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DOSSIER “CINA”

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Report "Cina"

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Indice delle sezioni

Cina (17)


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

I banchieri convertiti e lo stato d'eccezione - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: aspiranti potenze economiche mondiali della Cina, del Sudamerica e dell'India, da un lato, e gli Stati Uniti e l'Unione Europea dall'altro. Nessun singolo giocatore o avversario può vincere da solo, tutto dipende dalle alleanze. Così come un governo da solo non può combattere il terrorismo globale, allo stesso modo un governo da solo non è in grado di contrastare il mutamento climatico,

Carne e latte cinesi maxi sequestro dei carabinieri ( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: latte cinesi maxi sequestro dei carabinieri Oltre 124 mila chili di prodotti alimentari di origine animale provenienti dalla Cina, per un totale di oltre 309 mila confezioni, sono stati sequestrati dai carabinieri del Nas di Firenze dal 2005 a oggi, nel corso di 98 ispezioni. Nel 95% dei casi, i provvedimenti sono stati il frutto di controlli svolti in ditte di Prato e provincia.

De benedetti: sbagliato aiutare le industrie mentre si tagliano i fondi alla scuola - ettore livini ( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: imprese e persino i consumatori arrivano a interpretare l'arrivo della Cina, dell'India e di Internet come una cattiva notizia ? come ha detto Daveri, ordinario di politica economica all'università di Parma ? bisogna essere capaci di guardare oltre alla crisi". Ma come? La ricetta di De Benedetti, Rampini e Daveri sono, appunto, le centomila punture di spillo.

Il mondo dopo la crisi ( da "Unita, L'" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina, campione emergente dell'economia mondiale e in ogni caso della produzione manifatturiera, non può ancora svolgere un ruolo di leader globale, e sicuramente non vuole prendersi responsabilità al di là dei propri confini. Il mondo deve quindi affrontare un periodo di crisi di leadership, in cui i modelli di governance globale dovranno essere reinventati.

Il premier chiama a un vertice banche e aziende ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: banche e imprenditori che si riunirà al suo ritorno dalla Cina. Aggiungendo: "Credo che potremo varare delle misure importanti a sostegno delle imprese innovative e a quelle di elettrodomestici". Non ha anticipato cifre, ma ha spiegato che "un fondo per queste misure è già stato trovato". Il premier non pensa a un solo incontro: anzi, ha invitato gli imprenditori a un rapporto "

Prodi: un nuovo ordine multipolare ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Dobbiamo operare perché la Cina sia inserita nel tessuto e nella rete di questi rapporti internazionali. Se mi è permessa una battuta, piuttosto, ricordo che Tremonti aveva previsto che la nostra grande crisi sarebbe venuta da India e Cina. Invece è venuta da Wall Street.

Venerdì a Bruxelles riparte il negoziato ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: che Usa, Cina, India o Giappone e Canada si muovano nella direzione indicata dalla Ue. Ci chiediamo: il gioco vale a candela? Ci sono altri meccanismi, più efficaci, che possano muovere risorse e favorire lo sviluppo di tecnologie a basso impatto ambientale?

Clima, misure irragionevoli ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, Africa e Usa. Vogliamo fare i Don Chisciotte? Benissimo: attacchiamo, ma con razionalità. Se l'Europa vuole dare l'esempio a tutto il mondo, pagando un prezzo elevato, che questo prezzo sia pagato da tutti in parti uguali. Il modo di affrontare la questione ambientale dell'Europa è assolutamente irragionevole ".

Sarkozy: un errore non approvare il piano europeo ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: in un mondo dove invece i grandi inquinatori, dagli Stati Uniti alla Cina, India etc. continuano a restare alla finestra. Fuori si alza la voce ma dietro le quinte si sta trattando e in modo frenetico. Il tempo stringe. Il vertice che chiuderà il semestre francese, quello decisivo, si terrà infatti a Bruxelles l'11-12 dicembre.

Lusso in retromarcia nel 2009 ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina è il primo mercato asiatico e vale 5,9 miliardi di euro, segue la Corea del sud (4,9 miliardi) che però potrebbe frenare nei prossimi mesi, e Hong Kong con 3,6 miliardi. L'India ancora non arriva al miliardo. Se poi si guarda ai settori, sempre del lusso, colpisce la crescita dell'arredamento di design,

De Benedetti promuove il piano per le banche ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: sette volte quello della Cina, è gente che ha voglia di lavorare con noi, è una carta che dobbiamo giocare ". Non è un caso, forse, il recente ingresso della Libia nel capitale di UniCredit. In generale, comunque, De Benedetti ha voluto riprendere i concetti stessi contenuti nel libro che punta a mettere in evidenza tutto ciò che si può fare fin da subito per fronteggiare la crisi,

New Delhi: prima la Luna, poi il G-13 ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: 9 autore: New Delhi: prima la Luna, poi il G-13 Un anno dopo Cina e Giappone,tocca all'India puntare alla luna con la sua prima missione. La navicella Chandrayaan-1 sarà lanciata oggie dopo 16 ore entrerà in orbita grazie a un razzo vettore fabbricato sempre dagli indiani, il Polar Satellite Launch Vehicle ( nella foto).

Berlino: no ai fondi sovrani Ue ( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: con Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica invitati a pieno titolo, e preceduto da un vertice europeo straordinario a 27 per prepararlo. Nicolas Sarkozy è in gran forma. Parla a braccio davanti all'emiciclo e sforna proposte a getto continuo, stregando l'europarlamento che lo ascolta silenzioso e attento.

Un tavolo per aiutare banche e imprese ( da "Avvenire" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: al rientro del premier dal viaggio in Cina. "Servono proposte per garantire credito alle imprese", ha detto la presidente di Confindustria all'assemblea degli industriali di Napoli dove era ospite anche il presidente del Consiglio (i due hanno pranzato insieme). Poco dopo dal palco Berlusconi ha raccolto l'invito a un vertice "per discutere con le banche e l'

Berlusconi parte al contrattacco: dall'Europa metodo irragionevole ( da "Avvenire" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, ecc.. Se ciò non accadrà il pacchetto 20-20-20 avrà un valore simbolico per il clima e metterà fuori mercato molte produzioni europee, caricate di costi che la concorrenza mondiale non avrà". Un punto sul quale ha espresso "chiaramente " delle riserve la Germania "che teme il rischio di 'delocalizzazione' delle sue imprese manifatturiere a causa della calo di competitività

Gli obiettivi ( da "Avvenire" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Per quanto riguarda questo tipo di inquinamento, la graduatoria vede in testa la Cina con il 24% di emissioni di Co2 nel 2007, seguita dagli Usa col 21%. L'Europa si attesta al 12%, l'India all'8% e la Russia al 6%. Nel resto del mondo le emissioni di Co2 ammontano al 29%.

Modello di sottosviluppo ( da "AprileOnline.info" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: e allora l'India e la Cina sì che fanno danno e comincino loro, e quello che si chiede è solo un po' di tempo, e veniamoci incontro, e non è cosa: traducendo questo blaterio variamente inconsistente, l'Italia non intenderebbe spendere quattrini per sostenere obiettivi europei fatti su misura di altri Paesi membri.


Articoli

I banchieri convertiti e lo stato d'eccezione - (segue dalla prima pagina) (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Commenti i banchieri coNvertiti e lo stato d'eccezione (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Con il fanatismo dei convertiti i banchieri (la cui immagine pubblica tende ad assumere le fattezze del bankster, banchiere-gangster) sollecitano la statalizzazione delle loro perdite, ciò che potrebbe avere conseguenze anche per l'individualizzazione dei guadagni. Non avrà cominciato a farsi strada nei centri anglosassoni del laissez-faire quella forma cinese di economia privata diretta dallo Stato che finora era sempre stata dileggiata, demonizzata, ma anche temuta? Come si spiega questa capacità dei rischi finanziari globali di produrre sconvolgimenti politici? La sociologia della società mondiale del rischio ha una risposta pronta: l'approccio ai rischi catastrofici (mutamento climatico, crisi finanziaria, terrorismo) comporta l'anticipazione di uno stato d'eccezione senza frontiere che incombe nel prossimo futuro. Le risposte a questo stato d'eccezione e le responsabilità necessarie ad affrontarlo non possono limitarsi all'ambito nazionale, perché esso non coinvolge più le singole nazioni ma assume una dimensione cosmopolitica, facendo crollare convinzioni apparentemente eterne e dando vita a nuove comunanze, a nuovi conflitti e a nuove occasioni d'oro per gli attori più diversi. In questo scenario occorre distinguere due varianti, che possiedono un'importanza fondamentale per la teoria politica della società mondiale del rischio: da un lato, l'anticipazione delle catastrofi causate dagli effetti collaterali non intenzionali � mutamento climatico, crisi economica mondiale � ; dall'altro, l'anticipazione di catastrofi intenzionali, come nel caso del terrorismo suicida che opera a livello transnazionale. Si potrebbe ritenere, a prima vista, che Carl Schmitt abbia intuito in anticipo il potenziale politico dello stato d'eccezione indotto dai rischi globali. Tuttavia, nella sua teoria della sovranità Schmitt collega lo stato d'eccezione esclusivamente allo Stato nazionale. Per Schmitt è impensabile qualcosa come uno stato d'eccezione transnazionale o cosmopolitico che, proprio all'opposto, cancella la distinzione tra amico e nemico e nasce dall'indipendenza radicalizzata del mercato. Forse l'aspetto più rilevante dei rischi globali (economia mondiale, mutamento climatico, terrorismo) sta nel fatto che al posto delle frontiere tra gli Stati nazionali subentra la mancanza di frontiere dello stato d'eccezione, tanto a livello sociale, quanto a livello spaziale e temporale. Sul piano sociale lo stato d'eccezione non conosce frontiere dal momento che qui ed ora viene aperto un nuovo capitolo politico-finanziario della politica interna mondiale. Ciò risulta evidente nella competizione tra i governi per il miglior piano di salvezza del mondo, dove al vincitore � come dimostra l'esempio del primo ministro britannico Gordon Brown � spetta la risurrezione politica nello spazio nazionale e internazionale, quasi fosse una nuova fenice che risorge dalla cenere. Si apre un gioco di potere che cambia le regole apparentemente ferree della politica internazionale, un gioco che sta a metà tra la politica da casinò e la roulette russa e nel quale vengono rinegoziate le competenze e le regole � non solo quelle che intercorrono tra la sfera nazionale e la sfera internazionale, ma anche quelle che regolano i rapporti tra l'economia globale e lo Stato, tra l'economia globale e le organizzazioni sovranazionali, nonché quelle che valgono tra le aspiranti potenze economiche mondiali della Cina, del Sudamerica e dell'India, da un lato, e gli Stati Uniti e l'Unione Europea dall'altro. Nessun singolo giocatore o avversario può vincere da solo, tutto dipende dalle alleanze. Così come un governo da solo non può combattere il terrorismo globale, allo stesso modo un governo da solo non è in grado di contrastare il mutamento climatico, né di fronteggiare le conseguenze dell'incombente catastrofe finanziaria. Viceversa, il politico nazionale � ad esempio, il ministro tedesco dell'economia Michael Glos � , che cerca di rispondere al collasso dell'economia mondiale rimanendo all'interno del recinto nazionale assomiglia all'ubriaco che in una notte buia cerca di ritrovare il portamonete perduto sotto il cono di luce di un lampione. Alla domanda: "Ha perduto davvero qui il suo portamonete?" risponde: "No, ma almeno alla luce di un lampione posso cercarlo!". In altri termini, i rischi finanziari globali potrebbero anche produrre failed states � perfino in Occidente. La struttura statuale che prende forma nelle condizioni della società mondiale del rischio potrebbe essere caratterizzata mediante i concetti dell'inefficienza e dell'autoritarismo post-democratico. Sul piano spaziale lo stato d'eccezione non conosce frontiere perché nel mondo ultra-interdipendente le conseguenze dei rischi finanziari sono diventate incalcolabili e non compensabili. Lo spazio di sicurezza della prima modernità, cioè della modernità degli Stati nazionali, non escludeva danni (anche di notevoli proporzioni), ma essi erano considerati compensabili, alle loro conseguenze negative si poteva porre rimedio (con il denaro, ecc.). Quando però il sistema finanziario mondiale è crollato, quando il clima è irreversibilmente cambiato, quando i gruppi terroristici dispongono già di armi di annientamento di massa, allora è troppo tardi. Di fronte a questa nuova qualità della minaccia all'umanità la logica della compensazione perde la sua validità e � come argomenta FranÇois Ewald � viene sostituita dal principio della tutela mediante prevenzione. Non può accadere � dunque, un giudizio razionale fondato sulle esperienze è proprio ciò che deve essere impedito! L'incalcolabilità dei rischi finanziari deriva dalla straordinaria importanza del non-poter-sapere. Nello stesso tempo, però, l'aspirazione dello Stato alla conoscenza, al controllo e alla sicurezza deve essere rinnovata, approfondita ed estesa. Di qui l'ironia (per usare un'espressione moderata) di controllare qualcosa di cui nessuno può sapere che cosa sia e come si sviluppi, senza essere in grado di prevedere quali conseguenze ed effetti collaterali potrà produrre la terapia miliardaria prescritta dalla politica che brancola nel buio. Ma perché là dove l'economia dell'equilibrio fallisce lo Stato deve stabilire in modo decisionistico che cosa è opportuno fare? A questa domanda c'è una risposta sociologica convincente: perché la promessa di sicurezza è il punto di forza dello Stato moderno, che non è cancellato dal non-sapere, ma, al contrario, è da esso attivato. Cosa accade se l'hybris delle misure progettate si risolve in nulla o ottiene il contrario dei risultati sperati? A questa domanda c'è una risposta cinica e realistica: con l'inefficacia dell'azione politica cresce il pericolo e quindi l'emergenza per tutti � con la conseguenza paradossale che l'azione sbagliata può riabilitarsi proprio grazie all'emergenza che rende più gravi i suoi errori. Forse il perdono degli errori cresce con gli errori stessi, amplificati dallo stato di emergenza in cui versano le persone. Il venir meno delle frontiere temporali dello stato d'eccezione è dovuto anch'esso all'incalcolabilità del pericolo. Tutti sperano che con la reazione a catena alla quale stiamo assistendo la spirale all'indietro sia giunta al suo punto estremo � salvo poi dover constatare l'inimmaginabile, cioè che le cose vanno ancora peggio. Da questo punto di vista i crediti "tossici" nel sistema della finanza mondiale assomigliano un po' al pericolo di valanga in occasione di una nevicata che non finisce mai: si è consapevoli che c'è il rischio, ma non si sa di preciso quando e dove avverrà la valanga. Nello stesso tempo il pericolo percepito, che rischia di trascinare tutti nell'abisso, produce una dinamica di accelerazione della reazione e quindi una spinta al consenso che può saldare la frattura tra il bisogno, appunto, del consenso e l'urgenza di prendere una decisione politica immediata, con la conseguenza che al livello globale della politica interna mondiale diventa senz'altro possibile ciò che nello spazio politico nazionale è del tutto inconcepibile, ossia il fatto che a dispetto del principio di unanimità e della partecipazione di tutti gli Stati � i cui interessi, come è noto, confliggono drammaticamente � possono essere prese decisioni vincolanti a livello di politica finanziaria globale sotto il diktat di un'urgenza assoluta. Perché? Proprio grazie all'anticipazione della catastrofe nel presente, cioè grazie alla globalità della percezione del rischio, favorita e illustrata dai mass-media. Tale percezione apre spazi d'azione per la transnazionalizzazione co-statale dei mercati finanziari, dei provvedimenti per la tutela dell'ambiente e, non ultimo, anche per la transnazionalizzazione delle competenze militari e di polizia in vista della lotta al terrorismo (cioè cose di valore politico assai differente). Tuttavia, questo potere � storicamente nuovo � della percezione globale dei pericoli viene pagato al prezzo della sua efficacia a breve termine. Dal momento che tutto dipende dalla sua percezione attraverso i media, la legittimazione dell'azione politica mondiale in forza dei pericoli globali arriva solo fin dove arriva l'attenzione ottenuta dai media. Ciò che provoca uno shock antropologico in coloro che sono nati nella società mondiale del rischio non è più la mancanza di un qualche saldo riferimento metafisico � l'assente Godot di Beckett � o la visione orrifica di un mondo totalmente controllato esposta da Foucault, e nemmeno il muto dispotismo della razionalità, che spaventava Weber. Ciò che oggi angustia i contemporanei è il timore che il tessuto delle nostre dipendenze materiali e delle nostre obbligazioni morali possa strapparsi e che il delicato sistema funzionale della società mondiale del rischio possa incepparsi. Così tutto è capovolto dalla testa ai piedi: ciò che per Weber, Adorno e Foucault era uno scenario di orrore � la perfezionata razionalità del controllo che pervade il mondo amministrato � è per le vittime potenziali delle crisi finanziarie (cioè per noi tutti) una promessa: sarebbe bello se la razionalità del controllo controllasse; sarebbe bello se ci terrorizzassero soltanto il consumismo e l'umanesimo; sarebbe bello se si potesse far sì che il sistema tornasse a funzionare senza problemi affidandosi alla sua "autopoiesi" (Luhmann) o alla formula liturgica "Più mercato, per favore!". Cosa c'è di buono nel male? C'è il fatto che l'egoismo degli Stati nazionali deve aprirsi alla dimensione cosmopolitica, se vuole salvarsi. Ma questa è soltanto una tra molte possibilità e presuppone che si apprenda dall'anticipazione di catastrofi paradigmatiche. Un'altra possibilità è che queste non avvengano. Traduzione di Carlo Sandrelli.

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Carne e latte cinesi maxi sequestro dei carabinieri (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Pagina X - Firenze Prato Carne e latte cinesi maxi sequestro dei carabinieri Oltre 124 mila chili di prodotti alimentari di origine animale provenienti dalla Cina, per un totale di oltre 309 mila confezioni, sono stati sequestrati dai carabinieri del Nas di Firenze dal 2005 a oggi, nel corso di 98 ispezioni. Nel 95% dei casi, i provvedimenti sono stati il frutto di controlli svolti in ditte di Prato e provincia. Le confezioni sequestrate contenevano yogurt, latte e altre materie prime di origine animale - come carne di maiale e di manzo, uova, burro e panna - la cui importazione è vietata nell'Unione europea. Sono stati sequestrati 12 depositi per alimenti e farmaci, cinque autocarri e 16.804 confezioni di medicinali cinesi, per un valore di circa 10 milioni di euro.

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De benedetti: sbagliato aiutare le industrie mentre si tagliano i fondi alla scuola - ettore livini (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Economia Un atto dovuto Il presidente di Cir e Espresso alla presentazione del libro da lui scritto insieme a Rampini De Benedetti: sbagliato aiutare le industrie mentre si tagliano i fondi alla scuola Creare una rete di salvataggio per le banche è un atto giusto e dovuto. Ma deboli e tardive le risposte politiche alla crisi ETTORE LIVINI MILANO - Ok alla rete di salvataggio del governo per le banche, "un atto dovuto e giusto". Ma in un'Italia che "non ha ancora la percezione della crisi secolare verso cui è avviata", l'esecutivo manca di "prospettiva politica quando decide di dare soldi (che non ci sono) all'industria dell'auto e degli elettrodomestici mentre riduce i fondi per la scuola". Non bisogna tagliare le ali al futuro del paese. Lo ha ribadito ieri Carlo De Benedetti ? presidente della Cir ed editore de La Repubblica ? alla presentazione di Centomila punture di spillo, il libro scritto assieme a Federico Rampini e Francesco Daveri per la Mondadori. "Il nostro domani si gioca sulla formazione ? ha proseguito ? investendo in sapere e aiutando i consumatori, non sovvenzionando prodotti vecchi". E una nazione "che oggi non conta più nulla se non per il suo passato" e dove la politica ? come accade in tutto il mondo ? "ha dato risposte deboli e tardive alla crisi", la riforma può partire "solo dal basso". Provvedimenti come quello sulla rottamazione ? ha detto l'ingegnere ? "dimostrano una scarsa prospettiva politica. Da combattere o in Parlamento con l'opposizione, che al momento constatiamo che non c'è, o con la volontà dei singoli che devono tornare padroni del proprio destino". In un'Italia che si nutre di paure, "dove politica, imprese e persino i consumatori arrivano a interpretare l'arrivo della Cina, dell'India e di Internet come una cattiva notizia ? come ha detto Daveri, ordinario di politica economica all'università di Parma ? bisogna essere capaci di guardare oltre alla crisi". Ma come? La ricetta di De Benedetti, Rampini e Daveri sono, appunto, le centomila punture di spillo. Le scelte individuali che ognuno può attuare subito come "antidoto alla rassegnazione alla paura senza aspettare editti dall'alto", ha spiegato Rampini, editorialista e corrispondente da Pechino de la Repubblica. Superando le contraddizioni di un paese che "prima respinge l'offerta europea di Air France per Alitalia, poi accoglie a braccia aperte i libici in Unicredit, quindi si presenta come capofila dei paesi più arretrati nella battaglia europea sulla CO2". "Dobbiamo recuperare lo spirito dei nostri padri nel dopoguerra ? ha detto De Benedetti ?. Sono ripartiti dalle macerie dell'Italia e negli anni '50 e '60, senza paura, hanno recuperato 23 punti di Pil sulla Germania. Gli stessi punti che il nostro paese ha perso poi negli ultimi 15 anni". La rassegnazione ? secondo il presidente della Cir ? è un atteggiamento che arriva da lontano. "L'Italia è un paese senza missione e non per colpa di questo esecutivo ? ha detto ieri ? . Semplicemente non gliel'ha data nessun governo negli ultimi 50 anni". Oltre alla "ripresa democratica dal basso" ("quella di chi fa volontariato, di chi si occupa d'ecologia, di chi parla di valore dell'etica") bisogna recuperare anche un nuovo orizzonte di obiettivi strategici. "Certo questo secolo sarà quello dell'Asia ? ha continuato De Benedetti ?. Ma io sono convinto che noi abbiamo una Cina qui a due passi. Quella sponda sud del Mediterraneo con 720 milioni di abitanti e un Pil che cresce del 6% annuo. Un'area che ci è vicina anche culturalmente e su cui dobbiamo puntare". Una scommessa sul domani. Anche perché oggi ? indipendentemente dallo tsunami dei subprime ? "c'è una situazione economica in cui tutti accettano finalmente di riconoscere la parola recessione", ha detto De Benedetti. "Ci saranno momenti negativi e severi ? ha concluso ?. E c'è anche il rischio di una deriva antidemocratica, perché in passato da queste situazioni si è usciti con dittature e guerre. Ma spero il mondo abbia maturato gli anticorpi democratici per riuscire a uscirne in altro modo".

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Il mondo dopo la crisi (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Giancarlo Bruno L' attuale crisi finanziaria mondiale e risposte dei governi avranno un impatto lungo sul mondo nel ventunesimo secolo. Non a caso l'attuale situazione finanziaria si è diffusa dagli Stati Uniti, dove, per profondità e misura, non ha precedenti nella storia contemporanea dei mercati finanziari. Perfino nel crollo del 1929 i mercati finanziari erano più solidi, finché l'economia non entrò nella fase acuta della depressione e le dichiarazioni di bancarotta divennero frequenti. Il Giappone visse un'esperienza simile nei primi anni Novanta, e ancora oggi i mercati azionari giapponesi sono al 79% di quanto erano prima di quella crisi nel 1990. I timori sono che i mercati americani possano scendere ancora, dopo le perdite devastanti dei giorni scorsi. Come è noto qualche giorno fa i leader del G7 hanno annunciato un impegno coordinato per prevenire il fallimento di società di importanza strategica. Il grado di controllo che i governi richiederanno in cambio del loro sostegno è ancora da determinare. Anche se i summit internazionali sembrano mostrare un'immagine di coordinamento, resta da vedere come i singoli Paesi tradurranno in pratica le misure promesse. Gravi interrogativi riguardo la leadership Usa, non solo nella finanza, ma più in generale nel governo del mondo. In risposta alla necessità di stabilizzare il sistema finanziario domestico e internazionale, il governo degli Stati Uniti, in parallelo a quelli di molti altri paesi, ha nazionalizzato istituzioni finanziarie garantendo i loro debiti e investendo nei loro capitali diventandone in alcuni casi l'azionista di riferimento. Uno degli effetti immediati di questa "socializzazione", a causa delle sue enormi dimensioni, potrebbe risultare in un downgrade (abbassamento) della qualità del debito pubblico, con un conseguente aumento del costo di servizio del debito, togliendo risorse alla spesa pubblica. Ma più interessante a questo riguardo è l'impatto delle nazionalizzazioni del sistema finanziario sul funzionamento delle banche. Il governo realisticamente non si dedicherà alla gestione diretta degli istituti finanziari, ma per ragioni politiche dovrà esercitare un controllo molto più stretto sull'operatività del credito. Chiaramente qualcosa nel sistema di regolamentazione non ha funzionato, e le banche sono state lasciate libere di operare con meccanismi di incentivo che hanno portato a sviluppare una propensione al rischio spinta all'estremo, e i poteri pubblici, in America e altrove, sono sotto forte pressione da parte delle opinioni pubbliche per mettere mano al problema. Dall'altro le tentazioni di eccedere nel controllo e di usare la finanza per scopi politici non devono essere sottovalutate, come la storia economica e politica del nostro paese stesso ha dimostrato più volte in un passato anche troppo recente. Il rischio di iniziative demagogiche per rispondere alla frustrazione dei contribuenti non deve essere sottovalutato: eccessi regolatori potrebbero nuocere ulteriormente al sistema finanziario. Un cambiamento fondamentale sta per realizzarsi: negli Stati Uniti il neoliberalismo che è stato la religione incontrastata degli ultimi decenni sarà quasi certamente rimpiazzato da un modello in cui il ruolo dello Stato nella gestione della finanza sarà significativamente più centrale. Curiosamente i maggiori partiti hanno un atteggiamento contrastato al riguardo: i democratici, tradizionalmente più favorevoli al ruolo dello Stato nell'economia, sono contrari a sostenere "Wall Street" e accettano di farlo di malavoglia per proteggere "Main Street" (i consumatori). I repubblicani hanno nel loro Dna un ruolo dello Stato molto più limitato, e vedono con diffidenza la creazione del fondo da 700 miliardi di dollari in soccorso alle istituzioni indebolite e pericolanti, ma non possono voltare le spalle ai loro più entusiastici sostenitori (e finanziatori) di sempre. In comune però c'è il senso dell'ineluttabilità di questa decisione e del ruolo che i governi, non solo Usa, dovranno volenti o nolenti avere nella finanza nei prossimi anni, come anche la percezione della fine di un'epoca della finanza aggressiva ma anche di un certo tipo di American style. Alla riunione annuale del Fondo Monetario e della Banca Mondiale una settimana fa i banchieri mostravano gratitudine trepidante per l'azione più o meno tempestiva dei governi, sapendo però che presto o tardi questi stessi governi presenteranno il conto per i loro intervento di salvataggio, e quello americano non farà eccezione, nel Paese che ha o aveva fatto della libertà dell'iniziativa individuale il fondamento della propria economia. Negli Stati Uniti, che hanno costruito il loro impero sull'indipendenza dei mercati e dell'iniziativa individuale, sembra diffondersi la consapevolezza che il capitalismo non è sempre il modello in assoluto migliore degli altri: il consenso è che il sistema di regolamentazione fosse troppo permissivo e a maglie larghe, e in ogni caso inadeguato, avendo permesso a istituzioni finanziarie di operare sistematicamente sull'orlo dell'insostenibilità finanziaria e di usare fondi di terzi in proporzioni moralmente inaccettabili per condurre operazioni ad altssimo rischio, conducendo investimenti di qualità sempre più bassa, e facendo attenzione solo ai risultati trimestrali abbandonando l'ottica di lungo periodo. Sembra chiaro che ora ai banchieri verranno posti limiti più stringenti e le regolamentazioni diventerano più severe, ma il compito di ridisegnare le regole del gioco è arduo: l'innovazione, in finanza e altrove, è non solo utile ma necessaria. E i regolatori sono per natura in ritardo rispetto al dinamismo dei banchieri che, incentivati dai profitti, sono alla contunia ricerca di nuove opportunità. In ogni caso, lo shock culturale sarà fortissimo. Con le banche ancora poco disponibili a fornire capitali ad altri istituti finanziari ma anche alle aziende industriali, la produzione e il commercio sono di fronte a un rallentamento inevitabili. Il settore automobilistico per esempio sta già dimostrando gravi difficoltà negli Stati Uniti che non tarderanno a diffondersi nel resto del mondo. Nonostante le rassicurazioni dei giorni scorsi, gli sforzi pubblici per proteggere il sistema creditizio non saranno probabilmente in grado di evitare un rallentamento significativo dell'economia globale, disegnando una situazione potenzialmente molto pericolosa. L'impatto del declino simultaneo del mercato immobiliare, dei mercati azionari e dei consumi al dettaglio sembrano dimostrare che una recessione lunga e profonda negli Stati Uniti avrà un impatto praticamente inevitabile sulle economie di Paesi esportatori dovunque nel mondo. Sarà interessante capire, nel prossimo futuro, come la crisi finanziaria potrebbe evolvere nell'inizio del declino del potere economico e geopolitico degli Stati Uniti: mentre il Paese cerca capri espiatori in Alan Greenspan, l'ex presidente della Fed dai tassi di interesse bassissimi e liquidità facile, accusato di avere fornito il carburante degli eccessi, al Presidente Bush, colpevole degli sprechi della guerra in Iraq e del declino del prestigio internazionale del Paese, al direttore della Sec Chris Cox, la Consob americana, manifestamente impreparata a svolgere il suo compito, il vero interrogativo è se lo stile di vita americano, consumistico e speculativo, ma anche dinamico e basato sulle libertà di iniziativa e di rischio, esportato in tutto il mondo con orgoglio come il modello vincente, non sia più sostenibile. Inevitabile sembra il parallelo con la fine dell'impero romano, in cui la motivazione a guidare il mondo si perde nell'edonismo degli acquisti a carta di credito. La Cina, campione emergente dell'economia mondiale e in ogni caso della produzione manifatturiera, non può ancora svolgere un ruolo di leader globale, e sicuramente non vuole prendersi responsabilità al di là dei propri confini. Il mondo deve quindi affrontare un periodo di crisi di leadership, in cui i modelli di governance globale dovranno essere reinventati. Questo mentre gli Stati Uniti, come direbbe con ironia Oscar Wilde, muoiono al di sopra delle loro possibilità.

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Il premier chiama a un vertice banche e aziende (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-22 - pag: 3 autore: Il premier chiama a un vertice banche e aziende Vera Viola NAPOLI "Annuncio qui la volontà di invitarvi a Palazzo Chigi, la settimana prossima, insieme all'Abi per discutere della crisi finanziaria". Un impegno assunto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in risposta alle richieste avanzate dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, entrambi intervenuti ieri all'assemblea degli industriali di Napoli, a Bagnoli. "Non posso che aderire alle vostre analisi", ha rotto il ghiaccio il premier, esprimendo forte sintonia con le richieste di Confindustria. E ha precisato: "Ora dobbiamo evitare che la crisi dei mercati finanziari investa l'economia reale". Berlusconi ha parlato di un tavolo con banche e imprenditori che si riunirà al suo ritorno dalla Cina. Aggiungendo: "Credo che potremo varare delle misure importanti a sostegno delle imprese innovative e a quelle di elettrodomestici". Non ha anticipato cifre, ma ha spiegato che "un fondo per queste misure è già stato trovato". Il premier non pensa a un solo incontro: anzi, ha invitato gli imprenditori a un rapporto "permanente" col Governo. "La mia domanda è–ha detto– come si stanno comportando le banche con voi? è importante che da voi vengano avvisi perché noi possiamo intervenire tempestivamente". All'annuncio della convocazione del tavolo di confronto banche-imprese è subito seguita una richiesta di partecipazione anche del sindacato "perché la crisi si sta scaricando anche sulla pelle dei lavoratori e delle famiglie " ha dichiarato il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Quanto alle conseguenze della crisi finanziaria mondiale sugli istituti di credito italiani, il premier ha rivelato che "forse due o tre banche oltre a Unicredit avranno vantaggi ad aumentare il proprio capitale ". Ma poi Berlusconi ha precisato, ancora una volta in riferimento alle sollecitazioni di Emma Marcegaglia, che si tratterà di "interventi di mercato" e che se lo Stato entrerà nelle banche si tratterà di una presenza temporanea e che il Tesoro sottoscriverebbe azioni senza diritto di voto. Il presidente del Consiglio a questo punto ha voluto chiarire la propria posizione sull'ingresso di fondi sovrani nel capitale delle banche italiane. "Non ho parlato di stop agli investimenti di Paesi produttori di petrolio in Italia, ho solo detto che l'Italia non ha le regole di altri Paesi che consentono a imprese diventate oggetto di opa ostile di difendersi con aumenti di capitale o fusioni, e credo sia giusto che l'Italia sia al passo con altri Stati europei". Alle imprese che chiedono una riduzione della pressione fiscale, il Cavaliere ha prospettato interventi ma – ha detto – "non appena i conti pubblici ce lo permetteranno". In ogni caso il capo del Governo ha as-sicurato: "Manterremo l'impegno di portare il rapporto debito/ pil al di sotto del 100% nel 2011". Berlusconi ha però annunciato che l'esecutivo intende insistere sulla lotta alla evasione fiscale. "Chi paga imposte è aggredito da una pressione eccessiva – ha commentato – per questa ragione serve un'azione decisissima di lotta all'evasione fiscale. Crediamo che il federalismo sia un mezzo per poterlo fare". Il presidente del Consiglio, poi, calandosi sulla realtà napoletana ha ricordato l'impegno del Governonel superamento dell'emergenza rifiuti, confermando che il crono-programma fissato sarà rispettato. Il premier ha infine toccato numerosi altri temi nell'assemblea degli industriali partenopei. Dalla questione Alitalia, al G-8 che sarà allargato ad altri Paesi. Non senza lanciare bordate all'opposizione. Infine, ha ribadito che al Sud il Governo sarà impegnato in una dura e lunga guerra contro la mafia. CREDITO E INVESTITORI Altri due o tre istituti dopo UniCredit dovranno ricapitalizzare Niente stop ai fondi sovrani, ma limiti alle partecipazioni.

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Prodi: un nuovo ordine multipolare (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-22 - pag: 5 autore: Prodi: un nuovo ordine multipolare ROMA Sì ad una nuova Bretton Woods per riscrivere le regole economiche mondiali che riveda tra l'altro "i rapporti di forza tra il dollaro e le altre monete, a cominciare dall'euro". L'ex premier Romano Prodi, in una lunga intervista al settimanale "Famiglia cristiana" in edicola oggi, si dice "favorevole" alla prospettiva di una conferenza che partorisca "un nuovo ordine economico mondiale". "Non siamo ancora all'utopia di Keynes della moneta unica mondiale ma è certo che la nuova Bretton Woods per essere efficace dovrà stabilire un nuovo ordine economico mondiale ", aggiunge il Professore. Io dico che dobbiamo preparare un mondo multipolare – ha poi sottolineato Prodi – dove tutti stiano alle regole e rispettino gli accordi internazionali. Dobbiamo operare perché la Cina sia inserita nel tessuto e nella rete di questi rapporti internazionali. Se mi è permessa una battuta, piuttosto, ricordo che Tremonti aveva previsto che la nostra grande crisi sarebbe venuta da India e Cina. Invece è venuta da Wall Street. Dovrebbe rifletterci. Semmai la Cina sta aiutando ad arginare la crisi degli Usa".

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Venerdì a Bruxelles riparte il negoziato (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-10-22 - pag: 23 autore: Venerdì a Bruxelles riparte il negoziato MILANO L'appuntamento per il negoziato sarà venerdì pomeriggio, ore 16, a Bruxelles. Una riunione preparatoria del tavolo tecnico europeo sul pacchetto 20-20-20, cioè sulle disposizioni dell'Unione europea relative al risparmio energetico, alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica e al ricordo delle fonti rinnovabili di energia. Nei giorni scorsi nei diversi Consigli dei ministri europei l'Italia si è messa di traverso a questa formulazione del pacchetto: un sistema troppo costoso rispetto ai benefici ambientali attesi, e costosissimo soprattutto per l'Italia. La riunione di venerdì servirà soprattutto a confrontare i numeri e i dati sui costi diffusi solamente di recente dalla Commissione Ue, dati sui quali si basa la contestazione italiana con stime (per la sola Italia) di sovraccosti oltre i 181 miliardi di euro. Diverse le posizioni negoziali. Come l'Italia, "anche la Germania vorrebbe che venissero esentati dall'obbligo europeo l'industria energìvora, come la siderurgia, le cementerie o la chimica – ricorda Corrado Clini, direttore generale al ministero dell'Ambiente e capo tra i negoziatori italiani – ma chiede che nel settore delle auto vengano favorite le grandi cilindrate, tipiche della produzione tedesca, a scapito delle vetture più sobrie della produzione italiana". I Paesi usciti dal socialismo reale (come Romania, Repubblica ceca e così via) vorrebbero valorizzare la deindustrializzazione dei primi anni 90, quando le loro emissioni erano precipitate per la chiusura delle vecchie fabbriche. "Non c'è alcun segnale – aggiunge Clini – che Usa, Cina, India o Giappone e Canada si muovano nella direzione indicata dalla Ue. Ci chiediamo: il gioco vale a candela? Ci sono altri meccanismi, più efficaci, che possano muovere risorse e favorire lo sviluppo di tecnologie a basso impatto ambientale?" J.G.

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Clima, misure irragionevoli (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-10-22 - pag: 23 autore: Sviluppo. Il premier torna sul duro confronto con la Ue per le regole sulle emissioni di anidride carbonica "Clima, misure irragionevoli" Marcegaglia:non è vero che l'industria è contro la tutela dell'ambiente Marika Gervasio Irragionevole: così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha definito il piano sul clima in discussione a livello europeo durante l'assemblea dell'Unione industriali a Napoli, mentre il premier francese Nicolas Sarkozy ribadiva, a Bruxelles, che abbandonare gli obiettivi fissati "sarebbe drammatico e irresponsabile ". "L'Italia – ha affermato Berlusconi – è un Paese manifatturiero e i costi di adattamento richiesti dal pacchetto-clima deprimerebbero la nostra economia, soprattutto in un momento di crisi come questo. La Ue pensa di poter abbattere le emissioni di anidride carbonica nonostante i rifiuti scontati di Russia, India, Cina, Africa e Usa. Vogliamo fare i Don Chisciotte? Benissimo: attacchiamo, ma con razionalità. Se l'Europa vuole dare l'esempio a tutto il mondo, pagando un prezzo elevato, che questo prezzo sia pagato da tutti in parti uguali. Il modo di affrontare la questione ambientale dell'Europa è assolutamente irragionevole ". Da Napoli anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha detto no al pacchetto clima- ambiente della Ue e ha ringraziato il premier Berlusconi "per aver portato avanti, con determinazione, sui tavoli europei la posizione di chi non accetta regole irrealistiche e pericolose ". La Marcegaglia ha anche sottolineato l'attenzione e la disponibilità, da parte di Confindustria, nei confronti delle tematiche ambientali. "Non è affatto vero –ha assicurato – che siamo insensibili alla difesa dell'ambiente. Vogliamo avere un ruolo importante e cogliere la sfida tecnologica. Non è con regole rigide, con un accordo unilaterale che Cina e Usa non sottoscriveranno, che risolveremo il problema". Il leader di viale dell'Astronomia ha poi sottolineato l'importanza degli incentivi per il risparmio energetico per tutti i settori industriali. "Li abbiamo messi nel piano per il risparmio energetico generalizzato, quindi –ha detto –riguardano auto, elettrodomestici, rifiuti, motori elettrici, edilizia. Tutto ciò che contribuisce al risparmio energetico e alla riduzione di emissioni di C02, va supportato non solo in un settore, ma in generale". A Sarkozy ha risposto anche il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. "L'Italia – ha sottolineato – chiede flessibilità ed equità delle misure. Non può accettare provvedimenti che scaricherebbero, senza vantaggi per il clima, costi insostenibili sul sistema produttivo e sulle famiglie italiane. Finalmente, dopo due anni che si discutono queste misure, la Commissione ha prodotto uno studio sui costi che da venerdì sarà discusso in un tavolo tecnico. Il nostro Governo non ha chiesto il rinvio dell'accordo ma ritiene logico, se di misure sul clima stiamo parlando, che nell'analisi costi- efficacia si tenga conto dell'esito della Conferenza Onu sul clima di Copenaghen nel dicembre 2009 ". Una posizione, quella del Governo e, in particolare, della Prestigiacomo, "ineccepibile, responsabile e coraggiosa", come l'ha definita Aldo Fumagalli Romario, presidente della Commissione sviluppo sostenibile di Confindustria, che "chiama non solo l'Italia ma tutta l'Europa a fare scelte responsabili per cercare di raggiungere gli obiettivi di riduzione di emissione dei gas serra, ma compatibilmente con l'esigenza di non perdere competitività, soprattutto rispetto al restodel mondo che non ha nessuna intenzione di essere virtuoso come l'Europa ". Reazioni sono arrivate anche dall'opposizione. "Meno male che c'è l'Europa e che Sarkozy si è assunto con decisione il ruolo di paladino delle politiche ambientali e della lotta ai cambiamenti climatici – ha detto il leader dei Verdi, Grazia Francescato –. Per una volta siamo d'accordo con Berlusconi: sulla lotta ai cambiamenti climatici non può fare il Don Chisciotte ma al massimo il Sancho Panza. La cosa importante è che l'Italia sul pacchetto clima-energia Ue non ha alcun diritto di veto e confidiamo che il meccanismo della con decisione eviterà qualunque passo indietro nella lotta ai cambiamenti climatici che sono la vera priorità di questo secolo". IMPRESE E OPPOSIZIONE Fumagalli: atto di coraggio dalla Prestigiacomo Francescato (Verdi): bene la linea dell'Europa, nessun passo indietro.

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Sarkozy: un errore non approvare il piano europeo (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-10-22 - pag: 23 autore: L'appello del presidente francese Sarkozy: un errore non approvare il piano europeo Adriana Cerretelli STRASBURGO. Dal nostro inviato Davanti all'Europarlamento Nicolas Sarkozy ha ribadito ieri forte e chiara la sua volontà di chiudere entro l'anno il pacchetto climaenergia mantenendone i grandi obiettivi, cioè la formula del triplice 20. Però ha ribadito anche la sua apertura al negoziato per convincere i partner che hanno problemi. "Il pacchetto è ambizioso ma riflette la convinzione che il mondo si avvia alla catastrofe, se si continua a produrre come facciamo oggi. Non si può invocare in questo caso la crisi finanziaria perchè quella ambientale è una politica strutturale. Per questo sarebbe irresponsabile abbandonarla con il pretesto della crisi finanziaria. Per l'Europa intera sarebbe un modo di dimettersi di fronte al mondo perchè, se non è l'Europa a fare questo lavoro, nessuno lo farà al suo posto". Sarkozy appare determinato. Il presidente della Commissione Ue, José Barroso, almeno altrettanto. "Dobbiamo tenere sulla linea del 20% (di riduzione delle emissioni di CO2, di contributo delle rinnovabili al fabbisogno complessivo, di maggiore efficienza energetica, ndr). Spero che alla fine il nostro livello di ambizione non sarà diluito. E per questo conto sul cancelliere tedesco Angela Merkel". Non sarà facile trovare un accordo con una decina di paesi estremamente riluttanti. Italia in testa, come ieri ha ribadito il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in modo altrettanto forte e chiaro. Con il sostegno aperto dell'industria italiana, che ritiene insostenibili i costi della sfida. Tanto più che concentrati tutti sull'Europa, in un mondo dove invece i grandi inquinatori, dagli Stati Uniti alla Cina, India etc. continuano a restare alla finestra. Fuori si alza la voce ma dietro le quinte si sta trattando e in modo frenetico. Il tempo stringe. Il vertice che chiuderà il semestre francese, quello decisivo, si terrà infatti a Bruxelles l'11-12 dicembre. L'apertura verso i paesi dell'Est appare assodata, resta solo da scoprire quanto sarà generosa. "Ci sono economie che dipendono dal carbone fino al 95%, non possiamo metterle in ginocchio" ha dichiarato ieri Sarkozy, facendo trapelare concessioni in arrivo, con Polonia e Ungheria in prima fila nella corsa alle rivendicazioni e alle eccezioni. Anche con la Germania, un'economia manifatturiera almeno quanto quella italiana, si sta trattando per esentare alcuni settori energivori dal meccanismo delle aste e mantenerli invece nel regime delle licenze gratuite di emissioni. Acciaio, auto, chimica di base e calce, le industrie che ne potrebbero beneficiare. Più difficile la posizione negoziale dell'Italia che cumula la ricerca di un trattamento analogo per le proprie imprese ai ritardi accumulati nello sviluppo delle rinnovabili, alla tutela di una competitività in perdita di colpi sulla scena globale, complice anche una linea europea che intende tirare dritto nella sfida, a prescindere dal consenso globale. "Non faremo nessun putch istituzionale" ha risposto Sarkozy al leader dei verdi Daniel Cohen- Bendit che lo accusava di liquidare i poteri di codecisione dell'europarlamento in nome della ricerca di una decisione unanime al summit dicembre. Il presidente francese ha spiegato che al vertice dei capi di Governo si continuerà a decidere per consenso a 27. Ottenuto il più alto imprimatur politico, il pacchetto dovrà passare poi al vaglio prima dei ministri, che decideranno a maggioranza qualificata, e poi del parlamento. adriana.cerretelli@ilsole24ore.com LE POSIZIONI Parigi ha però ribadito l'apertura alla trattativa Barroso: spero che alla fine le nostre ambizioni non siano ridimensionate.

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Lusso in retromarcia nel 2009 (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

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Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE MERCATI IT data: 2008-10-22 - pag: 27 autore: Altagamma. Il 2008 rallenta ma chiuderà in positivo (+3%), l'anno prossimo è invece previsto un calo Lusso in retromarcia nel 2009 Solo l'Asia crescerà ancora a due cifre, frenano gli altri mercati Cristina Jucker MILANO Quest'anno è salvo,per i prodotti di lusso: la crescita complessiva del mercato mondiale dovrebbe essere del tre per cento. Certo, c'è ancora da giocare la partita del Natale, e non è facile capire cosa succederà. Quanto al 2009, però, potrebbe rivelarsi l'anno peggiore in assoluto, con una crescita attesa che oscilla tra zero e -2 a tassi correnti, che significa un crollo tra il 3% e il 7% a tassi costanti. Queste le previsioni di Claudia D'Arpizio, analista del settore lusso e partner di Bain & Co. L'immediato futuro, dunque, è cupo ma il sentimento più diffuso che si coglie tra gli imprenditori intervenuti ieri al convegno organizzato da Altagamma (l'associazione che riunisce una cinquantina di brand del lusso, di diversi settori) è l'incertezza: fare previsioni, pianificare per l'anno prossimo – dicono – è impossibile. Certo,c'è una forte frenata dei consumi, e c'è anche il rischio Paese, ci si chiede cosa faranno le banche, non solo in Italia. Insomma si naviga a vista. Per Paolo Zegna, vicepresidente di Altagamma e di Confindustria, "la crisi durerà sino al 2010. Ora le priorità sono evitare ogni difficoltà di accesso al credito (già avvertite da molte aziende), tenere duro e svilupparci all'estero:a prescindere dalla capacità del cavallo di bere dobbiamo fare un grosso lavoro sui mercati internazionali". Ma anche questi, i mercati, stanno diventando un'incognita: intanto, sottolinea D'Arpizio, "non dimentichiamo che Europa e Americhe coprono ancora una quota superiore al 70%". L'Europa tiene, a parte Spagna e Gran Bretagna, ma l'Italia è ferma. Il mercato russo ora vale 4 miliardi di euro circa, ma anche qui le incertezze finanziarie potrebbero frenare lo sviluppo dei prossimi mesi. Negli Stati Uniti il 2008 si chiude a crescita zero. Il Giappone non recupera (-7% nel 2008) ma per fortuna il resto dell'Asia cresce a due cifre. La Cina è il primo mercato asiatico e vale 5,9 miliardi di euro, segue la Corea del sud (4,9 miliardi) che però potrebbe frenare nei prossimi mesi, e Hong Kong con 3,6 miliardi. L'India ancora non arriva al miliardo. Se poi si guarda ai settori, sempre del lusso, colpisce la crescita dell'arredamento di design, che quest'anno dovrebbe sfiorare 19 miliardi di euro in valore (+8%) ma nel 2009 è previsto in frenata. Impermeabili alla crisi sono invece gli yacht: 10,3 miliardi quest'anno (+9%). Lo stesso vale per le calzature (+8% nel 2008) e gli orologi (+9%). Netta frenata, invece, per i gioielli e rallentamento per i profumi. I nuovi scenari avranno inevitabilmente un impatto anche sulle strategie di sviluppo delle aziende. In particolare sul fronte del retail. Racconta Alessandro Castellano, a.d. di Sace: "Una delle più grandi imprese del lusso mi ha detto recentemente di aver deciso di bloccare gli investimenti, nel retail ma anche nella comunicazione e nelle assunzioni, perchè riteneva che i costi fossero diventati troppo alti. In questo modo voleva dare un segnale al mercato, convinta che tra sei mesi questi costi saranno più bassi ". Gli investimenti nei negozi sono in frenata ("in Asia ormai ci sono già state quasi 500 aperture" ricorda D'Arpizio), visto che già nel 2007 le vendite medie per negozio erano in calo, come ha ricordato una ricerca realizzata dalla Bocconi. Giuseppe Mussari, presidente del Monte dei Paschi di Siena, ha indicato la leva per ripartire: "In Italia la percentuale di indebitamento sul reddito disponibile dei proprietari di casa è pari a 58; in Gran Bretagna è 177, negli Usa 139, in Germania 105. Siamo a un livello fisiologico e sulla base di questa solidità possiamo aggredire la crisi". "Cerchiamo di vedere il bicchiere più mezzo pieno che mezzo vuoto – ha aggiunto Leonardo Ferragamo, presidente di Altagamma – e speriamo che le istituzioni si abituino ad ascoltare quello che diciamo. Lo lo dico non senza polemica".

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De Benedetti promuove il piano per le banche (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: FINANZA E MERCATI data: 2008-10-22 - pag: 43 autore: Scenari economici. La presentazione del libro "Centomila punture di spillo" De Benedetti promuove il piano per le banche U na "condivisione completa del piano messo a punto dal Governo, atto dovuto e giusto, a sostegno del sistema creditizio del paese" ma molti dubbi sulla generale rete intessuta dalla politica per fronteggiare la crisi, al punto da temere un deriva anti-democratica. E un auspicio,ossia che l'Italia "riconquisti un senso di padronanza del proprio destino". Carlo De Benedetti, presidente della Cir, coglie l'opportunità della presentazione del libro Centomila punture di spillo, scritto con Federico Rampini e con la collaborazione di Francesco Valeri, per esprimere il proprio pensiero sulla delicata fase che stanno vivendo i mercati globali. L'incontro, moderato dal direttore del Sole 24 Ore, Ferruccio de Bortoli, è stato un'occasione di dibattitto e confronto sul tema del rallentamento economico. "è una crisi forte, lunga e che metterà a dura prova la resistenza dei consumatori, e che porta con sé il rischio di una deriva anti- democratica. La politica, non solo in Italia, ha avuto risposte deboli e tardive. Il piano Paulson era una stupidaggine, approvato con una forzatura e quindi modificato copiando il progetto di Gordon Brown", ha commentato De Benedetti che si è però augurato che l'attuale scenario non porti a "nuove guerre o dittature ", come accadde dopo il '29. L'Ingegnere, ribadendo quindi il concetto che ci si trova "in una recessione", ha voluto lanciare un segnale di fiducia legato per lo più alle ragioni del libro. Un libro nato quando i timori di crisi erano già nell'aria ma maturato con l'obiettivo di spronare il Paese a "ritrovare una missione" che permetta all'Italia di giocare "un ruolo nazionale " a livello globale. Un ruolo che il Paese non sta più ricoprendo, "perché sembra non contare più nulla". "Dobbiamo darci una missione civile e una missione strategica", ha sottolineato De Benedetti. La prima non per forza deve scattare con una riforma dall'alto. Non a caso l'Ingegnere ha stigmatizzato l'ultima mossa del Governo che "vorrebbe incentivare l'industria del bianco e dell'auto e tagliare le spese alla scuola, una politica con scarsa prospettiva". Per questo De Benedetti ha ripreso il concetto che certe cose si "possono combattere con la volontà del singolo" richiamando il concetto del "riformismo dal basso". Sul piano della missione strategica l'Ingegnere ha sollecitato il Paese a guardare al Mediterraneo del Sud. "In quella zona viene prodotto un Pil pari a sette volte quello della Cina, è gente che ha voglia di lavorare con noi, è una carta che dobbiamo giocare ". Non è un caso, forse, il recente ingresso della Libia nel capitale di UniCredit. In generale, comunque, De Benedetti ha voluto riprendere i concetti stessi contenuti nel libro che punta a mettere in evidenza tutto ciò che si può fare fin da subito per fronteggiare la crisi, "i cui primi segnali sono stati colti già nel giugno 2007". Ma che in realtà ha radici ancora più lontane, almeno per quanto riguarda l'Italia, che, come ha sottolineato Valeri da tempo combatte "con la paura del declino". L. G. LA PROSPETTIVA Il presidente di Cir: "Non so quanto lunga e profonda sia la crisi ma siamo tutti d'accordo che sia una recessione".

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New Delhi: prima la Luna, poi il G-13 (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-22 - pag: 9 autore: New Delhi: prima la Luna, poi il G-13 Un anno dopo Cina e Giappone,tocca all'India puntare alla luna con la sua prima missione. La navicella Chandrayaan-1 sarà lanciata oggie dopo 16 ore entrerà in orbita grazie a un razzo vettore fabbricato sempre dagli indiani, il Polar Satellite Launch Vehicle ( nella foto). La navicella arriverà sulla luna dopo cinque giorni. Obiettivo sarà cercare sulla luna l'Helium 3,un isotopo molto raro sulla Terra utilizzato nella fusione nucleare e che potrebbe costituire un'importante fonte di energia. AP.

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Berlino: no ai fondi sovrani Ue (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)

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Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-22 - pag: 9 autore: Berlino: no ai fondi sovrani Ue Subito bocciata la proposta avanzata da Sarkozy all'Europarlamento STRASBURGO. Dal nostro inviato "Dopo questa crisi l'Europa non sarà più la stessa. Volontarismo e capacità di coordinamento mostrati in queste settimane dovranno continuare a guidarci in futuro". Dunque, per cominciare, governo economico dell'euro. Fondi sovrani europei contro i predatori dei Paesi terzi e a difesa del patrimonio industrial-strategico dell'Unione ma subito la Germania ha risposto di no, in nome dell'apertura del proprio mercato agli investimenti esteri. Paradisi fiscali off-limits per le banche che incassino aiuti pubblici. Rifondazione del capitalismo con un G-8 allargato a 13, con Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica invitati a pieno titolo, e preceduto da un vertice europeo straordinario a 27 per prepararlo. Nicolas Sarkozy è in gran forma. Parla a braccio davanti all'emiciclo e sforna proposte a getto continuo, stregando l'europarlamento che lo ascolta silenzioso e attento. Da anni non si ritrovava davanti un leader europeo forte, convincente, che non teme i cambiamenti ma li sollecita in un mondo che cambia in modo rapido e radicale. E il presidente francese, che si esprime da presidente dell'Unione, non li delude. "Questa crisi finanziaria è già diventata economica. Dobbiamo affrontarla in modo coordinato, con una risposta unitaria, che non significa uguale per tutti. Di sicuro l'eurozona non potrà più continuare a vivere senza un governo economico che faccia da interlocutore a una Bce indipendente". E siccome sa, sollevando l'argomento, di mettere il dito in un vespaio per le tradizionali diffidenze di Germania e Olanda, precisa subito di essere "per l'indipendenza della Bce e contro i deficit che non portano a niente". Governo economico sì ma come? Di fronte a una crisi economico- finanziaria delle attuali proporzioni, il solito "tran tran" mensile delle riunioni dei ministri dell'Eurogruppo non basta. "Quando da decidere c'è un pacchetto di salvataggio delle banche da 1.800 miliardi di euro, ci vogliono i Governi". Dunque vertici regolari con la Bce, la cadenza dipenderà dagli eventi. Né basta stare a guardare i contraccolpi della crisi economica che avanza. Oggi in Borsa i titoli delle società europee, ha ricordato Sarkozy, valgono mediamente il 30% in meno di quello che quotavano sei mesi fa. "Non vorrei che un giorno i nostri cittadini scoprissero che i nostri gruppi più importanti sono controllati da capitali non europei". Ecco allora la proposta: "Ogni Paese Ue potrebbe dotarsi di fondi sovrani nazionali che si coordinino tra loro per dare una risposta industriale alla crisi". In questo modo, ha continuato, potremmo proteggere i nostri interessi strategici da attacchi predatori esterni in tempi di emergenza e rivendere le quote acquistate sul mercato una volta che questa sia passata. Perché "il nostro dovere è continuare a produrre auto, aerei e navi". Anche per questo, ha ribadito, vanno previste "politiche settoriali europee a sostegno dei comparti in difficoltà senza rimettere in discussione i regimi della concorrenza e degli aiuti di Stato". Al negoziato del G-13 per la rifondazione del capitalismo mondiale, l'Europa secondo Sarkozy dovrà presentarsi con questi punti fermi: e nessuna banca che operi con fondi dello Stato potrà lavorare nei paradisi fiscali, perché non si può chiedere trasparenza agli altri senza applicarla noi stessi; r tutte le istituzioni finanziarie dovranno essere sottoposte a regolamentazione, inclusi hedge funds e private equity; t le remunerazioni dei trader dovranno favorire comportamenti responsabili e non l'assunzione di rischi eccessivi; u le regole contabili andranno modificate per consentire alle banche di sopravvivere alla crisi; i il sistema monetario internazionale andrà ripensato alla ricerca di un equilibrio tra cambi fissi e fluttuanti tra le maggiori valute; o il resto del mondo non può continuare a finanziare i deficit americani senza avere voce in capitolo nel sistema finanziario globale. A.C. RICETTE A TUTTO CAMPO Il leader dell'Unione ha chiesto di rendere off-limits i paradisi fiscali per gli istituti di credito che ricevono aiuti pubblici.

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Un tavolo per aiutare banche e imprese (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

ECONOMIA 22-10-2008 Un tavolo per aiutare banche e imprese DA ROMA V ertice a Palazzo Chigi sulla crisi del credito con imprenditori e banchieri. Emma Marcegaglia lo ha chiesto e Silvio Berlusconi ha assicurato che si farà la prossima settimana, al rientro del premier dal viaggio in Cina. "Servono proposte per garantire credito alle imprese", ha detto la presidente di Confindustria all'assemblea degli industriali di Napoli dove era ospite anche il presidente del Consiglio (i due hanno pranzato insieme). Poco dopo dal palco Berlusconi ha raccolto l'invito a un vertice "per discutere con le banche e l'Abi le misure da adottare" per far fronte alla stretta creditizia. "Dobbiamo evitare che la crisi finanziaria ha proseguito Berlusconi di- venti crisi dell'economia reale. Le banche devono continuare a fare le banche, con l'indispensabile azione a sostegno delle imprese e dei consumi". "Ed è importante che da voi imprenditori ci vengano" delle informazioni sui comportamenti del sistema bancario. Dal vertice anti-crisi non vogliono però restare esclusi i sindacati, come ha messo in chiaro il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, spalleggiato dall'Ugl: "A quel tavolo, anche alla luce dell'allarme sui consumi lanciato dal governatore della Banca d'Italia, è necessario che ci sia anche il sindacato, perché la crisi si sta scaricando già sulla pelle dei lavoratori e delle famiglie italiane ". Nel suo intervento davanti agli imprenditori Emma Marcegaglia ha fatto quattro richieste precise al governo a favore delle imprese: sgravi per la capitalizzazione, aliquote agevolate per gli utili reinvestiti, un piano di risparmio energetico e maggiori agevolazioni fiscali. "La prima misura deve aiutare la capitalizzazione delle imprese - ha spiegato la Marcegaglia i soldi che gli imprenditori mettono nel capitale dell'impresa devono essere detassati". La seconda proposta riguarda "aliquote agevolate per la parte di utili che vengono reinvestiti. Vale a dire una incentivazione a tutti i tipi di investimento: se faccio il 100% di investimenti, ebbene su questa percentuale del mio reddito non pago le tasse ". Terza misura: un piano sul risparmio energetico, che preveda un'agevolazione fiscale per chi attua riduzioni di emissione inquinanti. Proposta che punta ad allargare ad altri settori l'ipotesi di rottamazione per le auto e gli elettrodomestici già ventilata dal governo. La quarta misura, la più tecnica, riguarda la deducibilità fiscale degli oneri passivi. "Oggi è in vigore una norma che mette un tetto del 30% del margine operativo alla deducibilità degli interessi ha spiegato la Marcegaglia . Noi chiediamo di alzare il limite e renderlo più flessibile perché oggi è troppo basso, visto l'andamento dei tassi di interesse". Dal fronte governativo, il ministro dello Sviluppo E- conomico Claudio Scajola fa sapere intanto che sono allo studio forme di garanzia finanziaria per le imprese, sulla falsariga di quanto già disposto per il settore bancario. Si valuta la costituzione di un fondo attraverso il quale lo Stato potrebbe dare una garanzia pubblica sui finanziamento erogati alle imprese. Inoltre i crediti vantati dalle aziende nei confronti della pubblica amministrazione dovrebbero essere riconosciuti dal sistema bancario a fini della concessione di prestiti. Lo stesso Berlusconi ieri ha parlato poi di misure per incentivare l'innovazione delle aziende. A proposito di sistema bancario una frase del premier ha innescato una certa fibrillazione: "Forse due o tre banche oltre a Unicredit avranno dei vantaggi ad aumentare il proprio capitale", ha detto il premier. Frase che qualcuno ha letto come l'annuncio di nuove operazioni nel credito, magari con l'aiuto pubblico. In realtà come poco dopo ha precisato Palazzo Chigi il capo delo governo si riferiva a ricapitalizzazioni effettuate "trovando naturalmente i mezzi sul mercato". Berlusconi è tornato anche sui possibili interventi dei fondi sovrani. "Non ho detto no ai capitali di Paesi produttori di petrolio ha sottolineato Ho detto solo che servono regole. Si potrebbe riflettere sull'opportunità di introdurre un tetto di partecipazione, una soglia del 5%". Confindustria chiede aliquote agevolate sugli utili e incentivi fiscali agli investimenti. Berlusconi: forse due o tre istituti di credito hanno bisogno di aumentare il capitale.

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Berlusconi parte al contrattacco: dall'Europa metodo irragionevole (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

MONDO 22-10-2008 il governo italiano Berlusconi parte al contrattacco: dall'Europa metodo irragionevole DA ROMA PAOLA COPPO " S e l'Europa e i cittadini europei vogliono dare l'esempio a tutto il mondo, che questo prezzo almeno sia pagato da tutti e in parti uguali perché non può essere per il 18% a carico dell'I- talia: l'Italia ci può stare se tutti i cittadini europei pagano lo stesso prezzo ". Silvio Berlusconi non ha dubbi sulle ragioni vincenti dell'Italia nel braccio di ferro con l'Ue sull'ambiente. Da Napoli il premier conferma la richiesta italiana di gradualità. "Siamo un Paese manifatturiero e non possiamo, in un momento di crisi come questo, caricarci il costo di qualcosa che è irragionevole ", spiega ricordando che "dieci Paesi sono con noi". E aggiunge: "Ho sempre ammirato Don Chisciotte e ho sempre amato andare all'attacco: andiamo all'attacco ma con senso di responsabilità ". L'Unione europea da sola si vuole assumere il compito di "indicare la strada a tutto il mondo", ma questo bisogna farlo "in modo equilibrato e giusto". Stefania Prestigiacomo, reduce dal duro confronto di Lussemburgo, si appella ancora alla flessibilità e all'equità, assicurando che da parte del-- l'Italia non c'è nessun disimpegno "ma non può accettare un pacchetto 'chiuso', deciso senza un reale confronto. Né può accettare che discutere nel merito tecnico delle misure che penalizzano alcuni Paesi e ne avvantaggiano altri venga considerato 'drammatico'. Di drammatico c'è la situazione economica e la rigidità di posizioni che rischia, questa sì, di non far raggiungere l'accordo che tutti auspichiamo". Anche perché le misure europee non quantificano né i costi né il risparmio energetico. Secondo il ministro dell'Ambiente, l'Italia "non può accettare provvedimenti che scaricherebbero, senza vantaggi per il clima, costi insostenibili sul sistema produttivo e sulle famiglie italiane". Prestigiacomo sostiene che il governo "non ha chiesto il rinvio dell'accordo ma ritiene logico, se si parla di misure sul clima, che nell'analisi costiefficacia si tenga conto dell'esito della Conferenza Onu sul clima di Copenaghen nel dicembre 2009. Il ruolo 'trainante' dell'Europa ha valore se riesce a 'trainare' i grandi produttori di Co2, Usa, India, Cina, ecc.. Se ciò non accadrà il pacchetto 20-20-20 avrà un valore simbolico per il clima e metterà fuori mercato molte produzioni europee, caricate di costi che la concorrenza mondiale non avrà". Un punto sul quale ha espresso "chiaramente " delle riserve la Germania "che teme il rischio di 'delocalizzazione' delle sue imprese manifatturiere a causa della calo di competitività europeo (il cosiddetto 'carbon leakage'). Una preoccupazione condivisa dall'Italia, ma che ovviamente conta poco in Paesi che non hanno una forte industria manifatturiera. Una preoccupazione che riguarda anche il settore auto, per il quale la direttiva anziché far pagare di più a chi produce auto pesanti e più inquinanti, finisce per penalizzare le industrie, come quella italiana, che produce auto leggere e a basse emissioni di Co2". E il ministro dell'Ambiente precisa: "L'impegno che ha strappato il premier è un impegno politico: si va avanti se c'è l'accordo di tutti, non se qualche Paese è penalizzato ". Il Pd plaude al tavolo tecnico, ma attacca il governo sulla sostanza. "Incredibile e irresponsabile è quello che dice Berlusconi", afferma Ermete Realacci. "Se prevalesse la posizione dei Paesi dell'ex blocco sovietico, la situazione dell'Italia sarebbe ulteriormente aggravata e i nostri obiettivi di riduzione di Co2 potrebbero più che raddoppiare", sostiene il ministro dell'Ambiente del governo ombra del Pd, che spiega: "La Commissione europea ha già offerto all'Italia sconto sui nuovi target per il clima. Il pacchetto 20-20-20, contrariamente a quanto affermano tutti gli esponenti del governo, grazie alla scelta di fissare al 2005 invece che al 1990 di Kyoto l'anno di riferimento per i nuovi tagli dei gas a effetto serra entro il 2020, riduce sensibilmente i nostri target. Purtroppo la cultura di Berlusconi sui temi ambientali è molto distante dai leader di centro destra dei grandi Paesi europei". Ma è durissimo il giudizio di tutta la sinistra. "Berlusconi sta difendendo non certo l'interesse nazionale, come dice, e tanto meno quello dei lavoratori italiani, ma gli interessi privati di industrie e industriali, esattamente come difende quelli di banche e banchieri", afferma il segretario del Prc, Paolo Ferrero. "Meno male che c'è l'Europa e che Sarkozy si è assunto con decisione il ruolo di paladino delle politiche ambientali e della lotta ai cambiamenti climatici", commenta il leader dei Verdi Grazia Francescato. Il premier: intesa solo se tutti sostengono gli stessi costi Prestigiacomo: "Niente misure prese senza un reale confronto".

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Gli obiettivi (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

MONDO 22-10-2008 gli obiettivi EMISSIONI Ridurre il CO2 nell'aria Il primo degli obiettivi del pacchetto clima dell'Ue prevede il 20% di taglio delle emissioni complessive di anidride carbonica (Co2) entro il 2020. Per quanto riguarda questo tipo di inquinamento, la graduatoria vede in testa la Cina con il 24% di emissioni di Co2 nel 2007, seguita dagli Usa col 21%. L'Europa si attesta al 12%, l'India all'8% e la Russia al 6%. Nel resto del mondo le emissioni di Co2 ammontano al 29%.

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Modello di sottosviluppo (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 22-10-2008)

Argomenti: Cina

Nane Cantatore, 22 ottobre 2008, 18:45 Il punto L'Europa ha elaborato un modello di sviluppo industriale che è la risposta più ragionevole in un contesto caratterizzato da forti disomogeneità politiche e da una strutturale debolezza delle istituzioni comunitarie e, ancor più dai limiti posti dai trattati internazionali per il commercio. Questo modello è decisamente semplice: si definiscono dei requisiti stringenti di qualità e sicurezza, tanto stringenti da costituire il punto più avanzato a livello mondiale, e si rende obbligatorio il loro soddisfacimento per accedere al mercato europeo, che è il più importante su scala mondiale. Dal momento che questi requisiti sono definiti in base a ragioni di interesse pubblico (la sicurezza dei consumatori, la tutela dell'ambiente e dei lavoratori, la trasparenza dei processi produttivi), gli Stati membri possono spendere denaro per la loro attuazione, di fatto aiutando le imprese a sviluppare prodotti che li soddisfino. In questo modo, le imprese europee si trovano in una posizione di vantaggio sul mercato interno, senza che sia stato applicato alcun dispositivo protezionistico; questo vantaggio si rivela strategico nella produzione di beni e servizi di assoluta qualità a livello mondiale, il che si traduce in un forte vantaggio competitivo. Questo sistema è stato già ampiamente applicato, per esempio nel campo della chimica, dell'industria alimentare, di quella automobilistica e nell'elettronica: basti pensare alle normative comunitarie sulla sicurezza alimentare, i livelli di emissione dei veicoli e le loro dotazioni di sicurezza, la certificazione dei prodotti chimici e sul marchio CE per la tutela dei consumatori. Adesso, al di là di tutte le sensate e doverose preoccupazioni per i cambiamenti climatici, si tratta di fare un salto di qualità: i nuovi parametri ambientali mirano a creare uno spazio commerciale chiuso ai prodotti e alle lavorazioni inquinanti, caratterizzato da un forte risparmio energetico e da un notevole ricorso alle tecnologie per l'energia rinnovabile. Non ci vuole molto a capire che proprio questi aspetti sono sempre più importanti anche fuori dall'Europa, e che la politica europea per l'ambiente mira, in modo forse cinico ma senz'altro astuto, a sviluppare un vantaggio strategico in questo senso. Del resto, il mondo è quel che è, e senza cinismo è difficile pensare di riuscire a ottenere qualcosa; ciò che conta, semmai, è che questo è uno dei pochi modi sensati per coniugare sviluppo economico e protezione dell'ambiente. Il vero cinismo di queste politiche, a dar voce alle più banali e becere espressioni antieuropee, starebbe nell'imporre a tutti gli Stati membri una politica di spesa nell'interesse di quelli che hanno già acquisito un margine di competitività in queste tecnologie; insomma, una politica tagliata a misura degli interessi di Germania, Francia, Spagna e dei loro amichetti nordici, solitamente refrattari a seguire la linea di Bruxelles, ma che in questo caso sarebbero stati ben felici di starci. Non a caso questa è la linea di pensiero a cui si sono immediatamente adeguati gli esponenti dell'attuale maggioranza, di quell'altra accolita di teste fine che è Confindustria e, va detto, del povero partito democratico, che va in crisi ogni volta che vede un'ombra di corruccio sul bel volto della signora Marcegaglia. Tutti a dire, in poche parole, che sì, insomma, l'ambiente è importante, ma c'è la crisi, e poi il sistema imprenditoriale italiano è fatto di piccole aziende, e per loro i costi di adeguamento sarebbero eccessivi, e poi non ci sono soldi, e allora l'India e la Cina sì che fanno danno e comincino loro, e quello che si chiede è solo un po' di tempo, e veniamoci incontro, e non è cosa: traducendo questo blaterio variamente inconsistente, l'Italia non intenderebbe spendere quattrini per sostenere obiettivi europei fatti su misura di altri Paesi membri. Il problema è che questo connubio tra la sindrome di Calimero e una furbizia da tre soldi è persino troppo evidente, specie quando è stato dato ufficialmente il via libera a sforare il vincolo più importante del patto di stabilità, vale a dire il tetto del tre per cento del deficit rispetto al Pil, proprio per coprire le spese della crisi continuando a sostenere la politica ambientale. La posizione diviene ancora meno difendibile se si pone mente alle ultime dichiarazioni di Paperino Tremonti sugli aiuti di Stato per risollevare le sorti dell'industria automobilistica, ai cavallereschi interventi per le banche in periglio o al famelico ghigno della cordata Alitalia: in altre parole, non ci sono soldi per una reale politica di sviluppo sostenibile, però se un'azienda decotta ha bisogno di quattrini pronta cassa si può accomodare. Tutto ciò, con buona pace di tutta la retorica della piccola e media impresa che sostiene l'economia italiana, visto che soltanto grandi aziende in crisi possono essere in grado di farsi sentire quando bussano a denari, quando questa non è addirittura la loro specializzazione, come possono testimoniare i casi della nostra gloriosa compagnia di bandiera e dell'ancora più gloriosa casa automobilistica nazionale. Ma le Pmi avrebbero anche ragioni più sostanziose per lamentarsi, oltre a quella di essere escluse da questo festino: il modello di sviluppo europeo, infatti, offrirebbe loro notevoli opportunità di fare affari, visto che il loro margine di efficienza sta nell'innovazione di processo piuttosto che in quella di prodotto. Per dirla in modo più chiaro, l'innovazione di prodotto è quella necessaria per immettere sul mercato nuovi prodotti, il che è persino ovvio; per raggiungere questo risultato, però, sono necessari forti investimenti in ricerca e sviluppo e per realizzare impianti di produzione necessari a realizzare i nuovi prodotti. Dal momento che tutti questi investimenti vanno fatti prima che il prodotto possa raggiungere il mercato e che gli impianti vengono realizzati a partire da un progetto iniziale definito fin nei dettagli, è normale e persino previsto che il processo produttivo non sia fin dall'inizio al massimo dell'efficienza; ed è qui che entra in gioco l'innovazione di processo. Ora, le grandi aziende si basano necessariamente su processi molto complessi, per modificare i quali servono grandi sforzi organizzativi, forti investimenti nella formazione e nella riprogettazione delle filiere produttive; le piccole e medie imprese, che normalmente agiscono solo su segmenti molto limitati dei processi industriali, hanno perciò forti vantaggi nell'ottimizzazione della loro attività. Questa, del resto, è stata in passato la chiave del successo del famoso modello del Nordest italiano, in cui sotto uno stesso capannone operavano decine di partite Iva, ognuna impegnata a fare il proprio pezzetto al meglio, nel minor tempo possibile e con i costi minori, per ottenere i margini più elevati. Le tecnologie delle energie rinnovabili sono esattamente a questa fase di sviluppo: i prodotti ci sono, il mercato sul quale venderli anche, quello che serve è una filiera produttiva articolata, nella quale possano collocarsi le capacità di ottimizzazione delle piccole e medie imprese organizzate in distretti. In altre parole, la politica energetica europea è una grande opportunità per l'Italia, se vuole valorizzare il proprio patrimonio di competenze e ricominciare a produrre innovazione; contestarla, o rimanerne ai margini in una sorta di serie B comunitaria, non è soltanto politicamente deprimente, ma anche sciocco dal punto di vista economico. Il fatto che le Pmi italiane si stiano accodando alle posizioni dell'attuale maggioranza è solo una prova della loro miopia industriale o della loro partigianeria politica, ma non certo della loro capacità di misurarsi con il futuro, o della loro stessa capacità imprenditoriale.

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