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Articoli
Cina (17)
I banchieri convertiti e lo stato d'eccezione - (segue
dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: aspiranti potenze economiche mondiali della Cina, del Sudamerica e dell'India, da un lato, e gli Stati Uniti e l'Unione Europea dall'altro. Nessun singolo giocatore o avversario può vincere da solo, tutto dipende dalle alleanze. Così come un governo da solo non può combattere il terrorismo globale, allo stesso modo un governo da solo non è in grado di contrastare il mutamento climatico,
Carne
e latte cinesi maxi sequestro dei carabinieri
( da "Repubblica,
La" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract:
latte cinesi
maxi sequestro dei carabinieri Oltre 124 mila chili di prodotti alimentari di
origine animale provenienti dalla Cina, per un totale di oltre 309 mila
confezioni, sono stati sequestrati dai carabinieri del Nas di Firenze dal
De
benedetti: sbagliato aiutare le industrie mentre si tagliano i fondi alla
scuola - ettore livini ( da "Repubblica, La"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: imprese e persino i consumatori arrivano a interpretare l'arrivo della Cina, dell'India e di Internet come una cattiva notizia ? come ha detto Daveri, ordinario di politica economica all'università di Parma ? bisogna essere capaci di guardare oltre alla crisi". Ma come? La ricetta di De Benedetti, Rampini e Daveri sono, appunto, le centomila punture di spillo.
Il
mondo dopo la crisi ( da "Unita, L'"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: La Cina, campione emergente dell'economia mondiale e in ogni caso della produzione manifatturiera, non può ancora svolgere un ruolo di leader globale, e sicuramente non vuole prendersi responsabilità al di là dei propri confini. Il mondo deve quindi affrontare un periodo di crisi di leadership, in cui i modelli di governance globale dovranno essere reinventati.
Il
premier chiama a un vertice banche e aziende
( da "Sole
24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: banche e imprenditori che si riunirà al suo ritorno dalla Cina. Aggiungendo: "Credo che potremo varare delle misure importanti a sostegno delle imprese innovative e a quelle di elettrodomestici". Non ha anticipato cifre, ma ha spiegato che "un fondo per queste misure è già stato trovato". Il premier non pensa a un solo incontro: anzi, ha invitato gli imprenditori a un rapporto "
Prodi:
un nuovo ordine multipolare ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: Dobbiamo operare perché la Cina sia inserita nel tessuto e nella rete di questi rapporti internazionali. Se mi è permessa una battuta, piuttosto, ricordo che Tremonti aveva previsto che la nostra grande crisi sarebbe venuta da India e Cina. Invece è venuta da Wall Street.
Venerdì
a Bruxelles riparte il negoziato ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: che Usa, Cina, India o Giappone e Canada si muovano nella direzione indicata dalla Ue. Ci chiediamo: il gioco vale a candela? Ci sono altri meccanismi, più efficaci, che possano muovere risorse e favorire lo sviluppo di tecnologie a basso impatto ambientale?
Clima,
misure irragionevoli ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina, Africa e Usa. Vogliamo fare i Don Chisciotte? Benissimo: attacchiamo, ma con razionalità. Se l'Europa vuole dare l'esempio a tutto il mondo, pagando un prezzo elevato, che questo prezzo sia pagato da tutti in parti uguali. Il modo di affrontare la questione ambientale dell'Europa è assolutamente irragionevole ".
Sarkozy:
un errore non approvare il piano europeo
( da "Sole
24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: in un mondo dove invece i grandi inquinatori, dagli Stati Uniti alla Cina, India etc. continuano a restare alla finestra. Fuori si alza la voce ma dietro le quinte si sta trattando e in modo frenetico. Il tempo stringe. Il vertice che chiuderà il semestre francese, quello decisivo, si terrà infatti a Bruxelles l'11-12 dicembre.
Lusso
in retromarcia nel 2009 ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: La Cina è il primo mercato asiatico e vale 5,9 miliardi di euro, segue la Corea del sud (4,9 miliardi) che però potrebbe frenare nei prossimi mesi, e Hong Kong con 3,6 miliardi. L'India ancora non arriva al miliardo. Se poi si guarda ai settori, sempre del lusso, colpisce la crescita dell'arredamento di design,
De
Benedetti promuove il piano per le banche
( da "Sole
24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: sette volte quello della Cina, è gente che ha voglia di lavorare con noi, è una carta che dobbiamo giocare ". Non è un caso, forse, il recente ingresso della Libia nel capitale di UniCredit. In generale, comunque, De Benedetti ha voluto riprendere i concetti stessi contenuti nel libro che punta a mettere in evidenza tutto ciò che si può fare fin da subito per fronteggiare la crisi,
New
Delhi: prima la Luna, poi il G-13
( da "Sole
24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: 9 autore: New Delhi: prima la Luna, poi il G-13 Un anno dopo Cina e Giappone,tocca all'India puntare alla luna con la sua prima missione. La navicella Chandrayaan-1 sarà lanciata oggie dopo 16 ore entrerà in orbita grazie a un razzo vettore fabbricato sempre dagli indiani, il Polar Satellite Launch Vehicle ( nella foto).
Berlino:
no ai fondi sovrani Ue ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: con Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica invitati a pieno titolo, e preceduto da un vertice europeo straordinario a 27 per prepararlo. Nicolas Sarkozy è in gran forma. Parla a braccio davanti all'emiciclo e sforna proposte a getto continuo, stregando l'europarlamento che lo ascolta silenzioso e attento.
Un
tavolo per aiutare banche e imprese
( da "Avvenire"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: al rientro del premier dal viaggio in Cina. "Servono proposte per garantire credito alle imprese", ha detto la presidente di Confindustria all'assemblea degli industriali di Napoli dove era ospite anche il presidente del Consiglio (i due hanno pranzato insieme). Poco dopo dal palco Berlusconi ha raccolto l'invito a un vertice "per discutere con le banche e l'
Berlusconi
parte al contrattacco: dall'Europa metodo irragionevole
( da "Avvenire"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina, ecc.. Se ciò non accadrà il pacchetto 20-20-20 avrà un valore simbolico per il clima e metterà fuori mercato molte produzioni europee, caricate di costi che la concorrenza mondiale non avrà". Un punto sul quale ha espresso "chiaramente " delle riserve la Germania "che teme il rischio di 'delocalizzazione' delle sue imprese manifatturiere a causa della calo di competitività
Gli
obiettivi ( da "Avvenire"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: Per quanto riguarda questo tipo di inquinamento, la graduatoria vede in testa la Cina con il 24% di emissioni di Co2 nel 2007, seguita dagli Usa col 21%. L'Europa si attesta al 12%, l'India all'8% e la Russia al 6%. Nel resto del mondo le emissioni di Co2 ammontano al 29%.
Modello
di sottosviluppo ( da "AprileOnline.info"
del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: e allora l'India e la Cina sì che fanno danno e comincino loro, e quello che si chiede è solo un po' di tempo, e veniamoci incontro, e non è cosa: traducendo questo blaterio variamente inconsistente, l'Italia non intenderebbe spendere quattrini per sostenere obiettivi europei fatti su misura di altri Paesi membri.
( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Commenti i banchieri
coNvertiti e lo stato d'eccezione (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Con il fanatismo
dei convertiti i banchieri (la cui immagine pubblica tende ad assumere le
fattezze del bankster, banchiere-gangster) sollecitano la statalizzazione delle
loro perdite, ciò che potrebbe avere conseguenze anche per
l'individualizzazione dei guadagni. Non avrà cominciato a farsi strada nei
centri anglosassoni del laissez-faire quella forma cinese di economia privata
diretta dallo Stato che finora era sempre stata dileggiata, demonizzata, ma
anche temuta? Come si spiega questa capacità dei rischi finanziari globali di
produrre sconvolgimenti politici? La sociologia della società mondiale del
rischio ha una risposta pronta: l'approccio ai rischi catastrofici (mutamento
climatico, crisi finanziaria, terrorismo) comporta l'anticipazione di uno stato
d'eccezione senza frontiere che incombe nel prossimo futuro. Le risposte a
questo stato d'eccezione e le responsabilità necessarie ad affrontarlo non
possono limitarsi all'ambito nazionale, perché esso non coinvolge più le
singole nazioni ma assume una dimensione cosmopolitica, facendo crollare
convinzioni apparentemente eterne e dando vita a nuove comunanze, a nuovi
conflitti e a nuove occasioni d'oro per gli attori più diversi. In questo
scenario occorre distinguere due varianti, che possiedono un'importanza
fondamentale per la teoria politica della società mondiale del rischio: da un lato,
l'anticipazione delle catastrofi causate dagli effetti collaterali non
intenzionali � mutamento climatico, crisi economica mondiale � ;
dall'altro, l'anticipazione di catastrofi intenzionali, come nel caso del
terrorismo suicida che opera a livello transnazionale. Si potrebbe ritenere, a
prima vista, che Carl Schmitt abbia intuito in anticipo il potenziale politico
dello stato d'eccezione indotto dai rischi globali. Tuttavia, nella sua teoria
della sovranità Schmitt collega lo stato d'eccezione esclusivamente allo Stato
nazionale. Per Schmitt è impensabile qualcosa come uno stato d'eccezione
transnazionale o cosmopolitico che, proprio all'opposto, cancella la
distinzione tra amico e nemico e nasce dall'indipendenza radicalizzata del
mercato. Forse l'aspetto più rilevante dei rischi globali (economia mondiale,
mutamento climatico, terrorismo) sta nel fatto che al posto delle frontiere tra
gli Stati nazionali subentra la mancanza di frontiere dello stato d'eccezione,
tanto a livello sociale, quanto a livello spaziale e temporale. Sul piano
sociale lo stato d'eccezione non conosce frontiere dal momento che qui ed ora
viene aperto un nuovo capitolo politico-finanziario della politica interna
mondiale. Ciò risulta evidente nella competizione tra i governi per il miglior
piano di salvezza del mondo, dove al vincitore � come dimostra l'esempio del
primo ministro britannico Gordon Brown � spetta la risurrezione politica
nello spazio nazionale e internazionale, quasi fosse una nuova fenice che
risorge dalla cenere. Si apre un gioco di potere che cambia le regole
apparentemente ferree della politica internazionale, un gioco che sta a metà
tra la politica da casinò e la roulette russa e nel quale vengono rinegoziate
le competenze e le regole � non solo quelle che intercorrono tra la sfera
nazionale e la sfera internazionale, ma anche quelle che regolano i rapporti
tra l'economia globale e lo Stato, tra l'economia globale e le organizzazioni
sovranazionali, nonché quelle che valgono tra le aspiranti
potenze economiche mondiali della Cina, del
Sudamerica e dell'India, da un lato, e gli Stati Uniti e l'Unione Europea
dall'altro. Nessun singolo giocatore o avversario può vincere da solo, tutto
dipende dalle alleanze. Così come un governo da solo non può combattere il
terrorismo globale, allo stesso modo un governo da solo non è in grado di
contrastare il mutamento climatico, né di fronteggiare le conseguenze
dell'incombente catastrofe finanziaria. Viceversa, il politico nazionale � ad
esempio, il ministro tedesco dell'economia Michael Glos � , che cerca di
rispondere al collasso dell'economia mondiale rimanendo all'interno del recinto
nazionale assomiglia all'ubriaco che in una notte buia cerca di ritrovare il
portamonete perduto sotto il cono di luce di un lampione. Alla domanda:
"Ha perduto davvero qui il suo portamonete?" risponde: "No, ma
almeno alla luce di un lampione posso cercarlo!". In altri termini, i
rischi finanziari globali potrebbero anche produrre failed states � perfino
in Occidente. La struttura statuale che prende forma nelle condizioni della
società mondiale del rischio potrebbe essere caratterizzata mediante i concetti
dell'inefficienza e dell'autoritarismo post-democratico. Sul piano spaziale lo
stato d'eccezione non conosce frontiere perché nel mondo ultra-interdipendente
le conseguenze dei rischi finanziari sono diventate incalcolabili e non
compensabili. Lo spazio di sicurezza della prima modernità, cioè della
modernità degli Stati nazionali, non escludeva danni (anche di notevoli proporzioni),
ma essi erano considerati compensabili, alle loro conseguenze negative si
poteva porre rimedio (con il denaro, ecc.). Quando però il sistema finanziario
mondiale è crollato, quando il clima è irreversibilmente cambiato, quando i
gruppi terroristici dispongono già di armi di annientamento di massa, allora è
troppo tardi. Di fronte a questa nuova qualità della minaccia all'umanità la
logica della compensazione perde la sua validità e � come argomenta FranÇois
Ewald � viene sostituita dal principio della tutela mediante prevenzione. Non
può accadere � dunque, un giudizio razionale fondato sulle esperienze è
proprio ciò che deve essere impedito! L'incalcolabilità dei rischi finanziari
deriva dalla straordinaria importanza del non-poter-sapere. Nello stesso tempo,
però, l'aspirazione dello Stato alla conoscenza, al controllo e alla sicurezza
deve essere rinnovata, approfondita ed estesa. Di qui l'ironia (per usare
un'espressione moderata) di controllare qualcosa di cui nessuno può sapere che
cosa sia e come si sviluppi, senza essere in grado di prevedere quali
conseguenze ed effetti collaterali potrà produrre la terapia miliardaria
prescritta dalla politica che brancola nel buio. Ma perché là dove l'economia
dell'equilibrio fallisce lo Stato deve stabilire in modo decisionistico che
cosa è opportuno fare? A questa domanda c'è una risposta sociologica
convincente: perché la promessa di sicurezza è il punto di forza dello Stato
moderno, che non è cancellato dal non-sapere, ma, al contrario, è da esso attivato.
Cosa accade se l'hybris delle misure progettate si risolve in nulla o ottiene
il contrario dei risultati sperati? A questa domanda c'è una risposta cinica e
realistica: con l'inefficacia dell'azione politica cresce il pericolo e quindi
l'emergenza per tutti � con la conseguenza paradossale che l'azione sbagliata
può riabilitarsi proprio grazie all'emergenza che rende più gravi i suoi
errori. Forse il perdono degli errori cresce con gli errori stessi, amplificati
dallo stato di emergenza in cui versano le persone. Il venir meno delle
frontiere temporali dello stato d'eccezione è dovuto anch'esso
all'incalcolabilità del pericolo. Tutti sperano che con la reazione a catena
alla quale stiamo assistendo la spirale all'indietro sia giunta al suo punto
estremo � salvo poi dover constatare l'inimmaginabile, cioè che le cose vanno
ancora peggio. Da questo punto di vista i crediti "tossici" nel
sistema della finanza mondiale assomigliano un po' al pericolo di valanga in
occasione di una nevicata che non finisce mai: si è consapevoli che c'è il
rischio, ma non si sa di preciso quando e dove avverrà la valanga. Nello stesso
tempo il pericolo percepito, che rischia di trascinare tutti nell'abisso,
produce una dinamica di accelerazione della reazione e quindi una spinta al
consenso che può saldare la frattura tra il bisogno, appunto, del consenso e
l'urgenza di prendere una decisione politica immediata, con la conseguenza che
al livello globale della politica interna mondiale diventa senz'altro possibile
ciò che nello spazio politico nazionale è del tutto inconcepibile, ossia il
fatto che a dispetto del principio di unanimità e della partecipazione di tutti
gli Stati � i cui interessi, come è noto, confliggono drammaticamente �
possono essere prese decisioni vincolanti a livello di politica finanziaria
globale sotto il diktat di un'urgenza assoluta. Perché? Proprio grazie
all'anticipazione della catastrofe nel presente, cioè grazie alla globalità
della percezione del rischio, favorita e illustrata dai mass-media. Tale
percezione apre spazi d'azione per la transnazionalizzazione co-statale dei
mercati finanziari, dei provvedimenti per la tutela dell'ambiente e, non
ultimo, anche per la transnazionalizzazione delle competenze militari e di
polizia in vista della lotta al terrorismo (cioè cose di valore politico assai
differente). Tuttavia, questo potere � storicamente nuovo � della
percezione globale dei pericoli viene pagato al prezzo della sua efficacia a
breve termine. Dal momento che tutto dipende dalla sua percezione attraverso i
media, la legittimazione dell'azione politica mondiale in forza dei pericoli
globali arriva solo fin dove arriva l'attenzione ottenuta dai media. Ciò che
provoca uno shock antropologico in coloro che sono nati nella società mondiale
del rischio non è più la mancanza di un qualche saldo riferimento metafisico
� l'assente Godot di Beckett � o la visione orrifica di un mondo totalmente
controllato esposta da Foucault, e nemmeno il muto dispotismo della
razionalità, che spaventava Weber. Ciò che oggi angustia i contemporanei è il
timore che il tessuto delle nostre dipendenze materiali e delle nostre
obbligazioni morali possa strapparsi e che il delicato sistema funzionale della
società mondiale del rischio possa incepparsi. Così tutto è capovolto dalla
testa ai piedi: ciò che per Weber, Adorno e Foucault era uno scenario di orrore
� la perfezionata razionalità del controllo che pervade il mondo amministrato
� è per le vittime potenziali delle crisi finanziarie (cioè per noi tutti) una
promessa: sarebbe bello se la razionalità del controllo controllasse; sarebbe
bello se ci terrorizzassero soltanto il consumismo e l'umanesimo; sarebbe bello
se si potesse far sì che il sistema tornasse a funzionare senza problemi
affidandosi alla sua "autopoiesi" (Luhmann) o alla formula liturgica
"Più mercato, per favore!". Cosa c'è di buono nel male? C'è il fatto
che l'egoismo degli Stati nazionali deve aprirsi alla dimensione cosmopolitica,
se vuole salvarsi. Ma questa è soltanto una tra molte possibilità e presuppone
che si apprenda dall'anticipazione di catastrofi paradigmatiche. Un'altra
possibilità è che queste non avvengano. Traduzione di Carlo Sandrelli.
( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Pagina X - Firenze
Prato Carne e latte cinesi maxi sequestro dei carabinieri
Oltre 124 mila chili di prodotti alimentari di origine animale provenienti dalla
Cina, per un totale di oltre 309 mila confezioni, sono stati
sequestrati dai carabinieri del Nas di Firenze dal
( da "Repubblica, La" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Economia Un atto
dovuto Il presidente di Cir e Espresso alla presentazione del libro da lui
scritto insieme a Rampini De Benedetti: sbagliato aiutare le industrie mentre
si tagliano i fondi alla scuola Creare una rete di salvataggio per le banche è
un atto giusto e dovuto. Ma deboli e tardive le risposte politiche alla crisi
ETTORE LIVINI MILANO - Ok alla rete di salvataggio del governo per le banche, "un
atto dovuto e giusto". Ma in un'Italia che "non ha ancora la
percezione della crisi secolare verso cui è avviata", l'esecutivo manca di
"prospettiva politica quando decide di dare soldi (che non ci sono)
all'industria dell'auto e degli elettrodomestici mentre riduce i fondi per la
scuola". Non bisogna tagliare le ali al futuro del paese. Lo ha ribadito
ieri Carlo De Benedetti ? presidente della Cir ed editore de La Repubblica ?
alla presentazione di Centomila punture di spillo, il libro scritto assieme a
Federico Rampini e Francesco Daveri per la Mondadori. "Il nostro domani si
gioca sulla formazione ? ha proseguito ? investendo in sapere e aiutando i
consumatori, non sovvenzionando prodotti vecchi". E una nazione "che
oggi non conta più nulla se non per il suo passato" e dove la politica ?
come accade in tutto il mondo ? "ha dato risposte deboli e tardive alla
crisi", la riforma può partire "solo dal basso". Provvedimenti
come quello sulla rottamazione ? ha detto l'ingegnere ? "dimostrano una
scarsa prospettiva politica. Da combattere o in Parlamento con l'opposizione,
che al momento constatiamo che non c'è, o con la volontà dei singoli che devono
tornare padroni del proprio destino". In un'Italia che si nutre di paure,
"dove politica, imprese e persino i consumatori
arrivano a interpretare l'arrivo della Cina, dell'India e
di Internet come una cattiva notizia ? come ha detto Daveri, ordinario di
politica economica all'università di Parma ? bisogna essere capaci di guardare
oltre alla crisi". Ma come? La ricetta di De Benedetti, Rampini e Daveri
sono, appunto, le centomila punture di spillo. Le scelte individuali che
ognuno può attuare subito come "antidoto alla rassegnazione alla paura
senza aspettare editti dall'alto", ha spiegato Rampini, editorialista e
corrispondente da Pechino de la Repubblica. Superando le contraddizioni di un
paese che "prima respinge l'offerta europea di Air France per Alitalia,
poi accoglie a braccia aperte i libici in Unicredit, quindi si presenta come
capofila dei paesi più arretrati nella battaglia europea sulla CO2".
"Dobbiamo recuperare lo spirito dei nostri padri nel dopoguerra ? ha detto
De Benedetti ?. Sono ripartiti dalle macerie dell'Italia e negli anni '50 e
'60, senza paura, hanno recuperato 23 punti di Pil sulla Germania. Gli stessi
punti che il nostro paese ha perso poi negli ultimi 15 anni". La
rassegnazione ? secondo il presidente della Cir ? è un atteggiamento che arriva
da lontano. "L'Italia è un paese senza missione e non per colpa di questo
esecutivo ? ha detto ieri ? . Semplicemente non gliel'ha data nessun governo
negli ultimi 50 anni". Oltre alla "ripresa democratica dal
basso" ("quella di chi fa volontariato, di chi si occupa d'ecologia,
di chi parla di valore dell'etica") bisogna recuperare anche un nuovo
orizzonte di obiettivi strategici. "Certo questo secolo sarà quello
dell'Asia ? ha continuato De Benedetti ?. Ma io sono convinto che noi abbiamo
una Cina qui a due passi. Quella sponda sud del
Mediterraneo con 720 milioni di abitanti e un Pil che cresce del 6% annuo.
Un'area che ci è vicina anche culturalmente e su cui dobbiamo puntare".
Una scommessa sul domani. Anche perché oggi ? indipendentemente dallo tsunami
dei subprime ? "c'è una situazione economica in cui tutti accettano
finalmente di riconoscere la parola recessione", ha detto De Benedetti.
"Ci saranno momenti negativi e severi ? ha concluso ?. E c'è anche il
rischio di una deriva antidemocratica, perché in passato da queste situazioni
si è usciti con dittature e guerre. Ma spero il mondo abbia maturato gli
anticorpi democratici per riuscire a uscirne in altro modo".
( da "Unita, L'" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Giancarlo Bruno L' attuale
crisi finanziaria mondiale e risposte dei governi avranno un impatto lungo sul
mondo nel ventunesimo secolo. Non a caso l'attuale situazione finanziaria si è
diffusa dagli Stati Uniti, dove, per profondità e misura, non ha precedenti
nella storia contemporanea dei mercati finanziari. Perfino nel crollo del 1929
i mercati finanziari erano più solidi, finché l'economia non entrò nella fase
acuta della depressione e le dichiarazioni di bancarotta divennero frequenti.
Il Giappone visse un'esperienza simile nei primi anni Novanta, e ancora oggi i
mercati azionari giapponesi sono al 79% di quanto erano prima di quella crisi
nel 1990. I timori sono che i mercati americani possano scendere ancora, dopo
le perdite devastanti dei giorni scorsi. Come è noto qualche giorno fa i leader
del G7 hanno annunciato un impegno coordinato per prevenire il fallimento di
società di importanza strategica. Il grado di controllo che i governi
richiederanno in cambio del loro sostegno è ancora da determinare. Anche se i
summit internazionali sembrano mostrare un'immagine di coordinamento, resta da
vedere come i singoli Paesi tradurranno in pratica le misure promesse. Gravi
interrogativi riguardo la leadership Usa, non solo nella finanza, ma più in
generale nel governo del mondo. In risposta alla necessità di stabilizzare il
sistema finanziario domestico e internazionale, il governo degli Stati Uniti,
in parallelo a quelli di molti altri paesi, ha nazionalizzato istituzioni
finanziarie garantendo i loro debiti e investendo nei loro capitali
diventandone in alcuni casi l'azionista di riferimento. Uno degli effetti
immediati di questa "socializzazione", a causa delle sue enormi
dimensioni, potrebbe risultare in un downgrade (abbassamento) della qualità del
debito pubblico, con un conseguente aumento del costo di servizio del debito,
togliendo risorse alla spesa pubblica. Ma più interessante a questo riguardo è
l'impatto delle nazionalizzazioni del sistema finanziario sul funzionamento
delle banche. Il governo realisticamente non si dedicherà alla gestione diretta
degli istituti finanziari, ma per ragioni politiche dovrà esercitare un
controllo molto più stretto sull'operatività del credito. Chiaramente qualcosa
nel sistema di regolamentazione non ha funzionato, e le banche sono state lasciate
libere di operare con meccanismi di incentivo che hanno portato a sviluppare
una propensione al rischio spinta all'estremo, e i poteri pubblici, in America
e altrove, sono sotto forte pressione da parte delle opinioni pubbliche per
mettere mano al problema. Dall'altro le tentazioni di eccedere nel controllo e
di usare la finanza per scopi politici non devono essere sottovalutate, come la
storia economica e politica del nostro paese stesso ha dimostrato più volte in
un passato anche troppo recente. Il rischio di iniziative demagogiche per
rispondere alla frustrazione dei contribuenti non deve essere sottovalutato:
eccessi regolatori potrebbero nuocere ulteriormente al sistema finanziario. Un
cambiamento fondamentale sta per realizzarsi: negli Stati Uniti il
neoliberalismo che è stato la religione incontrastata degli ultimi decenni sarà
quasi certamente rimpiazzato da un modello in cui il ruolo dello Stato nella
gestione della finanza sarà significativamente più centrale. Curiosamente i
maggiori partiti hanno un atteggiamento contrastato al riguardo: i democratici,
tradizionalmente più favorevoli al ruolo dello Stato nell'economia, sono
contrari a sostenere "Wall Street" e accettano di farlo di malavoglia
per proteggere "Main Street" (i consumatori). I repubblicani hanno
nel loro Dna un ruolo dello Stato molto più limitato, e vedono con diffidenza
la creazione del fondo da 700 miliardi di dollari in soccorso alle istituzioni
indebolite e pericolanti, ma non possono voltare le spalle ai loro più entusiastici
sostenitori (e finanziatori) di sempre. In comune però c'è il senso
dell'ineluttabilità di questa decisione e del ruolo che i governi, non solo
Usa, dovranno volenti o nolenti avere nella finanza nei prossimi anni, come
anche la percezione della fine di un'epoca della finanza aggressiva ma anche di
un certo tipo di American style. Alla riunione annuale del Fondo Monetario e
della Banca Mondiale una settimana fa i banchieri mostravano gratitudine
trepidante per l'azione più o meno tempestiva dei governi, sapendo però che
presto o tardi questi stessi governi presenteranno il conto per i loro
intervento di salvataggio, e quello americano non farà eccezione, nel Paese che
ha o aveva fatto della libertà dell'iniziativa individuale il fondamento della
propria economia. Negli Stati Uniti, che hanno costruito il loro impero
sull'indipendenza dei mercati e dell'iniziativa individuale, sembra diffondersi
la consapevolezza che il capitalismo non è sempre il modello in assoluto
migliore degli altri: il consenso è che il sistema di regolamentazione fosse
troppo permissivo e a maglie larghe, e in ogni caso inadeguato, avendo permesso
a istituzioni finanziarie di operare sistematicamente sull'orlo
dell'insostenibilità finanziaria e di usare fondi di terzi in proporzioni moralmente
inaccettabili per condurre operazioni ad altssimo rischio, conducendo
investimenti di qualità sempre più bassa, e facendo attenzione solo ai
risultati trimestrali abbandonando l'ottica di lungo periodo. Sembra chiaro che
ora ai banchieri verranno posti limiti più stringenti e le regolamentazioni
diventerano più severe, ma il compito di ridisegnare le regole del gioco è
arduo: l'innovazione, in finanza e altrove, è non solo utile ma necessaria. E i
regolatori sono per natura in ritardo rispetto al dinamismo dei banchieri che,
incentivati dai profitti, sono alla contunia ricerca di nuove opportunità. In
ogni caso, lo shock culturale sarà fortissimo. Con le banche ancora poco
disponibili a fornire capitali ad altri istituti finanziari ma anche alle aziende
industriali, la produzione e il commercio sono di fronte a un rallentamento
inevitabili. Il settore automobilistico per esempio sta già dimostrando gravi
difficoltà negli Stati Uniti che non tarderanno a diffondersi nel resto del
mondo. Nonostante le rassicurazioni dei giorni scorsi, gli sforzi pubblici per
proteggere il sistema creditizio non saranno probabilmente in grado di evitare
un rallentamento significativo dell'economia globale, disegnando una situazione
potenzialmente molto pericolosa. L'impatto del declino simultaneo del mercato
immobiliare, dei mercati azionari e dei consumi al dettaglio sembrano
dimostrare che una recessione lunga e profonda negli Stati Uniti avrà un
impatto praticamente inevitabile sulle economie di Paesi esportatori dovunque
nel mondo. Sarà interessante capire, nel prossimo futuro, come la crisi
finanziaria potrebbe evolvere nell'inizio del declino del potere economico e
geopolitico degli Stati Uniti: mentre il Paese cerca capri espiatori in Alan
Greenspan, l'ex presidente della Fed dai tassi di interesse bassissimi e
liquidità facile, accusato di avere fornito il carburante degli eccessi, al
Presidente Bush, colpevole degli sprechi della guerra in Iraq e del declino del
prestigio internazionale del Paese, al direttore della Sec Chris Cox, la Consob
americana, manifestamente impreparata a svolgere il suo compito, il vero
interrogativo è se lo stile di vita americano, consumistico e speculativo, ma
anche dinamico e basato sulle libertà di iniziativa e di rischio, esportato in
tutto il mondo con orgoglio come il modello vincente, non sia più sostenibile.
Inevitabile sembra il parallelo con la fine dell'impero romano, in cui la
motivazione a guidare il mondo si perde nell'edonismo degli acquisti a carta di
credito. La Cina, campione
emergente dell'economia mondiale e in ogni caso della produzione
manifatturiera, non può ancora svolgere un ruolo di leader globale, e
sicuramente non vuole prendersi responsabilità al di là dei propri confini. Il
mondo deve quindi affrontare un periodo di crisi di leadership, in cui i
modelli di governance globale dovranno essere reinventati. Questo mentre
gli Stati Uniti, come direbbe con ironia Oscar Wilde, muoiono al di sopra delle
loro possibilità.
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-22 - pag: 3 autore: Il premier chiama a
un vertice banche e aziende Vera Viola NAPOLI "Annuncio qui la volontà di
invitarvi a Palazzo Chigi, la settimana prossima, insieme all'Abi per discutere
della crisi finanziaria". Un impegno assunto dal presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi, in risposta alle richieste avanzate dal presidente di
Confindustria, Emma Marcegaglia, entrambi intervenuti ieri all'assemblea degli
industriali di Napoli, a Bagnoli. "Non posso che aderire alle vostre
analisi", ha rotto il ghiaccio il premier, esprimendo forte sintonia con
le richieste di Confindustria. E ha precisato: "Ora dobbiamo evitare che
la crisi dei mercati finanziari investa l'economia reale". Berlusconi ha
parlato di un tavolo con banche e imprenditori che si
riunirà al suo ritorno dalla Cina. Aggiungendo: "Credo che
potremo varare delle misure importanti a sostegno delle imprese innovative e a
quelle di elettrodomestici". Non ha anticipato cifre, ma ha spiegato che
"un fondo per queste misure è già stato trovato". Il premier non
pensa a un solo incontro: anzi, ha invitato gli imprenditori a un rapporto
"permanente" col Governo. "La mia domanda è–ha detto–
come si stanno comportando le banche con voi? è importante che da voi vengano
avvisi perché noi possiamo intervenire tempestivamente". All'annuncio
della convocazione del tavolo di confronto banche-imprese è subito seguita una
richiesta di partecipazione anche del sindacato "perché la crisi si sta
scaricando anche sulla pelle dei lavoratori e delle famiglie " ha
dichiarato il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Quanto alle conseguenze
della crisi finanziaria mondiale sugli istituti di credito italiani, il premier
ha rivelato che "forse due o tre banche oltre a Unicredit avranno vantaggi
ad aumentare il proprio capitale ". Ma poi Berlusconi ha precisato, ancora
una volta in riferimento alle sollecitazioni di Emma Marcegaglia, che si
tratterà di "interventi di mercato" e che se lo Stato entrerà nelle
banche si tratterà di una presenza temporanea e che il Tesoro sottoscriverebbe
azioni senza diritto di voto. Il presidente del Consiglio a questo punto ha
voluto chiarire la propria posizione sull'ingresso di fondi sovrani nel
capitale delle banche italiane. "Non ho parlato di stop agli investimenti
di Paesi produttori di petrolio in Italia, ho solo detto che l'Italia non ha le
regole di altri Paesi che consentono a imprese diventate oggetto di opa ostile
di difendersi con aumenti di capitale o fusioni, e credo sia giusto che
l'Italia sia al passo con altri Stati europei". Alle imprese che chiedono
una riduzione della pressione fiscale, il Cavaliere ha prospettato interventi
ma – ha detto – "non appena i conti pubblici ce lo permetteranno". In
ogni caso il capo del Governo ha as-sicurato: "Manterremo l'impegno di
portare il rapporto debito/ pil al di sotto del 100% nel 2011". Berlusconi
ha però annunciato che l'esecutivo intende insistere sulla lotta alla evasione
fiscale. "Chi paga imposte è aggredito da una pressione eccessiva – ha
commentato – per questa ragione serve un'azione decisissima di lotta
all'evasione fiscale. Crediamo che il federalismo sia un mezzo per poterlo
fare". Il presidente del Consiglio, poi, calandosi sulla realtà napoletana
ha ricordato l'impegno del Governonel superamento dell'emergenza rifiuti,
confermando che il crono-programma fissato sarà rispettato. Il premier ha
infine toccato numerosi altri temi nell'assemblea degli industriali partenopei.
Dalla questione Alitalia, al G-8 che sarà allargato ad altri Paesi. Non senza
lanciare bordate all'opposizione. Infine, ha ribadito che al Sud il Governo
sarà impegnato in una dura e lunga guerra contro la mafia. CREDITO E
INVESTITORI Altri due o tre istituti dopo UniCredit dovranno ricapitalizzare
Niente stop ai fondi sovrani, ma limiti alle partecipazioni.
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-22 - pag: 5 autore: Prodi: un nuovo ordine
multipolare ROMA Sì ad una nuova Bretton Woods per riscrivere le regole
economiche mondiali che riveda tra l'altro "i rapporti di forza tra il
dollaro e le altre monete, a cominciare dall'euro". L'ex premier Romano
Prodi, in una lunga intervista al settimanale "Famiglia cristiana" in
edicola oggi, si dice "favorevole" alla prospettiva di una conferenza
che partorisca "un nuovo ordine economico mondiale". "Non siamo
ancora all'utopia di Keynes della moneta unica mondiale ma è certo che la nuova
Bretton Woods per essere efficace dovrà stabilire un nuovo ordine economico
mondiale ", aggiunge il Professore. Io dico che dobbiamo preparare un
mondo multipolare – ha poi sottolineato Prodi – dove tutti stiano alle regole e
rispettino gli accordi internazionali. Dobbiamo operare
perché la Cina sia inserita nel tessuto e nella rete di questi rapporti
internazionali. Se mi è permessa una battuta, piuttosto, ricordo che Tremonti
aveva previsto che la nostra grande crisi sarebbe venuta da India e Cina. Invece è venuta da Wall Street. Dovrebbe rifletterci.
Semmai la Cina sta aiutando ad arginare la crisi degli
Usa".
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-10-22 - pag: 23 autore: Venerdì a
Bruxelles riparte il negoziato MILANO L'appuntamento per il negoziato sarà
venerdì pomeriggio, ore
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-10-22 - pag: 23 autore: Sviluppo. Il
premier torna sul duro confronto con la Ue per le regole sulle emissioni di
anidride carbonica "Clima, misure irragionevoli" Marcegaglia:non è
vero che l'industria è contro la tutela dell'ambiente Marika Gervasio
Irragionevole: così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha definito
il piano sul clima in discussione a livello europeo durante l'assemblea
dell'Unione industriali a Napoli, mentre il premier francese Nicolas Sarkozy
ribadiva, a Bruxelles, che abbandonare gli obiettivi fissati "sarebbe
drammatico e irresponsabile ". "L'Italia – ha affermato Berlusconi –
è un Paese manifatturiero e i costi di adattamento richiesti dal
pacchetto-clima deprimerebbero la nostra economia, soprattutto in un momento di
crisi come questo. La Ue pensa di poter abbattere le emissioni di anidride carbonica
nonostante i rifiuti scontati di Russia, India, Cina, Africa e
Usa. Vogliamo fare i Don Chisciotte? Benissimo: attacchiamo, ma con
razionalità. Se l'Europa vuole dare l'esempio a tutto il mondo, pagando un
prezzo elevato, che questo prezzo sia pagato da tutti in parti uguali. Il modo
di affrontare la questione ambientale dell'Europa è assolutamente irragionevole
". Da Napoli anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia
ha detto no al pacchetto clima- ambiente della Ue e ha ringraziato il premier
Berlusconi "per aver portato avanti, con determinazione, sui tavoli
europei la posizione di chi non accetta regole irrealistiche e pericolose
". La Marcegaglia ha anche sottolineato l'attenzione e la disponibilità,
da parte di Confindustria, nei confronti delle tematiche ambientali. "Non
è affatto vero –ha assicurato – che siamo insensibili alla difesa
dell'ambiente. Vogliamo avere un ruolo importante e cogliere la sfida
tecnologica. Non è con regole rigide, con un accordo unilaterale che Cina e Usa non sottoscriveranno, che risolveremo il
problema". Il leader di viale dell'Astronomia ha poi sottolineato
l'importanza degli incentivi per il risparmio energetico per tutti i settori
industriali. "Li abbiamo messi nel piano per il risparmio energetico
generalizzato, quindi –ha detto –riguardano auto, elettrodomestici, rifiuti,
motori elettrici, edilizia. Tutto ciò che contribuisce al risparmio energetico
e alla riduzione di emissioni di C02, va supportato non solo in un settore, ma
in generale". A Sarkozy ha risposto anche il ministro dell'Ambiente
Stefania Prestigiacomo. "L'Italia – ha sottolineato – chiede flessibilità
ed equità delle misure. Non può accettare provvedimenti che scaricherebbero,
senza vantaggi per il clima, costi insostenibili sul sistema produttivo e sulle
famiglie italiane. Finalmente, dopo due anni che si discutono queste misure, la
Commissione ha prodotto uno studio sui costi che da venerdì sarà discusso in un
tavolo tecnico. Il nostro Governo non ha chiesto il rinvio dell'accordo ma ritiene
logico, se di misure sul clima stiamo parlando, che nell'analisi costi-
efficacia si tenga conto dell'esito della Conferenza Onu sul clima di
Copenaghen nel dicembre 2009 ". Una posizione, quella del Governo e, in
particolare, della Prestigiacomo, "ineccepibile, responsabile e
coraggiosa", come l'ha definita Aldo Fumagalli Romario, presidente della
Commissione sviluppo sostenibile di Confindustria, che "chiama non solo
l'Italia ma tutta l'Europa a fare scelte responsabili per cercare di raggiungere
gli obiettivi di riduzione di emissione dei gas serra, ma compatibilmente con
l'esigenza di non perdere competitività, soprattutto rispetto al restodel mondo
che non ha nessuna intenzione di essere virtuoso come l'Europa ". Reazioni
sono arrivate anche dall'opposizione. "Meno male che c'è l'Europa e che
Sarkozy si è assunto con decisione il ruolo di paladino delle politiche
ambientali e della lotta ai cambiamenti climatici – ha detto il leader dei
Verdi, Grazia Francescato –. Per una volta siamo d'accordo con Berlusconi:
sulla lotta ai cambiamenti climatici non può fare il Don Chisciotte ma al
massimo il Sancho Panza. La cosa importante è che l'Italia sul pacchetto
clima-energia Ue non ha alcun diritto di veto e confidiamo che il meccanismo
della con decisione eviterà qualunque passo indietro nella lotta ai cambiamenti
climatici che sono la vera priorità di questo secolo". IMPRESE E
OPPOSIZIONE Fumagalli: atto di coraggio dalla Prestigiacomo Francescato
(Verdi): bene la linea dell'Europa, nessun passo indietro.
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore sezione:
ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-10-22 - pag: 23 autore: L'appello del presidente
francese Sarkozy: un errore non approvare il piano europeo Adriana Cerretelli
STRASBURGO. Dal nostro inviato Davanti all'Europarlamento Nicolas Sarkozy ha
ribadito ieri forte e chiara la sua volontà di chiudere entro l'anno il
pacchetto climaenergia mantenendone i grandi obiettivi, cioè la formula del
triplice 20. Però ha ribadito anche la sua apertura al negoziato per convincere
i partner che hanno problemi. "Il pacchetto è ambizioso ma riflette la
convinzione che il mondo si avvia alla catastrofe, se si continua a produrre
come facciamo oggi. Non si può invocare in questo caso la crisi finanziaria
perchè quella ambientale è una politica strutturale. Per questo sarebbe irresponsabile
abbandonarla con il pretesto della crisi finanziaria. Per l'Europa intera
sarebbe un modo di dimettersi di fronte al mondo perchè, se non è l'Europa a
fare questo lavoro, nessuno lo farà al suo posto". Sarkozy appare
determinato. Il presidente della Commissione Ue, José Barroso, almeno
altrettanto. "Dobbiamo tenere sulla linea del 20% (di riduzione delle
emissioni di CO2, di contributo delle rinnovabili al fabbisogno complessivo, di
maggiore efficienza energetica, ndr). Spero che alla fine il nostro livello di
ambizione non sarà diluito. E per questo conto sul cancelliere tedesco Angela
Merkel". Non sarà facile trovare un accordo con una decina di paesi
estremamente riluttanti. Italia in testa, come ieri ha ribadito il presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi in modo altrettanto forte e chiaro. Con il
sostegno aperto dell'industria italiana, che ritiene insostenibili i costi
della sfida. Tanto più che concentrati tutti sull'Europa, in
un mondo dove invece i grandi inquinatori, dagli Stati Uniti alla Cina, India etc. continuano a restare alla finestra. Fuori si alza la
voce ma dietro le quinte si sta trattando e in modo frenetico. Il tempo
stringe. Il vertice che chiuderà il semestre francese, quello decisivo, si
terrà infatti a Bruxelles l'11-12 dicembre. L'apertura verso i paesi
dell'Est appare assodata, resta solo da scoprire quanto sarà generosa. "Ci
sono economie che dipendono dal carbone fino al 95%, non possiamo metterle in
ginocchio" ha dichiarato ieri Sarkozy, facendo trapelare concessioni in
arrivo, con Polonia e Ungheria in prima fila nella corsa alle rivendicazioni e
alle eccezioni. Anche con la Germania, un'economia manifatturiera almeno quanto
quella italiana, si sta trattando per esentare alcuni settori energivori dal
meccanismo delle aste e mantenerli invece nel regime delle licenze gratuite di
emissioni. Acciaio, auto, chimica di base e calce, le industrie che ne
potrebbero beneficiare. Più difficile la posizione negoziale dell'Italia che
cumula la ricerca di un trattamento analogo per le proprie imprese ai ritardi
accumulati nello sviluppo delle rinnovabili, alla tutela di una competitività
in perdita di colpi sulla scena globale, complice anche una linea europea che
intende tirare dritto nella sfida, a prescindere dal consenso globale.
"Non faremo nessun putch istituzionale" ha risposto Sarkozy al leader
dei verdi Daniel Cohen- Bendit che lo accusava di liquidare i poteri di
codecisione dell'europarlamento in nome della ricerca di una decisione unanime
al summit dicembre. Il presidente francese ha spiegato che al vertice dei capi
di Governo si continuerà a decidere per consenso a 27. Ottenuto il più alto
imprimatur politico, il pacchetto dovrà passare poi al vaglio prima dei
ministri, che decideranno a maggioranza qualificata, e poi del parlamento.
adriana.cerretelli@ilsole24ore.com LE POSIZIONI Parigi ha però ribadito
l'apertura alla trattativa Barroso: spero che alla fine le nostre ambizioni non
siano ridimensionate.
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: ECONOMIA E IMPRESE MERCATI IT data: 2008-10-22 - pag: 27 autore:
Altagamma. Il 2008 rallenta ma chiuderà in positivo (+3%), l'anno prossimo è
invece previsto un calo Lusso in retromarcia nel 2009 Solo l'Asia crescerà
ancora a due cifre, frenano gli altri mercati Cristina Jucker MILANO Quest'anno
è salvo,per i prodotti di lusso: la crescita complessiva del mercato mondiale
dovrebbe essere del tre per cento. Certo, c'è ancora da giocare la partita del
Natale, e non è facile capire cosa succederà. Quanto al 2009, però, potrebbe
rivelarsi l'anno peggiore in assoluto, con una crescita attesa che oscilla tra
zero e
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: FINANZA E MERCATI data: 2008-10-22 - pag: 43 autore: Scenari
economici. La presentazione del libro "Centomila punture di spillo" De
Benedetti promuove il piano per le banche U na "condivisione completa del
piano messo a punto dal Governo, atto dovuto e giusto, a sostegno del sistema
creditizio del paese" ma molti dubbi sulla generale rete intessuta dalla
politica per fronteggiare la crisi, al punto da temere un deriva
anti-democratica. E un auspicio,ossia che l'Italia "riconquisti un senso
di padronanza del proprio destino". Carlo De Benedetti, presidente della
Cir, coglie l'opportunità della presentazione del libro Centomila punture di
spillo, scritto con Federico Rampini e con la collaborazione di Francesco
Valeri, per esprimere il proprio pensiero sulla delicata fase che stanno
vivendo i mercati globali. L'incontro, moderato dal direttore del Sole 24 Ore,
Ferruccio de Bortoli, è stato un'occasione di dibattitto e confronto sul tema
del rallentamento economico. "è una crisi forte, lunga e che metterà a
dura prova la resistenza dei consumatori, e che porta con sé il rischio di una
deriva anti- democratica. La politica, non solo in Italia, ha avuto risposte
deboli e tardive. Il piano Paulson era una stupidaggine, approvato con una
forzatura e quindi modificato copiando il progetto di Gordon Brown", ha
commentato De Benedetti che si è però augurato che l'attuale scenario non porti
a "nuove guerre o dittature ", come accadde dopo il '
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-22 - pag: 9 autore:
New Delhi: prima la Luna, poi il G-13 Un anno dopo Cina e
Giappone,tocca all'India puntare alla luna con la sua prima missione. La
navicella Chandrayaan-1 sarà lanciata oggie dopo 16 ore entrerà in orbita
grazie a un razzo vettore fabbricato sempre dagli indiani, il Polar Satellite
Launch Vehicle ( nella foto). La navicella arriverà sulla luna dopo
cinque giorni. Obiettivo sarà cercare sulla luna l'Helium 3,un isotopo molto
raro sulla Terra utilizzato nella fusione nucleare e che potrebbe costituire
un'importante fonte di energia. AP.
( da "Sole 24 Ore, Il" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-10-22 - pag: 9 autore: Berlino: no ai fondi sovrani
Ue Subito bocciata la proposta avanzata da Sarkozy all'Europarlamento
STRASBURGO. Dal nostro inviato "Dopo questa crisi l'Europa non sarà più la
stessa. Volontarismo e capacità di coordinamento mostrati in queste settimane
dovranno continuare a guidarci in futuro". Dunque, per cominciare, governo
economico dell'euro. Fondi sovrani europei contro i predatori dei Paesi terzi e
a difesa del patrimonio industrial-strategico dell'Unione ma subito la Germania
ha risposto di no, in nome dell'apertura del proprio mercato agli investimenti
esteri. Paradisi fiscali off-limits per le banche che incassino aiuti pubblici.
Rifondazione del capitalismo con un G-8 allargato a 13, con
Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica invitati a pieno titolo, e
preceduto da un vertice europeo straordinario a 27 per prepararlo. Nicolas
Sarkozy è in gran forma. Parla a braccio davanti all'emiciclo e sforna proposte
a getto continuo, stregando l'europarlamento che lo ascolta silenzioso e
attento. Da anni non si ritrovava davanti un leader europeo forte,
convincente, che non teme i cambiamenti ma li sollecita in un mondo che cambia
in modo rapido e radicale. E il presidente francese, che si esprime da
presidente dell'Unione, non li delude. "Questa crisi finanziaria è già diventata
economica. Dobbiamo affrontarla in modo coordinato, con una risposta unitaria,
che non significa uguale per tutti. Di sicuro l'eurozona non potrà più
continuare a vivere senza un governo economico che faccia da interlocutore a
una Bce indipendente". E siccome sa, sollevando l'argomento, di mettere il
dito in un vespaio per le tradizionali diffidenze di Germania e Olanda, precisa
subito di essere "per l'indipendenza della Bce e contro i deficit che non
portano a niente". Governo economico sì ma come? Di fronte a una crisi
economico- finanziaria delle attuali proporzioni, il solito "tran
tran" mensile delle riunioni dei ministri dell'Eurogruppo non basta.
"Quando da decidere c'è un pacchetto di salvataggio delle banche da 1.800
miliardi di euro, ci vogliono i Governi". Dunque vertici regolari con la
Bce, la cadenza dipenderà dagli eventi. Né basta stare a guardare i
contraccolpi della crisi economica che avanza. Oggi in Borsa i titoli delle
società europee, ha ricordato Sarkozy, valgono mediamente il 30% in meno di
quello che quotavano sei mesi fa. "Non vorrei che un giorno i nostri
cittadini scoprissero che i nostri gruppi più importanti sono controllati da
capitali non europei". Ecco allora la proposta: "Ogni Paese Ue
potrebbe dotarsi di fondi sovrani nazionali che si coordinino tra loro per dare
una risposta industriale alla crisi". In questo modo, ha continuato,
potremmo proteggere i nostri interessi strategici da attacchi predatori esterni
in tempi di emergenza e rivendere le quote acquistate sul mercato una volta che
questa sia passata. Perché "il nostro dovere è continuare a produrre auto,
aerei e navi". Anche per questo, ha ribadito, vanno previste
"politiche settoriali europee a sostegno dei comparti in difficoltà senza
rimettere in discussione i regimi della concorrenza e degli aiuti di
Stato". Al negoziato del G-13 per la rifondazione del capitalismo
mondiale, l'Europa secondo Sarkozy dovrà presentarsi con questi punti fermi: e
nessuna banca che operi con fondi dello Stato potrà lavorare nei paradisi fiscali,
perché non si può chiedere trasparenza agli altri senza applicarla noi stessi;
r tutte le istituzioni finanziarie dovranno essere sottoposte a
regolamentazione, inclusi hedge funds e private equity; t le remunerazioni dei
trader dovranno favorire comportamenti responsabili e non l'assunzione di
rischi eccessivi; u le regole contabili andranno modificate per consentire alle
banche di sopravvivere alla crisi; i il sistema monetario internazionale andrà
ripensato alla ricerca di un equilibrio tra cambi fissi e fluttuanti tra le
maggiori valute; o il resto del mondo non può continuare a finanziare i deficit
americani senza avere voce in capitolo nel sistema finanziario globale. A.C.
RICETTE A TUTTO CAMPO Il leader dell'Unione ha chiesto di rendere off-limits i
paradisi fiscali per gli istituti di credito che ricevono aiuti pubblici.
( da "Avvenire" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
ECONOMIA 22-10-2008
Un tavolo per aiutare banche e imprese DA ROMA V ertice a Palazzo Chigi sulla
crisi del credito con imprenditori e banchieri. Emma Marcegaglia lo ha chiesto
e Silvio Berlusconi ha assicurato che si farà la prossima settimana, al rientro del premier dal viaggio in Cina.
"Servono proposte per garantire credito alle imprese", ha detto la
presidente di Confindustria all'assemblea degli industriali di Napoli dove era
ospite anche il presidente del Consiglio (i due hanno pranzato insieme). Poco
dopo dal palco Berlusconi ha raccolto l'invito a un vertice "per discutere
con le banche e l'Abi le misure da adottare" per far fronte alla
stretta creditizia. "Dobbiamo evitare che la crisi finanziaria ha
proseguito Berlusconi di- venti crisi dell'economia reale. Le banche devono
continuare a fare le banche, con l'indispensabile azione a sostegno delle
imprese e dei consumi". "Ed è importante che da voi imprenditori ci
vengano" delle informazioni sui comportamenti del sistema bancario. Dal
vertice anti-crisi non vogliono però restare esclusi i sindacati, come ha messo
in chiaro il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, spalleggiato dall'Ugl:
"A quel tavolo, anche alla luce dell'allarme sui consumi lanciato dal
governatore della Banca d'Italia, è necessario che ci sia anche il sindacato,
perché la crisi si sta scaricando già sulla pelle dei lavoratori e delle
famiglie italiane ". Nel suo intervento davanti agli imprenditori Emma
Marcegaglia ha fatto quattro richieste precise al governo a favore delle imprese:
sgravi per la capitalizzazione, aliquote agevolate per gli utili reinvestiti,
un piano di risparmio energetico e maggiori agevolazioni fiscali. "La
prima misura deve aiutare la capitalizzazione delle imprese - ha spiegato la
Marcegaglia i soldi che gli imprenditori mettono nel capitale dell'impresa
devono essere detassati". La seconda proposta riguarda "aliquote
agevolate per la parte di utili che vengono reinvestiti. Vale a dire una
incentivazione a tutti i tipi di investimento: se faccio il 100% di investimenti,
ebbene su questa percentuale del mio reddito non pago le tasse ". Terza
misura: un piano sul risparmio energetico, che preveda un'agevolazione fiscale
per chi attua riduzioni di emissione inquinanti. Proposta che punta ad
allargare ad altri settori l'ipotesi di rottamazione per le auto e gli
elettrodomestici già ventilata dal governo. La quarta misura, la più tecnica,
riguarda la deducibilità fiscale degli oneri passivi. "Oggi è in vigore
una norma che mette un tetto del 30% del margine operativo alla deducibilità
degli interessi ha spiegato la Marcegaglia . Noi chiediamo di alzare il limite
e renderlo più flessibile perché oggi è troppo basso, visto l'andamento dei
tassi di interesse". Dal fronte governativo, il ministro dello Sviluppo E-
conomico Claudio Scajola fa sapere intanto che sono allo studio forme di
garanzia finanziaria per le imprese, sulla falsariga di quanto già disposto per
il settore bancario. Si valuta la costituzione di un fondo attraverso il quale
lo Stato potrebbe dare una garanzia pubblica sui finanziamento erogati alle
imprese. Inoltre i crediti vantati dalle aziende nei confronti della pubblica
amministrazione dovrebbero essere riconosciuti dal sistema bancario a fini
della concessione di prestiti. Lo stesso Berlusconi ieri ha parlato poi di
misure per incentivare l'innovazione delle aziende. A proposito di sistema
bancario una frase del premier ha innescato una certa fibrillazione:
"Forse due o tre banche oltre a Unicredit avranno dei vantaggi ad
aumentare il proprio capitale", ha detto il premier. Frase che qualcuno ha
letto come l'annuncio di nuove operazioni nel credito, magari con l'aiuto
pubblico. In realtà come poco dopo ha precisato Palazzo Chigi il capo delo
governo si riferiva a ricapitalizzazioni effettuate "trovando naturalmente
i mezzi sul mercato". Berlusconi è tornato anche sui possibili interventi
dei fondi sovrani. "Non ho detto no ai capitali di Paesi produttori di
petrolio ha sottolineato Ho detto solo che servono regole. Si potrebbe
riflettere sull'opportunità di introdurre un tetto di partecipazione, una
soglia del 5%". Confindustria chiede aliquote agevolate sugli utili e
incentivi fiscali agli investimenti. Berlusconi: forse due o tre istituti di
credito hanno bisogno di aumentare il capitale.
( da "Avvenire" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
MONDO 22-10-2008 il governo
italiano Berlusconi parte al contrattacco: dall'Europa metodo irragionevole DA
ROMA PAOLA COPPO " S e l'Europa e i cittadini europei vogliono dare
l'esempio a tutto il mondo, che questo prezzo almeno sia pagato da tutti e in
parti uguali perché non può essere per il 18% a carico dell'I- talia: l'Italia
ci può stare se tutti i cittadini europei pagano lo stesso prezzo ".
Silvio Berlusconi non ha dubbi sulle ragioni vincenti dell'Italia nel braccio
di ferro con l'Ue sull'ambiente. Da Napoli il premier conferma la richiesta
italiana di gradualità. "Siamo un Paese manifatturiero e non possiamo, in
un momento di crisi come questo, caricarci il costo di qualcosa che è
irragionevole ", spiega ricordando che "dieci Paesi sono con
noi". E aggiunge: "Ho sempre ammirato Don Chisciotte e ho sempre
amato andare all'attacco: andiamo all'attacco ma con senso di responsabilità
". L'Unione europea da sola si vuole assumere il compito di "indicare
la strada a tutto il mondo", ma questo bisogna farlo "in modo
equilibrato e giusto". Stefania Prestigiacomo, reduce dal duro confronto
di Lussemburgo, si appella ancora alla flessibilità e all'equità, assicurando
che da parte del-- l'Italia non c'è nessun disimpegno "ma non può
accettare un pacchetto 'chiuso', deciso senza un reale confronto. Né può
accettare che discutere nel merito tecnico delle misure che penalizzano alcuni
Paesi e ne avvantaggiano altri venga considerato 'drammatico'. Di drammatico
c'è la situazione economica e la rigidità di posizioni che rischia, questa sì,
di non far raggiungere l'accordo che tutti auspichiamo". Anche perché le
misure europee non quantificano né i costi né il risparmio energetico. Secondo
il ministro dell'Ambiente, l'Italia "non può accettare provvedimenti che
scaricherebbero, senza vantaggi per il clima, costi insostenibili sul sistema
produttivo e sulle famiglie italiane". Prestigiacomo sostiene che il
governo "non ha chiesto il rinvio dell'accordo ma ritiene logico, se si
parla di misure sul clima, che nell'analisi costiefficacia si tenga conto
dell'esito della Conferenza Onu sul clima di Copenaghen nel dicembre 2009. Il
ruolo 'trainante' dell'Europa ha valore se riesce a 'trainare' i grandi
produttori di Co2, Usa, India, Cina, ecc.. Se ciò non accadrà il pacchetto 20-20-20 avrà un valore
simbolico per il clima e metterà fuori mercato molte produzioni europee,
caricate di costi che la concorrenza mondiale non avrà". Un punto sul
quale ha espresso "chiaramente " delle riserve la Germania "che
teme il rischio di 'delocalizzazione' delle sue imprese manifatturiere a causa
della calo di competitività europeo (il cosiddetto 'carbon leakage').
Una preoccupazione condivisa dall'Italia, ma che ovviamente conta poco in Paesi
che non hanno una forte industria manifatturiera. Una preoccupazione che riguarda
anche il settore auto, per il quale la direttiva anziché far pagare di più a
chi produce auto pesanti e più inquinanti, finisce per penalizzare le
industrie, come quella italiana, che produce auto leggere e a basse emissioni
di Co2". E il ministro dell'Ambiente precisa: "L'impegno che ha
strappato il premier è un impegno politico: si va avanti se c'è l'accordo di
tutti, non se qualche Paese è penalizzato ". Il Pd plaude al tavolo
tecnico, ma attacca il governo sulla sostanza. "Incredibile e irresponsabile
è quello che dice Berlusconi", afferma Ermete Realacci. "Se
prevalesse la posizione dei Paesi dell'ex blocco sovietico, la situazione
dell'Italia sarebbe ulteriormente aggravata e i nostri obiettivi di riduzione
di Co2 potrebbero più che raddoppiare", sostiene il ministro dell'Ambiente
del governo ombra del Pd, che spiega: "La Commissione europea ha già
offerto all'Italia sconto sui nuovi target per il clima. Il pacchetto 20-20-20,
contrariamente a quanto affermano tutti gli esponenti del governo, grazie alla
scelta di fissare al 2005 invece che al 1990 di Kyoto l'anno di riferimento per
i nuovi tagli dei gas a effetto serra entro il 2020, riduce sensibilmente i
nostri target. Purtroppo la cultura di Berlusconi sui temi ambientali è molto
distante dai leader di centro destra dei grandi Paesi europei". Ma è
durissimo il giudizio di tutta la sinistra. "Berlusconi sta difendendo non
certo l'interesse nazionale, come dice, e tanto meno quello dei lavoratori
italiani, ma gli interessi privati di industrie e industriali, esattamente come
difende quelli di banche e banchieri", afferma il segretario del Prc,
Paolo Ferrero. "Meno male che c'è l'Europa e che Sarkozy si è assunto con
decisione il ruolo di paladino delle politiche ambientali e della lotta ai
cambiamenti climatici", commenta il leader dei Verdi Grazia Francescato.
Il premier: intesa solo se tutti sostengono gli stessi costi Prestigiacomo:
"Niente misure prese senza un reale confronto".
( da "Avvenire" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
MONDO 22-10-2008 gli
obiettivi EMISSIONI Ridurre il CO2 nell'aria Il primo degli obiettivi del
pacchetto clima dell'Ue prevede il 20% di taglio delle emissioni complessive di
anidride carbonica (Co2) entro il 2020. Per quanto riguarda
questo tipo di inquinamento, la graduatoria vede in testa la Cina con il 24% di emissioni di Co2 nel 2007, seguita dagli Usa col
21%. L'Europa si attesta al 12%, l'India all'8% e la Russia al 6%. Nel resto
del mondo le emissioni di Co2 ammontano al 29%.
( da "AprileOnline.info" del 22-10-2008)
Argomenti: Cina
Nane Cantatore, 22 ottobre
2008, 18:45 Il punto L'Europa ha elaborato un modello di sviluppo industriale
che è la risposta più ragionevole in un contesto caratterizzato da forti
disomogeneità politiche e da una strutturale debolezza delle istituzioni
comunitarie e, ancor più dai limiti posti dai trattati internazionali per il
commercio. Questo modello è decisamente semplice: si definiscono dei requisiti
stringenti di qualità e sicurezza, tanto stringenti da costituire il punto più
avanzato a livello mondiale, e si rende obbligatorio il loro soddisfacimento
per accedere al mercato europeo, che è il più importante su scala mondiale. Dal
momento che questi requisiti sono definiti in base a ragioni di interesse
pubblico (la sicurezza dei consumatori, la tutela dell'ambiente e dei lavoratori,
la trasparenza dei processi produttivi), gli Stati membri possono spendere
denaro per la loro attuazione, di fatto aiutando le imprese a sviluppare
prodotti che li soddisfino. In questo modo, le imprese europee si trovano in
una posizione di vantaggio sul mercato interno, senza che sia stato applicato
alcun dispositivo protezionistico; questo vantaggio si rivela strategico nella
produzione di beni e servizi di assoluta qualità a livello mondiale, il che si
traduce in un forte vantaggio competitivo. Questo sistema è stato già
ampiamente applicato, per esempio nel campo della chimica, dell'industria
alimentare, di quella automobilistica e nell'elettronica: basti pensare alle
normative comunitarie sulla sicurezza alimentare, i livelli di emissione dei
veicoli e le loro dotazioni di sicurezza, la certificazione dei prodotti
chimici e sul marchio CE per la tutela dei consumatori. Adesso, al di là di
tutte le sensate e doverose preoccupazioni per i cambiamenti climatici, si
tratta di fare un salto di qualità: i nuovi parametri ambientali mirano a
creare uno spazio commerciale chiuso ai prodotti e alle lavorazioni inquinanti,
caratterizzato da un forte risparmio energetico e da un notevole ricorso alle
tecnologie per l'energia rinnovabile. Non ci vuole molto a capire che proprio
questi aspetti sono sempre più importanti anche fuori dall'Europa, e che la
politica europea per l'ambiente mira, in modo forse cinico ma senz'altro
astuto, a sviluppare un vantaggio strategico in questo senso. Del resto, il
mondo è quel che è, e senza cinismo è difficile pensare di riuscire a ottenere
qualcosa; ciò che conta, semmai, è che questo è uno dei pochi modi sensati per
coniugare sviluppo economico e protezione dell'ambiente. Il vero cinismo di
queste politiche, a dar voce alle più banali e becere espressioni antieuropee,
starebbe nell'imporre a tutti gli Stati membri una politica di spesa
nell'interesse di quelli che hanno già acquisito un margine di competitività in
queste tecnologie; insomma, una politica tagliata a misura degli interessi di
Germania, Francia, Spagna e dei loro amichetti nordici, solitamente refrattari
a seguire la linea di Bruxelles, ma che in questo caso sarebbero stati ben
felici di starci. Non a caso questa è la linea di pensiero a cui si sono immediatamente
adeguati gli esponenti dell'attuale maggioranza, di quell'altra accolita di
teste fine che è Confindustria e, va detto, del povero partito democratico, che
va in crisi ogni volta che vede un'ombra di corruccio sul bel volto della
signora Marcegaglia. Tutti a dire, in poche parole, che sì, insomma, l'ambiente
è importante, ma c'è la crisi, e poi il sistema imprenditoriale italiano è
fatto di piccole aziende, e per loro i costi di adeguamento sarebbero
eccessivi, e poi non ci sono soldi, e allora l'India e la Cina sì che fanno danno e comincino loro, e quello che si chiede è
solo un po' di tempo, e veniamoci incontro, e non è cosa: traducendo questo
blaterio variamente inconsistente, l'Italia non intenderebbe spendere quattrini
per sostenere obiettivi europei fatti su misura di altri Paesi membri.
Il problema è che questo connubio tra la sindrome di Calimero e una furbizia da
tre soldi è persino troppo evidente, specie quando è stato dato ufficialmente
il via libera a sforare il vincolo più importante del patto di stabilità, vale
a dire il tetto del tre per cento del deficit rispetto al Pil, proprio per
coprire le spese della crisi continuando a sostenere la politica ambientale. La
posizione diviene ancora meno difendibile se si pone mente alle ultime dichiarazioni
di Paperino Tremonti sugli aiuti di Stato per risollevare le sorti
dell'industria automobilistica, ai cavallereschi interventi per le banche in
periglio o al famelico ghigno della cordata Alitalia: in altre parole, non ci
sono soldi per una reale politica di sviluppo sostenibile, però se un'azienda
decotta ha bisogno di quattrini pronta cassa si può accomodare. Tutto ciò, con
buona pace di tutta la retorica della piccola e media impresa che sostiene
l'economia italiana, visto che soltanto grandi aziende in crisi possono essere
in grado di farsi sentire quando bussano a denari, quando questa non è
addirittura la loro specializzazione, come possono testimoniare i casi della
nostra gloriosa compagnia di bandiera e dell'ancora più gloriosa casa automobilistica
nazionale. Ma le Pmi avrebbero anche ragioni più sostanziose per lamentarsi,
oltre a quella di essere escluse da questo festino: il modello di sviluppo
europeo, infatti, offrirebbe loro notevoli opportunità di fare affari, visto
che il loro margine di efficienza sta nell'innovazione di processo piuttosto
che in quella di prodotto. Per dirla in modo più chiaro, l'innovazione di
prodotto è quella necessaria per immettere sul mercato nuovi prodotti, il che è
persino ovvio; per raggiungere questo risultato, però, sono necessari forti
investimenti in ricerca e sviluppo e per realizzare impianti di produzione
necessari a realizzare i nuovi prodotti. Dal momento che tutti questi
investimenti vanno fatti prima che il prodotto possa raggiungere il mercato e
che gli impianti vengono realizzati a partire da un progetto iniziale definito
fin nei dettagli, è normale e persino previsto che il processo produttivo non
sia fin dall'inizio al massimo dell'efficienza; ed è qui che entra in gioco
l'innovazione di processo. Ora, le grandi aziende si basano necessariamente su
processi molto complessi, per modificare i quali servono grandi sforzi
organizzativi, forti investimenti nella formazione e nella riprogettazione
delle filiere produttive; le piccole e medie imprese, che normalmente agiscono
solo su segmenti molto limitati dei processi industriali, hanno perciò forti
vantaggi nell'ottimizzazione della loro attività. Questa, del resto, è stata in
passato la chiave del successo del famoso modello del Nordest italiano, in cui
sotto uno stesso capannone operavano decine di partite Iva, ognuna impegnata a
fare il proprio pezzetto al meglio, nel minor tempo possibile e con i costi
minori, per ottenere i margini più elevati. Le tecnologie delle energie
rinnovabili sono esattamente a questa fase di sviluppo: i prodotti ci sono, il
mercato sul quale venderli anche, quello che serve è una filiera produttiva
articolata, nella quale possano collocarsi le capacità di ottimizzazione delle
piccole e medie imprese organizzate in distretti. In altre parole, la politica
energetica europea è una grande opportunità per l'Italia, se vuole valorizzare
il proprio patrimonio di competenze e ricominciare a produrre innovazione;
contestarla, o rimanerne ai margini in una sorta di serie B comunitaria, non è
soltanto politicamente deprimente, ma anche sciocco dal punto di vista
economico. Il fatto che le Pmi italiane si stiano accodando alle posizioni
dell'attuale maggioranza è solo una prova della loro miopia industriale o della
loro partigianeria politica, ma non certo della loro capacità di misurarsi con
il futuro, o della loro stessa capacità imprenditoriale.