Si organizza la formazione in proprio Mario Mancini, numero uno del Gruppo Mancini Imas, che produce impianti per la lavorazione e trasformazione delle carni. La sede della capogruppo è ad Ascoli Piceno. Ma altri stabilimenti sono in Colombia e in Romania. Per entrare nel mercato romeno, Mancini ci ha messo quattro anni. "Dovevo superare la loro diffidenza. Hanno come riferimento i tedeschi ", racconta. Oggi ha 14 contratti. La carta vincente? Portare i clienti a vedere, in Italia, gli stabilimenti, facendo visitare anche gli impianti realizzati dieci anni fa, a riprova dell'affidabilità del prodotto. Soggiorni che hanno avuto un costo consistente ma su cui, racconta Mancini, non ha potuto usufruire di nessun beneficio fiscale. Dalle carni ai divani: difficile innovare su un prodotto come gli imbottiti. Ma alla Cornelio Cappellini ci sono riusciti. Negli anni 90, racconta Franco Cornelio, figlio del fondatore,l'azienda vendeva soprattutto negli Stati Uniti. Poi il crollo, per l'invasione dei mobili cinesi. "Abbiamo deciso di cambiare del tutto il prodotto, legandolo alla moda e puntando sul lusso". Ora gran parte dei 3 miliardi di fatturato viene realizzato proprio in Cina, vendendo i divani ai nuovi ricchi cinesi e dei Paesi dell'Est,a partire dalla Russia. Per Hansa-Tmp (9 milioni di fatturato) la strada del successo è stata quella di incrociare produzione e commercializzazione: Wolfgang Fleischfresser e i suoi soci progettano componenti idraulici e producono pompe e motori, sempre nel settore idraulico. Acquistano l'80%dei componenti da piccole e medie imprese ( il 20% è produzione autonoma) che lavorano soprattutto in Emilia-Romagna e non hanno la forza di andare all'estero da sole, vendendo oltreconfine, nel Centro Europa e in Nord America. Giuseppe Costanzo, numero uno di Hotel Royal Terme, proprietario di alcuni alberghi ad Ischia, è riuscito a sfidare i tedeschi e i loro tour operator, imponendosi in Germania, con una sua società, la IschiaTourist GmbH.L'idea forte è stata un'organizzazione che cura il turista da casa all'albergo e viceversa. Solo una volta si è rivolto alla sede regionale dell'Enit per una campagna promozionale in Germania: "Pensavamo a Trapattoni, Sophia Loren. Ci proponevano i politici locali: abbiamo lasciato perdere". N.P.

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Attenzione al nazionalismo (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-25 - pag: 8 autore: Parigi. A colloquio con l'economista Baverez "Attenzione al nazionalismo" Attilio Geroni PARIGI. Dal nostro corrispondente Il ritorno (in forze) dello Stato francese nell'economia è una sorpresa soltanto per chi non si ricorda che cosa andava predicando Nicolas Sarkozy in campagna elettorale, nella primavera del 2006, e quanto aveva fatto vedere in qualità di ministro delle Finanze ancora un paio d'anni prima. Già allora non era solo l'uomo che invocava la detassazione degli straordinari per smantellare le 35 ore. Diceva che bisognava proteggere la Francia dagli eccessi della globalizzazione e che l'Europa doveva dotarsi di una politica industriale coerente per combattere il dumping economico, fiscale e ambientale delle grandi economie emergenti. Pilotava da Bercy, e in aperta polemica con la Commissione Ue, il salvataggio di Alstom. "Una certa musica protezionista e dirigista- ammette Nicolas Baverez, 47 anni, economista e storico, appartenente alla cerchia ristretta dei consiglieri informali del presidente - la si poteva già ascoltare in alcuni suoi discorsi elettorali, ma la parte più importante del suo programma, e dell'avvio delle riforme,era animata da una volontà politica liberale, con la quale ha voluto ricostituire un'offerta produttiva. La crisi finanziaria, e ora quella economica, hanno completamente rimescolato le carte. Sarebbe stato irresponsabile non cambiare strategia". Assoluzione con formula piena, dunque, per la svolta statalista, dopo aver promesso un mondo in cui chi lavorava di più avrebbe automaticamente guadagnato di più? No, nessuna assoluzione piena da parte di Baverez, ma nemmeno condanne. Solo alcuni importanti distinguo che permettono di cogliere il meglio (e il peggio) del nuovo paradigma economico di Sarkozy. Le riserve più forti le esprime sulla creazione del fondo sovrano per evitare che le aziende strategiche finiscano in mani indesiderate: "Visto che per il momento è l'iniziativa di un solo Paese, rischia di essere una semplice misura protezionistica. E dal protezionismo al nazionalismo economico il passo è breve. Poi, per dotarsi di un vero fondo sovrano servono eccedenze: di bilancio, di surplus commerciale e/o abbondanti riserve valutarie. La Cina ha riserve per 1.800 miliardi di euro, l'Europa per 170. Che cosa potremmo mai fare di fronte a una tale potenza di fuoco?". Piacciono, invece, l'attivismo e la leadership mostrati sul fronte europeo e internazionale: "La formula dell'Eurogruppo dei capi di Stato e di Governo, al quale è stata associata la Gran Bretagna, è stata non solo un'idea originale, brillante, ma anche efficace". Nel nuovo mondo in cui gli eccessi della finanza rischiano di contagiare la credibilità stessa del capitalismo, un'azione come quella intrapresa giovedì dal capo di Stato è comunque meglio di qualsiasi inerzia. E la mescolanza di generi, tanto cara a Sarkozy, aiuta Baverez a discernere gli ingredienti della ricetta economica enunciata: "è un misto tra de Gaulle, Keynes, e Roosvelt. Il primo, per l'idea di un'economia diretta da uno Stato che investe nei settori strategici. Keynes, per il modo in cui viene mobilizzata la spesa pubblica. Infine il New Deal, dove la politica torna a regolare un mercato ormai incapace di funzionare". attilio.geroni@ilsole24ore.com IL MONITO "Se il fondo sovrano resta un'iniziativa solo francese si rischia il protezionismo E il passo verso lo statalismo economico è breve" Nicolas Baverez ha 47 anni REA.

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Le mani sulle foreste: arriva lo stop della Ue (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

POLITICA 25-10-2008 Le mani sulle foreste: arriva lo stop della Ue DI ELENA L. PASQUINI L a foresta ferita, preziosi ecosistemi minacciati, il riscaldamento del globo, popolazioni indigene in pericolo, violenza e guerra: può esservi tutto questo dietro mobili, pavimenti in parquet, oggetti di uso quotidiano. Soprattutto, può esservi il commercio illegale del legno, un commercio spietato che "in termini di vite distrutte produce un danno probabilmente superiore a quello del mercato della droga ed incide sull'esistenza di un quarto della popolazione del mondo", secondo il dipartimento per lo Sviluppo internazionale della Gran Bretagna. Se il 30% delle terre emerse è coperto da foreste, ogni anno ne vengono distrutti circa 13 milioni di ettari. "Quando scompare una foresta, scompare anche un microambiente vegetale e animale, con conseguenze disastrose e irreversibili. Queste preziose risorse svolgono inoltre un ruolo fondamentale nel controllo del cambiamento climatico" , ha detto il commissario per l'Ambiente Stavros Dimas, presentando le proposte della Commissione europea per arginare il fenomeno del commercio illegale di legame. "È indispensabile inviare un messaggio fermo ai fornitori che sottolinei la completa indisponibilità del mercato comunitario verso qualunque tipo di legname e prodotto derivato di provenienza illecita ", ovvero ottenuto in violazione delle leggi nazionali, sfruttando oltre i limiti consentiti le foreste, tagliando alberi protetti o in aree vincolate. Nel 2005, 512 milioni di metri cubici di legno sono stati scambiati sul mercato Ue, di cui 142 milioni importati. Difficile valutare la percen- tuale di legname illecito: intorno al 19%, secondo stime comunitarie. Un mercato che garantisce alti profitti, legato a doppio filo alle organizzazioni criminali di mezzo mondo. "In alcune aree siamo arrivati a un livello tale da minare lo Stato, i principi democratici ed i diritti umani, seriamente violati in molte regioni quando le popolazioni indigene tentano di resistere agli interessi delle aziende", sottolinea l'Europa. In Brasile, l'emergenza Amazzonia non cessa. Sebbene il taglio venga oggi consentito solo in alcune aree e, dal 2003, il commercio del mogano sia bandito ufficialmente, secondo i dati raccolti dalla Commissione d'inchiesta del Parlamento brasiliano, ancora recentemente l'80% del legame prodotto nel Paese era di origine illegale. "Continua lungo la frontiera l'aggressione delle compagnie peruviane, in una zona che è l'ultimo rifugio per molte tribù. Vediamo i tronchi trasportati lungo il fiume", ha denunciato Marcio Meira, a capo dell'agenzia governativa per gli affari indigeni. In Colombia, la percentuale del commercio illegale va dall'80 al 90%, legname contrabbandato, di nuovo, in Brasile e poi in Perù. In Paraguay, recenti immagini satellitari hanno documentato lo scempio che alcune imprese brasiliane hanno fatto della foresta abitata dagli Ayoreo-Totobiegosode, gli unici indigeni che non hanno contatti con l'esterno al di fuori dell'Amazzonia. Ma non c'è solo il Sudamerica. In Africa dalla Costa d'Avorio al bacino del Congo il commercio del legno contribuisce a sostenere i conflitti che insanguinano il continente e fornisce il denaro con cui si finanzia la guerra. Ed è con le armi che si controllano, di nuovo, le foreste. Una spirale devastante che ha costretto l'Onu, nel 2003, a vietare in Liberia ogni commercio di legname. Nel Sudest asiatico non sono soltanto le foreste indonesiane nel mirino dei trafficanti, c'è la Nuova Guinea, dove le compagnie malesi fanno affari oro, secondo il Centre for Environment and Community Rights australiano, che denuncia: "Detenzioni arbitrarie, brutalità fisiche contro i proprietari terrieri, intimidazioni e abusi verso le donne, contaminazione di cibo ed acqua, distruzione di siti culturali, condizioni di lavoro terribili, come nella Gulf Province dove sono morti alcuni lavoratori". Le stesse denunce arrivano anche dalla Cambogia, dove tra il 2000 e il 2003 "sono stati uccisi dalla mafia del legno diversi abitanti del luogo o pubblici ufficiali a guardia delle aree protette", secondo Greenpeace. O ancora in Birmania, dove "il governo militare e le fazioni armate utilizzano l'industria del legno per finanziare la guerra. Le concessioni forestali nell'area controllata dal Karen Buddhist Army vengono demarcate riferisce Global Witness con le mine antiuomo, causando la morte o il ferimento di molti innocenti". In Malesia, i Penan sono indigeni che vivono nel Borneo e dipendono dalla foresta: "Molti leader locali vengono puniti per le lotte contro le grandi compagnie" , racconta Mohideen Abdul Kader, membro del consiglio della Consumer Association di Penanga. Dall'Amazzonia all'Africa centrale, al Sudest asiatico, alla Russia, all'Europa, la metà del legno illegalmente tagliato finisce nel mercato domestico, l'altra meta viene esportato, con la Cina in testa, il più grande importatore mondiale, insieme alla Russia che, secondo l'ultima indagine del Wwf, solo nel 2006 avrebbe importato 10,4 milioni di metri cubici di materiale 'sospetto'. Sarebbe la Finlandia, però, la porta verso l'Europa: è qui che il legno tagliato fraudolentemente diventerebbe polpa e carta per raggiunge tutti gli angoli del continente. Il commercio illegale costa poi moltissimo agli Stati: la Ue stima che i Paesi produttori perdano ogni anno 10-15 miliardi di euro, che potrebbero essere spesi in servizi per la salute o l'istruzione. "Inoltre, determina un abbassamento dei prezzi per le aziende regolari che affrontano la concorrenza del legno illegale più economico". Profitti che vengono immessi nel sistema bancario per poi essere reinvestiti. "Un sintomo della mancanza di governance delle foreste e di un basso livello di applicazione delle leggi", dice la Commissione europea, che chiede alla comunità internazionale di puntare a ridurre la deforestazione tropicale di almeno il 50% entro il 2020. Intanto, la Ue impone una nuova normativa: un regolamento che obbligherà gli operatori commerciali a procurarsi sufficienti garanzie sulla provenienza del legname. Non verrà però richiesta una prova legale, ma solo la ' diligenza' dell'operatore, che dovrà, ad esempio, accertare la natura del prodotto. A chi accusa la Commissione di aver osato poco, Bruxelles risponde: "Imponendo una certificazione, sarebbe potuto accadere di dover accettare documenti attestanti la legalità emessi da Paesi in cui la corruzione è a livelli elevatissimi, gettando le basi per un sistema fraudolento". Documenti che vengono falsificati e che sono facilmente reperibili sul mercato nero, come ricorda il dipartimento per lo Sviluppo Internazionale di Londra. Dall'Amazzonia alle regioni dell'Africa centrale al Sud Est asiatico, il traffico alimenta corruzione e sfruttamento Per i Paesi in via di sviluppo un danno di 10-15 miliardi l'anno.

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Diritti umani in Cina la Ue fa la mossa giusta (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 25-10-2008)

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POLITICA 25-10-2008 IL PREMIO SAKHAROV AL DISSIDENTE HU Diritti umani in Cina la Ue fa la mossa giusta BERNARDO CERVELLERA I l Premio Sakharov che il Parlamento europeo ha deciso di consegnare all'attivista cristiano Hu Jia ( attualmente nelle prigioni di Pechino) ha un valore altissimo. Anzitutto, per la stessa personalità del vincitore. Hu è noto per la sua lotta a favore dei malati di Aids ( il cui numero in Cina è "un segreto di Stato" ), ma soprattutto perché egli è divenuto una sorta di punto di riferimento della dissidenza non violenta: quando era libero, ha raccolto documentazione, messo in contatto contadini espropriati di terre con avvocati volenterosi; ha inviato ai media internazionali e alle ambasciate materiale sulle violazioni dei diritti umani commesse dal Partito comunista; e, più recentemente, ha difeso i cittadini di Pechino le cui case sono state espropriate per preparare le Olimpiadi. Hu è divenuto il tessitore di una rete che abbraccia tutte le situazioni di ingiustizia e di impegno democratico in Cina, sfidando il potere che invece tenta di reprimere e soffocare ogni rivolta e ogni critica a livello locale, prima che si diffondano a livello nazionale. Da tempo controllato dalla polizia giorno e notte, è stato arrestato nel dicembre 2007 e condannato in aprile a 3 anni e mezzo di prigione, per "attività sovversiva" . Sua moglie Zeng Jinyan e la loro figlia di pochi mesi sono agli arresti domiciliari, spesso impossibilitate anche a fare una passeggiata o la spesa. Agli occhi di Pechino Hu è "un criminale" e per questo ha fatto di tutto perché non venisse insignito del Premio Nobel per la Pace ( cui era candidato), minacciando poi l'Unione europea di "pesanti conseguenze" se gli avesse conferito il Premio Sakharov. Il governo di Pechino ha affermato che l'onorificenza è "un'offesa al popolo cinese" . I maggiori dissidenti, da Bao Tong a Gao Yaojie, hanno salutato l'attribuzione come "un forte incoraggiamento a chiunque lotti per la libertà e i diritti umani in Cina" . Il valore del Premio sta anche nel fatto che è forse la prima volta che l'Unione europea dà un segno di apprezzamento a un dissidente della quarta generazione, quella del boom economico cinese. Dopo il massacro di Tiananmen e l'embargo sulle armi tecnologiche, l'Europa ha infatti posto i diritti umani all'ultimo posto nell'agenda dei rapporti con il gigante asiatico, divenuto un partner commerciale troppo importante. Per questo, a differenza degli Stati Uniti, non ha mai chiesto, se non in modo generico, maggiore democrazia e libertà per gli attivisti cinesi. La quarta generazione della dissidenza usa Internet, cerca le vie legali per combattere le ingiustizie, unisce rivendicazioni a impegno culturale e riflessione, scoprendo la fede cristiana come fondamento delle proprie rivendicazioni. Proprio ciò di cui Pechino ha paura: che si saldi un unico movimento di dissidenza e che esso si unisca ai movimenti religiosi. Ma senza dialogo con questi movimenti, in Cina c'è il rischio di un'implosione e di una guerra civile, che possono distruggere la forza economica acquisita. Appoggiare la dissidenza e valorizzarla come interlocutore del regime è una scelta lungimirante in funzione della stabilità del Paese. Non è un caso che il Premio sia stato dato ad Hu Jia proprio alla vigilia dell'incontro Europa- Asia a Pechino, dove circa 50 capi di governo dell'Europa e del continente asiatico prima fra tutti la Cina discutono di interventi per salvare il sistema finanziario mondiale. Forse l'Europa ha scoperto che difendere i diritti umani stabilizza l'economia prima e meglio di qualunque operazione di credito.

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Europa e Asia insieme contro la crisi (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

ECONOMIA 25-10-2008 Europa e Asia insieme contro la crisi DA BANGKOK STEFANO VECCHIA I n una giornata che ha visto le borse asiatiche scendere drasticamente, nel vertice Asem ( Asia- Europe Meeting) che oggi chiuderà i lavori a Pechino, alcuni tra i maggiori Paesi del continente asiatico hanno raggiunto un obiettivo ritenuto essenziale nell'attuale congiuntura. Ai margini dell'incontro dei 43 paesi Asem, i capi di stato e di governo di Cina, Corea del Sud, Giappone e i dieci membri dell'Associazione delle Nazioni del Sud- Est ( tra cui Indonesia, Singapore Thailandia e Filippine) hanno concretizzato il progetto elaborato lo scorso maggio di un fondo anticrisi di 80 miliardi di dollari. Una boccata d'ossigeno per una parte del continente, ma complessivamente un forte senso di urgenza ha ispirato gli incontri di ieri a Pechino. Il presidente della Commissione europea, Barroso, ha espresso chiaramente il pensiero dei partecipanti: "Una crisi come quella in corso richiede un livello senza precedenti di coordinamento. Semplicemente, o restiamo a galla insieme o affondiamo insieme" . Per rendere efficaci interventi proposti o in via di definizione, come sottolineato sia dal presidente francese Sarkozy, sia dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, occorre procedere con una riforma delle strutture finanziarie globali, in previsione di ulteriori contraccolpi sulle economie asiatiche previsti nei prossimi mesi. "Non possiamo pensare che tutto ciò venga superato presto ha detto il vicegovernatore della Banca di Cina, Zhu Min, commentando i lavori del Vertice è fondamentale per i paesi asiatici impedire che la crisi bancaria diventi una crisi valutaria. Quello in arrivo sarà un inverno lungo e rigido" . Il fondo asiatico segna il riavvicinamento tra Cina e Giappone a 30 anni dal sofferto trattato di pace. I contributi per gli 80 miliardi contributi saranno dati per l' 80% da Cina, Corea e Giappone, per il restante 20% dai paesi Asean. Inoltre, in attesa dell'incontro di metà dicembre a Fukuoka, le banche centrali dei vari paesi asiatici si incontreranno per decidere le misure da prendere.

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Aria, acqua e cibo: la Cina avvelenata Dietro il boom un disastro ambientale (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Lo scandalo del latte alla melamina mette in evidenza gli squilibri che accompagnano la crescita economica cinese. Lo sviluppo si accompagna a livelli eccessivi di inquinamento atmosferico e idrico. Il governo tenta di correre ai ripari Prima arrivò il dentifricio al dietilene. A ruota seguì il giocattolo dipinto con vernice al piombo. Poi vennero i frutti di mare "rinfrescati" con i coloranti e i mangimi per animali contenenti acido cianurico. Infine negli armadi delle case cinesi trovò posto l'ultima creatura della catena di adulterazioni nazionali: il latte in polvere alla melamina. Erano appena terminate le Olimpiadi. Non si era spenta l'eco delle fanfare inneggianti al formidabile spettacolo di potenza organizzativa esibito in agosto. Dissonanti rispetto agli squilli della propaganda, affioravano voci di denuncia e protesta, che la macchina del potere non riusciva più a soffocare. Quattro bambini erano morti per avere bevuto quel latte avvelenato, 50mila venivano curati per lesioni renali. L'allarme straripava oltre confine, seguendo le rotte dei collegamenti commerciali, ed arrivava fino in Italia. I controlli, estesi oltre l'ambito dei prodotti contenenti latte in polvere, hanno portato al sequestro di quintali di confezioni di cibo mal conservato. Le autorità della Repubblica popolare oscillano tra la tentazione di nascondere la povere sotto il tappeto, e la consapevolezza che urge correre ai ripari. Se non per tutelare la salute dei concittadini, almeno per evitare che esploda il malcontento, o che siano messi a repentaglio i rapporti con il resto del mondo e la stessa crescita economica del Paese. Un nuovo disegno di legge prevede norme più severe sui controlli di qualità delle merci. Ma il problema non sta nelle leggi, piuttosto nella loro applicazione. Il funzionamento degli apparati amministrativi cinesi, dice Jorgen Schlundt, dell'Organizzazione mondiale della sanità, è minato dalla "disgiunzione" e comunicazione difettosa fra ministeri, enti e vari organismi statali sparsi sul territorio. Quello che il centro decide, viene eluso o disapplicato in periferia. Quando Pechino nel 2005 varò un piano per tagliare drasticamente i consumi d'energia, a Qingtongxia, il governo regionale trovò subito il modo di esentarne la fabbrica locale d'alluminio, cioè la maggiore fonte di reddito ma anche di inquinamento in loco. Così le mille Qingtongxia di Cina continuano a dare il loro contributo alla distruzione ambientale, nel momento stesso in cui il piano quinquennale 2006-2010 fissa l'obiettivo di ridurre del 10% le emissioni di gas nocivi. Cibo contaminato. Aria irrespirabile. Acqua imbevibile. A Shanghai, dieci giorni fa hanno bloccato l'erogazione idrica in migliaia di case. Dai rubinetti usciva un odore nauseabondo. La causa non è chiara. Ma a molti è venuto in mente che parte della metropoli viene rifornita dal lago Taihu, che l'anno scorso fu invaso dalle alghe, segno esteriore d'una inarrestabile contaminazione provocata dagli scarichi industriali. E mentre l'inquinamento idrico interessa ormai il settanta per cento del territorio, nel nord del Paese avanza il deserto. I cambiamenti climatici riducono le piogge. I corsi d'acqua si prosciugano. Le falde acquifere vengono svuotate per l'eccessivo prelievo dai pozzi. Richard Evans, geologo che lavora in Cina da vent'anni: "Se non prendono provvedimenti, il nord fra 30 anni non avrà più acqua". Gabriel Bertinetto gbertinetto@unita.it.

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Parla Carlo Petrini, presidente di Slow Food e promotore della fondazione Terra Madre rete mondiale dei produttori primari (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

Parla Carlo Petrini, presidente di "Slow Food" e promotore della fondazione "Terra Madre" rete mondiale dei produttori primari "Esiste un rapporto vitale tra cibo, agricoltura, lotta per fermare il cambiamento climatico, salute e anche paesaggio - afferma Carlo Petrini, fondatore e presidente di Slow Food, in questi giorni impegnato nella gestione del Salone del Gusto di Torino - Queste cose sono interconnesse, e chiunque veda nel cibo solo l'elemento ludico, da crapula, e non capisce che invece il cibo ha un valore molto più importante per la nostra identità e per il rispetto che abbiamo dell'ambiente, fa un grandissimo errore. Poiché chi ci garantisce il cibo sono le comunità di contadini, pescatori, trasformatori, nomadi, che sul pianeta sono forse di più della metà dei viventi...". Quelle che la fondazione Terra Madre rappresenta... "Terra Madre ha messo in connessione da diversi anni, attraverso una moltitudine di reti, un'umanità strategica, importante. Perché io sono personalmente convinto che la Terza rivoluzione industriale avrà una grande artefice...". La Terza rivoluzione industriale? "La Prima rivoluzione industriale è stata quella del vapore, poi c'è stata quella dell'energia elettrica. Tutte e due erano sostenute dai prodotti fossili. La terza deve basarsi sulle energie rinnovabili, pulite, che garantiscano la sostenibilità dell'ambiente e degli ecosistemi... E i contadini, su questo fronte, nelle loro fattorie, nei loro villaggi, anche in Paesi poveri, hanno l'opportunità di farla decollare questa rivoluzione. Perché crea energia e crea economia nelle aziende. E dico di più: poiché l'agricoltura è l'unica attività umana che si basa sulla fotosintesi, sull'energia del sole, sono già in armonia con la Terza rivoluzione...". Per alcuni la grande rivoluzione sarà quella degli ogm... "E dicono anche la bugia che risolverà la fame nel mondo. In realtà la proprietà di questi semi brevettati, è in mano a quattro multinazionali. Questa non è libertà. Non capisco perché bisogna raccontare le bugie su un sistema agricolo che favorisce un'agricoltura intensiva, che consuma molta acqua e che inquina i campi dei vicini. Il mondo lo salva la biodiversità e quindi una moltitudine di persone che anche con un'economia di sussistenza hanno i piedi per terra e sono molto più reali che non tante operazioni in mano alle multinazionali del cibo e dei fertilizzanti". L'ingresso dei grandi giganti India e Cina nel mondo del consumo, soprattutto del grano, ha portato a una crescita dei prezzi... "Certo la domanda che aumenta provoca degli scossoni. Però io penso che il disastro maggiore l'ha creato la speculazione. Questa finanza canaglia, dopo aver speculato sulle case della povera gente e sul petrolio, ha dato l'ultimo colpo di coda sulle derrate alimentari. Così facendo ha fatto aumentare di quasi cento milioni i nuovi affamati, ha creato una sconquasso in 50 Paesi del mondo, assolutamente insensibile al grande problema della fame e della sostenibilità ambientale. Così oggi noi con grande amarezza e indignazione guardiamo al fatto che i malnutriti sulla terra, che secondo un programma Fao dovevano diminuire in dieci anni del 50% (cioè passare da 850 milioni a 400 milioni), sono rimasti gli stessi: perché i Paesi ricchi non sono riusciti a finanziare con 300 miliardi di dollari spalmati su dieci anni le agricolture povere del Sud del Mondo. Poi, però, in 15 giorni, per salvare un sistema bancario che è stato infettato da quella finanza, le stesse comunità politiche sono riuscite a trovare 2mila miliardi di dollari, e non basteranno perché dovranno mettercene altri. Questa è una vergogna".

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Fabbriche chiuse bufera sul lavoro Gran Bretagna: pil negativo. Renault blocca la produzione Chrysler licenzia un quarto dei suoi "colletti bianchi" Berlusconi esclude la rottamazi (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 25-10-2008)

Argomenti: Cina

One dell'auto Non si salva nessuno. Paesi in crisi, banche da ricapitalizzare, industrie senza ordini. Grandi e piccoli, senza eccezione. E la fine del tunnel ancora non si vede. L'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel pieno dell'ennesimo venerdì nero per Borse e mercati ha (ri)lanciato l'allarme. "Il rischio - ha detto Klaus Schmidt-Hebbel, il capo economista - è di una recessione ampia e prolungata. L'attuale gelata dei mercati finanziari e del credito potrebbe richiedere più tempo per rientrare, con ricadute più gravi su consumi, produzione e occupazione". Le conferme sono arrivate subito. La Gran Bretagna ha ufficialmente annunciato di essere avviata sulla strada della recessione. Nel terzo trimestre ha registrato una contrazione del prodotto interno lordo dello 0,5%. È la prima volta dal 1992. Nei prossimi giorni toccherà agli altri Paesi del G7 comunicare l'andamento del Pil. E non si attendono sorprese positive. Basta guardare le decisioni di ieri di diversi grandi gruppi industriali per accantonare le speranze. Il gigante dell'acciaio ArcelorMittal, che lavora soprattutto per l'industria automobilistica, ha deciso di chiudere temporaneamente diversi altiforni in Francia, Belgio e Germania. Nel periodo di interruzione della produzione i dipendenti verranno messi in cassa integrazione. Per quanto, non è stato definito. Di certo c'è che la Renault ha annunciato lo stop di diversi impianti in Francia per una o due settimane, mentre la produzione verrà sospesa "per alcuni giorni" anche all'estero. Il mercato dell'auto affonda e per evitare il tracollo bisogna produrre meno vetture. Così, come già ha deciso di fare la Fiat, anche Peugeot-Citroen farà ricorso, da qui a fine anno, alla cassa integrazione nella quasi totalità delle fabbriche europee. Obiettivo, ridurre la produzione del 30%. Mentre Ford Aquitaine France chiuderà fino al 5 gennaio. Più drastiche le misure adottate da Volvo. Oltre ai 1.400 tagli già decisi, sopprimerà altri 850 posti. Va male anche per Daimler, il gruppo che controlla Mercedes e Smart, che ha rivisto al ribasso le stime di crescita. Mentre in Usa la partecipata Chrysler ha deciso di tagliare il 25% degli impiegati. Una crisi che non risparmia nessuno e che ha spinto Confindustria a bussare alle porte del Palazzo. "Dopo il sostegno alle banche - dicono gli industriali - serve una forte alimentazione di carattere finanziario alle imprese piccole, medie e grandi". Obiettivo, evitare che si fermi l'economia reale. Come? Dalla Cina è arrivata una prima, indiretta, risposta da Berlusconi che ha negato il ricorso alla rottamazione auto. Smentendo Scajola.

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I dieci paesi del sudest asiatico riuniti per un fondo di 80 miliardi di dollari (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 26-10-2008)

Argomenti: Cina

25-10-2008 PECHINO. Tra la dichiarata volontà di una risposta forte e coordinata e la tentazione sotterranea di tornare all'isolazionismo, l'Asia ha cominciato a muoversi ieri per riprendere in mano una situazione che rischia di scappare di mano. I dieci paesi del sudest asiatico riuniti nell'Asean e i tre 'grandi' dell'Asia orientale - Giappone, Cina, Corea del Sud - si sono accordati per creare un fondo di 80 miliardi di dollari che servirà a proteggere il sistema del credito regionale. La misura è la più importante di un pacchetto di impegni presi dai paesi asiatici presenti al settimo vertice Asem, che vede riuniti 45 capi di governo dei due "vecchi continenti" a Pechino. La prima riunione del vertice, tenutasi ieri nella sala dell'assemblea del popolo su piazza Tiananmen, ha coinciso con l' ennesimo venerdì nero delle Borse, che ha visto Tokyo crollare del 9% e Seul del 10%, con tutte le altre piazze in forte perdita a conclusione di un mese di cali paurosi. E' stato concordato che Cina, Corea e Giappone copriranno l'80% del fondo, mentre il restante 20% sarà a carico dei più deboli paesi dell'Asean. Inoltre, entro la fine di novembre si riuniranno i banchieri centrali dei 13 partecipanti all' iniziativa. A metà dicembre, un vertice straordinario Cina-Corea-Giappone si terrà a Fukuoka su proposta del nuovo primo ministro giapponese Taro Aso. Gli ospiti cinesi, il presidente Hu Jintao ed il primo ministro Wen Jiabao, hanno teso a sottolineare nei loro interenti che l'economia cinese è "sana" ma che è seriamente minacciata dalle conseguenze dello "tsunami finanziario". "La crisi - ha detto Hu Jintao nella cerimonia di apertura - ha chiaramente aggravato le incertezze ed i fattori di instabilità nello sviluppo economico cinese". "La crescita economica del nostro paese - ha proseguito - si trova di fronte a vari problemi e sfide... Per l' economia cinese mantenersi in salute è un importante contributo alla stabilità economica e allo sviluppo". In precedenza, era stato Wen, che è anche una specie di "superministro" dell'economia, a sottolineare che la crisi "si è costantemente allargata e diffusa" e rappresenta "un serio pericolo per la crescita economica globale". La principale Borsa della Cina, quella di Shanghai, ha cominciato ad essere dominata dall'"orso" ribassista fin dall'inizio del 2008, prima che la crisi facesse la sua comparsa sugli altri mercati. Lo yuan non è liberamente convertibile sul mercato e gli operatori stranieri hanno accesso solo ad una parte limitata del mercato. La crisi della principale Borsa cinese è stata attribuita dagli economisti a fattori interni. Il campanello dell'allarme è scattato pochi giorni fa, quando i dati del terzo trimestre dell'Ufficio centrale di statistica di Pechino hanno indicato che il tasso di crescita è sceso al 9% rispetto all'11,9% del 2007. L'Asia sembra aver accettato l'invito a sfuggire all'isolazionismo e al protezionismo rivolto loro dai leader europei (oltre al presidente della commissione europea José Manuel Durao Barroso, hanno sollevato la questione il premier Silvio Berlusconi, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel) anche se molte voci, per il momento non ufficiali, si sono alzate per chiedere che all'assunzione di responsabilità faccia riscontro un maggior peso del continente nelle strutture istituzionali che verranno designate nella 'nuova Bretton Woods' il cui punto di partenza sarà il vertice del 15 novembre a Washington del G20.

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Il panico ora si chiama recessione. Economia/Il calendario della crisi globale non si è fermato (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 26-10-2008)

Argomenti: Cina

Di Pino Agnetti 25-10-2008 Paul Krugman, lo studioso americano neo Premio Nobel per l'economia, ha detto di recente che l'importante è far capire alla gente che "le cose e il mondo sono molto più complicate di come a volte vengono presentate". Detto fatto. Ci eravamo tutti illusi che, una volta "messo a nudo il re" (cioè i "signori" della speculazione e della finanza cosiddetta creativa), varato miriadi di salvataggi multimiliardari di banche e convocato un numero record di G8, G14 e G20, il peggio fosse in qualche modo alle spalle. O, almeno, prossimo a stemperarsi permettendoci, se non altro, di tornare a respirare e a riordinare un poco le idee. Invece no. Invece, non siamo neanche alla fine del principio. Come, con sinistra quanto jettatoria assonanza di calendario, la giornata di ieri si è incaricata di mandare a dire alle diverse opinione pubbliche del pianeta e ai loro rispettivi governi. Cosa c'entri il calendario è presto detto. Fu infatti il 24 ottobre del '29 la vera data del "Great Crash" del 1929, quando gli impiegati della Borsa cominciarono a fare la fila per gettarsi giù dalle finestre dei grattacieli di Wall Stret. E il 24 ottobre appena trascorso, pur avendoci risparmiato un'analoga ecatombe di brokers, sarà ricordato appunto come il giorno in cui il mondo del XXI secolo entrò ufficialmente in recessione. Attenzione al soggetto usato: il mondo. E non solo la patria di quei gran manigoldi di venditori di mutui subprime, stock options e bonus (e chi più ne ha più ne metta) da cui è partito il contagio globale delle Borse. Ma il mondo dei produttori di petrolio mediorientali, che per bocca del presidente dell'Opec, l'algerino Chakib Khelil, ha deciso di tagliare la produzione di un milione e mezzo di barili nel tentativo di frenare la caduta verticale del prezzo del greggio sceso sotto i 62 dollari. Il mondo delle grandi potenze asiatiche (Cina, Giappone e Corea del Sud) che, riunite a Pechino per il vertice dell'Asean in un clima da incubo dopo che la piazza di Tokio era precipitata di quasi dieci punti in una sola seduta, hanno deciso l'istituzione di un fondo da 80 miliardi di dollari per cercare di proteggere se stesse dalla crisi. Il mondo (pardon l'impero) di Zar Putin, che si sussurra stia valutando l'ipotesi di dirottare un po' di carri armati dalla Cecenia e dalla povera Georgia e di spedirli a chiudere a tempo indeterminato la Borsa di Mosca in rovinosa quanto inarrestabile caduta libera. Infine, e qui le notizie si fanno particolarmente dure anche per noi europei, il mondo affacciato su entrambe le sponde un tempo gloriose e vincenti della Manica. Con la Gran Bretagna costretta ad annunciare ufficialmente di avere ormai imboccato, ed è la prima volta dal 1991, la strada della recessione. Seguita all'istante dalla Francia della Renault e di PSA (l'altro grande gruppo automobilistico transalpino che riunisce Peugeot e Citroen) impegnate a diramare macabri bollettini in cui si parla di chiusure più o meno totali degli stabilimenti per almeno un paio di settimane e di massicci tagli alla produzione. Lo spettro della recessione fin qui solo evocato, dunque, si è già materializzato. Ed ora è lui a seminare il panico fra i mercati finanziari e a costringere gli analisti ad ammettere che liberarcene non sarà né facile, né breve. Tanto per dire, il Fmi stima che la crescita negativa in Germania e Italia durerà due anni. Due anni, cioè, di impoverimento crescente delle famiglie, di calo dei consumi e di crescita della disoccupazione nel cuore stesso dell'Eurozona. Qualcosa, dunque, va ripensata in fretta anche a casa nostra senza stare ad attendere i G8 o i G20 prossimi venturi. E neppure il resto d'Europa. Bruciando tutti sul tempo, Nicolas Sarkozy ha annunciato l'istituzione entro fine anno di un fondo sovrano "à la française" a sostegno dell'economia reale. L'iniziativa è senza precedenti. Ma, dopo quest'altro stramaledetto "venerdì 24" in cui il nero spettro della recessione si è bevuto tutto d'un fiato il 10 per cento dei listini mondiali, non è più parlando solo di nuove regole e di ritorni al capitalismo etico che si può pensare di rimanere a galla.

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Borse, la cina attacca: "più controlli" - vittoria puledda (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 26-10-2008)

Argomenti: Cina

Economia Borse, la Cina attacca: "Più controlli" Berlusconi: l'Fmi ha fallito. Barroso: confermati gli impegni sul clima Il summit Sarkozy: al vertice del G20 saranno prese "decisioni concrete, non si può solo parlare" E anche Bush ora chiede maggiore cooperazione: la crisi ha assunto dimensioni globali VITTORIA PULEDDA MILANO - Asia ed Europa unite contro la crisi finanziaria, decise a mettere insieme le forze per evitare che il contagio si ripercuota troppo duramente sull'economia reale e, soprattutto, convinte che al vertice di Washington di metà novembre verranno prese misure concrete, in grado di "restaurare la fiducia, stabilizzare i mercati e promuovere la crescita". E' con questo messaggio e con l'approvazione di tre documenti - sulla crisi, sullo sviluppo e sul clima - che si è concluso il vertice Asem (tra l'Asia e l'Europa, appunto). Un vertice che ha visto prese di posizioni importanti a favore dei diritti umani (compreso un duro richiamo al regime militare birmano e la preoccupazione per il programma nucleare iraniano) ma che ha messo al centro dei due giorni di colloqui ovviamente la crisi finanziaria. "Abbiamo bisogno di regole più severe per assicurare la stabilità", ha dichiarato a conclusione dei lavori l'ospite di casa, il leader cinese Wen Jiabao, aggiungendo che il suo paese andrà all'incontro di Washington con un atteggiamento "pragmatico e costruttivo", perché bisogna fare di tutto per evitare che il contagio dell'economia virtuale si propaghi a quella reale: "La Cina - ha aggiunto - è favorevole a maggiori controlli sul funzionamento del sistema finanziario internazionale". E se il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, ha sottolineato che "la crisi finanziaria non è una ragione né deve diventare una scusa per abbandonare l'impegno nella lotta al cambiamento climatico", aggiungendo anzi che un accordo globale sui mutamenti climatici è realizzabile entro la fine del 2009, per tutti l'imperativo è stato fronteggiare, con ancora maggiore cooperazione, i rischi della crisi. Barroso ha significativamente sottolineato: "Sta emergendo un consenso che renderà possibile arrivare a Washington a prendere decisioni concrete e importanti". Altrettanto esplicito e propositivo è stato il presidente di turno dell'Ue, Nicolas Sarkozy, secondo cui nel vertice del G20 verranno prese "decisioni concrete" e, auspicabilmente, "risolutive", anche perché sono tutti d'accordo che non ci si possa riunire "solo per parlare". Dunque, come era stato ricordato il giorno prima, bisogna intraprendere una riforma reale del sistema internazionale monetario e finanziario. Ma la necessità di riscrivere le norme, condivisa da tutti, secondo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non va affidata al Fondo Monetario né alle altre autorità monetarie. "Tutti ritengono che le autorità monetarie attuali abbiano completamente fallito e le agenzie di rating pure" ha detto a Pechino. Rilanciando, invece, il G20 come sede più opportuna per il nuovo sistema di regole: "Da parte di tutti, Sarkozy in testa, si è chiesto che il G20 diventi organismo di governance dell'economia mondiale", ha spiegato. Aggiungendo che nei prossimi giorni si incontrerà con il presidente francese: "Abbiamo preparato una serie di possibili interventi dei governi" per evitare l'arretramento dell'economia, ed ha chiosato che questi interventi potrebbero riguardare anche "il non arretramento delle banche per quanto riguarda le loro linee di credito" e forse anche misure che non facciano allontanare "troppo i prezzi di Borsa dalle loro aziende". "Maggiore cooperazione mondiale e un accordo comune sui principi su cui si stabiliranno nuove regole" è stato auspicato anche dal presidente George Bush, nel suo consueto discorso radiofonico. Riferendosi al prossimo appuntamento del G20, Bush ha ricordato che "questa crisi è globale e affrontarla richiede una maggiore cooperazione internazionale", per cui "accordarsi su un pacchetto comune di principio comuni sarà un passo necessario per prevenire simili crisi in futuro: sarebbe grave - ha concluso - che ci fosse un atteggiamento protezionista".

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E i fisici della sapienza scesero in trincea "così la ricerca fa crac" - beppe sebaste (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 26-10-2008)

Argomenti: Cina

Cronaca E i fisici della Sapienza scesero in trincea "Così la ricerca fa crac" Nella scuola di Fermi l'epicentro della protesta "Con questo governo oggi Einstein sarebbe un precario o un fannullone" "Qui non si investe più, i giovani fuggono, in futuro la scienza sarà indiana e cinese" BEPPE SEBASTE ROMA - Nel moltiplicarsi delle occupazioni, la didattica delle università non si è affatto bloccata. Al contrario si è trasferita nella città, fuori dagli steccati accademici. è pubblica, come il sapere che si vuole difendere. A Roma, come in altre città d'Italia, è in corso un grande democratico festival culturale, e le piazze sono teatro di lezioni en plein air. Una delle più emozionanti è stata sicuramente quella dei fisici della Sapienza, in piazza Montecitorio: un migliaio di studenti ad ascoltare la bella lezione del professor Giovanni Jona-Lasinio, studioso di fisica delle particelle, che con l'altro grande fisico italiano Nicola Cabibbo, pioniere nello studio dei quark e Nobel mancato. Segue la lezione di un altro grande fisico, Giorgio Parisi, docente di Calcolo delle probabilità. Parisi affascina percorrendo la maturazione delle idee di Einstein tra quantistica e relatività, ma entusiasma dichiarando che oggi, con questo governo, "Einstein sarebbe un precario, magari un fannullone che si sollazza nell'elaborare teorie invece di lavorare". E invita gli studenti a "resistere a questo governo di barbari che sta distruggendo la nazione, e misconosce la Costituzione sulla promozione della ricerca scientifica, la libertà d'insegnamento e il diritto al lavoro". La protesta è contro un economicismo miope che non sa valutare gli investimenti a lunga scadenza, e con essi l'educazione e la ricerca; una sorta di "guerra contro l'intelligenza", una politica ispirata dal misconoscimento verso ciò che a torto è giudicato improduttivo, come l'educazione e la cultura. "Costringere i giovani che studiano con passione a cercare lavoro all'estero significa per l'Italia negarsi il futuro", dice Parisi. La facoltà di Fisica della Sapienza è un osservatorio privilegiato. Durante l'occupazione si è svolto il convegno internazionale su Edoardo Amaldi nel centenario della nascita. Amaldi, già del gruppo di via Panisperna, fondatore della fisica del dopoguerra, dell'Istituto nazionale di fisica nucleare e tra i primi direttori del Cern di Ginevra, è un po' il maestro di tutti. All'apertura della conferenza gli studenti hanno letto un documento in inglese dove si ricorda come Amaldi avesse sempre insistito nel considerare la ricerca un investimento pubblico necessario, non un onere: poiché senza ricerca non vi sarebbe sviluppo alcuno. Lo ricorda Carlo Bernardini, ex direttore del dipartimento di Fisica del Cnr, che con gli altri colleghi è stato commosso dalla pacatezza di quel testo. "è evidente - dice - che tagliare i fondi, aumentare le tasse, annientare l'università pubblica vuol dire uccidere la civiltà. Gli economisti che hanno ispirato il governo non capiscono che per un'università di qualità serve investire sulla ricerca. L'India e la Cina lo fanno, in futuro la scienza sarà cinese e indiana". Nicola Cabibbo, già presidente dell'Istituto di fisica nucleare, ora alla guida della Pontificia accademia delle scienze, non nasconde i suoi timori: "Siamo molto preoccupati di fronte a questi tagli indiscriminati. Tutti gli istituti di fisica sono minacciati, pur producendo eccellenze a livello mondiale. Il dipartimento della Sapienza è di altissimo valore, gli studenti lo sanno, e da questa consapevolezza nasce la protesta, totalmente condivisibile". Studenti e docenti hanno in cantiere altre lezioni esterne e oggi un incontro con i bambini delle elementari, una sorta di didattica ludica della fisica con esperimenti sull'elettromagnetismo e sul pendolo, seguita da una discussione sul decreto Gelmini. "La cultura è una sola", dice Gianluca Trentadue, docente di Fisica teorica all'università di Parma, da molti anni collaboratore coi colleghi romani al Cern di Ginevra, alla realizzazione del nuovo grande acceleratore appena inaugurato alla presenza di tutti i ministri i cui governi partecipano alla ricerca, tranne il ministro Gelmini. "Colpire con tagli e disprezzo una parte di essa, vuol dire colpire tutta la cultura. Già oggi spendiamo in ricerca meno della metà di altri paesi europei. Tagliare ancora i fondi significa azzerare la presenza italiana in tanti laboratori internazionali".

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"la camorra è nell'alta moda" cento centrali del falso a napoli - antonio corbo (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 26-10-2008)

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Pagina VIII - Napoli "La camorra è nell'alta moda" cento centrali del falso a Napoli I segreti di un nuovo business. "Siamo più forti dei cinesi" Visita ad uno show room clandestino sulla scia dei mercanti senegalesi Borse, scarpe cinture. Come riconoscere i prodotti originali delle griffe ANTONIO CORBO Per entrare in una centrale clandestina del falso bastano una domanda e una sigaretta. "Scusa, sei senegalese?" e lui si ferma, con un velo di diffidenza. Stazione centrale, le 10. Rifiuta un mezzo toscano, accetta una Marlboro. Ora si fida, ha capito che non avrà grane, parla in italiano, viene da Roma e va a Bari, vende borse contraffatte, cinture, portafogli. Come migliaia di senegalesi in Italia. E quasi tutti passano per Napoli. Ha 32 anni, tace sul nome, "mi chiamano Omar". Seguendo Omar si arriva in un edificio della zona, difficile da ricordare la traversa, ma lui la conosce bene. "Siamo venuti anche noi a comprare qualcosa", strano, si fida anche una delle vedette. Forse perché conosce Omar. Un finto muro in piastrelle bianche. Si spinge al centro, è una porta girevole. è l'unica scena di illegalità esibita. Sembra persino eccessiva la prudenza. Si entra in una sala illuminata al neon: uno show room, scaffali con borse Vuitton, Prada, Burberry, cinture, giacconi Fay e scarpe, Hogan. Il capo è sui quaranta, moro di lampada, camicia bianca, Rolex. "Originale?" si sorprende. "Originale, non tratto orologi". Un tipo sveglio. "Io so che lei è un giornalista, le dico tutto, non ho paura, se lei fa passare questo messaggio: qui si lavora per sopravvivere, mica milioni di euro, qui non c'è camorra. Da noi, no". è passato qualche giorno da un blitz della Mobile che dimostra il contrario. L'operazione, diretta da Vittorio Pisani, ha interrotto un summit. Tema: il falso nell'alta moda. Le indagini, coordinate dal pm Sergio Amato, indicano una tendenza. I Casalesi sparano, uccidono, terrorizzano. La camorra urbana punta sul basso profilo d'allarme. Le contraffazioni, quindi. "La camorra nel settore moda non investe un euro. Cura l'intermediazione tra le piccole fabbriche e i posti come questo". Uno show room. "Io lo chiamo deposito. Io sto fuori dai clan. Non pretendo niente e non rispondo a nessuno. Bisogna volare basso e non farsi notare. Il pericolo non è solo la giustizia. Il mio impiegato è stato dentro, ha avuto il 416 semplice, associazione per delinquere, ma non mafiosa, quindi? Cerchiamo il quieto vivere, meglio che droga o altro". Si rimetto insieme informazioni, frammenti di confidenze, frasi e sillabe monche, gesti: ne viene fuori il racconto di un business tutto in nero. Un'altra faccia della Napoli precaria, nascosta, nel complesso milionaria. "Posti come questi a Napoli sono almeno cento. Io vado a Milano e compro il prototipo. Il prodotto originale. Via Montenapoleone o via della Spiga. A Milano esce prima, anche prima che su Internet. Capisco quello che può tirare e lo porto a Napoli. Poi decido di affidarlo alle fabbriche. Le borse ad Arzano, gli stivali per donna a Grumo Nevano, cinture e portafogli a Casandrino dove sanno fare anche le fibbie, scarpe ad Aversa. Lavorano alcuni anche su ordine di ditte importanti con prodotti originali. Gli italiani se sono bravi artigiani prendono da 1200 a 1600 euro al mese, rumeni mille, i cinesi 800, ma i cinesi vogliono solo imparare, rubare l'arte e sparire". Napoli-Cina, che rapporto? "I cinesi comprano come me a Milano. In otto giorni il prodotto è in Cina, dopo 15 giorni in Italia già realizzato. Ma è scadente. Si riconosce. Gli italiani lavorano meglio. Non possiamo fare le confezioni, Fay e scarpe Hogan perché costerebbero troppo qui, sono articoli solo per i cinesi". Il prodotto italiano falso come si riconosce? Una smorfia di rassegnata lealtà. "è facile. Prendiamo una borsa. Il manico di pelle non odora di pelle, sente? è pelle sì, ma di terza scelta, dura, pesante. Pure le guarnizioni sono si pessimo livello. Il materiale no, viene bene. è termoplastica. Non ha niente da invidiare". Secondo il Piracy Report dell'Ifpi (una federazione internazionale che studia il fenomeno) l'Italia è primatista in Europa per il falso, il 69 per cento delle falsificazioni si concentra in Campania, il 50 per cento nell'abbigliamento, l'80 per cento è della criminalità organizzata. Possibile ricostruire il viaggio del falso. Una borsa di Vuitton come esempio. "Si compra l'originale a Milano per mille euro. La fabbrichetta della provincia la riproduce con materiali scadenti pagando massimo 45 euro. Guadagna il 20 per cento: io quindi la compro a 55. Qui vengono dai 40 ai 70 senegalesi al giorno. Giela cedo a 70. La rivendono in varie città: chiedono 120 euro ma trattano, sulle spiagge a settembre scendono fino a 80". Il guadagno è ampio. Il capo di questa centrale dice no. "Le spese ci sono. Cinque o sei lavorano qui, gli altri sono giù a vedere chi deve entrare e chi no. Io pago 400 euro a settimana, e se uno finisce dentro ha la sicurezza dei soldi e gli avvocati gratis. Vede quello? Con 400 euro a settimana, tiene pure una delle figlie all'università. La camorra no, guadagna di più, e prende anche 20 euro al giorno per ogni bancarella. Sono tunisini e marocchini. Avete notato che stanno in due o tre, stretti stretti, vicini? Riescono a pagare anche una sola quota, povera gente. I senegalesi non pagano, sono puliti nella mente, la camorra proprio non la sopportano perché non la concepiscono". è lui che domanda, ora. "Vuol sapere se facciamo del male alle case delle griffe? Io dico che è un vantaggio. Tutta pubblicità. Il direttore di Vuitton mi ha detto che Napoli è il primo negozio italiano per incassi". Anche Omar ha terminato. Paga. Un sacco verde di plastica è gonfio di Prada, Burberry. Si torna verso la stazione. "Vado a Bari, vivo lì. D'estate vendo a Silvi Marina, Montesilvano e Francavilla. Riesco a mandare a Dakar, alla mia famiglia, 80 euro al mese. L'Italia mi piace, sto qui da otto anni, ma sento che sta cambiando la vita per noi". Non è sposato. Immagina il suo futuro. "Se torno, devo lavorare in campagna come la mia famiglia". Dall'alta moda (finta) alle arachidi, tra i venti dell'Oceano. Senegal, Africa occidentale. Arrivano da laggiù gli onesti corrieri della nuova camorra. Sigaretta, Omar?.

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